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Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

by Francesco Domenico Guerrazzi · Italian · Gutenberg #48490 · 1,244,644 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
    
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Title: Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Author: Francesco Domenico Guerrazzi


        
Release date: March 15, 2015 [eBook #48490]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/48490

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PASQUALE PAOLI; OSSIA, LA ROTTA DI PONTE NUOVO ***

                             PASQUALE PAOLI

                                 OSSIA

                        LA ROTTA DI PONTE NUOVO


                            ROMANZO STORICO
                                   DI
                            F. D. GUERRAZZI



                                  ROMA
                    EDOARDO PERINO TIPOGRAFO-EDITORE
                                  1883




CAPITOLO I.

Il vetturino livornese


Gli dei di Ausonia se ne andarono, ed il suo cielo con essi! — esclamò
Giacomo Boswell, fiore di galantuomo inglese, levando la faccia in alto
e ricevendovi bravamente in mezzo uno sbuffo di acqua piovana.

Il vetturino che lo menava, non intendendo bene codesta dotta
esclamazione, tacque e, seduto alla peggio su le stanghe del calesse,
continuò a toccare il cavallo perchè accelerasse il passo. Il signor
Giacomo, tra lamentoso e stizzito, ripigliò a proferire più forte: — Ed
è egli questo il tanto vantato cielo d'Italia?

Allora poi il vetturino non si potè più reggere; e quantunque la
domanda non fosse volta a lui, bensì a tutto il genere umano, egli, a
ragione reputandosi particola di questo genere, pensò gli spettasse il
diritto di rispondere per tutti, ed invero rispose:

— Sia benedetto! io glielo aveva pure avvisato innanzi di partire
da Pisa: l'acqua è in terra, ma vostra signoria che cosa ha saputo
replicarmi? «Non importa.» Lo ha ella detto, sì o no? Adesso, se ciò
che si prevedeva accadde, non ci rimane a fare altro che quello che mi
lasciò detto mio padre.

— Ed era?

« — Chi non seppe ben fare, sappia almeno ben tacere.» E poi anco
questo altro, il quale però ha da capire come per via di metafora,
non perchè si riferisca punto a lei: «Quando il ladro è di casa, non
bisogna chiamare il bargello.»

Il signor Giacomo, chinato il capo, non fiatò più, anzi si pentì di
avere aperto bocca, e, riprese il viaggio, accompagnato sempre dalla
pioggia, giunse a Livorno e andò a smontare in via Borra al palazzo
delle colonne di marmo, abitato dal signor Giovanni Dieck, scudiere e
console di Sua Maestà Britannica in cotesta città.

Gittandosi giù dal calesse, il signor Giacomo con voce burbera
interrogò:

— E devo pagarvi?

— Ma!.... due scudi fu il patto, e la buona mano, se le piace.

Queste parole pel modo, col quale vennero pronunziate, avrebbero
fornito agli studiosi dell'arte musicale subietto stupendo ad ammirare,
perchè dai suoni risentiti scesero giù giù per una scala semitonata ad
una specie di bisbiglio; e questo in virtù del diritto che, fatta la
prima parte, lasciava luogo alla speranza, la quale pareva persuasa che
essendo fuori a quell'ora, non poteva buscare altro che acqua.

— Bene; ecco i due scudi. Buona mano ch'è?

— Diavolo! Oh! che? non ha mai viaggiato vostra signoria? oh! che? ci
è ella piovuto dalle nuvole in Italia? La buona mano, a ragionarvi su,
propriamente vuol dire la mancia che i viaggiatori, quando si trovano
serviti bene, donano al vetturino oltre il fissato.

— Quando si trovano serviti bene: ma io mi trovo servito male, dunque
non vi do nulla.

— Capisco che buon viaggio non fu di certo il suo — e così dicendo gli
levava la valigia di cassetta — ma ci ho colpa io? Me ne rimetto alla
sua coscienza.

— E poi la vostra definizione della mancia è mal fatta.

— Quanto a questo poi, io me ne ho da intendere più di lei.

— Vi dico che manca; e manca questo: denaro al vetturino oltre al
fissato, perchè vada ad ubbriacarsi all'osteria e bastoni poi la moglie
e i figliuoli.

— È vero, — rispose il vetturino abbassando il capo.

— Bene, dunque portate in pace se non vi do nulla; perchè temo che Dio
mi domanderebbe conto di avere dato causa col mio denaro a degradare la
creatura: la creatura, capite, dove Dio impresse la sua santa immagine,
ch'ella si affatica tutto giorno a cancellare sostituendovi quella
della bestia; anzi no, perchè le bestie non si ubbriacano. Dite: avete
mai visto per le strade cani, cavalli od asini briachi?

Il vetturino, finito questo acquazzone di parole acerbe, rispose
ingenuo:

— No, signore, io non ce gli ho visti, ma io aveva creduto in coscienza
potere omettere la sua giunta, perchè all'osteria non vado mai.

— Bene.

— E nè manco bevo vino.

— Benissimo.

— Non tanto come la si figura lei; ma che vuole? Bisogna stenderci
quando il lenzuolo è lungo: che ho moglie e figliuoli, e quello che
guadagno col padrone basta per pagare il fitto e pel pane; con le buone
mani si rimedia al resto.

— Avete moglie? avete figliuoli? non andate all'osteria? non bevete
vino? Oh! allora è diverso. Perchè non me lo avete detto avanti?
Potevatelo dirmelo prima, chè mi avreste risparmiato la mala azione
d'ingiurarvi a torto. Vi domando perdono: ecco la buona mano, e il
Signore vi dia la buona notte.

E, lasciata la valigia nello androne, schizzò su per le scale presto
così, che gli pervenne mezzo all'orecchio il «Dio gliene renda merito»
che il povero vetturino gli mandava dietro nella pienezza del cuore.

Il giorno dopo, verso le nove di mattina un uomo di florida età, bello
in sembiante e, più che bello, sereno, stava fermo sopra il secondo
gradino del palazzo delle colonne di marmo, guardando trasecolato il
cielo ora da una parte, ora dall'altra, e pareva non si potesse saziare
di contemplarlo.

Egli era il signor Giacomo Boswell, giovine di trenta e qualche
anno, di capelli biondi, occhi cilestri come la più parte de' suoi
compatrioti appaiono: bensì proprio di suo ci metteva la sembianza, che
l'Onestà stessa avrebbe potuto pigliare in presto, se le fosse venuto
il capriccio di fare una visita al mondo vestita, come la signora
Bloomer, da uomo, ed un misto di costanza, di argutezza ed anco di
malizia, ma di quella buona, quasi fuoco che scalda e non iscotta. Il
signor Giacomo si lasciava governare dalle sue voglie, le quali, per
quanto talora si manifestassero singolari, essendo sempre dirette alla
conoscenza del vero, all'ammenda e al sollievo dei proprii simili,
se da un lato movevano al sorriso, dall'altro invitavano a tenergli
dietro le lacrime. Così in primavera il sole si mescola talvolta
con la pioggia, e i fiori giocondati da quello e da questa smagliano
come diamanti: vera festa della Natura. Sogliono gli uomini francesi
chiamare questi umori britanni stranezze, gl'irridono. Sta bene; essi
sono tutti uniti, tutti lisci, anzi uguali tra loro come mattoni. Però
badino: co' mattoni si fanno i pavimenti, non le cupole, e basta.

Il signor Boswell non apparteneva alla setta dei _Fratelli_, o
vogliamo dire _Quaccheri_, ma assai le si accostava coi costumi e
col vestire; abborriva la cipria; i capelli portava stretti dopo le
spalle con un nastro di seta nero senz'altra acconciatura; la barba
rasa diligentissimamente, chè gl'Inglesi non erano a quei giorni
venuti a contesa di pelo con gli orsi; le vesti tutte (se togli i
pannilini bianchi e le scarpe nere) di una stoffa eguale e colore
di piombo; nella mano manca tra l'indice e il pollice portava una
tabacchiera d'argento, alla quale imprimeva di tratto in tratto un moto
ondulatorio, e qualche volta, nelle veementi commozioni, mercè un colpo
dell'indice della destra, la faceva girare dentro la medesima morsa.

Ed ora appunto gli avea dato questo colpo solenne: nè a torto,
imperciocchè adesso il cielo gli si spandesse sul capo immenso di
azzurro sereno; e se l'occhio dell'uomo avesse potuto arrivare fino
costà laggiù nel profondo del cielo, ci avrebbe contemplato Dio nelle
magnificenze della sua gloria. Il sole, stupendo di calore e di luce,
incedeva per lo emisfero come creatura che senta la solennità del
messaggio di bandire alla terra la bontà infinita del suo Creatore. Le
aure di aprile alitavano in faccia alla gente con la salute il profumo
dell'arancio, dacchè a quei tempi Livorno non andasse gremito di case
lunghe, intirizzite, fabbricate una sopra le spalle all'altra come
frotta di perdigiorno su ritti in punta di piedi per vedere il cane
barbone che porta in giro la scimmia a cavallo; bensì abbondasse di
spazi grandi lavorati a giardino, fiorenti di ogni maniera di agrumi,
ed appunto davanti la casa del console inglese se ne ammirasse uno
vasto quanto leggiadro, attiguo al palazzo fabbricato dai signori
Franceschi di origine côrsa.

— Bene, benissimo! — ripeteva il Boswell con accenti sempre più
musicali; e il piede inconsapevole, davanti tanta armonia di cielo,
batteva la misura chè la melodia di un bel giorno d'Italia gli
s'insinuava nel sangue — bene! gli dei ritornano, e naturalmente con
essi l'Olimpo, ch'è casa loro.

Intanto un uomo, il quale già quattro volte e sei lo aveva richiesto,
pregato e supplicato a tirarsi da parte tanto ch'ei potesse passare,
accorgendosi che con le buone non ne sarebbe venuto a capo, lo spinse
oltre soavemente e passò. Ho detto soavemente, bene intesi però che
questo ed altri avverbii cotali non vestono natura assoluta, bensì
relativa: tanto vero questo, che la spinta, soave, quanto all'uomo
che la dette, non parve tale al signor Giacomo che la sofferse,
essendo andato di schianto a battere con la spalla nella colonna
sinistra del portico; ond'è che, richiamato così _ex abrupto_ al senso
delle faccende della vita, non senza un po' di collera egli prese ad
esclamare:

— Galantuomo! il maestro della buona creanza vi ha proprio rubato il
salario.

— Oh! è lei? In verità, vestito così da signore, io non l'avea mica
riconosciuto.

— Bene; ma, o io o un altro, dovete convenire che a fare le cose con un
po' più di garbo non ci si scapita nulla. Orsù passate...

— Eh! no, signore.

— Come no? Poc'anzi mi avete dato uno spintone da rompermi il capo
contro le pietre per passare, ed ora mi state piantato là come un palo.

— Oh! che ci è da stupire? Io non ho più bisogno di passare adesso...
Cercava per lo appunto di lei.

— Me?

— Proprio lei. Si ricorda vostra signoria dei ragionamenti che tenemmo
ieri sera circa alla buona mano?

— Sì, mi pare; qualche cosa fu detto.

— E come! Su le prime lei non mi voleva dare niente...

— Avanti.

— E poi me la dette, ma era buio: ella si mise la mano in tasca e non
ci badò, ed io nè meno. Tornato a casa consegnai la moneta a Caterina;
e non ci era da sbagliare, in tasca mia cotesta moneta ci si trovava
figliuola unica di madre vedova, e poi di oro non ci sono mai usate;
Caterina guardò la moneta e me negli occhi; dopo disse: «E te l'ha data
proprio lui?» Oh, chi me la deve aver data gua'? disse io. — Allora
Caterina da capo: «Dunque dev'essere sbaglio.» Malanaggio! dissi io;
se non isbagliava, stasera si rimediava al companatico. Venire ieri
notte a riportarle la moneta non mi pareva che c'incastrasse, perchè a
casa tornai tardi, chè prima mi toccò asciugare e governare il cavallo;
stamani subito che ho potuto, vengo a fare il debito mio.

E stesa la mano porgeva la sterlina al Boswell, il quale, dondolando la
scatola via via, diceva:

— Bene, bene. — Ad un tratto domandò: — Di che paese siete?

— Di Livorno.

— Proprio?

— Eh! di sicuro e battezzato in duomo.

— E ce ne hanno di molti vetturini come voi a Livorno?

— Lo credo, e devo crederlo; quali e quanti non so; perchè io bado al
fatto mio e tiro lungo.

— Bene, come vi chiamate?

— Mi chiamo Giovanni.

— Non fu sbaglio, caro Giovanni: vi prego anzi a pigliare anche
quest'altra, e la porterete da parte mia alla signora Caterina vostra
consorte, che saluterete da parte mia e le direte che la spenda... la
spenda come le farà piacere; chè so che non bisogna de' miei consigli.

— Ma che? le pare? rispose Giovanni respingendo con la manca la mano
del Boswell, e con la destra sporgendo sempre la ghinea. Ma che? le
pare? di questa sola ce ne sarebbe di avanzo.

— Non ricusate, Giovanni, la provvidenza che Dio vi manda; non vogliate
peccare di superbia.

— Eh! giusto; io sono troppo povero, mio signore, per concedermi il
lusso dei peccati mortali.

— Dunque obbedite; prendete e andate per le vostre faccende.

— Obbedirò, e Dio gliene renda merito un'altra volta. Oh! la è pure la
bella cosa essere ricco: ed io, veda, mi ci sono messo a desiderarlo
più di una volta, perchè mi è parso che a far bene ai poveri si ha
da provare un gusto matto; e ora che mi è capitata questa fortuna, il
gusto me lo vo' cavare ancor io; una delle monete che vostra signoria
mi ha dato, vo' mandarla al Paoli.

— Com'entra qui il generale Paoli? come conoscete voi il generale
Paoli? in qual modo è egli povero il signor generale Paoli?

— Io lo conosco, e lo posso conoscere come gli altri, perchè la buona
reputazione entra _gratis_ nelle orecchie di noi altri poveri come
in quelle dei ricchi. Lo credo povero, perchè, il Paoli e la Corsica
facendo una cosa sola, so che la Corsica è poverina e poi, ne vada
la testa, non vuole patire prepotenze dalla Francia, la quale non si
vergogna di mettersi a repentaglio con lei, chè sarebbe come se un
pescecane invitasse a' morsi un ghiozzo del molo. E ci entra il Paoli,
e ci entro io, perchè ad amare la libertà non si paga nulla, ed io amo
con tutto il cuore la libertà e il Paoli, e benedetta la sua faccia che
la difende!

— Oh! — proruppe il Boswell cacciandosi a precipizio la scatola
dentro la tasca della sottoveste; poi, con ambedue le mani libere,
presa la mano del vetturino e stringendogliela e scotendogliela fino
a slogargli la clavicola del braccio, ripeteva: — Benissimo, bene...
bene! Giovanni, io da questo non vi dissuado davvero, perchè quello
che voi avrete speso in benefizio della libertà del genere umano, Dio
misericordioso, oltre il merito nell'altro mondo riservato alle anime
sante, ve lo renderà centuplicato anco in questo, non fosse altro, col
sentimento della vostra dignità.

Aveva meco stesso disegnato non interrompere con digressioni il filo
del racconto, properando a scavezzacollo verso la fine, come insegna
Orazio nella poetica, ma con inestimabile amarezza mi tocca a rompere
il proponimento, non già per colpa mia, bensì per contraddire a certe
voci che mi odo bisbigliare qui attorno. «Costui, dicono le voci,
delira; comprendiamo anco noi che a chi racconta novelle è mestieri
fare la parte larga della fantasia, ma spingere fino al mostruoso
la immaginazione, questo non patiremo mai. S'intende acqua, ma non
tempesta! I vetturini di Livorno, a sentirlo, procedevano sviscerati
della libertà nel secolo passato, mentre nel nostro gli stessi signori
negozianti e gli altri che vanno per la maggiore in cotesta terra, o
non la conoscono o, conosciuta, si affretterebbero a disfarsene come
la peggiore delle derrate.» Ora io rispondo: Quanto ai Livornesi del
tempo che corre, io non saprei, chè da parecchi anni vivo lontano
da casa; ma non ci credo, e mi giova non crederci. Forse qualche
sciagurato non aborrì procacciare a' suoi figliuoli perpetuo retaggio
d'infamia; ma come un fiore non fa ghirlanda, così nè anche, dove
apparisce un diavolo, ecci lo inferno. Ad ogni modo i Livornesi soli
accolsero i Tedeschi a cannonate in Toscana; certo nelle difese non
durarono nè potevano durare; non importa, non per questo palesarono
meno l'odio contro la razza esecrata: e se tu pensi alla comune viltà,
quanto fu minore la possa, invece di cavarne materia di biasimo, come
fanno taluni codardi maligni, tanto ti parrà più grande il cuore di
avere maledetto faccia a faccia un prepotente nemico. Quello che narro
del popolo livornese del secolo passato, se non vuolsi credere a me,
credetelo ad Ottavio Renucci, che prima fu gesuita e poi galantuomo
(trasformazione difficile, ma che pure è talora accaduta); credetelo
all'abate Giovacchino Cambiagi, le scritture dei quali (che storie non
mi attento dire) io vi prometto farvi toccare proprio con le mani in
altra parte di questa storia. Per ora contentatevi così.

Dunque si metta in sodo, per quello che può valere, come, _cento anni
sono_, il popolo livornese amasse la libertà.




CAPITOLO II.

Il mercante côrso


Il signor Boswell, consultato il suo taccuino, si condusse senza
sbagliare nella piazza grande: quando fu sopra la crociata del duomo,
si girò a destra, e visto di fondo alla lunga strada spuntare parecchi
pennoni di bastimenti, avviossi costà con passi accelerati, sicuro
del fatto suo. In andando teneva la faccia voltata sopra la spalla
sinistra, come le nottole nel volare costumano, e fissa a leggere
il numero dipinto sopra gli stipiti delle porte de' casamenti. Di un
tratto sta, rilegge il numero e mormora:

— Senz'altro è qui.

Guarda meglio, volta la faccia in su e mira una casaccia sciatta,
scappata di mano all'architetto tra uno sbadiglio e uno starnuto,
con certe nicchie ovali a tutti i piani nel sodo, tra una finestra
e l'altra ornato di busti, i quali a tanta lontananza non sapevi
distinguere se fossero di marmo o di bronzo o di che cosa si fossero;
e peggio ancora non si conosceva se rappresentassero principi di corona
o persone di garbo, o se _turchi, ebrei o cristian rinnegati_. Ai noti
segni confermandosi nel suo giudizio, il signor Giacomo, dato un giro
alla tabacchiera, ripetè:

— È qui.

Ma dove qui? abbacava poi dentro di sè. Da un lato gli si mostra una
bottega con la insegna di una immane mignatta di lamiera tinta di
verde, la quale vomitava un torrente di bambagine colorita nella robbia
in simulacro di sangue e faceva fede lì dentro vendersi le mignatte.
Ora pareva al signor Giacomo che un mercante _rispettabile_ (anche a
quei tempi in commercio chiamavasi rispettabile chi aveva quattrini,
fuori di commercio divo ed augusto, e tuttavia si chiama) non avesse a
trovarsi in combutta con le mignatte: e posto eziandio alla più trista
che la prima qualità di _mercante_ non facesse ostacolo, per la seconda
poi di _rispettabile_ non ci quadrava assolutamente. Dall'opposto lato
dentro un'altra bottega, il più innocente dei peccati mortali, sotto la
forma di marzapani e di zuccherini, tendeva le reti per uccellare anime
al demonio. Quante insidie alla nostra salute! e la nostra umanità è
tanto frale! Chi avrebbe mai presagito un dì che Satana, proprio lui,
per perdere un'anima cristiana, avesse potuto assumere la figura di
confetto parlante? Ci pensino i confessori, ci pensino seriamente e ci
provvedano.

Però, se un _mercante rispettabile_ non poteva avere pratica con
le mignatte, molto meno era da credersi tenesse domicilio comune
co' marzapani. Tuttavolta, quasi nascosta tra gli sporti delle due
botteghe, a cui ci avesse con diligenza atteso, sarebbe riuscito
scoprire un'altra porta angusta, nera nera nera poco meno della
coscienza di un _gesuita_ o di un _moderato_, chè _ella è tutta
una minestra_; ma, a quanto appariva, la porta era di bottega; e
tuttavolta non ci cascava dubbio, cotesto per lo appunto era il luogo
che indicavano i ricordi del signor Boswell. Ora, poichè non ci lesse
scritto sopra:

    Uscite di speranza, o voi ch'entrate,

come su la porta dello inferno (e nello inferno il signor Giacomo non
ci credeva; e quando anco ci avesse creduto, egli non ignorava che
anco dallo inferno si esce, non fosse altro, agguantandosi ai peli
dell'anguinaia del diavolo, a modo che Dante adoperò), il nostro eroe,
risoluto, si mise dentro alle segrete cose.

Inoltrandosi nello andito lungo, a poco poco la luce illanguidì, cassò
del tutto, tornò ad apparire annacquata, un po' meno; per ultimo venne
a riuscire in una chiostra.

Chiostra ho detto, e doveva dire campo di battaglia non che museo
delle geste e delle glorie del commercio, quivi disposto dalla mano
della Memoria in trofeo. Colà il signor Giacomo contemplò botti,
damigiane, caratelli incerati, involture di canapetta, brani di stuoie,
casse di ogni maniera, fra le quali ne riconobbe parecchie di origine
britannica, nobile orgoglio per un cuore inglese! Sul culmine del
trofeo, come su l'elmo di quel Niccolino che combattè a Benevento e fu
sì infesto al re Manfredi, sedeva un gatto.[1]

Il gatto da prima comparve degno dell'alto seggio a cui era stato
assunto in virtù delle sue zampe (e troppi più che Dio non vorrebbe,
per andare in cima, non posseggono cagione migliore di questa) mercè
la fronte di bronzo e la immobilità veramente imperiale; e non senza
_quia_ dico imperiale, affacciandomisi al pensiero quel Costanzo Cloro,
che riputò parte cospicua della sua dignità non soffiarsi mai il naso:
se non che ad un tratto sprigionata una zampa dalla coda, che aveva
tenuto fino a quel momento inanellata a mazzocchio attorno alle gambe,
prima se l'accostò alla bocca e la baciò, poi se la stropicciò a più
riprese pel capo disopra l'orecchia, e lungo il muso, quasi intendesse
augurare il ben venuto al signor Boswell, secondo il costume degli
orientali. Il signor Giacomo, senza rendergli nè anco il saluto, ed in
questo non fu cortese, si girò intorno per vedere se incontrasse cosa
che lo mettesse su la buona strada: ed ecco pararglisi davanti un cane
ed un uomo, se uomo in buona coscienza poteva dirsi costui: berretto,
giubba e ogni altra veste color marrone, pelosi quanto pelle di capra,
e di vero tutte erano fatte di panno côrso, il quale le donne tramano
co' ferri a mano come la maglia delle calze. Costui, che côrso era,
aveva i piedi nascosti nella paglia, sopra la quale giaceva supino con
le mani sotto il capo a mo' di capezzale ed il berretto tirato su gli
occhi; i suoi capelli copiosi si mescolavano con la barba, ed entrambi
apparivano coltivati quanto le boscaglie del suo nativo Niolo, e per
di più nella tinta, pari al berretto e alle altre vesti; immobile
affatto, se non che nella guisa che il fumo del cammino ti assicura
che nella capanna perduta in mezzo allo scopeto ci vive l'uomo, i
buffi fetidi dell'erba côrsa, che scoppiettando dentro la pipa ardeva,
lo manifestavano vivo. Sopra la stessa paglia un cane di pelo corto,
bianco brizzolato di rossigno, la coda a ricciolo su la groppa, il
muso tra la volpe e il lupo, stava eretto su le zampe, appuntando le
brevi orecchie e mostrando due file di denti acuti come lesine. Non
brontolavano l'uomo nè il cane, ma pareva tenessero apparecchiate le
armi alla zuffa, e con quattro occhi, pari a quattro punte di freccia
su la noce della balestra, non lasciavano di seguitare il sopraggiunto
in ogni suo moto.

Però il signor Giacomo cotesti allestimenti non badava o temeva, bensì
esitava pensando se, per ottenere risposta profittevole, tornasse
meglio voltarsi al cane od all'uomo; ma perchè aveva fretta, e la
indagine sarebbe andata per le lunghe, s'indirizzò ad ambedue per via
di domanda generale:

— Il signor Giacomini di Centuri?

Veramente rispose l'uomo, ma non si potrebbe negare che rispondesse
anche il cane; imperciocchè se il primo levò la barba in su e
adoperando la pipa come l'ago della bussola indicò una porta, il
secondo abbassò il labbro superiore e nascose i denti come la fregata,
calati gli sportelli, fa scomparire i cannoni, volgendo a sua posta il
muso colà dove il compagno aveva appuntato la pipa. Il signor Boswell,
in mancanza di meglio, si tenne per informato e andò oltre.

Stretta era la porta, e delle imposte una chiusa, l'altra semiaperta
con una finestrina sopra munita d'inferiata: nè a questa finestra
mancavano i suoi telai ed i vetri; se non che, quasi andasse ella
stessa capace che in quel luogo non poteva compire veruno degli ufficii
pei quali vengono aperte le finestre, e come vergognosa di reggere il
sacco all'architetto ignorante, si era da molto tempo velata la faccia
con un sudario di ragnateli; meritandosi, in difetto di altro migliore,
il nome di sincera.

Il signor Giacomo, guardata prima la finestra, che non mandava lume,
aperse l'uscio, fece un passo e stette. Curioso uomo costui: caso mai
gli fosse toccato di morire di freddo, egli era strumento da tornarsi
indietro dal campo santo per ispecolare sul termometro con quanti gradi
sotto il zero e' lo avesse ucciso.

Egli guardando vide un magazzino a volta grandissima, sorretto da
parecchi pilastri; a manca intorno alla parete molte tavole assicurate
sopra mensole fitte nel muro: e su le tavole, ciotole piene di saggi
di grano alternati da mucchi di pietre focili e sacchetti di pelle;
anzi in qualche corbello (insegnamento supremo a popolo che non vuole
soggiacere a tirannide, rivendicarsi in libertà) mescolati palle e
grano; in terra alla rinfusa corami, scarpe, sciabole, cappotti, di
ogni ragione ferramenta, piombo in pani e perfino due colubrine turche,
coperte in parte con la bandiera côrsa, rappresentante la immacolata
Concezione.

