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Fuochi di bivacco

by Alfredo Oriani · Italian · Gutenberg #49223 · 538,745 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Fuochi di bivacco
    
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Title: Fuochi di bivacco

Author: Alfredo Oriani


        
Release date: June 16, 2015 [eBook #49223]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/49223

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
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        file was produced from images generously made available
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FUOCHI DI BIVACCO ***

                             ALFREDO ORIANI


                           FUOCHI DI BIVACCO



                                  BARI
                         GIUS. LATERZA & FIGLI
                        TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                  1913




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                      _Riservati tutti i diritti_

                        OTTOBRE MCMXIII — 36188




DIANA


Per me non suonerà più sulle alture; nè lo vorrei.

Adesso scrivo sotto una pioggia, che batte ai vetri della finestra e
finisce di sterminare sulle viti gli ultimi grappoli. Questo autunno
è lacrimoso: una tristezza è colata con le nebbie dai monti oscurando
le valli, i canti della vendemmia non hanno potuto salire sino ai
castagneti rispondendo agli stornelli dei montanari, che abbacchiano
i marroni: il fango sgocciola dai campi alti sulle strade, che le
sonagliere dei cavalli battono malinconicamente.

Quassù la terra e la gente si preparano alla solitudine dell'inverno.

Il vino freme nelle botti, il lavoro si allenta nelle ultime giornate,
cacciatori e trovatori di tartufi corrono egualmente i colli dietro
l'orme di un cane magro e di una speranza più magra ancora. Poi la neve
cadrà, lenta, bianca, assidua: un candore uguaglierà le fisonomie della
valle coprendone le miserie, mentre i passeri affamati pigoleranno
intorno alle case, e sul paese quasi sepolto si aggreveranno lungamente
giorni torbidi e notti scure.

Diana del mattino, fanfara della primavera, quando suonerete ancora?

Perchè ho messo questo nome dinanzi a questo libro composto di articoli
scritti come sopra un tamburo, in una vigilia di battaglia, senza che
la guerra, che urge da ogni lato, abbia avuto ancora sonorità di epopea
e fulgori sanguigni di tragedia? Non lo so: forse è stata una di quelle
parole, che improvvisamente deste ci echeggiano nel fondo della nostra
memoria: forse un baleno d'immagine bianca e pura come una statua
antica; forse una nota inaspettata, quasi di appello lontano nei cieli
dell'idea, dai quali ci giungono tratto tratto i richiami paurosi del
mistero.

La diana del mattino non muta: lo squillo della sua tromba, dorata dai
primi raggi del sole, ha sempre le stesse vibrazioni, che ridestano
l'anima delle cose; la sua bandiera trema rigata di porpora, o grigia
dentro un velo di nubi ondula appena all'orizzonte tra pallori di
perla, ma vivido o torbido il giorno ricomincia egualmente al suo
squillo e al suo palpito.

Diana del mattino, fanfara della primavera, vi ho sentito anche stamane
dopo una notte insonne battere ai vetri della mia finestra. La campagna
invecchiata rapidamente nelle ultime fecondità dell'autunno aveva uno
squallore più cupo: qualche foglia si abbassava dai gelsi con volo
spossato sul pantano della strada, due passeri ciarlavano ancora sulla
punta più alta della siepe presso l'olmo della Madonnina, poi si sono
separati frettolosamente quasi in un grido.

Ho visto passare un vecchio prete curvo sotto un ombrello bucato,
dal quale l'acqua gli sgocciolava sulla falda rossigna del soprabito,
mentre la campana di Valsenio suonava quasi lietamente a morto.

Questa volta era per un ricco contadino, pel quale gli eredi pagano
le messe tre franchi, e don Giovanni ha quattro nipoti da mantenere.
Povero vecchio! guai se il Vangelo si sarà ingannato assicurando ai
poveri il regno di Dio.

Il suo pensiero è semplice come la sua vita, la sua fede così sicura,
che ignora persino i dubbi degli altri: per lui gli increduli non sono
che dei viziosi, i quali hanno bisogno d'ingannare sè stessi e gli
altri: quindi dicono di non credere.

Non legge giornali.

— A che pro? Nessuno dice la verità, e il mondo non cambia. _Quid est
veritas?_ — mi domandò un giorno. — Forse quella che i giornali non
dicono e nessuno di noi saprebbe dire. Lei è un grande scrittore: e
poi? potrebbe dire in un giornale ciò che pensa, ciò che vuole?

— No!

Il vecchio prete lo sapeva anche lui.

Il morto secolo decimonono è entrato nella storia come un gran signore
annunziato da molti titoli: e lo chiameranno dalle scienze, dalle
nazionalità, dalle ferrovie, dai giornali: quest'ultimo sarà forse
il più espressivo. Prima non v'era che il libro, monumento cui la
gente guardava da lungi senza intenderlo, ma al quale pochi sapevano
accostarsi: il libro come il monumento essendo l'opera di un uomo
esprimeva dalla sua personalità quella più profonda ed inconsapevole
del popolo: c'era quasi voluta una vita intera a produrlo nel sogno
tragico della immortalità. Invece il giornale è di tutti, per tutti:
come un'orchestra, della quale spesso il direttore non saprebbe suonare
alcun istrumento, accoglie suonatori di ogni grado e di ogni classe: i
solisti del grande articolo e gli anonimi battitori delle notizie: la
sua vita è uno sforzo prodigioso di ogni giorno, la sua forza cresce
dalla continuità della ripetizione: è impersonale e partigiano, anonimo
e sfolgorante di grandi nomi, difende idee e serve ad interessi, ha una
morale pubblica, che gli consente ogni bassezza della vita privata,
è diventato un bisogno di tutti, anche di coloro che non lo leggono
ma vogliono poter dire: il giornale c'è. Nell'arte, nella scienza,
nell'industria, nella filosofia, nella politica, il giornale circola:
è come la ferrovia delle idee e delle passioni; non si arriva quasi mai
alla potenza che passandogli attraverso; è un crogiuolo che affina e un
vaso che corrompe.

Nessun grande scrittore potè negli ultimi cinquant'anni sottrarsi
al giornale; tutti coloro, invece, che non lo sono e si fanno della
chiacchiera un mestiere, della parola un'arma e vendono sè stessi
per comprare cose anche di più infimo valore, e servono il pubblico
come gli antichi schiavi servivano gli antichi despoti, vi lavorano
a vivere, a manipolare menzogne e verità, a segnalare tutto ciò che
sorge, a nascondere spesso ciò che brilla, ad essere indispensabili
come l'aria e come il vizio, ad ingannare tutti nella necessità della
guerra di tutti contro tutti.

Oggi il giornale è un grande affare: occorrono capitali enormi a
fondarlo, e nessun apostolato potrebbe o vorrebbe fornirli. Una
stamperia capace d'improvvisare centinaia di migliaia di copie in poche
ore deve servirlo, giacchè la potenza della sua notizia è soltanto
nella sua freschezza: arrivare in piazza cinque minuti dopo significa
non arrivarvi. Ma le notizie costano: bisogna andarle a cercare e
saperle trasmettere: il giornale adesso non vive che di notizie: su
cento lettori cinque appena ricercheranno l'articolo, ma la forza
di un giornale è tutta nella sua diffusione, e in Italia il prezzo è
immutabilmente fissato a un soldo.

Bisogna quindi salire oltre le centomila copie perchè un giornale
costoso di notizie non sia passivo.

Se il suo direttore ha davvero l'orecchio alla piazza e il naso al
vento, e i capitali o le rendite gli permetteranno la spesa grande
delle notizie; se la sua redazione è tenuta in freno e i suoi
scrittori non alzano troppo la voce, il giornale si diffonde, diventa
un'abitudine del pubblico, il pensiero di chi non pensa, la convinzione
di quanti hanno bisogno di vedersela innanzi formulata; è falange e
rocca per il partito, pulpito a qualche scrittore, carro ciarlatanesco
alle mascherate commerciali, che attirano la svogliatezza della folla,
una strada che conduce a tutte le mete, una selva che ha i pericoli di
tutti gli agguati e l'insondabile profondità del mistero.

Nel giornale tutto è doppio; la sua opinione esposta al pubblico
non è quella dei redattori, che ne dissentono quasi sempre; ogni
campagna aperta per un'idea o contro un uomo vi muore per un motivo
inconfessabile; il danaro, questo signore supremo delle industrie, è
per il giornale e il giornalista più che una ragione. Entrambi sono
scettici, perchè sanno troppe cose e non ne sanno abbastanza; veggono
tutti i retroscena, posseggono tutti i segreti, tranne quelli del genio
e dell'eroismo; il giornalista d'ingegno è quasi sempre un ingegno
fallito per la debolezza del carattere; serve ed è ribelle, striscia e
morde, cincischia quanto non può spezzare, si offende della fortuna in
chi sale e della virtù in chi sdegna salire.

Quasi sempre il giornalista è ancora più temuto che spregiato: egli
ha in pugno la fortuna dell'individuo nella credulità del pubblico.
Dal cantante al deputato, dall'industriale al maestro di scuola,
dall'affarista al retore, dal grande autore allo scrittorello, che
vuole essere stampato almeno una volta nella propria città, tutti
hanno bisogno di lui e del giornale: quindi il giornalista si vendica
della propria caduta sugli altri, fa pagare la decima all'affare, alla
reputazione, al vizio, alla virtù; soltanto il limite della sua forza è
dentro il limite del giornale stesso. I suoi fondatori lo fusero come
arme per un loro interesse: questo dunque anzitutto, e al disopra di
esso solamente la decenza morale; un giornale deve sembrare onesto per
essere influente; il grande giornalista non ne ha bisogno. Egli vive
quasi sempre alla ventura, lanzichenecco o condottiero secondo i casi,
ma deve avere l'ingegno più fecondo, trovare ogni giorno l'idea o la
parola fascinatrice: sa che la maggior parte degli autori illustri
sul libro o sul teatro non lo valgono, che nove su dieci deputati non
saprebbero trovare nemmeno il titolo dei suoi articoli, e invece li
serve. Ecco la sua espiazione, il suo potere e la sua rovina, giacchè
i giornalisti finiscono quasi sempre male.

Prodighi dell'ingegno e della vita improvvisamente appaiono esauriti
e precipitano nella oscurità della miseria: spesso vi agonizzano
lungamente appoggiandosi ad un vizio laido o grottesco; la gente
guarda, non capisce e ride.

Eppure per tanti anni non ha sentito, pensato, parlato, che per la
bocca di quell'uomo; la sua penna gettava baleni come la spada di
un eroe, il suo giudizio era un oracolo. Nessun autore può diventare
celebre se il giornale non lo dice.

Prima, il libro stampato in silenzio faceva in silenzio la propria
strada; non v'erano giornali, ci voleva un libro per combattere un
libro, e i lettori, dilettanti o autori essi medesimi, componevano un
pubblico piccolo, fine, esigente: adesso che il giornale è l'eco di
tutte le voci, il pubblico non crede all'esistenza se non di ciò che il
giornale segnala. Un libro di cui non si parla è un libro non stampato.
Perchè il giornale non ne parlerebbe, se il libro valesse davvero?

Ecco l'opinione della massa.

Quindi il pensiero non fu mai più schiavo e la celebrità più falsa di
ora.

Nel tempo eroico del nostro Risorgimento a fondare un giornale
bastavano cinquanta lire: ogni stampatore era sufficiente: nè vapore nè
telegrafo: le diligenze lo portavano dieci miglia fuori della città:
dopo quindici giorni qualche numero aveva percorso cento miglia.
Si voleva l'articolo e una firma: oggi l'articolo deve essere prima
accettabile dall'interesse segreto del giornale, altrimenti nemmeno
il nome di Cavour o di Mazzini basterebbe ad ottenergli l'onore della
pubblicazione.

— Pubblicatelo altrove — dicono gli ingenui.

Dove? in un giornale piccino che il pubblico non legge? E allora tant'è
non pubblicarlo.

— Che importa se i giornali non parlano di un libro? Il libro serba
intero il proprio valore e finirà coll'essere scovato — ripetono ancora
gli ingenui.

Forse. Ma per appellarsi all'immortalità bisogna essere ben forti, poi
si vive una volta soltanto e si muore inconsolabili di non essere stati
riconosciuti.

Ebbene, sia: bisogna scrivere al di fuori, al di sopra del giornale:
il suo silenzio è per l'ingegno la più ineffabile delle torture,
quindi la più utile. Nella lotta suprema con l'invincibile soltanto
il genio sprigiona tutta la propria forza; solamente nel martirio più
insopportabile, senza onore di compianto, senza nemmeno la speranza che
il suo esempio possa giovare ad altri, l'anima esprime la sua ultima
verità.

Quanti ingegni illustri e dolorosi ne sono morti! Quante false
celebrità del giornale sono già dimenticate!

Balzac, che con Dante e con Shakespeare compone la suprema triade
dell'arte, fu nel secolo decimonono la vittima più illustre del
giornale: lo negarono sempre, dappertutto; gli opposero mediocri e
piccini, da George Sand a Bernard, morì povero, vinto. Wagner vinse
vecchio con le opere, nelle quali il suo ingegno precipitava già per
la parabola del tramonto dall'artificiale scogliera del suo sistema
estetico; Bizet non potè vedere Carmen sul teatro. Galli a Roma è
morto di fame dipingendo quadri senza neppure i colori, e vendendoli
ad artisti arricchiti da tele credute buone come i cerotti, e che gli
pagavano con una elemosina.

Ma senza il giornale la nostra modernità non sarebbe nemmeno
concepibile.

La diffusione delle scuole elementari non conta: i fanciulli ne escono
conoscendo l'alfabeto e dopo pochi anni non lo riconoscono più: nelle
campagne il libro non c'è e il giornale non è ancora entrato. Ecco la
differenza fra l'operaio di città e di villa. Passano più idee per una
strada in un giorno che non ne escano in un anno da una università;
un solo giornale, piccolo, informe, deforme, ne propaga più di una
biblioteca. Quanti villaggi ne hanno una e la gente non lo sa!

Il giornale è il pensiero, e cerca tutte le persone, entra in tutte
le case: si fa piccolo coi piccoli, parla una lingua indefinibile, ma
intelligibile; l'autorità sul volgo gli viene dall'essere stampato:
è un'arena nella quale tutti possono entrare, torrente che devasta,
canale che irriga, cloaca che raccoglie tutte le immondizie e con
la stessa facilità le trasforma in veleni o in concimi: è un'eco
dell'arte, una sillaba della scienza, una parola della politica.

Sopprimete il giornale e sarà come se aveste soppresso i viveri alla
gente: domandatele il suo giudizio sui giornali e vi risponderà con la
parola più insultante.

Eppure fra la gente che legge non vi è chi non ne abbia uno: non una
famiglia nella quale il primo articolo del figlio non sia come un
battesimo di gloria, non un uomo fra i più superbi che non tema la
guerra del giornale.

Questo capolavoro quotidiano di verità e di menzogna è un bene od un
male? Perchè chiederlo, se da un secolo è già necessario? Il giornale
può dire la verità? Non ancora.

Adesso attraversa la fase industriale: nella sua impresa, che
impiega grandi capitali, l'abilità suprema è nel sedurre il pubblico
maneggiando il maggior numero di elettori in politica e d'ingenui nel
resto. Aspettate ancora che il giornale cresca sino ad arrivare davvero
nel gran pubblico, la massa vera che non è d'alcun partito, di alcun
interesse e cerca per istinto nella verità il proprio tornaconto:
allora potrà dirla. Nel grandissimo commercio la frode del prodotto
è impossibile, giacchè il segreto del suo trionfo sta appunto nella
perfezione e nella costanza del tipo: s'inganna il piccolo cliente, che
si può sostituire, non il grande che è immutabile.

Quando verrà quel giorno? Verrà, e basta.

Giornale e giornalista oggi sono quello che sono, utili sino
all'indispensabile, potenti così che nessun dinamometro potrebbe
misurare la loro forza; nel giornale si stampano spesso articoli che
valgono un libro, notizie che nemmeno i governi sanno procurarsi, si
dànno battaglie tragiche come quelle degli eserciti; nel giornale
s'incontrano avventurieri come Cecil Rhodes, viaggiatori come
Stanley, poeti come Hugo, romanzieri come Tolstoi, storici come
Taine, scienziati come Darwin, filosofi come Spencer, sofisti come
Marx, musicisti come Berlioz, scultori come Rodin, statisti come
Cavour, apostoli come Mazzini, tribuni come Gambetta, condottieri
come Garibaldi. E la canaglia vi pullula viscida, a mille colori, a
centomila forme, una canaglia che disonorerebbe un bagno, con tutta la
multipla, spaventosa bellezza dell'anima criminale: i meno pericolosi
fra essi sono i più scoperti, i più ammirabili quelli che taglieggiano
tutto, dal teatro alla politica, per gettare il danaro sopra un
tavolo da giuoco o nel grembo di una cortigiana, capaci di scrivere il
discorso di un ministro e di vendere un segreto di stato, mentendo con
sì nobile bellezza di stile da finire col credere essi medesimi alla
propria menzogna.

Nella mia prima conversazione con Quintino Sella in casa di Marco
Minghetti, l'illustre geologo, diventato già il più coraggioso
finanziere e il migliore statista d'Italia dopo Cavour, mi chiese
sorridendo:

— Avete ancora scritto nei giornali?

Non avevo allora trent'anni.

— No — risposi fieramente, — e non vi scriverò mai.

— Vi scriverete.

Ricordo adesso il sorriso freddo d'ironia nei suoi occhi di contadino
intelligente.

Quello scettico, nel quale l'anima aveva una grazia socratica, e la
parola gittava così spesso lampi e stridori di cristallo, indovinò
anche allora.

Ho resistito sino ai quarantasei anni, indarno.

È questo un libro?

Forse: se i suoi articoli non sono soltanto articoli.

  Casola Valsenio, 11 ottobre 1904.




I

OMBRE SACRE




CORONA MURALE


Una volta era premio al soldato, che dinanzi all'esercito urlante
nell'assalto arrivava primo fra tutti a porre il piede sulle mura
nemiche; oggi le vecchie città, che la vita moderna assedia dentro e
fuori, lottano melanconicamente per conservare la loro corona di mura
come una gloria di memore poesia.

E tutti coloro, nè sono pochi, che il passato riattira in un sogno
consolatore, levano la mano o la voce ogni qualvolta una nuova minaccia
s'aggrava sopra alcuno dei monumenti, rimasti quasi ingombro nel mezzo
di una via, come a protestare per la continuità della storia, la quale
ha bisogno appunto del passato per indovinare l'avvenire. Nel nostro
bel paese la battaglia cominciò all'indomani della rivoluzione, quando
nell'ardore precipite del rinnovamento troppi spiriti ancora più
mercantili che rivoluzionari si gettavano innanzi ad acquistare, nelle
avventure del guasto necessario, una facile nomea di modernità o un
più facile guadagno da appalti e da vizi. Molto fu cancellato e rifatto
senza altra cura che di far presto; l'esaltazione del presente rendeva
ingrati verso le vecchie cose e le vecchie idee; pareva potenza il
dimenticare e superiorità il non capire.

Quindi si videro ingegneri sbucati dalle università come da caserme
avventarsi ovunque e tagliare nell'antico corpo delle città nuove
strade come nel vuoto o sulla carta, la quale, per antica abitudine,
sopportò e sopporterà sempre tutti i segni della ragione e della follia
umana; dove il tempo aveva più addensate le case, piazze improvvise
si allargarono, tutti i nomi si mutarono, non si rispettò alcuna
architettura, e un'altra non ne sorse in tanto fervore di novità. Gli
affari si moltiplicarono, rivoli di danaro passarono per i vani dove la
prima volta entravano i raggi del sole, e una lindura quasi di bucato
mutava la fisonomia delle strade, mentre i loro storici lineamenti si
dileguavano, e molte, troppe delle grandi opere, nelle quali il genio
del passato aveva pur significato una gloria immortale, sparivano fra
un turbine di polvere e di parole.

