Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
by Ettore Socci · Italian · Gutenberg #7121 · 519,943 chars · public domain (US)
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Title: Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
Author: Ettore Socci
Release date: December 1, 2004 [eBook #7121]
Most recently updated: January 17, 2013
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/7121
Credits: Produced by Carlo Traverso, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team. Ringraziamo la "Bibliothèque Nationale de France" di aver concesso l'uso delle immagini disponibili presso http://gallica.bnf.fr per la preparazione di questo testo
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DA FIRENZE A DIGIONE: IMPRESSIONI DI UN REDUCE GARIBALDINO ***
Produced by Carlo Traverso, Charles Franks, and the
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Nationale de France" di aver concesso l'uso delle immagini
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DA FIRENZE A DIGIONE
IMPRESSIONI
DI UN REDUCE GARIDALDINO
PER
ETTORE SOCCI
Poche parole per capirci alla prima.
Questo libro non è per gli strategici e molto meno pei letterati; un
cruscante, leggendolo, avrebbe di che arricciare il naso moltissime
volte; un soldato di quelli che vanno per la maggiore, giurerebbe che
lo scrivente sa di arte di guerra, quanto sa d'ortografia
un'analfabeta; nè io dicerto vorrei sfegatarmi per far cambiar loro
opinione; io non l'ho mai pretesa a linguista ed ho una vecchia
ruggine con chi si arrovella, per studiare il sistema di ammazzare più
gente che può.
I miei non sono che appunti; appunti presi al chiaro di luna, nel
silenzio degli avamposti o nel cicaleggio giocondo e spigliato della
caserma; tra il fischiar delle palle e le canzoni entusiastiche, tra
una bestemmia e una lacrima, in mezzo alla baldoria e ai cadaveri, ai
generosi proponimenti e alle continue disillusioni, nasce spontanea in
chiunque abbia del cuore, una filosofia che l'arcigno e pettoruto
pedante non crederebbe possibile in una vita scapigliata, chiassona,
piena d'emozioni, ma sempre senza pensieri, quale è la vita del campo.
E di tali riflessioni, ispirate dai fatti ora tristi, ora gloriosi, di
cui fummo gran parte, può essere che qua e là se ne trovino anche in
questi appunti, che raffazzonati alla meglio, ora ardisco di offrire
ai miei buoni lettori, persuaso che, se non avranno altro merito,
avranno certamente quello di essere dettati dalla verità, mai da
rancore o da invidia.
Se arrivato all'ultima pagina, qualcuno che avrà avuto l'eroismo di
seguirmi fin là, volgerà un pensiero pietoso ai poveri martiri, che
ignorati si giacciono nell'estese pianure sotto Fontaine e Talant e
resterà persuaso che i pochi, i quali per la causa più santa che si
sia dibattuta in questi ultimi tempi lasciarono interessi e famiglia,
quantunque disconosciuti e non aiutati da chi aveva il dovere di
aiutarli, hanno fatto tutto quello che umanamente era loro possibile
per far trionfare la idea, battendosi da prodi, e non mostrandosi
indegni di quella camicia rossa, che da gente abietta e codarda si
voleva condannare al Bargello, io sarò più che contento, io potrò dire
che il mio povero libro ha raggiunto il suo scopo.
CAPITOLO I.
--Bada bene che domani ti aspettiamo a Livorno.
--Non ne dubitate... Brucio anche io dal desiderio di lasciar queste
lastre.
--Allora siamo intesi?
--Intesisissimi.
--A domani dunque!...
E tutti, e tre ci stringemmo vicendevolmente la mano, e si stava per
congedarci, quando tutto a un tratto un prolungato mormorio ci giunge
all'orecchio: è un accorrere di gente, uno spalancarsi improvviso di
finestre e di usciali di botteghe vicine, un domandare e un
rispondere, un incomposto gridìo di ragazzi, un esclamare di donne,
continuo e in tuono di spavento.
--Che ci sia la rivoluzione?--Domandò un mio compagno che da circa
quindici giorni non sognava che sangue e trambusti.
Senza rispondere alla strana supposizione, mossi dalla curiosità
escimmo tutti dalla bottega di caffè, nella quale eravamo seduti. Qual
magnifico spettacolo non ci si offerse alla vista!
Era terminato di piovere ed il cielo era tutto rosso, infuocato,
quasichè fosse avolto in un lenzuolo d'amianto; i popolani, tutti a
bocca spalancata tenevano la testa all'insù, e distornavano gli
sguardi dall'alto, solamente por occhieggiarsi tra loro, lambiccando
il cervello e arrapinandosi, per spiegare il fenomeno, che per la
prima volta vedevano, e di cui non erano mai giunti a farsi un'idea. I
lettori si rammenteranno dell'Aurora boreale che apparve ai
venticinque dell'ottobre decorso; la sera appunto del venticinque
d'ottobre era l'ultima che, a nostro giudizio, dovevamo passare in
Firenze.
--Anche il cielo si tinge di rosso--Gridò il solito compagno,
provocando un'occhiataccia dal padron di bottega, il quale dacché
aveva raggruzzolato la miseria di un mezzo milione si era buttato,
anima e corpo, nella categoria dei ben pensanti--Allegri
ragazzi--Continuò collo stesso tuono di voce lo scapato--Gli augurii,
non potrebbero essere migliori... Evviva il rosso!
--Evviva!--Rispondemmo noi tutti, contenti come pasque per la nuova
distrazione che ci dava quel caso inopinato e maraviglioso che faceva
inorridire dallo spavento il superstizioso _fellak_ e la donnicciola
dei nostri camaldoli; due selvaggi in questo secolo in cui non si fa
che ragionare di civiltà.
Dopo pochi minuti, lasciai i miei compagni, e prima di ridurmi a casa,
ebbi vaghezza di vedere, forse per l'ultima volta, il lungarno. Era
deserto! Non sto a ripetere tutti i pensieri che, ispirati dalla
solitudine, si accavallavano e si cozzavano nel mio cervello in
ebollizione: finalmente si poteva partire, e partire per la
Repubblica... finalmente era venuto il momento di far vedere ai nostri
nemici che non si era buoni soltanto a declamare per i caffè e per le
bettole, finalmente si realizzava quel sogno che da tanto tempo
vagheggiavamo nel più segreto dei nostri pensieri. E dire che i pezzi
grossi della democrazia, tutti, come un sol uomo ci avevano
sconsigliato. Ma che vogliono dunque--ripeteva tra me--questi vecchi
che coi loro scritti, colle loro opere sono stati i primi a farci amar
la repubblica?--Lasciar solo là, tra un popolo straniero, Garibaldi e
farci sfuggire una sì bella occasione.... Ma che vogliono dunque
costoro?.... Alla fine soccorrendo la Francia, noi non adempiamo che
al nostro dovere; si soccorre la nostra sorella maggiore, la patria
delle grandi iniziative, quella che ci ha istruito colle sue opere,
che ci ha dato sollazzo coi suoi romanzi, che ha fatto le spese dei
nostri teatri, che dal campo sereno e grandioso della scienza a quello
frivolo della moda ci ha dato ogni cosa; se ci è di mezzo quel
maledetto affare di Montana, che colpa ce ne ha la Francia, che colpa
ce ne hanno i discendenti di Voltaire e di Danton, i figli di quella
Nazione che ha proclamato per prima in faccia all'attonito mondo i
diritti dell'uomo?.... Oh! la sarebbe bella, se i nostri soldati
fossero mandati in China o in qualunque parte del mondo, a puntellare
un monarca imbecille e codardo, oh! la sarebbe bella, che se ne avesse
a fare un carico a noi!... Eppoi andare contro un re per la grazia di
Dio, noi che non crediamo in Dio e non abbiamo i re nelle nostre
simpatie; aiutare un governo che ha i palloni volanti per posta e per
soldato chiunque è buono di portare un fucile; utilizzare a prò di
causa santissima una vita noiosa e disutile, traversare il
Mediterraneo, veder città e paesi che tante volte abbiamo sentito
nominare nei libri, e che tante volte abbiamo desiderato vedere,
riabbracciare i vecchi compagni con cui in altro tempo si è diviso i
pericoli e l'emozioni delle battaglie; inebriarsi di nuovo tra la
polvere, il fumo e l'assordante rumore dei combatimenti; e udire le
grida dei prodi, che si lanciano, come un sol'uomo, alla carica e
unirsi a loro e vederli... vederli da vicino i terribili soldati che
fan tremare l'Europa, misurarsi con essi, picchiarsi, vincere, morire
forse anche pel nostro ideale.... Oh! le care fantasie che mi
carezzavano l'immaginazione, sotto quel Cielo di fiamme, sul quale
proprio davanti ai miei occhi staccava superbamente modesto, il tempio
monumentale di san Miniato--Anche là sono morti dei repubblicani--Io
dissi con compiacenza a me stesso--anche là fu combattuta l'aspra
tenzone che da tanto tempo agita l'umanità... Essi son morti, ma
vivono eterni nella memoria del popolo. Oh! toccasse a noi la lor
sorte!
Insomma d'idea in idea, di fantasticaggine in fantasticaggine, chi sa
dove sarei andato a cascare, se, più macchinalmente che altro, non mi
fossi ritrovato sulla piazzetta, dove era la mia
abitazione--Eccolo--Gridò una voce ben nota, appena spuntai
dall'angolo della via.
--Eccolo!--Ripresero altre voci;
I miei due amici, a cui se ne erano aggiunti altri due, avevan fatto
un capannello davanti al mio uscio e mi avvidi alla prima che mi
aspettavano.
--Abbiamo creduto bene di venir tutti da te; così domani saremo sicuri
di svegliarci e non recheremo disturbo ai nostri padroni di casa...
--Lo recherete al mio--Interruppi....
--Non importa; già ora siamo liberi; abbasso i padroni...
--Specialmente quelli di casa, che se si tarda a pagarli, diventano
peggio di jene.
--Su.. su; gridarono tutti.
--Su!--Gridai anche io, facendo di necessità virtù; che oramai o
girellare tutta la notte, o portare in casa mia quell'indiavolati.
S'immagini il lettore, che cosa divenisse in pochi minuti quella
camera; tutti fumavano come cammini, ed io in un cantuccio davo fuoco
a certi appunti, coi quali sera per sera confidavo alla carta le
impressioni provate durante il corso della giornata. Il mio letto era
piccolo per uno solo e in lunghezza non avea niente da invidiare al
celebre di Procuste; cotesta sera ci entrarono in quattro, e non
potendo dormire, come è più che naturale, cominciarono a tirarsi
spinte e pedate tra loro, facendo un baccano da mettere in sussulto il
vicinato: ora uno stivale colpiva negli stinchi qualcuno, provocando
certi moccoli da fare arrossire un vetturino; ora si sentiva
un'urlaccio, che traeva l'origine da un gentil pizzicotto; ora un
guanciale cadeva, a mo' di bomba, sul tavolino, rovesciando il
calamaio sul tappeto, che, se non era Turco, non era meno diletto al
padrone di casa che ci passava davanti intiere mezz'ore in
ammirazione; ed ad accrescere il diavoleto, risate omeriche, grida
incomposte, esclamazioni più o meno frizzanti, ma non certamente
autorizzate dal Galateo di Monsignor della Casa.
Il più rivoluzionario dei miei amici si avvolse dignitosamente nel
lenzuolo, quasichè fosse un peplo; le forme del futuro difensore della
Repubblica Francese non erano greche di certo; i suoi stinchi potevano
benissimo scambiarsi per fusi, e tutto l'insieme ti dava un'idea
esattissima di un Cristo del Cimabue.
--Cantiamo la Marsigliese--Gridò
E tutti, con certe voci da birboni, che non le può immaginare
all'infuori di chi l'abbia sentite, cominciarono il celebre inno di
Rouget de l'Isle: _Allons, enfants de la patrie,_ con quel che segue.
--Signori per carità--Urlava con voce più delle nostre stuonata, la
padrona di casa dall'uscio vicino.
--Questa è una vera porcheria--Di rimando aggiungeva l'inquilino della
stanza di contro--Quando si ha la sbornia, la si va a digerire in
campagna.
--A chi la dice briaco?--Protestava, offeso nella sua dignità, il
Romano dal letto.
--Misuri i termini. Vociavano gli altri.
--Per chi la ci ha preso?
--Bellino lui!... Fa il feroce, perché è dietro la porta.
--Giù la porta.
--Alle barricate!...
--Alle barricate!...
Descrivervi la pioggia di proiettili d'ogni genere che fu scaraventata
su quell'uscio, sarebbe cosa impossibile; era un turbine di
stivaletti, di libri, di guanciali, di spazzole; il malcapitato se ne
andò battendo a più riprese la porta e protestando che andava a far
rapporto alla delegazione vicina.
--E ora, saranno soddisfatti!--Esclamò la padrona, sempre dietro le
scene.
Per nostra buona fortuna il chiarore bianchiccio dell'alba, si fece
vedere tra gli spiragli delle nostre finestre, ed i miei compagni
partirono allegri e contenti, dopo averci scambiato la promessa di
vedersi tra otto ore in via Grande a Livorno, chè le mie occupazioni
esigevano che io mi dovessi trattenere tutta la mattina a Firenze.
Andai per dormire, ma avevo fatto i conti senza l'oste, e questa volta
la parte dell'oste doveva esser sostenuta dalla mia vecchia padrona di
casa, la quale mi caricò di rimprocci, mi torturò coi suoi omei, mi
seccò colle sue geremiate--Noi si cercava di rovinarla, il nostro non
era agire da persone educate.--Io presi pretesto da tutte queste
lamentazioni, per restituire la chiave, uscii, senza ascoltare scusa
veruna, disbrigate in fretta e furia le mie faccenduole mi avviai,
diritto come un fuso, alla stazione, ed aspettando il magico fischio
che doveva annunziarmi la partenza dalla moribonda capitale del
felicissimo regno degli analfabeti, mi rincantucciai in un vagone.
--Era tempo!--Esclamerà il lettore e non avrà tutti i torti.
Ci moviamo: qual felicità! Eppure credevo di dover provare un po' più
d'allegrezza: il Cielo era d'un colore plumbeo e, per quanto tu
aguzzassi lo sguardo, non giungevi a vedere un solo strappo che ti
facesse sperare il sereno: eppoi, non lo so, partendo non si può fare
a meno di risentire una certa malinconia.... son troppe le
reminiscenze che vengono a assalirti, tutte di un colpo; il minimo
nonnulla prende le proporzioni delle cose più grandi; ci si rammenta i
più inconcludenti discorsi, si ripensa alle passeggiate gradite, ai
geniali convegni, alle conversazioni che eravamo soliti di
frequentare; gli stessi dispiaceri che abbiamo provato ci sembrano
meno crudeli; e nelle nostre fantasie si affollano invece le gentili
esibizioni degli amici, gli affettuosi conforti delle nostre belle, i
favori che ti fu dato ricevere, frequentando la società; le vie per le
quali eri solito passeggiare le ti sfilano davanti, coi suoi negozi,
colle sue gentili passeggiatrici che ti sono divenute familiari,
quantunque tu non le abbia mai avvicinate: e davanti ai tuoi occhi che
distrattamente si affissano sugli alberi, i quali sembra che friggano
indietro impauriti a veder passare la macchina, sfilano ad uno ad uno,
quasiché fossero figure di lanterna magica, i volti di tutti coloro
che ti conoscono, che tu conosci, o che hai veduto anche soltanto una
volta: le occupazioni che poco fa riguardavi come un martirio, ora ti
sembrano, care... E quando tornerò?... E se non tornassi più?....
Quante cose saranno cambiate, nel primo caso.... chi mi compiangerà
nel secondo?!.. Oh! In questi momenti si comprende l'eroismo di chi
per una idea può lasciare una madre!
--Livorno--Grida la guardia.
--Già.... a Livorno--Pensai tra me e me--Ed io che credeva di essermi
mosso da pochi minuti! Chi avevo avuto per compagni di viaggio? io non
me lo ricordo; probabilmente mi devono aver preso per matto.
Scendo e vado di corsa in via Grande, ove avevo l'appuntamento a
Livorno; il Consolato Francese doveva darci modo di pervenire
sicuramente a Marsiglia; chè la questura Livornese, diretta dal
celebre Bolis stava con tanto d'occhi sgranati, affinchè nessuno
salisse sui vapori francesi, importunando e viaggiatori, e marinari, e
facchini di porto, fino a tanto che questi non avessero dati
schiarimenti più che lampanti sull'esser loro, o sulle faccende che li
facevano stare sul mare; anche muniti di biglietto, si correva rischio
di esser mandati e con cattivo garbo, di dove si era venuti, e i
passaporti non si volevano più concedere ad alcuno.
Sicuro che gli amici avessero fatto le pratiche, che ci era stato
consigliato di fare, io sentii sollevarmi un gran peso dal cuore,
appenachè potei muovere un passo nella città; rincontrai quasi subito
gli altri, ma, ahimè qual delusione!.... Le loro ridenti fisonomie
erano diventate oscure; nessuno di loro osava indirizzare una parola
al compagno, e tutti mi accolsero con quella musoneria con cui i
popoli accolgono un re, dopo un manifesto del sindaco, che invita a
rimettere anche un tanto di tasca per le spese del ricevimento.
--Che ci è di nuovo?--Domandai con ansia, a quelli che mi avevano
fatto un cerchio all'intorno.
--Che ci è di nuovo?--Proferì con rabbia, il più secco e più
bisbetico--Perdio!.... Vieni al Consolato e vedrai.... E avrebbe a
andar benino, davvero!
--Andrà come doveva andare--Soggiunse un'altro--Quando alla testa ci
si vuol metter certa gente.... Quando si vuol proceder sempre con
certa maniera.... Già lo dicevo io... tutte le volte che ci siam
fidati dei Francesi si è fatto proprio un bel bollo.
--Ma insomma cosa ci è?... si parte?....
--Sì.... per Firenze, o per dir meglio per le Murate!
--Ma.... come?
--Vieni.... vieni con noi e ti si ripete, vedrai.
Non intendendo alcuna cosa, ma volendomi per lo meno sincerare su una
sventura, che non conoscevo e che ci minacciava, seguii colla coda tra
le gambe, i bravi ragazzi.
Arrivammo in due salti alla sede del Consolato; in faccia alla porta
una folla innumerevole di popolani chiassava, si agitava, gestiva;
qualcuno, senza far tanti discorsi, si era già messa la camicia rossa
sotto la giacchetta; un andare o venire, un rimescolarsi continuo,
un'accalcarsi intorno a qualche povera vittima che esciva dal portone,
un vociar di ragazzi che a capanelli osservavano la scena, e gridavano
incessantamente: Viva Garibaldi.... Per una spedizione fatta in tutta
segretezza il principio non poteva esser migliore!
--Ma che vi è dunque?--Domandai a un mio compagno.
--Il console non si fa vedere, il cancelliere, nuovo Pilato, dice che
se ne lava le mani, e tutta questa gente è rimasta come la celebre
statua di Tenete.
--E che abbiamo da fare?
--Va tu, che sai alla meglio bestemmiare un po' di francese, scongiura
quella gente a prendere una decisione; lo vedi meglio di me, qui, se
non si schizza tutti in _domo Petri_ è un vero miracolo.
Con quale animo andassi, se lo può di leggieri immaginare il lettore;
chi ben comincia è alla metà dell'opera, dicevano i nostri nonni che
non era baggei, e cominciare peggio di noi, credo, sarebbe stata cosa
impossibile.
Mi feci annunziare al cancelliere, e poco dopo venivo introdotto.
Il cancelliere era un bel giovinetto; aveva una fisonomia distinta ed
aristocratica e mi accolse con tutta l'educazione possibile; pure sin
da bel principio mi avvidi, che la mia presenza gli riusciva
incresciosa più di quella di un creditore, e rimasi convinto che la
camicia rossa non era di certo una delle simpatie più sentite di
quell'impiegato. Difatti il nuovo governo della Repubblica Francese
aveva lasciato al suo posto tutti i vecchi funzionari, i quali in quel
bailamme non sapendo a qual Santo votarsi cercavano di restare in
bilico, come meglio sapevano, fermi però nella idea di non
compromettersi; mettetete anche un po' d'affezzione alla dinastia che
aveva loro dato quel posto.... eppoi ditemi se questa trascuraggine
del governo repubblicano non ha dicerto influito a che fosse sì scarso
il numero degli Italiani, che mossi da un'idea generosa, hanno pugnato
e gloriosamente pugnato sui campi di Francia.
--Capisco digià, perché viene.--Mi disse pel primo e facendomi segno
di sedere, il cancelliere--Con mio gran rincrescimento: però, sono
obbligato di dirle che non possiamo far niente per loro.
--Ma se a Firenze ci hanno inviato qui!....
--A Firenze hanno perduto certamente il cervello.... Le pare, che noi
vogliamo suscitare una questione di diritto internazionale....
--Ma anche noi, le ripeto siamo stati spediti direttamente e a colpo,
sicuro: di più sappiamo che l'altra sera partirono altri volontarii,
mandati da loro, e si ha diritto d'andare anche noi.
--Per me si figuri le manderei subito--Aggiunse l'altro con un sorriso
ed io credendo immediatamente a quest'ultimo desiderio di lui che
parlava, ma non volendo darmi per vinto, esclamai: Ma è così, che
l'Ambasciata Francese di Firenze mantiene le proprie promesse?
--Noi non abbiamo ricevuto ordini dall'Ambasciata...
--Ma pure l'altra sera partirono...
--Non glielo nego, ma sapesse le rimostranze della questura...
--Ebbene: su noi può fidare, noi non la comprometteremo... ci dia
l'imbarco... lei vede lo scopo pel quale partiamo...
--Si provvedano dei loro passaporti...
--Se non gli vogliono dare.
--Prenda un mio consiglio... lei mi pare un giovane a modo, torni a
casa... Metz, se non ha capitolato, poco può stare a farlo... accetti
un mio consiglio, glielo ripeto, torni a Firenze.
--A Firenze poi no!..
--È la meglio!
--Mi meraviglio che un Francese..
--Allora faccia lei--secco, secco ed alzandosi, per farmi veder che
l'uggivo, mi proferì il cancelliere.
Disanimato, e non volendo attaccare una briga che poteva mandare a
voto tutti i nostri disegni, salutai appena il mio consigliere, e
gabellandolo per imperialista e anche, peggio, scesi di corsa la
scala, e preso a braccetto un mio amico, partii con gli altri dalla
piazzetta del Consolato.
Andare bisognava andare; a dispetto del mondo e delle circostanze; una
nuova poesia si aggiungeva a quella immensa che ci aveva sostenuto
fino a quel punto; sfuggire i questurini, farla in barba alle autorità
costituite, sfidare un nuovo pericolo, raggiungere il nostro scopo,
giusto appunto, quando i pusilli, scoraggiati sarebbero tornati
indietro,... era troppo bella, troppo attraente la prospettiva, per
poter stare un sol'attimo dubbiosi su ciò che dovevamo intraprendere.
Io esposi queste idee agli amici, e, godo dire, che queste idee furono
accolte con entusiasmo: ma a che parte rivolgersi per ottenere
l'intento? Quali passi potevamo tentare con sicurezza? Quale speranze
ci sorridevano? Quali probabilità di successo? Noi non lo sapevamo, il
romanticismo di una avventura, che offriva in se stessa tanti
pericoli, ci sorrideva certamente e noi eravamo contenti: contenti
come il povero diavolo, abbandonato da tutti che incerto
dell'indomani, si addormenta tranquillamente sull'erba di un viottolo,
sotto un cielo sereno e popolato di stelle, sognando pace, agiatezza,
fortuna... Oh! l'idea dì un dovere che si compie, malgrado gli
ostacoli che frappongono gli uomini e la sorte, fa piovere in seno una
consolazione che intender non la può chi non l'abbia provata.
Andammo all'Agenzia dei vapori della compagnia Valery, e per quanto
scongiurassimo l'agente, ci fu impossibile ottener da lui, anche
pagandolo il doppio, un biglietto di imbarco. Gli ordini della
questura erano precisi.
--Noi glielo daremmo anche _gratis_, ci ripetevano quegli impiegati,
ma...
Quel ma era tanto eloquente, che noi non aggiungemmo parola.
Con un po' di sconforto nell'anima, dopo aver girellato a casaccio
un'altra mezz'ora afiaccolati e cascanti ci butammo sulle panche di un
caffè di Via Grande; un tavoleggiante, giovinetto che avrà avuto
appena appena quindici anni, dopo averci ben bene sbirciato, venne da
me e chiamommi dapparte.
--Lei vuole imbarcarsi per la Francia? Mi sussurrò a bassissima voce.
--Sì--risposi io francamente, chè non potevo credere in sì giovine età
nequizia veruna.
--Ebbene... le dò il mezzo d'imbarco.
