La Patria lontana
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Title: La Patria lontana
Author: Enrico Corradini
Release date: March 2, 2015 [eBook #48398]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PATRIA LONTANA ***
La Patria lontana
ROMANZO
DI
ENRICO CORRADINI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1911
=Quarto migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Copyright by Fratelli Treves, 1910.
Milano. — Tip. Treves.
ALLA MEMORIA
DI MIA MADRE.
LA PATRIA LONTANA
I.
— Voialtri, insomma, mirate a rovinare il commercio del vino italiano
in Argentina?
— Si capisce.
— Lei ier sera mi diceva che ha fatto educare i suoi figliuoli in
Italia e che non può stare senza ritornare in Italia per lo meno ogni
due anni.
— È vero.
— Ma è altrettanto vero che, non ostante questo, Lei non può vantare la
sua italianità come faceva ier sera.
— Perchè?
— Semplicemente perchè Lei è un produttore di vino di Mendoza, vale a
dire un nemico dell'importazione del vino italiano in Argentina. Lo ha
detto e non potrebbe essere altrimenti.
— Ma Lei dimentica che io, laggiù, do lavoro a molti italiani, e più
allargo la mia; azienda o più potrò dar lavoro ai nostri connazionali.
— Suoi, se mai, miei non più.
— Oh!
Un grido di protesta si levò dal circolo che si era formato intorno ai
due che discutevano, e più voci domandarono:
— Nessuno di noi dunque è più italiano?
E il produttore di vino di Mendoza andava strillando sugli altri:
— Io mi sento italiano, e come, e come, e come!
L'altro gli ribatteva:
— Per il sentimento non lo nego, ma per il fatto no.
Il primo andava ripetendo:
— E come, e come, e come!
E il secondo:
— Per il fatto no!
E gli astanti, sette o otto commercianti del Brasile, dell'Uruguay e
dell'Argentina, già emigrati d'Italia, facevano coro:
— Siamo ancora italiani! Siamo ancora italiani!
Quand'ecco s'avanzò un signore il quale portava una lunga barba nera
brizzolata e rivolgendosi a quegli de' due che negava all'altro il
diritto d'italianità, disse:
— Scusi, Buondelmonti, se questo signore è italiano per il sentimento,
basta; il patriottismo non è altro che sentimento.
Il Buondelmonti squadrò il signore della lunga barba, rimase un po' in
silenzio, poi rispose:
— No, caro professore, il patriottismo è anche un fatto.
— Un fatto, si capisce; tutto è fatto, compreso i sentimenti.
— Io dico un fatto di natura economica.
— Per il passato sì, lo ammetto; ma ora che le relazioni fra i popoli
si sono centuplicate, ora che non esistono più distanze, ora tanto più
di prima uno può dire: — La mia patria è il mondo!
Il professor Axerio parlava con accento di degnazione, perchè teneva in
gran conto se medesimo, mentre sul Buondelmonti seguiva l'opinione che
di lui s'eran fatta in Italia, che fosse cioè un uomo d'intelligenza
fuorviata. Il Buondelmonti lo squadrò ancora qualche momento senza
aprir bocca, come faceva quando discutevano tra di loro, perchè
in quei momenti di silenzio, prima di rispondergli, aveva bisogno
d'insultarlo mentalmente dentro di sè, tanto lo disprezzava. Tutti e
due, il Buondelmonti e il professor Axerio, in cuore si disprezzavano
e detestavano l'un l'altro, perchè erano due prototipi d'uomini per
intelligenza, per carattere, per cultura, per professione avversi: il
professore era sicuro di dare allo scrittore continue lezioni di buon
senso, lo scrittore aveva messo al professore il soprannome di pedante
de' luoghi comuni; oppure lo chiamava con lo Shakespeare «lingua della
bocca comune». Ma in apparenza erano amici. Ora il Buondelmonti squadrò
l'Axerio e mentre taceva, si domandava dentro di sè: — Debbo rispondere
a questo sciocco? — Gli rispose con un ghigno di beffa e di sdegno fra'
denti:
— Professore, Lei vuol dire che ora è più facile che per il passato
di abbandonare la propria patria come hanno fatto questi signori,
come potremmo far noi domani; ma la patria è ora quello che era
diecimil'anni fa.
— Ma no, ma no!
— Lei vuol lasciarmi parlare, vero?
Il professore agitava in alto le braccia come se volesse scuotersi di
dosso i troppo grossi spropositi dello scrittore, quelli spropositi
che in Italia ne screditavano l'intelligenza, quando una mano lo toccò
sulla spalla e una voce allegra gli disse:
— Jacopo, lascia parlare il signor Buondelmonti.
Era la signora Giovanna Axerio, sua moglie, una giovane donna di media
statura, con un volto lungo e magretto e i capelli leggiadramente
pettinati alla greca e cinti d'un nastro di seta color granato. Alcuni
de' commercianti s'eran distaccati dal circolo e trattisi in disparte
s'interrogavano e si ragguagliavano tra loro intorno al professore
Jacopo Axerio e a Piero Buondelmonti, che cosa fossero o non fossero
in Italia. Un altro circolo di signore stava seduto poco discosto;
alcune lavoravano e di tanto in tanto levavano gli occhi verso quelli
che discutevano. La signora Giovanna Axerio era rimasta accanto al
marito e fissava sul Buondelmonti due occhi ilari e intimiditi, con
quella leggiadra espressione che ha il fanciullo quando finge timidità
per giuoco. Qualcuno le si accostò, s'inchinò profondamente e le baciò
la mano; essa gli sorrise con gaia cordialità e si dissero qualche
parola. Il sopraggiunto era un signore alto, asciutto, aveva un
aspetto della più raffinata compitezza e una punta di canzonatura fra
ciglio e ciglio. La signora Axerio gli disse battendo insieme le palme
gioiosamente:
— Poltrone! Lei si alza ora?
— Con vero rammarico, signora mia.
— Qui si discute di patriottismo.
— Quale fortuna per noi!
E così dicendo, il giovane signore serrò in circolo molte mani.
Il professor Axerio riprese prorompendo con enfasi:
— La patria! Ma tutti si è patriotti! Anche i socialisti son diventati
patriotti! E Lei sa che io non sono socialista!
— So bene che Lei non è socialista.
— Nè socialista, nè uomo del passato!
— So bene che Lei è un modello di borghese liberale.... democratico....
radicale....
— Sicuro! E come tale accetto tutte le supreme conquiste del secolo
decimonono, non ultima il principio di nazionalità.
Il Buondelmonti sentì mille echi di frasi ricorrenti sulla bocca comune
e il sangue collerico gli prese fuoco, ma guardando la moglie del suo
avversario che continuava a fissarlo sempre più intimidita sul serio,
il Buondelmonti si disse dentro di sè che bisognava portare la croce di
quello sciocco pedante e rispose:
— Io Le accennavo appunto quanto di più semplice, elementare,
fondamentale sta sotto il principio di nazionalità. È la stessa prima
premessa dell'economia, cioè che gli uomini sono spinti dall'istinto di
procurarsi il massimo di piacere col minimo di lavoro. Diciamo piacere
sotto forma di possesso, sotto forma di denaro. La patria, la nazione,
come la chiamo io più volentieri, perchè ha un senso più pratico, più
attivo, la nazione non è se non il campo di concentramento di un certo
numero di uomini i quali obbediscono a quell'istinto. La solidarietà
nazionale è per lo meno una solidarietà topografica, è la solidarietà
del campo di concentramento. Cioè la solidarietà del maggior benessere
nel minore spazio; il che, il risparmio di spazio dico, è poi risparmio
di tempo e di lavoro. Io so bene che la nazione, che la patria è anche
un sentimento, cento immensi sentimenti, ma coloro che non li hanno,
possono negarli! So bene che è altri cento, mille immensi fatti, e
potrei citarli tutti, ma sono messi in discussione, mentre non si può
discutere il fatto elementare, fondamentale, non si può discutere!
E perciò dicevo che questi signori praticamente, attivamente, si son
posti fuori dell'italianità: perchè non appartengono più al campo di
concentramento italiano. Se mai, saranno ancora patriotti, quando si
voglia dare a questa parola un senso più spiccato di sentimento, o
meglio di sentimentalità; ma non saranno più nostri connazionali nel
senso pratico, attivo, di questa parola. Perchè potessero restare
italiani, nazionalmente parlando, bisognerebbe che la terra sulla
quale lavorano e s'arricchiscono, diventasse italiana. Quando non si
voglia chiudere la nazione in un cul di sacco, il solo modo di essere
nazionalisti, scusino, patriotti, è di essere imperialisti.
