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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

by Pasquale Villari · Italian · Gutenberg #48926 · 703,879 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
    
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Title: I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Author: Pasquale Villari


        
Release date: May 10, 2015 [eBook #48926]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/48926

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
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        file was produced from images generously made available
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I PRIMI DUE SECOLI DELLA STORIA DI FIRENZE, V. 1 ***

                           I PRIMI DUE SECOLI
                                 DELLA
                           STORIA DI FIRENZE


                                RICERCHE
                                   DI

                            PASQUALE VILLARI

                               Vol. Primo
                           (Seconda Edizione)



                               IN FIRENZE
                         G. C. SANSONI, EDITORE
                                  1898




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                 Firenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli.




_Al Dott. OTTONE HARTWIG_


  _Amico carissimo,_

_Voi foste, ai nostri giorni, il primo che sulle piú antiche origini
di Firenze e del suo Comune, iniziò ricerche scientifiche, fondate sui
documenti._

_Io ebbi la fortuna di conoscervi quando veniste fra noi, per condurre
a termine queste ricerche. D'allora in poi, durante molti anni, potei
fare lunga esperienza della vostra fida, costante, inalterabile
amicizia, che ripongo tra i maggiori benefizî concessimi dalla
fortuna._

_Permettete che, in segno di alta stima e di animo sinceramente grato,
io dedichi a voi questi miei studî sulla Storia di Firenze._

                                                _Vostro affez. amico_
                                                     P. VILLARI.

  _Firenze, aprile, 1893._




PREFAZIONE


È necessario che io dica al lettore quando e come questo libro fu
scritto.

L'anno 1866 cominciai nel nostro Istituto Superiore alcune lezioni
sulla Storia di Firenze. In esse mi proponevo di esaminare piú
specialmente quale era stata la costituzione politica della Repubblica,
quali le sue varie forme, in conseguenza delle rivoluzioni interne,
che cosí lungamente travagliarono la Città. In tal modo io speravo di
riuscire a scoprir le cause vere di queste rivoluzioni; di trovare una
specie di filo conduttore nel laberinto d'una storia, che, non ostante
i grandi scrittori che l'avevano trattata, a molti appariva assai
spesso intricata ed oscura; di determinare i periodi, in cui dovrebbe
essere logicamente divisa. La soluzione anche d'una parte sola di
questi problemi, avrebbe certamente avuto la sua utilità.

Continuai qualche tempo queste lezioni, arrivando sino agli
_Ordinamenti di Giustizia_ di Giano della Bella (1293), dove mi fermai.
Una parte ne pubblicai nel _Politecnico_ di Milano, un'altra nella
_Nuova Antologia_ di Firenze. Mi proponevo allora di raccoglierle,
rivederle e ristamparle; ma dopo avere esitato alquanto, non posi in
atto il mio pensiero. Mi sembrava necessario aggiungere almeno qualche
cosa sui fatti che seguirono dopo la caduta di Giano della Bella e
l'esilio di Dante, per conchiudere cosí tutto il primo e piú importante
periodo della Storia politica di Firenze. Ma oltre di ciò, io vedevo
che l'obbligo di continuare, a giorno fisso, le lezioni una volta
cominciate, non mi aveva sempre lasciato il tempo necessario a superare
le difficoltà incontrate per via. Non bastava perciò una revisione
superficiale; occorreva riempire qualche lacuna, riscrivere da capo
alcune pagine. E questo portava la necessità di nuove ricerche, dalle
quali altri lavori allora mi distrassero.

Intanto uscivano continuamente alla luce nuovi documenti, nuove
dissertazioni e monografie sulla Storia di Firenze, anche opere
notevolissime e di gran mole, come quelle del Capponi, del Del Lungo,
dell'Hartwig, del Perrens, di altri. Tutto ciò rendeva sempre piú
difficile il rivedere e correggere quei miei scritti, che divenivano
necessariamente sempre piú antiquati. Ma da un altro lato dovetti piú
d'una volta accorgermi, che alcune delle osservazioni da me fatte erano
dai nuovi documenti confermate, che alcune delle idee generali da me
esposte venivano da autorevoli scrittori accolte e seguite. Questo
m'induceva naturalmente ad essere meno severo nel giudicare l'opera
mia, che anche amici nei quali fidavo, mi spingevano a ripubblicare.

Cosí fu che m'indussi a riprendere gli studi tralasciati, e nel 1888
feci alcune lezioni sui tempi d'Arrigo VII e dell'esilio di Dante. Piú
tardi ancora, nel 1890, convinto che, dopo le recenti pubblicazioni,
quello che avevo scritto sulle origini della Città e del Comune,
riusciva affatto insufficiente, tornai da capo sull'argomento in
una nuova serie di lezioni, che, come le precedenti, pubblicai nella
_Nuova Antologia_. Finalmente cominciai a radunare le foglie sparse, a
rivedere ed a correggere.

Da quanto ho detto risulta assai chiaro, che io qui ho dovuto riunire
lavori diversi, i quali, sebbene continuino tutti, con uno stesso
concetto generale, a trattare il medesimo argomento, furon pure scritti
a grandissima distanza di tempo gli uni dagli altri, in un periodo di
25 anni, periodo in cui gli studî sulla Storia di Firenze facevano, per
opera di molti e valenti scrittori, rapido cammino. E però, quantunque
mi sia adoperato, come meglio ho saputo e potuto, a modificarli e
coordinarli, essi restano tuttavia vecchi lavori, piú o meno staccati;
né mi fu possibile evitare molte ripetizioni. Per raggiungere una
maggiore unità organica, avrei dovuto riscrivere tutto da capo, fare
un libro nuovo, non, come volevo, una semplice ristampa di scritti
diversi, ai quali appunto perciò ho dato il titolo di Ricerche.

A ristamparli mi sono finalmente indotto, perché mi pare che il
concetto dominante e fondamentale di essi rimanga vero, anche dopo
le molte pubblicazioni fatte da altri. Anzi, se io non m'inganno,
le osservazioni che feci, le idee che sin dal principio esposi sul
carattere generale e sullo svolgimento progressivo della Storia
fiorentina ne vengono spesso confermate. Il lettore deciderà se mi
sono illuso. Io spero tuttavia che, nel dare il suo giudizio su questo
libro, vorrà tener conto del tempo e del modo in cui esso s'andò
formando.




INTRODUZIONE[1]


I

La storia delle libertà italiane, dal Medio Evo fino alle nuove
invasioni straniere, che incominciarono con Carlo VIII nel 1494, si
riduce principalmente alla storia dei nostri Comuni. Questa storia non
è anche scritta, e quel che è peggio non potrà scriversi fino a che
non saran messi in luce, ordinati, illustrati i materiali su cui lo
storico deve lavorare. Quali erano i piú antichi Statuti politici, e
quelli delle associazioni d'Arti e mestieri, quali le leggi penali e
civili, lo stato delle persone, le entrate e le uscite, il commercio,
l'industria di quelle repubbliche, sono tutte domande alle quali noi
possiamo assai imperfettamente rispondere, e qualche volta non possiamo
rispondere punto. E senza rispondervi, la storia civile dei nostri
Comuni rimane oscura.

L'Italia, col Machiavelli e col Giannone, dette al mondo i primi esempi
della storia civile, e coi lavori giganteschi del Muratori iniziò
quella grande scuola di erudizione storica, che è l'unica base sicura
della storia moderna, massime della storia civile. Ma noi ci lasciammo
ben presto strappar di mano lo scettro, che avevamo conquistato. Non
ci sono, è vero, mancati mai grandi eruditi e scrittori di storie; ma
a compiere la storia nazionale d'un popolo, non basta il lavoro d'uno
o di pochi; essa deve, in qualche modo, essere l'opera della nazione
stessa. Solo il lavoro coordinato di piú dotti e di piú generazioni può
riuscire a mettere insieme e studiare l'infinita massa di materiali,
che è necessaria a ritrovare nella storia di tanti municipii, che
sono cosí diversi ed in continua guerra fra loro, la storia del popolo
italiano. Fra noi da lungo tempo si lavora ognuno per conto proprio;
mancano quell'accordo e quella corrispondenza tanto necessari a fare,
col lavoro degl'individui, progredire di pari passo quello di tutta la
nazione.

Io certo non dimenticherò qui di citare l'esempio delle Deputazioni
e Società di storia patria, sussidiate dal Governo, delle quali
fanno parte uomini benemeriti e dottissimi. Ma esse ancora non
lavorano secondo un disegno generale e comune; anzi nel seno delle
stesse Deputazioni si vedono qualche volta i vari membri attendere
a lavori importanti, se si vuole, ma che pure non hanno fra loro
alcuna relazione. Cosí si dovrà aspettare un gran tempo, prima che
qualche periodo della nostra storia venga da tanti dotti compiutamente
illustrato. Eppure noi non avremmo bisogno d'andar fuori di casa a
cercar le norme da seguire, perché queste norme noi fummo i primi a
trovarle, né le abbiamo dimenticate. Né solamente le Deputazioni e
Società pubblicarono raccolte importantissime di documenti. Chi non
ricorda le fatiche indefesse del benemerito Vieusseux e de' suoi amici,
nel dirigere l'_Archivio Storico Italiano_? A mostrare quanto possa
giovare la pubblicazione d'una sola serie di documenti, basterebbe
citare le _Relazioni_ degli ambasciatori veneti, date alla luce per
opera dell'Albèri, con tanto profitto della storia non solamente
d'Italia, ma d'Europa. Che progresso non si farebbe, se il lavoro di
tutti gli eruditi italiani si potesse, per consenso unanime, coordinare
ad uno scopo comune? Si guardi che cosa ha potuto fare a Berlino il
Pertz, sussidiato dalla Confederazione, e aiutato da tutti i dotti
tedeschi. I suoi _Monumenta_ sono davvero un monumento immortale alla
storia nazionale della patria tedesca, intorno al quale s'è potuto
fondare una nuova scuola di eruditi e di storici.

Ora che l'Italia s'è unita, e di tanti Stati ha fatto uno Stato solo,
è necessario che essa sappia nella storia de' suoi Comuni ritrovare
la storia del suo popolo. Oltre di che bisogna considerare, che il
Comune è la istituzione con la quale dal Medio Evo esce la società
moderna. Sorto in mezzo ad una moltitudine di schiavi, di vassalli, di
baroni, di duchi e marchesi, seppe creare quel _terzo stato_ e quel
popolo, che distrusse il feudalismo in Italia, e con la rivoluzione
francese, lo distrusse poi in tutta Europa. Cosí si formò, osserva
anche Agostino Thierry, quella immensa riunione di uomini liberi,
che nel 1789 intraprese, per la Francia intera, ciò che avevano
compiuto nei municipi i suoi antenati del Medio Evo.[2] Ora, siccome
l'Italia appunto è stata il centro e la sede delle libertà comunali,
cosí si tratta, con questi studi, non solo di conoscere la nostra
storia civile, ma di porre in evidenza la parte che noi avemmo nel
ritrovare i principii della società e della civiltà moderna. Chi
studia attentamente la storia del diritto romano nel Medio Evo, può
osservare che i nostri glossatori, mentre che facevano rinascere la
vecchia giurisprudenza, inconsapevolmente la modificavano, adattandola
ai nuovi tempi. E Francesco Forti affermava, che chi studia i nostri
Statuti s'accorge che molte di quelle norme, le quali si trovano nel
Codice Napoleone, e che si credono opera della rivoluzione francese,
erano già nelle antiche legislazioni italiane. Io credo che la
nostra storia dovrà in ogni parte della vita civile degl'Italiani,
confermare osservazioni simili, perché in essa sono le prime origini
delle libertà moderne. Ma questo lavoro aspetta ancora chi sarà capace
d'intraprenderlo, e non basterà, come dissi, un uomo solo. Noi vogliamo
occuparci ora d'un soggetto assai piú modesto. Il nostro scopo è di
far vedere, con un rapido sguardo alla storia d'un Comune solo, quante
nuove ricerche ancora ci restano a fare, e quante quistioni restano
ancora insolute.

Le vicende della repubblica fiorentina trovano qualche riscontro
solamente nei tempi piú floridi della libertà ateniese. Invano
cercheremmo in tutta la storia moderna un'altra città piena, ad un
tempo, di tanto tumulto e di tanta ricchezza, dove, versandosi tanto
sangue civile, potessero le arti, le lettere, il commercio, l'industria
fiorire del pari. Lo storico quasi non crede a sé stesso, quando egli
deve descrivere un pugno di uomini che, raccolti sopra un palmo di
terra, stendono i loro traffici in Oriente ed in Occidente; aprono
le loro banche in tutta Europa; accumulano tesori cosí vasti, che le
private fortune bastano qualche volta a sostenere sovrani vacillanti
sui loro troni. Egli deve dire ancora, che questi ricchi mercanti
fondarono con Dante la poesia moderna, e con Giotto la pittura; con
Arnolfo, con Brunellesco, con Michelangiolo, che fu poeta, pittore,
scultore e architetto ad un tempo, innalzarono quelle stupende moli
che il mondo continuerà sempre ad ammirare. I primi e piú accorti
diplomatici d'Europa erano fiorentini, la scienza politica e la storia
civile nacquero in Firenze col Machiavelli. In sul finire del Medio
Evo quell'augusto municipio somiglia ad un piccolo punto di luce che
illumina il mondo.

Parrebbe che a conoscere la storia di questo Comune, le difficoltà
dovessero essere già tutte superate, perché di esso i piú grandi
scrittori italiani, i piú grandi storici moderni si occuparono da
lungo tempo e lungamente. Quale altra città può, infatti, vantare
i suoi annali descritti da uomini come il Villani, il Compagni, il
Machiavelli, il Guicciardini, il Nardi, il Varchi? Ed alle storie o
cronache bisogna aggiungere una serie infinita di Diari, Prioristi,
Ricordi, senza parlare per ora dei moderni scrittori. Era tra i
Fiorentini comunissimo l'uso di registrare, di giorno in giorno, i
fatti che seguivano; e cosí si andò sempre piú aumentando la loro ricca
e splendida letteratura storica. Eppure, con tutto ciò, non v'è storia
che presenti tante difficoltà, e che sia come questa, piena di tante,
che sono o paiono insolubili contraddizioni. Gli avvenimenti passano
dinanzi ai nostri occhi, descritti, dipinti con splendidi colori; si
succedono con rapida e non mai interrotta vicenda; ma sembra che, senza
tregua e senza legge, obbediscano solo al caso. Odii personali, gelosie
e private vendette sono cagione di rivoluzioni politiche, le quali
contaminano la Città di sangue civile; durano dei mesi e qualche volta
degli anni, per finire in leggi arbitrarie, che si tenta di violare o
disfare appena che sono sanzionate dai magistrati. E cosí spesso vien
fatto di chiedere: questa è dunque l'opera degli accorti diplomatici,
dei grandi politici? O sono bugiarde le lodi di senno e di accortezza
politica, prodigate ad uomini che non seppero mai dar sicure leggi e
ferme istituzioni alla patria, e nelle piú gravi faccende di Stato si
lasciarono dominar solo dagli odii e dalle passioni personali; o sono
bugiarde le lodi che da secoli noi diamo a questi storici, i quali coi
piú splendidi colori ci descrivono fatti impossibili. È egli possibile,
in vero, che da tanto senno nasca tanto disordine? E come poi, in
mezzo a tanto disordine, su questa nave della Repubblica, abbandonata
all'arbitrio di ogni vento, poterono tanto splendidamente fiorire le
arti, le lettere e le scienze?

Certo la storia, quale la vogliamo oggi, era ignota agli antichi. Noi
cerchiamo le cagioni di fatti, che gli antichi descrivevano solamente.
Noi vogliamo conoscere le leggi, i costumi, le idee, i pregiudizi degli
uomini, e gli antichi s'occupavano esclusivamente delle azioni e delle
passioni umane. La scienza politica del secolo XV era principalmente
uno studio dell'uomo, e la nostra è principalmente uno studio delle
istituzioni. La storia moderna cerca di essere uno studio dell'uomo
e della società, in tutte le sue forme, sotto tutti gli aspetti. Per
queste ragioni ci è stato necessario rifar tante volte il lavoro, che
pure cosí splendidamente avevano fatto gli antichi.

Lasciando da parte quei raccoglitori di favole e leggende sulle origini
di Firenze, le quali si ripetono anche negli scritti posteriori,
noi possiamo dividere gli storici fiorentini in due grandi scuole.
Primi sono gli autori di Cronache o Diari, i quali fiorirono, piú che
altro, nel Trecento, sebbene continuassero per lungo tempo di poi. Lo
scrittore registra, giorno per giorno, i fatti di cui fu spettatore,
e spesso anche attore; animato dalle medesime passioni che descrive,
egli diviene non di rado eloquente, e la sua eloquenza passionata
gl'impedisce di fermarsi a fare considerazioni astratte. Egli suppone
sempre nei suoi lettori la piena conoscenza di quelle istituzioni
politiche, nelle quali era nato e vissuto, che a noi sono ignote, e che
piú di tutto vorremmo conoscere. Nondimeno il cronista del Trecento,
come spesso avviene a Giovanni Villani, osservatore impareggiabile, si
ferma a descrivere cosí minutamente i fatti, raccoglie tante notizie,
che, senza quasi avvedercene, noi ci troviamo trasportati in mezzo
alla società dei suoi tempi. E nello scendere a questi particolari,
egli qualche volta si scusa col lettore d'averlo fermato su cose di sí
piccolo momento, tanto era lontano dal supporre quanto preziose piú
tardi sarebbero state per noi appunto quelle notizie sul commercio,
sulla pubblica istruzione, sulle entrate e sulle uscite della
Repubblica, e quante altre dovevamo desiderarne invano. Appena però che
questi scrittori s'allontanano dai loro tempi e dai fatti che hanno
veduti, essi o debbono copiare letteralmente da altri cronisti, o la
loro narrazione perde ogni pregio ed ogni autorità, ogni calore ed ogni
colore. Noi passiamo, a un tratto, dalla piú vera e vivace descrizione
alle favole piú strane, al piú grande disordine, perché essi, anche
nel copiare letteralmente dagli altri, lo fanno senza il piú piccolo
discernimento. Ne sono un esempio i loro puerili racconti sulle origini
di Firenze. La critica storica allora non era neppure in culla.

