La lanterna di Diogene
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Title: La lanterna di Diogene
Author: Alfredo Panzini
Release date: June 28, 2015 [eBook #49310]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA LANTERNA DI DIOGENE ***
ALFREDO PANZINI
LA LANTERNA
DI DIOGENE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
11.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Milano, Tip. Treves — 1920.
LA LANTERNA DI DIOGENE
I.
La cura del moto e del sole.
L'undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente,
dall'alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di
Porta Romana.
La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su
l'Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata
supponiamo che sia non lungi dall'antico pineto di Cervia e che, per
l'aere puro, abbia il nome di Bellaria.
Ora, quel giorno della partenza, il cielo era senza nubi, e per far
piacere alla città che mi ospita da tanti anni, dirò che era anche
azzurro: certo ne pioveva un'afa così ardente e greve, che in ogni
altra città d'Italia gli uomini si sarebbero addormentati; e anche le
motrici e le macchine si sarebbero fermate.
Vero è che a Milano non si sciopera per così poco.
*
Per mio conto tuttavia avrei giurato che in quell'ora ventilavano i più
puri zeffiri del mare, e che la cappa del cielo era proprio così bella
come assicura il Manzoni nei «Promessi Sposi».
Questo singolare fenomeno illusorio avveniva in me perchè in quell'ora
il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore.
Ero io contento veramente in quell'ardente pomeriggio dell'undici
luglio? Certo ero leggiero, leggiero come uno il quale, dopo essere
rimasto tutta la giornata nelle strettoie d'un abito nero per assistere
ad una interminabile cerimonia ufficiale, arriva a casa, si strappa il
colletto e manda in aria il palamidone.
Precisamente: io ero stanco e greve e, ben ripensando, più che del
lavoro giornaliero, io ero stanco della cerimonia ufficiale della
vita, tanto stanco che in questo senso di tedio mi parve di essere
meravigliosamente solo fra gli uomini, e ne ebbi paura come di un
prodromo di malattia insanabile dell'anima.
Lo sforzo continuo di equilibrarmi con gli altri, di portare anch'io
sopra il colletto un bel volto mansueto e cerimonioso, mi squilibrava
sempre di più. Buttavo all'aria la carta stampata; la letteratura,
mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri;
gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente
le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di
essere stato anch'io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in
una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici
dei monti, e il mare palpita sotto l'Aurora!
V'erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello
che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall'«Orlando
Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un
pianto di belle donne amorose; dall'«Odissea» un profumo di grande
mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina
Commedia» veniva fuori l'alba che vince l'ora mattutina e un gridio di
uccelletti su la divina foresta spessa e viva.
Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica:
«mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente:
«va, cammina, svagati!»
Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia
bicicletta.
Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:
«Ricordi dieci anni fa la gioia dell'alba che raggiò da Colfiorito?
l'ascesa a Recanati come ad un santuario? La sosta a San Vitale presso
Classe con quei gran gigli simmetrici per l'abside azzurra, e quei
mansueti cervi simbolici, assetati di verità, tanto che ti palpitò il
cuore, o incredulo, di fede e di amore per il Cristo, giovanetto severo
che lì giganteggia seduto, e ti fissa con l'indice levato?»
Questi precedenti spiegano la ragione della mia contentezza quando quel
giorno undici luglio, ornate le gambe di un paio di novissime calze,
montai in sella.
Incontrai per la città qualche conoscente, molto meravigliato nel
vedermi in cotale assetto. Ma io salutai da lungi e dissi nel cuore
biblicamente: _Nescio vos!_
Molto più fortunata di me, la bicicletta aveva trovato un meccanico
che fermò qualche vite, rinnovò i pneumatici, e lubrificò i congegni.
Per noi, creature di Dio, non esistono pezzi di ricambio. I pneumatici
una volta invecchiati, tali rimangono, nè il mercante vende olio per
lubrificare le ossa indurite. Noi, sventuratamente, abbiamo l'età dei
nostri pneumatici, cioè delle nostre arterie, e non c'è laboratorio
Dunlop che le rinnovi.
Ciò è molto sconfortante: vale tuttavia a spiegare un'altra causa
della mia contentezza quando mi accorsi che il pedale rispondeva bene
all'impulso, che le case andavano indietro e la verdura della campagna
veniva avanti. Addio, Madonnina del Duomo! Rimani — io non so se tuo
buon grado o mal grado — su l'estremo pinnacolo a guardare questa
città, che si fa sempre più rumorosa e più grande: troppo grande e
superba per l'umile anima mia. Ero dunque padrone del moto, e ne gioii
come di un'insperata fortuna.
Con prepotenti squilli mi diedi ad avvertire la gente del mio
passaggio, e la gente mi guardava. Io non so se facevo strani gesti, ma
certo so che col pensiero dicevo: «Andatelo a dire come si fa a guarire
della nevrastenia!»
Quando, finalmente, l'incubo delle case disparve, disparve la gente
densa, e vidi (oh meraviglia, come di oasi al navigante del deserto!)
le alte siepi di acacie coi bianchi grappoli odorosi, e sentii le acque
mormoranti per il verde piano lombardo, una freschezza forte e giovane
mi alitò nel cuore. E mi rifiorì nella memoria il ricordo della gioia
che inebriava i miei quindici anni quando pur di luglio, nelle vacanze,
lasciavo quel regio domicilio coatto che fu per me il collegio.
La differenza tra allora ed ora era tutt'al più questa, che allora il
mondo materiale prendeva stupende proporzioni eroiche; i malfattori
abitavano quasi tutti in carcere; e mi pareva impossibile che un uomo,
fornito di grave aspetto e di rispettabile barba, non avesse dovuto
avere dentro anche un'intelaiatura di ferro, come gli eroi di Gualtiero
Scott, il mio autore preferito.
Più tardi mi venni persuadendo che in commercio è più usato il cartone
dipinto. Me ne accorsi un poco per volta, eppure anche ora me ne duole.
*
Dunque mi congratulai con me stesso di avere conservato in su la soglia
dei quarant'anni alcune facoltà illusorie della adolescenza, per le
quali il mondo appare molto giovane e ridente.
Sì, è molto bene conservare nel lago del cuore una goccia d'acqua
non inquinata, un po' di infantile freschezza di spirito per cui si
assaporano le umili ingenue cose, nel modo medesimo che uno stomaco
sano fa trovare saporite le rusticane vivande.
Io perciò sentivo in quel principio del viaggio il caro fiore della
giovinezza olezzare ancora sul mio dispregio del mondo, come un cespo
di viole a ciocche sparge la sua chioma odorosa sopra un cumulo di
miserande ruine.
Se non che, attraversando il bel corso di Lodi, fui richiamato alla
realtà potente. Essa era rappresentata molto bene da un mio collega.
— Come mai a Lodi? — domandai.
Mi rispose:
— Sono commissario agli esami. Credi — e non aveva bisogno di levare
le palme al cielo perchè la verità era testimoniata dalle occhiaie
infossate e dal suo pallido volto — credi, sono esaurito.
— Fra poco riposerai anche tu, — diss'io.
— _Sicut et in quantum_, mio caro. Capirai che se nelle vacanze lascio
Milano, quel po' di lezioni private me lo portano via gli altri. Beato
te che puoi scappare come uno scolaretto in vacanza.
Così ci lasciammo: io verso la libertà della campagna, egli, ancora,
verso quel massimo propulsore delle umane azioni che è il denaro.
«Posso!» e chi te lo dice? — meditavo fra me. — «Voglio!» E chi di noi
due è più savio?
Bene io ero convinto della bontà della mia strada verso la libertà;
ma quando tutti voltano verso occidente, come è difficile camminare da
soli verso l'oriente!
E la bicicletta andava assai lentamente, perchè l'anima mia era adesso
attanagliata da questo pensiero: «Oimè misero! inutile o illogica
cosa dichiararsi dispregiatori delle cerimonie della vita. Ecco:
bisognerebbe o essere milionario, o essere come Diogene, il quale
buttò via la ciotola di legno quando vide un pastore far giumella
delle mani per bere; e aveva per appartamento una botte, la quale fu
onorata da Alessandro il Grande nella sua intervista col filosofo;
e se ne andò senza imporgli la tassa del locativo. E poi nemmeno! Il
milionario non godrebbe niente se gli mancasse l'invidia del popolo.
E Diogene? Diogene in fondo era un vanitoso superbo! Io ho un bel
disprezzare la faticosa, chiusa operosità di quel mio collega; io ho
un bel deridere il lavoro umano! Ma il mondo va avanti per effetto del
lavoro, e un grande lavoratore influisce su gli altri uomini come il
nobile destriero, che passando veloce per la via, costringe tutti gli
infingardi somieri a levare il trotto!
*
Questi pensieri erano assai melanconici, ma per mia fortuna mi venne
incontro la vista di un cimitero.
I cimiteri in Lombardia sono molto gentili. Essi non sono appartati
per un sentiero che devia dalla strada maestra; ma si incontrano lungo
la via: non sono circondati da un muro alto e chiuso, ma il muricciolo
che li recinge è basso e concede a traverso ampi trafori di scorgere
tutto il camposanto; nè mancano leggiadri adornamenti dell'antica arte
muraria di Lombardia.
Questa disposizione dei cimiteri invita a soffermarsi e guardare. Così
a chi percorre la campagna lombarda, accadrà spesso di vedere solitarie
figure umane, inginocchiate e immote a pregare e conversare coi loro
morti.
Caro collega, che riprendi come una macchina motrice il tuo lavoro, qui
tutto ha fine, o milionari o Diogeni, e il resto è silenzio.
*
Che piacere quando giunsi alle rive del Po! Era un antico voto che
scioglievo. Sa Iddio quante volte lo passai, ma sempre in treno,
quel bianco Po, lento, fluente tra il meandro azzurro dei pioppi
evanescenti. Ma il fragore del treno che fuggiva tra le sbarre del
ponte, faceva evaporare ogni fantasia. Ora avrei potuto fermarmi, o
Po, in mezzo alle tue acque, sul ponte di barche. Mi fermai infatti a
dispetto delle zanzare, che quivi sono molte e feroci, e attesi se per
le acque lontane giungesse alcuna voce di antica epopea, alcun sospiro
dell'idillio di Aminta, in cui tu esalasti l'anima giovane, o Torquato!
Ma il castello Estense di Belriguardo non è più! Ad un tratto la scena
mutò. Le bianche acque si erano fatte vermiglie: il sole tramontava;
ma ciò non parve effetto del sole: parve invece che quelle acque rosse
fossero come un fantasma dell'umano sangue che tu lavasti, o Po, nel
corso dei secoli.
*
Il riposo della notte a Piacenza non fu molto riparatore.
Per dormire bene, bisogna spegnere, come fa il sacrestano nelle chiese
che smorza tutte le candele dell'altare maggiore: spegnere tutte le
idee. Ma quando con lo spegnitoio della volontà si soffoca un'idea,
e poi si vede che se ne accende un'altra da sè, e le fiammelle
risplendono, si levano, ondeggiano come fuochi fatui e non si possono
raggiungere con lo spegnitoio, oh, allora è un gran brutto voltarsi nel
letto!
Cara, allora, è la notte estiva, perchè breve è la mancanza del sole;
il quale, oltre alla virtù di far crescere la spiga, ha quella di
ridurre la vista delle cose alla proporzione della realtà, e dissipare
i fantasmi.
II.
Effetti del Lambrusco.
A dispetto della notte agitata, quando al mattino lasciai Piacenza,
ancora immersa nel sonno, in me squillavano alcune allegre diane di
forza e di speranza.
In che? e perchè?
In nulla e per nulla.
Sono effetti bizzarri che il sole sorgente produce sull'organismo
quando i polmoni si dilatano all'aria mattutina.
Sino a Fiorenzuola d'Arda mi accompagnai con un ciclista tardigrado,
che andava bene con me. Era un impiegato piacentino che si recava
regolarmente ogni domenica mattina a trovare la moglie in cura a
Salsomaggiore. Il suo pedale andava placido come la sua voce, la quale
si compiaceva nello stendersi della gòrgia natia alla fine di ogni
parola.
Egli mi parlò anzi tutto della sua signora e dei gran benefici che
ella ritraeva da quei bagni salso-iodici; quindi intraprese la storia
circostanziata dei conti decaduti di Piacenza. Giunti a Fiorenzuola, ne
aveva passati in rassegna cinque, ma pareva che avesse materia per più
lungo viaggio. Fortunatamente a Fiorenzuola egli sentì il bisogno di
fare un primo spuntino; con la qual cosa non soltanto soddisfaceva ad
una richiesta dello stomaco, ma — siccome era in anticipo — desiderava
di perdere quel tanto di tempo che era necessario per arrivare a Salso
all'ora precisa del pranzo. Doveva essere un uomo prudente costui,
giacchè l'arrivare in anticipo non fu mai consigliabile ai mariti che
sono buoni tutori della felicità coniugale.
Il ciclista invece che mi si accompagnò fino a San Donnino, apparteneva
all'ordine dei treni direttissimi: era un giovanetto, commesso di
negozio, il quale era partito il mattino stesso alla punta del giorno
da Milano, e andava anche lui a Salsomaggiore.
— Non faccia complimenti, vada pure avanti, perchè il mio passo, come
vede, non è da mettere col suo, — gli dissi.
— Ma no, — rispose, — andiamo insieme: io rallenterò un poco la corsa,
tanto più che non ho fretta.
— E allora perchè si è presa questa scalmana di venir da Milano come un
treno lampo? — domandai.
(Oh, stupida domanda la mia! Ma per i giovani l'andare in fretta è cosa
naturale come per i vecchi l'andare adagio. Pare impossibile quanto
spesso noi facciamo una questione morale di una questione puramente
fisiologica!)
La proposta del viaggio insieme non mi sorrise molto: guardai quelle
potenti leve delle sue gambe lunghe, quella moltiplica esagerata della
sua bicicletta, e sospirai. Eppure, o fosse effetto dell'esempio — come
avviene agli asinelli — o beneficio della strada che corre ondulando in
lievi e lunghe discese e salite, o miracolo dell'ora e della stagione,
il fatto è che percorsi anch'io di volata quei venti chilometri.
Era la dolce terra, erano i verdi colli, le ombrose ville, le
borgate, i lontani castelli ammantati a festa come per farmi piacere
e persuadermi sempre di più del grande amore della madre natura.
(Rettorica! quando avrà bisogno per i suoi affari della tua morte, la
proverai la buona madre natura!)
— Ma lei è un _routier_ di prima categoria, — mi disse il giovane
commesso, — e per un uomo di quarant'anni non è cosa comune.
— Trentanove, signore! — corressi (oh, vanità!) e augurataci buona
fortuna, egli per Salso, ed io seguii per la mia strada.
*
Or dunque mi congratulai ancora con me stesso e con le umili membra che
mi avevano serbata questa cara sorpresa fuori della loro primavera.
Le lontananze del paesaggio sfumavano nel vapore dell'aria, già
radiosa di sole; la strada sotto quel bagliore abbacinava la vista.
Eppure che bell'andare! Presso la strada, qualche villa o castello,
profondamente sommerso nel verde opaco del parco, mi faceva l'effetto
che un sorbetto produce ad un assetato; e tuttavia non riposai a quelle
ombre allettatrici, anzi mi fu piacevole il proseguire, e proseguii
tutto solo in uno stato d'ebbrezza, che non proveniva da liquore o da
vino, ma dal sole e dalla libertà, i due inebrianti che non fanno male.
«Quanti bei nomi — andavo fantasticando — ebbero le antiche età per
significare questa ebrezza dell'andare liberi, senza orario e senza
legge: i romei, i cavalieri erranti, i _clerici vagantes_, i trovieri;
e Iddio — o pensiero luminoso! — fece il mondo rotondo perchè uno può
girar sempre e illudersi di andare avanti, anche se torna sui suoi
passi.
I santi e i santuari nell'evo medio servivano a questo sport. San
Giacomo di Gallizia, il tempio di Gerusalemme, la santa casa di
Loreto, ecc., corrispondevano agli odierni Ostenda, Aix-les-Bains, Spa,
Saint-Moritz, ecc.
Però anche allora non mancavano quelli i quali pigliavano per meta
dei loro pellegrinaggi delle madonne di carne, invece che delle
madonne di legno. Jaufré Rudel usò la vela e il remo per vedere il
bel volto di Melisenda, di là dal mare; e messer Guido Cavalcanti
si fermò a mezza via in Provenza presso la Mandetta. Oggi vi sono i
_globe-trotters_; vi sono gli automobili. Troppa roba inamidata, troppa
moda anglo-americana, troppo puzzo di benzina e di dollari. Preferibili
le figure antiche «dai portamenti e dagli aspetti strani», figure
confuse, tra il sogno e la realtà.
Ecco quei che le carte empion di sogni:
Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,
Onde conven che 'l vulgo errante agogni.
Vedi Ginevra, Isotta e l'altre amanti
E la coppia d'Arimino che insieme
vanno facendo dolorosi pianti.
«Bravo! — dissi a me stesso, — eccoti a far ancora della letteratura».
«Sì, va bene, — risposi a me stesso, — se non che questa litania
petrarchesca che pare così monotona, letta in una scuola, col registro
delle classificazioni da vicino e gli scolari di fronte, recitata ad
alta voce, fra i campi, correndo, fa un altro effetto! Questi sono
fiori vivi!» Le alte piante assentivano. E così seguitai a cantare il
Petrarca; e così vidi il sole girare tutto l'arco del cielo; così passò
Parma, passò Reggio, dalle vetuste mura; e l'umile duro pane, spezzato
presso qualche osteria di campagna, mi parve saporito più di ogni
ricercata vivanda. Perchè io evitai le città, nè mi fermai in esse:
le grige mura mi avrebbero ricordato le morte età, le vane opere delle
generazioni umane. Oh, più sapiente tu, o Terra! Tu riassorbi ciò che,
da te prodotto, si muore, e ne ricomponi le giovani primavere.
Passare attraverso un corso; veder la gente che ancora decifra il
giornale; leggere le scritte della civiltà: «Ufficio del Registro»,
«Conservatoria delle Ipoteche», «Monte di Pietà», «Banco di Sconto»,
«Tribunale», «Provveditorato agli studi», ecc., avrebbe precipitato nel
vuoto, disciolto tutta quella fiorita di fantasie.
E fu così che ad un certo punto m'accorsi che il sole andava perdendo
nell'intensa sua luce, e la grande pianura Emiliana largamente si
discopriva nel vespero riposato. Chi percorre la linea da Piacenza a
Bologna, trasportato dal treno, non ha nè meno un'idea della bellezza
maestosa e molle di quel paesaggio, da cui sorge, con l'insorgere dei
colli e dei monti lontani, l'imagine della Patria.
Cadeva il sole dietro un gran piano verde, quando giunsi ad una borgata
tranquilla. Sopra gli spaldi di un antico castello sorgeva una villetta
moderna, circondata da oleandri. Dietro il castello si dilungava una
mansueta fila di umili case, sorrette da portici.
— Che paese è questo? — domandai ad una donna che falciava l'alta erba
presso la siepe.
— Rubiera!
«Qui è bene riposare la notte», dissi fra me.
*
Ora in quella dolcissima sera, così solo solo come era in
quell'alberghetto di Rubiera, io mi sentii preso da un mio antico e
nobilissimo male.
Questo male consiste in una specie di animazione del paesaggio
materiale, da cui viene fuori la storia, la quale mi canta di dentro
una certa nenia eroica, ed ha per effetto di farmi piangere.
Si badi bene che io parlo di lagrime autentiche, non di quelle lagrime
che si mettono agli angoli dei capitoli dei libri (come gli accattoni
di mestiere agli angoli delle vie) e fanno tanto piacere a molti
lettori.
— Se è così, — dirà alcuno, — è molto probabile che voi abbiate bevuto
quella sera: il vino fa cantare, e qualche volta anche piangere.
No: io me ne ricordo bene: io non aveva ancora bevuto. Bensì è vero
che l'ostessa (una formosa donna) mi aveva messo davanti al piatto
una bottiglia di Lambrusco; ma era ancora da sturare. Piuttosto la
causa io attribuisco a due versi di Dante (lo so, ci siamo ancora
con la letteratura!) che mi spuntano nella mente ogni tanto, in certe
occasioni, ed operano in un modo strano, come già il canto pastorale
del _Ranz des Vaches_ su gli svizzeri del tempo antico, quando essi
erano più sensitivi e meno albergatori.
I versi sono le semplici parole che Dante fa pronunciare a Pier da
Medicina:
Se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina....
Piangere per così poco è pazzesco, pur concedendo un'emotività
patologica; eppure mi è avvenuto. La spiegazione del fenomeno
dev'essere questa che sono per dire o qualcosa di simile: Pier da
Medicina, che è nell'Inferno, vede tutto il paesaggio d'Italia e allora
— benchè tardi — comprende che in questa dolce terra si poteva vivere
un poco più da galantuomini. Pier da Medicina non è detto che pianga;
ma è supponibile. Chi piange sul serio è Guido Dal Duca. Eppure lo
aspetta il Paradiso! Ma più che il Paradiso non lo consoli, gli stringe
il cuore il ricordo della sua dolce terra latina. Ma oltre alle ombre
di Dante, ci furono ancora degli uomini vivi e veri che piansero
vedendo che questa nostra patria non fu mai «senza guerra», vedendo che
i «tiranni felli» sono ancora «tanto amati che non si porria contare»,
e che le brutte Arpie vanno pur sempre a far loro sporchizie sui più
nobili conviti. Passarono i grandi vivi, come le ombre, ma il volo
delle loro anime si libra tuttavia su questa dolce terra latina; l'aria
ne è mossa, e fa vibrare l'anima nostra: e allora si piange per il
desiderio di un futuro che non verrà mai, nel modo stesso che Guido Dal
Duca pianse per un passato che non tornerà più!
Questo bizzarro fenomeno di sentirmi sorgere le lagrime per così poco
mi accadde in modo più memorabile la prima volta che fui a Superga.
Ma conviene pur dire che io capitavo a Superga, arrivando direttamente
dalla Svizzera.
Quivi avevo percorso molte terre sull'alto di quelle ammirevoli
berline, davanti alle quali vorrei condannare in contemplazione i
postiglioni e gli impresari dei compassionevoli trabiccoli cellulari,
che col nome usurpato di diligenze, percorrono il nostro Appennino.
Viaggiavo per diletto, eppure una nostalgia infantile, insanabile, di
bimbo staccato dalla madre, mi era penetrata nel cuore e cresceva sino
ad intorpidire la volontà e ottenebrare ogni fantasia. «Ma che uomo
sei tu? — domandavo a me stesso, — ma non hai tu vergogna?» Eppure
non riuscivo a vincermi. «Questo, — dicevo, — è il mondo dei monti
senza fine: scenario eterno, uguale: valli che sono baratri; falde di
smeraldo che salgono a nascondere il cielo; selve di pini neri come
funerali; falde di neve come sudari; abitanti grevi come un popolo di
gnomi; case di larice nero, senza sorriso. Azzurro cielo, terra che
palpiti fra i due mari, dove sei tu?»
E mi allontanavo sempre di più per l'acre diletto di sentir crescere
questo spasimo puerile, e poter quindi godere tutta la voluttà del
ritorno.
Con che gioia, a Goeschenen, scendendo giù dall'orrida Furca, scopersi
in una sottile, impercettibile nera pianura, i binari della ferrovia!
Dunque esiste la via del ritorno, la magica via che sprofonda, trapassa
i fieri monti, digrada come volo d'aquila, e le terre ridenti le
muovono incontro: oh! ecco un suono italico, ecco una pianta italica,
ecco dei ferrovieri un po' sudici, ma che parlano, che ridono, che
bestemmiano almeno!
Come si vede, la mia ammirazione per l'armonia e la disciplina
teutonica era consumata, e tutti quei _verboten_, mi avevano inimicato
alla legge. Popolo alquanto sudicio è il nostro, indisciplinato;
ama, purtroppo! di portare il coltello in tasca come il garofano ed
il basilico all'orecchio. Eppure ride e sorride così umanamente, e
la sua parola talora è così gentile e bella, così vivo e ardito è
l'aspetto che pare peccato il non aver fede nella sua purificazione e
resurrezione.
Quando salii il colle di Superga cadeva il sole del luglio, anche
allora.
Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame
argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma
il dolce piano — dall'alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui
l'aquila stride — alla torre di Teodorico presso il dolce mare,
tutto si discopriva; molto con gli occhi, molto più con la fantasia
si discopriva: onde io cominciai a ripetere: «lo dolce piano che da
Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una
devota orazione.
E allora anche quella gran mole, lì presso, delle tombe dei re di
Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi
con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea
spada sopra a quell'Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò
aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini
trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.
Così io era assorto e a stento chiudeva il varco alle lagrime, quando
una voce, proprio di quelle inarmoniche voci tedesche a scala fonetica
crescente, mi scosse da quel sogno, domandandomi:
— Questa è Dora Riparia?
Rivolsi gli occhi: un placido teutonico dalla barba dorata, stava
vicino a me: una mano teneva il Baedeker, l'altra indicava i fili
argentei dei fiumi, che oramai si perdevano nelle ombre del lento
crepuscolo.
«Al diavolo te e il tuo Baedeker», dissi mentalmente: ma come meglio
fissai il mio interlocutore vidi che due azzurrissimi occhi a fior di
testa mi guardavano. Pensosa e nobile era quella fronte teutonica. Egli
attendeva umilmente risposta alla sua domanda.
— Questa è Dora Riparia?
Supponendo che la Dora Riparia fosse per lui uguale alla Baltea,
indicai quel fiume che meglio si distingueva.
Rispose con un _crazie_ pieno di profonda riconoscenza.