   [Illustrazione: Il signor Giacomo, pazientissimo uomo,
   attendeva in piedi, che il signor Santi si fosse accorto di
   lui. (_pag. 21_)]

Di profilo, prossimo alla sola finestra che traverso vetri verdissimi
mandava un cotal poco di luce colore di cavolo cappuccio, compariva
il banco tinto di cenerino col piano inclinato, coperto di cuoio nero
confitto con bullette dalla capocchia di ottone; dal lato destro sur
un ripiano di legno si apriva la bocca del calamaro, quasi orefizio di
vulcano; il qual paragone tanto meglio calzava se ponevi mente agli
schizzi che, simili alla lava, infiniti e per così dire procellosi
prorompevano da tutti i lati. Anche le penne con la chioma a strappi,
dalle morsicature lacere, assai davano aria alle povere piante che si
ostinano ad abbrustolire intorno cotesti fornelli della terra, vere
anime dannate della vegetazione. Sopra lo scrittoio, fitti al muro uno
su l'altro, tre quadri condotti a olio da artista più che mediocre,
e splendidi per cornice indorata: quello di mezzo rappresentava la
Concezione di Maria, al patrocinio della quale si commisero i Côrsi,
quando, partito dall'isola il principe di Würtemberg, si dettero al
re di Spagna che non li volle accettare. Nel medesimo modo e con pari
fortuna i Fiorentini elessero Gesù Cristo re della repubblica; donde
si ricava che gli uomini opereranno sempre direttamente a confidare
negli aiuti celesti, a patti che non trascurino i terreni. Sopra
la Concezione l'arme côrsa, che faceva testa di moro, e allora con
la fascia intorno al capo: circa alla quale fascia è da sapersi che
_ab antiquo_ i Côrsi la finsero calata su gli occhi del moro per la
medesima ragione che persuase il Buonarroti ad effigiare la Notte
addormentata sul sepolcro di Giuliano dei Medici; cessata la sventura
e con questa il danno della servitù, i Côrsi rimossero la benda dagli
occhi del moro e gliela cinsero al capo in segno di dignità. Quando poi
i Francesi con forze prepotenti e con frode oppressero la nobile isola
correndo l'anno 1770, ardirono levare via del tutto la benda e se ne
vantarono con un verso latino che sonava così: _altri finse sollevarla,
noi l'abbiamo tolta davvero._ Ahimè! vi è tale ch'è nato per imbiancare
i sepolcri come i Savoiardi per pulire i camini. Disotto la immagine
del generale Paoli e davanti a quella pendente dal palco il signor
Boswell vide accesa una lampada. Difficile cosa per altrui ed anco pel
signor Giacomini sarebbe stato distinguere a quale dei tre quadri egli
più particolarmente accendesse la lampada; imperciocchè se ne fosse
formato nel suo cuore un insieme indivisibile, di cui il tutto non
potesse andare senza la parte, nè la parte senza il tutto. Degno uomo!
Non basta avere la patria sventurata soltanto, ma bisogna anco averla
magnanima per amarla, siccome il signor Giacomini l'amava.

Santi Giacomini, côrso di Centuri, stava seduto sopra un seggiolone di
cuoio nero; comecchè fossimo entrati in aprile, egli teneva la persona
inviluppata dentro una coperta di lana, e dietro le spalle ed ai lati
parecchi guanciali da letto lo sorreggevano: tossiva continuo, ora
languido, ora da rompergli il petto: con angoscia spurgava; poteva
del suo sembiante conoscersi poco, perchè un berretto a maglia di seta
nera, il cappello ed una ventola di taffettà verde gli coprivano col
capo buona parte del viso, e, come se tanto non bastasse, difendeva la
vista con occhiali verdi; la parte inferiore della faccia quasi tuffata
dentro il fascettone da collo.

Quanti fossero i suoi anni non appariva giusto; ma, pochi o assai, si
leggeva chiaro che la morte stava in procinto di tirarne la somma.
La pelle sul naso aveva tesa così, che gli spigoli della costola
mostravano gli angoli taglienti; le narici attenuate e cosparse di
quella tale forfora che sembra mazzamurro di ossa tritate; la pelle
colore di cera vieta e madida di sudore; sul sommo delle guancie una
striscia vermiglia quasi raggio estremo del sole che, posato sopra
le alture, chiami le campane al lamento dell'avemaria. Come mai in
cotesto stato potesse vivere, non si capiva: l'amore di patria lo
teneva attaccato alla vita, ed era appunto miracolo, e non il solo,
dello amore di patria: questo, e non altro, con tale una tenacità da
sbalordire il fisiologo, contrastava in lui la morte, e da un anno a
questa parte egli le respingeva in gola ogni giorno il fiato che costei
già soffiava per ispegnerlo: così la foglia a mezza verno dura, mutata
di colore, a tremare al vento, in virtù di una delle mille fibre che
un dì la tennero appesa sull'arbore, nè ella vuole morire se prima non
abbia veduto spuntare sul ramo la gioconda sua erede.

Questo miracolo di ostinato volere teneva nella destra un fascio
di carte e nella manca un temperino. Nello scorrere i fogli talora
abbandonava il capo sopra la spalla così spasimato, che se la morte
fosse giunta in quel momento, sarebbe ita oltre senza toccarlo dicendo:
«Questo è lavoro fatto;» tale altra poi le pupille di sotto ai vetri
verdi mandavano fuoco, le labbra parole indistinte fremevano, ed egli
feriva della punta del temperino i fogli con la ferocia con la quale il
Côrso si butta a corpo perduto sopra l'odiato nemico.

Il signor Giacomo, pazientissimo uomo se altri mai ne visse al mondo, e
se ne vantava, attendeva in piedi che il signor Santi si fosse accorto
di lui; intanto, dondolando la scatola fra le dita, squadrava l'uomo
e ne avvertiva i cenni; all'ultimo, ciò che aveva presagito accadde:
al vecchio Côrso venne fatto notarlo, ond'ei si rimescolava e con voce
scorrucciata proruppe:

— Come voi qui? che volete? qual siete? come vi chiamiate? andate
via... e subito. — E con la punta del temperino gli mostrava la porta.

Ed il Boswell, senza moversi nè anco per ombra, pacato, di rimando:

— Caro signore, salva la grazia vostra, io non veggo nelle vostre
parole quella sana logica che ogni gentiluomo deve recarsi a pregio di
professare: quietatevi, e con la quiete verremo a capo di tutto.

— Ma qual siete? vi dico, qual siete?

— Voi lo vedete: molto vi preme di sapere chi sia; ora ditemi, che Dio
vi benedica, come giungereste a saperlo se cominciassi ad andarmene?
Dunque principierò dal restarmi e dal mettermi a sedere.

Il signor Giacomo nel compire questo moto si accorse essersi ingannato
e di molto nel supporsi solo in compagnia del signor Santi, però ch'ei
si vedesse il cane dietro a un pelo dai garretti con la batteria dei
denti scoperta, e dopo il cane l'uomo castagno con la destra dentro
una tasca di giubbone, dove era più che probabile che non ci avesse il
rosario, o almeno non ce lo avesse solo. Però a liberarlo da coteste
due minaccie bastò un cenno della punta del temperino del signor
Santi (pare che al signor Santi il temperino fosse come il bastone ai
marescialli), e le due creature, l'uomo dico e il cane, nel modo che
senza rumore erano entrate, senza rumore se ne andarono.

— Molto bene! — disse il signor Boswell quando le vide fuori
dell'uscio. Poi rivolto al Côrso, soggiunse:

— Ora sappiate che mi chiamo Giacomo Boswell e vengo d'Inghilterra e
voglio andare in Corsica.

— Andateci. E come c'entro io co' vostri viaggi? In Corsica! Oh! che ci
andate a fare?

— Dirò: molte cose ho sentito contare di voi altri Côrsi.

— Sì, eh?

— Sì, e ne ho anche lette e non poche.

— E che avete sentito dire dei Côrsi? che cosa ne avete letto? Poveri,
ma onorati, per la Immacolata! e sopra tutto liberi.

— Io ho inteso dire ed ho letto, la Corsica essere una macchia di
uomini salvatichi, dentro la quale l'uno cerca l'altro per ammazzarsi.

— Lo avete inteso?

— Già: ancora, che siete barbari così che, paragonandovi con gli orsi,
ingiurieremmo questi animali dabbene.

— Lo avete inteso?

— Ed in fede della incomportabile barbarie vostra adducevano che i
vostri montanari non portano parrucca e non si danno la cipria.

— Ed anche questo avete inteso voi?

— Questo non intesi, bensì lessi nel libro di _monsieur_ Jaussin sopra
la Corsica.

Il signor Santi fece spallucce e senza ira soggiunse:

— I Francesi fanno numero, ma non fanno gente; la lode di costoro mi
avrebbe oltraggiato, ma l'oltraggio non mi affligge.

— Però ne ho sentito contare delle peggio da altri che pure non sono
francesi.

— Peggio?

— Peggio: perchè vi predicavano bugiardi, infingardi, cupidi dello
altrui, avari del proprio, vendicativi, ingannatori e traditori....

— Traditori? Per Dio santo! anco traditori?

— Anche traditori; insomma tali, che i Romani, i quali di uomini se ne
intendevano, non giudicandovi buoni nè anco per ischiavi, vi buttavano
via come cani tignosi.

— Qual è lo sconsagrato che ha detto questo, perch'io gli passi
il cuore? — urlò il vecchio levandosi a mezzo sul seggiolone e
scompigliando i guanciali, di cui due cascarono in terra. Il signor
Giacomo li raccolse, e, intanto che a bello agio li riassettava,
proseguiva con la solita flemma:

— E che bisognava condursi proprio in Corsica per toccare con mano
che chi disse sette i peccati mortali, disse uno sproposito, perchè il
diavolo in Corsica ne aveva annoverato fino a settantamila e non si era
anco rimasto dal contare.

— E voi ci avete creduto?

— Io? vado a vedere.

— Ma io vi domando se voi ci credete?

— No, non ci credo: anzi credo il contrario, perchè ho fatto a dire:
la libertà non è fungo che nasce dal fracido; ella deriva come sequela
da premessa di virtù e completa il sillogismo della dignità umana. I
Romani vi odiarono e vi portarono per bocca perchè nello stritolarvi
si scorticarono le mani; i corpi vostri essi vinsero, non le anime,
le quali, durando a loro marcia voglia, inconcusse nello aborrimento
di qualunque tirannide, eglino screditarono per selvatiche. La gente
odierna corrompere ed essere corrotta appella civiltà; prosuntuosa
quanto vile, non le basta chiamare la pazienza imbelle accortezza, la
paura sagacia, temperanza l'astio misero di ambiziosa impotenza, bensì
provocando scredita ogni generoso irrompere alle armi, come febbre di
mente feroce o partito da matto, il quale metta il fuoco a san Pietro
di Roma per cuocersi una coppia d'uova;

— È vangelo! — esclamò il Côrso; e prese un mazzolino di mughetti che
gli stava accanto sul banco e, sollevati gli occhi alla immagine della
Immacolata, riprese:

— Era per lei, ma adesso lo profferisco a voi, e la nostra Avvocata non
se ne arrecherà di certo.

— Per lei fu côlto e a lei sta bene, — rispose il Boswell alzandosi
e facendo quello che forse aveva dimenticato il signor Giacomini,
cioè porre il mazzetto dentro un bicchiere davanti la immagine. Nel
riassettarsi però vide il Côrso il quale, rannuvolato da capo, sfondava
col temperino i fogli che teneva sul banco. Successe un silenzio lungo,
per ultimo interrotto da un sospiro del Giacomini, cui tenne dietro la
dolorosa esclamazione od interrogazione:

— Ma ahimè! voi siete inglese...

— Sì certo, la Dio grazia: avreste per avventura in uggia gli Inglesi,
signor Giacomini?

— Eh? gl'Inglesi no, l'Inghilterra sì. A me gl'Inglesi paiono tante
partite di un conto corrente, scritte dagli angioli, l'Inghilterra poi
la somma tirata dal diavolo in persona.

— Oh!

— Io non posso pensare alla Inghilterra senza che mi si affacci
alla mente il mio Monterotondo: più che si salisce, più è freddo; in
cima ghiaccio perpetuo. Gli uomini vostri, finchè privati, sentono e
palpitano; fatti ministri, eccoli bilancia e iarda: allora il popolo
più meritorio per essi è quello che logora maggior copia di balle
di bambagino, l'ottimo dei governi quello che franca dai dazi le
manifatture inglesi e grava le altrui.

— Egli è un dannato governo.

— Vedete? ne andate d'accordo ancor voi. Il primo dovere di un popolo
libero non istà nel sovvenire gli altri popoli a liberarsi dalla
schiavitù?

— No, signore. Il primo dovere dei popoli e di chi li governa consiste
nel procacciarsi la maggiore somma possibile dei beni.

— Come, come?

— Senza dubbio. Prima che i popoli diventino Cristo, il quale si fece
crocifiggere per la salute dei genere umano, tempo ci vorrà; ed anco
Cristo fu solo.

— Dunque perchè mormorate contra al vostro governo?

— Io gli do torto perchè i governi, promovendo gli interessi proprii,
devono avere occhio agli altrui: altrimenti ogni cagione di alleanza
durevole casca. Ora l'Inghilterra, proteggendo la Corsica a conservare
la sua libertà, metterebbe un altro piede nel mediterraneo; sostenendo
voi altri nella vostra indipendenza, si assicurerebbe la vostra
amicizia. L'ingegno degli uomini di stato, mio caro signore, non mette
allo sbaraglio le cose proprie per avvantaggiare le altrui, bensì
s'industria di toccare la cima della prosperità per via del bene degli
altri; imperciocchè, voi lo vedete chiaro, nel primo caso rovinano
ambedue, nel secondo fioriscono entrambi.

— Sia: anzi per lo appunto la va così; ed è per questo che
l'Inghilterra nel giudizio dei popoli deve accomodarsi fin d'ora di
andarsene allo inferno senza salvazione, mentre la Francia può sempre
confidare nel limbo o alla più trista nel purgatorio. Di fatti nel
giorno del giudizio l'Inghilterra che cosa vorrà mettere sul guscio
della bilancia per equilibrare l'ira di Dio? Forse la leggerezza
della Francia? Ma no, perchè ella medita sempre col dito teso verso
la fronte. Forse l'orgoglio della Francia? Ma no, chè il giusto
sentimento del volere e del potere non fa orgoglio. Forse la iattanza
della Francia? Neppure. L'Inghilterra si astiene dalla stima e dal
disprezzo anticipato, aspetta, giudica e onora quanto trova degno di
onore. L'Inghilterra pertanto proverà più pesante la mano di Dio per
la ragione, che al tristo savio sarà chiesto conto più rigoroso che al
tristo folle.

— Badate, caro signore: la vita dei popoli non si compone mica di
anni e nè anche di secoli: onde, vedete, l'Inghilterra ha un bel tempo
dinanzi a sè per pentirsi.

— Sì, e intanto gli uomini si disperdono dentro i sepolcri.

— Ma non i popoli, non la libertà.

— Parole stantìe, senapismi ai piedi di tutte le agonie della libertà
che passano! Vallo a predicare ai porri che, ammazzati i cani, saranno
le pecore custodite meglio; intanto i lupi allestiscono le maschere per
il carnovale. Parole scellerate, parole traditore, come le altre che
s'ingegnano insinuare, i cittadini essere cosa diversa dalla città,
i paesani dal paese, i governanti dal governo! No, per Dio santo! e'
formano tutti una cosa; e se il governo è tristo, fa conto ch'ei sia il
gavocciolo, e i governanti gli umori pestiferi che lo creano.

— Mio caro signore, bisogna avere avvertenza a questo, che i governi,
quantunque potentissimi, non possono mica sempre tagliare la veste
dalla pezza. I mali vengono a capitomboli e se ne vanno con le grucce,
e chi sta su la fossa piagne il morto. Assicuratevi, signore, che nelle
faccende pubbliche se, invece di tirare a modo e a verso, taluno si
avviasse dare uno strettone, correrebbe rischio di trovarsi con la
corda strappata in mano e le gambe per aria.

— Che strettoni farneticate voi, che strappi? Ora l'Inghilterra ci ha
promesso Roma e toma, e, dopo avere aizzata la Corsica a ricuperare
la libertà, la lascia in asso: tale altra viene, vede, butta bombe
e granate, piglia Bastia, San Fiorenzo, e pare la voglia sgarare
con la Francia finchè le rimanga pezzo in mano; di un tratto caglia,
lascia lì sacco e radicchio; ha fatto pace soddisfatta lei, contenti
tutti, e a chi si muove guai! Allora proibisce che qualche anima buona
ci soccorra, ci condanna a morire come cani arrabbiati: di angioli
diventammo demonii; a bandirci uomini dabbene non ci trova più conto,
le torna meglio adesso di chiamarci ribaldi. «Accomodatevi,» ella urla
nel nuovo furore di pace, «accomodatevi come potete.» «Ahimè!» noi
rispondiamo «a noi è dato accommodarci tranne nelle fosse del campo
santo.» «Bene,» replica l'Inghilterra forbendosi le labbra, «anche
costà si trova pace.»

— E rispondendo alla terza domanda — disse il Boswell.

— Quale domanda?

— Di che vada a fare in Corsica. Siccome mi hanno confidato che voi
siete in procinto di spedirvi un bastimento...

— Chi ve lo ha detto? non è vero nulla. Corrono degli anni più di dieci
che io non commercio più con la Corsica: tutte bugie, tutte bugie.

— Signor Giacomini, vi saluto, e siatemi cortese, prego, del vostro
perdono se vi ho arrecato disturbo.

In così dire il Boswell si alzava tendendo la mano al Côrso iroso in
atto di commiato amichevole. L'altro, a cui pareva avere detto troppo
e già se lo rimproverava, sbalordito da tanta mansuetudine, riprese:

— Non ve lo avreste a caso avuto per male? Credete, io l'ho fatto per
isfogarmi, non già con intenzione di offendervi.

— Perchè mi avreste offeso? Primamente voi avete nella massima parte
ragione; in seguito, se togliessimo agli infelici il lamento, che cosa
altro rimarrebbe a loro?

— Ma via, qui in confidenza ditemi un po': che cosa ci andate a fare in
Corsica?

— E voi in confidenza ditemi: ci spedite o non ci spedite il bastimento?

— Io non ci spedisco nulla.

— E allora a che pro la vostra curiosità per me ed anche per voi?

— Perchè, essendo io Côrso, potrei vedere.... voi mi capite...
m'ingegnerei agevolarvi la faccenda.

— Ma voi ci mandate la mezza galera sì o no?

— Che diavolo farneticate di mezza galera? Io non ci mando nulla.

— Ed io non vi voglio dire dei fatti miei nulla.

— Signor Inglese, voi siete un testardo.

— Signor Côrso, io stavo appunto pensando lo stesso di voi. Di una sola
cosa mi rincresce, ed è che il generale Paoli riceverà più tardi certe
lettere importanti ch'io aveva tolto il carico di portargli.

— Voi avete lettere pel generale?

— Sicuro.

— E chi è che manda coteste lettere?

— Ma! ce ne ha di sua grazia lord Pembroke, del reverendissimo vescovo
Harley, del cappellano Burnaby, del signor Giangiacomo Rousseau
cittadino di Ginevra.

— Sì, signore, io spedisco la mezza galera in Corsica; e quando vi ci
vogliate imbarcare, consideratela come cosa vostra.

— Bene! — rispose il Boswell facendosi girare la scatola fra le dita;
— ma perchè vi siete ostinato fino...? — Ed esitava a finire.

— Fino alla bugiarderia? — domandò il Giacomini, ed abbrancati
con infinita passione i fogli deposti sul banco, disse: — Potete
ripromettervi che il vostro sangue inglese, il vostro sangue di uomo
libero, spingendosi contro il vostro cuore, non lo romperà d'ira e
di vergogna? Lo potete? Udite allora. Sua Maestà il re di Francia,
l'amatissimo Luigi XV, si degna avvisarci come egli ci abbia comprato,
e la repubblica di Genova venduto. Capite bene: noi, anime cristiane,
redente del sangue di Gesù Cristo, comprate e vendute! Poi ci promette
che si compiacerà governare la nostra isola con vantaggio di coloro i
quali si sottometteranno ai suoi _diritti sovrani_, la preserverà dai
_tumulti che da tanti anni l'agitano_, e spera _non trovarsi ridotto
dalla necessità a trattarvi come sudditi ribelli_, mostrandosi i Côrsi
_solleciti di evitare i torbidi che distruggerebbero un popolo accolto
con tanta benevolenza dal re nel novero de' suoi sudditi_.[2] Che ve ne
pare? Non è egli magnanimo, liberale, generoso questo prediletto Luigi
XV?

— Così ho letto nell'Addison che sant'Antonio predicava ai pesci
esultassero perchè il Salvatore gli aveva eletti per sua particolare
pietanza.[3] In verità le sono cose da ridere coteste.

— Certo sì, farebbero ridere, se la fortuna matta non avesse ricucito
insieme ventisei milioni di cotesti matti; ma ohimè! ventisei milioni
di matti fanno piangere sempre i savii. Adesso mo' sentite quest'altro:
_Monsieur_ Claudio Francesco marchese di Chauvelin, gran croce
dell'ordine reale e militare di san Luigi, maestro della guardaroba del
re, governatore dei castelli e della città di Uguina, tenente generale
degli eserciti del re, comandante in capo delle milizie di Sua Maestà
Cristianissima in Corsica, ordina e comanda che tutti i naviganti côrsi
prendano bandiera francese sotto pena di essere trattati come _pirati_
e _furfanti_, e qualunque bastimento fosse trovato sprovveduto delle
patenti regie si confischi senza altro. Ora come signore discreto,
andrete capace come io non mi tenessi obbligato di confidare al primo
venuto che io sto in procinto di spedire un legno in Corsica; per
ultimo molto più che, innanzi d'inalberarci quella cosa sciapita della
bandiera bianca, io torrei a farlo passare per occhio. Dopo quanto vi
ho esposto, io dubito che vi sia uscita la voglia di andare in Corsica.

— All'opposto, mi è cresciuta due volte. Io andrò senz'altro.

— Ma allora abbiate fiducia in me, come io l'ho avuta in voi.
Ditemi se per avventura vi manda il governo di S. M. Britannica.
Ha egli conosciuto finalmente il solenne sproposito commesso nello
abbandonarci? Su via, purchè si faccia presto, ci è sempre tempo a
ripararlo. Parlate... parlate, chè questa notizia mi riavrebbe da morte
a vita. — E il vecchio moribondo agitavasi con la persona troppo più
che non facesse il Boswell, giovane e gagliardo.

— Nessuno mi manda, io vengo da me; però molti amici si appassionano
meco per la libertà della Corsica e la sovverranno, mossi dai miei
conforti, per quanto valgono le loro facoltà. Ancora, noi non siamo
bastanti a costringere la corona, a mutare governo, ovvero a imporle
modo di politica esterna diverso da quello praticato fin qui,
tuttavolta siamo forti quanto bisogna per moverle potente opposizione
e persuaderla per lo suo meglio a mutare. Questa è la verità.

— Ebbene andate, nel nome santo di Dio! andate, e vi prenda pietà delle
piaghe di un popolo doloroso. Io vi raccomando con tutta l'anima mia
la patria, la libertà e il generale Paoli. Se io possedessi un regno,
gliel'offrirei; e se giovasse, io gli darei anco l'anima, perchè so
che la spenderebbe in benefizio della libertà. Altobello, Giocante e
voi capitano, tenete questo uomo dabbene come uno dei nostri, anzi più
dei nostri; perchè in noi amare la patria e nei bisogni sovvenirla è di
natura, in lui lezione e larghezza di cuore.

A sentire rammentare cotesti nomi, il signor Boswell, voltato il capo,
vide dietro a sè tre uomini giovani, robusti a meraviglia e belli, i
quali tutti gli porsero le mani ch'egli strinse con affezione. Uno di
loro, che alla faccia riarsa dal sole si palesava per uomo di mare, gli
disse:

— Signore, i Francesi costumano tenere le spie a Livorno e non poche:
veramente ventisei milioni di guerrieri, che pigliano a sgararla
con duecento e pochi più mila montanari, dovrebbero vergognarsi di
ricorrere a questi ripieghi; ma ciò spetta a loro, a noi preservarcene.
Stanotte o piuttosto nella notte di domani tra le dieci e le undici
manderò pei vostri bauli all'albergo che vi compiacerete indicarmi.

— Al consolato inglese.

— Inoltre, cominciando da domani sera, procurerete trovarvi poco prima
della calata del sole sopra la via del Molo, e precisamente colà dove
sopra un muro di cortina osserverete dipinta a olio una grandissima
àncora bianca: quanto al resto non vi pigliate travaglio di nulla, io
penso a tutto.

— Bene, così farò, — disse il signor Boswell; poi tacque un pezzo,
chè stava fra due, e la perplessità lo rendeva impacciato: da un canto
pensava andarsene senza altre parole, ma poi non profferire il nolo di
passaggio gli sembrava cosa da lesina; per ultimo temeva che l'offerta
non adontasse cotesta gente superba. Stretto dal nodo, ricorse ad un
partito medio: introdusse l'indice e il pollice della destra nella
tasca del farsetto, intanto che con gli occhi sbirciava i volti,
parato, secondo che scopriva la marina, a compire l'atto cavando la
borsa ovvero la scatola, la scatola, urna per lui di tutte le buone
ispirazioni, alla rovescia di quella di Pandora, piena zeppa di mali;
la borsa, àncora di ogni tempesta, caduceo di amicizia, scudo superiore
a quello di Astolfo contro qualunque pericolo. Di ciò accortosi il
signor Giacomini, per levarlo di pena, gli disse:

— Ho capito: non vi garba avere obbligo con noi altri povera gente; voi
volete pagare il vostro nolo... gli è vero?

— Veramente io credeva disdicevole...

— Chi disse inglese, disse superbo...

— Veramente io voleva...

— No, signore, voi non dovevate credere e non dovevate volere: anch'io,
sapete, sono superbo, e tutti noi Côrsi siamo: non perduti affatto quei
popoli ai quali nella miseria loro avanza la superbia! Se per virtù
propria la non si può tenere, abbila per un barbacane che impedisce
l'anima dal rovinare nel pantano dell'abiezione. Se Lucifero, oltre
questo, non possedeva altro peccato, era più facile diventasse papa che
diavolo. Orsù volete pagare, pagate. Ecco qua, questi sono dispacci:
il più piccolo consegnerete o farete consegnare al signor Francesco
Maria Niccolaio Giacomini, mio nipote a Centuri; quest'altro più
grande importa che lo ricapitiate irremissibilmente nelle mani del
Generale a corte o a Rostino nella casa paterna della Stretta, ovvero
in Pastoreccia nella casa materna; insomma dove si troverà. Io contava
mandarci un mio fidato a posta, e, stillando il quattrino, le sue cento
lire mi andavano via: ora il passaggio ne costa quaranta; dunque vi
rivengono sessanta lire.

E alzata la tavola del banco, pigliava da una ciotola nove scudi e,
contatili, diceva: — Eccovi il resto, ed avrò fatto un buon affare.

— Oh! — esclamava il Boswell, e, presa la scatola, offeriva
sporgendola, una presa di tabacco per via di preliminare di pace; indi
soggiungeva: — Bando dunque al dare e allo avere. Potrò io procurarmi
la contentezza di vedervi un'altra volta?

