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Racconti politici

by Antonio Ghislanzoni · Italian · Gutenberg #48576 · 621,442 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Racconti politici
    
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Title: Racconti politici

Author: Antonio Ghislanzoni


        
Release date: March 24, 2015 [eBook #48576]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/48576

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI POLITICI ***

                           RACCONTI POLITICI


                                   DI
                          ANTONIO GHISLANZONI


                              Volume unico



                                 MILANO
                       EDOARDO SONZOGNO, EDITORE
                         14. Via Pasquirolo. 14
                                 1876.




                     PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

                Tip. dello Stabilimento di E. SONZOGNO.




RACCONTI POLITICI




_I Volontarii Italiani_


INTRODUZIONE

Questo racconto fu scritto durante il preludio di quella epopea
che prometteva all'Italia la completa attuazione del programma
politico-nazionale.

Fu scritto nelle prime settimane del giugno 1866, allorquando la
fiducia era piena e l'entusiasmo senza limite.

Le sorti della guerra si svolsero meno propizie alle armi italiane per
una fatalità misteriosa che non osiamo interrogare. Tesori immensi di
entusiasmo, di sacrifizio, di fede e di valore andarono sprecati — Ma
forse perchè l'esercito italiano non potè vantare le grandi vittorie,
perchè Garibaldi e i suoi quarantamila non ottennero di far stupire
l'Europa come i Mille di Marsala, dovremo noi disconoscere l'eroismo
dei soldati e dei volontari che ebbero a combattere le disastrose
battaglie del 1866?

La missione assegnata ai volontari non poteva esser più ardua.
Conquistare palmo per palmo le roccie inaccessibili del Tirolo, sfidare
i nemici nei loro covi più formidabili, e per giunta logorarsi nei
digiuni e nelle veglie assiderate — tali furono le battaglie dei
volontari Garibaldini nel 1866.

Ma io non intendo numerare gli episodi gloriosi di quella difficile
campagna. La mia trilogia non è che una storia di passioni generose,
il preludio fisiologico di tutte le rivoluzioni, di tutte le guerre
italiane.

Ho meditato i diversi sentimenti che spinsero l'Italiano a combattere
volontariamente le battaglie contro l'Austria. Fra questi, emergono
principalissimi il sentimento dell'_odio_, comune a quanti patirono
oltraggi e ingiustizie dal dispotismo straniero — il sentimento elevato
del _dovere nazionale_, che investì le classi più intelligenti e più
colte — e da ultimo, nei giovani spiriti, la poesia dell'entusiasmo
ispirata da un nobile ardore di gloria, da un indefinibile trasporto
verso la vita agitata e avventurosa, dalla emulazione, dal culto di un
eroe. — Questi sentimenti io mi sono proposto di tradurre in tre brevi
episodii, dei quali ciascuno può fare da sè, mentre formano, riuniti,
una specie di trilogia, la quale può a buon diritto intitolarsi:
_Trilogia dei militi volontari..._

È ben vero che ad ingrossare le file dei volontari, concorsero, nel
1866, anche elementi più atti a dissolvere che non a corroborare quel
nobile esercito.

Ma di questi non spetta a noi tener conto.

Noi cantiamo al nobili cuori i nobili affetti. — Abbracciando gli eroi
ed i martiri, noi dimentichiamo nel loro fango gli insetti ed i rettili
che si incontrano dappertutto.




PARTE PRIMA

L'odio.


I.

C'è un paesetto in Val di Intelvi che si compone di cinque o sei case
rustiche. Gli abitanti son tutti contadini, ad eccezione di un prete,
il quale non è parroco, non è cappellano, non porta verun titolo che
definisca il suo grado nella gerarchia ecclesiastica — è il _prete_
del paese. S'egli non sapesse leggere il breviario e masticare gli
_oremus_ della messa, lo si direbbe un bifolco mascherato cogli abiti
del sacrista. I suoi grossi scarponi perdono le legaccie, le sue brache
non hanno colore. Da otto anni il suo collare consiste in una grossa
cinghia di pelle assicurata dietro l'occipite da una fibbia. Egli
ereditò quel distintivo pretesco dal suo ultimo cane bracco; un cane
che fu ucciso da una palla tedesca nell'autunno del 1848, quando gli
austriaci piombarono nella povera valle a esercitarvi le loro feroci
rappresaglie. — Quel prete, per la santa memoria del suo bracco, non
ha mai cessato di esecrare gli austriaci. Un uomo eccellente — e a mio
giudizio — uno dei preti meglio accetti al Signore. Il suo nome è Don
Remondo, ma i più lo chiamavano il papa di Val d'Intelvi.

Nel paesetto c'è una piccola osteria — vale a dire una casa rustica,
dove si vende del vino, abitata da una famiglia di tre individui: un
vecchio di settant'anni, sua moglie, e un ragazzetto di sedici anni
circa, biondo di capelli e gracile come una fanciulla. Il vecchio si
chiama Gregorio, la moglie Veronica, il ragazzo Ernani. Questo ultimo
nome rappresenta il romanticismo dei tempi moderni infiltrato nella
prosa patriarcale di quella antica famiglia.

In sul finire dell'aprile 1866, don Remondo entrò nel cortile
dell'osteria colla _Gazzetta_ nelle mani — ordinò un _quintino
Valtellina_, e sedette presso un vecchio tavolo a leggere avidamente.

Quando Ernani dopo alcuni minuti venne a servirgli da bere — il prete
alzò gli occhi dal foglio, e volgendosi al ragazzo — ci siamo! gli
disse — questa volta si fa davvero... La campagna va ad aprirsi,
hanno chiamato i contingenti, e dicono che già a quest'ora si vanno ad
iscrivere parecchi volontari nell'esercito...

Gli occhi del ragazzo sfavillarono.

— Ah! nell'esercito...! sclamò il vecchio Gregorio, che era entrato nel
cortile con un carico enorme di legna sulla testa — nell'esercito!...
Ma là dentro non c'è da far bene per noi... Non sanno che farne dei
soldati che hanno passati i sessanta... e meno ancora dei ragazzi che
non hanno toccato i sedici anni!

— Aspetta un poco, Gregorio!... lasciami finire — disse il prete,
riprendendo la lettura — lasciami finire ti dico... Vediamo le
ultime notizie... i dispacci... le corrispondenze... particolari...
Ci scrivono da Berlino... Ci scrivono da Parigi... Ci scrivono da
Bruxelles... Ci scrivono da Caprera...

Il prete abbassò la voce, ma cogli occhi divorava le cifre.

— Oh! corpo del sacratissimo... del sacratissimo!... Sta a vedere che
vuol mangiarsele tutte lui le notizie da Caprera... questo _bagolone
della dottrina_!... Ma non sa, don Remondo, che quando si tratta di
papà Garibaldi... di lui... corpo del sacratissimo... sacratissimo...

— Quante bestemmie per nulla! — interruppe il prete senza affettazione.
To' vuoi sentire che cosa scrivono da Caprera....? Siamo qui per
servirla...! Metti a terra quella legna... che deve pesarti sulla
testa... La notizia è buona... anzi eccellente!... e bisogna che tu
ti assesti un poco a tuo comodo per meglio assaporarla... Bravo! così
va fatto! Vieni qua: mettiti a sedere... e lascia in pace i santi e la
madonna... se vuoi che tutto vada per bene.

Gregorio aveva scaricato a terra il suo enorme fascio di legna — e
fattosi dappresso al tavolo, si era posto a cavalcioni di una panca,
giungendo le mani sotto il mento, e sporgendo la bocca semiaperta verso
il prete.

Don Remondo colla sua voce più solenne lesse quanto segue:

«Ci scrivono da Caprera che il generale Garibaldi gode ottima salute...
Egli ha ricevuto una lettera di un _alto personaggio_ che lo ha messo
di buon umore. Ad alcuni suoi amici, che sono andati a visitarlo,
dichiarò di esser pronto ad assumere il comando dei volontarii al
primo scoppiare della guerra. Noi crediamo sapere da ottima fonte che
nel Consiglio dei Ministri si è già deciso di chiamare i volontarii
e il loro invincibile condottiero non appena le operazioni della leva
saranno terminate».

Il prete, finita la lettura, guardò in faccia a Gregorio aspettandosi
una eruzione di entusiasmo violento. Ma il vecchio Gregorio pareva
impietrito.

Dopo alcuni minuti, il vecchio levò lo sguardo verso sua moglie
che era venuta ad ascoltare la lettura dietro le spalle del prete —
quell'occhiata pareva una interrogazione.

Poi, con accento misterioso e carezzevole disse ad Ernani:

— Figliuolo, scendi in cantina!... Cavane un buon litro di quello che
piace a don Remondo,... Ora comincio a crederci anch'io alla guerra...
se si muove lui!... E bisogna pensarci... bisogna pensarci seriamente:
non è vero don Remondo?

E quando il ragazzo fu tanto lontano che non potesse udire:

— Bisogna consigliarci... bisogna deciderci — o io, o tutti e due...

La vecchia Veronica facendosi colla mano ventaglio alla fronte —
sentitelo! — esclamò — lo sentite, don Remondo? — Non vi pare che egli
abbia perduto la testa?... A settant'anni voler seguire Garibaldi!...
E quell'altro! Un ragazzo di sedici anni... sempre malato.... e timido
come un passerino...

— Va a letto, Veronica!... Va a dormire... Già, tu sai bene... Non
siamo mai andati d'accordo su questi interessi... Anche l'altra
volta...

— Ma dunque... tu vuoi farlo morire, quel povero figliolo!... disse la
vecchia con voce alterata dai singhiozzi.

— Va a letto, ti dico!... silenzio!...

Ernani tornava col vino.

Il vecchio Gregorio guardò con tenerezza le mani scarne e profilate del
fanciullo alle quali pareva enorme peso il litro ricolmo. Poi accennò
alla moglie di ritirarsi, ma questa volta con espressione più mite.

La vecchia obbedì — Ernani usci dal cortile chiamato da alcuni ragazzi
che giuocavano nella strada. Gregorio e don Remondo rimasero soli.


II.

— Ho da farvi una confidenza, prese a dire Gregorio nell'atto di
versare da bere.

— Di' su.

— Una confidenza che non ho mai fatta a nessuno... nè anche alla mia
Veronica... Una sola volta... ma non qui in paese — lontano... lontano
assai — ne ho detto qualche cosa a lui... a papà Garibaldi, che Dio lo
benedica sempre!... E lui... Garibaldi — lo vedo ancora — Garibaldi ha
fatta una smorfia come se gli venissero le lacrime su per la gola... E
mi ha battuto la mano sulla spalla... come volesse dire: va là... che
hai proprio ragione di odiarli... quei cani di tedeschi!

Il vecchio vuotò un bicchiere e riprese:

— Dunque... come vi dicevo... la cosa per intero... non l'ho mai
detta a nessuno... Ed ora, metterò di essere al confessionale...
Promettetemi, don Remondo, che non si saprà mai da anima viva ciò che
sto per narrarvi...

— Gregorio... tu mi conosci!

— Sì... Ed è per questo che mi sono deciso ad aprirvi tutta l'anima
mia per chiedervi consiglio. Vi ricordate della mia povera Martina...?
L'unica nostra figlia... la nostra gioia. Ora avrebbe trentasette
anni... A trentasette anni una donna è giovane ancora!... Eppure,
quand'essa è morta, non aveva compiuti i venti!...

Il vecchio si interruppe — si versò da bere, portò il bicchiere alle
labbra, ma tosto lo ripose in sulla tavola. Il vino, in quel momento,
gli ripugnava.

— Come or diceva — riprese il vecchio — prima del quarantotto, io ne
sapeva di politica quanto l'asino del mulinaro. Mi avevano mai detto
cosa fosse la politica? Noi altri si viene su come gli alberi di
frassino — grossi di fusto e buoni da far legna. A quarant'anni, io non
ero mai uscito da Val d'Intelvi — una volta ero andato fino a Bellano,
e quando fui arrivato laggiù, ho pianto dalla paura... Mi pareva di
essere andato così lontano, così lontano, che per me non vi fosse più
speranza di poter tornare al paese! Ma veniamo a lei... a quella povera
figliuola!... Nel quarantotto aveva diecianove anni... La mia Martina
— lo dicevano tutti — era la più bella figliuola della valle. Buona,
poi! — altrettanto buona quanto io ero bestia!... Non sapeva niente di
niente... Avevamo due conigli nella stalla... Una mattina, vedendoli
uscire nel cortile con un seguito di piccoli coniglietti, la Martina mi
chiese: chi li ha portati tutti quei piccoli? Ed io, bestia: «ma sono
i figli di quei grandi.» «Eh! lo so bene anch'io, disse la Martina; ma
domandava appunto chi è che li ha portati nella stalla... da qual parte
sono venuti...» Vedete s'ella ne sapeva qualche cosa di ciò che succede
a questo mondo!... Com'io della politica!... Basta!... È venuta fuori
la guerra... Pio IX... il governo provvisorio... i piemontesi... e
tutto il resto... Un bel giorno hanno arrestato i due gendarmi — hanno
disarmato le guardie di finanza — sul campanile di Argegno s'è veduta
svolazzare una bandiera di tre colori che pareva l'arcobaleno... e i
ragazzi cantavano certe canzoni... Dio sa dove le avessero imparate!
— certe canzoni che allora mi parevano del latino come i salmi che si
cantano in chiesa. Cominciarono a passare dei giovanotti che non erano
nè uomini ne soldati... Sulle prime io non ci capiva nulla — vi ho già
detto che ero un bestione in quanto alla politica — ma quel passaggio
di gente mi portava dei guadagni — si vendeva del vino — l'osteria era
sempre piena — facevo denari. A forza di osservare, di ascoltare, di
domandare..., a poco a poco io venni a capirci qualche cosa... alla
meglio... tra chiaro e oscuro. Fra quei ragazzi che passavano dalla
mia osteria per andare allo Stelvio, ce n'erano parecchi fra i dieci e
i quindici anni. Quei biricchini sapevano già tutto... Un giorno entrò
nell'osteria una grossa comitiva di quei caporioni trascinando legato
e ammanettato un venditore di pipe. Gridavano: «morte alla spia!...
fuciliamolo!...» Quel povero diavolo era smorto come un cadavere —
tremava come un cane uscito dall'acqua — e implorava misericordia
a nome di tutti i santi e della Madonna. — Mi sentii stracciare le
viscere.... «Alto là!... alto là!... Nella mia osteria non si fanno
di queste ribalderie... non si uccide un cristiano!» gridai a quei
soldati senza uniforme. — E sentite mo questa! Un ragazzo, che forse
non toccava i quindici anni... un coso da far ballare sulla punta del
mio dito piccolo... si voltò indietro come una vipera, e guardandomi
dal basso in alto con certi suoi occhi da gatto arrabbiato, incominciò
a strillare: «chi è che difende i tedeschi?... Dunque... voi siete un
tedesco!...» «Morte ai tedeschi! morte alle spie!» gridarono tutti,
volgendosi dalla mia parte. «Tedesco io?... Ma io sono un _taliano_ di
val d'Intelvi... e dice che non si deve ammazzare un galantuomo...»
— «Ah, siete anche voi della lega!... Abbasso le spie!... Morte ai
traditori della... repubblica!...» Vi assicuro, don Remondo, che
ebbi un bel da fare perchè quella gente non mettesse il fuoco alla
casa per arrostirmi vivo in compagnia di quel povero venditore di
pipe e di tutta la mia famiglia! In quel giorno io dovetti la vita
a Veronica. — Ella tornava dalla campagna; vedutomi alle prese con
quei furibondi, si fece nel mezzo a gridare: «ma non capite che egli
è una bestia... un asino... uno zuccone, che non sa mai quello che si
dice?... Animo, via, Gregorio! (e mi diede un gran pugno per spingermi
in cucina) lascia fare a chi tocca.... e viva Pio IX! viva l'Italia!»
— Quella Veronica aveva una gran testa... allora!... — La scena mutò
di aspetto. — Cose da far piangere... Qualcuno sorse a gridare: viva
le donne italiane!... La presero in mezzo... le saltarono al collo...
le attaccarono una coccarda sulle spalle... tutti volevano baciarla...
mentre io, sulla porta della cucina, vedeva tutto... e lasciava fare...
perchè mi pareva che, in quel momento, fosse ben fatto... E quando uno
la baciava, io diceva: «se lo merita! che tu sia benedetta! Io sono un
asino, e tu sei sempre stata una gran donna!» Ma quella giornata segnò
per la mia famiglia il principio di molte disgrazie. Veronica ammalò.
Ella mi aveva salvato, ma non per questo ebbe a subire meno gravi le
conseguenze dello spavento che ella aveva provato entrando nel cortile.
Ella non potè mai dimenticare quella scena. La malattia fu lunga — per
oltre due anni Veronica rimase inchiodata nel suo letto — ed oggi —
voi lo sapete, don Remondo — la povera donna non ha più la sua testa —
ha paura della sua ombra, e ricade malata ad ogni mutamento d'aria, ad
ogni nuvolo che sorga. Ma ora viene il peggio della storia — bevete,
don Remondo!... Beviamo!... Il vino non mi vuole andar giù... ma pure
bisogna bere!...


III.

Dopo breve silenzio il vecchio riprese il suo racconto:

«A quell'epoca, poco prima che tornassero i tedeschi, voi, don Remondo,
veniste ad abitare in paese. Mia moglie era seriamente ammalata, e il
medico non dava speranze. Qualche cosa di quella maledetta politica
io cominciava a capire. Io sapeva che i tedeschi non erano nati in
Italia, che erano venuti qui a comandare, come sarebbe, a mo' di
esempio, se quei di Argegno andassero a dire a quei di Lezzeno: ecco,
noi siamo i vostri padroni! Ma pure... ve lo confesso... dopo la scena
del venditore di pipe... dopo la disgrazia accaduta a mia moglie, io
non poteva capacitarmi che quegli altri... i _taliani_... fossero
gente buona a qualche cosa. Sotto i tedeschi, la gendarmeria era
rispettosa... era gente... pulita, pensava io — i finanzieri venivano
qua a bere... pagavano... se ne andavano senza far male a nessuno...
Non c'erano schiamazzi... non c'era confusione... Che volete, don
Remondo? Io ragionava da bestia... io non sapeva che per via... della
via... Corpo di quel cane!... so io di chi intendo parlare... Ma se
vi è un Dio che fa giustizia alla povera gente... saremo ancora noi
che gli faremo la pelle a quel boia che mi ha assassinato la mia
Martina!...

«In settembre... è successo... quel che è successo. Quegli altri,
che erano scappati in Isvizzera, volevano tornare... Val d'Intelvi
andò tutta in repubblica... e il povero oste di Argegno fu il primo
a pagarla.... Un uomo della legge — compar Brenta!... Mi voleva bene
come ad un fratello... Ah! io doveva capirla finalmente che s'aveva da
fare con dei cani senza legge e senza timor di Dio...! Ma no... testa
d'asino!... Quando vennero a contarmi la fine del povero Brenta, ho
detto: non è vero! non può essere... la gendarmeria non commette di
questi orrori!... Un accidente a me, e a quanti pensavano in quella
maniera! Ma io fui servito come meritava... altro che accidente!...
Sentite, don Remondo... Io sono vecchio... ho settant'anni compiuti...
ma se Dio non mi concede la grazia di ammazzare due tedeschi... io
sento che morirò dannato! Aspettate... Il litro è vuoto... datemi il
tempo di andare e di venire... e poi vi dirò cose che non ho mai detto
a nessuno... cose da far piangere un badile!»


IV.

Il vecchio Gregorio discese nella cantina, e tornò poco dopo col litro
ricolmo. Egli riprese la sua storia a voce bassa:

«Tutta la valle era piena di tedeschi... ma di quelli... voi sapete...
si diceva che mangiassero le candele e i ragazzi appena nati! — Io
cominciava ad aver paura... Mi era venuto in mente di mandar via
la Martina, come avevo fatto alcuni mesi prima, quando passavano i
_crociati_ dello Stelvio. Veronica era malata — come si fa?... E poi,
c'era pericolo — le strade erano piene di soldati — e quegli altri...
i _nostri_ battevano le montagne per ritornare in Svizzera — Ero là:
sotto quel fico, a pensare, colla testa nelle mani. Vedo comparire
il _Console_ sulla porta del cortile — (allora chiamavano _Console_
quello che oggi... presso a poco... si chiama sindaco) — Buon dì,
Gregorio! — Signor Console, il mio rispetto! — Hai tu una camera
per dar alloggio ad un uffiziale? — Camere! alloggio!... ma quando
mai ho avuto delle camere io? — Eppure bisogna _avere_ una camera! —
Bisogna...! è presto detto... ma come si fa?... — Si fa... si fa...!
insomma... bisogna che tu metta in ordine la camera... Fra mezz'ora io
verrò qui coll'uffiziale... Hai capito? — Ho capito... ma quanto poi
all'intendere...»

Il _Console_ aveva messo un'aria, quella mattina!... Mi rideva
in muso!... Basta!... Nel cinquantanove ho liquidato i miei conti
con quella mummia... gli ho fatto sputare i due denti dinanzi... e
d'allora in poi nessuno lo ha più veduto ridere. — Figuratevi il mio
imbarazzo... e la mia paura! Pensa... rifletti: — che serve? se io non
preparo l'alloggio, quelle bestie mi infilzano sulla baionetta e dànno
il fuoco alla casa per arrostirmi! Non c'era verso... La povera Martina
consentì a cedere la sua stanza che era imbiancata di fresco — fra noi
due, in meno di un quarto d'ora, vi collocammo i mobili migliori pian
pianino... come se si portasse attorno del vetro — ma pure l'ammalata
si accorse di quell'insolito vai e vieni. «Mio Dio! che novità son
queste! esclamava Veronica dal suo letto... con voce affannata...»
Io corsi a lei per calmarla... In quel momento si intese nel cortile
un rumore come quando il pescivendolo mette a terra la sua stadera
— Il _Console_ gridava: Gregorio! dove è andata quella bestia?...
Presto! non si faccia aspettare il signor tenente!!! E l'altro colla
sua _stadera_ a battere le muraglie... che pareva satanasso colle
sue mille catene. Io non poteva staccarmi da Veronica... La povera
donna era presa dal convulso...e spasimava fra i singhiozzi. — In quel
momento, Dio aveva la testa rivolta d'altra parte...od era occupato a
far cadere le foglie!...Quando io scesi nel cortile, la Martina aveva
già parlato all'uffiziale — questi le rispondeva a bassa voce coll'aria
più mansueta. — Era biondo come una pecora...quel boia — ed io, che mi
aspettava di veder un orso colla bava alla bocca e cogli occhi pieni
di sangue... io... bestione... Ma quella faccia di latte e ciliegia
avrebbe ingannato il diavolo!....

«La Martina era smorta come la cera — l'altro tutto leccato le diceva:
_non affer paura!_... _tettesco star bona!_... E quel muso da forca
del Console... anch'egli si era messo a far il bocchino... e non
cessava di ridere... Ve l'ho già detto, don Remondo — quella vecchia
birba ora non ride più!...» «Se il signor tenente vuol vedere la sua
camera... gli dissi io, entrando di mezzo — _Oh! pasta! pasta!_ rispose
il tedesco — _mi piacer tutto in tua casa, pono uomo!_ — Egli sedette
presso la tavola, mandò via il console con un segno della mano — e
ordinò da colazione. Mi è mai passato un sospetto — un mezzo sospetto
per la testa? Quindici giorni lo abbiamo tenuto in casa — timido...
rispettoso...! Parlava poco, e sempre a voce bassa, _per paura_ —
diceva — _ti tisturpare la mamma_. — Egli andava, veniva, tornava
ad uscire... mangiava molto e beveva pochissimo...non si lagnava di
nulla!... Io mi fidava interamente di lui... Quanto alla Martina poi...
Ve l'ho già detto... una ragazza che non distingueva la capra dal
montone, e credeva che i figli nascessero fasciati. Non è bene che le
figliuole sieno proprio all'oscuro di tutto... A una certa età, bisogna
metterle in guardia... bisogna ammaestrarle, perchè senza avvedersene
non abbiano a giuocare colla vipera... Voi mi capite, don Remondo. Io
non vi dico altro... Cosa hanno fatto... cosa non hanno fatto...? Il
tenente è partito... chi si è visto si è visto... e lei è restata...
come Dio ha voluto!...»


V.

Il vecchio si interruppe — in quell'anima semplice da contadino c'era
il pudore di una vergine. Egli arrossiva per sua figlia. Dopo breve
silenzio riprese:

«La mia Martina m'avrà perdonato... Io sono stato un po' duro con
lei... e non doveva... Sua madre, come vi ho detto, era malata — le
madri hanno la mano più dolce nel medicare certe piaghe... Ma io non
l'ho mica strapazzata quella povera creatura... Sulle prime sono andato
un po' in furia... che volete, don Remondo?... bisognava sgridarla un
poco... tanto da farle capire che aveva fatto male... perchè lei...
quel povero angelo... non capiva... non sapeva proprio nulla... È
morta che pareva una madonnina di cera!... Ma ora, ci vuol altro
che piangere... sentirete, don Remondo, quello che intendo fare...
Dunque... come dicevo... ho alzato un po' la voce sul principio... e
poi ho detto subito: non è con lei che io devo prendermela... io devo
rimediare alla meglio... perchè Veronica non sappia... perchè nel
paese non succedano degli scandali... La condussi a Osteno in casa
di una mia sorella vedova — una santa! E poi, dopo alcuni giorni,
andai a Milano — aveva un pensiero — quell'uffiziale si chiamava
Francesco Nëipper — il suo reggimento era di guarnigione a Milano...
Mi era messo in testa io che ci potesse essere dei galantuomini anche
fra loro... oppure... che parlando a qualche superiore... a qualche
_coronello_... Sentite mo questa, don Remondo!... Arrivo a Milano...
In quei giorni c'era lo stato d'assedio... Soldati di qua, gendarmi di
là... commessi... _pollini_ ad ogni angolo di contrada... Milano
pareva una caserma. Prima di fare dei passi coi superiori... voleva
vederlo lui... voleva un poco sentire come la pensasse... Vederlo!
non era facile... Eppure... una mattina... girando nei dintorni del
castello... vedo un uffiziale che ha la sua statura... Era in compagnia
di un altro... e parlavano a voce alta in tedesco. — Mi avvicino...
gli prendo la volta... è lui... proprio lui... quella faccia falsa da
san Sebastiano!... Con tutto il rispetto... levandomi il cappello...
me gli accosto di fianco, e gli dico: buon dì, signoria! — Quei due
campioni balzano lontano tre passi, e subito fanno l'atto di cavar
fuori le sciabole... «_Farcflutter... staiffer! crazzer!_...» sa
Dio cosa bestemmiavano quei due mostri!... — e mi vengono addosso
che sembrano due jene! «Ma il signore sa chi sono... l'oste di Val
d'Intelvi... Gregorio... il padre della Martina...» — «_Tartaifel...
ludro... flucter! porco talliano... andar tua strada... o far fucilare
sul momento!_» — E poi tutti e due a bestemmiare in tedesco e battere
lo squadrone che volevano subissarmi! — Ah! sono stato un gran vile...
una carogna! Ma chi poteva aspettarsi...? so io cosa è avvenuto di me
in quel momento?... Non ero più io... Quella piazza... quel castello...
tutti quei soldati... non si vedeva un solo cristiano nè dappresso
nè in distanza... Mi sono lasciato avvilire... E poi... cosa sarebbe
avvenuto di quelle due povere donne...? Mia moglie ammalata... e
l'altra!... Iddio mi ha tenuto la mano... e ve lo giuro, don Remondo,
quei due _moscardini_ di gesso avrei potuto mangiarmeli come due
paste sfogliate... e li avrei digeriti in un attimo!... Invece... mi
è rimasto un gruppo qui dentro... qualche cosa che non ha mai voluto
andar giù... Ma prima di morire, voglio farmela passare, perdio!