--Non scherzi?
--Sulla mia parola d'onore.. Aspetti un momentino e le porto l'uomo
per la quale!.....
--Bravo, e se farai bene ti prometto una buona mancia.
Il giovinetto se ne andò saltellante e fece poco dopo ritornò,
accompagnato da un barcaiolo, un pezzo di diavolone, tarchiato e
traverso; che era un piacere a vederlo; intanto io aveva messo i
compagni a parte della peregrina scoperta e, quando questi ultimi
videro avvicinarsi quel colosso in giacchetta, gli si fecero incontro
con una grazia e con certe fisonomie così gentilmente ridenti, che si
poteva credere che non un omaccio, ma la più vaga figlia di Eva fosse
entrata in quel mentre nel nostro caffè.
--Dunque loro vogliono, andare? Dandomi una seconda, stretta di mano,
cominciò a dirmi il barcaiolo.
--Sicuro!--Rispondemmo noi tutti--Ma vediamo tante difficoltà.
--Si fidino di me, che non fo per dire, ma lo può domandare a tutta la
piazza sono uno di quei buoni.. si figurino, ho fatte tutte le
campagne e anche Aspromonte e Mentana e se non fosse perchè; perchè...
e questo non è nulla: quello che ho fatto per salvare i compromessi
politici!... Le son cose che forse non le crederebbero... Hanno fatto
bene a rivolgersi a me, perchè ci è di gran canaglia tra i
barchettaioli e.. e....
--E insomma t'impegni di farci entrare in un bastimento, deludendo la
vigilanza delle guardie?...
--Se me ne impegno.... Faccian conto di esserci sopra...
--Tu potrai contare sulla nostra riconoscenza.
--Oh! io per il partito darei un bicchier del mio sangue.
--Dopo ti daremo qualche cosa....
--Oh! mi contento di un trentino per uno:
--Così poco!--Esclamammo noi, credendo che ragionasse di centesimi:
--Sicuro,... vedono che mi adatto: per lor signori cosa son trenta
franchi?
Ammirammo tutti insieme lo spìrito patriottico che ci faceva pagare
150 lire, quello che nella stagione dei bagni si ottiene a dir molto
con ottanta centesimi; pure, strìngemmo la mano al generoso,
dicendogli che ci saremmo riveduti più tardi; poichè eravamo decisi,
con nostro gran sacrifizio, ad appigliarci a quest'ultimo partito, se
gli altri ci fossero falliti.
--Ci movemmo dal caffè, e vedemmo un insolito brulichìo in quella
contrada, sempre brulicante di popolo: che è, che non è?... Hanno
arrestato un maggiore Garibaldino: la questura si era avveduta, e non
ci voleva una gran fatica, che molti giovanotti volevano partire per
la Francia e cominciava a allungar le sue grinfe. Lo sconforto
cominciava a impossessarsi anche di noi.
--Ettore--Sento gridarmi vicino. Mi voltai e vidi il Colonnello
Perelli.
--Dunque si parte? Gli domandai immediatamente.
--Parli a bassa voce... chè io son tenuto d'occhio, guardi, ecco
subito due musi proibiti che ci osservano...
--Ma dunque?
--Dunque venga stasera, alla Locanda della _Luna_.
--Ma ci è speranza?
--Credo che ci sia sicurezza... A rivederci
--A rivederci a stasera..
--Allegri amici, dissi subito appena ebbi lasciato il mio
interlocutore--Allegri amici, le speranze non che diminuire, prendono
tutte le probalità di un vicino successo.. Andiamo a mangiare
all'Ardenza.
Senza rispondere alle mille domande colle quali mi oppressero gli
altri, che tutti di certo conoscevano il colonnello, accesi un sigaro,
e strascinai i reluttanti all'Ardenza.
CAPITOLO II
Il sole, avvolgendosi in un lenzuolo di porpora, si era coricato
dietro le ultime linee del tranquillissimo mare; non la più piccola
nube nel cielo, non il più leggiero maroso in quella superficie
azzurra, e dolcemente increspata dal venticello della sera che ci
carezzava la faccia: l'isola della Gorgona appariva modestamente su
quel sereno Orizzonte, nel quale cominciava qua e là a apparir qualche
stella, tutto ispirava una calma e una pace divina; il creato ti
sembrava quasi un'arpa sterminata, da cui si elevasse un canto
grandioso: il canto dell'accordo e dell'armonia delle sfere. Era
insomma l'ora che la giovinetta, la quale non ha ancora fatto
all'amore, prova desiderio di piangere, senza farsene una ragione e
contempla malinconicamente il fiorellino che sboccia e la foglia che
cade, e risponde con meno affetto agli amplessi materni, chè il cuore
in quel momento vuole qualchecosa di più di quello che ha avuto fin
qui; era l'ora in cui il _perduto, l'irreconciliabile, quello che non
ha niente da perdere_, rianda tutte le opere buone che ha fatto, si
sente superbo di trovare nella sua vita più pagine onorevoli che
tristi, ripensa a coloro che languono, non invidia quelli che godono,
e affissando gli sguardi alla nuvoletta diafana che va sfumandosi
nell'azzurro padiglione dei cieli, finisce col dire a se stesso: sien
pur gli uomini dappoco e malvagii, io ho in me un patrimonio d'affetto
che mi rende contento; il borghese a quest'ora sorbisce
sibariticamente una buona tazza di Moka per digerire il pranzo.
Esatto più di un'impiegato il giorno della riscossione della paga,
lasciai la trattoria e mi avviai, pian pianino, in via Grande
esaminando distrattamente il bello spettacolo che mi si offriva
davanti e le nuvolette grigiastre che mi uscivano di bocca a causa del
sigaro.
Arrivai alla Locanda della Luna, e dopo essermi fatto annunziare dal
cameriere, passai in un salotto, dove, intorno ad un tavolino nel
quale erano varie bottiglie stappate se ne stavano a chiacchiera tre o
quattro individui che formavano una specie di stato Maggiore del
Colonnello Perelli. Con mia gran meraviglia vidi tra loro una giovine
donna.
Il Colonnello era più brusco del solito e, appena mi vide, si affrettò
a parlarmi in tal modo: Anche lei vorrà sapere qualche cosa.. me lo
immagino.. ma per ora, purtroppo, siamo sempre alle solite: vede, qui
siamo in un piccolo consiglio di famiglia e cerchiamo....
--Se fossi un uomo io!.. Saltò a dire la giovine donna, la quale era
la moglie di quel Gagliano, arrestato poco tempo avanti ed ora
nascosto in casa, perché tenuto d'occhio dalla questura e deciso a
partire, con noi.
--Se foste un uomo voi!--Borbottò il Colonnello,--quando non ci son
mezzi...
--Garibaldi, quando ha voluto, è riuscito.
--Se si andasse avanti colle chiacchiere!....
--Eppoi tutti questi giovani che sono qua?
--Li ho fatti partire io... forse?
--Non dico questo: ma è un fatto che non hanno avuto che cinque lire:
quattro e novantacinque ne hanno spese pel viaggio e cominciano a far
chiasso, perché non si sono anche sdigiunati e qua non conoscon
nessuno...
Quello che sentivo era Vangelo!... se certi comitati avessero agito un
poco più sul serio, non si avrebbe avuto a deplorare tanti scangei,
certa gente non avrebbe gongolato e nell'armata dei Vosgi avremmo
avuto più soldati e più buoni.
--E dunque, cosa facciamo?--Ripeterono tutti guardandosi.
A tale interrogazione mi cascaron le braccia; anche qui dunque non si
sapeva a qual gancio attaccarsi, anche qui si passava il tempo,
cullandosi tra le illusioni e le ipotesi, come nel nostro modesto
cerchio di amici.
Dopo essere stati un poco in silenzio, entrò quasi di corsa, nella
stanza un tale che già si era accomodato a fare da ordinanza al
Colonnello; proferì sommessamente alcune parole al padrone: questi ci
parve soddisfatto ed infatti poco dopo con tuono brioso ci disse:
Signori, domani arriva il _Var_, chi è buono di salirci, va in
Francia.. Confido nella vostra accortezza e nel vostro coraggio... Io
tento di salire pel primo... A domani!
Non dormimmo in tutta la notte e appena fu giorno, andammo al porto e
prendemmo una barca. Un forte libeccio aveva cominciato a soffiare; il
mare era agitatissimo ed i cavalloni sbalzavano di qua di là, di sotto
di sopra la nostra barchetta, spruzzandoci più o meno impetuosamente
il volto, e procurandoci quel malessere interno che è il primo
principio del mal di mare..
--Oggi me li guadagno--Ci diceva il barcaiolo.--E vogliono girar molto
tempo!
--Fino a che non arriva il vapore!
--E un casca un cencio... Se arriverà a mezzogiorno... O che anche
loro vogliono andare in Francia?... A me lo possono dire.
--Ebbene.. sì.. vogliamo andare in Francia.
--Me l'avevano a dire!.... Guardino, due barche piene di guardie.
--È vero... e ora cosa si fa?
--Non si sgomentino... Figureranno di pescare... Prendano le lenze!
Noi prendemmo questi ordigni e, tramutati lì per lì in pescatori,
cominciammo, con una serietà unica, un'operazione che dentro di noi ci
faceva scompisciar dalle risa. Io credo che i pesci fossero i primi a
canzonarci; e' si vedevano guizzare a fior d'acqua, proprio vicini
ali'esca fatale, poi, facevan cilecca e ci lasciavano con un palmo di
naso.
Non so quanto durasse questo divertimento; mi rammento però che ci
venne un'appetito diabolico; il nostro Caronte, da uomo saggio, capì
per aria l'antifona e ci condusse a dei vicini barconi, dove per lo
più mangiano i marinari e i facchini del porto. Uno stoccafisso,
rifatto colle cipolle, ci sembrò più gustoso di un manicaretto,
apprestato da Tomson; ci bevemmo due fiaschi di vino, e ci sentimmo
raddoppiati in coraggio e in costanza. Intanto il libeccio seguitava a
infuriare; il mare era divenuto addirittura cattivo; si troncavano gli
alberi delle piccole navi vicine, si vedeva volare dei cappelli, che
appartenevano agli imprudenti che troppo si erano accostati all'infido
elemento... la cosa cominciava ad essere non troppo graziosa; in
quell'aspettativa i minuti ci sembravano ore; non avevamo alcuna
notizia dei moltissimi nostri compagni e non il più piccolo indizio ci
faceva sperare che si avvicinasse il tanto desiderato bastimento.
Ecco una striscia di fumo!... Un oggetto nero, che ingrandisce a vista
d'occhi si approssima.. è il _Var_, si grida tutti con un urlo di
contentezza che si sprigiona dalle più intime viscere, è il _Var_, il
momento supremo è venuto, coraggio!
Il battello si accosta ad un brigantino, che ha bandiera Greca; in un
_fiat_ è circondato dalle guardie. Cominciano le difficoltà, noi siamo
decisi a superarle.
--Se non li metto sù, che Santa Lucia benedetta mi faccia perder la
vista degli occhi!--Grida il barcaiolo, diventato entusiasta dopo
l'ultimo fiasco.
Si traversò arditamente la fila dei bastimenti, e, allorché, fummo
vicini alle guardie, ci sdraiammo nel fondo del nostro piccolo schifo,
l'uno sull'altro, proprio alla maniera dei fichi secchi; poi,
scongiurato il pericolo, si girò dietro ad una tartana che combaciava
perfettamente col brigantino: i questurini che non sono mai stati
ritenuti per aquile d'intelligenza, non avevan posto attenzione alla
manovra e si poteva cominciare a credere che la nostra intrapresa
cominciasse ad avere molte probabilità di sicuro successo.
--Ed ora, come si sale?--Domandai io, molto imbarazzato nel non vedere
alcuna fune.
--Si va per la catena dell'ancora--Aggiunse immediatamente e con tuono
esaltato lo Stefani, il compagno più secco e più susurrone tra tutti
coloro che erano venuti con noi da Firenze.
La proposizione fu accettata di subito ed io che non ho mai brillato
per la mia sveltezza e molto meno per le mie movenze ginnastiche, mi
aggrappai alla catena di ferro e a forza di urti e di spinte arrivai
ad andar ruzzoloni e facendo un gran tonfo sul cassero della tartana:
riavuto appena dal colpo mi avvidi che ero molto al disotto del
livello dei miei amici, saliti dietro di me; infatti caduto sopra un
monte d'avena, per quanti sforzi facessi, non giungevo a capo di
trarmi d'impaccio, chè ogni sforzo ad altro non era valevole che a
farmi affondare di più. Dopo essere stato ripescato alla meglio dagli
altri, saltammo tutti insieme sul brigantino. Pochi passi di più ed i
nostri voti erano esauditi: un maledetto cagnaccio comincia a abbaiare
e finisce coll'attaccarsi alle polpe di mio fratello.
Si tenta l'ultimo colpo: il mio fratello lascia al famelico cane un
straccio dei suoi pantaloni... E dire che sperava con questi di far
tanta figura, quando sarebbe sceso a Marsiglia!
Il salto riesce, siamo a bordo del _Var_: i marinari ci accolgono tra
le loro braccia, la gioia ci rende frenetici e tutti insieme
confondiamo le nostre aspirazioni, le nostre speranze, i nostri voti
più cari, al magico grido di _viva la repubblica_.
--Giù, giù--Ci gridarono quei bravi figli del mare, appena che fu
terminato quello slancio di esultanza, e ci buttarono a viva forza
nella carbonia.
S'immagini un po' il lettore la nostra situazione, in quell'atmosfera
soffocante, e a quella polvere, che ci ridusse in pochi momenti in uno
stato veramente deplorevole; di più si aggiunga lo spettacolo non
troppo gradito che ci si presentava alla vista dall'unico finestrino,
pel quale prendeva aria questa stamberga; un andare e venire di barche
su cui facevano bella mostra di loro tutte le faccie più proibite
della Cristianità, e pennacchi di carabinieri e monture di guardie di
pubblica sicurezza... Fortuna che siamo protetti dalla bandiera
francese--si diceva tra noi--e qui il Reale Governo Italiano non conta
un bel corno.
Ogni poco veniva a noi qualcheduno dell'equipaggio e ci esortava a
soffrire con pazienza. L'equipaggio, composto quasi tutto da
originarii della Linguadoca, naturalmente parlava francese; di qui
grande imbroglio nei nostri, i quali per farsi capire francesizzavano
l'italiano, creando una lingua ibrida, bastarda, che ci faceva crepar
dalle risa: lingua che si perfezionò in Francia e che ha fatto dire,
bene a ragione, ultimamente al Bizzoni, che, se fosse continuata la
campagna il mondo avrebbe annoverato un idioma di più; quello dei
volontarii.
Da un paio d'ore si era in quei triboli, quando si vide arrivare il
Perelli; che nell'ascensione aveva perduto il suo cappello a
cilindro...
--Cosa fanno qui loro?--Ci disse.
--Lo vede: siamo nascosti.
--Vengano su nelle cabine... ci siamo tutti noi...
Contenti, come uno che abbia beccato un terno, salimmo. Quale non fu
la nostra sorpresa, quando vedemmo quasi tutti i nostri amici!--O
tutte le guardie cosa facevano lì intorno?... La. questura ci dava
l'idea di quei mariti baggei che stanno in fazione, difaccia
all'uscio di casa, mentre il cicisbeo della moglie passa dalla
finestra.
Una gran risata echeggia da un capo all'altro del ponte... Che è, che
non è?... È comparso un individuo: in perfetto costume di Adamo: per
risparmiare la spesa del barchettaiolo, oppure per non esporsi al
pericolo di perder qualche cosa, come noi tutti, aveva preferito
buttarsi a noto nel mare; Era un bel giovinotto e ci riuscì subito
simpatico per lo strano modo con cui a noi si presentava. Povero
diavolo!... Io lo dovea rivedere, ma col cranio fracassato da una
palla prussiana, sulla gran via di Parigi, sotto Talant, e mi
rincresce di non sapere il suo nome, perché rammentandolo, forse a lui
darebbe un pensiero pietoso qualche anima buona! Mi conforta però, la
persuasione che chiunque lo abbia veduto in quel giorno, non potrà
così facilmente obliarlo, e, leggendo queste modeste mie righe, capirà
alla prima di chi voglio parlare.
--Signori mi rincresce--Venne adirci il capitano--ma per stasera è
impossibile la partenza--Il libeccio è tremendo ed io non ho
intenzione di mettermi in sicuro pericolo.
--Ma noi... saremo sicuri?--Domandò uno.
--Sulla mia parola d'uomo onesto, nessuno potrà farsi bello di avere
insultato la bandiera francese, qui dove sono io... se non viene il
console a bordo, e se egli pel primo non mi ordina di assistere ad una
flagrante violazione del diritto delle genti, i questurini prima di
toccare uno solo di loro, dovranno passare sul mio cadavere.
--Grazie, capitano--Gridammo noi tutti--Voi siete un vero Francese.
--E a che ora si mangia?--Chiese sbadigliando uno dei nostri, a cui le
idee non facevano dimenticare di essere uomo.
--Alle cinque.... ci è il pranzo dei viaggiatori....
--Noi veniamo tutti a quello... non è vero compagni?
--Sì--Risposero gli altri all'unisono.
Io mi azzardai allora di salire: e rincattucciato dietro il parapetto
del bastimento, diedi un'occhiata alla riva vicina: qualche facchino
passeggiava distrattamente in su e in giu, nessuno osservava il nostro
battello; tutto a un tratto uno scialle rosso e uno nero, compariscono
sulla via; due donnine dalla taglia svelta e slanciata si appoggiano
all'impalancato che circonda il porto ed affissano i loro occhi sul
_Var_. Chi sieno queste due creature?--Pensai tra me e me e cominciai
a figurarmele bellissime, e mi parvero gli angeli del buon'augurio che
fossero venute li a darci il buon viaggio; ma poi un altro pensiero mi
sopraggiunse: Povere donne!.. Devono essere di certo parenti, amiche
di qualcuno che è insieme con noi, e sfidano questo vento e questa
indiavolata stagione, purché loro sia dato vederlo, fosse anche per
l'ultima volta: povere donne!... Per noi uomini la gloria, le
improvvise e belle emozioni, lo stordimento che ci procurano e i nuovi
piaceri e le nuove occupazioni, le gioie dell'orgoglio soddisfatto,
per esse la solitudine, la lontananza delle care persone, la continua
ansia di saperle in pericolo.
Tornai giù e dopo poco ci movemmo tutti per il pranzo: nel ripassare
io vidi i due fantastici scialli.
Il trovarci tutti insieme a mangiare sul _Var_, dopo le belle cose che
ci erano accadute, non poteva fare a meno di darci un brio, una
parlantina, un ebbrezza, che, chiunque ha in zucca un pò di mitidio,
comprenderà perfettamente alla prima. I nostri appetiti erano qualche
cosa di classico ed il cameriere di bordo ci guardava con certi occhi
stralunati, pensando certamente che, su ogni giorno gli fossero
capitati di tali avventori, prudenza avrebbe voluto, che l'ordinario
fosse a dir poco, raddoppiato.
Cominciarono i brindisi; i ricordi più cari s'intrecciavano coi più
generosi propositi: ora uno parlava degli occhi celesti della graziosa
biondina che aveva lasciato a Firenze, ora un altro giurava di non
aver comprato un _revolver_ perché era sicuro di prenderlo al primo
ufficiale prussiano, che gli si fosse presentato davanti e che avrebbe
ucciso dicerto.
--Evviva, Evviva.
Che c'è?
Entra nella stanza Gagliano! Un altro fiasco che hanno fatto le
guardie!
--Ieri passò da Firenze Ricciotti; là--dice--troveremo lassù anche
lui!
--Evviva Ricciotti--Gridano tutti.
--E Menotti, e Garibaldi e tutti i bravi Italiani che ci han
preceduto!.
Dopo poco entra Tito Strocchi, giornalista repubblicano e valoroso
soldato, che tanto onore si è fatto dappoi.
--Ma dunque ci siamo tutti!
--Tutti--Urlano entrando alla lor volta il Rossi e il Piccini.
--Anche tu!--Dicemmo a quest'ultimo--E come hai fatto stronco, come
sei, ad arrampicarti?
--Eh! Le guardie di finanza son dalla nostra e ci hanno insegnato la
strada: Figuratevi che noi siamo passati per la scaletta, proprio,
come se si fosse viaggiatori!
--Ma le guardie ci son sempre?
--Se ci sono!.. E bisogna vederli quei poveri diavoli a questo
brezzone... infilan le pispole, come se si fosse in pieno gennaio!
--Anche voi però...
--Non ve lo neghiamo, il freddo ci è entrato nell'ossa.
--Del _cognac_ del _cognac_!...
--E il cameriere ci portò una bottiglia polverosa dì vecchio cognac,
che avrebbe messo energia anche a un deputato del terzo partito. E qui
bevi; bevi in un modo incredibile; in un momento il tavolo fu pieno di
bottiglie e quando andai per distendermi nella mia cabina vedevo tre o
quattro colonnelli, una ventina di lumi, e un centinaio di persone,
tra le quali apparivano circondati da un'aureola i due scialli che mi
avevano fatta tanta impressione, pochi momenti innanzi.
Tale era il mio sonno e, diciamolo pure, l'alterazione in me prodotta
dal vino che quando mi destai, il sole era già alto. Salii a poppa
della nave dove trovai il povero Rossi che contemplava astrattamente
l'immensa superficie del mare, divenuto di nuovo tranquillissimo;
tutto era celeste e l'onde venivano a baciare colla loro spuma
bianchiccia, la carena del nostro battello: si sarebbe di momento in
momento aspettato che qualche Nereide sbucasse a fior d'acqua per
rammentare ai mortali le dolcezze del buon tempo antico.
Il colonello Perelli, da vero vecchio militare, sapendo quanto il
tempo è prezioso non se ne stava con le mani in mano ma dava prova di
una instancabile attività; già aveva costituito le squadre,
nominandone i capi, già aveva pensato al modo di provvedere il vitto
per tutta quella gente (chè nella nottata il numero dei volontarii era
asceso fino a cento) ed aveva in serbo per tutti buone speranze e
conforti. La _salle à manger_ era stata trasformata in ufficio di
stato maggiore ed io fui incaricato a compilare il primo ordine del
giorno.
Cominciavo a scrivere, quando scesero nella stanza l'agente della
compagnia accompagnato dal capitano; mi domandarono dove si trovasse
il Colonnello ed io mi mossi per andarlo a chiamare.
Salii immediatamente e trovai il Perelli a tu per tu con una
vecchietta, tutta pepe e tutta piangente.
--Queste sono infamie e il governo dovrebbe mandarli in galera.... non
si strappano così i figliuoli alle povere mamme che hanno fatto tanti
sacrifizii per mantenerli.
--L'ho forse chiamato io il suo figliuolo? borbottava l'altro
stizzito.
--Non lo so, ma lo voglio!
--Ebbene, se lo trova, che se lo riprenda!
--Loro me l'hanno nascosto, ho girato per tutto e non mi è stato
possibile di trovarlo,
--E allora?
--E allora?! allora me l'hanno a rendere, e mi meraviglio di lei che
non è più dell'erba d'oggi e che dovrebbe avere un po' di cuore e un
po' di cervello.
--Ma, se il nome del suo figliolo non comparisce nel ruolo!....
--Quel birbone ne avrà dato uno falso...
--Colonnello, interruppi io, c'è il capitano e l'agente che lo
desiderano.
--Vado.... mi sbrighi lei questa donna.
Cercai di persuadere e di consolare alla meglio quella povera madre
che mi rispondeva con impertinenze da levare il pelo: feci guardare
nei buchi più ascosi della nave, ma non potei rintracciare suo figlio.
Allora la donnicciola impallidì e non potendo resistere alla pena e
allo stringimento di cuore mi cadde fra le braccia svenuta. Un vecchio
che l'aveva accompagnata in barchetta e che seppi dopo esser marito di
lei, saltò infuriato sul ponte facendo un baccano indiavolato,
minacciando tutti e bestemmiando peggio di un turco. La mia posizione,
se era interessante era anche molto noiosa. I volontarii si erano
affollati intorno all'energumeno e di momento in momento stava per
nascere una pubblicità spaventevole. Riavutomi un pochino dalle
stupore, fui preso da rabbia indicibile e mi venne voglia perfino di
scaraventare in mare l'incomodo fardello che mi gravava le braccia.
--Oh! andremo in questura!...--Proferì il vecchio strascinandosi
dietro la moglie che s'era riavuta e che urlava a squarciagola:
birbanti, ladri, assassini, il giusto Dio verrà anche per voi!