Colla erudizione del secolo XV incominciò la lettura e l'imitazione di
Sallustio, di Livio, e gli scrittori italiani non si contentarono piú
di registrare i fatti alla giornata, senza nesso, senza ordine. Molti
scrissero in latino, altri in italiano; ma tutti volevano _comporre_
una narrazione storica piú artistica o piú artificiale. Facevano esordi
e considerazioni generali, descrivevano a lungo e con molto aiuto della
fantasia guerre che non avevano visto, e di cui poco o punto sapevano;
ponevano in bocca ai loro personaggi discorsi immaginari, qualche
volta perfino scrivevano in forma di dialogo la loro narrazione,[3] pur
di allontanarsi dai loro padri del Trecento. Fu un tempo di esercizi
retorici e d'imitazione servile dei classici, nel quale la storia e
la letteratura italiana decaddero, apparecchiandosi però a risorgere
nel secolo seguente. Ed infatti nel Cinquecento noi troviamo un'arte
storica assai progredita. Il Machiavelli, che se ne potrebbe dire il
piú illustre fondatore, comincia appunto col fare un rimprovero agli
storici precedenti, perché «delle civili discordie e delle intrinseche
inimicizie e degli effetti che da quelle sono nati, avevano una parte
al tutto taciuta, e quell'altra in modo brievemente descritta, che
ai leggenti non puote arecare utile o piacere alcuno». Queste parole
ci danno indirettamente il ritratto fedele del suo libro, col quale
ha lasciato un monumento immortale alla propria fama. Egli cerca le
cagioni dei fatti, l'origine dei partiti e delle rivoluzioni seguite
nella Repubblica: cosí un nuovo metodo è trovato, una nuova via è
aperta. Egli abbraccia in una mirabile unità tutta la storia della
Repubblica; lascia da un lato, con profondo disprezzo, tutte quelle
favole che i cronisti avevano accumulate sulla fondazione di Firenze,
e getta uno sguardo di aquila sul gioco dei partiti, dalla loro origine
fino ai suoi tempi. Fu il primo a intraprendere questa ricerca, e dopo
di lui, dopo tante nuove indagini, il suo concetto fondamentale rimane
fermo.

Ma delle istituzioni il Machiavelli s'occupò assai poco, delle
leggi, dei costumi, quasi punto. E quello che è piú, egli era cosí
fattamente in balìa del suo genio divinatore, che curò assai poco
anche la esattezza storica dei fatti particolari. A persuadersi del
numero infinito d'inesattezze e di errori, che per noi sarebbero
imperdonabili, e che pure si trovano nel suo libro, bisogna paragonare
la sua narrazione con le narrazioni contemporanee degli antichi
cronisti, alcuni dei quali egli conosceva. Non solo le date sono
spesso sbagliate, ma ancora il nome, il numero dei magistrati, la
forma delle istituzioni. Sembra che nel tempo medesimo in cui divinava
lo spirito dei fatti, raffazzonasse a suo capriccio i fatti stessi.
Qualche volta egli prende pagine e pagine intere dalle storie del
Cavalcanti, copiando perfino i discorsi immaginari che questi poneva
in bocca dei personaggi storici, e con pochi tocchi infonde vita nuova
nella pesante narrazione che gli sta dinanzi, senza punto occuparsi
di far nuove ricerche. Cosí il suo libro divenne una guida preziosa
e pericolosa nello stesso tempo. Egli qualche volta non si asteneva
dal porre un fatto vero là dove meglio tornava al suo ragionamento,
riempiendo cosí, senza troppo scrupolo, le lacune che trovava. Suo
scopo, come egli stesso ci dice, era d'indagar le cagioni dei partiti
e delle rivoluzioni. Quello che alcuni chiamano oggi il colorito
locale, il colorito storico dei fatti, scomparisce del tutto nella
sua narrazione, massime dei primi avvenimenti della Repubblica. Gli
uomini appartengono a diversi partiti, commettono azioni ora tristi
ora generose, ma in tutti i tempi sono per lui sempre i medesimi. E
quanto ciò debba nuocere ad una chiara conoscenza dei fatti è facile
immaginarlo. A misura poi che il Machiavelli s'avvicina ai suoi tempi,
vede la costituzione della Repubblica alterarsi e corrompersi, la
libertà allontanarsi, e mille passioni personali sorgere ad affrettare
la rovina delle istituzioni che decadono. La conoscenza dei piú minuti
particolari sarebbe allora tanto piú necessaria a farci intendere
la trasformazione della società; ma egli, che pure restò sempre un
Fiorentino del secolo XV, aveva dinanzi a sé l'esempio di Tito Livio
e degli altri scrittori romani, i quali, a lui come a tutti gli
eruditi di quel secolo, ispiravano un grande disprezzo dei troppo
minuti particolari, che fanno perdere l'epica unità della storica
narrazione. E quando piú tardi s'avvicina la prevalenza inevitabile
dei Medici, sotto i quali anch'egli visse, rivolge allora, con mal
celato disgusto, il suo occhio dai fatti interni della Repubblica,
per occuparsi solo dei fatti esterni. Ci parla allora di guerre e di
quella politica italiana, che fu la passione di tutta la sua vita. In
mezzo agl'intrighi delle Corti, alla prevalenza contrastata degli uni
o degli altri, noi ci accorgiamo che esso va cercando il modo con cui
un principe nuovo avrebbe potuto riunire le sparse membra della patria
italiana, lacerata, calpestata, e questo nobile pensiero gli fa spesso
dimenticar la storia di Firenze.

Quando noi leggiamo le antiche cronache contemporanee, vediamo
sorgere dinanzi a noi vive e parlanti le immagini di Giano della
Bella, Farinata degli Uberti, Corso Donati, Michele di Lando. Le loro
passioni, i loro amori e i loro odii ci sono noti, quasi familiari;
ma noi siamo in mezzo al tumulto irrequieto e irrefrenabile delle
passioni, senza sapere donde spiri il vento che agita e confonde
in un solo turbine uomini e cose, senza dar mai tregua. Appena che
usciamo dal raggio visuale dello scrittore, le immagini si confondono,
e la nostra vista insieme colla sua si oscura. Anche nei momenti
della piú eloquente descrizione, udiamo il nome d'istituzioni e di
magistrati, che non possiamo comprendere, e che vediamo ora alterarsi,
ora scomparire, ora riapparire di nuovo, senza saperne il perché. Ma
dall'altro lato, quando, invece, per lo studio e l'imitazione degli
antichi scrittori, l'arte di abbracciare una piú vasta cerchia di fatti
incomincia, e si cercano le cagioni e le relazioni di questi fatti, per
raccoglierli in una visibile unità, manca ancora quella critica storica
che accerta i fatti stessi, ricerca, definisce le istituzioni e le
leggi, colorisce e quasi ridesta il passato nella sua varia, mutabile
fisonomia. Lo storico manda col suo genio come dei lampi di luce,
che, di tratto in tratto, illuminano le età trascorse; ma esse restano
pur sempre incerte e confuse nella nostra mente. Noi abbiamo bisogno
di conoscere gli uomini, le istituzioni, i partiti e le leggi quali
veramente furono; né ciò basta, perché bisogna comprendere ancora come
tutto ciò si costituí in una sola unità, e da quegli uomini, da quei
tempi nacquero quelle istituzioni e quelle leggi.

Questo è ciò che gli scrittori moderni avrebbero dovuto fare, ma che
non hanno fatto per molte ragioni. E prima di tutto, il fiorire delle
lettere e delle arti nei tempi in cui la libertà s'allontanava da
Firenze, e la loro grande efficacia su tutta quanta la cultura moderna,
richiamarono l'attenzione degli scrittori principalmente su questa
parte della storia fiorentina, che aveva una importanza assai generale,
ed era piú intelligibile a tutti. Cosí fu che la piú parte dei moderni,
massime gli stranieri, non studiarono, non conobbero quei tempi nei
quali s'erano pure formate tutte le qualità piú nobili del carattere
fiorentino, e s'erano svolte, educate quelle forze intellettuali,
che piú tardi divennero visibili nelle lettere e nelle arti, tanto
universalmente ammirate. E molti stranieri sembrarono persuadersi non
solamente che le arti e le lettere italiane fossero fiorite quando
i costumi erano piú corrotti, ma quasi risultassero da essi, fossero
immedesimate con quella corruzione, la quale invece corruppe le arti
stesse, che furono figlie della libertà e della moralità, e poterono ad
esse solo per qualche tempo sopravvivere.

Vi è inoltre da osservare, che finora non s'è visto nessun libro di
grande scrittore moderno, il quale tratti di proposito la storia
politica e costituzionale di Firenze.[4] Qualche cosa, bisogna
riconoscerlo, anche piú dei moderni fecero i due Ammirato, i quali nel
secolo XVII avevano già cominciato a ricercare gli archivi, e composero
un lavoro, per quei tempi, veramente nuovo e notevole. Se non che,
né essi s'erano proposto di scrivere una storia della costituzione
fiorentina, né la loro critica storica era sufficiente a raggiungere un
tale scopo, quando pure se lo fossero proposto. Accanto a notizie nuove
e preziose sui fatti ed anche sulle istituzioni, ci danno spesso una
congerie di particolari inutili, che fanno smarrire l'unità generale
della narrazione.

È inutile poi aggiungere che gli scrittori moderni, i quali parlarono
di Firenze solo nelle storie generali di tutta Italia, dovettero,
di necessità, trattare fuggevolmente ciò che era secondario nei loro
lavori. Spesso s'affidarono troppo ciecamente all'autorità ed al gran
nome degli antichi, senza neppur distinguere abbastanza nelle opere di
essi, quelle parti il cui valore è certo incontrastabile, da quelle
in cui copiano narrazioni lette altrove, o ripetono solo tradizioni
favolose. Basta paragonare il Villani col Malespini, per vedere come
uno dei due ha certamente copiato dall'altro molti e molti capitoli.[5]
E non è il solo esempio. Il Machiavelli, come dicemmo, copiò capitoli
interi dal Cavalcanti;[6] il Guicciardini tradusse piú volte Galeazzo
Capra, piú noto col nome di Capella;[7] il Nardi riprodusse di sana
pianta il Buonaccorsi. Senza dunque una critica degli scrittori ed un
giusto giudizio del valore relativo che hanno, della fede che meritano
le varie parti delle loro opere, nulla è piú facile che lasciarsi
trarre in inganno. Per questa e per non poche altre ragioni, molte sono
le sorgenti d'errori nei moderni storici dell'Italia, quando parlano
delle cose fiorentine. Noi li vediamo, di tratto in tratto, fermarsi,
dietro la scorta dei piú reputati cronisti, a definirci che cosa
era il Capitano del popolo o il Podestà o il Consiglio del Comune, e
poi durare una gran fatica, per mettere d'accordo queste definizioni
colla realtà dei fatti, ogni volta che quei nomi ricompariscono nella
storia. In tutto ciò v'è quasi sempre una doppia sorgente di errori.
Le definizioni che gli antichi ci dànno dei magistrati, sono appena
accennate, quando essi parlano dei loro tempi, e sono spesso inesatte
quando se ne allontanano. I moderni poi cercano generalmente una
definizione precisa e determinata di istituzioni, che incominciarono
a mutare il giorno stesso in cui nacquero, e che d'immutabile non
ebbero altro che il nome. Questo nome non solo resta inalterato quando
l'istituzione è divenuta affatto diversa da ciò che era stata in
origine, ma spesso per lungo tempo sopravvive alla istituzione stessa.
Ed è singolare allora veder le ingegnose ipotesi che si fanno, per
dar corpo e realtà a questi nomi, che son divenuti ombre d'un passato
che s'è dileguato. Per uscire da un simile laberinto non v'è altro
mezzo, che provarsi a ricostruire la serie dei mutamenti principali,
che ciascuna di siffatte istituzioni ebbe, e non perder mai di vista
le relazioni che esse serban fra loro nelle continue vicende cui
vanno soggette. Solo cercando la legge che regola e domina questi
mutamenti, è possibile ritrovare il concetto generale della Repubblica,
determinare il valore delle sue istituzioni.

Ma come fare, se molti degli elementi piú necessari a compiere un
tale lavoro ci mancano? L'erudito ancora non ha ordinata, studiata,
illustrata la serie infinita delle Provvisioni, degli Statuti, delle
Consulte e Pratiche, delle Relazioni degli ambasciatori, in una
parola degli atti ufficiali della Repubblica, molti dei quali non
furono neppure cercati o trovati. Noi tuttavia crediamo che, senza
volere ora scrivere una vera e propria storia di Firenze, resti pure
a fare un lavoro non del tutto inutile. Possiamo di certo prendere a
guida gli antichi storici e cronisti, in quelle parti solamente nelle
quali parlano come testimonii oculari, cercando dove è necessario, di
temperare il loro spirito partigiano, col metter loro a riscontro gli
scrittori d'avverso partito. La serie dei documenti pubblicati alla
spicciolata, e di erudite dissertazioni, è pure vastissima, sebbene
non ancora compiuta; nelle difficoltà e lacune principali si può
agevolmente ricorrere all'Archivio fiorentino. E dopo siffatte indagini
a noi è sembrato, che sia agevole dimostrar chiaramente come tutta
quanta la storia di Firenze possa rischiararsi d'una nuova luce, e il
suo apparente disordine possa scomparire. Le rivoluzioni politiche di
Firenze, infatti, per poco che uno le esamini attentamente, cercandone
le cagioni vere e reali, al di sotto delle apparenti, che spesso
ingannano, si succedono con un ordine logico maraviglioso. Al piú
strano disordine, sembra allora che venga rapidamente a sostituirsi una
successione e connessione matematica di cause e di effetti. Gli odii
e le gelosie personali non sono cagioni, ma occasioni che accelerano
il rapido e febbrile avvicendarsi di quelle riforme, per le quali il
Comune fiorentino, percorrendo tutte le costituzioni politiche allora
possibili, arrivò, di grado in grado, alle piú larghe libertà di cui
il Medio Evo era capace. Ed è questo scopo cosí nobile, questa libertà
cosí larga, ciò che ridesta tutte quante le forze intellettuali e
morali nel seno della Repubblica, che produce un maraviglioso acume
politico, ed in mezzo ad un apparente disordine, fa fiorire cosí
splendidamente le lettere, le arti e le scienze. Quando poi gli odii
e le passioni esclusivamente personali prevalgono, allora il disordine
comincia davvero, la costituzione si corrompe, e la libertà precipita
al suo fine.

Con questo scritto non si presume altro, che dare un breve saggio della
storia di Firenze nei tempi in cui furono fondate le sue libertà. Il
soggetto è di tale importanza, che lo storico Thiers se ne è lungamente
occupato, e sentiamo che un illustre Italiano vi abbia già dedicato
molti anni d'assidue ricerche.[8] Se queste pagine potessero servire
d'annunzio o d'incitamento alla pronta pubblicazione d'un'opera
che dovrà certo onorare le nostre lettere, esse non sarebbero certo
inutili.


II

La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due
grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua
costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una
società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la
storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta
di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a
volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime
condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando
solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed
alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città
e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si
determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il
primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure,
quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale
assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome
qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione
fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi
accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.

È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima
disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore
scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si
fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii
nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le
origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema
si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure
i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile
capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender
parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.

Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte
discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti
(Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza
avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul
soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande
altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a
che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale
_Storia del diritto romano nel Medio Evo_. Volendo egli dimostrare
la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella
storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto
i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà
personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai
stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre
repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento
di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse.
In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano
le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann
Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una
origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i
barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú
lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano
distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni
e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si
doveva solo ai popoli germanici.

Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel
patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny
ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra
noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora
si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già
un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni
cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi
erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva
potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non
avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto
essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra
noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto
nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era
naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del
Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e
l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale
e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica,
che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che
prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta
sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni
ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin
dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano
ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i
Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto
alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono
alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana,
dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di
certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le
medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi.
In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre
consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità
e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il
Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi
a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono
sulla questione moltissima luce.

In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si
vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia
moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli,
latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche,
sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno
di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti
dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú
guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A
pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno
nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche,
riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti
sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le
idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso
portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare,
che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania,
fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata,
un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli
necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura,
sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata
dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le
città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato.
Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e
ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera
dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono,
lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso
che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra
che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto
disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta
dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che
la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi
accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú
ragionevoli.

Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali
devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono
in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di
ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si
dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di
grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni,
senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle
sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome
di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando
d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi
vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di
tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi
primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo
nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione
romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà
dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a
distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume
barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro
leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe
il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle
proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle
due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú
duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono
contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero
d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni,
giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a
togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate,
ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono
Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e
riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi
o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove
anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu
anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i
duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero.
I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò
probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di
barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.

I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare
i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in
quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo
alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che
non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo
italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando
con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero
quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le
istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà,
e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano
ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini
dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni
in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione
fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il
dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata,
per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo
tempo.

Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e
debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal
settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città.
Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai
cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti
fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi
cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú
tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un
nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa
e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima
da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con
donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare
il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato
imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente
col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero
romano-germanico.

Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era
cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società
italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella.
Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini,
leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane.
Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome
italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni
sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della
società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e
l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la
stessa domanda, che continuamente ricomparisce.

Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un
antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto
cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano
era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi.
La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi,
della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando
nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a
tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime
campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I
barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il _Gau_ o
_Comitatus_ (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni
di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati,
nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità
primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava
e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti,
e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o
Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo
invasore era comandato da un re eletto dal popolo.

Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau
si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti,
come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i
vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci,
ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i
Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei
primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi
cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a
quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando
cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una
condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere
a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun
diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi,
in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni,
non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9]
Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla
distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione
romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa
ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere
la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa
cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe
irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano
essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed
estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata,
che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso
che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai,
né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel
diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto.
Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali
sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú
a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla,
contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti,
nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico
non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le
loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero,
sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra
vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra
in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe
latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere
ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro.
Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere
avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far
larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e
sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a
poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto
romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col
tempo, e che il Capponi chiama _quasi edifizio romano su germaniche
fondamenta_?

A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi
cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del
tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo
del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche
maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei
vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò
grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo
alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo
del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di
costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in
ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche _Scholae_ o
associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo,
come sappiamo anche dei _maestri comacini_, alla cui opera spesso
ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma,
in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico,
pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo
mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure,
come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà,
e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli
abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche
cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul
principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le
porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente?
Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si
può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per
fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando
torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di
popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non
cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin
dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non
per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il
Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi,
e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro
secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle?
Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi,
esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté
trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che
conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore
del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina
contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina
era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti
si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par
chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che
pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono
o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della
razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si
riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale
sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire
qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí
crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni
latine, e riguadagnarono il terreno perduto.

La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole
essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato
individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era
il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a
dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale,
quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva
dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si
sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che
i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva,
che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune
autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi
d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi
s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in
trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti
in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che
abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città
ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci
giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici
assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle
schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi
signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi
potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti
dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal
duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo
secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure
l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione
fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il
popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si
vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo
neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.

Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la
potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed
oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco
rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un
altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo
fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali
s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel
barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva
estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa,
per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in
Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere
alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i
Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano
s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi
non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno
era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato
dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e
consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello
d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno
il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi
il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi
e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a
libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno,
era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima
invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.

Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la
condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana
venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente
che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta
davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò
qualche volta sino agli _onori_, ossia ufficî di nomina regia. Ma
ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo
ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi
troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure
nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati
restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi
(_Mark-grafen, Praefecti limitum_). In questo modo l'antica unità
del comitato o _Gau_ ritornava ad esser la base della nuova società
barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare
ufficî, terre, possessi in _beneficio_, cioè a dire in feudo, e quindi
sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il
principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma
portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore,
ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli,
dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero
infinito di nuovi potenti, _vassalli, valvassori_, e _valvassini_, che
erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio
Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano,
fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio
militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni
concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre
unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza
della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi,
veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa
stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero
anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a
sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti
o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la _immunità_
dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile,
che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi
nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un
nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello
stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società
barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo
a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad _esentare_ i
benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli
ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i
minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità
regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo
oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo
Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che
poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.