— Voi ed io stiamo per partire: voi per la Corsica, io per la eternità.
Perchè farei l'ora della separazione grave di un sospiro da vantaggio?
Noi non ci abbiamo a rivedere più.

— Nel mondo forse, ma là, — riprese il Boswell alzando il dito — ma là
porto ferma fiducia che noi ci rivedremo: perchè voi, in grazia dello
infinito amore che professate alla patria, vi siete guadagnato di certo
la salute eterna; rispetto a me, mi sono ingegnato e m'ingegnerò a non
demeritarla.

— Così piaccia al Signore!




CAPITOLO III.

La partenza


Nella notte di quel medesimo giorno, mentre il signor Boswell stava
leggendo la Bibbia, udì pianamente aprire l'uscio della sua camera e
vide entrare l'uomo dal colore castagno col suo cane rossigno dietro
le gambe: costui si piantò in mezzo della stanza senza far motto.
Il Boswell, che aveva ammannito la valigia, gliela indicò; e quegli,
recatasela su le spalle, si volse per partire non profferendo parola
o accennando a saluto. Riavuto dallo stupore, il Boswell, toltosi
prestamente uno scudo di tasca, corse dietro al Côrso, gli mise
la mano sul braccio manco e glielo offrì. A cotesto atto gli occhi
del Côrso balenarono come stiletto cavato dal fodero; sollevò con
impeto la spalla quasi volesse buttare la valigia addosso al signor
Giacomo: subito dopo un nuovo pensiero parve sopraggiunto a temperare
l'acerbezza del primo, imperciocchè ripigliasse il cammino senza
interrompere la sua taciturnità.

Ci vorrà giudizio per governarmi con questa razza di gente, pensò
Boswell, e si pose da capo a leggere la Bibbia, allorchè, quando se lo
aspettava meno, si vide riapparire l'uomo colore castagno dinanzi e con
voce strozzata dirgli:

— Avvertite, signore Inglese, ch'io non sono un _camallo_;[4] con
Santi Giacomini siamo cugini in _terza_. Ho voluto assicurarvi del mio
perdono, perchè ho pensato che, come forestiero, non vi corre punto
l'obbligo di conoscere le nostre usanze.

E voltate le spalle uscì fuori.

— Bene! — esclamò il signor Giacomo — tutto bene! Come, tutto bene?
Certamente questo detestabile odore di erba côrsa che sempre mastica
costui, non è bene.

Ed aperse le finestre per mutare aria alle camere. Ciò fatto, si
assettò allo scrittoio, ne trasse una carta, dentro la quale c'involse
con molta diligenza lo scudo e ci scrisse sopra: «Oggi 27 aprile...
sono stato perdonato da un Côrso per avergli voluto donare questo
scudo;» e sotto: «_et olim meminisse iuvabit;_» poi lo ripose dentro
una tasca insieme con altri ricordi dei casi più notabili della sua
vita, arnesi strumentali della sua filosofia.

Dopo tre giorni, mentr'egli verso le ore ventitrè s'incammina adagio
adagio, secondo il solito, per la via grande verso la porta Colonnella,
o piuttosto _Coronella_, come pare che si abbia più veramente a
dire,[5] occorre in gente affollata davanti alla porta del banco del
signor Giacomini. Allora egli prese ad affrettare il passo senza che
paresse fatto suo, sicchè presto venne su la faccia del luogo. Di
vero vi si trovava stipata una folla di preti, di frati, e croci, e
lampioni, e gente incappata col cappuccio su gli occhi, insomma tutti
gli attrezzi messi in opera nei riti cattolici quando portano via il
morto di cui l'erede può pagare le spese. Il cugino in _terza_, col suo
invariabile vestito di colore castagno e il cane appresso, teneva su
le braccia da un lato un grosso fascio di torce pei preti, dall'altro
uno dei moccoli per la compagnia: intorno al cugino bisticciavansi
e preti e frati a cagione delle torce; i francescani contendevano
le grosse di libbra ai domenicani, ma i francescani, che superavano
in numero e, più che nel numero, in isfrontatezza, la sgararono: poi
il curato di sant'Antonio pretendeva la candela più grossa perchè il
morto era fratello della confraternita; ma gli contrastava quello di
san Sebastiano per essere stato il parrocchiano anima della sua cura.
Intanto i ragazzi, approfittandosi dello impaccio del cugino, tiravano
giù dal fondo del fascio i moccoli, e presili, scappavano: chi rideva,
chi brontolava, il cane ringhiava. Intanto i preti e i frati, con
quella decenza che ha fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia
e allattata in convento, continuavano a litigare. Per ultimo il cugino
usci da' gangheri e proruppe:

— Giuro alla Immacolata che, se non vi chetate, vi rompo le torce sopra
la cherica!

   [Illustrazione: Il vetturino seduto alla peggio su le stanghe
   del calesse, ricevendo uno sbuffo di acqua piovana, toccava il
   cavallo perchè accelerasse il passo. (_pag. 5_)]

Allora quietaronsi, ed anco a indurli al silenzio valse uno stropiccìo
di piedi di gente che cammini aggruppata a disagio, la quale moveva
giù dalle scale. Per siffatto rumore parecchie esclamazioni escono dal
capannello della gente affollata che dicono: «Eccolo! eccolo!...» Di
vero, indi a breve comparisce una cassa portata giù da quattro uomini
incappati, che la reggono mercè maniglie di fune infilate dentro ai
fori laterali. E poichè la cassa manca di coperchio, che porta dietro
un quinto incappato, è concesso contemplare così di volo la effigie
del morto. Ecco la folla accalcarcisi intorno per appagare la spietata
curiosità; le donne, come suole, più smaniose degli altri, si avventano
co' bambini in collo non badando che in mezzo a quel trambusto le loro
creature potevano rimanere storpie, forse anche infrante. Il signor
Boswell, sentendosi a posta sua limare dalla curiosità, si mette in
punta di piedi, ma non venne a capo di nulla; perocchè, appena egli
ebbe scorte due mani composte in croce e legate di un nastro nero, ecco
precipitare giù il coperchio, che sottrae il cadavere agli sguardi
disonesti, e subito dopo si sente il picchio del martello che presto
presto lo conficca, e si vede spiegarvisi sopra il tappeto e metterci
il guanciale di velluto nero a frange, nappe e ricami di oro, un
Cristo d'argento in mezzo, e intorno al Cristo una ghirlanda di fiori
in simbolo che il signor Giacomini era morto in istato di presunta
verginità. Ciò fatto, ecco difilare la mandra dei preti e dei frati
belando e mugghiando. Al cane rossigno sembrando che tra tante voci
poco umane potesse starci anche la sua, prese a guaire, ma, tocca una
pedata delle solenni, si tacque; e sì che tra tante finte e pagate la
sua era lamentazione sincera e gratuita, ma non gli valse: giustizia
umana!

Un incappato, passando vicino al signor Boswell attonito da cotesto
spettacolo tra sozzo e grottesco, gli susurrò dentro all'orecchio:

— Presto al Molo!

Il signor Giacomo, ripresa la flemma consueta, continuò il suo cammino,
ormai chiarito che il morto non potesse essere altri fuori dell'uomo,
col quale aveva alternato ieri ragionamenti d'ira, di grandezza e
di speranza: e con molta amaritudine andava considerando il mistero
che pare condanni un'anima, potente d'impeto e copiosa di concetti,
alla catena di un corpo cascante a pezzi, arpa con corde rotte in
mano ad un angiolo. Nè questo è il peggio, chè lo inferno vero prova
quaggiù la creatura compita, l'anima sana nel corpo sano, balestrata
in mezzo alla turpitudine di una gente prava che non conosce vergogna,
o, se la conosce, s'industria a lavorarla in foglie di alloro per
inghirlandarsene il capo; gente che giace traverso al tempo come le
macerie di Palmira pel deserto, ingombro alla via e testimonianza di
una vita che non può essere revocata mai più. Guai ai venuti tardi!
Almeno Arnaldo e l'Huss e Girolamo da Praga dal sommo dei roghi
consideravano le loro ceneri seme fecondo della nuova dottrina, e
prendevano conforto dell'essere venuti troppo presto; ma guai, ripeto,
a coloro che vennero troppo tardi!

Mentre così il Boswell si sprofonda di pensiero in pensiero, si sente
cingere a mezza vita, sollevare in aria, e prima che possa riaversi
dalla maraviglia, si vede trasportato sopra la coperta di un legno in
procinto di salpare dal porto.

La mezza galera del capitano Angiolo Franceschi, liberata dagli ormeggi
di prua e dalla mano di ferro che la teneva ferma nel fondo del mare,
abbassò il rostro svelta e graziosa, come l'uccello che, aperte le
ali, vola, si mise a vele spante a sfiorare lieve lieve il piano delle
acque. Non fregio, non cintura dipinta di bianco o di vermiglio sotto
le paratìe, la rendevano cospicua, bensì appariva di un colore tutta,
e questo era nero; ma per gramaglia non iscema bellezza, all'opposto
innamora così che la gente prega Dio non la faccia mai lieta. Insomma
la mezza galera di capitano Angiolo, comecchè vestita a bruno, portava
il vanto su quante navi stavano in quel momento ancorate nel porto di
Livorno.

Il signor Giacomo, fermo accanto alla ruota del timone, guarda
scomparirgli davanti gli occhi l'anfiteatro dei monti che dal mare si
distende fin su l'alpe di S. Pellegrino e il Marzocco, torre marmorea
testimone della magnificenza della repubblica fiorentina, e i colli di
Montenero. Gli balenò per un momento alla vista la villa del Paradiso a
mezza costa sopra l'Antignano, dove il povero Smollet cessò alle muse
e alla vita; e tempestando sempre la mezza galera a golfo lanciato
appariscono e spariscono, quasi fantasime per la bruna della sera,
la torre del Romito, Castelnuovo, Rosignano con gli altri castelli
montanini della Maremma. Maravigliando della stupenda celerità e
tuttavia sentendosi disposto a meste considerazioni, il signor Boswell
disse: — Ecco, l'uomo è cosa che passa sopra cosa che passa, — forse
raffigurando le generazioni umane in un uomo solo, e il mondo nave
sopra la quale egli si fosse imbarcato per arrivare, traverso il fiume
del tempo, al mare magno della eternità. Ci hanno di parecchi tra noi a
cui immagini siffatte fastidiscono, ma ci vuole pazienza. Ogni popolo
possiede un garbo proprio per concepire e per dichiarare il concetto:
gl'Inglesi serbano il loro e ci tengono; essi non baratterebbero il
Byron coll'abate Frugoni, nè Shakspeare coll'abate Pietro Metastasio,
nè anche dando l'abate Bettinelli per giunta: avranno torto, ma la
intendono così.

Quasi dall'alto scendesse una ispirazione a conforto del signor
Boswell, gli venne fatto di voltare gli occhi in su e vedere la
bandiera côrsa con la immacolata Concezione, e, sopra le stelle
che le incoronavano il capo, le lettere che dicevano: _Libertà_. La
bandiera, quasi avesse senso di alterezza, si avviluppava, distendevasi
scoppiettando; nè meno sembrava esultante la brezza vespertina di
drappellarla insaziabilmente pel cielo ausonio. Di vero, o signori,
in quale altra parte di mondo il santo vessillo della libertà sarebbe
meglio venuto di qui? Qui, dove libero è tutto l'acqua, il vento e
il cielo non sanno che sia tirannide di uomo: per poco ch'eglino si
commovano, lo ricacciano cadavere su i lembi della terra: colà pianga
o faccia piangere, ma mora e infracidi.

Il signor Giacomo, levata la destra in atto di auspicare alla bandiera,
esclamò:

— Dio ti salvi!

— E la salverà; e quando nel suo giudizio fosse sortita a cascare, le
bandiere cascate nel sangue risorgono.

Il signor Boswell, voltatosi per guardare da cui coteste parole
movessero, conobbe uno dei giovani, ai quali lo aveva raccomandato il
signor Giacomini.

— Dunque quel povero galantuomo è morto eh? — tosto gli dimandò; e
l'altro:

— Poveri siamo noi che perdemmo un cuore senza pari nel mondo, quanto
a morte non è così; gli uomini come lui vivono finchè le rupi della sua
isola non subbissino in mare.

— Bene.... però....

Qui il signor Giacomo venne interrotto dalla vista di un frate, il
quale sbucò fuori dal boccaporto, e dopo il primo un secondo e dietro
un terzo, un quarto, un quinto da mettere i brividi addosso all'onesto
inglese, filosofo in tutte le cinque parti del mondo, in casa sua
anglicano riformato a tre peli. Per la quale cosa, facendo girare tra
l'indice e il pollice la sua tabacchiera più veloce delle vele di un
molino a vento, scorrucciato interrogava:

— E adesso come ci entrano cotesti frati? O che cosa vengono a fare
costoro?

— Vengono a pregare Dio.

— E se ne aveano voglia non lo potevano pregare così giù come su?
Oh sentiamo anco questa, via! Dio sente meglio di sopra che disotto
coverta?

— Non è così, ma sotto la volta del cielo, al chiarore delle stelle che
una dopo l'altra balenano pel firmamento, come se rispondessero a Dio
che le chiama per nome, pare a noi di trovarci più vicini alle orecchie
del Creatore.

— Bene: ma allora e perchè presumete imprigionare lo spirito eterno
dentro le chiese? Io non vi capisco: avete forse una maniera di adorare
Dio sopra il mare ed un'altra sopra la terra?

— Signore, piacciavi ricordare che gl'Italiani fabbricarono in Roma
S. Pietro, gl'Inglesi hanno costruito a Londra S. Paolo; per tutti i
figliuoli di Adamo si leva il sole e poi casca la notte.

— Bene: però voi dovete convenire meco che la preghiera parlata è
cosa assurda; anzi pure oltraggio espresso alla divinità: imperocchè
Dio veda i nostri pensieri prima che di embrione si facciano idea,
ed oda il senso del cuore prima che diventi palpito. Levate gli occhi
al cielo e basta. Dio vi penetra nel midollo delle ossa e vi giudica.
Dio conosce i vostri bisogni, e, se crede che si abbiano a soddisfare,
li soddisferà. Che ne sapete voi? Come potete comprendere gli arcani
della natura? Forse domanderete mattoni, e vi farà mestieri calcina.
Perchè tribolare con la favella, arnese manco, i concetti che riboccano
infiniti dallo spirito dell'uomo? Lasciate spandere libere le acque
della anima, costringete in canali quelle sole che irrigano gli orti
vostri.

— Sentite! — l'altro rispose.

_Ave, Maria_, incominciarono a cantare i frati in suono grave; il
quale però, temperato dall'ampiezza dello spazio e dallo strepito delle
acque, percoteva dolcissimo: quando il Boswell se lo aspettava meno,
ecco a cotesto canto accordarsi l'accompagnatura di uno strumento, che
gli parve arpa, ed era cetra: fra tanti guai, dono dei Mori ai Côrsi,
e non senza consiglio, imperciocchè Dio concedesse ai mortali arche
supreme di salute in ogni diluvio di acque o di tirannide sopra la
terra: musica e poesia.

Se lo squillo della campana, che piange il giorno che si muore, stringe
l'anima al nuovo pellegrino, ora che cosa non potranno mai corde di
cetera e voce di uomo? Le preci, trasportate da venti lontano su le
acque, empiono lo spazio di echi infiniti, i quali da tutti i lati
ripercossi ti pungono con tale un'acre voluttà, che ti rimescola, e
pure non vorresti cessata; conciossiachè gli echi dall'alto pàianti
messaggi celesti, che ti annunzino le tue preghiere avere trovato
grazia al cospetto di Dio; i sottani, che i tuoi morti le hanno intese
e ringrazianti; i circostanti, che i tuoi vivi in quella medesima ora
pensano a te e prece con prece ricambiano.

— Tanto è, — esclamò, come suo malgrado, il Boswell dando un colpo
maiuscolo sopra la tabacchiera — tanto è: tutte le strade menano a
Corinto. — E aggiunse poi, levando lento gli occhi dal confine del mare
al punto culminante del cielo: — Da tutti i lati, quando hai la fede
per viatico, e l'amore ti accompagna, si arriva lassù.

Compite le preghiere, un frate passò vicino al Boswell e gli disse:

— Il Signore vi benedica.

Il Boswell non rispose, anzi in atto mezzo acerbo gli si voltò di
costa quasi invitandolo a passare oltre. Il frate sostò un momento ed
aggrottò le ciglia, ma subito dopo placido riprese:

— Signore, la benedizione di un povero vecchio non ha mai fatto male ad
alcuno: pigliatela; il servo di Dio non ha altro da darvi.

Uno scrittore elegante del nostro idioma accozzò per gioco le parole
_amabile fierezza e terribile dolcezza_; questo accoppiamento si
verificava nel frate di capello bianco più che neve, e dai soppraccigli
folti e neri quanto penna di corvo.[6]




CAPITOLO IV.

Il Frate


— Codesto vostro frate mi ha sconbussolato il cervello, — disse il
Boswell.

— Io credo che, se lo conosceste, voi gli vorreste bene.

— E chi è costui?

— Gli è un uomo uscito di galera.

— Oh!

— E appunto per questo voi lo ricevereste come padre.

— Ohibò!

— Vi contentate ch'io mi provi a farvelo riverire ed amare?

— Provate.

— Voi avete dunque a sapere come codesto frate si chiami padre
Bernardino da Casacconi ed è francescano, d'ingegno certo minore
all'Analdo, al Savonarola, al Campanella, al Sarpi e agli altri
terribili frati usciti fuori dal seno d'Italia; però d'anima pari e,
forse senza dubbio, superiore nella costanza operosa, impiegata in
benefizio della patria. Voi lo riputereste giovane, e così veramente
apparisce tanto per lo intelletto fresco, quanto per lo irrequieto
agitarsi: però la massima parte degli uomini agli anni suoi raggiunsero
i loro padri nel sepolcro, o si chiamano decrepiti. Mezzo secolo
addietro egli si aggirava per le pievi dell'isola predicando pace, e
stornati i ferri omicidi dal petto dei Côrsi, gli appuntava concordi in
quelli dell'abborrito dominatore.

— Bene! Onesto frate in verità!

— All'ultimo cadde nelle mani del nemico, il quale lo trasse a
vituperio in Bastia dove gli ordinò ritrattarsi: la quale cosa
ricusando il degno frate di fare, ebbero cuore di esporlo alla gogna, e
il boia accanto. Innanzi di sbigottirsi, sentite un po' che cosa mi va
a pescare padre Bernardino. Aspetta che tutto il paese gli si affolli
d'intorno, perchè (mi rincresce dovervelo dire, ma la riputazione
del paese vuole che voi lo sappiate) Bastia di faccia alla rimanente
Corsica rappresenta la piaga su le ginocchia di san Rocco...

— E san Rocco ch'è?

— Oh! non ve l'ho già detto? Egli era santo e per di più pellegrinava
sempre.

— Ed aveva le piaghe alle gambe?

— Ed aveva piaghe alle gambe.

— Bene: ma allora doveva smettere di camminare, e fermarsi in casa a
guarire. Sapete che avete di santi curiosi voi altri?

— Può darsi: ma quando saremo arrivati a casa, intendo in Corsica,
io vi supplico ad astenervi da simili considerazioni; o se non potete
astenervene, tenetevele in corpo.

— Così farò: adesso tiriamo innanzi col frate.

— Quando vide i Bastiesi gremiti intorno alla berlina, ecco il frate
scotere arrabbiato il capo, e con voce di bombarda rimproverarli di
viltà e disamore per la patria, ributtare loro in faccia la virtù dei
padri, chiarirli che a cotesto modo tirando avanti, Dio non gli avrebbe
voluti e il diavolo rifiutati: poi, dopo il diluvio, l'arco baleno
di tanto dolci e mansuete parole che già co' singhiozzi e co' fremiti
la gente cominciava a dare certissimi segni di vicina tempesta: onde
e' fu mestieri levarlo di su la gogna, diventata cattedra di libertà,
e ricondurlo in trionfo alla prigione, dalla quale lo avevano cavato
fuora per buttarlo in balìa della infamia.

— Ed ora come si trovi qui?

— Volete che io glielo domandi?

— Dacchè parmi entrare nel paese degl'incanti, fate. Il giovane andò
con presti passi alla volta del frate, che, fattasi notte buia, ormai
si disponeva a rientrare sotto coperta, e, presagli la mano, disse:

— Padre Bernardino, prima di andarvene non mi permetterete ch'io vi
baci la mano?

— Quale siete voi?

— Uno che da zittello ve la baciò delle volte più di mille.

— Figliuolo, non ti riconosco; e per la faccia, sebbene gli occhi non
mi dicano più il vero, pazienza! chè fa buio; ma nè anco alla voce.

— Eppure giuoco il cuore contro una ghiaia, che voi non avete
dimenticato Altobello di Alando.

— E tu non lo avresti mica perduto il tuo cuore, caro, caro figliuolo.
Un bacio... to' un bacio... un altro ancora... o caro... caro!....

E con ambo le mani presogli il capo, pareva non si potesse saziare di
baciargli i capelli. E tuttavia tenendolo stretto come tanaglia al
pesce del braccio e coll'altra asciugandosi la fronte, imperciocchè
padre Bernardino quando si sentiva intenerito non piagnesse; bensì
sudasse, con la faticata baldanza côrsa interrogava:

— Sei venuto per batterti, n'è vero? Hai sentito la patria che
chiamava Altobello, e tu subito: «Presente.» E babbito[7] dove l'hai tu
lasciato? E il barba perchè non è teco?

— Ve lo dirò, padre, ma cominciamo da voi. Oh! che miracolo è questo di
vedervi comparire qui?

— Miracolo? Io mi trovo naturalmente al mio posto, mi pare.

— Sì, senza dubbio, e anche io, come vedete, ci sono; ma vorrei sapere
qual santo vi aiutò a uscire da prigione.

— Non mi ci hanno cavato i diavoli, ma davvero nè anco i santi. Ma
i Francesi mi fecero il processo; e quei cosi neri che si chiamano
giudici, avendomi trovato colpevole del misfatto di volere la patria
franca da straniera dominazione, mi condannarono, senza troppo
gingillare, a morte: e mi parve che facessero serio: ond'io mi era
acconciato delle cose dell'anima e rimesso in Dio, quando, senza
saperne la causa, ch'è, che non è, legato di catene le mani e i piedi,
m'imbarcarono per Genova.

— Povero padre Bernardino!...

— Oh! Non ti dolga di me, figliuolo mio, bensì di quei santi,
sacerdoti, di quei martiri frati, che il dannato generale francese
di cui le opere inique chiarirono pur troppo che non a caso aveva
sortito il nome di _Magliaboia_,[8] impiccò a centinaia agli alberi coi
paramenti sacerdotali addosso. Ora a noi non rimane che a vendicarli,
e quest'obbligo sacratissimo noi compiremo; non è vero, figliuolo mio,
che li vendicheremo?

— Faremo quello che potremo. Ma da Genova come vi riuscì di salvarvi?

— Lasciami ripigliare fiato: che furia, santa fede! A Genova mi
trovai chiuso con un certo santo padre, il quale da mattina a sera mi
serpentava che, se mi fossi risoluto a rivelare l'ordine della congiura
e i nomi dei congiurati, ben per me; perciò che oltre alla libertà
avrei conseguito dalla serenissima repubblica grazie ed onori. Sta a
vedere, dissi fra me, che per fare la spia ti consacrano vescovo! Che
vuoi tu? La carne tira, la tentazione era grande, ed io mi lasciai
svolgere....

— O padre Bernardino, che mi contate mai! — interruppe Altobello con
sembianze disfatte.

E il frate rise soggiungendo: — Lasciami finire. Un bel giorno dunque
mi lasciai svolgere e gli dissi: «Tu mi pari un uomo dabbene e molto
zeloso dei miei vantaggi; orsù ti voglio contentare, io rivelerò
la congiura e i congiurati.» «Non a me, costui rispose, bensì lo
hai a fare al magnifico segretario del senato.» «O a te, o a lui,
per me è tutta una, soggiunsi io, assettati come ti garba.» E il
segretario venne più che di passo, si mise a sedere e, tratti fuori
carta, calamaio e penne, levò la faccia in su e disse: «Voi potete
incominciare.» Io allora, strascinando a stento le catene, mi condussi
al cospetto del segretario e dopo averlo un cotal po' mirato in viso
gli domandai: «Voi dunque non conoscete i congiurati côrsi davvero?»
«Io sono venuto espresso per saperlo da voi.» «E la signoria desidera
proprio di saperli tutti?» «Ma sì, ma sì» gridò il segretario stizzito.
«Non v'inquietate; riponete i vostri scartabelli, chè in due parole
mi spiccio: congiurati in Corsica io ne lasciai 220 mila (chè a tanto
montava allora la popolazione); adesso levateci quelli che sono morti,
aggiungetevi gli altri che sono nati, ed avrete il numero giusto dei
congiurati; il capo della congiura sta in Genova.» «In Genova?» «Nè
più nè meno, anzi nel palazzo ducale, ed è il doge in persona, il
quale col mal governo ha condotto i Côrsi al partito di volere mettere
allo sbaraglio la roba e la vita piuttosto che piegare il collo a voi
altri.» — Da quel giorno in poi se mi scemassero il pane non si dice
nè manco; mi lasciarono inciprignire le piaghe delle gambe cagionate
dalle catene... insomma patii spasimi atrocissimi; non importa, chi
ha paura non vada alla guerra. Voi, Signore, che leggevate nell'anima
mia, sapete, se in quel punto il re Luigi di Francia fosse entrato in
carcere e mi avesse detto: «Padre Bernardino, vuoi barattare le tue
catene con la mia corona?» io gli avrei risposto: «Tirate di lungo,
Maestà.» Con quel filo di voce che mi era rimasto io mi raccomandava
così: «Vergine benedetta, se la mia dolcissima patria tanto provocò
l'ira del tuo divino Figliuolo, che i patimenti sofferti da lei
fino a tutt'oggi non bastino a placarlo, e a me pare che, se laggiù
s'intende discrezione che sia, ce ne dovrebbe essere d'avanzo, allora
pregalo per amore mio, che a te, misericordiosa, volli sempre tanto
bene, a scassarli dal conto della Corsica ed impostarli a debito mio,
ch'io mi protesto di pagare per tutti. Se vedi che ci sia verso di
scampare dallo inferno, tu fammelo risparmiare; ma se, per salvare la
patria, dovessi perdere l'anima, vada la salute eterna, purchè rimanga
stritolato l'abborrito straniero.» Confesso che simile proposta non
veniva da mente sana; ed anco fatta con sensi più convenevoli, grande
presunzione sarebbe stata la mia esibirmi in iscambio della nobile
patria. Così non venni accettato. Papa Clemente XII, cui non garbavano
i frati tormentati, a meno che li tormentasse egli medesimo, mi chiese
alla repubblica con un breve: e la repubblica, immaginando che il
papa le risparmiasse la spesa della sepoltura, volle farsi l'onore del
sole di luglio e mi consegnò. Uscito di prigione, con una scrollatina
buttai giù apprensioni e malanni: pensa se voleva acquietarmi nel
convento di Monticelli, dove il papa mi aveva rilegato. Mi calai dai
muri e, mentre i Francesi e i Genovesi mi credevano terra da ceci,
eccomi da capo in paese di Comune a predicare e a tirare archibugiate
per la maggior gloria di Dio e per la salute della patria. Ora poi
che Genova ci ha venduti, e Francia comprati, a dirtela schietta,
figliuolo mio, mi pare essermisi sgravato il cuore di un grossissimo
peso, perchè quel sentirmi minacciare la morte e chiedere la vita
nella mia stessa favella mi faceva proprio cascare le braccia. Non
più pietà, non ritegno: fratellacci i Genovesi ci erano, tuttavolta
fratelli; adesso forestieri tutti. Per la quale cosa, persuaso che per
questo quarto di ora i Côrsi maggiore merito si acquistino presso a
Dio menando di mani che a recitare il breviario, mi sono aggirato pei
conventi italiani a reclutare questi buoni religiosi côrsi, ai quali
su le prime parve duretto, ma io li convinsi dicendo: «E' non ci ha
dubbio; all'obbedienza del vostro padre guardiano sopra questa terra
voi trasgredite, ma lo fate per osservare la voce del padre guardiano
di tutti che sta nei cieli, ed io vi assicuro che l'angiolo custode
non vorrà farsi scorgere a pigliarne l'appuntatura: ad ogni modo io
rispondo per tutti.» Allora essi hanno detto: «_Ecce ancilla Domini_;
faremo quello che potremo;» e si sono provvisti di carabine che valgono
un Perù. Ecco che io ti ho contato la mia, ora contami la tua.