Appena rimessi da quella brutta impressione, vedemmo capitare altre
due donne. Capimmo, pur troppo, per aria quello che volevano anche
loro. Io cominciai a credere di assistere ad una processione di
streghe e mi persuasi che il nostro orizzonte cominciava a oscurarsi
davvero.
Una dell'ultime venute vide il suo figliolo e noi glielo restituimmo.
Ecco un'altro scandalo! Il figliolo non voleva andare a nessun costo e
si mise a correre come uno spiritato offrendo un gradito spettacolo
alle guardie che ci circondavano e che si erano tutte rizzate per
goder meglio la scena, urlando ad ogni poco: piglialo piglialo.
Non si creda calunnia il contegno che io attribuisco alle guardie:
chiunque è stato sul _Var_ può fare ampia testimonianza che esse fino
dal bel principio della mattina erano completamente ubriache.
A viva forza spingemmo il recalcitrante figliuolo, giù dal battello;
appena però egli si assise nella barchetta che aveva accompagnato sua
madre, fu circondato dai carabinieri i quali non curando i pianti, i
lamenti, le disperazioni delle disgraziatissima donna, lo condussero
verso le carceri.
--Si nascondano si nascondano per carità, l'ha raccomandato anche il
signor Colonnello.--Venne a gridarci con voce angosciosa il cameriere
di bordo.
--Che c'è dunque?
--C'è che la polizia vuole acchiapparli...
--È una storiella!...
--È la verità, se lo assicurino.
--Ma il Colonnello?
--È nascosto.
--E tutti gli altri?
--Hanno seguito l'esempio del Capo... si nascondano anche loro... o
che vorrebbero comprometterci tutti col rimanere in così pochi sul
ponte?
Ci guardammo difatti e con nostra sorpresa il brulichìo che ci eravamo
abituati a vedere, era scomparso e tutti i nostri compagni, come per
incanto, si erano dileguati.
Anche noi ci buttammo gattoni verso la carbonaia e poco dopo i miei
amici vi erano già scesi: ero per seguitarli, quando sentii bussare
dietro la porta della vicina cabina e la voce del Colonnello mi disse:
Noi siamo qui, venga anche lei. La porta si schiuse ed io entrai.
Eravamo in sette in una stanzuccia dove a mala pena ci si poteva
rigirare in tre! la grotta di Monsummanno era al paragone una cantina
in tempo d'estate! mai bagno a vapore ha ottenuto l'efficacia diretta
che produceva in noi quell'ambiente! i nostri abiti e le nostre camice
sembravano inzuppate nell'acqua: se le autorità costituite avessero
saputo i nostri tormenti, benevole come sono verso noi scavezzacolli,
scommetto che invece di arrestarci ci avrebbero lasciato diverse ore
in quel bagno; se non altro per avere il gusto di aprire la porta a
trovarci in uno stato di liquefazione completa.
--Ma cos'è accaduto, di nuovo? Domandai a bassa voce.
--È accaduto che la questura lasciava liberamente partire noi sette o
otto, purché prima le avessimo, consegnato tutti questi bravi
ragazzi.... Io ho sdegnosamente rifiutato questa proposta.
--Bravissimo!--E ora?
--Ora credo che sieno andati a riportare la mia risposta al questore.
--O guardiamo, se Bolis è tanto birro da violare anche la bandiera
francese.
--Prima di farlo vorrà pensarci due volte.
--E perché?.. I ciuchi hanno sempre dato pedate ai leoni morenti... ma
per qual causa stiamo nascosti?
--Il capitano è sceso a terra; se gli rilasciano le patenti, in meno
di un'ora si prenderà il largo.
--Speriamolo... perché qui non siamo di certo in un letto di rose.
Passa mezz'ora, un'ora e nessuna notizia: si comincia a udir qualche
rumore; poi di sotto la fortezza ci giunge all'orecchio un sussurro
inusitato; poniamo, l'occhio al finestrino della cabina: il mare è
popolato di barche, e le barche, son popolate d'angioli custodi in
lucerna; affollatìssima è tutta la spiaggia: sul cassero un calpestìo
concitato e in senso diverso, poi reclamazioni a cui si risponde dalla
parte del popolo con fischiate non interrotte; un battere di sciabole,
uno sbatacchiare di porte.... pur troppo non vi era più dubbio
alcuno, il grande atto si era consumato, e gli eroici campioni del
Regio Governo Italiano potevano annoverate una gloria di più tra tutte
le altre che li ha resi famosi.
Sprangammo la porta; ci rannicchiammo nelle cucciette e, rattenendo il
respiro, facendoci piccini piccini coll'ansia e la trepidazione
nell'anima, collo sconforto nel cuore, incerti di ciò che ci sarebbe
accaduto tra pochi minuti, ma decisi a giocare di tutto, attendevamo
di momento in momento di veder saltare la porta.
Trascorre un altra mezz'ora; si ascolta il rumore dei disgraziati che
sono stati avvinghiati pei primi dai falchi del Bolis: si compiangono,
ma quale fortuna, se noi potessimo uscir loro dalle unghie!.. Il
vapore è in movimento... Che si parta davvero? Non si osa credere a
noi stessi, ma alle fine ci si persuade che si va... Si va, ripetiamo
tutti tra noi, e sentiamo tra ciglio e ciglio l'umor di una
lacrima--Ci si ferma di nuovo!...--Esclama un nostro compagno, e pur
troppo, ci si convinse di subito della triste verità. Una testa
comparisce al nostro finestrino; era la testa di un questurino, che da
abile esploratore, si era arrampicato al difuori del bastimento, ed
aveva scoperto il nostro nascondiglio.
--Signori, non resistano--Ci disse con voce rauca. --Nessuno rispose;
egli se ne andò... Oh! avessimo avuto un _revolver_!
--Lei deve aprirci la porta--Ripeteva intanto sul cassero una vocina
melliflua, a cui rispondeva l'accento ben cognito del capitano: Mi
rincresce, ma fu perduta la chiave... l'assicuro però che quello è il
mio spogliatoio...
--Io ho l'ordine di perquisire ogni cosa.. si mandi pel magnano del
porto. Intanto una tempesta di colpi si sprigionava su quel povero
uscio.
--È impossibile trovare il magnano--Diceva poco dopo un'altra voce.
--Signori--Gridava allora al buco della nostra serratura quello che
poco fa parlava col capitano.--Signori, io li prego a non commettere
imprudenze, si arrendano colle buone; partire è impossibile, non
facciano perdere un tempo prezioso al capitano.
Che fare? Qualunque resistenza sarebbe stata inutile e non ci poteva
riuscir che dannosa; ci guardammo in faccia (che facce! il condannato
che vien trascinato al patibolo ne può dare un'idea!) e con mano
tremante il più vicino alla porta tirò la stanghetta.
Un'ooh prolungato e di soddisfazione ci accolse, appena che
comparimmo.
Dalla scena che si presentò allora ai nostri occhi, un pittore avrebbe
potuto prendere argomento per un bellissimo quadro ed un letterato per
una magnifica descrizione. Una lunga fila di carabinieri e di
questurini occupava tutto il lato del bastimento che era dicontro alla
nostra cabina; più avanti il giudice d'istruzione colla ciarpa
turchina, Bolis raggiante di contentezza, e un nuvolo di delegati e
d'applicati di Pubblica Sicurezza che si davano un moto, un daffare
indicibile, e si pavoneggiavano, esponendo al rispettabile pubblico ed
all'inclita guarnigione le fasce tricolori che avevano a tracolla,
come segno indiscutibile della loro autorità. Il capitano serio serio
rivolgeva delle parole concitatissime al console, che appoggiato ad un
tavolino, con una fisonomia di tramontana guardava distrattamente il
cancelliere che redigeva il processo verbale. Tra le squarciate nuvole
si era fatta strada la luna; e, pareva, che ci mandasse un
compassionevole sguardo; sulla spiaggia uno scintillio di baionette,
sulle quali si ripercoteva il malinconico raggio della poetica face
dei cuori sensibili e degli innamorati, ci abbarbagliava la vista e ci
rendeva sicuri che molta truppa era sotto l'armi è che la questura di
Livorno non aveva trascurato verun provvedimento perché i pesciolini
non le scappassero di rete. Una lunga processione di barche solcava le
onde tranquille del mare sulla cui superfice una miriade di atomi
luminosi, frequenti più delle stelle del cielo, avrebbe fatto nascer
la voglia di intonare un bel canto alla natura, se natura ed uomini
non si fossero mostrati, così accanitamente contrarii ad una impresa
che tanto avevamo sospirato e che, purtroppo, così miseramente finiva.
Le trombe che suonavano la ritirata sui bastioni della vicina fortezza
ci suonavano in cuore meste, come il pensiero che manda in queill'ora
il coscritto alla madre, alla casetta paterna, alle occupazioni di un
tempo: meste come quella luna, come quei visi lunghi dei nostri
compagni che ci passavano davanti colla respettiva accompagnatura,
come i popolani che vedendo la loro impotenza a salvarci ci guardavano
da riva con occhi stralunati e pregni di lacrime.
--Ma Gagliano... Gagliano dove è?... Noi credevamo che fosse tra
loro?... Esclamò Bolis, dopo averci ben bene sbirciati;
--E perché han fatto resistenza? Ci domandò con un sorrisetto volpino
il giudice d'Istruzione.
--Perché!...--Rispondemmo noi tutti a una voce e in tuono di
meraviglia..
--Sì... quando sapranno tutto, chi sa, che non sieno i primi a
ringraziarci...
--Ringraziarlo di averci arrestati?
--Sissignori... Oggi è venuta la notizia della capitolazione di Metz.
Quest'ultima sassata che, così benignamente ci si scagliava nel
nostro infortunio, ci fece nascere lì per lì una tal rabbia contro
quegli arnesacci di una bottega fallita, che loro volgemmo
disdegnosamente le spalle. Già... è egli possibile che le idee di
sacrifizio, di abnegazione, di generosità, possano esser comprese
anche alla lontana, da un birro?
--L'ho, l'ho preso!..--Saltando come un burattino, e fregandosi le
mani, strillò con la sua vocina da pettegola il Fassio, avvicinandosi
a noi. Questo Fassio e uno dei più famigerati ispettori di Pubblica
Sicurezza che si abbia in Italia; Garibaldino nel 1860, come succede
di tutti gli apostati, ora è diventato la più gran colonna della
sbirraglia italiana.
--Che qualcuno di noi avesse in tasca una mitragliatrice?--Pensai tra
me e me--O che tra i nostri compagni si sia mescolato sotto mentite
spoglie qualche gran malfattore?! Difatti l'aria del Fassio me lo
faceva sperare; Cristoforo Colombo che dal ponte del suo bastimento
vede baluginare qualche cosa, che ha sembianza di terra; Moltke a
Sadowa che riceve l'annunzio dell'arrivo del corpo d'armata del bon
Fritz, ci possono dare a malapena un'immagine della beatitudine che
provava in quel momento il rinnegato democratico.
Dietro di lui si vide arrivare lemme lemme il Gagliano in uno stato
tale, che, se ne avessimo avuta la voglia ci avrebbe fatto crepar
dalle risa. Nero, per lo meno come uno spazzacamino, stizzito come un
giocator di Mako che fa l'ultima cista, senza azzardarsi nemmeno di
farci un saluto, il povero uomo passò a capo basso davanti alle
autorità e fu fatto immediatamente scendere in una barchetta, dietro
la quale in un'altra fummo messi io, mio fratello, il Colonello ed un
giovinetto, che ancora non conoscevo.
--Viva la libertà d'Italia!--Si gridava tutti come pazzi per via, ed i
carabinieri non ardivano di dirci una sillaba; anzi dalle loro
fisonomie si vedeva chiaramente che avrebbero lasciato quell'incarico
alle guardie di questura, che, tutte impettite, boriose si tenevano
dell'arresto di giovani inermi nello stesso modo che avrebbero fatto,
se avessero vinto la battaglia, più aspra che si sia combattuta,
dacché mondo è mondo.
Giunti vicini alla Sanità, dove vedevamo sbarcare tutti gli altri, un
carabiniere mi toccò dolcemente nel braccio e mi accennò un vaporino,
la cui camminiera faceva fumo.
--Vede quello là?--Mi disse--Era preparato per loro, qualora avessero
preso il largo.
Guardai e quello spauracchio mi fece sorridere; il grande edifizio
navale non aveva che due cannoni, uno per parte e di un calibro così
modesto, che sembravano, piuttosto giocattoli da bimbi che utensili da
guerra. Oh!... se si fosse usciti dal posto, se si avesse cominciato a
_filare_... se erano buoni a acchiapparci con quel trabiccolo, sarei
stato contento di perder la testa!..
La barca si fermò: noi scendemmo. Diedi un'ultimo sguardo al porto,
vidi il cammino del _Var_ che fumava, e il battello che era in
movimento! Oh come in quell'istante il mio pensiero ricorse alle
cabine, dove ci eravamo sdraiati la sera avanti alla medesima ora: oh!
come desiderai che il tempo ritornasse indietro di poche ore soltanto
per non essere sicuro della barbara realtà, che ci opprimeva in quel
mentre.
Moltissima gente si era affollata a due lati della porta che conduceva
all'uffizio della delegazione del porto. Tra questa gente io vidi di
nuovo i due scialli... Ma dunque, non ci abbonderanno più queste
donne?
I volontari erano stati ammassati, pigiati in una stanzuccia; una
guardia, con un coraggio da eroe, distribuiva ogni tanto qualche
pedata a chi più susurrone e più curioso degli altri si azzardava a
rivolgere qualche interrogazione. È un fatto: la polizia degli antichi
sovranucci, che i monarchici d'oggi gabellano per tiranni e per
despoti, non hanno mai usato dei modi schifosi che usano i questurini
del nostro beatissimo regno: quando uno capita per caso tra le loro
mani, può attaccare un voto, se per lo meno non ci lascia una costola,
chè questa gente è molto feroce... quando l'individuo è in ceppi e
puzza un tantino di repubblicano!... Chiuder gli occhi sui gallinai,
fare il manutengolo ai ladri è permesso, ma lasciare in santa pace un
soggetto pericoloso, un uomo che sbraita sempre perchè vuole esser
riconosciuto per uomo... oh! questo è troppo! E il paterno governo,
simile al giusto Dio che fa cader la grandine e i fulmini sul campo
dei peccatori, deve aggravar la mano su coloro che hanno le
sfacciataggine di urlare quando tutti dormono: i galantuomini non
devono essere svegliati... lo impedisce anche il regolamento di
Pulizia! Coroniamoci adunque di elleboro, sorbiamo il papavero che
giorno per giorno ci ammanniscono i giornali governativi e, dacchè non
abbiamo il coraggio di fare, abbiamo almeno il buon senso di darci ad
un sonno profondo.
Un vecchietto, con li occhiali d'oro più giù che a metà del naso,
rincantucciato in uno sgabbiolo di legno che faceva le veci di
scrittoio, via via che si passava ci chiedeva il nostro nome, quello
dei nostri parenti, il nostro domicilio e la nostra, professione.
--Possono partire--Gridò poco dopo con voce tonante il Bolis, Giove
Tonante di quell'Olimpo di birracchioli e di guardie di tutte le
qualità e di tutte le dimensioni.
Un applauso prolungato fece eco a queste parole; i giovinotti
credavano di essere liberi... Poveri grulli!... Quale storia ci ha mai
fatto sapere che il gatto si lasci scappare il sorcio dalle unghie?
--Avanti!...--Urlarono con mala grazia a loro volta le guardie...
--O dove si va?--Cercò qualcheduno.
--Loro non lo devono sapere.
A noi, come presi insieme col colonnello, fu fatto il favore di farci
passare nella caserma dei carabinieri; ci si disse, in attesa di
ordini superiori...
Intanto gli altri traversavano via Grande, tutta gremita di popolo che
li accompagnava con applausi frenetici; ci volle del buono e del bello
per sconsigliare i popolani a non far qualche pazzia, ed essi allora
non potendo fare altro, si mostrarono generosissimi con quei poveri
diavoli che venivano trasferiti alle carceri; e fu una pioggia
continua di sigari, di pezzi di pane, d'involti di companatico, e
persino di foglietti da mezzo franco e da un franco. Oh!... il popolo
è generoso, il popolo ha la magnanimità per istinto, e, se si lascia
abbindolare dai farabutti, al momento buono, quasi per miracolo, sente
spingersi avanti dalla voce del dovere, del progresso, della libertà;
rinnegando le massime false, che gli son volute inoculare nelle scuole
governative e nei così detti giornali popolari che vivono sulle spese
segrete del ministero, egli al primo indizio di lotta vicina, come un
uomo solo corre al suo posto. Oggi protesta con gli urli alle guardie
e colle picchiate di mano ai prigionieri, domani muore, santificando
il principio democratico, sulle barricate. Perdendo lo vedrete marcire
nelle, carceri, e soffrire per le vie, vincendo voi lo vedrete al
lavoro!
I carabinieri ci accolsero con tutta la gentilezza immaginabile, ci
domandarono, se si aveva bisogno di qualche cosa, e noi che, come
uomini, dopo tante ore dì disagio si aveva diritto ad avere appetito,
ordinammo del salame, del prosciutto e due fiaschi di vino.
Incontrammo in quella stanza lo Strocchi; anche egli aveva ricevuto
lo strano favore di essere trattato un pò meglio del rimanente della
spedizione.
Chi era stato la causa diretta dell'invasione del _Var_? Io non lo
saprei dire. Hanno qualche carattere di verità le accuse che si son
palleggiati l'uno con l'altro a vicenda diversi individui che facevano
parte della nostra mandata! Io credo di no: credo soltanto che il
governo Italiano, il quale ha sempre in serbo un granello d'incenso
per chi trionfa ed è forte, siccome, è uso di tutti i codardi, sìa
sempre disposto a tirar sassate da orbi a tutti quelli che per propria
disgrazia si trovano a terra; e così, mentre or non sono pochi anni,
per non violare la bandiera Imperiale di Francia si lasciavano
tranquillamente a bordo dell'_Authion_ i fratelli La Gala: in pieno
1870 si aveva il coraggio di buttar giù porte, scassinar serrature e
strappare a viva forza dei giovani generosi, che dovevano essere
sacri, perché protetti dallo stendardo di una nazione amica, di un
governo che si era riconosciuto, ma che versava in pericoli immensi
--E dove ci mandano?--Domandammo al brigadiere dei carabinieri, dopo
che avemmo veduto un soldato, latore di un piego, che fu letto
attentamente dal capoposto.
--Io devo trasmetterli ai Domenicani.
--Sicché proprio in prigione?
--Pur troppo!
Un lungo silenzio tenne dietro a queste parole. Creder di andare in
Francia e sgusciare diritti come fusi in prigione, era una cosa che
non ci si aspettava di certo, e, per quanto tutti, chi più chi meno ci
si piccasse di esser filosofi, per quanto dopo l'arresto questa
soluzione fosse l'unica prevedibile, una tal notizia dettaci lì a
bruciapelo, mentre il ritardo ci aveva fatto rinascere in cuore un po'
di speranza, ci mise a tutti un diavolo por capello.
--Si facciano coraggio--Ci diceva il brigadiere--Prendano le cose con
calma... tutt'al più sarà il male di qualche settimana!
Qualche settimana!--E gli pareva di dir poco al buon'uomo!...
Rinunziare alla vita, alle nostre speranze, non goder più di quella
libertà, che è prima attributo di ogni essere, ma sia pur per un'ora,
per chi sente qualcosa, è sempre un supplizio.
--Entri, entri, ma mi raccomando non faccia scene--Così diceva,
introducendo nella stanza la moglie di Gagliano, un carabiniere.
--Veramente!...--Borbottò alzandosi il brigadiere...
--Lasci correre--Ci affrettammo a proferire noi tutti--nessuno parlerà
di questo colloquio.
--Ti hanno messo le manette, questi vili, eh?--E tu non hai avuto
cuore di bucar loro la pancia?--Gettandosi al collo del marito, e
frammischiando al suo dire qualche singhiozzo, esclamava l'arditissima
donna.
Perdemmo un cinque minuti a persuaderla che non eranvi state manette,
ed allora lei, facendoci dei segni, ci fece capire che, se avevamo
qualche cosa di compromettente, le si consegnasse: ed in fatti, colto
il momento che i carabinieri non ci guardavano, demmo a lei certe
lettere, che, se ci fossero state trovate addosso, non ci avrebbero
certamente servito di raccomandazione presso quella gente, che si
doveva bazzicare fra poco tempo.
La presenza di una donna in quell'ora tristissima, in mezzo ai
carabinieri, dopo tutte le emozioni che si era subito durante il corso
di quella giornata memorabile ci procurò un sollievo, e uno
stringimento di cuore, che non mi provo nemmeno a descrivere; e quando
la ci stese la mano e con voce resa tremula dalla voglia di piangere,
ci disse: coraggio, io mi sentii inumidite le ciglia e provai
l'inenarrabile voluttà di una lacrima.
--Le carrozze son pronte!
--Partiamo!
--Meno male che marciamo _en grands seigneurs_.
--Di' piuttosto, come i malfattori che vanno alla Corte d'Assise...
--Eh!... loro ed i principi sono i soli che hanno diritto di avere una
scorta! Gli estremi si toccano...
--E si rassomigliano!
Si montò nelle carrozze e dopo un breve tratto di via ci fermammo: si
sentì cigolare una porta...
Eravamo giunti ai Domenicani.
CAPITOLO III.
La prigione!... È mai vissuta creatura umana, dirò con Guerrazzi, che
sollevando le pupille verso il soffitto di una di quelle stamberghe,
in cui, per ravvederlo, s'incretinisce il colpevole, non abbia
esclamato esser questa l'invenzione più barbara, che mai sia mulinata
nel cervello dell'uomo? Quattordici passi di lunghezza; sei di
larghezza: una finestra alta cinque piedi da terra, e dalla cui
ferriata a quadrelli vedi sempre quel medesimo strappo di Cielo,
quella medesima tettoia dell'edifizio difaccia, quella medesima stella
che sera per sera, qual malinconica amica, par che venga a darti un
saluto, un conforto ed una speranza; un pagliericcio per sdraiarsi:
una brocca d'acqua per bere; in quanto a mangiare... ci sono le mani
che paiono fatte apposta per questo!... Il rumore del mondo, in mezzo
al quale ti trovi ma che, almeno per ora è morto per te, viene a
colpirti gli orecchi nella tua solitudine ed ora qualche allegra
canzone ti rammenta i bei tempi che unito agli amici andavi a far la
serenata sotto i balconi della tua bella: ora i concerti di una musica
militare t'inebriano, ti rapiscono in pensieri l'uno più dell'altro
impetuosi: ora il frastuono della via, le urla dei venditori, il
continuo passare delle carrozze ti riportano i momenti in cui tu pur
passeggiavi, in cui tu pure davi alla sfuggita un occhiata alle belle
signore che come Dee ti passavano innanzi agli occhi, trasportate da'
loro cocchi: insomma un cumulo di reminiscenze che ti straziano
l'anima: è un martirio che fa deperire e qualche volta impazzire
l'uomo d'ingegno e di cuore, e che indurisce viepiù chi è incallito
nel vizio. Aggiungete a tutto questo l'obbligo di restare lì chiuso,
mentre, alla semplice idea di esser costretto a fare una cosa, fosse
pure la più gradita, si prova una certa repugnanza che ci fa entrar le
paturnie.
Perchè invece di una severità che non dà alcun resultato, non si cerca
di ricondurre sulla buona via quello, che ne è lontano, a forza di
cure amorevoli? Quando si è messo il colpevole nell'impossibilità di
nuocere alla società, a che prò aggravare la mano sopra di lui, e
incessantemente torturarlo?... Io fò una scommessa; se domani un
domatore di fiere uccidesse così per ghiribizzo un leone che ha in
gabbia, o si divertisse a martoriarlo a colpi di spillo, i filantropi
non la farebbero più finita colle loro proteste: i giornali
partoribbero articoli sopra articoli e se ne farebbe quasi quasi una
questione di Stato. Qui invece abbiamo degli uomini che sentono,
amano, che hanno peccato per inesperienza, per fatalità, ma che per
ora non possono tornare a peccare: una delle due... o questi uomini si
credono capaci di ravvedimento, o no: in questo ultimo caso
uccideteli: nel primo cercate d'istruirli, fate loro conoscere quanto
sia migliore la strada della virtù da quella del vizio, educateli col
lavoro, metteteli in un'isola incolta e provvedete che quest'isola
affidata alle loro mani, addivenga ridente, ubertosa... fate loro
conoscere l'agiatezza, la calma, la soddisfazione del buono operaio,
eppoi restituiteli alla società, che potrà a ben diritto vantarsi di
avere acquistato dei buoni cittadini in quelli che fin ora non eran
che rei!... Anche per legge fisica quanta più è la repressione, tanta
maggiore è la reazione.
