Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
by Giuseppe Garibaldi · Italian · Gutenberg #7151 · 491,950 chars · public domain (US)
The Project Gutenberg eBook of Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico
Author: Giuseppe Garibaldi
Release date: December 1, 2004 [eBook #7151]
Most recently updated: January 17, 2013
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/7151
Credits: Produced by Carlo Traverso, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CLELIA: IL GOVERNO DEI PRETI - ROMANZO STORICO POLITICO ***
Produced by Carlo Traverso, Charles Franks, and the
Distributed Proofreading Team.
Giuseppe Garibaldi
Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
PREFAZIONE DELL'EDITORE
Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale
Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul
manoscritto non ve n'era tracciato alcuno.
L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo
acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando
la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi
l'abbiamo seguito.
Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL
GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle
idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di
risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio
intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era
più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro.
Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il
primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione
inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro,
confessandolo.
GLI EDITORI
Fratelli Rechiedei
Milano 1870
CAPITOLO I CLELIA
CAPITOLO II ATTILIO
CAPITOLO III LA CONGIURA
CAPITOLO IV I TRECENTO
CAPITOLO V L'INFANTICIDIO
CAPITOLO VI L'ARRESTO
CAPITOLO VII IL LEGATO
CAPITOLO VIII IL MENDICO
CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE
CAPITOLO X L'ORFANA
CAPITOLO XI IL RICOVERO
CAPITOLO XII LA SUPPLICA
CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA
CAPITOLO XIV SICCIO
CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI
CAPITOLO XVI LA TRIADE
CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA
CAPITOLO XVIII L'ESILIO
CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA
CAPITOLO XX ALLE TERME
CAPITOLO XXI IL TRADITORE
CAPITOLO XXII LA TORTURA
CAPITOLO XXIII I BRIGANTI
CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE
CAPITOLO XXV LO YACHT
CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA
CAPITOLO XXVII IL DESERTO
CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA
CAPITOLO XXIX LA FORESTA
CAPITOLO XXX IL CASTELLO
CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE
CAPITOLO XXXII GASPARO
CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA
CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO
CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO
CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO
CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI
CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO
CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO
CAPITOLO XL IL MATRIMONIO
CAPITOLO XLI IL BATTESIMO
CAPITOLO XLII LA SOLITARIA
CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO
CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE
CAPITOLO XLV LA PUGNA
CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA
CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA
CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE
CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA
CAPITOLO L IMBOSCATA
CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO
CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE
CAPITOLO LIII VENEZIA
CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA
CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE
CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE
CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI
CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T....
CAPITOLO LIX IL DUELLO
CAPITOLO LX ROMA
CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO
CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA
CAPITOLO LXIII IL RACCONTO
CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO
CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI
CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI
CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE
CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI
CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI
CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO
CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE
CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO
APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI
FATTI ISTORICI
ACQUAPENDENTE--MONTE LIBRETTI--VEROLA--MONTEROTONDO--MENTANA
RIEPILOGO
IL PANDEMONIO
I DUE TRADIMENTI
PREFAZIONE
1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui
campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse
i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come
dovere sacro.
2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul
debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del
vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti.
3. Infine campare un po' anche col mio guadagno.
Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna
lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente,
che far male.
Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlerò dei morti. Dei vivi
meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli
uomini si giudicano bene dopo morti.
(1) Proverbio, detto.
Stanco della realtà della vita, io stesso ho creduto bene di adottare
il genere, romanzo storico.
Di ciò che appartiene alla storia, credo essere stato interprete
fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiché particolarmente
negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli
narrare con esattezza.
Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui
mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze
del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui
scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo.
GIUSEPPE GARIBALDI
CAPITOLO I
CLELIA
Come era bella la perla del Trastevere!
Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come
folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era
maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia
avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile
robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per
fuggire dal Campo di Porsenna.
(2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna.
Oh sì! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi
ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci?
Ma le Eminenze? Codeste serpi della città santa, i cui cagnotti con
ogni più vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei
padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma?
Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua
quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3).
(3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani.
"Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, _factotum_ e
favorito di Sua Santità) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque
costo. Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può
alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al
fianco di quel vecchio imbecille"(4).
(4) Pio IX (N.d.c.).
E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla
laconica risposta di "sì Eminenza" moveva senz'altro all'infame
missione.
Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne,
robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventù romana,
non della gioventù effeminata data alle dissipazioni, piegata al
servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle
legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava.
Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la
bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i
rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura.
(5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore
Adriano
Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi
dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua
famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in
Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere,
ove padroneggiano preti.
Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di
costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e
sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa
aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non
solo, ma era adorata da tutti i vicini.
Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma
la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa
famiglia tutti si adoravano.
Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del
prelato nella sera dell'8 febbraio 1866.
Gianni si era già presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di
Fidia(6) che non se n'era accorto, perché si trovava con le spalle
voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute
si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò
sino all'altro lembo della via. Pareva già all'emissario di sentirsi
piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate.
(6) Celeber.
Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla
sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si
sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia
dello studio.
"Buona sera, sor Manlio", principiò con voce di falsetto il mal
capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno
scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un
individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di
servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia
schiatta dei Quiriti.
"Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che
finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il
cardinale Procopio,--proseguì,--m'incarica di dire a V. S. che egli
desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo
oratorio".
"E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio.
"Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con
l'E. S.".
Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta
gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza
dipendere dai preti?
Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi
protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni
d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole
pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione
delle moltitudini.
Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e
mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le
quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andrò" rispose
seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un
profondo saluto si accomiatò.
"Il primo passo è fatto", mormorò tra sé il mercurio
dell'eminentissimo; "ora è d'uopo cercare un posto di osservazione e
di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinchè il lettore lo
sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio
affidava la seconda parte in così fatte imprese.
Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi
d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto
facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle
genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per
sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene
spirituale. Ora il secolo è un po' positivo, bada al tanto per cento
più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per
mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa
d'abitatori(7)
(7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora
appena 210 mila.
Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo,
se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che
aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai
alle ribalderie commesse in servizio loro.
CAPITOLO II
ATTILIO
Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove
lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la
Clelia; appunto così s'era acceso per lei di altissimo affetto.
Clelia vinceva di beltà le più leggiadre donzelle di Roma, e forse era
altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per
una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la
sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il
cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia.
Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il
loro destino per tutta la vita.
Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli
passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad
una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde
la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con
quella del suo prediletto.
Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo
aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio
suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e
dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male
per la sorte della bella fanciulla. Imperocché i pochi eletti della
popolazione romana sanno ciò che si possa aspettare dai settantadue(9)
tanto più corrotti e lascivi quanto più son ricchi e potenti non
mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle.
(8) Preveduto (N.d.C.)
(9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma
Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiù verso la Lungara
che il nostro amico già si trovava sulle sue peste seguendolo con aria
sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le
curosità che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei
templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo è ornata la meravigliosa
metropoli del mondo.
E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno
stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna.
Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva
nascosto in seno.
Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima
volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva
svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si
sarebbe bagnato con voluttà da cannibale.
E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero
condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante
volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d'un pugnale immerso
nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno.
Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la
stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel
vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone.
"È dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don
Procopio il favorito ed il più dissoluto della caterva dei masnadieri
principi di Roma; e andò innanzi immerso nelle sue riflessioni.
CAPITOLO III
LA CONGIURA
Privilegio dello schiavo è la congiura e pochi sono gli italiani di
tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano
congiurato. E poiché il dispotismo dei preti è il più esoso di tutti,
il più degradante ed infame, si può tenere per certo che il cospirar
dei Romani dati dal dominio di questi impostori.
La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il
Colosseo; perciò Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che
si chiamava il Gianni, anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di
Campo Vaccino(10).
(10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome sì glorioso!
Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla città
santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo
mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone, o
sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito
dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e
si prepara a delizioso riposo, di vivande ripieno e di vini prelibati.
Là nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine,
tetro, imponente, segnando a questa generazione di schiavi cento
passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma,
sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle già oppresse nazioni
crollò, non cadde.
Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna
vederlo in una oscura notte di tempesta, illuminato dal lampo, scosso
dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi.
Tale era la notte dell'8 febbraio, quando i congiurati ad uno ad uno
per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle
fiere, avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe.
È privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di
Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e
forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi, perché sulla terra
dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un
gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena, ove si contende la
liberazione de' popoli.
Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re, ve ne eran varie
più spaziose delle altre, forse in antico destinate agli imperanti,
alla corte, ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non
seggioloni, non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli
adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran
per loro pareti, tribune, sedili.
Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si
vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della
libertà romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al
recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta
di mano tra i vicini, poiché tutti eran conoscenti ed amici.
Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udì nel
recinto che gridò: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce
dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia
accanto alla prima voce illuminò centinaia di fisonomie simpatiche di
giovani quasi tutti al disotto dei trenta, ed altre torcie si accesero
qua e là per vincere l'oscurità della notte.
I preti non mancan di spie e spie famose sono i preti stessi, onde ad
alcuno sembrerà strano che una massa di congiurati potesse riunirsi
impunemente in Roma. Ma bisogna riflettere che nella santa città vi
sono deserti e che il Campo Vaccino, principale di quei deserti,
racchiude tante rovine quante forse non sono tutte insieme le rovine
del mondo. Poi, in una città come quella, un mercenario, che ama la
pelle sopra ogni cosa del mondo e fa servigi più in apparenza che in
fatti, non corre ad avventurare la codarda sua vita in quelle macerie,
assai men secure delle vie di Roma ove un uomo onesto è già sì poco
sicuro.
In una città superstiziosa come è la Metropoli cattolica, non mancano
leggende di apparizioni tra le rovine, né manca chi ci crede. Anzi si
conta: che in una notte tempestosa come questa, due sgherri più
avventati degli altri, avvicinandosi nelle loro ricerche al Colosseo
scorsero una certa luce e contenti di tale scoperta, si fecero innanzi
per riconoscerla; ma che procedendo verso quella parve loro vedere
fantasmi così spaventevoli, che sopraffatti dal terrore se la diedero
a gambe, perdendovi uno il cappello e l'altro la sciabola che aveva
tentato di sguainare, ma che tremante lasciò cadere e non ebbe il
coraggio di fermarsi per raccoglierla, e via.
I fantasmi altro non erano che i nostri giovani, i quali nel ritirarsi
inciamparono nel cappello e nella sciabola e siccome le loro
sentinelle avevano osservato l'approssimarsi delle spie e la loro
fuga, ne venne che la scoperta degli insperati trofei produsse tra
loro un'immensa ilarità.
CAPITOLO IV
I TRECENTO
La prima voce che s'udì nel loggione era voce d'uno da noi conosciuto:
la voce di Attilio.
Attilio, l'intemerato, a vent'anni era stato con voti unanimi eletto
da quei generosi a capitano. Tanto è il prestigio del valore e della
virtù e, diciamolo pure, anche dell'avvenenza e robustezza del corpo!
E Attilio meritava la fiducia dei suoi compagni. Alla bellezza
dell'Antinoo egli aggiungeva il profilo e il cuore del leone.
Dopo aver girato Io sguardo sull'adunanza ed essersi assicurato che
tutti erano muniti di un nastro nero al braccio sinistro (segno di
lutto per gli schiavi, da non deporsi sino alla liberazione di Roma, e
segno di ricognizione dei trecento) Attilio così cominciò:
"Fratelli! Sono ormai due mesi che le soldatesche straniere, unico
puntello del papato, devono sgombrare e non lo fanno. Essi lordano
ancora le nostre contrade e sotto pretesti futili rioccupano le
posizioni che già aveano abbandonate quando dovevano uniformarsi alla
Convenzione del settembre 1864. Or tocca a noi. Pazientammo diciotto
anni, subimmo il doppio giogo, egualmente esacrato, dello straniero e
del prete. Ed in questi ultimi anni, pronti a menar le mani, fummo
trattenuti da quella setta ermafrodita che si chiama de' moderati, e
altra moderazione non ha e non usa che quella d'impedire il fare e il
far bene: setta infame e divoratrice siccome il prete, pronta sempre a
patteggiare collo straniero, a far mercato dell'onor nazionale pur
d'impinguare sull'erario dello Stato che trascina a sicura rovina.
Di fuori i nostri amici son pronti e noi accusano di neghittosi.
L'esercito, meno la parte legata alla pagnotta, è tutto con noi. Le
armi che aspettavamo, per distribuire al popolo, sono giunte e stanno
in luogo sicuro. Di munizioni ne abbiamo più del bisogno.
A che dunque tardare più oltre? Oual nuova occasione dobbiamo
aspettare? Il nostro grido sia: "All'armi"...".
E "All'armi! all'armi!" fu la risposta dei trecento congiurati.
La stanza romita dove forse gli antichi eroi venivano ancora nella
notte a meditare sul servaggio delle nazioni, rimbombò al grido dei
trecento giovani, che giuravano di voler libera Roma, e l'eco diffuse
tra le secolari macerie dello sterminato Colosseo il maschio grido di
quella coorte.
Trecento! Trecento come i compagni di Leonida, come gli eroi
dell'antica famiglia dei Fabii, erano i giovani nostri amici; i quali
non avrebbero ceduto il loro posto, sia di liberatori, sia di martiri
per un impero.
"Che Dio vi benedica, anime predilette!--riprese Attilio.--Non ebbi
mai dubbio dell'unanime eroica vostra risolutezza per l'opera santa!
Noi felici, cui la sorte affidò la redenzione dell'antica padrona del
mondo dopo tanti secoli di servaggio e di brutture pretine.
Or come ognuno di voi ebbe la sua parte di popolo, suddiviso per
rioni, ad educare, così quella stessa parte di popolo sia da ciascuno
di voi guidata il giorno della battaglia che non sarà lontana, il
giorno in cui verranno infranti i ceppi della nostra Roma e risorgerà
questo popolo che il prete, schiuma d'inferno, il prete solo, poteva
depravare, corrompere, abbruttire a tal segno da cambiare il
grandissimo fra tutti i popoli nel più meschino, più abbietto, ed
ultimo popolo della terra.
Sì, è stato il prete che ha avuto il merito di educare gli italiani
all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la
pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri esercitassero l'umiltà
cristiana; mentre predicava l'austerità della vita, egli sguazzava
nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco
la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a
lui se la metà di noi porta il gobbo, od ha la spina dorsale curvata!
La lotta che siamo per imprendere è santa. E a noi, non solo l'Italia,
ma il mondo sarà grato se giungeremo a liberarlo da questa
maledizione. Imperocché tenete per certo che nel mondo intero sarà
possibile la fratellanza umana ove sia liberato dai preti...".
A questo punto era arrivato col suo ardente discorso Attilio, quando
un lampo improvviso illuminò la vasta navata del Colosseo, come se a
un tratto mille torcie si fossero accese per incanto. Al lampo tenner
dietro le tenebre più fitte di prima ed un terribile tuono scosse fino
dalle fondamenta la sterminata mole.
Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la
morte in qualunque guisa, né rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse
colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un
seguito della meteora, s'udì una voce di disperazione risonare nel
vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori
di sé, grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai
congiurati.
Silvio fu il primo che la riconobbe, e:
"Povera Camilla!" sclamò il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera
Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che
l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe
servire di stanza".
Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti
di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna
al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata
verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno,
trattenerla.
"Vedendo una giovane donna--dissero le sentinelle--abbiamo creduto
farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per
arrestarla. In altro modo ci è stato impossibile il farlo".
Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli
occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e
cadde a terra boccone, così dolorosamente singhiozzando da intenerire
le pietre.
CAPITOLO V
L'INFANTICIDIO
Si ritrae dalle statistiche che Roma è la città ove nascono in maggior
numero i figli naturali.
E degli infanticidi quale è la cifra che danno le statistiche?... Nel
1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle
ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in
ogni convento non mancavano mai gì'istromenti di tortura e l'ossario
dei bambini.
Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate
ancora? Un senso d'orrore rivolta ogni anima che non sia di prete
dinanzi a tale spettacolo.
Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all'ipocrisia,
deridendo la credulità degli stupidi, è naturalmente propenso a
satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli
contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i
frutti della seduzione o della violenza?
E così, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana
per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castità.
La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime
della scelleraggine e dell'impostura.
Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere andò nel carnaio degli
innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri
dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s'aggira
per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia.
Nata contadina l'infelice Camilla ebbe come l'Italia il dono funesto
della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine,
soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di
Camilla, a poca distanza di Roma. E s'era colà innamorato della
fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l'ottenne e si
fidanzarono. Era una bella coppia quella dell'avvenente e robusto
cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano
anticipatamente con l'anima le delizie della loro unione.
Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli
della corruzione. I bracchi dell'Eminenza avean fiutato la colomba e
quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, è ben
difficile non cada.
In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre,
sì comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il
matrimonio venisse ritardato e più facile si rendesse il disegno degli
avvoltoi su quella preda gentile.
Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle
frutta in piazza Navona e lì una fruttaiola comprata da Gianni tese
tante lusinghe e reti all'innocente contadina che la fece finalmente
cadere nella trappola.
La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minacciò
svelare l'arcano, onde temendo del padre e dell'amante, la povera
Camilla si lasciò persuadere ad occupare una stanza nel palazzo
Corsini ove a bell'agio il cardinale poteva continuare la tresca
coll'infelice.
Il parto riuscì un bambino e quel bambino fu destinato come tanti
altri al carnaio.
Camilla ne impazzì e grazie alla generosa pietà del porporato, il
quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte
però, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la
pazzarella riuscì a guadagnare l'aria libera. Uscì, vagò, vagò a lungo
in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finché per
caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce,
avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea
rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano
all'ingresso dell'anfiteatro.
L'istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl'individui che
almeno non avevano l'aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma
Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolò, salì e
giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento.
Povera Camilla! E Silvio che l'aveva riconosciuta, raccontava ai
compagni la storia dell'infelice. "È tempo,--ripigliava Attilio,--di
purgare la nostra città da questo immondo pretume" ed un lampo di
sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli
artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale
venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro,
Attilio sclamò:
"Maledizione a quell'indegno Romano che non sente l'umiliazione della
sua patria e che non è pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de'
tiranni che la deturpano facendone una cloaca".
"Maledizione! Maledizione!" rimbombò per più minuti l'ampia volta
delle ruine, ed il tintinnio de' ferri cozzanti, faceva riscontro al
clamore delle voci; terribile musica all'indirizzo de' corrotti e
scellerati padroni di Roma.
"Silvio!--ripigliava Attilio--questa fanciulla più infelice che
colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai.
Vanne e l'accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi,
non mancherai al tuo posto".
E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata
Camilla. Costei alla vista dell'amante parve quasi per incanto calmata
dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come
un agnello.
Silvio le si accostò, sollevolla, l'avvolse nel proprio mantello e
dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso
l'abitazione di Marcello.
"Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le
mani!...".
"Pronti! Pronti!" ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto
delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine.
CAPITOLO VI
L'ARRESTO
Cencio, come fra la gioventù Romana suole a parecchi accadere, era
disceso più per colpa dei genitori che propria, nell'abbiezione in cui
l'abbiamo trovato.
Onesto carpentiere, il padre avea sposata una di quelle tante donne
uscita dal connubio dell'alto clero con femmina Romana(11).
(11) Come può essere diversamente con un clero ricco ed una
popolazione povera?
Costei non ignorava la non mediocre sua nascita e vanarella sognava
poter innalzare il proprio figlio al disopra dell'umile condizione del
padre suo. Essa faceva gran conto sulla protezione dell'Eminente
genitore e le pareva che questi dovesse proprio occuparsi del suo
nuovo nato. Stolta! che non sapeva come i godimenti mondani sieno la
sola norma dei porporati predicatori della vita eterna e che, una
volta satolli, costoro distruggono o abbandonano la prole.
E Cencio destinato dalla madre allucinata a grandi cose non curò
imparare l'arte del padre, si diede dell'aria e finì, ostentando una
condizione che non era la sua, a precipitarsi nel vizio e vendersi
finalmente al primo ministro dei piaceri di un'Eminenza.
Dalla stanza dove lo aveva collocato Gianni egli non perdeva Manlio di
vista; ed una sera mentre l'artista stava intento al lavoro piomba
Cencio nel suo studio e con voce commossa, si fa così a supplicarlo:
"per l'amore di Dio! voglia permettermi di rimanere qui un istante,
sono inseguito dalla polizia... mi cercano per imprigionarmi.
L'assicuro,--continuava l'impostore,--che non ho altro delitto, tranne
quello d'esser liberale; nel calore di una disputa ho detto
francamente che la caduta della repubblica era stato un assassinio.
Per tutto questo mi vogliono arrestare!".
Così terminando il suo discorso Cencio per dare alle sue parole
maggior colore di verità, fingeva di cercare dietro i marmi, ond'era
ripieno lo studio, un nascondiglio che lo coprisse dalla vista della
strada.
"I tempi corrono difficili", pensò Manlio fra sé, "c'è poco da fidarsi
del prossimo; ma come si fa a cacciar di casa un compromesso politico?
come si fa a mandarlo a crescere il numero degli infelici che gemono
nelle prigioni dei preti?".
"Poi,--pensava Manlio sbirciando il nuovo venuto,--il giovane mi
sembra di buon aspetto. Giunta che sia la notte, potrà facilmente
trovare uno scampo".
E l'uomo onesto condusse lui stesso Cencio nella recondita parte dello
studio, non sospettando di certo ch'egli albergava un traditore.
Non passò molto che una frotta di sgherri sfilando lunghesso la via si
fermava davanti lo studio e vi penetrava chiedendo al proprietario il
permesso di farvi una visita domiciliare per ordine superiore.
Non è difficile trovare il nascondiglio di uno che vuol essere
scoperto. Poi il capo degli sgherri già d'intelligenza con Cencio lo
avea da lontano veduto entrare ed era certo di non dover frugare
invano.
Povero Manlio! poco sospettoso, come lo è generalmente la gente
onesta, cercava di persuadere il briccone che nulla o nessuno si
trovava nel suo studio che potesse dar sospetto alla polizia e
procurava frattanto di guidare i cercatori in parti diverse da quella
del nascondiglio di Cencio.
Ma il malandrino per abbreviare l'indagine che lo annoiava tirò per le
falde dell'abito il capo-birro, mentre gli passava daccanto e questo
con un piglio vittorioso afferrando il complice per il collo:
"Oh! Oh! voi renderete conto al Governo di Sua Santità del ricovero
dati ai nemici dello Stato" disse, pavoneggiandosi il galeotto. E
aggiunse "seguirete immediatamente in carcere il colpevole che avete
voluto albergare".
Manlio poco avvezzo al contatto di quella canaglia era rimasto
sbalordito. Ma alle minaccie del furfante sentì il sangue ribollirgli
nelle vene e lo sguardo gli corse tosto ai ferri che adornavano lo
studio. Eran scalpelli, martelli, mazze e Manlio stava lì lì per
impugnare un pié di porco massiccio e fracassare con quello il cranio
dell'insolente, quando apparve scendendo dalle scale Clelia preceduta
dalla madre.
La vista di quelle care creature fiaccò lo sdegno dell'artista. Esse
avevano dal balcone vista entrare quella insolita visita e non
vedendola partire ed avendo sentito qualche cosa d'imperioso nella
voce del birro, tementi e curiose discesero nello studio.
Era il crepuscolo della sera e siccome nel piano generale dell'arresto
di Manlio era stabilito non lo si avesse a condurre in prigione di
giorno, per paura di qualche riscossa dai Transteverini che amavano e
rispettavano il nostro amico, così calcolò il capo-birro che a lui
conveniva differire la traduzione dei prigionieri: onde col piglio
simulatore della volpe. "Via dunque", rivolto a Manlio gli disse:
"tranquillate le vostre donne, la cosa finirà in niente. Voi verrete a
rispondere ad alcune interrogazioni e questa sera stessa, io lo spero,
potrete tornare a casa vostra".
Vane furono le rimostranze delle donne, e Manlio sdegnando di
supplicare il birro, incamminossi di lì a poco colla tristissima
compagnia.
CAPITOLO VII
IL LEGATO
Il fenomeno della insaziabile tendenza pretina al solo godimento dei
beni materiali è cosa a tutti nota, mentre pur tutti sanno egualmente
che per il resto del mondo, cioè per chi non è prete, essi predicano e
millantano i beni spirituali d'una vita avvenire _colla gloria del
paradiso!_
Osservate bene e ben ponderate quella gloria dei preti: "_Gloria del
Paradiso! Maggior gloria di Dio!_". Udite sacrilegio da impurissima
bocca: _Gloria a Dio!_ Come se l'Onnipossente, l'Eterno, l'Infinito
potesse essere illustrato, glorificato da quella razza di vermi! Agli
stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio; ai
preti la crapula, ricchezze e lussuria, sempre per la maggiore gloria
di Dio!