I commercianti toccati di nuovo sul vivo non fiatarono, pensarono,
e qualcuno disse: — Parla bene —, così come avrebbe detto: — Oggi
fa caldo —, per il poco conto in cui simile gente ha tutte le cose,
tranne il combinare affari. Le signore le quali sedevano poco discosto,
continuavano a levare di tanto in tanto gli occhi dal lavoro verso
il giovane eloquente e più verso la signora Axerio la quale ispirava
invidia a molte per la leggiadria della sua bellezza e della sua
eleganza. Soltanto una non moveva gli occhi, ma li teneva sempre fissi
e aperti dinanzi a sè, e non moveva neppure la faccia, nè lavorava, ma
teneva le mani distese sulle ginocchia, perchè era cieca. Il giovane
signore guardava verso l'orizzonte avendo sulla faccia, dalle belle
labbra carnose alle due rughe dritte sul naso fra ciglio e ciglio,
un'aria tra il canzonatorio e il compunto, d'una compunzione che
era come l'ipocrisia della sua ironia. Guardava come se irridesse
l'orizzonte oppure pensasse ai suoi proprii guai, mentre un vento non
forte gli moveva indosso le vesti ampie e leggiere. La discussione
pareva finita, ma di nuovo l'Axerio spingendo avanti la barba con
cipiglio aggressivo, proruppe:
— Lei può dire quel che vuole, ma non potrà mai negare il progresso
dell'umanità.
— Ancora l'eco! — sfuggì questa volta dalla bocca di Piero Buondelmonti.
— L'eco?
— D'una frase....
— Frase? Voialtri siete fuori del tempo moderno, appartenete al
passato! La patria, come la vagheggiate voialtri, vuol guerre,
conquiste, ma ora non è più possibile, perchè va sempre più
affermandosi la fratellanza dei popoli. Oggi la vita dell'uomo è sacra.
La bella e forte gioventù, oggi, non dev'essere macellata sui campi di
battaglia; è sacra al lavoro fecondo. Siete uomini del passato!
La voce dell'Axerio fischiava, la barba gli sbatteva sul petto
convulsamente ed i suoi occhi schizzavano fuoco. Di contro a lui,
fronte a fronte, il Buondelmonti disse:
— Lei non s'accorge che queste sono frasi fatte, strafatte e disfatte.
L'uomo del passato è Lei.
— Lei, Lei, Lei! Noi siamo uomini del nostro tempo e dell'avvenire! Del
passato è Lei!
— Lei, professore.
I due avversarii, a voce bassa, senza gestire, si trattavano con
le parole come con armi corte; l'un l'altro per un'opinione comune
tentavano di strapparsi l'avvenire e di relegarsi tra le generazioni
passate, come si sarebbero strappata la vita e si sarebbero messi
sotterra per loro propria vendetta. Come se veramente la loro esistenza
si estendesse per un tempo senza confine, cercavano di mutilarsi l'un
l'altro, di uccidersi nel tempo, tanto l'individuo è sempre pronto a
confondersi con la specie. Per fortuna sonò la campanella che chiamava
a colazione, il Buondelmonti s'avviò ripetendo dentro di sè nuovi
insulti che lì per lì aveva ritrovati contro l'Axerio.
— Pedanti dell'altrui ignoranza! Fogne dell'opinione pubblica!
La signora Axerio rivolse al Buondelmonti un'occhiata molto seria di
rimprovero e si accompagnò col giovane signore il quale le disse:
— Uomini di fede, signora mia!
— Certo! — rispose la signora con risentimento. — Se Lei stesse un po'
più in Italia, saprebbe che il signor Buondelmonti ha molto sofferto
per le sue idee.
La rissa aperta era scoppiata altrove e fra altra gente poco prima.
Le persone le quali avevano discusso e le altre le quali avevano
assistito alla discussione, erano appena entrate nella sala da pranzo
e s'erano sedute, quando un cameriere s'accostò al medico di bordo il
quale insieme col comandante della nave stava alla stessa tavola a cui
stavano il giovane signore, di nome Filippo Porrèna, il Buondelmonti
e gli Axerio. Il cameriere essendosi accostato al medico gli parlò
piano e il comandante vedendo il medico alzarsi in fretta ed essendosi
accorto che si trattava di faccende di bordo, domandò che cosa fosse;
il medico gli raccontò piano che era avvenuta una rissa fra gli
emigranti, e che c'era uno ferito di coltello. Il professore Axerio
non osò interrogare per discrezione, ma la sua faccia mostrandosi
incuriosita, il comandante non sapendo rifiutar nulla ad uomo tanto
celebre, gli accennò l'accaduto. L'Axerio quando sentì parlare di
feriti e di sangue, drizzò la barba, e gli brillarono gli occhi, perchè
subodorò che ci potesse essere da far qualcosa per la sua scienza e la
sua professione, e subito domandò al comandante se gli permetteva di
andare a visitare il ferito, e il comandante gli rispose che non c'era
angolo dell'«Atlantide» nel quale egli non potesse entrare liberamente
come in casa sua. L'Axerio, senza toccar cibo, uscì e si diresse verso
prua dove stavano gli emigranti.
Gli emigranti tumultuavano ancora; si erano spinti da prua fin verso
il mezzo della nave e rimanevano ancora fra loro gli strascichi del
tumulto che s'era suscitato alla vista della rissa e del ferimento.
L'Axerio attraversò una confusione di gambe, di braccia e di stracci
reggendosi a stento per il rullìo della nave sull'impiantito lubrico,
ed avendo domandato dove fosse il ferito, subito si levarono intorno a
lui due, quattro, dieci, venti voci nelle favelle più diverse, perchè
anche fra gli emigranti si era saputo chi era quel signore della
prima classe il quale aveva la lunga barba nera. Due, quattro, dieci,
venti tra uomini e donne gli si affollarono intorno e tutti gridavano
un particolare di ciò che avevano visto o sentito raccontare. Il
professor Axerio cercava di farsi largo con un gesto degnevole, tenendo
la fronte bassa e la barba sul petto come a difenderla dal contatto
della sozzura, ma una donna con i capelli sciolti e gli occhi fuori
dell'orbita gli si parava davanti e andava avanti urlando sul tumulto,
simile a chi porta una bandiera in una rivolta. Il professore potè
giungere alla scala che dava giù nelle cabine dell'infermeria, scese e
trovò il ferito nelle mani del medico e dell'infermiere. Gli avevano
messo a nudo il tronco e voltatolo sul fianco lo andavano lavando
sotto l'ascella dove c'era un largo foro che ancora versava un po' di
sangue. Il sudicio inveterato aveva fatto scoria sul corpo dell'uomo,
e il bianco della pelle veniva fuori a stento rigandosi subito di
sangue appena il medico interrompeva la lavatura. L'Axerio osservata un
momento la ferita domandò con brama:
— Non ci sarà mica bisogno d'operazione, dottore?
— Potrebbe darsi — rispose l'interrogato. — La ferita è larga e
dev'esser profonda; è fatta con un coltello da cucina.
— Potrebbe esser leso un vaso interno importante.
— Potrebbe.
— In questo caso avremmo un'emorragia interna.
— È quel che sospetto. Veda: l'abbattimento aumenta.
— Bisognerebbe allora tagliare per rintracciare il vaso....
— Stiamo a vedere, anche perchè ora la nave si muove troppo.
— Potremo operare a Dakar. A che latitudine possiamo essere stamani?
— Lo sapremo a mezzogiorno. Ieri eravamo a 23 e 15.
— Dakar è?
— A 14 e 45.
— Sicchè giungeremo?
— Nella notte.
Il professor Axerio esaminò di nuovo la ferita, la brancicò, cercò
intorno battendo con le dita se c'era un principio di versamento
interno, vi spinse dentro l'indice e fece ruggire e torcersi sulla
spina dorsale l'uomo che era con la faccia voltato dall'altra parte.
Dopo di che se n'andò aggiungendo:
— Se mai, m'avverte, vero, dottore? Opererei volentieri.
