Alessandro Manzoni, Studio Biografico
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Title: Alessandro Manzoni, Studio Biografico
Author: Angelo De Gubernatis
Release date: April 1, 2005 [eBook #7817]
Most recently updated: October 6, 2012
Language: Italian
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ALESSANDRO MANZONI
STUDIO BIOGRAFICO
DI
ANGELO DE GUBERNATIS.
Letture fatte alla _Taylorian Institution_ di Oxford nel maggio
dell'anno 1878
NOTEVOLMENTE AMPLIATE.
FIRENZE.
1879.
INDICE DEL VOLUME.
A FEDERICO MAX MULLER
Proemio del Libro
I. Prologo
II. La nobiltà del Manzoni
III. Il Manzoni a scuola
IV. Primi versi
V. Il Manzoni ed il Parini
VI. Il _Trionfo della Libertà_
VII. Il Manzoni Poeta satirico
VIII. Il Manzoni e Vincenzo Monti
IX. I primi amici
X. Carme autobiografico
XI. Il Manzoni a Parigi
XII. L'_Urania_.--L'Idillio manzoniano
XIII. La Conversione
XIV. Il Manzoni a Brusuglio.--Gl'_Inni Sacri_ e la _Morale cattolica_
XV. Il Manzoni Poeta drammatico
XVI. Il Manzoni unitario
XVII. Intermezzo lirico: Le strofe del _Marzo 1821_--Il _Cinque Maggio_
XVIII. I _Promossi Sposi_
XIX. Il Manzoni e la critica
A FEDERICO MAX MÜLLER
Professore nella Università di Oxford e Curatore della _Taylorian
Institution_
_Illustre Amico_,
_Nessuno meglio di Voi potrebbe dire in qual modo sia nato
inaspettatamente questo mio nuovo tenue volume. Chè, se mia fu la
scelta del tèma, Vostro fu il merito, posto che il libro non accresca
i miei torti verso le lettere, se mi venne fornita l'occasione di
scriverlo. E quale occasione! La più solenne che amor proprio di
autore potesse ambire. Nè contento di avermi coi vostri insigni
colleghi, i Curatori di codesta illustre _Tayloriana Istituzione_
intesa a promuovere fra gli Inglesi lo studio delle lingue e delle
letterature moderne, messo in condizione di ragionare per tre volte,
innanzi ad un pubblico veramente eletto, intorno al sommo fra i nostri
scrittori contemporanei, la vostra bontà e cortesia volle non pure
che, tra le agiatezze della vostra casa ospitale, io dimenticassi in
Inghilterra la mia condizione di straniero, ma ancora che, nelle
vostre domestiche contentezze, se pure visibilmente contristate da un
amaro ricordo, io vedessi, in alcune parte, l'immagine di quelle
vivissime che mi attendevano al mio ritorno in patria. A Voi, illustre
concittadino ed ammiratore di quel Goethe che diede al Manzoni nostro
il vero battesimo della gloria, a Voi avvezzo, dal cielo olimpico e
luminoso in cui spaziate, a contemplar le cime più ardue di
quell'_açvattha_ infinito, ch'è l'albero della scienza, non
increscerà, io spero, dopo avere, con la vostra costante benevolenza
accresciuto coraggio al vostro amico lettore, se io sono in qualche
modo riuscito a presentarvi del Manzoni un ritratto abbastanza fedele,
ritrovacelo nuovamente innanzi come figura degna di Voi; questo
ritratto, in ogni maniera, nel mio desiderio Vi appartiene, se non
altro come ricordo di quegli obblighi di sentita gratitudine, per i
quali sono lieto io medesimo di non esservi più interamente straniero.
Con questi sentimenti, gradite, illustre amico, il libro che Vi invio
con la fiducia, non vorrei dire solamente speranza, che ne durasse
lungamente in Voi la memoria, se non per alcun merito particolare del
biografo, almeno sicuramente per la nobiltà della vita intellettuale
che impresi a descrivere, dalla quale, fin che le nuove generazioni
deriveranno luce ed esempio, le lettere continueranno sempre a
sostenere il loro desiderabile e necessario ufficio d'instauratrici
amabili e generose di ogni civile sapienza._
Il vostro
ANGELO DE GUBERNATIS.
PROEMIO DEL LIBRO
Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo
fra i nostri moderni scrittori, fu letto in tre giorni consecutivi
dello scorso maggio in una sala della _Taylorian Institution_ di
Oxford, innanzi ad eletto uditorio che mi è venuto intorno, fino
all'ultimo, crescendo per numero e benevolenza. Dovendo ogni lettura
restringersi al breve giro di un'ora, dovetti pure, per non abusare
della pazienta de' miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti
del Discorso che io avea preparato per la importante & splendida
occasione, e che un'ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora
dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que' discorsi,
lieto d'offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori
dell'Istituto Oxoniano e a' miei proprii concittadini il frutto di
que' pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più
ammirato nell'età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il
carissimo fanciullo nel quale io ho riposto le mie migliori speranze.
Mi sia ora indulgente la critica, com'io sono sicuro che furono onesti
tutti gl'intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi
qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica,
che non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento
di me e più desideroso d'imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito,
idolatra d'alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della
grandezza dell'uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia
letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s'io
confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch'io lo
riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù. S'io dovessi qui
solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei
animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo
dell'universo che legge; ma quando un uomo s'inalza alla grandezza del
Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante
dell'arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è
specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo
modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il
diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento
virtuoso di conformare la propria vita a que' sentimenti medesimi, io
mi domando con piena sincerità: "Sono io degno di parlare di
Alessandro Manzoni?" Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di
esso; voglio anch'io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di
Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell'ingegno il
diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a
morirmi sopra le labbra, se io non sapessi ammirare il Manzoni
altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi
tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun
memorabile esempio. Ora io che ho sempre desiderato richiamare molta
gioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo
sicuramente ad esempio[1] non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se
prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i
principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra.
E, pur troppo, per quanto sia grande in me il desiderio, sento povere
le forze ed insufficienti all'uopo; e ripeto, pieno di confusione e di
sincerità, il _domine, non sum dignus_. Ma io prevedo, pur troppo, a
questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di
proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: "Abbiamo
capito, l'Autore ci promette un panegirico, invece d'uno studio
critico; invece d'un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora
si deve, in pezzi, avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo
sugli altari ed idealeggiato, per edificazione de' buoni." Chi ha di
tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare
come il Manzoni fu grande, com'egli è stato, e sarà forse ancora per
molto tempo, il massimo de' nostri scrittori; ma chi teme una tale
dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; che, in verità,
io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel
desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il
Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne' suoi
scritti e nelle memorie del nostro tempo; e, poichè ne verrà fuori,
come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora
quella di un grand'uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già
ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi
dell'esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di
cavarne come posso alcun profitto non solo per l'arte dello scrivere,
ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole
si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d'un
Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci
rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich'egli era mortale come noi e
soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch'esso umanamente
errato, sarà utile a noi l'apprendere in qual modo egli vincesse le
sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo
per vincere. "Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che
ci diano la biografia d'uno scrittore, con l'intendimento dichiarato
di offrirci un modello virtuoso. Dateci l'uomo come l'avete visto.
Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non
ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri
fervorini." Sento già correre in aria queste parole più di minaccia
che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d'ora,
che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto
poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche
momento, che il cuore mi batta un poco più rapido, e mi esca per
avventura una parola più calda, io non sacrificherà quel po' di fuoco
che m'accende ancora, ad alcun domma della nuova critica; poichè io
non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d'arte, principii,
i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d'ogni arte
grande, che è il sentimento.
[1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia óramai antica, ne recherò
qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino;
nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione di un
giornale letterario; io doveva esserne il direttore e proporne il
titolo. Posi innanzi il nome di _Alessandro Manzoni_. Ma, temendo
pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s'intitolasse
un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir
battagliero, gli scrissi, in nome de' miei compagni, per domandare
un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza
giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all'idea
che il suo nome potesse diventar simbolo di una battaglia di
giovani, e c'indirizzò la lettera seguente, finqui inedita,
l'autografo della quale trovasi ora nelle mani dell'egregio
Antonio Ghislanzoni a Lecco: "Pregiatissimi Signori, Non ho mai
avuto nell'animo un conflitto d'opposti sentimenti, come quello
d'una profonda riconoscenza e d'un vivo dispiacere che m'ha fatto
nascere la troppo cortese lettera, di cui m'hanno voluto onorare.
Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi da la certezza
che di que' sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta
così spontanea e per me preziosa benevolenza, Vi prego dunque, o
Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale mi
rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe una cagione di
vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù,
non aspira ad altro che alla quiete. L'indulgentissimo vostro
giudizio è già una gran ricompensa per de' lavori che non hanno
altro merito, che d'esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi
tengo sicuro che non me la vorrete cambiare in un castigo, e che
potrò goder subito in pace la speranza de' frutti che mi promette
il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta
la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e
mi rassegno
_Milano, 1 novembre 1859_.
Dev.mo obbl.mo ALESSANDRO MANZONI."
Ricevuta questa lettera stimammo debito nostro, per rispetto alla
volontà del Manzoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di
_Alessandro Manzoni_, e lo sostituimmo perciò un altro che, nel
nostro pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo giornale
s'intitolò per tanto: _La Letteratura civile_; ebbe, tuttavia, la
vita solita de' giornali compilati da studenti.
I.
Prologo.
Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo
del Manzoni, e tra i molti i più siano persuasi che sopra un tale
argomento, da essi chiamato giustamente _eterno_, non ci sia più nulla
di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro
moderno scrittore, innanzi ad un'eletta d'Inglesi, presso i quali da
Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti,
da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacere degli onorati
viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura
italiana in Inghilterra, le nostre lettere da un secolo in qua furono
sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non
solo più nobile, ma più _nuovo_ del Manzoni. Non sorridete, o Signori.
Io so bene che gli stranieri, i quali hanno fatto i loro primi, in
verità, non molto divertenti esercizii d'italiano sopra i _Promessi
Sposi_ e sopra le _Mie Prigioni_, riguardano come stranamente
idolatrico il nostro culto manzoniano. Lo so, e se credessi che la
loro opinione avesse buon fondamento, me ne turberei; poichè, in
verità, se il Manzoni fosse per noi un idolo, innanzi ad un idolo lo
vedrei solamente possibile una di queste due altitudini: adorare
tacendo con gli occhi chiusi, che non è il miglior modo per veder
bene; o passargli accanto sdegnosi, sprezzanti, correndo via, che non
è, di certo, un modo di veder meglio. Io ammiro grandemente il
Manzoni, ma non l'adoro, e però, quantunque pieno di riverenza a tanta
umana grandezza, oserò accostarmele e studiarla, anco perchè stimo che
giovi il vedere come un uomo non solo sia nato, ch'è merito di natura,
ma come abbia saputo egli stesso divenire e mantenersi grande. Ogni
vanto di priorità in lavori simili al presente mi parrebbe, o Signori,
intieramente oziosa e puerile; e però, prima d'accennare ad un fatto
singolare che mi riguarda, debbo dichiararvi candidamente che non solo
io non me ne faccio merito alcuno, ma che mi vergognerei se alcuno
attribuisse a me un merito ch'è stato del caso. Ora sono più di sei
anni, quando il Manzoni era pur sempre vivo, avendo io la debolezza di
credere che la letteratura abbia alcuna virtù educatrice, tentai, come
potei meglio, rinfrescare nella mente de' giovani il ricordo, e nel
cuore di essi la riconoscenza per gli scrittori italiani, i quali
avevano, a parer mio, più efficacemente cooperato non solo a mantenere
vivo il decoro delle nostre lettere, ma a farle operative di virtù
domestica e civile. Io m'era detto e persuaso che la loro modestia
avrebbe loro vietato di parlare prima di scendere nel sepolcro;
intanto i giovani che vengono su, poichè, ad uno ad uno, i nostri
buoni vecchi se ne vanno, poco o nulla ne potranno sapere, onde
mancheranno ad essi quei nobili esempi ed eccitamenti che in parte
servirono, in parte avrebbero dovuto servire a noi per animarci nel
sentimento del nostro dovere e per educarci alla virtù del sacrificio.
Era dunque, o almeno parevami, che fosse debito nostro servire
d'anello ideale fra la generazione che passa e quella che viene,
portare virilmente ai giovani la parola de' vecchi; e, non credendo di
potere far meglio, incominciai da Alessandro Manzoni. Ma quale non fu
il mio stupore, quando, messomi intorno a cercare se esistessero
biografie italiane del nostro primo scrittore vivente, in un secolo
pur così prodigo di biografie, dovetti, con molta confusione,
rinunciare alla speranza di trovarne alcuna e provarmi a tentar da me
solo con le notizie del Fauriel e del Loménie, con gli sparsi articoli
di critica letteraria, con le onorevoli disperse testimonianze degli
amici a ammiratori del Manzoni, e con una nuova lettura delle sue
opere, la prima biografia del grande Poeta milanese! La cosa parrebbe
incredibile, se non fosse vera. Morto il Manzoni, il 22 maggio
dell'anno 1873, in età di ottantotto anni, quel primo saggio
biografico ebbe naturalmente la buona fortuna di servire come
addentellato ad altri, che lo resero presto insufficiente; seguirono!
pertanto nuove spigolature e nuove biografie, tra le quali convien
ricordare quelle di Vittorio Bersezio, Giulio Carcano, B. Prina, F.
Galanti, Antonio Stoppani, A. Buccellati, Cario Magenta, Carlo
Romussi, Giovanni Sforza, Salvatore De Benedetti, Felice Venosta,
Nunzio Rocca, Antonio Vismara; Carlo Morbio e Cesare Cantù tutte
diversamente pregevoli per la nuova luce che recarono alla biografia
manzoniana. Ma è cosa singolare che non sia ancora comparso fin qui
alcun discorso critico un po' largo sopra tanta novità di materia
biografica. Non ci si è pensato, pur troppo; onde è ancora veramente
un caso per me felice, ma non lieto per l'Italia, che, dopo oltre sei
anni dal mio primo saggio biografico, io abbia ancora, senza alcun
merito e senz'alcuna pretesa, ad essere per ordine cronologico, il
primo che tenti una biografia ragionata di Alessandro Manzoni. Chè, se
io mi sono, ora volge il sest'anno, messo nell'impegno difficile di
lodare il Manzoni vivo, senza tradire la maestà di quel _santo vero_
che fu la sua prima e vorrebb'essere la mia religione, ognuno
intenderà facilmente come una parte delle indagini, le quali son
divenute possibili, sarebbero state sconvenienti, quando il grand'uomo
era vivo e potea provarne pena; ognuno si persuaderà dunque come un
nuovo studio biografico intrapreso in così diversa, e, per rispetto
alla critica, migliorata condizione, deve necessariamente riuscire
alquanto più ricco e più dimostrativo del primo. Queste dichiarazioni
scuseranno pure il tono alquanto dimesso del mio presente Discorso.
Non si tratta qui, invero, di giudicare dall'alto, che sarebbe sempre
una impertinenza, nè da lontano, che non si potrebbe senza molta
imprudenza, un Manzoni già ben cognito, o supposto tale, per farne,
con pochi vivaci tratti di penna, un nuovo e splendido ritratto
ideale. Il mio ufficio vuol essere, almeno per questa volta, assai più
modesto. Si tratta, cioè, semplicemente di ristudiare da capo il
nostro Poeta, di seguirne passo passo la vita, i pensieri, i
sentimenti, prendendo per guida principalissima i suoi proprii
scritti. Questo esercizio minuto richiede naturalmente un po' di
pazienza, tanto in chi lo intraprende, quanto in chi conviene ad
osservarlo; ma, s'io non erro, poichè avremo, voi ed io, fatto prova
insieme di questa necessaria virtù, ci troveremo finalmente innanzi,
quasi senz'accorgercene, vivo ed in piedi, un nuovo Manzoni, che nè
voi nè io ci eravamo, prima di ristudiarlo, immaginato fosse per
riescire così grande, per quanto lo ingrandisse già la nostra
ammirazione, nè così importante, per quanto fosse già molto viva la
nostra curiosità di conoscere tutto ciò che lo riguardava.
II.
La nobiltà del Manzoni.
In una delle sue lettere alla propria moglie, Massimo d'Azegiio le
narrava una visita fatta al paese originario di casa Manzoni: "Ci
hanno detto (egli scrive) che i vecchi della famiglia, ai tempi
feudali, avevano un certo cane grosso, che quando andava per il paese
i contadini erano obbligati a levargli il cappello, e dirgli:
_Reverissi, sur can _(La riverisco, signor cane)." Un proverbio della
Valsássina, ove i Manzoni una volta spadroneggiavano come signori del
luogo insieme con la famiglia de' Cuzzi, suona ancora così:
Cuzzi, Pioverna e Manzòn
Minga intenden de resòn.
Cioè, le famiglie Cuzzi e Manzoni ed il torrente Pioverna, quando
straripa, non intendono punto la ragione. Dalla Valsássina la famiglia
Manzoni passò ad abitare in quel di Lecco, dove il signor Pietro
Manzoni, padre del nostro Poeta, possedeva molte terre ed una bella
palazzina detta _Il Caleotto_, che nell'anno 1818 Alessandro Manzoni
fu costretto a vendere, insieme con gli altri beni per la mala
amministrazione di chi aveva tenuto, per oltre un decennio, la procura
ed il governo di quelle terre, una parte delle quali si trovava nel
Comune di Lecco, altre in Castello, altre in Acquate, il villaggio per
l'appunto de' _Promessi Sposi_. Come Renzo si trova obbligato a
lasciare il proprio villaggio ed a vendere la propria vigna per
recarsi ad abitare nel Bergamasco; così il nostro Poeta dovette, per
salvar la villa di Brusuglio, abbandonar luoghi che gli erano cari,
dove aveva passata una parte della sua infanzia, dov'era tornato a
villeggiare tra gli anni 1815 e 1818, onde non è meraviglia
l'intendere dallo Stoppani che in quegli anni, per l'appunto,
Alessandro Manzoni si trovasse pure a capo dell'amministrazione del
Comune di Lecco; meno ancora ci meraviglieremo, dopo di ciò, che la
scena de' _Promessi Sposi_ sia stata posta dall'Autore nel villaggio
di Acquate, nel territorio di Lecco, nei luoghi ove lo riportavano le
prime e le più care sue reminiscenze e dai quali egli s'era dovuto
staccare per sempre con un vivo dolore, tre anni e mezzo soltanto
innanzi ch'egli incominciasse a scrivere il proprio romanzo. I Manzoni
erano dunque nobili, ma nobili decaduti dai loro titoli di nobiltà e
dalla loro antica potenza. Avevano dominato una volta con la forza. La
fortuna d'Italia volle che col sangue del Manzoni, che la tradizione
ci rappresenta quali uomini violenti, si mescolasse un giorno un
sangue più gentile, e che, per gli ufficii dell'economista Pietro
Verri e, come vuolsi, del poeta Giuseppe Parini, l'illustre marchese
Cesare Beccaria sposasse un giorno la non ricca, ma bella, giovine ed
intelligente sua figlia Giulia al proprietario del _Caleotto_, a Don
Pietro Manzoni, uomo intorno alla cinquantina; e che da quelle nozze
fra una nobile fanciulla milanese ed un grosso signorotto di
provincia, il 7 marzo dell'anno 1785, nella città di Milano, nascesse
un figlio. Se mi si domandasse ora qual conto il nostro Poeta facesse
della sua origine nobilesca, mi troverei alquanto imbarazzato a
rispondere. Nel suo discorso, nel suo contegno, tutto pareva in lui
signorile; ma, nel tempo stesso, egli si adoprava a riuscir uomo
semplice ed alla mano.[1] Forse in gioventù aveano desiderato dargli
una educazione più aristocratica che la sua vera condizione di nobile
decaduto non comportasse; Don Pietro Manzoni, uomo alquanto materiale,
venuto dalla provincia a stabilirsi in Milano[2], dovea, fra i
nobili milanesi, trovarsi alquanto spostato e l'arguta intelligenza
del figlio potè sentire, per tempo, ciò che v'era di falso in quella
condizione della propria famiglia fra l'alto patriziato lombardo. Se è
vero che, nella educazione del giovane Ludovico, divenuto poi Fra
Cristoforo, il Manzoni abbia inteso, in qualche modo, rappresentare la
propria gioventù, convien dire ch'egli non avesse della propria
nobiltà gentilizia, per la stima che se ne faceva a Milano, una
opinione superlativa; ma, come discendente dagli antichi signori di
Barzio nella Valsássina, come antico proprietario del _Caleotto_ egli
dovea pure ricordare che i suoi padri erano stati una volta il terrore
delle terre da loro dominate e persuadersi che, se la sua nobiltà
contava poco a Milano, avea contato troppo dalle parti di Lecco.
Questa speciale contradizione nella stima ch'egli potea fare della
propria nobiltà, lo tirava ora a farsi piccino con Renzo, ora a
immaginarsi grande con l'Innominato, ora a collocarsi ragionevolmente
fra i due con la figura di Fra Cristoforo. Ma quali fossero i panni,
di cui gli piacesse vestirsi, o rivestirsi, egli doveva sentir sempre
l'altezza del proprio ingegno sovrano, la quale poi si dimostrava
altrui molto più nella modestia che ne' vanti volgari. Poichè uno de'
privilegi degli uomini grandi (un privilegio che talora può anche
divenire una loro debolezza) è quello di trovar compiacenza nel farsi
piccini. Crediamo, dice, con molto garbo, il conte Carlo Belgioioso,
che una squisita modestia convivesse coi Manzoni con una ben misurata
stima di sè. Egli riconobbe di certo i privilegi della propria
intelligenza, e ne ringraziò Dio; ma li scordò davanti agli uomini.