Oggi non più ma in passato, i preti, a forza d'imposture e per
l'ignoranza delle genti accumularono sterminate ricchezze. Esempio ne
sia la Sicilia ove la metà dell'isola apparteneva ai preti e frati
d'ogni specie.
E due erano le principali sorgenti delle ricchezze loro. La prima
proveniva dalle donazioni dei grandi, i quali dopo aver trascinata
un'esistenza di delitti credevano, cedendo al clero una parte dei loro
furti, rendere legittimo il possesso dell'altra e sottrarsi al castigo
di Dio.
La seconda sorgente di ricchezze i preti la derivavano al capezzale
degl'infermi ove padroni dei loro ultimi istanti, colle paure
dell'Inferno e del Purgatorio da loro suscitate, carpivano legati e
bene spesso l'intere eredità dai morenti a pregiudizio dei figli che
riduceano senza pietà alla miseria.
Correva il dicembre del 1849. La Repubblica Romana, sorta dai voti
unanimi dei rappresentanti legittimi del popolo, era stata sepolta da
alcuni mesi dalle bajonette straniere. I preti ripigliata l'antica
possanza dovevano riempire le prebende un po' smunte da quegli eretici
di repubblicani ed il conforto, la cura, il sollievo delle anime
dovevano ancora provvedere al conforto, alla pienezza, alla libidine
di quei corpi beati!
Erano di poco trascorse le nove e fittissima era calata la notte sulla
piazza quasi deserta della Rotonda. Sapete voi cos'è la Rotonda?
Quella chiesuola ove ogni mattina poche donnicciuole vanno a far
corona ad un pretuncolo per la maggior gloria di Dio? Ebbene la
Rotonda è il Pantheon dell'antica Roma! Un tempio che conta duemila e
più anni, e direste eretto appena ieri tanto la sua conservazione è
perfetta, tanto la sua architettura è sublime.
Ogni colonna del suo peristilio sarebbe pagata a peso d'oro
dall'antiquario straniero ed il gigante della scoltura Michelangelo,
cui questa _Rotonda_ bastava a turbare i sonni, non fu tranquillo se
non dopo di avere innalzato nello spazio quel tempio di tutti i dei e
postolo come cupola sul colosso monumentale dell'universo(12).
(12) Il Tempio dì S. Pietro.
Ma il prete ne ha fatto la _Rotonda_, come del Foro Romano, ove
s'adunavano i padroni del mondo per discuterne le sorti, ne fece un
_Campo Vaccino!_
Erano dunque le nove d'una notte oscura di dicembre ed a traverso la
piazza della Rotonda si vedeva scivolare qualche cosa di nero che
t'avrebbe posti i brividi nelle ossa, fossi tu stato uno dei
coraggiosi militi di Calatafimi.
Era ribrezzo o paura il sentimento svegliato dall'apparizione di quel
fantasma? Non lo saprei spiegare ma credo fosse l'uno e l'altra ed
erano giustificati entrambi, poiché sotto la nera sottana che ti
scivolava davanti, batteva il cuore d'un demonio, anelante al
compimento di tale delitto, che solo l'anima d'un prete può ideare ed
eseguire.
Giunto al portone di casa Pompeo, situata in un lato della piazza, il
prete dava mano al battente, lo lasciava cadere leggero, quindi
tiravasi un po' indietro, ricercando collo sguardo la fitta tenebria,
timoroso ch'alcuno non lo scorgesse mentre era intento a compiere la
scena scellerata, ch'egli doveva aggiungere ai lugubri drammi della
sua vita d'infamie.
Ma chi si curava del perpetratore d'un delitto ove dominavano il
mercenario straniero ed il prete! Dove in una popolazione immensa, il
poco di buono che c'era, stava imprigionato, proscritto, o ridotto
alla miseria?
Il portone della nobile casa venne schiuso. Il portiere riconosciuto
il reverendo padre Ignazio, con un strisciante inchino lo salutò,
baciògli la mano e gli fece lume accompagnandolo fino ai primi gradini
della scala più per cerimonia che per bisogno essendo già ben
rischiarato dalla lampada l'ampio scalone d'una casa delle più
opulente di Roma.
"Ov'è Flavia?" chiese il chiercuto al primo servo che gli capitò
davanti, e Siccio, che tale era il nome del servo, proprio Romano
davvero e poco simpatico all'uccello di cattivo augurio: "Al capezzale
della morente" rispose, e voltò le spalle.
Ignazio con passo frettoloso, siccome ben pratico della casa,
s'incamminò verso una stanza da letto che chiudeva una serie di
salotti e di stanze ricchissime. Giunto alla porta faceva udire
(sommesso però) certo grugnito che avea del bestiale, ma ben inteso e
capito egualmente, poiché in un attimo, lo schifoso ceffo d'una
vecchia suora comparve sull'uscio, schiuse, introdusse premurosamente
il prete e scambiò con lui uno di quegli sguardi che avrebbero
agghiacciato il sole, se fossero stati ricambiati al suo cospetto.
"È fatto?". "È fatto!" era la risposta della donna, ed entrambi
s'incamminarono verso il giaciglio della morente.
Don Ignazio trasse di sotto alla gonnella una boccetta, ne vuotò il
contenuto in un bicchiere ed aiutato dalla suora, sollevò il capo
della moribonda che aprì macchinalmente la bocca e bevette fidente od
inconscia tutta la pozione.
Un sogghigno di soddisfazione infernale volava dall'uno all'altro viso
dei due scellerati. Abbandonarono sui cuscini il capo già insensibile
della vecchia infelice, si ritirarono quindi tranquillamente a sedere
in un angolo della stanza. Quivi Flavia passava nelle mani del prete
un foglio; questi, senza leggerne il contenuto, che ben conosceva,
volava coll'occhio alla firma, la fissava per qualche momento, poi
ripiegando lo scritto, lo intascava con mano convulsa, senza
aggiungere altro che un "Sta bene! Voi avrete la vostra ricompensa!".
Era quel foglio il testamento della signora Virginia, madre di Emilio
Pompeo, morto sulle mura di Roma, da piombo napoleonico. La moglie di
Enrico dopo averlo assistito nella lunga agonia, vinta dal dolore,
alla sua volta soccombette lasciando un bimbo di due anni, unica prole
orbata dei genitori, cui rimaneva soltanto l'appoggio della vecchia
ava.
Virginia amava ancora il suo Muzio, unico rampollo dell'antichissima
stirpe dei Pompei, con affetto vìvissimo, e certo non avrebbe mancato
di lasciarlo in possesso della vasta eredità di famiglia: ma che
volete? come tante donne ignorava che sotto la nera sottana batte
l'anima dell'inferno.
Don Ignazio con quella ipocrisia e sottigliezza che paiono privilegio
della casta pretina, Don Ignazio confessore della vecchia, a forza di
giri e rigiri era pervenuto ad ottenere che sul suo testamento
s'introducesse un legato a suffragio delle anime del Purgatorio, ma se
questo accontentava le anime del Purgatorio, non rendeva pago lo
scellerato, il quale agognava all'intera proprietà della casa Pompeo.
Ammalatasi la vecchia Virginia, Ignazio le fece accettare Flavia per
infermiera e col suo mezzo, e assiduamente vigilandola senza quasi
permettere ch'altri l'avvicinasse, quando il corpo e la mente
dell'infelice per l'aggravarsi del male s'andarono indebolendo, il
ribaldo non trovò difficoltà a sostituire al testamento che portava il
legato un nuovo testamento che lasciava per intero l'eredità Pompea
alla corporazione di S. Francesco di Paola, creando per giunta don
Ignazio stesso esecutore testamentario.
Non mancavano i testimoni _idonei_ e la bigotta sottoscrisse la
miseria e lo spoglio dell'infelice bambino per impinguare la crapula
di quei figli della maledizione.
Intanto Muzio, diseredato, dormiva placidamente nella sua cameretta
ancora adorna dalla mano materna in un magnifico letticino. Orfano
infelice! che il domani doveva svegliarsi mendico.
CAPITOLO VIII
IL MENDICO
Diciott'anni sono trascorsi da quella sera fatale in cui un prete nero
nero come la befana avea traversato la piazza della Rotonda per
commettere il nefando delitto che abbiamo narrato e noi ritornando
sulla stessa piazza vediamo appoggiato ad una delle colonne del
Panteon un mendico avvolto nel solito mantello foggiato a toga.
Non era questa volta una notte oscura di dicembre. Era un tramonto
procelloso di febbraio.
Il mendico teneva avvolto intorno alla persona lo sdruscito mantello
tanto da nascondere anche la parte inferiore del viso ma alle scarse
sembianze che rimanevano svelate scoprivasi una di quelle fisonomie
che vedute una volta ti restano impresse per tutta la vita.
Un naso Romano divideva due occhi azzurri che avrebbero abbarbagliato
un leone: benché coperte il contorno delle spalle era mirabile e
mostravano di appartenere a tale che non sarebbe stato facile
insultare impunemente. L'attitudine, il contegno della persona
apparivano imponenti, e lo scultore spesso dovette aver ricorso a quel
mendico quando volle inspirarsi ad un atteggiamento eroico(13).
(13) Il modello e la modella sono professioni apprezzate in Roma,
terra classica di pitture e sculture.
Un piccolo tocco sulla spalla scosse il mendico dalla sua immobilità
contemplativa. Si volse e con piglio famigliare disse al sopravvenuto:
"Sei qui fratello!" e sembrava veramente un fratello di Muzio quegli a
cui egli dava quel nome. Egli era Attilio, l'amico nostro, il quale
alle parole di Muzio soggiunse:
"Sei tu armato?".
"Armato?" rispose alquanto sdegnoso il mendico.
"Il mio ferro, tu lo sai, fu il mio solo retaggio, tutto il mio
patrimonio! vuoi tu ch'io l'abbandoni, io che l'amo quanto tu poi
amare la tua Clelia ed io... la mia?". Poi, levando in alto gli occhi
dopo un istante di pausa con amaro piglio continuava: "Ma e che giova
l'amore ad un mendico, ad un reietto della società umana? Chi crederà
che palpiti qualche cosa sotto un petto coperto di cenci?".
"Eppure," soggiungeva Attilio, rispondendo alla digressione del
mendico, "quella bella straniera, sono sicuro che ti ama, quanto è
capace di amare una donna".
Muzio tacque e d'improvviso annuvolossi, il che Attilio scorgendo e
dubitando si sollevasse qualche tempesta nell'animo contristato
dell'amico lo prese dolcemente per mano e gli disse: "Vieni" e Muzio
lo seguì senza proferire parola.
Intanto la notte scendendo, copriva col nero suo manto la città
eterna. Per le vie silenziose, i passanti s'eran fatti più radi,
l'ombre dei palagi e dei monumenti si confondevano colle tenebre e
solo alcune pattuglie di stranieri rompevano il silenzio della notte
col loro passo misurato e pesante.
Preti a quell'ora se ne incontravano pochi. Non s'incomodano, né si
fidano: la tepida sala è preferibile alla squallida via, poi nella
notte sono poco sicure le strade di Roma ed i preti, meno di
chicchessia, amano di mettere la preziosa loro pelle in pericolo.
"La finiremo un giorno con questi mercenari che la fan da birri ai
preti" diceva il mendico tornato in calma al suo compagno.
"Oh sì! la finiremo, e presto" rispondeva Attilio.
Così discorrendo ascendevano il Quirinale, oggidì Monte Cavallo, per
le due famose statue equestri, capo-lavoro dell'arte greca che sulla
piazza si ammirano.
Giunti a pié dei colossi si fermarono entrambi. Attilio tolto di tasca
un acciarino ne trasse delle scintille; all'estremità della piazza lo
stesso segnale si ripetè, e allora i due amici si avanzarono.
Prima di giungere all'ultimo limite della piazza un militare del
picchetto di guardia al palazzo facevasi innanzi, stringeva la mano ad
Attilio e conduceva i due verso una porticina laterale al portone
d'entrata. Entrarono. Passato un angusto corridoio salirono una
scaletta e si trovarono in una stanza apparentemente lasciata a
disposizione del comandante la guardia.
Tutti gli arredi della stanza consistevano in un desco ed alcune
sedie; sul desco varie bottiglie, parecchi bicchieri ed un lumicino ad
olio. Quivi, dopo aver fatto sedere gli ospiti, ed essersi lui pure
seduto, il militare ruppe il silenzio dicendo:
"Beviamo un bicchiere d'Orvieto, compagni, che val più d'una
benedizione del Santo Padre, in questa notte d'inverno", e presentava
così dicendo un calice del benefico liquore ai due amici.
"L'han dunque condotto qui Manlio?" chiese Attilio appena libato il
primo sorso.
"Qui, siccome ti ho avvertito", riprese Dentato il sergente dei
dragoni; "fu la scorsa notte verso le undici, e lo hanno rinchiuso in
una segreta come fosse un gran delinquente. Dicono però che presto lo
trasporteranno in castel S. Angelo, essendo queste prigioni soltanto
di transito".
"E si sa per ordine di chi sia stato arrestato?" riprese Attilio.
"Eh! per ordine del favorito, del cardinale ministro; si dice e si
aggiunge," continuò il militare, "che Sua Eminenza voglia stendere la
mano potente non solo sul padre, ma anche sulla figlia, la perla di
Trastevere".
Un movimento convulsivo di rabbia agitò Attilio alle ultime parole del
sergente e:
"A che ora tenteremo di liberarlo?" chiese con visibile impazienza.
"Liberarlo! ma siamo in pochi per riuscire davvero", rispose Dentato.
"Fra un'ora sarà qui Silvio con dieci dei nostri; con tal rinforzo
saremo sufficienti ad assalire tutta quella caterva di birri e di
preti", soggiunse Attilio con accento d'uomo convinto.
Un istante di silenzio successe a queste ultime parole. Allora
Dentato:
"Poiché hai deciso di tentare questa notte, dovremo aspettare almeno
sino alle dodici. Allora direttori e custodi saranno in potere di
Bacco e forse già addormentati. Il mio tenente poi ha trovata certa
Lucrezia nelle vicinanze, la quale basterà per tenercelo discosto fin
presso al mattino".
Le parole di Dentato furono tronche dall'entrare del dragone lasciato
di guardia alla porta, il quale annunzio l'arrivo di Silvio co' suoi.
CAPITOLO IX
LA LIBERAZIONE
Una delle cose ch'io notai come straordinaria in Roma fu il contegno e
la bravura del soldato Romano. Quei soldati propriamente che si
chiamano _soldati del Papa_ e servono il più schifoso dei governi
hanno conservato certo robusto piglio marziale e tanto valore
individuale da far stupire davvero.
Alla difesa di Roma ho veduto gli artiglieri Romani combattere con
tale coraggio da andarne superbo, ed ho pure veduto i pochi dragoni,
allora esistenti, condursi valorosissimamente.
Nelle frequenti risse tra soldati romani e stranieri dopo caduta la
città non v'è forse esempio di Romani sopraffatti, anche se gli
avversari prevalevan di numero.
I preti lo sanno, e sanno pure che il coraggio disdegna essere guidato
dalla viltà e sono certi che in caso d'insurrezione i soldati romani
saranno col popolo; di qua il bisogno di mercenari, di qua le
implorate invasioni straniere tutte le volte che il popolo accenna di
avere perduta la pazienza.
Silvio fu accolto dalla brigata con amorevolezza. Anch'egli era uno di
coloro che portavan nell'anima l'impronta del romano antico e su cui
il compagno poteva fidare come sul proprio ferro.
"I nostri sono al loro posto. Li ho rimpiattati", disse Silvio, "tra
le gambe dei cavalli di granito. Saranno pronti al primo cenno".
"Bene" rispose Attilio. Poi impaziente di farla finita, rivoltosi a
Dentato: "il mio piano" soggiunse, "è questo: io andrò dal custode
delle carceri con Muzio per le chiavi e tu guida Silvio co' suoi dieci
per assicurarti dei birri collocati alla porta delle prigioni".
"E così sia" rispose Dentato; "Scipio (il dragone che annunziò Silvio)
ti condurrà dal custode. Ma bada ch'hai a fare con un demonio. Quel
signor Pancaldo è capace di metter le manette al Padre Eterno ed una
volta che lo tiene non lo lascia andare nemmeno per la gloria del
Paradiso. Bada ai fatti tuoi!".
"Lasciami fare" replicò Attilio, e senza perdere più tempo
incamminossi con Muzio sui passi di Scipio che li precedeva.
Un'impresa di questo genere non presenta in Roma le difficoltà che
presenterebbe in altro Stato ove il Governo è più rispettato ed i suoi
agenti meno avviliti, ma qui ove il soldato non s'inspira all'amore di
patria, al decoro nazionale, all'onore della bandiera, ma sa di
servire un governo d'impostori, disprezzato e maledetto da tutti, qui,
dico, tutto è possibile ed il giorno in cui lo straniero porrà davvero
il piede fuori di Roma, quello stesso giorno il governo delle sottane
sfumerà davanti al disprezzo dei cittadini e dei soldati romani.
Dentato condusse la brigata di Silvio verso il picchetto de' birri
stanziati alla porta del carcere e ciò non era difficile essendo lui
sergente di guardia ed avendo i dragoni la custodia esterna del
palazzo. Era inteso che egli non doveva svelarsi, potendo giovare di
più se l'affare si fosse andato ingrossando.
Silvio, avendo dal difuori adocchiato la sentinella, attese che nel
suo uniforme va e vieni gli avesse rivolte le spalle e allora colla
destrezza ed agilità con cui si avventava sul cignale della foresta le
fu sopra in un baleno, colla sinistra l'agguantò al collo, colla
destra le tolse il fucile ed assestandole un colpo di ginocchio nel
fianco la rovesciò supina sul pavimento. I suoi compagni che l'avean
seguito da vicino prima che il rumore delle grida e della caduta
potesse sollevare in armi il picchetto gli furon sopra e con garbo ma
senza cerimonie, mentre i birri fregavansi gli occhi, te li pigliarono
tutti e incominciarono a legarli.
CAPITOLO X
L'ORFANA
Quando Silvio colla disperazione nell'anima ebbe raccolto la povera
Camilla nel Colosseo e la condusse verso la casa di Marcello non una
parola fu articolata dai due durante il viaggio.
Silvio aveva un cuore d'angelo. Egli sapeva che la società tollera
ogni specie d'impudicizia, colla sola condizione che le apparenze si
salvino; ma che si mostra inesorabile contro l'errore di una fanciulla
sia essa stata la vittima dell'insidia o della violenza. Egli sapeva
che mercé questo pregiudizio passeggia a fronte alta il delitto, e
vilipesa è l'innocenza tradita. In cuor suo protestava contro questa
evidente ingiustizia. Egli che aveva tanto amato la sua Camilla e che
la ritrovava ora sì infelice, poteva egli non impietosirsi alla sua
sorte? Oh! anche in questa terribile notte egli avrebbe difeso la
povera fanciulla contro un esercito!
Pieno di questi sensi gentili ei la sorreggeva poiché la sentiva
stanca e lei si contentava di quando in quando di alzare uno sguardo
timidamente supplichevole verso il suo protettore. Così camminavano
verso la casa paterna che Silvio non aveva più riveduta dacché era
stata deserta da Camilla, e camminavano silenziosi.
Un terribile presentimento invadea l'anima d'entrambi e l'ombra della
notte copriva su quelle interessanti fisonomie un aspetto di mestizia,
di disperazione, di dolore che s'andavano a seconda dei loro pensieri
alternando.
Alla casa di Marcello giungevasi per un viottolo perpendicolare alla
strada maestra, dalla quale distava circa un cinquecento passi.
Entrati che furono nel viottolo (e già cominciava ad albeggiare)
l'abbaiare d'un cane scosse Camilla dal suo letargo e sembrò
infonderle nuova vita. È Fido! "Fido!" essa esclamò con una ilarità
che da molti mesi erale sconosciuta, ma al tempo istesso come le
avesse balenato un lampo nella mente, le si allacciò l'abbiettezza
della sua presente condizione, si staccò dal braccio di Silvio, Io
guardò e rimase sbalordita ed immobile come fosse una statua.
Silvio s'avvide di tutto--come leggesse nell'animo di lei e temendo di
qualche ritorno alla pazzia s'avvicinò amorevolmente, e: "vieni
Camilla" le disse "è il tuo Fido che ti ha udita, e ti ha forse
riconosciuta". E non aveva infatti terminate ancora quelle parole
quando il bracco apparve e indeciso prima, poi con una corsa furiosa
si slanciò sulla sua padrona e saltellando, lambendo, urlando presentò
una scena che avrebbe intenerito un animo di bronzo. Camilla
inchinatasi automaticamente per corrispondere alle carezze
dell'amoroso animale proruppe in un pianto dirottissimo.
La fatica e l'emozione avevano affranto quella buona ed infelice
creatura. Adagiata sul terreno pareva incapace di rialzarsi; onde
Silvio la coprì col suo mantello per preservarla dal freddo mattutino
ed egli frattanto si avanzò in esplorazione.
L'abbaiare di Fido doveva avere svegliato chi si fosse trovato nella
casa e veramente, appena Silvio vi fu giunto, scorse un giovinetto di
circa dodici anni sulla soglia e conosciutolo lo chiamò per nome:
"Marcellino!". Il giovinetto che sulle prime erasi insospettito di una
visita sì mattutina, quando riconobbe la voce amica corse incontro a
Silvio e teneramente gli si avvinghiò al collo.
"Ov'è tuo padrino?" chiese il cacciatore, dopo ricambiate le amorevoli
accoglienze del fanciullo. Ma questi rimase muto. "Ov'è Marcello?"
ripeteva l'altro ancora. Singhiozzando dolorosamente il giovinetto
mormorava "Morto!".
Silvio commosso alla scoperta di tante sventure si lasciò cadere su di
un gradino della soglia senza poter articolare parola e lui pure come
la Camilla sentì bagnarsi il volto dalle lagrime.
"Oh! Dio giusto!" sclamava Silvio lagrimoso, "come puoi tu permettere
che per contentare le disoneste voglie di un mostro tante e sì buone
creature siano ridotte all'abbiezione ed alla morte!
"Se l'ora della vendetta non fosse vicina e se la speranza di presto
immergere questo pugnale nel cuore dell'assassino non mi trattenesse,
mi frugherei con esso le viscere per non vedere più oltre un solo
giorno di umiliazione e di sciagura della povera patria mia!".
Intanto l'infelice Camilla all'alito soave dell'aria nativa, spossata
com'era dalla fatica della mente e del corpo, dallo stupore e dal
letargo, era passata ad un sonno provvidenziale e riparatore.
Quando Silvio e Marcellino giunsero accanto a lei s'accorsero che
dormiva, onde Silvio vietò la si destasse, dicendo: "A che svegliarla
alla sventura! Essa avrà tempo abbastanza per piangere e trascinare
una vita di dolore e di pentimento".
CAPITOLO XI
IL RICOVERO
Noi vedemmo Attilio, Silvio e Manlio, dopo che quest'ultimo fu
liberato, incamminarsi per la campagna e dirigersi per l'appunto verso
la dimora di Marcello, ora occupata da Camilla e dal giovine
Marcellino.
Essi camminavano silenziosi, ciascuno sotto la grave soma de' suoi
pensieri. Manlio contento d'esser libero, comunque fosse, (poiché è
preferibile essere morti al trovarsi nelle prigioni dei preti sotto
l'imputazione di delitto politico), volava col pensiero verso la sua
Silvia e la sua Clelia che erano l'Eden della sua esistenza. Silvio,
il quale aveva proposto la casa di Marcello come primo ricovero per
Manlio, pensava alla necessità di trovarne un altro più recondito e
più sicuro, forse anche alle macchie Pontine in quella stagione non
pericolose; Attilio riandava nella sua mente la visita di Gianni a
Manlio, il suo ritorno in casa Procopio, le parole di Dentato sulla
vociferata ragione dell'arresto del suo amico ordinato dallo stesso
Cardinale e ravvicinando i fatti e combinando le osservazioni
sentivasi costretto a concludere che veramente una trama fosse stata
ordita dal Cardinale contro l'amata sua Clelia.
Dopo avere alquanto esitato decise di far parte de' suoi sospetti a
Manlio e tutto per filo e per segno gli raccontò. Manlio sentì pur
troppo di dover convenire nelle opinioni di Attilio e turbato da quel
sospetto, disse:
"Ma per Dio! io non voglio allontanarmi dalla mia famiglia quando essa
può trovarsi in pericolo di ricevere insulti da quella canaglia!".
Attilio lo tranquillò dicendogli:
"Subito giunti in casa Marcello, io stesso passerò da casa vostra,
avviserò le donne d'ogni cosa e vi assicuro che prima d'essere
insultati, Roma vedrà delle novità!".
