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Racconti per giovinetti

by Pietro Thouar · Italian · Gutenberg #49463 · 565,318 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Racconti per giovinetti
    
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Title: Racconti per giovinetti

Author: Pietro Thouar


        
Release date: July 17, 2015 [eBook #49463]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/49463

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI PER GIOVINETTI ***

   [Illustrazione: Pag. 15.]

                                RACCONTI
                                  PER
                               GIOVINETTI


                                SCRITTI
                            DA PIETRO THOUAR

                              18ª EDIZIONE
                  approvata dal Consiglio Scolastico.



                                FIRENZE
                          R. BEMPORAD & FIGLIO
            CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI
                         _Via del Proconsolo._

        ROMA, L. Roux e C. — Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C.
   NAPOLI, Cav. Ant. Morano — L. Roux e C. — MESSINA, C. De Stefano.
      TORINO, G. B. Paravia e C. — Grato Scioldo — G. B. Petrini.
      PALERMO, R. Sandron — C. Clausen — GENOVA, Tip. Sordo-Muti.
       MILANO, Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C. — A. Rivolta.
                                  1890




                          PROPRIETÀ LETTERARIA
                  degli Editori R. Bemporad & Figlio.

                  Tipografia Moder, Via del Presto, 4.




_Proseguendo la nostra collezione delle cose del Thouar, in
tanto favore che hanno ricevuto e che ricevono, sarebbe superfluo
raccomandare questo volumetto di_ =Racconti per Giovinetti=. _Ci
corre obbligo però di notare che a questa edizione de' _Racconti_
manca quello che s'intitola _Un amico del Parini_, comecchè sembrasse
giovevole porlo nella raccolta dei_ =Racconti Storici=, _che fa parte
della collezione._




La presunzione di sapere.


  _Amico_,

Ti lagni tu forse del mio silenzio? Hai ragione, ma eccoti alfine una
lettera, anzi una bazzoffia che non finisce mai. Così puoi vedere che,
anche in mezzo agli svaghi della villeggiatura, io mi rammento della
scambievole promessa di darci contezza delle cose più notabili che ci
accadono ora che siamo separati.

Per alcuni giorni è stato nostro ospite un valente professore di
Botanica[1], amico intrinseco del babbo. Oltre al desiderio di vederlo,
egli venne quassù per erborare[2] nelle vicinanze; ed io lo accompagnai
in tutte le sue gite. Ecco perchè fin qui non ho avuto tempo di
scriverti.

Ora ti narrerò ciò che m'intravvenne nella prima di queste gite
scientifiche.

Ma innanzi è bene che tu sappia che il nostro botanico è uomo d'età
avanzata, di aspetto autorevole e di temperamento robusto; ha modi
cortesi, disinvolti e gioviali, e tanta modestia con molto sapere, che
sebbene egli abbia viaggiato lungo tempo e fatto parecchi lavori di
grande utilità per l'avanzamento delle scienze, tuttavia non parla mai
di se stesso: e quando entra in discorso di Storia naturale, procede
con la medesima cautela di un novizio negli studi. «Per dubitar meno
di ciò che asseriamo intorno alla botanica» diceva egli «bisognerebbe
studiare ed osservare di continuo senza mai concedere al corpo o alla
mente il necessario riposo; tanti sono i progressi che ogni giorno fa
questa scienza e le rettificazioni che occorrono nell'ordinamento e
nella nomenclatura[3] delle piante, soprattutto ora che molti uomini
distinti, in ogni parte del globo, la studiano con ardore e viaggiano
dovunque, e moltiplicano miglioramenti e scoperte! Linneo sarà sempre,
per così dire, l'Omero della botanica; ma dal tempo in cui fiorì sino
ai nostri giorni, si è fatto in essa un così gran numero di variazioni
fondamentali, che la sola cognizione degli scritti di quel grand'uomo
non potrebbe bastare per istruire un botanico...»

Dipoi rammentati della mia ridicola arroganza scientifica. Tu sai
che avendo io scartabellato vari libercoletti dove si parla della
vegetazione e della coltivazione dei fiori; che imparando a mente
il sistema organico di Linneo dalla prima classe delle _Monandrie_
fino alla ventiquattresima delle _Crittogame_, e le distribuzioni
delle piante in famiglie, in generi, in specie e in varietà; ed
ora raccogliendo mostre per comporre l'erbario[4], ora facendo
dissezioni[5] e disegni di fiori e di frutti, m'era finalmente dato
a credere d'essere poco meno che un altro Linneo, o un Vallisnieri, e
o un Micheli od un Savi in erba; e che di questa presunzione m'aveva
rimproverato più volte mio padre, senza che mai fosse riuscito di
correggermi, stimando io sempre che l'imparare una scienza fosse quasi
la stessa cosa che intrattenerci dei nostri fanciulleschi balocchi.
«M'è a grado che tu sia preso da tanto amore (soleva dirmi) per
questa occupazione utile e dilettevole; ma tu ne meni troppo vanto,
e t'immagini d'aver imparato la botanica su quei compendiòli. E' ti
potranno somministrare alcune cognizioni elementari, e procacciarti una
ricreazione preferibile alle inezie infantili, e non altro. Sfuggi,
figliuolo mio, sfuggi il difetto oggimai troppo comune di dare tanto
valore alla dottrina acquistata in cotal modo. Gli elementi del sapere
sono cosa di molta importanza, ed è difficile esporli bene; e tuttavia
non bastano per conoscere a fondo una scienza. È anche vero che quanto
più è semplice l'insegnamento, tanto più s'accosta alla esattezza; ma
vi vuole anche la modestia; altrimenti la facilità dell'imparare fa sì
che le cose gravi passino per inezie, e all'opposto; ovvero la mente
crede essersi provvista d'idee, mentre non possiede altro che vane
parole.»

Ma queste savie ammonizioni io le credeva fatte per moderare la mia
grande inclinazione a quello studio, e non per liberarmi dalla vampa
dell'orgoglio.

Preparandoci adunque a visitare i nostri poggi, il professore, che non
v'era mai stato, chiese la compagnia di un contadino che fosse pratico
dei luoghi e conoscesse a modo dei campagnoli le piante silvestri che
vi germogliano. Io, che sfoderando tutto il mio sapere aveva già detto
d'aver girato ed erborato più volte nei medesimi poggi, mi tenni offeso
di questa ricerca, sebbene non ardissi di manifestarlo. — Come può egli
intendersi di botanica un contadino? — pensava tra me: — avrà notizia
delle piante ch'egli coltiva, e notizia grossolana e imperfetta;
degli studj dei quali dobbiamo occuparci _noi_ e' non ne può saper
nulla. — Intanto mio padre mandò con noi un certo Betto, figliuolo del
contadino, buon ragazzo, vispo, intelligente, e quasi dell'età mia.

Betto voleva togliere al professore l'impiccio dello scartafaccio da
riporvi le piante; ma questi postoselo ad armacollo ne lo ringraziò,
dicendo che era solito di portarlo se medesimo. Io non fui tanto
discreto; io mi lasciai servire; e la mia cartella era più voluminosa
e legata con più eleganza di quella del professore. Inoltre io aveva
meco un arnese fatto apposta per tagliare o sradicare le piante,
e un grazioso astuccio per fare le dissezioni dei fiori: egli un
semplice coltellino e un bastoncello... Insomma, vedendoci insieme, e
considerando la mia gravità, avresti detto ch'io tenessi il posto del
maestro, e il professore quello del discepolo.

Non istò a descriverti le belle vedute di cui godemmo, nè il diletto di
quella gita, nè le piante che furono raccolte dal professore: sarebbe
faccenda troppo lunga, e non è questo l'oggetto della mia lettera.
Io voglio solamente accennarti come rimanessi scorbacchiato della mia
presunzione, e (almeno lo spero) corretto.

Quel ragazzo che a parer mio non doveva essere altro che il nostro
somarino, diventò, sto per dire, il nostro oracolo. Il professore
interrogava prima me intorno al tempo della fioritura d'una tal
pianta, alla qualità del terreno dove germoglia, al nome volgare,
ed a varie altre notizie, ma io non sapeva che cosa rispondergli; e
allora volgendosi a Betto, questi lo soddisfaceva a puntino di ogni sua
richiesta. Io m'affaticava a indicargli or una pianta ora un'altra,
già sembratemi cose rare, ma non erano quelle che al professore
importasse gran fatto conoscere; io voleva descriverne alcune, ma
Betto garbatamente mi correggeva ad ogni parola; mi rimase per ultimo
refugio l'astuccio, ed incominciai a contar petali, a tagliare stami
e pistilli, a spaccare ovarj[6] e che so io; ma il professore, dopo
un'occhiata, diceva parergli che quei fiori appartenessero al tale
ordine o alla tale famiglia, e tutto ciò che gli pareva era poi
esattamente vero; volli provarmi a proferire i nomi scientifici,
e di rado ne azzeccai qualcuno, e spesso il professore dicevami: —
Un tempo fu nominata così quella pianta: ora s'è conosciuto che non
appartiene alla stessa famiglia, e conviene appellarla così e così...
— in conclusione tutta la mia dottrina se n'andò in fumo: e intanto il
professore stava attento alle parole di Betto, le notava nel taccuino,
e confessò poi che dalla semplice esperienza di quel garzoncello
aveva ricavato argomento per utili osservazioni, e sopra tutto per un
lavoro che aveva intrapreso intorno alla nomenclatura volgare ed alla
fisiologia[7] di parecchie piante. Da me, senza ch'ei lo dicesse, ma
pur troppo io stesso me n'ero accorto, da me non aveva ricavato altro
che strambottoli e passi inutili.

Tu già ti avvedi che il mio orgoglio fu rintuzzato pel dì delle feste.
Tornai a casa tutto sgomento; e chiusomi nella mia cameretta, sotto
colore di riposarmi dalla stanchezza di lunga gita, mi posi mestamente
a deplorare la mia disgrazia: — Un ragazzo che non sa neanche leggere,
soverchiar me che ho raccolto ed esaminato tante piante, che ho libri
ed erbari, e stampe ed arnesi, che studio da lungo tempo, e coltivo
e disegno fiori? Dunque tutto quello che fin qui ho fatto è inutile!
un visibilio di cose che ho imparato, non mi valgono a nulla! Eh via!
smettiamo quest'occupazione, leviamoci di torno tutti questi ninnoli!
— E con sì bel proposito andai a tavola.

Ogni parola che fu fatta intorno alla nostra gita era puntura al
mio amor proprio. Non già che il professore avesse in animo di
mortificarmi, chè anzi si contenne da uomo indulgente, non adulò nè
biasimò; e parlando di Betto sfuggì qualunque confronto che mi potesse
umiliare. Ma io, prima della gita, era già persuaso di dover fare
a tavola una bella figura, di dover raccogliere il frutto dei miei
sudori... Eccomi tornato con le trombe nel sacco!

Sebbene mostrassi disinvoltura, mio padre conobbe lo stato del mio
animo, e il giorno dopo, quasi avesse indovinato anche il proposito
ch'io aveva fatto di non impicciarmi più di botanica, chiamatomi a sè,
mi disse da solo a solo con affettuose parole:

«Figliuolo mio, vedo bene che tu sei stato poco sodisfatto della tua
gita scientifica; ed è avvenuto a te ciò che avviene a tutti coloro
i quali credono di aver imparato molte cose con poca fatica. Bada di
non incolpare i libri nè gli uomini, e nemmeno te medesimo, se non in
quanto la tua immaginazione e la tua vanità abbiano potuto trarti in
inganno. Io t'ho ammonito più volte a non credere che un'occupazione
ricreativa intorno ad una scienza possa tener luogo di studio fatto di
proposito; ma il nome e le parole t'hanno sedotto. Volli compiacerti
concedendoti tempo e modi per conoscere i principj di questa parte
della Storia naturale, poichè ho avuto sempre più caro di vederti
occupato in essa che nei passatempi puerili; e finchè tu voglia essere
naturalista per riposarti dagli altri studj, tanto il professore che io
confessiamo che tu hai saputo adoperar bene le ore della ricreazione.
Ma tu non potevi avere imparato la scienza. Questa presunzione t'ha
finalmente nociuto. Lo stesso accaderebbe a qualunque altro giovinetto,
e in qualsivoglia ramo del sapere umano. I tuoi studj presenti sono
rivolti alle belle lettere italiane e latine; e sai che i maestri sono
soddisfatti della tua buona riuscita. Or bene, t'è egli mai caduto in
animo di fare sfoggio di sapere letterario con essi? Credi tu che la
botanica richieda minori fatiche della letteratura per poter giungere
a saperla davvero? Ma non ti sconfortare, nè ti dispiaccia d'essere
rimasto umiliato nel paragone con Betto; anzi ciò ti porga occasione
a riflettere che un semplice campagnolo, con la comodità d'osservare
di continuo le produzioni della natura, conosce molte cose che lo
scienziato non può imparare studiando nella sua stanza. Il professore
non si vergognava d'apprendere da Betto ciò che avrebbe potuto sapere
anche da te, se tu dimorassi, come quel giovine, tutto l'anno in
campagna, e udissi di continuo i colloquj dei vecchi agricoltori. Ora
dunque noi ti confortiamo a non perdere l'amore per questa occupazione,
e ti promettiamo ogni aiuto per renderla più proficua; giacchè
moderando la tua presunzione, non puoi ricavarne altro che vantaggio
e decoro. E se l'inclinazione per la botanica t'indurrà a coltivarla
a preferenza di ogni altra cosa, io non m'opporrò alla tua volontà; ed
allora, a suo tempo, e dopo assidui studj, potrai diventare botanico e
scienziato.» Ciò detto mi lasciò, ringraziandolo io di così affettuose
parole e di così bella promessa, e sentendomi ritornare la quiete
nell'animo.

Infatti, dopo questi avvertimenti, il conversare intorno alla Storia
naturale col professore e col babbo mi riuscì più dilettevole e più
utile che per l'innanzi. Convinto di saper poco, senza che l'orgoglio
rintuzzato mi facesse sdegnare con me medesimo, allora acquistai
molte cognizioni che prima l'arroganza giovanile m'avrebbe reso più
difficili. Allora conobbi che la mente è più lucida quando siamo
disposti a confessare di buona voglia la nostra ignoranza, che quando
l'amor proprio ci domina tanto da minorare la nostra attenzione, e da
farci rimanere offesi delle altrui riprensioni. Il colloquio tornò a
cadere sopra Linneo e, fosse caso o accortezza del professore, egli
s'intrattenne molto nel descrivere le gravi difficoltà che il sommo
naturalista dovè superare, e le fatiche enormi che dovè intraprendere
prima di far palese il suo sapere e di trarne profitto per la scienza.
Era necessario aver grande ingegno ed infaticabile ardore per ordinare
i principj, quei medesimi principj che ad un giovinetto parranno
sì facil cosa a imparare; e nello stesso tempo bisognava cercare
scrupolosamente l'esattezza della verità, perchè le prime sue dottrine
non inducessero gli altri in errore. Un ingegno meno vigoroso si
sarebbe perduto d'animo: un naturalista meno diligente avrebbe forse
acquistato fama in quel tempo nel quale pochi si volgevano a siffatto
studio; ma il suo nome sarebbe rimasto oscuro ai posteri. Quanti studj,
quanti viaggi penosi, quante osservazioni ripetute e pazienti prima di
poter dire: Io so; — d'arrischiarsi ad ammaestrare gli altri!

Toccando alcune più minute particolarità della vita di Linneo, disse
che gli pareva anche d'aver letto che per l'amor della scienza e' si
ridusse a vivere sì poveramente, che non potendo comprarsi tante scarpe
quante gliene occorrevano pei suoi viaggi, non isdegnava d'accettare
in dono quelle già logore dei suoi discepoli, e di ricucirle da se
medesimo, rattoppandole talora con la cartapecora dei suoi scartafacci
di studio. — La conclusione poi di questi ragionamenti fu che la
dottrina, in qualunque scienza, non consiste nelle cognizioni leggiere
acquistate a guisa di semplice trastullo, nè in una filastrocca di
parole imparate a mente. È vero che in generale ogn'insegnamento, e
soprattutto quello così dilettevole della Storia naturale, deve essere
agevolato dalla semplicità dei metodi[8]; ma non bisogna immaginarsi
di potere imparar bene alcuna cosa senza fatica. Aggiunsero ancora
che l'abilità e l'ingegno non hanno mai avuto bisogno di vanagloriose
apparenze per riuscire utili e per manifestarsi; e che gli uomini,
i quali giovarono più degli altri alla società facendo progredire
le scienze con l'ingegno e con la fatica, sdegnarono le superflue
agiatezze del vivere; e, sempre modesti, non usarono mai di quelle
artifiziose dimostrazioni che paiono fatte per incantare gl'idioti.
Allora sì che rivedendo il mio erbario legato con eleganza, il mio
astuccio botanico pieno di graziosi strumenti, e ricordandomi d'altro
lato delle scarpe rotte accettate dal sommo Linneo, ebbi ad arrossire
della mia presuntuosa vanità fanciullesca! — Io studierò la botanica,
perchè mi sento sempre inclinato a questa scienza, e perchè le savie
parole del professore e di mio padre me ne hanno fatto innamorare più
di prima. Essi conoscono questa mia volontà, e a te, mio amico, io non
poteva nasconderla; ma serba il segreto, il quale a niun altro sarà
palese, finchè non vedrò di poter fare sicuramente buona riuscita in
questo studio. — Addio.




II.

Fiducia nella Provvidenza.


Il bellissimo cielo che s'apre nel vasto orizzonte di Napoli, la marina
infinita, placida e sparsa di navi con le vele biancheggianti, il
Vesuvio, che spinge al cielo vortici immensi di fumo, la Baja con ampia
e maestosa curva coronata dalle selve d'aranci, i castelli antichi e
le torri merlate, le ville magnifiche, le ruine venerande, e il sole
splendidissimo che illumina tanta e sì maravigliosa copia d'oggetti,
parevano occupare la mente di un giovinetto, che sedeva immobile
meditando sopra una rupe lungo la costa di Margellina. Ai piedi aveva
una carta, e nella destra la matita.

I suoi sguardi vivaci erano immobilmente rivolti alle rovine della
tomba di Virgilio. La faccia aveva pallida e addolorata, la positura
come quella di chi è spossato da sfinimento, le vesti logore per
miseria. Presso di lui una fanciullina e un bambinello, coperti
di pochi stracci, talora si spassavano a coglier fiori, tal'altra
si fermavano piegando la testa sopra le spalle a contemplare il
fratello: e parevano presi dalla stessa malinconia: e i fiori già
colti cadevano loro di mano. Di lì a poco tempo comparve un uomo ben
vestito, che passeggiava deliziandosi nella bellezza del luogo. La
fanciulla ristette a considerarlo, guardò incerta prima il fratello,
poi lui; quindi movendosi risoluta col fratellino per mano, si ridusse
a' piedi di quel signore, e in atto supplichevole mostrandogli il
bambinello, stese la destra per l'elemosina. «No!» esclamò allora
con fuoco il giovinetto alzandosi prestamente, e slanciandosi in
mezzo ad essi. «No, Maria, non chiedere l'elemosina!» — «Ma, abbiamo
fame, rispose ella con l'accento della disperazione: e tu, ah! tu
sei più digiuno di noi!» — «La mamma è malata, gridava piangendo
il piccino.» Il signore impietosito poneva la mano in tasca; ma
Salvatore, rattenendogli il braccio con dignitosa risolutezza: «Io
posso lavorare » gli disse: «finchè sarò vivo io, non chiederemo
l'elemosina.» — «Ma quali assegnamenti hai tu oggi che è festa?» gli
rispose il signore. Salvatore additando il sepolcro di Virgilio e
mostrando la sua matita: «Fra due ore, disse, avrò finito un disegno.
Se qualcuno lo comprerà...» — «Lo comprerò io: vediamo intanto cosa
tu hai fatto.» Salvatore esclamando: «Che siate benedetto!» corse a
raccor la sua carta che conteneva la veduta della tomba di Virgilio
abbozzata, e gliela mostrò: «Ma colui che fu _degli poeti onore e
lume_, disse con enfasi il giovinetto, meriterebbe un monumento più
splendido e la mano di Raffaello per disegnarlo.» Quel signore intanto
esaminava attentamente il disegno, e gli pareva maraviglioso per esser
fatto da quel povero ragazzotto. «Finiscilo, finiscilo,» gli disse
abbracciandolo con trasporto. «Lo compro io. Eccoti il prezzo» e gli
donò tutto il danaro che aveva in tasca. «Domani verrai a portarmelo
in via Toledo al numero 24; cerca di Giovanni Lanfranco!» — «Giovanni
Lanfranco!» esclama Salvatore; «voi forse quel pittore famoso?...» —
«Sì, io son pittore, e tu lo sei forse più di me. Come ti chiami?» —
«Salvator Rosa.» — «Scolaro del Francanzano?» — «Per l'appunto.» —
«Ne ho visti altri dei tuoi disegni, ma non davano da sperare come
questo. O perchè sei caduto in tanta miseria?» — «Mio padre morì,
e lasciò nove creature senza campamento. Io mi industrio con questi
disegni, perchè ora non ho modo di fare i quadri, e li vendo in piazza
per aver pane quando trovo chi li voglia comprare.» — «Ebbene! da qui
innanzi non sarai più tanto povero! Non aver paura. Non vi sarà più
pericolo che dobbiate andar mendicando. La Provvidenza ha assistito me,
ed io posso farti da padre. Va', corri a consolare la tua famiglia.»
Salvatore e i bambini gli caddero ai piedi abbracciandolo. Il pianto
della riconoscenza impediva le parole. Il pittore si affrettò ad andare
subito a levar d'angustia la madre.

Essi a fatica si staccarono dalle sue ginocchia; ma poi balzando dalla
gioia volarono in traccia della madre. Lanfranco ristette a guardarli,
considerando come i casi della fortuna sogliano travagliare i grandi
ingegni sul principio della loro carriera.

E Salvator Rosa fu davvero uno dei grandi ingegni non tanto nella
pittura quanto nella poesia. Con l'aiuto generoso del Lanfranco si fece
presto noto all'Italia ed al mondo intero, pe' suoi quadri di paese,
per le sue satire e pel suo bizzarro ingegno nell'arte comica. Nacque
il 1615 nell'ameno villaggio della Renella due miglia distante da
Napoli, e morì in Roma il 15 Marzo del 1673. Nella chiesa di S. Maria
degli Angioli alle Terme ha il sepolcro ornato di belle statuette di
marmo, col ritratto e la seguente iscrizione:

                                D. O. M.
                     SALVATOREM ROSAM NEAPOLITANUM
                         PICTOREM SUI TEMPORIS
                             NULLI SECUNDUM
                        POETARUM OMNIUM TEMPORUM
                           PRINCIPIBUS PAREM
                           AUGUSTINUS FILIUS
                         HIC MOERENS COMPOSUIT
                         SEXAGENARIO MINOR OBIT
                         ANNO SALUTIS MDCLXXIII
                             IDIBUS MARTII.

Questa iscrizione si crede composta dal celebre Padre Gio. Paolo Oliva.
Eccone la traduzione.

_A Dio Ottimo Massimo. Salvator Rosa Napoletano, non inferiore ad alcun
pittore de' tempi suoi, pari ai primi fra i poeti di tutte le età. Lo
pose qui, piangendo, il suo figliuolo Agostino. Morì in età di poco men
che sessant'anni, l'anno della salute 1673 agli idi di marzo_ (il dì
15).




III.

La buona e la cattiva compagnia.


Sulla panca degli scolari negligenti fu visto un giorno un giovinetto
che per l'innanzi non v'era mai stato. «Enrico sulla pancaccia!»
maravigliati sussurravano i condiscepoli sopravvenienti. A molti ne
dolse, chè Enrico sempre buono e bravo era stato. Tre soli ne risero,
e appunto sedevano sgraziatamente sulla medesima panca: era quello
il loro posto dal principio alla fine dell'anno. Enrico sgomentato,
a testa bassa, con una mano alla fronte e l'altra sopra la coscia,
fissava gli occhi sul libro senza battere palpebra, non decifrava verso
per la velatura del pianto. Stato così una mezz'ora immobile si risentì
lamentandosi: «Perchè mi fermai io a quella rissa di mercatini? Che ne
ricavai dagli urli, dalle bestemmie, dalle busse di quei disgraziati?
Stava bene a un ragazzo vedere e sentire tali cose? Avessi potuto
entrare di mezzo, a spartirli e farli tornare amici, non dico.... Ma
per curiosità, per ispasso.... Oh! se in quel tempo avessi studiato la
mia lezione, oggi non sarei venuto a questi ferri. Tutti mi passeranno
avanti! E son vicini gli esami! Povero me! che passione!» Intanto egli
non capiva la nuova lezione che il maestro spiegava pel giorno dopo.
Punto nell'amor proprio, tormentato dai rimorsi di un primo fallo,
avvilito dalla vergogna, trascurava il rimedio, e peggiorava il suo
stato. «Non ti confondere (gli subornava il negligente matricolato);
quaggiù si sta allegri.» — «Da' retta a me (gli rifischiava quell'altra
buona lana): Vedi questo filetto[9]? è fuori del tiro del Maestro[10].
Animo! una partitina, e quel che è stato è stato.» Enrico inorridiva,
e si turava gli orecchi. «Ancora non è tempo (dissero fra loro i due
tentatori); è troppo cùcciolo.»

La lezione finì, gli scolari uscirono a coppia; Enrico se li vide
sfilare davanti; e chi lo guardava compassionando, chi gli faceva
animo, chi gli diceva: «Torna presto tra noi!»

Uno di essi, l'amico suo sviscerato, Giulio figliuolo d'un fornaio,
gli strinse forte la mano, e con volto acceso d'affetto, gli fece
capire che era pronto e facile il riparo alla sua disgrazia; che dovea
far capitale del suo aiuto; che, per essere un giorno o due confinato
laggiù, non avea perduta la stima di lui nè degli altri.

Passati i primi, si mosse anch'egli da ultimo intenerito, confuso e
male in gambe. Di passo, rasente il muro, col capo in seno si ridusse
a casa per la più corta.

La mamma non v'era: da tre giorni lavorava fuori a giornata. Gli aveva
dato la chiave; sapeva di potersi fidare, che sebbene il figliuolo
avesse appena dodici anni, mostrava senno per venti. Era una mamma
di proposito; vedova e bracciante, ma contenta della sua condizione,
confortandosi dell'avere un figlio savio, amoroso e di talento; e si
procacciava col lavoro il necessario per campare, e per mantenerlo
alle scuole le conveniva misurarsi a puntino, ma sapeva farci entrare
ogni cosa; ed Enrico, benchè tutta non conoscesse la sua povertà,
pure per naturale moderazione delle voglie, e per virtuosa semplicità
di costumi, se ne stava contento di quel vitto e di quel vestito che
aveva; teneva in ordine e custodiva bene ogni cosa, e benedicendo
l'umile ma provvida e amorosa industria materna, studiava di proposito
per arrivar presto a guadagnarsi il pane col suo sapere.