Ma poi la febbre decrebbe.

La conquista dei venturieri, rimasti acquattati dentro le proprie case
nei giorni sanguigni della guerra, e poi così ardenti nella battaglia
delle aste governative e comunali, provocò una reazione: la politica
del rinnovamento non bastò a giustificarne tutti gli eccessi, molte
cose divennero note appunto perchè scomparse, e siccome il nuovo
era bello raramente e aveva costato troppo alla ricchezza e alla
onestà pubblica, quanto rimaneva ancora del passato nelle chiese, nei
monumenti, nei palazzi, riapparve quasi in una subita rivelazione.
I poeti suonarono la diana sulle alture, storici ed eruditi uscirono
dalla dotta solitudine per schierarsi in coorte davanti alle superstiti
bellezze, la folla stessa si compiacque di avere un passato ed applaudì
vivamente coloro che glielo mostrarono rinnovellato da un qualche
sapiente restauro.

Adesso l'equilibrio fra coloro che, fisi all'avvenire, dimenticano
persino il presente, e gli altri che, perduti nell'incanto delle
poetiche lontananze, non si accorgono come tutto muti continuamente
loro dintorno, è quasi ristabilito: la nostra coscienza nazionale,
sicura nella rivoluzione compita, non odia più i vecchi ostacoli,
contro i quali dovette esercitare sè stessa; la modernità risente
acuto l'assillo della bellezza, questa eterna necessità della vita di
comporsi a quadro e di chiudersi entro una cornice, la quale invece
d'imprigionarlo ne sia come la continuazione.

E se la prodigalità del genio antico nella incomparabile durata della
nostra storia ci lasciò troppi monumenti, se attraverso la barbarie
della miseria e della ignoranza troppo furono deformati, così che
non basterebbe oggi tutta la nostra giovane ricchezza al riparo, una
passione nuovamente giovane ci persuade ad amarli, e, come tutte le
passioni, ci rivela tratto tratto i loro segreti più geniali.

Milano non si gloria ora del proprio castello sforzesco ancora più che
della Galleria? I nuovi scavi del Foro romano, che disseppelliscono al
pensiero una Roma più antica di quella apparsa a' suoi primi storici,
non sono forse una superbia del nostro tempo, e non riconducono verso
di noi un'altra volta i più sapienti pellegrini dell'antichità, gli
insaziabili innamorati di quell'impero e di quella civiltà, che prima
unificò il mondo?

E altrove, ovunque, nei borghi e nelle città lontanamente capitali del
nostro medio evo, alveari dolci e sonanti d'insuperate originalità,
qualcuno e qualche cosa si è desto: un amore, un orgoglio, cercano e
rivelano i segni antichi; si studia e si scopre, e spesso per scoprire
non importa che guardare.

Il grande secolo decimonono, rinnovando così profondamente lo
spirito umano, allargò forse le proprie conquiste più nel passato che
nell'avvenire, poichè ci bisognava prima sapere chi eravamo e donde
venivamo per scegliere sicuramente la strada della mèta.

E l'Italia deve soprattutto essere bella per diventare ricca.

La nostra arte, la nostra gloria ci mantengono una ricchezza più
sicura che quella dei nostri campi: le nostre città hanno ancora ed
avranno lungamente sugli stranieri una seduzione irresistibile nella
loro antica fisonomia; il nostro genio deve superare l'ultima prova di
crescere un'altra bellezza armonizzandola con quelle non pur superate
della nostra vera infanzia nazionale.

Il trecento e il quattrocento italiano furono pel mondo delle forme
quanto i migliori secoli della repubblica e dell'impero romano pel
mondo della politica: qualunque borgo abbia un castello lo serbi; e
qualunque città porti corona non la gitti.

Quale regina depose mai il diadema per il timore di comprimere la
capigliatura?

Sarà più bella Bologna senza le mura, anche se la nuova cinta aumenti
il reddito del suo dazio?

Poche città in Italia hanno un carattere più profondo e insieme più
vario della illustre metropoli, alla quale noi da tutte le terre
di Romagna, dal lido dell'Adriatico e dalla cresta dell'Appennino,
guardiamo con orgoglio come alla capitale del nostro spirito, al
potente mercato del nostro lavoro. La sua dottrina fu per noi ancora
più calore che luce: nel suo centro ferroviario anche adesso ci
sentiamo più vicini di ogni altro al cuore nazionale, se, come la
scienza vuole, il cuore non è più che il massimo motore negli alti
organismi; alla bellezza de' suoi palazzi, che i secoli moltiplicarono
ben più variamente che in ogni altra città, tutta Italia guarda come
alla più ricca raccolta di modelli, e dalle sue torri e dalle sue mura
intatte ricordi e sogni si levano cantando alle menti che sanno, e alle
fantasie che ignorano.

Perchè dunque precipitare, seppellita nei fossati, la sua larga,
storica corona murale?

Aprite altre porte, se dalle vecchie strade un rigurgito di vita
sbatta negli antichi muraglioni e lasciateli diritti nella superbia
del loro passato: invece di essere una difesa adesso non sono più che
un ornamento, ma pensate che abbattendoli per una inutile e frettolosa
ubbidienza a qualche piano regolatore scoprireste sui lombi della
magnifica denudata una cintura di ulceri fra una miseria di casette
e di catapecchie troppo putride perchè il sole possa bastare a
disinfettarle.

Verrà per le mura, che i secoli XIII e XIV levarono munite di corridoi
interni, presidiate a ritmici intervalli da battifredi, servite
da dodici porte e da quattro pustierle, il giorno dell'estrema
prostrazione, e piegheranno purtroppo sotto lo sforzo vittorioso dei
fianchi gonfi di nuova vita; però sino a quel giorno siano ancora il
cinto dell'antica regina, alla quale la bellezza sovente giovò meglio
delle armi.

Oggi intorno alle ultime torri non rotano più stridendo che i falchi
solitari, e sulle mura girano a braccetto gli amanti popolani, quasi
a cercarvi così vicina una solitudine sicura: non importa; salite
più alto dei falchi sui colli, abbiate nell'anima la verità degli
innamorati, e guardando giù nella valle la bella città, sentirete che
le sue mura sono forse la più vera fra le sue tante bellezze.

  5 febbraio 1902.




LA FINE DELLA FINE


Ecco oramai il voto fervido e segreto del pubblico, dopo tante parole
scritte ed urlate sul cadavere del gran campanile. Non era ancora
caduto, riempiendo a mezzo la magnifica piazza delle proprie rovine,
che gli echi della stampa se ne rimandavano oltre i monti ed oltre
il mare il tonfo pauroso raddoppiandolo nelle frasi, alzandolo nel
pensiero, sino a fingere la tragedia di un dolore mondiale per l'ultimo
disastro della gloria e della bellezza italiana. E nel coro di questa
tragedia tutte le voci si mescolavano da lungi e da presso, dall'alto
e dal basso, dai fastigi più superbi della politica e dalle più umili
pianure della vita, perchè la vecchia torre di Venezia, già scolta
vigile ed armata nei primi giorni della sua infanzia, era franata
improvvisamente, irrimediabilmente, dinanzi a San Marco, sulla piazza
rimasta il più bello dei scenari, immobile ed immutato, dopo che il
lungo dramma della repubblica lagunare si era per sempre interrotto
fra la disattenzione del mondo. Era stato un crollo, che aveva tutto
scosso, la piazza e la laguna, la basilica e il palazzo dogale, le
grandi memorie del passato e le piccole vanità del presente: i colombi
spaventati erano fuggiti a stormi recando lungi l'annunzio ferale:
l'angelo che vegliava sulla cima della torre guardando indarno sul
mare se mai una nave tornasse a Venezia con una bandiera di vittoria,
era precipitato fra la polvere dei mattoni sgretolati: della amabile
loggetta a piedi del campanile, appena appariva qualche angolo, qualche
punta, come nei giorni dell'antico carnevale di sotto ad un ammasso di
seta, di fra le giunture della maschera, la gente vedeva una qualche
bellezza di un viso e credeva di riconoscere la dama: una campana fra
le cinque giaceva sul fianco lacerato, in cima alla rovina, e taceva in
un lugubre silenzio di eroe ferito.

Quindi tutti si credettero il debito di una profonda commozione,
e quello più alto di difendere la bellezza del passato egualmente
minacciata dalla trascuratezza e dalla vigilanza moderna dei nostri
instituti governativi ed estetici.

Gli articoli annebbiarono nuovamente l'aria come un secondo polverone
peggiore del primo, telegrammi arrivavano e partivano a branchi,
proposte e proteste grandinavano turbinando; poi accuse di giudici
improvvisati e difese di colpevoli che nessuno voleva ascoltare,
rivincite di profeti arrochiti nel lungo annuncio dell'inevitabile
calamità e orgogli di retori che si alzavano pallidi della pubblica
sventura a sognare pubblicamente qualche scena o qualche figura del
passato. Ma sul sussurro e sul ciaramellìo non passò potente alcuna
voce di poeta; appena coloro, che in questi casi hanno più vigile
l'orecchio, intesero qualche remeggio di ali, ed erano rade strofe che
passavano basso, col volo lento e pesante dei pavoni, quando a sera
s'allontanano dalla casa padronale per appollaiarsi su qualche albero
ai confini del podere. Un giornale uscì listato a lutto, un altro
squillò fieramente a battaglia, perchè il solito generale, stendendo
pel re il telegramma di condoglianza da Pietroburgo, non aveva trovato
nè il più alto pensiero nè la parola più pura dell'anima italiana
nel cospetto dell'inconsolabile, immane rovina; altri deputati della
politica e dell'arte piansero e mostrarono al pubblico le proprie
lagrime come perle; patrioti frementi di sdegno apparirono fra gli
intercolonnii delle gazzette a minacciare che soltanto con danaro
italiano si doveva riadergere il glorioso campanile.

Il ministro dell'istruzione, accorso ansiosamente da Roma, chiamò a
Venezia Giacomo Boni, il grande disseppellitore del passato, colui che
trovò una Roma più antica di tutte le leggende nelle profondità ancora
inesplorate del Foro. E a lui commise i funerali del campanile. Come
a quelli degli imperatori i soldati fecero da becchini, perchè la mano
dei muratori soliti non doveva toccare la polvere della sacra rovina,
anche pel sospetto legittimo che qualche cosa potesse restare attaccato
a quelle mani impure. Vi erano dunque tesori in quelle macerie, se
gli operai di tutti gli altri scavi, manovali e muratori, potevano
comprometterne il passato e l'avvenire?

Chi lo sa? Anzi nessuno lo sa.

Il campanile non era bello, la piazza sarebbe stata più bella senza
quel campanile; ma era difficile immaginarla in tal modo dopo tanti
secoli. Tutti sappiamo, anche senza saperne dare la spiegazione,
che cosa significhino nell'arte cristiana, che è ancora e resterà
lungamente la nostra, il campanile e le campane, questo stelo marmoreo,
che s'innalza dai monti e dai piani al cielo, e ha sulla vetta un
fiore, simile ad una coppa rovesciata, che grida e canta.

Chiesa e campanile non sono separabili: nella chiesa la preghiera è
un murmure, che il tetto soffoca ancora; sul campanile la preghiera
è un urlo di trionfo e insieme un grido di soccorso, che arriva al
cielo e si spande sulla terra. San Marco non aveva altro campanile
che quella torre, più antica di lui almeno nell'ufficio, e la
trasformò: di sentinella lagunare ne fece una scolta del tempio, le
cangiò l'armatura, la voce, l'arme, e sul casco le pose un angelo. Ma
sentinella e scolta non furono mai belle.

L'Italia ha dozzine di torri e di campanili, che le singole città non
avrebbero consentito a barattare con quello di Venezia, ma nessuna
città ebbe mai una piazza così ineffabilmente originale. E allora anche
il campanile vi parve quello che non era, una bellezza nella bellezza,
un accordo nella sinfonia, e non vi metteva invece, per gli occhi
abituati ai segreti della grazia, che una dissonanza.

La loggetta, che secondo il devoto costume medioevale, il Sansovino
eresse alla sua base, era una eleganza del Rinascimento, più pagana che
cristiana, severa ed amabile, abbastanza pura nelle linee, ma confusa
nel pensiero e incerta nella destinazione; era bella senza dubbio,
ma non di quella bellezza che supera la vita e sparendo ci lascia
nell'anima un vuoto inconsolabile di morte.

Chi non conosce il valore del Sansovino? chi non gli serba
riconoscenza? Ma chi oserebbe proclamarlo fra i primi dei pochissimi
architetti italiani, che ignorando ancora l'arte nordica e non sapendo
quasi più l'arte antica di Grecia e di Roma ne inventarono un'altra, e
videro nella propria anima una nuova bellezza?

Ebbene, rifaranno la torre e la loggetta: non si oserà dire che senza
di entrambe la piazza sarebbe più bella: non si oserà affermare che
un campanile è pur necessario a San Marco, e affrontare il problema
di crearne uno al tempo stesso antico e moderno, bello sopra tutto
e su tutti. La rettorica dell'antichità straripa ancora, perchè la
sua poesia appunto è così poco sentita: come pei poeti e gli altri
letterati antichi si ammira senza comprendere, si adora senza amare.
A che vegliare e vagliare i rottami del campanile? Era in mattoni,
lo rifaranno con mattoni, e i nuovi non avranno più significato dei
vecchi.

Il peso della cimasa, chiamiamola così, aggiunta troppo tardi vinse la
resistenza dei mattoni e li polverizzò: ecco la ragione della caduta. A
che rifare la cimasa? D'altronde come si poteva salvare il campanile?
Per impedirgli di cascare sarebbe stato necessario abbatterlo: ma i
retori che cosa avrebbero urlato allora?

Invece nell'antico bel paese, così illustre e così tragico, rovinano a
centinaia monumenti ben più significativi e preziosi che non la torre
di San Marco sulla piazza di Venezia, e non una voce si leva, non una
voce levandosi è ascoltata colà dove si potrebbe e si dovrebbe.

Perchè?

Non chiedetelo a coloro che hanno pianto sulla polvere del campanile di
San Marco.

E per ora almeno non se ne parli più.

Il campanile si rialzerà nella propria veste rossastra di mattoni:
nuovamente l'angelo dalla sua vetta veglierà sul mare e guarderà
indarno al cielo, perchè la poesia di Venezia non risusciterà nella
gente col suo campanile.

Essa vive soltanto in poche anime, che non se ne servono nel pubblico
come di una maschera, l'ultima del suo carnevale tramontato da gran
tempo.

La poesia è immortale: e adesso lasciamo i morti seppellire il morto,
secondo la parola del Vangelo.

  26 luglio 1902.




IL TEMPIO


Anch'esso è risorto.

Dal giorno antico della sua fondazione, quando un manipolo di muratori
tornanti da Assisi posero le prime pietre, una lunga storia di poesia e
di sventura posò sulla sua bellezza sino a disonorarne i lineamenti e
a cancellarne le vestigia. La grande epoca religiosa di San Francesco
fu breve: forse egli era salito troppo alto nell'esempio della virtù,
la sua passione d'amore inintelligibile nella politica bufera, che
sulle rovine di un mondo vecchio seguitava a distruggere tutte le forme
neonate della modernità, dovette lentamente abbassarsi e soggiacere al
trionfo carnale del Rinascimento.

Il redentore di Assisi era stato un asceta quasi anarchico.

Eroi della miseria, i suoi frati protestavano con la moltitudine
cenciosa contro la recente borghesia consolare, denunciando le
vanità della politica e le ingiustizie della ricchezza; ma inesausti
all'opera consolavano gli stessi dolori esacerbati dalla loro rivolta
ideale, assolvevano tutti i peccati in una più intensa rivelazione
del loro male; nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini
di una democrazia senza patria e democratici di una eguaglianza senza
autorità.

Eroi del dogma, invece, i domenicani organizzavano contro la loro
poetica libertà l'inquisizione come un governo tanto superiore ad
ogni altro quanto il dogma è più alto di ogni verità umana, e dando
ai supplizi l'apparenza di una festa capace di fanatizzare la folla,
bruciavano case, disertavano campagne, spaventavano re, curvavano papi,
imperavano col pensiero contro il pensiero, che non di meno sfuggiva a
tutte le strette, denunciava tutti i tranelli, brillava vittorioso sui
roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista sino a trovare
nello spasimo della propria tragedia le voci più profonde dell'anima e
le forze più necessarie alla emancipazione finale.

Ma prima di questa l'onda della vita travolse francescani e domenicani;
gli eroi del dolore e gli eroi del dogma si smarrirono insieme
dentro la facilità gaudiosa dei nuovi tempi, e davanti all'improvviso
ascetismo della Riforma non seppero opporre un'altra virtù d'intelletto
e di cuore. Quindi i loro tempii ne soffersero come le loro anime.

Poi l'avvento gesuitico parve superare tutto e tutti: la sofistica
annullò quasi ogni fisonomia dei dogmi e ogni carattere di virtù,
mentre il lusso falsava nelle chiese qualunque poesia di fede e di
arte.

Il bel tempio francescano di Bologna non si salvò.

Forse i suoi frati troppo addentro nella città presero il contagio
dei suoi morbi; forse anco dovettero espiare contro la rivalità di
altri ordini religiosi la gloria passata sino a dimenticare l'anima
dell'incomparabile fondatore e la propria. L'illustre cimitero, che
fioriva intorno di grandi nomi e di belle tombe, non bastò nemmeno
a ritardare l'assalto vario e quotidiano, interno ed esterno: i
glossatori del diritto romano, che avevano dato a Bologna la prima
gloria moderna, ebbero violati i sepolcri come tutti gli altri morti
anonimi; dai fianchi, dall'abside, dal pronao, dalla facciata, fino
alla cornice e più alto fino alle torri, quasi i mattoni germinassero,
orribili e frequenti escrescenze crebbero a deformare la modestia
elegante delle prime linee. Ed erano cappelle nuove di una nuova
bigotteria, senz'arte e senza fede, che una ostinata perversità di ogni
senso poetico e religioso ripeteva ed ingrandiva: poi nella chiesa
stessa, dentro le navate si fabbricò struggendo, falsando, violando
tutto, anche le finestre, le policromie, gli altari, le arche, le
parole ed i versetti, la lingua e la musica.

Mai forse tempio sopportò più ignobile e tragica persecuzione.

Ma non era l'eterna guerra della natura all'opera umana, quell'assedio
e quell'assalto così vivamente imaginato e significato dallo Zola
nella _Faute de l'Abbè Mouret_, contro la povera chiesetta, sulla
quale le piante s'inerpicano penetrando nelle fessure, sfaldando le
pietre, coprendo del proprio manto ogni ferita, giungendo al tetto e
sfondandolo per alzarvi come vessillo di vittoria un alberello sottile,
ondeggiante.

Era invece una guerra cittadina e fratricida di plebee forme bigotte
contro la pura forma dell'idea francescana, una rivolta del clero
ignavo e schiavo contro l'asceta liberamente povero e sublime di
Assisi, una arroganza patrizia e villana contro la bellezza della
nudità e della povertà, che il tempio doveva opporre alla vicenda di
tutte le corruzioni nei secoli.

Chi pensava allora a San Francesco, mentre Roma, a difendersi dal
protestantesimo, non credeva necessarii che i nuovi pretoriani
disciplinati da Sant'Ignazio, ed a consolidare il proprio stato, uscito
anch'esso dall'ultima crisi delle signorie, si esauriva in una politica
monarchica di brevi espedienti e di miseri compromessi?

Ma il tempio è risorto.

Bisognò anche a lui attendere il soffio della rivoluzione nazionale
e che nella calma succeduta alcuni, i più eletti fra gli spiriti, si
voltassero a guardare indietro per rendere giustizia al passato. E
questa fu vivace se non intera, mentre in questo ultimo ventennio quasi
una febbre di restauri si apprese a tutti gli eruditi, e centinaia di
monumenti risorsero cittadini del nostro tempo moderno.

