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L'ora topica di Carlo Dossi

by Gian Pietro Lucini · Italian · Gutenberg #48672 · 440,122 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of L'ora topica di Carlo Dossi
    
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Title: L'ora topica di Carlo Dossi

Author: Gian Pietro Lucini


        
Release date: April 9, 2015 [eBook #48672]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/48672

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI ***

                              G. P. LUCINI


                      L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI,

                      SAGGIO DI CRITICA INTEGRALE


                                 VARESE
                             A. NICOLA & C.
                                  1911




                      L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI
                        SUONATA DA G. P. LUCINI
               ALLA MEMORIA PROTEGGENTE DI LUIGI PERELLI
                       CHE INSISTE VIVA E FECONDA
                  E CHE MI RICOLLEGA IN AMICIZIA SOPRA
                     DUE SECOLI, ULTIMO, AL NOSTRO
                              CARLO DOSSI

                              DAL PALAZZO DI BREGLIA,
                              NEL TIEPIDO AUTUNNO LARIANO DEL 1909




                           SINTESI EPIGRAFICA


                              CARLO DOSSI;
                         È QUI COI SUOI AMICI,
               CONTINUANDO ROVANI HA CONTINUATO MANZONI:
             OPERÒ TALE RIVOLUZIONE NELLE LETTERE ITALIANE,
                      NELLA FORMA E NEL PENSIERO,
                    CHE LE HA INNERBATE PEI SECOLI;
               MA NON PERMISE PER SÈ IMITATORI DOZZINALI:
                             DISCONOSCIUTO,
                 PROTENDE ALL'EPOCA, CHE GIÀ S'INALBA,
                     LA SUA VERA GLORIA CONFERMATA,
                CHE I COETANEI, TROPPO SORDIDI E SORDI,
                  DISTRATTAMENTE, NON GLI CONCESSERO.

                              1849 — 1910




NOTIZIA PRELIMINARE


_Giorno d'oro per le lettere italiane, quando, nel 1873, a cura
di Luigi Perelli, in Milano, usciva il saggio di Giuseppe Rovani:
_La Mente di Alessandro Manzoni_: io ne invidio l'aurora lucente e
porporina e non presumo di emularla con _L'Ora topica di Carlo Dossi_.
Però, le stesse ragioni presiedono per l'una e l'altra; se Carlo Dossi
volle scrivere: «Rovani è il continuatore logico di Manzoni, come
il Dossi di Rovani»; egli ha pur detto rivolgendosi a me; «siamo due
campane fuse nello stesso metallo, ma di diversa capacità; diamo suoni
di ugual valore, ma di diversa nota.»_

_Vorrò io perciò vantarmene e non far parte all'amicizia del di più
che le deve in questo giudizio lusinghiero? Certo: ma oggi concorre
a me, come già fu per Rovani, l'obbligo di una stessa affermazione.
Ed in difetto di editori, i quali confidando in me e nella mia
anomala letteratura come ditta e prodotti commerciali, commerciabili
e reddituarii, mi fabricherebbero, allo spaccio, libretto garbato
e corrente mi sia dato esporre, da queste pagine per me non venali
e bandire, finalmente, il nome di Carlo Dossi, ai giovani della mia
generazione ed ai giovanissimi che mi incalzano, e mi chiedono parole
sempre più nuove con altre ed inedite audacie._

_Anche tu, o Alberto, oggi dolorosamente desiderato dai tuoi che
respirano nella tua memoria e nella tua fama, dalli amici che ti
ammirano, da me che ti piango come fratello, sembra mi conforti
ad esporre l'opera mia, cui, in parte, hai udito leggerti nelli
ultimi tuoi dì: e se turba un poco la tua modestia non condannare
la mia sincerità che non deve mai interrompersi. Che anzi, troverò
commentatori privilegiati di officiosità e di ignoranza che, me la
imputeranno a male come inezie di fisiologia, ciarle sconvenienti,
pettegolezzi indiscreti, sciorinate citazioni per lusso da note inedite
difficilmente controllabili. Hanno ed avranno torto, perchè mi affido
a quanto il nostro autore desidera si faccia in questo caso, come lo
apprendo dalla stessa sua parola: «A scoprire, a rifare il processo su
cui una mente, specie di scrittore, ha voluto produrre date opere; a
rintracciare l'origine del materiale da esso impiegato e trasformato,
a conoscere lo stato d'animo di chi pensava o eseguiva, giova più che
tutto l'esame di quelle intime carte, qualunque sia la sua forma,
nelle quali l'artista ha segnato il suo primo pensiero e consegnò
la memoria dei pensieri ultimi. Simili documenti i quali vanno dal
più laconico aforisma all'epistolario più diffuso, e possono anche
comprendere i conti di cassa e di cucina, sono tanto più preziosi,
inquantochè un artista, come ha raggiunto la designata altezza, si
affretta solitamente a cancellare le tracce della sua via, quasi a dare
ad intendere che ei vi volò, non vi si arrampicò»._

_E, quando allora mi imputeranno, in qualche passo, tono, aggressione,
polemica, siano tutti persuasi, che, col proclamare, ammirando, l'arte
ed il pensiero di Carlo Dossi, tento di difendere e volontieri me
stesso._

                                                         G. P. LUCINI

  _Dosso Pisani, il XXVIII di Gennaio, CMXI._




I.

IL MOMENTO


La fortuna, che sorresse e si oppose insieme alle opere ed al nome di
Carlo Dossi, fu bizzarra, generosa e maligna nello stesso tempo. Mentre
ne ha protetto l'amore e l'ammirazione tra i migliori suoi coetanei e
lo ha riservato al culto de' giovani, non volle che la rinomea larga e
sparsa, con facilità e tornaconto si divulgasse tra il pubblico grosso,
quello che fa numero, sostiene il valore reale e crea, effimeramente,
le gloriole posticcie; ma senza di cui l'efficacia dell'azione, la
bellezza della letteratura, la verità dell'accusa e la giustizia della
rivendicazione non hanno nerbo, latitudine, determinata vittoria.

Il _clamor gentium_ evangelico contrasta, è vero, coll'_odi profanum
vulgus et arceo_ oraziano; ma l'opera d'arte, composta lungi dalla
frequenza e dall'intemperanza della folla, va pur rovesciata sopra
di lei; e questa, se non vuol disertare, cioè, privarsi di un piacere
tanto più intenso quanto più difficile, deve accoglierla e profittarne.

Non per questo Carlo Dossi vi si accostò; proprio e fondamentale
costume il suo di rimanerne schivo; e lo accompagnò, dai primi istanti
del suo produrre, costantemente, se Antonio Ghislanzoni, volendo
parlare della _Vita di Alberto Pisani_ incominciava: «Ne[1] è autore
Carlo Dossi, un giovane letterato, che pochi conoscono, per la semplice
e perentoria ragione ch'egli studia ogni via per tenersi nell'ombra;
uno scrittore di elettissimo ingegno che si affatica quanto sa e può,
onde apparire un dappoco.» Pochi dunque lo conoscevano; ma quali
pochi? Nelle ultime stagioni di sua vita, Manzoni lo aveva letto e
se ne era compiaciuto; Rovani, definitivamente, lo aveva preso per
mano e condotto fuori, con lui, all'aperto; Carducci, nelli anni
gagliardi, si arrestava insieme a conversare e a definire _La Colonia
felice_ «_la più ampia e vigorosa concezione di romanzo_.» Cesare
Lombroso, che seppe circoscrivere i confini della pazzia ed oltre
pose il genio, malattia gloriosa; che aperse nuove vie alle discipline
italiche e sottrasse al libero arbitrio biblico, che l'incatenava alla
bruttura del peccato originale, come ad una condanna di maledizione,
l'uomo, riducendolo a sè stesso, libero, responsabile finchè sano;
accoglie e favorisce la presentazione di Carlo Dossi per Alberto
Pisani, li riconosce _uno_ e li conserva nella sua _Grafologia_,
indice di genialità. De Amicis impara da lui a sapere i _Cento
anni_, che ignorava; mite, castigatissimo, ultra manzoniano, tutto
sentimentale, sino alla patologia delle lagrime inutili e facili, lo
pregia scrittore d'eccezione _grande_ e _La Desinenza in A un'opera
forte e virile_. Gigi Perelli, visitatore d'anime rare cuore plasmato
all'altruismo, la di cui vita è una serie di continui benefici per
coloro che ama, scopre e protende, lo sorregge con affetto più che
fraterno, paterno, lo difende e lo inalza, gli addomestica le prime
voci della pubblicità, gli va ricercando un pubblico. Paolo Gorini,
con Perelli e con Primo Levi, lo accoglie nella sua intimità; per
loro si dimentica a raccontare la sua _Autobiografia_, insempratore di
cadaveri metalizzati, Prometeo di vulcani, abolitore della putredine
umana col fuoco: e Cremona, al dir del Dossi, gli insegna, dipingendo,
come si debba scrivere e ne perpetua ed infutura la sua effigie.
— Paolo Mantegazza lo chiamò «_il Meissonier della letteratura,
tutto cuore e tutto spirito_». Cesare Correnti gli offerse la sua
squisitissima arguzia; lo ammette tra i più cari, da che Carlo Dossi
ama l'impossibile ed egli è un po' del suo parere «_avendo imparato
in sessant'anni di vita che al mondo non vi è altro di desiderabile
che l'impossibile_». — Crispi, il più grande uomo di Stato, che la
Rivoluzione abbia dato all'Italia e che la paurosa grettezza della
Monarchia e la tirchia meschinità del parlamentarismo piccolo-borghese
abbiano esautorato, lo volle con sè collaboratore. Ed altri ancora,
Grandi, Magni, Robecchi-Brichetti, il padre Tosti, Luca Beltrami,
_Polifilo_ di arguzie politiche, instauratore di un'altra e milanese
scuola di Leonardo, col raccoglierne i cimelii con riproporne le
carte, col rinnovarne i monumenti; il Ranzoni, pittore di rose,
di monache e di garibaldini; il Conconi, acquafortista di notturni
dossiani, descrittore della _Casa del Mago_, e fantastico di bizzarrie
pittoresche; il Troubetskoi, statuario magnifico di imperatori
barbari, zoofilo illustratore di vite e di forme animali, signorile
ritrattista di primavere ricche e feminili; — tutti questi il miglior
fiore dell'ingegno italico contemporaneo, anzi, della genialità, gli si
fecero vicini, donde egli rientrava nella lucida, preziosa e profumata
corona, su cui si adagia, lentamente, la cronaca, colla celebrità,
per produrne, ai maggiori, la gloria, nella storia. E bene; con tutto
questo, a Carlo Dossi mancò e mancherà la rinomea; ma è sicurezza
sua di sopravivere al fiato vagolo e capriccioso delle acclamazioni
troppo facili, poco spontanee, meno comprese e più vane. Egli non se ne
cura, non se ne curò, esercita operosamente la sentenza del saggissimo
antico: «_bene vixit qui bene latuit_:» ma a chi rimase nascosto?
— Mentre, di sulla _Cronaca Grigia_ Cletto Arrighi, scapigliato
irriducibile a trapassare dalla _Canaglia felice_ a _Nana a Milano_,
dal _Teatro Milanese_ al _Carro di Tespi_, si era accorto, primo, di
lui, lo aveva riposto sulli scudi, lo mostrava ovunque, battagliava
in suo onore; Primo Levi lo manifestava in sul bel principio,
schietto, limpido, tutto polpa sana, spoglio d'ogni convenzionalismo,
carattere intiero e specifico di letteratura in — _I libri di Carlo
Dossi, considerazioni biografico-sociali_, additandolo indice di una
mentalità moderna, eretta da ragioni politiche, nel tempo in cui si
rinnovava una nazione, si ritentava un carattere nuovo all'Italia, si
proponevano all'arte, alla filosofia ed alla pratica nuovi quesiti,
altre esperienze, al cittadino, deliberate libertà. — Mentre Eugenio
Camerini lasciava, per lui, la profonda, severa e serena dottrina,
dalla quale riuscivano nette e perspicue le sue prefazioni ai classici
e ripassava, con diversa e moderna intenzione, le vicende letterarie,
ottimo scolaro alle _Lezioni di Eloquenza_ di Ugo Foscolo; — l'acutezza
persuasa, preveggente e generosa di Felice Cameroni lo citava in
ogni sua _Appendice_, in sul _Sole_, _L'Italia del Popolo_, _La
Valtellina_, _Il Tempo_; ne cercava paragoni e paralleli, continuava
a ripeterne il nome e l'opera, sollecitandogli lettori, facendogli
credere ch'egli avesse un pubblico, illudendolo sulle riconosciute
sue virtù, — e chi dice lettori di Carlo Dossi, sottintende subito
amici od ammiratori. — Mentre Luigi Capuana, ne' suoi _Studii
sulla letteratura contemporanea_, con attenzione sagace gli dedica
molte pagine; lo raccomanda fra quelli verso cui Gautier inchinò la
preziosità di _Les Grottesques_, dove occuperebbe il primo posto;
lo rivede _fenomeno e caso letterario_, donde si rivelano qualità
di primo ordine, che, insistendo sul lettore, coll'energico effetto
della realtà, gli porgono un'acuta eccitazione interiore, escludendone
la volgarità, l'impotenza, l'anemia, l'aborto: — alcuni _Magazines_
inglesi lo nominano e se ne interessano. — Se, Pipitone Federico non lo
trascura nei _Saggi di letteratura contemporanea_, non lo confonde coi
settatori del _carnalismo_, per quanto lo giudichi un realista, non lo
impegola nella caterva nova, nata allora dalle lucidature mürgeriane,
dalle risciacquature di Gérard de Nerval, dal fondo di bottiglia
della gazzosa stecchettiana; ma lo fa vindice delli Antinoi-Menecmi
dell'arte, ingualdrappati dalle scorrevoli frasette de' beceri toscani;
humorista, lo pregia sopra a tutto, ruggente come un leone, o guerriero
gallo colla lancia imbevuta del succo dell'aloe acerbo, disturbatore
di pacifiche digestioni, rimprovero vivo ai bottegai scioperoni e
sfacciati della feconda vendita delle candele di sego, dello zucchero,
del pepe e delle loro abilità giornalistiche: — Ferdinando Fontana lo
tramanda nel _Dizionario dei poeti milanesi_ in ottima compagnia. Se
Eduard Rod lo contemplò, colla usata sua competenza, in _Romanciers
italiens_, apparsi su _La Nouvelle Révue_; lo spiegò letterato di
razza, nel senso più raffinato della parola, poliglotta, istitutore
a sè stesso della propria coltura letteraria, autore di libri di una
eccessiva sensibilità, di una ironia acuta, di contorcimenti di stile
e di pensiero, in cui il pessimismo prende il sopravento sopra la
sua fondamentale sentimentalità, e la misantropia cerca di vincere
invano la sua profonda carità umana: — a cura di Elena di Götzendorf,
un _Hausbuch_ tedesco ne stampava la biografia, il ritratto, le
traduzioni; Elena, amica conosciuta per lettera di lontano, non veduta
mai, promessa a fine tragica, compartecipe al suicidio dello sposo
amatissimo, intenta, forte e soave intelligenza feminile. — Meglio
avvisato Vittorio Pica lo riguarda in _All'Avanguardia_, comparandolo
alli autori che il simbolismo francese, allora, suscitava; a Villiers
de l'Isle-Adam, a Mallarmé, a Verlaine, all'Huysmans, alli altri, che
si compiacciono di un ideale d'arte ultra eccezionale ed aristocratica,
e si cercano, per lettori, un numero esiguo di delicatissimi, coi
quali, quasi collaborano per la completa efficacia delle opere loro;
poichè la sapiente suggestione di simili scritti lascia spazio e
margine alla fantasia ed alla sensibilità di quelli, onde li possano
completare personalmente. — Ma, se Benedetto Croce gli sommette un
lungo articolo sulla _Critica_, si confonde nella ricerca della sua
speculazione; non così l'altro giorno, da su _Poesia_, la leva del
_futurismo_ internazionale, quando se ne proclamò il nome a bandiere
spiegate, precursore «assodato di efficacia e sopravivenza; non così
io stesso, se ricorro, a lui per esempii, esperienze e risultati,
col _Verso Libero_: e l'opera del Dossi mi risponde, prova reale ed
operante delle mie affermazioni estetiche attuali.

Dopo ciò, egli può essere ignorato dalla gazzetteria spicciola de'
grandi giornali, dove la critica è facilmente sgomenta, dove non vi
sono caratteri tipografici e carta per nominare queste tempre d'uomini
tutto nervi e coraggio civile, che non temono la verità, che esercitano
l'eroismo pericolosissimo, in questi giorni di maschere condecorate,
della sincerità. Hanno industrializzato l'arte, la scienza, la
politica, l'opinione pubblica; vi concorsero i vermiciattoli della
scribacchiatura venale, i dubii arrivati, li imbecilli arrivisti, i
così-così, in caccia di un ciondolo mallevadore della loro onestà,
che poco persuade. Per costoro, piccolini e mediocri, Carlo Dossi
rimane sempre _colui noto all'epoca della fioritura sommarughiana_,
autore di qualche bizzarria eccentrica e curiosa. In cambio, codesti
fogliaccioni sesquipedali, hanno lunghe articolesse sopra i garretti
e la meritoria pietà cattolica e da veloce scaccino dei Dorando Petri,
sopra la muscolosa trucolenza dei Raicevich, intorno ai voli per l'aria
e le passeggiate sott'acqua, le visite dei Reali ai disastri siciliani,
e di Fregoli al Papa, le scialuppe e li emetici curialeschi e di
Assise, li elettuari fogazzariani, le cantaridi, finalmente ribassate
di prezzo e di valore, d'annunziane, le acque sporche di polveri
virgiliano-romaniche del Pascoli e via via: il costume non si rimutò.

Anche tutt'ora, codesta rivendita di parole stampate ad uso della
borghesia fannullona ed arrivata maschererà, sotto un interessamento
d'imprestito, dovuto al nome formidabile dell'editore letto sopra
la copertina delle recentissime _opere complete dossiane_, la
sua malagrazia e sopra a tutto la sua supponenza spaventata e
melensa davanti alla gratuita sincerità. La paura non è a fatto
tranquillizzata, non le fobie persuase, non l'ignoranza confessa:
tutte queste stigmate morali si ereditano atavicamente; i figli, nuovi
accademici, patiscono le stesse malattie; e, se oggi, per rispetto
umano, o per millantato credito, andranno al richiamo di chi scrisse la
_Desinenza in A_, minimamente la comprendono, nè la lessero.

Avevano i padri trovato già temerari Mantegazza ne' suoi saggi popolari
scientifici, Cremona nella sua pittura, Grandi nel suo _Beccaria_,
Torelli nella dramatica. Il loro gusto aveva applaudito e si era
imparadisato alla nuova e mengoniana. _Galleria Vittorio Emanuele_,
alla statua di Rossini di fresco eretta, nell'atrio della Scala, alla
oleografia della _Stuarda_ del Valaperta, esposta a Brera, all'_Olema_
melopea romantica e spappolata, che furoreggiava dalle ribalte
liriche milanesi. A buon diritto, _La Fidanzata_ russa del Fontana,
il _Mefistofele_ del Boito venivano biasimati. E, l'_utile_, proprio
come oggi, era proposto all'ideale, sogno, utopia, fola. Essi si erano
domandato: «Che pazzia è mai questa del Dossi, di scrivere senza la
falsariga comune e di non curarsi delle vecchie ed autorevoli penne
d'oca della critica?» E molti se lo domandano di bel nuovo.