Ripassando tra gli emigranti intravide il Buondelmonti in una ressa,
si ricordò della discussione e per la prima volta sentì d'odiarlo;
e perciò per non incrociare gli sguardi con lui alzò gli occhi verso
il ponte della prima classe dove al parapetto che dominava il ponte
basso degli emigranti a prua, scorse altri passeggieri che guardavano,
fra i quali sua moglie e il Porrèna, perchè già il ferimento s'era
risaputo da più d'uno. C'erano alcuni nella prima classe i quali
sentivano o ostentavano di sentire nausea e ribrezzo per quel carnaio
umano che attraversava l'oceano insieme con loro. Altri poi, la
gran maggioranza che da mattina a sera si saziava di chiacchiere
godendosi l'ozio della navigazione fra la sala da pranzo e il salotto
per fumare, non se n'occupavano e non ne sapevano nulla. Ma altri
invece sentivano compassione di quel migliaio di vite miserrime che
respiravano vicino, e altri infine vi cercava il pittoresco, il non più
visto, era attratto dallo stesso orrido e dallo stesso lurido; perchè
nessuno aveva conosciuto in terra uno spettacolo di moltitudine come
quello offerto agli occhi di chi riguardava dall'alto del ponte il
rifiuto del mondo che formicolava giù a prua. C'erano sull'«Atlantide»
napoletani, calabresi, siciliani, veneti, come c'erano d'altre nazioni
d'Europa, d'Asia e d'Affrica, spagnuoli, tedeschi, polacchi, arabi e
turchi di Siria, della Tripolitania e della Tunisia. C'erano bellissime
giovanette arabe con grandi occhi neri stupefatti in una faccia di
perla, e donne di Siria orribilmente tatuate dalla gola fin sopra al
mento, e turche di Tunisi bestialmente accosciate a terra nell'ozio
senza fine, e grassi lenoni di Lisbona che menavano a Buenos-Aires
femmine di Marsiglia tutte tinte di rosso. C'era il rifiuto della
feccia delle città cacciato dalla cupidigia della avventura, c'era il
rifiuto della miseria delle campagne cacciato dalla fame; i rifiuti de'
rifiuti del vecchio mondo navigavano verso l'ignoto del nuovo mondo.
Navigavano come altri avevano navigato prima, come altri avrebbero
navigato dopo, come onda segue onda incalzata dallo stesso vento; e
così quelli venivano incalzati ed espulsi fuori de' loro paesi natali
dalla ridondanza d'altri vivi. Venivano espulsi uomini e donne col
sacco de' loro cenci, con i loro figliuoli, con i cuori carichi di
superstizioni millenarie, con tutta la loro ferocissima bestialità e
tutta la loro umiliata umanità. Per venti giorni mangiavano, prendevano
il sole e il vento, la notte scendevano giù nelle stive e facevano
tutt'un carnaio fermentante e suppurante, con la prima luce risalivano
su a fermentare e a suppurare al sole e al vento guardando stupefatti
la purità del cielo e del mare, con le loro pupille umane, e poi
toccata la riva d'America si sarebbero dispersi, usciti dall'ignoto,
un'altra volta nell'ignoto.
— Guardi, guardi! — gridò a un tratto la signora Axerio a Filippo
Porrèna.
Proprio sotto il parapetto una donna s'avventò contro una ragazzetta
e l'addentò a un braccio arrovesciandole addosso tutti i suoi capelli
disfatti, e altre donne le quali sedevano intorno, glie la tirarono via
a fatica di sotto ai denti e ai capelli. La signora Axerio e il Porrèna
sporsero in giù gli orecchi, e allora la donna scagliandosi in su con
le braccia, col collo, col busto contro di loro, gridò in siciliano:
— È la creatura mia! È la creatura mia!
I denti bianchi le luccicavano tra' crini neri. S'avventò di nuovo,
perchè la sua creatura era cattiva, ed essa voleva mangiarla a morsi.
Il demonio della rissa continuava a infuriare in basso. Altrove altre
madri allattavano i loro bambini. Il Porrèna ne accennò una alla
signora Axerio e rivolgendosi per ischerzo allo stesso lattante andava
ripetendo:
— Succhia, caruccio, vuota quel sacchetto di cenci, succhia tutta mammà!
Il lattante infatti stava in braccio alla donna e pareva un morticino,
perchè per l'avidità di succhiare non dava segni di vita. Ma si vedeva
un po' della mammella materna fuor della veste, sopra la testa del
bambino che stava attaccato al capezzolo. La madre sedeva sopra una
seggetta e si teneva il figlio sulle ginocchia; aveva sulla faccia
e nella persona i segni della miseria e dello sfinimento e girava di
tanto in tanto gli occhi vagamente, come se si sentisse davvero vuotar
dentro da tanto tempo senza requie; e il figlio succhiava sì fermo alla
mammella da parer proprio che avrebbe succhiato tutta la madre.
La signora Axerio vedendo tali cose si sentiva il cuore peso di
tristezza e continuava a restare con le braccia appoggiate al parapetto
e il viso chino. Finchè giù presso al boccaporto di prua gli apparve
Piero Buondelmonti tra alcuni emigranti i quali seduti per terra
stavano ad ascoltarlo attentamente. Altri poco discosto giocavano a
carte e altri dormivano sdraiati sull'impiantito con le braccia e le
gambe negli abbandoni più scomposti, e donne e uomini erano mescolati
insieme e fra quella confusione di membra abbattute apparivano qua
e là i resti del pasto di due ore prima, pane e legumi per terra,
e apparivano da per tutto ragazzi e ragazzette più abbattuti degli
adulti, attediati dalla navigazione e travagliati dal mal di mare. Già
anche la memoria del ferimento pareva cancellata.
La signora Axerio senza distogliere gli occhi dal Buondelmonti disse al
Porrèna:
— Lei, signor Porrèna, non vede la madre che allatta, ma il bambino che
succhia troppo avidamente. Lei, ecco, è proprio l'opposto del signor
Buondelmonti. Il signor Buondelmonti ha un gran cuore! E Lei punto. Lo
guardi laggiù come parla a tutti e tutti gli parlano! Sono i suoi nuovi
amici. Si fa raccontare la loro vita, i loro disegni per l'avvenire
ignoto, dà loro dei consigli, vede in tutti, anche nell'ultima
abiezione, una nobile forza da rialzare, da indirizzare a uno scopo.
Io stessa so di loro, perchè lui me li mostra di quassù, da questo
medesimo punto, tante volte, i suoi nuovi amici, mi racconta quello
che essi gli hanno raccontato, me li fa amare. Guardi come accorrono a
sentirlo! Parla davvero. Accorrono da tutte le parti! È una turba!
— E non Le ho già detto — rispose il Porrèna — che il signor
Buondelmonti e il professor Axerio sono due uomini di fede? Tutti e
due, l'uno in un modo e l'altro in un altro, hanno una robusta fede nei
destini del genere umano.
La signora alzò gli occhi e vide che il giovane aveva la faccia tutta
contenta, le due rughe gli saltavano sul naso dal piacere. Allora la
signora gli disse:
— Lei va a nozze, vero? Va a nozze quando può mettere in ridicolo
qualcosa di sacro.
E aggiunse:
— Già per Lei non c'è nulla di sacro.
— Infatti....
Rispose il giovane e fece una smorfia che non esprimeva nulla.
Dopo di che sopraggiunse il Buondelmonti e si mise a raccontare com'era
avvenuto il ferimento. Uno spagnuolo aveva accusato un napoletano
di averlo derubato; s'era accesa la rissa, si trovavano dinanzi alle
cucine, il napoletano era balzato dentro, aveva afferrato un coltello
e menato il colpo. Mentre così raccontava, Piero guardava sempre in giù
fra gli emigranti, dritta la persona alta e complessa, spirando ancora
la fiamma d'un fuoco interno dalla bellissima faccia tutt'ombrata da
una selva di capelli castani. Ei concluse:
— Ho parlato loro della viltà di chi ferisce un inerme.
E pareva che egli pure ardesse ancora di combattimento. Giovanna al
solo vederlo si era sentita rianimare, la gioia della mattina le
rinacque nel cuore. Volò alla sponda della nave e chinò verso il
mare il leggiadro capo dal profilo greco su cui il nastro granato
palpitava a una bava di vento. Sotto il cielo puro il mare multicolore
e mutevole andava calmandosi. Il mare aveva vasti campi azzurri e qua
e là nereggiava del nero d'azzurro o di verde, e verso l'orizzonte
aveva cinture di lilla carico biancheggiando per tutto di spume. E il
cielo aveva soltanto aliti di nube che vagavano per la sua volta, e
s'immergeva nel mare con un piè d'orizzonte lindo. Venne il tramonto,
venne la notte; nella notte l'«Atlantide» arrivò a Dakar nella colonia
francese della Senegambia.
A giorno il professore Jacopo Axerio operò l'emigrante ferito, e
il Buondelmonti e un altro passeggiero chiesero di poter assistere
all'operazione. I due estranei tenendosi in disparte stavano attenti
ad ogni atto del professore il quale aveva un fremito di gioia dentro
la barba mentre si metteva il grembiale bianco e i guanti bianchi.