VI.

Gregorio vuotò un bicchiere. — Don Remondo mormorò delle parole che non
erano una giaculatoria da prete.

— Avete mai provato colla vostra bacchetta a scacciare un grosso
ragno dal suo telaio? — Se il ragno cade a terra, subito si raggruppa,
diventa piccino, si perde fra i sassi e rimane immobile fino a quando
non lo abbiate perduto di vista. — Così ho dovuto far io, così ho fatto
in quell'occasione, — come non avessero parlato con me... come se nulla
ci fosse stato... Restai là parecchi minuti... cogli occhi a terra...
fino a che, dopo essersi sfogati con delle parole da far raccapricciare
le anime del purgatorio, quei due cani si furono allontanati... Appena
mi parve che il pericolo fosse cessato, levai timidamente lo sguardo...
e vidi quei due che se ne andavano con aria di trionfo picchiando la
terra colle sciabole... Avevano cessato di bestemmiare in tedesco,
ma ridevano in italiano... Ed uno si volse indietro a guardarmi, —
lui, proprio lui — quell'infame rideva con una bocca da vipera! —
Don Remondo: credete voi che qualche volta... in certe occasioni...
quello che sta lassù... possa udire certe parole che si pronunziano a
voce bassa col veleno nell'anima? Io per me ci credo. Ho sentito dire
che il basilisco, quando guarda fissamente una persona, la uccide.
Orbene: ponete che in quel momento io avessi nel cuore e negli occhi
tutto il veleno del basilisco — ma io non lo fissava per ucciderlo,
quell'assassino del mio sangue — io lo fissava per piantargli nelle
viscere la maledizione. Sentite le parole che io scagliava dietro lui,
senza muovermi d'un passo, appiattato nel mio fango come un rospo su
cui è passata la vanga: «Che tu possa vivere finchè venga un altro
quarantotto!...» Questa _sentenza_ l'ho scagliata dietro lui non meno
di trenta volte. Egli non ha avuto più il coraggio di volgere indietro
la testa — io credo che egli debba aver sentito nel cuore qualche
cosa come un chiodo gelato. Ed ora, non saprei dirvi, don Remondo,
come io partii da Milano, come tornai al paese — Sono uscito da una
porta... ho camminato due giorni e una notte... sono entrato in casa
una mattina, mi sono inginocchiato presso al letto della mia Veronica
che dormiva — e ho pianto per due buone ore. Dopo, ho potuto dormire
anch'io — e quando mi sono svegliato, il primo pensiero che mi venne
in mente fu questo: Gregorio: ora bisogna vivere, e aspettare l'altro
_quarantotto_! — Intanto si è dovuto tirare avanti dieci anni... La
Veronica stette ammalata ventidue mesi... e sempre domandava di sua
figlia... Ho dovuto inventargliene per risparmiarle il dolore...!
Io andava tutte le settimane ad Osteno a vedere quella poveretta che
dimagrava a vista d'occhi... — La sua prima parola era sempre questa:
come va la mamma? — e poi subito, a bassa voce, facendosi tutta rossa:
per l'amor di Dio... ch'ella non sappia mai nulla! — Ed io ho tenuto
parola — quella brutta istoria è rimasta qui dentro... Voi solo, ne
sapeste qualche cosa... Era ben necessario che qualcuno mi consigliasse
in quei brutti momenti...! Ma pure io non vi ho mai detto il capo o la
fine come ho fatto questa sera... Vi ricordate? Il bambino è venuto al
mondo la mattina del sedici giugno... Voi mi avete insegnato la via
della via per mandarlo al sicuro... E nessuno, meno la mia sorella
di Osteno, nessuno ha saputo della disgrazia. Due mesi dopo, quando
io aveva stabilito di ricondurla al paese... chè ciò avrebbe fatto
tanto bene a sua madre... la povera Martina morì come una santa. Sono
arrivato in tempo a vederla... Mi ha domandato perdono... Di che?
Cosa aveva fatto di male quella povera creatura?... Le sue ultime
parole furono quelle che mi ripeteva sempre ogni volta che andavo a
trovarla: «mai!... nè anche quando sarò morta... non dite mai nulla a
mia madre... glielo dirò io... quando ci incontreremo in paradiso...!»
— Così è morta... Dopo ventiquattro ore l'abbiamo collocata nella
cassa... io e mia sorella — e poi sono rimasto là fin quando l'hanno
portata via... A Osteno non aveva amiche... nessuno la conosceva...
Non c'eran più di dieci donne ad accompagnarla al campo santo... Io mi
sono inginocchiato presso una finestra... l'ho seguita cogli occhi fin
oltre il muricciuolo del sagrato — e quando non si vide più nulla...
allora... Ah! voi credete, don Remondo, che durante quella cerimonia
io abbia risposto alle litanìe dei morti... che io abbia pregato il
Signore? Nè anche un _deprofundis_! Quando non si vide più nulla di
quel povero cofano coperto di stracci, mi è sembrato di trovarmi ancora
laggiù... a Milano... in quella grande pianura... Ma il castello non
c'era più... tutto era deserto... non eravamo là che noi due... io e
quell'assassino — egli inginocchiato a domandarmi la vita, io sopra
di lui a piantargli una baionetta nelle viscere. — Questa orribile
visione è stata il mio _deprofundis_, la preghiera che io ho recitato
in quella stanza donde era uscita la mia povera Martina per andare al
campo santo.


VII.

La voce di Gregorio si era fatta roca — i muscoli neri delle sue
braccia si erano gonfiati. Don Remondo con accento di compassione e di
benevolenza si studiava di moderare quegli impeti appassionati.

— Sentite, don Remondo — riprese il vecchio col suo energico accento
— io credo che la mia anima andrebbe dannata se prima di morire non
facessi qualche cosa anch'io per aiutare la giustizia di Dio. Se si è
fatta la guerra ai tedeschi, vuol dire che i tedeschi ne devono aver
fatte tante e poi tante a noi poveri italiani, che finalmente anche
quel lassù si è stancato. Le ho sapute tutte... A me la figlia... a
quest'altro la moglie... dei poveri innocenti mandati alla forca...
bastonate a dritta e a sinistra... centinaia di individui morti nelle
prigioni... E senza andare lontano... da noi... nella nostra piccola
valle... quali orrori... quanti assassinii!... Basta! Il secondo
quarantotto è venuto... Hanno dovuto andarsene un'altra volta... dai
nostri paesi... ed io — vedete maledizione! — io... nel cinquantanove,
non sono arrivato in tempo... E voi ci avete avuto un po' di colpa,
don Remondo... Mi dicevate: «aspetta, Gregorio!... non è tempo di
partire... non è tanto facile passare il confine... Garibaldi verrà
su da Varese... quanto prima egli dovrà passare per Como, e allora noi
andremo ad arruolarci con lui!» Sicuro ch'egli ci è passato per Como,
Garibaldi!... e poi si è portato a Lecco... e noi... bel da fare!...
siamo corsi laggiù per farci iscrivere... e abbiamo avuto il nostro
fucile quando non c'era più modo di adoperarlo! E loro le avevano già
amministrate le loro pillole di piombo... si erano battuti a Laveno,
a Varese, a San Fermo... mentre noi, gira di qua, gira di là, _daghela
avanti un passo_... caricate le armi — un bel giorno vengono a dirci:
fermo, signori!... alto!... non c'è più guerra... hanno capitolato...
hanno accomodato l'armistizio... la diplomazia... l'accidente che li
fulmini tutti...! E dopo alcuni giorni — vi ricordate, don Remondo?...
noi eravamo a Lecco a fare il diavolo sulla piazza — e quel signore
di Tirano colla barba rossa ci ha rimandati al paese con queste
belle parole: basta! quel che ho fatto, ho fatto, e quel che voi non
avete fatto, lo faremo noi! — (Col tempo e colla paglia!...) Dio! le
belle parole! Ma intanto...! Intanto _daghela avanti un passo_ come i
gamberi... ed io sono tornato al paese con quel gusto!... Oh! non sarà
così questa volta... ve lo prometto io... Questa volta non si perderà
il tempo a piantar delle carote... e dovranno lasciarci fare... perdio!
La vuol esser l'ultima, don Remondo! Ci venite voi? Ebbene: non bisogna
perder tempo... Preparare i nostri arnesi, e via tutti quanti!...


VIII.

In quel momento Ernani rientrava nel cortile tutto affannato. Quel
gracile fanciullo di sedici anni, giuocando cogli altri contadinelli,
si era fatto tutto rosso — le sue guancie diafane stillavano come il
muro di una cantina.

— Diamine!... Mi vai tutto in sudore, figliuolo mio! Ci vuol altro...
ci vuol altro! Con Garibaldi bisogna marciare! Venti... qualche volta
trenta miglia al giorno... e a gamba levata!

— Oh! non dubitare, papà Gregorio! — rispose il fanciullo — io non ho
paura delle marcie.

— E degli schioppi... avrai tu paura? chiese don Remondo accarezzando
il fanciullo collo sguardo.

— Degli schioppi...! Ma ne avremo anche noi degli schioppi, non è vero,
papà Gregorio?...

— Per noi due il governo non avrà da far spese... c'è tutto... Gli
schioppi, le baionette, il sacco, le cartuccie... Questa volta ci siamo
provveduti in tempo...

— Ma dunque? andremo proprio con Garibaldi? domandò il fanciullo
saltando al collo del vecchio.

— Sicuro che ci andremo...

— Quando?

— Quando... quando!... Bisogna domandarlo a lui... a don Remondo... Ci
capisco io qualche cosa di queste gazzette?... Là! fatemi il favore,
don Remondo... tornate un po' a leggere il proclama di Garibaldi!

— Ma finora non ci sono proclami — rispose il prete — non sono che
notizie da Caprera... dei _si dice_...

— Ma... dei _si dice_...! come nel cinquantanove! E mentre quegli altri
si battevano, noi stavamo qui a masticare dei _si dice_!... Ernani: va
a dormire!

— A dormire!... Così presto?... Ma io non ho sonno...

— Va a dormire, ti dico: domattina verrò a svegliarti di buon'ora... e
andremo tutti e due... dove s'ha da andare...

— Da Garibaldi!... esclamò il fanciullo battendo le palme.

E di nuovo saltò al collo del vecchio; poi, senza dire parola, Ernani
s'avviò alla cucina, salì per una scaletta di legno e disparve.

— Che vuol dire questa novità? — domandò il prete — se n'è andato senza
salutarmi!

— Quel ragazzo aveva voglia di piangere... Io l'ho capito... Oh! non
dormirà questa notte... il povero figliuolo!

— Ma dunque... anche lui... ha una gran voglia di andare alla guerra!
A quell'età! E si può dire che egli non sa nemmeno cosa siano quei
maledetti che a noi hanno fatto tanto male!

— Ditemi un po', don Remondo — prese a dire Gregorio col tono
misterioso di chi sta per rivelare un grande segreto. Ditemi un poco:
perchè ci siete andato... perchè ci tornerete anche voi alla guerra?
cosa vi hanno fatto di male, a voi, quegli scomunicati di tedeschi?

— Io vado a battermi — rispose don Remondo con qualche imbarazzo — io
vado a battermi per un principio... perchè ho veduto le atrocità che
i tedeschi hanno commesso nella nostra povera valle... uccidendo tanti
poveri innocenti...

— Dite la verità, don Remondo — fra questi poveri innocenti non c'era
qualcheduno che vi apparteneva.... al quale eravate specialmente
affezionato... qualche amico?...

— Ebbene... sì!... capisco... dove mira il tuo discorso... Tutti
abbiamo le nostre debolezze... Noi preti si vive nell'isolamento...
non abbiamo famiglia... Io amava il mio bracco come un amico... Alla
fine non è un delitto portar un po' di affezione alle bestie che
sono anch'esse creature di Dio! Cosa aveva fatto di male quel povero
_Fido_?... Vedendo quelle _monture_ bianche e quelle sciabole, s'era
messo ad abbaiare... Ed essi — bel coraggio! bella forza!... pinf!
panf! me l'hanno freddato con due palle nella testa!

— E voi non l'avete più perdonata a quei mostri! — proseguì Gregorio —
si capisce! Ma a quel ragazzo... vedete!... a quel ragazzo i tedeschi
hanno ucciso ben altro che un cane...! Hanno ucciso la persona che
tutti al mondo si tengono più cara — la persona che egli ama, che
egli adora senza averla conosciuta... una santa che prega per lui in
paradiso... sua madre.

— Ma dunque... — esclamò il prete — questo ragazzo che da cinque o sei
anni ti sei tirato in casa... che tutti credono tuo nipote...?

— Sotto voce... che nessuno ci senta! — sì!... è lui — badate che io
vi parlo come se foste il mio confessore — è il figlio della mia povera
Martina!




PARTE SECONDA

Il Dovere.


I.

Fra le molte famiglie che in Lombardia arricchirono considerevolmente
dopo le disastrose peripezie del 1848, una ve n'ha in Milano, la
quale oggigiorno può competere, in fatto di dovizie, col patriziato
più illustre di censi. La voce del popolo, che è voce di Dio,
attribuisce a questa famiglia un patrimonio di cinque o sei milioni.
— Al fortunato capitalista noi daremo un nome di nostra invenzione —
lo chiameremo il signor Lorenzo De Mauro, senza defraudarlo di quel
_de_ pretensioso, che egli stesso volle assumere in una giornata di
riabilitazione e di buon umore. — Cosa era il signor De Mauro prima
del 1848? — Bisogna discendere molto basso per rintracciarne l'origine
— noi non ci daremo la pena di calcare tutto il fango pel quale ha
dovuto trascinarsi questo oro che oggi rifulge sulle alte cime della
società. — E d'altra parte, a che gioverebbe? — Si tratta di un uomo
ricco, di un uomo divenuto potente, che dà pane a tanti artisti, che
presta danaro a tanti _signori poveri_, che ha regalato un pallio alla
chiesa parrocchiale, che fuori di Milano, nel paesetto ove possiede,
ha promesso di rifabbricare a sue spese il campanile. — Non si domanda
il passato ad un presente così luminoso — e quand'uno osa farlo, tutti
in coro rispondono: «che importa?... sì... forse.... ma pure... la
invidia... la calunnia...» Noi dunque ci limiteremo a dire di questo
passato solo quel tanto che importa all'intelligenza del nostro
racconto.


II.

La fortuna del De Mauro cominciò — per quanto dicono — con delle
speculazioni sulla carta bollata. Questa istoria ha dello inverosimile.
Più tardi vennero gli approvvigionamenti militari — poi gli appalti per
la costruzione di alcuni fortini, quindi, in occasione della battaglia
di Novara, il noleggio dei mezzi di trasporto, e di nuovo la fornitura
delle vettovaglie all'esercito austriaco. — Dotato di molta avvedutezza
e di poca coscienza, il De Mauro cominciò per bene la sua carriera. I
tedeschi furono contenti di lui, ed egli naturalmente di loro — così,
di appalto in appalto, il nostro uomo raggiunse la meta invidiata —
divenne milionario. — Non spetta a noi rivedere le partite arretrate
per verificare l'esattezza dei bilanci — poichè il governo austriaco fu
pienamente soddisfatto!.... E d'altra parte, non è forse vero ciò che
dicono molti, che i fornitori d'armata hanno mille occasioni di rubare
_onestamente_? — La maggiore o minore onestà risulta dall'esito. Fatevi
fucilare sul campo, e siete fior di canaglia; uscite salvi ed illesi
coi vostri milioni, e avrete fama di industriale avveduto. L'onestà
degli speculatori si misura a questa bilancia.


III.

È ben vero che in sulle prime — all'improvviso bagliore delle nuove
fortune — il popolo mormora e qualche volta calunnia. — Ma il signor
De Mauro, co' suoi milioni, oppose una barriera alle dicerie di
quell'infima classe donde era uscito. Un'altra società, un altro
mondo si apriva per lui. — Egli sapeva che questa società doppiamente
maligna, ma frivola altrettanto, che questo mondo avverso ai nuovi
arricchiti, ma altrettanto facile alle transazioni, si poteva
agevolmente conquistare e dominare colla servilità e coi favori. Stese
la mano timidamente ai più prossimi — strisciò nelle anticamere, fu
prodigo di inchini ai potenti. Qualche persona di _rango_ cominciò a
_restituirgli le visite_ entrando nel suo palazzo per la porticina —
più tardi il portone si aperse per tutti. — Ecco un uomo riabilitato,
un uomo influente, un uomo _di considerazione_ — Era egli felice? —
Una stolta domanda — e voi che la proponete, osereste asserire di esser
felici? — Quella porzione di male che si aggrava su ciascun individuo
della specie umana, pel signor De Mauro era la coscienza del suo
passato, era il non esser capace di dimenticare egli stesso ciò che
la società, per lo meno in apparenza, aveva potuto dimenticare. Da ciò
una inquietudine vaga, una perpetua diffidenza. Non osava persuadersi
che qualcuno gli fosse amico. Un'occhiata meno franca lo metteva in
sospetto — un freddo saluto lo irritava come un insulto. Odiava senza
ragione. Delle voci sinistre giungevano qualche volta al suo orecchio,
lo assalivano di fianco come pugnali. — Dopo la riscossa del 1859 passò
dei giorni affannosi — il suo contegno divenne più umile, tentò sulle
prime di eclissarsi. Nel fondo del cuore egli deplorò come propria
sventura la cacciata degli austriaci — e nondimeno fu tra i primi
a inalberare la bandiera nazionale sul terrazzo della sua casa, e a
versare delle somme cospicue a pro della patria. — Erano le elargizioni
della paura — ma il contante produceva un benefizio reale — il nuovo
governo e il buon popolo accettarono quei tributi generosi come prove
di patriottismo. — Nullameno — ci duole il dirlo — il signor De Mauro
non cessò mai di rimpiangere segretamente i tedeschi. Le trepidazioni
della sua coscienza erano meno sensibili prima del 1859 — ed ora, la
libertà della stampa, ciò che egli chiamava la sfrenatezza del popolo,
costituivano per lui una minaccia perenne. Senza questa minaccia, egli
poco o nulla si sarebbe preoccupato delle nuove condizioni politiche
del paese, fors'anche avrebbe diviso sinceramente le gioie della patria
redenta nel solo senso che per lui era possibile: «governo nuovo,
risorse nuove!»


IV.

Per completare questo personaggio che avrà pochissima parte nel nostro
racconto, ma che pure ne è in certo qual modo la causa efficiente, non
ci resta che aggiungere alcuni particolari intorno ai suoi rapporti di
famiglia.

Nell'anno 1847, quando era povero e incerto tuttavia del proprio
avvenire, il signor De Mauro condusse in moglie una vedova di circa
venticinque anni, la quale gli portava in dote una rara bellezza,
un cuore di angelo e circa seimila lire fra danaro e masserizie. A
quell'epoca, pel De Mauro, era un matrimonio di speculazione; quelle
seimila lire dovevano costituire la prima base della sua fortuna.

Sarebbe malignità soverchia attribuire all'influenza di quel piccolo
capitale l'affezione che il signor De Mauro portò sempre alla moglie.
Egli non cessò mai di amarla anche in mezzo al tumulto degli affari
ed al tripudio affannoso delle ricchezze. Si chiamava Serafina. Una
donna di spirito mediocre, docile e mansueta come un agnello. Dopo
aver condivise le angustie e le agitazioni del marito negli anni più
disagiati, quella rapida e abbagliante prosperità che dal 1848 in
appresso si era veduta sviluppare intorno a lei, le pareva miracolosa.
Ne era quasi sgomentata — e quegli ingenui sgomenti formavano la gioia
del marito. Il signor De Mauro, nelle sorprese di sua moglie, in quelle
enfasi di maraviglia che toccavano i confini della paura, gustava
doppiamente i propri trionfi. Egli era il giuocatore di prestigio che
dopo aver gettata nel bossolo una moneta di rame, ne fa uscire gli
scudi a centinaia fra lo stupore e l'applauso del pubblico. Per il
signor De Mauro il pubblico era la moglie — la buona Serafina vedeva
l'oro moltiplicarsi, crescere la agiatezza, e sempre, all'annunzio di
nuove fortune, rideva e tremava per impeto convulso. Qualche volta,
fissando nel marito i suoi grandi occhi pieni di spavento, ella non
poteva trattenersi dallo esclamare: saresti tu mai il diavolo!... A
tali parole il marito si sentiva rapire dalla gioia. —


V.

Abbiamo schizzato due ritratti e due biografie. Ma il signore e la
signora De Mauro, come già avvertimmo, non prenderanno molta parte
nella breve storia che siamo per riferire. — Vi è un giovane di
ventidue anni in questo palazzo costrutto coll'oro degli appalti
e delle forniture militari, un giovane che è passato per tutte le
fasi delle fortune paterne senza quasi avvedersene, che sarà un
giorno l'erede di uno dei più cospicui patrimonii di Milano, ed è,
cionnullameno, infelice, noiato della vita e cupamente misantropo.
Un bel giovane dai capelli bruni, dallo sguardo profondo, dal labbro
ardente, adorato dai genitori, stimato dagli amici, desiderato nei
circoli della società più eletta. Eppure il figlio del signor De Mauro
non brilla fra gli eleganti di Milano, rifugge dai convegni brillanti,
vive quasi isolato. In famiglia, rare volte si abbandona a quelle
espansioni confidenziali che una madre affettuosa, una tenera madre
qual è la signora Serafina, avrebbe diritto di attendersi dall'unico
figlio. — Qual è il segreto di questa tristezza che ogni giorno
progredisce in un cuore di ventidue anni? — Noi lo sapremo fra breve. È
tempo oramai che i nostri personaggi si mettano in azione, che prendano
a rivelarsi da sè medesimi.


VI.

Una sera, in sul finire del maggio 1866, si trovava adunata nel
medesimo gabinetto — ciò che avveniva rare volte — tutta la piccola
famiglia — La signora Serafina era intenta a ripassare delle lingerie
— Ella non aveva mai potuto rinunziare alle abitudini casalinghe de'
suoi anni meno fortunati — Il signor De Mauro leggeva la _Gazzetta di
Milano_ — e tratto tratto levava la testa dal giornale per lanciare una
occhiata fuggitiva a suo figlio che, in quella sera, pareva di umore
assai tetro.

— Ebbene? non ci dici nulla, Edoardo! Come hai passata la giornata? —
domandò la signora Serafina al figliuolo.

— Come al solito! — rispose il giovane a voce bassa; stamattina ho
lavorato un poco nel mio studio da pittore... poi verso le due sono
uscito..,

— A cavallo?...

— No... sono andato a piedi fino alla stazione della ferrovia...
Quest'oggi partivano per Como più di duemila volontari...

— Ah!... tu pure ti trovavi alla stazione, Edoardo! — disse il signor
De Mauro, interrompendo la lettura. — Non ti ho veduto... Ti avrei
ricondotto colla mia carrozza...

— C'era tanta folla!... rispose il giovane sbadatamente senza volgere
gli occhi a suo padre.

— È vero! c'era mezzo Milano... per vedere quei bei... mobili! Che
faccie quegli alessandrini... quei greci...! gente da far paura! tutti
armati di coltello... e di _revolver_... Parevano assassini!

— Eppure... a quanto dicono... sono tutte persone...

— Persone...? sentiamo un poco... Edoardo!...

— Persone rispettabili e degne di ammirazione! esclamò il giovane con
accento vibrato — essi hanno attraversato il mare e sono venuti ad
offrire il loro braccio all'Italia, a far arrossire quei pochi italiani
che, giovani com'essi e vigorosi, rimangono qui a poltrire nell'ozio e
ad almanaccare sui dispacci dell'Agenzia Stefani!

Il signor De Mauro fissò nel giovane due occhi quasi atterriti.
L'enfasi di quelle parole gli avevano rivelato ciò che egli da
parecchie settimane tremava sempre di dover intendere. La buona
Serafina intervenne fra padre e figlio.

— Oh! sicuro... Edoardo ha ragione... Li ho veduti anch'io quei
bravi giovani... l'altro ieri... quando sono arrivati... Non è poco
sacrifizio... venire da paesi così lontani e dicono... a loro spesa...
per combattere contro i tedeschi... e sarebbe proprio vergogna se i
nostri...

— Non c'è questo pericolo, mamma — riprese Edoardo con accento più
mite — quest'oggi, anche dei nostri ne partivano più di due mila... e
altrettanti ne partirebbero domani, se il Governo non avesse creduto
bene di sospendere gli arruolamenti per la esuberanza degli accorsi...
Ma quanto prima... dicono il cinque giugno... si ricomincerà da capo...

— E tutti quelli — riprese la signora Serafina — tutti quelli che amano
la patria, e che sono abbastanza robusti da poter resistere alle dure
fatiche del campo... faranno senza dubbio il loro dovere!...

— E lo faremo tutti, il nostro dovere! — esclamò il signor De Mauro
con una voce che indicava il proposito di conciliarsi la benevolenza
e l'ammirazione di suo figlio. — Noi abbiamo già dato cinquecento lire
per le famiglie povere dei contingenti — d'altre cento lire ho disposto
per quelli fra i nostri giovani di studio che sono partiti per il campo
e saranno per ritornarne colla medaglia del valore militare — Se tu
credi, Edoardo — sentiamo un poco il tuo parere — sai... del denaro
non ce ne manca... è roba tua... e puoi farne liberamente quell'uso
che credi migliore... Dobbiamo stabilire una piccola rendita vitalizia
a tutte le vedove e le madri dei nostri coloni, le quali avessero a
perdere il marito od il figlio in queste ultime battaglie della patria?

