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Scritti editi e postumi

by Carlo Bini · Italian · Gutenberg #49599 · 604,903 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Scritti editi e postumi
    
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Title: Scritti editi e postumi

Author: Carlo Bini

Commentator: Giuseppe Mazzini


        
Release date: August 4, 2015 [eBook #49599]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/49599

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
        Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
        file was produced from images generously made available
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SCRITTI EDITI E POSTUMI ***

                                 SCRITTI

                             EDITI E POSTUMI


                                   DI

                               CARLO BINI



                                 LUGANO
                   TIPOGRAFIA DELLA SVIZZERA ITALIANA
                                 1849.




                     Poichè la carità del natio loco
                   Mi strinse, raunai le fronde sparte

                                               DANTE.




AI GIOVANI

                  Erkenne erst, mein Sohn, was er geleistet _hat_,
                  Und dann erkenne, was er leisten _wollte_.

                                                       GOETHE.


Gli scritti in parte editi, in parte inediti, raccolti in questo
volume, sono l'unico indizio ch'oggi ci avanzi d'una santa anima che
passò, alla quale Dio aveva largito tanto tesoro d'amore da benedirne
un'intera generazione, e che gli uomini e i tempi costrinsero a
riconcentrarsi in sè stessa: sono il profumo d'un fiore calpesto da
molti, inavvertito dai più, al quale mancarono l'aria e il sole, pur
nondimeno sacro e bello di divina bellezza a quanti adorano nella
povera modesta rosa dell'Alpi un simbolo di poesia, e dell'eterna vita
che Dio diffonde, a conforto e promessa, anche fra i geli dell'inerzia
e le nevi dello scetticismo.

E l'inerzia e lo scetticismo dei più fra' contemporanei avvelenarono
di sospetti mortali, e di dolori tanto più gravi quanto più solitari,
l'anima e la vita di CARLO BINI, e condannarono le facoltà di un
intelletto nato potente a non rivelarsi se non per getti brevi e
spezzati; note d'una melodia, che, a svolgersi ricca com'era, domandava
la _terza_, e non l'ebbe. Io qui non parlo di scetticismo religioso:
parlo dello scetticismo letterario sociale, conseguenza quasi sempre
del primo, che ha esiliato tra noi come per ogni dove la poesia in
un angolo del creato, e l'ammira a patto che non n'esca a diffondersi
sulla vita; che ha impiantato sul dualismo dell'epoca in oggi morente
il dualismo della pratica e della teoria; che applaude sorridendo,
come a giuoco di ginnastica intellettuale o a visioni di anime
illuse, all'adorazione dell'Ideale, alla religione del sacrificio,
dell'aspirazione, dell'entusiasmo, al culto attivo, incessante,
dei forti pensieri, dell'immense speranze e dell'avvenire: dello
scetticismo che giudica freddamente com'opera d'arte l'espressione
scritta col vivo sangue del core d'un dolore profondamente sentito,
d'un desiderio ch'è forse il segreto di tutta una vita: dello
scetticismo che, per cancellare nel Poeta l'_uomo_, ha inventato
in questi ultimi anni l'_artista_. E dico che questo scetticismo,
oggi ancora prevalente in Italia, condannò CARLO BINI al silenzio.
L'anima sua pura, vergine d'ogni ambizione, ritrosa alla lode fino a
sdegnarsene, abborriva dall'idea del letterato di professione. L'Arte
gli pareva, ed è, l'espressione per simboli del Pensiero d'un'Epoca,
che si fa legislazione nella Politica, ragione nella Filosofia,
sintesi e fede nella Religione: per lui lo Scrittore, il Poeta, era,
com'è per noi, l'apostolo, il sacerdote di quel _pensiero_, l'uomo
che traducendolo in forme, immagini ed armonie particolarmente
simpatiche, commove il popolo dei credenti a tradurlo in azione. Ma
quand'ei cercava, guardandosi attorno, il popolo di credenti che dovea
costituirlo Poeta e Scrittore, ei si ritraeva atterrito. Ricordo le
parole ch'ei rispose con voce di mestizia ineffabile a me che andava
spronandolo: «_perchè non scrivi?_» mentre viaggiavamo, nel 1830, a
notte innoltrata, sulle alture di Montepulciano: «_per chi scrivere?
chi crede in oggi?_» Fu l'unica volta ch'ei mi parlò, quasi forzato, il
suo segreto, e lo stato dell'anima sua. Più tardi, e come s'ei temesse
di calunniare i suoi fratelli di patria, andava innocentemente tentando
d'ingannare sè stesso e gli altri sulle cagioni del suo silenzio, e
diceva, «ch'ei s'era esplorato abbastanza e non si sentiva capace di
lunghi importanti lavori.» Ma un eco di quel grido del povero amico
suona tuttavia a chi sa intenderlo per entro ad alcune delle poche
cose ch'egli dettò, segnatamente nella poesia sull'_Anniversario della
nascita_. Quel canto, ch'egli scrisse col presentimento avverato di una
morte precoce, è la condanna la più energica ch'io mi sappia del dubbio
che s'abbarbicò negli anni più giovani, quando l'ali son più ferme al
volo, all'anima sua, e la stancò innanzi tratto in una guerra muta,
interna, incessante, fra il desiderio che la chiamava ad espandersi
e lo sconforto che la dissuadeva. Ma quel dubbio d'onde venne? D'onde
venne a BINI, ditemi, quella esperienza ch'egli chiama _la morte del
cuore_?

CARLO BINI era nato potente; ma il segreto della sua potenza stava,
per quanto a me fu dato conoscere, nella commozione. Le armonie che
vivevano perenni nell'anima sua avevano, per sciogliersi in suoni,
bisogno, come la statua di Memnone, d'un raggio di Sole sorgente.
Il suo era ingegno d'Apostolo, non di Profeta. Temprato a sentire
la _vita_ nelle sue menome manifestazioni, nelle sue relazioni più
delicate, con un cuore traboccante e assetato d'amore, con una mente
pronta ad afferrare il Bello, il Grande, il Vero, dovunque apparissero,
e a venerarli e a ispirarvisi, BINI avea più ch'altri bisogno, a
rivelarsi qual era, d'armonia, d'equilibrio fra l'_io_ e il mondo
esterno, fra le tendenze ingenite in lui e il _mezzo_, l'elemento, in
che dovevano manifestarsi: la solitudine dell'anima gl'intorpidiva
a inerzia le facoltà. In mezzo a un gran Popolo, davanti a un gran
fatto, in faccia a una grande Idea incarnata in pochi individui santi
d'amore e di sdegno, di pensiero e d'azione, le potenze che nel sopore
comune gli dormivano dentro, si sarebbero suscitate tutte in un fremito
di volcano, e avrebbero operato in modo da lasciare ai posteri ben
altra memoria di sè che non questa: in una società pigmea d'affetti
e d'azioni, com'è – perchè non dirlo? – la nostra, BINI non trovava
simboli e immagini a' suoi concetti, e quasi pauroso di profanarli si
tacque. Egli era come quegli augelli, che sotto un cielo sereno empiono
l'aria di bei concenti e nella maremma ammutiscono. Forse, un solo
essere, uomo o donna, che gli avesse detto: ― «tu soffri; che monta?
Dio t'ha fatto per questo: i patimenti sono le sue benedizioni. Dio
non t'ha creato per te, ma per gli altri. Soffri e persisti: persisti
s'anche tu vedessi calpeste dagli uomini le idee che ti fervono dentro:
persisti davanti alla morte: persisti davanti alle delusioni ben più
terribili che non la morte. Guarda in alto e nel tuo cuore, e dentro
ai sepolcri dei Grandi passati; non altrove. Cos'è il mondo d'oggi
per te? Dio non t'ha detto: _specchiati negli uomini che ti stanno
intorno_ – ma – _va, ama, predica e muori. La mia Legge è il tuo cuore:
ivi sono le stelle de' tuoi destini:_» ― avrebbe salvato BINI dallo
sconforto; certo, ei si sarebbe prostrato davanti a quell'essere, e
rialzato meno infelice e più grande. Ma quell'ente ei non l'ebbe. Non
che gli mancassero amici; ma i più si tenevano da meno di lui, e non
s'attentavano d'ammonirlo; i pochi che lo avrebbero osato, gli vissero
lontani e raminghi; nè parole siffatte riescono efficaci, se non
quando sono pronunziate, nei momenti d'abbattimento supremo, col bacio
dell'amante o colla stretta di mano dell'intima fratellanza. BINI,
circondato di simpatia, d'ammirazione, d'affetti modesti e ineguali ai
bisogni dell'anima sua, visse e morì solitario. E in questo isolamento
morale al quale egli non era nato, ma pur sentivasi condannato
irrevocabilmente qui sulla terra, cominciò l'incertezza sulle proprie
forze, cominciò il dubbio sull'importanza della vita, cominciò la lenta
etisia dello spirito che lo consumava fin da quando io convissi, or
sono tredici anni, parecchi giorni con lui. Tra le abitudini prepotenti
d'un'analisi venuta a disciogliere e i barlumi d'una sintesi nuova,
tra le vecchie tristi dottrine, che insegnavano una vicenda alterna
inevitabile di vita e di morte in tutte le umane cose, e la filosofia
religiosa, che annunziava l'eterna progressione ascendente dell'Umanità
collettiva in un vasto piano d'educazione assegnato dalla Provvidenza,
l'intelletto di BINI, tendente per potenza intrinseca e per tutte le
aspirazioni del cuore a quest'ultima, ma sconfortato dalle incertezze
che regnano in tutti cominciamenti, e più dal contrasto visibile fra
l'Ideale intravveduto e gli uomini che doveano rivelarlo in azione,
invocava, a decidersi, un _segno_. Pronto a dedurre con un vigore non
comune di logica le più remote conseguenze d'un principio, e avvezzo da
molto a conformare, non per sistema, ma per natura, gli atti della vita
alle credenze dell'intelletto, ei si sentiva dalla contemplazione delle
generazioni contemporanee tratto a dubitare della verità dell'Idea. E
allora, quand'ei non vedea più per chi sagrificarsi o per che, la vita
gli sembrava un problema insolubile quando non una trista ironia, e
tutte cose gli si tingevano a nero. Un riflesso di questa guerra tra
l'intuizione dell'avvenire e la conoscenza anatomica del presente,
che s'agitava dentro lui tormentosa, continua, gli pareva, quand'io lo
conobbi, sul volto. La sua calma era calma di vittima: il suo sorriso,
dacchè ridere nol vidi mai, un sorriso d'esule, de' più mesti ch'io
m'abbia incontrati.

Poi vennero, – perch'io degli ostacoli materiali, della povera fortuna,
degli affari di banco a' quali la carità della famiglia lo strinse,
cose tutte ch'egli avrebbe superato, non parlo, – vennero le delusioni
individuali, le delusioni che incanutiscono la chioma e l'anima innanzi
tempo; la morte d'una fanciulla amata; amicizie di molti anni senza
colpa perdute; tentativi, su' quali tutte le speranze della vita
s'erano poste, falliti; e gli uomini venerati un tempo come insegnatori
scaduti fin dove comincia il disprezzo, e l'entusiasmo creduto poc'anzi
di fede scoperto entusiasmo di sola e spesso egoista speranza, e le
visioni dell'anima vergine date da quei medesimi che primi le avevano
accarezzate al ludibrio d'un materialismo crescente cogli anni, allo
scalpello inesorabilmente feroce del calcolo: storia tristissima e
di molti fra noi. CARLO BINI uscì dalla prova vincitore, ma esausto:
credente, e lo dico con gioia, nella fede in che noi crediamo, ma
disperato del presente, di molti anni avvenire, degli uomini che gli
formicolavano attorno, e della propria vita terrestre. «_Sono_, –
egli mi scriveva il 16 agosto 1842, – _sono un vecchio edifizio tutto
franato, e non mi resta che un cuore tutto rughe e pieno di morti, e
sull'estremo orizzonte dell'avvenire ho l'ospedale, dove pur non mi
soccorra la morte di cui ho in mano una buona caparra. Nè mi manca
la fede nei principii; e sebbene spesso la senta svenire e quasi
estinguersi, sebbene spesso una crudele ironia mi sferzi lo spirito
e lo faccia ammattire, questa fede la sento rinascere più ostinata e
più verde; ma non credo in me e negli uomini che compongono l'epoca,
– e compiango a lacrime di cuore quegli infelici che hanno immaginato
di alzare un monumento con siffatti materiali, quegli infelici cui
la natura gettò sull'anima il cilizio d'una volontà forte e perpetua,
destinata ad abbracciarsi e lottare e logorarsi coll'impotenza. Io li
compiango questi infelici, e nel tempo stesso li invidio, perchè almeno
avendo tenuto fermo nella strada che scelsero, quando pure non giungano
a nessun termine, avranno la coscienza di aver fatto il proprio dovere
e morranno senza rimorsi. Ma molti, ed io primo fra tutti, non potremo
morire senza rimorsi!_» Povero CARLO! chi scrive sa meglio d'ogni altro
che tu potevi morire senza rimorsi.

BINI sdegnò d'essere letterato, ammirato da letterati. I pochi scritti
ch'egli dettò, tutti a quanto io mi so senza nome, sgorgarono non da
disegno premeditato, ma da circostanze imprevedute che gli suscitarono
a tumulto le potenze del cuore. Puri d'ogni affettazione di lingua o
di stile, caldi senza indizio di sforzo, candidi, ingenui, ritraenti
del fare di Sterne, scrittore dei prediletti da lui, ma di Sterne con
tutte le idee, con tutti gli affetti del XIX secolo, a me rendono
immagine viva del suo sorriso; sorriso, come dissi, mestissimo, ma
pieno di pietà e d'amore, senz'ombra di riazione, senza vestigio delle
molte amarezze patite. E rimarranno, cari a tutti come la promessa,
inadempita per colpa dei più fra noi, d'un ingegno originale e potente;
preziosi a noi pochi che lo conoscemmo e non lo dimenticheremo mai più,
come il ricordo d'una vita la più incontaminata, la più virtuosa, che
ci sia stato dato d'incontrare in questi ultimi anni.

Condannato dalla fortuna a occupazioni dalle quali si ribellavano
tutte le tendenze dell'animo suo, affannato dal desiderio d'un Ideale
ch'ei disperava di raggiungere in terra, roso, – e questo è tormento
che i più negano, e nessuno forse, se non chi lo prova, può intendere,
– dalla potenza che gli fremeva dentro e rimanevasi, per disconforto
dell'Oggi, inoperosa al di fuori, CARLO BINI tra l'esser frainteso o
profanato nell'espressione del suo pensiero, scelse il silenzio; ma lo
ravvolse di tanta dignità, che parve, a chi lo conobbe dappresso, più
eloquente d'ogni parola. Non si lagnava; avido d'amore, sdegnava il
compianto; fors'anche lo tratteneva il timore di aggiungere, snudando
le proprie piaghe, allo sconforto dell'anime giovani, che guardavano in
lui ed erano men forti a reggere che non la sua. La sua era di quelle
che s'affinano nella sventura. Tutta la vita sottratta all'intelletto
di BINI si riversava nel cuore; nè, s'egli avesse trovato l'esistenza
simile fin da' primi suoi giorni a un letto di rose, avrebbe potuto
mostrarsi più affettuoso ai viventi che s'abbattevano in lui.
Dall'attività d'amico ch'egli più anni addietro, spiegò per giovare,
nelle strette d'una crisi di povertà, chi scrive codeste pagine, fino
alla traduzione dal Tedesco ch'egli imprese poco tempo innanzi la
morte, e quando il male che ce lo rapì lo travagliava minaccioso, per
soccorrere col ricavato della vendita a un conoscente, io potrei citare
una serie d'atti tali e tanti da onorare qualunque vita; ma non li cito
perchè mi parrebbe offendere la santità del pudore ond'ei ricopriva
le belle azioni della sua vita: ei benediceva, come soffriva, tacendo.
Non so quanti vivano grati a BINI per aiuto, consiglio o conforti; son
certo che non esiste un sol uomo il quale possa dolersene. Tendente
al frizzo, s'adoprava continuo a correggere la natura, e lo temperava
di tanta benevolenza che nessuno poteva patirne o adontarsene:
intollerante e santamente sdegnoso solamente all'ipocrisia. Lento, ma
tenacissimo, negli affetti, non li tradì mai per tempo, lontananza,
o vicende: tradito egli stesso, rispettò il passato e non rispose
che col silenzio. Serbò, perseguitato, contegno virilmente decoroso
dell'uomo che dal primo all'ultimo anno della sua vita avea, com'egli
stesso scriveva, «segnato una linea retta nella via dell'onore;» e
tra pericoli, de' quali nè egli nè altri poteva segnare i limiti,
andava cacciando sulla carta, con una quiete di bambino accarezzato,
linee di tanta innocenza d'amore alla Madre, che paiono scritte da
un'anima di fanciulla con una penna tolta all'ala d'un angiolo. Delle
sue opinioni non parlo: le più importanti trapelano a chi sa intendere
anche dai pochi scritti raccolti in questo volume. Amava religiosamente
la Patria; nè, rara dote nei tempi nostri, mutò mai: migliorò; ―
come un bel cielo al tramonto, le facoltà del suo cuore andarono via
via rasserenandosi quanto più egli s'accostava all'ultimo giorno.
L'ingegno pronto ed acuto, l'osservazione diligentissima, il senso
ch'ei possedeva squisito del Bello sotto qualunque anche poverissima
forma si presentasse al suo sguardo, la singolare facilità con ch'egli
potea trapassare dalle corde dell'onesta letizia a quelle della
commozione più profondamente patetica, una insolita dolcezza di stile,
e l'anelito all'Infinito, e l'anima nata ad amare e inchinatissima alla
pietà, avrebbero forse in altri tempi fatto di CARLO BINI il Gian Paolo
Richter dell'Italia; ma egli non avrebbe mai potuto scrivere a chi lo
conobbe, libro migliore della sua vita.