A Bologna si parlò persino di compiere San Petronio, una fra le
chiese più belle della cristianità e deturpata anch'essa da troppe
insopportabili violazioni, poi la passione si rivolse a San Francesco.
Si vide allora un poeta vibrante di fede levarsi a promettere la
resurrezione del tempio e gli increduli, ricchi e poveri, colti ed
ignari, accendersi d'entusiasmo pagando della propria borsa per aiutare
l'opera contro i grevi ostacoli della burocrazia, la sorda indifferenza
del clero e la diffidente rivalità dei devoti.

Ma il poeta votato alla grande impresa non era, fortunatamente, di
coloro che scrivono versi e s'adagiano sopra un letto di rime come
vincitori nella stanchezza del trionfo; era solo e credeva, non aveva
scelto a sè medesimo alcuna arte e sentiva profondamente l'unità
di tutte; era passato attraverso i vecchi secoli e le vecchie carte
ricostruendo nella propria fantasia la visione del tempio come nei
primi giorni di gloria.

In lui riviveva l'anima di quegli architetti e di quegli scultori
sacri, che obliavano di incidere il proprio nome sui monumenti alzati
verso Dio; era solo, volle e vinse perchè primo aveva veduto e creduto.

Intorno a lui si strinse quindi un manipolo di artisti, nuovi volontari
in questa campagna, che ricreando nella sua più pura verità un tempio
antico dichiarava guerra ai dogmi e alle tradizioni delle accademie;
forse non tutti erano credenti come lui, ma l'arte è anche essa una
religione e le religioni sono sorelle.

Oggi il tempio è ormai compiuto; le tombe dei glossatori splendono
intorno nella bianchezza dei marmi, l'abside è riapparsa, sugli alti
fianchi le finestre lasciano passare il sole dentro le navate libere e
nude nella prima bellezza: l'incantevole pala dell'altar maggiore leva
sotto l'abside i suoi ordini di vescovi e di martiri quasi sorridenti
nella gioia della riacquistata santità: sei cappelle dietro di loro
si profondano in un'ombra mistica sotto le vetriate dipinte, e dalle
pareti, dalle volte, dagli altari, dalle lampade ripetono le orazioni
francescane aspettando nuove anime e voci oranti.

Solo in alto le due torri guardano malinconiche e mute, perchè le
offese alla loro bellezza non furono ancora riparate e si veggono più
da lungi.

Ma presto il coro delle campanelle regalate da Carlo V canterà
anche lassù, e tutto il tempio esulterà cinto da un bosco di querce,
lambito dall'alito di nuovi fiori; e allora Alfonso Rubbiani, il poeta
credente, che resuscitandolo dalle rovine diede all'Italia e alla fede
uno dei più puri monumenti, sorriderà ai compagni fedeli dell'opera
nei giorni lunghi e faticosi, poi abbassando la testa si sentirà ancora
solo come adesso, come sempre.

Non importa: io vi conosco, poeta credente, anonimo maestro, che vi
nascondete nell'opera degli scolari, vi conosco, e vi ringrazio a nome
di tutti, specialmente degli increduli, che cercano anch'essi come voi,
fra i segreti del passato e nella bellezza dell'arte, un motivo alla
vita.

  14 febbraio 1902.




IL POEMA


Perchè dunque si dice ancora che i poemi sono morti così lontanamente
nel nostro spirito, che la loro anima non torna più nemmeno a scomporre
il compiacimento rettorico dei letterati nel leggere le meravigliose
contraffazioni dell'epopea nell'_Eneide_ e nella _Gerusalemme
Liberata_?

Certo l'epopea, momento unico nella vita di un popolo e al quale
pochi popoli poterono assurgere, è passata da un pezzo, ma poichè
la poesia muta soltanto di forme, i poemi sopravvivono ancora nella
pittura e nella letteratura aspettando dal tempo quella consacrazione,
che impone silenzio alla critica e dà all'ammirazione un senso di
mistica religiosità. Non è un poema il gran libro di Tolstoi, _Guerra
e Pace_, che, in una scena più vasta della Russia stessa, ci rivelò a
migliaia gli umili e i grandi, gli eroi e i villani, le anime ignare,
liriche, tragiche dell'immensa guerra napoleonica, contro la quale il
popolo slavo sorse innumerevole, tenace, paziente, e combattè e vinse
ravvolgendo il nemico in una bufera d'incendi, di neve, di odio, di
morte?

Quando Tolstoi sarà antico nella storia delle letterature, i letterati
paragonandolo ad Omero, vanteranno la superiorità del poema russo,
benchè senza quella grazia formale del verso, rimasta in noi abitudine
piuttosto che vero motivo di poesia.

Il poema è ovunque e sempre la vita appaia nella profonda molteplicità
de' suoi aspetti e riveli dalla fisonomia delle cose e degli uomini la
segreta, ineffabile unità di una razza e di un tempo in qualche dramma.

Così ogni cattedrale è un poema, nel quale e del quale vissero intere
generazioni, architetti, scultori, pittori, poeti, coloro che nella
chiesa sentivano soltanto la casa di Dio e quelli, forse in maggior
numero, che vi lavoravano come alla prima e più duratura casa del
popolo: sono poemi il tempio di Assisi, di San Marco a Venezia, di
Sant'Antonio a Padova.

Questa cattedrale, la seconda sorta dalla vivida trionfale passione
francescana, non è opera di un uomo ma di una gente, non di un santo ma
di una fede, che si dilata e non muta, si arricchisce e sale, combina
le forme e gli stili più antagonisti in una bellezza fantastica e
profonda, di poema e di romanzo, di leggenda e di mito, nella quale
l'unità rimane misteriosa come il segreto stesso della sua creazione.

Nata fra orti e giardini la cattedrale è anch'essa una enorme pianta
sorta dallo spirito, che nelle proprie costruzioni impiega linee e
materie diverse da quelle della natura: si può ammirare piuttosto che
discutere: bisogna sentirla tutta per intendere il significato delle
parti. Certamente il modello di San Marco era negli occhi e nelle
immaginazioni di coloro che l'alzarono, così che sarebbe oggi difficile
trovare nella basilica padovana quell'ideale corrispondenza col tipo
del suo santo, come nel tempio di Assisi e in quello di Bologna.

Padova era troppo vicina a Venezia, dalla quale tutto l'oriente entrava
folgorando come un sole di altri mondi e di altre civiltà.

Quindi la pittura paesana, perchè Padova pure aveva una scuola
cresciuta dalla imitazione di Giotto, si provò a rivaleggiare nella
decorazione col genio architettonico, benchè i suoi migliori artisti
non fossero davvero, come il loro grande maestro già antico, abbastanza
poeti per rivelare su quella immensa superficie di lati e di cupole il
segreto delle pietre riunite dall'anima del Santo.

Indarno più innanzi Squarcione strinse intorno a sè una nuova scuola,
mentre, magnifico, unico pittore di Padova, il Mantegna era ancora
bambino, e si provò all'opera deducendovi fra la combinazione di molte
maniere italiane e tedesche il sontuoso desiderio orientale pei colori
fiammanti e le ricche architetture, i marmi, i tappeti, le lampade
tra un folgorio di raggi, una gloria purpurea di tramonti e di aurore.
Indarno ancora più tardi, nel 1727, un architetto veneziano, preludendo
da lungi alla moderna passione del restauro, che intende a ricollegare
l'epoche fra loro, presentò e fece accettare un disegno per rinnovare
le antiche pitture e compierle correggendo, magari falsando, perchè una
istintiva preveggenza del guasto interruppe l'opera nella cattedrale,
che rimase come nuda all'interno malgrado l'affastellamento intorno
alla tomba del Santo.

E fu bene.

Per restaurare un monumento bisogna prima sorprenderne l'anima, quale
i secoli la produssero e visse nella propria età; per compierlo,
invece, non basta nemmeno l'intendere quell'anima, ma è necessaria la
più minuta ed esatta conoscenza storica del tempo, una conoscenza ed
una scienza impossibile quasi sempre ai poeti, che volano attraverso
le epoche sulle cime più alte come le aquile, o scendono come gli
usignuoli a nascondersi nell'ombra tentatrice dei boschi.

Ecco perchè la fabbriceria della cattedrale padovana, mentre in
tutta Italia riferve la nobile passione dell'antichità e l'anima
nazionale torna all'orgoglio dei propri monumenti, indisse non è
molto un concorso per decorare degnamente il gran tempio, mèta ancora
oggi di tante anime pellegrine ed afflitte; ed ecco perchè il gruppo
bolognese rappresentato dai tre maggiori artisti, Alfonso Rubbiani,
Edoardo Collamarini e Achille Casanova, i restauratori del bel tempio
francescano vinsero sopra tutti, offrendo di rappresentare nei piani e
su per le volte delle cupole il romanzo, o, meglio ancora, il poema del
Santo.

Concetto vasto e temerario, che per magnifica spira sale dal giorno
della sua morte, quando il popolo del sobborgo di Capo di Ponte, si
levava in armi a difendere il corpo del Santo contro il popolo di
Padova irrompente a fiumi dalle porte per reclamarlo come il genio e il
talismano della città, insino a quell'altro giorno immortale, bianco e
folgorante nella gloria del Paradiso cristiano e dantesco.

Noi italiani siamo così: tutta la nostra arte, ogni qualvolta si
volga a guardare indietro, incontra il sacro poema, che le sbarra
l'orizzonte come una giogaia di nuvole fiammeggianti nell'altezza senza
misura del cielo: da Dante solamente comincia la nostra coscienza
e il nostro pensiero nazionale, perchè l'arte greca è di un mondo
a noi lontanamente straniero, e l'arte latina fu appena un mirabile
artificio, un intermezzo forse troppo lungo tra le due più profonde
originalità della storia, quella greca e quella italiana.

Col poema sacro nella mano la nuova scuola bolognese ha dunque vinto
la sua seconda battaglia, e compirà l'opera secolare della cattedrale
padovana dipingendo il poema del Santo, che, scolaro di San Francesco,
potè nella gloriosa semplicità della propria natura e nella limpidezza
dell'ingegno apparire originale.

Ma la devozione francescana rifiorirà? Purtroppo è permesso dubitarne.

Chi intende oggi San Francesco fra le anime oranti, se i devoti non
amano che le chiese sontuose, nelle quali un'arte goffa, un gusto
villano, una prodigalità prepotente sembrano cantare le lodi della
ricchezza?

La perversità del gusto gesuitico si allarga sempre negli spiriti
religiosi: guardate le chiese di Lourdes, esaminate la nuova agiografia
a quali fisonomie riduce i volti più austeri e più tragici, leggete i
libri di devozione e confrontate le preghiere dei primi anonimi poeti
cristiani con quelle che oggi scrivono letterati cattolici egualmente
anonimi: ricordatevi i santi preferiti, le feste predilette: cercate il
titolo degli altari consacrati da voti, e leggete le loro scritte.

Come tutto è morto, senza fede, senza poesia, senza passione, nel culto
moderno!

Certamente la poesia e la fede sono immortali, ma bisogna essere un
artista ben perspicace o un pensatore ben acuto, per rinvenirle sotto
il triste ciarpame che le avviluppa, o per sentire il loro soffio nella
rettorica, che discende lenta come un fumo grasso dai pergami.

Il cristianesimo, uscito quasi intatto dalle ultime battaglie colla
scienza e colla filosofia, soccombe adesso ad un marasma, che gli
impedisce ogni espressione geniale e l'intendimento di quelle antiche,
anche se la poesia e la critica rinnovellata dell'arte lo soccorrono
nello sforzo.

I templi risorgono, ma piuttosto per l'ammirazione degli increduli che
per la passione dei fedeli: la Chiesa arma un nuovo partito politico,
che ridiscende alla conquista della storia.

Auguriamoci dunque imminenti battaglie, perchè solo dall'angoscia dei
conflitti e dal sangue, necessario a tutte le vittorie, può risorgere
il fiore della vita nella luce trionfale di un altro mattino.

  16 febbraio 1902.




LA GROTTA


Perchè dire qui il nome della città, mentre questa si prepara a
festeggiare la sua consacrazione sotto l'incendio del sole e fra le
canzoni, che salgono dai campi col fruscio degli strami falciati?

Straniero nella città, più straniero alla festa, la mia parola
suonerebbe stridula agli orecchi della moltitudine, che un'eco della
antica poesia religiosa risolleva, senza che la pietà delle anime
risenta davvero la tragedia del dolore, per la quale lo spirito del
Santo diventò così grande e così puro. Il convento è poco lungi dalle
mura, fra orti e campi pieni di murmuri e di ombre: è un convento di
cappuccini senza antichità di tradizione, nè gloria di arte, nè virtù
di miracoli: piccolo, povero, lindo, tacito, si nasconde quasi in
un abbassamento del terreno, con un portico dinanzi alla chiesa, un
canale davanti al portico, pel quale passa lentamente un'acqua muta e
torbida fra due orli di erba polverosa. Nel pomeriggio e di notte gli
amanti errano lungo lo stretto viale, che mena al convento, ascoltando
tratto tratto le sillabe misteriose del canale, mentre s'increspa nello
sforzo di passare sotto i ponti bassi e frequenti: al mattino, sotto il
sorriso vivido o nubiloso dell'alba, le donne devote si affrettano pel
medesimo viale al convento per ricominciare la vita di ogni giorno con
una preghiera più meritoria, perchè qualche cosa è rimasto di divino
in quella piccola chiesa, nel suo silenzio. nella sua povertà, che una
nuova lindura non potè ancora falsare. Dalle pareti, statue mezzane di
santi cappuccini pregano, colla faccia estatica, immobili in un gran
gesto di passione: e la vernice ha loro rifatta quasi la tonaca, e sono
calvi, lucidi, ingenui, puliti: ma l'ombra della chiesa ridà loro una
incertezza di poesia come in un mistero di lontananza. Il convento ha
un cortile ed un pozzo di acqua celebre, derivata soltanto dal canale
e filtrata: l'orto non si vede, ma deve sorridere di fiori, perchè
un profumo vaga nell'aria e dal muro di cinta ondeggiano rami verdi,
accennanti nel vento.

La rivoluzione chiuse il convento nel 1866, poi qualcuno, qualche cosa
lo riaperse ad una prosperità guardinga, dandogli come un'apparenza di
parrocchia suburbana, con una decenza borghese negli intonachi, con una
festosità misurata nei giorni sacri.

Adesso il padre guardiano, bella testa grigia, forte e pensosa, sotto
il portico, nell'angolo destro, ha fatto costrurre una grotta per
Sant'Antonio, il soave eremita, che dopo San Francesco è la gloria più
popolare dell'ordine.

Ahimè! La grotta pare un'opera di giardinaggio e meriterebbe una
delle solite ninfe, che la poesia dei droghieri arricchiti suscita
nei giardini per castigare la bellezza dei fiori così tristamente
prigionieri nelle aiuole segnate di tegoli rossi e turchini: è
più piccola di una stanza, ha dinanzi una cancellata, dentro una
tappezzeria di sassi, un pavimento di sabbia, un santo che sembra un
efebo, un Gesù bambino tagliato nello zucchero. Perchè?

È difficile trovare la risposta. Da gran tempo l'agiografia femminizzò
tutti i santi, togliendo loro col carattere sacro anche quello umano
per tutta la varietà dei tipi scolpiti già nella vita e nell'arte dalla
passione del divino.

Nessuno si è salvato, neppure quelli che la crudezza della penitenza
aveva quasi resi selvatici, o la luminosa grandiosità del pensiero
mutati in astri spirituali. Un languore giovanile, una morbidezza
malata passò nella agiografia, che, più a contatto col popolo, avrebbe
dovuto, per parlargli, serbare più viva la verità dell'accento e
più sicura la sincerità della forma: non vi furono più santi poveri
o vecchi, colle stigmate della miseria, col marchio dei morbi. Il
loro abito parve tagliato da mani femminili con irresistibili ed
inconsapevoli intenzioni di civetteria; la loro capellatura, anche se
rada, si arricciò sotto il ferro di un barbiere misterioso; il loro
volto si arrotondò in una grazia di mela colle guance brinate, la bocca
piccola chiusa come un bocciolo; le dita si affusolarono, l'occhio
non ebbe più lagrime o le ebbe soltanto come le orecchie delle donne
hanno le perle: un lusso di cattivo gusto. Scomparvero le epoche e con
esse i costumi della agiografia; tutti i santi furono contemporanei
e coetanei; da San Giuseppe a Sant'Antonio la paternità spirituale
non fu più espressa che dai quindici anni: un giovinetto che tiene
in braccio un bambino, e quasi sempre la faccia del bambino è più
virile che quella del giovinetto. Ma questo ripetendo attraverso i
secoli la bellezza dell'efebo greco, non ne ebbe nemmeno la sincerità
intenzionale, nella stessa incertezza del tipo: e invece parve voler
essere soltanto donna senza la purità davvero superiore della vergine
e la forza dolce della madre.

Così l'agiografia inventò un terzo sesso nei santi, che affidava
all'anima popolare come un nuovo germe d'ideale per la vita e per
l'arte, prima che qualcuno potesse arrestarla sulla falsa via o
intenderne almeno il perchè. Invece il popolo accettò. E adesso nelle
carte, sugli altari, nelle vetrine, nelle cornici, ovunque la pietà
ha bisogno di inginocchiarsi e il dolore di chiedere, non appaiono
che figure giovanili, rosee, lucenti, tese o curve sopra un bambino
appetitoso quanto un candito, nudo come in una provocazione, dentro
un nimbo di luce falsa, tra fiori stilizzati, al centro d'una grotta
preparata come un gabinetto, nella quale i sassi sono una decorazione
e la miseria un motivo di eleganza.

Sant'Antonio fu un poeta della parola e della solitudine: visse poco,
pensò, agì, sofferse in sè e per gli altri, mescolato alla politica,
guardando dall'alto e scendendo eroicamente a tutte le profondità
della miseria e del dolore. Il popolo, che ha l'istinto infallibile,
lo amò, lo divinizzò, e a Padova scoppiò in una ribellione per avere
il suo cadavere, perchè sentiva di avergli appartenuto nell'anima. Che
importava se il Santo era spagnuolo e doveva comporre con San Domenico
e con Sant'Ignazio forse la triade più originale della storia? Il
vincitore degli Albigesi aveva l'impeto dei torrenti, che devastano
per fecondare; il fondatore dei gesuiti fece della parola l'arma più
sottile ed armò il silenzio di pensiero. Sant'Antonio, invece, era
l'oratore delle piazze e dei campi, che parlava collo stesso accento
alle donne e alle rondini, che amava la bellezza nella natura e il
dolore nello spirito, perchè il dolore è la sola luce rivelatrice della
vita. Era semplice, rude, povero, un artista che ignorava l'arte, un
santo che non sapeva d'esserlo, un grand'uomo, che si faceva piccolo
appunto perchè apparteneva a tutti. San Francesco è l'ode, Sant'Antonio
la canzonetta: quegli trova il motivo, questi lo diffonde: l'uno
crea, l'altro propaga. Per il popolo San Francesco è forse troppo
alto, mentre Sant'Antonio è un confidente, al quale si può tutto
raccomandare, dai bovi ai bambini, e tutto chiedere, dalla pioggia che
risana i campi, al vino che ristora i corpi.

La sua immagine protegge le stalle, vigila i boschi, è al crocicchio
delle strade, pende sul letto dei poveri, che non lo riconosceranno
più in quel giovinetto così grassoccio, senza una riga di pensiero
sulla fronte, una ruga di spasimo nel sorriso, con quella tonaca troppo
lucida, con quelle mani da ozioso, affusolate, rosee, vanitose.

