Prose (1880-1890)
by Cesare Pascarella · Italian · Gutenberg #49523 · 503,190 chars · public domain (US)
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Title: Prose (1880-1890)
Author: Cesare Pascarella
Release date: July 25, 2015 [eBook #49523]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PROSE (1880-1890) ***
CESARE PASCARELLA
PROSE
(1880 — 1890)
_Edizione curata,
integrata e sola riconosciuta dall'Autore_
S. T. E. N.
SOCIETÀ TIPOGRAFICO-EDITRICE NAZIONALE
(già Roux e Viarengo — Marcello Capra — Angelo Panizza)
Torino, 1920.
TUTTI I DIRITTI
DI RIPRODUZIONE, DI TRADUZIONE, D'ADATTAMENTO E D'ESECUZIONE
SONO RISERVATI PER TUTTI I PAESI
Copyright 1920, by the SOCIETÀ TIPOGRAFICO-EDITRICE NAZIONALE
(S.T.E.N.), Turin.
_Gli scritti che si raccolgono in questo volume, meno il _Caffè Greco_,
furono pubblicati fra il 1880 e il 1890 nel «Capitan Fracassa», nella
«Nuova Antologia», nel «Fanfulla» e nel «Fanfulla della Domenica»._
_Il _Caffè Greco_, letto dall'Autore nel 1890 a Padova nell'aula della
Gran Guardia e a Firenze nella sala maggiore del Circolo artistico, si
stampa ora per la prima volta._
MEMORIE D'UNO SMEMORATO
Nello studio dove eravamo non si poteva più vivere. Si stava in una
soffitta al sesto piano di un casamento altissimo, dove, nell'estate si
bruciava come in un forno, e nell'inverno, nei giorni di pioggia, anche
i quadri ad olio diventavano all'acquarello. E come se questo fosse
poco, sotto a noi abitava la più numerosa e più filarmonica famiglia
che io abbia mai conosciuto, il cui capo, un omone con un barbone nero
che gli scendeva fin sulla pancia, era impiegato nelle regie poste
e suonava il trombone. Quando tornava in casa, mentre la moglie gli
apprestava il desinare, egli si metteva a soffiare nel suo strumento e
cominciava il terremoto.
Le sue figliuole poi, non facevano altro che tormentare un povero
pianoforte con la coda, il quale mandava certi suoni, emetteva certi
lamenti e certi guaiti, come se gliela pestassero.
Un giorno, mentre il trombone del nostro vicino brontolava più
fastidiosamente del solito, il mio compagno di studio, misurando
l'angusta soffitta col passo dell'uomo che ha da dire cose gravi, mi
confidò come un nuovo tormento venisse ad aggiungersi al trombone e al
pianoforte.
— A coda! — mormorai io.
— Già. Ed è a coda anche il nuovo istrumento di tortura.
— Cioè?
— Guarda! — mi disse allora l'amico; e aperta la finestra mi accennò
una gabbia di vimini, entro la quale nereggiava un merlo spennacchiato.
Poi richiuse le imposte e incominciò a discorrere per provarmi
che noi due, lì dentro quella soffitta, ci logoravamo inutilmente
l'intelligenza; che bisognava trovare uno studio decente; che non era
possibile rimanere più a lungo in quel bugigattolo. E incrociando
le braccia sul petto concluse: — Non hai mai pensato che se ci
dessero l'ordinazione di dipingere un gran quadro saremmo costretti a
rifiutarla per mancanza di spazio?
— Sarebbe doloroso.
— Per noi e per l'arte nazionale.
Insomma, restammo d'accordo sulla necessità assoluta di metterci alla
ricerca di uno studio, dove, se mai qualcuno ce l'avesse chiesto,
avremmo potuto dipingere il gran quadro, senza i borborigmi del
trombone, senza i guaiti del pianoforte e senza i fischi del merlo.
*
* *
Di studii se ne videro molti in via Sistina e lungo la via Margutta,
nei nuovi quartieri e pei vicoli popolosi e pittoreschi della vecchia
Roma. Alcuni avevano l'ampio finestrone aperto sui giardini e sui
cortili, altri ricevevano la luce da una larga finestra aperta nel
mezzo del soffitto. Quasi tutti conservavano sulle pareti le tracce di
coloro che li avevano abitati, e sulle porte riverniciate di fresco si
leggevano ancora nomi d'artisti e di modelle, sentenze e appuntamenti
commentati allegramente da caricature e disegni.
Su la porta di uno di tali studii leggemmo questa iscrizione, che non
m'è più uscita dalla memoria: _Quando si sta dentro e non s'apre a chi
bussa è una porcheria. Sono stufo di camminare e metto le carte in mano
all'avvocato._
Quale dramma, racchiuso in così poche parole!
Fra i tanti studii da noi visitati l'unico che ci piacque fu un comodo
stanzone in via Margutta; ma quel che non ci piacque affatto furono le
ottanta lire al mese che ne chiedevano di pigione.
— Ottanta lire, come vedono, è tutt'altro che caro — ci diceva il
suo proprietario accompagnandoci e sbatacchiando due chiavette con la
destra. — E poi, come vedono — proseguiva — questo studio ha tutti i
comodi: due porte, — e strizzava maliziosamente un occhio — acqua da
bere...
— E questo è il guaio.
— Perchè?
— Perchè, — ripresi subito io mestamente — c'è qui il mio amico che
all'età di sette anni ebbe la sventura di morire annegato nel Tevere,
e da quel momento non può più soffrire la vista dell'acqua. — E mentre
il padrone, che aveva finito di giocherellare con le chiavette, ci
guardava trasecolato, noi ce ne andammo.
Finalmente, lo studio che ci conveniva lo trovammo in un misero
fabbricato fra le vigne e gli orti, fuor di una porta della città.
Il fabbricato dai muri scalcinati e anneriti, sui quali si
abbarbicavano piante parassite, si sarebbe scambiato a prima vista
per un vecchio fienile se sulla porta d'ingresso non vi fosse stata
inchiodata una targa di legno su cui sbiadita dal tempo si leggeva
questa iscrizione: STABILIMENTO DI STUDII DI PITTURA E SCULTURA.
Difatti in quella casa c'erano parecchi studii per pittori e scultori.
I primi occupavano il primo piano che era anche l'ultimo; i secondi
stavano nelle camere terrene. Ma oltre alle stanze che servivano
d'incomodo asilo agli artisti, nello _stabilimento_ ce n'erano anche
altre tre le quali, benchè in origine fossero state costruite anche
loro per essere consacrate all'arte, avean finito con l'esser destinate
all'industria. Nella prima abitava una torma di lavandaie e di
stiratrici; nell'altra dimorava un vecchio contadino le cui figliuole
all'occorrenza si adattavano anche a far da modelle; l'ultima era nè
più nè meno che uno spedale per i cani, diretto da una vecchia popolana
che a vederla quando cuoceva i medicamenti per le sue bestie inferme
tra il fumo che usciva dalle pentole, pareva una strega che preparasse
filtri per qualche incantesimo.
Il padrone dello _stabilimento_ quando andammo a proporgli di cederci
in affitto una stanza che stava per essere abbandonata da un pittore
triestino, ci accolse affabilmente. Era in manica di camicia; e poichè
il sole splendeva in quel giorno più del solito, ci forzò a sederci su
un murello, accanto alla porta della sua casa, per fare insieme quattro
chiacchiere. Ci parlò del Vaticano, della Sistina, del Bramante, di
Michelangiolo, di Raffaello, e poi volle anche raccontarci la eroica
difesa di Roma del quarantanove alla quale egli aveva preso parte;
e non smise, se non quando la sua serva venne ad annunciargli che il
pranzo era pronto. Allora, dopo averci chiesto i nostri nomi, e averli
segnati con un mozzicone di lapis in un libricciuolo foderato di
cartapecora, ci lasciò dicendoci che nel pomeriggio potevamo andare a
pigliar possesso dello studio.
— Andateci pure — ci disse — e il triestino prima di andarsene vi
consegnerà le chiavi.
Nel pomeriggio tornammo nello _stabilimento_ con le nostre cartelle;
salimmo una scaletta; traversammo un corridoio oscuro, e picchiammo
alla porta del triestino.
Un concerto di furiosi abbaiamenti e guaiti ci rispose dal fondo del
corridoio.
S'udì una voce urlare per rabbonire i cani irritati, e poi... Silenzio.
Bussai di nuovo più forte.
— E avanti perdio! — tuonò, allora, una voce minacciosa di dentro allo
studio. E noi, entrammo e restammo ritti, impalati vicino all'uscio.
Nello stanzone un giovinotto radunava in una cartella alcuni disegni.
Qualche quadretto stava gittato in terra, e un tavolino a tre gambe
s'appoggiava al muro per non cadere.
— Buon giorno — disse il giovinotto senza neppure guardarci.
— Buon giorno! — rispondemmo noi all'unisono, e, posate in terra le
nostre cartelle, restammo silenziosi a guardare la figura magra e
donchisciottesca del pittore che dopo di aver chiuso nella cartella i
disegni s'era messo a raccogliere in una piccola valigia alcuni pezzi
di stoffa.
Quand'ebbe chiuso con una cordicella la valigetta si volse verso di noi
e: — Se vogliono accomodarsi — ci disse — non facciano complimenti. —
Nella stanza non c'era neanche l'ombra di una sedia.
Il pittore, allora, radunò entro un largo foglio di carta sudicia una
quantità di boccette vuote, di pennelli logori e di colori andati a
male; s'avvicinò al finestrone e li gittò fuori; quindi andò in un
angolo dello studio, prese due ciabatte vecchie e le lanciò con forza
fuori della finestra. Le due ciabatte mulinarono un istante sul cielo
nuvoloso come due uccellacci neri, e scomparvero.
Intanto aveva cominciato a piovere, e il giovinetto come se ne provasse
piacere, seguitava sempre a gittare gli oggetti inutili dalla finestra;
poi, crescendo la furia dell'acqua, richiuse la vetrata e portandosi
le mani ai fianchi, facendo arco della schiena, mugolò con voce nera:
— Accidenti alla pittura e a chi l'ha inventata — E volgendosi ancora
a noi, che eravamo sempre lì ritti come due coristi, seguitò: — Me lo
sanno dire loro chi l'ha inventato questo flagello di Dio?
— I greci! — risposi io prontamente.
— Allora accidenti alla Grecia! — riprese con voce sicura il
giovinotto; e appoggiando i gomiti al davanzale della finestra, rimase
a guardare, col naso sui vetri, la campagna grigia che si distendeva
sotto la pioggia dirotta fino ai colli ultimi ove si perdeva nel cielo
tempestoso.
— Bah! — borbottò poi volgendosi bruscamente, come se volesse scacciare
i pensieri tristi — non ci pensiamo! — E presa la valigetta e una
cartella, soggiunse: — Stiano bene. Me ne vado. Ecco la chiave.
— Con quest'acqua?
— Ci sono abituato — ribattè il pittore alzando le spalle; e pigliato
un disegno che aveva lasciato sul tavolino a tre gambe (una testina di
ciociara segnata coi pastelli) porgendolo a noi, disse sorridendo: — Lo
terranno per mio ricordo.
— Grazie! Ma lei non se ne va, ora. — disse il mio amico sbarrandogli
la via dell'uscio.
— Non posso trattenermi, debbo partire.
— Parte?
— Vado a Napoli.
— Ma allora, le vogliamo augurare il buon viaggio. Qui sotto c'è
un'osteria?
— Pur troppo! — fece il pittore.
L'acqua intanto rinforzava e il mio amico uscì e tornò di lì a poco,
con un litro e tre bicchieri.
— Alla vostra salute e alla vostra fortuna.
— Alla vostra — soggiunse il pittore, e urtammo i tre bicchieri che
mandarono un trillo allegro in quello stanzone triste.
— Evviva... Evviva... — esclamò allora una voce di sotto alle tavole
del pavimento. — Nel mio studio piove acqua e nel tuo piove vino, eh!
— Oh, Mario! vieni su! — gridò il triestino, chinando la testa verso
l'assito.
— Vengo. — rispose la voce di sotto al pavimento di tavole, e s'udì il
colpo d'un uscio che si chiudeva.
— È lo scultore che sta qui sotto. — Ci disse il pittore: e non
aveva finito di dirlo quando la porta dello studio s'aprì ed entrò un
giovinotto tarchiato, vestito d'un camiciotto di tela gialla, con in
capo un berretto rosso alla turca. Restò sorpreso nel vederci e poi
chiese al triestino: — Non sei partito?
— Parto stasera. Bevi! — E vuotato il resto del vino in un bicchiere,
lo porse allo scultore, dicendogli: — Ti presento i nuovi inquilini.
Noi ci inchinammo ed egli dopo aver toccati col suo bicchiere i nostri:
domandò al pittore: — E tu? Non bevi?
Il litro era vuoto.
— Aspetta! — fece lo scultore, ed uscì.
— Bravo giovinotto! Bravo giovinotto! — ci disse il triestino posando
il bicchiere vuoto sul tavolino: — È un siciliano; e loro che si
trattengono qui...
— Accidenti come vien giù! — esclamò lo scultore rientrando di
corsa, fradicio d'acqua, cavando un litro e un bicchiere di sotto al
camiciotto.
Vuotato il nuovo litro, il triestino ne volle pagare uno anche lui, e
allora ognuno trasse di tasca la pipa e s'incominciò a parlare come se
ci fossimo conosciuti da cento anni.
*
* *
Quando abbandonammo lo studio, sul cielo rasserenato brillavano le
stelle e un venticello freddo e leggiero faceva svolazzare il fiocco
della cravatta allo scultore, che, calcatosi in testa il cappello a
cencio, parlava furiosamente, trinciando l'aria con le mani aperte.
— Michelangelo, Tiziano, Raffaello, Correggio! — diceva — Eccoli
qua questi quattro nomi che ci stanno sospesi eternamente sul capo
come quattro spade di Damocle. La forma, il colore, la grazia e il
chiaroscuro. E noi eccoci qua a bussare alla porta del gran teatro
dell'arte, dove si rappresenta quella bella commedia che è il vero.
Cari amici, i buoni posti son presi. Non ci resta se non qualche posto
di piccionaia. — E si sbottonava nervosamente la giacca. Poi accese un
mozzicone di sigaro e scotendo la testa continuò: — Lavoriamo, sudiamo,
sgobbiamo, facciamo la grande statua, il gran quadro; e l'ultimo
imbecille che gitterà, passando frettoloso, una occhiata sulla nostra
opera che sarà costata a noi tante lacrime e tanto sudore, mormorerà
allontanandosi il solito Michelangelo per la forma, l'inevitabile
Tiziano pel colore, l'ineluttabile Raffaello per la grazia e
l'immancabile Correggio pel chiaroscuro. Siamo nati troppo tardi. I
buoni posti son presi.
E gittando via il sigaro, ripigliava animandosi sempre più: — E il
bello è, che ad ogni istante mi sento urlare alle calcagna da cento
voci: lavora! lavora! Ma per chi debbo lavorare? Per il pubblico?
Giusto! Proprio per questo ignorante e pitocco che dice di amare i suoi
Michelangeli, i suoi Tiziani, i suoi Raffaelli e i suoi Correggi perchè
il dirlo non costa niente. Per la gloria? E chi l'ha mai conosciuta
questa strega? Dunque? Per chi debbo lavorare? Per chi? — E s'era
fermato in mezzo alla via con le mani sui fianchi fissando il terreno
fangoso.
— Per i posteri! — gli rispose il triestino, posando in terra la
valigetta che tentava di liberarsi dalla cordicella che la stringeva
troppo.
— Bravo! — riprese allora lo scultore — Proprio per loro voglio
logorarmi la vita! Per questi scrocconi dell'umanità. E che obbligo ho
io di lavorare per i posteri? Forse per dare il gusto, di qui a mille
anni, a un lustrascarpe milionario di comperare una mia statua per
un milione di scudi? Bella soddisfazione! E poi scusa, perchè mai io
dovrei lavorare per i posteri? Che cosa hanno fatto loro per noi?
— Niente! — sentenziò il triestino — Niente!
Intanto il vento fresco fischiava nella stradicciuola solitaria, sul
cielo brillavano le stelle e dalle vicine campagne venivano i canti
tremolanti dei grilli e il gracidare rauco delle rane.
*
* *
Il giorno dopo andai a far visita allo scultore e lo trovai che
lavorava attorno a un busto di creta. Ci stringemmo la mano come vecchi
amici e mentre volgevo gli occhi verso il suo lavoro: — Per carità —
esclamò — non guardi. È roba da morire. Lavoro dalla fotografia ed è
proprio un martirio! Ma come si fa? Vivere bisogna!
— Per altro somiglia. — dissi confrontando il busto con una fotografia
che l'artista m'aveva presentata.
— Sentiremo che cosa ne penserà il committente. Giusto ora deve venire.
— Allora vuol dire che gli ultimi colpi di stecca glie li darà avendo
a modello il vero.
— No, no — mi rispose egli ridendo. — Il committente è il figlio di
questo busto.
— Dunque il busto...
— È morto. — soggiunse lo scultore accarezzandogli il naso col pollice;
— lo modello per commissione del figlio che mi ha mandato questa
orribile fotografia.
A questo punto s'udì picchiare alla porta.
— Le sono d'incomodo? — dimandai.
— No, resti — riprese; e volgendosi verso la porta, disse ad alta voce:
— Avanti!
Un uomo sorridente, avvolto in un mantello di panno nero foderato di
lanetta verde, comparve su l'uscio esclamando: — Bongiorno!
— Bongiorno! — rispose il giovinotto stringendogli la mano con
effusione e forzandolo a non togliersi il cappello a cono.
Io intanto m'ero seduto in un angolo di un canapè, su la cui stolta
sdruscita ai ghirigori del tessuto si mescolavano schizzi di gesso e
sberleffi di argilla secca.
— Dunque? — chiese il provinciale sempre sorridente, asciugandosi con
un ampio fazzoletto turchino il sudore che gli scolava giù per le gote
infiammate.
Lo scultore s'era avvicinato al cavalletto e aspettava, con le mani
nelle tasche dei calzoni, fermo accanto alla testa di creta. Nel
silenzio s'udiva il ronzio di un moscone impigliatosi in una tela di
ragno su l'ultimo vetro del finestrone.
— Dunque? Il busto? — riprese il buon uomo sempre sorridendo e girando
qua e là per lo studio gli occhi tondi.
— Eccolo. — disse alla fine il giovinotto, accennando la sua ultima
creazione.
Ci fu un altro istante di silenzio; poi il provinciale smise di
sorridere e appuntando l'indice teso verso il busto e gli occhi
spalancati in volto all'artista, esclamò con voce rassegnata: — Questo
è mio padre?
— Non le piace? — domandò il giovinotto, aggrottando le ciglia.
— Mah!
— Mah! caro lei — interruppe allora il mio amico animandosi — caro lei,
dalla fotografia, capirà che si lavora a un di presso.
— Eh! Già! Capisco! La fotografia è un di presso — balbettò il
pover'uomo; — ma la _bona memoria_ di mio padre non aveva la barba.
— Non aveva la barba? E questa che cosa è? — dimandò allora lo scultore
impazientito, mostrando al provinciale il ritratto da cui aveva
ricavato il busto.
Il buon uomo lo prese in mano, e come l'ebbe guardato esclamò: — Ma
questo non è mio padre!
Era avvenuto un equivoco deplorevole. Il fotografo incaricato di
spedire all'artista la fotografia, in luogo di un ritratto ne aveva
mandato un altro.
— Ed ora — chiese lo scultore — come s'accomoda? Lei m'ha mandato una
fotografia, m'ha scritto di ritrarne un busto; il busto l'ho fatto.
Dunque?
Seppi di poi come s'erano accomodati. Per venticinque lire di più sul
prezzo stabilito, l'alunno di Fidia s'era impegnato a togliere la barba
al busto, e a consegnarlo in tutto e per tutto somigliante al nuovo
ritratto che gli sarebbe stato mandato.
*
* *
La stanza vicina alla nostra era stata presa in affitto da tre pittori
paesisti. Tre figure, che a vederle insieme non si poteva fare a meno
di sorridere. Il primo, grassoccio, e alto come un granatiere, andava
sempre attorno vestito con un costume di velluto che, a seconda della
maggiore o minor quantità di luce che vi pioveva sopra, cangiava di
colore. Perciò lo chiamavano il camaleonte. Il secondo, un giovinetto
lungo, secco e nervoso come una donna isterica, portava sempre in
dosso una lunga palandrana nera, sempre sbottonata, che gli scendeva
fino alle calcagna; l'ultimo, basso e tarchiato, con la faccia grassa
come una luna piena, con una selva di capelli rossastri e ricciuti,
girava per il mondo, tanto d'estate quanto d'inverno, con un soprabito
verdastro e un paio di stivaloni alla scudiera. I primi due più che
dipingerlo il paesaggio, lo ragionavano. Il terzo ascoltava sempre i
suoi compagni accigliato e silenzioso, e all'ultimo, quando i due per
il lungo parlare restavano senza voce, chiudeva tutte le discussioni
con queste parole: — Non si può essere esclusivisti. È questione di
coscienza. L'arte è una laguna.
Il camaleonte non ammetteva che si potesse togliere nemmeno un filo
d'erba dalla scena che si ricopiava dal vero. L'altro invece gridava
con la sua vocetta di galletto di primo canto, che il vero si deve
copiarlo non come si vede, ma come si ama. E lui, lo amava come lo
avevano amato Claudio di Lorena e il Pussino. Nutriva un odio furioso
contro gli ortolani, e faceva risalire a quei poveri lavoratori della
terra la causa della mancanza di buoni maestri di paesaggio.
— Ma se piantano gli alberi dove non stanno bene! — gridava, torcendosi
come una biscia. E soggiungeva subito: — Fino a quando gli ortolani e
i vignaroli non conosceranno il _Liber Veritatis_ del grande Claudio,
— e qui, se lo aveva in testa, si levava il cappello — fino a quando
essi non sapranno piantar gli alberi dove devono essere piantati
perchè stiano bene nel paesaggio, non avremo mai grandi paesisti. E io
preferirò sempre di farmelo da me il mio paesaggio e di compormelo come
lo amo io.
Allora il camaleonte, faceva una carica a fondo contro Claudio di
Lorena; e quello dai capelli ricciuti, dondolando il suo testone,
ripeteva invariabilmente: — Non si può essere esclusivisti. È questione
di coscienza. L'arte è una laguna.
Del resto, benchè tutti e tre i nostri vicini avessero differenti idee
sul paesaggio, in una cosa andavano perfettamente d'accordo: nel non
dipingerlo mai.
Accanto ai tre paesisti abitava un vecchio copista, e tutti lo
chiamavano il professore Calendario.
— Ma perchè mai lo chiamate così? — chiesi un giorno allo scultore
siciliano col quale eravamo divenuti intimi.
— Perchè si tinge la barba.
— E che cosa c'entra la barba col calendario?
— C'entra benissimo. Vedi: il mese, come sai, è composto di quattro
settimane.
— Ebbene?
— Ebbene: il professore si tinge la barba una volta al mese; per cui
dal primo giorno del mese all'ottavo, la sua barba è nera. Dall'otto
ai sedici diviene marrone; dai sedici al ventiquattro tutti i peli del
professore diventano rossicci; dal ventiquattro in su diventano gialli,
e quando la barba del professore è gialla, vuol dire che siamo alla
fine del mese.
— E allora è orribile essere al verde — ripresi io ridendo.
Vicino allo studio del professore s'apriva una terrazzina scoperta
dove i modelli andavano a sgranchire le membra nei momenti di riposo,
e per solito dalle dieci alle dieci e mezza, tempo permettendolo, c'era
rappresentazione: ci andavano spessissimo a passeggiare Torquati Tassi
e Beatrici Cenci, cardinali Ippoliti e moschettieri, Danti e conti
goldoniani, frati dalle tonache scolorite e guerrieri medioevali,
apostoli ed evangelisti; e, qualche volta non era difficile di vederci
qualche Padreterno con gli occhiali che fumava la pipa, leggendo il
giornale, o discorreva a tu per tu con una ciociara di Sora.
Dalla terrazza salendo una scalettina di legno si andava in una specie
di piccionaia, dove abitavano una pittrice tedesca vecchia come
una mummia, e un giovinetto magro e sparuto che era venuto a Roma,
mandatovi in pensione dal municipio di una piccola città delle Puglie.
Il giovinetto non appena arrivato qui era andato a visitare il museo
vaticano per studiarvi la Trasfigurazione di Raffaello. Lassù aveva
conosciuto la vecchia tedesca che copiava il quadro del grande maestro
e avevan finito con l'unirsi, accomunando, a maggior gloria dell'arte,
la loro miseria e il culto per il divino urbinate. Il giorno andavano
in giro per i musei; all'imbrunire tornavano nel loro bugigattolo e
quello che facessero là dentro nessuno lo ha mai saputo.
Un giorno, il pugliese venne nel nostro studio a dimandarmi non so più
quale cosa, e mi raccontò che il suo municipio lo aveva mandato a Roma
togliendolo dalla campagna dove guidava le pecore.
— Fin da fanciullo io scolpivo col temperino nel legno i ritratti dei
miei compagni. — mi disse il pugliese, e cavato dalla tasca un quaderno
che gli dava noia nel gestire, perchè parlando il giovinetto agitava
nervosamente le braccia lunghe e magre, lo posò sul mio tavolino. Io
gittai lo sguardo sul quaderno e vi lessi in cima alla prima pagina,
scritto in bel carattere rotondo, questo titolo: _Del modo come ti
dovrai regolare per dipingere vecchie megere irate e brutte a guisa di
furie infernali._
Non mi potei trattenere dal ridere, e come egli s'avvide che avevo
letto il suo manoscritto, divenne di bragia, e con un atto brusco coprì
con la mano il quaderno.
— Ma perchè — gli dissi — nasconde il suo lavoro e arrossisce? Dovrebbe
esserne orgoglioso, mi pare.