Ma postosi a tavolino, questa volta si ritrovò affatto diverso da quel
di prima. Un passo falso, non riparato a tempo, uno scoraggiamento
improvviso gli avevano fatto divenire ottusa la mente e duro il
cuore. Non ricavava costrutto dai libri, si sconfortava della tardità
dell'intelletto, si vergognava di se medesimo. Disperando di riuscire
negli studi perdeva quella fidanza nelle proprie forze, quella pronta
lucidezza di mente, quella volontà lieta, intrepida e costante che
eccita, abbellisce e rende profittevole l'occupazione di un giovinetto.
Amareggiato di questa lacrimevole condizione del suo animo, respinse
da sè con dispetto i libri, e andò alla finestra per distrarsi con
nuovi oggetti dalla passione che tanto lo tribolava. Dopo esservi stato
qualche minuto, vide passare quei tre della panca dei negligenti,
che spensieratamente sgloriati girellavano abbraccetto; vestiti con
eleganza, e con una certa andatura da snoccolati che pareva non avesser
mai avuto un pensiero al mondo. «Vedete? (disse egli tra sè) vedete
chi se la gode? Essi sono ricchi, vestiti bene, si divertono e non
fanno mai il loro dovere alla scuola; ed io per aver mancato una volta,
la prima volta, ecco qui m'arrovello senza conclusione, son rovinato
senza rimedio.» Se l'amarezza del pensiero non glielo avesse impedito,
egli avrebbe pianto: ma invece si morse i labbri con ira, e cacciò le
mani per entro a' capelli. In questo frattempo sua madre spuntò dalla
cantonata. Veniva via lesta lesta, perchè l'ora del cibo era trascorsa,
e temeva che l'indugio pregiudicasse il figliuolo. Quei tre storditi al
vedere una femminetta tanto frettolosa, vestita all'antica, che batteva
il tacco e faceva sventolare la gonnella, trovarono da riderci sopra e
si presero il gusto di attraversarle, ora da una parte ora dall'altra,
la via, beffandola con atti e parole da rompicolli. Enrico, acceso
di sdegno, era per uscire precipitosamente dalla finestra e scendere
nella strada, quando parvegli che la giustizia del cielo facesse le
sue parti. Un signore autorevole capitò all'improvviso alle spalle
dei temerari, e con un solenne ceffone per ciascuno, li fece fuggire
a gambe, scornati e rincorsi a fischiate dai ragazzi delle botteghe.
Calmato Enrico da questa inaspettata lezione a quei signorini, corse
incontro alla mamma, proferendo invettive contro di loro. «Enrico,
diss'ella, carezzandolo dolcemente, non ti curare di certa gente. Che
male hann'eglino fatto a me? Avrai visto ancora a chi è toccata la
peggio. Pensa a rispettarla tu la tua povera mamma, sebbene vestita
da contadina. Mi dispiace per le mamme loro, perchè quando i figliuoli
non rispettano quelle degli altri, vuol dire che non hanno mai saputo
rispettare la propria. Tu grazie a Dio non rassomigli ad essi; e se io
non ho da mostrare i vestiti belli e le gioje, mostro un figliuolo da
potermene tenere, che è la gioja più preziosa d'una donna.» Enrico non
seppe che cosa si rispondere; chinò la testa, arrossendo di quella lode
che allora non meritava; di quella lode che altre volte lo riempiva
di giubbilo, e lo moveva a slanciarsi al collo di sua madre; ma in
quel momento... in quel momento gli stringeva il cuore lo spasimo del
rimorso. Tornò a sedere compunto, fece proposito di cercare ogni modo
per ajutarsi, riprese i libri; ma l'animo non gli resse alla prima
difficoltà che incontrò. Il pensiero di aver tradito una madre così
affettuosa e che riponeva tanta fiducia in lui, la memoria degl'insulti
a lei fatti da quelli stessi dei quali in scuola era divenuto compagno
nel posto ignominioso, avevano aumentato la sua confusione, e reso più
disperato il suo caso.

Di lì a poco tempo il desinare fu all'ordine. Enrico mangiava
svogliatamente; la madre lietamente affaccendata, ancora non se n'era
accorta. Quand'ebbe ripreso fiato e si fu posta a sedere di faccia
a lui: «E oggi» gli disse «che cos'hai tu di bello da raccontarmi
de' tuoi studj?» — «Nulla, mamma, nulla.» E tacquero. Poi: «Mi
pare che tu non abbia il tuo solito appetito. Cosa vuol dire? Pensi
forse a quell'incontro di poco fa? Giuccherello! se te l'ho detto!
Io per me non ne fo caso davvero. Non ho nulla che fare con loro.
Sono maleducati, saranno ignoranti... Sicuro, non può essere a meno;
scommetto che se andassero a scuola, sarebbero in quella panca che
tu m'hai raccontato a volte... come si chiama?... _la pancaccia_,
mi pare; sì, la panca dei negligenti, dove tu, benchè non abbia la
giubba bella, e la mamma ricca, non sei mai stato, nè mai...» — «No,
mamma (esclamò Enrico fremendo), no, mamma, non ne parliamo più!»
— «Così è; non amareggiamo questo boccone da poveri braccianti, che
non ha astio ad un pranzo, specialmente quando il mio Enrico ha da
darmi una buona nuova. Domenica, eh? domenica ragioneremo delle tue
cose, perchè tu sai che due paroline teco mi fanno tanto piacere.» In
questo mentre un pigionale che scendeva le scale in compagnia d'un
altro, diceva forte: «O non sarebbe meglio palesare ogni cosa? Più
che s'aspetta, peggio è...» Enrico non intese altro. Queste parole,
dette chi sa per qual motivo, ma venute a proposito per lui come
una buona ispirazione, lo fecero a un tratto cambiare di colore, e
restare immobile a riflettervi. Sua madre s'era alzata. Ritornando a
sedere, diceva: «Animo, dunque, da bravo: mangia...» La sua voce lo
riscosse dalla riflessione; e la buona donna tutta compresa dall'idea
di custodire un buon figliuolo, non sapeva raccapezzarsi perchè egli
fosse tanto serio quel giorno, e non le passava neanche per la mente un
sospetto che lo potesse offendere. Attribuiva tutto al dispiacere da
esso provato nel vederla insultare. «Povero ragazzo! (ella diceva tra
sè, sparecchiando) è tanto sensibile, mi vuol tanto bene, che non può
soffrire che mi venga torto un capello. Tira da suo padre, buon'anima.
I soprusi, e poi da certa gente che non ha altro merito che di avere
in tasca qualche soldo più di noi, non li poteva patire: era di sangue
caldo.» Sparecchiato ch'ella ebbe, ritornò sollecita al suo lavoro,
non pensando neppure per ombra che a lasciar libero Enrico gli potesse
venire la tentazione di non studiare, o che so io, da quanto era grande
la fiducia ch'ella aveva nella sua saviezza.

Egli ebbe così molto campo a riflettere, a studiare; ma inutilmente.
Lacrime, lamenti, disperazioni, propositi vani, e poi daccapo
disperazioni. Venne la sera; non aveva concluso nulla. Sul punto di
lasciar la mamma per coricarsi, quand'essa lo abbracciò e lo baciò
teneramente, gli ribollirono in capo quelle parole: _non sarebbe meglio
palesare ogni cosa?_ Ma egli, divenuto pusillanime, sempre scacciò
la buona idea che gli attraversava la mente nelle più favorevoli
congiunture. Quella notte gli pareva essere sopra un letto di spine;
mai eragli intravvenuto di stentar tanto per addormentarsi. Alla fine
serrò gli occhi, ma non ebbe altro che sogni stravaganti e paurosi.
La mattina si levò che pareva melenso; la madre considerando come
fosse tra il sonno, andò al suo lavoro. «Caro piccino!» diceva per via
«studia con tanta passione, che anche dormendo vi pensa... Ma gli farà
poi male tanto sizio?... M'hanno assicurato di no; a studiar di genio,
nessuno patisce; e poi se è bianco e rosso come una rosa! Nelle vacanze
che si trova meno occupato, non ha tanto brio, e pare che mi dimagri.
Ora vien su proprio sano e robusto...;» e più altre cose, tutta lieta
d'un bene che non le era giammai paruto fallace.

Questa volta Enrico, per andare a scuola, aspettò che le ore gli
suonassero in casa; a mezza strada si ritrovò senza libro; tornò
indietro con fretta; fatti pochi passi, l'idea di entrare degli ultimi
a scuola lo spaventò: passare e ripassare fra mezzo alla scolaresca...
vedersi tutti gli occhi addosso collocarsi laggiù... no no! sarebbe
troppa vergogna. Ma come fare? andarvi senza libro. Corse e arrivò che
appunto il maestro apriva la scuola. Tutti gli alunni erano voltati
alla porta: entrò l'ultimo non veduto: subito si strisciò nel suo
posto. Ma per tre volte parecchi sguardi si volsero a lui, quando un
dopo l'altro giunsero sfrontatamente i suoi nuovi compagni di posto, e
per tre volte arse di sdegno, raccapriccì di doverli ricevere accanto
e dover sentire i loro discorsi inverecondi, i loro dileggi villani.
Oh! se non fosse stato in scuola, chi lo teneva dall'abbandonarsi a
un eccesso? Eppure in quei momenti si ritrovava per forza congiunto a
loro, avea quasi bisogno di loro per rimanere confuso nel numero, per
divider con alcuno e alleggerire in parte la vergogna di quella panca.

Già il punto della ripetizione si avvicinava, ognuno s'apriva davanti
il libro, e cercava il segno. Enrico non l'ha: se il maestro lo vede,
se lo rimanda a casa sdegnato... povero Enrico! povera madre sua!

In quel punto l'amico Giulio, emulo di Enrico, ma generoso, troppo
sofferendo nel vederlo così umiliato, pensava: Chi sa come Enrico
avrà studiata la nuova lezione! dicerto la saprà meglio di tutti;
egli che è tanto bravo a fare le ripetizioni. Se la sorte toccasse
a lui!... Tornerebbe subito al suo posto: e io glielo renderei tanto
volentieri! Non posso sopportare d'esser cresciuto di grado a scapito
d'un amico, sebbene sia stato per colpa sua.... Ma proprio per colpa
sua? io non mi so raccapezzare, ancora non lo credo. E cogliendo il
momento opportuno palesò una sua idea a un compagno. L'idea piacque,
la parola passò di posto; e fino in quaranta si trovarono del medesimo
sentimento. Allora Giulio salì alla cattedra e disse alcune parole
nell'orecchio al maestro, il quale fece segno di approvazione. Quando
egli agitò la scatola, nessuno dei primi e i più diligenti batteva
palpebra desiderando che uscisse a sorte il suo numero. Enrico poi a
quello strepito spiritò dalla paura, e fece il viso di mille colori.
Se tira su il mio numero! pensò egli con terrore. Il numero è fuori,
è il 3, appunto quello di Giulio che era passato al suo posto. Enrico
si rincorò, ma che! Giulio non si muove: il maestro parla: «Oggi gli
scolari delle prime panche hanno lasciato d'accordo la ripetizione ad
Enrico, perchè egli possa tornare più presto fra loro. Mi gode l'animo
d'annunziare questa riprova di fratellanza tra' miei alunni. Venga
Enrico.» Un applauso di tutta la scolaresca tenne dietro a queste
parole. Enrico restò come colpito da fulmine. Acciecato dalla paura,
non pensando chi gli era accanto, supplichevole chiese il libro a uno
dei persecutori di sua madre; questi leggeva un romanzo. L'altro, che
lo aveva, ma chiuso, glielo dette con un sorriso maligno, che fece in
un tratto rammentare ad Enrico tutto l'avvilimento in che lo gettava
quel benefizio. Tremando uscì dalla panca; s'avanzò a passi vacillanti;
arrivato presso gli amici, balbettò a capo basso un _grazie_ che appena
fu inteso; essi gli fecero animo colle parole e coi gesti; e quando
al primo scalino della cattedra inciampò ed ebbe a cadere, Giulio
corse a sostenerlo e a dargli di braccio fino accanto al maestro,
dicendogli sotto voce: «Coraggio!» Enrico aperse il libro, e cercava
il punto: silenzio profondo per tutta la scuola. Egli era solito
fare le ripetizioni meglio degli altri; aveva voce sonora, gradevole;
si animava ai passi più eloquenti; la ripetizione di quel giorno ne
conteneva parecchi; ognuno se l'aspettava bellissima. Ma Enrico non
trovando tosto la pagina si sgomentò più che mai; cincischiava...;
quaranta libri gli furono sporti dai condiscepoli; non se ne accorse,
ma trovò allora la pagina che cercava. La vista gli si era abbagliata;
a stento proferì la prima parola; la seconda era scorbiata: la pagina
imbrattata tutta di fregacci, di figure sconcie, di parole tradotte
in margine; era difficile spiccicarne un senso. Sul primo il suo
imbarazzo era stato preso per commozione, per timidezza; il maestro
gli fece animo, gli mise in bocca le parole; ma pur vedendo che non
andava innanzi, si accorse che Enrico non ne sapea buccicata, e vide
quel libro così straziato. Allora toltoglielo di mano, e mostratolo
alla scolaresca, esclamò: «La vostra generosità, ragazzi miei, è stata
inutile, come vedete. Enrico per ora non merita compatimento. Torni al
suo posto; venga il numero 3; non perdiamo più tempo coi negligenti.»
Tutti rimasero maravigliati ed afflitti; molti se ne sdegnarono; Enrico
si trascinò piangendo laggiù, e cadde a sedere quasi svenuto; non
ardiva scolparsi d'un fallo non suo col palesarne un altro suo proprio;
il padrone del libro, per viltà si tacque; Giulio obbedì mortificato e
confuso.

Per avventura in quel giorno il maestro dovè assentarsi dalla scuola
per poco tempo, e aveva chiesto che fosse mandato in suo luogo il
Prefetto. Ma invece del Prefetto, comparve, come alcuna volta soleva
accadere nell'anno, il Superiore. «Eccomi da voi,» disse egli con lieta
faccia, «voglio vedere un po' da vicino i migliori tra gli scolari.
Appunto ora che abbiamo gli esami a ridosso, mi preme di conoscere
quelli che faranno buona passata.» E si trattenne alquanto ora con
l'uno, ora con l'altro lungo le prime panche. «Ora poi ho da darvi
una notizia, soggiunse accostandosi un poco verso il fondo: abbiamo
deliberato di purgare le scuole dai più negligenti. So che in questa
scuola vi sono alcuni scalda-panche,» e ingrossò la voce, «i quali
hanno abusato della nostra tolleranza, e pare che se ne tengano del
cattivo esempio che danno. Lo dico innanzi, perchè abbiano tempo a
ravvedersi, e ad esaminare se torni loro più conto frequentare la
scuola uniformandosi agli altri, od essere rimandati alle loro case.»
Enrico soffriva, soffriva crudelmente. La vergogna di trovarsi compreso
tra quelli sciagurati sotto gli occhi del Superiore; la minaccia
autorevole che fulminava anche lui meno reo, ma con tutte le apparenze
della colpa; la memoria di sua madre tradita nelle più care speranze;
lo scoraggiamento aumentato rendevano sempre più lacrimevole la sua
condizione. «Intanto (continuò il Superiore), voglio una memoria
di quelli che ho trovato oggi nei primi posti; il segretario della
scuola me la faccia: io gli detterò i nomi. Essi poi verranno da
me domattina prima d'entrare in scuola, e riceveranno un attestato
di diligenza per farne dono ai respettivi genitori il prossimo Capo
d'anno.» E andò da se stesso di mano in mano chiedendo il nome agli
alunni. Giunto al N. 3, Giulio si alzò francamente, e interrogato
rispose: «Enrico...» I fanciulli stupirono, e accompagnarono quel
nome con segni di gioia. Ma Enrico non potè contenersi: «Ah! non lo
merito (esclamò egli, slanciandosi dal suo posto). Signor Superiore,
egli nomina me invece di se stesso, perchè jeri l'altro io era in quel
posto, ed oggi sono quaggiù; ma se vi sono, l'ho meritato pur troppo!
La mia condotta mi ha reso indegno di un amico e del suo sacrifizio
generoso!» — «Enrico, rispose Giulio, io conosco il tuo cuore. E tu
non puoi essere tanto colpevole quanto apparisci. La tua disgrazia,
forse una sola negligenza, ti ha ridotto costà, ma il resto dipende
dal tuo carattere troppo sensibile e troppo timido.» — «Giulio, tu
vuoi salvarmi, lo vedo, sì, il tuo affetto, la tua amicizia, mi
rendono quella forza che mi è mancata fin qui. Confesserò la mia
colpa; il signor Superiore mi giudicherà.» E chiestagli licenza di
parlare, palesò la prima cagione della sua sventura, l'avvilimento
che glie ne derivò, la irrisolutezza che lo tratteneva, la mancanza
di fiducia nella madre, nel maestro, negli amici, in se stesso; ma
tacque ogni altro particolare che potesse nuocere ai tre negligenti,
e in quanto al libro malconcio si contentò di dire che non era suo,
scongiurando il Superiore a non volerne essere informato altrimenti.
Questi encomiando affettuosamente l'azione di Giulio, e riprendendo con
dolcezza il fallo d'Enrico in quanto avesse mancato per la prima volta
al suo dovere, trasse argomento ad ammonire i fanciulli dall'esempio
che avevano sott'occhio; e ne ricavò molte riflessioni, opportune
a premunirli contri i primi falli, a incoraggirli ad emendarsene, a
sapervi rimediare con buoni proponimenti, e concluse con queste parole:
«Enrico, dunque non ti scoraggire, poichè non hai ancora perduta la
stima dei tuoi condiscepoli, nè la fiducia del maestro; ed hai un
amico che ha fatto proposito di salvarti. Studia indefessamente per
ricuperare il tuo posto: Giulio ti ajuterà. Dopo scuola resterai
mezz'ora con lui per quanti giorni ci vorranno a rimetterti in pari con
gli altri. Scriverò io stesso ai vostri genitori perchè ve ne diano il
permesso. Intanto esci, Enrico da codesto luogo funesto; sederai per
ora al tavolino del segretario. Non è giusta che chi ha confessato il
suo fallo e se ne è pentito, seguiti a occupare un luogo svergognato.
Così possa ognuno di voi averlo sempre in orrore, e sappia liberarsene
chi ha avuto la disgrazia d'esservi stato da lungo tempo. Il
ravvedimento, benchè tardo, è sempre utile a qualche cosa. E voi tutti,
o fanciulli, rammentatevi che il sapere senza la virtù non val nulla,
e che la nobile emulazione deve essere sempre accompagnata da generosa
amicizia.» Uno scoppio di evviva tenne dietro a questo discorso. I due
amici si abbracciarono, e piansero di tenerezza e di giubbilo. Enrico
dopo tre giorni ritornò al suo posto, e lo abbandonò solamente per
seguir Giulio, quando questi per i suoi meriti diventò il primo della
sua parte. Dopo una settimana la panca dei negligenti era vuota. Due di
essi si convertirono; chiesero ajuto; lo ebbero dal maestro, e da tutti
i condiscepoli, e specialmente da Enrico e da Giulio. Il terzo, benchè
sfrontato, non potè più a lungo soffrire la vergogna di vedervisi solo;
ma invece di ravvedersi, preferì di abbandonare la scuola. Il suo cuore
era ormai troppo corrotto. Infelice lui, se nelle altre vicende della
sua vita si sarà lasciato vincere dalla medesima difficoltà a liberarsi
dal male!

Ma non ci funestiamo ora con così tristo pensiero. Torniamo piuttosto
al nostro Enrico. Vediamolo in quella domenica, nella quale aveva
promesso alla mamma di parlare dei suoi studj. Eccolo a confessare
il suo errore, a descrivere i patimenti sofferti per nasconderlo a
una madre tanto amorosa, i rimorsi, gli scoraggimenti; a dipingerle
con l'energia della riconoscenza la bella azione di Giulio: essa a
perdonare al suo Enrico con tutta l'espansione degli affetti materni;
a benedire il Cielo che nella sua povera vedovanza le accordava un
figliuolo di sì amorevoli e teneri e delicati sentimenti, e faceva
dono al figliuolo di un amico sì virtuoso; a piangere di consolazione,
e giubbilare delle più liete speranze.... Ma questi sono momenti
ed affetti di maravigliosa dolcezza. Non v'è lingua, non v'è parola
che valga a narrarli. Chi ha intelletto aggiustato, chi è figliuolo
amoroso, chi è padre, li sente, li concepisce e ne gode.




IV.

La buona figliuola.


Nello scartabellare certi manoscritti di un mio parente, parroco di
campagna, defunto non è gran tempo, m'imbattei nel seguente ricordo:
«In nome di Dio _amen_. Essendomi già posto in animo di registrare
le cose più notabili ch'io m'imbattessi a vedere o udire nella mia
parrocchia, m'è parso che le seguenti fossero degne d'essere date alla
memoria dei miei successori, e intendo che ciò sia fatto solamente a
testimonio delle virtù che più spesso vedonsi esercitate dai poveri, ed
a conforto dei buoni.

« — Nell'anno del Signore 1823, poco tempo dopo il principio del
mio ministero in questo popolo, fui chiamato ad assistere uno
scalpellino, colpito d'apoplessia ed in pericolo di morire. Trovai
la famiglia, com'è naturale, nella massima desolazione: inoltre la
moglie dell'infermo era malaticcia; due delle sue quattro figliuole
pativano d'asma, ed una era allettata e già spedita per tisica; ed il
figliuolo maschio, gracile di membra e ottuso d'intelletto, non poteva
dare alcuno ajuto agli altri, nè sovvenire alla mancanza del padre.
Un pianto disperato era intorno al letto dell'infermo, e per tutta la
povera casa era pianto.

Io sebbene avvezzo a vedere più da vicino le umane tribolazioni,
tuttavia non aveva trovato mai tanto giusto dolore da compiangere,
tante avversità piombate sopra una sola famiglia, tanto pericolo di
rovina con sì poca speranza di scampo.

Non ostante la Provvidenza, che talora si manifesta con ajuti più
straordinari laddove il bisogno è maggiore, aveva dato alla Luisa,
la sola che fosse cresciuta sana e robusta tra le quattro sorelle,
un'anima capace di resistere alle percosse della sventura, e tante
soavità di modi da confortare gli altri nelle afflizioni. Io la vidi,
benchè fosse ancor giovinetta, infondere coraggio nella sbigottita
famiglia; assistere tutti con senno, con istancabile attività, con
amore; e trovar solleciti espedienti e ripari contro la loro indigenza.

Anche prima di questa occasione, per quello che io estimassi, la mi
parve sempre una buona figliuola; religiosa e non pinzochera; onesta
sì che ogni sua parola, ogni suo atto spiravano candore; casalinga,
lavoratrice indefessa ed abile nel suo mestiere (che è quello di far
la treccia)... Ma allora, ho! allora dovei proprio persuadermi che
poche sapessero come lei osservare i filiali doveri, senza lagnarsi
giammai delle fatiche e delle privazioni continue, e senza darsi aria
di fare tutto quel bene ch'ella faceva. E non poco mi maravigliai nel
trovare improvvisamente in una casa di poveri artigiani, quasi direi
l'abbondanza di quelle cose che abbisognano ad un malato grave pel suo
custodimento e per la cura e per la convalescenza. Nonostante, vedendo
che la malattia andava in lungo, e dubitando che alla fine dovesse
mancare la possibilità di così accurata assistenza, chiamai un giorno
la Luisa in disparte e le offersi quell'ajuto che per me si poteva.
«Le ne rendo merito» mi rispose con tenera gratitudine, «ma per ora
Dio provvede.» Non molto dopo il malato era fuori d'ogni pericolo; in
due mesi ne uscì quasi guarito ed il medico stesso asserì che al buon
esito della cura aveva giovato moltissimo la grande assistenza della
figliuola. E questo era naturale. Ma come avevano fatto a reggere a
tante spese? Poi lo vedremo.

Intanto quella guarigione fu un ristoro per la famiglia; ma non perciò
finirono le fatiche della Luisa. V'era quella povera fanciullina della
sorella minore, che peggiorava, che andava in consunzione. Non so se
per incaute parole dettele da qualcuno, o per naturale presentimento,
ella pensava già che il suo male fosse senza rimedio; e fermatasi
in questa idea, se ne stava per ore ed ore tacita e mesta, forse
investigando perchè avesse dovuto nascere per morire così sul fiore
degli anni, e senza aver goduto neanche uno dei pochi piaceri di
questa vita. Ma la Luisa con ogni maniera d'attenzioni e di conforti,
si studiava di toglierla alla dolorosa meditazione; ed in fatti la
poverina al solo vedere la sorella, anzi al solo udirne la voce, si
riconsolava tutta; un sorriso le sfiorava le labbra; e levando la
faccia, apriva due occhi neri neri ad affissare con tenerezza il suo
sostegno, il suo rifugio.

Intanto avevano bisogno della Luisa anche le due sorelle asmatiche, e
la madre sempre infermiccia. Nientedimeno ella sapeva riparare a tutti,
e trovava inclusive i suoi ritagli di tempo, o di giorno o di notte,
per lavorare. Ma quel poco di guadagno non poteva essere sufficiente a
tanti bisogni. Mi provai di nuovo ad offerirle aiuti, e mi rispose come
la prima volta.

Il padre, dopo la convalescenza, tornò al mestiere; e solamente
allora seppi da lui che la Luisa, per la cura e pel mantenimento
della famiglia, aveva dato fondo ad un capitaluccio raccapezzato per
l'innanzi a forza di lavoro, e destinato a comperarsi il vezzo di
perle. Anche questo m'è parso dover notare a conforto dei buoni....

La Luisa non è bella; ma nella sua prima gioventù, con cera di sanità e
con vigorosa floridezza, aveva una di quelle fisonomie che piacciono,
e che ispirano onesto affetto. Laonde quantunque non uscisse mai di
casa, e le sue virtù fossero occulte per modestia, nonostante, e perchè
tutto il paese incominciava ad amarla ed a stimarla, e perchè il padre
se ne teneva co' suoi amici, accadde allora che a lei povera e di
bassi natali, parecchi giovani benestanti offerissero la mano di sposo.
Ma lei ringraziando con buona maniera, diceva: «Non mi dà l'animo di
lasciare il babbo e la mamma;... le mie sorelle non hanno salute.... Io
sola, in casa mia sono sana... posso far poco, ma pure, a un bisogno,
voglio esser libera d'assisterli.» — «Ma trovandomi a godere di una
certa agiatezza» le dicevano «potrete meglio soccorrere la famiglia.»
— «Oh!» rispondeva «io spero che la Provvidenza non mi abbandonerà mai,
come non mi ha abbandonato finora.»

Dopo alcun tempo la sorella minore si ridusse agli estremi. Sebbene
la sua agonia fosse breve, pure essendo rimasta sempre in cognizione
pativa molto; ma l'amorosa pietà della Luisa la dispose a morire
rassegnata e contenta; e spirandole nelle braccia, pareva un angelo
venuto per poco sulla terra a provare le nostre tribolazioni ed a
sperimentare la bontà della Luisa.