Della nobiltà del Manzoni altri si occuparono, non lui; quando il
signor Samuele Cattaneo di Primaluna[3] pensò fargli cosa grata,
inviandogli l'antico stemma de' Manzoni ch'egli avea ritrovato nella
casa di Barzio, il Poeta ringraziò tosto del pensiero amorevole, ma
non aggiunse altro. Gli pareva sul serio di offender qualcheduno,
quando avesse lasciato capire ch'egli sapesse o sentisse, e, peggio
ancora, si compiacesse d'appartenere ad una casta privilegiata. Ma
tanto fa, egli era un signore; e, quando s'accostava al popolo per
fargli del bene, mosso da un sentimento di umanità, di giustizia, di
carità cristiana e da una gentilezza squisita, quando, nella vendita
del _Caleotto_ e delle sue terre ereditate dal padre in quel di Lecco,
egli tirava un frego sopra i debiti de' suoi contadini e affittaioli e
li perdonava tutti, si mostrava generoso ed umile al modo di
quell'ottimo suo marchese erede di Don Rodrigo de' _Promessi Sposi_:
quel marchese, se vi ricordate, volendo far del bene a Renzo ed a
Lucia e riparare verso di essi i gravi torti del suo predecessore,
compra la vigna di Renzo pagandola il doppio del prezzo richiesto; poi
invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon
desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da
sè, ma non si mette addirittura a tavola coi villani. A questo punto
il Manzoni entra direttamente in iscena, ed osserva: "A nessuno verrà,
spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare
addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per
un originale, come si direbbe ora; vi ha detto ch'era umile, non già
che fosse un portento di umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per
mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in
pari." Questo brano mi pare abbastanza eloquente per sè, nè mi obbliga
ad aggiugnere altro intorno al modo con cui il Manzoni sentiva la
propria signoria,[4]
[1] Quanto alla fisionomia del Manzoni, non si potrebbe tuttavia dire
che essa avesse un carattere diverso da quello de' popolani di
Lecco, ove, come me ne assicura il prof. Stoppani, s'incontrano
spesso contadini, alla vista de' quali vien voglia di
gridare:--Ecco il Manzoni.--Cade quindi l'indiscreta ciarla nata
in Milano, per cui si suppose possibile che il Manzoni fosse
figlio dell'Imbonati, ciarla, alla quale alludeva forse il verso
del noto Carme giovanile, _In morte dell'Imbonati: Contro il mio
nome armaro L'operosa calunnia_.
[2] Don Pietro Manzoni abitava allora nella Via San Damiano, nella
casa che porta ora il numero venti, e il battesimo venne celebrato
nella chiesa di Santo Babila dal prete Alessio Nava; al fanciullo
furono imposti i nomi di Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio.
Il primo nome era quello del padre di Don Pietro, ossia del nonno
del Manzoni, allora già morto; il secondo il nome del padrino Don
Francesco Arrigoni. Il nome di Tommaso gli fu imposto, senza
dubbio, perchè la Chiesa il dì 7 marzo festeggia San Tommaso.
Antonio era il nome di un cugino canonico in San Nazaro; ma
potrebbe pure esser venuto al Manzoni da una madrina Antonietta,
intorno alla quale tuttavia, per ora, non sappiamo proprio nulla.
Poichè si è qui ricordata la prima abitazione del Manzoni
(l'ultima in Via del Morone, ove egli morì, è ben nota), ricorderò
ancora col Morbio le altre case abitate dal Manzoni in Milano:
"Altra casa, già abitata precedentemente da Manzoni, col padre,
oltre l'accennata a San Damiano, fu quella segnata col N, 134, in
Via Santa Prassede, ora Via Fontana, N. 44. Manzoni fu molto
instabile nelle sue dimore. Nel 1808 abitava in Via Cavenaghi al
N. 2528, ora N. 5. Sul declinare dell'anno 1810 scelse un'altra
dimora; e colla madre, la sposa e la figlia Giulia, recossi ad
abitare in Via San Vito al Carrobbio, al vecchio N. 3883, ora N.
27. Ponete un'iscrizione su quella casa. Ivi cominciò ad ideare
gli _Inni Sacri_; ma essi furono ultimati e perfezionati nella sua
Villa di Brusuglio, e precisamente in una capannuccia del
giardino."
[3] Cfr. il volume delle _Lettere_ pubblicato da Giovanni Sforza.
[4] Intorno alla nobiltà della famiglia Manzoni, ecco quanto scrisse
l'erudito Carlo Morbio nella Rivista Europea dell'anno 1874 "Fu
creduto da quasi tutti i biografi di Manzoni che Egli fosse
stretto in parentela colla Francesca, celebre poetessa e
letterata, della quale lungamente scrisse l'Argelati, che morì nel
1743 alla Cerreda sua villetta presso Lecco, nella ancor fresca
età di 33 anni. Ma io già provai con lettera, direttami dallo
stesso grande Poeta, nel 25 gennaio 1844, che Egli colla Francesca
non aveva di comune che il cognome, comunissimo del resto,
com'Egli m'osserva, nei territorio di Lecco e della Valsássina. Il
grande Poeta fu egli di nobile casato? I Manzoni ebbero, è vero,
feudi e onoranze in quei paesi, ma la loro nobiltà non venne mai
ufficialmente riconosciuta. Don Pietro, padre di Alessandro, ed i
suoi fratelli, presentarono bensì nel 1794 un'istanza documentata
al Consiglio Generale della città di Milano, onde essere ammessi
agli onori del Patriziato Milanese; ma prima che il Consiglio si
pronunciasse in proposito, i supplicanti in causa d'urgenti affari
di famiglia chiesero ed ottennero la restituzione de' loro
documenti, obbligandosi però a riprodurli a tempo opportuno. Ma
non mi consta che la famiglia Manzoni riproducesse più tardi la
sua istanza. È poi assolutamente erroneo che la sua nobiltà
venisse riconosciuta dal Tribunale Araldico, con sentenza del 10
luglio dell'anno 1771, perchè i Manzoni non si trovano accennati
in nessuno degli elenchi dei nobili cittadini, proclamati come
tali dal Tribunale Araldico e dal Consiglio Generale della città
di Milano.--Manzoni non ha mai fatto uso di stemma gentilizio,
neppure nelle lettere; il suo sigillo porta semplicemente le sue
iniziali, entro un cerchietto a linee concentriche.
III.
Il Manzoni a scuola.
Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu
ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzana
sopra Galbiate; nè della cascina detta _La Costa_, ove il grand'uomo
fu allattato da Caterina Zanzeri, nè di questa nutrice, la quale
vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona.[1]. Ma non è senza
importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu
allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de' Frati Somaschi di
Merate, ove rimase dall'anno 1791 all'anno 1796.[2] La mamma ve
l'accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada
da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del
povero fanciullo non appena egli s'accorse che la mamma sua l'aveva
lasciato; ma, poichè ad uno de' prefetti parve pure che il pianto
durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia
accompagnato da queste parole: "E quando la finirete di piangere?"
Quello fu il primo dolore provato dal grand'uomo, che se ne rammentava
anche negli ultimi anni della sua vita. "Buona gente (del resto egli
concludeva, parlando di que' suoi primi istitutori), quantunque, come
educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po'
più educati loro stessi." I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai
primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio
di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri
il buon padre Francesco Soave,[3] onesto letterato e, per quei tempi,
educatore assai liberale, sebbene s'indispettisse contro il nostro
piccolo scolaro, che s'ostinava a scrivere le parole _Re, Imperatore e
Papa_ con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno
del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l'altre cose: "Teneva nella
manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella
che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse
scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava _terque
quaterque_ verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi
la riponeva e tornava in calma." Al Manzoni rincresceva d'avere
talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il
meglio, per l'istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come
una volta gli scappasse detto in iscuola "ne faremo anche a meno,"
quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la
lezione d'aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra,
e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già
agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli
pose sulla guancia legermente due dita, come per carezzarlo, ma
dicendogli con voce grossa: "E di queste ne farete a meno?" come se lo
avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e
come si può ben credere, rimase "profondamente colpito da tanta
mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più
tardi." Ma la _via crucis_ de' collegi non era ancora finita pel
nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i
Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio
di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de' Nobili di Milano; e
qui sebbene egli n'abbia poi detto un gran male nei noti versi _In
morte di Carlo Imbonati_, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il
quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice
attitudine al poetare.[4]
[1] Cfr. _I primi anni di Alessandro Manzoni_, spigolature di Antonio
Stoppani.
[2] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni
fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la
signora Giulia Beccaria si trasferiva con l'Imbonati a Parigi,
dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il
Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni
concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al
dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de'
suoi figli, ch'egli educò, invece, presso di sè. "On dit (aggiunge
il Laménie) que, par suite de son excessive tendresse de père,
l'expérience de l'éducation domestique ne lui a pas parfaitement
réussi." Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi,
i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece
almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non
risparmiarono al grand'uomo noie e dolori.
[3] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell'anno 1743; avea
fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a
Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù,
della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a
Parma; fu allora che pubblicò la sua _Grammatica ragionata_ della
lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli
studii di lingua, che poi l'occuparono tanto, può esser venuto al
Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo
del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: "Se
gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado
per sè medesimi d'istituire un linguaggio, e in qual modo
potrebbero pervenirvi," il Soave vi mandò una dissertazione latina
che ottenne il primo _Accessit_. Lo stesso Padre Soave la tradusse
poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque
Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco
ortodosso, che l'uomo può da sè stesso istituire il proprio
linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il
Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale,
quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava
le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte
scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere
invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il
Padre Soave scrisse pure le _Novelle morali per la Gioventù_, e ne
ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si
può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo
Manzoni. Il primo, inorridito nell'anno 1789 e ne' successivi per
i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico,
sotto l'anagramma grecizzato di _Glice Coresiano _(Soave
Luganese), col titolo: _La vera idea della rivoluzione di
Francia_; il secondo termina la sua vita scrivendo per l'appunto
un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla
(sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo
vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi
ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove
spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual
animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse
rappresentare a' suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da
Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d'Angri per
affidargli l'educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette
rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava
l'analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure
frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente
come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere
pure conferito alcun poco l'esempio del Soave che ci è
rappresentato come uomo "d'ingenui e sinceri costumi, dal parlare
lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non
ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato."
[4] "I locali del _sozzo ovile_ (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure
alunno nel Collegio de' Nobili) non avevano subìto cambiamento
importante dall'epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno
assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo
del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda
corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma
melanconico e severo. Nell'interno, ampi eranvi i corridoi e le
camerate. Era, per dir così, la fronte d'un vasto caseggiato, che
non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi
l'Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli
alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il
capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero,
stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del
Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin
che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo
all'incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a
vent'anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa
d'inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo.
(Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità
il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la
marchesa Alessandrina Ricci D'Azeglio.) Fu scritto da quasi tutti
i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo
ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta,
forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle
stesse sue anni, coi bellissimi suoi _Versi giovanili_ alla mano;
ma io cito l'onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che
egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796
all'anno 1800."
IV.
Primi versi.
Invero, ch'egli amasse molto i versi e ne scrivesse fin dal tempo, nel
quale sedeva ancora sui banchi della scuola, ce lo dice egli medesimo
in un sermone giovanile diretto al suo compagno Giambattista Pagani di
Brescia,[1] onde rileviamo ch'egli prediligeva già, fra tutti i
metri, il verso sciolto, e che non gli toccarono mai, per cagione di
poeti, quali Orazio, Virgilio e il Petrarca, quelle battiture che non
gli saranno certamente mancate per altre ragioni. Ma, ingegno
precocemente riflessivo, egli dovette accorgersi assai presto della
vanità degli esercizii rettorici, ne' quali i frati maestri del
Collegio de' Nobili in Milano costringevano allora, e così non li
costringessero più ora, frati e non frati, nelle scuole d'Italia, i
giovinetti ingegni. Nel suo sermone al Pagani egli si burla delle
gonfie orazioni che, giovinetto, gli toccava comporre nella scuola,
travestito, com'ei dice satiricamente, da moglie di Coriolano, e
dell'arte rettorica, per la quale si chiude "in parole molte, poco
senso," precisamente l'opposto di quello ch'egli fece dipoi, dicendo
sempre molto in poco:
Pensier null'altro io m'ebbi infin dal tempo
Che a me tremante il precettor severo
Segnava l'arte, onde in parole molte
Poco senso si chiuda; ed io, vestita
La gonna di Volunnia, al figlio irato
Persüadea, coi gonfii sillogismi,
Ch'umil tornasse disarmato in Roma,
Allor sol degno del materno amplesso.
Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte, nè giammai di verga
Mi rosseggiò la man, perchè di Flacco
Recitar non sapessi i vaghi scherzi,
O le gare di Mopso o quel dolente
"Voi che ascoltate in rime sparse il suono."
Ma vi ha di più: io sono lieto di potervi oggi recare una nuova prova
meravigliosa della precoce potenza, con la quale Alessandro Manzoni
sentì sè stesso. Uno de' più geniali amici della sua vecchiaia, il
professor Giovanni Rizzi, poeta gentile e sapiente educatore,
conservava inedito presso di sè un mirabile Sonetto, composto dal
Manzoni nell'anno 1801, il che vuol dire sul fine del suo quindicesimo
o sul principio del sedicesimo anno della sua vita. Egli mi permise,
per tratto di grande amorevolezza, in questa occasione a me tanto
solenne, di levarlo dall'oblio immeritato, in cui rimaneva da
settantasette anni. È, come vedrete, un ritratto fisico e morale che
lo stupendo giovinetto faceva di sè stesso; vi è qualche cosa
d'ingenuo nell'espressione, ma nel tempo stesso vi si ammira, insieme
con una grande e preziosa sincerità, il felice presentimento di una
vita lunga e gloriosa.
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,
Naso non grande e non soverchio umìle,
Tonda la gota e di color vivace,
Stretto labbro e vermiglio, e bocca esìle.
Lingua or spedita or tarda, e non mai vile,
Che il ver favella apertamente o tace;
Giovin d'anni e di senno, non audace,
Duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio.[2]
Spregio, non odio mai; m'attristo spesso,
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
All'ira presto, e più presto al perdono,
Poco noto ad altrui, poco a me stesso,
Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
Quest'ultimo verso profetico mi scioglie dall'obbligo di qualsiasi
commento. Vi è qui tutto l'afflato del genio potente, che doveva
rivelare al suo secolo ed alla sua terra una nuova poesia.
[1] Anche nell'_Urania_, il Manzoni dice ch'egli ambì la fama di
poeta italiano fin _dai passi primi nel terrestre viaggio_:
Da' passi primi
Nel terrestre viaggio, ove il desio
Crudel compagno è della via, profondo
Mi sollecita amor che Italia un giorno
_Me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga._
[2] Variante: "Di riposo e di gloria insiem desìo."
V.
Il Manzoni ed il Parini.
Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini,
egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le
relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccarla.
Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a
sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi
ch'egli leggesse per l'appunto la celebre Ode _La caduta_, quando gli
venne annunciato che il Parini era morto.[1] Il Manzoni vecchio
dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi
malamente col dire che allora egli era "un ragazzaccio che non sapeva
nulla di nulla." Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come
accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di
collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d'incontrarlo. Che se,
al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de' Nobili, il
giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote
di Cesare Beccarla, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il
vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell'animo
una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del
Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il _Giorno_ e che, sul fine
della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per
assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente
qualche verso del suo Parini.[2] Quando, nel settembre dell'anno
1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio
allegorico intitolato: _L'Adda_, egli lo accompagnava con una lettera,
di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d'ingegno era
già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: "Voi mi avete
più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi
vedere che non sono nè l'uno nè l'altro, vi mando questi versi."[3]
Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi,
per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa.
Nell'Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al
Monti:
Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l'Eridano sponde, a questi ameni
Cheti recessi e a tacit'ombra invito.
L'Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il
Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si
gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini,
l'Orazio lombardo. L'Adda dice:
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello,
O traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella, che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno;
Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche
Fêa di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo della prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natìo movealo al canto
E l'indomata gioventù dell'alma.
Or tace il plettro arguto e ne' miei boschi
È silenzio ed orror. Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliar col canto
Novo rumor Cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le imagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soavi e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso brïanteo; le poma
Mostra Vertunno e con la man ti chiama,
Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga,
Già mi preparo a salutar da lunge
L'alto Eridano tuo, che, al nuovo suono,
Trarrà meravigliando il capo algoso,
E tra gl'invidi plausi de le Ninfe,
Bella d'un inno tuo corrergli in seno.
Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può
muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia
cerimoniosamente col _voi_ e prosegue affettuosamente col _tu_. Loda
moltissimo i versi, e conchiude: "Dopo tutto, sempre più mi confermo
che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa
carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi,
mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile
acquisterà tutti i caratteri originali." Nell'amore del Parini fu
ancora confermato il Manzoni dall'affetto che lo legò poco dopo alla
memoria del più caro discepolo dell'Autore del _Giorno_, l'Imbonati,
dall'ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire:
......Quei che sul plettro immacolato
Cantò per me: _torna a fiorir la rosa_,[4]
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre,
Scola e palestra di virtù.
E i consigli dell'Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che
si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni
sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti.
Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è
virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene,
ma quello ch'egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a
poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili
pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per
esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice.
[1] Tutti ricordano il principio commovente dell'Ode pariniana:
Quando Orïon dal cielo
Declinando imperversa,
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa,
Me, spinto nella iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l'obliqua
Furia de' carri la città gir vede;
E per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente
O per lubrico passo
Lungo il cammino stramazzar sovente, ec.
Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre,
quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo
Parini. "Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a
passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera
donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in
quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che
questa frase: _porchi de sciori!_ (porci signori!). E tutti
intorno la sentirono."
[2] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne
assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del _Giorno_.
[3] Cfr. il libro del signor Romussi, _Il Trionfo della libertà._
[4] Allude all'Ode _La educazione_, che il Parini scrisse pel giorno
natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all'uscire da
una malattia, e che incomincia:
Torna a fiorir la rosa
Che pur dianzi languia
E molle si riposa
Sopra i gigli di pria.
Brillano le pupille
Di vivaci scintille.
Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il
Manzoni, e persuaderlo; il Carme _In morte dell'Imbonati_ ha
perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi:
Dall'alma origin solo
Han le lodevol opre.
Mal giova illustre sangue
Ad animo che langue.
--Chi della gloria è vago
Sol di virtù sia pago.
--Giustizia entro il tuo seno
Sieda e sul labbro il vero.--
--Perchè sì pronti affetti
Nel core il ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti,
E tu vedrai gran cose.
--Sì bei doni del cielo,
No, non celar, garzone,
Con ipocrito velo,
Che alla virtù si oppone.
Il marchio, ond'è il cor scolto,
Lascia apparir nel volto.
Dalla lor mèta han lode,
Figlio, gli affetti umani.
Si può, si deve combattere per la patria, ma chi vince
Pietà non nieghi
Al debole che cade.
Soccorriamo il povero, e l'uomo si mostri _fido amante_ e
_indomabile amico._ Il Giusti, nell'_Elogio_ del Parini, scriveva:
"La Lombardia perdè il suo poeta e non poteva cadere in mente ai
cittadini, che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto di
un fanciullo di tredici anni ch'era allora in Milano e che di lì a
poco fu quell'uomo che tutti sanno." Il Manzoni avrebbe pure
potuto far propria la famosa strofa dell'Ode pariniana, _La vita
rustica_:
Me non nato a percotere
Le dure illustri porte,
Nudo accorrà, ma libero,
Il regno della morte.
No, ricchezza nè onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà.
Il Manzoni vide pure, come il Parini, nell'educazione un mezzo per
rialzare non solo i costumi, ma la patria infelice ed oppressa.
Nella Canzone: _Per l'innesto del vaiuolo_, il Parini intese anco
a preparar fanciulli sani, perchè potessero un giorno dar prova
D'industria in pace o di coraggio in guerra.
Nell'Ode: _L'educazione_, facendo apostrofare da Chirone il giovinetto
Achille
Nato al soccorso Di Grecia,
il Parini rammenta al giovine Conte lombardo che può intraprendere
ogni più ardua impresa per la patria
Un'alma ardita, Se in forti membra ha vita.
Così la poesia pariniana non è un vano giuoco, come non saranno
mai pel Manzoni le lettore; tutta la sua letteratura è civile,
anche dove scopre meno direttamente il suo intento educativo.
VI.
Il _Trionfo della Libertà_.
Il Manzoni, per sua natura, s'accostava, invero, più al fare un po'
rigido del Parini che a quello pieno ed ampio, ma un po' reboante del
Monti; quindi il Monti, che pur lo lodava tanto, desiderava in lui
alcuna maggiore larghezza e rotondità di frase, ossia, come diceva,
"un po' più di virgiliana mollezza," che si sarebbe ancora definita
convenientemente "pastosità lombarda." Nel Sonetto giovanile che vi ho
già riferito, il Manzoni si accusa da sè stesso come "duro di modi."
Questa durezza è pure un poco nella sua poesia, quando alcun
sentimento specialmente soave e vivace non viene a commuoverlo,
obbligando il critico arcigno a tacere innanzi al poeta commosso.