Attilio benché giovane erasi acquistata la simpatia e il rispetto di
tutti, anche degli uomini maturi i quali si acconciavano facilmente ai
suoi consigli, laonde Manlio che lo amava come figlio piegò senza
molta resistenza al parere di lui.
L'alba cominciava a rischiarare il cielo, quando giunsero al viottolo
che faceva capo alla casa Marcello. Fido si fece innanzi, minaccioso
prima, poi lieto alla vista di Silvio e quando furono sul limitare
dell'uscio apparve pure Marcellino a cui Silvio chiese dove fosse
Camilla.
"Camilla!" rispose il giovane "se venite meco v'indicherò dove si
trova". E guidandoli verso un'eminenza ove Io seguirono tutti,
Marcellino additò loro un non lontano santuario, accanto al quale
scorgevasi il recinto d'un Cimitero e disse: "Là all'alba ed al
tramonto, voi potrete trovare Camilla e là essa si trova ora".
Silvio senza far motto ai compagni i quali continuavano a seguirlo,
s'avviava al luogo indicato, ove Camilla, vestita a lutto, stava
inginocchiata accanto ad un modesto tumulo di terra smossa di recente,
così assorta che non si accorse dell'avvicinarsi di gente. Silvio la
contemplava impietosito, e non osava disturbarla, sicché quando parve
che la poverella avesse terminata la sua preghiera fu udita esclamare:
"Ah! fui io sola la causa della morte del mio povero padre!". Ciò
dicendo si levò e scorse Silvio ed i compagni alla qual vista non si
turbò né alterossi ma sorrise d'un sorriso angelico al suo antico
amante e s'avviò verso la casa insieme alla comitiva.
La pazzia di Camilla avea cessato d'essere furiosa. Dal momento in cui
condotta da Silvio ritornò all'alloggio paterno s'era cambiata in una
monomania melanconica che le lasciava le apparenze di una perfetta
tranquillità. Ma il male quantunque mutato durava tuttora e la
poverina non avea ricuperata la sua ragione.
"Ove ti domandassero chi è il signore che oggi viene ad abitare con
voi, tu dirai ch'è un antiquario che studia le ruine della campagna
Romana".
Questa era l'ammonizione che Silvio credette prudente di fare a
Marcellino nel caso in cui Manlio dovesse rimanere alcuni giorni con
loro.
Attilio dopo breve consulta con Manlio e Silvio sul piano ulteriore
della fuga, lasciò subito quella casa e s'avviò solo verso Roma dove
lo chiamava il suo cuore e l'adempimento della promessa che aveva
fatta a Manlio.
CAPITOLO XII
LA SUPPLICA
Eran passati due giorni dall'arresto di Manlio e ancora non se ne
sapevano notizie. Le donne sue erano alla disperazione.
"E che sarà del tuo buon padre?" diceva Silvia piangendo alla figlia.
"Egli non s'è mischiato mai in affari compromettenti, che era liberale
sì e odiava i preti com'essi meritano d'esserlo, ma non esprimeva le
sue opinioni che con noi e coi nostri intimi; come ha potuto destare
sospetti nella polizia?".
Clelia non piangeva ed il suo dolore per la disparizione del padre,
più concentrato, era più forte di quello della madre. Anzi trovava la
forza di confortarla e: "Non piangete" le diceva, "il pianto a nulla
rimedia. Bisogna sapere ove hanno condotto mio padre e, come dice
monna Aurelia, cercare di liberarlo ricorrendo ove sia di
mestieri(14). Poi Attilio è in cerca di lui e certo, egli non poserà
finché non sappia che cosa ne sia avvenuto".
(14) Se e come sia necessario (N.d.C.)
Le due donne così ragionando cercavano di confortarsi, quando il
battente della porta annunziò una visita. Clelia corse ad aprire ed
introdusse monna Aurelia, una buona vicina ed amica della famiglia.
"Buon giorno monna Silvia".
"Buon giorno", rispondeva l'addolorata asciugandosi gli occhi col
fazzoletto. "Ecco qui" diceva Aurelia, "il nostro amico Cassio, cui ho
parlato dell'affare, ha scritta questa supplica in carta bollata per
chiedere al Cardinale-Ministro la liberazione di Manlio. Egli mi disse
che voi dovete sottoscriverla e per maggiore sicurezza presentarla voi
stessa all'Eminenza".
Silvia impicciata per la prima volta in queste faccende ripugnava
d'andarsi a gettare ai piedi d'uno di quei demoni ch'essa aveva
imparato ad odiare sino dall'infanzia. Ma come si fa? Trattavasi di
uno sposo adorato, imprigionato, forse alla tortura. E quest'idea
metteva un raccapriccio di morte in cuore alla povera donna.
Poi Aurelia consigliava ci andassero tutte due ed offrivasi di
accompagnare le amiche al Palazzo Corsini;
"Andremo dunque" diceva Silvia finalmente risoluta. In mezz'ora eran
le donne pronte, ed incamminate verso l'eccelsa dimora del delitto.
Eran le nove del mattino quando S. Eminenza il cardinale Procopio,
ministro di Stato, fu avvisato dal Questore del Quirinale della fuga
di Manlio e del modo violento con cui era stato sottratto. La furia
del prelato fu somma. Immediatamente ordinò si arrestassero quanti
birbanti attendevano alla custodia del Quirinale e delle sue prigioni
e direttori, custodi, ufficiali di guardia, dragoni, birri, tutto
quanto si trovava nel palazzo era posto in arresto per ordine
perentorio dello sdegnato ministro. Poi, dopo aver provveduto a questo
primo sfogo, fece chiamare Gianni alla sua presenza.
"E come diavolo" gridò apostrofando il Gianni appena fu entrato "non
hanno rinchiuso quel maledetto scultore in Castel S. Angelo ove egli
sarebbe stato al sicuro? Perché l'hanno condotto al Quirinale ove
quella canaglia di custodi se l'hanno lasciato fuggire?".
"Eminenza!" rispondeva Gianni "quando si tratta di qualche affare
importante come questo, l'E. V. lo affidi a me e non a quella
ciurmaglia di birri, che V. E. sa cosa sono e quanto valgono. Robaccia
vile" aggiungeva il Gianni coll'onesto intento di sollevare sé stesso
deprimendo altrui "gentaglia che si lascia egualmente impaurire e
corrompere...".
"Cosa mi vieni questa mattina ad annoiare co' tuoi sermoni, ribaldo!"
interruppe l'Eminenza "come se io avessi bisogno de' consigli tuoi!
Tuo dovere è di servirmi sempre senza far parole. Fruga ora nella tua
testa di rapa per cercar modo di condurmi qui quella ragazza, se no,
per Dio, i sotterranei del palazzo udranno risuonare presto lo
schifoso tuo falsetto sotto la stretta della corda o il pizzicare
della tenaglia".
Sapeva ognuno, e quant'altri sapevalo Gianni, che queste non erano
vane minaccie e se il mondo crede l'èra della tortura finita, in quel
pandemonio della Città santa essa esiste in tutta la sua pienezza.
E Gianni sapeva che i sotterranei delle chiese, de' conventi, dei
palazzi e le catacombe nascondono delitti e patimenti tali da far
inorridire gli assassini medesimi.
A capo chino, il miserabile eunuco (tale egli era, giacché simili ai
Turchi quei perversi non confidano le loro donne che a castrati,
mutilati dall'infanzia, col pretesto di farne dei cantanti) aspettava
la sua sentenza senza fiatare.
"Alza quegli occhi di volpe" disse vedendolo intontito il porporato "e
guardami in faccia". E quegli tremante fissava gli occhi sul volto
infiammato del suo padrone. "Non saresti dunque capace, birbante, dopo
avermi fatto spendere tanto denaro, sotto un pretesto o l'altro di
portarmi qui la Clelia?".
"Sì signore" era la risposta di quel manigoldo il quale voleva uscire
prima di tutto dalla vista del cardinale e pel resto si affidava alla
sua buona stella.
In quel momento, con gran soddisfazione di Gianni che intravide una
nuova occasione per essere licenziato, il campanello annunziava una
visita ed un servitore in livrea fattosi avanti:
"Eminenza!--diceva--tre donne, con una supplica chiedono di potersi
presentare all'E. V."
"Entrino" fu la risposta di Procopio, ma a Gianni non fece motto.
CAPITOLO XIII
LA BELLA STRANIERA
Noi già dicemo che Roma è la terra classica delle belle arti. Là sono
ammonticchiate le ruine del mondo antico coi loro templi, colonne,
obelischi, statue, avanzi dell'arte Greca e Romana, capolavori dei
Prassiteli, dei Fidia, dei Raffaelli, dei Michelangeli! Là sorgono ad
ogni passo fontane, ove nuotano colossi marini, ruine le cui macerie
vedute da lontano sembrano montagne all'attonito viaggiatore, colonne
di venti secoli lanciate nelle nubi, ove sul bronzo sono scolpite le
mille battaglie del popolo gigante; infine meraviglie d'ogni specie
che il ricco straniero visita con ammirazione e copia per portare
nelle sue terre, ai suoi amici, un simulacro della maggiore delle
grandezze umane.
I preti hanno tentato deturpare quell'opera stupenda di venticinque
secoli con delle mitre e delle Vie Crucis(15) ma non ci riuscirono. Il
bello, il grande, il sublime ancor più sublime comparisce in mezzo
alle loro miserie!
(15) Si può vedere una Via Crucis nel Colosseo e pieno di mitre,
l'augusto tempio di Michelangelo.
Giulia, la bellissima figlia d'Albione, abitava Roma da più anni.
Progenie di popolo libero, disprezzava tutto quanto apparteneva alla
famiglia dei chiercuti. Ma Roma! La Roma del genio e delle leggende,
la patria dei Fabi e dei Cincinnati, l'emporio delle meraviglie umane,
era per Giulia un incantesimo. Conosceva ogni cosa bella di Roma.
Aveva impiegato ogni giorno, ogni minuto a visitarla. Esimia cultrice
delle belle arti sapeva apprezzare i capolavori e il suo compito
quotidiano era copiarli.
Fra i grandi maestri essa s'era fatta un idolo del Buonarroti e
seguiva la sua scuola mista d'ogni studio artistico e gentile.
Davanti alla stupenda colossale figura del Mosè(16) passava ore intere
in contemplazione. La impronta di grandezza su quella fronte e
l'atteggiamento maestoso le sembravano inimitabili e sovrumani.
(16) Il Mosè di Michelangelo Buonarroti nella chiesa di S. Pietro in
Vincoli.
In Roma ella avea scelto il suo domicilio, in Roma avea trovato il
pascolo necessario al sommo suo genio, all'immenso amor suo del bello.
In Roma avea deciso di vivere e morire, perché non avrebbe potuto
strapparsi per un giorno solo a tutti quegli oggetti della sua
idolatria.
Giovane, ricca, nata e cresciuta nella bella e lieta Inghilterra, come
poteva Giulia separarsene per sempre e per sempre abbandonare amici e
congiunti che tanto l'amavano? Che volete! Essa aveva trovato il suo
Eden tra le macerie e sotto la toga cenciosa del nostro mendico aveva
scoperto colla sua immaginazione esaltata il tipo della fiera razza
degli antichi Quiriti.
Nello studio di Manlio ov'ella si recava sovente, s'era incontrata con
Muzio, il quale posava davanti alla creta del maestro.
Che importava a Giulia la bassa condizione di lui! Non v'era forse su
quella fronte l'impronta che cerchereste per eleggervi un capo, un
protettore, un amico? In quel portamento v'era tutta la maestà ch'essa
tanto ammirava nel suo idolo di marmo.
Infine, mendico o non mendico, Giulia amò Muzio dal primo istante in
cui lo vide. Era povero? E che importava a Giulia? Se la povertà è un
marchio d'infamia per il volgo del tanto per cento, così non è per il
genio. Ma infine i ricchi sono essi la miglior pasta dell'umana
famiglia? Dalla stessa storia del nostro povero Muzio sembrerebbe di
no.
E Muzio amava Giulia? Muzio avrebbe dato l'universo per essa, ma
giammai egli avrebbe ardito di manifestarle l'affetto suo.
Una sera due soldati stranieri avvinazzati assalirono la nostra
gentile inglese nella Lungara quando soletta tornavasene dallo studio
di Manlio ed a forza volevano trascinarla con loro. Quello fu il più
bel momento della vita di Muzio che aveva seguito da lontano la bella
straniera; egli ferì ed atterrò l'uno: l'altro si diede alla fuga. Da
quella sera il suo pugnale gli era diventato sacro e Giulia da quella
sera non fu più insultata per la via.
Il giorno stesso nel quale le donne di Manlio avevano stabilito di
recarsi al palazzo Corsini, Giulia ascendeva il Gianicolo per fare una
visita allo studio di lui. Da un giovine allievo sapeva la dolorosa
storia del maestro, seppe della gita delle donne ma non potè sapere
quale fosse il vero motivo della disgrazia.
Mentre stava meditabonda e perplessa sullo strano caso, capitava
Attilio e da lui uditi i particolari della faccenda non dubitò un
momento che l'intrigo disonesto non fosse opera del porporato.
"Bene!" disse ad Attilio la giovane straniera, "da quanto odo le donne
uscirono per chiedere in grazia la liberazione di Manlio. Non c'è un
istante da perdere. Io ho accesso al palazzo Corsini, spero prima di
notte potervi informare d'ogni cosa". Così parlando, e senza meglio
chiarire i suoi disegni, accomiatossi.
Il nostro Attilio stanco dai disagi e dalle fatiche della notte,
disperato di non trovare in casa la sua Clelia, sedette per
interrogare con più agio il giovane Spartaco su cosa per lui di tanto
interesse.
CAPITOLO XIV
SICCIO
Tornando ancora al 1849 ed alla scena fatale in cui il nostro povero
Muzio all'età di due anni fu derubato del suo patrimonio a beneficio
della Compagnia di S. Vincenzo di Paola, ricordiamo ancora che un
servo di casa, Siccio, aveva introdotto quel furfante di Don Ignazio
con tale piglio che abbiamo creduto necessario doverlo notare.
Siccio era il più antico dei famigliari di casa Pompeo; in quella casa
era nato, era stato beneficato in varie circostanze da' suoi buoni
padroni ed amava l'orfano Muzio con affetto di padre.
Buon uomo ma non molto astuto diffidò tuttavia delle mene del paolotto
e della sua complice, ma in Roma, al curatore delle anime, al medico
spirituale, al confessore della padrona di casa, chi ardirebbe fare
uno sfregio?
Ai preti importa troppo la confessione, e per ciò sanno circondarla di
particolare prestigio.
La confessione! quell'arma terribile del pretismo, elemento primo
delle sue seduzioni, veicolo per cui esso giunge al conoscimento
d'ogni cosa, spionaggio infernale ch'egli esercita massime sul sesso
debole per il quale egli può signoreggiare ancora, benché disprezzato
e maledetto, la maggior parte del sesso più forte!
Il povero Siccio, per l'amore che portava al bambino ed alla casa, fu
il primo congedato quando la caterva dei paolotti penetrò nel
Santuario domestico per impadronirsi d'ogni cosa.
"E il ragazzo?" dimandava Suor Flavia ad Ignazio.
"Il ragazzo--rispondeva costui.--Non abbiamo noi l'orfanotrofio? Egli
là sarà al sicuro dagli sviamenti di questo secolo perverso e
dall'eretiche dottrine che oggi dominano il mondo. Poi là noi lo
terremo sempre d'occhio, Suora!". E lì nuovo ricambio d'uno di quegli
sguardi, cui si preferirebbe una pugnalata.
Fu ventura per Muzio che la ricchezza della preda avesse abbarbagliato
i ladri a tal che, dopo quella conversazione del prete colla strega
sul conto suo, non ne fecero più caso ed egli rimase in un canto
dimenticato come uno straccio, piangendo dalla fame e dal freddo.
Siccio, l'onesto Siccio, non lo dimenticò. Pratico della casa profittò
della confusione dei depredatori, e col pretesto di andare per la roba
sua menò seco Muzio in una stanza recondita di Roma ove egli aveva
preso dimora.
Gioverà sapere che il padre di Muzio era stato antiquario, e che nelle
sue peregrinazioni fra i monumenti e le ruine aveva l'abitudine di
condur seco Siccio.
Egli dunque nelle escursioni col suo padrone erasi fatto pratico
alquanto delie meraviglie di Roma e ciò gli valse per professare il
_ciceronismo_ nel presente suo stato di bisogno poiché, col carico del
giovine, egli non avrebbe potuto più oltre stare a padrone.
Come cicerone(17) egli poteva vivere miseramente sì, ma indipendente
ed il profitto della sua industria serviva al mantenimento proprio e
del suo protetto ch'egli amava ogni giorno di più vedendolo crescere
vispo, robusto e bello come un Adone. Egli non tornava mai a casa
senza portare al suo caro qualche cosa che sapeva gradirgli, e certo
egli si sarebbe privato del bisognevole, piuttosto che lasciarne
mancante il suo giovane amico.
(17) _Ciceroni_ si chiamano in Roma coloro che conducono gli
stranieri a visitare i monumenti, l'opere dell'arte e le ruine e
ne fanno spiegazioni più o men bene.
Così durò vari anni, ma Siccio diventava vecchio, alcuni malanni
dell'età lo impedivano sovente di recarsi alle consuete occupazioni, e
pur troppo, dal _ciceronismo_ alla mendicità v'è un passo solo.
Accattare era doloroso per l'anima onesta di Siccio, ma bisognava pur
mangiare e bisognava mantenere il suo protetto.
All'età di quindici anni Muzio era un tipo di perfezione, Gli artisti
di Roma che lo videro s'invaghirono delle sue forme e lo richiesero di
stare a modello per loro.
Ciò sollevò alquanto la miseria dei nostri poveri congiunti, ma Muzio
che aveva imparato la sua storia e conosciuta la propria condizione da
Siccio, ripensando alla trama scellerata con cui egli era stato
ridotto alla presente poverissima condizione, sdegnava di posare
davanti a persone che spesso non conosceva. Avendo sovente seguito
Siccio nelle sue escursioni _ciceronesche_, poteva ei pure condurre un
forestiere al campo Vaccino o nel tempio di S. Pietro, e preferiva
questa professione. Né Muzio repugnava anche dai lavori manuali, anzi
spesso era occupato negli studi degli scultori a muovere massi di
marmo; e quando ve n'erano degli enormemente grossi che a mala pena
tre uomini potevano levare, Muzio a 18 anni li maneggiava quasi
scherzando.
Ma intanto niuno lo aveva mai veduto stendere la mano, ragione per cui
gli altri mendichi lo chiamavano con sarcasmo: il signor mendico.
Un giorno una donna velata, entrò nella stanzuccia di Siccio e pose
sulla tavola una borsa piena di monete d'oro, dicendo con voce austera
al vecchio: "Questo denaro servirà a migliorare la condizione vostra e
quella di Muzio. Voi non mi conoscete ma quand'anche giungeste a
conoscermi non dite mai al vostro compagno da che parte vi sia venuta
questa piccola fortuna" e senza aspettare risposta, disparve.
CAPITOLO XV
IL PALAZZO CORSINI
"M'è proprio cascato il cacio sui maccheroni" diceva tra sé,
stropicciandosi le mani, il dissoluto prelato alla vista delle tre
donne, "e la provvidenza (badate provvidenza di quell'infame!) mi
serve meglio stavolta che tutti i birbanti che mi attorniano".
Così pensando ei gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima
fanciulla, che così ardentemente egli aveva desiderato contaminare,
"Venga la supplica" ei disse: come se da quella egli dovesse conoscere
con chi aveva a che fare e di che si trattava, mentre alla prima
occhiata aveva riconosciuto le sue interlocutrici.
"Venga dunque la supplica", tornò a dire il mezzano, vedendo le donne
silenziose e sbigottite. Aurelia, che la pretendeva da più delle
compagne, si fece innanzi e gliela porse.
Con apparente attenzione il Cardinale parve intento alla lettura,
quindi ripiegato il foglio sclamò: "Ah siete voi signora!" e il
furfante si dirigeva ad Aurelia, come se le altre due non le avesse
conosciute, "siete voi la moglie di quel Manlio che si permette tener
nascosti in casa i nemici dello Stato e di sua Santità?". Queste
parole furono profferite con tale aria di severità e di comando che ti
pareva udire un magistrato che desse delle ammonizioni ad un
delinquente che non abbia scusa.
"Non è dessa la moglie di Manlio,--s'affrettò a dire Silvia,--sono
io! Essa venne solo per accompagnarci e testimoniare all'E. V.
ch'ella sin da fanciulla conosce la nostra famiglia e può giurare
non esserci noi frammischiati mai in cose politiche. Donna Aurelia
può dirlo--continuava incalorendosi la povera Silvia,--ella può dire
se mio marito non è un uomo d'una onestà a tutta prova".
"D'un'onestà a tutta prova--ripeteva fingendosi corrucciato il
malandrino.--E se siete onesti, perché albergate eretici e nemici
dello Stato? e l'onesto Manlio, perché fugge violentemente di
prigione adoperando mezzi imperdonabilmente colpevoli?".
Un momento di silenzio seguì quelle parole e Clelia la quale più
d'ogni altro conservava il suo sangue freddo pensò subito: "Fuggito!
dunque non è più nelle unghie di questi demonii!" ed un lampo di
contentezza sfavillò sulla bella fronte della fanciulla che mormorò:
"Fuggito!".
"Sì fuggito--ripeteva il chercuto indovinando l'effetto prodotto da
quella parola sull'animo di Clelia,--però badate, niuno può fuggire
dalla spada della giustizia! e Manlio cadrà sotto la doppia colpa
d'essere stato il ricettatore dei nemici di S. Santità e di avere con
criminosa violenza forzato l'inviolabilità delle carceri pontificie".
Alla povera Silvia le altosonanti parole del porporato fecero
l'effetto della folgore. Impallidì, stese le braccia verso la sua
Clelia, quindi sentendosi stringere il cuore cadde svenuta.
Procopio, agguerrito a questi colpi di scena, non si scosse, anzi ne
profittò, chiamò i domestici, ordinò che le donne fossero condotte in
altra stanza e si cercasse con ogni cura di richiamare in sé la
svenuta.
"Oh! voi non uscirete di qui senza avermi pagato un prezioso tributo",
pensò tra sé il lussurioso Cardinale tornandosi a stropicciare le
mani. Chiamò a sé il Gianni, il quale non s'era allontanato di molto,
prevedendo che il suo padrone poteva abbisognare dell'opera sua.
"Ebbene, vedete un po' signor Gianni" (e Gianni sapeva ciò che
richiedeva da lui il porporato quando chiamavalo signore).
"Vedete,--dicevagli con aria giuliva,--se la provvidenza non ci
favorisce meglio che noi sappiate far voi colla vostra abilità!"
"Io l'ho sempre detto che l'E. V. è nata sotto una buona stella, è
destinata ad esser felice" rispondeva l'eunuco inchinandosi e
strisciando come un rettile.
"Dunque, ora che la Provvidenza (e dalli colla Provvidenza malmenata
da quella bocca sacrilega) ci ha favorito tocca a te il resto. Bada
che quelle donne sieno trattate con ogni riguardo. Esse furono or ora
condotte negli appartamenti posteriori del palazzo, di là, col
pretesto di chiamarle ad interrogatorio presso Monsignor Ignazio (il
lettore conosce già il buon soggetto), fate che sieno divise. Quando
poi sieno tornate in calma e sciolte da ogni sospetto io avrà bisogno
di trattenermi da solo a sola colla Clelia.
Siamo intesi, eh!".
E dopo essersi passata la mano sul mento con compiacenza, il Cardinale
accennando col dito faceva segno a Gianni di andare. Quindi, senza far
parola, con un profondo inchino si allontanava l'eunuco accompagnato
dallo sguardo semi-austero semi-sorridente del suo padrone. Non appena
uscito il Gianni, un domestico annunciò la signorina inglese.
"Ma avanti! avanti!" diceva il Prelato e tra sé: "Ma proprio dal cielo
mi cade la manna quest'oggi". E passava e ripassava la mano sul liscio
mento dove fra le macchie di cui avevanlo chiazzato la lussuria e la
depravazione, si scorgeva la pallida e giallognola cute del
camaleonte.
"Avanti, signorina!" tornò a gridare il Cardinale quando l'uscio
s'aperse e fece alcuni passi per prender la mano dell'altiera e
bellissima artista.
"Che fortuna è la mia di possedervi un istante sotto questo tetto, in
questa stanza istessa che fu abbellita una volta dalla vostra presenza
e mi sembra deserta da che la vostra preziosa persona l'ha
abbandonata".