— Tu sai bene che quando si tratta della patria...

— Ebbene... sì! faremo anche questo sacrifizio... cioè... tu,
Edoardo... Alla fine... come dicevo... è roba tua... E faremo stampare
sui giornali... che il signor Edoardo De Mauro...

— Questa ci mancherebbe! — esclamò il giovane con accento di sentita
ironia — Stampare nei giornali che il signor Edoardo De Mauro, un
giovinotto di venti anni, sano, robusto, addestrato al maneggio delle
armi, ha voluto esimersi dal suo obbligo di prestare il braccio alla
patria... costituendo una pensione vitalizia in favore di quei poveri
contadini che sono andati a farsi ammazzare in sua vece, perchè hanno
sentito — essi, idioti e quasi ignari di avere una patria! — hanno
sentito che in questo sublime momento della nazione non vi è altro
posto d'onore per un giovine italiano che il campo di battaglia!

La fronte del signor De Mauro si coperse di una nube. I suoi occhi bigi
coperti da folte palpebre cercavano ansiosamente quelli di Serafina
— ma dessa, la buona madre di Edoardo, teneva lo sguardo intento alle
lingerie, e non osava respirare.

Il signor De Mauro, dopo breve meditazione, riprese a parlare con
quel tuono moderato e insinuante che pretende persuadere colla duplice
influenza della logica e del sentimento.

— Si lavora per tutta la vita e si diventa vecchi... Si adunano delle
fortune... non per sè stessi... ma per quelli che vivranno dopo
noi... pei nostri figli.... Quando se ne ha molti dei figli... si
capisce... questi vanno e quelli restano a casa.... Fossero due!...
meno male! — io non mi farei pregare... io direi: qual è di voi che
vuole arruolarsi?.... Tirerebbero a sorte... non è vero, Serafina? —
anche tu saresti contenta. — Ma quando non si ha che un solo figlio...
e quando si può giovare alla patria... quando si può fare dell'immenso
bene al paese senza sacrificare il nostro sangue — allora, dico io,
allora bisogna essere senza cuore, o peggio, ubbriachi di fanatismo
e di orgoglio — sì... anche di orgoglio! — per resistere alla voce
della natura, agli istinti dell'affetto... Oh! ne abbiamo veduti dei
padri fare ostentazione di un tale cinismo! Dei vecchi usurai, i quali
non si vergognarono di negare alla patria una miserabile oblazione di
poche lire, poichè, dicevano essi, avevano già dato... il loro figlio!
— Ah! si farebbero le belle guerre... senza i milioni!... Sono forse
le braccia che mancano? Dove ci sono milioni, ci sono soldati.... Mi
parlate dei contadini!... Essi vanno perchè devono andare.... Ebbene:
quando noi proprietarii si fa piovere qualche spicciolo nelle giberne,
quando noi si provvede al mantenimento delle famiglie povere e si
istituiscono premii e pensioni vitalizie... ecco questi poveri ragazzi
partono di buona voglia... gridano: viva l'Italia! e marciano incontro
al fuoco con coraggio! Uno diventa due — le forze si raddoppiano...
e con uomini di tal fatta non c'è più da temere! — Convengo... se vi
fosse penuria d'uomini.... Ma tu lo vedi — Edoardo — si è obbligati a
sospendere gli arruolamenti... Uno più, uno meno conta per qualche cosa
in un esercito che trabocca? — Nulla! proprio nulla! — Ma questo uno
conta per tutto... è tutto nella vecchia famiglia di suo padre e di sua
madre... e quanto all'esercito, quest'uno può contare per cento senza
allontanarsi dalla propria casa. Io te lo ripeto, Edoardo: domanda
ciò che vuoi — io sono pronto a qualunque sacrifizio. Non ami che i
nostri sacrifizi sieno fatti palesi per mezzo dei giornali? Sia pure.
— Registrerò le offerte a nome mio... Ma tu... nella tua coscienza
potrai dire: sono io che ho indotto mio padre a far questo — sono io
che soccorro tante famiglie povere di soldati... Leggo nelle _Gazzette_
che il governo ha bisogno di cavalli... Ne offriremo due... sei
contento?... Pensaci — o far le cose per bene o non farle... Ho messo
gli occhi sul tuo Morello... Hai capito, Edoardo?... Sei tu disposto a
privartene?

— Morello!?... Non è possibile! — rispose il giovane alzandosi in piedi
e levando un lume dalla tavola in atto di ritirarsi.

— Ah... vedi!... ti dispiace privarti del tuo più bel cavallo... Anche
questi sono sacrifizi!...

— Gli è che Morello mi è divenuto indispensabile — disse Edoardo
avviandosi verso la porta — perchè domani io intendo presentare la mia
petizione alla commissione degli arruolamenti volontari per entrare nel
corpo delle guide!

Ciò detto, il giovane uscì dal salotto senza volgere la testa.


VII.

Il signor De Mauro rimase come un uomo percosso dal fulmine. — Era la
prima volta che suo figlio osava parlargli un simile linguaggio, la
prima volta che quel figlio taciturno e sottomesso accennava di volersi
ribellare alla autorità paterna in modo sì franco e risoluto. — La
signora Serafina tremava. Ella si attendeva una di quelle esplosioni
violente che andavano a scaricarsi sovr'essa, ogniqualvolta al tenace
dispotismo di suo marito si opponevano delle contrarietà inesorabili.

Ma questa volta l'esplosione non avvenne. Il signor De Mauro aveva
bisogno di un alleato per lottare vantaggiosamente contro la ribellione
del suo unico figlio; e il migliore, il più potente alleato — egli
lo comprendeva — era la madre di Edoardo. Serafina era più forte di
lui, poichè la tenerezza di una madre ha maggiore impero sul cuore di
un figlio che non l'affetto paterno. Il signor De Mauro non aveva mai
permesso a sua moglie di intromettere una mezza parola nelle vertenze
più scabrose dei suoi affari, delle sue speculazioni commerciali; ma
ora egli sentiva il bisogno di prendere consiglio da quel cuore di
donna, da quel senno di madre.

— Hai tu sentito, Serafina? — cominciò egli con voce fioca e con
accento desolato — ah! ne avevo il presentimento! ma pure non avrei
creduto ch'egli avesse a mostrare tanta durezza!... Un bel vantaggio
davvero... questa libertà!... Cosa abbiamo guadagnato?... Non si può
contare su nulla... nè anche sui figli...! Ingrati! E quando vi hanno
detto: _la patria_... _l'Italia_... credono di avere il diritto di
calpestare il padre, la madre, tutti gli affetti o i doveri della
famiglia! Noi altri non si conta più nulla... noi! La patria, l'Italia,
e crepino nella solitudine e nella amarezza coloro che ci hanno messo
al mondo, e che vivono solo per noi! — Che cosa ne dici, Serafina?...

— Io dico che quel ragazzo...

— Non è più un ragazzo... Serafina! — Oh se lo fosse, faremmo presto
a metterlo al dovere!... Ma ti pare? Quando io mi era messo a fargli
un po' di morale, a mostrargli come due e due fanno quattro, che
noi signori si può fare molto bene alla sua patria senza metterci là
ad aumentare di venti o trenta chili la carne da cannone — cosa ha
risposto... vediamo!... «Domani anderò a presentare le mie petizioni al
Comitato degli arruolamenti»! — Domani!... Hai capìto, Serafina?... Ma
io credo che la petizione abbia già fatto la sua strada a quest'ora...
credo che da questo lato non ci sia più mezzo di attraversargli la
via... Quel ragazzo è già bello ed arruolato!

— Non ancora! — rispose Serafina timidamente — sai bene che Edoardo
dice sempre la verità...

— Non ancora?... Capisco... tu ne sapevi qualche cosa... Hai fatto
male a non avvertirmene subito... Ma pure... se le cose stanno come tu
dici... Vediamo: — ma tu non ti sei provata a fargli intendere ragione?
non hai tentato?...

— Io?... Sicuro che gli ho parlato... La prima volta che Edoardo si
lasciò sfuggire una mezza parola su tale argomento, gli ho detto: bada,
figliolo mio; tu non hai salute da buttar via, tu non potrai reggere
alle fatiche del soldato... lascia andare quelli che sono già abituati
alle durezze e ai disagi della vita...

— Ed egli ti avrà risposto: anche il tale e il tal altro appartengono
alle prime famiglie di Milano, sono nati e cresciuti nella bambagia...
il figlio del conte G... il figlio del marchese C..., e via con una
filza di piccoli conti e di piccoli marchesi!... Bisognava prender
la cosa da un altro verso!... Serafina... tutti quanti si credono
Ercoli... si credono Sansoni... in questi momenti!... anche quelli, che
l'anno passato giravano per la città con una veletta azzurra abbassata
sulla faccia come le modistine che vanno a bottega!

— Gli ho anche proposto — come tu mi avevi indicato una sera — gli ho
proposto di fare quel tal viaggio a Parigi ed a Londra...

— Sicuro... una buona idea! egli mi tormenta da due anni per ottenere
il permesso... ed il danaro... Ebbene: che cosa ha risposto?

— Ha risposto che per andar a Parigi egli vuole aspettare la grande
esposizione dell'anno venturo... e che del resto... sarebbe una
vergogna per un giovane come lui... il farsi vedere sui _boulevards_ di
Parigi...

— Imbecille! come se a Parigi avessero a riconoscerlo e a fischiargli
dietro le spalle, perchè, essendo figlio unico, ed unico erede del
signor De Mauro, che possiede oltre sette milioni di patrimonio, non
è andato a farsi massacrare dalla mitraglia, onde gli altri abbiano
a godersi il fatto suo. C'è proprio da sbattezzarsi a vedere come
ragionano queste teste! E dire che le abbiamo fatte noi...

— Insomma...

— Insomma... ho capito... Non sei riuscita a mettere assieme quattro
ragioni da persuaderlo ch'egli si è fitto in capo una idea da
matto... Bisognava assalirlo dal lato della sensibilità... parlargli
dell'immenso dolore che mi avrebbe cagionato... del tuo amore... dirgli
che saresti morta... Tu sei la persona ch'egli ama di più a questo
mondo... Oh vedete un po' se si può dare di peggio?... Fosse almeno
innamorato...! avesse almeno preso moglie!... Quand'uno ha moglie, non
pensa a certe follie... Sono fatti così questi ingrati di figli...
Il padre, la madre piangano pure... si disperino... muoiano... che
importa? ma per una fanciulla che faccia gli occhi morti... per una
moglie che finga di svenire, essi cedono le armi, diventano docili e
sommessi come agnelletti...!

— Lorenzo... mi viene un pensiero! — esclamò la signora De Mauro
abbandonando le sue lingerie e guardando fissamente il marito — forse
un mezzo ci sarebbe...

— Sentiamo, mia buona Serafina... Sentiamo!

— Tu non mi sgriderai se ho taciuto finora...

— Via, poichè mi dici che vi è un mezzo...

— Sarebbe... Tu dicevi che una donna... una fanciulla... che insomma...
quando un giovane è innamorato...

— Dunque... lui... Edoardo... sarebbe?... Ma perchè aspettar tanto...
a parlarmene?

— Mio Dio!... Avrei parlato prima d'ora... ed anzi... da circa tre
mesi non si è fatto che esplorare l'occasione favorevole... Ma tu...
in questi tre mesi ne hai combinati tanti dei matrimonii pel nostro
Edoardo! Non saranno venti giorni... volevi che egli sposasse la figlia
del banchiere Zanna...

— Che possiede una bella e buona dote di ottocento mila franchi alla
mano e tre zii milionarii... Ma non era la dote che mi stava a cuore...
Io prevedeva il temporale... io capiva di avere a fare con un matto...
e volevo, ad ogni buon conto, incatenarlo ad un pezzo di moglie!...
Ma tu dici che il ragazzo ha già le sue idee... Sentiamo... Purchè ci
stiano le nostre convenienze...

— Si tratterebbe... Tu conosci la figlia del Contareno... quella cara
fanciulla...

— Il marchese Contareno!... uno spiantato... tutto boria... tutto
fumo...

— Ma la ragazza ha ereditato la dote di sua madre... poca cosa...
circa centomila franchi... Il nostro Edoardo è d'altra parte abbastanza
ricco... e poi... gli è tanto innamorato di quella figliola...

Il signor De Mauro stette alcuni momenti sopra pensiero, colla testa
appoggiata alle mani... Le sue dita si agitavano convulse sulla fronte,
come quelle di un suonatore sulla tastiera d'un pianoforte.

Scorsi alcuni istanti, riprese a parlare; ma questa volta a bassa voce,
senza badare alla moglie, senza attendere risposta.

— Famiglia di spiantati... ma pure... una nobile famiglia... Questo
sarebbe forse un espediente per vincere l'orgoglio e la ritrosia
di cert'uni... Tutto sta che quella mummia di marchese non abbia
l'aria di farmi una grazia!... Egli n'è ben capace!... Non hanno un
baiocco... ma del fumo... del fumo ce n'è da acciecare un battaglione
di ussari!... Non vogliono persuadersi che il loro tempo è finito...
che oggigiorno... la nobiltà... la vera nobiltà siamo noi, o piuttosto
i nostri sacchi di marenghi. — Sentimi, Serafina...

E a questo punto il signor De Mauro rinforzò la voce, dirigendo la
parola a sua moglie:

— Credi tu che anche lei... la ragazza... la figlia di questo
marchese... sarebbe disposta?...

— Innamorata pazza del nostro Edoardo! — rispose la signora De Mauro
coll'accento dell'orgoglio e della gioia.

— Se la è così — disse il De Mauro levandosi in piedi — affare
concluso!... Domani si va dal marchese — gli si fanno le proposte — si
stabilisce che il matrimonio abbia a concludersi entro quindici o venti
giorni... si induce la ragazza... Oh! lasciamo fare a lei... Se Edoardo
è innamorato, come tu mi dicevi, si lascerà facilmente persuadere...
e addio Garibaldi, addio volontari, addio patria... e chi è minchione
vada a farsi ammazzare!...

— Ma zitto, Lorenzo!... Non posso sentire queste parole! — disse la
signora, facendosi bianca nel volto.

— Che? che?... Sta a vedere che anche tu mi diventi _repubblicana_
come il tuo Edoardo! La patria!... Sicuro: nessuno potrà dire che
io non abbia sempre amato e non ami la patria... Ma questa non è
una ragione perchè mandi mio figlio a farsi ammazzare dai croati! —
Nostro figlio deve goderla la patria — a chi servirebbe questa Italia
una e indipendente, se non fosse ai nostri figli, a quelli che la
erediteranno da noi?

Così parlando, il signor De Mauro uscì dal salotto col volto radiante.
Egli non era mai tanto felice come quando poteva sgomentare un poco
la sua docile e ingenua compagna con ciò che egli chiamava le sue
_spiritosità politiche_.


VIII.

All'indomani, verso le undici del mattino, il signor De Mauro salì
nella sua carrozza di gala, e si fece condurre in via dei B... alla
porta dell'antico palazzo dei Contareno.

Il marchese era un uomo sui sessant'anni — un patrizio dell'antico
stampo, alquanto modificato dai due rivolgimenti politici del 1848 e
del 1859, ma pure, in fondo all'anima, devoto ai principi assoluti
di un'altra epoca. Non parteggiava per l'Austria, ma era avverso
alla costituzione del nuovo regno. Egli vagheggiava un'Italia _una_,
salvo il rispetto alle provincie _appartenenti per diritto_ al Sommo
pontefice; una Italia _indipendente_, ma governata col più severo
despotismo. _Ordine e religione_: queste due parole formulavano tutto
il suo programma politico.

A quarant'anni era rimasto vedovo con una figlia, e i maligni
pretendono ch'egli sciupasse le sue sostanze nel _patrocinare_ una
allieva del maestro Blasis, che forse avrebbe consentito di rinunziare
alle danze e di prenderselo per marito, s'egli, fortunatamente, non si
fosse lasciato spiumare in anticipazione fino all'ultima penna.

Questa circostanza lo salvò da' peggiori disastri — da una moglie
ballerina, la quale non aveva le migliori disposizioni per rassegnarsi
alla vita inerte al fianco di un vecchio rovinato.

Il marchese Contareno, — convien rendergli giustizia — dopo
quell'ultimo disinganno di amore concentrò tutte le sue affezioni
nel cuore di sua figlia. Dal 1859 in appresso, la sua vita fu una
passeggiata al mattino, una tazza di semata al Caffè Cova, ed il resto
del giorno in casa, a dir male del governo e della licenza pubblica col
suo vecchio domestico e colla sua Enrichetta.

Diremo noi che la figlia del marchese Contareno, è una delle più
avvenenti fanciulle, una stella nascente del patriziato milanese? —
In un romanzo, ciò sarebbe obbligatorio — ma noi, sventuratamente,
dobbiamo attenerci alla realtà. Enrichetta è una buona figliola, dalla
statura alta, dalla fronte spaziosa e severa, dallo sguardo profondo —
è una bellezza simmetrica, dai contorni incensurabili, dai lineamenti
perfetti — ma pure non è di quei tipi di fanciulla che hanno il
fascino della seduzione. Le sue labbra, squisitamente delineate, non
si schiudono che a brevi sorrisi — i suoi occhi non brillano di quella
luce carezzante che rivela le anime espansive, esuberanti di giovinezza
e di passione.

I baci di una madre non ammorbidirono quei lineamenti; le carezze di
una mano di donna mancarono a quella infanzia vissuta nelle solitudini
di un palazzo in rovina. Enrichetta si era educata da sè — un vecchio
maestro di danza le aveva insegnato gli atteggiamenti e le pose della
gran società — uno zio prete i rudimenti della grammatica italiana e
un po' di francese — ma ella, profittando liberamente di una vecchia
biblioteca, dove suo padre lasciava ammuffire migliaia di volumi, aveva
assorbita una erudizione superiore alla sua età ed al suo sesso. A
sedici anni ella aveva letto _Plutarco_ e la _Nuova Eloisa_, i saggi di
Montaigne e il _Don Giovanni_ di Byron, la Storia di Tito Livio e il
_Cavaliere di Faublas_. E nondimeno quell'anima non si era corrotta.
Ella aveva respirato nei libri la filosofia e la lascivia, l'eroismo
della storia e le enfatiche passioni del romanzo, ma il suo nobile
carattere si era sempre elevato. A vent'anni ella non aveva ancora
amato — il suo cuore patrizio esigeva un eroe, il suo spirito colto e
fantastico aveva bisogno di un'alta intelligenza a cui affratellarsi.
— Nelle sale del Prefetto e del Sindaco, ella aveva danzato con dei
giovani ufficiali sfolgoreggianti di decorazioni, ma nessuno era
riuscito a commuoverla. Il di lei sembiante altero, sdegnoso, pareva
respingere gli adoratori. Una sera, alla veglia del casino, nessuno le
mosse incontro per invitarla alla danza. Era una piccola congiura, una
vendetta degli eleganti. Ma in quella sera un giovane le si era fatto
dappresso, e si era intrattenuto con lei alcun tempo. Le sue guancie si
erano animate di una tinta più rosea, — i suoi occhi mandarono un lampo
inusitato — quella statua di fanciulla si rianimò come per effetto di
incanto. — Enrichetta aveva trovato il suo ideale — e questo ideale,
ch'ella prese ad amare con tutto l'ardore della sua anima vergine, era
Edoardo De Mauro.


IX.

— Signor marchese, una visita! — disse il vecchio domestico entrando
nel salotto. —

— Una visita!... infatti... avevo sentito fermarsi una carrozza...

— Il signor Lorenzo De... Mauro...

— Il signor Mauro... vorrai dire. Ma cosa può condurre il signor
Mauro nel mio palazzo?... Ebbene? Che fai là ritto?... Avanti! fallo
entrare... questo signor De Mauro!...

Il servitore uscì per pochi istanti, quindi ricomparve per introdurre
il ricco industriale.

Il marchese Contareno si levò in piedi, fece un leggiero inchino, e
accennando una sedia — La prego di accomodarsi, disse — a che debbo
l'onore della sua visita?

— Io sono uomo d'affari, signor marchese... ella deve conoscermi.
Altra volta ebbi la fortuna e l'onore di parlare con lei quando si
trattò di stabilire fra noi un accordo sulle rispettive ingerenze nella
amministrazione del comune di E... In quella circostanza ci siamo
intesi senza molte parole, ma oggi si tratta di un altro genere di
affari. La proposta che io vengo a farvi non riguarda voi solamente, ma
anche la persona che vi è più cara al mondo... quella che è rimasta la
sola compagna dei vostri vecchi giorni — voi comprenderete che intendo
parlare di madamigella Enrichetta vostra figlia...

— La mia Enrichetta! — esclamò il marchese — ella è uscita, poco fa,
colla contessa De Canzio per recarsi dalla duchessa Visconti...

— Non serve, non serve! — possiamo trattare fra noi, interruppe il
signor De Mauro con un leggiero sorriso — a suo tempo consulteremo
l'aristocrazia femminile — vediamo dapprima se è possibile stabilire
fra noi i preliminari del contratto.

— Ah! si tratterebbe dunque di un contratto...?

— Sicuro! un contratto... di matrimonio, signor marchese. Brevemente:
io ho l'onore, signor marchese, di chiedervi la mano di madamigella
Enrichetta a nome di mio figlio Edoardo.

— Ah!... vostro figlio Edoardo! — esclamò il marchese impacciato dalla
sorpresa — vostro figlio... quel giovane biondo... cioè... m'inganno...
mia figlia me ne ha parlato... credo anche di averlo veduto una sera
alla veglia di Sua Eccellenza il signor Prefetto... Voi ci andate, non
è vero, allo veglie di Sua Eccellenza, il signor Prefetto?

— Poichè il Prefetto viene da noi, sarebbe sconvenienza resistere
a' suoi inviti — rispose il De Mauro con affettata indifferenza.
— Quanto a mio figlio Edoardo, se non lo conoscete, io vi darò sul
di lui conto le informazioni più precise — è un giovane di ventidue
anni, perfettamente educato, di indole eccellente; alla mia morte
sarà padrone di tutto il fatto mio, circa sei milioni di capitale, e
all'atto del matrimonio io sono disposto a costituirgli una rendita
annua di lire trentamila — che ve ne pare, signor marchese?...

— In verità... la marchesina nostra figlia non potrebbe desiderare una
posizione più splendida dal lato delle ricchezze... e quando ella non
avesse difficoltà... Voi sapete, signor De Mauro, che a tali proposte
non si risponde definitivamente se non dopo mature riflessioni...
Bisogna in ogni modo che io mi consulti con qualcheduno... coi nostri
nobili parenti... che io interroghi il cuore di mia figlia...

— Ma via, signor marchese! — Parliamoci apertamente... Credete voi
che un par mio, un uomo d'affari, sarebbe venuto a formularvi così
francamente la sua proposta, se prima non fosse stato sicuro del
consenso di vostra figlia? Che serve?... Le cose sono arrivate a tal
punto che ai signori papà non resta che rappresentare la parte dei
padri nobili della commedia — far venire i due ragazzi e impartire ad
essi la loro benedizione. — Mio figlio Edoardo è innamorato pazzo della
vostra Enrichetta... e madamigella Enrichetta è innamorata morta di mio
figlio Edoardo... Da cinque mesi si scrivono lettere di fuoco...

— Da cinque mesi!... la mia Enrichetta... scrive delle lettere...!... A
che tempi siamo giunti!... Ma siete voi ben sicuro, signor De Mauro..?
Ed io non mi era accorto di nulla...

— Oh! sta a vedere che tocca a noi altri l'accorgersi di queste
frascherie! Noi altri si fa di tutto per indovinarli i nostri figli,
ma essi, gli ingrati! adoperano tutte le arti per sottrarsi alla nostra
amorevolezza! Essi non vogliono permettere a noi il piacere di renderli
felici! — Non importa!... se ad essi pesa la riconoscenza, ciò non
toglie che il renderli felici sia per noi un dovere, una gioia!

Il signor De Mauro proferì queste parole con voce commossa. — Il
marchese portò la mano agli occhi per asciugarsi una lacrima. Egli
era uno di quei vecchi che piangono facilmente d'ogni nonnulla per
rilassatezza dei vasi linfatici.

In quel punto Enrichetta Contareno entrò nella sala — Ella entrò senza
punto badare a suo padre, ma alla vista del signor De Mauro, trasalì
leggermente. Il marchese adempì come un automa alle formalità della
presentazione; ma il signor De Mauro, ch'era uomo di mondo nel senso
più positivo della parola, alla presenza di quella fanciulla, ripigliò
il suo fare più disinvolto. Egli sentiva di avere in lei una alleata
che poteva con una sola parola decidere della situazione.

— Non potevate giungere più a proposito, madamigella! — prese a dire
il signor De Mauro indirizzandosi alla giovane — Io era venuto dal
signor marchese vostro padre per proporgli un affare... che in...
qualche parte... o signorina, riguarda anche voi... Il signor marchese
non è ancora ben determinato nelle sue idee... mi ha chiesto del
tempo a riflettere... e desidera innanzi tutto consultarsi con voi...
Troppo giusto! Io amo la sollecitudine nel disbrigo degli affari... ma
sono abbastanza ragionevole per comprendere le esitazioni del signor
marchese, e d'altra parte la sua adesione non gioverebbe gran fatto
quando essa non fosse avvalorata, o signorina, dal vostro consenso.
Orbene; io vi lascio soli... non voglio influire colla mia presenza
sulle deliberazioni che sarete per prendere. — Solamente io vi domando
una grazia: se avviene che dalle vostre private conferenze esca un voto
favorevole alle mie proposte, vi prego di inviarmi entro la giornata
due righe così concepite: «domani, alle ore cinque e mezzo pomeridiane,
il signor marchese Contareno e la sua gentilissima figlia saranno a
pranzo da voi.»

— Oh.... ma vi pare!... signor De Mauro?.... Ciò è fuori d'ogni regola!
Un pranzo... con mia figlia...

— Signor marchese, disse il De Mauro levandosi in piedi, e voi pure,
amabilissima signorina, ascoltatemi bene: io ammetto che abbiate a
riflettere, che abbiate a discutere liberamente e ponderatamente prima
di decidere — ma una volta che questa decisione sia presa, io intendo
che si proceda a passo di carica, a marcia forzata... senza perdere un
istante. Fra quindici giorni tutto dev'essere compiuto.

Ciò detto, il signor De Mauro fece un profondo inchino al marchese,
e con insolita galanteria baciò la mano della fanciulla che arrossì
leggermente.

Appena il De Mauro fu uscito, il marchese ricadde sulla sua seggiola,
e volgendosi alla figlia:

— Tu avrai già capito di che si tratta, le disse con voce sommessa. —
Il figlio del signor De Mauro aspira all'onore della tua mano... e il
di lui padre vorrebbe farmi credere che fra voi altri due vi siate già
scambiate delle promesse... le quali poco o nulla conterebbero...