Tuttavia il Manzoni, negli anni de' suoi studii a Pavia, più tosto che
un alunno e un ammiratore del discreto, austero e _parco di versi
tessitor_, ci si dimostra un seguace dell'impetuoso Monti,
verseggiatore facile, ad un tempo, e solenne ed altitonante, dal quale
egli dovette pure avere appreso a studiare e ad imitar la _Divina
Commedia_.[1] Dall'_Autobiografia_ del medico inglese Granville, il
quale nell'anno 1802 studiava la Medicina nell'Università di Pavia,
rilevo che, in quell'anno medesimo, egli vi conobbe il Manzoni, il
quale doveva esservisi recato per frequentare specialmente le lezioni
di eloquenza italiana di Vincenzo Monti. Sappiamo ancora che il Monti,
dalla sua cattedra di Pavia, fulminava dantescamente il governo
temporale de' preti, parlava alto dell'amore di Dante per la patria e
per la libertà. Le impressioni ricevute a quella scuola si rivelano
chiaramente nel primo componimento manzoniano che si conosca, un poema
in terza rima, diviso in quattro canti, intitolato: _Il Trionfo della
libertà_, scritto ad imitazione dei _Trionfi_ del Petrarca, e con
molte reminiscenze della _Divina Commedia_, della _Bassvilliana_ e
della _Mascheroniana_ del maestro Monti; il Manzoni lo concepì e lo
scrisse fra il 1800 e il 1801, il che vuol dire tra il fine del suo
quindicesimo e il principio del suo sedicesimo anno. Rileggendo
alquanto più tardi il suo lavoro giovanile, il Manzoni, che lo poteva
fare, poichè non s'era pubblicato, non lo distrusse; ma si contentò di
porvi su la seguente Avvertenza: "Questi versi scriveva io Alessandro
Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza e
presunzione di nome di Poeta, i quali ora, con miglior consiglio e
forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non
menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i
sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile
ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo." L'Avvertenza
manca di quella lucidità e naturalezza che divenne, specialmente nella
prosa, uno de' privilegi dello stile manzoniano, il che mi fa
naturalmente sospettare che risalga essa stessa ad un tempo, nel quale
il Manzoni, non più giovinetto, ma pur sempre giovanissimo, non era
ancora interamente padrone di sè come prosatore, e probabilmente
all'anno, in cui egli scriveva la faticata _Urania_. Il Manzoni
parlando di un ritratto che gli aveano fatto in gioventù (forse quello
di Parigi), con gli occhi rivolti al cielo, diceva: "Io era in
quell'età, nella quale chi si lascia fare un ritratto, si crede in
obbligo di prendere l'attitudine di un uomo ispirato." In quell'età
soltanto il Manzoni poteva, dunque, parlando di sè, scrivere "io,
Alessandro Manzoni," e vantarsi del suo "puro e virile animo." Il
Manzoni, divenuto cattolico convinto, avrebbe della propria persona e
delle proprie virtù parlato con molto maggiore umiltà. Il Manzoni
vecchio poi non solo avrebbe scritta altrimenti quell'Avvertenza, non
solo vi avrebbe condannati molti de' sentimenti sdegnosi espressi in
quel poema; ma, cosa più probabile, ei non l'avrebbe scritta affatto,
che, invece di scriverla, egli avrebbe semplicemente distrutti, con
uno spietato _auto-da-fè_, i versi giovanili che rifiutava. Quando,
assai più tardi, egli disapprovò pure ed anzi ripudiò, per molte gravi
ragioni, i versi _In morte dell'Imbonati_, non era più in suo potere
il distruggerli, perchè già troppo divulgati. È cosa certa poi, o
almeno può tenersi come probabile fino alla certezza, che il Manzoni,
dall'anno 1818 in qua, non avrebbe mai scritta in prosa la parola
_laude_, invece di _lode_, la sintassi finalmente dell'Avvertenza
rivela ancora l'impaccio del periodo classico, dal quale il Manzoni
pose dipoi tanto studio a liberarsi. Il prosatore Manzoni, che
conosciamo come maestro di mirabile naturalezza ed evidenza, non
avrebbe mai detto, per esempio: _non cosa di me indegna esservi
alcuna_; ma semplicemente: _non esservi alcuna cosa indegna di me_.
Sono minuzie, lo vedo, delle quali parrà forse superfluo che si pigli
nota in un breve discorso biografico. Ma, se io ammettessi che il
Manzoni non pur vecchio, ma dopo il suo anno ventesimoterzo, avesse
potuto scrivere quella singolare Avvertenza, non comprenderei più il
Manzoni e sarebbe un cattivo principio per chi ha impreso a parlarne
con la pretesa, la quale vedrete voi stessi in qual misura sia
legittima, di farlo meglio conoscere agli altri. Il Manzoni tra i
venti e i ventidue anni, non ancora risoluto di credere
cattolicamente, ma già seguace di Zenone lo Stoico ed avido insieme di
gloria poetica, poteva benissimo, nella fiducia di aver fatto qualche
progresso nell'arte sua, ripudiare la forma letteraria del suo primo
componimento per impedirne la stampa e, in pari tempo, compiacersi
nella manifestazione di sentimenti, ai quali non aveva ancora
rinunciato, nè poteva facilmente rinunciare fin che si trovava in
mezzo ai liberi ragionari degli atei o deisti, dei materialisti o
ideologi, dei rivoluzionarii, in ogni modo, e in pari tempo,
galantuomini suoi amici, i quali frequentavano la _Maisonnette_. Il
Manzoni vecchio sarebbe stato forse alquanto più indulgente, per
quella serenità olimpica ch'è la bontà de' vecchi, ai difetti
letterarii del suo componimento giovanile; ma egli ne avrebbe, senza
dubbio, deplorato i sentimenti che vi si esprimono in modo violento,
contro la Madre Chiesa, e contro quella povera Maria Antonietta, la
quale, appena che il Manzoni incominciò a studiare criticamente la
storia della prima rivoluzione francese, diventò una delle sue più
forti simpatie storiche. Io so bene che a molti deve piacere il poter
affermare che il Manzoni, riconoscendo come proprii i sentimenti
espressi nel suo poema giovanile, si schierò addirittura contro il
Papato e coi repubblicani; ma per un tale riconoscimento la questione
cronologica è di capitale importanza, quando noi non vogliamo, per
seguire le nostre fantasie o le nostre passioni, foggiarci, ad inganno
di noi medesimi, in un discorso biografico sopra il Manzoni, un
Manzoni diverso dal vero. Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto
intitolato: _Il Trionfo della libertà_, ci dà l'aspetto di un generoso
aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali
che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà.
Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa,
perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù
che vien meno:
Tu la cadente poesia rinfranca,
Tu la rivesti d'armonia beata,
E tu sostieni la virtù che manca;
mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de'
frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio
e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi
una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo _Trionfo_ piuttosto
la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii,
che gl'indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli
ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli
manca ancora l'abitudine, che fa grande l'artista, di meditare
lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di
esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito
di un'anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto
classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que'
passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile,
vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad
esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche,
quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando
talora l'iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per
esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era
partito l'ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito
tremendo all'Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città,
il Poeta s'accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non
si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però
da quel sentimento della giusta misura così raro nell'arte, e pel
quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e
corregge l'imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della
regina Carolina:
Deh! vomiti l'acceso Etna l'ultrice
Fiamma, che la città fetente copra
E la penetri fino a la radice.
Ma no; sol pèra il delinquente; sopra
Lei cada il divo sdegno, e sui diademi,
Autori infami de l'orribil'opra.
E fin da lunge e nei recessi estremi,
Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti
L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.
In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta
satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de' caratteri più
specifici dell'ingegno manzoniano. L'attitudine de' Lombardi innanzi
al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non
contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto
all'Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per
rispondere tosto:
...... I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino;
E tal, di risse amante e di litigi,
D'invido morso addenta il suo vicino,
Contra il nemico timido e vigliacco,
Ma coraggioso incontro al cittadino.
Tal ne' vizii s'avvolge, come Ciacco
Nel lordo loto fa; soldato esperto
Ne' conflitti di Venere e di Bacco.
E tal di mirto al vergognoso serto
Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,
Ricco d'audacia e povero di merto.
Tal pasce il volgo di sonanti fole,
Vile, di patrio amor par tutto accenso,
E liberal non è che di parole.
Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un
ingegno precoce, ma ancora una precoce e formidabile esperienza della
vita.
[1] Cfr. il _Trionfo della libertà_, e il Carme: _In morte
dell'Imbonati._
VII.
Il Manzoni poeta satirico.
In questi versi vi è già la forza, ma non ancora la finezza
dell'umorismo manzoniano. Egli li apprese troppo di fresco nelle
scuole, per poterli già smettere, quell'accento rettorico, quel fare
magniloquente che presto sdegnò ed evitò poi sempre negli altri suoi
scritti. La rima stessa doveva inceppargli il pensiero; la terzina
imporgli quasi l'obbligo d'imitare ora il Dante ora il Monti, quando,
non imitando alcuno, egli avrebbe già, fin d'allora, potuto rivelarsi
come Manzoni. Negli anni seguenti, sebbene egli ricordasse ancora
altri modelli poetici, avendo preferito il verso sciolto e quella
forma di sermone pedestre che, nel secolo passato, il veneziano
Gaspare Gozzi avea messo in qualche voga, il Manzoni potè sfogar
meglio il suo umore satirico. I suoi _Sermoni giovanili_ che si
conoscono, pubblicati dal professore Antonio Stoppani, risalgono agli
anni 1803 e 1804. Il terzo Sermone, diretto all'amico Pagani, fu
scritto dalla patria stessa del Gozzi, nel marzo dell'anno
1804.[Veggasi la lettera diretta da Venezia al Pagani, pubblicata dal
signor Carlo Romussi] Il Poeta sente d'avere un po' malato il
cervello; egli s'era innamorato in quel tempo, egli, diciottenne
studente, di una ragazza veneziana sulla trentina, ed era andato tanto
in là ne' desiderii e nelle speranze da chiederle la mano. "All'età
vostra (gli fu risposto) si pensa ad andare alla scuola, non a fare
all'amore."--"Sotto quella doccia a freddo (scrive lo Stoppani) la
guarigione fu istantanea, nè di quell'aneddoto altro rimase al Manzoni
che la memoria per riderne piacevolmente coi famigliari negli anni più
tardi." Egli si consola dunque della disgrazia amorosa nella gioconda
vita e nei versi; non ha ardori belligeri, nè smania di divenire un
gran filosofo, od un legislatore e uomo di Stato potente; la sua cura
solenne sono i versi:
Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra
Non chiegga di Galen; men sano alquanto
Il frammento di Giove, e non è rado
Che a purgar quei due morbi, ira ed amore,
O la febbre d'onor, mi giovin l'erbe
Dell'orto epicureo. Chè se mi chiedi:
"A che l'ingegno giovinetto educhi?"
Non a cercar come si possa in campo
Mandar più vivi a Dite, o, con la forza
Del robusto cerèbro, ad un volere
Ridur le mille volontà del volgo,
E i feroci domar; ma freno imporre
Agli indocili versi, e i miei pensieri
Chiuder con certo piè; questa è la febbre,
Di cui virtù di farmaco o di voto
Non ho speranza che sanar mi possa.
A scuola, noi lo abbiamo già detto, i versi gli erano sempre piaciuti;
ora che egli, avendo il primo pelo sul mento, potrebbe quasi già venir
coscritto fra le milizie del Regno, risolve consacrar tutto il suo
tempo alla poesia:
Ed or di pel già sparso il mento e quasi
Fra i coscritti censito, in quella mente
Vivo, e quant'ozio il fato e i tempi iniqui
A me concederanno, ho stabilito
Consacrarlo alle Muse. Or come il mio
Furor difenda, dolce amico, ascolta.
Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè
l'illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il
rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a
lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero
a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè,
che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad
occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura
dell'Autore de _Promessi Sposi_:
Or ti dirò perchè piuttosto io scelga
_Notar la plebe con sermon pedestre_,
Che far soggetto ai numeri sonanti
Detti e gesta d'eroi. Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa
Nega esprimer Talìa.
Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno
a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per
eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere.
Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, _al fervido pensiero_, ei
dice:
Mi s'attraversa Ubaldo, il qual pur ieri
Pitocco, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove e spaventar mi crede
Con la novella maestà del guardo.
Se anche il nostro tempo, ei dice, opera cose grandi, lo tentano poco
le odierne guerre e le paci, e i nuovi Greci e Quiriti, e la
ghigliottina nuovamente inventata per affrettar la morte che finqui
pareva venire all'uomo troppo lenta:
... quella cieca
Famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
La troppo lunga in pria strada di Lete.
Un altro Sermone dello stesso anno 1804 fu diretto ad un autore di
cattivi versi per nozze. Il giovine Poeta si sdegna che si mettano a
far versi i medici e gli avvocati, come se fosse cosa facile il
frenare
Di questa plebe indocile i tumulti.
Si burla il poeta dell'uso di scrivere versi per ogni matrimonio che
si celebra, onde vengono fuori tanti cattivi poeti e tanti versi
scellerati; ognuno deve fare l'arte sua; ma ogni arte ha bisogno
d'essere appresa; egli non crede che la poesia sia un'arte sacra e
necessaria; ride anzi volentieri di chi lo pensa e lo dice; necessaria
è l'agricoltura, che insegna all'uomo il modo di alimentarsi,
necessaria la scienza della legislazione; ma è un'arte, insomma, anche
la poesia e domanda molto studio. I versaiuoli che cantano sopra ogni
cantante, e scrivono per ispassarsi, quelli certamente non sudano. Ma
sudava invece il divino Parini nel tornire i suoi versi oraziani:
Quando sull'orme dell'immenso Flacco
Con italico piè correr volevi,
E dei potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento
E cento lustri, il postero fanciullo
Con balba cantilena al pedagogo
Reciterà: _Torna a fiorir la rosa_.
Dopo il Parini, il giovine Poeta rende uno splendido omaggio
all'Alfieri morto Fanno innanzi,[1] per condannare con esso i poeti
Metastasiani; quindi, come pensa Paolo Ferrari, il poeta viene pure a
condannare il melodramma grottesco con le maschere, la tragi-commedia,
il dramma semi-serio che ottenne favore sulle scene italiane e
francesi nel principio di questo secolo:
Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, e la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il cielo accenna,
Odi sclamar dai palchi: "Oh duri versi!
O duro amante! Dal tuo fero labbro
Un _ben mio_! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megacle ad Aristea, Giulia ad Orazio!"
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
Primo signor dell'italo coturno?
Te ad imparar come si faccia il verso,
Degli itali aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le ausonie scene
Or giganteggia. Al destro piè si calza
l'alto coturno e l'umil socco al manco;
Quindi va zoppicando. Informe al volto
Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che per le cave
Vôlte rumoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro e fa sostar per via
Maravigliato il passeggier notturno.
Qui il verso è già intieramente sicuro; l'artista appare padrone della
sua materia e la domina; il fanciullo sembra intieramente scomparso.
Il Manzoni a diciannove anni è uomo. I compagni di scuola del Manzoni,
Giambattista Pagani, Ignazio Calderari, Luigi Arese, incominciano a
mescolare all'affetto un po' di ammirazione; il Foscolo gli diviene
amico,[2] il Monti incomincia a temerne i giudizii. Poco prima, egli
aveva sul giovinetto autorità di maestro e quasi di padre.
[1] Vittorio Alfieri era molto ammirato dal giovine Manzoni; dubito
tuttavia assai che il Manzoni abbia conservato sempre la stessa
ammirazione per l'illustre Astigiano. Tra i due poeti erano alcune
conformità nel comune disdegno della poesia vana e servile, e
della mitologia, {Il Manzoni non doveva ignorare la terzina
alfieriana: Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei A salvar l'uman
genere, piuttosto Che in Giove fatt'un tauro ai furti rei.} nel
sentimento comune dell'ufficio civile delle lettere, nello studio
posto da entrambi gli scrittori a scrivere non pure italianamente,
ma toscanamente: il Manzoni adorò tuttavia quella Francia che
l'Alfieri odiò fino all'oltraggio; il Manzoni pose ogni cura a
scrivere con naturalezza, l'Alfieri volle esser duro ed aspro,
sperando riuscire più efficace. Nella gioventù accade tuttavia che
s'ammira ingenuamente tutto ciò ch'è grande, senza domandarsi
troppo se l'ammirazione abbia fondamento in alcuna viva simpatia,
il giovane ammira talora con entusiasmo un grande per una sola
qualità principale che lo tenta; l'età matura vuole rendersi
maggior conto della stima che concede agli uomini; quindi accade
che l'uomo ammiri tanto meno, ma ami poi e stimi molto più
profondamente del giovane. Il Manzoni giovine aveva ammirato
l'Alfieri che il Parini e l'Imbonati ammiravano; l'Imbonati è
perciò dal Manzoni fatto parlare, nel modo seguente, intorno
all'Alfieri:
Venerando il nome
Fummi di lui, che nelle reggie primo
L'orma stampò dell'italo coturno;
E l'aureo manto lacerato, ai grandi
Mostrò lor piaghe e vendicò gli umìli.
Quando poi l'amico Pagani fece al Manzoni la poco piacevole
sorpresa di dedicare a Vincenzo Monti, in nome del poeta, in modo
alquanto infelice, il Carme per l'Imbonati, il Manzoni gli scrisse
in termini abbastanza vivaci e risentiti. In quella lettera del 18
aprile 1806 che il signor Romussi ci ha fatta conoscere, son
notevoli queste parole relative all'Astigiano: "Tu mi parli di
Alfieri, la cui vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore
per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare, e secondo il
mio un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che
sente la sua dignità, e che non fa un passo, di cui debba
arrossire. Ebbene, Alfieri dedicò. Ma a chi e perchè dedicò?
Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al
popolo italiano futuro, ec." Nella lettera francese al Chauvet
sopra l'unità di tempo e di luogo, pubblicata nell'anno 1820, il
Manzoni, che combatteva come poeta drammatico le unità alfieriane,
poneva pure una parola di biasimo contro l'Autore del _Misogallo_:
"Un uomo celebre, cui l'Italia era avvezza ad ascoltare con
riverenza, aveva annunziato ch'egli avrebbe lasciato postumo uno
scritto, al quale erano confidati i suoi più intimi sentimenti.
Vide la luce il _Misogallo_, e la voce d'Alfieri, la sua voce che
usciva dalla tomba, non levò alcun rumore in Italia, perchè una
voce più potente si levava in ogni cuore contro un risentimento
che mirava a fondare il patriottismo sull'odio. L'odio per la
Francia! per la Francia illustrata da tanti genii e da tante
virtù, donde sono sorte tante verità e tanti esempi! per la
Francia che non si può vedere senza provare un'affezione
somigliante ad amore di patria, e che non si può lasciare senza
che al ricordo d'averla abitata non si mescoli qualche cosa di
malinconico e di profondo simile all'impressione di un esiglio."
[2] Il Manzoni dovette conoscere il Foscolo, quando ritornò studente
da Pavia. Gliene dovette conciliar la simpatia, oltre l'ingegno
fervido, il culto che il Foscolo professava al Parini e il suo
amore dell'indipendenza che lo rese forte contro l'adulato
Buonaparte. Il Manzoni dovea essere tornato da Pavia meno
entusiasta del Monti che non fosse quando vi si era recato: ne'
litigi letterarii che il Monti ebbe col Foscolo, il Manzoni non
parteggiò forse per alcuno, ma probabilmente ascoltò più
volentieri il poeta più indipendente. Il Foscolo venerava
l'Alfieri; al Monti, invece, parlando un giorno dell'Alfieri in
casa del conte Venéri, scappò detto: "Un'arietta del Metastasio
val più di tutte le sue opere insieme." Nel passo citato del
Sermone manzoniano, ove si difende l'Alfieri contro i
Metastasiani, è forse un'eco dei battibecchi letterarii fra il
Monti ed il Foscolo: il Monti chiamò poi sacrilegio epico la
traduzione alfieriana dell'_Eneide_, e non ebbe tutti i torti. Il
Foscolo faceva credere che il Monti lo evitasse per timore di
compromettersi, a motivo del suo carattere indipendente; è dunque
assai possibile che ne' suoi colloquii degli anni 1804 e 1805 col
Foscolo il Manzoni abbia udito più volte giudicare il Monti
severamente. Il Foscolo parlando di sè dice: "Il Foscolo, figlio
della Repubblica veneta che Buonaparte distrusse, si nutrì nel
sentimento dei più, i quali considerano l'indipendenza de'
rispettivi Stati d'Italia come la sola causa necessaria che può
essere produttrice della intera sua rigenerazione. Coerente dunque
a tali principii, egli non volle mai intervenire nelle adunanze
dei Collegi elettorali di cui era membro, per non trovarsi
nell'obbligo di prestare il solito giuramento di obbedienza." Per
quanto una parte della condotta del Foscolo sotto l'impero non sia
stata conforme a queste parole, non è dubbio che l'animo del
Foscolo era piuttosto alieno dalla signoria napoleonica in Italia;
e il Manzoni che aveva frequentata la contessa Cicognara e appreso
da essa a giudicare il Buonaparte, dovette assai naturalmente
accostarsi più volentieri al Foscolo dopo avere conosciuto il
Monti. Dico più oltre come mi sembri pure scorgere un'allusione
contraria al Monti nel Carme _In morte dell'Imbonati_. Se io non
mi sono ingannato in tale congettura, si spiega forse meglio come,
pubblicando i _Sepolcri_ a Brescia nell'anno 1807, il Foscolo
provasse una certa maliziosa compiacenza nel citare, per segno
d'onore, in una nota i versi del Manzoni, relativi ad Omero
libero, che non adulava i potenti, ad Omero, di cui il Monti e il
Foscolo rivali traducevano allora l'Iliade, I versi citati sono
questi per l'appunto:
Non ombra di possente amico,
nè lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco e divin raggio di mente
Che per la Grecia mendicò cantando.