"Quanta galanteria sfoggia questa serpe" pensò fra sé la nostra
Giulia, mentre che ascoltava il grandiloquente sermone del cicisbeo, e
sedutasi, con poche cerimonie, rispondeva "Gentile e graziosa è l'E.
V. e io le ne sono grata. Una volta io veniva qui più spesso per
copiare i capi d'opera di cui va adorno questo palazzo, ma già da
alcun tempo ho terminate le mie copie ed oggimai qui non saprei quello
che dovrei venirci a fare".
"Non ci sapreste più che fare?! oh! questa poi è una dichiarazione
poco galante da parte vostra, signora Giulia! qui come ovunque voi
avrete un culto, bellissima fanciulla!". Biascicando queste e simili
frasi melate, Don Procopio cercava di avvicinare frattanto la sua
poltrona a quella di lei ma ella ritirava la propria d'altrettanto
dimodoché le due poltrone avevano l'aria di onde agitate che si
perseguono sempre, e non si raggiungono mai.
Stanco di perseguitare la giovine straniera a corso di poltrona, il
prelato si alzò e risolutamente mosse verso di lei. "Ma sedete, od io
parto!" esclamò Giulia alzandosi e mettendo la poltrona tra lei e
l'indecente Cardinale mentre gli figgeva due occhi in volto che lo
atterrarono. Il prete si lasciava andare sulla seggiola come colpito
dal fulmine e Giulia sedutasi pure cominciò:
"La mia visita non è senza grave motivo, già lo sapete che per vedervi
non ci verrei. Io son qui a chiedervi notizie d'una famiglia che
m'interessa: della famiglia dello scultore Manlio".
"Fu qui è vero, ma se n'è andata" rispose Procopio, rinvenuto dal
primo stupore.
"È molto tempo che se n'è andata?" chiese Giulia, con accento da cui
trapelava la sua incredulità.
"Sono pochi momenti che le donne lasciarono queste stanze" fu la
risposta di Don Procopio.
"Saranno dunque a quest'ora fuori del palazzo", ripigliava la
straniera. Ed il prete: "lo saranno", rispose colla certezza di
mentire.
Giulia con un gesto d'incredulità troncava il dialogo e maestosamente
ripigliava la sua via, appena salutando con un cenno del capo
l'eminente canaglia.
Ha pure i suoi vizi i suoi difetti la razza britannica. E cosa v'è di
perfetto nell'umana famiglia? Ma se v'è popolo ch'io mi compiaccia a
paragonare ai nostri antichi padri di Roma, è certamente l'inglese.
Egoista e conquistatore come quelli, la sua storia rigurgita di
delitti; delitti commessi nel suo seno e nel seno delle altre nazioni.
Molti sono i popoli che egli ravvolse e ravvolge nelle sue spire di
ferro per contentare l'insaziabile sua sete d'oro e di predominio. Pur
non si può negare che egli non abbia immensamente contribuito al
progresso umano e gettato la base di quella dignità individuale che
presenta l'uomo diritto, inflessibile, maestoso, davanti alle esigenze
dispotiche che padroneggiano l'uman genere.
A forza di costanza e di coraggio egli ha saputo conciliare l'ordine
governativo colle libertà adeguate ad un popolo padrone di sé stesso.
L'isola sua divenne il santuario e l'asilo inviolabile di tutte le
sventure, il despota, come il proscritto dal despota, vivono insieme
su quella terra ospitale, colla sola condizione di essere uomini.
Egli ha proclamato l'emancipazione dei negri oggi felicemente
conseguita dalla lotta gigantesca della sua stessa razza sul nuovo
continente; a lui infine deve l'Italia in parte la propria
ricostituzione, grazie alla maschia sua voce di non intervento da lui
fatta risuonare nello stretto di Messina nel 1860.
Alla Francia come all'Inghilterra molto deve l'Italia. Alla Francia
molto deve l'umanità per la propaganda de' principi filosofici, per
l'affermazione dei diritti dell'uomo. Alla Francia si deve
l'annientamento della schiavitù barbaresca nel Mediterraneo. La
Francia seppe mettersi alla testa della civiltà umana ma non lo è più.
Oggi strisciando davanti al simulacro d'una grandezza fittizia essa
distrugge l'opera grandiosa del suo passato.
Un giorno la Francia proclamava e propagava la libertà nel mondo, oggi
è dessa che cerca distruggerla dovunque.
La Dea ragione, quel parto straordinario dell'intelligenza emancipata,
essa oggi la rinnega ed i suoi soldati fanno il gendarme al Sacerdote
dell'oscurantismo.
Speriamo per il bene dell'umanità veder presto le due grandi Nazioni
rimettersi insieme all'avanguardia dell'umano progresso.
CAPITOLO XVI
LA TRIADE
Nella meschina stanzaccia di Siccio quella stessa sera stavan raccolti
tre individui che avrebbero fatto l'ammirazione di colui "che nuovo
Olimpo alzò in Roma a' Celesti" e di qualunque dei grandi Maestri del
bello.
Eppure non è egli mero caso il nascer bello? e non ho conosciuto io
molta gente con cuore d'angiolo e pur deformi di corpo? Che volete? è
così; l'uomo per irresistibile istinto è portato al bello, forse più
dell'uomo la donna.
Le belle forme della persona ispirano istintivamente maggiore fiducia.
Piace d'aver il padre bello, la madre ed i figli, d'aver un capo le
cui fattezze sieno quelle dell'Achille, non del Tersite(18).
(18) Buffone deforme nel campo dei Greci all'assedio di Troia.
La bellezza del capitano, suscita più entusiasmo nei militi, più timor
nei nemici. Infine, comunque sia, è una gran fortuna il nascer belli,
ed in questo, come in tante altre cose, non si capisce perché
l'Onnipotente sia stato prodigo con gli uni, avaro con gli altri, si
direbbe quasi capriccioso.
Quante mortificazioni un povero diavolo deve soffrire se ha la
disgrazia di essere deforme! Che smorfie! che sogghigni da ogni parte!
Non beato dal sorriso delle belle (e meno ancora delle brutte, le
quali, o mancano dell'istinto di compassione o temono, mostrandosi
generose, d'essere sospettate richiedere per se stesse il ricambio
affermando la propria deformità) gli si fa sentire la pietà a traverso
un'umiliante protezione e quando non s'aggiunge qualche satira o beffa
di begli spiriti è una fortuna per il poveretto.
L'oro solo mitiga alquanto le deformità del corpo.
Intanto con aria di trionfo, e contento di sé, passeggia da dominatore
nella folla, colui che senza merito proprio ebbe dalla natura forme
prestanti e forse bello spirito.
Sarà calcolo, sarà sorte, sarà capriccio di chi poteva far meglio?
Giulia, che Attilio e Muzio avevano aspettata per aver notizie della
famiglia di Manlio cominciò: "Sì! esse sono in casa Corsini;
quell'indecente Procopio lo ha negato ma voi sapete in quella tana di
vizi quanto sia facile di coprire ogni cosa coll'oro".
Attilio si alzò, fece un moto d'impazienza come volesse partire, passò
la mano sulla fronte, poi come pentito di quella manifestazione tornò
a sedere.
Giulia che lesse nell'atto d'impazienza del giovane qual vulcano
bolliva in quell'anima ripigliò:
"Attilio! vi bisogna più che mai conservare il vostro sangue freddo.
Vi sarà necessario per liberare la vostra fidanzata dagli artigli di
quell'avvoltoio. Ora è troppo presto. Voi dovete aspettare almeno sin
dopo le dieci per tentarlo".
"Sicuro--aggiunse Muzio--e frattanto io andrò ad avvisare Silvio che
si trovi pronto coi compagni nelle vicinanze del palazzo. Non ti
muovere sinché io non sia di ritorno".
Noi sappiamo quanto il povero Muzio amasse la bella straniera, pure
un'ombra di sospetto, di gelosia, non annuvolò la sua fronte al
lasciarla così sola in compagnia dell'avvenente suo amico. E Giulia,
sola col più bel giovine di Roma e sì giovane e bellissima lei stessa,
non correva pericoli? No! l'amore di Giulia per il suo Muzio, era di
pura e forte tempra, amore che non s'altera, che non muore, che non
cambia per cambiar d'età o di fortuna. E poi Muzio era infelice e
questa qualità assai più caro lo rendea alla generosa.
CAPITOLO XVII
LA GIUSTIZIA
Giustizia! santa parola, prostituita, derisa dai potenti della terra!
Cristo era inchiodato sulla croce per mano della giustizia, Galileo
dalla giustizia posto alla tortura. E non sono la giustizia, l'ordine,
le leggi, che governano questa babilonia che si chiama Europa civile?
L'Europa! ove chi fatica muore dalla fame e gli oziosi nuotano
nell'abbondanza e nella lussuria, ove poche famiglie signoreggiano le
Nazioni e le mantengono in un perpetuo stato di guerra colle
altisonanti parole di patriottismo, lealtà, onore della bandiera,
gloria militare, ove una metà del popolo è schiava e l'altra metà fa
giustizia, bastonando gli schiavi quando hanno l'ardire di
lamentarsi!...
Sovente un po' di "giustizia-pugnale" o "giustizia-carabina" rompono
la monotonia delle giustizie legali, ed allora si grida
all'assassinio. Orsini(19) assassino è decapitato, e Bonaparte che
assassinò nessuno a Parigi, a Roma, al Messico, è un magnanimo! e che
so io!
(19) Felice Orsini giustiziato a Parigi per aver attuato un
sanguinoso attentato alla persona di Napoleone III il 13 gennaio
1858
Qui però si prepara giustizia, vera giustizia, sia essa fatta col
pugnale o col cannone, mentre là in quella tana di iene sollazzano,
banchettano i depredatori delle sostanze del povero, i depravatori di
una nazione di venticinque milioni.
Là nel Palazzo Corsini stanno Procopio ed Ignazio che noi conosciamo e
di cui conosciamo i delitti, e qui fuori, pronto a fare giustizia
degli scellerati stanno Attilio, Muzio, Silvio e venti compagni dei
nostri trecento.
Questi superbi figli di Roma hanno capito e sentono che per Io schiavo
non v'è pericolo, non v'è impresa difficile quando si consideri la
vita quale l'hanno resa i tiranni: un disprezzevole arnese.
L'anima di questi prodi è tranquilla come alla vigilia d'una festa, il
loro cuore batte, ma di speranza, ma di desiderio che venga presto
l'ora di menar le mani e l'ora non è lontana! Essi passeggiano per la
Longara aspettando le dieci, ma non passeggiano insieme perché il
governo dei preti vieta le riunioni.
"Saranno riuniti all'opera!".
Nel palazzo la triade de' perversi col pretesto dell'interrogatorio
aveva separate le donne e lasciata sola la Clelia. Questa, prevedendo
inganni, traeva dalla capigliatura un pugnaletto che si usa portare
dalle donne romane e dopo d'averlo considerato ed assaggiatane la
punta, lo nascose alla cintura sotto le pieghe del vestito. Clelia era
degna di coloro che anelavano alla sua liberazione.
Dopo le nove il prelato, adornata la persona nel modo ch'egli credeva
più ricco ed attraente, si accinse all'assalto della fortezza (così
chiamava lui le sue seduzioni infami). Aprì dolcemente la porta della
stanza ove si trovava Clelia, biascicò un "Buona sera, signorina", a
cui con voce piuttosto disdegnosa rispondeva la Clelia: "Buona sera".
"Mi scuserete se vi ho trattenuta per tanto tempo in questa stanza,
ma--soggiungeva con voce melliflua il volpone,--volevo proprio io
stesso venire a congedarvi ed annunziarvi che qualunque cosa sia
successa a vostro padre sarà da me dimenticata.
Volevo poi che sapeste, bellissima fanciulla,--continuava a dire
l'infame--ch'io non vi vedo per la prima volta e che da quando vi vidi
io arsi per voi dell'amore il più puro".
Nel terminar questo astuto discorso, trascinando la serica sottana, il
tentatore si avvicinava a Clelia. Ma questa, inarcando certe ciglia
leonine, si mantenne tra un tavolino ed il prelato a cui sarebbe stato
impossibile poterla raggiungere s'anco fosse stato agile e svelto al
pari di lei.
Invano egli la supplicò, adoperando tutte le lusinghe di cui era
capace. Sempre più fieramente le rispondeva la nostra eroina, laonde,
furioso il prete che vedeva scorrere il tempo senza approdare a nulla
tornò alla porta, fece un segno e comparivano in suo soccorso Don
Ignazio e Gianni.
Accortasi del pericolo di dover lottare contro i tre, Clelia trasse
risolutamente il pugnaletto e mentre furibonda e con voce commossa
esclamava: "Piuttosto m'immergerò questo ferro nel cuore" il maledetto
vecchio, ladro delle sostanze del povero Muzio, s'andava avvicinando
in modo da poter lanciare la sua mano di falco sulla destra della
fanciulla, che strinse come una tenaglia. L'eunuco alla sua volta
dalla parte sinistra la raggiunse e tra i due tentarono di domarla,
disarmandola del pugnale.
Non fu però facile impresa. Clelia si dibattè con tanto furore che il
demonio di prete e l'eunuco avevan già le mani intrise di sangue
quando si fece innanzi anche il corpulento e dissoluto ausiliario. I
tre riuniti finirono a domare la povera fanciulla, disarmarla e
condurla scapigliata in un'alcova attigua alla stanza, alcova senza
dubbio destinata a tali oscene nequizie.
Chi ha letto la storia dei Preti ricorderà che un Farnese, figlio di
Papa, turpemente violò un vescovo di Fano di cui s'era innamorato
facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano
adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina? A tanto si
preparavano questi servi di Dio contro la svenuta, sventurata
fanciulla!
In quel mentre però un baccano d'inferno s'intese di fuori, un urto
terribile sconficcò la porta e in mezzo alla stanza furono visti
piombare due uomini il cui volto avrebbe fatto impallidire il demonio.
Eppure eran bei volti quelli! belle fattezze! ingigantite da quel
sentimento sublime che crea gli eroi!
Attilio fuori di sé, corse all'amata fanciulla e forse i malandrini
profittando di quell'errore avrebbero potuto svignarsela, che, lì era
Muzio solo, freddo e solenne, girando lo sguardo tagliente sui tre
atterriti. Dopo un momento entrava Silvio, all'arrivo del quale,
Muzio, additandogli la porta, "Nessuno esca" disse.
Poi col pugnale alla mano ordinò, pena la vita, al prelato di
coricarsi boccone. La stessa ingiunzione fece ai due complici; quando
furono in quell'attitudine, tirò fuori una corda e cominciò a legare
il più grasso colle mani di dietro. Chiese poscia ad Attilio altra
fune e legò Gianni. Il Monsignore riservò per ultimo e mentre
stringeva il legame tanto da stritolare le ossa degli scellerati, un
maligno sorriso sfiorava la bella bocca del mendico.
Ahi! gridava il prete, mentre Muzio stringeva; e quegli: "Perverso!
non gridavi ahi! nella notte in cui hai derubato un orfano delle sue
sostanze e lo riducevi alla mendicità. Non mormoravi ahi! quando
portavi le vergini infelici a questo infame stupratore!".
Non voglio nauseare chi legge con tutte le bassezze, le
giustificazioni, i giuramenti, le preghiere di questi tre perversi,
per aver salva la vita. Invano! troppo sanguinose eran le ingiurie
ricevute dai nostri tre amici e troppo prezioso l'olocausto dei tre
mostri alla libertà di Roma. Clelia, Camilla, Manlio, vittime loro,
dovevano essere vendicate. Colle mani legate dietro alla schiena ed
una corda al collo, uno dopo l'altro, i tre malfattori presto
penzolarono fuori della finestra della stanza di un'altezza di due
piani dal terreno, ed al far del giorno, nella folla che si riuniva a
contemplare l'orrendo spettacolo, una voce s'udì risuonare dicendo:
"Così, devono finire coloro che in quindici secoli di menzogne, di
corruzioni e d'inganni hanno ridotto la Metropoli del mondo una
cloaca".
CAPITOLO XVIII
L'ESILIO
Era la mattina del quindici Febbraio, e la campagna di Roma era
illuminata dai primi raggi del sole.
Quel solenne deserto ove un dì sorgevano città cospicue oggi è
seminato di macerie e presenta all'attonito passeggiero un'immagine di
desolazione e di morte. I miserabili abitatori che s'incontrano in
quelle steppe riflettono sulle loro gialle e squallide fisonomie i
patimenti e la malaria. Pianure immense ove una volta prosperavano
numerose popolazioni sono oggi percorse da bufali selvaggi e da
cignali. I giardini, le ville, gli orti, che alimentavano di legumi e
di frutta i due milioni d'abitatori dell'immensa metropoli sono
sostituiti da macchie e paludi pestilenziali.
Qua e là alcune croci di legno attestano al viandante gli omicidi
frequenti a cui la miseria e l'ignoranza pretina trascinano i
discendenti del gran popolo, oggi ridotti ad una masnada di fanatici e
di briganti.
I vestigi delle vie consolari che solcavano per tutti i versi quelle
pianure e che ricordano il passaggio delle immortali legioni, appena
si scorgono tra i bronchi e le rovine che lo ricoprono. Siccome
l'anima degli abitatori il prete padrone(20) ha inaridito quel terreno
fecondo.
(20) Tutta la Campagna di Roma appartiene oggi a pochi Monsignori e
prelati che l'abbandonano per immergersi nelle crepule della
capitale.
In quella mattina, da una carrozza giunta al crocicchio di casa
Marcello, scendevano quattro donne che noi conosciamo e
s'incamminavano verso l'abitato. Con che gioia si abbracciassero
padre, madre e figlia lo lascio pensare a voi, dopo tanti disagi e
tanti pericoli. Giulia e Aurelia con gli occhi umidi di lagrime
contemplavano silenziose tanto affetto, e maledicevano in cuor loro
chi aveva cagionato sì fiero rammarico a questa onesta famiglia.
Camilla istupidita osservava l'insolito spettacolo e non era capace di
formare parola. Se avesse potuto indovinare la fine atroce del suo
tentatore, chi sa non fosse ritornata in sé, allora non comprendeva
nulla.
Marcellino dopo aver egli pure girato lo sguardo curioso dall'uno
all'altro, dal bellissimo volto di Giulia al non men bello di Clelia,
si dirigeva verso la stalla per mugnere la vaccarella ed offrire un
bicchiere di latte fresco alle simpatiche visitatrici.
Dopo mille domande e risposte e ragguagli, Manlio volto a Giulia
diceva: "l'esilio dunque ci resta, non ci vedo altra via. Questo
governo infernale finirà presto, non ne dubito, ma intanto dopo tutto
quel ch'è accaduto bisogna sottrarci agli ultimi parossismi del prete
sanguinario, oggi tutto astio e vendetta".
E Giulia, "io sono del vostro parere: sottrarvi alle persecuzioni di
quegli scellerati e non perder tempo. Dio farà il resto e certo in
breve potrete tornare nella vostra Roma ringiovanita e redenta".
Il modo di mettersi in salvo fu presto trovato dalla coraggiosa
straniera. "Io--essa soggiunse,--ho il mio yacht a Porto d'Anzo".
Il mio _yacht!_, ma questa parola sarà inintelligibile a chi legge, se
uomo e più ancora se donna italiana. _Il mio yacht_! Una signorina col
suo yacht! Ma che razza d'arnese è questo yacht, che portano le
fanciulle inglesi ed offrono agli amici?
Lo yacht non è un arnese ma una nave, su cui l'inglese ricco e
coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la
propria casa.
I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benché essi
presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione è troppo
molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non
avventurano l'effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e perciò
l'Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i
Nelson.
L'inglese, anche millionario, repugna dall'ozio, compra un yacht e si
spinge sull'Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della
zona torrida, né i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s'istruisce e
diventa robusto di corpo e di mente. Con tali figli Albione
signoreggia il mare da secoli. Co' suoi baluardi di legno essa rese
inviolabile e sacra la sua terra d'asilo e si può sperare che coi
nuovi baluardi di ferro essa saprà sfidare qualunque tentativo
d'invasione straniera.
Dunque, "Ho il mio yacht a Porto d'Anzo,--diceva Giulia,--noi andremo
là; e spero di potervi imbarcare inosservati e veleggiare con voi
verso il solitario".
CAPITOLO XIX
LE TERME DI CARACALLA
Lascio pensare a voi quale scompiglio vi fosse in Roma il giorno
quindici febbraio che seguì la notte tragica di Palazzo Corsini. Un
andirivieni, un diavolo per le strade, un chiedersi: "che è, che non
è? È ora di menar le mani? Di mandare a rotoli questo esoso
temporale(21) e lo spirituale con lui?".
(21) Sottinteso: "il potere" (N.d.C.)
Frattanto i tre cadaveri penzolavano dalle finestre e siccome in
quella tana di birbanti uno diffidava dell'altro, niuno ardiva di
avvicinarsi alla stanza fatale per non suscitare sospetti. Finalmente,
un battaglione straniero, che la paura dei preti aveva richiesto,
comparve nella Laguna ed invase l'immenso palazzo. I soldati se la
ridevano sotto i baffi nel vedere appiccati i due chercuti e l'eunuco.
Senza nessuna reverenza al mondo s'andavan dicendo fra loro: "Che bei
salami! Se ne hanno esposti per mostra tre, vuol dire che ne ha molti
il pizzicagnolo".
Nella folla ognuno diceva la sua mentre i soldati davano opera a far
rientrare i cadaveri.
"Lasciali andar giù a rompicollo, avrai più presto fatto", diceva
l'uno. "Maneggia il pesce che non si strappi", diceva l'altro, e tutti
a fischiare, mentre sforzandosi i soldati a tirar su il corpulento
cadavere di Procopio, si spezzava la fune e il corpo precipitava sul
lastrico con grande fracasso.
Nella folla, mentre durava l'osceno schiamazzo, il mendico diceva a
Silvio:
"Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto. Pasquino solo
ci rimane dell'antica Roma. Io vorrei che questo popolo avesse la
gravità, con cui i nostri padri, nel Foro, vendevano e comperavano ad
alto prezzo il terreno occupato dalle schiere di Annibale vincitore,
oppure eleggevano un Dittatore per salvare la Repubblica in pericolo,
senza ingannarsi mai nella scelta. Ma quanto tempo dovrà passare prima
di averlo degno ancora dell'antica fama, corrotto com'è dai preti? Di
tutti i danni fatti da questi impostori al nostro paese, il più
imperdonabile è la corruzione con cui han potuto talmente snaturarlo".
"Cosa vuoi?--rispondeva Silvio.--Il servaggio fa dell'uomo una belva e
questo nostro è stato il più maligno, il più perverso di quanti si
conoscono. I chercuti hanno il garbo di farci schiavi e farci adorare
i nostri tiranni".
Così discorrendo i due amici quasi istintivamente s'avviarono verso lo
studio d'Attilio, che trovarono dinanzi. la mensa modestamente
imbandita alla quale parteciparono di tutto cuore. Dopo d'avere
ragguagliato l'amico delle faccende del giorno, i tre si sdraiarono
per cercare un po' di riposo ed era loro ben necessario dopo le
fatiche della notte.
Verso le dieci della sera, i nostri tre amici giungevano alle Terme di
Caracalla, ove sappiamo che i trecento dovevano riunirsi.
CAPITOLO XX
ALLE TERME
Padroni del mondo e ricchissimi delle sue spoglie, i Romani si diedero
al lusso, alle gozzoviglie ed agli eccessi d'ogni specie.
Fastidiose ed insopportabili divennero loro le fatiche del campo,
l'aratro e l'armi che tanto avevano influito a mantenerli sobrii e
robusti. Colle membra rese delicate dall'ozio il peso delle armi
divenne soverchio e tra gli stranieri schiavi si cercarono i più
robusti per farne dei soldati. Gli stranieri forti, armati ed
agguerriti alla scuola di Roma, cominciarono a disprezzare i dissoluti
ed effeminati padroni, poi, ad ammazzarli, per impadronirsi delle loro
donne e delle loro ricchezze.
Ecco la storia della decadenza di quell'impero gigante che finì, come
devono finire tutte le potenze edificate sull'ingiustizia e le
violenze.
Fra i lussi degli antichi c'eran le Terme, ossia i bagni, e vi si
prodigavano ricchezze immense per renderli comodi, doviziosi e
splendidi.
Ve n'erano di particolari e di pubblici, e siccome al tempo degli
Imperatori ognun di loro procurava di farsi celebre con qualche opera
grandiosa, Caracalla, uno dei più abbietti di quei despoti, fece
edificare le famose Terme, i cui avanzi si contemplano oggi
nell'immenso deserto di ruine che segnano la grandezza e la decadenza
di Roma.
