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Storia degli Esseni: Lezioni

by Elia Benamozegh · Italian · Gutenberg #49079 · 1,006,726 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia degli Esseni: Lezioni
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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Title: Storia degli Esseni: Lezioni

Author: Elia Benamozegh


        
Release date: May 30, 2015 [eBook #49079]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/49079

Credits: Produced by Giovanni Fini, Enrico Segre and the Online
        Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
        (Università degli Studi di Torino - Sistema Bibliotecario
        d'Ateneo, Scienza dell'antichità, filologico letterarie
        storico artistiche)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ESSENI: LEZIONI ***

NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e punteggiatura.

—Le note a piè di pagina, che nell’opera originale erano raccolte alla
 fine di ogni capitolo (lezione) sono state trasferite dal Trascrittore
 all fine del libro.

—Sono presenti in questa opera una quantità di dizioni multiple, in
 specie per le traslitterazioni dall’Ebraico; considerata anche la
 singolarità dell’ortografia utilizzata dall’Autore e nell’impossibilità
 di stabilire univocamente la corretta dizione, tali forme multiple sono
 state conservate.

—Gli accenti, l’ortografia e la sintassi utilizzate dall’Autore sono
 alquanto ricercate e rispondenti alla forma erudita della lingua
 italiana in uso all’epoca della stesura dell’opera. Tale forma
 prevede anche una variabilità nelle forme che sono state in massima
 parte conservate laddove non siano state considerate palesi errori
 tipografici.

—L’indice non è presente nell’opera originale; ne è stato prodotto ed
 aggiunto uno a cura del Trascrittore.




                         Proprietà letteraria.




                                STORIA

                             DEGLI ESSENI

                                LEZIONI

                                  DI

                            ELIA BENAMOZEGH

                          RABBINO-PREDICATORE
      E PROFESSORE DI TEOLOGIA NEL COLLEGIO RABBINICO DI LIVORNO.

[Illustration: LOGO]

                               FIRENZE.

                          FELICE LE MONNIER.

                                 1865.

                 Tipografia dei Successori Le Monnier.




PREFAZIONE.


Le Lezioni che ora si pubblicano, risalgono all’epoca per me tuttavia
di dolce rimembranza, in cui mi era dato esporre alcune parti della
_Storia della Teologia ebraica_ ad una eletta schiera di giovani
livornesi, i quali, con perseveranza non comune in questa nostra città
dedita ai traffici, seguirono le mie conferenze per circa tre anni.

Queste cose stimava opportuno premettere, a spiegare la forma non
troppo consueta di questa Storia, ed a giustificarla eziandio.
Perciocchè non mancherà taluno, e forse non senza fondamento, il
quale osservi che più acconcia sarebbe stata la forma semplicemente
espositiva. Ma oltrechè per satisfare a questo bisogno sariami stato
d’uopo rifare quasi interamente il mio lavoro, parevami ancora che
ciò non sariasi potuto operare senza compromettere in qualche modo le
sue sorti. Chè il subietto presente sia per sè grave, e forse arido
per i lettori comuni, non vi ha, credo, chi nieghi. L’erudizione
storica, e teologica in ispecie, è cibo di pochi; e per farlo accetto
ai più, sarà forse senza niuna utilità uno stile men disadorno, più
drammatico e vivace quale s’addice a _Lezioni_? I fatti e le idee
che altronde riescirebbero ai schifiltosi indigesti, non divengono
pascolo più gradito, ove ai condimenti si mescano della imaginazione
e del sentimento? Non solo, e il dico a costo di parer puerile, gli
Esseni studiando con amore e con fede, perciocchè in essi intravvedeva
i predecessori della buona nostra Teologia, io sentiva nella nobile
indagine impegnate la Ragione e la Critica, ma la imaginazione altresì
e il sentimento, e spontanea dal labbro sgorgavami la parola viva e
affettuosa. Mai parvemi così vera ed acconcia la sentenza platonica,
non essere il bello che lo splendore e la veste del vero.

A che però, diranno altri, venir fuori con questi vecchiumi? Appena
trovano venia presso i comuni lettori le politiche o letterarie
lucubrazioni:—qual sorte mai dovrà toccare agli _opliti_ della scienza,
alle scritture gravemente armate, alle dotte e severe indagini della
Storia e della Teologia?—La Dio mercè però, questo linguaggio diventa
di giorno in giorno più raro. A dispetto di chi vorrebbe confinare la
mente umana nello studio e nell’amore delle quisquiglie letterarie e
degli arcadici vezzi, come i tiranni invitano il popolo a seppellire
le più generose potenze nelle tazze soporifere di Bacco, di Momo e di
Venere, l’uomo anela a cose più alte. Gli argomenti che, or si può dire
pochi lustri, erano il patrimonio di pochi, diventano ogni giorno più,
quasi comune proprietà. Le menti s’iniziano alle più alte e scabrose
indagini. Libri che altra fiata sariano giaciuti in eterno polverosi
negli scaffali delle Biblioteche, girano adesso per le mani di tutti:
avidamente si leggono, in ogni lingua si traducono: ed ove per mole
e scienza soverchie disdicano ai comuni intelletti, epitomi se ne
fanno e compendi. La scienza si fa piccina per trasfondere la vita nel
popolo, come Elia si contrae sul corpo morto del figlio della vedova, a
comunicargli la vita.

La storia presente non solo prende a considerare serio argomento, ma è
parte nobilissima e tema di gran momento nella questione religiosa che
ora preoccupa e divide gli animi nel mondo intero. La _Storia degli
Esseni_ è fonte ricchissima di documenti atti a spiegare l’origine
del _Cristianesimo_; e qualunque concetto di questo si formi, niuno
vi ha che si attenti di negare per la Storia di questa religione, la
importanza dello studio dello essenico Istituto. Perciò tu vedi tutti
i libri che prendono a trattare di quelle origini, assegnare posto
segnalatissimo all’esame dell’Essenato. Parevami dunque non fare,
anche per questo verso, inutile opera, mandando fuori questi miei
pensieri intorno una Scuola tanto studiata e tanto degna di studio;
e sopratutto non venire meno alle leggi di opportunità. Un altro
resultato, o ch’io m’inganno, mi sarà lecito sperare da questo mio
lavoro.—Nelle ebraiche scritture da me finora pubblicate, vuoi in forma
polemica come le repliche contro l’antico Leone da Modena e l’illustre
amico professor Luzzatto, vuoi nelle mie Note al _Pentateuco_, vuoi
infine nel mio _Essai sur l’origine des Dogmes et de la Morale du
Christianisme_ premiato dall’_Alliance israélite_ di Parigi, pienamente
soscrissi e, quanto seppi e potei, crebbi forza alla sentenza intorno a
cui convengono non che gli scrittori ortodossi, ma i critici eziandio
più indipendenti, come Munk, Frank e Jost ed altri moltissimi, che,
cioè la Teosofia cabbalistica, che coltivò il nostro gran Pico
Mirandolano, ebbe per antichi rappresentanti gli Esseni e lo Essenato.
Questa Storia è destinata a porgere nuovo tributo a questo gran vero,
mercè un perpetuo confronto che si va facendo fra le une e gli altri.

E non meno parevami adempiere all’officio di buon italiano. Che se
ogni individuo ed ogni ceto debbono contribuire, per ciò che lor
spetta, a maggiore onoranza e gloria della Patria comune, perchè
questo dovere non incomberà egualmente agli Israeliti e alla scienza
israelitica? L’Italia ha il diritto di avere una _Scienza ebraica_
filologica, storica, teologica, erudita, quale da gran tempo posseggono
altre Nazioni sorelle; e in special modo la Germania. Ma a chi spetta
principalmente arricchire di questa gemma la sua corona, se non agli
Israeliti per cui l’Italia tanto fece e fa tuttavia? E chi tra gli
Israeliti più debitore di questo giusto tributo se non il Rabbinato? Il
quale in tanto lume di pubblicità, in tanto nobile pugnare di dottrine
e sistemi, in tanto strenuo combattere a trionfo del vero, deve a sè,
all’Italia, al mondo, alle sorti avvenire del genere umano, di alzare
la voce a proclamazione e difesa del suo Credo.

Nell’adempire però, nei limiti delle mie scarse forze, a questo
dovere, un pericolo sopratutto mi toccava cansare, quello cioè di
venir meno al rispetto delle altrui opinioni e di religioni dalla mia
diverse. L’ho io sempre felicemente evitato? Certo che costante mio
intendimento fu di fuggirlo, e certo del pari che per le continue e
delicate occasioni che ad ogni tratto mi si paravano dinanzi, ardua
impresa era il superarlo continuamente. Se mai talvolta la parola o
il pensiero suonano, più che non s’addice, liberi e severi, spero non
mi si vorrà apporre a colpa quando si rifletta che tra la tolleranza
fraterna da una parte, e la libertà dello speculare e la veridica
parola dall’altra, angusto e difficile è il calle, e rado è che tu
non pieghi talvolta o a un linguaggio alquanto severo, o a qualche
dissimulazione del vero. Fra i due mali, qual’è il lettore illuminato
che non preferisca il primo? La vera reciproca tolleranza è quella
che sa amare e stimare gli altri, pur serbando intatto il culto delle
proprie dottrine. Anzi, vero amor fraterno non si dà quando alto non
proclamisi ciò che vero si crede. Il primo diritto dei nostri simili, è
quello di udire da noi la verità.

Dopo le cose esposte, non mi rimane che a dire intorno i motivi di
questa pubblicazione. Non è sete di onoranza, che scarsa mi riprometto,
sì pel picciol merito dell’opera, come pel poco conto in cui questi
studii si tengono generalmente; non è amor di guadagno, che non si
trova per queste vie; non è vanità letteraria, che più agevolmente
e più sicuramente si può satisfare con più amene produzioni; non è
nemmeno quello che tanti autori protestano, la pressa dei loro amici
che non gli dan tregua se non ne veggono le opere su per le stampe. È
lo stesso motivo che m’indusse a sobbarcarmi spontaneo al ministero
religioso, che mi fe’ e fa lavorare intorno a subbietti difficili,
ingrati, spinosi; senza altro rimerito che il buon testimonio della
coscienza: _l’amore del sapere e della verità_.

  _Livorno, Maggio 1865._

  ELIA BENAMOZEGH.




                  INDICE

                                  Pag.

  PREFAZIONE                        iv

  LEZIONE PRIMA                      1

  LEZIONE SECONDA                   10

  LEZIONE TERZA                     19

  LEZIONE QUARTA                    34

  LEZIONE QUINTA                    45

  LEZIONE SESTA                     66

  LEZIONE SETTIMA                   75

  LEZIONE OTTAVA                   101

  LEZIONE NONA                     119

  LEZIONE DECIMA                   137

  LEZIONE DECIMAPRIMA              152

  LEZIONE DECIMASECONDA            185

  LEZIONE DECIMATERZA              203

  LEZIONE DECIMAQUARTA             236

  LEZIONE DECIMAQUINTA             247

  LEZIONE DECIMASESTA              261

  LEZIONE DECIMASETTIMA            271

  LEZIONE DECIMOTTAVA              284

  LEZIONE DECIMANONA               292

  LEZIONE VENTESIMA                300

  LEZIONE VENTESIMAPRIMA           311

  LEZIONE VENTESIMASECONDA         323

  LEZIONE VENTESIMATERZA           335

  LEZIONE VENTESIMAQUARTA          346

  LEZIONE VENTESIMAQUINTA          357

  LEZIONE VENTESIMASESTA           368

  LEZIONE VENTESIMASETTIMA         378

  LEZIONE VENTESIMOTTAVA           388

  LEZIONE VENTESIMANONA            399

  LEZIONE TRENTESIMA               409

  LEZIONE TRENTESIMAPRIMA          419

  LEZIONE TRENTESIMASECONDA        430

  LEZIONE TRENTESIMATERZA          437

  LEZIONE TRENTESIMAQUARTA         446

  LEZIONE TRENTRESIMAQUINTA        457

  LEZIONE TRENTESIMASESTA          468

  LEZIONE TRENTESIMASETTIMA        478

  LEZIONE TRENTESIMOTTAVA          483

  LEZIONE TRENTESIMANONA           495

  LEZIONE QUARANTESIMA             502

  LEZIONE QUARANTESIMAPRIMA        512




LEZIONE PRIMA.


Io debbo, diletti giovani, nell’esordire, revocare alla vostra mente
quei giorni al mio cuore carissimi, in cui per la prima volta erami
conceduto, la parola mia indirizzarvi. Voi il rammentate. Non appena
i primi passi muovevamo pel lungo e difficil sentiero, che il bisogno
faceasi sentire imperiosissimo, di una logica e razionale divisione del
nostro assunto. Simile alle colonne miliarie, che all’animoso viandante
additano il cammino percorso, e nuova lena gl’infondono e nuova speme;
noi pure, o signori, il cammino nostro in tre grandi stadj, in tre
grandi epoche, in tre grandi divisioni partimmo.

Nulla per ora delle ultime due calendoci, diremo solo della prima
epoca, del suo principio, del suo termine.

Quale era, o signori, la prima epoca della storia della ebraica
teologia?—Era quella che dalla Mosaica rivelazione partendo, si stende
per tutto quello immenso intervallo, che da quel fatto memorando
trascorre, sino alla cessazione della nostra vita politica, sino, che
dico, o signori? sino al suggello dei Profeti e delle tradizioni, sino
alla compilazione del Talmud. In questa epoca, o signori, noi risalimmo
sin dove alcuna traccia per noi si scorgesse di movimento religioso,
di dogmatica vicissitudine; sin dove un sistema ci apparisse che un
compiuto avesse e particolare sembiante, di Dottrina e di pratica.
In quei remotissimi tempi, una setta ci fermava, ed era quella dei
Samaritani.

Noi togliemmo ad esame tutto ciò che ad essa appartiene, e comecchè
parecchie cose fossero da noi e per brevità, e per incompleta notizia
pretermesse, non è sì, o signori, che una cognizione voi non ne abbiate
acquisita generale e sommaria. Mestieri è ora muovere il piede in cerca
di nuovi liti e nuove genti, mestieri è, discendendo per la serie
dei secoli, quella setta, quella scuola tôrre a subbietto di studio
che prima si presenti, dopo i discorsi Samaritani. Voi ricordate, o
signori, di questa setta il nascimento. Ella sortì i natali in quella
epoca al popol nostro esiziale, quando la sua nazionalità venne per
la prima volta vulnerata, quando la via si apriva dell’esilio, quando
le dieci tribù schiudevano quel cammino di dolori e di spine, che le
rimanenti due tribù non avriano tardato a calcare.

Le ricerche nostre, o signori, debbono dunque oggimai da quell’epoca in
poi esercitarsi. Dobbiamo i tempi a quelli posteriori interrogare, e le
voci studiosamente raccogliere che ci porge la istoria. Quali furono
le vicende della ebraica religione nei secoli a quello successivi? La
risposta, o signori, troppo più tarderà ad udirsi, che alla vostra
impazienza non si convenga. Invano il chiederete all’esistenza incerta
e languente del primo tempio; invano alla cattività babilonese, invano
ai primi periodi del tempio secondo. Egli è, o signori, nei tempi di
mezzo della nuova Restaurazione, egli è durante le lotte fraterne degli
Asmonei, che la nuova scuola, la nuova setta apparisce con Giuseppe,
sul teatro della istoria. Egli è allora soltanto che la presenza ci è
dato costatare d’una forma nuova in seno alla ebraica religione.

Non vorrei però, o signori, che le parole mie fossero da taluno
fraintese. Quando io parlo di questo protratto silenzio, quando noto
una sì grande lacuna nella storia religiosa del popol nostro, quando
dico che solo collo storico Giuseppe la esistenza ci si appalesa di
nuova scuola; dire non intendo, o signori, che per tutto questo lungo
intervallo, le sètte da Giuseppe rammentate esistito non abbiano; che
quella specialmente che offrirà tra non molto al mio dire subbietto,
non spinga alte e profonde le sue radici in una ben altrimenti remota
antichità; che più vetusta esistenza non conti di quella che la
istorica menzione parrebbe assegnarle. No, o signori, questo nè dico
io nè penso. Che anzi le successive nostre conferenze vi chiariranno
abbastanza, come, a senso mio, certe scuole, certi istituti a cui i
documenti non porgono che una età posteriore, spingano oltre le loro
barbe negli strati, per così dire, più profondi del suolo ebraico; che
altro la cronologia dei documenti, altro quella sia veramente della
storica esistenza; che, benchè per nomi, per forme, per sembianze
diversi, i moderni agli antichi istituti si riappicchino mercè l’unico
genio, l’unica mente e, come oggi si dice, l’unico spirito. Ma questo,
o signori, sarà piuttosto corollario ultimo e postulato supremo dei
nostri studj, anzichè premessa da noi gratuitamente anteposta al
nostro discorso; sarà frutto anzichè radice; sarà comignolo anzichè
base e fondamento al nostro edifizio. Per ora, o signori, l’ordine
delle nostre trattazioni sarà quello ch’emerge dall’esame eziandio
più superficiale dei monumenti esistenti, sarà quello che scaturisce
dall’ordine, dalla successiva menzione delle sètte. Per ora, o signori,
quella stimeremo più antica che anzi le altre figura nelle istorie dei
tempi. Per ora quel nascimento soltanto le supporremo che la età ci
concede, della istorica menzione. Criterio falso, arbitrario, siccome
vedete, e che tanto vale a parer mio quanto il fissare che uom volesse
d’un’individuo i natali in quell’ora, in quella epoca, che le forze
sue attuava sul teatro del mondo.—Ma noi, o signori, mentre ogni altro
sussidio ci vien meno, di questa data ci staremo contenti. Quale è la
setta che, nell’ordine di storica menzione, dopo quella immediatamente
figura che non ha guari insieme studiammo? Per ritrovarla, mestieri
è non solo valicare, siccome dissi, molti secoli e regni, ed imperi
diversi vederci prima scomparire dinanzi; ma penetrare eziandio è
mestieri nella santa città di Solima, e penetrarvi come vi dissi
mentre la guerra è bandita tra i due contendenti e rivali Asmonei. Che
spettacolo, o signori, non ci offre allora la santa città! Direste una
grande, una immensa officina in cui le arti tutte si adopran solerti
di guerra e di pace. Vedreste le divisioni politiche armare l’animo,
il braccio dei cittadini. Vedreste il fratello contro il fratello, e
talvolta, oh sciagura! il fratello ligio a strana signoria, contro il
fratello della patria libertà difensore. Vedreste alle politiche, le
religiose dissenzioni innestarsi, e quelle a dismisura esacerbare; per
quella legge che fa più vive ed accanite le lotte di religione, quanto
più il subbietto intimamente ci appartiene, e nulla più intimo di ciò
che ha seggio nel più segreto dell’animo; d’onde, o signori, la ferocia
unica anzichè rara delle guerre di religione. Vedreste tutte le forze
morali, religiose, intellettive, nazionali, civili, del popol nostro
in uno stato di aperta tenzone, di febbrile e prodigiosa esaltazione.
Vedreste un disordine, un antagonismo, un’anarchia; vedreste un caos
da cui il _Fiat_ divino dovrà forse a suo tempo suscitare un nuovo
mondo, e tutti gli elementi più generosi fervere in uno stato di
soluzione, nell’aspettativa di quel disegno, di quella forma, che
tutte dovrà forse comporle e armonizzare in bell’ordine.—In mezzo, o
signori, a Gerusalemme in travaglio, in mezzo al romore delle armi, al
disputar dei Dottori, al piatire dei rivali, al ruggito delle fazioni,
inoltratevi, se vi dà l’animo, per le vie mal sicure di Gerusalemme,
impegnatevi per le sue vie, e se il pugnale non paventate dei
sicarj,[1] i più cospicui luoghi visitate della città e dei suburbj.
Qui è la setta dei Sadducei, e queste le sue aule. Nuovi giardini
d’Epicuro, primi furono tra noi a preludere a coloro che _l’anima col
corpo morta fanno_.—Non son questi che noi cerchiamo. Ecco, o signori,
i centri, le accademie ove _rivive la sementa santa_, del Farisato,
eccone le porte, ecco a traverso le grate le immagini austere, le
fronti sublimi dei Dottori e dei Scribi.—Inchiniamo e passiamo.

Ma ecco, o signori, nella parte più queta, nella regione più silente
della città rumorosa, pacifico presentarsi e maestoso abituro. Qui un
alternarsi di silenzio e di canto. Qui l’ordine, qui la regola, qui
la misura presiedere ad ogni atto, e tutta la interna e la esterior
vita informare. Qui le tempeste muggono alle porte incatenate; qui
si frangono impossenti i marosi delle civili discordie; qui l’animo
si leva a quelle alture in cui le nubi, come accade sulla cima dei
monti, ti si addensano ai piedi anzichè sulla testa, e quasi partecipe
della gloria di Dio, l’uomo assunto a tanta altitudine cavalca le
nubi e calpesta le folgori. Qui si maturano i grandi pensieri, qui
si elaborano le grandi dottrine, che esciranno salve ed illese dal
gran naufragio.—Che casa è questa, o signori, che gente è cotesta che
l’abita? È cielo questo, è questa anticipazione di Paradiso? Sono
angioli cotesti, sono mortali?—.... Sono gli _Esseni_.—Esseni! nome
nuovo, inaudito forse per alcuni di voi.—Nome che l’Ebreo non dovrebbe
mai obbliare, come a delitto imputeriasi al Greco Platone disconoscere
e l’Accademia; come all’Italo, Pitagora e gli Stoici; come ad ogni
popolo la più grande gloria, e il prisco vanto intellettuale de’ suoi
proavi.

Gli Esseni!—Venerando nome per tutti quelli appo i quali sono in onore
Sapere e Virtù. Nome carissimo per noi figli, per noi eredi di loro
fama. Nome, lasciatemi aggiungere, nome santo per chi in essi vede,
come io già veggo, come voi spero tra non poco vedrete, negli antichi,
nei venerandi Esseni il fiore, il Patriziato, il Grado supremo nella
Gerarchia Farisaica;—Il Farisato rivolto alla speculazione del sommo
vero e alla pratica del sommo bene; la falange, come la Macedone,
degli Immortali[2] che tra le fila si reclutava della comune farisaica
milizia.—Io so, o miei giovani, che sì dicendo, io proclamo cosa che
il mondo non era usato sin qui ad udire; so che, come ogni idea nuova,
avrà pregiudizj, errori e rispettabili convinzioni da combattere. Io
so, o signori, che grave debito io mi assumo di somministrare a questa
mia teoria, carte e diplomi in regola per viaggiare pacificamente
per il mondo. Per ora mi contento di un _salvo condotto_. La
identità dell’Essenato col Farisato negli ultimi e supremi suoi
stadj, sarà, spero, frutto di una continua dimostrazione nel corso
di questa istoria; anzi, la storia stessa ne sarà la più concludente
dimostrazione. Epperò, appunto, egli è questo tema siffatto, a cui
troppo disconviene tempo e spazio ristretto. Il suo tempo, è tutto
quello che noi spenderemo intorno gli Esseni. Il suo spazio, tanto
si allargherà, quanto lungi andranno di questa storia i confini.—Per
ora, il nostro passo dee procedere regolato e metodico. Noi abbiamo
pronunziato un nome bello, un nome onorando, e, se mel permettete,
dirò ancora onorante. Ma che vuol dire questo bel nome? Che significa
la gran parola di Esseni?—Il suo significato logico, dottrinale,
storico, provvidenziale, non ha che una sola possibile definizione.—La
storia stessa della _bella scuola_, così da or innanzi la chiameremo.
Il significato però che adesso cerchiamo è quello più ristretto del
vocabolo stesso; il significato gramaticale, filologico della parola,
il valore suo puramente etimologico. Questa è la definizione che noi
andiamo cercando. Ma questa, qualunque essa sia, non è tale che non
debba necessariamente colla prima connettersi; che anzi, l’armonia tra
le due definizioni, è tale criterio, che la verità dee porre in sodo
dei nostri resultamenti. Noi cerchiamo la definizione del vocabolo, ma
questa, per essere vera, dee armonizzare colla definizione della setta,
che è l’istoria. Una definizione gramaticale che non fosse la natia
espressione, e quasi lo invoglio naturale della definizione logica, un
nome che non esprimesse lo Essere, sarebbe improprio, sarebbe supposto,
sarebbe falso.—Il nome è il Corpo, l’esteriorità dell’Idea, come il
Corpo è l’esteriorità dello Spirito.—Ecco il criterio che noi dobbiamo
a guida proporci nelle ricerche che saremo per fare sul nome di Esseni,
nella cerna che fare dovremo degli infiniti supposti, delle origini
multiformi a quel nome assegnate.

Egli è perciò, o signori, che prima meta ci proporremo nelle nostre
ricerche il nome di _Esseni_. Stabilita di questo nome la definizione,
discorreremo delle _origini_ dell’Essenato; cercheremo di stabilire
una data almeno approssimativa del suo nascimento, di additare le
fasi più cospicue della sua esistenza, di seguirne le vestigia più
o meno sensibili pel corso dei secoli. Determinata degli Esseni la
_origine_ e la _Istoria_, parleremo delle loro _istituzioni_ e di tutto
quello che queste concerne, delle _leggi_ loro costitutive, della
loro organizzazione, del loro genio, delle lor costumanze, insomma,
o signori, della loro vita sociale.—Dopo la vita sociale, altra vita
non meno della prima preziosa, sarà subbietto delle indagini nostre;
voglio dire, o signori, la loro vita intellettuale; le loro _credenze_,
i loro _dogmi_, i loro _principj_. Qui è, o signori, ove meno
pienamente potremo appagare la nostra sete di cognizioni; qui è ove
una grande lacuna romperà in gran parte il filo coerente della nostra
esposizione; qui è dove chiaro apparirà negli effetti quel sistema
prediletto agli Esseni di sottrarre agli sguardi curiosi parte almeno
delle dottrine più riservate. Qui è ove noi, giunti alla soglia del
tempio, dovremo se non indietreggiare sconfortati, certo non più che
pochi e timorosi passi avanzare nel recinto del Santo, e solo, a così
dire, di sbieco gettare di tratto in tratto qualche sguardo furtivo
per entro alla cortina, che la piena ed intera fruizione ci contende
degli inviolati misteri. Esaurito, o signori, il Dogma, narrata quanto
meglio si può la vita intellettuale degli Esseni, quella prenderemo a
descrivere che pratica o, come dire vogliate, _rituale_ si appella,
ove i riti, la forma del loro culto, il numero, l’indole delle loro
osservanze tutte, l’esercizio pratico delle loro credenze, tutti in
bell’ordine ci si offriranno dinanzi schierati. Noi avremo allora
tutta intera ricostituita la personalità degli Esseni.—_Esistenza_,
_Pensiero_, _Azione_, tre sommi indivisibili elementi di ogni Ente
morale, che nella _Origine_, nel _Dogma_ e nel _Culto_, ogni volta si
convertono che di Setta o religioso Sodalizio è discorso.