Chiedo scusa ai lettori di aver loro fatto ingozzare questa tirata,
che a qualcuno farà l'effetto del cavolo in una merenda; d'altronde
qui si parla di una carcere, qual migliore occasione per spifferare le
riflessioni che si son covate in quella solitudine e in contatto di
quei disgraziati?
In quanto a noi, grazie all'amabilità del capo guardiano dello
stabilimento, fu cercato di renderci meno dura che fosse possibile la
prigionia. Ci misero in sei in una stanza; lasciarono che si fumasse a
nostro bell'agio: ci si passavano i giornali, dove tra le altre cose
apprendemmo l'infame tradimento del generale cortigiano Bazaine: non
ci era fatta alcuna restrizione nel mangiare e nel bere: ci si
trattava insomma coi guanti, e inservienti e guardiani, lungi dal far
pompa di quelle mosse scortesi di cui sì spesso e sì volentieri fanno
pompa coi carcerati di bassa estrazione, si perdevano in scappellature
ed inchini e venivano due tre volte per ora a domandarci, se si
abbisognava di qualche cosa. Era compassione questa, o, piuttosto come
succede in qualunque circostanza nel mondo anche là si venerava
l'abito, anche là avendoci veduti insieme col Colonnello e per questo
scambiandoci forse per uno stato Maggiore, si cercava entrare nelle
nostre buone grazie, perchè si aveva la ferma credenza che eravamo
pezzi grossi?... Io credo che quest'ultima sia la ragione più giusta e
più esatta delle preferenze che si avevano per noi. Quell'ingegno
ferace, che tanto predominava sugli altri per lo spirito
d'osservazione e che così presto doveva esser rapito all'Italia,
intendo parlare di Carlo Bini, nelle sue riflessioni sui prigionieri
ha dettato delle pagine maravigliose per la verità sulle distinzioni
sociali, che con scrupolo sono venerate ancora nelle carceri.
Povero!... t'hanno condotto qui, tu devi aver peccato di certo; va'
giù nel buglione, là troverai degli amici e dei degni compagni... e
spesso per spingerlo più presto gli si amministra gentilmente una
pedata che il meschinello riceve, grattandosi il capo! Sarà
innocente... E che importa?... Lo si manda giù tra la feccia, tra i
borsaioli, tra i ladri d'ogni qualità e d'ogni risma; gli si fanno
degli sgarbi premeditati, gli si ride sul muso quando protesta della
propria innocenza; si tiene a stecchetto di pane, si fa mangiare
mezz'ora dopo quella prescritta dai regolamenti, si cerca infine di
rendere più triste, più penosa la di lui posizione: mai una parola
d'affetto per lui, sempre un ghigno, sempre una maledizione... E se
fosse innocente!... Per un signore poi è un altro paio di maniche:
inchini, conforti, agevolezze: il caffè e latte la mattina, la
bottiglia per pranzo, e qualche volta anche il _the_ per la sera...
oh, come è rispettata l'eguaglianza a questi lumi di luna!
Dunque, come ho detto, eravamo in cinque in una prigione. Gagliano, il
Colonnello, mio fratello, io ed un giovinetto Perugino, che per la
prima volta si moveva da casa, e che era innamorato come un ciuco di
una ballerina cui aveva promesso per quanto prima l'anello nuziale.
Il primo giorno, non vedendo alcuna probabilità di un interrogatorio,
non facemmo che scrivere. Scrivemmo al console, a una dozzina di
deputati, a una mezza dozzina dì giornalisti, e perfino al Lanza: in
tutti i nostri scritti si protestava contro la patente ingiustizia, di
cui eravamo stati le vittime, e si scongiurava, affinchè fosse
troncato quello stato penoso, che, temevamo, si prolungasse ancora per
un lasso di tempo, non indifferente.
Uno dei nostri, che era stato diverse volte in prigione sempre per
affari politici, ci iniziò nei misteri della vita non troppo geniale
del carcere, e c'insegnò tra le altre cose un mezzo sicuro, per
comunicare con gli altri infelici, quantunque fossero in stanze dalla
nostra lontane: il nome tecnico di questo nuovo sistema di
comunicazione è il _cavallo_; si attacca ad un sasso o a un pezzo di
legno una cartolina, in cui si scrive, quello che vogliamo; si avvolge
poi tutto ad un filo e dalla finestra si lancia, dove si ha intenzione
di farlo recapitare; i prigionieri, nella solitudine aguzzano tanto
l'ingegno, addiventano così maestri nella precauzione, che se si
ingannano una volta sola, in questo nuovo bersaglio, si può assicurare
che è una fatalità. Inutile il dire, che noi ci servimmo di questo
mezzo spessissimo, e sul principio facemmo delle matte risate, alle
spalle di qualcheduno il quale più che si piccava ad essere gran
tiratore, più ne mandava di fuori.
_"Come son lunghe, eterne
L'ore del prigionier!"_
Canta il tenore nel secondo atto del _Pipelet_, e se noi non cantavamo
queste parole, se ne comprendeva però in quei momenti tutta la
desolante verità. Addormentarsi colle galline, essere in piedi ai
primi chiaror dell'alba; appena desti, eccoti ad assalirci la
spaventevole idea di quattordici o quindici ore d'inerzia forzata; oh,
almeno oggi tuonasse, infuriasse una gran tempesta... sarebbe una
distrazione!.. Oh! se si avesse nel cuore la mansuetudine pecoresca
del Pellico, chè potremmo passare ore intiere, facendo asceticamente
delle contemplazioni sulle tele di ragno, che in sì gran numero e, a
mò di tendoni, adornano la volta della nostra abitazione! Oh! venisse
un nuovo carceriere gobbo, sbilenco, rachitico, o per lo meno
tartaglione si potrebbe ridere qualche tempo per conto suo... Ma no
signori, sempre i medesimi volti, sempre il medesimo cielo nè sereno,
nè brusco, sempre qualche pezzetto di ragnatelo che ci dà fastidio,
cadendo ed appiccicandosi sui nasi respettivi.
Si fece delle palle colla midolla di pane e ci si mise a giocare alle
boccie... Ci si annoiava mortalmente; si tentava attaccare una
discussione filosofica o letteraria... sul più bello un prolungato
sbadiglio faceva uscir di carreggiata l'oratore e lo squarcio di
poesia e di eloquenza finiva con una solita imprecazione, dove non si
risparmiava nessuno. L'unico che vivesse estraneo a tutto quello che
si svolgeva dinanzi a noi, era il giovinetto che tesseva omelie,
ripensando alla sua bella ed ai dolci momenti che era solito passare
con lei. A questi sproloqui, noi assumendo la dignità di uomini
stagionati, e che hanno corso per tutti i versi la cavallina, facevamo
tener dietro delle dissertazioni serio-facete, e dei consigli che le
più volte facevano diventar rossa come una ciliegia la faccia del
pudibondo giovinetto il quale terminava ogni suo dire, sacrando per
tutti gli Dei, che la gentile fanciulla, malgrado tutti gli ostacoli,
avrebbe finito per diventare sua moglie. E infatti, oggi tornato di
Francia, ho saputo la grata novella del felice connubio che amore
sparga sempre di rose il beato talamo in cui piange la ragione e la
democrazia: che quel giovine infondo aveva cuore, e si entusiasmava
per le idee generose.
Gagliano pareva poi, che avesse in corpo un'organino; cominciava a
ciabare la mattina a bruzzico e durava a sfringuellare fino all'undici
e anche a mezzanotte; se noi si dormiva lui non si perdeva d'animo e
con una costanza degna di miglior causa, discorreva solo, trinciando
l'aria con gesti agitati, e ripetendo ordini del giorno e proclami di
là da venire: ei s'era fitto in capo di costituire una compagnia che
si doveva chiamare dei cacciatori del Varo, egli l'avrebbe costituita,
appena che ci si fossero schiuse le porte. La questura che seppe forse
il progetto, e che, da abile maestra, sa quanto va maturato un disegno
perchè possa riuscire, mentre dava la via, pochi giorni dopo, a tutti
noi, riteneva in chiusa per altri tre mesi il povero capitano di
quella compagnia, la quale, come direbbero le nostre donnicciole,
restò sempre nella mente di Dio.
Ci si faceva prendere aria due volte per giorno: la prima volta lungo
i corridoi circondati da terrazzini, da cui è intersecato lo
stabilimento: la seconda su, in un piccolo belvedere dal quale si
godeva di un colpo d'occhio incantevole. Sui muri dei corridoii, come
su quelli della terrazza non si vedevano che scritti in lapis: erano
ricordi, conforti scambievoli dei prigionieri: geroglifici
indecifrabili, ma che forse contenevano rivelazioni per chi era
d'intesa: _accidenti alle spie_ e _morte ai birri_ erano quasi sempre
il ritornello obbligato di questi sfoghi.
Su in terrazza trovammo anche dei versi: quantunque si sia detto, e
ridetto fino a sazietà che la solitudine fa crescere il bernoccolo
poetico, anche a coloro che da mamma natura non hanno avuto un tal
dono, l'apparizione di queste strofe fu salutata da noi con un
_hourrà_ clamoroso, che fece venire in fretta e furia i guardiani a
domandar cosa fosse avvenuto. I versi eramo mediocri, ma giudicando
dal modo col quale erano scritti, si poteva giurare che quello che li
aveva vergati aveva fatto anche troppo e che aveva un'anima molto più
sensibile di tutte le altre che si trovavano in quelle catapecchie. I
versi son questi; ve li riscrivo tali e quali, chiedendo scusa
all'anonimo autore dell'indiscrezione, e ai miei lettori qualora non
andassero loro a fagiuolo.
Campanella che rammenti Al dolente prigioniero I dolori ed i tormenti
Di una vita, che finì... Deh! Riporta al mio pensiero Le speranze
d'altri dì.
Di quei dì, che una tranquilla Gioia al Cielo mi rapia: Fissa in _Lei_
la mia pupilla Comprendevo la beltà, Comprendevo la poesia Sentia in
cuor la libertà
Or son morto, o campanella Suona, suona a funerale Più non veggo la
mia bella Più non palpita il mio onor Sul mio letto sepolcrale Suona i
tocchi del dolor
E qui il poeta finiva e la parola dolor con cui avea terminato tu la
vedevi ripetuta ai quattro angoli dell'ode!... Sia stato un malfattore
colui che vergò questi versi?... Se anche lo fu, è certo che fu più
infelice di quello che fosse colpevole!
Passammo altri due giorni in questa completa atonia; già tre giorni
che eravamo separati da tutti, già tre giorni col timore che i nostri
compagni avessero bruciato delle cartuccie contro i Prussiani!...
Finalmente venne l'interrogatorio: un interrogatorio _pro forma_, dove
ognuno rispondeva a casaccio tutto quello che gli veniva alla bocca,
dove s'inventavano scuse così magre e storie così bambinesche, che
sarebbero cadute al primo soffio di un accusatore, fosse anche il più
dozzinale. Entrammo dal giudice colla speranza: si credeva che finito
l'interrogatorio ci avrebbero rimandato: invece quale non fu la nostra
sorpresa, quando ci vedemmo di nuovo rinchiudere nell'aborrita
stamberga, che ci aveva accolto fino a quel giorno?
--Non ci mandano via che a guerra finita--Borbottò stizzosamente uno
di noi.
Chinammo tutti la testa, che tale cominciava a diventare l'universale
credenza.
E passò un altro giorno, eppoi un altro: era il tre di novembre; la
vigilia eravamo stati di un umor perfidissimo; senza provare alcuno
dei sentimenti dettati dalla religione, quelle campane che invitavano
a andare a commemorare i defunti, ci facevano pensare ai nostri poveri
morti, a quelli che caddero per le nostre idee, a quelli che cadevano
in quel mentre per far scudo coi loro corpi a una pericolante
repubblica, per opporre un'argine all'irrompente valanga dei venduti
soldati della monarchia degli Hokenzöllern... Noi eravamo mesti, e si
passava intere mezz'ore difaccia alle quadrelle dell'inferriata, tanto
per vedere quel miserabile lembo di Cielo: orizzonte rimpiccolito come
quello dell'idee che ci bollivano in testa e che non si potevano
espandere.
Il tre novembre fu un gran movimento pei corridoi, un via vai
continuato e un accorrere di guardiani. Qual nuova avventura era
giunta a disturbare la quiete monotona di quel sepolcro di vivi?... Il
caso era nuovo.
Rossi, Piccini, Stefani ed altri Fiorentini avevano avuto l'idea
bizzarra di commemorare i caduti a Montana; ne correva l'anniversario,
e loro, come avanzi degli _Chassepots_ di De Failly, non ultima
celebrità di Sédan, vollero degnamente onorarlo; coi pagliericci
improvvisarono un catafalco, ci posero sopra una camicia di flanella
rossa, lo circondarono con venticinque candele steariche, comprate la
sera avanti, eppoi attaccarono un cartello nel quale a parole cubitali
era scritto:
Ai Martiri di Mentana
I superstiti Repubblicani
S'immagini un pò il buon lettore, quando i guardiani entrarono nella
prigione, per portare il becchime a quegli uccelli ingabbiati. Vedere
tutti quei lumi, poi quel catafalco... e' era da fare andare in bestia
il secondino più mansueto che abbia mai esercitato questa nobile
professione! Subito un reclamo dal direttore, il quale seguito dal
capo guardiano, dallo stato maggiore e da un nuvolo di carcerieri si
presenta maestosamente sulle soglie delle profanata stanzaccia.
--Questo è troppo!... Io sono buono, ma non lo sono tre volte...
Impongo loro di tor via quel cartello rivoluzionario...
--Ma noi non diamo noia a nessuno, e poi qui chi lo vede?
--Non importa... Lascino pure il catafalco, ma levino il cartello!
--Ma se nessuno può leggerlo!...
--Io ho usato troppe gentilezze con loro--questo scandalo non lo
subisco...
--Ma, se non v'è scandalo!
Insomma per il buon della pace, fa necessario tor via quel disgraziato
cartello.--È un fatto, chiaro, lampante e arci che provatissimo: i
governi che pericolano hanno paura dei morti, eguali in tutto e per
tutto all'infermo incurabile che fa il viso serio solamente a sentir
parlare di morte.
In premio di non aver preso parte alle dimostrazioni sovvertitrici dei
nostri amici, quel giorno noi fummo mandati a prender aria un'ora più
presto.
Una dolce sorpresa ci attendeva sulla terrazza: arrampicandoci
sull'inferriata, e spenzolandoci come meglio si poteva, si vide sedute
sulla spalletta di un fosso che attraversava la via, le due fate dai
magici scialli, che tanto mi avevano dato a riflettere sul Var: esse
guardavano in su; era certo che qualche prigioniero, aveva portato con
se molta parte di cuore di quelle creature che credevamo vezzosissime
e che le ci apparivano come una visione, nei momenti più climaterici
di quella intrapresa.
Ci si perdeva, come di solito, in congetture su quelle apparizioni,
quando venne un custode e con ilare fisonomia, ci disse: Giù, giù
nella stanza del capo guardiano.
--Ci son novità?
--Eccome!--Loro son liberi.
--Liberi!--Urlammo noi e ci stringemmo l'un l'altro la mano. O
libertà!... Prima tra tutti gli affetti e le aspirazioni dell'uomo,
senza te è impossibile vivere, e solamente si giunge a comprendere
tutta la tua dolcezza ineffabile, allorquando per disgrazia ti si è
perduta; ridotti allo stato di cose, costretti a reprimere i battiti
del cuore, le concezioni del cervello, gli slanci che suol produrre
l'intelligenza, a te si ripensa come lo stanco e affaticato peregrino,
in una montagna o in mezzo al deserto ripensa all'agiatezza della sua
casa, ai dolci riguardi dei parenti lontani. Tanta è la gioia che si
sente nel ricuperarti, che si tornerebbe a soffrire gli istanti
penosi, che abbiamo sofferti, pur di provare l'inenarrabile felicità,
che si prova in quell'istante divino.
Scendemmo a rotta di collo le scale, entrammo nel corridoio, dove di
subito fummo circondati dai nostri compagni, che ci abbracciavano, ci
baciavano, ci opprimevano di mille domande; chi troverebbe parole per
descrivere l'emozione di quel momento solenne? Non era il tornare a
vivere che ci sorridesse soltanto: era l'idea che prima o poi si
avrebbe raggiunto nostro padre, che tale deve considerarsi da un
giovane l'eroe leggendario della libertà e del progresso, che tale
deve essere riguardato da tutti coloro che soffrono, il prode general
Garibaldi.
Fassio, incaricato dalla questura ad assistere alla nostra
liberazione, volle farci sospirare, più che fosse possibile, un tanto
agognato momento! Eravamo una lunghissima fila, ognuno che usciva
dalla stanza provocava in tutti un sospirone che si poteva tradurre in
queste parole: Lui felice... ed io pure, che mi avvicino alla
liberazione!
Venne la mia volta. Entrai: Il commissario mi abbordò subito con
queste parole: Lei è di Firenze?
--Sissignore!
--Vuoi fare il viaggio a spesa sue, o a conto della questura?
--Ma io voglio restare in Livorno
--È impossibile!
--Se ci ho i miei interessi!
--Non importa: lei è di Firenze e deve tornare a Firenze!
--Ma questa è bella!
--O bella, o brutta... tali son gli ordini.
Strana logica invero questa della polizia! se nel mio interrogatorio
avessi detto di essere del Missisipì chi sa che la questura non mi
avesse spedito gratis fino a quelle lontane regioni!... Ah! averlo
pensato!!
A tutti gli altri fu fatta la medesima proposizione: tutti accettammo
di andare a spese nostre, decisi di tentare ogni via per sfuggire ai
questurini.
--Domani si presenteranno al questore in Firenze--Disse allora il
Fassio con tuono burbanzoso e poi volgendosi al Piccini aggiunse: lei
mi par più serio degli altri, farà da capo squadra... Alla stazione
gli accompagneranno le guardie, nè li lascieranno fino a che non
avranno preso il biglietto.
Un'altra speranza che si dileguava! Bisognerà tornare per forza donde
eravamo partiti con tutta allegrezza.
--Possono andare... e si sbrighino perchè il vapore parte a momenti..
Dei picchi ripetuti all'uscio della nostra antica carcere, richiamano
l'universale attenzione verso quel posto. È Gagliano che protesta
all'ingiustizia e all'infamia: è il povero Gagliano che solo vien
rilasciato ai Domenicani per conto della questura--Scrivete sui
giornali--Egli vociava--Fate nota la nuova ingiustizia, dite che mi si
vuoi rovinare da questa canaglia.--Nessuno porgeva ascolto, alle di
lui querele, qualcuno rideva: l'uomo che esce da un pericolo diventa
egoista.
--Via, via--ci disse il nostro accompagnatore, una specie di _Don
Checco_, scalcinato come un poeta, e zoppicante, come un verso sciolto
di qualche genio incompreso.
Demmo un'ultimo sguardo alla stanzaccia che ci aveva racchiusi quei
giorni, e, cosa strana, provammo un certo dispiacere ad abbandonarla.
Quanti pensieri, quanti generosi proponimenti, quanti ricordi, quante
speranze non ci avevano agitato là entro!
Quando io esco di prigione, e lo so benissimo grazie al benigno nostro
governo, io provo il medesimo effetto di quando esco di un bastimento.
Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.... quella sera mi
pareva di essere addirittura ubriaco. Ed anche senza parere ubriaca,
io credo che la nostra comitiva avesse in se tanto di umoristico da
farsi guardare da chiunque passava.
Figuratevi: prima Don Checco con una mazza gigantesca, su cui si
appoggiava, ma che non era valevole a farlo passar per meno zoppo di
quello che era: poi il Colonnello in cappello a cilindro coi due tubi
di latta, in cui erano le carte geografiche, ma che di notte gli
davano un'idea di Sesto Caio Baccelli, con gli annessi canochiali;
dietro a loro il giovinetto innamorato con due valigione, che erano
vote, ma che egli aveva portato con se per dar polvere negli occhi
alla pulizia; in coda noi altri urlando, chiassando, facendo le fiche
a quel povero diavolo, che tentava attaccar discorso con tutti, senza
che nessuno gli rispondesse: in poche parole egli sembrava un
precettore che conduce a passeggiare una mandata di birichini, e
scommetto che in quell'ora, avvedutosi della parte redicola che
sosteneva, avrebbe mandato in quel paese Bolis, la Francia, il
Ministero e gli eroi della libertà.
Arrivati alla ferrovia, le guardie ci fecero ala, nè si allontanarono,
fino a che non avemmo presi i biglietti.
--Dunque a rivederli, signori--Traendo un sospiro di contentezza ci
disse il delegato.
--Dica addio!--Riprendemmo, noi tutti.
--Grazie dell'accompagnatura!--Proferiva uno in tuon di burla.
--La ci saluti Bolis...
--Al piacere di non riverirla mai più..
E via di seguito con espressioni più o meno frizzanti, tutte
all'indirizo di quel'infelice che impappinato come un pulcino nella
stoppa, voltandosi ad ora ad ora per darci una sbirciata più o meno
benevola, se ne andò quatto quatto e colla coda tra le gambe.
Entrammo nella stazione: quelli che viaggiavano a conto della questura
erano stati ficcati in due vagoni di terza classe, e cantavano:
cantavano dalla rabbia o dal piacere? Non saprei dirlo davvero, ma è
un fatto che un uomo che si trova in una situazione eccezionale,
prova un refrigerio, stuonando un'arietta; i ragazzi che hanno paura a
andar soli in una stanza canticchiano, i poveri coscritti cercano alle
canzoni montagnole, e ai patriottici inni quel coraggio che invano
cercherebbero al cuore.
Ecco i due scialli!.. Ecco le due donne che ci hanno fatto tanto
almanaccare colla testa sul _Var_ e in prigione!--Oh! finalmente ci è
dato avvicinarle! Sono la madre e la sorella dì un'arrestato, mi
sussurra uno, che ho accanto. Mi approssimo a loro. Qual delusione! La
madre è sbilenca, le mancano due denti davanti ed ha una bazza, come
quella del barone Ricasoli. E la figlia? Mi risparmino i lettori
l'orrore di descriverla!.. Un viso da leticare il giallo alle carote,
un personale impossibile, due mani che certamente non sarebbero state
sproporzionate per il Biancone di piazza. Mi fecero mille complimenti,
mi volevano presentare il figliuolo e il fratello: io con una scusa
qualunque voltai loro gentilmente le spalle, che amavo credere il
nostro compagno di sventura, gobbo, sciancato, ridicolo, per potere
almeno avere il vanto di aver conosciuta la famiglia più brutta, che
in questi tempi Borgiani, passeggi sotto la cappa del Cielo!
Pochi minuti dopo, si entra tutti nel convoglio: Piccini che doveva
essere, il capo squadra ci sfugge: il treno è in movimento e noi ci si
trova, _spinte_ e _sponte_, trasportati a Firenze.
CAPITOLO IV.
Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in
Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse
avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo
cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più
segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il
malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si
adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o
di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in
Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non
dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di
Garibaldi.
Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre
cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze
una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri
dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte,
decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.
Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle
intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e
bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La
democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano
calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini,
sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che
quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di
armi.
Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle,
si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a
Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente
occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia
mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove
si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano
cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie
all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre
generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani
volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa,
dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo
dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier
generale.
Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per
noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per
la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir
soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia
della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi
rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica
della mia situazione.
Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già
dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia,
il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse:
Sei sempre deciso di venire in Francia?
--Sicuro!--Gli risposi.
--Allora domani l'altro partiamo.
--Non burli?
--Ti parlo del miglior senno possibile... ci stai sempre.?
--Se ci stò!...
--Allora siamo in cinque,
--Ma, ai fondi?
--Ci è chi provvederà...
--Tanto meglio!
E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora
della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che
saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta
il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava
tutt'ora a bacchetta.
La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini...
_pardon_ al teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi
mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male
degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer
di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I
casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più
convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è
necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare
avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo
stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio
addosso.
Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I
miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano
a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine,
colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro
tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di
non poterci seguire.
Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui
cominciarono le dolenti note. Sembra una cosa incredibile, ma in
Firenze capitale d'Italia, fu impossibile di trovare un locale che
fosse aperto in quell'ora. Un nevischio impertinente ci filtrava
nell'ossa, e ci batteva sulla faccia, procurandoci dei brividi che
erano salutati da veementissime apostrofi. Come furono lunghe quelle
due ore!... E con qual gioia non si salutò, l'aprirsi dei cancelli
delle stazione. Gli Ebrei che giunsero finalmente a mettere il piede
nella terra promessa, dovevano forse aver provato la medesima gioia...
maggiore è impossibile.
--Prudenza, ragazzi--Ci dice a bassissima voce il Materassi, uno dei
nostri.