Ma le donne invece colla morbosità di una devozione fatta di
raffinatezze, s'inteneriranno a vederlo così ben pettinato e così
simile ai fanciulli, che esse addobbano per il lusso della loro
maternità, perchè la devozione moderna è un lusso di delicatezze
esteriori, un piacere di riti eleganti, un'abitudine di speranze, che
continuano i piaceri della vita invece di contraddirla.

L'arte religiosa tace da gran tempo.

Non si sanno più costrurre nuove chiese e, costruendole, si storpiano
gli antichi modelli: si decora, non si crea, si restaura e non
s'innova. Leone XIII bandì un concorso per una Sacra Famiglia, che
nessuno vinse; un altro, aperto a Torino per una testa di Gesù,
parve un convegno di ritratti, nel quale invano si sarebbe cercato un
originale davvero umano: e Gesù è tutto l'uomo.

Invece anche a lui, nelle immagini del Sacro Cuore, toccò la sorte
degli altri santi: non fu più nè Dio nè uomo, nè maschio nè femmina:
la capellatura bipartita sulla fronte gli scese femminilmente sulle
spalle; la barbetta bipartita sul mento gli si aperse per mostrare la
soavità adonica del collo; la sua fronte rimase senza pensiero, la sua
bocca senza parola, i suoi occhi senza rivelazione, mentre nel mezzo
della tonaca turchina il suo cuore non più suo, impennacchiato di
fiamme, incoronato di spine, immobile, non batteva più.

Perchè?

Potrei tentare di spiegarlo: molti lo sanno, qualcuno lo dirà.

Qui affermo soltanto che l'arte religiosa non è morta.

  23 luglio 1903.




IL PROBLEMA DEL NATALE


Non ricordo più l'anno, ma è lontano come la mia giovinezza. La
giornata era triste: una nebbia saliva diafana e leggera il colle
seminudo e pareva un velario, dietro il quale Bologna taceva. Guardavo
dall'alta vetriata rigata di grosse gocce tiepide, perchè la grande
stufa vampeggiava quasi accanto a me agitando sul pavimento di legno
lucido un riverbero cristallino.

Marco Minghetti si scosse sulla sedia:

— Ma concedetemi almeno, amico mio, che il suo _Natale_ è bello!...

— Bello! come? — rispose dolcemente De Meis.

Mi volsi a tempo per cogliere la grazia fuggevole del suo sorriso: ma
egli non aveva mutato atteggiamento: teneva un gomito sul tavolino e la
fronte appoggiata sulla mano destra bruna e sottile quasi come una mano
di donna.

Siccome mi avvicinavo, Minghetti con quella sua amabilità diplomatica
disse:

— Non venite fin qui: vi unireste al professore per darmi torto: voi
non credete a Manzoni e a nessun altro poeta vivente.

— Datemi dunque un poeta, che metta nel verso tanta poesia quanta
Mazzini e Garibaldi ne hanno messa nella loro vita. Manzoni è un
romantico.

— Come voi, ragazzo mio; ma il più rivoluzionario e il meno squilibrato
dei romantici. Ha creato un'ode, una tragedia, un romanzo; nella nostra
miseria letteraria basta.

Minghetti mi guardò contento, ma seguitò:

— Perchè dunque non trovate bello il _Natale_?

Camillo De Meis parve raccogliersi:

— Non conosco un solo inno degno del Natale. Il tema cristiano è bello:
dunque vero. Lo spavento di una persecuzione ha fatto fuggire Maria,
perchè Erode decretò la morte di tutti i bambini; i fuggiaschi riparano
a notte in una stalla, e la Vergine vi diventa nelle tenebre madre di
Dio. Quella stalla non è di alcuno: lei sola e il vecchio marito sono
nel mistero; fuori il vento freme, la notte gela. Perchè Dio ha voluto
nascere da noi? L'angelo annunziandolo a Maria non disse abbastanza,
ella resistè un attimo quasi difendendo la propria verginità, e piegò
sotto il mistero.

Il filosofo s'interruppe: la sua fronte non molto alta si era fatta
lievemente rosea, e la voce gli aveva tremato.

Aspettammo: egli lo sentì.

— Il _Natale_ di Manzoni, — proseguì, — non sale, non vola: le sue
strofe strette e lunghe sfilano dinanzi al poeta, che tenta lanciarne
qualcuna nell'alto. No, no, egli non ha sentito il problema del Natale.
Per quanti secoli di secoli la natura si era ripetuta nella nascita
seminando il cielo di astri e i prati di fiori, riempiendo di viventi
invisibili l'aria e l'acqua, le tenebre e la luce? Ma il suo dramma non
diventa intelligibile che nell'uomo; egli sa che la nascita è una prima
opposizione del vivente colla vita, dell'individuo, dentro il quale
passa l'eterno ed è creato soltanto nel tempo. Dalla morte solamente
egli apprenderà la vita, perchè la morte è il limite ultimo della
figura anch'essa formata di limiti. Che altro è infatti la linea del
suo disegno?

— Parlate, parlate.

— Per quanti secoli il dolore e l'amore umano avevano gridato davanti
a Dio, per deciderlo a discendere nella nostra nascita? L'appello
della gioia fu più eloquente che il gemito dello spasimo? Per quale
pietà si decise Gesù? per quella dei buoni, o dei cattivi? E chi, che
cosa davvero redense in noi? Egli volle passare solo, senza padre,
senza moglie, senza figli; non volle essere di alcun tempo, di alcun
luogo: non ebbe patria, non credette ad alcuna legge e non ne fissò
alcuna. Parlò. La sua parola aveva l'aroma dei fiori, la sonorità del
mare, il lampo della folgore: svegliava le anime, purificava i corpi:
la vita si apriva davanti a lui come già il seno di Maria, la morte
gli si inginocchiava davanti come un cavallo pronto a portarlo nella
vittoria. Tutto il pensiero umano è nella sua parola, che come una
musica si dilata inesauribilmente; tutta la esperienza umana è in lui,
straniero che passa soltanto: tutto il dolore che crea, tutto l'amore
che distrugge, sono nella sua parola di uomo, di donna e di Dio.
Nessun segno esteriore lo distingue, nessun'opera lo segnala, ma la
sua volgarità è pura, e la sua semplicità disciolse tutte le grandezze.
Gesù!...

E questo nome suonò come una invocazione.

— Voi pregate, maestro.

— No, sono come te, ragazzo mio: tu spasimi nella incredulità e
maledici ancora la vita: io non penso più, guardo ancora qualche volta
così, e non parlo.

Io m'era appoggiato senza accorgermene alla spalliera della sedia,
dalla quale Minghetti si era piegato ascoltando. Nessuno di noi due
osò interrompere quel silenzio del vecchio filosofo, che l'Italia non
conosceva e che nemmeno la morte ha poi rivelato.

Egli era un santo del pensiero.

L'ombra malinconica, che gli avvolgeva il viso, si fece quasi più densa
e a poco a poco più limpida la fissità del suo sguardo.

— Oriani, — mi si rivolse, — che cosa offriremo noi tre a Gesù bambino?
Abbiamo qualche cosa nell'anima che possa essere un dono? Possiamo noi
almeno comprendere il Natale?

Imprudentemente Minghetti chiese:

— Perchè?

— Voi non siete padre, — rispose dolcemente De Meis: — io non lo sono,
Oriani afferma con dolorosa superbia di non volere esserlo mai. È il
figlio invece che crea il padre, secondo la grande parola di Hegel: è
il figlio che del cuore del padre si fa la culla e lo muta per sempre.
Coloro che piegandosi sopra una culla non hanno sentito la propria
anima inabissarsi nella voragine della vita; che dinanzi alla nuova
creatura non hanno dovuto dirsi: «sono io, io solo che l'ho evocata
dall'inconoscibile a questa tragica e labile coscienza, e le ho dato
il mistero per martirio e l'inafferrabile per mèta»: coloro che non
hanno tremato della propria creazione riconoscendo nella creatura una
vittima ed un giudice: coloro che non si seppero immortali in lei e non
ne piansero di gioia o di dolore, e stringendo una culla non si tesero
nello sforzo di gettarvi dentro l'universo; che cosa sanno essi del
Natale? Noi tre siamo stranieri: Gesù non è nato per noi. Io non ho che
dei morti: voi chi avete nella vita?

— Mia moglie soltanto.

— Avete sposato una madre, e non siete padre...

Ma la risposta gli parve forse così dura che si alzò.

Al solito egli non avrebbe parlato più per qualche tempo. Era
stanchezza spirituale? Era inutilità del pensiero e della parola?

Dentro la serenità del gran vecchio, io, così violentemente pessimista,
sentivo come un deserto lucido, freddo, muto: una solitudine polare con
un cielo senza sole e senza notte, con un silenzio ignaro d'ogni voce.

Egli era solo, non aveva neppure la gloria, questo sole d'inverno
che illumina, ma non riscalda. Minghetti gli si accostò, e gli prese
affettuosamente una mano. L'illustre ministro era alto, roseo, colla
fronte sfuggente sotto i capelli già bianchi, la bocca lievemente
aperta ad arco e che il sorriso non animava mai. Minghetti non poteva
sorridere: la sua bocca era così.

Ma appariva contento.

— Donna Laura è andata a Roma. Restate con me, amico mio: e voi,
Oriani, tornate a casa per le feste di questo Natale?

— No.

— Ebbene, facciamo insieme la vigilia.

— Non posso: la solitudine mi pesa, ho bisogno di sentirmela pesare
sull'anima.

L'accento di De Meis fu così doloroso che istintivamente guardai
Minghetti.

Questi disse quasi misteriosamente:

— Lo so.

— Che cosa?

— Lo so: donna Laura vi ha indovinato.

Un turbamento scosse il filosofo: l'altro trattenne cortesemente uno
scherzo, vedendolo soffrire.

In quel momento all'uscio apparve Giuseppe, il vecchio cameriere, ed
annunciò col suo accento bolognese:

— Il professor Panzacchi.

Il poeta, allora giovane, alto, grosso, bronzeo, con due piccoli occhi
neri nella faccia quasi sonnambula, si avanzò sorridendo verso lo
statista: erano rivali d'eloquenza e avversari nella politica.

— Benissimo! — esclamò Minghetti — come ne sono contento. — E per
sollevare De Meis prosegui mutando voce: — Aiutatemi dunque a difendere
Manzoni contro di lui, voi che siete un poeta.

Una ironia sottile come un fruscìo serico stridè in questa ultima
parola.

— Ditemi, Panzacchi: è davvero così poco bello l'inno al Natale di
Manzoni?

Il poeta si volse, sorridendo del suo sorriso incantatore, a De Meis:

— Stamane, prima di uscire di casa, sono andato a vedere il mio Fifo:
stava per svegliarsi. Mi sono sentito salire alle labbra i versi di
Manzoni:

    Dormi, fanciul, non piangere,
    dormi, fanciul celeste...

Sono così dolci!

— Mai voi siete padre! Potete capire il Natale...

Questa parola ci soverchiò tutti.

Credo che l'illustre filosofo pigliasse moglie l'anno dopo.

  25 decembre 1905.




II

ECHI




IL CAVALIERE


L'ho visto l'altra sera a Lugo, la piccola città romagnola ancora
affollata e sonora dell'antica fiera, che prolunga con felice
anacronismo il proprio costume nei tempi nuovi.

E nel teatro ardente come un calidario, quando dal fondo della scena
sopra un cielo violentemente turchino è apparso il mitico cigno dalla
docile testa, ricurva sotto il peso delle redini fiorite, un fremito
è corso per la densa platea sollevando un murmure di passione. Il
cavaliere splendeva come dentro un nimbo d'argento, immobile in una
posa di sogno. Sotto il casco bianco, simile ad una calotta appena
orlata, i suoi capelli d'oro fluivano in lunghe anella insino alla
barba breve: e tutto in lui era bianco, il mantello e la veste, la
maglia ed il guanto.

Malgrado la luce troppo calda e rossastra della ribalta, la sua pareva
come sempre una apparizione lunare, meravigliosa di un lucido pallore,
più stupefacente ancora nella lentezza solenne dell'arrivo.

Dopo tanti anni anche la mia anima ha ripalpitato come la prima
volta che il bianco cavaliere discese sulla scena del massimo teatro
bolognese fra un'aspettazione così intensa, che mai forse eroe vero,
irrompente nella battaglia aveva sentito intorno a sè, fra urla di
riscossa e di spavento.

Che cosa non si era detto e scritto allora del _Lohengrin_? Qual
pregiudizio di scuola e di razza, qual paradosso d'estetica, qual vanto
di novità, qual classico disdegno era stato risparmiato?

La grande musica, che aveva abbellito di tanta gloria universale il
faticoso andare della nostra rivoluzione, sembrava esausta anch'essa
nel medesimo trionfo: l'Italia era libera, Roma italiana, e Verdi,
ultimo dei quattro magni maestri, discendeva per la parabola lunga
dell'ingegno negli ipogei egiziani a cercarvi indarno il sublime
orrore di una tragedia ieratica. Anch'egli era sorpreso, sorpassato
dalla rivoluzione, che aprendo un tempo novello esigeva altre forme
per una più moderna coscienza. Comunque il magnifico e avventurato
maestro ornasse di nuove opere la propria vecchiezza, non saprebbe più
guadagnarvi un'altezza pari a quella del _Rigoletto_, uno dei drammi
più lucidi e terribili della musica in questo secolo, la più bella
vittoria di un ingegno italiano sul massimo genio francese, perchè,
bisogna ripeterlo ancora con superba esultanza, Verdi vinse Hugo, la
musica del _Rigoletto_ sorpassò la poesia del _Roi s'amuse_.

Wagner fu allora un liberatore appunto perchè oggi appare già un
tiranno.

La sua estetica, più assurda di quella posteriore dello Zola, sedusse
quanto l'originalità vera del suo ingegno: egli critico ebbe sudditi
più devoti che a lui artista, la sua intransigenza teutonica provocò in
Italia ogni più ingiusta negazione del genio nazionale.

Doveva essere così. Qualunque rivoluzione è costretta a condannare
il centuplo di quanto può realmente mutare: non vi è religione senza
idolo, non fede senza dogma, non dogma senza fanatismo.

Noi che adesso decliniamo al tramonto, passammo allora per un lungo
periodo di ossessione; vi fu un terrorismo wagneriano come poco dopo un
terrorismo zoliano: nessuna novità, nessuna bellezza era più possibile
contro o al di là dei due illustri maestri. Wagner aveva imposto
il proprio sogno di un teatro mitico, la propria illusione di una
musica capace di esprimere le tragedie del pensiero e le epoche più
misteriose della storia; Zola in nome di un naturalismo, che scemava
la natura, pretendeva derivare nel romanzo il metodo sperimentale e
ridurre la creazione della figura ad un plagio fotografico. Ma poichè
l'inconsapevole spontaneità dell'ingegno vinceva nei due maestri spesso
la falsità dei loro canoni artistici, grandi opere uscirono dalle loro
mani, mentre gli imitatori, immiserendo tristamente nella caparbietà
di quella estetica, ne affrettavano il tramonto anche dentro l'anima
ignara del pubblico.

Dopo trent'anni Lohengrin, il bianco cavaliere, ricomincia un viaggio
di gloria per le nostre province.

Le grandi discussioni di un tempo sono già dimenticate: Wagner regna
nella storia splendendo ancora nella vita per l'immortale giovinezza
di alcune figure e l'incanto inesauribile di melodie, non molte forse,
ma scaturite dalle più intime profondità dell'animo umano. Fra tutti
i suoi simboli certe figure soltanto raggiano di vita ed accendono
i cuori: del suo teatro invece non resta che la grandiosa superbia
del concetto e l'incomparabile abilità della sceneggiatura. Nessuno,
nemmeno il Sardou, può essere a lui paragonato per la scaltrezza
dell'inganno scenico; nessuno, nemmeno Beethoven, seppe come lui
piegare l'orchestra a tutte le necessità del dialogo e mettere nelle
sue voci più accento umano.

Ma Beethoven supera Wagner di quanto Omero vince Virgilio: quelli
ebbero il genio vero della creazione, i suggerimenti sinceri ed ingenui
della natura; questi, cresciuti nella scuola, ne sfondarono forse
l'orbita, ma nella loro opera memoria e riflessione, calcolo e volontà,
furono troppo preponderanti. Dante e Shakespeare non scrissero libri di
critica, non inventarono estetiche, non costrussero sistemi: Tolstoi,
un altro genio, l'ultimo cadetto della piccola famiglia, non fece che
polemiche morali e tardi, fortunatamente per lui. L'artista era già
morto, l'apostolo non poteva più guastarlo.

Ma qual fiamma, qual passione, domandavo a me stesso in quell'angusto
teatro di Lugo, così gremito di un popolo così attento ed intento, qual
fiamma e qual passione di bianco cavaliere s'accende ancora nell'anima
della folla, adesso che le orecchie ascoltano altre voci e le fantasie
seguono il volo di altre parole?

Questo bel cavaliere d'argento, che un Olimpo sconosciuto, immerso in
un candore eterno di neve, manda in terra a difendere una principessa
tragicamente accusata da parenti assassini, e che vi arriva guidato
da un cigno sopra una conca di madreperla; questo cavaliere, che
s'innamora della fanciulla forse perchè l'argentea armatura non gli
bastò contro le tentazioni terrene, ma imponendole soltanto di non
domandargli il proprio divino segreto, quale idea, quale passione
lusinga più nell'anima popolare lontana per molti secoli da quel mondo
di cavalieri e di dame, di angeli e di demoni?

Eppure no.

L'anima umana non muta: dentro ogni re, ogni principessa, ogni
cavaliere, vi è sempre lo stesso uomo e la stessa donna: cangiano gli
attori, non la tragedia, le canzoni, non il canto, le parole, non
il fatto. Lohengrin, il bianco cavaliere, è dietro a tutti i sogni
giovani e, più lungi, dietro tutti i sogni vecchi: è l'amante ideale,
che la donna invoca e non può comprendere: egli non le impone che di
rispettare il proprio mistero, di non pretendere ad un segreto per lei
inaccessibile, e la donna promette, ma nella prima ora, prima del primo
bacio, preferisce già la gioia della curiosità vincitrice, viola la
data fede, uccide il cavaliere nell'uomo e l'amore nel matrimonio.

Lohengrin è un simbolo di questo fatto umano, e la sua meravigliosa
forza di seduzione gli deriva appunto dalla bellezza religiosa. È la
necessità del sacrificio nell'amore, è la ribellione al sacrificio,
che formano il fondo del dramma lohengriniano, nel quale, come sempre,
l'uomo è sacrificato dalla donna. La seduttrice non sa resistere a sè
stessa e soccombe.

Guai se non fosse così.

L'amore non è forse una preparazione, della quale il bambino è lo scopo?

La donna forte non può essere che la madre: la donna amante ingannerà,
mentirà sempre a sè stessa prima che agli altri, da Eva ad Elsa, da
Adamo a Lohengrin: quegli perdette il paradiso, questi vi riportò
la nostalgia della terra, e la loro tragedia continua nell'aneddoto
quotidiano.

Però hanno torto coloro che pensano esauriti nell'anima popolare i
profondi motivi della lirica e del dramma: presentate al popolo qualche
altro cavaliere come Lohengrin, e lo vedrete tremare di emozione, lo
vedrete applaudire più vivacemente che a una qualche concione politica.

  29 settembre 1900.




TRISTANO E ISOTTA


Li ho riveduti a Ravenna, nella vecchia illustre città, apparire sopra
una folla devota e muta come nell'orrore sacro della loro tragedia.
Nel teatro troppo povero d'architettura e troppo ricco d'oro, un'ombra
improvvisa rendeva più trepido il silenzio, dentro il quale nemmeno
batteva un'ala di ventaglio.

E mentre nel preludio il primo singhiozzo represso della passione
saliva come dal murmure del mare consapevole dell'amore fiorito sul
nero vascello, ripensavo a questo dramma così antico nella leggenda,
dalla quale Wagner credette di ritrarlo per farne la grande tragedia
dello spirituale amore moderno.