— Voi sapete che una mia promessa conta sempre per una promessa —
rispose Enrichetta col piglio severo e quasi sprezzante ond'ella era
usa a trattare con suo padre. — La mia fede è impegnata col signor
Edoardo De Mauro; è l'unico giovine che io riconosca degno dei miei
affetti e della mia stima. Solamente mi reca maraviglia ch'egli abbia
scelto questo momento per realizzare i nostri desiderii!

— Dunque a me non resta da far altro che... obbedire e apporre la
mia firma! Come i tempi sono cambiati...! Una volta, il figlio di un
mercante non avrebbe nemmeno osato levare lo sguardo sulla figlia di un
nostro pari... quand'anche... Ma adesso!... Viva la costituzione!...
Viva la libertà!... Viva la democrazia!... Ah! ci vorrebbe, per farla
compiuta, anche un poco di repubblica...

Enrichetta, senza badare alle querimonie di suo padre, che erano il
ritornello quotidiano, si avviava per uscire dal salotto — quando il
marchese, ingrossando la voce in segno di collera — Ebbene — domandò —
cosa si ha da rispondere a quei signori? È ella disposta, la signora
marchesina Contareno, a mettersi a tavola domani colla ditta Mauro e
compagni?... Sentiamo!

— Io sono fidanzata al signor Edoardo da oltre cinque mesi — rispose
la fanciulla — ecco la sola risposta che io possa darvi. Del resto fate
voi!

Il marchese, appena uscita la fanciulla, si accostò allo scrittoio, e
sopra un biglietto di visita segnò le seguenti parole:

«Tanto io che mia figlia Enrichetta aderiamo al vostro cortese invito,
e domani, all'ora indicata, saremo da voi.»

— Ad ogni modo, non è un cattivo affare — borbottò il marchese
deponendo la penna — mia figlia è una testa positiva.... essa tende
alla aristocrazia dei milioni!


X.

Non diremo ciò che avvenisse nelle due famiglie De Mauro e Contareno
nel seguito di quella giornata fino alle ore cinque pomeridiane del
giorno appresso. Oggimai i nostri lettori conoscono abbastanza i
singoli personaggi di questa istoria per indovinare dal loro carattere
certi episodii di nessun conto che sarebbe superfluo riferire. — Alle
ore cinque pomeridiane la carrozza del marchese Contareno entrò nel
palazzo del signor De Mauro. Il ricco industriale discese nel cortile,
porse il braccio al marchese per aiutarlo a discendere dalla carrozza,
mentre Edoardo, dall'altro lato, stendeva la mano ad Enrichetta colla
timidità di un collegiale. — I due amanti si erano già ricambiati
da lungi un saluto pieno di tenerezza, ma pure nei loro sguardi
non brillava quella gioja serena, quella felicità espansiva, che
ordinariamente trabocca dal volto di due giovani innamorati al momento
in cui deve decidersi della loro unione indissolubile. — La fronte
di Edoardo era ombrata da una ruga quasi impercettibile — gli occhi
della fanciulla parevano approfondirsi sotto le palpebre folte. Quando
la signora Serafina mosse incontro alla giovane per introdurla nella
sala, Edoardo trasse dal petto un lungo sospiro, come se l'intervento
di sua madre lo avesse liberato da un grave imbarazzo. Il pranzo non
fu molto gaio. Il signor De Mauro sostenne quasi da solo l'incarico
della conversazione, non risparmiando di lanciare tratto tratto degli
epigrammi all'indirizzo del marchese, il quale divorava a due ganascie
colla voracità plebea di un patrizio in bolletta. La mensa fu servita
lautamente; la cucina del milionario, con quello sfoggio insolente di
prodigalità, perorava cinicamente in favore del positivismo moderno.

Il marchese, verso la fine del pranzo, avea le guancie rifiorite di due
rose color pavonazzo — i suoi occhi bigi ridevano e piangevano ad un
tempo. — La signora Serafina contemplava la fanciulla con uno sguardo
di materna amorevolezza.

— Orsù! disse il signor De Mauro levandosi in piedi per sturare di sua
mano una bottiglia di sciampagna — beviamo il bicchiere della alleanza!
facciamo un brindisi alla salute... dei nostri figli... e dei figli dei
nostri figli, signor marchese!

Erano le prime parole proferite a quella tavola, che suonassero così
apertamente allusive al matrimonio di Edoardo e di Enrichetta. I due
giovani trasalirono. Edoardo levò il bicchiere spumante, e toccando
leggermente a quello della sua fidanzata, con voce commossa si fece
ad esclamare: «Io bevo innanzi tutto alla salute della patria, alla
fortuna ed alla gloria delle armi italiane!»

La fanciulla si levò in piedi — le sue pupille parvero dilatarsi — la
sua bellezza marmorea e severa rifulse di insolita luce — ella accostò
il suo calice a quello del giovane, e coll'accento dell'entusiasmo:
Bene! gli disse — viva l'Italia e i generosi che vanno a combattere per
essa!

Il signor De Mauro potè a stento dissimulare la dolorosa sorpresa che
veniva a colpirlo.

Per alcuni minuti regnò nella sala un silenzio solenne.

Appena servito il caffè, il signor De Mauro, sforzandosi a riprendere
la disinvoltura dell'uomo d'affari, si volse a suo figlio:

— Ebbene, Edoardo?... Con buona licenza del signor marchese, non
condurresti la signorina a respirare un po' d'aria in giardino? Al
punto in cui stanno le cose, signor marchese... E poi non è bene che
quelle teste là... prendano parte alle nostre conferenze... Direbbero
che noi non sappiamo far altro che spoetizzare il sentimento colla
prosa numerica delle cifre!.... Andate, figliuoli!... Edoardo!...
offri il braccio alla tua bella fidanzata.... andate a svolazzare tra
i fiori.... ad esalare la vostra poesia tra il profumo delle rose e dei
giranii... Io spero che al vostro ritorno, fra me ed il signor marchese
saranno conclusi i trattati!

Enrichetta ed Edoardo si levarono in piedi — la fanciulla appoggiò
confidenzialmente il braccio a quello del giovane — la signora Serafina
li accompagnò fino all'anticamera, e di là passò nel suo piccolo
appartamento.

— Fatti l'una per l'altro! disse il signor De Mauro al marchese — due
teste calde — basta! a noi altri, teste grigie, il provvedere alla loro
felicità positiva!


XI.

I due giovani attraversarono il gran viale del giardino senza proferire
parola.

Giunti all'estremo, laddove sotto un bosco di rubinie erano disposti
dei sedili rusticamente foggiati, Edoardo accennò alla fanciulla di
sedere. Le finestre del salotto erano aperte, e la voce del signor De
Mauro giungeva all'orecchio dei due giovani innamorati.

— Sentite, Enrichetta? — cominciò Edoardo con qualche esitazione — essi
trattano del nostro matrimonio!

— In verità, rispose la fanciulla, ciò che è accaduto ieri... ciò che
accade in questo momento mi sembra un sogno.

— Un sogno felice, non è vero, Enrichetta?...

— Ma non è dunque vero ciò che mio padre mi diceva?... Fra quindici
giorni?...

— Fra quindici giorni noi dovremmo essere uniti per sempre... Vostro
padre non oppone nessuna difficoltà al nostro matrimonio, non è vero,
Enrichetta?...

— Voi sapete, Edoardo, che da quella parte non potrebbero sorgere degli
ostacoli molto gravi...

— Orbene, Enrichetta, ciò che vi ha di reale, ciò che vi ha di
rassicurante per noi in tutto che accadde da ieri fino a questo
momento, è che la nostra felicità dipende da noi soli, che il nostro
avvenire è assicurato, e quand'anche...

Edoardo esitava a proseguire.

La fanciulla, fissando nel volto del giovane uno sguardo che esprimeva
un sentimento indefinibile, ripetè macchinalmente le ultime parole
proferite da lui.

— Enrichetta! — proruppe l'innamorato coll'accento della risoluzione
— se queste nozze dovessero ritardarsi, se questo ritardo fosse
desiderato... richiesto da colui che ti ama... da colui che ti ha
consacrato il suo cuore... che darebbe il suo sangue per risparmiarti
una lacrima... cosa diresti, Enrichetta? rispondimi: che diresti?...

Le guancie della fanciulla si animarono di un roseo vivace che era
la irradiazione di una gioia mal repressa. Pure ella ebbe forza di
dominarsi. L'egoismo dell'amore domandava di assaporare a lente stille
la voluttà di una rivelazione desiderata. Enrichetta, simulando lo
stupore, proferì a voce secca queste sole parole:

— Io non vi comprendo, Edoardo!

— Voi non mi comprendete?... Eppure avrei sperato... Quest'oggi...
nel vostro contegno... nelle vostre parole mi pareva di leggere... Non
importa... Poichè dite di non comprendere, converrà che io mi spieghi
davvantaggio. Il nostro matrimonio non può effettuarsi entro quindici
giorni, come mio padre avrebbe stabilito... Prima di unirmi a voi,
Enrichetta, conviene che io parta da Milano, è necessario che io vada
laddove in questo momento sono chiamati tutti gli italiani che sentono
la voce del dovere... Questa mattina, mentre mio padre stava trattando
col vostro della nostra prossima unione, io ho presentato la mia
domanda per essere ammesso nelle guide dei volontari.

Edoardo non aveva finito di proferire queste parole, che la fanciulla
obliando ogni riserbo, cadde ai piedi del giovane, e coprendo la sua
mano di baci, esclamava coll'accento del più sublime entusiasmo:

— Io ti chieggo perdono, Edoardo, se per un momento ho potuto dubitare
del tuo nobile cuore!

I due giovani stettero alcun tempo abbracciati, assaporando
quell'estasi voluttuosa che inonda due anime sorelle allorquando per
la prima volta si riconoscono completamente. Estasi rare nella vita,
fremiti passeggieri della intemerata giovinezza, misteriosi tripudii
di quella essenza divina che è nell'uomo, e a cui i sensi non prendono
parte. — Una lunga carriera di piaceri ci consuma la vita, e all'età di
sessant'anni ciascuno può formare un grosso volume delle sue amorose
peripezie; ma in questo volume non spiccheranno che due o tre pagine
bianche — e saranno le pagine che ricordano una stretta di mano e
il ricambio di un bacio santificato da quei giovanili entusiasmi che
riassumono i più elevati sentimenti dell'anima.

— No! Io non dubitava del tuo patriotismo — riprese la giovane
sciogliendosi dall'amplesso e ricomponendosi in sulla seggiola — io
temeva che l'insistenza di tuo padre, le preghiere e le lagrime della
tua ottima madre, e quest'ultimo stratagemma del matrimonio avessero
sorpreso la tua buona fede... Io temeva che l'esuberanza dell'amore
potesse, per un momento, paralizzare in te la coscienza dei più sacri
doveri...

— Il pericolo era grande, ma tutt'altri, meno il tuo Edoardo,
avrebbe potuto cedere al fascino di questa seduzione!... Tu non sai,
Enrichetta... Io non ti ho mai detto le orribili angoscie del mio
passato... Combattere per l'indipendenza della patria... è dovere
di tutti, e la gioventù italiana ha mostrato di comprenderlo... Ma
io!... Non è solamente all'Italia che devo il mio braccio — per me vi
è ancora un altro dovere... quello di riabilitare la mia famiglia...
Sì, Enrichetta!... Mio padre mi accusa di poca tenerezza per lui... mi
chiama ingrato!... Egli non capisce che io non potrei dargli maggior
prova di affetto che questa di ribellarmi alla sua volontà... Il giorno
in cui mio padre potrà dire: io aveva un unico figlio, e questi è
andato ad esporre la vita sul campo di battaglia — allora cesseranno
i sospetti... Io tornerò dal campo colla fronte rialzata, io prenderò
per mano questo vecchio quale egli sia, e la gente, vedendolo passare,
non dirà più certe brutte parole... La gente dovrà dire: è il padre
di uno che ha esposto la sua vita nella campagna 1866... a fianco di
Garibaldi!

Con questo sfogo, Edoardo aveva rivelato alla sua fidanzata il segreto
di quei dolori che davano al di lui carattere una impronta severa e
qualche volta cupa all'età di ventun'anni.

In quel punto, la voce del signor De Mauro uscì più spiccata dal vano
della finestra:

— Si sono dunque perduti quei ragazzi? Eppure, voi vedete, marchese,
che il labirinto non è vasto!

— Siamo chiamati! disse Enrichetta.

— Prima di tornare lassù, io vorrei domandarti...

— Indovino il tuo pensiero, Edoardo. Tu non hai coraggio di dire a tuo
padre...

— Non è che il coraggio mi manchi, rispose il giovane. Ma se
l'opposizione partisse da te, se tu dicessi apertamente che non
acconsentiresti a sposarmi se non a patto che io abbia prima adempiuto
ai miei doveri di buon cittadino — allora non vi sarebbero più
repliche... e mio padre sarebbe costretto a transigere...

— Vieni, Edoardo! — interruppe la Enrichetta — andiamo!... accetto con
orgoglio la missione che mi hai affidata... Vedrai che io saprò parlare
come si deve.

I due giovani si strinsero la mano e si baciarono — quindi,
annodati delle braccia, uscirono dal boschetto, e a passo spedito si
diressero verso il palazzo. — Nei loro volti si rifletteva la gioia e
l'entusiasmo dei loro cuori.


XII.

Il signor De Mauro, vedendoli rientrare nel salotto, prese buon augurio
da quella gioia. — E volgendosi alla figlia del marchese:

— Mi pare, le disse, che le cose si mettano bene. Eravate usciti col
portamento impacciato di due collegiali, ed ora tornate a noi colla
spigliatezza di due amanti. A maraviglia! Dal canto nostro non si è
perduto il tempo — col signor marchese è molto facile l'intendersi...
e oramai si può dire: affare finito!

Il marchese Contareno, rilevandosi della persona, e assumendo il fare
grandioso dei suoi illustri bisavoli, diresse la parola ad Edoardo:

— L'onorevole signor De Mauro qui presente... vostro padre e mio
eccellentissimo amico...

— Lasciamo da parte le grandi formule — interruppe il signor De
Mauro — non vedete, marchese, non capite dai loro volti ch'essi sanno
già tutto?... Non è vero, adorabile signorina, che il cerimoniale è
divenuto superfluo?... Ad ogni modo, tanto che anch'io possa udire
uno di quei sì deliziosi che, poco fa, avrete proferiti in giardino
più di una volta, permettete che io vi domandi se è proprio vero che
siate contenta di sposare questo scapato... questa testa balzana di mio
figlio... Un cuore eccellente... vedete — ma un cervello... Basta! La
signora Enrichetta penserà lei a fargli mettere giudizio.

Il signor De Mauro parlava scherzosamente alla giovane Contareno; ma
questa aveva già ripresa quella calma solenne che era l'espressione più
naturale del di lei volto.

— Il signor Edoardo — disse ella coll'accento più fermo — conosce i
miei sentimenti a di lui riguardo, come anche le mie intenzioni. I
nostri cuori sono già fidanzati da parecchi mesi: noi siamo vincolati
da promesse reciproche, alle quali nè egli nè io potremmo venir meno.
Ma il nostro matrimonio non può effettuarsi in questo momento... Il
signor Edoardo lo sa... ed io ne vado orgogliosa... Quanto a me, non
potrei stimare un uomo che si rifugiasse nelle dolcezze dell'amore al
momento in cui tutti i giovani italiani vanno a sfidare la morte per
l'indipendenza e la libertà del loro paese. Un tal uomo non potrebbe
mai divenire lo sposo di Enrichetta Contareno.

Il signor De Mauro rimase fulminato. Egli comprendeva che in quel
fiero carattere di fanciulla i propositi dovevano essere tenaci come
le convinzioni. Si volse al marchese, sperando che questi lo togliesse
di imbarazzo: ma il vecchio Contareno guardava sua figlia cogli occhi
ebeti e lacrimosi, e a stento poteva respirare. Aveva mangiato per
quattro, e la lunga conversazione tenuta poco prima col signor De Mauro
gli aveva prostrate le fibre.

Impossibile descrivere le attitudini diverse di quei quattro
personaggi. A sciogliere di qualche modo gli imbarazzi della
situazione, sopravvenne la signora Serafina.

— Ebbene? tutto è conchiuso... non è vero? — domandò bonariamente
quella ottima donna entrando nella sala.

— Sì, tutto è conchiuso — rispose il signor De Mauro dissimulando
per quanto gli era possibile il suo cattivo umore — ma la signorina,
a quanto pare, non ha molta fretta — a noi dunque non rimane che
attendere i di lei ordini... o quelli dell'eccellentissimo signor
marchese...

— Sicuro!... A domani!... Per oggi basta!... — disse il Contareno
levandosi in piedi come uomo che si svegli dal letargo... L'ora è già
tarda... non sarebbe tempo di andarcene, Enrichetta?

La fanciulla stese la mano al signor De Mauro che la strinse di mala
voglia.

— Spero che non mi serberete rancore — in ogni modo, dopo la guerra,
noi ripiglieremo le nostre buone relazioni!

Ciò detto, la fanciulla pose il suo braccio in quello di Edoardo — e i
due giovani uscirono insieme dalla sala, seguiti dal marchese che non
cessava di ripetere macchinalmente: affare concluso! affare finito!


XIII.

Due giorni sono trascorsi. Una immensa folla di popolo sta adunata
dinanzi alla stazione della ferrovia.

Un giovane abbigliato di rosso si ferma presso gli sportelli di una
antica carrozza — i cristalli si abbassano — una mano lunga e sottile
viene ad incontrare quella del giovane — il tumulto della piazza
affollata copre il susurro di quell'addio misterioso e sublime.

Chi bada agli episodii laddove c'è un popolo intero che si abbraccia
nei santi fremiti dell'amore e della patria? Volgete intorno lo sguardo
— e dappertutto vedrete delle eroiche madri, delle spose gagliarde, che
si separano senza piangere dai figli e dai mariti! — Dove fiammeggia
una camicia rossa, quivi si aggruppano dei cuori di amanti e di
sorelle, quivi la canizie dei padri rifulge di nobile orgoglio e le
rughe dei volti materni sembrano irradiarsi di giovinezza.

Il segnale che richiama i viaggiatori al convoglio è suonato. Edoardo
si stacca dalla carrozza stemmata, e slanciandosi nelle braccia di una
donna che sta in un lato a rimirarlo con occhio di invidia — mia buona
madre! — esclama — l'ultimo bacio è per te... perdonami ciò che mio
padre ti fa soffrire per cagion mia!

— Oh, nulla!... Che la mia benedizione ti accompagni!

E poichè gli occhi di quella madre aveano lasciato scorrere una lacrima
— Edoardo la asciugò con un bacio — e s'immerse nella folla per entrare
nella stazione.

Dopo alcuni minuti, al fischio della locomotiva rispose dalla piazza e
dai portici un urlo di acclamazioni. Le donne agitavano i fazzoletti...
i fanciulli battevano le mani — i vecchi si drizzavano sulla persona
coll'impeto dei loro venti anni.

Frattanto il convoglio si involava, lasciando indietro un'onda di canti.

Il torrente della folla si riversava nella città. — Tutte le parole
suonavano ammirazione ed entusiasmo.

Due uomini in sulla età si incontrarono a poca distanza dal
sottopassaggio.

L'un d'essi era là da alcuni minuti, quasi rannicchiato dietro uno
stipite, e pareva assistere a quella scena da spettatore indifferente
o sdegnoso.

— To'!... chi vedo! anche voi, signor De Mauro!... — esclamò l'altro
che veniva dalla stazione. — Si è mai dato uno spettacolo più sublime
di questo?... Scene da far piangere i sassi... e nessuno piangeva!...
Che giovani!... che faccie!... che slancio!... Voi li avrete veduti
quando montarono nei vagoni... Pareva che prendessero d'assalto una
fortezza!...

— Se li ho veduti! — rispose il De Mauro a voce alta — come volete che
io non li abbia veduti, mentre c'era anche lui... quel bel mobile di
Edoardo!

— Come! vostro figlio?...

— Sicuramente! mio figlio... Non avevo che quello... e non potevo dare
di più... io!

Alcuni, che si erano fermati ad udire, si partivano esclamando:

— Anche lui! un figlio unico!... un milionario!

E il signor De Mauro, per la prima volta in sua vita, si illuse a tal
segno da credersi un grande patriota, un martire della indipendenza
italiana.




PARTE TERZA

Entusiasmo.


I.

La piccola città di... non aveva dato che cinque volontarii, avanzi
anche questi dell'illustre drappello di Palermo e di Milazzo. — Era
apatia? era diffidenza? Fatto è che una volta partiti quei cinque
valorosi soprannominati i cinque abbonati delle vittorie garibaldine,
non si ebbe più sentore in città che altri intendesse seguirli. A
spegnere l'ardore della gioventù erano giunte — dicevasi — due lettere:
l'una da Como, l'altra da Gallarate, nelle quali veniva dipinta coi più
sinistri colori la situazione dei volontari già accorsi ai depositi.
I preti e i così detti cittadini di senno esageravano le dicerie,
fors'anche le sopracaricavano di calunnie, a quale scopo si intende.

La popolazione di... nelle prime settimane di giugno presentava ancora
il suo aspetto normale. Alla stazione della ferrovia, malgrado il
quotidiano passaggio delle truppe che traevano al Mincio, il concorso
dei curiosi non era di molto accresciuto.

Volete di più? — Una compagnia comica era venuta ad installarsi
nell'unico teatro della città, e mentre nelle capitali più popolose
d'Italia si chiudevano tutti i luoghi di pubblico divertimento per
mancanza di spettatori — quella piccola compagnia coglieva applausi e
danaro.

Come vedete, la città di... rappresentava un anacronismo di storia
contemporanea.

Nullameno, le produzioni drammatiche del piccolo teatro non mancavano
di riflettere l'attualità co' suoi colori appassionati e vivaci — e
gli avvisi quotidiani, da oltre una settimana, non avevano mai cessato
di promettere un dramma bellicoso, scritto appositamente _da penna
concittadina_ per la benefiziata della prima attrice. Questo nuovo
dramma si annunziava col titolo: _La partenza dei Volontari_.

In una città più infervorata di patriottismo poteva bastare un tal
titolo a chiamare in teatro un insolito concorso. Ma qui la maggiore
attrattiva dello spettacolo era riposta nella circostanza dell'autore
concittadino. Un istinto maligno di curiosità e di invidia si era
manifestato all'annunzio del nuovo dramma. La rappresentazione era
attesa con ostile impazienza.

Non vi è città così meschina, starei per dire non vi è in Italia
borgata o paese, che non abbiano il loro poeta disconosciuto e
tribolato, qualche volta detestato dalla intera popolazione. — Gli
è già molto che nei grandi e popolosi centri, il poeta e l'uomo di
lettere vengano tollerati per la compassione che ispirano. Nelle
piccole città predominate dalla crassa possidenza, nei borghi ove è
sindaco il droghiere, dove i consiglieri della Giunta sono anche membri
della fabbriceria, il poeta e il letterato rappresentano l'abbominio.

Povero Lanfranchi! — L'autore del nuovo dramma _La partenza dei
Volontari_ si chiamava Eugenio Lanfranchi — E all'età di venticinque
anni egli aveva lasciato la sua piccola città per recarsi a Milano,
dove sperava co' suoi talenti e col suo sviscerato amore per le lettere
di raccogliere simpatia e protezione. — Era partito con due romanzi
nella valigia e circa duecento franchi nel portamonete. Tornando, dopo
un mese, alla terra natale, egli possedeva ancora i due romanzi, ma
i suoi duecento franchi erano rimasti a Milano. Quand'egli scese alla
stazione, taluni ebbero a notare con infinita compiacenza ch'egli era
alquanto dimagrato, che indossava il medesimo abito col quale era
partito, e che una delle sue scarpe mostrava la lingua. — La città
prima di sera fu tutta piena di tale avvenimento — e la gioia fu
universale. Due mesi dopo, egli fu costretto ad accettare un posto da
scrivano nel consiglio del Comune. Nel deliberargli quell'impiego,
al quale andava annesso lo stipendio di lire quaranta al mese, il
Sindaco fece inserire nel resoconto della seduta che ciò si faceva onde
togliere dall'inopia un giovane di condizione civile, il cui padre si
era reso benemerito della città dirigendo per oltre venticinque anni le
apparature per la funzione del _Corpus Domini_.


II.

La rappresentazione del nuovo dramma era imminente. I comici, nel corso
delle prove, si erano mostrati oltremodo soddisfatti dell'autore,
preconizzandogli il più felice successo. Nullameno, all'avvicinarsi
di quell'ora solenne e terribile nella quale il pubblico è chiamato
a proferire il suo verdetto, Eugenio Lanfranchi sentì il bisogno di
sottoporre il suo lavoro drammatico al giudizio di un amico. — Ma dove
trovare un amico? — In città non vi era che uno solo, cui il Lanfranchi
osasse dare questo nome — un altro poeta più giovine di lui e meglio
favorito dalla fortuna, in quanto non avesse bisogno di esercitare la
letteratura per vivere, o di subordinarsi, per necessità dell'impiego,
alla dispotica albagia dei suoi concittadini.

Questo giovane poeta si chiamava Carlo De Santi. Toccava appena i venti
anni, e faceva il suo corso di studi all'università di Pavia; ma da
qualche tempo era tornato alla città natale per rimettersi da una grave
malattia che l'aveva condotto a filo di vita.

La famiglia De Santi non aveva mai veduto di buon occhio
l'intrinsichezza dei due giovani. Come abbiamo veduto, il Lanfranchi
passava per un cervello matto, per un discolo. Ma forse la sua
povertà più che la sua cattiva fama lo facevano reputare un soggetto
pericoloso. Carlo ed Eugenio, all'epoca delle vacanze autunnali, si
vedevano rare volte, di nascosto, attratti da quella omogeneità di
caratteri e di studii che esercita un potere irresistibile negli anni
della giovinezza.

Il Lanfranchi non aveva mai osato presentarsi alla casa dell'amico,
dacchè questi era venuto da Pavia per rassodare la sua convalescenza.
Il prepotente bisogno di interrogare il di lui giudizio sulla nuova
produzione drammatica, prima di affrontare quello del pubblico, gli
ispirò il coraggio di dirigersi a quelle soglie, malgrado il pericolo
di vedersi respinto.

Entrò col cuore trepidante — salì le scale a celere passo — e ottenne
di presentarsi all'amico, il quale non aveva ancora abbandonata la sua
camera da letto.