--Che ci è? Proferimmo tutti spaventati.
--Guardate!--E ci accennò colla mano una delle più celebri guardie di
sicurezza Fiorentine, che prendeva il biglietto.
Soprapensieri, come eravamo noi tutti, cominciammo a temere!...
Ci si buttò in un vagone, e dopo un'ora eravamo a Pistoia. Altro
intoppo!... Viene una guardia e ci annunzia che dovremo restar lì
fermi, a dir poco due ore. La neve impediva che il treno procedesse,
fino a che una macchina non fosse andata ad esplorare la ferrovia.
Difatti per quanto tu stendessi lo sguardo, non ti era dato di vedere
che un bianco lenzuolo: bianchi erano i monti lontani; bianche le
collinette vicine! gli alberi più alti sembravano pianticelle di
giardino, ed invece di essere in quella località così ricca di
vegetazione tu avresti, a buon diritto, creduto di essere ai piedi
delle Alpi. Per digerire il male umore, e per farci passare il freddo
dalle ossa, bevemmo un par di bicchieri di Cognak, che era proprio un
castigo di cielo, ma che fu bevuto da noi con quella filosofia con cui
si trangugia una medicina.
Le due ore sì tramutarono in più di tre, finalmente venne le famosa
locomotiva: rimontammo nel nostro vagone, e insieme con noi rimontò la
guardia di pubblica sicurezza. Che si avesse a fare la seconda di
cambio?--si pensava tutti tra noi, ma nessuno ardiva dirlo a un
compagno.
Maggiore il nostro desiderio di sbrigarsi, minore la velocità eon la
quale si andava: la neve infatti più che ci si avvicinava
all'Appennino prendeva delle proporzioni imponenti; a tutte le
stazioni intermedie bisognava fermarsi una buona ora: ad ogni fermata
si trangugiava un bicchierino d'acqua vite.
--_Aqua vitae_, la chiamavan gli antichi--Declamava il Materassi,
vecchio soldato--per mettere anima in corpo par fatta apposta.
Si cominciò a traversare gallerie e a percorrer viadotti!.. Quali
considerazioni non vengono in mente al maestoso spettacolo, che
scienza ed arte offrono innanzi ai nostri occhi!.. E pensare che un
secolo fa, sarebbe stato trattato da pazzo, chiunque avesse predetto
la magica impresa, e pensare che il primo Napoleone, il genio della
tirannide, rise sulla faccia a colui che gli proponeva il sublime
ritrovato dell'umana potenza!.. Ma così è; disgraziato chi trionfa
alla prima: l'umanità è codarda coi grandi, e ne attua solamente i
grandiosi disegni allorquando essi non sono che polvere! Giovanni Uss,
Galileo, i Parigini della Comune, ce ne possono e ce ne potranno dare
un'esempio. Corri adunque, o macchina apportatrice di civiltà e di
grandezza: corri, che tu ci rappresenti il progresso che non cura gli
intoppi o che li debella; gli ostacoli cadono a te davanti: tu ti fai
strada tra le impraticabili montagne, in mezzo alle più folte
boscaglie; superi fiumi, traversi estese pianure, riunisci e fai
conoscer tra loro popoli diversi di costumanze, di tradizioni, e
generalizzi l'idee generose, a dispetto del prete che ti stigmatizzò,
quando nascesti; a dispetto del retrogrado che in te vide l'annunzio
di sua prossima morte.
A Pracchia ci dovemmo trattenere altre due ore; anche a questa fermata
della nostra _via Crucis_ ripetemmo la parola sacramentale, che
proferì anche Cristo dopo essere stato inchiodato, la parola: _Sitio_,
Malgrado però questa nostra manìa di confortarsi le intirizzite
viscere a forza di liquore non potemmo fare a meno di ammirare
l'inponente panorama che ci si stendeva davanti. Dalla finestra del
bugigattolo in cui ci eravamo refugiati si godeva un immenso
spettacolo. Le punte accuminate dei monti, gli scoscesi burroni erano
tutti bianchi, come l'immensa volta del cielo: gli sconfinati
orizzonti che ci si stendevano innanzi a noi ci rendevano piccini,
piccini; i castelli, i villaggi, lo chiese che così di frequente si
trovano in quelle catene di monti, si alzavano forse un metro dal
suolo e ti apparivano quasi informi ammassi di neve. Manfredi, che
s'ispira all'orridezza della natura, ci appariva, ombra incresciosa e
vagabonda su quel candido strato, e ci faceva volgere tutti i nostri
pensieri alla fantasia più che umana di Byron!
L'aspettativa era lunga; è un fatto che in certi momenti si prova la
voluttà di bamboleggiare: gli uomini più grandi hanno in comune coi
collegiali moltissimi divertimenti...
«Deh., fa che io possa ritornar bambino
A te daccanto!
scriveva un mio amico che non credeva più a nulla; e noi che non
eravamo guariti e che ancora si credeva a qualche cosa, incominciammo
una guerra a palle di neve: guerra che se non ebbe le conseguenze
terribili che ebbero le altre di cui facemmo parte, ci riusciva più
fastidiosa, quando qualche proiettile veniva a spiaccicarsi sulle
nostre faccie.
I macchinisti col muso nero, i lavoranti colla faccia tutta unta
(rimedio per scongiurare la forza del freddo) stavano a guardare con
maraviglia, e s'interessavano alle peripezie del combattimento. Nel
più bello della lotta mi si avvicina una donna e tendendomi la mano mi
chiede un'elemosina. Abituato all'accattonaggio delle grandi città, io
rifiutai la richiesta.
--Se sapesse.... Io ho il genero e la nuora malata e sei nipotini che
moiono di fame e di freddo.
--Solite storie--Interruppe uno dei nostri alzando le spalle.
--Storie!--Borbottò piangendo la povera vecchia--Storie! vengano a
vedere e saranno persuasi.
Seguimmo la povera; in una capannuccia tutta coperta di neve, sopra un
monte di strame, vedemmo una donna ancora giovine, forse anche bella,
circondata da quattro bambini assiderati dal freddo. Uu fetore
immenso, una miseria che metteva spavento: tutto insieme uno
spettacolo che faceva venir voglia di piangere. Poveri disgraziati,
mentre il ricco annoiato profonde le migliaia di lire ai piedi di una
ballerina, o per avere una bella pariglia, e finimenti magnifici alle
passeggiate ed ai corsi, essi morivano di fame, non si sdigiunavano
nemmeno tutti i giorni, perché il marito dell'afflitta giacente, dopo
aver lavorato come un ciuco, era caduto da varii mesi ammalato e i di
lui padroni gli avevano sospeso il salario.
Noi avevamo pochi quattrini, questi pochi ci servivano appena per fare
il viaggio e purnonostante non potemmo fare a meno di dare il nostro
piccolo obolo, per questa miseria che ci faceva piangere il cuore. Oh!
se tutti andando a prendere un _punch_, o fumando un sigaro (vedete
che prendo le più piccole spese) pensassero che con quei pochi soldi
si potrebbe procurare un tozzo di pane a tanta gente che è degna di
aiuto e che langue nella più tremenda miseria, oh! scommetto che
allora i vizi scomparirebbero, che nessuno avrebbe cuore di abusar del
superfluo, mentre tanti fratelli mancano del necessario:
Il fischio della macchina che arrivava ci annunziò che l'ora della
partenza era giunta; lasciammo la casa del dolore e non potendo esser
più allegri, chiotti, chiotti rientrammo nel treno, che dopo due o tre
ore ci lasciava a Bologna.
A Bologna fu mestieri fermarsi fino al giorno dipoi; s'immagini
chiunque ha fior di senno, con qual malumore: malumore che ci cresceva
a mille doppi, vedendo come la celebra guardia di sicurezza seguisse
come un cagnolino tutte le nostre pedate.
La mattina all'alba partimmo; mi sembra inutile descrivere ai miei
buoni lettori il lungo viaggio che avemmo a fare da Bologna a Genova;
le famose avventure in ferrovia, che sono così spesso tirate in ballo
dai romanzieri, per me sono favole belle e buone; noi fummo
trasportati, nell'identico modo con cui son trasportati i bauli.
Avemmo a compagni dei mercanti, dei contadini e dei soldati in
congedo; ci fermammo per far colazione, come tutti gli altri a
Piacenza; mangiammo di nuovo a Tortona; bevemmo una buona bottiglia di
vino a Novi, non potemmo fare a meno di ammirare la magnifica vallata
di Serravalle, schiudemmo i cuori alle più liete speranze, osservando
l'infinito numero di fabbriche di San Pier' d'Arena, e scendemmo a
Genova nelle prime ore della notte. La luna illuminava il bel
monumento di Cristoforo Colombo che è sulla piazza della stazione. Noi
volgemmo un saluto a quel grande, che in ricompensa di un nuovo mondo
si ebbe le catene da un re, e ci persuademmo, che per volger di secoli
e per variare di avvenimenti l'umanità non è punto cambiata.
Nostro primo pensiero fu di recarci da un certo individuo, che ci
doveva dare il mezzo sicuro, perché si potesse muovere senza disturbi
alla volta di Francia. Ci aveva dato una lettera di raccomandazione
per questo genio benefico, Andrea Pieri, uno dei nostri buoni amici
Fiorentini, giovane egregio e provato patriotta, di cui la democrazia
piange a lacrime amare la perdita. Trovammo quasi subito la tanto
desiderata persona, e secolui ci riducemmo in una bettoluccìa non
molto distante dal teatro Carlo Felice, bettoluccia frequentata
soltanto dai marinari, e da qualche facchino di porto.
--Noi si vuolpartir subito--Fu il primo discorso che facemmo.
--Non dubitate... domani sera voi partirete... Domattina... uno di voi
verrà con me e combineremo ogni cosa.
--Va bene!
--Ma saremo disturbati qua in Genova?... Dimandai io che avevo sempre
fisse in mente le persecuzioni con cui ci onorava il Bolis a Livorno.
--Loro possono andare tranquillamente... Si figurino in quest'ultimo
mese ne ho già imbarcati più di duecentocinquanta...
Mi rincresce non poter nominare questo giovine che con tanta
abnegazione si prestava, per procurare dei difensori alla Francese
repubblica; egli in oggi è uno dei miei amici più cari, ma, se lo
nominassi, domani forse non avrebbe più pane e quello che è peggio,
non l'avrebbe nemmeno la sua numerosa famiglia. Quanti, oh! quanti
sono obbligati a nascondere le idee generose che loro bollono in
cuore, per la miseria e per il bisogno! Non vi disperate però, o
povere vittime, che ce lo ha lasciato detto anche Giusti:
«Tra i salmi dell'uffizio
C'è anche il _Dies irae_
O che non ha a venire
Il giorno del giudizio?!
Si dormì in un Albergo, a cui c'indirizzò il nostro amico; il
proprietario, i camerieri la pensavano come noi e terminammo la
serata, cullandoci tra le più belle illusioni e facendo i più
attraenti progetti per l'avvenire.
Al mattino Materassi andò a fissare per la partenza; noi andammo a
vedere i magnifici giardini dell'Acquasola ed ammirammo tutta la
poesia di una magnifica giornata; il mare, la terra, il cielo erano
ridenti, ridenti come il nostro pensiero, che spaziava in quell'Oceano
di luce, in quel verde sterminato delle miriadi di piante che ci
circondava, e che traeva da tanta magnificenza di natura nuova forza
per tentare l'impresa, e certa speranza di sicura riuscita.
--Stasera alle otto si parte!--Ci disse a pranzo il Materassi.
--Ma come?
--Andremo ad uno ad uno al battello... Io vo per il primo: voi mi
seguirete.
Sull'imbrunire ci avviammo al porto; il porto di Genova è senza dubbio
il primo d'Italia: il continuo movimento, l'affaccendarsi di migliaia
di persone, lo sterminato numero di navi che vi sono ancorate, lo
sterminato numero di vapori che s'incrociano arrivando e partendo,
disegnando sull'Orizzonte una lunga striscia di fumo, ti rendono certo
di essere in uno degli emporii commerciali tra i più accreditati in
Europa. A terra hai il lavoro, in mare hai il vapore: le due leve che
rialzeranno l'umanità fino all'altezza dei suoi gloriosi destini;
l'attività individuale e la scienza!
Se i barcaioli di Livorno ci si erano mostrati usurai e sordidi,
quelli di Genova ci sorpresero per il loro galantomismo.
--Lei va in Francia?--Mi domandò quello che guidava la mia barca.
--Sì--Gli risposi.
E lui, zitto come un muro.
--Quanto devi avere?--Gli domandai quando fui giunto alla scala del
bastimento.
--Mi, darà mezzo franco.
--Soltanto!--Esclamai io con sorpresa.
--È il mio avere.
Io gli diedi due franchi, egli mi pose in mano il resto e si offese
quando gli dissi che del resto io intendeva fargli un regalo.
A bordo, mi buttarono giù tra le cabine dei marinari. Dove erano gli
altri? Sul bastimento di certo, e se non li vedevo quella sera, li
avrei veduti quando l'aria fosse più libera!
Noi eravamo nientemeno che sul _Conte Cavour_, vapore italianissimo e
appartenente alla compagnia Aquarone. Mi sdraiai alla meglio in una
cabina, quando entrò nella stanza un tale, che mi fu presentato con
queste parole da un marinaro: anche lui, viene in Francia.
--E di dove viene?--Io gli richiesi.
--Vengo da Milano, ed ho fatto a piedi fin qui tutta la strada...
--E come mai?
--Io ero nei cavalleggeri Monferrato e son disertore!
Io lo guardai e sentii compassione di lui; io non ho mai creduto che
l'impresa di Francia potesse riuscire, e, se andavo, era solamente
perché reputavo un delitto per un republicano il non accorrere là dove
si pugnava e si moriva eroicamente intorno al glorioso vessillo
dell'umana emancipazione. Morire è nulla per chi ha un poco dì cuore:
ma andando alla guerra ci son più probabilità di restare che di andare
tra i più, e se quel povero diavolo l'avesse scampata, che avrebbe
fatto? In Italia non poteva tornare dicerto, in Francia non sapendo
una parola di lingua francese sarebbe morto di fame... Oh! quanti eroi
vivono e moiono ignorati, in questo secolo falso in cui si inneggia
all'effetto scenico dei bugiardi eroismi.
Questa volta ci si muoveva davvero; allorché io ne fui proprio sicuro
mi addormentai profondamente.
Quando al mattino mi destai noi eravamo fermi.
--Venga pur su dai suoi compagni, mi disse un mozzo.
--Ma perché ci siamo fermati?
--Siamo a Savona: ci fermiamo fino a stasera.
--E avremo altre soste avanti di arrivare a Marsiglia?
--Oh!... sissignore! Per lo meno si sta dieci ore a san Maurizio.
I miei compagni, secondo il solito, più fortunati di me, erano stati
messi nelle cabine di prima classe. Io li trovai nel così detto
salone, nel quale ci si rigirava appena, tanto era piccolo!... ma pure
lo avevan battezzato come salone.
Prendemmo un caffè, e si assise con noi un Pollacco, che bisticciava
alla peggio un po' di francese: egli ci disse che veniva in Francia, e
che era già stato ufficiale di cavalleria nell'esercito Austriaco e
Prussiano, e per convalidare ciò che diceva, ci mostrò una fotografia,
che aveva in tasca, dove era rappresentato in alta montura di ussero.
Alla nostra domanda se pur egli avesse intenzione di arruolarsi con
Garibaldi, fece una smorfia. e portestandoci di amare i volontari, ma
di trovarsi al mo posto soltanto tra truppe disciplinate, ci fece noto
il suo divisamente di entrare nell'esercito di Bourbaki, allora in
formazione, io credo, a Châlons.
Era intanto sceso giù da noi il macchinista, un bel tipo di Francese
meridionale: un repubblicano a prova di bomba, che faceva parte del
Comitato di Marsiglia e che anzi s'incaricava di condurre più gente
che gli fosse possibile in quest'ultima città. La testa di quest'uomo
era molto espressiva; fronte spaziosa e barba foltissima; con un
berretto Frigio sul capo ti rassomigliava perfettamente uno di quei
celebri convenzionali che tanto impaurirono ed entusiasmarono la
Francia sullo scorcio del secolo decimottavo. Franco e leale egli
cantava le cose come le sentiva, per cui alle parole del Polacco, che
aveva terminato il discorso con mille elogi dell'eserciti permanenti,
sola speranza di una nazione in pericolo (sic) alzava furiosamente le
spalle, e finì borbottando: Noi non andiamo d'accordo.
--E come è vestita la cavalleria in Francia? Gli domandò il
discendente di Sobieskj, che persino in viaggio era di un'eleganza
ineccezionabile.
--Da soldato!--Rispose l'altro bruscamente e volgendosi a noi ci disse
a bassa voce e in genovese--Dev'essere un imbecille, un soldato di
ventura.
Tale opinione ci fu poco dopo convalidata; il nostro compagno di
viaggio cominciò a parlarci delle sue conquiste, dei cavalli che aveva
lasciato a Vienna e degli illustri parenti che aveva lasciato a
Berlino, e terminò mostrandoci il ritratto della sua _maitresse_, una
bella bionda che non in fotografia, ma in carne ed ossa avremmo
desiderato avere davanti. Durante tutta la campagna non vidi più
questo Pollacco; probabilmente come tanti altri avventurieri avendo
veduta la malaparata sarà andato in cerca di fortuna migliore: chè la
campagna di Francia ebbe questo di buono: pochi volontarii, ma i pochi
ispirati e che dicevano e facevano davvero... ne diano prova luminosa
le migliaia dei cadaveri che abbiamo lasciato lassù.
A mezzogiorno preciso il vapore si mosse; tutti salimmo in coverta. La
giornata era superba, il panorama incantevole. Il nostro battello, che
si poteva chiamare un guscio, tanto era piccolo, costeggiava la bella
riviera che è una delle prime bellezze della bellissima Italia; noi
non ci scostammo mai più di cinquanta passi da riva; si passava
adunque vicinissimi a quei seni, a quei golfi che s'intersecano nelle
montagne, ora ridenti per il verde delle piante, ora tristi per il
cenerognolo dei molti uliveti, ora orride per il colore rossiccio
delle pietre e per la mancanza di abitazioni; i cento villaggi, i
pittoreschi castelli che si vedevano spuntare qua e là, e dominare
superbi sulle vette delle colline e dei monti; le capannuccie dei
pescatori a cui ad ora ad ora si scorgeva legata qualche barchetta, le
onde leggermente increspate dal venticello che rapiva i profumi dalle
piante del lido, e li offriva a noi ricreandoci, gli alcioni che
apparivano a fior d'acqua, che si tuffavano e riapparivano scuotendo
le ali immense, e il cielo tutto sereno, celeste come l'estesa
superficie del mare ci facevano credere di essere in primavera, e ci
facevano mandare un saluto dal profondo dell'anima alla terra
dell'amore e della poesia, a quell'Italia che si biasimava, si
vituperava vivendoci, ma che ora si sentiva di amare più di noi
stessi. E a farlo apposta sembrava che l'Italia, quasi amante che si
voglia tradire, si facesse bella di tutti i suoi vezzi per renderci
più amara la dipartita.
Ci fermammo di nuovo a san Maurizio, e fu forza il pernottarci. Mi
condonino i lettori la noia di tutti questi ragguagli: ne soffrimmo
tanta noi della noia... che possono pazientare, anche loro, poiché
poco più ora manca alla fine di questa escursione marittima.
Il mare si fece cattivo: un colpo di vento portò via tutte le panche
che erano a poppa e dove ci eravamo seduti il dì innanzi: il nostro
stato era deplorevole: lascio dapparte certe descrizioni che
urterebbero il delicato sentire dei miei lettori e delle mie buone
lettrici; lo stesso Capitano non sapeva più che pesci si prendere:
l'equipaggio giurava per tutti i Santi del Calendario Cattolico di non
essersi mai ritrovato in acque sì brutte. A Tolone si sobbalzava tanto
nelle nostre cabine che si arrivava a picchiare capate terribili nelle
asse del soffitto; è per sopramercato si era anche nel colmo della
notte. È impossibile descrivere l'irritazione di cui eravamo in preda:
lo sconforto si era impossessato di noi, e ci si aspettava di momento
in momento di trovar la tomba, ora che si era arrivati in Francia.
Il tempo si calmò; altre cinque ore di viaggio, eppoi il Capitano ci
chiamò sul ponte. Corremmo tutti. Un bosco d'antenne occupava tutto il
porto: una magnifica città ci si stendeva davanti in mezzo a due
picchi, sul primo dei quali si vedeva il campanile di una chiesuola.
--Quella è la Madonna della Guardia--ci disse il Capitano.--Loro sono
a Marsiglia.
Finalmente ci si era!
CAPITOLO V.
Andammo subito al Comitato; non ci era nessuno: se ne domandò la
ragione, ci risposero che era domenica; si cominciava benino!
Facendo di necessità virtù, deliberammo di tornarci il giorno dopo, e
intanto andammo a passeggiare per la città: Non posso negare che più
che mi inoltravo in quelle magnifiche strade, più osservavo il
chiasso, il movimento, il lusso, il fare spigliato di quella
popolazione, più mi sentivo in preda d'impressioni bruttissime. Non
che essere in una Nazione, tanto bistrattata, tanto avvilita, tanto
depressa come era allora la Francia, tu avresti creduto trovarti in un
paese dove tutte le cose vadano a meraviglia, dove non si sia nemmeno
alla lontana sentito parlare di guerra. Molti giovanotti avevano il
berretto da guardia nazionale, ma molti ancora se la passeggiavano
tranquilli e contenti, a braccio di signore di virtù più o meno
problematica, e occupavano cianciando, chiassando e ridendo i tavolini
che sono al difuori dei molti caffè, che si trovano nella magnifica
strada della _Canobiere_.
Ai _cafès chantants_, si cantava la Marsigliese, le _chant du depart_
tutte canzoni patriotiche... ma pur si cantava; alla _Maison doré_ si
ballava sempre patriotticamente il _cancan_: tutte le _cocottes_ di
Parigi, allontanate da quella citta a causa dell'assedio, erano
piovute là a Marsiglia, dove abbassando le loro pretese, avevano
trovato ammiratori a iosa; erano aperti tre teatri; sui _boulevards_
tutte le sere suonava la banda; unico indizio di vita belligera noi lo
trovammo in certi cartelli che erano attaccati a tutte le cantonate;
cartelli ove era scritto a lettere cubitali: Parigi non si arrenderà
mai; del resto, come ho detto, un'indifferenza da fare schifo, una
corruzione che non ci faceva mai presupporre che un Trochu avesse la
sfacciataggine di qualificarla all'Assemblea per Italiana. Se si fa un
paragone tra qualunque delle nostre città nel 1866 e Marsiglia nel
1871, bisogna in coscienza affermare che noi, quantunque corrotti,
siamo molto, ma molto superiori, se non altro nell'amore di patria,
alla città più spinta del mezzogiorno della Francia.
Né solamente le classi agiate se la spassavano, bastava andare sul
porto per potere esser certi se quel popolo lì, aveva intenzione di
concorrere alla guerra! Le infinite baracche dei saltimbanchi, i
giuochi improvvisati lungo la strada, la gente che si affollava
intorno ad un vaporino che conduceva intorno il porto, i cantastorie
ambulanti ci offrivano un bel colpo d'occhio, ma ci raffermavano
sempre più nella nostra opinione. È vero che tra gli altri sollazzi
vedemmo anche un tiro al bersaglio e in questo servivano di mira due
Prussiani più grandi del naturale; ma a che prò sciupare la polvere
contro i Prussiani di carta, quando si fuggiva a rotta di collo
davanti a quelli di ciccia?
La molta gente che interrogammo, ci rispose facendo voti, per la pace;
il commercio incagliato, i guadagni diminuiti parlavano nel cuore di
tutti quegli uomini, più della voce della patria tradita. Noi pensammo
che era ben difficile che la Francia potesse pigliare una rivincita.
In mezzo alla folla vedemmo qua e là confusi ed incerti alcuni
_Turcos_ ed alcuni Zuavi, zoppicanti e con volti emaciati. Erano
feriti; erano avanzi gloriosi di Wissembourg, di Woërt, di Gravelotte.