Morì côlto d'apoplessia, il 12 Novembre 1842 nell'età di trentasei
anni[1], dopo quaranta ore più che di agonia di letargo, in Carrara,
dov'ei s'era per affari recato. Ma le sue ossa, trasportate devotamente
per voto di tutti ed opera degli amici a Livorno, riposano dov'io forse
non potrò mai più visitarle, a Salviano, nel cimitero.

Nè gemo per lui; perchè gemerei? Il suo pensiero gli sopravvive, più
potente a spandersi invisibile dal mondo migliore, ov'egli soggiorna,
tra' suoi fratelli di patria; ed egli è salito a vita meno infelice
e più pura. Gemo per noi che abbiamo perduto un amico, e non siamo
certi fino all'ultimo giorno di meritar di raggiungerlo: gemo pei
giovani che avrebbero potuto abbandonatamente specchiarsi e fidarsi
in lui, e ai quali son tanto rare in oggi siffatte guide. E gemo dal
profondo dell'anima pensando alle tante anime mie sorelle, simili a
quella di CARLO BINI, che onorerebbero d'opere generose e di nobili
scritti l'Italia, e si consumano, mentr'io scrivo, ignote a me, ignote
a tutti, nel tormento d'un'impotenza decretata dai tempi, dall'egoismo
ognor più invadente, e dall'inerzia vostra, o Italiani. Provvedete
a quest'anime, o Giovani: è BINI che prega per esse. Voi avete dato
onore d'esequie solenni e di tomba alla sua spoglia mortale: sia con
voi il suo spirito e fate del vostro cuore un santuario della sua vita.
Operate come se aveste raccolto in voi l'alito estremo del pensiero
d'amore che lo animava. Educatelo devotamente attivi e diffondetelo
sulla terra che BINI piangeva caduta. Amate la Patria come ei l'amava:
ribeneditela d'entusiasmo, di fede, di Poesia: preparate ai vostri
ingegni privilegiati quel popolo di credenti che BINI invocava. Oggi,
comunque facciate d'abbellirle e onorarle, l'Angiolo dello Sconforto
siede sulle tombe de' vostri cari, e la voce che noi moviamo per essi,
e dovrebbe innalzare in religiosa lietezza l'inno della nuova vita,
suona lamento inconsolabile e amaro.

NOTE:

  [1] _Egli era nato in Livorno, il 1.º di Decembre 1806._




PRIMA PARTE.

SCRITTI ORIGINALI.




MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO

― 1833 ―

      You smile? t'is better thus than sigh.

                                                           BYRON.

      V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando
    sei in cima; – almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso
    dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La
    Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso è
    a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul
    capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco
    all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.

                                  EPIGRAFE, CHE VA PER CONTO MIO.


CAPITOLO I.

Il cervello dell'uomo appena è in istato di esercitare le sue funzioni
può rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne
conoscete, ― senz'altro le conoscerete anche tutte, perchè non sono
arcani di astronomia; – son cose semplici, e dappertutto si sentono
dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di
nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono
fino dal principio dei secoli. Elle pertanto sono queste:

Scuola della Fede;

Scuola del dubbio;

Scuola dell'Incredulità.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il
cervello. La prima è più frequentata di tutte; – la seconda più della
terza; – quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale
stesso è sì angusto, che non potrebbe capirne una folla, – e per
entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni. _Sic
se res habet._ V'è chi crede in tutto; v'è chi dubita di tutto; v'è
chi non crede in nulla. V'è chi crede, che il Sole abbia gli occhi,
il naso e la bocca come abbiamo noi; – v'è chi dubita, che il Sole
non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; – vi sono certi
pochi disperati, che non credono in nulla, – nè anche nel sasso dove
urtano, – nè anche nell'acqua che li bagna. ― La verità dove siede? ―
Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perchè non saprei
di dove cominciare a rispondervi. Quello che è vero, ogni scuola la
pretende esclusivamente nel suo ricinto, – e le ha destinato un bel
seggiolone a bracciuoli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma
tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non si può
negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, – ma v'è
la sua propria ragione; – la Verità è un ente invisibile. Forse la
Verità imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue
sessioni ora in questa, ora in quella città, regolandosi con una giusta
vicenda.

Io per cominciare _ab ovo_, come dicono i retori, primamente entrai
nella scuola della Fede palpando l'ombre come cose sensibili, fino
a che il tatto educato dall'uso non uscì d'inganno. Allora protestai
nelle debite forme, – tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi
alla scuola del Dubbio. Non operò la stanchezza, o il capriccio: furon
la coscienza e il puntiglio, che mi fecero divorziare colla Fede. La
Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste. Mi
dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; – e quanto spesso,
per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare
un conto due volte!

Un tempo io mi dava a credere, che un effetto solo e determinato fosse
prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo
io lo credeva, ― e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una
certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, – e forse
invece voleva dirmi di no.

Oggi il mio _credo_ è sensibilmente variato quasi in tutti i suoi
articoli, e tale è il frutto degli anni. Ma son io più felice? Siete
voi più felici, voi, che aspettaste con tanto anelito il benefizio del
tempo? – Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi
facevano nè bene nè male, e mi hanno guarito di più altre malattie,
che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma è tardi,
– e poi quel che è stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il
pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la
lusinga di una scorza lieta di bellezza e di luce. Oh! la dottrina
degli anni! io la lascerei volontieri a chi la vuole, se il Fato
non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli
anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa. È una
dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi
piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone
solamente a far piovere.

Ma veniamo al dunque. – Io voleva dire, che un effetto solo non dipende
sempre da una causa sola: anzi spesso può dipendere da due cagioni
diametralmente opposte fra loro. – Un fulmine può scoppiare a ciel
sereno, – può scoppiare in burrasca. – Non so se in Fisica regga;
ma l'ho detto così per dare un certo rilievo al mio disegno, – e in
ogni caso sapete dove trovarmi; – io son _qua_ per le debite scuse. –
L'uomo può andare in prigione per i suoi meriti, _exempli gratia_ per
un furto, – _etiam_ può andarvi per un _qui pro quo_. Un _qui pro quo_
non è cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte, è vero, può farvi ridere;
– sovente ancora può farvi corrugare la fronte. Un _qui pro quo_ può
mettervi al fatto d'un segreto, che non avreste mai sospettato; – può
dare e toglier l'ale a una vittoria; – può mandarti in prigione, e
viceversa può farti vescovo.


CAPITOLO II.

Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon senso gregio
e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica? ― Ma
diamine! v'è mestieri di domandarlo? Prendete l'uomo il più idiota, e
rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa è
conosciuto in Europa, è conosciuto in America, e sarà pur conosciuto
in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno
leggere nei nostri libri. Sancio Pansa è il buon umore incarnato, –
grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordagini, grazioso a
piedi, grazioso sul'asino. – Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella
storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; – potete scuotere
a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo
asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quante il
primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate
Cesare o Buonaparte.

Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho
benedetto le mille volte Sancio Pansa, perchè mi ha fatto del bene.
L'ho benedetto come il maestro, che mi ha insegnato tante cose, che
l'accigliata filosofia non sapeva insegnarmi; – l'ho benedetto come il
sogno allegro delle mie veglie, – come l'amico che nell'ora nera veniva
di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. – Sia lieve
la terra sulle sue ossa; – sia lieve ancora su quelle del suo asino. –
Quest'ultima prece consolerà il suo spirito quanto la prima.

Sancio Pansa dunque era quell'uomo, che voi tutti ben conoscete. Aveva
anch'egli una madre, perchè Sancio Pansa fu una persona vera e viva
di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo
appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta, che sua madre,
per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai
delle cose umane. Narra di più, che un giorno ragionando di nobiltà,
di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso
affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due
sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro
che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente, che non so
come l'istinto la portava a dirsela più volentieri colla famiglia dei
possidenti.

Dunque nota bene: Chi va in prigione è povero o ricco.


CAPITOLO III.

Quando va in prigione un signore è un avvenimento che nessuno se lo
aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille
voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di sì, chi
dice di no.

La città è seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno
più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un
altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole. Un signore
in prigione pare alla plebe impossibile. – La plebe, che somma fatta
in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta,
è inutile, non se ne persuade, perchè non ce ne vede mai dei signori;
e così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate
unicamente per sè; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi, è un
fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. – Tanta è la
potenza dell'uso. – La plebe non crede che la colpa possa vestirsi
di panno fine,... crede che la colpa vada solamente vestita di cenci,
scalza, e col capo ignudo. – E sì che tutto il giorno ha in bocca un
proverbio pieno di verità che dice: L'abito non fa il monaco. – Non
giova: – quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la
mente non l'accorda. – La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta
persuasione oggimai s'è ossificata con lei.

Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un signore va in
prigione.

Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta
risoluto, – fa il viso più imperioso del solito, – squadra il
carceriere dai capelli alle piante, – poi gli ficca gli occhi negli
occhi. – Lasciatelo fare: il signore legge qualche cosa in quegli
occhi. È una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, – e il
signore se ne trova contento.

Se ne trova contento, e mette mano alla borsa: – la dondola con due
dita un momento per aria, – la fa suonare, – dice qualche cosa che
non vuol dir nulla, e il soprastante che è un gran chierco in tutte
le lingue, – anche in quella dei muti, – risponde subito; comandi,
comandi; – in quella stessa maniera, nè più nè meno, che rispondevano
gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un
tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra
e dell'inferno....

Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi.
E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro è così improvvisa,
così universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno
degl'incantesimi. In cinque minuti il signore è stato introdotto in un
nuovo _quartiere_; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, così
preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva
preso un tredici per un quindici; e il signore per tutta risposta gli
ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra
o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe,
ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza,
e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona
strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, – dove il
signore può fare anche all'amore, – e senza scandalo. –

Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! – _Fervet opus._
– Le piume sottentrano al pagliericcio, – le sedie all'unica panca,
– i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano
attenti e in silenzio. ― «Fate piano con quello specchio, – badate
al canterale, è nuovo di zecca; – ehi! quel Napoleone non è mica
di piombo, è d'alabastro, – voi lo maneggiate come una brocca, –
sagratissimo diavolo! – ci vuol maniera, – badate, ve lo dico, chi
rompe paga; – dove sono i vasi dei fiori?» ― Così grida affannata la
voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai.

In questo mentre il signore ha girato per tutti i versi la nuova
abitazione; – ha veduto e riveduto minutamente, – ha disposto dove far
la tal cosa dove far la tal altra; – dove dormire, – dove vegliare, –
dove pensare, – dove non pensare. Ha fatto di quando in quando diverse
dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece di un sì,
e viceversa. È un cattivo momento per discorrer con lui, – ha l'animo
troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiere
gli ha rubato la mano. Ella è finita, – vuol farsi onore, nessuno lo
frastorni, – tanto non dà retta a nessuno.

Laudate Iddio! l'assetto è finito, – si può respirare, – respiro
anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno.
Alla buon'ora. Adesso il soprastante è contento; – se lo guardate bene
nella statura, vi pare un dito più alto. – Si asciuga il sudore della
faccia, – si raffazzona i capelli, – compone lo scompiglio delle vesti,
– si scuote d'indosso la polvere, – si mette in somma in buono stato, –
nello stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al signore
con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il signore gli
corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora è tempo che anch'ei
se ne vada. E di fatti vedetelo là col cappello in mano, che se ne va
all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta.
Oh! il soprastante è un uomo di mondo. Sicuramente ha detto: servo
devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, – e l'ha detto in tono di
basso assoluto.

Ora manca null'altro? – Non saprei: – v'è la prigione, e il signore
v'è dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori!
La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libertà. Cosa
manca al signore là dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi,
comandi; – ed egli non ha inteso a sordo. Gli dà noia il divario, la
novità del locale? Può immaginarsi finita la scritta della casa abitata
prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; – può immaginarsi
il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri,
e che per questo abbia condotta a pigione provvisoriamente una casa,
come veniva veniva. Gli dà noia forse il non potere uscir fuori? –
Bene, può mettersi in capo che non ha voglia d'uscire, – che l'acqua
vien giù a rovesci, – che si è stravolto un piede montando a cavallo,
– che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anch'egli un
bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. – L'immaginazione è là come
un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi
mille fantasmi, e si protesta di vendere a buon mercato.


CAPITOLO IV.

Fra bene e male una buona mezz'ora è passata. Cos'abbia fatto il
signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono S. Antonio, non
posso trovarmi al tempo stesso in due luoghi. Ho lasciato il signore,
e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta
lontananza. Il soprastante ha girato due strade, – poi è riuscito sur
una piazza. Quivi a passi smisurati s'è accostato a uno stabile di
bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle
regole con certe parole cubitali, che dicevano: _Restaurateur_. Come
ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, – ha
preso tabacco, – ha fatto uno sternuto, – e poi s'è infilato su per le
scale. E io dietro senza perder tempo. Io son l'ombra del soprastante;
– non mica per nulla, vedete, – ma son curioso anch'io, – forse troppo;
– già sono stato sempre, – curioso forse come una femmina.....

Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato
il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato
il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato
sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare
s'è riscosso, – s'è rigirato in un _fiat_, e veduto il soprastante
ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon
giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che sì trattava. Allora
si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, – hanno parlato
forte, – si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il
trattore ha lasciato quel che aveva da fare, – si è messo in ordine, e
son venuti via di conserva.

Eccoli insieme alle carceri; – già salgono una scala, – due scale, –
tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore
dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, – la gira
lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, – e prima di
sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

― È permesso? si può passare?

― Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

― Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare,
e i miei doveri non li so d'oggi.

― Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

― Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

― Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

― Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria.

― Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.

― Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuol essere borsa, e
buon umore.

― Come vi chiamate?

― Marco Trappolanti ai servigi di Vossignoria.

― Avete un nome curioso.

― Eh! Signore! che vuole? tanto il nome che il grado son cose, che
bisogna portarle come Dio ce le mette adosso. Se stesse a noi lo
scegliere, non andrebbe così; – io mi sarei messo un nome lungo e
liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri
farei cucinare per me. Non so se dico bene, sono un ignorante.

― Bisogna contentarsi. La provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma
veniamo al pranzo. Come mi tratterete.

― Vossignoria di certo non vorrà stare all'ordinario, – mi parrebbe
un'offesa a proporglielo. Del resto la tratterò come merita, come vuol
essere servita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; – com'ella
vede, ci sono invecchiato. Scelga, chè io son qua tutto per lei. Vuol
cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese?

― Per non confondermi le assaggerò tutte. L'ordinario non lo voglio;
– mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota che vi darò.
Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; – mi contento, che me lo
diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare, che col fatto smentirete
la cattiva impressione, che produce il suono del vostro cognome.
Scommetto, che siete un galantuomo. Dite di no?

― Eh! non ho detto nulla, – e come vede io non sono in prigione.

― Bravo! è una risposta che vale un paolo. Prendete _(gli dà un
paolo)_. Andate, – spicciatevi, – servitemi bene, – ed io penserò a
voi.


CAPITOLO V.

Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla
famiglia dei poveri. Povero! – ma sentite che voce? – La combinazione
stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo è una cosa che dà
addosso; – il nome stesso è così fiacco, che non si regge ritto.

No, – io non ci credo, – non ci credo neppure se me lo dicesse ella
stessa. La Natura non ha fatto i poveri: ― ella è buona, – ella
è savia, – è madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e
vuol bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai
stampato questa moneta, bisogna pur dire, che non avesse più credito,
che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto
meglio a rompere il conio, – avrebbe fatto meglio a mettere in circolo
degli assegnati, – avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa è
tuttavia di metallo, – ha un valor benchè minimo: ― il povero è peggio,
– è una moneta di fango.

I poveri, via, non ci volevano; – essi stessi ne vanno d'accordo. ―
Ma come mai son diluviati in questo mondo ad ingombrare le strade,
i vicoli, le piazze, in guisa che il Signore per poter passare
disperatamente è costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi
ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho
dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi
qualche cosa per amore di Dio.

Così è, – la storia è come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi,
la stampa, non serbano traccia nè del come, nè del quando fosse fondata
la setta dei poveri; – non serbano neppure il nome del fondatore.
L'antiquaria ha cercato dappertutto, – per terra, – per mare, – per
aria, ma non ha trovato nè pergamena, nè medaglia, nè altro documento,
che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in
grado di rizzare nè anche un tronco d'albero in memoria della sua
origine. Quel poco che ne sappiamo è che la setta rimonta col suo
principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal
dominio della storia, e conta un'antichità canuta tanto da dar gelosia
a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo
è sempre prudente, – ma tuttavia per le buone regole credo bene
avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia
delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato, e chi sa
dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli
avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso? _Quando
Adamo zappava ed Eva filava, dov'era allora il gentiluomo?_

Povero! – Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso
staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io _ipso
facto_ lo dichiaro matematico più valente di Galileo. I poeti, per dare
un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine
dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; – potevano toglierla
ancora dai poveri della terra, e così avrebbero avuto un paragone di
più. ― Non v'è che dire, – è la più vasta setta di quante apparissero
mai, – rimasta sempre in seduta permanente, – e riceve gli adepti alla
rinfusa, – senza chieder loro come si chiamino, – senza guardarli
neppure in faccia. Non ha misteri, – non ha sotterranei, – cospira
sotto la cappa del sole, – non ha timore della _Police_. Ella non è una
setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.