In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il
Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la
rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino.
Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno
in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri,
perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí
li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi,
profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava
solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era
detta _gastaldiale_, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò
la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu _esentata_, e
divenne _vescovile_. A poco a poco questa parte s'estese a quasi
tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo
vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la
società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità
suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto,
ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re,
gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.

Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della
libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i
loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica,
che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda
apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa
il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I
popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano
ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di
rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco,
s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo
piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese,
tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire
col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti
sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati
benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si
poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove
la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai
scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il
Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della
società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi
feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove
desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente
l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e
combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con
altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due
di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore.
Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali,
per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però
sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace
(961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un
italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la
corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania,
soprannominato il _Santo_, a cui successe Corrado della casa di
Franconia o Salica.

Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da
noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni
proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto
dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli
Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori
vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime
città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante
esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí
è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo
risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo
degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi
volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la
corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese
d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i
maggiori feudatarî a danno dei _possessori di onori_, che erano appunto
i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati.
Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo
anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel
momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia
feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro
feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí
l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era
fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto
meno era stato avvertito.

È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della
gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società
feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di
giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale
delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî
della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le
tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle
dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il
diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei
loro municipali Statuti.

Gl'Italiani si trovavano in uno stato di fermento e trasformazione
profonda, quando si videro i primi segni del risorgimento dei
Comuni. Il dominio barbarico e l'Impero non s'erano potuti mai nella
Penisola impadronire davvero di tutta la società, e quando, ordinato
il feudalismo, questo pareva che dovesse diffondersi per tutto, ed
assicurare agl'Imperatori tranquilla signoria fra noi, sorgevano
invece a un tratto nuove cagioni di pericolo e di lotta. Il Papato
ed il clero salirono a sempre maggiore e piú pericolosa potenza; le
immunità, per tema dei laici, date sempre piú largamente ai vescovi, li
resero come signori temporali dipendenti dagl'Imperatori, e dal Papa
invece dipendevano come dignitarî spirituali: ebbero in fatti doppia
investitura. Da ciò un disordine grande, una corruzione scandalosa
nella Chiesa, essendosi i vescovi mutati in altrettanti conti feudali,
che comandavano nelle città, guerreggiavano fuori, tenevano corte
bandita, si davano a tutti i piaceri. I Papi volevano rimettere
la disciplina, reggere con assoluto imperio i vescovi, nominarli
senza trovare ostacolo di sorta; ma a ciò si opponeva l'Imperatore,
perché il temporale dominio dei vescovi li metteva logicamente anche
sotto la sua autorità. Cosí cominciò la tanto romorosa lotta per le
investiture, tra il Papato e l'Impero, lotta in cui la vittoria fu
lungamente contrastata. E intanto né la Chiesa, né l'Impero, né il
feudalismo potevano impadronirsi esclusivamente dell'indirizzo sociale,
e le continue dispute crescevano il disordine. In tale stato di cose
l'autorità dei vescovi s'andò indebolendo anch'essa, ed i Comuni che,
nel tempo delle sedi vacanti, imparavano di necessità a reggersi da
sé, che vedevano le repubbliche del mezzogiorno assai fiorenti, che
sentivano d'avere forze sempre maggiori pel cresciuto commercio e
pel disordine feudale, capirono finalmente che era sonata per essi
l'ora del riscatto. Né in quelle città dove restavano a comandare i
conti laici, le cose andarono diversamente, giacché il parteggiare per
l'Impero o per la Chiesa suscitava sempre un gran numero di nemici ai
potenti, e mille aiuti ai deboli.

Nell'undecimo secolo, adunque, dall'un capo all'altro d'Italia
sorgevano i Comuni, e una volta gustata la dolcezza del vivere libero,
non fu piú possibile rimetterli in vassallaggio dei vescovi, né dei
conti, né dell'Impero. Sorgendo, essi si trovarono ovunque circondati
da un numero infinito di conti e duchi e baroni, piccoli e grossi,
giacché la società feudale era ancora potentissima e padrona di tutte
le campagne. Eredi del sangue germanico, esercitati alle armi, questi
nobili combattevano, in nome dell'Impero, pe' suoi diritti, nel proprio
interesse, contro la nuova società comunale, che ad un tratto si levava
potente e minacciosa. Essi scendevano dai loro castelli a chiuder
le vie al commercio dei Comuni; imponevano taglie; facevano minacce;
volevano trattar da vassalli i liberi cittadini, che perciò, sdegnati,
uscivano di tratto in tratto a far vendetta, e non di rado finivano con
lo spianare i superbi castelli. Quei nobili invece che erano restati
nelle città, stanchi adesso di vivere in mezzo ad uomini che non
facevano piú distinzione alcuna di sangue o di casta, spesso emigravano
per raggiungere i loro compagni. L'emigrazione fu tale che piú volte
i cittadini, risentendone gravi danni, fecero leggi per impedirla. Il
Papa incoraggiava i Comuni, perché a lui non doleva la scemata potenza
temporale dei vescovi, e gli era necessario l'abbassamento dell'Impero.
Cosí la lotta degli artigiani contro il feudalismo finalmente
cominciava, e con essa la vera storia dei nostri Comuni.

Non bisogna però credere che il Comune sorgesse in nome dei diritti
dell'uomo o delle libertà nazionali. Nulla di ciò. L'Impero era
riconosciuto sempre come la fonte unica, universale del diritto. In
fatti fino quasi a tutto il secolo XV, le città guelfe o ghibelline,
nemiche o amiche dell'Impero, continuarono a scrivere in suo nome
i pubblici atti.[12] Le risorgenti repubbliche accettavano sempre
l'alto suo dominio, e la loro dipendenza da esso, quasi direi
che, chiedendo una nuova e piú generale esenzione, volevano solo
essere come duchi o conti di sé stesse. Combattevano i nobili e
combattevano l'Impero; ma dopo la vittoria, riconoscevano l'autorità
dell'Imperatore, ed a lui chiedevano la sanzione delle conquistate
libertà. Né i Papi desiderarono mai la distruzione dell'Impero, della
cui protezione avevano spesso bisogno, che riconoscevano anch'essi
erede legittimo dell'antica Roma, e quindi sorgente unica del diritto
politico e civile: volevano bensí sottomettere il potere temporale
allo spirituale. La teocrazia ed il feudalismo, il Papato e l'Impero
sussistevano adunque e combattevano sempre, quando il Comune sorgeva.
Esso dové lungamente ancora lottare contro ostacoli d'ogni sorta; ma
era destinato a trionfare, a creare il terzo stato ed il popolo, che
soli potevano dal caos del Medio Evo far nascere la società moderna. In
ciò sta la sua principale importanza storica.




CAPITOLO I[13]

LE ORIGINI DI FIRENZE


I

Le origini di Firenze sono assai oscure, né valgono a rischiararle i
cronisti, i quali o ne tacquero o le avvolsero nelle leggende. Su di
essi, sul valore e la credibilità diversa di ciò che dissero, si è
recentemente scritto assai. Ma, per volerne saper troppo e per troppo
sottilizzare, si è qualche volta finito col disputare lungamente
e dottamente anche su cose che forse resteranno sempre ignote, né
importava poi molto conoscere, e si è lasciato da parte ciò che piú
era facile scoprire e piú necessario sapere. A questo modo si corre
il rischio di formare intorno a tali scrittori una specie di scienza
occulta pei soli iniziati, quando tutto quello che di veramente certo
ne sappiamo, può esprimersi in poche parole.

Il Comune di Firenze sorse piú tardi di molti altri, e quindi piú
tardi ebbe i suoi storici e cronisti, perché la storia del Comune
si comincia a scrivere quando esso ha già acquistato coscienza
della sua personalità. Cosí fu che nel secolo XII si cominciarono a
raccogliere notizie annalistiche, le quali registravano alcuni fatti
principalissimi seguiti in Firenze, con le date, i nomi di luoghi
e persone, e nello stesso tempo si principiarono a formare elenchi
dei Consoli, che erano il primo magistrato del Comune, ai quali
s'aggiunsero poi i nomi dei Podestà, che successero ai Consoli. Questi
magistrati mutavano d'anno in anno; quindi i loro nomi servirono anche
di guida cronologica, e sotto di essi si registrarono ben presto i
fatti principali della Città.

Di tali raccolte annalistiche c'è rimasto un frammento assai antico,
che trovasi nella Vaticana, ed è scritto a tergo d'un foglio, il
quale fa parte d'un codice di leggi longobarde.[14] Sono in tutto
diciotto notizie, che vanno dal 1110 al 1173, scritte da diverse mani,
tutte però del secolo XII, non senza errori, e neppure in ordine
cronologico. Esse sono nondimeno molto importanti, perché le piú
antiche che abbiamo. Un'altra simile raccolta di notizie, piú lunga,
ma assai posteriore, che va dal 1107 al 1247, si trova nella Biblioteca
Nazionale di Firenze, in un manoscritto del secolo XIII.[15]

Ambedue furono recentemente ripubblicate ed illustrate dal dottor
Hartwig, che le intitolò _Annales florentini I_, ed _Annales florentini
II_.[16] Il codice in cui si trovano i secondi Annali, contiene anche
il piú antico elenco di Consoli e di Podestà che ci sia rimasto, il
quale va dal 1196 al 1267, e poté con nuove ricerche essere reso piú
compiuto.[17] Altri non pochi elenchi di notizie fiorentine dovettero
certamente esservi, prima in latino, poi in italiano, i quali, girando
di famiglia in famiglia, di mano in mano, s'andarono estendendo,
correggendo, alterando, secondo i gusti, e qualche volta anche secondo
la fantasia di chi li copiava. Ma da tutto quello che ci resta di
siffatti elenchi, da ciò che ne troviamo ripetuto nei cronisti, si può
quasi con certezza indurre che poco o nulla dicevano sulle origini del
Comune. E ciò deve farci credere, che esso non nacque da un conflitto
violento, da una vera e propria rivoluzione, che gli annalisti
avrebbero certo ricordata, ma s'andò invece lentamente formando e
svolgendo in mezzo a lotte di secondaria importanza.

Se noi oggi desideriamo conoscere le origini del Comune fiorentino,
questo desiderio, come è naturale, dovettero averlo piú vivo ancora gli
antichi. Essi non avevano però quell'arte e quel metodo critico, che fa
cercare e spesso scoprire la storia piú remota ed oscura nei documenti,
i quali allora dovevano essere di certo molto piú numerosi che non sono
oggi. Si abbandonarono quindi piú facilmente alla propria fantasia, e
cosí ne nacque una leggenda sull'origine della Città, che ben presto si
diffuse assai largamente.

Il primo nucleo, da cui questa leggenda s'andò poi sempre piú svolgendo
ed accrescendo, dovette formarsi nel secolo XII, perché essa è già
nota al cronista Sanzanome, che la ricorda, ed egli scrisse ai primi
del secolo XIII. Molto piú antica non si può supporre che sia, perché
i fatti cui accenna, e le date cui allude, per quanto indeterminate
e vaghe, la portano, come vedremo, a dopo del mille. Di questa
leggenda si trovano ancora parecchie copie inedite nelle biblioteche
fiorentine,[18] e tre diverse compilazioni ne furono pubblicate per le
stampe. La piú antica di esse, in latino, l'abbiamo in un codice della
fine del secolo XIII, o dei primi del XIV.[19] La seconda, che è in
italiano, trovasi in un manoscritto lucchese, compilato fra il 1290 e
il 1342;[20] essa ricorda in un punto l'anno 1264,[21] nel quale assai
probabilmente fu compilata. Un'ultima e piú recente, conosciuta col
titolo di _Libro fiesolano_, trovasi nella Marucelliana di Firenze, in
un codice italiano, che ha la data del 1382, e fu scoperta dal signor
Gargani, il quale la pubblicò sin dal 1854.[22] L'Hartwig scoprí la
seconda di queste compilazioni, che differisce dalla prima solo nella
lingua, e le pubblicò tutte e tre col titolo di _Chronica de Origine
Civitatis_,[23] titolo che le dà il codice lucchese; altri codici la
chiamano, invece, _Memoria del nascimento di Firenze_.

Tale è il genere di materiali, che sull'origine di Firenze trovarono,
e di cui dovettero servirsi i piú antichi cronisti. Il primo di essi
che ci sia rimasto, è il giudice e notaio Sanzanome, il quale, come
già dicemmo, scrisse i suoi _Gesta Florentinorum_ in sul principio
del secolo XIII. Il suo nome s'incontra piú d'una volta nei documenti
fiorentini dal 1188 al 1245.[24] E se non si può affermare che questo
nome si riferisca sempre ad una sola e medesima persona, è pur certo
che lo stesso cronista ricorda d'essersi trovato presente alla guerra
di Semifonte nel 1202, ed a quella di Montalto nel 1207. La sua
opera trovasi del resto in un codice fiorentino del secolo XIII, non
autografo, ma sincrono o quasi.[25] Questo primo saggio di storia
fiorentina, scritto in latino da un giudice e notaio, venuto in Firenze
da qualche vicino castello, come suppongono il Milanesi e l'Hartwig,
è di un genere a sé, diverso assai da tutti gli altri lavori dei
cronisti fiorentini che vennero dopo. Dell'origine del Comune e della
sua interna costituzione il Sanzanome non dice neppure una parola.
Dopo avere sommariamente, vagamente accennato alla leggenda,[26]
incomincia colla guerra e distruzione di Fiesole nel 1125, _cum eius
occasione Florentia sumpsisset originem_. Cosí egli ci mostra, sin
dal principio, già costituito il Comune, co' suoi Consoli e capitani,
e continua narrando le sue guerre co' vicini, in una forma gonfia e
retorica, con date spesso incerte, qualche volta errate, con discorsi
nei quali pretende imitare gli antichi storici romani. E per tutto ciò
il suo lavoro fu da alcuni scrittori giudicato senza alcuna importanza
storica. Ma critici piú imparziali e ponderati, come l'Hartwig, l'Hegel
ed il Paoli, riconobbero invece che l'opera di questo notaio, quasi
precursore degli umanisti del secolo XV, è un fenomeno letterario,
nella sua solitaria apparizione, assai notevole, perché ci dà prova
dell'antica cultura de' Fiorentini, e perché al di sotto della retorica
c'è pur da ritrovare in essa non poche notizie e cognizioni assai utili
sull'antica storia di Firenze.

Il problema quindi che allora si presentò a tutti gli altri cronisti,
rimaneva sempre questo: come si poteva scrivere sui primi tempi di
Firenze, una storia o anche una cronica, con le scarse e slegate
notizie che si avevano? Il notaio Sanzanome se n'era uscito tacendo
affatto delle origini, e poi gonfiando, a forza di retorica, la
narrazione, con discorsi immaginarî, con descrizioni di battaglie,
in cui la fantasia e l'imitazione classica avevano gran parte. Ma
un tal metodo non poteva piacere, né poteva riescire a quegli uomini
piú semplici, che, dopo di lui, volevano scrivere nella loro lingua
parlata, e avevano una cultura minore o almeno assai diversa dalla sua.
Rimanevano quindi con una leggenda e con pochi frammenti di notizie, il
che non doveva certo soddisfare il loro patriottico orgoglio.

Fortunatamente per essi, allora appunto, cioè verso la metà del
secolo XIII, avvenne un fatto che ebbe molta importanza letteraria,
e che valse ad aprire ai cronisti fiorentini una strada nuova. Un
frate domenicano, Martino di Troppau in Boemia, chiamato perciò anche
_Oppaviensis_, e volgarmente noto col nome di Martin Polono, cappellano
e penitenziario apostolico, piú tardi arcivescovo, scrisse un libro
di storia, che, sebbene non avesse alcun notevole valore, ebbe pure
una straordinaria e rapida fortuna. Era una specie di Manuale di
storia universale, cronologicamente distribuita sotto i nomi dei varî
Imperatori e Papi, sino al 1268. Piú tardi l'autore stesso la continuò
per alcuni anni ancora, e vi premise una introduzione sulla storia
anteriore all'Impero romano.[27] Questo libro, meccanicamente ordinato,
era pieno di aneddoti, di errori, di favole; ma l'aveva scritto un
prelato eminente, animato da spirito guelfo. L'aver poi l'autore
diviso i fatti del Medio Evo sotto i nomi dei Papi e degl'Imperatori,
dava come una guida, un filo conduttore nel vasto laberinto. Certo
è che il libro si diffuse subito in tutta Europa, ma specialmente in
Italia, e piú che altrove in Firenze. «Un Fiorentino primo lo tradusse,
e un Fiorentino, Brunetto Latini, primo lo adoperò», dice il prof.
Scheffer Boichorst. Le biblioteche fiorentine ne conservano infatti
un grandissimo numero di copie, in codici latini del secolo XIV, ed in
altri dello stesso secolo hanno una traduzione italiana, che, secondo
le ricerche degli studiosi,[28] dovrebbe essere stata fatta a Firenze
circa il 1279.[29] Questo solo fatto basterebbe a provar luminosamente
la rapida popolarità e diffusione dell'opera. In alcuni di coloro che
a Firenze copiavano, e copiando rifacevano, come allora usava, questa
traduzione, dovette facilmente nascere il pensiero d'introdurvi, qua
e là, le piú importanti almeno fra le poche notizie che s'avevano
sull'antica storia della Città. Ma siccome, verso la fine del secolo
XIII, l'opera di Martin Polono si fermava, e le notizie fiorentine
invece crescevano molto di numero e di estensione, cosí ne avveniva
che, senza quasi pensarvi, tutti questi rifacimenti smettevano allora
la storia universale, e continuavano con la fiorentina, a cui la
prima veniva in tal modo a servire d'introduzione, con non piccola
soddisfazione dell'amor proprio municipale.