E siccome io lo lodava del suo amore per l'arte si rabbonì e incominciò
a parlarmi di un quadro che egli stava dipingendo (quadro che nessuno
vide mai), e di certe preparazioni esperimentate con molta fortuna.
— È inutile illudersi — mi disse poi — gli antichi preparavano tutti. E
questa è la ragione dell'eccellenza della loro arte. — Ah! se potessi
avere nelle mani un quadro di Tiziano! Glielo vorrei far vedere io
quello che c'è sotto.
— E che cosa vuole che ci sia?
— Ma lei si vuol levare un gusto? — riprese allora interrompendomi il
pugliese. — Lei vada in una galleria, gratti il cielo di un quadro di
Tiziano e vedrà che ci trova sotto...
— Per lo meno un paio d'anni di manicomio! — esclamai io, ridendo.
— Ma lasci andare gli scherzi! Lei raschi un cielo di Tiziano e vedrà
che sotto al turchino ci troverà il cinabro. Eh! caro lei, oggi la
pittura si fa a orecchio. Oggi non si prepara più. Non si vela più: e
pure, dica quello che vuole, ma la forza dei veneziani consiste appunto
nelle velature e nelle preparazioni. — E, mentre io lo ascoltavo, prese
a discorrermi di Cennino Cennini, e di un professore suo amico che gli
aveva dato consigli e precetti di pittura; e dopo di avermi spiegate
talune astruserie sui varii sistemi di dipingere «in fresco», all'olio
e all'acquarello; sprofondò una mano nella tasca del suo abito e ne
cavò fuori due uova.
— Due uova? — dissi interrogandolo con gli occhi.
— Già, due uova. E sa che ne farò?
— Lo immagino.
— No... No... Con queste uova rafforzerò la spina dorsale del mio
quadro.
Io lo guardavo sorpreso, ed egli contento della mia ignoranza posò le
uova sul tavolino e rificcata la mano nella tasca ne cavò un involtino.
— Che cosa è? — gli chiesi.
— Guardi — disse aprendo la carta. — È miele, e ci dipingerò il terreno
del mio quadro.
E siccome io rideva, egli alzando il pollice nel vuoto, riprese a dire:
— Guardi bene. Qui nero d'avorio — E agitava il pollice come se desse
il colore sulla sua tela. — Qui sopra una brava velatura di giallo
battuto impastato col miele; e quando sarà diseccata, una buona lavata
con questo.
— E lì che altro c'è? — chiesi additando un altro involto che egli avea
cavato di tasca.
— È sapone. — E in così dire mi mostrò un pezzo di sapone nero da
lavandaia.
Io non osando più di contradirlo allungai lo sguardo su un nuovo
involto che gli usciva da un'altra tasca dell'abito. Il pugliese
appena s'avvide della mia curiosità, cavò fuori anche quella carta e la
svolse. C'era dentro una fetta di pane.
— E se è lecito con quello che cosa ci dipingerà? — ripresi io
sorridendo e accennando il pane.
— Il mio pranzo, — ripigliò il pugliese fieramente: e se ne andò.
Il giorno dopo gli domandai quale successo avessero avuto i suoi
esperimenti. Egli diventò rosso, annaspò poche parole, mi stese la mano
e si allontanò.
Compresi tutto. Il disgraziato non aveva avuto la forza di resistere
agli stimoli dello stomaco vuoto, e così il miele che dovea stemperar
coi colori per il terreno del suo quadro, lo avea spalmato sulla fetta
di pane; le due uova, invece di amalgamarle ai colori del cielo per
dar luce e smalto al dipinto, le avea cotte al tegame, e il sapone...
Oh! il sapone era l'unica cosa da lui serbata per la pittura: almeno a
giudicarne dalle sue mani!
*
* *
Ma forse il più bel tipo fra tutti era il segretario dello
_stabilimento_: un vecchietto magrolino, con una barbettina biancastra
su le guance rugose color di terra cotta, coi riccioli incolti della
capigliatura che gli uscivano di sotto alla tesa unta di un cappellino
a cencio. E perchè camminava a passi brevi e misurati con una certa
languidezza di movimenti, benchè i suoi genitori lo avessero battezzato
col nome di Nicola, lo chiamavano tutti Nicoletta.
Lo chiamavano anche segretario; perchè era lui che spazzava gli studii,
faceva gli sgomberi, e portava in giro i quadri; infine perchè era
lui che faceva qualunque altro servizio potesse occorrere agli artisti
dello _stabilimento_.
Per lunghi anni aveva esercitata la professione del modello;
ma poi l'aveva abbandonata perchè, come soleva dire, _li tempi
s'annuvolaveno_. E mettendo insieme poche tegole tolte alle case
vicine, qualche tavola tarlata presa negli studii e qualche albero
secco portato via dagli orti vicini, s'era costruita una specie di
capanna a ridosso di un muro dello _stabilimento_, e in quel rifugio
passava tranquillamente le sue giornate, fumando la pipa e fabbricando
torce di resina.
— _So' solo!_ — diceva sempre — _So' solo, e sarv'ognuno, quanno ho
magnato io, hanno magnato tutti._
Egli avea incominciato a posare da angioletto per Thorwaldsen; avea
posato da Redentore nello studio di Podesti e da Immacolata Concezione
in quello dell'Agricola. Tenerani lo avea effigiato in marmo con un
paludamento greco: aveva indossato un robone serico da consigliere
della Repubblica veneta nello studio del Celentano; Fracassini lo avea
dipinto, ricoperto di stoffe preziose, in costume da grande di Spagna;
Rosales da romano antico e Fortuny da vecchio nobile del settecento.
Poi il buon Nicoletta, visto che _li tempi s'annuvolaveno_, si era
ritirato dalla professione. Ma pur fabbricando torce a vento era
rimasto ognora affezionato agli artisti che, anche se vecchi, egli
chiamava «_quelli regazzi!_» Alle loro dimande rispondeva sempre: —
Penso io! — Pur di rendere un servigio a un artista si sarebbe gettato
dalla finestra. Dolcissimo di carattere, avea però due odii i quali non
s'erano spenti in lui neanche dopo di aver abbandonato il mestiere del
modello: odiava ferocemente la pittura di paesaggio e i manichini. I
quadri di paesaggio a suo giudizio erano robetta da gentuccia volgare
che, come solea dire, _nun ci ha gnente nè qui_ — e così dicendo
s'appuntava l'indice sulla fronte — _nè qui_ — e si batteva con la
destra il taschino vuoto del suo corpetto.
Così egli definiva l'arte del paesaggio. E soggiungeva poi: — _A
dipigne' l'arberi tutti so' boni. Puro le donne!_
Ma per vedere andar fuori dei gangheri il buon vecchietto, bisognava
nominargli il manichino. Allora non ragionava più. Stralunava
gli occhi, stringeva i pugni e urlava con voce irata: — _Canajie
che rubbeno er pane a li poveri modelli!_ — diventando rosso e
digrignando i pochi denti che gli erano rimasti, se ne andava tossendo
rabbiosamente. Ma quando saliva negli studii per spazzarli, se gli
riusciva di farlo senza che alcuno potesse vederlo, andava ad allentare
le chiavi che servono a moderare le giunture ai manichini; e quando
vedeva un povero manichino dinoccolato e cascante, s'allontanava
saltellando e sghignazzando appagato e contento.
*
* *
Dalla parte ove s'era composta la capanna il modello fabbricante di
torce a vento, v'erano altri tre studii da scultore e una cantina
che veniva chiamata il museo, dove si raccoglievano continuamente gli
oggetti utili ed inutili che gli artisti, partendo, lasciavano nelle
stanze o perchè fosse loro impossibile di trasportarli altrove, o più
spesso in pagamento di qualche mese di fitto.
Visitai una volta il museo col padrone degli studii al quale avevo
chiesto un cavalletto. Là dentro nella penombra si accumulavano
alla rinfusa cavalletti e tavolini, cornici vecchie e divani con la
stoffa strappata, cuscini sventrati e sedie senza paglia, cassette da
dipingere sgangherate e disegni andati a male, busti di gesso senza
naso e fagotti di cenci, statue senza testa e manichini ammuffiti,
scheletri d'ombrelli da pittore e chitarre rotte, quadri sfondati e
pennelli logori; e cento altri oggetti diversi.
Il museo si apriva quando qualche nuovo arrivato avea bisogno di
un mobile per il suo studio, o quando se ne andava qualche vecchio
inquilino; ma verso gli ultimi del mese, rimaneva sempre aperto chè
ogni mese arrivavano nuovi affittuari.
Ne ho vista di gente arrivare e partire da quegli studii! Per lo più
ci venivano molti giovinotti che facevano risuonare allegramente gli
ampii stanzoni con la letizia dei loro canti. Arrivavano tutti con una
cartella sotto il braccio, un pane in tasca e una pipa in bocca; si
fermavano per qualche mese e se ne andavano allegramente, alcuni pochi
per avviarsi a conquistare un posto nella storia dell'arte, e molti
altri per andare a finire i loro giorni in un lettuccio di qualche
ospedale.
Pure, di tanto in tanto, vi capitavano alcuni vecchi col volto giallo
dalla fame e con gli abiti dimessi: quasi sempre figure sconosciute di
copisti di galleria.
I copisti!
Io non ho mai conosciuta una classe di persone più tragicamente comica,
e più dolorosamente umoristica dei copisti di galleria.
Bisogna vederli quando al mattino di buon'ora se ne vanno taciturni
e serii al loro lavoro; bisogna osservarli quando seduti innanzi
alle loro tele con le larghe e morbide pennellesse di martora velano
di lacca rosea le carni delle veneri e delle ninfe nel cospetto dei
capolavori dell'arte antica ed ascoltarli quando nei momenti di riposo,
adunati in crocchio, parlano dei loro maestri favoriti: già, perchè
ogni copista ha il suo autore prediletto. Anzi ce n'è di quelli che
riproducono soltanto un quadro di un dato autore, e a lungo andare
finiscono col persuadersi che il quadro copiato sia opera loro.
Uno di tali copisti lo incontrai nella galleria Borghese. Era sui
cinquant'anni, e a vederlo, di primo acchito, si sarebbe scambiato per
un alto impiegato delle pompe funebri. Soprabito nero, cravatta nera,
cilindro nero, camicia... stavo per dire nera.
Lo conobbi quando era in voga l'autore che copiava, anzi il quadro
dell'autore da lui riprodotto; perchè egli non faceva che riprodurre
sempre il medesimo quadro: la Speranza di Guido Reni. Ne aveva fatte
tante e tante di riproduzioni, tante e tante che nel suo mondo era
chiamato: lo speranzoso. E sugli ultimi le sue copie le faceva a
memoria. Ne dipingeva due al mese, e campava col frutto di quel suo
lavoro. Ma un bel giorno, non so per qual ragione, ci fu ristagno nello
smercio delle Speranze di Guido Reni, e al povero copista finirono i
guadagni.
Lo rividi qualche tempo dopo, quando venne a chiedere in fitto una
stanza nello _stabilimento di studii_. L'ebbe; e vi trasportò un cumulo
di Speranze deluse. Poichè al povero copista che aveva continuato per
tanti e tanti anni di seguito a dipinger due copie al mese del quadro
di Guido, la forza dell'abitudine non gli permetteva di smettere.
Per lui dipingere due Speranze di Guido Reni al mese era divenuta una
necessità alla quale provava inutilmente di ribellarsi.
Verso i quindici di ogni mese egli diveniva malinconico, taciturno,
intrattabile; la nostalgia del quadro del nobile e dolce pittore
bolognese lo conquistava, e non ritrovava la pace se non di dopo
essersi chiuso nello studio e d'aver dipinto le due copie mensili della
ineluttabile Speranza, le quali, manco a dirlo, andavano ad accrescere
il cumulo delle altre sue speranze purtroppo irrealizzabili.
Ne conobbi un altro che copiava sempre un affresco attribuito
a Leonardo da Vinci. I quadri del Vinci li chiamava «i nostri
capolavori». Sapeva a memoria la vita del grande pittore e la narrava
così, come se raccontasse la propria. Le giornate le passava quasi
tutte in S. Onofrio, e la sera, appena tornava in casa, andava a un
tavolino, vi posava sù le mani aperte, chiamava Leonardo e ci si
metteva a discorrere, chiedendogli pareri, giudizi e consigli. Un
giorno ci narrò con le lagrime agli occhi come avesse litigato con
Leonardo per una certa velatura di lacca che il grande pittore voleva
si desse a una ultima opera del copista, e finì esclamando con voce
desolata: — Non capisce che se gli diamo la velatura roviniamo il
quadro.
La lite durò parecchio tempo e prese anche una brutta piega. Difatti
qualche giorno dopo lo incontrammo con un braccio al collo.
— Guardate! come m'ha conciato Leonardo — ci disse mostrandoci il
braccio appeso al fazzoletto. — L'altra sera sempre per quella tal
velatura abbiamo questionato di nuovo e mi ha dato un pugno che ancora
ne sono indolenzito. — E come noi ci provavamo a consolarlo egli
incalzò: — Ma che forza ha quel grande! Eh! già, altre tempre! Altri
uomini i nostri vecchi! — E guardandoci come se volesse rimproverarci
la nostra fiacchezza si allontanò. Lo rivedemmo poi felice e contento.
Ci venne incontro con un'aria di letizia ineffabile e ci disse: —
Abbiamo rifatta la pace! Abbiamo rifatta la pace! Guardate un po'
— e in così dire ci mostrava una palla da bigliardo che poi ripose
immediatamente in tasca — ora non mi scappa più; l'ho fatto entrare qui
dentro. Siamo ridiventati amici. Ieri sera l'ho condotto a teatro. Come
s'è divertito! Era così contento che me lo sentivo ballar qui, qui! —
e si toccava il cocuzzolo con la mano scarna. La manìa dello spiritismo
lo aveva fatto impazzire.
Una delle sue fissazioni negli ultimi tempi era quella di comperare
qualche uccellino e di lasciarlo libero. Così faceva Leonardo.
L'ultima volta che lo vidi fu una domenica di maggio a piazza del
Popolo nell'ora del passeggio. Aveva comperato un mazzo di palloncini
da due soldi gonfi di gas e sciogliendoli lentamente uno ad uno li
mandava in aria, fra gli schiamazzi dei monelli, gridando che così
faceva Leonardo.
Due guardie lo condussero, fra le risa della folla, prima in guardiola
e poi al manicomio.
*
* *
Ma fra i vecchi artisti che capitavano qualche volta fra noi i più
ridicoli eran quelli i quali, benchè induriti nei vieti precetti
dell'Accademia, avendo visto i giovani muovere a combattere in difesa
dell'arte nuova che in quei giorni si chiamava «il vero», tentavano
invano di sciogliersi dai tenaci legami che li avvincevano all'arte del
Camuccini e dell'Agricola.
Non scorderò mai vino di costoro, che dovendo effigiare in un quadro
d'altare il battesimo di Gesù, e non potendo andare a dipingere il
suo quadro sulle rive del Giordano e non volendo d'altra parte perder
l'effetto della verità, costrinse i suoi modelli, uno vestito da Gesù
e l'altro da San Giovanni Battista, a restare in posa coi loro piedi
immersi in una catinella, piena d'acqua marcia.
Però, ripeto, i vecchi che capitavano fra noi erano sempre pochi. Per
lo più ci venivano molti giovinotti; sostavano qualche mese e se ne
andavano lietamente.
*
* *
Ma uno che ci venne pieno di letizia e raggiante di speranza, ci rimase.
Era un buon figliuolo, piccolo e bruno venuto di Spagna. Il giorno
lavorava sempre cantando e la notte dormiva nello studio fra i suoi
bozzetti e la sua miseria. Quando sull'imbrunire noi uscivamo dallo
_stabilimento_, passando innanzi alla sua stanza, gli davamo la buona
notte, ed egli di dentro ci rispondeva cantando a squarciagola una
canzone dei suoi paesi: una canzone dove c'entravano un re moro e
una gitana di Siviglia; e mentre ci allontanavamo tenendogli bordone,
sentivamo la sua voce a poco a poco affievolirsi, e volgendoci, sul
cielo d'un azzurro scuro vedevamo rosseggiare per la luce della lampada
il finestrone dello studio, dove egli passava le sue notti, lieto e
spensierato, fra i suoi bozzetti di creta, e la sua miseria. Una sera
come al solito gli urlammo la buona notte, ma la canzone del re moro
non risuonò nella quiete della campagna. Bussammo alla porta. Una
ciociara venne a dirci che lo spagnuolo aveva la febbre. Entrammo.
Lo scultore si levò a sedere sul lettuccio e facendosi schermo con le
mani agli occhi per non vedere la luce che lo infastidiva ci ringraziò,
sorridendo e soggiunse: — Non è niente. È un po' di febbre. Grazie! —
E si raggomitolò fra le coltri.
Uscimmo rattristati e la ciociara rimase a vegliarlo.
L'indomani sapemmo che il poveretto era stato colto da una perniciosa.
Venne un medico e l'ubriacò di chinino. Volevamo condurlo via dallo
studio; ma il medico ci disse alzando le spalle:
— Oggi non è possibile. Sarebbe peggio. Vedremo domani, se il male
scema. — E mentre parlava guardava curiosamente i bozzetti ch'erano
disseminati nello studio. — Vedremo domani — disse ancora, e, dopo
un'altra guardata ai bozzetti, se ne andò.
L'indomani lo scultore peggiorò, e, perduta la ragione, prese a
discorrere del suo paese e della sua casa paterna. Delirava, e non
appena il delirio cessava, ricadeva stordito sul lettuccio e il sudore
gli gocciolava dalla fronte giù per le gote infiammate.
Agli ultimi momenti ebbe una allucinazione, che forse fu il suo estremo
conforto.
A chi lo assisteva, dava nomi spagnuoli, forse quelli dei suoi cari;
e quando l'agonia cominciò a straziarlo abbracciò teneramente la
ciociara, che singhiozzava, e chiamandola con un filo di voce col dolce
nome di mamma, baciandola e ribaciandola, le morì fra le braccia.
*
* *
Ero innanzi allo studio del povero scultore, quando un signore
vestito di nero, che Nicoletta, inchinandosi di quando in quando
rispettosamente, onorava col titolo di signor commissario, venne a
suggellarne la porta.
Nicoletta reggeva una candela, e il signore vestito di nero con qualche
fettuccia bianca nella sinistra e un suggello in bocca, bruciava la
ceralacca rossa sulla fiamma. Alcuni monelli, nè tristi nè lieti,
interrotti i loro giuochi, stavano a guardarli. Il sole illuminava
giocondamente il prato verde davanti allo _stabilimento_ e i mandorli
in fiore biancheggiavano sul cielo sereno. Un quadro!
Sopraggiunse una modella che andava in cerca di lavoro e vedendo i due
che ponevano i suggelli alla porta, mi venne vicino e mi domandò che
cosa stessero facendo.
— È morto! — le risposi.
— Chi?
— Lo spagnuolo.
— Poveretto! — esclamò la modella; e rimase a capo chino, per un
poco immobile; poi rialzò la testa, guardò il signor commissario che
accendeva il sigaro alla candela, e soggiunse, sospirando: — _Proprio
adesso che m'aveva promesso un par de stivaletti de brunella!_
IL MODELLO
Mario, quand'io lo conobbi, era un povero vecchio tutto ossa e pelle,
con una barba bianca bianca, che gli cadeva sul petto, e con una
lunga zazzera che scendendogli come una pioggia di fili d'argento su
le spalle, gli copriva quasi la metà d'una giacca di velluto marrone,
deturpata e rosicata dagli anni.
Al Vicoletto della Scalaccia, ove andava a dormire in un cortiletto
umido e nero, lo chiamavano _er mago_: e le comari del vicinato al
vederlo gli andavano incontro ridendo e gli chiedevano tre numeri
sicuri. Egli si schermiva come meglio poteva, s'afferrava con le mani
scarne la barba, e scuotendo la testa si allontanava brontolando: —
_L'arte è ita! L'arte è ita!_ E qualche volta soggiungeva: — _Mo Mario
è vecchio! Che ve ne fate? Buttatelo a fiume!_
Povero Mario! Allora l'_arte nun era ita_, nè egli pensava alla
vecchiaja e alle bionde acque del Tevere, quando all'Accademia di belle
arti, gonfiava, fra l'ammirazione degli artisti, i muscoli dell'ampio
torace piegando la persona a raffigurare il Gallo moribondo o il
Discobulo, l'_Orazio ar ponte_ o il _Muzio Scevola all'ara_. Allora
l'_arte nun era ita_, quando egli andava di corsa _su pe' le spallette
d'Acquacetosa pe' mantenesse sciorta la muscolatura_, e saliva al museo
del Campidoglio _p'annà' a vede' come camminaveno e come se moveveno
l'antichi romani_. Perchè egli allora, e lo diceva a voce alta, non
era adatto a tenere azioni da imbecille: ma azioni _da potè' dà' er
movimento a la vita e a la storia_. Allora! Ma quando io lo conobbi, il
vecchio modello affogato sino agli occhi nella miseria, _de li tempi
antichi_ se ne ricordava soltanto se qualche volta passava sotto i
finestroni della sala del nudo, dell'Accademia e se poteva avvicinare
qualche studente per parlargli di amori russi e di Padreterni in
gloria, d'eroi del mondo greco e romano e di tanti artisti ai quali
lui, proprio lui, aveva dato il mezzo di divenir celebri. E si doveva
rider di cuore a sentirgli raccontare come una volta a uno straniero
che voleva farlo posare _da Giuda_ avesse risposto: — _Musiù, 'sta
faccia nun è faccia da traditore!_ — Ed era proprio una cosa pietosa il
sentir dire da quel povero vecchio affamato com'egli avesse più volte
acconsentito a posar da modello a un giovanotto che non poteva pagarlo,
solo contento d'aver aiutato uno che un giorno sarebbe diventato un
_pezzo grosso dell'arte_.
*
* *
Mario, quand'era ancora giovanissimo, faceva il taglialegna.
Un giorno, stanco dalla fatica lunga, s'era buttato in terra e s'era
addormentato al sole. Con la testa abbandonata all'indietro, saldamente
piantata su d'un collo taurino, egli sembrava in quell'atto un
gladiatore che si riposasse dalle fatiche del circo.
Un pittore, che per caso si trovò a passare, rimase colpito dalla
maschia beltà del dormiente; s'avvicinò a lui; lo risvegliò e gli
chiese se voleva posargli da modello.
Il giovinotto rimase un po' con gli occhi sbarrati a guardare
curiosamente l'artista, senza capir nulla; ma alla fine sorrise e
accettò; e l'indomani salì a via Sistina allo studio del pittore.
Questi, ritto su di una scaletta, riproduceva col carbone sopra una
tela ampissima e già piena di figure abbozzate, il contorno di una
fanciulla, che stava in mezzo alla stanza, immobile come una statua.
Ella era seminuda e i capelli neri ornati da alcuni ramoscelli d'edera
le cadevano su le spalle bianche e sul seno: reggeva con la sinistra
la pelle di una tigre, morta chi sa da quanto tempo, e con la destra
levava in alto una tazza di legno dorato. Accanto a lei una vecchia
ciociara faceva la calza.
Come il pittore vide il taglialegna, che appena entrato nello studio
s'era fermato col cappello in mano, scese subito dalla scaletta, e dopo
di aver detto alla fanciulla: — Vestitevi! — si avvicinò al giovinotto
e gli disse: — Spogliatevi!
Mario divenne di bragia e non si mosse.
— Coraggio! — riprese, sorridendo, l'artista, e allora il giovinotto,
mentre la fanciulla e la vecchia lo guardavano e ridevano, si levò
lentamente di dosso la giacca; poi si tolse il corpetto; poi con
un gesto energico si liberò dalla camicia e rimase col torso ignudo
dinanzi al pittore.
*
* *
Dopo qualche settimana lo spaccalegna non trovava il tempo per
soddisfare tutti gli artisti che desideravano di disegnare, dipingere
o scolpire la sua persona; e i professori dell'Accademia, quando alla
fine dell'anno scolastico dovettero eleggere il modello da dare agli
studenti dell'ultimo corso come soggetto per lo studio del nudo, fra
quanti modelli si presentarono, scelsero Mario, e gli dettero per tema
della posa l'azione del Combattente; ed egli la creò fra l'ammirazione
unanime e la sostenne per quattro ore di seguito senza muoversi di
una linea: un miracolo! Ma un bel giorno, mentre tutti gli artisti si
disputavano l'intelligente modello, questi sparì da Roma. Nelle sale
dell'Accademia, negli studii di scultura e specialmente in quelli
di pittura se ne dissero di ogni colore. Qualcheduno arrivò perfino
a raccontare come un altro modello, ingelosito dei successi del suo
collega, lo avesse strangolato e gettato in un pozzo; altri strizzando
gli occhi sussurrarono il nome di una signora polacca; molti, invece,
giurarono che Mario se l'era portato via un signore russo, il quale,
oltre all'avere molti milioni, aveva un culto anche per le belle arti.
Quasi tutti avevano dimenticato la strana avventura quando arrivò
a Roma un bell'uomo con barba grigia e le dita piene di anelli, il
quale, fumando sigari dell'Avana in un enorme bocchino d'ambra, andava
visitando gli studii per acquistar quadri. Alcuni affermarono, non
so con quanta ragione, che quell'amatore che parlava malamente il
francese, scusandosi col dire che in Russia si parlava così, fosse
Mario, non altri che Mario. Anzi i più arditi osarono di chiedere
direttamente a lui che veniva da Pietroburgo notizia di un certo
modello che doveva laggiù menar vita da gran signore; ma il mecenate
rispose di non averlo mai conosciuto. — D'altronde — aveva soggiunto
alzando le spalle e sorridendo — la Russia è tanto grande!
*
* *
Ma in sul morir dell'autunno del settantasette, Mario, il vero Mario,
tornò in Roma, e siccome vi fece ritorno con le tasche quasi vuote,
invecchiato e pieno di malanni, nessuno s'occupò di lui.