O poveri! – Voi siete ricchi di pazienza più che altri non crede.
Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte voi vedete le stelle,
chi non fosse povero bestemmierebbe, – penserebbe al freddo, – alla
guazza, – alla pioggia, – al malore che gliene potrebbe incogliere.
― E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un dì saranno
casa vostra, – che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, –
che avrete tutti i giorni Domenica, – che le anime vostre potranno
svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra
un tappeto. Così sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del
letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni,
di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebbria – vi affascina
il cuore, – colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma
profonda. ― O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, – e Dio.... vi
mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste
le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia
del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri
milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà
la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle
sue mille lingue di fuoco?


CAPITOLO VI.

Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe
bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento:
buoni, buoni, – ho ritrovato il filo. ― Ma, di grazia, stateci attenti
ancor voi, – io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi
sembra neppure. Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi
sa dove, – forse in un pantano, – forse sur un prato fiorito, – allora
tentatemi per un braccio, – tiratemi una falda, – rimettetemi insomma
sulla vera strada. Io n'ho di bisogno, – voi lo vedete da voi; – non
posso camminar diritto, – serpeggio sempre, – ormai è un vizio che
s'è convertito in una seconda natura. ― Per questo ho stimato bene
avvisarvene. ― Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il
filo mi sfuggiva nuovamente di mano. ― Su dunque all'opera.

Ecco il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo,
che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente,
come il cavallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete
veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien
quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che
schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! ― Cos'ha fatto? ― Come si
chiama? ― È del paese? ― È forestiere? ― È un ladro? ― È un assassino?
Dove ha rubato? ― Conoscete l'ammazzato? ― Quante ferite? ― E via
discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. ― Ma
non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse
innocente? – Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha
detto. Ei l'infelice percorre le vie di fretta più che non vorrebbe;
– il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo così
pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito,
– tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più
grottesca; il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni
sono era già un cappello vecchio, – ora è uno sgomento a definirla.
– E la camicia non è di canapa, non è di lino, – nè di cotone, – nè
di stoppa; – è d'una stoffa che non è stoffa, d'un colore che non è
colore; – una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero è meglio
contentarsi della pelle che ti diè tua madre, che avere una camicia
come quella! – E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto
o a rovescio, se il davanti è di dietro, e se il di dietro è davanti;
– se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perchè
ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante sono! e
come affollate! e si montano addosso una sull'altra come una turba di
curiosi quando c'è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto
quei calzoni? Giudicandogli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora
un magnano. – Tutto questo vuol dir nulla: così vestito com'è, viene
avanti; – un piede ha calzato di mota, – l'altro gli sta in una scarpa,
mezzo sì, mezzo no. Ei l'infelice è vicino a toccare la meta del suo
viaggio. È un viaggio che i poveri fanno frequentemente, – di rado
sciolti, più spesso legati, – e non lo stampano, perchè son modesti,
nè li rode la smania di farsi un nome a _tout prix_. È un viaggio che
non fanno mai in vettura. È scritto che il povero vada sempre a piedi;
– sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il
Povero va colle sue gambe in prigione; – e deve andarvi, fosse anche
paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. – Il povero
non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo
porta al patibolo, – dalla vita all'eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d'ingresso, – all'arco trionfale
della miseria, del delitto, dell'innocenza che la calunnia può
convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie,
e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, – col
medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che
sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa
mozza di Luigi XVI, l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non
mette divario. – Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, – trionfo
di vergogna e di dolore. – La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur
ella cos'altro più aspetti; ella non è sazia ancora.


CAPITOLO VII.

Il Povero è avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono
più volte; – voltano a destra, voltano a manca; – è un intreccio che
la mente alla prima non può raccogliere in ordine; – in fine danno
in un corridore lugubre lugubre, dove si può vedere l'oscurità, come
disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti
in fondo si fermano. Di lì a pochi minuti s'ode un rumor di passi che
sempre più si avvicina; – finalmente senza averlo veduto comparisce un
uomo con un mazzo di chiavi, – un uomo per così dire, con un viso duro,
un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. – Gli sbirri non gli
dicono che due parole, e poi se ne vanno.

Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. – Ma
non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il Povero non osa,
il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio
ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il
cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso
più dell'uomo che deve passarvi, – poi si tira un passo indietro, come
per dire al Povero: – entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il piè
sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma
gli dà una spinta, e lo butta là come una cosa, che non è più buona a
nulla. E così come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non è
troppo lunga e con una spinta s'andrebbe anche più là, se il muro non
si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono
salmi e candele. Egli non è tentato di frugarsi le tasche, perchè non
ha tasche; – e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli
dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e
coniati piovessero giù dal cielo come le goccie dell'acqua. E in verità
io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo: – forse un
conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, – forse un
rosario, se pure la Miseria col suo fiato ardente non gli ha cancellato
dall'anima quel segno lieve di fede, che l'amor di sua madre v'impresse
quando egli era un fanciullo.

Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra
il sì e il no: poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta
di farlo, – ma il soprastante con un volto di pietra gli disfà quel
sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, –
tituba, – gli sembra che il suolo si avvalli; – era pallido pallido,
e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; – cerca una parola,
e non la trova; – se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo,
ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola.
Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; – si affacciano tutti in un
gruppo, – possono sboccare. Però se tu guardi attento, su quella faccia
v'è un'espressione di preghiera, – un senso profondo di supplica, – non
per sè, – ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, – alcune poi vorrebbe
dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa
sua una parola di amore, una consolazione; e se invece d'un carceriere
avesse un uomo dinanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane
ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando
tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano
di carezze, di baci, di mille dimande, – e mangiavano insieme il pane
delle sue fatiche; – aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire.
Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi
ama, e che vi nodrisce? – La sera è diventata notte, e non lo vedono
venire poveri suoi figliuoli! lo vanno a cercare di su e di giù, ne
dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s'è
fatto più tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che
sarà successo di lui? – Allora il dubbio comincia le sue torture, –
li fa sperare, e disperare, – piangere e ridere, – li rende insani col
vortice della sua fantasmagoria, – vortice infernale, illuminato d'una
luce livida, dove passano rapide rapide mille figure diverse, – dove or
sì, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano
ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, nè
mangeranno. – E la fame non è sola; – la fame ha fatto alleanza col
crepacuore.


CAPITOLO VIII.

Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si è rincacciato
nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir
tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue
orientali, – fosse pure un Mezzofanti, – non sa leggere la sventura, o
se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso
volume di affetti, che spiegava la tramutata faccia del carcerato; –
o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolio delle
chiavi, e dei catenacci.

Il soprastante è partito.

                             . . . . . . .

E tu pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle
tue passioni. Il peggio è, che non puoi piangere ancora; ma piangerai
più tardi, – non può mancare. – Una lagrima fu data alla gioia, una
lacrima alla sciagura; – la prima rinfresca, l'altra arde come la lava.
– Piangerai più tardi, e il tuo pianto sarà bello, perchè non sarà
tutto per te; – piangerai pei tuoi figli, per la madre se l'hai, forse
per un amore, forse ancora per una patria.

E perchè vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non
potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del
povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana?
Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vel pensate,
potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron,
un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi,
e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, – ma
la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera
donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino,
e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe
un cognome, – sarebbe un mendicante, – al più un lavoratore della
campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakspear, Rousseau, Franklin,
di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da
quel verme un dì sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori
immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? – L'organismo umano
rompe le leggi della gerarchia sociale, – e quando l'Occasione batte
sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar
più scintille. Allora la storia non è più confinata in un gabinetto
a sommare le partite di frodi, che la diplomazia ha segnato nei
numerosi suoi protocolli; non è più stipendiata a descrivere una guerra
puerilmente sanguinosa, ove non si vedono in cozzo che due bastoni di
maresciallo. La storia si slancia da quelle angustie, e la superficie
nel mondo è la sua pagina, ed ogni linea che v'incide è un tratto di
luce; – allora la Rivoluzione Francese sorge come un'epopea magnifica,
immensa; sorge Mina e l'Indipendenza Spagnuola; sorge la lotta titanica
della Grecia moderna. Oh! gli ultimi eroi della Grecia non erano
cavalieri dello spron d'oro!

Sì, pover'uomo; il tuo cuore può _gemere per me, per la patria, e per
te_. Dacchè non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti
fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai più buono
e più generoso del mio. Io non voglio toglierti quello che non posso
darti.

Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per
questo più o meno miseri di noi, a quest'ora avresti già preso il
tuo partito; – avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna;
– avresti cantato non so quante canzoni; perchè il povero in mezzo
agli stenti e alla sua nudità, quando ha il cuore franco, canta del
continuo, – canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel
che trova, e muta nido ogni sera.

Ma tu non sei solo; – e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore.
Ora perchè guardi le muraglie? perchè crolli mestamente la testa? –
Tu hai ragione; – non hai che due mani, e non son buone a fare una
breccia; – tu guardi l'inferriata, ma è doppia, e ci vuole una scala
a salirvi; – tu guardi la porta, ma è grossa, e foderata di ferro, e
sigillata in maniera, che non dà l'adito neppure a un sospiro. Oh! il
tuo sospiro non penetra di là nel mondo; e il mondo già non l'udrebbe,
o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe
il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuol godere, e chiama breve la vita,
breve tanto, che mala pena dà tempo di pensare a sè. E poi, il mondo
non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato
mille delitti, che la Natura umana non riconosce? – _Requiem æternam._
– Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei ancor morto; – t'hanno
deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E
il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di
rumore e di vita.

O pover'uomo! potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su
quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il
dolore non dorme mai; – veglia inesorabilmente, veglia come un marito
geloso, perchè il mondo è suo, perchè addormentandosi teme di allentare
gli artigli, teme che la preda gli fugga.


CAPITOLO IX.

― Uf! non è anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli
date più noia voi, che la sua disgrazia. ― Queste parole mi pare di
sentirmele già arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con
quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere. Ma che
volete? Il solo Dio senza difetti. – Io l'ho questo vizio, preso fin
dai primi anni; quando comincio, non la farei più finita. E non ho
riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; – non serve,
che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino. Tutt'altro; – allora
vado più che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e può
darsi: non lo sapete il proverbio? – Ogni vipera ha il suo veleno. –
E tutto il male fosse qui! lasciamo andare; – ci sarebbe da discorrer
troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quel mio Povero mi sono
trattenuto un poco più del dovere: – quando è vero, è vero. Figuratevi!
non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E
oramai chi sa, se sono più in tempo! È la verità che i signori vanno
tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c'è rimedio; – ho fatto
tardi; – l'orologio mi condanna. Questa poi mi dispiace. Son tanto
curioso! vorrei veder tutte le cose, – anche quelle che mi facessero
storcere la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere
stare accanto senza esser veduto a......

(_Qui il Manoscritto è affatto inintelligibile_).

Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del
mondo; – non mica che vi sia nulla di male, – ma per non entrare in
intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente.
Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza; – mi basta di
sapere, e non vado più là. ― Ma che faresti di tante cose, quando tu
l'avessi sapute? ― Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli,
tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conosceste appieno
chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh! se potessi rubare
quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi
mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a
una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti
col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! immaginate voi
che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva
all'insù, – che dormiva per parte, – che aveva in capo un berretto,
o una cuffia!.... immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando
io ci penso, vado in estasi! Altri sogna di vincere un terno, altri
d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; – io sogno
sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del
giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse
far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che
farei miracoli. Mi adatterei a lavorare una parte della giornata, – mi
adatterei per averlo anche a camminar lesto.

Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, – ora a forza di ciarle
è più tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso. È inutile, – io lo
so, – il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo
in tempo. Chi vuol venir meco? Su via, qualcheduno venite; ho piacere
che tutti godano. Ehi! là, galantuomo! voi che mi avete l'aria di
esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare così fino
a dimani, volete venire a sentire, e a vedere? Guardate! un cane è
già sotto alle finestre, – ha levato il muso da terra, – e guarda in
su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo
bene quel riso amaro che avete fatto; – il supplizio di Tantalo non vi
aggrada. Il cane è corso per le sue buone ragioni; quella bestia è a
miglior partito di voi. Un cane può mangiare un osso se non gli danno
la carne; – l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli
servono.

Amici, io ci sono: – vedo il Signore che lavora lavora con un coltello
intorno a non so qual cosa, – par che tagli un non so che di duro; –
in che diavolo si affanna il Signore? – di qui non ci scorgo troppo, –
voglio farmi più appresso.

_Pta!_ l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli; – è
_Sciampagna_ per...!

Io non lo sapeva, – la pigrizia è la mia rovina; – ella mi si è fitta
nell'ossa, e per cagion sua non sarò mai un uomo _comme il faut_. Sono
arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio.
Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il _dessert_. Ci
vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho
fatto. È una perdita seria, effettiva. Io che son tanto curioso non ho
potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine!
io che ho veduto così di rado desinar dei signori, – che vedo sempre
a mangiare dei poveri, – e che perfino quando mangio io stesso ho di
faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice
tutto appuntino, e senza pietà! È una stizza maledetta, che mi farebbe
dare al diavolo; – non c'è maniera nè anche di potersi illudere.

Io ve l'ho detto, – la pigrizia è la mia rovina; – che ci fareste voi,
che non ci avete niente a che fare? io stesso, io parte interessata,
non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo in carità; – parmi
di sentire aprir l'uscio pian piano; – ella è così; – l'orecchio non
mi tradisce, – è lungo più del bisogno; – la mia vocazione era di farmi
dottore, – mio padre non ha voluto, – io non ci ho colpa.

Ella è così; – l'orecchio non mi tradisce; è stata schiusa la porta.
Venite, venite; io non dico per ischerzo; – il carceriere s'inoltra
in punta di piedi, – non fa un rumore, – è leggiero come un alito; –
un gatto ne perderebbe al paragone; – è carico, che non ne può più.
Cosa ha messo su quella tavola? – Ora ho visto bene; – è un bel lume
all'Inglese; – ora ha posato un calamaio, della carta, dei libri;
poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si
leva di seno; – oh bella! sono i giornali; e perchè no? – il Signore
deve sapere come vanno gli affari, – anch'egli ha il suo partito in
politica, – e poi ha una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli
di Londra; – se non gli premono i _Tories_, o gli _Whigs_, se non gli
preme il _juste milieu_, la _gauche_, la _droite_, i consolidati gli
premono; premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi.

Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in facende, e tiene
un bicchier di _Porto_ vicino due dita alla bocca. Il Signore è
tranquillo, beve e lascia fare il soprastante.

― Or ora verrà il caffettiere. Vossignoria beverà un _Moka_ stupendo,
e bollente. Sentirà che Rum! Giammaica di nome e di fatti. ―

Il signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il
soprastante riverisce, e butta giù stringendo gli occhi.

― Quegli avanzi li volete?

― Troppa grazia, Signore.

― Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.

― Con Vossignoria io non so che obbedire. ― E la sua parola non
manca. Gli avanzi del pasto son lauti; – prende, prende, e riprende.
Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo.
Quando si tratta di prendere, la gioia ti moltiplica le mani; – per
pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo
per infino una posata fra gli avanzi, e se n'è accorto per miracolo.
Ora è così pieno zeppo di roba, che vuol essere un brutto impaccio a
licenziarsi col solito inchino; – nondimeno vuol fare il suo inchino;
– eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la
testa ti pesa più che non credi, e poco è mancato che tu non faccia un
capitondolo.

Il Signore ha riso veramente di cuore, e si è levato da tavola.


CAPITOLO X.

Che buon odor di caffè! Sentite, il profumo vien fino a noi; – come mi
lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta; è un
_Levante_ legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so
come; ma me ne intendo.

Attenzione! attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; –
eccolo là fisso fisso; – ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha
ritirato, come se noi non fossimo nessuno; eh! ve l'ho detto sempre;
saranno buoni, affabili come volete, ma, dàgli e ridàgli, il ticchio
del signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! – bianca come il
latte; – non è mica di gesso, che abbiate a credere! – è spuma di mare,
e sarà costata le belle monete. – E il tabacco? – è _Latacchia_ pretto
pretto, come voi siete un uomo. – E che foglio legge? – che disgrazia
l'esser miope! – Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso
quel vostro paio d'occhiali, che voglio leggere il titolo del giornale;
– tanto voi non sapete leggere; – ho capito: _Journal des Débats_,
ho capito; il Signore è del partito ministeriale; – non può essere a
meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne
avete? – Come legge attento! Si vede bene, che vuole intendere. – E
non è mica brutto il Signore! – colore bianco e rosso, carni fresche,
un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede
l'uomo, che se la gode, e lascia arruginirsi chi vuole; – nel suo
giusto _embonpoint_; se non capite il Francese, andate a scuola; io lo
capisco. – E quant'anni gli date? – Alto alto, a vederlo, io dico che
passa la trentina; – come no? sentite, giù per lì dev'essere; sbaglio
di rado in quanto a fisonomie. ― E il Signore non ha moglie? ― Chi ve
l'ha detto? l'ha presa non è anche un anno, e di par suo; – e che buona
dote! e che bella ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in
un bicchier d'acqua. ― E le vuol bene? ― Così così, tra il freddo e il
caldo; – badiamo veh! non la strapazza mica, non la bastona, che non
aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio; –
non la cura troppo; – eh! il Signore ha un affare vecchio; non lo può
lasciare; ha provato, ha riprovato, – è stato impossibile; – c'è una
malia di mezzo.....

E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha
finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur
anche.