La prima separazione che la morte cagiona in una famiglia è sempre più
dolorosa. Gli occhi non ancora avvezzi a vedere spenta la vita sul caro
volto s'empiono di lacrime più dirotte. Se ne risentì molto la salute
vacillante della madre e delle due sorelle malate, ma la Luisa, sebbene
non ne provasse minore affanno degli altri, pur seppe mitigare la loro
afflizione, e far sì che la memoria della Maria che aveva finito di
patire più presto, fosse argomento di religiosa consolazione.

Dopo ciò la Luisa fu chiesta per fattoressa in una buona tenuta della
nostra Comunità. Sulle prime ricusò, stando ferma nel proposito di
non abbandonare la famiglia. Ma in quel tempo le tribolazioni parevano
diminuite, e il luogo dove avrebbe dovuto andare era vicino da poter
presto accorrere a' suoi.... Indottavi insomma, più che altro, per
obbedienza, entrò nella fattoria; ma per modo di prova, e con la
condizione di poterne uscire a suo piacimento.

Non passarono infatti cinque o sei mesi, che avuto sentore d'un
peggioramento della sorella Anna, e di qualche accenno di ricaduta del
padre, chiese ed ottenne licenza di tornare in famiglia; e tosto, con
nuovo vigore, alle interrotte faccende, ad assistere, a fare animo a
tutti, senza più discorrere di lasciarli.... L'ho vista io più contenta
in mezzo a quei poverini, per l'amore dei quali non si concedeva
riposo, e più soddisfatta della frugalità casalinga, di quello che
fosse invaghita dell'agiatezza e dell'abbondanza d'una fattoria. Anzi
si rammaricava d'essersi ritrovata a vivere lautamente quando i suoi
quasi stentavano il necessario. Ma alfine il suo lavoro indefesso, il
guadagno del padre, e quel po' di pane che dava il fratello tornarono
a farli campucchiare; e qualche piccolo ajuto usciva anche dalle mani
della madre e delle sorelle; benché l'Anna cominciasse a tribolare di
più, a motivo della sua complessione. Era di bassa statura, gobba, e
di petto soverchiamente ristretto; il respirare, il parlare, quando più
quando meno, le riuscivano penosi; ed il muoversi con tutta la persona
spesso le costava molto spasimo.

Quand'ecco sopraggiungere al fratello la volontà d'ammogliarsi, nè
valere consigli o esortazioni a dissuadernelo. Incapace di misurare le
proprie forze, credendosi provveduto assai perchè suo padre possedeva
una cava di pietre, s'imbattè in una sconsigliata fanciulla, e il
parentado fu fatto.

Benché l'ajuto di questo fratello fosse stato sempre debole, nondimeno
la sua mancanza volle dire qualche cosa per loro che dovevano fare
a miccino di tutto. Eppure la Luisa seppe rimediarvi, aumentando il
risparmio dove poteva, senza far mancare il necessario a nessuno; e
sottoponendo solamente se stessa a privazioni e fatiche che nemmeno un
uomo avrebbe potuto sostenere.

Intanto un altro colpo d'apoplessia minacciò daccapo i giorni del
padre. Mancava allora il denaro tenuto in serbo dall'angiolo tutelare
della famiglia, il fratello stentava a tirarsi innanzi con la moglie
e due infelici creaturine... Oh! ma non era venuto meno l'animo della
Luisa, che secondo il solito assistè il padre, provvide la famiglia
sua, ajutò quella del fratello, e infondeva coraggio e rassegnazione in
ciascuno. È vero che fu necessario vendere la cava di pietre per trarne
denaro subito quanto occorresse al bisogno; ma anche questa volta
ebbero la consolazione di veder guarire il capo di casa.

La povera Anna era quella che incominciava a dar da pensare di
più; mentre che la Caterina, che è la maggiore, si sosteneva assai
debolmente. Qui mi converrebbe narrare come la Luisa per più anni
continuasse ad assistere sempre da sè sola e senza stancarsi mai, le
sorelle, la madre, il padre di quando in quando soggetto a ricadute
più o meno leggiere; come abbia sempre saputo con ajuti e consigli
sottrarre il fratello dalle angustie della miseria; e con quanta
industria trovasse anche il tempo di lavorare, conservando la sua
presenza di spirito e di serenità di mente e di volto: ma questo che è
tuttavia suo abito giornaliero, vorrebbe troppo lungo e troppo minuto
discorso. Laonde, senza paura d'offendere la sua modestia, parlando
cose già note al paese, dirò quello che più di straordinario m'è
occorso vederle fare e patire, e che mi sembra più meritorio di quanto
ho registrato finora.

Solamente al ricordarmi del travagliato corpo dell'Anna e delle sue
tribolazioni di tanti anni il dolore mi vince sì che ne piango. Ormai
nè arte nè scienza valevano; e dopo molti e inutili tentativi, la
poverina rimase affatto raccomandata alla pietà della sorella. Ed
essa, a non staccarsi più dal suo letticciuolo, a pensare, e provare
espedienti per sollevarle il corpo infermo e lo spirito abbattuto.
«Ecco qui,» diceva talvolta la malata rammaricandosi con un gemito
che straziava il cuore, «pur troppo avrò peccati da scontare; ma se
Iddio non ha compassione di me, alla fine perderò la pazienza......
morirò disperata.» E mescolava con isforzo doloroso i singulti
all'affanno. «No, amor mio,» le rispondeva soavemente la Luisa, «non
ti posso dire che tu abbia ragione a disperarti così, perchè tu sai
che tutti dobbiamo soffrire... — Oh! non parlar più di disperazione;
seguita ad aver pazienza... Quanto più soffrirai quaggiù, ma con santa
rassegnazione, tanto più sarai felice nel cielo.» E l'affettuosa
dolcezza delle parole e dei modi la racchetavano. Ma essa arrivò a
far di più: dopo aver provato e riprovato ingegnosi espedienti per
mitigare gli affannosi spasimi dell'asma, le riuscì d'ajutarla a
rifiatare con meno difficoltà, comprimendola con un moto blando e
uniforme sotto i polmoni; ed allora, specialmente di notte, continuava
quelle pressioni anche per più ore di seguito, fintantoché l'inferma
non giungesse ad ottenere un po' di sonno. Nonostante, il male andava
per indole sua peggiorando ogni giorno, e la ridusse al punto di non
si poter nutricare con altro che con pochi sorsi di liquido, e di non
poter chiudere occhio nemmeno con l'ajuto delle pressioni. Il digiuno,
l'inedia, lo sfinimento e poi la certezza di una morte sempre vicina
ma sempre invano desiderata, la prostravano tanto che talvolta, uscita
fuori di se medesima, sarebbe divenuta insopportabile a qualunque altra
infermiera meno amorosa della Luisa. E in lei pareva anzi che il vigore
crescesse, deliberata a non darsi per vinta, a non cedere ad altri quel
penoso e difficile ufficio.

Già da lungo tempo si studiava la Luisa di procacciare alla paziente
su quel suo letto di spine una positura più adattata alla mala
conformazione delle membra; ma non bastando più nè guanciali nè
altro, era impossibile tenerla cinque minuti a giacere nello stesso
modo, ed ogni tramutare di capezzale o di materassa era cagione di
nuovi tormenti. Una notte che l'Anna tribolava più del solito, venne
fatto alla Luisa di sdraiarsi un poco sulla sponda del suo letto,
piuttosto per meglio spiarne il respiro, che per cercarvi riposo.
Lo scheletro della sorella s'appuntellava al suo corpo: «Fatti più
in qua» sussurrò l'inferma: «appoggiandomi a te mi sento riavere:»
e la Luisa subito le si accosta; tanto che l'una piegandosi un altro
poco, e l'altra secondando tutti i suoi moti, alla fine accadde che
l'Anna si ritrovò a giacere attraverso il corpo della Luisa; e siccome
vi si sentì meglio collocata che in qualunque altro modo, così potè
prendere un po' di sonno dopo tante notti vegliate nel dolore. «Sia
ringraziato Dio!» diceva tra sè la Luisa, soffrendo, ma tutta contenta
che almeno il suo corpo fosse capace di porgere alla sorella quel
refrigerio che ormai non pareva più ottenibile per altra via. Intanto
le acute vertebre della spina contorta le maculavano il petto; ma
lei, intrepida a sopportare l'oppressura, il disagio, le trafitte.
Se l'Anna svegliandosi aveva bisogno di mutar positura, la Luisa ne
provava un'altra, e poi, qualunque si fosse lo scorcio, in quello
durava. Potendo inoltre rimaner libera con le braccia non ismetteva di
lavorare!... e così fece per quaranta notti di seguito!.. Quasi non
credetti a me stesso la prima volta che vidi... Ma pur lo vidi e lo
noto a conforto dei buoni.

La quarantesima di quelle notti angosciose per tutti, fu l'ultima
per l'Anna. «Dio te ne renda merito» disse ella quando fu in agonia.
«Addio, Luisa; tu hai patito tanto per me!... Dio te ne renda
merito...» E poi guardando il Cielo spirò. La Luisa non potè staccarsi
da quel cadavere, nè cessare di bagnarlo con le sue lacrime, se non
quando le convenne farsi consolatrice degli altri.

Due sere dopo io rasentava il muro del Camposanto. Al lume della luna
vidi una donna a sedere a piè del cancello. M'accostai, e conobbi che
era la Luisa. «Che fai tu in questo luogo, a quest'ora?» le dissi. Ed
ella, senza poter parlare, mi accennò la fossa dove la sorella era
stata sepolta. Aveva un viso pallido pallido: le presi la mano; era
gelata: la confortai a darsi pace, a pensare che la morte era stata
vita per quella sventurata; ed ella: «Sì, lo so» mi rispose, «ma dopo
essere stata insieme per tanto tempo, dopo averla vista patire in quel
modo, non mi riesce di sopportare il dolore di questa separazione.
Ho bisogno di sfogo, e son venuta qui.» — «Ma ora basta» soggiunsi
alzandola di terra; «consolati, chè la tua sorella sarà già in paradiso
a ricevere il guiderdone dei suoi patimenti; su via, ritorna a casa.»
Allora mi accorsi che ella tremava, che il polso era febbrile; e
dubitai della sua salute, e bisognò che la sostenessi per tutta la
strada. «No» mi diceva con ansietà, «per amor del Cielo stia zitto;
non è vero, io non ho male; non dica nulla in casa mia...» Il tremito
cresceva, ed i passi erano sempre più vacillanti; tuttavia continuò a
raccomandarmi il silenzio; poi le sue parole cominciarono ad essere mal
connesse; e finalmente conobbi che delirava. La forza dell'animo aveva
dovuto cedere alla fragilità del corpo; i lunghi strapazzi l'avevano
finalmente infermata. Ricondottala a fatica in seno della famiglia,
che già era sgomenta per l'insolita assenza; e cercando di mitigare il
disperato dolore dei genitori quando la videro in quello stato, mandai
tosto pel medico. Il pericolo infatti era grave; si trattava di un
malacuto. Espedienti pronti, efficaci, furono subito messi in opera.
Quei poveretti, malazzati anch'essi, in specie la Caterina, e impauriti
di rimanere senza l'aiuto della Luisa, essa sola capace di provvedere a
tutto, le stavano attorno pieni di smarrimento, come naufraghi che si
veggono involare dalle onde furiose la sola tavola su cui sperassero
scampo. Ma la Luisa, appena passato il delirio e riavuta un poco dai
primi assalti del male, sorridendo diceva: «Non ho bisogno d'altro
che di riposo: trappoco non è più nulla; mi sentirò bene, vedrete. Mi
dispiace che non stiate bene voi, e che abbiate dovuto rimescolarvi per
me. Ora il peggio è passato.» Poi si chiamava accanto la Caterina; le
rammentava tutte le cure da usare per sè e per sua madre; ed ogni suo
pensiero, benchè inchiodata nel letto, era per loro. Appena sentì di
star meglio avrebbe voluto levarsi, e mettersi a trafficare per casa.
Dovemmo insieme col medico raccomandarci molto perchè indugiasse e
riflettesse che una ricaduta poteva riuscire più che mai pericolosa per
lei e per la famiglia.

Erano cinque o sei giorni ch'io non la vedeva, quando una mattina,
chiamato per assistere un povero orfanello moribondo, ci trovo la
Luisa, venuta in ajuto della vecchia zia del fanciullo. «Luisa mia» le
dissi: «mi consolo di vederti levata; ma non vorrei che fosse troppo
rischio mettersi così subito a faticare.» — «Ma io sto bene» rispose
con tutto il suo spirito. «Oh! la non creda che fosse un male serio:
io aveva bisogno di riposo, e tutti lesti. Che vuol ella? la povera
zia qui la fa quel che può; ma è sola, e tanto vecchia....» — «Bene
via; ma ora basta. Ritorna a casa, e riguardati. Ora ci sto io.» — «Sì
signore;» e obbedì, lasciando un bacio a quella creatura per la quale
ormai ogni umana assistenza era inutile. Nell'accomiatarla la condussi
in disparte sull'uscio, e le ripetei l'offerta di qualche soccorso,
che dopo tante disgrazie io credeva più opportuno di prima; ed ella,
secondo il solito: «La ringrazio di tutto cuore» rispose; «per ora
la Provvidenza non manca; quando posso lavorare non ho paura. Queste»
accennando la vecchierella «queste hanno bisogno di lei. Pensi a loro,
e Dio le ne renda merito...»

La famiglia della Luisa non istette molto senza nuove calamità. Le
intravenne anzi la maggiore di tutte; imperocchè il padre percosso
fieramente da un altro colpo apoplettico, e già vecchio, non potè
sostenerne la violenza; nè per quanto la Luisa si adoperasse, le fu
possibile di salvarlo. In poco tempo dovè soccombere, e la desolazione
di quelle sventurate fu estrema. Questa volta poi vidi la Luisa non
malata (almeno lo seppe nascondere), ma quasi vinta dall'afflizione. È
vero che lo strapazzo era stato più breve, perchè il padre morì quasi
all'improvviso; ma gli affetti in un'anima come la sua hanno tanta
forza, che ad ogni ora io temeva di vederla soggiacere alla nuova
disgrazia.

Tuttavia in presenza della madre e della sorella, quanto lei desolate,
sapeva reprimersi e confortarle anzi con tanta efficacia, che le
poverette un poco si riebbero. «È vero, ci resti tu, ed è molto,»
diceva la madre; «ma tu, povera Luisa, tu, che potresti farti uno stato
e campar meglio, ti dovrai tu sempre arrapinare per noi?» — «No, che
non potrei star meglio, se fossi fuori di casa; non lo dite davvero!
Dio mi dà la salute per assistervi e per lavorare. Non desidero altro.
Basta che non vi sgomentiate voialtre. Rassegnamoci ai voleri del
Cielo, e andiamo avanti.»

E quello che prometteva lo ha sempre mantenuto. Sono già cinque anni
che suo padre è morto; la vedova è stata sempre malaticcia; ed ora
la vecchiaia la fa peggiorare un giorno più dell'altro: la Caterina
è affatto inferma, e sono ventotto anni che la sorella la tien viva
a forza d'assistenza. La sua complessione pare meno debole di quella
dell'Anna: ma la difficoltà del respiro va sempre crescendo, a segno
che spesso ha bisogno dell'alito della Luisa per rianimarlo, quasi
essa gl'infonda parte della sua vita!... Quel poco di bene che avevano
è consumato da lungo tempo; le fatiche della buona figliuola ed il
suo coraggio sono il solo patrimonio delle meschine. E il fratello
che stenta tanto a campare la sua famiglia? se non fosse la Luisa e'
sarebbe ridotto ad accattare: non avrebbe un tetto da ricoverarsi, ma
e' l'ha perchè, al bisogno, la sorella, sebbene di nascosto a lui, va
dal padrone di casa: «Ecco,» gli dice, «il mio fratello, poverino,
forse non potrà pagare la pigione questa volta. L'abbia pazienza,
non lo mandi via; intanto prenda questi po' di soldi in acconto....
non gli dica nulla....» E quei danari sono frutto del suo sudore,
raccapezzati a forza di lunghe veglie, di lavoro accanto al letto
della sorella o della madre, o riscossi per assistenze che va a fare
in casa d'altri, quando è sicura che la madre o la sorella non abbiano
bisogno di lei. Ma per queste assistenze, per le quali è abilissima
(e chi può esserlo più di lei?) non accetta già ricompensa da tutti.
Ai poveri, anche non chiesta, quando può si offre da se medesima e
poi non vuol nulla. «Ci vorrebbe la Luisa,» dicono essi, «ma come si
fa? no' siamo poveri, e lei non vorrà esser pagata; oh non conviene
poi abusare della sua carità...» Non sarà finito questo discorso,
che la Luisa è lì. «Come va ella?» dice tutta serena: «animo! non vi
scoraggite. Confidiamoci in Dio e poi sia fatta la sua volontà. Se
volete che io vi dia un po' d'aiuto, eccomi qui.» Figuratevi, a quella
povera gente non par vero, se non ch'altro, di vederla per casa. Ne
pigliano subito buon augurio; il malato se ne consola tanto, che gli
pare già di star meglio. Il medico stesso l'ha caro; perchè la Luisa
non è una di quelle donnicciuole che trovano da dire sulle ordinazioni
di un medico savio, che si vantano di conoscere rimedi segreti, che
prestano più fede alle imposture dei ciarlatani che ai consigli delle
persone istruite... Ella raccomanda fiducia e obbedienza al medico,
una volta che sia inevitabile di ricorrere a lui. Sa che spesso il buon
esito di una cura dipende in gran parte dall'assistenza continua, dalla
tranquillità dell'animo del malato, dalla pulitezza scrupolosa intorno
a lui, dalla scelta e dalla parsimonia dei cibi. Questo principalmente
ho voluto notare, per avvertimento di coloro tra' miei popolani, che a
chiusi occhi danno retta ai rimedi delle donnicciuole e dei ciarlatani,
che se dopo l'uso di essi rimedj vedono sparire i segni d'una malattia
rientrata in dentro, credono al miracolo, ed hanno l'ardire di supporre
la mano di Dio nelle opere dell'impostura o della superstizione.

Sento che mi rimangono pochi giorni di vita, aggiunge il buon parroco
in una postilla al suo manoscritto (e lo mostra il carattere che par
fatto con mano paralitica): ma io muoio contento, perchè lascio tra'
miei popolani questo esempio continuo di virtù, il quale vedo che non
è senza frutto. Sì, la Luisa è viva e verde: prosegue ad esercitare
la sua carità veramente fiorita, e m'imbatto in molti che stimandola
e amandola si sforzano d'imitarla; in alcuni, che sebbene traviati,
s'inteneriscono ed hanno speranza di ravvedersi all'aspetto del bene
che ella fa ai loro parenti e a loro stessi, quando sono travagliati
dalle conseguenze di qualche stravizio. Perocchè la sua è quella virtù
vera, umile e tollerante, che non isdegna nessuno, non presume di sè,
e pare, come dovrebbe essere, facile ad imitarsi. L'ho rivista oggi
accanto al letto d'una povera malata. Lavorava, e intanto assisteva
l'inferma, e insegnava far la treccia ad una sua nipotina. Le ho
domandato come se la passava. Mi ha risposto secondo il solito,
sorridendo: «la Provvidenza non manca mai.» — «Brava figliuola!» le
dicevo. «Seguita ad obbedire alla tua santa vocazione. Vedrai un giorno
che ricompensa ti sarà serbata nel cielo!» — «Ricompensa?» mi risponde
maravigliata. «Io non fo altro che il mio dovere. Sarei ricompensata
abbastanza se vedessi di riuscirvi... Po' poi se ho la sanità è dovere
ch'io l'adoperi, è naturale che aiuti i più deboli di me. E se lo fo
per gli altri, tanto più debbo farlo per chi m'ha dato la vita.» — «Hai
ragione, ma questi sentimenti tutti i figliuoli non gli hanno!...»

Qui trovo nel manoscritto molti versi cancellati scrupolosamente; e
mi pare che su questa pagina sieno cadute alcune lacrime... Oh! forse
il buon parroco le spargeva deplorando gli umani traviamenti!... Ma
riconsolato col pensiero della Luisa, e' finisce, al solito, scrivendo:
«E tutto questo a conforto dei buoni: _Laus Deo_.»

Seguitai ad esaminare le altre carte; e vidi (com'io già me l'era
aspettato) ch'ei non aveva potuto lasciar nulla agli eredi, perchè
tutto il suo lo dispensava a' poveri. Ma io presi per eredità più
preziosa d'ogni altra la conoscenza ch'egli mi ha fatto fare di questa
Luisa. Essa avrà ora intorno i quarantasei anni. Non era bella, ma ebbe
e conserva piacevole aspetto, come dice il parroco, ed ha il colorito
bruno e gli occhi vivaci; tiene i capelli tirati dietro gli orecchi,
e mostra una faccia serena con atto d'ingenua sicurezza di sè, con un
sorriso che si travede agli angoli della bocca; il naso è affilato e
un po' volto alle labbra; parla poco, ma assennata e gioviale, e con
una voce che scende al cuore; le vesti sono dimesse, ma linde; ha il
passo lesto, ma senza darsi aria d'affaccendata. Se incontra un tapino
si addolora, e lo compiange non di sterile compassione, chè le si
vede brillare negli occhi la brama di sollevarlo. Di faccia al fasto e
alle apparenze nella felicità, non si pèrita, nè mostra maraviglia od
invidia; e ritorce lo sguardo con aria di commiserazione dalla superba
vanità dell'orgoglio. Ma, in tutto, e sempre, si vede che il bene
operare in lei viene da naturalezza, spontaneo come il retto pensare;
e d'essere virtuosa, o non sa, o non crede.

Se tutto questo a taluno paresse superfluo, non voglio obbligarlo a
sapermene grado; chi poi non n'è appagato abbastanza, e voglia vedere
da sè, m'interroghi: dirò volentieri la patria e il cognome della
Luisa[11].




V.

Il buon esempio.


Nel dormentorio dei ragazzi di un ospizio dei poveri in Madrid, non era
suonata ancora la campanella che dà il cenno d'andare a letto. Quella
sera faceva un gran freddo, ed era stato concesso lo scaldarsi. Intorno
ad ogni caldano era un crocchio, dove più dove meno animato da vari
colloqui.

Tutti questi ragazzi, per la maggior parte garzoni d'artigiani e
di mestieranti, si raccontavano i fatti loro: parlavano delle loro
speranze ed erano generalmente ilari, perchè il riposo dopo una
giornata di lavoro mette allegria ed ispira buoni sentimenti. In una
sola di quelle conversazioni, separata dalle altre con un tramezzo di
tela, v'era meno contentezza, quantunque vi fosse maggiore strepito.

La componevano cinque o sei sciagurati giovinetti di nascita
benestanti, rinchiusi nell'ospizio perchè pei loro mali portamenti
s'erano resi indegni d'abitare nelle proprie case; e venivano quivi
custoditi come in luogo di correzione. Ma o che non volessero pigliare
esempio da quei miserelli operosi, docili e rassegnati alla loro
condizione, o che non fossevi nell'ospizio chi si curasse di loro, se
non una specie di bestiale aguzzino per tenerli a dovere; essi invece
di ravvedersi pel gastigo, persistevano nel mal pensare e nel peggio
operare. Non ci tratteniamo da loro; poichè vi sarebbe il rischio
di udire stolti o disonesti ragionamenti. Ritorniamo tra i buoni
ragazzetti, e facciamo conoscenza con uno di essi.

Si chiama Diego; ha quindici anni, e fa il battilano. La sua fisonomia
è bella e civile, ed ha una bontà di carattere e di costumi veramente
esemplare: tutti i suoi compagni lo amano e lo rispettano. Se tra loro
accadesse qualche sconcerto, egli trova subito il rimedio; toglie
di mezzo le dispute, corregge amorevolmente chi ha torto, modera il
risentimento di chi ha ragione. La sera poi, dopo tornato dal lavoro,
si mette lì con un libro in mano, e un po' per uno istruisce alla
meglio quelli dei suoi compagni che non sanno leggere.

Mentre egli faceva, secondo il solito, questa buona azione, ecco
a un tratto spalancarsi la porta, ed entrare un giovinetto ben
vestito. Dietro a lui è l'aguzzino, il quale esclama ad alta voce,
e con aria di villana ironia: «A lei, signor Contino, questa è la
sua camera, e ci troverà dei garbati compagni.» A tali parole, il
volto di quel giovinetto diventò a un tratto di mille colori, gli
tremarono le gambe, e calde lacrime gli scesero lungo le gote. I
ragazzi sospesero i loro colloqui, restarono per un momento in gran
silenzio, e nei loro cuori si svegliò subito molta compassione per
lui. Ma i cattivi soggetti della stanza di correzione, fattisi avanti
con molta curiosità, e conosciutolo da lontano, gli corsero subito
incontro, dicendo: «Come, come! il nostro Carlo! — Ci sei venuto anche
tu! — Ma che hai? — Non piangere. — Che fanciullaggini sono queste?
— Vieni, vieni, sarai de' nostri....» Egli dando loro un'occhiata
severa, e facendo un passo indietro, esclamò con voce risoluta: «No!
io non sarò più dei vostri!... lasciatemi;» e perchè forse non poteva
più reggersi per la fortissima commozione, si buttò sul letticciuolo
che gli era più vicino. I compagni, sconcertati da quella mossa, si
ritirarono ristringendosi nelle spalle; l'aguzzino intimò d'andare a
letto; e i ragazzi guardandosi tutti con aria di maraviglia, andarono
a spogliarsi. Il letticciuolo, sul quale Carlo s'era buttato quasi
fuori di sè, era appunto quello di Diego. L'aguzzino, dopo aver tolti
i caldani e invigilati i discoli, voleva menar Carlo tra loro. Diego,
con buon garbo, gli disse: «Lasciatevelo stare, povero ragazzo, se gli
fa piacere di rimaner lì; tanto a me non importa d'andare a letto. Per
questa notte posso dormire sedendo qui accanto.» — «Che cosa c'entri
tu, ora, a fare il saccente? Bella pietà per un monello!» — «Non
lo vedete, che è ancora mezzo svenuto? E poi laggiù con loro non ci
starebbe volentieri.» — «Ebbene, vacci tu nel suo posto.» — «O questo
poi no! la loro compagnia non piace neanche a me.» — «E che vuoi tu
fare costì?» — «Se egli avesse bisogno di qualche cosa...» — «Finisci
di sdottorare; non ci son io a badarci?» — «Ma voi non potreste
sentire.» — «Perchè?» — «Perchè ve la dormite nella grossa...» —
«Temerario! vorresti forse tacciarmi di non saper fare il mio dovere?»
— E offeso della sincerità di Diego, quell'uomo brutale, e in quella
sera, come spesso accadeva, con la testa alterata dal vino, cominciò a
nerbarlo senza discrezione.