CAPITOLO V.

Lo zio


— Babbo è morto...

— Oh povero uomo! E di che male? e dove?

— Di puntura a Venezia.

— Vedete di che male è andato a morire un galantuomo che poteva finirla
con una brava archibugiata in Corsica e per la Corsica!.... E lo zio?

— Lucantonio è rimasto a Venezia.

— E perchè non venne teco?

— Ma se mi tagliate le parole dalla bocca, io non vi potrò dire niente,
e voi non potrete intendere niente.

— È giusta; tira innanzi.

— Voi vi avete a figurare che le notizie del trattato di Compiègne e
dell'altro di Versaglia, vergogna nuova su la faccia di Francia, se
su cotesta faccia potesse capire vergogna, arrivarono a Venezia prima
assai che in Corsica, e lo zio, leggendo le gazzette, mutava di colore
in viso; poi brontolava: «Che importa a me di Corsica? Non me ne hanno
cacciato fuori? Chi l'ha a mangiare la lavi.»

— Bò! Tentazionacce! Ma che, ci si pensa nemmeno quando si vuol bene
davvero?,

— E presa la gazzetta se ne accendeva la pipa.

— Tutta superbia.

— Se non vi chetate, smetto.

— No, per lo amore di Dio!

— Alla domane, quando io stava per uscire di casa, dicevami:
«Altobello! guarda un po' se ci ha notizie di Corsica; e se le
raccapezzi, portamele subito, sai.» Certo di la posta di Ancona recò
un piego maiuscolo, immaginate come un mattone; nella sopraccarta si
leggeva: _Al nobile uomo l'illustrissimo Lucantonio Alando, colonnello
della guardia côrsa al servizio della serenissima repubblica di
Venezia._ Il sigillo, largo quanto uno scudo, rappresentava l'arme
di Corsica riformata, vo' dire colla fascia intorno alla testa. Capii
che si doveva trattare di cosa seria; però difilato al quartiere, dove
di fondo alle scale cominciai a urlare: «Zio! zio!» «Che ci è egli di
nuovo?» rispondeva il colonnello di sul letto dove lo teneva conficcato
la più parte del giorno la sua malattia. «Pieghi di Corsica.» «A me?»
«Proprio a voi.» «Fa presto.» «Più di quattro scalini per volta io non
posso montare.» Arrivai in camera con un palmo di lingua fuori e dalla
soglia gittai il plico allo zio: egli lo prese con ambedue le mani, se
lo accostò devotamente al petto, poi si pose a considerare il sigillo
e, levatosi in atto di riverenza il berretto di capo, lo baciò; voleva
aprirlo, e non gli riusciva, tanto gli tremavano le dita. Allora disse:
«Altobello, leggi un po' tu, chè io ho dimenticato dove abbia messo
gli occhiali.» Buono zio! gli occhiali avevali davanti sul guanciale,
ma le lacrime gli velavano la vista ed anco a me un certo batticuore
mi teneva sospeso ad aprire il piego; tuttavolta lo apersi e lessi una
lettera, ma vi so dire una lettera da schiantare l'anima, comunque si
fosse di granito dell'Algaiola.

— Sì eh?

— In verità, padre Bernardino, ella mi fece tanta impressione, che la
lessi e rilessi, la copiai più volte, finchè mi rimase stampata nella
memoria. Incominciava col dare in succinto il ragguaglio della origine
e dei successi della guerra, gli accomodi insidiosi, le concessioni
fallaci, le frodi sfrontate, le turpi offerte e gli empî contratti:
aggiungeva, come per consenso di teologhi solenni fosse stato
dichiarato potersi impugnare legittimamente l'arme contro Genova; tanto
più poterlo adesso contro la Francia, sfacciatissima ed immanissima
compratrice di umano e libero sangue; gli ufficî buoni, le mediazioni
dei potenti, le suppliche stesse essere riuscite invano; la tremenda
vanità francese smaniare nella libidine di possedere la Corsica, perchè
Inghilterra acquistò Gibilterra e Porto Maone, e correre voce voglia in
un modo o in un altro recarsi nelle mani Orano in Africa e Buenos-Ayres
nell'America; tutto concederci la Francia, tranne la libertà; tutto
sopportare la Corsica, tranne la servitù; guerra a qualunque costo
volersi, e guerra fosse, chè i Côrsi non contano i nemici, ma ricordano
quello che Giulio Cesare scrisse dei loro antichi: _seu vincendum
belligerando, seu moriendum_. «Nessun principe, proseguiva il mirabile
scritto, ha compassione di noi; l'avrà Dio. Assicurati fino da
principio di combattere questa guerra per sottrarre alla perdizione
anima, sangue, onore, libertà e sostanze, ricorremmo e ricorriamo
sempre a Dio con pubbliche penitenze, frequenza di sacramenti,
esposizione del Venerabile ed altre siffatte cautele.» Toccati poi
parecchi particolari di minore importanza, ripigliava con pietosissime
parole: «Ora, o carissimi fratelli, invitiamo anche voi acciò veniate
ad unirvi con noi nell'ultimo cimento della patria. La causa è comune,
nè voi sapreste sopravvivere alla caduta nostra: venite pertanto ad
esserci compagni, a mietere palme sopra i nemici vinti, o ad unire il
vostro col nostro sangue, acciò ingrossandosi il torrente faccia più
clamoroso lo spirito che risuoni al Dio delle misericordie, e l'accetti
in sacrificio di martirio per le patrie leggi, e resti memoria
onorata ai secoli futuri, che i buoni hanno voluto piuttosto morire
tutti, che vivere in più lunga servitù. La pietà e l'onore vostri non
abbisognano di altro stimolo per imprendere subito il viaggio verso
di noi, bastandovi conoscere la imminente rovina nostra. Via dunque
superate ogni ostacolo per sovvenirci in tanta stretta; tutto è lecito
per compire il debito verso la patria; nè vi ha scusa che valga a
dispensarvene. Certo accettissime ci comparvero e fuori di misura grate
le tante vostre lettere, piene di ammonimenti e di avvisi: però, a
parlare alla libera, poveri noi se avessimo a condurre le imprese col
consiglio dei lontani! Deh! Lasciate in pace la penna ed impugnate una
volta la spada, chè è tempo questo di spargere sangue, non inchiostro;
tempo di combattere fra i perigli, non già di consigliare al coperto.
Ricordatevi Curzio, il quale ebbe a gloria di precipitarsi nella....»

— No, signore....

— Come no, signore? O non diceva per avventura così?

— Già; diceva in quest'altra: «Ricordatevi che l'amore santo di
patria ha reso incuranti del fuoco, delle voragini, uomini fortissimi
e onoratissimi; venite a morire con esso noi voi altri che con
noi nasceste, nè vi spiaccia trovare la tomba là dove sortiste i
natali....»

— È vero; parlava come dite voi; dunque anco voi la imparaste a mente?

   [Illustrazione: I preti e i frati, con quella decenza che ha
   fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia e allattata in
   convento, continuavano a litigare. (_pag. 32_)]

— Io? La scrissi....

— La scriveste voi? — gridò saltandogli al collo Altobello; e il
signor Giacomo, stringendogli a sua volta e squassandogli la destra,
esclamava:

— Ma dunque voi siete proprio un frate dabbene?.. Pare!

Male possiamo supporre quello che il padre Bernardino avrebbe risposto,
caso mai avesse sentito cotesto strano complimento: fatto sta che,
preoccupato dall'Alando, non ci pose avvertenza.

— Oh! che credevi? — soggiungeva il frate favellando con Altobello,
— che il tempo speso a imparare a leggere e a scrivere me lo fossi
giocato a tarocchi, io? E poi quando si butta giù quello che scoppia di
qua dentro (e il frate si picchiava il petto da rompersi una costola)
e si fa sempre presto e sempre bene.

— Benedetti quel cuore e quelle mani! Dunque posso smettere di
recitarvi la lettera, poichè l'avete scritta voi?

— O che tu smetta o che tu prosegua per me la è tutta una.

— Non così per me, salvo vostro onore: e se nulla impedisce, vorrei
pregare il signore Alando ad essermi cortese perchè continuasse....

— Ripiglierò la lettera, e, là dove sbagli, voi, padre Bernardino, mi
verrete correggendo. Dopo avere discorso degli apparecchi formidabili
del re di Francia, dei bandi rigorosissimi contro qualunque Côrso si
attentasse in qualsivoglia maniera sovvenire alla patria, e delle
pratiche fatte presso le corti di Europa per metterci al bando dei
popoli cristiani, quasi nella sua superba viltà disperasse con ventisei
milioni di uomini venire a capo di duecentoventimila, prorompeva in
questi lamenti: «Noi siamo considerati dai principi bersaglio degli
uomini. Fu lecito ai legni genovesi, ancorchè neutrali, somministrare
nelle recenti guerre munizioni a Tolone, nella Sicilia, in Catalogna
ed altrove: fu generoso noleggio ed onesto guadagno traghettare nel
1358 settantamila infedeli in Grecia per la profanazione di cotesto
popolo cristiano, aprire il varco ai maomettani nella Europa con tanta
iattura dello impero di Oriente, a scapito della fede cattolica;
ma che adesso drizzi taluno la prua verso la Corsica a causa di
mercatura, si reputa fellone e sacrilego; la sostanza rapinasi, il
corpo apprendesi. Cristiani siamo e combattiamo giustissima guerra
e d'incolpevole difesa: onde chiunque sovvenga noi meschini non può
temere le scomuniche della bolla _in cœna Domini_, e vive sicuro di non
offendere le santissime leggi del giusto e dell'onesto, anzi è certo
del contrario, essendo stato sempre atto di misericordia soccorrere gli
oppressi. Ora voi vedete, fratelli, quanti mali ne circondano: guardivi
Dio dalla vergogna di starvene spettatori da lontano: non consentite
che tanta ignominia si aggravi sul vostro capo: vi prenda rossore di
chiedere nuove degli avvenimenti di Corsica con le mani alla cintola
lontani, come se si trattasse di paese forestiero, di cui la curiosità
sola vi muova a sapere le notizie. Venite, venite alla fatica e alla
guerra, chè col sudore e col sangue o vinceremo o moriremo da forti:
_si moriemur enim, non moriemur inulti_. Con amarezza inestimabile
l'anima nostra trascorre a considerare come non anco vi punga il
rimorso per avere tardato ad accorrere in sostegno della patria
cadente, e come patiste aspettare le nostre grida di angustia. E voi
pure, sacerdoti, ecclesiastici paesani, chiamiamo a ridurvi, senza
mettere tempo framezzo, a casa vostra, non mica per combattere, chè le
armi vostre sono le orazioni e le lacrime, bensì perchè, vedendo da
vicino le battiture di questo povero popolo, possiate con più ardore
pregare Dio, con maggiore pietà benedire gli estremi aneliti delle vite
nostre[9]...»

— Fa punto, figliuolo, e avverti che questo io ci misi così per
mettercelo; chè credo Dio ascoltare bene e meglio la preghiera di
ogni creatura si rivolga a lui senza mestiero di frati. E' s'intendeva
sottinteso fra me che scriveva e quelli che leggevano, come dovessero
venire a menare santamente le mani...

— Bene! io mi congratulo infinitamente con voi, signor frate; voi siete
un degno gentiluomo in verità.

— Eh! no, signore, io sono nato pastore...

— All'ora è diverso...

— Niente affatto, la è tutta una, mi pare.

Ma Altobello, per troncare ogni quistione molesta, riprese: —
Rinunziate forse, padre Bernardino, a sentire la fine dal mio racconto?

— Al contrario; di' presto.

— Orbe': giunto al punto in cui mi avete interrotto voi, mi interruppe
anche lo zio domandando; «Ecci altro?» Ed io: «Ecci l'augurio che
l'arcangiolo Raffaello accompagni ognuno per la via caso mai che
muova per la Corsica: la firma dei Nove, del Supremo Consiglio,
quella del generale Paoli e per ultimo il sigillo del regno e la
firma del gran cancelliere Massesi». «E finisce affatto?» interrogava
egli ansiosamente. «No, in fondo io leggo: _volta_». «Volta dunque e
vedi». «Ecci un'altra lettera». «Firmata?» «Sì, firmata aspettate...
dal Paoli». «Be', riprese serenandosi, leggi piano e distinto». «Caro
Lucantonio...» «Dice proprio: caro Lucantonio?» «Ecco qui se volete
vedere...» «Non importa, tira innanzi». «Sambucuccio di Alando fu
padre della côrsa libertà: voi suo nipote potete patire che casa
vostra sia ridotta in servitù? I Côrsi furono venduti come pecore, ma
i Côrsi hanno deliberato difendersi come leoni, imperciocchè sebbene
io non la faccia facile, pure adoperando virtuosamente le mani ci
ha caso di vincere, e allora oltre la salute della patria verremo ad
acquistare bellissima fama; o saremo soprafatti, e i nemici impareranno
a rispettare i superstiti dal valore dei morti superati dal numero non
dal valore, ed anco in questa guisa gioveranno alla patria. I popoli
côrsi, memori di Sambucuccio, domandarono: È spenta la stirpe degli
Alando? Essendosi fatti a visitare le tombe di casa vostra, non hanno
trovato alcuno sepolto con lo scudo ai piedi; e allora domandarono da
capo: Dove vivono gli eredi? Mentre la patria ha bisogno di difesa a
che vi state in Venezia voi prestantissimo in arme? Forse, perchè vi
fu cugino Mario Matra, credete corrervi obbligo di procedermi nemico?
Mario mi assalì alla sprovvista nel convento di Bozio cercandomi a
morte; mancavano ai miei ed a me le munizioni: di accordi egli non
ne volle sapere: in difetto di arnesi per rompere porte, egli appiccò
il fuoco al convento, e noi, tenendoci per ispacciati, avevamo ormai
raccomandato l'anima a Dio, allorchè una mano di popolo trasse a
sovvenirci.

«Mario in cotesta puntaglia rimase prima ferito, poi morto innanzi
che io potessi recargli soccorso. Lo piansi, e non con le lagrime con
le quali Cesare pianse Pompeo; e me lo potete credere, conciossiachè
il cuore mi si schiantasse meno per lui che pei mali che presagiva
imminenti alla patria: lo preservai da ogni insulto; con le mie mani
gli detti onorata sepoltura, con le mie labbra gli supplicai pace:
parlo cose a tutti note; fossero a tutti sconosciute, le affermo io,
e basta. Lucantonio Alando presterà fede a Pasquale Paoli, perchè
Pasquale Paoli presterebbe fede a quanto gli affermasse Lucantonio
Alando. Ma, posto che il caso fosse andato diversamente, e Mario avesse
avuto ragione come ebbe torto, che entrano odii privati col bene della
patria? Vi piaccia considerare me non come Pasquale Paoli, bensì come
magistrato eletto dal volere del popolo a difesa della libertà. Se vi
riputate più capace al bisogno, venite e comandate voi; se invece vi
paressi più adattato io, venite e militate sotto le bandiere della
vostra patria. Più tardi, cessata la guerra, ripiglierete, se vi
sembrerà giusto, il vostro odio e vendicherete nel mio il sangue di
Mario. Frattanto io, in considerazione vostra, ritardo fino a maggio
la rassegna delle milizie, perchè desidero che a quel tempo, facendo
la chiamata dei difensori della patria, qualcheduno esca a mostrare
viva la nobile stirpe degli Alando. Dio vi aiuti. Il vostro compatriota
Paoli.»

Lo zio non disse parola; fece atto che gli porgessi la lettera, la
quale avuta piegò e ripose in seno, poi accennò che io uscissi. Per tre
giorni interi non aperse bocca sopra la lettera; su l'alba del quarto
il caporale Tancredi mi svegliò e mi disse: «Su via, signor tenente,
chè l'illustrissimo signor colonnello lo aspetta.» Andai e rinvenni lo
zio a letto con gli occhi rossi e il viso pallido più del consueto,
notai il lume sempre acceso e le lenzuola macchiate d'inchiostro: il
povero zio aveva vegliato tutta la notte, forse anco pianto. Quello
però che mi fece maraviglia fu ch'io lo trovai vestito della sua assisa
di gala con in capo il tricorno gallonato e piumato. Per man mi prese
tostochè mi fui avvicinato al letto, e così mi favellò con voce piana:
«Altobello, fra un'ora partirà per Ancona il brigantino le _Anime del
purgatorio_, capitano Gabriello Tagliaferro: voi vi c'imbarcherete
sopra, d'Ancona per terra ve ne andrete a Livorno e quinci partirete
per casa» A questo punto, volendo io fare qualche avvertenza, egli mi
strinse forte la mano e aggrottò le ciglia continuando:

«Quanto alla licenza, eccola qua, la repubblica ve la concede ampissima
con la promessa di mantenervi il grado senza pregiudizio dell'anzianità
quante volte vi piaccia ripigliarla; imperciocchè come i principi,
sebbene fra loro capitali nemici, si accordano mirabilmente dove si
tratti conservare i popoli in servitù, così le repubbliche avrieno ad
intendersi per tenere su in piedi la libertà: ma gli uomini sempre
e gli stati troppo spesso queste cose capiscono tardi, e temo forte
che Venezia le abbia apprese più tardi che altrui; ad ogni modo le
ha capite, ed è perciò che vi concede la licenza. Questa lettera
consegnerai in Livorno al signor Santi Giacomini, che vi procaccerà il
passo sicuro per Corsica; queste altre sono pei cugini di casa; queste
poi rimetterai nelle proprie mani del generale Paoli, in proprie mani,
capisci e con essa questi mille zecchini, senza dire niente, perchè il
danaro dato al Paoli è danaro dato alla patria: a te ecco la spada di
Alferio fratello mio, che fu tuo padre; egli la illustrò combattendo
per gente non sua, io procurai mantenerla senza ruggine, tu, più
felice, adoprala per casa tua. Dammi un bacio e andate pel vostro
dovere.» Ed ora, padre Bernardino, voi avete saputo come e perchè io mi
trovi imbarcato qui con voi alla volta della Corsica.

— Sangue di Alando non poteva mentire, benedetto ne' tuoi figliuoli e
nei figliuoli de' tuoi figliuoli. Altobello, la fortuna può levarti gli
averi, ma levarti la fama ormai non istà più in sua podestà.

— Vedete un po' che razza di gente sono questi Côrsi! Chi mai lo
avrebbe pensato?

Il signor Boswell, comechè urbanissimo fosse, preso dal consueto
svagamento, lasciò scapparsi questa osservazione di bocca con voce più
alta che non avrebbe desiderato: per la quale cosa fra Bernardino, il
quale era vago dei forestieri come il cane delle mazze, facendo grugno
interrogò Altobello:

— Donde hai cavato tu cotesto coso? Com'entra nelle nostre faccende
costui?

Padre Bernardino adesso veniva a movere sul Boswell quella medesima
domanda che il Boswell aveva poca ora prima fatta sul frate; tanto
vero che le bisogne umane presentano spesso il rovescio così appuntino
uguale col loro diritto, che nè anche chi primo li fece, saprebbe
distinguerli: ma poichè la domanda fratesca palesava intenzione acerba,
dubitando Altobello che di parola in parola non divenisse lite, era
sul punto di rompere con qualche suo trovato il colloquio, quando
il capitano Franceschi lo sovvenne molto opportunamente gridando dal
timone:

— Ammaina le vele; i passaggeri abbasso.

Allora i nostri passeggeri si accorsero come il vento, mutandosi ad
un tratto, di tramontana si era volto a libeccio. Grosse nuvole nere,
pari a gravi battaglioni di esercito, una dopo l'altra venivano ad
attelarsi pei campi del cielo, mentre altre più leggiere percorrevano
in sembianza di bersaglieri.

— Avremo burrasca, neh! capitano Angiolo? — domandò fra Bernardino
affrettandosi ad obbedire al capitano Franceschi; e questi:

— Bò! Ma per istanotte in Corsica non si arriva mica; e' sarà bazza se
in tutto domani.

— Ciò mi sconcia; ma in questo come in ogni altro la volontà di Dio sia
fatta.

E si avviò sotto coperta seguitato dagli altri.




CAPITOLO VI.

Perchè i Côrsi non amino i forestieri


Altobello, senz'altro dire, si giacque a canto allo amico suo Giocante
Grimaldo, il quale, comechè animoso molto e della patria sviscerato,
pure non sapeva fare altro che menare le mani e dormire. Fino da quando
egli ebbe uso di favella non si ricordava avere parlato tre minuti
senza sbadigliare quattro volte. Soleva dire che la rettorica del
soldato sta sul taglio della spada, e se per questa ei non capisce, o
con questa non si fa capire, gli è segno ch'ei nacque per servire la
messa, non già per esercitare la milizia. Giocante per tanto dormiva;
ma siccome riesce più agevole perdurare nel sonno che incominciarlo,
come ogni uomo può avere esperimentato, così accadde che, sebbene
Altobello, il Boswell e padre Bernardino ci si mettessero di proposito,
non ne vennero a capo. E davvero, posti ancora da parte i pensieri che
ad ognuno di loro mulinavano pel capo, non persuadevano il sonno lo
zufolio del vento pel sartiame, il fiotto dei marosi che, rompendosi
contro la prua, scivolavano cigolando lungo le bande della galera, e
quel tracollo da poppa a prua squassa la carena alle navi e le viscere
ai passeggeri. Infatti Altobello, dopo essersi voltato delle fiate
più di venti ora sul manco, ora sul diritto fianco, si mise a sedere,
tirando in su le gambe, e su quelle appoggiati i gomiti, introdusse la
faccia nelle mani aperte come dentro una morsa. Fra Bernardino, notato
l'atto e parendogli buono, non pose tempo fra mezzo ad imitarlo, e il
signor Giacomo, quasi a far prova del quanto sia contagioso lo esempio,
tenne dietro a que' due.

Parevano gli amici di Giob quando, invece di consolarlo, andarono a
fargli scappare la pazienza, finchè preso il morso fra i denti, il buon
patriarca dette di fuori. Per la qual cosa io non sono mai arrivato a
comprendere come sia passata in proverbio la pazienza di Giob. Scorsa
lunga ora in silenzio, fra Bernardino chiamò:

— Altobello!

— Che desiderate da me? — rispose il giovine côrso.

— Mi è venuto lo scrupolo di avere proceduto con manco di cortesia con
questo gentiluomo su dianzi in coperta.

— La coscienza non v'inganna; consideratelo voi: questo gentiluomo per
visitarci muove da casa sua.... dalla Inghilterra....

— Ah! Inglese? La è dunque inglese vostra signoria? _Angli olim angeli,
nunc diaboli_,[10] come ho sentito dire a Roma.

— E non solo le parole vostre mi parvero inurbane, ma se penso che voi
foste lettore di filosofia, senza discorso di ragione, — riprese a dire
più acerbamente Altobello.

E il Boswell allora con voce blanda soggiunse:

— Buttiamo la filosofia in un canto, contrario alla carità predicata da
Cristo, di cui voi giuraste praticare e bandire la dottrina: contrario
al divino precetto che vi ordina di riverire e amare ogni uomo come
fratello....

— Per Dio Santo! voi volete fare la predica al predicatore? Circa a
mancare alla creanza, può darsi; voi l'avete inteso, io me n'era quasi
avvisato da me; rispetto poi a carità, signor Inglese, voi avete il
torto. Se voi sapeste quante desolazioni, quante rovine ci abbiano
diluviato addosso i forestieri, voi parlereste diversamente. Io dubito
riuscirvi sazievole, signor Inglese, ma tanto è; bisogna che voi mi
porgiate ascolto: ce ne va della mia riputazione; e poi voi non potete
dormire col vento che tira: per ultimo considerate che, se non vi porgo
la chiave, voi non potrete entrare nella ragione dei fatti nostri. In
breve mi spiccio.... vi degnate ascoltarmi?

— Parlate a vostro agio, signor frate: anzichè infastidirmi, penso che
mi recherete molto piacere, se m'ingannassi, ve ne accorgerete....

— Sentendovi russare? In qualunque caso ci guadagnerete un tanto.

Il signor Boswell non rispose, ma aperta la scatola offerse tabacco
al frate, il quale ne prese, e anco ad Altobello il quale ricusò; il
signor Giacomo ne tolse anch'egli la sua porzione: ond'è che, tirando
su in coro col frate la polvere attinta nel medesimo vaso, si sentivano
questi due cristiani più che a mezzo riconciliati.