Per ora, o signori, del nome degli Esseni.—Una falange di dotti
si contenderà la gloria di averne l’appellazione decifrata. Voi
ascoltateli con quella riverenza che si deve all’ingegno, e col
rispetto che esigono le loro fatiche spese a restaurare una gloria che
a voi, giovani israeliti, più che ad ogni altro appartiene. A noi,
il falso dal vero discernere, a noi raccorre gli elementi del vero
disseminati talvolta per entro i falsi sistemi; a noi il rintracciare
in tanta distanza, in tanto pugnare di ostili pareri, il primitivo
e genuino senso del vocabolo _Esseni_.—E dove a noi il cielo arrida
propizio, potrò dir di me stesso, come per Laura il Petrarca:

  Forse avverrà che il bel nome gentile
  Consacrerò con questa stanca penna.




LEZIONE SECONDA.


Vi promisi, o signori, che subbietto della presente conferenza
saria stato la origine, il significato di questo nome di _Esseni_,
di quel nome col quale venne la scuola presente invariabilmente
contraddistinta. Aggiunsi, o signori, che molte sono, che sono discordi
le congetture che di questo nome furono in tutti i tempi proposte. Io
vengo ad adempire la mia promessa, vengo a schierarvi in bell’ordine
innanzi le moltissime congetture che nella presente disquisizione il
primato contendonsi.—Uomini celebri ci hanno trasmesso delle loro
meditazioni il portato; nomi cari e venerati alla scienza non esitarono
disputare lungamente intorno l’origine di questo vocabolo. Saremo
noi rispetto ad essi più avari di attenzione, di quello ch’essi il
furono verso di noi di lucubrazioni e di veglie? Io dico, o signori,
per voi che nol saremo.—Levino, dunque, la voce e ci dicano dei loro
studi il portato. Ci dica per primo il Salmasio in qual guisa egli
giunse a credere il nome di _Esseni_ da quello derivato di una città
e regione che questo nome portava di _Essa_. Ci dica poi il Basnage
su qual fondamento egli la opinione del Salmasio negava, affermando a
dirittura, nulla traccia averci l’antica geografia tramandato della
esistenza della supposta regione. Ci dica, infine, la buona critica
tra il Salmasio che afferma e il Basnage che dinega, chi meglio al
vero si sia apposto. Cel dica, o signori, la Rabbinica Enciclopedia,
e in particolare il Talmud. Cel dica, in secondo luogo, il deposto
degli antichi geografi e l’autorità dei viaggiatori. Cel dica e la
paziente disamina dei Filologi, e la scienza talmudica (e nello
invitarvi a bere con me a questo fonte, nel potere ad autorità invocare
il libro che tanti e tanti ebbero ed hanno in dispetto, difendere io
non mi so da un innocente sentimento di orgoglio, che il rigoroso
ascetismo del Passavanti non temeva qualificare di _santa superbia_):
cel dica il Talmud in quei tanti e concludentissimi passi da me con
grande studio raccolti, ove, ad onta dell’asserzione del Basnage, la
esistenza di una regione così chiamata vien posta in splendidissima
luce. Cel dica il trattato di _Sanhedrin_, ove di due Dottori si
narra che, a determinare le Neomenie e le feste, convenivano insieme
a moltissimi altri, in una spezie di concilio che una città vedeva
allor celebrare, la quale il nome reca veramente di עסיא _Asia_: cel
dica ivi stesso, ove di un altro Dottore si narra R. Meir, il quale
in altra congiuntura si recava nella stessa אסיא _Asia_ all’effetto
medesimo. Cel dica nel trattato di _Mesiha_, ove invitando un Dottore
alla fuga, onde all’obbligo sottrarsi di ministrare a certi offici
edilizj, _Tuo padre_, così gli dicono, _rifugiossi in Asia, e tu
cerca riparo in Laodicea_. Che più, o signori? Cel dicano quei passi
ove, volendo far comprendere ai contemporanei a quali popoli, a quali
terre corrispondono i popoli, le terre nel _Genesi_ rammemorati,
ci offre il più curioso ed interessante spettacolo dei primi degli
iniziali conati che la scienza etnografica andava facendo per organo
dei Dottori, e nuovo lustro e nuovi raggi aggiunge se è possibile
alla loro corona. Il Talmud babilonico—il gerosolimitano, il Comento
perpetuo che si chiama _Medrasce_, opera pur essa Palestinese, la
Parafrasi di Gerusalemme, tutti, o signori, i primi albori ci offrono
della Etnografia nascente, cresciuta, come sapete, ai nostri tempi
gigante; e tutti della presenza attestano della contesa עסיא _Asia_.
L’attesta il Babilonico in _Batra_, laddove ingegnandosi tradurre con
nomi nuovi l’antico _Cheni_, _Chenizi_, _Cadmoni_, da Dio ad Abramo
promessi nella sua discendenza, ci offre nel secondo di questi nomi
il desiderato _Asia_. L’attesta il Talmud di Gerosolima, laddove a
_Cheni_ sostituisce _Asia_,—a _Chenizi_ _Apamea_,—e _Damasco_ al
_Cadmoni_. L’attesta il Medras alla sezione 44, ove si riproducono
i nomi stessi se non l’ordine istesso del Gerosolimitano. L’attesta
infine il Parafrasta di Gerusalemme, ove il nome istesso ci porge di
Asia, in ciò solo però dagli altri discorde, che lo equivalente egli
ne fa dello antico _Aschenaz_. Innanzi, o signori, a questo bello e
generoso adoprarsi dei Dottori a far convergere al luminoso centro
delle Scritture tutti i rai dello scibile, due pensieri l’animo mio
tutto intero si assorbivano. Io dissi da principio: È egli possibile,
dopo tanti e solenni esempj, più a lungo il divorzio protrarre tra
la scienza e la fede; e protrarlo (lo che è a dismisura più enorme)
sull’autorità fondandosi e sull’esempio degli stessi dottori?
Ripiegando poi l’animo mio verso il subbietto in discorso, io dissi
a me stesso: Volle il Salmasio il nome Esseni da quello di _Essa_
originare.—Lo negò il Basnage, e solo il Talmud parve al primo dei
due consentire. Dovrà ella la questione rimanere in pendente? Dovremo
noi la sola autorità del Talmud opporre al Basnage, a costo di udirci
intimare solenne declinatoria? Immaginate voi, o miei giovani, l’ansia
che assalisce il viatore quando, dopo mille disinganni, qualche caro
pronostico gli ripromette la terra vicina? Or bene, tale io mi feci
nella ricerca di una rovina, di una memoria, anzi di un vocabolo
solo. Questo nome, o signori, finalmente spuntò. Non solo _Tolomeo_
asserisce essere stato il nome di _Asia_ particolarissimo alla Frigia,
ma l’autorità eziandio mi soccorse ben tosto di nomi, di autorità
ben altrimenti sonori, che non è in oggi l’esautorato Tolomeo. Egli
fu il celebre orientalista _Klaproth_, che mi mise il primo sulla
buona via. Egli, nella Cronaca caucasiana da esso pubblicata, mostra
lo stabilimento in quelle regioni sino da epoche remotissime di un
popolo detto _Osi_, o meglio _Asi_, come piuttosto crede il suddetto
Klaproth. Non basta. Il Dubois era più esplicito; egli, nel suo _Voyage
autour du Caucase_, questo formalmente ci fa sapere, cioè che il nome
di _Asia_ ha esistito in epoca remotissima, qual denominazione locale
particolarissima della parte settentrionale della catena caucasiana.[3]
Perchè tanto studio a rivendicare la esistenza di tale sconosciuta
regione? Forse, o signori, perchè io soscriva interamente alla origine
dal Salmasio immaginata? Il processo del mio dire vi mostrerà che così
non è veramente. E perchè? Perchè niuno, che io mi sappia, antico,
originario legame il nascimento della Setta congiunge colle province
dell’Asia minore. Ora, o signori, chi non lo sa? egli è proprio
delle sètte quel nome assumere che più aperto n’esprima il genio, e
il principio nativo, in quella guisa istessa che ognuno di noi quel
nome porta con sè chè recò in sul nascere. E tanto esser dee avvenuto
per quel degli Esseni. E poi, o signori, quante altre e potentissime
ragioni non avversano la ipotesi del Salmasio! L’avversa il costume
che ebbero, sto per dire generale, tutte quante le Sette, di tôrre a
preferenza quel nome o che il fondatore ricordasse, o che più alla
mente pingesse l’indole, il carattere, il genio ideale, anzichè il
luogo, la patria, il paese ove prima ebbe i natali. Così voi dite, o
signori, Platonismo, Epicureismo tra i pagani, e voi leggete tra le
cristiane eresie i nomi di Ario e Nestorio, le dottrine del Triteismo
e del Monoteismo, e tra le filosofiche scuole voi usate rammemorare
l’Idealismo, il Sensualismo, il Panteismo.[4] L’avversano, o signori,
tutte quelle buone e salde ragioni che ci consigliano, come in seguito
vedrete, a preferire diversa sentenza; e finalmente, l’avversa la più
seria, la meno oppugnabile difficoltà che si potria contro un sistema
suscitare. E sapete qual’è?—La prova del contrario. Invero, che dicono,
le più antiche memorie della setta? Ove per la prima volta lo storico
con gli Esseni s’imbatte, ove li trova, ove ne nota la prima presenza,
i primi atti, la prima dimora? Altro che Frigia o Bitinia o altra
qualsivoglia gentilesca contrada! E’ sarebbe come chi cercasse fuor di
Roma il Campidoglio, l’Acropoli fuori di Atene, e il cuore umano fuori
del centro vivificatore ove ha stanza ed imperio. La patria naturale,
dirò anzi, necessaria dell’Essenato, è _Palestina_; e Palestina
registra veramente la istoria qual primo teatro della loro storica
apparizione. A Palestina aderirono costantemente gli Esseni, in quella
guisa istessa che la più nobile parte di noi al frale aderisce per
conservarlo in vita sin dove _il militar le fu prescritto_. Egli n’era
l’anima, il genio personificato, condensato, ristretto; quindi tanto
più espressivo: genio nazionale e religioso, ma religioso e ieratico
sovra tutto, per i tempi volgenti a politico sfacelo, e pel predominio
da lungo tempo avverantesi negli ordini ebraici dello spirito sulla
materia, del generale sul particolare, dell’eterno sul temporaneo, del
Cielo sopra la terra. Egli è quindi nel giro della patria Palestinese
che l’origine e il significato dobbiamo cercare del nome di Esseni.

Ma per entro agli stessi confini di Terra santa, non è così unanime
il sentire, che tutti in una origine si quietino gli indagatori delle
Esseniche antichità, nei confini di Palestina. Tra le quali, una mi
piace per questa sera considerare, che non piccola fama nè piccolo
stuolo di seguaci si trasse dietro nel consorzio degli eruditi. Chi
il merito vanti del primato non so, ma egli è un fatto però che non
pochi furono di coloro a cui tra gli Esseni e i _Baitusei_, altra
religiosa setta di Palestina, parve vedere una perfetta identità.
L’udì forse per la prima volta l’Italia, e dalla bocca l’udì di un
Ebreo, di un Rabbino, di un Italiano. Egli era il nostro concittadino
_Azaria De Rossi_, o, com’egli si diceva ebraicamente, _Min aadomim_,
che nel secolo decimosesto seppe coltivare con tal successo la storia
e l’erudizione Greca e Romana, che la fama ne corse e dura tuttavia
onorata nel mondo erudito. Or bene, o signori, Azaria De Rossi fu
quello che propose la identificazione perfetta dei Baitusei del Talmud
coll’istituto degli Esseni. Non basta; egli ne vide il nome nel nome
dei Baitusei. Questo nome di Baitusei, si scrive in ebraico _Baitusim_,
o _Betusim_, secondo altra lezione. Or bene, l’occasione era troppo
bella per un ingegnoso etimologista, e il De Rossi non era uomo da
lasciarla fuggire. Egli scrisse in due parti il vocabolo Baitusim;
divise _Bet_ da _Usim_. Di _Bet_ egli fece _Casa_, _Istituto_,
_Sodalizio_, _Società_; di _Usim_ fece il nome proprio, l’appellativo
istesso di Esseni. Ecco che cosa fece il De Rossi, schiudendo in questa
via la strada a quelli che in processo di tempo la percorsero intiera.
Vi entrò per primo il Fuller, che alla sentenza soscrisse del nostro
Rabbino. Vi entrò quasi ai nostri tempi il Gfroëre, dotto tedesco,
nella celebrata sua istoria, _Critica del cristianesimo primitivo_,
a pagine 347; e tanto reputò la congettura avverata, che precipuo
argomento ne trasse a provare tra le due sètte perfetta, intera
omogeneità di carattere. Convien dire però, o signori, che tale non
sembrasse a parecchi altri, nè di minore rilievo, che delle origini
Esseniche presero a trattare. Io non dirò di altri che il precessero;
ma se ultimo fu, certo non meno formale si pronunziò contro l’asserta
origine Baitusea, l’illustre Franck, che onora in Parigi il nome e la
dottrina Israelitica. Egli, il Franck, nella terza parte dell’opera sua
la _Kabbale_, ou _Philosophie religieuse des Hébreux_, formalmente la
respinge. Io credo che in questa, come in altre cose moltissime, abbia
colto nel segno.—No, o signori, fintanto che luce non sarà tenebre, nè
il giorno in notte converso, Baitusei ed Esseni non saranno giammai una
cosa sola, un istituto, un sodalizio. Riflettete all’opinione costante
universa prevalente negli antichi e nei moderni tempi della esistenza
di un individuo, di un eresiarca famoso per nome _Baitos_, fondatore o
vogliam dire caposetta della fazione Baitusea;[5] esistenza, o signori,
che, come vedete, la possibilità perfino ci toglie di scindere, di
notomizzare l’indiviso e personale distintivo dell’eresiarca Baitos.[6]
Riflettete, infine, che i Baitusei non sono tali sconosciuti e
incompresi settarj, che sia lecito alla ventura fantasticare sul conto
loro; che note non ci sieno le lor dottrine, note le divergenze dal
centro ortodosso, noti i caratteri, note le costitutive e naturali
fattezze,[7] e troppo ristretto quindi e troppo angusto il vallo
riservato ad arbitrarii connubii.




LEZIONE TERZA.


Vi dissi, o signori, come il Fuller aveva dapprincipio sottoscritto
alla opinione del nostro De Rossi, e come esso prestò omaggio
alla etimologia Baitusea. Ma che? ben presto s’avvide su quanto
fragile fondamento posasse la preaccennata opinione. Narrò ai dotti
impazienti come il vocabolo Esseni significasse uomini _ritirati_,
_ascosi_, e poco mancò non dicesse solitarj e romiti. Non è difficile
ch’egli dedotto avesse il nome Esseni dal vocabolo _Asam_, che
in ebraico significa ripostiglio; o, meglio, che dalla radice ne
ripetesse l’origine, che l’idea esprime veramente di _tesaurizzare_
e _nascondere_, siccome Isaia (XXIII) aveva detto, di questo
vocabolo giovandosi, _lo ieazer veló iehasen_. La nuova etimologia
del Fuller riunisce ella, o signori, tutte le desiderate condizioni
di credibilità? Rispond’ella a tutte le esigenze grammaticali,
critiche, storiche e dottrinali? Quanto alla prima, io vo’ dire alla
convenienza grammaticale, sarebbe ingiustizia il dirne male. Ben
altre etimologie, e ben altrimenti arbitrarie, furono propalate qual
prezioso e pellegrino trovato. Ma potranno dirsi egualmente contenti
la critica, la istoria, e il genio e l’indole generale delle sètte? La
critica potria invero, ponendoci un poco di buona volontà, chiamarsi
contenta; potrebbe ricordarsi la critica come i Talmudisti dicessero
appellativo glorioso quello di _hobesé bet amedras_, che suona gli
_studiosi reclusi_; come uno tra essi celebratissimo recasse il nome
di Hanen il recluso, _Hanen anehba_; come di parecchi si narri nel
Talmud di Gerusalemme, avere eglino menato della vita gran parte, nel
fondo di una grotta, _tamir bimhartà_: e infine potrebbe con cert’aria
di trionfo notarsi come i diletti di Dio, i suoi servi, i suoi fedeli,
siano detti a dirittura nei Salmi, i reclusi di Dio, i nascosi di Dio.
(_Salmo 83._)

Ma che per ciò, o signori? Io ripeterò ciò che parmi aver detto
altre volte. Questi curiosi ravvicinamenti, questi tratti di luce,
queste inaspettate e brillanti conferme, possono, in progresso di
tempo, avere sovrapposto sul fondo primitivo un nuovo senso che nè al
vocabolo ripugnava nè al costume degli Esseni. Ma può esserne stato,
o signori, cotesta la naturale e propria e primitiva intelligenza?
Io non lo credo; e per addurre due potentissime ragioni, ella è, in
primo luogo, la considerazione per me capitale che gli Esseni così
facendo, dissentito avrebbero dall’andazzo comune di ogni setta, la
quale quel nome a preferenza si appone che il genio intimo e la natura
sua propria e il carattere prominente stia a significare, anzichè un
uso o una qualunque consuetudine, per quanto grande e peculiare si
voglia imaginare. Ella è, in secondo luogo, la formale e contradittoria
deposizione della istoria, la quale, siccome a suo tempo vedremo, non
solo della vita reclusa, del genio cenobitico non fa costume proprio
inseparabile dagli Esseni, ma gli Esseni stessi ci addita talvolta
negli affari e nelle transazioni mischiati della umana società, e bella
e grande parte sostenere sì nelle politiche, come nelle religiose
faccende.—Il fatto, o signori, la reclusione, la vita cenobitica, cade
qual integral requisito dell’Essenato; e con esso cade la etimologia
del Fuller sur esso fondata. Altra ne escogitò lo Scaligero, e fu
quella di _Santi_. Che ciò significhi il nome di _Esseni_, non oserei
sostenere, comecchè io vada persuasissimo che tra i nomi che recarono
gli Esseni, fu quello di _Santi_; come, da un lato, ne fanno fede
le numerose menzioni che sotto questo nome appunto ne fa il Talmud,
segnatamente là ove si parla della Santa Società, _Keilla caddiscia
di biruslem_; e come, dall’altro, non meno concludenti ne soccorrano
all’uopo i tanti passi degli Evangeli, in cui i primitivi cristiani,
usciti senza meno dagli essenici chiostri, s’intitolano _Santi_; e
_Santi_ è tra i nomi che gli storici attestano avere i cristiani
nei primi tempi recato, molto prima che _cristiani_ si dicessero in
Antiochia.

Strana cosa avvenne poi ad un antico padre della Chiesa cristiana, a
S. Epifanio. Non è già che la cognizione della vera e sana etimologia
gli facesse difetto, che anzi egli la conoscea benissimo, egli la
propose, la insegnò; ma non quotando nel possedimento del vero, cercò
il nuovo ed incappò nell’errore. Stava a cuore ad Epifanio, siccome
stette di poi ad altri moltissimi della sua religione, di noverare
il nobilissimo Istituto tra quelli che la chiesa generò nei primi
secoli; di cristianizzare, per così dire, lo Essenato, di svellere
la gloriosissima pianta dal Monte Sion per innestarlo al tronco
cosmopolita del cristianesimo, e questa cara e bella gemma strappare
alla corona di Giuda. Però non rifinirono antichi e nuovi dottori
cristiani di cercare alle loro pretensioni argomento; cercarlo nei
fatti, cercarlo nelle dottrine, e di queste vedremo; cercarlo poi
nell’etimologia, e di questa adesso vediamo. Il primo a dar il segno
della propaganda retrospettiva, fu, come dissi, Epifanio. Egli nel
nome Esseni trovò Iesse genitore di Davide; anzi, in grazia di esso,
il nome di Esseni in quello mutò più alle sue viste affaciente di
_Iesseni_. Gli parve poco. Gli parvero troppo remoti, troppo indiretti
i rapporti coll’oggetto che preso si aveva di mira. Egli osò; e di un
balzo superò ogni distanza, e di un balzo strinse, confuse, identificò
l’Essenato o il Cristianesimo; e quello, come questo, derivò dal nome
di Gesù, e gli Esseni disse da Gesù appellati, siccome quelli che alle
dottrine sue preso avevano ad ubbidire. Dante, o miei giovani, disse in
alcun luogo della Commedia, negarsi talvolta dagli uomini ossequio a
quel _ver che ha faccia di menzogna_; nè la mente errò, così dicendo,
del divino Poeta. Dante, avria potuto dire con egual verità, che
spesso quest’ossequio si concede, si prostituisce a _quella menzogna
che ha faccia di verità_. Ma quella di sant’Epifanio ha ella almeno,
o signori, di verità la sembianza? Io dico che ella reca distinto
il suggello dell’errore, dell’arbitrario. Chi mi sa dire, invero,
quale delle due sue interpretazioni riesca più a udir tollerabile?
È ella forse la prima, è ella quella che da Iesse padre di Davide
l’appellazione ripete degli Esseni? Ma qual rapporto, di grazia, fra
l’antico Betlemmita, e il grande e il dotto istituto degli Esseni? È
ella la seconda che da Gesù, il nome conia di Esseno, di Essenato? Ma
vuol dunque egli, sant’Epifanio, la baia dei fatti nostri? Che un padre
della chiesa, che un Epifanio non voglia soscrivere alla sentenza di
parecchi tra i moderni che Gesù vogliono anzi educato, ispirato nella
società degli Esseni, questo di leggieri si comprende; ma quello che
non si comprende, questo si è, o signori, cioè come ignorasse Epifanio,
che mentre gli Esseni mangiavano, bevevano e panni vestivano, il
modello d’onde tolsero, al dire di lui, a foggiare il nome loro, il
preteso denominatore della setta, giaceva tuttavia latente in grembo al
futuro; ch’è quanto dire che Gesù Cristo non esisteva: e non occorre
aggiungere che, salvo quei rarissimi casi in cui tutto collima ad
attestare la verità di un supposto, non è concesso a chicchessia,
fosse pure un santo, detrarre o aggiungere una jota, siccome egli fa,
veramente nel nome che si vuol decifrare. Or, chi ha egli abilitato
Epifanio a cangiare il nome di Esseni in quel di Iesseni? Ecco, o
signori, le cause, le gravissime cause che ci interdicono lo assentire
alle arbitrarie interpretazioni di Epifanio.

Vi fu, o signori, chi accettando la lezione di questo Padre, e
chiamando lo antico sodalizio _Iesseni_ piuttosto che _Esseni_,
una interpretazione v’innesta che ha, se non altro, l’apparenza di
plausibile. Volle il _Nilo_ che Esseni si dicessero nel significato
di Dotti e di Savi. D’onde una siffatta etimologia? Egli vide la
Sapienza denominata nelle sacre scritture col nome implicito di
_Ies_; dico, o signori, implicito, perchè la forma e lo involucro
esteriore suona piuttosto _Tuscia_, comunque universa predomini la
opinione, inchiudervisi qual radice il vocabolo significantissimo
di _Ies_. Che vuol dire _Ies_, o signori?—_Ies_ è il vocabolo che
esprime l’Idea più astratta, l’Idea, sto per dire, più ideale—l’Idea
massima—l’_Essere_—l’_Essere_ metafisico, incondizionato,
indeterminato, e come direbbe il Rosmini, l’_Ente Possibile_.—Ma _Ies_
esprime eziandio, voi già l’udiste, l’Idea di Scienza, di Dottrina, di
Pensiero per eccellenza; attalchè, per una ammirabile e notevolissima
sinonimia, acchiude nel proprio senso il duplice significato di
Essere e di Pensiero. Voi non potreste misurare la immensa importanza
di questo bellissimo trovato filologico senza molte indispensabili
precognizioni filosofiche; che dico? senza alle più alte cime poggiare
della odierna filosofia Alemanna, senz’almeno toccare del rinnovatore
delle filosofiche discipline, di Cartesio, che poneva a base del suo
sistema il famoso _Cogito, ergo sum: Penso, dunque esisto;_—senza
risalire almeno a Platone che, nel decimo delle leggi, domandava _che
cosa è l’Essere Primo?_ e rispondeva l’Essere Primo, è l’Idea—è il
Pensiero;—senza accennare almeno ai Dottori, i quali videro nel _Ies_
promesso ai giusti in Paradiso, _leanhil oabai_ IES, l’Essere Perfetto
e il Perfetto Pensiero, cioè la _Visione_.[8]

È egli questo lavoro, o signori, che intraprendere si possa e compire
tra due parentesi? Il vostro buon senso ha già risposto per me. Io
voglio soltanto che impariate da questo esempio, quale sterminata
latitudine abbracciano le lettere ebraiche; come in fondo ad un oscuro
vocabolo ti si apra non di rado agli sguardi atterriti tale profondo
e smisurato abisso, da darti, al solo vederlo, il capo-giro; come gli
spregiatori di queste _frasche_ pretese, sieno tanto savi quanto il
villano che d’uno sguardo non degna la minutissima polve stellare che
si chiama _Nebulosa_, alcune poche palate anteponendole invece del
suo caro concime. Fatto è, o signori, che _Ies_ adombra l’Idea di una
scienza sublime, di una scienza nella sua perfezione immanente; e chi
solo ne dubitasse potria vedere i più rigidi ed esclusivi gramatici, il
Kimhi tra gli altri, nei suoi Radicali.

Si apponeva egli, o signori, il nostro Erudito nel derivare da questo
vocabolo, l’origine di quel di Esseni? Senza dubbio, che qualche giusta
e calzante analogia milita in favor suo. Il favorisce, o signori,
l’Ebraico _Jesciscim_, al plurale _Vecchi_, o come altrimenti si
voglia, _Anziani_, nei quali, dicono i Proverbi, posta ha seggio la
Sapienza: _bisciscim hohma_. Il favorisce lo esempio dei Pitagorici,
coi quali non pochi nè lievi riscontri ci offrirà il nostro Essenato,
che il nome i primi coniarono ed assunsero eglino stessi per
tempissimo, di _filosofi_, ossia cultori ed amanti della sapienza:
e quando ogni altra analogia venisse meno, quella sorgerebbe viva e
parlante di tutto il Dottorato Ebraico, che la caratteristica distinse
mai sempre di _Hahamim_, savi. Dirò anzi di più, che per questa come
per alcuna fra le altre etimologie da noi rigettate, noi rechiamo
sentenza che i nomi che vi si volle trovare, se non esprimono il
senso di Esseni, pure tornano in acconcio al grande Istituto, e per,
alcuni almeno, probabilmente il contraddistinsero. Di questo novero
è il nome di Savi, di Dotti; diciamolo a dirittura, di _Gnostici_.
Noi che crediamo gli Esseni antenati dei Cabbalisti, la cui scienza
essi chiamarono _Gnosi_ o _Scienza_ per eccellenza, come chiamarono
la propria e il Cristianesimo e le prime Eresie; noi che ricordiamo
nel Talmud cento parlantissimi casi in cui il nome di _hohma_ o
Gnosi è usato manifestamente nel senso di Dottrina Acroamatica, non
potremmo negare la convenienza di questo nome all’istituto degli
Esseni. Ma è egli questo che il nome loro significa? Chi non lo
vede? _Ies_, _Iascisc_, _Tuscià_, nel senso pure più favorevole alla
imaginata derivazione, sono vocaboli che appartengono principalmente
al linguaggio sublime, allo stile, per così dire, nobile, poetico,
aulico, aristocratico della Scrittura. È ella questa la officina ove i
nomi si coniano per l’ordinario, che scuole e sètte contraddistinguono?
La Storia vi risponde al contrario. Parole vive, parole usate,
correnti sulle labbra del popolo; parole pregne di senso, multiformi,
multilatere e in sommo grado comprensive; ecco, o signori, il materiale
donde si foggiano i nomi, le qualificazioni delle sètte. E tale non
è la proposta derivazione.—Ella è troppa dotta, troppo classica,
troppo studiata, per esser vera. È anche, dirò di più, troppo biblica,
troppo scritturale, per tornare in acconcio nella epoca Rabbinica per
eccellenza, nella quale sotto questo nome ti apparisce a prima volta
lo Essenato;—per consuonare con quella lingua dai Dottori parlata, che
se non è il dialetto Ebraico-rabbinico dei tempi posteriori, è certo
immensamente distante dal biblico purismo; con quella lingua insomma
che mirabilmente tramezza

  Fra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco.