Poichè i due giovani furono lasciati soli, essi presero a parlare con
quell'enfasi esuberante, che fa sorridere gli scettici incalliti nella
apatia, ma che è pure la espressione più naturale della giovinezza che
sente e che crede.


III.

— Ti sei fatto aspettare — cominciò Carlo con accento di mite
rimprovero. — Son qui da dieci giorni, e il buon Giuseppe ti avrà
portato i miei saluti e ti avrà detto come io desiderassi... una tua
visita...

— Non ebbi coraggio... Mi avevano detto che la tua famiglia... il
medico... che so io... non permettevano ai tuoi amici di venirti a
trovare.... Come stai?... Molto debole, a quanto pare...

— Sì... debole ancora... molto debole!... Ma tu ricordi la visita di
Bruto a Ligario... Se tu vieni a invitarmi perchè io ti accompagni
laddove in questi giorni debbono accorrere tutti gli Italiani che
sentono amore di patria, fammi vedere una camicia rossa ed un fucile
— A quella vista... io riacquisterò in un momento le forze perdute...
sarò guarito completamente... e marceremo, perdio!... e ci batteremo
anche noi come si battono i leoni!

Le guancie di Carlo si erano animate di quel fuoco febbrile che è
proprio dei convalescenti allorquando vengano assaliti da una emozione
troppo viva. Eugenio arrossì a sua volta, ma il rossore di lui accusava
l'imbarazzo e la vergogna di chi per la prima volta sente rinfacciarsi
dalla propria coscienza un fallo inavvertito.

— Ah! tu vorresti partire per il campo? farti garibaldino? — prese a
dire il Lanfranchi con qualche esitazione... Ebbene: io ti ho portata
la camicia rossa... ho pensato a te...

— Davvero?!

— Un momento... Non bisogna... per ora... prendere il discorso alla
lettera... Prima che la guerra incominci noi avremo tempo di indossare
la santa divisa del garibaldino e di recarci sul luogo dell'azione...
Frattanto io ho creduto di far bene adoperandomi a suscitare negli
altri quell'ardore che pur troppo nella città nostra è condiviso da
pochissimi. A tale scopo ho scritto un dramma che domani dev'essere
rappresentato all'anfiteatro...

— E questo dramma porta per titolo?...

— _La partenza dei Volontari_!...

— Me ne avevano parlato, ma ero lontano dall'immaginare che tu ne
fossi autore... Bravo! Ottimamente! A maraviglia!... Io comprendo il
tuo pensiero!... Tu vuoi scuotere l'apatia dei nostri concittadini...
vuoi eccitare la gioventù... trascinarla a seguirti... o piuttosto
a seguirci... perchè io... ve'! io l'ho già bello e fissato il mio
piano... Fra tre o quattro giorni, sano o malato, con o senza permesso
del medico e della famiglia, io troverò ben modo di portarmi al
quartiere di Garibaldi e di prendere il mio fucile!

Lanfranchi era umiliato da quell'enfasi, e seco medesimo si
maravigliava di non aver concepita l'idea di arruolarsi fra le schiere
dei volontarii prima che l'amico gli ricordasse, col suo vigoroso e
nobile linguaggio, un tale dovere.

Ma il giovane convalescente aveva accolta colla massima buona fede
la giustificazione dell'amico. Si era lasciato convincere che il
pensiero di scrivere un dramma per suscitare l'entusiasmo bellicoso dei
concittadini era degno di un'anima grande e fieramente patriotica.

Dopo qualche esitazione, il Lanfranchi si levò di tasca il manoscritto,
e diede principio alla lettura.


IV.

Il nuovo dramma non era un capolavoro d'arte; l'intreccio non brillava
di originalità, i dialoghi riboccavano di quelle iperboli comuni che
si fanno applaudire egualmente in teatro e alla Camera dei deputati.
Il giovane autore mirava all'effetto. I suoi personaggi ritraevano con
brutale naturalezza i tre partiti politici dell'Italia contemporanea,
i quali, sulla scena, soglionsi ordinariamente raffigurare in un prete
reazionario, in un sindaco moderato e servilmente ligio al potere,
e in un gruppo di popolani, di poeti e di artisti infervorati di
principii democratici e sempre disposti ad agire. Ma il carattere più
spiccato, e diciamolo pure, il più falso, era quello di una eccentrica
madre, la quale, avendo un unico figlio di età giovanissima e per
giunta infermiccio, era pronta ad immolarlo sui campi di battaglia,
dividendo con lui i disagi ed i pericoli. Questa madre spartana era
la protagonista del nuovo dramma, e l'attrice benefiziata contava a
buon dritto di suscitare immenso entusiasmo presentandosi colla divisa
garibaldina ad insegnare a suo figlio la manovra del fucile.

Sublimi trasporti della giovinezza! Slanci maravigliosi dei vergini
cuori, ai quali è dato sorvolare a quella pesante atmosfera di
positivismo che è la caratteristica dell'epoca attuale! — Se la
dolorosa esperienza della realtà ci obbliga qualche volta a sorridere
di questi illusi sublimi, è anche vero che noi siamo costretti molto
spesso ad ammirarli e ad invidiarli! — Noi dubitiamo, essi credono —
ecco la differenza. Ciò che è falso per noi, considerato nei rapporti
di un ignobile realismo — per essi, che vedono il creato attraverso
al prisma abbagliante della giovane fede, è un ideale che somiglia al
possibile. Leggendo Plutarco, noi disperiamo che il secolo parolaio
produca dei nuovi giganti e dei magnanimi fatti — essi, come il Carlo
Moor del poeta alemanno, si illudono di veder rivivere l'età degli
spiriti gagliardi e dell'eroismo disinteressato.

Chi ha ragione? chi ha torto? — Qual è di noi che vede più giusto? —
Curviamo la testa dinanzi a questi martiri predestinati che profondono
il loro sangue. A ben considerare, essi non hanno che un solo torto,
quello di esser pochi. Non per questo abbiamo noi diritto di ammonirli
che essi spendono il loro entusiasmo e la loro vita a profitto di una
turpe ed ignobile maggioranza che, pure disconoscendoli, farà traffico
dei loro sacrifizii per amplificare la propria potenza. La società è
orribilmente viziata e incadaverita. Essi rappresentano l'avvenire.


V.

Alla lettura di quelle scene concitate e frementi, sul volto di Carlo
si alternavano i pallori e le fiamme vivaci dell'entusiasmo.

Il dramma toccava la fine. Eravamo al punto in cui l'eroina
dell'azione, strappato il figlio dalle branche di uno zio paolotto che
si era attentato di impedirgli la partenza pel campo, fa sventolare
una bandiera tricolore, e si volge alle madri italiane per animarle a
seguire il di lei esempio.

Il Lanfranchi declamava quel brano drammatico coll'enfasi di un autore
che si attende l'applauso: «Tu sei come me, Edoardo!... La voce di tua
madre ha trionfato sulle arti dei rettili immondi che ti stringevano al
piede... Essi non sono riusciti a contaminare la tua giovinezza... La
voce di una madre ha parlato al tuo cuore più fortemente che non quella
di un falso Dio! — Volevano farti credere di non essere abbastanza
vigoroso per sopportare i disagi e le fatiche del campo! Ma io... tua
madre... io che ti ho data la vita... saprò ben io infonderti la forza
che ti abbisogna!...»

— Sublime! interruppe Carlo, balzando dalla seggiola, e percorrendo la
camera a passo agitato.

— «Noi andremo insieme dove ci chiama la voce del cannone... la vera
voce di Dio!... Tua madre ti starà a lato... per sorreggerti, per
infonderti coraggio... e se una palla nemica colpisce il tuo petto...
io raccoglierò il tuo cadavere con orgoglio... e lo porterò di città
in città, di villa in villa, di contrada in contrada, e griderò alle
madri italiane: vedete! era il mio unico figlio!... egli è morto per la
patria... egli è morto combattendo... Vendicatelo, o madri italiane! e
che tutti i vostri figli seguano il di lui esempio!»

A tali parole, il giovane convalescente che non avea cessato di
passeggiare per la camera a grandi passi — si avvicinò all'amico, gli
strinse la mano con trasporto, e gli disse:

«Fissami un luogo... dove possiamo trovarci assieme... domani a sera...
dopo la rappresentazione.»

— Che? tu vorresti uscire di casa?... Nello stato in cui ti trovi?

— Non badare, Eugenio... Il tuo dramma mi ha ridonato la salute e il
vigore... Io sono guarito, capisci? io sono guarito perfettamente — e
dopodomani, all'alba, colla prima corsa intendo partire... Voglio ben
credere che tu non avrai difficoltà ad accompagnarmi!...

Il Lanfranchi non poteva esitare. Egli era rapito di orgoglio in vedere
la concitazione dell'amico; gli pareva che quell'entusiasmo fosse un
effetto del suo dramma, fosse opera sua.

I due giovani si concertarono sul da farsi. A Carlo erano necessarie
delle precauzioni per deludere la sorveglianza dei parenti. Fu
convenuto, che dopo la rappresentazione, egli si sarebbe recato alla
casa di Eugenio, e quivi sarebbero montati insieme in una vettura per
trasferirsi alla più prossima stazione di ferrovia ad attendervi il
convoglio del mattino. Questi concerti furono presi a bassa voce, senza
spreco di parole. Infiammati dal medesimo ardore, quei due giovani
cuori si indovinavano, si comprendevano a maraviglia.

— Un'ultima parola, disse Carlo all'amico nel momento in cui stavano
per separarsi — ai mezzi penso io... la mia borsa è a tua disposizione.
Solamente vorrei pregarti... ma temo che ciò non sia possibile... Mi
dicono che ai depositi vi sia mancanza di camicie rosse... ed io muoio
d'impazienza di indossare quella nobile divisa...

— Ci avevo già pensato! rispose Eugenio trionfalmente. — Io credo che
domani a sera noi saremo tutti e due provveduti della nostra camicia.
Per la rappresentazione del mio dramma ne furono ordinate sei... Gli
è l'ultima recita della compagnia... e i comici... tu mi intendi...
non avranno difficoltà a cederci per poco danaro questa parte del loro
equipaggio!

Carlo, per tutta risposta si gettò nelle braccia dell'amico, e indi
a poco i due giovani si separarono coll'animo tripudiante di sublimi
emozioni.

Quel giorno il Lanfranchi doveva pranzare cogli artisti della compagnia
drammatica.

Verso le ore quattro, egli si recò dunque ad un modesto alberghetto a
poca distanza dal teatro, dove era atteso dalla scapigliata comitiva.

Quando Eugenio pose il piede nella sala da pranzo, uno degli attori
stava leggendo ad alta voce in un foglio teatrale, giunto quella
mattina da Milano la seguente notizia:

«Le compagnie drammatiche hanno fornito all'armata dei volontari
italiani un numeroso contingente. Fra i molti che disertarono dall'arte
per militare sotto le insegne gloriose si citano gli attori: Francesco
Benincasa ed Enrico Brissoni, Pagani, Belli-Blanes, Schmit, Lavaggi,
De-Martini, Bozzo, Pesaco, Mazzoni, Bajesi e Bisi. A questi voglionsi
aggiungere Tito Taddei e Napoleone Straccia, G. Mozzidolfo, Carlo
Zannini, Luigi Mazzoli ed Antonio Bellotti. Anche dal Circolo Ciniselli
di Milano è disertato il fratello di Achille Majeroni. Quest'ultimo
ha già dato un figlio al contingente dell'esercito. I grandi esempi
di Gustavo Modena non andarono perduti. Questa eletta generazione
di artisti che crebbe alla scuola dell'attore insuperabile, doveva
necessariamente ispirarsi alle tradizioni patriotiche lasciate da lui.»

— Viva Gustavo Modena!

— Viva gli artisti italiani!

— Viva la guerra!

— Viva l'Italia!...

Tali furono i gridi che proruppero dalla comitiva, appena terminata la
lettura di quel breve articolo.

— Eh! sicuro... il giornale ha ragione! — disse la madre nobile con
sussiego — tutto quel poco di buono che ci resta nell'arte... e nella
politica... è tutto opera di lui... Povero Gustavo!... E dire che
l'Italia non ha pensato ancora ad erigergli un monumento!... Ma gli era
troppo grande quell'uomo... e certa gente che so io... ha perfino paura
della sua ombra!

— Ma pure — sorse a dire il caratterista — anni sono si era aperta una
soscrizione all'ufficio di non so qual giornale di Milano... ed io so
di aver versato cinque lire...

— Cinque lire...! c'era ben altro che cinque lire nella cassa...! —
entrò a dire un altro comico — la sommetta era abbastanza tonda...
ma poi... chi ne ha saputo qualche cosa? Dove è andato a finire quel
denaro? — Indovinalo grillo!... Si sono fatti dei monumenti per certi
zucconi... Basta! Lasciamo là queste storie! Povera Italia! Povera
arte! Ma lui, non era cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, il povero
Modena!

— Ci vuol altro che innalzare dei monumenti! — esclamò il secondo
brillante della compagnia — bisogna imitare gli esempi che i grandi
ci hanno trasmessi!... Quel giornale, ove sono registrati i nomi dei
nostri colleghi d'arte già partiti per il campo, quel giornale ci
insegna la via che noi tutti dovremmo seguire!

A questo punto due giovani attori che sedevano vicini in un angolo
della tavola, si scambiarono una occhiata di intelligenza.

— Basta! farà ciascuno ciò che gli piace meglio! disse il capocomico.
— Domani sera finiscono le recite... e per ora io non ho stipulato
verun contratto, nè saprei dove recarmi a dare delle rappresentazioni.
Frattanto parliamo d'altro... Se non mi inganno, sarebbe ora che ci
servissero da pranzo... Ci siamo tutti?...

— Non manca che il primo amoroso...

— È strano!... Cherubini non si fa mai aspettare all'ora del pranzo —
disse il capocomico... Ma eccolo! Mettiti al tuo posto, Cherubini! La
compagnia è completa... Signor oste, voi potete servire la minestra!

Il Cherubini, appena entrato nella sala, erasi avvicinato al poeta per
domandargli non so quale avviso sul modo di abbigliarsi, nella nuova
produzione. Finito quel breve colloquio, egli andò a sedere presso
la prima donna, e mentre il direttore della compagnia dispensava la
minestra:

— Signori e signore — prese a dire — scommetto che questa volta io sono
il primo a darvi la grande notizia!

— Una notizia! sentiamo! — esclamarono tutti ad una voce.

— E quale!... Si vuole nientemeno... Ah! il signor poeta dovrà essere
ben soddisfatto di quanto io sono per dire... Si vuole nientemeno che
Garibaldi abbia lasciato Caprera...

— La bella novità!... Il _Pungolo_ l'ha già data non meno di dieci
volte... Io non crederò che Garibaldi sia realmente partito da Caprera
se non quando l'avrò veduto coi miei proprii occhi!

— Ebbene: se altro non vi abbisogna per rimanere convinti, non avrete
che a recarvi domani alle due pomeridiane presso la stazione della
ferrovia, e di là vedrete passare il generale che si reca col suo stato
maggiore a visitare i depositi di Como e di Varese.

— Egli!...

— Garibaldi!...

— Domani!

— Egli... Garibaldi... domani... Alle due pomeridiane e cinque minuti
sarà visibile alla stazione, dove probabilmente si arresterà un quarto
d'ora.

Tutti i volti si animarono come se una favilla elettrica avesse
percorso la comitiva. Quelle mascelle da comici atrocemente fameliche
sostarono improvvisamente in segno di stupore e di venerazione. Le
guancie degli attori più giovani impallidirono. Il brillante mormorò
delle parole incomprensibili — i due, che poco dianzi si erano
scambiati delle occhiate di intelligenza, questa volta si parlarono
all'orecchio e parvero accordarsi in una mutua promessa.

— A costo di passare attraverso le inferriate, questa volta nessuno
mi torrà di vederlo — esclamò la madre nobile che era una grassona di
sessant'anni.

— Darei l'intiero prodotto della mia benefiziata di domani pur di
accostarmi al suo vagone e baciargli la mano! — soggiunse la prima
donna.

Ciascuno esprimeva il proprio entusiasmo con quel frasario iperbolico
che è proprio degli artisti da teatro. Durante il pranzo uno solo fu il
tema della conversazione. Il nuovo dramma fu obliato completamente — il
poeta, gli attori, il padrone dell'albergo, i camerieri, i guatteri, il
mozzo di stalla non ripetevano che un nome. Nelle sale, nella cucina,
nel cortile, tutti i cuori e tutti i labbri inneggiavano ad un uomo.


VI.

Vi è qualche cosa di magnetico nel nome di Garibaldi, come nella
sua figura e nel suono della sua voce. La sua biografia si smarrisce
nell'ideale come quella di tutti i profeti, di tutti i martiri della
umanità. Delle sue gesta di Montevideo il popolo ignora i particolari,
ma appunto da questo mistero che le involge quelle gesta assumono un
carattere sovrumano. È accreditata la voce che Garibaldi in quelle
remote regioni venisse orribilmente torturato dai nemici della libertà.
Nelle tradizioni misteriose del popolo, Garibaldi apparisce vincolato
all'albero di una nave come il Cristo alla colonna. Quando l'uomo delle
Americhe apparve per la prima volta a Milano nel 1848, colla sua chioma
raffaellesca, col suo sguardo fiammeggiante e soave, colla sua barba
rossigna e flessibile, col prestigio di una virilità fiorente, colla
sua tunica rossa e il fazzoletto a tracolla, egli parve il Nazareno
risorto, il Cristo delle battaglie. L'apparizione fu breve, ma i tratti
di quell'uomo si stamparono in tutti i cuori. Dopo i disastri d'Italia,
Garibaldi dovette eclissarsi — pure le sue nobili sembianze rimasero
scolpite nella mente del popolo come un simbolo di riscossa e di libero
avvenire.

Che avvenne di Garibaldi dopo la sua ritirata da Roma? Dove si è
recato? Quali furono le sue gesta?

Per circa dieci anni, l'eroe leggendario fu ancora travolto dal
mistero. Un episodio lugubre, la morte di Anita, fu ripetuto
sommessamente nei crocchi del popolo, il quale, tutto in massa,
condivise i dolori del suo idolo. Milioni di cuori portarono il lutto
per una donna, milioni di cuori giurarono vendicare una morte. — Di
Garibaldi si disse: egli va errando sull'oceano, egli spazia fra le
libere onde, aspettando il gran giorno della rivincita. Per dieci
anni alla fantasia degli italiani umiliati ed oppressi l'intrepido
difensore di Roma si dipinse errabondo e pensoso sovra una piccola
prora agitata dai flutti. — La prima bandiera tricolore che ebbe a
sventolare sulle alture lombarde nel 1859 fu piantata da Garibaldi.
Pei Lombardi egli fu il Cristo risorto che viene a portare la buona
novella! Le vittorie di San Fermo e di Palermo fecero stupire l'Europa
— la disfatta di Aspromonte rattristò tutti i cuori liberali — l'eroe
ferito al tallone ricordò l'Achille fatato, e il sangue che grondò
dalla piaga rese venerabile l'ignorato promontorio siccome un nuovo
Calvario. Tutti i partiti politici guardano riverenti a quella sublime
figura. I despoti lo rispettano ed ammirano — i potenti gli invidiano
la popolarità — i deboli e gli oppressi sentono che, lui vivo, la loro
causa non è perduta. Dovremo noi aggiungere che le donne adorano in
lui l'ideale della energia e della dolcezza, che le madri gli affidano
la vita dei loro più cari con uno slancio di fiducia che tocca la
passione? — Divinizzare una creatura umana è peccato di fanatismo,
un peccato che molto spesso viene a scontarsi con amare delusioni. Ma
quando il fanatismo si estende all'universo, quando un uomo diviene il
simbolo di una idea, e come tale può rendersi adorato da tutti i suoi
contemporanei, convien credere che questo uomo riunisca in sè medesimo
tali doti da apparire colossale e quasi sovraumano. Se Garibaldi non
è un colosso, è d'uopo confessare che a di lui confronto la società
attuale è pigmea.


VII.

La notizia era vera. Garibaldi, partito il giorno innanzi da Caprera,
si recava nelle provincie lombarde ad ispezionare i suoi volontari e ad
assumerne il comando.

All'indomani, verso le ore due, una folla considerevole traeva alla
stazione della ferrovia. Quella popolazione scettica e letargica si era
improvvisamente scossa. Nelle fisonomie brillava la luce. I fanciulli
e le donne — questa eletta porzione della società che è la più ingenua
e la più impressionabile — rivelavano nell'incesso, nel movimento
concitato della persona, un immenso tripudio. Il popolo scamiciato,
il popolo vestito di velluto si arrampicava sulle muraglie, invadeva
i capitelli delle colonne. C'erano dei nani che parevano giganti, dei
giganti che parevano pigmei. Quella moltitudine che si era precipitata
nella sala di aspetto, che si era distesa per oltre mezzo miglio
lungo il margine della ferrovia, all'approssimarsi dell'ora desiderata
divenne immobile e muta. Quegli ultimi minuti di aspettazione parvero
secoli.

Non mai il fischio di una locomotiva parlò più eloquente alla folla.
Tutti i volti impallidirono. I fanciulli giunsero le mani — qualcuno
cadde in ginocchio e fece il segno della croce.

Al silenzio, all'immobilità successe un uragano di grida, una
agitazione indescrivibile. Il convoglio aveva rallentata la corsa, e
tutti gli sguardi si erano pasciuti di una sublime visione. Garibaldi
avea reso il saluto alla folla e ciascuno si era vivificato.

Prima ancora che il convoglio si arrestasse, i più enfatici erano
saliti sui gradini e sui tetti delle carrozze. Il vagone occupato da
Garibaldi e da' suoi intimi fu preso d'assalto con impeto formidabile.

— Silenzio! gridavano mille voci; lasciatelo parlar lui!... Sentiamo
cosa dice lui... Ma altre migliaia di voci non cessavano di urlare a
tutta possa: «viva Garibaldi! viva l'Italia! viva la guerra!»

A un tratto la fisonomia di Garibaldi da ilare e benigna divenne
radiante. I suoi occhi parevano salutare al di là della folla qualche
persona amica e desiderata.

In un lampo tutte le teste si volsero.

— Fate largo! fate largo! tuonò il generale levandosi in piedi — ecco
qualcuno che non perde il suo tempo in vane dimostrazioni... No: non è
tempo di parole codesto!... l'Italia domanda soldati e carabine!

Tre giovani in camicia rossa si apersero il varco attraverso a quella
immensa barricata di popolo, e animati dal sorriso e dalla voce del
generale che loro stendeva le braccia come a fratelli, si lanciarono
nella sua carrozza.

Quasi al medesimo punto la campanella diede il segnale della partenza
e il convoglio fra un uragano di viva uscì trionfalmente dalla stazione
ed indi a poco disparve.

Quei tre giovani, apparsi inaspettatamente a completare la solennità e
l'entusiasmo di un istante, divennero il soggetto di tutti i discorsi.

Chi erano? Nessuno li aveva riconosciuti. La camicia rossa aveva
abbagliato gli sguardi. I meglio informati sostenevano che erano tre
faccie forestiere; altri invece, affidandosi alle ipotesi, profferivano
dei nomi e inventavano delle favole assurde; ma l'episodio dei tre
garibaldini non cessava per questo di rappresentare un enigma.


VIII.

Com'era da prevedersi, quella straordinaria effervescenza di popolo
tornò propizia alla attrice che in quella sera dava in teatro la sua
serata di benefizio. Il nuovo dramma _La partenza dei volontarii_,
ritraeva dagli avvenimenti del giorno un'interesse di attualità quale
l'autore ed i comici erano lungi dall'aspettarsi.

Allo schiudersi delle porte il teatro fu invaso dalla folla. La platea,
le gallerie, il loggione traboccarono di spettatori. L'intera città si
era travasata in quell'angusto recinto.

Eugenio Lanfranchi, l'autore della commedia, passeggiava fra le quinte
collo sgomento nell'anima. S'egli avesse preveduto quel formidabile
concorso di spettatori e di giudici, non avrebbe osato sfidarlo.

Gli pareva che in paragone degli avvenimenti reali il suo dramma
fosse una frivola e sbiadita parodia. Le forti commozioni da lui
provate al cospetto di Garibaldi, alla vista dei tre sconosciuti che
si erano slanciati nella carrozza dell'eroe per seguirlo sui campi
di battaglia, gli rinfacciavano la pochezza delle sue espansioni
drammatiche. Due giorni innanzi egli temeva di aver esagerato le
tinte; ed ora vedeva impallidire i colori e smarrirsi i contorni de'
suoi personaggi. — Quale orribile fiasco! pensava egli misurando la
scena a passo concitato — darei due anni del mio stipendio, perchè la
rappresentazione non avesse luogo!

Frattanto gli attori attraversavano il palco scenico per recarsi
ai loro camerini. Al di là del sipario la platea muggiva sordamente
siccome un oceano in tempesta.

Lo spettacolo doveva incominciare alle otto, e nondimeno alle ore sette
e mezzo il pubblico imperversava di schiamazzi. Ciò accade quasi sempre
nei teatri eccessivamente affollati. La insolita agitazione degli animi
questa volta irritava le impazienze, produceva un parossismo.

Si accendono i lumi — i professori di orchestra seggono ai loro posti
innanzi tempo, e tentano, accordando gli istrumenti, di ammansare la
belva-pubblico. — L'ispettore della questura va sul palco scenico per
ottenere si anticipi la rappresentazione. Il buttafuori fa osservare
che mancano dieci minuti all'ora convenuta — nondimeno egli dà il
segnale ai suonatori, e frattanto percorre i camerini per avvertire gli
artisti che si tengano pronti.

Ai primi suoni dell'orchestra, — parecchie voci gridano: silenzio! —
la platea si rimette in calma, non pochi sembrano disposti a prestare
attenzione alla musica.... — La sinfonia è troppo lunga... Basta!
Avanti! Fuori! urlano ad un tratto diverse voci. — L'uffiziale di
questura abbandona per la seconda volta la sua sedia e ritorna sul
palco scenico per sollecitare gli attori.

L'orchestra, o bene o male, ha finito il suo pezzo, e i professori
deponendo gli istrumenti, lanciano sotto voce mille imprecazioni sul
rispettabile pubblico. Questi, che al cessare della musica non vede
alzarsi il sipario, riprende con maggior veemenza le proteste. I piedi,
le mani, i bastoni, gli ombrelli, tutto serve a far chiasso. Gli uomini
d'ordine si provano a reprimere lo schiamazzo con dei sibili impotenti.
Ma ogni pretesto di ritardo compatibile, viene a cessare.... L'orologio
ha segnato le otto ore... la sfera non si arresta... Uno... due...
tre minuti... l'edifizio sta per crollare... Il sipario si agita...
Che vorrà dire?... Qualche accidente impreveduto? Qualche malattia?...
La curiosità, l'impazienza toccano il colmo... La benemerita arma dei
carabinieri si prepara a sedare un tumulto...

