Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia
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Title: Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia
Author: Carlo Bianco
Release date: April 1, 2015 [eBook #48624]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLA GUERRA NAZIONALE D'INSURREZIONE PER BANDE, APPLICATA ALL'ITALIA ***
DELLA
GUERRA NAZIONALE
D'INSURREZIONE
PER BANDE,
APPLICATA ALL'ITALIA.
TRATTATO
Dedicato ai buoni Italiani.
DA
UN AMICO DEL PAESE.
Quousque tandem ignorabitis vires vestras!
TIT. LIV. Dec. 1, lib. 6.
PARTE PRIMA.
*
ITALIA
1830.
Dedicatoria AGL'ITALIANI.
Da tirannico veleno travagliati, da gotica pestifera infezione
ammorbati, le vostre già robuste membra per effetto suo accasciate,
dalle gherminelle dello straniero, che nel vedervi patire gioisce,
accalappiati; voi nel lordume della servitù, della vergogna, del
disonore, fra pene e gemiti, la vita da secoli trascinate.
Eccovi un possente efficace, alessifarmaco frutto d'indefesso pensiero,
profonda meditazione, e lunga esperienza, il cui effetto sarà senza
dubbio infallibile, se con ferma risoluzione voi lo inghiottirete, ma
per ismaltirlo, una volontà decisa, ed uno stomaco forte si esigono.
Se voi quegl'Italiani siete, cui venne dal nostro sommo Alfieri il
Bruto dedicato, di mettere senza indugio questa italica panacea in uso,
punto non dubbiarete.
Se poi di stomaco debole, cui l'acutissima sua fragranza ripugni,
vi sentite; in quella fogna, quai rettili fangosi, a dibattervi nel
loto della torpitudine continuate; e quali or siete, il zimbello
de' tiranni, lo scherno degli stranieri, il vitupero delle genti
perpetuamente rimanete.
State sani.
L'AUTORE.
PROTESTA DELL'AUTORE.
Abbenchè arduo, e spinoso intraprendimento quello venga reputato di
dare alla luce un trattato politico-militare, materia già da tanti
famosissimi scrittori, sulle cose di guerra, supposta per ogni verso
esaurita; ciò non pertanto incitato dalle grandi sciagure cui va, pur
troppo, l'amatissima e dolente patria mia soggetta, quell'amabile terra
cui come ben dice il nostro Foscolo, nè la barbarie de' Goti, nè le
animosità provinciali, nè le devastazioni di tanti eserciti spensero
nelle sue aure quel fuoco immortale che animò gli Etruschi ed i Latini,
mi decisi con animo risoluto ad intraprendere un lavoro, di metter mano
al quale, scrittore non alcuno aveva peranco in Italia pensato, e che
deve al mio parere di grandissima utilità per ammarginar le inasprite
sue piaghe, considerarsi, e qual salutifero balsamo servire.
Nè desiderio di lucro, nè odio personale, nè smania di dottrinale
rinomanza, nè alcuna particolare veduta pel tempo presente ed avvenire,
mi mossero a tale determinazione: ma l'ardentissimo ed inalterabile
amore del paese che nel mio cuore di continuo avvampa, e che ogn'altra
passione in comparazione sua divenuta volgare, assottiglia ed annienta.
Eccoti, o benevolo lettore, il primo saggio da me dato alle stampe:
sarà oggetto di grave censura, di avvelenata critica, di pungenti
ed amari sarcasmi, di rabbiose invettive, fors'anche di segreta ed
eccedente vendetta, cose tutte che potrebbero far tremar le vene ed i
polsi a chiunque per tutt'altro, che pel puro amor di patria prendesse
a scrivere; ma non colui che senz'altre mire ad indicare s'accigne
ai suoi compatrioti gl'adeguati mezzi per giungere all'appice della
gloria, della prosperità, e della grandezza! Mi sarà da tutte le
accademie, dalla loquace congerie di tutti i letterati, e rettori,
grammatici, pedanti, gramuffastronzoli, sersaccenti, e salamistri,
tanto rispetto alla purità della lingua, alla chiarezza delle idee,
alla concisione dello stile, quanto al sugo dei concetti, alla
proprietà delle frasi, bandita la croce addosso; mi rimprovereranno,
mi calunnieranno, lacereranno il mio nome, perseguiteranno la mia
persona e forse avverrà che armato del sanguinolento coltello de'
tiranni, sarà un qualche sicario per passarmi il cuore; io non pavento:
la coscienza della purità delle mie intenzioni tranquilla il mio
cuore; l'amore della mia patria mi rende qualunque maggior rischio
disprezzevole; chi tutto è consagrato all'Italia, non allibbisce ai
pericoli, ma con dolcissimo piacere pel bene di quella gli affronta; ai
pedanti arrabbiati non bado; perchè di essere ammesso nella repubblica
letteraria non mai pretesi nè pretendo; non scrissi per quella meta;
non composi un opera di letteratura, nè per acquistar fama d'erudito;
ma solo dalla perfetta conoscenza, della necessità in che si trova
l'afflitta Italia d'un sollecito, ed intiero cambiamento di sistema
eccitato, non meno che dalla certezza ch'ella possiede in se tutti
gl'opportuni mezzi per riescir vittoriosa convinto, ai precetti dettati
dalla mia esperienza, e meditazione accozzai quanto in molti libri e
nelle conversazioni con esperimentati duci che luminosi allori nella
guerra d'insurrezione per bande riportarono e nella famigliar pratica
di profondi statisti potei di vantaggioso al mio sistema rinvenire;
e ne feci un breve ma importante manuale di rigenerazione italiana;
gracchiate pedanti, gridate al plagio, al sacrilegio, all'empietà!
scagliate l'anatema contro un trattato che deve alla dappocaggine
ripugnare, contro un autore che dice delle verità le quali non siete
usi a udire, che forse offendono il delicatissimo timpano delle
indebolite vostre orecchie? Ululate vilissimi prezzolati scrittori!
vi compiango e me ne rido, io non bramo di essere considerato come
autore, d'uopo è all'Italia, che la dottorale beretta, la cappa
magistrale, in elmi, ed usberghi si cambino, e si riposi la penna per
dar luogo al luccicare dei brandi; mi vergognerei di far parte della
vostra cicalante brigata; sono le vostre lingue con catenelle d'oro
dai tiranni avvinghiate o paralitiche per la paura; dalle vostre penne
bagnate nel fango, altro che sozzura non cola; pochissimi di voi osano
palesare apertamente la verità, e da quei pochissimi benemeriti, solo
una debolissima scintilla, del tutto incapace di accendere quel gran
fuoco di che tanto gl'Italiani abbisognano, appena, appena, traluce;
io non sono letterato, Dio me ne guardi; abborro i parolaj, ma ho
la fondata pretensione d'essere di tutti quei mercaparole venduti
ai tiranni, o contenuti dal timore assai da più; i miei concetti,
sì per mancanza di tempo, attesochè gl'avvenimenti politici europei
esigono che io al più presto pubblichi questo trattato, e lo dia al
torchio senza neppure correggerne lo stile, come per insufficienza di
magistero, poco essendo nelle grammatiche e scientifiche discipline
ammaestrato, non sono certamente dolci, limati, e conditi con miele,
ma un idea Italiana, forte, robusta, ed ardente racchiudono; se una
tal essenza in quelli per avventura non risplenderà, nè sarà la mia
penna da imputarsi che bastevolmente non seppe i miei pensamenti
esprimere o se pure chi lo legge, non possedendo un animo italiano ma
pur troppo afforestierato, non sentirà in se generare dalla sua lettura
quei violenti stimoli, quei sublimi impulsi, quei forti sentimenti
di muovere, i quali è principal mio intendimento non a mia colpa, ma
bensì a se stesso dovrà la sua inefficacia in questo caso attribuire.
Sì lo ripeto: io non pretendo di venir in fama di letterato; (non
dev'essere in oggi la gloria della penna sufficiente) ma solo quella,
con ragione ambisco, di valoroso cittadino italiano, accerrimo,
implacabile, dichiarato nemico dei nemici dell'amatissima mia patria,
di ardentissimo suo campione, di vero suo figlio.......... Scrissi
contro tutti i nemici d'Italia in qualsivoglia parte del mondo si
trovino, se mai parlando in generale, a confondere alcune volte buoni e
cattivi la mia penna trascorse, sappiasi che ogniqualvolta io parlai di
stranieri, di popoli, di stati, etc., io non intesi di tutte imputare
le unità formanti la nazione, ma solo i gabinetti, e le genti che a
quelli danno mano, e sostengono; è pur anche questa distinzione ai
Tedeschi applicabile contro i quali più degli altri mi scatenai perchè
lo meritano, ma che non si deve ai tanti buoni, sopratutto a molti
popoli della Magna, che nutrono le stesse nostre opinioni estendere;
parlai contro una gran parte d'Italiani con proposito determinato
di offenderli, sperando di poterli con quel mezzo a luminose imprese
stimolare, sarei contentissimo se con isdegnosaggine se l'arrecassero
a male, gemerei se come bestie fossero alle punture nella parte più
delicata dell'onore loro insensibili...... Offesi i tiranni perchè il
mio paese atrocemente offendono; potranno farmi del male, togliermi
di vita, ma sarà tardi; non potranno più impedire l'effetto de'
miei precetti, ed io spirerò contento per quella patria che adoro,
soddisfatto di aver detto agl'Italiani chiaramente la verità, e loro
insegnato il modo certo di rendersi uniti, liberi ed independenti.
Dante, oppresso dalle sciagure, e disagi dell'esilio, Machiavelli
martoriato dai tormenti della tortura, Galileo perseguitato dalla
spaventevole inquisizione, Sarpi sotto il ferro degl'assassini papali,
e tanti altri grandissimi ingegni del nostro tempo raminghi, e poveri,
grandi, ed infelici, mi servono d'illustre modello d'amor di patria,
di gloria del vero, ed accrescono nel mio cuore, per disprezzare i
pericoli, la necessaria costanza; e riandando le pagine conservatrici
alla nostra memoria delle sublimi e splendide azioni degl'avi, scorgo
che nel ritiro, nell'esilio, e con la morte aprironsi quei magnanimi,
a vera gloria il cammino, e se avviene che la voce della verità
per lo mio mezzo tonante in Italia, un prematuro fine m'apporti, la
lusinghiera idea da me voluttuosamente nutrita, che una volta disceso
nella fossa, le meste lagrime di ottimi, valorosi, incorrotti, ardenti,
e veri amici di quella patria, per cui caddi immolato si mescolino alle
mie ceneri, mi conforta e mi alletta; essendo questo il maggior tributo
che io dalle mie opere aspetti, e della perdita di mia vita, il più
dolce, il più gradevole, il meritato compenso.
L'AUTORE.
DISCORSO PRELIMINARE.
Liberate diuturna cura Italiam.
Extirpate has immanes belluas, quæ hominis
Præter faciem et vocem nihil habent.
MACHIAVELLI. _Lettere Familiari_, LXVIII.
Non meno disonorevoli che inumane per avventura, ed empie, parecchie
massime nel presente trattato contenute, potranno a cert'uni parere;
come tali eziandio crediamo, da considerarsi, sarebbero, se nelle
guerre tra re e re ben di rado nazionali, o tra nazione e nazione per
particolari convenienze, la loro pratica si proponesse; imperciocchè
non mettendosi in quelle la libertà, o la politica esistenza di
un popolo intero in forse, aver non debbono l'oppressione, o lo
sterminio di nessuna delle parti belligeranti per iscopo; ma quando
di una insurrezione nazionale si tratta, all'unione del paese, alla
sua indipendenza e libertà, diretta, per quei sacrosanti oggetti, i
più essenziali ed i più cari agli uomini dabbene, intrapresa, quando
quegl'inalienabili diritti, dallo straniero e dai tiranni nazionali
conculcati, si vogliano fermamente colla forza riprendere; allora
ben lungi di doversi con tali sozze denominazioni qualificare, si
debbono in conto di giuste non solo ma di sante, dagl'insorti popoli
tenere. Deve la santità del motivo rendere di niun valore qualunque
considerazione di onore, d'umanità e di religione che ad un fine così
sublime, così sacrosanto si opponga.
Nessun Italiano certamente non havvi, che di sufficiente raziocinio
e di un cuore sensibile dotato, non s'irriti.....: non frema.....
non s'adizzi, ogniqualvolta si faccia ad attentamente considerare la
triste, vergognosa e ributtante situazione politica e civile, a che
trovasi la sua patria ridotta! di quel paese, che al dir di Giovanni
Muller, nella sua storia universale, sembra dalla natura destinato
ad esser la sedia dell'impero del mondo; il quale, per mezzo delle
sue spiaggie, così soggiunge, che comode communicazioni con tutte
le parti della terra facilitavangli, poteva senza difficoltà la sua
preponderanza mantenere; mentrechè il mare e le Alpi servivangli di
baluardo; i porti d'Ostia, di Ravenna e di Misène tutte le sue imprese
politiche e commerciali agevolavangli, era la varietà del terreno
all'agricoltura ed all'educazione degl'armenti vantaggiosissima; la
lunga catena degl'Appennini, dava a ciascuna provincia i vantaggi delle
montagne ad un tempo, e delle pianure, e numerosi fiumi l'esportazione
di tutte le produzioni del paese favorivano. Situata l'Italia quasi in
mezzo al mondo civilizzato poteva facilmente tutti i popoli invigilare,
e la sua posizione la metteva in caso di poter le provincie lontane
dal centro dell'impero prontamente soccorrere; ma che! avremo noi
d'uopo di riandare quanto viene da stranieri scritto rispetto al nostro
paese? Non è a noi tutti per avventura ben noto che sopra un suolo
dalla natura prediletto viviamo? E che tutte le fraudi, tristizie, e
trappolerie dello straniero, e dei tiranni nostrali non pervennero,
come ne tengono in cuore il pravo progetto, per anco ad inaridire? In
poche parti della terra esiste un clima più temperato, più dolce, e
nessun altro in Europa viene da' fisiologi più atto, più favorevole
allo sviluppo delle fisiche e morali facoltà dell'uomo per esperienza
stimato; oppure, sopra una montuosa superficie di nove mila leghe
quadrate, nati sotto l'influenza di quel beato clima, giacciono inerti,
e pazienti sotto la verga che li flagella, venti millioni d'uomini,
in una perfetta nullità politica all'estero, e ributtante oppressione
interna? Null'altro all'Italia manca se non la sua unione in un corpo
solo di nazione, indipendenza, e libertà; all'eccezione di quelle tre
necessità essenzialissime la mancanza delle quali, quanto d'altro si
possede rende di niun valore, ella in se contiene tutte le delizie
nel paradiso terrestre figurate, in nessuna parte d'Europa la terra è
meglio, che in quella coltivata, nè sono le scienze, e le belle arti
così estese, e ad un più alto grado di perfezione portate; è la sua
spiaggia di bellissimi, capaci e sicurissimi porti di mare abbondevole,
incontransi ad ogni passo città magnifiche, campagne deliziose,
paesi abbondanti e piacevoli; quantità di maestosi fiumi, e canali
navigabili, molte non meno spaziose che comodissime strade cose tutte
al ben essere ed alla miglioranza generale del viver civile utilissime;
ubertosa terra di prospere granaglie, di delicatissimi erbaggi, e
squisitissimi frutti produttrice, di gagliardi e saporitissimi vini,
di finissim'oglio il migliore d'Europa, di cocciniglia, zuccaro
e tabacco (se un buon governo volesse curare la sua coltivazione)
germinatrice feconda; in modo pure, le patate, lino, canape, seta
soprabbondano da poterne ancora molti altri stati a dovizia provvedere;
boschi e foreste che il miglior legno di costruzione per edifizi e
bastimenti forniscono; possede cavalli svelti, sani, e robusti, e
dopo quelli di Spagna, e d'Inghilterra in bellezza, e forza i primi
preziosissimi e rari metalli di moltissime diverse specie, fra le quali
oro ed argento, trovansi nel seno delle nostre montagne contenuti;
il sal minerale, il sal marino, le curiosissime e doviziosissime
zolfatare, potrebbero un estesissimo commercio agevolmente civire, e
chi mai da quanto veniam di esporre crederebbe che i posseditori di
tanti beni sù cui natura di spargere a mani piene i suoi doni senza
intermissione compiacesi, farne un buon uso non sappiano; e quella
felicità cui dalla stessa sono destinati, si lascino dagli aggiramenti
ed incannate di una mano di rustici ribaldi ladroni, sugl'istessi
occhi loro sfacciatamente involare? Eppure così è, percorrasi da una
parte all'altra l'Italia, volgasi l'occhio alle principali sue isole,
lo stato in generale degli abitanti attentamente s'indaghi, e ben
tosto la maggior parte di quelli oppressa dalla miseria scorgerassi,
e l'intero numero degl'Italiani vedrassi per le sostenute sciagure
avvilito, per mal costume anneghittito, e reso dai perfidi governi,
a rea ignoranza, a detestabili vizj ed all'immoralità propenso;
divisa la penisola in dieci piccole parti, chiamate stati, una peggio
dell'altra dal potere assoluto di un papa, due re, duchi, e principi
etc. governate, che in fatti altro se non umilissimi, e paurosissimi,
prefetti del sospettoso, e rapace imperatore d'Austria non sono, le
cui crudelissime ingiunzioni a puntino e senza replica obbediscono,
ed alla lercia pungentissima sferza tedesca per la loro eccessiva
codardìa, stanno rispettosamente sottomessi, ma siccome vogliono poi
quei tirannelli la regia loro autorità, al solo potere circonscritta
di far sfortuna ai loro popoli, in qualche modo esercitare, piombano
con malignità e continua rabbia sopra i poveri disgraziati, che il
cattivo destino fece nascere loro sudditi, e per la loro insaziabile
ingordigia satollare, ad arbitrio di prepotenza bistrattano; le loro
ricchezze con tanti sudori e veglie ammassate rapiscono, e di quelle
onde con i corpi gli animi loro ammollire astutamente si servono;
laonde a corrompere, e viziare l'onestà e buoni costumi tengono la
mira, coll'intenzione di snervare in quel modo il loro coraggio; una
volta giunti a tale, i vizj diventano bisogni od almeno lo pajono,
e quelli a qualunque costo svegliano e fomentano l'idea del loro
soddisfacimento; ed ecco dal governo l'ismodato amor di se stesso in
ogni cuore per quanto gli fia possibile creato, e vezzeggiato, in
modo che trovasi ciascuno allettato a vivere per se non meno che a
ricavare il particolar suo utile in danno della massa dei cittadini,
quindi l'uomo assueffatto a non curarsi del discapito che può agli
altri concittadini ridondarne, in opposizione alle massime dei governi
liberi, dove ognuno di contribuire per sua parte al ben pubblico
reputasi a gloria, dimentico del suo dovere ad altro non pensa che a
servirsi degli altri onde a man salva i creduti bisogni profusamente
soddisfare. Il lusso, come il più sicuro, ed il più aggradevole mezzo
per tenere i sudditi nella servitù è portato dagl'italici despoti in
palma di mano; e col danaro dal cittadino annualmente pagato, che senza
darne il menomo conto spendono e spandono, la voglia dell'oro in tutti
i cuori fan nascere; imperciocchè con quello premiano le azioni che al
sostegno del loro potere credono vantaggiose e fanno l'oggetto della
publica considerazione tutto nel possedimento di ricchezze consistere;
qualunque altro mezzo di ricompensa, perchè potrebbe col tempo idee
forti e generose risvegliare che alla lunga metterebbero il trono
in rischio di essere rovesciato, paventano; epperciò il perno sul
quale tutta la macchina dello stato si aggira, è l'oro; ed i tiranni
la migliore e maggior parte della nazione spogliano per la minore
la più vile ma ligia al loro potere arricchirne; laonde con un ben
stabilito giro di moneta, con le tasse e col fisco fanno sempre una
più grande quantità di numerario in cassa rientrare, di quanta stata
sia da loro all'immoralità per lo stipendio del vizio e l'avvilimento
della virtù prodigata. Quale dunque non dovrà essere il cordoglio
di quell'Italiano, che il pagamento di tante pesantissime tasse pel
salario de' suoi carnefici seriamente consideri? Tutte ordinate dal
solo capriccio del despota, che nè delle fondiarie, nè dalla carta
bollata, nè di quelle sui mobili, sulle porte, e finestre, sul vino,
sui comestibili di ogni specie etc., nè di mantenere a suo conto,
il giuoco della lotteria pel quale migliaia di famiglie si rovinano
ed evvi il certo guadagno pel governo, non ancora soddisfatto, vende
pur anche per suo esclusivo profitto il tabacco, sale, e polvere da
schioppo ne stabilisce il prezzo a sua volontà, e con gravissime
pene quel cittadino che ne vendesse, o ne introducesse anche per
proprio uso, punisce; senza mai dare al popolo, quello che veramente
paga, il minimo ragguaglio sull'entrata, e sulle spese!..........
Massima giustissima, da chiunque un pò di senno racchiuda in capo
come necessaria riconosciuta, e solo dai vili che sono dal despota
corrotti, o da quei fanatici, che opinano essere un re signore della
vita e delle proprietà dei sudditi, rispinta, quella, sì è, da tutti
gl'Inglesi e dalla corona pur anche addottata, e bandita cioè: che
spetti un diritto inalienabile a qualsivoglia suddito inglese, ossia
libero uomo, o franco tenitore, come dicono essi, di non dare la sua
roba, se non per proprio consenso; la camera dei comuni sola avere il
diritto come rappresentante il popolo inglese, di concedere alla corona
la pecunia di esso; essere le tasse liberi doni del popolo, dovere i
principi usare l'autorità loro, e la pecunia del comune ad uso solo,
e benefizio di questo; quanto sian le massime che dirigono i tiranni
d'Italia, da quelle dell'Inghilterra differenti non v'ha certamente chi
nol riconosca; e perchè mai dovranno dunque i discendenti dei Romani
al godimento di quel diritto rinunziare, per compiacere i stranieri, ed
una mano di rabbiosi imbecilli che si valgono dell'ignoranza del medio
evo, e del barbarismo di quel tempo per fargli credere che obbedir
debbono, e tacere? I loro capricci e latrocinj secondare (imperciocchè
come furto dev'essere l'azione di prendere il danaro senza consenso di
chi lo possede, e spenderlo senza darne conto, da ognuno considerata);
e coi nomi poi di legittimità, di paternità, di eredità etc., titoli
il niun valore de' quali è ora mai già in tutto il mondo ed anche dai
più scimuniti conosciuto trar vogliono gl'Italiani nell'opinione, che a
loro soli, tutti i diritti appartengano, e nessuno al popolo! E perchè
mai dovran essere gl'Italiani da meno degl'Inglesi, degl'Americani,
dei Francesi, et degl'Olandesi? Sono forse quei popoli d'un altro limo
composti, che possano l'esercizio di certi diritti, il vantaggio di
certe prerogative, la felicità provegnente da un certo sistema godere,
a che noi nati nella bella Italia punto non siamo capaci? Saranno
per avventura quelle istituzioni così sublimi, così complicate, così
intralciate che all'italico genio, non meno a ben conoscerle che a
metterle in pratica non sia dato d'arrivare? No certamente; e tutti
ben sanno quei che lo vogliono sapere, che gl'Italiani, già illuminati
e liberi quando tutte le dette nazioni erano ancora tra folte tenebre
di supina ignoranza ravvolte, e nei ceppi della schiavitù contenute,
le quali se non molti secoli dopo, quando già stanchi gl'Italiani
di dominare il mondo, e di vivere in repubblica a sottrarsi al giogo
non pervennero, posseggano quanto e più degli altri l'intelligenza,
il genio, l'alacrità, la perspicacia necessaria onde capire la
complicazione di un sistema popolare di governo, qualità che non
saranno mai a quelle ben formate singolari teste, per essere mancanti.
Qual dunque sarà la cagione, che quei citati popoli godono il vantaggio
d'un governo migliore di quello degl'Italiani? Quali peculiari doti
sopra gli altri li distinguono? Quai meriti straordinarj mettono forse
in mostra? Eccone a vergogna d'Italia, le cagioni: prima d'ottenere
un libero sistema passarono quei popoli per la trafila di molti guai,
ebbero grandissimi urti a sostenere, ma li respinsero; ebbero per molti
anni a patire, sopportarono miserie, disagi, afflizioni, e fatiche, ma
sempre con quello scopo in mira punto non si disconfortarono, vollero
fermamente, ed alla fine ottenne la loro costanza il ben meritato
guiderdone; mentre in quell'epoche menzionate non ebbero gl'Italiani
meno miserie, meno fatiche, meno guai a sofferire, ma senz'animo, e
senz'amor di patria, da vituperevole avvilimento soprappresi, piuttosto
a piegare, che a cozzare disposti, non sostennero mai, non respinsero
gli urti, ed a servire di strumenti d'oppressione allo straniero contro
loro stessi, ed i proprj fratelli volonterosamente assoggettaronsi,
per quindi la rovina del paese, il disprezzo e vergogna per loro, e per
tutta l'italica nazione in funesta ricompensa riceverne.