«Che ci viene a fare quest'uomo, eccesso verbale, scrupolo di onestà
letteraria, che scrive l'opera, non della stagione, ma nel tempo;
cui vediamo armato d'ogni arma, che ci racconta senza rispetto,
«tra[2] gli scrittori abortiti, in professori di belle lettere, tra
gli spulcia codici, i puristi, gli etimologisti», tutta roba seria
e patentata; i quali riguardano con sospetto il _libro nuovo_, senza
pensare che i nascituri, saranno, per esperienza, molto più doviziosi
delle miriadi de' loro antenati?» Tornano a dire i recentissimi, pe'
quali la resurrezione tipografica di Carlo Dossi non sarà sufficiente
a commuovere, nella pigrizia del loro cuore venoso, un palpito più
affrettato di snobismo.

Ma altri si mostreranno col sorrisetto della accoglienza, verso di
lui; altri epigoni di quel giornalismo, di cui sopra, ripassati da un
nuovo strato di biacca, riconfortati sul nero fumo confessionale, sul
roseo sporco del liberal-conservatore; e vorranno, per estemporaneità,
dimenticarsi delle antiche e paterne ingiurie avventate contro di
lui. Pure, la discendenza è diretta: le parole ch'egli raccolse ne'
_Margini_, nelle _Etichette_, nelli _Invii_, preposti alle prime
edizioni a difesa e ad offesa, gli giovano tuttora. Giovano contro
li eredi della cronachetta bonghiana suadente ad ogni mercede, per li
usufruttuari dell'inconfessato livore baseggiano, ai continuatori della
pratica grettezza inelegante e veramente costituzionale della mecanica
giornaliera di un Torelli-Viollier, compilatore di diarii arroganti,
plurireddittuari, in quest'ora bassa, senza ideali di giustizia, per
cui è lecito scrivere senza entusiasmo e libero abbandono; dileggiano
li ultimi scolari di un Verdinois buon anima, anguilla, a sgusciarti
dalle mani.

Furono in allora, e sono anche qui, quelli rimasti in sui confini
delle comode legalità, quelli, che sono sempre responsabili delle loro
azioni, e ne pagarono li eccessi di persona; i sovversivi, insomma,
coloro che fecero e fanno gran caso della personalità letteraria di
Carlo Dossi, sbandierandola dalle loro gazzette: furono essi, che lo
posero all'avanguardia del pensiero civile, foriero di estetica e lo
difesero. Furono i nostri critici di pura tempra repubblicana, come il
Dario Papa, le nostre riviste sbarazzine come _La Farfalla_, insignita
dalla bella testolina sorridente di Tranquillo Cremona, che, contro
tutto e tutti, conservarono alla democrazia l'aristocratico fascino
della cultura umanistica, rappresentanti diretti della italianità
di genio, continuatori del pensiero di Romagnosi, di Cattaneo, di
Mazzini, della poesia di Foscolo; i generosi di sangue, d'audacie e di
sacrifici, quelli che lo presero in sicurtà e che tuttora lo difendono
colla mia penna.

La presente opportunità alli altri, forse, farà loro dimenticare.
Non vorranno accorgersi, che, se Carlo Dossi taglia ancora con buona
lama affilatissima dentro la loro carne viva, non potranno affidarsi
all'aiuto d'Alberto Pisani, uomo ufficiale d'ordine e decorato,
perch'egli ne medichi le piaghe, colla preghiera di scusargli il
fratello irritato ed impulsivo, come dev'essere ogni artista. Ambo,
oggi, hanno moltissime ragioni e diritti per colpire insieme; perchè
grave la doppia ingiuria venuta contro di loro da questa parte, e
la patirono insieme, generosamente in silenzio, ma non ismemorati di
nobile vendetta. Si facciano dunque in là col melenso sorriso della
accoglienza. Il tempo insiste ma non rimuta nelle intelligenze i loro
pensieri atavici. Noi diffidiamo delle loro attestazioni troppo in
ritardo per essere sincere.

Non importa. Attualmente concorre a lui la schiera giovanissima; e,
se il _Cœnubium_ luganese domanda alli intellettuali il titolo dei
quaranti volumi da loro preferiti, Pio Viazzi, esteta e legislatore,
si piace di comprendervi le opere dossiane. Dossi, intorno a sè, sente
il suffragio riverente delli ultimi venuti di sulla letteratura,
di coloro che incominciano: siano Gustavo Botta, umanista di garbo
libero e schietto; o Monneret de Villiars, il cordiale illustratore
del Giorgione; siano Alessandro Casati, patrizio milanese, in cui
vigila il buon ingegno che fu genio in Beccarla; o F. T. Marinetti,
che lo confessa con passione e scandalo di futurista; o Carlo
Linati che rinnova, in _Cristabella, Goccie d'inchiostro_; o il
vecchio Loforte-Randi, spirito inquieto, odiatore della pagliacceria
d'annunziana, indipendenza ardita e geniale da riconnettere Nietzsche
a De Maistre, coraggioso di una sua _Verità_, che contrasta con quella
di molti, che vanno per la maggiore ed hanno maggior tomo, solitario
filosofo in vedetta, che non dimentica, e col quale amo dibattere e
schiettamente ammirare.

Fresche e viride giovinezze d'arte sentono, nell'aria, pungere
l'ossigeno dossiano. Lo stacciano dalla lenta e bassa atmosfera coi
loro alacri polmoni e se ne nutrono. Non conoscono direttamente l'opera
purificatrice e di costanti prerogative, la pompa attiva che erutta
polle sane di fecondità; ma ne presentono, per simpatia, la presenza
d'intorno; vi si orientano ne mandano, araldi e trombetti, proiezioni
di loro stessi, le loro opere adolescenti, in cerca. Sia Cesare Giulio
Viola, che sofre serenamente, e ricompone la lieta e triste espressione
de _L'altro volto che ride_, in cui, la Terra avvicenda le stagioni,
a paragone dell'animo del poeta, col nascere ed il trapassare dei
fiori, mentre i paesaggi cittadini prendono nome, persona e dramatica
umana più grande essendo la pietà del poeta dove maggiore è il peccato
della donna: sia Mario Puccini, che dà a sfogliare, pagina per pagina,
arrugginite, color d'autunno, come le rame delli ontani patullati
dal vento, le foglie della _Canzone della mia Follia_, contro cui
si destreggiano le lancette flebotome dei cruscanti ed imbizzano
le replete e disturbate digestioni dei settuagenarî inostricati
universitaria pedanteria; — Mario Puccini, che se vuol darsi l'aria del
critico dimostra di sentire, ma di mal comprendere il Dossi.

Così, nel _Portico dell'Amicizia_, che, nel suo palazzo del Dosso,
Alberto Pisani volle eretto e consacrato alli amici dell'altro sè
stesso, una colonna si istoria e professa, vicino a quella dedicata
alli _utili nemici_, cento trenta nomi oscuri affatto, annubilati
ambiguamente, o preclari a risplendere _coloro che lasciarono traccia
del loro passaggio sulla terra e nel suo cuore_. Coloro che inviarono,
dalle terre italiane, senza ch'egli celebrasse, come altri minimi,
giubilei, le loro frasi timide, comprese, richiamate e gloriose; dalla
povera maestrina provinciale che si effonde, esclamando, al letterato
in voga; dal filosofo eminente, al viaggiatore illustre; voci di
un popolo affratellato, nel saluto e nella riconoscenza, verso chi
partecipò loro la malinconia di _Alberto Pisani_: l'umana carità di
_Regno dei Cieli_; la filosofia agita, nelle parabole e nelli apologhi
di _Goccie d'inchiostro_; l'utopia di _Colonia Felice_; il sarcasmo
scettico e crudele di _Desinenza in A_; le tenerezze gioconde e tristi
di _Amori_; le amaritudini di _Ritratti umani_; le acute ed ironiche
piacevolezze di _Fricassea critica_; la storia sentimentale, e, per
questo, più vera, di mezzo secolo d'arte, _Rovaniana_.

Gli si confidarono solleciti, li anonimi, li sconosciuti, colle
attestazioni umili che, per la loro indeterminatezza, prendono il
valore simbolico del giudizio collettivo; li altri che sono dubitosi di
sè, impacciati, pudichi de' loro sentimenti e delle loro espressioni;
quelli che, messi sul cammino della confidenza vi rovesciano tutta
l'anima, non terminerebbero più, svuotandosi de' loro più intimi
secreti. E sono accenti feminili: così le accusa la calligrafia minuta,
l'espressione ingenuamente architettata e timorosa di nuocere, il
susurro, il bisbiglio all'orecchio della confessione: «... Perchè i
libri di lei sono veri baci; baci intellettuali al lettore, cominciando
dalla stessa bellezza delle edizioni, che è la più esterna, veste. —
... Io non ti conosco, o autore del _Regno dei Cieli_, dei _Ritratti
umani_, dell'_Alberto Pisani_. — ... Qui parlo col tuo spirito, più
che con te, personalmente, e ti parlo col mio spirito, più che con la
mia voce. Quando ti vedrò, personalmente, ci daremo regolarmente del
Lei, perchè le persone e i corpi dividono li spiriti, perchè ciascun
corpo, nel mondo, vuol posto. Per il che noi ardiamo del desiderio
in un istante, di conoscere una persona, di gettarle le braccia al
collo; e poi ci batte il cuore quando abbiamo messo il piede sulla via
di trovarla, di andare colla nostra persona avanti alla sua; perchè
temiamo di spiacerle. Oh! quanto ci facciamo, spesso, più materiali che
non sia nostra natura! — ... Io, un uomo, o mi piace e lo amo; o non mi
piace: se mi piace e lo amo, mi piace tutto com'è; non conosco difetti;
per me anche i suoi difetti costituiscono il tutto che amo. Così, per
me, un libro: se lo amo, lo amo come un amico, svisceratamente — ...
La _Ines_ è un nuovo ardimento, e non v'è intemperanza... — Per me
amore è santo ovunque sì trovi. Valesse, tal capitolo, a fermar la
mano di un solo suicida, Caino d'amore, non sarebbe intanto scritto
invano. — ... Con in mano il _Regno dei Cieli_ dico io, sarebbero già
stati risolti anche tutti quei problemi. — ... E tutto ciò sia un segno
dei tanti ringraziamenti che il mio cuore fece a lei, nel leggerlo; è
un tenuissimo scambio del piacere a me fatto dai suoi libri...» Chi
scrive? Perchè scrive? Bisogno, necessità: innominata voce del coro
greco, non impersonata mai «_perchè le persone ed i corpi dividono
li spiriti, e noi ci facciamo spesso più materiali che non sia nostra
natura!_» Angiolo lontano: Carlo Dossi rimette a suoi nemici, per il
suffragio tuo, tutti i dolori di cui l'abbeverarono!

Or dunque; se l'opera di Carlo Dossi è all'apogeo e completa, tutta
risplenda, come fa il sole a giugno che si svuota di luce sopra li
oggetti e li determina colle brevi ombre sottili e lineari, oscura e
necessaria apposizione; essa è attuale, in azione; risponde al nostro
sentimento ed al nostro bisogno; è l'anello necessario che ricongiunge
la letteratura di Alessandro Manzoni con quella che verrà; è una maglia
essenziale nella catena della evoluzione psichica ed estetica, la cui
ignoranza e mancanza produrrebbero uno squilibrio ed un vuoto; per cui
la presenza è richiesta, logicamente effettiva, par ragioni fisiche e
filosofiche, perchè non intercorrano soluzioni di continuità, ferite
slabranti, sanguinose e dolorose, disaccordi inarmonici; perchè,
un'altra volta,, si ripresentino vittoriosi i cardini d'ogni legge
fisica e morale; πάντα ῥεῖ: — _Natura abhorret a vacuo_.»




II.

COME È NATO


Carlo Dossi non ci viene da lontano; la sua nascita coincide con una
grave e dolorosa sconfitta italiana, anzi ne fu sollecitata, come a
noi insegnò a volere, con maggior tenacia e fortuna, l'indipendenza
nostra: egli soferse, insieme alla sua crescita, quella della patria
e ne espresse l'adolescenza ebefrenica. Mentre la miseranda cannonata
d'Agogna contro Novara aveva condotto un giovane principe a Vignale,
davanti ad un maresciallo austriaco imbaldanzito arbitro di guerra e di
pace, e tornava a boccheggiare la patria nel sangue sparso a Milano, a
Brescia, a Vicenza, a Venezia ed a Roma; egli nasceva il 27 di Marzo
1849 a Zenevredo, un borgo sulli Appennini dell'_Oltrepò pavese_, in
vedetta della battaglia, risparmiato a pena dall'incendio, anzi, per un
prossimo incendio, spaventata la giovane madre, settimino.

Ed egli fu precoce autore: (suol dire e distinguere: «De Amicis,
Fogazzaro, Barrili, Rovetta ed altri non sono autori; cioè nulla
aggiungono al patrimonio letterario italiano, ma semplici scrittori»).
E subito il Demone lo richiese e se lo imprigionò. Egli non se ne
pentirà mai: «[3]Tredici anni sono passati da allora, la mia esperienza
è, più che matura, già marcia, e, non solo non sento rimorso alcuno di
quel mio adolescente peccato, ma lo ristampo. — Resti dunque a dormire,
nel suo sepolcro di versi, il consiglio del cisposo Orazio. — Per conto
mio son ben contento di essermi alzato ai primi albori per cominciare
questo viaggio, non breve, di una vita letteraria».

Bimbo, ama già il libro; precorre coll'imaginazione le pagine che
va leggendo, le quali gli servono per altri più belli, personali e
meravigliosi motivi. Ricama di tutta sua fattura sulli spunti di un
verso, di una frase; compie a suo modo l'avventura già scritta. Tal
quale il mimmo vede, nella _Casetta di Gigio_, un mondo scoprirsi
a lui nel buio fantastico di sotto le coltri; al Dossi furono dati
voli eccelsi per le nuvole e le stelle e gesta ipogee; donde la sua
ebrietà di imagini, che sorprendono la brava gente astemia e sobria
di entusiasmo: s'egli ha immerso, come il Silfo di Pope, le ali
nell'arcobaleno, come Guymplaine risorge anche dalli inferni.

Il libro-passione, spesso, gli acquetò e gli spense la passione-amore.
Carezza con mano innamorata le pagine, come il suo sguardo si posa,
con ogni delicatezza, sopra il profilo delle bellezze desiderate ed
ottenute. Ma possedere significa produrre; anzi, massimo possesso
ed esclusivo, veder viva, materiata la cosa sua, erotta da sè, aver
raggiunto alcun che di più a quanto già esiste, dirsi autore, poeta.
Testè, mentre si correggevano insieme le ultime bozze dell'ultima
edizione, che ce lo porge intiero, nei pomeriggi freschi e lariani
del Dosso, tra le raccolte del suo archivio, che lo completano, tra
le leggende scritte sopra le pareti di marmo e di cemento, che, come
fogli perenni, dicono la sua storia con quella di coloro che ha amato
e lo amarono; — gli tremava la mano che reggeva la pagina, la voce
che leggeva le righe; lo vidi lagrimare silenziosamente sopra la
sua creatura. Fresca, intatta, vergine gli usciva dopo quarant'anni;
sonoro, giovanile l'accento persuasivo e malinconico; l'adolescenza,
la maturità tornavano dentro il volume a parlargli: nulla si era
perduto nell'aspettare, nessuna grazia avvizzita, non una bellezza
sciupata; quanto caduco il corpo del padre, ma come vigile e costante
il nato dalla sua intelligenza! Carlo Dossi non accoglieva al ritorno
il Figliuol prodigo, ma Cordelia la più cara, la più devota, la più
dolorosa delle figlie di re Lear: ed il bacio, che lo estasiava, lo
faceva sofrire insieme.

Perchè il Demone gli diede occhi, mani, orecchi, membra e sentimenti
specialissimi onde potesse rievocare il mondo diversamente: e tutti se
ne meravigliarono e gli imputarono, i più, a posa menzognera la sua
schiettezza, se ebbe il coraggio della massima sincerità; mirabile
impostura del luogo comune! Egli se ne era allontanato, con quello
disprezzando la gente comune, costituendo una vera rivoluzione in
estetica contro i romantici, i classici, i cruscanti, i naturalisti, li
idealisti; e fu sè stesso. — Ed il Demone gli dettò dentro le parole
semplici naturali, e perciò misteriose; e lo credettero involuto,
astruso, difficile: e il Demone gli porse in mano una penna temprata
come uno stile, acuta, incisiva, incorruttibile, elastica, inossidabile
qualunque fosse l'inchiostro dentro cui s'inzuppasse, acqua, lagrime,
sangue, mota, cielo, coscienza umana, egoismo, folgore di ribellione e
paradisiache bontà umiliate; ed egli ne usò, bambino gazzettiere, per
giuoco, adolescente, per la malinconia dell'inquieto crescere, giovane,
per i dolori e le crudeltà dell'amore, uomo, per le memorie e per
l'istoria.

Sì che egli lo confessa ne' suoi _Amori_: «Amai i libri ancor prima che
li sapessi leggere... parmi di aver davanti una folla di amici... li
palpo sul dorso come generosi destrieri e li bacio anche, e sedendomi,
qualche volta, sullo sporto della libreria, appoggio la mia testa
contr'essi e lì rimango beato come sulle spalle di una donna cara,
quasi assorbendo — feconda pioggia — il lor genio, quasi sentendo il
mio ferro, al contatto della loro magnete, farsi magnete».

Primaticcio in tutto, per consentire alla sua nascita, sembra indovini
le cose che la sua fanciullezza gli impedisce di conoscere; come d'un
serbatoio d'esperienze altrui e di scienza atavica, elabora idee,
concetti cui l'età giovanissima non gli concederebbe. I Quinterio, per
parte di madre, gli avevano legato un fondamento di virtù pratiche e
disinteressate; i Pisani l'avventuroso ritentare, il coraggio delle
battaglie aperte, il piacere delle cose difficili e delle congiure
— Don Carlo il nonno, tipico e romantico stipite de' _Federati_ —:
d'ambo i lati amore e culto per la patria. Carlo Dossi, al fomento di
questa genealogia, presumeva ed indovinava giustamente; appartato dalla
vita, la sapeva meglio di chi, in mezzo al suo estuare frenetico, la
eserciti, ma non ne racconti le fasi.