— I forestieri — finito il tabacco, disse il frate Bernardino — i
forestieri si ficcarono in Corsica dolorosi quanto i chiodi nelle
santissime carni di Gesù Cristo: questo vi ho detto e questo vi provo.
Raccontano che certi popoli vecchi, dei quali non si trova memoria
e non importa trovarla, disertate le terre native, qui ponessero
stanza. Se la cosa stia per lo appunto come la contano, io non so dirvi
davvero; ma, posto che sia, ciò importa, che la Corsica ha amicizia
antica con la disdetta. Difatti e come potreste figurare che codesta
gente uscisse di casa? O ci fu cacciata da altri assalitori, e allora
chi non ebbe virtù a difendere il proprio, si conosce a prova ingiusto
con la roba altrui e ladro: o la inopia del vivere la costrinse ad
esulare, e in questo caso ella ci cascò addosso ospite accetta quanto
al Senapo le arpie: o per ultimo la tirò l'avarizia, e questo sarebbe
stato il peggio, conciossiachè fame satolla si attuti, cupidità umana
non dice mai: basta. Ma scendiamo a tempi più prossimi. I Cartaginesi
un giorno intimarono a quella gente antica, focea od etrusca che fosse:
«Chi ha ballato dia luogo; e a noi aborigeni voi altri ci servirete a
questi patti: non seminerete nè pianterete; noi vi somministreremo il
vivere dall'Africa.» Di tanto ci ragguaglia Aristotele, ch'era antico e
lo poteva sapere: adesso taluno, che non lo può sapere, contraddice e
sostiene che ciò non torna in chiave; imperciocchè, andando avanti di
questo passo, bisognava che i Cartaginesi spesassero tutti i Côrsi, e
questo non pare possibile; e, non potendo provvedersi la vittuaglia, i
Côrsi avrieno dovuto impiccarsi ai larici delle loro foreste. Questo si
chiama ragionare a vanvera; perchè salta agli occhi come i Cartaginesi,
deviando i Côrsi dall'agricoltura, vollero che intendessero unicamente
ai lavori delle miniere, a tagliare legna e a raccogliere la pece che
stilla copiosa nelle macchie dell'Asco, cose tutte, non che utili,
necessarie per popoli dediti alle faccende del mare come i Cartaginesi
furono: ma per me m'immagino ci covasse sotto un'altra ragione, e ve la
voglio dire.

I popoli commercianti, fatti presto i quattrini, smettono la pristina
asperità (che mi andrebbe di coscienza chiamare virtù) e tuttavia,
o cupidi di acquistare di nuovo, o trepidi di difendere il vecchio,
abbisognano di armi: ora costumando essi per abito di trafficare ogni
cosa, si consigliano potersi provvedere anime e fede non altramente
che tele bambagine o pesce salato. Cristoforo Colombo genovese lasciò
scritto che a contanti si comprava anche il paradiso; e badate ch'ei
fu dei buoni. Ora i Cartaginesi, secondo me, invece di comprare
soldati al bisogno, come usavano le repubbliche italiane, pensarono
tenersi in vivaio un popolo intero per servirsene alla occorrenza;
però, somministrando ai Côrsi paga e panatica, ordinarono che in pace
attendessero ad esercitarsi nelle armi, per adoperarle poi a profitto
loro in guerra. Per questo modo due popoli antichi ci porgerebbero
esempio di istituti contrarii, perchè gli Spartani, destinando
gl'iloti alla coltura delle terre, sè conservavano interi alle armi; i
Cartaginesi all'opposto, dediti alle industrie mercantili o rustiche,
commettevano il carico della guerra, se non tutto, almeno in parte
ai popoli deditizii o conquistati. Nè vi paia nuovo che, messe da
parte le compagnie di ventura, i Romani, spogliate le virtù prische,
sovente ricorressero alle spade dei gladiatori, invocando inviliti a
difesa coteste anime che comprarono superbi agli immani sollazzi. E
credo ancora che i Cartaginesi a mantenere, come ho detto, quel vivaio
di uomini, ci trovassero il proprio interesse; perchè, quantunque
l'abbaco non avessero ancora inventato, pur di conto sapevano fare
anche a quel tempo. Intanto ai Romani erano allungati i denti anco
su le marine: però vennero in Corsica con l'armata, dove uno Scipione
romano, contendendo dell'osso con Annone cartaginese, glielo strappò
dai denti, rimandandolo concio come un _ecce homo_ in Cartagine. Io ho
letto su i libri come, per molto volgere che abbiano fatto di carte,
non sieno riusciti a trovare la cagione donde i Romani mossero contro
la Corsica; ma e' non sono curiosi costoro? La forza che va limosinando
un po' di apparenza dal diritto, è trovato di moderna ipocrisia: a quei
tempi la forza procedeva nuda e cruda, e non avrebbe tenuto in casa il
diritto nè manco per le spese. Oppressori furono i Romani perchè forti,
oppressi noi perchè deboli. Badate di non appuntarmi di contraddizione
se, mentre vi dissi dianzi che i Côrsi destinavansi dai Cartaginesi
alle armi, adesso ve li do per deboli; perchè la contraddizione si cava
di mezzo avvertendo che forza e debolezza sono termini relativi; per
la qual cosa i Côrsi, comecchè in sè forti, potevano comparire deboli
di petto ai Romani o per numero, o per arti di milizia, o per questo
altro ch'io vi vado a dire. Popoli veramente forti sono quelli che da
una mano trattano la zappa e dall'altra la spada; il popolo dalla zappa
sola casca facile preda di chiunque vada armato a sottometterlo; il
popolo con la spada sola si vende e si rivende, e ammazza per vivere.
Il popolo poi che ha da difendere la casa, il campo e il camposanto,
pare che non muoia mai, perchè di lui non si viene ordinariamente a
capo, se prima, passato per ogni estremo, non si senta rifinito di
forze; e la natura sembra che abbia voluto in certo modo avvisarcelo
quando commise al medesimo metallo l'uno e l'altro ministero;
perchè dandogli la zappa di ferro gl'insegnò che con quella aveva da
lavorare, e dandogli la spada di ferro lo ammonì che con quella doveva
difendere il frutto delle sue fatiche. Affrancati noi dalla tirannide
cartaginese, a non patire la romana, avevamo ragione da vendere,
ma avemmo torto quando mettemmo innanzi la ragione senz'armi per
sostenerla; tuttavia, con l'ingegno supplendo al mancamento di forza,
una volta ci capitò di circuire Claudio Glicia, nè gli lasciammo altro
scampo che riscattarsi a patto di pace a noi comportabile. L'accordo
dispiacque al consolo Varo e al senato, ai quali riuscì ottenere
vittoria non ardua di noi ormai assicurati della pace. Solo, per
conservare illesa la fede quirita, ci mandarono Glicia in catene perchè
lo martoriassimo; noi visto il tapino, dicemmo: «Mancano carnefici
a Roma?» Difatti respinto da noi, essi lo ammazzarono in carcere.
Le ipocrisie della giustizia odio più della stessa ingiustizia. Non
solo, nè in catene, dovevano renderci Glicia i Romani, bensì co'
suoi compagni armati ed in mezzo alle strette dove gli avevamo chiusi
noi: allora avremmo forse vinto, non però senza strage, chè i Romani
erano usi a quei tempi di morire con la carne fra i denti. Oppressi,
non vinti, il cuore non si sbigottì; però riparati su le pendici,
a mano a mano che le vene ci si riempivano di sangue, scendevamo ad
arrisicarcelo al giuoco delle battaglie su le pianure rubate. Ci vinse
la seconda volta Marco Pinario pretore ammazzando duemila dei nostri:
tolse seco ostaggi, c'impose l'annuo tributo di centomila libbre
di cera. Otto anni dopo col cuore medesimo, ma con forze maggiori,
tornammo a metterci allo sbaraglio e con fortuna del pari sinistra:
chè anco per questa volta Publio Cicereio tagliò in pezzi settemila
dei nostri, ai superstiti impose doppio tributo. Bisogna dire che
la vittoria non fosse lieta nè anco per lui, all'opposto piena di
ansietà; imperciocchè le storie notano ch'ei votasse a Giunone Moneta
una cappella se gli dava sgararla. Non vi crediate già che per queste
battiture i Côrsi, come gente ricreduta, quietassero; se voi lo
credeste, v'ingannereste a partito; di lì a breve ci rividero i Romani
più tenaci e più forti; la nuova impresa fu commessa a Papirio Masone,
che veramente la condusse a termine glorioso a lui, funesto per noi, ma
con tale e tanto sudore, che il senato la giudicò degna del trionfo,
il quale Papirio condusse sul monte Albano. Adesso poi i Romani come
sicuri posavano il capo su due guanciali, quando di un tratto la
sentono ribellata da capo minacciare più feroce di prima. Giovenzio
Talma, collega di Tito Sempronio, le mosse contro con molto naviglio ed
esercito consolare: al cimento delle armi ruppe i Côrsi cinque volte e
sei; ma così apparve nella estimativa dei Romani o così desiderata o
così trepidata la vittoria, che il senato decretò rendersi pubbliche
grazie alle deità tutelari. Valerio Massimo ha di questo consolo un
caso strano, ed è che, sopraggiuntogli il messaggio con l'annunzio del
senatusconsulto mentr'egli stava sagrificando sul lido tanta allegrezza
lo assalse che, mancatigli ad un tratto gli spiriti, cascò morto a piè
dell'altare. Lascio altre ribellioni, altre stragi, le quali, come sono
sazievoli a raccontarsi, furono truci a patirsi; unicamente vi chiedo
che consideriate questo: anco gli imbelli, innanzi che conoscano di che
cosa sappia la vendetta del superbo dominatore, possono avventurare
la prima ribellione: solo gli animosi arrisicano la seconda prova e
la terza consapevoli delle rovine che perdendo si chiamano addosso:
ma contendere sempre senza consolazione di vittoria mai, anzi con la
certezza di perdere e non isbigottirsi, è più che da uomini.

In seguito, a Mario e a Silla piacque fondare su i nostri campi
colonie mandate quaggiù, non sappiamo se a fecondarli con la fatica o
piuttosto col sangue. I Côrsi, fatti simili agli uccelli, per quanto
si può da cui va senza ale, dai comignoli dei monti agguardavano le
pianure abbandonate da loro, dopochè i Romani, deriso l'antico tributo
delle libbre dugentomila di cera, pretesero spogliarli di quanto
in biade o in vino o in olio produceva la terra, e rigidi esattori
inviarono a riscuoterlo Oppio e Tiberio Gracco pretori. Dall'alto
delle pendici i Côrsi, quasi spettatori seduti in circo, mentre da un
lato spasimavano pei perduti retaggi, dall'altro blandivano le ferite
dell'anima alla vista dei duelli che l'avarizia o l'odio provocavano
tra gli abborriti dominatori. Però nè anche le rupi salvarono, e
queste ultime gioie vennero rapite; imperciocchè i Romani, conchiusa
la guerra, incominciarono la caccia degli uomini. Nè dico cosa che
non sia vera, dacchè con reti e cani si diedero a perseguitare per
le selve i Côrsi come bestie feroci: fattane raccolta, mandavanli a
Roma chiusi in gabbie per cavarne schiavi accomodati ai piaceri od
alle necessità loro; ma per quanto ci si affaticassero attorno, non
riuscivano ad acconciarli a nulla, e Strabone ne chiarisce le cause
con queste parole: «Quantunque volte un capitano romano, scorrazzando
l'isola, metta insieme una funata di schiavi e li mandi a Roma, destano
in cui li mira grandissima maraviglia, non si sapendo se prevalga in
essi la stupidità o la ferocia: molti abborrendo la vita si ammazzano,
gli altri impazziscono o paiono corpi morti per guisa, che il padrone
piglia a detestarli, maledicendo il danaro, comecchè poco, gittato in
comperarli.» Strabone, pensando vituperarli, non poteva lasciarci della
natura indomita dei padri nostri testimonio più solenne di questo;
imperciocchè fino da tempi remotissimi si conosca com'essi sapessero al
tedio della servitù preferire la morte.

Dai Romani cascammo in potestà dei Greci, come un brandello di carne
che il lupo vecchio, non potendo masticare, regala alle zanne dei
lupicini. Sotto la dominazione loro i Côrsi, stremi di ogni bene,
ebbero a pagare i tributi con monete di creature battezzate: così
è, in vece di bisanti, figliuoli: ed il flagello, come in gravezza,
crebbe di numero, perchè in un groppo ci capitarono sul capo Vandali,
Goti, Saracini e Longobardi. Questi ultimi, oltre i mali presenti,
ci lasciarono il germe dei futuri, come i Numidi fuggendo balestrano
frecce avvelenate. I Saracini non potevano durare; perchè, pazienza
se, figurandosi di aver dato il mondo a fitto, si fossero contentati
dei raccolti, lasciando tanto ai coloni che potessero vivere! ma no;
essi portavano via bestie, biade e coloni: sicchè voi capite bene
che questa storia non si poteva rinnovare ad ogni capo di anno. In
effetto gli storici, massime i romani, raccontano come Dio, tocco dalle
supplicazioni del papa, c'inviasse il liberatore: vediamo quale. Carlo
Magno, usurpato il regno ai nepoti, scende a combattere Desiderio,
presso cui si erano rifuggiti cognati e nepoti. Incomincia da Carlo la
forza a farsi ipocrita: ladro ai nepoti, costui s'industria dare ad
intendere che Dio gli manda lo _star bene_ a mediazione del prete; e
il prete di Roma parve nato a posta per questo. «Facciamo a mezzo, egli
bisbigliò nell'orecchio allo imperatore dei Franchi, ed io ti reggo il
sacco. Vuoi tu che ti spedisca la patente di galantuomo soltanto, o ami
piuttosto che io ti mandi in paradiso addirittura? Questo rimetto a te,
prima che spartiamo la roba.» Carlo Magno, che, a confessarla giusta,
fu generoso quanto un pirata, rispose: «In paradiso più tardi»; e,
donati a san Pietro i più bei tòcchi d'Italia e con essi la Corsica, si
contentò di essere creato galantuomo in virtù della bolla pontificia.
I Genovesi assegnano proprio a questa epoca la conquista operata dalle
armi loro di Corsica sotto la condotta del conte Ademaro: non potevano
scegliere peggio. Genova allora non era principe bensì vassalla come le
altre città italiche, di Pipino; e Ademaro reggeva la Liguria prefetto
in nome di lui; nè egli genovese, bensì franco, e lo dice espresso
Einardo nella vita di Carlo Magno; nè i Genovesi allestirono l'armata,
al contrario apparecchiavala il re Pipino e spedivala; per ultimo non
vinse i Saracini Ademaro, al contrario rimase sconfitto e per di più
morto; chi li vinse fu il contestabile Burcardo, che l'anno seguente
tra le acque sarde e le côrse gli sterminò. Tanto mi piacque rammentare
perchè tra i novellatori di questa canzone io trovo Uberto Foglietta,
uomo certamente amico della libertà, per la quale ebbe a patire non
poco, ma, come nato a Genova, non amico del pari della giustizia almeno
rispetto alla Corsica. Gran cosa è questa che, mentre il mondo avrebbe
bisogno di giustizia più che di pane, avviene di lei quello che vediamo
accadere del sole, il quale mentre schiarisce metà del globo, ne lascia
l'altra metà nelle tenebre! Ma ditemi in grazia, signor Inglese, vi
annoio?

— No in verità; anzi mi pare pigliarci diletto, mi pare.

— Ditemelo senza cerimonie, sapete; poichè mi accorgo essermi cacciato
dentro un ginepraio da non poterne uscire senza scapito. Al modo col
quale ho cominciato, dubito che l'amore di patria non faccia piangere
la carità del prossimo.

— Quanto a questo, pensateci voi; accomodateli insieme senza che
strillino troppo.

   [Illustrazione: Disse lo zio ad Altobello: — Dammi un bacio,
   e andate pel vostro dovere. (_pag. 55_)]

— Allora favoritemi una presa di tabacco, e ripiglio il filo
baldanzoso, facendo conto che amore di patria e carità abbiano a
formare tutta una cosa: che se per disgrazia fossero due, e l'ultima
avesse a toccarne, ora che mi ci sono messo vo' dire tutta la verità:
poichè chi l'ha da friggere la infarini, ch'io ne farò penitenza a
bell'agio. Carlo Magno dunque, incoronato da papa Adriano, costumò
come tutti i cristianelli di Dio, i quali passata la festa gabbano
il santo; dacchè ora con questo, or con quell'altro amminicolo andava
schermendosi dal consegnare quanto aveva promesso, e, preso alla gola,
dava a spizzico e tardi: la Corsica poi non dette mai: la governarono
per lo impero i marchesi di Toscana e con essi i conti feudatarii
delle varie terre dell'isola. Voi saprete le diavolerie successe tra
i discendenti di Carlo Magno, che si strapparono l'impero di mano
come una giubba rubata: in mezzo al tramestio l'erede del pescatore
figurate un po' voi se gittava il giacchio nel torbido. Antiche memorie
e tradizioni sempre vive assegnano a questi tempi la investitura di
tutta o parte dell'isola a un certo Ugo Colonna romano, e dopo al conte
di Barcellona, con questo patto, che retribuissero a Roma il quinto
dei raccolti e la decima dei fanciulli. Che cosa poi andassero a fare
cotesti fanciulli a Roma, sarà più bello non inquisire che onesto
trovare. Però negano questi fatti di due maniere persone: quelle che,
zelando troppo il patrio decoro, dubitano ricevere dal turpe tributo
non reparabile infamia; e gli sviscerati della curia romana, cui non
ripugna il caso, bensì lo scandalo. _Si non caste, saltem caute_, mi
capite? Però riesce più comodo negare che facile chiarire falso cotesto
fatto e gli altri che la storia aggiunge, voglio dire i rigidi delegati
spediti dal papa fino al numero di cinque per vigilare che i tributarii
non frodassero delle grasce nè dei fanciulli. Se i Côrsi avessero
aspettato dalla verecondia romana la cessazione di cotesto censo,
aspetterebbero anche adesso: ci si pose di mezzo Arrigo Belmessere e,
intercedendo ancora il vescovo di Aleria, fece lasciare la presa ai
mastini papali. Dicono che ciò non si ottenesse senza difficoltà, e al
vescovo di Aleria ne toccasse una ramanzina delle buone, facendo specie
che un ecclesiastico, un vescovo impedisse la osservanza dei dettami
evangelici; della quale cosa maravigliato costui chiese spiegazione, e
gli fu data così: «Non disse forse Gesù Cristo ai suoi discepoli, che
allontanavan i fanciulli da lui: Lasciate ch'essi vengano a me? Ora
il papa non rappresenta egli Cristo, e voi uno dei discepoli suoi?»
Caro mio, quando l'interesse ci ficca la coda, non vi aspettate a più
santi commenti della parola di Dio, massime dai preti. Voi intanto
notate questo, che ne franca la spesa: da prima i Côrsi, ridotti alla
disperazione dai Greci, vendono eglino medesimi i figliuoli per pagare
i tributi; i Saracini poi se li pigliano da sè; per ultimo spettava
alla corte romana mettere per patto nella investitura feudale la decima
dei fanciulli.

Ora le città italiche per forza o per amore incominciano a costituirsi
a comuni franchi da soggezione imperiale. Comuni noi non avevamo, bensì
conti: ma siccome la libertà piace a tutti, principalmente a quelli
che non la vogliono lasciare godere altrui, anch'essi si vendicarono
dalla servitù forestiera per contendere indi a breve della signoria
domestica, e, virtù fosse o fortuna, tra questi rivolgimenti primeggiò
il conte di Cinarca. La storia registra l'orribile governo che i
tiranni facevano dei Côrsi; ma ad eterna onoranza dei nostri padri
registra eziandio queste parole: i principi imperando a tirannide,
i Côrsi agguantano le armi e bandiscono la libertà; poi convocata
l'assemblea a Morosaglia, si costituiscono rettore Sambucuccio di
Alando. Così è, signor Inglese; questo santo antenato del nostro
Altobello fu padre della libertà côrsa. Sambucuccio giunse a stabilire
il governo di Terra del Comune: di molte e sconcie botte picchiò
i conti, ma innanzi di morire non venne a capo di superarli tutti,
sicchè, morto lui, rialzarono la cresta. Il popolo, non si sentendo
valente a resistere da sè, pare che chiamasse in aiuto i marchesi
Malaspina di Massa. Io dico _pare_; imperciocchè per questi tempi
non ci avanzino che scrittori e carte di donazioni chiesastiche, e a
fabbricare storie con questa razza di materiali, adagio. Vo' che ve ne
basti uno esempio. A questi giorni ho letto nelle _Antichità italiche_
di Ludovico Muratori una carta del 1019 o 29, la quale fa fede come
un messere Rolando, conte per la grazia di Dio e signore di tutta la
Corsica, Giulio giudice, e messere Giovanni legato _sentenziario e
scapolaro_, costrinsero certi villani a pagare alla badia di Santo
Stefano di Venaco libre cento di buoni danari e a sfrattare dalle terre
in fra tre mesi sotto pena di 300 fiorini d'oro e della scomunica per
parte di messer legato. Il dabbene proposto, comecchè poco tenero di
Roma, tuttavolta ha preso un granchio nel darci questa carta come
genuina: infatti pare impossibile come gli sia passato per occhio
che una sentenza del 1019 o 29 non poteva ricordare i fiorini d'oro,
battuti dal comune di Firenze nel 1252.

Come a quei tempi le cose camminassero io non vi so dire per appuntino,
nondimanco, essendoci guerra tra popolo e baroni, e non potendo
questi vincere quello, nè quello questi, è facile indovinare che le
procedessero per la peggio. Intanto, poichè non ci ha meraviglia che in
Roma non si deva vedere, scappò fuori Gregorio VII, il quale, vicario
di Cristo, che disse a cui non lo volle sapere, il suo regno non essere
di questa terra, pretese nulla meno che dominare sopra tutta la terra.
Costui, informato come la matassa andasse arruffata in Corsica, ci
mandò legato Landolfo, vescovo di Pisa, a scoprire marina, limitando
però il suo ufficio a _distruggere_, _sradicare_ e _costruire_ in
punto di religione, non altro. Il vescovo ch'era malizioso più di una
squadra di sbirri, trovato il terreno morbido, non contento di ficcarci
la pala, ci ficcò anche il manico, disse mirabìlia della potenza del
papa, promise Roma e toma; sicchè i popoli ignoranti e abbindolati
si commisero al papa a patto che con validi aiuti li sovvenisse per
superare i baroni di oltremonte. Il papa rispondendo mette in sodo
avanti tutto questa volontaria dedizione, poi gli ammonisce ch'egli è
per di più: perchè eglino avrieno a sapere, come l'universo intero lo
sa, il dominio dell'isola appartenere alla santa Chiesa per diritto
di proprietà; ladri, sacrileghi e dannati i tre imperatori e i tre re
che la tennero senza prestare l'obbedienza a san Pietro. Il legato si
trasforma in governatore, si mettono da parte le cose dell'anima per
non parlare altro che di faccende terrestri. Però il carico assunto di
difendere l'isola il papa teneva per novella: in lui non era potere
nè volere a sostenere la guerra: ond'egli, inteso a mietere senza
seminare, concesse l'isola in feudo al medesimo Landolfo, a condizione
che gli retribuisse le metà delle rendite: non vi par egli generoso
costui? Al tributo di sangue ei rinunzia, ma cresce quello dei frutti
da un quinto, come sotto Gregorio IV, alla metà. Dopo quattordici
anni Dalberto, vescovo di Pisa, uomo rotto, visto che la carne non
valeva il giunco, scrisse al papa che egli a pescare per il proconsolo
non la capiva: ripigliasse l'isola. Urbano, considerato tra sè e sè
ch'egli era come se il vescovo gli avesse risegnato la luna, rispose:
«Mira larghezza! io te la dono.» E l'altro soggiunse: «Manco male,
ricatterò le spese.» Però quando fummo su l'atto del donare, ostico a
tutti, ma per la Chiesa più doloroso dello spasimo del parto, il papa
mascagno insinuò nel contratto due cose: che donava l'isola alla chiesa
pisana, quantevolte però il vescovo fosse stato eletto canonicamente
dal _clero e dal popolo_ e confermato dal papa; e retribuissero al
palazzo lateranense l'annuo censo di lire 50 in moneta lucchese. Così
quello che non può tenere, Roma dona; ma come i marinari quando gettano
l'àncora in mare ci lasciano sopra il gavitello galleggiante per
ripescarla a tempo e a luogo, il prete studia ch'esca fuori del dono un
addentellato per poterselo ripigliare.

Giustizia vuole che io dica come i Pisani dimorassero nella isola
con garbo assai migliore di quello col quale ci entrarono: noi non
reputarono essi vassalli, nè noi reputammo essi signori: ci accolsero
come fratelli tornanti in famiglia; accomunarono con noi carichi ed
onori: anzi ci alleviarono i primi, trovandoci alle lunghe sventure
ridotti al verde.

E di questa benevolenza scambievole durano tuttavia i testimoni sia nei
monumenti pubblici, sia negli animi dei Côrsi, propensi a stanziarsi
in Toscana a preferenza di ogni altro paese, quando necessità o
vaghezza li tira fuori di casa; e più che tutto nella lingua loro, da
noi conservata con tanta diligenza, che qualche voce costà disusata,
o non più intesa quaggiù, s'incontra sopra le labbra dei montanari
viva della sua primitiva significazione. I cagnotti di corte non
cessano mai d'infamare il popolo come ingrato: voi per ismentirli fate
tesoro del caso che vi raccontava, al quale aggiungerete quest'altro:
degli oppressori antichi, dei Romani e dei Saraceni qui non troverete
memoria, ed in breve nè anche dei Genovesi, eccetto qualche tomba.
Fama, delitti e ossa dei vecchi e dei nuovi tiranni seppellimmo interi
dentro un medesimo sepolcro.

Ora i Genovesi, sopportando molestamente la parzialità di Roma per
Pisa, studiano ogni ora per levargliela convertendola in proprio
profitto, o almeno per pareggiarla; e la fortuna, come suole a cui sta
su la intesa, ne porse loro il destro. Urbano II, per tenersi bene
edificato Dalberto, lo creò arcivescovo assegnandogli suffraganei i
vescovi di Corsica; questi, subillati dai Genovesi, ricusavano a viso
aperto la consacrazione dello arcivescovo di Pisa, il quale pesta
mani e piedi; e i Genovesi lì alle costole a mettere legna sul fuoco.
Questo era tempo che Roma, voltata a Genova, le dicesse: «Com'entri
tu in questi negozi? Bada ai fatti tuoi, o che ti scaravento addosso
un nugolo di scomuniche»; e le scomuniche a quei giorni scottavano.
Pensate voi che lo facesse? Nè manco per ombra. Roma in mezzo a cotesto
tafferuglio non vide chiaro che una cosa sola: raspollare quattrini.
In effetto considerate che spedienti adopera per aggiustare due emuli
insatanassati: innalza il vescovo di Genova alla medesima dignità
dell'arcivescovo di Pisa e gli assegna per suffraganei tre vescovi
côrsi di Mariana, di Nebbio e di Accia, a patto che ogni anno paghi
una _libbra_ di oro, a san Pietro, ci s'intende. Naturalmente e' fu
uno spegnere l'incendio coll'olio: d'allora in poi fra Genovesi e
Pisani non tregua mai nè pace, nè si rimasero i primi finchè non ebbero
ridotti in piana terra i secondi. Innanzi però della rovina della
Meloria, ecco come i Genovesi arrivarono ad incastrarsi nell'isola.
Gli uomini di Bonifazio esercitavano la pirateria (mestiero a quei
tempi tenuto nobile, quantunque fatto a minuto) recando continui danni
ai Genovesi, frequentatori di coteste spiaggie per loro traffici. Di
ciò meritamente stizziti, commisero ai proprî consoli che andassero
a richiamarsene ai consoli di Pisa, e questo essi fecero. Venuti
al cospetto dei Pisani favellarono: «E' non ci pare onesto, uomini
dabbene, che, mentre la pace dura fra noi, i vostri concittadini
corrano addosso ai nostri e gli spoglino. I vostri castellani
bonifazini fanno il diavolo a quattro a danno della nostra mercatanzia:
ciò non istà in chiave: ordinate pertanto a costoro che restituiscano
il mal tolto, altrimenti sarà rotta la pace, e cui avrà torto faccia
tristo Dio.» I Pisani risposero: «Quello che voi ci dite ci accora
forte, perchè avreste a sapere che il castello di San Bonifazio non
ci appartenga, e i castellani, innanzi di essere nostri uomini, ci
contradicano in tutto e come i vostri mettono a ruba i mercatanti
nostri: accordiamo a raccogliere insieme un'armata e andiamo uniti a
farli stare in cervello.»