Per non aver dunque avuto l'unione, l'independenza e la libertà del
loro paese per meta, quei conquistatori dell'antico mondo, quegli
scopritori del nuovo, che poi a stranieri lo regalarono, quelle
fervide menti cui l'uman genere va debitore d'averlo con le scienze,
e le belle arti dirozzato, ed illuminato, quel popolo che può tanto
impareggiabili antecedenti a giusto titolo vantare, eccolo tenuto
dagli stranieri in niun conto, come inetto e vile, come l'ultimo del
mondo! Imperciocchè per nulla nella politica europea bilancia è in
oggi calcolato, anzi come mancante della prima virtù cioè quella di
saper essere libero, ed indipendente, trovasi disprezzato e deriso. Il
paese come cloaca di vizj, come culla d'impostori, codardi, raggiratori
è riputato, che esser dicono un paradiso abitato da diavoli; e mal
non si appongono, perchè sotto la ferrea rugginosa verga di tristi e
paurosi tiranni, come inerti machine, come servi oziosi ed effeminati,
privi dell'esercizio di qual sisia di quei diritti che possono agli
uomini riuniti competere, trascinano gl'Italiani una ignominiosa,
disonorata esistenza dai vili che circondano i tiranni viemmaggiormente
amareggiata; imperciocchè, siccome al dir di Polibio, al libro
secondo, i re per lor natura, non hanno nè amici, nè inimici, e che
il solo interesse loro è la misura della loro affezione, o del loro
odio: e che la posizione in che si misero dal 1814 in quà, è senza
dubbio alla felicità dei sudditi affatto contraria, ne avviene, che
i soli per cui si dimostra in quegli stati, considerazione o stima
sono gli amici del re i quali altri non sono, che i malvagi, viziosi
o deboli, e geme la parte buona della nazione all'insolenza di questi
vituperevoli stromenti della tirannia vilmente sottoposta. Ci dice de
Comminis al capitolo 12, libro sesto: che Luigi XI aveva paura di tutti
gli uomini, e particolarmente di tutti coloro ch'erano degni di avere
qualche autorità: sono i tiranni, che in oggi con le sostanze nostre
le loro ingordigia satollano, altrettanti Luigi XI, anzi peggiori
cui si potrebbe senza timore di sbaglio il detto di Sallustio con
ragione applicare: _Regibus boni quam mali suspectiores sunt; semper
que his aliena virtus formidolosa est_: vale a dire che paventano più
i buoni, che i cattivi, e temono una virtù che non posseggono. Sono
tanti Tiberj, che come dice Tacito, al libro primo dei suoi annali, non
era un odio antico, ma le ricchezze, la destrezza, i talenti eguali
alla sua reputazione, che avvelenavano i sospetti di Tiberio contro
Arrunzio: sono però in oggi i quattro quinti del popolo italiano tanti
Arrunzi, rispetto ai nostri Tiberj, per la qual cosa sempre più cresce
l'inasprimento del loro cuore e fassi la loro tirannia progressivamente
maggiore: in modo tale trovasi maltrattata la povera Italia che
se lo stato d'altri paesi d'Europa potrà per avventura più, o meno
sopportabile parere, quello dei governi della nostra penisola dal tempo
in che il malvagio Castelreagh in seggio ripose gli antichi smaniosi
tiranni, è tanto derelitto, rovinato, e vile, tutto và così di male
in peggio, che l'indispensabile necessità d'un grande cambiamento, di
un ordine di cose affatto nuovo, fassi più che altrove sentire; già
ben lo scorgono i tiranni, ma vogliono illudersi, la credono ancora
bastevolmente lontana, e si lusingano di poter tutta la loro vita in
quell'atroce sistema continuare, lasciando poi ai successori la bisogna
di porre ai loro imbrogli rimedio; s'addormentarono fin ora sopra un
volcano, perdettero favorevoli occasioni di stabilire buoni ordini
pel publico vantaggio, abbandonandosi scioccamente al pensiero dal lor
pazzo modo di vedere le cose suggerito, che in accordando poi qualche
maestrato, più nominale ch'effettivo, quando già i popoli siansi
levati a romore, di poterli con simile treccheria in ogni tempo a lor
piacimento abbindolare, da tutto il mondo è in oggi quella tattica ben
conosciuta, e disprezzata; troppo tardi aspettarono; l'ora fatale del
rendimento de' conti, sta lì, lì, per suonare e se gl'Italiani vogliono
agir da uomini, e non come abbietti bigi orecchiuti animalon da soma,
tutti alla sprovvista li coglie, da non potere schivare il giusto
castigo dell'esecrande loro nequizie che nella loro partenza da questo
mondo consiste; imperciocchè non debbono gl'Italiani a quei mostri
mercede alcuna; e sarebbe pur loro delitto di lasciar quelle cagioni
di tanti pianti, di tanti disastri, e di tanta infamia, per quel paese,
dall'infezione del mostifero loro alito avvelenato, una vita criminale
tranquillamente godere.
La soverchia paura ed il detestabile reo talento di queste belve le
mantiene sempre in continua tensione ed attività, e da ciò ch'erano
prima della rivoluzione di Francia ben differenti divennero; gemevano
è vero in quel tempo sotto il giogo del poter assoluto i popoli, ma
era quello assai mite; andavano i dominanti dietro agli usi antichi,
cui erano pure i sudditi da secoli abituati; era la tirannia di quei
tempi figlia del momentaneo capriccio ed il quasi patriarcale sistema
del governo, con alquante buone azioni, che mitigavano il dispotismo
continuamente la interpolava. Ma quella dopo il congresso di Vienna
in Italia stabilita, è senza dubbio una vera tirannia sistematica,
estratta da quanto vi era di despotico nelle leggi di Napoleone, alla
crudele finezza, che distingueva gli italici governi del medio evo per
nostro danno congiunta; tutto quanto sì nella rivoluzione francese,
e nella repubblica come negli elementi dell'antica monarchia, e dei
vecchi rimasugli della gerarchia romana, nel tempo della tirannia
degl'imperatori vantaggioso al potere riconobbero, al governo assoluto
sfacciatamente appropriaronlo.
La formazione del costosissimo, arcitirannico, e numeroso corpo
de' carabinieri reali in Piemonte, pontificj in Roma, gendarmi in
Lombardia, e Napoli, è una fralle tante piaghe dal napoleonico governo
ereditate, che non solo molestissima ed oppressiva com'era conservossi,
ma con tutta la malizia, e l'astuzia propria dell'inquisizione
studiosamente raffinata. Quel corpo il cui solo scopo esser dovrebbe
la persecuzione, e l'arresto dei banditi, ed assassini di strada,
sparso in tanti separati drappelli a picciola distanza, in modo di
potersi al primo segnale in forza rispettabile riunire, è senza
dubbio il più tormentoso e funesto alla tranquillità, e felicità
degli onesti cittadini; ciascun soldato pieno di boria e con rozzi
modi esercita nei villaggi, borghi etc., il potere assoluto alla
grossolana sui poveri pacifici ed onesti cittadini; ciascun comandante
in quanto al poter di far male un piccolo sovrano; le varie separate
suddivisioni del distaccamento danno conto delle loro funestissime
operazioni al comandante che trovasi al centro, questi al colonnello,
ed al ministero, egli è incaricato non solo di avere minutissima
conoscenza del procedere apparente, od occulto di ogni cittadino, ma
bensì perfino negl'interni pensamenti del suo cuore penetrare; deve
tener registrate le opere di ciascuno, sì dei tempi scorsi, come
del presente, di più le supponibili per l'avvenire; tutto dev'essere
chiaramente notato, e ne deve una esatta generale relazione al governo
frequentemente rimettere. Può, in via economica, senza sottoporre a
regolar giudizio, ammonire, arrestare, carcerare, incatenare, chiunque
non sia nobile, militare, o prete; vi esiste finora un solo esempio che
una sua disposizione arbitraria stata sia dal governo disapprovata, od
annullata. Questo tirannico magistrato, colle armi in dosso, che le
tre qualità di accusatore, giudice, ed esecutore in se riunisce, il
quale molte volte sul solo sospetto o per capriccio accusa, giudica,
e punisce peggiore d'un vil boja, perchè questo non fa ch'eseguire
la legge, mentre quello ad un tempo solo è spione, falso accusatore,
giudice ingiusto, manigoldo grossolano, e giustiziere infame in
continuo esercizio delle sue abbominevoli funzioni da tutti giustamente
abborrito, e temuto, esercita sulla privata morale delle famiglie una
perniciosissima influenza. Imperciocchè siccome non può dare alle non
meno estese che complicate sue incumbenze con mezzi chiari, onesti, ed
aperti una immediata esecuzione, trovasi nella continua necessità di
adoperarne dei vili, disonesti, e turpi; laonde per sapere gli affari
da casa delle famiglie, i pensieri di ognuno di quelle calcolare, gli
è necessario di tenere uno stuolo di spie, d'agenti provocatori etc.,
giornalmente assoldati, per l'aumento di quali spende nella corruzione
della gioventù, danaro a larga mano, da coloro stessi che sono
l'oggetto della persecuzione, e che di continuo lavorano per soddisfare
quelle tasse che servono a ribadire i loro ferri, annualmente pagato;
nulla è da questa vituperevole classe di ribaldi tenuto in riverenza,
i sacrosanti legami della famiglia non sono punto da essi rispettati;
ed anzi ad indebolirli, ed a forza d'oro ingangrenarli sottilmente
si adoperano; perciocchè nessun miglior modo per conoscere i pensieri
di tutti potrebbero trovare: il segretaro, il servo, la cameriera, lo
staffiere etc., sono comprati a denari contanti, e vien loro il regalo
aumentato a misura che più negli affari dei padroni s'internano, e più
importanti cose disvelano; dimodo che per ricevere frequenti donativi,
quando non hanno che dire, quei servi corrotti s'inventano menzogne,
e l'innocente vittima delle loro delazioni, senz'avvedersene, a poco,
a poco atrocemente sagrificano. Per mezzo del giuoco, delle donne, e
della crapula, seducono i giovinotti e, spesso il figlio, a palesare
i segreti del proprio padre e degli altri parenti con doni e larghe
promesse dispongono! Ecco quel giovine imprudente, forse l'idolo dei
genitori, la consolazione dei parenti, la speranza della famiglia,
da quei furfanti, circondato, allettato, e sedotto! Eccolo divenuto
un traditore di quella, e fors'anche l'involontario assassino del
proprio padre!........ Usano questi boja-inquisitori al servizio dei
tiranni, arti finissime per trascinare la gioventù in gravi pericoli,
od imbrogli, dai quali poi, in certo modo salvando i giovani, li
mettono verso di loro in debito di gratitudine e di confidenza;
inducono un inesperto garzoncello ad ingolfarsi nei debiti, onde quei
vizi da loro nel suo tenero cuore innestati soddisfare; teme questo;
e di farne una sincera ed aperta confessione ai parenti, che forte
lo rampognerebbero, si vergogna; non sà dove dar la testa; ad altri
non gli convien di rivolgersi che al seduttore; profitta il birro di
questo bel momento, se lo rende grato, e debitore; rinnova parecchie
volte il saggio; e quando il giovane gli si affeziona, ed ha tutta
confidenza in lui, a costo allora dell'onore, del dovere, e della
morale, con poca spesa lo compra!...... Non contenti quei mostri di
valersi di tanto nocevoli ed infami agguindolamenti per eseguire le
nequitose loro incumbenze, non risparmiano neppure le istituzioni
sagre, e molte volte fornisce il confessionale abbondante materia,
per ordire un'intricata tela di accuse! Non evvi al certo da far le
meraviglie se alcuni dei ministri dell'altare abusano qualche volta
del loro ministero, poichè i membri di quella corporazione al clero
inferiore appartenenti generalmente in Italia molto rispettabili, sono
tenuti in uno stato ben vicino all'indigenza, ed i prelati, vescovi,
e cardinali tutte le ricchezze della chiesa ingordamente assorbono,
quindi non è da stupirsi se abbagliati dall'oro che sono così poco
usi a possedere, e gli viene in abbondanza offerto, alcuni di essi a
danno di cattolici penitenti trafficano del sagramento in favore della
corona!...... In questo modo però la confidenza è bandita! I vincoli
morali che uniscono un uomo all'altro sono spezzati! Ognuno deve
comprimere lo sfogo de' suoi sentimenti, e nel più profondo del suo
cuore tenerli nascosti; ognuno si crede isolato in mezzo ad un mondo
di nemici coi quali deve usare la simulazione e l'inganno; i membri
d'una stessa famiglia l'uno dell'altro diffidano; teme il padre del
figlio, il fratello del fratello, l'amico dell'amico, ed il contrito
cattolico s'avanza tremante al tribunale della confessione, per timore
di essere da quello che siede in quel casotto qual mediatore tra Dio e
gli uomini, sotto colore di religione perfidamente tradito! Con questo
sistema di reciproca temenza, di generale dislealtà, più non vi esiste
contentezza nè calma per nessuno, e la menzogna, l'inganno, la frode,
la fellonia, ed infedeltà onde schermirsi dalle trame, insidie, e
lacciuoli tesi dalla tirannia sono dalla maggior parte della nazione
messe giornalmente in pratica. Questo! questo! è lo stato pacifico,
e tranquillo degl'Italiani che sono obbligati di vivere sotto quel
dolce, beato, paterno dominio dei legittimi re; che per la grazia
di Dio assassinano l'Italia....... Ben con ragione hanno gl'Inglesi
gelosissimi della conservazione della libertà individuale, la proposta
di una tanto perniciosa istituzione con forza rigettata ogniqualvolta i
ministri, per aumentare il potere della corona cercarono l'approvazione
del parlamento, cui fu sempre dai rappresentanti del popolo con saggio
avviso risposto, amar meglio il cittadino Inglese, di correre il
rischio nell'uscir fuori de' limiti della città di Londra, d'essere dai
rubatori assalito e spogliato, che al despotismo di quei sgherri armati
dalla inquisizione politica, un sol giorno assoggettarsi.
Oltre quella forza inquisito-militare, che in tutta Italia può
ascendere, a più di ventimila uomini, divisa in cavalleria, e fanti,
che i tiranni non credono per vivere tranquilli ancor sufficiente,
instituirono al di più una polizia estesissima, e rovinosissima
pel publico erario, che si vale dei carabinieri o gendarmi per
l'esecuzione de' suoi raggiri, e contrammine, usa le stesse arti,
accelera la corruzione della morale, mentre l'oppressione del povero
cittadino crudelmente raddoppia. Ma ciò che più stupisce, si è di
vedere che questi gendarmi, o carabinieri, e queste polizie sieno
composte d'italiani, e che la maggior parte degl'impiegati principali
di quegl'orribili e schifosi ministerj sieno scelti nella classe dei
nobili, e facciano quelli di buona volontà il vile mestiero d'insolenti
zaffi contro i loro fratelli, d'infami berrovieri dello straniero,
per tenere oppressa, ed avvilita la loro patria, d'insediatori
dell'innocenza, di persecutori della virtù!
Non meno funesta, nè meno insopportabile, fra le rimanenti napoleoniche
istituzioni devesi certamente la coscrizione annoverare; la massima
che ogni cittadino nasca milite della patria, è senza dubbio
giustissima, pesa egualmente sopra tutti, ed è affatto republicana;
ma quell'eccellente istituzione per un governo libero, se nel governo
assoluto viene trasportata, conseguenze affatto differenti ne debbono
emergere, le quali anzichè vantaggiose allo stato, perniciosissime
saranno per riescire; ogni cittadino nel governo republicano avendo
una parte attiva nell'esercizio della sovranità, chiaro ben vede che
lo star continuamente pronto, in qualunque situazione particolare o
civile si trovi, per lo stato con animo deciso difendere, tanto per
suo dovere, quanto per suo vantaggio gli appartiene; ma come puossi
una legge di republicana essenza nel differentissimo governo assoluto
trasportata, e con severità eseguita pazientemente sopportare! Mette
la coscrizione l'intiera massa di tutte le forze attive del popolo
nelle mani del governo, nel cui arbitrio sta di muoverla tutta, od in
parte a piacer suo, e così nel modo il più pronto, ed il più assoluto,
nelle nequitosissime tiranniche opere impiegarla e di manierachè
con quella formidabile forza a loro disposizione (della quale non
si servono i tiranni d'Italia, che per opprimere i sudditi, poichè
per la loro debolezza relativa, e viltà personale atti non sono a
muovere una guerra straniera), ne avviene che la parte attiva della
nazione, armata, ordinata, e comandata da persone ligie al tiranno,
invece di servire alla difesa della patria, per la qual cosa fù
la coscrizione istituita, serve in ajuto del tiranno ad angariare,
avvilire, calpestare quella nazione che dovrebbe soccorrere, difendere,
ed illustrare! Oltracciò, la parte del popolo da quella fornita,
viene di quei diritti, e vantaggi, che godeva nel tempo di Napoleone
defraudata; i soli pesi essendogli stati dai tiranni lasciati;
primieramente sappiamo che sono chiamati secondo le regole di quella
tutti i figli degli onesti cittadini a militare, senzachè alcuno
esserne possa esente, imperciocchè l'esenzione di uno deve a danno di
un altro ricadere; è dunque il più grande rigore nella sua esecuzione
dalla giustizia strettamente comandato; mantenevasi nei tempi scorsi
nel modo il più severo ma oggidì tutto va per parzialità e capriccio,
molti figli di nobili nascono offiziali, e sovente accade che già
si trovano di tenenti i più anziani ed ancor sono sotto la sferza
del pedagogo, affatto di cosa sia un uomo, un'arma, od una teoria
ignari; i nobili che si dedicano al foro, od all'amministrazione,
ed i ricchi, comprando un uomo per lo più cattivo, di mala fama, o
stupido e presentandolo in cambio delle loro persone facilmente da
quel peso si esimono; in modo che tutta la severità della legge piomba
sull'onesto cittadino, che o per disgrazie sofferte nel passato, o per
afflizioni presenti, o per appartenere ad una numerosa famiglia, o per
molte altre simili cagioni non si può in quel momento di due o tre
mila lire privare, onde sborsarle a quell'uomo che per rimpiazzarlo
si vende, epperciò quel povero infelice trovasi a servire, per anni
otto o dieci in un reggimento, come semplice soldato malgrado suo
costretto; perchè come non nobile, o non figlio di un qualche vecchio
servo plebeo, che abbia qualche grande viltà per servizio del padrone
antecedentemente commessa, non può neppure sperare avanzamento, poichè
lo scopo della carriera militare dell'onesto plebeo, se la sua condotta
con la necessaria ipocrisia, ed adulazione viene condita, ed è scevra
da qualunque rimprovero, consiste nell'essere poi alla fine sotto
tenente, ajutante di piazza, guarda porte, gendarme, carabiniere, o
birro! Imperciocchè, sebbene abbia tutto il merito, valore, talento,
e capacità immaginabili, nel tirannico sistema della truppa italiana
d'oggigiorno inventato per umiliare, disgustare, e spegnere il fuoco, e
lo stimolo di grandi talenti, ad altro, che alle pergamene, al raggiro,
ed all'opulenza ignorante la via dei gradi superiori non si apre; sono
quei dieci anni pel disgraziato coscritto, una serie di patimenti, e
disgusti; costretto di star sottomesso a' giovani offiziali che per lo
più non impararono ad obbedire, che l'amarezza del pane della servitù
non conoscono, che la legge col capriccio confondono, e credono i
peggiori modi, essere pel buon servizio del loro padrone, i più utili
ed i più addattati, come pure a vecchioni imbecilli, dei doveri, e
regole della professione delle armi affatto imperiti, che altro di
buono e di bello non veggono, se non quanto è vecchio, e comune, e si
approfittano della loro lunga esistenza, non meno per disgustare, che
per contenere lo slancio dei genj nascenti, sempre da loro (perchè
astrette a riconoscerne la superiorità) odiati e perseguitati;
quegli stupidi, per mezzo del raggiro, e delle umiliazioni al comando
inalzati, esigono con insolenza da' loro inferiori, quel tributo di
viltà, e d'adulazioni ch'essi per giungere, a tale e mantenere la
presente loro immeritata fortuna, ai superiori pagarono, e pagano. Si
trovano in quei reggimenti il figlio dell'onesto artigiano, e quello
del possidente, dell'agricoltore, e del negoziante, accozzati, la
maggior parte di quelli educati nella semplicità nell'esercizio di una
morale virtuosa, suscettibili di fare rapidi progressi nell'istruzione,
ed alla necessaria severità della disciplina militare addattarsi;
capaci, se fosse un pò di slancio al loro genio permesso, non solo
di eguagliare in tutto e per tutto i migliori uffiziali, ma di gran
lunga dietro loro lasciarli. Ma! Per la tristizia del tempo che corre,
sono questi robusti ed onesti giovani per la patria del tutto perduti,
quand'essere la vera sua speranza ragionevolmente dovrebbero, il
loro genio è compresso, il loro desiderio di pervenire all'egualità
degl'uffiziali è considerato delitto, e la loro sola prospettiva,
l'apice della loro carriera, è un impiego non meno vile, che
disprezzato! Poteva questo dannoso sistema di militare avanzamento, in
vigore in quasi tutti gli stati d'Italia, meno ingiusto parere, quando
erano i quadri dell'esercito da tutti i discoli, e malviventi dei paesi
riempiti, che mediante una modica somma di premio, sotto le bandiere
del re, per servirlo male, ed affliggere il pacifico cittadino, tanto
in pace che in guerra, volontariamente si arruolavano; egli è ben vero
che soldati di tal fatta, non dovevano, d'essere a gradi superiori
promossi, non che pretendere, sperare, perciocchè pel fatto solo di
entrare al servizio per una data somma convenuta, si obbligavano per
quel prezzo, a servire dieci anni come soldati, senza pretensione da
una parte, nè promessa d'avanzamento dall'altra, epperciò il re non era
riguardo ai gradi verso di loro, in veruna maniera obbligato, e se glie
ne accordava dovevasi una speziale grazia giustamente reputare; ottima
cosa era senza dubbio che quella genia di mascalzoni fosse per sempre
dagl'impieghi principali esclusa; e sarebbe stata imprudenza massima
di mettere la direzione della truppa, la salute del trono, e dello
stato nelle mani di gente immorale, scostumata, e priva di qualunque
virtù; ma in oggi, che sebbene sott'altro nome, fu la coscrizione,
contro la quale dai nemici di Napoleone tanto si gridava, rimessa in
vigore (a malgrado di quanto venne da quasi tutti i nostri tiranni
quando furono portati dalle bajonette straniere sù quei troni che
avevano per eccesso di paura vilmente abbandonati con grande solennità
dichiarato, vale a dire, la sua totale abolizione in perpetuo) che
per quella istituzione il peso su tutti i cittadini egualmente ricade
o dovrebbe ricadere, che di soldati galantuomini, ben nati, civili, e
capaci, sono le truppe nella loro totalità composte, perchè privarli
di quei vantaggi che solo possano render loro la disciplina ferrea, e
capricciosa meno pesante, e far loro le fatiche dell'attuale militar
servizio con pazienza sopportare? Ma no; ingiusto sempre il tiranno
esser vuol solo a riscuotere tutto il vantaggio che pel suo potere ne
ridonda, epperciò fecela in tutte quelle parti che potevano essere
favorevoli al cittadino mutilare, onde non mai gli fia possibile di
schivar d'essere sempre al privilegio, raggiro, ignoranza, ed al brutal
trattamento sottoposto. Ma che non avremmo da dire, se intendessimo
ad una ad una tutte le tirannie speciali a ciascun stato far palesi?
Oltre i limiti che ci siam prefissi, trascorreremo, e non sarebbero
varj in folio a tal uopo bastevoli. Come si potrebbero le nequizie
del malvagio immanissimo Francesco di Napoli rapidamente dimostrare,
il quale non contento di considerare il maggior numero de' suoi
disgraziati sudditi, come una genìa di furfanti, e come cospiratori,
e di continuamente malmenarli, fa ogni giorno in oscurissime, e
pestifere carceri, molti e molti distintissimi cittadini trascinare,
ove incatenati e tenuti a pane ed acqua, debbono aspettare degli
anni, nei soffrimenti, un ingiusto, capriccioso, inappellabile, atroce
giudizio di tribunali militari, che non si dilettano, che nel veder il
capestro in azione; più di quanto in un tempo non fossero quegli dei
figli di san Domenico in odio di virtù crudelmente accaniti; oltracciò,
temendo il lazzaronico tiranno, che possano i Napoletani qualche minimo
vantaggio dal commercio ricavare, addottò quell'antico sistema dei
Borboni di Francia, ch'ebbe non poca parte a muovere la rivoluzione
che mandò al patibolo Luigi XVI, cioè di appaltare le rendite dello
stato ad avidi publicani; sistema che sparge il mal contento in tutte
le classi de' cittadini, ed è ogni giorno d'irritevolissime e numerose
vessazioni permanente cagione. Di più quell'altrettanto sciocco quanto
barbaro governo stabilì il suo sistema proibitivo ad imitazione di
quello presso gl'Inglesi anticamente in vigore, senza neppure far la
necessaria distinzione delle mercanzie limitandosi a gravare, con
esorbitanti tasse ciò solo che lo stato sia capace di produrre, ma
tutte senza distinzione a pagare stupidamente sottopose.
Che non diremmo dello stato di quei poveri disgraziati costretti a
sopportare l'odiosissimo insopportabile giogo pretile? A chi non son
note le vessazioni dei puzzolenti austriaci nella Lombardia, e stato
veneto? Dei tiranni di Modena, di Lucca, di Parma, di Piemonte? E se
nel numero di tutti gli altri empj oppressori, non sarebbe cosa giusta
il gran Duca di Toscana frammischiare, debbesi però fare attenta
osservazione che tutto nel suo personale carattere consiste, non già
nelle istituzioni; e non meno lo stato precario di quel ben essere
che la necessità di un solido cambiamento in quel paese chiaramente
appare; perchè se come vi è tutta probabilità la successione venisse
ad estinguersi, quel ducato nelle unghie della rapace Austria
inevitabilmente cadrebbe, e lo stato infelice delle parti che gemono
sotto la sua barbarie, debbono servire d'esempio per ciò che in quel
caso abbiano i Toscani ad aspettarsi.