Fanciullo undicenne, nel 1861, gli balena nella vergine fantasia un
_Don Chisciotte della Mancia; epigrammi, canzoni d'occasione, versi_
sciorina; milanesi quelli: «_In occasion d'on invit a festa de ball_».
_La Caduta di Milano_ (1862) sfoggia l'ottava rima; per le teste di
legno del suo teatrino da marionette, annoda l'intrigo della _Cacciata
dei Re_, recitata a viva voce da lui e Guido, fratello minore; nel
1865, pubblica rappresentazione di una comedia: _Lodovico Ariosto_,
collaboratore, per la prima volta, Gigi Perelli, vestiarista di genio,
Tranquillo Cremona, che disegna i figurini de' costumi indossati per la
recita dai bimbi dell'asilo, cui Claudia Antona-Traversi, parente de'
Pisani, istituì a Sannazzaro de' Burgondi.

Poco dopo, si dà al giornalismo e spaccia l'infantile _La Trombetta_,
due o tre numeri, cinquanta centesimi la copia manoscritta in redazione
con Guido: — trasformata in _Giornale delle Famiglie_, numero unico,
a contenere nientemeno che _La Convenzione (di settembre), Lumi
sull'antica scrittura egizia, seguiti da una gramatica, Progetto
d'imposta lucrosissima allo Stato_, ed il resto. Ma _L'Aurora_ sorge
ed assorbe il _Giornale_; ebdomadaria, poligrafata, tenera, porporina
si completa nell'azzurro di un altro mattino raggiante, dopo quattro
numeri di vita (1864-65). _La Palestra letteraria_.

Intanto, scolaro ginnasiale, Carlo Dossi aveva perduto appetito,
salute, sonno dietro una nuova e geniale interpretazione dei
geroglifici figurativi d'Egitto, e ne aveva, come vedemmo, proposta la
grammatica, forse più logica delle altre molte, che, oggi, i dotti, nei
loro dizionarii empirici, mandano a torno per riempire le teste e li
scaffali delle librerie. Poi, sedendo sulle panche liceali, appunta la
critica contro la così detta pubblica istruzione; la dimostra seminario
e semenzajo di coscienze già bacate, sopra le quali si deposita la
patina del clericalume. Il primo racconto che si legge in: «_Giannetto
pregò un dì la mamma che il lasciasse andare a scuola..._» — ed il
titolo stesso è già per sè una acuta ironia, per quanto evidentemente
ispirato dai capitoli del _Lorenzo Benoni_ di Giovanni Ruffini —
descrive costumi sacerdotali ed educativi, ha il medesimo significato
morale; termina colla morte dell'innocente, col trionfo delle
canaglie, precisamente, come nella vita. A riscontro, Luigi Perelli gli
poneva _Istruzione secolare_», perchè la _pedanteria laica_, vale il
_gesuitismo bigotto_; e l'equilibrio si ristabilisce così, ottimamente,
in Italia. — L'anno dopo, da solo, Carlo Dossi ritenta la pubblicità,
nel breve cerchio dell'ambito famigliare: «_Per me si va tra la perduta
gente_». Spunto iniziale de' _Ritratti umani_; grotteschi, schizzati a
volo, della _Gente-per-Bene_, caricature di scombiccheratori illustri,
patentati, academici di tele e di carta; punge l'amaro assenzio tra
le verbene e le violette profumate del sentimentalismo, tra le rosate
vainiglie, elettuari delle speranze. Beppe Marini, il protagonista,
sofre e si riconsola; contempla fantasime di fede e di speranza, ritto
al capezzale della sposa seminuda, angelicamente, sognando, mentre la
luna la inalba.

Di quel tempo, sorse la _Società del Pensiero_; il Dossi ne divenne
l'anima, il segretario perpetuo; mentre Luigi Perelli, organizzatore
nato, la attuava funzionalmente. Fondata un 14 Marzo del 1865, visse
due anni; ragunata intima e precoce, «che doveva, poi, in breve,
trasformarsi nella _Palestra Letteraria_. La sola idea di questa
gara geniale ch'ei promoveva, altruista anche in questo, tra i
nuovi ingegni italiani, lo poneva in rapporto con quanto vi era di
grande in Italia»[4]. Sette furono i soci giovanetti della Academia
novissima: e vi andavano a leggere, senza catedra e senza inamidata
e cinica grettezza, o: _Una discussione tra il sole e la Luna udita
da quei famosi astronomi Perelli e Pisani_, o: _Un viaggio alla
ricerca delle origini di un filo di ferro_, o: _Le osservazioni
sopra due vasi antichi_, o: _La pena di morte_, o: _Delle origini
delli stuzzicadenti_, o: _Le osservazioni contro il cristian uso
della inumazione dei cadaveri_. — Sfoggi di ironia, di erudizione,
di bizzarrie aforismatiche, di compromissioni, tra la serietà e la
scienza, dileggio, funambolica imaginazione; contenevano, in germe,
l'arte e l'atteggiamento della prosa completa di Carlo Dossi. Questi
ne sottoscriveva un _Album scientifico letterario_, espressione
stampata ed ufficiale della _Società_, il quale ebbe due numeri soli,
il primo del 27 Marzo 1866, l'altro del 30 Aprile, essendosene sospese
le pubblicazioni «stante le attuali eventualità di guerra» — Bella
prova di letteratura, che correva a trasformarsi in azione armata, che
abbandonava la penna per la carabina! Sì che le ragioni della patria,
dopo i campi cruenti, venivano a manifestarsi in altre pacifiche
battaglie, non diversamente proficue e nobili per la integrazione
d'Italia; e da quelle unite riplasmavasi il nostro moderno carattere
nazionale, auspice _La Palestra letteraria_.

Si diffuse, e durò tre anni, da una specie di sottoscala ampio e
basso di _Via Monte Napoleone_ 26, — _Casa Padulli_ —, immesso tra
la portineria e l'appartamento de' Pisani, in ragione verticale, dove
pochi gradini più in su, si aprivano a due battenti le porte di quella
abitazione[5] «a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da
Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima _maniera_,
a quel mingherlino e pallido Primetto, _milanese_ ancor di _Ferrara_,
che, sotto la materna carezza di donna Ida, la mamma del Dossi,
scioglieva spesso in lagrime dolci la naturale mestizia».

Quello stanzino ingombro riboccava di carte, di mobili, di idee: vi
giungeva Gigi Perelli pieno della conversazione con Rovani, da cui
aveva immagazzinato ingegno per una settimana[6], «epigrammatici
lampi, frasi degne, or di scatolino e di bambagia, ora di bronzo,
un subbisso di imagini e tutte nuove fiammanti, comiche antitesi e
osservazioni soavissime si rincorrevano senza riposo sulle sue labbra».
Ma, a riordinar l'estetico guazzabuglio, concorreva Primo Levi; le
sue mani venivano a visitare la confusione, col sole, che ciarlava
col suo raggio più alto in mezzo al solfeggio della conversazione
giovanile; perchè, qui, conveniva a sfoggiare la propria ed alacre
primavera quella gazzetteria garrula, spregiudicata, intensa, cordiale,
coraggiosa, tumida di molte virtù, che ai tempi grigi della borghesia
arrivata, appajono, se non delitti, riprovevoli esuberanze.

Si lesse il primo numero della _Palestra_ nel dicembre 1867; bandiva
un programma di continua fragranza: «Offrire alla gioventù, che ama
muovere i primi passi nella letteratura, un campo vergine, esclusivo ad
essa, dove provare le proprie forze:» proclamava: «tutta la gioventù
italiana è chiamata a far parte della società.» Si era istituita una
commissione esaminatrice dei lavori da pubblicarsi; i più bei nomi vi
facevan parte; oggi, li vantiamo glorie nelle scienze e nelle arti.
Un Luigi Cremona; un Paolo Ferrari, indicato dai recenti trionfi di
sulla ribalta comica; un Leopoldo Marengo, che faceva lagrimare i
belli occhioni lombardi sopra la patetica di _Celeste_; un Vincenzo
Masserotti fisico e medico di tono italianissimo, allievo di Scarpa e
di Borda; un Giuseppe Pellegrini, filosofo del diritto di alta dottrina
vichiana, istitutore privato, più tosto che piegarsi alle imposizioni
dell'I. R. governo austriaco; Giuseppe Rovani; Giovanni Schiapparelli,
illustratore del cielo e della terra; Bersezio, Dall'Ongaro
repubblicano poeta di stornelli per l'indipendenza; Guerrazzi; Mauri,
che allevava l'infanzia con tenerezza di nonna e perdonava ai capricci
dei giovanetti con bonomia manzoniana; Settembrini, che spumeggiava
anticlericalismo e repubblica insieme e demoliva i _Promessi Sposi_;
Tommaseo; Correnti; Cibrario, storico d'alto garbo guicciardinesco,
più amico della verità che di Cavour, di Garibaldi e di re Vittorio;
Mamiani filologo e diplomatico; Mantegazza; Gabriel Rossa; Carducci di
fresco assunto ad una catedra bolognese, dopo di avere, per il primo,
cantato il tricolore in Piazza della Signoria nel '59, e, per il primo,
bestemiato d'Italia dopo Mentana, coincisa in sull'anno rattazzino;
Arnaldo Fusinato, _Fra Fusina_, delle satire e delle lepidezze
politiche e patriottiche. — Per tre volumi completi la pubblicazione si
avvicendò; ora introvabili, eccitano la cupidigia del bibliofilo; se li
leggete rappresentano, in breve, aureo anello, le più belle ragioni,
le più ricche e rosee illusioni, lo sforzo nativo e sincero verso il
divenire di una generazione, verso l'assettarsi di una patria. _La
Palestra Letteraria_, come _La Diceria_, come _La Giunta alla Derrata_,
proposta da Giosuè Carducci per rintuzzare le burle, le invettive, le
caricature, che dai cruscanti academici e dai frigidi fanulloni delle
lettere andava buscandosi lo spirito innovatore, si riportava contro
il catedrante, li uomini del falso buon gusto, i fossilizzatori della
vita e dell'arte, perchè le temono e si affidano solamente alla storia
togata, perchè le ha mummificate. Il catedrante, l'uomo che ha la
bigoncia al posto del cuore e del cervello, che stranisce all'incontro
di un punto e virgola, cui non avrebbe messo lì, che professa, a
tavola, al caffè, in letto colla stessa moglie, il suo piccolo omuncolo
tozzo, pigro, disgraziato, feroce Torquemada delle Università, Calvino
dei Consigli municipali, Tsar nel Consiglio superiore della così detta
Pubblica Istruzione; rudere dovunque senza genitali, e perciò crudele,
com'ogni essere mal riuscito, salito a dominare, sopra una pattuglia,
quattro panche di scuola, un bidello, un diploma cartapecorino.

Carlo Dossi, giovinetto di sedici anni, si battesimava dentro
quest'acqua fervida e ghiacciata, lustrale, di continuativa e
preservativa efficacia: sulla _Palestra_ deponeva la sua prima e
pubblica offerta. Uno dopo l'altro, apparivano i bozzetti brevi di
mole, ma già preziosi: _Valichi di Montagne_, _Viaggio di Nozze_,
_Tesoretta_, _Istinto_, _Balocchi_, _La Casetta di Gigio_. Allora
«la[7] curiosità del pubblico, stomacata dalle ultime risciacquature
neo-cattoliche, e dalla meschina fioritura di romanzacci patriottici
e meneghini, onde fu straricca la produzione letteraria del periodo
immediatamente seguito al ciclo eroico del 1848-60;» gli si era
rivolta benigna. «Ed in[8] mezzo ad una moltitudine dalle faccie
uniformi, dalla apparenza antiquata, dalle vesti disusate; fra tutte
queste voci, che cantano all'unisono un coro di metro e di ritmo
pallidamente cinquantenne, ecco apparire, miracolo nuovo, il Dossi;
ecco, sorgere la voce di questo giovanetto, che osa torsi dalla
nojosa e pedestre eufonia delle voci comuni, per inalzarsi a regioni
sconosciute, ricca di tutti i tesori che la giovanezza, l'amore santo
del bello, una intelligenza eletta, una delicatezza femminea quasi,
tanto è fine ed aerea, possono fornire.» — Esso è qui, dai primi
passi, fatto e completo; presenta una sua formola semplice, non si
dimostra in divenire, ma nella attualità; li anni nulla hanno aggiunto
o tolto al suo modo di vedere, mentalmente, e di rispondere alle
sensazioni letterariamente; i suoi pregi ed i suoi difetti sono li
stessi e nei primissimi _Valichi di Montagne_ e nelli ultimi _Amori_.
«Probabilmente[9] il Dossi» intuiva con rapida critica il Capuana,
«non cercherà più di emendarsi e di correggersi; temerà di perdere
qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual'è.
Ha torto? Chi lo sa? Potrebbe darsi che no.» — Certo no, sono le sue
virtù; rimangono e rimarranno la sua forza.

Giuseppe Rovani s'era tolto in mano il manoscritto di _Valichi di
Montagne_, di _L'Altrieri_; colloquio breve intenso, saporito, con
quest'anima adolescente, che gli veniva davanti per la prima volta,
spoglia, perchè vestita di quella sua giusta letteratura; ed egli la
sentì sotto i suoi occhi e sotto le sue mani nuda, fragrante, fremente,
Luigi Perelli scriveva all'amico:

«Ti scrivo su di una busta, che mi trovo per caso in tasca, queste
parole di Rovani: «ho lett pocc pagin de quell'_affari_; ghe assicuri
che l'è de publicass;... ghe intuizion molto pronunciaa d'artista e
della bonna voeuja de fa della lingua. Sta nott leggi el rest; e se
domenica el ven a trovamm, ghe dirò quel che incoeu pos no dì».

Tornò Luigi Perelli, di sera tarda, all'illustre e definiva:

«Rovani si svegliò ieri notte alle 11. Mi guardò, mi sorrise, mi stese
la mano; strinse la mia, poi mi disse: «Che le publica quel lavor; quel
giovin che l'ha scritt l'è artista, el pittura ben;... l'è propri un
bel sagg de gener descritiv; in somma (ridendo ed atteggiandosi) — Ne
consiglio la pubblicazione — Ecco el me giudizi! Il lavoro parlerà da
se quando sarà stampato. — Dixi» Addio di cuore tutto tuo; Perelli, 23
aprile 1868».

Provvisto di questo sicuro viatico, amministratogli da Giuseppe Rovani,
che avrebbe rassicurato qualunque novello autore per le climateriche
avventure della letteratura, dopo _Valichi di Montagne_, valicava il
Rubicone della pubblicità, infossato ed insidioso, tra li scogli della
disconoscenza, dell'ambizione delusa, del livore, dell'odio mascherato
da consigliere e da emascolatore, _L'Altrieri_, un volumetto di
centotrentanove pagine, stampato dal tipografo Lombardi di Milano in
cento esemplari; opera rarissima oggi a ritrovarsi. Il Demone l'aveva
preso definitivamente in signoria, e Carlo Dossi vi si era impersonato;
per più di vent'anni visse esclusivamente in lui; poi, voltosi per
altro campo, le sue distintive qualità non lo abbandonarono e parve
tacere; più secreta e più preziosa, l'onda continuava a zampillare, dai
mille giuochi ipogei della vena turgida.

Per cui, se alcuno s'arresta alla superficie, ignora o fa caso
semplicemente del banale empirismo, e viene a giudicarlo dal suo fatto
_pubblico di letteratura_, e lo accorge arrestarsi a metà della sua
vita, può ripetere, errando come Benedetto Croce in sulla _Critica_
(Fascicolo VI del 1905) lo parole che il Guerrazzi dedicò a Tomaso
Grossi: «aveva ricevuto da natura una bottiglina di olio finissimo; e
presto l'ebbe tutto versato.» Ma a chi fu dato da Carlo Dossi l'onore e
la massima confidenza di saperlo intiero e schietto come un cristallo;
a me, cui si espose in ogni positura d'animo, confidò ogni segreto,
ogni piega più oscura, distese davanti tutte le pagine dalle composte
alle interrotte e sospese; a me, è pur anche concesso di dire, con
una sua frase che ribatte all'altra del critico hegeliano di Napoli;
«Nella mia vita di scrittore, tutti non hanno potuto non rilevare delle
interruzioni; queste non sono che apparenti. L'energia intellettuale,
in me, non fu mai sospesa, ma si trasformò solamente nei vari campi
pei quali passò, sotto l'invito delle circostanze, e dove sempre ha
lasciato una traccia letteraria.» Egli ha veduto con pupilla di artista
anche la menzognera diplomazia cui fece schiettezza e generosità, come
la polverosa e barocca archeologia, cui infuse di vita ed espose, a
simiglianza di una poetica, giovane ed in azione, nel paese classico
delli antiquati fegatosi e tabacconi, avari, ma rimpolpettati di
superbia e d'ignoranza. Però che _Minerva_ li nutre, li protegge, li
addotta; in fine, li crea Ministri della nostra miseranda pubblica
istruzione, in cui tenzonano la tirchieria e l'analfabetismo con bel
seguito di pellagra e di delinquenza esemplare, veramente italiana.




III.

GENIALE EBEFRENIA


Codesta precocità lo invasa ed instaura, senz'altro, a nostro
predecessore morale; codesto nuovo attributo, ch'egli assegnava al
_libro, libro-vita, libro-carità, libro-dolore_, per cui la carta
agisce per sè, si riproduce solidamente ricostruita di voce e di
volontà, battaglia, o schermo alle nostre soferenze, lo aveva reso,
senza che egli lo accorgesse, precursore di Mallarmé: «_Il Libro,
espansione totale delle lettere, è un tacito concerto morale; è la
persona stessa del poeta, se insiste sopra di un suo dolore, di una sua
gioja, di una sua malinconia, di un suo disinganno._»

Ora, chi discese da Mallarmé? Chi discende da Carlo Dossi? Noi; un
_Alberto Pisani_ ci aveva preannunciati, uscito da un Guido Etelredi
suo _avatar_ di _L'Altrieri_; si continuerebbe nell'Impenitente, che,
dopo _La Desinenza in A_, dedicherà alla _Geniale la confessione piena
ed intera di Amori_: Carlo Dossi, iperemico di genio, ipertrofico
di coltura, s'ammalava d'ideale e di belle lettere italiane. Egli
era in pubertà; pubesceva con lui la città che abitava, Milano;
adolesceva la Patria; era pur logico tutti patissero, senza avvisarli,
passaggi inquieti d'ebefrenia; l'epoca li richiedeva. Sia per la
collettività di un eletta di popolo, _romanticismo_, sia per l'elezione
di un individuo, _simbolismo_, le cellule prime, o l'aggregato di
cellule, rispondono a dei dolori vaghi ed innominati che li vanno
martoriando senza lasciarsi attutile e vincere, perchè ne nascondono,
misteriosamente, le ragioni. Sono i dolori innominati, non forti, ma
insistenti, non decisi, ma continui, che vanno perseguitandoci senza
localizzarsi, che formano, vagamente ma realmente, il nostro malessere,
_uncassines_ li chiama Locke i _senza causa_; ciò che ne accenna
l'_avvertenza morale di sofrire la vita_.

Epoca ibrida e dolorosa; vi si aspetta qualche grande avvenimento; il
giovanetto attende l'amore; l'estetica fa allora eccesso e non difetto;
vi si conoscono le ipertrofie sentimentali a profitto del culto del
bello; si pretende e ci si crede qualche cosa di più e di diverso
di quanto siamo; interviene il _bovarysmo_. Giornalmente, vengono a
ferirci, con temprati bisturi sapienti, la noja, l'umiliazione, il
dispetto, sensazioni morali male definite e peggio conosciute, che
si fondono nel _tædium_, non quello latino e stoico per cui Petronio
elegge la morte alla vita, ma quello di Leopardi, di Hartmann, di
Schopenhaurer, che, pur lamentando di vivere, non si lasciano morire.