Cappita! quel chiudere ancora le imposte m'è andata giù male. Se
avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere metà dai vetri, e metà
coll'indovinare, _faute de mieux_, mi sarei contentato. È agra davvero,
e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi, che stravaganze!
Che il Signore faccia la _siesta_ è nelle regole, lo vuole il _bon
ton_, lo vuole il ben essere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire
è una stravaganza; – lo dico e lo sostengo, ora e sempre, – _ahora
y siempre_. – Come farò a render conto del come dorma il Signore? Se
dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh!
è una disgrazia, è una lacuna irreparabile in questa istoria, che non
saprei come riempiere, se non coll'andare a dormire pur io. E badate,
che ci riesco, e son capace di farlo. Vedete voi, che stravaganze! quel
chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto
tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno? Vedete,
io sono così sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del
dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni, che gli passeranno
traverso il cervello. E poi, non poteva darsi, che fosse un di coloro,
che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere? – cose,
che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe
dette nè anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale
del letto, quando il prete ti dà un passaporto in latino per l'altro
mondo: _Proficiscere, anima christiana_; che significa: vattene, anima
cristiana. Il tono è un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne
avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di
provvedersi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. – Vedete
voi, che stravaganze! sul più bello mi chiude in faccia le imposte! io
ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene
dell'inferno.

Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che
volete? I signori non russano. Oibò! la _bienséance_ non lo permette.
Dormono leggieri leggieri, che non è cosa da credersi. Dormono con
tanta disinvoltura, che io n'ho veduti dì quelli, che tutti credevano
desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, – ma il suo perchè ci
dev'esser sotto. Basta, quando io sarò signore, venite, e ve ne dirò la
ragione.

Non v'è rimedio; – il meglio è darsi pace. Vuol dormire il Signore,
senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso
proibire. Silenzio dunque, lasciatelo dormire.


CAPITOLO XI.

Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre
chiuse, – nessuno si fa vivo. Non so più quel che fare; sono andato su
e giù lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, – non
ne vogliono più sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione!
ora potrebbe alzarsi; – il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel
che è peggio, fa ottusa la testa. È vero ch'ei può farne di meno, –
ha una buona borsa, – ha più del bisogno. Giova tanto poco la testa!
per i più non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero
per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo,
e Dio voglia che resti lì. – Ma le finestre son sempre chiuse! O
pazienza, pazienza! è passato un carro, che ha fatto rintronare anche i
tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene, che ha una buona
coscienza! dormire di quella fatta! come farà stanotte? felice lui!
non ha debiti, non ha inquietudini, e però fa tutta una tirata. Eh! non
son bagattelle! son due ore buone che dorme; – il Sole è andato sotto,
che non è poco; – già già si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore,
che farà un'opera meritoria per me. Se potesse sognarsi, ch'io son qua
fora, e mi struggo per lui, già si sarebbe levato. Sì, ho un bel dire;
egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.

Tanto tonò, che piovve. Ho sentito rumore, – qualche sedia rimossa
dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non
entro più in me dall'allegrezza! Potrò nuovamente veder qualche cosa,
– potrò raccontarla. Mi son sentito rinascere; – viva il mio buon
Signore! egli ha dormito di pro, – si scorge agli occhi, alla faccia,
alle membra che stira saporitamante. Ora beve un bel bicchier d'acqua;
– eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; – sta nelle regole di chi sa
ben vivere. – La buona vita fa la buona morte. Ora si affaccia alla
finestra canterellando un'arietta; – mi par della _Gazza Ladra_, se
non m'inganno; – e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca
di capelli castagni, e intanto respira l'aria fresca della sera, che
finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.

Appena il mio Signore è ben desto, scuote risolutamente la testa in
atto di accingersi a qualche facenda di rilievo. Staremo a vedere
quello che saprà fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi
accorgo, che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere,
perchè rimane nel buio. Già me lo immagino sarà il soprastante. Già ho
capito il tenore dell'ordine: era di accendere il lume; – non pensate
mica un lume solo; – tutt'altro! – questo non usa, che in casa vostra,
quando non è Luna piena, perchè allora prendete quel della Luna, che
non ha bisogno di essere smoccolato, e dura la notte; – ma avranno
acceso benissimo la mezza dozzina dei lumi, e più ancora. Guardate
che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! non vi sentite
rallegrare a guardarla? È incontrastabile, – i lumi son sei, se non son
otto; – vorreste negar la luce?

Ma stiamo attenti a quello, che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha
tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; – ecco, ne tempera una, – ne
tempera due, – ne tempera tre. Badate là, – ora prende un quaderno di
carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco! è fina davvero quella
carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuol mica scrivere al fattore; si
vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!

Non vi movete. Che ve ne andate di già? – ora viene il meglio. Ecco,
il mio Signore s'è messo al tavolino; – ecco che ha già cominciato.
Fin qui non v'è molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa.
Per un curioso tutto è buono; – il minimo che mena a delle scoperte
importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa
via via inclinarsi e rilevarsi; – vedo tuffar la penna; – ora s'è
grattato dietro all'orecchio destro; ha stracciato un foglio; – la
lettera non veniva a modo suo; – un foglio nuovo, e da capo. Ora sì,
che tira via, – ha trovato la strada, – non si ferma un istante, –
la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se lo
impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in
carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate,
spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v'è più ritegno.
Dimandatene agli scrittori; – pare che quel dir forte l'idea, che vanno
a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti
è così; la declamazione è il colorito del pensiere. Ma zitti! zitti!
il Signore s'impegna; – sento un mormorio; – crescerà, se Dio vuole,
– diventerà voce scolpita; – diventa, diventa! Oh! io sono un uomo
felice, io credo nella mia buona stella! – Ascoltiamo: – uh! se non
fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi
contento; ascoltiamo:..... _una nera calunnia.... così non si tratta
un gentiluomo.... badare a ciò che si fa.... scoprire la cabala....
guai a lui!.... so maneggiare una spada.... Siamo il più..... sostegno
dell'ordine.... la canaglia in prigione, sta bene; ha..... d'un
freno.... l'anarchia regnerebbe.... le..... classi vanno rispettate....
riprese, ma non punite..... la canaglia si crede qualche..... e la
Ragion di Stato è.... princìpi son conosciuti..... innocente.... non
deroga a sè stesso.... riparazione pubblica.... conveniente alla mia
condizione... servo – Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi._

Oh! vediamo, se la metto insieme; – ho tanto in mano da ripromettermene
bene.


  «Eccellenza!

«Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa
città, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto, che
Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, darà tutte le disposizioni
necessarie, perchè io sia quanto prima rimesso in libertà. Credo
fermamente, che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Però
così non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ciò che si fa in
materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a
scoprire la cabala, e l'uomo perfido, che l'ha tramata. Guai a lui! se
arrivo un giorno a conoscerlo; – so maneggiare una spada, e sul terreno
vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il più saldo
sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo. Che vada la
canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo
l'anarchia regnerebbe. Vostra Eccellenza conosce e sente, che le alte
classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non
punite così volgarmente. Se no, la canaglia si crede qualche cosa, –
l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato è perduta. Io fortunatamente
non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei princìpi son
conosciuti abbastanza; – sono innocente; – e un gentiluomo par mio
per nessuna bassezza non deroga a sè stesso. Mi dirigo pertanto a
Vostra Eccellenza, perchè l'onor mio abbia una riparazione pubblica,
immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra
Eccellenza accolga le proteste della mia più alta considerazione.

  Di Vostra Eccellenza

                                       Umilissimo e Devotissimo Servo

                                Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi.»


Aha! mi sento riavere. Mi è costata fatica, ma pure l'ho messa insieme.
Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto più d'un naturalista, quando
da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura
d'un corpo qualunque. Sì, ho fatto più d'un notomista; – il corpo è una
cosa certa, e definita; – lo spirito è vario, incerto, e mobilissimo.
Son contento come una pasqua! contento come un sonettista quando ha
trovato una bella chiusa! Sì, ne son contento, ne vado superbo; –
confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una
sillaba.

Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera,
un po' col compiacermene, il tempo è trascorso, e il mio Signore ha
scritto le rimanenti, ed ora v'è sopra a calcare il sigillo. Ma va, che
l'ho fatta buona! e adesso come si stilla? è una rottura, che non si
accomoda; – chi è che sappia leggere una lettera già sigillata? Potessi
averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; – ma vàlle a toccare,
se ti riesce! Eccole là! io magari le toccherei! – ma il Signore non
ci è per nulla in questo mondo? Eh! non c'è rimedio! eccole là! – il
morto è sulla bara; – son quattro giuste giuste; – posso sfogarmi a
leggere la sopraccarta, mercè delle lettere lunghe un mezzo dito: –
basta! è meglio poco che nulla; – eccole là! son quattro in fila, nè
più nè meno; si leggono come di giorno; – la prima al Marchese, l'altra
al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare!
si vede bene che al Signore è già venuta a noia la prigione, che vuole
uscirne per _fas_ e per _nefas_. Tutto vien messo in moto, tutto a
contributo, per uscir di prigione; – la toga, e la spada; lo scrigno,
la cantina, e la donna. ― In prigione ci hanno a stare i poveri e i
matti. ― Voi parlate come un libro, mio bel Signore. Sì, venite fuori,
anch'io lo desidero; – così potrò vedere più da vicino i fatti vostri.
Voi n'uscirete senz'altro, – avete troppe ragioni dalla vostra; –
solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i
chiavistelli! Sì, mio bel Signore, voi n'uscirete, e presto; – io lo
desidero anch'io, per voi, e per me.

Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il
Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, e a guardarla gli
sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto! è
un _billet doux_, – è una cosa, che mi passa l'anima per non averla
sentita. Scrivermi un _billet doux_ sotto gli occhi e non poterlo
sentire! Se ci penso un momento di più, addio cervello, addio tutto.
Un _billet doux_! non vi par di dir nulla, un _billet doux_! Io che
per leggere un _billet doux_ non avrei quasi scrupolo di portarlo! Io,
che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far più altro; – lascerei
tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e
le virtù; – non mangerei, non dormirei, farei la vita d'un martire, mi
ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro,
voi ne vedrete delle belle! – una e una due; – ma questa è più agra
dell'altra; – questa, e l'affar dell'imposte mi fanno dubitare della
mia buona stella.

Certo la mia buona stella in questi due casi si è portata male; – una
cometa non poteva farmi di peggio; – e poichè ella ha preso la mala
piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada onde non
m'avesse a incogliere un qualche malanno più grave. Già l'ora è tarda;
– saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa più un'anima.
Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolontieri. Non so
chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una
scala, – sento girar mollemente una chiave; vedete cosa vuol dire un
minuto? Un minuto spesso decide di tutto; – spesso non ci è tesoro, che
possa pagare il valor d'un minuto. ― E chi sarà in un'ora sì tarda? ―
Oh bella! è il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita
frase:

― È permesso? si può passare?

― Appunto voi; passate, passate.

― Ho forse tardato troppo?

― No, siete venuto in tempo: ho finito in questo momento. Eccovi un
mazzo di lettere; dimani a un'ora competente, che sieno tutte spedite.
Non fate sbagli, vi raccomando; son cose che premono.

― Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a
cui vanno, e senza adulazione posso dire, che Vossignoria non potrebbe
esser meglio appoggiata; son persone che fanno e disfanno, e dopo non
c'è nulla a ridire. Ella già non ha bisogno di tutto questo; – si vede
bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei
esser nei piedi di chi s'è preso un simile arbitrio. Specialmente
quando lo saprà la Contessa, è capace di sputar fuoco. Io son vecchio
di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono
per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti
dì travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si
figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo
subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra
Vossignoria; – riposi bene; – se stanotte ha bisogno, non faccia che
chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.

― Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete già
scordato l'affare, di cui vi ho parlato stamani?

― Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato, però mi ricordo di tutto.
Il numero, mi pare, 1613?

― Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la
letterina; fate che recapiti con bel garbo. Già non ci andrete voi?

― Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo
anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire. Ci
mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da
comandarmi?

― Null'altro per ora.

― Dunque la lascio in libertà; riposi bene; buona notte.

― Buona notte. ―

Ed io scrittore, che sono in prigione anch'io, e non ho nessuno che me
la dia, giacchè la buona notte mi è capitata sotto la penna, me la dò
da me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.


CAPITOLO XII.

― Ma il Povero dov'è rimasto? ― Che v'importa del Povero? se, invece
di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non
mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi
sareste venuti dietro, – vi sareste arrampicati uno sull'altro per
arrivare alle sbarre della prigione, – avreste consolato quel misero
colla vista d'un volto umano, – vista più cara del cielo in quella
oscura solitudine; lo avreste chiamato per nome, – gli avreste gittato
un pane, una parola soave di compianto; avreste infuso olio e vino
nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; – e invece avete fatto
peggio del Fariseo, – non gli siete passati neppure d'accanto. Che
v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete
voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore
in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho
io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli
argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito
le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori
velocemente come dardi, – e il calcolo non avea tempo neppure di coprir
loro le vergogne? – Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un
nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perchè
veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero
non aveva nulla da farsi invidiare, – invece aveva bisogno d'una
consolazione, e d'un tozzo di pane. – Ecco perchè non siete venuti
meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un
egoista? Io non mi fido della mia pietà; e, se l'ultima somma è più
sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo,
per cui mi son trattenuto tanto tempo Povero. Sentite, se vi torna.
Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, – e allora io mi son
mosso, – gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per
contradizione. – Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando
tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; – e, se la cosa è così come
io la espongo, allora alla pietà tocca il secondo luogo, se pure un
luogo le tocca. Non sono io forse un egoista? non è la contradizione
un egoismo? La beneficenza stessa non è sovente un egoismo? Perchè in
certi Stati si sviluppa più che altrove lo spirito di associazione,
lo spirito di sovvenimento? – Perchè l'ambizione è palpata, perchè
l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il
nome di chi l'ha fatto. Gesù Cristo conobbe questo peccato dell'umana
natura, e per questo inculcò come un dovere sacro, come un precetto
di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede;
tentando così con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando
di assuefare l'umanità a fare il bene sempre, e sinceramente, non a
sbalzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia
altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare,
se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e
giudicate.

Avete deciso? ― Il primo prossimo è sè medesimo. ― Questo grido fu
infuso nel sangue, e circola per le vene d'ogni mortale, – ponetelo
pure in qualsivoglia grado di società; – prendetemi pure il selvaggio
errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente,
dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione
sommaria di una lunga e costante esperienza, questo è il Vangelo di
tutti i proverbi passati, presenti e futuri. – La maggior parte vede
l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per
esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa
mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. – La maggior
parte non capisce nulla in questa materia. – Quel tale, che lapidasse
il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il
sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo,
è pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di
un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore
di un sentimento, che gli rappresenta più della vita; muore, perchè,
sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso,
un dolore intollerabile; muore, perchè nel suo speciale organismo
in certi dati casi la vita è una perdita, la morte è un guadagno.
L'egoismo è un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni,
un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo è l'uomo,
o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi
ne fate una pietra; non ha più ragione di operare nè il bene, nè il
male. L'egoismo è l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non
potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione;
potete bensì modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima
della educazione. L'educazione è buona o cattiva, come sapete; – e
dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può esprimere tutte le
gradazioni della virtù, tutte quelle del vizio. La buona educazione
lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene
generale. Così l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo
un milione, orna invece la sua città di utili istituzioni, e in capo
all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavitù del peccato e della
ignoranza. E questo perchè? Vuol dire, che la buona educazione con
un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo Vanità, affascinandogli
gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un
oggetto in un altro. – La trista educazione lascia andare l'egoismo
come un toro infuriato, e gli aggiugne stimoli sovente; allora ei non
cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; –
e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purchè la trovi
di mezzo fra sè e la borsa. Così dipartendosi da questi due limiti
l'egoismo può rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo
del demonio; – può esser la Ragione o il Fanatismo, – la cicuta o la
rosa, – può essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle
Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare,
e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un
aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e
le stimate della infamia.

L'Egoismo è il Proteo del Bene e del Male.


CAPITOLO XIII.

― Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e
tornate al vostro proposito; – sarà meglio per tutti. Coteste cose,
di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa
e in rima, – son cose vecchie quanto l'egoismo; – e che per questo?
– mostratemi il frutto: – coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato
solo non si può, che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli
uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi?
Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei
neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar
sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie,
le cose camminano bene; – vincete sempre voi, – come quel giuocatore
che giuocava da sè. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali
dall'oche. Io lo so come vorreste gli uomini; – li vorreste tutti di
tre braccia, – di struttura slanciata, – un bel viso color di rosa,
– occhio ceruleo, – zazzera bionda, – vestiti di una tunica bianca,
– calzati di verde, – e che profferissero da mane a sera orazioni
giaculatorie di amor fraterno. E vi dico, che a prima giunta sarebbe un
bel colpo d'occhio, – in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe
non l'avete voi, e il vostro desiderio non può avere sfogo; – e invece
di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un
miscuglio bizzarro oltremodo, un caos, che non finisce più mai. Vedete
nani e giganti; – uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento
colori; – vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini
ignudi; – chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto; – e
via discorrendo. E per questo? perchè una vostra idea non ha sfogo,
vorreste andare a finire in un pozzo? Oibò! non vi fate tentare. Il
mondo va preso come il vento, – va preso come viene. Volete contrastare
con la corrente? – pensateci prima due volte, – il minor rischio è
quello di annegare. Tanto voi lo vedete; – non si sa chi abbia ragione,
se il Torto, o il Diritto. Se uno vince oggi, l'altro vince domani; –
è un circolo vizioso, – è la serpe, che si piglia in bocca la coda, –
non ci si conosce nè principio nè fine..... Il Bene e il Male sono i
due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto
il Male, il mondo, perderebbe l'equilibrio, e cadrebbe tutto da una
parte, e così viceversa del bene. Se poi voi persistete nella vostra
idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; – voi,
che veniste a caso in questo mondo, siete però il padrone, di uscirne
quando volete, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre
ragioni. Non dubitate, – ai confini della vita non ci son dogane. Ma
forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie,
non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? –
_Bon!_ cosa ne concludete? – Che l'Errore è un guanciale morbido a modo
e a verso, come può esser la Verità, e che metà del mondo dorme i suoi
sonni placidi sopra questo, come l'altra metà li dorme su quell'altro.
Mi faccio intendere? parlate schietto, perchè io amo di ragionare.
Non avete osservato, che i popoli tengono alla natura degli uccelli?
che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due princìpi diversi
possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza
mai toccarsi? che la Libertà può affacciarsi al suo balcone, e dalla
finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? –
Chi è convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo
come chi è convinto d'un buono; – non esiste fra loro, che un divario
metafisico. – L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione, è
superiore o inferiore al sistema che lo circonda, – non può negarsi, –
ei ci vive a disagio; – ebbene, vi è il suo rimedio; scuota la polvere
delle sue scarpe, e se ne vada gridando come Scipione: _ingrata Patria,
non avrai le mie ossa._ V'è il suo rimedio; – il Francese Carlista può
andare in Ispagna, – il Liberale Spagnuolo può venirsene in Francia.
La terra è larga abbastanza: – _Nemo propheta in patria sua._ – Lo vedo
anch'io, che, senza sottoporre l'umanità all'archipendolo delle vostre
geometrie, starebbero bene tante belle cose! Per esempio, sarebbe
bene, che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per
vedere almeno chi piglia; – sarebbe bene, che la Giustizia tenesse una
stadera sola, e non una per il povero, e una per il ricco; – sarebbe
bene, che il Giudice quando va in Tribunale appiccasse al cappellinaio
anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poichè
bere un fiasco di vino di più non è un terremoto, – dell'altro vino
si trova; ma una testa di più o di meno è una cosa seria, attesochè
l'uomo non n'abbia che una: – vi ripeto, starebbero bene tante belle
cose! sarebbe bene anche, ch'io non fossi in prigione; – e per questo,
– se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? che serve
ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa
infranta; e finchè non giunga il tempo _ad hoc_, il vostro sangue non
sarà considerato; – i contemporanei appena si prenderanno la briga di
guardare, se il vostro sangue era del solito colore, o no.