Fino a quando potè farlo frequentò un'osteria ove i modelli andavano a
giuocarsi, alle carte, i guadagni della giornata; e quando i quattrini
finirono, si trascinò all'Accademia e chiese lavoro.
— Fatevi rivedere fra una settimana. — gli dissero. Egli si fece
rivedere e fu fermato per una azione.
Il vecchio modello, che era stato là dentro, giovane e forte, provò
come un senso di vergogna nel doversi spogliare; ma si spogliò; entrò
nella sala piena di studenti, salì sul palco, incrociò le braccia sul
petto ed aspettò che lo mettessero in posa.
— Provate! — gli gridarono dai banchi.
A quell'invito egli si sentì affluire il sangue in faccia; per un
attimo un'onda di gioventù gli circolò nelle vene, e volle tentare
l'azione del Combattente: protese il petto in avanti, strinse le pugna,
e stralunando gli occhi, restò immobile. Tutti risero al vedere la
figura contorta e grottesca del povero vecchio.
Mario si appoggiò al muro per riposarsi da quella fatica divenuta
immane per lui, poi, col petto ansante, tornò innanzi e provò l'azione
del Discobulo e poi tentò di provare anche quella del Gladiatore.
Giù nei banchi si rideva sempre e qualcuno borbottava che non era
possibile di studiare con simili atteggiamenti. Alla fine un professore
si fece avanti; mise il vecchio ritto, stecchito, con le mani
ciondoloni e se ne andò scotendo il capo.
— Signori, la posa è messa. — gridò una voce, e gli studenti
cominciarono a lavorare di mala voglia.
Il disgraziato non sapeva capire perchè l'azione da cui aveva avuto la
fama, ora non piacesse più, e sentiva delle vampate di fuoco salirgli
su la faccia, gli girava il capo, la luce che gli pioveva ne gli occhi
l'accecava, fece un passo indietro e cadde come un cencio. Lo portarono
via e qualche studente, dando un frego sul disegno, del quale non era
riuscito a metter giù l'insieme, disse che era un'indecenza il far
posare un vecchio di quell'età: un vecchio manierato e scimunito che
non sapeva nemmeno alzare le braccia.
Il giorno dopo egli tornò all'Accademia per continuare la posa;
gli diedero qualche soldo e lo licenziarono, e un inserviente molto
intelligente e caritatevole gli spiegò che l'arte non era più quella
di una volta; che i professori antichi non c'erano più e che allora si
volevano modelli veri.
— _Ma, dunque io so' finto?_ — ruggì lo sciagurato afferrandosi con le
mani ossute la barba bianca.
L'inserviente rise alle parole del vecchio; ma lo accompagnò ugualmente
alla porta.
Mario allora girandolò di qua e di là per gli studii a mendicare
qualche ora di lavoro, ma tranne qualche breve posa, nello studio di
un professore conosciuto col nomignolo d'indiano perchè mandava nelle
Indie i suoi quadri raffiguranti per lo più martirii di missionari, e
tranne qualche seduta nella soffitta di un giovinotto che modellava per
commissione del municipio del suo paese natale un busto di Garibaldi,
non trovò altro.
*
* *
Passò ancora qualche anno.
Verso la fine dell'ottantacinque, in una rigida mattina piovosa, gli
studenti dell'ultimo corso dell'Accademia di belle arti, aspettando che
il modello dopo il consueto riposo tornasse sul palco per continuare
l'azione, avevano abbandonata la sala del nudo sparpagliandosi per i
corridoi pieni di statue di gesso che mettevano freddo a guardarle.
Molti s'erano già aggruppati intorno a una stufa di ghisa il cui
condotto fumigante si arrampicava in mezzo a una parete bianca fra
molte riproduzioni di disegni dei grandi maestri, quando alcuni
studenti, i quali passeggiavano con le mani in tasca, avendo visto un
loro compagno immerso nella lettura di un giornale gli si accostarono
e gli chiesero che cosa stesse leggendo.
— La storia di un modello, che si butta a fiume! — rispose lo studente.
— L'hai scritta tu? — gli dimandò uno, ridendo.
L'altro non rispose; e, succhiando la cannuccia di una pipetta di
radica che egli aveva fra le labbra, rimise gli occhi sul giornale.
— Leggi forte! esclamò qualcuno. E tutti quelli che gli si erano
avvicinati, non ignorando come il loro compagno, oltre al sapersi
sporcare le mani coi colori e talvolta con l'inchiostro, sapesse anche
leggere assai bene, gli si strinsero addosso esortandolo a cominciare
la lettura.
— Ma è troppo lunga! — osservò lo studente, mostrando il giornale.
— E che importa? Lèggine un pezzo. Tira via!
— E quale?
— Quello che vuoi.
Egli allora, lusingato dalle richieste insistenti dei suoi compagni
sorrise, e, prima di mettersi a fare il cantastorie ci pensò un
momento; ma poi si avvicinò alla stufa, vi battè sopra leggermente
la pipetta per farne uscire la cenere, narrò in succinto quanto aveva
letto dianzi, chinò la testa sul giornale e cominciò con voce sonora:
— «Spintovi dalla fame un giorno tornò all'Accademia...».
— Chi? — interruppe uno arrivato allora.
— Zitto! — gridarono tutti volgendosi verso l'interruttore e facendogli
cenno di tacere: e uno soggiunse a voce alta: — Si tratta di un modello
che si butta a fiume! Silenzio!
Il lettore tentennò il capo e, pronunciando lentamente le parole,
ricominciò: — «Spintovi dalla fame un giorno tornò all'Accademia e ne
fu scacciato». — E dopo una breve pausa riprese: — «Allora il povero
vecchio, appoggiandosi a un bastone, si trascinò fin sulla piazza
dell'Aracoeli dove egli era solito di passare gran parte delle sue
dolorose giornate. Colà...».
— Silenzio! — esclamarono anche una volta tutti insieme gli studenti e,
voltando le teste, videro un professore che si avvicinava parlando con
un usciere.
— Che cosa state a fare? — chiese il maestro, il quale infiorando, di
solito, il suo insegnamento con molte barzellette era assai stimato dai
suoi scolari.
— Stiamo a sentire la storia di un disgraziato. — gli risposero.
— Si tratta di un modello che si butta a fiume!
— tornò a dire la solita voce; ma questa volta sigillando le parole con
un sospiro profondo.
— Ci si butta? Dunque vuol dire che non ci si è ancora buttato?
— Non ancora; ma siamo lì!
— Allora corro ad avvertire la Società degli asfittici! — esclamò
il professore; e, allontanandosi in fretta con le mani nei capelli
svolazzanti, aggiunse:
— Forse arriviamo in tempo!
Dopo una risata doverosa tutti si volsero verso il lettore dicendogli:
— Vai avanti! — Ed egli aspettò che tutti si quietassero e, come vide
che tutti lo guardavano in silenzio con le orecchie intente, riprese:
— «Colà si sdrajò su uno dei primi gradini della grande scalinata della
chiesa e s'addormentò. Quando riaperse gli occhi dall'alto della torre
capitolina, dorata dagli ultimi raggi del sole cadevano sulla piazza i
rintocchi di una campana. Il vecchio all'udire quel suono che prima di
spegnersi ondeggiava gravemente nell'aria fredda si alzò e, scorgendo
sulla cima della cordonata le statue colossali dei Dioscuri su le
quali l'ombra già cominciava a salire, si ricordò di Marco Aurelio,
e avvicinatosi a una delle balaustrate, dietro a cui fra il fogliame
bruno dei ligustri cinguettavano i passeri, vi si appoggiò tentando di
trascinarsi sulla piazza michelangiolesca; ma dopo pochi passi dovette
fermarsi: le gambe gli tremavano. Tornò indietro ansimando e raccolta
nel cavo delle mani un po' d'acqua gelida che dalla bocca di un leone
di basalto cadeva in una conca di travertino la bebbe avidamente. Poi,
dopo di aver guardato ancora la torre ormai fiammeggiante di sole
soltanto nel vertice, e di aver abbassato anche una volta gli occhi
velati dalle lagrime sulla cordonata, su quella cordonata dove egli
in gioventù era passato tante volte correndo per andare a contemplare
nel museo capitolino quelle statue, delle quali egli soleva con la sua
bella persona imitare gli atteggiamenti, discese adagio adagio nella
via angusta e solitaria di Torre degli Specchi, ove qualche lampione
già acceso mandava un po' di luce giallognola su le mura squallide
di un antico monastero; attraversò la piazza Montanara, e arrivò alla
discesa di Monte Savello».
«Quivi alcuni _robivecchi_ che uscivano, cantando a squarciagola,
da una osteria lo presero a dileggiare: uno di loro gli mise le mani
addosso e lo spinse su le pietre nere di un portone enorme, bagnate
di liquido immondo, e un altro aprendo la bocca di un sacco gli andò
incontro sghignazzando e dicendogli di volercelo mettere dentro. Il
vecchio lo schivò; ma non s'era chinato per raccogliere un sasso, che
una ciabatta lanciatagli alle spalle da uno di quei bruti gli portò
via il cappello. Allora quanto più presto egli potè farlo si allontanò
e, mentre gli ubriachi gonfiando le gote barbute e ponendosi le mani
sudice sulle labbra congiunte e contratte continuavano a perseguitarlo
con suoni osceni e scurrili, entrò nel ponte Fabricio»...
— Cioè? — chiese uno.
— Ponte Quattro Capi!... Ignorante! — gli rispose un altro.
Tutti sorrisero; e il lettore, dopo un gesto d'impazienza, riprese:
— «... entrò nel ponte Fabricio, dove stremato di forze si appoggiò
a un'erma quadrifronte, e abbassato il capo ignudo e canuto rimase a
guardare il Tevere giallo e melmoso. Dopo qualche istante gli parve che
il fiume si fermasse e il ponte incominciasse a muoversi e, sentendosi
soffocato da un senso penoso di nausea, chiuse gli occhi; ma appena li
riaperse gli sembrò che il moto del ponte si accelerasse e che questo,
correndo sempre più veloce sulle acque immobili lo portasse verso un
punto lontano lontano dell'orizzonte ove, sopra una linea di casipole
brune, interrotta da qualche cupola e da qualche torre, moriva a poco
a poco l'ultima luce del giorno.
Allora il povero vecchio fu vinto dalla vertigine; si aggrappò con le
mani tremanti al parapetto del ponte; vi strisciò sopra e scomparve».
Gli applausi che avevano salutata la fine della dolorosa e commovente
storia del vecchio modello, letta con tanto garbo dal giovine aedo,
non s'erano ancora spenti, quando dal fondo del corridoio bianco, uscì
fuori un bidello nero, assai grave d'anni, col berretto grave d'anni
anch'esso, ma gallonato d'oro.
Al vedere il veglio onesto, degno di tanta riverenza in vista, che
fermatosi sotto una delle statue di gesso aveva preso a battere le mani
come se proprio volesse dire: — Qual negligenza, quale stare è questo?
— gli studenti lasciarono il corridoio, rientrarono nella grande
sala, ove sul palco era già risalito il modello (un giovane ignudo,
alto, forte e bellissimo), ripresero i loro posti e ricominciarono a
disegnare in silenzio.
IL MANICHINO
A ONORATO CARLANDI.
_Mio caro Onorato,_
_Se un anno addietro mi avessero detto che io sarei entrato a far parte
di quei tali seccatori del prossimo, conosciuti volgarmente sotto il
nome di conferenzieri, avrei scommesso chi sa qual somma strepitando
il contrario. Ma è purtroppo vero che a questo mondo si sa come si
nasce e non come si muore! Un anno è passato, ed eccomi qua battezzato
conferenziere e per di più conferenziere stampato._
_Del resto, caro Onorato, se l'Italia conta ora un seccatore di più il
merito mi par che sia tuo._
_Ti ricordi? Eravamo in dieci o dodici nella taverna del nostro Circolo
artistico e parlavamo delle conferenze che allora si tenevano nella
sua sala maggiore: ed io ricordo di aver detto, che le conferenze,
quando non divertono, annoiano. Poi il discorso seguitò fra il giocondo
tintinnìo dei bicchieri e ci dividemmo in due campi. Tu per fare con
la voce squillante l'elogio delle conferenze: io invece per dimostrare
come l'uomo a questo mondo fosse già troppo infelice per infliggergli
anche cotesto martirio._
_Non potendoci mettere d'accordo, si passò a discutere se le conferenze
si dovessero dire o leggere._
— _Si devono leggere._ — _dicevi tu._
_ — No. Si debbono dire. — ripigliavo io._
_ — Non si debbono nè leggere nè dire. — ammonivano gli altri pestando
i piedi._
_Mentre il dibattito era più acuto, con uno di quegli scatti nervosi
che ti sono abituali, tendendo le mani verso di me gridasti: — Tu dici
che le conferenze non si debbono leggere? Ebbene, provalo, dinne una
tu._
_Io mi schermii osservando come le mie convinzioni politiche non mi
permettessero di tenere conferenze artistiche. E tu allora ripigliasti:
— Dunque sei buono solo a far ciarle! — E soggiungesti: — Guarda! Se tu
fai una conferenza io scommetto duecento lire..._
_Quelle duecento lire ipotetiche, che riluccicarono all'improvviso fra
il fumo delle pipe, fecero cessare il baccano. Io mi alzai e accettai
la scommessa._
_Ci stringemmo la mano, e, dinanzi a quattro amici come testimoni,
furono stabiliti i patti._
_La conferenza doveva durare non meno di tre quarti d'ora: nel dirla
non dovevo avere nessun foglietto scritto sotto gli occhi e dovevo
tenerla nella maggior sala del nostro Circolo artistico durante la
stagione invernale._
_Rimaneva da cercare il titolo._
_ — Dev'essere una conferenza artistica. — dissero tutti in coro._
_ — Benissimo. Il tema della conferenza l'ho già trovato._
_ — Quale è? — dimandarono molti._
_ — Il manichino! — risposi io._
_Il vino sprizzò su la tavola dai vetri urtati festosamente. Passò
qualche mese ed io, l'avversario accanito delle conferenze, il
motteggiatore dei conferenzieri, divenni conferenziere a mia volta: e
per un'ora e mezza parlai innanzi ad una folla di signore e di artisti,
alla cui bontà dovetti il successo che ne riportai._
_Ora, caro Onorato, la conferenza a cui tu hai dato origine con l'idea
della scommessa, è data alle stampe, e voglio che il tuo nome vada
unito al mio nella pubblicazione._
_Convieni con me che in quest'affare della conferenza, non ti potevano
capitare fastidi maggiori. Perduta la scommessa ora devi sopportare
perfino la dedica di questa farragine di scioccherie._
_Le disgrazie non capitano mai sole._
_Sta' bene e ricevi una affettuosissima stretta di mano dal tuo_
_1º gennaio 1885._
_Cesare Pascarella._
SIGNORE E SIGNORI,
Sapete? C'è stato un momento, un'ora fa, quando ho posto il piede in
queste sale, che spaventato da un esercito interminabile di sedie vuote
(Non potete immaginare quale effetto disastroso producano nell'animo di
un conferenziere le sedie vuote!) spaurito da tutto questo apparecchio
di tappeti verdi, e di bottiglie piene d'acqua inzuccherata ho avuto
improvvisamente l'idea di ripigliarmi lo scialletto e il cappello, e
d'andarmene.
Voi sorridete, Signora? Capisco ciò che significa il vostro
sorriso. Voi pensate che se io me ne fossi andato, a quest'ora a voi
sarebbe risparmiata la noia di ascoltarmi e a me lo scorno di stare
quassù impacciato davanti a questo tavolino. Ma ora, o Signora, il
rammaricarsi è vano; perchè io ci sono, voi, eh! voi ci siete; insomma
noi ci siamo; e conviene, bene o male, a me di parlare e a voi di
ascoltarmi.
Non potete immaginare quanto mi dispiaccia di non essere un valido
e forte conferenziere! Eh, se lo fossi a quest'ora avrei già
abbozzato una diecina di righe di preambolo, me ne sarei scivolato
giù nell'argomento, e una volta nell'argomento felicissima notte!
Poichè è proprio vero, che il difficile sta nel cominciare. Una volta
incominciato, in fondo ci si arriva. Le idee son come le ciliege; una
ne tira un'altra. Di ciliegia in ciliegia si arriva in fondo al piatto,
come, bene o male, di idea in idea si arriva in fondo alla conferenza.
Ma io, purtroppo! non sono un valido conferenziere. Io sono venuto
quassù impacciato con la testa fra le nuvole; tanto che se io avessi
bisogno di un bicchier d'acqua dovrei stare bene attento a non far
accadere una inondazione su questo tavolino.
E giacchè sono in vena di fare delle confessioni, ci metto anche
questa. Cinque minuti fa, quando sono sceso da quella stanza che mi
parve l'anticamera dei sospiri, per venir qui, attraversando la sala ho
gittato timidamente uno sguardo tra la folla ed ho visto tanti amici
che mi guardavano ridendo e tante belle signore che mi osservavano
curiosamente attraverso alle lenti degli occhialetti. I primi mi hanno
rammentato la folla pigiata sotto ai funamboli che salgono sul soffitto
del teatro per eseguire i loro difficili esperimenti, e mi è balzata
alla memoria la considerazione che fa il popolano al vedere la vita dei
poveri acrobati esposta al pericolo. Ricordate?
_Quer che te dà piacere, poi, è l'artezza_
_Indove stanno a lavorà' 'sti giochi:_
_Si quarcuno viè' giù nu' la rippezza!_
E a dirvi la verità, non vorrei davvero proprio io, stasera, _venir
giù_ dal soffitto di questa conferenza!
Le seconde, le signore, oh! le signore mi hanno ricordato la folla
elegante che si stringe attorno alla fiala di vetro, ove nuota nello
spirito un mostricino presentato dal Barnum in abito nero e cravatta
bianca, come un fenomeno _très intéressant_.
Forse, a cercarlo bene, il mostricino c'è; ma se c'è il mostricino,
manca lo spirito.
Difatti...
(_Il conferenziere ad un signore che, sbuffando, si dimena
fastidiosamente su la sedia_):
Come? Che cosa dice? Ah! Il manichino? Scusi tanto. Chiacchierando
lo avevo dimenticato. Ma, prego, non s'impazienti! Guardi, incomincio
subito.
(_Qui l'oratore fa un passo indietro, si inchina e con voce solenne
incomincia_):
Quand'è, o signori, che è comparso sulla scena del mondo il manichino?
Quand'è? Quand'è? Curiosa davvero! Sento di essermi dimenticato di
qualche cosa e non riesco a capire di che. Ah, per bacco! scusate
tanto, nientemeno che m'ero dimenticato di bere il bicchier d'acqua di
rito.
Io veramente non ho sete; ma siccome ho visto come tutti i
conferenzieri prima di entrare nell'argomento bevano un bicchier
d'acqua, io, ripeto, non ho sete, ma per non infrangere la
consuetudine, giacchè lo bevono tutti, lo bevo anch'io.
(_L'oratore vuota un bicchiere, poi manda un sospiro di contentezza e
sorride_).
Ah! ora capisco perchè si beve il bicchier d'acqua. Ma davvero che
questo bicchiere d'acqua mi ha dato una larghezza di vedute, una
lucidità di mente tale, che incomincio a credere sul serio di arrivare
fino in fondo senza fermarmi mai più. Dunque dicevamo? Ah! dicevamo:
quand'è, o signori, che è comparso sulla superficie della terra
il manichino? Per rispondere a questa dimanda sento il bisogno di
ricorrere ad una frase fatta. L'origine del manichino, o signori, si
perde, pur troppo, nella notte dei tempi. Ed ora, giacchè ci sono,
sèguito. Accendiamo dunque il lanternino della storia, o per dir
meglio, delle induzioni; e ricerchiamo questa origine.
Ci sono molti i quali affermano che il manichino c'era già prima che il
mondo esistesse; e costoro aggiungono che basta gittare lo sguardo su
tanti quadri, per vedere come su quelle pitture colui che si affanna
con le braccia spalancate a creare tutto questo po' po' di mondaccio
birbone, non sia altri che un manichino rivestito di stoffe aranciate
e azzurre, campeggiante in una bella aureola di giallo di Napoli:
ma questa può sembrare un pochino sballata, e così pare anche a me.
Non teniamone conto. Scartiamola, e procediamo diritti per la nostra
via. Però prima di addentrarci nella selva selvaggia delle induzioni,
stabiliamo bene una cosa. Si conoscono o non si conoscono manichini
preistorici? Qualcuno di voi potrebbe dirmi che i manichini preistorici
esistono, e sono posseduti dal signor Dovizielli[1]; ma questo sarebbe
uno scherzo e la gravità della mia conferenza ne andrebbe perduta. No,
i manichini preistorici fino ad ora non si conoscono. Forse fra qualche
mese, fra qualche anno, la scienza, che progredisce sempre nelle
scoperte utili, inventerà anche il manichino fossile; ed allora sarà il
caso di riparlarne: allora Temistocle Gradi ci farà sù un bel racconto.
Paolo Lioy ci scriverà sopra un articolo per il _Fanfulla della
domenica_ e un Pascarella dell'avvenire lo illustrerà con una nuova
conferenza. Auguro a quel Pascarella dell'avvenire la fortuna di avere
innanzi a lui un pubblico così colto, numeroso, e gentile come questo
che ora mi ascolta. Assodato, adunque, come i manichini preistorici non
esistano, io mi risparmio di sciorinarvi le teorie darwiniane, e vado
innanzi.
Assolutamente è chiaro, o signori, che il manichino ha dovuto comparire
sulla superficie della terra subito dopo che l'uomo nella sua qualità
di essere ragionevole, e di principe della natura, ha sentito il
desiderio di possedere qualche cosa di falso somigliante al vero, ma
che però cotesto vero non riuscisse a raggiungerlo mai. Mi spiego. Per
ricercare l'origine del manichino, o signori, è necessario, logicamente
parlando, di ricercare la origine dell'arte. Quando, o signori, è nata
l'arte nel mondo?
Belle dimande direte, voi. Ma che sul serio, dico, vogliamo credere
alla storiella dei due amanti di Sidone? All'amante maschio che
parte proiettando nettamente sul muro l'ombra della sua persona, e
all'amante femmina che resta, e che vedendo sul muro l'ombra del suo
innamorato corre a graffiarne il contorno con un chiodo o con una
lisca? Scioccherie. L'arte è nata con l'uomo, e l'uomo non appena è
comparso su la scena del mondo, ha inteso la necessità, il bisogno
ineluttabile dell'arte. E io me lo figuro, quest'uomo primitivo, che,
aperti gli occhi alla luce, appena ha cominciato a passeggiare per le
vie del mondo, invece di fabbricarsi un paio di brache per ripararsi
dal freddo, un ombrello, magari da pochi soldi, per difendersi dalle
piogge torrenziali, io me lo figuro, reggendosi con una mano la foglia
di fico — l'unico _tout de même_ allora di moda — segnare con l'altra,
su di una pietra non ancora ricoperta di muschi, con una silice dura
il ritratto del suo babbo, della sua mamma e della sua innamorata;
me lo figuro e lo compiango. Badate bene però, che non mi arrischio
di metterlo fuori qui questo compianto, perchè qui troppi pittori
mi ascoltano. Anzi io qui dirò come l'arte sia prepotente bisogno
nell'uomo e qualche volta anche nella donna, e sosterrò come l'uomo
perfetto sia colui che dipinge quadri. Solamente io spero che lor
signori vorranno essere tanto ragionevoli da lasciarmi aggiungere
all'uomo perfetto che dipinge quadri, l'uomo perfettissimo: quello che
li compra!
Accertata adunque l'esistenza del pittore nelle prime epoche mondiali,
è appunto a quelle epoche che risale l'origine del manichino. Difatti,
ammesso una volta il pittore, bisognerà logicamente ammettere la
differenza d'ingegno di codesti pittori. E, se ci sono pittori a corto
di moneta, ora che governi, comuni e Provincie Dio solo sa quanto
spendono e spandono per proteggere l'arte e gli artisti; se vi sono
pittori con le tasche vuote ora che si pagano migliaia e migliaia
di lire pochi palmi quadrati di tela dipinta; ma figuratevi quali
eserciti interminabili di pittori affamati han dovuto passeggiare
sulla superficie della terra quando non esistevano nè governi, nè
comuni, nè provincie; quando non c'erano Accademie entro le cui pareti
si raccogliessero le speranze migliori dell'arte; quando non c'erano
mecenati; quando ancora non eran nate quelle famose lotterie per
vendere i rimasugli delle Esposizioni; quando non c'erano negozianti
di belle arti; quando, o signori, non esistevano neanche gli americani,
poichè a quell'epoca l'America ancora non era stata inventata.
Concludiamo. Ammesso il pittore, abbiam dovuto logicamente ammettere il
pittore affamato. Ammesso il pittore affamato, il problema dell'origine
del manichino è risoluto.
A me par di vederlo cotesto sventurato inventore. Un giovinotto alto
e largo quattro volte me, con una folta capigliatura nera, spiovente
sulle sue spalle quadrate con una barbettina a pizzo sul mento. A
me par di vederlo, cotesto pittore allupato dell'antichità, con le
mani strette nervosamente su la pancia vuota, passeggiare a passi
concitati innanzi alla porta del suo studio. Figuratevi che studio! Una
capanna immensa costruita coi rami di quegli alberi che ora si vedono
verdeggiare soltanto negli scenari delle operette fantastiche. Mi par
di vederlo passeggiare e mi par di udirlo bestemmiare in sanscrito,
come un turco, perchè il modello da lui fissato non arriva ancora.