In breve assassinj giudiziarj, frode nella fabbricazione delle monete,
dilapidazione del publico danaro, latrocinj dei monti di pietà, e
dei banchi, abuso continuo di potere, per parte sì dei civili, che
dei militari; revisioni di cause già tempo addietro giudicate quindi
affatto in contrario per spirito di partito rigiudicate; spie,
polizie, gendarmi, etc., perplessità, e timore in ogni cittadino che
sempre stà in paura di violare le leggi che non conosce, nè mai potrà
conoscere, perchè nella maggior parte degl'italici stati non sono
che la momentanea espressione del capriccio di un qualche ministro,
o dell'imbecille tiranno: ecco brevissimamente accennato il triste
compartimento degl'infelici Italiani, dalla restaurazione dell'antica
tirannia in quà, e quale felicità abbiano per via della pace generale
guadagnata!...... rispettivamente poi alla considerazione politica che
l'Italia gode all'estero, egli è ad ognuno ben noto, non esser quella,
negli affari europei, nè per bene, nè per male, nè per frazioni in
particolare, nè in massa in un minimo calcolata; non essere l'Italia
che come una grassa, ricca e vile appendice dell'infame Austria tenuta
in conto; nulla rispetto alle armi, senza libertà, senza energia
popolare, passiva nella sua esistenza, e degna di sprezzo, imperciocchè
viene ora da tutte quelle nazioni che rozze, e barbare, furono nei
secoli antichi per tanto tempo sue schiave, beffeggiata, schernita, e
vilipesa mentre i venti millioni d'abitanti che possede, quei pronipoti
dei gloriosi romani, oggidì neghittosi, ed abbietti, disuniti, schiavi,
abbiosciati, scornati, e di gloria deficienti sono come tanti bamboli
dai gabinetti europei, baloccati, aggirati, e delusi.
Ecco lo stato d'abbiezione, di oppressione, di miseria in che si
trovano venti millioni d'abitanti, cui tutti i mezzi per godere i
pregi d'una buona vita e passarla felice, la natura in abbondanza
provvide; ecco lo straordinario fenomeno, quello cioè di vedere
l'ignoranza, rusticità, codardia e sozzura tedesca mettere il genio,
valore, entusiasmo, e civilità italiana sotto i lordi suoi piedi......
eppure questo incredibile fenomeno da molti anni pur troppo sussiste,
per via della mancanza d'unione, ed energia italiana provegnente
dalla continuata serie di calamità alle quali dovette da lungo tempo
soggiacere; dall'ignoranza delle sue forze, ad una certa sciocca
persuasione che i nemici astutamente cercavano di far nascere, e nella
mente dell'italiano alimentavano, cioè quella di non essere da se solo
a nulla di buono capace; dalle divisioni fra provincia, e provincia,
dai nemici d'Italia a bella posta eccitate, e mantenute; dalle false
massime di superiorità provinciale dall'una contro l'altra nutrite;
dai vizj, dal troppo amore dei divertimenti, dalle effeminatezze nelle
quali erasi la parte pensante della nazione, per mezzo degl'incitamenti
con molta finezza messi dai nemici in voga, lasciata trascinare; ecco
da dove proviene tutta la vergogna dell'amatissima nostra patria; noi
con fiducia nondimeno speriamo, che sieno in oggi tutte le illusioni,
e tali cagioni di servitù svanite e riprovate; ci lusinghiamo che
il popolo italiano abbia lo stato infame e vile, a che quelle lo
ridussero, finalmente conosciuto, che l'opinione di tutti gl'italiani
che posseggono un cuore generoso (e non son pochi) sia tutta non men
favorevole che ben disposta per l'unione, la independenza e la libertà
della penisola; che ognuno sia persuaso essere quel cambiamento una
necessità del paese; che ognuno conosca non potervi essere senza
quelle, per chi nasce su quel suolo nessuna durevole felicità;
questa buona opinione, con fondamento da noi supposta, è certamente
lusinghiera, e può essere di grandissimo vantaggio alla patria, ma
non già bastevole; il tempo è giunto in che debba il popolo i suoi
robusti pensieri con azioni patrie forti e generose accompagnare;
quando le ottime idee non sono a fatti accoppiate, inutili divengono,
e come se neppure esistessero; egli è pur tempo che dimostri una volta
al mondo, non essere gl'Italiani men forti, nè meno sagaci, nè meno
virtuosi degli altri popoli che li circondano; che cessi di mormorare
in segreto dall'abitudine e dai vizj forte incatenato; che cessi di
continuare qual coniglio nella meschinità, e dappocaggine; egli è tempo
che conosca la vituperevole mollezza d'animo degl'Italiani dei secoli
scorsi, che da quella riconosca la rovina d'Italia, e con odio estremo
l'abborisca; egli è tempo infine, che colga la propizia occasione di
trarsi dall'aggecchimento, in che si trova, e corra subitamente alle
armi con giuramento di quelle non deporre, finchè i nemici stranieri
ed interni fino all'ultimo distrutti, non sia pervenuto a stabilire
sopra una solida base l'unione, la independenza, e la libertà di
quella patria, che fù dalla natura come paradiso del mondo benignamente
creata.
Potrà per avventura un qualche malvagio, od imbecille, quella
ingiuriosa obbjezione opporci, che i nemici d'Italia compiacevansi
nei secoli scorsi di trombettare, cioè che non fossero gl'Italiani
atti alle armi, perchè troppo essendo dalle loro effeminatezze e vizj
spossati, erano resi deboli come donne; dovrebbe la voce dell'Europa
intiera testimone del valore italiano quest'ingiuria smentire non
di rado ancora dagli stranieri al dì d'oggi rinnovata, e sebbene
calunniosa, non dimeno dagl'Italiani ben meritata finattantochè non
siansi da quel fango della nullità e del vituperio che gl'imbratta
interamente, sbruttati; a quest'obbjezione tuttavolta noi risponderemo
che le relazioni, e le storie delle guerre da Napoleone in Italia,
Germania, Russia, Prussia, Spagna, etc., sostenute, bastano per
provarne la inconsistenza, imperciocchè a tutto il mondo fanno palese
che quegl'Italiani i quali sotto la grossolana, e bestiale direzione
dell'incomportabile Austria, e de' stupidi e maligni loro tiranni,
come pecore davanti i Francesi la davano bruttamente a gambe, furono
in quelle guerre parte, integrante, e forte dell'esercito napoleonico,
possono a giusto titolo fregiarsi degli allori in abbondanza da quelle
legioni mietuti, ed erano in ogni rispetto se non migliori, senza
dubbio ai loro conquistatori eguali; ma se ci si dicesse che quei prodi
sono al giorno d'oggi o già passati ad altra vita, o vecchi troppo
per guerreggiare, noi risponderemmo, che forse non saranno i presenti
Italiani come quelli tanto usati alle battaglie, perciocchè loro mancò
l'opportunità di acquistare sui campi della gloria la necessaria
sperienza, ma che non è il valore qualità esotica in Italia e che
ben al contrario ella è peculiare della gioventù attuale atta più di
qualunque altra ad intraprendere, e sostenere una guerra leggiera, per
bande, nella quale affrontando a bella posta con ardire i pericoli,
e rendendosegli famigliari, sarà luminosi trionfi per riportarne:
continui e difficili combattimenti nelle montagne dai Greci antichi
sostenuti, assaissimo contribuirono a renderli poi nelle battaglie
campali alla pianura vittoriosi; vinsero primieramente i Barbari, ed i
Sciti nelle gole dei monti e quindi appresso in pianura dense nuvole
d'Asiatici dissiparono, sui quali non meno una decisa superiorità,
che la certezza morale della vittoria, per quanto fosse il loro
numero, avevano in quel modo acquistata. Così faranno pure gl'Italiani
attuali, cui se forse manca per ora l'arte, non manca certamente
il valore, migliaia d'esempi non meno degli antichi tempi, che dei
moderni potrebbersi citare, tutti la bravura italiana comprovanti:
non meno gagliardi nell'esecuzione, che abili a comandare, e ben
dirigere, figurarono essi brillantemente nelle file francesi, ed al
buon successo delle conquiste di Napoleone, pure nostro compatriota,
perchè nato italiano, assaissimo cooperarono; e di quanti generali
ed uffiziali superiori distintissimi, che le pagine della gloria
francese illustrarono, quel paese nelle sue produzioni, da più di
tutti gli altri, non gli ha per avventura forniti? Non era forse
Italiano quel maresciallo Massena, figlio prediletto della vittoria,
dopo Napoleone il miglior duce degli eserciti francesi? E i Rusca, i
Fresia, i Seras, i La Villa, i Pino, i Lecchi, i Zucchi, i Severoli,
Pejri, Eugenio, Mazucchelli, Rossaroli, Russo, etc., e tanti e tanti
altri prodi, e valorosi guerrieri, non meno abili, non meno celebri
dei migliori generali francesi, che se non sopravvanzarono al certo
viddersi, più che del pari all'acquisto della gloria valentemente
camminare? Quei sciagurati che per le funeste sconfitte di Rieti e di
Novara dovettero all'ingiusta taccia di codardia soggiacere, mentre
tutto da mala direzione, e vicendevole invidia dei capi proveniva, non
provarono essi tanto in Ispagna, che in Grecia con tratti maravigliosi
di uno straordinario valore, non essere di quella nefanda imputazione
meritevoli? Pacchiarotti, Brescia, Cepi, Gaddi, Lubrano, Bussi,
Arrighi, e trecento altri prodi colleghi che in difesa della libertà
di Spagna, carichi di ferite, dando uno stupendo esempio di stoica
fortezza sul campo dell'onore combattendo spirarono, non erano essi
tutti di quelli che si trovarono in Rieti, od in Novara? E se volgiamo
l'occhio alla Grecia, non vediamo noi un Tarella lasciato in abbandono
dai Greci al campo di Peta, e per ogni parte dai Turchi furiosamente
assalito, far testa con un pugno de' stranieri ad un numero molto
maggiore di nemici, non tralasciando la pugna finattantochè non
cade sul posto che difende, da mille colpi trafitto? Un Raseri che
con mirabile arte la difesa di Missolungi diretta, dopo aver fatto
per mezzo di certe mine avvedutamente praticate, saltare parecchie
colonne turche in aria, e dopo aver per varie ore il passaggio della
breccia contrastato, combattendo da leone, perdè valorosamente la
vita! Un Basetti, che mortalmente ferito e dal sangue che scorrendo
da molte parti del suo corpo gorgoglia da capo a piedi cosperso,
tutta l'energia vitale a se rechiamando, con un incredibile magnanimo
sforzo stende ancora prima di spirare, nove Turchi al suolo, compiendo
con quell'eroico slancio d'impareggiabile valore, la sua virtuosa
e brillante carriera! Un Santa Rosa, che nell'isola di Sfacteria,
lasciato solo in fronte ad un numeroso stuolo di nemici, con raro
sangue freddo s'arresta, si rivolge ad un suo compagno cui impone di
ritirarsi e così soggiunge: Farò in oggi palese al mondo che uno eravi
almeno in tutto quest'esercito che non paventava la morte: ciò detto
spara un'archibugiata contro il nemico, dal quale viene immediatamente
circondato e tagliato a pezzi! Un Pecorara, modello di virtù cittadina,
che nello stesso modo abbandonato, combatte solo contro un drappello
di nemici che ferisce, e contiene parecchie ore, a cui essendo però
alla fine costretto di soggiacere, preferisce alla resa od alla fuga,
una gloriosa morte, è la sua testa inviata a Costantinopoli, attesa la
pertinacia da lui dimostrata nel combattere ove trovasi qual brillante
trofeo, d'indomabile nemico, al serraglio collocata! Un Rittatore
che, comandante d'una batteria, da forza maggiore assalito, si lascia
tagliar a pezzi sul cannone piuttosto che cederlo, od abbandonarlo? E
cento e cento altri che non finiremmo se tutti volessimo enumerarli?
Non potranno al certo essere quelli di codardo procedere accagionati,
come neppure quei loro colleghi, che pur con onore combatterono, ma che
non sappiamo se dobbiam dire per buona o per mala fortuna, loro non
toccò la sorte di morire! Non son codardi no quei migliaia di forti
rimasti a trascinare nella miseria, ed amarezze di ogni sorta quella
vita che alla patria consagrarono, e che pel suo miglioramento ancor
sarebbero ben contenti di sagrificare! Chiaro dunque appare che non
mancano gl'Italiani d'animo, spirito e capacità guerriera, ma che solo
trovasi questa, per la sozza schiavitù che gli opprime, come paralitica
intirizzita. Se quanto abbiamo di sopra esposto per intieramenle
convincere un qualche ostinato non bastasse, noi ci varremmo delle
parole del ben noto cavaliere Follard, nella sua storia di Polibio,
al tomo quinto, pagina 379, alle quali non potrebbesi, senza taccia di
scimunito o di mentitore, dei falli obbjettare: dappertutto, dic'egli
dove nascono uomini, nascono soldati, e se questi mancano, quando gli
altri abbondano, il torto è del governo, perchè nulla è più facile
che formare un'eccellente milizia, ed uffiziali per condurla, e ciò
in minor tempo che si crede; se ne vuole forse un bel esempio? Citare
Pelopida ed Epaminonda, che di un numero di Borghesi di Tebe, senza
nessuna esperienza di guerra, ne fecero dei soldati intrepidi, sarebbe
riandare cose troppo lontane; contentiamoci di citare Pietro il Grande,
Czar di Moscovia, il più grand'uomo che sia comparso al mondo dopo
gli antichi, che col mezzo di un'ammirabile disciplina, cambiò i suoi
sudditi per lo addietro dispregevoli in intrepidi soldati: portano
pure la stessa opinione, i più grandi politici conosciuti; Polibio e
Tacito, non meno che un'infinità d'autori antichi e moderni, sono dello
stesso parere; non v'ha dubbio dunque sulla capacità degl'Italiani
alle armi, e solo sono, e meritano di essere in niun conto per la
guerra dell'Europa tenuti, perchè non vollero fin ora, con uno scopo
onorevole per la nazione impugnarle; ma presa una volta quella tanto
sublime determinazione non molto lontana, e pervenuti a scuotersi, ed
infiammarsi, vedransi (noi siam persuasi) gli antichi prodigi di valore
dei mai sempre illustri avi nostri ben tosto con somma gloria ripetere.
Altri, educati alla scuola di Buonaparte, o timidi di cuore, o
pseudi-filosofi, più stranieri che italiani, non vogliono persuadersi,
che la nazione abbia l'energia, e volontà necessaria per digiogarsi
da se sola, senza che siale mestieri d'aver all'appoggio straniero,
ricorso, la loro mente presenta sempre ai lor occhi l'Italia ai tempi
dell'invasione di Carlo VIII di Francia, o di Buonaparte; essi altro
non vedono che quegl'Italiani ora dall'uno, ora dall'altro disprezzati,
e malmenati, che sopportando a capo chino e ginocchia piegate le
ingiurie degli stranieri; la mano del carnefice che gl'immolava,
umilissimamente baciavano! Non considerano questi che le circostanze
d'allora, erano da quelle d'oggi ben differenti; che il modo di
pensare, e di agire degl'Italiani è cambiato, che il loro genio si
allontana per adesso dalle scienze e le belle arti per addirizzare
le sue brame ad una più solida, e brillante gloria, cioè per quella
degl'antenati riacquistare, che qualunque buon italiano respinge con
isdegno l'idea di essere stromento, od agente dello straniero; ben
compresero per esperienza gl'Italiani essersi giustamente apposta
Madama di Staël, quando stabilì per massima che: la libertà non vuol
essere data, ma vuol essere presa: l'Italia più che qualunque altro
paese ha già provato quanto valga la libertà dagli stranieri accordata,
che quando, sotto Napoleone, scesero i Francesi dalle Alpi, le dissero
che venivano a trarla dalle sozze mani d'una razza di degenerati
dominatori, che come tiranni, non erano della sua stima, nè del suo
amore meritevoli; che agl'Italiani come liberatori si presentarono, e
dichiararono loro socj, loro uguali, e come loro liberti da schiavitù
redenti, cui per diritto il godimento della libertà, ed independenza
giustamente spettava! Erano queste parole certamente bellissime, ma
non furono che parole, e ben conoscono in oggi gl'Italiani altro che
buone parole inutili non doversi dallo straniero aspettare; e per
verità quali furono i fatti? Spogliarci, tenerci dipendenti, divisi,
schiavi, col nostro sangue, e con le nostre sostanze farci ad ajutare,
ed aumentare la loro gloria, contribuire, grande porzione della quale,
fu senza dubbio opera nostra, per poi con biasimevole mancanza di
generosità, nelle loro storie e relazioni di quell'epoca, finanche
dei meritati encomj che ci sono per giustizia dovuti, del tutto
defraudarci! Ecco la libertà regalataci dai Francesi! Che dovremmo noi
dire di quella che dagl'Inglesi potrebbe l'Italia sperare? Le promesse
e dispromesse di lord Bentink, la tergiversante, cupa, e turtuosa,
condotta di quel gabinetto in tutti gli affari d'Europa, quella che
tenne ultimamente rispetto al Portogallo avendo egli stesso consigliato
ed animato il tiranno Miguel, a rientrare in Lisbona, e tosto le truppe
sue, che quella città presidiavano ritirate, alfine di lasciare quella
feroce tigre in arbitrio di saziare le sue scellerate brame nel sangue
dei poveri Portoghesi, che quantunque tremanti, pel timore della mala
fede inglese, avevano però seguito l'impulso costituzionale in certa
qual apparenza dato dall'Inghiterra, e furono quindi, a bella posta ed
a sangue freddo, al saccheggio, al carcere, al fuoco, all'assassinio,
da essa crudelmente abbandonati! La liberalità, la virtù, l'umanità,
di quel ministero già, è a tutto il mondo ben nota e sopra tutto
la sua lealtà che dai fatti succitati chiaramente appare; noi non
vogliamo supporre vi esista nessun Italiano di senno, che in buona fede
speri nell'intervento di quella potenza, onde all'acquisto della sua
independenza, e libertà, pervenire. Trattare poi della cooperazione,
che a quell'uopo, si possa dall'Austria, Russia, o Prussia sperare,
ci parrebbe altrettanto ridicolo, per chi lo trattasse, come sciocco
per chi potesse pensarlo; infine consultino con attenzione le storie,
e guardino gl'Italiani se v'ha in quelle un solo esempio che le
bajonette straniere abbiano mai una divisa nazione unita, o resa forte
quando era debole, che le abbiano data l'independenza quando potevano
dominarla; e la libertà, quando più forte si potevano da quella come
schiava far servire? Sappiano gl'Italiani, che nulla hanno da sperare
dall'estero, se non catene o guai; che non saran mai felici, se non si
sentono da loro stessi capaci di quella felicità procurarsi, che mai
potrà dalle bajonette degli stranieri emergere! Chi non è da per se
atto a procacciarsi la felicità, e d'uopo, è ad uno più forte di lui
per ottenerla, sommessamente ricorrere, tardi o tosto sempre se ne avrà
da pentire, imperciocchè l'umiltà, e l'obbedienza che debbono sempre
il ricorso al forte accompagnare, mettono il ricorrente nell'intera
dependenza sua, egli se ne approfitta pel solo suo particolare
vantaggio, e nulla più si cura delle promesse fatte, di far felice il
debole imbecille che in lui aveva tutte le sue speranze, riposte.
Altri vi sono, che ben conoscono, il niun conto, in che si deve un
appoggio straniero, tenere, se veramente si ha per iscopo la felicità
d'Italia, che riconoscono pure la facilità d'acquistarla, se fermamente
la maggior parte degl'Italiani la vuole; ma che, per sciocchezza o
per debolezza di spirito, e di cuore, o per educazione assuefatti a
veder nero, ciò che in fatti è bianco, a considerare il giusto per
l'ingiusto, e così viceversa, dichiaransi amatori della cosa, ma non
dei mezzi da impiegarsi per ottenerla, e così dicendo nulla dicono
di vaglia, e coloro dansi per paurosi, colla maschera d'umanità, e
diritto, a divedere. Ci sia permesso, all'oggetto di persuadere questi
ripugnanti al nome di rebellione, di citare le parole del celebre
Wilkes, al parlamento d'Inghilterra, quando trattavasi della questione
americana; sappiate dunque, diceva egli, che una resistenza che riesce
a suo fine si chiama una rivoluzione, e non una ribellione; che il
nome di rebellione, sta scritto sul dorso del sedizioso, che fugge,
e quello di rivoluzione brilla in sul petto del guerriero vittorioso:
nel vincere dunque sta la sentenza riposta, non nei mezzi adoperati;
il male consiste solamente per noi nel mancare di cuore, imperciocchè
tutte le ragioni d'insorgere sono dalla nostra parte. Ben lor conviene
pure di conoscere, a quest'Italiani di parole, e non di fatti, i più
dannosi alla patria che forse vi esistano, ciò che dice il celebre
Locke! Cioè: che ogni governo legittimo deriva dal consentimento del
popolo, perchè siccome gli uomini sono naturalmente eguali, nessuno
possede il diritto d'ingiuriar gli altri, nella vita, salute, libertà,
o proprietà, e nessuno di quanti compongono la società civile, è
obbligato di star soggetto al capriccio degli altri, ma solamente
a leggi fisse, e conosciute, fatte pel benefizio di tutti: non si
debbono stabilire tasse, senza il previo consenso della maggiorità
espresso dal popolo stesso, o dai suoi delegati; i re, i principi, i
magistrati ed impiegati di ogni classe, non esercitano altra autorità
legittima, che quella stata loro delegata dalla nazione, e pertanto
quando quest'autorità non s'impiega in prò della communità, allora il
popolo ha diritto di riassumerla, in qualunque mani sia essa collocata:
saravvi alcuno che osi ancora opporsi al giudizio di questo valente,
e rinomatissimo scrittore? chi si opponesse, non potrebbe esentarsi
dalla taccia di scioccone imbecille, o di malvagio inumano; eseguiscono
i principi d'Italia, quanto dice Locke, esser loro dovere di eseguire?
No; commettono essi quei delitti pei quali, dice il citato autore, aver
diritto il popolo di riassumere l'autorità, e spogliare coloro che ne
sono rivestiti? Sì, senza dubbio; dunque noi abbiamo tutto il diritto;
quando si trova il buon diritto, colla volontà, e la forza congiunto,
i mezzi sono tutti buoni, purchè, chi con sfacciataggine lo conculca si
rovesci, e compiutamente si distrugga; noi siamo in quel caso e fin da
secoli; non può l'esistenza dei nostri nemici essere che passeggiera in
Italia, se noi lo vogliamo; perchè siamo assai di loro più forti, e la
base, sulla quale poggia il loro potere, altro non essendo che la forza
artificiale, al momento che si troverà questa da una maggiore opposta,
non potrà evitare di venir del tutto sobissata; non può l'antichità in
nessun modo la violazione del diritto confermare, solo rende necessarj,
più violenti rimedj, sono quelli dalla giustizia non solo permessi, ma
indicati, ed è cosa giusta, e doverosa lo avere al ferro, ed al fuoco,
ricorso, per questa inveterata piaga risanare, cioè per esterminare
i tiranni e svellere fin dalle sue radici, l'insopportabile tirannia;
aggiungasi eziandio quanto pure dal Locke viene in proposito soggiunto:
ma se una lunga serie di abusi, prevaricazioni, ed artificj, tutti
tendenti ad uno stesso punto, rendono visibile al popolo un disegno,
in maniera che tutti risentano il peso, che gli opprime, e vedano il
termine, a che sono condotti, non sarà da stupirsi se si solleveranno,
e depositeranno il potere in mani, che gli assicurino gli oggetti,
pei quali fù istituito il governo: a chi non son noti i raggiri, gli
artificj, messi continuamente in opera per tenerci divisi, poveri,
senza riputazione ed impotenti, alfine di non dar ombra ai vicini,
ed essere all'infame Austria eternamente sottomessi? Chi non lo vede?
Chi potrà negarlo? Si veggano i protocolli dei congressi di Vienna, di
Parigi, di Lubiana, di Trappavia, e di Verona, ed in quelli non solo un
disegno, non solo una tendenza, non solo un vago progetto di rovinare
l'Italia per sempre, scorgerassi, ma una condanna inappellabile,
definitiva, atroce da quei congressi pronunziata onde impedire che mai
più possa nell'avvenire risorgere, ed essere una volta fra le nazioni
rispettabili del mondo annoverata! Sono pure notorie le promesse
d'uffizio fatte da tutti quei principotti vili, che tiranneggiano
l'Italia, al loro padrone il tiranno d'Austria, _di non mai accordare
nessun cambiamento nel sistema di governo, che possa migliorare la
condizione dei loro sudditi_!
Che questa promessa esista, nessun lo nega, nessun lo pone in dubbio, e
ben si sa essere stata la principale cagione, perchè nel 1821, Vittorio
Emmanuele di Savoja abdicò la corona, ad ognuno deve dunque chiaro,
e manifesto apparire non solo il disegno ma la condanna eziandio,
della quale già ben se ne risente l'esecuzione! Era la politica dei
Persiani rispetto ai Greci quella di indebolirli, e mantenerli divisi;
la loro massima fondamentale di non permettere in Grecia l'aumento, e
la felicità di nessuno stato, che potesse divenire abbastanza forte,
onde a quello fosse poi agevol cosa, gli altri, a riunirsi contro
l'Asia, nell'avvenire trascinare; per via del vergognoso trattato
d'Antalcida, divenne il gran re, l'arbitro supremo del Peloponneso.