― E voi avete finito? Il vostro è un discorso diabolico, e si scorge
bene, che siete di coscienza larga..... Dovreste essere un gran
partigiano del quieto vivere, – uno scettico. Lo scetticismo è il
sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire, che abbiate
spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro
quadro, che ai più sembrerà plausibile. Avete esposto dei fatti, avete
detto delle verità, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo
poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho
detto, siete uno scettico. E credete, che, a guardare minutamente
da vicino, il buco nella calza si trova; e quel vostro discorso in
parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga
polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare,
e specialmente con voi, – con voi, che sareste uomo da addormentarvi
a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate più
differenza dal Sole di Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al
vostro pretendere, che l'uomo non si perda dietro ad un'idea, che non
può mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto
nel fatto, e senza avvedervene siete dato nella rete, che volevate
scansare; – voi filosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito
un idealista; – avete preteso, che la mente umana si sottragga da
un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai
voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione?
Può darsi anche questo, perchè siete malizioso la vostra parte. Non
avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono
uomini fatalmente avvinghiati ad un'idea fissa, – un'idea talvolta
capace anche a falciare la vita d'una generazione; – un'idea che amano
col furore della gelosia; – che non lasciano mai, benchè la veggano
confinar col patibolo? – Questi uomini nell'epoca loro hanno due
faccie: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li
chiama pazzi od eroi, secondo da chi è scritta la storia. Al giudizio
pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due
faccie, una delle due denominazioni.


CAPITOLO XIV.

Ma il Povero dov'è rimasto? è morto di angoscia, o di fame? Chi sa?
tutto può darsi. – Le carceri vivono alla buona, – non tengono storici
al loro stipendio, – non registrano nè date, nè nomi, nè avvenimenti; –
le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo,
– d'un'esistenza sotterranea, – e temono la luce come cosa nemica; –
pure così all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, – d'un
viso truce, – d'un pugnale, o d'un laccio, – d'un gemito cordiale, –
d'una caduta pesante; – si rammentano ancora di certuni entrati sani e
gagliardi, che di lì a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto
d'acqua, e di pane. – Fu questa dimenticanza, o caso pensato? – Non
precipitiamo nei nostri giudizi. – Dio è il revisore delle coscienze,
– e Dio, che può convertire in uno scherno il diadema e la testa del
prepotente, un giorno vorrà conoscere il _pro_ e il _contra_ di queste
ed altre bisogne.

Ma dunque è morto quel pover'uomo? E così solo, solo, e infelice,
come avrà fatto a reggere il peso dell'agonia? – e se avrà chiesto
un sorso d'acqua, per mitigare la febbre delle sue viscere, chi
gli avrà bagnato la bocca? – e se l'asma lo soffogava, chi l'avrà
sollevato a mezza vita? Chi gli avrà asciugato la fronte, e scaldate
l'estremità irrigidite? Chi gli avrà dato una croce a baciare? – Chi
avrà risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che
vede il diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra
bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per
un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera,
fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avrà aperte le finestre,
perchè beva un ultimo alito d'aria pura, perchè veda il cielo e la
speranza? Oh! la speranza è un letto di piume al moribondo, ove egli
a quando a quando dimentica le spine sulle quali si giace! è un'ala
candidissima sulla quale l'anima del moriente va a posarsi via via,
provandosi così per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! – E
i suoi figliuoli? perchè Dio non rompe le porte della prigione, onde
passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire,
non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora
innanzi chi darà loro un bacio, chi darà loro del pane? Misero padre!
questo pensiere ti sta come una lastra infuocata sul cuore; – è l'unica
striscia di ragione e di memoria, che sia rimasta intatta nel naufragio
della tua mente; – questo pensiere è la tua vera agonia; – agonia di
coscienza, e di sensibilità; – questo pensiere ti fa dubitare di Dio,
ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto
infinito per meritarti un tormento infinito?

Ma dunque è morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima
lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi, chi l'ha baciato cadavere?

Il pover'uomo non è morto ancora, – almeno giova sperarlo. E s'ei fosse
morto, chi l'avrebbe potuto sapere finora? Presso a poco è trascorsa
una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa
importa al soprastante, se il Povero sia morto o vivo, purchè sia in
prigione? Cosa importa al potente, che esista un povero di più o di
meno? Non è egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure,
l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente
di rado è iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia,
non è più potente; – ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori
gemono, quante lagrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe
lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai
l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gl'insegna,
che il dolore solo è re della terra in eterno, e che la Sorte dona
colla destra, e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza
solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le
debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi
fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere, che l'errore è un
elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non è mai
infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa
di leva per suscitare i prostrati, e non a gravarlo come un flagello? –
Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo;
– lo chiudono fuori dell'umanità; – lo chiudono in un palazzo assiepato
di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice;
– gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e
di porpora; – gli empiono l'aule di festa, e d'armonia continua; –
gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperità ottusa e
solitaria, – talchè se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio,
dimanda: ― perchè sospira quel miserabile? è egli così fiacco? io non
ho mai sospirato. ― Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori
d'una santa filosofia come atti di ribellione; – gli fanno credere
ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. – Gli
comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in
versi, – nel bene e nel male; – lo posano sopra un'ara; – gli mettono
in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; – tanto che,
se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli,
crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facoltà
del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente
colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che
trasporta a suo talento i numeri da un'estremità all'altra, e per uno
sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh! la
potenza senza freno d'umane simpatie è un dono funesto! Trista è la
potenza che può emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; che può
annientare una generazione, e non può risuscitare un verme quando l'ha
spento!


CAPITOLO XV.

― Devo dirla come la penso? – Per un tratto del vostro discorso mi
avete fatto una paura diabolica; – io credeva, che voi voleste volare;
– io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; – vi ho guardato
i piedi, e li ho veduti immobili, e fissi come chiodi. – Per altro
avete fatto un gran fare; – sbracciavate, – sbuffavate, – gli occhi
fuori dell'orbita, – il volto infiammato, – le vene della fronte
rigonfie; – vi pare a voi? – è la maniera di farsi venir male. E che
paroloni! _sesquipedalia verba:_ – e che voce avete fatto! ne ho sempre
rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto
paura! io già pensava a una cavata di sangue.

Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, – non è per voi,
– non ci guadagnerete, che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato,
– non potete esserlo, – avete troppo _umore_. Io lo so; – vorreste
esser poeta; – ognuno ambisce di essere quel che non può. Invece di
un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro,
– per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle
saette. Ma datevi pace, l'alloro non è per voi; – e ve ne regalassero
anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; – gran
mercè, se voi ne cavaste una frasca da osterie. – Io lo so; – vorreste
esser poeta, e vorrei essere anch'io; – ma come fareste quando il
filo non arriva? – Vi compatisco; – avete letto Dante, l'Ariosto,
Byron, Schiller, Goethe; – li avete gustati, – li avete sentiti; – vi
compatisco; vorreste anche voi avere un'anima temprata come l'arpa
eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia; vorreste avere
un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come
in uno specchio. – Ma è tutt'una, – non siete nato, – i poeti nascono
belli e fatti: _Vates nascuntur._ Ditemi voi, – dove andarono a scuola
Omero, Ossian, Burns? – E poi sentite questi due versi, che paiono
fatti a posta per voi:

    _E cui Natura non lo volle dire_
    _Nol dirian mille Rome, e mille Ateni._

Avete capito? e badate, son versi di un classicista, che credeva
nell'Arte forse più del dovere. – Smettete, – vi ripeto – sarà meglio
per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; non farete
mai male. Perchè, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo?
Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti,
e così vi acquisterete una lode moderata, è vero, ma pure una certa
lode. – Non fate l'astronomo; – potreste scambiare un fanale col
mondo di Saturno, e allora – _risum teneatis, amici?_ – Smettete
lo stile eroico, – non è per voi; invece di fare della poesia, fate
della rettorica, – cosa veramente insoffribile in un secolo come il
nostro. Non ve l'ho detto io sempre? Il cavalcare non è per voi; –
crederete di fare la figura di un S. Giorgio, e invece siete una balla
a cavallo. Non ve ne abbiate per male, – andate a piedi, – è la vostra
condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca
l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso,
come usava nel cinquecento e nel settecento, – vada; avete l'orecchio
abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase
elegante. Ma tutto questo non è poesia, – è un lavoro da monache.
Avete bensì l'anima spruzzata di poesia, – ma quella vena larga,
inesausta, – che costituiva Dante e compagni, – voi non l'avete. – Non
bisogna pretendere di far tutto, – anche il genio ha i suoi limiti. –
Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa del
firmamento, si smarrì nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riuscì un
infelice teologo. – Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso,
– chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola, – è inutile, –
non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando
si propose anch'egli di fare una stoffa! – Fece una tal cosa, che
anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma
non fu così quando si trattò di rodere; – vero è bensì, che in ultimo
torse la bocca, perchè le tinte delle vesti corrose contenevano troppo
d'acido. – Smettete, – non cesserò mai di ripetervelo, – lo stile
poetico; – credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che
gonfiar le guancie. Voi non siete veramente nè poeta, nè oratore, nè
storico, nè filosofo, nè tignuola; – siete un non so che, che non lo
sappiamo nè io nè voi. – Quando la Natura vi architettava, invece di
farvi la testa, sopra pensiere fece una gabbia da grilli; – poi si
accôrse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasciò il lavoro
come stava; – pure perchè la gabbia avesse uno scopo, una conveniente
destinazione, la riempì liberalmente di grilli, e così voi siete
riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, –
l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; – voi non potete
aspirare, che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a
un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete
voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona, alla _sans souci_, e
terminate la storia del Povero carcerato. ―


CAPITOLO XVI.

E così mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che
meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.

Il pover'uomo non è morto ancora; – prova ne sia ch'io l'ho veduto.
― Come mai? ― mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava
quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e
questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinnanzi
alla carcere, e di lì a minuti è stata aperta, ond'io ho potuto
vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. –
Il pover'uomo, come sapete, non è morto ancora; e s'ei fosse morto,
(questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui),
s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, –
solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per
assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Pietà sta di
mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada
del cherubino alle mura dell'Eden.

Il pover'uomo non era più stupido, come quando io lo lasciai; –
mi pareva anzi irritato, – e forse troppo. Le sue passioni erano
rimontate, – le passioni fanno come la marea. Allora sì mi pareva, che
più di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e
con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta, che
gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava
furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza;
– spesso si dava nella fronte con una palma, – spesso batteva coi
piedi la terra; – ora fischiava turbinosamente, – ora cantava in una
lingua e in una musica affatto nuova; – ora s'incrociava le mani sul
petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una
volta si mise una mano sul cuore, – e fece atto di strapparselo, e
di lanciarlo in aria con un grido disperamente salvatico, – uno di
quei gridi, che atterriscono l'uomo e la fiera, – il grido della
madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca..... Dipoi si
riconcentrò, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione: –
quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo
fra le ginocchia. – Col capo in quella maniera, io non potei vedere se
pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre
cose confusamente insieme; – forse era assorto in una di quelle estasi,
prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e
s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme
strane; non mai vedute, non mai pensate, – dove l'anima giace immemore
di quello che fu, di quello che è; – e solamente, tra il sì e il no,
sogna, che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe
cercarvi, non è tentata a farlo.

A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; – e vidi
che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso
l'inferriata. – E l'inferriata confina col palco, e la persona non
può salirvi. ― Gli sia contesa anche la vista del cielo: ― così
hanno detto, e così hanno fatto. – Un raggio scarso di Sole entrava
malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava giù in fondo,
lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forse
quel raggio era pietoso, e tramutava così la sua pompa per mettersi
d'accordo col Povero, – per non unirsi all'oltraggio degli uomini.

Arrivato a questo punto, io non vidi più nulla. Il soprastante chiuse,
e partì. – Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore
percuote a gran masse l'anima umana, è una vista che si può reggere;
– e talvolta è uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un
vigore proporzionato alla forza delle percosse; – e quel combattimento
tra il mortale e il Destino, tra il signore e lo schiavo, ha un non so
che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore
prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore
di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con
mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di
fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi
come sono, volentieri si chiudono.

Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. – Il soprastante era venuto a
visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un
vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra.

― Dunque quel pover'uomo morrà di fame, – perchè d'acqua, o fresca o
calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... ―

No, no; rassicuratevi; questa volta non morrà di fame; un pane gli sarà
dato. Ridete? – io vi comprendo, – sarà un pane dato come un colpo
a un nemico; sarà un pane duro, duro davvero; – ma che vuol dire? –
Ei l'ammolirà colle lacrime: – perchè no? – forse non è infelice?
– la corda del pianto forse non è la prima corda del cuore, e non
trema forse al soffio più lieve? – L'ammolirà colle lacrime, – non ne
dubitate; – non v'ho io già detto, che sa piangere? e, se l'alterezza
gli vietasse di piangere per sè, non ha i suoi figliuoli, non ha forse
una madre, non ha un amore, una patria?

Io piango, – voi piangete, – tutti piangono. Questo è tal verbo, che
ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura è
qua maestra per tutti.

O Sventura!...................... Tu sei una pianta perenne, che
non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti
alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ciò che
gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude
l'ala, e oltrepassa adorando. – Il genio avvalorato dal grido delle
plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno.
La Fatalità ti protegge, – e i conati del Genio e delle moltitudini
si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... – Il
mondo è tuo retaggio assoluto; – e se il tuo spirito gode aggirarsi
fra le rovine, – gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i
fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; – e non v'è
una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto,
e il pianto eterno nel cuore? – questi son più d'ogni altro infelici,
appunto perchè non sembrano. – La vita ti appartiene intera; – tuo è il
primo vagito dell'infante, – tue le tradite speranze del giovane, – tuo
il gemito estremo della vecchiaia..... Non v'è nessuno, che trapassi
da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel
tuo santuario il suo obolo, – senza averti dato almeno una lacrima,
– una lacrima spremuta dal più puro sangue del cuore. Tu non ammetti
privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla
virtù, come sulla fronte al delitto; – ogni condizione deve piegarsi
sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui
popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e
muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, – che
a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni,
e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, – anche il
povero matto deve adorarti; – e quando la morte è vicina a rapirselo,
tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua
presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei
punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare nè anche il povero
matto.


CAPITOLO XVII.

I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima
sua come giorni nebbiosi: – l'anima non ha peranche fatto l'occhio
a quel clima; – vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti,
talvolta li vede a doppio; – il suo palato non ha sapore; – un ronzio
continuo gli alberga le orecchie; – lo spirito giace stordido, e
non sa pensare; – il cuore sente di star sotto a un fascio enorme
di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla,
è una prova sodisfacente della sua buona tempra; – se il corpo non
gli si ammala, è una prova sodisfacente, che il corpo fu tessuto
_comme il faut_. Sia come vuolsi, però in cotesta alterazione dello
stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; – la noia
non trova luogo di abbarbicarsi così di leggieri; – il pensiere,
che agisce eccentricamente, non è quell'avvoltoio insaziabile, come
quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; – e il dolore
vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di
esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio
hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace
stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri
ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno
le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive
d'eccezioni a controgenio, e quanto più presto può gradatamente rientra
nel suo letto.

Una volta per altro, che il carcerato si è stropicciati gli occhi, e
gli ha spalancati, ed è desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano
di essere in prigione, la prima cosa che sente è la sconvenienza di
una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia è quello di
andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi
porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro,
io stesso, – Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, – ho pensato,
prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato così a lungo,
e con tanta intensità, che mi maraviglio come questo pensiere nel
chinarmi non mi sia caduto giù dal cervello in forma di lima.... E se
questo mio cranio verrà in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim,
quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone
e cattive, chè troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una
figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.