— _Grazie_, — dissi io, correggendo per effetto di antica abitudine.
— Oh, _grazie_, signore; niente _crazie_, — mi replicò con profonda
effusione, questa volta. — Io, — proseguì egli, — Rudolf Meyer,
professore di Gymnasium, venuto in Italia anche per imparare italiano.
Dimandare sempre: Come dicete voi questo?
— .... dite....
— Ah, sì, _dite_! Domandar sempre, ma nessuno correggere....
— .... quando sbaglio.... — suggerii.
— Oh, sì, _quanto spaglio_, ma dire tutti: «dicete come ti piace!»
(Onesto teutonico, — pensai fra me, — questa non è soltanto la terra
degli aranci, ma anche del «dicete e facete come ti piace».)
Tuttavia proseguire più oltre nel discorso non era possibile, perchè
il mio vocabolario tedesco era così ricco come il suo di vocaboli
italiani. Fu egli allora che, appiccicatomisi per riconoscenza
dell'indicata Dora, mi propose di parlare latino.
Questa proposta mi lusingò perchè evidentemente io dovetti sembrargli
uomo erudito e per bene, benchè il mio abito fosse molto negletto.
Veramente anche lui, con quel soprabito mezzo verde, dalle cui falde
venivano fuori due piccoli calzoni, sospesi sopra due scarpe da
montanaro, non era molto elegante. Lusingato dalla sua penetrazione, mi
sentii indotto a considerarlo come uno degli ultimi rappresentanti di
quei germanici azzurri, imbevuti ancora di filosofia e di ideologia,
i quali vanno lasciando il posto ad altri nuovi germanici, mercanti e
guerrieri: anima dell'antico Arminio, che risorge. E più mi persuasi
che egli fosse un gentile teutonico quando mi disse che con la venuta
in Italia scioglieva un lungo suo voto.
Il latino ci affratellò. Che latino fosse, non rammento. Merlin Cocaio
rideva di gusto: il già mio maestro, G. B. Gandino — dall'Eliso ove
ora dimora insieme con Cicerone — crollava il capo protestando; ma
latino doveva pur essere giacchè ci intendevamo; anzi, accalorandosi il
discorso, le parole vennero fuori dai nicchi chiusi della memoria più
fluide che io non avessi mai supposto.
Fra i miei periodi ricordo questo: «Noli in isto ostrogotico Bèdeker
quaerere Italiam, domine professor: hic nomina tantum continentur;
anima rerum non continetur. Poetae nostri humanissimi erunt tibi
handbuck optimi: Dante, Manzoni, Carducci».
Il buon teutonico, ricordo, aprì il volto ad un sorriso pieno, sereno,
quasi infantile. Si discese in compagnia a Torino e si propose di
cenare insieme.
Io, per cortesia, mi proffersi di andare all'albergo ove egli
alloggiava; egli dove io alloggiavo. Curiosa insistenza da ambedue le
parti! Infine egli chiaramente dichiarò:
— «Domine professor, caupona ubi sum hospes, admodum humilis et misera
est. Non more divitum et publicanorum, sed more clericorum errantum
iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania tenuem victum parat».
Povera e nuda vai filosofia, «scriptum reliquit Petrarca vester
humanissimus».
— «Domine professor», — risposi sorridendo, — «Minerva italica multo
crudelior nam suis subiectis cibum ori appropinquat sed non satiat:
bonos negligit, protervos adiuvat».
Dopo questa reciproca confessione acconsentì di venire al mio
albergo, umile sì, ma con cucina e cantina meritevoli di ogni elogio.
Eravamo soli in una discreta stanzetta, e, a marcio dispetto della
«philosophia» teutonica e della «Minerva italica», si mangiò bene e si
bevve meglio, e dopo cena io declamai del Manzoni la bella stanza:
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
con quel che segue, e del Carducci alcune strofe dell'ode al Piemonte.
Il tedesco era entusiasta e pareva capire benissimo.
Alla sua volta egli declamò alcune liriche tedesche che io intesi bene
come egli intese le mie.
Suppongo, per altro, che anche le sue dovessero essere liriche
patriottiche, giacchè la sua bocca, cinta dalla barba dorata, si apriva
per mandar fuori certi boati solenni, certi rugghi di _Vaterland_, che
in tutt'altra occasione mi avrebbero fatto ridere, e allora invece io
lo stavo ad ascoltare pensosamente come se avessi compreso più che egli
non dicesse.
Così parlammo a lungo con la lingua d'angelo de' nostri poeti e ci
intendemmo come se, invece di recitare versi, avessimo cantato delle
ariette musicali.
Non è però da nascondere che in quella osteria di Torino, ad aiutare
la reciproca intelligenza di due linguaggi così diversi, molto giovò
— oltre alla potenza della poesia — un raggio di sole che si era fatto
Barolo entro il mistero di alcune bottiglie.
Il vino, inoltre, e l'amor di patria fecero sì che il tedesco ed io ci
guardassimo fraternamente negli occhi.
Ciò non sempre avviene: questo nobile liquore e questo nobilissimo
sentimento spingono sovente individui e popoli a guardarsi biechi come
cani ed a picchiarsi senza pietà.
*
Ma lì, a Rubiera, con chi dovevo io aprirmi? Perciò tu mi tornasti
alla mente, onesto teutonico: e infine, trovandomi solo, tutte le
mie espansioni mi convenne rivolgere a quella bottiglia di Lambrusco,
ed essa in contracambio versò in me tutta la piena del suo spumante
liquore.
L'ostessa mi faceva osservare che un Lambrusco come quello non si
trova certo a Bologna; e a Modena che è Modena, due lire e più bisogna
pagarlo alla bottiglia, chi lo vuole.
Ma io pensavo ad altra cosa che a questioni di enologia e di prezzi:
io pensavo alla bella abitudine che i Greci avevano di premiare i loro
più benemeriti ed illustri personaggi col dono di una Dea o di una
graziosa vergine, come accadde ad Ercole che ottenne in moglie Ebe, una
moglie che doveva in certo modo compensarlo della terribile Deianira
che ebbe in terra: una moglie che non invecchiava, appunto perchè era
la Dea della giovinezza (e forse — sottilmente pensando — i Greci
antichi vollero con questo mito significare il solo caso in cui il
matrimonio può essere giustificato). Era una specie di premio Nobel, ma
più confortevole. Io non pretendevo certo a nessuna qualità illustre;
e quindi a nessuna Dea, e nè meno ad intatte vergini. Ma è certo che
il mio alto sentire della patria non era da tutti e meritava qualche
piccolo compenso. Se quella ostessa, invece di essere così esperta
del prezzo e delle qualità del Lambrusco, avesse conosciuto la storia
greca, io avrei osato farle qualche parola in proposito.
Ma non era il caso.
*
Tutti i galli del giardino dell'ostessa mi svegliarono all'alba, e
poco dopo, il sole entrò nella camera così sfacciato, che mi convenne
levarmi. Ma che mattino rugiadoso, silenzioso, ridente! Vi sono (è
debito di giustizia confessarlo) dei momenti che è un gran piacere
abitare in questo mondo! È una cosa di fatto, ed io, come positivista
a mio modo, la constato. Non avviene spesso, ma avviene. Quando noi
ci saturiamo di vita (nel modo stesso che un automobile elettrico
si satura del misterioso fluido) noi godiamo. Me ne dispiace pel mio
amico S.... Egli è un filosofo anarchico, ma mitissimo e dottissimo
uomo; e mi venne in mente il suo nome quella mattina per il contrasto
di questa mia con le sue affermazioni. Egli afferma dolcemente, ma con
incrollabile convinzione, che la vita è un peso: che l'unica soluzione
è quella di approfittare dei progressi chimico-scientifici e far
saltare questo stupido satellite.
No! Amico S....! Vi sono dei momenti che la vita è bella, soltanto non
basta profumarsi, come fate voi, amico S...., e vivere poi in mezzo
alla folla. Allontanarsene ogni tanto bisogna.
Come io sentivo quella mattina la carezza, l'abbracciamento, quasi
sensuale, femmineo, della materia!
Nel breve tragitto dalle Stiviere a Modena quante deliziose ville
occultate nel verde dell'ubertosa campagna, come ninfe entro i boschi!
Che lieto mattinare degli uccelli per i giardini silenziosi!
*
Giunsi a Modena senza avvedermene, ed erano le ore sei.
III.
Ebbrezza del latte.
A Modena un tabaccaio si offerse ad incollarmi egli stesso i bolli
su le cartoline illustrate; un caffettiere mantenne la promessa di
offrirmi un caffè senza cicoria.
Queste garbatezze non sono molto frequenti ed ebbero la virtù di farmi
vedere soltanto il bello di Modena.
(_Verum enimvero_, considerando che le buone maniere non costano
niente, eppure mutano in color roseo l'aspetto delle cose; e
considerando, inoltre, che noi non ci possiamo sottrarre alle cattive
azioni del nostro prossimo, preghiamolo di operare il male con bel
modo. Sono consegnati alla Storia quei carnefici che fecero il loro
ufficio con gentilezza.)
Io trovai dunque Modena meritevole di quegli epiteti di «ben costruita»
e «felice» che Senofonte nell'«Anabasi» regala a tutte le città
dell'Asia Minore; le sue contrade sono armoniche anche senza il
geometrico, antipatico rettifilo moderno; decorose senza ostentazione
di fasto architettonico; silenziose senza tristezza (e questa ultima
qualità non può essere apprezzata al suo giusto valore se non da chi
esce da una città come Milano, dove è necessario possedere un sistema
nervoso fabbricato appositamente).
Un'amabile classicità ha ravvolto gli edificj in una lieta armonia;
e se la torre della Ghirlandina è antica, ridono di giovinezza i visi
delle donne fuori dello scialletto nero; e il mercato fa testimonianza
della bella e fertile terra.
La vasta piazza Ducale non era in quell'ora popolata che dalla statua
di Ciro Menotti. Eppure era molto! Questa statua è di marmo bianco,
e il giovane martire della indipendenza d'Italia lì giganteggia,
nell'atto di avanzare con fronte alta e pura, col vessillo in pugno e
la spada. L'atto è risoluto e calmo; ma il volto imberbe e giovane,
il suo vestir cittadino, lo stesso candore dei marmi sembrano
simboleggiare la purità dell'eroe e insieme la paziente gentilezza
latina che si ribella alfine per il diritto alla vita.
Non così, o buon tedesco, o Rudolf Meyer, sono effigiati gli eroi della
tua terra! I recenti eroi della tua terra vestono il tetro abito della
guerra, e pure essendo composti nell'aspetto, fanno pensare all'antico
furore dei tuoi guerrieri feudali.
La spada che impugna Ciro Menotti è arma caduca nel tempo, necessità
del momento: della qual cosa non seppi allora, nè so, se congratularmi
o dolermi.
*
Un vecchio e arzillo signore di Modena, mio compagno di tavola, fu
quegli che mi indusse proprio a lasciar la pianura e prendere la via
dei monti. — Come? non conosce la via Giardino? ignora Paullo? La
Serra? Lama Mocogno? Barigazzo? Pievepelago? L'Abetone? Ma bisogna
andarvi! già che è sulla strada. — Così mi disse.
Confesso la mia ignoranza; io non conoscevo molti di questi luoghi nè
meno di nome e non trovo modo di confortare questa ignoranza se non
pensando che io la condivido con molte persone.
Strana cosa! Questa piccola Italia, se ci mettiamo a studiarla secondo
geografia, diventa grande come un continente; e se ci mettiamo a
studiarla secondo storia, quest'umile Italia diventa superba come un
impero.
La materia è vasta; ed è forse per questo che gli studi della storia e
della geografia nazionale sono accuratamente evitati.
Dopo un sommario esame della carta del _Touring_, osservai al mio
interlocutore che La Serra è a 800 metri; Paullo è più in basso, ma
Barigazzo sale ancora a 1300; Pievepelago discende sino al fiume; però
l'Abetone svaria con la sua selva a 1340, e la Lima si nasconde in
fondo alla valle.
— Crede lei che io riuscirò a fare questa specie di montagne russe?
— Caspita, un giovane come lei!
Ciò mi lusingò moltissimo: ma tutto è relativo: per il mio
interlocutore, che era vecchio, io apparivo ancora un giovinotto; nel
modo stesso che un certo bambino dice sovente: «quando sarò vecchio
come il papà», e non crede di offendermi.
*
Ecco: andare da Modena all'Adriatico pigliando le vie di Paullo e
dell'Abetone non è la più diretta, e quelli che mi attendevano nella
casetta al mare, certo — pensai — ne avranno dispiacere; tuttavia se
tralascio questa occasione, chissà quando la potrò riafferrare, e mi
vinse la nostalgia di rivedere i grandi monti e le ginestre selvagge.
Partii prima dell'alba del dì seguente.
Da Maranello alla Serra si sale sempre. La diligenza vi impiega dalle
sette alle undici, cioè sono chilometri trenta. Un giovane di venti
anni, che non tenga conto che il cuore è un muscolo robustissimo,
ma non rinnovabile quando è guasto, la può percorrere tutta in sella
questa salita. Per conto mio decisi di farla tutta a piedi. «Quando
e dove arrivo, arrivo bene», questo è il mio motto, viaggiando, io
col mio io, e non con altri. Se non che un po' per volta cominciai ad
osservare che gli occhi dei contadini mi guardavano con meraviglia.
Feci qualche domanda, osservai meglio e mi persuasi che quella buona
gente non soltanto era meravigliata, ma piena di compassione a mio
riguardo.
Perchè?
Perchè — cosa strana — gli abitanti di un paese bello come l'Italia,
difficilmente si persuadono che uno viaggi a piedi unicamente per il
piacere di viaggiare: pigliare poi la montagna a piedi, fa nascere
una di queste due considerazioni: o che si tratti di uno stravagante,
oppure di un disperato che non possiede altri mezzi di locomozione fuor
di quelli usati da San Francesco. Vorrei dire che in questa deplorevole
opinione concordano soltanto i contadini, ma direi cosa inesatta.
Inoltre v'è un'altra considerazione melanconica da fare: l'onesta
bicicletta passa oramai inavvertita fra le genti. Gli occhi dei
contadini non si fanno più tondi se non al passaggio di un automobile.
L'automobile può essere massacratore, ma è potente e prepotente. È
moderno! Perire vittima di un ordigno moderno è onorevole: credo che
sia ammesso tacitamente anche dai nostri umanitari.
Ecco: il terribile carro si presenta in fondo alla via nello sfondo di
un nembo di polvere. Il corno solenne, grave, armonizza stranamente col
fremito precipitoso degli stantuffi e dà questo avvertimento: «Profani,
tutti, sgombrate la via!» E non c'è duro bifolco o carrettiere
addormentato che non scenda e non trascini a mano le sue bestie sul
ciglio della strada. L'imprecazione non ci pensa nè meno a formarsi,
perchè tutti i centri del cervello sono paralizzati dalla meraviglia.
Pare che la strada si sollevi in un moto serpentino e faccia essa
scivolare il gran carro, che si snoda agile come una serpe. La visione
è olimpica: signori e dame passano con compostezza regale. Un idiota
lassù, può sembrare un gravissimo personaggio. Perchè? perchè appare
prepotente e ricco.
Cesare è disceso dalla quadriga: ma il capitalista anonimo è salito
sull'automobile e percorre da trionfatore la strada della democrazia,
con la visiera della maschera calata.
*
Non soltanto io facevo una ben magra figura con la bicicletta a mano;
ma una grande stanchezza si impossessò di me dopo qualche chilometro.
Mi assalì una specie di nausea, un sudore freddo mi bagnò la fronte, la
camicia ventilò gelata su le carni; e invece di seguitare a confortarmi
con la bella idea che salire equivale a conquistare una virtù, mi venne
il sospetto che potevo conquistare anche una polmonite. Il garretto
sopra tutto si stendeva faticosamente.
(Allora, a tanta lontananza dal tempo in cui leggevo Omero, capii
bene perchè questo miracoloso poeta dice sempre degli eroi morenti:
άπολυοντο τε γὑαι, «si sciolsero le ginocchia». Sì, i grandi poeti
hanno l'istinto della verità, ma di quelle verità che più splendono
come più ci allontaniamo col tempo. Essi sono simili ai fari del mare:
da presso non hanno luce: rifulgono soltanto da mezzo il mare, e la
loro luce serena è di conforto nel periglio e nella morte. Perciò
le opere dei grandi poeti sono chiuse sotto sigilli, ed ogni età ne
comprende quel tanto che è a lei confacente.)
Io fui turbato a questo senso di sfinitezza profonda e sarei, forse,
tornato indietro, se una casetta non mi si fosse presentata alla
svolta.
Essa era chiusa e silenziosa. Bussai tuttavia. Venne ad aprire una
donna dal volto non interamente arcigno.
— Per piacere, un po' di latte, — domandai.
— L'abbiamo portato tutto al casàro.
— Il casàro sta lontano?
— Quelle case là in vetta.
Chinai il capo.
— Mi lascia entrare, — indicai l'interno della socchiusa dimora, — per
mettermi una maglia?
— Eh! — e liberò pianamente della sua persona l'ingresso perchè io
entrassi; e questo «eh» voleva dire: «eh, vorrei dire di no, ma come si
può negare un favore di umanità?» Siccome poi io non volevo mettermi
davanti a lei nel costume con cui Ulisse si presentò alla bella
Nausica, così domandai una stanza. Fatto un primo favore bisognava
farne un secondo (molte volte è necessario farne un terzo, ed è perciò,
forse, che molti si rifiutano di fare il primo favore).
L'ispida maglia che sostituì su la pelle la tela, sarebbe stata una
camicia di Nesso sotto la Galleria di Milano: lì fu un incredibile
beneficio, e mi offrì un'occasione di lodare la mia prudenza.
Dunque ricompensiamo la gentilezza, dell'onesta massaia! Ella rifiutò,
io insistetti: e fu nell'accettare che ella si ricordò che, se non
aveva più il latte, aveva delle uova fresche e che essendo il fornello
acceso, poteva farmi anche un caffè! Mi precedette nella cucinetta e mi
offerse una sedia.
Il sole battea per la cucinetta che era assai linda e ordinata, come
raramente si incontra da noi; si rifrangea sui rami tersi del camino e
non v'era altro rumore che il ronzìo sonnolento di alcuni mosconi.
Mise la còccuma sul fuoco, fece cadere la fresca perla gialla di due
uova entro una tazza pulita, parcamente cosparse lo zucchero, indi si
mise a frullare con molta arte.
— Dove avete imparato a far così bene?
— Sono stata venti anni a servizio, signore.
— Poi avete preso marito?
— Sissignore.
— E avete figli?
— Sissignore. Ma sono fuori, perchè qui in montagna non restano che i
vecchi: un maschio lavora in Svizzera, una figlia è anche lei a servire
a Torino.
— E il marito?
— Il mio uomo è a mietere.
— Sul vostro?
— Sissignore, ma un palmo di terra, che non basterà a seppellirci.
— E la casa è pur vostra?
— Questi quattro sassi? Sissignore, sono nostri.
Fin qui mi aveva risposto come se io fossi stato un agente delle
imposte, ma quando tirai la somma delle domande con la domanda:
— Dunque voi siete felice?
— Oh, felice! — disse. — Si vive in pace, ecco!
Come se «vivere in pace» non fosse «felicità»! E sentii che avrei messo
una enorme tassa su quella pace.
*
Le miglia di montagna sono caudate come le antiche sonettesse, ma
finalmente giunsi alla casa del casàro.
Oh placido laboratorio! Io ignoravo i particolari dell'esistenza di
una fra le più antiche industrie di questi monti: quella del cacio
parmigiano. Sono edifici che formano una sola stanza tutta di mattoni
senza intonaco, disposti a traforo, e questo si fa per l'aereazione
del latte: intorno vi sono grandi ciotole di legno, colme di latte:
nel mezzo si sprofonda un enorme imbuto di rame ove la crema del latte
è cagliata e cotta. Per provare il beneficio di questa bevanda, di
cui dal tempo della balia mi ero completamente dimenticato, bisognava
proprio che mi fossi recato fin quassù, in questa torrida estate!
Placidi lavoratori del latte nella bella estate, voi certo durate
per serie continua sin da prima del tempo che Bruno e Buffalmacco
raccontavano al semplice Calandrino la fiaba dei maccheroni che
rotolano da Bengodi per i monti di cacio Parmigiano!
Questo insorgere e avvicinarsi spontaneo di un'allegra fantasia
boccaccesca mi fece piacere, perchè io avevo intrapreso quel faticoso
viaggio pei monti anche allo scopo di esperimentare due cose:
primieramente cioè se i muscoli erano elastici, secondariamente se il
cervello era ancora elastico, tale cioè da lasciarsi impressionare ben
forte non solamente dalla magnificenza delle cose presenti e viventi,
ma anche da vedere tutte vive le cose trapassate ed occulte e sentire
prossime le cose future.
*
Questa specie di ampio sentire può dare ad un uomo l'aspetto esterno
come di un rimminchionito. Certo è la più voluttuosa delle ebbrezze;
sebbene non abbia nulla a che fare con quella che si compra nelle
botteghe dei liquoristi. Però non mancano certe somiglianze apparenti,
giacchè le idee più bislacche cominciano a parere logiche, gli atti più
stravaganti, assai naturali; così che un ubbriaco di assenzio mal si
distingue da un ubbriaco per latte come io ero.
Per fortuna la gente si faceva rada, le querce frequenti.
Questo stato dell'animo ebro e luminoso si venne in me formando a
poco a poco, ed io ne esaminavo il rapido concretarsi con il piacere
con cui una massaia — che ha molti ospiti cari — nota il ben formarsi
della crema sul fornello. (Conserverò questa crema per i giorni della
carestia: questa luce per i giorni bui.)
E primo segno fu il cessare della stanchezza, e quando giunsi ad un
punto in cui la via spianò — si stendeva ondulata lungo una serra —
e potei montare in bicicletta, e sentii l'aria forte ventilare e vidi
la bianca via passare sotto le gomme delle ruote vibranti all'impulso,
provai il piacere di don Chisciotte quando esperimentò la straordinaria
agilità di Ronzinante.
Che ora era? Una delle ore del mattino. Le case si facevano più rade,
più di colore e d'aspetto alpestre, più rari gli uomini, più dolci e
mansueti gli occhi dei bimbi. Un secondo casàro, che versava nell'ombra
silenziosa il latte, mi parve un sacerdote che adempie un rito antico
di libazione; e poi vidi venirmi incontro una trionfale fiorita di
ginestre, fuor dalle asperità della roccia, tutto lungo la via.
Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua
abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si
lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo
si ribella, perchè i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica
si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all'essere
divelto dal suo stelo: la sua anima esala più odorosa quando più caldo
è il sole. La «rosa», la «viola», il «gelsomino» sono titoli per poeti
soavi: «La Ginestra» è il titolo di un grande canto del penultimo
nostro poeta profeta, di Giacomo Leopardi.
Questo umile fiore potè a lui inspirare un testamento di verità e
di fede a beneficio dell'uomo. Ed era in fin di vita, il nobile, il
grande profeta, ed era ammalato senza speranza! E i libri dei letterati
dicono che Giacomo Leopardi fu misantropo, scettico e pessimista. No,
egli fu un santo! Crede il volgo che i santi siano soltanto quelli che
portarono la tonaca del fraticello e subirono la tonsura. Che errore!
Anche San Francesco era morente, sparuto, esangue, quando fra gli olivi
soleggiati di San Damiano compose il suo Cantico al Sole.
Cantano i cigni più dolcemente quando la morte s'appressa.
Oh, siate _laudate_ anche voi, anime grandi, e _laudato_ sia il popolo
d'Italia quando spezzerà i sigilli degli evangeli che i suoi santi a
lui lasciarono per testamento!
E dopo le ginestre vennero le querce!
*
Vidi nell'azzurro disegnarsi una famiglia di querce gigantesche: esse
erano sole e contorte in maniera strana e ammirevole, come un pittore
a fatica potrebbe imaginare senza modello; ed erano così coperte di
muschio e di edere che pareano smeraldo nel turchese del cielo: e
allora dal folto delle loro frasche si partì, ardito come freccia, un
canto animatore di uccello: quindi esso apparve.
Esso, l'uccello, si librò alquanto al di sopra delle fronde con le
ali aperte, come sogliono i pittori foggiare lo Spirito Santo, e
nell'aprirsi le ali scoprirono un bel colore purpureo. Veniva su dalle
frasche della quercia, e tornava a nascondersi. Mi aveva l'aria di
venir fuori a salutare il buon papà, il sole, il quale imbiancava, giù
nella valle, tutto il corso sassoso del fiume Tiepido.
Non mi ricordo bene quanto tempo stetti a contemplare quell'uccellino
e quella quercia, ma qualche minuto sì certo; e nè meno ricordo quali
pensieri formai, certo erano assai belli e profumati, e vibravano ogni
volta che vibrava il canto dell'uccellino. (Che ampolla preziosa da
aspirare nei giorni in cui l'anima si adagia inerte! Oh, che peccato
che non si possano conservare dentro una scatola le bolle del sapone!)
Ricordo però bene che tanto l'uccellino, come la quercia, come la
ginestra mi parvero tanti docili figliuoli del buon papà, il sole; ed
allora io li pregai perchè mi accogliessero in loro compagnia:
— Frate uccellino! sorella quercia, accoglietemi fra voi!
— Frate uomo, marameo! — mi rispose l'uccellino. — Sbollito
l'entusiasmo, tu hai l'abitudine di metterci nello spiedo!...
Mi vide, diè un trillo di paura, scappò.
*
E dopo l'uccellino venne la bella fontana.