La politica dell'Austria, è rispetto all'Italia interamente la stessa
e da suoi alleati, che di vedere l'Italia avvilita, e serva sono
contentissimi, viene quella funesta politica sfacciatamente approvata,
per via dei succitati congressi: l'imperatore d'Austria, che par nato
ad infamare la stirpe umana, è pure l'arbitro esecrabile dei nostri
malavventurosi destini! Ma come fecero i Greci; che con la guerra
posteriore, la vergogna di quel trattato ripararono; così dovranno
pur fare gl'Italiani; per loro non vi dev'essere, del disegno di
rovinarli sempre di più, ed interamente, il minor dubbio; egli non è
solo visibile per l'avvenire, ma già si risente in giornata, si osservi
che per la massima di ristabilire l'Europa nello _statu quo_ addottata
nel congresso di Vienna, le due antiche republiche di Venezia e di
Genova avrebbero dovuto essere rimesse; ma siccome sebbene tiranne
ed aristocratiche nell'interno, mantenevano però all'estero in certo
qual modo viva la riputazione Italiana, furono a perpetua estinzione
condannate! Quella Venezia che nel medio evo padrona del Mare,
contavasi fra le maggiori potenze del mondo! Che possedeva ella sola
tante ricchezze quasi come tutte quelle riunite dei sovrani europei
di quell'epoca. Quella Genova emola dello splendore di Venezia, che
per tanto e tanto tempo si mantenne dalle molte, e forti tempeste che
minacciavano la sua rovina, illesa, e godeva pure in Europa grandissimo
credito, e ricchezza! Se furono invero ambedue da quella meteora
distrutte, che uscita di Francia per dare la luce all'Europa, invece
d'illuminare abbruciava, e dovette poi alle tenebre ed al pregiudizio,
che l'incalzavano, lasciare il luogo, era puranche giusto che fossero
queste republiche restaurate, ma siccome cambiando i loro ordini a
seconda dei lumi del secolo, avrebbero sebben parzialmente tuttavia
potuto in buona riputazione il nome italiano mantenere, furono da quei
congressi condannate a mai più risorgere, mentre nel potere tutti quei
re, principi, duchi, etc., in varie parti d'Italia ristabilivano! e che
diritto avevano quei sozzi tirannucci, piuttosto di quelle republiche
per essere dall'Europa in armi nell'antico seggio riposti? Furono le
republiche in principio dalla volontà popolare stabilite, ed avrebbero
dovuto essere come assai più legittime di questi manigoldi considerate!
Imperciocchè questi con la conquista, il raggiro, o l'astuzia,
pervennero anticamente al trono, e furono dalla forza cacciati, alla
quale, poichè tenevano assai più in pregio la vita che l'onore, con
massima viltà generalmente soggiacquero; e chi si nascose in una parte,
chi si ritirò in un'altra, nessuno volle neppur tentar di mettere la
sua vita in rischio, per la difesa di quel trono che abbominevolmente
sporcava, volevano scappare, e non combattere, ecco i loro meriti,
i loro diritti pei quali furono dagli alleati rimessi, espressamente
col fine di tenere l'Italia raumiliata, depressa, ed abbietta! Prima
però di abbandonare i loro sudditi nelle mani dello straniero affamato
di rapine e di sangue, dall'obbligo del giuramento dato alle loro
persone, quei tiranni gli sciolsero, ed esortarono a darne uno nuovo
al conquistatore! La qual esortazione d'un re fuggitivo non significa
nulla, perciocchè il nemico essendo padrone del territorio, se mai si
fosse vacillato, se lo sarebbe fatto prestare per forza, non pertanto
fummo legalmente sciolti dal giuramento dato a loro, ed il nuovo che
si fecero dare nel 1814, essendo portati dalle bajonette degl'alleati,
non è in nulla più valevole, di quelli prestati ad altri sistemi,
ed in altre congiunture; portandosi a guardar più in dietro; vediamo
che i nostri avi prestarono il giuramento alla forza, od all'astuzia,
raggiro, ed inganno, e noi seguitammo macchinalmente a servare quello
da loro fermato; vennero i Francesi, e ci obbligarono a darne un altro,
alla libertà Italiana; poscia dovettero i Piemontesi ed alcune altre
provincie, unite quindi alla Francia, cambiare nuovamente il loro
giuramento, e darlo alla libertà Francese; rovesciato un pò più tardi,
il governo republicano in Francia, e con l'imperiale in quel paese e
reale in Lombardia, e Napoli, etc., surrogato, dovettero gl'Italiani
spergiurare alla libertà, e giurare di essere fedeli all'impero ed
al regno; vennero sei cento mila alleati a distruggere l'impero, il
regno, etc., ed a mettere la superstizione, l'inganno, la viltà, i
pregiudizj, e l'ignoranza in trono, ed eccoci di bel nuovo giuramentati
ad essere fedeli in eterno, a questi nostri vecchi signori, dall'attual
generazione sconosciuti, e dai buoni Italiani abborriti! Or noi
diciamo, quale di tutti questi giuramenti dovrà essere per noi il più
obbligatorio? Sarà egli il più antico, od il più recente? se ci si dirà
essere il più distante, noi risponderemo allora, che sono invalidi
tutti quei giuramenti dai nostri avi, agli avi degli attuali tiranni
prestati; perchè noi dovremmo in questo caso servare quello prestato
alla republica romana, come la più antica e ben conosciuta potenza
italiana, che abbia in tutte le parti della Penisola dominato; se poi
ci si dice che sia da servarsi il più recente, noi non vediamo perchè
debbano gl'Italiani essere legati da un giuramento dato alla coazione
straniera, e non abbiano diritto, di darne e servarne uno volontario,
e recentissimo, che meriti veramente di essere servato, qual sarebbe
quello che si prestasse all'unione, independenza, e libertà d'Italia?
Ognuno deve da ciò essere persuaso, che nè il giuramento dato da noi o
da nostri avi per conto nostro, agli antichi dominatori in Italia, nè
quello al conquistatore straniero, nè quello ai restaurati nel 1814,
sia obbligatorio, perciocchè non furono da un movimento universale di
popoli in loro favore liberamente pronunziati, ma dalle armi straniere
colla forza richiesti, che a chiunque si negasse di voler loro prestare
il giuramento di fedeltà, e sommissione, avrebbero alla mannaja del
carnefice, sottoposto; viene da tutti i giurisperiti riconosciuto, che
un giuramento coatto è nullo, e da non servarsi; epperciò i tiranni
di Napoli, Ferdinando e Francesco, il tiranno Ferdinando di Spagna,
il tiranno Giovanni di Portogallo, sebbene in nessun modo fossero
stati a concedere certe moderate costituzioni forzati, se non dalla
loro speziale grandissima paura, non dimeno, per dare una idea di
giustizia al loro procedere, (che in fatti non era che un chiaro, e
patente tradimento per rovinare vieppiù i loro popoli), e per coprirlo
di un velo ipocrita riconobbero la suddetta massima, dichiarando
d'essere stati violentati, e non valere un giuramento dell'uomo, che
non è libero; ora noi ripetiamo, siamo forse noi liberi di rifiutare
il giuramento ai nostri tiranni quando lo richiedono? No certamente;
perchè se uno ardisce di rifiutare, lo mandano all'istante come ribelle
alle forche; dunque noi più di loro siamo da qualunque giuramento
svincolati, che sia da noi stato in addietro a loro prestato; oltracciò
ella è cosa certa, essere delitto servare un giuramento quando si
conosce quello essere contrario alla libertà, e dell'esercizio dei
diritti del popolo, impeditivo, di pregiudizio al paese, e funesto alla
felicità e tranquillità dei compatrioti; e tutte le persone convengono
che: _Judicio caret juramentum incautum; _ e che: _si vero sit quidem
possibile fieri; sed fieri non debeat vel quia est per se malum vel
quia est boni impeditivum, tunc juramento deest justitia, et ideo
non est servandum_: mettiamo dunque in non cale, anzi con tutto cuore
abborriamo quella formalità del giuramento prestato ai tiranni, alla
quale fummo nostro malgrado costretti, e che non è, se non per via
del tormentoso patibolo obbligatoria; come non sarà per ripugnare, ad
un cuore veramente italiano, d'essere da quella costretto a servire
i capricci d'un tiranno, ajutarlo nelle rapine; oppure dare la roba,
e fino la propria vita, per ingrassare un imbecille dominatore,
poltrone, e maligno, in detrimento della massa de' cittadini, e della
gloria della sua patria? Diasi dunque, ripetiamo, un nuovo giuramento
all'Italia! Sarà quello senza dubbio inviolabile, perciocchè ogni
cittadino verrà egli stesso ad eseguirlo, e mantenerlo personalmente,
interessato, non meno che a costringere tutti gli altri ad osservarlo,
mentre dall'osservanza esatta di quello, saranno il ben essere di
tutti, la felicità, e gloria del suo paese dipendenti!
Ci pare di aver sufficientemente provato che trovasi l'Italia
nell'ultimo grado di abbjezione, per essere stata da lungo tempo in
qua, negativa, o passiva negli avvenimenti europei; per la sua vile
prontezza nel sottomettersi a chiunque più forte di lei, falsamente
stimava; e per aver tutti i gabinetti d'Europa piuttosto alla sua
prosperità, elevazione, e grandezza contrarj che favorevoli, e
soprattutto alla sua unione in un corpo solo di nazione, decisamente
opposti; perciocchè se avviene un giorno che questa, sotto le stesse
leggi, sotto lo stesso impero si riunisca, che tutta la sua energia
attualmente dilatata, separata, e sparsa, ad un solo, e comune centro
sia rispondente, sarà in poco tempo, ad un tanto alto grado di potere,
di forza, e di grandezza per giungere, che i più potenti gabinetti
d'Europa nè possono, nè vogliono tollerarne l'idea, poichè bene
scorgono, che se non pel momento presente, certamente nell'avvenire,
questa nazione ardita, ed intraprendente, divenuta florida, e prospera
abbaglierebbe col suo splendore quelle che sono attualmente le più
resplendenti, la nostra influenza diventerebbe preponderante in
Europa, ed ecco il perchè, o apertamente o copertamente, tutti i
gabinetti sono, per così dire, di comun accordo congiurati a tenerci
avviliti, disprezzati, e di niun conto nella politica generale; abbiamo
veduto, come siamo, non solo obbligati a violare quel giuramento
dato alla forza, ma bensì a darne uno nuovo all'Italia, e ci pare
aver le obbjezioni più delicate che far si possano dai contrari alle
insurrezioni, con ogni scrupolo vittoriosamente respinte. Abbiam pure
dimostrato che non ci manca nè la forza, nè gli elementi per resistere
contro qualunque nemico, se veramente saremo armati di quella ferma
volontà, che ad un tal uopo è necessaria; soggiungeremo quindi, per
avvertimento degl'amatissimi nostri compatrioti, quanto dall'illustre
scrittore Raynald viene in proposito di rivoluzione consigliato, cioè:
che sollevato un popolo contra i suoi oppressori al momento che questo,
schiavo del despotismo spezza le catene, e commette la sua sorte alla
decisione del brando, è costretto di esterminare tutti i tiranni, di
annichilarne la razza, e la posterità, di cambiare per intiero quella
forma di governo, di che fù vittima da secoli: e se non osasse di
ciò fare interamente, sarebbe tardi o tosto ben punito di non essere
stato coraggioso che a metà, il giogo ricadrebbe con maggior forza,
e peso sulla sua testa, e la simulata moderazione de' suoi tiranni,
non sarebbe che una nuova insidia, dalla quale verrebbe accalapiato,
ed incatenato per sempre: ci è stata questa verità gl'anni scorsi in
Napoli, Piemonte, Spagna, Portogallo bastevolmente dimostrata; e da
quella persuasi tutti gl'Italiani, che non avranno mai felicità da
sperare se non insorgono, e fino all'ultimo, i tiranni che calpestano
l'Italia, siano essi indigeni o stranieri, non distruggano; che non
hanno bisogno di alcun appoggio straniero per divenir felici, nè
debbono aver timore degli eserciti nemici, che siano ad invadere il
nostro territorio disposti, fosse pur anche il loro numero d'un milione
d'uomini, se forti, e decisi metteranno in pratica i precetti da noi
in questo trattato minutamente esposti, e con argumenti ed estratti
storici, comprovati; dal quale, fatti delle loro forze capaci, potranno
trarsi da per se stessi, da quella fetida fogna, in che sono per essere
affogati, e faranno sì che la loro patria, occupi quella brillante
posizione in mezzo agli stati europei, a che viene dalla natura
favorevolmente destinata.
Dice un autore moderno: che ai soli popoli classici, è concesso
di riprodursi col loro proprio genio, o per via d'una recondita
essenza, propria della terra degli eroi, e del sapere; ben chè lo
straniero per sua convenienza gli privi dei loro mezzi, conoscenze,
e virtù, ed estenda il vizio, l'ignoranza, e la miseria. Si domanda
continuamente, che cosa sia la fenice d'Arabia, ella è l'Italia, che
sempre rinasce dalle sue ceneri! Sì! e tocca pure oggi a questa fenice
di rigenerarsi, svellendo il male dalla sua radice, se vuole la sua
intiera rovina prevenire, essa è ben conscia, che da qualche tempo,
i suoi tiranni la guardano con maggior avversione, e furore perchè
sanno di essere dagl'Italiani abborriti; che la sua rigenerazione
non potrà mai essere intiera, se uno solo lascierà in vita di quelli,
avvegnacchè alcuno possa imbelle, mansueto, o nullo parere; che nessuna
confidenza dovrà riporre in coloro, che la resero l'obbrobrio delle
nazioni, e la tengono come loro trastullo; essa ben vede che una
volta unita, independente, e libera, diverrà felice, e possente; che
il fertile suo territorio darà un triplo prodotto di quello d'oggidì,
che i costumi depravati, e molli, per via delle buone instituzioni
diverranno migliori; che il vizio sarà precipitato dal trono, ed alla
virtù verrà nel cuore di ognuno, un altare innalzato; che numeroso,
attivo, obbediente alle leggi da lui fatte, o consentite, felice il
popolo nell'interno; con la sanità, robustezza, e valore in una guerra
laboriosa con le fatiche acquistato, si farà rispettare dagl'esteri, e
quelle messi, che non saranno più scialacquate dai tiranni domestici,
o dallo straniero divorate, vorrà, e saprà ostinatamente difendere;
che venti milioni d'uomini uniti, liberi ed independenti, d'un genio
maraviglioso, godranno come nazione, fra le potenze europee quella
considerazione, che (quando schiavi deboli e divisi, non eccitavano che
la compassione, o il disprezzo di tutti) giustamente gli rifiutavano;
che spariranno le miserie, le iniquità, e vizj, per dar luogo al
regno dei lumi, della prosperità, dell'abbondanza, e delle virtù; che
tutte le parti della Penisola egualmente floride, egualmente contente,
avranno fra di loro facile comunicazione, ed utilità comune; dimodocchè
al primo cenno tutte le forze nazionali troveransi, laddove sarà il
pericolo tosto riunite, per defendere i confini ma non per estendersi;
essa già ben conosce i tanti e tanti beni che si dovrà a quell'uopo da
una generale insurrezione promettere. Accingiamoci dunque all'opera,
Italiani; svelgasi dalle fondamenta la gotica mole, facendola con
terribile, inaudito scoppio precipitare; rimangano gli stranieri, ed
i tiranni sotto le sue rovine sobissati, si annientino quei rapaci e
sanguinosi nemici d'Italia, il cui solo intento è stato, e sarà sempre,
di comandare, di sforzare, di uccidere, e di rapire, che mettono la
crudeltà, la menzogna, il tradimento, le invidie, le minacce, e lo
spavento indistintamente in uso, che producono le false, ed infide
amicizie, le paci simulate, e le pestifere, infinte lusinghe! Si celino
le loro ossa agli occhi d'ogni vivente, se ne perdano le vestigia,
e solo la loro memoria rimanga perpetuamente al cuore di ciascun
Italiano, cagione di fremito ed orrore....
Per giungere a quel punto, converrà insorgere contro i nemici, e
giurare di fargli una guerra eterna, ed efficace; sguainar con animo
deciso la spada e gettarne per sempre via il fodero. Non mai abbattuti
da rovesci, risorger sempre finchè non siano compiutamente annichilati;
trasportato l'Italiano da santissimo patrio furore, si slancierà con
il pugnale alla mano, contro il barbaro Goto, che a bajonetta spianata
l'attende, lo affronterà petto a petto, glie lo immergerà, tutto tutto
nel cuore, e strapperagli dalle mani quello schioppo, che gli è per
ammazzarne degli altri, necessario; abbandonate le pianure, in luoghi
scabrosi ed inacessibili raccolti gl'insorti, piomberanno da ogni parte
con furia, ed accanimento sull'atroce, sfinito ed affamato avversario;
risoluti gl'Italiani di morire piuttosto che al giogo infame degli
stranieri, e tiranni interni star sottomessi, assai più la servitù che
la fame temendo, disposti a cessare di esistere sulla terra piuttosto
che strascinar come schiavi una vita obbrobriosa, lascieranno come
dice il citato Raynald, il nemico, e suoi squadroni, battaglioni,
armi, vettovaglie, munizione, ospedali, etc., nelle pianure, e nel
cuore delle montagne, senza bagaglio, senza tetto, senza provigioni
ritireransi. Saprà la natura nutrirli, e difenderli, dimorino in
quelle, degli anni, se sarà d'uopo, per aspettare che il clima, il
caldo, l'ozio, le dissolutezze abbiano divorati e consumati quei
numerosi campi di stranieri, che non avranno più nè da sperare bottino,
nè allori da cogliere; scendano coi torrenti dai monti per sorprendere
il nemico nelle tende dove riposa, e distruggere le sue linee;
disprezzino finalmente gl'ingiuriosi titoli di briganti ed assassini,
che gli saranno dati dai nemici: ed in questo modo riporteranno una
certa e compiuta vittoria. Questo sistema applicato all'Italia, e
sviluppato in tutti i principali particolari, per quanto meglio a noi
sia stato possibile, forma l'oggetto del nostro trattato.
Eccovi dunque Italiani il metodo per guidarvi! La teoria delle vostre
operazioni, i precetti della sola guerra che in oggi vi convenga:
a voi tocca di mettervi in campo! Sventoli una volta lo stendardo
Italiano! Risorga l'europea fenice! Spieghi nuovamente l'aquila
del campidoglio le sue ali dal ferro straniero fin oggi a vergogna
nostra tarpate! Vendichiamo la nostra bellissima patria da tante
sofferte ingiurie, e cada non meno inesorabile, che intiera la nostra
vendetta sopra gli autori del suo scorno e delle sue sciagure!
che l'impuro sangue dell'abborrito tedesco, a quello della razza
degenerata de' nostri tiranni commischiato, ci asterga finalmente
dalle contaminazioni, che finora la nostra cara Italia bruttarono!
Venga con quest'olocausto dall'oppressione in perpetuo liberata! Col
fuoco e col ferro fino all'ultimo de' nostri nemici si distrugga, e
facciasi con questa intiera vendetta, qualunque dei gabinetti europei,
che avesse intenzione di inturbidare nell'avvenire il nostro riposo,
ragionevolmente paventare! I nemici nostri, gli sciocchi e deboli di
tutto il mondo, faranno le maraviglie, ci chiameranno ribelli, barbari,
assassini, briganti, violatori dei diritti, perchè non verranno da
noi tutte le pretese leggi della guerra osservate; noi sorrideremo
con disprezzo a queste stolte invettive, e direm loro che barbari,
assassini, briganti, e violatori dei diritti erano i sozzi Tedeschi,
e tiranni nostrali, che noi abbiamo trucidati o siamo attorno ad
esterminare; in fine che il nostro diritto è fondato sulle leggi della
natura da loro barbaramente conculcate! Cada, o Italiani, la spada
vendicatrice su tutti i delinquenti! Purghisi da quel turpe stuolo
d'infami il suolo della nostra bella penisola! Riviva l'antico valore
negl'italici petti! Vengano le virtù di Roma nel premiero loro seggio
riposte! Si corra tosto armata mano, all'alto, e glorioso acquisto
dell'unione, independenza, e libertà della nostra afflitta patria!
da che solo ne può essere ingenerato lo splendore, la gloria, e la
felicità d'Italia!
DELLA
GUERRA NAZIONALE
D'INSURREZIONE
PER BANDE,
APPLICATA ALL'ITALIA.
CAPITOLO I.
IDONEITÀ DELL'ITALIA PENISOLA ALLA GUERRA PER BANDE.
Fra le varie obbiezioni, da coloro che sono alla guerra per bande
contrarj, per l'ordinario, ai favorevoli opposte, quando tiensi
di quella ragionamento, una delle principali si è che la fisica
situazione della penisola, per quel modo di combattere conveniente non
sia, perciocchè lunga e stretta l'italica penisolare configurazione
facilmente venir potrebbe da' numerosi eserciti stranieri attraversata,
i quali le varie insorte parti separando, le potrebbero con vantaggio
bloccare, alle loro communicazioni togliere la via, la loro azione
infievolire, parzialmente combatterle, ed alla fine annientarle,
mentrecchè la tonda superficie della Spagna, con la capitale nel
centro, e la sua grande estensione di terreno, da essere d'uno
all'altro opposto punto del littorale attraversata, opportunamente
la guarentiva; epperciò potere quest'ultima, quella guerra non
meno cominciare, che sostenere, alla quale non trovasi l'Italia
per la differenza della sua superficie addattata, questi salamistri
Barbassori, da pigrizia e timore signoreggiati, tale sentenza con
autorevol contegno ne deducono. Ma quanto assurde e prive affatto di
fondamento sieno tali obbiezioni, provare nel corso di questo capitolo
speriamo, e che precisamente anche più della Spagna trovasi a quel
modo di guerreggiare, il nostro territorio idoneo, e solo per ora
quella ferma volontà, ferocia, attività, e pertinacia mancare, che dal
popolo spagnuolo furono nella guerra dell'independenza in grado eroico
manifestate, onde trarre degl'immensi vantaggi profitto, che le nostre
montagne ci forniscono, intendiamo di fare ad evidenza conoscere.