L'uomo era stato spogliato, disteso sulla tavola, legato a' piedi,
addormentato, volto di fianco, e l'infermiere e un marinaio gli
tenevano fermi piedi e polsi. Il professore s'accostò con le braccia
nude, bianchissime, coperte di pelo nero, muscolose, si curvò, tagliò
al labbro della ferita, tagliò dritto, poi voltò ad angolo, scoperse il
grasso, fu dentro. Il Buondelmonti gli si fece alle spalle e allungò
il collo per vedere dentro il petto umano, ma non vide nulla; vedeva
le mani del professore con i guanti bianchi tutti sangue continuare
a tagliare, mettere delle pinzette ai labbri del taglio, e il medico
di bordo che gli stava al fianco, asciugare via via il sangue con
dei pezzi di velo. Gli atti delle mani che operavano, erano sicuri,
rapidi, ma parevan lenti tanto eran calmi. Non vi eran più se non
quelle mani e i due occhi fissi sopra, sicuri e calmi. Apparve un osso,
fu scarnificato, resistette al taglio della forbice, l'uomo mise un
orrendo fiato sotto la maschera del cloroformio, si torse tutto sul
fianco, era una costa. Dopo qualche momento il medico di bordo disse al
Buondelmonti sottovoce:
— Siamo sul cuore.
Parve al Buondelmonti e all'altro di vedere il cuore battere alle
coste. L'uomo che vi aveva intorno le mani e i ferri, si torse più
orrendamente lungo tutta la spina dorsale: un'altra costa era tagliata.
Il Buondelmonti e l'altro passeggiero si trassero in disparte, si
dissero qualche parola, si riaccostarono, l'operazione era fatta:
già il professor Axerio ricuciva le carni. Il Buondelmonti fu preso
d'ammirazione per lui e disse al compagno sottovoce:
— Ecco un uomo che vale nell'arte sua!
E aggiunse che la celebrità di cui il professor Jacopo Axerio godeva in
Italia, era davvero meritata.
L'Axerio forse avendo sentito si voltò e continuando a togliersi i
guanti posò lo sguardo sul Buondelmonti sorridendo come l'uomo che ha
compiuto valorosamente la sua opera che gli piace. E il Buondelmonti
prima d'uscire dall'infermeria lo ringraziò e gli strinse la mano con
rinata cordialità.
L'«Atlantide» allora finiva di caricar carbone per il resto del suo
cammino e di lì a poco riprese il mare. Fino a Rio de Janeiro non
doveva fermarsi più. Il passaggio d'un'altra nave al largo, la pinna
nera d'un pescecane natante a fior d'acqua continuarono ad essere
gli avvenimenti di bordo ove la giornata consueta era intessuta di
colazioni e di pranzi, di qualche lettura, di qualche giuoco, della
contemplazione de' tramonti, delle discussioni, dell'incanto del
mare, quando qualcuno s'appartava nella solitudine. Piero Buondelmonti
discusse altre volte con il professor Jacopo Axerio, col produttore
di vino di Mendoza, con gli altri commercianti e anche con Filippo
Porrèna; continuò a far visite agli emigranti e ad occuparsi della loro
vita. Perchè egli era veramente un giovane di gran cuore, sentiva pietà
per quelli che soffrono e nutriva simpatia per il popolo, per i forti
lavoratori. Egli aveva le maniere e i sentimenti dei vecchi padroni
della campagna toscana da cui proveniva. Come quelli dando del tu ai
loro sottoposti se li affezionano ed attaccano tanto da formare insieme
una sola famiglia; così il Buondelmonti godeva nell'essere alla mano e
affabile con chi era da men di lui. Egli sapeva adoperare quel tu dei
toscani che dà confidenza e toglie la separazione delle condizioni e
delle classi, secondo il volere della vita che gli individui facciano
un tutto fra di loro e chi è più in basso si continui in chi è più in
alto. Soltanto quando diventava uno scrittore politico, quando nel suo
cuore parlava la nazione, allora non s'accorgeva neppur più di quella
parte popolare de' suoi sentimenti. Allora egli era semplicemente
l'apostolo dell'eroico nazionale. Egli era un artista. Egli aveva fatti
gli studii classici, e la storia, la letteratura, la lingua latina, gli
avevan formato lo spirito. La romanità era diventata sangue del suo
sangue e carne della sua carne, come espressione della più vigorosa
volontà collettiva di vastità, d'unità e di potenza. Così educato il
Buondelmonti era avverso al socialismo e odiava tutti coloro i quali
della nazione vogliono fare un istituto per rimediare ai mali degli
individui e delle classi e ignorano che le nazioni debbono esse agire
come individui validi. E per questo in patria Piero Buondelmonti era
stato accusato d'essere uno scrittore politico nemico del popolo, della
democrazia, della libertà. Nemico della libertà, perchè mirando alla
unione nazionale avrebbe voluto domare la lotta di classe e l'insorgere
dei partiti. Uno scrittore del passato, perchè ai più sfuggiva la
modernità di quel suo classicismo romano considerato come espressione
di ciò che il mondo moderno ha di più moderno, come espressione
d'una volontà di vastità e di potenza; ai più sfuggiva la modernità
di quel suo concepire la nazione come un maggiore individuo, attivo
nel vasto e potente mondo. I più insomma non sapevano distinguere
nel Buondelmonti l'uomo nazionale, l'uomo che può cessare d'essere
individuo e diventare coscienza di nazione. Egli invece distingueva in
sè queste due nature delle quali, quasi come in Cristo, l'una era umana
e l'altra era divina. E così ora sull'«Atlantide» essendo uomo fra
uomini sentiva pietà degli emigranti; ma quando in lui si risvegliava
l'anima italiana, si sentiva umiliato. Il suo cuore irascibile si
sdegnava contro un popolo in cui sì spesso l'uomo s'appaga di viver
miserrimamente, un popolo ignaro di ambizione e d'orgoglio, un popolo
che si appaga di mandare tanta parte di sè a far da materiaccia prima
alla formazione di vita d'altri popoli. Il Buondelmonti si sdegnava
contro le vilissime classi dirigenti della borghesia e contro i
ciechi conduttori del socialismo, teneri d'introdurre i diritti degli
uomini tra' cinesi; si sdegnava contro tutti i politici da ospedale,
contro tutti gli Axerio d'Italia i quali s'eran trovati d'accordo
nell'escogitare il rimedio umanitario per gli emigranti. Questi rifiuti
espulsi verso il lontano ignoto straniero vivevano per i quindici
giorni del viaggio sotto gli amorevoli occhi di un medico militare
della patria chiamato commissario regio, il quale pesava loro il cibo
scelto, misurava lo spazio e l'aria ventilata, medicava le piaghe
aperte da anni ed anni e che per anni ed anni sarebber rimaste aperte
sotto il furor del tropico. Spesso il Buondelmonti seduto in disparte
tutto solo considerava quella miseria che navigava con lui, e tanta
viltà che egli aveva lasciata in patria. E spesso allora non era più un
individuo ma l'uomo nazionale d'Italia il quale aveva vissuto in tutti
i tempi della storia italiana e di tutto si ricordava. Si ricordava
d'un altro popolo disperso per il mondo, fatto fango sotto i piedi
delle genti, e si diceva fra sè e sè: — Perchè così anche l'Italia?
— Il suo cuore si riempiva dell'amarezza dell'ira e del dolore, e
talvolta il giovane chinava il mento nel cavo della mano e gli occhi
gli s'inumidivano sotto l'ombra della florida chioma.
La signora Giovanna Axerio riconduceva il Buondelmonti al sentimento
della vita individuale ispirandogli sempre più amore. Un mese prima
s'eran trovati insieme in casa d'amici a Roma. Si conoscevano sin
da quando abitavan tutti e due a Firenze, innanzi che Giovanna si
maritasse, e Piero aveva sempre avvertita dentro di sè una inclinazione
ad innamorarsi di lei, perchè essa era d'una leggiadria d'animo e di
persona che parlava a quanto egli aveva di più delicato in fondo al
cuore. Ma s'erano incontrati di tanto in tanto e per poco e Piero non
s'era mai innamorato di Giovanna. L'ultima volta che l'aveva trovata
a Roma, era pieno d'afflizione, perchè poche sere prima aveva fatto
in pubblico un discorso per esporre le sue dottrine politiche, e gli
avversarii di queste dottrine s'eran dati convegno nell'aula, gli
avevan troncato la parola e l'avevano costretto ad andarsene con
urli e fischi, nessun difendendolo. E questo sopra tutto lo aveva
afflitto: che nessuno fosse sorto a difenderlo, perchè egli non poteva
comprendere la viltà. Si doleva con Giovanna, appunto di quella sera,
e si mostrava afflittissimo, deliberato a non ritentar la prova, quando
ad un tratto Giovanna gli aveva detto:
— Perchè non viene con noi?
— Con loro dove?
— Nell'America del Sud con me e con mio marito.
— Parte? Quando?
— Ma presto, presto! Mio marito è stato invitato dal governo brasiliano
a fare un corso straordinario di un anno nella facoltà di medicina
di Rio de Janeiro. Partiamo fra un mese da Genova sull'«Atlantide».
Nulla è perduto, amico, e Lei ritenterà la prova. Ma ora ha diritto di
riposarsi. Venga con noi. Chi sa che non trovi laggiù l'ispirazione per
il suo capolavoro e per la sua rivincita.