Gli edifici più cospicui dell'immensa città, quasi tutti avevano dei
sotterranei, praticati dai grandi con astuta previdenza per
nascondervisi in tempo di pericolo o per nascondervi il frutto delle
loro rapine e violenze.
Nel sotterraneo delle Terme di Caracalla era stabilito il nuovo
convegno dei trecento, nella notte del quindici febbraio, e subito che
l'ombre della notte cominciarono a coprire Roma, già le loro
sentinelle erano collocate nelle vicinanze del luogo di riunione e
sulle vie che vi conducevano.
CAPITOLO XXI
IL TRADITORE
La liberazione di Manlio e l'assalto di palazzo Corsini avevano
spaventato il governo Pontificio. Mentre preparava solenni esequie al
cardinale Procopio e ai compagni, avea messo sotto le armi quanta
truppa straniera ed indigena v'era in Roma. La polizia coi suoi
cagnotti era in grande confusione. Al minimo sospetto si arrestavano
cittadini di ogni classe e le carceri ne rigurgitavano.
Il governo dei preti aveva saputo comprare un traditore perfino fra i
trecento. Per buona sorte costui non s'era trovato coi dieci del
Quirinale, né tra i venti del Corsini. Egli però sapeva della riunione
alle Terme di Caracalla e ne aveva informata la Polizia.
Assuefatti alla congiura, gli italiani, sanno ciò che sia una
contro-polizia. Ma per chi non Io sapesse: essa è una polizia di
congiurati, che regola e conosce le mene di quella del governo.
Il capo della contro-polizia liberale era Muzio e ben gli serviva la
sua qualità di mendico; poiché tra quei tanti infelici che accattano
il pane nelle vie e sulle piazze di Roma i preti trovano sempre alcuno
che si vende coll'infame patto della delazione. Muzio non lo ignorava
e, coll'intelligenza superiore che lo adornava aveva saputo dai suoi
emissari far vigilare gli emissari dei preti.
L'ultime ombre dei congiurati (perché veramente sembravano ombre che
traversassero quelle macerie) eransi introdotte nella gola del
sotterraneo. Attilio aveva fatta la dimanda: se le sentinelle erano a
posto: il lume, dopo la risposta affermativa, aveva rischiarato le
austere fisionomie dei nostri giovani, quando un fischio simile a
sibilo di serpente fece risuonare le antiche volte dello speco.
Era questo segnale d'allarme ed era il mendico che lo mandava, il
quale, messo appena il piede sull'entrata del sotterraneo "non v'è
tempo da perdere--esclamava,--non solo siamo accerchiati da forza
armata da questa parte ma altra forza ha già preso posizione
all'uscita settentrionale del sotterraneo!".
L'imminente pericolo in luogo di far impallidire quei prodi, gettò
sulle loro maschie fisonomìe un'aria di giubilo. Tale è la coscienza
del vero coraggio, massime quando serve la sacrosanta causa della
libertà e della patria, ed Attilio girato uno sguardo di compiacenza
sul consesso imponente ordinò a Silvio di recarsi con due compagni
all'estremità del sotterraneo ed informarlo di quanto accadeva.
All'entrata compariva una sentinella e confermava quanto Muzio aveva
asserito, ma dalla parte opposta, niuno si faceva innanzi, il che dava
a supporre che le sentinelle, da quella parte, potessero essere state
arrestate.
Appena però Silvio giungeva all'estremità del sotterraneo alcune
fucilate dal di fuori annunziavano il conflitto, mentre rientravano al
tempo istesso i quattro compagni, che si trovavano di guardia in
quella parte, per dar notizia dell'arrivo di numerose truppe. Silvio
tornò indietro e ragguagliò il suo capo di quanto accadeva.
Attilio allora diede questi ordini: "Muzio formerà la avanguardia coi
suoi cento, io lo seguiterò coi miei. Silvio colla sua schiera starà
alla retroguardia. Con uomini come voi, io posso risparmiare ogni
incoraggiamento: dirò soltanto, che qualunque sia la forza che noi
abbiamo a fronte, dobbiamo caricarla in massa col pugnale alla mano. I
primi venti della tua schiera, disse a Mimo, marcino radi e adagio
sino ad incontrare il nemico. Scoperto, lo assaltino gridando e a
passo di corsa. Noi vi seguiremo da vicino".
Dopo queste poche parole Muzio, disposti i venti e dato un colpo
d'occhio al resto della sua schiera, si avvolse la toga al braccio
sinistro e col pugnale nella destra si avanzò dicendo: "seguitemi!".
L'antro sembrò in quel momento vomitare un torrente di lava ed
all'oscuro, perché ogni lume era spento, cupi, silenziosi,
s'avanzarono i discendenti dei Fabii, pronti ad affrontare i satelliti
del dispotismo.
I primi soldati che s'incontrarono coi nostri ebbero appena il tempo
di spianare i fucili, che in un lampo si trovarono avviluppati dai
terribili aggressori e volti in fuga. Un urlo tremendo di "avanti!!!"
uscito da trecento maschie e sonore voci incuteva una paura di morte
anche nei men codardi di quella bordaglia.
In men ch'io noi dica il Campo Vaccino e poi le vie di Roma
diventarono fiumi di fuggenti. Elmi, sciabole, fucili, si trovarono
seminati sul lastrico delle vie e più feriti vi furon dagl'inciampi in
quelle armi che da mano nemica. Molti incespicando rovesciati
cagionavano la caduta dei vegnenti dimodoché in certi luoghi si
trovavano qua e colà monti di mercenari e di birri. Alcuni si
lamentavano, altri mostravan tanta paura nelle ossa che gridavano:
"Non mi uccidete, signor liberale, ch'io mi sono arreso".
Frattanto i prodi campioni della libertà di Roma, dopo d'aver fugato i
mercenari pretini si separavano e tranquillamente ripigliavano la via
delle loro case sparpagliati in piccoli gruppi.
Quanto valga l'uomo di coraggio è cosa incredibile! Un uomo può
mettere in fuga un esercito e non è esagerazione. Io ho veduto degli
eserciti colti dal panico fuggire davanti non ad un uomo solo ma a
meno d'un uomo, davanti ad un pericolo immaginario. Un grido di "salva
chi può!", "Cavalleria!", "il nemico!", risonante di notte ed anche di
giorno con qualche tiro di fucile o senza, basta a mettere in fuga un
corpo di truppa che ha combattuto e combatterà in altra circostanza
col maggiore coraggio. Comunque sia, il panico è vergognoso e,
veramente veduto e considerato con pacatezza, esso ha qualche cosa di
degradante. Io vorrei non aver mai a vedere gl'Italiani colti da
terror panico. Eppure pare che i popoli meridionali e più spiritosi,
come il Francese, l'Italiano, lo Spagnolo vi siano più soggetti dei
popoli freddi e posati del settentrione.
Dei liberi, pochi furono i feriti, il che succede sempre ai valorosi;
dei mercenari però molti furono i feriti da loro stessi, e si
contarono alcuni morti.
Tra i cadaveri che all'albeggiare si distinsero nelle vicinanze delle
Tenne, v'era un giovane col mento appena coperto di lanugine, era
supino e sul suo petto a grandi caratteri si leggeva la parola
_traditore_.
Giovinetto senza esperienza, Paolo, ebbe la disgrazia d'innamorarsi
della figlia d'un prete. La Dalila astuta, ammaestrata dal padre, era
giunta a scoprire che il suo amante apparteneva ad un gruppo di
cospiratori. Dal primo errore lo sciagurato cadde in altri e finì con
l'abbandonarsi intieramente all'infame vita del delatore.
Quella notte n'ebbe degna ricompensa!
CAPITOLO XXII
LA TORTURA
Siccome l'ora della solenne vendetta della popolare giustizia non era
sonata ancora, i preti se la cavarono con la sola paura. Essi ben
temettero in quella spaventosa notte di veder rompere il capello a cui
la giustizia di Dio tien sospesa la spada sterminatrice che reciderà
il loro capo nefario: ma fu differito il castigo. Non, che la misura
non sia colma, ma forse le colpe degli uomini meritano ancora
quell'abbominevole flagello!
Conoscete voi la tortura?
Sapete voi italiani che dai preti fu torturato Galileo? il più grande
degli italiani? e chi se non i preti poteva istituire la tortura? Ci
voleva l'animo d'un arcivescovo, per condannare a morire di fame in
carcere murato Ugolino con quattro figli!
Sì! la tortura! Dacché nella famiglia umana, vi furono uomini che
svestirono le forme umane per farsi impostori, cioè preti, dacché vi
furono preti nel mondo, vi furono torture.
Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell'ignoranza, quando
emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da
capire le loro menzogne, quell'intelligente era da questi demoni
torturato, acciò confessasse che la luce era tenebra, che l'eterno,
l'infinito, l'onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto
sulle nubi; che una donna, madre d'un bellissimo maschio, era una
vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il
creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!!
Quando si pensa che una gran parte del popolo ci crede ancora e che in
questo secolo in cui l'intelligenza umana ha pur partorito delle
grandi cose, il prete la fa ancora da padrone; quando si vedono i
reggitori delle nazioni fingere (perché è finzione ed iprocrisia) di
proteggere e mantenere con ogni rispetto l'istituzione diabolica del
pretismo, c'è veramente da impazzire, e non si capisce se ci sia più
malvagità dalla parte dei potenti e degl'impostori o più stupida
imbecillità da parte di chi li tollera.
In molti paesi, come l'America, l'Inghilterra, la Svizzera, la tortura
è realmente abolita, né colà il progresso è vana parola.
In Roma pure non se ne parla, è vero: ma chi riesce a penetrare nei
reconditi recessi di quei pandemoni, che si chiamano claustri,
seminari, conventi? in quei covili ove un'assoluta reclusione isola
l'individuo dall'umana famiglia, ove l'essere maschio o femmina che
appartiene alla confraternita è legato da giuramenti tremendi ed
appartato per sempre dal consorzio del resto degli uomini: massime se
vi sia sospetto ch'egli non sia intieramente corpo ed anima consacrato
all'istituzione ove il despotismo è assoluto, irresponsabile, potente!
Sì! in Roma, ove siede il vicario del Dio di pace, del redentore degli
uomini, v'è la tortura come ai tempi di S. Domenico(22) e di
Torquemada!(23) ed in questi giorni di convulsioni politiche e di
paure pretine la corda e la tenaglia erano all'ordine del giorno negli
orridi sotterranei di Roma.
(22) Inventore dell'Inquisizione.
(23) Uno dei più feroci inquistori di Spagna.
Povero Dentato! il bravo sergente de' dragoni che facilitò l'evasione
di Manlio. Dentato era messo alla tortura mattina e sera per
strappargli di bocca la delazione dei complici!
Io risparmierò ai miei lettori l'orrido quadro dei patimenti inflitti
a quel prode romano straziato colla corda, attanagliato, ridotto a una
massa informe, abbandonato in un canto del suo carcere segreto,
spirante, ed implorando la morte come un beneficio. Quello ch'io non
posso tacere è che il prete non si contenta di martoriare, di avvilire
il corpo. Egli vuole insudiciare l'anima, e quando il sofferente
svenuto pei patimenti articola un'indistinta parola, egli la raccoglie
e l'interpreta a modo suo, spargendo la vergogna e l'infamia sul capo
dell'infelice torturato.
Il povero Dentato così scontava il suo amore per l'Italia e per Roma
nelle unghie dei luciferi umani, e non era il solo! In quei giorni di
paura e di rabbia, furono numerosi gli arresti ed i torturati, ed
anche rinvenuto dal terrore il prete si dava alle sevizie, condizione
essenziale per riconoscere i codardi. I tiranni più crudeli, i più
sanguinari di tutte le epoche, furono vili e pieni di paura.
Infelice Dentato! i suoi carnefici rapportavano ch'egli aveva
confessato complici e quindi nuovi arresti, nuovi tormenti, e nuove
torture!
Ecco! come da tanti secoli è trattato questo nostro povero paese, ed
il mondo tollera questi carnefici, li protegge, li impone all'Italia!
Non si sa se più scellerati i preti e chi li sorregge o più stupido
questo miserabile popolo che li soffre nel suo seno e non fulmina, non
annienta questi istrumenti del suo servaggio, delle sue miserie e
delle sue umiliazioni.
CAPITOLO XXIII
I BRIGANTI
Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore,
quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e
seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici,
meste, perché il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma
finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione
purissima.
La campagna romana, un dì sì popolata e fertile, è oggi, lo ripeto, un
deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie.
L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo colà all'esaltata
immaginazione e forse è difficile rinvenire un altro lembo di terra
sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze
di peripezie, di grandezza e di miseria.
Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al
cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla
infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del
deserto.
Pochi, lo abbiamo detto, sono i proprietari di quelle feraci ed
immense pianure e tutti son preti, ingolfati nei vizi della metropoli,
che non hanno mai veduti questi loro possessi e vi tengono al più
qualche mandra di bufali e pecore.
Ma nella campagna romana si trova qualche altra cosa.
La pianta brigante è inseparabile dal governo dei preti, ed è
naturale; essa non può non prosperare accanto ad un governo codardo,
servito da mercenari imbelli ed abbrutiti. Quindi il ladro, l'omicida
o il compromesso politico, trovandosi questa immensa campagna vicina
ove loro non mancherà rifugio ed alimento, vi si gettano e molti vi
passano l'intiera lor vita.
Le statistiche assicurano essere gli omicidi in Roma più frequenti che
in alcun'altra parte, e non può essere altrimenti coll'educazione
corruttrice dei preti e la miseria prodotta dal loro infame governo.
Quindi necessariamente la campagna è popolata da molti di questi
fuorusciti delinquenti od innocenti, tutti conosciuti sotto la
denominazione di briganti.
A questa non piccola famiglia di briganti per necessità vanno aggiunte
le numerose e terribili bande assoldate dai preti stessi contro il
presente governo italiano, bande abbastanza note e che tante stragi
commisero in questi ultimi anni.
Eppure, con tutto questo, io ho simpatia dei briganti!
Le mie simpatie non si stendono certo alle iene assetate di sangue che
mutilano i loro prigionieri prima di trucidarli, che bruciano,
devastano, distruggono per selvaggio istinto di distruzione. No!
costoro mi mettono orrore!
Ma quei briganti che odiano un governo scellerato come quello dei
preti, o simile, che piuttosto di sottostare ai soprusi ed alle
umiliazioni a cui ogni giorno il cittadino è esposto, preferiscono la
vita vagante della foresta, senza macchiarsi con furti o con omicidi,
quelli là hanno la mia simpatia.
Quando poi all'onesta indipendenza aggiungono l'indole coraggiosa del
leone e si battono valorosamente contro chiunque cerchi sopraffarli,
allora non solo simpatia, ma ammirazione si meritano, e francamente,
nell'abbassamento presente della nostra gloria militare, io sovente
insuperbisco tra me stesso, pensando che pochi italiani (ispirati da
falso principio è vero) combattono contro polizie, carabinieri,
guardie nazionali, esercito, un mondo di nemici, senza che questi
giungano mai a vincerli o domarli.
Comunque sia, tolte le crudeltà commesse dai briganti assoldati dai
preti, quella classe di gente, ha mostrato in questi ultimi tempi una
tenacità ed una bravura degna di miglior causa; il che prova che gli
stessi uomini sospinti dall'amor di patria e ben guidati sarebbero una
barriera insuperabile contro qualunque invasione straniera.
Fatalmente quei poveri ma coraggiosi contadini sono sempre stati coi
preti e da loro sono forviati. Per questo li vediamo armati contro
l'unità nazionale.
E quanto tempo ci vorrà ancora per portarli sulla buona via?
Che i briganti non sieno tutti assassini lo prova Orazio, il valoroso
Romano che tutti in Trastevere, specialmente le donne, ammiratrici
sempre della bravura, credevano discendente dal famoso Coclite, che da
solo difese il ponte contro l'esercito di Porsenna. Egli aveva questo
di particolare, oltre il valore che lo ravvicinava all'antico eroe:
gli mancava un occhio che nell'infanzia, in una rissa aveva perduto.
Un giovinetto della sua età, ch'egli aveva battuto, per vendicarsi gli
piantò una canna nell'occhio sinistro e glielo svelse.
Orazio aveva servito con onore la Repubblica romana. Ancora inerbe,
egli fu tra i primi che nel glorioso 30 d'aprile caricarono e fugarono
gli stranieri invasori. A Palestrina riportò onorevole ferita di palla
alla fronte. A Velletri, dopo aver freddato un ufficiale di cavalleria
napoletano col suo archibugio, lo spogliò delle armi e le portò in
trionfo a Roma.
Ventura sarebbe stata per Giulia e le sue compagne, se fossero cadute
in potere di un tal brigante; ma non fu così: altre bande della
peggior natura da noi descritta incontrò la gentile comitiva mentre si
avvicinava alle spiaggie del mare, ed una fucilata uscita da un bosco
circostante, che rovesciò il cocchiere dalla banchina, diede indizio
agl'infelici della situazione loro.
Caduto il cocchiere, Manlio, con un'intrepidezza ed una agilità
superiore all'età sua slanciossi sul davanti della carrozza, ed
impugnò le redini, ma inutilmente; quattro masnadieri armati di tutto
punto, si precipitarono ai freni dei cavalli e li fermarono.
"Non vi movete o siete morto" gridò con voce imperiosa uno della banda
che avea apparenza di comando, e veramente inutile sarebbe stata la
resistenza d'un solo e inerme contro quattro armati e di quella
specie!
Manlio rimase immobile sulla banchina ove era salito. Alle donne si
ordinò di scendere con certo piglio poco galante dapprima, ma scese
che furono, abbarbagliati da tanta bellezza, i malviventi rimasero
muti e per un pezzo stettero a considerare Clelia e Giulia con aria
mista d'ammirazione e di rispetto.
Finalmente predominati dalla fiera e malvagia natura, il capo della
banda così si espresse: "Signore, se voi vi decidete ad accompagnarci
di buona voglia, io vi assicuro che non vi sarà torto un capello, ma
se non condiscendete a quanto io vi chiedo potete essere certe che la
vostra vita non è sicura, e cominceremo a darvene prova, col fucilar
subito quell'uomo lassù che vi accompagna" e accennava Manlio.
Lascio pensare l'effetto dell'ultime parole sulle povere donne.
Silvia cominciò a singhiozzare, e così Aurelia, che non potè
trattenersi dal farle riscontro. Clelia si sentì un brivido nelle
ossa, ed impallidì alla minaccia di ucciderle il genitore; Giulia sola
colla impavida freddezza caratteristica della sua nazione, essendo già
ne' suoi viaggi meglio delle compagne assuefatta alle peripezie della
vita mostrò forte e maschio contegno.
"Non potreste--disse Giulia avanzandosi verso il masnadiero--prenderci
quanto possediamo, e noi ve lo diamo senza difficoltà (così dicendo
trasse fuori la sua borsa e gliela porse) lasciandoci andare per la
nostra via".
Lo scellerato, cui il peso dell'oro che teneva in mano, in luogo di
soddisfarlo, sembrava aver risvegliate altre libidini, sorrise al
discorso della seducente Inglese rispondendo: "Oh! Signora! fortune
come questa d'oggi non capitano tutti i giorni a noi miseri
perseguiti, e la fortuna, se non la si piglia pei capelli quando
arriva, fugge e sovente per non più tornare. Crede lei che possano
giungere ogni giorno tanti gioielli?".
E il furfante così dicendo facea l'occhietto girando lo sguardo
dall'una all'altra delle due giovani.
Giulia non si scosse dinanzi alla gravità del pericolo ma andava
ruminando nella mente la possibilità di un tentativo per liberarsene
mantenendosi intanto fredda e silenziosa. Non così Clelia, che al
brivido d'orrore provato alla minaccia d'uccisione del padre,
sopravveniva lo sgomento pel suo onore minacciato dalle parole
dell'assassino.
Percorse in un lampo colla meridionale sua immaginazione tutto
l'orrore della loro situazione e la disperazione succedendo ad ogni
altro senso si ricordò del pugnaletto, lo impugnò ed avventossi come
una furia sul ladro procace. Giulia, non meno coraggiosa, vedendo
l'eroica risoluzione della compagna, assalì il nemico con eguale
trepidezza, e certo, se avessero avuto da fare con lui solo, il
brigante era spacciato. Ma il più vicino dei malandrini afferrò e
tenne salda Giulia in guisa che la povera Clelia trovossi sola a
lottare col nerboruto avversario il quale, benché ferito in varie
parti, era ben lunge dal potersi dire vinto ed atterrato.
Le cose erano a tal punto: Giulia veniva portata via dal brigante
verso la macchia, le due donne mature minacciate da un altro che le
teneva sotto la bocca della sua carabina a due colpi; seguivano
Giulia, Manlio, che aveva ricevuto ordini dal terzo di scendere dalla
banchina, seguiva la comitiva sotto la stessa minaccia, ed ultima
Clelia, trascinata dal capo, da cui invano cercava di svincolarsi,
veniva alquanto più in dietro.
A un tratto un colpo, come di clava, cadde sul cranio del rapitore di
Clelia e la coraggiosa fanciulla nello stesso momento si sentì sciolta
e vide lui rovesciato nella polvere quasi colpito dal fulmine.
CAPITOLO XXIV
IL LIBERATORE
Il nuovo attore comparso su quella scena di violenze non era un
gigante, solo di alcuni pollici soprastava all'ordinaria statura. Però
alla robusta disposizione d'un corpo svelto ed elegante, alla
quadratura delle spalle, ai movimenti tutti della persona, tu dicevi:
"costui ne vale una dozzina!".
La capigliatura d'ebano gli scendeva innanellata sulle spalle e
l'occhio nero, quando era fiso nel tuo occhio ti facea l'effetto del
raggio di sole allorché, uscito improvvisamente dalle nubi, ti
colpisce lo sguardo e ti abbarbaglia.
Com'è bello il valoroso che si slancia in soccorso del debole! Come la
sua energia è raddoppiata, massime quando il debole ha il volto di
Clelia!
Rovesciato il capo-brigante con un pugno sul cranio, il nuovo arrivato
spianò la sua carabina prima sul guardiano di Manlio, poi su quello
delle donne, ed egli, che metteva una palla nell'occhio del cignale a
dugento passi di distanza, appena curossi della caduta dei due,
gettando invece un colpo d'occhio sulla perla di Trastevere. Ma
questa, non curante del simpatico significato di quell'occhiata,
"avanti!" gli gridò: segnandogli il sentiero, per il quale Giulia ed
il suo rapitore erano scomparsi.
Quasi mosso da un elettrico impulso, il liberatore, che sembrava tanto
agile, quanto forte, si avventò sulle traccie del fuggente ed in pochi
minuti ritornava lieto con Giulia verso gli amici. Il brigante quando
sentì la tempesta venire sulle sue traccie aveva abbandonata la preda,
mettendosi in salvo fuggendo.
Il vittorioso campione, ricaricata la carabina, disse a Manlio di
armarsi: le armi che restavano sul suolo e sui cadaveri depose nella
carrozza, raccogliendo i cavalli occupati a pascolare, ad onta del
freno, sull'orlo della strada.
La comitiva ammirava stupefatta il coraggioso liberatore mentre egli,
come assorto in contemplazione di cosa che stesse sopra gli oggetti
materiali presenti, pareva col pensiero lontano da quella scena di
sangue.
Una delle più belle qualità della donna è l'apprezzamento squisito del
bello e dell'eroico. Siate pulito, valoroso, sprezzatore della morte,
generoso, e certo avrete non solo il plauso, ma l'affetto della
bellezza! Io non dubito che questa simpatia del bel sesso non sia il
principale motore dell'incivilimento umano.
L'uomo si fa pulito, elegante, cortese per piacere alla donna. Egli ha
lo stesso incentivo nel suo slancio verso le grandi azioni. In
generosità, in coraggio, in eroismo quindi si può considerar la donna
vera educatrice dell'uomo, prima agente del creatore, per migliorare
questa razza burbera e di testa dura.
Le donne dunque volgevano il loro sguardo sul brigante (mi ripugna di
dargli questo titolo ma pure era così chiamato dai preti e per loro
era un vero brigante) e curiosamente lo fermavano su quel corpo così
ben fatto, su quella capigliatura d'ebano, su quella fronte spaziosa
così graziosamente ornata da un... da un buco tondo tondo, che il
piombo straniero vi aveva forato. Pareva non potessero distogliere gli
occhi da quella persona, vero modello della forza e del coraggio. Il
difetto dell'occhio spento era, oppure sembrava, in quell'istante
quasi impercettibile.
Bisogna confessarlo, in quel momento i nostri cari, non men belli e
non men coraggiosi, Attilio e Muzio, furono dimenticati dalle nostre
eroine. Così è più forte di noi questa nostra debole natura umana.