Mi rammentai di Tristano. E quando egli trovava alcuna fontana, vi si
restava e cominciava a fare meraviglioso pianto!
L'acqua di quella fontana — a cui giunsi — cadeva con un largo getto
dalla roccia e si accoglieva in una gran conca di pietra, viscida per
il muschio, entro una specie di grotta dove la frescura metteva un
voluttuoso ribrezzo.
Un carrettiere, solitario presso alla fontana, abbeverava un suo
cavallo bianco.
Il carrettiere mi ammonì:
— È meglio che non beva, così sudato come è.
— No, non bevo, grazie.
Ma la fontana cantava così dolcemente e la pelle era così riarsa che
le mani furono attratte ad immergersi nella vasca: ma sollevando
quell'acqua che pareva nera e ricadeva tutta risplendente come un
cristallo, provai così grande piacere che le mani chiamarono a quella
voluttà i polsi, e i polsi le braccia, e infine non resistetti più
alla tentazione e pregai il carrettiere che mi togliesse dal dorso la
maglia, che era intrisa di sudore.
— Che cosa vuol fare? — chiese egli stralunando gli occhi.
— Mi voglio buttare lì dentro!
— Ma è sicuro di non crepare?
— Lo spero. Suvvia, datemi una mano.
La cosa dovette sembrare molto pericolosa e nuova al carrettiere,
tanto più che è notorio quanta avversione abbia la nostra gente per
l'uso esterno dell'acqua. Egli obbiettò: io insistetti. Vidi che in
lui lottavano due sentimenti: cioè il buon sentimento di salvare un
suo simile da certa morte, e il cattivo sentimento di vedere un pazzo
ostinato prepararsi alla morte: vinse questo secondo sentimento di
curiosità, tanto più che io lo domandavo con tanta buona grazia. La
sua coscienza tentò con un ultimo «Lo vuole proprio?» di liberarsi dal
rimorso di essere complice di un suicidio. «Sì, presto!» ordinai io. E
allora, «Andiamo!» disse.
Quel carrettiere fu assai destro: col suo aiuto in pochi istanti
mi liberai della maglia e di ogni altro indumento e così saltai con
trepidanza e ardimento nella vasca. Era stata l'acqua ad attirarmi lì
dentro, ed io avevo ubbidito alla sua chiamata, e non me ne pentii.
L'acqua si impadronì subito di me. Mi sentii scivolare lungo le pareti
viscide della pietra, e un senso di voluttà forte e gelida penetrò
nell'interno e nel cervello, e si manifestò con un grido e un riso di
gioia. Il carrettiere, che mi vide impallidire domandò: «Com vala?»
Gli risposi naturalmente in greco antico: Ἄριστον το μεν ὔδωρ («ottima
è l'acqua!» e dovrebbe essere il motto dell'idroterapia).
Ma vedendo i suoi occhi tondi e la sua tozza persona, ebbi la visione
di Sancio che ammira don Chisciotte eseguire una delle sue mirabili
follie: il cavallaccio bianco, che era lì presso, diventò un'alfana
candida e su di essa sedeva una maga; una maliarda, una delle tante che
evocò o l'Ariosto o il Boiardo meraviglioso, di cui io su quei monti
sentivo l'anima effusa, una maliarda bianca e tenerina, che mi dicea
sorridendo, con la testolina inchinata:
«Caro, metti giù anche la testa! caro, ubbidisci, giù la testa!» e lo
dicea con tanta buona grazia che mi venne la voglia di farle piacere a
scivolare giù anche con la testa.
«Ma si muore, così!» le risposi infine.
«E dove vuoi sperare di fare una morte più divertente? Va là, caro, non
ti lasciar scappare questa bella occasione», pregava la maga tenerina.
«Capisco, ma è che ho degli affari in corso; e, così subito, lì per lì,
non mi posso permettere il lusso di morire. Sarà per un'altra volta».
I muscoli del braccio allora si tesero nervosamente, quando capii che
il sorriso della maga mi rendeva fievole: Sancio Pancia mi aiutò per le
ascelle a venir fuori dalla vasca.
— Un bel rischio, — mi disse,
— Altrochè!
Ma egli alludeva alla idroterapia; io pensavo, invece, all'invito della
maga; chè per poco non le ubbidiva.
«E chi lo sa, — meditava poscia vestendomi e contemplando l'acqua,
ricomposta in pace, profonda e bruna, — che io non mi deva pentire un
giorno di aver perso l'occasione di trapassare così dolcemente?»
Del resto non era il caso di tornarci sopra: e avendo rifiutato i
vantaggi che l'acqua mi offriva per la morte, accettai quelli che mi
offriva per la vita.
Nè questi erano pochi; una gran leggerezza, intanto, per tutte le
membra; una gran letizia di riempire i polmoni d'aria, e anche una
certa purità di spirito.
O che l'idroterapia abbia anche un'azione morale?
Ma oltre al parroco Kneipp, oltre a Pindaro, c'è stato anche San
Francesco a lodar l'acqua. O non la chiamò con meravigliosi, umani nomi
«humile et pretiosa et casta» nel suo canto del Sole?
È inutile: non ci sono che i santi ed i poeti che capiscano veramente
le cose, un po' più in là della scorza!
Dopo ciò non rimaneva che pregare il carrettiere che eseguisse sul
mio dorso un poco di massaggio. Egli non capì lì per lì che volesse
dire questa ostrogota parola; ma quando gli spiegai di fare su me
l'istesso esercizio che eseguiva sulla sua bestia quand'era sudata,
capì benissimo: — Ah, strigliare! — disse, e afferrò una bella manata
di strame.
— Amico mio, tu spingi all'eccesso la simiglianza fra me e la tua
bestia; adopera la coperta che hai sul carro.
Egli fu ben volonteroso, e poco dopo gli uscii di mano, rosso come un
mattone.
Allora sentii anche un prepotente bisogno di riempire lo stomaco: e
Paullo era troppo lontano!
— Ma c'è la Serra che è vicina, — disse il carrettiere. — In quanto? In
un quarto d'ora lei ci arriva.
— Allora ci troveremo a bere una bottiglia.
— Vada avanti che la raggiungo subito.
Ed infatti dopo poco, ecco in cima alla salita una fila di casette
di montagna che segnavano nella vivida luce della strada il profilo
frastagliato delle loro ombre. Una meridiana segnava le ore dieci.
Dentro una porta, sopra tre gradini, vidi l'ombra di una stanza con
alcuni tavoli apparecchiati, e dalla porta usciva un odore di arrosto.
Fu dunque specialmente il naso che mi avvertì che io era giunto ad
un'osteria, perchè gli occhi erano ancora abbarbagliati dal sole e non
distinguevano bene nè insegna nè frasca.
Quando quel barbaglio scomparve, mi accorsi che il naso non mi aveva
ingannato ed io mi trovavo in una grande, bella cucina antica, una di
quelle cucine patriarcali che sono il centro della casa; dove, nei
tempi antichi di Roma, Vesta teneva acceso il focolare, e c'era il
_Penus_ e c'erano i Penati. Lì c'era in basso un gran camino, dove
un vecchio sapientemente regolava il fuoco sotto una schidionata di
uccelletti; in alto su la parete pendeva una Madonna, circondata da
molti santi fra rame fiorite; e sotto un lumino faceva il suo fungo.
Oh, divina provvidenza! Essa accanto all'acqua ha collocato il vino;
accanto alla ginestra ha messo i funghi; e dopo la maga viene la
cuoca, che vi domanda: «Che cosa desidera, signore?» L'uomo ingegnoso
alla sua volta brucia la legna, caglia il latte, ne fa il burro ed il
formaggio; questo cade sui gnocchi, quello fa soffriggere i funghi;
la quercia artistica fa bollirei la pentola; lo spiedo fa girare gli
uccellini. Tutte queste cose deliziose si trovavano in quell'ora, in
quella cucina, come se avessero saputo del mio arrivo; cioè dei gnocchi
e della cacciagione di uccelletti, la cui testolina ad ogni giro di
spiedo cadeva giù disperatamente.
Certo essi erano fratelli dell'uccellino bel verde che cantava sulla
muschiosa quercia.
Avevano avuto anche loro troppa fiducia nella tutela della legge contro
la caccia abusiva che fanno gli uomini, ed ora scontavano la pena della
loro buona fede.
Ma io non sentii rimorso di accettare l'offerta di quella cacciagione
e di trovarla buona. Del resto anche l'uccellino distrugge e divora
la vita di altri esseri; e la storiella della reciproca divorazione
e distruzione è continua come un cerchio. Ringraziamo la divina
provvidenza che ci ha fatti nascere in quell'ordine privilegiato
delle bestie, che mangia tutte le altre; ed è tanto intelligente che
sa distinguere quando è meglio mangiare vivi e palpitanti i propri
simili, come avviene per le ostriche; quando è meglio lasciarli un
poco putrefare, come avviene per le pernici e per le quaglie; quando è
meglio mescolare insieme molti animali, come avviene per il salame.
Del resto è un errore di giudizio semplice il supporre che i piccoli
animaletti non esercitino una loro vendetta. I microbi si uniscono a
milioni, edificano le loro città mortifere nei nostri corpi orgogliosi;
ed altre miriadi di microbi preparano sotto terra accuratamente la
nostra distruzione completa.
Anche essendo asceti e vegetariani, non isfuggiremo a questa sorte
dolorosa e fatale. Divoriamoci, quindi, senza rimorso e senza pietà!
conclusi contemplando uno di quei bipedi infilzato nella forchetta.
In quella occasione feci conoscenza di un vino locale, vino di montagna
che non conoscevo neppure di nome ed è chiamato vino _tosco_. È un
vinello lieve, roseo, acidulo. Il carrettiere, che mi aveva raggiunto,
mi assicurò che di quel vino se ne può bere sino a mutare lo stomaco
in un otre; e non fa male. Dev'essere così, perchè esso non turbò
menomamente il dolcissimo profondo riposo di cui mi gratificai dopo il
pasto.
O frescura delle lenzuola di bucato, o voluttà del buio nella stanza,
con la coscienza che lentamente si spegne (vedendo però attraverso un
tenue spiraglio della finestra l'imagine del gran sole!) o sonno senza
sogni, senza visioni, senza sussulti! Quante poche volte mi accadde di
dormire così!
Un breve sonno, se profondamente e lievemente dormito, vale una lunga
notte di sonno sognato e agitato; e in vero quando mi destai, credetti
aver dormito come una notte, e già tramontato credevo il sole. Ma come
ebbi spalancati gli scuri, vidi che il sole si distendeva in pieno
meriggio per la piazza deserta e faceva barbagliare le verdi piramidi
lontane della Serra. Erano appena le tre.
In quelle due ore io mi ero rinnovato nel sonno: ma certo in questo
tempo gli operai del corpo, i lavoratori della vita, avevano lavorato
alacremente mentre il cervello riposava: avevano restaurata e pulita
la gran macchina umana. Non avevano fatto come i lavoratori della
terra, della officina, ecc., i quali — se il padrone non vigila —
s'addormentano o scioperano.
L'umile stomaco, la spregiata bile, le pazienti glandole si erano messi
all'opera quando io chiusi gli occhi al sonno; e quando li riapersi,
bene capii che i gnocchi, gli uccellini, i funghi, il vino tosco erano
passati rapidamente per tutti gli stadi della lavorazione.
Questa organizzazione operaia dell'umile corpo è cosa sempre più
sorprendente; ma più sorprendente è la letizia che inonda il cuore
allorchè questa funzione si compie in modo normale.
E come un grande scultore può trarre un'opera d'arte da un vile
pezzo di legno, così agli armonici operai del corpo poco basta per
bene lavorare. Chi lo direbbe? Gli umili operai del corpo umano non
domandano per condimento alle vivande gli artificj dei superbi cuochi
e delle ricche mense, ma domandano il condimento della sanità e della
letizia dello spirito.
Io voglio molto bene all'Ariosto; ma oltre che pe' suoi sogni sereni,
molto io l'amo per le sue verità buone: fra cui questa:
In casa mia mi sa meglio una rapa
ch'io cuoca, e cotta su 'n stecco m'inforco
e mondo e spargo poi di aceto e sapa,
che all'altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio.
*
A Paullo, capitale del Frignano, giunsi all'ora del vespero, che appena
quetava la grande calura. Un droghiere e il suo figliuolo mi furono
così cortesi di bibite e di caffè che parea m'avessero conosciuto altre
volte. Come mi pregavano di rimanere!
— Ma da Paullo alla Lama si va in bicicletta in un'ora, — dicevano, — e
adesso sono le quattro a pena. Dalle quattro alle nove lei può arrivare
sino a Pievepelago, se vuole!
Ma il galantuomo ignorava la mia velocità, e io vedevo le ombre farsi
lunghe e la luce già di colore arancio. Mi fermai tuttavia un altro
poco; e mi ricordo che venne a sedere fra noi un vecchietto segaligno
e vispo, con un vestitino di cotone e un consunto cappelluccio di
paglia che quasi non aveva ala; e raccontava raccontava con una gioia
da bambino tutti i vecchi aneddoti di Paganini, il violinista, come
fossero stati freschi di ieri, e io lo stavo a sentire per sorprendere
se v'era già qualche venatura di toscano nel suo dialetto, quando il
vecchierello disse:
— Ah, se Paganini a Parigi avesse avuto il mio violino! Ehi... — e
si posò la palma su la bocca, e stirando occhi e faccia, ne staccò
un bacio che mandò verso il cielo, come a dire: «Sarebbe caduto anche
quello lì!»
— Avete un bel violino, voi? — domandai.
— Uno stradivario!! — e pronunciò questa parola con voce tremante e
lenta, quale un _anghelos_ del teatro greco dovea usare per annunciare
un portento. Poi rapidamente in dialetto: — «Am deven veint mella
french. Ai ho domandè si j èra mat».
— Ma vendetelo subito!
— E con cosa consolerei la mia vecchiezza? — mi domandò il vecchio,
mutando il dialetto nel parlare illustre e con un tuono semitragico di
voce.
Veramente io, lì per lì, non compresi che rapporto ci poteva essere
tra uno stradivario e la consolazione di colui, se non la vecchiezza
d'entrambi: e rimasi a bocca aperta. Ma mi soccorse il droghiere
dicendo:
— Questo signore suona molto bene il violino.
— «An di dal fott», non dite delle fotte, mi diverto col mio violino, —
corresse il vecchio. — Ah, se fosse nelle tue mani, Paganini! il monte
Cimone che è là, verrebbe a Paullo! — e chinò il capo dolorosamente.
— Veda, — mi ammonì con significazione il droghiere, — il signore non
ha bisogno di vendere il suo violino, perchè è uno dei più ricchi del
Frignano: guardi mo' qui.... — e prese bonariamente la grinzosa mano
del vecchio che con riluttanza gliela cedette, e — guardi mo' questo!
— e mi mostrò un brillante al dito, grosso come un bel lupino. — Deve
poi vedere quelli che ha a casa!
E io che gli avevo dato del voi come ad un povero!
Che bella occasione era quella di accettare l'invito del vecchietto
solitario, andare nel suo palazzo, sentire suonare il suo stradivario
davanti a quei boschi e a quei monti! Ma, oimè, le ombre si facevano
più lunghe, e la luce più rancia.
*
Dopo Paullo il paesaggio diventò incantevole. La luce dell'Appennino
(perchè l'alto Appennino ha una sua luce) si stendeva sullo smeraldo
dei prati che parevano usciti allora allora dalle mani del barbiere,
tanto erano rasi perfettamente; i boschi dei castagni si raggruppavano
in macchie scure e superbe con entro sfondi e padiglioni, dove il sole
scherzava con mille occhi di porpora e fiamma. E le cose erano grandi e
solenni, e non c'era anima viva; e perchè la bella strada pianeggiava
in lieve discesa, la fatica dell'andare era nulla e tutta l'anima era
nella vista. «Oh, bellissima terra, perchè così deserta? Animiamola!
Collochiamovi degli esseri belli e buoni che vivano in pace!»
Questo pensiero viene così spontaneo che deve essere venuto anche
al Signore. Egli dopo avere creato il bellissimo mondo, lo trovò
un po' melanconico, un po' incompleto come sarebbe un palcoscenico
senza attori; ed ecco Adamo ed Eva. Ma poco dopo, ecco da così onesti
genitori venir fuori Caino ed Abele! Evidentemente il Signore deve aver
commesso qualche errore di calcolo, perchè non andò molto che corresse
l'errore col Diluvio universale. Ma poi, ragionando meglio, deve aver
compreso che un po' di colpa ce l'aveva anche lui, perchè poteva fare
a meno di mettere al mondo Adamo ed Eva; ed allora, creò l'errore
iniziale, ovvero sia il peccato o macchia d'origine. Pezo el tacòn del
buso! Per scancellare questa macchia prima adoperò l'acqua pura del
fiume Giordano, poi adoperò il suo stesso sangue. Tutto inutile! Se
dunque sbagliò il Signore, che ci possiamo far noi?
Questo ragionamento mi parve così logico e semplice che dimenticai di
pensare ai casi miei.
Era molto tempo che io andavo, andavo senza fatica. Dunque la via
scendeva, dunque io mi trovavo ben sotto il livello di Paullo. Ora, se
Lama Mocogno è 400 metri sopra il livello di Paullo, segno è che vi
debbono essere molti chilometri di salita! Anche questo ragionamento
era semplice e logico; ma smorzò la mia felicità di discendere: la
salita poco dopo infatti ricominciò.
Dopo aver girato uno sprone di poggi — sull'ultimo dei quali s'eleva
un gran castello, turrito, e bianco sul verde, un castello che poteva
servire di modello al Doré per illustrare l'«Orlando»: glorioso ne
è il nome: il castello di Montecuccolo — la via sale sempre lungo un
contrafforte di monti, i quali formano la valle dello Scoltenna, in
fondo alla quale valle sfumava la doppia gobba del monte Cimone.
*
Trovarsi fra i monti, sentir calare la sera, non vedere indizio
di abitato, fa un certo effetto, specialmente per chi è nuovo del
luogo. È vero che l'ottima guida del _Touring_ mi dava Lama Mocogno
a poca distanza; è vero che la strada — ce n'era una sola! — mi
assicurava dell'esatta direzione, eppure.... Eppure io non sarò mai
un esploratore, nè un navigatore, nè un conduttore di eroi. Teseo,
Ulisse, Vasco di Gama, Colombo, Marco Polo, Nansen, Livingstone, ecc.,
gli uomini che più ammiro, che più mi parvero degni di essere fatti a
simiglianza degli Dei, erano di altro metallo dell'umile sottoscritto.
Va bene: io sento le voci della Natura. Questo è un grande onore; ma ne
ho anche una grande.... paura.
Via, diciamo la parola esatta! Paura! Quei giganti di monti mi facevano
sentire che la mia anima era straordinariamente piccola: le selve dei
castagni e delle querce parevano avere una loro anima tragica. Lama
Mocogno mi parve il nome lugubre di un castello per l'Orco.
Invece (vi giunsi alfine!) era un'allegra fila di casette. Respirai
più liberamente. Il calzolaio, il sarto lavoravano ancora presso il
limitare, ed io, sciagurato, già mi vedevo cinto da tenebre per ogni
parte!
Mi sedetti sotto la veranda di un alberghetto; ed ero giunto a tempo
per osservare che la fronte del monte Cimone era lambita ancora dalla
carezza del sole.
— E se vuol venire a cena, è pronto! — suonò la voce dell'ostessa dopo
alcun tempo.
La cucina dell'alberghetto era piena di operosità e di luce e la fiamma
del focolare non era spiacevole.
Ma io cercai inutilmente un posto per me, e l'ostessa allora mi disse:
— Abbiamo apparecchiato di là, nella saletta, — e mi vi condusse; e
aperta una porta mi trovai in una elegante e luminosa stanza da pranzo,
dove alcuni signori, ad un'unica tavola, erano già pervenuti alle
frutte, rappresentate da un cestello di meravigliose ciliegie bianche
e rosee.
Quei signori avevano tutto l'aspetto di essere i legittimi possessori
del luogo ed io mi credetti in dovere di chiedere permesso prima di
sedermi al posto per me preparato.
Quei signori mi accordarono il permesso gentilmente, ma non senza una
certa gravità e lunghi sguardi di indagine sulla mia persona.
«Chi potevano essere? — Pensavo. — Viaggiatori di commercio? No:
questa gente è più allegra e chiassosa. Villeggianti? Nè meno: sono
più signorili. Gente del luogo, nè pure, perchè tali non li dichiarava
l'accento.»
Tutti pigliavano l'intonazione e lo spunto da un biondo, adiposetto,
giovine signore, non privo d'un certo contegno e gravità nel gesto e
nella parola. Sedeva in capo tavola.
— Lei va all'Abetone? — mi chiese costui.
— Per servirla, sissignore!
— Beato lei che si può muovere da questi luoghi! — disse dopo alcuna
pausa.
— Eppure sono bellissimi luoghi e vi starei così volentieri! — risposi.
— Provare, caro signore! — indi, rivolto ai compagni sul cui volto già
si leggeva l'assenso, concluse in quel suo spiccato accento napoletano:
— Quattro mesi si respira, e otto mesi si sospira!
*
Era l'illustrissimo signor Pretore di Lama Mocogno e gli altri erano il
cancelliere, l'agente delle imposte ed altre autorità locali.
«Ma che bisogno c'è di questa gente fra la pace di questi monti
deserti?» domandai a me stesso. Ma la risposta fu pronta più che la
domanda: «Per moderare in quanto è umanamente possibile l'eccessiva
energia di Caino, e correggere la troppa dabbenaggine di Abele.»
IV.
Casetta mia...! (d'affitto).
Quando apersi la finestrina della stanzetta dall'albergo di Lama
Mocogno, la stella del mattino era levata, sopra il castello, lontano
ad oriente, di Montecuccolo.
Il castello pareva allungare in silenzio le fantastiche sue torri
bianche per arrivare a quella luce; il monte Cimone domandava una
carezza di quella luce, che precede l'alba. Sentii allora cantare un
gallo, che mi richiamò il canto del gallo silvestre.
Allora a me venne una gran voglia, come a Pietro apostolo, di piangere
e di farmi il segno della santa Croce: «Oh, buon Signore Iddio, che
bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e
ostinati!»
E mi lavavo intanto e mi pareva che l'acqua non fosse mai assai per
pulire tutte le mie colpe di misconoscenza e di ingratitudine.
*
Perchè seguiterò io a descrivere questo mio viaggio per il grande
Appennino? Ah, se le povere parole dell'uomo potessero imbeversi di
luce come le cose create, e caricarsi di forza come il mare e come
l'aria, bene io vorrei a passo a passo descrivere il mio viaggio, e
dire quale senso di religione afferrò con forte mano il mio cuore e lo
sollevò in alto, colà dove l'unghia d'Eva non graffia.
Ben possono i filosofi moderni prendere le antiche fole e le parole dei
savi e dei profeti e formarne un'antologia o un vocabolario pazzesco
per l'istruzione delle nuove genti!
Tra questi filosofi e critici riconobbi me stesso; ma in verità noi
non potremo impedire che quelle parole antiche siano orientate, come
veramente sono, verso la luce. Tristi minatori del pensiero, lavoriamo,
lavoriamo! la galleria che si scava sprofonda verso l'abisso!
*
Ohimè questa specie di spiritualizzazione dell'anima durò soltanto
per quel giorno, come una nube lieve penetrata dal sole; durò finchè
davanti a me ebbi l'Appennino selvaggio, deserto, immenso, che pareva
non avesse confine. Ma perchè i filosofi moderni non vanno a scrivere
in qualche luogo romito! perchè non si levano quando la stella di
Venere sorge su le vette dei monti!
Quando giunsi all'Abetone, l'anima si ricondensò e la nube si sciolse
e scaricò in miserabile pioggia.
All'Abetone trovai il mondo in piena civiltà internazionale: grandi
_Hôtels_, luce elettrica, automobili, _chauffeurs_, le solite signore
vestite secondo il culto feticista imposto dalla moda; camerieri in
grande sparato e abito nero, bambinaie che parlavan tedesco; signori
dal vestito impeccabile: in una parola, il solito culto del «Vitello
d'Oro». Questa specie di culto si riproduce continuamente; ed io
penso che Mosè, se tornasse al mondo, si risparmierebbe la fatica di
abbatterlo. Qui per forza si diventa filosofi positivisti e demolitori.
Orribile questo culto del «Vitello d'Oro»! «Anche perchè non avete
mai provato, e non sarete mai in condizioni di provare», mi si può
rispondere. «È verissimo anche questo!» Ad ogni modo io, che avevo
fatto i miei conti senza i grandi _Hôtels_ e mi ero promesso un riposo
di qualche giorno fra quella meravigliosa foresta, mi vi sentii a
disagio: ne partii lasciando un po' di cuore a quei giganteschi abeti,
e mi ritrovai alla sera del giorno stesso precipitato in fondo alla
Lima.
Sono venti e più chilometri di discesa continua e suppongo che qualcuno
pregasse per me, giacchè alla Lima giunsi in perfetta conservazione
delle membra, e la bicicletta, pure.
Ma se l'Abetone era occupato di villeggianti di tipo aristocratico, San
Marcello, la Porretta e tutti i paeselli dell'Appennino Pistoiese erano
pieni di villeggianti della media e piccola borghesia. Io non avrei
mai creduto di trovare tanta brava gente in istato di riposo. «Va pur
là, — dissi a me stesso, — che i poveri paria che stanno chiusi dalla
mattina alle sei alla sera alle sei nelle officine di Milano, non li
conoscono questi lussi! E se poi si sfogano con qualche po' di baccano,
di sciopero e di proteste, che diritto hai di brontolare su la fine
del mondo, o placido borghese che qui leggi a fatica il giornale nella
poltrona di vimini, al fresco?»