— Lei scherza, amica, invitandomi?
— Un po' scherzo, se la mia proposta non Le fa piacere; ma sul serio Le
dico che a me farebbe molto piacere averla per compagno di viaggio.
— Anche se io Le dichiarassi fin d'ora che Le farei la corte?
— Anche.
— M'innamorerei di Lei. Già l'ho sempre amata un po'. Vuole che L'ami?
La signora aveva taciuto un istante come distratta o incerta; poi
mettendosi a sorridere, a sorridere, come se un animo le dicesse una
cosa che la faceva tutta contenta, aveva detto sottovoce battendo
insieme le palme dalla gioia:
— A Rio de Janeiro!
— Ma il professore Axerio che penserà del mio viaggio?
Giovanna aveva riso e risposto:
— Il professore Axerio è un uomo talmente sicuro del fatto suo che
non penserà mai ad essere geloso. Lei non si occupa di tante cose
nazionali? Faccia annunziare dai giornali che va a studiar le colonie
italiane dell'America del Sud.
I giornali avevano annunziato, il Buondelmonti aveva visto davvero un
campo di nuovi studii nelle colonie italiane dell'America del Sud ed
era partito con gli Axerio sull'«Atlantide». Che passava nel cuore
di Giovanna? Chi sa! Certo c'era fra loro come una tacita intesa.
Quel viaggio di Piero aveva avuto la prima origine da una specie di
loro complicità fra lo scherzevole ed il serio, e qualcosa di questa
complicità fatta meno scherzevole e più seria pareva che restasse
sempre fra loro. Così quando Piero discuteva troppo calorosamente con
il professore Axerio, Giovanna lo rimproverava con uno sguardo come se
volesse dirgli: — Non comprendi che fai il nostro danno se ti guasti
con lui? — E quando discutevano, spesso Piero voltandosi si vedeva
addosso gli occhi di Giovanna fissi e vigilanti come se volessero
dirgli: — Sii cauto, per il nostro bene! — E spesso quando lo vedeva
lontano e solo, lo chiamava con un cenno e si mettevano a parlare delle
cose più comuni, ma essa gli parlava sottovoce, proprio con la voce
di quell'animo che la faceva tutta contenta quando a Roma invitandolo
al viaggio gli aveva detto: — A Rio de Janeiro! — Che voce aveva avuto
allora e come aveva sorriso! Come aveva battuto insieme le palme! Come
era stata gioiosa! Egli si era deciso a partire per la città ignota
e lontanissima, in quel momento, per quel sorriso, per quel batter
di palme che aveva coperto il suono sommesso della voce. E sempre a
bordo quando Giovanna gli parlava sottovoce, egli risentiva quello che
le aveva dimandato in quel momento: — Vuole che L'ami? — E quello che
essa aveva risposto: — A Rio de Janeiro! — Ed ogni giorno più questa
risposta significava seriamente: — Voglio che tu mi ami laggiù!
Una mattina, qualche giorno prima d'arrivare a Rio de Janeiro, Piero
trovò in sala di conversazione Giovanna che leggeva e le disse:
— So chi Le ha dato questo libro: il signor Porrèna.
— Chi glielo ha detto?
— L'aveva lui ieri. Ha molta amicizia per il signor Porrèna?
— Amicizia! Che parola!
— Ho notato che conversa spesso con lui.
— Sì.... m'incuriosisce quel suo modo di veder le cose....
— Semplicemente cinico, a me pare, come l'uomo a me pare semplicemente
spiacevole.
Piero fissò qualche momento Giovanna con occhi iracondi, e Giovanna
gli spalancò in faccia i suoi interrogatori, stupefatti, sorrise e gli
disse:
— Se io Le appartenessi, sarebbe geloso! Un uomo sì grande e quasi un
eroe!
E continuando a sorridere posò il libro, mentre Piero era diventato
rosso, perchè veramente era geloso del Porrèna. Egli non aveva mai
potuto liberarsi di certa timidità campagnuola e spesso dinanzi ai
piccoli motteggiatori della città perdeva la coscienza del suo valore
e giudicandosi inferiore a loro non parlava più. E così più volte gli
era accaduto con Giovanna in presenza del Porrèna.
La sera stessa Piero stava sul ponte; era già qualche ora di notte,
la maggior parte dei passeggieri s'eran ritirati nelle loro cabine.
Si levò la nebbia sul mare e la sirena dell'«Atlantide» dava frequenti
avvisi per paura d'incontri con altre navi. Piero vedeva l'«Atlantide»
tutta avvolta dalla nebbia e non vedeva più nè cielo nè mare; di
momento in momento gli ferivano gli orecchi gli ululati della sirena. A
uno, a due, a quattro alla volta tornarono sul ponte altri passeggieri
perchè quelli ululati erano spaventosi e pochi sapevano che cosa
fossero. I passeggieri lasciavano le loro cabine, risalivano sul ponte,
si cercavano, s'interrogavano, e fra gli altri il Buondelmonti scorse
il professor Axerio, sentì la sua voce che domandava, e gli parve che
tremasse un po'. La signora Axerio qualche momento dopo raggiunse
il marito il quale quando ebbe appreso, tornò nella sua cabina e
la signora si accostò al Buondelmonti. Rimasero in silenzio e sulle
loro teste gli ululati affittivano; alzarono gli occhi, il tubo della
macchina spariva, gli alberi a poco a poco sparivano, spariva tutta
quanta la nave. Giovanna disse:
— Senta! È un urlo di spavento, d'implorazione, di lamento, di
disperazione.
Nella sua voce c'era il terrore della nebbia, del mare, della notte,
del pericolo. Piero non le rispose. Stavano sotto il ponte di comando;
due marinai uno dietro l'altro passarono accanto a loro di corsa,
si gettarono su per la scaletta dalla cui cima li investì la voce
collerica del comandante. La campanella di prua si mise a battere
fitto fitto, quella del ponte di comando le rispose, la sirena mandò un
ululato e poi un altro. Piero disse:
— Forse un'altra nave! Vediamo.
E si diresse al ponte di comando. Giovanna disse:
— Non è permesso salire lassù!
— A me sì. Venga con me.
E Piero salì, seguito da Giovanna; ma anche di lassù non vedevano
nulla; soltanto il comandante ed altri uomini immobili al parapetto del
ponte e il marinaio alla ruota del timone curvo verso la bussola che
mandava lume dinanzi a lui. Il comandante diceva qualche parola e il
marinaio dava un tratto di ruota. Si vide baluginare un che di luce nel
mare, vicino, verso la destra dell'«Atlantide», s'avanzò a poco a poco,
passò lentamente sul fianco destro dell'«Atlantide», si perse nella via
opposta. Piero disse:
— I lumi d'un'altra nave.
E discese. Giovanna si diresse in fretta verso la porta che metteva giù
alle cabine, ma Piero le disse:
— Aspetti.
— Mio marito leggeva, ma ora vorrà coricarsi.
— Aspetti!
Erano appena visibili l'uno all'altra nella nebbia, non un'ombra
intorno. Ma Piero vedeva Giovanna dinanzi a sè e le vedeva sul piccolo
leggiadro capo tremare il nastro di seta che portava sempre a bordo;
gli pareva di vedere quel fior d'infanzia che essa conservava ancora
negli occhi, tremarle alla stessa maniera. Sentì il suo respiro, sentì
che tremava ed egli pure tremava. Disse:
— Rio de Janeiro!
Sentì il silenzio di Giovanna, ma nel silenzio passò l'eco della sua
voce di quando essa aveva detto:
— A Rio de Janeiro.
Le prese le mani, le congiunse in croce, se le strinse tra le palme, se
le portò alle labbra, sentì la sua voce che disse:
— Pietà di me!
Abbandonò e Giovanna sparì. Egli poi rimase ancora a lungo sul ponte
e dal suo petto prorompeva il canto dell'amor trionfante per lo spazio
dov'eran sepolti il mare, la notte, il mondo e la nave che ululava.
II.