Ecco finalmente qualcuno che potrà appagare la curiosità pubblica
se non placare l'agitazione. — Un uomo di circa sessant'anni si
è presentato al proscenio come una vittima che viene spontanea
ad immolarsi. È il direttore della compagnia. I suoi capelli sono
scomposti come la sua cravatta, gli occhi stralunati, le guancie
coperte di pallore. Egli serra nella mano una lettera... si inchina a
destra e a sinistra e accenna di voler parlare. «Abbasso!... dentro!...
silenzio!» Prima che cessi il baccanale trascorrono parecchi minuti.

Ma alla fine il partito dell'ordine riesce a dominare la situazione.
L'intrepido capocomico ottiene di far intendere la propria voce e
comincia a parlare in tal guisa:

«Inclito pubblico... rispettabile guarnigione... cioè... mi inganno...
io voleva dire il contrario... ma presso a poco è la medesima cosa...
È avvenuto uno di quei fatti... uno di quei casi che fanno epoca
nella storia del teatro e della civilizzazione europea... Nella mia
lunga, e starei per dire, eterna carriera di capocomico non ricordo
un avvenimento più deplorabile, e al tempo istesso più glorioso per
l'arte... Io mi appello, o incliti abitatori di questa illustre... e
commerciale città, mi appello al vostro specchiato buon senso come al
vostro inalterabile patriotismo. Voi sapete che nel corso di queste
brevi ma fortunate rappresentazioni per parte nostra, non vennero
risparmiate spese e fatiche... onde appagare le legittime esigenze
di un pubblico intelligente e benevolo. Noi toccavamo felicemente
la riva... noi sbarcavamo gloriosamente in quel porto, donde un
capocomico, simile al naufrago dell'immortale Alighieri,

    Si volge all'acqua perigliosa e guata...

«Per chiudere le nostre rappresentazioni luminosamente, avevamo
allestito un grandioso dramma di circostanza, scritto, come più
volte fu ripetuto nei pubblici avvisi, da un attore troppo modesto
per rivelare il proprio nome, ma troppo famoso in questa ed in altre
città d'Italia per rimanere ignorato. — Voi siete accorsi al triplice
appello dell'autore concittadino, dell'umile attrice benefiziata, e
diremo anche del vostro illuminato patriotismo. Voi avete con urbane
ma abbastanza sensibili dimostrazioni palesata la vostra impazienza.
— Ed ora... che direte voi... nell'udire ciò che purtroppo io sono
costretto ad annunziarvi? Quale sarà la vostra sorpresa... e fors'anche
il vostro giusto risentimento allorquando mi udirete annunziare che la
rappresentazione non può aver luogo, per questa semplice e durissima
circostanza che i tre principali attori giovani della compagnia erano
quegli stessi che oggi, vestiti della gloriosa camicia garibaldina, si
sono slanciati nella carrozza del leone di Caprera per combattere con
lui le supreme battaglie della indipendenza italiana...?...»

Il pubblico, che ascoltando diffidente ed iroso la lunga tirata del
capocomico, più volte si era permesso di interromperla con grida poco
benevoli, rimase profondamente colpito dalla inaspettata conclusione.
Un silenzio solenne successe improvvisamente alla sorda agitazione. Le
parole del capocomico non solo scioglievano l'enigma della giornata,
ma proponevano un nobile esempio. I generosi istinti della moltitudine
furono scossi da quell'annunzio. Tutti obliarono lo scopo pel quale
erano venuti in teatro; tutte le aspirazioni si portarono sovra un
altro campo.

I tre attori che avevano seguito Garibaldi erano un avvenimento reale,
un avvenimento che sorpassava l'interesse di una rappresentazione
drammatica, che trascinava le menti ed i cuori in un realismo più
elevato e più poetico di qualsiasi finzione ideale.

Il capocomico indovinò immediatamente il pensiero del pubblico — e
profittando di quel silenzio solenne, riprese a parlare con maggiore
naturalezza di linguaggio.

«Per mostrarvi che non vi fu da parte nostra verun inganno o
soperchieria, io vi leggerò, o signori, la lettera che ci venne recata
pochi minuti sono — la lettera di quei disgraziati... e diciamolo
pure... generosi figli dell'arte!»

Il capocomico spiegò il foglio e proseguì leggendo:

  «Cari colleghi:

«Al momento in cui riceverete questo foglio, noi saremo a Como,
sdraiati probabilmente sulla paglia della caserma. La persona a
cui affidiamo la presente è incaricata di consegnarla alle ore otto
precise, al punto in cui sarà per aver principio la rappresentazione.
Abbiamo promesso _La partenza dei volontari_, e nessuno vorrà accusarci
di aver mancato di parola. — Noi siamo partiti! — L'autore del nuovo
dramma si era proposto di spronare i suoi concittadini ad accorrere
sotto le bandiere di Garibaldi — orbene: noi crediamo che il nostro
esempio gioverà meglio allo scopo. Noi abbiamo profittato delle
camicie rosse che dovevano servire alla rappresentazione. Badate che
c'è penuria di camicie rosse: quelle che ancora vi rimangono io vi
consiglio di donarle ai giovani di buona volontà. Noi vi permettiamo
di leggere in pubblico la nostra lettera. Dessa servirà a discolparvi.
Noi conosciamo i cittadini di... Vedrete che gli spettatori, in luogo
di esigere la restituzione del biglietto, proclameranno ad una voce di
destinare l'introito della serata a benefizio della Commissione per le
camicie rosse. Salute a voi, diletti colleghi, salute ai patriottici
abitanti di.... Viva l'Italia! Viva Garibaldi! Viva la camicia rossa!

                                    «Vostri affezionatissimi fratelli

                                    «SIMONELLI — VISCARDINI — RIZZI.»

All'ultime parole della lettera rispose un uragano di grida che fece
impallidire il capocomico. — Gli spettatori della platea salirono
sulle panche agitando i cappelli e i bastoni — tutti i fazzoletti
sventolarono dai palchi e dalle gallerie — i professori dell'orchestra
per impulso istintivo ripresero i loro stromenti, e si diedero a
suonare con lena da invasati l'inno di Garibaldi.

Vi sono delle commozioni popolari che nessuna penna può descrivere
— e noi, per parte nostra, rinunziamo ad esprimere quell'entusiasmo
collettivo, del quale ogni singolo episodio fornirebbe un poema.

Il capocomico non trovava la via per andarsene dal proscenio. Egli si
inchinava, piangeva, rideva, e da ultimo era rimasto impietrito colle
mani in saccoccia.


IX.

— Presto! una camicia rossa! — gridava un giovane pallido e scarno
aggirandosi fra le quinte.

— Carlo!... tu qui!... esclamò Eugenio Lanfranchi, muovendo incontro
all'amico.

— Non si perda un istante... Io ho contato sulla tua parola, e vengo a
reclamare la mia camicia rossa prima che il palco scenico sia invaso.

La prima donna che era presente a quel breve dialogo, corse nel
camerino e ne uscì poco dopo con due camicie rosse, che offerse ai due
giovani.

— Andate! — disse l'attrice ad Eugenio Lanfranchi — è forse il primo
caso in cui un autore drammatico debba supplire la prima donna... Io vi
presto di cuore il mio vestiario — voi me lo renderete dopo la recita.

— Non oso promettervi di riportarvelo intatto, rispose Eugenio
sorridendo.

E i due giovani si presero ciascuno una camicia rossa, e stretta la
mano dell'attrice, uscirono dal teatro per la scala riservata agli
artisti.


X.

Qual mutamento di scena dopo quella giornata!

La città di... in proporzione de' suoi abitanti è forse quella che ha
fornito a Garibaldi il maggiore contingente di volontari.

Un giorno, un'ora di entusiasmo basta talvolta a trasformare un'intera
popolazione, a convertire un popolo scettico e sonnolento in una
falange di eroi!




EPILOGO


I.

Le vallate del Tirolo erano rigide e buie in quella notte. Delle nuvole
opache pesavano sulle creste dei monti, immenso e cupo velario fra il
cielo e la terra, fra i tripudii del firmamento e gli atroci conflitti
degli uomini.

È una orribile cosa la guerra — ma pure, ove si consideri che la lotta
è il principio che governa tutti gli atomi della creazione, bisogna
credere che anche le battaglie e le carnificine della specie umana
rappresentino una necessità dell'ordine universale. Chiniamo il capo
alle leggi immutabili di chi ha creato questo immenso mistero che ci
avvolge e ci trascina. È scritto nella Bibbia che Iddio si pentì una
volta di aver creato l'uomo. Per quanto ripugni ammettere il pentimento
in un Essere non soggetto a fallire, pure, al cospetto di un campo di
battaglia, in faccia a questo sanguinoso risultato delle passioni e dei
pregiudizii umani, non sembra del tutto inverosimile che Iddio debba
inorridire di noi se non pentirsi di averci creati. Tutto ciò sia detto
senza la menoma presunzione di indagare i segreti o di accusare gli
intendimenti della Provvidenza.

Nulla uguaglia l'orrore di un campo, dove le belve umane si sono urtate
a migliaia coi loro istromenti di eccidio. Lo splendore delle immagini
e l'armoniosa cadenza del verso rendono accette le sublimi epopee di
Omero, di Virgilio e del Tasso. Lo spirito umano sembra elevarsi nel
percorrere le file dei combattenti colla scorta di un enfatico ed
ispirato poeta. Quelle falangi, che si gettano l'una contro l'altra
per sterminarsi, ci riempiono di ammirazione. Nel poema, nel libro,
noi non vediamo che dei giganti e degli eroi. — Portatevi sul campo,
nella notte che succede alla battaglia di San Martino o di Custoza — e
urtando nei cadaveri, respirando il singulto dei morenti, palpando le
viscere de' fratelli nuotanti nel sangue, la vostra esaltazione verrà
meno. I vostri nervi si incresperanno, i capelli vi si drizzeranno
sulla fronte. Inorridirete di appartenere alla razza umana; maledirete
il giorno in cui, poeti, dettaste delle energiche rime per spingere
alla morte tanta giovinezza di fratelli, il giorno in cui il vostro
inno clamoroso e vivace fece accorrere tante nobili vite verso la
tomba.

Patria — indipendenza — libertà! Sacri nomi e sacri doveri. Nomi che
domandano delle vittime, doveri che impongono sacrifizii di sangue.
Non è dato a noi di eliminare questa terribile necessità della
lotta brutale, nè speriamo che in un avvenire prossimo o lontano
i principii della ragione e del diritto abbiano a predominare nel
mondo senza violenza e senza massacri. L'umanità segue le sue fasi
di trasformazione, ma gli istinti dell'uomo non mutano. Pure, mentre
riconosciamo necessario e provvidenziale questo istinto che ci obbliga
alla vicendevole distruzione, permetteteci almeno di deplorarlo e di
esecrarlo al cospetto di mille cadaveri squarciati che nuotano nel
sangue.


II.

Quella notte — la notte del 19 luglio — un lugubre drappello scendeva
per la vallata. Erano tedeschi usciti dal forte di Ampola. La fortezza
aveva ceduto alla prepotenza delle nostre artiglierie, e mentre i
garibaldini vincitori bivaccavano sul baluardo espugnato, i prigionieri
e i feriti, scortati da poche Guide, erano condotti al villaggio di
Storo. La valle era tetra. — Quei soldati, scendendo pel sentiero
tortuoso, parevano una processione di spettri. La voce dei garibaldini,
che cantavano sulle ripide alture per ingannare l'appetito, giungeva
sinistramente fioca all'orecchio di quei poveri prigionieri stanchi ed
attoniti. La monotona cadenza dei passi e qualche favilla di zigaro
accennava che quei lugubri viaggiatori erano individui della specie
umana. La retroguardia si formava di cinque carrette, sulle quali,
affratellati dalla sorte comune, parevano abbracciarsi i feriti
dell'uno e dell'altro campo.

— Come va, capitano? chiese una delle Guide, accostandosi col suo
cavallo ad una delle carrette di ambulanza.

Un lamentevole singulto fu l'unica risposta.

— A momenti giungeremo a Storo, soggiunse la Guida.

E il ferito, riprendendo coraggio da quella promessa — Vi prego, disse,
di ricoverarmi nella prima casa che troverete, foss'anche un tugurio...
una stalla... Io sento che poche ore mi restano da vivere...

— Coraggio, capitano!... la vostra volontà sarà fatta... Vedo dei lumi
a poca distanza... Io corro a prepararvi l'alloggio.

Ciò detto la Guida spronò il suo cavallo e in pochi minuti raggiunse il
villaggio.


III.

Al fermarsi della cavalcatura, sulla porta di una rustica casuccia
apparve un uomo di atletiche forme e vestito d'una singolare divisa.
Portava un cappello di grosso panno nero, quale usano i contadini
dell'alta Lombardia; fra i suoi calzoni allacciati sotto il ginocchio
da due rami di salice e le sue ghette da militare si espandevano
due polpe adipose coperte da una maglia nera. Un soprabito lungo,
sbottonato, che forse in altri tempi era una veste talare, lasciava
scoperta sul davanti una camicia di color scarlatto trapunta di stelle
d'oro. — Don Remondo, il papa di Val d'Intelvi, venuto al campo per
combattere e per porgere ai morenti i conforti della religione, si era
fornito a proprie spese un abbigliamento che simboleggiava di qualche
modo il suo duplice ministero. Egli s'era fatto una camicia garibaldina
coi residui di una pianeta rossa che gli era stata donata da una zia in
occasione della sua prima messa.

— Buona sera, capellano! — disse la Guida riconoscendo don Remondo al
riverbero di una lanterna che quegli teneva in mano. — C'è una stanza
in questa casa... un letto... un pagliericcio su cui adagiare un
ferito?

— Questa casa è un piccolo ospedale, rispose il prete — vi sono già
ricoverati cinque dei nostri, dei quali uno è morto e due in grave
pericolo... Pure c'è ancora posto per uno... Il letto non è molto
pulito... ma in questi momenti non si bada...

— Sta bene... A momenti giungeranno i carri delle ambulanze... Vi è un
capitano tedesco che soffre orribilmente e domanda di riposarsi il più
presto possibile. C'è qualche medico qui dentro?

— Il chirurgo se n'è andato poco fa... Il paese è pieno di feriti...
Quei maledetti artiglieri di Ampola hanno tirato sui nostri tutti i
fulmini e le saette dei loro arsenali... Non importa... Lei sa bene,
signor sergente, che abbiamo fatto un po' di pratica anche noi... In
caso di urgenza scommetto che ci riuscirei a tagliare una gamba come il
più abile chirurgo dell'armata.

Mentre il cappellano parlava di tal guisa, la Guida era scesa dal
cavallo. Il corteo de' prigionieri e dei feriti cominciava a sfilare.
La lanterna del cappellano mandava un sinistro riverbero sulle faccie
abbronzite dei cacciatori tirolesi e degli artiglieri che proseguivano
il loro triste viaggio.

Da ultimo, giunsero i carri delle ambulanze. La Guida accennò al
cappellano di accostarsi col lume, e fatto arrestare il veicolo ove il
capitano tedesco giaceva ferito quasi privo di sensi, coll'aiuto di un
infermiere lo trasportò nella casuccia.

Entrati nella stanza terrena, il cappellano indicò l'unico letticciuolo
che ivi era disponibile. Vi adagiarono il moribondo, e tutti insieme,
il cappellano, la Guida e l'infermiere, si diedero con pietosa
sollecitudine a medicargli le ferite.

Quella stanza umida e tetra pareva l'albergo della morte.

Vi erano quattro letti, o piuttosto quattro pagliericci malamente
dissimulati da certi drappi senza colore che non erano lenzuoli, non
erano coperte, e somigliavano a grossi sacchi di tela.

Su ciascuno di quei letti era distesa una forma umana.

Un lumicino ad olio affisso alla parete e la lanterna del cappellano
erano la sola luce di quelle tenebre.

All'entrare dei nuovi ospiti, uno dei feriti, levando la testa dal
cappotto che gli serviva da guanciale, domandò con voce fioca: «ebbene?
com'è finita la festa?»

— Ampola ha ceduto — rispose la Guida senza volgere il capo.

— E il caporale De Santi?...

— Vivo!

— Meno male!... Domani gli darò mie notizie.

Un altro, che pareva più estenuato, senza muoversi dalla sua posizione,
fece questa domanda: è dei nostri il ferito?

— No! gli è un capitano tedesco!...

— Un tedesco! — esclamò il ferito — badate che l'oste non sappia
nulla... Avete capito? — fate attenzione a Gregorio!...

E la voce si tacque.

Il cappellano e la Guida, intenti a fasciare le ferite del capitano,
non compresero quelle parole.


IV.

— Convien scendere a Storo in cerca di un chirurgo, disse il giovine
sergente delle Guide. Sarà bene che vada io stesso... Il ferito è in
buone mani... è inutile che io vi raccomandi di trattarlo come fosse
uno dei nostri.

— Tutti gli uomini sono fratelli — rispose il prete — e non potè
astenersi dal soggiungere: per scannarsi l'un l'altro, salvo poi a
prestarsi vicendevole aiuto quando si sono scannati!

Il sergente delle Guide uscì dalla stanza.

Il tedesco pareva assopito. — Don Remondo era rimasto a piedi del letto
e recitava, da buon cristiano, le sue preci della sera, colla testa
curvata dal sonno. L'infermiere, dietro ordine del cappellano, era
uscito anch'egli per andar in cerca di ghiaccio.

Un grido lamentevole, partito dalla stanza superiore, scosse il
cappellano dalla sua ascetica sonnolenza. — In quella stanza del
secondo piano c'erano altri due letti; altri due garibaldini feriti...

Don Remondo non poteva esitare. — Tolse da terra la lucerna, e battendo
sulla spalla di un vecchio che se ne stava rattrappito ed immobile
presso il letticciuolo vicino: Gregorio! gli disse con voce amorevole:
che serve ora mai?... riprendi i tuoi uffizi di carità... gli è il
miglior modo di rendersi accetti a Dio, e di far del bene ai poveri
morti! Io sono chiamato là sopra!... Quì non resta più alcuno... fa
attenzione se questo povero diavolo che ha poche ore da vivere...
reclama qualche servizio... Mi hai capito, Gregorio?...

E il cappellano, vedendo che il vecchio aveva rialzata la testa e lo
aveva ascoltato con faccia compunta, salì frettoloso la scaletta per
accorrere alla voce che non cessava di chiedere ajuto.

Il vecchio volse una occhiata al letticciuolo che il prete gli aveva
indicato.

Poi crollò la testa, e ripiegandosi tosto sul guanciale che gli era più
prossimo, si diede a singhiozzare e a parlare seco stesso.

Su quel guanciale spiccavano i contorni di una testa coperta da un
sottile fazzoletto di tela bianca. Il vecchio sollevò un lembo di quel
fazzoletto, e accarezzò con uno sguardo pieno di amore e di angoscia le
pure sembianze di un fanciullo irrigidito dalla morte. — Un volto che
pareva quello di una vergine, — un morto che sorrideva come l'angelo
che dorme.

— «Morto!... proprio morto!... Ma dov'è la giustizia di Dio? Anch'essa
ha dovuto morire... la povera Martina! E sua madre quasi impazzita...!
I preti dicono dal pulpito che i prepotenti, o presto o tardi, la
scontano!

«Io l'ho ancora presente... quel mostro...

«Sì... l'ho presente... poichè nelle fattezze di questo povero ragazzo
che era un angelo, c'è pure qualche cosa di quel demonio! Forse ho
fatto male a condurre un ragazzo in mezzo a questi orrori. Ho voluto
vendicarmi da me.... e il Signore ha detto: vediamo un poco cosa sai
fare?... Ci hanno cacciati fra queste montagne dove si combatte senza
vederci in faccia... Ho avuto un bel cercarlo io... Quel mostro era
forse là... dietro un macigno... a tirare i suoi colpi al sicuro...
e me l'ha ucciso...! Cosa dirò a Veronica tornando al paese?... Oh!
ma io non tornerò!... Te lo prometto, Ernani... Io mi arrampicherò su
questi massi... come da ragazzo quando andavo alla domenica a snidare
i falchetti... Andrò bene a trovarli io, quei brutti ceffi che non si
fanno vedere... E quando ne avrò trovato uno...

In quel punto dal letto vicino si partì una voce lamentosa.

— Datemi un sorso d'acqua!... per pietà, un sorso d'acqua... che io mi
sento morire...!

Gregorio abbassò il pannolino sul viso del morto, e si volse dall'altro
lato con sembianze mutate. In quella voce di moribondo gli era parso di
udire un suono conosciuto.

Si levò in piedi — corse alla brocca per attingere acqua, e tornando
al letto del ferito, gli accostò al labbro il bicchiere guardandolo
fissamente.

— Ma voi... non siete dei nostri? — domandò il vecchio con terribile
voce, dopo avere colla intensa avidità dello sguardo ricostruite quelle
sembianze oramai scomposte dalla agonia.

Il morente non poteva indovinare il terribile segreto di quella
domanda, non poteva sospettare che quelle ultime goccie d'acqua
stillanti sull'arsura delle sue labbra, gli erano versate da un uomo
che, riconoscendolo, lo avrebbe avvelenato collo sguardo.

— Fratello italiano: — prese a dire il tedesco con voce interrotta
dai singulti — vi rendo grazie delle vostre cure... Non c'è tempo da
perdere... io vi prego... chiunque voi siate... di inviare alla mia
famiglia che vive a Pesth... la carta rinchiusa nel mio portafoglio...
Fate sapere ai miei figli che ho combattuto fino all'ultimo... per la
patria e per l'imperatore...

— Ma il tuo nome! il tuo nome, o dannato d'un tedesco! — urlò Gregorio
come una iena...

L'altro si scosse... I suoi occhi nuotanti nella morte si spalancarono
per terrore...

— Buono italiano! in guerra bisogna che tutti facciano il proprio
dovere... io sono il capitano Francesco Neïper!... e non ho fatto male
a nessuno...

— Non hai fatto male a nessuno?... Ma guarda un poco se hai fatto male
a nessuno! gridò il vecchio strappando il pannolino dalla testa del
giovine morto. — Io sono Gregorio... l'oste di Val d'Intelvi... il
padre della poveretta che è morta di vergogna... di crepacuore... e
questo che tu vedi... è il figliolo che tu hai abbandonato... e che i
tuoi hanno ucciso!

Gregorio si avventò sul capitano con un gesto orribile, ma uno dei
feriti garibaldini, riscosso alle grida del vecchio, era balzato dal
letto per impedire una scena atroce.

In quel punto, il cappellano accorrendo dalle stanze superiori, si
precipitava fra il vecchio ed il moribondo, mentre il sergente delle
Guide entrava dalla porta di strada in compagnia di un chirurgo.

Per un istante un silenzio lugubre regnò nella stanza.

Don Remondo colla sua mano nerboruta serrava i polsi del vecchio —
il sergente delle Guide sosteneva nelle sue braccia il garibaldino
per ricondurlo al suo letto — il chirurgo, prostrato al giaciglio del
capitano tedesco, ne esaminava le ferite, lavandole con una spugna.

— Che volevi fare... che hai tu fatto... o mio vecchio Gregorio!
— esclamò il prete con voce sommessa. — Hai tu perduto la ragione?
Vergogna!... Infierire contro un uomo vicino a morire!...

— Era lui!... proprio lui! — rispose il vecchio con voce strozzata —
quegli che mi aveva fatto tanto male... Che il Signore mi perdoni...
ma... poco fa... nel sentire la sua voce... nel riconoscerlo... mi ha
preso un tal impeto... Ho creduto che il giusto Dio me lo avesse fatto
trovare in questo luogo... presso al cadavere del mio povero Ernani...
per darmi la consolazione... di finirlo colle mie mani!

— Non c'era bisogno — disse il chirurgo, levandosi in piedi e
allontanandosi dal giaciglio coll'aria indifferente dello scienziato.
Penetrando fra la clavicola e la costa superiore, la palla si è
sprofondata nel polmone sinistro e la morte divenne inevitabile.

— Hai sentito? — disse il cappellano a Gregorio, poichè il dottore e
la Guida si furono alquanto allontanati per visitare gli altri feriti.
— Ora, se tu sei un bravo cristiano, inginocchiati e prega anche per
lui, pensa che il povero Ernani gli ha già perdonato in paradiso — e
che ora, padre e figlio ci guardano di lassù abbracciati.

Ciò detto, don Remondo si levò dalla testa il suo ampio cappello, e
mentre Gregorio cadeva in ginocchio a mani giunte, si fece a recitare
una semplice preghiera che diceva:

«Anche oggi la morte ha mietuto sui due campi centinaia di vittime
umane. Perdonate, o Signore, ai fratelli che uccidono i fratelli, e
inviate le vostre consolazioni alle madri che aspettano invano.»


V.

Trascorse alcune ore, gli ospiti del piccolo albergo parevano assopiti.
Il vecchio Gregorio, rattrappito fra due letti, colla testa ricurva,
avea cessato di pregare e di piangere. Nessuna espressione di dolore
per parte dei feriti. Il tormento e l'angoscia reprimevano il singulto,
nulla turbava i silenzi della notte misteriosi e profondi.

Nella stanza terrena, seduto presso una vecchia tavola, il sergente
delle Guide scriveva. La sua penna scorreva rapidamente sul foglio,
agitata da un leggiero tremolio; avresti detto che quel giovine fosse
intento a commettere un delitto; che rivelando ad una persona amica i
segreti del proprio cuore, temesse di dire cose riprovevoli e codarde.
Sul campo di battaglia, dopo le innebrianti e spietate emozioni,
il sentimento dell'amore quasi apparisce puerile e ridicolo. L'eroe
del mattino aspetta le tenebre e la solitudine per scrivere alla sua
donna. Se i suoi compagni lo sorprendessero, il rossore gli monterebbe
alle guancie. — Vedete se la guerra non inverte gli istinti del cuore
umano! — i più puri, i più nobili affetti dell'uomo somigliano ad una
debolezza e quasi diventano obbrobriosi, laddove non si vive che per
uccidere o per essere uccisi.

Il sergente delle Guide non è pei nostri lettori un personaggio
sconosciuto. Basti dire che egli si chiama Edoardo De Mauro, il figlio
del ricco industriale di Milano, il fidanzato di Enrichetta Cantareno.
— È forse mestieri di aggiungere che la lettera è diretta a lei, alla
fiera e orgogliosa fanciulla, nel cui amore Edoardo aveva attinta la
forza per compiere, a malgrado della resistenza paterna, i doveri di
cittadino italiano?