Perchè nel suo cuore di eroe ferito ed errante quasi come un mendico
fra le miserie e le ingratitudini della vita, egli sentì di essere un
più grande Tristano, che nessuna Isotta poteva fedelmente accompagnare
fino alla morte; e tutto l'orgoglio del genio costretto a servire,
e tutta la sete di un'anima sempre orfana nel deserto della folla,
esalarono come da un altare nel nuovo lungo dialogo fra i due amanti
ebri del solito filtro, che il dolore propina all'amore.

Anche allora, malgrado che il monumento della sua arte si levasse
già alto nel cospetto degli spiriti meno disattenti, egli era uno
sconosciuto, al quale la protettrice amicizia di pochi era stata
forse più dolorosa che la invincibile indifferenza di tutti: sapeva di
essere un grande, e l'offesa alla propria grandezza lo innalzava sino
all'orgoglio di voler essere unico: sentiva quasi come una malattia
la propria originalità, e soffrendone volle farsene un'arma contro i
rivali e il pubblico stesso, imponendogli di tutto accettare o di tutto
respingere nel dono magnifico e ancora misterioso di un'arte nuova.

Era veramente nuova quest'arte, che per cercare il dramma moderno
indietreggiava sino al mito, e risuscitava tutti i fantasmi romantici,
mentre il romanticismo, superato da Balzac, agonizzava nella lirica di
Hugo, e un'altra modernità discendeva sull'Europa dal profondo, lontano
mistero della gente slava?

Wagner pensò che la musica, essendo l'estrema fra le espressioni
dell'anima, potesse diventare la suprema voce del dramma: ma forse lo
volle più che non lo pensasse.

Mancava a lui la prima caratteristica del genio, quella
inconsapevolezza della creazione, senza la quale l'arte non può davvero
rinnovare i miracoli della natura. Temperamento gladiatorio, ingegno
polemico, pensatore critico, Wagner non aveva d'ingenuo che il proprio
gran cuore: la povertà gli acuì la superbia, e un'ambizione imperiale
gli scoprì nei rivali un'inferiorità di condottieri soggetti al
pubblico e venduti alla sua finanza. Tutti gli parvero falsi intorno
e prima; il teatro solo poteva, come il tempio antico annunciare una
nuova religione, la musica soltanto compiere un'altra rivelazione; e
poichè la vita non arriva a significare sè stessa nel dramma, la musica
doveva dirne il segreto impossibile alla parola.

Ed ecco l'errore del pensatore, che moltiplicherà poi i sofismi del
polemista fra le violenze del critico e i colpi del gladiatore.

Se la musica è l'espressione ultima dello spirito, che in essa
effonde tutto quanto non potè esprimere colla linea, col contorno,
col colore, colla prosa, colla poesia, il dramma invece producendosi
dalla inconciliabile originalità degli individui, che vi si debbono
appunto spezzare per tale impossibilità di fondersi, non può venire
espresso dalla musica, supremo linguaggio dell'indeterminato e
dell'indefinibile. Il dramma s'attenua già nella poesia e svapora nella
musica, che non sa precisare i caratteri e deve chiedere alla pittura
quello degli ambienti: essa è un vapore, o un profumo, che s'innalza
dalle parole come da incensieri rotti nella frenesia di un dialogo:
sale, solleva, inebria, rapisce lungi, lievemente le anime, e le voci
sono come veli che le sostengono, e il pensiero sogna soltanto, non
ricorda, non sa più.

Il dramma, infatti, perde nella musica ogni grandezza di orrore e
qualunque fisonomia d'individui: gli antichi lo sapevano, costruivano
la solita favola, vi gettavano sopra un vario drappeggio, e poi
cantavano aggiungendo il canto alla parola, perchè il canto senza
parola è appunto la musica, che continua la lirica e la dissolve.
Finchè la parola è possibile, vale più del suono: la parola significa
l'idea, il suono non esprime che il sentimento, onnipotente anch'esso
nella sua incertezza, ma inferiore al pensiero che sulla incertezza può
elevarsi dominatore.

Il melodramma non fu, non è, non sarà mai il dramma, ma l'espressione
di ciò, che l'azione e la parola del dramma non arrivano a dire, e che
la coscienza soffrirebbe troppo a non dire. Perchè dunque pretendere,
come Wagner, che nella sua scena melodrammica la frase musicale ripeta
individualmente e raddoppii il valore della frase letteraria, mentre
questa invece di esprimere un'emozione significa forse un'idea, e la
musica non può andare al di là dell'emozione? E come intendere nemmeno
il commento della parola fonetica alla parola sillabica, se nessun
cantante potrà mai, cantando, pronunciare schiettamente un periodo?

Wagner, invece, volle che il suo melodramma fosse un dramma, nel quale
la musica avrebbe tradotto in sè stessa il valore di ogni idea e di
ogni parola: era impossibile, e ne uscì un canto dialogato, lungo,
fitto di spunti melodici, con intenzioni troppo brevi e frammentarie
per essere sempre intelligibili; e anche quando nell'ascendere
della passione il canto doveva librarsi lieve, lucente, abbacinante
come una fiamma, Wagner lo mantenne sottomesso alla parola, pretese
che significasse tutta la logica dell'azione e avesse il valore
dichiarativo di un'immagine. E quasi tale errore non fosse sufficiente
ad alterare la natura fatalmente tenue e convenzionale del melodramma,
dalla scena precipitò questo nell'orchestra, riducendo il cantante a
non esservi più che un istrumento umano tra tanti istrumenti meccanici:
così la musica, che con Wagner si era vantata di spingere il dramma
alla rivelazione dell'ultima verità, ne smarrì le persone dentro un
poema sinfonico, e il solo vero trionfale personaggio del teatro nuovo
fu l'orchestra.

Il mondo resistè, quindi parve cedere, delirò per l'arte nuova e
innalzò Wagner sino alle adorazioni di un Messia: adesso, invece,
comincia a vederlo quale fu, un grandissimo ingegno, del quale
la creazione non potè attingere la suprema verità appunto per le
deformazioni imposte da un sistema critico è da troppe esagerazioni
della volontà.

Egli non fu Balzac e nemmeno Tolstoi; somigliò a Zola per la caparbietà
lottatrice, pur superandolo nella nobiltà delle intenzioni e dei
risultati: sarebbe stato più originale, se la pretesa di aprire
un'epoca nella storia musicale non avesse diminuita la sua stessa
originalità dentro l'errore di vecchie forme, che a lui parvero nuove:
negò tutti, amici e rivali, per rimanere solo, e solo rimase perchè
i suoi credenti non poterono continuare la sua opera. Egli soltanto,
vincendo in sè stesso coll'artista il critico e colla ingenuità
dell'ispirazione le protervie sistematiche della propria estetica, si
costruì nella storia un posto a parte: il suo dramma era impossibile,
il suo melodramma è più falso di ogni altro, ma la potenza della sua
lirica e della sua musica lo fecero grande, e tale lo conserveranno.
Forse nel proprio secolo egli non fu il più ricco melodicamente, ma
nessuno lo superò nell'eroismo della volontà e nella dedizione di tutto
sè stesso alla propria opera.

La quale per durare sul teatro dovrà sopportare molte scapezzature fra
le grida orrifiche dei credenti, oggi diventati già dei bigotti.

Per essi, infatti, _Tristano e Isotta_ sono la vetta dalla quale
Wagner comincia la grande ascensione attraverso la _Tetralogia_ e il
_Parsifal_: per la critica e per il pubblico, invece, è il punto, donde
deviò perdendosi entro il teatro verso un tempio invisibile: Tristano
e Isotta avrebbero dovuto attingere la tragedia e invece si consumano
nella elegia e muoiono nel lamento. Wagner non era veramente tragico.
Ricordate il finale della _Norma_, paragonatelo a quello del _Tristano
e Isotta_, e sentirete la tragica superiorità melodica di quello su
tutta la prodigiosa fattura di questo: la frase della _Norma_ nel
proprio sviluppo sale inesauribile, è onda, fiamma, parola, anima; è
limpida, afferrabile, indimenticabile: il mondo la saprà sempre. Wagner
capovolge la progressione di Bellini, ne fa un fiume, un torrente che
straripa, strugge, soffoca, s'interrompe.

Calata la tela, acquetata l'orchestra, io pensavo ancora con orgoglio
italiano a Bellini.

  19 maggio 1902.




SAFFO


Dall'eroide di Ovidio al canto di Leopardi quale onda lunga di poesia
trasporta questo nome attraverso la memoria dei secoli, e lo risolleva
nel sole eterno della passione quando i cuori vibrano e le anime si
cercano per scambiare il bacio della vita!

Ancora il fantasma dolente della donna, che come Otello amò troppo
e saggia non seppe amare, domina sul tragico sasso di Leucade, dal
quale in una notte serena sparve volando sotto le acque: forse il
mare ascoltò allora i suoi ultimi versi e li ridisse sulle spiagge
agli amanti, che vi erravano attratti dal fascino segreto dell'immensa
solitudine solcata da candide vele, sorvolata da invisibili sogni. E il
sogno della morte s'innalzerà sempre dall'amore come il profumo sale
dai fiori e la canzone dai nidi a primavera, o meglio, forse, come
guardando dall'alto di un monte una densa e vasta foresta, si vede
un'ombra lieve levarsi sulla cima degli alberi.

Lungamente l'erudizione letteraria indugiò intorno alla greca poetessa,
cercando la verità storica nella leggenda e quella umana nel mito: si
discusse, si negò, si vagliarono i pochi versi a lei attribuiti e nei
quali la passione stride ancora come un ferro rovente nell'acqua: si
trovarono due poetesse invece di una, due amori antagonisti persino
nel sesso invece di un antagonismo tragico in un amore unico: la
nostra anima cristiana rabbrividì al contatto di quell'anima ellenica,
il nostro spiritualismo così astratto tentò invano di penetrare la
spiritualità così materiata di tutta la natura in quell'arte antica ed
immortale; poi la disputa si perdè per gli aridi deserti della scuola,
e Saffo rimase come prima nella memoria dei cuori una tragica figura di
amore tradito per la sua stessa superiorità.

Saffo era la poetessa col volto riarso e scomposto dalla passione: i
suoi occhi avevano l'ardore insopportabile dei meriggi sulle scogliere,
nella sua voce suonavano tutti gli accenti del mare, fra i suoi
capelli neri si addensavano tutte le ombre della notte: era la donna
armata indarno contro l'uomo di ogni arma dell'uomo, della volontà e
dell'ingegno, del pensiero e del canto, della potenza e della gloria;
ma non era bella.

E questo bastò alla sua sconfitta.

Faone, il bel ragazzo, non vide in lei tutto quanto la prodigalità dei
cieli aveva accumulato per farne una poetessa, e sentì soltanto quello
che le mancava: la bellezza.

Fu infedele, ma greco anche in questa infedeltà, perchè nella donna
nessuna grandezza spirituale può compensare il difetto della bellezza
concessa alla vita come una promessa di altri mondi e un conforto ai
mali di questo.

Nella notte serena, sulla strada battuta da un violento acquazzone
del meriggio, vedevo ancora il piccolo sasso di Leucade dipinto
sulla piccola scena del piccolo teatro, che Brisighella ha riaperto
orgogliosamente in questi giorni all'opera bella e oramai dimenticata
del Pacini.

La notte era così calma e l'ombra così diafana che tutta la valle si
apriva allo sguardo: non una bava di vento, non un canto o una voce. Le
ruote della bicicletta fuggivano mute per la discesa, che dalla piazza
del paesello cala larga e pigra al ponte: ero solo, senza fanale, e
fuggivo nella notte. Come mai si era potuto scegliere per la stagione
delle acque e dei bagni a Brisighella questa opera del Pacini, che
naturalmente non esprime la tragedia di Saffo, e invece getta come
fiori all'aria in ogni scena frasi e canti pieni di gorgheggi, mentre
l'azione s'imbroglia nella solita favola di tutti i melodrammi fra
coristi vestiti di bianco, nell'atrio di un tempio vegliato da un gran
sacerdote coperto d'oro, come generalmente lo furono in tutti i tempi
i grandi sacerdoti?

Non lo so e nemmeno vorrei saperlo, perchè forse nemmeno lo sanno
coloro, che vollero così; ma quest'opera data in un villaggio montanaro
esumando dall'oblio un illustre troppo presto e troppo ingiustamente
cadutovi, era improvvisamente risorta fra le lontane memorie della mia
giovinezza.

Perchè non rivederla, riudirla forse, fra i commenti di un pubblico
non ancora guasto da polemiche musicali, fra le ingenue difficoltà di
un teatro troppo piccolo, obliandosi come in un ritorno degli anni
primaverili senza chiedere più nulla alla primavera, senza esigere
nè dalla musica nè dai cantanti ciò che non possono dare, la potenza
ferale della tragedia e l'ineffabile delizia di una espressione, che,
superando pensiero e parola, si perde nelle vaghe lontananze dello
spirito insino all'ultimo lido misterioso? Io non sono di coloro,
che pretendono il dramma nella musica e vorrebbero persino imporle di
significare le formule, dalle quali esce il dramma stesso: da lungo
tempo ho acquistata l'indulgenza stanca ed ironica per tutte le forme
pubbliche dell'arte, per gli architetti e pei tenori moderni, pei
teatri e per ciò che vi si compie senza che la grandezza della città
o della spesa influisca mai davvero sulla bellezza dello spettacolo.
Quasi sempre un'opera data in un villaggio non è peggiore di quella
rappresentata in una capitale, adesso che non vi sono più grandi
cantanti nè grandi scrittori di musica: bisogna quindi scegliere fra
due difetti, la falsificazione della grande arte e la sua infantile
imitazione.

Ebbene, questa vale quella.

E poi quali teatri sono aperti nell'estate?

Che cosa cercare in un teatro, quando non si può esservi più un attore
nella platea o nei palchi, perchè i vostri occhi veggono e le vostre
orecchie odono troppo bene, e cogliete troppo presto i difetti in tutte
le bellezze e le stonature in tutte le note? Il solo divertimento è
quindi di sentirsi immerso, sommerso, fra una gente che si diverte
ancora e non domanda nemmeno a Faone di essere un tenore, a Saffo di
avere i capelli attorcigliati sulla sommità della nuca, a Pacini di
avere scritto un dramma greco, al sasso di Leucade di essere abbastanza
alto perchè Saffo possa ammazzarsi cadendone.

Il teatro piccino ha un delizioso orgoglio di signorilità
nell'architettura e nella decorazione: è composto di un solo ordine di
colonne, ma si congiunge per due cerchi di palchi al palco scenico:
sul cornicione di questo si legge una scritta, che i miei occhi non
decifrano più, sebbene in giro fiammeggino le lampadine elettriche
improvvisate come una ghirlanda intorno al gran nome e al fantasma
anche più grande di Saffo. Il fantasma, infatti, ha i capelli e gli
occhi neri: quelli lunghi, questi profondi: sui capelli gira il solito
frontile d'oro, dagli occhi, che non debbono avere più di venti anni,
tratto tratto saettano fiamme, quando il canto della passione sale
tempestando e dalla platea sale il murmure dell'ammirazione.

Mi si dice che la cantante si arrischia per la prima volta sulla scena,
affrontando così il gran salto di Leucade colla confidente sicurezza
della gioventù. La sua voce non ne trema, la sua figura alta diventa a
volte superba nel dolore di certi atteggiamenti. Forse all'ultimo atto
sembrerà più grande dello scoglio stesso, ma non importa: il motivo
melodico del finale avrà elettrizzato il pubblico troppo contento del
proprio teatro e dell'opera per avvertire questa dissonanza fra la
statura del sasso e quella della donna. E il pubblico avrà ragione,
come ai tempi di Shakespeare, come sempre.

Il bel colle, il bel sasso è fuori, al di sopra del teatro.

Brisighella gittata come dalla mano capricciosa ed onnipotente di un
gigante sotto la sua cima, vi ha raggruppato alla meglio le proprie
case componendo una nuova bellezza nel paesaggio. A mezza costa da un
masso dirupato s'innalza la torretta dell'orologio, che vorrebbe essere
vezzosa ed arriva a parere amabilmente goffa; più in alto domina,
bello, severo, elegante, quasi intatto un torrione, avanzo di una
rocca, che fu forse una meraviglia e dalla quale forse uscirono alcune
di quelle bande del Rinascimento a rendere per tutta Italia glorioso
il nome dei fanti di val Lamone: poco più in alto ancora una chiesa,
un eremo, che non ebbe mai eremiti, e adesso ne ha due che girano
questuando, almeno mi si dice, e lassù custodiscono una madonna cara a
tutti i dolori e a tutti i sogni della povera gente. Intorno, mattina
e sera, le cantano gruppi di ulivi, agitando nell'aria pura le piccole
foglie impolverate d'argento: poi il monte digrada a cinghioni corsi
da file di viti intensamente verdi, e altre viti si distendono per
ogni china, dentro ogni seno, si arrampicano sugli alberi, serpeggiano,
sospendono dovunque i grappoli, mormorando sotto il sole i canti della
vicina vendemmia.

Lungi i contrafforti si ricongiungono all'Appennino, il fiume passa
largo, quasi silenzioso, sotto Brisighella, che adesso ha una stazione,
uno stabilimento — si dice così? non lo so — di acque, un teatro
d'opera, un tumulto insolito di forestieri, una lindura cittadina sulla
propria bellezza di montanaretta dal sangue ardente come il suo vino,
dagli occhi pieni di fiamme come le schegge vitree de' suoi gessi.

Di notte lassù, più alto del torrione, il colle pare diruparsi come
lo scoglio di Leucade, e non v'è nemmeno bisogno di essere poeta per
vedervi qualche fantasma: sotto, il vento canta fra le viti e gli ulivi
come sul mare; la stagione è ardente; le passioni, e l'amore più di
ogni altra, possono infiammarsi, cantare e sognare.

Perchè no? Quante fanciulle salgono forse la notte lassù ad esalare
il loro canto d'amore, col cuore tempestoso, e abbassando lo sguardo
sentono il fascino dell'abisso, e adesso ripetono il nome di Saffo, che
ieri non sapevano!

Nome pericoloso forse più del salto, al quale deve la propria
gloria e che nessuno ritenterà di lassù agli appelli susurranti
dell'ombra, perchè invece di sprofondarsi nel mare cadrebbe nel teatro
rovesciandone lo scoglio dipinto e interrompendo il canto di Saffo non
più poetessa, nè greca, e probabilmente nemmeno innamorata di Faone
dopo averlo riudito come me, a tanta distanza di secoli, e tuttavia
così da vicino.

Non importa; chi vuole ritornare meco a Brisighella?

  11 agosto 1902.




L'ARCIERO


L'esile e sbilenco pescatore aveva appena finito di stonare la
malinconica romanza dalla barca nera, che dietro lui apparve l'arciero
vestito come un gentiluomo fantastico, col berretto ornato di piume e
l'arco infisso entro una cassa da fucile.

Al solito, nell'angusto teatro della vasta signorile metropoli
romagnola s'alzò un applauso vibrante all'eroe, che, sbandito dalla
storia e dalla leggenda, sopravvive immortale nella musica e ancora
gitta dall'alto dei monti il grido della libertà alle moltitudini
sempre impazienti di nuove riscosse. Ma il popolo della scena non era
bello: nello sfondo, sui picchi più acuti, invece della neve sembrava
essere caduta della calce; il ponte dipinto in mattoni era di una
novità, che sentiva ancora il collaudo; le montanine sedute agli
arcolai li nascosero tosto non so dove, e la madre comparì con Jem,
l'unico figlio, una donnina piccoletta e più rotonda forse del pomo,
che al terzo atto il padre doveva meravigliosamente con una freccia
levarle di sopra alla parrucca bionda, spiovente in riccioli intorno al
suo viso di mela rosa.