L'Italia, dice un commendevole autore, in forma di umana gamba con
la parte più larga di se verso il settentrione; unita all'Alpi, che
dalla Francia e dalla Germania la disgiungono, e difendono; tutta per
lo lungo s'immerge nelle acque, bagnata per tre lati dal mare, cioè
dall'Adriatico e dal Ionio a levante: dal Tirreno e dal Ligustico a
ponente, e a mezzodì dal Ionio e dal Siculo; nel cui stretto sporge
l'estremo del piede formato dalla Calabria. A lei dunque serve di
fossa il mare, di mura l'Alpi, e di trincee inespugnabili l'Apennino
che da un capo all'altro scorrendole sul dorso, la divide per mezzo,
e poi verso il fine in due rami si sparte che vanno l'uno ad Otranto
e l'altro verso del Faro; la sua lunghezza, presa dal ducato d'Aosta
sino a Reggio di Calabria, è poco meno di mille miglia; la larghezza,
dalla bocca del Varo sino all'Arza, è di cinque cento; e nel mezzo,
cioè intorno a Roma, di cento e cinquanta. L'esser poi ella situata
nel mezzo della Zona temperata, tra il quarto e il settimo clima, le
fa godere un'aria temperatissima e salubre sotto un clementissimo
cielo: dove una superficie alla guerra per bande più addattata,
puossi per avventura rinvenire? Qual riquisito, se non la volontà
degli abitanti, a sì favorevole situazione sarà mai per mancare? Come
puossi un sito così montuoso, pieno di fiumi, di valli, e di foreste,
come disadatto per le bande, avere in conto? Non v'ha dubbio che i
numerosissimi fiumi da' quali ad ogni passo ed in ogni verso trovasi
quella superficie tagliata, e gl'infiniti secondari che nel Tevere,
nel Pò, nell'Arno, nell'Adige, nel Ticino, nel Mincio, etc. dai
monti scorrono ed a quelli congiungonsi, per quindi le loro acque nel
Tirreno ed Adriatico maestosamente sboccare, mille bizzarre sinuosità
descrivendo, ed in tante differenti guise rivolgendosi; grande e
convenevol agio, tenendosi in mezzo alle operazioni della guerra
leggiera, non possano giornalmente arrecare; che per le tante valli,
dalle circostanti cordigliere delle Alpi, dalle Marittime, Cozie,
Graie, Rezie, Leponzie, Carniche o Giulie, Liguri e Pennine, fino ai
monti del Sannio della Lucania, successivamente formate, non meno
che pei moltiplici fertili colli di Monferrato, Euganei, Etruschi,
etc., le foreste e selve di Piemonte fino a quelle dell'Apuglia, le
risaie, paludi, stagni, le maremme sanesi, paludi pontine, etc., e
molti laghi esistenti, nessuno sarà per negare non sia una simile
superficie per sua topografica situazione, più di qualunque altra,
alla guerra per bande veramente idonea, del tutto comprovato; coperta
questa da fiumi, laghi, foreste, colli, e monti, gli abitanti dei
quali sono i soli che dei turtuosi giri, e coperti andirivieni di quei
dirupati burroni, di quelle balze alpestri, di greppi inaccessibili
in profondissimi precipizi terminanti, delle vaste ed intricate selve,
degl'incavati e bassi sentieri da spinosissime macchie coperti, delle
incerte traccie onde passare nei profondi, ampi, e neri paduli, chiane,
stagni, e lagumi, il segreto posseggono, ed il nemico, che non mai
potrà perfettamente conoscerli, saranno sempre capaci di contenere, o
distruggere, il quale se da tale intricato laberinto, a molestare le
bande colà operanti, segua che puote, si ostina, ne dovrà senza dubbio
colla peggio sortire; perciocchè se nell'interno senza ben bene la
topografia del paese conoscere, marciando in ordine serrato e compatto
s'ingolfa, perirà tanto per la difficoltà del terreno, come per lo
pericolo che corre il soldato, se isolatamente si stacca, di trovarsi
ad ogni momento dagli abitanti circondato, i quali dalle più erte
vette, anche soli massi di pietra precipitandogli addosso, quando sù
pei macigni rampicarsi temerariamente si voglia, e coll'urto violento
di quelle, di schiacciarlo ai piedi, od alle falde, non mancheranno; ed
in secondo luogo quand'anche tutte le difficoltà, con sommo coraggio,
perseveranza, ed abilità superando, possa fino ad una sommità per
sua buona ventura poggiare, da lungi scorgendolo i difensori, e tosto
dispergendosi, per andarsi in altro simile e fors'anche più scosceso
luogo riunire, l'agio di guizzarli di mano facilmente ne avranno;
di niun effetto la sua spedizione diverrà, ed all'inetta truppa che
alla lunga non avrà capacità di resistere, sarà gravissimo danno
per arrecare. Poichè l'Appennino che per tutta la superficie della
penisola si estende, tali e tante convenientissime situazioni ci
presenta; non potrà dunque un esercito straniero, collocato in linee
traversali, le varie insorte parti d'Italia, in nessun modo dividere,
e siccome non puossi con un cordone di truppe, una catena prolungata
di monti circondare, nè come abbiam detto, in quelle ingolfarsi senza
la certezza di grandi patimenti, ed il pericolo di non venire a capo
del tentativo, non gli sarà possibile di giungere al termine d'isolare
le insorte parti, ed alle loro communicazioni serrare il passo: può
inoltre la forma bislunga ed il tanto esteso littorale della nostra
penisola bagnato dal Tirreno ed Adriatico, moltissime facilità alle
bande procurare, onde in quei punti dove il nemico si trovi più debole
di forze, rapidamente trasportarsi, ed all'improvviso arrivandogli
addosso, quello sorprendere, e distruggere; utilissima pur anche
esser questa situazione potrebbe, onde la fuga di quelle bande che
fossero da vicino inseguite, col mezzo dell'imbarco assicurare, e
quel sistema di guerra, che di sparire in questo luogo in fronte a
forze superiori consiste, per quindi in un altro punto moltiplicarsi,
dove si trovino inferiori, può con successo mantenere non meno che
agevolare. I numerosi fiumi navigabili, che con le loro sinuosità
in ogni direzione il nostro continente attraversano, e le selve che
alle sponde di questi, dai monti dove nascono, per le pianure dove
corrono, fino alla foce dove congiungonsi col mare, si prolungano,
debbono senza dubbio essere, per favorire i movimenti delle bande,
convenientissime considerate; come pure, le tanto estese paludi che
in molte parti della penisola esistono, nelle quali può un accorto, e
destro condottiero, con dimostrazioni e lusinghe il nemico attirare;
per quindi dell'immenso vantaggio, di colui che nel proprio paese
guerreggia (cioè di tutti ben conoscere i luoghi praticabili di quei
lagumi), trarre conveniente profitto; conciossiacchè se da un nemico
forestiero che non gli avrà mai veduti od almeno mai praticati, e dei
quali non potrà mai esserne perfettamente al fatto, fosse inseguito,
se astuto il condottiero lo cosa scaltritamente dirige, dovranno le
schiere avverse nel fango affogate senza fallo rimanere. Altri molti
argomenti avremmo in appoggio di quanto abbiam detto rispettivamente
ad essere la situazione topografica d'Italia la più idonea, ed
una delle migliori per la guerra d'insurrezione per bande, se in
numerosi particolari spiegativi entrare intendessimo, ma i principali
accennati, piucchè sufficienti crediamo, a chiunque in dubbio fosse,
sulla territoriale positura del paese, appieno persuadere. La seconda
obbiezione quella si è: che nell'inverno sarebbero, le bande sulle
nostre montagne, del bisognevole per alla lunga sussistere, scarse,
o del tutto mancanti. Egli è vero, che le alte vette delle Alpi sono
tutto l'anno di neve coperte, e che sino alle falde, in quella stagione
se ne vestono; ma noi a tale obbiezione vittoriosamente opporremo, che
i Pirenei trovansi pur anche nello stesso caso, e però le bande che per
molti anni tanto in estate, quanto in inverno con somma gloria stettero
contro i loro invasori, in armi, non per questo si sottomisero; hanno
pure le nostre Alpi una principale, e varie secondarie cordigliere,
coi loro contrafforti che in colline finiscono e come speroni di
quelle considerare, per la qualcosa non potendosi alla cresta della
principal cordigliera mantenere, non ne avviene però, che continuata
dimora, non possa una banda in quelle secondarie non meno, che sulle
colline stabilire; l'essere poi le Alpi, e l'Appennino di villaggi
fino ad una certa altezza seminati, gli abitanti dei quali tutto
l'anno rimanendovi prosperi, sani, e robusti si conservano, dovrà
chiunque convincere, che se vivono quelli, pure i volontarj delle bande
sussistere potranno, e se monti vi sono che o tutto l'anno, o parte di
quello, praticare non possansi, poco danno ancora ne sarà alle bande
per ridondare, perciocchè se quelle non possono, meno sarà possibile
al nemico di mantenersi, con la differenza, che conoscitori i nostri
volontarj, del terreno, ed assueffatti all'asprezza dell'atmosfera di
quei scabrosi luoghi, tutto in favor loro influirà contro i maledetti,
schifosi Tedeschi; e che più difficile a quelle sia, che al nemico, di
mancare dell'indispensabile sussistenza, non havvi il minor dubbio,
perchè quel poco nei boschi, o campi raccolto, sarà sempre dagli
abitanti dei villaggi, coi loro connazionali, coi loro difensori,
con quelli che pel popolo combattono, che con lo stomacoso, e lercio
straniero, disprezzevole servo, campione della tirannia, con maggior
piacere e soddisfazione diviso. Ecco dunque i due problemi che potevano
sull'opportunità del sito per condurre la nostra guerra, far titubare,
del tutto favorevolmente risoluti.
Ma chè andiamo noi lambiccandoci il cervello pell'idoneità della
superficie d'Italia di mostrare, quando la storia ci fa toccar con
mano, che già in certe parti di quella, tal sorta di guerra ad un
dipresso si sostenne; di fatti non vediamo noi quei Liguri (come
intrepidi e feroci dalle antiche cronache non meno, che da Polibio
descritti, non mai sommessi ai Tirreni padroni di quasi tutta l'Italia,
nè dai Galli tanto bellicosi soggiogati) avere per ottant'anni
continui, col metodo da noi indicato, alla formidabile possanza dei
Romani, padroni dell'antica Italia, della Sicilia, d'una parte della
Spagna, e delle Gallie ostinatamente resistito? E dove mai fecero tal
resistenza? dove si trova un tanto idoneo territorio, per favorire
coll'asprezza sua un pugno di valenti, contro i gloriosi eserciti
vincitori del mondo? Non sarà certamente a rinvenirsi fuori d'Italia;
ecco gli Appennini e i ligustici monti, che ancora fanci dell'antica
gloria genovese sovvenire, lo stato dei quali tutta quell'estensione
di terreno comprendeva, tra il Pò e l'Appennino esistente; i Genovesi
sugl'Appennini, nella parte denominata Lunigiana, e nella Liguria
occidentale, in oggi riviera di ponente, sempre in guerra, quasi alla
da noi proposta, eguale, con vigore, e successo mantenevansi: tal
popolo, dice Tito Livio, al libro trentanove, capitolo primo, era un
nemico lesto, ed attivo, che si trovava a tempo, dovunque, che non
lasciava ai Romani, nè riposo, nè sicurezza: e Strabone pure, al libro
quinto, osserva, che avevano poca cavalleria, ch'erano buoni soldati
armati gravemente, ma sopratutto eccellenti alla leggiera: infatti,
quegli ottimi valorosi guerrieri, favoriti dalle loro montagnose
situazioni, erano dai più numerosi eserciti tanto temuti, che appena
osavano quelli ai loro paesi avvicinarsi; e pervenne pur anche la
Lunigiana a liberarsi, nell'undecimo secolo dai Barbari, che nella
generale invasione d'Italia avevanla soggiogata; i sanniti, attuali
abbruzzesi, che tanto nei tempi antichi diedero che fare ai Romani;
i Calabresi che nei moderni per molti anni dell'immensa forza del
sorgente impero francese, si fecero beffe, oltre tanti, e tanti
altri esempi che ancora citar potremmo, tutti l'idoneità del nostro
territorio alla guerra di che teniamo ragionamento, assai chiaro
confermano. Quanto poi deve il già detto certamente avvalorare, la
certezza di fatti, cioè esistenza continua, di tante schiere di banditi
che per anni la nostra Italia infestarono, e tuttavia varie parti
di quella, ne sono anco in oggi vessate, dimodochè un solo stato in
quella, contare non puossi nel quale varie quadriglie di masnadieri,
non siansi per lungo tempo mantenute; od attualmente ancor non
esistano! Sulle Alpi che dominano il Mondovì, il famoso Michele Mamino
per sei o sette anni, contro la gendarmeria, e le numerose colonne
mobili francesi spedite a combatterlo si sostenne, aveva egli preso
il titolo d'imperatore delle Alpi, e l'autorità sovrana esercitava;
facevasi dai villaggi, e fino dalle città circonvicine, puntualmente
obbedire; imponeva balzelli, che per paura della sua banda, venivangli
a puntino pagati; finchè non cadde per mano d'uno de' suoi compagni
da cui fù per tradimento ammazzato. Altra sulle stesse montagne dal
ben noto Dragone diretta ebbe pure molti anni di durata, e solo per
aver dato alle promesse dei Francesi troppa fede, cessò d'esistere,
la non men celebre banda, detta di Narsole: di quanto, grave danno
non fù cagione ai francesi che la perseguitavano? E quanti anni non
ha essa durato, sebbene altro in realtà non fosse, che una masnada di
rubatori che correvano le campagne? e quanti francesi nella Frascea
vicino a Pozzuolo, tra Marengo e Novi non caddero, per le mani della
quadriglia del rinomato Maïno che per cinque o sei anni esistette? E
quella sì fattamente inseguita e temuta: che tanti gendarmi, colonne
francesi e dopo il ritorno del tiranno, tanti carabinieri piemontesi
distrusse, che sotto la direzione dei due fratelli Bosio, situata sul
monte Bracco, alle falde del Monviso dominante il paese di Barge, durò
più di dieci anni, e non fù mai possibile di annichilare, se non con
la morte data per inganno ad ambi i fratelli da loro stessi parenti,
al soldo della polizia sarda! In quanto alle altre parti d'Italia, chi
non sa, essere quel territorio, sempre, in ogni dove da tali masnade
infestato? Nelle pianure, alle rive dei fiumi, sulle colline, e sulle
montagne, trovarsene? La Lombardia, la Toscana, lo Stato Papale, e
Napoletano rigurgitarne? Parecchi capi delle quali al punto giunsero
di essere quai più famosi briganti d'Europa celebrati? Recentemente
un Massaroni nello stato papale, ed i fratelli Verdarello, nello stato
di Napoli pochi anni fa, tale celebrità s'acquistarono; i luoghi e le
operazioni di quest'ultimi, più specialmente accenneremo, potendosi da
quanto venne operato da uno, più o meno il resto agevolmente dedurre.
Gaetano Verdarello, e due suoi fratelli, nativi della città d'Andria
nella Puglia, soldati al servizio di Ferdinando, tiranno di Napoli,
quando dalle truppe francesi fuori del regno cacciato, avea in Sicilia
la sua dimora stabilita, disertarono, e nel territorio napoletano
portatisi, una banda a cavallo, di trenta e sei uomini, quasi tutti
disertori, misero tosto in piede: la Puglia Basilicata, gli Abbruzzi,
il contado di Molise, e più particolarmente il bosco di Montemelone,
la foresta, e valle di Bovino, erano da quella frequentate; contro
tutte le colonne mobili di truppa di linea francesi, di guardia
nazionale, e di gendarmi, che pel corso di circa sei anni, non
cessarono di perseguitarla, senza poterla mai prendere, nè danneggiare,
con estraordinaria protervia si mantenne; nel 1815, al ritorno del
tiranno in Napoli, dell'indulto generale dato a tutti i fuorusciti,
i Verdarello profittarono; ma penetrata dal Gaetano, l'intenzione
del governo, che temeva un tanto feroce uomo alla testa d'un certo
partito, ed avea deciso di farlo in beffe dell'indulto, trucidare, con
i suoi fratelli nella Puglia, ove formò un'altra banda di cinquanta
uomini, misesi di bel nuovo in campo; una colonna mobile di fanteria
e cavalleria di Napoletani e Tedeschi composta fù dal governo,
immantinenti ad attaccarlo spedita; avvertito a tempo di questa
spedizione posesi Gaetano in imboscata: lasciò la vanguardia tutta
di Napoletani liberamente passare; sui Tedeschi quindi, con furore
avventossi, quelli alla prima giunta messi in isbaraglio, i Napoletani,
che già eransi di troppo allontanati, alle spalle con vigore assalì,
ed a precipitosa fuga li costrinse; varie volte furono simili attacchi
ripetuti, ed ebber sempre la stessa riuscita; stanco alla fine il
governo Napoletano, della continuata esistenza di questa banda colla
forza, invincibile, a far pratiche col Verdarello si decise, e mandogli
una bellissima capitolazione a proporre, ma vennegli a tutte le
vantaggiose promesse negativamente risposto, e solo a negoziare qualora
il governo austriaco, la parola del tiranno, ed il trattato mallevasse,
mostravasi il capo della quadriglia propenso. Fra le tante sozze male
azioni che il regno di Ferdinando disonorarono, sonvene senza dubbio
delle crudeli, ed ai cuori onesti sommamente repugnanti, ma una di
questa più abbietta vergognosa, e vile non crediamo nel registro delle
nequizie di quel tiranno lazzarone trovare si possa; stretto dalla
pertinacia del Verdarello, il codardissimo governo di Napoli alle sue
pretese acconsentì, e fù il comandante Tedesco della piazza di Foggia,
certo Tilla, una convenzione in nome del lazzaronico tiranno sotto la
guarentigia dell'Austria a distendere, e firmare incaricato; conferiva
questa convenzione a Gaetano Verdarello, il grado di colonnello negli
eserciti del tiranno; tutti i suoi soldati come uffiziali, riconosceva;
ed assegnava una paga corrispondente ai loro gradi con obbligo però
di tenere quei cammini sgombri dai ladri. Furono da ambe le parti
pel corso di mesi sei le condizioni mantenute, finchè passando un bel
giorno Verdarello colla sua banda nel villaggio d'Ururi, diretto verso
la Puglia, troppo nel trattato confidente, senza quelle precauzioni,
che prima di essere al tirannico servizio solito era di prendere,
fù da un'imboscata di militi, tesagli d'ordine del governo dalle
finestre d'una casa, a schioppettate ammazzato. Basti questa narrazione
per provare, non sola la possibilità, ma ben anche la facilità di
ordinare, e mantenere le bande in campo; delle Calabrie, dei famosi
fra Diavolo, abate Pronio, e Giuseppe da Furia non parleremo, perchè
abbastanza per la loro resistenza, e pei luoghi dov'erano stabiliti,
sono a tutti notissimi; noi di proporre questi masnadieri, per esser
nel loro scopo imitati certamente non intendiamo, ma gli abbiamo ai
nostri leggitori, citati, affinchè si vegga, non essere il luogo, nè
i mezzi per la riunione, independenza, e libertà d'Italia, ma la sola
buona e ferma volontà degl'Italiani, mancante; riflettendo inoltre
che se gentaglia simile screditata, e da tutti aborrita, (perchè
il solo bene da quella operato, fra i moltissimi mali, consisteva
in ammazzare di tanto in tanto qualche straniero occupatore) buona
accoglienza in tutti i luoghi villaggi, e città per dove passava,
solita era siffatta canaglia di trovare; a cagione solamente del timore
che pel presente, o pell'avvenire incuteva, e se per tal modo, esatte
informazioni, vettovaglie, ed armi non mai gli mancavano; che facilità,
che accoglienza, che soccorso, non dovrà quella banda, composta di
veri amanti del paese, promettersi, il cui unico scopo sia lo sterminio
dello straniero, la patria dai cattivi purgare, e la libertà, unione,
independenza sinceramente bandire? Si verrà quella fuor di dubbio
nella capanna del contadino, nel tugurio del pastore, sotto il villesco
tetto del bifolco, nell'abituro del villico senza timore ricettata, e
con giubilo, anzi con trasporti di gioja, dai semplici, ma sinceri e
forti Alpigiani festevolmente accolta; a dovizia pure sarannogli dalle
città le bisognevoli grascie con frequenza mandate; ed ove del tutto
per mezzo del timore, al loro mantenimento tali masnade provvedevano,
cui gl'abitanti la richiesta retribuzione, per via di spaventevoli,
e villane minaccie porgevano tremanti, le bande rigeneratrici della
patria, dalla massa dei contadini, appoggio troveranno, offerte
volontarie, provviste, benedizioni ed applauso.
CAPITOLO II.
DELLA CAPITALE.
Dall'epoca della rivoluzione di Francia infino al giorno d'oggi,
misesi dai guerreggianti capitani, la napoleonica massima di marciare
a dirittura sulla Capitale dell'avversario, continuamente in pratica,
il possesso della quale metteva un termine alla guerra e faceva la
vittoria in favore di chi assaliva, dichiarare; ella è in oggi opinione
universalmente ammessa, che una volta la Capitale caduta, debbasi
aver la guerra per terminata; e ben si appone, perchè molti, e molti
esempi delle ultime passate guerre lo comprovano; e noi quando si
tratti di una guerra regolare, tra tiranno e tiranno, o tra re e re
costituzionale, e che non sia una guerra nazionale d'insurrezione non
possiamo, nè vogliamo il contrario asserire; perchè siccome nel primo
caso le principali risorse, per fornire l'esercito del bisognevole,
magazzeni, depositi di materiali, d'armi, e di munizioni, le casse
dello stato, e dei principali possedenti, e ricchi del paese, le più
distinte famiglie, e magistrature in quella trovansi raccolte; ne
avviene che se il nemico giunge ad impadronirsi di quell'emporio delle
risorse dello stato, manca la fonte delle provigioni pell'esercito,
cade in isfacelo il trono, e privo il principe degli elementi, pel
possesso, di quali pareva agli altri uomini superiore, ed agli occhi
degl'imbecilli un certo prestigio conservava, diventa un uomo come
gli altri, e sovente meno de' suoi sudditi, perchè assai più inetto di
loro, per la sua dappocaggine, paura, e stupidità vituperevole; così
lo stato è conquistato, e messo a soqquadro, per la sola caduta della
città ordinariamente la più corrotta, e fra tutte le altre la meno
energica, gli abitanti della quale sono per lo più dalle dilicatezze
d'una vita effeminata, e lussureggiante, che passano spensieratamente
nei bagordi, e vizj d'ogni specie, ammorbiditi, e snervati; per lo
chè diventano gracili di corpo, cagionevoli di salute, raggiratori,
paurosi, di sottili e timidi consigli, perchè conscii della loro
individuale debolezza; non resi pertanto da quella conoscenza, di
esser da meno dei provinciali, persuasi, dannosi sopra quelli, con
incomportabile jattanza, il vanto di superiorità, sui quali non hanno
diritto alcuno di primeggiare se non nei vizj e nella fiacchezza;
e vogliono senza esporre la loro vita alla durezza delle fatiche
di una guerra laboriosa, a tutti i loro compatrioti orgogliosamente
comandare; si cimenteranno forse con ardore in una zuffa passaggiera,
e si comporteranno anco gagliardamente, a ciò, dalle massime d'onore
stimolati; ma non avranno mai quella tanto commendevole, e tanto
necessaria ostinazione, che col prolungare la contesa, assicura
la vittoria, perchè il loro imbozzacchito dilicatissimo corpo non
potrebbe i disagj della guerra lungamente sopportare, verrebbe, la
loro bellezza dalle intemperie della stagione danneggiata, e del pari
la loro eleganza e morbidezza; sarebbe per la recovidità, semplicità,
ed energia del guerriero da lunga pezza assueffatto ai campi, ad un
continuo smacco soggetta; laonde sono gli abitanti delle capitali, e
sempre i più disposti saranno, a negoziare col nemico, ed a cedergli la
città; eppure secondo il modo di far guerra oggidì, dalla resistenza
o caduta della capitale, dipende la salute dello stato! la presa di
Vienna, e di Berlino diede varie volte il possesso della Prussia, e
dell'Austria a Napoleone; la presa di Parigi nel 1814 diede la Francia,
popolata da più di trenta milioni d'abitanti con molte fortezze ben
guarnite, e capaci di lunga resistenza, con l'esercito della Loira,
con altre molte legioni sparse in varie parti dello stato, che tra
tutte potevano a più di duecento mila uomini di truppa sommare, con
cinquanta mila guardie nazionali di Parigi, ed il decuplo se tutte
quelle delle varie città del paese si contassero, la diede in mano
di seicento mila stranieri settentrionali, che i maggiori possibili
danni gli cagionarono, ed il maggior insulto fecergli che mai si
potesse aspettare, cioè quello di costringerla a tenere sul trono
come padrone, uno di quei Borboni, ch'essa, o per isbaglio o per
inopportuna moderazione, aveva nel tempo de' suoi rivolgimenti politici
alla scure vendicatrice della patria, risparmiati; e migliaja d'altri
esempi di tal fatta vengono in appoggio di quanto abbiam detto; ma
s'egli è vero che nella guerra regolare in questi tempi, la presa
della capitale all'aggressore dia la vittoria, ciò però in una guerra
nazionale d'insurrezione non accade, quando il popolo è ben deciso di
respingere una invasione straniera, quando vuole disfarsi dei nemici
interni, perchè allora insorge, e non ha bisogno di avere tutti quei
mezzi nella capitale, concentrati, ogni villaggio, ogni città, per quel
modo di combattere, gli è capitale. La banda che nel circondario di un
villaggio, di una parrocchia prende il campo, in che un numero uguale,
o di poco maggiore al suo d'abitanti vi esiste, i quali mangiano,
dormono, in somma vivono, e che possono d'alcune armi provvederla, non
ha più d'uopo d'altro: non cura la capitale; nè se si sostenga, o sia
perduta un micolino gli monta; non pretende da lei nessun soccorso!
non essendo la sua esistenza in nulla da quella dipendente; non vede
nessun grave detrimento al paese, e di quegl'abitanti si ride che non
ebbero nè la forza, nè l'ingegno di respingere i barbari, e colle pive
in sacco le spanpanate e millanterie, in tanta viltà, ed umiliazione
cambiarono! ed in vece di perdersi di coraggio per ciò, la sua energia
del doppio aumenta; così deve succedere quando la guerra è nazionale,
e così sempre in quel caso succede; cadde Vienna, Berlino, Parigi, e
caddero i loro stati, perchè la guerra in quel tempo non era nazionale;
ma ridotta in cenere Moscow, non andò in precipizio la Russia, che anzi
la guerra prese un carattere più accanito, il popolo non abbandonò
le armi, finattantochè non fù l'invasore compiutamente distrutto, od
espulso. Cadde Madrid e precisamente dopo la sua caduta, quella guerra
per bande cominciò che varj eserciti francesi distrusse e finì dopo
sette anni di sudori e rischi, per averne la meglio i nazionali. Perchè
mai dunque tanta differenza da quelle altre, nel resultamento? Perchè
queste erano guerre nazionali e quelle no; in queste la capitale era
di nessuna importanza pel popolo, che per se stesso combatteva; in
quelle ai militari moltissimo rilevava, i quali vedevano nella perdita
della capitale la fonte degli ordini, degl'impieghi, dei gradi, delle
ricchezze, e dei ciondoli, per loro disseccarsi; epperciò un assai
maggior comodo ed individuale vantaggio, nel trattare col nemico,
e renderla a patti, trovano, sebbene con la crudele certezza della
rovina del loro padrone anzicchè fino alla morte, od alla compiuta
distruzione dell'avversario, difenderla. Di nessuna importanza per
la guerra nazionale d'insurrezione si è certamente l'esistenza di una
capitale, può quella far del bene se sussiste, ma non produce se manca
alcun male; di niun danno dunque dovrà essere all'Italia la mancanza,
per adesso, di una capitale centrale; potrà dalle tante che possede,
se le sono favorevoli qualche vantaggio ricavarne, se poi le saranno
avverse, ciò che non è da supporsi, non avrà il condottiero, per la
loro caduta nelle mani del nemico, affatto da temere, perchè alla
distanza di poche miglia da quella che soggiacque, ne può un'altra che
lo ajuti e sostenga, opportunamente ritrovare, con la probabilità che
i popoli del circondario di un altro, punto non s'intimidiscano per la
disgrazia da quella sofferta. Tale pur era l'andamento della Spagna,
nella guerra dell'independenza, giacchè, come ognun sa, è quella
penisola un aggregato di tanti piccoli stati, i quali erano anticamente
separati ed independenti come gli stati italiani d'oggidì, quasi
sempre fra di loro in aperta guerra; e che le loro leggi costumanze,
costumi, rimembranze istoriche, odii provinciali, ed il loro spirito
d'isolamento, pervicacemente conservarono. Trovavasi Madrid in mezzo
alla Spagna, senza quasi nessuna relazione con le altre città, e la
sua influenza non estendevasi al di là dei limiti della provincia di
Castiglia; credevasi Napoleone di possedere una gran cosa, di tenere
tutta la Spagna nelle mani avendo Madrid; ma grande tempo non tardò
ad accorgersi del suo falso calcolo, e persuadersi che in nulla il
possesso di quella capitale, lo favoriva, perchè sebbene la Navarra,
la Biscaglia, le Castiglie, la Gallizia, l'Arragonese, e la Catalogna
con molte truppe occupasse; a suo malgrado sù gli occhi stessi di tutti
questi eserciti, che avevano il loro gran centro in Madrid, migliaia
di bande si misero in campo, e tanto gli molestarono, che disperando
Napoleone di poter in sì fatto certame, a che avvezzato per anco non
era, luminosi ed immediati risultamenti ottenere, disgustato, lasciò
la penisola, dubitoso di perdere, o menomare in quel nuovo modo di
combattere, quella gloria ch'erasi fin allora in tante battaglie
campali giustamente acquistata, e seguito da poche truppe andossene
in Francia. Abbiamo come possa l'Italia, la guerra d'insurrezione per
bande sostenere senza una capitale centrale, bastevolmente dimostrato,
ma non dimeno se non è questa nel principio della contesa, necessaria,
o se anche non è in tutto il corso della guerra per esterminare i
nemici, affatto indispensabile, non si può però negare, che sia quella,
di una vitale importanza, onde le operazioni generali concentrare non
meno, che consolidare ed istabilire l'unione delle varie separate
provincie in uno stato solo. Percorrendo le relazioni della guerra
dell'independenza, così vedesi, essere in Ispagna successo allo
stabilimento della giunta centrale, la quale tanto quella guerra
promosse, e rese utile, che per la troppa sua dilatazione, e mancanza
di centro, già cominciava a decadere. Maggiore n'è l'importanza, pella
Italia, dovendo le varie parti in un corpo solo dopo tanti secoli
di separazione unire, per la qual cosa fassi una capitale centrale,
vieppiù necessaria, per quello stato formare non men, che dirigere.