Lo stupore dei viaggiatori si accrebbe ancora quando il brigante
uscito dalla sua posizione contemplativa, si avanzò graziosamente
verso Silvia, le prese la mano, gliela baciò commosso, lasciandovi
cadere sopra una lagrima.
"Voi non mi riconoscete, Madonna?--egli le disse.--Guardate un poco
questo mio occhio sinistro che per cura vostra gentile e materna non
mi costò la vita!".
"Orazio! Orazio!--gridò la matrona abbracciandolo e spargendo un
torrente di lagrime.--Orazio! mio figlio, figlio della migliore
amica mia!
"Sì, Orazio! che voi raccoglieste morente, che curaste con affetto di
madre, ed a cui porgeste un pane nella sventura quando fu orfano!"
soggiungeva egli, e la buona Silvia, quasi fuori de' sensi, si
abbandonava nelle braccia del suo robusto antico protetto.
"Qui non v'è tempo da perdere--disse finalmente Orazio, rivolgendosi a
Manlio, con cui aveva pur ricambiato mille segni di reminiscenza e di
gratitudine.--Questo luogo è pieno zeppo di malviventi e quel fuggito
potrebbe ricondurre una banda più numerosa".
Pigliando dunque i cavalli per i morsi invitò la comitiva a rimontare
in carrozza e mettendosi egli stesso al posto del cocchiere,
s'incamminò velocemente verso la marina secondo i voti dei
viaggiatori.
Giunti alla spiaggia, l'aria balsamica del Mediterraneo sembrò
ravvivare i nostri stanchi amici, e l'effetto apparve sorprendente
sulla bella Giulia. Figlia della regina del mare ella, come tutti
coloro che nascono sulle sue sponde, ne era innamorata. Lontani lo
sospirano, al rivederlo, par loro rivedere una persona amata.
L'effetto prodotto sui dieci mila Greci di Senofonte al rivedere il
mare dopo lungo e pericoloso viaggio pedestre a traverso la Persia, si
comprende facilmente. E le grida di gioia e l'inginocchiarsi a
salutare Anfitrite liberatrice, come il mare fosse la patria loro, non
hanno d'uopo di spiegazioni.
CAPITOLO XXV
LO YACHT
"Dondola, o graziosa Naiade, gli eleganti tuoi fianchi sull'onda
Mediterranea. Io ti rivedo commossa con tutto l'affetto dell'anima
mia!
E perché non amerei te come un'amica? Te, a cui devo tante emozioni,
tanti piaceri sublimi!
Io ti amo! Quando l'Oceano fatto specchio riflette ogni oggetto
esistente con magica somiglianza, come è bello veduto dalla tua tolda!
E come è bello quando increspato dalla brezza, dolcemente tu gonfi
l'eburnee tue ali quasi danzando, scherzando e sogghignando dinanzi
all'umile sdegnosetta forza dell'Espero(24).
(24) Piccola brezza.
Ti amo perdutamente quando simile allo indomato corsiero del deserto,
spumando dalle narici infocate(25), ti slanci impavida sull'onda
irritata e la soperchi, la schiacci e procedi infiammata dagli
ostacoli che la tempesta accumula sul tuo cammino glorioso!
(25) Spesso durante un temporale sul davanti delle navi si forma una
specie di meteora giallo-azzurra che somiglia un arco baleno
infocato.
Ti amo graziosa Naiade perché so che tu ti chiamerai _Clelia_ per
l'avvenire, in onore della bella e cara mia compagna, in onore della
coraggiosa fanciulla che affrontò un demone quasi certa di perder la
vita, per non soggiacere al vituperio!".
Così, con enfasi sclamava Giulia, e veramente dal momento in cui ella
avea veduto _Clelia_ slanciarsi sul masnadiero con tanta intrepidezza
diventò di lei entusiasta e le giurò nel fondo dell'anima sua un
affetto imperituro. Tali sono gl'istanti delle anime grandi. La bassa,
la volgare gelosia non vi attecchisce mai. Così da una parte
l'ammirazione e dall'altra l'ammirazione e la gratitudine strinsero
queste due bellissime fanciulle d'un amore indissolubile per tutta la
vita.
Giulia, non potendo condurre l'intiera comitiva a Porto d'Anzo ove si
potevano risvegliare le apprensioni di quelle sospettose autorità
pontificie, condusse seco Manlio come cocchiere ed Aurelia come
cameriera, lasciando Silvia e Clelia ad una certa distanza nel bosco
che tocca la sponda del mare sotto la custodia di Orazio.
Eran ben custodite di certo. L'Orazio Romano le avrebbe difese contro
un esercito e si sarebbe lasciato fare a pezzi per loro.
Il Capo d'Anzo a mezzogiorno e Civitavecchia a tramontana sono i
limiti di quella spiaggia inospitale e pericolosa che si chiama "la
spiaggia romana". Il navigante nella stagione d'inverno si tiene al
largo in alto mare per non esser sorpreso dai venti di Libeccio che vi
soffiano impetuosi e vi cagionano non pochi naufraghi.
L'imboccatura del Tevere che si trova quasi nel centro di questa
spiaggia è praticata nella sola foce di Fiumicino da legni che non
pescano più di quattro o cinque piedi d'acqua e nella sola stagione
primaverile essendo pestifero il luogo, a cagione delle febbri, la
state, e pericolosissimo d'inverno per i venti di mare.
Sulla sponda sinistra del Tevere, verso Capo d'Anzo e Monte Circello,
abitavano anticamente i bellicosi Volsci, che tanto da fare diedero ai
Romani per sottometterli. Di Arde loro capitale, città cospicua,
sussistono tuttora le rovine e attestano la prosperità di quei popoli
antichi. Oggi, sotto il governo dei preti, quel paese è deserto.
Il Capo d'Anzo, adunque, forma col suo promontorio il porto che piglia
il suo nome. Porto capace soltanto di piccoli legni ed in questo stava
ancorato l'elegante Yacht della nostra Giulia pronto a' suoi ordini.
L'arrivo di Giulia nel porto se non fu una festa per le autorità
pretine, sempre nemiche degli Inglesi, ai quali imputano il doppio
delitto di eretici e di liberali, ben lo fu per l'equipaggio della
_Clelia_ verso il quale la nostra eroina era sempre gentile, e a cui
era carissima.
L'uomo di mare, esposto quasi tutta la vita a pericoli, ha molti
titoli alla benevolenza della donna sempre propensa, come già dicemmo,
ad apprezzare i coraggiosi; e la donna trova pure grandi predilezioni
tra i rozzi, ma leali e generosi marinai. Giulia poi aveva troppi
meriti perché non fosse adorata dall'intero equipaggio!
Giunta sulla tolda, la bella inglese dopo d'avere corrisposto ai
saluti affettuosi de' suoi concittadini discese nella camera, chiamò
il capitano Thompson e con lui conferì sul da farsi per levare le
compagne dal punto ove le aveva lasciate e condurle in luogo sicuro.
"Aye, Aye!" esclamò il bravo marinaio stanco d'esser rimasto per tanto
tempo nell'ozio e altero di poter obbedire la sua giovane padrona in
qualunque impresa fosse anche a pericolo della vita.
In meno d'un'ora da che erano saliti a bordo i nuovi personaggi la
_Clelia_ aveva già levato l'ancora e con tutte le vele spiegate,
usciva dal porto con debole brezza da Greco che la spingeva.
CAPITOLO XXVI
LA TEMPESTA
Ricorderanno i lettori che siamo nella seconda quindicina di febbraio
e questo mese, lo dico ora, è il peggiore di tutti per coloro che
corrono il mare, specialmente il Mediterraneo. "Febbraio corto, peggio
d'un turco" dicono i marinai italiani a cui la rima, come si vede, non
è troppo famigliare.
Il capitano Thompson, ardente di obbedire al desiderio della
padroncina, s'era perfino scordato di consultare il barometro; ed il
barometro abbassava furiosamente, ed in questi mari la caduta del
mercurio è segno infallibile di forti venti da Libeccio.
Come dicemmo, la _Clelia_ usciva con tutte le vele spiegate dal porto
d'Anzo ed orzando a maestro(26) con piccola brezza da Greco,
cominciava a graziosamente dondolarsi con un po' di mare a traverso.
Dico "graziosamente" per il capitano Thompson o per un osservatore
dalla spiaggia, non per il nostro Manlio né per la povera Aurelia, che
ambedue per la prima volta gettati loro malgrado sull'elemento infido
cominciavano a risentire le nausee del mal di mare.
(26) Orzare significa avvicinare la direzione della prora
all'origine del vento.
Era durante la notte che lo Yacht doveva avvicinarsi alla costa ove si
trovava Orazio con le due donne, a circa tre miglia a tramontana di
porto d'Anzo. Giulia aveva dato ordine al capitano di fare in guisa di
trovarsi appunto la notte al luogo determinato; con Orazio era
convenuto che dovesse segnalare la sua presenza accendendo un fuoco; e
il romano ed il capitano inglese non erano uomini da mancare al loro
dovere. Il temporale fu quello che decise altrimenti.
Il lieve Greco che aveva spinto la _Clelia_ fuori dal porto a due
miglia calmò intieramente: nuvoloni neri neri si avanzavano da
Libeccio e, peggio di tutto, il mare da quella via veniva ingrossando
spaventosamente: il vento dapprima temuto dai nostri Argonauti era ora
ardentemente desiderato poiché lo Yacht privo di quell'aiuto si vedeva
spinto verso la spiaggia senza governo ed in pericolo quasi certo di
dare contro alla costa e perdersi.
Cadeva la notte, la costa co' suoi pericoli era vicina e Thompson alla
disperazione avvertì la signora che il solo rimedio per evitare un
naufragio era quello di dar fondo all'àncora.
Giulia, coraggiosissima in terra come in mare, avvolta in un ampio
scialle, si teneva sulla tolda osservando il movimento e delle nubi e
del mare e del povero legno, che somigliante a persona travagliata,
gemeva sbattuto dalle onde crescenti che lo spingevano senza posa
verso le scogliere della costa.
L'osservazione del capitano di dar fondo era giusta, ma in quel
paraggio, che bastimento potrebbe tenere all'àncora contro la
traversia? Pure altro rimedio non v'era, e Giulia acconsentì. Già i
marinari dalla prora stavan col serrabozze(27) nelle mani per lasciar
andar l'àncora quando un grido della nostra eroina fece sospendere
l'opera incominciata.
(27) Corde o catene colle quali si tengon sospese le àncore alla
prora.
Un primo soffio di Libeccio avea sfiorato la guancia di Giulia e in
quel soffio ella intravvide l'inutilità e il pericolo della intrapresa
manovra. La _Clelia_ infatti, aveva contemporaneamente rigonfiate le
vele e cominciava a prendere una posizione più stabile a sentire il
timone, e ad orzare alquanto sulla sinistra. La prora, che senza
governo aveva vagato da tramontana a maestro prendendo il mare a
traverso cominciò ad avvicinarsi verso il ponente maestro e n'era ben
tempo! Essendosi il legno colla deriva avvicinato ai bassi fondi della
costa, un colpo di mare nell'atto che cominciava ad orzare, quasi
quasi lo sommerse. La terribile traversia delle spiagge romane non si
fece aspettare lungamente.
La bufera veniva a man dritta; vele, manovre, scotte, alberi, tutto
cigolava, strideva, minacciava rovina. La parte destra della _Clelia_
in pochi minuti fu sommersa dal mare ma l'agile legno saltava sui
marosi spumanti come un delfino. Il bravo Thompson colle voci succinte
ed energiche del comando inglese ordinava all'equipaggio di tenersi
sulle drizze(28) ma di non ammainare nulla.
(28) Drizze; corde con le quali si alzano le vele.
Orzando in fuori con quella valentia che hanno le navi di questa
specie, presto si sentirono meno i frangenti, ed ingrossando il vento
il comandante ordinò che si diminuissero le vele. In circa mezz'ora
furono presi tutti i terzaruoli alle due rande(29) alla
trinchettina(30) e ritirato il fiocco(31), continuandosi ad assicurare
ogni oggetto contro la violenza del mare.
(29) Vele principali del Yacht.
(30) Vela triangolare di straglio.
(31) Vela triangolare sull'estremità della prora.
La _Clelia_ proseguì colle mure alla sinistra(32) e prima delle dieci
essa lottava contro una decisa tempesta.
(32) Cioè vento che veniva dalla sinistra.
"Quel colpo di mare tremendo--disse Thompson a Giulia la quale non
aveva voluto ancora lasciare la tolda--ci ha portato via il nostro
John!".
"Povero giovane!" rispose Giulia, con un profondo sospiro.
Lo Yacht era orientato(33), i boccaporti chiusi ermeticamente. Il
capitano, afferrato alle sartie di maestra del vento(34), aveva presso
di sé quasi tutto l'equipaggio, ognuno fortemente tenuto per non
essere portato via dal mare; i timonieri (poiché due erano al timone)
erano anch'essi legati a metà corpo(35). Il capitano finalmente potè
ottenere dalla sua signora che scendesse in camera, il che fece,
piuttosto per aver contezza de' suoi amici che per riguardo al proprio
pericolo.
(33) Orientare vuol dire colle vele ed ogni cosa preparate a'
temporale.
(34) Dalla parte dove viene il vento.
(35) Un colpo di mare che si frange sulla coperta d'una nave può
portare via la gente che non si trova ben tenuta ed anche i
timonieri.
A Giulia, entrando nella camera, si presentò uno spettacolo, dinanzi
al quale non potè a meno di scoppiare in uno scroscio di risa.
Aurelia, che forse lo stesso colpo di mare il quale aveva portato via
il povero John slanciava come un sacco sulla parete di sottovento, ove
già trovavasi Manlio spintovi da analogo impulso, si teneva
disperatamente a lui avviticchiata. La povera donna che per la prima
volta si trovava vittima d'una tempesta di mare credette venuto il
finimondo, e trovandosi al contatto di un corpo umano vivente, vi si
era abbarbicata con quella forza che dà la disperazione.
Invano Manlio gridava non lo strangolasse, invano, che anzi quando
conobbe la voce amica dell'artista per impulso di simpatia gli si
strinse intorno ancor più fortemente. Lo scultore assuefatto a muovere
dei massi in marmo sarebbe pervenuto a svincolarsi da quegli
abbrancamenti ma uomo buono e primitivo com'era, e un po' fiaccato da
quelle maledette nausee altro non faceva che sforzarsi col miglior
modo possibile a respingerla tanto da evitare la soffocazione.
In questa posizione tragicomica trovò Giulia i suoi compagni di
viaggio. Dopo essersi abbandonata all'irrefrenabile ilarità ella
chiamò un domestico e col suo aiuto pervenne a collocare gli amici in
situazione più conveniente.
La _Clelia_ lottò ancora tutta la notte colla tempesta e ben le
valsero le superiori sue qualità marine per non essere soperchiata e
non le valse meno l'intrepidezza del suo coraggioso equipaggio.
All'alba il temporale rallentò alquanto del suo furore ed avendo il
vento girato all'ostrolibeccio si pensò di far correre(36) per Porto
Ferraio o Longone onde riparare le sofferte avarie che non erano
poche.
(36) Prendere direzione
I due palischermi erano stati strappati e portati via dal mare; delle
murate, da poppa a prora, non esisteva più un sol pezzo e di quanti
oggetti si trovavano sulla coperta, nulla vi era rimasto.
Poco prima di giorno un maroso gigantesco come una montagna s'infranse
sul trinchetto, lo sfondò e dié così agio alla bufera di continuare la
sua opera di distruzione.
Quando il capitano Thompson era d'avviso di cercare un porto per
ripararsi voleva dire che la necessità era estrema non essendo lui,
come la maggior parte de' suoi connazionali, propenso a cedere alle
prepotenti velleità dell'Oceano.
CAPITOLO XXVII
IL DESERTO
Torniamo alla bella omonima del superbo e valoroso Yacht ed ai suoi
compagni di solitudine. Orazio, siccome era convenuto con Giulia,
accese un bel fuoco sulla spiaggia appena fu notte e con molta ansietà
stette per un pezzo osservando se compariva il palischermo che doveva
condurre le donne a bordo. Ma l'arrivo istantaneo della bufera e
l'agitazione conseguente dell'onde lo persuasero ben tosto che era
inutile pensare all'imbarco durante quella notte.
Orazio inoltre, benché non fosse uomo di mare, s'era accorto prima
ancora dell'imbrunire che lo Yacht ch'egli non aveva perduto di vista
dopo uscito dal porto si trovava tutt'altro che in istato d'inviare
imbarcazioni alla costa; anzi coll'imperversare della tempesta egli
temette per la salvezza del legno.
Dopo aver cercato un ricovero alle donne nelle rovine d'una vicina
torre(37). Orazio si mise a percorrere in su ed in giù la spiaggia con
l'intento di prestar aiuto se ne fosse stato d'uopo a qualche
naufrago. E non fu invano. Fregandosi gli occhi acciecati dagli
sprazzi del mare e dalla pioggia che gli flagellavano il volto
parvegli scorgere sulla cresta di un maroso che brillò un istante
nell'oscurità qualche cosa di scuro che si sforzava di tenersi a
galla. Questa scoperta spinse Orazio ad avvicinarsi vieppiù verso
l'onda e nell'andirivieni di questa finalmente ei giunse ad afferrare
un corpo umano che si moveva a stento. Era il povero John che si
dibatteva contro la morte, dopo aver lottato con sovrumani sforzi co'
flutti imperversanti.
(37) In quasi tutte le coste del Mediterraneo vi sono torri di
guardia, che servivano al tempo dei pirati barbareschi per dar
avviso delle loro apparizioni.
Colse Orazio nelle robuste sue braccia il giovane Inglese e lo
trasportò verso le donne situate in un canto della torre, dove
d'accordo si sforzavano ad alimentare un fuoco preziosissimo in quella
disastrosa notte.
Era John una di quelle simpatiche fisonomie di giovine marinaro
inglese, dagli undici ai dodici anni, però sviluppato e forte. Lascio
pensare con che amorevolezza lo accolsero le nostre Romane. Lo
spogliarono, lo asciugarono, lo coprirono dei loro abiti asciutti;
mancava il grog(38) per il piccolo John, ma un fiasco d'Orvieto di cui
Orazio aveva provvisto le viaggiatrici vi supplì dovutamente e John
dopo due ore coi suoi abiti asciutti, rifocillato ed in sì bella
compagnia, avea dimenticato Yacht, tempesta, il mondo e russava colla
testa sopra un sasso ed i piedi vicini al fuoco, come se fosse in un
letto di piume.
(38) Bevanda fatta d'acquavite o rhum allungata con acqua.
Orazio dopo aver percorso la spiaggia un gran pezzo ad onta
dell'infuriante tempesta col timore e la speranza di poter essere
utile a qualch'altro disgraziato, tornò alla torre e procurò anch'egli
d'asciugarsi i panni e rifocillarsi.
Clelia accantucciata colla madre in un angolo col capo appoggiato in
grembo di lei, avea pur essa ceduto alla stanchezza ed alla gioventù,
beandosi in un profondo sonno.
Silvia non dormiva, sonnecchiava. Coll'indole sua delicata e gentile
essa era stata troppo scossa dalla sequela di così terribili
avvenimenti. Madre affettuosissima, sosteneva il caro peso della sua
Clelia e stava immobile per timore di svegliarla; un pensiero
affannoso le annuvolava la fronte piena di mestizia: "Che sarà del mio
Manlio in questo finimondo?". E poi, quasi un rimorso la colpisse di
consacrare i suoi pensieri unicamente allo sposo, aggiungeva: "e la
povera Aurelia?!". E sonnecchiava affannosamente!
Non così il Romano. Egli sapeva d'esser troppo vicino alle volpi
pretine di Porto d'Anzo perché s'abbandonasse al riposo. Seduto sopra
un gran sasso delle ruine ch'egli avea avvicinato al fuoco, lo
alimentava di quando in quando vigilando.
Il suo mantello lo avea lasciato alle donne che se ne coprivano; tutti
i pezzi delle vestimenta bagnati nelle sue escursioni sulla spiaggia
erano stati asciugati l'un dopo l'altro e rivestiti; la sua
cartucciera di cuoio maestrevolmente lavorata, cingeva alla cintura.
Due revolver pendevano ai suoi fianchi nelle rispettive fonde, il suo
pugnale a larga lama da potersi usare come arma di guerra e coltello
da caccia, sporgeva obliquamente dalla cartucciera ov'era immerso per
metà e la fida carabina ch'egli avea minutamente ispezionata pria di
sedersi, posava adagiata alla sua sinistra.
Era vestito di velluto oscuro con bottoni inargentati. Le uose
affibbiate fino al ginocchio coprivano un piede comparativamente
piccolo e ben fatto e contornavano graziosamente la polputa sua gamba.
Al collo cingeva una cravatta di seta nera ed un elegante fazzoletto
di raso rosso sciolto circondava le sue magnifiche spalle annodato sul
petto. Un cappello nero di forma quasi calabrese un po' inclinato
sulla destra copriva il capo di cui si sarebbe onorato Marte, e
compieva l'abbigliamento.
Quando il chiarore della fiamma da lui ravvivata risplendea
sull'abbronzata e maschia fisionomia del liberatore, un maestro
dell'arte del bello chi sa cosa avrebbe dato, per poter ritrarre in
quel marziale aspetto il simbolo della forza, del coraggio e
dell'eroismo!
E qual delitto era se la sensibile Silvia, sonnecchiante, tra una
beccata e l'altra contemplava il suo protettore con occhi spalancati e
dimenticava per un momento solo il suo caro Manlio battuto dalla
tempesta e forse in quell'istante non troppo dolcemente stretto dalle
braccia d'Aurelia?
Dican pur ciò che vogliono gli ermafroditi moderni inginocchiati
davanti al menzognero simulacro d'una teocrazia buffona o dinanzi ai
gradini del trono d'uno spergiuro straniero, brutto di sangue
concittadino e nostro! Chiamino pure briganti come il prezzolato dal
prete il mio Orazio Coclite. Ove il suo brigantaggio si confini a
voler l'Italia una e sia sempre pronto a menar le mani contro
l'impostura e contro lo straniero io dirò sempre: Ecco il mio uomo!
Ecco il mio eroe! Ecco l'Italiano com'io lo sogno e come diverrà
quando non sia più educato dai settari di Lojola.
"Signora!--disse Orazio con una voce che fe' rimescolare ancor più la
nostra buona Silvia tanto essa era dolce e filiale--Signora! il giorno
non deve trovarci in queste macerie e subito che vi sia tanta luce da
poter mettere il piede sicuro sul sentiero della foresta noi dobbiamo
internarci allontanandoci dalla sede dei nostri nemici". "E Manlio,
Aurelia, e Giulia?" disse la donna volta dolorosamente col pensiero a
quei cari.
"Essi--rispose Orazio--sono probabilmente lontani in alto mare e
speriamo fuori di pericolo. Nonostante pria d'internarci nel bosco
ricercheremo la spiaggia ove è meglio che non si trovino".
"Dio li liberi!--esclamò la donna colle mani giunte e gli occhi
rivolti al cielo--Dio li liberi! d'esser stati gettati alla costa da
sì furioso uragano!".
Un silenzio assoluto succedeva a queste parole. Orazio che non cessava
di spiare l'apparire dell'alba, quando s'accorse che le donne ci
potevan vedere tanto da non mettere in fallo il piede sul terreno si
alzò e disse: "È tempo di porci in viaggio".
Silvia scosse dolcemente la sua Clelia; col calcio della carabina fu
destato John ed in pochi minuti i quattro con Orazio alla testa
uscivan dalle macerie dirigendosi verso tramontana e seguendo l'orlo
della macchia non lontani dalla costa.
La tempesta aveva rimesso della sua furia ma non abbastanza perché le
donne non ne fossero disturbate nel procedere; per buona sorte la
pioggia avea cessato ma i frangenti del mare inviavano i loro sprazzi
sul volto dei viaggiatori in guisa da incomodarli assai. Pur bisognava
scoprire il lido pria di addentrarsi nel bosco ed Orazio salito su
d'un monticello di sabbia con dietro John spingeva l'acuto suo sguardo
su tutta l'estensione del litorale già abbastanza rischiarato dal
giorno. Fortunatamente nulla scoprì che dasse indizio di naufragio in
quello sconquasso spumante dell'onde infuriate sulle deserte e
desolate spiagge romane.
Tornati alle donne, ch'erano rimaste in una specie di avvallamento del
terreno, Orazio disse: "I nostri amici sono fuori di pericolo, tocca
ora a noi a fare altrettanto". Così dicendo prese a destra per un
sentiero a lui conosciuto e s'internò nel deserto accompagnato dalla
silenziosa comitiva.