Abituati a vedere questi fieri soldati, allorché nel cinquantanove
baldanzosi e trionfanti traversarono l'Italia, noi provammo un senso
di dolore nel vederli ridotti in tale stato. I ragazzacci del popolo
non di rado li accompagnavano colle loro fischiate, o facevano loro
degli scherzi da far rivoltare lo stomaco agli uomini più abboccati
del mondo: la sventura dovrebbe esser sacra. La popolazione di
Marsiglia l'aveva maledettamente con l'armata: mentre uomini, donne,
fanciulli si affollavano lungo le vie e guardavano con ammirazione la
guardia Nazionale, che faceva crepar dalle risa, tutti avevano sempre
pronto un frizzo, un insulto per quei poveri diavoli del 60°
reggimento, che allora si ricostituiva in quella città: li chiamavano
i soldati di Napoleone, e tutti erano all'unisono per dichiarare
quest'ultimo come un traditore, come l'unica causa di tutti i disastri
che avevano ridotto al lumicino la patria degli eroi del novantadue e
degli espugnatori di Malakoff.
Un po' sconfortati continuammo a girellare, ma è un fatto che quella
varietà, quel movimento ci stordiva in modo, che queste cose le quali,
or ripensando mi danno fastidio, terminarono col non farmi nè caldo nè
freddo e col darmi gusto. Rintoppammo sul porto il nostro compagno di
viaggio, disertore dall'esercito Italiano.
--Vadano al Comitato--Ci disse--perché fra poco si parte..
--Dici davvero?
--Sul mio onore.
E noi ci avviammo al celebre Comitato che aveva la sua sede sulla
piazza della prefettura.
Un gruppo di giovani dal portamento spigliato, era sulla cantonata e
faceva pervenire ai nostri orecchi il dolce suono della gentile
favella del sì. Saranno stati all'incirca una cinquanta ed erano tutti
Italiani, qualcuno aveva il berretto rosso: tutti vestivano ancora con
abiti cittadineschi. Fummo accolti da loro come fratelli: in quei
momenti s'improvvisano le amicizie, e il tu alla quacquera di primo
acchito, soave reminiscenza dell'Università, predomina su tutta la
linea: nè si creda che queste amicizie che si concludono in un quarto
d'ora, sfumino come tutte le amicizie del mondo, poiché sono le più
inalterabili, perché dopo molti anni quando l'uomo vive nel passato e
chiede un conforto e una lacrima al sacro patrimonio d'affetto che ha
raccolto qua in terra, ripensa a questi amici di gloria e di sventura
come l'esule, o il prigioniero ripensano alla casetta paterna.
Tutti erano allegri... si andava incontro a un nemico formidabile, si
era certi della difficoltà di vincere, si sapeva che probabilmente
metà di noi avrebbe pagato col sangue le idee che ci bollivano in
testa, ma che c'importava? Anche il sacrificio ha le sue voluttà e
sono più inebrianti di quelle della gioia.
--Stasera non possono partire.--Venne a dirci un coso sbilenco, che
doveva essere addetto al Comitato.
--Daccapo--Urlarono i giovani e proruppero in fischi.
--Domani sera partiranno di sicuro--Proferì a malapena quel corvo del
malaugurio e se la svignò alla chetichella.
--Pazienza ragazzi... bisogna assuefarsi alle disillusioni; venite con
me alla vicina taverna e là faremmo passare la malinconia,
trangugiando un buon bicchier di vino caldo.
Quello che parlava era un bel tipo di militare; era già vestito da
Garibaldino e camminava un po' zoppo.
--Evviva il Mago!--Gridarono tutti.
--Venite con me sempre, o ragazzi, e vedrete che anche al fuoco non vi
farò scomparire.
--Eh! lo sappiamo che tu sei un eroe...
--Che eri all'attacco di Dijon...
--E che ci fosti ferito.
--Evviva i prodi soldati!
--Evviva.
E cantando patriottiche cantiche ce ne andammo tutti alla vicina
taverna, dove due fior di ragazze dispensavano bibite e sorrisi agli
avventori, che ne andavano in solluchero a questo connubio cotanto
attraente.
A Marsiglia, il vin caldo e il Cognak costano la miserabile somma di
10 centesimi, e si noti bene che le bibite non si amministrano
omeopaticamente come da noi.
--Se ci fossero certi amici!--Esclamò il Materassi, quando giunse a
cognizione di questa consolante notizia.
--Mago, su... giacché non sappiamo come passare il tempo, raccontaci
i fatti gloriosi di cui è già stato eroe Garibaldi... Noi ci
istruiremo e le ore ci trascorreranno, come se fossero minuti.
--Che volete... che dica...
--Di quello che sai: raccontaci come si portano i nostri, quale è la
nostra organizzazione, e se infine i soldati Prussiani sono poi quella
gente famosa da far tremare tutto il mondo...
--In quanto a questi vi assicuro che non fanno di noccioli e che
tirano diritto, e che son duri come montagne, ma, poiché volete saper
proprio ogni cosa, vi spiffero tutto dall'_a_ alla _z_ pregandovi a
scusarmi se non parlo in punta di forchetta.
Tutti fecero silenzio e il sergente (il Mago era sergente),
incominciò: Figuratevi che si era in Autun. Il clima di Francia è
pazzo come gli abitanti. A Dôle non aveva fatto che piovere, a Autun
era un freddo che ci pareva di essere in Siberia. Noi stemmo sei
giorni all'avamposti e vi assicuro di aver provato certi brezzoni, che
al solo ricordarli mi sento gelato. Riunita tutta la legione, si partì
col nostro Vecchio per Arnay le Duc.
--O in che legione eri?--Interruppe uno.
--Io ero con Tanara; un bravo uomo, ragazzi, un uomo, del genere del
quale ce ne vorrebbe dimolti nella democrazia, uno di quei pochi
insomma che si seguono volentieri, quando cominciano a fischiare le
palle!.. Tornando a bomba: vi dirò che da Arnay le Duc, girammo come
l'Ebreo Errante, per tutti quei paesuoli, sempre in cerca dei
Prussiani che non si vedevano mai... Che marcie, figliuoli!.. Non
dubitate, che chi potrà raccontare questa campagna, potrà esserne
altero e potrà dire di esser sfuggito alle unghie del diavolo. Il
giorno ventiquattro entrammo in Malin, abbandonato poco prima dai
Prussiani; pernottammo alla stazione, e Garibaldi, il bravo uomo, era
là.. in mezzo a noi, a farci coraggio, a prometterci che ci saremmo
fatti onore. Il freddo era intenso, acutssimo e il nostro Vecchio era
sorridente, sereno, come se fosse stato nella stanza più bella e più
riscaldata del suo quartier generale. Gli abitanti cercavano di
renderci meno dure le privazioni colle loro gentilezze: e si
affannavano a portarci da mangiare, e da bere; le donne, anche delle
classi non basse, ci portavano il pane ed il vino e ci stringevano la
mano. L'era una cosa da far piangere i sassi... ve l'assicuro.
All'alba partimmo e ci frastagliammo compagnie per compagnie nei
borghi diversi, adiacenti a Malin. Così passammo l'intera giornata:
sul far della sera venne ordine immediato di partenza, e difatti tutti
insieme si andò a Lantenay. Qui trovammo un infinità di guardie
mobili, qualche pezzo di artiglieria, un mezzo squadrone di _Chasseurs
d'Afrique_ e varii corpi di volontari. Garibaldi alloggiò al castello;
noi ci fermammo proprio sotto di lui e per riscaldarci facemmo degli
immensi _falò_. I Prussiani erano al di là di una foresta che si
stende sull'alture del Nord Ovest del Castello; in linea retta tra noi
e loro non ci correva nemmanco un chilometro. La mattina del ventisei
oltre la paga ci diedero dei pezzi di capretto che erano stati
requisiti; ma sul più bello, allorché si cominciava ad assaporare
questa vivanda così patriarcale, suonò l'assemblea, e in un minuto
bisognò correre ai ranghi, lasciando sul terreno e nelle case più di
metà di quel cibo, che con tanta veemenza veniva reclamato dai nostri
stomachi vuoti. Appena arrivati al castello, vedemmo Garibaldi a
cavallo: era seguito da Menotti, da Bordone, da Canzio. Il Vecchio
diede qualche ordine, poi seguito dai suoi e da alcune guide ci
precedette, inoltrandosi al trotto verso l'estremità della foresta;
dopo brevi istanti noi ci avanzammo. Pigliammo una viuzza e in poco
tempo raggiungemmo lo stato maggiore. Allora si ordinò a due compagnie
del primo battaglione, tra le quali alla mia, di occupare l'altipiano
e di stenderci in catena. Nell'eseguire quest'ordine voltai i miei
occhi a destra e vidi in terra sdraiato il prode Garibaldi. Egli si
riposava: lì a cento passi da noi.. Io non sono un poeta, sono un
ignorante, un soldataccio cresciuto tra bestemmie della caserma, ma
che volete, non ve lo nascondo, veder quel vecchio, malato, quell'uomo
della cui fama è pieno il mondo e che si è già conquistata
l'immortalità, vederlo, dico lì sdraiato come uno di noi, con quella
faccia di santo, a pochi passi dalla morte, io sentii inumidirmi le
ciglia e piansi come una donnicciuola, o come un abatino.
Due batterie, una da campagna e l'altra da montagna, presero posizione
accanto a noi. Poco distante tuonava il cannone; erano le truppe di
Bossak e di Ricciotti, almeno lo credo, che disturbavano le mosse del
nemico. Che magnifico spettacolo ci si presentò agli occhi, quando
principiammo a guardare! Una vallata ubertosissima di vegetazione si
stendeva sotto di noi; i battaglioni Bavaresi e Prussiani formavano un'estesa e ben compatta colonna; gli ulani correvan da un estremo
all'altro di quella linea, che sembrava di ferro, tanto era nera: ma
colle nostre complessioni e coi nostri comandanti si ammacca anche il
ferro!.. Venne l'ordine infatti di avanzarsi.
Il terreno che dovevamo percorrere era pieno d'intoppi: era un
avvicendarsi di piccoli scaglioni che qualche volta ci facevano andare
a gambe levate. I _Francs Tireurs_ si erano internati nella foresta e
appoggiavano i nostri movimenti. Dopo poco trovammo dietro uno dei
tanti rialzi gli _Chasseurs d'Afrique_ che erano in esplorazione. Una
scarica a bruciapelo eseguita dai Prussiani, li fece retrocedere;
allora occupammo noi la sommità abbandonata dalla nostra cavalleria.
Il rombo del cannone si fece sentire da tutte e due le parti, i
Prussiani rispondevano ai nostri con accanimento: le palle, le bombe
ci smaniavano di sopra, di sotto, intorno al capo, alle gambe: ogni
poco i superiori ci ordinavano di sdraiarci per terra, Una rachetta
portò via la coscia del bravo luogotenente Dell'Isola aiutante di
Menotti. Il nostro capitano Morelli era sempre alla testa della
compagnia e diè prova di un sangue freddo, che, come vecchio soldato,
io vi dichiaro rarissimo. Pigliammo d'assalto un paesetto, lo
traversammo a baionetta calata, in mezzo agli applausi di quei buoni
abitanti. I Prussiani si ritiravano colle loro artiglierie: apriamo il
cuore alla gioia, guardiamo e si vede in capo alla strada il Generale;
ma dunque quest'uomo è per tutto, quest'uomo è miracoloso, quest'uomo
è invulnerabile!.. Gridano i volontari, e poi, tutti prorompono in
acclamazioni all'illustre condottiero. Garibaldi ci salutava col suo
solito sorriso, poi, chiamata una tromba, si fece dare un poco da
bere, e bevve l'acqua di una vicina pozzanghera. Intanto il cielo
aveva aperto le sue cateratte, ed una pioggia diabolica c'inzuppava
maledettamente i vestiti, e ci rendeva assai malagevole il camminare a
causa del fango che produceva.
Facemmo alto in un luogo disabitato e scoperto; quivi sfilò innanzi ai
nostri occhi tutto il piccolo esercito che aveva sotto di se
Garibaldi. Passato che fu, venne anche per noi l'ordine di avanzarci
senza sapere ove si andasse e senza nemmeno curarsene: che il buon
soldato non deve mai discutere, nè sofisticare su quanto ordinano i
superiori. Dopo aver camminato un poco, noi del battaglione, comandato
da Ciotti, arrivammo in un piccolo villaggio situato al Nord di
Lantenay, e qui dalla bocca stessa dei villici sapemmo che i
Prussiani, prima di partire, avevan fatto man salva di tutto il
bestiame.
Di cibo non ci era da parlarne, e noi si aveva un appetito numero uno;
una sola botteguccia era aperta, ma anche in questa non si trovavano
che pochi pezzucci di pane; li dividemmo da buoni fratelli, ma appena
si cominciavano a divorare, eccoti di nuovo l'ordine d'immediata
partenza. Ragazzi miei, non è il fuoco che costituisce lo amaro di una
campagna, chè anzi ne è la pagina bella; sono le privazióni e gli
stenti, a cui però di buon grado deve assoggettarsi il soldato
dell'idea. Noi eravamo stanchi, le gambe non ci reggevano più, i
respiri si elevavano a mala pena dal petto, ma il nostro lavoro non
era terminato, bisognava finirlo, come volea Garibaldi, e o male o
bene noi lo facemmo ed ecco come andò.
Il Generale voleva sorprendere Digione, ed era sicuro d'impadronirsene
con uno dei suoi colpi di mano e vi garantisco che sarebbe
riuscito.... Oh! mille valorosi di più o duemila vigliacchi di meno, e
avreste veduto! Noi ci inoltrammo silenziosi lungo la strada; avevamo
avuto il comando di non scaricare il fucile; quatti quatti senza
respirare nemmeno, col cuore che ci batteva forte forte, procedevamo
in mezzo a quel buio d'inferno; nessun rumore si sentiva all'intorno:
un acquazzone tremendo ci percoteva da tutti i lati. Noi marciavamo
per primi insieme ad una compagnia di _Francs tireurs_, dietro a noi
venivano diversi battaglioni di guardie mobili e l'artiglieria. Così
giungemmo fino a un kilometro dalla città; pareva che i Prussiani non
si fossero anche accorti di noi; un subitaneo schioppettìo di fucilate
ci rese sicuri che la nostra avanguardia era alle prese cogli
avamposti dell'inimico.
I nostri superiori ci diedero l'ordine che ad ogni scarica, ci
buttassimo nei fossi che fiancheggiavano la strada; questi erano pieni
d'acqua, e allorché il lampo annunziatore delle palle vicine si faceva
vedere in quel buio, noi prendevamo dei bagni, nè troppo comodi in
quella stagione, nè troppo puliti. Però di tratto in tratto ci si
avanzava, tra quel diavoleto: le nostre trombe suonavano avanti;
avanti, gridavano gli ufficiali; avanti si gridava noi tutti, e come
un sol uomo, ci spingevamo, ci accalcavamo, per quella strada che poco
dopo doveva essere ingombra da mucchi di deformati cadaveri. Già
qualche ferito emetteva grida strazianti, già l'aria s'impregnava di
quel simpatico odore di polvere che suole accompagnare i
combattimenti, già il lontano rullo del tamburo, il subito guizzo che
pari a lingua di fuoco si ripercuoteva per tutta quella estensione, e
il fischio non interrotto mai delle micidialissime palle nemiche, ci
rendeva sicuri che assistevamo ad un'imponente battaglia.
Le scariche dei Prussiani di minuto in minuto crescevano d'intensità,
eppure noi fedeli ai nostri ordini non ci azzardavamo a far uso delle
nostre armi, quando quei vili delle guardie mobili cominciarono a
scappare e a tirar fucilate all'indietro, fucilate che colpivano noi,
non i Prussiani. L'impresa a quel momento si poteva chiamare fallita;
un uomo prudente, uno che va col successo si sarebbe ritirato, ma
Garibaldi era lì in prima fila, ma noi si vedeva fuggire i Francesi e
volevamo far vedere quanto più di loro valessero i calunniati
Italiani, epperciò con l'entusiasmo di chi sa di sacrificarsi per una
idea generosa si stava fermi, al nostro posto. E lì morì il povero
tenente, Anzillotti; lì morì il bravo Del Pino uno dei ragazzì più
buoni e più coraggiosi che io m'abbia conosciuto, e certo uno dei
migliori della mia compagnia. Non vi sto a dire il numero dei feriti,
i Carabinieri Genovesi furono decimati... gli Italiani si battevano e
si battevano da eroi.
Fu giuocoforza il ritirarsi; mai ritirata poteva cominciare con tanto
disordine; si correva all'impazzata pei campi, ogni poco, si cadeva
per terra, ogni poco ci si trovava a mezza gamba nell'acqua, e tutto
questo sotto un fuoco continuo di mitragliatrici, di cannoni, di
moschetterìa. Giunto a capo di una viuzza, fui scaraventato per terra:
tentai di rialzarmi, mi fu impossibile poco dopo io era fuori dei
sensi; non so quanto durò, il mio sbalordimento; quando mi riebbi mi
trovai sopra un barroccio che mi portò all'ambulanza d'Autun, da dove
fui trasferito a Lione. Un'impertinentissima scheggia di mitraglia mi
aveva forato la coscia. Ottenuto un permesso di convalescenza, ho
fatto un mesetto di villeggiatura a Nizza, e ora me ne torno lassù,
che, grazie al Cielo, della forza per battermi coi Prussiani ne ho
sempre, perché, sappiatelo ragazzi, una battaglia è uno di quei
divertimenti che non capitano ad ogni canto di gallo; si può morire,
ma dove volete trovarmi una cosa più bella di morire, in mezzo al
fumo, al rumore, alle trombe e alla gloria... eh! via dunque, venite
con me, e vi farete onore, il vecchio Mago ha veduto troppe volte da
vicino la morte, perché vi possa far fare una figuraccia indecente.
--Evviva il Mago!--Gridarono tutti e tutti picchiarono il bicchiere
tra loro.
Dopo aver discorso un'altra buona mezz'ora, dopo aver domandato tutto
il domandabile al brav'uomo che aveva già veduto i Prussiani, ci
congedammo da quell'allegra compagnia e ci avviammo all'albergo.
--Ma se ci mandassero con Frapolli!--Esclamò uno di noi per la strada.
--Che... Parleremo ben chiaro al Comitato, noi intendiamo di batterci
e non di fare il framassone a cento miglia dal teatro della guerra.
--E però va specificato--ci disse uno che per buona fortuna era venuto
dalla taverna con noi--Perché quei signori che spediscono sono tutti
una zuppa e un pan molle con quelli arfasatti e se voi state zitti, vi
trovate di certo mistificati.
Noi ringraziammo il gentile consigliero e ci addormentammo decisi di
raggiungere tra poche ore il generale, e l'Armata dei Vosgi.
CAPITOLO VI.
Il giorno seguente, appena fu un'ora da persone educate, andammo dal
Comitato. Dopo molta anticamera, chè anche nella democrazia quando si
comincia a salire si assume tutte le belle e gentili maniere le quali
distinguono l'aristocrazia, fummo introdotti in quel sinedrio di senno
e di patriottismo, e ci trovammo davanti al presidente Panni, un
omaccino tarchiato colla barba lunga, nato a Firenze ma domiciliato da
vario tempo a causa di affari a Marsiglia. Tanto lui come il
segretario Lalli, si davano tutto il tuono di persone importanti, ci
squadravano dall'alto in basso con una prosopopea da commissarii di
polizia, e parlavano della guerra colla medesima autorità, che
avrebbero adoperato se fossero stati generali d'armata o per lo meno,
capi di stato maggiore.....
Adempiute le formalità, di quella specie di arruolamento che si
firmava presso di loro, noi facemmo noto a quella gente, il nostro
proposito di andare diretti al quartier generale dì Garibaldi.
--Loro possono andare anche con Frapolli--Ci disse il
segretario--Tutte le vertenze sono accomodate e i due generali, glielo
assicuro io, camminano verso la medesima mêta.
--Sono belle assicurazioni, ma noi abbiamo deciso di raggiungere
Garibaldi e vogliamo andare a Digione.
--Facciano come vogliono; stasera partono una cinquantina di
volontarii... potranno andare anche loro--Borbottò il presidente, non
nascondendo un senso di malumore e di contrarietà: poi, rivoltosi ad
Omero Piccini, fratello di quello che era sul _Var_ e in prigione con
noi, gli proferì in tuono brusco: Lei non può andare.
--E perché?
--Non lo vede... è un ragazzo.
Difatti il nostro compagno aveva 17 anni.
--Eppure, interrompemmo noi, è già stato a Mentana.
--Allora faccia lei... Stasera alle dieci sieno qui... se vogliono
partire.
Cosa dovevamo fare per giungere alle dieci?.. Entrammo nella taverna
della sera avanti... Ah! così ci fosse venuto un granchio alle
gambe!.. Rivedemmo le simpatiche Ebi che con tanta grazia porgevano il
nettare agli avventori, entusiasti delle loro bellezze, le rivedemmo,
e ci attaccammo discorso; si parlò della guerra, della Francia, delle
donne Italiane, che esse dicevano bellissime, delle prossime emozioni
del campo, della moda, dei vestiti corti, del ciuco ammaestrato che
facevano vedere sul porto, della guardia mobile, dell'esercito di
Bourbaki e dei pasticcini di Strasburgo che non arrivavano più. Erano
discorsi le più volte senza senso comune, ma che servivano
ammirabilmente per farci ammazzare alla meno peggio qualche ora. Il
male si fu, che le parole erano accompagnate dalle libazioni: le
libazioni c'indussero a fare il _dejuner_, questo tirò dietro da se lo
_Champagne_... Avevamo cominciato a sdrucciolare su una sgamba viuzza
e ormai bisognava ruzzolare a rotta di collo per tutta la china. Il
piacere di esser giunti finalmente in quella Francia, che da tanto
tempo agognavamo, il trovarsi accanto a quelle vaghe ragazze, la
generosità dei vini che avevamo trincato, la gioventù che ci bolliva
nel cuore, ci avevano sprigionato tale un'allegrezza dalle più intime
fibre, che, non sapendo più quello che si faceva, ridevamo senza
alcuna ragione, folleggiavamo come se fossimo tornati bambini, si
faceva le più strane proposte e tutte venivano approvate.
--Andiamo tutti in barca sul porto.
--Sì... sì... sul porto.
E prese a braccetto le due silfidi, ci avviammo versò il mare,
traversammo la popolosa città e poco dopo eravamo in barchetta.
Io ero divenuto il cavaliere servente o per dir meglio il consigliere
intimo della più giovine delle due vezzose sorelle. Essa chiamavasi
Aissa, e nella sua vita disordinata, aveva veduto l'Affrica, la
Spagna, l'Italia sempre con nuovi amanti, e cercando soltanto la
voluttà vertiginosa dell'orgia; senza curarsi nè punto nè poco del
mondo, delle convenienze sociali e di quel buon nome che si acquista
soltanto col rispetto dell'apparenze, la capricciosissima figlia
d'Eva, siccome farfalla, dì fiore in fiore aveva libato in tutte le
sue forme svariate l'emozioni e i piaceri ed ora annoiata di tutto e
di tutti continuava la sregolata sua vita, per far fronte alle spese
pazze che sono la logica conseguenza degli sbalordimenti procacciati a
bella posta per obliare il presente e per non pensare all'avvenire. La
taverna non era che un pretesto; la vecchia padrona teneva quelle
ragazze per accalappiare i merlotti, e mentre ritraeva da loro dei
lucri non indifferenti, mentre non lesinava il denaro per vestirle con
tutto il lusso immaginabile, mai era larga con esse dell'oro che così
indegnamente guadagnava.
Aissa del resto era simpaticissima; aveva in sé qualche cosa di
Orientale; i suoi occhi nerissimi ed umidi sempre indicavano
chiaramente la di lei voluttà: due labbra tumide che reclamavano un
bacìo; due mani da principessa; un piedino da vera Andalusa; insomma
un boccone da fare escire dai gangheri un anacoreta!
Il mare era tranquillo: la campana della Madonna della Guardia sonava
lentamente; ora l'ora poetica delle ricordanze; cento barchette in qua
e là solcavano le onde. Noi ci sentivamo commossi; su' di un piccolo
schifo, un sonatore girovago, uno di quei Napoletani che strascinano
per i caffè il biblico strumento degli antichi profeti, fece
echeggiare per l'aere una canzonetta patetica, molle, meridionale e
noi rammentammo l'Italia, le sue belle costiere profumate d'aranci, il
movimento delle nostre città, le amate fisonomie dei nostri amici, e
dei nostri congiunti... la commozione era al colmo e il bello si è che
al pari di noi erano intenerite le nostre compagne... E perché ciò ha
da essere strano?.. Le reminiscenze sono il patrimonio degli
sventurati, e pari alla rugiada del cielo vivificano i cuori... quelle
povere donne erano certamente sventurate, e più oneste di tante che
scroccano il nome d'oneste nel mondo, sentivano la santa voluttà di
una lacrima, e trovavano una scusa ai loro trascorsi, immerse
nell'imponente, nel sublime spettacolo della calma natura.
La nostra, escursione si prolungò per più di due ore; il momento;
della partenza si avvicinava a gran passi; era mestieri dirci addio.