All'albergo di San Marcello Pistoiese mi fu concesso per grazia un
posticino in fondo ad una gran tavola di villeggianti, e quando tutti
furono serviti, la servetta venne a servire anche me.
Avevano un gran contegno quei piccoli borghesi, quasi come gli
aristocratici dell'Abetone.
Ho ancora nell'orecchio il lungo discorso che un piccolo brutto uomo,
tutto ritinto e calvo, teneva con fluidissima voce toscana ad alcune
signore intorno al matrimonio. Diceva spesso: — Io non lo cerco e non
lo fuggo il matrimonio: io aspetto che venga da sè!
— Per piacere, — domandai alla servetta, — che cosa fa qui tutto il
giorno questa gente?
— Oh, la non vede? — mi rispose lesta lesta. — Mangiano, dormono,
passeggiano, passano le acque e fanno delle ciarle.
Bisogna proprio perdere ogni idealità e diventare filosofi demolitori!
*
Allora sentii più vivo il desiderio di arrivare presto alla piccola
casetta solitaria presso il mare; di vivere fra quei pescatori ancora
in istato semi-nativo.
E per Bologna presi mio cammino, e di qui per Romagna.
*
Cadeva il quinto giorno da che ero partito da Milano, quando finalmente
giunsi a Savignano. Qui — lasciata la via Emilia — mi internai per
una ben nota stradicciola che corre lungo i meandri di un fiumicello,
il quale tanto va superbo di un suo illustre nome antico (è uno dei
pretendenti al titolo di Rubicone) quanto è povero di acque e di corso.
Il mare vicino faceva anelare i pioppi stormendo, come un respiro
fresco dopo l'afa diurna. Sentii il colore della luce, calda come
d'oriente, che il sole dona con speciale munificenza a quell'angolo
ignoto di terra, e mi sorrise l'illusione che essa debba arrivare anche
a quelli che giacciono sotto terra, e le tenebre ne siano consolate:
mi parve (o sogno, dono di Dio!) che riposando un dì sotto quelle glebe
natìe, udrò ancora il susurro del mare.
Così pensavo e la bicicletta andava, quando mi venne incontro un grido
di gioia ed un giovinetto; ed il grido formava quel nome che suona caro
più di ogni altro al cuore dell'uomo. E nel modo stesso che il cane
fedele corre avanti e indietro al padrone, così quel giovinetto non
sapeva se fare festa a me o ritornarsene ad annunziare la mia venuta
alla nonna, che attendeva nella casetta: la casetta di cui si scorgeva
la finestra a piano terreno, illuminata.
Passammo davanti alla fontana: essa nella sera facea cadere le liquide
perle entro la conca di pietra, armoniose come un canto domestico.
Io scesi dalla bicicletta; il giovinetto prese il manubrio e guidò la
macchina.
— Sì, è bene, — dissi io, non ricordo se a lui o a me, — è bene che tu
regga parte del mio peso, oramai. Si invecchia, figliuolo!
— Sai la novità? — disse lui festevolmente. — Io ho imparato a mente in
questi giorni tutto il verbo _possum_!
— Bene, figliuolo mio! Questo verbo è infatti un composto di _sum_,
che vuol dire _io sono_, e di _potis_ che vale _potente_, senza la
quale aggiunta, l'essere vale meno che nulla. Con quel _potis-sum_ tu
risolverai bene tutte le questioni in cui ti incontrerai nella vita.
Impara sì, caro, il verbo _possum_ a memoria, e sappi metterlo in
esercizio. Esso vale almeno una laurea di filosofia.
Una testa grigia e due altre testoline bionde, care per diverso, ma non
meno vivo amore, si scossero al nostro arrivo. La mano toccò la mano,
le labbra le labbra.
*
Quando fu piena la notte, giunsero al mio orecchio il respiro del mare
e il respiro dei bambini, dormenti nella stanza vicina. La notte era
azzurra, rotta qua e là da splendori d'oro: le capanne dei pescatori
che si ridestano. Le stelle trapuntano il cielo come un confuso ricamo:
il mare le riflettea con un moto invisibile, onde in me ricorse quella
illusione che riappare talvolta in chi è infermo per estenuazione
della mente, ovvero in chi ha il cervello ebro di passione come
in quella mattina a Lama Mocogno, quando vidi le piramidi nere dei
monti elevarsi verso la stella di Venere: forse è un germe lasciatoci
dall'anima primitiva del genere umano: «Non sarebbe improbabile che Dio
esistesse».
*
Di chi è questa voce che si diffonde pei campi?
È la voce del turpe rospo terrestre. Egli suona nell'aria calma come
una pura campana di cristallo.
V.
La vecchia e il porcello.
Bere il caffè e fumar la pipa al fresco d'estate è un piacere degno
di Giove Olimpio; però ciascuno si può cavare questa voglia, se ha
l'abitudine di alzarsi presto.
Tuttavia il godimento è tanto maggiore, quanto più uno lo ha condito in
antecedenza col lavoro e con la fatica salutifera.
Da questo lato non ho rimorsi nel mio ozio, e perciò con letizia
maggiore che non si possa pensare, bevo il caffè e fumo la pipa, la
mattina, all'ombra di questa casetta di pescatori.
Questa casetta appartiene ad un villaggio presso il mare, e il suo nome
io l'ho già svelato. Gli abitanti e le abitazioni possono — io credo —
fornire ad un archeologo elementi bastevoli per ricostruire al naturale
una città trogloditica: un filosofo può fare degli studi sul prodotto
umano allo stato naturale.
Il sole si è levato a pena e pende sul mare; ma le casette, disperse su
le dune, fra le betulle e i tamarischi, dormono ancora. Però la vecchia
— la madre del pescatore da cui ho preso in affitto questo loghicciolo
— ha già aperto l'uscio della sua capanna. Nelle prime mattine ero
sorpreso sentendo la sua voce chioccia brontolare nel dolce silenzio,
e non sapevo con chi parlasse, perchè nell'aia e intorno alla casa
non c'era alcuno a quell'ora. Oh, con chi fa diatriba questo grinzoso
demonio in gonnella? (Giacchè costei è la vecchia bacucca, la befana,
la strega, il terrore dei bambini. Non la vedemmo noi una sera al lume
di luna, in camicia — orrore! — uscire tutta feroce dalla capanna, con
la scopa levata, desta al rumore di alcuni monelli che osavano saltare
la sacra siepe di confine del suo orticello? Questi fuggirono come
passeri: ella rientrò brontolando come il tuono che si allontana.)
Finalmente ho scoperto il mistero. Essa parla discretamente con le
galline e con il maiale. Invita le galline al pasto dell'intrisa
crusca, e le pingui e prepotenti garrisce perchè facciano posto
ai grami galluzzi; poi, mentre tutti bezzicano, alterna all'una o
all'altra l'amorosa persuasione e l'efficace rimprovero. Con quelle che
fanno l'uovo, usa espressioni di cuore amoroso; ma quelle, di cui il
nido non porta l'uovo, afferra, e per cura di fecondazione, immerge a
lungo nell'acqua fredda, e soltanto quando le ha tratte fuori impaurite
e mezzo soffocate, ammonisce di far bene l'uovo. Questo metodo, di
punire prima e quindi redarguire, dispiace ai troppo pietosi pedagoghi
moderni: vedo però che con le galline è efficace. Ma col maiale è molto
indulgente anche lei, la vecchia bacucca! Questo maialetto è giovane,
roseo, balioso, adiposetto ormai, tanto che il saltellare gli è grave.
Mi ricorda alla lontana certi giovincelli in quel che lasciano il
limitare della scuola per quello della mondanità: se non che la vecchia
dice del suo porcello che «ha più giudizio di un cristiano!» il che è
almeno dubbio per certi giovani.
Tempo fa il porcello era infermo. Oh sventura! come gli si assise
accanto, come lo grattava, e gli tastava il calore della febbre fra le
cluni; come dicea sè meschina ed in mal ora nata!
— Confortatevi, nonna, questo giovinetto maiale ha fatto una
indigestione di scorze di angurie e di meloni, di cui tutte le serve
del vicinato gli fanno omaggio. Un poco d'olio, nonna, e passerà, —
dissi io.
Disgraziato maiale! egli crede — sì la guarda coi piccoli occhi
— che l'amore della vecchia bacucca sia disinteressato! No, non è
disinteressato. Del resto, felice te, che ignori l'autunno, che ignori
come ogni tua copiosa mangiata avvicina il tempo in cui il coltello
ti scannerà, e il tuo capo, cinto d'alloro e posto su largo piatto,
ornerà la vetrina di un salumiere. I tuoi genitori, o porcello, non ti
hanno insegnato questa dolorosa scienza della vita per il fatto che
essi stessi la ignoravano; se no, non ti avrebbero procreato. Questo
fenomeno stesso forse avviene anche per noi, ed è l'Inconoscibile il
vero propulsore che manda avanti la macchina della vita.
— Nonna, quanti anni avete? — chiesi un dì alla vecchia.
— Più di settanta! — (Ne ha più di ottanta, ma o non lo vuol dire o non
lo rammenta.)
— Vi ricordate del tempo del Papa, quando da queste parti non correva
il vapore?
— Allora ero giovane, — rispose, — e non ricordo più! — Diceva
«giovane» e doveva avere allora quasi cinquant'anni! Ma la natura le
ha tolto la memoria, e così ha attaccato una seconda vita a quella
cartapecora! Anche le ha tolto gli affetti, e la voce non gli è più
rimasta che per rimbrottare: per tale modo la vita fisica si prolunga
fuori del limite comune.
Però l'altra mattina, domenica, l'ho sorpresa nell'atto di porgere
al figlio, che è nonno alla sua volta (benchè abbia tutti i capelli
ancor neri: in questo villaggio — forse perchè trogloditico — la gente
stenta a invecchiare e ad ammalare), l'ho sorpresa — dico — nell'atto
di porgere la camicia di bucato e gli abiti rammendati: infonder
l'acqua nella catinella e consigliare il civile sapone come un omaggio
al giorno — almeno — del Signore. Oh, mirabile sopravivenza di anima
materna anche nella cartapecora! E pur domenica ho intesa la nuora
leticare con la nonna per cagione delle nipoti. Queste vanno pazze pel
ballo, e la nonna non vuole, non vuole che vadano al ballo pubblico
della domenica, il ballo così detto «del baiocco» perchè ogni ebro
villano che entra a fare un giro, paga un baiocco; indi afferra e
balla.
— È che siete cattiva! — scoppiarono in coro, piangendo, le due ragazze.
E allora intesi questa risposta della nonna:
— Nelle vie del bene non sono cattiva!
Mi parve risposta di sapiente antico. Da allora ho osservato più
accortamente questa vecchiarda ed ho emendato il mio giudizio, nella
qual cosa esiste il meglio dell'umana sapienza: emendare il proprio
giudizio. Questa ottantenne è il genio occulto della prosperità di
questa casa di pescatore. Le mani di lei non posano mai; raccoglie lo
sterpo e lo sterco; accatta il ciottolo; stende il bucato su la siepe;
rinforza con spini la siepe, e, quando il sole arde nel meriggio, lava
presso la pozza ombrosa o trae con la bava il filo della rocca antica;
sottopone al testo le brulle e vi gira la piada, cara a te, Giovanni
Pascoli! E l'attività microscopica del minuto, previdente, incessante,
che ha prodotto il benessere dell'umile casetta. Allora fiorì nella mia
mente la bella voce latina, onor delle donne, sedula! cioè «operosa».
E fiorì, olezzante come fiore di campo, quello stornello del Pascoli,
che comincia:
Al cader delle foglie alla massaia
non trema il vecchio cuor, come a noi grami,
chè d'arguti galletti ha piene l'aia.
*
Ma come il sole monta e si rafforza la luce, meno grata si fa l'ombra
della casetta. Qualche mattiniero esce all'aperto, qualche massaia
appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per
le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo: «Pane, pane, pane!
Polli, polli, polli! Latte, latte, latte!» e le scalze donzellette
librano atticamente sul campo, a mo' di canèfore, le grandi ceste dei
pomidori stupendi, dei profumati meloni, dei fichi che sudano miele,
delle perlacee susine, della rugiadosa uva moscata; e nel deporre
il cesto e nell'accosciarsi per mostrare la merce, hanno un certo
moto muliebremente lascivo. Tutto ciò è molto idillico, se non che
queste donzellette tirano al centesimo; provano il bronzo del soldo e
per colmo di precauzione respingono inesorabilmente anche le monete
delle due repubbliche, francese ed elvetica: in quanto a questo non
riconoscono che la monarchia di Savoia, ove però non abbia «il collo
lungo».
Anche la fanciullina che s'avanza nell'aia timidamente, con in grembo i
piccioncini, ancora implumi, ovvero la loquace anitra, sa a qual prezzo
deve cederli: questo è dopo il segno della santa croce, l'essenziale
insegnamento che riceve dai genitori. A ben pensarci, qui, come a
Londra, come a Milano, è sempre affare di borsa. L'idillio è la cosa
parvente, è l'estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per
la eterna fabbrica della vita! E gli uccelletti che cantano nell'aria
la gloria del Signore, secondo che scrivono gli asceti e i poeti; e i
guizzanti pesciolini, che a prima vista sembrano ornamento e vita degli
elementi, fanno anzi tutto degli affari, si divorano fraternamente.
Come faremmo bene ad andar cauti prima di ripetere l'eterno vanto che
l'uomo domina la natura!
— Mia cara bambina, — dissi, — io comprerei volentieri per ventisei
soldi questi tuoi piccioncini, però mi fa pena dover tirar loro il
collo. Vedi come sono felici? come si baciano?
— Oh, se è per questo!... — e avuti prima i soldi, in un attimo, quei
piccioncini che prima teneva così dolcemente in grembo, la bambinella
me li offerse col collo stroncato e il becco sanguinante.
*
Oh! ma ecco levato anche paron _Jusèf_, il vecchio pescatore, il
naturista, il vegetariano, il buddista, che sta ore e ore a tessere
reti presso la riva del mare, il fisiologo, il filosofo, il vegetante
novantenne! Sua prima cura, al mattino, è quella di studiare il mare,
le nubi, il vento, i barchetti, in cui a lungo s'affissa. I suoi
capelli sono appena grigi, la sua dentatura spezza ancora bene le
croste della piada secca. Egli dice a chi capita che non ha mai saputo
che cosa sia dolor di testa, tosse, raffreddore.
— Sa lei, — mi disse un giorno, — che c'è nel mondo una cosa che mi fa
sempre più meraviglia, che la trovo sempre più bella?
— Quale, paron _Jusèf_?
— Svegliarsi la mattina e poter muovere le gambe; aprire gli occhi e
vedere tante cose! — Meditò un poco, poi aggiunse: — Eppure bisognerà,
una volta o l'altra, decidersi a morire.
— E vi dispiace morire?
— Vedo che gli altri — la mano traccia una direzione lontana — non
dicono niente!
*
Ma come si fa a ragionare di filosofia, a parlar di morte in questo
palpito di vita ardente, fra queste grida, richiami, canti di
venditrici? È tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire
la merce dei loro cesti. L'unica sottanella, succinta, disegna ampie
forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più
verginali.
Le bufere del mare rendono aspri e sconvolti i loro capelli, roca
e forte la voce, selvaggia la linea classica del volto. Ma, anche
senza il greve cesto sul capo, il loro busto si muove al ritmo del
passo lento e leggiadro. Ciò turba profondamente ogni metafisica,
cosa nota anche a Calandrino. Queste ragazze sono le pescivendole:
sorelle, figlie di pescatori. Aspra e pur gioconda vita è la loro,
quando lavorano. Alla punta del dì sorgono dai giacigli, attaccano
l'asino, pongono sul baroccino i cesti della pesca, e giungono al
mattino nei borghi circostanti dove vendono il pesce. Mi si assicura,
ed io non stento a credere, che se quegli asini avessero la virtù di
parlare, come fece l'asina di Balaam, potrebbero raccontare di certe
loro consuetudini da imbruttire il volto di un moralista puritano:
consuetudini primitive e naturalistiche che temperano il rigore della
legge sul matrimonio. Comunque si giudichi, qui è ignorata l'agitazione
per il divorzio. Qui si compie prima ciò che nella società avviene
deplorevolmente dopo.
Questo _isteron-proteron_ risolve il grave problema.
Belle col cesto come antiche canèfore, più belle ancora traenti —
erette, scarne — il filo dalla rocca, lungo la riva del mare!
Ma non batta allora a danza il martelletto di un organo! Giù il
cestello, via la rocca: le figure ieratiche si scompongono. Pare un
coro a tondo su antico vaso.
*
Il postino compare per l'ultimo, quando l'ombra è stata divorata
dal sole. L'arrivo del postino è desiderato e giocondo. Giacchè noi
possiamo desiderare di vivere solitari e separati dai nostri simili:
nessuno — credo — desidera di essere dimenticato. Sembrerebbe un
precorrere della morte.
Un semplice biglietto è per ciò cosa piacevole, perchè dimostra che un
fratello in umanità ha pensato a voi. (Le lettere contenenti i conti
dei fornitori formano eccezione a questa legge.)
Eppure che disgusto mi fece il biglietto di visita, inviatomi dal
giovane amico, dottor Alberto X....!
Io aveva gran stima di lui, e l'ho perduta d'un tratto! Io desideravo
tanto di conoscerlo di persona, ma adesso mi è indifferente. Pensare:
un giovane italiano che invece di inscriversi in uno dei tanti
reggimenti della nostra burocrazia, ha il coraggio di andare all'estero
a rappresentare il valore italiano, non al modo dei nostri emigranti
analfabeti, ma con gli scritti e con la parola sapiente, è cosa rara.
Ed ora?
Ora mi invia questo biglietto:
DOTTOR ALBERTO X....
e sotto era scritto a penna:
CAVALIERE ECC.
Ho voltato subito il biglietto per esaminare se v'era scritto altro:
niente altro: ho guardato per terra per sorprendere se a caso fosse
caduto un fogliettino: ma per terra non c'era niente. Non aveva —
evidentemente — altro da comunicarmi che codesto _cavaliere_.
Ma ciò è grottesco! qui si tratta di una circolare! E la manda anche
a me! Mi sono levato; ho abbordato col biglietto in mano alcuni
conoscenti:
— Mi faccia il piacere, mi interpreti questo biglietto!
— È semplice: questo signore dà l'avviso che è stato nominato
cavaliere. Che cosa credeva che fosse?
— È ben quello che ho pensato anch'io!
— E allora? (Cioè «e allora c'è bisogno di scalmanarsi tanto?»)
Via! rientriamo in noi; vediamo di ragionare, non facciamo scorgere le
anomalie del pensiero. Questa è cosa dannosa.
Non si può intanto negare al mio amico che un titolo cavalleresco è
molto comodo quando si deve parlare coi camerieri. Per un tenore o un
baritono è quasi indispensabile essere cavaliere! Sì, ma il mio amico,
benchè tenga conferenze, non è un tenore: egli si vanta di essere
un sapiente e di stendere la mano agli aurei pomi del giardino delle
Esperidi; ed ora ha l'ingenuità di inviare a me questo fico secco della
sua onorificenza!?
Via; non esaltiamoci di nuovo: ragioniamo ancora. Innanzi tutto i
pomi delle Esperidi non vanno in commercio, i fichi secchi sì, vanno.
Inoltre, come non tutti i tenori non sono eroi, e molti baritoni che
alla ribalta sono tremendamente tragici, alla trattoria sono i più
onesti e lepidi mangiatori del mondo, così similmente basta essere
sapienti per quel tanto di tempo che si sta sul palcoscenico della
vita. Quelli, anzi, che rimasero sapienti anche dietro le quinte,
fecero tutti fine infelice.
E indubbiamente l'amico mio è giovane di molti studi: ma gli studi
e l'erudizione contengono assai poca quantità di sapienza. Il povero
popolo crede che ne contenga tanta, perchè giudica dall'esteriore: ma
vero non è. E ne sia prova questa, che una folla di analfabeti nel moto
della passione si comporta come una folla di gente addottrinata. Così
se noi imprimiamo il moto ad un disco ove siano i colori dell'iride,
appare bianco come un disco che è tutto bianco.
«Via, — dissi a me stesso, — compatiamo l'amico che se ha sbagliato,
ha sbagliato soltanto nel non aver conosciuto il tuo orgoglio; e
mandiamogli un biglietto di congratulazione!» Ma se vi sono dei vecchi
coi capelli bianchi che giuocano ancora sul cavallo a dondolo del
cavalierato!
*
Questo insulso fatterello ha però alcun grave senso: ha scosso
profondamente un'opinione di cui avevo fatto sfoggio sino allora: in
politica avevo creduto — con piena convinzione — che il voto del popolo
semi-analfabeta, uguagliato al voto dell'uomo addottrinato, fosse
un'ingiustizia enorme delle democrazie odierne. Mi ricredo.
Ma il bello è che Platone, questo mirabile ampliatore di anime, trattò
di questo umanamente nel suo «Protagora»; e la volpe nella favola di
Esopo assicura che il sapere di lettere non è sinonimo di saviezza.
VI.
Il signor Capitano.
Oltre al postino, oltre a paron _Jusèf_ — vecchie conoscenze — ho
salutato con piacere _Pirùzz_ e ho invidiato la sua vita.
Egli si leva prima del dì, e pensa — come un uomo primitivo — a
procurarsi la vita con le sue mani. Caccia o pesca secondo la stagione
ed il tempo. Ha sempre fatto così, e in conseguenza conosce tutte le
abitudini dei pesci da spiaggia, ripete d'incanto tutte le voci degli
uccelli. Le ante della sua botteguccia di tabaccaio cantano al sole
dalle infinite gabbiette.
Questa abitudine di convivere con le bestie, gli ha conferito un'indole
molto allegra.
Ritorna a casa, si siede su d'uno sgabelletto all'aperto e lì sventra
in tutta pace rane, bisatti; spela spippole, farlotti; li monda,
risciacqua poi, accende la stipa; trae religiosamente da una credenza
antica l'ampollina dell'olio e il bussolotto, ben chiuso, del pepe e
cuoce. Si vanta d'essere un «cuoco finito».
Certo è che con quelle due gocce d'olio e quel pizzico d'aroma opera a
meraviglia, o su la teglia, o sul testo, o in graticola. Evidentemente
egli non conosce soltanto la vita, ma anche la morte degli animali.
Cotto, il cibo è versato in un'unica scodella, completata da due
forchette: la scodella è posta su d'un tavolinuccio zoppo; ad un lato
lui, di fronte siede la moglie Placidia, la cui prosperità contrasta
col nome bizantino.
Mi domandano se voglio favorire. Ma io non voglio favorire la vostra
colazione; io vorrei favorire la vostra placida lietezza coniugale.
Senza tovaglia, un piatto unico di coccio, due forcine di stagno! Ecco
il segreto per non far volare le stoviglie su la mensa coniugale.
— Piruzz, via, andiamo a bere un bicchiere dall'oste!
Lo conduco a stento.
— Ma perchè?
Crolla il capo, poi dice: — Veda, dopo mi viene troppo vigore. È mo'
vera, Placidia?
Quando fummo dall'oste — e Placidia non c'era — si morse l'indice
ripiegato, e sospirò un «Eh!» comicissimo, rivolto al Signore. Io
scoppiai dal ridere.
— Alla vostra età, Piruzzo? Vergogna!
— Ma io non me ne accorgo mica d'avere sessant'anni! È che queste...
donne vogliono vedere la bella gioventù!
Evidentemente — io pensavo — al tempo dei trogloditi non usavano pomate
per la calvizie, non usavano stimolanti. Si dirà: Perchè non c'era il
progresso!
Ma no; perchè non c'era di bisogno!
Più giustamente osservava Piruzz: — Guai, veda, se il contadinaccio
dovesse bere vino e mangiar carne tutti i giorni! Non si salverebbe
nessuno.
*
Con piacere anche maggiore ho riveduto il signor conte, ex-capitano dei
granatieri. Egli appartiene ad una piccola compagnia — gente che viene
qui per l'estate — la quale fa circolo al mattino attorno al deschetto
del calzolaio della borgata: circolo aristocratico, perchè c'è anche un
marchese. Ma in Romagna la nobiltà ha costumanze alquanto diverse.
Io amo di stare vicino al signor capitano non soltanto perchè è una
garbata persona, ma anche perchè produce un effetto refrigerante, con
l'immacolato e profumato candore delle sue vesti.
Da molti anni ha abbandonato il servizio militare, e il periodo
avventuroso della sua vita cadde in quel tempo in cui gli ufficiali
portavano le gambe imprigionate da calzoni a maglia.
Egli sin da allora prediceva il tempo della libertà per le gambe entro
calzoni razionali, e ne dava l'esempio.
Ma quei calzoni venivano considerati dai superiori come un esempio non
di razionalità ma di strafottenza.
A quel tempo non esisteva nell'esercito la propaganda anti-militarista
e perciò gli indumenti ipertrofici del signor conte avevano l'onore di
essere considerati con più importanza che non meritassero.
Eccettuato l'affare dei calzoni, il signor conte serba il più gradito
ricordo della milizia.
Divenuto cittadino libero, egli è rimasto fedele ai suoi calzoni, ed
io non posso pensare a lui senza avere davanti agli occhi un barbaglio
refrigerante di tele candide e finissime, dal soave profumo, sostenute
da calze ciclistiche di seta nera e scarpette lucidissime.
Da quella candidezza di vestimenta viene fuori un faccione bonario,
arsiccio, che non sarebbe stato brutto se la natura l'avesse ritoccato
e raddrizzato; invece se ne dimenticò e lo piantò lì, appena abbozzato.