CAPITOLO XXVIII
LA RITIRATA
Dopo l'avvenuto nelle Terme di Caracalla, la posizione d'Attilio, e
de' suoi amici divenne ben pericolosa. Il traditore avea pagato il fio
con la sua vita; i cagnotti del Governo avevano avuto la peggio, ma la
polizia era sulle tracce della cospirazione e certo ne conosceva, od
almeno ne sospettava i capi.
Se gli amici di fuori fossero stati pronti come lo erano i romani,
nella stessa notte del 15 febbraio si poteva farla finita coi preti e
lo si poteva in qualunque altro giorno. Ma i moderati sempre paurosi
ed indissolubilmente legati al carro dei potenti non volevano saperne
di menar le mani e volevano a qualunque costo aspettare la manna dal
cielo, e dal beneplacito dello straniero, la libertà della patria.
Che importava loro del decoro nazionale? del sogghigno beffardo di
tutte le nazioni Europee, di provincie compre coll'oro, e coll'oro
vendute? Essi, avviticchiati ai lucri ed agli impieghi, eran sordi a
qualunque proposito generoso che potesse compromettere l'Eldorado(39)
a loro consegnato dalla Rivoluzione, che altro per sé non volle che il
bene e l'unità nazionale. Quindi l'Italia da tanti secoli divisa,
depredata, avvilita, corrotta da quella caterva di iene in sottana, si
trova oggi ancella ringiovanita, riportata all'altare del sacerdozio
di Satana a rinnovare l'antico bacio della pantofola.
(39) Paese dell'oro.
I porporati, assoldatori di briganti, tornarono alle grasse prebende,
il popolo alle solite miserie ed i valorosi che bagnarono del loro
sangue tutte le terre italiane obbligati a ripigliare la via
dell'esilio, ad errare nelle foreste per sottrarsi alle vendette dei
preti.
Tale era la condizione di Roma nei primi mesi di quest'anno 1867 in
cui si vedevano mercenarii stranieri sostituiti da altri mercenarii
ancora peggiori impossessarsi della città nostra; si vedeva l'Italia
prostrata ai cenni di un devoto assassino rinnegare Roma e le sue
glorie per compiacergli e potendo viver bella, rigenerata, rigogliosa,
sorta colla superba aureola di libertà e d'indipendenza sì caramente
acquistate per virtù de' suoi figli, la si vedeva ravvoltolarsi
spudoratamente nel fetido brago dei corruttori e persecutori del
genere umano.
Ma torniamo indietro al nostro racconto,
Una sera dei primi di marzo in una stanzuccia sul di dietro della casa
di Manlio in Trastevere s'eran riuniti, Attilio, Muzio e Silvio per
conferire sul da farsi. Dal 15 febbraio eran rimasti in Roma per
tentare la fortuna; ma la fortuna di Roma era intricata in un
labirinto tale che tutto il generoso patriottismo dei nostri giovani
eroi e de' loro trecento bellicosi compagni, non poteva trovarne
l'uscita.
"Oggi,--diceva Attilio,--non v'è più merito a dar la vita per il
proprio paese quando è santificato il principio del _non fare_ per non
disturbare il bell'andamento di cose ordite dal moderantume. I nostri
amici di fuori sonosi rappattumati vergognosamente con questi nemici
d'Italia, ma noi!... come lo potremo mai? Potremo noi vivere in
famiglia e concordi cogli scellerati, che ci venderebbero cento volte
allo straniero, che corruppero, che depravarono questa nostra città e
la prostituirono come solo loro sono capaci di prostituire, che arsero
i nostri padri, che stuprarono le nostre vergini, che fecero della
nostra Roma, un bordello! una cloaca!!!".
Attilio fuori di sé alzava la voce oltre misura, onde Silvio più
pacato gli disse: "Parla sommesso, fratello! Tu sai come siamo
perseguiti e non è difficile che nei dintorni di questa casa vi sieno
sgherri appiattati. Qui già non si può più stare, lasciamo Regolo
incaricato delle cose nostre in città e prendiamo la campagna. Là, non
mancano amici, i coraggiosi vivono dovunque. Lasciamo che Italia si
stanchi d'essere ludibrio di queste sue mignatte in maschera liberale,
di questi mercanti di uomini tra l'impostura e il dispotismo!
Andiamo!--continuò Silvio dopo un istante di pausa, durante la quale
pareva che un'ignota forza volesse collocarsi fra lui e il suo
divisamento.--I nostri nemici ci chiameranno briganti, avventurieri,
come ci chiamarono nella gloriosa spedizione di Marsala. Che importa?
come allora, noi tuteleremo la libertà di questa nostra patria
infelice e marceremo alla riscossa quando essa voglia devvero
emanciparsi dalla tirannide".
CAPITOLO XXIX
LA FORESTA
Dopo aver camminato per circa due ore nella foresta, per sentieri ove
in molti luoghi mancavano le traccie dell'uomo e somigliavan piuttosto
ad aperture dovute alle corna del bufalo. Orazio che era sempre alla
testa della comitiva composta di Silvia, Clelia e John, e che
adoperavasi a sbarazzare il sentiero da piante cadute, e dai rami che
lo attraversavano, fermossi finalmente in uno spiazzato, ove il bosco
aprivasi per lasciare il posto ad un ameno praticello.
Il tempo s'era rasserenato, alcune raffiche di vento, resto della
notturna tempesta, colpivano ancora le cime delle secolari piante ma
nel sito ove si trovavano i nostri viaggiatori appena se ne sentiva il
soffio.
"Signora Silvia,--diceva Orazio:--voi con Clelia, adagiatevi qui in
questo luogo e riposatevi che ne avrete molto bisogno. Io con John
m'allontanerò per poco a cercar da mangiare". Così dicendo distese il
mantello sull'erba e facendo un segno a John che lo seguisse s'imboscò
con lui per una nuova direzione nella foresta e entrambi scomparvero.
Silvia era stanca veramente. Clelia giovane e di costituzione più
robusta lo era meno, però anch'essa trovò ben piacevoli alcuni momenti
di riposo in quel sito ameno e appartato dal mondo ove altra traccia
di creatura umana non si distingueva che quella da loro stessi solcata
sull'erba.
Dopo un momento di riposo la nostra eroina cedendo alla vivacità
dell'età sua ed avendo scoperto che il praticello era variopinto di
fiorellini alzossi e si mise a raccoglierne un mazzolino da presentare
alla mamma. Tornata a Silvia, e sedutasi accanto, nel mentre che
porgeva il mazzo, un tiro di carabina s'udì a non molta distanza e
l'eco della foresta lo ripetè più volte.
Silvia fu scossa dal rimbombo della scarica e certamente per la sua
delicata natura, quel tuonare subitaneo in quella silenziosa
solitudine ebbe qualche cosa di straordinario. Clelia però
accorgendosi dell'effetto provato dalla madre disse sorridendo: "ma
questo è uno sparo del nostro amico; sta pur sicura, mamma, che presto
noi lo vedremo qui di ritorno con della selvaggina". Un abbraccio
amoroso alla sua Clelia fu la risposta di Silvia ed ambe
s'intrattennero a ricordare i loro cari, le straordinarie vicende che
le avean divise da loro, ed a pascersi della speranza di poterli
rivedere presto.
Non tardarono Orazio e John a raggiungere le loro compagne portando a
stanga un giovane cignale che la carabina del Romano aveva atterrato.
"Clelia,--disse Orazio,--fate capire all'Inglese di raccogliere legna
secca per far fuoco"; e Clelia che conosceva un poco quella lingua ed
era stata l'interprete del giovin marinaro glielo spiegò. John si
accinse colla miglior voglia del mondo a spezzare rami, ad ammassarli,
ed in pochi minuti un magnifico fuoco scoppiettava allegramente in
mezzo ai nostri viaggiatori.
L'arte del macellaio è disprezzata e veramente quell'imbrattarsi di
sangue d'altra creatura e sminuzzarne le carni ripugna, ha del
selvaggio, e per indurito che sia il cuore dell'uomo egli non può a
meno di risentirsene. Io, per esempio, mi sarei volentieri conformato
alla vita dei Pittagorici(40) e più crescon gli anni, più aumenta in
me la ripugnanza degli eccidi animali e, devo confessarlo, cacciatore
una volta, io soffro oggi nel vedere anche un uccello ferito.
(40) Seguaci di Pittagora che s'imponevano l'obbligo di non mangiare
altro che vegetabili.
Non so se lo stesso sentimento provasse Orazio, il coraggioso figlio
della foresta; ma repugnante o no, come avrebbe egli potuto vivere
senza la caccia, obbligato com'era a tenersi lontano dall'abitato? Per
quella volta intanto, egli con molta grazia distese la sua preda
sull'erba, trasse il suo coltello pugnale, fece in pezzi il cignale,
acconciò a guisa di spiedo un virgulto di legno verde, v'infilzò la
carne, ed in poco tempo presentò ai suoi compagni affamati un arrosto
da invogliarne anche un moderato.
L'appetito servì di condimento alle vivande, e non mancarono durante
il pasto motti graziosi, massime sul conto del piccolo John che,
eccitato dalla Clelia a parlare italiano principiava, com'era
naturale, col dire spropositi che mettevano la compagnia in una
cordiale ilarità.
Il marinaro poi è un essere più allegro degli altri quando è a terra e
da lungo tempo egli non l'ha toccata. Questo non era veramente il caso
del nostro John ch'era rimasto molti giorni in Porto d'Anzo ed avea
visitato coll'Yacht la maggior parte dei porti d'Italia; ma, comunque
fosse, in questo nuovo mondo della foresta, egli si trovava
perfettamente e non invidiava punto i suoi compagni nel tempestoso
Tirreno. Poi Clelia era così bella! così gentile! ed Orazio uno di
quei tipi che affascinano la gioventù, ed era inoltre il suo
salvatore!
Terminato il pasto frugale, la comitiva si rimise in viaggio, seguendo
all'incirca la stessa direzione tenuta nel venire e dopo aver
camminato a lungo, giunse verso sera alla vista di quegli edifizi
antichi che il tempo sembra avere rispettato, simili all'immortale
Panteon a cui non posso pensare, senza tributargli un pensiero di
rispetto e di ammirazione.
Erano i nostri sul limitare della foresta, ove il sentiero metteva in
un ampio prato quasi circolare. Secolari querce erano sparse con certa
regolarità su tutta la superficie del circolo e le reliquie di quelle
antiche figlie della terra, cadendo per secoli al loro piede,
identificate col piedestallo delle naturali colonne, vi avean formato
dei graziosi tumuli, recessi di verdura, che invitavano gli stanchi
viaggiatori al riposo.
"Riposatevi qui per un momento", disse Orazio alle donne, e mettendo
alla bocca un piccolo corno ch'ei portava a tracolla ne trasse dei
suoni che sembravan sproporzionati alla piccolezza dell'istromento. Un
suono simile rispose da una capanna di guardia, situata sopra uno dei
detti tumuli, capanna che Orazio certo doveva conoscere e della quale
i suoi compagni non si erano accorti.
Un individuo vestito alla foggia d'Orazio uscì dalla capanna, gli si
fece incontro con aria di rispetto ed una stretta di mano dei due
accennò che non si trovavano per la prima volta. La sentinella (perché
tale era lo sconosciuto) dopo breve colloquio, facendo segno alle
donne di alzarsi, incamminossi precedendole verso l'edifizio.
CAPITOLO XXX
IL CASTELLO
Il periodo di grandezza e di gloria durante il quale la capitale del
mondo maggiormente rifulse si chiuse colla Repubblica, e la maestà del
sistema Repubblicano con gli Scipioni. Dopo la battaglia di Zama(41),
quando Roma non ebbe più nemici potenti, e facile divenne mettere le
mani su ciò che v'era ancora da conquistare dei paesi sconosciuti, i
Romani impinguati delle spoglie dei vinti dieronsi alle gare interne e
ad ogni sorta di lussuria da cui furon trascinati poi all'ultimo
stadio di degradazione a diventare gli schiavi dei loro schiavi. E fu
giustizia che così avvenisse: Dio li pagò della stessa moneta con la
quale essi avevano trattate le nazioni.
(41) Zama in Africa ove Annibale fu disfatto da Scipione.
Ma l'ultimo periodo della Repubblica ha in sé qualche cosa di grande.
Prima di morire, quella schiatta di giganti (parlo degli ultimi
Repubblicani), presenta alla storia un complesso di uomini tali da far
giustamente meravigliare. Lucullo, Sertorio, Mario, Silla, Pompeo,
Cesare son tali uomini, tali generali, uno solo dei quali basterebbe
per illustrare i fasti guerrieri d'una grande nazione.
Se la perfezione fosse possibile all'uomo e Cesare alle sue qualità
avesse unita l'abnegazione di Silla, io direi come l'autore della
Grandezza e Decadenza dell'Impero romano "Cesare è il più grande di
tutti i grandi uomini del mondo".
Di Silla in fatti strenuo generale anche lui questo racconta la
storia. Dopo aver voluto correggere i Romani e sottrarli alla
corruzione con mezzi terribili sino ad ordinare l'eccidio di ottomila
cittadini in una volta, un bel giorno radunò il popolo nel Foro e
sedendo in mezzo alla adunanza al posto di dittatore, rimproverò ai
Romani i loro incorreggibili vizi, quindi disse loro: "Tenni la
dittatura colla speranza di migliorarvi. Oggi mi son convinto che non
lo posso. Ritorno privato cittadino, pronto a dar ragione del mio
operato a chi me lo chieda". Così dicendo scese dalla tribuna, e si
confuse nella folla tranquillo ed altero, mentre dei Romani non uno
gli chiese conto di un torto.
E sì a molti dei presenti egli avea ucciso congiunti, amici, fratelli.
Cesare non sanguinario al pari di Silla ma d'un'intelligenza a lui
superiore, non seppe imitarne l'abnegazione, si lasciò cullare dalla
propria ambizione, e sognò di poter cingere la fronte d'una corona. I
pugnali degli ultimi Romani distrussero il suo sogno trafiggendolo a
morte.
Sulle rovine della Repubblica sorse l'Impero.
Fra gl'Imperatori ve ne furono dei meno tristi come Trajano, Tito
Antonino e Marco Aurelio. La maggior parte però furon mostri che non
contenti delle immense ricchezze che possedevano nelle loro condizioni
supreme, cercavano ancora usurpare le sostanze altrui, e guai al ricco
Romano ch'essi potevano depredare con uno od altro pretesto!
I cittadini che possedevan grandi ricchezze procuravano d'allontanarsi
da Roma. Alcuni cercavan rifuggire in paesi stranieri, altri in siti
reconditi ove non vi fosse probabilità di venire molestati. Tra questi
ultimi un discendente di Lucullo sotto il regno di Nerone era andato a
stabilirsi nel luogo ove all'estremità della foresta i nostri
viaggiatori avevano scorto un antico monumento. Colà egli si credette
di trovarsi al sicuro dalle carezze di quel pezzo di galantuomo ch'era
l'incendiario di Roma(42).
(42) Nerone un giorno fece mettere fuoco a Roma per godere lo
spettacolo dell'incendio dall'alto del suo Belvedere.
Il sito adunque ove Marco Lucullo edificò il suo castello era lo
stesso in cui noi lasciammo la nostra Clelia coi compagni e forse
alcuna fra le quercìe che ne adornavano il parco ricordavasi del
figlio di quel vincitore dell'Asia(43).
(43) Lucullo fu uno dei generali romani che maggiori conquiste ebbe
a fare nell'Asia.
L'architettura del castello era superba e superbamente conservata. Le
facciate esterne dell'edificio erano ricoperte d'edera ingigantita dai
secoli, ma, l'interno ripulito accuratamente dai moderni abitatori, se
non presentava tutti gli agi che si possono aspettare in una casa
moderna, offriva buon numero di sale e stanze ben conservate e
spaziosissime.
Privo d'abitatori per molto tempo, oltre all'edera che lo tappezzava,
il castello era pure nascosto dalle piante gigantesche che lo
circondavano, e questa circostanza lo rendeva acconcio ai bisogni
d'Orazio e dei suoi compagni di proscrizione. Di più, come tutte le
abitazioni edificate in quei tempi di sospetto, il castello aveva i
suoi sotterranei in cui non solo era agevole il nascondersi, ma a
traverso i quali si poteva percorrere immenso tratto di paese nel seno
della terra.
Chi avesse chiesto qualche cosa ai pochi pastori il cui gregge
pascolava nei dintorni della foresta avrebbe udito rispondersi, che
nel centro di quella v'era un castello abitato dagli spiriti cui
nessuno aveva mai potuto avvicinarsi perché de' più coraggiosi che lo
tentarono non se n'ebbe mai più notizia.
Raccontavano ancora, che una figlia del ricco principe I..., che con
la famiglia s'era trovata ai bagni marini di Porto d'Anzo, essendosi
avvicinata colle sue damigelle all'orlo del bosco, era stata, a' loro
occhi veggenti, portata per aria dagli spiriti e più nulla se ne era
saputo ad onta delle minute indagini fatte praticare dal padre in
tutti gli angoli della foresta.
Ecco, in quel paese di meraviglie capitò la comitiva condotta da
Orazio.
CAPITOLO XXXI
LA BELLA IRENE
Sul peristilio del castello ove giungevano i nostri quattro
viaggiatori scorgevasi una giovine donna, il cui aspetto indicava la
matrona romana forse un po' più delicata del tipo antico.
Ai suoi vent'anni, al vederla si avrebbe potuto aggiungere un lustro
di più perché al suo sorriso angelico corrugavansi alquanto le
bellissime guancie. Neri gli occhi e la capigliatura il suo portamento
era incantevole e maestoso.
Avvertite le donne, con un inchino graziosamente le salutò, mentre
Orazio le diceva: "Irene, ti presento Silvia e Clelia, la sposa e la
figlia del nostro celebre scultore Manlio", e allora con un bacio
cordiale Irene accolse le ospiti.
Il piccolo John incantato di trovare tanta bellezza e tanta grandezza
ove aveva supposto di non trovar altro che solitudine e deserto fu più
sorpreso ancora quando, seguendo la compagnia nell'interno del
castello, s'accorse che in uno splendido salotto stava preparata una
ancor più splendida mensa riccamente e copiosamente imbandita di ogni
specie di vivande.
"Tu m'aspettavi dunque stasera?" disse amorosamente Orazio ad Irene.
"Oh sì! me lo diceva il cuore, che non avresti passata un'altra notte
fuori", e un nuovo amplesso dei due amanti chiudeva il breve
colloquio.
Clelia, la bella Clelia fu ben lungi dall'esserne gelosa. Ella era già
troppo affezionata a quei due esseri e in quella vece il suo pensiero
ed il suo cuore corsero ad Attilio. Credo non affermare cosa che il
lettore non abbia indovinato aggiungendo che la buona Silvia mandò un
sospiro pel suo povero Manlio.
John coll'appetito di dodici anni, stimolato da una passeggiata ben
lunga per un povero _tar_(44), all'aspetto della mensa imbandita non
ebbe pruriti d'amore, ma di sincerissima fame.
(44) _Tar_, marinaro in inglese.
Una nuova scena di lì a poco colpì la madre e la figlia, e più di
queste John, che ancora se ne stava a bocca aperta. Avendo Orazio dato
di piglio a quel suo magico corno, comparvero come per incanto, l'uno
dopo l'altro, quindici nuovi ospiti e tutti poco più, poco meno,
vestiti alla foggia d'Orazio, ed armati.
L'ora già tarda, e la sala poco illuminata fecero più solenne sulle
prime quella comparsa, ma venendo accesi i lumi le aperte, maschie e
gentili fisonomie dei nuovi arrivati, guadagnarono loro l'ammirazione
e la fiducia universali. Orazio allora "a tavola" gridò, facendo
sedere Silvia alla sua destra, alla sinistra Clelia e dopo lei Irene.
I compagni d'Orazio, sedute che furono le donne ed il loro capo, per
cui mostravano gran rispetto, presero posto a tavola, mentre John
s'era già collocato allato a Silvia.
Un bicchiere di wermuth brindato "alla libertà di Roma" iniziò il
pranzo, che continuò poscia con molta alacrità per parte di tutti i
commensali.
Terminato il pranzo, le donne si ritirarono nelle stanze d'Irene e
mentre una serva di lei, conformandosi agli ordini ricevuti, preparava
i letti per le nuove arrivate, esse con Irene contraccambiarono
quattro paroline, siccome è uso del bel sesso, sulla reciproca loro
storia.
Di Silvia e Clelia noi già lo sappiamo e ne resta a sapere ciò che la
bella castellana raccontasse sul conto suo alle nuove amiche e il suo
racconto fu il seguente:
"Sono figlia del principe T... che credo voi conosciate in Roma,
famoso per le sue ricchezze, splendidamente educata da mio padre, a me
non mancò nessuna specie d'istruzione, ma cosa singolare!, invece di
propendere a studi che sembrerebbero più adatti al nostro sesso come
la musica, il ballo ed altri femminili passatempi ed occupazioni, mi
sentiva attratta verso gli studi seri e d'indole più grave che alle
donne forse non si convenga. Quando venni allo studio della nostra
Roma me ne appassionai in un modo strano, ed in quella stupenda storia
della Repubblica sì piena di grandi fatti, di leggende e d'eroismo la
mia giovine fantasia s'esaltava al punto da divenirne pazza.
Paragonando poi quei tempi eroici con gli obbrobrii dell'impero e
della decadenza e in ispecie colla più moderna storia dei preti, così
avviluppata in un caos di umiliazioni, di prostituzioni, di miserie,
sentii tutto il peso d'una mortificazione inesprimibile. Studiando
concepii un immenso disprezzo, un odio profondo per il Clericume,
istrumento principale dell'abbassamento e del servilismo del nostro
popolo. Con indole tale e tali sentimenti, vi persuaderete facilmente
che le occupazioni e i divertimenti principeschi della mia casa, gli
sterminati omaggi dell'aristocrazia Romana serva del prete e dello
straniero, non potevano avere le mie predilezioni. Non tra le
cortigianesche passeggiate, le feste, i balli e le dissipazioni vane,
ma tra le splendide ed immense ruine di cui è seminata la nostra
Metropoli, io trovavo le mie delizie, e cavalcando o a piedi, quasi
ogni giorno, passavo alcune ore tra quei superbi avanzi della
grandezza Romana. Giunta all'età di quindici anni, più dell'ago, dei
ricami e delle mode, mi erano famigliari i capi d'opera dei maestri
dell'arti belle, le macerie del Foro e quelle sparse nella deserta
campagna intorno a Roma.
Soleva fare le mie escursioni lontane a cavallo accompagnata da un
vecchio e fido domestico di casa. Una sera, di ritorno da una di
quelle passeggiate, mentre traversavamo Transtevere alcuni soldati
stranieri ubbriachi, i quali avevano attaccato rissa in una osteria
uscirono colle sciabole perseguitandosi. Il mio cavallo si spaventò,
prese il morso coi denti e di carriera precipitandosi per la via mi
trasportava colla celerità del baleno rovesciando quanto gli si parava
davanti, non potendo io rallentarne il corso per quanti sforzi
facessi.
Era forte in sella e coloro che senza pericolo mi vedevano correre
ammiravano, ma finalmente il corsiero continuando la sua furia la lena
venne a mancarmi ed ero lì lì per lasciarmi cadere. Certo cadendo, mi
sarei fatta in pezzi sul selciato, o contro qualche ostacolo della
via, quando un giovane coraggioso lanciatosi dal marciapiedi come un
lampo attraversa la via, getta la sua mano sinistra alle briglie e mi
cinge robustamente colla destra mentre già mi abbandonavo sfinita.
Allo strappo violento della mano del mio salvatore il cavallo fa un
mezzo giro a sinistra, inciampa e va a fracassarsi il cranio contro il
muro di una casa. Io era salva, ma svenuta e quando ripresi i sensi mi
trovai nel mio letto, in casa mia, attorniata dalle mie donne. E chi
era stato il mio salvatore? a chi chiederlo? Feci chiamare il
domestico che mi accompagnava ma tutto quanto egli mi seppe dire era:
che seguendomi da lontano giunse sul luogo della catastrofe quando io
era già trasportata in una casa vicina da dove, palesando il mio nome
mi fece trasferire subito nel mio palazzo. Altro non seppe dirmi del
mio salvatore se non che egli era un giovine e che s'era ritirato dopo
avermi consegnata alle donne di quella casa.
Però la mia ardente immaginazione aveva indovinato o distinto anche in
mezzo a tale pericolo i lineamenti atletici di quell'agile e robusto
giovine.
I suoi occhi avevan lampeggiato un solo istante nei miei ma quel lampo
si era indelebilmente trasfuso ed impresso nel mio cuore. Io non potei
più dimenticare quella sua fisionomia che ricordava gli eroi Romani
scolpiti nell'anima mia. Oh! lo riconoscerò ben io se lo rivedo, dicea
tra me, fosse egli romano! se è romano dev'essere della schiatta de'
quiriti, del mio popolo ideale! del mio culto!