Pertanto noi siamo d'accordo; – il primo pensiere del carcerato
è quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno
naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed è quello di andarsene
quando ti metteranno fuori; – l'altro naturale pur egli, ma non al
grado del primo, ed è quello di fuggire. – Tu puoi fuggire con due
metodi: – o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri
della finestra; – o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo
metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai più del primo. E
tutto questo per tua regola e governo.

Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso,
ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè un
qualcheduno non venga e cavarmi. Già, figuratevi voi, mi hanno messo in
un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso
munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte
poi l'hanno messo in un'isola. – Ora andate a fuggire, se vi riesce!
– Io mi protesto da capo, che non ho voglia nè modo di andarmene;
e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene
indietro, perchè fuori è la stessa prigione; – avrei di più a pagare
il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione
non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto.
– Napoleone, è vero, fuggì, – ma voi sapete chi era costui; e se nol
sapete voi, altri l'hanno saputo; – e poi, egli fuggiva per delle buone
ragioni; – fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore,
ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; – fuggiva
per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava
dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; – e poi, egli era
padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone
di lui. – Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e
niente di più, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco
stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè non mi diranno: –
vattene. – Io sopporterò la mia prigione, come una escrescenza, che per
un accidente mi sia venuta sulla persona, – come la paziente pizzuga
sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso.

V'è ancora un altro mezzo d'evasione, – ma io m'attento poco a
proporvelo..............

(_Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del
seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in
fronte_).


CAPITOLO XVIII.

IL SUICIDIO.

........... Spendete meno massime, spendete più fatti: – allargate
le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi seminò
l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verrà a
filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, – egli, che
giornalmente in una bottiglia di _Sciampagna_ beve almeno cinque giorni
dell'esistenza di un povero?

                             . . . . . . .

Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che più
ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o
nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado
intermedio; – di rado un uomo dotato di facoltà temperate mette le
mani nel proprio sangue. Egli è buono a sopportare molti disastri, che
fiaccano il debole; – egli in forza delle sue misurate facoltà non
si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo
superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro.
L'uomo moderato può convenientemente transigere con una lunga serie di
fatti. L'uomo debole vive a caso, – e se i fatti gli passano rasente
senza urtarlo di fronte, può invecchiare pacificamente, e morir nel
suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli è perduto, egli
non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una
cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello così fatto
diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle
sue forze morali, ed egli è costretto a morire senza poterne dar
conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro
di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucilò, perchè i
genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. – Ma
l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi,
e nulla l'arresta; – la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che
strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorchè la sua; – poi ad un
tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove
freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, –
ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, –
e la lotta dura finchè le forze da una parte resistono: – finalmente
il Genio soccombe, – il Destino supera, perchè il Destino è ciò che
deve essere. Che deve fare allora l'eroe? – progredire è impossibile,
perchè una barriera di adamante gli chiude i passi; – rovinare in
fondo è impossibile, perchè la natura del Genio è di salire finchè può.
Allora l'eroe decide di morire, non già perchè vuol morire, ma perchè
non può più vivere. Non è il delirio, che spinge; è la coscienza, che
sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalità
gli ha reciso l'ale; – e si scava la fossa per insegnare che il sistema
del Bene va portato innanzi finchè si può, e non va rinnegato colla
codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al
sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha
voluto, – egli è morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e
la terra.

Catone sta per la Repubblica, – e combatte all'usurpatore a palmo a
palmo il terreno; ma questi, più felice di lui, lo incalza di provincia
in provincia, – lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone
finalmente è in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sarà
impossibile uscire come dalla tomba. – Già si sente fremere a tergo il
delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, – egli lo
sa. Non v'è più scampo, – non v'è più spazio, – non v'è battaglia più
da tentare; – la Virtù contro il Fato è un vetro contro una massa di
ferro. Catone deve morire, e morrà. Poteva rendersi a Cesare, – ed ei
l'avrebbe perdonato, – l'avrebbe anche onorato, – perchè Cesare era un
tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si
spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virtù
è un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perchè la
sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita
come un tradimento. Se non fosse morto, nè i contemporanei nè i posteri
avrebbero saputo in che più credere. La sua morte fu una protesta
eloquente contro l'usurpazione felice, – una guarentigia del diritto,
– un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una
voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una
causa santa.

E Bruto da quel sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore.
Quella voce gl'intimò primamente a non disperare della salute della
patria, – a tentare la sorte incerta delle armi, e così fece; –
poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libertà
Latine, interrogò quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva
incontaminato, come devono morire le anime sublimi. – Comprese la
santità della sua missione, – la grandezza dell'esempio, che andava
a dare, – il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo
nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto
egoismo, – fu un sacrifizio fatto alla dignità dell'umana morale. Se
fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una viltà; – avrebbe messo
in dubbio i diritti dell'uomo; – avrebbe sanzionata la scelleraggine
trionfante; – ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: – così la
lasciò nuda, – così col suo sangue si appellò pei diritti delle nazioni
alla vendetta dei posteri rigenerati; – così piuttosto che concederla
agli stupri della tirannide volle condur seco la Virtù vergine nella
tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e
del giusto, era portato al suicidio dalla necessità e dal dovere. Non
gli rimaneva a fare più nulla nè di buono, nè di grande; – non gli
rimaneva nè anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi
un canto funereo; – le rovine della patria erano ormai lo scanno dei
Cesari. – Doveva fuggire? Il pensarlo solo è un sacrilegio; – ma e
in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una Provincia Romana, e
qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta
ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh!
l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La
Fatalità aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui.
Erano due in un destino solo; – dovevano esistere insieme, perire
insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo
dica Perugia. – Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio;
– del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non
aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un
conto e barattò la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo,
che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e
sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene
in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di
suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse
posato in piano.

Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verità, è un
eroismo, – un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso
di una volgare filosofia. È il punto culminante dell'umana grandezza, è
il Sacrifizio. L'invidia sola può tentare d'impiccolire le proporzioni
colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si
contenta di venerare. Il suicidio è vero, che in questi casi stacca
un fiore dalla corona della Virtù; ma la Gloria raccoglie tosto quel
fiore, – ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale.


CAPITOLO XIX.

Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato,
e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il
più al sentimento, e alla penna; – al cervello è toccata la minima
parte. Non so se sia bene; – comunque siasi, è andata così. Mi son
voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, – ho lasciato
le vele in balìa del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in
secco, non ve ne prema; – il danno è tutto mio. Quando me ne vada il
peggio, vuol dire che non avrò ragionato. Benissimo; – è una cosa, che
mi succede spesso, anche quando ho le più serie intenzioni di fare il
contrario. – Per me è una baia. _Quandoque bonus dormitat Homerus._
Non lo dico per superbia di paragone, – lo dico così per citare, e
per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro
anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia
di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi,
e non sono nè poeta, nè prosatore. Scrivo per capriccio, – per far
diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non ho da parlare con
nessuno, chè se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino,
non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce,
quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei
parlar meco stesso, – ma non voglio avvezzarmici, perchè uscendo di
prigione con questo vizio, e portandolo meco in società, mi potrebbero
prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito
troppo esteso! – allora la storia sarebbe bella e finita. – D'altronde,
quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno
pieno, – non so di che, – ma veramente pieno, – e bisognava sfogarlo.
Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica,
– se un classicista, avrei scritto un'elegia; – se un musico, avrei
cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto
questo, – non so che fischiare; – però lo faccio quando ho l'umor
nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la
fantasia. – Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; –
il calcolo ci è entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche
quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni,
liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; –
guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il
silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte è impossibile
star sempre sopra una nota, – e quand'anche ti riuscisse, verresti
noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita,
a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita,
dev'essere un arcobaleno, – una tavolozza con tutti i colori, – un
sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto
e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto
per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta,
lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? È un
volersi reggere sopra un piede solo, – è un mettere l'anima umana nella
stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni
in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero
solo; – varietà vuol essere. Viva la varietà! Per tutti questi motivi,
io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento.
Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste
notabili parole: «L'uomo che è sempre savio val poco più dell'uomo che
è sempre pazzo; – _est modus in rebus:_ – l'arte di pensare è un'arte,
che va stimata e riverita; è una fatica concessa all'uomo, e negata
alla bestia; – ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e
riconta perpetuamente i suoi scudi; – qualche volta bisogna spendere;
– il superchio rompe il coperchio; – qualche volta bisogna non pensare
per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta
psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania». Così mi diceva
Giorgio Spugna, filosofo, che si è fatto da sè senza bisogno di libri,
senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non già che Giorgio
Spugna sia ritroso al viaggiare, – anzi è questo un suo desiderio
vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro
potesse mettersi in corso; e mi ha giurato più volte, che se ottiene
il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di
pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero.
Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere
in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacchè egli
pure possiede un cannocchiale fatto da sè, col quale guarda tutti gli
atti di questa umana tragicommedia. – «Ma io nol farei», – soggiugneva
Giorgio, – «giusto appunto perchè mi è venuto fatto di osservare, che
le opinioni, anche buttate là colla stessa _insouciance_, colla quale
soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del
tabacco, e la multa non è lieve, ed è certa sempre la perdita della
merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io nol farei,
e procurerei al _summum_ di tenermele a mente per ridirtele poi testa
testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e
l'altro.» ― E credete, che Giorgio Spugna è più filosofo di quel che
non pare, precisamente perchè non pare un filosofo. E ripeterò con
lui: _qualche volta bisogna spendere._ Che direste d'un uomo, che
stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del
tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in
tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo
di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua
parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete
meno, e le altre vi vanno a male. Così è come io ve la dico, e vi
esorto a crederci, o almeno potete fidar più sul mio senno quand'io
discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria
di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio
Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.


CAPITOLO XX.

Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel
Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in
mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.

A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un
cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!

Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre
fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra
pensiere chiamava ad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o
l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora
della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra
pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in
capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla
porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno
evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era
più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!

Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia,
– e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in
prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi
brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli
traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che
nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre
d'essere in prigione.

Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato
per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son
la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò
dentro.

Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più
di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo
non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l'asma
dell'anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama,
che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la
cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder
tutto in bigio; – toglie il sapore al gusto, la fragranza ai fiori, –
la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende
bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la
squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del
dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè
è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che
valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime
ceneri il sorriso della Natura intera.

E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi
giova; – sto mezz'ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho
più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli
son morti d'inedia, – essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito
dell'aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù
per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi
colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le
sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro;
– vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di
soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti
arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti,
e il canto degli uccelli mi suona lamento.

Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere,
e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio
polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi
son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato
i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; –
i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni, e son
trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non
posso più pensare nè al passato, nè all'avvenire, spazi così vasti, e
così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente,
– e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll'ali snelle
velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.

.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione?
Avessero almeno detto: ― ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, ―
manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v'è un
giorno di meno! – Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e
certamente tranquillo; – l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le
sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso
d'illusioni, e d'immagini, che la più alta fantasia dell'uomo desto
può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare
nell'oppio; – i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me
lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato
le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al
giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non
dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è
un calice, che bisogna bere....

Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime
vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita
colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi,
che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre
della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a
poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello,
strano, – una specie d'uccello, che avrà che fare coll'ornitologia,
ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; – una specie
d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo
spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare
impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia
il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il
trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli,
e per noi.

E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana,
come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno più
fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso,
– col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di
rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti
contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui
il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una
voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è
quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della
disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate
sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso
a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane
fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere
sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo,
un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con
la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa,
che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito
da donna; un giovedì colla testa voltata dalle spalle; un venerdì senza
testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno
viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e
spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un
conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime
salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad
offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova
un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.

Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna
nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo.
Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. –
Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno
nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello
che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato;
e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per
dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda
mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello
che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre
volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.

E la notte? – non me la rammentate, per l'amore che portate a voi
stessi. La notte è per me l'eternità di un dannato. La notte con quel
suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare
profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda,
piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più
lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono,
mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio
bocconi, mando fuori un _Gesù mio_, mando fuori una parola a rovescio,
ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull'armi
le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente
prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo,
senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! chè la mattina dipoi
m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.

Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla
finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne
d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora
appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi
caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne
stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione
d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi
e d'oblìo, nei quali l'uomo non è più _una povera creta_, ma è
pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro
immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi
sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne
fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento,
pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò
a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli
esprimerlo con un inno, e cominciai:

    _È mesto il raggio della Luna, e Dio_
    _Lo temprò in armonia colla Sventura._

Ma come fui a questo punto una fata leggiera leggiera, coll'ali color
dell'iride, mi trasvolò dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la
buona notte. – Era la Musa. – Io sul subito non me ne accôrsi, e non
seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non
dirvi le bugie, avrò ripetuto almeno un cento di volte quei due versi
in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai
più pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione
mi coricai.

Io conosco a prova il martello della gelosia, – ma, faccia pure
l'estremo di sua possa, non può arrivare alla noia.

O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; – non ti chiedo
quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica;
solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al
_Magnanimo Alfonso_ piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi
anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle
sette giornate del Mondo Creato[2], mentre io in trentaquattro giorni,
se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non già
per istizza, ma perchè mi sembra mal fatto.

O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da
cui sgorgava quella tua Francesca, che sarà un palpito del cuore
finchè l'amore sarà una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto
d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza.....

_N.B._ – Questo Capitolo naturalmente è fuori della giurisdizione della
Critica; egli non ha pretensioni; – è il Capitolo della Noia[3].


CAPITOLO XXI.

― E del mondo che n'è stato? ― Cosa volete, ch'io ne sappia, io che son
qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso, come si
fa d'un libro non finito di leggere. E chi sa, se all'uscire troverò
più il segno? Chi sa cosa sia seguito del mondo? – potrebbe essere
stato scosso da una seguenza di terremoti, – allagato da un nuovo
diluvio, – potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Cosa
volete sapere, o sentire, quassù nel Limbo, dove si sta un piano almeno
sopra le nuvole?

Chi sa cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa
arruffata davvero, – e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo;
– e forse è il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete
come vanno le cose laggiù. Io non sono molto destro a girarmi, nè
posso allungare il passo un'oncia più dell'usato; – e quando il mondo
è in baruffa, credete, che una gamba lesta vale un diamante, e una
testa leggiera si trasporta via più comodamente. Guardate Archimede,
che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello
che sono; – che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio
dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo,
e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui!
Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva; – un soldato
Romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva; il soldato
Romano d'una testa gliene facea due, ed Archimede non ebbe tempo di
accorgersene, perchè invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e
col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! il mondo è
una mala cosa!

    ― _Tanto peggiora più quanto più invetera:_

― diceva il Sannazzaro, or son trecento e più anni. Figuratevi oggi!

                             . . . . . . .

(_Manca gran parte di questo Capitolo, e non resta che il fine del
Capitolo successivo ed ultimo_).


CAPITOLO XXII.

CONCLUSIONE.

                             . . . . . . .

Consultiamo la Natura nuda e vergine, com'ella si rivela alla mente
del giusto, e saremo meno sventurati. Consultiamo la natura umana
senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; – consultiamola
anatomicamente nel suo stato originale, e osserveremo che si può
spogliare del fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale, e
rivestirla d'una certa luce, – una luce, che non dobbiamo rapire al
Sole come Prometeo, perchè ella ha sorgente nell'anima umana. E l'arte
sta nel trovarla, e il Genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora
crocifisso il Genio invece d'incoronarlo. Intanto tolleriamoci, –
v'è spazio per tutti, – e permettiamo, che ognuno vi si svolga a suo
grado. Il Genio può trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride
dell'universo; – la follia può ridere, e saltar per le piazze; – il
forte può andare a caccia al cinghiale, – il debole può recitare il
suo rosario, – e tutti pacificamente. La terra è larga abbastanza: ―
L'UMANA SAPIENZA STA NEL TOLLERARE. ―


MIA MADRE

Indovinate chi amo più di tutti sulla terra? Io amo mia Madre; – io
l'amo più della Patria, cui dono il mio sangue se lo vuole, – più
della mia T.***, ch'io amo pur tanto. – Povera mia Madre! Se voi la
conosceste, forse non ci capireste nulla. No, non è una donna elegante,
– non sa di musica, – non sa il Francese, – non ha cerimonie; – è una
donna quieta come un ciel sereno, una donna alla buona che crede in
Dio, che va ogni giorno alla Messa, a pregare prima per me e poi per
sè; è una donna alla buona, che crede in tutto; – crede, che l'olio
versato porti sciagura; – crede, che il vino versato porti fortuna. È
una povera donna, che ama il suo figliuolo come voi amate voi stessi.
– Io mi confesso come davanti a Dio. Non amo tanto mio padre; – è un
buon uomo, – ma la mia povera Madre è bene altra cosa. – Io non amo mia
madre per il latte che mi ha dato, perchè del latte non me ne rammento;
– ma quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava, –
mi asciugava le lacrime, – mi baciava – mi dava un trastullo, – mi
riconduceva alla gioia. Quand'io andava a scuola, e mi era innamorato
dei libri, mia Madre mi dava il danaro, onde comprarmeli. – Mia Madre
mi ama come il suo cuore, – io sono il suo cuore. Mi guarda con una
compiacenza, – s'inorgoglisce di me, come la giovane sposa della sua
corona di rose nel dì delle nozze. – Ed io l'amo ugualmente. Io ho
un sembiante duro, – e quando sento dentro non sono punto espansivo;
– ma gli occhi mi parlano, – e mia Madre guidata dall'istinto mi
guarda sempre negli occhi, e ne riman consolata. Povera mia Madre!
ora tu non puoi più guardarmi, e chi sa per quanto! – Io aveva il
vizio di addormentarmi col lume acceso, e mia Madre si levava di notte
a levarlo, perchè temeva un pericolo. E alla mattina entrava nella
mia stanza a vedermi, in punta di piedi, e rattenendo il respiro,
per non rompermi il sonno. – E quando parlava di me alle vecchie sue
conoscenti, diceva che io era un angiolo, – e io risapendolo rideva
di cuore, pensando che il mondo mi chiamava un diavolo. – Povera mia
Madre! Dio ti renda quella mercede, che merita il tuo tanto amore!