Una densa capigliatura, quasi bianca, contrastando con due corti,
puntuti, ispidi baffi rimasti quasi neri, appiccicati nello spazio,
grande, che divide il naso dal labbro, mi porge l'illusione di una di
quelle parrucche con cui sono rappresentati i granatieri del Piemonte
Reale nel secolo XVIII. È scapolo; ma gode di tutti i vantaggi della
famiglia — convivendo a suo modo — con la famiglia del fratello,
gentiluomo campagnuolo, cara persona anche lui.
La pratica della bicicletta, di cui fece conoscenza soltanto in questi
ultimi anni, ha segnato il colmo della sua felicità di abitare in
questo mondo.
Non si creda però che il signor conte sia una folgore della bicicletta.
No, la sua bicicletta va molto blanda e spaventa solo col fragore della
tromba la quale è della proporzione del berretto e delle braghe.
Questo entusiasta del ciclismo ha sempre rifiutato le proposte di
piccole gite, con scuse di dubbia fede.
Ciò mi ha fatto molto meraviglia, ed ho cercato di scoprire la cagione.
Eccola quale il signor conte mi fece capire: appena i pori del suo
corpo cominciano a traspirare, egli sente imperioso il bisogno di
copiose abluzioni, il suo passo, quindi, è regolato sulla secrezione
sudorifera dei pori: ora, dato il calore del luglio e il polverone
delle vie, egli si trova ridotto alla quasi immobilità.
Però un giorno che un grande acquazzone avea rinfrescato l'aria e
spento la polvere, vedo il signor capitano di ritorno in bicicletta.
«Ma questo è un carro bagagli» — dissi fra me vedendolo arrivare,
e arrivava dolcemente, ma con cupo rombo del corno. Egli aveva non
soltanto la borsa fra il telaio, ma su la ruota posteriore un suggesto,
carico di roba.
— Vengo da X...., — esclamò festosamente da lungi, alzando la mano
e cessando dal premere il corno: indi come fu disceso, disse: —
Ventiquattro chilometri fatti splendidamente: non abbiamo avuto una
panna! Le pare ancora un poco grave? — aggiunse, scrutando con occhio
strategico la sua bicicletta.
— Io direi, — risposi.
— Eppure è ridotto ai minimi termini.
— E lei intende con questo bagaglio di recarsi a Parigi?
— Certamente. La partenza è stabilita con data improrogabile la
primavera ventura. Ora sto allenandomi.
La visita a Parigi è necessaria al completamento della sua vita. Un
mussulmano non muore in pace se non ha adorato la Mecca: un archeologo
se non ha visitato Atene. Per il signor capitano Parigi è la Mecca e
l'Atene di quell'amabile galanteria in cui trascorse la sua giovinezza
rumorosa e serena. Ma non si pensi male, non si creda che malsani
e inverecondi desideri allignino in lui: la sua gioventù fu ben
consumata, come il suo vistoso patrimonio fu ben assottigliato. Ora che
i capelli sono bianchi, egli è diventato semplicemente un erudito, un
antiquario — ma un antiquario sereno e filosofo — della galanteria.
Nella stanza silenziosa e grande della sua villa, egli colleziona,
trascrive, compulsa i documenti delle donne che furono famose
nell'esercizio della galanteria aristocratica.
Un dotto, seguace del metodo storico, può essere premiato in un
concorso del ministero della Pubblica Istruzione se colleziona una
serie di documenti inediti, poniamo intorno ad Elena, moglie di
Menelao. Il signor conte — unicamente per suo diletto e senza vista
ambiziosa — collezionava i documenti, invece che su le «donne antique»,
su le donne contemporanee.
Aveva cimeli, codici, autografi di gran valore.
Siccome però in casa c'erano delle nipotine, già giovanette, così
egli possedeva una chiave segreta della sua biblioteca da sfidare ogni
curiosità.
Le conversazioni su gli studi archeologici del signor conte erano del
più alto diletto e sommamente istruttive per la serenità filosofica da
cui erano improntate.
Ho potuto constatare che egli non aveva letto le opere lombrosiane
intorno alla natura del genio: eppure — se avesse avuto piena coscienza
del valore de' suoi studi — avrebbe potuto aggiungere un capitolo
ragguardevole alla psico-fisica del genio; includendovi la genialità
della donna. La galanteria era la forma con cui si manifestava la
genialità della donna. Esistono peculiari stigmate somatiche del
genio della donna, come per il genio dell'uomo. Il genio-maschio può
svilupparsi in ogni classe sociale, così il genio-femmina: v'è la
duchessa che diventa zingara, come v'è la zingara che diventa duchessa.
Il genio-maschio è essenzialmente intuitivo: così il genio-femmina.
V'è anche nelle donne la geniale, e la genialoide. Patrimoni saltati
per aria, cervelli fatti saltare, straordinari avvenimenti, anche
nella politica, sono conseguenza del genio-femmina. Il genio-maschio
fa progredire a grandi impulsi la civiltà: il genio-femmina è il
propulsore di quasi tutto il lavoro dell'uomo. L'uomo geniale è
rivoluzionario; la donna geniale rivoluziona tutte le teorie morali,
sconvolge l'ordine delle leggi, disorienta i cervelli e le famiglie.
Si nasce geni. E perciò è spregevole l'uomo che spinge la donna su
la carriera della genialità. Il signor conte non ha rimorsi da questo
lato: egli ogni volta che vide la donna, circondata dalle nobili spine
della virtù, ha fatto il saluto, da lungi!
E gentiluomo compiuto, senza alcuna smanceria senile, rimane coi suoi
capelli bianchi.
Distribuisce ai bambini un grande numero di gianduia e di caramelle. —
Oh, piccolo tributo, invero, per un individuo che è rimasto esente dal
grave peso della paternità!
— Ancora, signor conte, — dissi io, depositario segreto di questi
studi, — quella monografia geniale è straordinariamente interessante.
Sarà per un'altra volta.
Guardò l'orologio. — È tardi, — disse, — e devo condurre le mie
nipotine alla messa.
Era domenica: e poco dopo passò il calesse del signor conte, che
conduceva le belle e buone nipotine alla parrocchia lontana.
VII.
La costruzione della tavola.
Io lo so, cari bambini, quello che voi volete. Voi volete cenare
all'aperto come tutti gli altri: e su la tavola volete un bel lume.
Certo fa piacere in su l'ora del tramonto, quando i barchetti riposano
sulla riva e le vele rance si accartocciano e dormono, fa piacere,
volgendo lo sguardo all'intorno, osservare presso le casette — sparse
lungo le dune — le piccole allegre mense. Dopo, si spegne la lampada
del sole e si accende quella a petrolio o a gas acetilene. Poi v'è dove
si balla, v'è dove, con le coperte del letto, improvvisano un teatro; e
ce ne vuole, cari bambini, di consigli e di grida: «A letto, a letto,
bambini!» Bisogna portarvi a letto che già siete addormentati. E dopo
dieci ore di sonno profondo, voi scendete giù in cucina e trovate la
tazza del latte, appena munto, e il cumulo delle fette di pane; e il
mare che vi sorride nel sole e vi esorta di fare in fretta a mangiare
e correre a lui: senza lavarvi, vero? perchè vi laverete nel mare. Ah,
dolci cose e sempre belle e sempre nuove! Ringraziate Iddio almeno,
e.... siate un pochino più buoni con me. Senza di me, il latte del buon
Dio non verrebbe sino alle vostre labbra. E poi? E poi ricordatevi di
questi giorni tutto sole e niente nuvole, ricordatevene per poter dire
che la vita è pur bella! Ma già, o ironico destino, essa è bella quando
noi non ne abbiamo conoscenza e coscienza.
Ma bando a ciò: voi dunque volete la tavola da metter fuori all'aperto.
Ora conviene ordinarne una al falegname, perchè quella che è in questo
minuscolo stanzino da pranzo («Dove si soffoca» voi dite. «Verissimo,
oh, come bene trovate le ragioni che fanno per voi!») è di greve
quercia, e a stento passerebbe per la piccola porta.
— Ci vorrebbe, — voi dite, — come hanno tanti; una semplice tavola
greggia di abete, la quale poggia sopra due cavalletti.
— Egregiamente, se non che il falegname è troppo occupato per fare
questo lavoro in giornata, e poi domanda di troppo: quindici lire. Il
vostro desiderio, bambini miei, non vale le quindici lire. Tuttavia
voglio accontentarvi — e così ho pensato: La tavola la farò io.
— Tu? — e il più piccino mi allungò il dito, e il suo sorriso esprimeva
non soltanto la meraviglia, ma era atteggiato a quella espressione che
fiorisce col fiorir del pensiero, cioè all'ironia.
(Anche tu, piccino, — meditai, — già pensi come la gente del volgo. Tuo
padre, perchè vive sui libri, è incapace di lavori veramente utili.
Ebbene, vedremo, e ti dimostrerò come chi si compiace in Platone del
verbo di Socrate, impara in un attimo le cose minori della vita. Il
vero sapere è essenzialmente armonia, se non che quello che ora penso
non lo capirai mai, piccino.)
Meglio così.
Una voce di amorevole, ma purtroppo costante contraddizione, la quale
è legata alla mia esistenza — aveva aggiunto tal chiosa, ed io tacqui.
*
Al mattino — o care albe rosate — io avevo pronti sull'aia sega,
martello, tenaglia, pialla, chiodi, metro e squadra; e come dalla
bottega mi furono mandate le tre asse di schietto abete e tre mezzi
murali, mi posi all'opera.
Il canto stridulo della sega destò i bambini, e con grande impazienza
si dettero la voce che il buon lavoratore già lavorava. Onde discesero
con grande impazienza a veder l'opera nuova.
In quel lavoro mi sovvenni di un'eccellente massima che udii or fa gran
tempo da una contadina: «cento misure e un taglio solo»; e finchè il
sole non fu alto, il lavoro procedette abbastanza bene, ma quando esso
salì e distrusse l'ombra a ponente (nè quella a settentrione era ancora
formata) la fatica cominciò a farsi greve, e la maglia che mi copriva
era imbevuta di sudore. Ma è evidente che si trattava di una fatica di
nuovo genere: lavoravano cioè entro il mio corpo altri operai della
vita che non quelli che sogliono lavorare abitualmente; operai più
allegri.
Della qual cosa mi fece avvertito un mio collega, il quale, passando
per il sentiero che fronteggia l'aia, si era fermato ad ammirarmi.
Ed io, levando la faccia, ben lo scorsi attraverso il sudore, ed egli
mi disse allora:
— È la prima volta che vi sento cantare.
— Io cantare?
— Voi proprio.
*
Ciò mi accadde per la prima volta — che io ricordo — di cantare
lavorando. Nei miei consueti lavori, non goccia il sudore. Bensì talora
altro goccia! Ma allegro canto non mai!
Questa è buona chiosa per chi deve cominciare la vita e scegliere una
carriera, o bambini!
*
Alla sera la tavola si reggeva alla bell'e meglio sui due cavalletti
e, coperta di una tovaglia pulita, era pur bella. E una testa grigia,
adorata, era presso le vostre teste bionde!
VIII.
L'inno dei Lavoratori.
Non c'è dubbio; è stato il postino a spargere la voce che io sono un
«signore».
Quanto dispiacere mi abbia fatto questa rinomanza, non saprei dire: non
perchè non vorrei essere un signore, ma perchè non è vero, purtroppo!
Dunque, quando alcuno fra questa brava gente grida: «Guerra ai palazzi
e pace alle capanne», si rivolge anche a me? A me? Ma io vi mando
dal mio padrone di casa: andatelo a dire a lui! Adesso capisco perchè
quei piccoli favori, quello scambio di aiuti che i poveri si fanno tra
loro — e rendono così umana la vita — a me non si fanno se non dietro
pagamento!
Ho domandato una volta alla moglie del calzolaio, quel calzolaio che
tiene circolo aristocratico:
— Mi regala quel bel garofano?
E lei mi rispose:
— Vengo mai a domandar niente a casa sua?
Lo disse per ischerzo, lo so, perchè il garofano me lo diede, però uno
scherzo ammonitore per un'altra volta.
(Veramente non tutti questi poveri sono poveri: vi sono tanti che
hanno soltanto la truccatura del povero e mangiano sul palmo della
mano, perchè ciò è economico e poi illude gli altri con l'aspetto
dell'uguaglianza; ma hanno il denaro nascosto, la casetta, il piccolo
campo.)
Dunque io sono un signore! E non me n'ero mai accorto!
Anzi io sino a qualche tempo addietro ero convinto di essere uno
straordinario lavoratore, e mi addoloravo che ci guadagnassi così poco.
Se non che una volta che mi lamentavo di questo con un ricco e colto
israelita, ebbi da lui la spiegazione che meritavo.
Egli mi stava ad ascoltare col labbro composto ad un amaro sarcasmo
e mi pareva vedere in lui una di quelle severe nere teste bibliche,
che io avevo intravisto nei quadri antichi: quella testa, dall'abito
orientale, si era spostata sopra un impeccabile stifelius, ma
l'espressione era la stessa.
— Ma naturale, — disse alfine, — voi vi ostinate in un lusso che appena
i milionari si possono permettere.
— Quale?
— Ma l'arte pura, la filosofia, la poesia! Cose bellissime, ma prima
commerciate in stracchini o granaglie.
«Insolentia iudaeorum!» pensai fra me, e:
— «Ars severa, gaudium magnum!» — fu la mia risposta.
Ma l'aveva appena espressa, che mi sovvenni come il filosofo a cui è
attribuita questa sentenza era figlio di una regina.
Atteggiò il labbro ad amarezza maggiore e:
— Tenetevi il «gaudium magnum», — disse, — ma non lamentatevi.
Che umiliazione ricevere di queste lezioni alla mia età! che rancura
nell'accorgersi che la via è sbagliata quando il sole è già piegato al
tramonto.
Oh, gli detti ragione, solamente obbiettai che non era cosa agevole per
me cominciare il traffico degli stracchini.
— Più facile che non pensiate, — mi rispose seccamente.
Dal giorno che ebbi quel colloquio involontario col ricco ebreo, io mi
ero filosoficamente adattato alla mia povera condizione; e avevo capita
tutta la ragionevole antipatia del denaro per le mie tasche.
Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l'estremo oltraggio di
passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione
che i poveri mi respingevano perchè mi stimavano ricco; come i ricchi
mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà.
Dunque un filosofo è condannato alla solitudine?
Del resto il postino è degno di scusa. Egli mi vede sulla sedia a
sdraio bere il caffè e gustare il fumo della pipa: egli invece, carico
come un alpino e grondante di sudore, deve correre per le dune a
distribuire la posta.
Egli fu costretto una volta dalla necessità del suo ufficio a
consegnarmi, mentre stavo così sdraiato, una lettera del valore
dichiarato di lire trecento.
Interrogai il suo sguardo, e il suo sguardo diceva così:
«Se nel mondo ci fosse giustizia, questa lettera dovrebbe passare nelle
mie tasche».
«Aspetta che ti voglio mortificare e convincere che anch'io sono un
lavoratore!», pensai allora tra me, e la mattina seguente ho collocato
attorno alla sedia a sdraio molti libri e scartafacci, e a pena sentii
il suo passo levai il capo da un pesante volume, e fissando il postino
con occhio assorto dietro le lenti:
— Gran fatica, mio caro! — dissi, battendo con la palma sulla pagina
aperta.
— Più fatica questa! — rispose senza rispetto, e si passò di coltello
la palma sulla fronte, e buttò via il sudore raccolto.
*
«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello
che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei
mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la
sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di
un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di
più!»
Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa,
questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero
medito sull'«Immortalità dell'anima» di Platone? E supponendo anche
che io potessi fargli capire che al mattino presto c'è un originale
che medita sull'«Immortalità dell'anima», potrà egli modificare il suo
giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona
e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il
cervello, ma le braccia e le gambe?»
«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non
può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»
Già, questo è ozio e non lavoro, _otium_ e non _negotium_, come
sapevano anche gli antichi romani. _Otium litteratorum!_
Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il
postino!
*
Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:
Su, fratelli, su, compagni
su venite in fitta schiera,
avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come
vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto
con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a
me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto
la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità
spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi
vedrete sorgere il «sole dell'avvenire!»
*
E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di
questo esercito del «Sole dell'Avvenire». Infatti essi inneggiavano al
detto Sole.
Questa schiera, come dava a veder l'aspetto, apparteneva nella
maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori
delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche
i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose
dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti.
I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell'idolo donna,
anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li
semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi
degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest'opinione del
semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande
ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche,
piantano il chiodo in un'idea, fuori della quale non c'è salute. Il
parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell'«acqua fredda»;
San Francesco nel buttar via l'orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla
persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più
eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè
se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto
il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell'avvenire!)
Questi lavoratori della terra e del mare apparivano molto felici del
giorno concesso dal Signore per il riposo.
Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare
il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la
predica di un loro oratore d'occasione.
O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio
bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che
cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso:
Splende il sol dell'avvenir
è di un effetto indiscutibile.
Questo effetto poi era quella domenica moltiplicato per la stranezza
del vestire di quella moltitudine. Con quel sole ardente, tutti erano
vestiti di saia nera: i più avevano di setino nero anche la camicia, e
su quel nero spiccavano i bracciali rossi e le cravatte rosse.
Quella tinta lugubre nella gioia del giorno estivo, mi richiamò alla
mente la «Compagnia della morte» con cui si nominò una schiera alla
battaglia di Legnano. In quella truce e fiera assisa anche volti miti,
come quelli del barbiere e del buon postino — erano anch'essi nella
«fitta schiera» — acquistavano una espressione formidabile.
Inoltre, — oh, stranezza per gente che protesta contro la disciplina
militare! — essi marciavano con fiero passo militare!
Io mi fermai sul ciglio della via e fissai la schiera che passava: ma
lo sguardo del postino si incrociò col mio, e balenò questa domanda:
«Non ti facciamo adesso paura, o ricco?»
Lasciamo stare il «ricco»; quanto alla paura, a me personalmente, no.
A che varrebbe leggere Platone in greco per diventare filosofo, se si
deve poi aver paura? Un filosofo, o amico, sorpreso da un tacchino,
potrà essere spaventato; non mai da una evoluzione dell'esercito umano,
che solitamente fa come quello del coro: «Partiam, partiam!», ma in
realtà non fa altro che segnare il passo, o, se cammina, ripete il suo
giro dietro le scene.
Per fare realmente paura non a me, bada bene, o postino, ma ai
veramente ricchi, bisognerebbe che rimaneste sempre «in fitta schiera»,
ma lo vedi? ecco qualcuno di voi che si stacca, ecco l'individuo che
esce dalla collettività anonima e poco dopo appare accampato contro
di essa. _I transfughi!_ tu dici, con giusto disdegno. Lo so, _i
transfughi_! Ma essi si sono posti in alto sul piedestallo della
ricchezza e sorridono al pugno chiuso e levato della folla.
Rimane, sì, la fitta schiera; ma solo dei miserabili, della materia
greggia, la quale elabora, stimola, frusta se stessa, e ne fa venir
fuori l'individuo, per fatale necessità di natura, contro ciò che è
tassativamente prescritto nell'Inno dei lavoratori!
Per fare paura veramente bisognerebbe che quella specie di furore
e di fanatismo non durasse soltanto il tempo che squilla l'inno di
Amintore Galli o tuona la voce del catechista, ma durasse più a lungo:
informasse ogni atto della vostra vita.
Invece nei giorni che non portate la montura nera con la filettatura
rossa, voi subite le necessità della vita come un egoista borghese:
tu, onesto lavoratore della barba e della parrucca, fai la parola
dolce nel radere il doppio mento del ricco avventore: tu, onesto
pescatore, porti di preferenza il tuo cestello di pesce alla casa di
quel possidente che ti pagherà senza tirare sul prezzo: tu, placido
oste, non hai rimorso di coscienza a preparare, anche per i compagni,
le miscele anti-igieniche del tuo vino: tu, postino, sei più gentile
nel consegnare le lettere al ricco, che darà in fine di stagione cinque
lire di mancia. Persuadetevi, non siete ancora abbastanza evoluti!
*
Io sono entrato umilmente col mio abito bianco fra i vostri abiti neri
nella sala dove l'oratore teneva la sua conferenza. Un forte odore
umano esalava da quei corpi, come un gas, e quelle parole parevano
scoppi di fulminante per accendere quel gas.
Parlava un giovane avvocato civilmente vestito.
Io ascoltai attentamente. Ma come il buon enologo distingue il vino
artefatto dal vino sano; come l'acuto critico distingue le onde dello
stile commosso per la tempesta della passione, dalla salsa bianca
_bechamelle_, con cui si coprono gli insulsi avanzi del convito
intellettuale degli altri; così io sentivo in quel discorso sopratutto
la preoccupazione di parlare il linguaggio della passione fino a
toccarne il vertice con questa frase risolutiva ed anarchica: «Abolite
tutti gli uomini armati di denaro, di scienza e di intelligenza!»
O lavoratori, vestiti di nero, quando io sentii il disperato, furibondo
vostro grido entusiastico, che accolse quelle parole, sorrisi.
«È scoppio di rabbia impotente, — mormorai fra me, — giacchè voi in
realtà non avrete mai il coraggio di eseguire quest'ordine. Ci vuole
altro che le braccia valide, e l'arma in tasca, o il piccone! E nè
anche il vostro oratore oserebbe in caso di vera guerra, dare un tale
ordine, perchè non è eseguibile; perchè il primo a saltare in aria
sarebbe lui. Perciò egli è un falso profeta».
Questo pensiero soddisfece la mia ragione. Ma subito dopo la stessa
ragione insorse e mi disse: «Se quegli è un falso profeta, monta tu
su la tribuna e parla. Se i veri profeti si accontentano di sorridere
filosoficamente, quale meraviglia se il falso profeta è ascoltato?»
È facile tranquillare la propria coscienza col dire: «Questa massa è
bruta e brutta e perciò non darebbe ascolto alle tue egregie parole»,
come è facile uccidere l'animale dicendo col fisiologo: «esso ha meno
sensibilità!» Ma è poi vero?
«Ma non sai tu, o orgoglioso, che chi ha sete, beve anche l'acqua
infetta; e chi ha fame, mangia anche le materie luride? E chi sente
l'enorme, inafferrabile oppressione sociale applaude a qualunque
bestemmia pur che abbia sembianza di mezzo liberatore? Tu critichi
e deridi il falso profeta. Ebbene, monta tu sul tavolo e parla: O
lavoratori, se il mio abito è bianco mentre il vostro è nero, io non
sono un ricco, non sono un privilegiato! Ascoltatemi! Privilegiati
sono gli anonimi che voi vedete appena di sfuggita e a cui, pur troppo,
fate reverenza! Questi privilegiati sono così potenti e sicuri che di
voi non si preoccupano: essi formano il cocchio, il quale è convinto
che sarà sempre sopportato dalle ruote; e le ruote siete voi! Noi,
che leggiamo Platone in greco — come può attestare il postino — e
vestiamo di candore l'anima e le membra, siamo le molle che cerchiamo
di attutire gli urti fra il peso crudele del carro e i sobbalzi
delle ruote infelici. Otteniamo per ora che gli individui che stanno
sul cocchio, siano più umani e pesino meno; togliamo intanto dalla
vita i bari che mettono in circolazione i falsi valori; acquistiamo,
tutti, migliore coscienza; riformiamo l'inutile scuola dell'alfabeto,
semplifichiamo e miglioriamo la vita! Dopo, il resto verrà da sè, quale
esso sia: quale voi vorrete».
*
Perchè io non ho parlato così?
Perchè a fare il profeta vero è difficile, e perciò bisogna scusare se
vi sono molti falsi profeti.
— È vero che mettono in prigione a cantare:
Su venite in fitta schiera?
così mi chiese un bambino, invocandomi come arbitro in una questione
avuta con i suoi coetanei: se mettono o no in prigione a cantare
l'«Inno dei lavoratori». Mi dichiarai incompetente. «Però fate una
cosa, bambini miei; quando vedete venire i carabinieri, mettetevi tutti
sull'angolo della via a cantare, e così si vedrà».
La proposta, benchè ardita, piacque. Di fatto appena spuntano i
pennacchi rossi e turchini, ecco s'alza il coro argentino, squillante:
alcune vocine tremano dalla paura; i carabinieri si fanno più grandi;
dei due, ce n'è uno così grosso e grasso che nel suo ventre può
contenere due almeno di quei piccini. Alcuni di costoro s'appiattano
dietro la siepe: da quel nascondiglio, non vedenti e non veduti, la
voce ha vibrazioni di gaiezza suprema. È la voluttà dell'estremo
rischio: essere acciuffati come nella favola dell'orco! Macchè! i
carabinieri non si sono voltati, nè meno un segno di tacere! Parlavano
fra loro, e seguitarono a parlare.
Che mortificazione, poveri piccini!
*
Col garzone del barbiere, che è un buon figliuolo, mi sono permesso
la libertà della critica su la moda della camicia di satino nero che
portano i compagni.
— Capirà, — mi disse, — che una cravatta rossa sul nero produce altro
effetto che sul bianco. E poi una camicia nera fa il suo servizio
finchè si vuole.
Erano due buoni argomenti, benchè il secondo poco convenisse ad uno che
maneggia il sapone per dovere — almeno — professionale. Gli feci ancora
osservare l'effigie dei due santi barbuti e capelluti che egli porta
sospesi in forma di grosse medaglie alla catena dell'orologio.
— Trova da dire anche su Carlo Marx e su Enrico Ferri?