Ed ora che abbiamo riconosciuto il nostro giovane eroe, poniamoci
dietro le sue spalle, e coll'occhio seguiamo lo scritto che il di lui
cuore va dettando:

  «Mia Enrichetta!

«Io ti scrivo da una povera stanzuccia piena di tenebre e di dolore.
Poco fa ho dovuto assistere ad una orribile scena che ha portato al
colmo la mia tristezza. Non ho cuore di descrivertela; e d'altronde il
tuo animo gentile di donna non reggerebbe al racconto. Debbo ora dirti
che questa fu una giornata di gloria per l'esercito garibaldino. Ci
siamo impadroniti del forte di Ampola; ma ciò ha costato gravi perdite.
Quando si pensa che soli duecento uomini difendevano quella fortezza,
e ch'essi potevano fulminarci senza pericolo...! Ma a che servono
i tristi commenti? Ampola ha dovuto arrendersi; qualche centinaio
di prigionieri sono in nostro potere, e la bandiera austriaca che
sventolava sul forte è caduta in nostra mano. — Contuttociò il mio
animo non è punto rassicurato, ed io domando invano a me stesso il mio
entusiasmo e la mia fede.

«Vi è qualche cosa di inesplicabile, di fatale in questa guerra — tanto
ciò è vero che anche le vittorie ci prostrano come sconfitte. Io non mi
pento di essere venuto a combattere — ho obbedito alla voce del dovere
— se non lo avessi fatto ne avrei eterna vergogna. Ma ben altro era lo
spettacolo, altre le emozioni che io mi riprometteva dalla battaglia —
io posso dire di aver perduta una illusione ad ogni tappa.

«Vuoi che io ti parli sincero? Io desidero che la guerra abbia fine,
io sospiro il momento di svestire questa uniforme per quanto gloriosa
ella sia, e tornare semplice cittadino. Se io dovessi riassumere il
mio giudizio su questo esercito in camicia rossa, al quale mi sono
aggregato, non potrei farlo che con queste parole: «eravamo troppi o
troppo pochi.» Non chiedermi in proposito altre spiegazioni.

«E frattanto, i migliori patiscono, combattono e muoiono! — In questa
cameruccia, dove io sto scrivendo, c'è un poeta, un giovine poeta
ferito, certo Eugenio Lanfranchi. Egli era venuto coll'entusiasmo della
sua anima esuberante, egli era dappertutto ove tuonavano i cannoni e le
carabine. — In quell'angolo c'è un morto, un fanciullo di tredici anni,
che era venuto da Val d'Intelvi per vendicare sua madre... Il povero
ragazzo ha fatto prodigi di valore... e nessuno saprà di lui... Quanti
vennero per odio all'Austria, o per un elevato sentimento di dovere, o
per entusiasmo di gloria... tutti meriterebbero una fronda di alloro...
od un monumento... Ma queste anime candide e generose compiono i loro
prodigi nel silenzio e nelle abnegazioni — gregarii degli infimi ranghi
soffrono senza alzare un lamento, muoiono senza lasciare un ricordo.
Pure io credo che anche in queste anime elette, l'entusiasmo e la fede
a quest'ora sieno molto sbolliti.

«Udremo più tardi, a guerra finita, le recriminazioni e le invettive.
Tutte le accuse andranno a cadere sul governo... e fors'anche — ma io
credo che non l'oseranno — sullo stesso Garibaldi. — Dei colpevoli ve
ne sono molti, e in ogni parte, su tutta la linea; ma da questo intrigo
inesplicabile di colpe, di errori e di fatalità, il nome di Garibaldi
uscirà più puro e più glorioso che mai. Quell'uomo è il riassunto, la
personificazione delle idee più elevate. Per farti comprendere questo
carattere grandioso e solitario, ti dirò ch'egli è meno garibaldino e
più italiano di noi tutti...

«Mi è forza interrompere la lettera... Sento le balde voci de' miei
compagni che sposano al suono dei tamburi i loro inni di guerra... Oggi
ci avanzeremo verso Lardaro... Addio Enrichetta; il cuore mi dice che
presto ci rivedremo, e lo desidero. Le più elette intelligenze, i più
nobili cuori si consumano in queste lotte — e la feccia sopravvive!
È un orribile pensiero codesto! — Non ti sembra che l'Italia abbia
invece bisogno di economizzare le sue forze intellettuali e morali già
ridotte all'estremo? Oh! voi altre donne vi siete molto adoperate in
questi anni per infiammare di eroici sentimenti la gioventù italiana!
— Ma un'altra missione vi resta ora da compiere, e non meno patriotica
— creare degli uomini sapienti e costumati.

«Io vorrei che nel paese nostro ci fosse meno entusiasmo e qualche
maggior lume di onestà e di sapere.

«Ti abbraccio con tutto il mio cuore.

                                                    «Il tuo EDOARDO.»


VI.

Di là a qualche settimana, dal quartiere generale dell'armata si
partiva un dispaccio diretto al generale Giuseppe Garibaldi, nel
quale a nome del re gli si ingiungeva di abbandonare le posizioni già
guadagnate nel Tirolo e di retrocedere co' suoi volontari fino oltre
la linea del Mincio... Tale misura, diceva il dispaccio, era divenuta
indispensabile in seguito ad una convenzione d'armistizio accettato e
stabilito dalle due parti belligeranti.

Garibaldi, nel leggere il foglio, divenne pallido e tetro. Egli sentì
in quel momento tutto il corruccio e l'indignazione dei suoi... nonchè
il dolore e la vergogna d'Italia. — Ma il patriotismo fu più forte
dell'orgoglio — l'eroe delle inverosimili battaglie superò sè medesimo
nell'eroismo della sommissione.

Una parola eternamente memorabile uscì dalle labbra di quel patriota
gigante — una parola, che sola basterebbe a rendere immortale la fama
di lui.

— Obbedisco!

L'uomo del comando, l'uomo nato a dominare, a trascinare le masse —
sotto la impressione di una calamità inesplicabile, che fu per l'Italia
una grande umiliazione e un immenso pericolo — piega la fronte, come il
più umile dei mortali, ed obbedisce.

Vi è qualche cosa di commovente in questa abdicazione di potere
per parte di un uomo sì grande. Quale lezione per gli inetti e pei
vanitosi, che hanno fatto e non cessano di fare sì deplorabile prova
nella tenacità del comando!


FINE.




_Un capriccio della Rivoluzione._


CAPITOLO PRIMO

Teodoro Dolci e l'arcivescovo Romilli.


Correva l'autunno dell'anno 1847, e sulle provincie Lombardo-venete
pesava più grave che mai il giogo della dominazione straniera.

Il molto reverendo don Dionigi Quaglia cappellano di Capizzone, una
sera chiamò a sè il nipote Teodoro e, fiutata una enorme presa di
tabacco, gli tenne il seguente discorso:

— Questa mattina per mezzo dell'imperiale regio commissario di Almenno
ho ricevuto il dispaccio ufficiale che ti nomina a maestro elementare
del paese. Prima di entrare in carica, sarà bene che tu dia l'ultima
mano alla tua educazione morale e scientifica, onde corrispondere alle
speranze che ho in te riposte ed alla fiducia che l'imperiale regio
governo si è degnato accordarti. Da gran tempo io aveva stabilito di
farti viaggiare; perocchè i viaggi sviluppano le facoltà mentali,
e confermano le teorie col battesimo della pratica. Ora, la buona
occasione è venuta. Domani entra in Milano monsignore Bartolomeo
Romilli, il quale va a prender possesso in quella città della cattedra
arcivescovile. Monsignor Romilli fu mio collega di seminario, una gemma
d'uomo... un talento, un vero mostro di sapere...! Aggiungi ch'egli
è anche bergamasco, quindi orgoglio e vanto della nostra nazione.
Io desidero che tu assista alla solennità.... Se io non fossi tanto
inoltrato negli anni, volontieri verrei ad accompagnarti.... Ma questi
benedetti reumi nelle gambe non mi dànno più requie.... Basta! Sia
fatta la volontà di Dio! Prendi questo taccuino, Teodoro. In esso
noterai tutte le chiacchiere che udrai fare a Milano sul conto del
nuovo arcivescovo; poi, tornando a Capizzone, mi descriverai punto
per punto le cerimonie dell'ingresso. È inutile che io ti raccomandi
di esser savio e prudente durante il viaggio; tu fosti sempre un buon
figliuolo. Guardati dai pericoli; tira via per la tua dritta; cedi
sempre il passo alle persone di riguardo; rispetta le autorità e i
funzionari pubblici. Partirai colla vettura del Brunetto, il quale ti
condurrà all'albergo dell'Agnello, e poi alla sera ti accompagnerà a
vedere l'illuminazione. Il padrone dell'Agnello mi conosce. Annunziati
nipote di don Dionigi Quaglia, e sarai accolto come un principe.
Mercoledì il Brunetto verrà a riprenderti colla vettura, e tornerai
nelle braccia di tuo zio. —

Alla fine della parlata, il dabben prete si levò di tasca un _marengo_
con poche monete spicciole, e lo porse a Teodoro. Questi baciò la mano
allo zio, e andò tosto a coricarsi.

Caterina, la serva di don Dionigi, verso le quattro del mattino
seguente entrò nella camera di Teodoro per isvegliarlo. Il giovinetto
si pose indosso gli abiti di festa, e scese sulla piazza ove la vettura
del Brunetto lo attendeva.

Nell'attraversare il sagrato, gli occhi di Teodoro levaronsi
furtivamente verso una finestra. «Mi duole di partire senza vedere
Dorotea,» pensò egli sospirando. Ma i cavalli scalpitavano, e la
frusta del vetturino dava il segnale della partenza. Il giovane salì in
_serpa_, fece tre volte il segno di croce, e la carrozza prese la via
per Milano.

Prima di procedere nel racconto, schizziamo brevemente il ritratto del
nostro eroe.

Teodoro Dolci da pochi giorni avea compiuti i vent'anni. Egli non era
uscito mai da Capizzone, modesto paesello della provincia bergamasca.
Orfano dalla infanzia, era stato allevato dallo zio materno, il
molto reverendo cappellano don Dionigi Quaglia, uomo di ottimo cuore,
che aveva trasfusa nel nipote tutta la sua scienza, insegnandogli a
leggere, a scrivere di buona calligrafia, a servir messa, a far conti
e a coniugare i verbi regolari.

Se Teodoro quanto a coltura dello spirito potea chiamarsi il più
distinto giovine di Capizzone, don Dionigi nell'educarlo avea scordato
ch'egli apparteneva al sesso mascolino. Il molto reverendo avea
stillato nel cuore del nipote una morale debilitante, quella morale di
sommissione e di abnegazione, che a questo mondo non giova gran fatto,
ma nell'altro ci fa degni del paradiso.

All'età di quindici anni, Teodoro usciva di casa condotto a mano
dallo zio o dalla vecchia servente, i quali ad ogni tratto lo
ammonivano: Bada a quel sasso! — guardati da quel mulo! — non toccare
quell'arbusto! — quelle bacche son velenose!

La timidità di Teodoro era divenuta proverbiale a Capizzone, e avea
singolarmente reagito anche sulla di lui costituzione fisica. Il nipote
di don Dionigi avea le guancie olivastre, l'occhio fisso e intorpidito,
le labbra languide e semiaperte, la testa mollemente ricurva sul petto,
le spalle rattratte, e due braccia interminabili che quasi toccavano il
tallone.

All'età di vent'anni, Teodoro sembrava incapace di concepire un'idea,
di fare un atto qualunque che non fosse dipendente dall'altrui
volontà. Nondimeno l'educazione non può soffocare gli istinti, e il
giovine montanaro da qualche tempo nutriva nell'anima un segreto, un
tormento... una passione. Senza consultare lo zio, Teodoro avea osato
amare una _persona di sesso diverso_, Dorotea Melazza, la figlia del
sagrestano. Più volte i due amanti si erano incontrati la sera in sul
sagrato all'ora dell'_Angelus_, per iscambiarsi un colpo di gomito.
Quel gesto, più che ad una dichiarazione, equivaleva ad un contratto
nuziale. La mattina in cui Teodoro dovette partire per Milano, soffrì
uno spasimo al cuore, che gli fece comprendere per la prima volta tutta
la forza e la misura dei prôpri sentimenti.

Dopo ciò, mettiamoci noi pure in cammino, e seguiamo il nostro eroe nel
suo primo viaggio.

Il nipote di don Dionigi dondolava nel vano della _serpa_ senza dir
motto.

«Quale strano capriccio è venuto in capo a mio zio! — pensava egli; —
io stavo tanto bene a Capizzone! Davvero non so comprendere il matto
gusto che provano taluni a viaggiare!... Oimè, le mie ossa!... Mi
pare che la vettura penda a sinistra.... La cavalla grigia è mal ferma
sulle gambe!... E dàlle con quella frusta! Il Brunetto vuol condurmi
al precipizio!... Chiudiamo gli occhi... Povera Dorotea! Che dirà
ella quando saprà ch'io sono partito? Non veggo l'ora di tornare a
Capizzone!»

Il viaggio fu lungo e noioso. Verso le cinque pomeridiane, la vettura
del Brunetto giunse alle porte di Milano, nell'ora appunto in cui il
nuovo arcivescovo entrava trionfalmente pel corso Orientale.

— Misericordia! quante carrozze! che confusione! — esclamò Teodoro. —
Per carità... Brunetto... torniamo indietro... od almeno restiamo qui,
finchè non sia passata tutta quella gente! —

Il Brunetto per tutta risposta diede una frustata ai cavalli e penetrò
nella fila delle carrozze, che facevano corteggio alla nuova Eminenza.

L'ingresso dell'arcivescovo Romilli in Milano dava il primo impulso
alle dimostrazioni patriottiche di un popolo fremente che anelava
alla indipendenza ed alla libertà. Le acclamazioni, i viva della
moltitudine, anzichè al prelato bergamasco, eran volti a Pio IX,
al pontefice iniziatore di civili riforme, a lui, che dal Vaticano
avea benedetto il vessillo tricolore, e bandita la crociata contro
i dominatori stranieri. Il nuovo arcivescovo, attraversando il corso
di porta Orientale, si sforzava di sorridere alla folla plaudente: ma
le grida, gli urli del popolo avean suono di minaccia, e il nome di
Pio IX, troppo spesso ripetuto, feriva l'orecchio del timido prelato
come tuono foriero di tempesta. Teodoro Dolci, l'ingenuo campagnuolo,
era ben lungi dal comprendere lo scopo misterioso e solenne di quella
festa, ignorava che quelle grida popolari erano il preludio di una
rivoluzione. Egli si tolse il taccuino di tasca e vi segnò colla
matita: _Entusiasmo di popolo; grida Viva Romilli! viva Pio IX! viva
l'Italia!_ Il poveretto, compiacendo di tal guisa ai desiderii dello
zio don Dionigi, non poteva prevedere quali funeste conseguenze erano
per derivargli da quelle _riottose_ annotazioni.

La vettura del Brunetto impiegò due buone ore per condursi da porta
Renza all'albergo dell'Agnello. Teodoro, stordito dal baccano e
dall'insolito spettacolo della moltitudine, non udiva, non vedeva
più nulla. Appena la vettura fermossi alla porta dell'albergo, il
nipote di don Dionigi rotolò dalla _serpa_, e cascò sulla pancia
dell'albergatore.

— Non ci sono più alloggi! — gridò l'oste incrollabile, — tutte le
camere sono occupate da parecchi giorni.

Teodoro levossi il cappello e, ricordando i consigli dello zio,
affrettossi a rispondere:

— Io sono il nipote del molto reverendo sacerdote don Dionigi Quaglia
di Capizzone....

— O quaglia o pernice, qui non vi sono più camere da alloggiare
forastieri, — replicò bruscamente l'albergatore. — I circostanti
proruppero in una risata, e il povero campagnuolo si inchinò fino a
terra.

Ma il Brunetto, cui premeva liberarsi del suo raccomandato, tirò
in disparte un cameriere e gli disse all'orecchio: — Mettimi questo
gaglioffo sul granaio o nella cantina, tanto ch'egli passi la notte. Ho
bisogno che tu me lo levi dai piedi: perocchè io non saprei che farmi
di lui in una serata come questa! —

Il cameriere fece d'occhio al padrone; questi sorrise malignamente, e
volgendosi a Teodoro: — Entrate, — gli disse; poichè siete nipote di...
vostro zio, cercherò di alloggiarvi alla meglio nella mia locanda. — E
gli astanti a ridere di bel nuovo.

Il Brunetto levò dalla vettura un involto, lo porse al garzone, poi
risalì in _serpa_.

— Che! tu parti, Brunetto? mi lasci qui solo... fra tanti pericoli?...

— Non temete, signor Teodoro; quando avrò collocate le mie bestie,
verrò a tenervi compagnia. —

La vettura scomparve dietro la cantonata, e il timido campagnuolo
portò la mano agli occhi per asciugare una lagrima. Colla vettura del
Brunetto scompariva per lui ogni ricordo di Capizzone. Teodoro sentiva
per la prima volta il dolore dell'isolamento morale.


CAPITOLO II.

Prime armi di Teodoro Dolci.


Sospinto dai camerieri, dai _piccoli_ e dai pressati avventori, il
timido campagnuolo trovossi nel mezzo della sala terrena.

— Il signore desidera pranzare?

— Io pranzare! — risponde Teodoro al cameriere; — da noi a Capizzone
non si pranza.... Io non sono un signore.... Però avrei caro di
mangiare un boccone così alla buona... perchè nel corso della giornata
non ho preso verun cibo... tranne il caffè della Caterina....

— La si accomodi a quel tavolo....

— Signor cameriere.... cameriere!...

— Le dico di prender posto a quel tavolo, e di sbrigarsi nell'ordinare,
perchè in oggi, come ella vede, non abbiam tempo da perdere.

Teodoro si inoltra timidamente nella sala terrena, ma non osa
avvicinarsi alla tavola che gli viene indicata, per tema di dar noia
agli altri commensali.

— Se questi signori mi permettessero... — balbetta il giovane
campagnuolo, dopo breve esitazione, — io mi accomoderei alla meglio in
quel cantuccio...

I commensali si stringono l'un presso l'altro; Teodoro si leva
il cappello e si pone a sedere, avendo cura di occupare il minore
spazio possibile. Alla vista di tante persone ben vestite, di tante
facce sconosciute, l'allievo di don Dionigi Quaglia non osa levar
gli occhi, non che muovere una mano. Al rumore dei bicchieri e delle
forchette si uniscono le stridule voci dei camerieri e dei _piccoli_,
le ciarle animate dei mangiatori. Questi ultimi, per buona ventura
di Teodoro, colle eccentriche aspirazioni del dialetto e colla
manifesta predilezione per certi commestibili, rivelano la loro origine
bergamasca. Teodoro, vedendosi circondato da tanti compaesani, trae dal
petto un largo sospiro, e si dispone a pranzare di miglior appetito.

— I baggiani non san fare la polenta! — grida l'uno in tono
dispregiativo.

— Nè tampoco arrostire gli uccelli, risponde un altro.

— Anche in coteste inezie, — soggiunge un terzo a voce bassa, — si
scorge l'influenza fatale di un governo che pose ogni opera nel tener
divisi gli Italiani.... Ma... Viva l'arcivescovo Romilli...!

— Viva Pio IX! — rispondono sommessamente altre voci.

Frattanto il cameriere mette dinanzi a Teodoro mezza dozzina di piatti
e un boccale di vino, poi si allontana rapidamente per servire gli
altri commensali.

— È tutta per me questa roba! — grida il campagnuolo, rimirando con
occhi atterriti la ricca imbandigione... — Io preferirei un tozzo di
polenta... e un bicchier d'acqua....

— Scelga ciò che meglio le aggrada, e ringrazii la Provvidenza che
l'hanno servito sì tosto, — brontola il vicino di Teodoro sorridendo
maliziosamente. — E beva un sorso di vino... perocchè non sono più
tempi da rinfreschi codesti.... Fuoco! fuoco ci vuole e non acqua...
acciò la bomba scoppii più presto!

Teodoro non osa profferire veruna obiezione; egli intinge la forchetta
in un piatto di fritelle, ma recandosi al labbro il ghiotto boccone,
non può a meno di sclamare: «Che direbbe mio zio don Dionigi se
mi vedesse mangiare tali ghiottonerie!.... Egli che mi ha tanto
raccomandato la sobrietà e l'economia!»

Il rumore della conversazione va sempre crescendo; ma gli epigrammi, le
arguzie, le fatidiche arringhe dei circostanti, tuttochè espresse nel
più puro idioma bergamasco, non sono comprese dall'ingenuo montanaro.
«O questi signori sono pazzi, — conchiude egli dopo aver ascoltato
lunga pezza gli strani discorsi, — o ch'io ho lasciato il cervello a
Capizzone.»

— Io propongo un brindisi al grande prelato italiano! all'aspettato
dalle genti! al successore di Giulio II!... — grida il vicino di
Teodoro, levandosi in piedi e portando il bicchiere alle labbra.
Tutti i commensali si levano in piedi e bevono senza dir motto, ma
stralunando gli occhi e agitando la testa come invasati.

— E lei... giovanotto... lei non risponde all'invito?

— Io... non son uso a ber vino... — risponde Teodoro.

— Ah!.. lei non è uso a ber vino! Lei non è buon Bergamasco!

— Nè buon Italiano! — soggiunge il vicino di Teodoro.

E tutti i circostanti ammutiscono, lanciando occhiate di sospetto e di
minaccia sull'allievo di don Dionigi, il quale sopraffatto dalla paura,
divien rosso come brago e suda dai piedi alla testa.

— Io la consiglio di bere, e prontamente! — ripete un barbuto signore
all'orecchio di Teodoro, con una voce che somiglia al ruggito d'una
belva. L'atterrito campagnuolo, come automa commosso da meccanico
impulso, si leva in piedi, gira intorno lo sguardo smarrito, poi stende
la mano alla bottiglia, l'accosta alle labbra, e la vuota d'un fiato
con grande stupore degli astanti che prorompono in acclamazioni di
entusiasmo:

«Viva Pio IX! Viva Romilli! Viva i Bergamaschi! Viva l'Unione!»

— Voi siete dei nostri, — grida il vicino di Teodoro battendogli la
mano sulla spalla. Ma il povero montanaro, dopo quell'atto di violento
eroismo, è ripiombato sulla seggiola, immobile e floscio come un sacco
di bambagia. La paura e i vapori del vino estinsero in lui il fuoco
della vitalità, gli cristalizzarono lo spirito ed il corpo.

Giunge la notte. La sala dell'albergo vien rischiarata dal gaz, e
frattanto sui balconi e sulle finestre della Corsia compariscono mille
globi illuminati, e torcie, e lampade e lumi d'ogni foggia e colore.
Lo spontaneo e splendido apparato di festa elettrizza i cittadini già
commossi da generoso entusiasmo; il popolo percorre le vie cantando,
e il torrente della folla ingrossa più che altrove presso la contrada
dei Pattari per introdursi nel largo di piazza Fontana, ove ha dimora
l'arcivescovo, e dove la illuminazione è più splendida.

I commensali dell'Agnello si sono sbandati. Teodoro s'è riscosso dal
breve letargo, ma l'insolita bevanda gli ribolle tuttavia nel petto e
gli annebbia il cervello de' suoi vapori.

«Brunetto! ove diavolo si è ficcato colui! egli avea promesso di
tenermi compagnia!... Oimè! qual vampa alla testa! se mio zio, se
Dorotea mi vedessero!... Perchè mai quei signori hanno voluto che io
bevessi tanto vino!? In questa città mi pare che tutti sieno matti!
S'io posso tornarmene salvo a Capizzone, giuro di non lasciare più mai
quel caro paese!»

Di tal guisa farneticava Teodoro. Il padrone dell'albergo entrò per
caso nella sala, e vedendo il giovinotto seduto a mensa col capo fra
le mani: — Che diavolo fa ella costì? — gli chiese con quel piglio
dolce-brusco che è proprio degli osti milanesi. — Perchè non va anche
lei a vedere l'illuminazione di piazza Fontana?

Teodoro levossi in piedi, e inchinandosi rispettosamente: — Sarei ben
lieto, — rispose, — di poterla obbedire, ma attendo un compagno...
cioè... voleva dire... il signor vetturale Brunetto di Capizzone, che
ha promesso onorarmi della sua compagnia.

— S'ella conta sulla parola del Brunetto di Capizzone, dovrà aspettarlo
un bel pezzo! A quest'ora il Brunetto dormirà briaco fradicio in
qualche bettolaccia di Ponte Vetero. D'altronde, s'ella vuol godere
lo spettacolo della illuminazione, non ha che a fare due passi fuor
dell'albergo e abbandonarsi alla corrente della folla, che in pochi
minuti la trasporterà nel centro della piazza.

Teodoro per quell'istinto di sommissione all'altrui volere, che don
Dionigi avea sì coscienziosamente coltivato nel suo giovane allievo,
seguì l'albergatore fino alla porta che dà sulla Corsia, sdrucciolò
dai gradini, e travolto nella mischia, ora sospinto, ora sollevato
dall'onda della moltitudine, in meno di dieci minuti trovossi
nel centro della piazza Fontana, rimpetto al balcone del palazzo
arcivescovile.

Gli avvenimenti di quella memorabile serata erano il prologo della
grande rivoluzione italiana del 1848. Gli Austriaci da lunga pezza
diffidenti e presaghi della terribile catastrofe, in quella festa, in
quelle acclamazioni chiassose fatte al nuovo arcivescovo, intravidero
i sintomi della prossima insurrezione. Fatto è che, mentre il popolo
stipato nella piazza invitava con urli feroci il ritroso prelato perchè
si presentasse al balcone, parecchie pattuglie di soldati e poliziotti
irruppero nella folla colle armi sguainate, suscitando uno scompiglio
da non potersi descrivere. Alla vista delle sciabole e delle baionette,
i cittadini che non s'attendevano quell'assalto violento, s'urtano
l'un l'altro per uscire dalla mischia. Donne e fanciulli, rovesciati
al suolo dall'urto dei fuggenti, son pesti e malconci; un dabben uomo,
certo Ezechiele Abate, muore di crudele ferita; altri barbaramente
percossi son tratti prigioni: in pochi minuti il popolo scomparisce, e
i soldati assalitori rimangono padroni del campo. È debito della storia
il convenire che in quella serata il valore austriaco trionfò su tutta
la linea; nè mai esercito agguerrito ottenne più completa e più facile
vittoria sovra un popolo inerme.

Che avvenne del nostro Teodoro durante la battaglia? Mi duole
annunziarvi la trista novella.... Teodoro ha riportato una grave
ferita. Trascinato dalla corrente, il nipote di don Dionigi era giunto
allo sbocco che mette in contrada Larga, quando uno scellerato di
poliziotto gli piantò nella coscia la punta della baionetta.