Il teatro era pieno di ciclisti venuti da ogni parte d'Italia al
convegno di Forlì per la grande sfilata domenicale dell'indomani; e per
tutto il pomeriggio le strade larghe e silenziose avevano suonato di
trombette gutturali, mentre qualche grido festoso salutava le squadre
polverose degli ospiti drappellati dietro una bandierina e un capitano
senza galloni.

Ma le decorazioni non mancavano: ne ho visto su tutti i petti, vecchi e
giovani, nei più varii colori di una simbolica minuscola ed intricata;
abbondavano le aquile e le ruote a smalto su targhe e medaglie: alcuni,
i neofiti forse, le portavano in giro sui berretti come Luigi XI di
Francia, il cupo re, usava colle madonnine benedette; tutti recavano
sulla manica un bracciale collo stemma della loro città. Il giglio
rosso di Firenze spiccava sopra un fondo di argento e pareva un vivo
fiore di sangue. Bel fiore e bel sangue di poesia e di gloria, che
si riaccendevano nelle fantasie, e sembravano mettere nell'elegante
gaiezza di quei pochi fiorentini un orgoglio di superiorità senza
offesa, una amabile condiscendenza di ospiti, che sanno di venire di
lontano, dalla città degli incanti e dei capolavori.

E Forlì aveva preparato loro, col _Guglielmo Tell_ un altro incanto
antico di visioni e di suoni nel capolavoro di Rossini, un romagnolo,
che non volle mai esserlo, e al quale la Romagna, così povera di figli
illustri, si ostina ancora con irritata vanità a volere essere madre.

Certamente nella sua natura e nella sua opera di maestro non sono
visibili le tracce dello spirito romagnolo, nè per le buone qualità nè
pei grandi difetti: e se nacque a Lugo e invece nel testamento elesse
Pesaro ad erede, probabilmente non vi fu ingratitudine nel primo caso
e gratitudine nel secondo, giacchè egli, malgrado gli argomenti e i
titoli dei melodrammi, non aveva mai sentito lo spasimo delle passioni
patriottiche, che purificavano l'anima nazionale nell'alba del secolo
scorso. Rossini era di quegli artisti, nei quali la testa è tutto il
corpo e tutta l'anima, e si fanno ammirare anzi che amare, compiono
forse una rivoluzione ma non ne attingono il fondo, determinano più
una moda che una scuola, sapendo troppo bene la scienza del mondo
per compromettere contro di esso i trionfi del presente nel sogno
di una più eccelsa immortalità. La sua vena melodica era ricca, ma
non gli vietava di assimilarsi, magari col furto, le gemme più belle
di altri scrittori; la costruzione scenica gli riusciva facile e la
sbarazzò di molti vecchiumi senza liberarla abbastanza dalle inutili
convenzioni; sapeva che la voce umana sarà sempre il migliore di tutti
gl'istrumenti orchestrali e invece, togliendole la propria umanità, le
impose troppo spesso nei gorgheggi e nei trilli le esasperanti abilità
degli istrumenti; avrebbe potuto maneggiare l'orchestra al pari che
Napoleone, cui fu paragonato, un esercito, e non ne abusò, come più
tardi i suoi successori e nemici, sepellendovi dentro quasi tutto il
dramma; adorava la musica, non aveva per sè stesso altro linguaggio, ma
non delirò dietro di essa fantasticando di potervi esprimere i segreti
del pensiero e precisare davvero le antitesi della tragedia.

Dopo di lui il melodramma pretese di essere un dramma, nè oggi ancora
questa pretesa è caduta dalla moda teatrale e dalla credulità del
pubblico.

Rossini somigliò a Goethe nell'olimpica indifferenza verso il mondo e
nella padronanza sugli argomenti prescelti: e se naturalmente questo
è troppo maggiore di quello e la musica per essere senza pensiero non
può veramente rivaleggiare colla poesia, in entrambi la rivoluzione
artistica si compiè senza spasimi, e i loro capolavori non ebbero
abbastanza passione per commuovere ancora le generazioni seguenti.

Consacrati dalla gloria, adesso sono letti più per studio che per
piacere, insegnano l'arte meglio che non rivelino l'anima, hanno
l'equilibrio sapiente delle misure, non sono e non saranno forse mai
vecchi, perchè non espressero tutta la vita del loro tempo, non furono
come dei roghi, nei quali i cuori venissero a gettarsi per ardere e le
menti per illuminare.

Tutta la passione di Goethe bruciò nel _Werther_, tutto lo scetticismo
di Rossini scintillò nel _Barbiere di Siviglia_, ma nei drammi eroici
dell'uno e dell'altro nel _Goetz di Berlichingen_ e nel _Guglielmo
Tell_, nel _Tasso_ e nell'_Otello_, nella _Ifigenia_ e nel _Mosè_, nel
_Conte di Egmont_ e nella _Semiramide_, la passione eroica non attinse
nè le cime antiche nè le moderne, la scena fu più ampia che profonda,
la coscienza non vi lacerò i propri veli come in Shakespeare, non fu
rivelazione umana e divina come in Dante.

Così cerchereste indarno, fra i motivi melodici di Rossini, il dolore
di Bellini, la melanconia di Donizetti, lo spasimo convulso di Verdi:
più di essi è forse sicuro nel dominio della frase, più fertile nel
suo sviluppo, originale negli spunti e nelle conclusioni; ma i suoi
personaggi amano e odiano con minore intensità, i loro gridi non
tagliano come spade, la loro morte non lascia in noi, colla simpatia
della pietà, lo stesso terrore del mistero. Quindi nel meriggio della
virilità e sulla vetta della gloria tacque per quarant'anni in un
sapiente silenzio interrotto soltanto dai lazzi della conversazione,
mentre sentiva forse con amara tristezza superata l'opera propria. Che
se potè ridere alle deviazioni dei nuovi avversari, i quali domandavano
alla musica ciò che la musica non può dare, la grande passione
poetica e musicale del secolo decimonono dovette indubbiamente passare
attraverso il suo tramonto come un uragano sanguigno e rutilante, che
scomponeva tutti i paesaggi mutandone persino le voci.

Allora il suo egoismo di uomo e di artista egualmente esauriti tremò
sotto la maschera scettica, e il vecchio maestro cadde troppo tardi per
rialzarsi chiedendo alla passione le supreme rivelazioni della vita.
Bellini, Donizetti, Chopin, Schumann, invece, ne erano morti; Wagner
errava ancora come un bandito, Berlioz delirava nell'abbandono, Verdi
restava solitario e triste nel trionfo, e Bizet, l'ultimo originale
ingegno del teatro francese, si preparava a morire sotto la sconoscenza
del pubblico.

Eppure nel _Guglielmo Tell_ Rossini raggiunse quasi il capolavoro,
e tale sembrerebbe ancora oggi, attraverso tanto mutamento di mode
teatrali, se nella sua musica la passione fosse più viva. Viva parve
allora alla folla e agii eletti, che amavano la patria assai più di
una donna, mentre l'eroico amore era punito atrocemente da tirannidi
indigene e straniere; viva la dissero i poeti e la temettero coloro,
pei quali la risurrezione dell'Italia avrebbe fatalmente segnata
l'ora della morte. Oggi, invece, il melodramma nella sua compostezza
classica appare freddo, pur riattirando col fascino di una novità le
orecchie e le anime affaticate dai garbugli sinfonici e drammatici,
che occupano ancora la scena moderna e pretendono di fare nella musica
una rivoluzione superiore alla musica stessa. Ma essa non sarà mai
che il linguaggio del sentimento, al di là della parola, quando lo
spirito vibra d'indicibili emozioni negli spasimi di un dramma vero o
immaginario: sarà la lingua universale, che accorda i cuori accomunando
gioie e dolori, ritmi e canti sul teatro, nell'illusione di una favola
che non può superare nei propri personaggi il pretesto del cantare
stesso. Quindi il loro canto consolerà tutti nella folla, appunto
perchè ognuno potrà appropriarselo come un motivo impersonale.

Rossini, che lo sapeva, si vantava di poter musicare anche la lista
della lavandaia, mentre oggi pubblico e critici, quando la musica di
un'opera è fallita, accusano il libretto.

Il grande scettico non musicò poi quella lista, ma avrebbe potuto farlo
con un motivo bello, perfettamente estraneo alle parole come nel suo
famoso _Stabat Mater_. Che importa se la tragica e originale ode della
nuova poesia latina non vi è espressa?

Anzitutto la musica non avrebbe potuto significare la tragedia del
Golgota: poi quel motivo è bello, e il pubblico ascoltandolo pensa
a tutto fuorchè al dolore della Madonna, si commuove, applaude ed ha
ragione.

Tanto peggio per chi non lo crede.

  27 settembre 1902.




LA VOCE


Ancora mi canta nell'anima come un'eco della giovinezza dileguata,
quando da ogni fiore delle siepi ci giungeva sulla strada un saluto,
e via pel cielo, tra il volo traballante delle libellule, fuggivano
agitando i diafani veli misteriose ed inafferrabili visioni.

Ricordate nella _Massimilla Doni_ di Balzac, il vecchio romanzo,
quel patrizio anche più vecchio, che nella inconsolabile malinconia
del tramonto veneziano senza gloria nè di arte nè d'impero si era
rifugiato dentro la musica, e anche lì, inseguito da tutte le vanità e
le insufficienze della vita, non amava, non chiedeva più che l'accordo
di due note, la fusione di due voci? Mai forse il grande romanziere
trovò simbolo più semplice e profondo della miseria spirituale, e
la significò in un più originale fantasma. Tutto passa, e le ombre
dileguano come le figure: tutto stanca, anche la bellezza che ci
accendeva le pupille, anche l'amore che ci sollevava nella speranza
della felicità, anche la gloria che ci prometteva la tirannia del
comando nella solitudine della ammirazione.

Ogni vino più puro lascia una goccia fecciosa nel fondo del bicchiere:
ogni illusione ci domanda il proprio prezzo in un disinganno; la donna
che pareva il fiore della nostra vita, non può diventarne il frutto;
la ricchezza, che era un frutto, maturando si guasta, e guasta quasi
sempre anche la nostra anima.

E allora come un pellegrino, che la strada ha ingannato ed esaurito,
l'anima cerca tra le ombre cadenti della sera, mentre il pianto della
rugiada inumidisce già le ciglia dei fiori e gli uccelli si gittano
spauriti gli ultimi saluti dalle frondi, qualche cosa o qualche figura,
alla quale domandare un conforto di compagnia nella notte imminente.
Accade per tutti così: siamo tutti dei naufraghi, che perdemmo la riva
e la nave: siamo tutti degli esuli dalla giovinezza, che ci trattò
come Firenze fece con Dante: siamo tutti dei vinti, che la sconfitta
dimenticò sul campo di battaglia.

Come quel vecchio patrizio veneziano, ritrovato da Balzac dentro la
propria fantasia di creatore, e che, stanco dell'antico palazzo troppo
pieno di memorie, si era rifugiato in un bugigattolo, e gittando
alle più fresche ed illustri cantatrici il proprio danaro non trovava
l'ultima consolatrice sensazione che nell'accordo di due violoncelli,
tutta la gente, che dura e non può anco rivivere, cerca in un'unica
sensazione un riparo e una stazione alla vita. Gli altri le chiamano
manie, e sono invece avanzi di abitudini, frammenti di una qualche
speranza o di una fede, o di un vizio o di una virtù. Perchè bevono
così i vecchi bevitori? Domandatelo a Baudelaire. Perchè le etère
invecchiate riparano in chiesa? Perchè le bigotte si nascondono quasi
in una sola e solitaria devozione?

Naufraghi e naufragi: bisogna illudersi ancora e sempre, sino
all'ultimo momento, e anche dopo, giacchè questa necessità di speranza
e di fede varca il limite pauroso e s'avanza per cieli ignoti, dietro
fantasmi inconoscibili, all'accenno di un raggio arcano, all'eco di
una voce anche più misteriosa. Qualunque sia l'essenza e il segreto
della musica, questa arte suprema dello spirito, che parla ultima in un
linguaggio intraducibile; comunque i suoi ultimi grandi tiranni abbiano
potuto fantasticare ed errare chiedendole la rivelazione del dramma ed
imponendole le necessità pittoresche della descrizione, questo almeno
rimane ben certo che nel nostro tempo nessuna arte è così universale
come la musica e in essa niente e nessuno più invocato ed amato di un
cantante.

Quando Wagner, ingannando ed ingannandosi, per trasportare il
dramma nell'orchestra riduceva il cantante a non esserne più che un
istrumento, il mondo applaudiva Wagner e decuplicava le paghe ai più
illustri tenori, pagando in perle e in diamanti i soprani, ai quali
popoli e re s'inchinavano; i teatri soltanto erano convegni davvero
pubblici, mentre accademie ed esposizioni apparivano, quali erano,
avanzi di scuole e preparazioni di mercati. Nel secolo decimonono la
Patti ha regnato meglio di qualunque imperatrice, e Masini passò nella
luce abbacinante di un lungo trionfo, dietro al quale, oggi ancora,
palpitano le più intense memorie, risorgono le illusioni dei cuori
invecchiati e delle fantasie deserte.

Soltanto la voce umana ha questo potere misterioso di darci al tempo
stesso l'oblio ed il sogno; nessun istrumento dal petto di legno
o dalla gola di metallo, solitario o sostenuto da altri, può, come
la voce umana, rivelare le ineffabili emozioni della nostra anima,
sollevandoci nel mistero superiore alla nostra vita, o tuffandoci
negli abissi, dai quali il pensiero si ritrae o risale muto. Oggi
ancora che le paghe dei cantanti gloriosi sono così diminuite, nessuna
assemblea orchestrale è pagata come un tenore: perchè? Voi ascoltate
attentamente un'orchestra, e sognate invece dietro la voce di un
tenore. E non il suo talento di attore, quasi sempre fin troppo scarso,
non la perfezione tecnica della sua gola, agiscono sul vostro spirito
destandone i sogni, che s'involano lungi tra ombre e trasparenze, tra
fantasmi e simboli, tra brividi di stelle e di lagrime, ma è la sua
voce soltanto, che desta echi misteriosi nel nostro cuore; è il suo
accento che ci scuote coi brividi dell'inesprimibile; è la sfumatura
di una sua sillaba, forse di una vocale, che ci avvolge e ci rapisce,
dentro un velo di luce o di ombra, lungi dalla vita che opera, nella
vita che sogna, lontano e in alto, dove le stelle ascoltano guardando
e le preghiere salgono più lievi che l'aroma dei fiori.

E voi avete sognato. Chi era quel tenore? Che importa saperlo, se egli
stesso non sa il proprio potere e probabilmente lo suppone in qualche
abilità acquisita collo studio? Chi era il personaggio del quale
portava i panni ed il nome nella falsità inutile ed inconsolabile di un
melodramma? A che pro chiederlo? La musica non può avere drammi, perchè
è soltanto la lirica della lirica, la voce, il canto impersonale ed
universale dello spirito.

Adesso il pubblico sembra tornare verso l'arte antica, dopo tanto
bizantineggiare di teoriche musicali, attratto dalla nostalgia del
canto, e il pubblico ha ragione.

Morire, dormire... sognare, forse, dice Amleto: sognare, sognare
soprattutto, ecco la misericordia della musica verso di noi: ecco la
gloria del cantante, che colla sua voce aduna i sogni e li solleva
dall'anima della gente.

E anch'io ho sognato ieri sera nel piccolo teatro della mia città,
ascoltando Masini forse per l'ultima volta.

Era un sogno soltanto? Ebbene, sarà stato breve, incerto come tutti
i sogni. Quella voce talvolta non pare più la stessa, giacchè qualche
cosa si ruppe recentemente nell'anima dell'artista e il suo cuore si
lacerò: adesso egli è più solo nella vita. Ma canta sempre. La sua
dizione, il suo accento, la sua voce ripetono l'antico incanto: le
nostre memorie risuscitano, ci sentiamo nel passato, superbi, vibranti;
egli è ancora l'incantatore delle anime, preso anch'esso come noi
nell'incantesimo, e non sa più sè stesso.

Può quindi bastare un tremito a dissipare il bel sogno, un velo che
gli ondeggi sul cuore, una lagrima che sia rimasta sopra una parola;
e qualche cosa ci trema dentro come in un brivido d'incertezza, in
un dubbio breve di noi e di lui, quasi nell'angoscia di un risveglio:
ma una sillaba squilla improvvisamente superba, un gruppo di note si
effonde trionfale in una invocazione, e il sogno prosegue nell'incanto
dietro l'incantatore.

L'arte è così, niente altro che un sogno.

Insino a qual giorno canterà Masini?

Non lo so, ma quando i giornali annunzieranno il suo ritrarsi
dall'arte, un silenzio cadrà sulle anime: poi da tutte,
involontariamente, come da un coro, risalirà il saluto di _Lohengrin_,
scendente al sacrificio terreno, saluto dolcissimo e mesto:

    Mercè, mercè, cigno canor...

  20 giugno 1902.




III

AD LIMINA MORTIS




SOGGEZIONE


Non è un poeta.

Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di
mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia:
_Moriturus cithara tradit._ Il bianco vegliardo mandando a Teodoro
Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e
tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la
canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra
vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non
suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere
abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso
quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare
sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra
ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni
anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si
oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite.
E poeti come Gabriele D'Annunzio sognano di lui davanti alla immensa
mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città
ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta
vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal
papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa
nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa,
che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi
disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come
una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli,
dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo
attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini
brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo
prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei
poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se
dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.

Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita
di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva
appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare
la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e
scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove
forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come
in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello
spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole
più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava
aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà
colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella
propria incapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una
barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il
nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea
democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva
rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi
modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali
si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano
doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto
delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le
ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.

Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete
e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del
vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che
cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto
l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del
proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese
politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi,
nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la
chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea
a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della
vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli;
nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre,
moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale,
gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza.
Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro
l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano
contro l'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia
di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò
che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel
regno, avevano bandito le crociate.

Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia
degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse
la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il
proclama e non anco consegnò le bandiere.

Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le
diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze
permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i
riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione
di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado,
il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea
religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina
a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore,
splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena
un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del
mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti
i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a
poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere
nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio
XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e
l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta
un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè
tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero,
intrattabile, non vinto.

Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo
nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto
senza combattere colla più umiliante preterizione.

Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di
Leone XIII _alta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet_,
non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace
di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da
levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero,
una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri,
che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i
poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la
sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra
essi riprenda la cetra di Leone XIII.

Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure
d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela
soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale,
perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per
solito è già morta dietro le labbra aride.

Verdi è stato creduto un genio dopo l'_Otello_ ed il _Falstaff_, così
men belli del _Rigoletto_, solamente perchè seguitava a scrivere quando
i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci
conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche
della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.

Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta
che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande
poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimesso
il pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo
fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una
nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si
sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto
dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato
trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste
poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed
era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla
monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di
Leone XIII.

Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi
sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non
sanno oramai a che rattenersi:

— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.

  10 gennaio 1899.




IL PAPATO


Mentre le preghiere salgono ancora da milioni di cuori per l'anima del
morto pontefice, come un ultimo spirituale incenso della sua vita così
pura, e nel segreto del Vaticano si armano le mute rivalità dei nuovi
pretendenti, il pensiero si rivolge a guardare lungi nei secoli la
lunga, tempestosa, trionfale storia del papato.

Comunque possa la posterità giudicare di papa Leone XIII e le presenti
generazioni sperare o temere dal suo successore, il papato da gran
tempo è tale che nessuna virtù o insufficienza di uomo può sviare
la sua corrente o mutare soltanto il grado di trasparenza nelle sue
acque. Il suo primo giorno è antico ed incerto come tutte le origini
delle idee e delle cose destinate a vincere i millennii: e se Gesù non
lasciò nulla scritto e i più precoci evangeli datano da sessant'anni
dopo la sua morte, il papato cominciò certamente all'indomani della
crocifissione, per un'intima necessità di dottrina e di battaglia,
nella nuova setta. Ogni conquista presuppone un conquistatore, ogni
impero una dinastia per superare l'avventura della conquista, che nel
primo momento sembra quasi sempre significare la personalità di un
uomo, anzichè la verità di un'idea.