Il povero Diego, per non far peggio, si chetò, e andò a rannicchiarsi
accosto al suo letto. Intanto un mormorio di biasimo si fece sentire
per tutto. Allora l'aguzzino, accortosi forse di aver ecceduto nella
collera, lasciando star Diego che non rifiatava, andò nel mezzo del
dormentorio e agitando in aria il nerbo, disse con dispetto: «Così si
fa ai temerari: e guai a chi parlerà!»

Dopo pochi minuti venne il superiore dell'ospizio a far la ronda
consueta. L'aguzzino gli fece il rapporto di Carlo, ma senza parlare di
Diego. Questi uscito allora dal suo ricovero seppe con sì buona maniera
far conoscere al superiore lo stato di Carlo, la repugnanza che aveva
mostrato a stare coi discoli, e il proprio desiderio di cedergli il
letto per quella notte e stare a custodirlo che il superiore, umana
persona e amorevole verso Diego, che era stato sempre irreprensibile,
gli accordò ogni cosa, e ne lodò anche il buon cuore. L'aguzzino stesso
fu compunto dalla generosità di Diego, mentre s'aspettava, tremando,
un'accusa della commessa imprudenza.

Ora vediamo un po' chi era mai questo Carlo. Nato in una delle famiglie
dei così detti Grandi del Regno, in mezzo alle ricchezze e a tutti i
comodi e i piaceri della vita, allevato fra le mollezze, adorato dai
genitori, che non avevano altri figliuoli che lui, ebbe la disgrazia di
perdere la madre quando era sempre nell'età dell'infanzia. Oh! quella
di non avere più madre è tra le più grandi sventure dei figliuoli.
Chi può mai porgere ad essi le preziose cure materne? Chi ben conosce
l'indole, i bisogni, le inclinazioni di un fanciullo, se non colei che
gli ha data la vita, che lo ha educato, assistito fin dalla culla?
Ah! ben diceva un grand'uomo: _La madre è una seconda Provvidenza._
A Carlo restava un padre amoroso, e che sarebbe stato capacissimo di
fare le veci di lei. Ma costretto a star lungo tempo lontano dalla
patria, a motivo della sua carica di ambasciatore, credè provvedere
convenientemente all'educazione e all'istruzione del figliuolo
collocandolo con ogni maniera di raccomandazioni in un collegio che
passava per buono. Ivi, sia che mancassero allora direttori capaci
e maestri abili, o che il fanciullo fosse di natura sua disposto a
imitare piuttosto i cattivi che i buoni esempi, fatto sta che presto
perdette ogni buona qualità, divenne vizioso, nemico dello studio,
insubordinato, incorreggibile, e commise alla fine tanti falli, che fu
cacciato dal collegio. Il padre afflitto per questa cattiva riuscita
del figliuolo, e d'altra parte sempre costretto a star lontano da lui,
pensò di affidarlo ad un onesto e sapiente precettore. Questi presolo
ad amare e custodire come proprio figliuolo, avrebbe saputo adoperare
ogni mezzo per ridurlo buono. Ma i mali abiti presi da Carlo in
collegio lo avevano tanto e poi tanto sciupato, che pareva non esservi
più rimedio nè speranza di farne, se non un bravo, almeno un onesto
giovinetto. Certi compagni della stessa razza, alcuni dei quali erano
stati suoi camerati in collegio, altri gli aveva imparati a conoscere
fuori, trovarono insieme con lui il modo di deludere la scrupolosa
vigilanza del precettore, e si diedero a commettere ogni sorta di
azioni contrarie al decoro delle famiglie e alla buona riputazione.

Sapute queste cose il padre di Carlo ordinò addirittura che questo
figlio ingrato fosse posto in un luogo di correzione, dove potesse
restarne umiliato l'orgoglio, e piegata la volontà, se non agli
studi, almeno all'esercizio d'un'arte o d'un mestiere. Scrisse che
non voleva oramai considerarlo più come figliuolo, fino a che non
avesse affatto mutato condotta. In conseguenza di questo severo
comando, Carlo fu fatto chiamare da un magistrato di Polizia. Questi
dopo avergli fatta conoscere la gravezza delle sue colpe, e come non
correggendosi avrebbe potuto ridursi a peggior partito, gli palesò
la volontà paterna, e lo confortò a sottoporvisi per suo bene. Il
giovinetto a questa notizia diede nelle furie; ma raffrenato presto
dall'autorità della persona che gli parlava, cominciò a riconoscere i
propri falli ed a pentirsene; ma troppo tardi. Allo sdegno successe
la vergogna, il pianto, la preghiera. «Non è in mio potere,» gli
rispondeva il magistrato, «di fare altrimenti in questo punto. Vi siete
reso immeritevole dell'indulgenza di vostro padre. Dovete sopportare un
gastigo; il mondo è rigoroso, non lo nego; la vita che dovrete menare
nell'ospizio per voi assuefatto alla insubordinazione, ai divertimenti,
all'ozio, sarà un po' dura; ma quanto più sollecitamente ripiglierete
il sentiero della virtù, tanto più presto vi sarà restituita la stima e
l'affetto del padre, la riputazione altrui e quella libertà della quale
avete abusato.» Accortosi Carlo che quella non era più una semplice
minaccia, e che per forza o per amore bisognava obbedire, prese la sua
risoluzione, e si sottopose alla meritata pena, lasciandosi condurre
nell'ospizio, e proponendosi in cuor suo di correggersi davvero.

Infatti quel ricusare di far lega nell'ospizio coi cattivi compagni non
corretti, fece vedere che il proposito era fermo, e che non era ancora
spento in lui il sentimento dell'onore. E ci voleva, io non lo nego,
un po' di coraggio a perseverarvi anche dopo aver visto il locale e
conosciuti i mali trattamenti che vi si usavano. Che se consideriamo
che prima Carlo abitava uno dei più bei palazzi di Madrid, era servito
di tutto punto, aveva carrozze e cavalli al suo comando, soleva
frequentare (quantunque non vi fosse troppo bene accolto) le case dove
gli oziosi si studiano di scacciare la noia coi balli ed i giuochi; e
ora si ritrovava in quel ricovero di poveri ragazzi, in un dormentorio
piuttosto sudicio e nauseante, sopra un meschino letticciuolo senza
materassa e con biancheria ordinaria; e sottoposto non solamente al
superiore del luogo, ma ancora a quel brutale aguzzino; e che questo
gran rovescio di medaglia era avvenuto da un momento all'altro;
bisognerà convenire, che il suo animo doveva essere oppresso da
straordinario travaglio. Almeno avess'egli potuto buttarsi a' piedi di
un padre ed implorare perdono, o meno severa punizione; ricorrere alla
pietà di una madre, cercare i conforti e gli aiuti di un amico! Ma no!
Il padre era lontano, sdegnato; la madre gli era morta fino da quando
era piccino; amici..... oh! ne aveva molti, ma di nome soltanto, ma di
quelli che sono anzi indegni del venerato e carissimo nome di amici; di
quelli che si accordano a fare il male invece di consigliare il bene, e
fanno la corte a chi gli accoglie finchè pare felice; lo scherniscono
e lo fuggono quando si propone di essere virtuoso; lo abbandonano
allorchè diventa infelice. Ma Diego che non gli era amico, anzi non lo
aveva mai conosciuto, e che a vederlo in quel luogo doveva giudicarlo
colpevole, pure pensando solamente che era infelice, ebbe compassione
di lui, e sopportò anche di essere maltrattato per assisterlo. Chi
lo avesse detto un giorno a Carlo, orgoglioso nel suo palazzo, che
si sarebbe trovato ad aver bisogno della protezione di un povero
orfanello!

Già gli altri dormivano, e Diego si provava a richiamare alla mente
la fisonomia di Carlo vista alla sfuggita, ma sembratagli molto
espressiva. Infatti Carlo aveva un bel volto, occhi neri e vivaci,
ed una capigliatura folta ed inanellata; il colorito di salute, e
svelta la persona. Quando questi, sollevandosi sulla sponda del letto
dalla parte di Diego, gli prese una mano, e gliela strinse. Diego,
alzandosi, gli domandò subito se aveva bisogno di qualche cosa; ed
egli, con voce sommessa: «Vieni sul tuo letto; io anderò sul mio se tu
m'insegni dov'è. Grazie della garbatezza che m'hai usata. Dimmi il tuo
nome perchè io possa benedirlo come il nome di un mio benefattore.»
— «Sentite, sarà meglio che seguitiate a stare costì; io v'aiuterò a
spogliarvi perchè possiate dormire con più comodo. Le lenzuola son di
bucato: un po' grosse, ma pulite.» — «No, no, questo sarebbe troppo»
rispose Carlo, e voleva scendere dal letto: ma le forze gli mancavano.
«Lo vedete, è meglio che proseguiate a starvi. Tanto io ci sono avvezzo
a dormire così.» — «Ma credi tu che io meriti questa tua compassione?
Non sai che sono un figliuolo colpevole.... scacciato dalla casa
paterna;... che fa orrore a me stesso la vita che ho menato fin qui?»
— «Ma se riconoscete di aver fatto male, vuol dire che adesso siete
pentito, e che cercate di correggervi. Sentite, io mi son messo qui
accanto a voi perchè non ho potuto fare a meno. Quando vi ho visto
venir qui con quell'aria tanto afflitta, e quando avete ricusato di
far lega con quelli là, mi son sentito intenerire; ho cominciato a
stimarvi... a volervi bene.» Carlo da queste parole inaspettate ebbe
tanto conforto, che ripreso coraggio e vigore gli buttò piangendo
le braccia al collo, e gli diede un bacio. «Dunque tu mi compatisci,
tu mi ami? Io non avrei sperato questa consolazione. È tanto, se tu
sapessi, è tanto tempo che tutti mi disprezzano! Mi ricordo che da
fanciullo quando io era buono, tutti mi accarezzavano, ed allora ero
felice. Da che incominciai ad essere cattivo non ebbi più l'amore di
nessuno... neanche quello del babbo! Ora... ora forse non sarò più in
tempo per ottenerlo... No! mi ha messo fuori di casa; io sarò infelice
e svergognato per sempre.» — «Non dite così; quando vostro padre saprà
che vi portate bene, dimenticherà il passato e tornerà ad amarvi; ne
sono sicuro. Dopo un castigo come questo, si fa celia? Io, vedete! io
sono infelice davvero e senza rimedio, perchè non ho babbo nè mamma,
e non gli ho neanche conosciuti: mi morirono quando io era piccino.
Tutti mi chiamano Diego, ma nessuno mi dice figliuolo, nè fratello.»
— «Dio mio! la tua disgrazia è grande davvero; ma tu sei innocente;
la tua coscienza non ti rimprovera come a me d'esserti reso indegno
d'averli i genitori. Mio padre mi scaccia da sè, mi toglie il nome di
figlio.» — «Ma c'è la speranza del perdono.» — «Se non fosse questa,
sicuro, non potrei vivere.» — «Dunque state tranquillo, riposatevi, e
se avrete bisogno di me, chiamatemi. Sono qui accanto.» E si rimetteva
a sedere, giacchè Carlo aveva lasciato la sua mano. «Se ho bisogno
di te?...» Soggiunse questi, «sì certo, tu sei il mio protettore; so
quanto hai già sofferto per me; veggo proprio che mi sei stato dato dal
Cielo per aiutarmi. Nella mia desolazione, in un luogo come questo, con
la vergogna che ho, mi era necessaria un'anima che avesse compassione
di me. Oh! se io fossi meno colpevole, mi arrischierei a chiamarti
amico; ma no!... no..., non sono ancora degno di avere un amico!»
— «Sentite, io posso essere buono a poco; ma farò tutto quello che
potrò per aiutarvi.» — «Aiutami, sì, aiutami a ritornare virtuoso; per
incoraggiarmi, dammi il nome di amico, amami come un tuo fratello; io
cercherò di meritarmi la tua amicizia e il tuo amore.» Diego non poteva
rispondere da quanto era intenerito; e a quelle parole si sentiva come
sollevare dalla sua misera condizione di orfano. Tante volte aveva
egli pianto in segreto pel dolore di non avere una creatura che lo
amasse quanto egli sentiva di poter amare! Gli affetti soavissimi di
figlio e di fratello che la natura pone in cuore a tutti, erano in lui
repressi, ma non distrutti; non gli aveva potuti gustare, ma era sempre
avido di gustarli; e ora questi affetti erano tutti compresi in quello
dell'amicizia che gli veniva offerta in sì commovente maniera.

Fino da quel momento adunque i due giovinetti si sentirono inclinati ad
amarsi come fratelli: e appena conosciuta dai compagni di Diego questa
amicizia, essi cominciarono a dimostrare per Carlo una parte di quella
stima che avevano per Diego. Senza di ciò, Carlo sarebbe stato da tutti
considerato come un di quei sciagurati della stanza di correzione; e
lo avrebbero sfuggito con ribrezzo. Egli poi ottenne licenza di non
dormire in quella camera; ma sì di avere il suo letto accanto a quello
di Diego.

Il giorno dopo gli convenne sottoporsi ad una umiliazione che
gli sarebbe costata molto, se non avesse già rassegnato l'animo a
dimenticarsi della vita passata. Fu chiamato in una stanza terrena e
gli fu detto di mettersi a sedere; e poi un perrucchiere gli recise
tutta la bellissima chioma che gli scendeva inanellata fino alle
spalle. Se due giorni prima il suo cameriere gliene avesse strappato
un capello nel pettinarlo, il vanaglorioso contino si sarebbe talmente
sdegnato da scacciarlo subito dalla sua presenza. Ora bisognava essere
rapato come gli altri. Dopo di che ebbe a spogliarsi dei suoi vestiti,
e mettersi la camicia di canapa, l'uniforme dell'ospizio, con le
mostre d'un altro colore e i bottoni di metallo, il berretto numerato,
e la piastra d'ottone da attaccarsi al petto. In ultimo gli fu detto
di scegliersi un mestiere. Egli domandò qual fosse quello esercitato
da Diego; e udendo che Diego faceva il tessitore di lana, scelse il
medesimo, pensando che così sarebbe stato continuamente con lui.

Fu condotto nel lanificio, e consegnato al maestro di quella officina.
Oh! quella officina era ben diversa dal suo elegante salotto di
studio. Figuratevi un lungo stanzone con 10 o 12 telaj che facevano un
continuo strepito, che unito a quello di varj incannatori e al brusìo
de' lavoranti assordava; e aggiungete il molestissimo odore della lana
unta, i motteggi di qualche ciarlone, che parevano lanciati contro di
lui, e la meschina figura di chi non è buono a far nulla. Per allora fu
fatto incannatore. A poco per volta il moto che si dovè dare, la vista
dei nuovi oggetti, il buon umore di quelli onesti manifattori, valsero
a distrarlo dalla sua malinconia. Ma il suo primo pensiero fu quello
di ricercare di Diego, il quale peraltro non v'era. Ne interrogò il suo
maestro, e questi gli fece sapere che quel buon giovine andava a tesser
fuori dell'Ospizio, perchè insieme con altri pochi aveva ottenuto
questo privilegio per la sua abilità nell'arte della lana. Se questa
notizia dovè piacergli da un lato, come conferma del buon carattere
del suo amico, lo contristò dall'altro, riflettendo che erano pochi i
momenti nei quali poteva stare insieme con lui. Invece dunque di trovar
Diego nel lanificio, ebbe la mortificazione di incontrarvi due o tre
di quelli della camera di correzione, incannatori come lui, rassegnati
a quella condizione, e in conseguenza svogliati, e spesso umiliati dai
rimproveri dei loro maestri, dagli strapazzi, dai castighi.

Carlo si sottoponeva volentieri ai più rozzi lavori del suo mestiero, e
cercava anche delle fatiche per lui troppo gravi, come se avesse voluto
con quel continuo affaccendarsi soggiogare l'orgoglio che di quando
in quando ricompariva a tentarlo. Ma per tramischiare a quelle facili
occupazioni qualche cosa di più soddisfacente per il suo spirito,
si pose poi ad ajutar Diego nell'insegnare a leggere, cominciò una
lezione di scritto a lui ed agli altri, e si proponeva poi di far loro
conoscere l'aritmetica, e qualche elemento di geometria. Quando poteva
si occupava con ardore appassionato a richiamare alla memoria certe
poche nozioni di meccanica che aveva acquistate nei tempi scorsi.

Questa nuova vita ei l'avrebbe chiamata felice, se il pensiero del
padre da lui offeso non l'avesse afflitto continuamente. La sua buona
condotta poi era premiata dall'amore di Diego e dalla benevolenza degli
altri che volentieri si familiarizzarono con lui.

Quindi mostrandosi ognora più umile e compunto, anche dal direttore
fu valutata la sua costanza nella virtù. E siccome ogni sabato sera
i lavoranti andavano nello scrittojo dell'ospizio e veniva loro
distribuita una certa sommerella di quattrini, la quale cresceva o
diminuiva secondo il maggiore o minore lavoro che avevano compito nella
settimana, così anche Carlo fu dopo qualche tempo ammesso a questa
distribuzione. I compagni se ne rallegrarono molto; e qualche volta
spontaneamente gli rendevano giustizia, e ne facevano elogio alla
presenza del superiore e di Diego. Oh quanto gli erano care quelle
lodi sincere dei poveri e virtuosi artigianelli! Che differenza tra
esse e la vile adulazione degli stolti che lo corteggiavano ai tempi
addietro! Ma sebbene Carlo avesse ripreso fiducia nella virtù, e si
sentisse ormai la coscienza tranquilla, pure quante volte pianse con
Diego il silenzio di suo padre! Egli aveva perfino incominciato a
temere che quel genitore giustamente sdegnato si fosse affatto scordato
di lui, e lo avesse abbandonato per sempre. Quand'ecco una sera, mentre
erano per andare a letto, Carlo, fuori di sè dalla gioja, corse da
Diego e gli disse: «Bisogna separarci per ora; stasera rivedrò mio
padre che è tornato, e mi ha perdonato; la mia gioja è indicibile;
una sola cosa mi dispiace: di non ti poter condurre meco; ma conoscerà
mio padre, conoscerà colui che gli ha salvato il figliuolo. Addio.» E
abbracciatisi teneramente i due amici si separarono; l'uno per correre
al seno di un padre non veduto da tre anni, l'altro per rimanere orfano
nell'ospizio dei poverelli. Diego non potè proferire alcuna parola;
ma tutto lieto della felicità dell'amico, si coricò sul meschino suo
letticciuolo accanto a quello abbandonato da lui. Per qualche ora non
potè addormentarsi. Con una soavissima compiacenza si figurava tutte
le consolazioni che in quella sera l'amico suo avrebbe gustate: il
perdono, il riacquistato affetto di un padre; la stima riottenuta da
tutti; il rivedere l'abitazione e le cose sue; il ritornare a godere
di una libertà di cui non avrebbe più abusato. In mezzo a questi dolci
pensieri gliene venne uno sinistro: Carlo, nella sua nuova vita si
ricorderà dell'orfano lasciato nell'Ospizio?... Ma presto lo scacciò
dalla mente: era tanto grande il loro affetto, s'era manifestata così
bella l'anima di Carlo, che Diego lo avrebbe troppo offeso dubitandone
per un solo istante.




VI.

La vera beneficenza.


Carlo usciva dall'ospizio dei poveri industriosi con l'animo
migliorato dall'esempio della loro virtù, e il cuore intenerito
dalla dolcezza dei loro sentimenti. La superiorità che essi avevano
naturalmente acquistata sopra di lui invece di abbassarlo nell'opinione
di se stesso, lo aveva liberato dai folli pregiudizi dei giovani
vanagloriosi, e fattogli conoscere che la vera nobiltà dell'uomo
consiste nella illibatezza dei costumi e nel sapere. In mezzo alla
gioia del dover rivedere tra poco suo padre, e del sentirsi degno
di perdono e d'amore, gli doleva non solamente di essersi dovuto
separare a un tratto da Diego, ma anche di aver lasciati gli altri
buoni compagni, e quelle mura testimoni del suo ravvedimento e gli
arnesi del suo mestiero onorato, e l'umile strapunto sul quale aveva
dormito tanti sonni tranquilli. Avrebbe voluto tornare ad abbracciar
Diego, perchè gli pareva di averlo lasciato troppo freddamente; per
due o tre volte rivolse lo sguardo alla porta dell'Ospizio, e sospirò
pensando che tante anime amorevoli e virtuose, tante menti svegliate
vi fossero quasi che imprigionate sotto un duro governo; ma poi si
rammentò che quei giovanetti erano rassegnati e contenti della loro
sorte, che sapevano condursi in modo da non aver a temere la più severa
disciplina, che non conoscevano cosa fosse la invidia; e che egli v'era
entrato con la fronte bassa e il volto coperto di rossore, ed ora ne
usciva pieno di fiducia in se stesso, e con la coscienza tranquilla.
Tanto egli era occupato da questi pensieri che solamente quando fu
presso il portone del palazzo di suo padre, e in mezzo allo splendore
del gran lampione che ne illuminava l'atrio, vide luccicare la piastra
d'ottone che aveva sul petto e s'accorse che era sempre vestito
dell'uniforme dei poveri. Il segretario di suo padre, la persona che
era andata a pigliarlo, ne lo aveva avvertito prima che lasciasse
l'Ospizio; ma egli impaziente di volare ai piedi del genitore, non
gli aveva potuto dar retta, nè trattenersi un istante per mutarsi
le vesti. Quando erano per salire le scale del palazzo preceduti dai
servi con le torce accese, cosa che fe' venire sulle labbra di Carlo
un sorriso di compatimento a quel fasto ridicolo, il segretario gli
ripetè: «Vostra Eccellenza vuol presentarsi in quest'abito?...» Carlo
dolcemente lo interruppe, dicendo: «Quando mio padre saprà quanta
virtù ho conosciuta sotto queste vesti, non si offenderà di vedermele
indosso.» — «Ne sono persuaso, Eccellenza; ma se le poteva mutare. Io
avevo fatto già ritrovare le sue all'Ospizio.... Non vorrei che Don
Alonzo mi rimproverasse.» — «Ma egli ha mandato a ripigliar me, e non
le mie vesti;» e così dicendo, faceva in due salti gli ultimi quattro
gradini della scala di marmo.

Appena entrato nella sala, vide spalancarsi la porta di una stanza, ed
apparire sulla soglia suo padre; suo padre che lo aspettava a braccia
aperte e con la gioia dipinta sul volto. Carlo non badò che fossero
presenti il segretario ed i servi; ma subito corse a buttarsegli ai
piedi, esclamando:«Perdono!» — «Sì, figlio mio, ti ho già perdonato.
La tua buona condotta nell'Ospizio ti rende meritevole di tutto l'amor
mio. Alzati: dammi un bacio....»

Le lacrime del vecchio e del giovinetto si unirono insieme: e dopo un
lungo sfogo di tenerezza, Don Alonzo esclamò sospirando: «Perchè non è
ella viva tua madre? Povera Cristina! Sarebbe questa la più bella ora
della sua vita!» Carlo a tali parole si sentì commovere più che mai;
e più vivamente gustò la consolazione di avere riacquistato l'affetto
di un padre. Quando furono rimasti soli, Don Alonzo appoggiato alle
spalle di Carlo andò a porsi a sedere, e si tenne il figliuolo fra le
braccia con lo stesso giubbilo col quale era solito accarezzarlo da
piccino. Lo guardava fissamente, e vie più se ne compiaceva scorgendo
nell'espressione dei suoi lineamenti la contentezza di una coscienza
pura, la verecondia dell'età, e le sembianze venerate e care della
estinta sua sposa. «Dopo tre anni di separazione, diceva egli, dopo
aver tanto sofferto per te....» (a queste parole Carlo si sentì
stringere il cuore, e chinò il volto pieno di rossore) «dopo aver
corso tanti rischi ne' miei gravi uffici, il ritrovarti meritevole
di tutto l'amore di un padre, è una consolazione sovrumana, figliuolo
mio! Godiamola tutta, non ci addoloriamo più del passato; cancelliamo
ogni memoria funesta. Sì, tu sei il mio Carlo. Oh! non saremo mai
più separati.» E così dicendo, fissava i suoi sguardi in un quadro di
Murillo[12] che rappresentava il _Figliuol prodigo_ della Scrittura.
— «Ma tu non sai, caro padre, disse Carlo, chi ti ha salvato il
figliuolo.» — «So tutto: e vedrai se io saprò esser grato al nostro
Diego.» — «Oh sì! toglilo, per pietà, toglilo dalla sua misera
condizione. Egli era nato per avere un padre come te.» — «E lo avrà.»
Carlo gli si buttò al collo, ricoprendolo di carezze.

«Impara, soggiunse Don Alonzo, impara, figlio mio, a rispettar
l'indigente che per nostra vergogna è tanto vilipeso tra noi. Vi sono
degli uomini inetti che non si degnan considerarlo come loro simile,
mentre essi non hanno meritato giammai un grado nella società. Non
valutano altro che le ricchezze e i titoli, perchè il debole intelletto
e lo stolto orgoglio non si solleva a idee generose. Tu hai avuto in
tempo una bella lezione, e spero che tu ne saprai approfittare per
sempre. Tu vedi intorno a te le ricchezze; ma ricordati continuamente
che a te non appartiene altro che la virtù e il talento di saperle
adoperare a vantaggio de' tuoi fratelli, e che la più bella compiacenza
dell'uomo facoltoso è quella di sentirsi degno della stima e dell'amore
di tutti.» Così quella sera fino a notte avanzata, la passarono in
dolce colloquio, fecero dei progetti per Diego, e non si saziarono di
stare insieme.

La sera dopo i parenti e gli amici di Don Alonzo andarono in buon
numero, e con tutto il fasto dei grandi di Spagna, a visitare
l'ambasciatore. Le stanze erano sontuosamente addobbate e illuminate.
Tutti si rallegravano coll'ambasciatore di rivederlo in patria, sano
e in prospera fortuna, per aver con molta riputazione, e con buon
esito compiute le gravi incombenze affidategli dallo Stato. Ma egli
ringraziandoli delle loro congratulazioni, andava ripetendo agli amici
più confidenti e più stimabili: «Or ora avete a rallegrarvi meco per
una fortuna di gran lunga superiore a queste.» Niuno di essi sapeva di
qual fortuna egli intendesse parlare, e stavano in molta aspettazione.
Quando egli, dopo essersi per alcun tempo separato dalla comitiva,
ritornò in mezzo ad essa, conducendo per mano Carlo e Diego col loro
abito dell'Ospizio, dicendo ad alta voce: «Ecco, io aveva perduto un
figliuolo, e ne ritrovo due: questi è il mio Carlo, e questi è Diego
suo amico;» e così dicendo li baciava e gli abbracciava ambedue. A tale
scena inaspettata molti cuori si intenerirono, e si alzò un applauso
generale di approvazione e di affetto per quel padre virtuoso e per
quei buoni giovinetti.