Ancora, o signori, ulteriore esame ci attende, e noi abbiamo finito.

Egli è un curiosissimo passo che la mia stella propizia mi parava
dinanzi nel volgere e rivolgere a questo uopo le carte; un passo, io
dico, sugli Esseni rilevantissimo, nella più dotta descrizione che
della Grecia vetusta ci abbia tramandata l’antichità, in un autore
greco egli stesso, in Pausania. Egli, nella descrizione dell’Arcadia,
discorrendo del celebre Tempio di Diana Imnia nella regione degli
Orcomeni, alcune cose va esponendo di cui disconoscere non si potrebbe
la importanza. Narra Pausania, come stabilito fosse dalla legge che
la sacerdotessa e il sacerdote, non solo circa il commercio carnale,
ma in tutte le altre cose ancora dovessero serbare la castità per
tutto il tempo di vita loro; che nè il bagnarsi, nè vivere secondo
gli altri, nè entrare nemmeno nella casa di un privato fosse loro
consentito. Giunto a questo punto, Pausania esce fuori con queste
parole che io vi raccomando, che riproduco testualmente, ed alle quali
vi prego attendere tutti in orecchi.—_Io so_, dice Pausania, _che
queste cose_ (ch’è quanto dire il celibato, la solitudine e la vita in
tutto singolare di sopra rammentate) _osservano presso gli Efesi, per
un anno non per tutta la vita coloro i quali sono Estiatori di Diana
Efesina, e che dai cittadini, Esseni, sono chiamati_ Tanto è. Pausania
ha pronunziata la gran parola! La parola di Esseni! e l’ha profferita
a proposito non già di Solima e delle sue sètte, ma di Efeso, ma del
culto di Diana, ma del prisco Politeismo.

Ove siam noi, o signori, e che cosa significa questo stranissimo
incontro? Siamo in Efeso? Siamo in Palestina? È Diana che qui si adora,
è l’Eterno che qui si cole? Sono Ebrei cotesti, sono Pagani? Voi siete
già, o miei giovani, non è egli vero, alquanto sorpresi. Or bene,
permettete che vi dica che tutto non avete udito. Avete udito, è vero,
i sacerdoti di Diana Efesina qualificati Esseni; intenderete adesso,
cosa più strana, intenderete un Dio, un Dio del Paganesimo, il più
grande degli Dei dell’Olimpo, l’Ottimo, il massimo Giove, _Esseno_ egli
stesso esser chiamato. Chi gli diede questo nome inatteso? Chi operò
questo strano connubio? Egli è il poeta Callimaco, a cui gli antichi e
i moderni tempi concessero fama di dottissimo nelle greche antichità.
Egli è Callimaco che così si esprime nell’Inno a Giove che reca il
suo nome. Callimaco, che insieme a Pausania ci attesta la presenza
in seno al paganesimo di un istituto, dirò di più, di uno _stato_ di
straordinaria perfezione che dai popoli, dai poeti, Esseni ed Essenato
eran chiamati. Che vuol dir ciò, o signori, e quale è dello Essenismo
la chiave? La chiave, o signori, è pronta. L’Edipo si è trovato.
Egli è lo _Scoliaste_, ch’è quanto dire l’autore delle _Scolie_ o
commenti alle Poesie di Callimaco. Egli lesse come noi il Giove
_Esseno_ di Callimaco; ad esso, come a noi, sembrava strano, incompreso
l’epiteto; ma egli meglio di noi nelle greche lettere erudito, potè
coglier più davvicino nel segno.—Narra lo Scoliaste, come il vocabolo
_Esseno_—notate, o signori, singolarità,—fosse vocabolo _vecchio_,
usitato in Efeso; e di che lingua credereste? Forse della lingua greca?
della lingua popolare? Signori no, dice lo Scoliaste, della lingua
_Religiosa_. E che significa in questa lingua, di grazia, il nome
Esseno?—Significa, ripiglia il nostro chiosatore, significa Re delle
Api, e in questo senso fu conosciuto, fu usato nei prischi tempi.
Però non guari andava, continua lo Scoliaste, che il senso assunse di
Re, di Monarca in generale, e Monarchi e Re furon detti Esseni. Ma una
nuova trasformazione il vocabolo Esseni attendeva, e non è la meno
importante. Venne tempo in cui per dir Re, Sacerdote, Principe dei
sacrifizj, Preside nei sacri agapi o nei religiosi conviti, _Esseno_
generalmente solea dirsi. Esseno, quando l’officio si voleva indicare
che in Atene eserceva il Re Arconte; Esseno, quando quello che in Roma
sosteneva il _Rex Sacrificulus_.

Questi sono i fatti, o signori, e dei fatti interprete fedelissimo
finora mi sono reso. Èmmi dato perciò muovere un passo più oltre? potrò
io scoprire quali relazioni possono avere stabilito questa comunanza di
nome, e in parte questa comunanza d’idee, tra l’Essenato Palestinese e
il sacerdozio dell’Asia Minore? Io confesso che non mi sento da tanto,
nè tanto mi consentono le notizie di cui io dispongo, nè le forze nè
il tempo nè la già stancata pazienza vostra. Il fatto, o signori, è
grande e vistoso, e tale da provocare gli ingegni più felici, e da
meritare le indagini più accurate. Noi lo lasceremo per altra volta
intentato: forse non ci sarà disdetto rivolgerci sopra altra fiata la
mente. Per ora mi basta chiamare la vostra attenzione sopra questi tre
punti, secondo me, capitali. Il primo riguarda il luogo. Quale è il
luogo ove udiste risuonare il nome di Esseni? È, voi lo sapete, l’Asia
Minore; quell’Asia, cioè, ove vedemmo sin dalla prima lezione sorgere
una città per nome _Asia_, da cui fu creduto per alcuni derivato il
nome di Esseni; ove traevano, come avete veduto, i più eletti campioni
del nostro Dottorato a celebrarvi la fissazione e la proclamazione
delle feste, e la intercalazione del nuovo mese. Questo è, o signori,
il primo punto. L’altro fatto di non minore rilievo, è il vocabolo
ebraico _Hassen_, il quale non solo, come l’Efesiano Esseno, suona in
genere _forte_, _illustre_, _magnifico_; non solo è posto al fianco
di _Nezer_, Corona, e vi officia qual sinonimo, secondo il genio del
parallelismo ebraico, _chi lo leolam hasen veim nezér ec. ec._; ma,
ciò che pone il colmo alla nostra ammirazione, è il vedere nei salmi
Dio, Dio nostro, il Dio vero chiamato Dio _Hassin_, in quella guisa che
facendosi organo del pensiero ieratico dei sacerdoti di Diana, chiamava
Callimaco il greco Giove, Giove _Esseno_; parola non greca, non
popolare, ma vocabolo vecchio, ma vocabolo della _lingua religiosa_,
siccome udiste dalla bocca di Callimaco stesso.[9] E questo è il
secondo punto. Venga il terzo adesso, e chiuda di queste riflessioni la
serie.

Il terzo è quell’accordo mirabile di cui misurare non potete sin d’ora
la estensione, ma che vedrete tra non molto evidente tra parecchi dei
costumi agli Esseni di Efeso da Pausania assegnati, e quelli di cui la
Storia favella degli Esseni Palestinesi. Il Celibato—La Solitudine,
e sopratutto l’officio, il genio religioso che rappresentano, sono
altrettanti legami che l’una all’altra stringono le due lontane e
sconosciute istituzioni. Quale è la conseguenza che da tali fatti
scaturisce spontanea? Io dissi come troppo soffriamo inopia di
ulteriori notizie per decidere autorevolmente delle origini recondite,
per assegnare di queste curiose coincidenze la prima cagione. Noi da
questa doverosa riserva non ci partiremo. Hanno sempre, hanno tutti a
questo proposito seguita una sì facil a un tempo e sì difficil virtù?
Mi duole dirvi che non fu sempre seguita. Sedotti da queste parventi
e preziose analogie, si attentarono alcuni autori a sentenziare
a dirittura la medesimezza, che dico, o signori? la filiazione e
derivazione immediata della società degli Esseni palestinesi dalla
corporazione sacerdotale degli Esseni di Efeso; e ciò che vi parrà
senza dubbio enorme, non temettero di asserire l’origine e il carattere
intimamente pagani del grande, del bello istituto degli Esseni. Siamo
noi condannati a sottoscrivere ciecamente ai costoro novellamenti?
Siamo noi così al verde di prove, di argomenti, che dobbiamo accettare
l’origine pagana che agli Esseni si vuole assegnare? Fortunatamente,
nol siamo; e che nol siamo veramente, non è da ora che il potete
vedere; non è da ora che noi dobbiamo affrontare la grande questione
della _origine_. Se ne ho fatto menzione da ora, sapete, o signori,
perchè? Perchè questa strana, questa folle pretensione, non d’altro
prendeva, a così dire, le mosse, che dal fatto di una concordanza
etimologica, da una pretesa identità di vocabolo. Vedete che cosa vuol
dire una falsa etimologia. Eccone, gli effetti. E quali effetti! La più
grande mentita alla istoria; la più solenne contradizione ai principii
più ricevuti; la più grande eresia storica che sia mai uscita da labbro
mortale. Aveva io ragione di crollare, anzi tutto coll’etimologia, le
basi degli avversi sistemi? Aveva io ragione di attaccarmi corpo a
corpo alle parole, e bandire, per così dire, una guerra gramaticale?
Guerra che ha forse avuto presso di voi l’aria di puerile, di
sofistica, di pedantesca; ma che pure è suggerita imperiosamente
dall’assunto, e che noi con queste parole abbiam condotto a buon fine.

Prima però di chiudere questa discussione sul valore del nome Esseni,
non possiamo tacere di un dotto Israelita vivente, distinto non meno
per l’insigne officio che egli onora, che per la scienza e l’erudizione
sua vastissima. Egli è questo l’illustre signor S. J. Rapoport,
Rabbino maggiore di Praga. Egli, nel suo gran Lessico Rabbinico, _Ereh
Millim_, e di cui solo una brevissima parte mandò già alla luce,
tocca del significato del nome _Esseni_ ove ragiona del vocabolo
_Iso_, che s’incontra di frequente nel Talmud; ch’egli fa derivare
dal greco ισος _Amico_, _Confidente_, e da cui, egli dice,
_si trae a buon diritto uno dei due soli significati plausibili del
nome dell’antica società degli Esseni_.[10] Egli ci promette di meglio
svolgere il suo concetto al vocabolo _Haber_. A noi torna sommamente
gradevole il poter annoverare il dottissimo uomo tra quei che
vorrebbero vedere nei _Haberim_ del Talmud gli Esseni medesimi, siccome
pare volere accennare l’illustre israelita, e se male non ci apponiamo,
egli è questo un nuovo omaggio a quella identità essenico-farisaica che
sarà obbietto di perpetua dimostrazione nel presente lavoro. Quanto
al nome di _Iso_, amico, confidente, d’onde il nome di Esseni sarebbe
derivato, non parmi trovato così felice come pare al dotto autore.
Scarsa e dubbiosa consonanza col nome di Esseni o Essei concordemente
usato dagli antichi; improbabilità che per designare un _particolare
sodalizio_, quel termine si sia adottato che vale a significarne ognuno
qualsiasi; le allusioni che sotto il nome di Assé o Asia vedremo fare
dal Talmud alla società degli Esseni, locchè prova come nella mente
dei contemporanei meglio da _Asia_ medico, che da qualunque altro il
nome suo derivasse; sono queste, o signori, considerazioni, e tutte
gravissime, se non erro, che ci tolgono di potere sottoscrivere alla
sentenza del signor Rapoport. Non pertanto, ella è quella che noi
abbracceremmo volentieri, se altra non fosse che meglio ci paresse
riunire le condizioni della verosimiglianza, e s’ella non è la vera,
ella è certo la migliore di quante abbiamo udito sino qui profferire.

Che ci resta ora, o miei giovani? Saziare gli occhi nel dolce aspetto
di verità. Trovare, additarvi che cosa intesero gli Esseni dandosi
questo bel nome che la virtù e la sapienza loro han renduto immortale.




LEZIONE QUARTA.


Io vengo, o signori, a mantenere la mia promessa. Il nome di Esseni
deporrà questa sera ogni velo che ne contende la vista, e tutto ci
apparirà quale prima immaginaronlo gli antichissimi Esseni. Che cosa
significa questo nome? _Esseni_ (diciamolo una volta, ed all’asserzione
seguano immediatamente le prove) Esseni fu detto da _Assia_, o Asse,
che nella lingua Aramea, nella lingua talmudica, nella lingua da
Babilonia a Gerusalemme importata e quivi a favella promossa pressochè
generale, significava _Medico_, _Risanatore_, o come dire vogliamo in
greco idioma, Terapeuta. Voi fate, o miei giovani, le meraviglie ed
avete ragione. Io non mi sono ancora abbastanza spiegato per avere il
diritto d’essere a prima fronte creduto da voi; la mia ipotesi non ha
fatto ancora le sue prove, non vi ha presentato i suoi certificati in
buona regola per concederle incontrastato della mente vostra l’accesso.
Il vostro pensiero europeo, occidentale, positivo, analitico, non può
farsi issofatto un’idea degli arditi, dei bruschi passaggi, delle
repentine conversioni dal senso proprio a quello improprio di una
parola; e tanto meno potrebbe al primo sguardo afferrare tutta la serie
infinita di applicazioni, di accessorj, di ramificazioni, in cui l’Idea
madre si traduce di mano in mano; in cui, quasi in un ampio ed opaco
mantello, si va sempre più nascondendo all’occhio dei riguardanti.
Leviamo un lembo di questo velo,—mostriamo un raggio di quell’evidenza
di cui brilla, a senso mio, la presente interpretazione. Io dissi
esser ella eminentemente consentanea alle idee, alle forme dei sommi,
antichi predicatori dell’Ebraismo. Ma che cosa è l’Ebraismo? L’Ebraismo
non solo è una Religione, non solo una Civiltà, non solamente una
politica, una legislazione, una letteratura; ma, tollerate che io lo
dica, ed ho prove nelle mani, è anche una Terapeutica, un’arte, una
scienza salutare. Lo è dei corpi,—lo è degli spiriti. Lo è dei corpi
in doppio modo, in doppio senso, per doppio scopo. Pel primo, ella non
fa che antivenire coi suoi celesti preservativi i mali onde i popoli
vanno afflitti; ella promette per bocca di quanto ha di più adorabile,
_che tutte le piaghe, le infermità dell’Egitto sarebbero senza possa
sopra i suoi fidi seguaci; che Dio, ne sarebbe il grande archiatro, il
gran medico, il gran Terapeuta_.[11] Ella annunzia, qual conseguenza
del culto di Dio, _il pane e l’acqua salutiferi, la remozione d’ogni
malore, non orbamento, non sterilità, e sopratutto una vita longeva_;
ella, infine, tutto il suo culto adombra sotto una frase che l’idea ci
offre viva, spiccata, di una salutar disciplina; anzi, che significa
a dirittura Terapeutica nel nome, o signori, di _Terafim_, la quale
comecchè rivolta fosse ad uso idolatrico, pure in principio alla fede
vera appartenne, e il magistero degli oracoli divini e tutto l’insieme
del culto valse a designare;—in quella guisa che _Kesem_, e forse
per avventura anche _Nahas_, prima di essere espressioni colpevoli e
termini idolatrici, furono vocaboli innocentissimi di religione;—in
quella guisa che l’idolatria stessa non è che abuso e adulterazione
ed apoteosi parziale di un principe ortodosso. Ella annunzia per
bocca di Salomone, che le sue dottrine, il suo culto, sarebbero il
palladio della salute corporea, e l’antidoto più efficace contro
di ogni maniera infermità,[12] ed in questo senso, o signori, ella
è interna, occulta, indiretta operatrice di sanità. Chi volesse di
questo pronunziato sindacare il valore, chi volesse, al lume eziandio
naturale, indagare di questi influssi le cause, troverebbe occasione
di belle e amabili speculazioni. Montesquieu, e prima e dopo di esso
moltissimi come lui, comecchè non così di reciso, videro nel clima, e
poi nelle _Istituzioni_, la causa delle grandi e delle infinite varietà
etnografiche fra popolo e popolo. Curiosissimo, poi, sarebbe studiare
delle varie Religioni gli svariatissimi influssi sul corpo dell’uomo, e
quella predicare sovrana tutrice dell’umano benessere, che più al segno
si avvicina. Dico cotesto per persuadervi come le vantate pretensioni
che udiste poc’anzi, non siano aerei edifizi che non poggino sovra basi
reali e ferme.

Certo, o signori, questa Igiene per così dire trascendentale, estolle
il capo sino al più sublime dei cieli, e certe segrete armonie suppone
tra il corpo e lo spirito, le quali la scienza non sospetta nemmeno:
ma se il capo si erge al cielo, i piedi posano in terra; se i suoi
principj sono sovraumani e sovrasensibili, i suoi effetti, le sue leggi
di second’ordine, il suo teatro, la sua applicazione sono sensibili,
sono palpabili, nè la scienza li revoca in dubbio. Ma qui non si ferma
il carattere per così dire terapico di nostra fede. Ella non è soltanto
come vedeste un’Igiene, non solamente contra i morbi assicura e
guarentisce, ma i morbi combatte sopravvenuti, ma la salute restituisce
perduta, ma ella è una vera e propria Terapeutica che lo scopo suo
prosegue con due ordini di mezzi.—Sono i primi mezzi naturali,
scoperti, naturali medicamenti che il genio enciclopedico universale
delle antiche Religioni restrinse ed accolse in grembo ai tempj, fece
banditori primi i Sacerdoti, ed a cui il carattere sacro appose, al
primo apparire, di religioso e divino trovato. Sono i secondi quei
mezzi cui l’arte umana verrebbe meno; sono quella dittatura instantanea
che l’uomo ispirato assume, Dio consenziente, sopra il Creato; sono
la taumaturgia propriamente detta; sono le guarigioni prodigiose
del Vecchio Testamento; è Elìa, è Eliseo nell’atto di riaccendere
la fiaccola che è per spegnersi nel povero infante. Chi furono, di
questa doppia Terapìa, umana e divina, gli organi, i professori?
Furono i Sacerdoti ed i Profeti.—I Sacerdoti, che più dimessamente
procedono, e l’arte principalmente considerano e praticano dal lato
umano; i Profeti a cui spetta per eccellenza la medicina straordinaria
taumaturgica, che, nuovi Prometei, rapiscono di tratto in tratto il
foco celeste per riallumare la lampada della vita. Vedete però, o miei
giovani! sacerdozio e profetismo conscj ambedue delle prerogative,
non vogliono rivali, non tollerano che altri l’impero divida che
esercitan sui corpi. Non fu accademia così ostile alla importazione
di nuove teorie, alla consecrazione di nuovi farmachi, che più nol
fossero Sacerdoti e Profeti contro la medicina non officiale, non
sacra, non religiosa. I Re d’Israele sono presi a biasimare perchè,
piuttosto che consultare il Signore, gissero a interrogare la scienza
spuria dei medicastri (Croniche II, Cap. XVI, 12), e, se crediamo ai
nostri dottori, Ezechia Re santo avrebbe soppresso un intero trattato
di Medicina che sotto il gran nome si ammantava di Re Salomone; ed
allo stesso Ezechia affetto di scabbia, non sdegna il grande Isaia di
prescrivere egli stesso quell’impiastro di fichi che ridonargli doveva
la sanità. Ma Profeti e Sacerdoti cessarono.—Cessò forse la Medicina
religiosa, nel doppio suo genio naturale e divino? si estinse forse
con essi, o trasmigrava nei successori dei Profeti, dei Sacerdoti?
Così è, ai Profeti, al sacerdozio tenne dietro il Dottorato, e il
Dottorato raccolse di ambedue il retaggio nella doppia Medicina
naturale e miracolosa che insegnava ed esercitava congiuntamente.
Naturale nelle infinite vestigia che di essa reca il Talmud, e tutta
l’enciclopedia rabbinica dei primi secoli; arte se volete meglio che
scienza, cieco empirismo anzi che principj e metodiche deduzioni,
ma pure, o signori, tutti di medicina gli officj e tutte le parti;
prodigiosa però in quelle guarigioni portentose taumaturgiche che
sono, a così dire, uno strascico dell’Èra profetica, e che l’impero
rivelano non del tutto dismesso dell’uomo perfetto sovra le forze
create, che la Genesi augurava sin da principio (Genesi I, 28).[13]
Ora, questa duplice Terapia, quest’uso simultaneo di mezzi così
dispari, di semplici e di scongiuri, di virtù naturali e di angeliche
potestà, questa terrena e celeste farmacopea, ella è, sappiatelo a
dirittura, ella è il più vistoso, il più manifesto distintivo della
scuola che togliemmo a studiare. Non è da ora, o miei giovani, che a
noi è dato il vederlo; ma verrà tempo, e non è lontano, in cui queste
cose ci saranno manifeste. Vedrete gli Esseni a questa duplice Terapia
dar opera solerte; li vedrete studiar sulla natura, sulle virtù dei
semplici e sulla composizione dei farmachi; li vedrete studiosi sui
libri della recondita Medicina dagli avi loro trasmessa; li vedrete in
una parola _Esseni_ in tutta la forza della parola, che è quanto dire
_Medici_—Medici, risanatori per eccellenza.

Questo è il primo senso in cui si dissero gli Esseni medicatori e
Terapeuti. Ma non vi fu un altro, che il primo immensamente sopravanza
in altezza, in nobiltà? Sì, vi fu; e tanto il primo trascende per
ogni verso, quanto l’animo il corpo trascende, quanto la sanità, la
purità e la interna armonia dello spirito, quelle vincono di gran lunga
che il frale riguardano. Gli Esseni non furono soltanto i Medici del
corpo, ma Medici si dissero pure dell’animo umano. Era egli cotesto
nuovo officio, nuovo vocabolo nella lingua religiosa dell’Ebraismo?
Dite piuttosto che era antichissimo; che la Bibbia rigurgita di simili
esempi; che lo spirito non meno che il corpo fu sempre dall’Ebraismo
considerato siccome un ente che a tutte le vicissitudini soggiace,
buone e triste, della vita; che ha la sua salute, le sue infermità,
le sue crisi, le sue cadute, le sue ristorazioni, e quindi una vera e
propria scienza mediatrice. Ma dite piuttosto che univoci attestano
di queste idee predominanti i Profeti; che lo attesta Davide quando
chiedendo la remissione delle colpe, e la rigenerazione dell’animo
suo, chiede farmaco e guarigione, _Guarisci l’anima mia, chè a te
peccai_;[14] che il Perdono è da Isaia dichiarato qual suprema
sanatoria;[15] che lo stesso Isaia parlando nel nome di Dio, ci
presenta il peccatore amnistiato qual malato medicato e guarito[16],
che lo attesta, infine, Geremia e quasi al sommo reca la forza
dell’argomento, quando il Profeta istruttore chiama col nome istesso
di _Rofé_, Medico; e farmaco dice per avventura e teriaca preziosa
la dottrina di lui.[17] Sono elleno men di questi frequenti, meno di
queste eloquenti le prove che dai Rabbini si traggono? Hanno eglino
con manco predilezione usate in questo senso traslato, in questo senso
metaforico l’idea, il vocabolo di Medicina e i suoi derivati? Sarebbe
ignorare assolutamente dei Dottori la fraseologia, il disconoscere di
questa Idea, di questi traslati, gli esempj parlanti. Volete sapere che
cosa sono le religiose dottrine per i nostri Rabbini? Sono potentissimi
cardiaci pei cuori infermi; sono collirj pegli occhi oftalmici, e
antidoto, in breve, efficacissimo contro ogni malore. Ho io bisogno di
avvertirvi che così magnificando delle religiose dottrine i privilegi
a tutt’altro intendevano che ad una vera e propria virtù curativa?
Voi già comprendete, o signori, a che cosa si allude. Si allude sotto
il corpo allo spirito, si mira a traverso le infermità corporali, a
quelle infermità che affliggono la parte migliore di noi medesimi:
all’occhio della mente ottenebrato, al cuore fatto recesso d’ogni
vizio. Che più, o signori? Se un dottore trova agli ignoranti della
legge difesa nel dì della Resurrezione, egli chiama questo trovato
Medicina, _e trovai per loro guarigione nella legge_:—se il pregio si
vuol accennare trascendente di uno studio disinteressato, _Farmaco_ si
dice cotesto di vita Eterna, _Sam haim_; come tossico mortale si dice
il suo contrario, ch’è quanto dire ministero religioso sostenuto per
argento, _Sam ammavet_. Che volete di più? Non solo è il linguaggio
tal quale ve lo descrivo, non solo idee siffatte di Terapia ricorrono
ad ogni tratto, e più che non dissi ne riboccano gli antichi rabbinici
monumenti; ma ciò che infinitamente si lascia dietro ogni prova, ciò
che è lo specchio vivo e parlante dell’Essenato salutare e medicativo,
è l’attitudine esteriore—sono le forme curiosissime, sono gli
atteggiamenti espressivi, parabolici, figurativi, che prendeva talvolta
il dottorato insegnante. Avete udito d’Isaia che seminudo percorre le
vie di Gerusalemme, ed in sè raffigura gli Ebrei da esso vaticinati,
che fuggono dalla spada babilonese? Avete mai letto di Ezechiele che,
in realtà o in visione, si giace or da un fianco or da un altro, e
i cibi ingolla che l’umor satirico divertirono per lungo tempo del
filosofo di Ferney? Or bene—non dissimili da queste immagini parlanti
ci offre talvolta il dottorato mimiche rappresentazioni, e la medicina
n’è il subbietto. Vedete questo rivendugliolo che, andando attorno
per i villaggi che coronano _Sippori_, non rifinisce di gridare a
squarciagola e quasi con piglio ciarlatenesco—chi vuol della vita lo
elisire, venga e compri? _Man bae lemizban sam haim._ Chi è costui e
quale è il mirabilissimo specifico che proferisce? È un farmacista,
dice semplicemente il Medrasce, e nulla dell’esser suo aggiunge di più.
Ma il farmaco che cosa è? Il farmaco ve lo darei in mille a indovinare.
Pure se punto vi cale saperlo, salite qui.—Il pseudo farmacista è già
nelle stanze entrato di un dottore il quale affacciatosi al noto grido,
gli fece cenno dalla finestra, salisse pur su, che un confratello avria
trovato con cui alternare i saluti e le soavi parole. Che cos’è, o
gentil farmacista il Farmaco che tu ci vendi? Alla quale domanda ratto
trasse fuora un salterio che sottopose agli occhi del dottore, dove
questi detti si leggono significanti—_chi è l’uomo che ami la vita,
che giorni chiegga per esser felice? La lingua sua guardi dal male,
le labbra dalla menzogna, ec._ (_Vaicra Rabba, sez. XVI._) Ecco il
farmaco vantato. E pure, qual vero e proprio farmaco lo bandiva per
terra e castello. E pure, a quel grido gran calca fattaglisi intorno
di incettatori, la innocente frode per avventura disvelava, e testo
prendeva di là ed occasione a moralizzare le turbe, in quella guisa
che il fondatore del Cristianesimo ci dipingono gli Evangeli andando
attorno per le campagne e le moltitudini accorrenti concionando di
tratto in tratto dalla sommità di un poggio.[18] Vi pare che sia
abbastanza decisivo cotesto esempio? E pure una circostanza vi manca
sapere, ed è la più concludente. E quale è, o signori? É il nome vero,
il vero ufficio e il vero carattere dello pseudo farmacista. Già voi
sospettate che qualche cosa di più nobile sotto i panni si asconda
del cerretano: già i fatti presenti parlano troppo in favor mio; ma
la provvidenza ci serbava ancor più.—Per una di quelle singolari
coincidenze che nei libri rabbinici si dànno in mille volte, ciò che
implicito rimase nel _Medrasce_, trovammo esplicito nel Talmud; ciò che
col nome fittizio, supposto, quivi si designa di _Rohel_, col vero e
genuino nome si accenna nel Talmud. In una parola, nel fatto stesso, ma
più brevemente dal Talmud raccontato, il _Rohel_ non è più _Rohel_, il
cerretano non è più cerretano, ma è un vero e proprio dottore, un vero
e proprio Fariseo, nomato _Alessandro_.