Il Foscolo che non avea perdonato al vecchio Cesarotti la
_Pronea_, di cui diceva: "Misera concezione, frasi grottesche,
verseggiatura di dramma per musica e per giunta gran lezzo
d'adulazione, infame ad ogni scrittore, ma più infame ad un
ottuagenario che non ha bisogno di pane o poco omai può temere
dalla fortuna," non dovea perdonare più tardi al Monti la
dedicazione servile della sua _Iliade_ al Beauharnais. È giusto
tuttavia avvertire che il Monti divenne aperto nemico dell'Autore
dei _Sepolcri_, la _polvere_ dei quali minacciava di scuotere,
solo tre anni dopo. Ma poichè il motivo primo della guerra fu la
rivalità per la versione dell'_Iliade_, il primo saggio pubblico
della quale comparve insieme coi _Sepolcri_ nel 1807, non mi pare
improbabile che, quantunque per tre anni nelle loro esterne
relazioni i due poeti siansi mostrati amici, in privato avessero
già incominciato a lacerarsi. Checchè ne sia, per altro,
dell'intendimento, col quale fu scritta la nota de' _Sepolcri_,
essa basta in ogni modo a provare l'amicizia e la stima che il
Foscolo nutriva pel giovine Manzoni; come il Parini aveva
pronosticata la gloria poetica del Foscolo, così il Foscolo augurò
bene di quella nascente del Manzoni. Quando poi questi si convertì
al Cattolicismo, e diede motivo a molti commenti maligni, tra i
quali non doveano mancare quelli dei mitologisti Montiani, il
Foscolo, che aveva potuto pregiare la sincerità de' sentimenti del
suo giovane amico, no prese apertamente in Milano le difese, come
rileviamo da una nota lettera di Silvio Pellico a Nicomede
Bianchi.
VIII.
Il Manzoni e Vincenzo Monti.[1]
Il professore Stoppani narra un aneddoto, secondo il quale il
giovinetto Manzoni sarebbe stato corretto dal vizio del giuoco, per un
solo affettuoso rimprovero che gli fece Vincenzo Monti. "Il così detto
_Ridotto_ del Teatro alla Scala" era allora precisamente un ridotto di
biscaiuoli. L'inesperto Alessandrino si era lasciato prendere
all'esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già
fortemente invasato da quella terribile passione, che può in brev'ora
trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida
un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei
giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la
spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante
di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi
parole: "Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!"
Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a
contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare,
abbia continuato di proposito, per un altro mese, a frequentare ogni
sera il _Ridotto_, non giuocò più. Ma il giovinetto che nel bollore
degli anni primi aveva potuto cedere egli stesso all'impeto di qualche
passione infelice, non tardò ad acquistare non pure tra' suoi
compagni, ma presso il proprio maestro, una singolare e veramente
straordinaria autorità come consigliere sapiente. Onde, per esempio,
quando il Monti, che apparteneva forse più di ogni altro poeta
all'_irritabile genus_, entrò in lunga briga col mediocre letterato e
poeta De Coureil e sostenne contro di lui un'acerba polemica
letteraria, gravemente ammonito per lettera dal giovine suo discepolo
che quello scandalo gli avrebbe fatto gran torto e diminuito quel
prestigio che il Monti aveva sperato invece di accrescere rispondendo
al De Coureil, il maestro ne rimase così colpito, che ne fece motto in
una sua lettera del 6 febbraio 1805, diretta ad Andrea Mustoxidi,
dandogli facoltà di pubblicare, se lo credeva utile, la lettera del
Manzoni consigliatrice del partito più ragionevole, se pure non era il
più piacevole all'amor proprio ferito del poeta-storiografo delle
Alfonsine.[2] Ma nel 1805, conviene pur dirlo, il Manzoni era già
lontano da quel primo entusiasmo, col quale quindicenne, nel _Trionfo
della libertà_, ammirando più che altro la gloria di colui che
chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e
difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo
magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni
merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale
ei lo piangeva morto, dopo ventott'anni:
Salve, o Divino, cui largì natura
Il cor di Dante e del suo Duca il canto;
Questo fia 'l grido dell'età ventura,
Ma l'età che fu tua tel dice in pianto.
Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro
dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch'egli
sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile:
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimirali le felle alme da lungi,
Che non bagnâr le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.
Ma tu l'invida turba addietro lassi
E, le robuste penne ergendo, come
Aquila altera, li compiangi e passi.
Invano atro velen sovra il tuo nome
Sparge l'invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome;
Ed io puranco, ed io, vate trilustre,
Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
A me fo scorta ne l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Forse, ah che spero? io la seconda vita
Vivrò, se alle mie forze inferme e frali
Le nove suore porgeranno aita.
Notiamo presso quell'ambizioso _io, vate trilustre_, quel prudente, ma
non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al _vivrò_
immortale che ci prenunzia già l'Autore del _Cinque Maggio_
predestinato a sciogliere all'urna del primo Napoleone un cantico
Che _forse_ non morrà.
Quando il Manzoni scrive, nell'anno 1803, al Monti, lo fa già in un
tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione,
e gli dà del _voi_. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra
l'Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i
migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: "Io non sono
da tanto da poterti fare il dottore." Fra maestro e discepolo un tale
linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che
egli ha incominciata la stampa del _Persio_. Nel marzo dell'anno 1804,
il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani,
studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola
impaziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta
riverenza del discepolo. "Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il
_Persio_, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano."
Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la
vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e
i Montiani sopra l'argomento della mitologia nella poesia moderna, ma
ancora per illustrare qualche passo del Carme _In morte
dell'Imbonati_. Il giovine Poeta rammentando l'indegna educazione ed
istruzione ch'egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de' Nobili,
non rattiene, com'è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una
forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo
scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo
disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti:
Questa
Qual sia favilla, che mia mente alluma,
Custodii com'io valgo e tenni viva
Finor. Nè ti dirò com'io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
Dell'insipida stoppia, il viso torsi
Dalla fetente mangiatoia, e franco
M'addussi al sorso dell'ascrea fontana;
Come, talor, discepolo di tale,
Cui mi sarìa vergogna esser maestro,
Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente e ragionar con loro.
Qui mi arresta un dubbio assai penoso. Chi fu mai codesto maestro, da
cui il Manzoni, sentendo vergogna di lui, si diparte per correre ad
inspirarsi direttamente presso i poeti antichi? Io so bene che, a
questo punto, qualche amico discreto mi raccomanderà discrezione,
invitandomi a passar oltre, a non arrischiar congetture che potrebbero
riuscir vane ed ingiuriose. Ma passar oltre vuol dire o non capire o
non voler capire. E se noi contemporanei ci contentiamo di leggere
così il primo fra i nostri scrittori viventi, come potranno sperare
d'intenderlo meglio quelli che verranno dopo di noi? So bene che il
vivente discepolo del vecchio Vincenzo Monti, l'illustre Andrea
Maffei, il quale ricorda pur sempre come, dopo l'anno 1820, il Manzoni
visitasse spesso il Monti infermo, come nel mandargli la _cantafera_
de' suoi _Promessi Sposi_ glieli raccomandasse affettuosamente,[3]
come lo encomiasse morto con lodi iperboliche, non farà buon viso alla
nostra congettura; ed essa ripugna pure vivamente a me stesso, come
ripugna, per dire il vero, ogni maniera o specie d'ingratitudine. Ma
io non posso tacere che corsero parecchi anni, ne' quali il Manzoni ed
il Monti apparvero veramente come avversarii; la storia letteraria ha
i suoi diritti, e, per quanto c'incresca vedere il Manzoni, che aveva
egli stesso fatto grande abuso, ne' primi suoi studii poetici, della
mitologia, divenirci aperto derisore del Monti che volea mantenerla in
onore, e colpirlo direttamente con l'Ode satirica intitolata: _L'ira
d'Apollo_, ove, con nuova malizia, s'imita pure lo stile cancelleresco
della Polizia austriaca, quale era adoprato allora da un poeta da
strapazzo, Pietro Stoppani di Beroldinghen, e da un giornalista
venduto, il Pezzi, grandi lodatori entrambi di Vincenzo Monti divenuto
buon servitore dell'Austria, il Manzoni, che giovinetto avea molto
ammirato e lodato, come sappiamo, il suo maestro Monti, divenuto amico
di Ugo Foscolo, imparò forse da lui a giudicarne con minore indulgenza
la condotta politica; e nella diminuzione di stima per l'uomo è assai
probabile che siasi pure diminuito il concetto che il Manzoni si
formava del Monti poeta. Recatosi poi a Parigi, in mezzo a una
società, per la massima parte repubblicana, anzi che pietà, parve
ch'egli concepisse un vero disprezzo pel Monti. Il Manzoni dice che
tra i _prischi sommi_, egli cercò prima di Omero, per la traduzione
del quale specialmente nacque tra il Foscolo ed il Monti così fiero
dissenso, e, nominando Omero, sembra volerne, per antitesi, ferire il
traduttore:
.... Non ombra di possente amico,
Nè lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco e divin raggio di mente
Che per la Grecia mendicò cantando.
Nè era, io debbo pur ripeterlo, forse intieramente innocente e fuor
d'ogni intendimento malizioso Ugo Foscolo, quando in una nota al suo
Carme de' _Sepolcri_, volendo nominare il Manzoni, per mostrargli il
conto ch'ei ne faceva e com'ei fosse memore di lui lontano, citava
precisamente que' versi relativi ad Omero, ove si dice più tosto
quello che non era stato Omero e quello ch'era invece qualche altro
moderno poeta. L'amico Pagani, che ristampava a Milano il Carme per
l'Imbonati, desiderava egli forse distruggere il sospetto che si
alludesse con que' versi al Monti, quando, senza averne avuto
l'incarico, dedicava, anche a nome dell'Autore, il poemetto a Vincenzo
Monti? Lo ignoriamo; ma ci è noto intanto che l'imprudenza e
l'arbitrio del Pagani maravigliarono ed irritarono grandemente il
giovine Poeta, e furono per guastare l'amicizia di que' due buoni
compagni di scuola. Il Manzoni voleva, invero, obbligare il Pagani a
pubblicar subito una protesta che disdicesse la dedicatoria. Il Pagani
gli opponeva che il dedicare non è un avvilirsi; che anche l'Alfieri
avea fatto delle dedicatorie, e nessuno potrebbe negarlo uomo libero
ed indipendente. Il Manzoni rispondeva esser vero, ma l'Alfieri essere
stato "un modello di pura, incontaminata, vera virtù, di un uomo che
sente la sua dignità e che non fa un passo, di cui debba
arrossire."--"Ebbene (soggiungeva ancora da Parigi il nostro giovine
Poeta), Alfieri dedicò; ma a chi, e perchè dedicò? Dedicò a sua madre,
al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro." Ci è
noto finalmente come il Manzoni deplorava il Carme per l'Imbonati per
altre ragioni più gravi che non fossero le allusioni al Collegio de'
Nobili. Una di queste ragioni può essere stato il tacito biasimo del
Monti, e l'altra ragione la vedremo in breve. Fu detto da qualche
biografo che, quando nel 1801 il Manzoni pubblicò l'_Urania_, il Monti
abbia esclamato: "Questo giovine incomincia dove vorrei finire." È
possibile che un giorno il Monti abbia reso un tale omaggio al suo
discepolo; ma a questo detto suppongo che siasi attribuita un'origine
troppo recente. Il Manzoni non incominciava più con l'_Urania_; da ben
sette anni egli scriveva, ed i primi suoi componimenti il Monti aveva
letti e lodati; è assai probabile quindi che il complimento, di cui si
tratta, siasi fatto veramente dal Monti, ma nel 1801, poich'egli ebbe
conosciuto il _Trionfo della libertà_, poema che il discepolo avea
scritto per imitare, forse per emulare il maestro, e che termina in
ogni modo, come abbiamo già udito, con la esaltazione del Monti sopra
lo stesso Dante.
[1] Cfr. il paragrafo VI.
[2] La lettera è questa; il Manzoni era ancora in Milano, onde partì
soltanto nella primavera, dopo la morte dell'Imbonati:
Ad Andrea Mustoxidi.
"In appendice alla mia del passato ordinario ve ne acchiudo
un'altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare
per le mie mani, perchè mi risguarda direttamente e contiene una
sua onesta disapprovazione dell'essermi io avvilito a parlare di
De Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente
perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso
il reverendo lor nome con quello d'un pazzo, e si sono condotti
peggio di me, e non veggo che abbiano ancor redenta questa
ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia. Vera è
pur troppo la riflessione di Manzoni che, prendendo briga col De
Coureil, è _forza che i buoni si scordino di quella gentilezza che
pure è il primo frutto delle lettere,_ vero per conseguenza che in
quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un
facchino imbriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene
addosso con villanìa, e mi lorda di fango, dovrò io
dirgli:--Signore, siate più rispettoso coi galantuomini; signore,
maltrattatemi con più discrezione; considerate, vi prego, che mi
si deve un poco più di rispetto--e altre simili gentilezze? Chi
può dunque incolparmi d'aver dato al mio critico i nomi ch'ei
merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con
gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà
che io sia forzato a drizzare più alto il mio giusto risentimento.
Il contegno che così si usa con me, ha ormai irritata tutta
l'Italia, e la sana porzione dei letterati, anche stranieri, ha
già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose
ingiustizie. Della lettera di Manzoni fate l'uso che più vi piace,
anche pubblico. Milano, 6 febbraio 1805"
[3] Il Monti non fu, tuttavia, a quanto pare, de' lettori più
solleciti de' _Promessi Sposi_, secondo quanto trovo scritto nelle
_Memorie autografe di un ribelle_, di Giuseppe Ricciardi (Milano,
1873): "Recatici a visitare l'Osservatorio astronomico posto nel
Palazzo di Brera, trovammo quivi l'Oriani e il Carlini. Altri
uomini, più o meno illustri, conoscemmo indi a poco, fra cui
nominerò primo il Manzoni. Il quale io vidi la prima volta in
Milano, nel giugno del 1827. Sedeva in mezzo alla sua bella e
numerosa famiglia e ad un nobile crocchio d'amici, in cui tenevano
il primo luogo Ermes Visconti, Tommaso Grossi e Giovanni Torti,
cioè, quasi tutta la così detta Scuola romantica. Ci fu
introduttore in casa Manzoni il Rosmini, giovanissimo allora, ed
il quale avevo conosciuto per mezzo di un assai colto e gentil
veneziano, per nome Antonio Papadopoli. I _Promessi Sposi_ erano
usciti in luce pochi dì prima, ed io li avevo divorati con un
piacere infinito, tanto più poi in quanto che m'avevo sott'occhio
i luoghi, dei quali parla quel mirabile libro. Desiderosi
oltremodo di salutare il decano dei poeti allora viventi, Vincenzo
Monti, n'andammo a Monza col Papadopoli. Trovammo il povero
vecchio adagiato, o, per dir meglio, giacente in un seggiolone.
Teneva gli occhiali inforcati sul naso, e leggicchiava non so qual
commedia di Goldoni. Scorta sur un tavolino una copia dei
_Promessi Sposi_, mio padre chiese al buon vecchio che ne
pensasse, e quegli rispose aver provato alquanto fastidio nel
leggere il primo capitolo, ma pur voler trapassare al secondo. Ne
mostrò poi una bella lettera scrittagli dal Manzoni nell'inviargli
in dono il suo libro."
IX.
I primi amici.
Il libro del signor Romussi ci ha recata in quest'anno una grata
sorpresa, ponendoci sott'occhio alcune lettere o frammenti di lettere
giovanili del Bianconi, dalle quali ricaviamo il nome de' suoi tre
primi amici. Il più intimo tra questi fu Giambattista Pagani di
Brescia, col quale il Manzoni avea studiato a Pavia; le lettere del
Manzoni ce lo mostrano affettuoso, devoto, pronto a render servigii,
alcuna volta anche troppo, come quando volle dedicar di suo capo, in
nome del Manzoni, a Vincenzo Monti il Carme _In morte dell'Imbonati_,
che si ristampava in Milano dal De Stefanis.[1] Veniva secondo
Ignazio Calderari, che il Manzoni stesso chiamava _aureo_, _amabile_ e
_rispettabile_; e pure doveva essere un giovine ardente e pieno di
entusiasmo, a giudicarne dalla lettera, in cui egli descrive il
proprio viaggio a Brusuglio, la nuova villa manzoniana, per conoscere
la madre dell'amico e per vedere se l'amico era sempre il medesimo.
Pare che il Manzoni fin d'allora scrivesse lettere mal volentieri, e
preferisse, stando a Milano, incaricare l'amico Calderari di mandare i
suoi saluti al Pagani, anzi che scrivere egli stesso. "Aggiungi (egli
scriveva al Pagani) che nel mio soggiorno a Milano la facilità di aver
tue nuove per mezzo del nostro Calderari favoriva e scusava la mia
pigrizia, la quale, a dir vero, non era scossa da alcuna tua
sollecitudine a scrivermi." Il terzo amico, Luigi Arese, morì tisico
nel 1806, intorno a' suoi vent'anni; gli amici lo chiamavano: "caro e
adorabile."[2]
Non è raro il caso che le amicizie fatte nella scuola si raffreddino e
si dileguino nella lontananza, per tornare a ravvivarsi nella
vecchiaia. Il Calderari non accompagnò altrimenti la vita del Manzoni;
la loro corrispondenza parve cessare quasi intieramente nell'anno
1808, quando il Manzoni, sposata Enrichetta Blondel, si ritrasse a
vivere per alcuni anni isolato In Brusuglio; ed anche l'amicizia col
Pagani cessò, dopo quell'anno, dall'essere attiva. Così non sappiamo
altro dell'amicizia che il Manzoni parve avere con Antonio Buttura,
letterato amico di sua madre,[3] e con Francesco Lomonaco.
[1] Mi giova qui intorno al Pagani riferire per intiero la nota che
trovasi nell'importante volume del Romussi; "Giambattista Pagani
fu condiscepolo di Manzoni nel Collegio dei Nobili (Longone) di
Milano, e gli conservò sempre un'amicizia che molti anni di
lontananza non riescirono nè a spegnere, nè ad indebolire. Fino ai
loro ultimi giorni si scambiarono con schietta cordialità proteste
di affetto; e la ritrosia di Manzoni in questi ultimi anni a
scriver lettere non lo fece mai tardo nel rispondere all'antico
amico. Il Pagani era nato nel 1784 in Lonato: era quindi maggiore
di un anno di Manzoni. Terminati gli studii del Collegio, il
Pagani passò a Pavia a studiar giurisprudenza, e colà conobbe
Vincenzo Monti, che teneva cattedra d'eloquenza, e che lo accolse
fra i suoi famigliari. In quel tempo Manzoni erasi recato a
Venezia, e di là mandava all'amico i versi che man mano scriveva,
fra cui un Sermone allo stesso Pagani indirizzato, e nel quale
parla dapprima della vocazione ch'ebbe fin dall'infanzia di essere
poeta e giustifica il genere satirico di poesia, cui intendeva
consacrarsi. Questo Sermone rimase ignoto fino al 1874, in cui fu
pubblicato dall'abate Antonio Stoppani nel suo bel libro: _I primi
anni di Alessandro Manzoni_. Il Pagani aveva ingegno da
comprendere l'amico, egli pure scrisse reputati lavori: opere
giuridiche, perchè avea per la severa scienza del diritto una vera
passione, e opere letterarie, cui si applicava per diletto, ma con
molta intelligenza. Fra queste ultime si ricorda un _Discorso
intorno all'Adelchi_ letto all'Ateneo di Brescia, in difesa
dell'opera dell'amico che era allora da molti, con indegna guerra,
combattuto. Fra le giuridiche sono lodati il _Repertorio legale
pei diritti reali_ ed un _Trattato sulle Rendite giuridiche_.
Durante il primo Regno d'Italia era stato eletto Conservatore
delle Ipoteche in Brescia. Nei dolorosi anni della dominazione
straniera conservò, con dignitosa fermezza, la fede e l'affetto
per la patria, che ebbe la gioia di vedere risorta. Morì nel 19
febbraio 1874, e fu pianto da tutti i buoni, che perdevano un
vivente esempio d'integrità e di modestia."
[2] Le due lettere del Manzoni al Calderari e la lettera intermedia
al Pagani, pubblicate dal Romossi, volgono intorno alla malattia
ed alla morte dell'Arese; le riproduco, perchè rivelano bene
l'animo ed i pensieri del giovine Manzoni, il preteso ateo che
dovea fare il miracolo di convertirsi:
"Parigi, 7 settembre 1806,
"Mio Calderari,
L'amara novella che mi hai data mi ha riempito di dolore e di
melanconia. Io era per iscrivere a te, a Pagani, al povero Arese
per annunciarvi il mio ritorno a Parigi, e per chiedere di voi
tutti. Non puoi credere quanto m'abbia colpito l'annuncio della
grave malattia del nostro Arese. La speranza che tu conservi,
rianima la mia; ma le circostanze che tocchi, la indeboliscono pur
troppo (_In questo passo si vede già l'amore speciale del Manzoni
per le antitesi, amore che si può pure avvertire nella lettera del
1803 al Monti già citata._) L'apparato della morte è quello che la
accelera. Chi ha avuto il cuore di dargli la sentenza finale? Di
farlo soffrire nei forse ultimi suoi momenti? Oh piaccia a Dio che
io possa avere da te nuova del suo rivivere! Quando un malato ha
presso di sè dei veri amici che gli nascondono il suo stato, egli
muore senza avvedersene; la morte non è terribile che per quelli
che rimangono a piangere. Ma quando gli amici sono allontanati,
quando vi sentite intronare all'orecchio: Tu devi morire! allora
la morte appare nel suo aspetto più deforme. Povero Arese! Ho
sempre davanti gli occhi quella sua camera deserta degli amici,
senza te, senza Pagani che potreste sollevarlo. Alcuni sono morti
che sarebbero guariti, pel timore solo cagionato loro dalla
sentenza che fu data al povero nostro Arese. Ti prego di scrivermi
presto e senza interruzione; non ho bisogno di raccomandartelo.