Riaccompagnammo a casa le donne.
--Vi prometto di raggiungervi--Mi disse Aissa, stringendomi forte
forte la mano.
Io la guardai e sorrisi: non credevo punto al coraggio di
quell'eroina... Col tempo però come vedranno i lettori, fui
completamente disingannato; e solo per tal causa ho riportato questo
episodio della nostra breve dimora a Marsiglia: episodio che sarebbe
stato proprio un di più, se non fosse collegato con altri che si
svolgeranno a Digione...
--Bisogna pagare il conto--Disse un di noi.
Oh! la crudele parola!.. Oh! la bruttissima prosa dopo tante ore di
non interrotta poesia!.. Ci guardammo in faccia l'uno l'altro! Che una
donna gravida non vegga mai, per l'amore dei suoi futuri nati, delle
fisonomie come avevano in quel momento, i miei compagni... Le nostre
risorse erano tanto limitate, che se noi ne fossimo usciti puliti, ci
era di che attaccare un voto.
Il conto era di 102 franchi: tra tutti ne avevamo 104: se ci fossimo
trattenuti un'ora di più si restava in pegno a Marsiglia! E la bella
prospettiva che avevamo davanti: intraprendere un viaggio di due
giorni con due franchi in saccoccia... o negatemi che in Francia il
divertirsi non costi salato!
Baci, saluti strette di mano, e poi di galoppo al Comitato.
--E se non si partisse... che facciamo senza quattrini?
--Ma!--Preferì filosoficamente il Materassi, e noi a nostra volta
ripetemmo la filosofica esclamazione...
Per buona fortuna quella sera pareva che si dovesse partire
certamente: erano già stati distribuiti i berretti rossi ed i
Garibaldini, schierati in due file lungo la strada attendevano il
luogotenente che doveva accompagnarli fino a Digione.
I volontari erano allegri, cantavano a squarciagola, e negli
intermezzi cianciavano, politicavano, facevano infine un brusio
indiavolato; un Milanese ponendosi ambe le mani alla bocca imitava
perfettamente il fischio del vapore, un altro faceva da cane,
abbaiando e guaendo con tanta naturalezza da chiamar per la strada
tutti i cani che giravano per quei dintorni. Era insomma una scena
deliziosissima e il tenente non si vedeva.
Ognuno che abbia frequentato per poco i volontari, sa quanto sia
susurrone e incontentabile questo elemento, quando è lontano dal
fuoco; quindi facilissimo e immaginarsi quali recriminazioni, quale
sussurro provocasse questa inopinata tardanza. Prima furono proteste,
poi fischi acutissimi: finalmente calci e pugni alla porta.
--Noi non si vuol fare il comodo dì nessuno!
--Si comincia male!
Tali erano a un dipresso le espressioni di quella gente stizzita, e a
rinforzare la dose il Mago dava degli schiarimenti sul comitato e
sulle spilorcerie ed angherie da questo commesse per il passato.
Figuratevi, diceva, che a me diede a portare venti uomini a Dôle, e mi
diedero una lira per uomo... Di qui bisognava andare a Mouchard,
ventiquattro ore di strada, lì bisognava dormire e poi partire il
giorno dopo per la destinazione... vi raccomando quello che dovevo
fare... E lo stesso che a me è succeduto a tutti i capi squadra... Oh!
hanno un gran talento quei signori di sù!...
--Abbasso... Abbasso questi grulli--Urlavano tutti--Son Frapollini...
Giù i traditori!
Chi sa dove avremmo finito, se fortunatamente non avessimo udito degli
altri rumori e più intensi dei nostri sulla piazza vicina. Cosa era
succeduto?.. Noi non vedevamo che delle guardie mobili, che venivano
via a rotta di collo. Rompemmo le righe ed andammo a vedere cosa era.
Un battaglione delle guardie mobilizzate delle _Bouches du Rhôn_ aveva
rifiutato partire, ed aveva lasciato soli sulla piazza, il maggiore e
tre o quattro altri ufficiali di buona volontà; uno di questi si
mordeva le mani e piangeva... Oh! ne avea ben ragione: A vedere quel
branco di vili che fuggivano piuttosto di andare a difender la patria,
ci era da esecrare l'umanità, di vergognarsi di esser uomini per non
avere a compagni quella canaglia.
Vedendo l'inutilità della nostra presenza, tornammo indietro, e dopo
pochi minuti fummo consolati dalla venuta del tenente. Il nostro
accompagnatore era grasso e rubizzo, e avrebbe fatto più figura
vestito da canonico che da garibaldino. Lo accompagnava una bella ed
elegantissima signora, che sapemmo, essere la di lui indivisibile
compagna; non si creda che quella donna fosse un'eroina, giacchè quel
tenente in tutta la campagna avrà forse veduto il fumo del camminetto:
quello dei combattimenti no certo; tutti i suoi incarichi si
limitavano ad accompagnare i volontari da Marsiglia al quartier
generale; non nego con questo che certi impieghi sono indispensabili,
ma io vorrei vederci dei vecchi e non dei giovani tarchiati e robusti,
come giusto appunto era il nostro duce provvisorio.
Si fece l'appello, eppoi a quattro a quattro ci movemmo per andare
alla stazione. Che l'Italia sia la terra del canto, non può esser
dicerto impugnato da chiunque ha fatto anche una sola campagna; il
soldato Italiano appena si muove canta, canta andando all'attacco,
come quando è in ritirata, canta nei malinconici stanzoni della
caserma, come in mezzo alle strade, quando sa di partire; parta per
una guarnigione, parta per andare alla guerra.
»Non pianger, mio tesoro
»Forse ritornerò
Cantavamo in coro noi tutti; e le finestre si spalancavano, si
illuminavano, ci offrivano dei leggiadri visetti, degli occhi superbi
che ci lanciavano occhiate tanto benigne da farci commuovere; il
nostro contegno non poteva non esser paragonato a quello dei mobili
delle _Bouches du Rhôn_, e chiunque ha un po' di mitidio può di
leggieri comprendere quanto un tal paragone resultasse per noi
favorevole.
Il lunghissimo tratto di via che è tra la prefettura e la stazione ci
passò in un baleno; in una carrozza sul piazzale della ferrovia
vedemmo la simpatica Aissa che ci buttò un bacio sulla punta delle
dita. Se quel bacio non era precisamente il castissimo bacio degli
angeli, è innegabile che per noi era assai caro. Salutammo gentilmente
quella donna; il sapere che qualcuno serba dolce ricordanza di noi, ci
fa piovere in cuore un sentimento di gratitudine, e in quei momenti
che, volere o non volere, non sono così facili a ripetersi nella vita
di un uomo, magnifichiamo certe cose alle quali in certi altri non
daremmo alcuna entità.
--Avanti, _march_--Gridò con voce stentorea il lilliputtiano
segretario del comitato... e tutti noi gli si tenne dietro nella
stazione....
Vedendo otto vagoni a nostra disposizione fummo colpiti da una dolce
meraviglia. Fin allora avevamo veduto i soldati ammonticchiati l'uno
sull'altro nei vagoni di terza classe: noi tutt'al più eravamo quattro
per scompartimento; ci era posto da sdraiarsi e di attaccare anche un
sonnellino. Ah!.. quanto sono fallaci le speranze del mondo!.. Ah!..
la speranza meretrice della vita, dirò con Francesco Domenico!... La
nostra gioia, il nostro benessere doveva protrarsi fino alla prima
stazione, e questa è appena a venti minuti di distanza, da Marsiglia.
Vienna, Avignone, Remoully dovevano vomitare sul nostro
disgraziatissimo treno una congerie di mobilizzati. L'educazione pare
che non entrasse nella teoria che s'insegnava a questi campagnuoli del
mezzogiorno dell'antica terra dei Druidi. Infatti entravano in frotta
e senza garbo nè grazia in quei vagoni che avevamo avuto l'illusione
di credere nostra proprietà; entravano pestandoci i piedi, sedendosi
sulle nostre ginocchia con l'indifierenza di una donna del mondo
galante, non però colla di lei grazia, nè colla di lei leggerezza. Fra
tutte le sventure che possono capitare a un viaggiatore, io credo, non
esserne alcuna che possa stare a confronto colla compagnia di un
mobilizzato della campagna. Se lo immaginino un poco i lettori: questi
eroi avevano sulle spalle un magazzino, una vera montagna d'involti,
di fagotti e di fagottini; erano muniti di due o tre paia di scarpe;
pretendevano di stare a baionetta in canna anche tra noi, anche in
quelli sgabuzzini; avevano chi il cane, chi un uccello in gabbia,
tutti poi indispensabilmente delle pagnotte stragrandi; si piantavano
a sedere, e per quante gomitate, per quanti urtoni loro si
amministrassero, non ci era verso di farli muovere un solo centimetro;
i più attaccavano sonno e russavano come contrabbassi; quei pochi che
erano desti non ci rispondevano, e si lamentavano tra loro del governo
che li strappava alle ordinarie occupazioni.
I nostri compagni di viaggio erano vestiti in mille maniere; ve ne
erano col cappello alla spagnola, col gasco e col berretto; ve ne
erano dei bigi, dei neri, dei verdi, dei turchini; avevano tutti il
fucile all'antica ed in pessimo stato. Siamo giusti!.. Se le guardie
mobili hanno fatto nella campagna del 1871 una figura non invidiabile,
non ne sono del tutto colpevoli. Comandate dal nipote del sindaco,
dallo speziale del luogo, dal Beniamino della moglie del
sottoprefetto, insomma da tutti ufficiali creati per dato e fatto
dell'impero, e che non ne sapevano un acca: armate con certi fucili
che avevano più apparenza di schizzettoni che di armi micidiali:
disilluse di tutto, persuase di esser tradite e condotte al macello
(persuasione che io credo loro avessero inoculata i preti) dolenti di
avere a trascurare i loro interessi per una patria, che finora non
conoscevano, esse non potevano fare eroismi: l'eroismo richiede la
convinzione: l'eroismo nasce dalla virtù cittadina.
Appena cominciò a farsi giorno cominciammo a vedere le colline
circostanti a Lione; colline che nelle belle stagioni devono essere
amenissime; ubertose per viti dell'altezza di un palmo, così fitte tra
loro da farti sembrare quei campi un'estesa brughiera, bagnate da
un'infinità di ruscelletti che scorrono placidamente alle loro falde,
per perdersi poi nella Loira o nel Rodano. A tutte le stazioni eravi
un movimento indicibile: un andare e venire di soldati e di guardie
nazionali: uno stringersi di mano, un baciarsi tra loro nei vari
gruppi che facevano ressa intorno a quei che partivano.
Finalmente si cominciò a vedere un'infinità di cammini di fabbriche;
poi una miriade di case e di palazzi; finalmente si trascorse in mezzo
ad immensi magazzini. Eravamo arrivati a Lione.
Sotto la magnifica stazione ci si mise in rango e il tenente ci fece
un'arringa che non aveva certo nessuna parentela, neppure alla più
lontana, con quello di Demostene o di Napoleone primo. Fece l'eroe,
magnificò le gesta dei Garibaldini nostri predecessori, sfoggiò di
tutti i luoghi comuni che si sono inventati dal quarantotto a questa
parte, e tutto questo per dirci che bisognava rimanere fino alla sera
a Lione, e che coloro i quali non sarebbero partiti, sarebbero
restati!
Questa peregrina scoperta del nostro duce ci fece acquistare una
grande opinione sul di lui talento; lo salutammo perciò con rispetto,
e contenti di vedere anche questa nuova città, e di paragonarla con
quella che avevamo lasciato da così poco tempo, scendemmo la gradinata
che è davanti all'edifizio e ci trovammo nella magnifica piazza con
due fontane, che gli sta dicontro.
CAPITOLO VII.
Lione era seria; non il brio di Marsiglia per le sue vie sempre
affollate di popolo, non il più piccolo movimento d'allegria negli
eleganti caffè: moltissimi negozi chiusi, poche le donne abbigliate
con galanteria ed anche queste non curate; un affacendarsi continuo
vicino alla prefettura ed alla Mairie per sapere i dispacci, per
strappare la notizia più piccola agli uscieri, ai galoppini, a qualche
soldato. Quasi tutti coloro che si incontrava, avevano il berretto da
guardia nazionale, alcuno non abbandonava mai il fucile; tutti poi
erano muniti di sciabole o di pistole; vedemmo diversi a braccetto
delle loro mogli, armati fino a denti, agitarsi a mo' degli ubriachi e
vociare a squarciagola: _Ah,., si viennent les Prussiens!_,... Era
proprio così; nessuno si sarebbe mosso per andare a incontrare il
nemico, ma guai a lui se avesse osato di presentarsi fiu sotto le
mura!
Le fortificazioni si rinforzavano; sulle piazze si vedevano parchi
d'artiglieria, e capannoni di legno che servivano di rimesse ai
cavalli; fanteria, lancieri, pollacchi, mobilizzati, compagnie addette
alle mitragliatrici...; un esercito insomma; uniformi per tutti i
gusti; una idea tale di resistenza da mettere anima in corpo all'uomo
più vigliacco del mondo--Ma come mai ne hanno buscate--Si diceva tra
noi--con tutti questi soldati che abbiamo veduto in due giorni?
Spuntava in qua e là, ma raramente, per le vie anche qualche berretto
da Garibaldino.
--E come mai siete qua?--Domandammo ad uno di quelli che ci avevano
colpito con tale sorpresa.
--Siam qua con Frapolli--Ci rispose questi ingenuamente.
--O perché non raggiungete il generale?
--Lo raggiungeremo quanto prima.
--E chi ve lo ha detto?..
--Il nostro capo!
--Ed è qui in Lione il vostro capo?
--Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.
--Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene
gli Italiani..
--Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni... Si figurino:
in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro
generale... e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure
le belle strippate e le belle bevute!
--Empitevi tutti!--Esclamai io un poco irritato--Empitevi e così
serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno
la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il
Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità
pericolante.
Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò:
noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e
furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città.
Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in
grossi caratteri era scritto: _Sécours aux blessées_; per tutto dove
andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò
non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia,
avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono
come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di
misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare
insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da
donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società
a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini
lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine,
accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla
alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe
funzioni, che si compiono oziando.
La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia:
passando sul _quai_ sul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze
e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere
un bicchiere di vin caldo.
Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e
susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?... E invece
di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una
delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego
quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo
amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le
ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi
finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a
mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite
concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?...
Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di quei _perduti_ che cadono
avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le
ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi
gli chiediamo solamente l'oblio.
Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi
subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel
movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran
cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare
e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che
quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era
un'accalcarsi, specialmente di _mobilizzati_ da far rabbia: a onor del
vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore,
da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la
squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle
belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza dei _consommés_ e
delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato,
facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi
dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò
sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece
provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che
mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi
tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza,
quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto
spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro
lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità
cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato
da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre
in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione
dall'affetto.
Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al
braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si
affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti.
Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita
educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero
certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare
la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare
più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver
troppo amato la patria e l'umanità... ecco quale era lo scopo di
queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione
dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di
fate un'opera buona.
Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!...
se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro
impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!.... bisognava vederle
queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al
linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto,
discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla
popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che
aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro
speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo,
stringer loro cordialmente la destra.
Spiccava sopra tutte le altre per autorità una vecchia matrona: una di
quelle matrone dell'antico stampo, che fedeli alle tradizioni
cingevano la spada ai loro figliuoli, quando si trattava di difendere
il re e la patria; la di lei fisonomia avrebbe ispirato rispetto
all'uomo più screanzato del mondo. Passò vicino a me, io le feci cenno
dì avvicinarmisi e nello stesso tempo mi avvicinai verso di lei.
--Cosa bramate?--Mi domandò per la prima.
--Vorrei fare la mia piccola offerta--Apro una parentesi; la mia borsa
sì era rafforzata di poche lire, datemi da mio fratello che
fortunatamente non aveva preso parte alle nostre poetiche smancerie di
Marsiglia.
--Ma voi siete soldato?--Mi disse con meraviglia la signora--voi pure
potrete esser ferito....
--Speriamo di no!
--Ve lo auguro... Ma perché espropriarvi di una somma che può farvi
comodo?
Provai un leggero imbarazzo; la mia scappata poteva costarmi salata:
la mia dignità m'imponeva un ultimo sacrifizio; si parlava di una
somma... ed era precisamente quello che avrei desiderato in quel
momento; posi mano alla borsa e diedi due lire che mi escivano dagli
occhi; ma pure tentai di richiamare un sorriso sul labbro e dissi: È
l'offerta della vedova...
--La più gradita al Signore;
--Ma non probabilmente ai feriti.
La mia interlocutrice fe' una boccaccia, e poi riprese di subito: Voi
siete Italiano?
--Sì... signora.
--Me ne ero accorto al vostro disprezzo per le cose sacre.
Rimasi di sasso; che avessi avuto anche a subirmi una romanzina in
tutte le regole? la signora difatti con voce calma, accento di madre,
cominciò a dirmi: Voi siete giovane, e son sicura che diventerete un
bravo soldato, ma anche voi pur troppo siete affetto dalla malattia
che condurrà a perdizione il vostro bel paese. Ma che vi ha fatto quel
povero vecchio di Pio IX per entrargli nella sua città a forza di
cannonate, per tenerlo prigioniero nel Vaticano?--E perché prender
Roma? Non è dessa la città di san Pietro, del Cattolicismo, di tutti
coloro che si son dedicati a questa sublime religione che ha per
precetto di dimenticare le offese, di amare tutti come noi stessi, di
sollevare quelli che soffrono?
Un amico un pochino più scettico di me, presente al colloquio, mi
susurrò negli orecchi: Questa non è una donna, è un priore di
campagna.
Io invece che non credo a nulla, compresi quello che passava nel cuore
della vecchia signora, e piuttosto che attaccare una disputa con una
che aveva tutta la poesia della fede, che mi simpatizzava per il modo
con cui ne faceva propaganda, mi contentai di dirle che non si andava
daccordo.
--Io torno alle mie elemosine--Allora la mi replicò--spero però che
resteremo amici!
--Sarò onorato di una tale fortuna.
--Se restate in Lione...
--Io parto stasera!... Ed ecco ci è là il nostro tenente che ci fa
cenno di seguirlo.
--A rivederci... A rivedervi colla commenda... e vestito da capitano!
--Potevate dire addirittura da generale!
--E perché no?... Il soldato francese ha in tasca il bastone da
maresciallo!
Io mi rammentai che ci avevo pochi soldi soltanto e mi passò la
poesia. La signora sorridendomi si era allontanata.
--Dove si va tenente?
--Non so, se a Autun o a Digione.
--Come... lei non lo sa?... O per che direzione si parte?
--Ma!...
--O chi ce lo deve dire?
--Il quartier generale doveva trasferirsi a Digione, non so se abbia
avuto ancora luogo un tal trasferimento. Lo dimanderemo al capo
stazione.
--Al capo stazione!...--Si ripetè tutti meravigliati--Per vedere di
queste cose bisognava venir proprio in Francia! E in Italia che
dicevamo nel 1867 di aver raggiunto l'apice della confusione! Un
innocentissimo capo stazione ridotto lì per lì a capo di stato
maggiore per provvedere al movimento dei corpi che son di passaggio,
ci riesciva proprio nuova di zecca!
E qui al solito tutti i discorsi di convenzione che si ripetono in
tutte le campagne.
--E se il capo stazione ci tradisse?
--E se fosse una spia dei Prussiani?
--O anche che non ne sappia nulla sarà un bel lavoro!
--Ma chi è quest'imbecille di tenente che non prende nemmeno ordini?
--Ve lo diceva che era anche lui della cricca!
--Già... e ora cerca tutti i mezzi per farci restar con Frapolli.
--Abbasso Frapolli!
--Abbasso il tenente!
E qualcuno gridò anche: Abbasso il capo stazione!... Povero uomo!...
come ci apparve impappinato quando si vide fatto segno di quel fuoco
di fila d'interrogazioni, alla maggior parte delle quali non sapeva
cosa rispondere!
--Li assicuro che Garibaldi è a Digione--Badava a protestare.
--Allora a Digione!--Gridammo tutti.
--A Digione--Ripetè, come eco, il duce nostro!
--Ma non so--Riprese il capo stazione--no so, se ci potranno arrivare,
se le linee saranno libere... tante volte i Prussiani... sono così
accidentati quei soldatacci di Bismark!
--Eh! non importa... noi si va.
--Faccian loro!
--Arrivederlo e stia bene!--E tutti via di corsa in un treno che era
lì pronto.
--Ma dove vanno, dove vanno signori?--Gridava con tuono di
raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei
nostri capricci--Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!
--Sanno, cosa è--Proferì stizzosamente allora il nostro
accompagnatore--io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le
mani fino da questa momento: ecco la loro paga.
Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che
aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il
primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati
in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a
ricettar delle bestie che dei Cristiani... o degli Ebrei.
Il benefico Morfeo, ausiliato potentemente dalla fatica e dallo
strapazzo che ci avevano martoriati in quei giorni, scosse i suoi
papaveri intorno a noi, che ci addormentammo saporitamente. Con qual
voluttà si dormiva! non il più piccolo sogno, nè piacevole nè triste,
veniva a turbare la nostra quiete di morte: come si deve esser felici,
quando siam morti! Non sentire, non vedere più nulla, esser nulla...
ecco quello che devono anelare le anime generose, trambasciate,
sbattute in quest'orrenda burrasca del mondo, dove giungono a
salvamento solamente gli ipocriti e i vili.
Un urtone rompe l'incanto di quella calma. Che è? Siamo giunti a
Tournus: sono le nove e bisogna trattenersi fino alle due. Meno male
che troveremo qualche caffè, qualche bettola, pensammo tra noi e forse
potremo anche riposare su coltri più o meno sprimacciate quattro ore.
»Chi mi darà la voce e la parola,
Per stimmatizzare degnamente questo iniquo paesucolo, in cui ci faceva
capitare la nostra malvagia fortuna. Io consacro Tournus
all'esecrazione di tutta la gente per bene; io auguro ai di lei
cittadini che il naso ghiacci loro, come ci si era ghiacciato a noi
quella sera.
La camera dei deputati quando parla Michelini è il luogo più popolato
del mondo appetto a Tournus: noi non ponemmo vedere un abitante;
picchiammo a due o tre osterie, non ci vollero rispondere: tirammo
pedate da orbi alle porte, vennero i gendarmi a pregarci gentilmente
che si smettesse; non un caffè aperto, non una finestra illuminata,
non il minimo indizio di vita. Persino l'orologio del campanile della
chiesa. maggiore era fermo e segnava le sette.
Nel mentre che noi avevamo dormito in vagone, la neve era cominciata a
cadere ed ora ricopriva col suo bianco lenzuolo tutte le circostanti
pianure; il freddo, il malessere in cui uno si trova quando viene
svegliato di soprassalto, il desio intenso di bere che ci
accompagnava, come l'angelo custode accompagna un cattolicone di
quelli coi fiocchi, ci avevano procreato un'arsione, come se si fosse
attraversato il deserto; e anelavamo un centellino di vino, come in
circostanze normali si anelerebbe un milione.
I cittadini di Tournus non dovevano aver molto in pratica l'Evangelo;
_battete e vi sarà aperto,_ diceva il divino maestro, e noi battemmo
colle mani, coi piedi, colle mazze: battemmo ovunque eravi un'insegna
d'albergo e di trattoria, nessuno ci rispose: in qualche casa si
sentiva metter la spranga. Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la
trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania
d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.
--Ma non vi è un _Restaurant?_--Domandammo a una guardia.
--Una volta ci era...
--Ed ora!
--Lo chiusero al principiar della guerra!
--E per bere come si potrebbe fare?
--Uhm!... Guardino là ci è una vivandiera.
Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti
un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi:
quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci
sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera
Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita
l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere...
--Non ce ne ho che pochi bicchierini... ma sono per quelli della mia
compagnia.
--Va benissimo!... Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non
poteva sembrare enigmatico a chicchessia!
--Meno male che poco ci abbiamo da attendere!--Esclamò uno di noi.
Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e
coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il
treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.
Noi eravamo prostrati... Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per
rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli
altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la
fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei
e gliela facevano in barba. Poi si andò nel magazzino, ci sdraiammo
alla meglio su certi cassoni che vi erano e sonnacchiammo malamente
quelle maledettissime due ore.