— Ma no; soltanto ti faccio notare che sarebbe un bel pericolo per la
classe dei barbieri se nella società futura si dovesse adottare questa
moda. Anche la classe dei lavandai.... — stavo per soggiungere pensando
alle camicie nere.
Ma egli mi osservò che il rasoio poteva servire anche per altri usi
oltre a quello di radere la barba. Queste goffe facezie io me le sono
permesse col barbiere, perchè è un buon figliuolo, come ho detto.
Invece con un altro suo compagno, che aveva la camicia nera e ci
trovammo accanto dal tabaccaio, io non osai fare motto.
Era una figura sbilenca e torva, e domandò al tabaccaio un toscano.
Ma per tagliarlo in due egli non si valse della tagliola che era sul
banco; ma con calma levò di tasca il coltello, aprì la lunga lama a
molla e contemplando il livido acciaio, «Questa sanguisuga ci vuole!»
disse con intenzione; e tagliò il toscano.
Il mio sentimento di vero profeta gli aveva preso subito il polso come
una tanaglia e fatta cadere l'arma maledetta; ma la mia mano non si era
mossa nè meno.
Anche senza ricordare i geniali studi del Lombroso, capii subito che
a dirgli una parola come gli andava detta, si correva il rischio di
mutare il proprio ventre in un cuscinetto per quello spillo.
E tacqui.
Mi sdegnai col mio silenzio, eppure tacqui. Fare il vero profeta è cosa
difficilissima.
*
La domenica, ad ora ben tarda, cessano i canti con sollievo delle
Muse, ed i grilli riprendono l'impero della notte serena. I lavoratori
ritornano non «alle risaie ed alle miniere» (che qui non sono), ma ai
loro campi, ben fertili.
Io, per questi contadini di Romagna, aggiungerei una strofa, all'«Inno
dei lavoratori» nella quale fosse raccomandata la solerzia e la
passione per i lavori agricoli.
Queste due qualità non sono in eccesso.
Ciò si potrebbe benevolmente spiegare come un'esagerata venerazione
per la madre Terra (per quanto essa faccia capire che il colpo di
vanga non è per lei un'ingiuria ma una carezza); oppure come una
tacita deliberazione che è inutile aumentare il reddito del terreno
a vantaggio del proprietario (mentre ad essi, lavoratori, basta
quel tanto che la terra produce, senza molta fatica); oppure perchè
consumando troppo tempo nel meditare sull'ingiustizia di dovere essi
fare il contadino, questa meditazione induce a lavorare di mala voglia.
Certo — mentre queste cose avvengono — la terra si fa dura ed ispida; i
buoi dimagrano; le gramigne ingrassano; il letame diventa meno letame,
ma tutta la casa si muta in letame.
Ciò mi dispiace perchè io farei cambio tanto volentieri del mio
appartamento a Milano con parecchie di quelle case coloniche; e poi
perchè sono un entusiasta del lavoro della terra.
«Ah, non volete lavorare con passione, signori lavoratori della
terra? Vi leggeremo le «Bucoliche» di Virgilio e «I Giorni e le
Opere» di Esiodo, dove quell'antico vate dice al fratello: «lavora,
stolto Perse!» Ma non è rimedio efficace. Vi collocheremo un libro
sull'aratro, come consigliò un ministro. Peggio, perchè così si legge
male e si ara anche più male!
Il rimedio vero è questo: «Vi secca guidare l'aratro? Invertiamo le
parti: lo guideremo noi e voi andate negli uffici a tenere in ordine i
registri. Quanto a nobiltà di lavoro, essere bravo contadino equivale
per lo meno ad un titolo di dottore».
Sì, tutto ciò è ben detto, ma chi in questa nostra nazione, in cui
troppi sono gli aspiranti all'impiego, risponderebbe all'appello?
Lucio Quinzio Cincinnato, _dictator ab aratro_, appartiene alla
leggenda; e lo stolto Perse forse era un ozioso perchè invidiava il
fratello Esiodo, che faceva il poeta.
Confessiamolo: è facile, meditando su di una poltrona con la pipa
in bocca, scrivere la ricetta che curi le disarmonie della vita; e
più facile è cogliere il lato ridicolo dei fenomeni umani. La vera
filosofia è meglio rappresentata dall'indice posto su le labbra: il
silenzio!
*
Però la mia ammirazione per un podere, davanti a cui mi avviene di
passare sovente, giunge a così alto grado che ne sono commosso. Chi
sia il proprietario, non so; ma il contadino dev'essere una persona
degna del più grande encomio. Il suo campo non ha bisogno di confine:
si distingue come una persona pulita fra gente sudicia. Un filare di
viti, erette sul filo metallico, profondamente pampineo, ingemmato
di grappoli perlacei ed amaranto, si dilunga accanto all'altro filare
del podere confinante, i cui tralci, come braccia stanche ed inerti,
cadono a terra. Su la presa del terreno, scuro, profondamente smosso e
senza una stoppia, s'erge il candore de' buoi aranti, nè manca alcuna
leggiadra pianta di ornamento attorno alla casa: la siepe è rasa e
folta con alberelli di melagrano; l'aia sgombra, i pagliai densi.
*
Sì, io vorrei essere come uno di quei re che si trovano nei racconti,
i quali andavano soli, sotto altro sembiante, visitando il loro reame.
Essi erano dei veri rappresentanti della Provvidenza, e giungevano
sempre in tempo per sorprendere il lupo nell'atto che sta per
abbrancare l'agnello; per strappare con mano sicura il sipario della
menzogna e mostrare la Verità che gira il suo umile arcolaio, come la
Margherita del «Fausto».
Oh, mia anima infantile, come fremevi di gioia quando il re svelava ad
un tratto il suo incognito! La giustizia sorrideva presso il trono di
Dio, e il diritto divino dei re mi appariva come la cosa più bella e
naturale del mondo.
Alla lettura di queste fiabe di re-provvidenza io devo il mio
sentimento monarchico. Ma da quando i re non viaggiano più in
incognito; da quando non fanno più strage di uomini malvagi; da quando
il loro potere è delegato ad una gerarchia di persone dai nomi ignoti,
il mio sentimento di fedeltà monarchica si è molto intiepidito.
Ebbene: se non re alla maniera antica, vorrei essere ministro
alla maniera moderna. Io credo che un ministro possa decorosamente
presentarsi in incognito ed abbia tanta autorità, da distribuire
un'onorificenza anche fuori delle consuetudini e delle gerarchie.
Questa splendida idea di fare, ad esempio, «cavaliere del lavoro»
il villano, sorrise ieri mattina con giovanile entusiasmo alla mia
fantasia.
Ieri la trasparenza azzurra della breve notte di estate non ebbe
interruzione di luce, giacchè tra il cadere ed il sorgere del sole,
si accese nel cielo la più bella luna che mai l'agosto abbia veduto
nascere (dopo quelle descritte da Virgilio).
Conviene sapere che io ero rimasto sino alle tre dopo la mezzanotte
alla città vicina, dove è un grande ritrovo mondano, e in esso un
casìno che porta un titolo molto onorevole e signorile. Nelle ore
piccole vi si lavora al macao, al trenta e quaranta e specialmente alla
_roulette_.
Quella notte funzionava la _roulette_. Anche in questo esercizio del
giuoco il sesso femminile era in soprannumero. E mentre l'uomo — una
fila rigida di grandi sparati — serbava una impassibilità che parea
compostezza; la donna invece appariva incomposta. I monili, le carni,
le chiare lievi vesti, le pupille brillavano di un fascino ardente e
divoratore, contro cui la virtù ha bisogno di tutte le sue corazze.
Ogni tanto una di quelle mani che pareano scolpite nel pallido corallo
s'avanzava per deporre o ritirare la pila dei gettoni. Oh, fragile
essere insaziabile e bellissimo! Io mi meravigliai che tutta quella
gente non si vergognasse di essere sorpresa da me in quella operazione
del giuocare, perchè molti erano a me noti, molti erano professionisti,
cavalieri e funzionari pubblici. Ma la loro pupilla, che s'abbattè con
la mia per un attimo, si meravigliò specialmente per la mia meraviglia.
Quest'orgia notturna era celebrata nel più religioso silenzio,
interrotto ogni tanto dalle lente solenni parole del biscazziere:
— «Messieurs, faites votre jeu. Rien ne va plus. Le jeu est fait!»
— e sempre così; la pallina corre, scende, si ferma: un soffio
impercettibile di sospiro represso, che usciva alfine, era la sola
manifestazione dell'angoscia o della gioia.
Il rastrelletto raccoglie, con la rapidità di una mano rapace, i
gettoni: ricca messe, più ricca di quella che la terra può maturare
in un anno nel campicello del pio colono. Indi si comincia da capo
con voce monotona: — «Messieurs, faites votre jeu,» ecc.; e gli occhi
talora spiavano con paura se dalle vetrate appariva la luce di Febo
Apolline.
Ebbene, è così: nella vita sono molte camere segrete, ove bari e
biscazzieri di ben altra natura che questi qui alla _roulette_, mettono
in circolazione i falsi valori. Oh, schiera nera coi bracciali rossi,
qui appari, ed invadi!
Macchè! gli uni e gli altri si inseguono perennemente, come i fantocci
delle giostre, senza toccarsi.
*
Lasciai dopo breve ora quel ritrovo, e mutati gli abiti e toltomi con
abbondante acqua — come una purificazione — il contatto di quel luogo,
montai in bicicletta e ripresi la via del bianco, caro mio romitaggio.
L'alba rugiadosa già elevava in oriente i padiglioni di porpora.
Ma dopo un'ora di corsa, ecco io ero davanti al podere di quel
villano solerte. In fondo al campo dilungavano i bianchi, enormi buoi
ruminanti. Gli umili tamarischi, allineati in siepe, parevano al lento
osservatore muoversi a ritmo alla brezza mattutina: leggiadrissima
pianta nostra del mare. E la chioma tonda di un eccelso pino parea che
si incendiasse di sole come se le resine che gemono dalle sue vene
avessero più di ogni altra pianta sentito la fiamma e la virtù del
sole.
Un podere così ben tenuto è cosa nobile come un'opera d'arte, è
inspiratore come un canto di nobile poeta.
««Vieni, uomo veramente utile, che io ti fregi dell'onorificenza di
cavaliere!»
Ma forse questo è scarso premio e giustizia inadeguata. Se fra quei
giocatori notturni ci fosse il tuo padrone, oh, come un antico favoloso
re-provvidenza rivolgerebbe volentieri le sorti di entrambi!
Manifestai questa bella idea di fare cavaliere del lavoro il contadino
valente al signor Pasqualino, uomo di molta pratica mondana e che ha un
bel posto nel giornalismo politico, ma egli si affrettò a smorzare il
mio entusiasmo con un discorso molto assennato: io intanto non sarei
riuscito mai ministro (questo lo sapevo da un pezzo), secondariamente
una simile nomina sarebbe stata contraria alla _praticità_. Questo
pure io sapevo, ma conservo le mie idee in proposito, cioè che è
necessario rompere il cerchio fatale della così detta _praticità_. Se
no ripeteremo in eterno il motto di Tiberio, imperatore.
L'imperatore Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia — che sarebbe
come dire il Parlamento dei nostri tempi — era solito esprimersi così
ai senatori prosternati davanti a lui: «Oh, homines ad servitutem
paratos!» Lo diceva in greco, che era la lingua elegante di quei tempi.
Egli proferiva una feroce verità garbatamente, ed essi potevano fingere
di non comprendere.
IX.
La villa dell'uomo felice.
Nell'occasione di un pranzo ospitale io avevo avuto incarico di trovare
delle pesche, di quelle così dette cotogne, le quali dovevano servire
per un fritto o per una crostata di frutta, non ricordo bene; ma
ricordo che l'ingiunzione di portare a casa di quelle pesche era stata
perentoria: «e che siano belle, mi raccomando».
Ora in quell'estate, nella nostra regione, il raccolto delle pesche
era stato scarsissimo: ma io dovevo trovare di quelle pesche. Potevo
bensì tornare a casa a mani vuote dicendo che pesche non c'erano; ma
quando una donna ha detto che vuole pesche, pesche bisogna trovare per
aver quella pace, che oggi è fra i _desiderata_ dei popoli e delle
nazioni, ma che pur tuttavia è gran fatica ottenere nelle semplici
organizzazioni delle famiglie.
I carretti dei fruttaiuoli, fermi all'ombria, presso la posta, avevano
cesti colmi di pere superbe, di susine ambrate, di uva luglia, di fichi
primaticci a prezzi ridicoli; ma pesche non ce ne erano se non piccole
e brutte, e care un occhio.
Io spiegai della mia necessità di aver pesche. Ma i fruttaiuoli
dicevano che pesche come io volevo non ne avrei trovate a girare
anche per tutti i poderi d'intorno. Allora un bel signore che sedeva
all'ombria egli pure e ripassava in pace la sua corrispondenza, quando
sentì quei rivenditori che affermavano non trovarsi pesche all'intorno,
levò la testa e disse ad uno di loro:
— No, carino, nel mio orto, se ci vieni, le pesche ce le trovi.
— Nel suo orto, — fece colui alzando il braccio e movendolo per l'aria,
— bella novità che nel suo orto ci sono le persiche! Ma mi dica un
poco, signor Isidoro, che cosa le viene a costare quest'anno una
persica? — e gli alzò l'indice, indicante una pesca sola, davanti al
naso.
— Pezzi d'ignoranti! — e il signore che si chiamava Isidoro, disse
_ignoranti_ con quattro «a», quindi procedettero le sue parole dicendo:
— Guarda lì, come parla! La volete sempre dal cielo la roba, voi.
Lasciano questi villani porci gli alberi da frutta abbandonati a tutti
i pidocchi, a tutte le muffe, e poi si lamentano se non c'è mele,
susine, albicocche, pesche, fichi; quando poi ce n'è, vendono la roba
a due soldi il chilo; se non la vendono, la danno alla scrofa.
— Se no va a male! Meglio che andare a male, — disse il villano.
— Vanno a male perchè siete più bestie delle bestie, — tuonò il signor
Isidoro. — Se non c'è roba, — e si rivolgeva con voce più pacata a
noi, — si lamentano; se ce n'è troppa, la rinviliscono a quel modo.
Con una terra benedetta come la nostra! E intanto l'Italia importa
dalla California per migliaia e migliaia di frutta conservate in
cassette, e i nostri soldi vanno in America a comperar frutta. Ah, fate
i socialisti, — e si rivolgeva ancora al villano. — Il socialismo ve
lo darei io, — e accennava all'atto che fece Ulisse su le spalle di
Tersite, — gente infingarda e stupida, che non avete che la prepotenza!
E questi qui, — e sbattè con la mano sui fogli dei giornali, — vi danno
ragione, e c'è chi dice anche che il contadino italiano è intelligente!
Degli ignoranti siete! Pellagra e acqua marcia, vi sta bene. Voi volete
il pane fino? la minestra buona con la carne? Guadagnatevela, figli di
cani. Quel povero diavolo di...., — fece il nome di un proprietario, —
ha speso cinquemila lire a far la casa nuova al suo mezzadro. Dopo sei
mesi era peggio del porcile. Non c'è che la pellagra che vi guarisce.
Dopo questo sfogo il signor Isidoro diede in una bella risata; quelli
se ne andarono piuttosto mogi, borbottando, e il signor Isidoro,
che indovinò le parole di quel borbottare, mandò dietro il resto del
carlino e disse:
— Ah, boia di signori, eh? Boia di villani, dico io!
Riaccese il sigaro e disse a me:
— A quella gente va bene dire quello che va detto, se no alzano
la cresta. Infingardi, ignoranti che non hanno di buono se non la
prepotenza. Dove trovano il tenero, però; perchè con me non c'è da far
niente. E poi si lamentano della miseria! I miei contadini mangiano
pane e bevono vino tutto l'anno, però! Lei, se vuole pesche, gliele
manderò io a casa; lasci fare a me.
E due ore dopo un garzoncello mi portava un cestino di balle pesche
cotogne.
Per questa occasione ho conosciuto il signor Isidoro.
*
Il quale è un forte e bell'uomo ancora: e la salute e la lietezza
parlano eloquentemente da tutta la sua persona.
Non si creda però da questo suo squarcio di eloquenza che egli sia
iroso: egli è placidissimo. Certe notizie della vita politica che fanno
fremere me o mi fanno uscire in sarcasmi, provocano nel signor Isidoro
un sorriso pieno di saggezza, che dimostra il perfetto equilibrio del
suo sistema nervoso.
Una mattina venne alla borgata a ritirare la posta ed era in compagnia
di una leggiadra signorina con le belle ciglia brune modestamente
inchinate, e di un'altra signorina con occhiali a stanghetta e capelli
di capecchio, tirati su la nuca: tutti e tre erano in bicicletta. Mai
più avrei supposto che quella brunettina fosse la sua figliuola, e
quasi stavo per congratularmi con lui come di cavaliere galante.
— È mia figlia, veramente, — disse, ma ci volle la presentazione e il
sentir lei chiamar «babbo», perchè ogni dubbio scomparisse. L'altra,
la compagna, era la governante tedesca, ed allora mi spiegai perchè
il signor Isidoro ritirasse regolarmente dalla posta la «Gartenlaube»,
che, senza aprire, metteva in tasca. Quella governante tedesca non so
quanto valesse nell'insegnare il paterno idioma, nè quanto profitto ne
traesse la scolara; bensì valeva molto a far risaltare la grazia della
fanciulla.
— Ma quanti anni ha lei, signor Isidoro? — domandai. — Io, a far molto,
glie ne davo quaranta.
— Ce ne aggiunga altri otto: e noti poi che di figliuole ne ho un'altra
che ha già marito, perciò sono anche nonno: ho poi due figliuoli: il
più grande è già laureato in chimica agraria: l'ultimo fa il liceo ed
è con me qui in campagna: mi sono sposato giovane; e non me ne pento:
certe cose, se si fanno, bisogna farle presto.
*
Orbene, il signor Isidoro mi fece ripetuti inviti di recarmi a vedere
la sua casa al mare: — non dico «villa», — aggiungeva, — perchè si
tratta di una fabbrica molto modesta: c'è però qualche cosa che le
potrà piacere.
Andai dunque un vespero alla villa di questo uomo felice. Egli mi venne
incontro festosamente.
Noi procedemmo per un dritto vialetto di ontani, così folti e alti, che
il sole vi feriva appena; e l'occhio riposava in quel silenzioso verde:
finchè sboccammo nel piazzale davanti alla villetta.
Dove essa dava ombra, la signorina, da me conosciuta, con alcune
sue compagne attendeva all'elegante giuoco degli archetti. Qui la
conversazione e la sosta furono brevi: indi il signor Isidoro mi
condusse in giro pel suo tenimento.
Questo piccolo tenimento rappresentava, appunto appunto, quello che io
vorrei avere, e non ho. Così è! Spesso io mi sono sognato di possedere
presso il mare una casetta adorna: io dico presso il mare, non soltanto
perchè molto amo il mare, ma perchè due cose mi piacciono che sono in
antitesi: stare fermo e viaggiare. Ora il mare, aperto davanti a me, mi
pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo e conduca
anche nell'azzurro del sogno e del cielo. Vorrei avere una casetta
adorna e piccola, «parva sed apta mihi», (Oh, felice te, Lodovico
Ariosto!), con intorno un po' di terra coltivata, assai bene, come con
religione. Spesso ho sognato di levarmi nel mattino già luminoso, e in
cambio dei libri e della penna, ho sognato di prendere il rastrello e
la forbice del potatore. Io non ho voluto, nè meno nel sogno, una villa
grande e fastosa: un mausoleo di marmi che mi mortifichi col suo lusso,
un inutile giardino. Le piante che dànno il frutto hanno anch'esse il
loro fiore al loro tempo. Tale, come io vagheggiava nell'illusione del
sogno, era la villa utile di quell'uomo felice. Il frutteto, la vigna,
il prato avevano il loro posto e si sentiva come la giocondità delle
piante che vivevano la loro vita beata e feconda. Le piante sono, in
verità, come filtri del veleno dell'aria: ma io le considero ancora
come filtri del veleno della vita sociale.
— Bello! — esclamai.
— Sì, bello, — ripetè il signor Isidoro, — e tanto più se lei
considera che pochi anni addietro qui non erano che monti di arena:
le pianticelle erano inesorabilmente uccise l'inverno dal vento del
mare. Qualunque altro avrebbe disperato di riuscire; ma mio babbo non
disperò.
— E suo babbo che ha creato questo giardino?
— Mio babbo, appunto. Egli si era innamorato di questo luogo, e si
era messo in testa di ricavarne un giardino: mio padre fu sempre così:
messa in testa una cosa, la voleva vedere finita. L'inverno, con dei
furiani terribili, attaccava il cavallo e veniva qui a coprire le
sue piante con la premura di una madre che ha paura che i figli siano
scoperti nel letto. Ma le piante morivano lo stesso. Allora, contro il
mare, cominciò a costruire quel grande bastione di sabbia che vede là,
ed a piantarci delle marruche. Anche quelle non volevano vivere, finchè
una pianta cominciò ad aiutare l'altra, e venne su una bella selva
alta: eccola.
Era una boscaglia aspra, irta di selvagge marruche, che salivano e
coprivano un alto riparo a difesa del mare.
— Quando ci soffia il vento per davvero, — disse il mio ospite, — deve
sentire che musica! Bene: queste piante selvatiche furono la difesa
delle piante gentili. Ora noi ricaviamo da quella piccola vigna quasi
due castellate d'uva: non è un gran vino, ma sapido, frizzante, proprio
fatto per bere qui, l'estate.
— E il suo signor padre, — io chiesi, — è ancora in vita?
— E in gamba, oltre che in vita! Vede quell'uomo là? (nel frutteto
c'era un vecchio che io avevo giudicato per il contadino): quello è mio
padre!
*
Adunque in quella villa vi erano tre generazioni: esse, dal vecchio che
lavorava la terra alla signorina che era abbonata alla «Gartenlaube»,
bene potevano rappresentare la storia evolutiva di quella famiglia.
Questa seconda parte del mio pensiero la ritenni per me, e non riferii
che la prima parte con parole di alto elogio.
— E quando viene il bambino della mia maggiore, allora c'è anche la
quarta generazione, — concluse sorridendo il signor Isidoro.
*
Quando uscii dalla villa, mi abbattei in un certo tale che fa da
mediatore, e conosce vita e miracoli di tutta la gente che è qui. Gli
domandai dunque se quella famiglia del signor Isidoro era ricca.
— Lo sono diventati, — mi rispose. — Quel vecchio che pare ancora un
contadino (a me pareva nobile come l'antico Laerte, padre di Ulisse,
nel fiorente pometo) quello è il nonno grande. Lui da giovane ne
aveva quanto ne ho qui su la mano: ma dormire, dormiva poco; e quando
dormiva, sognava quello che doveva fare il giorno. Girava per le fiere,
si metteva in mezzo ai contratti, sempre con l'orecchio alzato, chè
se c'era un affare buono, il primo a sentirne l'odore era lui. Per le
cose della terra, pel bestiame, bravo poi! E così, un po' per volta, ha
fatto fortuna; e cominciò a speculare sul valore di queste arene, che
allora si compravano per niente, e oggi lei sa quel che costano. Quando
si è fatta fortuna, può accadere una delle due: o i figli consumano
e sciupano quello che il loro padre ha messo da parte, e allora gira
la ruota e si comincia da capo; o i figli buttano bene e si diventa
signori. Il signor Isidoro è anche più bravo del padre: ha fatto in
fretta a mettere insieme le migliaia; il merito più grande però è del
vecchio che ha saputo piantarsi coi primi scudi.
Io ho chiesto al mio interlocutore se il vecchio sapeva leggere il
libro dell'«Immortalità dell'anima» di Platone.
— Nè leggere, nè scrivere, — rispose. — Anzi per ricordarsi faceva dei
segni. Doveva riscuotere da un fabbro? disegnava una tenaglia; doveva
trattare con un medico? disegnava una croce; e così via.
Il sensale proseguiva a parlare. Ma io ero assorto in ben altro:
«Evidentemente, — pensavo, — per farsi una villa, non pare che sia
necessaria la lettura dell'«Immortalità dell'anima» di Platone».
X.
I martiri dello stomaco.
La Giovanna (una delle venditrici del mattino) è una bestia da tiro.
Suo marito, il pescatore, sembra un bruto. La loro casa è un porcile,
benchè non posseggano il porco: ma le mirice, cioè i tamarischi, vi
crescono attorno, e il mare vi alita la sua purità.
Egli, il marito, è pescatore di spiaggia: d'estate coglie le telline;
d'inverno, le poveracce. Per tale pesca conviene arare col ferro la
rena, andando indietro come fa il diavolo, e stando immersi sino alla
cintola. (Sua moglie usa un altro vocabolo). Ma se questa parte del
corpo è sempre in molle, l'altra si vendica poi ignorando l'esistenza
dell'acqua — se non fu quella battesimale.
La Giovanna, la bestia, corre poi a vendere il pesce col cestello
difeso da frasche di acacia, scalza, discinta, violenta. Il volto
pallido ed emaciato, reca ancora gli ultimi segni di una sfiorita
bellezza, quella bellezza della pura linea antica, che quivi è comune.
Ora se la prende con l'olio che è caro; ora coi signori che fanno il
bagno per diletto, mentre suo marito vi deve star per forza, in molle.
Si adira anche col mare che una volta aveva telline, cannelli, rombi;
ora non c'è che rena e ghiaia.
— E fruga, e fruga. Tuo marito ha guastato fin la cria dei frutti di
mare.
— E cosa sta a fare quello lassù, allora, se non sa nè meno far nascere
i pesci? Per far cantare i preti? Ecco, intanto, da mezzanotte a
quest'ora quello che ha raccolto quel disgraziato, mentre voi, boia di
signori, dormivate!