Vi fu non pertanto taluno al quale parve che quell'azione del vecchio
ambasciatore e quell'abito del suo figliuolo dovessero oscurare il
decoro della famiglia; ma costoro veramente erano di quei cotali
cortigiani abietti che giudicano della dignità e del valore di un
uomo dal numero dei servi e delle carrozze che ha, dai titoli della
famiglia, e massimamente dalla copia e dalla squisitezza delle vivande.
Tutti gli uomini di senno goderono di cuore con Don Alonzo della
sua felicità, e cercarono di far conoscenza con Diego. Don Alonzo,
presentandolo ad essi, narrava come la sua virtù gli avesse indirizzato
sulla via dell'onore il figliuolo, e Carlo stesso ne faceva risaltare
i meriti. Ma Diego col suo fare un po' rozzo, ma bello perchè sincero
ed energico, rispondeva che tutto era dipeso dalle buone disposizioni
e dal pentimento di Carlo; che egli non aveva fatto altro che volergli
un gran bene, giacchè il cuore di un orfano quando trova corrispondenza
ama davvero, ama costantemente.

Finita la conversazione, Diego voleva tornare all'Ospizio; ma era
tardi, e non gli sarebbe stato possibile entrarvi. Sicchè dovè restare
nella casa del suo amico.

«Forse ti dispiacerebbe, gli diceva Don Alonzo, di abitare con noi,
e non più nell'Ospizio? di abbandonare il tuo mestiero, onorato sì,
ma faticoso e misero, per istruirti nelle scienze e nelle arti, e per
coltivare con ogni mezzo il tuo ingegno? Ecco, tu sei infelice perchè
non hai una famiglia; e qui trovi un padre e un fratello. La tua
virtù, il servigio grandissimo che tu mi hai reso, aiutando Carlo a
perseverare nel suo proposito di correggersi, meritano una ricompensa
molto maggiore di quella che io ti offro. Sì, Diego, sì, figliuol mio:
Carlo ed io vogliamo oramai tenerti per nostro; tu porterai il nome
della mia famiglia, goderai insieme con Carlo delle mie ricchezze; io
avrò due sostegni, due difensori nella vecchiaia, e in questo modo mi
renderai un beneficio più grande di quello che io ti fo. Sarai sempre
compagno fedele del mio Carlo; ed io morrò con la consolazione di non
averlo lasciato solo.

«Il Direttore dell'Ospizio ti ha già accordato la libertà. Non manca
altro che il tuo consentimento. Rispondi, e seconda i miei desiderj
per accrescere la nostra fortuna.» Così dicendo egli teneva le sue
braccia sulle spalle di ambedue i giovinetti, e Carlo posando una
mano su quella del padre, stringeva con l'altra la destra di Diego,
e lo guardava fisso fisso, come per interpetrare i suoi pensieri
dall'espressione del volto. Ma Diego immerso a tal discorso in profonda
riflessione, teneva la testa chinata sui petto, non corrispondeva alle
strette di mano di Carlo, e vi furono alcuni minuti di silenzio prima
che proferisse queste parole: — «Che ho io fatto per poter accettare
le vostre offerte? Null'altro che il mio dovere. Tutti dobbiamo essere
buoni, ed aiutare il nostro simile, e chi lo fa, non ha bisogno di
premio; e poi il premio, v'è chi ce lo dà segretamente qua dentro. Ma
di qual servigio parliate, io non lo so. Carlo mi chiese amicizia; io
mi sentii disposto ad amarlo.... Tu, Carlo, rispondi a questo affetto,
e mi consoli tanto col chiamarmi fratello; voi mi volete esser padre;
che posso io desiderare di più? O perchè dovrei io abbandonare il mio
mestiero, lasciare il nome dei miei poveri genitori, che io non ho
conosciuti, ma sono sempre loro figliuolo; che io non vedo, ma so dove
sono sepolti e vo a piangere sulla terra che ne ricuopre le ossa? Non
potrete voi forse continuare ad amarmi nella mia condizione? Oh! io
sento per voi un affetto che non so dire, tanto egli è tenero e grande;
ma sono anche affezionato agli arnesi del mio mestiero, ai compagni
che ho lasciato nell'Ospizio, alle speranze che ho per la mia sorte
avvenire. Continua ad amarmi, sì Carlo; non potrei vivere senza questa
certezza; e voi, Don Alonzo, continuate a chiamarmi figliuolo, perchè
alleggerite così l'afflizione di un orfano; ma lasciatemi nella mia
condizione oscura e tranquilla. Queste grandezze, lo sento, non sono
fatte per me. Finchè avrò salute e voglia di lavorare, avrò tanto che
basti per soddisfare a' miei bisogni. Tra un anno il mio principale mi
passa _lavorante_; esco dall'Ospizio se voglio, sono liberissimo di me
stesso. Non potrei rinunziare a questa speranza, tradire così i miei
compagni e gli obblighi che ho contratto nel mio mestiero. Oh! se non
mi fossi già incamminato in una professione, potrei chiedervi consiglio
ed aiuto; ma or ora sono lavorante, ed ho in mano un'arte che può fare
dei passi, e darmi un pane discreto e una buona riputazione.»

Carlo rimase maravigliato a questo discorso. Don Alonzo ne riconobbe
la saviezza, ed esaminando con più attenzione i tratti di Diego,
si accôrse che egli doveva avere una di quelle anime elevate che si
congiungono al vero merito, si accorse che il volerlo porre nel grado
suo non era un farlo salire ma piuttosto un farlo scendere, giacchè
errano molto coloro i quali si argomentano di sollevare a maggiore
stato gli uomini ponendoli in mezzo alle pompe o fregiandoli di titoli.
Il proprio merito è la vera, la sola dignità che possa mettere l'uomo
al di sopra degli altri. Sicchè Don Alonzo rispose tosto:

«Così parla un bravo Spagnolo: Diego, tu sei il mio amico. Fa' dal
canto tuo quello che giudichi meglio. Io so cosa apparterrà di fare a
me.»

Carlo che aveva poca esperienza degli uomini, ed era tanto persuaso
che Diego avrebbe accolto l'occasione di mutare stato, non potè subito
indovinare quel che passava per la mente di suo padre, e ne rimase
mortificato. Non volle insistere, perchè sapeva quanto Don Alonzo fosse
fermo nei suoi proponimenti, e perchè vide ritornare sul volto di Diego
la serenità d'un animo contento.

Pur diceva tra sè: «Io non capisco come un meschino artigiano possa
ricusare la fortuna di diventare a un tratto ricco signore.» E infatti
a molti altri giovanetti abituati a vivere signorilmente, e che non
hanno avuto mai occasione di conoscere la condizione di un artigiano
onesto e capace, potrebbe questa parere una cosa strana.

Ma siccome Carlo aveva già goduto delle dolci soddisfazioni della
vita operosa, così non indugiò molto ad accorgersi che Diego poteva
ragionevolmente preferirla a qualunque altra. Infatti non avendo più
da darsi tanto moto nella giornata, cominciò a dormire sonni meno
profondi, e le morbide materasse del suo letto parato gli facevano
spesso desiderare lo strapunto dell'Ospizio.

Benchè avesse già preso ad occuparsi di qualche studio con ordine
e buona volontà, pure talvolta una certa malinconia lo tormentava.
E riuscivagli gravoso il dovere stare in sussiego alla presenza dei
grandi che incontrava, l'udire le adulazioni dei servi o dei protetti
di suo padre, l'essere trattato per tutto con complimenti affettati, il
doversi sottoporre spesso a noiose cerimonie.

Sapeva bene egli accordare il dovuto rispetto a ciascuno, e si studiava
di seguire le buone regole della civiltà; ma queste non bastavano
con i grandi, avvezzi a cerimonie ampollose e stucchevoli; ed egli,
semplice e schietto, si nauseava di tutti quei modi artificiosi. —
Diego intanto, ritornato nell'ospizio, fra' suoi compagni, al suo
telaio, continuava a vivere tranquillamente, e non si era pentito del
suo rifiuto.

Carlo andava spesso a visitarlo tanto nell'Ospizio che a bottega;
e quivi ritrovava tutta la ingenua letizia, si godeva la dolce
domestichezza degli onesti artigiani, la loro sincera affezione, la
semplicità e la franchezza delle loro maniere.

Diego poi qualche volta visitava Don Alonzo, e in specie le domeniche
si tratteneva con Carlo a continuare il suo studio dei principj di
geometria. Questi in poco tempo, aiutato da un maestro, riacquistò
le cognizioni dimenticate in quella scienza, e così poteva ripeterle
a Diego che vi aveva presa una passione grandissima. Una volta Don
Alonzo assisteva a una di queste lezioni. Arrivati a mezzo, nasce una
difficoltà; e Carlo non sa più andare avanti.

Diego, quasichè non accortosi del suo imbarazzo, pare immerso in
profonda meditazione.

Don Alonzo, come uomo molto istruito, avrebbe saputo levare la
difficoltà, quantunque non fosse delle più leggiere; ma accortosi che
l'ingegno di Diego tentava di superarla con le proprie forze, fe'
cenno a Carlo di tacere, e aspettò. Infatti Diego non tardò a far
conoscere sorridendo che aveva trovato la soluzione del problema,
e si pose ad aiutare Carlo ad intenderlo. Lo scolaro era divenuto
maestro. Così fu d'allora in poi; e allorchè Don Alonzo, che teneva
dietro con gran premura ai progressi di Diego, propose lo studio della
meccanica, allora sì che l'ingegno dell'orfano si manifestò veramente
straordinario.

Appena conosciuto l'effetto e le proprietà delle macchine elementari,
Diego seppe intendere l'artifizio delle più complicate, immaginarne
delle nuove e applicarle ai lavori del suo mestiere.

Bisognava proprio dire che la natura lo avesse fatto nascere per i
progressi di quella manifattura. Intanto Don Alonzo, unitamente al
principale di Diego, provvedeva in segreto ai modi adattati a coltivare
un ingegno che poteva riuscire utilissimo al suo paese.

Era già trascorso un anno, e Diego doveva passar lavorante. Nel
medesimo giorno nel quale un anno fa il garzoncello preferiva
alle ricchezze e ai piaceri di una vita signorile la speranza di
esser fatto lavorante, Don Alonzo e Carlo andarono a trovarlo nel
lanificio, e insieme col suo principale lo condussero fuori. Arrivati
in una delle primarie strade di Madrid, si fermarono di faccia ad un
edifizio costruito di nuovo, e che aveva l'aspetto di una fabbrica
per la manifattura della lana. Don Alonzo cavò fuori le chiavi dello
stabile, e vi introdusse la comitiva. Era esso spazioso, elegante
senza fasto, corredato di tutti gli arnesi della manifattura i più
perfezionati, come telai, incannatoi, cardi ec., e provveduto di tutti
i comodi immaginabili. V'era un vasto magazzino ripieno delle lane
più pregiate che dar potessero i merini di Spagna; una buona quantità
di acque sorgenti, un vasto cortile, un comodo scrittoio. Dopo aver
tutto visitato minutamente, e riconosciuti i pregi di quella officina,
formata come per incanto, Don Alonzo disse: «Questo è un bel corpo,
come vedete: ma gli manca l'anima.»

Tutti guardarono Diego; e Carlo che aveva già indovinato il pensiero
del padre, correndo all'amico e abbracciandolo, esclamò: «Eccola qui,
eccola qui l'anima che ci vuole.» — «Così è, Diego mio, soggiunse Don
Alonzo; oggi il tuo principale ti fa lavorante, e sei libero di te.
Ecco la tua officina, egli ti sarà compagno ed aiuto; scegli fra i tuoi
amici dell'Ospizio i lavoranti e i garzoni dei quali avrai bisogno per
la tua manifattura. Carlo sarà il tuo ministro, il tuo segretario: io
ho già messo a tua disposizione una somma che ti servirà di capitale; e
tutti i miei greggi di merini son tuoi. Ecco qui un contratto col quale
sei dichiarato perpetuamente possessore dell'edifizio, delle macchine,
dei merini e del capitale.

«Prendine il possesso, lavora e prospera. Spero che oggi non mi
risponderai come un anno fa.» — «No, uomo generoso, riprese egli
baciandogli la mano con un trasporto di riconoscenza, io non ricuso
i vostri benefizi; avete secondato la mia inclinazione; saprò
approfittarmi degli aiuti che mi porgete, ma permettete che io gli
accetti come imprestito, e non come dono. Questo edifizio, questi
oggetti, il capitale, ogni cosa sia vostra per ora; io voglio
acquistare tutto ciò coi miei guadagni. E se un giorno potrò dire,
come spero, che tutto è frutto dei miei sudori, allora il vostro sarà
vero benefizio, allora io mi compiacerò d'averlo meritato. Se non mi
accordaste questa grazia, io sarei costretto a ricusare di nuovo le
vostre offerte generose.» — «Ebbene, rispose Don Alonzo, sia fatto come
tu vuoi. Io ti ammiro sempre più, e non mi vergogno a confessare che
sei più savio di me. Rispetto l'indipendenza dell'ingegno, e convengo
che è meglio che tu ti adoperi con le tue proprie forze a venire
in miglior condizione. Hai ragione, i ricchi non debbono donare, ma
somministrare al povero i modi perchè lavori, e così acquisti prospero
stato con la propria industria. È vero tuttavia che io non aveva
intenzione di soverchiarti, ma solamente mi muoveva ad operare così
il molto desiderio che ho di farti conoscere la mia gratitudine, e di
rendere giustizia alla tua virtù.» — «E a me parrebbe di essere troppo
ingrato se non riconoscessi queste buone intenzioni. Perdonatemi: io mi
son sentito costretto a parlare in quel modo da un interno sentimento
che non saprei come spiegare.» Tanto Don Alonzo che il principale
convennero di nuovo che Diego aveva ragione, e che andava lasciato
libero di fare in quella maniera.

Carlo non intese alla prima la ragionevolezza di quelle riflessioni;
trasportato con ardore dal suo affetto per Diego, avrebbe voluto dargli
tutto se stesso, avrebbe barattato condizione; ma poi si avvide che
appunto questo suo desiderio di trovarsi nella condizione di Diego
piuttosto che nella sua, veniva anche dal vederlo incamminato ad una
professione conforme alle sue inclinazioni e alla sua capacità, e dal
conoscerlo tanto pieno di saviezza per sapersi regolare nelle diverse
occorrenze. Voleva esser Diego, perchè Diego ne' suoi diciotto anni era
già uomo fatto per abilità e per senno.

Qui fermiamoci, e godiamo nell'immaginare come Carlo sapesse usar
bene della sua fortuna, e come Diego divenisse abilissimo e facoltoso
principale di fabbrica, e potesse adoperare l'ingegno per il bene della
patria.




VII.

Il Dottor Paolo.


Era d'inverno, un sabato sera alle 9; la nebbia sollevatasi dalla neve,
perchè il tempo era dolce, ricopriva la campagna. Una buona e povera
vedova, dopo essere stata in città a riportare il lavoro fatto e a
cercarne dell'altro per la settimana, tornava al suo villaggio distante
circa due miglia.

Il lampione del tabernacolo mandava in mezzo ai fitti vapori una luce
fosca e sanguigna che non illuminava la via, e faceva all'occhio
parer più cupe le tenebre. Ad ogni passo i piedi della Maddalena
entravano in una pozza d'acqua mescolata alla neve, che più qua e più
là ne impediva lo scolo. Povera donna! per aspettare in città la sua
mercede e il lavoro nuovo le era convenuto far tardi, pigliarsi tutto
quell'umido, e quel che è peggio pagare il pedaggio della porta e del
ponte. Ma era tanto paziente che per la strada non le uscì di bocca
nè anche un lamento; e arrivata al tabernacolo del suo villaggio, vi
si inginocchiò, secondo il solito, a ringraziare il Signore d'averle
accordato il campamento per un'altra settimana. Nell'inginocchiarsi
andò per posare il fagotto del lavoro sul muricciolo; ma sentì che
v'era roba, e udì un gemito sommesso. Da prima ebbe ribrezzo e paura;
ma poi fattasi animo, perchè si accorse che quello era il gemito d'una
creatura, tastò lemme lemme, e sotto le mani si trovò il viso e il
corpicciuolo d'un fanciullino involto alla peggio in pochi stracci.
Non pensando ad altro, se lo raccolse pietosamente in grembo, entrò in
casa senza aver trovato un'anima per istrada, lo adagiò al buio sul
letto e accese subito il lume per guardarlo. Ohimè! che lacrimevole
spettacolo era quello! Figuratevi un bambino di tre anni, smunto,
rattrappito dalla rachitide, aggranchiato dal freddo, con la testa e
il corpo tutto ricoperto di croste e di bolle dalle quali gemeva una
marcia fetente, gli occhi serrati da una cispa grossa e risecchita
come la colla, le sopracciglia aggrinzite pel continuo dolore, e appena
visibili, la bocca bollosa e ancora in atto di piangere. A quella vista
la Maddalena giunse le mani guardando il cielo, ed esclamando: Maria
Vergine! Poi le caddero le braccia come in segno di scoraggimento, e
restò immobile a considerare quella creatura sì meschina. Ma quanto più
le apparve tribolata e schifosa, tanto più le crebbe la compassione
e l'affetto, e si fece cuore; poi s'inchinò sopra lui per sentire il
debole respiro che mandava; gli tastò il polso, e assicuratasi che
era vivo, accese il fuoco per riscaldare dell'acqua, perchè pensò che
avrebbe fatto bene a lavarlo, e che l'acqua calda lo avrebbe meglio
liberato dal freddo. Quindi gli preparò una pappina, mise il fuoco nel
letto, e cercò fra le sue robicciole di che ricoprirlo un po' meglio.
Dopo che lo ebbe nutricato con qualche boccone di pappa, di che egli
aveva gran bisogno, lo mise a letto, e gli si pose accanto a far delle
fila per medicarlo. Si provò allora a domandargli qualche cosa; ma il
fanciullo non rispondeva. Solamente al nome di mamma o di babbo dava
segno di piangere; ma quel pianto che non poteva essere sfogato, che
non trovava libera uscita dagli occhi, lo faceva diventare paonazzo
in que' pochi posti del viso dove la carne rimaneva scoperta dalle
croste. La Maddalena allora stette zitta: le scoppiava il cuore; ma
non lasciava di affaccendarsegli intorno per custodirlo. Finalmente le
parve che si addormentasse, e se ne consolò. Ma a lei non venne neppur
l'idea di dormire. Tutta quella notte la passò vegliando accanto al
malato e continuando a preparargli ogni sorta di aiuti. Appena fatto
giorno, mentre il bambino ancora dormiva, la Maddalena andò a chiamare
il medico, ed avvertire il parroco di aver trovato quel fanciullo. Le
malattie cutanee[13] prodotte in esso dallo stento e dal sudiciume,
erano parecchie, e avevano preso tanto piede che il medico si sgomentò.
Eppure egli era un brav'uomo; ma in quel paese mancavano i mezzi di
studiare quelle malattie, ed egli non sapeva dove si metter le mani.
Tuttavia ordinò una ricetta, e lasciò la Maddalena in gran dubbio
sulla vita del disgraziato bambino. Il solo spediente che potesse
dare qualche speranza era quello di assisterlo continuamente, di
tenerlo con pulitezza scrupolosa, e di nettarlo ogni momento dalle
marcie. Insomma ci voleva una persona che non avesse altro che fare.
In quanto al parroco egli non potè, nè per congetture nè per ricerche
fatte, ritrovare i genitori o i parenti di quella misera creatura.
Che poteva ella fare la Maddalena povera, sola, e nella necessità
di lavorare indefessamente per guadagnarsi il pane? Ma non le dava
il cuore di abbandonare quel povero piccino in uno spedale, come le
era stato consigliato di fare, perchè sapeva pur troppo che sarebbe
stato lo stesso che mandarlo alla sepoltura. Anch'essa era stata madre
un giorno, e aveva conosciuto per prova quanto a un bambino siano
necessarie le cure di una madre, o di qualcheduno che lo ami con un
cuore di madre. Oh! la se lo rammentava sempre il suo Paolo.

   [Illustrazione: Pag. 64.]

Ell'era nel fiore della gioventù, godeva di tutte le gioje di un
matrimonio felice: ogni sua dolcezza, ogni suo pensiero erano il marito
ed il figlio. Oh Dio! il vajolo le rapì questo, ed una terribile
epidemia la privò crudelmente di quello. Per l'assistenza fatta al
marito e poi ad altri meschini colpiti dalla stessa epidemia, per lo
sfinimento che sentiva dal non cibarsi bene e dal non aver dormito
per tanto tempo, per la perdita di tutte le forze, non ostante la sua
fresca età di venticinque anni, la credeva di dovere andar presto a
ricongiungersi alle due anime che l'avevano lasciata quaggiù; ma il
Cielo avea disposto altrimenti; e la Maddalena, quasi per prodigio,
scampò dall'epidemia, e vinse i patimenti del dolore e dello strapazzo.
Rassegnata alla sua sorte, si pose a lavorare, a condurre una vita
ritirata e tranquilla, senza speranza e senza timori, serbando la
memoria dei suoi cari e il dolore di averli così presto perduti.

Ora eccola tornata ad esser madre per adozione, perchè gl'infelici
hanno bisogno di amare sommamente chi quanto loro o più di loro è
infelice. «Sì, esclamò dopo aver contemplato per un pezzo l'orfanello,
il Signore mi levò il mio, ed ora mi affida quello di un'altra madre
che sarà morta, poverina! o che per la troppa miseria non lo potrà
rilevare. Andiamo, piccino mio, tu piglierai il posto ed il nome del
mio Paolo; ti amerò quanto quello al quale io posi questo nome in
terra, e che ora si chiamerà Angiolo in Cielo. Quelle forze che Iddio
mi avea dato per allevar lui, le impiegherò tutte per te.»

In quel mentre egli s'era svegliato: ma gli occhi non gli s'aprivano
per poter vedere la dolce fisonomia della sua benefattrice; nè la
bocca poteva sorridere a quell'amore che gli prometteva salvezza.
Intanto passavano le settimane ed i mesi, nè per quante prove facesse
il medico, nè per quante industrie praticasse la Maddalena, volevano
mitigarsi i dolori di quel corpo travagliato. Ogni mezz'ora, posato il
lavoro, la pietosa donna aveva una cura, un pensiero, una parola di
conforto, un bacio amoroso per Paolo. La notte non chiudeva occhio;
e se alla fine qualche leggero miglioramento comparve, più che dalla
forza delle medicine, venne dalla continua assistenza, da cento minute
cure che solamente amore consiglia e solamente una madre sa porre in
opera.

Erano già scorsi tre anni di questa vita tormentosa per ambedue, quando
Paolo cominciò a poco a poco a risorgere. Aveva già messo fuori la sua
vocina, aveva imparato a chiamar mamma la Maddalena, a rispondere alle
sue domande, a farne a lei; s'era trovato finalmente a passare qualche
ora senza dolori, a poter rasserenare la faccia di già libera di bolle
e visibile nei suoi lineamenti che erano la stessa bellezza. La testa
si ricopriva del suo ornamento di capelli neri e lunghi, e il corpo
tutto cresceva e diveniva più svelto, nè aspettava altro che le forze
per isciogliersi ai moti vivacissimi dell'infanzia. Gli occhi solamente
rimanevano ancora serrati, lasciavano sempre nell'anima ansiosa della
Maddalena un crudele sospetto. Ella teneva da gran tempo socchiusa la
finestra, pensando che se una volta il fìtto velo che faceva ostacolo
alle pupille di Paolo si fosse squarciato, la troppa luce vista a un
tratto gli avrebbe potuto far male. Ma se quella precauzione fosse
stata inutile, se una volta guarito dalle bolle ciliari avesse scoperta
la pupilla, ma una pupilla senza vigore? Questo era l'acerbo sospetto
che tormentava la Maddalena. Tuttavia con pazienza ella aspettava il
momento decisivo; e s'immaginava la gioja che avrebbe goduto insieme
con lui se egli non era cieco.

Una mattina d'estate il vento battè nella finestra, mentre la Maddalena
era fuori, e fece entrare dallo spiraglio nella stanza un vivo
raggio di sole che andò a riflettersi per l'appunto sulla faccia del
fanciullino. Se egli non era cieco, doveva a traverso le palpebre meno
incrostate di prima, vedere una specie di globo rosso, e provare una
sensazione insolita e quasi dolorosa. Intanto, il calore del raggio
gli fece impressione in quella parte così delicata del nostro corpo, e
nella porzione di faccia che ne era rimasta investita. Levò di sotto
le lenzuola le sue braccine, e cominciò ad agitarle in aria come per
ghermire od allontanare quel raggio che egli non poteva sapere cosa
fosse. In questo mentre la Maddalena tornò, e lo vide in quell'atto.
Corse a lui e gli domandò che cosa sentiva: «Caldo qui,» rispose il
fanciullo. — «Solamente caldo? non vedi nulla?» — «Vedere, mamma? cosa
vuol dire vedere?» — «Non hai nulla ora davanti agli occhi?» e gli
parava il raggio. — «Ora no.» — «E ora?» levando la mano. — «Ora c'è
qualche cosa che mi fa male.» La Maddalena con un grido di giubbilo
corse alla finestra per chiuderla, e d'allora in poi cominciò a
medicargli gli occhi nel modo che il medico le aveva ordinato di fare,
qualora si fosse accorta che il fanciullo vedesse.

In poche parole, il nostro Paolo riacquistò perfettamente la vista,
della quale aveva forse goduto solamente nei pochi primi mesi della
sua vita, innanzi che fosse da tanti mali assalito. E belli erano
i suoi occhi e maraviglioso diletto fu il suo primo schiuderli alle
magnificenze della natura. Chi può ridire la commozione soavissima
di un fanciullo dotato di molto ingegno e di cuore amoroso, che dopo
aver passati i primi anni della sua vita tra gli spasimi di un lungo
dolore, dopo aver languito in mezzo alle tenebre, per la prima volta
a mano a mano contempla le maraviglie che lo circondano, e vagheggia
l'immagine di colei che lo salvò con tanto amore dalla morte e dai
patimenti? Quante dimande aveva egli da fare ogni istante alla sua
cara benefattrice! e come ella si studiava di istruirlo, e di fargli
vedere tutto ciò che potea dargli nel genio! Presto egli fu in grado di
andar con lei in città; e lì sì che si raddoppiavano le interrogazioni
e i piaceri. Quando fu divenuto un po' robusto, e che si poteva dire
finita la convalescenza, volle aiutare la Maddalena nei suoi lavori,
imitare quello che vedeva fare dagli altri; s'invaghì dell'occupazione,
e gli riusciva ogni cosa. Essa poi gl'insegnava quel poco che sapeva
di leggere e di scrivere, fintantochè non avesse acquistata tanta
robustezza da potere imparare un mestiere. Così ella sapeva metterlo a
parte dei piaceri e dei beni della vita innocente, educarlo nella virtù
e nell'industria. Nè quella della Maddalena era scienza acquistata, ma
naturale accorgimento di un'anima buona, ispirazione continua di una
carità veramente materna.