«Per gli Iddii immortali!...» è il pittore allupato che parla ed
io traduco liberamente; «per gli Iddii immortali! Quel birbante di
modello questa non me la doveva fare. È vero che gli son debitore di
parecchie lire sanscrite; ma non gli ho io forse promesso di pagarlo
ad usura quando il mio quadro otterrà il lauro della vittoria laggiù
nella foresta delle sigillarie ove si terrà la prima esposizione
mondiale? La stessa cosa ho promessa al padrone di studio, all'oste, al
negoziante di colori, al corniciaio, che mi porterà qui fra non molto
una bella cornice di felce dorata, e tutti costoro accondiscesero,
e come possono si danno moto perchè il mio quadro abbia successo; e
tu solo, vile ciociaro dell'Iran, birbante di un modello, tu solo,
mentre tutti si danno moto perchè il mio quadro abbia successo, tu
solo, mentre tutti si danno moto non vuoi star fermo? Va, sciagurato,
anche senza il concorso della tua persona il mio quadro sarà finito
ugualmente!». Questo mi par di sentir dire al pittore sanscrita e mi
par di vederlo rientrare nel suo studio; mi par di vedergli adattare
intorno a un bastone gli indumenti primitivi, che doveva indossare
il modello, stringerli con una fune, rannodarli, allargarli, dargli
approssimativamente la parvenza di una forma umana, e cominciare poi
tranquillamente il lavoro.
Non altrimenti, signori, è nato il manichino. Così.
Però codesto manichino come lo abbiam visto ora uscire dalla fantasia
del pittore famelico, non era se non un germe, non era che un embrione
del manichino da noi ora conosciuto. Che lungo viaggio ha dovuto egli
fare, prima di acquistare quella perfezione di forme, quella gravità di
movimenti che lo fa somigliare così bene all'uomo pensante! Quale lunga
evoluzione dal pittore affamato che lo intuì, fino a giungere a frate
Bartolomeo della Porta da cui egli ebbe l'ultimo tocco!
E, nella lunga evoluzione, nel lungo viaggio molte altre razze di
manichini nacquero e si sbandarono qua e là per il mondo, abbandonando
il grosso della turba che sempre, sotto ogni stella, seguì la fortuna
dell'artista. Alcuni non contenti di somigliare all'uomo per le forme,
vollero somigliare all'uomo anche per la parola. E abbandonarono i
facili trionfi dell'immobilità, per la difficile arte di Talia, e
corsero il mondo empiendo di cose strane con la loro voce ridicola,
che vollero dare ad intendere di avere acquistata, le anguste e
sudice scene dei teatrucoli di legno. Ma come scontarono amaramente
la fregola del parlare e l'ambizione della gloria! Di grandi e forti
che erano, divennero piccini, mingherlini, malaticci; abituati alla
luce viva dello studio furono costretti a star pigiati, al buio,
entro i cassoni dei loro padroni, l'uno sull'altro, come le sardelle;
avvezzi alle piene lodi e ai complimenti di quanti li riconoscevano nei
quadri dipinti dai professori più illustri, furono obbligati a subire
l'ignominia della folla, che gittò loro, ridendo, sul muso ammaccato
dai patimenti e dalle sofferenze il nome ingrato di burattini. Altri
vollero ricoprire le loro persone di abiti scintillanti d'oro e di
porpora; vollero ornare le loro teste di corone gemmate; ma a qual
prezzo dovettero acquistare tali ornamenti! Chiusi nelle vetrine
dei musei ove non hanno accanto se non mummie, uccelli impagliati,
mostri nuotanti nello spirito, oh! come debbono ripensare con dolore
all'allegra dimora che abbandonarono! Altri più superbi, chiesero,
oltre allo scintillìo delle vesti e al fulgore delle corone, anche
l'omaggio e la venerazione, e salirono su gli altari.
Eppure, fra i manichini sbandati, ve ne sono anche dei più disgraziati
di costoro. Ricordate, nelle fiere di provincia, quei poveri manichini
costretti a servire da bersaglio ai tiratori novellini? Che orrore! E
quelli altri che, senza averci nè colpa nè peccato, sono esposti nei
gabinetti storici sotto i nomi dei più terribili malfattori, non vi
hanno mai intenerito?
Avete mai visitato quei gabinetti?
Fuori, al chiarore rossiccio delle padelle di sego che fumigano,
insozzando i tabelloni su cui stanno dipinte storie orribili di sangue,
il povero saltimbanco passeggia gridando con la voce rauca dal sonno e
dal digiuno: «Non si lascino rincrescere! Dieci centesimi non sono la
rovina di una famiglia, nè la morte di un individuo. Favorischino in
del nostro gabinetto indovechè noi ci andiamo a mostrare venti e passa
assassini uno più interessante dell'altro. Osserveranno il terribile
brigante Stoppa, il terribile Falsacappa, il terribile Ninco-Nanco e
in ultimo passeranno a osservare il terribile Tropmann. Quest'ultimo lo
vedranno, o signori, vita natural vivente, come me, come lui, come voi.
Lo vedranno doppo di avere ucciso venti e passa individui fra maschi e
femmine nonchè altri delitti ferocissimi, lo vedranno quando la mano
della giustizia sta per colpirlo; ma il malfattore si butta in del
fiume per salvare col suo proprio noto la sua propria esistenza. Ma la
mano della giustizia lo colpisce, la mano della giustizia lo rattrappa,
la mano della giustizia lo piglia, lo lega come un Cristo e lo conduce
in questo nostro gabinetto, ove noi, o signori, abbiamo l'onore di
presentarvelo».
Qualche raro visitatore, gittando i due soldi nel bacile di stagno
ammaccato, entra nel gabinetto. I poveri manichini, al chiarore fioco
di pochi lumi, stanno allineati su di un tavolaccio sudicio: chi
stringe una lama, chi brandisce un'accetta, chi impugna una pistola,
chi si stringe al petto un fucilacelo arrugginito. Poveri manichini!
costretti là dentro a rappresentare la parte del malfattore e del
brigante mentre in fondo poi chi sa che bravi e che onesti manichini
saranno.
Vedete: certe volte, riflettendo alle orribili torture alle quali
vengono assoggettati, io non vi so dire quanto dolore provi nel pensare
come ancora non si sia fondata una società di protezione per i poveri
manichini. Ce ne son tante; ce ne potrebbe essere ben una anche per
loro.
Figuratevi! Voi bella e gentile signora quando andate dal vostro
guantaio non vi siete mai sentita agghiacciare il sangue nelle vene, al
vedere quella mano nera, quella mano rossa, che penzola su l'insegna,
pensando a quel povero manichino a cui l'hanno strappata?
E quando passate innanzi alle vetrine dei parrucchieri, non vi siete
mai sentita spezzare il cuore nel petto al vedere quelle povere
figurine di manichini così belle, così giovani, e già così tanto
infelici! costrette a girare eternamente, come un pollo infilzato allo
spiedo, fra i vasetti di pomate e di balsami miracolosi? Quelle povere
figurine hanno tutte, sul volto dipinto di cinabro, il sorriso; ma quel
sorriso che hanno sui labbri non lo hanno nel cuore.
Ma noi abbiamo già troppo a lungo discorso dei manichini che
abbandonarono lo studio. Lasciamoli ai loro rimorsi e fermiamoci a
parlare del manichino rimasto ognora fedele all'artista nella fausta
sorte e nella ria.
Proprio così; poichè, o gentili dame che mi ascoltate, non crediate
che nello studio si rida sempre. Nello studio, purtroppo, si succedono
talvolta giorni di dolore e di scoraggiamento.
Oh! in quei giorni come è triste quello stanzone che voi, dame gentili,
vi figurate sempre come la sede della spensieratezza e dell'allegria!
Allora, su l'ampio finestrone, batte assidua la pioggia; nell'aria
non s'odono più le vibrazioni sonore della chitarra, di cotesto
scacciapensieri dell'artista; sul tavolino i fiori, colti nel prato,
diventano un mucchio di erbaccia fradicia; sui quadri la polvere oscura
le tinte; sulla tavolozza i colori induriscono, e persino il vecchio
orologio si dimentica di battere l'ora del pranzo! Nello stanzone
s'ode l'eco d'un picchiettare assiduo, d'un martellare nervoso. È un
giovinotto che nelle stanze terrene tormenta, con la punta d'acciaio,
il seno bianco di una Venere di marmo. E l'acqua cade sempre sui
vetri, attraverso ai quali si disegnano languidamente i colli lontani
affondati nella nebbia grigia che ricopre gli orti e i pometi.
Allora, il pittore, solo nello studio, sdraiato sopra un divano
ricoperto di stoffe orientali, dai cui angoli escono bioccoli di borra,
fumando nella vecchia pipa, che gorgoglia rocamente, mentre il fumo
sale, come un nastro, in alto, verso la tela, tesa a celare lo sconcio
rincorrersi delle travi, sulla tela ove s'allungano le macchie nerastre
dell'acqua, va dietro con la fantasia alle visioni dell'avvenire. A lui
appaiono i meriggi assolati e le biade mature sotto l'azzurro purissimo
delle giornate di luglio; a lui appaiono le fantasime della gloria che
gli porgono con le braccia ignude corone di lauri; tutto quanto v'ha
di bello e di lusinghiero appare alla fantasia dell'artista: anche
l'esposizione mondiale di Roma! Poi, l'incantesimo cangia, all'azzurro
succede il nero e allo sguardo sbarrato del pittore appare un lungo
e squallido corridoio, ove si allinea una fila di lettucci; poi un
carro nero che va sulla via fangosa fra due filari di cipressi bruni
mentre nell'aria muore l'ultimo rintocco dell'_Angelus_. Allora egli si
scuote, gitta sul tavolino ingombro di libri, di versi, di tavolozze,
di penne e di pennelli, la pipa spenta e gira lo sguardo in un angolo
dello studio, ove il manichino sta impassibile ad osservare. Oh!
allora chi mi sa dire i muti colloqui che avvengono fra il manichino e
l'artista?
Chi mi sa dire tutto ciò che egli in quei momenti confida al suo fedele
compagno?
Ma il manichino non parla.
Guai se così non fosse.
E che direste voi se un manichino indiscreto e ciarliero, vi venisse
a raccontare gli amori di un professore bianco per antico pelo con
una gentile modella dalle trecce nere cadenti voluttuosamente sulla
stoffa di un cuscino giallastro, e se venisse a raccontarvi le pose, i
gesti, i corrugamenti di ciglia di un artista innanzi allo specchio,
per istudiare un discorso da improvvisarsi più tardi in un Circolo
artistico, in un Congresso artistico o innanzi a una bara bagnata di
lagrime e ricoperta di fiori? Ma il manichino è discreto, il manichino
non parla.
Ma sapete che scenette deliziose avverrebbero se il manichino parlasse!
Per esempio, incontrate per via un artista, e voi naturalmente
fermandolo gli domandate: — Come va?
— Benone! — vi risponde lui tirandosi i peli radi della barbetta
mefistofelica.
— Che fai?
— Lavoro.
— E il quadro?
— Quello piccolo? L'ho venduto.
— E quello grande?
— Ah, quello grande non ci penso neppure a venderlo.
— Come? Non pensi a venderlo?
— No; perchè quello grande l'ho fatto per me. Ho venduto il piccino
a un americano per ventimila lire. È poco, lo so; ma glie l'ho dato
perchè la galleria in cui sarà esposto è una galleria di primo ordine;
ci sono Meissonier, Gérome, Laurens, Makart. Via, si sta in buona
compagnia. D'altronde, anche ventimila lire per un quadrettino non sono
poche: capisco ciò che vuoi dirmi; ma, sai, i tempi sono cattivi...
— Davvero. Guarda, giusto ora sta per piovere, ciao!
Che direste se il manichino di quel pittore vi venisse a rivelare che
il quadro venduto all'americano per ventimila lire, invece di stare
esposto nella galleria di New York, sta sepolto in un armadio, nello
studio, preda dei topi e delle tignuole?
E che direste se, per esempio, vedendo passare un professore serio
serio, impettito nell'abito nero, superbo del suo cappello a cilindro
lucente tra la folla dei cappellini a cencio, coi nastri delle commende
all'occhiello; che direste se un manichino vi venisse a dire, come
lui quel professore lo abbia conosciuto quando, con la camicia che gli
usciva dalle maniche rotte della giacca, urlava contro le Accademie,
e quando, non potendo altrimenti dileggiare quelle istituzioni, di
cui ora è orgoglioso di far parte, chiamava il suo cane col titolo di
professore?
Ma il manichino, signori, è discreto, il manichino non parla. Ed è per
questo che, quando la porta dello studio non s'apre ai colpi reiterati
delle amiche e degli amici egli sta nello studio. Sta nello studio
perchè non dirà a nessuno se una macchina fotografica prese il posto
della tela sul cavalletto; nè farà sapere a nessuno se un quadro sarà
accarezzato da un pennello e firmato da un altro.
Però, o signori, non tutti i manichini sono manichini, e come tra gli
uomini così anche fra i loro ve ne sono di quelli che disonorano la
loro razza.
Costoro hanno vita dolorosissima: randagi d'indole, vanno vagando senza
posa da questo a quello studio; feroci e maneschi, sovente attaccano
briga con l'artista, e non giovano cure e castighi per farli uscire da
quella via di perdizione.
Io ne ho conosciuto uno di cotesti sciagurati. Che brutta figura!
Scommetto che se l'aveste incontrato per via, gli avreste dato
l'orologio e il portafogli, purchè vi avesse lasciata salva la vita.
Aveva sul muso i tratti caratteristici del delitto, così bene marcati
che io son certo che se il professore Lombroso lo avesse visto, non
dico tastato, lo avrebbe giudicato come il prototipo del manichino
delinquente. Di star fermo, non volea saperne. Vi lasciava incominciare
un lavoro; poi, quando vi vedeva a lavoro inoltrato, crac, faceva un
movimento brusco e addio pieghe, addio lavoro.
Lo mettevate ritto nella posa del guerriero che ritorna vincitore?
Dopo cinque minuti, il guerriero vincitore si metteva a sedere. Lo
atteggiavate seduto, nella posa del Tasso, che declama i suoi versi
alla sorella del duca di Ferrara? Dopo aver letto appena due ottave
Torquato Tasso si gettava in terra. Lo mettevate seduto in terra, nella
posa dell'onesto agricoltore, che si riposa dalla fatica lunga della
giornata o nella posa del gladiatore moribondo? Dopo pochi istanti,
l'onesto agricoltore si stendeva lungo sul pavimento a dormire e il
gladiatore moribondo era morto. Io ho visto, signori, dei pittori
perdere la pazienza, afferrare un bastone e suonar giù botte da orbi.
Come dire al muro!
A un pittore, che gli assestò un colpo di bastone sul cranio spelato,
egli rispose gittandosi vigliaccamente per terra e allungandogli con
la gamba legnosa un calcio sul volto che, se lo pigliava in pieno, lo
spediva al Creatore.
Pure, io non li odio cotesti poveri manichini degenerati, perchè penso
che il loro pervertimento è causato dall'organismo loro e dalla loro
costruzione, e ripeto con Seneca: _Fatis agimur cedite fatis!_
Del resto, se vi sono manichini delinquenti e perversi, oh! infinito
è il numero di quelli buoni, fedeli, incapaci di recare il più piccolo
danno ai loro padroni.
Una notte, i ladri salirono in uno studio per rubare. Al chiarore
freddo della luna, che battendo sui vetri del finestrone illuminava
languidamente la stanza, videro in fondo ad essa un antico romano che
vegliava, e fuggirono. Signori, quell'antico romano che vegliava, era
un manichino.
Potrei citare centinaia di fatti comprovanti la bontà d'animo, il
coraggio e le rare doti del manichino; ma non voglio dilungarmi troppo,
e ne citerò uno solo rimasto pietosamente scolpito nella memoria di
quanti ne furono testimoni. Nel dicembre del milleottocentosettanta,
quando il Tevere dilagando per le vie di Roma fu cagione di tante
sventure, uno scultore era restato chiuso dalle acque nel suo studio.
La via Flaminia era allagata; e il fiume trasportando alberi divelti
dalle lontane campagne, carogne di buoi e di pecore, e frantumi di
capanne urtava schiumando su gli stipiti marmorei della Porta del
Popolo.
Lo scultore, spintovi dall'incessante salire delle acque, era già
salito a sua volta sopra un armadio, e stava aspettando angosciosamente
la morte, quando udì venire dalla prima stanza del suo studio un rumore
come di qualche persona che si avvicinasse. Gridò. Nessuno rispose.
Ma quando una più forte ondata entrò nella camera, spalancando mezza
imposta dell'uscio, egli vide il suo manichino, nuotante placidamente,
avvicinarsi a lui con le braccia levate e con le labbra sorridenti.
Un urlo di gioia, come non si era mai più udito l'eguale, da quando i
naufraghi della _Medusa_ videro su l'infinito mare biancheggiare una
vela, risuonò nello studio, e poco dopo le turbe invocanti il soccorso
dai tetti delle case di via Flaminia, videro lo scultore e il manichino
abbracciati strettamente, galleggiare sicuri su la furiosa fiumana.
Povero manichino! per opera sua lo scultore fu conservato all'onore
dell'arte e alla speranza dei creditori; ma lui morì fradicio. E la sua
lunga agonia non fu neanche confortata da un cenciolino di medaglia al
valore civile!
Ed ora dirigo la mia parola agli artisti.
Vedete: se il manichino qualche volta non fa quanto gli domandate, non
è che ci metta della cattiva volontà; è proprio perchè non può. Dovete
anzi pensare che non v'ha cosa meglio maneggevole di lui; anzi, questa
volta proprio si può dire che potete girarvelo come meglio vi talenta
e accomodarvelo come meglio vi piace. Certo, però, che vi abbisogna un
pochino di pazienza e anche un pochino d'occhio; perchè, è uno sbaglio
il credere che tutti i manichini possano essere capaci delle stesse
azioni.
Ve ne sono alcuni di forte e solida costruzione, che sdegnano di ornare
la loro persona coi rasi e coi broccatelli del secolo scorso. Ve ne
sono altri a cui si richiede invano di chiudere il loro esile torace
nella corazza brunita del medio evo. Ve n'ha di quelli che amano la
posa eroica e di quelli che prediligono la posa umile. Ve ne sono
moltissimi che non possono posare se non seduti mollemente sui morbidi
cuscini dei ricchi e malinconici sedioni medioevali.
È vero, pur troppo, che esistono manichini senza carattere, sempre
disposti a posare indifferentemente e per Dio e pel Diavolo, per
san Michele Arcangelo e per quello che gli sta sotto. Ma se vi sono
manichini di questo stampo, non sono tutti così: se ne trovano anche
di quelli che hanno un carattere, una fede, una coscienza: e i secondi
sono di gran lunga più numerosi dei primi.
Alle volte non potete immaginare a quali torture si assoggettino
i poveri manichini, costretti dai loro padroni a raffigurare cose
e persone da essi odiate, da essi non sentite. Io ho conosciuto un
valente acquarellista che volle costringere il suo manichino a posargli
nientemeno che da tomba di Cecilia Metella e da acquedotto della
campagna romana, e il poveretto piegò la sua persona a raffigurare quei
bruni ruderi della civiltà latina; ma quali spasimi, quali dolori non
deve aver provato quel povero manichino?
Io non conosco pena maggiore di quella di veder soffrire un povero
manichino.
Egli è là, nella posa da lui non sentita, e non amata; è là muto, con
gli occhi sbarrati, con la faccia pallida, con le dita nervosamente
contratte, e soffre in silenzio senza mandare un lamento; solo di
tanto in tanto s'ode uno scricchiolìo. Il pittore si stizzisce ed
egli sgranchite le giunture ritorna immobile. Chi sa mai quali torture
affliggono quella testa di legno? Chi può dire quali tristi pensieri
passino, s'affollino in quella figura all'apparenza così calma e
paziente? Chi sa quanti poveri manichini, malati, cagionevoli di
salute... Già, poichè, non crediate, o signori, che il manichino non
abbia anch'egli le sue malattie. Ne ha due fierissime: la calvizie e la
debolezza.
La prima è incurabile, però non è mortale; la seconda è mortale, ma
per compenso la si può curare facilmente. Il rimedio a codesto male,
voglio dire alla debolezza, è il medesimo oggidì tanto in voga. Ma non
crediate che il manichino se ne serva ora solo che viene indicato su le
quarte pagine come la panacea universale. Quando il ferro, o signori,
non era ancora conosciuto come efficacissimo rimedio, egli lo aveva
già da lungo tempo nelle sue medicine. E bisogna vedere, quali effetti
miracolosi produca il ferro negli organismi malati dei manichini. Io, o
signori, ne ho visti alcuni infermi al punto da non reggersi sui piedi,
io li ho visti, subito dopo aver ingoiato un palo di ferro, risorgere
forti e robusti come per miracolo.
E bisogna vedere con quale stoicismo essi si assoggettano alle più
difficili operazioni!
A un povero manichino s'era infradiciato l'omero. Rimasto abbandonato
per parecchio tempo in una cantina, l'umidità gli aveva intaccato i
tessuti e minacciava di incancrenirgli il torace.
Fu deciso di segargli il braccio.
Cosa incredibile! Durante la difficile e dolorosissima operazione non
un lamento uscì dalla sua bocca, non uno sguardo doloroso contristò
la sua faccia serena. E notate che non si era adoperato neanche il
cloroformio!
SIGNORE, SIGNORI,
Il tempo fugge e già che, fortunatamente per voi, siamo ormai vicini al
termine di questa mia chiacchierata, permettetemi di enumerarvi talune
di quelle opere alle quali il manichino si gloria di aver dato origine.
Nelle arti belle, quando non sono brutte, egli ha ispirato quadri e
statue in grandissimo numero, sì che sarebbe impossibile il contarle.
Nell'arte dei capperi ha ispirato al maestro Fétis «Il Manichino
di Bergamo», un'opera comica di grande interesse nella storia del
melodramma, perchè il suo autore scrivendola tentò per la prima
volta di introdurre sul palcoscenico brani di musica scritti in
note e parole. Nel campo letterario ha dato il modo a Guglielmo
Teodoro Hoffmann, il simpatico narratore di istorie incredibili, di
scrivere una delle sue più belle pagine raccontando l'amore ardente
di uno studente di Gottinga per un manichino. Sulla scena di prosa
il manichino ha avuto anche i suoi trionfi. Vi sovviene della farsa
deliziosa «Il modello di legno?» Nella poesia egli ha pagine splendide
e pagine sublimi e pietose ha nella forte e sana letteratura popolare.
Ricordate la dolorosa e commovente istoria di quel povero pittore,
il quale «per dispiaceri amorosi e anche più per l'esposizione, muore
barbaramente suicidandosi con le sue proprie mani»?
Ve la dirò dal principio:
V'era un giovin di buona famiglia
Il quale, Peppino nomato
Che all'età di vent'anni arrivato
Si decise di fare il pittor.
La famiglia sua propria e i parenti
Gli dicevano no ad ogni costo;
Ma Peppino fuggì di nascosto,
Per studiare soletto da sè.
Era il tempo dell'anno passato
Quando v'era la gran discussione
Sul palazzo dell'esposizione
Che a novembre s'aveva da aprir.
Ma che invece per molte ragioni,
E anche più, perchè ancora quel sito
A novembre non era finito.
Si decise di aprirlo più in là.
E Peppino pensato il suo quadro
Ch'è la morte del conte Ugolino
Lo dipinse e al suo proprio destino
Lo mandava nell'esposizion.
Ma in quel tempo s'infiamma d'amore
D'una vaga, gentil damigella,
Che faceva il mestier di modella
E la volse per forza sposar.
Da principio fu sempre fedele
A Peppino la vaga sua sposa,
Ma più lardi poi fu un'altra cosa;
Sciagurata! Lo volse tradir.
Chè di lui un amico sincero,
Che fu poi un gran traditore,
Pria gli tolse la pace e l'onore,
Poi fu causa di gran crudeltà.
Ma intanto si apre il palazzo
Con le opere all'esposizione.
Interviene la gran commissione
Con i corpi dell'autorità.
E la morte del conte Ugolino
Vien da tutti i giornali lodato.
Il gran premio gli vien decretato,
Ma nessuno lo vole comprar.
Ma la sera in cui stava al quint'ordine
Dell'Apollo, nel mese passato,
Col biglietto d'onor d'invitato,
Viene e bussa il suo fido portier.
E gli reca un tremendo dispaccio,
Dove lui vi rompe il sigillo.
Cade in terra facendo uno strillo,
Che anche i sassi ne senton pietà.
Quando s'alza che torna in sè stesso
Corre a casa e che trova? La moglie
Che gridando fra orribili doglie
Di due figli lo fa genitor.
Lui li prende e li guarda i visetti
E li vede che sono il ritratto
Di colui che compiva il misfatto
Di quel vile del suo traditor.
E fu allora che ai gran dispiaceri
Del suo quadro, nonchè la consorte,
Lui decide di darsi la morte
Suicidando se stesso da sè.
E impugnato un tubetto di biacca.
Lo sorbiva piangendo, e tapino
Ed in braccio del suo manichino
Lui moriva fra grandi dolor.
SIGNORE E SIGNORI,
Nei secoli venturi molte cose nuove compariranno nel mondo, moltissime
altre dilegueranno; ma il manichino, o signori, non potrà mai perire
perchè sta troppo saldamente piantato su due basi, dalle quali nessuna
forza umana lo potrà mai rovesciare: sull'economia e sulla morale.