Una sera io fui ferito di tre stilettate[4]; – tutti credevano ch'io
morissi, – anch'io lo credeva. Fui portato a casa agonizzante; – caddi
in deliquio, e vi stetti più ore. Al risensarmi, chi trovai presso
al letto? – Era mia Madre, e così vicina a me, che di certo intendeva
col suo fiato caldo d'amore di vincere il gelo della morte. Mi parve
l'Angiol custode. Mi ravvivai, – cominciai con lei un colloquio lungo,
veloce, passionato, sublime; – mia Madre mi rispondeva interrottamente;
– io nell'esaltazione non me ne accôrsi: mia Madre era convulsa; – ella
non può piangere. Se io me ne fossi avveduto, forse sarei morto. Mia
Madre dacchè mi hanno strappato al suo seno è stata vicina a morte[5].
O povera mia Madre! perdonami il tuo dolore! potessi avere almeno
contato i tuoi palpiti per rammentarmene!

                   *       *       *       *       *

_Qui finisce il _Manoscritto di un Prigioniero_; nella pagina interna
della coperta si leggono questi due versi:_

    LA PRIGIONE È UNA LIMA SÌ SOTTILE
    CHE AGUZZANDO IL PENSIER NE FA UNO STILE.


NOTE E APPENDICE.

  [2] «Le Sette Giornate non furono immaginate dal Tasso in
  prigione, ma a Napoli, molti anni dopo, nella villa del Marchese
  Manso, a richiesta della Madre di questo Signore».

  _Questa Nota è apposta in margine nel MS. dell'Autore, ed è
  d'altra mano: credesi di un amico suo, al quale, relegato con lui
  in quelle prigioni, ei dava a leggere i suoi quaderni di mano in
  mano che erano scritti. ― Vedi SERASSI, _Vita di Torquato Tasso_;
  vol. II, pag. 226, – Berg. 1790._

  [3] Qualche distrazione pur valse talvolta ad alleggerire il peso
  della noia sì vivamente sentita e dipinta dall'Autore. Il suo
  spirito si effondeva vivace, e poteva eccitare il sorriso anche
  nelle angustie del carcere, poichè gli era concesso di conversare
  scrivendo co' suoi concaptivi. E lo provano alcuni Capitoli,
  diretti ad uno fra loro, de' quali crediamo sufficiente offrire
  ai Lettori alcuni frammenti. Non mancano in essi la purezza,
  l'abbondanza, la vivacità dello stile, ond'ebbero vanto di
  Classici alcuni Scrittori italiani, specialmente del Secolo XVI,
  per siffatto genere di componimenti. E se questo non è avuto in
  pregio e consentito egualmente ai tempi nostri, giova rammentare
  come nascessero, e dove, i versi che seguono.

                            A MESSER AGNOLO

                          CARCERATO CONTENTO.

        Agnolo, ho in capo il ticchio della rima,
      Nè mi occorre argomento altro, che il vostro;
      Segno chiaro d'amore, o almen di stima.
        Che fareste altramente in questo chiostro,
      Se non scriveste? E a me non manca nulla;
      Ho pagato la carta, e ancor l'inchiostro.
        E poi la Musa mia è una fanciulla
      Di garbo, e non ha odio a chicchessia,
      Ma tratto tratto salta e si trastulla;
        E canta una canzone in melodia
      Festosa, e alfin si cheta, come un vento
      Lieve, che agita un fiore, e poi va via.
        Ma torniamo di botto all'argomento,
      Non divaghiamo, – che se no, si sfuma
      Il mio vapore, e il fuoco si fa spento.
        Che debbo dir di voi? chi il sa? la piuma
      Dell'ingegno è già cionca . . . . .
      . . . . . . . . . . . . . . .
        Ma non levate a Dio vostre querele,
      Agnol, chè potria dirvi: olà, tacete;
      Pei vostri falli questo è un pan di miele.
        Chi sa, che avete fatto? Io, se non siete,
      Pur vi credo un buon uom; ma Dio ci vede
      Anche nel buio, ed oltre la parete.
        A vedervi in prigion non ci si crede,
      Avete l'aria dell'_Angelus Domini_,
      Siete il ritratto della buona fede.
        Nondimeno alle volte son quegli uomini
      Appunto come voi, che fanno un sette
      Apparir per un cinque; – e se predomini
        In cotestoro il vizio, o se le rette
      Arti della virtude, ella è una cosa,
      Che di subito in chiaro non si mette.
        Se devo dir per me, siete una rosa
      Candida, e ve lo dico con tal cuore
      Che il mio parlar non ha mestier di chiosa.
        Voi siete un pan di zucchero, un amore
      Senz'ali e senza freccie, ma con gli occhi;
      Voi siete un Santo . . . . . . .
        . . . . . . . . . . . . . .
         ― Che serve esser Santo, e le faville
      Mandar celesti dall'accesa faccia,
      S'Ei non sa scivolar come le anguille
        Dai Birri? ― E voi pur deste in quella caccia,
      Agnolo mio! e via San Giovannino
      Che disse il dì che più l'amata traccia
        Del vostro piè non vide? ― O mio vicino,
       – Disse la strada, – sei forse in un forno?
      Dove ti celi? sei forse in un tino?
        Mostrati, – il Sole è quasi a mezzogiorno;
      Vedi il villan coi polli, e col canestro.
      Che fiuta il tuo consiglio, e gira intorno.
        Ratto corri allo studio, ed il maestro
      Tuo bel labro di nuovo oda la gente;
      Scrivi col pugno sinistro e col destro.
        Accarezza la gola del cliente;
      Dàgli una presa di tabacco, e poi
      Accompagnalo all'uscio umanamente. ―
        Sì disse: ma poichè seppe che voi
      Eravate in prigion, non si sa come,
      Mandò per tutta Pisa un _oi oi_.
        Trecento volte vi chiamò per nome
      Quella povera strada, e senza modo
      Si graffiò il viso e si stracciò le chiome.
        Non lo dico da burla, ma sul sodo,
      Un tegolo perfino si commosse
      E venne giù a sapere il quando e il modo.
        . . . . . . . . . . . . . .
        Ma voi ci state come stare a letto
      In prigione, ed è cosa, a dire il vero,
      Che mi ha messo nel capo del sospetto.
        Svelatevi, parlatemi sincero;
      Io vi credo un buon uomo, ed io vi credo
      Un uomo bianco ancor che siate nero;
        Ma quando sì rassegnato vi vedo,
      E intendo il vostro placido discorso,
      Voi mi fareste rinnegare il _Credo_.
        E dico: – egli è una prova del rimorso
      Quello star quatto quatto, e se di colpa
      Non fosse reo, darebbe un qualche morso
        Almeno al ciel, che gl'innocenti spolpa
      Così del poco ben che regna in terra,
      E non ne dà ragion, nè si discolpa. –
        Agnol, sentite: io vi farò la guerra,
      Se non mutate stil, se non cessate
      Di viver come un morto sotto terra.
        Voglio sentirvi taroccar, le ingrate
      Stelle accusar voglio sentirvi, e un suono
      Vo' sentir misto d'urli, e di pedate
        Contro la porta; e tanto sia il frastuono
      E il nabissare e il baccano, che ognuno
      Più non vi adori come un Santo buono.
        Ira e dolor manifestate, e il bruno
      Mettete al fiasco, ma non lo rompete,
      Che non vi è dato regger quel digiuno.
        . . . . . . . . . . . . . . .
        Agnolo mio dabbene, Agnol gentile,
      Andate sulle furie, io ve ne prego,
      E la mia prece non abbiate a vile.
        Se non v'imbiestalite, io me la lego
      Al dito, ed ho memoria sì vivace,
      Che sull'offese non dà mai di frego.
        Se al mio comando siete contumace,
      Vi farò guerra sino al finimondo,
      E non varrà che dimandiate pace.
        Star contento in prigione, e far giocondo
      Viso ai rabuffi di sì rea fortuna?
      Io nol so concepire, e mi confondo.
        . . . . . . . . . . . . . .
        E quanto al ber, ci vuol discrezïone;
      Farlo in presenza a tanta ribaldaglia
      È un affogare la riputazione.
        È ver che avete di sì buona maglia
      Fatto il cervello, che puote una brocca
      Di vin, come potrebbe un fil di paglia;
        Ma bussar tratto tratto alla bicocca
      Di Rebecca, e ordinarle un boccaletto,
      E farvelo di più mescere in bocca,
        È una tal cosa che a un uom provetto
      Sconviene, e giudicare a voi la lascio;
      Una mano mettetevi sul petto.
        Voi mi risponderete, ch'io vi accascio
      Sotto questo Capitolo, e che in fine
      Smetter dovrei, dovrei legare il fascio.
        Datemi la ragione, e le terzine
      Cesseranno, e se no, tenete in cuore
      Che ancor v'inseguirò colle quartine.
        Per or finisco; e in segno del mio amore
      Voglio, che vostre laudi non sien mute:
      Avvocato, Poeta, e Bevitore,
        Trinità formidabile, salute!


                            A MESSER AGNOLO

                       BEVITORE _NON PLUS ULTRA_

                                    E soprattutto nel buon vino ha fede,
                                    E crede che sia salvo chi ci crede.

                                                   MORGANTE MAGGIORE.

        Agnol, voi siete vivo, e mi rallegra
      Sì la notizia, che già sorge in alto
      L'anima, che giacca chinata ed egra.
        Agnol, dall'allegrezza ho fatto un salto;
      Agnol, dall'allegrezza ho fatto un trillo,
      E l'ho cantato in chiave di contralto.
        Se voi vedeste come in viso i' brillo
      Al sentirvi sì gaio e impertinente,
      E vispo più che a primavera un grillo;
        Voi mi dareste un bacio di repente,
      E mi direste: – Dio ti salvi, o Carlo,
      Dio ti salvi con ogni tuo parente. –
        Pace per questo non darovvi, e il farlo
      Non è nel poter mio, sono un tormento
      Per voi, sono il demonio, il vostro tarlo.
        Vi sono un pruno dentro un occhio, un vento,
      Che vi soffia tra mezzo alle lenzuola;
      Sono per consumarvi un fuoco lento.
        Nè lascerò di batter la mazzuola,
      Finchè non oda dimandar perdono
      Dai vostri labri color di viola.
        Vedrete s'io ci sono, o non ci sono,
      E sentirete se il mio verso pela;
      Dapprima aveste il lampo, or viene il tuono.
        Strugger vi voglio, come una candela;
      Voi mi avete sfidato; ebbene, accetto:
      L'arbor drizzate, e sciogliete la vela.
        Ma che fareste senza Musa in petto?
      Sperate forse, che vi voli attorno
      Come una mosca, o come un altro insetto?
        Siete, è vero, un bell'uomo, un uomo adorno,
      Un cicisbeo galante, un mugherino,
      Un cavaliere fatto proprio al torno;
        Ma bevete un po' troppo, e intorno a un tino
      La Musa non ci vien, – non è decoro;
      L'avete presa per un moscherino?
        Chiunque ne conviene, – è cosa d'oro
      Il bere, è cosa buona, è cosa degna,
      E le taverne meritan l'alloro,
        E lo portan di fatti per insegna:
      Ma un limite ci vuole; e quando il fuoco
      È bene acceso, bastano le legna;
        E non far come voi, che con un roco
      Accento ognor gridate: – mesci, mesci; –
      E quand'anche trabocca, dite: – è poco.
        Ma che volete il vino giù a rovesci?
      Ma dite, il vin v'ha fatto la malia,
      Che ci stareste come in mare i pesci?
        . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
        Voi per il vino anderete dannato,
      Non c'è rimedio; – voi fareste tutto
      Col vino, ci fareste anche il bucato.
        In una chiesa un dì parata a lutto
      Entraste a sentir Messa, e dalla fè
      Sembravate compunto, anzi distrutto,
        Ma quando il Prete ritto su due piè
      Alzò il calice in aria voi gridaste:
       – Don Girolamo, lasci bere a me, –
        Agnolo mio gentil, voi m'ingannaste
      Una volta nel dir, che tre sirene
      Vi regnavano in cuor leggiadre e caste;
        Eran tre damigiane piene piene. –
      . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
        Agnol, voi siete il vino in corpo umano,
      E voi sarete il vino sotto terra,
      E chi il negasse negherebbe invano.
        Voi mi diceste un dì: – se vien la guerra
      Vo' portare una pevera per casco,
      E far con una botte il serra serra. –
        Diceste ancora: – s'io morto non casco,
      Giuro sull'uva bianca, gialla, e nera,
      Che mi farò una casa come un fiasco. –
        Voi siete per il vino una bufera,
      Una tromba marina, e un vostro dito
      Alza un barile come altri una pera.
        Bevete in ogni lingua e in ogni rito,
      In istil di tragedia, e in stil di farsa;
      Or bevete arrabiato, ora contrito.
        A definirvi la parola è scarsa,
      Voi siete tutto sopra questa scena;
      Non pensate, non siete una comparsa.
        Bevete all'aria torba e alla serena,
      E il vostro bere è tutta una bevuta
      Da colezione fino a dopo cena.
        Voi bevereste infino la cicuta
      Mescolata col vino, e il vetriolo
      Tinto in rosso berreste all'insaputa.
        Anche l'aceto, il so, vi va a fagiuolo,
      Perchè è parente del vino; e, se matto
      Diventate, credendovi un orciuolo
        Ammattirete; e, questo è un detto e un fatto:
      Non v'ho sentito io spesso in voce chioccia
      D'un'estasi esclamare nello scatto:
         – Com'è vaga la forma della boccia!
      E se piovesse invece d'acqua vino,
      Bramerei convertirmi in una doccia. –
        Agnol terrestre, e Poeta divino,
      E Avvocato Pisano in un'essenza,
      Voi siete un bevitore uno e trino.
        Siete del ber la pratica e la scienza,
      Un'osteria colle mani e co' piedi,
      In genere di fiasco una potenza.
        O sommo Giove, è ben che ci provvedi,
      Non tinger più le nuvole di rosso;
      Se no, cose vedrai che tu non credi.
        Quest'Agnolo terren vedrai, che, scosso
      Il suo carco mortal, si leva a volo,
      E le nuvole rosse a più non posso
        T'inghiottisce dall'uno a l'altro polo;
      E se mai tu facessi il mar rossiccio,
      In un attimo sol ti beve un molo.
        Non ti venisse mai, Giove, il capriccio
      Di scender giù di porpora coperto;
      Ti vedrei, sommo Giove, in un impiccio.
        Giove, non ci venir, sii bene esperto,
      Beve ogni rosso quest'Agnol terreno,
      Nè mette distinzion fra merto e merto.
        . . . . . . . . . . . . . . .
        Or torno, Agnolo, a voi col mio pensiere,
      Quando son vosco l'animo mi gode.....
      Ma che vedo? bevete anche il bicchiere?
        Agnolo, non lo fate, il vetro rode;
      S'intende bere! ma bere anche il vetro!
      Basta! bisogna dir: – voi siete un prode;
        Un uomo tal, che puote in questo metro
      Insegnare a chiunque, un corridore
      Che ancora il vento si lascia di retro. –
        Moderate un tal poco il vostro ardore,
      Ci son degli altri che pure hanno sete,
      Voi stabilite il regno del terrore.
        Lasciate un po' di vino se potete;
      Ci son degli altri: e se non siete sazio,
      Sorbite, quando vengon, le comete.
        Capisco ben che avete letto Orazio,
      Ma costui loda il vino, e non comanda
      Che se ne faccia poi cotanto strazio.
        . . . . . . . . . . . . . . .
      Voi gli volete proprio troppo bene,
      Il troppo stroppia, e qui voi siete tristo.
        Del resto siete un uom come conviene,
      Un uomo che vorranno celebrare
      Le nove Muse in nove cantilene.
        E se in Duomo volesse battezzare
      La vendemmia, dipoi che ha partorito,
      Chiamerebbe voi solo per compare,
        S'ella non vi sapesse tanto ardito
      Da bevervi la madre col figlioccio,
      Senza lasciargli dare un sol vagito.
        E a dirvi queste cose io non vi noccio,
      Nè vi calunnio, chè in questa materia
      Siete un grand'uomo, e non siete un fantoccio.
        Siete un poema epico, una seria
      Cosa davvero, voi siete un abisso
      Senza fondo, non siete una miseria.
        E per non esser più troppo prolisso
      Vo' dirvi cosa che non è una ciancia;
      Sentite quel che nella mente ho fisso:
        Il dì che al mondo mostrerò la guancia
      Di nuovo, in segno di una lieta cosa,
      Vi metterò un cannello nella pancia,
       E al popolo darò da bere a iosa.


                              PANEGIRICO

                           DI MESSER AGNOLO.