Aveva io ragione quando diceva, il concetto che suggerì l’appellazione
di Esseni, profonde, vaste gettare le radici nei Profeti e nei
Rabbini, nella Bibbia e nella tradizione? Io credo, e non è troppo
presumere, che queste prove da sè basterebbero. E pure non sono le
sole; vi sono analogie, vi sono concetti, vi sono appellazioni non
dissimili nell’istesso paganesimo. Che dire della Biblioteca Egiziana?
Domandatene ad Orapollo e poi a Bossuet, che la narrazione ne riferiva.
Essi attestano concordi, come le Biblioteche si chiamassero in Egitto
con nome che in quella lingua suonava medicina dell’anima. Domandatene
Diodoro Siciliano. Egli parlando del sepolcro di Osimandia, vi dirà
che tra gli appartamenti di quel palazzo era una sacra Biblioteca alla
quale queste parole soprastavano incise: _Medicina dell’anima_. E per
ultimo, le buone ragioni si guadagnarono i buoni autori;—la buona causa
trovò buoni avvocati che la difendessero. S. Epifanio, che conobbe il
vero, e amore del nuovo trasse fuori del cammin dritto; il sig. Munk,
che nella _Palestina_ alla interpretazione nostra fa ossequio; il
_Salvador_, che esplicitamente vi assente nella grandiosa sua opera
_J. C. et sa doctrine_, ed altri molti che sarebbe lungo annoverare;
tutti intesero egualmente nel vocabolo di _Esseni_ quel concetto di
sublime, di superlativa _Terapeutica_, che noi v’intendemmo; tutti
vi prestarono ferma e ragionevol credenza: _a guisa del ver primo
che l’uom crede_. Ella è, infine, una deposizione il cui valore non
sarebbe possibile dissimularsi. Non è da ora che non possiamo insistere
sulla identità originaria degli Esseni coi Cabalisti. Sull’autorità
di scrittori gravissimi, ci permettiamo aggiungere quanto verrà più a
lungo trattato nel corso di questa istoria, ponendone i titoli in una
luce che non si potrebbe più sfolgorante. Intanto non è fra gli ultimi
indizii che a questa identità ci conducono, il fatto per più d’un verso
eloquentissimo, che nel Zoar il nome di _Assia_ vien conferito a un
dottore Cabbalista; e ciò che è più, nel senso che qui si accenna,
di medico spirituale, di Risanatore delle anime. E tanto si legge in
quell’opera a proposito di R. Samlai (_Zohar, vol. III, 75, 2._)




LEZIONE QUINTA.


L’origine degli Esseni doveva essere, voi lo sapete, subbietto delle
nostre ricerche, quando il nome fosse stato da noi rintracciato
che il nostro istituto contraddistinse. Questo nome, o Signori, la
derivazione di questo nome fu da noi recata a quella evidenza che si
poteva maggiore. Qual’è ora il compito nostro? Io già vel diceva.
Ella è la origine, la origine storica dell’Essenato, l’epoca della
sua formazione, le cause che precedettero al suo nascimento, il luogo
d’onde prima trasse i natali. Era la prima disquisizione, più ch’altro,
gramaticale. È la presente, ricerca storica, e ricerca gravissima.

Noi abbiamo di fronte, non amici da abbracciare, ma nemici da
combattere. Noi avremo il paradosso, il pregiudizio, la mala fede da
superare, pria di poter penetrare nei vestiboli di verità. Quali sono
questi pregiudizj? Eglino sono così svariati di forme, come sono eguali
in bruttura. Egli è, in primo luogo, il pregiudizio _Pagano_; che è
quanto dire l’origine pagana gratificata allo istituto più ebraico che
abbia mai esistito. Chi lo avrebbe pensato? Chi avrebbe detto che di
origine _pagana_ dovesse supporsi lo _Essenato_? E pure nulla di più
vero, di più dimostrato. Egli è il _Buhl_, il celebre storico della
Filosofia, che ne fa fede. Grazie al cielo, non è il Buhl che noi
dobbiamo combattere. Non è egli l’autore di paradosso siffatto; ma
egli lo ha registrato, gli ha dato luogo nella sua istoria; e se la
memoria non erra, non l’ha, come pure avrebbe dovuto, sotto il peso
schiacciato della sua autorità. Quale è la causa di tale aberrazione?
Su quai fondamenti, su quai pretesti riposa la pagana derivazione? Io
credo che non sia difficile indovinarlo. Voi vedrete quando del culto
ragioneremo, e delle adorazioni degli Esseni, come fuggito non abbiano
costoro ai morsi della più svergognata calunnia. Voi li vedrete, sopra
basi inconsistenti accusati, processati e per peccato condannati
d’_Idolatria_; li vedrete posti al bando del Giudaismo, e le note
contender loro e le prerogative di Monoteisti e di Ebrei. Li vedrete,
in una parola, accusati di prestare idolatrico omaggio al _Sole
nascente_. Noi vedremo allora di che sappia l’accusa inconsiderata;
noi rivendicheremo la bontà, la purità della loro credenza. Ma che
cosa si esigeva di più per porre gli intemerati Esseni in mala voce,
per additarli al mondo quali idolatri, e la fama accreditare tra i
contemporanei, tra i posteri, di una origine viziosa, di una origine
pagana? Voi vedete le basi vacillanti dell’accusa. Avrò io mestieri
di spendere parole soverchie a giustificarli? Dovrò io ricordare le
atroci calunnie onde furon bersaglio le israelitiche credenze, siccome
allora vi accennai, che del culto Samaritano tenevamo parola? Dovrò
dirvi dell’adorazione del firmamento che non pochi tra i Poeti Latini
favoleggiarono dei nostri proavi; del teschio che, al dire di essi,
nel recesso si adorava del Tempio di Dio, del famoso Asino che il gran
Tacito non dubitava di erigere a sommo obbietto del nostro culto?

Or, che miracolo se gli Esseni pur essi del grande onore parteciparono
di subire le accuse pagane, e se nell’accusa furono involti pur essi
del popolo nostro, essi che del popol nostro la più eletta parte
formavano e la più santa?

Ma un altro, credo, e non lieve pretesto, potè l’adito schiudere
alla imputazione mostruosa; voglio dire, o miei giovani, di un passo
di Flavio concernente gli Esseni, che tratto a peggior sentenza
ch’egli non dice, commentato dall’ignoranza e dalla malizia, potè
per un istante autorizzare la insensata imputazione. E quale è il
passo di Flavio? Egli è quello ove, parlando della essenica scuola,
e precisamente nel lib. XII delle Antichità, quella definisce come
una setta di _Giudei Pitagorici_. Il nome di Pitagorici non fu invano
pronunziato. Egli avrà sedotte le menti superficiali, egli avrà fatto
vedere ciò che Giuseppe non vi ha posto giammai, ch’è quanto dire
l’origine pagana. E pure, quant’era facile comprendere Giuseppe senza
costituirlo reo di tanta enormità! Che voleva dire Giuseppe? Egli
voleva far comprendere ai suoi lettori, ch’è quanto dire al mondo
pagano, ai Romani, ai Greci, a tutti quelli che degli Ebrei nulla
sapevano che non fosse dalla passione travisato, che cosa fosse quel
bellissimo istituto di cui egli, il grande istorico, si professava il
ferventissimo ammiratore. Egli lo dice un Istituto Pitagorico foggiato
all’ebraica. Egli lo dice un Pitagorismo israelitico, un Pitagorismo
ortodosso, siccome Filone fu detto _Platone filonizzante_, siccome
Porfirio chiamò lo stesso Platone un _Moisè atticizzante_.

Aveva egli ragione così giudicandolo, è ella esatta la sentenza
di Flavio? Noi in seguito lo vedremo. Ma quanto non dobbiamo noi
l’ignoranza ammirare, ammirare la mala fede di chi le parole di
Giuseppe innocentissime torse a così rea sentenza?

Noi non saremo i detrattori degli Esseni. Non saremo nemmeno i
loro adulatori. Non diremo neppure come da taluno fu detto, che
Pitagora essendosi recato, come ognun sa, in Oriente, colà cogli
Esseni s’incontrasse, che ne adottasse i principj, che l’Italico
sodalizio erigesse poi sul modello di quel di Solima. Questo fu
detto, e caldamente propugnato dai Frati Carmelitani, i quali vedendo
nell’Essenato l’origine del loro ordine, vollero fare altresì di
Pitagora un copista dei loro supposti antenati, e Carmelitano pur esso
coi _tria vota substantialia: obbedienza, povertà e castità_.[19]
Novelle son queste da muovere a riso, nè più seria meritano veramente
nè più lunga disamina.

Potremo dire lo stesso di altra origine che l’ingegno moderno pegli
Esseni fantasticava? Io credo che più profonda cotesta si esiga e
più protratta disquisizione. Il nome, il tempo, la fama dell’autore
vogliono che noi alcune parole ci spendiamo d’intorno. Qual’è il nome?
Il nome non potrebbe essere nè più famoso nè più interessante, e
(aggiungo volentieri) nè più specchiato nè più caro al popol nostro.
Egli è il _Salvador_, che primo tra gli Israeliti francesi dei tempi
nostri, salì sulla breccia, e tutto il fuoco sostenne il primo
delle falangi avversarie. Il tempo fu quello dei grandi religiosi
dibattimenti della Francia moderna. L’opera è quella che più fama destò
di sè in Europa, e soprattutto in Allemagna, ove precorse, ove augurò
la terribilissima scrittura dello Strauss.

Or bene, nella _Vita di Gesù e la sua Dottrina_, il nostro _Salvador_
dal proprio têma? condotto, scende a parlar degli Esseni. Egli chiede
a sè stesso degli Esseni l’origine; e qual ne segue risposta? Certo
non tale quale per noi si vorrebbe. Egli chiede del tempo, ed il tempo
egli lo vede, durante la invasione Siriaca, quando i successori di
Alessandro osteggiarono aspramente il popolo nostro, e sotto Antioco in
ispecie. «_Son origine la plus probable_, dice il Salvador, _remonte
à l’époque de l’invasion des Syriens._» Quali le cause che allora lo
istituto creavano? Non sono cause propriamente, dice il Salvador, ma
piuttosto _fortuito concorso di circostanze_. «_È una turba_, sono sue
parole, _è una turba di famiglie che rovinate dalla guerra, desolate
dalla continua violazione dei luoghi sacri, e degli atti alla credenza
loro oltraggiosi, ai quali venivano costretti; vanno in cerca di un
asilo nelle regioni alpestri della Giudea._» Quale è l’origine del loro
culto? Eccolo qual ei ce lo narra. «_È l’impossibilità di compiere
in quelle solitudini, riti e sacrifizj, o, come dire si voglia, il
culto esterno, ella è cosifatta impossibilità che l’animo rivolse
ad un’altra specie di culto, ad un culto più interno, alla continua
elevazione dello spirito, mercè la pratica della giustizia e gli
offici di carità._»—D’onde poi, secondo il Salvador, quella singolare
comunanza di beni, che fu peculiare distintivo dell’Essenato? Quali le
cause che la produssero? Furono, ad udirlo, «_l’incertezza della vita,
minacciata mai sempre dalla spada nemica, fu la necessità di provvedere
di sostentare tanti vecchi, tante donne, tanti fanciulli_.»—Ecco le
cause, conclude trionfalmente il Salvador, che ispirarono loro la
comunanza dei beni, che la stabilirono allora e poi in seno agli
Esseni, e ch’egli dice nel suo idioma «_ne tarda pas à devenir une
règle principale de leur institut_.»—Noi abbiamo parlato del Salvador,
come d’uomo si conviene della sua tempra, del suo ingegno. Noi gli
abbiamo tributato elogi non ipocriti, non servili e non avari. Ma noi
abbiamo perciò stesso la libertà pienamente acquistata di sindacare
la bontà, la ragionevolezza delle sue dottrine. Mi duole il dirlo, il
Salvador ha soggiaciuto al genio predominante del suo paese, del suo
tempo, e più assai al genio dei suoi vicini Tedeschi. Egli sente, come
essi, alto profondo orrore di tutto quello che per poco trascende le
età più moderne della istoria; egli è uno di quelli che i tempi, gli
uomini, gli istituti più antichi modernizzarono; egli è uno dei grandi
atleti che stringendo a così dire tra poderose ritorte le statue, i
monumenti, che sorsero all’aurora dei secoli, si sforzano e sudano e si
affaticano a tirarli a tempi a noi più vicini; egli è uno di quelli che
fanno vedovi i primi secoli dei fatti più illustri, degli uomini più
venerandi; che fanno, nell’ordine della cronologia, ciò che le moderne
nazioni civili fanno in ordine allo spazio, togliendo obelischi,
sfingi, sarcofagi e d’ogni maniera anticaglie, a quei paesi ove l’arte
li generava, e decoro illustre ne fanno di musei, di biblioteche, di
capitali. Egli è di quelli che fanno il vuoto nelle origini, e gli
uomini e i fatti condensano, accalcano in angustissimo spazio di tempo,
con quanta sapienza e ragione, non so.

Fuori dei tempi antichi, ogni romanzo è buono a costoro. Anzi, la
storia sol perchè è antica, è romanzo, e il romanzo solo perchè è
moderno, è la istoria.—Io ho detto romanzo, e lo mantengo. La teoria
del Salvador, con sua buona pace, non è che romanzo. E se vi aggrada
come me osservarlo, vedetelo immantinente. Io potrei appuntare per
primo il Salvador, non di plagio, chè la di lui probità letteraria me
lo contende, ma di aver disdetto, voglio credere involontariamente,
l’onor del trovato a chi si appartiene. Potrebbe dire una critica
meticulosa, che male non avrebbe fatto il Salvador a narrarci chi
fu il primo a porre innanzi la ipotesi menzionata; a dirci, che fu
il _Drusio_ colui che primo gliene offriva l’idea; che fu esso che
andando in cerca, siccome noi dell’origine degli Esseni, insegnava come
questa si dovesse riporre ai tempi d’_Ircano Asmoneo_, quando la parte
perseguitata si ricovrò nei deserti, e colà di buon’ora s’assuefece ad
un tenore di vita durissimo, nel quale dipoi perseverò volentieri. Il
sistema del Drusio non è quello, ben io m’avveggo, del nostro Salvador,
il quale differisce siccome udite in ordine al tempo, e risale ad
un’epoca non di poco anteriore a quella dal Drusio seguita. Ma
finalmente, che cosa non hanno di comune i due sistemi, ove si eccettui
la differenza notata? Io ardisco dire che hanno tutto in comune, e
che bene avrebbe fatto il Salvador a dividere con chi di ragione la
responsabilità del sistema. Egli però nol fece, nè io insisterò di
soverchio. È egli almeno probabile, è egli almeno accettabile il
sistema dal Salvador propugnato? Io gli chieggo del culto essenico la
origine, ed egli l’impossibilità mi addita dei sacrifizj e del culto
esteriore; al quale ei dice, un culto più elevato si sostituì _in
ispirito e verità_.—Di buona fede è egli questo raziocinare per filo
e per segno? Che cosa suppone il ragionamento Salvadoriano? Suppone,
se io non erro, che nè sacrifizj nè culto esteriore appo gli Esseni
esistesse. Che se così non fosse, che cosa suonerebbe questa sognata
sostituzione? Io dico dunque che lo suppone.—Ma che dice la Istoria,
alla quale ogni reverenza si dee ed ogni ossequio? Conferma ella la
ipotesi del Salvador, ed una setta negli Esseni ci raffigura quale
egli ce la dipinge, destituita di culto esteriore e di sacrifizio?
Nulla affatto. La storia parla alto, parla solenne contro la teoria
irriflessiva del Salvador, ed un amore ed uno studio ci offre presso
gli Esseni del culto esterno, da disgradarne ogni più raffinata e
squisita pietà. Ma che volete? Il Salvador pecca per troppa bontà.
Egli ama gli Esseni, egli li stima, nè confine egli pone alle lodi
che al bello Istituto profonde nel suo libro: epperò gli dà troppo
del suo, epperò di quelle vesti li abbiglia che più talentano al
suo genio filosofico, al suo gusto, al suo favorito sistema. Epperò
li va profumando con quegli unguenti razionalistici che ponno farli
accogliere, festeggiare nei dotti consessi. Rimane però a sapersi se
del presente generoso gli Esseni si chiameranno contenti.—Io proseguo e
chieggo al Salvador: d’onde, secondo voi, la comunità degli averi? Che
cosa risponde il Salvador?—Dalla incertezza della vita, dalla necessità
di provvedere a tanti vecchi, a tante donne, a tanti fanciulli.—Eppure
il mondo non l’aveva finora capita così. Si credeva finora che nulla
vi fosse di più egoista della _necessità_, nè di più avaro della
_miseria_. Si credeva finora che l’abnegazione, la generosità, e
soprattutto il rinunciamento assoluto di ogni bene, non albergassero
precisamente colà, ove la fame manda i suoi orribili latrati, e dove la
prepotente mano del bisogno, stringe i cuori ad ogni senso di pietà, e
non occorre dire d’abnegazione. Benedetti razionalisti! Quanti miracoli
non sanno fare! Eglino ti cavano un effetto dal suo opposto con quella
disinvoltura con cui Mosè trasse dalla rupe le acque. Ma eglino, i
razionalisti, ci hanno insegnato a dubitar dei miracoli, e questo basti
perchè i loro miracoli eziandio da noi si rifiutino.

Ma su.—Io voglio menar buone al Salvador tutte le anzidette repugnanze.
Voglio dire che il culto esterno tra gli Esseni non vi fosse, e che
dalla brutta fame sia uscito fuora il più sublime prodigio di carità.
Ma il nodo gordiano non è qui. Sapete invece dov’è? È nel passaggio da
questo stato temporario, provvisorio, forzato, ad uno stato durevole,
ad uno stato definitivo, ad uno stato volontario. Mi spiegherò
ancor più. Bisogna che ci dica il Salvador in qual guisa, per quale
sconosciuta ragione, una condizione così miserevole, così eccezionale,
così a malincuore subìta dai poveri emigrati, si tramutò, ad un colpo
di magica verga, in un’associazione regolare, stabile, religiosa, dotta
e venerabile, come fu quella che veggiam negli Esseni. Se questo il
Salvador non ci narra, se egli non ci svela il transito miracoloso,
sapete che cosa io crederò? Io crederò che non appena rimossi gli
ostacoli, non appena gli impedimenti sgombrati, non appena restituita
la pace e la libertà, non appena le vie si dischiusero del ritorno
ai poveri fuoriusciti, che ognuno riedendo pacificamente a casa sua,
avrà ripreso il godimento degli antichi diritti; e l’esercizio delle
prische faccende. Ecco che cosa credo, ecco quello che suggerisce il
più comunale buon senso. Per trasformare un’orda di fuorusciti in un
istituto ammirando quale fu l’Essenato, ci vuol altro che parole!
Ci vuol ragioni! E che cosa ci dà in compenso il Salvador? In qual
guisa si districa egli dagli intricatissimi lacci?—Ecco, come: Quello
stato, egli dice, era provvisorio, era precario, ve lo confesso. Udite
pellegrinità di trovato. Ma, egli aggiunge in sua favella: «_Mais ne
tarda pas a devenir une des règles principales de leur institut._»
Volete più? Se più esigete, sareste davvero indiscreti. Quel _ne tarda
pas_, ch’è l’anima del concetto, è fatto proprio per contentare anco
gli ingegni più schizzinosi. Egli è proprio un miracolo; ma un miracolo
di coreografia, non dialettico procedimento. Questo si chiama in Parigi
_glisser sur les questions_. Ma io dico piuttosto, che fa scivolare,
che fa sdrucciolare gli inesperti, e che il minor pericolo che può
incoglierci, sia quello di nulla imparare.

Noi abbiamo, se ben mi appongo, abbastanza crollato il sistema del
Salvador. Or bene, lo credereste? Egli è ancor più fragile di quel
che credete, e quando pure potesse avere le superiori sembianze del
colosso di Nabucco, certo che i piedi, che le basi di creta non
mancheriano. Tali le prove, tali i fatti sono che vi addurrò, che il
sistema del Salvador riporrete certo tra gli onorati defunti. Non
lo credete?—Ebbene, o miei giovani, togliete in mano il libro del
Salvador, e la citazione osservate alla quale tutto egli affida il
peso del suo sistema, e ditemi che ve ne pare. Non dovrebbe essere,
non è egli vero, una colonna, una piramide, un atlante? Oibò, è
canna, e fragil canna. Qual’è la citazione del Salvador? Egli è un
passo del libro dei Maccabei, ove si narrano i primi effetti della
irruzione Siriaca in Palestina. Come suona quel passo? Dice per
l’appunto così: «_E si ridussero gli sbandati Israeliti ad abitar
nelle caverne ed in ogni luogo ove potessero un asilo trovare......
Allora parecchi tra quelli che cercavano giustizia, trassero al
deserto onde abitarvi._»—Qui finisce la citazione Salvadoriana, che
dal 1º e dal 2º Capitolo fu tratta del primo libro dei Maccabei.
Ma noi non sbaglieremo dicendo che il Salvador così facendo, si
affidò più a quanto di proprio avrebbe supplito il lettore, a quanto
avrebbe la immaginazione suggerito in compimento, che a quanto sta
veramente registrato nei Maccabei. Diffatti, a questo punto arrivati
della istoria, allo spettacolo di tanta gente che fermano stanza nel
deserto, dopo le parole in ispecie del Salvador, che cosa vi suggerisce
la fantasia? La fantasia s’impadronisce di questo dato, di questa
emigrazione dalla storia narrata, e vestendola secondo il suo stile
di colori fittizj, ed allargandola ed ampliandola, e preoccupando il
campo dell’avvenire, e parlando ove la storia si tace, già dimostra
in questo pugno di fuorusciti il germe della grande istituzione; già
ve li addita stanziati definitivamente in quelle solitudini; già li
stringe in religiosa consorteria; già dal semplice soggiorno alla
convivenza trapassa, quindi dalla convivenza alla scelta di una vita
comune, da questa all’organamento sociale, al culto, alle dottrine; e
così di grado in grado salendo, ed elemento ad elemento soprapponendo,
fa sorgere quasi per incanto il grande, il bello istituto degli Esseni.
Io non so se mi vorreste più generoso; ma io tutto ammetterei, quanto
può di fantastico offrirci, di gratuito, questa ipotesi, quando almeno
la base istorica, quell’esilissimo storico addentellato, che pur or
ricordammo, rimanesse saldo, inconcusso, rimanesse in piedi. Che
sarebbe però, dilettissimi, se pur esso svanisse; che sarebbe se il
gigantesco edifizio tutto vedessimo sull’arena fondato; che sarebbe se
tutte le nostre immaginarie scoperte andassero miseramente in frantumi,
come le fantastiche supputazioni di colui che sopra pochi miseri
vetrami la fortuna sua fondava?—Certo che bene avremmo di maraviglia
argomento, come un ingegno svegliato, probo, erudito come il Salvador,
si lasciasse tanto aggirare dall’orror dall’antico, tanto dagli spiriti
razionalistici, sino a disconoscere la inanità del sistema proposto.
Quale è di questo sistema la base; quel _quid_ senza di che sarebbe
a _zero_ ridotto; quel polline, quell’embrione d’onde si vuol tutto
l’Essenato prodotto? Egli è senza meno, e voi lo sapete, quel nucleo
d’Israeliti i quali dalla Macedone spada incalzati si ridussero
raminghi per lo deserto. Or bene. Mi spiace per voi, mi spiace per il
Salvador, mi spiace per quei poveri Israeliti. Il preteso embrione non
giunge alla prima fase di gestazione. Il polline muore sullo stelo per
effetto di una brinata. Senza figura, quel pugno d’Israeliti su cui
si fondava così alto e immenso edifizio, non scorsero pochi giorni
che raggiunti, circuiti, assaliti, ed infine distrutti dai Macedoni
persecutori, spariscono miseramente dalla superficie della terra.
Dove son iti i germi dell’Essenato, dove sono i primi rudimenti, dove
i portentosi sviluppi? Se ne desiate novelle, chiedete piuttosto ai
generali Siriaci, che vi mostreranno in risposta la spada tinta di
sangue. Chiedetene, se ne volete più mite responso, alla storia stessa
dei Maccabei, allo stesso 2º Capitolo citato dal Salvador, ai versi
stessi che quasi immediatamente conseguitano a quelli dal Salvador
indicati; e queste parole vi leggerete, che pur esser dovrebbero suggel
ch’ogni uomo sganni:

«_Coloro dunque_ (cioè i soldati Siriaci) _gli assalirono con
battaglia in giorno di sabato, sì che morirono, essi e le loro mogli, e
i lor figliuoli e i lor bestiami, fino a mille anime umane._»

Avete inteso?—Non uno rimase vivo; non uno da cui potesse sorger per
miracolo l’Istituto degli Esseni; non uno di coloro che furono, secondo
il Salvador, semenzajo del grande Istituto. L’esito, la catastrofe
sarebbe veramente comica, sarebbe ridicola, se tetra e lagrimevole
troppo non fosse.