Sull'economia? Eh! Dio buono, finchè il mondo sarà mondo, esisteranno
pittori; finchè vi saranno pittori, siatene certi, vi saranno sempre
pittori affamati, e fino a che vi saranno pittori affamati vi sarà
il manichino. Sulla morale? Eh, lo so bene che verranno tempi in cui
i procaci atteggiamenti degli ignudi dei modelli e delle modelle che
non son sempre modelle di virtù, pervertiranno i popoli; e allora il
manichino si allontanerà in volontario esilio; ma quando gli uomini
e, forse, le donne torneranno a chiedere nei quadri e nelle statue i
concetti seri e pensati e la nota classica, allora egli ricomparirà a
domandare il suo posto. Allora la folla delle damine che si raccattano
il gonnellino, la processione dei conti e delle contessine, l'esercito
dei cavalieri della rosa e dei moschettieri che fumano la pipa, che si
arricciano i mustacchi e che alzano il bicchiere, gli sciami languidi e
dinoccolati degli _incroyables_ e delle _merveilleuses_ fuggiranno, con
le loro smorfie e i loro sdilinquimenti, e il manichino avvolto nelle
rigide pieghe del suo mantello ricomparirà vittorioso. E, spazzato via
tutto quel ciarpame di velluti, di rasi e di sete, di nastri, di frange
e di trine, sarà lui, il manichino, che si pianterà fiero e gagliardo
sulle travi rotte e cadenti del ponte Sublicio a rattenere l'impeto
delle orde etrusche invadenti l'antica Roma; sarà lui che si coprirà
il capo ordinando che i suoi figliuoli sien tratti al supplizio; sarà
lui che stenderà il braccio sui carboni ardenti, innanzi alla faccia
barbuta del re Porsenna; sarà lui che, avvolgendosi nella toga bianca,
cadendo trafitto a morte in Senato sotto la statua di Pompeo, esclamerà
dolorosamente con l'eloquenza del gesto: — _Tu quoque Brute, fili mi_:
sarà lui infine che, ramingo per le terre d'Italia, cieco e vecchio,
andrà supplicando la pietà dei passanti, mormorando col gesto triste:
_Date obolum Belisario!_ E quando sulle rovine dei bassi tempi sorgerà
il gentil fiore azzurro dell'ideale, sarà lui, il manichino, che
ritornerà di Terra Santa a cavallo d'un caval a riabbracciare la sua
donna che lo attese per ben sette anni sul verone del maniero avito.
Lui scenderà cinto di maglia nel torneo di Tolosa, e galopperà su un
leardo pomellato, con la salda lancia in resta; lui, col liuto su la
schiena, cacciato in bando, s'aggirerà solingo e pensoso nella selva
bruna, fuggendo ogni chiaror fuor che la luna! Lui, infine, salirà
trepidante, fra il fogliame verde scuro dell'edera, sopra il veron di
gotica torretta, e lassù si stringerà al petto la castellana infedele,
mentre la scaletta di seta oscillerà lievemente, nel bujo, baciata
dalla tepida e dolce aura notturna!
E poi, o signori, dalla scimmia non dirò che ci siate venuti voi; ma io
ci son venuto di certo. Chi potrà dire che cosa verrà dal manichino?
Forse nelle lontane epoche dell'avvenire, egli saprà rimediare al
malanno che ora lo affligge, la calvizie, e saprà ornare di una bella
barbettina bionda le sue gote pallide. Forse allora, egli avrà non più
nelle vuote orbite due punti neri inanimati; ma due lucenti e mobili
occhi, e nel suo corpo batterà un cuore ove pulseranno onde purissime
di sangue. Sarà bene? Non lo credo.
Ah, meglio il manichino di legno che il manichino di carne e d'ossa!
Il manichino di legno non vi secca con la sua parola sciocca e vanesia,
non vi annoia, per divertirvi, zufolandovi all'orecchio le ariette e le
frasi udite ai concerti e nei teatri, non vi infastidisce ripetendovi
le discussioni politiche da lui udite fra il fumo dei sigari, su le
panche dei caffè, non vi punge con gli spilli della maldicenza, non
vi scaglia nella schiena la freccia avvelenata della calunnia, non
viene ad ammirare i vostri quadri per poi andare a sparlare delle
opere vostre, non penetra amicamente nei vostri studii a rubarvi i
bozzetti. Oh, meglio, meglio il manichino di legno, credete. Pure, la
trasformazione si compirà, e sarà ancora una volta provato l'assioma
della dottrina darwiniana sulla evoluzione, così detta, perfettiva
degli esseri. Verrà un giorno in cui anche i manichini si agiteranno
a chiedere diritti e guarentigie, a vociare discorsi e a unirsi in
falange compatta e ordinata per soverchiare le prepotenti forze degli
umani. In quel giorno il pittore sarà costretto dal suo manichino a
posargli da modello. Forse allora i manichini invaderanno i pubblici
uffici, le università, il parlamento, il senato, la reggia; e andranno
a scacciare dalle cattedre delle Accademie di belle arti i professori,
per diventare essi professori a loro volta. Il più onestamente
mite si limiterà a chiedere il grado di sottotenente nella milizia
territoriale. I più irrequieti chiederanno di far parte del Circolo
artistico, e uno di costoro, acclamato dal plauso unanime, seduto sul
seggio presidenziale avrà l'onore di governare le legioni artistiche.
Forse uno di loro chiederà al consiglio direttivo il permesso di
annoiare il prossimo suo e terrà un corso di conferenze nella maggior
sala dell'Associazione. E, quel manichino riconoscente, inizierà
la serie tenendo una conferenza su questo bel soggetto: «Cesare
Pascarella».
IN CIOCIARIA
I.
Dormivo profondamente, quando alla stazione di Valmontone lo sportello
della vettura fu aperto ed una comitiva di uomini e donne entrò nel
vagone.
Svegliatomi di soprassalto mi rincantucciai in un angolo dello
scompartimento, e con gli occhi socchiusi, mi misi a guardare con
curiosità i miei nuovi compagni di viaggio e le valige, le cappelliere,
le sacche da notte ricamate di lana rossa e gialla, le borse di pelle e
di tela, i canestri ed i fagotti di tutte le misure, che avevan portato
con loro.
Un uomo sui sessant'anni, grasso e grosso, pareva essere il direttore
della compagnia, e appena entrato nella vettura, non curandosi dei
saluti dei _vignaroli_ e dei contadini ch'eran venuti ad accompagnarlo
fino agliu vapore e gli gridavano: — _Forte, sor Piè'! addio sor
Piè'! Stacce bene, sor Piè'!_ — egli si mise, seriamente, a disporre
in alto su la rete le valige più buone ed a spingere sotto ai sedili
i canestri ed i fagotti. Le ragazze, intanto, si litigavano i posti
vicini agli sportelli, e ridendo si indicavano a dito l'una con l'altra
i paesi arrampicati sulle montagne lontane, e chiamavano replicatamente
Peppino e Maddalena perchè accorressero anch'essi a vedere, _li ponti
su li fiumi, piccoli piccoli, e le montagne che toccaveno el celo_.
Ma Peppino e Maddalena non si muovevano: seduti strettamente vicini
si guardavano negli occhi, si sorridevano e, di tanto in tanto, si
scambiavano qualche parola.
Mentre il treno correva afferrai questo brano di dialogo: — _Dimme
un po', Peppino, è vero che in certi punti nun se ne vede la fine?_
— E lui, pesando le parole: — _Se capisce! Subito che el mare fenisce
addòve comincia el cielo!_
Quando sur un colle apparvero le case di Frosinone, il sor Pietro, dopo
di aver paragonata la lentezza insopportabile delle diligenze con la
rapidità fulminea delle ferrovie, si levò la giacca e diede el segnale
della colazione, durante la quale, i discorsi e i bicchieri di vino
rosso s'incrociarono con tanta abbondanza che io dopo appena cinque
minuti, già sapevo vita, morte e miracoli del sor Pietro, i nomi dei
componenti la comitiva, dove andavano, quanto tempo avevano deciso di
fermarsi in riva al Sebeto, e, perfino, che la _Guida di Napoli_ il sor
Pietro l'aveva avuta in prestito da un parente di papa Pecci.
Verso la fine del pasto interminabile Maddalena, stuzzicandosi i denti
con un ossicino di pollo, dimandava alquanto preoccupata a Peppino: —
_Ma come sarà che el mare è turchino?_
E Peppino con gli occhi lustri, vuotando ancora un bicchiere: — _Se
capisce! In tutto el mondo l'acqua turchina è tutta salata. Il mare è
tutto salato: dunque lui deve essere turchino per forza._
E s'addormentò.
Finita la colazione sopravvenne un po' di calma. Le donne si levarono
i cappelli e il sor Pietro masticando un sigaro forte, che non tirava,
e lagnandosi del caldo _troppo troppicale_, si tolse il panciotto.
Alla stazione di Pofi, metà della comitiva dormiva e il sor Pietro
sbuffando si toglieva solino, polsini e cravatta, mandando un accidente
a chi aveva inventato _tutte quelle porcherie da signori_.
Quando, a Ceprano, io lasciai il treno, egli s'era cavata anche una
scarpa, accusando _un forte dolore alla noce del piede_, e s'era
rimboccate le maniche della camicia, mostrando due braccia nere e
pelose, come le code di due gatti infuriati.
Dio mio! Che cos'altro si sarà tolto di dosso il sor Pietro, prima di
arrivare a Napoli?
*
* *
Sullo spiazzo, dietro la stazione di Ceprano, un legno a cui erano
attaccati tre cavalli scheletriti, flagellati da nugoli di tafani,
stava ad arroventarsi al sole; il vetturino, un tipo selvaggio, dalla
faccia annerita, dormiva sopra un mucchio di fieno, poco lungi,
e russava profondamente. Altri legni per andare a Fontanaliri non
v'erano. Mi avvicinai al vetturino e tentai di svegliarlo. Era di sonno
duro. Allora una contadina, che stava, poco lungi, seduta, si alzò,
e avvicinatasi al dormiente gli applicò due calci ove finiva la sua
schiena, gridandogli: — _Arrizzate, Ciccantò', ca s'è fatto juorno!_
Ciccantonio, si alzò stropicciandosi gli occhi e la schiena e facendo
brillare al sole, sul collo nero, una filza di medaglie; mi salutò
con un: _ben arrivato a signoria!_ e incominciò subito a decantarmi
la comodità della sua carrozza, la bontà de' suoi cavalli e la sua
_grannissima abbeletà_ nel condurli. Io, poco persuaso della verità di
tante lodi, accennai qualche dubbio, ma egli ribattè: — _Lei, signoria,
non indubiti: saglìte e sarete insoddisfatto._ — Ed io convintissimo di
quanto egli asseriva, comperai quattro arance da una bella ragazza, che
vendeva anche ciambelle, vino e frutta, e salii nel legno ponendomi la
valigia fra i piedi.
Ciccantonio saltò in cassetta, tempestò di frustate i cavalli, che non
volevano muovere il primo passo, sfilò una corona di bestemmie di tutte
le qualità e dimensioni, e allora le rozze si mossero finalmente, e giù
di trotto per la via bianca e polverosa di Ceprano.
Bel tipo il mio vetturino! Egli bestemmia come un turco, dico come un
turco perchè si dice così, ma io non credo che i turchi siano giunti
a tanta perfezione, e a ogni chiesuola che incontra, a ogni croce che
vede, si toglie il cappello, sul quale tiene legata una immagine sacra
e grida: — _Madonna aiutece!_
Lungo la via, ove, di tratto in tratto, dalle siepi, bianche di
polvere, sbucano branchi di gallinacci, condotti da qualche fanciulla
alla pastura, incontriamo contadini sui somari che vanno al molino,
mezzadri che portano ad abbeverare le vacche, e lunghe file di donne
che scendono verso Ceprano, recando in testa pesanti canestre ricolme
di ortaglie.
Mi tornano alla memoria _li pupazzi der presepio_.
Quando ci fermiamo davanti alle prime case di Ceprano, Ciccantonio
s'accosta allo sportello della vettura e col cappello in mano, mi dice:
— _Simmai lei nun s'incommoda, metto lu belancino._
— E quanto ci vorrà a mettere questo bilancino?
— _Quanto piace a signoria!_ — mi risponde Ciccantonio, come un
cortigiano antico.
— Alla mia signoria piace che tu tra un'ora ti trovi qui col bilancino.
— _Servo a signoria!_ — replica il vetturino inchinandosi; e dati a
reggere i cavalli a un ragazzetto, si allontana fischiando.
Io per non saper che altro fare, comincio a girandolare per le vie di
Ceprano, seguito da uno sciame di ragazzi gialli e verdi per la lebbre
malarica, credo, e qualcuno forse anche per la fame.
Su la piazza, fuori della Porta, vi trovai il mercato.
Le venditrici di ortaglie e di frutta, di grano, di pane, di ciambelle,
di stoviglie di creta e d'altri utensili famigliari erano disposte in
lunghe file. Io mi addentrai tra quelle file, e ammirai gruppi di donne
veramente stupendi. Finalmente, rimasto abbagliato dai colori vivaci
delle vesti, dei busti, e degli scialli smaglianti al sole, sul fondo
grigio de monti lontani, entrai in una modesta trattoria ove per pochi
soldi, mangiai una buona bistecca e molte frutta così belle, fresche
e saporite che le nipoti di Atlante me le avrebbero invidiate. Poi
seguendo una strada lunga e polverosa, dopo di aver salutato il nome
di Dante Alighieri che si leggeva scritto vistosamente su l'angolo di
un vicolo, ov'era men che notte e men che giorno, pervenni in fondo al
paese e sboccai in una piazza piena di sole e di mucchi di canapa ove
sorge le cattedrale dedicata a Sant'Arduino.
Più innanzi trovai un piccolo ponte di ferro che serve a traversare il
Liri, le cui acque allora scarseggiavano. Su la ghiaia lunghe file di
contadine cantando canzoni piene di malinconia battevano la canapa.
Il paesaggio lieto di sole, le donne che lavavano e maciullavano
la canapa, i canti pieni di malinconia mi risvegliarono gl'istinti
poetici, tanto che non potendo più frenarmi, scesi giù sulla sponda
lirica e mi accinsi a scrivere una medesima; ma avevo appena cavato
di tasca il taccuino, quando sentii gridare: — _Signoria! Signoria!_ —
Alzai la testa e vidi Ciccantonio che su dal ponte mi faceva cenno di
risalire. Guardai l'orologio. In luogo di un'ora, senz'accorgermene,
girando qua e là, ne avevo perdute due. Risalito sul ponte, egli mi
disse subito ch'era stato sin allora a cercarmi per tutta Ceprano; che
era tardi, che le salite da superare per andare a Fontanaliri erano
molte e che bisognava partire senza indugio. Il legno era pronto.
Innanzi ai tre cavalli era stato attaccato il bilancino, un misero
cavalluccio bianco, pieno di gobbe e di piaghe e con la testa ornata da
un pennacchio di penne di cappone.
Rientrai nella vettura, e, dopo le solite frustate e le solite
bestemmie, i cavalli partirono al trotto.
*
* *
Il caldo comincia a farsi sentire molesto e Ciccantonio, dicendomi: —
Lei, permettete? — si toglie la camicia, apre un cassetto sul davanti
della vettura, ne trae un giubbettino di tela e se lo infila. Durante
l'operazione, quando il mio vetturino rimase col torace nudo, mi
sembrò di avere dinanzi agli occhi il tatuato di Birma. Egli aveva nel
mezzo del petto una larga incisione colorita di blu rappresentante la
Santa Casa di Loreto, sotto la quale v'era una data: 29 giugno 1855,
contornata da una quantità di geroglifici; poi sul braccio destro e
sul sinistro portava incisi i segni della Passione, un Sacramento e una
immagine della Madonna di Loreto.
Quando io gli manifestai la maraviglia che provavo nel vedere i suoi
tatuaggi, egli mi disse che, dopo essersi fatto _stampà'_, era stato
lì lì per rimetterci la pelle. Ora però mostra con orgoglio le sue
_stampe_, e spiega con piacere il metodo che s'usa laggiù, alla Santa
Casa, _pe stampà' li cristiani_.
Ecco la spiegazione, che io trascrissi così come ei me la disse: —
_Apprima ce passeno lu rasore. Apò, strignenno la pelle, ce passeno via
via co' 'na penna d'acciare, su la stampa che ci avo fatto apprima. Apò
ce metteno lo gnuostro (_inchiostro_) e la fav'ascì'._
Quando egli ebbe finito di parlare, si baciò il braccio sinistro,
ov'era effigiata la Madonna di Loreto e riprese subito a frustare i
cavalli, e a bestemmiare.
*
* *
Di tempo in tempo incontriamo molti carri enormi che vengono innanzi
lentamente fra nugoli di polvere: trasportano a Roma i prodotti dei
lanificii e delle cartiere che sorgono su le ripe amene e pittoresche
del Fibreno e del Liri.
Alcuni di cotesti carri sono tirati fin da dieci e dodici cavalli,
d'ogni razza e paese, tutti infronzolati da arnesi di metallo lucente
che brillano al sole.
Le bestie sanno già la via che debbono percorrere, e, mentre i
carrettieri sono vinti dal sonno, procedono lungo la strada bianca al
suono monotono dei campanelli, scuotendo i ricchi pennacchi multicolori
e i grossi fiocchi di lana rossa, che sbattono loro sul muso. Giù, in
fondo, si levano sul cielo turchino le montagne di Sora, azzurre come
il mare.
A _Colle la noce_, ove anticamente era il ponte di confine, fra lo
Stato Pontificio e il Regno di Napoli, c'imbattiamo in una torma di
uomini e di donne recanti in braccio bambini, verdi e macilenti.
La torma viene avanti sotto l'arsura del solleone, cantando le
litanie. Dalle gole inaridite dalla polvere soffocante escono voci
rauche ed affannate. Un vecchio cencioso, reggendo una croce, cammina
faticosamente innanzi a tutti suonando un campanello, e di tanto in
tanto, volgendosi a guardare i compagni che lo seguono, si ferma e
intona le preci.
Domando a Ciccantonio dove vada tutta quella gente ed egli mi risponde
secco secco: — _A Santo Dominico_.
— È distante di qui?
— _Eh! sicuro!_
— E ci vanno a piedi?
— _'Nu poco a piede e 'nu poco cammenenno._
La torma s'era già allontanata d'un bel tratto, quando vidi avanzar
solitaria una figura scarna e gialla di donna: portava su la testa un
canestro coperto da un pezzo di panno rosso tutto sdruscito e le gambe
di un bimbo vi penzolavano fuori: camminava appoggiandosi a un bastone
su cui era legato con una corona un ramo d'ulivo; e, si sforzava di
raggiungere le compagne che si allontanavano cantando. Le gettai pochi
soldi. Essa si fermò, li radunò col bastone, si curvò a stento, li
raccolse e, dopo di avermi ringraziato con un cenno, seguitò la strada.
La vista di quella poveretta mi mise di malumore. Accesi la pipa e per
non più vedere mi rincantucciai nel fondo della vettura, e vi rimasi
fino a quando Ciccantonio non mi indicò, con la punta della frusta, un
paese su la cima di un monte.
— Che paese è? — gli domandai infastidito.
— _Chello è Verule._ — mi rispose. — _Là ci av'acciso Chiavone
bon'alema_ (buon'anima). E in tono patetico mormorò fra i denti: —
_Povero Chiavone!_
Gli chiesi se l'avesse conosciuto; ma egli invece di rispondermi, si
mise subito a dar la voce ai cavalli. Decisamente il mio vetturino deve
averlo conosciuto molto da vicino il famoso brigante.
Il paesaggio intanto comincia a cambiare. Su la destra le montagne
vicine mostrano già i fianchi grigi di selce. Su una di coteste
montagne s'aggrappa un paese non molto grande. Un antico castello
diroccato, che s'intaglia bruno nel cielo sul vertice del monte,
deve avergli dato il nome di Arce. Ora non si veggono più sui fianchi
dei monti i lunghi filari di olmi, sui quali si appoggiano i tralci
verdeggianti della vite, e su la terra smossa le pannocchie gialle del
granturco; ma sul fondo grigio e ferrigno delle rocce, si contorcono
freddi e monotoni soltanto gli ulivi.
Passato _Santo Lauterio_, un largo prato bagnato dal Liri, mi giunge
alle nari un acuto odore di zolfo. Ne chiedo spiegazione al mio
vetturino, ed egli accennando un filare di pioppi, mi dice che _arreto
a chelli chiuppi_ c'è un lago chiamato _Zulufraga_, ove vanno a
gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa un
modesto commercio. Difatti nella notte se ne empiono piccoli fiaschi,
e a dorso d'asino o sui carretti, all'alba, i venditori la van gridando
per le vie d'Isola, d'Arpino e di Sora, a un soldo il fiaschetto, come
la nostra acqua acetosa. I contadini, le attribuiscono una quantità di
speciali virtù, e ne sono avidissimi.
*
* *
Sulla sinistra il paesaggio seguita a divenire sempre più selvaggio.
Ovunque massi enormi che sembrano dover rotolar giù al più lieve
soffio di vento. Non più alcuna vegetazione, nè meno gli ulivi: solo le
ginestre giallissime tra i sassi bianchi e grigiastri.
Ciccantonio mi addita un'enorme buca sul fianco dirupato di un monte.
— Che cos'è? — gli domando.
— _Chella, signoria lei, che siete 'struito lo sapete miejo de noi. È
tutta robba vulcaneca_ — Egli mi risponde e mi narra una lunga serie di
cose straordinarie, tutte, s'intende, a proposito della grotta che qui
chiamano _fossa agliu monte_; e finisce col dirmi che gettandovi dentro
un'arancia, questa dopo aver girato per lungo e per largo nel ventre
della montagna, finisce con lo sbucare nel lago di _Zulufraga_.
Io, lo confesso con vergogna, avevo ancora una arancia, l'ultima delle
quattro, comperate a Ceprano, ma in luogo di tentare l'esperienza
mentre la salita incominciava a farsi ripidissima e i cavalli, fra
gli urli e le bestemmie di Ciccantonio che si perdevano a valle,
arrancavano disperatamente, l'ho mangiata.
*
* *
Il sole cadeva dietro le case di Banco quando io con l'ossa rotte e
bianco di polvere, entrai in un paesuccolo nero, sul sommo sassoso
d'un monte vestito di ulivi, di querce e di frassini. Ero giunto a
Fontanaliri.
II.
Un po' prima dell'anno mille era signore di Sora un tal conte Pietro,
uomo di pessima vita. San Domenico lo andò a visitare, e il tiranno,
tócco dalla divina misericordia, gli si gettò ai piedi chiedendogli la
benedizione. Il Santo lo benedisse e lo abbracciò, e allora il conte
Pietro gli parlò così: — Tu mi hai ridonato la divina salute; dimmi ora
che cosa posso fare per ricompensarti.
E San Domenico, il quale non pensava ad altro che a fondare conventi
e già ne aveva fabbricati o fatti fabbricare non so quanti in
Umbria, nella Sabina e nell'Abruzzo, gli rispose subito: — Edifica un
monastero. — Egli annuì, e l'indomani il Santo ed il conte galoppavano
su due cavalli nei dintorni di Sora in cerca del sito più adatto alla
costruzione della badia; e galoppa galoppa, quando arrivarono colà
ove le limpide acque del Fibreno si gettano in quelle del Liri, San
Domenico fermò il cavallo e disse a Pietro: — Ecco il luogo.
— _Fiat!_ — rispose il conte, e mentre il Santo se ne partiva per monte
Montano a sorvegliare i lavori di un'altra abbazia, egli incominciò
subito la fabbricazione del sacro edifizio; ma quando l'ebbe compiuta
chiamò il suo maggiordomo e gli disse: — Badi bene che in questo
cenobio io non ci voglio uomini.
— _Servo a Signoria!_ — balbettò il maggiordomo intelligente ed
inchinandosi uscì.
E così il monastero, che doveva accogliere tra le sue mura i monaci, si
cambiò in monastero di monache dove il conte Pietro si recava spesso a
pregare.
Ma egli aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l'oste. E l'oste
che venne a rivedere i conti al conte fu Domineddio in persona, il
quale mandò a San Domenico un angelo che, un pochino rosso in volto, lo
informò di come andavano le cose nel sacro albergo del conte. Il Santo
inorridì; e senza perder tempo ritornò subito a Sora, dove incontrato
appena il suo uomo gli disse: — Oh, signor Pietro, a che giuoco
giuochiamo?
Il peccatore si fece toccare per la seconda volta dalla divina
misericordia e si ritirò nuovamente nel suo castello, e il Santo
purificate le mura del monastero, vi chiamò i suoi monaci e ci rimase
fino alla morte. Ora il suo corpo sta sepolto sotto l'altare massimo
della chiesa, tutto intero, meno un dente che fu recato come reliquia
a Cucullo.
Il dente ha oggi una virtù prodigiosa, poichè guarisce, a guardarlo
solamente, morsi di cani rabbiosi e punture di vipere; e qui, quando
qualche contadino vien punto o morso da uno di codesti animali, prima
di correre _agliu medeco_ se ne fugge a Cucullo, dove sa che toccare
il prodigioso dente e risanare è tutta una cosa. E laggiù a Cucullo,
nel primo giovedì di maggio, si porta in giro pel paese la famosa
reliquia, e i contadini e le loro donne la seguono cantando le lodi di
San Domenico e attorcigliandosi intorno alle braccia, al collo e alle
gambe nude una quantità di serpentelli.
Queste e tante altre cose mi veniva raccontando un pretonzolo di Sora,
mio compagno di viaggio, mentre i cavalli della _messaggera_, scuotendo
le ricche sonagliere, trottavano su la via d'Isola del Liri, e io,
tutto orecchio nell'ascoltarle, le fissavo nella memoria per indi
trascriverle nel mio taccuino, rallegrandomi di aver trovato, mentre
mi recavo alla festa di _Santo Dominico_, un servo di Dio che mi avesse
narrato la storia del celebre santuario.
*
* *
Quando arrivammo all'Isola del Liri le nove ore della notte battevano
all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo dei
Boncompagni, e lunghe file di _sciarabbà_ pieni di gente che gridava e
cantava salivano di carriera la via delle Forme.
Le Forme sono un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova,
che s'allunga fino al santuario. Sessant'anni addietro su la via che
dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di
contadini; ma le industrie dei nostri tempi, servendosi a meraviglia
delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su le sponde dei due
fiumi cartiere, lanifici, molini e ville splendide, che in pochi anni
han cambiato quei luoghi, prima squallidi e deserti, in una regione
ricca e popolata, piena di attività industriale e commerciale.