E poichè la forza del cristianesimo discendeva dalla sua rivelazione
divina, l'unità di questo nella storia poteva essere perfezionata
soltanto da una direzione una, infallibile, permanente, che avesse la
tangibile autorità di un uomo e la più pura impersonalità dell'ufficio.
Il papa continuava quindi il Messia e doveva, per l'inevitabile legge
di rappresentazione che domina tutte le idee, precisare i dogmi
contenuti nella parola poetica di questo, organizzarli a sistema,
fissare i limiti come quelli di un'accampamento, entro al quale
l'intera umanità potesse riparare e bivaccare per secoli.

Così il miracolo cominciò subito e dura ancora. Il cristianesimo, come
tutte le idee veramente universali, ha potuto frazionarsi in molte
sètte, ma il suo nocciolo rimase infrangibile, e il grande esercito
cattolico, stretto intorno al supremo condottiero, non fu mai rotto.

Nella guerra contro Roma pagana i papi discesero nelle catacombe
e minarono i fori superstiti della repubblica e i palazzi dei
Cesari: indarno i barbari poco dopo passarono come ondate di fiamme,
distruggendo ciò che i nuovi tempi non avrebbero saputo mutare,
e opponendo alla giovane religione la loro idolatria preistorica;
indarno dalle rovine dell'immensa civiltà greco-romana vampeggiarono
tutti i gas putridi delle morte filosofie e delle religioni sepolte
ancora vive; indarno il medio evo parve una tempesta di nuvole entro
un tramonto funereo, mentre i lineamenti del nuovo uomo e della nuova
società rigavano la sua tenebra come una sottile rete luminosa;
indarno Roma, diventata papale per mantenere l'antico primato sul
mondo, rovesciò nel papato tutti i vizii e tutte le colpe del suo
lungo impero, mentre il cristianesimo dilatava ogni giorno la propria
conquista e il suo governo cattolico stringeva le maglie dell'armatura
sino a renderla imperforabile.

Il cristianesimo era democratico, ma nemmeno la sua democrazia avrebbe
potuto conquistare davvero il mondo senza contraddirsi nella forma
monarchica. Dalla Tartaria alla China, dall'India alla Persia, da
Cesare a Napoleone questa necessità è così continua ed evidente che
nessuna obiezione le resiste: nella scienza l'idea diventa legge,
nell'arte stile, nella religione dogma, nella politica impero, e la
sua forma è sempre monarchica, assoluta, tirannica, finchè un'altra
idea non la limiti o la distrugga. Il cristianesimo, abbandonato alla
tradizione orale di Gesù, sarebbe svanito nell'eco di racconti e di
miti orientali; raunato nelle assemblee democratiche della Grecia o
nel senato aristocratico di Roma, sarebbe perito nel conflitto delle
scuole, dentro l'angustia di un confine: l'unità imperiale del papa e
del papato poteva soltanto mantenergli l'unità della dottrina e della
conquista. Democratico nella parità dei credenti, il cattolicismo è
repubblicano nella gerarchia del clero, imperiale nel comando del papa,
ma questi non può nulla nè contro la chiesa nè contro il suo regno.
Egli è il servo dei servi, secondo una grande parola, il rappresentante
di Gesù, colui che unifica in sè stesso la dottrina e la tradizione, la
storia e la vita, l'affermazione del divino nell'incertezza dell'umano.

Chiunque egli sia, simbolo ed ufficio lo tengono così alto sopra una
linea così dritta, che tutta la sua miseria di uomo non può mutare
un giorno nella Chiesa: la sua autorità è di giudice che firma
soltanto la sentenza, ma la sua firma basta a troncare per sempre ogni
discussione; il suo pensiero non è più individuale, la sua parola è
un'eco del passato che si perde nel futuro, la sua opera ha soltanto
l'impronta cattolica. Può essere un genio, un eroe, un delinquente,
un mediocre, e la storia della sua Chiesa e quella del mondo se ne
accorgeranno appena: il papato solo è grande, così grande che i papi vi
si smarriscono.

Nulla può essergli paragonato. Per duemila anni ha accompagnata la
marcia ascendente dell'umanità, spesso capitanandola: sovrastò e
sovrasta ancora a tutte le forme politiche, poichè egli solo può
davvero vantarsi universale: è vissuto con tutti i barbari, sotto
tutti i climi, in tutte le epoche: egli solo non è discusso, è stato un
regno, e adesso è soltanto un grado, ieri pareva vicino a soccombere,
oggi risale come un faro.

Perchè le nostre monarchie e le nostre repubbliche sono tutte
egualmente effimere davanti a lui, e passeranno, cancellando forse
anche le proprie orme in una uniformità sommessa ed inerte, mentre
il papato, fuso col cattolicismo, durerà quanto esso, ed emergerà
dall'orizzonte della storia come una vetta nivea ed azzurra, perduta
nell'infinito del cielo.

Bisogna rovesciare il cristianesimo per abbattere il cattolicismo, e
frangere il cattolicismo per trionfare del papato. Ma il cattolicismo,
invece, nel secolo decimonono ha oramai ripreso al protestantesimo
tutte le proprie province, mentre la Chiesa russa davanti alla romana
rivela la propria debolezza religiosa nel proprio papa secolare,
lo Czar. Che questi, raggiunto dalla modernità, cada o si muti, e
l'ortodossia russa, abbandonata ai dissensi delle proprie differenze,
non potrà resistere alla unità del papato romano.

Adesso il papato è nella fatica di un'èra nuova.

Pio IX chiuse la lunga epoca del regno, Leone XIII apri questa, della
quale nemmeno i più temerari ed acuti pensatori possono sicuramente
segnare adesso l'indirizzo. Certamente il cattolicismo è in aumento
sulle altre sètte cristiane, ma la fede al cristianesimo è diminuita.
Se, come religione, questo rimane ancora il più grande capolavoro
dell'umanità, che da secoli sembra aver perduta la fecondità religiosa,
la folla e i suoi primati, l'una nella indifferenza, gli altri nella
ricerca, ne sono usciti da gran tempo, senza poter ricoverarsi in
una più alta fede. Potrà il cattolicismo compiere nel cristianesimo
un grande atto di epurazione e di elevazione? Il papato avrà egli la
gloria di questo tentativo, o dovrà opporvisi fatalmente, come gridano
i suoi avversari?

È difficile valutare la potenzialità di una religione e la forza di
rinnovamento in una istituzione antica come il papato: certo però
qualche cosa muta in lui e si prepara. Leone XIII parve a più riprese
sentire questa oscura, enorme necessità: compose differenze rituali
colla Scozia, arrischiò una conciliazione colla Chiesa greca, arginò
il liberalismo americano, tentò di restringere in più serrata falange
la _Somma_ di San Tommaso, di rinnovare la iconografia, di ridestare il
classicismo, d'inventare una politica capace di rattenere l'espansione
dell'imperialismo germanico e le irruzioni del repubblicanismo
francese. Qualche cosa muta, qualche cosa si rimescola nella paglia,
come cantava ghignando Heine.

Leone XIII origliava.

Parlò di socialismo affrontando il problema della nuova miseria
operaia, così poco miseria in confronto dell'antica, e tuttavia così
infelice ed impaziente di sè e degli altri.

La democrazia operaia soltanto può vantarsi universale come il papato,
cancellando in una impossibile astrazione tutte le necessarie fisonomie
della vita storica; e la democrazia operaia è forse la sola che,
nell'istinto, possa ancora guardare al papato, sognare un papa.

Non è già un dogma per molti che nell'avvenire vi saranno soltanto due
partiti, il socialista ed il clericale? Certamente sono i più vasti
nell'orbita, ma il papato è ancora il più alto, giacchè egli solo ha
una risposta a tutte le domande della vita.

Che importa se la risposta è falsa o insufficiente?

La necessità suprema è di rispondere, e solamente chi risponda regnerà
sulle anime, componendo loro quel mondo visibile ed invisibile, dietro
il quale l'umanità sogna da secoli, coi piedi nel fango e gli occhi
fisi oltre l'azzurro del cielo.

Secondo Malachia, Leone XIII sarebbe stato un lume apparente tra due
crepuscoli, all'ultimo orizzonte: ma lo fu davvero?

Secondo Malachia ancora, a quel lume succederà una fiamma: cerchiamo
quindi di crederlo per mantenere almeno fede al progresso della storia.

  25 luglio 1903.




IL VINTO


Lo hanno già dimenticato.

Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo
come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri
soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza
del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado
di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna
come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di
un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo
dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le
anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un
principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo
nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico
nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la
mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi
divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai
credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto
Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre:
anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non
era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi
la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia,
e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una
reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX
parve lungamente dispettarlo, ma alla morte di questo, come spesso
accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo
era grande, non l'uomo.

Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente
decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e
religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere
temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto
riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa
rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del
Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per
religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero
indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro
delle proprie contese.

Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.

Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre
(e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e
cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto
la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni
scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in
questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la
bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza
delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo,
in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer,
ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa
eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita
così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e
della sconfitta.

Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.

Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la
gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia,
la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio,
l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria
sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già
consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve
quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della
vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di
lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua
parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere;
invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta
sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua
figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali
dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo
ammirava e adorava.

Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato:
Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato,
sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a
riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio
XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera
audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi
originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime
catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di
esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del
dramma o il motivo della scena.

Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e
deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie
oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza
di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale,
inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di
opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome
di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla
sommità delle anime.

La missione era grande.

Saprà il nuovo papa adempirla?

Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi
della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si
suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si
accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una
contro l'altra per trarne una sonorità.

Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far
presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il
parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo
e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza
squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per
impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel
dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.

Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o
di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura
nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato
di un vulcano.

La sua più preziosa qualità è di essere rimasto quale nacque: un
contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il
comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto
in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza,
spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà
dell'ingegno e la mediocrità del cuore.

Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese
che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che
sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore
senza averlo nemmeno desiderato.

Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.

E io penso al vinto, al cardinale Rampolla principe di Tindaro, entrato
quasi papa nel conclave e uscitone meno che cardinale.

Egli aveva voluto la tiara, con lunga, muta, tragica passione: il
suo volto ne portava già le tracce, e adesso non ne perderà più le
stigmate. Per venti anni egli si era quasi annullato dietro Leone
XIII, al quale prestava tutto, dal pensiero all'accento: aveva regnato
e governato fra una lotta senza requie e senza pietà, preparando
nell'ascensione del papato la propria elezione a pontefice.

La sua misura era apparsa ammirabile ai più diversi politici e ai più
rudi avversarii: chiuso nella propria idea come in una rocca, vi teneva
prigioniera la propria ambizione e vi accumulava tutte le armi: odiato
sapeva odiare senza colpire, eleggere un amico in un cliente, accettare
nell'alleato il nemico.

Egli era un forte, dei pochissimi, nei quali l'ambizione diventa
castità anche nel pensiero.

Dopo Waldek-Rousseau, il più temibile parlamentare d'Europa,
sopportò Combes e la violenza aggressiva, stonata, tonante della sua
persecuzione, senza che una parola o un atto tradissero in lui il
rancore del prete, o l'impazienza dell'avversario. Non voleva perdere
la Francia nel conclave, e non la perdette. Invece perdette il papato.

E sarà stata tragicamente bella questa suprema battaglia fra il novizio
e il veterano, il contadino e il principe, l'aristocratico dell'ingegno
e il democratico nel carattere, fra Rampolla e Sarto: un candidato, che
non poteva vincere perchè troppo temuto prima, un elettore che doveva
essere eletto appunto perchè era soltanto un elettore.

Ma i giornali, che hanno inventato a quest'ora tante parole dialettali
per comporre i lineamenti psicologici del nuovo papa, non poterono, nè
prima nè poi, sfondare il silenzio del cardinale non più segretario.
Quel silenzio, come il suo volto, aveva la cupa impenetrabilità del
bronzo.

Ed egli tace ancora.

Domani forse, se muoia quel nonagenario arcivescovo di Palermo,
che nemmeno per l'infermità degli anni potè recarsi al conclave, lo
manderanno là per non vedere la sua ombra, per non sentire il suo
silenzio.

Altri occuperà quel seggio, che egli tenne con tacito onore venti anni:
non importa: i vinti debbono tacere. E adesso è solo.

Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine
forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla
superbia del suo silenzio.

  12 agosto 1903.




SCAGNOZZI E CAGNOTTI


Nell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un
impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.

Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che
sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia
l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico
alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di
redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi
del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da
presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella
mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a
sperare.

Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi
scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti
senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e
la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta,
condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi,
perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono
vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua
celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti
sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la
rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione
sotto le volte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni
di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe
della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso
i buchi del suo mantello da cinico.

I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un
altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità
di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto
dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha
addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il
lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri,
ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente
altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla
carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione
e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile
elemosina.

A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del
clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un
fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi
non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano,
quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale,
e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza
clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare
professione.

Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano
troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo
scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono,
si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nelle sfere dominanti;
egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello
di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi
colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle
casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di
sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo:
non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la
sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo,
non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i
certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto
è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione
che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come
quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure
profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza
e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile;
sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune
dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce
discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero
infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un
reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi
a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la
battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.

A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol
dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita
che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi alla sponda,
se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.

Questi rifiuti indefinibili nella forma e nel colore sono i più
difficili alle investigazioni della scienza e dell'arte; se ne veggono
in tutte le classi e in tutte le strade, non commuovono quasi mai la
pietà. La gente passa oltre. Dove, come finiscono i vecchi soldati, i
vecchi comici, tutti coloro che non ebbero nè casa, nè famiglia, e non
poterono uscire mai dal loro mestiere?

Dove vanno tutti gli erranti?

Certamente questo degli scagnozzi è un tema, che a Roma tutti veggono
e forse nessuno conosce bene: nei tempi andati Roma era la grande città
sacra e parassita: il clero ne dominava tutta la vita, nel clero quindi
tutte le forme di vita erano possibili. Oggi, invece, non più. Ma nuova
guerra, cui la milizia sacerdotale si prepara, impone altre necessità
di sostanza e di apparenza: la clientela povera, ignorante, oziosa,
famelica degli scagnozzi impaccia e disonora: il motteggio degli
increduli vi troverebbe troppi eccellenti motivi, la critica istintiva
delle masse troppe dolorose ragioni.

Pio X lo sentì e tentò provvedere con un atto insufficiente di polizia:
invece gli scagnozzi resteranno per la forza stessa dello scandalo
temuto. Il loro carattere indelebile di sacerdoti li pone invincibili
anche dinanzi al papa: la loro miseria, magari troppo spesso meritata,
rivela nella Chiesa altre piaghe. Se domani si compia intera la
riconciliazione politica del clero collo stato, il lusso e la pompa
esteriore dei grandi gerarchi renderà più visibile la grottesca povertà
di questi paria senza donne e senza figli, i due dolori che forse
rendono sopportabili tutti gli altri.

E si dovrà provvedere.

Come?

I rigori disciplinari non bastano contro chi non è più oramai nelle
file e non si può espellere dal grembo della Chiesa: bisogna piuttosto
che la carità intervenga, raccogliendo e consolando al solito tutti e
tutto ciò che la vita respinge. La carità è la più bella fra le virtù
cristiane: ma è davvero la più attiva virtù del clero?

  12 ottobre 1905.




IV

TRAGEDIA REGALE




IL TRIONFO DELLA MORTE


Ancora dura nell'anima d'Italia, e durerà lungamente misteriosa,
l'angoscia pel suo primo re assassinato.

Mai tragedia si compose e si esaurì più rapidamente, inaspettata e
solenne, fra una festa di popolo acclamante come in una olimpiade
la bellezza dei suoi più giovani campioni, mentre il re, canuto non
vecchio, premiava colla sua parola cavallerescamente gentile vincitori
e vinti.

Perchè egli era ancora un re.

In questa fine di secolo, dopo tanto straripare di correnti
democratiche e tempeste di rivoluzioni e avvento di genti nuove, egli
era riuscito a questo originale capolavoro di apparire ancora un re.
In lui nessun fasto di corte o gloria di guerra; non quell'orgoglio di
stirpe antica, nel quale prosegue purtroppo la durezza di un impero e
di una servitù già tramontate nella storia; non la capricciosa vanità
di comando cresciuta nella simultanea decadenza del regno e del popolo
e che diminuì tanto tristamente nel costume il carattere regale;
non quell'abbandono della avita nobiltà, nel quale troppi dinasti
cercarono una consolazione del privilegio perduto e una seduzione per
riconquistarlo corteggiando l'anonima sovranità della folla. Egli era
vero perchè semplice, e resterà bello perchè originale.

Cresciuto nella rivoluzione d'Italia, figlio di un re che vi rinnovò
sè stesso, dovette presto sentire il soffio della nuova creazione.
Come pel popolo era suprema necessità dimenticare tutte le tradizioni
comunali e regionali per assurgere alla gloria di una nuova
individualità, così il re di Piemonte per crescere a re d'Italia doveva
trovare le ragioni del proprio ufficio in un rinnovamento della idea
regale.

Se una volta, nella gelosa uguaglianza della nobiltà barbarica il re
era primo fra i pari, il re moderno doveva essere primo nel popolo,
significando nella lucidezza del proprio simbolo la sua coscienza
storica, mentre nel governo idee e uomini si sarebbero combattuti per
l'inevitabile selezione della vita.

Umberto fu così.

Egli comprese che un re, specialmente latino, non avrebbe potuto
pretendere al comando degli antichi re separando il suo pensiero da
quello della nazione o cercando l'impero nel trionfo del proprio
arbitrio sulla volontà popolare. Quindi realizzò una formula, che
sembrava assurda forse a coloro stessi che la bandirono come una
magnifica novità del pensiero: «il re regna e non governa»; e regnò
vent'anni alto sulle menti e sui cuori.

Mai forse le idee e gli interessi di una nazione retta a monarchia
ebbero più libero arringo e più incorrotto patrono, mentre il re
guardava ed ascoltava, triste sovente di quanto vedeva ed udiva, ma
frenando in sè stesso ogni istinto di iniziativa per non offendere la
malata suscettività della recente ragione democratica.

Dinanzi al severo giudizio della storia questa nuova virtù del
re moderno fu sempre utile alla nazione? Il popolo ha davvero, in
sè stesso e nei propri eletti, la forza per risolvere i problemi
profondamente segreti o contraddittoriamente palesi della propria vita?

Non oggi, qui, si può rispondere, ma Umberto re elesse primo fra tutti
i doveri questo muto rispetto di ogni decisione popolare espressa dal
governo, sacrificandovi persino quella gloria dell'armi, senza la quale
i re sembrano anche più piccoli dei popoli. Egli, così giovanilmente
temerario a Custoza, sopportò il trattato di pace tanto frettolosamente
concluso con un re barbaro d'Africa dopo la più desolante delle
sconfitte italiane; e dovette poi consentire la povertà dell'esercito
e dell'armata fra lo strepito di tutte le nazioni, che levavano alte
nelle minacce le parole e le spade.

Il re ubbidiva allora, ma il popolo non sapeva ancora comandare; oggi
il re è morto, e il popolo si domanda spaurito: perchè?

Perchè fu ucciso questo re, il quale non era che un cittadino fra i
cittadini, il primo solamente per l'antichità della sua famiglia, nella
tradizione della quale aveva potuto salvarsi il segreto principio della
terza Italia?