Ma, sopratutto se la prende con la sua maternità, che seguita a fiorire
una volta all'anno.
Quanto alla domanda «che cosa sta a fare Iddio», io non ero in grado
di rispondere. Quanto alla fioritura annua della sua maternità, mi
permisi alcune osservazioni discrete e sagaci e: — Per esempio, quando
siete andata col vostro marito a cogliere la brulla nella valle (vanno
questi pescatori con una barca nei paduli del Po, segano la tenace
acuta brulla, ne caricano la barca tanto che a pena si può issare
la vela rossa; ritornano, stendono detta erba al sole, la seccano e
così è fatto il combustibile per l'inverno: dono gratuito della terra
selvaggia alla selvaggia gente; ma conviene stare due giorni in barca,
accovacciati entro la brulla che opera come una fustigazione, ed un
giorno nel padule, riarso e salso), voi ne siete partiti in due e siete
tornati in tre. Usate prudenza un'altra volta! — E crollai il capo,
rimproverando e stringendo le labbra.
Ma ella mi guardò in atto di sfida e mi puntò l'indice contro, con
un sorriso schernevole: quindi mutando la direzione del dito, cioè
elevandolo al cielo, disse:
— Soltanto in questo il Signore ha adoperata un po' di giustizia
anche coi poveri! Io, però, vorrei sapere, boia di signori, come è che
voialtri non ne avete più di uno o due di figliuoli, due, uno...., uno,
due, e mai di più. Noi, invece....
— Quanti figliuoli avete?
— Chi si ricorda? Una gran massa! Bisogna venire a contarli
all'avemaria quando vengono a dormire, ed a mezzogiorno, quando
vengono a vedere se da mangiare c'è qualche cosa. Di giorno chi li
vede mai? Viviamo tutti come le bestiole. Addio. Bella vita stare lì
in poltrona col libro in mano! Eh! mi ha da sentire quello lassù, se
ci incontreremo! (E minacciava il gran vuoto, azzurro, dove è collocato
Iddio).
Quindi si allontanò per le dune.
*
Ora, un mezzogiorno io passavo lungo il sentiero del bellissimo
fiume presso alla foce, e mi accompagnava melanconicamente un dabbene
signore, il quale da tempo è infermo di nefrite.
Ad un tratto una voce chiamò arditamente:
— Signore, o lei, signore, che venga qua a vedere!
Era la Giovanna, dietro la folta siepe dei tamarischi, che mi chiamava,
e agitava un gran mestolo di legno. E poi aggiunse:
— Questa volta ci siamo tutti! venga a vedere, signore!
Andammo. Nascosta quasi dai tamarischi s'elevava dal suolo, appena col
colmo del tetto, una serie di abitazioni di trogloditi: una specie di
ghetto, come qui chiama il popolo questi diroccati abituri.
Dove il muro dava un po' d'ombra, sedeva a terra il marito della
Giovanna, e fra le gambe si teneva una grande terrina nera di coccio;
e la testa — era china — si levò verso di noi appena per sorriderci; un
riso rudimentale, che avrebbe potuto segnare il passaggio evolutivo fra
il bruto e l'uomo.
Un gruppo di marmocchi gli spuntava e gli si arrampicava intorno (pari
alla figura di un antico dio fluviale). Ognuno intingeva un cucchiaio
di stagno nella broda, curando che fosse ben raso, ma i più piccoli,
per l'ingordigia del mangiare, ne versavano metà in bocca e metà su
l'unica veste, oramai grommata di mocci e di pappa.
Sul limitare della capanna, la Giovanna aveva posato uno di quei
lattoni da petrolio e ne vaporava il fumo e l'acre odore della cipolla
soffritta.
— Ecco quello che si mangia noi, guardate, — ella disse, e prendeva
così con la mestola la broda, e la faceva lentamente ricadere
schizzando: — bucce di pomidoro, patate che avanzano ai porci,
strozzapreti fatti col rèmolo, fagioli e acqua di mare, per non
consumare il sale! Anche quella, boia d'un mondo, non si può portar
via! Bisogna rubarla, e sì che ce ne è del mare! Avete visto? E poi il
prete dice che anche noi siamo cristiani.
— E il condimento?
— Sì! Bel condimento! con un soldo d'olio si dà la benedizione in
croce per due volte. Ma oggi stia buono che l'è festa: m'hanno dato per
carità delle cotiche rancide, e l'ha un odore! Non vede come è buona?
Più ne butto (e scodellava intanto), più ne mangerebbero. Bisognerebbe
farne un mastello, come si fa per il maiale.
— E non gli fa male? — chiesi accennando l'uomo.
— Male? — ella rispose per lui. — Lascia che mangi, questo disgraziato.
— Male? Male fa a non mangiare, — disse l'uomo. — Oh lei, quel signore,
— aggiunse ammiccando al mio compagno, — vuole favorire? Giovanna,
porta qua una scodella.
— No, grazie, — disse il mio compagno, sorpreso d'essere stato sorpreso.
— Ma che cosa vuoi che un signore mangi quella roba lì! — rimproverò la
Giovanna.
— To'! Vedo che guarda, — disse naturalmente l'uomo. — E poi l'è miga
vera? Di fuori io sono povero e loro sono signori; ma dentro, nella
cassa, — e indicava la macchina organica, — non c'è poi questa gran
differenza!
— Non capisci che loro guardano perchè noi si mangia come le bestie? —
corresse lei.
— Ah, se è per questo, — e il pescatore riprese il suo cucchiaio, come
dire: «guardate pure».
— Io guardavo infatti, — mi avvertì sottovoce il compagno. — Lei
non lo crederà, — proseguì dopo essere rimasto alcun tempo col capo
chino, rivolto a me, — ma io darei cento volte il mio patrimonio, la
mia riputazione, tutto, per poter mangiare quella broda lì. A lei,
scommetto, fa nausea, eh? Per me invece è un profumo delizioso!
— A questo punto?
— A questo punto, oh sì! Sono confessioni seccanti, mah! Io, —
riprese, — sono condannato al latte. Una delle due: o morire, o, se
voglio prolungare la vita, latte. E questo perchè? Perchè i miei
reni non operano più! Quando vedo nelle vetrine dei salumai certe
fiamminghe piene di arnioncini da vendere, io mi sento impazzire!
Poterne sostituire un paio coi miei! Voi altri trovate tante ragioni
per criticare la conformazione del mondo e della società: il mondo è
perverso, la vita è triste, ecc. Io? io se potessi sostituire i miei
reni ammalati con quelli sani di un suino, io sarei un essere felice e
il mondo sarebbe un paradiso! Come? lei ha i reni sani e non salta di
gioia? dico a lei, sa? Lei fra poco va a casa, vero?
— Sì, — dissi io sorpreso da quella specie di convulso che era nelle
sue parole.
— Trova il pranzo pronto. Vi sarà una minestra, un piatto di pesce, un
arrosto, che so io....
— Lo spero.
— E non si sente felice? Ah, lei mi guarda come si guarda un pazzo.
Io vorrei, veda, che gli uomini che pretendono di studiare la vita
avessero prima una certa conoscenza con la patologia....
Compresi che la vista di quella gente che mangiava così beatamente gli
faceva male e cercai di allontanarlo. Rispose:
— Macchè! in città è il mio passatempo fermarmi davanti alle trattorie
d'infimo grado. A me un piatto di trippa offre la stessa seduzione che
ad un libertino il molleggio di un'anca ben fatta. Quel miserabile lì,
veda, è un uomo felice. Osservi come fa passare lentamente la sua broda
per tutte le papille gustatorie, come mastica quella grossa pasta! É
buona, eh? — chiese rivolto all'uomo.
L'uomo sorrise.
— Questa volta, — spiegò, — la ha un saporino che va proprio bene! — e
volgeva gli occhi alla sua Giovanna con grottesca riconoscenza.
— Se ve la portassero via....
— Ah, diventerei cattivo!
— Senza mangiare, dunque, non vi stareste?
— Meglio le botte come al somaro, che senza mangiare.
— E passa, eh?
— Se passa! — esclamò per lui la Giovanna: — ma dopo un'ora non c'è più
niente! Pare molto, ma che cos'è? — e ripigliò col mestolo, — è acqua
calda.
— E quando viene l'avemaria, — disse l'uomo, — ecco un'altra volta quel
cane nello stomaco che comincia a urlare, che ha fame....
— Ma ringraziate il Signore che vi ha dato la salute, — dissi io.
— Ah, vorrei vedere che non ci fosse quella! — saltò su la Giovanna, e
brandì il mestolo contro il Signore, che abita nel cielo.
L'uomo fece quietare la donna e disse rivolto a noi due:
— Tutto il male per noi sta qui: se c'è la colazione non c'è la cena;
se si rimedia un paio di scarpe, manca la camicia; si arriva a comprare
un sacco di polenta e manca l'olio. Insomma, sempre manca qualche cosa.
Io domando: per che cosa ci ha messo il Signore a questo mondo, noi
altri poveri? Io non lo so. Non c'è abbondanza che di questi qui, — e
indicò i figliuoli. — Ma che fatica farli.... (ed espresse con opposito
verbo la operazione dell'alimentare).
— Quella donna in fondo è logica, — osservò il mio compagno. — Il
Signore, o chi per lui, ha il dovere di dare a questa materia umana in
istato grezzo, almeno la salute. Vivono come bestie; ma se ci pensa un
poco, vivono più fisiologicamente di noi, quindi hanno una resistenza
organica che noi non possediamo più. Che cosa vale che un consiglio
comunale o governativo vi fabbrichi un regolamento d'igiene; che gli
scienziati studino gli agenti patogeni delle malattie, quando la nostra
vita sociale ci costringe a violare continuamente le leggi del vivere
naturale? Qualche volta la natura è seccata: prende a caso qualche
violatore e lo stronca; rompe o stroppia un'arteria, ed ecco di un
dominatore fatto un automa balbettante; ecco un lambicco dell'organismo
che non lavora più, e vi trovate di fronte ad un miserabile, come è
il caso mio. Io non mi dolgo mica contro la natura! Essa è fin anche
troppo longanime: mi duole che se la sia presa con me individualmente,
mentre ci sono tanti altri più colpevoli di me.
— Sentite, — ripigliò poi rivolto all'uomo e alla donna e contemplando
i volti dei bimbi, nutriti più di luce e di pura aria di mare che di
cibo, — io non voglio farvi la carità: io vi voglio dare soltanto
quello che io ho in avanzo e non mi serve a niente, mentre voi non
mi potete dare quello di cui ho bisogno (l'uomo, la donna, io stesso
ascoltavamo senza ben comprendere). Ecco a te, ecco a te, — e così
via. (Levava di tasca alcune monete d'argento e le dava con noncuranza
bizzarra ai bimbi, che timidamente, e prima guardavano il babbo e la
mamma, osavano prendere la moneta misteriosa).
— Sangue del Signore! esclamò la Giovanna.
All'uomo pareva che venisse da piangere. Non poco ci volle a
persuaderli che non era per burla. Poi nacque — antico effetto dell'oro
— diverbio fra l'uomo e la donna. La donna voleva comprare le provviste
per l'inverno; l'uomo fare prima di tutto una grande mangiata.
— Sì, sì, ha ragione lui, — disse il mio compagno; — sentiamo questa
mangiata, come sarà.
— Ecco! Una gran terrina così, — spiegò l'uomo, e allargava le braccia,
— piena di lasagne fatte in casa, con l'uovo, e sopra tanto butirro,
tanto soffritto di lardo e tanto di quel formaggio che pizzica. Poi un
mezzo castrato arrosto o in umido, a piacimento.
— Con le corna e tutto, — aggiunse la Giovanna.
— Ah, — esclamò l'infermo, e levò anche lui, minacciando, la mano verso
il grande azzurro dove è collocato Iddio. Perchè questo è il gesto che
talora fanno gli uomini, anche, se sono grandi o sapienti.
XI.
I vagabondi.
L'organetto di Cremona, che tutto il mattino aveva percorsa la spiaggia
suonando con incredibile fastidio dei miei nervi, ritrovai che riposava
finalmente anche lui.
(Non è improbabile che nei grandissimi pomeriggi del caro estate
anche il sole riposi alquanto nel mezzo del cielo, giacchè il giorno,
il cielo, il canto delle cicale paiono fermi. Certo quel terribile,
stridulo organino di Cremona allora taceva).
Il ponte di ferro sospeso sopra il piccolo fiume dal nome glorioso,
proiettava dalla parte del mare una fredda ombra. Sotto il ponte, in
quell'ombra, l'organetto riposava. Esso era sospeso per le cinghie
ad un carrettino a quattro piccole ruote, e attaccato v'era un
asinello. L'asinello aveva declinate le orecchie e dormiva. La donna
del vagabondo organista, sdraiata sull'erba, dormiva; disteso supino,
l'organista dormiva e il suo volto riarso era rivolto alla tenue
brezza marina. Una bizzarra linea geometrica, cadendo giù dal ponte e
dallo spaldo, divideva nettamente l'ombra dalla luce. Su questa luce
il gran pittore del mondo infondeva ardenti tinte di croco e d'oro,
preparando la tavolozza del vespero: su quell'ombra sorvolò un brivido
di frescura, che si propagò per le erbe e per le chiome dei tamarischi,
onde parevano svegliarsi.
Le lunghe orecchie dell'asino declinavano sempre più e parevano due
indici dell'interminabile tempo. Ma se le erbe si erano svegliate,
nessuno dei tre si svegliò: nessun rumore umano diede segno all'intorno
che il tempo sonnolento della siesta fosse per finire.
Sull'alto dell'organetto i due fantoccini che si muovono a tondo al
muoversi del manubrio e battono sui timpani i martelletti metallici,
parevano attendere l'ora del loro ballo. Con quanta gioia i bambini
accorrono per vedere quei due fantocci meccanici; con quanta gioia
le ragazze accorrono al martellare dell'organetto! Ma sì: io ho
mandato al diavolo il vagabondo organetto e i fastidiosi fantocci.
Però pensiamoci bene: io non gioisco più di quei suoni, perchè la
mia giovinezza è finita, e sono tanto poco sapiente da inveire contro
quelli che di quel suono fanno festa. Noi cominciamo a morire un poco
per volta inavvertitamente, e questo lento morire, questo atrofizzarsi
ed involversi dei sensi ingenui della gioia noi talora chiamiamo
_sapienza_.
_Parva sapientia_, che spesso coincide con la crudeltà e con l'egoismo,
come io notai in me stesso in quel vespero. Perchè in quel silenzio
vidi una scritta a stampa, attaccata all'organetto: essa parlava in
nome dei dormienti e diceva: «Giacomo Moroni, rimasto senza una gamba
dal 1887, cerca di guadagnarsi la vita con questa industria e si
raccomanda al vostro generoso cuore». Perchè intorno non c'era persona,
evidentemente quella scritta si rivolgeva a me ed io rappresentavo il
«generoso cuore».
Andai dunque in cerca di alcune monete per corrispondere a quella muta
_captatio benevolentiae_, e trovate che le ebbi, stavo per metterle
nell'apertura della cassetta, quando...., quando ebbi invidia di
quel sonno dolcissimo sotto l'arco di un ponte; ebbi invidia di quei
cervelli che si potevano fermare in qualunque momento, come il manubrio
dell'organetto, e dissi nel mio cuore: «Non io, ma voi dovete fare
elemosina a me!». Ma, dopo alcuno sforzo del pensiero, mi ripresi:
«Evvia, non distruggiamo col ragionamento crudele il primo impulso del
cuore».
E lasciai cadere le monete.
E la scritta che si raccomandava al «generoso cuore» mi disse _grazie_!
*
Ma più invidia ebbi di un altro vagabondo.
Avevo intravvisto dietro la siepe una schiena curva d'uomo, coperta da
un mantello grigio; e su la schiena un cappellaccio a forma di petaso
d'Ermes, posato in modo che parea non vi dovesse essere, tra cappello
e mantello, una testa.
«Che roba è?» dissi fra me, e m'accostai. Al mio accostarsi il petaso
si voltò e fece muovere in basso il ventaglio d'una gran barba grigia:
sì, c'era una testa o almeno c'erano due occhietti e c'era una gran
bocca aperta al sorriso, che disse subito parole che non compresi,
ma erano ad esuberanza illustrate dai gesti, che dissero: «Voi volete
sapere che cosa faccio io qui? Ceno, signore. Questo che ho qui nella
palma della mano sinistra, è il companatico, che è formato di puro
sale; questo che ho nella mano destra è il pane, che è formato di puro
grano; quella che scorre in fondo al fosso, è la bevanda che è pura
acqua. A tanta abbondanza e purità io non mi posso accostare senza
rendere grazie al Signore, come voi vedete»; e levatosi il petaso,
scoprì un piccolo cranio calvo e, deposto il pane, si frugò in seno
e ne tolse un pesantissimo crocifisso d'ottone, appeso ad una grossa
catena: lo guardò con occhio intenso come i pittori rappresentano i
santi; lo baciò, quindi lo ripose nel tabernacolo del seno. «Ora è
soddisfatta la vostra curiosità? Avete nulla a rimproverarmi? No? E
seguito la mia cena».
Io allora mi sono seduto accanto a lui con senso umile e nuovo di
fratellanza nel cuore. Quel sorriso, se non fosse stato un po' ebete,
era degno di un verace filosofo.
Questo mendicante era una specie di mistico. Veniva dalla Spagna, era
andato a Roma, poi a Bari, poi ad Assisi, poi a Loreto, ora andava a
Venezia.
— E come fai a sapere la strada?
— _Preguntando_ «domandando». Che strano effetto mi fece questo
morto verbo latino che fioriva, come voce viva, su le labbra di quel
mendicante che veniva dalla Spagna! Che viaggio aveva fatto anche quel
verbo! e poi sorridendo sempre, mi mostrò la sua guida. Era una di
quelle carte d'Italia che sono congiunte agli orari delle ferrovie.
Coll'indice percorse tutto il suo itinerario.
— Hai moglie, mujer? — domandai.
— Muerta, señor.
— Hai figliuoli?
— Muertos, señor.
— Dove dormi, stassera?
— Aquí, señor.
E indicò con tutta naturalezza il vicino campo di grano turco.
*
Ed ebbi invidia della sua sicurezza e della sua libertà. (Questo
vagabondo non mi chiese elemosina; ma baciò la moneta che io gli
diedi).
*
Questo vecchio, errante, mi richiama ora alla mente un altro suo
fratello di vita errante e mistica. Era pur esso un vecchio, scalzo e
cencioso, e lo incontrai su la via del Santuario di Caravaggio.
Portava sul capo nudo un'enorme ritorta corona di grosse spine.
A me che m'accostai per interrogarlo, mandò un grido lugubre, senza
inflessione, come fanno i muti, e con le mani indicando la sua corona,
spiegò: «Ma non vedi che cosa faccio? Io porto la corona delle spine
per tutti voi».
*
La notte mi sono sognato quel vecchio muto che portava la corona di
spine. Ma quando mi sono destato, avevo le gocce del sudor freddo giù
per la fronte: «Signore, signore! l'orologio non si è fermato, non si
ferma; e la morte si è avvicinata!»: l'orologio sul comodino faceva e
_tic-tac_ e _tac-tic_, nel buio.
Mi butto giù dal letto, spalanco la finestra: «Oh, mio Signore! che
meravigliose cose!»
Il sole saliva fuori dell'amplesso del mare. Era lo spettacolo di tutte
le mattine; ma quella mattina mi fece un effetto....!
Allora il mantice del petto che era chiuso respirò liberamente.
Lasciamo stare questo «mio Signore»; oramai tutti sanno che il Signore,
il quale per gli idioti sta fuori di noi; per gli uomini evoluti si
trasferisce dentro di noi. Ciò è molto lusinghiero: peccato che anche
essendo piccoli numi, le cose rimangano quelle di prima, e noi ci
sentiamo paurosamente soli lo stesso.
Sopratutto rimane la morte, e questa fa venire la pelle d'oca. Usciamo
all'aperto!
Da una villetta, nel chiuso e sonnolento mattino, usciva un palpitante
scandere di note di cembalo; da un'altra villetta lontana rispondevano
altre note, con un'impressione vaga di cuori e di stromenti che si
destano anch'essi: poi si facevano più legati quei suoni, sino a
salire su, — ma con istento — per le voluttà, di un motivo languido e
profondo, che si stendeva per l'aria rosata.
E così andando, mi sono trovato davanti alla bottega di Pirùzz, il
tabaccaio.
Lì c'era Giacomo Moroni, col suo organetto e il suo asino.
— Bravo, galantuomo, suonami qualche cosa di molto allegro.
— Che cosa vuole?
— Quello che ti pare, basta che sia roba allegra.
Adattò la manovella alla cassa, e cominciò il suo lento moto di automa.
Dal ventre dell'organo allora sgorgarono i suoni: i ragazzi accorsero
dai loro tuguri, e una bimba sta con l'orecchio appoggiato alla cassa,
e il suo volto esprime la meraviglia per quegli echi grandi che si
generavano dal ventre dell'organo.
Anche la campagna mi pareva attenta; e gli alberelli lontani mostravano
desiderio per accostarsi.
In fondo, la selvetta scura dei pini formava un colonnato con dentro il
cilestrino del mare: dietro le colonne, cioè dietro i tronchi dei pini,
passavano piano piano i barchetti. Oh, l'ebbrezza di quei suoni! Essi
mi scoprivano il paesaggio di là dal mare: vedevo Zara fra le verdi
isole; e i timidi barchetti diventavano navi da battaglia.
In quel punto Giacomo Moroni si fermò.
— Avanti! — dissi iracondo.
— Ancora?
— Ma sì, ancora!
I suoni sgorgarono ancora, precipitarono: una folata di suoni che
diventarono una folata di popolo che correva allegramente verso la
morte. «Ma voi, invocate la guerra, sciagurato!» Mio Dio, sì! Ma
la colpa è tutta dell'organetto di Giacomo Moroni: io sono un uomo
_pacifista_. Soltanto dovendo scegliere un genere di morte, questo mi
pare preferibile.
In quel punto Giacomo Moroni fermò definitivamente il suo braccio.
— Ma avanti, avanti ancora!
— Sì, ma lei sa che ogni suonata sono due soldi? E poi sono stanco.
— Boccalone, te ne dava anche tre di soldi, — gli disse Pirùzz; e a
me, col suo sorriso più intelligente: — È pur sempre bello l'inno di
Garibaldi!
In quel punto venne una mamma, e afferrata la bambinella che stava con
l'orecchio sull'organo: — A far l'erba, brutta vagabonda, che è alto il
sole! — E aggiunse all'esortazione l'argomento del suo zoccolo duro.
XII.
Il camposanto ove nacquero le “Myricae„.
Ieri a mezzodì mi sono perduto — senza alcuna meta prefissa — nel sole
e nel verde. La bicicletta si era fatta automatica, ed io andavo come
un sonnambulo.
L'invisibile Dio Pan, quel vecchio tutto a nodi e bitorzoli, a
quell'ora soffia su le canne della zampogna o siringa, che già fu Ninfa
da lui molto amata; ma il suo canto è soltanto udito dalle cicale che
tengono bordone alle rime del vecchio Nume.
È inutile: gli uomini oramai non sentono più la voce degli dei, nè
antichi, nè nuovi.
Quand'ecco io vidi davanti a me molte piante di colore e di forma
dolente, disposte in forma di croce: erano i cipressi di un cimitero;
e allora mi sono ricordato delle parole del carbonaio che appunto è
del borgo a cui appartiene quel cimitero: «Il nostro Pascoli — aveva
egli detto — adesso è un poeta di fama mondiale». Egli avea detto così
proprio, in quel suo ben rude dialetto, mentre versava dal sacco il
carbone, e quella luce di rinomanza si riverberava molto riccamente
anche su quel borgo di calzolai, che è San Mauro, ed un pochetto anche
su la sua fuliggine.
— Gli volete dunque bene voi di San Mauro a Giovanni Pascoli?
— A _Zvanèin_?... (e fece un gesto da toccare, alto come egli era, il
tetto della piccola casa). — Anno, quando venne da noi, gli si andò
incontro con la banda. Peccato che venga poco di spesso!
(«Va là, buon'anima di popolo, — pensai fra me, — tu sei ancora quella
che conservi una certa verginità»).
Or dunque, ritornandomi a mente le parole del carbonaio, e già che
il caso mi vi aveva condotto, volli andare a vedere il cimitero ove
riposano i morti di quella povera famiglia dei Pascoli, cui un delitto
privò del padre, e altre fosse furono poi spalancate; a cui Giovanni,
figlio e fratello, elevò più tardi un così nobile monumento espiatorio
di dolorosi canti. I vecchi contadini di questa terra ben si ricordano
ancora del signor Ruggero Pascoli, il quale era di professione fattore
o ministro di una grande tenuta principesca, e ne dicono ancora assai
bene: egli morì assassinato nell'agosto del 1867. Tornava a casa
dalla fiera e portava delle pupe o bambole per le sue figliuoline. Una
fucilata a tradimento lo trapassò a morte; e fu la cavallina storna
che lo portò morto a casa, chè era pronto, per la virtuosa sposa, il
desinare. Lo chiamarono, ma non scendeva dal baroccino. La dea Temi ha
troppi cartafacci ed ha messo questo crimine, insieme con tanti altri
rimasti impuniti, nel suo archivio; ma nel popolo, di quel delitto
ancor si ragiona, e se ne fa alcuna chiosa.