Uno dei primi lavori che ci presenti Martin Polono tradotto,
abbreviato, rifatto, con l'innesto d'alcune notizie fiorentine,
è quello che ha per titolo: _Le Vite dei Pontefici et Imperatori
romani_, che fu attribuito al Petrarca, e trovasi in parecchi codici
fiorentini del secolo XIV. In esso però la storia di Firenze ha ancora
un'importanza molto secondaria, tanto è vero che, essendo stato piú
tardi raffazzonato e continuato fino al 1478, quando fu la prima volta
pubblicato,[30] si seguí sempre il metodo primitivo del Polono, dando
cioè, via via, in compendio, le Vite degli altri Papi ed Imperatori.
Ma non mancarono ben presto nuovi tentativi, nei quali si dette a
Firenze una parte assai maggiore. Un manoscritto del secolo XIV, nella
Biblioteca Nazionale di Napoli, esaminato la prima volta dal Pertz,
ci presenta, in fatti, molto abbreviate le notizie di Martin Polono,
dando assai piú larga estensione a quelle su Firenze, le quali arrivano
sino al 1309.[31] Qui si comincia a veder chiaro che le seconde son
per l'autore lo scopo principale del lavoro, tanto che all'Hartwig
poté sembrare opportuno estrarle dal codice, e stamparle a parte, come
una delle fonti di cui assai probabilmente si valse il Villani.[32] Lo
stesso concetto apparisce molto piú chiaro in una Cronica attribuita
a Brunetto Latini. Alcune delle notizie fiorentine che in essa
si trovano, furono da lungo tempo e piú volte estratte, stampate,
adoperate, specialmente la nota dei Consoli e dei Podestà, di cui
anche l'Ammirato si valse, e una narrazione del fatto del Buondelmonti
(1215), diversa assai da quella dataci dal Villani. Si poté subito
affermare che l'autore scriveva nel 1293, perché in quell'anno appunto
ricorda un fatto cui dice essersi trovato presente.[33] Piú tardi
la Cronica fu attribuita a Brunetto Latini, sebbene la narrazione
arrivi fino ad un tempo in cui il maestro di Dante era certamente
morto.[34] Nelle sue dotte ricerche il dottor Hartwig scoprí in Firenze
quello che, secondo ogni apparenza, dovrebbe essere l'autografo.[35]
Quantunque il codice sia mutilo, cominciando solo dal 1181, pure
è doppiamente prezioso, perché ci pone dinanzi chiarissimamente il
metodo con cui questo lavoro, al pari certo di molti altri simili,
fu compilato. Una colonna nel mezzo contiene il solito rifacimento di
Martin Polono;[36] nei margini, fra le rubriche, qualche volta anche
negl'interlinei, sono aggiunte notizie di storia generale, cavate da
altre fonti, ma sopra tutto notizie di storia fiorentina.

E cosí s'arriva al 1249, dove c'è una lacuna che va sino al 1285,
quando l'autore ripiglia la sua narrazione, per arrivare al 1303.[37]
In questa seconda parte però il suo lavoro muta affatto carattere.
Egli non ha piú dinanzi a sé la guida di Martin Polono, e ne abbandona
anche il metodo. Le notizie dell'Impero e della Chiesa diminuiscono
sempre piú, e crescono invece quelle di Firenze, le quali non sono ora
staccate ed introdotte capricciosamente nella narrazione, ma riunite e
fuse insieme. Cosí, a poco a poco, noi abbiamo dinanzi una vera cronica
di Firenze, che acquista un suo proprio valore indipendente. Il dott.
Hartwig, che l'aveva scoperta, la credette in principio autografa, ma
finí poi col dubitarne. La gran confusione del manoscritto; l'essere
mutilo in sul principio; la lacuna di trentasei anni nel mezzo;
la mancanza d'alcune notizie, che si trovavano negli estratti di
essa, riportati da antichi scrittori; il vedere che molti di questi
citavano un altro codice della Cronica, appartenuto alla Biblioteca
Gaddi; tutto ciò gli fece a buon diritto affermare, che per risolvere
definitivamente il problema occorreva prima trovare il codice gaddiano,
da lui invano sino allora cercato. Il prof. Santini invece sostenne, in
una sua tesi di laurea, che il codice gaddiano doveva essere la copia
di quello scoperto dall'Hartwig, che egli giudicava essere l'originale
mutilo. Non molto dopo la questione fu definitivamente risoluta da un
altro alunno del nostro Istituto Superiore, il sig. Alvisi, il quale
scoprí nella Laurenziana il codice gaddiano, che è in fatti una copia
del secolo XV.[38] In esso i varî brani, che nell'originale erano stati
scritti in colonne separate, sono fusi cogli altri, ma in modo spesso
arbitrario. Anche qui c'è la lacuna 1249-85, ma la Cronica, invece di
cominciare dal 1181, comincia, come la prima compilazione di Martin
Polono, da Gesú Cristo, _primo e sommo Pontefice_, e da Ottaviano
imperatore. Cosí noi possiamo ora affermare, che nel codice della
Biblioteca Nazionale di Firenze, abbiamo una vera fotografia del metodo
seguíto nelle prime compilazioni di storiografia fiorentina. Con esso
vediamo l'autore lavorar quasi sotto i nostri occhi.

Un altro esempio, ma assai piú imperfetto, di questi lavori, lo abbiamo
nel codice lucchese qui sopra citato. L'autore ci dice esso stesso
di averlo composto fra gli anni 1290 e 1342. Egli trascrive tutta
la leggenda sull'origine di Firenze; prosegue quindi col rifacimento
italiano di Martin Polono, incominciando da Ottaviano imperatore. Di
tempo in tempo v'introduce però «molte cose, le quali pertengono ai
fatti di Toscana e specialmente di Firenze... la maior parte si trovano
in diversi libri di Toscana, e qual na piú, qual na meno». Arrivato
cosí all'anno 1309, continua la sua narrazione, valendosi del Villani,
che nel 1341 aveva già pubblicato alcuni libri della sua storia, e con
questo aiuto va fino al 1342. Continua, riproducendo una descrizione
latina di Firenze, scritta nel 1339, e poi, anche in latino, la
introduzione che Martin Polono aggiunse alla sua storia. Il compilatore
riconosce che l'ordine da lui seguíto non è né logico né cronologico;
ma si scusa col lettore, dicendo che ha voluto porre insieme prima le
parti italiane e poi le latine di questa sua opera, con l'intendimento
però di meglio ordinarle piú tardi, e fonderle insieme, scrivendole
tutte in latino, al che pare gli mancasse poi il tempo. Anche da questo
codice furono estratte e stampate le notizie attinenti a Firenze.[39]
Il metodo seguíto dal compilatore, come si vede, è sempre lo stesso,
quantunque piú meccanico e materiale del solito, perché non v'è alcuna
intrinseca unione fra le parti diverse. Quello però che v'ha di nuovo,
si è l'avere trascritta, nella sua integrità, la leggenda, per farla
servire da introduzione alla storia di Firenze, esempio che fu poi,
come vedremo, imitato anche da altri.

Per quanto però questo sistema di fondere la storia del Comune nella
storia universale, potesse piacere all'amor proprio fiorentino,
era tuttavia chiaro che la prima ne rimaneva come soffocata. Non
mancarono quindi nel secolo XIV tentativi di esporla separatamente.
Paolino Pieri incomincia la sua Cronica dal 1080, anno in cui anche
gli altri cronisti dànno la prima notizia storica di Firenze, e
continua, accennando poco dei Papi e meno degl'Imperatori, sino al
1305, raccogliendo le scarse notizie fiorentine «di piú cronache, di
piú libri trovate, et di nuovo per me Paolino di Piero vedute et _ad
memoriam_ scripte». Simone della Tosa, che morí nel 1380, comincia
invece i suoi _Annali_ con l'elenco dei Consoli e Podestà (1196-1278),
e poi va subito dalla morte della contessa Matilde (1115) fino al
1346, aggiungendo, verso la fine, alle magre notizie su Firenze, anche
quelle della sua famiglia. Ma tali modestissimi sunti di poche pagine,
meno che mai potevano contentare nel secolo XIV una città, che era già
fra le prime d'Italia, che nel suo crescente orgoglio si poneva alla
pari di Roma, e voleva nella sua storia veder qualche cosa di simile a
quella dell'antica capitale del mondo.

Questo fu l'ambizioso problema che si propose di risolvere Giovanni
Villani, come egli stesso ci narra. Mi trovavo, egli dice, a Roma pel
Giubileo, l'anno 1300, ammirando le grandi memorie di quella città,
leggendone le gloriose imprese, narrate «da Virgilio, Sallustio,
Lucano, Tito Livio, Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, che
scrissero non solo i fatti di Roma, ma eziandio degli strani
dell'universo mondo; presi lo stile e forma da loro».[40] Ripensando
che «per gli nostri antichi Fiorentini poche e non ordinate memorie
ai trovino di fatti passati della nostra città di Firenze»,[41] e che
essa «figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e a seguire
grandi cose, siccome Roma nel suo calare», deliberai «di recare in
questo volume e nuova cronica tutti i fatti e cominciamenti della
città di Firenze,... e seguire per innanzi _stesamente_ i fatti de'
Fiorentini, e dell'altre notabili cose dell'universo in _brieve_».[42]
Connettere quindi la storia di Firenze con quella del mondo, come
già altri avevano fatto; ma in modo che non vi si perdesse, avesse
anzi la parte principale, ecco quale doveva essere la via da tenere,
secondo il Villani. Egli quindi non fa piú un lavoro meccanico e di
mosaico; coordina, divide la sua storia in libri e capitoli, al modo
degli antichi. Noi non conosciamo quali sono tutte le sue fonti,
perché su questo argomento non si è fatto ancora uno studio compiuto.
Sappiamo però con certezza che sono molte. Per la storia generale,
Martin Polono resta sempre la fonte principale; ma vi si aggiungono
i _Gesta Imperatorum et Pontificum_ di Thomas Tuscus; la _Vita di
San Giovanni Gualberto_;[43] le _Cronache di San Dionigi_, la cui
traduzione italiana fu stampata (1476) prima dell'originale; il _Libro
del Conquisto d'Oltremare_, che è una storia delle crociate, tradotta
nel Medio Evo dal francese in quasi tutte le lingue.[44]

Quale sia il gran valore del Villani per la storia fiorentina, a
cominciare dalla fine del secolo XIII, tutti lo sanno e non è questo il
luogo da parlarne. Quanto alle origini, le notizie veramente storiche
che egli ci dà, sono assai poche. Incominciano al solito dal 1030, e
vi si trova piú o meno tutto quello che è disseminato negli altri,
non di rado coi medesimi errori, spesso anche colle stesse parole.
Questa singolare somiglianza, che fu poi notata, pei primi tempi, fra
tanti cronisti fiorentini, si spiegava facilmente quando si poteva
supporre che gli uni avessero copiato dagli altri. Ma quando, il che
seguiva piú volte, si poteva invece dimostrare che essa esisteva anche
fra scrittori l'uno dall'altro affatto indipendenti, la soluzione del
problema non era ugualmente facile. Fu questa la ragione per la quale
il prof. Scheffer Boichorst, con giuste ed acute indagini, notando il
fatto, mise innanzi l'ipotesi, che i varî cronisti avessero attinto
ad una fonte comune, ora perduta. E siccome Tolomeo da Lucca, il
quale aveva già finito i suoi Annali prima che il Villani cominciasse
a colorire il proprio disegno, cita piú volte i _Gesta_ e gli _Acta
Florentinorum_, i _Gesta_ e gli _Acta Lucensium_, cosí il critico
tedesco dette il nome di _Gesta Florentinorum_ a quella che sarebbe
stata, secondo lui, la fonte comune dei cronisti fiorentini fino ai
primi del secolo XIV. Una tale ipotesi, che in modo assai probabile,
spiegava un fatto certo, il quale altrimenti rimarrebbe del tutto
inesplicabile, venne generalmente ammessa. Quando però si vollero un
po' troppo determinare la natura e i confini dei _Gesta_, la lingua non
solo e l'anno in cui cominciarono, quello in cui finirono, ma anche lo
stile ed il carattere preciso dell'opera e dell'autore, fu forza allora
restare spesso sopra un terreno assai disputabile. Io perciò lascio
da parte siffatte discussioni, estranee ad una sommaria esposizione.
Ritengo bensí col prof. C. Paoli,[45] che i _Gesta_ non furono un
lavoro veramente personale, ma piuttosto una raccolta di notizie
fiorentine, assai magra in sul principio, la quale s'andò poi via via
accrescendo di nuove notizie annalistiche e di nuove aggiunte, secondo
che passava di mano in mano. Una di tali compilazioni, piú autorevole
e piú nota (ora sfortunatamente perduta), dovette venire nelle mani di
alcuni cronisti, che l'adoperarono, senza che l'uno sapesse dell'altro.
Da questi copiarono poi parecchi di coloro che vennero piú tardi.

Il Villani incomincia dalla Torre di Babele e dalla confusione delle
lingue, per darci subito la leggenda sulle origini di Firenze, che
egli divide in capitoli, ed espone come se fosse una vera storia,
portandovi però alcune alterazioni, di cui parleremo piú oltre.
Segue poi la storia generale del Medio Evo, in cui, a cominciare dal
1080, l'autore introduce tutte quelle notizie che poté raccogliere su
Firenze, e queste sono anch'esse piú o meno alterate da altre leggende
assai diffuse allora nel popolo, da considerazioni spesso fantastiche,
che egli vi aggiunge di suo. Che cosa di certo possiamo noi cavare da
tutto ciò? In sostanza abbiamo solo una leggenda, ed un piccolo numero
di notizie storiche di non dubbio valore, ma non senza errori, che
galleggiano qui, come altrove, in un mare di notizie affatto estranee a
Firenze, con brani di tradizioni o leggende mal sicure, con spiegazioni
o considerazioni affatto arbitrarie. La prima questione da risolvere è
perciò questa: quale è l'origine della leggenda, che valore ha essa?
Se ne può direttamente o indirettamente cavare nulla di storico? La
seconda è: si può con sicurezza determinare quale sia quel nucleo
primitivo di notizie autentiche, che si dovevano trovare nei _Gesta
Florentinorum_? La seconda almeno di tali questioni non presenta gravi
difficoltà, perché, quando noi paragoniamo i varî cronisti, massime
quelli che sono tra loro indipendenti, e ne caviamo tutto ciò che hanno
di comune, spesso anche con identiche parole, su Firenze, lo scopo
è in gran parte raggiunto. Ma dopo di ciò, e dopo che s'è cercato di
cavar qualche costrutto (assai scarso, come vedremo) dalla leggenda,
quello che rimane di certo è ben poco. E però bisogna assolutamente
aiutarsi con tutti quanti i documenti pubblici o privati, che possono
trovarsi negli archivi, colle indagini dei dotti moderni sulla storia
medioevale in genere, e su quella di Firenze in particolare. Queste
ultime, incominciate già dall'Ammirato, furono con ardore proseguite
nel passato secolo dal Borghini, dal Lami, da molti e molti altri
eruditi fino ai nostri giorni. I resultati definitivi però di sí
lunghe indagini e di sí vasta dottrina, rimasero sempre scarsissimi.
La prova ne è, che l'illustre Gino Capponi, dopo alcune poche pagine
d'introduzione alla sua storia di Firenze, è costretto, come gli
antichi, a fare un salto sino alla morte della Contessa Matilde, ed
incomincia, si può dire, a parlar del Comune, quando esso era già da
un pezzo formato. Seguono dodici pagine, in cui si fa la storia di
quasi due secoli, sino al 1215 circa, e solo dal secolo XIII in poi il
racconto procede davvero ampiamente.

Ma ai nostri giorni la critica dei documenti medievali ha fatto,
massime in Germania, uno straordinario progresso, e la questione è
stata perciò ripresa in esame. Il primo che, con un metodo scientifico
e con molta dottrina, si accinse all'opera, fu il D.r O. Hartwig.
Egli studiò non solo tutto quello che s'era pubblicato, ma fece nuove
indagini nelle biblioteche ed archivi italiani; ebbe dal D. Wüstenfeld
appunti preziosi di nuovi diplomi, da questo scoperti in Toscana. Cosí
poté nell'opera, che abbiamo già piú volte citata, darci una raccolta
di preziosi documenti e di dotte dissertazioni, le quali servirono
e serviranno di base alle future ricerche, e sarebbero anche meglio
note e pregiate, se fossero state scritte in una forma piú popolare.
Molto ha cercato, moltissimo ha letto il prof. Perrens, che dedicò la
sua vita alla storia di Firenze, scrivendo un'opera di cui sono già
usciti otto volumi. Il primo dei quali, di 550 pagine, arriva solo
alla metà del XIII secolo, e tratta quindi lungamente, dottamente
delle origini. Di ciò gl'Italiani tutti debbono essergli grati; ma è
pur forza riconoscere che allo zelo indefesso, alla vasta dottrina, ad
una lettura veramente prodigiosa, non rispondono sempre la precisione
delle notizie e la sicurezza del metodo. Trattandosi d'un tempo,
pel quale bisogna tutto ricostruire sopra un assai scarso numero di
fatti conosciuti, se questi non sono bene accertati, le conseguenze
possono essere disastrose davvero. Quando, per esempio, egli cerca
le prime origini dei Consoli, si fonda ancora sopra quel documento di
Pogna con la data del 4 marzo 1101, in cui essi sono nominati, e non
osserva che il Capponi, il quale pure è da lui continuamente citato,
aveva dimostrato che quella data sí lungamente creduta esatta, era
sbagliata, e bisognava mutarla in 4 marzo 1181, stile fiorentino,
il che vuol dire 1182, stile moderno. Cosí egli vede i Consoli prima
assai che nascessero.[46] Altrove entra nella disputa molto intricata
della giurisdizione, che i Fiorentini del XII secolo avevano sul
proprio contado. Ripete cogli antichi cronisti che nel 1186 Federico I
lo tolse loro del tutto, sino alle mura; ma che essi lo riebbero nel
1188. E aggiunge che, morto poi l'imperatore Federico nel 1190, il
suo successore Enrico VI, «comme don de joyeux avénement, multiplie
les privilèges». Né riflette, che il diploma citato a sostegno di
quest'ultima asserzione, ha la data, da lui stesso riportata in nota,
del 1187.[47] Come può il lettore piú dipanare l'arruffata matassa? E,
per addurre un altro esempio, diremo che l'autore ci dà come storia,
la narrazione leggendaria sull'origine della festa della colombina, il
sabato santo. I Fiorentini sono spinti alla crociata dall'Arcivescovo
Ranieri nel 1099, cioè alcuni secoli prima che a Firenze vi fosse un
arcivescovo. Pazzino dei Pazzi, pel valore dimostrato nella presa di
Gerusalemme, ottiene la _corona murale_ da Goffredo Buglione, il quale
gli concede anche il privilegio di mutare la propria arme, adottando
le croci e i delfini, cosa che i Pazzi fecero solo qualche secolo
piú tardi.[48] Egli torna in Firenze come un conquistatore, sopra un
carro, di cui ci è data la descrizione; è accolto come un trionfatore
romano dal popolo, dal clero e dai magistrati, in un tempo in cui il
Comune non era ancora formato.[49] Porta seco tre pietre cavate dal
sepolcro di Cristo, le quali sono pietre focaie, da cui anche oggi si
cava la scintilla, per accendere il carro della colombina. E tutto
ciò è fondato sulla _Storia genealogica_ del Gamurrini, che non ha
valore alcuno.[50] Al lettore parrà stranamente odioso l'essermi io
qui fermato a notare alcuni errori d'un'opera, di cui sono primo a
riconoscere i pregi, e della quale piú volte ho profittato. Ma dovevo
spiegar la ragione, perché, pure lodandola, cosí di rado la cito. È
un'opera che contiene di certo un vasto materiale storico, scritta
con brio e chiarezza, che ha osservazioni spesso acute, e fa onore al
suo autore, cui gl'Italiani debbono riconoscenza; ma se per tutto ciò
è necessario studiarla, non è possibile valersene, senza un continuo
riscontro delle fonti che cita.