Mia madre divide la mia afflizione, e freme parlando della fredda
crudeltà che è tanto comune nei nostri paesi. Scrivimi, ti prego,
a lungo ogni minuzia che riguarda Arese. Povero Arese! nel fiore
dell'età! Ti prego di scrivere a Pagani che io non ho ora testa nè
tempo di scrivergli, ma che, al primo ordinario, lo farò
sicuramente. Se mai il mio silenzio gli fosse dispiacente, digli
che io sono sempre il suo Manzoni; al mio Pagani ciò deve bastare.
Tu amami, Calderari, e sii certo che io ti amo e ti riverisco
veramente, e scrivimi presto. Addio; dammi nuove di Arese.
Il tuo MANZONI B.a"
"Mio Pagani,
M'hai tu dimenticato davvero? Sono tre mesi che non ho tue nuove;
e l'ultima mia lettera, nella quale ti annunciava la mia partita
da Parigi, è rimasta senza risposta. Non posso dubitare della tua
salute, giacchè il nostro aureo Calderari che mi scrive, me ne
avrebbe senza dubbio fatto cenno. Io sperava che Zinammi, col
quale ci siamo abboccati, avesse qualche tua lettera a
consegnarmi; ma, non vedendone ed aspettandone di giorno in
giorno, tardai a scriverti fino al mio ritorno. Scrivimi al più
presto, dimmi se sei ancora il mio Pagani, com'io sarò sempre il
tuo Manzoni; dammi nuove di te, e di tutto quello che ti è a
cuore. Non puoi credere quanta pena mi abbia fatto la nuova della
grave malattia del nostro povero Arese; e mia madre, che divide
ogni mio affetto, ne fu pure assai triste ed in timore. Calderari
mi annunciò qualche miglioramento che mi riempì di gioia e di
speranza. Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo
letto, e che invece egli debba aver dinanzi agli occhi l'orribile
figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore ed
indignazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari che ad
Arese era stata annunciata la fatale sentenza (spero, per Dio! che
sarà vana). Crudeli, così se egli schiva la morte, avrà dovuto
nullameno assaporare tutte le sue angosce! E quante volte
l'annunzio della morte ha ridotto agli estremi dei malati che,
ignorando il loro stato, sarebbero guariti? Basta: i mali del caro
ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi
allontanano sempre più da un paese, in cui non si può nè vivere nè
morire come si vuole. (_Qui vi sono accenti intieramente
foscoliani._) Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi,
che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei
nostri, che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura
della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro
maniera di pensare, come se chi ha una testa, un cuore, due gambe
e una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè e di
tutto quello che è in lui a suo piacimento. Mi accorgo di aver
fatto un pasticcio di parole, pazienza! Il mio Pagani è buono. Due
parole di me. Io continuo il ben cominciato modo di vivere, senza
cangiamento, senza interruzione. Se tu rileggi le mie passate
lettere, ti farà ben maraviglia l'udire da me che mia madre,
quest'unica madre e donna, ha aumentato il suo amore e le sue
premure per me. Eppure la cosa è così. Io sono più felice che mai,
e non mi manca che d'esserlo vicino a te e ai pochi scelti nostri
amici, che si riducono ad Arese che vorrei risanato, e a Calderari
che vorrei felice come egli merita. Ho vergogna di dirti che, dopo
i versi stampati, non ne ho fatto più uno: ora però voglio
mettermi il capo tra le mani, e lavorare, massime che mia madre
non ha mai lasciato di punzecchiarmi, perchè io cacci la mia
pigrizia. A proposito di versi, devo parlarti di un affare che mi
è a cuore assai assai, e che in conseguenza premerà anche a te. Io
non ho avuto dal libraio un soldo per l'edizione, e mi sono messo
in puntiglio di non rilasciargli niente niente, perchè non voglio
essere lo zimbello di nessuno e massime d'un libraio. La sua
renitenza o noncuranza è veramente stomachevole. Nè ha alcun
appiglio per eludere le mie richieste e per evitare di rendermi il
mio. Perchè o le copie sono vendute e mi dia il danaro, o sono
invendute e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli.
Rispose che egli aveva ottocento copie non vendute: io scrissi a
Zinammi quello che doveva fargli dire da Arese, ma il povero Arese
cadde malato. Ecco la mia risposta: rendere al signor Zinammi,
procuratore di mia madre, il prezzo delle 200 vendute e le 800
copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di
quelle che sono in bottega sia così grande, non già perchè io
credessi che dovessero avere grande spaccio (giacchè v'è un
ostacolo a ciò, non so se per colpa dell'opera o dei lettori), ma
perchè tu mi avevi annunziato che si vendevano a furia. Come tu
facesti il negozio col libraio, così spero che vorrai ora ridurlo
a fine, e te ne prego caldamente. Ho veduto su un giornale di Roma
un giudizio di quei versi, con una lode tanto esagerata, che non
ardisco riportarlo. "Caro Pagani, scrivimi ed amami, anzi amaci,
giacchè tu sai che mia madre non ha mediocre stima di te e
desiderio della tua amicizia. Scrivi a lungo e vale."
Il tuo MANZONI B.a"
"Parigi, 30 ottobre 1806."
"Caro il mio Calderari,
O Arese, giovine buono, amico vero della virtù e degli amici,
giovine che in tempi migliori saresti stato perfetto, ma che nella
nostra infame corruttela ti conservasti incontaminato, ricevi un
vale da quelli che ti amarono caldamente in vita, e che ora
amaramente ti desiderano. Povero Calderari, tu lo amasti, tu lo
desideri e tu non hai potuto vederlo, consolarlo! Egli è morto nel
fiore degli anni, nella stagione delle speranze, e l'ultimo
oggetto che i suoi occhi hanno veduto non è stato un amico. Egli
che era degno di amici! Povero Calderari! Mia madre ed io
piangiamo sopra di Arese e sopra di te. Seppi da Buttura che tu
eri assiduo alla sua porta, che le tue lagrime mostravano la forza
del tuo affetto, ma invano. Noi rileggiamo le lettere di Arese,
quel che ci resta di lui, quello che rimane in questo mondaccio di
quell'anima fervida e pura. Odi quello che egli ci scrisse
nell'ultima lettera, dove traspira quasi un presentimento della
sua separazione. Egli parla con mia madre e con me, e par ch'egli
non abbia voluto darmi l'ultimo addio, se non unendomi con Lei che
tutto divide con me, e che abbia voluto così render più sacre per
me le ultime sue parole. La lettera è del mese di giugno o di
luglio al più tardi: "Ho veduto con sommo dolore partire il mio
Pagani. Mi rimane Calderari, che è un angelo. È veramente degno di
miglior sorte e di.... Le sue disgrazie, che egli soffre con animo
veramente forte, mi stringono a lui più fortemente, e mi servono
di un grande esempio. Oh Giulia, Giulia! non è così rara in Italia
la virtù come tu pensi!" E finisce con queste parole che mai non
rileggiamo senza un fremito di dolore e di speranza: "Giulia,
Alessandro, ci rivedremo certamente. Un giorno, superiori
all'umano orgoglio, beati e puri ragioneremo sorridendo delle
passate nostre debolezze. Addio." Oh sì! ci rivedremo. Se questa
speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della
presenza dei perversi, che sarebbe la vita? Calderari, noi siamo
afflitti di non poter essere con te. Tu sei degno d'aver degli
amici, e in noi troveresti del cuore, quello di cui tu hai
bisogno. Non posso scrivere a Pagani. Egli pure deve essere
conturbato. In verità la morte di un amico nel fior degli anni vi
lascia, oltre il dolore, un certo risentimento; pare un'orribile
ingiustizia. Addio, caro ed infelice Calderari, amami e scrivi.
Addio.
Il tuo MANZONI B.a"
[3] "Buttura Antonio (scrive il Romussi) buon critico e poeta, nato a
Malcesine sul Lago di Garda nel 1771, partigiano della Repubblica
francese a Venezia, epperciò favorito da Napoleone, si trasferì,
dopo il Trattato di Campoformio, a Parigi, dove morì nel 1832. Fu
professore al Pritaneo di San Ciro ed all'Ateneo, dove successe al
Ginguené; la traduzione del Boileau, di cui parla il Manzoni (in
una sua lettera del 1806), fu pubblicata nel 1816.
X
Carme autobiografico.
Quantunque già pubblicato a Lugano in fronte alle _Vite degli illustri
italiani_ di Francesco Lomonaco, fino a pochi anni innanzi era
pochissimo noto il Sonetto giovanile di Alessandro Manzoni, ove si
muove lamento, perchè l'Italia trascuri i suoi migliori ingegni, fin
che son vivi, per piangerli morti:
Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi,
Che pro se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome vôto onor divini fai?
Sì, da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori
Pentita sempre, e non cangiata mai.
Nel principio del Sonetto, diretto a Francesco Lomonaco, si compiange
la sorte di questo giovine e già illustre esule napoletano, obbligato
a condur vita misera e raminga come Dante, l'antico esule gloriosa
fiorentino, del quale il Lomonaco aveva narrata la vita. Due anni
innanzi, in una nota al terzo canto del _Trionfo_, ove si descrivono
le stragi di Napoli, il Manzoni raccomandava già "l'energico e
veramente vesuviano rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriotta
napoletano". Vogliono che il Manzoni vecchio dicesse avere in gioventù
concepite del Lomonaco grandi speranze, che non furono poi mantenute;
ma chi riferì quelle parole del Manzoni dovette frantendere; il
Lomonaco non ebbe tempo d'acquistar maggior gloria, poichè nell'anno
1810 che era, a pena, il trentesimoprimo della sua vita, egli
miseramente s'uccise. L'ingratitudine è cosa mostruosa in tutti, ma
più nei grandi ingegni. Ora io non posso credere che il Manzoni degli
scrittori che lo fecero maggiormente pensare, e quello che importa,
pensar giusto. Io ho voluto rileggere la _Vita di Dante_ scritta dal
Lomonaco. Ora, udite quali parole si leggono in fine di quella _Vita_:
"I benemeriti della repubblica letteraria non sono i pedanti, o i
servili imitatori, bensì quei che informati di una qualche potenza
vivificativa sanno altamente e profondamente pensare. Un filosofo
interrogò una volta l'Oracolo: quai mezzi praticar dovesse per divenir
immortale, e l'Oracolo gli rispose: _Segui il tuo genio_." Ci sono
simpatici quegli scrittori che esprimono meglio i nostri proprii
sentimenti; il Manzoni deve aver detto leggendo tali parole: esse
furono scritte per me; ed averle presenti quando, due o tre anni dopo,
scriveva in Parigi il suo programma civile e poetico, ossia il Carme
per l'Imbonati.[1] È vera fortuna per l'Italia che, nella primavera
dell'anno 1805, Alessandro Manzoni abbia dovuto recarsi in Francia. È
possibile, invero che proseguendo a rimanere in Milano, a respirar
l'aria delle scuole letterarie d'Italia, a vivere tra le maldicenze
puerili e pettegole de' nostri letterati, egli, a malgrado di tutta
l'originalità del proprio ingegno, non avrebbe trovato così presto
quella forma chiara, schietta, popolare di linguaggio, pel quale
veramente col Carme dell'Imbonati per la nostra poesia _incipit vita
nova_. A Parigi egli si trovò libero d'ogni impaccio scolastico, ed il
suo genio, per la prima volta, potè spaziare per vie proprie e non
ancora battute. _Sentir_ e _meditar_: ecco la sua gran formola
poetica; in Francia egli trovò pure il modo di esprimere naturalmente
questi _sedimenti meditati_, per l'esempio che gli offrivano gli
scrittori francesi. Il Carme per l'Imbonati è una prova eloquente che
il Manzoni ha sentito, meditato e imparato a scrivere con semplicità e
naturalezza. Esaminiamo ora dunque quali forti sentimenti dovessero
agitarlo e commuoverlo, quali pensieri governarlo, quando egli scrisse
a vent'anni, in Parigi, il bellissimo Carme. Che cosa sia veramente
avvenuto nella famiglia Manzoni, nel principio dell'anno 1805, quando
la signora Giulia Beccaria s'indusse a lasciare precipitosamente
Milano in compagnia del figlio Alessandro, non si può fino ad ora bene
affermare. Che il giovine Alessandro avesse avuto in Milano de' grossi
dispiaceri, si può argomentare dai versi stessi del Carme, ov'egli si
sfoga contro i vili che armarono contro il suo _nome_ l'operosa
calunnia. Carlo Imbonati era morto il 15 marzo dell'anno 1805, in
Parigi, assistito dalla signora Giulia Beccaria, madre del Manzoni. La
Giulia accompagnò le spoglie dell'amico a Brusuglio: villa, di cui
egli, sebbene avesse parecchie sorelle, l'aveva fatta erede. La madre
ed il figlio, dopo quella morte, partirono per Parigi, lasciando solo
Don Pietro in Milano; l'eredità lasciata alla Giulia Beccaria diede
occasione a molte ciarle; ora le ciarle, nelle quali anche gli uomini
eletti che vi si abbandonano, diventano volgo, le nove volte su dieci,
come sono figlie dell'ozio, sono madri di maldicenza. La signora
Giulia Beccaria non dovette essere risparmiata. Che fece allora il
figlio? Prima di tutto, egli non l'abbandonò più, e poi si preparò a
vendicarne, come potè, la fama oltraggiata. Del padre che morì
settantenne in Milano, due anni dopo la morte dell'Imbonati, e a cui
il figlio, avvertito troppo tardi in Parigi, non arrivò in tempo a
chiudere gli occhi, non troviamo se non un rapido cenno, abbastanza
freddo, per annunciarne la morte, in una lettera che il Manzoni
diresse nel marzo del 1807 all'amico Pagani da Brusuglio, ov'egli
s'era per pochi giorni condotto con la madre a mettervi in ordine i
suoi affari più urgenti. Nella stessa lettera, invece, il Manzoni
rappresenta all'amico la propria "felicità di avere per madre ed amica
una donna, parlando della quale, egli dice, troverò sempre più ogni
espressione debole e monca."[2] Ignazio Calderari, comune amico del
Manzoni e del Pagani, avendo poi, allora per l'appunto passato, com'ei
diceva: "due mezze giornate in paradiso," o sia, nella villa
dell'amico Manzoni a Brusuglio, scrivendo nel giorno stesso al Pagani,
gli fa il ritratto della signora Beccaria: "Che dirotti di sua madre?
Mi palpitava il cuore nel viaggio pel desiderio di conoscere una tal
donna, che io già amava e venerava come quella che forma la felicità
del nostro Manzoni, e da quanto vidi non posso ingannarmi che l'uno
formi la contentezza dell'altro, perchè nulla è tra loro di segreto:
l'uno a vicenda ambisce di prevenire i desiderii dell'altro, e si
protestano l'un dell'altro indivisibili. Tu trovi in lei una donna,
cui, non mancando alcuna delle vere grazie che adornano una donna, è
dato un senno maschio ed una facile quanto soave ed affettuosa parola;
è poi nel discorso tutta sentimento; ma quel che più attrae
l'ammirazione, è il vedere queste prerogative d'ingegno e di cuore
accompagnate da modestissimo contegno e spoglie affatto d'ogni
donnesco, benchè minimo pettegolezzo; mi pare insomma che essa si
assomigli perfettamente a quello che ce la rappresentavano le sue
lettere a te e al sempre caro e adorabile Arese, quando le leggevamo
insieme. Che bella coppia è mai quella! In verità, io credo non si
possa pregare miglior cosa ad un uomo che di avere una tal madre o un
simile padre!" Ma è pure unica la fortuna di una donna, la quale abbia
avuto per padre un Cesare Beccaria[3] e per figlio un Alessandro
Manzoni.[4] La madre del Manzoni, quando si recò a Parigi, non si
faceva chiamare altrimenti che la signora Giulia Beccaria; il nome del
Beccaria servì di passaporto e di commendatizia anche al nostro
giovine Alessandro presso la più eletta e la più colta società
parigina, ov'egli ebbe pure occasione di conoscere, fra gli altri
valentuomini, lo storico piemontese Carlo Botta, il quale, non potendo
ancora presagire in lui il futuro caposcuola del romanticismo in
Italia, gli divenne amico.[5] Il Manzoni stesso, in quel tempo, un
poco per farsi meglio conoscere, ma molto più forse per compiacere
alla propria madre, firmava le proprie lettere col doppio nome di
Manzoni-Beccaria; quando poi l'amico suo Pagani fece ristampare in
Milano, per conto dell'Autore,[6] il Carme _In morte dell'Imbonati_,
egli lo pregò di aggiungere pure sul frontispizio il nome del
Beccaria, specialmente dopochè il poeta Lebrun, allora molto in voga,
inviandogli un suo nuovo componimento stampato, lo avea, senz'altro,
salutato col nome di Beccaria, soggiungendo nella dedicatoria
manoscritta queste parole: "C'est un nom trop honorable pour ne pas
saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Lebrun choque
avec celui de Beccaria."[7] Il Pagani o dimenticò o finse o volle
dimenticare il singolare desiderio espressogli dall'amico, il quale
dovette contentarsi di sentirsi chiamare semplicemente: Alessandro
Manzoni. I versi per l'Imbonati non furono dunque scritti, come
sembrami siasi creduto fin qui, immediatamente dopo la morte di colui,
che, discepolo del Parini, dovea, se avesse vissuto, divenire la guida
spirituale del Manzoni; ma parecchi mesi dopo, nel febbraio dell'anno
1806, quando s'appressava l'anniversario della sua morte, ed assai
probabilmente per dare, in quel giorno funebre, una consolazione alla
nobile amica derelitta dell'Imbonati. Noi sappiamo ora intanto dal
signor Romussi che, per quell'anniversario funebre, il Manzoni faceva
ristampare i suoi versi in Milano, per mezzo del suo amico Pagani, al
quale soggiungeva il seguente poscritto: "Il 15 corrente è il fatale
giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati. Mia madre dice
che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a
lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite."[8] Nel
Carme commemorativo, ove si esalta la virtù dell'Imbonati, ove si
confessa pubblicamente l'amicizia che lo legava a Giulia Beccaria, ove
si promette dal poeta all'ombra dell'Imbonati ch'egli avrebbe seguito
i sapienti consigli dell'amico di sua madre, si esalta insieme e si
consola la virtù e il dolore della madre. Sotto questo aspetto
speciale, parmi che il Carme, sebbene già notissimo, _In morte
dell'Imbonati_, possa ora venir riletto dagli ammiratori del Manzoni,
con più viva, se pure non nuova, curiosità, poichè insieme col genio
nascente del poeta ci mostra il coraggioso ed eloquente affetto del
figlio vendicatore dell'onore materno.[9] Incomincia il Poeta
accortamente col rivolgersi alla madre, rammentando com'egli fosse
solito a scusarsi presso di lei, per avere fino a quel di coltivata
solamente la poesia satirica, poichè non gli era apparso sopra la
terra un solo raggio di virtù, al quale potesse consacrare l'ingegno
poetico. Ma, dopo avere inteso come la madre rimpiangesse la rara
virtù dell'amico che le era stato tolto, gli parve almeno che il
ricordo di quelle virtù potesse destare in alcuno il proposito di
farle rivivere in sè. Il giovine Poeta vede veramente o immagina
d'avere veduto in sogno il conte Carlo Imbonati, ma in figura di
malato già consunto dal proprio male. Egli serba tuttavia sempre molta
calma nell'aperto volto e nell'aspetto, i quali inspirano pronta
fiducia anche agl'ignoti. Pensosa è la fronte di lui, mite e sereno lo
sguardo, il labbro sorridente. Il Poeta ventenne fa prontamente atto
di volerlo abbracciare e di favellargli:
ma irrigidita
Da timor, da stupor, da reverenza
Stette la lingua.
Allora l'Imbonati stesso prende a parlare, e dice come un affetto
imperioso lo muova a ritornar presso di lui, che, nel fine di sua
vita, era stato oggetto dei suoi più vivi desiderii:
E sai se, quando
Il mio cor nelle membra ancor battea,
Di te fu pieno, e quanta parte avesti
Degli estremi suoi moti.--Or, poi che dato
Non m'è, com'io bramava, a passo a passo,
Per man guidarti su la via scoscesa,
Che, anelando, ho fornita, e tu cominci,
Volli almeno una volta confortarti
Di mia presenza.
L'Imbonati, non credendo forse ancora imminente l'ultimo suo giorno,
avea diretta al giovine Manzoni che, in quel tempo, dovea condurre fra
la gioventù milanese una vita alquanto dissipata, una prima ed ultima
lettera eloquente, dove gli dava alcuni suoi consigli amorosi,
fiducioso certamente di deporre il buon seme in ottimo terreno. Il
Manzoni, alla sua volta, rispose con una lettera caldissima; ma la
risposta arrivò all'Imbonati, quand'egli avea già chiusi gli occhi
alla luce. Mi si domanderà: Come sapete voi questo? In quale biografia
l'avete voi letto? Avreste, per avventura, vedute quelle preziose
lettere? No: lo non le ho vedute; ma ho semplicemente letto, con
intento biografico, i versi stessi del Manzoni. Gli abbiamo letti
anche noi, e sono chiari abbastanza da non abbisognare di commenti. Io
ne convengo perfettamente, e vi prego dunque soltanto di rileggerli
ancora una volta:
.... Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime fôro, e la dolcezza
Dell'esser teco presentìa, chi detto
M'avrìa che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non sarìa dagli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.