Già pare di vedere tutti gli abitanti delle attuali numerose nostre
capitaluccie italiane, inarcar le ciglia, e gli occhi, e le orecchie
attentissimamente aprire, ciascuno sperando e pretendendo che quella
dov'egli è nato, per essere capitale della nuova Italia, si proponga;
sette ed anche più città della penisola concorrerebbero nella
pretensione di essere la capitale, ma siccome una sola è necessaria,
sei o più dovranno ad essere secondarie inevitabilmente rassegnarsi;
massime poi che queste presuntuose, sono fra tutte le città, quelle
che nella massa generale degli elementi di regenerazione italiana,
solo pochissimi, deboli, e di tenue vantaggio ne presentano; uno stolto
generale goto, altrettanto sozzo, quanto bugiardo, ed alcuni scrittori,
mossi o da malvagità o da sciocchezza, osarono sfacciatamente
dichiarare non essere cosa possibile, in un solo stato l'Italia
riunire, perchè male se ne potrebbe fissare la capitale! Oh svergognati
mentitori! oh scipitissimi pecoroni! tacete, anzicchè simili falsità,
simili sciocchezze con la vostra solita impudenza palesare! O voi
balordi, che in quel modo bestemmiate, perchè non aprite la storia
dei vostri antichi padroni? E se l'avete letta, non dovreste in
quell'errore inciampare, perchè ben chiaro si vede che l'Italia è stata
la padrona del mondo? E che questa aveva una bellissima, gloriosa,
venerabile capitale, che tuttavia esiste, e viene giustamente la città
eterna nominata? Che l'Italia non abbia capitale, potrete voi ancora di
buona fede asserire, quando quella possede, che fù il centro del mondo,
delle virtù, del valore, e della gloria? Tutte le stolte pretensioni
delle altre capitali, debbono all'aspetto di Roma sparire, dileguarsi!
Dove trovasi nel mondo intero, una città che tante eroiche ricordanze
presenti, così necessarie ad esser alla memoria della generazione
attuale richiamate? Tanti monumenti dell'antica gloria italiana? Tante
preziose reliquie di quei sommi che dobbiamo venerare, e porre ogni
pensiero, ogni sollecitudine e per degnamente imitare? Qual è quella
capitale, che abbia tanto mal fondato, ed impudente orgoglio, per
volersi a Roma in un minimo pareggiare? La culla di Bruto, di Cassio,
di Catone, di Virgilio, etc., non ha pari, non che in Italia, nel
mondo!
Quella fù, e sarà sempre la capitale d'Italia, quando gl'Italiani
avranno più in pregio la gloria, che la viltà. Alcuni giustamente
ci opporranno, che se quella città merita ad ogni titolo pe' suoi
antecedenti, di essere indisputabilmente la capitale, non n'è però
degna oggidì, perchè si trova la cloaca massima rigurgitante lordume
d'ogni vizio, d'ogni disonestà! e che male per futura capitale
dell'Italia unita, independente, e libera, quella si converrebbe,
che in realtà, è in oggi la capitale dell'impostura, del raggiro,
dell'inganno, fucina delle arti le più prave, e più sottili, per tenere
i popoli dalla fisica, morale schiavitù aggiogati, gli abitanti della
quale, figli per lo più della depravazione di costumi, cresciuti, e di
continuo, alla scuola della viltà, e della servitù educati, non sono,
che pei sozzi ed effeminati servigi capaci, e non posseggono le qualità
necessarie per essere abitatori della capitale di una guerriera,
virtuosa, e forte nazione, perlocchè la sola costanza, perseveranza,
e valore, in molte e ripetute disgrazie ch'essi non possono avere,
non sono ancora nemmeno bastevoli, ma d'uopo evvi pure di un deciso e
grande carattere nazionale, di un giusto orgoglio, e di un odio contro
la tirannia interna, dallo straniero armato, con profonda radice bene
abbarbicata, le quali virtù non sono, proprie dei _papalini_ abitanti
di Roma, che neppur per gabbo vogliamo coll'eroico nome di Romani
appellare, noi non potremmo senza mancare alla verità, alle surriferite
considerazioni valevolmente opporci, e nessuno potrà negare che la
maggior parte della popolazione di Roma sia di calcare quella terra,
che senza dubbio è polvere d'eroi, affatto indegna, poichè in mezzo
alle mura di quell'antica republica, che non contempla con ammirazione,
rimansene schiava ed abbietta. E che per la sua viltà sotto la sferza
dei preti, non è più capace di sentire gli stimoli della passata
gloria, nè di mirar con orrore la presente vergogna, suscettibile;
noi conveniamo. La popolazione è inetta, anzi, al nuovo stabilimento,
sarebbe nocevole; ma dovremo noi perciò il vantaggio di avere una
capitale che ha un tanto forte, e tanto possente prestigio morale
sugli animi agl'incitamenti di vera gloria sensibili, trasandare?
Dovremo noi, perchè quattro sciagurati abitano fra quelle venerabili
classiche mura, ad una capitale rinunciare, che tutte le qualità
possede per essere florida, e conveniente ad uno stato ben regolato dal
filosofo stagirita prescritte? Che non è nè troppo lontana, nè troppo
vicina al mare; acciocchè, come dice il succitato Aristotile, per la
troppa lontananza non resti priva dei molti commodi che quello suole
apportare, e non sia con la troppa vicinanza, ai pericoli d'assalti
improvvisi, ed alla corruzione ordinaria delle città, che sono porti
di mare, sottoposta; sarebbe il sito sanissimo, e buonissima aria
spirerebbesi, quando fosse ben ripopolato, e che fossero gli abitanti
attivi ed industriosi; perchè ben si sa che già lo era negli antichi
tempi, e si legge in Tito Livio, _saluberrimos colles_; sito che per
mezzo del fiume e delle strade può avere da ogni parte della penisola
e dal Mediterraneo abbondanza continua di vettovaglie; difficile ad
essere da popoli lontani all'improvviso assalito; e per la sua centrale
positura; quasi ad eguale distanza d'ogni provincia, nel caso di
facilmente con tutte le più lontane parti della penisola, ad un tempo
communicare e per tal modo con energia, e prontezza a tutte egualmente
sopravegghiare, dirigere e contenere! dove trovasi un'altra simile
città in Italia? Il solo intoppo negl'abitanti consiste! Si purghi
dunque il Panteon dell'antica gloria italiana dalle sozzure, che lo
infettano; si mandino in quella città, robusti, e decisi Romagnuoli
nei quali ancora una tinta si scorge dell'eroico carattere romano,
si uniscano loro dei Liguri, Piemontesi, abitanti degli Appennini,
Bresciani, Abbruzzesi, e Calabresi, Siciliani, Elbani e Sardi, tutti
fra gli abitatori dei monti, trascelti; e non crediamo di cadere
in isbaglio nel predire, che pel buon regime di governo italiano
ben ordinato, e con quella capitale, saranno le maravigliose gesta
degli avi nostri, per rinnovellarsi, e come fenice dal suo rogo, la
sfolgoreggiante gloria dell'antica Roma eccelsamente risorgere, mentre
gli eletti rappresentanti del popolo italiano, per prudenza, energia,
saviezza, e dottrina, superiori a chiunque, nell'unico, mirabile,
stupendo tempio del Vaticano congregati, faranno restar di maraviglia
sospeso il mondo, e sarà per tal modo il più magnifico edifizio in oggi
esistente, in ampia, e venerabil Aula del più luminoso parlamento del
mondo, gloriosamente trasmutato.
CAPITOLO III.
DELL'ONOR MILITARE.
Quel generoso sentimento, che destandosi nel cuor dell'uomo, alle
grandi, generose, e laudevoli opere lo sublima, facendo sì che la
publica estimazione dall'universale concessa come tributo alla virtù,
per lui divenga una vera necessità, esser l'onore, noi opiniamo. Ma
pell'ignoranza e per inveterate assuetudini, che spesso la natura
delle cose corrompono, e per sciocche, e false opinioni dalla barbarie
del medio evo generate, ed in retaggio tramandateci, reputasi in
un paese, virtù, ciò, che in un altro, vizio si considera, cosa
che punto non avverrebbe se la virtù nel far bene alla patria,
primieramente, e quindi agli uomini tutti consistere, fosse dall'umana
congerie, universalmente ammesso; e come virtuose quelle azioni non
si considerassero, che da un tale scopo si allontanano; e vizio tutto
quanto alla patria ed agli uomini nocumento arreca non si appellasse.
Però siccome una piccola parte degli uomini vuol vivere nella mollezza,
e lusso, e tenersi lieta, e contenta nelle corrotte usanze d'un viver
guasto e licenzioso, a spese dell'altra maggiore, e non men dominarla,
che calpestarla; ne avviene, che chiaramente la vera virtù, non sia
mai nè ben deffinita, nè da tutti conosciuta, nè dalla maggior parte
praticata se ad utilità non torna; epperciò ne consegue, che il suo
proprio significato o a seconda de' tempi e dei luoghi si altera, o
si trasforma in modo che un'azione, in America, dove gli uomini sanno
di essere uomini e praticano la vera virtù, come virtuosa, e degna di
laudi tenuta, sarebbe in Europa, dai tiranni d'Italia vituperata, e
fors'anche capitalmente punita; per esempio, l'Americano che, scorgendo
gli amministratori della cosa publica, senza darne conto, le rendite
dello stato dilapidare, in continue prevaricazioni, e concussioni
trascorrere, il giogo scuotere della legge; la giustizia fallare,
infine la publica, e privata morale in ogni sua parte corrompere, per
tali misfatti in giudizio gli appellasse, e stretto conto della loro
viziosa condotta, ne domandasse, sarebbe in concetto d'uomo virtuoso da
tutti, colà con ragione tenuto, e per lo contrario, se in Napoli, nello
Stato Papale, Lombardia, e Piemonte, dove simili opere nefande sono
abituali, ad uno degli schiavi di quei paesi, di solamente palesarle,
l'animo bastasse, sarebbe quegli come insubordinato, a grave castigo
soggetto, e per avventura di sediziose macchinazioni tacciato, appeso
anche alle forche. Ed ecco in quegli infelici paesi chiarita infame
quell'opera che virtuosa, e degna di grandissima laude, stata sarebbe
in America oltremodo stimata.
Da tale varietà di virtù, deve per necessaria conseguenza quella
dell'onore conseguire, epperciò saranno in Italia le azioni
cavalleresche degne dei tempi di Orlando, oppure le umili, e
contemplative di un san Luigi Gonzaga sommamente onorate, quando
saranno le virtù di Bruto, e di Catone biasimate, e beffeggiate; ignaro
un popolo servo, delle virtù ad un libero vivere civile necessarie non
meno, che dei segnalati vantaggi da quello ridondanti; le ricchezze,
lo sfoggio, e la sommessione al tiranno avrà in grande onoranza, ed
ossequio: mentre vedrassi lo stato povero dispettosamente vilipendere,
avere i robusti pensamenti a scherno, e rigettarli; finalmente
depressa, e conculcata da quei servi imbecilli la vera virtù, la sola
venerazione, ed omaggio verrà alla lussureggiante ricchezza, vilmente
retribuito. Posto abbiamo ciò che per onore intender debbasi, e
come sia quello nello stato attuale del mondo, da paese a paese, da
popolo a popolo, da una generazione all'altra, per la falsa maniera
di considerar la virtù, e d'interpretarne il significato a mutazione
soggetto. Come debbasi l'onore, da un militare, in un regolato esercito
e dal cittadino che per la liberazione della patria mettesi in campo,
intendere, non meno, che la differenza fra di loro esistente, passeremo
ad attentamente disaminare.
Come che, in alcune sue parti, in tempi, e luoghi differenti, sia
puranche, l'onor militare mutevole; avendo nondimeno il coraggio,
e l'ardimento per base generale, in tutti i tempi, ed in tutte le
parti, trovasi pressocchè uguale, qualsivoglia pericolo di arditamente
affrontare, vedere la morte in faccia, e non temerla, non aver al
numero, nè alla qualità dei combattenti, il pensiero rivolto, ma
solamente rintracciarli dove sono, ed anche a disvantaggio corrergli
accerrimamente addosso, una morte certa piuttostochè dar le spalle
al nemico, per la difesa della bandiera intrepidamente incontrare,
un palmo di terreno passo, passo, ed a costo della vita ostinatamente
contrastare, in ogni zuffa, in somma, tener la puntaglia; questo sono
le nobili qualità essenziali dell'onor militare, da doversi in un
regolar esercito sopra ogni altra cosa apprezzare, eccellenti pregi,
per se soli capaci, in favore di quello fra due combattenti eserciti,
che in maggior grado li possede; far la vittoria rivolgere; e la
storia ne insegna che molti grandi capitani dell'antichità, i quali
dubitavano in fronte al nemico (o non ancora conosciuto, od in maggior
forza giudicato), non fosse questo sentimento d'onore per vacillare,
hanno cercato di mettere la loro propria truppa nella stretta necessità
di combattere in luoghi dove non potesse retrocedere, collocandola,
ed all'onore, la disperazione, in quel modo sostituivano. Alessandro,
al passaggio del Gronico, posesi secondo la relazione d'Arriano, col
fiume alle spalle ed il numerosissimo esercito nemico in fronte; e
così ne viene da un suo commentatore la cagione, spiegata: la sua
in apparenza troppo avventurata impresa, essere più ragionevole che
temeraria coll'evento ei dimostrò, perchè, siccome con un nemico
nuovo, maggiore in numero, dovevano i suoi venir alle mani, volle
col mezzo della disperazione fortificarli, affinchè essendogli dal
fiume il passo alla fuga serrato, in altro che nella sola vittoria,
speranza non nutrissero di salute: ma non mettendo la guerra nazionale
d'insurrezione per bande, come la guerra regolare, nell'urto la
speranza della vittoria, deve da sentimenti d'un differente onore
essere guidata; l'unica principal mira del cittadino armato, a che
debbono essere tutte le sue opere dirette, la liberazione essendo, e
la futura felicità della patria: a misura dunque che più o meno, senza
badare alla qualità dei mezzi che adopera, in vantaggio di quella
s'affatica, il suo onore aumenta, o diminuisce. Fermo il soldato
regolare, sul posto impavidamente si sagrifica, ed alla fuga, di
essere scannato, preferisce, tornando quella morte, della sua memoria
in onore; diversamente da ciò, deve per lo più il volontario della
patria operare, punto non si vergogna quegli di dar le spalle al
nemico, di correre una dubbia sorte non crede onorevole, ed eziandio
in pari forza, ad affrontarlo non s'avventura, fugge alla sua presenza
e per maggiormente danneggiarlo, si nasconde; quanti soldati raminghi
cadongli nelle mani, a bell'agio, e senza pericolo distrugge, e si
schermisce occultandosi dagl'incalzanti drappelli onde poterne un
doppio numero all'indomani trucidare; non nel morire combattendo, ma
nel salvarsi a tempo, l'onore del volontario della patria consiste e
più onorato è quegli, che più nemici della patria distrugge.
Il maresciallo Govione di san Ciro, nelle sue memorie sulla guerra di
Catalogna, al capitolo quinto, parlando delle disposizioni, che prima
della battaglia di Valls, il generale spagnuolo Reding disegnava,
così si esprime: aveva il generale Reding passata una parte del
giorno 24 in consiglio di guerra per sapere come potrebbe evitando
una battaglia, a Tarragona pervenire; ordinò che il generale Martì
commandante delle truppe rimaste sotto quella piazza, fosse pure a quel
consiglio presente. Membri influenti portavano opinione, si dovesse
il combattimento evitare, ma per ciò sarebbe stato d'uopo mandar le
artiglierie ed i bagagli a Lerida, e ad uno, ad uno, per la via di
Prades, e per uno stretto sentiero che passando per Selva, termina
a Costantì le montagne attraversando, per così dire alla sfuggita
sfilare; dove si sarebbe, la riunione dell'esercito, dicevano essi,
tosto, e senza rischio operata. Aveva Reding quel consiglio rigettato,
che poteva ad un comandante di bande convenire, ma che avrebbe un
generale alla testa d'un esercito, certamente disonorato, dando a
quello del colonnello inglese Doile, ch'era di francamente le due
divisioni del settimo corpo attaccare, la preferenza: ecco da questo
valoroso Maresciallo, la esistente varianza, fra l'onore militare
del soldato regolare, e quello del volontario in bande, chiaramente
spiegata; fù Reding a Valls compiutamente sconfitto, per aver voluto
il suo onore immacolato serbare. Se fosse stato un Claros, un Rovira,
od un Empecinado, il partito più sicuro, di sfilare come fuggitivo
per quel sentiero, scelto senza dubbio avrebbe, evitando una battaglia
che come dall'opinione della maggior parte del consiglio appare, assai
maggiori probabilità in favore dei Francesi presentava; e pel vantaggio
di recargli nell'avvenire certo danneggiamento, avrebbe la taccia di
codardia, in quell'istante, con gusto sopportata. Convenire, che sia ad
un condottiero dicevole, per rispetto umano, o per ciò che possa essere
dal publico argomentato, oppure pell'ambiziosa speranza d'una vittoria
dubbia, di venir a giornata, sarebbe ad una imbecille, o almeno
inopportuna vanità, la sorte della nazione sagrificare; quella stolta
massima, che per conservar l'onore dello stendardo, debbasi qualunque
possa esserne il resultamento, una battaglia arrischiare, dandole anche
un'estensione, che noi siamo ben lungi di concedere, può solamente,
nelle guerre ordinarie, e di pura ostentazione, in che del sangue dei
popoli empiamente si traffica, per altrui utilità, o convenienze molte
volte al ben publico nocevoli, od almeno indifferenti, essere seguita:
ma quando per l'independenza, e libertà nazionale si combatte, un
delitto, una sacrilega empietà, quella sarebbe di sconsigliatamente in
un dubbio conflitto, avventurarla; e virtù sublime, obbligo sacrosanto,
quello di vincere con sicurezza, qualunque siano i mezzi per ciò
impiegati, sarà da considerarsi. Chiaro, le relazioni della guerra
dell'independenza spagnuola, ci fanno, che i condottieri di bande,
del punto d'onore negli eserciti regolari a capitale avuto, valorosi
seguaci, tutti con notabile pregiudizio della causa che difendevano,
vittime della loro intrepidezza rimasero; mentre per lo contrario molti
altri, che dall'opinione publica erano di codardia quasi accagionati,
si sostennero e molti ed utilissimi servigj alla patria prestarono.
Chiunque per liberare il suo paese dalla schiavitù, a guerreggiare
si piglia, dovrà quelle azioni soltanto, che un reale, e manifesto
vantaggio gli procacciano, per onorevoli, magnanime, e gloriose
considerare; e solo avere per celebri, comecchè maravigliose siano,
quelle, che dalla vera utilità della patria, si separano.
Era massima degli Spartani e da loro, negli affari di stato, e della
guerra, seguita, di far maggior caso dell'astuzia, e superchieria, che
del coraggio e lealtà; e Plutarco alla pagina 238, delle istituzioni
Lacedemoniche, dice che quando gli Spartani, alla finezza ed industria
de' loro generali, la vittoria dovevano, in rendimento di grazie,
immolavano un bove, ma quando credevano di doverla solamente al
loro coraggio, ed alla forza dalle armi, di sacrificare un gallo
si contentavano. Con quest'uso in apparenza bizzarro, volevano gli
Spartani, all'impiego dell'astuzia, piuttostochè della forza aperta,
i loro generali assuefare: l'oggetto a cui mira il cittadino armato,
dovendo sempre essere quello, di tutti i nemici, che opprimono il suo
paese, sterminare, sarà l'uso di qualsivoglia cosa indistintamente,
purchè a quelli possa nocumento arrecare, per lui onorevole; epperciò
d'impiegar l'armi, il raggiro, l'astuzia non meno, che l'uso proprio
una volta delle barbare nazioni di avvelenar le freccie, per la
maggior quantità possibile di nemici levar di vita, e come conveniente
mezzo tutto quanto ad ottenere il suo fine lo porti, quale opera
onorevolissima e degna della maggior laude valuterà, l'avvelenamento
delle farine, dei pozzi, e delle fontane, non meno, che il destro
cogliere d'attaccare individualmente il nemico quando abbandonato
a fallace fidanza, può in un tranello cadere, ed alla spicciolata i
soldati avversari trucidare, sono modi tutti che possono per avventura
al militare d'un esercito regolare disdire, ma che commendevoli, e
di grande onore debbono pel cittadino liberatore della patria essere
riguardati. Il fatto di Muzio Scevola di notte tempo nella tenda di
Porsenna, per assassinarlo introdottosi, che, andato per isbaglio
il meditato regicidio a vuoto, per mantenere quel re in inganno, e
spaventarlo, volle delle menzogna servirsi, tutto per altro in prò
di Roma rivolto, non v'ha chi come sublime e maraviglioso tratto di
amor di patria e come arduo, ma glorioso esemplare di virtù, non lo
citi, e con noi non convenga che se la militare lealtà a questi atti,
del tutto non acconsente, sono però per cittadino indispensabilmente
doverosi ed onorevoli. Altri non meno sublimi esempj di cittadino
eroismo, ci vengono dalle sagre scritture offerti, uno fra i quali
si è l'assassinio d'Oloferne, generale di Nabuccodonosorre primo, che
colla forza aveva gli Ebrei al giogo straniero assoggettati; giuocando
col general babilonico alla civetta, mise la bella Giuditta tutti
gl'inganni e femminili seduzioni in atto, e colle attrattive del
leggiadro corpo e venustà del suo sembiante nel petto, un fuoco di
ferventissimo amore gli accese, e tanto era di lei preso il superbo
capitano, che mai ben non sentiva se non quando a se vicina la vedea;
avveduta l'eroina di Betulia, quella fiamma a bella posta per la
liberazione della patria allumata, coll'esca di lusinghevoli carezze
nutricava, finchè giunto il buon momento, non riputandosi a vergogna
di essere da soldati, quando pel suo paese impiegavasi, d'opere
men che oneste accagionata, venutole fatto di trovare il generale
addormentato, colla sua stessa scimitarra spiccògli la testa dal
collo, e giunse per mezzo di quel tradimento, di quell'assassinio, la
independenza de' suoi compatrioti a riscattare. Sisara a tradimento
da un'altra donna ipocritamente umana perchè sotto apparenza di
zelo del bene di lui, trucidato, è pure in quelle pagine soggetto di
speciale commendazione, e Gezabele da suoi vassalli sotto il comando
del sommo sacerdote, dai ballattoj del palazzo precipitata, poscia
diviso e sbranato il suo corpo dato pasto ai cani delle strade; Matatia
e figli, che coll'inganno e la forza, il tiranno Antioco Epifane
cacciarono; l'insurrezione delle tribù contro Roboam successore di
Salomone, ci presentano tanti esempi, da quelle stesse scritture
autorizzati, co' quali la giustizia d'impiegare ogni mezzo, per la
patria da qualunque tirannia, straniera, o domestica liberare, viene
con publica testimonianza dalle sagre pagine provata, e non esser
punto disonorevol cosa, con tale sacrosanto disegno il pugnale, il
veleno, il tradimento, e la frode adoperare, chiaramente ci dimostrano.
Non malagevol cosa sarebbeci molti altri fatti, della storia sacra
e profana ancora, tutti una tale asserzione corroboranti, estrarre,
da infiniti autori commendati dalla universale opinione per secoli
ammirati, ed applauditi: ma piucchè bastevoli saranci al certo i
sovra esposti nella sagra scrittura consegnati, di quel popolo che
sotto gli ordini immediati di Dio continuamente operava, e furono quei
tradimenti ed assassinj dall'altissimo approvati, e benedetti. Saranno
dunque, speriamo, sulla necessità di riconoscere, ed approvare quella
differenza di virtù e di onore, fra il volontario della patria ed il
guerriero che milita secondo il sistema regolare di guerra, anche i più
scrupolosi persuasi e convinti.
Avvegnacchè il cittadino per la liberazione del suo paese
guerreggiante, debba i dettami di queste massime d'onor patrio
scrupolosamente seguire, gli avverrà nondimeno nel corso della
guerra, di dover pur anche quelle da noi già dette per essere dal
soldato regolare precipuamente praticate, mettere alcune volte in
uso, perciocchè, nel caso, per esempio, di trovarsi per malavventura
dal nemico sorpreso, e da ogni parte circondato, gli avverrebbe di
necessità imposto l'obbligo di venire all'urto, respingerlo, e farsi
strada col ferro, o sul posto morire, anzicchè arrendersi, e davanti
al nemico della sua patria grondante di sangue italiano, vilmente il
ginocchio piegare. Ecco dunque spiegato qual debba essere l'onore
del volontario della patria, alle massime del quale dovrà i suoi
procedimenti addattare, s'egli è veramente, la liberazione del suo
paese, di ottenere desideroso.
CAPITOLO IV.
ORDINAMENTO SEGRETO PREPARATORIO ALLA GUERRA D'INSURREZIONE PER BANDE.
COSPIRAZIONE.