E qui dobbiamo ricordare un altro lavoro assai piú modesto, del quale
però ci siamo potuti piú francamente giovare. Il prof. Santini, che in
alcuni suoi brevi scritti, pubblicati nell'_Archivio storico italiano_,
aveva dato saggio di molto acume nelle indagini sulla storia primitiva
di Firenze, adesso ha avuto il felice pensiero di raccogliere tutti
quanti i documenti editi o inediti, che intorno al medesimo soggetto
si trovano negli archivi fiorentini. Dopo averli copiati e riscontrati
sugli originali, li ha già stampati in un grosso volume, che vedrà
presto la luce. Sarebbe assai desiderabile che egli o altri potesse
fare lo stesso per tutte almeno le città toscane, che tante relazioni
hanno fra loro. Ma intanto il suo libro sarà una nuova e solida base
alle indagini storiche fiorentine. E noi dobbiamo essergli doppiamente
grati, perché ci ha consentito di studiarlo sulle bozze di stampa. Cosí
ce ne siamo potuti valere prima che sia pubblicato, e lo citeremo assai
spesso. Di altri lavori non parliamo qui, ma il lettore li troverà
ricordati nelle note.


II

Lasciando per ora da parte i documenti e gli autori, veniamo a parlare
della leggenda, la quale, come dicemmo, presenta un primo problema
da risolvere o almeno da discutere. Essa si diffuse di certo assai
largamente nel popolo. Anche la _Divina Commedia_ (_Par._ XV, 125), ci
descrive la donna fiorentina che, filando,

    Favoleggiava con la sua famiglia
      De' Troiani, di Fiesole e di Roma.

Ciò non ostante, la sua origine apparisce piú letteraria che veramente
popolare. Non è infatti che uno strano amalgama di tradizioni
classiche e medievali, la piú parte cavate da libri, e piú o meno
arbitrariamente alterate, sull'assedio di Troia, la fuga di Enea, le
origini di Roma, con le quali l'orgoglio municipale voleva connettere
quelle di Firenze, raccogliendo cosí le poche ed incerte cognizioni o
piuttosto tradizioni, che su di ciò si avevano. La leggenda comincia
con Adamo, e subito lo abbandona, arrivando rapidamente alla fondazione
di Fiesole, per opera di Atalante e di sua moglie, col consiglio di
Apollonio astrologo. Fiesole fu la prima città, costruita nel luogo
piú sano d'Europa, e di qui il suo nome: _Fie sola_. I loro figli si
sparsero sulla terra, che andarono popolando. Il primo si chiamò Italo,
e diede il suo nome all'Italia; il terzo si chiamò Sicano, e dette il
suo nome alla Sicilia, che conquistò. Il secondo, Dardano, andò piú
lontano a fondare la città di Troia.[51] Qui la leggenda corre di nuovo
rapida fino alla guerra di Troia, alla fuga d'Enea, alla fondazione
di Roma, di cui Firenze è la figlia prediletta. Si procede quindi
assai piú lentamente a parlare di Catilina, e su di esso (tanti sono
i particolari che di lui si narrano) deve esserci stata una speciale
leggenda, la quale o venne piú tardi a congiungersi con le altre,
che formarono la cosí detta _Chronica de origine Civitatis_, o piú
probabilmente si svolse prima da questa, e vi fu poi ricongiunta nelle
compilazioni posteriori.

Dopo aver cospirato contro Roma, egli venne a Fiesole, dove i Romani
lo inseguirono e lo combatterono, sotto il comando dei consoli Metello
e Fiorino, il secondo dei quali morí in battaglia, ed il loro esercito
fu pienamente disfatto presso l'Arno. A vendicarli però venne Giulio
Cesare, il quale pose l'assedio a Fiesole, la distrusse, e poi sul
luogo stesso dove era stato ucciso Fiorino, fu edificata una città
nuova, che da lui prese il nome di Fiorenza. Catilina fuggí verso
l'Appennino pistoiese; colà fu inseguito e disfatto. La mortalità
fu tale e tanta, che ne scoppiò una peste, da cui venne il nome a
Pistoia.[52] Il nome delle città toscane è dalla leggenda spiegato
sempre collo stesso metodo, Pisa viene da pesare. Ivi i Romani
riscuotevano i loro tributi, i quali erano tanti che essi dovevano
pesarli in due luoghi diversi; e questa è la ragione per la quale
usarono il nome di questa città al plurale: _Pisae Pisarum_. Lucca
viene da lucere, perché essa fu la prima città, che si converti alla
luce del Cristianesimo. Dello stesso genere è l'origine del nome di
Siena. Quando i Franchi[53] vennero a combattere i Longobardi nel
mezzogiorno, si fermarono in un luogo dell'Italia centrale, dove
lasciarono tutti i loro vecchi. Cosí alla città che ivi poi sorse, fu
dato il nome, usato anch'esso in plurale, di _Senae Senarum_. Firenze,
invece, ebbe, secondo la leggenda, il suo nome da Fiorino, sebbene
altri piú tardi lo facessero derivare da _Fluentia_, perché posta
sul corso del fiume Arno; altri, dai molti fiori che crescono sul suo
terreno. Essa fu costruita a similitudine di Roma, col Campidoglio,
il Foro, il Teatro, le Terme, e fu perciò chiamata la piccola Roma.
Suoi amici sono sempre gli amici di Roma, e nemici dell'una son sempre
quelli dell'altra.

Dopo cinquecento anni, cosí continua la leggenda, Totila _flagellum
Dei_ venne a distruggerla, ricostruendo subito Fiesole, la città
rivale. Qui è chiaro che si voleva dire Attila, perché questi ebbe
il titolo di _flagellum Dei_, e fu nel Medio Evo il tipo vero del
devastatore e distruttore di città. Ma esso non era venuto a Firenze,
e perciò fu mutato in Totila, che v'era stato, ma che non aveva avuto
lo stesso appellativo. A questo scambio dei due nomi, contribui anche
la loro somiglianza, né è il solo esempio che quella età ci presenti di
confondere Attila con Totila. Dante nella _Divina Commedia_, (_Inf._
XIII, 148-9) attribuisce ad Attila la distruzione di Firenze, là dove
ricorda

    Quei cittadin che poi la rifondarno
      Sovra il cener che d'Attila rimase.

E s'allontana doppiamente dalla leggenda, perché secondo essa furono
i Romani, che vennero a ricostruirla, e questa volta naturalmente a
similitudine di Roma cristiana, con le chiese di S. Piero, S. Giovanni,
S. Lorenzo ecc., come nella Città eterna.

Passarono cosí tranquilli piú di altri 500 anni,[54] quando finalmente
Firenze volle vendicarsi della sua eterna rivale, ed improvvisamente
assalí e distrusse Fiesole. Ora noi possiamo qui osservare, che se
Firenze fu la prima volta fondata ai tempi di Cesare; se piú tardi
fu ornata di monumenti romani; se, trascorsi 500 anni, fu distrutta
da Totila,[55] e dopo piú di altri 500 anni essa distrusse Fiesole, è
chiaro che la cronologia stessa della leggenda ci porta per lo meno al
secolo XI. Se poi aggiungiamo che l'assalto e la parziale distruzione
di Fiesole avvennero storicamente nel 1125, ne segue che la leggenda
non può essersi formata prima del secolo XII, come già dicemmo.

Qui essa sarebbe finita, e dovrebbe aver principio la storia. Il
Sanzanome infatti, che è il cronista piú antico, incomincia appunto
dalla distruzione di Fiesole. Il _Libro fiesolano_ però, che qualche
volta inverte a capriccio l'orditura della leggenda, vi fa infine
una giunta, che merita d'essere ricordata, perché dimostra quanto
era l'arbitrio con cui questi strani racconti s'andavano formando.
La giunta si riferisce agli Uberti, potenti cittadini di Firenze,
stati sempre avversi al governo popolare della loro Città. Secondo la
tradizione essi erano venuti di Germania cogli Ottoni. Questo però
evidentemente non piaceva al compilatore del _Libro fiesolano_, che
forse era amico degli Uberti, e però afferma, con un certo sdegno, che
gli Uberti erano invece discesi dal sangue di Catilina, «nobilissimo re
di Roma», il quale discese dai Troiani. Questi ebbe un figlio chiamato
Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana diè 16 figliuoli, dopo di
che fu da Augusto mandato a riconquistare la Sassonia, la quale s'era
ribellata. Colà suo figlio Uberto Catilina sposò una gran dama tedesca,
da cui nacque «il lignaggio del buon Ceto (Ottone) di Sansognia».
Cosí è falso che gli Uberti siano «nati dallo Imperatore della Magna,
ma la veritade è questa, che lo Imperatore è nato di loro».[56] Con
tale giunta, posteriore al resto della leggenda, si vede che l'autore
vuol glorificare gli Uberti; ma, ricordandosi che essi furon sempre
nemici del governo della Città, li fa discendere da Catilina e da
una Fiesolana. Non potendo però neppure disconoscere affatto il loro
carattere ghibellino, la loro origine germanica, se non sa decidersi a
farli discendere dagli Ottoni, li muta in loro progenitori. Cosí sono
soddisfatte la tradizione e l'ambizione o piuttosto l'adulazione del
compilatore.

Uno studio delle fonti di questa leggenda, che non ha certo una vera
importanza storica, ci condurrebbe fuori del nostro tema, perché non
getterebbe nessuna nuova luce sulle origini di Firenze. Diremo solo
che, oltre a Darete, _De excidio Troiae_, ed al comento di Servio
a Virgilio, essa attinge alla Storia di Orosio, alla Storia Romana
di Paolo Diacono ed alle altre parti della _Historia Miscella_,
ecc.[57] Ma, lasciando ora siffatto argomento, noteremo invece che,
incominciando con essa le loro storie, il Villani ed il Malespini, non
solo ricorrono a due diverse compilazioni, ma se ne valgono in modo
affatto diverso.[58] Ciò serve anche a provare che, se il Malespini
deriva dal Villani, non ne è però sempre ed in tutto una copia.
Egli si vale del _Libro fiesolano_, aggiungendovi di suo due interi
capitoli,[59] i quali contengono una vera e propria novella, che
probabilmente deriva da qualche episodio della leggenda di Catilina.
Piena di stranissimi anacronismi, essa è però scritta in una forma piú
corretta e assai piú vivace di tutto il resto.

Fiorino, che qui diviene un re di Roma, aveva in moglie la piú
bella donna mai vista, chiamata perciò Belisea. Dopo la disfatta e
morte di suo marito, ella restò prigioniera d'un pessimo cavaliere,
chiamato Pravus, che Catilina fece uccidere, pigliando seco Belisea,
di cui s'era perdutamente innamorato. Ma essa trovavasi in preda al
piú disperato dolore, perché non sapeva che cosa fosse mai avvenuto
della sua bellissima figlia Teverina, che stava chiusa nella casa
di Centurione, il quale l'aveva presa prigioniera e se n'era poi
invaghito. Baciandone le bellissime trecce, egli esclamava: «Queste
sono quelle che mi hanno incatenato, che io non vidi mai le somiglianti
trecce di bellezza». Il giorno della Pentecoste, la madre andò a
sentire la messa nella Canonica di Fiesole, dove a calde lacrime
piangeva la figlia perduta. Colà fu sentita da una fantesca, che
conosceva dov'era la giovinetta, e lo rivelò alla madre. Saputolo
Catilina, assalí subito Centurione nel proprio palazzo, e dopo fiera
battaglia lo prese prigioniero. Questi dovette allora la vita alle
intercessioni di Belisea, la quale, avuta la figlia, volle salvarlo;
ne curò le ferite, e lo indusse a partire, perché non fosse preda
dello sdegno di Catilina. Persuaso a partire, e già salito a cavallo,
Centurione chiese di rivedere Teverina, per darle l'ultimo addio. Ma
quando l'ebbe vista, distese a lei la mano, la tirò sull'arcione, e se
ne fuggí subito con le sue genti, menandola seco a galoppo. La madre
tramortí per dolore, e Catilina «con tutta la sua baronía», con mille
cavalieri e due mila pedoni, inseguí il traditore, che raggiunse a
dieci miglia di distanza, nel castello di Nalde, dove pose l'assedio.
Ma in quel momento gli giunse novella che i Romani correvano verso
Fiesole, e fu costretto a ripartire subito, per arrivare colà prima
che vi ponessero l'assedio. E cosí finisce questo singolare episodio,
aggiunto alla leggenda, quando essa, perduto il suo primitivo
carattere, pretendeva di essere una storia, e diveniva una novella.

Il Villani segue invece una piú antica compilazione, e non accoglie la
novella di Belisea; conosce anche il _Libro Fiesolano_, e se ne vale,
ma lo respinge come poco autorevole, appunto là dove abbiam visto che
il Malespini lo segue. Ricordando infatti la pretesa discendenza degli
Uberti da Catilina, egli aggiunge: «questo non troviamo per alcuna
autentica storia, che per noi si provi».[60] Oltre di ciò, volendo dare
alla leggenda, per quanto gli è possibile, una forma piú autorevole
e storica, vi porta piú d'una volta alterazioni, che cava ora dalle
fonti medesime da cui essa ha attinto, ora da poeti e storici romani
che cita, come Ovidio, Lucano, Tito Livio, e specialmente Sallustio,
del quale si giova per aggiungere particolari storici ai racconti
leggendari su Catilina. Resterà pur sempre un fatto psicologico
eternamente istruttivo quello che ci presentano gli uomini di questo
tempo, massime il Villani, il quale, contemporaneo di Dante, pratico
degli affari, culto, intelligente, acuto osservatore, poteva a
tanta intelligenza, cultura e buon senso, unire tanta e cosí puerile
credulità.

Ma che cosa, in sostanza, si può cavare di certo dalla _Chronica de
origine Civitatis_? Oltre all'ambizione, che avevano quasi tutte
le città italiane, di ricondurre le loro origini ai Romani ed ai
Troiani, essa vuol farci sapere che Fiesole, etrusca, fu l'eterna
rivale di Firenze, romana, la quale non poté prosperare fino a che non
l'ebbe distrutta. E però Catilina, nemico di Roma, è il difensore di
Fiesole; Cesare, Augusto, gl'Imperatori sono i fondatori, difensori,
restauratori di Firenze, fatta sempre a similitudine di Roma, chiamata
piccola Roma, Augusta, Cesarea, ecc.; Totila o Attila, cioè i barbari
che sovvertirono l'Impero, sono quelli che la disfecero. Piú tardi
un'altra leggenda la fa ricostruire da Carlo Magno, il restauratore
dell'Impero. Cosí almeno è narrato dal Villani e dal Malespini; ma
non ve n'è traccia nel _De Origine_, e neppure nel _Libro fiesolano_,
che, imbevuti di tradizioni romane, non conoscono ancora leggende
cavalleresche. Infatti, nel darci questo racconto, il Villani dice:
«Troviamo per le Croniche di Francia».

Le prime origini di Firenze furono attribuite alla etrusca Fiesole. E
Dante stesso dice de' Fiorentini nel suo Inferno (xv-61-3):

    Ma quell'ingrato popolo maligno
      Che discese da Fiesole ab antico
      E tiene ancor del monte e del macigno.

Niccolò Machiavelli nelle sue _Storie_, lasciando da parte (come aveva
già fatto Leonardo Bruni) tutte le leggende medioevali, diceva che i
mercanti fiesolani cercarono, fin da tempi remotissimi, di avere un
emporio sull'Arno. Cosí a poco a poco s'andarono costruendo capanne,
che poi divennero case, le quali formarono una città. Ma ciò sarebbe
avvenuto per opera dei Romani, dopo le guerre cartaginesi. Altri
suppose che ciò potesse essere avvenuto quando, secondo Livio (187 a.
C.), Flaminio _viam a Bononia perduxit Arretium_.[61] Ma questo primo
periodo della storia di Firenze è oscurissimo. Strabone non la nomina
neppure; la ricordano Tacito e Plinio, il primo dei quali racconta
che insieme con altre città, essa mandò una deputazione a Tiberio, per
impedire che la Chiana venisse immessa nell'Arno, dal che temevano una
inondazione. Quaranta anni dopo, Floro la ricorda fra i _municipia
splendidissima_, che piú soffrirono ai tempi di Silla, il quale la
mise all'asta.[62] Un'antica iscrizione in cui si leggeva: JUL[_ia_]
AUG[_usta_] FLOR[_entia_] fece ritenere che Firenze fosse colonia
romana fondata da Augusto. Ma recentemente il Mommsen sostenne che
questa iscrizione si deve riferire non a Firenze, bensí a Vienna nella
Gallia[63] Il _Liber coloniarum_ (213.6) la pone tra le colonie dedotte
dai Triumviri (_colonia deducta a triumviris, adsignata lege Julia_).
E però qualche scrittore, riferendosi al primo triumvirato la dice
fondata da Cesare (59 a. C.), gli altri, riferendosi al secondo, la
ritengono fondata da Ottaviano Augusto (43. a. C.). Pure, non ostante
il _Liber coloniarum_, non ostante la citata iscrizione e le parole
di Floro, altri scrittori propendono a credere che Firenze sia colonia
sillana, opinione cui sembra inclinare anche il Mommsen.[64] Gli scavi
recentemente fatti proverebbero, secondo il prof. Milani, direttore del
Museo Archeologico di Firenze, che ai tempi di Silla la città aveva già
non poca importanza.[65] In conclusione però se si disputa sul primo
fondatore della colonia, la esistenza di Firenze colonia romana, non
solo è certa, ma gli avanzi dei monumenti ai nostri giorni scoperti ce
la fanno sempre meglio conoscere. Le mura romane erano visibili ancora
nel Medio Evo, ed alcuni avanzi se ne sono pure trovati ai nostri
giorni.

Prima però di questa Firenze colonia romana, ve n'era stata di certo
un'altra piú antica, quella cui si dovrebbero riferire le parole di
Floro, quando la chiama _Municipium splendidissimum_. Ma di essa non si
sa nulla di veramente certo, e finora si hanno delle ipotesi piú o meno
fondate, ma solo ipotesi. Possiamo aggiungere che gli scavi piú recenti
han messo in luce alcune tombe italiche assai antiche, ed alcuni
frammenti architettonici che, come già dicemmo, si possono, secondo il
prof. Milani, ritenere anteriori anche ai tempi di Silla.

Comunque sia di ciò, la Firenze colonia romana aveva la forma
dell'antico _castrum_, un quadrato, traversato da due grandi strade
perfettamente orientate, le quali s'incrociavano ad angolo retto nel
centro di essa, e la dividevano in quartieri. Il Campidoglio era nel
mezzo, là dove piú tardi fu la chiesa di S. Maria in Campidoglio; ivi
era anche il Foro, nel luogo stesso dove fu poi il Mercato Vecchio ora
demolito. V'erano inoltre nella Città un anfiteatro, che nel Medio
Evo fu chiamato il Parlascio, del quale si vedono ancora le tracce
presso il Borgo dei Greci; un teatro in via dei Grondi; un tempio
d'Iside, dove ora è S. Firenze; le Terme nella strada che ora ne porta
il nome.[66] Non è quindi da maravigliarsi se questa città, che del
resto era allora assai piccola, e tutta al di qua d'Arno, pretendesse
chiamarsi piccola Roma, e cercasse le proprie origini nella tradizione
romana. Tutto infatti ne' suoi monumenti parlava di Roma, e ciò
trovava naturalmente eco nelle menti e nella fantasia fiorentina donde
scaturí poi la leggenda. Anche oggi noi troviamo sempre nuovi avanzi di
monumenti romani, esempi di architettura bizantina, nulla di veramente
gotico o longobardo, appena qualche traccia di etrusco.