Il Manzoni non pare dunque aver conosciuto l'Imbonati, ma essersene
solamente innamorato per la fama delle sue molte virtù e per l'affetto
sincero e profondo che egli aveva inspirato alla signora Beccaria; il
che è intieramente regolare, poichè sappiamo dal Fauriel che la
Beccaria s'era recata a Parigi con l'Imbonati fin dai primi anni del
Consolato. Si spiega quindi pure come, per un certo periodo della vita
giovanile di Alessandro Manzoni, appaia educatrice di lui non già la
madre, ma una zia uscita da uno de' conventi soppressi, nel tempo in
cui i Manzoni abitavano nella Via di Santa Prassede.[10] Essa aveva
l'incarico di accompagnare in chiesa il giovinetto, e di fargli dare
lezioni di musica e di danza, forse pure di scherma. Come spiegarsi
altrimenti che l'Imbonati fosse così poco noto al figlio di colei, per
la quale egli era tutto, e che, invece di parlare al Manzoni, egli si
risolvesse a scrivergli? Un giorno qualche altra lettera inedita ci
darà forse la chiave di questo enigma biografico; intanto proseguiamo
la nostra lettura:
Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto, acuto senno, d'incolpato
Costume e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo,
Com'oggi, al mondo, al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor dell'altrui danno. Egli ascoltava
Con volto nè superbo, nè modesto.
Io, rincorato, proseguia: se cura,
Se pensier di qua giù vince l'avello,
Certo so ben che il duol t'aggiugne e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.
L'Imbonati sorride mestamente, e risponde:
Se non fosse
Ch'io l'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor delle membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia.
Che, fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo;
Ma, per gli occhi d'entrambi, il cor parlava.
Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le
parole dell'Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità
dell'anima umana, egli domanda all'ombra dell'Imbonati quale
impressione essa abbia provato nel punto della morte.[11] Essa
risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve
liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le
increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con
amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l'Imbonati non può
rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch'egli
abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica
il proprio scetticismo all'amica diletta ed al carissimo alunno:
Che dolermi dovea? forse il partirmi
Da questa terra, ov'è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier dalla parola è sempre
Altro, è virtù per ogni labbro ad alta
Voce lodata, ma ne' cor derisa;
Dov'è spento il pudor, dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e frutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura e, pur troppo, disugual la guerra
Contro i perversi affratellati e molti.
_Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E all'onor vano e al lucro, e delle sale
Al gracchiar vôto, e del censito volgo
Al petulante cinguettìo, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Noti ti partir, se sai._
Qui, dove torna pure ad affacciarsi in parte il poeta de' _Sermoni_
che si mostra alieno dai pubblici affidi, appaiono chiare le ragioni,
per le quali il Manzoni, disgustato della società milanese, si recò in
Francia con la madre. Segue il già citato ricordo dell'educazione
ricevuta in collegio, quindi l'allusione allo innominato maestro
ch'egli disprezza; viene infine l'alunno sdegnoso alle calunnie dei
vili che assalirono il _nome_ del giovine poeta in Italia, alle quali
egli non diede risposta, unico modo savio per farle cadere; e caddero
infatti così bene, che non si potrebbe oggi più argomentare con
qualche fondamenta di qual natura veramente esse fossero e onde
partissero. È possibile tuttavia, se è vero che il Manzoni abbia, in
qualche modo, nella gioventù di Lodovico, voluto raffigurar la propria
ch'egli, non ignaro, per averle particolarmente studiate, delle leggi
cavalleresche, invece di sfidare il suo avversario calunniatore
l'abbia disprezzato, per mostrare poi in età più matura, con tutta la
forza stringente della sua logica poderosa, e per l'esempio del duello
di Lodovico, come un tal partito, tragico insieme e ridicolo, non
risolva mai alcuna questione d'onore. I versi giovanili del Manzoni ci
dicono, in somma, in modo indiretto, che egli nè entrò in polemica
letteraria, nè chiese a' suoi calunniatori alcuna riparazione di
sangue:
Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili che, ozïosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armâro
L'operosa calunnia. Alle lor grida
Silenzio opposi, e all'odio lor disprezzo;
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita
Non li curando:
non curanza che, ricordando il disdegnoso verso dantesco,
Non ti curar di lor, ma guarda e passa,
conferma pure il verso del Manzoni giovinetto:
Spregio, non odio mai.
Per quale intima associazione d'idee non si potrebbe ora ben dire, il
giovine Manzoni domanda quindi all'Imbonati, se sia vero quello che di
lui si va dicendo, ch'egli abbia, cioè, disprezzato i poeti e le Muse.
Ma l'Imbonati è pronto a soggiungere che gli furono venerandi e cari
Vittorio Alfieri e Giuseppe Parini, ma ch'egli disprezza, invece, i
poeti triviali, arroganti, viziosi, di perduta fama, i quali fanno un
vergognoso mercato di lodi e di strapazzi, e dai quali si attende una
vecchiaia oscura e ignominiosa; e qui forse il Manzoni mirava ancora
al cavaliere storiografo Vincenzo Monti od all'improvvisatore
Francesco Gianni che viveva a Parigi, e metteva in verso i bollettini
delle vittorie napoleoniche. La vecchiaia dell'Autore della
_Bassvilliana_ e della _Mascheroniana_ fu, pur troppo, quale il
Manzoni la pronosticava ai venali poeti, dai quali egli abborriva; al
Gianni fu invece, dopo la caduta di Napoleone, conservata la sua lauta
pensione. Udite, pertanto, le generose parole dell'Imbonati, il
Manzoni prorompe egli stesso e conchiude stupendamente il Canto:
Gioia il suo dir mi prese, e _non ignota_[12]
Bile destommi; e replicai: deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: su l'orma propria ei giace.
_Sentir, riprese, e meditar; di poco
Esser contento; dalla mèta mai
Non torcer gli occhi; conservar la mano
Pura e la mente; delle umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle; non ti far mai servo;
Non far tregua coi vili; il santo vero
Mai non tradir; nè proferir mai verbo,
Che plauda al vizio, o la virtù derida._
O maestro, o, gridai, scorta amorosa,
Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio
Non mi sia spento, a governar rimani
Me, cui natura e gioventù fa cieco
L'ingegno e serva la ragion del core.
Così parlava e lagrimava; al mio
Pianto ei compianse, E, non è questa, disse,
Quella città, dove sarem compagni
Eternamente. Ora colei, cui figlio
Se' per natura e, per eletta, amico,
Ama ed ascolta, e di figlial dolcezza
L'intensa amaritudine le molci;
Dille ch'io so ch'ella sol cerca il piede
Metter su l'orme mie; dille che i fiori
Che sul mio cener spande, io li raccolgo,
E li rendo immortali; e tal ne tesso
Serto che sol non temerà nè bruma,
Ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora
Delle sue belle lagrime irrorato.
Dolce tristezza, amor, d'affetti mille
Turba m'assalse; e, da seder levato,
Ambo le braccia con voler tendea
Alla cara cervice. A quella scossa,
Quasi al partir di sonno, io mi rimasi;
E con l'acume del veder tentando
E con la man, solo mi vidi; e calda
Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.
Qui tutto è vero e caldo come fiamma viva; qui spira l'alito di una
poesia originale e potente. L'ombra dell'Imbonati, in conformità delle
idee svolte nell'Ode pariniana _Sull'Educazione_ e di quelle del
Fauriel (il prediletto tra _i pochi ed intemerati_ amici del Manzoni
in Parigi), il quale, intorno a quel tempo, stava, per l'appunto,
meditando una storia dello Stoicismo, traccia al discepolo e, per
mezzo di esso, a noi, un intiero bellissimo programma di Filosofia
stoica. Con un tale espediente, non saprei dire se più ingegnoso o
affettuoso, avendo l'Imbonati parlato per mezzo del figlio all'amico,
la signora Giulia Beccaria dovette persuadersi come, per la virtù
dell'amor figliale, divenuta poesia sovrana, la madre non solamente
potea consolarsi, ma avesse ogni ragione di inorgoglirsi, nella lieta
certezza di aver fatto all'Italia il dono celeste di un nuovo grande
poeta.[13]
[1] È giusto tuttavia l'avvertire che consigli simili il Manzoni
dovea averli talora intesi dallo stesso Monti. Questi, in una sua
lettera di risposta al Tedaldi-Fores, ringraziando il giovine
Poeta romantico per un _Inno all'Aurora_, gli scriveva come lo
potrebbe ora fare un manzoniano: "Perchè in avvenire trionfi ne'
vostri versi l'affetto, innamoratevi, fate che le vostre idee
prima di andar sulla carta passino per mezzo il fuoco del cuore;
in una parola, _sentite_."
[2] In una lettera del marzo 1806 diretta da Parigi al Pagani, il
Manzoni si esprime così. "Scrivimi presto, te ne prego per me e
per mia madre, che legge le tue lettere coi miei occhi. Ella t'ama
quanto io t'amo. Ella è continuamente occupata.... ad amarmi e a
fare la mia felicità."
[3] Quando, nel 1793, il Beccaria morì, il Manzoni si trovava in
collegio, e contava appena otto anni. Non pare ch'egli abbia
ricevute altre impressioni del nonno, fuori di quelle che gli
furono comunicate dalla madre e dalla lettura delle opere,
specialmente dei due libretti, _Intorno ai Delitti e alle Pene_, e
_Intorno alla Natura dello stile_. In quest'ultima opera,
quantunque scritta assai male, trovansi parecchi pensieri, che
devono aver servito di base ai primi discorsi che il Manzoni tenne
in Parigi col Fauriel intorno allo stile. Io ne accennerò alcuni
che mi sembrano particolarmente essere divenuti manzoniani:
"Un'eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare
in sè stesso l'indolente ed indeterminata sensibilità, che facesse
scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli
produssero piacere o dolore. Sono le osservazioni sopra le interne
operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di
esso, che formano le vere istituzioni.--Io parlo solamente a
quegli animi pronti e penetranti che sanno ripiegarsi in sè
medesimi e sentir profondamente, ed a quegl'ingegni arditi e
liberi che si formano una scienza de' loro pensieri e non degli
scritti altrui." Il sensismo del Condillac adoperato nella
statistica è il fondamento della dottrina del Beccarla, che il
Manzoni tradusse in pratica. "Il principal artificio (conchiudeva
il Beccaria) di chi vuole riuscire eccellente scrittore sarà
quello di ridurre a tutte le idee sensibili, componenti, tutto il
corredo delle parole, delle quali egli, conversando e studiando,
carica la memoria, il che finalmente si riduce al principio
medesimo esposto nella prima parte di queste ricerche; se
l'eccellenza dello stile consiste nell'esprimere immediatamente il
massimo numero di sensazioni unibili colle idee principali, per
mettersi in istato appunto di esprimere questo massimo numero, il
miglior mezzo sarà quello di averne ricca l'immaginazione. Ora
come mai ciò potrà aversi se tre quarti dell'istituzione nostra si
fa per mezzo delle parole, ed è necessario di farlo attesa la
complicata coltura de' nostri costumi? non certamente in altra
maniera, infuori che in quella di studiosamente e ad ogni
occasione portare l'unione delle generali ed indeterminate
espressioni alle sensibili, precise e determinate.
[4] Così l'Imbonati che ebbe per discepolo il Manzoni, aveva avuto
per maestro il Parini. Il Manzoni stesso dovea avere per maestro
un Monti, per amici un Foscolo ed un Fauriel, un Rosmini ed un
Grossi, per critico un Goethe, per genero un Azeglio, per
discepolo ideale un Giusti! Le visite del Mazzini e del Garibaldi,
di Vittorio Emanuele e del Principe Umberto, di Don Pedro
d'Alcantara e del Granduca Alessandro di Weimar, erano
dimostrazioni particolari di quel consenso universale
d'ammirazione, pel quale la gloria letteraria del Manzoni fu
insuperata ed insuperabile.
[5] Il Botta dava a leggere al giovine Manzoni il manoscritto della
sua _Storia della Indipendenza degli Stati Uniti_, della quale il
Manzoni scriveva con entusiasmo all'amico Pagani, dicendogli, tra
l'altre cose: "Credi che, dopo i nostri storici vecchi, nulla
d'eguale è mai comparso in Italia," e gli raccomandava di
trovargli un editore in Italia. L'editore non si potè trovare. Il
Botta stampò il libro a sue spese; poi, avendo la moglie malata, e
bisogno urgente di far danaro, vendette tutta l'edizione a peso di
carta!--È noto come, dopo la pubblicazione de' _Promessi Sposi_,
il Botta classicheggiante si schierò tra gli avversarii della
Scuola manzoniana.
[6] La prima edizione de' soli cento esemplari, uscita nel febbraio
del 1806, non fu messa in vendita; l'edizione di Milano fu di 1000
esemplari, ed uscì nel marzo di quello stesso anno.
[7] Fra i poeti che destarono maggior entusiasmo nel giovine Manzoni
vuol essere ricordato, per l'appunto, questo Lebrun. {P. D. E., da
non confondersi con un altro poeta Lebrun (P. A.) nato nello
stesso anno, in cui nacque il Manzoni, morto membro dell'Accademia
Francese, di cui il Dumas figlio ebbe a tessere l'elogio insieme
col D'Haussonville. Questo Lebrun ebbe pure una gloria precoce,
cantò pure le vittorie napoleoniche, e ottenne perciò anch'esso
una pensione annua, ma di soli 1200 franchi.} Egli era nato nel
1729, e s'era acquistato fra i suoi contemporanei il nome di
_Pindare francais_. A quattordici anni aveva già fatta un'Ode che
prometteva un poeta insigne. Nato nella casa del principe di
Conti, che lo prese a proteggere e lo adoperò poi per molti anni
come suo segretario, vogliono che egli potesse esserne figlio. Il
figlio del grande tragico Racine, poeta egli stesso, innamorò il
giovane Lebrun della poesia; naufragato il Racine presso Cadice,
il Lebrun lo pianse con un'Ode tenerissima. Sopra il suo quinto
lustro, il Lebrun noveravasi già fra i primi Lirici francesi.
L'indole satirica del poeta gli fece molti nemici; ma vuolsi pure
ricordare che la figlia del grande Corneille ebbe dote per un'Ode
famosa, nella quale il Lebrun supplicava in favore di lei il
Voltaire. E quando il Voltaire morì, il Lebrun lo onorò con questa
strofe efficace:
O Parnasse! frémis de douleur et d'effroi!
Pleurez, Muses, brisez vos lyres immortelles
Toi dont il fatigua les cent voix et les ailes,
Dis que Voltaire est mort, pleure et repose-toi.
Ma gli epigrammi pungenti del Lebrun sono molto più numerosi. La
morte del prìncipe di Conti, la sua separazione dalla moglie, il
fallimento del principe di Guémenée, presso il quale il Lebrun
avea collocati i suoi risparmii, ne amareggiarono la vita. Per la
intercessione del conte di Vaudreuil e del Calonne, impietosito il
re Luigi XVI concesse al povero Lebrun una pensione annua di
duemila franchi, il che non impedì, allo scoppiar della
rivoluzione, che il Pindaro francese scrivesse le più ardenti odi
rivoluzionarie. Ma il regno del Terrore lo spaventò; il Lebrun
lamentò allora la libertà perduta e l'umanità oltraggiata. Passata
la tempesta rivoluzionaria, creato l'_Institut National_, ei fu
de' primi ad esservi accolto. Sotto il Direttorio, gli fu dato
quartiere nel Louvre, con una pensione annua di mille scudi;
Napoleone, primo console, la portò nel 1804 a seimila franchi.
Negli ultimi anni della sua vita, il poeta perdette la vista; ma
la ricuperò, in parte, per le cure del dottor Forlenze, onde il
Cournand componeva la graziosa strofa seguente:
D'un nuage fatal tes yeux étaient voilés;
Forlenze, par son art, te rendit la lumière.
En des siècles plus reculés
Ce qu'il fit pour Pindare, il l'eût fait pour Homère.
Ma del beneficio della luce il Lebrun godette per poco tempo,
poichè morì nel mese di settembre dell'anno 1807. I critici
contemporanei del Lebrun non lo stimavano inferiore al lirico
Giambattista Rousseau, specialmente per le due Odi al Buffon, per
l'Ode sopra il vascello _Le Vengeur_, e per le sue traduzioni e
imitazioni delle _Odi_ d'Orazio. Ebbi sotto gli occhi un ritratto
del poeta Lebrun, una figura nervosa, un profilo sottile, che non
doveva inspirar molta simpatia; il Manzoni era tuttavia in
quell'età, in cui tutti gli scrittori celebri sembrano degni
d'essere amati, quando incontrò il Lebrun; e però il 17 marzo
dell'anno 1806 scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ieri ebbi
l'onore di pranzare con un grande uomo, con un poeta sommo, con un
lirico trascendente, con Lebrun. Avendomi onorato di un suo
componimento stampato, volle assolutamente scrivere
sull'esemplare, che conserverò per sempre: _A. M. Beccaria_. Ho
avuto l'onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate
guancie; e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti
sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le
sue _Odi_ sieno sparse e non riunite in un volume per potertele
far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che
noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non
vi è poesia francese. Io credo e creder credo il vero, che noi non
abbiamo (all'orecchio), che noi non abbiamo un lirico da
contrapporre a Lebrun per quello che si chiama forza lirica. E
perciò qui lo chiamano comunemente _Pindare Lebrun_, e non dicono
forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e
per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua
e là delle sue _Odi_. In una imitata dall'_Exegi monumentum_ di
Orazio, egli dice che il suo monumento è più ardito della piramide
e più durevole del bronzo. E poi (ascolta, per Dio!):
Qu'atteste leur masse insensée?
Rien qu'un néant ambitieux:
Mais l'ouvrage de la pensée
Est immortel comme les Dieux.
Eh? e nella medesima Ode:
Comme l'encens qui s'évapore
Et des Dieux parfume l'autel,
Le feu sacré qui me dévore
Brûle ce que j'ai de mortel.
E nella stessa ancora:
J'échappe à ce globe de fange:
Quel triomphe plus solennel!
C'est la mort même qui me venge;
Je commence un jour éternel.
E, in un'Ode a Bonaparte, due anni fa:
Le peuple souverain qu'un Héros sent défendre
N'obéira qu'aux Lois;
Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre
Jusqu'au trône des Rois.
In un'Ode per la famosa notte del 10 agosto,--attento bene:
O Nuit, dont le voile imposteur
Servit un roi conspirateur,
Je te dénonce à la mémoire!
ors de ta lâche obscurité,
Parais dans ton affreuse gloire,
Subis ton immortalité!
Se questi non sono versi, quelli d'Orazio e di Pindaro sono
cavoli!--E parlando di Dio in un poema;
Au-delà du soleil, au-delà de l'espace,
Il n'est rien qu'il ne voie, il n'est rien qu'il n'embrasse,
Et la création respire dans son sein.
[8] Una lettera del maggio 1806 diretta in poscritto dalla Giulia
Beccaria al Pagani lo pregava di visitare in Milano la tomba
dell'Imbonati: "Un vostro puro _vale_ (scriveva essa), sarà
aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore."
[9] L'Autore della _Biografia_ del Manzoni che si legge ora nel_
Supplemento all'Enciclopedia popolare_ del Pomba, preferisce
invece far credere che il Manzoni abbia scritto il Carme per
l'Imbonati, per riconoscenza della pingue eredità ricevuta!
[10] "Il Manzoni (scrive lo Stoppani) si ricordava fin negli ultimi
suoi anni della buona zia, la quale gli aveva lasciato delle
impressioni vivissime, che egli ricordava agli amici, come fossero
ancora quei giorni. Ritornata ai patrii lari, l'ex-monaca si era
assunta lei una parte dell'educazione di Lisandrino, a cui aveva
preso a volere un gran bene, e questa parte era di farne un
giovinotto... se vi par troppo il dire galante, diremo brillante,
chè non daremo così occasione di pensar male a nessuno. Non pare
che per una coltivazione di questo genere il terreno fosse così
facile, come avrebbe desiderato la coltivatrice. Anche il Manzoni
dovette subire il supplizio inevitabile delle lezioni di musica e
di danza.... Non vi cadesse mai in mente che l'ex-monaca fosse una
donna meno che ammodo, anzi meno che pia; ella non mancava mai di
condur seco Lisandrino alla benedizione nella chiesa detta _alla
Pace_. Vuol dire che lungo la via c'era tempo di discorrere
d'altre cose.--Vede lei,--diceva un giorno il Manzoni, in uno
degli ultimi anni della sua vita, ad un amico, mentre passavano
per la Via di Santa Prassede,--vede lei quella finestra? Un giorno
ero là colla zia che m'insegnava il viver del mondo. D'un tratto
eccoci alle spalle lo zio monsignore; e la zia svelta a
regalargli, come si dice, una buona cavatina, cambiando discorso
con tale disinvoltura, da fare invidia al comico più
provetto.--Dove mai aveva la zia appreso una tattica così
sorprendente? Ma!... La cosa aveva fatto un gran senso al
giovinetto, e gli avrà dato certamente da pensare. Talvolta
certamente nella conversazione il discorso cadeva sulla
soppressione, con tutti quei pro e contro che udiamo anche noi a'
nostri giorni. La zia a questo proposito non si lasciava mai
cogliere nelle spire di un ragionamento qualsiasi. Con quel suo
fare spigliato e disinvolto saltava a piè pari alla
conclusione.--Io per me--diceva--sono del parere di Giuseppe II.
Aria: Aria!--soggiungeva, trinciando nell'aria di gran cerchi
colla mano destra, quasi avesse voluto farsi largo, e sgombrarsi
dattorno quel non so che, da cui aveva impedito per tant'anni il
respiro."
[11] Questa pareva una preoccupazione forte nel Manzoni: noi abbiamo
veduto nelle lettere che scrive intorno all'Arese moribondo
com'egli si sdegni contro il sacerdote che viene a crescere il
terrore della morte; è noto poi come l'estrema agonia del Manzoni
sia stata dolorosa, pel terrore che lo invase nell'ultimo momento.