Non dissero a sordo. I Genovesi, allestito un naviglio poderoso alla
chetichella, assaltarono i Bonifazini quando se lo aspettavano meno
ed occuparono la terra. Se i Pisani levassero scalpore per la presa
di Bonifazio, ve lo potete figurare: ma i Genovesi rispondevano: «Voi
vi lagnate di gamba sana: invece di ringraziarci di avervi levato
un bruscolo dall'occhio senza che vi costi un quattrino, perchè ci
maledite?» E aumentavano le provvisioni per difendere l'acquisto,
perchè i Genovesi quando mordono tengono maladettamente: così vero
questo che, per rammentare Genova, stringono le mascelle per paura che,
non che altro, il nome della patria caschi loro dai denti. Rimase ai
Pisani con le beffe il danno, pagando la pena della doppiezza loro.
Donde io piglio occasione di ridere dei barbassori i quali si mettono
in quattro per sostenere la diplomazia trovato moderno: no, signore, la
diplomazia è vecchia quanto la bugiarderia, anzi una volta si riputava
una cosa stessa con lei: soltanto ai dì nostri a taluno essendo venuto
talento di separare la diplomazia, ci ha rinvenuto la bugiarderia e la
gagliofferia rinterzata con la sfrontatezza. Appena i Genovesi ebbero
messo il piede nell'isola, incominciarono a gittare con la pala ai
Bonifazini danari, privilegi, insomma ogni bene di Dio: donde entrò, se
non in tutti, almeno in corpo a moltissimi la voglia di venire a parte
della cuccagna: arti antiche e tuttavia sempre efficaci; le mosche si
pigliano col miele dacchè mondo è mondo. Calvi fu la prima a non si
poter reggere e, accordatasi a patti, mise dentro i Genovesi; poi,
continuando a declinare le fortune pisane, parecchi conti, voltate
le spalle come suole ad occidente, si girarono a oriente. Allora si
consigliarono spedire in Corsica Giudice di Cinarca con armi e navi
per mantenersi nella devozione i vassalli fedeli, i ribelli reprimere:
questi veduta la mala parata ricorrono ai Genovesi, che agguantano la
occasione a braccia quadre. Cristo giudicò la lite contra i Pisani non
senza ammonirli prima che s'imbarcassero, lasciandosi cascare di cima
allo stendardo in Arno, che non era per loro. Se fu come la contano,
certo non lo mossero i meriti dei Genovesi: forse in quell'ora i
peccati dei Pisani pesarono più su la bilancia della giustizia divina,
che quelli dei Genovesi. Roma, origine di tanti guai, considerando
adesso che i Genovesi da un lato non erano pesci da abbocconare[11]
l'amo di san Pietro, e dall'altro che i Pisani erano sfidati dal
medico, ripiglia la Corsica e, poichè aveva le granfie stese, piglia
anche Sardegna (era come fare un viaggio e due servizii), e concede
la investitura di ambedue a Giacomo II re di Aragona. Teneva in quel
punto l'accetta, voleva dire le chiavi degli apostoli, Bonifazio
VIII, di mestiere avvocato: però s'egli sapesse tirare l'acqua al
molino non occorre dire. Costui mise nel diploma per condizione,
il re prestasse omaggio, pieno vassallaggio e giuramento di fedeltà
alla Chiesa; la sovvenisse con cento uomini di arme corredati di un
destriere e due palafreni per uomo, e cinquecento fanti, di cui cento
almeno balestrieri con le balestre nuove, tutti aragonesi o catalani;
ancora pagasse il censo annuo di due mila marchi sterlini di argento
buono al romano pontefice in qualunque parte si troverà; e se non
paga, scomunica e decadenza. Lui morto, succede poco dopo Clemente V,
francese; quindi non parrà strano che dove Bonifazio rase la barba,
ei ci facesse il contropelo: in effetto allo sprofondare di Corsica
e di Sardegna aggiunse Pisa e l'Elba mercè l'aumento di altri mille
marchi di argento da pagarsi dai reali d'Aragona. Roma vendeva a buon
mercato provincie ed isole: bisogna dire perciò che le costavano anco
meno; e per me giudico ch'ella avrebbe venduto il sole: basta che
si fosse trovato chi avesse voluto comprarlo e sopratutto pagarlo. I
reali d'Aragona ebbero fama, quanto a fede, di star meglio dei Turchi;
sicchè, venuti alle strette con Roma, imaginate se la battesse tra
il rotto e lo stracciato: così vero questo, che Giacomo, conquistata
la Sardegna, mandò a dire al papa che, avendo speso un occhio per
impadronirsene, durante dieci anni almeno non gli avrebbe potuto pagare
un bolognino; dopo, se gliene avesse dati cinquecento, sarebbe bazza.
Se il papa soffiasse a siffatte iniquità ed arricciasse il pelo, non è
a dire; molto più che in quel torno nei piedi di san Pietro pescatore
si trovava Giovanni XXII, famoso per tirare al quattrino:[12] ma ormai
re Pietro se l'era presa, e bisognò, comechè al Papa paresse mandare
giù una resta di grano, ingozzarla, non mica per perdere tutto, bensì
per lesinarsela fra loro. Giovanni con quei paroloni pei quali Roma
è unica ad onestare le più sozze cose, ammoniva primamente re Pietro
come quel degno uomo di Carlo I di Napoli, malgrado le spese enormi
per conquistare il regno, aveva sempre pagato puntuale come un banco
il censo alla Chiesa; poi disse che per l'amore sviscerato che a lui
figliuolo dilettissimo portava, _quantunque la sede apostolica non
solesse mai fare rimessioni_, sarebbesi adattato a ricevere mille
marchi per soli dieci anni; e cascasse un quattrino, a monte ogni
pratica. Per allora continuò a quel modo, ma parecchi anni dopo
Giovanni re di Aragona non volle pagare più nulla e ne allegava per
causa, che regnando due papi, Urbano e Clemente, egli, che semplice era
e timorato di Dio, il vero dal falso non sapeva distinguere, e molto lo
atterriva il risico di somministrare pecunia allo scismatico; parergli
meritorio a scanso di guai tenersela in tasca.

I Côrsi di Terra di Comune e i conti di Cinarca, vedendosi allora
ruinare sul capo cotesto nuovo flagello di dominazione straniera, ed
anco saliti in furore per trovarsi così venduti e rivenduti peggio che
bestie in fiera, accontatisi insieme, fermarono di darsi ai Genovesi
mercè certe convenzioni di cui fecero carta; la quale, sebbene sia
andata dispersa, pure il contenuto in grazia di vecchi scrittori delle
cose patrie, pervenne fino a noi. Voi mi direte: «Questo darsi a bel
patto in potestà altrui fu affare serio»; ed io rispondo: seriissimo e
degno del castigo che Dio per mezzo di Samuele fece sapere agli Ebrei
sarebbe loro cascato addosso, quando di riffa vollero costituirsi un
re. In effetto il castigo non si fece aspettare; imperciocchè scappasse
fuori di levante una morìa, la quale avventatasi su l'isola menò tanta
strage, che il terzo degli abitanti appena rimase vivo. Veramente
pareva che avesse a bastare: piacque in altro modo alla provvidenza, e
la peste fu per così dire l'antifona del salmo. Ma qui facciamo punto
e miriamo qual fosse lo stato dell'isola in cotesto tempo. I signori
a posta loro se ne dicevano gli Aragonesi e i Genovesi; quelli per
investitura pontificia, questi per virtù di arme e per patto. Ora
esporvi anco alla grossa gl'indiavolati viluppi che ne successero,
sarebbe troppo lunga la storia; bastivi che gli Aragonesi non essendo
comparsi nell'isola così tosto come temevano, dei conti, che si erano
sottoposti ai Genovesi, incominciò la più parte, massime i cinarchesi,
a friggere per la maluriosa soggezione.

I Genovesi mandarono in Corsica Tiridano dalla Torre per tenerli al
_quia_; e i conti, conoscendo da sè soli non poter mordere, spedirono
Arriguccio della Rocca in Aragona al re Pietro, per soccorsi;
scarsi però, quanti bastassero al tenere in subbuglio il paese e lo
stremassero di sangue agevolandogliene l'acquisto. Quando il re Pietro
conobbe i Genovesi dalle contese quotidiane ridotti al lumicino, mosse
ad opprimerli; e gli riuscì di leggieri sgomberarne l'isola, tranne
Calvi, Bonifazio, San-Colombano e qualche distretto in Terra di Comune.
Inferma la repubblica, cinque mercanti accozzatisi in Banchi dissero:
«Lo stato in mano della signoria va come acqua messa nel vaglio;
facciamo un negozio in comune e tentiamo di guadagnare la Corsica
per noi.» Detto, fatto; la signoria, che, simile a papa Lione, quello
che non poteva avere, donava, risegnò la Corsica ai cinque mercanti,
i quali, costituitisi in società commerciale chiamata la _Maona_,
raccolsero armi ed armati e vennero a combattere Arriguccio. Costui
datene e ricevutene parecchie, all'ultimo disse ai Maonesi; «Che Dio
vi aiuti, in Corsica che cosa ci siete venuti a fare? Per guadagnare di
certo. Ed io perchè ci sto? Forse per perdere? Ma continuando di questo
passo voi ed io ci rimetteremo il mosto e l'acquerello: accordiamoci;
accettatemi sesto tra voi, e viviamo in pace.» Piacque il partito,
e si spartirono l'isola. Intanto che Arriguccio patteggiava così co'
Genovesi, persuadeva ai baroni côrsi non si movessero, aspettassero
il destro di coglierli alla spicciolata; nè la occasione si lasciò
attendere un pezzo, conciossiachè, stipulato il convegno dei Maonesi,
chi andò di qua, chi di là: rimasero insieme due di loro con poca
gente, e questi improvvidi assalirono, uno ammazzarono, l'altro fatto
prigione ebbe a riscattarsi con seimila fiorini di taglia. I superstiti
dei Maonesi, stroppi tra per questi tra per altri casi che si tacciono,
un bel giorno, mandata la Corsica dove Luigi XI mandò Genova, voglio
dire al diavolo, grulli grulli se ne tornarono a casa. Ma quel dovere
lasciare la Corsica era per Genova una gran spina al cuore; per la qual
cosa la signoria trovandosi meglio fornita di danaro, ripigliata la
concessione, ci manda governatore lo Zoaglio, che venuto alle mani con
Arriguccio lo sconfisse. Costui ch'era della razza di Anteo, il quale
picchiato un tonfo in terra si rizzava più rompicollo che mai, tornò in
Aragona, dove, ottenuto qualche sussidio dal re Giovanni, si fa vivo da
capo su per le rupi dell'isola: indi a breve la grande computista dei
conti umani tirò di frego alla sua vita facendo la somma: morì senza
figli, ad eccezione di Francesco bastardo. Accorsero i parenti a stormo
urlando: All'albero caduto accetta, accetta! Chi tira un brandello
del suo retaggio, chi l'altro; sicchè Francesco, disperato, se non
volle rimanere ignudo, ebbe a vendere al comune di Genova il castello
di Cinarca per mille scudi di oro e le ragioni tali quali si trovava
a possedere egli sopra la Corsica _pomontana_.[13] Per questo modo
tornata in mano della signoria di Genova la stanga del torchio si mise
a strizzare a suo bell'aggio il paese, finchè Vincentello d'Istria,
parente di Arriguccio, non si reputando vincolato dalla vendita di
Francesco, tentò più volte ripigliare il suo con armi proprie.

Provata la fortuna contraria, si volge, secondo l'antico costume,
al re di Aragona, il quale per questa volta intende usufruttare per
sè le pontificie munificenze: sceso armato nell'isola, di leggeri
occupa i luoghi aperti, espugna Calvi, mette l'assedio a Bonifazio.
I benestanti, come suole, più studiosi della roba che della libertà,
accordano rendersi, dove la città non venga soccorsa dentro certo
termine prefisso. La vigilia della scadenza il popolo tumultua e cassa
il convenuto; mandansi messi per notificarlo al re Alfonso, allegando
per causa il soccorso nella notte antecedente entrato in città. Alfonso
nega possa essersi intromesso il soccorso e li rinfaccia di fede
tradita: i Bonifazini a purgarsi del rimprovero e in testimonio di
verità esibiscono due caci freschi, i quali avevano fatto di latte di
donna; di che Alfonso rimase confuso; nondimanco ordinò l'assalto, ma
quantunque egli e i suoi ci si adoperassero attorno con tutti i nervi,
rimasero ributtati valorosamente. Egregie opere in vero sono queste,
però con troppo sangue acquistate e per dir più per causa non sua. Oh
quanto meglio vivere liberi in pace all'ombra della vite e del fico
proprii! Se togli Bonifazio, la intera Corsica venne in potestà di
Alfonso; ond'ei un bel giorno, buttata giù buffa, impose una taglia di
arbitrio. Il popolo comincia a bollire: allora Vincentello gli dice:
«Da pignatta che bolle si allontana la gatta; leva la tassa.» E il re:
«Oh bella! e se non posso mettere taglie come e quanto a me piace,
a che sarei venuto a fare il re?» E Vincentello: «Qui tra noi non
costuma imporre tasse senza il consenso dei popoli.» Il re, guardatolo
fosco, conchiuse: «Questa è mala sudditanza e se non la sanno i Côrsi,
gliela insegneremo noi.» La provvidenza volle che, invece di farla
a noi, noi facessimo la lezione a lui, e di che tinta! La più parte
dei Catalani lasciò le ossa in Campoloro; al punto stesso Calvi,
per ardimento di Pietro Baglioni, si rivendica in libertà, e quasi
presago che il cognome antico sarebbe un giorno infamato dal più grande
traditore comparso al mondo dopo Giuda, smesso quello di Baglioni,
Pietro assunse meritamente l'altro di _libertà_. La famiglia _Libertà_
partorì di ogni ragione uomini illustri: trapassata in Francia tenne
cariche supreme; uno de' suoi difese Marsiglia contro gl'imperiali;
e in cotesto paese si estinse. E' pare destino che, nome o cosa, la
libertà, nata e cresciuta in altre terre, o in Francia o per cagione
di Francia, deva morire! Alfonso, conosciuto che aveva preso a menare
l'orso a Modena, maledicendo le fatiche durate e i quattrini rimessi,
si parte lasciando l'isola a cui se la vuol pigliare. I Genovesi,
arrabattati a strapparsi di mano la patria, adesso non badano a noi, e
i baroni riarsi dalla superbia antica si legano insieme per ricuperare
la perduta dominazione: il popolo, non sapendo che pesci pigliare,
consulta i vescovi, e, come se avesse la virtù della bettonica, questi
propongono Roma: chi ce la vuole, e chi non ce la vuole: chi ce la
vuole manda gente ad offrire l'isola alla Chiesa. Eugenio IV con fronte
romana bandisce accettarla perchè la commette alla sua fede il consenso
universale dei popoli; e intanto manda parecchie migliaia di armati a
dare sul capo a cui contradicesse. Da quello che pare, a Roma avevano
dimenticato la storia côrsa; gliela rinfrescarono alla memoria i Côrsi
mettendo in pezzi i papalini e Monaldo Paradisi che li capitanava.
Allora il papa Niccolò V conobbe più sicuro attenersi alle pratiche
de' suoi antecessori, e vendè cotesta manata di spine a Ludovico
Campofregoso. Ora, sebbene non cessino qui i guai cagionati da Roma
alla mia povera patria, domando a voi se da persone che rappresentano
sopra questa terra il nostro Signore Gesù Cristo, potevamo aspettarci
più e peggio?

— Che vi dirò io, signor frate? — rispose il Boswell. — Da per tutto
Roma suona la stessa musica. Quel vostro Gregorio VII trasferiva dai
Sassoni nei Romani l'Inghilterra, perchè eglino si fossero mostrati
poco premurosi di osservare la legge di Canuto circa al pagamento del
tributo annuale da farsi a Roma. Offa, dopo ammazzato a tradimento
Edelberto, domanda l'assoluzione al papa: concedergliela a patto che
l'Inghilterra gli paghi ogni anno il denaro di san Pietro, il quale
era tassa di un denaro per casa. L'Inghilterra scontava a contanti
il delitto regio! Indi a breve passando il prete improntissimo i
modi più avari, instituisce decime sopra i salari, le mercanzie, le
paghe ai soldati, che più? fino sul turpe guadagno delle meritrici,
indegnissima cosa e non però la più rea: nel vero voi troverete come
Gregorio II, inviando il frate Agostino nella Britannia, per convertire
gli abitanti, gli desse per precetto di provvedere cauto, avanzarsi
bel bello, chiudere un occhio, se trovasse duro non si opponesse ai
sacrifizi delle vittime; quanto sopra la religione cattolica potesse
innestarsi di pagano accettasse, allo scopo che la gente rozza, senza
che se ne accorgesse, all'antica religione trovasse sostituita la
nuova: così, rinnegata la tradizione di Cristo dentro e fuori, la
Chiesa cattolica è pagana. Tira, tira, un bel giorno la corda si
stiantò, e l'Inghilterra si divise per sempre da Roma.

— E fece male.

— Come male? Anzi, dopo quanto vi ho inteso ragionare, io non
concepisco come voi la duriate monaco. Sareste di quelli, salvo vostro
onore, che parlano bene e razzolano male?

— Adagio ai ma' passi, signor Inglese. Io sento e parlo in modo unico.
Nè io solo, ma quanti ecclesiastici viviamo in Corsica, conoscendo
le rovine originate alla Chiesa dai peccati dei supremi correttori,
massime dall'appetito disordinato dei beni terreni, senza rispetto ne
riprendiamo gli abusi. Affermano i curiali di Roma il potere temporale
necessario allo splendore della Chiesa. Santa fede! Oh quale altro
splendore può pareggiare quello che le viene dalla faccia di Dio?
Ma, conoscendo tuttavia e deplorando le abominazioni della Chiesa, e
di quelle con tutto lo spirito supplicando dal Signore riparo, noi
non la crediamo meno santa; ammiriamo la vastità del concetto, la
efficacia degli ordini secolari, e ci affatichiamo; per quanto è dato
a noi oscurissimi figliuoli suoi, a mantenerne incolume la stupenda
unità. Ditemi che avete fatto voi altri Inglesi, e con esso voi i
luterani, i calvinisti, i zuingliani e socii vostri? Avete preso il
male per medicina: invece di rammendare la veste di Cristo, l'avete
strappata peggio di prima: non operarono lo stesso i soldati della sua
crocifissione?

— Signor frate, — rispose imperturbato il Boswell, — questi argomenti
desiderano discussione positiva, messi da parte tropi, metafore e
figure rettoriche di ogni maniera. Voi altri siete i soldati della
riscossa, e levate i pezzi della disciplina per salvare il dogma.
Ora voi sapete come il cattolicesimo arrivasse a mettere i suoi dogmi
in custodia di Dio nel cielo, e degli sbirri in terra: inondando la
barbarie, preti rozzi stettero al governo spirituale e sovente al
temporale di popoli più rozzi: costoro fecero a gara a cui guastava
di più, ma le sconcezze nel buio non apparivano. Più tardi, anzi
troppo tardi, alcuni prelati romani, dotti, quanto pii, conobbero
dove stringeva la scarpa, ma che farci? Ormai la natta tanto era
ingrossata, che tagliandola correvano risico di ammazzare l'infermo;
e la sbagliarono, perchè i medici pietosi sono proprio i babbi
del canchero: di fatti gl'increduli trassero pro dagli errori per
dissuadere da ogni fede gli empii per mandare tutto a rifascio sotto il
flagello dello scherno. Dio è la regola, il Vangelo la chiosa; chiosa
su chiosa è mestiere da mozzorecchi. Il cristianesimo, che taglia dalla
pazza e può accomodare ottimamente di vesti la umanità mano a mano
che scesce: i preti cattolici vollero stringere troppo e per sempre,
quindi la cintura stiantò in più parti e tornerà a stiantarsi da capo:
avendo eglino preteso non solo il concetto, bensì ancora le parole
infallibili, adesso discredono l'uno e le altre. Che abbiamo fatto
noi? domandate. Noi abbiamo rotto i cancelli alla libera indagine,
la quale, come le altre libertà sorelle, deve appuntare in Dio padre
misericordioso di tutte.

— Zucche! Voi avete, rinnovata Babele. _Tot capita tot sententiae._
Fortunato quegli che sa distinguere con voi da che parte tira la
tramontana e da quale altra mezzodì! Per me quello starsi fermo come
torre che fa la Chiesa per bene diciotto secoli contro le persecuzioni
dei suoi nemici, e più ancora contro le prevaricazioni dei suoi indegni
pastori, emmi non dubbia prova dello aiuto divino. Se Dio non la
governasse con le sue sante mani, ormai pei papi la Chiesa avrebbe dato
in secco chi sa da quanti secoli!

— Codesto vostro è l'argomento di Abramo giudeo quando, dopo essere
stato in corte di Roma, volle il Battesimo; lo racconta il Boccaccio
nelle Novelle....

— Io l'ho letto dentro il commento della _Divina Commedia_ scritto da
Benvenuto da Imola, — rispose fra Bernardino con voce alterata.

— Bene; egli è tutto uno, che la botte non fa il vino. Ma diamo un
taglio a questi discorsi, chè io non venni in Corsica a disputare di
teologia: torniamo sul tasto dei forastieri.

   [Illustrazione: Alfonso ordinò l'assalto,..... ma rimasero
   ributtati valorosamente. (_pag. 76_)]

— La Corsica adesso è capitata nelle branche a san Giorgio, voglio
dire della Banca di S. Giorgio. Questa compagnia è un banco che ha
leggi e governatori a parte, prestava e presta al governo, il quale gli
commise in appalto bestie, cristiani, gabelle, rendite, città, castelli
e provincie quando il governo ne aveva: San Giorgio arrolò eserciti,
allestì armate, sottomise paesi, dettò codici, istituì tribunali,
fece giustizia; insomma fu ed è Stato dentro lo Stato: non manca gente
che lo ammiri; gusti da donne gravide. Quanto a me lo giudico censura
solennissima della repubblica ligure; imperciocchè badate a me, _aut,
aut_: lo sperimentano buona cotesta amministrazione in preferenza
del governo ordinario, e allora quella si tengano, questo mandino
allo scorticatoio; o la faccenda va all'opposto, ed allora io non
capisco come un reggimento bene ordinato patisca quel calcio in gola.
Sopratutto io poi lo considero prova manifesta ed incentivo ad un punto
del disamore che i Genovesi hanno per la patria. Per lui si chiarisce
come una parte di Genovesi, messi in salvo gli averi, si dieno senza
pietà a ruinare la patria: per lui l'altra parte, sicura di non perdere
i danari, lascia nabissare ogni cosa; mentre se, sprofondata la patria,
vedessero andarle dietro le fortune private, se non per benevolenza,
almanco per avarizia i Genovesi si rimarrebbero da mal fare. Il Banco,
solito a volere i negozi spicci, conobbe che il nodo stava nello
abbattere con gli aiuti della Terra del Comune i baroni pomontani; nè
riputò disperato lo assunto, conciossiachè, quantunque costoro fossero
parecchi, pure, nel modo che gli universi fiumi della Corsica mettono
foce nel Golo e nel Tavignano, si riunivano tutti sotto le due case
della Rôcca e da Leca. Pel Banco di san Giorgio ogni partito buono, ma
sopra gli altri gli piacquero il fuoco, il tradimento, il coltello.
Antonio Calvo, governatore, fece una ghiacciata di ventiquattro
baroni ad un tratto; gli altri fuggirono via atterriti riparando a
Napoli. Beati loro se la volontà o gli anni li persuadevano a starsi
in esiglio! E' vollero perfidiare nel cimento delle armi; e su le
prime andò bene, chè Vincenzo da Leca, sorpreso Ambrogio Marabotto
in quella che stava per entrare in Cinarca, lo tagliò a pezzi con
tutti i suoi. Se non che Antonio Spinola, governatore, considerando
come a mantenere viva la nuova guerra contribuivano massimamente gli
aiuti che cotesti signori cavavano dal contado del Niolo divotissimo
a loro, trovò partito più certo essere quello di sterminarlo e così
fece: la desolazione e la morte percossero tutto il tratto di paese
che giace tra Soana e Calvi: il passeggero che attraversa quel
deserto, il quale nel suo silenzio maledice la straniera dominazione
più che non potrebbero fare cento predicatori, sente venirsi addosso
il ribrezzo della febbre. Ciò fatto, per mezzo di congiunti da bene,
fa sapere ai da Leca che, ove si disponessero venire alla obbedienza,
li perdonerebbe; chiesto di confermare la promessa con giuramento,
giura. Fidasi Vincenzo, ma non si fida Giocante, che la scàpola,
conservandosi a tempo men reo. Lo Spinola, avuti nelle mani Vincenzo,
Mannone suo padre di ottant'anni vecchio e due bastardi di Renuccio da
Leca, senza misericordia macellò; ai quali aggiunse contro la religione
dei patti quattro baroni di casa Rôcca, Antonio e il figlio, Arrigo
e il figliuolo del conte Polo. Cotesto Spinola indi a poco moriva di
un trabocco di sangue; ed era ragione, ne aveva bevuto tanto che non
bastava a capirlo. In questa, Genova sciolto un nodo ne lega un altro:
dopo avere sperimentato tanti signori paesani, pare che voglia rifarsi
la bocca tastando la straniera servitù: cacciati pertanto i Fregosi,
si dà in balìa di Francesco Sforza e poi gli porge pecore da tosare di
seconda mano. Ecco in Corsica gente insolita, consueti supplizii: il
Cotta, vice-duca, per conto di non so quale tumulto, manda di punto
in bianco su le forche una brigata di vassalli di baroni; e poichè
cane non morse mai Côrso ch'ei non volesse del suo pelo, i popoli di
Terra di Comune presero le armi e si elessero a capitano un secondo
Sambucuccio di Alando, che fece ritirare le mani a cotesto sollecito
Cotta. Anco i duchi di Milano passarono; Francesco Sforza morì;
_Galeazzo Maria suo figliuolo rimase spento della morte dei tiranni
senza che ne approdasse la libertà._ Ora San Giorgio ripiglia l'isola,
disfà la lega di Tommaso Fregoso e Giampaolo da Leca, cacciando l'uno
in prigione, l'altro in esigilo. Sorge vendicatore Renuccio da Leca.
Potevano i Genovesi vincerlo in guerra, ma parve caro e gli proferirono
uno spediente di molto risparmio. Capitato a sorte un figliuolo
di Renuccio a Genova, lo acciuffano, poi, pensando cavarne partito
migliore, lo rimandano in Corsica in compagnia di Filippino Fiesco
amico vecchio di casa.