Come è naturale la Città s'andò col tempo allargando, e si formarono
dei borghi fuori della mura, il piú grosso dei quali, al di là del
fiume, congiunto ad essa per mezzo del Ponte Vecchio. Nella seconda
metà del secolo XI, e propriamente nel 1078, se è esatta l'affermazione
del Villani (IV, 8), alle palizzate che circondavano questi borghi
furono sostituite le nuove mura. Si può credere che di ciò egli avesse
notizia sicura, giacché, come sappiamo, sorvegliò alla costruzione del
terzo ed ultimo cerchio delle mura incominciate nel 1299 (VIII, 2 e
31), e distrutte in gran parte ai nostri giorni, non restandone ora che
alcuni brani.

A cominciare dalle invasioni barbariche una profonda oscurità
circonda per lungo tempo la storia di Firenze, e le poche notizie che
ne abbiamo, o sono di nuovo leggendarie affatto, o dalla leggenda
alterate. Nel 405 Radagasio con un'orda di Goti, cui s'erano uniti
altri barbari, si fermò in Toscana, ed assediò Firenze, le cui mura
poterono resistere fino all'arrivo di Stilicone generale romano, il
quale disfece quelle orde, ponendo a morte il loro capo. La resistenza
fatta allora venne assai magnificata, e la vittoria di Stilicone fu
attribuita a miracolo. La tradizione aggiunse, che il fatto seguí il di
8 ottobre, giorno di S. Reparata, e che perciò i Fiorentini iniziarono
in esso le corse del pallio, e fondarono la chiesa di S. Reparata, cose
tutte che sono invece di tempi posteriori. Questa leggenda perciò vale
solo a provare, come durasse lungamente in Firenze la memoria dello
scampato pericolo.

Segue un secolo d'assoluto silenzio, e poi la _Chronica de Origine
Civitatis_, ci dà la notizia ripetuta qui anche dal Villani, che
Totila, _flagellum Dei_, distrusse Firenze e fece riedificare
Fiesole.[67] Al che il cronista aggiunge l'altra leggenda, secondo
la quale, dopo essere restata la Città cosí guasta e disfatta per
350 anni, Carlo Magno, imperatore, invitò i Romani a volerla insieme
con lui riedificare, a similitudine di Roma, e cosí essa sorse con
le chiese di S. Pietro, S. Lorenzo, S. Maria Maggiore ecc. come sono
a Roma, e le fu dato anche un territorio di tre miglia intorno alle
mura.[68] Si vede qui che la ricostruzione di Firenze fatta, secondo
il _De Origine_, subito dopo la pretesa distruzione operata da Totila,
e da lui già ricordata piú sopra, gli sembra prematura, perché Firenze
restò lungo tempo ancora in grandissimo abbandono; e quindi, senza
troppo confondersi, registra anche la leggenda posteriore, che la fa
costruire invece da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero.

Ma che cosa possiamo noi trovare di vero in tutto ciò? Nel 542 Totila
venne veramente in Toscana, e mandò parte de' suoi ad assediare
Firenze. Giustino, che ivi comandava la guarnigione imperiale, chiese
allora aiuto a Ravenna, ed all'avvicinarsi del soccorso verso la
Città, Totila richiamò i suoi, ritirandosi nel Senese. Inseguito
dagl'Imperiali, li disfece; ma non tornò poi contro Firenze, andando
invece verso il mezzogiorno d'Italia. Tale almeno è il racconto di
Procopio, seguito anche dai moderni.[69] I Goti tornarono, è vero, piú
tardi, e furono senza difficoltà padroni della Toscana e di Firenze,
dove commisero molte crudeltà; ma non la distrussero. Questi sono
i fatti, tutto il resto è aggiunto della leggenda, la quale, col
suo linguaggio fantastico, voleva dire, che seguí un lungo periodo
di oscurità e di oppressione, da cui i Fiorentini cominciarono a
sollevarsi alquanto solo a tempo dei Franchi.

I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo
due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un _Dux civitatis
Florentinorum, Gudibrandus_, che essi vi posero; ma altro non sappiamo.
In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione,
non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu
interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal
piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in
Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni
di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo
secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un
borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono
tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora
di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole.
E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí
anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto
il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica
divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino,
il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i
Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla
parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado
fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale
del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le
aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della
riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto
anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi
immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò
parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e
privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini,
e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli
che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti
vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di
Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72]
Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della
leggenda stessa.

E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore
dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché»,
prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele
all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955,
nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista,
facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia,
doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto
concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise
pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero
in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli
Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano
un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili
principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria
della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze
non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere
un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua
giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei
miglia.[74]

Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della
distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i
Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto
le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele
fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero
corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli
edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese
e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a
tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti
profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche
le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco,
quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse
si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]

Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa
principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto
travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita
«sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre
conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo
già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete
che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una
signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento
uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai
Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune,
è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le
ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile
che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di
Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel
1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú
probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione
di Fiesole _piú di 500 anni_ dopo la distruzione di Firenze, per opera
di Totila, il quale venne _500 anni_ dopo la fondazione della Città,
il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010
e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo
del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia,
che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra
civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può
osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue
germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista
forse sentiva e non capiva.

Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare,
sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come
scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine
germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero
anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non
ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma,
assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin
dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue _Costitutiones olonenses_,
la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una
scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di
ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta
che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si
fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti
popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057,
dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano
IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla
elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani,
in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi
tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo,
che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte
sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir
del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S.
Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono
le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di
cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne
allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma
dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente
nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel
1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da
Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo
alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.

Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente
nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo
Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che
esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del
duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato
ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i
monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento
di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato
da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca,
fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso
Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione,
n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi,
e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva
naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già
predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe
adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal
vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale,
che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di
viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza
i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo
simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi;
invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano.
Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere
indirizzate: _Dilectis in Christo civibus florentinis_. Biasimava la
simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle
accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti
al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite;
intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca
illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti,
con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere
piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per
troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come
rane (_velut ranae in paludibus_) confondono ogni cosa, e possono
paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché
portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]

Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo
in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui,
come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui
molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da
preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il
resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città,
e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte
di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano
non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a
Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio
allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione,
ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal
Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati,
sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che
già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli,
come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di
ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar
di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva
ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che
aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto
in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione,
a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla
prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col
nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di
vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile
famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di
Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco,
presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque
miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente
la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non
avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e _non
condotto, ma trascinato_ dinanzi al _Preside_ della città.[81] I beni
poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati
confiscati dalla _Potestà_, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva
il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in
un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto
questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi.
Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il
fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra
cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e
preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí
almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già
le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso.
L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano
al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme
era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine,
che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte
difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni
ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu
minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi.
Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne
nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come
santo.

Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a
Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola,
poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata,
nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la
narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e
dalla superstizione, per quanto i nomi di _Preside_ e di _Podestà_, che
troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali,
chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo
un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in
Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come
una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la
propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa,
finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume
il nome di _populus florentinus_, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano,
con le parole _cives florentini_. Non sono, è vero, altro che forme
imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.




CAPITOLO II

LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE


I[83]

I Longobardi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia, che oppressero
duramente e lungamente, posero, come è noto, un duca in ciascuna delle
città principali che occuparono. Roma restò libera da essi, perché
v'era il Papa; Ravenna, perché ben presto vi fu l'Esarca, e quasi tutte
le città poste sulla riva del mare furono preservate del pari, perché i
Longobardi non erano navigatori, e avevano bisogno di chi facesse per
loro il commercio marittimo. Questa è anzi la ragione per la quale le
repubbliche come Venezia, Amalfi, Pisa, Napoli, Gaeta, sorsero prima
delle altre. I duchi ebbero molta autorità e indipendenza; alcuni dei
Ducati, massime ai confini, divennero cosí grossi, che somigliarono a
piccoli regni, come furono quelli del Friuli, di Spoleto, di Benevento.
Tutto questo contribuí non poco alla decomposizione del regno, ed alla
caduta del dominio dei Longobardi, i quali non seppero mai all'ardire
ed alla forza unire alcuna grande qualità politica.

Venuti i Franchi, posero invece dei duchi, i conti, i quali ebbero però
minore importanza e piú piccolo territorio. Carlo Magno, uomo di grande
ingegno politico, non voleva nel suo impero mantenere signori, che,
per la voglia di rendersi indipendenti, ne potessero mettere a pericolo
l'esistenza. Ma ai confini era pur necessario avere piú forte difesa;
vi costituí quindi le Marche, che somigliarono ai piú grossi Ducati
longobardi, e venero affidate a margravî o marchesi (_Mark-grafen_,
conti di confine, marchesi o margravî). Cosí si formò anche il
Marchesato di Toscana, la cui sede principale fu in Lucca, città che
fin dal tempo dei Longobardi aveva, con un proprio duca, avuto non
poca importanza, mentre che, come già ricordammo, Firenze era allora
caduta in tanta oscurità da essere, nei documenti del tempo, ricordata
come se fosse un borgo di Fiesole. Questi margravî divennero quasi da
per tutto potentissimi, ed aspirarono a sempre maggiore grandezza. Da
essi sorsero infatti uomini come Berengario, Arduino, che mirarono a
costruire un regno d'Italia, s'opposero vigorosamente all'Impero, cui
recarono spesso gravissimi danni, e mossero guerre sanguinose.

Non v'è quindi da maravigliarsi se la politica degl'Imperatori tedeschi
fu piú tardi costantemente diretta ad indebolire in Italia i margravi
ed i conti maggiori, dando esenzioni e benefizî ai vescovi, ai minori
feudatarî, dichiarando ereditarî i benefizî concessi a questi ultimi,
per renderli indipendenti dai maggiori e piú pericolosi. Ne crebbe
quindi, specialmente in Lombardia, la loro importanza e cosí pure
l'autorità politica dei vescovi, che divennero anch'essi veri e proprî
conti. Ma in Toscana le cose andarono diversamente. Sia che la minor
forza ed espansione, che ivi ebbe il feudalismo, lo rendesse meno
temibile all'Impero; sia che, per la maggiore lontananza, riuscisse
meno agevole governare il paese; sia pel bisogno d'avere nel centro
d'Italia uno Stato forte, che facesse argine alla potenza crescente
dei Papi; sia che questi ne favorissero la formazione, vedendovi un
argine contro l'Impero; sia, come è probabile, per tutte queste ragioni
insieme riunite, certo è che i duchi o marchesi di Toscana (giacché
portavano l'uno o l'altro titolo) crebbero di forza e di potenza, e
piú tardi divennero anch'essi minacciosi all'Impero. Ma ne rimase,
al paragone della Lombardia, assai abbassata la potenza dei vescovi e
dei conti, sotto il peso crescente dei margravî, che s'andavano d'ogni
parte allargando, e sembravano qualche volta veri sovrani dell'Italia
centrale. Per le stesse ragioni ne fu ritardato anche il sorgere delle
città, massime di Firenze.

Già fin dalla seconda metà del decimo secolo, il marchese Ugo, di
origine salica, chiamato il Grande, dominava la Toscana, il ducato di
Spoleto, la Marca di Camerino; teneva, quasi come sovrano indipendente,
la sua sede in Lucca, ed era favorito dagli Ottoni. I suoi successori
continuarono a governare con autorità poco diversa dei duchi di
Benevento, e Bonifazio III allargò il suo Stato anche nell'Italia
superiore, tanto da dar ombra ad Enrico III, col quale seppe spesso
lottare d'astuzia. Bonifazio, assai avido di potere, e d'indole
dispotica, privò molti vescovi, conti e conventi de' loro beni, sia
per impadronirsene, sia per darli a piú fidi vassalli. Aggravò la sua
mano anche su quelle città, che, per la cresciuta loro importanza,
aspiravano a qualche maggiore indipendenza. Fra queste erano
principalmente Lucca e Pisa. La prima aveva prosperato per essere stata
lungamente la sede principale del Ducato, la seconda dovette invece
la sua prosperità al mare, su cui era, secondo la felice espressione
dell'Amari, già libera, quando in terra rimaneva ancora soggetta.
Firenze però viveva allora sempre modesta ed oscura, col suo piccolo
commercio, circondata per tutto da castelli feudali.

L'anno 1037 Bonifazio aveva sposato Beatrice di Lorena, da cui ebbe
nel 1046 la figlia Matilde, la celebre Contessa o _Comitissa_, come
la chiamano i cronisti. Morto Bonifazio, assassinato nel 1052, Matilde
si trovò ben presto a governare la Toscana e tutto il Ducato, insieme
con la madre; piú tardi, alla morte di lei nel 1076, fu sola signora
dei vasti dominî. Beatrice, donna assai religiosa, aveva, in seconde
nozze, sposato Goffredo di Lorena, il cui fratello fu papa Stefano IX,
e ciò li spinse sempre piú a favorire la politica papale, che fu poi
da Matilde seguíta con passionato ardore. Questa donna d'alto animo
e di energico carattere, quando si trovò sola, assunse subito con
fermezza le redini del governo, e spesso la vediamo, colla spada al
fianco, sui campi di battaglia. La sua politica condizione fu piena di
pericoli, perché essa venne trascinata nell'aspra lotta, che scoppiò
allora tra l'Impero e la Chiesa. Il grande e fiero Ildebrando condusse
questa lotta dapprima come ispiratore di varî Papi; piú tardi, salito
sulla cattedra di S. Pietro col nome di Gregorio VII, si trovò egli
stesso a dirigerla di fronte ad Arrigo IV, ed ebbe in Matilde il piú
franco e valido sostegno. In questo conflitto, che divise ed agitò
l'intera Europa, molte furono, come era naturale, le opposte passioni
che s'accesero in Italia. Le città che, come Pisa e Lucca, si tenevano
oltraggiate dal duca Bonifazio, si dichiararono per l'Impero, che
subito le favorí contro Matilde. Lo stesso fecero tutti i feudatarî
scontenti, massime quelli che da Bonifazio erano stati spogliati dei
loro beni. Matilde, è vero, piú di una volta li tolse a coloro cui
erano stati arbitrariamente donati; ma di rado li restituí poi agli
antichi possessori, preferendo concederli invece a chiese, a conventi,
a suoi fedeli. E ciò dette nuova esca al fuoco. Ne nacque cosí un
viluppo sempre piú intricato di opposte passioni, d'interessi in
conflitto, fra i quali Firenze cominciò finalmente a cavarne vantaggio.
Il suo spirito guelfo e la sua posizione commerciale, sulla via che
conduce a Roma, l'avevano, sin dal principio, fatta inclinare verso la
Chiesa, e la facevano adesso parteggiare apertamente per Beatrice e per
Matilde, che perciò molto la favorirono.


II

Per lungo tempo si credette che sin dal 1102 la città avesse avuto i
suoi Consoli, cioè la sua indipendenza, perché essi sono ricordati in
un trattato, che ha questa data, col quale gli abitanti di Pogna le si
sottomettevano. Ma riusciva difficile mettere in armonia un tal fatto
con la dipendenza allora chiaramente manifesta di Firenze da Matilde.
Piú tardi fu provato che la data del documento era sbagliata, e doveva
mutarsi in 1182, quando realmente era avvenuta la sottomissione di
Pogna. L'indipendenza della Città fu perciò portata a dopo del 1115,
anno in cui morí la Contessa. Ma non riusciva poi facile spiegare le
guerre che già prima la Città aveva mosse, per suo proprio conto, ed
altri eventi di simile natura. La verità è che non si può assegnare
un anno determinato alla nascita del Comune fiorentino, il quale
s'andò lentamente formando e svolgendo dalle condizioni in cui
Firenze s'era trovata sotto gli ultimi duchi o marchesi. Riassumiamo
un momento il già detto. Noi abbiamo ricordato i tumulti popolari,
degli anni 1063-68, contro il vescovo Mezzabarba, accusato di simonia,
ed abbiamo narrato come finissero con la prova del fuoco, sostenuta
da Pietro Igneo nel 1068. Citammo, a questo proposito, le lettere
di S. Pier Damiano, indirizzate: _civibus florentinis_. Citammo
pure un documento[84] in cui il _clerus et populus florentinus_ si
rivolgevano al Papa, e, narrando ciò che era accaduto, parlavano di
un _municipale praesidium_, di un _Praeses_ della Città, e di una
superiore _Potestas_. Questo ci provò che la cittadinanza allora
già sentiva la sua propria personalità, e che dentro le mura v'era
già l'embrione d'un governo locale. La suprema _Potestas_ era senza
dubbio il duca Goffredo, marito di Beatrice: il _Praeses_ era il loro
rappresentante in Firenze. Dinanzi ad esso il Vescovo aveva minacciato
di far trascinare, come vedemmo, i suoi avversarî, i cui beni sarebbero
stati confiscati, egli diceva, se persistevano nella disubbidienza.
Questo Preside comandava il _praesidium_, al quale si dava nome di
_municipale_ prima ancora che il municipio veramente esistesse, ed un
tal nome ci prova che, almeno in massima parte, il presidio doveva
essere composto di cittadini. Ma tutto ciò dimostra del pari che,
quando Firenze faceva ancora parte integrante del Margraviato, le
forme, le tradizioni, le idee romane prevalevano già tanto in essa,
da far dare nomi romani ad istituzioni di origine feudale. Questo è un
fatto sul quale dobbiamo ora fermarci, perché ne sorge una questione,
che non è solo di forma, ma ha una vera importanza storica.

Un tale linguaggio non deve recare gran meraviglia, se pensiamo che
lo studio degli elementi del diritto romano, unito a quello della
retorica,[85] dell'_ars dictandi_, faceva allora parte del _Trivium_,
e s'insegnava perciò largamente in Italia. Nella prima metà del secolo
XI, uno studio anche piú elevato del diritto era già fiorente nella
scuola di Ravenna, di dove faceva sentire la sua crescente azione
in tutta la Romagna, e di là in Toscana. Pareva che questo diritto
rifiorisse spontaneamente dal seno stesso delle popolazioni latine,
in mezzo alle quali non s'era mai interamente perduto: nel suo nuovo
vigore esso modificava, alterava le istituzioni, le legislazioni
diverse con cui veniva a contatto.[86] Infatti nelle sentenze di
Beatrice e di Matilde troviamo qualche volta citato il Digesto, che
secondo la procedura del tempo, era portato nei tribunali da coloro
che su di esso fondavano i loro diritti.[87] Che anche i Fiorentini
attendessero a questo studio, e tenessero in gran pregio il diritto
romano, ne abbiamo una prova abbastanza manifesta nelle opere di S.
Pier Damiano. Egli ci narra d'una loro disputa giuridica, per la quale,
verso la metà di quel secolo, avevano chiesto il parere dei _sapientes_
di Ravenna, che, a suo grande disdegno, presumevano, coll'autorità
del Digesto, alterare le prescrizioni del diritto canonico. E fra
tali sapienti, egli dice, il piú impetuoso e sottile, era appunto un
Fiorentino.[88] Un'altra prova se ne potrebbe vedere nella osservazione
già fatta dal Ficker,[89] che cioè nei tribunali tenuti in Firenze e
nel suo contado, assai di rado si trovarono presenti quegli assessori
o causidici romagnoli, che abbondavano invece nei tribunali d'altre
parti della Toscana. Questo vorrebbe dire, ci sembra, che i Fiorentini
non avevano per ciò bisogno di ricorrere alla Romagna. Piú tardi,
cioè verso la fine del secolo, cominciò a fiorire in Bologna la
scuola d'Irnerio, che mirava all'esatta riproduzione, e promosse un
vero rinascimento del diritto romano. Ma la scuola di Ravenna, nel
tempo di cui qui parliamo, rappresentava invece una continuazione
dell'antica sapienza, in parte decaduta, in parte alterata dai diversi
elementi di civiltà, in mezzo ai quali sopravviveva, e che a sua volta
andava profondamente modificando.[90] Una di queste alterazioni,
assai notevole per le sue conseguenze, non solo giuridiche, ma
anche politiche, seguí nella formazione e nell'indole del tribunale
margraviale.