[12] Egli ricordava senza dubbio, in quel punto, il proprio già citato
Sermone contro i cattivi poeti.
[13] L'indole intieramente soggettiva del Carme, le lodi date
all'Imbonati amico di sua madre, quando il padre ancora viveva, e
la possibilità che alcuno venisse un giorno, come venne pur
troppo, a sospettare ch'egli cantasse l'Imbonati per riconoscenza
venale, dopo che il Conte aveva diseredato i proprii parenti per
lasciare le proprie sostanze alla bella ed intelligente amica,
furono, senza dubbiò, i motivi gravissimi, per i quali il Canzoni
ebbe più tardi a dolersi d'avere scritto quel Carme giovanile.
XI.
Il Manzoni a Parigi.
Il nome che portava la madre del Manzoni l'avea fatta accogliere in
tutte le conversazioni più eleganti e più dotte del Consolato e del
Primo Impero. Ad Auteuil, presso Parigi, viveva la vedova
dell'Helvetius, in una casa già frequentata dai famosi Holbach,
Franklin, Jefferson, Condillac, Diderot, D'Alembert, Condorcet,
Laplace, Volney, Garat, Chenier, Ginguenè, Daunou, Thurot, Tracy
l'ideologo e Cabanis. Ma il Cabanis frequentava specialmente la
Maisonnette ove viveva la vedova del Condorcet, sorella del
maresciallo Grouchy e della moglie di Giorgio Cabanis. Fu alla
Maisonnette, ove la signora Beccarla si recava con particolare
frequenza, che il Manzoni dovette conoscere il grande medico filosofo
di Auteuil. Dal Sainte-Beuve apprendiamo che il Manzoni, parlandone
col Fauriel, lo chiamava _cet angélique Cabanis_. Il Cabanis era nato
nel 1757 a Cosnac e morì nel 1808 presso Meulan. Il Manzoni lo conobbe
dunque negli ultimi tre anni della sua vita, e al colmo della sua
gloria. Nell'anno 1806 il Cabanis aveva indirizzata al Fauriel una
bella lettera sopra le cause prime, che fu pubblicata solo parecchi
anni dopo la sua morte; probabilmente il Manzoni la lesse manoscritta
presso il Fauriel. Il Sainte-Beuve riportò un passo eloquente della
lettera del Cabanis; io ne riferirò qui, invece, la conclusione, nella
quale il medico filosofo si rivolgeva allo storico sperato dello
Stoicismo: "C'est a vous, mon ami, qu'il appartient de nous offrir les
images des grandes âmes formées par ces maximes, de retracer dignement
des souvenirs si touchants et si majestueux. Sans doute il est
toujours utile de proposer aux hommes de semblables modèles; mais, aux
époques des révolutions politiques, le bon sens et la vertu n'ont de
garantie que dans la constance des principes, dans l'inébranlable
fermeté des habitudes. Le débordement de toutes les folies, de toutes
les fureurs, les excès de tous genres, inséparables de ces grands
bouleversements, troublent les tètes faibles, leur rendent
problématique ce qu'elles ont regardé comme le plus certain; les
exemples corrupteurs, les succès momentanés du crime, les malheurs,
les persécutions qui s'attachent si souvent aux gens de bien,
ébranlent la morale des âmes flottantes; le ressort des plus
énergiques s'affaiblit lui-même quelquefois, et toutes celles qui ne
sont affermies dans la pratique des actions honnêtes que par le
respect de l'opinion publique, voyant cette opinion toujours équitable
à la longue dans les temps calmes, alors incertaine, égarée et souvent
criminelle dans ses jugements, s'habituent à mépriser une voix qui
leur tenait lieu de conscience; et si elles ne finissent bientôt par
traiter de vaines illusions les devoirs les plus sacrés, il ne leur
reste plus du moins assez de courage pour les faire triompher, dans le
secret de leurs pensées, des impressions de terreur dont elles sont
environnées de toutes parts. Poursuivez donc, mon ami, cet utile et
noble travail: si la plus grande partie des temps historiques vers
lesquels il vous ramène doivent remettre sous vos yeux les plus
horribles et les plus hideux tableaux, vous y trouverez aussi celui
des plus admirables et des plus touchantes vertus; leur aspect
reposera votre coeur, révolté et fatigué de tant de scènes d'horreur
et de bassesse. Jouissez, en le retraçant avec complaissance, des
encouragements qu'il peut donner à tous les hommes en qui vit quelque
étincelle du feu sacré, surtout _à cette bonne jeunesse, qui entre
toujours dans la carrière de la vie avec tous les sentiments élevés et
généreux;_ et ne craignez pas d'embrasser une ombre vaine, en
jouissant d'avance encore de la reconnaissance des vrais amis de
l'humanité." A me pare tra le cose probabili che il Cabanis, quando
scriveva queste parole, scritte, prima del Manzoni, un poco _alla
manzoniana_, per le quali insieme col Fauriel si confortava nella
speranza che la nuova gioventù avrebbe raccolto l'esempio delle virtù
stoiche, di cui il Fauriel dovea scrivere la storia, sebbene fosse
avvezzo a terminare i suoi scritti con una generosa perorazione ai
giovani, pensasse questa volta, particolarmente, al giovine amico del
Fauriel, al Manzoni, che, nel suo Carme _in morte di Carlo Imbonati_,
fin dal mese di febbraio dello stesso anno 1806 si era fatto un vero
programma poetico di Filosofia stoica. In parecchi scritti poi del
Cabanis trovo traccie di quello stile modestamente arguto, un po' vago
d'antitesi e di paralleli, che piaceva pur tanto al Manzoni e che gli
divenne proprio, ma ch'egli potè forse sentirsi capace di rinnovare
leggendo alcuno degli scrittori francesi. Non vorrei ingannarmi,
innanzi ai professori di stilistica, dicendo che riconosco, per
esempio, anticipato in parte il fare manzoniano in queste parole, con
le quali si termina la prefazione del _Coup-d'oeil sur les révolutions
et sur la réforme de la Médecine_, del Cabanis: "Cette introduction
est la seule partie que j'aie pu terminer. Je m'étais refusé jusqu'à
ce moment à la rendre publique, dans l'espoir de compléter un jour
l'ouvrage entier tel que je l'avais conçu. Mais le dépérissement total
de ma santé ne me permet plus de nourrir cet espoir, qui fut toujours
peut-ètre beaucoup trop ambitieux pour moi. Je finis donc par céder
aux voeux de quelques amis, et par livrer au public cette faible
esquisse. J'aurais voulu la rendre plus digne de lui et d'eux, mais la
même raison qui m'engage à la tirer de mon portefeuille, m'ôte le
courage et les moyens de la perfectionner. Telle qu'elle est, elle
renferme, je crois, des idées utiles, c'est assez pour écarter les
conseils de mon amour-propre, qui peut-ètre la condamneraient a
l'oubli; et si nos jeunes élèves, auxquels elle est particulièrement
destinée, retirent quelque fruit de cette lecture, l'avantage de les
avoir aidés dans leurs travaux sera pour mon coeur bien au-dessus de
tous les succes les plus glorieux." Io non dico che qui dentro ci sia
il Manzoni; ma mi pare di ritrovarci, fino ad un certo segno, il suo
modo di dire, e però non ho creduto di doverlo tacere. Nel Cabanis,
oltre al medico filosofo, vi era l'apostolo, un bisogno continuo di
comunicarsi vivamente ed utilmente agli altri; questo bisogno il
Manzoni non l'ha sentito in pari grado, anzi, per dire il vero, egli
mi pare averlo sentito pochissimo. Il Cabanis non si contentava che il
medico fosse dotto; lo voleva principalmente buono; e tutti i suoi
migliori scritti riescono ad una tale conclusione. Ma, se il Manzoni
non provava la stessa impazienza nel manifestare i proprii sentimenti
e nel farli attivi leggendo gli scritti e ascoltando i discorsi di
colui che gli parve _angelico_, dovette provare più volte una viva
simpatia, e, approvando in cuor suo i pensieri del sapiente di
Auteuil, trarne qualche profitto per la regola della propria vita, ed
in parte, anche, in quanto il Cabanis gli parve scrittore efficace,
giovarsene per dare, ad un tempo, rilievo singolare e disinvoltura
alla propria prosa. Il Manzoni entrò nella vita con un programma etico
ben determinato. Così il Cabanis, quando, nel 1783, ottenne il
dottorato, avea proferito innanzi a' suoi giudici un generoso
giuramento in versi non molto eleganti, ma, in compenso, molto
sinceri, onde rilevo questi brani:
Je jure qu'à mon art obstinément livrée
Ma vie aux passions n'offrirà nulle entrée;
Qu'il remplira mes jours; que, pour l'approfondir,
L'embrasser tout entier, peut-être l'agrandir,
Mon âme à cet objet sans repos attachée,
Poursuivant sans repos la vérité cachée,
Formera, nourrira, par des efforts constants,
Sa lente expérience et ses trésors savants.
Je jure que jamais l'intérêt ni l'envie
Par leurs lâches conseils ne souilleront ma vie;
Que partout mes respects chercheront les talents;
Que ma tendre pitié, que mes soins consolants
Appartiendront surtout au malheur solitaire,
Et du pauvre d'abord trouveront la chaumière;
Que mes jours, dont mon coeur lui réserve l'emploi,
Pour conserver les siens ne seront rien pour moi
......................................
......................................
Libre de vains égards ou d'un orgueil coupable,
Je jure que ma voix, de détours incapable,
Montrera sans faiblesse, ainsi qu'avec candeur,
Et l'erreur étrangère et surtout mon erreur.
Je jure encor, fidèle à mon saint ministère,
Je jure, au nom des moeurs, que mon respect austère
Ne laissera jamais mes désirs ni mon coeur
S'égarer hors des lois que chérit la pudeur.
......................................
......................................
Ah! si mon coeur jamais, dans de honteux moments,
Abjurait sans puàeur ses vertueux serments,
Attache à tous mes pas les remords et le blâme,
Dieu vengeur qui m'entends! qu'en me fermant son âme,
La sévère amitié me laisse en un désert!
Dans ce coeur maintenant aux goûts simples ouvert
Flétris les vrais désirs, étouffe la nature,
Frappe-le des terreurs que nourrit l'imposture;
Et que plein de l'effroi d'un obscur avenir,
Je meure sans laisser aucun doux souvenir!
Mais, si de la vertu dont l'image m'enflamme
La sévère beauté toujours parle à mon âme;
Si, malgré tant de maux dont les assauts constants
Ont flétri mes beaux jours et glacé mon printemps,
À mes devoirs livré, moi-même je m'oublie,
Pour ne songer qu'aux maux qu'un autre me confie;
Si toujours mes serments sont présents a mon coeur,
Dieu juste, sur mes jours répands quelque douceur;
Veille sur les amis qui consolent ma vie;
Nourris les sentiments dont tu l'as embellie!
Chéri du malheureux, du puissant révéré,
Que mon nom soit béni plutôt que célébré!
Il Cabanis, come più tardi il Manzoni, tenne fede al suo programma
giovanile. E, se fu caso che due uomini come il Cabanis ed il Manzoni,
l'uno al tramonto, l'altro al principio della vita, s'incontrassero e
si amassero, quel caso almeno non si potè dir cieco, poichè, se il
temperamento dei due scrittori era diverso, non potevano incontrarsi
due uomini che si somigliassero di più nel desiderio del bene. Il
ritratto del Cabanis che accompagna il primo volume della edizione
delle sue opere fatta nell'anno 1823 a Parigi dal Didot, ci offre la
figura d'uomo pensoso e malinconico, ma benevolo e dall'espressione
soave. La gioventù del Cabanis era stata molto agitata; giovinetto,
egli aveva seguito, in qualità di segretario, un signore polacco a
Varsavia; tornato a diciott'anni a Parigi, vi aveva atteso per alcuni
anni a lavori letterarii, tra gli altri, a una versione dell'_Iliade_;
ma non trovandosi abbastanza incoraggiato, elesse infine di studiar la
medicina; laureato dopo sei anni di studio, si stabilì ad Auteuil,
dove ebbe la ventura di conoscere la vedova del celebre Helvetius, che
lo trattò come proprio figlio e gli fece conoscere gli uomini illustri
che ne frequentavano la casa, tra i quali quel Beniamino Franklin, di
cui il Cabanis ci ha poi raccontata così bene e con tanta efficacia
morale la vita. Per mezzo dell'Holbach, divenne amico del Diderot, del
D'Alembert e del Voltaire. All'arrivo della rivoluzione, il Cabanis ne
approvò i principii e ne deplorò gli eccessi. Amico intimo del
Mirabeau, ne descrisse la malattia e la morte. Assistette fino
all'ultima ora il Condorcet, ne raccolse gli scritti, ne consolò la
vedova; poco dopo, si congiunse in matrimonio con una cognata di lei,
sorella del generale Grouchy. Nominato quindi professore, membro
dell'Istituto, membro del Senato, la sua fama d'allora in poi andò
sempre crescendo e la sua vita potè dirsi relativamente felice. Tutti
gli scrittori francesi contemporanei s'accordarono nel chiamare il
Cabanis non solo un gran medico, professore e filosofo, ma _un homme
de bien_. Questa lode ch'egli ambiva sopra ogni altra, gli meritò pure
la gloria di essere amato ed ammirato dal nostro Manzoni; ora, poichè
nessuna delle ammirazioni del Manzoni rimase sterile per la sua vita,
noi non possiamo tacere che, se il Manzoni tornò in Italia migliore
che non ne fosse partito, una parte del merito vuole pure riferirsi
all'_angelico Cabanis_. Quando il Cabanis morì, nel 1808, il suo posto
nell'Accademia francese fu occupato da un altro filosofo, un amico,
una conoscenza intima anch'esso del Fauriel e del Manzoni, l'ideologo
Destutt de Tracy, l'autore dei celebri _Élements d'idéologie_, nato
nel 1751, morto nel 1836.[1] Sebbene, per l'età, il Tracy potesse
essere padre al Fauriel, sappiamo tuttavia che egli avea tanta fiducia
nel criterio di lui, che gli dava ad esaminare e giudicare i proprii
scritti prima di pubblicarli. Scrivendo poi al Fauriel, il Tracy gli
diceva, citando un bell'adagio orientale, che l'albero dell'amicizia
"est le seul qui porte des fruits toujours doux." Ma il grande amico,
l'anima gemella, nella gioventù del Manzoni, fu Claudio Fauriel. La
signora di Staël, scrivendo al Fauriel, fra le altre cose gli diceva:
"Ce n'est pas assurément que votre esprit aussi ne me plaise, mais il
me semble qu'il tire son originalité de vos sentiments." Queste parole
ci possono dare la ragione della profonda simpatia, della viva
amicizia che il Manzoni sentì pel Fauriel. La forza, la grandezza
originale del Manzoni consiste pure nella sua capacità di sentire
vivacemente e di tradurre sinceramente il proprio sentimento.
Ammiratore del Parini e di Carlo Imbonati, due stoici, il giovine
Manzoni arrivava a Parigi e vi incontrava lo stoico Fauriel, nel 1805,
cioè nell'anno in cui questi preparava una storia dello Stoicismo ed
attirava alle dottrine stoichei suoi migliori amici. Ma lo stoicismo
del Fauriel non si scompagnava da un sentimento filantropico, più
moderno che lo raddolciva. Amico del vero, e persuaso che il vero si
può conciliar sempre col buono, per amor del vero egli amava pure
nell'arte la naturalezza. Il Manzoni trovò dunque nel Fauriel più
tosto un consenso che un ammaestramento; i due amici confermarono a
vicenda, ne' loro lunghi e geniali discorsi, e determinarono meglio a
sè stessi la loro poetica letteraria che riusciva al tempo stesso una
poetica della vita. Anche al Manzoni si sarebbero forse potute
rivolgere le parole che la Stael indirizzava al Fauriel: "Vous aimez
les sentiments exaltés, et, quoique vous n'ayez pas, du moins je le
crois, un caractère passionné, comme votre âme est pure, elle jouit de
tout ce qui est noble avec délices." Ingegni critici entrambi, ossia
correttivi, erano impediti essi stessi da una clamorosa e tumultuosa
dimostrazione de' loro sentimenti; poeti entrambi, non potevano
tuttavia guardare con freddezza alcun oggetto della loro critica;
moderavano dunque la passione e scaldavano la riflessione con una
specie di compenso euritmico che le metteva quasi sempre fra loro in
perfetta armonia. Il Fauriel sarebbe stato amato con ardore dalla
Stael, se egli lo avesse voluto; ma preferì una soddisfazione più
viva, quella di essere ammirato da lei, che, deposta oramai ogni
speranza di una corrispondenza amorosa, poteva quindi scrivergli: "Je
croirai moins de mal de la nature humaine quand votre âme noble et
pure me fera sentir au moins tout le charme et tout le mérite des
ètres privilégiés." Si comprende il fascino che un tal uomo dovette
esercitare sopra il giovane Manzoni al suo arrivo in Parigi, e si
capisce ancora come il Fauriel dovesse fortificarsi ne' suoi virtuosi
convincimenti, trovando adesione ad essi nell'animo di un Manzoni.
Vuolsi egli da ciò argomentare che il Fauriel fosse, nella sua qualità
di stoico, insensibile all'amore, e fargli quasi un merito di una tale
insensibilità? Non è questo il mio pensiero. Pare, invece, che l'animo
del Fauriel fosse preso, più ancora che dalle grazie, dalle virtù
della vedova del Condorcet. Essa era nata sei anni prima di lui, ma,
se egli amò alcuna donna, fu quella; ed amando fortemente quella, non
ne poteva onestamente amare un'altra; perciò Beniamino Constant,
scrivendo al Fauriel, dopo avere chiamata la Stael "la meilleure et la
plus spirituelle des femmes," si scusa, soggiungendo queste altre
parole significanti: "Je m'aperçois que le superlatif est malhonnête,
et je le rétracte pour l'habitante de la _Maisonnette_." Il Fauriel
era nato per sentire fortemente l'amicizia, degno quindi d'incontrarsi
col Manzoni che si mostrò anch'esso affettuoso e costante nelle sue
amicizie. E si può ancora riferire al Manzoni quello che il
Sainte-Beuve scrisse del Fauriel: "En lui les extrémités, les
terminaisons de l'âge précédent se confondent, se combinent à petit
bruit avec les origines de l'autre; il y a de ces intermédiaires
cachés qui font qu'ainsi deux époques, en divorce et en rupture à la
surface, se tiennent comme par les entrailles." Come il Fauriel
comunicò al Cabanis, ad un ideologo, ad un filosofo, che era pure non
grande, ma neppure infimo poeta, il proprio amore delle indagini
storiche, così ne innamorò un altro poeta più grande e più originale,
il nostro Manzoni. Il dramma _storico_, il romanzo _storico_, il
discorso _storico_, la _Storia della Colonna infame_, riconoscono per
loro padre legittimo, effettivo, il Manzoni; ma se il Manzoni ne fu il
padre, il Fauriel ne vuol essere tenuto come l'amoroso padrino. Alla
sua volta, il Manzoni, rapito da un nuovo profondo sentimento
religioso, dovea forse contribuire ad animare di nuova poesia
cristiana il sentimento stoico, quasi pagano, del Fauriel, e
aggiungere a' pensieri virili dello storico una maggior soavità di
espressione poetica. Il Fauriel poi ed il Manzoni erano di quegli
uomini, in compagnia del quali, anche non volendo, si diventa
migliore: il poeta danese Bággesen, per esempio, che era temuto da'
suoi avversarii per i suoi frizzi e per le sue invettive, presso il
sereno e virtuoso Fauriel diveniva o voleva almeno apparire un
agnello: i frammenti delle sue lettere al Fauriel pubblicati dal
Sainte-Beuve lo dimostrano. Lo stoico Fauriel, amico della vedova del
Condorcet, ma, senza dubbio, amico nel più nobile senso della parola,
dovea tenere il posto presso il Manzoni di quel Carlo Imbonati, lo
stoico discepolo del Parini, ed amico della signora Giulia Beccaria.