        Agnol di nome, e _babau_ di sembianza,
      Chi dice mal di voi non vi ha veduto,
      Non vi ha sentito, non vi ha conosciuto,
      Non ha senno nè in forma, nè in sostanza.
        Voi non siete un mortal, ma una fragranza
      Del ciel, che Dio con sè non ha voluto;
      Un vaso d'elezione giù piovuto,
      Pieno di vino e di buona creanza.
        Chi dice mal di voi non ha giudizio,
      Io lo ripeto, o parla per invidia
      Della vostra eccellenza; e questo è un vizio,
        Che vela l'intelletto, una perfidia:
      Voi non siete un mortal, ma un precipizio
      Di belle cose; e se vedeva Fidia
                  Quel volto ove s'annidia
      Tanto raggio di cielo, incontanente
      Si disperava, e non facea più niente.
                  Voi siete un accidente
      Nell'ordin naturale, un uomo nuovo,
      Nato non come noi, ma dentro un uovo.
                  Parole io non ritrovo
      Per dir di voi chè lo stupor m'imbriglia:
      Non siete voi l'ottava maraviglia,
                  Un caos, un parapiglia?
      Voi non avete d'uopo d'un cartello,
      Nè di chi gridi: – vengano a vedello. –
                  Voi siete un filunguello
      Quando cantate, e a lode ve lo reco,
      Se di paura fate morir l'eco.
                  Convenitene meco,
      Vi fe' Natura, e si grattò l'orecchio,
      E disse: – questa è seta, e non capecchio. –
                  La testa come un secchio
      Vi fece, destinandola a capire
      Un capitale che non può fallire.
        . . . . . . . . . . . . .
                  Io canterò, nè bramo
      Mercè: conosco il merito, e l'adoro;
      Ravviso in faccia vostra il secol d'oro.
                  Vergini Muse, in coro
      Cantate, come l'Agnol mio gentile
      Nascesse in Pisa in un bel dì d'Aprile.
                  La Stella del Barile
      Balenò su quell'alma pur mo nata
      E l'ebbe de' suoi influssi battezzata.
                  Canta, Musa garbata,
      Come apprese il Garzone ogni sapere,
      Si fe' dottore, e diventò bracciere
                  Con sue dolci maniere
      Di Madama giustizia, che gli vuole
      Un ben, che non si narra con parole.
                   – E tu mi sembri un Sole, –
      A lui dice Madama; ed ei sospira,
      E gli occhi a guisa di lanterne gira.
                  E la voglia mi tira
      Di seguitare a dir; ma come fare
      A metter la mia barca in tanto mare?
                  Io mi sento gelare;
      Nelle vostre virtù mai non si approda,
      Voi non avete nè capo, nè coda.
                  La lingua invan si snoda
      A nuovo canto; immenso è l'argomento:
      Voi siete un astro, io sono un lume spento.


  [4] _La domenica 2 Decembre 1827, trovandosi egli in compagnia
  d'amici e di altri in un sobborgo della nostra città, ed
  insorta una rissa fra questi ed alcuni uomini della plebe, ei fu
  gravemente ferito senza sua colpa o provocazione. Dopo lunga e
  penosa cura, uscì di pericolo; se non che forse quel fatto diede
  occasione allo sviluppo del male, che fin d'allora cominciò a
  minare segretamente la sua esistenza._

  [5] _Vedi in fine di questa Prima Parte le Lettere al Padre. Si
  rileva da quelle, come disgraziatamente avessero séguito questi
  primi sintomi d'una malattia, la quale travagliò poi per sedici
  mesi continui la povera donna. Violante Milanesi, Madre del Bini,
  morì il 2 di Gennaio del 1835._




ARTICOLI

DI MORALE E LETTERATURA.


DELLA EDUCAZIONE

― 1829[6] ―

      In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto
    quello che è vera utilità degli spiriti dispiace agli uomini
    comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire
    parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare
    l'intelletto, o il costume di quelli.

                                            GOZZI, _Osservatore_.

Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilità del pensiere, concitati
vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte
ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento.
– Alcuni più benigni, considerando funesto il dono della sapienza,
dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella
parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a
quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello
sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a
mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. –
Altri più severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra
dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la
terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero
bene: ma qual frutto ne colsero? – La scienza del dolore non aveva
mestieri d'insegnamento, perchè nacque congiunta al cuore dell'uomo;
le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perchè
sono elementi indivisibili della nostra umanità, e tutto il frutto
si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare
di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non
merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e
gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi
temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata più
che i suoi fati non chiedono, nè altri le dieno potenza se non di far
gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche
generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla
usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato
all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata
alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno
pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo
immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per
quanto è dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi
in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio
dell'esule. – Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare
fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio,
e dappertutto veggono angustie, perchè altra dote non hanno che di
affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia.
– E perchè l'umiltà degli affetti mediocri non osa prorompere nella
sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e
danno al velo il nome della prudenza, – cara e santa virtù, allorchè
corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, – non già
quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un
senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, nè va più oltre. E
perchè i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento,
hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che
sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime
presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero,
senza avvertire che l'uomo è pur sempre unico figlio dei suoi tempi,
e nel vano del passato non si perdono età distinte solamente dalla
durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virtù, e di novelli
delitti, – e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui
misurato l'estensione del tempo umano. E perchè i prudenti hanno scorto
che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la
principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando
le glorie antiche, così dicendo ai nipoti che si contentino di vivere
oscuri, perchè gli avi vissero illustri. – Bella è la gloria degli avi,
e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non è
retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna
la vece del mortale che l'ha creata. Ma quanto costoro danneggino
la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano,
considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire
sovente la mano che tenta di sollevarli, – se narrano il vero, che
Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perchè osava trasfondere
nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virtù, – e
l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso
di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia.
E quei divini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle
glorie future, perchè l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo,
fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non
muovesi un cuore più che mortale per operare il bene senza riguardo
di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti
Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza
propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce,
percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della viltà, persuasi che
il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime
grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da
reputarsi piuttosto singolare felicità di cielo, che giusta ragione
perchè debbano a un tratto cessare. L'argomento in qualche maniera
terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma
questo non consentì la Natura, che alternò con mirabile armonia la vita
e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabilì
la infinita varietà delle forme, la eternità delle sostanze, nè mostra
di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante
del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi
per le quali ella è costante: e gli umani, soggetti allo stesso
governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura
di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso,
e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che
gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque
le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete
voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano più le triste o le liete
venture? I tempi tramandano infelici le memorie del Grande costretto
a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e
se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia,
o viceversa, non è l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande
ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una
misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava
la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza
della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon
sempre velati i suoi giorni mortali. – Poichè la mente creatrice del
bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse
a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei
canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio
del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, così que' canti,
derivati dalle più ascose viscere del dolore, spirano all'anima un
suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono,
mercè di colui che formando la nostra natura chiamò l'infortunio
a costituirne la massima parte, e mandò la felicità così di rado e
veloce a trasvolare la terra, che appena è concesso di vederne il
baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti
dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perchè da
lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre
dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia
piuttosto conseguenza delle nostre facoltà intorpidite, nè più atte a
ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto
grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza,
e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio
accenna anima prostrata, e di volgo. – Oh perchè non ho io un altro
mondo da conquistare! – sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai
conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza
trovate voi tra gli uomini e i bruti. – Appena la nuda favella: e niuno
consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se
i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno
pensiere. Nè la facoltà del pensiere ci fu data per nulla. – Se l'uomo
fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura
non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perchè hanno
sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci
sentire la necessità dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi
vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di
quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche
anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono
il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al
suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano
irrequiete al bene ed al male? Dove è la forza che valga a tanto? In
Dio solo, perchè sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui
vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. –

Poichè le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur
sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un
pensiere divino è quello di frenarle, e di escludere, per quanto è
dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza
del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione;
la quale, facendo conto delle passioni come della parte più viva
dell'uomo, e capace di qualunque impressione, ne trarrà l'effetto
migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto è possibile, a
segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria è dire il vero
quando le giova, (e a dirlo ci vuole più grande animo che a sentirlo,)
così chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesserà primo bisogno
dell'Italia nostra l'educazione, e vergognerà palpare l'ignoranza
dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e farà voti, e darà opera,
perchè al male venga posto efficace e pronto il rimedio. – A questo
fine verranno, laddove cospirino santità d'intenzione, e vicendevole
aiuto di liberali ingegni, e sarà bella di bellezza italiana l'impresa
di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. – E
perchè manifesto indizio di amore alla patria è il non disperare di
lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, così negli animi
intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. –
Certamente gemono delle sue poco liete vicende, chè andrebbero beati
a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume,
e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare.
Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo,
essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi
ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno
d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale
ponga un sorriso ov'è pianto perpetuo. Ben è vero che ne' pochi giorni
del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a
uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto
vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia
nel cammino della vita stanno alcune speranze, che non sono al tutto
illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue
la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si
convertono spesso in certezza. E porge speranza di sì fatta natura il
giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride
benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme
lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo
giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la
pianta non germogli e non cresca felice? La colpa è del nostro volere,
perchè nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che
i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo:
chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato
ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita
dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata società la
pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il
giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto
nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima età dei
padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe'
quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civiltà, tra
queste non annoverano mai – nè gramatiche, che consumano gli anni e
i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per
un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; –
nè rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in
certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come
un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura,
che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde più non
ti splende il vero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano
dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; – nè mitologie,
che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente
e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla
memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano,
che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; – nè filosofie, che si
smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero,
e più di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere
che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo,
ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o
a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori è il soverchio,
perchè, avendo varietà di moti e di forme infinita, non subisce le
leggi dell'abitudine, e dura perenne; – nè gente che fa professione di
spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti più o meno dalla Natura
sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico,
e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato
l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi,
e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori
e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da
più alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poichè in quella rara
felicità di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servitù
di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e
costretta, nè più muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni
e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie
istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su
l'universo, e quella ne ritornava assuefatta a vedere le cose di per sè
stessa, e come sono, già come vogliono i libri, o i parziali interessi
di chi ti ammaestra, e secondo la varietà delle tempre avvenire, che
variamente giovassero allo stato sociale, perchè ognuno interrogando il
suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la Sapienza, dandosi mano
scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi,
e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione
del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli
non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada
e nell'amore della patria vincevano il mondo. –

Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche
anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare
per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai
giovani, e facciano loro sentire la virtù come bellezza e necessità
dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la
morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un
cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria,
o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole
all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie,
non perchè dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perchè
ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara
di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando
la mente, più non sarà che lo straniero peregrinando le belle contrade
prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque
vicenda, e a buon diritto, chè forza alcuna nol può sottomettere,
meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitando la
mente, adonterà lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che
gemono: poichè se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo
noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte
dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto
ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi
l'insulto, e pianga invece questa necessità di guerra fraterna, da
che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando
aspetti lo alternare delle sorti, da che non è stata nazione, per
quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia
segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi
la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo
cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne società
spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa;
levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola
tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli
atti dell'aere felice che spirano. – Niuno pronunzia il nome d'Italia,
senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e
la rimembranza che in lei non è spanna di terra dove non abbia calcato
l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di
suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero,
ma silenziose, perchè nude di liberali istituti non lasciavansi dietro
grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La
terra sola, poichè serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come
qui sieno vissuti degli uomini.

O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la
parola di pochi animosi, senza che neppur le risponda la voce d'un eco?
Forse la solitudine dell'anima è muta eternamente, come quella della
morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito,
nè vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: – a voi basta
il volere, e il volere è massimo elemento della potenza; – innalzate
gli spiriti a più splendidi obbietti; – accogliete e nudrite nell'anima
generose illusioni, – nè cercate spregiarle, estimando per questo di
tenervi alla parte del vero: – forse tutta la vita non s'intesse che di
codarde e di generose illusioni!


CENNO SULLA LETTERATURA

― 1829[7] ―

                   Dant animum ad loquendum libere ultimæ miseriæ.

                                                          LIVIUS.

Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegnò nei secoli uno
spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima
sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente
degli anni antichi. E allora la terra non sopportò, che l'insolenza
del forte, e la viltà dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia
dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero,
che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni,
la vita rimase senza perchè, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo
primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte
si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il
ministero dei sensi gentili più non fece tremare la _povera creta_
del celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne
agli affetti, e la pietà, dolcissima tra le corde del cuore, tacque
disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perchè
l'uomo non visse, ma vegetò materia armonizzata nelle forme, e gran
mercè se per sempre non ammutì nel silenzio delle fiere. Ma l'anima è
così mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza
di creatura non potrà sperderne il soffio, se prima a sè nol ritiri
chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo
l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa
in velocità di movimento ciò che per lei stette perduto nella inerzia
passata. L'anima sortì per essenza la necessità del progresso; e la
necessità non ha legge, perchè è la suprema delle leggi; – però quando
il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia
di un bel giorno vestì la faccia al creato, e la freschezza della vita
nuova spirò sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse
in eroe, e dappertutto invase un impeto di gioventù, un'esistenza di
spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.

Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima usò di un mezzo costante,
e fu la sapienza. La mente è molla dell'ordine umano, e dove ella non
sia cresce il pianto dei mortali. Ma perchè la sapienza è _concento
di occulte potenze_, a mostrarsi l'è d'uopo una forma, nè altra
più le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze
misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa
di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finchè saranno
il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle così
di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza
l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente
e del cuore. Sciogli quel vincolo, nè l'una, nè l'altra domeranno
sole l'indole nostra. È verità, che posa in una tradizione coeva
alle famiglie primordiali del mondo, poichè narra, che il savio dei
tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla
feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accôrse ben tosto
non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi meditò
più profonda idea, e il savio invocò la Bellezza, e la Dea mite alla
preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente
lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo
è composto di poca ragione, e di molte passioni: però, se la visione
del senno vuol essere umanamente applicabile, è mestieri che si renda
sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini.
Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono
che alla gente di toga, e forse nè anche a lei, ma non ha coraggio di
dirlo. Le passioni, benchè sovente amare di grave sventura, sono il
bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita;
la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della
loro profondità. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza
in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti.
E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie
il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai
medesimi sensi, nè il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi,
bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talchè tu aborri
per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte
anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni,
e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men
tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra
via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore. Ma la plebe mortale
ha di per sè stessa perfetto il sentimento della vita descritta? Come
murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma
indistinta e compressa, perchè i più non hanno modo di svolgerla, e
dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e
si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel
cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che
scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio,
e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza
della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che
le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che
una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno
per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili;
e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando
l'ipocrisia degli Stoici tentò fermare nell'anima umana la foga di
tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore,
le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perchè
trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la
mente li può governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi
di venire al suo fine.

― O Lettore, perchè io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione.
Quanto ho già scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi
si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o
nero, tel dirà la coscienza: a me non istà bene dirne cosa nè _pro_,
nè _contra_. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco
e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sarà mio. – E
non è molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano
a mano di Niccolò Ugo Foscolo. E lessi attento secondo la mia capacità,
e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo.
E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi
fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della
presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia.
Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dànne merito
a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per
la mia testa, tanto più che essendo leggiera un peso le farà bene.
Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perchè, se la
Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con
quella striscia di volpe onde è listato il cuore dell'uomo, ma in somma
rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero,
e allora avrei per giunta l'impostore. Perchè io poi mi sia indotto
a presentare così rattrappite le maestose figure del Foscolo, la
ragione te la dirò un'altra volta. Anzi, se devo dirla, considerai,
che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di
sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E
stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, più che
non sono, i dettati di quel valentuomo. Già delle opere sue non ci è
corpo; ed è per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata
è forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perchè tel
direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte;
ma tali perchè son conformati in maniera, che non sanno tener fermo
un momento, e dalle carte spariscono. E credo di più, che, oltre al
disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana
non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente
italiana mette ogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa
per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo
tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei
commenti. Io commenti non faccio, perchè non ho per anche commesso sì
gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due
non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli
animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal
altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo
si facessero più popolari? E non ridete, chè in capo all'anno il caso
ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto
potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso
d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il
Foscolo. È il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo
loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e
concetto e stile originale, e gittò in Italia i primi semi della prosa
poetica, e fu tanto amico a ciò che aveva sembianza di verità, che
per farne professione più aperta abbandonò la terra materna, e lasciò
l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia,
il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il
sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica
quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. ―

La possibile perfezione dell'umano incivilimento, ufficio solenne,
ed inerente alla dignità dello spirito, è base in un popolo di verace
Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due
partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimo onde son
concitate le moderne società; dall'altro gli argomenti del passato.
Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla
parola _impossibile_, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo
va dato conto, perchè in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei
disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i
più spettano alla stoltezza, o alla volontà maligna; e queste, se non
si possono struggere, almeno si temprano. Nè da ogni fatto del mondo
d'oggi parmi conséguiti lo sgomento, se pure è vero, che l'universo
non è tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a
piangere, o a ridere, ha la metà della ragione. I filosofi mal non
farebbero a speculare più addentro la questione, – se la serie degli
eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne
immagine all'avvenire. Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato
sarà l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute
molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi
per sempre nella mina dei secoli; e chi potrà giurare sulla natura
delle cose immemorabili, dacchè nè larghezza di genio, nè infaticato
desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello
spazio l'umanità certamente ha disegnato un gran quadro, – ma forse
la memoria ne serba appena una linea, – e chi dei mortali griderà:
– io ho misurato il possibile? – La natura dell'uomo è poi tanto
indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori
d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine è principale elemento
dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo,
o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse.
Cedere d'altronde a troppo larghe speranze non è buono, perchè poi
la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi
destini dell'uomo non è da noi, perchè sono un pensiere della eternità;
stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse è un sogno
dell'amore, perchè, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la
pietra angolare dell'edifizio: e dov'è la mano potente a bilanciare
le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e
forse saranno? La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la
Natura vuol ciò che vuole: ond'ella tramò le sue fila in maniera, che
a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza,
a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate
dell'uno segnava la povertà delle migliaia, e la potenza di un popolo
espresse il niente d'un altro, nè tu spesso puoi ridere se un tuo
fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; – una forza è di
certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, – io
nol farò davvero; perchè l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti,
e quando si ostina a celarsi, nè preghi, nè torture, nè impronti,
la scuoprono. I più tuttavia la dicono s

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