Il mezzo più efficace, e decisivo, per un tirannico governo cui la
pubblica opinione sia contraria, rovinare, quello certamente delle
leghe cittadine si è, per via delle quali concordemente operando, gli
amici della patria agevolmente, ed in poco tempo possono il loro fine
ottenere. La lega cattolica, la setta degli Ugonotti; la lega de'
politici, furono quelle, che le guerre civili di Francia sulla fine
del secolo 1500 suscitarono, e mantennero; la lega degli Svizzeri,
quella fù che dall'oppressione austriaca gli liberò, la lega dei
Pitocchi, dei Guidoni, di Brilla, quella che nei Paesi Bassi, il primo
crollo diede alla potenza spagnuola, finalmente il Tugen-bund, nella
Magna nel 1812 fù quello che franse l'impero di Napoleone e mandollo
quindi in precipizio. Tutti i popoli dunque, che mossi da sentimenti
generosi hanno voluto il despotismo, che gli opprimeva, dalla loro
patria stirpare, ebbero a tali leghe ricorso; ma chi alle sette
publiche, chi alle congreghe segrete si rivolse; alle publiche coloro
i quali sotto un governo vivevano, che sebbene tiranno, le riunioni di
cittadini, però non vietava, ed alla facoltà di parlare, e scrivere non
metteva grande intoppo; alle segrete, quei popoli ricorsero, cui come
agl'Italiani ogni esercizio delle facoltà intellettuali era vietato, ed
altro diritto che di una semplice vegetazione fra il timore, e disagi,
non godevano; dei primi, furono i presbiteriani inglesi nel tempo di
Carlo primo, quando questi spinto, e principalmente diretto dal suo
favorito Buckingam introducendo il governo assoluto, ed il cattolicismo
favoregiando, di conculcare la magna carta, e la religione riformata
sovvertire, tentava, furono le confederazioni in Polonia contro i tre
invasori limitrofi, i quali posto il diritto delle genti in non cale,
a rapirgli la independenza, e la libertà, armata mano si portarono,
e ciascuno quindi una conveniente porzione del suo territorio
appropriatasi, fecero in tal modo un popolo guerriero ed innocente
dal numero delle nazioni europee scancellare; e se a respingere quei
ladri, non fecero le confederazioni buona prova, d'altra origine
ciò non provenne, se non dall'essere quelle anzicchè popolari, ad
all'universalità de' cittadini estese, ai soli nobili circoscritte; e
se furono i loro sforzi contro quei tre possenti nemici, infruttuosi,
ne fù la lentezza ed inazione dei capi, la precipua cagione; perciocchè
dall'opportunità, che già loro erasi affacciata, ed ancora stavano ad
aspettare, a tempo, il minimo profitto di trarne non si accinsero; ciò
che non ispirò confidenza agli amici, nè timore ai nemici, e fece loro
il tempo favorevole per agire, trasandare. I figliuoli della libertà
in America, coi loro sforzi, e con la loro attività, abbenchè popolo
coloniale, generalmente non creduto atto all'armi, povero, disarmato,
e mancante di molte risorse necessarie alla guerra, pure dal giogo di
quella che si titolava la madre patria a sottrarsi pervennero, ed a
rendersi la nazione più libera del mondo, con somma gloria riescirono.
Tutti questi popoli agivano publicamente, perchè non era in quelli
stati, di riunirsi per ragionare sulla situazione del paese, e sui
mezzi più adatti per migliorarla, di trattenersi interdetto.
Dei secondi, che alle congreghe segrete appigliarsi dovettero per un
libero civile vivere ed independente, nella loro patria ordinare,
furono i Francesi, che sotto la regola di franchi muratori con ben
custodito segreto accozzati, quella rivoluzione, pei principj messi
in chiaro lume, sublime, energica e tremenda, pei mezzi adoperati,
biasimevole nel suo fine, per la facilità con che fù da Bonaparte
calpestata, mossero, e diressero. La quale, come che aborto possa
denominarsi, non v'ha dubbio, stata non sia di un gran bene dalla
nazione attualmente sentito, e goduto, produttrice; minima parte
però di quello che avrebbe dovuto sperare, se quella libertà che
per un falso amor di gloria e d'un versatile carattere i Francesi
sagrificarono all'impero, ed a cadere sotto lo schifoso scettro dei
Borboni portaronli, consolidata si fosse. Gli Spagnuoli pure nella
guerra della independenza in che la gloria delle operate imprese de'
loro antenati, oscurarono, quando l'invasore francese, già padrone di
quasi tutte le fortezze, e delle città; e che una forza colossale,
dal prestigio della vittoria accompagnata, possedeva, energicamente
dal loro paese ributtarono, dovettero per giungere a tal fine, alle
congreghe segrete aver ricorso, e le _tertulias patrioticas_, in unione
colla setta dei cattolici fanatici partigiani dell'inquisizione, ma
nemici dello straniero, possono d'aver il loro paese dal flagello
dell'invasione salvato, darsi pienamente il vanto.
Finalmente i Greci, che col mezzo dell'Eteria, quell'ammirabile
insurrezione, che da otto anni eroicamente si sostiene, ed è sul
punto di essere consolidata, impresero, e guidarono coll'applauso del
mondo tutto che alla vittoria di un nano contro un gigante, stupefatto
sorride.
Tutti questi essendo stati nella difficile congiuntura, in che ora
trovansi gl'Italiani, misero quelle congreghe segrete in essere, e
giunsero dell'alto loro intendimento a buon fine. La direzione di un
tanto progetto da maneggiarsi con segretissima cautela, sendo mestieri
che le ragunate per le case, delle brigate di quei valorosi, che al
ben della patria cospirano, in ascoso si facciano, ed alla sfuggiasca,
assai più difficile deve riescire, ma quando ad una ferma volontà,
la prudenza, e l'energia s'accoppino, esser non impossibil cosa, i
summentovati esempi ci provano.
Come chè dell'immenso vantaggio di possedere maestrati eletti
dal popolo, avessero gl'Americani il godimento; e che la camera
dei borghesi di Virginia si fosse la prima contro l'Inghilterra,
protestata, non essere ciò bastevole, onde al fine giungere, che
proposto si erano, ad avvisarsi non tardarono, ed una lega col titolo
dei figliuoli della libertà fermarono, nella quale tutti coloro, che
decisi, ed energici, erano a dar l'impulso al gran movimento disposti,
volontariamente s'iscrissero; creò questa lega, una commissione,
che chiamossi di corrispondenza alla quale diedesi, di scrivere ai
principali personaggi del paese il carico, esortandoli a congiungersi
con loro in opinione ed in fatto; ciò ch'ebbe, fra non molto, un
compiuto effetto, e le varie provincie d'America di mano in mano
le une alle altre si collegarono; quindi in tutte le città, e terre
delle provincie istituendosi congregazioni di corrispondenza, da una
congregazione principale, che sedeva nel capo luogo dipendenti, si era
una specie di gerarchìa politica costituita, sei caporioni ciascuno
alla testa di una divisione, e capi secondarj alla testa delle molte
suddivisioni, il tutto guidavano. Dimodocchè data la mossa da quei
primi, ad un tratto essa alle divisioni communicavasi, quindi alle
suddivisioni, e così subitamente per tutto il paese si propagava;
fù da questa lega, la maravigliosa determinazione degli abitanti di
rinunziare a tutti quegli oggetti, che importati dall'Inghilterra
avrebbero potuto, essendo da essi comprati, dare un qualche guadagno
a loro nemici, menata ad effetto, e costantemente sostenuta. «Ognuno,
dice il Botta, anche i più ricchi, anche i più pomposi o sfoggiati,
allora per general modo si contentavano di portare vestimenta fatte
nel paese, o logore, piuttostochè di usare merci Inglesi.» E quella
determinazione gli recò, a privarsi financo di bere il tè, al quale fin
dalle fasce erano abituati, ed un reale bisogno era per loro divenuto,
ed a misura che dall'Europa colà giungeva, in mare lo gettavano.
Eroico sforzo al quale tutte le classi de' cittadini indistintamente,
e di proprio moto si sottomisero. Ed in tal modo misersi gl'Americani
per la loro stupenda rivoluzione inpronto; un numeroso, e forte
esercito levarono, e saldi fino al compimento della vittoria seppersi
conservare. Tutti i moltissimi necessari maneggi, tutte le disposizioni
per infiammare lo spirito publico, e ad un felice risultamento a
favore della libertà ed independenza del paese indirizzarlo, potettero
come già abbiam detto dagli Americani eseguirsi, e portarsi a buon
fine, perchè molte facilità dalla maniera dolce colla quale venivano
governati erangli porte, e pel godimento di varj dritti che furono
sempre dalla madre patria, così detta a quei Coloni conservati, e
rispettati. Ma tale non essendo la situazione degli Spagnuoli quando ad
intraprendere la guerra per la loro independenza si accinsero, perchè
dovettero, contro i Francesi già padroni della Spagna, insorgere; nè
quella dei Greci, che fin da secoli d'ogni ombra di libertà spogliati,
erano dai Turchi con sfrenato immanissimo despotismo afflitti e
malmenati; fù d'uopo dunque, a costoro, per giungere allo scopo stesso
degli Americani, di segretamente disporre, quanto venne da loro,
senza mistero praticato. Epperciò dalla grande _tertulia patriotica_
della capitale di Spagna, emanavano _tertulias_ principali nelle
provincie, le quali per mezzo di _juntas secretas_ in tutte le città,
terre, borghi, e villaggi si diramavano; in modocchè potevano così i
movimenti generali delle masse, agevolmente addirizzarsi; collegati i
patrioti, se non nei mezzi, almeno nel fine, con la numerosa classe
di preti, e frati di molto seguito, e potere in quel paese, la
quale ordinata in parrocchie e conventi l'intiera superficie copriva
della Spagna, a vicenda questi due grandi corpi sacro, e profano in
reciproco sostegno appoggiandosi, l'uno cogli scritti, e con tutti
i mezzi mondani di che poteva disporre poneva studio a persuadere
le persone illuminate, ed in prò della patria oppressa le loro menti
stimolare, non menocchè di fornire il necessario alle molte bande in
campo, per liberarla; e l'altro col potere, ed influenza che lo stato
ecclesiastico sopra l'animo dei contadini ignoranti gli somministrava;
il confessionale volgeva, come il più segreto, efficace, e sicuro
mezzo di cospirazione in prò della patria, contro chi allora nel paese
padroneggiava; e tanto conseguirono l'intento loro, che in breve la
superficie di quella penisola fecero tutta di ardimentose bande di
cittadini armati pullulare, e tutta la popolazione in generale, che
poi spiegò un eroismo maraviglioso, ed una pertinacia a tutta prova, a
scuotere gagliardamente pervennero. Usarono presso a poco degli stessi
modi, i Greci volendo in istato libero costituirsi, e far impeto,
contro l'oppressore ottomano; e fino dall'anno 1814, come viene dallo
storico signor de Poqueville riferito, cominciò a mettersi in piede
la grande lega segreta dell'_Eteria_, avendo essa pure per centro
la _synomotia ardente_, che sù tutti i punti del continente da essi
inteso di liberare, per irradiazione si spargeva; la quale poi alla
grande _epanastasia_, ossia rivoluzione, sì meritamente, pei moderni
Greci onorevole, diede avventurosamente origine. Chiaro da tuttocciò
argomento appare, che le nazioni per affrancarsi dalla tirannide
contro i loro iniqui oppressori insorte, tutte alle publiche o private
leghe si rivolsero. E che essendo noi nel caso degli Spagnuoli e dei
Greci, se non vogliamo del nostro desiderio restar schermiti, c'è
forza di avere a quest'ultime ricorso. Quando al sublime progetto di
regenerazione della patria, uno si appiglia, non mai potrassi quel
saggio proponimento menare ad effetto, avvegnacchè sia generalmente
il popolo ben disposto, senza un previo convegno fra cittadini a
levarsi i primi in difesa della patria determinati; perciocchè il
popolo senza un impulso uniforme, e concorde, di leggieri mettesi
in iscompiglio, ed ordinariamente avviene che con pochissima forza,
a pacificarlo, o sconfiggerlo, i tiranni pervengono. I tumulti che
in varie parti d'Italia, in Genova, in Napoli, etc., le tante volte
successero, per particolare convenienza d'alcun cittadino, per fame,
per respingere la bolla dell'inquisizione, per ridurre le gabelle sui
viveri, quella di Masaniello, etc., essendo solamente commozioni, e
non da patrio incitamento prodotte, ne consegue, che in accordando
subitamente tutte, o parte delle domande del popolo a rumore levato,
o movendo truppe regolari contro lo stormo, diradasi all'istante la
folla mancante dell'ordine conveniente, e poco dopo tutto è finito,
dimodocchè puossi ad un fuoco fatuo paragonare; ma deve il fuoco di una
insurrezione nazionale di principj essere ben guidato, lento, sostenuto
ed inestinguibile. Per regolare lo slancio generale, e portarlo a buon
fine, converrà dunque che i buoni, e decisi Italiani, una lega fermino
segretamente frà di loro; nuove non sono queste in Italia; perchè senza
riandare nel tempo antico quelle dei Guelfi, e Ghibellini, dei Bianchi,
e dei Neri, ed altre che sono lontane, abbiamo recenti esempi, che ci
fan fede; esser quelle nel nostro paese ben conosciute, e praticate
come sarebbero la carboneria che negli ultimi tempi fece tanto parlare
di se, quantunque non sia stata nel suo operato, felice, la lega degli
Adelfi, dei Filadelfi, e finalmente dei sublimi maestri perfetti. Tutte
queste in varie differenti maniere, le une con vedute più estese, le
altre più ristrette, alla liberazione della patria tendevano. Ora a
noi pare che tutte dovrebbero pel bene di quella a rinunziare alla
loro peculiare esistenza, ed in una sola nuova trasfondersi, ed affine
di potere con passo regolare, ed uniforme giungere allo scopo, sotto
una sola direzione frà di loro collegarsi; ella è cosa evidente, che
ciascuna in corpo separato operando, non potranno mai produrre un
effetto intiero, e le gravi, e delicate operazioni di una generale
insurrezione italiana, ben dirigere. Stabilito quindi un principal
centro in una qualunque città della peninsola, questo dovrebbe in
centri secondarj dai quali dipenderebbero altri di terza e quarta e
quinta classe, per irradiazione diramarsi, onde viemmeglio rimanere
capaci del sovraesposto. Supponiamo che i veri amatori della patria
un centro, o congrega principale costituiscano; dovrebbe quella,
primieramente il quadro geografico statistico della penisola che
conta venti milioni d'abitanti, ben osservare, e quindi quella in
quattro grandi partimenti eguali dividere ed a ciascuno dare il nome
di provincia, ad una congrega provinciale segreta la direzione di
quei cinque milioni d'abitanti affidarne, che secondo il calcolo di
venti per cento dovrebbe dare un milione di uomini atti a combattere;
ogni provincia in cinque cantoni, di un milione d'abitanti ciascuno,
dividere, che potrebbero duecento mila uomini mettere in campo; ogni
cantone in dieci distretti di cento mila, che venti mila combattenti
ciascuno, darebbero; questi distretti si diramerebbero ed in ogni
città, borgo, paese, o villaggio piccolo, o grande che fosse, avrebbero
una congrega a loro rispondente.
La congrega distrettuale corrisponderebbe con le assemblee di cantone,
queste con le congreghe provinciali, che dalla congrega principale
direttrice di tutto il movimento, dipenderebbero, così tutte le
subalterne al centro superiore rispondendo, la massa degli abitanti
d'Italia in tal modo divisa, e regolata, il movimento d'una macchina
tanto grande agevolerebbe.
Il dovere di queste congreghe, ed assemblee una volta costituite, sarà
di far giurare i capitoli della lega a tutti gl'Italiani ben disposti
in favor della patria; di fomentare in ogni modo lo spirito publico,
e quegli Italiani propensi alla guerra d'insurrezione ammettere alla
taglia; dare l'impulso alle masse; far sorgere bande in ogni parte,
e provvederle del bisognevole; in somma fare in segreto tutto quanto
verrà nel capitolo del governo provvisionale da noi proposto, e sarà
possibile nella loro critica posizione, di ben eseguire.
I capitoli della lega, dovranno obbligare al giuramento di combattere
fino alla morte, o alla riescita dell'impresa; di non mai negoziare col
nemico, ma con una guerra accanita, di giorno, e di notte senza dargli
riposo, del tutto esterminarlo; d'impiegare in quella non solo la forza
aperta, ma pure il veleno, e la fraude; di far la guerra a sue spese,
e non mai un soldo regolare pretendere, di non posare le armi fino alla
fine della guerra; gli altri capitoli comprenderanno la nuova forma di
governo da stabilirsi; la subordinazione ai condottieri, etc. Dovranno
questi capitoli nelle parti non ancora liberate davanti una delle
congreghe segrete, ed in quelle che di già lo saranno, al cospetto dei
primati, essere con solenne giuramento da ogni cittadino accettati,
e quindi a puntino eseguiti. Saranno in oltre quelle congreghe in
dovere di occuparsi dello stato politico interno, ed estero; tutto
sapere; a tutto provvedere; mantenere intelligenze nelle fortezze, e
presso i nemici, onde potersi impossessare delle prime, e distruggere
i secondi; osservare, che i giuramenti vengano eseguiti, e punir di
morte inevitabile tutti gli spergiuri; insinuarsi nelle truppe al soldo
in oggi della tirannide, e trar con loro tutti quei cittadini, che
caldi di amor patrio, di unirsi alla santa lega sono impazientemente
bramosi; in somma, e con iscritti, e con parole, e con fatti venire a
capo dell'opera, o morire.
L'esempio degli Spagnuoli che lavorarono a quell'uopo quando il proprio
paese, era dalle truppe francesi occupato, e che quando in apparenza
umili e tranquilli obbedivano nelle città agli ordini loro, numerose
bande di tutto punto provvedute, al campo mantenevevano provaci a
sufficienza l'agio col quale puossi eziandio in un paese sotto il
dominio del nemico, attivamente operare. Il maresciallo Govione di
San Ciro, nella sua opera sulla guerra de Francesi in Catalogna,
al capitolo sesto, dice che «la città di Barcellona aveva in campo
due battaglioni di Micheletti; gl'individui di quei corpi, senza
divisa entravano tutti i giorni in città, per ricevere la paga, gli
abiti necessarj, e le reclute per tenersi sempre al completo; mai
fu possibile al generale Duhesme di farne un solo catturare, tanto
era ben mantenuto il segreto». Notisi, che un'astuta, ed attivissima
polizia vegliava sù la condutta di tutti i cittadini nell'interno,
s'immischiava nei loro più minuti affari, a tutte le ore della notte,
con visite domiciliari gli sorprendeva, ed erano da due corpi di truppe
rispettabili, l'uno da dentro, e l'altro da fuori della piazza in
grande soggezione tenuti; e che qualità de soldati! Quelli che tutti i
re d'Europa, e le loro legioni mandarono a sbaraglio! Potrebbe alcuno
in leggendo il capitolo delle congiure del sommo nostro Machiavelli,
nel quale vengono minutamente descritte le numerose difficoltà che
al perdurle al effetto sono d'ostacolo, e quasi persuadono essere
cosa anzi che difficile, impossibile, di poterle portare a buon
fine, lasciarsi per avventura dal timor soprapprendere, ma se poi
maturamente questi rifletterà, gli sarà facile di persuadersi la nostra
congiura non essere come quella dal segretario fiorentino descrittaci,
maneggiata da particolari per loro privata individuale convenienza,
ed utilità; ma una di quelle grandi, e generose ispirazioni nella
quale tutti i cittadini pensanti, tutti i cuori benfatti, e capaci di
emozioni virtuose cospireranno, e che non si possono sperare se non
dai popoli che nell'incivilimento progrediscono. Quando la meta di
una congiura, il bene di tutti, e non la sola utilità di un qualche
cittadino concerne, è sempre assai più probabile, venga ben conservato
il segreto, ed una prova ne sia, la cospirazione del Piemonte nel 1821,
che contava circa trenta mila federati, i quali tanto bene il segreto
mantennero, che nè dal governo, nè dalla polizia mai nulla, se non al
momento dello scoppio, si traspirò; al quale inaspettato avvenimento,
oltremodo stupefatti ed impauriti rimasero, i rettori dello stato. Come
sarà noto ai cospiratori, la lega per tutto il continente italiano
esser generalmente accettata, e che se un traditore ad un principe,
il segreto, che lo concerne, scoprisse, a quella spezial parte,
potrebbe danno arrecare, ma non perciò, che il movimento in altre
parti seguisse, impedire, difficilmente chicchessia, al guiderdone
momentaneo, che può essergli dato dal principe, quello stabile della
patria sarà per postergare: trattenuto eziandio dal timore di dover
poi un giorno, e non lontano, caramente scontarlo, se in qualch'altra
parte della penisola sarà vittoriosa la causa nazionale. Non vogliam
però dire con ciò, che debbano i cospiratori tralasciar di prendere
tutte quelle precauzioni necessarie, affinchè non possa il loro
segreto, non che, la loro esistenza venir palesata, e conveniamo con
Trajanno Boccalini, che «nelle congiure bisogna prima essere sicuro
col pegno del rischio, di colui al quale si dicono» e che non debbonsi
in quella scambievole paura, ch'è il vincolo delle medesime, di
continuo mantenere. Ma solo è stata nostra mente di scemare con quelle
osservazioni il troppo timore dal quale, animi non abbastanza decisi, e
poco riflessivi cervelli, potrebbero lasciarsi invadere, ed impauriti
dal nome di congiura, o cospirazione, e dalla lettura dei pericoli,
che in quelle si corrono, fors'anche a bella posta dal nostro citato
autore, amplificati, ed esagerati, di compiere un obbligo per ogni
Italiano sacrosanto, vilmente tralasciare.
E quanto finalmente abbiam detto di doversi i cospiratori nelle truppe
degli attuali tiranni d'Italia insinuare, ella è cosa più difficile
in apparenza che in fatto; a tutti è ben noto, e gli avvenimenti
nell'anno 1820, e 21, ce lo confermarono, che forti, e generose idee
sono in quelle truppe germoglianti, e che la maggior parte della
gioventù ardente di cui sono composte, sarà senza dubbio al primo
grido di libertà, in favor della patria, e dell'uman genere, per
parteggiare. Ed avvegnacchè i tentativi del 1820 e 21, i primi che
da secoli si siano armatamente intrapresi con intenzioni italiane,
abbiano avuto un esito infelice e disastroso, e che i capi, e
maneggiatori di questi siano stati dai tiranni, che coll'ajuto della
perfidia, e dello straniero rimasero vincitori, esiliati, o carcerati,
o alle forche appesi; sarebbe un grave errore, perciò conchiudere,
siano per essere, attualmente gli eserciti Italiani tutti di persone
devote alla tirannia, ed ai persecutori d'Italia, composti, perchè
i condannati, e perseguitati, non furono, che una minima parte di
quella grande massa d'amatori della italica patria che prima delle
succitate rivoluzioni già esisteva, e soprattutto in Piemonte, dove
molti per la rapidità degli avvenimenti, che fin dal principio, il
nuovo stabilimento del governo rovesciarono, neppure il tempo ebbero
di manifestarsi, ed inerti od anche nelle file dei tiranni sotto
apparenza di nemici astutamente se ne rimasero; di fatto il numero dei
scoperti, e condannati dal tiranno ascende in Piemonte a circa tremila,
ed in quel paese prima della rivoluzione più di trenta mila federati
si contavano e così più o meno negli altri stati italiani accadde; un
forte numero dunque di prodi militari, che amano l'Italia, ed odiano
i suoi oppressori, ancora in quelle esecrande file si trova. Il quale,
a seconda dei progressi dell'opinione in quella penisola, dev'essersi
fatto considerevolmente maggiore. Laonde non sarà a quelle congreghe
molto disagevol cosa, di mettersi con uno o più uffiziali, per
reggimento, in contatto, ed a quei militari accostandosi, che per la
rettitudine del loro pensare, la prudenza del loro agire, o l'energia
del loro animo essere idonei alla difesa della patria, hanno per
certissimo; nella lega dei cittadini italici, prontamente annoverarli.
Abbiamo detto uno, o più uffiziali, siccome siamo persuasi non esser
di tanto nei reggimenti insinuarsi, ed allargarsi con molti di quelli
in parole, per riescire, necessario; e che anzi crediamo addursi
per tal modo troppo in forse, l'indispensabile segreto, e portiamo
opinione, che uno, o pochi uffiziali scelti con precauzione, e dotati
delle qualità convenienti per trar con loro il giorno stabilito, il
reggimento intero, o una gran parte di quello, sia quanto si richiede,
quand'anche uffiziali superiori non siano, ma solo sagaci, fermi,
prudenti, la stima godano dei soldati, ed abbiano in somma, influenza
e buon nome.
In prova di questa nostra asserzione, alcuni particolari accenneremo
della condotta di un uffiziale piemontese, a quel reggimento
appartenente, che il primo in Alessandria per la libertà, ed
indipendenza italiana si mosse, e quello fù, che nella mattina del 10
marzo, entrò alla testa del reggimento nella cittadella d'Alessandria.