Qui giunti il Fiesco fa sapere a Renuccio che, se ha caro il riscatto
del figliuolo, vada per esso. Renuccio, che accivettato uomo era, non
si fida e continua a starsi chiuso nel castello di Zirlina: allora
Fiesco va a trovarlo e negozia con lui la restituzione del figliuolo
e l'accordo con Genova. Renuccio, vergognoso di mostrare diffidenza
o paura, si consiglia visitare l'amico; il diavolo lo tira; preso e
incatenato, dopo breve spazio di tempo muore nelle prigioni di Genova;
gli storici genovesi scrivono di malattia e non hanno torto, perchè
_anco un capestro al collo è una infermità e di che tinta!_ In questo
modo finiva la potentissima casata dei baroni da Leca; rimaneva adesso
l'altra della Rôcca, sbattuta è vero, tuttavia sempre tale, da mettere
in suggezione. I Genovesi, prima di venire in essa a mezza spada,
spedirono governatore nell'isola Ambrogio di Negri, personaggio rotto
alle più sottili arti di governare i popoli. Costui s'ingegnò staccare
i Côrsi dall'affezione dei loro signori eccitando la vanità del
popolo, blandendo la superbia dei caporali e principalmente saziando
la cupidità di tutti: così seminato il terreno da Ambrogio di Negri,
il Banco di san Giorgio mandò la falce tagliente a mietere, e la falce
fu Nicolò Doria. I Doria stettero un giorno e credo tuttavia durino
emoli degli Spinola; e poichè si era poco prima acquistato Nicolò
Spinola bella fama tra i suoi per avere menato sterminio del paese tra
Calvi e Soana, Nicolò Doria, dopo avere vinto Renuccio della Rôcca,
a fine di precidere i nervi ai baroni, delibera condurre all'ultima
rovina il Niolo, sul quale essi per ordinario facevano fondamento.
Essendosi pertanto il nuovo governatore introdotto nella terra, assai
forte su le armi, chiese per pegno di fedeltà sessanta ostaggi delle
principali famiglie promettendo averne buona cura: avutili nelle mani,
bandisce tutto il popolo esca dalla isola non badati sesso nè età. Un
popolo intero ebbe ad esulare disperdendosi per le terre d'Italia; e fu
sentenza dove uomo durava fatica a distinguere se la empietà superasse
la mattìa, perchè i villani stessi ingrassano l'agnello per ammazzarlo
a pasqua, e nol cacciano via dal presepio. Peggio accadde a Talavo, se
pure peggio può dirsi la morte in paragone della vita, sofferta lontano
dalla patria. Il prode uomo manda a sangue tutto il popolo di cotesto
paese alla rinfusa, tranne una donna chiamata Lucrezia delle Vie,
la quale ebbe ad ammazzarsi da sè per fuggire vergogna. Grande cosa
ella è questa, che il nome di Lucrezia comparisca fatale in Italia;
imperciocchè tre Lucrezie ci si ammazzarono per istudio di pudicizia e
di carità patria, Lucrezia Mazzanti a Firenze, Lucrezia delle Vie in
Corsica e la più antica Lucrezia a Roma. Le prime due, forse le più
innocenti, perirono invano; fortunata l'ultima. Di tre, una giovò, e
se, come di quelli delle donne, andasse pei sacrifizi degli uomini,
avventurosi noi! Quando Renuccio udì coteste nuove, dubitò tutto il
mondo gli cascasse addosso: come poteva starsi in Genova tranquillo
mentre menavano siffatto scempio dei popoli devoti alla sua casa? La
sua quiete non sarebbe stata argomento ch'egli avesse venduto il suo
sangue a oncia a oncia? Se lo appellassero Giuda, non gli sarebbe parso
che gli dessero il suo avere. Racimola quello che può di genti e di
armi, e ricomparisce su i campi. Le arti del Di Negri così partorirono
pessimi effetti, chè i Genovesi poterono opporre a Renuccio cavalli
côrsi capitanati da un Cacciaguerra côrso. Incontraronsi in campagna,
e non appena si videro (chè di ogni odio più bestiale è il fraterno),
l'uno si avventò contro l'altro, si annodarono, nè si sciolsero prima
che Cacciaguerra cadesse in terra sbranato. Poichè i Côrsi per mutue
ferite si fecero scemi di sangue, Nicolò cauto con molta brigata si
presenta a disperdere Renuccio della Rôcca stremo di forze; impresa
copiosa di sicurezza, vuota di gloria; ma che importava al Genovese la
gloria! Qui fu che apparve intera la virtù di Renuccio; imperciocchè,
essendogli morto sotto il cavallo, e trovandosi travolto nella fuga,
appena potè districarsi dai suoi, egli tornò addietro solo per tagliare
la cinghia della sella, la quale postasi sul capo in mezzo a un turbine
di archibugiate nemiche riparò incolume fra i suoi gridando: «Di me
Genova non vanti trofeo!»

La guerra tirava in lungo, e ormai questo Côrso diventava un cattivo
affare nelle mani dei mercanti Genovesi: si posero a vedere se ci era
verso di finirla a buon mercato, ed anco per questa volta lo trovarono.
Renuccio della Rôcca fuggendo da Genova ci aveva lasciato a studio
due figliuoletti: Nicolò Doria ordinò glieli mandassero, ed avutili
nelle mani, intimò a Renuccio deponesse le armi, altrimenti guai!
Questi, ora paventando la sconfinata perfidia del nemico, scingeva la
spada; ora, parendogli impossibile che trascorresse a tanto nefanda
immanità, ne stringeva l'elsa più forte, e così tra il sì e il no la
sua mente tenzonava. Nicolò a rompere le ambagi di lui gl'invia per
acconto la testa mozza di un figliuolo con la giunta di quella di un
nipote; e siccome Renuccio preso da terrore non si risolveva sollecito
come la sua impazienza desiderava, gli ribadisce il chiodo nella testa
facendogli assassinare un altro nipote. Allora il barone sbalordito
tremando per ogni vena scappa via dalla isola imprecando e supplicando
che per l'amore di Cristo non gli ammazzino il figliuolo superstite:
però riavutosi dal ribrezzo ritorna cieco di furore a brandire il
ferro, niente altro cercando che sbranare od essere sbranato. Per
questa volta gli si oppose Andrea Doria, cui non repugnando gli
esempii del cugino, mise a ferro e a fuoco terre, case e cristiani:
anch'egli intimò a posta sua Renuccio posasse le armi, diversamente
gli ammazzerebbe l'altro figliuolo: ma Renuccio, ormai anima e corpo
diventato una piaga, non sentiva percosse o non le curava. Dopo varie
vicende tutte infelici, ridotto a sostenere la guerra con solo otto
compagni, gli tesero insidie e lo lasciarono crivellato di ferite sopra
la pubblica strada. Ecco come rimase estinta la schiatta dei baroni
nella Corsica, nobile e valorosa gente, fiera, superba, larga del
suo, per nulla oppressora, amica del popolo: gli spensero i Genovesi
persuasi da diverse cagioni, delle quali principalissime queste: la
prima fu, che i mercanti si sentivano umiliati da quel fare signorile
dei baroni, che ostentavano disprezzare mentre formava la loro astiosa
disperazione: l'altra perchè, tolti di mezzo i baroni, reputarono
condurre i Côrsi al termine che fosse loro meglio piaciuto: il popolo,
giudicavano essi, non ha sapore di libertà, e col sapore gli manca
il valore: viva, lavori e serva: tanto ha da bastare a lui, e per noi
ne avanza. I Genovesi però fecero il conto dello scarpatore,[14] che
stiantata la siepe pensa non dovere attendere ad altro che a insaccare
i cavoli, mentre di un tratto si trova faccia a faccia col cane, il
quale gli brontola alla spartana: «Vieni a pigliarli!»

— Bene, così doveva essere, — interruppe il signor Giacomo; a cui fra
Bernardino di rimando:

— Io dico male; e come regge il cuore a voi, che pure sembrate persona
di garbo, di sostenere che fu bene?

— Ho detto così, non mica per lodare le colpe che mi siete venuto
raccontando, Dio me ne liberi; bensì perchè esse mi inspirano reverenza
pei miei maggiori, i quali, in grazia della bontà e prudenza loro,
apparecchiarono a noi altri posteri termini di vivere libero e modi di
migliorarlo.

— E che cosa fecero, in grazia, di bello i vostri nonni, signor Inglese?

— Oh! i miei nonni innanzi tratto non chiamarono mai lo straniero per
aggiustare i conti loro; qualche volta egli ci entrò pur troppo, ma
per forza, ed invece che gl'Inglesi diventassero o Danesi, o Sassoni,
o Normani, questi ebbero alla lunga a farsi Inglesi: inoltre quando
i diversi ordini ruppero lite fra loro, adoperarono la prudenza di
non condurre ora l'uno, ora l'altro, secondo che vinceva o perdeva,
alla disperazione; bensì, temperando il talento o l'ira delle ingiurie
patite, chi vinse si contentò di costringere il provocatore in parte
dove non potesse trasmodare, contento di essersi procurato un arnese
capace di valersi della libertà presente e di ampiarla nell'avvenire.
Voi altri meridionali costumate come i selvaggi, che per raccattare il
frutto, tagliano l'albero. Mirate un po' i Genovesi: non si chiamano
contenti finchè non hanno schiattato i baroni; dopo i baroni ecco
il popolo, che non sa od abborre le vie di composizione; ed ecco per
ultimo il principe, che, piuttosto che reggere con giusto impero, si dà
in balìa di podestà straniera: a questo menarono le stemperatezze così
dei popoli come dei principi in Italia.

— Signore Inglese, salvo vostro onore, vi dirò che dallo anteporre che
voi fate la vostra gente alla nostra, anzi a quella dell'universo, vi
lodo molto; ma che vi serviate della vostra predilezione per crescere
la soma dei già troppo carichi, questo va contro alla carità ed al
giusto. Alla carità, perchè bisogna compatire i miseri, non avvilirli;
contro il giusto, perchè ho letto che i vostri re quando ci si misero
fecero di tutto; e Guglielmo il Tegolaio e Giacomo Paglia informino
che cosa importi anco tra voi fidarsi a pergamene regie giurate
o non giurate, sigillate ovvero senza sigillo; e quando il popolo
prese la rivincita non mondò nespole, chè non si tenne prima di avere
giustiziato re Carlo: così un capo regio saldò il conto di due capi
plebei, e non fu caro. Egli è vero, che il re condannarono i giudici
a modo e a verso, e i plebei mandati alle coltella; ma ciò non vale;
nelle faccende di Stato, sicarii o giudici, mannaia o pugnali sono
tutti una cosa: rimane inteso sempre che, con le solennità o senza,
il vinto ha da morire, e il coltello in questi casi parmi più spiccio;
sopratutto più sincero. Quanto poi a chiamare lo straniero, voi ce lo
chiamaste mercè le nozze di Maria con lo spagnuolo; ce lo chiamaste
quando, cacciato l'ultimo Stuardo dal trono, vi commetteste alla fede
del suo genero olandese; ce lo chiamaste, quando morta la regina Anna
andaste ad accattare un padrone in Germania, quasi ve ne mancassero
in casa vostra: ce lo chiamò Giacomo II, e potentissimo e cupido dello
altrui, sicchè dalla dominazione straniera vi preservarono la tempesta,
o la morte: qualche briciola di virtù, ma di prudenza nè anche un
chicco. Leggiamo le storie anche noi altri, sapete? E leggendo, e
meditando, siamo venuti nella sentenza di pregare Dio che non ci voglia
male, imperciocchè allora il senno degli uomini diventi cenere, ed il
ragazzo spacchi la testa al gigante.

Il signor Boswell rimase percosso dalle parole del frate, e non ardì
per allora rispondere; seguitò un lungo silenzio, durante il quale la
destra del signor Giacomo era un via va, un via vieni dalla tabacchiera
al naso. Quando non ci trovò più tanto tabacco, che bastasse ad essere
preso tra il pollice e l'indice, ne versò ogni residuo nella fossetta
che contraendo i nervi si fa tra l'aggiuntatura della mano col braccio,
e tirò su su da riporne i granelli in mezzo al cranio; alla fine quasi
a dispetto disse:

— Signor frate, io ve lo confesso schietto; da prima quanto si trova
nelle mie vene di sangue avvocatesco, e tutti ce ne abbiamo anche
troppo, si era risentito, per disputare ogni virgola e ogni punto del
vostro discorso, ma poi pensandoci su ho veduto, che nel sottosopra
voi avete ragione. Ringraziovi per tanto di avermi annacquato il vino
della superbia, e queste reputo tale guadagno, che, quando non me ne
venisse altro, io giudicherei non avere gittato dalla finestra tempo nè
danari nel venire in Corsica. Se vi piace tirate innanzi, ch'io sto ad
ascoltarvi.

— Levati di mezzo i baroni, il Banco di San Giorgio prese a camminare
di un portante sì dolce, da disgradarne Brigliadoro, ma e' fu il
trotto dell'asino. Il sale da quattro soldi, come eravamo convenuti,
al bacino, a mano a mano si portò a dieci; ci tolsero le cancellerie
civili; subito dopo i giudizii dei potestà; scarsi gli ufficii
conferiti ai Côrsi così, che valeva proprio meglio non darne loro
punti: per ultimo i dodici caporali aboliti. Veramente i Côrsi non
avevano molto a lodarsene, ma lo istituto piaceva, e quando lo istituto
accomoda, gli uomini tristi che lo tengono, muoiono, e i buoni possono
succedere: e poi in qual momento toccarono questi cofani! giusto
allora, che Giocante della Casabianca, comandante della piazza di
Genova, emendando con la sua molta fede la poca prudenza della Signoria
e del Doria, salvava la città dalla congiura del Fiesco.

E' fu in questo tempo, che i capitani di Arrigo II di Francia,
raccoltisi a Castiglione della Pescaia, misero partito se dovesse farsi
la impresa di Corsica, e fu vinto di sì, perchè di utilità grande
a mantenere viva la guerra che i Francesi combattevano grossissima
contro le armi imperiali su quel di Siena ed in altre parti d'Italia.
Mandarono innanzi Altobello Gentili sotto colore di visitare i
parenti, ma in sostanza a riconoscere quali le difese e gli umori dei
terrazzani: tornato, egli riferiva le prime inferme, non avversi i
secondi, almeno in parte. Allora i Francesi vennero ed acquistarono
il paese non senza valore com'essi costumano, ma con molte lusinghe
altresì, e con frode non poca: indi successe una guerra promiscua:
zarosa, piena di sterminio, vuota di concetto, imperciocchè i Francesi,
intesi unicamente a divagare gl'imperiali d'Italia, non ne avessero
alcuno che fosse buono pei Côrsi; nè questi, a cui pareva essere
stati messi allo sbaraglio senza pro, nol tacquero al Termes. In fatti
mentr'essi vedevano succedersi a sostenere la guerra per parte di Carlo
V tedeschi, italiani e bisogni spagnuoli, di francesi non ne arrivava,
e i pochi che ci erano, andavano stracchi ai cimenti; il Termes dava
loro erba trastullo, e molto li tratteneva con la speranza del soccorso
dei Turchi. Vennevi Andrea Doria, vecchio di presso a novanta anni,
generale di tutta la impresa, e assediando San Fiorenzo sminuì la
sua gloria, governando le altre faccende crebbe il nome di spietato,
imperciocchè nello assedio dimostrasse senile ostinatezza, non già
perizia, e nella rimanente amministrazione rabbia di non poter vincere.

Intanto i Francesi accorgendosi come male i Côrsi si pascessero di
parole, mandarono a chiarirgli solennemente, che il re per levare loro
del dubbio, e i Genovesi di speranza, aveva incorporato l'isola alla
Corona di Francia; cosa non consentita mai nè prima nè dopo alle altre
provincie da lui conquistate; e ciò essere avvenuto mediante partito
del suo consiglio reale, vinto con tutti i voti favorevoli; fatto
degno di grandissima considerazione, conciossiachè egli d'ora in poi
non potesse abbandonarli, se prima non abbandonasse la propria corona.
Questo nel 1557. Tuttavolta, non vedendo alla magnificenza delle
promesse conseguitare gli effetti, i Côrsi stavano di mala voglia; i
timori crebbero dopo il rovescio toccato dai Francesi a san Quintino,
epperò i caporali si condussero da Giordano Orsini per venirne in
chiaro. Giordano li confortò a non dubitare: quegli avendogli detto
volere mandare gente al re per raccomandarglisi, rispose, non cadercene
il bisogno, pure mandandola non farebbero altro che bene: senonchè la
pace era già stata bella e conchiusa a Castello Cambrese; e l'Orsini
la sapeva, ma la dissimulò per vergogna o per paura. Sul quale
proposito certo storico genovese scappa fuori con due sentenze, una
buona, l'altra cattiva; buona quella con la quale rampogna l'Orsini,
il quale, se veramente cristiano e gentiluomo era, non doveva patire
che gente in procinto di essere abbandonata da lui, aizzasse con
nuove ingiurie l'animo dei signori abbastanza inacerbito, massime
che le offese fresche cociono più delle vecchie: cattiva l'altra con
la quale sgrida il re Enrico di avere preso le parti dei Côrsi, non
dovendo egli scomodare la Francia pei fatti nostri. Nel raccontare
queste avventure mi pigliano i sudori freddi, e l'attaccherei, Dio mi
perdoni, anche co' santi: ma sopratutto io mi arrovello con Sampiero,
il quale, a quei tempi, era, si direbbe, il sopracciò della Corsica.
Costui avendo militato nella ultima guerra della repubblica di Firenze
contro l'Imperatore, doveva rammentarsi come i poveri Fiorentini
restassero conci dai Francesi. Anche allora re Francesco, con mille
promissioni e giuramenti, gli assicurò non gli avrebbe mai abbandonati;
giunse perfino a dire, che avrebbe preferito perdere i figliuoli in
Ispagna che abbandonare i confederati, e questo non tolse; che indi
a pochi giorni li tradisse a Cambraio, e così vituperosamente, che
Giuda stesso non avria fatto peggio. Anzi quando gli oratori fiorentini
andarono a moverne querimonia in corte, udite un po' come li saldassero
i ministri regi: — o che presumevate, dissero loro quei cortigiani
guardandoli a stracciasacco, che pei vostri begli occhi perdessimo
i figliuoli? Mandate la lingua al beccaio se non volete, invece di
un nemico, tirarvene addosso due. La pace di Cambraio, e quella del
Castello Cambrese, aspettando altre che le facciano il vezzo, tornano
agli orecchi della Francia come i pendenti alla sposa. Talvolta però
mi arrapino più col popolo che coll'uomo, imperciochè questo sia
caduco, e invecchi, e instupidisca, e dimentichi, ma quello si rinnovi
sempre, goda di giovinezza perpetua, e, dove voglia, non gli fanno mai
fallo la mente o le braccia. Ma tanto è, quando mi metto a considerare
come l'uomo spicciolo, e le masse degli uomini dimentichino presto,
mi cascano le braccia, e torrei piuttosto a scalpellare un pezzo di
granito dell'Algaiola, che imprimere in cotesti capacci un ricordo
per loro governo. Oh! quante volte, fatto un falò dei miei libri, mi
sarei ridotto in qualche eremo lontano, dove non si sentisse nè anco
il rumore dei ranocchi... ma poi me ne dissuase la speranza, che dài,
picchia, martella, una volta l'abbiano a capire.

— La capiranno, con un grossissimo sbadiglio disse Ferrante Canale,
e ci mise dentro un suono di voce, che male si distinse se attendesse
approvare o piuttosto interrogare.

— Però, riprese il frate, di raccomandazioni e buone parole, secondo
il solito, per la parte dei Francesi non fu penuria, e giovarono
quanto l'incenso ai morti. In effetto i Francesi senza ridere
chiesero guarentigia di buon governo ai Genovesi, e questi di proteste
empirono loro le tasche, ma appena eglino ebbero svoltato il canto,
ci acciuffarono peggio di prima, gravandoci di 20 soldi, non più a
fuoco, bensì a testa, e con altra imposta troppo più incomportabile,
ch'era un tre per cento sul valore delle terre. Sarebbe stato piuttosto
agevole cavare a san Bartolomeo una seconda volta la pelle, che a Côrsi
quattrini, sia che ne patissero a quei tempi inestimabile inopia, sia
che le terre, a cagione di cotesti trambusti, andassero nabissate, ed
anco a parte ciò, fossero state stimate quattro cotanti oltre il giusto
prezzo. Dopo molti strazii il Banco di San Giorgio se ne accorse, e
soppresse il balzello, ma il Senato, udito ciò, fece una lavata di
capo a San Giorgio delle buone, e gli disse: che cotesto suo era un
pigliare il male per medicina, e che per uscirne a bene co' Côrsi ci
abbisognano tre cose: forche, e poi forche, e sempre forche; e Côrsi
e forche stavano insieme come la pasqua e l'alleluia. San Giorgio,
che se ne sentiva fradicio, rispose, che una volta voleva fare come
gli tornava, e un'altra come gli piaceva, e a cui non garbasse gli
rincarasse il fitto. Voi lo sapete, le parole sono come le ciliege una
tira l'altra, sicchè alle corte il Senato ripigliò il governo della
isola, dando licenza a San Giorgio, strano a dirsi, per la prima buona
azione commessa durante la sua vita.

A carne di lupo dente di cane: tornò Sampiero in compagnia di undici
fidati, e con esso la fortuna côrsa. Sampiero sì che avrebbe meritato
la famosa tromba del signor Torquato, non quel coso del Buglione,
il quale non leva mai un ragnatelo dal buco. Così è, signor Inglese,
mentre per fare ammirande le geste di parecchi, che il mondo costuma
salutare grandi, bisogna aggiuntarvi un terzo almanco di fantasia, per
quelle di Sampiero è mestieri sminuire la verità a fine di non passare
di sballone.

Soccorso il valentuomo non ebbe da veruno, chè tale non si potria dire
quel po' di munizione speditagli da Cosimo duca di Firenze, nè gli
ottomila scudi con le undici bandiere di Caterina regina di Francia,
intorno alle quali occorreva ricamato in oro il motto: _Pugna pro
Patria!_

Singolare aiuto in fede di Dio; tanto più singolare, se si consideri,
che Federico re di Prussia mandò al degno erede della grande anima di
Sampiero, generale Paoli, una spada con la medesima leggenda: _Pugna
pro Patria!_ senz'altro. Le quali parole voltate in buon volgare
significano: — il nostro mestiere, che è quello di re, non ci permette
aiutare repubbliche; se ti puoi reggere da te reggiti, se no impiccati.
— Certo tra Caterina dei Medici e Federico di Brandenburgo ci correva,
ma in fondo avevano ragione ambedue; e i principi fino da piccini si
ficcano bene nel cervello la dottrina del dispotismo, mentre il popolo
fin qui o non la seppe comprendere, o non la potè ritenere in mente.
Le milizie genovesi intorno a Sampiero si consumavano a mo' delle
farfalle intorno al lume; per la quale cosa i magnifici Signori avendo
sperimentato come l'assassinamento costasse meno ed attecchisse meglio,
commisero al Marcendino provenzale, e a Paolo Mantovano, di ammazzare
quegli Sampiero, questi Achille da Campocasso, ed ambedue lo tentarono,
il primo col ferro, col veleno il secondo, ma fallirono il colpo.
I magnifici Signori non si sgomentarono per questo, anzi più alacri
di prima si aggiunsero complici al delitto tre Ornani, e un Ercole
d'Istria: questi chiamarono a parte della congiura frate Ambrogio di
Bastelica (che Dio danni in eterno l'anima di quel maledetto frate),
il quale, abusando della confessione, persuadea a Vittolo, fidato
servitore di Sampiero, che avrebbe il favore della Repubblica, si
guadagnerebbe la indulgenza plenaria e la remissione dei peccati,
mettendo le mani nel sangue del suo padrone.

Ahi! Sampiero, perchè ti lasciasti cogliere alla ragna? E sì che
gli anni della discrezione non ti mancavano contandone tu più di
settantaquattro; ma tanto è, ognuno ha da filare la lana che gli ha
messo tra mano la fortuna. Certa sera recano a Sampiero lettere false a
Vico di taluni amici della provincia della Rocca, le quali lo avvisano
essere disposti a tumultuare; corresse difilato su i luoghi. Sampiero
con giovanile avventatezza, senza ombra di considerazione, tolti seco
il figliuolo Alfonso, e Vittolo, con alquanti cavalli, cavalca forte
fino a Corticchiati; il giorno dopo passa a Ciglio, dove in cognizione
come un uomo della terra facesse la spia al nemico, senz'altra forma di
processo ordinò di presente lo impiccassero; quinci si affrettava alla
posta datagli, la quale era a Cauro: senonchè tra Eccica e Suarella
allo svoltare del poggio si vede accorrere di corsa parecchie centinaia
di archibugieri a cavallo capitanati dal comandante Giustiniani e dai
tre Ornani. Egli allora si giudicò morto, e rivolto al figliuolo gli
disse: — E' vogliono me, tu sàlvati, chè quanto posso li tratterrò; —
e siccome il signor Alfonso nicchiava, con gran voce Sampiero riprese:
— Va via, se anco tu caschi morto, chi resta a vendicarmi? — Quegli
allora voltò la briglia salvandosi a precipizio. Sampiero posto da
questo lato l'animo in pace, sprona francamente contra il nemico: il
primo ch'ei giungesse fu Michelangelo d'Ornano cui disse: — Traditore,
tu sei morto! — E quegli di rimando: — Anzi tu, assassino di femmine!
— E si spararono l'uno alla vita dell'altro gli archibugi. Sampiero ne
uscì illeso, e Michelangelo soltanto ferito un cotal poco nel collo.
Allora Sampiero chiese al Vittolo, gli porgesse un altro archibugio,
e quei glielo porse, ma non fece fuoco, perchè Vittolo nel caricarlo
aveva messo la palla nella canna prima della polvere. In quella, ch'ei
stava maravigliato e sbigottito per la novità del caso, Giovannantonio
di Ornano gli menò della spada su la faccia sfregiandolo di sconcia
ferita, Sampiero afferrò per la canna lo archibugio, ed adoperandolo
a guisa di mazza, con tanta forza ne diede in testa a Giovannantonio,
che aperte le braccia come se dicesse: _Dominus vobiscum_, balenò per
cascare da cavallo. Vittolo, che aspettava il destro, visto Sampiero,
acciecato dal sangue, armeggiare con le mani, gli sparò a bruciapelo
l'archibugio nelle spalle, e l'uccise di botto.