Ovunque e sempre che il popolo soffrisse il re era presente: o
province intere sparissero sotto l'onda limacciosa dei fiumi, o città
si rovesciassero distrutte da un crollo sotterraneo, o il colera
levasse sulle proprie orme d'invisibile pellegrino grida lunghe
di dolore e di morte, il re accorreva primo a stringere la mano ai
morenti, ad incuorare i feriti, a raddoppiare in tutti il coraggio
vitale. Era aspettato ed era pronto, era conosciuto ed amato. Nessuna
colpa della politica aveva mai oscurato il suo carattere o diminuita
l'efficacia del suo nome nella folla; nessuna calunnia era bastata a
scemare intorno a lui il consenso della pubblica opinione. Nei giorni
tristi della umiliazione si capiva e si diceva da tutti che il re
soffriva più in alto, perchè la corona diventa un peso intollerabile
alla fronte, che non può alzarsi alteramente; nei giorni nuovi della
speranza, quando si varava un vascello, si forava un'alpe, o si
drizzava nel bronzo sopra una piazza la figura di un qualche grande, il
re riappariva come l'araldo più sicuro dell'unanimità degli augurii.
Egli recava seco il pensiero della propria gente e lo appuntava
nell'avvenire; era il re. Non comandava, ma regnava; anzichè sul trono,
al disopra della folla, era nel suo mezzo, dove il cuore batte, fra le
mani che si tendono e le voci che si fondono nel grido rivelatore.

La moltitudine, che si prostrava una volta ai re, oggi non può amarli
che sentendoli in sè stessa vivere di una vita uguale, e seguendoli
come un simbolo abbastanza puro e vicino per riflettere quanto in essa
si agita di migliore. Dopo Garibaldi nessun re italiano avrebbe potuto
somigliare a Napoleone; dopo Vittorio Emanuele, che fuse l'Italia e
suggellò il millenario periodo delle guerre per la conquista della sua
unità, Umberto I non poteva attraversare il periodo stagnante di questi
ultimi venti anni che regnando così, primo fra i cittadini, quasi
impersonale nel superstizioso rispetto alla costituzione, e cercando
nell'anima della nazione gli accordi fra la tradizione militare
dell'antico impero italiano e le iniziative erompenti dal rinnovarsi
dello spirito popolare nella democrazia del pensiero.

Eppure fu assassinato.

L'omicida, che strinse in un epilogo così breve così vasta tragedia,
non può certamente rivelarne il segreto. Se confessò, come dicesi, di
aver voluto uccidere non l'uomo, ma il re, mai complimento ad un uomo
fu più meritato, e mai elogio di re sarà più profondo ed originale
nell'avvenire.

Un re, che non può essere odiato nemmeno dal proprio assassino, deve
aver compito la difficile opera propria con una nobiltà sovrana anche
sulle anime meno sensibili alla bellezza ideale. Ma questo oscuro messo
di una idea anche più oscura, se volle davvero colpire il re nell'uomo,
per dissipare il simbolo della moderna regalità, non seppe nè pensare,
nè colpire: non misurò l'uomo, non riconobbe il re, non comprese il
simbolo.

La regalità, come Umberto I potè significarla, è una figurazione
della democrazia, che non somiglia nemmeno nella forma alle antiche
monarchie, delle quali il popolo porta ancora le stigmate nella
coscienza. Nessun re è oggi un tiranno, perchè nessun popolo saprebbe,
nemmeno volendo, ridiventare schiavo.

Umberto I era in Europa il più antico per stirpe e il più moderno
per spirito fra tutti i re; e se qualcuno fra questi poteva superarlo
d'impero, nessuno avrà come lui rappresentata, sulla scena di un popolo
nuovo, la nuova figura del re.

Così l'omicida, che assassinando non arrischiava nemmeno di morire,
come avrebbe dunque potuto intendere la profondità di questo simbolo
regale e chiederne alla morte il segreto?

Invece di uccidere il simbolo egli ha reso immortale il re nel cuore
d'Italia.

  3 agosto 1900.




LA VEDOVA


Chiamiamola così.

Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare
che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei
nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.

Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato
al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora.
Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati
nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli
aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da
altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di
un nuovo regno.

Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana,
era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi,
chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo
aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi
improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più
mirabile fra i tanti periodi della propria storia.

Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo;
il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito
alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava
che come un gradino del futuro trono d'Italia, al quale si poteva
salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale
italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.

E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo
nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo
trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi,
tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori
tesori.

Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui,
vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata
sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del
vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.

L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza,
la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza
misteriosa di consolazione.

Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita,
e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella
propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.

Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua
fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo
memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un
corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla
strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero
dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.

Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere,
levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse,
anzichè dal mezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante
nell'orgoglio d'una visione moderna.

V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla
nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda
e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di
privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della
signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.

Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile
superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni
opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano
ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella
originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse
sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.

Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più
riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina
non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della
natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi
nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione
della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica
o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili
per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere
femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella
quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò
in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed
inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la
stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile
segreta efficacia di una suggestione.

Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera
si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei
cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio
lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così
alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia
della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e
morire.

La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma
la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu
davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si
leva pregando come ad un simbolo di salvazione.

E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte
di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso
il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e
tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte
le madri, le fosse consentita.

Perchè Ella non ha che un figlio.

Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza
della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è
stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero
e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le
parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova
solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede
di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa
che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deve
essere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove
più necessarie alle grandi verità.

Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto
I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una
nuova, più salda unità.

La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile
nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi,
più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il
suo giuramento a Vittorio Emanuele III.

Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del
nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.

  8 agosto 1900.




I MESSAGGERI DELLA MORTE


Un vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli
Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima
regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria
del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica
opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate
dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale
impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo
lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano
e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè
cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni
paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento
bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi,
nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte.
Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di
regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il
mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si
dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza
luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è
coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche
lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.

I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del
gelo, meno bisogno della terra?

Forse.

Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante
sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente
nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà
eternamente ignorata?

Ma pochi di quei poeti tornavano.

Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia,
che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo,
senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio
cuore.

E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità
pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti
gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che
l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne
tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte
le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria
bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa
di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era
caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori
la virtù di Garibaldi.

Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era
perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo
Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra
storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della
rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al
popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del
parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della folla con gli
insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano
le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di
partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora
lunga di viltà e di dolore.

Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi
riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria
ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto
nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa
superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.

Così fu sempre nella nostra storia millenaria.

Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in
Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel
medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e
l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente
dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora
nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova
servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella
del cielo.

Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo:
anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più
belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte
quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.

Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?

Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse
più bello del fiore?

Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso
il suo crepuscolo, qual mare, quale terra, quale forma di vita passata,
presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.

Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo
di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del
polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così
alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi
al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola
superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.

L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così
inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò
la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato
inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.

La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.

Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto
lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era
uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato
nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile
del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.

Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la
piccola nave dal nome augurale, _Stella polare_, soffocata dal ghiaccio
riposava ancora sullo stesso fianco ferito.

Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che
mancherebbe nel giorno della partenza.

La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste;
i nuovi argonauti si sentivano dietro le spalle garrire la bandiera
italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti,
sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.

Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.

Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti
d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno
al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la
prima dolorosa parola della sua patria.

Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.

Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza
chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una
leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione
di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di
Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.

Compirono il messaggio, la bandiera della _Stella polare_ si abbassò a
mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia
gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta
del Pantheon.

L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.

Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni,
stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una
ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui
e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti
e l'impeto delle tempeste.

Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena
qualcuno ricorda il loro nome.

Tanto meglio!

Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italia abbastanza nobili per
concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio.
Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a
soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza
plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.

Adesso i più tristi cortigiani girano per la piazza; la plebe ha
buffoni come una volta i re.

Ma poichè la plebe non riconosce più i cavalieri sotto l'eguale assisa
moderna, o credendo ravvisarli, impone loro la propria goffaggine
pretensiosa, così che debbono nascondersi come i poeti, sia almeno ad
essi consentito di barattare da lungi un cenno rapido ed affettuoso.

Nel nome di quanti in Italia compresero la magnanimità dell'impresa
tentata al polo dal duca degli Abruzzi, e la gentilezza del vostro
atto, o messaggeri discreti della morte, io vi saluto!

  15 agosto 1900.




V

IDEE E FIGURE




L'IMPERO IDEALE


Il convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande
fra tutti i poeti.

Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la
coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.

Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso
la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa
di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo,
ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi
atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi
in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero
ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza
era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e
la speranza dell'unità nazionale.

Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria,
strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando
ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e i due mari
i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili
nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando
l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella
memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di
un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia
colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare
soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna
civiltà.

Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua
indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che
riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.

Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere
passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità
del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale
giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio
italiano.

Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni
sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea
italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale,
mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.

Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste
incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti
dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei
torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case
e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e
come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo
lascia passare qualunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti
gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come
un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.

Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio,
e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono,
congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica,
apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?

In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente
straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno
dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme
della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità
del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti
i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si
ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico
avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi
poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista
appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e
ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti
del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.

Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua
anima, il profeta della sua risurrezione.

Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del
Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi
spiriti condottieri della nostra storia.

Nella lunga umiliazione della servitù nazionale egli era sempre il
vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore
della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente
al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della
spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il
pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che
riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.

Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua
figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.

Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio
di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente
moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè
entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà.
Risponderemo.

Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla
parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e
battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.

La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa
ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano
anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La
parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere
una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella
quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la
scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la
vita spira.

Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo
d'Italia, e i nostri orecchi odano la voce dei nostri fiumi, e la
nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con
esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della
nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere
la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per
salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro
breve compito d'individui.

Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma
la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria
idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione
del pensiero e della parola italiana.

Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel
suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento
del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra
d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.

Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua
città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema
stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di
Dante.

L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere
dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del
poema.

Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di
Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de'
suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce
divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un
astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive
ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggia al di là dei nostri
orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza
sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra,
vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.

Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città;
levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari,
ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una
promessa di avvenire.

La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.

  29 settembre 1900.




A STAGLIENO


Giuseppe Mazzini. — Null'altro sul frontone egiziano, che grava i due
pilastri, scanellati come doriche colonne, della sua tomba: e pare
una porta chiusa sulla caverna di un monte, ma il monte è lontano, e a
fingerlo l'architetto coronò di sassi il frontone. Perchè?

Dinanzi alla porta nera un salice piange sulla tomba bianca della
madre, che attese per venti anni il figlio esule dall'Italia, per lui
solo redenta nell'idealità di una nuova vita: esule e orfano come tutti
i geni creatori condannati a nutrirsi colla ingratitudine e a dominare
dal deserto. Intorno la valle è squallida, i monti nudi, e il piccolo
torrente senz'acqua: nel cimitero la folla delle croci pare densa come
quella della gente in un giorno di festa per le strade; quell'altra
dei monumenti, allineati sotto i portici, è così fitta, che la loro
volgarità, ricca e fastosa, diventa quasi sopportabile; ma troppe tombe
stringono quella del grande in una intimità, che la morte non basta a
giustificare.

Egli doveva essere solo, lontano dalla moltitudine, che amò colla
inesauribile passione dei redentori, e dalla quale non potè essere nè
amato, nè compreso, perchè ogni messia deve essere vittima, e il dolore
soltanto può rinnovare la fede, la morte solamente compiere nella vita
un'altra rivelazione.

Hanno detto che egli medesimo desiderò di essere sepolto a Staglieno
presso alla madre: perchè dunque fu lasciata dinanzi alla porta come
una straniera, che la morte stessa ricusava di riconoscere? La tragica
donna silenziosa aveva ben guadagnato, in tanti anni di angoscia
solitaria, il diritto di riunirsi al grande figlio nell'ombra e nel
silenzio, dietro quella porta, alla quale si arrestavano finalmente
l'ingratitudine dei redenti e la persecuzione dei loro nuovi maestri.
Adesso invece la tomba del sublime poeta non è che un anacronismo
architettonico fra i troppi, che deturpano il cimitero: una cornice
dorica per la più moderna delle figure, una porta dietro la quale vi è
un vuoto, e sulla quale uno scenografo infelice credette di significare
una montagna rocciosa con pochi sassi ferrigni.

Non così, non così doveva essere sepolto colui che evocò tutti i morti
e soffiò l'alito della giovinezza in tutti i malvivi d'Italia, quando
l'ombra della servitù secolare era così fitta, che i volti e le anime
non potevano più riconoscersi; non così doveva essere sepolto colui,
che dette un esercito a Garibaldi e un regno a Vittorio Emanuele
soltanto colla forza di una parola luminosa come il sole, eloquente
come il mare, irresistibile come l'uragano.

Se non osò nelle estreme malinconie della vecchiezza punire la patria
morendo a Londra, ignoto fra la moltitudine della oceanica metropoli e
colla umiltà di un imperatore troppo grande per ogni impero, chiese al
re della sua Italia il permesso di potervi rientrare sconosciuto per
morire a Pisa, dove Leopardi, il suo minore fratello, aveva indarno
cercato la salute; poesia e storia, passione di gloria e di amore
vietavano egualmente di seppellirlo a Staglieno dentro una falsa tomba
classica, fra un volgo di cadaveri, ai quali nessuna rettorica di
epigrafi o di sculture potrà mai dare diritto di vita nell'immortalità
della storia.

Non so, ma errando per quel cimitero il mio spirito si faceva sempre
più triste, mentre dalla giovinezza ormai troppo lontana mi tornavano
in lenta processione, come di pellegrini mendichi, le memorie dei
giorni, nei quali gli echi d'Italia ripetevano ancora le ultime parole
di Mazzini e qualche cosa singhiozzava nell'anima nazionale ad ogni
viltà della sua ingiusta fortuna.

Poi egli morì, e i giovani lo dimenticarono.

Altre brame, altre speranze pullulavano e urlavano su per le piazze:
un'altra incredulità si opponeva alla sua fede, un'altra superbia,
troppo facile, di conquiste immediate, al suo tragico orgoglio di
purità e di sacrificio. La sua dottrina non aveva potuto essere una
religione, ed era senza veri credenti: la sua politica aveva avuto
l'onnipotenza dell'ideale, e oltrepassando la realtà, nella quale
dovette compiersi e degradarsi, non era più che un sogno; la sua parola
evocatrice di eroi, di martiri, passava troppo in alto, e atterriva
quasi invece di consolare.

Dopo di lui vi furono, vi sono ancora mazziniani; ma li riconoscerebbe
egli?

E io mi lagno ancora che non lo abbiano sepolto sotto lo scoglio di
Quarto, dal quale il suo pensiero portò sulle acque il naviglio dei
Mille. Non so, ma parmi che là soltanto, sul mare, sotto il sole, alle
bufere mediterranee, egli sarebbe contento: come Cristoforo Colombo, il
suo grande antenato, guarderebbe oltre l'orizzonte marino il profilo di
altre terre, di altri mondi: con lui aspetterebbe dal vento i messaggi
dei popoli sconosciuti. Che importa più l'Italia a Mazzini? Egli la
dimenticò nel suo ultimo sogno di una alleanza repubblicana universale.
Che importa se l'Italia è monarchica, e la sua monarchia ha il nome di
Savoia?

Il continente scoperto da Colombo non porta forse il nome di un
mercante fiorentino?

I grandi morti non hanno più bisogno della nostra gloria fatta di
vittorie, nelle quali la gioia sale al vincitore dal pianto dei vinti;
i nostri cimiteri sono troppo piccoli per coloro, che la nostra vita
non potè contenere nell'augusta opera di una generazione. Garibaldi
vigila, cavaliere che la morte non potè addormentare, su Roma dal
Gianicolo: Mazzini doveva vegliare sul mare, che recò il pensiero
creatore d'Italia a tutti i lidi, e ne aspetta ancora le grandi
risposte nei tempi futuri.

A Staglieno gli altri morti non debbono averlo riconosciuto.

Infatti le loro tombe sono troppo ricche, troppo brutte, troppo
affollate di statue perchè abbiano ancora potuto vedere quella porta
nera sotto quel frontone dorico. A lettere di bronzo vi è inciso
soltanto: GIUSEPPE MAZZINI.

Chi era?

La più grande anima d'italiano dopo Dante.

  2 dicembre 1900.




GALLIA VICTA


Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.

Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola,
riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale
trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti
lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un
suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande
figura, pochi medaglioni di David d'Augers.

L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato
e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento
lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese
e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per
vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi
tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia,
pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più
illustri di Francia.

Era vero e fu indarno.

Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico
all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi
della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante
per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche
glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi
al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice
grottescamente grande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore
in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera.
Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau,
questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la
Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac
la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?

L'ignoro.

Meglio così.

La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati
nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo
raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo.
Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali
col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante,
e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua
faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco
più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le
mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più
alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i
miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più
umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento,
prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro
e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli
storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e
la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in
fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare
più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci,
e rimanesti invincibile sino a me. Io sono la modernità, che ha compìto
l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa
e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono
la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo
novatore, il genio d'avanguardia nella vita».

Balzac fu così.

La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la
scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come
attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui,
che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia
di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale
come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una
forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le
cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata
con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli
chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri
ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca
di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia
si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi
secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza
e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e
plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni
originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria
opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese,
l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica
fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi
misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva, le città
chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la
Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo,
plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i
santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la
morte può rivelare.

Balzac era così.

Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.

Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand
l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita
e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo
negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero,
il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la
tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre
aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna
apparenza illude.

Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito,
fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio
nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.

La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno
di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua
povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione,
facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di
speranze infantili.

Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia;
gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome
di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro
doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova
rivelazione. L'ultima donna, che egli credette di amare, la russa
signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale
nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.

Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria:
Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto
un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è
ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il
Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito
nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi
perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira
come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero
vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il
rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.

Meglio così.

L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che
immortalità nella memoria dello spirito.

Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua
aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non
contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno
moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il
suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con
tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il
segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura,
la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste
ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla
piazza e dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più
celebri crescono e crebbero nella sua servilità.

Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.

Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per
effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia
plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per
Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a
Balzac? Un verro davanti ad un leone.

Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?

  8 maggio 1909.




TRILOGIA POSTUMA


Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi
agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo
l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano
sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni
sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo
_Le tre Città_ e _I quattro Evangeli_ un'altra trilogia gli urgesse il
pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici
nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il
costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un
canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia;
Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto
nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli
viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita,
egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di
amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme,
chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova,
rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà
per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un
pulviscolo fecondatore.

Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?

Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia,
nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui
troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza
dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita,
il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza
decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie
della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o
dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi
nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che
si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando
pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed
urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non
pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno
una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le
sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del
dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali
come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di
sangue.

Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era
stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni:
aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi
piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di
averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti
della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale.
Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che
avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di
un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.

Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi
sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come
per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci;
ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la
sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva
superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava
nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non
compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva
aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna,
infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e
i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva
la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava
la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un
moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni,
senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di
Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate
alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.

Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.

Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner
perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre
invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto
dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo
della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto
odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.

Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e
odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la
repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che
lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e
senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si
ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava
ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.

Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?

E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla
Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e
la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava;
era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore
di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e
Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe
operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e
per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei
santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti
delle folle.

Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi
il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente
varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere
ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.

Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della
gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per
attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo
cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e
le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi
un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.

Era tardi, e fu indarno.

_Le tre Città e I quattro Evangeli_ non riconfermarono, nella prova
stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e
l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non
vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì
in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra
le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un
abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.

I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se
la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome;
il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per
esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più
che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più
false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.

Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo
della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a
scrivere contro il secondo impero.

Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.

La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe
rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi imposs

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