Così passavano ambedue lietamente i loro giorni, quando alla Maddalena
si manifestò una malattia nell'interno del corpo. Fece di tutto la
coraggiosa donna per vedere di superarla senza mettersi in letto:
ma finalmente le forze le mancarono, e una mattina si sentì così
rifinita, che non aveva neppur fiato di vestirsi. Paolo si accorse
che ella piangeva segretamente. Levatosi, le domandò perchè fosse
tanto afflitta; ed ella: «Non è nulla, Paolo mio, non è nulla. Mi
sento qualche doloruccio; e voglio sapere perchè. Va' a chiamare la
Teresa,» che era una sua buona vicina. Paolo sospirando volò in cerca
di quella donna. La Teresa accorse; ma v'era bisogno del medico.
Venuto questi, trovò una malattia trascurata da lungo tempo, e dubitò
che fosse divenuta irrimediabile. La malata si raccomandò che non
lo dicessero a Paolo per non affliggerlo troppo; e si rassegnò anche
questa volta ai voleri del Cielo. Allora il fanciullo già più franco
e più vispo e addestrato dall'esempio della Maddalena a custodire i
malati, si pose a renderle come poteva, le cure che ella aveva avuto
per lui. Ma le sue, per quanto, povero piccino, ei fosse intelligente
e infaticabile, non bastavano; e presto diventò necessario l'aiuto
della Teresa. Ma con tutto l'aiuto di lei e l'assistenza del medico,
la malattia ogni giorno diventava più pericolosa, e il modo di far la
cura necessaria mancava. Nel tempo stesso fu giudicato non esservi da
sperare salvezza, altro che in una rischiosa e difficile operazione;
che bisognava perciò mandar l'inferma allo spedale, e in ogni caso
allontanare da lei quel fanciullo, che per la continua agitazione in
cui le teneva lo spirito, poteva nuocerle. Non pensavano che senza
vederlo se ne sarebbe afflitta di più, e che le sarebbe mancato un
custode, un po' debole sì, ma fidato e costante. È una pietà qualche
volta crudele quella di allontanare dal letto di un malato grave le
persone che gli sono più care. Ma la forza del male crebbe tanto, che,
alla fine, il medico perdette la speranza di guarirla, e l'abbandonò
alle cure del parroco, senza più discorrere d'operazione. La Maddalena
capì tutto; e quando si vide sola con Paolo, che stava a piè del suo
letto, e piangeva sommessamente, con quel dolore che serra la gola, gli
fece un cenno di testa e lo chiamò a sè. Quando le fu presso ella si
provò a parlargli, ma non potè sulle prime articolare parola, perchè
il male e la compassione di quel meschino che, morta lei, sarebbe
tornato ad esser infelicissimo, glielo impedivano. Si ripose in
calma, e aspettò. Paolo non sapeva ancora cosa fosse la morte, perchè
la pietosa Maddalena non glie ne aveva parlato mai; e specialmente
quando la vita era in lui tanto incerta, vegliava affinchè nessuno gli
proferisse quella parola lugubre. Ma ora, al vedere quasi immobile il
corpo già tanto attivo della Maddalena, scolorite le labbra e livide le
guance, spento il vivace lume degli occhi, fatta muta quella voce che
gli sonava sì cara, fu assalito dal tristo presentimento di una grande
disgrazia, senza capire quale potesse essere. Finalmente la Maddalena,
raccolte le poche sue forze, e composta la faccia a serenità, proferì
a stento queste parole: «Bisogna, figliuol mio, che ci separiamo: non
so per quanto, ma sarà per un pezzo. Io non ti abbandono, no; spero che
potrò sempre pensare a te. Lo sai se ti voglio bene, e se mi dispiace
di lasciarti: ma abbi pazienza. Va' con la Teresa; non dimandare più
nulla di me, e non t'affliggere di quello che mi è avvenuto. Tutti,
sai, tutti dobbiamo soffrire così prima o poi. Ora è toccato a me.
Presto non soffrirò più e sarò felice, e pregherò Dio che faccia felice
anche te. Dunque sta' tranquillo e non ti abbandonare al dolore. Tu mi
hai obbedito in tutte le cose; so che mi obbedirai anche in questa.
Dammi un bacio, e va'.» Paolo non potè rispondere; la baciò e la
ribaciò tante volte, poi gli venne un brivido e un sudore diacciato
come quello del volto della sua benefattrice. Ma quella faccia e' non
l'aveva mai vista serena tanto. Le sue lacrime che vi cadevano sopra,
erano un sollievo all'inferma, e la vista di Paolo la consolava come
quella di un angelo che fosse venuto a raccorre la sua anima. Intanto
il respiro cominciava ad essere più languido e più raro e accompagnato
dal ranto: la Maddalena era moribonda. Paolo, non potendo più reggere
al dolore, cadde in ginocchio accanto al letto e pregò Dio per la
sofferente. Intanto il Parroco ed altre persone entrarono in camera,
e si accostarono al letto; e la Teresa prese il fanciullo per menarlo
via.

Accorgendosi egli che quello era il momento nel quale doveva essere
separato, forse per sempre, dalla sua cara Maddalena, cadde in
deliquio, e la Teresa lo condusse di peso a casa sua.

Questa donna era una buona creatura; ma non si poteva paragonare alla
Maddalena. Pure la non ricusò di assistere quell'orfano sventurato.
Viveva anch'essa del lavoro delle sue mani, ma era un lavoro diverso
da quello della Maddalena, perchè andava a opera dai contadini del
luogo. Perciò era costretta a star fuori tutta la giornata; e Paolo che
avrebbe avuto ancora bisogno di un gran riguardo andava sempre con lei.
Quindi, pel desiderio che i fanciulli hanno di occuparsi specialmente
nelle faccende campestri, e per la gratitudine verso quest'altra donna
che gli faceva parimente da madre, si pose a durare fatiche che non
erano da lui. Nel tempo stesso il dolore continuo per la perdita della
sua cara Maddalena, il silenzio che teneva intorno a lei per obbedire
costantemente, lo oppressero di così crudele malinconia, che presto
perdette le forze, tornò pallido e magro, e le sue malattie non ancora
vinte, ma solamente sopite, ricomparvero a tormentarlo. La Teresa non
lo poteva custodire; i contadini coi quali praticava, temevano che
Paolo attaccasse qualcheduno dei suoi mali cutanei ai loro figliuoli.
Non volevano che la Teresa lo conducesse più seco, e vedevano di mal
occhio anche lei. La povera donna, non sapendo a quale altro partito
appigliarsi, per non perdere il suo pane, e non aversi a rimproverare
la morte di Paolo, lo condusse in città, e lo lasciò allo spedale.
Qui cominciò pel meschinello una vita di tribolazioni più grandi
delle passate. Senza un cuore che lo amasse, senza una mano che lo
medicasse con la caritatevole diligenza materna, senza una voce che
gli dasse conforti, che gli parlasse di care virtù e dolci speranze,
in mezzo ai gemiti di tanti altri disgraziati come lui, con l'agonia
e la morte dinanzi agli occhi a tutti i momenti... oh! misero Paolo!
quando finirai di soffrire? Allora egli si accorse pur troppo quale
poteva essere stata la fine della sua benefattrice... Allora intese
dolorosamente il senso di quelle fatali parole — _bisogna che ci
separiamo_. — «Dunque non la rivedrò più la mia mamma! oh! sicuramente
ella è morta; io la lasciai moribonda. Ma anch'io morirò; sì, morirò
presto, lo sento; e anderò a trovarla nel Cielo.» Questo pensiero lo
confortava, e specialmente lo confortava di molto quando vedeva passare
tante madri che andavano a visitare i loro figliuoli, e si fermavano
ai loro letti; ma neppure una al suo! La Teresa, sia che non potesse o
non le dasse il cuore di vederlo in tanta disgrazia, non ci capitò mai.
Eppure e' l'aspettava: la non era una mamma, la non era la Maddalena;
pur sarebbe stata per lui una gioja grandissima il rivederla: ma non ci
capitò mai!

Quindi o che la ricaduta del male, come suole accadere, fosse più
ostinata, o che la cura dello spedale (non tanto diligente, quanto
quella che si può avere in casa da una donna come la Maddalena)
riescisse inefficace, Paolo invece di migliorare peggiorava.

La cura de' fanciulli tormentati dai mali della pelle era quasi tutta
abbandonata al custode dello spedale, uomo intelligente ed onesto, ma
non fornito d'altro sapere che di quel che dà la pratica; di carattere
burbero, e poco adatto ad aver pazienza co' ragazzi. E poi erano
tanti! A Paolo, che per sè, ma non per loro, desiderava la morte,
facevano compassione; e se avesse potuto avrebbe fatto ai suoi compagni
di sventura le stesse diligenze che la Maddalena usava con lui per
medicarlo, giacchè sapeva per prova quanto quelle fossero più efficaci
delle medicine.

Alla fine continuando a peggiorare, ed essendo stato dichiarato
incurabile, lo lasciarono quasi affatto in abbandono. Ma egli aveva
un temperamento robusto; la natura non più contrariata da male
scelti o male applicati rimedj, adoperò le sue forze, e al muovere
dell'adolescenza cominciò a distruggere ed espellere da se stessa i
mali germi e i pestiferi umori che per tanto tempo avevano infettato
quel corpo.

Erano già quattro anni che Paolo languiva in quello spedale. Tutti i
fanciulli che ci trovò nell'entrarvi, o erano morti o usciti guariti.
Paolo a forza di star lì, con la sua indole tanto buona e tanto
paziente, si era fatto amico il custode, che per la prima volta sentiva
una tenera compassione per uno dei tanti fanciulli che erano stati alle
sue mani.

Cominciata la convalescenza, Paolo non poteva stare ozioso in quello
spedale diventato oramai la casa sua; e andando dietro al custode lo
ajutava nel curare i malati, e si tratteneva da loro a confortarli,
a sentire i loro desideri, i loro bisogni, a ravviar loro il letto,
a rilegare le fasce, a ripulirli; a fare insomma tutto quello che
la Maddalena faceva a lui. Quei ragazzi, poveretti! avevano preso
a volergli un bene grandissimo. Tutti facevano a gara d'averlo un
po' accanto al letto. Era diventato il loro piccolo protettore; per
mezzo suo ottenevano dal custode certi favori, che per l'innanzi
non si sarebbero neppure avventurati di chiedere. Paolo con quella
vita operosa, che lo distraeva dalla sua malinconia, e consolato
internamente dalla contentezza di far de' servigj e d'essere amato,
uscì presto fuori di pericolo; e lo spedale non era più luogo per
lui. Il suo letto era necessario per un altro malato; che molti ve ne
erano, specialmente in quell'anno. Ma dove rimandare questo ragazzo? a
chi consegnarlo? Nessuno era mai venuto a cercarne. Dove sono i suoi
genitori? Poverino! afflitto da queste dimande egli non sapeva che
si rispondere, e aveva dimenticato il nome del villaggio nel quale fu
raccolto; solamente si ricordava del caro nome di Maddalena, e del bene
che ella gli aveva fatto. Per lui sulla terra non v'era casa, non v'era
una persona che lo raccogliesse.

D'altra parte il custode, quando pensò che tra un giorno o due Paolo
se ne sarebbe dovuto andare, sentì un'insolita scontentezza, una smania
che non sapeva raccapezzarsi da che dipendesse. Avvezzo da tanti anni a
vedere con indifferenza le umane miserie, non tocco mai dal piacere nè
dal dolore nè dalla speranza, allora per la prima volta egli sentì il
suo cuore commosso; godè nel vedere quel caro giovinetto scampato dal
sepolcro, si afflisse all'idea di perderlo, si sentì consolato dalla
speranza di conservarlo, e si accorse alla fine che per non perder
la testa avrebbe avuto bisogno di lui. Perchè se nelle sue faccende
pensava che tra poco l'avrebbe visto partire, non si ricordava più
di quello che doveva fare; se ne restava per qualche minuto immobile
in mezzo ad una corsia, poi dava una medicina a chi doveva avere
un cordiale e il cordiale a chi doveva avere la medicina. Ma appena
rifletteva che un modo di ritenerlo ci sarebbe potuto essere, purchè
egli volesse, oh! allora subito si ritrovava: accorgevasi degli sbagli
commessi, diceva: «Non c'è rimedio, colui m'ha incantato: o egli riman
qui, o io gli vo dietro.»

Paolo aveva già avuto il suo certificato di sanità dallo scrittojo
dello spedale: nel suo letto era già stato posto un altro malato; e
veniva con le lacrime agli occhi a dire addio a Taddeo: perchè sebbene
e' fosse burbero, impaziente, duro, pure Paolo gli voleva bene e aveva
sempre cercato di entrargli in grazia. Taddeo non era la Maddalena,
era anche meno della Teresa: ma alla fine era la sola persona che dopo
la mancanza di quelle due si fosse qualche rara volta lasciato scappar
di bocca un «Paolo mio! — Povero Paolo!» E tanto bastava all'infelice
perchè si sentisse consolato per molto tempo. È vero che dopo questo
conforto veniva una sequenza di seccatura e di rimproveri, come se
Paolo fosse stato obbligato ad aiutare Taddeo, e Taddeo avesse avuto il
diritto di comandargli. Ma tant'è: dopo essere stati insieme quattro o
cinque anni, un certo legame s'era pure stretto fra loro; e romperlo
a un tratto, per quanto e' fosse debole, non si poteva senza dolore.
Quando Taddeo si vide venir Paolo innanzi in quel modo piangendo,
col foglio in mano, a passi lenti, a capo basso, col vestituccio di
quattro anni fa, sulle prime gli venne da ridere. Il garzoncello a quel
riso impallidì; l'addio tenero che voleva dare gli morì sulle labbra
sbiancate, e si volgeva per cercare un appoggio sul letto vicino,
perchè si sentiva piegare i ginocchi. L'altro allora aggrottò le ciglia
indispettito della sua durezza, si diede un colpo sulla fronte come
per gastigarsene, e sostenne Paolo con una mano; con l'altra gli prese
quel foglio, lo rincincignò incollerito, e lo gettò lontano da sè
dieci braccia: «Vieni, vieni, caro Paolo, potevi tu credere che io ti
lasciassi andar via? Non so che diavolo tu mi abbia messo in corpo; ma
io non voglio stare senza di te. Stanotte sono di guardia: dormirai nel
mio letto. Domani penseremo per domani. »

Paolo sorpreso e rincorato, lo abbracciò e gli dette un bacio, ma un
bacio propriamente di quelli che paiono portar l'anima seco. Era tanto
tempo che non ne aveva più dati! L'ultimo lo aveva avuto la Maddalena.
Taddeo che non ci pensava davvero, che non ne aveva mai ricevuti in
vita sua, restò come basito a gustarne la dolcezza, e non gli diede
l'animo di sciogliersi dalle braccia del giovine amico, come forse
avrebbe fatto con una maniera un po' rustica: no; ma si provò anzi ad
abbracciarlo con certa tenerezza, e a rendergli un bacio, che fu dato
con poco garbo, ma insomma fu un bacio che restituì a Paolo tutto il
coraggio che aveva perduto. Così quel materialone di Taddeo che era
stato nella gioventù un soldato fiero ed impassibile, che aveva date
e ricevute tante schioppettate senza riscuotersi, che s'era visto
morire accanto gli amici senza fare una lacrima nè un sospiro, eccolo
divenuto tenero e mansueto all'aspetto di un fanciullo addolorato.
Tanto è vero che l'innocenza è cara a tutti, e che ai fanciulli,
quando sono buoni, riesce ogni cosa, fino d'impietosire un Taddeo.
Così l'orfano aveva trovato in lui un padre, come nella Maddalena
una madre. Gli toccava al solito a sfaccendare per lo spedale, ma non
perchè Taddeo lo pretendesse; che anzi allora non uscì mai dalla sua
bocca un comando assoluto; ma lo faceva perchè quella di assistere
gl'infelici era la sua vocazione. Avevano tanto assistito lui quando
era così disgraziato, che ora divenuto sano, e si può dire fortunato
nella sua condizione, rendeva agli altri con generosa misura il
bene ricevuto; e siccome sapeva di non fare altro che il suo dovere,
così non era mai contento del fatto; avrebbe sempre voluto potere e
saper fare di più; e non si accordava mai un'ora di riposo, mai un
divertimento, come avrebbe potuto. Perchè Taddeo, non contento di
dargli da dormire nel suo letto, di spartir seco la sua porzione, di
rivestirlo, spesso gli dava qualche soldo perchè si comprasse le frutta
o andasse a divertirsi, e questi regali glieli faceva specialmente
più grossi per ogni anniversario delle famose vittorie di Napoleone,
sotto il quale avea combattuto; che in tali occasioni ei si sentiva
rinascere tutto il suo spirito marziale. Paolo però di quei denari non
ne faceva l'uso pel quale gli venivano dati; ma desideroso d'istruirsi
comprava qualche libricciuolo e della carta, e da sè, nei pochi momenti
di riposo cavava profitto dalle lezioni della Maddalena, che sebbene
smesse da tanto tempo, pure egli non avea dimenticate giammai. Intanto
il Commissario dello spedale vide più volte rigirare quel fanciullo per
le corsìe; e finalmente rammentandosi un giorno che era stato da un
pezzo licenziato per guarito, ne interrogò Taddeo. «Consuma del mio,
e fa del bene ai malati,» rispose egli con la sua burbera franchezza.
— «Ma che ti appartiene questo ragazzo?» — «Non so neppure chi sia,
ed egli lo sa meno di me. Gli voglio bene, e mi figuro d'avere un
figliuolo. » — «Da quando in qua sei divenuto sì tenero, Taddeo?» —
«Da quando in qua? che m'ha preso per un orso me? Per quel ragazzo
darei la vita; è una perla. Ho caro che non abbia babbo nè mamma. Gli
farò io da babbo.» — «È una carità singolare; ma tuttavia è carità e
ti lodo.» — «Non ho bisogno di lodi; fo quello che credo, e mi basta.»
— «Se veramente è un buon ragazzo, merita la tua assistenza e quella
degli altri. La fisonomia mi piace; dev'essere sveglio ed onesto; poi
quando gli vuoi bene tu, me ne fido.» — «Come sarebbe a dire?» — «Dico
che tu sei onesto, e per isvegliare la tua stima e la tua affezione ci
vuol proprio un fior di virtù.» — «Dunque se si contenta, lo lascio
fare. Ha una premura e un garbo a custodire i malati, che mi dà un
grande ajuto, e qualche volta.... sì, qualche volta m'ha insegnato
certe cose... non mi vergogno a dirlo, che nè un par mio nè il medico
di turno con tutta la nostra scienza le avremmo sognate.» — «Mi dici
una cosa che mi consola. Voglio conoscerlo bene questo ragazzo, perchè
a volte....» — «A volte?...» ripetè Taddeo, squadrando il Commissario
con certi occhi di fuoco.... — «A volte si trova l'ingegno dove meno
si aspetta; e allora è bene ajutarlo.» — «Oh! a questo ci penso io.
Non voglio che venga un altro, e mi levi il merito. Quel ragazzo deve
star meco....» — «E che cosa gli vuoi tu insegnare?» — «Oh! questa è
bella!...» Una dimanda sì fatta non se l'aspettava; chè poco fa aveva
confessato che Paolo avrebbe potuto insegnare a lui e al medico: sicchè
ripetè _questa è bella_ due volte, e poi si ristrinse nelle spalle e
si mise a guardare i mattoni. — «Non aver paura che io ti voglia levar
la mano sul conto del tuo protetto; sarà sempre tuo; ma se potessimo
ricavarne qualche cosa più che un custode di malati, non sarebbe bene
per te e per lui?» — «che un buon custode di malati è una persona che
si trova a ogni canto di strada?» — «Lo so; specialmente abile come
te, è cosa rara e da tenerne di conto.» — «Lo credo io!» e incrociava
le braccia sul petto scotendo la testa con la nobile alterezza di chi
si sente capace di far bene il suo dovere, e più del suo dovere. —
«Insomma, non sarai mica geloso se io gli parlerò, se ti darò mano a
fare la sua fortuna. purché lo meriti....» — «Ed ella vorrebbe?...»
— «Dargli il modo di studiare, fargli uno stato...» — «Davvero? Che
la sia benedetto!» e gli prese la mano, e gliela strinse forte forte
con un trasporto di gioja grandissima, con quella confidenza che un
onesto sottoposto ha pel suo superiore, con quella franchezza di un
veterano italiano che combattè sotto gli occhi di Napoleone, e stette
a campo insieme ed ebbe dalle sue mani stesse la splendida ricompensa
del valore. Poiché quando Taddeo s'accorse che il Commissario pigliava
la cosa sul serio (e non era uomo da far di nòccioli), travide la
possibilità di fare un gran bene al suo adottivo, e rinunziò volentieri
al gusto d'aver egli solo tutto il merito. « — Dunque ci siamo intesi»
soggiunse il Commissario, «domani....» — «Ora subito,» riprese Taddeo,
tenendo sempre la mano del Commissario che voleva andarsene, e aveva
furia; ma gli toccò a restare: chi poteva uscire dalle mani stempiate
del veterano? «Eccolo là. — Paolo, Paolo!» lo chiamò risolutamente.
Il giovinetto presa la rincorsa verso la voce, e solamente quando fu
a pochi passi da loro conobbe il Commissario, e si soffermò abbassando
per rispetto e per timidezza la testa. «Animo, buacciòlo, vieni avanti.
Il signor Commissario non è una bomba: che paura hai?» Il Commissario
sorrise a queste parole, fece animo al giovinetto ed entrò in colloquio
con lui. Questi, ripreso animo e incoraggiato dalle occhiate di Taddeo,
che gli aveva dato una spinta per accostarlo al Commissario, rispose
con ingenuità e con franchezza. Narrò quel che egli si rammentava delle
sue sventure: lacrimando parlò della Maddalena, e poi volto a Taddeo
cominciò a dirne ogni bene. «Queste chiacchiere non ci hanno che fare»
disse allora colui: «dicci che intenzione è la tua, che inclinazione
hai: noi ti faremo.... cioè il signor Commissario ti vuol fare del
bene.» Paolo non rispondeva. La dimanda era così improvvisa e assoluta,
che la meraviglia e la timidezza non gli davano luogo alla riflessione.

«Lo dirò io,» riprese Taddeo con impazienza. «Son già quattro anni che
sei qui, e non t'è mai venuto a noia l'assistere questi malati; sei
diventato mezzo dottore; vorresti sempre ciacciare con le medicine,
leggere i libri di medicina.... A proposito, signor Commissario, lo
vede questo tocco di disobbediente? io gli do qualche quattrinello
perchè vada a spassarsi, a comprare i dolci, ed egli compra dei
libri, la carta....» — «Mi pare che abbia giudizio.» — «Più di me,
la vorrebbe dire? Per un verso ne vo d'accordo. Dunque tornando al
discorso di dianzi, vuoi tu studiare la medicina, la chirurgia? le
intendi le lezioni dei professori? perchè, quando può, mi scappa e va
a sentirle....» — «Basta così, disse il Commissario, ho capito; già
non aveva bisogno della tua eloquenza, Taddeo; è la prima volta che
ti sento ragionar tanto.» — «Quando siamo al campo bisogna menar le
mani.» — «Ma qui spero che non troverai nemici. Hai fatto bene però
a dirmi queste cose; quantunque i suoi occhi, li vedi? i suoi occhi
parlano chiaro. Coraggio, Paolo (e gli batteva la mano sulla spalla),
se ti conserverai onesto, sottomesso e studioso, son qua io per
secondare il tuo genio. Domani ti manderò da chi ti potrà insegnare
tutto quel che è necessario per essere ammesso allo studio della
medicina e della chirurgia! Taddeo sarà sempre il tuo padre adottivo;
seguita ad obbedirlo, a volergli bene.... Addio, addio.» — Paolo
voleva ringraziarlo, ma il Commissario aveva furia, e gli faceva segno
di rimanere. Taddeo, tutto contento, si fregò le mani ridendo, e poi
disse: «Lo vedi? di che cosa sono capace io? eh! con me non si scherza.
Ecco fatta la tua fortuna. Presto, presto, va' a chiamare il sarto.
Questo non è più vestito per te. Uno scolaro di medicina deve avere le
falde; quand'io ero come te, portavo il lucco; quelli eran tempi!...
non si facevano i medici per forza allora....» Paolo dovè correre,
senza rifiatare, in cerca del sarto; e Taddeo, esclamando: «Anche
questa è fatta, andò a continuare le sue faccende. Quando Paolo fu
solo, e potè riflettere all'accaduto, gustarne la gioja, accoglierne le
speranze e ringraziare Taddeo, benché non fosse presente, si abbandonò
a tutto l'impeto degli affetti; saltò, corse, batté le mani, pareva un
frenetico. Poi la memoria della Maddalena comparve in mezzo a questo
trambusto d'idee, e le ripose in calma spargendo sulla sua anima una
dolce melanconia.

Quella donna amorosa, ei la lasciò in braccio alla morte; ma era egli
certo che avesse resa l'anima a Dio? Oh! aveva già obbedito per tanto
tempo; ora gli pareva di potere senza colpa farne ricerca. Perché
tanta contentezza che ora godeva? chi aveva egli a cui farne parte
su questa terra? Taddeo era umano, sì, era il suo angelo custode,
teneva le veci della Maddalena; ma con un uomo di quel carattere non
si poteva sfogare. E poi la sua gioja non poteva essere intiera se
colei che gli salvò la vita non avesse visto quale uso era egli venuto
al punto di farne. «Oh! girerò tutti gli spedali, tutti i villaggi,
ne domanderò a tutti; la troverò finalmente; Taddeo non se l'avrà a
male; è tanto generoso! sa che le voglio bene come a lui; egli sarà il
babbo, essa la mamma; allora sarò felice davvero.» Ma consolato appena
da questa speranza, si risovvenne dello stato nel quale la lasciò,
e dell'operazione pericolosa; rifletté che se fosse sopravvissuta,
avrebbe già fatto ricerca di lui; era impossibile che quella cara
donna avesse voluto abbandonarlo! Queste riflessioni lo fecero ricadere
nell'afflizione, amareggiarono tutta la sua letizia; si sentì mancare,
perse il lume degli occhi, non potè più andare innanzi, e dovette
appoggiare la testa sopra un piolo.

Egli aveva una di quelle vispe e amabili fisonomie che talora si
vedono tra i garzoncelli della campagna; aperta la fronte, bruno il
colorito della faccia, il naso un po' aquilino, incarnate le labbra,
svelto il collo e molto sporgente la laringe. Gli occhi erano un po'
infossati sotto ampie ciglia, ma con il globo molto rotondo; e la
pupilla nerissima, aveva una vivacità e una movenza, che ad affissarla
si provava un senso d'amore. I capelli folti e ricciuti a grandi anella
gli scendevano sul collo, e facevano rilevare le belle forme del volto.
Nella sua età di undici anni aveva la persona svelta e più grande
dell'ordinario; e chi l'avesse veduto quando lo raccolse la Maddalena,
certamente non si sarebbe persuaso che fosse il medesimo Paolo. Tanto è
vero che la temperanza, l'innocenza e l'attività aiutano le forze della
natura a rendere sano e robusto un corpo meschino e tribolato dai mali.