Tre giorni dopo, l'«Atlantide» entrò nella baia del Guanabara dove
sorge Rio de Janeiro. Il console d'Italia, i maggiorenti della
colonia e le rappresentanze de' sodalizi, una commissione della città
e del governo brasiliano si portarono a bordo a dare il benvenuto
al professor Jacopo Axerio. Questi gongolava vedendo che il console
stesso si occupava di far trasportare i suoi bagagli a terra per mezzo
d'un giovane del consolato. Era sceso sul ponte basso ed era andato
incontro alle commissioni sino alla scaletta d'imbarco e lì tra il
pigiapigia degli emigranti e de' passeggieri delle classi che anelavano
di mettere il piede a terra dopo tanti giorni di navigazione, faceva
riverenze agl'italiani ed ai brasiliani e mandava scintille dalla barba
a sentire che i brasiliani gli portavano il saluto del presidente
della repubblica, del ministero, del ministro degli affari esteri,
della camera, del senato, della prefettura della città, d'istituti
scientifici e d'accademie, e a vedere che gl'italiani se ne commovevano
patriotticamente insieme con lui. Si vedeva la sua barba china come
quella d'un capro spostarsi qua e là saltando, via via che i saluti
gli venivano da più parti, e la sua mano stringere ora questa ora
quella mano, e i suoi occhi cercare in giro gli occhi de' connazionali
intenerendosi sempre più della loro tenerezza sempre maggiore,
mentre dalla bocca tremolante gli usciva un continuo balbettio di
ringraziamenti a mo' di bava. I brasiliani guardavano il grand'uomo
d'Europa con occhi curiosi. C'erano fra loro deputati, senatori,
capi de' varii uffici, professori, giornalisti, studenti e medici
in abbondanza; gente quasi tutta magra e secca, che diceva soltanto
parole rade e piano, con una certa timidezza che pareva provenire da
un'eccessiva sensibilità non scevra di diffidenza; e alcuni di loro
avevano ancora sulla faccia l'impronta dell'origine: il teschio forte
con gli zigomi in fuori e un che d'ultima ombra del sangue negro tra
pelle e pelle. Tutti si dicevano onorati d'ospitare nel loro paese il
professor Jacopo Axerio e si ripromettevano immensi vantaggi per la
chirurgia brasiliana dalle sue lezioni e dalle sue operazioni, e il
professor Jacopo Axerio si trangugiava a una a una tutte le lodi. A un
certo punto gli studenti mandarono un evviva rinforzato dagl'italiani
sì che ne rintronò la baia, e uno di loro parlò inneggiando, come
se fosse stato in Europa, al progresso della scienza, all'amicizia
dell'Italia e del Brasile, all'unione latino-americana e in fine
alla solidarietà de' popoli. Il professore rispose ringraziando e
dichiarandosi commosso dell'onore fatto non alla sua povera persona ma
alla scienza e così dicendo si credeva di essere più modesto che se si
fosse dichiarato commosso dell'onore fatto non alla scienza ma alla sua
povera persona. Infine inneggiò anche lui al progresso della scienza,
alla amicizia del Brasile e dell'Italia, all'unione latino-americana,
alla civiltà e alla solidarietà de' popoli. E altri gli risposero,
professori, deputati, giornalisti, mentre poco discosto gli emigranti
del vecchio mondo sgranavano gli occhi sulla cerimonia che veniva loro
offerta al limitare del nuovo mondo.
La signora Giovanna Axerio stava vicino al marito e aveva accanto il
Buondelmonti e il Porrèna. Il quale faceva musetto con le labbra come
se zufolasse e guardava intorno la baia, le alture dai disegni bizzarri
e la città. Si chinò verso la signora e le disse:
— Lei dev'essere superba delle accoglienze trionfali che riceve il
professore.
— Infatti — rispose la signora seccamente. Le sue labbra si sporsero
contro il velo, la sua mano inguantata corse in quel punto e lo rialzò.
Dopo poco il Porrèna ripetè la frase al Buondelmonti:
— Lei dev'essere superbo delle accoglienze trionfali che riceve il suo
connazionale.
Il Buondelmonti che sorrideva tra sè e sè a capo basso, rispose:
— Certamente.
Subito aggiunse:
— Ma per fortuna la scienza non ha patria.
E sorrise al Porrèna affabilmente, rallegrandosi dentro di sè che il
viaggio fosse terminato e che quegli s'allontanasse per sempre dalla
compagnia sua e di Giovanna.
Allora, o avesse afferrato qualche parola intorno, o ci ripensasse
da se stesso, il professor Axerio si rammentò che sua moglie l'aveva
accompagnato attraverso l'oceano, la prese per mano e avanzandola un
poco disse con quel tanto di solennità che gli parve conveniente:
— La mia signora.
Tutte le fronti s'inchinarono.
Tosto una voce maschia, una bella voce sonora e franca, si levò e disse:
— Ci deve essere a bordo un altro nostro valoroso compaesano.
— Chi? — si lasciò cadere giù per la barba il professore Axerio.
— Lo scrittore Piero Buondelmonti. L'ho letto in un giornale di Roma
che ho ricevuto la settimana scorsa.
L'Axerio girò a malincuore gli occhi e accennò il Buondelmonti che
stava nella calca. Allora l'italiano di Rio de Janeiro il quale si
chiamava Lorenzo Berènga ed era il capo morale della colonia, si
fece avanti e andato incontro allo scrittore gli strinse la mano
gagliardamente come ad un vecchio amico e disse forte:
— Signor Buondelmonti, io voglio dare un pranzo per festeggiare il suo
arrivo e quello del professore Axerio. Lei è invitato per doman l'altro
sera.
Tutta la colonia, quantunque il nome di Piero Buondelmonti fosse noto
a ben pochi degl'italiani di Rio de Janeiro, seguì com'un uomo solo il
suo capo morale, tanto era il rispetto che questi incuteva, e fece atto
d'omaggio. E la fama di lui si sparse subito anche fra' brasiliani i
quali lo complimentarono. Uno fra gli altri appena ne sentì il nome,
drizzò gli orecchi e accorse, perchè le sue opere gli erano note.
Era un giovanissimo letterato e giornalista di Rio de Janeiro a cui
la natura aveva dato due orecchi aguzzi e due occhi fatti apposta
per esprimere l'avidità d'apprendere. Si chiamava Quirino Honorio
do Amaral. Da sè medesimo si presentò al Buondelmonti e gli parlò
dell'ultimo suo libro con un impeto come se da anni e anni avesse avuto
la gola serrata dalla commozione per quell'incontro. Gli occhi gli
ridevano come la bocca mentre parlava, e pareva che gli venissero fuori
dal teschio, sì aveva il volto ridotto a pelle e ossa e gli occhi a
fior di testa orlati di nero e rotondi fra gli orecchi aguzzi.
Fornite le pratiche del porto, i passeggieri dell'«Atlantide» furono
liberi di scendere a terra. E quando il professor Axerio e Piero
Buondelmonti ebbero posto il piede sulla scaletta di sbarco, qualcuno
gridò:
— Evviva l'Italia!
Tutti fecero coro, la scaletta brandì fortemente, la baia rintronò e
dall'alto qualche italiano scendendo lacrimò sul mare.
I brasiliani condussero gli Axerio alla villa che la repubblica aveva
scelto per loro sul colle di Santa Teresa.
E sul medesimo colle due giorni dopo ci fu nella villa di Lorenzo
Berènga il pranzo al quale erano invitati brasiliani e italiani di
Rio de Janeiro e di San Paolo. Quando il Buondelmonti giunse alla
villa del Berènga, questi lo condusse sulla terrazza dove già stavano
il professor Axerio e molti altri. Alcuni si fecero incontro al
Buondelmonti, e primo un letterato di Rio de Janeiro il quale gli
mostrò il panorama che si godeva di lassù, la valle, la città e le
isolette nella baia che già incominciavano a illuminarsi al cader della
notte. Il direttore d'un grande giornale di Rio de Janeiro, un signore
d'alta statura con una faccia ossuta, grigiobarbuta e un po' insaccata
in due spalle strette e montanti, era accanto a loro, guardava con un
sorriso di bontà un po' attristita e punteggiava di quando in quando
con qualche monosillabo d'assentimento le descrizioni del letterato.
Il quale si chiamava Francisco de Faria Lemos e parlava benissimo
l'italiano con una voce nasale dolce, lenta e un po' strascicata,
e congratulandosi con lui il Buondelmonti, gli raccontò che aveva
viaggiato molto in Italia e che aveva avuto sempre tante amicizie fra
gl'italiani per via del padre che era stato avvocato del consolato
italiano. Accostatosi un signore di aspetto grave e delicato, il
Berènga lo presentò al Buondelmonti.
— Il nostro pastore.
Un calabro, di nome Giorgio Tanno, piccoletto e forte, tutto negro
d'occhi e di pelame e con una cicatrice che gli scendeva giù dallo
zigomo per la gota destra rompendogli la barba, spiegò al Buondelmonti
che il Berènga era protestante. Il quale poco dopo presentò un altro
invitato.
— Giacomo Rummo, testa calda!
Il presentato, un uomo asciutto e solido, con una faccia ferma e una
barbetta a punta rossiccia, chinò appena la fronte e s'allontanò. E il
Tanno al Buondelmonti che non ne aveva afferrato bene il nome, spiegò
che era un socialista rifugiatosi d'Italia nel Brasile al tempo di moti
politici. Il Buondelmonti disse sorridendo:
— Ora capisco perchè s'è allontanato così da me!