Pel corso di varj anni, il modo di cooperare alla liberazione, ed
unione d'Italia, questi seco divisava; altro nella sua positione,
non poteva rinvenirne, se non quello di affezionarsi i soldati,
onde essere da quelli nel giorno pericoloso del tentativo ajutato,
e sostenuto; tre continui anni a tal uopo, il suo tenor di vivere
dirizzò; chiaro, sincero, ed animoso, nel trattare con ognuno; ma
cupo simulatore in ciò, che poteva al suo proponimento aver relazione,
ben lasciava i suoi italici sentimenti, il suo amore alla libertà, ed
independenza italiana traspirare, ma con avvisamento, e circospezione
tale, che pensieri affatto inerti, e solo desiderj, come quasi
ineseguibili da lui stesso riputati; ed al dovere di buon servitore
di chi reggeva il Piemonte, posposti comparissero; nell'esecuzione
del proprio dovere puntuale, ed attivo, contro i negligenti, ed
infrattori dei regolamenti di disciplina, severissimo si demostrava;
come quello, che il condiscendere al rilasciamento di quella, essere
il vero modo di affezionarsi il soldato, non credeva, poichè questi
la condiscendenza de' superiori, come una dimostrazione, d'affetto
per lui, non interpreta, ma bensì a dappocaggine, e trascuranza del
proprio dovere, glielo appone; se ne prevale, epperciò sfrenato,
licenzioso, e disonesto, diventa; cessa la subordinazione, ed il
dovuto rispetto; nello stesso tempo la stima perde, verso il suo
superiore, e quindi l'affetto, che n'è la conseguenza; epperciò chi
d'averlo in tal modo reso ligio alla sua volontà s'immagina, trovasi
nel giorno del cimento messo dal soldato, in abbandono, perciocchè
debole, ed incapace vien reputato; e quel soldato ch'egli credeva
guastandolo, far suo, è costretto di vederlo nel momento critico
sotto la direzione di un altro severissimo, accorrere, perchè da lui
più energico ed attivo considerato. Ma non dimeno, se dall'un canto
tutta la severità da una buona disciplina comandata, giammai dalla
retta giustizia allontanandosi, metteva rigorosamente in uso; da altra
parte, per quanto più possibile gli fosse, dei modi i più conducenti,
onde a se trarre gli animi degli ufficiali, e soldati, di servirsi non
tralasciava. Se uno de' primi alle strette di danaro si trovava, ciò
che non di rado succedeva, con la conveniente somma, che a titolo di
prestanza gli somministrava, senza mai più in seguito ricercarne il
rendimento, a sovvenirlo s'affrettava. Salvò in quel modo l'onore ad
alcuni ufficiali, che trovandosi al maneggio di fondi del reggimento,
avrebbero, in mancanza quel soccorso, inevitabilmente perduto la
spallina; quanto quelli grati gli fossero ed a lui intieramente devoti,
ben può ciascuno immaginarsi! per le particolari occorrenze sapere
dei sergenti e soldati, pur faceva continuamente diligenza, e se gli
veniva a notizia, quegli essere indebitati, valendosi d'un terzo amico
loro, con molta precauzione, e segreto, del pagamento incaricato,
immantinenti a loro insaputa, il creditore soddisfaceva; due vantaggi
in quel modo gli ridondavano; primieramente perchè quando il sergente,
o soldato giungeva a sapere, che il suo debito era stato in una
maniera delicata, che non offendeva il suo amor proprio, da lui pagato,
maggiormente se gli affezionava; e secondariamente, perchè confidandolo
ad un terzo, egli ben poteva supporre, che all'orecchio d'uno in altro
passando, a breve andare, sarebbe il segreto, in contezza di tutti
pervenuto, e la fama della sua beneficenza, viemmaggiormente estesa
e magnificata. Come quello, che aveva il nome di ben conoscere le
imbrogliatissime leggi del paese, era sempre dai soldati sottoposti
ai consigli di guerra, scelto per difensore, ed o con la ragione, o
con maneggio, o astuzie li salvava, o per mezzo de' molti amici, che
aveva nella capitale, ogni qualvolta uno di questi era dal consiglio
di guerra condannato, prima che la sentenza si eseguisse, dal Re la sua
grazia otteneva.
Incaricato per qualche tempo dell'istruzione delle reclute a cavallo,
armato di molta pazienza, con buone maniere, a rendersi da bel
principio quei giovani soldati amici, s'adoperava; ogni giorno nelle
cucine del quartiere ad assaggiare il pane e la zuppa si portava; se
il denaro dell'ordinario era tutto speso, senza che la minima parte
per altri oggetti fosse invertita, munitamente prendeva informazione;
e nel tempo, che il soldato mangiava, egli porgeva orecchio alle
sue lagnanze, lo confortava con buoni consigli, e bonariamente
affratellandosi con tratti confidenziali, una stretta momentanea
dimestichezza fra di loro si stabiliva. Soventi volte, finite le
militari incumbenze, una generale distribuzione di vino a sue spese,
per lo squadrone ordinava, ed in un coi quasi brilli soldati un
bicchiero ne tracannava allegramente, ma tosto dopo, alla consueta
disciplinaria rigidità, faceva ritorno.
Nel reggimento, dieci o dodici uffiziali esistevano, che avendo i
loro gradi con lo spargimento di sangue, con patimenti, e con merito,
e non per via di raggiro, viltà o privilegio acquistati, erano per
disprezzo, uffiziali di fortuna denominati, per istituto nei gradi
subalterni tenuti, senza speranza di poter mai essere neppure a quello
di capitano, promossi; trattati con poco rispetto dai comandanti ed
abborriti dal loro colleghi nobili, perchè come materia eterogenea,
li consideravano; solo con un umile, e servile procedere potevano
questi l'onore d'un benigno saluto di protezione, da quelli ottenere;
non sofferendogli l'animo di vedersi di continuo, ingiustamente
disprezzati, e di soli dover tutta la severità della disciplina
sopportare, avendo d'altronde la coscienza di non aver altro demerito
se non quello di esser nati plebei, egli pungeva il loro amor proprio,
ed a rintuzzare gl'insulti e minacce degli orgogliosi loro compagni,
gli stimolava, ogniqualvolta non potevano più contenere la piena del
loro cuore contro qualcuno, davano sfogo alla loro collera, per la
qual cosa continue risse ne provenivano, l'uffiziale di cui parliamo
valevasi dell'amicizia, a lui professata d'ambidue i contendenti
per barcheggiare in modo, da potersi nelle frequenti sfide, che di
conseguente succedevano in neutralità mantenere, veniva egli per
l'ordinario, dai due contrarj separatamente come padrino, o spettatore
richiesto, e si serviva del suo ascendente, sempre chè le cose non
erano spinte al punto di esigere imperiosamente lo spargimento di
sangue, onde mettergli fra di loro in buona pace. Pranzava coi nobili,
e quasi ogni sera cenava co' plebei; erasi con somma cura, l'affetto
del colonello tirato a se, e così una decisa influenza morale sul
corpo intiero degl'uffiziali, tacitamente possedeva. Della quale
non menandone vanto, mai fugli da invidioso alcuno contrastata; se
avveniva, che dal reggimento, a convito solenne, uffiziali d'altri
corpi, o personaggi d'alto affare si onorassero, non potendo i
nobili, da quello escludere i plebei, perchè pure erano uffiziali,
non permettendo di pagar la loro parte ma invitandoli, come se stati
fossero forestieri, li mortificavano, pungentissimo insulto, che coloro
i quali avrebbero pagato il doppio ben volontieri per non ricevere
quella cortesia, ad una apparente gratitudine obbligava. Tenevano i
nobili al teatro un palco in comune dal quale erano esclusi i plebei,
cui solo rimaneva, se volevano godere dello spettacolo, d'andarsi
nella platea col publico a tramischiare; tutte queste ed altre simili
cose di poco rilievo per se stesse; ma di continuo stimolanti, in
piede permanente, la discordia tenevano. Temendo quell'uffiziale di
doversi poi un bel giorno apertamente per una delle parti dichiarare,
pensò di porvi convenevol riparo, epperciò di tanto, in tanto
ambi i partiti, a casa sua, a festini, gozzoviglie, e divertimenti
cortesemente invitava, ove in sul mangiare, ed in sul bere, e nel
festeggiare, in lieta, e festevol brigata trovandosi tutti ad una
avvinazzati, in precaria unione si mantenevano. Preso, per sè solo,
oltre la sua porzione di quello con gli altri uffiziali, un palco in
allogagione al teatro, in quello senza distinzione di schiatta, gli
uffiziali tutti convitava, ed ogni sera, per maggiormente attirarli,
faceva sì, che le più belle e vezzose ballerine, e cantanti andassero
colà a visitarlo, e quindi fatta seralmente alla metà dell'opera di
squisite vivande, e finissimi beveraggi una lieta cena imbandire,
unitamente si banchettava; la qualità dei cibi, e la piacevolezza
della compagnia, continua, e dilettosa rendeva la concorrenza serale;
con questi ed altri tratti di tal fatta, fra i due partiti, senza per
un dei due venire a dichiarazione, si regolava. Ma se di mantenere
in apparenza l'unione gli conveniva; come quello, che sempre in
favor della patria speculava, ei conosceva benissimo, che nel fatto
questa sarebbe stata per essere nocevole al suo fine, perciocchè
se i plebei si fossero della loro sorte contentati, sarebb'egli per
avventura rimasto solo, e non avrebbe potuto all'occorrenza, sopra
l'appoggio di alcuno, le sue speranze fondare. Per ciò evitare, e
nel suo proponimento progredire, egli sotto pretesto di un qualche
affare, come per caso, dal capo armajuolo del reggimento con frequenza
si portava, dov'era informato, che quasi tutti gli uffiziali plebei
malcontenti, alcuni dei più stimati sorgenti, e vecchi caporali, a
pranzo, e a cena frequentemente attendevano; offerivangli quelli da
sedere, e partecipare alla mensa; fattosi un pò pregare, egli sempre
di sedersi a tavola al fine acconsentiva, ed in mezzo ai bicchieri, ed
alle barzellette, senza lasciarsi dalla troppa volontà, a trascorrere
in parole men che servili, trasportare, le quali il suo intendimento
fuor di tempo palesassero, tutto attentamente udiva, ed al racconto dei
maltrattamenti a che andavano quegli infelici soggetti, tema continuo
della loro conversazione, leggermente sogghignava; dal vino, e dalle
parole i commensali, riscaldati, prorompevano quindi in così veementi,
e chiare invettive contro il mal governo del paese, e la condotta dei
superiori, che una semplice delazione sarebbe stata sufficiente per
accusarli, ed anche come convinti di trame sediziose, punirli. Allora
vedendo quell'uffiziale, che trasportati dall'ira, avevano i termini
del dovere trapassati, e giunti erano al punto di poter essere da
una sola parola sua compiutamente rovinati, epperciò stare la loro
sorte nelle sue mani, mezzo in ischerzo, e mezzo seriamente, prendeva
la parola, ed alla pazienza esortavagli, loro diceva, che sotto un
governo interamente assoluto come quello del Piemonte, gli uni, cioè
i nobili, che circondano il trono col diritto di opprimere nascevano,
e gli altri, per essere oppressi, cioè i plebei, che debbono servir di
sgabello alla nobiltà; alla qual dura sentenza della sorte, non potendo
l'uomo destinare il luogo dove nascere, e determinare previamente la
classe a che vuole appartenere, forza gli era di sottomettersi, che
in un stato così ristretto qual era il Piemonte, non si poteva un
cambiamento vantaggioso al popolo per allora sperare, che per verità,
era quegli in generale malcontento. Ma che può fare, diceva egli un
solo popolo disordinato, contro tanti ben regolati guerrieri, i cui
commandanti, come da quanto avete detto, appare, hanno particolare
vantaggio a che il paese nell'oppressione si mantenga? Quindi loro
consigliava la prudenza, e a non esporsi così favellando con alcun
altro, inutilmente a severo castigo; soggiungendo che deplorava la loro
triste condizione, e che della confidenza in lui riposta, facendolo
così apertamente dei giusti motivi della loro afflizione partecipe,
credevasi degno; i commensali allora lo ringraziavano, e cominciavano
ad entrare nella discussione se si potesse, o no scuotere quel giogo,
ei lasciavagli in quella internare, e col pegno in mano, di quanto già
detto avevano, senza prendere ulterior parte, si alzava, e sortiva; ma
sempre avveduto non gli perdeva più d'occhio nell'avvenire e tostocchè,
o per istrada in parti remote, od in casa sua, od altrove, in uno di
questi s'imbatteva, da solo a solo, sul soggetto della discussione
passata, seriamente seco lui ragionava, facevagli toccar con mano,
quanti e quali mezzi fossero alla loro disposizione; quanto facile
fosse di riescire nella causa popolare, se l'esercito a favore di
quella si dichiarasse; insinuando la vera gloria di un militare che
abbia a schifo d'essere salariato sicario di un despota, nell'impugnar
le armi per la patria, consistere, per solo vantaggio di quella, e
non pei capricci d'un uomo, per un malinteso onore, o credula brama di
conquiste, esser cosa gloriosa di sguainar la spada; e così sui mezzi
possibili di muoversi a danno degl'oppressori, si dilungava, e quando
l'altro scorgeva a tutto intraprendere, persuaso, e deciso, coglieva
il momento opportuno, e con un giuramento terribile, di seguirlo
ed obbedirlo in ogni dove, cosa, e momento, se avvenisse un giorno,
che la liberazione d'Italia si tentasse, tenevalo legato, e dai suoi
cenni dipendente. Per tal modo senza mai correre il pericolo di essere
scoperto, continuamente inaspriti, ed a lui devoti manteneva gli uomini
cui favellava.
Incaricato un giorno dalla congrega segreta, di far affiggere in
tutti gli angoli della città dove si trovava, un proclama, col
quale i Piemontesi all'armi in favor d'Italia si chiamavano; giorno
precisamente in che trovavasi il re di passaggio andando a Genova, e
doveva in città alla mattina di buon ora, fare il suo solenne ingresso,
sparse il nostro uffiziale nel corso della notte, una quantità di quei
scritti nei quartieri, un'altra sugli angoli principali della città,
prima delle quattro del mattino ne affisse; trovossi alle cinque, ora
della riunione del reggimento, al suo posto, per andare all'incontro
del re, e come, nel rendersi al luogo di riunione, passa davanti un
angolo, dove uno di quei proclami stava da lui stesso previamente
affisso e molti vede a leggerlo, intenti, egli si stacca dalla testa
del suo squadrone, dà una occhiata allo scritto, dimostra somma
meraviglia, lo strappa e se lo prende. Tosto che sulla piazza d'armi
vede il colonnello comparire, spicca il suo cavallo al galoppo e gli
presenta il proclama, dicendogli, ch'essere il suo dovere credeva di
rimettergli quella carta, affinchè nella sua saviezza, quelle misure,
e disposizioni ordinasse le più atte ad impedire, che tali massime
sediziose un qualche serio effetto sulla mente del soldato operassero.
Trasportato il colonello dalla contentezza di essere stato il primo di
ciò, informato, lo colmò d'elogi, ed ebbe sempre una intiera confidenza
in lui, della quale mai gli avvenne d'abusare, ma ben gli servì, onde
poter con più sicurezza il suo santo progetto, a buon fine incamminare.
Erano tutti gli animi degli uffiziali, compreso quello del colonello,
concitati contro il maggiore, uomo pessimo, immorale, raggiratore,
senza fede, e pieno di millanterie, dalla Regina sommamente protetto,
perchè disertore dall'esercito napoleonico, erasi sotto le schifose,
puzzolenti bandiere austriache riparato; e di questo mezzo, per
mantenersi gli uffiziali amici, pure con profitto si valse; in
continua guerra contro di lui, ma con tal politica, con un calcolo
così maturato si mantenne, che ad ogni momento facevalo scomparire,
e lo rendeva sempre più esecrato, non lasciandogli mai appicco di
punirlo, nè di riprenderlo. Fù sempre, in quella lunga, e simulata
tenzone vincitore, e l'avrebbe finalmente, a sortire dal reggimento,
costretto, se non l'avesse la Regina fortemente spalleggiato. Dal
colonnello, una volta, della verificazione dei magazzeni, delle
vestimenta, e dei conti di quell'amministrazione incaricato, tanto
nella commessagli incumbenza internossi che, potette in una relazione
da lui sù quel particolare data al consiglio d'amministrazione del
reggimento, essere stato il soldato nei conti defraudato, ed essere
gli uffiziali delegati a quell'uffizio in unione con lo stesso
maggiore i ladri del suo avere, irrevocabilmente provare. Andò sossopra
l'uffizio, il capitano d'abbigliamento fù mandato in semestre, e rimase
per via della complicità del maggiore, l'accusa soffocata. Fù posto
il nostro uffiziale alla testa di quell'azienda, che solo accettò
provvisionalmente, non convenendogli per stare cogli artigiani, dagli
squadroni separarsi, e tanto quella sua operazione gli valse, che
l'affetto di tutti i soldati gli cattò, ed in ogni squadra, in ogni
camerata, con somma attenzione, ed applauso la suddetta relazione,
si leggeva, e rileggeva. Andava giornalmente ed anche più volte al
giorno, all'ospedale del reggimento, e colà senza affettazione, e senza
che per dovere apparisse, assiso sulla sponda del letto or di questo,
or di quell'altro ammalato, sulla maniera colla quale erano dagli
infermieri, ed altri impiegati serviti, affettuosamente gl'interrogava;
l'occhio volgeva alle distribuzioni, se di buona qualità erano, e ben
regolate; se le medicine efficaci, etc. Quindi nei particolari alla
persona cui parlava relativi, s'introduceva; in confidenza offriva, e
dava danaro a chi conosceva abbisognarne; s'incaricava di commissioni
per la sua famiglia; e sull'esito della malattia, con buone parole il
confortava; per lusingare alcun tanto il suo amor proprio, dicevagli
l'esistenza del Re sulla salute del soldato riposare, dover quella
prima cura degli uffiziali stimarsi, perchè senza soldati non vi
sarebbero reggimenti, e senza reggimenti non potrebbe sussistere il
governo, epperciò essere il soldato la prima, e la più necessaria
persona di uno stato; assisteva alla medicatura delle ferite, e sempre
ora questo, ed ora quello, in modocchè il malato ben lo intendesse,
al dottore specialmente raccomandava; in ultimo possedeva egli tutta
la confidenza degl'infermi, profittavano delle sue esibizioni, e per
tal modo, l'agente pei loro affari di famiglia, il loro vero amico, il
loro esecutore testamentario, era insensibilmente diventato. Quando
per avventura di partire col suo squadrone, in distaccamento, gli
avveniva, e di dover qualche tempo dal reggimento, separato rimanere,
egli allora trovandosi capo, quel sistema di condotta, più opportuno,
per affezionarsi il soldato non meno, che per assuefarlo ad essere
sempre in ogni ora, o momento senza saperne il perchè, pronto a sortire
in armi, e bagaglio, indefessamente, e con somma cura seguiva; alla
massa d'economia del reggimento, la stessa somma spedita dagli altri ed
anche maggiore rimetteva, il soldato ben pasciuto manteneva, e vestito
come gli era passato dal governo; ma il riso, le paste, etc.; egli
stesso all'ingrosso, e non al minuto giorno per giorno comprando, e
con altre simili operazioni aveva sempre un vistoso fondo nelle mani,
che in nessuna parte compariva, e siccome non voleva rubarlo, dava
ad ogni soldato per tutto il tempo del distaccamento, un convenevole
caposoldo, regalava i più diligenti, e nelle domeniche avendo stabiliti
giuochi di destrezza a piedi, ed a cavallo, dall'eccitamento de' premj
sostenuti, in caserma riuniti li divertiva; amavanlo, e stimavanlo
per tal modo i soldati, e quelli de' distaccamenti successivi, non
avendo uffiziali, che volessero, o sapessero quei fondi far sorgere,
ed all'uopo servirsene, avuta del ben essere goduto dagli antecedenti
notizia, si disgustavano, servivano male, e qualche volta ai loro
superiori anche si ribellavano, impazientivansi gli uffiziali di dover
da meno comparire di quello, ed i soldati d'essere sotto di lui con
tutto il cuore bramavano. Onde poter sempre tenere il suo squadrone
in pronto, per agire secondo la sua volontà, il nostro uffiziale lo
sorprendeva, e di giorno, o di notte, quando meno si pensava, udivasi
dal trombetta suonare a cavallo, ed in venti minuti di tempo tutto lo
squadrone doveva essere in armi, e bagaglio, dal quartiere partito,
senza nessun effetto di corredo dietro di sè in caserma lasciare, il
primo dragone a cavallo riceveva un premio, l'ultimo, alla prigione
per quattro giorni era inesorabilmente condannato; un quarto di
miglio lontano ad una esatta revista del bagaglio d'ogni individuo,
procedeva, gli effetti dimenticati al quartiere, erano in prò della
massa generale dello squadrone invertiti, notati erano i mancanti, ed
al ritorno subitamente surrogati, ma veniva al perditore, il gastigo
di quattro giorni d'arresto, inflitto, seguiva la rivista, un lungo
passeggio militare, il termine del quale era in qualche villaggio dove
nel mentre, che i cavalli mangiavano la biada ed il fieno portato da
ciascun dragone, all'anello della sella bistorto, ed aggomitolato; un
competente _asciolvere_ veniva a spese del comandante ad ogni soldato
distribuito, dopodichè ritornavasi lietamente in caserma; insomma ben
conosceva quell'uffiziale che il migliore, anzi il solo veicolo, onde
cose grandi, e sublimi operare, quello si era di farsi il maggior
numero possibile d'amici, che tutto quanto hassi in questa vita, e
sopra ogni altra cosa, la riputazione, e la stima, dall'altrui volere
dipendono, che l'uomo è di vivere continuamente, o con gli amici o
con nemici costretto, che in mezzo a questi ultimi non gli verrà mai
fatto di potere con fondata speranza di felice risultamento buone, ed
atte cose intraprendere; perchè ogni miglior impresa, verrà sempre a
tutta possa da loro impedita, incagliata, ed al popolo con falsi colori
dipinta, onde una sublime, magnanima e gloriosa azione, far, che un
basso raggiro per particolar convenienza praticato, mosso da volgare,
o vizioso incentivo, appaja, ed anzicchè la ben meritata approvazione,
e la singolar gloria, dalla vera virtù non mai disgiunta, che a buon
diritto le spetta, publico biasmo, e disprezzo generi, contro chi con
pure intenzioni valorosamente l'imprende. Della peculiare, e delicata
situazione di chi difficilissime cose desiderava portar a buon fine,
il detto uffiziale facevasi carico. Epperciò bel bello nel cuore di
coloro che l'avvicinavano insinuandosi col destato affetto, della lor
lingua s'impadroniva; salito in fama, gli si aumentava la stima, e con
questa il numero degli amici, notabilmente accresceva; tuttavolta durar
dovette non poca fatica onde questa sua brama conseguire; persuaso
egli, che la somiglianza di costumi, sia d'amore conciliatrice; ad
ogni umore, ad ogni sorta di gente si addattava; scevro di antipatia,
e fermo di volere il loro cuore cattare, studiosamente la dominante
passione di ciascuno de' suoi compagni investigata, la blandiva, e
vezzeggiava; ora parlava da savio, ora da volgare, pensava sempre
come il primo, ma per lo più come il secondo, si dimostrava; i giusti
encomj rendeva alla virtù trattando co' virtuosi, e ad una qualche
opera, non diremo men che onesta, ma anzi alla licenza tendente che
no, propostagli dagli oziosi, non si negava, senza mai però alla pania
del mal vezzo lasciarsi invescare. Per acquistare la buona riputazione
ed in essa mantenersi, i suoi propri difetti occultava, senza darsi
a vedere degli altri più savio, mai apparentemente negli affari
particolari de' suoi colleghi immischiavasi, ma per trar partito dai
loro difetti, passioni, abilità, e bisogni tenevasene segretissimamente
informato; non parlava mai di sè stesso; diceva cose piacevoli, ed
i compagni di tanto in tanto, e separatamente senza affettazione,
di prendere all'esca di begli atti, modi, e parole si studiava; mai
non mentiva, sebbene sempre tutta l'intiera verità non palesasse;
senza boria, nè maldicente, nè riprenditore, il tempo, e le cose
per addattarvi le sue azioni, di continuo studiava; di apertamente,
e chiaramente manifestarsi, e dare i suoi pensieri a conoscere,
avvedutamente sfuggiva, e gl'impegni soprattutto quando appariva
dubbia la vittoria, in tal maniera schifava. Con accortezza, cautela,
giudizio, ed acume, con simulazione operando, si serviva d'ingegni
ausiliarj per deludere l'arte con l'arte, ed essere alle contrarietà
superiore; e come quello, che ben conosceva, essere l'arte di saper
intraprendere a proposito in affari d'alto rilievo, la principale, e
decisiva, con calma le occasioni aspettava, e con profondo calcolo
le bilanciava, nel mentre, che con somma accuratezza si disponeva,
e coll'ingegno, le forze sue prima d'intraprendere, con quelle
dell'avversario, ponderatamente misurava. Con sì fatto seguitato,
ed invariabile procedere, gradatamente, e tacitamente a quel grado
d'influenza necessario portossi, onde poter un giorno di bisogno,
dare al reggimento in favor d'Italia la mossa. Infatti il giorno dieci
marzo 1821, destinato dalla congrega segreta per agire, alla testa del
reggimento dragoni del Re, con soli nove uffiziali subalterni, nella
cittadella d'Alessandria portossi; ove in unione con una brigata di
fanteria, fù lo stendardo della libertà italiana con gioia universale
inalberato. Quando si considera che quel reggimento, da tre quartieri
separati, si mosse nel centro d'una città chiusa, e popolata con
tutti i posti militari dalla brigata di Savoja creduta contraria ad un
movimento italiano, occupati; con una stazione forte di carabinieri a
piedi, ed a cavallo, che avevano le loro scuderie contigue a quelle
del reggimento in questione, e con un immenso stato maggiore di
piazza, un generale governatore, un generale di divisione, colonelli,
ajutanti, ed una furia di spie, lasciando in oltre a parte, ventisei
uffiziali del proprio reggimento, compreso lo stato maggiore, non vi
sarà certamente chi non venga da maraviglia compreso, quando facciasi
a considerare, che malgrado tanti scogli, tanti impedimenti, fosse
il reggimento a cavallo, alle due del mattino, tranquillamente in tre
separate porzioni uscito, e sulla piazza del grande ponte del Tanaro
riunitosi, sorprendesse il posto d'infanteria di Savoja, che stava a
guardia di quello e trattolo seco, senza, che neppur uno di contrarj
se ne sia accorto, la divisata operazione a compiere pervenisse.
Ecco abbozzata la regola di procedere d'un uffiziale cospiratore, che
voglia fermamente il reggimento a che appartiene, in favore della causa
della patria portare, sebbene siasi in ristretto esposta, e per l'amor
della brevità, molte, e molte delle sue operazioni siano da noi state
sotto
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