Giunti a questo punto, in presenza a questa terribile e sanguinosa
confutazione, che cosa più dovremo aggiungere? Certo che noi potremmo
dire al Salvador, che pria della origine supposta, pria che di questa
emigrazione si narri nel libro dei Maccabei, già di una valorosissima
consorteria ivi stesso è menzione, che si noma dei _Hassidim_, e
che tutti i segni reca manifestissimi dell’Essenato, onde cerchiamo
l’origine. Ma innanzi alle ricordate deposizioni dell’istoria, ogni
argomento vien meno. Egli è per questo che noi abbiamo il fine
raggiunto della nostra via? Debbo dirvi che no. L’argomento che ci
siamo proposti vuole che ancora altre origini consideriamo, altre
opinioni. Non è invano che si prende grave argomento a trattare. Dirò a
voi come Dante ai suoi lettori:

  _Conviene_ ancor seder un poco a mensa,
    Perocchè il cibo rigido ch’_ho_ preso,
    Richiede ancora ajuto a _sua_ dispensa.




LEZIONE SESTA.


Qual’è l’origine, la origine storica degli Esseni? Ecco l’oggetto delle
nostre passate, delle nostre presenti ricerche. Noi movevamo, nella
lezione passata, in traccia di questa origine; noi vedevamo il Salvador
riporla nella invasione dei Siriaci, nelle emigrazioni specialmente che
questa invasione cagionava tra gli Ebrei di Palestina. Noi domandavamo
a noi stessi quanto si apponesse il Salvador così sentenziando, e la
risposta fu tale, se ben ricordo, che male potrebbe il sistema del
Salvador riaversi.—Mestieri è oggi proseguire nel divisato cammino;
mestieri è pure, quelle qualunque opinioni che a spiegare l’origine
degli Esseni furon proposte, chiamare egualmente a sindacato. Qual’è
il sistema che noi dobbiamo oggi esaminare? Egli è un sistema che se
l’ingegno, la fama, il sapere, fossero sempre infallibile criterio
di verità, solo vero e legittimo sistema dovrebbe cotesto da ora
bandirsi. Noi abbiamo dinanzi uomini cari a noi e onorandi per la fede
comune, per servigj segnalatissimi ai buoni studj prestati; abbiamo
tra i nostri l’illustre autore della _Kabbale_, il Frank; l’autore
chiarissimo della _Palestina_, il Munk; e infine abbiamo tale che
torreggia gigante fra tutti quanti gli si appropinquino, abbiamo un
uomo che vale per mille, un uomo, (tollerate la riabilitazione di una
frase) un uomo che si chiama _Legione_, abbiamo _Vincenzo Gioberti_.

Il Munk, il Frank, il Gioberti, ecco i grandi, i terribili avversarj
che dobbiamo questa sera combattere. E che cosa, di grazia, dicono i
tre chiarissimi uomini dalla origine degli Esseni? Tutti egualmente
in una sentenza convengono, tutti in una origine consentono l’origine
Greca, l’origine Alessandrina, l’origine Egiziana. Che cosa s’intende
dire per questa origine da me con triplice nome designata? S’intende
dire che gli Esseni o, per dir meglio, l’Essenato, ch’è quanto dire
l’Istituzione, le Dottrine, il Genio degli Esseni, siano tutti
provenuti da quella filosofia, da quella scuola, che parte greca,
parte orientale, avea posto da lungo tempo suo seggio nella Metropoli
dell’Egitto, nella erede di Atene, in Alessandria. Ecco che cosa
vuol dire origine Alessandrina. E dove professano i tre insigni
uomini rammemorati la opinione ch’io dico? La professa il Munk nella
bell’opera che sulla Palestina dettava (a p. 519), laddove, dopo aver
con succinte indicazioni degli Esseni trattato, conclude dicendo, molto
andare la loro Istituzione debitrice agli istituti; alle scuole dei
filosofi egiziani. Lo confermava poi in una nota alla pagina istessa
ove a buon diritto redarguendo la teoria del Frank, ci dipinge gli
Esseni quasi mediatori e sensali tra le dottrine in Egitto imperanti,
e la ebraica ortodossia di Palestina. Noi avremo in avvenire occasione
di noverare il Munk tra i più valenti propugnatori di non poche
capitalissime verità riguardanti gli Esseni. Noi avremo luogo di
tributargli largo, sincerissimo ossequio per essere stato animoso
banditore di tre principj che crediamo nella Storia degli Esseni
rilevantissimi, per aver apertamente insegnata la filiazione e quasi la
identità degli Esseni col Farisato, per aver sanzionata l’antichità,
la contemporaneità della teologia Cabbalistica, e sopratutto per
avere tra questa teologia e la scuola degli Esseni dimostrate quelle
intime, profondissime attinenze che sono, secondo me, uno dei pregj
più esimj della scrittura del Munk. L’occhio della mente sua, sempre
veggente,[20] travide queste attinenze, le notò, le insegnò; e i germi
da esso deposti nella opera sua, debbono quando che sia larga messe
fruttare di preziosissime conclusioni. Noi non saremo tra gli ultimi
a secondarne il dettato, a riconoscerlo, a salutarlo qual possente
alleato. Per ora, come dicemmo, nella questione presente della origine,
èmmi forza trattarlo quale avversario. Io dissi che non è il solo,
ma poderosi atleti accompagnarlo. Uno di essi è il Frank. E dove
soscrisse il Frank alla origine in discorso? Nell’opera già ricordata
della _Kabbale_. Egli, nella terza parte del suo libro, in quella cioè
da esso alla comparazione dedicata tra la dottrina dei Cabbalisti ed
i sistemi affini contemporanei, sembra inchinare assolutamente alla
origine Alessandrina. Parlando degli Esseni e dei Terapeuti, egli dice
apertissimo: _l’une et l’autre_ (che è quanto dire Esseni e Terapeuti)
_l’une et l’autre étaient nées en Egypte_. L’una e l’altra, sortito
avere i natali in Egitto. Io vi dico forse cosa che vi stupirà. Voi
udite quanto esplicito si pronunzj il Frank in favore della tesi
avversaria, quanto deliberato consenta all’origine Egiziana. Eppure
(stranissima anomalia!) egli sarà il Frank istesso, egli sarà lo stesso
libro della _Kabbale_, e la stessa parte sarà del suo libro, e senza
forse la pagine istessa, che i più forti, i più saldi argomenti ci
forniranno ad infermare, a distruggere la teoria prediletta, la origine
fantasticata. Io credo che gli argomenti perchè tratti dall’avversario
nulla scapiteranno, se non invece immensamente più ratti e più
infallibili ci meneranno allo scopo. Ma chi è il terzo, che _sovra gli
altri come aquila vola_? Io dissi che è V. Gioberti.—E dove toccava
il Gioberti della istituzione degli Esseni? Egli ne parlò nella
_Filosofia della Rivelazione_; in una di quelle opere che la morte non
concessegli di pubblicare, e che i postumi anatemi non valsero che a
render più cara, più ricercata. In quest’opera della Filosofia della
Rivelazione (a p. 181 dell’opera stessa), laddove prende colla sua
usata grandiosità a trattare della pretesa missione unificatrice del
Cristianesimo, e quindi (quali rappresentanze di due opposte idee)
della presenza in Palestina della dualità Ebraica e Gentilesca, che
dovevasi pel futuro Cristianesimo unificarsi, così il grande intelletto
si esprimeva: «_Presso i Giudei a’ tempi di G. C. vi eran due scuole.
L’Alessandrina, filosofica, acroamatica, sottile; la Palestina,
tradizionale, positiva. La prima esprimeva il genio Indopelasgico e
Greco; l’altra, il genio Semitico._»

Voi l’udite, Gioberti sta risolutamente per la origine Alessandrina;
imperocchè di null’altro egli può aver inteso colla sua scuola
acroamatica e sottile, rappresentante il genio Greco o Indopelasgico,
tranne della scuola della Consorteria degli Esseni.

Noi avremo, dunque, a lottare non solo coi due preclari scrittori il
Frank ed il Munk, ma ancora contro la mente più vigorosa che generato
abbia l’Italia moderna. Fortunatamente però non è così. Noi possiamo
a buon diritto declinare Gioberti quale avversario, noi possiamo
rimuoverlo rispettosamente dallo steccato, noi possiamo risparmiarci il
pericolo, e non è lieve, di tenzonare con atleta siffatto. E perchè?
Per una ragione semplicemente, e che voi di leggieri comprenderete.
Perchè Gioberti non è responsabile della verità dell’asserto; perchè
egli, a guisa di tutti quelli che versando sopra una particolar
disciplina, si giovano delle ricerche e dei trovati altrui, qualora
di altre discipline si tratti, tolse agli uomini, agli scrittori
speciali; tolse, per esempio, al Munk, tolse al Frank; come ad altri
di simil fatta tolse per avventura il supposto sul quale la teorica
sua fondava della unificazione Cristiana; ch’è quanto dire, toglieva
da essi la origine Greca Alessandrina dell’Essenato, senza porsi per
questo mallevadore della verità del supposto, come fatto non si sarebbe
mallevadore se tolto avesse, verbigrazia, al Champollion la notizia
dei Monumenti Egiziani, o dai Fisici imparato avesse cosa che fosse
dipoi chiarita fisicamente inesatta. Sapete sopra chi gravita intera
la responsabilità dell’asserto? Sovra coloro che tolsero a subbietto
delle loro ricerche, disquisizione siffatta; sovra di quelli che ne
trattarono exprofesso. Sopra gli scrittori Israeliti in ispecie,
siccome quelli che più eruditi si suppongono nelle proprie antichità;
ed ai quali più facilmente che ad altri si presta credenza, i quali
dovrebbero, se non isbaglio, penetrarsi più che non fanno di questa
verità; cioè, che gli occhi, che le menti dei dotti sono più che ad
altri, ad essi rivolti, siccome ad organi ed interpreti fedelissimi e
naturali di tutto lo scibile israelitico, e che grave però loro incombe
il dovere di procedere circospetti non poco nelle loro sentenze. Non
sono eglino i rappresentanti legittimi, e quasi non dissi gli oratori
d’Israele nel consesso dei dotti? Tali almeno sono dall’universale
estimati.—Che cosa dicono il Frank ed il Munk? Dicono che il nostro
Essenato deve all’Egitto, alle idee dell’Egitto, il suo nascimento.
Porganci dunque le fedi di nascita, che le vediamo; porganci, cioè,
quelle prove che a così credere li inducevano, e se ne vegga il valore.

E prima, difendere non mi so da un pensiero che vulnera, a parer
mio nella parte più sensibile la opinione in discorso. E qual’è? È
il superfluo, è il vano, è l’inutile di tale opinione. Voglio dire
che questa ipotesi che combattiamo, ove pure si prescinda dal suo
intrinseco valore, manca senza meno del primo e indispensabile
requisito di ogni asserto, la sua necessità. È egli necessario
per ispiegare l’origine degli Esseni, fare siccome fanno costoro
un’escursione in Egitto? Fermamente io credo che non lo è.—E chi
è quello che me lo insegna?—Strana cosa, ma pure verissima. È il
signor Frank istesso, è quello istesso volume ov’egli di volo depose
la sua professione di fede riguardo agli Esseni. Ed in qual guisa
ce lo insegna il signor Frank? Disputando intorno all’antichità
delle dottrine, della scuola dei Cabbalisti. Egli fu quello, e già
ve lo dissi, che più risoluto tra i moderni scese nello steccato a
propugnarne l’antichità. Egli non si diè posa fintantochè non rimise
l’antichità della scienza in quella evidenza intuitiva che era
stata pria delle moderne discettazioni. Ciò fece il signor Frank, e
saviamente faceva, a parer mio. Perchè non fu conseguente? Perchè
avendo in casa più che non era mestieri a rendersi conto della
derivazione degli Esseni, andò attorno a cercarne la culla sulle rive
del Nilo? Perchè non quetare nella origine propria e casalinga, quando
tutti gli elementi ei ne chiudeva in pugno coll’antichità cabbalistica?
Perchè torcere gli occhi da quelle strette attinenze alle quali
ossequiava sinceramente la buona fede del Munk, nè il signor Frank
istesso osava negare? Ecco la prima lagnanza che contro l’origine
Alessandrina mi è dato rivolgere. Si comprende in una parola, in una
frase; cioè, _non è necessaria_.

Non basta questo. Un argomento vi ha che, a senso del signor Frank,
dimostra l’autonomia delle dottrine cabbaliste, cioè la loro origine
indigena, nazionale, Palestinese; e questo argomento è la lingua.

La lingua, egli dice, di quella dottrina, è l’ebraica, e l’ebraica
aramea, ch’è quanto dire, la lingua allora usitata in Palestina.
Qual’era, per contro, la lingua dei filosofi Alessandrini? Era
il greco idioma, il greco esclusivamente. Non è questa, dice il
Frank, prova dell’autonomia Cabbalistica? Io non voglio discutere
l’argomento del signor Frank, ma lo prendo per quel che vale, e così
argomento. O la lingua prova, o nulla dice. Se prova, perchè non vale
egualmente rispetto agli Esseni, dei quali non si è mai detto nè si
poteva dir veramente che altra lingua usassero in Palestina, che non
fosse l’ebraica, o quella qualunque allor usitata?—O non prova; ed
allora, perchè concedergli di prova le sembianze e gli effetti?—Pare
impossibile! Vi sono nel libro prelodato del signor Frank, nella
scrittura della _Kabbale_, e in quella parte istessa, e quasi a
contatto della malaugurata origine Alessandrina, tali inattese, tali
decisive confessioni, e tale offrono manifesta repugnanza colla origine
istessa, che davvero non si comprende come uno scrittore illustre,
qual’è il filosofo francese, non l’abbia avvertita.

Vedete, in fatti, il signor Frank precludersi colle sue mani la via
a spiegare non solo, ma nemmeno a comprendere la sognata origine
Alessandrina. Vedete egli stesso elevare una barriera materiale,
insormontabile, che il passaggio persino contende, onde prendere
nello Egitto lo Essenato. Vedete egli stesso porci le armi alla mano,
con queste parole: «Dallo istante (egli dice, e traduco a verbo),
dall’istante in cui la scuola Neoplatonica prese a fiorire nella nuova
capitale dell’Egitto, sino alla metà del secolo IV dell’E. V.; epoca
nella quale la Giudea vide morire le sue ultime scuole, i suoi ultimi
Patriarchi, le ultime faville della sua vita intellettuale e religiosa;
quali rapporti troviamo tra i due paesi, tra le due civilizzazioni
da essi paesi rappresentate? Ove, durante questo tratto di tempo, la
filosofia pagana fosse penetrata nella Terra Santa, e’ bisognerebbe
naturalmente supporre la intromissione degli Ebrei di Alessandria. Ma
gli Ebrei di Alessandria sì scarsi rapporti aveano coi loro fratelli di
Palestina, che assolutamente ignoravano le istituzioni Rabbiniche, le
quali tra gli ultimi occuparono luogo così cospicuo, e che trovavansi
già radicate tra essi oltre due secoli innanzi l’E. V.»—E quali prove
reca in mezzo il sig. Frank ad avvalorare l’asserto?

Prove reca, bisogna pur dire, che desiderar non potrebbonsi più
luminose. Egli reca la intera Enciclopedia ebraica alessandrina, ove
assoluta campeggia la ignoranza delle cose e degli uomini Palestinesi.
Reca, tra gli apocrifi, il libro della Sapienza, di origine, di autore
Alessandrino. Reca l’ultimo libro dei Maccabei, foggiato come pare
indubitato sulle rive del Nilo, ed il silenzio ci addita e la ignoranza
assoluta di tutto quello che Palestina riguarda. Ignoranza dei più
grandi uomini, che alta e sonora levarono fama di sè; ignoranza di
Simone il Giusto, dei più celebri tra i Tannaiti; delle grandi scuole
di Hillel e Sciammai; e sovra tutto, ei dice, ignoranza di costumi,
d’idee, di tradizioni. Ma il Frank non è uomo da darci dimostrazioni
incompiute. Egli prova, e si può dire con egual nerbo, con egual
verità, la ignoranza reciproca nella quale gli Ebrei di Palestina
vivevano di tuttociò che in Egitto avveniva, di tuttociò che concerneva
i loro fratelli di Alessandria. Lo prova la oscura, l’alterata
cognizione che i dottori possedevano della traduzione dei Settanta; lo
prova il silenzio strano, incomprensibile, nella Misnà e nel Talmud dei
nomi più insigni, delle grandi, delle somme illustrazioni israelitiche
dell’Egitto; silenzio di Filone, silenzio di Aristobulo, e silenzio
infine di tutte le opere anzidette, concette e partorite all’ombra
delle scuole Egiziane. Lo credereste? Egli è in mezzo a quest’osanna
perpetuo, alla impossibile comunicazione tra Palestina ed Egitto, egli
è in mezzo a questo concorso imponente, maestoso di prove, contro
l’origine Alessandrina, egli è qui, qui per l’appunto che l’origine
Alessandrina degli Esseni si pone dal signor Frank siccome quel vero,
che mestieri non ha di esser provato.

Voi lo udiste; voi vedeste con quanta urgenza di prove l’illustre
autore innalzi tra Palestina ed Egitto tale una muraglia, rispetto
alla quale, quella famosissima della Cina ti pare un trastullo. Che
credereste ora che faccia il sig. Frank? Egli crede citare la massima
delle prove, e cade invece, se così è lecito pensare di un tant’uomo,
nel massimo degli equivoci. Egli cita in prova della non avvenuta
comunicazione tra Palestina ed Egitto, il silenzio dei Rabbini intorno
gli Esseni, intorno i Terapeuti. Perchè, egli chiede, perchè questo
silenzio? Perchè gli Esseni, ei dice, origine avevano egiziana, e nulla
che fosse egiziano dai Rabbini si conosceva.—Sogniamo o siamo desti?—È
egli il sig. Frank che tale profferiva sentenza? E pure, dovuto avrebbe
ad una piccola circostanza avvertire, che tutta avrebbe mandata a
soqquadro la sua argomentazione; ch’è quanto dire, avria dovuto
avvertire, che se la ragione può valere pei Terapeuti dimoranti in
Egitto, non lo può in nessun modo pegli Esseni in Palestina stanziati;
pegli Esseni che viveano tra le stesse mura e sotto gli occhi stessi
dei dottori, i quali se non ne fecer menzione, a tutt’altra cagione
bisogna imputarlo, che non a quella della pretesa origine egiziana.
La quale origine egiziana tuttochè fosse vera addimostrata, nulla
avrebbe impedito che dai dottori gli Esseni si conoscessero, e di essi
a dilungo favellassero, siccome quelli che comune con essi avevano e
patria e soggiorno e convivenza. Che se non lo fecero, non ci dite,
di grazia, perchè traevano dall’Egitto la origine; chè così dicendo,
offendete, non ch’altro, il più comunale buon senso.—Ma che dico il
buon senso? Dovrei dire la vostra istessa teoria, il vostro sistema
istesso d’isolamento, di separazione dell’Egitto. E come no? Voi dite
gli Esseni Egiziani. E bene sta. Ma dove abitavano cotesti Esseni?
Abitavano pure in Palestina; dunque di Egitto trasmigrati si erano
in Palestina, o almeno le idee loro dall’Egitto passate erano in
Palestina, perchè uomini od idee, nel caso nostro, è tutt’uno. Ma se
passarono, se dall’Egitto trasferironsi in Palestina: che segno è? È
segno che questi rapporti da voi negati, esistevano veramente. È segno
che le dottrine cabbalistiche possono avere quelle stesse vie percorso,
che lo Essenato percorse. È segno che tutto l’apparecchio dialettico
da voi posto a sostegno della _autonomia_, della _originalità_
cabbalistica, ruina ad un tratto. È segno che coteste due cose da voi
sostenute, non possono insieme capire. È segno che bisogna scegliere,
che bisogna ottare.—Volete gli Esseni derivati d’Egitto? Ed allora non
negate tralle due regioni i rapporti. O meglio vi talenta ricusare tra
Palestina ed Egitto ogni legame, ed allora rinunziate alla origine
alessandrina dello Essenato. Volere e l’uno e l’altro, è al di sopra
di ogni creata possanza: stare, per così dire, sulle due sponde a
cavallo, è opera più che umana; conciossiachè del solo colosso di Rodi,
si narri poggiare ad un tempo i suoi piedi sulle due opposte rive. Ma
il colosso di Rodi è favola meglio che storia. E bene, o miei giovani,
se ne accorse quel perspicace intelletto del _Munk_, il quale nella
sua _Palestina_ (a p. 519) tali parole dettava sul conto del Frank,
le quali comecchè di gentilezza condite, non lasciano per questo di
contenere l’avvertenza che noi al signor Frank dirigiamo. «Sembra,
dice, in verità avere il signor Frank indebitamente negletto l’officio
che gli Esseni ponno aver sostenuto, quali mediatori e sensali, tra
l’Egitto e Palestina.»

Questa si chiama conseguenza, e noi volentieri la ossequiamo, quale
diretta e legittima illazione del principio da ambidue consentito, cioè
della origine alessandrina dell’Essenato. Noi possiamo però separarci
dalla costoro sentenza, senza per questo incorrere nella taccia di
contraddizione. Noi neghiamo col signor Frank la comunicazione tra
Palestina ed Egitto; ma neghiamo altresì ciò ch’egli non fa veramente,
cioè la origine alessandrina dello Essenico istituto.[21]

Io vi dissi che gli argomenti dal signor Frank invocati a
sostegno della _autonomia_ cabbalistica, militavano con non minor
urgenza in favore dell’autonomia degli _Esseni_. Giudicatene voi
stessi.—Ignoravano, egli dice, i dottori di Palestina, i loro
confratelli di Egitto. In qual guisa le scuole pagane avriano
conosciuto? Non è egli, io aggiungo, cotesto validissimo argomento
in favor eziandio della originalità degli Esseni? Ma più. La lingua
greca, dice il signor Frank, era in onore: sì, ma appo gli Israeliti di
Palestina non era però familiare. Vedete, egli aggiunge, vedete Flavio
che pure nella scienza pagana ci sembra tra i coetanei il più erudito.
E pure, chi il crederebbe? è Flavio stesso che ne depone, è la sua
confessione, sono le sue parole: _Mestieri egli ebbe di chi nella greca
favella lo erudisse, quando prese a dettare le sue istorie.—Mestieri
ebbe di porsi al fianco tale, che nella lingua dei Greci quelle nozioni
possedesse, di cui egli era digiuno. Mestieri fu che le istorie sue al
costui sindacato sottoponesse._—Non basta. Flavio non recita sol di sè
stesso la confessione, ma la ignoranza egli autentica altresì di tutti
i suoi contemporanei, i quali al dire di lui poco in generale delle
lingue curandosi, poco eziandio coltivavano lo idioma dei Greci; e se
l’idioma, dice il Frank, era così trascurato, come potevano meglio
conoscere le dottrine in esso idioma vergate? Bene, a parer mio,
argomenta il signor Frank, e non meno bene noi stessi argomentiamo.

Io torno e domando. Avvi nulla in questo raziocinio che a capello non
si acconci alla istituzione degli Esseni? Avvi nulla che più manifesto
resulti della loro autonomia?—Ma più oltre spinge il signor Frank la
intrapresa argomentazione, e più oltre con esso noi pure procederemo.
Che cosa dice il signor Frank? Poniamo, egli dice, che la lingua si
conoscesse. Poniamo che queste materiali difficoltà che noi vedemmo
frapporsi alla comunicazione dei due paesi, non esistessero; mettiamo
anzi, che liberamente le idee alessandrine in Palestina circolassero, e
quelle di Palestina nello Egitto avessero accesso. Sarebbe per questo
più probabile l’adozione delle dottrine dei Greci tra gli Ebrei, tra i
dottori di Palestina? Lo nega il signor Frank per ciò che le dottrine
cabbalistiche concerne, ed ha ragione. Chiama il Frank a rassegna, e
concludenti ed infiniti sorgono alla sua voce, fatti, assiomi, decreti,
anatemi, che tutti attestano concordi l’errore, la repugnanza in cui
si avevano tra i dottori antichissimi le dottrine dei Greci. Egli
chiarisce assurda, impossibile la pretesa consecrazione di teorie
forestiere; egli restituisce alla teologia cabbalistica i suoi titoli,
la sua ingenuità, la sua cittadinanza.

Io credo che niente più grecizzante sia il nostro Essenato, il
quale, come vi accennai sino dall’esordire, tra le più distinte
file si reclutava del nostro dottorato; che n’era, a così dire, il
_substratum_, la _quintessenza_, il patriziato, e quindi doveva tutte
parteciparne le viste, tutte le repugnanze. Finalmente, vi ha un
argomento al quale come ad _ultima ratio_ ricorre il signor Frank; nè
male veramente si appone, sendo questo, e per esso e per noi, decisivo.
Egli è l’argomento cronologico. Prova il Frank che R. Iohanan Ben
Zaccai, grande Patriarca della misteriosa _Mercabà_, molto tempo
innanzi fioriva che una scuola si schiudesse in Alessandria, che un
solo filosofo vi facesse udire delle sue dottrine la voce. E non solo
R. Iohanan Ben Zaccai, ma un dottore ad esso posteriore, R. Gamliel,
quella scuola alessandrina precedette di tempo, conciossiachè da
lunga pezza egli fosse già morto quando i primi albori spuntavano di
filosofia nella città di Alessandria. Or bene (cosa meravigliosa e pur
vera!), non si avvide il signor Frank, che questa stessa cronologica
repugnanza si oppone a dirittura a qualunque preteso rapporto tra
l’Essenato e gli Alessandrini; che questa anteriorità ch’egli a buon
diritto conferisce ai dottori sulle scuole di Alessandria, di gran
lunga maggiore, vantano meritamente gli Esseni, siccome quelli che, a
confessione del medesimo signor Frank, erano, come attesta Giuseppe,
generalmente conosciuti non solo ai tempi superiormente indicati
di R. Gamliel e di R. Iohanan, ma in tempi assai più per antichità
ragguardevoli, ch’è quanto dire ai tempi di _Gionata Maccabeo_, quando
150 anni dovevano ancora passare pria che di Cristiani si parlasse,
pria che le scuole alessandrine risuonassero di quelle dottrine, che si
vogliono generatori, balj del grande Essenato. E questo è argomento che
davvero vi sembrerà categorico. Nè ciò basta.