Dopo esser rimasto in quella positura per qualche tempo, ritornò in sè,
ma con la solita malinconia sulla faccia; potè camminare, ma a lenti
passi. Quando Taddeo lo rivide in quel modo, gli disse un visibilio di
cose per farlo tornare allegro: ma Paolo non fu contento, se non quando
ebbe il permesso di poter andare giorno per giorno a far ricerca della
Maddalena in quei luoghi ove s'immaginava di poterne avere notizia.
«Lo so io dove la troveresti, disse il veterano: a quest'ora sarà
sotto terra, povera donna! ma cerca pure; non ti voglio distruggere
quest'illusione. Basta che in questo mondo non si possa esser mai
contenti per l'affatto! Che miseria!» e con un gran colpo sulla fronte
scacciò il mesto pensiero. Fin da quel tempo Paolo si mise a studiare
con grandissimo zelo: presto potè essere ammesso alle lezioni dello
spedale; sostenne onorevolmente tutti gli esami; conservò sempre le
sue buone qualità; fu adorato dai suoi condiscepoli, dei quali in
poco tempo divenne il primo; ebbe pel Commissario una gratitudine
esemplare; e stette sempre sottoposto al suo caro Taddeo, che ne andava
propriamente superbo. Così nulla sarebbe mancato alla sua felicità, se
avesse potuto ritrovare in vita la Maddalena; ma tutte le sue ricerche
furono inutili, e si rassegnò.

Aveva già cominciato ad esercitare la professione con buon esito;
tutti i suoi studi erano principalmente rivolti alle malattie cutanee
già per l'innanzi troppo trascurate in quella città; e così faceva
un bene che da tanto tempo era desiderato; e non si allontanava
da Taddeo. Anzi i superiori, conosciuta questa mancanza, e sapendo
quanto ormai il giovine fosse valente, affidarono a lui la cura dello
spedale dei cutanei e lo incoraggirono a propagare lo studio di quel
ramo di scienza. V'era in quella città un ampio luogo di ritiro pei
poveri di tutte le età, e per gl'infermi dichiarati incurabili. Colà
infierivano maggiormente le malattie della pelle tra i fanciulli. Vi
fu mandato Paolo per introdurvi modi di curare più efficaci, riformare
e disporre a seconda dell'occorrenza. Egli vi trovò molti abusi
e molta incuria, ma seppe con lo zelo, con le sue buone maniere e
coll'autorità di un giovine sapiente e virtuoso, mitigare gli effetti
del male e togliere le cause che lo fomentavano. Nel fare la visita
di tutto quell'edificio passò anche nel quartiere delle donne e nel
dormentorio delle incurabili. Tra quelle meschine ve ne fu una, la
quale udendo proferire il nome di Dottor Paolo, mentre egli teneva a
lei volte le schiene, alzò lentamente la testa dal capezzale, e guardò;
poi ricadde sospirando in una specie di letargo. Paolo sentì quel
sospiro: si volse, e vide un'inferma sulla cui faccia magra e pallida
si scorgevano i segni di un dolore profondo. Si accostò con segreta
commozione al suo letto, s'incurvò su quella faccia, e trovò nei
lineamenti una somiglianza. La donna teneva gli occhi serrati, e forse
non si era accorta del suo accostarsi. Paolo tremando, con bassa voce
le domandò: «Che male vi sentite buona donna?» Ella aperse gli occhi
languidamente e a fatica rispose: «Che vuol ella ch'io dica? aspetto
che il Signore mi tiri a sè.» Quella voce gli parve di riconoscerla.
Interrogò l'infermiere, e seppe che dopo aver essa scampato la morte,
e sofferto un'operazione rischiosa nello spedale, vi era rimasta per
molto tempo a fine di ristabilirsi in salute: ma i patimenti sopportati
le avevano tanto pregiudicato, che divenuta inferma fu recata in quel
luogo e abbandonata dai medici. Erano già undici anni che vi languiva;
tutti l'avevano dimenticata; ma dalla sua bocca non era mai uscito
un lamento; solo di quando in quando sospirava, e le avevano udito
proferire sognando il nome di Paolo. Domandò come si chiamava, e gli
fu risposto «Maddalena.» — «È lei senza dubbio, » esclamò Paolo fuor
di sè dalla gioja. Ma si sforzò di calmarsi per non le cagionare
una commozione troppo forte, alla quale, nello stato in cui era,
avrebbe potuto soccombere. «Dite, Maddalena (le domandò egli), ve ne
ricordate di un povero ragazzo che teneste tanto tempo con voi prima
di ammalarvi?» La donna a questa dimanda si scosse, riaperse gli occhi
con vivacità, fece uno sforzo come per alzarsi a sedere sul letto, e
poi affissando il volto di Paolo con una espressione di meraviglia e
di rammarico, disse: «Se me ne ricordo? il mio Paolo! Ditemi, ditemi,
cosa n'è stato? Chi siete voi? Prima di morire...» — «State quieta,
può essere che abbiate la consolazione di rivederlo presto. Ha cercato
di voi, ed è in grado di ajutarvi, di rendervi il bene che gli avete
fatto.» — «Dov'è, dov'è? ch'io lo veda subito il mio figliuolo!» E
gli stringeva la mano; e dal pianto della consolazione non poteva
parlare e pareva volesse uscire dal letto per andare ad incontrarlo.
«State quieta per amor suo. Adesso non è tempo. Vi prometto che presto
lo rivedrete, e verrà a cavarvi da questo luogo; vi metterà in casa
sua, perchè siate custodita meglio. Sapete? per essere felice non gli
manca altro che di stare con voi e di vedervi un poco ristabilita.
Dunque serbatevi a lui; addio per ora.» E scappò, perchè non poteva
più reggere. Corse a Taddeo, e gli gridò da lontano: «La Maddalena è
viva! Taddeo, l'ho trovata, l'ho vista!» — _«Laus Deo!»_ rispose egli
senza scomporsi; «ora non sarai più malinconico.» — «Sì, Taddeo, siamo
felici: ma poveretta! in che stato...» « — Hai fatto miracoli per gli
altri, ne potrai fare uno per lei. Animo! voglio vederla. Che male
è il suo? troveremo insieme il rimedio; faremo un consulto, fra me
e te; e scommetto che la facciamo guarire.» — «È inferma.» — «Non ti
sgomentare; ne ho visti degli altri ritornar sani. Povera donna, chi sa
quanto ha penato senza di te! Col rivederti, la metà della guarigione
è bell'e fatta.»

La fiducia di Taddeo era temeraria, a dir vero, ma valse ad accrescere
quella di Paolo, e subito ambedue si posero a prepararle la miglior
camera che fosse nel loro quartiere. Quindi egli tornò con lui dalla
Maddalena, che aspettava con ansietà e con impazienza l'istante di
rivederlo. Ma le pareva un sogno. Era stata un pezzo senza pensare al
suo figliuolo adottivo; perchè dopo aver sostenuto l'operazione, aveva
perduto i sensi, e restò per molti mesi in una specie di stupidezza e
di dimenticanza di tutte le cose. Poi quella memoria le tornò, ma vaga
ed incerta. Ora di tutto si rammenta, ne parla a tutti, e ogni poco ne
domanda. Ma l'infermiere le risponde secondo l'istruzione di Paolo, e
la prepara a partire.

Finalmente eccolo. La Maddalena lo vide, e guardò subito dietro a
lui; ma rimase mortificata allo scoprire un vecchio, e quasi sospettò
che avessero voluto ingannarla. Paolo accostandosi al letto, se ne
accorse, ma subito le disse: «È tanto tempo che non ci siamo visti,
che tu non mi hai riconosciuto. Sono io il tuo Paolo; son io che ti
ho cercato tanto; sono io quello che tu liberasti dalla morte. Io
ti credeva perita; ma ora.... ora sono felice;» e si abbracciarono
con tanta espansione d'affetto, che Taddeo e gli altri ne piangevano
per tenerezza. La Maddalena senza poter parlare lo accarezzava, lo
affissava e pareva che coi cenni dicesse: «Oh! ti conosco ora: quegli
occhi, quella fronte, quella bocca; oh! sì; non m'inganno.» Questa
gioja indescrivibile di ambedue si prolungò tanto, si sfogarono tanto
col piangere, che la Maddalena non ne risentì alcun incomodo; anzi
parve un poco ritornata in forze, e poterono facilmente portarla subito
nella casa di Paolo.

Taddeo che aveva già chiesto il riposo dal suo impiego, pose il suo
letto accanto a quello della Maddalena, e in breve tempo tanto fecero
con la loro assistenza, che ella non era più inferma. Aveva già ripreso
il suo spirito, cominciato a camminare ed a lavorare; che sempre le
pareva un sogno; sempre domandava a Taddeo se tutto questo era vero. Il
veterano a tali dimande qualche volta era tentato d'andare in collera;
ma si sfogava con qualche barzelletta che la faceva ridere... eppure
non aveva mai sognato in vita sua di dire barzellette. Ma la forza
della virtù e dei teneri sentimenti è così grande, che vale a far
diventare ilare e dolce il carattere più burbero ed il più austero.

Chi avesse visto nella camera della Maddalena queste tre persone
riunite come se fossero d'una medesima famiglia, chi avesse potuto
leggere nei loro cuori, avrebbe conosciuto davvero quanto i legami
dell'amore e della gratitudine siano talvolta forti e soavi quanto
quelli stessi della natura.

Anche il Commissario e qualche amico di Paolo ne erano spesso
testimoni; e Paolo si poneva in mezzo ai due vecchi, e diceva: «Eccoli
qui i miei genitori,» e una lacrima di consolazione spuntava sulle sue
ciglia nell'abbracciarli.

Ma Paolo era diventato un signore. La sua abilità nella medicina
gli aveva già procacciato i modi di beneficare ampiamente i suoi
protettori, e di procurar loro tutti i comodi della vita. Quando la
Maddalena fu in grado di respirar l'aria aperta, egli comprò una villa
prossima alla città, e vi si allogò co' suoi cari. Quella villa era
vicina al villaggio della Maddalena. I vecchi del luogo si ricordavano
della povera pigionale; se ne ricordò anche la Teresa, ed arrossì
di aver potuto abbandonare quel fanciullo che era stato affidato
alla sua carità; ma Paolo e la Maddalena si rammentavano solamente
di quel po' di bene che ella aveva lor fatto con assistere l'una e
col tenere l'altro per vari giorni in casa sua; e le resero a mille
doppi il suo benefizio. Taddeo si pose a coltivare un giardinetto, a
far l'infermiere dei contadini malati, e insieme con la Maddalena,
servendosi del bene che Paolo dava loro a larga mano, divennero
i benefattori del luogo. Intanto la fama e la fortuna di Paolo
crescevano.

Specialmente con la sua abilità nella cura delle malattie cutanee fece
alla patria uno dei più grandi benefizi. I molti poveri tribolati da
quei mali tormentosi trovarono in lui un protettore. L'emulazione dei
giovani studenti di medicina fu risvegliata, i professori già fatti
sentirono stimolato il loro zelo a sollievo del popolo, e conobbero
viepiù l'importanza di questo ramo di medicina: il governo istituì
una cattedra espressamente per insegnarlo, e l'affidò al sapere di
Paolo. Il primo giorno dell'apertura di essa egli fece un discorso così
eloquente, che svegliò l'entusiasmo della numerosa scolaresca. Tutti
vollero accompagnarlo con lieti evviva sino alla sua villa; e Taddeo e
la Maddalena furono testimoni di questo trionfo del loro caro figliuolo
adottivo. Quello fu il più bel giorno della loro vita.




VIII.

La Ricompensa.


Un valente e facoltoso gentiluomo, dopo aver viaggiato per parecchi
anni i più culti paesi dell'Europa, ritornò alla sua patria; ma invece
di scegliersi a dimora il palazzo che aveva nella città, volle prima
recarsi a una sua villa da questa molto distante, forse perchè la
quieta solitudine gli parve più opportuna a riflettere riposatamente
sulle cose vedute fuori via. E i primi giorni gli piacque di visitare
le terre di sua pertinenza intorno alla villa, dubitando che per esser
tanto tempo rimaste senza la vigilanza del padrone, fosservi molti guai
da scoprire e da riparare. Inoltre egli aveva osservato, e studiato
viaggiando, i perfezionamenti fatti nell'arte agraria dai popoli più
industriosi, e seco stesso si proponeva di ricavarne qualche costrutto
a pro dei suoi poderi. Non è a dirsi ora la piacevole sorpresa del
nostro gentiluomo, quando s'accorse che le sue terre comparivano meglio
tenute e più ubertose di quando n'era partito, e che anzi vincevano
il paragone delle più belle culture ammirate nei suoi viaggi; che i
contadini erano meno rozzi nei modi, più diligenti nelle campestri
faccende, e maggiormente amorevoli e concordi tra loro, e che parecchi
di essi, adulti e fanciulli, già sapevano leggere e scrivere e far
di conto. E ogni volta ch'ei domandava come e da chi fossero state
immaginate e condotte le utili novità, che di mano in mano gli cadevan
sott'occhio, venivagli sempre nominato il vecchio Marco.

E chi era egli mai quest'uomo del quale tutti parlavano con giubbilo
e con rispetto? Null'altro che un contadino, il quale era capitato
alla fattoria poco dopo la partenza del padrone, e aveva chiesto
lavoro, e fu preso a opra per potare le viti, giacchè quella era stata
l'abilità nella quale potè far subito buona prova. Il vecchio Marco,
datosi presto a conoscere per agricoltore abile, per uomo onestissimo,
serviziato e indefesso lavoratore, aveva ottenuto la fiducia e la stima
di tutte le famiglie coloniche dei contorni. Era sua cura speciale il
coltivar l'orto della fattoria e una vigna staccata dagli altri poderi;
e abitava soletto in una casipola o piuttosto in una capanna accanto
alla vigna.

Il vecchio Marco adunque aveva consigliato e dimostrato con l'esempio i
miglioramenti più sostanziali in varie culture, quei miglioramenti che
proprio persuadevano tutti, anche i più restii, perchè si vedeva bene
che derivavano dall'accurata osservazione e dalla lunga esperienza;
il vecchio Marco, facendosi benvolere pei modi amorevoli, sinceri e
piacevoli, e acquistandosi credito con la illibatezza dei costumi,
con l'abilità, con la modestia, era divenuto amico dei capocci, aveva
ottenuto la venerazione e l'affetto dei giovani e dei fanciulli;
e i suoi consigli, le sue esortazioni, i suoi pareri valevano a
mantenere la moralità, la benevolenza e la prosperità in ogni luogo;
il vecchio Marco raccoglieva in una stanza terrena della fattoria
quando i giovani e quando i fanciulli, e in ore e giorni diversi
secondo le stagioni e le faccende, insegnava loro molte cose, utili
all'onesto vivere di ciascheduno, e gli ammaestrava nel leggere,
nello scrivere e nell'abbaco fino a quel tanto che poteva ad essi
giovare a regola dell'età e della condizione; e spesso nelle lunghe
sere d'inverno, faceva il medesimo in alcune case dove si radunavano
più madri e più fanciullette desiderose anch'esse d'approfittarsi
dei suoi utili e graditi ammaestramenti. Quando il gentiluomo ebbe
saputo tutte queste cose, volle andar subito a visitare il vecchio
Marco, e lo trovò appunto che lavorava attorno alle viti. Il contadino
salutò con rispetto il possidente; e questi onorò la sua canizie, gli
manifestò alla presenza de' circostanti la contentezza d'aver saputo
e visto i buoni effetti della sua virtù operosa, e gli chiese dipoi un
abboccamento da solo a solo.

Entrati nella capanna, il gentiluomo ebbe subito a fare attenzione alla
polizia e al buon ordine che vi si vedeva. Pochi attrezzi semplici
e ordinari, ma quanti potessero bastare ai discreti bisogni d'un
contadino; il letticciuolo consistente in un pagliericcio, separato dal
focolare con un tramezzo di legno; qua bene assestati gl'istromenti
dell'ortolano e del vignajolo, colà un tavolino con sopra il libro
del Vangelo e parecchi libercoletti che il vecchio adoperava per
ammaestrare i molti suoi alunni. Marco poi aveva una fisonomia austera,
ma nel tempo stesso piacevole e affettuosa; era piuttosto magro, con le
carni abbronzite pel sole, e alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni;
ma sempre vegeto e franco e robusto. Vestiva pulitamente, ma nè più nè
meno come gli altri campagnoli, ed era pieno di garbatezza, senz'ombra
di servilità o d'affettazione. Tutti godevano infatti di conversare
seco lui, benchè nessuno si rammentasse d'averlo visto ridere o d'aver
udito dal suo labbro racconti burleschi o triviali barzellette. Anzi
alcuni avevano osservato che imbattendosi egli in un giovinetto,
pareva improvvisamente assalito da una profonda malinconia, benchè si
studiasse di dissiparla o di nasconderla.

Postisi a sedere l'uno in faccia dell'altro, il gentiluomo incominciò:
«Una buona ventura è stata per me e per questa campagna il vostro
arrivo tra noi, o rispettabile vecchio. Voi avete saputo in pochi
anni migliorare l'industria, e quello che più importa, i costumi di
questo luogo. Per tutto io ritrovo uomini e donne più lieti e contenti
del loro stato e di se medesimi, fanciulli bene avviati, persone
che benedicono il vostro nome; son divenute ubertose le terre che io
lasciai sterili e inculte; vedo meglio custodite quelle che già davano
qualche frutto; le raccolte dei grani e dei fieni sono andate ogni anno
crescendo, la vite e l'ulivo mostrano gli effetti d'un intelligente
cultura; e il buon andamento, la pace, l'amorevolezza delle famiglie
fanno sì che questo sia divenuto un soggiorno propriamente beato....
Tutto ciò è opera vostra. Così è. Mentre io viaggiava per ricavare
dagli altri popoli istruzioni ed esempi, un semplice agricoltore,
seguendo gli ammaestramenti del buon senso e della natura, faceva qui,
contro ogni mia aspettazione, più di quello che io mi figurava di poter
conseguire con molti anni di fatiche. Amico mio (permettete che così vi
chiami col labbro, mentre il cuore vorrebbe darvi piuttosto il nome di
padre), amico mio, se noi fossimo ai tempi del gentilesimo, io crederei
che una divinità fosse scesa dall'Olimpo sotto codeste umili spoglie
per farsi protettrice de' miei campi; ma i modi che avete scelti per
ottenere tutto questo bene, lo so, non hanno nulla di favoloso nè di
soprannaturale. Alla virtù operosa e costante riesce tutto, e la voce
fraterna e autorevole d'un uomo esperimentato val più dei comandi un
principale, o della scienza di chi studia sui libri. Nondimeno, se io
non vi chiedo troppo, e se l'immaginazione m'inganna, ditemi di grazia:
Siete voi propriamente quello che le vesti rozze e le mani callose e
la faccia bronzina addimostrano? piuttosto, quantunque nato e educato
altre opere e ad altri studj, vi piacque mutare spoglie e costumi,
e segregarvi tra gli onesti montanari, per fuggir forse il doloroso
spettacolo della depravazione che predomina nelle città?

Marco rispose: «Signore, voi siete il possessore della terra ch'io
lavoro, e che da qualche anno mi dà il campamento; gli è giusto dunque
che abbiate contezza dell'esser mio. Ecco qui, come voi mi vedete
i' son nato contadino, e sono stato sempre contadino; con questo di
differenza ch'io lavoravo sul mio; e se gli è vero ch'io ne sappia un
po' più di qualchedun altro, posso ringraziare mio padre e gli anni che
ho sulla schiena. Dovete anche sapere che il nostro campo era prossimo
alla città in una collina molto fertile, e che noialtri abbiamo potuto
sperimentare di mano in mano le migliorìe suggerite da chi s'intendeva
d'agricoltura. E benchè, lasciatemelo dire, la conclusione di molte
novità e d'un visibilio di prove fosse quella d'attenersi per la più
sicura a' semplici ricordi de' nostri vecchi, nientedimeno quelle
lezioni ci aiutavano a levarci dal capo molti pregiudizi e a conoscere
il perchè di molte cose per essere più sicuri del fatto nostro. Dunque
non vi state a maravigliare di quel po' di bene che voi vedete ora
su' vostri poderi; e se anche fosse dipeso tutto da me, persuadetevi
ch'io non avrei ragione di farmene bello. Gli è che quando il contadino
è diligente e sta al sizio; quando sa scegliere il tempo per le
faccende, senza pretendere dalla terra più di quello che la può dare;
e quand'ei segue i buoni consigli, non di mala voglia o alla cieca,
ma perchè è docile e intelligente, oh! allora è naturale ch'ei vada
sempre di bene in meglio. Del resto, ho fatto quello che l'esperienza
m'aveva insegnato per farne il mio pro, senza tener segreto nulla a
nessuno. Coloro che hanno visto e che hanno conosciuto ch'io facevo
meglio di loro, a poco per volta son rimasti persuasi: m'hanno fatto
delle dimande, ed io ho risposto; e siccome una cosa tira l'altra,
ho preso allora occasione di ragionare anche su quelle di cui non
mi domandavano. Chi ha saputo darmi retta se n'è trovato bene; e
poi voi sapete che nessuno ha gusto d'esser da meno degli altri. E
così, se v'è qualche merito, tutti n'hanno la loro parte. Ora poi, vi
dirò la disgrazia che mi fece perdere quel campo dove i miei vecchi,
di generazione in generazione, avevan mangiato il pane del proprio
sudore. La guerra che anni sono messe a soqquadro tanti paesi, come voi
sapete meglio di me, fu uno sperpero d'uomini, e massime di gioventù,
da ricordarcene per un pezzo. Io, di tanti che s'era in famiglia,
restai solamente con due figliuoli; l'età, le malattie, le afflizioni
avevano mandato al cimitero i vecchi e le donne; un fratello scapolo
mi morì nella prima campagna d'Italia. Quando Napoleone volle andare
a perdersi in Russia, anche il mio maggiore fu coscritto; quell'altro
era sciupato dalla rachitide, gracile e quasi ebete; ma Lorenzo, oh!
Lorenzo era bello, era robusto, era alto della persona, coraggioso
come un leone. Se si fosse trattato di mandarlo proprio alla guerra
pel nostro paese, figuratevi! anch'io, benchè vecchio, avrei preso il
fucile; ma Bonaparte, dicevano, non pensa più all'Italia; s'è lasciato
avvilire da una bassa ambizione: corre a precipitare ogni cosa; e que'
poveri giovani dovranno spendere il proprio sangue per gli altri,
in luoghi tanto lontani, e senza utilità per quello dove son nati.
Allora mi venne voglia di far di tutto per serbarmi Lorenzo; ma non
bastò che vedessero l'infelicità di Niccola, che invece di darmi un
ajuto nella vecchiaja aveva bisogno della mia assistenza! Mi fu fatto
sperimentare se per quattrini.... e io a vendere inclusive il nostro
podere.... Ma quei quattrini andarono senza costrutto nelle mani rapaci
di chi si faceva pagare le promesse con animo deliberato di non le
mantenere!... insomma il mio povero Lorenzo dovè partire, e io rimasi
a custodia di quell'altro che senza di me sarebbe morto di stento.
Allora industriandomi alla meglio coll'andare a opra dai contadini del
vicinato aspettai un pezzo il ritorno di Lorenzo; e in quel frattempo
mi s'ammalò Niccola, e non fu possibile di salvarlo.... Povero ragazzo!
è vero che con quella struttura non avrebbe potuto campar di molto,
e che a essergli padre non v'era da consolarsene; ma nientedimeno io
gli voleva un gran bene, e forse più che s'ei fosse stato appariscente
e rigoglioso come quell'altro. Non vi starò a dire se l'afflizione
mi messe in terra; e, senza la speranza che Lorenzo tornasse, a
quest'ora.... Ma che? Lorenzo non tornerà più! E io son sempre vivo.
Iddio non ha voluto che questi dolori m'uccidessero! Sia fatta la sua
volontà!...»

«E come potete voi esser certo di non rivederlo? Alcuni altri che si
credevano perduti in tanta vastità e in tanta lontananza di paesi,
ritornarono inaspettatamente in seno delle loro famiglie.»

«Giacchè voi avete la bontà d'ascoltarmi, sentite il rimanente. Questa
è la prima volta ch'io paleso ad altri la storia dolorosa delle mie
disgrazie. Non vi faccia specie di vedermi le ciglia asciutte, perchè
alla mia età le lagrime, se me ne fossero rimaste, mi leverebbero il
fiato. Gli è un gran pezzo ch'io so piangere qui dentro! Gli è anche
un gran martirio, lo so; ma piuttosto questo che lasciarsi indebolire
fino al punto di perder l'uso della ragione. Dopo ch'io ebbi sotterrato
Niccola, cominciai a non aver più lettere di Lorenzo: poi vennero le
notizie dei gran rovesci di Bonaparte! Io, come potete figurarvi,
rimasi sgomento; ma piuttosto che starmene a spasimare in casa, mi
volli mettere in cammino pellegrinando per tutti quei luoghi di dove
Lorenzo mi aveva scritto. Girai tutti gli spedali; ne domandai a
quanti potevano essere stati del suo reggimento; scrissi lettere; mi
trattenni dove un barlume di speranza mi s'affacciava; e alla fine,
senza più denari, spossato, scoraggito, mi vidi costretto a tornare
indietro. Un giorno io attraversavo, pensate voi con che cuore, una
di quelle terre dove si vedevano ancora i segni della guerra, e mi
ritrovai sopra un campo dove morirono tante migliaja, che l'ossa non
erano ancora tutte sepolte. Più qua e più là si scorgevano alcune
croci; una era caduta. Io mi chinai per rialzarla sul monticello
dov'era stata confitta, e vidi una larga lastra di pietra con sopra
parecchi versi di scritto scolpito malamente, forse dalla punta d'una
bajonetta. E quei versi dicevano: «Qui sessanta prodi, tutti Italiani,
combatterono valorosamente per due ore di seguito contro cinquecento
nemici, e vollero piuttosto morire che arrendersi. Le loro ossa posano
sotto questa pietra, confuse con quelle dei molti nemici che caddero in
questa lotta tremenda. Ora la pace dell'eternità li congiunga fratelli
nel cielo. Conduceva questo drappello il capitano....» Ma qui la pietra
era spezzata, e allora anche tra' versi riconobbi i colpi che v'erano
stati scagliati, come per ridurla tutta in frantumi, anche prima che
il tempo la consumasse. Ma io smanioso di raccapezzare il resto dello
scritto, andai brancolando tra quelle macerie e mi posi a guardare con
attenzione tutti i sassi che mi venivano alle mani. E infine alcuni
ne ritrovai, dove potei leggere un nome, e tra quei nomi.... Ah! io
avevo detto di non poter più piangere! Queste lacrime sono per lui!...
Allora mi sparì il lume dagli occhi, mi sentii scoppiare il cuore, e
mi lasciai cascar come morto. Il resto non lo posso raccontare, perchè
non so dopo quanto tempo, riavutomi un poco, mi vidi disteso sul letto
d'uno spedale. Quegli che venne lì per assistermi non intendeva la
mia lingua, nè io la sua; e nessuno vi fu che potesse intendere il
mio dolore! In capo a quindici giorni mi ritornò la forza per reggermi
in piedi, e fui subito condotto dinanzi a una specie di commissario.
Costì in cattivo italiano mi sentii dire che le carte trovatemi addosso
non erano in regola; e mi fu fatto poi un visibilio di domande,
alle quali si vede bene che tra l'imbarazzo di non intenderci e lo
sbalordimento del mio dolore e della febbre sofferta, io non seppi
rispondere a garbo, perchè la conclusione fu che mi vidi rinchiudere in
un carcere. Ma come Dio volle, un mese dopo ne fui liberato, a patto
peraltro che uscissi subito da quel paese e non avessi più l'ardire
di ritornarvi. Anzi, per meglio assicurarsi de' fatti miei, mi fecero
scortare sino ai confini da due soldati. Ora considerate voi quant'io
dovessi patire nel mio viaggio! L'acqua, il freddo, la fame, e, le più
volte, appena un cantuccio di stalla per ricoverarmi la notte! Ogni
poco mi sentiva spossato da non poter andare più innanzi; ogni poco,
invece di mettermi a mendicare un altro soccorso, mi veniva la voglia
di lasciarmi piuttosto finire dallo stento sul cimitero d'una chiesa.
Ma poi la speranza di rivedere, almeno di sulla vetta dell'Alpe, il
mio paese, mi faceva animo; e più che mi accostava, più mi pareva
di ritrovarmi gagliardo. Oh, sì: quando fui su que' monti di dove
si principia a scorger l'Italia, mi parve a poco a poco d'essere un
altro; l'aria, l'azzurro del cielo, la bellezza della terra mi fecero
quasi dimenticare per un momento le mie disgrazie, e scesi a passi più
franchi, e guardai con occhi bramosi.... E davvero questo è il paese
più bello di quanti n'ho veduti nel mio doloroso pellegrinaggio!....
Ma nessun v'era che mi chiamasse padre o fratello! Degli amici ch'io
aveva lasciato, i migliori erano tra que' più; e io mi sentii crescere
il crepacuore a ritrovarmi solo tra tanta gente. Ecco perchè mi venne
desiderio di finir la vecchiaia in questi luoghi più solitari; e qui,
per la buona accoglienza che subito mi fu fatta, mi sentii rinascere
un po' d'amore alla vita. E poi desiderai di mostrarmi buono a qualche
cosa, non foss'altro per gratitudine a chi m'aveva levato di sulla
strada. Ma io, povero vecchio, con che cosa potevo contraccambiare
questo benefizio? Col lavoro e con l'esperienza di chi ha fatto il
contadino sotto le porte[14] d'una città. E se v'è stato da ricavarne
qualche costrutto per utile di questa buona gente, mi consolo d'avere
in parte pagato così il mio debito.»