«Aiuto! misericordia!» urlò il poveretto stramazzando a terra.

I circostanti, preoccupati ciascuno della propria salvezza, fuggono
atterriti, abbandonando la vittima alla mercè del carnefice. Una
sciabola acuta e lucente pende sul capo di Teodoro; il terribile
poliziotto misura il colpo.... Se la Provvidenza indugia un istante a
soccorrerlo, il nipote di don Dionigi è bello e spacciato.

Ma la Provvidenza riserba a Teodoro una fine più gloriosa. Cinque o
sei popolani, che ultimi rimasero nella piazza, veggono in passando
l'orribile quadro: d'un calcio poderoso l'un d'essi lancia lo sbirro
contro la parete; gli altri sollevano di terra il ferito, se lo
recano in braccio, e spariscono dietro l'angolo della contrada di
Sant'Antonio. Quando il poliziotto si volse per cercare la vittima,
vide il luogo deserto, e udì in lontananza il fischio dei fuggenti,
quel fischio schernitore, che i _barabba_ di Milano lanciavano come
protesta e minaccia contro gli esosi sicarii di una polizia abborrita.


CAPITOLO III.

La fama.


All'indomani, verso le undici del mattino, nella sala terrena
dell'albergo dell'Agnello, la conversazione dei commensali è più
animata che mai. Gli avvenimenti della sera precedente vengono narrati
e commentati in mille guise; il numero dei morti e dei feriti ingrossa
ad ogni tratto, ma nessuno sa ridire i nomi delle vittime.

— Presso l'osteria del Biscione fu trovato un orecchio di donna....

— Nel vicolo delle Ore fu raccolto stamattina un naso di fanciullo.

— Sa Dio quali atrocità furon commesse?..

— Le muraglie del palazzo arcivescovile sono tinte di sangue!...

Il proprietario dell'albergo si avvicina ad un gruppo, e dice con aria
misteriosa:

— Si ricordano, loro signori, di quel giovanotto magro e sparuto che
ieri sedeva a questa tavola?

— Ebbene?

— Io temo che ieri sera gli sia accaduta qualche disgrazia.... Questa
notte egli non è tornato all'albergo....

— Quel giovanotto, — osserva uno dei commensali, — aveva un certo
viso....

— E una cert'aria da bulo!..

— Avete notato, — soggiunge un terzo, — con quale entusiasmo egli
rispose al brindisi da me proposto in onore di Pio IX? I suoi occhi
scintillavano come carboni ardenti, le sue guance eran pallide, le
membra convulse....

— Egli vuotò la bottiglia d'un sorso, poi strinse le labbra e digrignò
i denti con espressione feroce, come se avesse bevuto del sangue!...

— E dire che entrando nella sala egli aveva l'aria d'un timido
seminarista! A prima giunta io lo credetti uno scemo!...

— Taluni fanno lo scemo per non pagar dazio! — esclama l'oste
sorridendo. — Ma ecco il vetturino di Capizzone che forse ci darà
novelle di colui....

— Ebbene? — dice il Brunetto entrando nella sala; — dov'è il forestiero
che ieri a sera ho scaricato alla porta del vostro albergo?

— Gli è ciò appunto che io stava per chiederti, — risponde l'oste
coll'usato sorriso.

— Che?... il nipote di don Dionigi Quaglia sarebbe sparito?...

— Io temo piuttosto che la quaglia sia caduta nel laccio... ovvero
nelle unghie di quei gatti che il conte Bolza ha scatenati ieri a sera
in piazza Fontana.

Il Brunetto spalanca la bocca, e dà indietro due passi. I circostanti,
vedendo la sorpresa e il terrore del vetturino, si abbandonano alle più
strane congetture. — Qui gatta ci cova, — dice l'uomo dal brindisi;
— quel forestiero è senza dubbio un affigliato di qualche società
segreta, un emissario del Comitato di Lugano!

— Presto!... un boccaletto di malvasia a quel bravo galantuomo! — grida
un altro della comitiva, accennando al vetturale di appressarsi alla
tavola.

Tutti si fanno intorno al Brunetto e lo assalgono di obblique dimande.

La curiosità degli sconosciuti allarma l'ombroso vetturino, il quale
per tema di compromettersi, improvvisa una odissea di menzogne. Il
contegno impaurito del dabben uomo, le frasi equivoche, le risposte
contraddittorie destano negli uditori più vivi sospetti.

Frattanto un nuovo personaggio è entrato nella sala, un giovinotto di
circa venticinque anni, dalla fisonomia vivace, dal piglio disinvolto
ed ardito. L'albergatore scambia poche parole col nuovo venuto, indi,
additandogli il vetturino: — Ecco l'uomo che vai cercando, — gli dice;
— tu puoi parlargli liberamente; quei signori son tutti... della lega!

Il giovinotto si introduce nel crocchio, e presentandosi al vetturino:
— Siete voi, — gli chiede, — il signor Brunetto da Capizzone?

— Io, per servirla!

— Quando riparte la vostra vettura?

— Domani alle quattro del mattino.

— Ebbene: io vi prego di recare questa lettera al sacerdote don Dionigi
Quaglia.... Badate che gli è uno scritto di somma importanza!... Il
signor Teodoro Dolci mi ha parimenti incaricato di avvertirvi ch'egli
non può partire domani... trovandosi alquanto indisposto....

— Che! la signoria vostra ha veduto il signor Teodoro Dolci?... Ove
diavolo s'è egli ficcato? Gli è tutto il giorno ch'io lo cerco!...

— Il signor Teodoro... trovasi in luogo sicuro, in casa di persone
fidate... di persone, che possono guarentirlo da ogni pericolo.

Pronunziando queste parole, il giovane gira intorno una occhiata
diffidente.

La curiosità trabocca dagli occhi degli astanti.

Il vetturale non osa stendere la mano alla lettera, temendo ch'essa
racchiuda qualche grave mistero politico da comprometterlo. L'oste,
avido anch'egli di notizie e al tempo istesso desideroso di farsi un
merito presso i suoi avventori, battendo leggermente sulla spalla del
giovane: — Carletto, — gli dice, — io t'ho già avvertito che qui puoi
parlare liberamente.... Qui non vi è persona che _patisca eccezione_...
Io conosco i miei avventori... e quando _una tromba_ penetra qua
dentro, sai bene ch'io mi affretto a prevenirne gli amici.

— Siamo tutti fratelli! — rispondono ad una voce i commensali. — Viva
Pio IX! Viva Carlo Alberto!...

— Sì: viva Pio IX! viva l'Italia! — risponde il giovanotto animandosi
di entusiasmo; — e si faccia presto una volta a purgare il paese da
questi mostri!...

— Sottovoce per carità!... Siamo vicini alla Corsia, — interrompe
l'oste. — Io sono garante delle persone che stanno qui dentro, ma di
fuori vi hanno delle orecchie acute....

— Ebbene? che importa? — riprende il giovane, moderandosi alquanto. —
La bomba deve pure scoppiare o tosto o tardi; e vi giuro che le mani
mi prudono ferocemente.... Se vedeste come l'hanno concio, quel bravo
montanaro?...

— Qual montanaro?...

— Ma... lui! Teodoro Dolci! l'eroe di Capizzone!

— Teodoro! — esclama il vetturale più sorpreso degli altri, — l'eroe di
Capizz....

— Un _fegato sano_!... un vero amico del popolo! un uomo d'azione!...
Ah! quando penso che i birboni hanno versato il sangue di quel
valoroso, mi vien voglia di andar là fuori, afferrare pel collo il
primo croato che mi vien incontro, e condannarlo alla _morte del
gatto_! Basta!... speriamo che il momento non sia lontano.... Frattanto
noi penseremo a guarire il povero ferito, perchè egli pure prenda parte
alla lotta.... E vi giuro ch'egli è uomo da far bene il dover suo!...

— La ferita non è dunque mortale?...

— No, grazie a Dio. Il signor Maestri spera che fra due o tre mesi
Teodoro potrà uscire di casa. Vi giuro ch'egli si è battuto ieri a
sera come un leone. Persone degne di fede giurano d'averlo veduto
sull'angolo dei Pattari cacciarsi fra un drappello di poliziotti,
e rovesciarne quattro d'una pedata!... Questa notte nel delirio
della febbre il poveretto balzava di tratto in tratto sui guanciali
esclamando: «Viva l'arcivescovo! viva Pio IX! tutti dobbiamo morire!»
Poi soggiungeva con voce più calma e coll'accento della ispirazione:
«Suonerà la campana dell'_Angelus_.... e allora ci rivedremo... Io sarò
maestro dei poverelli e dei deboli.... Io li condurrò sul cammino della
salute!» Quel giovane non è soltanto un eroe, ma anche uno scienziato,
un filosofo.

— Infatti, — balbetta il vetturino, — il signor Teodoro viene
considerato la prima testa di Capizzone.

— Lassù, nelle vostre montagne, egli dev'essere conosciuto pel suo
coraggio....

— Quanto a coraggio, — risponde il vetturino, — per dire la verità....

— _Sciutt!_ — esclama il _piccolo_ entrando nella sala. Tutti quanti
ammutiscono, e volgendo gli occhi alla porta, veggono una figura
sinistra che si è fermata per udire la conversazione....

Il giovane patriota esce dalla sala senza aggiunger parola. Il Brunetto
ripone la lettera nel portafoglio, e riempie il bicchiere, mentre uno
dei commensali chiede al vicino con voce distinta:

— E come va quest'anno colle dordine? Alla _bressana_ del conte Modroni
ho veduto prenderne l'altro dì circa seicento!

E da quel punto non si parlò che di dordine, quaglie e codirossi.

Ma il nome e le gesta di Teodoro Dolci nel corso della giornata
passarono di bocca in bocca, e furono argomento di tutte le
conversazioni milanesi. I fanatici portavoce di notizie rivoluzionarie
a mezzanotte asserivano che Teodoro, nella famosa serata di piazza
Fontana, aveva scannati dodici poliziotti, e messo in fuga un drappello
di dragoni.


CAPITOLO IV.

Lo zio di un rivoluzionario.


Il sole volge al tramonto. Sulla piazzetta di Capizzone parecchi
individui attendono la vettura del Brunetto che deve tornare da Milano.
Il molto reverendo sacerdote don Dionigi Quaglia dirige ad ogni tratto
la punta del naso e del cappello triangolare verso la strada maestra;
la Caterina siede sovra una pietra a poca distanza dal padrone: la
figliuola del sagrestano si aggira d'intorno, e attende il crudele
fidanzato per fulminarlo d'una occhiata terribile appena sia disceso
dalla vettura.

Gli abitanti di Capizzone ignorano i tragici fatti avvenuti a Milano.
Don Dionigi ed il sindaco, i soli che nel paese leggano la Gazzetta
uffiziale, ricevono i fogli arretrati di sei giorni, che prima di
giungere a Capizzone, hanno percorse dieci o dodici case di Almenno.

Odesi in lontananza lo scoppiettio di una frusta, poi rumore di
ruote... e la vettura del Brunetto compare all'estremo della contrada
corteggiata da una nube di polvere. Don Dionigi e la Caterina
aguzzano gli occhi... — Perchè mai Teodoro non ha ripreso il posto di
_serpa_?... — Il buon prete, commosso, inquieto, interroga coi cenni
il vetturino, ma questi fa l'astratto. Le angoscie, i terrori di don
Dionigi aumentano... La carrozza è già prossima... la carrozza ha
traversato la piazza... la carrozza si arresta... e Teodoro non mette
il capo agli sportelli, Teodoro non istende una mano per salutare lo
zio...

— Ebbene? ove è desso? che è avvenuto di nostro nipote? — gridano ad un
tempo don Dionigi e la Caterina, correndo presso il Brunetto che già ha
posto piede a terra.

Il vetturino, muto. Egli cava dal portafoglio una lettera, e crollando
il capo in segno di mestizia, la presenta a don Dionigi.

«I caratteri non sono di Teodoro, il foglio è segnato di nome di
sconosciuto, non vi è più dubbio: Teodoro dev'essere morto o gravemente
ammalato.» Il terribile dilemma si affaccia alla mente del buon
sacerdote, e gli occhi di lui, già pieni di lacrime, a mala pena
distinguono le cifre. Ma le novelle contenute in quella lettera sono di
tal natura, che nell'animo di don Dionigi il dolore è paralizzato dalla
sorpresa. «Ciò non è possibile! — esclama egli — Chi scrive di tal
guisa dev'essere un matto, ovvero qualche sciagurato che vuol prendersi
spasso nel tormentarmi!»

Dal contesto della lettera, che noi riproduciamo fedelmente, a ciascuno
sarà facile argomentare quali strane sensazioni agitassero il dabben
sacerdote.

  «_Molto reverendo_,

«Il primo sangue fu versato... Il nome dei protomartiri sarà scolpito
a note indelebili nelle pagine della storia... Viva l'Italia! Viva Pio
IX! Teodoro Dolci è nel novero dei pochi eletti, egli ha mietute le
prime palme nella battaglia del popolo!... Teodoro Dolci è benemerito
della patria. Perchè un popolo risorga di schiavitù, voglionsi grandi
sacrificii di sangue... Teodoro Dolci ha già versato il suo sull'altare
della patria. Assalito proditoriamente da sicari scellerati, dopo aver
combattuto da prode, riportò una gloriosa ferita... Questa notizia,
noi ne siamo sicuri, riempirà il di lei cuore di consolazione... perchè
ci son noti gli alti sensi patriottici che la distinguono, e che Ella
seppe ispirare fino dalla più tenera età nel nipote ed allievo. La
ferita non è mortale... Teodoro Dolci potrà sopravvivere e sfidare
nuovi combattimenti. Noi lo abbiamo trasportato in luogo sicuro. Io
mi tengo onorato di dargli asilo in mia casa, e di prestargli que'
soccorsi che il di lui stato richiede. La viva tranquillo, signor don
Dionigi: il di lei nipote verrà medicato ed assistito come si deve.
Siamo povera gente, ma abbiamo cuore; venderemo anche la pentola per
far danaro da soccorrere un fratello. Se ella crede venire a Milano
per accertarsi cogli occhi proprj del nostro buon volere, il signor
Teodoro sarà oltremodo consolato della sua visita. Nei deliri della
febbre il bravo giovanotto invoca ad ogni tratto il di lei nome... Egli
mi ha pregato di scriverle, e mi ha detto di consegnare la lettera
al vetturino acciò le pervenga più sicura. Noi dunque la attendiamo.
In casa nostra v'è un letto ed una zuppa anche per lei. Aggradisca i
sentimenti della mia stima... Viva Pio IX! Viva Carlo Alberto! Viva
l'Italia!

  «Milano, contrada Sant'Antonio, N. 1241.

                                            «Di Lei devotissimo servo
                                                       «CARLO OBRIZZI
                                                 «operajo tipografo.»

Don Dionigi ha letto dieci volte lo scritto senza comprenderne il
senso. La Caterina ed altri, che per avventura si trovavano sulla
piazza, vedendo lo stupore e la costernazione del prete, si fanno
intorno al Brunetto e lo assalgono di interrogazioni; ma il vetturale,
in luogo di rispondere, straluna gli occhi, agita le braccia, si
stringe la testa fra le mani, poi, appressandosi a don Dionigi che è
rimasto in disparte pietrificato, gli disse sottovoce: — Le raccomando
di aver prudenza, e di badare come ella parla... e con chi... Una
parola men cauta può farci appiccare tutti e due!... Fra pochi minuti
io sarò da lei per informarla di quanto ho potuto raccogliere a Milano
circa l'affare del signor Teodoro. —

La Caterina, sgomentata dalle parole del Brunetto, tira don Dionigi
per la falda della zimarra; e il povero prete si lascia condurre alla
propria abitazione come un tapino che d'un tratto abbia smarrita la
ragione.

Verso le nove della sera, per istrade oblique ed oscure, il Brunetto
recossi alla casa del prete. Don Dionigi era seduto sovra una vecchia
poltrona.

Non appena il vetturino mise piede nella sala, Caterina corse a
sprangare la porta e le finestre, lanciò un'occhiata sospettosa dietro
l'armadio e sotto la tavola, poi sedette sul gradino del focolare.
Il vecchio prete era afflitto profondamente, ma più rassegnato e più
calmo. Alla crisi violenta della sorpresa e del terrore succedeva
nell'anima sensibile dell'ottimo religioso quella tristezza affettuosa
che medita la sciagura per trovare il più pronto, il più efficace
rimedio.

— Dì pure, Brunetto; non nascondermi nulla di quanto è accaduto a quel
povero figliuolo!... Io ho riletto venti volte questo foglio, nè altro
ho potuto comprendere se non ch'egli dev'essere ferito... e in pericolo
della vita.

— Dunque... poichè qui si può parlare liberamente... le dirò come
è andata la faccenda. Noi siamo giunti a Milano nel punto in cui il
signor arcivescovo entrava pel corso di porta Renza... Ho scaricato
il signor Teodoro all'albergo dell'Agnello, poi ho condotto le bestie
al Ponte Vetero al solito stallazzo. Sul far della sera io doveva
tornare all'Agnello per accompagnare il signor Teodoro a vedere
l'illuminazione. Giunto sulla piazza della Scala, tiro innanzi verso
la contrada del Marino, ma la folla è tanto spessa, che mi riesce
impossibile di proseguire pel mio cammino. A forza di spintoni e
gomitate mi provo a rompere quel muro di gente... Ed ecco, presso
allo sbocco di Santa Radegonda vien via una ondata di popolo, che mi
sospinge contro le invetriate d'una osteria.. Al rumore dei vetri che
cadono in pezzi, sbucan fuori il padrone ed i guatteri, i quali, senza
chieder permesso, chiudono la porta all'improvviso, gridando a tutta
voce: «o fuori o dentro!» Io fui tanto sfortunato da rimanere dentro!
Parola d'onore, don Dionigi: il vino non mi dispiace, ma avrei data
la mia cavalla grigia per rimaner di fuori, e per poter servire il
signor Teodoro della mia compagnia! Vedendomi forzato a rimanere nella
bettola, che si fa? _per non sfigurare_, ordino un boccale da dodici...
Ed ecco, mentre sto per sedere ad una tavola, mi trovo in faccia il
Ciccino, il cavallante di Sarnico. «Tò! chi veggo! il Brunetto!» E
subito il sozio mi offre il bicchiere, e le ciarle cominciano. «Le
persone di giudizio s'incontrano all'osteria — dice l'amico; — tu non
sei di que' matti che vanno a farsi schiacciare per veder quattro
lumi. E tanto più in una serata come questa; una serata pericolosa
che non potrà finire senza sangue...» «Sangue!» esclamo io, e (parola
d'onore, don Dionigi...) mi venne subito in mente il signor Teodoro.
«Sicuramente! questa sera i Milanesi _fanno dimostrazione_.» E qui il
Ciccino, che è una testa fina... un politico, mi racconta certe storie
imbrogliate, da far rizzare i capelli!... Infine io vengo a sapere
che i Milanesi sono stufi di _stare sotto i Tedeschi_, e vorrebbero
_passare sotto i Piemontesi_; che _Pio IX_ ha promesso liberare tutti
gli Italiani e ammazzare tutti i Tedeschi... insomma che fra pochi mesi
la sarà una baldoria per tutti. Il mio collega parlava sì bene, che
io mi sarei stato tutta la notte ad udirlo; e frattanto i bicchieri
si vuotavano, e il vino colava per la gola come un balsamo... Signor
don Dionigi: ella sa che nel bere io non uso oltrepassare i limiti
dell'onesto; pure... quella sera... che vuole?... il vino misto alla
politica mi diede al cervello... Fatto è ch'io mi addormentai sul
pancaccio dell'osteria, nè mi svegliai che alle otto del mattino,
quando il guattero scese per riaprire la bottega. Il mio primo
pensiero nello svegliarmi fu pel signor Teodoro... Corro all'albergo
dell'Agnello per chieder notizie di lui, e là vengo a sapere l'orribile
caso... là trovo lo sconosciuto che mi porge la lettera...

— Povero Teodoro!... povero nipote mio! — esclama don Dionigi. —
Senza dubbio egli si sarà trovato in piazza Fontana nell'ora della
_dimostrazione_.

— Sicuramente!... Egli si è trovato in piazza nel punto in cui i
Tedeschi si gettavano sulla folla colle sciabole sguainate.

— E non potendo fuggire...

— Sicuramente!... Non potendo fuggire, egli si ribellò ai gendarmi...

— Che! mio nipote ha osato ribellarsi ai gendarmi! — grida don Dionigi
balzando dalla seggiola...

— A quanto pare, egli deve essersi ribellato, — prosegue ingenuamente
il Brunetto, — poichè, se è vero quanto ho inteso dire all'osteria
dell'Agnello, il signor Teodoro ne ha ammazzati quattordici e feriti
altrettanti.

— _Jesus Maria!_ — prorompe la Caterina; — il nostro Dorino ha
ammazzati quattordici gendarmi!.. —

Ma le ultime parole del Brunetto, che produssero sì viva impressiono
nella vecchia servente, anzichè aggravare, hanno alquanto mitigato il
cordoglio di don Dionigi. L'inverosimiglianza del racconto è troppo
evidente... L'animo del dabben sacerdote si riapre alla speranza...
Teodoro avrà corso qualche pericolo; forse nella pressa della folla
avrà riportata qualche leggera contusione; ma il fatto non può essere
tanto grave qual venne esposto nella lettera dello sconosciuto e nella
confusa narrazione del Brunetto.

Per chiarire prontamente ogni dubbio, don Dionigi risolvette di partire
all'indomani alla volta di Milano, e, dopo aver vegliato la notte in
preda alla più viva agitazione, alle quattro del mattino prese commiato
dalla servente, e uscì tutto solo di casa per raggiungere la vettura
del Brunetto.

L'assenza prolungata di Teodoro, la lettera misteriosa pervenuta a
don Dionigi, alcune frasi sfuggite al Brunetto la sera precedente,
voci vaghe e confuse di disordini avvenuti in Milano, le inevitabili
indiscrezioni della Caterina, suscitarono fra gli abitanti di Capizzone
i più strani sospetti, le più assurde dicerie. Sul far della sera, il
barbiere del villaggio, tornando da Almenno ove era stato a raccogliere
notizie, narrava a' suoi compaesani che a Milano era scoppiata la
rivolta, e che il nipote di don Dionigi avea messo in fuga un esercito
di ussari a cavallo, uccidendone parecchi a colpi di bastone.

Quest'ultimo incidente trovò degl'increduli. Troppo era nota agli
abitanti di Capizzone la fiacchezza e la timidità del nipote di don
Dionigi, perchè l'eroico bullettino venisse accolto senza discussione.
Ma il barbiere con giornalistica audacia impose silenzio alle
obbiezioni:

— Vergogna! — sclamò egli, levandosi con autorità nel mezzo del
crocchio. — Mentre tutta Italia rende giustizia ad un nostro
concittadino, voi soli osereste muover dubbio sul suo valore?...
Convengo che il nipote di don Dionigi non è il forte dei forti;
convengo che prima d'ora egli non ha dato prove di grande coraggio...
Ma il più gramo dei figli di Capizzone non val forse trenta gagliardi
d'altro paese?

— Vero! verissimo! bravo! — gridarono cento voci.

Da quel momento nessuno osò opporsi al barbiere oratore.


CAPITOLO V.

Un processo verbale.


Il molto reverendo don Dionigi Quaglia giunge a Milano sul far
della sera. Mentre i soliti commensali stanno pranzando all'albergo
dell'Agnello, l'ingenuo sacerdote precipita nella sala.

— Mi abbisogna una camera per questa notte, — dice egli al padrone;
— ma prima di coricarmi vorrei trovare una persona fidata che mi
accompagnasse in contrada Sant'Antonio, alla casa N. 1241. Io sono don
Dionigi Quaglia di Capizzone. —

Non appena don Dionigi ha proferito il proprio nome, l'albergatore
afferra il prete pel braccio, lo trascina nel cortiletto, e spingendolo
fin presso ai gradini della cantina: — Imprudente! — gli dice; — ella
si è tradito da sè medesimo! Dopo il fatto di piazza Fontana, dopo
la famosa istoria di Teodoro Dolci, il mio albergo è continuamente
assediato dalle spie. In questo momento ce n'erano due là dentro... e
famose! Se la polizia giungesse a scoprire il nascondiglio del signor
Dolci, io son certo che lo farebbe appiccare senza chiedere il permesso
a Vienna. —

Don Dionigi, ritto ed immobile presso la muraglia, rassomiglia ad
uno sparviero inchiodato. Il naso e la punta del cappello rivolti al
firmamento esprimono la desolazione del poveretto. «Oimè! — sclama
egli, — Iddio mi ha dunque tolto il bene dell'intelletto! Io non so più
in che mondo mi sia...»

Frattanto gli zelanti patriotti, che stavano pranzando nella sala
terrena, vengono anch'essi nel cortile per istringere la mano allo zio
di Teodoro e offrirgli servigio.

— Bisogna far presto! Le due _soffie_ sono già in cammino per recare
l'ambasciata al conte Bolza. Sarà bene prevenire il signor Teodoro
e farlo trasportare in altra casa... Presto! non c'è un minuto da
perdere. —

Così parlando, due giovanotti si impadroniscono del prete e lo traggono
fuori dell'osteria, dirigendosi verso la contrada di Sant'Antonio. Don
Dionigi si lascia condurre come un automa; e mentre i due sconosciuti
gli intronano l'orecchio di complimenti e di esortazioni patriotiche,
il buon prete invoca il soccorso della Provvidenza recitando il _Veni
creator spiritus_.

Eccoci nella contrada di Sant'Antonio. Giunti alla casa N. 1241, la
piccola comitiva si arresta, e i due sconosciuti si accommiatano da
don Dionigi. — Addio, incorrotto ministro dell'Evangelo! Addio, lume e
decoro del sacerdozio! A suo tempo la patria saprà distinguere i veri
dai falsi apostoli, e come si mostrerà inesorabile nell'esterminio dei
Giuda, così saprà esaltare i veri missionari della libertà evangelica!

Don Dionigi penetra nel vestibolo della casa, cerca a tastoni la scala,
e con passo vacillante comincia a salire. Dopo aver bussato a tutte
le porte dei piani inferiori, e subìte le invettive di dieci o dodici
inquilini, finalmente al quarto piano egli trova l'abitazione di Carlo
Obrizzi, l'abitazione ove Teodoro fu ricoverato.

Lode al buono, all'onesto popolano milanese! Carlo Obrizzi appartiene
alla classe degli operai tipografi. Nelle officine del pensiero, fino
dalla prima fanciullezza, egli respirò i sentimenti 

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