Quando più saremo innoltrati nelle presenti esposizioni, molte
cose vedremo che a confermare varranno la impossibile derivazione
straniera del grande istituto degli Esseni. Vedremo la loro forte e
rigida organizzazione, i gelosi insegnamenti, le lunghe prove, le
incomunicabili dottrine, la perpetuità, la immutabilità dei dettati e
tutto; insomma, vedremo quello che costituisce una forte, un’autonoma
personalità, ove il genio spicca della _originalità_ anzichè della
_imitazione_, del profondo e concentrato sentire anzichè della
espansione, della interiorità anzichè della esteriorità. In una
parola, noi vedremo come non solo tutti gli argomenti dal signor
Frank accampati, ma ben altri ancora rendano sommamente improbabile
quella greca paternità, che pel Munk, pel Frank e per V. Gioberti si
volle agli Esseni assegnare. Adesso venga pure avanti nella prossima
conferenza l’origine cristiana, che non la temiamo. Faccia pure
l’estremo di sua possa, chè rimarrà ancor essa sconfitta. Tutti i
campioni che ella potrà mettere in campo, non salverannola dall’ultimo
eccidio. Dirò come David nell’atto di affrontare Golia: «_Ed io pure il
Leone, ed io l’Orso percossi a morte._»—Quando si è avuto l’onore di
convincere d’inesattezza gli autori questa sera rammemorati, si può a
buon diritto sperare di venire a capo di altri eziandio. E sin da ora
ai difensori della origine Cristiana potrò dire con Dante:

  Ch’a più alto lion trassi lo vello.




LEZIONE SETTIMA


Movendo in cerca della origine storica, della derivazione degli Esseni,
due furono finora i sistemi che abbiamo discusso. Quali questi sistemi
si fossero, voi certo lo ricordate. Fu quello in primo del Salvador,
che questa origine pone durante la invasione dei Siriaci sul suolo
Ebraico. Fu quello in ultimo che sotto gli auspizj ci si offriva del
Frank e del Munk, i quali la origine veggono entrambi dell’Essenico
istituto nelle scuole, nelle idee, che la greca civiltà trapiantato si
ebbe sulla terra di Egitto. Qual fu il giudizio che emerse dal duplice
esame? Io non so se sbaglio, ma parmi avere abbastanza dimostrata la
improbabilità di ambedue i sistemi.—Avvi ancora un terzo da esaminare;
e quello si è che agli Esseni, all’Essenato un’origine attribuisce,
un carattere assolutamente cristiano. Potremmo noi senza citarlo in
giudizio procedere risolutamente alla dimostrazione di quella origine
che crediamo più vera? Io credo che nol possiamo. Nol possiamo, perchè
troppo si disdice ad accorto strategico, lasciarsi fiero e numeroso
nemico dopo le spalle. Nol possiamo, per le smodate pretensioni che
accampa, per la fama, per l’autorità dei suoi campioni; ed infine,
permettete che io aggiunga, per il legittimo e dolce desio di un
trionfo. Io ricordo però come il Profeta ammoniva, non prima doversi
celebrare vittoria, che l’arma non si discinga debellatrice. Mestieri
è dunque combattere, e combattere virilmente. Il campo conoscete,
conoscete del litigio la causa; solo vi manca di conoscere gli
avversarj, e dopo gli avversarj, le armi, gli argomenti proposti, e
infine i poderosi argomenti della difesa.—Quali sono gli avversarj?
Si può dire arditamente che nè maggiori potrebbero essere nè più
cospicui. Qui è per primo Eusebio, il quale nel secondo libro delle
_Istorie Ecclesiastiche_ non dubita di affermare, non altro aver
voluto Filone ritrarre, laddove degli Esseni prese a discorrere, che
la Chiesa Cristiana allora nascente. Eusebio che aggiunge (e di che
sappia l’asserzione vedremo fra poco) che il nome di Terapeuta vale
a dire il nome in Egitto equivalente a quel di Esseni, anzi la greca
traduzione del vocabolo Esseni, fosse comune appellativo dei primi
Cristiani, anzi che questo nome di Cristiani assumessero.—Qui Epifanio
che dice risolutamente, aver Filone nei Terapeuti dipinto il modello
e i prischi tentativi del monacato cristiano; qui S. Girolamo che,
per andare per le corte, converte di motuproprio al Cristianesimo
il nostro Filone, che storico degli Esseni, Egiziani ed Essena egli
stesso, fu quello le cui memorie togliamo anch’oggi qual guida, almeno
principalmente nella cognizione dell’antico Essenato; qui il pseudo
Dionigi Areopagita, che seguendo ciecamente l’andazzo dei suoi, giunge
sino a chiamare un monaco a cui scrive, col bel nome di Terapeuta;
qui Sozomeno, storico dei primi secoli dell’E. V., che alla sentenza
medesima aderisce, solo per correttivo aggiungendo aver forse gli
Esseni qualche vestigio conservato di riti giudaici; qui un cardinale,
il _Baronio_, che a dimostrare la verità dell’antico Cristianesimo
dei Terapeuti, così argomenta. Egli avverte il silenzio che degli
Esseni si conserva assoluto per tutto il corso degli Evangelj, ed
a questo silenzio non trova il Baronio che altre cause si possa
assegnare, tranne coteste due. È la prima, dice il Baronio, la identità
degli Esseni colla chiesa Cristiana. È la seconda la posteriore loro
apparizione alla predicazione evangelica. Ma la seconda, aggiunge
il Baronio, si oppone alla storia, che la esistenza degli Esseni
ricorda sin da’ tempi anteriori: dunque, sola è vera la prima, solo il
Cristianesimo degli Esseni basta a spiegare il silenzio evangelico.
Voi udiste l’argomentare del Baronio; udrete tra poco, come dice
l’Alighieri, _l’argomentar che gli farò avverso_. Per ora seguitiamo la
nostra rassegna. Io debbo un solo ancora ricordarvi degli avversarj,
e questi è il P. Montfaucon. Chi era il Montfaucon? Egli appartenne
al dottissimo ordine fratesco, alla regola di quel _grande che fondò
Cassino_, e fu Benedetto. Il Benedettino Montfaucon, che visse nel
secolo erudito del 700, lasciossi così appieno infatuare dal preteso
Cristianesimo dei Terapeuti, che a provarne ad esuberanza la verità, si
accinse, siccome credo per primo, alla traduzione di quelle opere di
Filone ove dei pretesi Cristiani, dei Terapeuti, è parola.

Ecco gli avversarj. Quali sono i loro argomenti? Parte ve ne dissi,
e questi più particolarmente appartengono agli autori rammemorati.
Parte adesso ne udirete, e sono quelli che più di frequente si
veggono dagli avversarj imbranditi.—Quali sono questi argomenti?
Sono tutti, si può dire, fondati sopra qualche supposta analogia
fra i costumi, le leggi, la società, il genio dei primi Cristiani,
e quelle dipinture che degli Esseni ci lasciava Filone. Ella è ora
la gerarchia che s’invoca dei Terapeuti, ove tutti i diversi ordini
sembra a costoro vedervi della Chiesa nascente; ora le guarigioni
dagli uni e dagli altri miracolosamente operate, i beni ai poveri
distribuiti, l’erario e gli averi comuni, l’amore delle chiose, dei
commenti allegorici, il predominio del senso mistico sul letterale;
eglino sono i digiuni, le macerazioni; ed infine, egli è il celibato.
Ecco gli argomenti nemici; ed ecco i nostri. Egli è, in primo luogo, la
contraddizione in cui cadde Eusebio, quegli stesso che primo vedemmo
accreditare tra i Cristiani la voce del Cristianesimo Terapeutico. Or
bene, tanto fu possente la verità, che lo stesso Eusebio non potè in
qualche luogo dell’opera sua contrastargli l’ossequio. Voleva Eusebio
provare come tra gli stessi Ebrei, nella stessa chiesa primitiva,
allignasse lo spirito, la tendenza al ritiro, alla vita solitaria,
alla contemplazione. Or che credete che faccia Eusebio? Egli cita
gli Esseni; gli Esseni che, a senso suo, attestano l’antichità del
genio cenobitico in Israel; gli Esseni che, per provare l’assunto,
devonsi supporre Israeliti eglino stessi; gli Esseni, infine, che lo
stesso Eusebio dovrà tra non molto dichiarare Cristiani. Si può dare
contraddizione maggiore di questa? Eusebio però non si contenta di
asserire, egli pretende inoltre provarne il Cristianesimo. Quali sono
le prove? I Cristiani, egli dice, ebber nome Terapeuti, anzichè quello
assumessero definitivo di Cristiani. È egli vero, costante, il fatto
da Eusebio allegato? Parecchi antichi ne mostrarono la falsità. Lo
mostrò, tra gli altri, il Basnage provando sino all’evidenza, come
il nome Cristiani venisse dalla Chiesa adottato anzichè il menomo
sentore avessero i nuovi credenti della esistenza nemmeno del nome
Terapeuti; ch’è quanto dire che i cristiani tal nome ricevessero nella
città di Antiochia, prima che altrove fosse predicato il Vangelo, pria
che Marco Apostolo fondasse la Chiesa Egiziana, della quale si volle
trovare i primi elementi nella scuola, nell’istituto dei Terapeuti. Che
se il nome di Terapeuta lo vediamo tra i Cristiani usitato, siccome
veramente il vedemmo, a denotarsi scambievolmente, che prova ciò?
Prova soltanto che la parentela, che la consanguineità Terapeutica
fu antico vanto, vanto preteso della Chiesa Cristiana; prova soltanto
che imbevuti siccome erano della origine Terapeutica, si gratificavano
scambievolmente di sì bel nome per una illusione che io chiamerei
volentieri illusione retrospettiva; prova soltanto che il credersi
dai Terapeuti originato, era un onore che avidamente si agognava. E
poi, chi meglio di voi conosce il senso lato, vasto, capacissimo del
nome Terapeuta, del nome di Essena? Voi sapete che cosa significa;
significa Medico, Risanatore, e Risanatore dell’anima, delle passioni;
ch’è quanto dire un concetto vi presenta che ogni religione, ogni
setta, ogni scuola, per poco che abbia amore di sè, per poco che
alto voglia infondere in altri il senso della sua eccellenza, si
approprierà volentieri, siccome quello che meglio adempie all’officio
nobilissimo per quel vocabolo additato. Che maraviglia, dunque, che il
Cristianesimo se l’appropriasse e che il togliesse, senza per questo
accennare precisamente ad una origine, ad una filiazione qualunque? Vi
ha ora l’argomento del Baronio, che dobbiamo giudicare con processo
sommario. Che cosa diceva il gran cardinale? Egli argomentava il
Cristianesimo degli Esseni dal silenzio degli Evangelj. Diceva il
Baronio: due sono le sole cause plausibili di questo silenzio: o
gli Esseni sono Cristiani, o ai tempi evangelici non esistevano.—Ma
l’ultimo dei supposti è falso, perchè gli Esseni esistevano veramente,
dunque è dimostrato che gli Esseni sono Cristiani.—Dante, quando
nell’VIII canto del Paradiso volle parlare di _Sigieri_, che insegnato
aveva logica in Parigi, disse di lui che nel vico degli Strami

  Sillogizzò invidïosi veri.

Io non so in qual vico abbia sillogizzato il Baronio. Certo che i suoi
non sono invidiosi veri; piuttosto invidiosi falsi. Io potrei, a
combattere il Baronio, valermi degli argomenti del Basnage; ma non me
ne valgo per la ragione semplicissima, che credo un solo il vero, il
massimo degli argomenti, e questo non lessi scritto in alcun luogo. Non
dirò con Basnage al Baronio: badate che la rete del vostro dilemma, non
abbia in alcun punto a smagliarsi; badate che la setta degli Esseni non
era numerosa, e quindi può essere passata inavvertita; che il ritiro
in cui vivevano li sottraeva al rumore, alla pubblicità, e quindi
agli affari ed alla conversazione degli uomini. Ciò non dirò perchè
credo questi argomenti insussistenti; perchè credo che le sètte, le
scuole, non si _contino_ ma si _pesino_, che non valgano per _quantità_
ma per _qualità_; perchè credo che il ritiro negli Esseni non fosse
così assoluto quanto si vuol far credere; perchè credo che il ritiro,
la solitudine, serva talvolta a farti più rimarcare, e come oggi si
dice, a farti brillare per la tua assenza; e perchè, finalmente, il
non imbarazzarsi nelle faccende altrui, non è sempre infallibile
preservativo onde tu non sia molestato, accadendo infinite volte
che per quanto tu ami cansare piati o litigj, pure tanto frastuono
e baccano ti fanno d’intorno, che sei costretto finalmente a metter
fuor dell’uscio la testa per chiedere di grazia che cosa si voglia del
fatto tuo. E per questo non vo’ che il Baronio abbia facil vittoria
dei miei obbietti. Piuttosto vorrei sapere in qual guisa non siasi
degnato nemmeno considerare una terza alternativa, la quale rispettando
la storia e spiegando il silenzio degli Evangelj, non costringa per
questo a cristianizzare il grande istituto. E qual è l’alternativa in
discorso? È la possibile, la pensabile identità dell’istituto Essenico
con uno di quelli che il Vangelo rammenta, e che vissero cogli Esseni
ad un tempo, coi Sadducei, cogli Scribi, cogli Erodiani, coi Farisei,
con una insomma di quelle sètte di cui è menzione negli Evangelj. Io
credo, e voi già da un pezzo il presentite, come il più bello e più
grande resultato delle nostre conferenze, la dimostrazione perpetua
di queste mie lezioni, sarà il ritorno dell’Essenato in grembo a
quella scuola più vasta che ha nome dai Farisei; e questa identità,
la ragione, la storia, l’eloquenza dei fatti ci faranno debito di
consentire. Ma se per noi è dovere di ammetterla, pel Baronio era
dovere il discuterla. Perchè non la discusse? Perchè propose dilemma
che non è dilemma? È inutile il cercarlo. Il perchè voi già lo sapete,
perchè voi già ripeteste con me le parole di Dante.—Il Baronio, come
Sigieri, ma in senso molto diverso _Sillogizzò invidiosi veri_.[22]

E non solo il Baronio, ma moltissimi altri vedeste sotto quel vessillo
raunati. Quali sono le loro prove? Io ve l’esposi di già ad una ad
una, e ad una ad una verranno qui invocate in giudizio. Si parlò di
gerarchia, si vide tra quella dei Terapeuti e quella dei Cristiani
analogia di nomi, di officj, di organismo. Che vuol dire ciò? Vuol
dire, dicono gli avversarj, che i Terapeuti sono Cristiani: vuol dire,
aggiungo io, che questi tolsero a imitare i Terapeuti, in quella guisa
che tutte le idee e istituzioni, e il sacerdozio e i riti e tutto,
tolsero ad imitare dell’Ebraismo; vuol dire almeno che Terapeuti e
Cristiani, sendo da un corpo solo concetti e partoriti, offrono tra
loro quelle affinità di sembianze che sono proprie dei fratelli, dei
consanguinei. Ma non è sola la gerarchia: si citano le guarigioni
miracolose, si dice che proprie furono dell’una setta e dell’altra,
dei Cristiani e dei Terapeuti; e da questa comunanza la identità si
conclude dell’uno e dell’altro. Parvi che rettamente concludasi? Io
credo fermamente che a questa stregua, che a questa misura, poco meno
di mezzo mondo diverrebbe Cristiano; che il diverrebbero i Dottori, i
Farisei grandi taumaturgi, come ognuno conosce; che il diverrebbero
i sacerdoti pagani, che di simili guarigioni andavan superbi; che lo
diverrebbe Vespasiano, di cui si narra la portentosa restituzione
della vista ad un cieco mercè la saliva; che il diverrebbe Apollonio
Tianeo, che circa quel torno empieva il mondo dei suoi miracoli. Ma
più ci dicono: vi è di più; vi è la repartizione dei proprj beni ai
poverelli, vi è l’erario comune o, in termini moderni, il comunismo,
quale si praticava dalla Chiesa Cristiana. Ci chieggono; vi par cotesto
argomento che basti? Sì, io rispondo, se la povertà volontaria fosse
nata col Cristianesimo, e pria e fuori di esso non se ne vedessero gli
esempj. Sì, se il monacato _Buddistico_, se i _Bonzi_, se i _Fachiri_
non lo praticassero in Oriente. Sì, se tutto lo stato ebraico non
fosse stato una spezie di pacifico comunismo, il cui alto proprietario
o signore supremo era Dio. Sì, se i dottori non ce ne offrissero
l’esempio proprio siccome quello che nei Cristiani si ammira; e se,
finalmente, il Cristianesimo non potesse aver tolto anche quest’idea
in prestanza all’antico Essenato. Che diremo poi dell’amore, delle
allegorie, della esegesi mistica che si cita per quarto? Sarà egli
più stringente argomento dei suoi confratelli? L’esegesi mistica! Ma
l’esegesi mistica era il vezzo, era l’andazzo, era il gusto comune
dei tempi d’allora. Lo era presso i pagani, quando si accostavano
a spiegare i capolavori dei loro poeti; lo era presso i dottori, e
le traccie ne durano immense, ne durano sensibilissime nei grandi
monumenti che ci trasmisero, dove ad ogni piè sospinto ti si accalcano
in folla le allegorie, le parabole, i miti, le tropologie, infine tutto
quello che la veste esteriore costituisce delle dottrine riservate, e
come dice Gioberti, della _scienza acroamatica_ dell’Ebraismo. Dovremo
noi soffermarci ai digiuni, alle macerazioni, che si dicono comuni?
Noi questo solo diremo, che se digiuni e macerazioni dovessero essere
assunti a criterio d’identità, l’origine degli Esseni non dovrebbe
a lungo cercarsi, perchè bella e pronta noi l’avremmo tra i dottori
trovata, ove in un ramo soltanto, notate bene, in un ramo soltanto
della loro scuola, tali si vedono prodigiosi e prodigati digiuni, da
disgradarne le più raffinate macerazioni della Tebaide. Sarà egli più
felice argomento il celibato, che qual distintivo comune a provarne
s’invoca l’identità? Il celibato, per ciò che riguarda gli Esseni,
non può essere inteso assolutamente ma parzialissimamente; quindi
non prova. Quanto ai Terapeuti, che sono gli Esseni Egiziani, il
fatto corre alquanto diverso; epperò il raziocinio offre alquanto
più del verosimile. Ma quanto a veder bene non è fallace! Non tanto
perchè i Terapeuti non praticassero il celibato, chè veramente il
praticavano, ma sopratutto (curiosissimo a dirsi!) perchè i Cristiani
allora nol praticavano, perchè tempi eran quelli ancor distanti dal
fervor religioso che spinse gli uomini nei chiostri, nei cenobj, nei
romitaggi; perchè Paolo allora bandiva, dovere il vescovo vivere senza
colpa colla donna sua; insomma, perchè il celibato cristiano non era
ancor nato.

Gli argomenti a favore sono caduti: adesso cominciano gli argomenti
contrarj: la guerra difensiva è terminata, adesso si vuol prendere
energicamente la offensiva. Quali sono di oppugnazione le armi? Sono
parecchi pensieri, e tutti serj, e tutti stringenti. Ella è, in
primo luogo, le tendenza di ogni parte, di ogni setta osteggiante ad
appropriarsi quanto vi ha di bello e di buono nella setta, nella parte
rivale. Dante è guelfo per i guelfi; è ghibellino pei ghibellini.
Maimonide è cabbalista pei cabbalisti, è antimistico pei loro nemici.
Aristotile, Platone ed altri ancora, se fossero stati conosciuti,
sarebbero stati dai nostri dabben proavi, giudaizzati e colle debite
forme circoncisi. Seneca fu battezzato da S. Paolo, o da chi per esso,
e tanto eco ebbe di sua conversione la fama, che la tesi fu trattata di
recentissimo innanzi l’illustre Accademia Parigina in un libro che vide
poi per le stampe la luce; nè di questo dirò più sillaba, avendone io
a dilungo parlato, in una lettera che or sono alcuni anni, pubblicava
l’_Educatore_. Nè agli Esseni incolse dissimile ventura. Parevano
così santi, così dotti, così esemplari, che non si potè più a lungo
tollerare il loro Ebraismo. E così un bel giorno furono presi e fatti
Cristiani; come Cristiano fu fatto Giuseppe, come Cristiano fu fatto
Filone, e come Gamliel e come Akiba furono debitamente cristianizzati e
in terra santa seppelliti nella chiesa di S. Francesco di Pisa.

Ma di queste fole più non si parli. Diciamo piuttosto di argomenti più
serj. E serissimo, a parer mio, è quello che si trae da Giuseppe e
Filone[23] Io già ve lo dissi, Giuseppe e Filone furono i due scrittori
che tolsero con qualche diffusione a narrare della scuola, delle
dottrine degli Esseni; e l’ultimo in spezial modo, che due interi libri
dettava a descriverne lo istituto, oltre quelle diffuse nozioni che
qua e colà sparse si trovano per avventura nelle opere rimanenti. Or
bene, Giuseppe e Filone non sono soltanto gli storici, gli espositori,
i descrittori del grande istituto, ma ne sono eziandio, e in grado
eminente, i panegiristi, gli encomiatori, i lodatori. Non cessano e
Giuseppe e Filone di laudarne la virtù, di celebrarne le dottrine, di
encomiarne il costume; e tanto profuse e tanto magnifiche riescono
di costoro le lodi, che grave ingenerarono sospetto nell’animo ai
posteri, non forse più che verità consentisse, di gioconde e gaie tinte
spargessero il quadro ad attirare la stima, l’ammirazione, l’ossequio
del mondo gentile. Dite di grazia. Potevano e Giuseppe e Filone con
tanta pompa favellare di un istituto _Cristiano_, d’un Istituto che
cattedre ed altari elevasse contro la pristina fede; il potevano essi
che nacquero e vissero e morirono nella più pura ortodossia?[24] Il
poteva Giuseppe, che non rifinisce di laudare la scuola farisaica,
ch’è quanto dire la scuola che più apertamente si osteggiava dal
Cristianesimo; il poteva Filone, che la vita consacrò e gli studj e le
fatiche alla esaltazione del nome, della fede ebraica, e che la età
senile non trattenne dalla famosa ambasceria a Cajo Caligola, dove
alta e solenne levò la voce in difesa dei patrj riti e della patria
salute? Che se Filone e Giuseppe, Ebrei pronunciati, non potevano tante
lodi prodigare se non ad Ebrei; se gli Esseni, ebrei essendo, non
lasciavano di possedere parecchie doti, qualità, costumi, istituzioni
che il Cristianesimo si appropriò, come desumere da queste simiglianze
la identità? Come non avriano potuto essi che queste cose possedevano
di proprio in antico, come non avriano potuto continuare a ritenerle
senza farsi Cristiani? Certo che il potevano e certo ancora che i
generosi encomj dei due grandi Israeliti fanno fede pienissima contro
ogni supposta apostasìa. Però Filone di lodarli non si contenta. Due
libri ei scrisse, come vi ho detto, di cui il primo consacrò agli
Esseni, l’altro dedicò ai Terapeuti. Il primo suona: _Ogni onest’uomo
è libero_, il secondo si chiama, _De vita contemplativa_. Or bene,
il prima è prova come a senso di Filone, Ebrei fossero gli Esseni,
poichè di costoro favellando, il nome apertamente e la qualificazione
gli assegna di Ebrei. Si può dire altrettanto dei Terapeuti che prese
a têma della seconda opera sua? Certo che sarebbe meno esplicita la
deposizione Filoniana, se non sapessimo che la vita contemplativa forma
come una parte seconda del primo libro rammentato; più, se nel passare
dagli Esseni ai Terapeuti, se nel prendere di quest’ultimi a favellare,
una frase ei non usasse ove i legami, la parentela delle due sètte
apparisce manifestissima; se, infine, concorde non sorgesse oggimai
una voce ad ammettere tra Terapeuti ed Esseni, non solo alcun tratto
di somiglianza, ma salvo qualche varietà d’indirizzo, una sostanziale
e perfetta identità; se di questo universale ossequio facendosi
interprete, non ci ammonisse il _Jules Simon_, nella _Istoria della
scuola di Alessandria_, così dicendo: _Il est plus que vraisemblable
que les Thérapeutes sont des Esséniens voués à la contemplation_;
e ciò che più monta, se queste parole precedute non fossero da un
coscienzioso esame sul preteso cristianesimo dei Terapeuti. Che se
Ebrei sono gli Esseni a confessione di Filone, se i Terapeuti altro non
sono che Esseni contemplativi, chi non vede come le insegne di Ebrei
più ai Terapeuti non disconvengano, che non agli Esseni?

È egli Filone il solo a proclamare degli Esseni lo ebraismo? Per
ventura, non è il solo. Una voce vi ha, s’è possibile, più autorevole,
che l’attesta. E qual è? La voce della cronologia. Attendete, e con
qualche diligenza mi seguite, chè si tratta di cifre. Quando nacque
Filone? Nacque, e ne abbiamo certezza, l’anno 724 dalla fondazione
di Roma. Quando scrisse le opere in discorso, quando parlò, quando
l’elogio compose dei Terapeuti? Egli dice che era, allor giovanissimo.
Giovanissimo, accennerebbe ai 20 a 30, ma pure diamogli, se così
volete, anni 40, i quali addizionali ai 723 dalla fondazione di Roma,
costituirebbero la somma di 763. In che anno della romana fondazione
nacque Gesù? Nacque il 753, ch’è quanto dire non più di anni dieci pria
che Filone a scriver si accingesse le opere sue; non più che dieci anni
prima del grande e sublime ritratto che ci porge Filone dell’Essenato
Egiziano, coi suoi romitorj, colle sue leggi, colle sue tradizioni,
col suo culto purissimo, e, ciò che più urge al fatto nostro, colle
sue istorie, coi suoi libri antichi, colla venerata memoria dei suoi
predecessori.