Il gentiluomo, commosso al racconto di Marco, gli prese la destra,
se la strinse al petto, e non aveva parole per esprimere i sentimenti
d'amore, di cordoglio, di venerazione che lo agitavano in folla. Dopo
averglieli dimostrati come meglio poteva, rispose:

«Amico, se noi dovessimo parlare di benefizi, è chiaro, e voi dovete
confessarlo, che ora il beneficato son io insieme con queste famiglie
che da voi ricevono educazione, ammaestramenti ed esempj di virtù....»

«Scusate, ma io non so come c'entri la virtù; qui si tratta di
doveri....»

«Oh! ma troppo rari sono coloro che gli adempiono come voi!»

«E se questo fosse? Voi non mi dovreste far merito de' mancamenti degli
altri. D'avanzo qualche volta uno si figura d'aver a essere chi sa
che in tante cose da nulla, ancora che nessuno glielo dia a credere! a
me basta che fintanto mi reggeranno le forze, voi mi diate licenza di
lavorare la vostra terra....

«Ma che cosa dite voi? Anzi io son qui per esortarvi a uscire da questa
meschina capanna, e scegliervi una buona stanza nella villa, accanto
a me. Voi siete vecchio, avete bisogno di qualche comodo, di coprirvi
di vesti meno rozze, di nutricarvi meglio, e soprattutto d'un po' di
riposo. Oh sì! a codesta età, dopo i disagi sofferti, ormai è tempo
di lasciar la zappa e la vanga. Per insegnare ai miei contadini basta
la vostra voce: dell'esempio n'avete dato assai; e la vostra vigilanza
farà sempre un gran bene. Fin d'ora io v'assegno il mantenimento come
se foste uno della mia famiglia; m'onorerò di tenervi alla mia stessa
tavola, e vi prego d'accettare una provvisione in denaro. Voi sarete
il capoccia dei miei contadini e il Mentore dei loro figliuoli. Se
non è in poter mio di rendervi Lorenzo, abbiate invece l'amore e la
riconoscenza di tante povere creaturine che già vi benedicono e vi
rispettano come un padre. Io lo so, caro Marco, gli ho uditi io stesso.
Amico! venite subito meco; andiamo insieme a visitare queste famiglie,
e veda ognuno come io so onorare e ricompensare il vero merito.» E
s'alzava per avviarsi col vecchio. Ma questi, sebbene rittosi in piedi
con lui, lo rattenne garbatamente; e soggiunse:

«Che cosa occorre ch'io vi dica la consolazione che mi viene dalle
vostre offerte? Ma di grazia, lasciatemi star qui. Anche questa capanna
è casa vostra; e come voi vedete, mi sono ingegnato di farci tutti
quei comodi e tutti quei ripari che possono occorrere a un vecchio.
Non mi vietate il lavoro poco faticoso dell'orticello e della vigna;
il lavoro e la temperanza sono la mia salute; e se non avessi sempre il
pensiero delle mie faccende, chi sa, la malinconia m'entrerebbe addosso
senza rimedio. Quand'io avrò bisogno dell'aiuto di altre braccia più
robuste delle mie, oh! saprò allora dove trovarle. E questi vestiti
gli ha portati così mio padre, così li portavano i miei figliuoli....
no, no! io non posso mutarli. E poi perchè vorreste voi mettere queste
disuguaglianze tra me e gli altri vostri contadini? Tanto, benchè si
riconoscano miei eguali, mi rispettano e danno retta a' miei consigli.
Coi vecchi, mi vergognerei di parere da più di loro; coi giovani, se
v'è una distinzione che valga, me l'hanno data i capelli bianchi e
gli anni spesi nelle fatiche. Gli onori e i favori del principale,
il vestito meno grossolano, i cibi più scelti mi leverebbero anzi
una parte di quella confidenza che me gli ha affezionati. E alcuni
potrebbero credere che io avessi cercato d'adempiere il mio dovere
per un sentimento d'ambizione, per uscire da quello stato nel quale
nacqui, e di che ho sempre detto: — Figliuoli, siatene contenti;
sappiate ricavarne tutto il bene che vi può dare con l'onestà e col
lavoro, e persuadetevi che alla fin de' conti pochi potranno dire di
stare meglio di voialtri, anche tra quelli che vi pajono felici. — Ma
se io ricuso per me quelle cose che mi sarebbero superflue, non dico
già che gli altri vostri contadini stiano tutti tanto bene da non
aver bisogno dell'assistenza del padrone. Vi sono certe famiglie più
numerose e meno provviste delle altre; vi sono alcune case mal riparate
dalle intemperie; e poveri da rivestire, e malati e vecchi e vedove da
soccorrere. Ecco dove la carità e il dovere vi chiamano, massime verso
chi ha faticato e fatica per farvi fruttare la terra. E già, io lo so,
non occorreva ch'io mi facessi ardito a rammentarvelo. E così saranno
meglio spesi anche i denari che avete la generosità d'offerirmi. Io
che cosa ne dovrei fare, quando non mi manca nulla del necessario? E
poi ora che son solo! Ah! se avessi da riscattare un figliuolo dalla
coscrizione, e da ajutarlo per farsi uno stato, oh! allora.... non
aspetterei che mi fossero offerti; mi metterei anche in ginocchio
davanti un ricco misericordioso per chiedergli la vita della mia
creatura.... Ma ora son solo! i miei figliuoli sono quei cari fanciulli
che per amore mi chiamano nonno quando vengono ad ascoltarmi. Così quel
bene che voi farete a loro e alle famiglie più bisognose, sarà come se
fosse fatto a me stesso; e io ve ne serberò la medesima gratitudine.»

«Voi parlate saviamente, e so anch'io che non siete uomo da doversi
ricompensare col denaro o con la vanità dell'apparenza. Aborro anch'io
l'ostentazione in tutte le cose. Rimanete pure nella tranquilla
oscurità che tanto vi piace. Ma le opere, amico mio, le opere buone
vanno fatte conoscere; e io vorrei che i miei amici che sono in
città sapessero che tesoro ho trovato quassù; vorrei che i giornali
manifestassero a tutti con quanta semplicità di modi voi abbiate saputo
concludere assai più di quello che insegnano i libri e le scuole.»

«Abbiatemi per iscusato se v'interrompo. Ma questo a che fine?...»

«A che fine? per dare un esempio!....»

«E a chi? e di che cosa? I vostri amici che sono in città, quelli che
leggono i giornali hanno sempre sott'occhio tante miserie, e tanto più
grandi di quelle che si possono ritrovare in questi luoghi fuor di
mano, che se vi vogliono mettere qualche rimedio, non hanno bisogno
d'imparare da un povero vecchio come me, il quale non ha fatto altro
che industriarsi onestamente in quel modo che poteva essere utile
a sè e ai suoi fratelli. Chi è proprio intenzionato di soccorrere
gl'infelici e gl'ignoranti non si contenta di leggere la descrizione
de' loro guai, ma va a ritrovarli, e vede e provvede fino a tanto che
le sue forze glielo permettono. Ognuno dal canto suo obbedisce alla
propria vocazione. E se vi fosse l'usanza di prender la tromba per
far sapere al popolo e al comune tutto il bene che questi e quelli
procureranno, io avrei sospetto che allora i più infingardi se ne
stessero con le mani in cintola dicendo: — A ogni modo vi son tanti che
fanno! io mi sbraccerei inutilmente; tra poco andando di questo passo
non vi sarà più nessuno che abbia bisogno di essere aiutato. Voi sapete
poi che quando si comincia a dir del bene di una persona, v'è sempre
chi passa la parte; e quando e' entrano di mezzo le incensature, la
testa di chi le riceve ne rimane invasata, e il fine del bene operare
non è più quello. Tutti gli uomini hanno il loro debole; e quanto a me
potrei perder la bussola come chiunque altro.

«Oh! questo poi son sicuro....»

«Figuratevi una distinzione, un titolo, il favore del padrone, i
quattrini più del bisogno.... Eh! non ci vuole poi tanto a lasciarsi
avvezzar male da queste cose! Oggi un pochino da non accorgersene
neanche, domani un altro poco, e via discorrendo, come la gocciola che
trafora la pietra, e s'arriva a metter su muffa, a crederci chi sa che,
a scordarci di esser tutti fratelli. Ma già questi discorsi non hanno
che fare nel caso mio. Dico così perchè così la penserei se anco mi
ritrovassi a dover far dire di me. Questo che cosa mi farebbe? Rimarrei
lo stesso; o una ricompensa vanagloriosa me la meriterei solamente
quando mi fossi abbassato a desiderarla.»

L'altro se ne stava maravigliato, non sapendosi persuadere che un uomo
dell'estrazione di Marco potesse nutrire quei sentimenti. Avvezzo a
vedere, come cosa inevitabile e comune per ogni persona, la continua
lotta delle ambizioni di tutte le specie, e persuaso fin dall'infanzia
che non si potesse dare elevatezza d'animo in gente, come suol dirsi,
volgare, tutto ciò che aveva udito gli sembrava un sogno.

Il vecchio poi, come se non paresse suo fatto, si scusò d'averlo
trattenuto tanto con questi discorsi, lo ringraziò della visita, e
s'accingeva a ritornare alla vigna, allorché il gentiluomo esclamò
abbracciandolo:

«Padre mio, lasciate, lasciate che io vi chiami sempre così. La luce
del vero è nella vostra mente! Vivete come meglio vi piace; io non
divulgherò il vostro nome, vi lascerò in quella tranquilla e operosa
oscurità che tanto vi è cara; ma accettate almeno,» e si levava di
dito un anello prezioso, «e conservate per segno della mia venerazione,
quest'anello. Fu già di mio padre....»

«E voi continuate a portarlo; è un ricordo che vi farà consolazione.
Altrimenti vi direi: — Invece di darlo a me, barattatelo in tanto
pane pei poveri, per quell'infinito numero di tribolati che menano una
vita di stenti e d'umiliazioni intorno ai pochi ricchi della terra. Ma
giacché voi mi volete dare a ogni modo una ricompensa, io vi chiederò
anche più di tutto quello che m'avete offerto. Se è vero che questa
buona gente dei miei compagni, e massime i loro fanciullini, abbiano
ricavato qualche cosa di buono dai miei consigli e da quella po'
di istruzione che mi diede mio padre, fate che morendo io abbia la
consolazione di sapere che un altro farà le mie veci....»

«Io stesso che, fin d'ora, vi prego di mettermi nel numero dei vostri
alunni....»

«O che farà anche meglio, purché s'attenga sempre alla semplicità
che ho visto per esperienza essere tanto efficace. A volere educare e
istruire quelli che, poveretti, non sanno ancora il bene che potrebbero
ricavarne, bisogna contentarci di poche cose, d'andare innanzi a passo
lento, purché si vada sempre innanzi, e che non manchi il coraggio
quando s'incontrano degli ostacoli nè diminuisca mai la costanza. Chi
vuol troppo e troppo presto, non conclude nulla; meglio l'ignoranza che
un'istruzione abborracciata e superflua, moderazione nelle nuovità,
nessun artifizio, nessuna perdita di tempo in prove capricciose ed
inutili, e prima di tutto e sempre l'educazione del cuore. Chi non
venisse docile a voi, non lo costringete con l'autorità del comando,
ma persuadetelo prima con le buone ragioni, e poi lasciate fare
all'esempio degli altri; i più restii a poco per volta diventano i più
solleciti.... Ma voi non avete bisogno de' miei suggerimenti, nè io
sarei capace di darne a nessuno. Dico questo, perchè me l'ha insegnato
mio padre; e ho visto con l'esperienza che mio padre aveva ragione.»

Il gentiluomo ripetè allora la sua promessa di continuare da se
medesimo l'opera del vecchio Marco, e di trasmetterne l'obbligo ai
figliuoli e agli eredi, destinando in perpetuo una parte del patrimonio
all'educazione, all'istruzione e al miglioramento di stato dei suoi
contadini e dei poveri dei contorni. E questa promessa fu attenuta.

Il vecchio Marco morì con la pace del giusto e con la contentezza di
lasciare nel proprietario di quelle terre ai suoi figliuoli adottivi
un altro padre sempre sollecito del loro vero bene. Era questa la sola
ricompensa ch'egli desiderava delle sue fatiche, e l'ottenne: così il
fine della virtù consiste nel conseguimento del bene per gli altri.




IX.

I Racconti della Milla.


1.

_Sofia._ Oggi dunque avremo da noi la Milla, è vero, sorelle? Quanto è
buona la vecchia Milla, eh? che ne dite?

_Sorelle._ Buonissima; devi dire buonissima.

_Sof._ L'avete caro ch'ella venga a tenerci compagnia?

_Sorelle._ Altro!

_Maria._ Io n'ho un gusto matto.

_Teresa._ Io vorrei averla meco il giorno e la notte.

_Sofia._ Or ora sarà qui. Poniamo in ordine i nostri lavori.

_Luigia._ E prepariamoci a stare allegre davvero.

_Maria._ Già io mi aspetto un racconto.

_Angiolina._ Io la chicca....

_Teresa._ Oh, sì! Appena è venuta, glielo dico subito veh! un racconto
da sua pari.

_Luigia._ Porterà la rocca e io voglio filare con la sua rocca; io mi
ci diverto tanto!

_Angiol._ Ma quanto si fa aspettare!

_Sof._ Oh! un po' di pazienza. Sono andati a chiamarla ch'è poco. La
non ha le nostre gambe, sapete?

_Angiol._ Potevano esser andati a chiamarla più presto.

_Maria._ Oh che uggia aspettar tanto!

_Sofia._ Zitte, zitte, bambine! Sentite.... intanto che aspettiamo,
farò io da Milla. Vo' vedere se so imitarla. Questa mazza del babbo
sarà la rocca.... Qui, nel suo seggiolone. Bambine mie.... (_cercando
d'imitare la Milla_).

_Luigia._ Oh! sì, sì, facci un po' ridere. Ma ci vorrebbero gli
occhiali.

_Sofia._ Hai ragione, gli occhiali; e dov'è ora un pajo d'occhiali?
Basta, figuratevi ch'io gli abbia. Ecco; grassa grassa; co' suoi
occhialoni a cavalluccio sul naso. Comincia a filare.... Noi ci
mettiamo fitte fitte intorno a lei e la guardiamo.... Comincia a
ridere.... Ecco, si mette le mani in tasca....

_Angiol._ E tira fuora un confetto....

_Sofia._ No signora.... E tira fuori la scatola del tabacco (_figura di
prendere il tabacco_).

_Angiol._ Eh! va' via col tabacco.

_Sofia._ E poi dice.... dopo aver tossito....

_Maria._ Volete sentire un racconto?

_Sofia._ Aspetta! — Bambine mie, state voi tutte bene? Avete voglia?...

_Maria._ Di sentir come e quando....

_Sofia._ Ancora no! Non mi interrompete. — Avete voi voglia di lavorare?

_Maria._ Che! Tu non ci riesci a imitarla.

_Luigia._ Queste non sono dimande da farsi a noi.

_Teresa._ Sarebbe un'offesa. Noi lavoriamo sempre di genio.

_Luigia._ Ce ne vuole per essere un'altra Milla!

_Sofia._ Eh! lo so, per contentare voialtre....

_Angiol._ E poi la prima cosa dev'essere la chicca.

_Milla._ Come, come? I' ho a sentire anche questa? Deo grazia, bambine.

Così dicendo, la Milla (udite l'ultime parole dell'Angiolina) apre la
porta, ed entra. Le giovinette, sorprese ed allegre, esclamano:

«Eccola, Eccola! Viva la nostra Milla!» Poi corrono ad incontrarla.
L'Angiolina si mostra un po' compunta, e meno sollecita; ma a lei,
prima che alle altre, la Milla si volge sorridendo, e le dice:

_Milla._ Non le vo' più sentire queste cose, Angiolina mia. Non
conviene mostrarsi ghiotta, nè anche per ischerzo. E poi, un bravo
signore m'ha detto che i dolci fanno male ai bambini; e so che la mamma
pensa come lui; e hanno ragione. Oh! non voglio far cose di danno a te
e di dispiacere a tua madre. Ho per voi tutte un racconto, che ve ne
grillerà 'l core. Andiamo andiamo (_va nel suo seggiolone_); a sedere
tutte: e prendete i vostri compiti. Il babbo e la mamma son fuori eh?
Ed io farò da babbo e da mamma, se Dio m'aiti.

_Sofia._ Brava, brava! Siamo tutte contente quando vieni da noi.

_Maria._ E quanto ti abbiamo desiderata!

_Angiol._ Più di tutto di tutto!

_Milla._ E per me è un giorno di festa quando sono con voi.

_Sofia._ Andiamo, io qui accanto alla Milla. Tu qui, Maria... e
voialtre.... sicuro.... così va bene. Tutte intorno alla brava Milla
(_le bambine si pongono a sedere_).

_Milla._ O bene via! Dite un po', le mie care fanciulle.... (_le
bambine ridono mentre la Milla si accomoda gli occhiali_). Oh! E ora?
di che ridete?... Almanco aspettate ch'io mi sia messo le barelle sul
naso, prima di far questi versi. Vedete un po'!... Insomma, si può
sapere di che tanto ridiate?

_Bambin._ Sofia....

_Sofia._ Oh! lo dirò io il perchè. La Milla mi perdonerà lo scherzo, io
spero. Sai tu, Milla? Mi era posta nel tuo seggiolone per contraffarti;
mi dispiaceva di non avere gli occhiali da par tua.... e ora che gli
hai....

_Milla._ Ho capito, via, ho capito. A lei, signora dottoressa, si metta
gli occhiali, e mi contraffaccia meglio ora (_e mette i suoi occhiali
sul naso a Sofia_).

_Bam._ (_ridono vedendo la Sofia con gli occhiali della Milla_).

_Milla._ Chi burla è burlato, dice il proverbio, sa ella?

_Sofia._ Per carità! Che te lo sei avuto a male, Milla mia, questo
scherzo?

_Milla._ No, no, il Ciel me ne guardi! Anch'io fo per chiasso. I' so
bene che il brio di voialtre fanciulline è innocente; e che nessuna
di voi avrebbe il coraggio di beffarsi di una povera vecchia. Ora
stiamo allegre, su via, stiamo allegre. Se sapeste! Ho tanta voglia
anch'io di spassarmi con voi! Quand'io ho a venir qui, mi sento quasi
ringiovanire.

E le fanciullette, fatta corona alla vecchia, si sogguardano e
sorridono col lavoro in mano, aspettandosi a ogni momento che la buona
vecchia incominci a dire le solite barzellette o a raccontare. Essa
avvolge il pennecchio alla rocca, vi adatta la pergamena, e guarda
sorridendo quel cerchio di fantoline, i cui anni messi tutti insieme,
appena appena fanno la metà de' suoi. Per due o tre volte fa con la
bocca un certo atto, come di chi vuol parlare, e poi non trova subito
il verso, o pensa ad altro; e le fanciulle, per due o tre volte si
rigirano sulla sedia e spingono innanzi la faccia, come chi si dispone
a sentir cosa che assai gli prema. Finalmente la Milla apre la bocca
per parlare di buono, e incomincia in questo modo.

_Milla._ Oh.... sentite.... Ma prima, dovete sapere ch'egli è un
fatto proprio vero, seguito giù di quì, e' son anni, anni!... E' mi fu
raccontato da un baccalare, da uno di que' che la sanno lunga. E vi
dirò le sue proprie parole. Oh! sì, me ne ricordo come se fuss'ora.
Dunque state a sentire.... Badiamo veh! gli è un po' lungo, ma e' vi
piacerà: e non mi interrompete, eh, voialtre piccine?

_Bam._ No, no, Milla. Fa' presto.

_Milla._ Ch'i' non senta uno zitto! Me lo promettete?

_Bam._ Sì, te lo promettiamo. Racconta, racconta.

_Milla._ Comincio subito. Ma voglio posar la rocca, perchè non
vorrei....

_Bam._ Oh che pazienza!

_Milla._ Meno furia! Roma non fu fatta in un giorno. Mettiamola qui.
Ve', ve', a Maria farebbe gola quella rocca. Verrà tempo che filerai
anche tu.

_Maria._ No, no; ora non ne ho voglia. Mi par mill'anni che tu
incominci.

_Milla._ Eccomi davvero. Sentite (_sputa, si soffia il naso, e
principia_)




RIGUCCIO


PARTE PRIMA

A Fiesole in _Borg'unto_, era una buona fanciulla di 16 in 17 anni,
piuttosto più che meno, bianca e linda com'il bucato, con due occhi
neri sgranati, e tenera tenera come il latte premuto. L'era proprio
una consolazione a vederla, in una casetta pulita, con tutte le su'
cose a sesto, che io non vi so dire. La sua povera mamma era morta
giovane d'un male lento e penoso, e avea lasciata questa figliuola
e un angioletto d'otto o nov'anni, salvo il vero. Il padre, morto
anch'esso, e prima della moglie, era mugnaio; e nella sua casetta di
Borg'unto avea messo in piedi una bottega per la vendita della farina
e del semolino, e via discorrendo. Quand'era viva la madre di Marta,
vi stava essa al banco; e, alla meglio, tirava innanzi la famigliuola,
senz'altro ajuto che quello del suo buon garbo e della sua onestà. Ma
quando quella madre infelice non ebbe più forza di patire i dolori
di questa terra, Marta potete figurarvi quanto rimanesse sconsolata
col suo Riguccio! E' credevano di dover portare alla sepoltura anche
lei. Per qualche giorno la modesta bottega fu chiusa, e la casetta fu
chiusa, e Riguccio non andò a fare il chiasso con gli altri ragazzi
in piazza di Fiesole, e Marta pianse dì e notte accanto al letto della
defunta madre. Non vi fu un cristiano in Fiesole che non si affliggesse
per Marta ch'era l'idolo di tutti; e a certe pietose donne riuscì
finalmente di consolare un po' l'orfanella, e di farle rivedere la
faccia del sole. A un tal Romolo, parente lontano del padre di Marta,
fu dato l'incarico di guardare agl'interessucci di que' due sventurati.
Ma questo tutore, scelto in mal'ora, altro non era che un disutilaccio,
Iddio lo perdoni, che faceva d'ogni erba un fascio, e aveva il
lacrimevole vizio di bazzicare ogni po' l'osteria. Di rado capitava in
sul far bruzzo nella bottega della farina, traballando com'il solaio
sotto il badile, a farvi che? a metter a soqquadro ogni cosa, e spesso
con due o tre compagni della stessa pasta, che gli facevan tenore.
Figuratevi Marta! Ma la poverina, fatta più coraggiosa dalla disgrazia
più grande, s'acconciò da sè a bottega, e coi modi aggraziati, che
rammentavan sua madre buon'anima, seppe così bene richiamar gli
avventori, che tutti volentieri difilavano a comperare il fior della
farina da lei. Chi l'avesse vista col suo candido grembialetto, dare
a tutti con gentil modo il buon peso, accogliere e baciare da sorella
i fantolini che andavano col soldo stretto nel pugno a fare spesa,
rimandar sempre il povero consolato di qualche elemosina di farina
o di grano, sopportare con angelica rassegnazione i mali trattamenti
di Romolo, e custodirlo quando il vino l'avea messo proprio in terra,
e dolcemente ammonirlo e consigliarlo quando pareva in buona, sicché
talvolta e' ne rimaneva commosso, l'avrebbe detta un angiolo venuto in
terra a consolazione degli uomini. E così, a stento, poteva campar da
ruina quel po' di bene di Dio che a lei e a Riguccio lasciato avevano i
genitori. Ora, a proposito di Riguccio, per tornare un passo indietro,
e' bisogna sapere che egli andava a scuola a imparare il latino,
perchè suo padre, povero uomo, aveva avuta grande smania d'aver nella
casata un calonaco[15]; e Romolo, che non gli pareva vero metter la
tonaca a quel ragazzo, per non averlo più tra' piedi e lasciarlo al
Capitolo, era intestato a far eseguire la volontà del defunto. Ma il
povero piccino, di quello studio non ne capì a buccicata, e spesso gli
toccava a star ginocchioni, e far pepino[16] in mezzo di scuola. Voglia
d'istruirsi, come l'avrebbe avuta! ma quelle parolacce nere nere in
_bus_ ed in _bas_ non gli entravano in capo, e lo facevano andare alla
malora. E la mamma, povera mamma! gli aveva promesso di liberarlo da
quel diascolo dell'inferno, intercedendo per lui presso il tutore, e di
mandarlo piuttosto laggiù a Firenze da un certo maestro M

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