Vi si cerca qualche cosa di più che l'ordine di natura non può, per
ora, concederci; ed intanto, la crescita normale accelera il suo
processo febrilmente. La crisi, nell'esistenza maschile, si riassume
una volta per sempre nello spazio di un lustro; qui convengono a
svampare i vapori periodici e catameniali che tormentano le feminilità
puberi, le involgono e le rivolgono, sempre che li patiscano, al
desiderio smodato, all'isterismo, all'amare l'amore, ed alla poesia:
in fine, pubertà. Se intercorre tra i quindici e i vent'anni; se non
ritarda con processo postumo — e ne diventa una malattia morale, che
può dare dei frutti d'arte saporosissimi, ma artificiali ed esigenti
di una passione un poco sadica; — se una buona costituzione mentale
rifiorisce, si incomincia armoniosamente la prima tappa per la
esperienza; si va alla conquista della coscienza delineatasi sul bene e
sul male; si risolve in versi; i più forti la deviano a profitto della
prosa.

In alcuni organismi privilegiati, e per ciò dolorosi d'esserlo, questo
stato di continuo malessere, questo _stato in divenire_, perdura;
li accompagna, fedele tormento e carnefice. — Pietro Verri nota, nel
_Discorso sull'indole del piacere e del dolore_, che tutti li uomini
che coltivano le scienze e le arti con buon successo, furono spinti
dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che
hanno battuto: ed a loro, così, vien concesso, per tale esuberanza,
una valvola di sicurezza, per cui esce, in armonia ed in equilibrio, il
troppo pieno della loro commozione. — Arte, rifugio, arte, romitaggio
tranquillo, ma donde si espandono, donde non hanno più paura, nè di
sè, nè delli altri, nè delle cose del mondo: — arte, che li rispecchia
e perciò giudica li altri. L'arte li arma e li protegge, li avvalora;
dai termini ambigui, dai dolori innominati e dal malessere, costoro,
favoriti e cruciati insieme, si riverseranno _nel libro_; non nel libro
del giorno, ma nell'opera dell'epoca; questo, che non si disperde, nè
si dimette come un capellino alla moda, ma resta; ed è necessario che
lo conosca, a riflesso del tempo, l'uomo civile.

La letteratura universale se ne avvantaggiò, ne conta i capolavori,
siano _La Vita Nova_, o _La Vita di Alberto Pisani_ siano _L'Education
sentimentale_ di Flaubert, o _La Saison en Enfer_ di Rimbaud; precoce
e restio, pei secoli, ciascuno, come Rousseau, ama dettare _Les
Confessions_ di fatti accaduti, o di fatti sentiti e per ciò più
veri; e, l'uomo conservando il tono del proprio tempo, riesce oltre a
dire la semplice personalità dell'uomo di natura. Romanticismo, se il
tempo e le costituzioni saranno militari e reazionarie; simbolismo, se
l'assetto della nazione volgerà alle industrie, il tono dell'anima al
cinismo utilitario.

Lasciano il modo freddo e sereno del classico, in cui il ragionamento
si distende, in cui la _realtà_ ha un culto maggiore della _verità_,
e, per tutti, un valore uguale e circoscritto: su cui non si sente il
bisogno di ritornare alla ricerca delle essenze, dei nuclei costitutivi
le idee, le emozioni, le credenze, i fatti sociali; in cui l'uomo
saggio è calmo, riposa tra quattro spunti, o ruderi fondamentali di
cognizioni, e, sopra a queste quattro sicurezze imparate dai maestri,
si adagia, pago che rappresentino tutto il suo bagaglio scientifico e
religioso. — Romanticismo, simbolismo, l'inquietudine,

    «che col dar volta al suo dolore scherma;»

il mare in tempesta; il vento che ulula e sradica; il lago che
schiumeggia crestato e livido; la foresta che si discapiglia; tutti
nervi esagitati; la nevrastenia alla porta della ragione; la confusione
tra i diritti, i doveri che non sono più e molti diritti che permangono
privilegi; il cervello che fermenta ed estua; la rivoluzione imminente
sulle piazze; provvidenziale e dolorosa, l'arte. È la secchia d'oro,
scolpita ed aggemminata, uscita da mani pie e squisite, che discende
e s'immerge al drenaggio dell'anima ripiena d'ogni liquore prezioso e
va svuotandola senza interruzione sulle pagine; le quali si coprono
di scrittura nera, ma cantano i sogni biondi e rosei andati a male,
l'ostilità del tempo inclemente, i desiderii senza soddisfazione:
liquore, che è il frutto della cooperazione di natura se, dalla
mente, imbriglia l'ebefrenia e rappresenta il sopra più dell'ideale.
— Crepuscolo, ora _dei nervi_. «Il giorno fondesi nella notte. È la
più stanca ora per tutti e la più insidiosa per quelli, in cui i nervi
tiranneggiano i muscoli. Già l'uomo cede alla donna, la riflessione
alla spontaneità. Tutti quei sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un
tenore di vita odiata e nel sospettoso contatto coi nostri _così-detti
fratelli_, risorgono; ciò che vi ha in noi di gentile parla. Nè le
carezze di quest'ora tristissima son sconosciute ad alcuno, perchè
tutti hanno in sè qualche cosa di buono, e ne hanno, perchè a nessuno
è negato di amare»[10].

Crepuscolare in fatti, coll'_Alberto Pisani_, Carlo Dossi si dichiara e
si intorbida insieme; ed è tuttora un grande mistero fisiologico, direi
quasi mostruoso, il vederlo in una vita più chiusa dalla comunemente
esercitata da tutti, quindi senza un vasto campo d'osservazione
a portata delle sue esperienze, indovinare gesti e fatti della
vita altrui nelle più intime esercitazioni, farsene il critico e
l'humorista. Suol dire per ciò: «[11]Ho cominciato a pensare a cinque
anni, — a scrivere a sette — a sedici anni stampava. Ho sofferto
una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei,
a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi,
essicamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò
tardi poichè non conobbi donna che ai ventisette anni»; e la conobbe
allora dal lato pessimo se gli ha fatto produrre _La Desinenza in A_.

Onde, chi fu precocemente appassionato del sentimento d'amore per
riflesso di letteratura e per schiva funzionalità biologica — che del
resto lo difende e lo copre dalla repulsa feminile — sente tardi il
senso genetico. Si prolunga per lui questo suo stato speciale, come
lo accolse anticipato, fattore delle sue migliori rappresentazioni
estetiche; non viene assolto in tre anni, come normalmente impiega a
nascere, svilupparsi, determinarsi in virilità; ma perdura tre lustri,
irretizzandogli le cerebrazioni in modo acuto, donandogli, in oltre,
le facoltà necessarie di costanza, coraggio e volontà per te quali ha
sentito il bisogno di essere originale e similmente sincero.

Egli soferse e gioì quella età[12] «che in alcuno confondasi colla
infantile», ed io aggiungo, in Carlo Dossi, colla maturità — «in cui
l'anima anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro
le venga, dona parte di sè perfino ad oggetti della natura organica;
i quali sotto il suo soffio si fanno quasi sensibili: non potendo
raddoppiarsi si divide».

Ed ecco, che i maschi, per eccesso di virilità non ancora razionalmente
impiegata, si feminizzano; ed ecco, che, sorpreso Apollo da Dionyso,
Cristo predica e Leonardo da Vinci vede errare, e ritrae, quel sorriso
unico ed ineffabile sulle labra adolescenti di San Giovanni — Bacco,
di Gioconda — Melusina; e tutte le parole proferite hanno un senso
oscuro e conturbato che ricercano luce e speranza. Turgido di linfe,
che fremitano nell'impeto seminale e ribollono, l'adolescente, nascosto
e pur offerto alla pubblicità della letteratura, si appresta, colle
grazie pudiche, spavalde, originali, corrotte, ciniche, in una sincera
confusione che lo fa amare.

Egli coltiva la sua crisi; è la sua malattia e la sua gioja, gode della
sua innocente perversità come una fanciulla, al primo apparire di sua
luna rossa: avete letto _Claudine à l'école_ di Villy? — Parlando
di sè, Carlo Dossi attesta il buon lievito di una sua _cattiveria
e mattia_. Ed allora si amano, tra le malinconie, le rumorosità
dei giuochi strani e crudeli. Avvisano, quelle vergini di difficili
mesi, nella incipienza delle virtù generative, anche le altre della
distruzione: Shiwa ne è il mito nella trimurti. L'ebefrenismo si
balocca sulli scrupoli religiosi ed il sadismo morale. L'organo è
in floglosi e sitisce; la perversità gli porta requie e torna ad
abruciarlo insieme: cupidigie d'amplessi, pazzie di amori angelici;
sboccia la donna che sa concepire. Ad assaporare questo frutto, che
palpita ed aspetta, ecco, un Don Juan di metafisica. Un distruttore
di metafisiche. Carlo Dossi, è qui invece il paziente: egli sa che i
due eccessi non si completano, ma si esasperano; sa che _Le lettere di
amore di una Monaca Portoghese_ equivalgono a _Faublas_, che Imperia
è classicamente sana ed equilibrata, e che le ascetiche si appajano
alle ammalate di ninfomania. Indovina le femine e le persegue; sembra
del medesimo sesso: un medico illustre, infatti, discorrendo della
costituzione fisica di Carlo Dossi, scherzando, amò sostenere, che,
fattone il più tardi possibile la necroscopia, si sarebbe trovato,
localizzato dentro di lui, un embrione di femina in arresto di
sviluppo: e Primo Levi, che ha pur vissuto i suoi anni giovanili
coll'autore di _Alberto Pisani_, non solo lo crede, ma lo torna a
scrivere persuaso dall'opera letteraria dell'amico.

Chi poteva essere, adunque, la creatura ambigua, che dall'aspetto si
definisce male? Malinconia; è chi va cercando e patisce un difetto per
un eccesso[13]. «Or che c'entrava mai; tomo senza compagno, tomo _de
subtilitate_, tra quei tomi di amori appajati?» Cerca, e, se non trova,
imagina e plasma a sua imagine; e si confida alla carta, al mezzo più
semplice e più sicuro; e sa che egli non si tradisce; ma alcuno saprà
rievocare la voce viva, il suo canto, come, seguendo le note nere, la
mano del musicista sprigiona dalla cassa armonica, quando ne prema i
tasti, un mondo nuovo d'armonie.

Certo, dall'altra parte, rispondono: il libro non è inerte mai; al tomo
_de subtilitate_ corrisponde l'anima lontana, ignota che si affaccia,
tra i fumi e le nubi e diventa _La Geniale_. «_A lei che verrà_» dedica
un esemplare della _Vita di Alberto Pisani_ il 30 novembre 1870: ed
il 23 settembre 1883 «... _e non venne ancora_» ed il 15 maggio 1889
«_ne è ancor venuta_» ed il 16 luglio 1891 «.... _e forse non verrà
più_» ed il 1 dicembre 1893 «_A lei finalmente apparsa!_» Non per
altra ragione, Alberto Pisani aveva scritto, nella casina del Mago,
davanti alla finestra spalancata sopra la prospettiva del cimitero
intimo e breve, _Le due morali_: egli le aveva destinate in mente ed
in cuore, a quella sola Donna Claudia Salis, per cui sofriva; tutti
li altri che potevano per avventura, leggerle non gli importavano.
Era a codesta innocente Salomè di gioconda prestanza lombarda, ch'egli
offriva, sopra il piatto cesellato e d'oro della sua sottile eloquenza,
il viscere rosso e sanguinoso ancora palpitante che l'arte sua aveva
saputo svellergli dal petto senza farlo morire, ed inchinava, in
omaggio per l'amore ed il mistero, come Sordello il cuor dell'Eroe
pel coraggio e la gloria, a quella desiderata _sua già mai_. — Libro;
invito: è il gorgheggio del rossignolo inconscio e necessario; è il
doveroso nitrito del polledro a primavera. «Come il giovane che, per
pura esuberanza di vita, si avventura senza contar quanto ha e che può,
in qualsiasi impresa o viaggio, compreso il più rischioso di tutto,
il matrimoniale; le prime volte entusiasticamente scriviamo, non per
pompa di arte, non per mire di gloria, ma solo perchè non potremmo non
scrivere. La gola dell'usignuolo si è empiuta di note e deve cantare:
Venere intellettuale s'è eretta e vuole uno sfogo. È l'epoca, questa,
dei lavori sinceri, dei libri fusi e squillanti come campane, non dei
connessi a mosaico e muti quali parete di carcere[14]».

È allora che Carlo Dossi rinfrange la propria anima nel prisma
dell'arte sua e proietta sullo schermo delle pagine bianche le semplici
diversità dei proprii sentimenti, ciascun de' quali si impersona in
un eroe, come ciascuna astrazione dell'iride si individualizza in
un _colore unito_ e categorico. Eccolo tramutato ne' suoi giovanotti
pudichi ed irresoluti; si rivede in costoro, che aspirano dalla pelle
e si riempiono di germinazione; sente le seduzioni che li turbano, che
si riversano tumide, incomplete coi loro gesti seminudi ed interrotti
di donna, col loro fruscio di vesti sganciate e cadenti, o di veli
che affrettatamente ricoprono, coi bagliori di un seno intravvisto,
collo schiocchio di un bacio improvviso, il succio del bacio reso,
livida orma impressa. Li spiriti si liberano, si fondono; la creatura
sopporta il suo doppio destino; l'erma quadrifronte del quadrivio
riassume, nel passaggio delle età, dalla culla alla tomba; non variano
che i lenocinii, i fronzoli di parata, le vesti decorative; _Ciascuno è
Tutti_, nudo; dall'imperatore di genio alla lacera canaglia miserabile.
Carlo Dossi continua la pubertà per lunghi anni operosi di letteratura;
vi funziona in questo stato che richiede l'estetica del simbolismo,
perchè appaja concreto, a sua imagine e somiglianza, il _suo fatto_
d'arte. «La malinconia[15] lo aveva preso per mano e lo aveva condotto
ad almanaccare, scoprendogli, una strana regione di spiriti che egli
non aveva prima sospettato, un regno, se non di difficile entrata,
d'impossibile uscita. — E ciò aveva scosso fortemente i suoi nervi,
— sotto al chiarore del fantastico mondo, le cose del materiale
gli si colorirono al doppio». Egli s'illumina interiormente; _Les
illuminations interieures_ avrebbero trovato, poco dopo, i simbolisti
francesi; l'equivalenza si determina. Donde venivano: _Gìa_ imbrunata
di morte e pargoleggiante, col sorriso pallido e pur lieto; e _Donna
Claudia Salis_, che si sostituisce alla Provvidenza e conduce al
suicidio, dopo d'esser riuccisa, d'Alberto; e la _Cassierina_, che
sciupata dalla golosità di un libertino, non si affretta ad evadere
e va consumandosi; e _Donna Ines_, spagnolesca, cerea, ardente in
cuore, che odia la luna piena ed odia e ama il fratello, apparsole
già come un Arcangelo di fuoco e di maledetta soavità? Donde le figure
feminili, circonfuse di un'aura strana, che non si possono definire,
perchè sfuggono alla assidua nostra attenzione, trepide, in movimento,
rapide a scomporsi ed a ricomporsi in ogni istante la fisionomia, ad
illuderci, ad apparirci svelate e ricoperte di nuvole, di garze opache,
lune rincorse e seguite dai cirri di una notte estiva, sotto cui
scompaiono ed, avvolte, inargentano e sfrangiano di porpore sbiadite
e di ori vecchi smunti? — I critici del tempo parlarono di Sterne, di
Thakeray, di Gian Paolo Richter; è a me lecito di aggiungervi George
Meredith: la morte apre le postierle alla pubblicità, come un bel
delitto: — la morte, soleva dire Meredith, io non l'ho mai paventata ed
è l'altra fronte della stessa porta. — E voglio ricordarvi le creature
del suo spirito che guarda altrove — _my mind looks elsewhere_ — amate,
dopo trent'anni che già nacquero, dai giovani della letteratura di
Francia come loro creature (curioso motivo di similitudine con Carlo
Dossi): — e quelle vengono dalla _Istoria di Cloe_, ed altre da _Diana
dei Crossways_.

Nel coro s'intona _Forestina_: dalle selve vergini della sua novissima
patria di castigo e d'immeritata relegazione, dal crepuscolo di una
civiltà primordiale e sovvenuta, nelli sforzi dell'amore, della fede,
ella si porge a _Mario_, il regressivo violento, gli dona amore,
soavità, purezza ingenua ed incosciente, lo nobilita e lo riammette
nelli uffici e nella utilità del consorzio umano: _Forestina_, nome
fragrante di eriche e di timi silvestri; nome, anche, di crestaina
milanese, sbocciata al fomento de' romanzi di Tarchetti e di Tronconi,
per la polvere dei balli dei _Filobaccanti_, di cui, corega e maestro
di casa eroico, si istituiva Bizzoni; _Forestina_, ripresa e sciupata
dalla penna or mai stanca di Cletto Arrighi, se ne descrive li _Amori_;
quella che parve, immeritamente, a Settembrini sorella spuria di
Esmeralda, quando giudica victorhughiana _La Colonia felice_; come
altri, per troppa presunzione, la rimettono, ed errano, pedissequa al
romanticismo dei _Masnadieri_ di Schiller.

Ed anche ritornino dai _Cieli_, che imparadisano li _Amori_, le
imagini, le statuine, i ritratti; e _Ricciarda_ giovanetta dipinta
e conservata immune dall'oltraggio de' secoli in pinacoteca; ed il
bell'albero snello e schietto dalle foglie cangianti nel seguirsi
delle stagioni, la _Tillia_; ed _Elvira_, alla cui morte pianse
_lagrime innamorate_: e dalla _Terra_ risorgano, per baci oscuri
ma saporitissimi, _Ester_ e _Lisa_ ed _Adele_, la fraterna amica
dell'amico ed _Antonietta_, intossicata d'amore: e, dal libro suo
ancora, una diletta creata da lui, come per ideale incesto angelico,
_Gìa_. Queste non suscitano nessun richiamo, nessun esempio nel cielo
delle lettere nostre. Foscolo le aveva appena intravedute nella sua
traduzione del _Viaggio sentimentale_ e nel _Gazzettino del Bel Mondo_;
Tarchetti le sorprese, in parte ma come Ninfe astute e maliziose
s'erano rimbucate tra le frasche, nascoste, vivide e capziose nelle
profondità di un panteismo illuminato da un raggio fantastico e
cristiano; Manzoni le aveva ignorate; Victor Hugo rese enormi sino al
grottesco. Queste del Dossi erano fuori ed oltre il classicismo ed il
romanticismo. Poco prima, Aloysius Bertrand le aveva indicate dalle
sue _Fantaisies de Gaspard de la Nuit_; meglio Baudelaire ne' _Paradis
artificiels_; più lontano, Stendhal, allora sconosciuto ai più, fattosi
Docteur Sansfin, gibboso e sperimentalista _sulla natura viva_, le
aveva vedute balenare interrottamente. Sicuramente, l'ultimo aveva
sorpassato la consuetudine e non aveva perduto il merito di continuare
Rovani, come questo aveva continuato Manzoni; ma in modo diverso, _nel
suo modo_.

Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un _Poil
de Carotte_, un _Livre de Monelle_, le _Moralités Legendaires_: Jules
Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo,
scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale:
«Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava
essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere
tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo
creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la
mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la
letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo,
conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile,
come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato
dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara
che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane
Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:

    «_Des casques, des rouets, des livres, des épées,_
    _Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?_»

E la sua _Principessa di Pimpirimpara_, risponde a _Lohengrin fils de
Parsifal_, alla _Salomè_ del Laforgue.

Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di _avvenimenti
veri_, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola;
e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale
e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e
vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita
reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del
suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma
che non conobbe se non di udita: «_perchè nulla vi è di più vero del
sogno_».

Oggettivazione, dunque, di sè stesso in movimento, in pensiero, in
fantasia; egli vi raccoglie tutti li elementi di quanto è, e di quanto
vorrebbe essere; tutte le sue donne sono la cristallizzazione poetica
delle creature vive da lui conosciute in difetto, rese, per lui e
secondo il suo desiderio, perfette; il _bovarysmo_ si trasforma in
fantasime indimenticabili. — Se possiede la visione esatta del fatto,
vi aggiunge la ragion massima del suo desiderio, della sua speranza,
del suo idealismo; donde i _valori reali_ si tramutano e divengono
i _valori veri_ della sua estetica. Egli non sa bene che sè stesso;
è del suo corpo, della sua mente, delle sue illusioni, il più acuto
osservatore, il più nemico critico; saggia, a traverso la pietra di
paragone dei propri nervi e della propria sensibilità, qualche volta
esquisita sino alla patologia, tutto il mondo e li altri uomini. Ma,
mondo, uomini rimpasta a sè; egli si è aumentato; si è fatto centro;
la pietra di paragone ha comunicato la propria sostanza nell'assaggio,
a cose e ad uomini; li ha temprati al suo titolo; desiderio, speranza,
idealismo vi si dispongono, informano li avvenimenti, si cristallizzano
sopra li esseri e diventano _le sue azioni, i suoi personaggi_. —
L'alchimia interna, donde passano le _realtà_ per divenire le _verità
di Carlo Dossi_, produce il suo _tipo d'arte che è simbolico_[17]. —
«Simili descrizioni appartengono evidentemente alla storia — storia
mia, ove si tratti di quelle quasi autobiografie che sono _L'Altieri_
e _L'Alberto Pisani_, e saranno i _Giorni di festa_, e le _Ore di
malinconia_»: storia, poema, espressione della propria sensibilità
innerbata dalla imaginazione; racconto di _realtà_ o di _verità_ è
tutt'uno. Egli sa con Foscolo che la _Poesia sorpassa la Storia, perchè
ha una significazione più vasta e più vera_.

Per intanto, alla _Vita di Alberto Pisani_, corrispondono _L'anima
delle Carni_ di un falso Giorgio Ofredi, il _Livre du Petit
Gendelettre_, di un supposto Maurice Léon. — Autobiografia, o raccolta
epistolaria, Giorgio Ofredi vi si mette in bacheca, espone i _quarti_
del suo cuore pulsante e febricitante; va, per opposte esperienze,
dentro il fremito delle carni che spasimano l'amore, alla ricerca
dell'_idea pura_: termina, inerte, apata a sorviversi col bestemiare
la libertà e la indipendenza di cui ha troppo abusato, giuocando come
un gramatico alessandrino per l'esoterica dei sofismi e tormentandosi,
nel pessimismo, ch'egli vuole, non che il mondo gli impone. — Strazio,
Maurice Léon, concede a sè stesso la sintesi: «Considerate l'anima
mia come la espressione simbolica di questa fine di secolo! — Sono
seduto nella mia poltroncina: l'orologio a pendolo, tic-tac, tic-tac,
oscilla e canta in ritmo. Muojo, vivo: tic-tac, tic-tac. Tutto muore,
tutto vive: io so e non so; gioisco e sofro: oh, sofrire!» Che dice il
Faust di Marlowe? «Oh, sofrire; ma saper di non morire ancora!» Quale
differenza, quale ritirata di fronte ai diritti della vita! — Un bel
mattino lieto e tiepido di primavera il domestico socchiude l'uscio
della sua camera; dorme Maurice Léon; per lo meno crede ch'egli dorma.
Vi ritorna poco dopo. Volumi sparsi, aperti, sfogliacciati, in terra,
sopra il tavolino; si rialzarono le coperte del breve lettino sopra
un cadavere insanguinato e sopra l'acciajo lucido di una rivoltella.
Maurice Léon si era evaso, più fortunato di Giorgio Ofredi, che volle
tentare il disgusto della esperienza: la coraggiosa vigliaccheria gli
aveva risolto l'enigma delle _idee pure_. — Certo di quest'altri due,
Alberto Pisani è più sano.

Comunque, se riavvicinate _Les Images Sentimentales_ di Paul Adam,
all'_Altrieri_, dopo di non aver trascurato le definizioni negative
dell'Ofredi e del Maurice, voi vi ritroverete davanti autori che si
sdoppiano, che projettano le loro diverse fasi, come la luna, sullo
schermo bianco delle loro pagine, rinnovandosi: vi si ammirano a
loro posta, si calunniano, si umiliano, vi recitano le loro intime
tragedie. Poi ironeggiano. Buona ironia! rimane il miglior idealismo
preservativo, ricostituente, immunizza; è una ricchezza inesauribile,
perchè, coll'usarla, la si riproduce; è un giuocare colla vita, per
far sul serio dell'arte; è quanto rimane alle moderne genialità,
dopo le messe sanguinose pontificate dalle passioni artificiali,
dopo i suicidii delle loro maschere, che sono le modalità della loro
coscienza; è quanto appartiene _di più suo_ e di più caro all'artista,
questa _proposta dei logaritmi della imaginazione_, sciorinata davanti
all'immusonita praticaccia venale; che se ne turba, se ne spaventa e
manda pel gendarme della logica, pel catedrante grigio, occhialuto e
feticista. — Or bene, ecco le proposizioni annunziate da Carlo Dossi
e che lo rendono più che attuale, per cui non può venire dimenticato
e dalle quali l'opera sua attinge prerogative di una semplice e
continuativa potestà operante: altri recentemente le completarono;
ed lo affrettai a rimetterle d'accordo nel _Verso Libero_. Ben duro
d'orecchio ed incartapecorito di cuore chi, oggi, non le intende; ben
povero di mente chi le equivoca.

Maschera completa, _Alberto Pisani_: Carlo Dossi può schermirsi:[18]
«Al diavolo le autobiografie: in esse lui, che si pinge, è troppo
occupato a porre in rilievo le sue virtù e i suoi nei, e, poniamo
anche, i vizii per dimostrarsi qual'è»: ma tosto soggiunge, per non
lasciarci nella illusione di una sopercheria: «in un romanzo, invece,
egli si apre ingenuamente ad ogni frase. — Ben sottinteso che chi si
ha una pagina innanzi, abbia acuta vista, legga nelle _interlinee_,
facoltà di pochissimi». Facoltà che ebbe ed ha ancora Primo Levi;
il quale ha potuto dire[19]: «_L'Alberto Pisani_ non è un romanzo: è
qualche cosa di più; — non è neppure un libro: è una vita — Alberto
Pisani, essere reale, sarebbe stato possibile prima, in un'epoca
che non fosse la nostra? No. Ne si creda ch'egli possa fornire un
tipo alla presente gioventù — tutt'altro. Ma ha di particolare il
nostro secolo, che, tra la disparata mediocrissima uniformità delle
moltitudini, presenta qua e là dei tipi di esistenza originalissimi e
che hanno, forse, in sè i germi confusi dell'epoche future». Sono delle
anticipazioni.

Alberto Pisani, rappresentazione tragica del giovane italiano in un
punto psicologico e critico di storia italiana, quando Italia, riuscita
dalle prove della indipendenza, dissanguata ed anemica, ma denutrita
e febricitante, desiderava di mangiare a sua fame, di riposare per
riparare alle perdite, di pensar poco, di dormire, di ristorarsi
alla pratica, interrotta dal meraviglioso poema agito del nostro
risorgimento; l'Alberto Pisani che ode, ventenne, le ultime ed allegre
cannonate di Porta Pia, che lasciano sussistere in Patria il dualismo
e ricompongono, sull'ibrida monarchia, il trasformismo parlamentare;
è anche l'ipostasi moderna del _Werther_, dell'_Ortis_, del _Rolla_ e
deriva il suo dolore dal dissidio, tra la cruda realtà che ci investe,
ed i fulgidi ideali che fuggono. Che fa? Come può amare? Chi? Dove
esercitare le sue virtù? Ed anche i suoi vizi? — Egli è adolescente;
appetisce quanto sogna: il sogno è vero, ma non reale! Quindi?...
Colla terzetta insidiosa, che si serbò in tasca dal giorno in cui prese
possesso della _Casa del Mago_, scarica un colpo contro Donna Claudia
Salis, rea di amare anche dopo morta _non lui_, geloso della morte che
non annulla l'amore[20]: «poi volge l'arme a sè. Ci ha un terribile
istante in cui la paura aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il
colpo... parte. L'arme piomba fumante, giù dalla tavola, in una cesta
di rose; Alberto cade sul _desiato corpo di lei_, morto».

Se non Werther, che ha fatto la scuola e la moda, Ortis così:
romanticismo; una sosta. La geniale ebefrenia interveniva colle tombe e
Giulio Pinchetti, giovane non ancora venticinquenne ed apollineo poeta,
autenticava l'_Alberto Pisani_. Oggi chi lo ricorda?[21] «Ventenne,
era già disgustato di tutto e non credeva che alla tomba. Pareva quasi
che una voce arcana gli susurrasse nell'anima: fuggi dalla terra, ti
si vuole nell'infinito. Tre egli amò tuttavia fortemente: sua madre,
un amico e una fanciulla». E vi è pur oggi l'amico che lo piange e lo
richiede ancora, — Niccolò Sardi, letterato di robusto stile foscoliano
e generoso italiano provato dalle palle apostoliche di Monterotondo,
per cui trascina la gamba inerte e spezzata da piombo antiboino, —
vi è il ligure mazziniano che ha per me aperto il forziere delle sue
memorie e lo stipo del suo archivio, sì da concedermi le lettere di
Pinchetti, che avvalorano di lagrime e di sangue _La Vita di Alberto
Pisani_. In quelle aveva spremuto la sua angoscia e la sua follia
l'adolescente poeta lariano: «Ho[22] bisogno della fede e la tua, o
Niccolò, è vergine e schietta. Grazie, amico, la tua memoria mi scende
dolcemente nel cuore e la confondo colle mie melanconiche speranze,
colle mie dolorose reminiscenze. La morte della povera Lisa mi ha reso
questo cuore più gentile, ma nel medesimo punto più addolorato; e tu
sei capace di sentir questo dolore. La memoria della santa morta mi
tormenta tuttodì, ora coll'aspetto del rimorso, ora di una disperata
ricordanza; con quella della speranza non posso».

Brevemente lo soccorreva la poesia:

    «Quell'acre voluttà della canzone
    Che in mostra lieta sol pietà sospira,
    O allegra poesia,
    Di qual fonte tu sgorghi e quanto ria!»[23].

Alberto Pisani e Giulio Pinchetti brancolano nel buio demenziale; si
fanno tetro il mondo, pessimi li uomini; si credono cattivi. Pensano
di loro stessi[24]: «Vedo il lento suicidio di quest'anima mia, un
tempo così profumata di poesia; vedo sfogliarsi ad una ad una le rose
che mi facevano bella la giovanile speranza; mi accorgo del lento
calare dell'anima e dello spirito nella maremma della materia e non
mi commuovo più: per me tutto è un corollario della umanità. Non
trovo in me più quasi la forza di lottare: mi lascio trascinare dalla
corrente, che va via infaticata e mi guiderà inonorato alla fossa,
vedovo di gioja e di rimpianto cittadino. Ho spoetizzato la mia vita
e non trovo che un filtro di vapori; non ho più fede; per me, le
emozioni sono un vero onanismo di fantasia; il cuore non caccia più
il suo inno spontaneo, primaticcio, prepotente». — [25]«Ho bisogno
di cuore, di cuore, di cuore! Pace! E sta tutto in questa parola che
sospira dall'anima mia! Ed io potrei vivere sino a trentasette anni,
a cinquanta... c'è da divenir pazzo!» — Si ch'egli eleva il dolore
a divinità indiscussa[26]; «L'anima mia non ha che una sola potenza:
il dolore — che una sola fede: il dolore; — che una sola speranza: la
morte». La volle, l'ottenne; col suo gesto reale confermò l'_Alberto
Pisani_; ed a mezzo il giugno 1870, faceva getto della propria vita e
ne dava le ragioni: parole, d'oltre il silenzio, sacre: «L'opera che
sto per compiere e che, quando leggerete questa mia, sarà già compita,
è dolorosa, terribile, snaturata; ma è necessaria per me. — Non mi
venite però, colla solita bestemmia dei linfatici a dirmi: «fosti vile,
che non hai saputo lottare». Il mio dolore non fu chiassoso, non mandò
gemiti. — Mi pare di andare a morte come andrei ad una festa». Amara
festa della pace perpetua ed oscura: Alfredo de Musset, per quella
cripta sollecitata e precoce aveva, da tempo, inscritto l'epigrafe:
«_Tout ce qui était, n'est plus; tout ce qui sera, ne pas encore. Ne
cherchez pas ailleurs le sècret de nos maux_». Sull'amico cadavere,
Felice Cavallotti si chinava bisbigliandogli:

    «Dormi, povero martire!
    Dormi! questa è la calma
    Che agognavi».

Stia, così, più eloquente che non ci fosse in vita, _mitingaio_: non
tacerà mai con diverso dolore di letteratura, colli altri carnefici
di loro stessi per _incompatibilità di carattere col mondo che pure
avevano amato e sposato_. Ma, se tra i superstiti, che ressero allo
scomparire delle illusioni disincantate, si affaccia Carlo Dossi; se il
suo delirio erotico si amareggia e si avvelena di disgusto, erompe e si
esaspera _La Desinenza in A_[27]; «Un'oncia di sangue di meno, un libro
di più».




IV.

PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI “L'ALTRIERI„


Se il biografo del suicida Alberto Pisani abbandona un istante il suo
eroe e lo lascia riposare, torna subito a sè stesso — ed è forse la
medesima istoria che seguita — e si compiace di confidarci: «Quando
sono a Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore di
muschio, leggo la _Perseveranza_, fumo cigarette di carta ed esclamo:
«_Sapristi!_» Mi vedeste invece a Pavia, oh, mi vedeste quando fò lo
studente, con tanto di cappellaccio e mantello! Allora giuro per Cristo
e Maria, dò del tu a chiunque e grido: «Viva Mazzini e Garibaldi! e il
suo inno».

Tutti e due passeggiarono in quella Milano, _on Milanin che se
sgonfiava_, e che si permetteva di conservare le strade ambigue,
ed a metà campestri,[28] «fuor di mano, dove, nè le rotaje, nè i
marciapiedi s'erano mai sovvenuti di entrare, sì bene l'erba cresceva
al sicuro e qualche volta si coglievano fiori». Dove[29] «la casa di
Elvira, doviziosa di vista, riguardava un giardino dall'ombre spesse
e profonde, di là di cui verdeggiava un'ortaglia, e... così via, per
ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi
castani. Si bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva la luna
le sue più strane e poetiche apparizioni» — E vi abitò il Mago, in una
straduccia de' _Corpi Santi_, che immetteva, dopo un guazzabuglio di
piante, al di là di una prateria, in un cimitero suburbano e decaduto;
— e vi si ritrovavano le classiche portinerie, dove, due comari,
sacerdotesse della Sporchizia, madama Ciriminaghi e madama Pinciroli,
discutevano sulla _gabola del lott_, convitando il caporal Montagna,
perpetuamente incorizzato e la _poveretta della giesa_, beccamorti
femina ed uccello di male augurio: — dove era la dimora de' signori
Fabiani, di Donna Claudia Salis, «nella contrada Moresca, lunga
contrada vergine, a suolo ineguale» che sciorinava, per quasi tutta la
sua lunghezza, de' muriccioli bassi di giardino.

Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata
da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua
nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui
le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine. Qui,
Rovani battagliava giornalmente perchè, nel tramutarsi necessario
della fisionomia cittadina, venissero rispettate le sue sigle speciali
e distintive, non si denaturalizzasse il tipo de' suoi monumenti.
— Era la Milano che non conosceva l'esigenza nevrastenica della
velocità e camminava per le strette vie, ad agio, assaporando l'aria,
riguardando alle bacheche, _pedinando le popole_; che, nelle notti
molli e fresche di maggio, non assisteva al doppio scambio di ombre
fantastiche, in gara, della luna artificiale voltaica, della luna
solitaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a sfondo di
prospettiva. Non si fuggivano ancora i gialli carrozzoni della Edison,
ronzanti, cigolanti, seguenti il filo della energia, rapidi a svoltare,
scampanellando a furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e
fantasticherie; non ancora frastornava il rumore sordo delle voci e dei
piedi, nè infastidiva il fumo del polverio, sul ripetersi arcaico ed
atavico di un grido a richiamo del venditore ambulante; il fango, la
piova si immelmavano, ma non scintillavano rotaje d'azzurro elettrico,
nè suscitavansi uragani di pillacchere, schizzate a raggiera, dalle
ruote d'acciajo delle biciclette, nè strideva o mugghiava la sirena
automobile, nè, si subivano li urti, i disgusti, il leppo dei fiati
prossimi, la promiscuità dei frettolosi. Vi erano i _fiacres_ invece
— le cittadine — le moli idropiche delli _omnibus_, che lentamente si
facevano sostituire dai _Tram_ a cavalli della _Anonima_; vi erano le
linguette gialle e trepidanti del gas, riaccese dalla lancia lucifera
del _lampedée_, il quale ricordava _quel lampedée in sci fa di du
barbis_ del povero Giovannin Bongè.