È egli possibile, dopo prove siffatte, parlare di Terapeuti Cristiani?
Però vedete astuzia! Noi citammo Filone e i suoi encomj; encomj
incomprensibili in bocca ad un Ebreo, ove i Terapeuti supporre si
vogliano cristianeggianti. Or bene, che credereste che facciano gli
avversarj! Con un colpo di mano ci rapiscon Filone. Audacia direte
enorme, se altra fu mai. Ma pure la è così. Se Filone credeste
finora Ebreo, disingannatevi. Egli è Cristiano, e davvero Cristiano,
testimone S. Pietro che in Roma vedutolo, lo convertì. Ma la buona
gente non guarda tanto per la sottile, nè spinge più che tanto le sue
indagini. Non cerca, per esempio, se il preteso Cristiano ci abbia di
cristianesimo alcuna traccia tramandato nelle opere sue; che strana
cosa ed incredibile veramente sarebbe questa, se tutto lo zelo ed il
fervor del neofita una sola parola posta non gli avessero in bocca,
non dico di elogio, di venerazione, di fede, ma nemmeno di semplice
ricordanza, di semplice citazione. Non veggon cotestoro che invano
tutto questo si chiederebbe alle opere Filoniane, che per quanto si
stendono, non menzione vi ha di G. C., non di Pietro il conversare
preteso, non dei Vangeli, non dei dogmi cristiani; ove dogma cristiano
non vogliam dire la teoria del _Verbo_, comune non solo alle religioni
orientali, ma propria altresì di Platone suo donno e maestro; non
infine di quel dogma menzione, sul quale tutto s’appunta l’edificio
cristiano, voglio dire l’Incarnazione o, come Gioberti il chiama, il
dogma teandrico. Che se occhi non han costoro per vedere, non hanno
nemmeno orecchi per udire; per udire, per esempio, Giuseppe quando,
sopravvissuto a Filone, di Filone parla con la riverenza ch’ei sentiva
per un tant’uomo; quando lo dice insigne nella sua nazione, quando
leva a cielo l’attaccamento di Filone alla fede, alla patria, a
tutto Israele. Avria così di Filone favellato Giuseppe, se Filone
conchiuso avesse la vita nella apostasia, nella fede cristiana?
Certo che non avrebbe; e certo egualmente che le lodi di Filone sul
labbro a Giuseppe, come quelle degli Esseni in bocca a Filone, come
tutti gli altri accennati argomenti, sono una catena ben connessa,
ben stretta, ben coerente, che c’interdicono, degli Esseni parlando,
i limiti varcare e i confini dell’Ebraismo. Io potrei valermi del
dritto di rappresaglia; potrei sotto ai vessilli riparare del Salvador
e sancire quella derivazione che egli propone delle idee cristiane
dall’Essenato; potrei dire con esso: _son organisation et ses mœurs
occupent un rang très élevé parmi les causes qui pendant la jeunesse de
Jésus imprimèrent la première impulsion à sa pensée_; potrei far eco ad
_Adolfo Esquirol_, il quale non dubitò sentenziare: «Les Evangélistes
se rattachent par leur Maître à la secte des _Esséniens_.»[25] Potrei
tutte queste cose togliere a dimostrare; e comecchè tornerebbe agevole
con corredo non esiguo di prove sussidiarle, ciononostante mi rimarrò,
che dette influenze esteriormente esercitate dall’Essenato, qui non è
luogo a trattare. Ci basti che inviolati ne sieno i sacri recinti, ci
basti che pura ed intemerata e legittima ne sia la origine, ci basti
che del più puro sangue sia egli concetto del corpo ebraico.




LEZIONE OTTAVA.


Grande ricerca, o signori, imprendevamo, ed è questa la origine degli
Esseni. Noi esautorammo le false, le spurie derivazioni che pregiudizi
multiformi ci volevano imporre, noi respingemmo _là dove il sole tace
di verità_ l’origine pagana, e dopo questa l’origine alessandrina, e
per ultimo vedemmo di che sapesse la cristiana paternità. Mestieri è
ora rivolgere a migliore indirizzo le nostre forze, mestieri è pure
ch’_a correr miglior acque alzi le vele omai la navicella del mio
ingegno_. Però se il còmpito nostro riesce tuttavia grave e scabroso,
quanto però non ci si presenta e più piana e più secura la via! Noi
conosciamo gli scogli e li eviteremo; noi sappiamo come circoscritta, e
per ciò stesso più sicura sia al presente l’opera nostra, noi sappiamo
come esclusi, eliminati per sempre il Paganesimo, la filosofia, e il
cristianesimo quai padri presunti del grande Essenato, non ci resti che
una fede a cui chiederlo, un popolo ove cercarlo, una filosofia a cui
riferirlo, e questa è la filosofia, la fede, il popolo Ebraico. Ma se
sappiamo che il campo ove nacque fu l’Ebraismo, ci resta a conoscere
il _dove_, il _quando_, il _come_ e quel germe particolare e quel
particolare terreno conoscere ove il gloriosissimo albero allignava;
ch’è quanto dire la origine propria, la origine propriamente detta
del grande istituto degli Esseni. Però due cose si distinguono in ogni
corporazione, in ogni istituto, e quindi duplice è il modo con cui
considerare se ne può la origine. Dissi due cose, e ve lo provo. È la
prima la parte per così dire _ideale_, _rudimentale_, gli elementi che
costituiscono ogni corpo sociale, le pietre a così dire distaccate
del grande edifizio, le molecole primitive di cui è composto, i
materiali di cui fu fatta la fabbrica.—L’altro aspetto, è la fabbrica
in sè stessa, e il tempo, la data, l’origine, della sua esistenza
complessiva indivisa, definitiva; l’origine, starei per dire, della
combinazione dei diversi elementi costitutivi in un tutto ordinato,
organico, positivo, esteriore. Quindi due origini quando degli Esseni
si parla: origine degli elementi delle parti loro costitutive, e
questa è l’origine prima:—Origine poi della personificazione della
incarnazione di questi elementi in un ente sociale, e questa è
l’origine seconda. Io chiamerò la prima _origine dell’Essenismo_ o
_Essenato_ in quanto accenna ai caratteri ed alla genealogia storica
dei principj; io chiamerò la seconda _origine degli Esseni_ in quanto
meglio allude agli uomini in cui l’Essenato divenne persona, e alla
genealogia storica dei suoi professori. Facciamoci dalla prima di
queste origini, dall’origine dell’_Essenato_ ossia dei caratteri, delle
idee, del genio delle istituzioni degli Esseni. Io credo che voi non
disconoscerete la importanza di questa ricerca. Quando pure avverso
fato ci contendesse il rintracciare la seconda di queste origini,
cioè l’incominciamento storico, individuo, complessivo della setta,
ei sarebbe acquisizione preziosissima la storia, la origine degli
elementi di cui si compose. Ma il fato ci arriderà benigno meglio
che non estimate; e lo studio che siamo per fare al presente, verrà
compito, integrato da quello che faremo di poi; e l’origine delle idee
vedrà immediatamente seguirsi l’origine della loro personificazione
in un sodalizio. Io chiedo adunque all’Ebraica antichità gli elementi
dell’Essenato, e che cosa mi risponde l’Ebraica antichità? Ella mi
risponde, offrendomi una istituzione in cui, siaci lecito il dirlo,
gran parte si dipinge dei caratteri e dell’Essenato, ed ove tranne
l’associazione, l’organizzazione sociale, e tranne il celibato, la
fisonomia splendidamente rifulge di precursori, di preparatori del
grande Istituto. Qual’è questa istituzione? Ella è l’istituzione
del Nazirato. Non so se voi quanto sia mestieri conosciate che
cosa è Nazirato: fatto è che nè conosciuto nè apprezzato egli è a
parer mio quanto pure si dovrebbe. _Nazirato_ era quello stato di
religiosa separazione in cui volontariamente si poneva ognuno che
più particolarmente si volesse a Dio dedicato. Si dedicava, o miei
giovani, al Signore con tre specie di voti che i precipui obblighi
costituivano dei Nazirei. S’interdiceva in primo luogo non solo il
vino ma l’aceto, ma l’uva istessa, e stando alla parola _Scehar_
ogni bevanda eziandio inebriante. S’interdiceva in secondo di rader
un sol capello della chioma, la quale doveva al termine del suo voto
recidersi tutta ed al fuoco bruciarla del sacrifizio che il Nazireo
offeriva; s’interdiceva per ultimo di venir menomamente a contatto con
un cadavere, nè qualunque altro genere contrarre di impurità che da
quel derivasse. Di questi tre voti, di questi tre obblighi, due vediamo
comuni agli Esseni; comune cioè la interdizione del vino, siccome a
suo luogo vedremo, comecchè da talun contestata; comune l’orrore da
ogni corporea impurità, come più estesamente sarà da noi dimostrato;
e se comune non vediamo egualmente la intangibilità della chioma,
egli è perchè la perpetua consacrazione, il vincolo non temporaneo
degli Esseni la rendeva impossibile, e soprattutto perchè la legge
dei Nazirei _formalmente ne assolveva coloro che la intera vita
sacravano_, siccome meglio dalle cose sarà chiarito, che in appresso
diremo. Voi comprendete già come questi strettissimi obblighi, uno
stato costituissero pegli Esseni di particolare santità; ma quanto più
questi voti non acquisteranno valore se li vedrete dovunque applicati
ove una maggiore si esiga o più esquisita perfezione religiosa! Se li
vedeste per esempio iterati e tra i doveri annoverati dei sacerdoti;
se esplicita invocassi l’inibizione che ai sacerdoti interdice l’uso
degli inebrianti ogni qual volta l’alterno servigio li chiamava
attorno il santuario: se vi mostrassi _Nadab_ e _Abiù_, i due infelici
figliuoli di Aaron, divorati da un fuoco miracoloso solo per aver,
secondo la tradizione, libato del vino al loro ingresso nel tempio;
se vi citassi infine la legge che vuole i giudici _pro tribunali_,
sedenti sobri per tutto quel giorno di liquore ebriante; se vi dicessi
con Ezechiele che i sacerdoti non debbano radersi assolutamente la
testa, ma sì tanto della chioma rispettare che bella mostra faccian
di sè nel pubblico servigio; se tale vi citassi una frase in Geremia
ove la capigliatura, la lunga chioma è detta serto, è detta corona; se
passando poi al tema delle impurità, vi mostrassi i Nazirei equiparati
nelle rigide osservanze non solo al volgo dei sacerdoti, ma al grande,
al sommo pontefice egli stesso il quale solo esso in questo ai Nazirei
somigliante, doveva non solo da ogni impurità tenersi lontano, ma
nemmeno gli estremi offici rendere ai prossimi parenti, al padre,
alla madre, al fratello, alla sorella, pei quali invece al sacerdote
volgare era conceduto immondarsi.[26] Che più? Se vi mostrassi a certi
effetti, in certi casi e secondo certe opinioni, il Nazireo allo
stesso pontefice sommo in santità sovrastare, quando cioè pontefice
e Nazireo imbattutisi per caso in cadavere derelitto era imposto al
sommo pontefice rispettare la santità del Nazareo e la propria dignità
obliare per rendere gli ultimi doveri a quel corpo infelice. Certo, che
dopo avere tutte le anzidette cose udito a ricordare, certo esclamerete
che ben grande doveva essere nella mente del divino leggidatore, del
Nazireo il concetto. Che sarà poi se i termini intenderete con cui sul
conto suo si esprime? E quai termini! _La corona di Dio è sul capo
suo_, vi dice aperto il sacro testo.[27] Non basta: Per quanto dura il
suo Nazirato _sacro_ è desso al Signore. Termini che nè diversi, nè più
pomposi suonano pel sacerdozio, termini chè chiaramente la parentela,
l’affinità ti rivelano, che volle Iddio stabilita tra il Nazirato e il
sacerdozio, tra il Nazirato sacerdozio incoato, virtuale, temporario, e
il sacerdozio Nazirato attuale e perpetuo. Voi udiste parlare di corona
sacra a proposito del Nazareo, e di sacra corona intenderete parlare a
proposito del sommo pontefice. Voi udiste il Nazareno qualificato sacro
al signore, e _sacro al signore_ recava in lettere d’oro sul frontale
inciso il sommo pontefice. I sacerdoti sono ministri dei sacrifizi, e
ministri esclusivi, chi non lo sa? Ma pure se vi fu uomo che tutte le
ordinarie regole conculcando dei sacrifizii, si sia eretto a pubblico,
a solenne immolatore, e se eretto si sia comecchè nè sacerdote nè in
luogo celebrante al culto di Dio dedicato; se uomo cotale vi fu, ei
fu un Samuele, ei fu un semplice levita, ei fu un Nazareno; e se in
progresso di tempo, e se dei redivivi Nazareni, e se infine degli
Esseni fu detto siccome da Giuseppe apparisce, che fuori del tempio
sacrificavano, chi sa che lo esempio di Samuele ad accreditare non
sia valso una opinione siffatta! Fatto è che il carattere sacro,
religioso e quasi ieratico non fu mai ai Nazarei disdetto: non lo fu
nemmeno ai tempi malaugurati della invasione siriaca. Quando, secondo
un preziosissimo testo dei Maccabei, nel primo di questi libri al
capitolo 3º, ritiratisi gli Ebrei fuori di Solima seco recano dalla
santa città a Maspa, ove s’adunano e si accampano, tutto chè di più
sacro e prezioso avessero nel tempio di Dio; quando siccome si esprime
il testo istesso dei Maccabei, _bandito un generale digiuno e postisi
dei sacchi attorno e della cenere in sul capo, spiegano i libri della
legge, arrecano le vesti sacerdotali, le primizie e le decurie e
fanno venire innanzi i Nazirei_, quando non sapendo in qual luogo più
sicuro riparare tanto tesoro, esclamano, dice il testo, _con gran voce
dicendo: Che faremo a costoro e dove li meneremo? Conciossiachè il
tuo santuario sia calpestato e profanato, e i tuoi sacerdoti sieno in
cordoglio e in afflizione_.

Io credo che non pochi insegnamenti abbiamo fin qui acquistato;
abbiamo veduto tra gli antichi Nazirei e gli Esseni parecchi correre
luminosissime attinenze, e tra ambedue altresì, e il sacerdozio
costituito in Israele; abbiamo in tanta antichità rinvenuti parecchi
degli elementi onde si formò di poi il nostro Essenato. Ma qui non
finisce la vena feconda del Nazirato vetusto, qui non hanno fine i
mirabili riscontri tra esso e’ moderni Nazirei che si chiamano Esseni.
Solo che meglio vi piaccia la natura indagarne, solo che le frasi dei
nostri Profeti, laddove dei Nazirei tolgono a ragionare, non vadano,
come avviene, perdute nel torrente di una irreflessa e precipitosa
lettura. Un passo principalmente vi ha di cui non si potrebbe
ragionevolmente inforsare la importanza. Egli è il Profeta Amos quando
rinfaccia ai coetanei suoi la ingratitudine onde ripagavano le insigni
beneficenze di Dio, quando ricorda loro il portentoso riscatto, le
spirituali divise con cui rivestilli, quando in ispecie ricorda i doni
profetici, le fatidiche ispirazioni; quando esclama in nome d’Iddio,
_E pure io fui quello che i figli vostri costituiva profeti e i giovani
vostri costitutiva Nazareni. Non è forse così, o Popolo d’Israel,
dice il Signore? Ma voi che faceste? Voi propinaste ai Nazareni il
vino conteso, ed ai profeti intimaste dicendo: Non profetate._ O io
m’inganno, o nuova sembianza è cotesta che assumono i Nazareni. Non
solo gente sacra e quasi sacerdotale, siccome vedemmo, ma gente, si
può dire arditamente altresì, gente profetica. Chi conosce il genio
della lingua Ebraica, la replicazione del concetto, nelle due metà del
versetto, le predilette sinonimie, il parallelismo frequentissimo,
non porrà menomamente in dubbio che nella mente di Amos, Profeti
e Nazireni, il vino dai Nazareni libato, e la esautorazione del
Profetismo non si unificassero a dirittura in un solo concetto. Per
chi è autonomo nei giudizi questo è d’avanzo. Per chi ama invece
poggiare sulle autorità ne avremmo a citare di soverchio. Potremmo
dire del Parafrasta Caldeo che con significantissima sostituzione
pone invece della parola _Nazireni_ il vocabolo Arameo _Malfin_ che
suona _insegnatori_; potremmo invocare il venerabile _Rasci_ che tale
ci offre definizione di cotesti del profeta, che più acconcia, più
precisa, più completa non si potrebbe dare degli Esseni medesimi;
quando dice cioè ch’erano i Nazirei separati dalle comuni costumanze,
e tutti dediti alla legge di Dio. Potremmo dal labro pendere di
Abenesra ove col consueto laconismo, ma altamente espressivo pel caso
nostro, _Nazirei_ dice _che consacrai a riprendervi, a santificarvi_.
Potrei chiamare a testimonio l’Abrabanel che dice il _Nazireato esser
preparazione allo spirito santo_, che aggiunge _essergli stato il vino
propinato onde lo spirito divino non scendesse sopra di essi, nè quindi
potessero vaticinare_.[28] Or che cosa sarà s’io vi dicessi che gli
Esseni andavano celebri per i loro vaticini e che non poche delle loro
predizioni ci sono da Giuseppe riferite, siccome a suo luogo vedremo?
Certo che vedreste allora nell’antico Nazirato, nelle doti profetiche
di cui va insignito un elemento nuovo dell’Essenato moderno, una pietra
nuova del grande edifizio, un preludio alle Esseniche predizioni: e che
sarà poi se vi farò toccare con mano nuovi riscontri nelle circostanze
più particolari della vita, nell’abito per esempio, nel regime tra
l’Essenato e i Nazirei; il sacerdozio antico e il Profetismo? Certo
non negherete che sarà un passo di più verso la mèta a cui aneliamo,
il ritrovamento delle parti integrali, degli elementi del grande
Istituto. Or bene, volete sapere degli Esseni l’abbigliamento? Mirate
ai Profeti ed ai Nazirei; due luoghi vi sono aurei tutti e due,
luminosi tutti e due per chi ha gli occhi per vedere, dove il costume
esteriore ci vien dipinto, ma di volo con un sol tratto, di Profeti
e di Nazirei. Costume uniforme dei Profeti, colà abbiamo, laddove
predicando Amos il discredito in cui saria caduta l’ispirazione, _tanto
vil cosa_ aggiunge _sarà reputata, che niuno vorrà simulare nemmeno il
portamento esteriore di un Profeta, che niuno più addosserà un mantello
peloso_.—Chi ha orecchi ascolti: un _mantello peloso_, ecco dei Profeti
la divisa, il destintivo. Che se non contenti di aver trovato, se così
è lecito dire, dei Profeti il figurino, ne voleste uno proprio di carne
e sangue in cotal foggia vestito, potrei io esitare un istante, potrei
io non vedere sorgere immantinente ai miei sguardi il severo, l’ispido
_Elia_, l’uomo come il descrive il sacro storico, l’uomo peloso, l’uomo
dalla cintura pelosa, Elia il Jesbita; Elia il solo superstite tra i
Profeti di Dio, Elia che al sol vederlo in questo arnese caratteristico
esclamano tutti? _Elia attisbi u?_[29] Ebbene mirate nell’autobiografia
di Flavio Giuseppe ciò che del costume va esprimendo dei più rigidi tra
gli Esseni, e mi saprete dire se troppo disforme da quello procedesse
tra i profeti usitato. Ma i men rigidi, i più urbani tra gli Esseni
come vestivano essi? Ah! egli è qui ove ritornano in campo non solo i
sacerdoti come gli Esseni _bianco vestiti_, ma ciò ch’è più, ritornano
in campo gli stessi Nazirei e un nuovo e parlante rapporto ci offrono
colla società degli Esseni. È tal cosa la Scrittura, o miei giovani,
che se uomo non tende l’orecchio del continuo a spiarne non ch’altro le
più fuggevoli espressioni, gran parte sperpera, miseramente perduta,
delle sue ricchezze. È un mondo che si rivela per cenni ed enigmi,
è la figlia del Re, secondo la magnifica parabola Zoaristica, che
solo rivela la faccia sua bellissima, dopo avere con ripetuti cenni
ed ammicchi l’attenzione e l’ansia provocate del suo amadore.[30]
Testimone l’esempio che abbiam tralle mani. Chi avrebbe detto che la
Bibbia contenesse perfino l’antico costume dei Nazirei? Eppure nulla
di più esatto, la Bibbia lo contiene, in una locuzione, in una idea
incidentale, ma pure lo contiene. Povero Geremia! Ei lamenta perdute
tante cose e carissime! Ma non dimentica, credete per questo, cose di
men rilievo, per esempio i bellissimi Nazireni e le loro vesti. _Dove
n’andaste_, sclama nel dolor suo, _Dove, o Nazareni dalle candidissime
stole più della neve bianche, bianche meglio del latte?_ (Treni cap.
IV, v. 7.) Perocchè glossa il venerando Rasci i _Nazirei e i Farisei_
(notate questo contatto e ponetelo in serbo per altro tempo) _i Nazirei
e i Farisei mostravansi al di fuori tersi e puri_ COLLE BIANCHISSIME
LORO VESTI, _alla neve somiglianti, siccome alla neve si assimigliano
le vesti dell’antico dei giorni, e siccome infine è costume dei
Ilasidini_; ed anche quest’ultima frase ponete in serbo, giovani miei.
Ed ecco il costume degli Esseni, il costume dei più miti tra essi
somministratoci dall’antico Nazirato, dal Nazirato consenziente anco
in questo col sacerdozio ministrante nel tempio di Dio.[31] Ma io
dissi che negli antichi profeti un vestigio ritrovato avremmo della
tavola degli Esseni, del regime degli Esseni. Dissi ben poco; doveva
dire e la dietetica e la dimora e la scelta del luogo. Vi è un passo
nel secondo dei Re ove la scuola dei profeti, _i figli dei profeti_
come allor si dicevano, banchettando a cielo aperto ci permettono
di osservare di che cosa si formassero le consuete imbandigioni. Io
veggo primi rammentati i legumi; e legumi pure erano il cibo favorito
nell’essenico refettorio, veggo radiche ed erbe qua e colà dai Profeti
stessi raccolte su per i campi; ed erbe e radiche alternavansi talvolta
negli essenici prandi. Che più? La scuola profetica abita non solo
sotto il medesimo tetto, tralle stesse pareti, ma soggiorna eziandio
lungi dall’abitato _presso le rive del Giordano_; e non sarebbe
temerità s’io dicessi che non del tutto andò errato Gerolamo quando
nelle frasi del testo intravide eziandio la costruzione di separate
cellette.

Aveva io ragione di sperare larga suppellettile di elementi, di
preludi, di presentimenti Essenici nella storia dei Nazireni, in
quella del sacerdozio, in quella dei profeti che tanta parte offron
pur essi della fisonomia dei Nazireni? Ma vi ha un’obbiezione che voi
potreste fare e ch’io perciò appunto amo di prevenire. Potreste dire:
il Nazirato era voto e vincolo; ma voto e vincolo a tempo, ch’è quanto
dire era assai diverso dall’Essenato che una consacrazione importava
la quale continuar doveva quanto la vita lontana. E benissimo vi
apporreste se tra Nazirato ed Essenato non corresse a senso mio divario
alcuno; se io dicessi le stesse forme, le stesse leggi essersi per
tanto corso di secoli dall’uno all’altro tramandate senza alterazione
alcuna. Ma ciò nè dissi nè poteva io dire in verità. Sebbene che dico?
È egli poi vero che il voto dei Nazireni fosse sempre temporaneo
come voi dite? Certo che così pensò e scrisse un uomo dottissimo il
_Munk_ nella _Palestina_. Ma con sua buona pace sia detto: il Munk
s’ingannò a partito. Non solo la tradizione attesta il contrario, non
solo esempi vi sono luminosissimi di Nazirato perpetuo, e basti citare
i nomi famosi di Sansone, di Samuele, e nei tempi Rabbinici di Elena
la pia Regina degli Adiabeni;[32] ma sopratutto il testo stesso su cui
pare il Munk affidarsi, se non dice aperto di un Nazirato a vita, non
parla nemmeno di tempo, non prescrive termine, nè limitazione prefigge.
Si dirà ancora che non vi fu Nazerato perpetuo? Io credo che la sua
esistenza non possa revocarsi in dubbio, e quindi un nuovo elemento,
un nuovo apparecchio emmi lecito intravedervi della grande e dotta
congregazione degli Esseni.

Io non lascerò, o miei giovani, l’argomento dei Nazireni, anzi che
non vi abbia fatto toccar con mano come oltre le regole, le leggi, le
istituzioni, il nome stesso di Nazireno sinonimizzi mirabilmente con
tutti quelli che in ogni tempo recarono gli Esseni, con tutta la ricca
suppellettile di nomi con cui a senso mio furono contradistinti. Primo
tra questi, e già in parte ve lo accennai altra volta, si è quello di
_Fariseo_; nome che nella sua vastissima comprensione anco l’Istituto
abbracciava degli Esseni siccome quello che dei Farisei era culmine
ed apogeo. Or che vuol dire Fariseo? Vuol dire _separato_. E come
direste separato nella lingua biblica, nella lingua della scrittura?
Direste precisamente _Nazir_; col qual nome avrebbe qualificato Mosè i
Farisei se al tempo suo fossero esistiti, in quella guisa che Farisei
avrebbero potuto qualificare i dottori i Nazireni?[33] Vi pare assai?
Udite ancora. Io vi dissi altra volta e ve lo proverò in seguito,
come speciale designazione degli Esseni fosse ai tempi Rabbinici
il nome di Hasidim. Volete ora vedere i Hasidim trasformarsi in
Nazireni? Certo che la metamorfosi vi parrà avventata. Pure nulla di
più preciso se aprite il Talmud al primo di _Nedarim_. Dove leggerete
questa confessione preziosissima; _che i primitivi Hasidim solevano di
frequente votarsi a Dio in Nazireni_.[34] Volete più? Certo che voi
discretissimi non esigereste di più: ma pure proviamoci: proviamoci a
recare il sinonimo di Nazir con Essena a quella evidenza che si può
desiderare maggiore. Voi vedrete tra non molto come il Talmud, come i
monumenti Rabbinici più antichi tracciano, siccome fu creduto finora
sul conto degli Esseni, come questo silenzio formasse sempre argomento
di legittima sorpresa per chiunque si facesse ad osservarlo, e come
questo preteso silenzio, fosse creduto, fosse ammesso non solo dai
dotti, dagli eruditi di ogni maniera, ma eziandio dai succedituri
Rabbini, dai dottori che sursero e scrissero dopo il Talmud i quali
quando ebbero contezza, strano a dirsi! per mezzo dei moderni scrittori
della esistenza di un antica setta fra loro per nome Esseni, quando di
essa ebbero come di peregrina e inaudita scuola a favellare, che nome
credereste che gli apponessero? il nome di _Nazireni_! Tanto pareva
loro confacersi agli Esseni l’antico nome di Nazireo, tanto al genio
rispondere il genio, la vita, le leggi alle leggi e alla vita.