Quando la signora Condorcet morì nel 1822, il Fauriel venne a cercare
conforto al suo vivo, irreparabile dolore, presso il suo Manzoni, a
Brusuglio. Premesse queste poche parole intorno alle ragioni profonde
della simpatia ed amicizia che legò insieme il Manzoni ed il Fauriel,
mi giova ora, con la guida del Sainte-Beuve, seguire i discorsi che i
due grandi scrittori tennero in Parigi sull'arte loro. Ma io
discorderei tosto dall'illustre critico francese, il quale attribuiva
al Fauriel il merito d'avere, dopo la lettura del noto Carme _In morte
dell'Imbonati_, non pure consigliato al Manzoni di perfezionarsi nel
verso sciolto, ma indicatigli "les modèles qu'il préférait." Per
quanto il Fauriel fosse intelligente di poesia italiana, conviene
ammettere che il Manzoni se ne intendesse un poco più: il Fauriel
provavasi egli pure a scrivere sonetti italiani e li leggeva al
Manzoni; ma, se que' sonetti avessero avuto un vero valore, è assai
probabile che gli avrebbero sopravvissuto. Il Fauriel deve avere
semplicemente ammirato i bei versi del Manzoni, e convenuto con lui
che il miglior modello di verso sciolto italiano era quello del
Parini, che molto probabilmente il Manzoni fece conoscere al Fauriel e
non, di certo, viceversa. Il Sainte-Beuve scrive, del rimanente, egli
stesso parlando del Manzoni: "Le divin Parini, comme il l'appelait
quelquefois, fut son premier maître; mais, en avançant, son vers
tendit de plus en plus à se dégager de toute imitation prochaine, à se
retremper directement dans la vérité et la nature." Il che è vero
soltanto, se si confronti lo sciolto della tragedia con quello del
Carme per l'Imbonati, ma non potrebbe stare se si volesse riguardare
come un progresso l'_Urania_ ed altri componimenti lirici
immediatamente successivi, rispetto a quel primo Carme mirabile per
verità e naturalezza. Ma a questo punta non mi giova più citare; mi
conviene invece riferire, per intiero, quanto il Sainte-Beuve ci
lasciò scritta intorno ai discorsi principali che si tennero su
argomenti letterarii fra il Manzoni ed il Fauriel, dall'anno 1806
all'anno 1808. "Quante volte (scrive il Sainte-Beuve), correndo
l'estate del 1806 o alcuno degli anni dipoi, nel giardino della
_Maisonnette_ e fuori, per le colline di Saint-Avoie, sul pendio di
quella vetta, onde si scorge sì bello il corso della Senna, e
l'isoletta coperta di salici e di cipressi, da cui l'occhio si allarga
contento su quella fresca e tranquilla vallata, quante volte i due
amici andavano ragionando tra loro sul fine supremo d'ogni poesia,
sulle false immagini di che conveniva spogliarla, sull'arte bella e
semplice che bisognava richiamare alla vita! Certo, il Cartesio non fu
tanto insistente nel raccomandare al filosofo di deporre le idee della
scuola e i pregiudizii dell'educazione, quanto il Fauriel nel
raccomandare al poeta di liberarsi intieramente da quelle false
immagini che sogliono ricevere nome di poetiche. Bisogna che la poesia
sia cavata dall'intimo del cuore, bisogna sentire e saper esprimere i
proprii sentimenti con sincerità. Quest'era il primo articolo della
riforma poetica meditata dal Fauriel e dal Manzoni. Non è però che di
mezzo alle speranze questi non sentisse un'amarezza nel cuore. Ben
intendendo che la poesia non può corrispondere nè alle sue origini nè
al suo fine, se non opera sulla vita del popolo e della società,
scorgeva facilmente, che, per mille titoli, l'Italia non poteva
arrivare a tanto. La divisione degli Stati, il difetto d'un centro
comune, l'ozio, l'ignoranza, le pretensioni locali avevano arrecato
differenze troppo profonde tra la lingua scritta e le parlate. Quella
divenne addirittura una lingua morta. Non potè quindi prendere ed
esercitare sulle varie popolazioni un'azione diretta, immediata,
universale. E così, per una contradizione veramente singolare, la
prima condizione in Italia d'una lingua poetica, pura e semplice, era
di fondarsi sull'artificio. Il Manzoni sentì assai presto la gravità
di questo inconveniente. Egli non poteva contemplare senza un certo
piacere, misto d'invidia, il pubblico di Parigi tutto plaudente alla
commedia del Molière. Quel vedere un popolo intero che gustava e
intendeva in tutte le loro parti i capolavori del genio, come cosa
sua, quasi ponendosi in comunicazione con esso, gli pareva un sintomo
di quella vita attiva che temeva fosse divietata a una nazione divisa
In tanti dialetti. Egli ch'era destinato a riunire un giorno i più
eletti ingegni del suo paese in un concorde sentimento d'ammirazione,
egli allora non credeva possibile siffatta unanimità, o almeno
dolevasi che non potesse partire dal maggior numero. Il Fauriel lo
incoraggiava con autorità, e ponevagli sott'occhio molti illustri
esempi, anche di scrittori italiani, ricordandogli che tutti, più o
meno, ebbero a lottare con difficoltà della stessa specie." Il
soggiorno in Francia non valse di certo al Manzoni per fargli imparar
meglio quella lingua italiana, allo studio della quale egli si
appassionò poi tanto dopo il suo ritorno in Italia. Ma gli diede,
quanto allo stile, quella naturalezza, quell'agevolezza e disinvoltura
che le nostre scuole e le nostre Accademie non ci hanno mai insegnate,
avendo anzi mirato molto spesso a nascondere con la frase elegante i
pensieri, o il vuoto de' pensieri, più tosto che ad esprimerli. Il
Manzoni ammirava grandemente e sovra tutti i prosatori il Voltaire, le
opere del quale egli citava spesso, avendole fino al suo trentesimo
anno 1820 avute sempre fra le mani! Se ne privò poi, per farne dono al
proprio confessore monsignor Tosi, canonico del Duomo, poi vescovo di
Pavia, e togliersi così la tentazione di ascoltare il Voltaire
altrimenti che come scrittore, e di sorbire con l'ambrosia delle belle
parole il veleno di pensieri che quella fede cattolica, della quale
egli aveva assunta la difesa, gli comandava di riprovare.[2]
[1] L'Elogio del Cabanis recitato dal Tracy fu tradotto in italiano
da Defendente Sacchi sopra il manoscritto dell'Autore e pubblicato
nel 1834 a Piacenza.
[2] Il fatto ci è affermato dal professor Magenta, il quale aggiunge
che il Voltaire appartenuto al Manzoni "era un magnifico esemplare
parigino del 1785, di circa 100 volumi in-8°, legati in marocchino
col labbro dorato. L'egregio Carlo Tosi ne tiene quattro soltanto,
che degli altri alla morte del Vescovo non si trova che i
cartoni."
XII.
L'_Urania. _--L'Idillio manzoniano.
Fu scritto molto e forse troppo sopra gli amori molteplici e non tutti
egualmente ammirabili e confessabili di Volfango Goethe. Il capitolo
che tratta degli amori del Manzoni sarà assai più breve e più
discreto, ma, come parmi, non privo d'importanza per chi s'occupi di
psicologia letteraria. Io non piglio molto sul serio e però non dovrei
curar qui il breve disgraziato amoretto di Venezia, del quale ho già
fatto un breve cenno, perchè non sembra aver lasciata alcuna traccia
profonda nell'arte manzoniana. Ma non posso, tuttavia, passare sotto
silenzio che Niccolò Tommaseo aveva veduto un Sonetto giovanile del
Manzoni, ov'era un verso molto espressivo. Il nostro Poeta, fin da
giovinetto, aveva fermata la sua mente ad un alto ideale, e
rivolgendosi alla sua Musa inspiratrice le prometteva di serbar fede
al virtuoso ideale, arrecandone in pegno una ragione stupenda per la
sua naturalezza:
Perch'io non posso tralasciar d'amarti!
Questo bel verso ci assicura già che per Alessandro Manzoni l'amore
non sarà una debolezza, ma una sola grande virtù, e che dalla donna
egli avrebbe ricevuto soltanto inspirazioni gentili e benefiche. Dopo
avere pubblicato il Carme _In morte dell'Imbonati,_ e ricevute per
esso magnifiche lodi in Italia ed in Francia,[1] il Manzoni che, in
una variante del suo Sonetto _Ritratto giovanile,_ aveva scritto
questo verso singolarissimo:
Di riposo e di gloria insiem desìo,
contento di quel primo saggio della propria gloria, si riposò, e trovò
in quel riposo una specie di voluttà, della quale, mi si perdoni la
confusione di parole che sembrano farsi guerra, pensando prima da
stoico, poi da cristiano, godette molte volte, nella sua vita, con una
squisita compiacenza, non vorrei dire da epicureo. Di questa sua beata
pigrizia poetica egli fu più volte piacevolmente rimproverato e
canzonato da' suoi amici, uno de' quali, il poeta Giovanni Torti, lo
raffigurava, anzi, sotto il nome di
Cleon nostro
Di beato far nulla inclito speglio.[2]
Dicono che il Manzoni vecchio si compiacesse molto di quella
canzonatura dell'amico, e non mi parrebbe niente improbabile, che
quelle famose parole de' _Promessi Sposi,_ le quali si pigliano
generalmente come un complimento puro e semplice al poeta Giovanni
Torti, fossero pure un'amabile vendetta intima di Cleone. L'Innominato
una volta avea intorno a sè molti bravi, e tra questi, come si
capisce, pochi galantuomini; dopo la conversione del padrone si
dispersero, e rimasero soltanto presso l'Innominato alcuni fidati
amici, _pochi e valenti come i versi del Torti_, il quale
probabilmente ne aveva pure anch'esso dispersi e distrutti molti
cattivi, prima di far grazia ai pochi che gli parevano riusciti
secondo il suo cuore.[3] Ad ogni modo, per molti mesi dopo la
pubblicazione del Carme _In morte dell'Imbonati_, il Manzoni non
iscrisse più versi; nè gli valse "il dolce sprone" materno a toglierlo
da quella specie di letargia. Quale fu dunque l'occasione, o, per
dirla con Massimo d'Azeglio, la _tentazione tentante_ che mosse il
giovine Poeta, nell'anno seguente, a comporre il nuovo poemetto
_Urania_? A me pare di non ingannarmi dicendo semplicemente che il
Manzoni, in quell'anno, s'era innamorato della fanciulla, che divenne
poi sua moglie, Enrichetta Blondel, e che l'_Urania_ fu scritta
specialmente per piacerle. Il Poeta incomincia ad invocare le Grazie
per cantare un nuovo inno, il quale sia ascoltato, non solo all'ombra
de' pioppi lombardi, ma anco presso i sacri colli dell'Arno, ai quali
il Carme foscoliano _De' Sepolcri_, uscito nella primavera di
quell'anno, dovea più fortemente tentarlo. Anch'egli desidera venire
ascritto, non alla turba, ma "al drappel sacro" de' poeti d'Italia
"antico ospizio delle Muse." La recrudescenza nel desiderio della
gloria presso i poeti risponde quasi sempre ad una recrudescenza
d'amore; le donne amanti di poeti furono quasi sempre o autrici o
principali collaboratrici della loro gloria; anche il Manzoni, il meno
erotico forse di tutti i nostri grandi poeti, sentì crescere l'ardore
poetico all'improvviso sollevarsi nel suo petto di una fiamma gentile.
Ma, dopo ch'egli s'era scostato dagl'imitatori per accostarsi,
com'egli canta, "ai prischi sommi," la poca gloria poetica non bastava
più alla sua giovanile ambizione, _aut Caesar, aut nihil_; anche il
nostro pensava dunque fra sè, dopo avere conosciuto il Pindaro Lebrun,
o Pindaro, o Dante, o Manzoni; e, dopo avere lodato il primo, si
velava sotto la figura del secondo; per avere il diritto di ascoltare
il glorioso discorso delle Muse. Dante vien celebrato per aver primo
dato le bende ed il manto alla poesia italiana, per averla, primo,
condotta a fonti illibate, per averla, maestro dell'ira nell'_Inferno_
e del sorriso nel _Purgatorio_ e nel _Paradiso_, creata degna di
emular la madre latina:
.... e nelle stanze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu dolce maestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti. In lunga notte
Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostra.
Quanta maestà e virgiliana soavità di affetto In quel _nostro_!--A
questo punto, nondimeno, il Poeta che non ha per anco rinunciato a
tutte le reminiscenze della scuola, si ricorda troppo d'avervi
studiata la Mitologia greca; onde quello stesso Manzoni che, pochi
anni dopo, scriverà l'Ode satirica intitolata: _L'ira d'Apollo_, nella
quale, in pena d'aver posto da banda le vecchie ciarpe mitologiche, il
poeta riformato si farà giocosamente condannare da Apollo a non più
bere l'onda Castalia, a non cingersi più la fronte d'alloro, a non più
salire sul Pegaso, a non più volare, a cantar sempre in umile stile
quello ch'egli sentirà e nulla più:
Rada il basso terren del vostro mondo,
Non spiri aura di Pindo in sua parola;
Tutto ei deggia da l'intimo
Suo petto trarre e dal pensier profondo;
quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le
nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal
cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta
Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale
intonazione mitologica, e però tutto l'Inno, nel tutt'insieme, riesce
manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l'arte delle
scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore
tutto manzoniano, ove l'effetto è proprio cavato, come in molte delle
immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni:
questi, per esempio:
Fra il romor del plauso,
Chinò la bella gota, ove salìa
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.
Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel
comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del
Poeta, com'egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere,
arrossire come fanciullo. In questi altri versi, il primo è da notare
per l'equivoco della parola _amanti_, la quale si può riferire alla
Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo,
che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce,
con pena, a conseguirla; parecchi de' versi che seguono, sentono come
un soave afflato virgiliano:
V'è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. All'appressarsi,
Dell'aura sacra all'aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
Sentìa l'eletto, ed una fiamma lieve
Lambir la fronte ed occupar l'ingegno.
Poi che nell'alto della selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l'altezza
Del solitario trono, e nel segreto
Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come talvolta ad uom rassembra in sogno
Su lunga scala, o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato all'imo,
Nè mai grado calcar, nè offender sasso;
Tal su gli aerei gioghi sorvolando,
Discendea la Celeste.
L'immagine seguente ci ricorda un'analoga similitudine dantesca;
quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica,
perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso
improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di
sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che
dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più
ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l'Imbonati; ed anco
questi versi, ove l'Autore trae l'espressione dal proprio modo di
sentire, riescono pieni di poetica efficacia:
Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impaurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Per ch'ei non pianga; un tal divino riso
Con questi detti a lui la Musa aperse:
"A confortarti io vegno. Onde sì ratto
L'anima tua è da viltade offesa?
Non senza il nume delle Muse, o figlio,
Di te tant'alto io promettea."--"Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl'Immortali alcuno
Rendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi,
Chi più di me, di pregi e di cor puro,
Venerò le Camene?[4] Or, se del mio
Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli
L'egro mio spirto consolar col canto"
Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,
Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè tema
Di far, parlando, alla risposta indugio.
Allor su l'erba s'adagiàro, il plettro
Urania prese; e gli accordò quest'inno
Che, in minor suono, il canto mio ripete.
Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in
esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento
biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo
aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce
improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a
rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque
vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava
facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte
impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli _Inni
Sacri_, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il
lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata
fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'_Urania_:
.... Baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà, che all'impotente è freno,
Stimolo al forte.
Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai
mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del
Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine
dell'Inno sulla _Pentecoste_, e col precetto evangelico che la mano
sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano
insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione
dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu
mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo
occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste
classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già
vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti,
il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a
nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'_Urania_, le Muse
devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono
delle offese, e la carità benefica e modesta:
Così dal sangue e dal ferino istinto
Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo
Di lor, che a terra ancor tenea il costume
Che del passato l'avvenir fa servo.
Levâr di nuova forza avvalorato.
E quei gli occhi giraro, e vider tutta
La compagnia degli stranier divini,
Che alle Dive fea guerra. Ove furente
Imperversar la Crudeltà solea
Orribil mostro che ferisce e ride,
Viver pietà che mollemente intorno
Ai cor fremendo, dei veduti mali
Dolor chiedea: Pietà, degl'infelici
Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
Con alta fronte passeggiar l'Offesa
Vider, gl'ingegni provocando, e mite
Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
_Lo spontaneo Perdon che con la destra
Cancella il torto e nella manca reca
Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia._
Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il
sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,
.... che gl'ignoti astringe
Di fraterna catena; e tutta in fine
La schiera pia nell'opra affaticarsi
Videro, e nuovo di pietà, d'amore
Negli attoniti sorse animi un senso,
Che infiammando occupolli.
I poeti si destano e cantano alla turba le _vedute bellezze_, la terra
non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei
mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di
carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:
L'ira
V'ammorzava quel canto, e dolce, invece,
Di carità, di pace vi destava
Ignota brama.
Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi
di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un
gentile ricordo rende cari,
.... chè ameno
Oltre ogni loco a rivedersi è quello
Che un gentil fatto ti rimembri.
Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delle
Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la
vendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alle
Grazie; senza le quali nè pure gli Dei
.... son usi
Mover mai danza o moderar convito.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
E di gentile, e sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna delle Grazie attinga.
Queste implora coi voti, ed al perdono
Facili or piega. E la rapita lode
Più non ti dolga. A giovin quercia accanto
Talor felce orgogliosa il suolo usurpa;
E cresce in selva, e il gentil ramo eccede
Col breve onor delle digiune frondi:
Ed ecco il verno le dissipa; e intanto
Tacitamente il solidario arbusto
Gran parte abbranca di terreno, e mille
Rami nutrendo nel felice tronco
Al grato pellegrin l'ombra prepara.
Signor così degl'inni eterni, _un giorno,
Solo in Olimpia regnerai_: compagna
Questa lira al tuo canto, a te sovente
Il tuo destino e l'amor mio rimembri.
Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione
personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro,
perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a
discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia.
Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia
olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli
chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto
la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà
un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per
arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente
ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima
formola poetica _sentir e meditare_, con un nuovo elemento che le
mancava, _la grazia_. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver
per oggetto il _vero_, per fine _l'utile_, per mezzo _l'interessante_,
ossia il bello. Il senso dei versi dell'_Urania_ è il medesimo:
.... sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna delle Grazie attinga.
Io dubito che l'amore abbia dettato que' versi, e che nell'anno 1807
il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l'anno seguente
sposare. L'_Urania_, a malgrado della bellezza di alcune parti,
riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo
specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a
significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio
ch'e' fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto
nel Carme per l'Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi
mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar
tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l'amico Fauriel non abbia
sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da
dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel
traduceva la _Parteneide_, poema alpestre del poeta danese Jens
Bággesen,[5] ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si
crea una nuova dea della _Vertigine_, dove la _Jungfrau_ o la
_Vergine_ è allegoricamente rappresentata come una poetica persona
viva. Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il
Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in
italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel
1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che
vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un
poema originale sopra le montagne, accompagnandone l'invio al Fauriel
suo _secondo duca_ alpestre, come il Bággesen era stato il primo, con
una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto
conoscere un frammento "Alla Vergine ideale" del Danese egli opponeva
nell'epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui
conosciuta _sui colli orobii_, in una villa del Bergamasco: siamo, ove
precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio
con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell'anno 1808 innanzi
all'ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a
Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di
confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui
celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il
pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle
nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un
cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?).
Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov'era rimasta la
signora Beccaria. Il 31 agosto dell'anno 1808, il Manzoni scriveva da
Parigi al suo amico Pagani: "Ho trovato una compagna che riunisce
veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e
me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di
noi che un amore ed un volere." In Parigi nasce al Manzoni una figlia;
vien battezzata secondo il rito cattolico e le s'impone il nome di
Giulia, in onore della madrina ch'era la nonna, e di Claudina, in
onore del padrino Claudio Fauriel.
[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, per
l'Italia quelle del Foscolo.
[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nella _Torre di Capua_
raffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:
......rifuggissi alla Scrittura, o quando
S'avvenne al loco, ove il Maestro disse
Che stretto è in quel d'amare ogni comando,
Fu come gli occhi della mente aprisse:
Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando,
E amar fu sua scienza fin ch'ei visse;
Di che pur reso in suo sermon potente
Innamorava di ben far la gente.
[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti,
gli avea detto: "Da chi avete voi imparata l'arte di far versi
così corretti, così belli? _Fatene di più spessi _e crescete la
gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà
sempre il vostro Monti."
[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di
tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un
frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.
[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese
non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel
1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università
di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel
poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta
de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore
di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma
_Uggiero il Danese_, che cadde intieramente dopo la parodia che ne
fece l'Heiberg intitolata: _Uggiero il Tedesco_. Allora il giovine
poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la
Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo
protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori
di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo
specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come
una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote
dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno
1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo
ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo
universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio,
avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a
Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di
Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca.
Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi
rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel
1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove,
dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche
assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema della
_Parteneide_, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva
ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger,
coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di
Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del
pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suo _Labirinto_
provare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di
poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo
scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare
epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe
che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo
stesso suo dramma _Il perfetto Faust_, e contro l'Oehlenschlaeger
da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come
primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente
il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in
Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi,
ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore
poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava
impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo
spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il
nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen
in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi
ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e
filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima
della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle
ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai
Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi della
_Parteneide_ del Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla,
facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il
Sainte-Beuve: "A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à
la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois
retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et
sensible, l'hôte de la _Maisonnette_ et l'amant de la nature." Il
Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nella _Parteneide_,
gli aveva dato: "le sentiment des Alpes," e per questo pregio gli
perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a
quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente
la _Parteneide_ in francese, il primo gli scriveva: "Vous avez
rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été
attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré
et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur
conviennent;" il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, "réinstallé
à Milan, adressait _A Parteneide_ une pièce de vers allégoriques
dans le genre de son _Urania_, et il semblait se promettre de
faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses
montagnes. Voici" prosegue il Sainte-Beuve "un passage dans lequel
il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belle
_Vierge_ lui fut présentée par son second guide, par ce cher
Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera
d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier
jet non corrigé (_non corretto_, est-il dit en marge); il nous le
pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:"
......... Col tuo secondo duca
Te vidi io prima, e de lo sacre danze
O dimentica o schiva; e pur sì franco.
Sì numeroso il portamento, e tanto
Di rosea luce ti fioriva il volto,
Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.
Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta
D'amor primiero ti porgea la destra,
Di sì fidata compagnia, che primo
Giurato avrei che per trovarti ei l'erta
Superasse de l'Alpe, ei le tempeste
Affrontasse del Tuna, e tremebondo
Da la mobil Vertigo e da l'ardente
Confusïon battuto in sul petroso
Orlo giacesse. Entro il mio cor fêan lite
Quegli avversarii che van sempre insieme,
Riverenza ed Amor; ma pur sì pio
Aprivi il riso, e non so che di noto
Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,
E m'appressai sicuro. E quel cortese,
Di cui cara l'immago ed onorata
Sarammi, infin che la purpurea vita
M'irrigherà le vene, a me rivolto,
Con gentil piglio la tua man levando,
Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo
La man ti stesi.
Mi piace ora aggiungere che _Parteneide_ rispose al Manzoni, in
lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia
intitolata precisamente: _Parthenais au Manzoni_, la quale si
legge nella quin
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