Noi sappiamo che Matilde, al pari de' suoi antecessori, amministrava,
in nome dell'Impero, la giustizia, solennemente presiedendo i
tribunali. Questo era anzi uno de' suoi principalissimi ufficî. Abbiamo
parecchie delle sue decisioni, dalle quali possiamo vedere come era
composto il tribunale. Accanto a lei sedevano alcuni grandi feudatarî;
poi v'erano giudici, assessori, causidici e testimoni; poi il notaio.
Già il Lami aveva osservato, che i giudici e specialmente gli assessori
mutavano, secondo che la Contessa andava da città a città, il che gli
dimostrava che non pochi di essi erano abitanti di quelle città in cui
giudicavano.[91] Ed invero chi sono costoro in Firenze? Noi vi troviamo
i Gherardi, i Caponsacchi, gli Uberti, i Donati, gli Ughi ed alcuni
altri.[92] Questi erano sin d'allora i principali e piú autorevoli
cittadini, i _Bomi Homines_, i _Sapientes_, gli stessi che piú tardi
vedremo Consoli. È un piccolo numero di famiglie, che prima entrarono
a far parte del tribunale margraviale, e poi si trovarono alla testa
del Comune. Il mutamento politico venne agevolato, apparecchiato da
un mutamento giuridico, seguito per la crescente azione del rinnovato
diritto romano. Quale fu questo mutamento? La distinzione precisa
delle diverse funzioni che, secondo il diritto germanico, spettavano
al presidente del tribunale, il quale pronunziava la sentenza, o ai
giudici, che l'apparecchiavano, applicando la legge, s'era andata
perdendo. Qualche volta la Contessa sentenziava senza i giudici; piú
spesso erano essi che facevano il processo, applicavano la legge,
formulavano la sentenza, la quale veniva semplicemente sanzionata
da lei, che si riduceva cosí ad essere, secondo dice il Ficker, un
presidente inattivo.[93] Ciò vien confermato dal vedere come piú di
una volta manchi nel tribunale la presenza stessa di Matilde, ed il
processo rimanga interamente affidato ai giudici. Entrata che fu per
questa via, le sue molte e gravi occupazioni politiche, le continue
guerre in cui si trovava impegnata, dovettero aumentare il numero
dei giudizî abbandonati a giudici cittadini. Ed il fatto doveva avere
una grande importanza in un tempo nel quale l'amministrazione della
giustizia era uno dei principali attributi della politica sovranità.
Questi tribunali cittadini sono quindi un segno precursore della
indipendenza comunale, prima che il Comune abbia ancora acquistato la
sua vera autonomia, la sua piena personalità. La notevole mancanza
di documenti, i quali provino la esistenza di giudizî presieduti da
Matilde in Firenze, negli ultimi quindici anni della sua vita, è una
conferma di quanto diciamo. Un fatto simile si riscontra ancora in
quelle città toscane che erano rimaste fedeli all'Impero, giacché vi
troviamo del pari esempi di tribunali, nei quali la giustizia non
veniva amministrata da potestà feudali, ma da cittadini investiti
dell'autorità giudiziaria dall'Imperatore.[94] Anch'essi sono un
apparecchio all'indipendenza comunale, quantunque non ne siano
veramente il principio, come alcuni pretesero.

Certo è che per questa e per altre vie, durante la lotta fra Matilde ed
Arrigo IV, molte delle città toscane, parteggiando per la Chiesa o per
l'Impero, venendone perciò efficacemente favorite, iniziarono cosí la
propria indipendenza. Dopo la sconfitta data a Matilde nel Mantovano,
l'anno 1081, Arrigo IV fece larghe concessioni a Pisa ed a Lucca,
dimostratesi a lui amiche. In un diploma dato a Roma, il 23 giugno
1081, egli non solo garantiva a Lucca la integrità delle sue mura, ma
le concedeva facoltà di non permettere ad alcuno di costruire castelli
dentro le Città o nel contado, a sei miglia d'intorno, e le assicurava
che non sarebbe costretta a edificare palazzo imperiale. Dichiarava
inoltre che non manderebbe messo imperiale a pronunziar sentenze nella
Città, riservando però il caso che fossero presenti l'Imperatore
stesso, il suo figlio o il cancelliere. Finalmente annullava le
_perverse consuetudini_ imposte da Bonifazio III a danno di Lucca,[95]
a cui dava libera facoltà di esercitare il proprio commercio nei
mercati di S. Donnino e di Capannori, dai quali espressamente escludeva
i Fiorentini. Quest'ultima clausola ci prova ad un tempo l'avversione
dell'Impero contro Firenze, e l'importanza che doveva allora avere già
preso il commercio di questa città. Nel medesimo anno, con un altro
diploma, furono a Pisa garantite le sue antiche consuetudini, ed Arrigo
le dichiarava, che non avrebbe nelle mura o territorio di essa mandato
a far placiti alcun messo imperiale, appartenente ad altro contado.
Ma, quello che è piú ancora, dichiarava che non manderebbe in Toscana
alcun marchese, senza il consentimento di dodici Buoni Uomini, eletti
dall'assemblea popolare, radunata in Pisa al suono della campana.[96]
Qui, se noi ancora non vediamo apparire i Consoli, abbiamo però in
questi Buoni Uomini o _Sapientes_ eletti dal popolo, i loro precursori,
ed abbiamo già una popolare assemblea. Se il Comune non è ancora nato,
lo vediamo, si può dire, nascere sotto i nostri occhi. Notevolissimo
è poi (se non v'è qualche interpolazione) il trovare sottomesso
all'approvazione del popolo l'invio di un margravio imperiale. Questo
accennerebbe anche al bisogno (inattuabile finché viveva Matilde) di
assumere direttamente il governo del Margraviato, cosa che, dopo la
morte di lei, fu davvero tentata, ma che anche allora solo in piccola
parte e per breve tempo poté, come vedremo, riuscire.


III

Ma le condizioni di Firenze erano molto diverse da quelle di Pisa
e di Lucca. Queste due città, già lo vedemmo, erano da gran tempo
state piú prospere. Esse avevano spesso combattuto fra loro; Pisa,
fiera e baldanzosa sui mari, aveva, sin dalla metà del decimo secolo,
cominciato una guerra lunga ed ardita contro i Musulmani in Sicilia,
nella Spagna, in Africa.[97] Firenze, invece, parteggiando per Matilde,
si trovava di necessità nemica di tutta quella grossa nobiltà feudale
del contado, che da ogni parte la circondava, e che, sin dai tempi di
Bonifazio III, scontenta del modo come era stata trattata dai marchesi
di Toscana, aderiva in parte non piccola all'Impero. Il suo antagonismo
con la Città era reso maggiore, non solamente dall'essere i nobili
di origine germanica, come germaniche erano le istituzioni feudali,
quando invece in Firenze s'era riunita una popolazione principalmente
artigiana, di origine e di tradizioni romane; ma anche dalla stessa
posizione geografica della Città. Se questa fosse stata sulla pianura,
come Pisa e Lucca, o sul monte, come Siena ed Arezzo, la nobiltà
feudale avrebbe avuto assai maggiore interesse ad entrarvi. Ma si
trovava in una valle, in mezzo ad un cerchio di colline, su cui s'erano
incastellati i nobili, che da ogni lato la circondavano minacciavano e
stringevano, chiudendo tutte le vie al suo commercio.

Queste condizioni geografiche portarono conseguenze non lievi nel
destino futuro di Firenze; anzi contribuirono non poco a dare alla
sua storia la particolare fisonomia che essa ebbe. Prima di tutto ne
resultò piú inevitabile, piú sanguinoso il conflitto tra i nobili
feudali e la Città, che sin dal principio dimostrò un carattere
assai piú democratico; ne fu inoltre molto ritardata la proclamazione
d'indipendenza. Perché questa fosse possibile, era infatti necessario
che Firenze giungesse ad aver forze sue proprie, tali da poter
combattere contro i tanti nemici che l'accerchiavano. Fino a che
ciò non avveniva, ogni suo interesse la induceva a starsene amica
e sottomessa a Matilde, che sola poteva tenere a freno i nobili, e
che, abbandonandola, l'avrebbe lasciata in preda sicura ai loro odî.
Ciò spiega, insieme col ritardo della proclamata indipendenza, anche
la totale mancanza di documenti intorno alle origini di un Comune,
il quale aveva già acquistato forze notevoli, e cominciava a far
guerre per suo conto, prima che avesse una esistenza ufficialmente
riconosciuta. Quelle guerre continuavano ad esser fatte in nome di
Matilde, che qualche volta si trovava presente in campo; la Città non
compariva nei pubblici atti, perché non aveva ancora una personalità
propria. Ciò non ostante, noi dobbiamo riconoscere i primi segni della
sua vita comunale nelle guerre da essa cominciate contro i nobili del
contado, a tutela del proprio commercio, guerre che andarono sempre
crescendo di numero e di forza, né cessarono mai fino al totale
annientamento d'ogni nobiltà feudale. Questo fu il punto di partenza e
il punto di mira di tutta quanta la storia fiorentina.

Di certo, sin dal principio noi troviamo anche in Firenze non poche
famiglie che possono dirsi nobili. Tali sono i Donati, i Caponsacchi,
gli Uberti, i Lamberti e quegli altri che abbiam visti nei tribunali,
e troveremo fra poco nel Consolato. Sono essi che comandano, che
governano, che stanno alla testa della Città. Ma non erano né conti,
né marchesi, né duchi, come i conti Cadolingi, Guidi, Alberti, che
dimoravano nel contado; non appartenevano a quei _Cattani lombardi_,
come li chiamavano allora, per indicare appunto la loro origine
germanica. Piú che veri nobili, essi erano dei _Boni Homines_, dei
Grandi,[98] senza titoli feudali; gente salita in Città a maggiore
fortuna, o discesa dalla piccola nobiltà feudale, oppressa nel contado,
e rifugiatasi perciò dentro le mura. Essi ben presto s'assimilarono
col popolo, alla cui testa si trovarono; presero parte a tutte le sue
guerre contro i vicini castelli, e le guidarono. Né è raro il caso,
come vedremo, di trovare piú tardi alcuni di essi, che esercitano
il commercio o sono a capo delle Arti, non appena che queste si
furono costituite un po' stabilmente. Ed è un fatto certo non privo
d'importanza, il vedere che nei tumulti seguiti a Pisa, a Siena,
altrove, s'incontrano spesso veri e propri nobili cittadini, come
conti, visconti e simili, i quali non s'incontrano mai a Firenze. Nei
documenti non c'è quasi mai avvenuto, quando si parla dei Fiorentini,
d'imbatterci nella parola _nobiles_, che invece è usata non di rado
quando si parla dei Pisani, dei Senesi o di altri. Troviamo, è vero,
di frequente, la parola _Milites_; ma se questi non erano popolani,
che certo allora non facevano parte della cavalleria, non erano in
Firenze neppure nobili feudali; erano quei maggiori cittadini, che
non attendevano ai mestieri, quei Grandi, di cui abbiamo piú sopra
fatto cenno. Accolti da Matilde nei tribunali, adoperati da lei in piú
modi, essi comandavano il _municipale praesidium_, ad essi era molto
probabilmente affidato l'ufficio di _Præses_, essi conducevano le
guerre. Piú culti, piú ricchi, piú adatti alla politica ed alle armi,
perché non costretti al lavoro giornaliero, erano quei _Boni viri_,
quei _Sapientes_, quei _Milites_, che troviamo piú o meno per tutto, e
qui con un carattere diverso.

Ma con questo Preside e presidio, con questi tribunali, sappiamo assai
poco del modo in cui era governata, amministrata una società, la quale
già cominciava a prosperare non poco, ad avere svariati interessi.
Il governo esercitato da Matilde doveva in Firenze essere poca cosa,
una volta che la Città poté cominciare a far guerre per proprio
conto, nel suo proprio interesse, sia pure che le facesse ancora in
nome di lei. A misura che la sua prosperità commerciale cresceva,
e la lotta coll'Impero teneva Matilde sempre piú occupata, la Città
doveva rimanere sempre piú abbandonata a sé stessa. La conseguenza
fu che sin d'allora si andarono formando quelle associazioni, in cui
la cittadinanza si divise ed organizzò, e che piú tardi noi troviamo
già forti e vigorose. Questo faceva sí che quasi senza un governo
centrale, esistesse un governo locale, e che le forze del Comune
s'apparecchiassero di lunga mano, prima che esso proclamasse la
sua indipendenza. E spiega come è che quando esso fu sorto davvero,
poté subito con grande rapidità progredire e mettersi a capo della
Toscana. Certo è che, nella seconda metà del secolo XII, noi vediamo
da una parte i Grandi o, se cosí vogliamo chiamarli, i nobili ordinati
in Società delle torri, delle quali ben presto troveremo anche gli
statuti; e vediamo dall'altra le associazioni delle Arti non solo
esistere, ma avere anche una politica importanza tale da far loro
assumere qualche volta la rappresentanza stessa della Repubblica.
È possibile supporre che ciò avvenisse senza una lunga preparazione
antecedente? Le _Scholae_, da cui vennero poi le Arti, non continuarono
nel basso Impero, non le troviamo in tutto il Medio Evo dividere
la società intera, anche l'esercito, anche gli stranieri a Roma, a
Ravenna? Potevano averle distrutte i barbari, che non esercitavano
i mestieri, di cui pure avevano bisogno? Il commercio e l'industria
fiorentina erano già, sotto la contessa Matilde, cresciuti di certo.
Il diploma del 1081 ce ne ha dato una prova, e le prime guerre
iniziate dai Fiorentini, nell'interesse del loro commercio, ce ne
dànno una sicura conferma. Se in tali condizioni noi non ammettessimo
le associazioni delle Arti, dovremmo ammettere sin d'allora l'operaio
moderno, isolato, indipendente, il che non è possibile nel Medio Evo.
Era un tempo in cui tutti i mestieri venivano esercitati da gruppi
di famiglie, e tradizionalmente si trasmettevano da padre in figlio.
Spesso anche gli ufficî pubblici venivano serbati ad alcune famiglie.
Era una società di gruppi e di caste, quella da cui il Comune cavò
poi lo Stato moderno, ma di questo non v'era allora neppur l'idea.
Supporre, come fanno alcuni, che le Arti sieno cominciate solo quando
ebbero proprî statuti, è assurdo. Questi formularono sempre ciò che
da un pezzo già esisteva, ed a Firenze ogni cosa ci fa credere che
le associazioni, sebbene ancora embrionali, delle Arti e delle Torri,
dovettero precedere la formazione del Comune, che da esse si svolse.


IV

Da per tutto noi vediamo del resto, in modo diverso, un lungo periodo
d'incubazione, che precedette la formazione del Comune, il quale
nacque, come era naturale, dagli elementi preesistenti. La celebre
Concordia che il vescovo Daiberto fece a Pisa, circa il 1090, forse
anche qualche anno prima,[99] dimostra che i nobili erano organizzati
e fieramente si combattevano fra loro colle torri, che egli indusse
a demolire in parte, con solenne giuramento di non oltrepassare mai
l'altezza di 36 braccia, la quale era stata già prima determinata
nel diploma di Enrico IV (1081).[100] E colui, cosí proseguiva la
Concordia, che crederà essere ingiustamente danneggiato nelle sue
case, dovrà querelarsene _ad commune Colloquium Civitatis_; né la casa
del disturbatore potrà essere demolita, senza l'approvazione della
cittadinanza intera.[101]

Da tutto questo documento si vede non solo che i nobili pisani erano
già organizzati; ma che avevano dentro la Città una importanza non mai
avuta a Firenze.[102] Ancora non troviamo i Consoli, e se ci fossero
stati, il documento li avrebbe certo nominati. Vi sono però tutti
gli elementi che costituiranno quel Comune assai piú aristocratico
del fiorentino.[103] Si vede in fatti già un _commune Consilium_
di _Sapientes_ o _Boni homines_, che è una specie di Senato, ed il
_commune Colloquium_ di tutti i cittadini, che sarà poi il Parlamento o
Arrengo. Cinque _Sapientes_, di cui si danno i nomi, si trovano accanto
al Vescovo.[104] Essi sono gl'immediati precursori, i _Vorbilder_,
(come dice giustamente il Pawinski) dei Consoli, che poco dopo,
nel 1094, troviamo finalmente nominati in un'altra Concordia dello
stesso Daiberto. Alla loro autorità (_huius civitatis Consulibus_)
egli esplicitamente se ne appella, ordinando che fossero lasciati in
pace i fabbri, i quali attendevano ai lavori che eran tenuti fare al
Duomo.[105] Il Comune pisano adunque è preceduto da una lotta di nobili
armati ed ordinati intorno alle loro torri, ed i suoi Consoli sono
nominati la prima volta a difesa dei fabbri.

L'esistenza delle Arti fin dal secolo IX in Venezia viene accertata
dalla cronaca Altinate, la quale ci prova che sin d'allora esistevano
alcune maggiori industrie, esercitate da determinate famiglie,
ed i mestieri propriamente detti o _ministeria_, assai piú umili,
costituiti già come consorzî di persone, che esercitavano l'arte loro,
con regole tradizionali, definite. Questi mestieri o _ministeria_
indicavano una condizione non perfettamente libera, giacché coloro che
vi appartenevano erano tenuti a prestare allo Stato alcuni servizî
gratuiti. Le industrie maggiori, invece, come quelle del mosaico,
dell'architettura e simili, che richiedevano piú coltura ed ingegno,
esercitate dalle principali famiglie, erano conciliabili con gli ufficî
politici dello Stato.[106] Un documento del secolo XI ci dimostra che
allora l'Arte dei fabbri era costituita con a capo un Gastaldo, contro
il quale uno dei membri ricorse al Doge, per aver giustizia, secondo
le consuetudini non ancora scritte.[107] Tutto ciò costringe a credere
che l'esistenza delle Arti e delle associazioni in genere, nelle quali
la cittadinanza dei Comuni si trova piú tardi divisa, era antichissima,
e che a Firenze come altrove erano costituite già prima che il Comune
avesse proclamato la sua indipendenza. Altrimenti sarebbe impossibile
spiegarsi l'esistenza d'una città che, senza quasi avere un governo
visibile, già prosperava nel commercio, e faceva guerre per proprio
conto. Tutti i fatti che seguono e dei quali non si può dubitare,
resterebbero inesplicabili.