Sull'azzurro cupo del cielo s'allungano i pioppi e di tanto in tanto
gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i rami fronzuti.
Gli _sciarabbà_ passano di carriera, e i cocchieri, schioccando la
frusta, gridano a squarciagola: — _Santo Dominico! Santo Dominico!_
Giù in fondo alla via, sul cielo sereno, fra miriadi di lanternine,
rosse, gialle e azzurre, rischiarato dalle faci delle baracche, sorge
il santuario.
Più si va innanzi, più la folla aumenta, e si cammina a stento fra
lunghe file di _sciarabbà_, di vetture e di carretti, mentre dalle
_bancarelle_, che si seguono numerose, s'alzano canti, grida, squilli
di trombe, suoni di tamburelli e d'organetti e s'effondono odori acuti
e nauseabondi di _ciammaruche_ (lumache) fritte, di polli arrostiti, di
pannocchie di granturco abbrustolite su la bragia, di _cacicavallitti_
e di _muzzarelle_.
Di tanto in tanto fra i contadini che già presi dal vino saltano
furiosamente al suono degli organetti, delle zampogne e delle chitarre,
mentre le loro donne battendo le mani cantano con le voci stridule
volgari canzoni d'amore, passano file interminabili di pellegrini coi
bordoni ornati da sacri amuleti e dalle immagini di San Domenico e
della Madonna di Canneto: passano, e aprendosi a stento una via tra la
folla festante entrano nella chiesa, si gettano in terra e incominciano
_le penitenze_, trascinandosi con le mani sotto le ginocchia verso
l'altare maggiore, segnando con la lingua sul suolo lunghe croci e
lasciandosi dietro orribili strisce di bava e di sangue. Ma non tutti
hanno la forza di farle _le penitenze_; poichè molti stracchi, spossati
e sfiniti come sono dagli affanni e i disagi del duro viaggio, coi
piedi gonfi, rotti e sanguinanti per il lungo cammino, appena toccano
con le ginocchia il pavimento del santuario vi si stendono sopra e
s'addormentano.
Sui gradini degli altari, dentro e intorno ai confessionali, lungo
le balaustrate delle cappelle e accanto alle basi delle colonne, di
cotesti sciagurati ne vidi a centinaia distesi come se fossero morti,
uomini e donne, vecchi e fanciulli tutti confusi insieme sotto la luce
gialla e tremula delle candele che illuminava le loro membra coperte di
stracci. Talvolta dai gruppi dei dormienti udii venire qualche lamento.
Qualcuno, vinto dagli stimoli della fame, lo vidi destarsi e rompere
il digiuno succhiando bucce di meloni e di cocomeri, raccolte da terra.
Uno lo vidi correre a bere nella tazza dell'acqua santa.
In fondo alla chiesa, molto grande e tutta bianca, vi sono due scale
per salire all'altare maggiore, e fra le due scale v'è la porta per
scendere nel sotterraneo ove sta la sepoltura del santo. Vi discesi e
lo trovai pieno di pellegrini che si affollavano a baciare una testa
scolpita a bassorilievo sul davanti di un altare e a stropicciarvi
sopra i loro bordoni. I baci schioccavano sonoramente. Una ricca
lampada argentea mandava sprazzi di luce sui sordidi cenci dei
contadini, che prima di lasciare il luogo sacro, mormorando preci,
abbracciavano e baciavano le colonne tortili che sostengono le volte
basse della cripta.
Quando uscii dal sotterraneo una folla di pellegrini che andava verso
una cappella, ove sur un tavolino, tra quattro candele, sorgeva la
statua di un santo, mi costrinse a seguire una donna, che sorretta da
due uomini levava in alto un bambino che le si torceva fra le braccia
piangendo. La poveretta appena arrivò dinanzi al simulacro lo baciò;
poi, mentre i suoi vicini urlavano lamentevolmente: _Grazia! Grazia!
Grazia!_, si cavò dal petto una pezzuola e dopo di averla strofinata
sulla statua la passò più e più volte sugli occhi del suo bambino,
mentre quelli che la circondavano, tutti con le mani tese verso la
immagine sacra seguitavano sempre a urlare: _Grazia! Grazia! Grazia!_
Il povero bimbo era cieco, e la sua mamma per fargli riacquistare la
vista era venuta a piedi non so da qual paese lontano, per recarlo
davanti a quel pezzo di legno dipinto!
Esasperato dagli urli di quegli esaltati e commosso e turbato dalla
vista di tante sciagure mi liberai dalla folla che continuava sempre
a gridare: _Grazia! Grazia! Grazia!_, mi avvicinai alla porta della
chiesa, ove un vecchio ben pasciuto, vestito di un sacco nero,
scuotendo una scatola di latta piena di soldi gridava con voce
imperiosa: — _Fate l'elemosina a Santo Dominico!_ — uscii e, per avere
un po' di pace, me ne andai in riva al Fibreno le cui acque inargentate
dalla luna correvano sotto amene selvette di pioppi e di salici, fra il
delizioso ondeggiare degli effluvii dei mentastri fioriti e il tremolio
ininterrotto delle voci stridule dei grilli cantatori. M'ero appena
seduto in terra con le spalle appoggiate al tronco scabro di un salice
per ascoltare il canto soave di un rosignuolo, quando arrivarono due
pellegrini: s'inginocchiarono, e rivolti verso la chiesa con le mani
giunte incominciarono a pregare. Dopo un poco il più giovane si alzò,
mi venne vicino e mi stese la mano aperta, chiedendomi qualche soldo.
— Di dove siete? — gli domandai.
— Di Veroli. — mi rispose.
— E da dove venite?
— _Da la Madonna de Canneto._ — riprese il pellegrino, e soggiunse: —
_So' quattro giorni, signoria, che jamo cammenenno giorno e notte pe'
le montagne!_
Gli rivolsi altre domande, ed egli allora mi raccontò come laggiù a
Canneto vi sia un fiume con una corrente rapidissima e che passandolo a
nuoto nove volte, si lucrano un sacco d'indulgenze; mi disse che _addò'
ce sta la chiesia ce jesce 'no capo d'acqua gelata_, e che insieme
coll'acqua _ce jesceno melioni de stellucce d'oro_, e finì col dirmi
che la Madonna di Canneto era _sorella bona a Santo Dominico_.
Gli chiesi notizia di quei luoghi ove sta il santuario di Canneto, e il
contadino me li dipinse efficacemente con queste poche parole: — _La
chiesia, signoria, sta in fonno a 'na montagna pessima assaie, e loco
a terra, ohi mamma! nun vidi 'no pajese!_
Quando il giovinetto tornò al compagno, che seguitava sempre a pregare,
lo riscosse e gli diede i soldi che io gli aveva regalati, e lui come
li ebbe in mano li contò, baciò la terra e si allontanò per andarli
a mettere nel bussolotto del vecchio, che gridava sempre: — _Fate
l'elemosina a Santo Dominico!_
*
* *
All'alba tornai nel santuario. Le lampade e le candele erano quasi
tutte spente e una luce bianca e fresca entrava dalla porta spalancata;
qualcuno si batteva ancora il petto innanzi alla statua del santo, e un
sagrestano, fischiando, spazzava via dalla chiesa le bucce di melone
e di cocomero e le altre molte immondizie che vi avevano lasciato i
pellegrini.
Fuori della chiesa, davanti alle baracche, le venditrici insonnolite,
avvolte in panni listati di rosso, di giallo e di verde, gridavano
con voci rauche, sperando di invogliare i pochi rimasti a comperare
ancora qualche chilo di frutta, qualche ciambella, qualche padellata
di _ciammaruche_, e intorno a loro, qua e là sui mucchi di fieno, sotto
ai carretti, fra le canestre, gli orci e i barili vuoti molti contadini
briachi fradici dormivano profondamente.
Poco lungi, al di là di un prato umido di rugiada e cosparso di fiori,
su la via provinciale passavano di tanto in tanto le diligenze di Sora
e Roccasecca coi cavalli sonanti e risonanti di tintinnanti sonagli.
*
* *
Prima di partire mi venne il desiderio di comperarmi un ricordo della
festa e chiesi a un pellegrino se voleva vendermi un suo bellissimo
bordone, ornato di medaglie, di immagini sacre e di stelle lucenti di
carta di argento.
— _Gnornò._ — mi rispose seccamente il pellegrino guardandomi con
sospetto — _Chessa è robba de la Madonna: nun se venne_.
— Ti do una lira.
— _Gnornò, chessa è robba de la Madonna, nun se venne._
— Te ne do due.
— _Gnornò._
— Se me lo dai te ne do cinque. — ripresi io; ma niente! Il contadino
stringeva sempre più tenacemente fra le mani il bordone e ripeteva
sempre: _Gnornò, gnornò, chessa è robba de la Madonna: nun se venne!_
La sua cocciutaggine mi indispettì; cavai fuori dal portafogli una
carta da dieci lire, gliela mostrai e tentando un'ultima prova gli
dissi: — Se me lo dai ti do questa! — Egli mi guardò rimanendo per
qualche istante incerto se dovesse pigliarla o no, poi tremando allungò
la mano verso il biglietto; ma come l'ebbe toccato fece un salto
indietro; si strinse al petto il bordone, e facendosi il segno della
croce se ne fuggì.
Sarei davvero curioso di sapere quante volle quel povero contadino
avrà già raccontato ai suoi amici come qualmente mentre egli si trovava
dinanzi alla chiesa di San Domenico, _gliu diavolo, vestute da signore,
co' 'no cappillitto janco in testa e co' 'na pipparella 'mmocca, che
jettava fumo e foco, glie comparì innante e glie disse_...
III.
Il sole tramontava dietro l'_Ara degliu Volupitto_ mentre io e
l'arciprete di Fonlanaliri, seduti al fresco, sotto gli olmi della
_Fontana a balle_, parlavamo della festa che doveva essere celebrata
a Monte San Giovanni Campano per commemorare il cinquantenario della
Madonna Santissima del Suffragio; festa della quale si discorreva già
da tanto tempo in tutte le farmacie e in tutte le sacrestie di tutta
la diocesi di Veroli. L'arciprete dopo di aver speso molte parole,
qualcuna anche in lingua latina!, per invogliarmi ad andarci si alzò,
ed aprendo le braccia in atto di maraviglia, fini col dirmi che la
festa sarebbe stata una festa di _tre bande_.
— Di _tre bande_?
— Di _tre bande_! — ripetè l'arciprete, e pronunciando le tre parole
lentamente, in modo che fra l'una e l'altra ci fosse una breve pausa,
piegò la persona sul lato destro; sprofondò la mano grassa nella tasca
della sottana; ne trasse una scatolina di madreperla sul cui coperchio
era dipinta una immagine dell'Addolorata; l'aprì, vi ficcò dentro
il pollice e l'indice, e s'empì il naso di tabacco. Io gli lasciai
compiere la delicata operazione e poi gli chiesi quale sarebbe stato
a suo giudizio il mezzo migliore per andarci a cotesta festa, ed egli,
dopo di aver starnutato tre volte mi rispose: — L'asino. — E soggiunse
subito che sol che io l'avessi voluto egli si sarebbe volentieri
incaricato di provvedermi della bestia e della guida. Io lo ringraziai
della gentile offerta, e all'indomani quando mi recai, come s'era
convenuto, a San Rocco, dinanzi alla chiesina bianca, illuminata dai
primi raggi del sole, vi trovai un bell'asinello magnificamente bardato
e un bel ciociaretto vestito col suo più bell'abito da festa: corpetto
rosso, giacchetta turchina, calzoni gialli, camicia ricamata e cappello
a cencio ornato di nastri multicolori e di penne di pavone.
Il ciociaretto appena mi vide mi venne incontro sorridendo e, dopo
di avermi dati i saluti di don Michele, mi porse un foglio di carta
rossa ove era stampato il programma dello spettacolo; anzi di tutti
gli spettacoli che in quel giorno dovevano allietare i popoli di Monte
San Giovanni Campano. Incominciai subito a leggerlo, e così, mentre
l'asino trotterellava fiutando con la testa alta e le froge aperte la
fresca auretta mattutina, seppi come «nella Collegiata riccamente e a
studiato disegno parata» la musica dei vespri sarebbe stata diretta
dal maestro Melchiade Martufi e cantata da «distinte voci romane»;
appresi come nella «Collegiata» si sarebbe fatta discendere «dalla
propria nicchia la statua di Maria Santissima del Suffragio che dal
merito artistico pare divinamente scolpita», e in qual modo, finita
la festa, la statua suddetta si sarebbe fatta tornare «nella propria
nicchia»; imparai quanto i concerti di San Donato e di Sezze avrebbero
reso «vieppiù brillante il trattenimento», e infine come molte migliaia
di colpi di mortari avrebbero dato «continuo segno di gioia religiosa».
Non vi parlo dei globi areostatici da innalzarsi nell'aria, dei fuochi
artificiali preparati da valente pirotecnico e dell'estrazione di
una tombola con relativo incasso devoluto naturalmente a scopo di
beneficenza.
Dopo la lettura del programma, incominciai quella della mia guida, e
domandai al mio ciociaretto: — Come si chiama quest'asino?
Ed egli mi rispose subito: — _Vicienzino_.
— E tu come ti chiami?
— _Io? Come a isso. Vicienzino paro._
— E quest'asino è tuo? — ripresi io ridendo.
— _Gnorsì, è d'un amico degliu mia._
*
* *
La via si fa malinconica ed uggiosa; a destra e a sinistra, sempre gli
eterni pioppi.
Su le rocce di tanto in tanto appare qualche casetta abbandonata e fra
gli ulivi qualche chiesina, con curiose scene della vita dei santi,
dipinte su le mura screpolate. Al Fosso della Faina lasciamo la via
provinciale ed entriamo nelle scorciatoie, ora serpeggianti fra le
rocce nude, ora fra la terra nera su cui s'allungano filari di ortaglie
verdissime; e fra Capo Ciuffone, un monticello che porta tal nome
perchè vi stette conficcato sopra un palo il capo di un brigante, e la
Fonte Cupa incontriamo uno stuolo di contadini che va a seppellire un
morto.
Innanzi a tutti un chierico reca un Cristo dipinto su una croce nera:
lo segue un prete con la stola nera orlata di ghirigori gialli sul
petto e con un fazzoletto bianco sulla berretta; poi viene la bara
sorretta da quattro contadini e dietro la bara incedono alcune donne
con le mani incrociate sul seno. Il prete ad ogni cinque o sei passi
biascica paternostri e intanto, con un coltelluccio, va sfrondando
accuratamente un ramo di nocciuolo per farsene un frustino, e le
contadine, sempre con le mani incrociate sul seno, chiacchierano ad
alta voce.
Quando il piccolo corteo arriva _agliu Caputonno_, il prete si tira
sù la sottana sino alla cintola, il contadino si mette il Cristo su la
spalla, e tutti pigliano la via della montagna.
*
* *
All'Anatrella sur un ponte di ferro passiamo il Liri che scorre
spumante fra una quantità di scogli maculati di musco e traversiamo
i fabbricati della cartiera del conte Lucernari, tutti circondati da
ridenti giardini. Sotto ai boschetti dei lauri e degli oleandri fioriti
non solo godiamo un po' di frescura, ma riceviamo anche i rauchi omaggi
di un bellissimo pavone, il quale appena ci vede scende dalla scogliera
di una fontana quasi coperta dalle foglie larghe delle ninfee e dai
fiori gialli e purpurei dei nenufari, e ci viene incontro aprendo la
coda occhiuta e movendo graziosamente il collo smeraldino. Chi l'ha
detto che i pavoni sono superbi?
Dopo l'ultima aiuola dell'ultimo giardino la via a poco a poco si
restringe tanto da divenire un sentiero, e il sentiero a sua volta
si fa così ripido e sassoso da obbligarmi a mandare dietro a me i due
_Vicienzini_ pel timore che cadendo non mi vengano addosso.
A mezza costa io e i miei due _Vicienzini_ chiediamo tutti e tre
un po' d'ombra alle vecchie mura di una chiesuola, e intanto che ci
riposiamo ci passano davanti dei contadini vestiti a festa seguìti
dalle loro donne. Alcune di esse invece delle cioce hanno ai piedi
enormi scarponi chiodati che ogni tanto le fanno sdrucciolare e le
costringono a battere sulle pietre arse dal sollione quelle parti del
loro corpo delle quali si servono ordinariamente per mettersi a sedere.
Ne ricordo ancora una di coteste contadine con la veste di seta verde e
col petto coperto di collane d'oro, che dopo di esser caduta due volte
si accoccolò per qualche istante accanto a una siepe, e rialzatasi coi
piedi ignudi prese a salire, agile come una gatta, su per l'erta del
monte reggendo con la sinistra le calzette ricamate e con la destra i
due scarponi i cui chiodi brillavano al sole.
*
* *
Arrivati alle prime casupole del paese ordinai a _Vicienzino_ di
provvedere di un comodo alloggio l'altro _Vicienzino_, e incominciai a
salire i gradini di una infinità di vicolettacci neri inghirlandati di
lauro. Non finivano mai! Quando finirono mi trovai in una piazza ove
una quantità di gente ammirava a bocca aperta un lampadaro di carta
dipinta. E l'ammirai anch'io, tanto più che sentii dire da tutti come
il lampadaro una volta che fosse stato acceso avrebbe dovuto fare
«un'eccellente visuale».
Nella piazza ove erano sonnambule che predicevano il più
lontano avvenire, tavolini sui quali si giuocava ai dadi e
alle carte e molte baracche, ove si vendevano orologi d'oro
da un soldo, fiori artificiali, dolciumi di tutte le forme
e bibite di tutti i colori, v'era anche un grande panorama
«pittorico-artistico-scientifico-nazionale», davanti a cui un tipo
olivastro dalla barba a pizzo, mentre una ragazza dalle chiome
bionde, divorando una fetta di pane girava il manubrio di un organetto
sfiatato, gridava: — _Favorischino!_ _Favorischino, signori!_ — Ma,
ahimè, i signori non favorivano e andavano invece verso la «Collegiata»
per sentire le «distinte voci romane». Ci andai anche io; ma quando
vi arrivai e vidi che razza di lavoro s'aveva da fare per sentirle,
mi allontanai tanto da loro che arrivai in fondo al paese ove in un
prato, fra mucchi di peperoni e piramidi di pomidori, fra ceste di pere
vizze e bigonce di fichi era stato innalzato un arco trionfale nel cui
attico, sotto una immagine di Maria Santissima tremolante al vento, si
leggeva questa epigrafe:
VENITE A CELEBRARE CON GIOIA
LA FESTIVITÀ DI COLEI CHE FA
L'ALLEGREZZA DI TUTTO IL MONDO.
Mentre io stavo ammirando l'arco, accanto a me due eleganti del paese
parlavano del merito dell'iscrizione.
— La terzina è bella; però una terzina senza rime, io non la capisco.
— Ma io credo che «fosse» come dicono adesso una terzina «barbera».
— osservò l'altro frustandosi le gambe con un bastoncino di canna
d'India verniciato di rosso; e non aveva finito di osservarlo quando
un assordante squillar di campane e un fragoroso rimbombar di mortari
fecero tremare la terra ed il cielo.
— Che cosa succede? — chiesi a un contadino che mi passò accanto
correndo.
— _Jesce la pricissione!_ — mi rispose; e via come un daino. Io lo
seguii e a forza di gomiti e di ginocchia mi riuscì di penetrare in
un vicolo ove la _pricissione_ già incominciava a sfilare. Aprendosi a
stento una via tra la folla passarono lunghe file di contadini vestiti
con càmici bianchi, gialli, rossi e neri, e recanti, secondo il loro
grado, candele, croci, insegne e stendardi di cento forme e colori;
passarono preti allampanati con le persone ossute coperte dalle cotte
bianche pieghettate, e canonici obesi con su le spalle ricche mozzette
violacee, e finalmente, preceduta da un gruppo numeroso di cantori
e di chierici che agitavano preziosi turiboli d'argento e da alcuni
diaconi che circondavano ed assistevano un vecchio col capo canuto
onorato da una mitria di broccato bianco, e seguìta da un concerto e da
una moltitudine di donne, giù in fondo al vicolo, fra nuvole azzurre
d'incenso e sotto a una pioggia di fiori, apparve la _màchena_ tutta
d'oro, su cui, tra una gloria di angeli, vestita di un ricchissimo
abito di seta cilestrina ricamato di stelle d'argento e coronata da un
alto diadema scintillante di gemme di molto valore, sorgeva la statua
della Madonna del Suffragio.
La _màchena_ ondeggiava su la folla come una barca sur un mare in
burrasca e avanzava adagio adagio fra gli urli e le imprecazioni di
quelli che la trascinavano, i quali, poveretti!, gocciolanti sudore e
rossi dalla fatica insopportabile non sapevano come fare per tenere
indietro coloro che per devozione volevano ad ogni costo toccare
l'immagine miracolosa. Uno di cotesti poveretti, un contadino, mentre
allontanava con le braccia nerborute un gruppo di fanatici che voleva
per forza avvicinarsi alla _màchena_, lo udii gridare: — _Arrèto!
Arrèto, perdia! che la Madonna se va a fa' fotte'!_
La processione scese e salì una quantità di vicoli e di vie, traversò
diverse piazze e piazzette, passò sotto l'arco trionfale che io aveva
dianzi ammirato, uscì dal paese, serpeggiò su le rocce fra gli ulivi,
dai quali alcuni fanciulli agitando panni colorati gittavano fiori,
arrivò in cima a un poggio davanti a una chiesetta inghirlandata da
festoni di lauro e di mortella e si fermò. Dopo qualche istante tutti
s'inginocchiarono in silenzio, e il vecchio con la mitria, aiutato
dai diaconi, salì sulla _màchena_, alzò le braccia tremanti al cielo
e diede la benedizione. Allora un grido solo uscì da mille bocche,
le insegne e gli stendardi furono agitati festosamente, le trombe
squillarono e centinaia e centinaia di colpi di mortari recarono
l'annunzio della solenne cerimonia fino ai più rimoti paesi che di
lassù si scorgevano appena biancheggiare sugli ultimi monti lontani.
*
* *
Finita la processione le bettole e le taverne incominciarono a
riempirsi di gente. Girai per lungo e per largo il paese in cerca di
una trattoria, ma le mie più diligenti ricerche rimasero infruttuose.
Allora, trovatomi davanti a una osteria su la cui porti fra le foglie
secche di un ramo di quercia sventolava una bandieretta rossa, vi
entrai.
Nella prima camera simile in tutto a una bolgia dantesca v'era la
cucina.
In un camino profondo, scavato nella parete, entro caldaie nere,
bollivano i maccheroni. E tra il fumo, che stringeva la gola,
ondeggiavano effluvii di peperoni fritti e di pomidori cotti su la
bragia. Appena giunsi nella seconda stanza ove alcune famiglie di
contadini mangiavano, gridavano e bevevano, chiamai l'oste e gli dissi:
— Voglio mangiare. Hai altre stanze?
— _Gnorsì, gnorsì. Saglite in coppa, signoria, saglite!_ — egli mi
rispose subito cavandosi il berretto; ed io _saglii_ su una scaletta
di legno e accompagnato da lui entrai nelle camere superiori... non
davvero ad ogni elogio.
V'era anche lassù gente che mangiava, e insieme alla gente che mangiava
v'erano accostati alle pareti pagliericci e banchi di letti e mucchi di
lenzuola.
L'oste mi portò in una stanza ove un enorme letto s'appoggiava alla
parete più lunga e mi disse: — _Cà, signoria, lei state come 'nu papa._
Io cavai il fazzoletto e fingendo di soffiarmi il naso: — Non avresti
un luogo all'aria aperta? — gli dissi.
— _Vôi l'aria aperta, signoria?_ — riprese il bettoliere, e senza
aspettare la risposta corse ad aprire la finestra.
— Che cosa mi dai da mangiare? — gli domandai ridendo.
— _Ah! A chesso apò ce penso io. Nun te n'incaricà', signoria. Làssete
servì' da Loretuccio e saraie contento._ — mi rispose l'oste portandosi
le mani al petto, ed uscì.
Rimasto solo mi sedetti vicino alla finestra e mi misi a osservare la
stanza ove al dire di Loretuccio io avrei dovuto stare come _'nu papa_.
Incontro a me v'era il talamo, non saprei dire se inaccesso o no, e sul
talamo una quantità di giacche e di cappelli di contadini. Altri abiti
ed altri cappelli erano appesi alle pareti colorate di giallo sulle
quali spiccavano molte stampe dipinte raffiguranti la fuga di Mazzeppa
e moltissime immagini sacre di tutti i paesi. La camera era anche
adornata da parecchie grandi canestre ricolme di pomidori, di peperoni
e di granturco, e da alcuni mobili tanto mobili, che io avendone urtato
uno, poco mancò che tutte le Madonne e le crocette e lampadine che vi
erano sopra non precipitassero a terra.
Quando Dio volle venne un ragazzetto. Egli trascinò un tavolino in
mezzo alla stanza; lo ricoprì di un panno bianco e vi posò sopra
un boccale di vino nero, un piatto, che a prima vista, scambiai per
una concolina, e una enorme pagnotta di pane scuro. Poco dopo tornò
Loretuccio con una padella dove in un intingolo rosso, nuotavano,
friggendo, i pezzi d'un pollo.