Sopraggiunse Quirino Honorio do Amaral e col suo bell'impeto cordiale
raccontò al Buondelmonti che aveva fatto annunziar il suo arrivo da
tutti i giornali e dar notizie di lui e delle sue opere. Sopraggiunsero
gl'invitati di San Paolo. Erano otto o dieci italiani d'ogni regione
d'Italia dalla Lombardia alla Sicilia, uomini d'affari arricchitisi
con strenua operosità. C'erano tre grandi importatori di prodotti
europei, un banchiere, grandi negozianti e padroni di fabbriche tra le
primissime di laggiù nel loro genere. Questi col Berènga costruttore
e col Tanno padrone di officine e con pochi altri di Rio de Janeiro
erano il fiore della colonia e dell'emigrazione italiana, nel Brasile.
E il Buondelmonti, mentre stavano pranzando, li guardava, tutti quelli
uomini della sua stessa patria raccolti con lui in cima a quel colle
lontano dalla patria tante migliaia di miglia; li guardava a uno a uno
attraverso la tavola sfarzosa, i fiori e il cristallame sfavillante
sotto uno sfolgorio di troppa luce. Aveva accanto a sè Giorgio Tanno
e davanti un giovane della Basilicata, di nome Pasquale Mùrola, il
quale per amore della patria lasciata nell'infanzia si nutriva la
mente di letture italiane, e perciò insieme col fratello aveva fatto
al Buondelmonti gran festa sin dal primo incontro sull'«Atlantide»,
perchè sapeva chi era e quanto valeva. Ora il Mùrola parlava con un
importatore di San Paolo che gli sedeva a destra, un siciliano con due
occhi vivissimi in una faccia arguta e mobilissima, e il Buondelmonti
capiva d'essere l'oggetto del loro discorso, perchè ogni tanto l'uno
e l'altro davano un'occhiata di sfuggita verso di lui e sorridevano
cordialmente. Fra gl'italiani di San Paolo e quelli di Rio de Janeiro
c'era un fervore di conversazioni più forte che non fra conoscenti
ed amici i quali si ritrovino dopo lungo tempo e abbiano molte cose
da raccontarsi; pareva al Buondelmonti che ritrovandosi gli uni con
gli altri, quelli italiani, provassero la gioia di rimpatriare. Gli
occhi dell'importatore siciliano, altri occhi italiani, intelligenti
e penetranti, scintillavano; squillavano le voci di tutte le stirpi
italiane, de' liguri, de' siciliani, de' veneti, de' calabri, de'
toscani.
Giorgio Tanno parlava all'orecchio del Buondelmonti d'un comitato
della nobile società nazionale che prende nome da Dante Alighieri,
fondato da lui e da' suoi amici a Rio de Janeiro pochi mesi prima.
Parlava de' disegni che aveva formati per l'avvenire, sullo sviluppo da
dare a quel comitato, e di alcune scuole da aggregarvi. Quando ad un
tratto discostò dal Buondelmonti la faccia, e la cicatrice gli guizzò
dallo zigomo fin sotto il negror della barba infocandosi. Gli occhi
s'intorbidarono di ferocia e dalle labbra gli usciron queste parole:
— Perchè io sono italiano!
Poi con la palma aperta si percosse la cicatrice sulla gota e aggiunse:
— Veda! Questo qui lo chiamano il segno di Menelik! Io ero a San
Paolo quando l'Italia fece la guerra in Affrica. Ero venuto da poco
nel Brasile. C'eran de' moti contro gl'italiani e si gridava viva
Menelik! Una volta per una strada m'imbattei in gente che gridava così.
Mi scagliai addosso a loro buscandomi una pugnalata qui. Ma uno fu
ammazzato da me.
Improvvisamente una voce squillò poco discosto dal Buondelmonti:
— L'Italia è costretta a fare una politica estera vile e la colpa
principale è vostra!
E un giovane magro e lungo con un volto magro e lungo si levò
scagliandosi contro il socialista Giacomo Rummo. Il quale ribattè:
— La colpa è della borghesia.
Ma l'altro senza dargli ascolto seguitò:
— Bisogna pensare che la lotta di classe si fa in casa, ma fuori c'è
la lotta delle nazioni; e a questo voi socialisti non avete mai voluto
pensare e avete ridotto tutto alla lotta di classe! Per egoismo di
classe avete distrutto la nazione! Ora poi vorreste rovesciare il
ministero perchè non parte in guerra contro l'Austria! Voi! Voi che
avete sempre gridato contro gli armamenti! Fatemi il piacere!
La voce del giovane magro e lungo, un giornalista italiano di San
Paolo, squillava con un che di bleso. Il socialista senza batter ciglio
ripetè:
— La colpa è della borghesia. Noi socialisti abbiamo un solo dovere:
fare la lotta di classe. Non altro! Toccava alla borghesia che ha
il dominio della nazione, a fare una politica nazionale resistendoci
e magari schiacciandoci. Noi gridavamo contro gli armamenti? Ma che
s'armasse! Non ne ha avuto il coraggio. Ha avuto quel mezzo coraggio
che è figliuolo della necessità e della paura: spendere quella quantità
di milioni che bastava per far gridare i socialisti, non per mettere la
nazione in buono stato di difesa. Cioè, far sì che le cosiddette spese
improduttive fossero veramente spese e improduttive insieme. La colpa
non è nostra. Stia pur certo che noi saremmo capaci di dare all'Italia
una classe dominante più coraggiosa, più gagliarda, più intelligente.
Il Buondelmonti ammirò il socialista e lo approvò dicendo:
— Nel riprovare la borghesia sto con Lei.
Il socialista fissò un momento il Buondelmonti e disse seccamente:
— Tanto meglio.
E si voltò dall'altra parte verso il giornalista che dava le ultime
notizie sopra l'agitarsi delle potenze d'Europa, tra le altre l'Italia
e l'Austria, che in quei giorni s'era fatto minaccioso per la vecchia
pace.
Ma dopo il pranzo il Buondelmonti s'accostò di nuovo al nemico che
aveva trovato anche nel Brasile, perchè gl'ispirava simpatia e voleva
addomesticarlo. Lo scorse in disparte, in piedi, che fumava tutto solo,
gli s'accostò e gli disse riattaccando il discorso:
— Non dubito davvero che loro socialisti sarebbero capaci di dare
all'Italia una classe dominante più intelligente e più coraggiosa.
Il Rummo, fronte a fronte, appuntava verso la faccia del Buondelmonti
la barbetta rossigna e taceva. Teneva il braccio un po' discosto dal
fianco e aveva il sigaro tra le dita che mandava su un fil di fumo. Il
socialista fissò a lungo l'imperialista finchè senza levargli gli occhi
di dosso gli disse:
— Allora Lei ne morrebbe per la sua borghesia, vero?
— No davvero! — ribattè l'altro. — No davvero! Io non ho spezzato mai
una lancia per la borghesia e per gli interessi borghesi; ho spezzato
tutte le mie lance per la nazione e per gli interessi nazionali; e se
è apparso diversamente, è stato perchè un certo tempo, in buona fede,
ho creduto che nella borghesia prima che altrove si potesse risvegliare
una coscienza nazionale.
Il Buondelmonti si tacque, si accostò ancora al Rummo e piano e con un
sorriso di delicata seduzione gli domandò:
— Non crede alla mia buona fede?
A un tratto il solido e fermo uomo fu scomposto, perchè quella domanda
voleva dire che il Buondelmonti teneva in gran conto la sua stima, e
in lui la naturale vanità che è nel cuore d'ognuno, fu lusingata. Gli
occhi che il Rummo non aveva mai levato dalla faccia del Buondelmonti,
sbatterono un po', la barbetta a punta cadde giù e dalle labbra uscì:
— Non ho mai dubitato della sua buona fede!
Poi il Rummo rimase a viso basso come se si guardasse i piedi e dalla
sua mano rimasta nello stesso atteggiamento continuava a venir su il
fil di fumo. Da ultimo il Rummo rialzando il capo domandò:
— Ha fatto buon viaggio?
Il Buondelmonti rispose di sì e un sorriso fino gli errava ne'
precordii.
Parte degl'invitati eran rimasti nella sala da pranzo, parte s'erano
sparsi sulla terrazza e per le altre stanze. Tutta la villa era piena
di voci e chi passava per le vie del colle e giù nella valle, la
vedeva ardere di lumi attraverso le finestre aperte nella caldissima
notte. Il padrone di casa stava con altri sulla terrazza e tonava
contro l'Argentina, perchè in quei giorni c'erano rumori di guerra tra
quella potenza e il Brasile. A pochi alla volta gl'invitati venivano a
salutarlo e ad accomiatarsi e tra gli altri venne il Buondelmonti, ma
il padrone di casa lo trattenne per la mano ed esclamò:
— Quando sarà in Italia, lo gridi forte che il Brasile è un grande
paese e che ha un immenso avvenire! L'Argentina no!