V

Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa
e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche _Scholae_,
trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future
Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie
dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste
associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella
quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da
Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza
del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria,
forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i
piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo
non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi
comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno
che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla
testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i
nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e
degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale
dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon
intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città,
chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente
armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i
prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa
Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto,
e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano
di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la
cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero,
contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo
di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore
la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si
pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità
del Comune.

Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera,
quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto
montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i
Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la
loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli
guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre,
assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che
i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva
dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto
nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero
il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici
potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí
si spiega piú facilmente la vittoria.[109]

Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. _Florentini iuxsta Pesa
Comites vicerunt_, dicono gli _Annales I_, i quali incominciano appunto
con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I _Comites_
qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di
Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero
per antonomasia chiamati _i Conti_. In Val di Pesa furono nel 1110
combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche _Cattani lombardi_, che
possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel
Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una
rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza,
quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle
genti di Matilde.

Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a
dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo
dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte
Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119,
quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario
imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del
castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo
alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel
1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco
vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV,
29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un
vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato,
che ancora non aveva l'appellativo _al Tedesco_. La confusione però
secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le
diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113
vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con
vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola
delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando
esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119,
quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto,
nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa:
il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza
anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di
Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val
di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di
Signa, Prato e Val d'Elsa.

Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato
invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari,
dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come
già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del
decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà
dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una
flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per
la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti
e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del
contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier,
al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo
ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro
un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava.
Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al
pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo,
nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto,
assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini.
Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente
ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita,
perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse
fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito
della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che
osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a
salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo
altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse
dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche
in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista,
comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.

Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in
segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo
o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le
colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo
scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S.
Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia,
erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda
ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore,
fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile
odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in
altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni,
e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una
ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112]
L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai
Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la
Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era
giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani
erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà,
in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché
non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in
sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero
degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete
il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la
terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della
disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide
ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto:
«ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora
ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del
fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena
fede.


VI

L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di
tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta
l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è
noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale
donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché
i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione
gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile:
quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú
complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali
pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di
Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva
poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati
dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne
seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine
al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo
rappresentante, col titolo di _Marchio, Iudex, Praeses_, ad assumerne
in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli
questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città,
che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono
in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono
perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale
del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito
germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di
questo partito sono di continuo chiamati addirittura _Teutonici_.[113]

Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non
aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati
sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro
Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche
dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad
una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva
acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva
altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo,
quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la
giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde,
ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto,
continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú
solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che
si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che
i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e
che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per
sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e
documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima
la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista
perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a
spiegarlo.

Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza
alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo,
è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché
veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure
questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era,
non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e
faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali
e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto
Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto
nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero,
si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a
capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano
gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser
fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo,
sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso,
e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già
prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del
popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso
nella formazione del nuovo governo.

E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato
primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di
mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei _Teutonici_, né
che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di
prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare,
sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra
queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in
Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in
quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui
di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a
dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli _Annales_, altri non
pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale
si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al
secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma
l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora,
quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano
l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge,
che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di
Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté _per la fede_, essendosi
nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei,
e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma,
sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo
traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo
visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con
un moto religioso, ed è certo ancora che gli _Annales I_, all'anno
1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia
alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città
incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova
d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra
tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che
gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano
avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici.
Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti
gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo
egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi
subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale
che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva
davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era
assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che
era certo principalissimo.

In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio
dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi
ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe
perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato,
nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già
potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che
avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto
fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma
esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran
parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da
quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti.
Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari
degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi
Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte
della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla,
ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177,
aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso
agli Uberti, che _reggievano_ la Cittade, e quasi tutta l'arse, che
poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117]
Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi
una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che
_reggevano_ la Città.

E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti,
di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione,
noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam
visto che anche la leggenda del _Libro Fiesolano_, respingendo questa
origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di
Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi
gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo
primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre
civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi
gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con
altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della
statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in
Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là
dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido
di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli
eretici?[118]


VII

Ma chi vinse intanto nella lotta seguita dopo la morte di Matilde? I
fatti lo provano abbastanza chiaramente. Nell'anno 1119 i Fiorentini
uscirono a dar quell'ultimo assalto al castello di Monte Cascioli, cui
abbiamo sopra accennato. Ed è in questo momento che incontriamo davvero
il già menzionato _Rempoctus_[119] o Rabodo, che il Villani (IV, 29)
con altri cronisti, fa apparire nel 1113, chiamandolo Roberto tedesco,
vicario imperiale, e facendolo quell'anno morire in guerra, a difesa
del castello. Noi abbiam detto che allora non potevano esserci vicarî
imperiali in Toscana, dove furono mandati dopo la morte di Matilde.
Infatti i documenti solo adesso cominciano a parlarne, trovandosi l'11
settembre 1116, per la prima volta, ricordato _Rabodo ex largitione
Imperatoris Marchio Tusciae_;[120] e nel 1119, Rabodo Dei gratia si
quid est,[121] la stessa formola di cui si serviva Matilde ne' suoi
diplomi. Nel 1120 esso scomparisce dalla scena, ed in sua vece troviamo
il margravio Corrado. Possiamo dunque ritenere, che Rabodo veramente
morí alla difesa di Monte Cascioli, nel 1119, per opera dei Fiorentini,
i quali allora finalmente riuscirono a demolire del tutto e bruciare il
castello.[122] E cosí la prima loro impresa, dopo la morte di Matilde,
fu la distruzione d'un castello dei Cadolingi, con la disfatta e
l'uccisione del primo vicario imperiale, mandato allora in Toscana. Ce
n'è piú che d'avanzo, per sapere quale fu l'attitudine che essi presero
di fronte all'Impero ed ai Teutonici.

L'altro fatto piú notevole ancora, che seguí poco dopo, fu la presa e
distruzione di Fiesole nel 1125. Il Sanzanome, che da questa guerra
fa incominciare la storia, come esso dice, moderna di Firenze, ce
ne dà una descrizione assai lunga, retorica, ampollosa. Dalla quale
però caviamo che la vera origine del conflitto fu principalmente il
commercio. I Fiesolani avrebbero malmenato, spogliato d'ogni suo avere
un mercante fiorentino, che, con le proprie mercatanzie, passava
tranquillo per la loro città. E questo fatto, unito alla memoria
degli antichi rancori, di altre recenti depredazioni, avrebbe acceso
gli animi alla guerra. Immantinente _factum est Consilium per tunc
dominantes Consules de processu_. Uno dei primi cittadini arringò
il popolo, incominciando: _Si de nobili Romanorum prosapia originem
duximus.... decet nos patrum adherere vestigiis_. Dopo di che, _illico
a Consulibus exivit edictum_. Un Fiesolano, invece, alludendo alla
origine leggendaria della propria città, cosí cominciava la sua
perorazione: _Viri frates, qui ab Ytalo sumpsistis originem, a quo tota
Ytalia dicitur esse derivata_. Tutta questa retorica erudita, che, in
uno scrittore dei primi del secolo XIII, ci fa sempre piú vedere quanto
pieni di tradizioni romane fossero gli antichi Fiorentini, innanzi
e dopo la formazione del loro Comune, non può nascondere l'origine
vera della guerra, quale ci vien confermata anche dal Villani, che
incomincia adesso ad avere assai maggiore importanza storica. Fiesole,
questi dice, era divenuta un vero nido di Cattani e masnadieri, i quali
infestavano le strade ed il contado fiorentino.[123] Eran sempre quei
signori feudali, che dalle loro rocche volevano impedire il commercio
e l'espansione del Comune.

Ma in questo caso v'erano speciali ragioni, che dovevano rendere
inevitabile e piú sanguinosa la guerra. I comitati o contadi delle
due città s'erano, come avvenne anche altrove, formati sul territorio
delle diocesi, che a lor volta erano stati calcati sulle antiche
divisioni romane. Essendo però, non solo vicini, ma quasi intrecciati,
compenetrati fra loro, e i rispettivi vescovi non avendo mai avuto,
come in Lombardia, l'autorità ed il potere di conti, ne seguí, che
finirono col formare una sola giudiciaria. I documenti infatti parlano
spessissimo del contado o giudiciaria di Fiesole e di Firenze, come se
fosse una sola medesima cosa. Era quindi naturale che, alla morte di
Matilde, Firenze, col divenire un Comune indipendente, volesse dominare
sui due contadi, come era naturale che Fiesole a ciò si opponesse
vivamente, e però, sebbene assai piú piccola, valendosi della sua
forte e fortificata posizione, s'alleasse coi nobili di contado, li
accogliesse nella sua rocca, e di là dessero insieme noia continua ai
mercanti fiorentini, e depredassero le campagne. Cosí incominciò la
guerra. I particolari di essa ci restano ignoti, perché il Sanzanome
li esagera in modo da renderli incredibili, e gli altri ne tacciono
affatto.[124] Non dovette però essere breve, né facile, a cagione della
forte posizione di Fiesole, e fini certo con stragi crudeli, con la
quasi distruzione di quella città. Né ce lo dicono solo i cronisti.
L'abate Atto di Vallombrosa, poco dopo, invocava da papa Onorio II
perdono _pro Florentinorum excessibus_, adducendo, a loro scusa, che
fra di essi v'erano pure vecchi, donne e bambini, che certo non avevano
potuto prender parte alla _fesulana destruccio_, e che molti di quelli
che erano andati al campo, dichiaravano ora di volersi correggere,
perché sinceramente pentiti di tutti gli eccessi, che _non meditata
nequitia commisere_.[125] La memoria del fatto, sopravvissuta poi
lungamente in Firenze, s'incontra spesso nei documenti,[126] ed è certo
che con esso e con la disfatta del vicario imperiale a Monte Cascioli,
la indipendenza del Comune fu assicurata stabilmente.


VIII

Nessuno può dubitare che Firenze avesse ora un proprio governo coi suoi
Consoli, sebbene nei documenti che abbiamo, si trovino menzionati la
prima volta solo nel 1138. Il Sanzanome però ce ne parla esplicitamente
nella impresa contro Fiesole, quando, come vedemmo, fa da essi
deliberare la guerra. Ma quale è l'origine vera e la natura di questo
nuovo magistrato? Fu da molti sostenuta l'opinione, che i Consoli
derivassero generalmente dagli antichi giudici. In Lombardia sarebbero
stati non altro che una trasformazione degli Scabini franchi, e sarebbe
quindi assai naturale che fossero in Firenze una trasformazione dei
giudici del tribunale margraviale, ai quali Matilde aveva, già assai
prima di morire, abbandonato l'ufficio di pronunziare le sentenze. Ma
questa è un'idea, che ormai non può piú sostenersi, perché contiene
una parte sola del vero. Quando, infatti, noi vediamo i Consoli
nell'esercizio delle loro funzioni, che cosa essi sono, che cosa essi
fanno, secondo i cronisti e secondo i documenti? Conducono le guerre:
conchiudon trattati in nome di tutto il popolo, che rappresentano;
governano la Città; amministrano la giustizia. E quest'ultimo è a
Firenze come altrove, _uno_ dei loro ufficî, il quale essi adempiono,
perché strettamente connesso coll'esercizio del potere politico, che è
la vera e principalissima loro funzione. D'altronde che cosa è che fa
veramente nascere il Comune fiorentino? La mancanza appunto di quella
superiore autorità politica che sino allora aveva comandato in Toscana,
il bisogno di condurre le guerre contro gli antichi e nuovi nemici.
Il carattere politico ed il carattere militare dovevano adunque di
necessità prevalere.

Ed in questo concetto dobbiamo confermarci ancora, se esaminiamo come
era costituito il tribunale dei Consoli. Dapprima sembra che tutti o
parte di essi indistintamente lo presiedessero; piú tardi tre di essi,
scelti a turno, e chiamati _Consules super facto iustitiae_, o anche
_Consules de iustitia_, presiedono per un mese; piú tardi ancora sono
due che presiedono per due mesi, e finalmente, quando però il governo
primitivo ha mutato natura, ve n'è uno solo che presiede per tutto
l'anno.[127] Potevano essere o non essere uomini periti in legge,
giacché non facevano che pronunziare, confermare la sentenza, ma non
l'apparecchiavano, né la formulavano. A quest'ufficio attendeva un
vero e proprio _iudex ordinarius pro Comune_, con tre Provveditori o
_Provisores_, che studiavano il processo e scrivevano la sentenza. I
Consoli non facevano che presiedere il tribunale, e quando mancavano,
il che pur seguiva qualche volta, esso funzionava da sé. Il posto
adunque che vi pigliavano era in sostanza quello di Matilde, di chi
cioè rappresentava la sovranità, non quello de' suoi giudici.[128]

L'indole vera del nuovo governo noi la possiamo intendere meglio,
esaminando piuttosto quali erano i diversi elementi che costituivano
la cittadinanza, dai quali esso necessariamente si svolse. Due, come
sappiamo, erano le classi principali e gl'interessi che si dividevano
la Città: le associazioni cioè delle Arti e quelle dei Grandi o delle
Torri. La forza del numero stava di gran lunga dalla parte del popolo;
ma i Grandi avevano assai piú la cultura, l'educazione alle armi ed
alla politica, l'arte di governo già da essi in parte esercitata.
Quindi è che da essi vennero i Consoli, i quali, in sul principio,
s'aggirarono in un numero assai ristretto di famiglie, tanto da
sembrare poco meno che ereditarî. La sventura di Firenze, come del
resto anche degli altri Comuni, esclusa Venezia, fu che i Grandi non
poterono mai andare d'accordo fra loro. La nobiltà feudale fu in Italia
come una pianta esotica, portata sopra un terreno ingrato. Di origine
germanica, essa formava altrove parte di tutto un sistema politico;
era capitanata dall'Imperatore intorno a cui si stringeva; ebbe delle
virtú qualche volta eroiche; dette origine ad una particolare forma di
civiltà, ad una letteratura che fiorí nella Francia e nella Germania,
non mai in Italia, molto meno poi in Toscana. I nostri signori feudali
dominati solo da interessi personali, s'appoggiavano all'Impero,
per combattere il Papa; al Papa, per combattere l'Impero; all'uno o
all'altro indistintamente, per combattere le città. E questo seguiva
di continuo anche nel contado fiorentino. I Grandi che risiedevano
dentro le mura della Città, erano, è vero, d'indole assai diversa,
molto piú vicini al popolo, con cui si accomunavano; ma erano composti
di elementi assai discordi, perché alcuni di loro erano venuti su dal
popolo; altri discesi dai castelli feudali, con cui avevano aderenze,
da cui speravano aiuti. L'ambizione del potere ben presto li divise, e
la facilità con cui gli uni trovavano favore negli artigiani, quando
gli altri lo cercavano e lo avevano nel contado, fecero da questi
semi rapidamente germogliare le civili discordie. Piú tardi poi, con
l'aumentarsi di coloro che dai castelli venivano in Città, si formò
tra di essi un vero partito aristocratico, ghibellino, contro il
partito guelfo e popolare. Ma siamo ancora assai lontani da ciò, perché
l'interesse generale di far guerra ai signori del contado, prevalse
lungamente su tutto e su tutti, da essa dipendendo l'esistenza stessa
del Comune.

Da quanto abbiam detto fin qui risulta sempre piú chiaro, che due
ordini ben distinti di cittadini già esistevano in Firenze: il popolo o
le Arti, ed i Grandi. Se il nuovo governo fosse sorto solo dalle Arti,
avrebbe preso la forma d'un ordinamento secondo i mestieri. Se fosse
sorto invece solo dai Grandi, avrebbe dato origine ad un ordinamento
regionale, locale, secondo i Sestieri della Città, nei quali essi
erano sparsi. Questa diversa tendenza noi la troviamo in tutti i Comuni
italiani. A Roma prevalse l'ordinamento per Regioni o Rioni; a Firenze
invece prevalse col tempo quello per Arti, a cagione della grandissima
prosperità che ebbero in essa il commercio e l'industria. Ma intanto
il predominio morale dei Grandi, le necessità urgenti della guerra,
per la quale l'esercito poteva assai piú facilmente raccogliersi ed
ordinarsi a Sestieri, favorirono un ordinamento locale, ed i Consoli
furono quindi eletti per Sestieri.[129]

Che i Grandi fossero allora già costituiti in Società delle Torri,
può ritenersi provato dai documenti. Uno del 1165 parla di esse come
già esistenti da un pezzo,[130] e poco dopo troviamo nelle pergamene
dell'Archivio fiorentino addirittura brani dei loro Statuti.[131] La
torre era proprietà comune dei socî o consorti, i quali non potevano
lasciare la loro parte a chi non fosse della Società, o non venisse
ammesso col voto di tutti i componenti meno uno. Le donne erano
naturalmente escluse. Le spese per mantenere, armare la torre, che
era in comunicazione con le case vicine dei consorti, e serviva a loro
comune difesa, erano a carico di tutti. Tre o piú Rettori, che qualche
volta sono chiamati anche Consoli, governavano la Società, erano
arbitri delle liti, e sceglievano i loro successori. Questi Rettori e
loro consorti sono quelli che troviamo ora alla testa del governo; i
documenti provano chiaro che i Consoli del Comune sono quasi tutti di
famiglie che fanno parte delle Società delle Torri. Il vedere poi che
alcuni di essi, come ad esempio i Cavalcanti ed altri non pochi,[132]
si trovano qualche volta anche Consoli delle Arti, è una prova certa
della buona armonia in cui essi, come già piú volte dicemmo, erano
col popolo. L'ordinamento di queste Società, simile in qualche modo a
quello delle Arti, da cui forse era stato ispirato, non aveva nulla
di veramente feudale.[133] Se fossero in Città prevalsi solo gli
Uberti, piú aristocratici, le cose avrebbero di certo preso ben altro
aspetto; ma essi dovettero, sebbene di mala voglia, cedere alla forza
degli eventi, che spesso furono loro avversi. Assai di rado infatti li
troviamo nel consolato prima del 1177, quando cominciarono ad entrarvi
piú spesso, dopo aver fatto una vera rivoluzione. E ciò conferma che
nel 1115 essi avevano subito uno scacco. Il governo consolare venne
allora in mano di parecchie famiglie di Grandi, amiche del popolo, che
prevalse nelle assemblee, senza le quali non si decideva nessuna delle
grandi questioni e dei grandi interessi dello Stato.

I Consoli erano eletti in principio d'anno,[134] due per Sesto, tale
almeno sembra il loro numero normale, quantunque non sia certo, né paia
sempre costante. Fra questi dodici, due, scelti a turno, funzionavano
da capi del collegio, ed erano detti _Consules priores_. Cosí ne seguí
che i cronisti usarono nominare solo due, e qualche volta uno solo dei
Consoli. I documenti ne nominano due, tre o piú, che stanno però sempre
a rappresentare anche i colleghi, di cui 

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