E la melanconia meneghina, il sentimentalismo lombardo (come un
chiarore roseo d'aurora primaverile, circonfuso di nebbie fumigate
dalle praterie irrigue; e, dalla mandra grassa che pascola, il
suono del campano; e, tra le _gabbe_ nane e gibbose capitozzate, il
canaletto artificiale e parallelo a scorrere addomesticato) trovavano
il paesaggio su cui si erano posati li occhi preveggenti di Leonardo
da Vinci, donde traeva la ricchezza il _lombardo Sardanapalo_.
Triste e dolce tranquillità della _Contrada della Costa_ e di _Santa
Prassede_, giù verso _Porta Tosa_, in mezzo alle quali fluiva lenta,
a rispecchio di antichi alberi nani, una roggia, tra rive ineguali
e corrose a risciacquare le radici gialle, tentacoli vegetali,
lievemente ondeggianti nella corrente: nelle mattine solatie, le
lavandaje le fasciavano di panni distesi e variopinti ad asciugare.
— Ora, nascosto il Naviglio interno per la maggior parte: demolito
il _Lazzaretto_, arrugginito nelle muraglie tozze e sipario alla
vista delle Prealpi lariane, Stendhal redivivo si lamenterebbe, se,
nelle giornate ventose e limpide, nell'aria ossigenata e cristallina,
dall'alto del _Bastione_ non potesse più ammirare i denti bianchi ed
acuti del _Resegon de Lek_ (così scriveva) profilarsi sulla azzurra
tenerezza del cielo. E i _Corpi Santi_ facevano da sè una città a
cerchio dell'altra, tra l'agricola le l'Industriale. Permanevano, come
permangono, le cancellate e i pilastri, il primo viale de' _Giardini
Pubblici_, tracciati dalla simmetria repubblicana e cisalpina, lungo
_Corso Venezia_: ma non più la bella e rettilinea armonia classica, che
Piermarini voleva istituita, sulle macchie e nei prati e nelle allee,
perchè vi si decorassero, nelle pubbliche commemorazioni, li Eroi, tra
le fiaccole, li altari romani, i profumi e le pire: Eroi della guerra
e della pace.

Ma, se distrutto il _Teatro Diurno_, celebre per le sue pantomime e pe'
suoi carroselli, e _La Giostra_, ed il _Caffè_, non così quel _Salone_,
che lasciò indi l'area al _Museo di Storia Naturale_, e dentro cui
ballarono il can-can de _L'Orphée aux Enfers_, al suono della musica
dei _Chasseurs d'Afrique_, la Dama e lo Zuavo nel pocanzi troppo
commemorato 1859.

Allora, il dedalo curioso e caratteristico dei vicoli, delle
stradicciuole a gomito, ad oscurità rientrate, a balconcini tondi
sporti, ad usciuoli socchiusi, ad invito pandemio, che racchiudevano
l'isolato delle case, dalla _contrada di San Raffaele_, ai _due Muri_,
dalla _Pescheria Vecchia_, a _Santa Margherita_, andava scomparendo;
qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque
avventore, e general comando, la venale e larga galanteria milanese:

    «_.... costumm de sta città,_
    _Rapport ai donn de bonmercàa,_
    _Massimament qui creatur_
    _De San Raffael e di Du Mur;_
    _Che, quand l'arriva on forestée,_
    _Se fa compagn di bottigliée;_
    _Massimament in temp de stàa..._»

Poi, _La Piazza del Duomo_, nè ampliata, nè ancora decorata dal
Monumento del Rosa, nè, come oggi, allietata dal torneo dei tram,
propalatori di addomesticati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno
al Padre della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e dai
pennacchi rosso-azzurri: e, se in _Piazza Mercanti_, si era colmato
il vecchio pozzo, che, nel 1762, il conte Nicolò Visconti, prefetto
della città, aveva ristaurato, pur continuava la frequenza di _avocatt,
borsiroeu, spii, vagabond, mercant de gran e de ris, fittavol, beolch,
massèe, fattor_.

Sì che Carlo Dossi ed Alberto Pisani furono spettatori della
trasformazione. In quel loro _Presente_, in questo nostro _Altrieri_,
già si pretendeva luce ed aria; già si incominciava a demolire: piazze
larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno
camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa
consiglia l'ortogonia, la politica e l'igiene; per ciò si sopprimono
li edifici biscornuti e le idee doppie; — quelle, cioè, che sono
sempre vive, e sono le più sincere; — noi non vogliamo scansare
l'ostacolo, ma lo abbattiamo; alla critica succede la sintesi; ma
scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma l'ironia si è fatta
sarcasmo; e ciascuno teme del suo vicino: se la satira interviene,
si invoca al chirurgo, che Carlo Dossi reputa una delle più tristi
necessità umane; e, chi dice chirurgo, accorge l'ammalato; e Carlo
Dossi molti ne vide, coi quali, Alberto Pisani. In compenso, l'aspetto
non potrebbe essere migliore; ma è un'inzaffatura di calce lievemente
indorata dal giallo-cromo dell'imbianchino: niente portoni ad ogni
ponte del _Naviglio_, colmati i vicoli, fontanelle d'acqua potabile
sopra d'ogni trivio; ciascuno veste più decentemente; alla domenica
_riposo festivo_ — incontrate il vostro lustrascarpe agghindato come
un milord, George Brummel del selciato —, e le vostre domestiche si
rifiutano di custodirvi il bollito. Milano è più sana, più costumata,
più libera? È una domanda; e pure, quell'altra ha i suoi adoratori che
la vagheggiano di sulle stampe ed i disegni con postumo amore tra il
curioso e l'indiscreto; se ne innamorarono troppo tardi; la scrivono e
la descrivono come una paleografia sentimentale.

Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche, riccioli e tortili viticci e
foglie d'acanto battute nel ferro; balaustre a volute ed a conchiglie
massiccie, a specchiarsi nell'acqua lenta e verde del canale; _lobbie_
di legno brunite dalla piova e lucidate dal sole; pensili giardinetti
di quattro garofani garibaldini, un cespo di geranio rosato, una
tegghia odorosa di maggiorana pei gatti, di salvia per l'arrosto;
l'arcata del ponte bituminosa, concava, nell'acque, convessa, oscura
galleria ai _comballi_, carichi di pietre, di calce, di fascinate; la
rozza a guidaleschi, al rimorchio del _carro fluviale_: la _Madonnina_
specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte milanese, simbolo ed indice,
come una fiamma: l'intimi ripostigli della città: l'ombra magra e
profumata dalle glicine urbane e stanche, spioventi sulla terrazzetta;
l'umidiccio della piccola ajuola, un portento di giardinaggio e di
orticoltura d'ogni varietà; i _Terraggi_, i _Bastioni_, la _Guglia_,
o bianca, o bigia, o violacea, o rosata, a sfidare il cielo, e, dai
bassi muricciuoli, erigersi le alte magnolie sfiorendo e cercando
azzurro ed aria motivi alla matita, un dì, del Bossi, del Canella;
oggi, del Mentessi; raffigurazioni di una nostalgia. Ed il Belloni
ne dà i paesaggi dell'_Alzaja Pavese_, e Ferraguti, le prospettive
crepuscolari, e Balestrini la fanghiglia dei _Fuori porta_, i cavalli
stanchi e professionali delle carrozze di piazza; ed il Buffa la
newyorkese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima dei
commerci, che vanno rombando tra le brume, i fanali vegghianti e
scarlatti, il rombo delle ruote e dei carrozzoni; l'Agazzi i cantucci
caratteristici, le ripiegature secrete ed addominali dei vicoli, il
_Duomo_ in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, sereno, le
piangenti statue romane di _Piazza Fontana_, prefiche inesauste davanti
l'Arcivescovado.

Donde la rammaricata nostalgia si tramuta in arte ed in letteratura.
Giovanni De Castro ricorda i _Visitatori illustri_ in una annebbiata
palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci,
badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono
pregiati perchè _suonano il vuoto_. Cameroni non può dire Milano se
non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con
amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono
nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac,
Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli,
trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che
riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi,
dalla _Farfalla_, dalla _Italia del Popolo_, dal _Sole_, dalla _Rivista
Drammatica_ del Polese; il _Pessimista_, lo _Stoico_, l'_Atta-Troll_,
l'_Uaneofobo_, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli
dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che
lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si
insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico
suo, andava e va proponendo al Comune una specie di _Museo Carnèvalet_
di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i
monumenti, tenta di trasportare la _Cà Missaglia_ vicino al Chiostro
ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco.
Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro _Verzée_,
«_scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i
recatton dan de solit a gratis al poetta_:» ma, tra le faccende del
mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle
frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e
le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra
della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra
i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un
vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese
interrompono l'incanto. La Piazza veste _la sua realtà_: il carattere
equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi
udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore
e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue
espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia
ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove,
moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.

Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo
squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore
milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano
cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni,
Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori.
Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e
bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti
delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai
sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il
portinarismo del _Secolo_, il bohemismo scimiottescamente francese ed
odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».

Ma allora si rifabricavano e si fucinavano coscienze e modi di vita
cittadina, altri se ne assumevamo; si rifiutavano e si accoglievano
attitudini, inquietudini letterarie e morali. Di quel tempo,
nell'aspettazione di una nuova guerra coll'Austria, che deteneva ancora
le provincie venete, nell'alacre fermento delle incalzate generosità
del _partito d'azione_, i giovanetti tentavano più difficile se pur
pacifica milizia.

Se abbattevansi muraglie, Carlo Dossi ed Alberto Pisani venivano
alle demolizioni notturne del _Rebecchino_, tra le fumigosità delle
fiaccole, perchè, non ancora, alla fretta di far nuovo sul vecchio,
aiutavano l'arco voltaico e la lampada ad incandescenza: ed udivano
Arrigo Boito lamentare:

    [31]«Scuri, zappe, arieti
    Smantellate, abbattete e gaja e franca
    Suoni l'ode alla calce e al rettifilo!
    Piangan pure i poeti».

I poeti? I poeti ironeggiavano con Emilio Praga:

    [32]«Per l'ampia volta querula,
    Nel coro intarsiato,
    L'orme di cinque secoli
    Un giorno han cancellato:
    Or tutto è liscio e candido,
    E, a quei toni abbaglianti,
    Ammiccan gli occhi i santi
    E parlano? tra lor».

Santi? Si incominciava a non credervi più: si stavano stampando _Il Re
Orso_ e _Le Madri Galanti_ e _Tavolozza_; si leggevano i romanzi del
Tronconi: Felice Cavallotti ristampava le _Poesie_, bersaglio colpito
inutilmente dalla Procura del re e soppresse per riapparire; ragione
per cui lo scaldo repubblicano tornava ad essere ospite frequente delle
_Carceri Criminali_, per riuscirne, brindando nei _Filobaccanti_, col
bicchiere colmo e spumoso, sonora ilarità, sfarzo di facili amori a
coprirgli i singhiozzi sulla povera ora trista italiana.

Così, mentre si tentava di rappresentare il _Mefistofele_, Tarchetti
aveva già gettato il grido: _All'aperto, all'aperto!_ di maggiore
ed italiana efficacia che non fosse l'«_en plein air!_» zoliano,
denunciava il facile mestiere di imitar Manzoni; tornavasi ad odiare
ed a combattere i pedanti come i più _fieri assassini_ della poesia.
I giovani si trovavano sospesi tra il lievito spremuto dall'Heine e
dallo Schopenhaurer, in una stanchezza di razza che ha troppo lavorato
e pensato, in una quiescenza alla servitù avvenire, per le inutili
ribellioni al fatto che popolava l'Italia liberale e liberata di
burocrazia piemontese, scialacquatrice di patria e pubblico erario.
— _Dolore di aerei disinganni_? Non pensavano più alla Byron, alla
Leopardi, alla Gilbert, alla Moreau; non adoravano ancora il corteggio
dei _Montjoye_, dei _Maître Guerrin_, delle _Susanne d'Ange_, delle
_Femmes de Claude_, dei _Sirchi_, dei _Lebonard_, delle _contesse
de Chalis_ delle _Ize Clemenceau_, delle _Eve_ alla Verga, delle
_Fanciulle_ alla Torelli;.... ma già spuntavano li uomini d'affare:
non più si invocava la morte, ma il listino di borsa; non più la manìa
dell'Ortis, ma la febre del guadagno e delle voluttà presto godute... a
pagamento. L'_Altrieri_ si dubitava di Dio e ci si disperava per amore;
_Ieri_, i giovani nati troppo presto per combattere per la patria, od
avendo già combattuto per questa e _non per questo_, non trovandosi
intorno più nulla da fare, si guardavano in faccia muti, interrogandosi
se non conveniva rimutarsi in mercante, vendersi, o vendere qualche
cosa, o qualcuno.

Supporavano le angoscie reali ed imaginate di questa gioventù tradita
dalla realtà del vivere; deliravano le antinomie tra il volere ed
il potere, tra la volontà inutile e la refrattarietà dell'ambiente
sociale, tra il pensiero e l'azione, che sembrava _non poter più_.

Rappresentativo del malessere generale, ancora, Giulio Pinchetti
sottoponeva la sua dolorosa vivisezione all'amico Sardi[33]: «Ho mille
temi capricciosi che mi ballano in capo: mille pensieri condensati
in convento: vapori, bolle, forse, che scoppieranno, presto o tardi,
in qualche acquazzone di terzine. — Custoza, Lissa, cuore, natura...
e tante altre tempeste mi picchiano nel cranio, che non so io dove
battere... Con più ci penso, ad onta di questo, mi vado persuadendo
che in Italia l'unico poeta possibile, ora, è Byron: ed io ti dico,
che, inanzi di essere Chatterton tra questa ciurmaglia di trafficanti,
preferisco cantar natura e cuore indipendenti dell'umano bipede, come
Berni o Petronio». — Ed il dissidio si acuiva e si faceva ad acusar il
mondo[34]: «Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante
che avevano il culo inanzi, il petto dietro e le lagrime strisciavano
_per lo fesso_». — E lamentava la mancanza di scopo, e gridava la
propria infelicità, e, nello stesso tempo, preferiva, colla Italia di
fronte, la maschera di Sallustio, altro fare, altro dire[35]: o esserle
infelice e non confessare l'infelicità giammai».

Decadenza?

    «Noi siam i figli dei padri ammalati;
    Aquile al tempo di mutar le piume,
    Svolazziam muti, attoniti, affannati,
    Sull'agonia di un nume».[36].

Agonizzava una coscienza eroica, perchè, organo non impiegato,
s'arrugginiva nell'ozio e si sfaceva; agonizzava l'orgoglio del
sacrificio mazziniano, perchè meta irraggiungibile. Che se Giuseppe
Mazzini aveva consigliato alla gioventù sua[37]: «Abbiamo bisogno, noi
giovani, de' poeti; di voi che raccogliate, abbelliate, inghirlandiate
dei vostri fiori immortali quella poesia che a noi tutti freme
nell'anima, incapace di crearsi un'espressione; abbiamo bisogno di
ascoltare la vostra voce, il vostro inno in mezzo alla lotta, nella
quale noi ci avvolgiamo; abbiamo bisogno di sapere che il vostro canto
ci conforterà il sospiro ultimo che daremo alla patria, che un raggio
della vostra poesia poserà sui nostri sepolcri:» — i giovanissimi
poeti si rammaricavano col Pinchetti:[38] «Quando pensi alle ombre
mazziniane degli Uticensi, dei Bruti minori, dei Cassii, dei Timoleoni,
perchè tu palpiti per essi e fremi per la innocenza loro? perchè questo
brivido per le carni, se rammenti l'aura sonnolenta di Filippi, trofeo
dei Pretoriani? perchè giustifichi il fratello che rompe il petto al
tiranno? — No: la squallida aritmetica del fatto uccide l'uomo: egli ha
bisogno di un _divino_ per sognare, per destarsi, anche... ma intanto
sognare! — Guardo le cose come stanno: e li eroi girano il mondo
come le striscie nereggianti che pinge sul muro la lanterna magica. —
Bruto è un pazzo; Cassio un broglione; Timoleone un fratricida puro e
semplice, esecrabile di più; la statua si è infranta, resta il marmo.
Ed ecco cos'è per me la vita: _marmo_: — Del resto, sono l'uomo più
pacifico del mondo «mangio, bevo, dormo e vesto panni»; giuoco al
bigliardo; fo pratica di notaio: evviva il _Foscolo in fieri_!»

La risata è un cachinno di ineffabile angoscia; la critica sulla
società e sopra l'ultima, terza, monarchica, mal fatta Italia si
determinava, perchè li Italiani, pur troppo erano, come i loro poeti
disconosciuti, ancora _in fieri_.

Alberto Pisani accorgeva una patria, una sua città, che, nelle ore
notturne, assumeva un'aria sospettosa,[39] «quella di una ragazza, che,
con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi»:

    «Eran fanciulle che leggean romanzi
    Di fantasmi e di ganzi;
    Eran fanciulle che poneansi al crine,
    Fra i vezzi e fra le trine,
    E gemme e perle e corone immortali,
    Di fiori artificiali»,[40]

all'ora «in cui il mercato di Priapo affolla».

E Carlo Dossi avvisava che,[41] «intanto una carrozza si arresta in
una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo
sportello si apre; ed, ecco, un alto signore, il quale offre la mano a
una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. Tò! quel signore non
mi riesce nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in
tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni...
La bella sua moglie le passa dinanzi. Egli le fa un ampio inchino, e,
come la vede sparire in una piccola porta, — porta alle grandi fortune,
— tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col
re, rimonta nella carrozza». E Alberto Pisani e Carlo Dossi udivano
aumentare, dalle finestre, i _pst_,[42] _pst!.._ — Nabucco imbestia:
la città è in fregola; — ... mentre rincasano dai teatri:[43] «dove,
nel vano della porta di mezzo, avevano ammirato i due poliziotti agli
stipiti, i propri sostegni del palchettone regio»; od avevano, altrove,
salutato, nei venerabili consessi ufficiali, a presiedere «La Maestà
sua di gesso (dico il busto del re modellato nel gesso, o perchè
simbolo, questo, di un costituzionale sovrano, o perchè comodo assai,
nè repentini passaggi di temperatura politica)».

Sovversivismo? Erano trascorse le vigilie d'armi e di speranze,
nelle quali l'entusiasmo fucinava e imaginava grandissima la patria e
gloriosa; stagnavano le brume della sconfitta, l'onta di un dono, dalle
mani dell'arbitro europeo, fosco, accigliato e fatale napoleonide.
Pesavano alla Nazione la resa, non la violenta rivendicazione del
Veneto, le Convenzioni di Settembre, il veto su Roma, guardata
dalle milizie antiboine, mercenarie e francesi, accomandate dal
bigottismo pauroso e dall'elegante fescennare gesuitico di una
_ex-maitresse-de-tripot_, incoronata, per sapientissime lussurie
imperatrice. E Giulio Uberti, sdegnoso, rifiutava l'anima sua al verso:

    «Tu[44] vuoi ch'io scriva....
    Per questa Italia che sommersa in brago
    Non troncheria il grugnito sonnolento
    Sotto un milion di schioppettate ad ago?
    Che ai suoi fornicator gridando viva,
    E gavazzando de' miei calci al vento,
    Me godrete impiccato? E vuoi ch'io scriva?»