Un grande insegnamento emerge, se io non sbaglio, dalle cose dette
sin quì, ed è questo: che senza ammettere una generazione diretta od
omogenea, grande però, massima parte di tutti gli elementi che la
vita composero e la esistenza dell’Essenato si trovano contenuti e
come in germe rinchiusi in seno al Nazirato ed al Profetismo. Purità,
sobrietà, dottrina, ispirazione, vita solitaria e cenobitica, costume,
dietetica e persino il nome loro caratteristico. Si può dire per
questo che tutte abbiamo le parti costitutive dell’Essenato? Io non
oso dir tanto: vi ha un elemento nella organizzazione degli Esseni
di cui traccia non solo nei Nazireni non si discopre, ma che pure
ardua, se non impossibile impresa, sembra trovarne vestigia nella
ebraica antichità; che dico? Che pare a dirittura contraddire alle
leggi, ai costumi, allo spirito generale dell’Ebraismo. E questo è
il _Celibato_. Il celibato fu egli dagli Esseni praticato? Ove sia
stato praticato, ha egli radici, ha egli origine nel genio, nella
storia, nel passato dell’Ebraismo? Io mi affretto a dirvi per ciò che
concerne la prima dimanda, come il celibato fosse istituzione sì degli
Esseni; non tale però che da tutti fosse egualmente praticata. Quando
delle leggi loro favelleremo e del loro Istituto, vedremo come gravi
restrizioni debbano accompagnare la divulgata sentenza che a tutti gli
Esseni indistintamente attribuisce il celibato. Pure si praticò; e se
non tutti come il più perfetto consideravanlo degli stati, certo che
appo taluni era in grande onore. D’onde quest’onore? D’onde questa
dissonanza dalla voce dei secoli che proclamava invece tra gl’Israeliti
maledetto, infame il celibato? Ardisco dire che l’ebraica antichità
non è sorda assolutamente al nostro dimando. Io vi so dire che certi
fatti vi sono e certe frasi i quali attestano manifestissimo che se pel
comune degli uomini, per le condizioni più comuni della vita sociale,
lo stato coniugale è lo stato più onesto, più meritorio, più religioso,
pure si dànno certi stati così sublimi, certi uomini così trascendenti,
certi momenti così augusti, in cui la virtù della continenza,
temporaria e passeggiera talvolta, si stende però altre fiate ad un
epoca così vasta, e talvolta abbraccia così una vita intera, che male
il nome si potrà contrastargli ed il carattere di _Celibato_. Quali
sono questi fatti e questi precetti? Un occhio penetrante li scuopre a
prima giunta nel gran campo delle scritture; una mente alquanto erudita
li ritrova nel grande emporio delle Tradizioni. Ecco i Dottori cui
amore stringe della vita speculativa, della vita ipermistica dispensati
formalmente dal matrimonio: ma di questo non dirò di vantaggio,
perciocchè non appartiene a rigore all’epoca delle origini. Ecco un
colloquio interessantissimo tra il sacerdote di Nobbe e David che
chiede cibo per sè e pei suoi. Ecco il sacerdote obbiettare come i
sacri pani non potessersi offerire a coloro che da contatto donnesco
non si fossero astenuti. Ecco David replicare essersi tutti da tre
giorni serbati continentissimi. Ecco Giobbe che pria di bandire i
Riti e il sacrifizio domestico, impone ai figli, apparecchiarvisi con
rigorosa castità. Che più? Ecco il gran fatto, il fatto più culminante
nella storia dell’Ebraismo, ecco la promulgazione della legge ed ecco
ciò che impone Moisè? Egli comanda si separi ognuno dalla donna sua
e tre giorni di severissima continenza li predispongano al condegno
accoglimento della parola di Dio. Volete più? Vi ha una tradizione
preziosissima certo non coniata in grazia dell’Essenato, ma che pure
torna mirabilmente in acconcio pel caso nostro, e la tradizione
riguarda Moisè. Si volle, si disse, che da quel punto in cui Dio fece
suonare quelle parole sacramentali «Ed ora qui rimanti con me;» il
gran profeta avesse letto nel volere divino l’obbligo di sequestrarsi
da ogni carnalità e di vivere oggimai la vita dei Celesti, e le sole
voluttà omai pregustare che il novello stato gli offriva nel consorzio
di Dio.[35] Che volete? Fosse consiglio della solitudine, fosse desio
di scuotere a dirittura ogni polve terrena, fosse vaghezza di una
perfezione superlativa, fosse persuasione di esquisita misticità, gli
Esseni nostri, allo stato aspirarono eccezionale dei grandi uomini
e dei grandi momenti nella vita dell’Ebraismo; aspirarono a fare
una regola, una legge dell’anormale e dell’eccezione, agognarono ad
ottenere del continuo quella istantanea elevazione in cui si tennero i
santi antichissimi in breve ora del viver loro; e invece di libare un
sorso della vita beata, vollero votare interamente la tazza. L’erezione
dello stato eccezionale in regola inflessibile, del transitorio
nell’immanente costituì tra gli Esseni il Celibato.[36] Questi sono i
germi, questa l’origine che ci offre la Bibbia. Quando parleremo della
istituzione in se stessa, avremo un altro termine fecondissimo di
raffronto, i Dottori e le Tradizioni; e il Celibato diverrà allora se
occorre anco più comprensibile. Per ora noi abbiamo fornita parte non
indifferente di nostra via, abbiamo notati, registrati nell’antichità
Ebraica gli elementi dell’Essenato. Abbiamo descritta la _embriogenia_
del grande Istituto. Otto giorni ancora e gli elementi disgregati,
inorganici, impersonali diverranno un ente vivo, storico, parlante,
organico, personale; in cui tutti o quasi tutti s’incarneranno i
discorsi elementi. Noi possiamo dire oggi: questi sono gli elementi
dell’Essenato. Noi potremo dire allora: questi sono degli Esseni i
progenitori, gli antenati. Noi diciamo oggi, ecco le pietre, ecco i
materiali: noi diremo allora, ecco la fabbrica, ecco il palagio, o
almeno: ecco le fondamenta.




LEZIONE NONA.


Se prepotente io non sentissi il bisogno di giungere più ratto che
ci è dato a la mèta prefissa, la tela che noi andremo questa sera
svolgendo troppo maggiore argomento ci offrirebbe che quello di una
sola conferenza. Le cose che ho a dirvi sono molte, sono gravi, sono
di grande momento, sono la ricostruzione storica dell’Essenato per
tutti i tempi favolosi, incerti, storici della sua esistenza, sono la
storia della sua incarnazione durante i lunghi secoli che precederono
l’Essenato propriamente detto, egli è infine l’_albero genealogico_
del grande istituto. Io stringerò il molto in brevissimi termini, io
vincerò il desiderio che pur provo vivissimo di farvi assaporare di
ogni parte il valore di farvi misurare sol collo sguardo gli amplissimi
orizzonti che ad ogni tratto ci si schiuderanno dinanzi, nè a questo
bisogno meglio che desiderio, verrei men di certo se io non contassi
sulla vostra penetrazione, sul vostro acume. Supplite voi al manco del
mio dire; intendete meglio che io non possa spiegami. Fecondate colla
mente ingegnosa i dati che vi vado porgendo, indovinate quello che
per brevità io taccio, andate più lungi colla mente di quel che a me
sia conceduto lo andare colle parole; e sopratutto stringete tutte in
un fascio le cose che sono per dirvi: sia la vostra mente un filo,
anzi sia poderosissima catena che tutte unifichi le cose che sono per
dire; alla seconda vi ricordate la prima, alla terza prima e seconda;
nè giunga del mio dire la conclusione, senza che le precedenti cose vi
stiano tutte dinanzi all’occhio della mente schierate, così io sarò
breve senza pericolo, e voi istruiti sarete senza disagio.

Voi lo ricordate. Abbiamo trovato nelle passate conferenze gli elementi
dell’Essenato, adesso ci è d’uopo trovare l’Essenato medesimo.
Abbiamo veduto i suoi principii, adesso ci è mestieri vedere i suoi
antenati; veduto abbiamo la storia delle sue idee, ci conviene adesso
la storia studiare dei suoi precursori. Dove cercarla? Non vi dirò le
laboriose investigazioni che emmi costata la costatazione di questa
origine, la sua ordinazione, la sua confermazione. Voi stasera, o
miei giovani, coglietene il frutto, ed il saperlo sarà il mio premio.
Dove cercarla? Cercarla io dico colà ove l’origine si cerca di quanto
vi ha di più nobile e venerando in Israele, dove si cerca l’origine
della Reale Dinastia Davidica cioè nell’innesto di un ramo pagano sul
ceppo ebraico,[37] nella Moabita Rut che fu madre del Regno siccome
leggiadramente chiamaronla i Dottori; dove si cerca l’origine di alcuno
tra i Profeti stessi, siccome Obadia che di pagano che era si fece
ebreo secondo i Dottori, dove si cerca l’origine dei più illustri tra i
Dottori i quali pressochè tutti sortirono a confessione di loro stessi
i natali da progenitori pagani: tra i quali si potrebbe citare per
tutti il gran Proselita Onchelos, il più popolare tra tutti i Dottori.
Cercarla infine tra i Pagani al Giudaismo conversi, cercarla nella
nobil famiglia dei Proseliti. Perchè così abbia disposto il Signore,
perchè non sia gentil pianta nell’ebraico giardino che un ramo non
rechi innestato dell’agreste e selvatico Gentilesimo; troppo vorrebbesi
lunga e protratta disamina perchè ci sia qui lecito il tentarla. Io
domando solamente se l’Essenato deve al Proselitismo la sua origine,
se in questo solo senso avvera l’opinione di coloro che gli Esseni
dichiararon _Pagani_. Quale è tra i Proseliti che ricorda la Storia,
il santo seme, onde poi allignò il rigogliosissimo albero? Io non so
se ben m’apponga, ma io credo che il nome non vi riesca ignoto. Avete
mai, o miei giovani, udito parlare di Jetro, di _Jetrò_ il sacerdote
di Madiani, il suocero di Mosè, il suo consigliere, lo approvato dal
Signore, il primogenito tra i conversi, e secondo un antico Rabbino
spagnuolo _David di Leon_, l’iniziatore di Mosè alla vita religiosa,
alla propedeutica religiosa; tanto che se Mosè dir si può il padre di
nostra fede, Jetrò se ne può dire l’avo? Io dissi primogenito tra i
conversi e n’ho ben d’onde. Ho per me la tradizione che lo attesta,
ho per me la formula quasi della sua abjura laddove all’udire il
portentoso egresso di Egitto esclama ammirato: _Ora sì riconosco che
grande è l’Eterno al di sopra degli altri Dei._ Ho per me l’atto
istesso con cui al culto s’inizia nuovamente abbracciato, quando a
Dio appropinqua olocausti ed ostie pacifiche, quando alla sacra mensa
banchettan festanti assieme al Neofita, Mosè, Aronne e gli anziani
tutti d’Israele; ho per me l’onore unico da nessun altro partecipato,
tranne Jetro, di essere istitutore della Ebraica Magistratura, Dio
consenziente non solo, ma encomiante; ho per me le parole mirabilissime
di Mosè ove si confessa, quasi non dissi al grande suocero inferiore,
quando cioè istantemente lo supplica di procedere seco lui per lo
deserto, quando Jetro rifiuta dicendo: _No, che solo al paese mio
tornerommi e alla mia patria_; quando senza lasciarsi ributtare
al primo rifiuto torna Mosè e prega e scongiura, quando il titolo
onorandissimo prodigagli il gran Profeta di suo duce, di suo conduttore
e, secondo la forza dell’ebraico vocabolo, di _occhio suo_. Ho per me
i dottori quando dicono che ridottosi al suo paese non quietò il gran
Proselita sino a tanto che non ebbe il culto degli idoli estirpato
dalla sua famiglia; e questo è Jetro, e questa è la sua conversione.
Ma della sua famiglia altresì io parlai e della di lei conversione.
Dove ne sono le prove? Parlai dei dottori e delle lor tradizioni, ma io
doveva dire la scrittura, la Bibbia in quei fatti momentosissimi ove
si fa parola della discendenza del gran Proselita, ove ti apparisce la
sua figliolanza costituita veramente in società distinta, sì, ma pure
dimorante in seno agli Ebrei, ove per gran fortuna possiamo passo a
passo seguire le vicissitudini tutte dei Jetroiti, ove al tempo istesso
che vi leggiamo la loro storia, una esatta dipintura ci si porge
altresì della successiva, della lenta formazione di un dotto di un
Religioso Istituto in quella famiglia. Io oso dire che non è senza una
particolare provvidenza che la Bibbia ci ha serbato memoria di questo
fatto, che di tratto in tratto ha deviato dal suo prescritto cammino
per toccare delle fasi in vari tempi percorse dai discendenti di Jetro.
Quali sono queste fasi? In qual guisa vi si può come in ispecchio
mirare la secolare concezione dell’Essenico Istituto? Ecco il come ed
ecco i fatti.

Ecco il libro dei Giudici che non appena pochi passi ha mutati nella
sua narrazione, non appena alle conquiste ha esordito dopo Giosuè
operate, esce fuora con queste parole: _Ora i figli di Cheni suocero
di Mosè trassero dalla città dei Palmizi coi figli di Giuda al
deserto di Giuda che è posto a mezzodì di Arad, e andò e pose stanza
appresso al popolo._—Che parole son queste e che significano? Se io
non erro, non troppo vi saranno riuscite per ora accessibili. Però
tranquillizzatevi; questa difficoltà non è in voi, è piuttosto nel
testo istesso, è la mancanza di antecedenti che spianino la via alla
sua intelligenza, è l’isolamento in cui il verso stesso si trova in
seno al contesto, è quel piombare che ti fa subitaneo in sulla testa
senza troppo sapere d’onde provenga, è quell’apparire istantaneo a
guisa di lampo che pare scaturir di seno alle tenebre, per ricadere
nelle tenebre, è quell’oscurità innanzi a cui resta perplesso,
esitabondo ognuno comecchè erudito proceda nel sacro Idioma; nè se
dovessi tutte le cause narrare di questa oscurità non saprei veramente
venirne a capo. Però l’oscurità sentiamo, e la sentiamo gravissima;
proviamo a diradarla. Si parla qui dei _Cheniti_, dei figli di _Cheni_.
Chi sono i Cheniti? Sono certo Cheniti quei popoli di cui Dio accenna
ad Abramo nella solenne promessa. Ma _Cheniti_ sono, si chiamano
pure i discendenti di Jetro, vuoi che Jetro appartenesse all’antico
popolo dei Cheniti, siccome vuole il Munck, vuoi come meglio a parer
mio opinarono il _Gesenius_, _il Bohlen_, _il Tahu_, come ad essi la
tradizione consente, che Cheniti si dicessero da Jetro, appellato esso
pure Cheni, vuoi finalmente che _Cheni_ si dicessero da _Chen_ nido,
pel nido che facevano per campi e per selve siccome comprese il Zoar.
Fatto è che i discendenti di Jetro si dicono _Cheniti_ e che sotto
il nome stesso ci si riveleranno in appresso i loro successori. Ma
che cosa è la _Città_ dei _Palmizi_? Città dei Palmizi è _Gerico_;
Gerico chiamata negli ultimi versi del Pentateuco col nome istesso
usato dai Giudici; _Gerico_ situata poco lungi dalle sponde del lago
Asfaltide. Ma in qual guisa li Jetroiti veggiamo stanziati in Gerico?
Come dalla città lontanissima di Madian loro patria nell’Arabia Petrea,
le orme seguirono di Israel sino nel cuore di Terra Santa? Nessuno lo
spiega, e nessuno il narra, tranne la _Tradizione_. Ma quanto bene
la Tradizione! Per la tradizione Jetro dopo i primi rifiuti, cesse
finalmente alle istanze del divino Mosè. Jetro, i suoi figli, la
sua famiglia ricovrarono all’ombra del popolo Ebreo, battagliarono
nelle sue battaglie, trionfarono nei suoi trionfi e le piagge dilette
vider pur essi della Cananea conquistata. Ma quale gli attendeva
laggiù guiderdone? In qual guisa si sdebitarono gl’Israeliti della
promessa Mosaica che Jetro voleva a compartecipe dei beni, delle terre
acquisite? Coi suburbi, colle campagne di Gerico, dice la Tradizione;
le quali terre dovuto avrebbero li Jetroiti serbare in custodia sino
a tanto che fosse il Tempio edificato, e la metropoli destinata, la
quale, proprietà nazionale dovendo essere meglio che tribunizia,
mestieri pure era porgere alla Tribù spodestata una adeguata indennità,
e questa doveva essere il territorio di Gerico, la stanza antica
dei Jetroiti. Ma questi, voi lo vedeste, partiti da Gerico traggono
altrove. Dove vanno? Vanno, dice il testo, nei deserti di Giuda che
sono a mezzodì di Arad, e in mezzo al popolo fermano stanza. Che luoghi
sono cotesti? Voi vedeste poc’anzi come Gerico fosse posta sulle rive
o a quel presso, del lago Asfaltide. Or bene; il deserto di Giuda,
Arad istesso, la nuova dimora dei Jetroiti, non piega sulla carta
dalla linea contrassegnata, e l’epoca stessa gloriosissima di Debora
troveralli abitare sui luoghi medesimi. Che monta ciò, potreste dire?
Nol direste però se tutto aveste già ascoltato; nol direste se io vi
mostrassi come gli Esseni di cui adesso cerchiamo l’origine, quegli
stessi luoghi abitassero in tempi tanto più posteriori, che gli antichi
Jetroiti occuparono in tempi così antichi; nol direste se vi ripetessi
le parole di Plinio nel Cap. 17 del libro 5, laddove degli Esseni
parlando, li qualifica _Gens socia Palmarum_, gente dei Dattolari
amica, nè più celebre di Gerico e della riva del Giordano s’ebbe
giammai in fatto a Palmizi; nol direste se vi mostrassi in Plinio
stesso al luogo istesso, come la città ove ai suoi tempi abitavano
gli Esseni fosse Engaddi, Engaddi posta essa pure sull’Asfaltide
sulla linea stessa di Gerico e Arad, come vi mostra la carta, Engaddi
famosa pur essa pei suoi Palmizj d’onde il nome derivolle più antico
di _Kazazon Tamar_; nol direste finalmente se udiste Plinio istesso
additarvi qual residenza altresì degli Esseni moderni _Masada_,
città anch’essa meridionale di Palestina, anch’essa posta in riva
all’Asfaltide, come di leggeri potete osservare nella Geografia del
_Dufour_. Attalchè Gerico, Masada, Engaddi, Arad formano sulla carta
una linea continuata che rasenta il Mar Morto, muove dall’ovest in
direzione del Sud, e dove negli antichi e moderni tempi ebbero stanza
gli Esseni ed i loro proavi _Jetroiti_. Ed a che fare traggono i
Cheniti ad Arad? _Ad abitare_, dice il Testo, _in mezzo agli Ebrei_,
a convertirsi, dice il Gersonide, definitivamente all’Ebraismo. E
presso chi particolarmente riparano gli emigrati? presso _Jahbez_,
dice la Tradizione, presso Jahbez, conferma la Bibbia nel 1º delle
Cronache, come fra poco vedrete. Chi era _Jahbez_? Era Dottore, era
Scriba, era Profeta, chè tutti e tre i caratteri solevano a quei tempi
andare congiunti,[38] ed alla Tribù dotta, massima, reina, apparteneva
di Giuda; in cui doveva secondo l’antica benedizione perpetuarsi lo
scettro, e l’oracolo promulgarsi della legge di Dio, a cui il titolo
di maestra leggidatrice si concedeva nel libro dei Salmi; _Jehuda
mehokeki_ in cui rifulse mai sempre il primato sulle sorelle Tribù.
Che se tale era pure l’origine, qual’è il Ritratto che di lui medesimo
ci fa la Scrittura? Io oso dire che il libro delle cronache tali usa
gravi, significantissime espressioni sul conto suo, che in tutto
il corso dell’opera stessa, non se ne veggono per alcuno altro le
simiglianti. E bene le avvertirono i nostri Dottori i quali osservarono
e giustamente; come da Adamo da cui esordiscono le cronache sino a
Jahbez, niuno si trovi che abbia fatto così nobilmente favellare di
sè. E come favellano intorno a _Jahbez_ i libri summentovati? Essi
dicono _E fu Jahbez sopra i suoi fratelli onorandissimo_. Non basta.
Il testo biblico reca manifeste le tracce di un gran VOTO da Jahbez
pronunziato, voto che rimane per sventura incompreso poichè la promessa
fatta al Signore restò implicita, restò sottintesa, ma che tutti i
caratteri porge, come diceva, visibilissimi di un gran voto. Jahbez,
dice il Testo, invocò il Dio d’Israel e così disse: Se tu mi benedirai,
o Signore, se amplierai i miei confini, se la mano tua sarà in mio
aiuto, se mi camperai dal male, onde non abbia a dolorare..... Ebbene
che cosa aggiunge, che cosa promette Jahbez ove Dio lo ascolti? Vano
il cercarlo! Il Testo lo tace, gli Interpreti non sanno dirci se non
che _voto_ vi fu, ma rimane ignorato; e lo stesso Rasci non seppe
dettare che le frasi seguenti _ed egli votò quel che votò_, ch’è quanto
dire come più non c’è dato sapere. Sebbene questo sappiamo; che Dio
ne adempì pienamente le voglie, e quindi se voto vi fu, siccome par
dimostrato, se la preghiera fu accetta, il voto fu anch’esso adempiuto.
Ma perchè traggono i Cheniti a fianco a Jahbez? I Giudici tacciono;
ma la tradizione e le cronache lo dicono esplicito. Che dice la
Tradizione? A imparare la legge, a fondare una scuola. Che aggiungono
le cronache? Parole aggiungono che tutto il valore hanno di una grande
conferma, di una grande rivelazione; un tratto di luce, vivo, acceso,
che balena e sparisce; una stella che brilla un istante e quindi la
ricuopre la nube, un suono che rompe per un istante la monotonia di un
canto uniforme, parole ed idee che non siamo usati incontrare in mezzo
le viete ed aride genealogie delle cronache e che rivelano la presenza
dell’elemento scientifico intellettuale teologico, nell’epoche più
remote della nostra esistenza. E quali parole poi perciò che riguarda
i Cheneti e la origine degli Esseni!

Prende il Cronista a narrare le genealogie di Giuda, a ricostituire
il passato d’ogni famiglia, a riconnetterla cogli antichi anelli
di cui si parla nel Pentateuco. A un certo punto della genealogia
ascendente, esce fuora con queste parole: _Ora famiglie di Scribi di
Dottori abitavano presso Jahbez le quali dicevansi, le quali sono i
Cheniti che discendono dal fondatore dei Recabiti._ Gran parole, o
signori, e quante cose non s’imparano dalle parole citate! Vedete
le famiglie di Scribi Solferim da Sefer libro in quella guisa che
_Letterato_ si disse un tempo ognuno che _legger_ sapesse; Soferim che
i Lessici interpretano _coloro che espongono e spiegan la legge_, QUI
LEGE DESCRIBENDA ET ESPLICANDA VACAT, Soferim che lo stesso _Kimhi_ al
luogo istesso delle cronache non può a meno di comentare _che scribi
erano e Dottori della legge_. Vedete i nomi stessi delle famiglie
discorse, tutti significanti e parlanti secondo il valore che traggono
dal sacro idioma. Vedete _Tirhatim_ da _tarha_ porta sinonimo in
Ebraico, siccome è noto, di _Aula, di Corte, di Magistrato_ e che noi
Europei usiamo ancora quando diciamo la _Porta_ Ottomanna, e quindi
vedrete nei Soferim la _gente Aulica, magistrale e Patrizia_. Vedete
la Mehiltà di Rabbi Ismael libro più antico del Talmud e forse più
venerando, ove della parola tirhatim come delle altre che seguono tali
si offrono graziosissime etimologie che più in acconcio non potrebbero
tornare ai predecessori degli Esseni; anzi che dico? che a niun altro
possono attagliarsi se non a costoro. _Tirhatim_ dice la Mehiltà da
tarha _porta, conciossiachè abitassero alle porte di Gerusalemme_.
Meraviglioso a dirsi! Sappiamo da Giuseppe che una porta eravi ai
tempi suoi in Gerusalemme che si chiamava _la porta degli Esseni_.
Che più? Tirhatim dice la Mehiltà da strepito, suono, preghiera,
perchè le preghiere loro eran accette. Giuseppe vi citerò e Filone
dai quali sappiamo come in altissimo pregio fossero tenute le costoro
intercessioni. Volete piuttosto, continua la Mehiltà, che significhi
i _Chiomati non Rasi_ ed allora vi ricorderò ciò che, non è molto,
io vi diceva intorno al costume dei Nazareni _Jesco più antico, e
dei Cheniti ed un tempo e degli Esseni medesimi_. Ma ecco gli altri
nomi, ed ecco non meno belle ed appropriate derivazioni secondo la
Mehilta: ecco Scimhatim da _Sciamah_ ascoltare, ubbidire, e quindi gli
ubbidienti, i sommessi, come a dilungo discorrono gli storici intorno
agli Esseni, reverenti sovra ogni altro, all’autorità dei maggiori e
dei capi, siccome a suo luogo vedremo. Ecco _Suhatim_ e con bello e
significante corteo di preziosi sensi che a nessun altro, ardisco dire,
possono tornare confacenti se non agli Esseni. Suhatim che deriva, dice
la Mehilta, da _Saha_ conciossiachè da ogni unzione si astenessero;
e mirabile veramente! la storia tutta attesta concorde essere stato
l’orror degli unguenti costume peculiarissimo del nostro Istituto,
come anche questo a suo luogo vedremo. Ecco lo stesso Suhatim derivare
da Capanna _Succa_ perchè vita menavano, dice la Mehilta, solitaria e
romita; ed a chi meglio potria l’indicazione tornare a capello se non
agli Esseni?

Questi sono i nomi delle famiglie. Voi li udiste: Tirhatim, Simhatim,
Succatim. Ma quale n’è il nome di stirpe, il nome generico? Il testo
lo dice, nè tollera dubbiezza: _sono essi i Cheniti_, i Cheniti che,
come veduto abbiamo nel libro dei Giudici, sono i discendenti di Jetro,
e più specialmente, aggiunge il testo, sono tutte da quel derivati
che la grande famiglia fondò dei Recabiti, _Abbahim me-hamà abi bet
rehab_. Quando più oltre avrem proceduto, vedremo chi sono i Recabiti;
li vedremo famosi solitari ai tempi di Geremia, li vedremo in una
società costituiti che tutte reca in rudimento le future sembianze
della società degli Esseni, in quella guisa che nel fanciullo stanno
ascose in potenza le fattezze, le membra dell’uomo adulto. Per ora le
cose dette ci bastino; e più oltre proseguiamo nel corso dei secoli a
trovarne i vestigi. Li vedemmo ai tempi dei primi Giudici. Ma Giudici a
Giudici si succedono; ed una donna, donna di genio, una donna profeta
sorge in Israel. Voi la nomaste, ella è Devora. Dove sono li Jetroiti?
La storia ne parla, e ad una nuova emigrazione accenna, operata dal
centro della Palestina meridionale alle regioni del Nord. Voi conoscete
la storia di Devora, i suoi giudizi, le sue battaglie, i suoi trionfi.
Ma non so se ricordate egualmente _Jaele_, Jaele l’ucciditrice di
Sisara, Jaele che volle essere infame per tradita ospitalità, pure
di salvare la patria diletta, Jaele che fu benedetta in quel canto
famoso ch’irruppe dal petto della gran donna vittoriosa Taelmoghe, come
udiste di _Heber il Chenita_ che insieme ai fratelli viveva allora in
Israel. E dove sono i fratelli, la famiglia, la società? in questo
verso sono che la narrazione precede delle battaglie di Devora, dei
suoi trionfi. Come suona il verso? _Ora Eber il Chenita separato si era
dai Cheniti fratelli, dai figli di Obab suocero di Mosè e tese aveva le
sue tende nella pianura di Sananim ch’è presso Chedese_, ch’è quanto
dire all’estremità boreale di Palestina, nel Territorio di Zebulun
e di Neftali e presso quel Chedes istesso che fu patria al capitano
Barac. Voi l’udiste, i tempi dai primi Giudici trascorsi non estinsero
la nobilissima stirpe. Vivono i Cheniti, vivono in Israel, nella loro
fede, nella loro alleanza, in loro ausilio; e vivono, ciò ch’è degno
di nota, sotto le tende e vivono nelle campagne.[39] Vedremo più tardi
i loro ultimi successori ai tempi di Geremia viversene pur essi per
valli e per monti, e

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