Mi ricordai allora di Perpetua che diceva al pauroso Don Abbondio:
«Le schioppettate non si danno come confetti: e guai se questi
cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano». Dicea però Don
Abbondio: «Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena,
Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?» Sì! dice bene Perpetua; ma
Don Abbondio dice, forse, meglio. I cani feroci — è inutile illuderci
— mordono. Se ciò non fanno sempre, è perchè non sempre possono.
Mi venne anche alla memoria un libretto di ricordanze «della propria
vita», che scrisse un vecchio prete, il quale fu veramente uomo di
santa e semplice vita. Egli, appunto in quell'anno 1867, era curato di
quel borgo, e a pagina 157 del suo libretto[1], racconta la morte di
Ruggero Pascoli con queste parole: «.... è da sapere che potei ridurre
in un sol corpo i terreni della parrocchia (sparsi qua e là in mezzo
alla grandiosa tenuta, detta della T....) per via di una permutazione
con altri terreni di proprietà dello stesso signor principe. Era
ministro di essa tenuta il signor Ruggero Pascoli. Questo mio amico
e compare, era l'uomo più fortunato e più felice ch'io m'abbia
conosciuto al mondo. Ministro della vasta tenuta, godeva di questo la
confidenza e la protezione. Avea una moglie amorosissima di lui (per
nome Caterina Vincenzi), la quale egli tanto riamava quanto immaginare
non si potrebbe: anche avea sette figliuoli, tutti pieni d'ingegno e
fiorenti di sanità, quattro dei quali teneva in Urbino nel collegio
degli Scolopi. Era riverito ed amato, nonchè dai coloni della tenuta,
da quanti il conoscevano: onde non avrebbe potuto desiderare miglior
condizione di quella in che era posto. Ma che? tanta felicità in uno
istante svanì. Il giorno 10 di agosto 1867, verso le ore sei dopo il
mezzodì, mentre tutto solo egli faceva ritorno a casa dalla fiera,
fu colpito da un'archibugiata che lo lasciò freddo cadavere entro
la carrozza. Poco tempo appresso morì la sua figliuola primogenita,
Margherita; poi il fratello di questa, Luigi; poi la moglie (certamente
di crepacuore), e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo, già
ammogliato, il figliuol maggiore dei maschi. Ed ecco dispersa, anzi
direi quasi, scomparsa dal mondo, una famiglia che parea fosse giunta
al colmo dell'umana felicità».
Nè il buon prete vi aggiunge chiosa.
Questo prete, come si comprende da questo passo, era un purista. Tanto
fanatico anzi egli era dell'aureo Trecento, che dopo Iddio e la Vergine
avrebbe tenuta accesa una lampada votiva al Cavalca, al Passavanti,
all'autor dei Fioretti, se non fosse stata empietà. Io lo ricordo
questo prete dalla semplice vita perchè nella mia puerizia fui qualche
tempo sotto la sua disciplina. Fu uomo di grande carità evangelica e
morì ottantenne e poverissimo, or non è molto. Nel tempo che in queste
terre dominavano i legati pontifici egli era in odore di liberale.
Calunnie! Egli amava la Patria attraverso gli autori del Trecento.
Era una patria infantile e dolce come un periodo del Cavalca! Egli la
cullava fra le sue braccia, egli l'adorava come si adora il Bambino
Gesù! Oh che terrore, povero prete, quando s'avvide che al Bambino Gesù
spuntavano i baffi, cioè quando s'avvide che la Patria non era più in
fasce, non pargoleggiava più, camminava da sè e la lingua Italiana
del Cavalca si era trasformata nella prosa di Alessandro Manzoni.
Alessandro Manzoni nelle scuole? Ma dove si andrà a finire, signore
Iddio! No! la curia gli amareggiò con gratuita crudeltà la vita serena.
Monsignor il vescovo gli sottrasse a torto Dante e il Petrarca. Egli
non era un liberale. Era una piccola anima, paurosa della grande vita
umana, che per lui era termine equivalente ad una grande malvagità
umana. Era per lui la vita una disarmonia fatale, ed egli rifuggiva
in cerca di armonia o di bontà entro un fioretto di San Francesco. O
quanto mi sdegnai leggendo in quelle sue ricordanze questa narrazione
fredda dell'omicidio del signor Ruggero Pascoli! Non un fremito, non
una parola di maledizione o ribellione per così barbaro misfatto.
Ma come fui in quel cimitero l'animo mio si mutò stranamente. Il
misterioso canto del Dio Pan, il ritmo grande e uniforme delle cicale,
le molte tombe ripetevano insieme: «Se così è scritto nel libro del
mistero, perchè ribellarci? Preghiamo, piuttosto». Ed io sentii che
ogni imprecazione era morta in me e che la mia anima era diventata come
l'anima di quell'antico prete. Preghiamo piuttosto.
E il libro di _Myricae_ non è una preghiera moderna?
*
Or ecco come entrai nel cimitero: un lungo viale campestre si partiva
dalla via maestra ed io voltavo per quello, quando mi avvenne di
oltrepassare una donna che procedeva lenta, e domandai:
— Buona donna, è aperto il camposanto?
— Ci ho le chiavi io, — mi rispose agitando un grosso mazzo di chiavi,
— e vado proprio nel camposanto a far l'erba.
«Ecco una fortuna, — dissi fra me, — anzi troppa fortuna! Quando io
busso alle porte degli uomini, le trovo solitamente chiuse; ma per
questa ho trovato la portinaia e le chiavi su la strada medesima. Vero
è che in questo caso un antico romano avrebbe fatto uno scongiuro!»
Giunsi al sagrato.
Due colonne di granito sostengono un frontone di greve architettura,
mezzo in rovina; e sovrasta un portico cadente, tutto incrostato di
lapidi. Sul frontone, in grandi lettere romane, era scritto: «Sancta
et salutaris est cogitatio pro defunctis exorare». — Il _salutaris_
lasciamolo là, — dissi mentalmente.
La mia venuta turbò molte schiere di lucertole, che su quelle lapidi,
come su buona pesta, facevano scorribande. L'afa era grande come
grande era il silenzio; e le scritte mortuarie, stampate e affisse
su le pareti di una cappelletta, si staccavano, si accartocciavano e
si confondevano lente, così come la memoria degli uomini del pari si
accartoccia e, un po' per volta, si stacca.
Intanto è venuta la portinaia; mette la chiave nella toppa della porta
e tira, tira il lungo chiavistello esterno.
— Oh, che diamine, la mia donna, non siete buona ad aprire? e i morti
come fanno quand'essi arrivano?
Mi rispose:
— Sappia prima di tutto che d'estate muoiono in pochi in questo paese;
e poi adesso i morti entrano dal cancello nuovo, che è più in su.
Questo cimitero serve anche per Savignano.
Aprì ed entrammo
È curioso come la voce ingrandisca nei cimiteri, così grande anzi
diventa che si finisce col tacere. Entrai, ed ho camminato su e giù
per quel campo desolato, scarso di tavole funerarie e di erbacce. Però
quel lezzo di bosso che stagna nell'aria chiusa e calda, quelle due
file di cipressi fitti che si urtano a formare una dolorosa croce, sono
soffocanti: si respira meglio presso al mare.
O marmorea come il famedio di Milano, o artistica come il cimitero di
Pisa, o adorna come un camposanto inglese, o abbandonata come è pur
codesta, in verità la scelta dell'ultima dimora da cui non è lecito
fare San Martino o San Michele, non è allegra. Non vi sarebbe che fare
il becchino per acquistare l'abitudine del luogo. Troppo sole ha la
vita per adattarsi alle tenebre! La cosa più semplice era dopo tutto
non nascere. Sì, questo è pessimismo, lo so. Ma ho letto anche — e lo
credo — che chi è ottimista ha una circonvoluzione cerebrale di meno.
— Buona donna, venite qua, — e la chiamai. — Ditemi un po', di questi
Pascoli di cui qui sono le lapidi, ce n'è rimasto vivo qualcuno?
— Ce n'è uno di questi Pascoli: ma ha abbandonato il paese da tanto
tempo e sta lontano, lontano, chi sa dove!
— E sapete che mestiere fa?
— Oh, — disse con grande significazione, — lui è uno che ha avuto
giudizio, sì, lui! Ha un posto che sta sopra a tutti.
— Questi sono i Re, la mia donna.
La donna crollò il capo:
— È un posto, per farvi capire, che comanda sopra tutte le scuole.
— Ho sentito dire che lui non viene più a San Mauro, perchè voi di San
Mauro siete gente cattiva.
La donna crollò ancora il capo e fece diniego forte con la mano:
— Miga, miga! L'è un'altra storia che non si può raccontare.
Bisognerebbe che quelli che sono qui — e indicava i morti che erano in
sua custodia — potessero parlare. E invece non parlano niente. Forse
avrebbero caro di confessare: ma qui stanno tutti buoni e zitti anche
senza nessuno che li badi; invece quand'erano vivi! Ma ci dev'essere
uno lassù che fa la cappata!
E segnava anche lei l'immobile cielo.
*
Il piccolo libretto di _Myricae_ è nato qui, — pensai, — in questo
campo del riposo senza risveglio e quelle piccole canzoni in origine
non furono scritte per le dame e pei letterati, ma per consolare e
placare le ombre dei cari morti. Il buon Dio Pan molto lodò quel canto,
nato col sapore di questi campi vicini, dove molta storia riposa; e
allora insegnò al giovane poeta il secreto dell'anima del pesco che
fiorisce; della rondine che svola; della campanella che squilla sul
colle selvaggio; insegnò quali suoni convengano alla luce del sole
che tramonta o dell'alba che aggioga i buoi nel caldo estate. Distinse
per lui l'anima del pino, dell'olivo, del cipresso. Sì, Dio Pan questo
insegnò, ma non per le dame o i letterati, ma perchè celebrando la vita
delle cose, della rondine, del cipresso, dell'insetto, insomma di tutti
i figli della terra, più umili e negletti, potesse parere al poeta
che quelli pure che stanno sotto la terra avessero intendimento, onde
dicessero: «Grazie, figliuolo, grazie, fratello, della dolce canzone».
Così nacquero _Myricae_, olezzanti e vivi fiori, a Dio Pan carissimi.
Questi fiori hanno avuto fortuna al di là di ogni aspettazione. Bisogna
pur dimostrare che qualche volta c'è giustizia a questo mondo! «La
fortuna, — e Dio Pan sorrideva e parlava col rombo delle melodiose
cicale, festanti a coro nel grande silenzio, — la fortuna fa come il
baro nel giuoco: fa vincere qualche volta, per allettare gli altri.
«Sì, sì, ebbero fortuna _Myricae_! Era esso un tempo un libriccino
piccino, sconosciuto; conosciuto solo agli amici che sospiravano al
sospiro e fremevano al pianto. Ma poi il volume diventò grande, e i
bottegai che tengono nelle loro vetrine i grandi fiori di carta e di
seta, furono lusingati un po' per volta di questo fiorellino vivo e
vero, di questo arbusto gentile di _Myricae_. Ma prima non lo volevano
per ferro vecchio. Oh, dopo che festa gli fecero! gli comperarono
perfino una toilette di gran moda, in sullo stile antico del
Cinquecento! Povere _Myricae_, figlie dei campi e care al Dio Pan, come
si trovano però a disagio oggidì in quella acconciatura artificiosa,
esse così naturali! Che vuoi? Convenne seguire la moda, figliuolo mio».
Così mi parlò il Dio Pan.
— Non viene più a trovarvi, o Dio Pan, il buon poeta che cantò
_Myricae_? — io chiesi.
«Poco, figliuolo, — rombavano le cicale in nome del Dio Pan, — poco
e di rado. Che vuoi? La Fama offre oggidì grandi ricevimenti nel suo
_Grand Hotel_; ed egli non può esimersi più dall'intervenirvi. Ella
inoltre lo affatica con molte commissioni, alle quali è fatica dir
sempre di no. Credi, figliuolo, — rombavano le cicale forte forte
sul mezzodì, — la fama degli uomini ha i suoi inconvenienti. Pensa:
Giovanni Pascoli un tempo componeva in ghirlande questi odorosi fiori
di _Myricae_ affinchè confortassero le tombe del padre e della madre; e
gli amici, leggendo, esclamassero, come esclamavano in fatti: «Quanto
dolore!» Questo egli cercò; non d'acquistare fama. Ma il pubblico che
dà il danaro per costruire il grande _Hôtel_ della Fama, solitamente
non crede (e non ha tutti i torti!) che da terribile verità possa
generarsi opera d'arte. Finzione, finzione, bella finzione, leggiadro
strazio, eleganti lagrime, tale è il mestiere del poeta: e perciò
solo applaude: e tu vieni allora alla ribalta, o poeta, e inchinati
sorridendo, e poi il pubblico ti domanderà: «Che cosa state facendo
adesso, poeta? A quando un nuovo libro che ci faccia divertire con
nuove lagrime, anche più belle?»
Non è facile incontrare il gusto del pubblico, ma una volta incontrato,
esso è esigente ed è d'obbligo una certa produzione regolare. Che si
direbbe di una rispettabile ditta che rispondesse agli avventori suoi:
«Quest'anno non abbiamo produzione»?; ma si rivolgerebbero ad altra
ditta in concorrenza.
*
Cantavano le cicale melodiose e Dio Pan seguitava dicendo: «Ad un altro
poeta, che fu compagno e amico del Pascoli, io ho insegnato, come a lui
insegnai, i segreti della terra e del cielo, del fiore e dell'errante
uccellino. Questi, a differenza di quello, non diffuse il gemito
della morte nelle sue canzoni, ma il voluttuoso, lieto inno d'amore.
Biancofiore la bionda, ride per tutte le sue tenui carte. Ma gli uomini
non l'udirono: essi non hanno distinto il canto del rosignolo.
«Di chi parlate, voi, Dio Pan?
«Ricordati di Severino Ferrari!
«Oimè, egli è infermo, Dio Pan, e mal noto agli uomini, — risposi io.
«Ben lo so. Ma impara che non sempre ciò che piace agli uomini piace
anche agli Dei».
Allora palpitarono per la grande campagna questi versi:
O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro
come belli dormian sopra il tuo sen!
Bianco seno di latte ove serpendo
roseo va il sangue con mite vigor,
van due fragranti rose alte crescendo;
sotto la manca le fiorisce il cuor[2].
*
Quando quel dì tornai a casa, la minestra era fredda, ma Dio Pan, il
vecchio canoro che va errando pei campi, mi aveva insegnato mirabili
cose nel canto delle sue cicale.
XIII.
La quaglia e il Nirvana.
La casa del cantoniere. Quasi tutti i vesperi le mie gambe mi portano
là, verso la piccola pineta, lungo il bell'argine della via ferrata,
da cui si domina il mare lì presso, ed il monte da lontano; ma quando
arrivo alla casa del cantoniere, mi fermo. Non è che io mi voglia
fermare: è come un _imperativo categorico_ di questo terribile orologio
dell'anima che ho dentro di me, e squilla la fermata davanti alla casa
del cantoniere. Quella piccola casetta ride nell'eremo del paesaggio; e
quella stazione quieta, accanto a quel binario (umile e pur congiunto
ramo di quell'immenso sistema nervoso che fascia la terra con doppia
sbarra d'acciaio), mi seduce più di una sontuosa villa.
Io non so che cosa pensi di me quella famigliuola del cantoniere,
vedendo questo intruso, fermo lì, fuori del recinto, e che fissa, e sta
immobile: mi potrebbero ragionevolmente domandare: «Ma si può sapere
che cosa cercate qui?» Invece non mi hanno domandato mai niente e mi
lasciano guardare. Un bimbo — lo scorgeva dal vano della finestra a
piano terreno — indicava pur me con insistenza alla madre sua, come a
dire: «C'è di fuori quello lì!» Quattro occhi di giovanette, apparendo
e scomparendo dall'uscio, come testoline di rondini dal nido, devono
aver compiuto una specie di indagine sul mio conto.
Avranno pensato: «Chi sarà? Uno che si vuole buttare sotto il treno?
No, perchè sono molti giorni che egli si ferma qui: i treni passano ed
egli non si è ancora ammazzato. Un vagabondo, un ladruncolo? Nemmeno,
perchè non ne ha l'aspettò. Chi potrà mai essere? Eh, chi può essere?»
Le vidi scoppiare in una risata di cuore, poi si ritrassero in casa;
parlarono e anche la madre sorrise, assentendo. La risposta era trovata
al quesito:
— Un matto!
Così è forse: a chi percorre la dura via della Saviezza, ad un certo
punto avviene di essere entrato nei regni della Pazzia. Spiegato così
il mio incognito, nelle sere susseguenti il riso delle donne si mutava
al mio apparire in sorriso fuggevole di pietà: il bimbo bensì seguitava
ad indicarmi.
Così grandi, solenni, eloquenti erano le tacite cose all'intorno, così
profondo era il senso di umiltà e di annientamento entro di me, che io
cominciai ad acquistare un nuovo senso e, palpitando, a tremare come se
la natura mi avesse rivelato il suo essere profondo.
Una stradicciuola saliva sino al passaggio a livello della via ferrata,
con due spalliere di pioppi; ma così aerei, così verdi e azzurri,
così palpitanti pur nell'aria senza vento, che pareva linguaggio come
di foglie che una Sibilla avesse animate della sua verità. Al di là
della ferrata, la via scendeva ancora perdendosi fra le dune del mare,
coperte di lieve peluria di prato, dove il sole stendeva su ardenti
tinte di croco. Più lontana la breve selva dei pini.
La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi;
e c'erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve
vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il
pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del
bucato, alcuni filari di uva già nereggiante, quanto bastasse a fare
un po' di vinello per la famigliuola. Davanti, in un rettangoletto
di terra, germogliava l'insalata tenera, e, sopra sostegni di canne,
gli utili pomidori si pompeggiavano nel loro rosso. Accanto al muro,
ristretto da cannucce per frenarne il troppo rigoglio, il rosmarino
(_ros maris_, cioè «rugiada del mare») superbamente fioriva; fioriva
il basilico che assorbe l'odor dell'estate, e molte rame di limoncella
gareggiavano d'altezza con le mirice.
Sì: io sorpresi me stesso dire a me stesso: «Ma che cosa sto a cercare
più nella vita? Ma a quale scopo mi sono insino a questi giorni tanto
affaticato nel mio peregrinaggio terrestre? Ma non sarei felice io qui?
Io sono seccato a morte di dover ritornare fra poco ad essere dottore,
professore, elettore, libero schiavo! Ecco: sventolare la bandiera a
questi piccoli treni, non veloci, salutando reverentemente la vita che
passa; e godere intanto questa solitudine, questa santissima quiete,
dalla quale passerei senza avvedermene, senza contrasto, a più sicura
pace, sepolto qui, presso questo mare, con una scritta che io vorrei
dettata così: «Exaudiam vocem maris»: ecco la felicità, e altro non
chiedo».
Lo so! Se io manifestassi questo desiderio a questa famiglia di
cantonieri, ben mi direbbero «pazzo» e senza ritegno. Queste ragazze,
forse, sarebbero più contente se potessero andare ad abitare in una
tumultuosa via di Torino o di Milano; e il loro padre avrebbe bisogno,
per la compiuta estrinsecazione della sua anima, di passare almeno
un paio d'ore per giorno in una taverna e quivi discutere de' suoi
diritti con altri ferrovieri. Lo so: ma so che vi è nell'umanità un
numero (e forse più grande che non supponiamo) di uomini che se lo
potessero, e potessero vincere la superstizione di quella che si dice
civiltà e la paura della scomunica che i grandi sacerdoti del progresso
lancerebbero, uguale pensiero formerebbero di quello che io penso.
Che altro furono i buddisti della sacra India? Che altro furono gli
asceti cristiani, vilipesi dai trenta tiranni del libero pensiero? Che
altro sono molti fra i suicidi del tempo nostro? Degli scioperanti
dalla vita sociale: dei disertori di questa miserevole milizia: dei
ribelli che non vogliono più recitare la farsa: degli stanchi dello
spettacolo dei bussolotti: dei facchini tediati del peso. Ma questo
genere di sciopero è biasimato da tutti.
Il Nirvana, la narcosi dell'anima che si addormenta nell'immobilità e
nella contemplazione, _ist verboten_, anche in Italia. E poi, come si
potrebbe? Ai nostri orecchi il tram batte la sua furibonda campana;
l'officina urla; l'uomo politico arringa davanti al suo baraccone.
Il rifugio nel Nirvana è diventato impossibile! Onde è che molti,
giunti alla disperazione, si appigliano al partito di farsi saltare le
cervella, avvertendo semplicemente il signor questore che sono «stanchi
della vita». Dunque niente Nirvana, niente assorbimento nel seno
di Brama! Ubbidiamo alle leggi della tirannide sociale e facciamoci
cantonieri. Questo è un eremitaggio permesso. Giacchè non è l'idillio
che io domando a te, casetta bianca, non è lo stupido «il tuo cuore e
una capanna», ma la santa quiete e l'oblio che io chiedo a te, casetta
bianca!
Sì, anche senza Nirvana, io avrei — potendo — sùbito e con festa
accettato di mutare la mia sorte; e del ridicolo del mondo mi sarei
dato minor pensiero che del sibilo del vento. Del mondo? Quattro
individui che vi conoscono di persona e due di nome. Miserie! Lasciate
che dicano!... E lì, davanti a quella casetta, io fabbricavo la mia
felicità di romito, di un Robinson Crosuè in mezzo alla gente, come
il bambino giocando con la barchetta sogna il mare, o con la spada di
latta si finge e sogna la gloriosa terribile guerra! Quale cura pel
sistema nervoso non sapere più chi è ministro, abolire il colletto,
ignorare l'esistenza dei giornali, non dovere più sputar dolce e
ingoiare amaro!
*
Oimè, tutte queste ricostruzioni furono sconvolte in un momento. Ora
dirò come ciò avvenne:
Perchè dalla via ferrata — percorrendo il tratto da me percorso —
venne un dì ingrandendo una cosa bianca: era lei, la donna piccola,
misteriosa. Quella donna l'avevo sorpresa altre volte nei giorni prima;
ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, sempre sola, in
giro per la campagna deserta, sotto il sole del mezzogiorno.
*
Molte volte io mi ero fermato per vederla passare, perchè ella era ben
strana! Un volto scialbo, glabro, con due labbra sprezzanti, due grandi
attoniti occhi, fissi davanti a sè.
Andava scalza e trascinava con moto serpentino certi abiti negletti
e cadenti, come persona che si è più coperta che vestita. Così senza
calze e in pianelle per la campagna, difendeva il capo ed il volto con
un sontuoso cappello alla moda, che teneva le veci di ombrello; perchè
dalle falde larghissime cadevano in disordine densi e preziosi veli per
ogni lato, candidi ed azzurri, come se mostruosi e artefici ragni vi
avessero intessute le enormi loro tele.
Magra, piccina ella era: di indefinibile età giovane.
Ma dove avevo io mai veduto costei prima d'allora? Eppure io l'ho
veduta.
Ne domandai a qualcuno dei giovani che hanno per mestiere di scovare
le donne: ma non ne sapevano nulla; anzi non l'avevano notata, tanto
vivea solitaria. Ma un giorno che si fermò dal parrucchiere, il cui
garzone, quello che porta Carlo Marx alla catena, accumula per le
circostanze anche il mestiere dell'orologiaio (si fermò a riprendere
il suo orologio), io mi accostai per sentire il suono della sua voce.
Era una voce calda, esercitata, profonda. «Oh, una lira basta!» aveva
detto: levò da un borsellino, tanto minuscolo per quanto grande era il
cappello, la moneta, la squadrò con gli occhi grandi di miope, la buttò
lì e s'allontanò seccata.
Ma io già udii quella voce in grida di Valchiria, in gemiti di cavalla
nitrente, io vidi quella zingara già vestita da regina, quella piccola
figura già la ammirai sollevarsi, contorcersi sotto il soffio della
passione. Dove?
Sul palcoscenico.
Quel minuscolo piede, allora senza calze, difeso da una ciabatta
di pezza, che pareva compiacersi nell'insolentire contro la polvere
bianca, sollevandola a nembi (disprezzo agli altri, incenso a sè?),
dunque vidi calzato di sottile, eretto coturno?
Ma come mai un'attrice di grido, una dea dell'Olimpo, qui? in
quest'angolo di terra, ignoto alle guide ed alla geografia?
*
Non ci pensavo più da tempo, quando vidi — dunque — venire avanti per
la via da me percorsa, lungo la ferrata, quella piccola personcina
stravagante e voluttuosa, col piede scalzo e il gran cappello coi veli.
Avanzò, passò, con gli occhi fissi avanti, col volto pallido su cui
pareva evaporare l'ombra di un tedio interiore.
Per tre giorni ella percorse il detto cammino, e come giungeva davanti
alla casa del cantoniere, il suo occhio non si volgeva a guardare
alcuna cosa. Nè la casetta del cantoniere, nè la mia umile persona
furono credute degne di uno sguardo. Invano il rosmarino mandò il
suo profumo, invano le viole a ciocche occhieggiavano a lei. Se ella
si fosse fermata a contemplare quell'idillica dimora, avrei forse
trovato modo di cominciare qualche discorso, chè molto avrei avuto
caro di sentire con quali pensieri ragionava questa celebre interprete
delle passioni. Ma non ne fu mai nulla! Giunta alla casetta del
cantoniere, scendeva per il viale dei pioppi, e ad ognuno dei lenti
passi saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua
persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.
La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi.
Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici
ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali
che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh,
la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra
istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in
molte fiamme; la delicata sperimentò molte colpe, per poter poi rendere
al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevròsi
terribile.
Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per
non confermarmi nell'opinione che ella non fosse la famosa imitatrice
dei grandi spasimi della voluttà e dell'amore. Portava il suo corpo
le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione
sincera, quale è il segreto della tua anima — quale è la tua s
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