Impazienza rivoluzionaria? Erano le giornate della cronaca torbida;
quando, tra le memorie, ancora torride delle vittorie garibaldine,
susurravasi di amori venali del principe a turbare la calma del
parco brianteo; quando, le azzurre-bianche Guide ed i verdi-scarlatti
Usseri di Piacenza, caricavano, caracollando in cospetto dei marmi
istoriati della Cattedrale e ne scendevano, braveggiando, la scalea;
quando _Regìa_ e Lobbia, ed i fatti de' guardiacaccia di Tombolo
e di Stupinigi irritavano la folla; quando, i migliori cittadini,
perchè repubblicani, venivano a conoscere la Santa Margherita del
Torresani croato, non d'altro rei che di franche e libere parole.
Erano le giornate del Maggio _1870_ in cui il sospetto per le
congiure mazziniane spingeva i Savoia sulla via di Roma: quando
Milano aspettava la bomba da esplodersi in _Piazza della Scala_
per insorgere; ed il Galimberti, audacissimo dei Mille, andava
rinfocolando le ire tra i commilitoni; quando s'accendevano, nelle
notti del marzo, le brevi fiammate di Parma e di Pavia, alla _Caserma
di San Lino_, senza suscitar l'incendio generale; e veniva, dopo lo
scherno dell'attesa nell'anticamera ministeriale del Lanza, risposto
ad Anna Pallavicino-Trivulzio — la quale a nome di quarantamila madri
italiane chiedeva la grazia pel caporale Pietro Barsanti — ch'egli era
stato proprio allora legalmente assassinato tra il muro e la fossa
del Castello di Milano. Sacra inferie: di quel sangue Cavallotti
raccoglieva le stille per altro battesimo tremendo sulla corona, al
contrapasso:

    «Prole di Giuda, prole di sicari;
    Sii maledetta!»

E le speranze si inacerbivano e l'ozio intristiva, e ne usciva le
_Scapigliatura_. Acuire, ricopiando la vita e la letteratura di Rovani,
aumentarsi nel giornalismo e nella vita pratica, che contrastava colle
loro aspirazioni, non aver paura della verità, ironeggiare, bandire un
_Gazzettino Rosa_ ed una _Cronaca Grigia;_ spensieratezza nei ritrovi,
interruzioni aggressive e ribelli; la nostra _Bohême_.

Allora, finalmente, strozzato dalla agonia mortale che lo faceva
irridere Giulio Pinchetti, dopo aver imprestato dell'Heine una sua
beffarda disperazione:

    — «Tengo[45] serrato il core
    Perchè ho in dispregio ognun,
    Non credo più a nessun,
    Credo al dolore.
    Vita, fatal menzogna,
    Che noi tentiam negar,
    Ma che con presto andar
    Creder bisogna;» —

si liberava; e, colli altri, Boito lo assegnava, nel tempo turgido di
un funereo incarico di demenze e di morti:

    «Torva[46] è la Musa.... Per l'Italia nostra
    Corse, levando impetuosi gridi,
    Una pallida giostra
    Di poeti suicidi.
    Praga, cerca nel buio una bestemmia
    Sublime e strana! E intanto muor sui rami
    La sua ricca vendemmia
    Di sogni e di ricami».

Ne pigiarono il mosto, con molte pretese e molti esclusivismi,
ne' cenacoli racchiusi tra le cortine verdi di _Via Vivajo_,
nell'_Ortaglia_, nell'_Osteria del Polpetta_, nelle ragunate del
_Conservatorio_, peripateticamente, per _Via della Passione_, tra lo
sfondo del _Naviglio_, limitato dalla balaustra tortile del palazzo
Visconti di Modrone e il dorso del _Bastione_ impennacchiato, tra
le foglie palmate delli ippocastani, di panocchie di fiori rosei e
bianchi, gendarmi vestiti in gala a guardia della città. In tanto
cantavano:

      «Siam[47] tristi, Emilio, e da ogni salute
    Messi in bando ambidue.
    Ho perduto i miei sogni ad uno ad uno
    Com'obolo di cieco;
    Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno
    Oggi, non ho più meco».

E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà
a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi
convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne
riparlava testè «_Pei nuovi Cento Anni_», eccitando Luca Beltrami a
raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le
ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la
quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo
meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli,
merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49]
«allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La
critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci,
e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e,
per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee,
senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire
alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche,
dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica
melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: _Le Tre
Arti_. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873
ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che
parlava di _Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione
di Belle Arti a Brera_ nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da
Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della
amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia,
riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi,
e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone _La giovinezza di
Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni_: creandosi il re del
_Carnevalone Ambrosiano_, promuoveva anfizionie di Maschere, verso
Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in
petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il
_Rabadan_, senza di cui non poteva essere _settimana grassa_ milanese
e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva
a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla
_bosinada_ di circostanza _a sora_...; a cui non rifiutavasi la penna
caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il _Carnevalone
Ambrosiano_ che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino
di _Porta Genova_ sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità
argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati,
in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di
una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel
cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate
al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii
Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra
i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni,
Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi
Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica
di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il _Perellino_ ed il
_Rovanino_, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo
nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza
squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato
sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di
_Ritratti umani_.

«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata
tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia
e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'_Etichetta al
Campionario_ (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava;
bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia,
che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto
qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria,
che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè
pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace,
non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di
finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e
mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente
dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la _lega_ del mio _fino_».
— Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così
favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta
tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto
al camino, Tea, una sua cagnola _fox-terrier_, gli sedeva in grembo.
Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di
montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio
insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava
troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e
mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente,
il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo
di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo
accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui
medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».

Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa
mattiniera, colle sacramentali parole: «_Panera doppia e pan frances_»,
perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice
uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte
nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme
cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per
l'esile corpicino sepolto: «_Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici
anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana
canina_»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità
serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta
commemorativa.

Ma, per allora, a pena nata _La Vita di Alberto Pisani_, a pena
ricomposto, nella sua fragranza d'amore, _Il Regno dei Cieli_, la
solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo,
a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia,
l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che,
nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da
quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan
l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al
sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate
dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini,
i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val
d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini
pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della
lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte,
perdura.

Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva
passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un
matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel
nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne
sembra un po' più forte il chiamarlo o _bestia_, o _birbante_. Onde i
matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano
al cenacolo sbarazzino del _Polpetta_, in mezzo alli orti ed ai
giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli
artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra
il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il
pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la
celebre del Fortuny: _Le Jardin des Poètes_. Pranzavasi a buon mercato,
spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di
carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si
urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba
bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte
amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la
lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra
e fatua:

    «Chi è,[51] chi non è?
    Oh povero me!...
    Il prete lo giura,
    Ma nulla io ne so;
    Chi dice di sì, chi dice di no....
    Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»

Giuseppe Grandi, tumido del trionfo del suo Beccaria, fremeva di orrore
se _Stambul_, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio
Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare
il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di
declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio
Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa
folta, _el castor_, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè
il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa
corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi
repubblicano della _Fama_, cantore con vena foscoliana delli eroi di
repubblica, _Tito Speri, Washington, Lincoln_, delle _Stagioni_, dei
_Bardi profughi_, dello _Spartaco_, e, se in oggi saputo o commentato,
vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della
bambagia italiana: Giulio Uberti, cui

    «....[52] sul rugoso fronte non dome,
    L'ire fremevano dell'alma austera;
    Passò imprecando: sferzò: derise:
    Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».

Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse,
mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, _Tartarin_
di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano
a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li
contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza
sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi
anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava
le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei _Promessi Sposi_
musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva
la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare
veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si
firmava scora _L'Anticristo_ piemontese _Belial_, e che stava per farsi
conoscere sotto il nome di _Papiliunculus_, riconosceva i suoi fratelli
d'arte della _Farfalla_ e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo,
bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte
di passaggio tra la _Scapigliatura_ milanese e la _Scuola nova_ di
Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure _travet_ laborioso,
in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi
romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di
poi alla _Corte dei Conti_ ed alla _Cronaca Bizantina_, dove Angiolo
Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di
anni e d'oblio.

Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto
avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie
milanesi e commosso novellatore di sè stesso in _Storia di un'anima_,
il primo discepolo di Carlo Dossi con _Riflesso azzurro_, «bacio su
di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur
esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani,
scialaquatore della sua intelligenza, _ucciso da una spina di rosa_,
fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del _Guerin Meschino_;
il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53]
disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere
grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo.
Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo
compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato
e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava;
nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.

In questo campo chiuso la _Scapigliatura_ si avvicendava; l'arte
viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero;
ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui,
si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la
boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo _Falconiere_,
quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e
maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi,
vi appariva dal _Teatro Milanese_ ch'egli ricercherebbe invano di sul
_Corso_, dove aveva tenuto il posto del _Padiglione Cattaneo_, sala
da ballo per le ultime _madaminn_, dove, oggi, fa pompa un albergo
cosmopolita di lucida eleganza: — _Il Teatro Milanese_, che gli aveva
trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi
pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla
salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva
l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega
nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.

Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una
parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati
della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli,
bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il
riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi _Cugini_;
per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa,
psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli
orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti
e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente
i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di
musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non
accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico
della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto
delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte,
cioè il loro fine, con _Nana di Parigi_, od _a Milano_, _alias_ Emma
Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a
mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo
ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e
servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed,
a questo, di vantarsela da conoscitore.

Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci,
di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della
attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava,
la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della
_Famiglia Artistica_ e della _Patriottica_, dove si decidevano le
mostre del _Museo Birbonico_, tenute nei palazzi di _Piazza Mercanti_,
e le recite del _Carro di Tespi_; si immetteva nei crocchi, sotto la
pergola della _Noce_, un'osteria fuori _Porta Ticinese_, governata
regalmente dall'astuta e simpatica _Sora Luisa_, mentre _el Vittorel
Pizzini_ mesceva, alli illustri aventori, _Gattinara_ squisitissimo
ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il
_Gattinara_ nel tinoso baratro della Società enologica stradellina
e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». —
Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo
Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea
di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato
e truffato di una esilarantissima comediola «_On vioron in dazi_»;
e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di
scede e di atroci burle ai _pollin_, i gendarmi austriaci: ma quel
trilustre _Gattinara_ lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «_Sangu
de rana_», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla _Noce_,
vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che _fiancheggiava
allegramente grignolino_ co' suoi allievi, la metamorfosi di un San
Paolo in Socrate: «_Schiscegh el nas_» — e Socrate riusciva indicativo,
— rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza
della Scala «_on litter in quatter_».

Supporava il barzelettare del giorno, sul _Corso_, davanti all'_Hagy_,
istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi
ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone.
E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i
professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore
— stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li
abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e
nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere.
— Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di
Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il _Coq_, nome porpureo
che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto
ad accorrere a richieste del _Gaetanino, Genius loci_ del _Gazzettino
Rosa_, il _Monitor_ catrafatto e cannoneggiante della repubblica
lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui
solo ed il _Pessimista_ rabberciavano il giornale: — stonava, coi
bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile,
l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi
principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava
secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi,
amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle
cause de' _generosi_ e delle _generose_ e de' pianti dei cuori in
pena, preziosissimo giovane Figaro in _frak_ ed in toga, disputato per
l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore
patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del
_Teatro Milanese_, sensale anche di convegni e del resto, al dire della
maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto
piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato
e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon
mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa
e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e
documenti pe' suoi libelli: _Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga
occulto e Sommaruga palese_, di cui fu il sicario prezzolato per
ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè
come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per
commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti
di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza
mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e
malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano
di facili e questurineschi abbandoni.

Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li
splendidi battenti della _Giulia_ e della sua _buvette_; un esercizio
promiscuo tra il _bar americano_ e la _fiaschetteria_, dove li
avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o
corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava
il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto
il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a
Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre
e ricantata, in sulla _Cronaca Bizantina_ da _Papiliunculus; Una Tigre,
Adele_. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della _Farfalla_ da
Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco
Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di
uno stile limpido e scintillante, il _gnomo_ Francesco Giarelli, se
credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del
Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la
Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente,
uscendo dal _Teatro Milanese_; rivalità tra la _Caffettiera_ e
l'_Attrice_ per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi
venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.

Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del _Teatro
Milanese_ solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati
e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si
propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della _buvette_,
intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri
bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del
Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e
allampanata dello Sbodio.

Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora
delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi,
la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e
spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del _perduto_
Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il _Re Quan
Quan_: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera,
aggressiva, aiutata dai fumi dell'_Absinth_ opalizzato e scorso, a
gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti
ricomposti dello _Scotum_ e dai _Vermouth di Torino_.

I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti
alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini,
così: «_el can fa de bagai, el bagai fa de can_» — ribattezzavano
Malacchia De Cristoforis «_Don Malacofolis de Cristiania_» — davano
la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva
in fama «_on Garibaldi mojàa in la carbonina_»; ripetevano i pensieri
detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro
Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua _Morale Cattolica_,
che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui
mandava a riferire: «_Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e
l'alter in casin!_» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei
libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «_I
liber i ho faa col cô, i bagai col c...._»: — che per farsi scusare
le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la
prudenza di questa barzelletta: «_Però, podi vess come quella veggetta
del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven
giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona
volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora,
perchè peggiori mi_». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli
costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi
egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose
malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.

Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano
passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo,
del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa
dell'_innajuolo sacro_, la memoria prodigiosa tenace e birichina
del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni,
che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa;
ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto
dimenticare:

    «Un vate di gran lode,
    Sul principio di un'ode,
    Rimpiange il fior gentile
    Del suo membro virile;
       E, mentre ognun si aspetta
    Ch'egli invochi Paletta
    O qualcuno dell'arte,
    Inneggia a Buonaparte.»

perchè, dove Giuseppe Rovani sfoggiava il suo eloquio spumeggiante
e capriccioso era appunto all'Hagy, _el racanatt di sciori_. Il
Ghislanzoni ve lo aveva descritto nel suo tempo migliore, in una
improvvisata antologia, cui il romanziere di _Lamberto Malatesta_
fingeva di declamare:

    «In riva del Naviglio
    Io nacqui e trassi i dì;
    Il soldo d'applicato
    Consumo nell'Hagy.

    Quando i ronzini trottano
    E il carro non traballa
    Può rimanere in stalla
    Il nobile corsier.

    La storia dei _Cent'anni_
    Ad intervalli scrivo;
    Se un altro secol vivo
    La leggerete un dì:»

già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla _Gazzetta
di Milano_: _el sô prâa_ de marscida, la sua coltivazione reddituaria,
però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo
lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti
debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io
sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria
de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella _Casa di Salute di
Porta Nuova_, trasportatovi dall'_Albergo del Gallo_ il dì di Natale
dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora
cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di
vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.

Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e
gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta
sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai
di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool
— _el so giovin de studi_ —; insospettati modi di dire svuotavano
le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte,
d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un
nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.

Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria
mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «_El
par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no_».
Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che
di cadaverini: «_Ona Mojascia ambulante_». — Ad un vedovo che si
era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una
cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica».
Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu
tra i primi, critico della _Perseveranza_, a bandire l'opera di Wagner
contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e
fulminava Pezzini, comproprietario della _Gazzetta di Milano_, deforme
e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» —
Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca:
ma tu la disonoreresti».

Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo
stucchevole manzoniano, claudicante: «_In tant temp che l'è a sto mond
e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace
de diventà nan_». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver
letto molti libri prima di comporre _La Satira e Parini_, rispondeva:
«_Ch'el guarda che l'han mal informàa_». — A Cantù faceva sapere:
«Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che
lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti
coll'_Ettore Fieramosca_: «_L'è un gener de Manzon_». Se riconosceva un
galantuomo a passare, criticamente osservava: «_On bon galantomm el dev
semper avegh un fond cattivissim_»: se ammirava una bellezza giovane e
procace: «_Speri che la vegnarà bonna per tutti_»; se un acuto profumo
di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava,
una cantante _ex-cocotte_: «_Adess la cerca in de l'arte quel che no po
dag pu la natura_». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio
ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel
_Museo secreto_ di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «_Sator
Mundi_», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una
famosa editrice di musica, _el granatiere di Slesia_. Ma, invitato
si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più
giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la
superstizione del _Venerdì_ e del _Tredici_.

A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione:
«Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro
Napoleone; _ma ghe mancaa la vena del loder_». Il che, udendo, un
giorno, Cremona affermò: «_A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la
sabbia_»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se,
venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura _Rovaniana_.
— Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno,
racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di
aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla
comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue
ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava
il Perelli, _el me fioeu_, cui dedicava un suo volume: «In segno
d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima
di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «_Gran brutt segn; go voueja de
lavorà!_».

Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro
paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti
assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni
dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità,
la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi
per dirti che questa è la vita». — _Via Vivaio, Via Borghetto, Via
Rossini_, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini;
l'_Osteria del Polpetta_ lasciò piazza libera. La città divora; le
ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano
con l'altre dei _Bastioni_, furono racchiuse e limitate in alti muri.
L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati
irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi
capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la
natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe
più _odorare la Felicità_, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese
è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali.
— Irrequieta, disperata, esasperata la _Scapigliatura_ volse al
suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo
del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo
volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con
licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori
sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente
se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di
questa inutilmente ricchissimo.

Comunque, di là Crispi, saggiatore arguto d'uomini, pescò i migliori
suoi amici ed i suoi più sicuri collaboratori. _Scapigliatura,
Bohème_: «vi troverete dentro delli scrittori, dei diplomatici capaci
di rovesciare i progetti della Russia, delli amministratori, dei
generali, dei giornalisti, delli artisti. Tutti i generi di capacità
vi si rappresentano; è un microcosmo!» Ricordate la definizione di
Balzac in _Un Prince de la Bohème_? Di Balzac, buon ospite milanese,
che si ora deliziato dell'aria fresca e del bel verde del giardino di
Casa Porcìa «sul Corso[57] di Porta Orientale, dieci case più in là
della contessa Bolognini», cui dedicò _Une fille d'Eve_; mentre a Clara
Maffei, destinò _La Fausse maîtresse_, _Les Employés_ alla Sanseverina,
al conte Porcìa, _Splendeur et misère des Courtisanes_, allo scultore
Pettinati, _La Vengence_?

Là, lo aveva trovato Giovanni Raiberti, nell'estate del 1838, a tener
conferenze ed esperimenti di magnetismo, vantandosi egli espertissimo
in quella pratica e convinto mesmeriano; e, là, un gobbetto, che il
medico milanese gli aveva apprestato a burla, «gobbo[58] davanti e
di dietro, e bistorto in modo che al suo confronto il francese Mayeux
è un Apollo» il sor Gattino astutissimo, gli scroccò parecchi luigi,
fingendo il sonno ipnotico e millantando la soperchieria in una scena
comicissima, in cui il dialogo francese-meneghino raccontato dal
Raiberti, aggiunge alle risa la satira: Balzac furoreggiava: «_Il y a
quelque chose de maladroit dans ce sacré bossu!_». E l'esperienza non
gli riusciva; e il nano ghignava ed intascava.