Il fischio della locomitiva ci richiamò a noi stessi e dopo pochi
minuti eravamo tutti al nostro posto. Già da vario tempo avevo
cominciato a inebriarmi delle mille fantasmagorie che sogliono
produrre i beati momenti del dormiveglia, quando il treno si fermò; e
vidi baluginare dentro il nostro vagone, all'incerto chiarore del
lumicino, due fisonomie eteree, due di quelle fisonomie che ti
strappano di bocca un grido di ammirazione, tanto le ti sembrano
sovrumane: senza trarre il respiro, io le contemplava estatico e
pensavo che seguitasse una di quelle belle visioni che tanto mi
avevano entusiasmata la testa, pochi momenti innanzi: ma quale non fu
la mia meraviglia, allorché io sentii posarmi sulle spalle una manina
gentile, allorché un alito profumato mi carezzò dolcemente la
faccia?--Ma è egli vero quello che si svolge davanti a
me?--Riflettevo, quando una vocina simpatica, che mi s'insinuava
proprio nel cuore, mi rivolse queste parole:
--Tenete... Voi dovete averne bisogno.
E del pane, del salame e una bottiglia di vino generoso furono
lasciate a nostra disposizione da quelle simpatiche fate.
Eravamo arrivati a Macon, e le signore addette all'uffizio del
soccorso ai feriti, portavano, come d'ordinario, qualchecosa per
ristorare i soldati di passaggio.
Erano le sei della mattina: faceva un freddo tremendo, persino i
vecchi soldati, imbacuccati fino alla punta del naso, sbraitavano
contro una stagione sì perfida, e quelle donne, e quelle signorine
erano là da tutta la notte, portavano quell'immensi canestri con una
disinvoltura e con una grazia che forse si vede adoprare da chi porta
un mazzo di fiori: gelavano dal freddo, ma pure sorridevano: morivano
dal sonno, ma pure avevano una parola di conforto, una di speranza per
noi.
Ah! La donna!.. I miei lettori avranno osservato che io non l'ho punto
risparmiata ai Francesi, che io ho detto di loro tutto quello che
sentivo, che ho esposto alla libera le mie impressioni sul loro
contegno, e che l'ho chiamati degeneri, corrotti, indegni della fama
che si erano scroccati in Europa, ma in quanto alle donne bisogna
convenire, che avevano tutta l'abnegazione, tutti i riguardi, tutte le
doti, tutte le delicatezze di una madre, e tutto il coraggio delle
donne spartane: coraggio che le ha spinte a curare in prima fila i
feriti, e che poi ha fatto loro incontrare la morte sulle barricate,
quando Thiers ha iniquamente schiacciato e soffocato nel sangue la
generosa Parigi.
Ah! non si chiamino utopie gli sforzi generosi di certi publicisti che
vogliono collocare la donna nel posto che le si spetta: le donne hanno
già fatto abbastanza per mostrarsene degne, che anzi alla prova io le
ho vedute riuscir sempre a mille doppi dell'uomo.
Questo avvenimento, così inopinato, mi riconciliò lì per lì colla
Francia, con me, con la sorte: ringraziai alla peggio quelle vezzose
signore e mi misi a mangiare con un'appetito da cointeressato. Ci si
mosse quasi subito: i volontari salutarono con applausi fregorosi
quella città che si era mostrata tanto ospitale con noi.
Intanto albeggiava; la giornata almeno per quello che se ne poteva
preconizzare doveva essere uggiosissima: il cielo pareva di piombo, la
terra era coperta di neve, grossi stormi di corvi alleggiavano per
quei dintorni.
Sulla spianata di Baune io vidi un corazziere in alta tenuta, ritto,
stecchito al piede di un albero. Gli enormi cipressi, tutti nevicati
fuori che in punta, dove tuttora mostravansi verdi cupi, mi sembravano
tanti scheletri giganteschi col morione delle vecchie guardie i quali
ghignando sbirciassero quello omuncolo coperto di ferro e che in
faccia a loro stava nella medesima proporzione di un granello di rena
a una piramide dei Faraoni.
Dopo un'ora ci si fermava e questa volta ci si fermava
definitivamente. Per somma ventura di quei dieci o dodici lettori che
hanno avuto la più che cristiana pazienza di seguirmi fin qui, noi
eravamo giunti a Digione, a quella Digione che poco dopo doveva
illustrare il sangue di tanti prodi Italiani e che allora ci appariva
in mezzo alla nebbia coi suoi gotici campanili, colla sua semplice
guglia di San Benigno, come apparisce un'Oasi a chi si è sperso
nell'ampio deserto, come apparisce la meta allo stanco auriga che già
comincia a disperar del trionfo.
La stazione era ingombra di cannoni, di casse, dell'ambulanza, di
bagagli di tutte le dimensioni che appartenevano alle truppe ed ai
battaglioni che di poco ci avevano preceduto. Due o tre sentinelle di
guardie mobili passeggiavano per lungo sull'ambulatorio, facendo
sfoggio di una prosopopea, che te li avrebbe fatti gabellare per eroi;
d'altronde eravamo in prima linea, e quando il nemico non attacca, ci
si può prendere la scesa di testa di farla da gente feroce e
terribile,
--In rango--Gridò il nostro ufficiale con una voce da baritono molto
sfogata, e sfoderando per la prima volta la Durlindana.
Questo movimento in altre circostanze ci avrebbe fatti scompisciare
dalle risa: in quel momento eravamo troppo felici per aver raggiunto
lo scopo delle nostre fatiche, e dei nostri dolori, per poter nemmeno
prestare attenzione a questa spacconata.
_Per quattro fianco destro, avanti marchs!_
E mettendoci alla peggio per quattro, escimmo dalla stazione dietro
all'ardente condottiero, infilammo il viale dei Platani che vi
conduce, e passando di sotto all'Arco che fu inalzato ad onore dello
strenuisissimo Principe di Condè, entrammo nel capoluogo delle Côte
d'Or.
CAPITOLO VIII.
Traversammo la città e nella nostra traversata non ci fu dato vedere
alcuno amico, nè tampoco alcuno che rivestisse la divisa di
Garibaldino; in quell'ora così mattinale, i componenti dell'Armata dei
Vosgi, o erano occupati in recognizioni ed esercizi, oppure se la
dormivano saporitamente. Felici questi ultimi... noi cascavamo dal
sonno! ci portarono al quartier generale che era proprio in fondo
della città al lato opposto della ferrovia; il generale Garibaldi
abitava il palazzo della prefettura, dove erano stati anche impiantati
gli uffizi dello stato maggiore. Vedemmo alla porta in fazione un
carabiniere genovese ed una guardia nazionale.
Il rivedere la simpatica camicia rossa, ci fece nascere in cuore
un'emozione dolcissima; i nostri timori di non arrivare in tempo
eransi dileguati: entrammo nel cortile ilari, e svelti, proprio come
se uscissimo allora da un morbido letto.
Il tenente andò a prendere ordini; poco dopo tornò e ci disse: Loro
possono andare per la città: per ora non è stata data alcuna
disposizione per loro; a mezzogiorno sulla piazza delle _Mairie_ io
farò le paghe:
Dopo queste poche parole, se ne andarono tutti, e si stava per
andarsene anche noi dell'esigua combriccola, che si era mossa da
Firenze, quando ci sentimmo chiamare su di verso il terrazzo e avemmo
appena tempo di voltarci che si era abbracciati e baciati...
--Ne eravamo sicuri!
--Credevamo dì trovarvi quassù.
Guardammo e vedemmo il Piccini e lo Stefani già vestiti da
Garibaldini, che ci salutavano così affettuosamente.
--O Rossi?... Domandammo noi altri.
--Rossi è a lavorare... Riatta tutti i fucili della compagnia... Lo
vedremo più tardi!
--O come mai siete arrivati a raggiunger Garibaldi?
--È una cosa lunga!
--Allora ne riparleremo stasera, perché noi si ha un'appetito birbone,
e si ha una voglia di dormire grandissima.
--Per dormire non ci è bisogno d'andare all'albergo.
--Davvero?
--Sicuro!.. Venite con noi dal _mair_ ed avrete un biglietto
d'alloggio... qui in Francia, in tempo di guerra, i militari hanno
questo diritto.
--Evviva la Francia!.. Gridammo noi, sedotti ed entusiasmati dall'idea
di non spendere quei pochi piccioli che ci erano rimasti, onde
procurarci una stanza.
--Venite dunque con me--Disse il Piccini e tutti noi lo seguimmo verso
la piazza maggiore della città.
Durante il nostro tragitto cominciammo a farci un idea del corpo
d'armata che era stato affidato all'eroe dei due mondi; vedemmo i
Franchi tiratori, i Mobilitati, gli Spagnoli, la _Croce di Nizza_, le
Guide: i costumi, gli abbigliamenti di questi giovani soldati della
libertà, formavano un contrasto così bizzarramente artistico, che ti
faceva credere di essere in un mondo nuovo, in un mondo variato; ad
ogni cantonata tu vedevi un nuovo vestiario: pareva quasi di avere in
faccia agli occhi un caleidiscopio continuo; chi aveva in cuore un po'
di sentimento di artista, lo si poteva facilmente conoscere dal modo
con cui portava le piume al cappello e la svelta casacca; una
collezione di penne di tutte le qualità; dall'aristocraticissima penna
di pavone, alla plebea di gallina, che forse rammentava un
allungamento di mano non permesso dal Codice, tu vedevi brillare sui
cappelli di questi amabili matti, ogni specie di questi arnesi
indispensabili agli animali che s'elevano dal suolo.
I Franchi Tiratori ci offrivano l'esattissima riproduzione dei
volontari Italiani del 1860 e del 1866; tra loro spiccavano delle
distintissime fisonomie: tra loro figurava in mezzo ai figli della
montagna l'artista, in mezzo all'uomo del lavoro abbronzato dal fumo
dell'officine, il generoso milionaro abbronzato dal sole: tutti erano
rappresentati in quelle file, che lo spirito potente dell'amore di
libertà affratella nel momento supremo, in cui questa libertà versa in
pericolo, coloro che sentono rispondere generosamente il loro cuore
all'appello dei santi principii, che saranno il Vangelo dell'Umanità.
Una tal vista rallegrò i nostri spiriti: il sonno si era dileguato, si
era dileguato lo strapazzo, si era dileguata la fame. O divini
entusiasmi di colui che affronta la morte per un'idea generosa, perché
siete svaniti, e così presto svaniti?.. Siamo forse diventati vecchi
in due mesi?.. Le nostre fibre non si commuovono forse tuttora alla
corrente magnetica, che infonde le voce del dovere, della patria,
della società conculcata? Chi sa.... L'atonia in cui viviamo ci
ripiomba in uno scetticismo che voglio credere temporaneo... Tornino i
giorni felici, torni il santo momento di una rivoluzione, e scettici o
no, ci troveremo al nostro posto! Utilizzare la vita a prò di chi
langue: ecco quale deve essere in tanta tristezza di tempi, il
programma per chi ha cuore e coscienza.
Andammo alla _Mairie_ e volendo render meno dura che fosse possibile
la situazione, che ci si preparava, approfittandoci dei nosti abiti
cittadineschi, demmo a bere all'impiegato che eravamo ufficiali, e ci
fu sul tamburo steso un biglietto d'alloggio per uno dei primari
palazzi di Digione, nientemeno che il palazzo de Beverant.
Qui fummo accolti gentilissimamente da una vecchia signora, che ci
condusse in un magnifico appartamento e c'insegnò uno stanzino tutto
pieno di legna, dicendoci che con quel freddo ci avrebbero fatto assai
comodo! Eppoi la simpatica vecchia si intrattenne con noi in
amichevole conversazione; la ci disse le cose le più gentili, ci
salutò come gli angioli salvatori di quel disgraziato paese... E i
nostri buoni governanti d'Italia che ci riguardavano come diavoli, ed
i malvoni che ci tenevano a rispettosa. distanza, che ci gabellavano
per scavezzacolli, per beceri, per intrattabili?.. Proprio il caso da
dire _nemo propheta in patria_, e se i benigni nostri avversarii
avessero udito le gentili proteste a nostro riguardo indirizzateci da
quella donna, appartenente alla più pura aristocrazia della Francia,
scommetto la testa che alla lor volta sarebbero divenuti frementi.
L'ospite nostra ci ragguagliò su certe prodezze che avevano commesso i
soldati di re Guglielmo nella prima occupazione della città; il comando
generale gliene aveva messi in palazzo cinquantasei: e tutti
spadroneggiavano peggio che se fossero in una caserma; accendevano il
fuoco e facevano da cucina nelle magnifiche camere; avevan ridotto il
giardino a maneggio per i cavalli: pretendevano le legna, e qualche
giorno persino il vino e la carne. L'amor nazionale avrà forse fatto
esagerare un poco quella signora, ma è un fatto che molti tra i
soldati della grazia di Dio ne fecero di quelle di pelle di becco, a
detta di tutti; tutti però concordavano nell'affermare, che questa
gente, la quale dicerto non era stata restia nel far pompa di
prepotenza verso il popolo inerme, era rispettosissima, educatissima
verso il sesso gentile.
Sapemmo anche per mezzo della nostra interlocutrice, quanto fu lo
spavento da cui fu colto il generale Werder, quando Garibaldi tentò di
sorprenderlo la sera del 26 novembre: tutti i cariaggi erano stati
preparati, tutte le disposizioni per una ritirata erano state ordinate
in men che si dice; i soldati avevan fatto fagotto: i battaglioni di
riserva erano adunati nelle piazze, e di momento in momento altro non
si attendeva che l'ordine della partenza.
La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato
raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo;
episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel
maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma
che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da
parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si
raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di
quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con
facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la
bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può
ispirare il più volgare buon senso.
Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi
fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato
come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva
avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue
carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei
fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da
quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse
piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità
che reggono il mondo.
Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente
apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva
tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che
aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono
dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste
chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di
stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere
ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie
impossibili di un porporato qualunque.
Dopo aver bevuto dell'eccellente _Wermuth_, lasciammo il palazzo, che
cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade,
dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri,
d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava,
mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben
pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.
Arrivati appena nella _rue Condé_, via principale della città, degli
applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre
concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre;
un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime,
pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile. _Vive
Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France_. Il primo
soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il
popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in
favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera
esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del
mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.
Garibaldi!... Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose
dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in
una commozione divina?... Eccolo là, questo vecchio figlio della
rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei
magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato
dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima
fila per la causa divina dell'Umanità!... A che mi si rammentano i
grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge
col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto
oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo
crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un
Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne
degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo
degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da
cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me,
le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le
lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei
tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada
dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle
officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano
grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti
quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che
soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano
tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi
segreti del ministero, mai alle azioni generose.
Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano
vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio
ed il _punch_ che sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne;
dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello
stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo.
Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto
entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di
Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e
quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno
davanti ai nostri occhi.
Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo
esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro
Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sul _Var_, uno di quei pochi
Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano
subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle
questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille
peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a
raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione
sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo
fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino;
gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante
fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui
vagheggiato.
Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto
l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini,
abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo
d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il
comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a
Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la
seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal
Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie
precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e
ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara
e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully,
lato Nord Est della città.
Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e
Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel
desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro
perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe
idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti
avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da
perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da
pescare nel torbido,
Rossi e gli altri, dopo il nostro arresto restarono in Livorno e
giungendo ad eludere quell'oculatissima pulizia, poterono giungere al
momento bramato di imbarcarsi su una piccola barca, colla quale si
accingevano a intraprendere una traversata che mette in pensiero
l'indolente e pacifico borghese che deve farla in piroscafo.
Perseguitati dalla polizia che non si ristava un momento da pedinarli,
con un tempo indiavolato essi poterono imbarcarsi verso mezzanotte,
due miglia lontani da Livorno. Il mare metteva spavento: ognuno potrà
facilmente rammemorarsi di quanto furono sconsocrate le giornate che
nell'anno passato annunciarono l'inverno; perfido il clima, continue
le pioggie, mai interrotte le burrasche; ora mi si mettano otto o
dieci persone sopra uno schifo, atto solamente a fare delle
passeggiate, eppoi se ne tragga l'unica conseguenza possibile, e la
non può esser che questa: i bravi giovani erano decisi a giocare di
tutto per raggiungere il loro scopo, e possedevano tempra, da
reputarsi più che miracolosa in questi tempi di unversali debolezze e
di codardia inesprimibile. Certo che chiunque avesse veduto quel
piccolo legno, sbattuto in mezzo agli spaventevoli cavalloni, sempre a
un pelo per far cuffia, sempre frisando gli scogli, sempre a pochi
passi dalla morte, non poteva fare a meno di esser colpito da tanta
sublimità, da tanta abnegazione, da tanto coraggio... Oh! non mi si
dica, che ai dì d'oggi l'antica virtù è un mito nel mondo... oh! no...
la virtù esiste: sarà a bella posta obliata; si tenterà di farla
passare per pazzia, ma a dispetto di chi non lo vuole, essa trova
sempre dei seguaci, dei seguaci che vivono e muoiono ignorati, ma che
sono anche troppo superbi per ottenere tale oblio, nel secolo in cui i
ciarlatani di professione, i codardi e colpevoli servitori delle corti
e del vizio sono portati in palma di mano da una folla più di loro
codarda e colpevole! La virtù la vìve, ma per volerla rintracciare,
bisogna andare tra quella gente che è posta in quarantina dalla
società degli uomini serii, bisogna rintracciarla nei bassi fondi
sociali, tra la gente che soffre, lavora e muore di fame; simile in
tutto alle perle che non si trovano che tra la melma.
Il vento impetuosissimo, i marosi che in conseguenza di questo avevano
raggiunto tutto ciò che può esservi di più orribile per il marinaro,
l'albero maestro troncato costrinsero i nostri giovani amici a
fermarsi a Vada, piccolo paese della Maremma, distante a dir molto
mezza giornata di cammino da Livorno.
Attorniati immediatamente dai carabinieri, essi dovettero ai
sentimenti generosi dei buoni popolani di lassù, il potersi ridurre in
salvo: si rifugiarono diffatti in un'abbaino, alle cui finestre non
erano imposte, nè vetri, e che aveva tanto basso il soffitto da
costringere chiunque v'entrasse, ad andarvi carponi. Vi doverono star
sette giorni: senza un pagliericcio, senza un brodo che loro
ravvivasse le forze già esauste; costretti a dormire, l'uno l'altro
abbracciati, per scongiurare la veemenza del freddo Siberico,
confortandosi e prendendo animo all'idea del santissimo sacrificio che
per santissimo intento essi in quel mentre facevano, passarono in
quella dolorosissima situazione degli istanti divini.
Riattato il piccolo navicello, essi a notte inoltrata poteron
ripartire: a bordo vi erano viveri, ma essendo durato il viaggio per
altri sedici giorni, i futuri difensori della repubblica, soffrirono
anche la fame ed arrivarono sfiniti, cascanti, dopo cento altre
peripezie a Bastia.
Nella capitale della Corsica, Rossi, Piccini, e i compagni, trovarono
una perfidissima accoglienza: tutti ci dichiararono umanimemente che
quegli abitanti, devoti alla causa Napoleonica, appena che ebbero
odorato, che i giovinetti, sbarcati dal quel navicello, stracciati, ed
in cattivissimo, stato, erano dei Garibaldini, non fecero che
guardarli in cagnesco, non risparmiando loro certi atti villani, che
sarebbero stati degnamente rintuzzati, se in quei momenti ragioni
potentissime non avessero consigliato sangue freddo e prudenza.
Ricevuti come cani alla prefettura, trattati, quasi come pazzi al
comando di piazza, guardati con diffidenza dal _Mair_, essi non si
perdettero di coraggio e fiduciosi nel proverbio che l'importuno vince
l'avaro, tanto almanaccarono, tanto scombussolarono, usando ora buone
maniere, ora sgarbi, pregando e protestando, che alla fine furono
imbarcati sopra un piroscafo, e inviati a Marsiglia, dove si erano già
costituiti i due celebri comitati Garibaldini.
Credendo dì aver toccato il cielo con un dito, i bravi nostri amici
salutarono Marsiglia, come il fanciullo che si è perduto nel bosco,
saluta il cammino della casa paterna. E furono accolti a braccia
aperte dal Comitato, ed i membri di questo furono loro cortesi
d'incoraggiamenti e di belle parole; nè quando accamparono il loro
desiderio di partir prontamente, fu fatta l'obiezione più piccola...
Meno male che la fortuna qualche volta corona felicemente gli sforzi
di chi ha sofferto--Pensavano i nostri, entusiasmati..--Oh sì, che la
pensavano bene! Essi non erano giunti che alla prima stazione del
Calvario che doveva menare, qualcuno di loro alla morte, e credevano
invece di aver preso possesso della terra Promessa.
Frapolli aveva in quell'epoca il suo quartier generale a Chambery, e
già stava instituendo un primo battaglione di fanteria a Montmèlian
nell'estrema Savoia. Là furono diretti i nostri amici, i quali, non
sapendo ancora, quanto fosse discorde il celebre grande Oriente della
Massoneria dai disegni del Generale, andarono alla loro destinazione,
allegri e contenti, con la ferma convinzione di raggiungere tra pochi
giorni, l'invitto capo dell'armata dei Vosgi.
Arrivati alle loro destinazione essi trovarono tra i componenti del
battaglione lo Stefani, venuto via pochi giorni avanti di Firenze.
Quattrocento giovinetti erano già adunati, ma nessuno di loro aveva
arme, nessuno di loro aveva il più piccolo distintivo che potesse
contrassegnarli, come soldati. I superiori, si sfogavano, a rammentare
ogni giorno, che presto anche loro sarebbero andati in prima linea, e
intanto esortavano i dipendenti a fare delle esercitazioni, le quali
tutte, si compendiavano in gite di 15, 16 e persino 20 chilometri, su
quei monti, dove la neve si alzava sette o otto metri dal suolo. I
continui strapazzi, tutti infruttuosi, il rigido clima di quelle
alpine ragioni influirono maledettamente sulla salute di quei poveri
diavoli di cui molti ne andarono allo spedale, mentre gli ufficiali
passavano allegre serate, ravvivati da cene Lucullesche, che il loro
capo scroccava ai buoni Massoni di quelle montagne; ragione questa per
cui ogni ufficiale che dipendeva dal buon Frapolli si faceva di subito
iniziare ai misteri della Massoneria!
Fu dato il comando del battaglione al Perla, a quest'eroe che ora è
una delle più belle figure nel Panteon dei martiri della libertà:
Perla, valoroso soldato delle nostre guerre dell'Indipendenza,
patriotta di romana virtù, comandando una frazione del microscopico
esercito del Frapolli, non si rese certamente complice dei bassi
intrighi del suo superiore, e lo mostrò chiaramente quando tra i
primi, raggiunse la legione del Garibaldi tra cui doveva incontrare
così gloriosamente la morte.
Rossi, Piccini, Stefani, in ricompensa di aver servito altre volte,
furono fatti sergenti, ma il tempo passava (erano già scorse due
settimane) e ancora non si veniva a capo di nulla; unica cosa fatta,
fu l'abbigliamento per i volontari: i giovani cominciavano a
mormorare: le notizie degli scontri che aveva sostenuto Garibaldi
erano giunte fin là, e troppo repugnava a giovine gente restare in un
deposito, mentre i fratelli si misuravano coll'inimico e spargevano di
nobile sangue gli ubertosi vigneti della Borgogna.
Tutte le sere in caserma succedevano concitatissime conversazioni; si
proferivano gridi che non erano certo d'ammirazione per i comandanti;
si fischiavano gli accaniti difensori degli ufficiali, era insomma una
confusione da metter pensiero a chi era incaricato di condurre tutta
quell'accolta di gente: una di queste sere, proprio all'impensata,
capitò a Montmelian Frapolli ed ordinò una rivista per il giorno
dipoi.
Dopo aver squadrato, così per pretesto, ad uno ad uno i suoi
dipendenti, il Frapolli fece formare il quadrato, e piantandosi in
mezzo alle file, sciorinò tutto d'un fiato un lungo discorso, dove chi
capì un acca potè chiamarsi ben fortunato. Parlò di trame e di
cospirazioni, protestò di esser calunniato, di andar d'accordo con
Garibaldi, ma che però non bisognava sposarsi a quest'ultimo, poiché
dei guerrieri bravi ce ne erano anche più di lui, poiché era succeduta
la rivoluzione anche nell'armi e nella strategia e che perciò ci
voleva gente nuova.
Un lungo mormorio ed anche qualche fischio accolsero le strampalate
parole del generale, che alzando, bruscamente le spalle e borbottando,
non so quali inpertinenze, si ritirò seguito dal suo stato maggiore.
Giunto il battaglione alla caserma, Piccini, incoraggiato e sostenuto
da Rossi e Stefani, scrisse addirittura una lettera a Garibaldi,
lettera nella, quale si metteva chiaramente a nudo la situazione e si
chiedevano consigli su ciò che era da operarsi: qualora non forse
pervenuta alcuna risposta i tre amici
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