Il commissario, quando gli fu messo dinanzi il capo mozzo di Sampiero,
ebbe ad ammattirne per l'allegrezza; buttò moneta dalle finestre,
fece le luminarie, commise tutte le artiglierie menassero gazzarra, e
quante Ajaccio ha campane sonassero a festa. Dicono che certi fanti
tedeschi, al soldo della Repubblica, chiedessero le viscere del
tradito, e l'ebbero, ed in vendetta dei compagni ammazzati in guerra
se le mangiassero: però bisogna avvertire che questo caso raccontano
i francesi; sul quale proposito per me giudico, che i tedeschi sono
capaci di far quello ed altro, e i francesi di dare ad intendere quello
e peggio. Ma quanto sto per raccontarvi tenete per sicuro perchè ce
lo attesta uno scrittore genovese: il corpo di Sampiero essendo stato
ridotto in pezzi, tanto il Fornari si mostrò vago possederlo intero,
chè ne riscattò a contanti ogni brandello dai soldati. Allora Genova
diede al mondo spettacolo nuovo d'infamia e non dimenticabile mai,
imperocchè Roma, Tiberio e Nerone imperando, vedesse spie e sicarii
disputarsi il prezzo del sangue, ma non davanti ai tribunali o al
Senato: in Genova poi fu al cospetto dei magistrati che Raffaele
Giustiniani litigò co' fratelli Ornani per la taglia messa sul capo
di Sampiero: milleottocento scudi toccarono per sentenza agli Ornani,
ma Raffaele non si acquietò al giudicato, e ricorso in appello, oltre
i duecento scudi chiese il decimo sopra i milleottocento assegnati
ai suoi avversarii. Come andasse codesta infamia a finire io non lo
so, questo so bene, che a Genova non se ne vergognavano; in effetto
di che cosa avevano a vergognarsi i Genovesi? Considerando essi i
delitti negozii mercantili come gli altri, qual maraviglia se nella
maniera medesima li trattassero? Però la è cosa piena di amarezza
infinita osservare come l'avarizia e la cupidità giungano a spegnere
la coscienza non pure dei presenti, ma dei futuri eziandio: non pure
dei partecipi al misfatto, bensì degli altri, i quali o per mitezza di
discipline, o per religione di ufficio, ed anco per trascorso di tempo
dovrieno mostrarsi più giusti. Così Casoni non abborisce dettare queste
empie parole, che la strage del Sampiero fu evento molto favorevole
alla Repubblica, permesso da Dio per sollievo e per quiete dei Côrsi, e
quasi gli paresse poco, a ribadire la empietà, più oltre afferma, che
alcuni di prudente e circospetta natura conobbero che Dio con questa
morte pareva che manifestamente favorisse la causa della Repubblica.
Alfonso, figliuolo di Sampiero, sostenuta un pezzo la contesa piuttosto
con virtù che con fortuna, ebbe alla per fine a capitolare: molti patti
egli pose alla resa, e molti la Repubblica gliene promise, ma fuori
dal concedere a lui e a' suoi compagni di esilio di menare con esso
loro un cavallo e parecchi cani per uomo, sembra che gli altri o non
osservassero od osservassero poco.

E perchè la guerra tirava alla fine, i Genovesi per illustrarla con
tale un fatto che togliesse ai posteri la speranza di potere non
che superare, uguagliare la loro virtù, fecero questo. Lionardo da
Casanuova, tornato di Francia, dove si era condotto per la quinta
volta in cerca di soccorso, casca in podestà dei Genovesi, i quali
lo condannano a morte. Antonpadovano, recatosi alla Bastia con una
fantesca nel disegno di liberarlo, ottiene facoltà per la fante di
visitare Lionardo; la quale cosa facendo la donna quotidianamente, ed
anco talora lo stesso giorno più volte, opera in modo che le guardie
rallentino la consueta diligenza. Allora Antonpadovano piglia le
vesti della fantesca, e penetrato nella carcere, persuade il padre
a salvarsi in abito donnesco. Veramente Lionardo tentennò un pezzo,
poi lasciò svolgersi dalle parole del figliuolo, che si sforzava
capacitarlo com'egli innocente, ed infiammato di carità figliale, non
corresse pericolo o poco. Anzi meritava premio, e non glielo negarono i
Genovesi, no in fede di Dio non glielo negarono, però che ordinassero:
il giovane Antonpadovano ad una finestra della casa paterna di Venaco
s'impicchi, la casa, dopo lui morto, si abbruci.

Al fine delle sue parole il frate abbassò la voce, comecchè brontolasse
sempre corrucciato: così il fragore del tuono per allontanarsi non
cessa atterrire i petti dei mortali. In ultimo il tuono si spense sopra
le labbra frementi di lui: allora si nascose la faccia dentro le mani;
nessuno vide se pianse, o Dio solo conobbe le sue lagrime segrete, e
certo un giorno vorrà retribuirgliene il merito in palese. Di un tratto
il frate, dopo alcuna pausa, sorse risoluto in piedi, e favellò:

— Basta; il resto un'altra volta, per oggi io non ne posso più.

E trovata a tastoni la scaletta, che menava sopra la coperta, prese a
salirla. Il signor Giacomo, dondolando a furia la scatola fra le dite,
esclamava:

— Bene! benissimo! Ma sapete, signor Alando, che cotesto vostro signor
frate... come lo chiamate? Oh! ecco... frate Bernardino da Casacconi...
che cotesto frate ha tutto l'aria del galantuomo, e giocherei cento
sterline ch'io non m'inganno... volete giocarle, signor Alando?

— Io lo so di certo, che padre Bernardino ha camminato sempre nel santo
timore di Dio e nel santissimo amore della patria.

Al Boswel, indole temperata se altra fu mai, quantunque sembrasse
strano quel positivo dato al timore di Dio accanto a quell'altro
superlativo aggiunto allo amore di patria, pure si tacque, uso ad
ammirare i nobili affetti anche quando paiono eccedere. E noi altri
Italiani sovente non adoperiamo nelle parole misura: di questo
particolarmente ce ne porsero esempio i nostri padri, come quelli che
si sentivano il sangue a mille doppii più caldo di noi altri assiderati
nepoti, e nei miei scritti sono soventi volte venuto rammentando
l'avvertimento lasciato da uno di casa Alberti ai suoi figliuoli — che
bisogna anteporre alla salute dell'anima la salute della patria.




CAPITOLO VII.

Il cattivo incontro


Frate Bernardino, uscito all'aperto, scrollò quattro volte e sei la
testa, e parve ricrearsi nel refrigerio dell'aria fresca, che gli
s'insinuava per la barba e pei capelli: nè ciò bastandogli, fatta delle
mani votazza, pigliava l'aria a guisa di acqua, e se la gettava nel
viso. Così temperato alquanto l'ardore, s'incamminò tastoni verso la
poppa, alla quale appressandosi gli fu domandato:

— Chi è là?

Il frate, riconoscendo la voce, rispose:

— Oh capitano, siete voi?

— Buon giorno, padre Bernardino; già mi figuro, che non avrete chiuso
occhio tutta la notte.

— Io no, e nè anco voi sembra che siate andato a riposare.

— Per me la faccenda è diversa; quando navigo non dormo mai, e in terra
poco: mi sfogherò a dormire dentro la fossa.

— Ma dove ci troviamo adesso? Qui dintorno buio, parmi essere entrato
nel pozzo di san Patrizio; sento fischiarmi il vento sul capo mentre la
galera barcolla appena, che novità è questa capitano?

— Voi avete la fantasia accesa, padre Bernardino; diversamente avreste
indovinato a un tratto che ci siamo messi a ridosso della Capraia.

   [Illustrazione: .... ridotto a sostenere la guerra con solo
   otto compagni, gli tesero insidie, e lo lasciarono crivellato
   di ferite sopra la pubblica strada.... _(pag. 86)_]

— È vero sì, ma perchè non avete continuato il cammino?

— Perchè ho fatto il conto, che a proseguire era più la perdita del
guadagno: della bussola non poteva giovarmi avendo dovuto per certa
ragione, che non importa palesare, interdire rigorosamente qualunque
fuoco a bordo; e il mare, comechè non procelloso affatto, impediva
inoltrare senza molta fatica, nè a vela si poteva ire, e co' remi
a stento, sicchè ammazzandoci tutta la notte saremmo arrivati a
giorno chiaro in prossimità della costa del Macinaggio, dove temo
che corseggino parecchie navi francesi. Trovandomi sotto vento alla
Capraia ho pensato: piano ma sano: qui passeremo la giornata al sicuro,
e stassera, per la bruna, con gente fresca e il mare abbonacciato, in
quattro o cinque ore schizzo al Macinaggio.

— Pace e pazienza, e morte con penitenza, rispose il frate: da che non
ci si para di meglio sbarcherò a visitare i religiosi che ci abitano,
e mi consolerò a vedere i luoghi nobilitati dal valore dell'Achille
côrso; non sapreste mica dirmi se ci sia rimasto egli stesso a
governarla?

— Nè manco per ombra; il comandante Achille Morati dopo la conquista
tornò al fianco del generale: credo che ci abbiano mandato il
commissario Astolfi.

— E qual è costui?

— Per me non lo conosco; ha fama di essere uomo di stocco, e dicono,
che sarebbe capace di farsi mettere in quattro sui cannoni prima di
renderla.

— Dammelo morto.

— Come! non conoscete il commissario Astolfi e ne diffidate?

— Oibò! mi fido... cioè mi fido come uomo che sa quanto sarebbe grazia
di Dio potere non fidarsi di alcuno.

— Badate, padre, al proverbio che dice: Il diavolo è triste perchè è
vecchio; o meglio, ricordatevi del precetto: Non misurate se non volete
essere misurato.

— Santa fede! quando si ha per le mani la salute della patria bisogna
pesare e misurare tutto il giorno, e non basta, perchè la peggior carne
a conoscere è quella dell'uomo.

— Voi altri fate professione di carità, ond'io devo credere che voi non
parlate a vanvera; parlatemi chiaro; avete qualche motivo per dubitare
del commissario Astolfi?

— In ispecie io non ne ho veruno; però voi sapete quello che dicono i
vecchi: fidati era un galantuomo, ma non fidati poi era più galantuomo
di lui: per ultimo ve l'ho da dire come in confessione?

— Dite pure.

— Mi sento il cuore peso, e questo mi dà cattivo augurio: mira un po'
da levante ora che incomincia a schiarire; non vedi come il cielo
paia tinto di ferro, e cotesti nuvoloni, che precipitano per costà
non ti sembrano le anime del purgatorio, che strascinando i lenzuoli
sepolcrali si affrettino alle antiche sepolture?

— Padre mio, poco più poco meno i giorni si rassomigliano; speranze
lunghe, tribulazioni perpetue, e prosperità a spizzico, come il pepe
su la minestra. I poeti cantano _mirabilia_ su l'alba che nasce, e in
cui non se ne intende mettono la voglia in corpo di ruzzolare da letto
avanti giorno: fantasie! Per me ho visto il più delle volte alzarsi in
mezzo ad una nebbia di sangue, e rassomigliare lui stesso all'occhio
del parente, che abbia pianto tutta la notte il morticino in casa.
— Di vero io non capisco in che avrebbe il sole a gioire uscendo a
illuminare questa culla della sciagura. — Io vedo il sole che, come
tutte le altre cose di questo mondo, per diventare più luminoso e
bello, bisogna che staccandosi dalla terra si avvicini al cielo.

— Voi parlate come un dottore, capitano Angiolo: pure vi hanno fra
tanti neri dei giorni bianchi, quantunque rari; e il cuore sembra che
vi annunzi con qualche segno così gli uni come gli altri.

— Sua eccellenza il generale Paoli mi disse: che l'uomo deliberato di
vivere e di morire per la patria non abbisogna altramente di attendere
ai presagi; imperciocchè avvenga che può, in questo mondo non si muoia
mai alla gloria presso gli uomini, nell'altro al merito presso Dio.

— Egli parlava da cristiano, ed io ti parrà che parli da pagano, pure
io dichiaro riuscirci più facile negare, che astenerci dal dare retta
ai presentimenti; così vero questo, che il generale, in onta della sua
sapienza, io so ch'ei ci crede. Ma orsù il dì comincia a farsi chiaro,
e tu che aspetti, figliuolo mio, a inalberare la santa bandiera, e a
salutarla con la cannonata?

— Aspettiamo che butti giù la maschera quella torre costà; — e così
favellando il capitano Angiolo additava al padre Casacconi una torretta
quadrata, che costruita su di una pendice sta come a cavaliere su
la scala della Capraia, e serve pei segnali. Quivi tutte le notti
accendevasi, e tuttavia si accende, una lanterna, la quale manda
tanta luce, giusto quanto basta per vedere in quale razza di scogli ti
scaraventi il grecale a perdere anima e corpo.

— Per fermo, soggiunse il frate, quando tu sarai assunto al comando
supremo del nostro naviglio, veruno negherà che la Corsica possiede un
ammiraglio prudente.

E il capitano che intese la botta, sorridendo rispose:

— Io non lo nego; mi trovo carico di ferro e di paura; come dice il
nostro proverbio, e lo vedrete: d'altronde metto subito a profitto la
vostra lezione sopra la diffidenza...

— Certo... certo la cautela non fu mai troppa...

Intanto ch'egli profferiva queste parole, ecco tirarsi su lungo
l'antenna della torre la bandiera; subito dopo, il saluto di un colpo
di spingarda. Il vento, il quale, sebbene abbassato pure soffiava
sempre con violenza, spiegò in un attimo la bandiera inalberata e ci
mostrò dipinta la insegna di Francia; scudo celeste con gigli di oro,
tenuto ritto da due angioli in campo bianco.

Me ne rincresce proprio per la reputazione di padre Bernardino, che
egregia anco ai dì nostri gode in Corsica; ma come storico mi trovo in
obbligo di raccontare, ch'egli proruppe in un sacramento coi fiocchi
all'aspetto della odiata bandiera; strinta con man rabbiosa la barba,
se ne strappò due ciocche o tre, e quando la passione sfocata gli
concesse la favella, non rifiniva mai di esclamare:

— E ora, che novità è questa? O come sta questa cosa? Che l'abbiano
assediata, non ci è pericolo; ne avremmo avuto odore a Livorno. Santa
fede! il diavolo al sicuro ci ha messo dentro la coda.

Diciamolo in onore del frate: quantunque egli sciorinasse dottrine di
diffidenza da disgradarne Macchiavello, in pratica fino a quel momento
aveva creduto spesso, e spesso ingannato, non si era ancora corretto,
e però non gli passava nè manco per ombra nel cervello il sospetto,
che l'Astolfi, corrotto per denari, avesse reso la Capraia ai Francesi,
senza nè anco un simulacro di assalto, che valesse a colorire la brutta
compra e la più brutta vendita. Però il sospetto, che ultimo si offerse
alla mente del frate fidente, speculativo, fu il primo che venne nel
pensiero del fiducioso pratico, di cui la faccia diventò bianca come
panno lavato: senonchè dopo un brivido leggiero per tutta la persona,
ed un aggrinzamento appena visibile dei labbri, disse:

— Padre, andate sotto coperta.

— Vo' restare io; vo' vedere il fatto mio; scendiamo armati e tentiamo
ricuperare l'isola per forza.

— Fra Bernardino, qui comando solo. Rammentate che l'ubbidienza è uno
dei vostri voti, ed obbedite. Svegliate il pilota, e ditegli che venga
tosto da me.

Il frate abbassò il capo, ed eseguì il comandamento; indi a breve
comparve il pilota, il quale, desto di soprassalto, si fregava gli
occhi come mezzo assonnato.

— Memè, gli susurrò negli orecchi il capitano Angiolo, abbiamo dato
nella bocca al lupo. La Capraia è venuta in potestà dei Francesi, ed
allungato il braccio additava al pilota la bandiera sopra la torre.

— Oh! proruppe Memè sbarrando gli occhi.

— Va, metti tutta la gente al remo, tira su l'àncora, dammene il segno;
attenti al fischio, e giù in un attimo i remi dagli scarmi; — il timone
lo reggo io.

— E da quei frati non si potrebbe cavarne partito?

— Il bisogno è grande; parlane a padre Bernardino, digli da parte mia
che i primi discepoli di Gesù Cristo furono pescatori, ed ora importa
ch'egli se ne rammenti.

Si udì un fischio da prua, a cui rispose un altro da poppa, e in
meno che non si dice _amen_, la ciurma sfrenellando mise i remi in
voga, ed arrancò a golfo lanciato: il capitano Angiolo, pratico del
luogo, lasciò prima correre la galera diritta per un cento palate:
poi spingendo di uno strettone la manovella a destra la fece girare a
poggia; la nave cedevole piegò come vela di molino a vento rasentando
gli scogli, e sempre scivolando a pelo della costa irta di punte, con
destrezza mirabile trapassò di sotto al forte, senza che i cannoni la
potessero offendere.

— Anche questa è passata, esclamò frate Bernardino, quando la galera,
spuntato capo Fico, mise la prua verso ponente, e fermo sul remo
raccoglieva con la mano il sudore che gli sgocciolava dal viso,
gittandolo lontano da sè sul ponte.

— Non dir quattro finchè la noce non è nel sacco.

— Per la Immacolata! O che ti pare che non basti la perdita della
Capraia? Per soddisfare un presagio malurioso non ti par egli che ce ne
sia d'avanzo?

— Padre! padre! Avete visto?

— Che cosa? rispose il frate voltandosi di sbalzo.

— Due legni — due legni francesi a mezzo tiro di cannone.

— Io non ho visto... io non vedo niente.

Ed avevano tutti e due ragione, però che il vento fosse abbassato, ma
il mare si mantenesse grosso, e rotolando immani volumi di acqua, ora,
come dentro capacissima valle, celavano le navi, ed ora la sospingevano
quasi sopra la cresta di un monte; donde l'apparire e lo scomparire di
due grossi sciabecchi francesi, legni molto usitati in Francia a quei
tempi, dopochè ella ebbe smesso fino dal 1740 le galere e le mezze
galere.

— Santa fede! oh! li vedo; li vedo ancora io, prese a urlare di un
tratto frate Bernardino, cui si fecero a sua volta palesi i due legni
nemici. Ecco là cotesti scomunicati gigli d'oro, ma ciò che mi fa più
saetta sono quegli angioli che li sostengono: che cosa ci entrino qui
gli angioli io non mi so capacitare, a meno che non fossero di quei
briganti che Dio agguantò per il petto, e arrandellò giù dal paradiso.
Su da bravo, capitano Angiolo; spiegate la bandiera côrsa e andiamo
contro questi cani, salvo il battesimo; presto chè lo indugio piglia
vizio; uno dopo l'altro come le ciliegie.

E non a torto il frate parlava parole avventate, chè il capitano
Franceschi, bianco come un busto di marmo, pareva non sapesse a qual
santo votarsi; di modo che il frate dubitando cotesta inerzia, paura,
gli si accostò borbottando: — Ai cani mansueti ogni lupo par feroce.

Gli occhi del capitano balenarono; un lampo solo, e le labbra
ricomposte al consueto risolino, rispose:

— Padre Bernardino, a voi piacciono i proverbi, e garbano anche a me;
ora meditate su quello che dice: dove la pelle del lione non arriva,
bisogna aggiuntarvi quella della volpe.

Senz'altre parole scese sotto coperta, dove venutigli intorno gli
ufficiali e i passeggeri, così palesò con succinto sermone il suo
concetto:

— Signori, abbiamo sopravvento due sciabecchi francesi, però noi non
possiamo fuggire, chè il bastimento oltre a trovarsi stracarico, a
cagione del mare grosso i remi non giovano; ma quando fossimo vuoti, e
il mare più tranquillo, col vento che tira non potremmo mai salvarci
dalla caccia dei Francesi: quanto a menare le mani, noi non dobbiamo
combattere.

— O come non dobbiamo combattere? uscì fuori frate Bernardino
arrapinandosi; e il capitano Franceschi di rimando:

— State zitto, padre, per lo amore di Dio, ch'io so quello che mi dico;
noi non possiamo... noi non dobbiamo ricevere palle a bordo. Innanzi
ch'essi ci chiamino alla obbedienza, io faccio conto di andare ad
incontrarli. Memè, buttate in mare il caicco; voi, signore Inglese,
vorrete usarmi la cortesia di accompagnarmi; mi pare che siate munito
di passaporto per Bastia, firmato dal console francese di Livorno.

— Così è, rispose il Boswell, ed anco porto meco lettere commendatizie
per parecchi gentiluomini francesi.

— Tanto meglio; voi lascerete parlare a me; solo approverete, quanto
starò per dire.

— Bene, non ci è da fare di meglio: tuttavolta chiedo licenza
ammonirvi, che se le cose le quali voi siete per esporre, fossero
troppo lontane dal vero, io non saprei in coscienza approvarle.

— Confesso che questo intoppo m'imbroglia la matassa: ma andate franco:
io procurerò che le cose intorno alle quali attesterete, le sieno vere:
quanto al rimanente non ci porgete attenzione; figuratevi, che non
sieno fatto vostro.

— E badate, aggiungeva frate Bernardino, che le bugiarderie fra noi
altri cattolici si pagano sette anni di purgatorio l'una; onde voi
vedete il bel guadagno che fareste a confessarvi cattolico; e non
finisce qui, chè per le bugiarderie che vi accadesse profferire adesso,
come dirette a fine di bene, voi potreste contare sopra il ribasso
almanco di un cinquanta per cento.

E il signor Giacomo sorridendo rispose:

— Un bel ribasso in verità, maggiore di quello che costumano le
fabbriche di Birmingham; ma è meglio non mentire.

— Memè, continuava il capitano Angiolo favellando al pilota, il quale
aveva fatto gettare il caicco nell'acqua; intanto che noi andiamo a
bordo al francese, voi senza parere fatto vostro vi scosterete bel
bello uscendo dal tiro del cannone: allora, se vi riesce, mettetevi
alla cappa; se fra due ore, o meno, vedrete tornare il caicco con
bandiera a prua, aspettateci; se non vedete nulla, approfittatevi del
campo preso e salvatevi all'Elba.

Giocante Canale, che senza dir verbo, mentre questi casi avvenivano,
aveva tratto fuori le armi ed osservato se la polvere stava bene nello
scodellino, udite le parole ultime del capitano, le rimise da parte
borbottando:

— Qui i soldati fanno da cappuccini, i cappuccini da soldati: ma
tradimento non ci è.

Altobello, che pure lo intese, non sapendo che cosa pensarne, si
strinse nelle spalle: quanto al signor Giacomo, che aveva assunto per
regola di condotta la impresa dell'Accademia del Cimento _provando e
riprovando_, disse fra sè: — Tiriamo innanzi, chè chi volge il dorso
non fugge sempre; — e poi a voce alta riprese: — Eccomi pronto a
seguitarvi.

Il capitano, come uomo che si sottragga dalla tentazione, corso alla
banda del bastimento e agguantata la corda scivolò giù per essa di
tonfo nel caicco: dove assicuratosi bene in piedi si affrettò a porgere
aiuto al signor Giacomo, mal destro a pericolarsi su quei rompicolli
di scale, massime in mezzo al mareggiare dei marosi: ma il signor
Giacomo, sebbene quattro volte e sei gli sprazzi lo infradiciassero
fino alla camicia, e sebbene altrettante stesse a un pelo di dare il
tuffo nell'acqua, nè con atto nè con detto disonestò la pacata gravità
del suo portamento; per lo contrario, seduto appena sul banco, trasse
fuori la scatola che, prima di lasciare la galera, aveva avuto cura di
riempire, e prese, con la consueta pace, la sua presa di tabacco.

Il capitano Angiolo drizzò il timone del caicco verso lo sciabecco più
vicino, e dopo molto menare di remi pervenne alla banda di quello.

I Francesi avevano calato giù a posta loro scala e funi; e così
persuadendoli la indole loro certamente servizievole, non furono scarsi
di aiuto per tirare su il capitano Angiolo e il signor Giacomo Boswell:
i quali, senza mettere tempo fra mezzo, furono intromessi al capitano
dello sciabecco, che gli accolse vestito in gala, e appena vistili
sciorinò questa diceria:

— Noi vi salutiamo, signori, come amici di S. M. cristianissima,
imperciocchè senza aspettare altramente la cannonata, che vi chiamasse
alla obbedienza, siete venuti a renderci conto dello essere vostro e
della causa che vi conduce per questi mari.

— Eccellenza, rispose il capitano Angiolo, ossequiandolo coll'abbassare
la berretta fino alle ginocchia, atto così turpe di brutta servilità,
che il signor Giacomo sentì venirsi la nausea al cuore. Lo stesso
Francese, cui pure piaceva lo incenso, sentendosi arrivare da una
fumata un po' troppo ardita, rispose:

— Questo titolo in Francia spetta agli ammiragli; basterà che ci diate
dell'illustrissimo.

— Illustrissimo, dunque, perdonate all'ignoranza, — senza scomporsi
continuò il Côrso sempre in accento carezzevole, — il mio nome vi sarà
senza dubbio ignoto, ma per vostra regola io vi chiarisco chiamarmi
Francesco Maria Semidei, comandante da parecchio tempo cotesta
vecchia carcassa, di cui è armatore un tale Salvatore Padovano côrso,
domiciliato a Livorno. Ora importa che sappiate com'egli avendomi fino
a questi ultimi tempi spedito in Sicilia, in Provenza e in Barberia, le
faccende succedessero di bene in meglio. Tutto a un tratto mi carica di
grano, e di non so quali zacchere, e mi dice: — Capitano, piglierete
le spedizioni per Corsica. — Va bene, rispondo io; andrò a mettermi
in regola col console di Francia. — Che Francia, e che non Francia,
prese a urlare il vecchio matto, io vi spedisco al generale Paoli,
e voi avete a procurare, girato il Capo Côrso, di surgere all'isola
Rossa, donde darete avviso al generale, che vi manderà l'ordine circa
a mettere in terra il carico. Allora, udendo con giusta indignazione
che si trattava di venire in aiuto di briganti, risposi: — Armatore,
mi maraviglio di voi, che essendomivi mostrato fin qui uomo religioso
e dabbene, mi spingiate a commettere cose contrarie ai comandamenti di
Dio, i quali c'insegnano ad obbedire ai principi, che governano per
volere divino, senza darci briga di indagare dond'essi vengano; e se
nel caso lo volessimo cercare, avendoci S. M. cristanissima comprato, è
chiaro, che non potrebbe avere conseguito titolo migliore di disporre
di noi anime e corpi: tu

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