La rete, immessa con larghezza d'intenzioni, nel _mare magnum di
Scapigliatura_, non riuscì mai leggera; triglie e squali accorsero.
Insediati, tranquilli, con sicure promesse, e fattive speranze di
sinecure pel domani, i ribelli di ieri ci riguardano, additandoci l'ora
del prossimo accondiscendere, piegando alla loro esperienza, che sarà,
forse, la nostra; ma noi, oggi, squassando un'altra volta le nostre
pregiudiziali sopra ogni argomento, tra le voci del volgo, udiamo anche
la loro che:

    «.... urla a noi, tra le risate pazze:
      «Arte dell'avvenire?!»[59]

Fino a quando? Trapassati Praga e Boito e Camerana, la critica di
Cameroni insediata in un momento storico, la scultura del Magni
dimenticata con tutti quelli che non hanno potuto dire tutta la loro
_verità_; in funzione, Cremona, il grande, Dossi, Rovani, perchè non
hanno avuto paura di essere disconosciuti anche dai loro contemporanei,
non si dispersero, quindi non vennero sommersi dalla evoluzione, ma
l'ajutarono. Questa continuità rispetta la costanza ed ha ragione
sopra tutto che temendo il futuro, dimostra la propria debolezza. Dai
cofanetti de' ricordi, leviamo viole essicate e suscitiamo anime di
profumi trapassati colle ciarpe e le sete di un tempo. Scioriniamo
queste ricchezze al sole. Il sole, oh, come accarezza i cimelii smunti
e flosci teneramente, oh, come ci ride in faccia; e, sulla via rumorosa
di opere e di passanti, ecco, romba e rulla e stride e scampanella il
giallo carrozzone elettrico, meteora, tra la modernità dei palazzi.
Non tutto il nuovo è bello; ma non sempre Mefistofele, innamorato del
passato, ha ragione di ghignare la sua negazione; sopra queste assisi
è il processo estetico di Carlo Dossi; dond'egli è rimasto, senza
aver stretto il patto col Dimonio, anzi a suo marcio dispetto, tuttora
giovane.




V.

L'HUMORISMO LO VENDICA


Allora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito
ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo
del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano
abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno;
ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed
appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali,
presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca
morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata
dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della
ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci
a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità,
verso il nostro prossimo.

Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate,
asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di
sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamata
_società_. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e
consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa
schivo e selvaggio, s'imbatte nell'_Amore_, e in un altro _amore_ che
non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva
già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza
amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in
prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai
manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed
Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada
lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe,
perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, le ali rosse,
e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate
alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo
Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di
idealismo, si applicò a descrivere non l'_Amore_ ma _questo attuale
amore_, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come
Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il
Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche
ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.

Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra
sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un
groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani:
ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe
purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta.
Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano
col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le
mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia,
di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le
zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio
come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di
fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò
ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano
come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della
cerebrazione, donde il _Vizio_.

La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della
estetica di Carlo Dossi non era disposta a resistere _in armonia_
colla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta
l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per
un lato assomiglia, l'autore di _Desinenza in A_ ha bisogno di
convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur
composto _Les Fleurs du Mal_, che la sciocchezza comune del secondo
impero pretese pornografia, mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne,
le _caccie imperiali alle nude dame di Francia_, alla Montijo facili
adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl
e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in
Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci,
perchè tornò a chiamare «_barba la barba e non l'onor del mento_»;
così per chi disse: «_J'appelle chat un chat!_»; così, nella pudibonda
e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come
l'_introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della
scuola spumante della carnalità_.

Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la
femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte
nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita
sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi
dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore
e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza
d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla
terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto
di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale
bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel
mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60] vita
intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che
gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini;
popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel
gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale
dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al
posto delle cose». Sostituire il fatto _reale_, col fatto _vero_, sino
a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui,
manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporgli
le proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo
di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme
golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare
piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che
passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se
ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti;
e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera
che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni
al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima
estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse
violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello
«_struggle for life_», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî
oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.

Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà
testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira,
la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne,
l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra
sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una
bestemia!

L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere
specifico, _l'humour_: l'istrumentista, che intonò, in sordina,
l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati,
pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e
sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano,
il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti
e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, di _Goccie
d'inchiostro_ — che sono meno nere di quanto non appajano a prima
vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li
usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una
gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li
prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto
chiazzato di ombre e luci, tra il giallo ed il violaceo — così procede
il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della
sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno
figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro
Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli
di _L'Altrieri_. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui,
doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato
delle sue facoltà intellettuali, _il suo modo_; fortuna a pochissimi
accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di
rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa
accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella:
scatta l'_humour_. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi
buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il
romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede
le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive.
Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia;
colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle,
la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina
il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo
ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri
idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre,
in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità
apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le
ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata
di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata,
che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle
sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè
l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine
serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli,
che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo,
in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia.
— Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte
e per suggerirvi l'opposto: donde i suoi _Saggi di critica nuova,
— I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio
Emanuele_.

L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso;
gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61] nostri si occupò del
contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo
concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per
quanto non appresi[62] mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna
Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo
alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti
è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il
suo «_aqua alle corde_». Questo strazio della plastica, del disegno,
della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri
bozzetti[63] fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi
prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la
prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere,
che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle
leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore
dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per
onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa
ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle
Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua
potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con
queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi
segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi
grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice
di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando
è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini
cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia».
Carlo Dossi le raccoglie, le enumera, le distende in rassegna, ne
riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare
alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente
attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti:
erasmiane.

Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una
rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della
domanda suggestiva. Ne risulta _Ona famiglia de Cilapponi_; dove, la
catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza
e la cattiveria; e vi regnano: _la Marchesa Matriggiani-Andegari_,
di ottant'anni, _cialla, superba e tegnonna_, marchesa Travasa in
diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi
figliuoli, _el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e
doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el
Marches Calocer, ciall, bon e sempi;_ — e la nidiata implume e piumata
dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.

Si svolgono _I Bigottoni_; dove la satira non è per la religione, ma
se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti
e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando,
colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri
sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento
e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il
Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico
e mistico di razza — vi prego di non confondere _misticismo_, che è
una sintesi razionalista, con _ascetismo_, che è una iperestesia di
sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia
del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa
contro i bigotti — _Tartufe, le laïque d'Eglise_ — che ripullulano
assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si
ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni
fuorchè sul dogma di cui si sostituiscono gianizzeri e pretoriani. Egli
scoperse che _Tartufe_ non è l'ipocrita, ma è _lui_, categoria: scorse,
sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un
Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini
salesiani: questi, i _Tartufe_ sinceri; questi, i bigotti reali e
maggiori nella comedia sociale; i _Tartufe_ delle banche agricole,
delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi
e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti.
Anche il _Tartufe_ gentiluomo e gentildonna; _Tartufe_ di cui l'innata
fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla
buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che
cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso,
stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi,
per quanto recitino l'_Officio pro defunctis_ e l'altro _alla Vergine_,
rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venuti _raillés_ ai Savoja
nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia
— per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi,
compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più
all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e
dalle _Camere del Lavoro_, dimentiche d'ogni patriottica italianità.

Quindi, troveremo ne' suoi inediti _Il libro delle bizzarrie_. dove
sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e
del pensiero dossiano, riposta nel barattolo _color di cielo sudicio,
dall'epigrafe «Filosofia»_. Preziosissima conserva di esperienza, su
cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano
a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora;
partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano,
dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «_nè dannosa la
malattia[65] nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata
la sanità_». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodò _La Follia_,
egli inneggerà _al Colera_; che, come von Grabbe, goticamente, rimise
in discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che,
come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime,
e Gustavo Kahn rivide il _Puppen-Fée, a delizia dei bambini grandi_;
egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici,
scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla
quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti
d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze,
faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e
vivente.

La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale,
che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della
Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto
servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della
uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il
piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in
questo modo:[66] «Il re costituzionale può essere paragonato ad una
meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del
ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti,
di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente.
Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra,
il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi
sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67] sovrano
scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del
suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una
plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele
III, Giolitti ed altri _ejusdem farinae_;» sì che data la terribile
necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di
ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io
griderò[68] sempre con Napoleone: _viva l'Impero!_ col Senato di Roma:
_viva la Repubblica!_».

Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, verso cui
intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo
moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo:
_La Desinenza in A_, che illustra il feminismo eterno, _Ritratti
umani_, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori,
d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di
questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un
gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur
io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I
signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi,
a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati,
da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero
in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo
nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto;
ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto
un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè
l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il
furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa
politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa
ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica:
«Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale
— il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde
riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que'
_malvagi-ben-vestiti_, di cui sopra, nella libera circolazione della
società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni
ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il
profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di
Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.

Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio
e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto,
ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario
delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de'
_recipe_ farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa,
revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò
di sè stesso _La Colonna infame_ milanese in sulla _Piazza della
Vetra_. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi,
avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle
sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli
altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze
ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume,
che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata
sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici
ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime,
di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba
d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che
ritornano e si _fanno sentire_. Quanti elementi per il grottesco,
quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze,
cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le
saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del
seicento: a lui appariva _el sur Dianzen benedett_ del Porta; beffando,
in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco,
un _letto_ monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli
guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono
qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa:
ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in
una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza
astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano
maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli
strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un _quid_ di diavolesco,
di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una
serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale
dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime
pagine dell'_Altrieri_ si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed
imaginarie; e _La Casetta di Gigio_ è costruita dalla pura fantasia
che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi
dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie,
i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni
e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali;
il necroforo, la mammana, la _poveretta de la giesa, el giovin de
macellar, el perrucchée_, il cenciajuolo, la minuta straccioneria
urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e
ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano
le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza
polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua
fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una
scoperta. Ama lo stipite dell'_Humorismo_ nostro secentesco. Giordano
«per quelle sue pagine _così genialmente mal scritte_, nelle quali
chiama _la divinità_: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben
diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte
come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di
cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha
ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità
squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno,
che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino,
il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed
all'ateismo militante.

Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino
torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso
sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera
essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo
svincolare il _senso di fede, la sensazione di confidenza_, dalle forme
canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli
nella coscienza dell'_Unico_ a mo' di uno Stirner religioso. Dal
_Candelajo_, dallo _Spaccio della Bestia trionfante_, dalli altri
scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di _Ritratti
umani_ ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in
uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.

Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una
descrive: _una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della
mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità_,
parlando: «_Repulsa adsurgo_» — e l'altra: _un razzo d'oro in un cielo
di notte: «Brevis sed splendens»_; accoglie, definitivamente, la terza
da Giordano Bruno: «_In tristia hilaritas, in hilaritate tristis_».
— «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della
comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo
di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè,
dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però
che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di
cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina
a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a
Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni
era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira
la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto
che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa,
che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel
cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed
oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui
la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde,
dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta
vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria
della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la
morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si
trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta
satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura
semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che
naturalmente dovevano anch'essi sentire, il _pathos_:» — per cui, se
«il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».

È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi
di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione
del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le
sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su,
ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene
la palingenesi, facendolo discendere dal _Vero_, dal _Buonsenso_, da
cui nacque lo _Spirito_, che sposò una collaterale di nome _Allegria._
Fruttarono le nozze l'_Humour_, il più giovane della illustre famiglia,
erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi;
perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e
fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice,
ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come
l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.

Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe
imperfetta: «L'_Humour_ è un _quid_ di acre, di amaro, di oscuro, che
nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo
Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «_wrüst mit
salkraut_», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo
arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte
le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo
encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze;
e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe
dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una
filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che
parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire:
«Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido,
se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che
il _magnifico nulla_». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e
fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti
al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il
_magnifico nulla_ della vita moderna, nuda di tutti questi attributi,
ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle
menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma,
ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si
giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in
una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e
lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci
si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre
ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza
sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà
l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il
gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più
doloroso: «_Un'oncia meno di sangue, un libro di più_».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra
diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo
dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa
nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie.
Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra
forma sotto cui si manifestano _i dolori innominati_; in cui questi
stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati,
in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal
romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di
trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida
lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide,
orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero
fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per
dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia nei _Memorabili_ di Senofonte, presente la
voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la
menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno,
fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela
fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del
banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura,
mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai
l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria
ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce _Peregrino,
L'Elogio alla Mosca_, il _Pirgopolinice_, la _Descrizione di Jerapoli_,
le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si
avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta
religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il
Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco
necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato,
il dì di San Giovanni, i _Misteri_, declamati e cantati nelle absidi
abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la
Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili
trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla
morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica;
Gilles de Rais, il Barba-Bleu del _folk-lore_ indo-europeo, sfoggia la
sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica
dei nostri divinatori è meravigliosa: da _Nôtre-Dame_ a _Là-Bas_. —
Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità,
sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu
sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano,
il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini,
monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente
confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le
sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede
mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del
_monismo_, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato
contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi
estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle
precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto
medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la
_callida iunctura_; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove
parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia
eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle
sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per
distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica,
stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono
ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii
immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle _Eaux de
Jouvence_ Pantagruel, prototipo del _Père Ubu_ e di _Roi Bembance_;
— Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom
e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te
Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda,
e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e
comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la
loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre
alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo,
diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà
un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna;
Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà
parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha
vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà,
sotto la magra e trista figura d'_hidalgo_ spiantato, il cuore di
Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di
un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di
passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la
fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di
Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita
dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la
ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal
_Racconto di una botte_, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino,
canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare,
sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia
satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica
che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si
distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui
riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono,
al _Pariato_ avventuroso, la _Gentry_ sedentaria delle banche. Ma
quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di
arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate
sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa,
presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone
sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le
colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente
strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in
Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa
raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia;
«calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di
scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la
patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati,
insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed
imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei
e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le
esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare
i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a
quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri,
i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza
delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa
numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la
tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta
l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità.
Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva
alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord,
quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico,
funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si
sentì invaso da questa corrente di _Goulf Stream_ assiderato, pungente
e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone,
le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi,
attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della
espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra
volta, il concetto ch'io già esposi della _geniale ebefrenia_.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali,
i casti per regola monastica, le monache continenti per regola
deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle
inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera
incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti
propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto,
che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della
fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache,
le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il
grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e
discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo
delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano,
oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai
_Niebelungen_, sporge la destra ad Ettore della _Illiade_; le razze
scompajono, rimangono il _poema_ ed il _poeta_, che le riassumono nella
totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita
il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche
basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura,
anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni
attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un
popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede;
che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi;
che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che
tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera;
la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui,
tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in
bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa
del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza
si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è
asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario
cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini
astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.

Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano,
popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro
li scaffali e si chiamano: _Saggi_ d'Emerson, _Opere_ di Carlyle,
quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa,
con _Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel_,
la _Raccolta completa_ dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria
Maggi, al Raiberti, le _Tragedie_ di Shakespeare. Questi formano
il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le
pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il
suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti
barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto
colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera,
il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto
di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto
della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a
somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che
non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: _rendere
una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e
morale_. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia?
Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del
colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria
di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica
fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre
Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che
evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri
ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito
trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai
raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio
Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica,
metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di
specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta,
spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo
rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo
della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine,
genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo
Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne
rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.

Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita
presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo,
come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto,
i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni,
Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai
Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola
tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del
suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina
romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e
delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo _humour_, anzi se
ne avvantaggia.

L'_humour_ sia dunque _lo stato costante dell'animo suo_: uscire
con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo
la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la
sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione
di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e
dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della
vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di
una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve
lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange
e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che
ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol
essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini
eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle
premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione,
in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una
universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni
sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità.
L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non
poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo
sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso:
ama la _contradictio in terminis_. Perchè sta nella vita corrente e
la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che
il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti,
di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa
insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla
stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una
_Avvertenza_ ai quattordici calepini delle _Note_, azzurri ed inediti,
dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle
essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi
e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze
insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato
che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se
vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola
naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta,
e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla _gioja_, qui
guarda ed anche quanto si enumera sotto _dolore_: sulla _luce_, va a
vedere sotto _ombra_; intorno a _sottigliezze filosofiche_, riscontra
con _filosofiche sottigliezze_». Ultimo motto a rischiarare tutto
l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.

Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono,
propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione;
così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de
l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese —
e ne riesce il _Bonhomet_ cacciatore di cigni; — così predilesse
Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra
una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi
immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e
scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione,
sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive
apparizioni; i cardini principiali, il _leit-motiv_ vi continuano,
direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della
attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati
e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità.
Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di _non iniziati_ i suoi
lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e
due si fanno parabolani per esporre, _in fatto, l'idea_. Se viene
interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene
passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma
di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi,
ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra
la natura ambiente, così detta[79] «_morta_», — da chi non ha fino
intuito, colla storia, il carattere il «_momento_» degli attori,
che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di
Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la
pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da
semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo
dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma
moderna».

Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali,
i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora
_le cose_, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi,
e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza,
le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo _animismo_ per
simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana,
le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. —
Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua
abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di
spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine:
chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano,
gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non
confessarglisi?

Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti
molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose
si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio
e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga
a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la
elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete
indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo
ambiente?

Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di
forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa
dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle
animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità
forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite,
mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro
poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul
valore dei movimenti che si chiamano _volontari_: sa che è un modo di
dire e di pensare comune, ma che, del resto, la _nostra umana volontà
non ha presa_ a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più
che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di
_Sirio_. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi _no_,
da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza
tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un
giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli _Amori_, manifestare
_sè stesso_ a traverso le _cose_, specialmente nel _Primo Cielo_.

Così, egli vive di più, perchè a ciascun _oggetto suggestivo_ presta
parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le
apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere
sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio
si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità
attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi.
La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero
metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse
contradizioni, si chiama anche _humorismo;_ e Carlo Dossi riflette
spesso in questo modo profondo ed originale.

L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza
giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio
e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di
ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed
a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e
di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla
cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di
fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in
rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta
con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la
preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di
seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza;
un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi
ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un
corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare;
nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di
vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro:
la difesa, l'offesa, la liberazione.

Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni
nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto
delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle;
che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del
cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della
materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia
dell'anima, un _quid_ inispiegato ancora, come la scintilla elettrica;
immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che
ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa,
l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero
divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da
un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo,
è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere
_Ritratti umani_; che sono l'espressione della _sua utile cattiveria e
mattia_.

_Pagina mea sapit hominem_, porta, in fronte da Marziale, la copertina
di _Campionario_; _sa_ cioè _ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo
ha digerito, se ne è nutrita_; lo conosce per il palato e per il
ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi
cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico
e necessario dell'organismo; la pagina mia _ha evacuato l'uomo, come
è_: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito
come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che
non sa _i vantaggi della ineducazione_, ma sfoggia le inciviltà della
fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone;
_così ha saggiato l'uomo_ e ne dà il titolo esatto secondo la mia
norma.

_Pagina_ eguale ad _Arte_: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa,
è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non
si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria
dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo,
come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita.
L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si
avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine
di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in
libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista
è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella
che ogni organismo ben 

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