— _Chesto pullo, signoria, te l'àio acciso, appostatamente per lei_
— mi disse versandomelo nel piatto, e poi soggiunse: — _Co' licenzia
parlanno, signoria, t'hai da leccà' le deta._
Io gli feci osservare che non avevo nè forchetta nè coltello; ma
Loretuccio, asciugandosi il sudore col dorso della mano, mi rispose:
— _Be', signoria, che vôi da me? Adàttete, si' benedetto! So'
circostanzie eccezionabbile!_
Ed io visto e considerato come le _circostanzie_ fossero veramente
_eccezionabbile_, mi adattai ed adattandomi mi avvidi che il povero
Loretuccio, per servirmi a dovere, aveva tirato il collo a un
gallinaceo il quale avrebbe fatto la fortuna di un gabinetto di
curiosità ornitologiche. Difatti, dai pezzi che mi vennero fra le mani
mi accorsi, come con quelli, si sarebbe potuto ricostruire un pollastro
che, in quanto a teste, avrebbe potuto gareggiare con l'idra di Lerna;
e io, novello Ercole, non facevo in tempo a distruggerle tutte. Una ne
distruggevo e un'altra me ne saltava dinanzi. Alla fine non possedendo
i polsi nè le mascelle dell'eroe, mi diedi per vinto e abbandonai il
campo, sicuro che altri, con più fortuna di me, avrebbe continuata la
lotta.
*
* *
Nell'uscire dall'osteria di Loretuccio assistetti per pochi istanti a
una scena orribile.
In mezzo a molti contadini, avvinazzati, che ridevano, gridavano
e sghignazzavano, due, ritti in piedi, si riempivano la strozza di
maccheroni. Era una sfida. Entro un bicchiere, sulla tavola ingombra
di bucce di cocomero, v'erano due monete da una lira, destinate al
vincitore, cioè a colui che avrebbe ingozzato più maccheroni. I piatti
di maccheroni si rinnovavano sempre fumanti e i due contadini già sazii
si spingevano giù nella gola manate di pasta, imbrattandosi di pomidoro
la camicia e il petto su cui scintillavano gli abitini della Vergine e
le medaglie benedette. Un orrore!
Tornai sulla piazza. Il sole bruciava. Qualche cane spelacchiato
si leccava le zampe al sole e il proprietario del gran panorama
«pittorico-artistico-scientifico-nazionale» dormiva su una stuoia
gialla col volto nascosto fra le mani. Erano le due. La tombola era
annunciata per le cinque. Non sapendo ove andarmi a nascondere, per
ripararmi dai raggi del sole ardente, dopo aver sorbito due caffè, mi
rifugiai in una bottega di barbiere, sul cui sporto riluceva un grande
bacile di ottone.
Il figaro stanco del lungo lavoro compiuto durante la mattina, dormiva;
ma quando udì il rumore dei miei passi s'alzò, e fregandosi la schiena
indolenzita mi accennò una sedia, l'unica che era là dentro; poi, si
armò di una lunga forbice e mi si avvicinò dicendomi: — _Vôi il caróso,
signoria?_
— No, no! — esclamai io, spaventato, incominciando a pentirmi di essere
entrato là dentro — Fammi la barba.
— _La barba?_ — riprese il contadino tastando la mia guancia con le sue
dita di legno — _Nun ci hai gniente, signoria, che te vôi fa'? Chello
che nun ci hai?_
Io restai mortificato. Egli allora appese le forbici a un chiodo
infisso nella parete, coperta da una infinità di giornali illustrati,
mi impiastricciò il volto di sapone, aprì un rasoio e incominciò a
radermi _chello che nun ci avevo_.
Mentre mi levava la lanugine dalle gote, egli mi assicurò che non aveva
appreso da nessuno a rader barbe: — _Credi, signoria_, — mi disse con
un certo senso di orgoglio — _credi ch'è stata tutta volontà de la
natura_.
Uscito dalle granfie del figaro fui preso dal desiderio di andarmi
a sdraiare su un po' d'erba. Traversai una strada fiancheggiata
da altissimi pioppi e dopo non molto arrivai sur un colle, ove
fra bellissimi ulivi che svariavano vagamente al dolce soffiar del
ponentino sorgeva una vecchia ed alta torre pronta a narrare a chi
volesse ascoltarla la storia di Monte San Giovanni Campano. Benchè
essa fosse più discreta di tanti illustri nostri autori, i quali,
quando vogliono raccontare la storia di una città nostra, nata qualche
secolo dopo l'êra volgare, ne iniziano la narrazione col racconto
della creazione del mondo e i più svelti con le biografie di Adamo e
d'Eva; benchè essa, la mia bella torre ai cui piedi io m'era coricato,
la storia del suo paese la cominciasse soltanto da Carlo VIII, fui
vinto dal sonno, chiusi gli occhi e non li riapersi se non quando
ricominciarono _li bòtti_.
Ma è incredibile il numero dei quintali di polvere che si sciupa in
queste contrade per manifestare la gioia religiosa! _Li bòtti_ mi
riportarono nel paese, ove sulla piazza della Cittadella un concerto,
circondato da una folla di contadini, alcuni dei quali ballavano con le
loro donne il salterello, suonava l'«Oh dolce voluttà!» di Marchetti.
I musicanti, con le uniformi rosse e con su la testa gli elmi lucenti
sormontati da lunghi pennacchi bianchi, quando ebbero finito di
suonare, guidati dal loro capobanda che si trascinava dietro uno
sciabolone in forma di scimitarra, traversarono il paese e si recarono,
seguiti dal popolo, in un prato in mezzo a cui sorgeva un palco per
l'estrazione della tombola. Colà il concerto rosso si unì ad altri due
concerti e tutti e tre, fra l'entusiasmo generale, suonarono insieme
una «sonata molteplice», così la sentii chiamare da un giovinotto che
mi era vicino, e si puliva il cappello ricoperto di polvere con la
manica del suo abito turchino.
Dopo la «sonata molteplice», s'incominciò l'estrazione dei numeri
della tombola, e io, non avendo cartelle da bucare, ma avendo invece
molto tempo da perdere, me ne andai a visitare la cattedrale, per
vedere come era stata «riccamente e a studiato disegno parata dal
signor Angelo Novembre», e la trovai tutta coperta da lunghe strisce di
lana rossa, verde e gialla, da larghe trine d'oro e da lunghi galloni
d'argento, che s'avvolgevano alle colonne rivestite di percallina
bianca lardellata da pezzetti di talco, di tutti i colori, e da stelle
di carta dorata, di tutte le grandezze.
Il signor Angelo Novembre del resto non aveva «parato» soltanto
l'interno della chiesa, ma anche l'esterno. Egli ne aveva ornata la
facciata con lunghi festoni di lauro e con due cartelloni, sui quali
erano dipinte due figure più grandi del vero, che volevano essere San
Pietro e San Paolo, ma non ci riuscivano.
Il sole era oramai prossimo al tramonto e le ombre s'allungavano.
Riflettendo come il primo tratto della via del ritorno l'avrei
dovuto percorrere in sentieri scoscesi e sassosi, decisi di
lasciare il paese prima che annottasse e mi misi alla ricerca di
Vicienzino. Dopo di averlo cercato invano fra la folla impaziente di
vedere appicciare _gliu sparo_, lo trovai davanti al gran panorama
«pittorico-artistico-scientifico-nazionale» che seguiva a bocca aperta
e con gli occhi spalancati i gesti del cerretano il quale descriveva le
meraviglie che si vedevano nell'«interno». Lo riscossi e gli dissi; —
Vicenzino! È ora di andarcene.
— _Come? Te ne vôi ji, signoria? E gliu sparo?_
— Lo vedremo strada facendo. — gli risposi.
Il povero Vicenzino abbassò il capo, come se una immensa sciagura lo
avesse colpito, e mi seguì lentamente, volgendo a ogni passo gli occhi
verso il panorama, che al chiarore giallo di due fiaccole di sego
accese allora allora sorgeva luminoso su la massa scura del contadiname
affollato.
Arrivati in un vicolo deserto che andava a morire in un oliveto il
mio ciociaretto entrò in una stalla per sellarvi l'asinello, ed io
per aspettarlo mi sedetti sur una pietra. Ero lì quando due donne,
tenendosi strette per la mano, mi passarono accanto senza vedermi.
Una aveva il capo quasi nascosto da un fazzoletto rosso dalle cui
pieghe uscivano ciuffi increspati di capelli neri, l'altra, una
giovane contadina, vestiva il costume del paese. Dopo pochi passi
si fermarono, e quella che aveva il fazzoletto rosso, girati intorno
gli occhi sospettosi, prese fra le sue mani una mano dell'altra; vi
avvicinò sopra la testa e incominciò a parlare a voce bassa: poi si
cavò dal seno un cordoncino bianco, lo baciò e lo annodò al polso
della contadina, che dopo di essere rimasta ancora per qualche istante
immobile con la testa bassa, corse a raggiungere una sua amica che
l'aspettava nascosta dietro al tronco di un vecchio ulivo.
Le due contadine rimasero un momento insieme a discorrere e si
allontanarono in fondo all'uliveto, e la donna col fazzoletto rosso,
dopo di aver mandato un grido gutturale e strano si avviò adagio adagio
verso il paese, ove incominciava a brillar qualche lume.
Senza volerlo avevo assistito ad un sortilegio.
*
* *
La luna era già sorta dal monte di Rocca d'Arce e le girandole _degliu
sparo_ scoppiettando sul cielo tingevano di vivaci colori le rocce e
gli alberi, quando io scendeva verso il Liri, le cui acque si sentivano
crosciar da lontano. Prima di arrivarvi, oltrepassato appena un
piccolo e misero borgo, mi trovai davanti alle rovine di una chiesa
antichissima, da dove, nel silenzio, veniva il miagolare di un gatto.
— Come si chiama quella chiesa? — domandai a Vicenzino, ed egli
insonnolito com'era, appoggiandosi al collo del suo omonimo mi rispose:
— _La chiesta sgarrupata._
Mentre l'asinello mi riportava a casa, non sapendo che altro fare di
meglio per ingannar l'uggia della via apersi il mio album e sciupai una
delle sue pagine bianche scrivendovi sopra col lapis queste quattordici
mezze righe rimate:
Batte la luna gialla su l'arcate
cadenti d'una chiesa bizantina
e, ne la calma tepida d'estate,
ne lumeggia la splendida rovina.
E giù, nel buio, stridono volate
di vipistrelli e cade la calcina
sopra le sepolture istoriate
da la solenne epigrafe latina.
Fra i rottami del tetto alto, s'intaglia
sul cielo un caprifico e da le rare
pitture, che ricopron la muraglia,
guardano le madonne e nel chiarore
giallastro, su la pietra d'un altare,
due gatti bianchi spasiman d'amore.
IV.
Non era ancora giorno; quando, seguendo la mia guida, un vecchio
contadino, battevo le scorciatoie per andare a Santopadre.
L'alba ci trovò in un bosco di vecchi castagni vicino a una fonte,
detta di Santo Spirito. Sotto agli alberi altissimi fra enormi
scogli rivestiti di musco e di capelveneri un rigagnoletto correva
gorgogliando.
Un ciociaretto, curvo fra le foglie larghe delle piante, come un
satiretto, beveva avidamente raccogliendo nel cavo delle mani l'acqua
cristallina che ricadeva sull'erba verde e molle di rugiada come una
pioggia di perle. Alcune capre bianche, arrampicate qua e là su gli
scogli salutavano il giorno nascente, mandando belati. Poco lungi una
fanciulletta seminuda guardava un branco di pecore brune.
Quando riprendemmo il cammino io recitai ad alta voce qualche verso di
Virgilio, che il paesaggio mi aveva riportato alla memoria: e la guida
al sentirmi slatinare mi guardò fiso e mi disse: — _Lei, signoria,
scusate, siete milòrdo frangese, è vero?_
— Io? Ma tu sei matto, — gli risposi ridendo — io sono di qua.
— _Eh! Lei pazziate! Lei, signoria, ci avete 'na faccia frangese
assaie!_
Mingaccio, — tale era il nome della mia guida — non ci fu modo di
persuaderlo. Io per lui dovevo essere _frangese_ e per di più anche
_milòrdo_, e fino a quando non glielo impedii, egli nel dirigermi la
parola, mi onorò sempre con questi due appellativi.
*
* *
Prima di lasciare la boscaglia di castagni, entrammo in una chiesetta,
vicina a poche casupole di contadini, e vi trovammo su due panche
coperte di fiori, fra due candele, una bambina morta. Ella era tutta
vestita di seta e intorno al collo aveva avvolti due vezzi di coralli
rossi. Due grandi orecchini d'oro a cerchio, le pendevano dai lobi
degli orecchi, rilucendo su le guance cinerognole: fra le manine
incrociate sul petto teneva un crocifisso d'argento.
Vicino alla coltrice improvvisata, una donna accovacciata in terra
agitava un ramoscello di rosmarino, scacciando le vespe e le mosche,
che come punti d'oro, vibranti ne l'aria, sciamavano attorno alla
morticina: me le avvicinai per darle qualche soldo ma la disgraziata
crollò le spalle, e si nascose il volto fra le mani. Quel rifiuto, mi
arrivò al core. Uscii dalla chiesetta e vi rientrai con un mazzo di
ciclamini. Mentre li stavo spargendo su la morticina, due contadini
si fermarono su la porta e guardarono dentro. Dopo un istante il più
vecchio alzando la voce e le spalle disse alla donna, che scoteva
sempre nell'aria il ramoscello di rosmarino: — _Fulomè!_... _nun ce
pensà', ca chillo c'à fatto chessa ne fa n'àuta!_
La poveretta nascose ancora una volta il viso tra le mani, e i
contadini si allontanarono e sparirono nel folto del bosco.
Appena ripigliammo il cammino Mingaccio incominciò a parlare e a darmi
notizie sulle usanze funebri di queste contrade. Qui, quando avviene
che alcuno muoia, quelli che hanno avuto la disgrazia di perderla
prima lo piangono sfogando il dolore con grida angosciose, e poi si
mettono a banchettare. Il banchetto per solito s'inizia con un piatto
di fave, a cui seguono i maccheroni e altra roba, se ce n'è. Il vino
si beve a boccali, e l'ultimo si tracanna alla salute di quello _che
se n'è ghiuto_! Non di rado accade che al levar delle mense molti dei
convitati non trovino la forza di alzarsi. E cotesto banchettare non
dura poco, poichè tutti i parenti e gli amici del morto sono obbligati
ad offrire alla famiglia di lui il loro pranzo, e naturalmente fra gli
offerenti è una gara a chi può dare il migliore.
Mingaccio seguitava ancora a parlare di cerimonie funebri,
raccontandomi cose che mi facevano ripensare alla _conclamatio_, al
_silicernium_, alla _coena novendialis_ ed ai _ludi novendiales_,
quando al di là di una siepe, sur un colle, apparve una torre antica,
intorno a cui si aggruppavano molte casette non meno antiche di lei,
come un branco di pecore sorpreso dal temporale si aggrupperebbe
intorno al pastore.
— È Santopadre? — domandai.
— _Gnorsì!_
Poco dopo al principio di una salita Mingaccio mi chiese licenza
di andare a salutare certi suoi parenti e mi lasciò. Io seguitai la
strada e arrivato alle prime case del paese dimandai ad alcune donne,
che erano intorno a una fontana, dove avrei potuto trovare un caffè,
e quelle donne mi risposero: — Dal tabaccaio. — Mi misi allora alla
ricerca del tabaccaio; ma la ricerca fu vana. Alfine, perduta la
pazienza, chiesi a un contadino: — Ma, dimmi un po', in questo paese
dove si compra il tabacco? — Egli mi guardò curiosamente due volte
dalla testa ai piedi e mi rispose: — Dal caffettiere.
— E dove sta il caffettiere?
— Il caffettiere sta in quella bottega _addove tu vedi quella frasca di
cerqua_.
— Ma quella è un'osteria.
— _Non ci pensare!_ — riprese il contadino — _Tu vai lì, e lei
troverete tutto quello che gli serve._
Vi andai, e, dopo di aver letto sur una targa che era sopra all'arco
della porta: GENERI DIVERSI, vi entrai.
Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino
uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone
era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto
tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto
mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano
gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo
alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che
gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si
avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo
ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza
piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva
ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e
poi, scotendo il capo, esclamò: — _Quest'animale l'è a la messa!_
— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.
Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo
la bocca mugolò: — Che paese!
— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli
chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?
— Io? _Mi son de Milan!_ — mi rispose subito, e toccandosi il
cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.
— Fotografo! E come mai siete quassù?
— _Mah!_ — rispose, sospirando — _Che cosa mai vuol che gli dica?
La vita porca!_ — Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi
interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato
che la sua macchina fotografica con la quale aveva _eseguito_
centinaia di Consigli comunali era una macchina _strafinissima_, prese
a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione
per accomodare _in modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri,
bottiglie ed altri simili generi di terraglie_, mastice a cui egli
aveva dato il nome di _attaccatutto_: che aveva un _deposito_ di
oleografie sacre e profane, _che parevano vere_: e che, qualora se
ne fosse presentato _il bisogno_ egli, non soltanto avrebbe saputo
_adattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo
bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie_, ma _in caso disperato_
avrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille
altre malattie _tanto palesi quanto segrete_. E concluse col dirmi: —
_Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna
proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!_
Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di
tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone,
un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei
contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col
fotografo, che non la finiva più di _portare a mia conoscenza_ le
sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchina
_strafinissima_. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la
strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?
— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano
per la contentezza.
— Però bisogna farlo subito.
— Subitissimo.
— E dove avete la macchina?
— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io
dietro!
Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò
davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi
di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro
scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il
collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da
una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava
fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò
su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si
potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto;
spolverò con la manica del suo abito la macchina _strafinissima_, la
mise con non piccola fatica al _punto focatico_ e mi fotografò. Poi si
pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a
sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia
colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai
a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.
Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la
fotografia fosse riuscita _in modo superlativo_, ed io, commosso fino
alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un
po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo
fatto comperare da Mingaccio. Mangiammo su l'erba, all'ombra della
torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una
chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per
i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta
a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.
Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi
e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di
Giovenale _l'era una bala_.
— E perchè? — gli dimandai.
— _Perchè?_ — mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere
replica — _Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di
talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se
ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre_.
Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare
a _preparare i preparati_ e a _caricare la macchina_ per eseguire il
Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti
altri giorni rimarrete qui?
— _Mah!_ — mi rispose, alzando le braccia — _Subet che avrò eseguito il
Consiglio comunale scapperò via, fuggendo_. — E si allontanò in fretta.
*
* *
Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e
dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui
tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba,
appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa e mi misi ad ascoltare
Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi
alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e
buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che
esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non
mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei
paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima
perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè
sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di
comicità irresistibile.
Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta
sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che
finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando
lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè
il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di
fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente
di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da
Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani,
i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo
jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le
parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa
di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire
in terra, nei campi.
Il primo fatto, anzi il primo misfatto per il quale don Folco dovette
andare a Sora per farvi la conoscenza del vescovo, se Mingaccio non
mi ha male informato, fu il seguente. Poco lungi da Santopadre in una
capanna agonizzava un contadino, e don Folco andò a dargli l'estrema
unzione. Fece tutto quello che doveva fare e poi si rimise in cammino
per ritornarsene a casa. Disgraziatamente, il diavolo, il quale ha la
perversa abitudine di seminare di tentazioni le vie battute da coloro
che ei vuol perdere, volendo insidiare la virtù del povero prete, fra
la capanna da dove questi veniva e la casa verso cui andava ci seminò
una osteria con entrovi alcuni contadini che giuocavano il _tòcco_, un
giuoco che si giuoca annaffiandolo con molto vino.
I contadini appena videro passare don Folco lo salutarono cordialmente
e don Folco rispose cordialmente ai saluti; gli offrirono da bere e
don Folco bebbe; lo invitarono ad entrare nell'osteria e don Folco vi
entrò; gli chiesero di giuocare e don Folco giuocò. E giuoca e bevi e
bevi e giuoca, insomma il povero prete finì col doversi coricare sopra
una panca. Nel coricarsi sentì in una delle tasche qualche cosa che
gli dava noia; vi mise dentro la mano, ne cavò quella qualche cosa che
lo infastidiva, la posò sur una botte e chiuse gli occhi. Quando li
riaperse era notte. Due contadini lo ricondussero a casa. All'indomani
l'oste spazzando la sua bottega vide in terra un oggetto che luccicava.
Era il vasellino dell'olio santo.
Cinque minuti dopo tutto il paese risapeva l'orribile sacrilegio, e
qualche giorno appresso don Folco riceveva l'ordine di recarsi a Sora
per render conto del suo peccaminoso operare. Vi andò, e allor che il
vescovo prese a tempestarlo di rimproveri egli rimase umilmente a capo
chino, in silenzio, aspettando la fine della tempesta; ma quando vide
che la tempesta non finiva più si decise di finirla lui, e, rialzato il
capo rosso come un pomidoro maturo, si mise a gridare: — _Neh, 'gnore
vescove, ma che te cride ca co' l'uoglie ch'ajo lassato alla taverna ci
avo fatto l'ansalata? Pe' regula de Signoria, dinto a lu vasillo ce ne
steva accusi poco ca nun ce n'asciva manco pe' cundi' quatte peparuole.
Sì capito mo tu?_ — E senza aspettare che il vescovo gli rispondesse,
gli voltò le spalle e discese in istrada, ove per calmare i nervi
esasperati non potè fare a meno di entrare in un caffè e di chiedere
una qualche cosa _stommateca_. Il cameriere gli recò un bicchierino
di vino squisito. Don Folco lo bebbe; si leccò le labbra e ne chiese
un altro. Poi fece portare sul tavolino la bottiglia, e cercandone il
fondo, dimandò al garzone: — _Neh, chesto vino che nome tiene?_
— _Lacrima Christi._ — gli rispose il cameriere.
— _Veramènte?_ — ripigliò don Folco che cominciava a risentir gli
effetti di quella _lacrima_.
— Ma certo! Noi non vendiamo roba adulterata.
— _E allora_ — si mise a urlare il prete, battendo il pugno sul
tavolino — _e allora nun ce lo potevate fa' sta' sino a mo in croce
quanno che faceva 'ste lacrime_?
Pochi giorni dopo don Folco venne privato dell'esercizio del suo sacro
ministero. Quando egli seppe che non avrebbe più potuto celebrare
la messa, ritornò a Sora, si appostò in un luogo ove egli sapeva che
il vescovo avrebbe dovuto passare, e non appena lo vide da lungi gli
gridò: — _Neh, 'gnore Vescove, me si tuota la messa? E tu schiatta! Ca
te cride che pe' campà' àjo bisogno de magnà' Cristo tutti li juorni?
Io campo co gliu mia._ — E prima che riuscissero ad agguantarlo se ne
scappò su le montagne di Santopadre.
*
* *
Una volta il busto di san Folco, che è appunto il patrono di
Santopadre, era stato recato processionalmente fuori del paese in una
chiesina e colà era stato lasciato esposto per qualche giorno alla
venerazione dei fedeli. Finita l'esposizione il simulacro del santo
doveva essere riportato al suo domicilio reale, cioè su l'altare
maggiore della chiesa da dove era stato tolto, e don Folco si prese
l'incarico di trasportarvelo. Andò nella chiesina, si mise sulle spalle
il busto, e seguito da qualche contadino che biascicava paternostri,
si avviò verso il paese. A metà di una scorciatoia piena d'inciampi,
ov'egli s'era messo per abbreviare la via, sdrucciola, e il busto gli
esce dalle mani, e brillando al sole si mette a rotolare fra i sassi.
Egli prova a ripigliarlo; ma non ci riesce. Allora, rosso di collera si
rizza sulla punta dei piedi e allungando le mani verso il santo che se
ne andava precipitando a valle gli urla dietro: _Ca te pozzino accide',
voglio vedè' addò' te vai a fa' fotte'!_
I contadini fuggono ancora.
*
* *
Un'altra volta don Folco venne chiamato in una borgata vicina al suo
paese per celebrarvi un triduo e per recitarvi un sermone. Egli appena
salito sul pulpito si volge alle donne e incomincia a gridare senza
tanti preamboli che la causa della loro perdizione era _'nu pezzetto
de carne_. I contadini sgranano tanto d'occhi e le contadine divengono
rosse come i loro corpetti di scarlatto. Ma il sacro oratore prosegue
imperterrito: — _Sì. È 'nu pezzetto de carne._ — E soggiunge: — _Lo
volite véde' qual è?_ — Le donne abbassano gli occhi pudibonde e
don Folco cava fuori un palmo di lingua e ci appunta su il dito. Una
clamorosa risata scoppia fra le bianche pareti della chiesa.
Finita la predica don Folco scende dal pulpito, sale i gradini
dell'altare maggiore e di lassù dà la benedizione col santissimo.
Mentre egli solleva in alto il sacramento un bambino incomincia a
miagolare. La sua mamma tenta invano di rabbonirlo. Don Folco si
stizzisce, gli va vicino e mostrandogli l'ostensorio: — _Ohè, guagliò'_
— gli grida — _vi' ca chesto è bòbbo, e se non le stai quèto le se
tuoglie_! Dopo la benedizione la chiesa si vuota e _gliu prèute_ ripone
il sacramento nella sua custodia e la chiude; ma quando va per estrarre
la chiavetta dalla serratura la chiavetta non esce. Egli le tenta tutte
per farla uscire; alfine perde la pazienza; dà un pugno sul ciborio ed
esclama: — _E che ce sta ca dinto? Gliu diavolo!_
Il sagrestano che aveva incominciato a spazzare la chiesa gettò la
scopa, si fece il segno della croce e scappò via inorridito.
*
* *
Ma don Folco oltre alle molte virtù con le quali soleva ornare
l'esercizio del suo ministero sacro, ne possedeva anche moltissime
altre per adornare, qualora se ne fosse presentata l'occasione,
l'esercizio del suo ministero profano; poichè non aveva rivali nel
vendere giumente guerce, asini ciechi, vacche zoppe, e nello spacciare
merci di cattiva qualità come se fossero state ottime. Egli era così
furbo ed arguto e così pronto nella chiacchiera che trovava quasi
sempre il gonzo da infinocchiare.
Un giorno andò in un paesello, ove tenevasi una fiera di bestiame, e vi
portò un cavallo a cui per esser perfetto non gli mancava altro se non
la parola. Un vecchio contadino lo comperò a buonissimo patto; ma dopo
di averlo comperato s'avvide che alla povera bestia le mancava la metà
della lingua.