Una sera (voi conoscete l'uso in Roma di visitare il Colosseo al
chiarore della luna), una sera, dico, accompagnata dallo stesso
domestico io usciva da quel gigante delle ruine per tornare a casa. Ad
una certa distanza essendosi diradata la folla, nel girare il canto
della via che dal Tarpeo mette al Campidoglio ed all'ombra di
quell'immenso edificio, un colpo di bastone rovesciò il mio domestico
e due malandrini afferrandomi per le braccia cominciarono a
trascinarmi violentemente verso l'arco di Severo(45). In quel punto le
svelte forme dell'uomo che io aveva scolpito in cuore si delinearono
nel chiaroscuro delle ruine: una lotta corpo a corpo s'impegnò tra i
tre, ed in meno ch'io nol dico, i due assassini erano rovesciati nella
polve. Vedendo il domestico rialzarsi e venire a noi, lo sconosciuto
mi prese la mano, la baciò ed allontanossi frettolosamente.
(45) _Tarpeo_: Rocca donde i Romani precipitavano i rei.
_Campidoglio_: Palazzo di governo degli antichi. _Arco di
Severo_: Magnifica ruina che s'incontra entrando nel campo
Vaccino, che fu edificato da Settimio Severo Imperatore.
Io era rimasta così attonita da tanti e sì subitanei avvenimenti che
non ebbi la presenza di spirito di articolare una sola parola.
Mio padre, amorevolissimo, (io non aveva conosciuta mia madre) soleva
nella stagione estiva andare ai bagni di mare in Porto d'Anzo forse
più per compiacermi che per desiderio proprio, sapendo che io amava il
mare e soprattutto amava di allontanarmi dalla società aristocratica
della Metropoli per la quale non avevo la più lieve simpatia.
Fuori di Porto d'Anzo, a poca distanza verso il settentrione e non
lontana dal mare, vi era una villa proprietà di mio padre da noi
abitata nelle nostre escursioni estive.
Io amava la vista del mare, quivi vivea più volentieri che a Roma, ma
vi era un vuoto nella mia esistenza, una smania nell'anima mia che mi
turbava, che mi rendeva inquieta e malinconica. Io sentivo di amare
perdutamente lo sconosciuto mio liberatore.
Sovente passava delle ore al balcone del mio appartamento, gettando lo
sguardo in tutte le direzioni e su tutti i passanti, cercando le
sembianze dell'uomo de' miei pensieri. Se scorgeva un palischermo, una
navicella sul mare, puntava il mio binocolo su quel punto, non per
altra brama che di scoprire fra la ciurma o tra i passeggeri l'idolo
del mio cuore.
Una sera era già tardi ed io seduta al balcone della mia stanza in
balìa ai mesti miei pensieri, quasi involontariamente stava
contemplando l'astro della notte che spuntava sul lontano orizzonte
delle pianure Pontine. Il tonfo d'un corpo che pareva piombare
dall'alto del muro della villa mi trasse dalle mie contemplazioni: il
cuore cominciò a battermi, non di paura però, e mentre l'astro
notturno alzavasi ed aumentava il chiarore mi sembrò discernere tra le
piante qualche cosa che s'avvicinasse. Poi mi parve distinguere una
persona. Quando l'ombra o la persona uscì dal folto delle piante e si
trovò all'aperto, un raggio di luna, che quasi orizzontale la
illuminava, mi fece palesi le fattezze di colui che io aveva cercato
invano per tanto tempo. Un grido di sorpresa e di gioia m'uscì
incontanente dal petto e, lo confesso, tutto il mio pudore di donna
bastò appena per trattenermi dal corrergli incontro e gettarmi nelle
sue braccia. Il mio carattere solitario e sdegnoso de' costumi della
Capitale mi aveva mantenuta in una innocenza eccezionale ed io, prole
di principi appartenente alla più corrotta delle corti del mondo, era
rimasta una semplice ed ingenua figlia della natura.
Irene!--mi disse una voce che mi scese nel più profondo
dell'anima.--Irene! potrei avere la fortuna di dirvi due parole là o
qua giù, come a voi piace?
Scendere mi sembrò più conveniente che introdurlo nelle mie stanze, e
scesi! Ei mi prese quasi timidamente la mano, poi mi condusse verso il
bosco e là ci sedemmo sopra un banco campestre l'uno accanto
all'altro, all'ombra delle piante. Egli avrebbe potuto condurmi seco
fino agli estremi confini della terra: io mi sarei lasciata guidare
dove a lui meglio piaceva.
Stemmo un pezzo silenziosi; finalmente rompendo il silenzio egli mi
disse: Irene! voi perdonate il mio ardimento, non è vero? Io non
risposi, ma senza resistenza lasciai che traesse a sé la mia mano che
egli baciava fervidamente.
Voi saprete, continuava egli, ch'io sono un plebeo. Irene, un orfano!,
i miei genitori perivano entrambi alla difesa di Roma contro gli
stranieri: su questa terra altro non mi rimane che il braccio ed un
animo consacrato all'Italia ed a voi.
Predisposta com'era ad amarlo fin da quando egli non era per me che
una creazione della fantasia che dava una forma al mio liberatore,
potete immaginarvi se in quel momento, in cui l'essere fantastico
della mia immaginazione, e del mio affetto aveva presa forma viva, che
ne udiva la maschia ma affettuosa e soave voce io mi trovassi
veramente beata.
Sentivo di esser sua ed egli avrebbe potuto disporre di me come d'una
schiava; tale era il fascino che esercitava sopra la mia volontà.
Irene!--egli continuava--è d'uopo ascoltiate ancora, che sappiate che
io non solamente sono un povero orfano, ma sono proscritto, condannato
a morte, obbligato a vìvere nelle foreste, perseguitato dagli sgherri
del Governo, inseguito come le belve.
Un presentimento, un intuito della generosa indole vostra, non lo dico
per vantarmene, credetelo, diceva al mio cuore che voi mi amavate e
che quell'amore vi faceva infelice. Per questo sono venuto, o
Irene!... e sono venuto... a dirvi... che voi non potete esser mia!
Dopo un istante di pausa, rinfrancatasi la voce, ch'era andata grado
grado abbassando eì proseguiva: Voi dovete dimenticarmi, Irene, io
sono già pago del poco che ho potuto fare per voi. Me ne sento
superbo, quindi a me non dovete gratitudine e se mai fossi tanto
fortunato da spendere questa povera vita per voi, oh!, credo che
allora il mio sogno sarebbe compiuto! Perdonatemi!... Irene!...--Così
dicendo, egli si alzava, con voce sicura mi diceva addio e lasciando
andare la mia mano che aveva tenuta nella sua, si allontanava...
Io era rimasta tutto quel tempo assorta in tanta estasi da dimenticare
me stessa, il mondo intero! Non udiva, non sentiva più nulla! ma la
parola Addio quasi scintilla elettrica m'infiammò, corsi a lui, e
"fermati!", dissi, prendendolo per il braccio e riconducendolo al
sedile. "Tu sei mio! tu devi essere mio, gridai, ed io tua!... per
tutta la vita! Sì! io voglio essere tua in eterno!" e mi abbandonai
così dicendo nelle braccia di lui.
Dopo pochi giorni di preparativi io seguiva Orazio in questa foresta e
qui dimoro da più anni. Non dirò, per essere esatta nella mia storia,
che sono perfettamente felice. No! provo un'afflizione, l'unica,
quella di aver forse accelerata la morte del mio vecchio ed amoroso
genitore". Qui una lacrima rigava la guancia bellissima della regina
della foresta.
Silvia, quantunque stanca, non aveva potuto a meno di prestare
attenzione all'interessante istoria dell'amabile ospite, Clelia non ne
aveva perduta una parola. Quante volte durante la narrazione non era
essa stata sul punto di esclamare: il mio Attilio anch'esso è bello,
valoroso, degno d'essere amato di un simile amore! Sì! il mio
Attilio!, mio! essa ripeteva a sé stessa, intanto che Irene guidava
alla loro stanza le due nuove amiche.
CAPITOLO XXXII
GASPARO
La storia del Papato è storia di briganti.
Dai condottieri del medio evo che quel governo debole e
demoralizzatore assoldava per mantenere l'Italia in uno stato normale
di dissidenze e di guerre intestine per dominarla ai briganti che ai
nostri giorni mantiene per impedirne la ricostituzione, io lo ripeto!,
quella storia è una storia di brigantaggio.
Chi ha visitato Civitavecchia nel 1849, avrà senza dubbio inteso
parlare di Gasparo, famosissimo capo-brigante, parente del cardinale
A.... Molti stranieri giungevano espressamente in quella città per
vedere quell'uomo straordinario.
Gasparo alla testa della sua masnada avea sfidato la potenza del
governo pontificio: sostenuti molti scontri e coi gendarmi e colle
truppe e il più delle volte le truppe ed i gendarmi erano stati da
Gasparo messi in fuga.
Non potendo il governo avere quel valoroso bandito colla forza, si
provò a pigliarlo coll'astuzia.
Come abbiamo detto, Gasparo era parente di uno dei cardinali più
autorevoli della Corte, e siccome entrambi erano nativi di S.... ove
avevano parenti comuni, così questi furono intermediari fra il governo
ed il brigante, portando al bandito le splendide offerte del porporato
congiunto.
Gasparo fidatosi delle promesse fattegli, licenziò la banda. Arrestato
e condotto in catene nelle prigioni di Civitavecchia, vi si trovava
nel 49, cioè al tempo della Repubblica ed allora noi potemmo vederlo.
Il principe C...., fratello della nostra Irene, avea per i racconti
de' pastori avuto sentore d'una bella abitatrice della foresta; dai
connotati e dalle circostanze aveva dedotto che essa non poteva essere
che la propria sorella.
D'accordo col cardinale A..... egli divisò di trarla a qualunque costo
da quella che egli chiamava una prigione, ed era un nascondiglio.
Appoggiato dal governo, ed autorizzato a marciare alla testa del
reggimento di cui aveva il comando, il principe non era sicuro per
mancanza di pratica dei luoghi chiusi da foltissimi boschi di poter
riuscire, laonde chiese al cardinale A.... se gli volesse dare come
guida il suo vecchio parente, prigioniero in Civitavecchia.
"Ottima scelta!--rispose il cardinale,--Gasparo vi condurrà nei più
reconditi siti della foresta più facilmente che a traverso le vie di
Roma. Egli è tal uomo che prendendo un pugno di fieno e odorandolo,
anche a mezzanotte, vi saprà dire precisamente ove si trova in
qualunque parte di quei deserti. Badate che è vecchio ora ma per
coraggio lo credo ancora buono ad affrontare il demonio".
Quando Gasparo nelle carceri di Civitavecchia seppe che dovevano
condurlo in Roma si tenne per ispacciato e tra sé stesso diceva:
"Meglio così, bisogna pur finrla una volta! sono già stanco della
vita. Un solo dispiacere porto meco nella tomba,--aggiungeva
picchiandosi la fronte il vecchio Gasparo,--di non potermi vendicare
del tradimento di questi cani in sottana".
Due compagnie di gendarmi, una a piedi, l'altra a cavallo, condussero
l'antico principe dei briganti in Roma. Il governo avrebbe bensì
desiderato ch'ei viaggiasse la notte ma di notte v'era pericolo di
fuga o di rapimento perché i vecchi compagni di Gasparo non erano
ancor morti. Bisognò dunque acconciarsi a tradurlo di giorno: e di
giorno la popolazione correva sullo stradale affollata per contemplare
il famoso bandito. Il passaggio del Papa non avrebbe attratta tanta
gente.
Condotto in Roma alla presenza del Cardinale A. e del principe C. con
molte promesse ed oro, lo impegnarono a coadiuvarli nella proposta
distruzione dei briganti libertini(46) e nel ricupero della
principessa.
(46) Libertini, nome che i preti danno ai liberali.
Gasparo assentì non volendo perdere sì bella occasione di prendere il
largo e vendicarsi di chi lo aveva sì scelleratamente tradito.
CAPITOLO XXXIII
LA SCOPERTA
Eran vari giorni che Clelia, Silvia e John abitavano il Castello di
Lucullo ospiti d'Orazio e d'Irene e non si accorgevano di starvi male.
Fra i compagni d'Orazio ve n'erano di ricchi, di nascosto dal governo
ricevevano sussidi dalle famiglie di Roma e quindi potevano provvedere
la loro nuova dimora di quanto abbisognava; l'abbondante caccia della
foresta forniva ogni specie di selvaggina e la galanteria dei nostri
giovani romani, specialmente verso la perla di Transtevere, non era
poca e, mi perdoni il bel sesso per cui vecchio come sono conservo una
vera adorazione, benché afflitta dall'assenza dell'amante che ella ama
con tutta l'anima, la donna un po' di galanteria l'accetta sempre
volentieri, s'intende bene senza far torto al lontano suo prediletto.
Clelia sarebbe stata felicissima d'avere seco il suo Attilio, anche a
patto di star tutta la vita nella foresta; Silvia, la buona Silvia
talora sospirava incerta del destino del suo Manlio, e John? Oh! John
poi era l'essere più felice di questa terra. Orazio lo aveva armato di
una delle carabine prese ai briganti che assaltarono la carrozza di
Giulia e di più lo teneva come compagno inseparabile in tutte le sue
escursioni di caccia.
Un giorno Orazio e John si trovavano nella foresta cacciando un cervo.
John doveva fare la battuta ed allontanossi seguendo le istruzioni del
suo compagno. Orazio rimase alla posta. Le disposizioni d'Orazio
furono efficaci, poiché dopo circa mezz'ora un grande cervo venne a
pascere sulla sua posta. Col primo tiro lo colpì, ma l'animale non
cadde; allora Orazio lasciò andare il secondo colpo e la belva diede
un lamento e stramazzò.
Aveva appena Orazio scaricato i due tiri della sua carabina quando un
movimento dei cespugli lo fe' accorto che qualche cosa s'avanzava
verso lui dalla parte più folta del bosco. Non poteva essere John,
egli era troppo lontano ancora. Un sospetto balenò alla mente d'Orazio
ed un brivido involontario lo percorse nel sentire le due canne della
carabina vuote.
Non s'era ingannato: appena aveva posto il calcio dell'arme a terra
per ricaricarla, un ceffo molto più somigliante a quello d'una tigre
che d'un uomo sbucò dalla macchia a pochi passi di distanza.
Sui valorosi ancorché colti all'improvviso il timore non ha forza, e
col pugnale alla mano il nostro Coclite s'avanzava impavido contro
l'apparizione quando questa gli gridò: ferma!, con tanta autorità e
sangue freddo che ne fu sorpreso il nostro prode Orazio e fermossi.
Armato da capo a piedi il nuovo venuto aveva un aspetto veramente
straordinario. Un cappello puntato alla calabrese copriva il suo
capo irsuto di folta capigliatura bianca come la neve. La barba
bianca, sprizzata qua e là di qualche ciocca del primitivo colore ed
irta come quella d'un cignale, copriva l'intero volto ad eccezione
degli occhi. Eretta e posata su poderosa spalla gli anni non eran
stati capaci di piegare quella testa maestosa e selvaggia. Sul largo
suo petto teneva affibbiato un giustacuore di velluto stretto al
cinto dall'indispensabile cartucciera. Di velluto oscuro era pure il
resto del vestito e dal ginocchio in giù, uose calzava elegantemente
affibbiate.
"Io non ti sono nemico Orazio--disse Gasparo (poiché era egli
stesso)--anzi io vengo ad avvisarti di un pericolo che ti sovrasta e
che potrebbe essere la tua e la rovina de' tuoi compagni".
"Che non mi sei nemico--rispose Orazio--lo prova il tuo contegno; tu
avresti potuto uccidermi se lo fossi pria ch'io mi trovassi in istato
di difesa, e so di più: che Gasparo sa servirsi assai bene della sua
carabina".
"Sì,--rispose il bandito--vi fu un tempo in cui di rado mi occorreva
di tirare un secondo colpo al cervo ed al cignale ed oggi stesso,
benché gli occhi miei comincino a fallirmi io non starò indietro ad
alcuno, quando si tratti di assalire un nemico. Ma sediamo, devo
narrarti cose importanti".
Seduti sul fusto di una vecchia pianta rovesciata, Gasparo cominciò a
favellare dei disegni della corte papale coadiuvata dal Principe C.
Narrò che lui stesso era stato inviato dal Principe per scoprire ove
potevano trovarsi i liberali ed infine che egli, Gasparo, bramoso di
vendicarsi del governo dei preti offriva invece il suo concorso ad
Orazio colla sola condizione di esser accolto nella banda liberale.
"Ma voi avete molti delitti, mio povero Gasparo, se è vero ciò che si
racconta di voi e noi non potremmo accogliervi in nostra compagnia".
"Delitti!--rispose altiero il bandito.--Io non ho altro delitto che di
aver purgato la società d'alcuni prepotenti e dei loro sgherri, il
delitto d'aver soccorso gli oppressi ed i bisognosi. E credete voi che
se io fossi un miserabile delinquente, il governo dei preti avrebbe di
me tanta paura e che io sarei così generalmente amata dalle
popolazioni?
Il Governo mi teme perché sa che io non temo di lui come glielo provai
in tanti incontri. Il governo mi teme perché sa d'avermi
vigliaccamente ingannato e tradito e s'io ritorno alla testa de' miei
coraggiosi compagni egli sa che gli farò pagar caro la sua malafede ed
i suoi tradimenti. Sì, alcuna volta io mi son servito dell'avvocato
Carabina per far giustizia ed ho la coscienza d'averlo sempre fatto
conformemente ai dettati del diritto. Posson dire lo stesso i preti?".
Qui giungeva John, ed Orazio pensò bene di marciare colla preda ed il
nuovo compagno verso il castello, per provvedere agli avvenimenti che
si preparavano.
CAPITOLO XXXIV
L'ASSALTO
Avendo il Principe riconosciuto per relazione di spie più fidate di
Gasparo che i liberali trovavansi nel castello preparossi a dargli
l'assalto dopo avere disposto la sua gente in modo da circondare il
castello ed impedire da ogni parte l'uscita ai rinchiusi.
Ma simile a molti generali che sprecando e disseminando la loro gente
per eccesso di precauzioni su troppi punti, con sentinelle, picchetti,
distaccamenti, osservazioni, ecc. finiscono a rimanere con poche forze
sotto mano e sono bene sovente sconfitti, il Principe più che al
vincere, parve provvedere ad assicurarsi la vittoria.
Da' suoi esploratori egli avea avuto un'idea della situazione del
castello, ma inesatta. Avea mandato anche Gasparo in esplorazione, ma
questi non compariva onde impaziente egli dispose la sua gente, che
ammontava a circa un migliaio d'uomini, in vari distaccamenti. Li
inviò in diverse direzioni a fine di chiudere ermeticamente il nemico
e quindi avanzare restringendo il cerchio per finalmente assaltare la
posizione.
Successe per l'appunto ciò che doveva succedere con tante precauzioni
e movimenti combinati. La parte verso Roma, da tramontana, ove il
Principe stesso comandava, seguì veramente la sua marcia diretta verso
il castello; ma gli altri distaccamenti un po' per incuria, naturale
ai soldati del Papa, un po' per colpa dei pratici, anche loro poco
vogliosi di venire a combattimenti, invece di seguire vie praticabili,
s'intricavano nel folto del bosco ove, chiama di qua rispondi di là,
vi volevano delle ore per intendersi, e si finiva qualche volta, dopo
d'aver faticato molto, col tornare al punto di partenza.
Il Principe avendo tenuto seco circa dugento uomini dei più fidi,
giunse verso le 4 pomeridiane alla vista del castello, ove s'accorse
che v'erano già preparativi di difesa. Contando sulla bravura de' suoi
e sulla cooperazione degli altri distaccamenti, egli da prode com'era
veramente, la sciabola alla mano, fece spiegare la metà della sua
gente a modo di tiratori, l'altra metà tenne in colonna ed ordinò alle
trombe la carica.
Orazio co' suoi giovani Romani, avrebbe potuto scansare il
combattimento scendendo colla sua gente giù pe' sotterranei. Ma
sdegnando una ritirata prima di misurarsi coi mercenari della Corte
papale fu deciso di tener fermo. Perciò si costrussero prontamente
della barricate a tutte le porte del Castello si aprirono feritoie, ed
infine si tenne pronta ogni cosa per la difesa.
L'ordine dato da Orazio alla sua gente era di non tirare da lontano,
aspettare il nemico a bruciapelo ed allora dovesse ciascuno col suo
tiro abbattere il suo uomo. E così si fece. Gli assalitori avanzavano
con passo ardito verso il castello, e già la catena di tiratori era
giunta a toccare quasi il peristilio dell'edilizio, quando una scarica
generale di quei di dentro distese sul terreno tanti papalini quanti
furono i tiri. Quell'improvvisa scarica scosse alquanto i primi
arrivati. Vi furono alcuni che vedendo i compagni caduti volgevano
indietro per fuggire ma il Principe, alla testa della sua colonna,
veniva sui talloni dei tiratori e giunse infatti al castello poco dopo
loro.
Orazio, da capitano avveduto, avea fatto preparare cariche quante armi
si trovavano nel castello ed alle donne, aveva lasciata la cura di
ricaricarle insieme ad alcuni domestici, a misura che si sparavano.
John avea sdegnato rimanere colle donne come volea lasciarlo il suo
protettore, impugnò la sua brava carabina, si pose a fianco d'Orazio e
lo seguì durante il combattimento come fosse la sua ombra.
Giunto il Principe al coperto della barricata del peristilio e vedendo
la strage che s'era fatta della sua gente in poco tempo capì con che
nemici avea da fare, vide dipinto sulla fisionomia dei suoi il timore.
Ma poiché la ritirata era morte sicura, dovendo percorrere di nuovo lo
spazio avanzato sotto il fuoco micidiale di tali tiratori com'eran
quei di dentro e pungendolo di più la vergogna di una ritirata che
avrebbe somigliato a una fuga risolvette di tentare l'assalto della
barricata.
Passò l'ordine ai migliori ufficiali che gli stavano vicini diede
comando alle trombe di suonar la carica, saltò per il primo sull'orlo
della barricata, superolla e si lanciò fra i pochi difensori di
quella, menando sciabolate da disperato.
Uno dei difensori all'aspetto del Principe rimase immobile e come di
sasso. Era Orazio! Egli aveva ravvisato sulla maschia fisionomia del
nemico le care sembianze della sua Irene.
Orazio aveva una canna della sua carabina carica e poteva ammazzarlo
ma non si mosse. John all'incontro senz'altre cerimonie spianò la sua
arma al petto del nemico e lasciò andare il colpo ma il braccio
robusto di Orazio deviò l'arma, che andò a ferire uno degli assalitori
che varcava allora la barricata.
Pochi furono i seguaci del Principe che gli tenner dietro e quei pochi
o sulla barricata o già dentro furono spacciati dai valorosi campioni
della libertà di Roma.
Finalmente, una circostanza inaspettata liberò del tutto il castello
dai suoi assalitori, che sparvero in tutte le direzioni come la nebbia
al vento.
Dalla parte orientale del bosco mentre la truppa era tutta raccolta
sotto le barricate e gli officiali la incoraggiavano a seguire il
Principe s'udì un grido spaventoso d'una decina d'armati e si videro
questi dieci leoni (che potevano esser cento, pensarono i soldati)
precipitarsi sul fianco destro della truppa e sbaragliarla e
disperderla come fosse stato un branco di pecore.
Da prima i soldati li avevan creduti dei loro e rimanevano in
osservazione, quando però alla foggia del vestire ed alle busse che
menavano riconobbero essere i liberali, colla paura che già avevan
nelle ossa pel numero degli uccisi a gambe se la diedero e lasciarono
il campo di battaglia interamente in potere dei coraggiosi che gli
avevano assaliti.
Il Principe, rimasto solo, avendo notato l'atto generoso del suo
nemico, pensò esser oramai inutile il combattere e rimise la sua spada
ad Orazio. Questi la ricevè e vedendo che ormai non v'eran più nemici,
condusse il suo prigioniero ad Irene.
CAPITOLO XXXV
UN ACQUISTO PREZIOSO
Dobbiamo confessare essersi fatti degli immensi progressi in questo
ultimo secolo. Non parlerò di quelli delle scienze fisiche e
meccaniche, veramente portentosi, ma dei progressi morali
specialmente.
L'emancipazione del popolo dal prete è un gran fatto non interamente
avverato, ma che cammina a passi di gigante al suo compimento.
Quando si pensa che la distruzione del pretismo è proprio opera degli
stessi preti!
Chi può calcolare quale consolidamento avrebbe ottenuto il Papato se
Pio IX continuava n
Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/7151