V.
Il sentiero che da Santopadre porta a Casalvieri, dopo di aver
serpeggiato per valli umide e verdi in fondo alle quali corrono rapidi
i torrenti, s'arrampica sui fianchi rocciosi di monti aspri e selvaggi
e va innanzi ora scoperto su pietre aride e brulle, ora nascosto sotto
paurosi boschi di querce. Seguendo il mio fido Mingaccio io avevo
già percorso un lungo tratto di cotesto sentiero e salivo il monte
dei Sette Dolori, un monte coronato da una chiesuolina dinanzi a cui
sorgono sette croci, quando il cielo incominciò a coprirsi di nubi e
gli alberi sotto la sferza di un vento caldo e fastidioso principiarono
ad agitare sonoramente i loro rami carichi di ghiande.
— _Tócca, tócca, signoria, ca ce cuoglie gliu temporale!_ — grugniva
di tanto in tanto Mingaccio, esortandomi ad allungare il passo; ed
io, difendendomi come potevo dalle raffiche del vento, lo seguivo
ansimando.
A monte Cuoccio il vento cessò e caddero le prime gocce di pioggia
segnando di punti neri il terreno; poi dal cielo oscuro precipitò il
diluvio universale.
— _Tócca, tócca!_ — gridava sempre Mingaccio, facendosi il segno della
croce ad ogni balenare di lampi. — _Tócca, tócca!_ — Ed io toccavo con
le mani e coi piedi quanto mai fosse piacevole e divertente il salire
un monte sotto la furia _degliu temporale_. Quando Dio volle, bagnati
fin nelle midolla ci potemmo rifugiare in un piccolo santuario. Colà,
appena entratovi, Mingaccio trovò in una buca un leprotto morto. Ciò
lo mise in grande allegria; aprì un coltelluccio e incominciò subito
a scuoiarlo, e scuoiandolo, eccitato forse dal luogo che gli ricordava
i giorni lontani della giovinezza, prese a raccontarmi una quantità di
storie brigantesche.
— _Nun me fa' parlà'!_ — mi diceva ad ogni frase; e mentre i tuoni
scoppiavano nell'aria fosca rimbombando fragorosamente sotto di noi,
nelle forre dei monti Januli, seguitava a parlare, indicandomi con la
punta insanguinata del suo coltelluccio i luoghi ove i fatti che mi
narrava erano avvenuti.
— _Vedi chélla mòrra?_ — mi disse non appena ebbe finito di raccontarmi
una storia piena di schioppettate, di morti e di feriti, accennandomi
un monte velato dall'infuriare della pioggia: — _Vedi chélla mòrra?
Se tu sapessi quanto foco c'è ascito derèto a chelle prète! Se tu
sapessi!_ — ripetè ancora, scotendo il capo: e poco dopo com'ebbe
terminato di spellare il leprotto ne gittò le membra fuori del
santuario, ne ripiegò con molta cura la pelle e se la pose in tasca;
poi stringendo le pugna macchiate di sangue e guardandomi negli occhi
esclamò dolorosamente: — _Eh, signoria, a chélli tiempe che te dico io
ce steva la gioventù e la moneta; mo simmo viecchi! Nun c'è che fa'!_
La pioggia continuava sempre. Uscire non si poteva, ond'io non sapendo
come passare il tempo mi misi a leggere sulle pareti del nostro
ricovero le innumerevoli iscrizioni lasciatevi da coloro che vi si eran
fermati. Una di coteste iscrizioni incisa con un chiodo o forse con la
punta di un coltello sul manto turchino di una immagine diceva così: —
_Onorio Rechia latitande di Casalviero di matina di pesima piogia assai
sono ricoverato qui senza timore delli nemici mia._ Era il documento
visibile di una delle istorie narrate allora allora da Mingaccio.
Alfine la pioggia cessò e potemmo lasciare il rifugio. Un raggio di
sole pallido pallido cadeva da una immensa nube cinerea sulle croci del
monte dei Sette Dolori, e da una valle lontana veniva nell'aria fredda
un lungo e lamentoso rintoccar di campane.
— Che cosa dicono queste campane? — dimandai alla mia guida; ed essa
portandosi le mani agli orecchi per meglio raccogliere il suono, dopo
di essere rimasta per qualche istante in ascolto con la testa bassa,
aggrottò le ciglia e mi rispose con voce commossa: — _Sona a gràndina._
— Dove?
— _A Casalvieri._ — E il buon vecchio, appena incominciammo a scendere
il monte, dopo di essersi fatto il segno della croce, prese a recitare
alcune preghiere le quali secondo lui dovevano avere un effetto
portentoso contro il flagello della grandine, e non si tacque se
non quando arrivammo a Colle Fosso, una borgatella di una ventina di
casupole dorate dal sole già vicino all'orizzonte. Colà, per riposarci,
ci sedemmo sul margine di una fontana. Intorno a noi gli alberi
ancora bagnati brillavano sul cielo purificato dall'uragano, e giù dai
sentieri che scendevan dai monti e si perdevano fra l'erba verdissima
cosparsa di fiori ravvivati dalla pioggia, sotto al languido svariar
degli ulivi dai poderosi tronchi rintorti e maculati di musco, gruppi
di contadine vestite di nero e col capo quasi nascosto da larghi e
lunghi panni bianchi ricamati si avvicinavano alla fonte, cantando e
reggendo orci di terra gialla ornati di pitture sanguigne. La foggia
del vestire di coteste contadine mi piacque tanto, che volendo serbarne
una memoria nella cartella dei miei disegni, non appena arrivai a
Casalvieri ordinai a Mingaccio di trovare una donna disposta a servirmi
da modello e di portarmela. Egli si allontanò ridendo e poco dopo
ritornò tenendo per la mano una bambina col piccolo capo ricciuto
oppresso dal peso di una enorme brocca di rame, e presentandomela mi
disse: — _Chessa, signoria, è chéllo che t'aggio potuto trovà'; chelle
grande àvo pavura._
Bisognava adattarsi. Atteggiai la bambina come meglio potei, e mentre
la mia guida mi lasciava di nuovo per andare a cercare un luogo dove
passare la notte, incominciai a disegnarla. Una folla di curiosi mi
circondò subito con tutta la sua ammirazione e con tutti i suoi più
strani e goffi comenti, fra i quali ne udii con terrore uno che mi
bollava, niente di meno! quale un esattore delle imposte mandato dal
Governo a Casalvieri per mettere nuove tasse. Avevo appena incominciato
a cercare il modo più persuasivo per ispiegare alle genti come io non
avessi niente da spartire col fisco e le gabelle, quando all'improvviso
una vecchia orribile sfondò il cerchio dei miei ammiratori e mi venne
addosso agitando furiosamente le braccia. All'apparire della megera la
modellina se ne fuggì spaventata ed io rimasi sbalordito ed attonito in
mezzo ai popoli di Casalvieri, i quali ridevano e strepitavano dietro
alla vecchia, che dopo di aver raccolta la brocca di rame lasciata in
terra dalla bambina si allontanava urlando: — _'Ste cose jàtele a fa'
a li paesi vostri! Chesta è carne ca nun se venne! Apprima la voglio
accide' co' le mano mee!..._
Per cercar di comprendere la ragione dei gesti e delle parole della
vecchia mi approssimai a un contadino interrogandolo con lo sguardo
ed egli mi rispose seriamente: — _È ignoranzità. Già. Lei mi capite,
ci attaccano idea._ — E dopo di avermi squadrato dall'alto in basso e
viceversa, mi chiese a bruciapelo: — _Ma, scusa, tu di dove sei?_
— Di Roma.
— _E si sei de Roma che venghi a fa' da 'ste parte?_
Non sapendo come rispondergli mi diedi per ingegnere, e allora lui alzò
le ciglia e, guardandomi con aria furbacchiotta, mi disse a voce bassa:
— _È inutile che fai, ho capito tutto. Tu venghi a fare il traforo._
— Bravo! — gli risposi subito, e avevo già principiato ad insegnargli
il modo più pratico ed economico per bucare le montagne, quando
Mingaccio venne ad annunciarmi di aver trovato il luogo ove avremmo
potuto andare a dormire. Cominciava a farsi buio e ci mettemmo
immediatamente in cammino. E cammina cammina, dopo di avere
attraversato il paese e di avere percorsa una strada lunga e larga,
sassosa e fangosa, fiancheggiata da vecchi olmi, arrivammo dinanzi a
un grande casamento nero ove fummo accolti graziosamente dal furioso
abbaiare di molti cani incatenati sotto a parecchi carretti carichi di
ceste e di bigonce dalle quali usciva e si disperdeva nell'aria umida
e tepida un calido e piacevole odore di frutta.
Mentre Mingaccio badava a rabbonire i cani e chiamava ad alta voce
il padrone della locanda, gli occhi mi andarono in cima all'arco di
un androne, che metteva ad un cortile pieno d'altri cani e di altri
carretti, e rischiarata dalla luce fioca di una lanterna, intorno a cui
svolazzava qualche nottola, vi lessi questa iscrizione: — SI AFFITTANO
LETTI CON COMMODO DI STALLA.
Avevo appena finito di leggere le parole male auguranti e stavo
aspettando, con la mia guida a lato, il locandiere, quando i cagnacci
ripresero ad abbaiare con maggior furia. Allora qualche persona si
mosse sui carretti, fra le bigonce e le ceste; alcune voci rauche ed
irate ferirono l'aria oscura; una bestemmia fece tremare la terra; ma
l'albergatore non venne. Aspettammo ancora. Alfine, dopo altre grida
di Mingaccio, le quali inferocirono maggiormente i cani, il fondo buio
del cortile incominciò a colorarsi di un debole chiarore rossigno; il
chiarore a poco a poco divenne più chiaro e finalmente illuminato dalla
fiammella oscillante di una misera candela da un soldo, che egli aveva
in mano, e accompagnato da un grosso mastino, apparve il padreterno o,
per esser più precisi, il padrone della locanda: un vecchio bianco per
antichissimo pelo, il quale, dopo di averci rivolta qualche parola in
un linguaggio incomprensibile, e di averci fatto salire una scaletta
di legno molleggiante e scricchiolante sotto il peso delle nostre
persone, ci introdusse in una stanza, ove su un letto enorme, fra
una quantità di ombrelle di tutte le forme e di tutti i colori, stava
seduto un altro vecchio che aveva sulle ginocchia una grande ombrella
verde, aperta, e la rabberciava al lume di una lucerna di ottone il cui
lucignolo fumigante ammorbava l'aria di un puzzo acre e fastidioso di
moccolaia.
Il vecchio appena ci sentì entrare sollevò il muso bianco dall'ombrella
verde e guardandoci con gli occhi di bragia incominciò a brontolare
e a lamentarsi. Insomma, tutti i letti della locanda erano occupati e
l'unico letto disponibile era quello dell'ombrellaio! Ridiscesi subito
la scaletta di legno lasciando il canuto rabberciatore di ombrelle
nel suo nido e mi rimisi in viaggio verso il paese trascinandomi
dietro oltre a Mingaccio anche la speranza di trovare colà un letto
senza «commodo di stalla». All'alba io e lui lo cercavamo ancora; e,
mentre l'aurora con le sue dita rosate tentava invano di allargare
le crepe di un denso velo di nubi, morti di sonno come eravamo, dopo
di avere ingoiato una bevanda nera ribelle a qualunque addolcimento,
montammo sopra a uno _sciarabbà_, pronto a partire per Atina, e ci
addormentammo.
Quando io mi svegliai il cavalluccio della vettura, scotendo la testa
coperta di fiocchi di lana e di medaglie, di coccarde e di sonagli, di
pennacchi e di campanelli, col pettorale, la groppiera, il sottopancia
e le tirelle di cuoio nero ornato da fregi di ottone lustro, arrancando
e soffiando, ci trascinava su per una salita ripidissima, in cima a
cui fra il verdeggiare cupo di querce antichissime si intravvedevano le
case lontane di Atina.
Prima di arrivarci, ricordo di avere osservato con gli occhi non ancora
bene liberati dal sonno, sui fianchi del monte Meta, la cui cima
perdevasi nel cielo nebbioso, i paeselli di Settefrati e Picinisco;
ricordo di aver visto le case di San Donato adagiarsi nella valle del
Comino fra il verde giallognolo delle messi segate, e quelle di Alvito
arrampicarsi sopra a un colle in cima a cui torreggiava un vecchio
castello; rammento anche di avere ammirato un raggio di sole che uscito
dal cielo plumbeo andò a spegnersi subito su le case brune di Vicalvo,
e poi... e poi ricordo di non avere ammirato più nulla, perchè appena
lo _sciarabbà_ si fermò in uno sterrato fra piramidi di cipolle e di
pomidori, di melloni e di angurie e di altri ortaggi, incominciò a
piovere con tanta forza ch'io non vidi più niente, tranne un Cristo
di pietra in cima a una porta, il quale stendendo la destra verso
di noi, bagnato com'era, pareva che invece di benedirci ci chiedesse
un'ombrella.
*
* *
La porta di Atina vista dal di fuori appare tutta rammodernata e
dipinta a strisce bianche e rosse; ma nel suo interno conserva ancora
intatta la costruzione medioevale. E una impronta medioevale ha tutto
il paese. Ovunque, nelle vie e per i vicoli, sulle case annerite
dai secoli o bianchissime per la intonacatura recente qua e là si
scorgono avanzi di portici, finestrelle binate, colonne, capitelli e
frammenti di scolture romaniche. In fondo alla via principale sorge
un castello dominato da una torre merlata. Una volta nel castello
abitavano i signori di Alvito; adesso invece vi stanno di casa due
muse, la Tragedia e la Commedia, cioè le carceri e il teatro. Quando
lo visitai, dinanzi alla sua porta trovai due beccai che scannavano
un bue. La povera bestia, legata con grosse funi ad una trave, si
dibatteva furiosamente tentando di spezzarle e mandava fuori dalla
gola squarciata da una ferita orrenda muggiti lunghi e lamentosi. Un
ragazzetto raccoglieva in una secchia di legno il sangue che sgorgando
con violenza dal collo calloso della bestia agonizzante, gli schizzava
sul volto e gli tingeva di rosso i piedi ignudi imbrattati di mota e di
sterco.
Mentre i due beccai arruotavano le manaiuole e le coltella,
stropicciando con forza il filo dell'una su quello dell'altra, e si
apparecchiavano a squartare il bue, io attraversai un andito oscuro ed
entrai nel cortile del castello. Colà, una pioggerellina fina fina,
lenta lenta, queta queta velava di mestizia profonda le mura alte
ed antiche nelle cui crepe verdeggiavano le paretarie e le malve, le
ortiche e i grispignoli. Sopra le pietre lisce, del color dell'acciaio,
le gocce d'acqua scivolavano lentamente, brillavano per un istante
come gemme preziose e cadevano nel fango. In un angolo, sotto a
una tettoia mezzo rovinata, fra mucchi di fieno e di strame v'erano
riparati muli e cavalli con le groppe coperte da ruvidi panni rossi e
da pezzi di tela incerata. Quando una bestia raspava con lo zoccolo il
terreno rammorbidito dalla pioggia, o chinava la testa verso lo strame
s'udiva il tintinno di qualche sonaglio. Sui gradini di una scala
parecchi ragazzi giocavano alle noci, e di tanto in tanto parlavano
coi carcerati i quali accostando il volto alle sbarre delle inferriate
rugginose s'interessavano alle sorti delle partite. Uno di cotesti
sciagurati col braccio fuori di una inferriata stendeva la mano a una
contadina che, reggendo un bambino, si rizzava sulla punta dei piedi
per arrivare a stringergliela.
Sentendomi soffocare da tanta miseria stavo per lasciare il cortile
quando alcuni carcerati mi chiamarono, e cavata fuori dalle spranghe
di una grata una lunga canna dalla cui punta penzolava una borsetta
di tela, dopo di avermi chiesto qualche soldo e un po' di tabacco,
incominciarono a cantare. Mentre ascoltavo con le orecchie attente il
canto grave, lento e malinconico, e seguendone il disegno melodico,
mi sforzavo di intenderne le parole, da una chiesa vicina venne il
suono funebre di una campana che piangeva un morto; allora le voci
appassionate dei reclusi e i rintocchi lugubri della campana s'unirono
insieme dolorosamente e risonarono fra le mura squallide del vecchio
cortile fino a che non si persero tremolando nell'aria livida e
lacrimosa.
Per andare alla locanda, ove Mingaccio mi aveva già fissato una camera,
uscendo dal castello dovetti ripassare davanti ai macellari, e li
rividi che spezzavano le membra del bue le cui interiora fumanti,
appese a un grosso rampino, esalavano un fetore insopportabile. Intorno
ad essi parecchi cagnacci macri e spelacchiati, si mordevano fra di
loro, guaivano e leccavano avidamente il sangue, che sgocciolando dalle
carni macellate scorreva lungo il muro e andava a rosseggiare nelle
pozzanghere. Poco lungi, ai piedi di una statua decollata, due buoi
aggiogati accanto a un baroccio, per null'affatto commossi dalla vista
e dall'odore del sangue fraterno, guardavano con gli occhi tondi ora
i cani ed ora i macellari, e di quando in quando sgretolavano adagio
adagio qualche cannuccia tenera e verde.
*
* *
Nella locanda di Atina ebbi una bellissima stanza piena di luce e
d'aria e tutta rallegrata dal profumo delizioso di molti fiori di
lana, dai canti soavi di molti uccellini imbalsamati e dalla santità
immarcescibile di parecchie generazioni di Gesù bambini di cera. Nel
salire a cotesta stanza, attraversando un corridoio, vidi sopra a una
sedia un cavalletto da pittore.
— C'è un pittore, qui? — dimandai alla locandiera.
— _Sissignore, musiù!_
— E chi è?
— _È 'nu frangese de Pariggi._
— Si può vedere?
— _Certamènte_ — mi rispose la buona donna — _ma mo sta in campagna a
pazzià co' li colori. Lei lo potrete vedere subbito che ritorna._
E difatti _subbito che ritornò_ lo vidi, gli parlai e con mia grande
maraviglia appresi da lui che egli non era francese, ma napoletano; e
con non minore maraviglia ei seppe da me che io ero romano, perchè la
padrona della locanda come aveva detto a me che lui era _'nu frangese
de Pariggi_ così aveva detto a lui che io ero _'nu pariggino de
Frangia_.
A desinare ebbi l'alto onore di avere a commensale un mercante
di grano, un bell'uomo panciuto, espansivo, comunicativo e tutto
risplendente di oro e di brillanti, il quale, dopo di avermi chiesto
molte notizie intorno al papa, al re, alla regina, ai ministri e
al parlamento, mi dimandò se fosse proprio vero che nella piazza di
Colonna _Trojana_ volessero buttar giù la colonna per cercare sotto al
suo piedistallo un tesoro chiuso in una enorme cassa d'argento.
— Eh, pur troppo, mio caro — gli risposi — a quest'ora la colonna sarà
già stata abbattuta.
-_-Ma lei mi parlate sul serio?_ — esclamò il mio uomo, spalancando gli
occhi bovini e percuotendo col pugno robusto la tavola su cui i piatti,
le bottiglie e i bicchieri tintinnarono allegramente.
— Così non fosse! — gli risposi ancora — Così non fosse! — E con queste
parole lo lasciai a digerire il suo pranzo, non che il suo rammarico
per la distruzione _igonoclastica dell'ultimo avanzo della guerra di
Troja_, e me ne andai a passeggiare all'aperto.
Tornando alla locanda, m'ero fermato un momento vicino al tronco di un
vecchio olmo per contemplare le vaghe stelle dell'orsa, scintillanti
sopra il verde glauco di un uliveto, quando mi sentii picchiare
dolcemente sopra a una spalla: mi volsi e mi trovai accanto un omino
sbarbato e profumato il quale, dopo una profonda riverenza, mi disse
con una vocina languida e tremolante: — _Lei, musiù, siete pittore?_
— Qualche volta! — gli risposi. Egli allora sorrise, strizzò gli occhi
e facendo un gesto ambiguo, mi dimandò: — _Vi serve una bella donna di
campagna da dipingere?_
Poco dopo, mentre nella mia stanza io stava dipingendo la _bella donna
di campagna_, nella camera vicina alla mia, ove era il mercante di
grano, intesi risuonare gioiosamente una risata argentina. Non v'era da
dubitare. Il mercante di grano dipingeva anche lui.
IL PIANTO DELLE ZITELLE
I.
Benchè una voce stentorea avesse già gridato più volte: — Partenza!
Partenza! Partenza! — il treno non s'era ancora mosso che i miei
compagni di viaggio, tutti soci più o meno valorosi del Club Alpino, mi
avevano già messo due limoni sulla bocca dello stomaco, un barometro e
un contapassi nei taschini del panciotto, una bussola nella borsetta
del tabacco, e due carte geografiche nelle saccocce della giacca:
due maledette carte geografiche, le quali, quando per disgrazia mia
venivano aperte non c'era più modo di poterle richiudere. Tutto questo
materiale scientifico di cui i miei amici mi avevano infarcito mi fece
pensare subito che io forse m'ero messo con soverchia leggerezza in una
impresa troppo difficile per le mie gambe, e mentre la voce stentorea
seguitava a gridare: — Partenza! Partenza! Partenza! — fui vinto dal
vile pensiero di scendere e di squagliarmi; ma, ohime! proprio quando
il mio pensiero stava per tramutarsi in azione, il treno sussultò,
prese a muoversi piano piano, uscì dalla stazione e principiò a
galoppare per la campagna.
_Alea jacta est_, mormorai fra me e me per darmi coraggio; guardai col
cuore stretto la cupola di San Pietro che correva a nascondersi dietro
gli archi di un acquedotto alla cui ombra riposavano alcuni buoi, e
mi addormentai. I sogni che funestarono il mio sonno furono orribili.
Prima mi parve di essere inseguito da un orso bianco il quale mi
divorava con tutte le carte geografiche e le bussole che avevo indosso,
cagionandomi il grandissimo dispiacere di non saper più da qual parte
orientarmi; poi mi sembrò di essere non so più a quante migliaia
di gradi sotto lo zero e diventare una granita di limone; da ultimo
sognai di cadere da una montagna altissima in una valle bassissima: per
l'effetto della caduta il barometro si spezzava, il mercurio scappava
via e io dietro, di corsa, cercando di raccattarlo col cappello. E la
corsa non fu breve davvero! Figuratevi che io il mio mercurio non lo
potei ripigliare se non nella stazione di Frosinone, ove il treno si
fermò ed io mi svegliai.
Fuori della stazione di Frosinone stavano ad aspettarci due vetture; vi
salimmo, e dopo di aver percorsa una pianura gialla, ove scintillavano
qua e là i falcetti dei mietitori, e di avere attraversato alquanti
colli rivestiti di ulivi, di olmi, di querce e di pioppi arrivammo
in Alatri. Colà ci ristorammo con un piatto di spaghetti eccellenti;
visitammo le mura ciclopiche, eccellenti anche esse; entrammo in
qualche chiesa; ci fermammo davanti agli avanzi di alcuni edifici
gotico-romani; leggemmo due o tre iscrizioni latine; ci riposammo un
momento nel Caffè della Dodicesima Legislatura e ripartimmo subito per
Guarcino.
A Guarcino ci fermiamo in mezzo a una piazza, piena di bambini e di
galline, per dare un po' di respiro ai cavalli; ed io ne approfitto
per avvicinarmi a un omnibus verde, carico di attrezzi da circo,
su cui leggo questa misteriosa iscrizione: _Compagnia Cavallerizza
Colorita_. Accanto all'omnibus verde un cavallo bianco, magro e gobbo
dorme sulle quattro zampe, e due saltimbanchi, curvi su una caldaia
nera, rimescolano una broda giallastra. Quando lasciamo Guarcino il
cielo si copre di nuvole, la pioggia cade e ci segue fino all'Osteria
d'Arcinazzo. Quivi lasciamo le vetture, e mentre il cielo ritorna
sereno, incominciamo a salire pian piano verso Vallepietra. A destra
sotto di noi dal fondo della valle, il cui verde, velato dall'ombra
del giorno morente, incupisce, s'ode venire un continuo rumore d'acque
cadenti. È il Simbrivio, il quale appena nato scende già frettoloso
verso Cominacchio per ivi finire la sua vita breve nelle acque
dell'Aniene. Mentre il Simbrivio scende e noi saliamo per la ripida
via mulattiera, da lontano, fra i rami degli alberi, vediamo brillar
qualche lume. Poco dopo udiamo anche qualche voce e ci troviamo in
mezzo a una torma di pellegrini che sale al santuario della Trinità.
— Da quale paese venite? — dimando a un'ombra, passandole accanto, e
l'ombra mi risponde: — Da Ferentino.
— E quando ci arriverete alla Trinità?
— Domani.
E domani ci arriveremo anche noi; poichè noi non ci siamo mossi da
Roma soltanto per fare dell'alpinismo, o, per esser più precisi,
dell'apenninismo; ma anche per assistere ad una cerimonia sacra e
caratteristica che si celebrerà dopo dimani nel santuario della
Trinità; santuario fondato nel quinto secolo dai monaci di San
Benedetto sur una rupe del monte Autore, poco lungi da Vallepietra, a
mille e trecento metri di altezza. La cerimonia sacra a cui assisteremo
si chiama _Il Pianto delle zitelle_: ed è, a quel che mi dicono,
una rappresentazione della passione e morte di nostro Signore: un
rimasuglio, forse, di quei componimenti ispirati quasi sempre dalla
Bibbia, i quali, come tutti sanno, fin nel più lontano medio evo
venivano recitati prima in forma di dialogo e poi come veri e propri
drammi, e servivano con l'allettamento dell'arte a tener viva nei
cuori la fede nei dogmi e ferma nelle menti la memoria delle leggende
e dei miracoli della nostra religi
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