Tutti gl'italiani presenti i quali amavano il paese dove avevan mutato
di condizione, approvarono e si scagliarono contro l'Argentina con alte
voci, mentre tre o quattro brasiliani che s'erano avvicinati, tacevano
contenti nel cuore. A un tratto si sentì la voce del Berènga chiamare:
— Bruna!
E il Buondelmonti scorse in un giardinetto che era sotto la terrazza,
una forma femminile e sentì una voce che rispose ardita:
— Mi vuoi, zio?
— Vieni su.
La forma femminile balzò, volò, sparve, riapparve sulla terrazza. Era
una giovinetta che aveva un volto asciutto e olivigno, le ardeva negli
occhi il cuore, e un leggiero ansito le alzava il petto per la corsa
fatta tutta d'un fiato dal giardino in su. Il Berènga l'attirò a sè e
mettendole le grosse dita villose dentro i capelli e piegandole il viso
verso il Buondelmonti le disse:
— Vedi là un bravo italiano.
Bruna fissò il giovane e gli occhi le ridevano sì forte che pareva lo
deridesse. Ma ad un tratto le sue labbra dissero:
— È il signore che taglia?
— No! È il signore che scrive.
E il Berènga aggiunse a Piero:
— Le ho parlato di Lei e del professore.
Gli occhi di Bruna non lasciarono Piero, le sue labbra aggiunsero:
— Italiano!
E tacque con i capelli ancor nella branca dello zio, fremendo di
riprender la corsa. Pure, teneva il capo fermo e aveva sotto le ciglia
uno sguardo lungo che andava lontano. E di nuovo le uscì dall'ardor del
riso:
— Italiano!
Lo zio disse al Buondelmonti:
— L'ho lasciata crescere in libertà questa polledra selvaggia, però!...
dimenticar l'Italia no! Amare questo paese dov'è nata, sì, ma non
dimenticare l'Italia! Ho voluto che studiasse bene l'italiano, la
geografia, la storia d'Italia, e che conoscesse Dante; ho voluto che
facesse quello che noi non potemmo fare alla sua età. Io non posso
tornare in patria, ma ci torno così: cercando di tener vivo l'amore
della nostra patria, in questa creatura del mio sangue.
Tacque, la fissò, le piegò il capo all'indietro con l'una mano, le
attanagliò il mento tra il pollice e l'indice dell'altra, disse:
— Ma è proprio de' Berènga, vero?
La giovinetta strise e rise, la maschera de' Berènga guizzò sulla
sua faccia. Lorenzo Berènga aveva, d'un rilievo straordinario, dalla
fronte al mento, l'impronta de' veri uomini di lotta e di conquista:
l'impronta della volontà risoluta, aggressiva e dura; egli aveva dal
mento quadrato alla fronte quadrata una sagoma facciale diritta come
il taglio d'una spada. Ei tenne ancora Bruna col capo riverso, la
contemplò a lungo, poi impetuosamente la baciò e disse al Buondelmonti:
— È figlia d'un mio fratello ucciso nell'Uruguay durante l'ultima
rivoluzione.
E prese a raccontare del fratello e di se stesso. Con questo fratello
maggiore e con le braccia soltanto, a dodici anni era venuto
nell'America del Sud e prima erano sbarcati a Montevideo dove il
fratello era rimasto, e poi lui era venuto a Rio de Janeiro dove aveva
lavorato anni e anni da muratore finchè era riuscito costruire per
conto suo e più volte era stato buttato a terra da colpi di fortuna, ma
s'era sempre rialzato e in vent'anni nella capitale del Brasile aveva
fabbricato forse più di mille case e palazzi. Lorenzo Berènga concluse:
— Mio fratello Giovacchino a Montevideo ha fatto di tutto, ha provato
tutto ed è morto nella strada d'un colpo di pugnale; ma in altri tempi
sarebbe diventato un Napoleone. Io mi sentivo un cencio a petto suo.
Il Buondelmonti guardava il costruttore. Questi aveva una statura
poco più alta della media e membra proporzionate, ma per effetto
forse d'una mirabile giustezza di proporzioni, appariva più grande,
un che di grandioso era in lui, appariva ancora fortissimo oltre i
cinquant'anni, ed era in lui un che di formidabile. Il Buondelmonti
guardava soprattutto i fasci di muscoli che avevan le sue ciglia di qua
e di là dal naso largo, massiccio, diritto, senza scavo all'attaccatura
frontale. Quando Lorenzo Berènga cessò di raccontare della sua vita e
del fratello ucciso, aveva la faccia un po' in avanti e non guardava
nessuno. Il Buondelmonti vide che quella faccia ora metteva paura.
Qualcosa di terribilmente feroce stava nell'occhio torbido sotto i
fasci de' muscoli cigliari contratti e fermi come se fossero stati di
ferro. Il Buondelmonti guardò ancora e scorse in quell'occhio feroce
qualcosa di doloroso. A un tratto queste parole uscirono dalle grosse
labbra del Berènga:
— Si è in esilio qui, si lavora e si combatte in esilio.... altro
clima, altra lingua, altra gente e famiglia nuova.... Dir l'inferno di
chi è solo a combattere!
Furono pochi attimi. Riapparve l'uomo cordiale e festoso
dell'«Atlantide», l'occhio rischiarato. Con la sua franchezza disse al
Buondelmonti:
— Lei vuol andarsene, se ne vada; si ricordi che casa mia è casa sua.
E aprendo la mano aggiunse a Bruna:
— Vattene anche tu.
La fanciulla scosse la chioma liberata e fuggì. Ma lo zio la richiamò
ancora, ed ella si voltò domandando:
— Mi vuoi?
Negli occhi le bruciava un fuoco di riso.
Lo zio le disse:
— Cogli de' fiori per il signore, quando passa. Ma intendiamoci! Non
spogliare il giardino!
— Sì.
E fuggì. Il Berènga disse al Buondelmonti:
— Mio fratello quattro volte fece fortuna e quattro la distrusse. Una
volta prestò tutti i suoi risparmi a un amico e non riebbe più nulla.
Se io dico a Bruna di portarmi de' fiori, mi spoglia il giardino. Ha
come mio fratello la mania di donare. Ultima fiamma del sangue nostro!
Il Buondelmonti quando lasciò la villa in compagnia di Quirino Honorio
do Amaral, era ammutito. Rivedeva l'occhio del Berènga torbido di
ferocia e di dolore, si ricordava dell'altro occhio del Tanno e della
cicatrice del pugnale guizzante sotto il negror della barba. Gli
ritornavano in mente le parole del Berènga:
— Altro clima, altra lingua, altra gente....
Era l'emigrante dell'«Atlantide». Lo rivide sopra un'altra nave, in
mezzo all'oceano, a dodici anni, col fratello e le braccia soltanto.
Gli riapparvero gli emigranti con i quali aveva viaggiato, e, subito
dopo, gl'italiani di San Paolo e di Rio de Janeiro con i quali aveva
pranzato quella sera. E ancora risentì le parole del Berènga:
— Soli a combattere!
E a un tratto afferrò la condizione di quelli uomini: ognuno di loro
era solo in mezzo alla vita collettiva del paese straniero; ognuno di
loro valeva per la sua forza individuale, assente quella che centuplica
tutti: la forza nazionale. Dispersi membra tronche.
Subito gli balenò e gli si fissò in mente la verità piena con queste
parole:
— Sono così forti! Che avrebbero fatto, se ognuno avesse avuto con sè
la forza nazionale? Invece, la patria li diminuisce.
Rivide la cicatrice sulla gota del Tanno, risentì l'insulto lanciatogli
in faccia: — Evviva Menelik!
Il Buondelmonti gridò dentro di sè:
— Razza di cani! Quando vollero che l'Italia restasse sconfitta da
un selvaggio, non pensarono a questo. Non pensarono che tagliavan le
braccia a tanti milioni di disgraziati dispersi per il mondo! E ora
l'Italia manda il medico sulla nave a pesar loro il cibo e l'aria e
medicar le piaghe! Per quindici giorni, razza di cani!
A un tratto dal cancello della villa, nel buio, vide balzarsi dinanzi
una forma femminile, Bruna con le mani piene di fiori. E dati questi,
la giovinetta come presa da follia si mise a correre qua e là e a
cogliere, a cogliere altri fiori. Il Buondelmonti diceva:
— Basta!
Ma Bruna continuava a coglier fiori senza parlare.
III.
Piero la mattina dopo mandò de' fiori a Giovanna e un biglietto nel
quale la pregava di dirgli quando poteva andare a farle visita.
Giovanna ringraziandolo gli rispose che gli avrebbe scritto per
avvertirlo, e Piero che s'aspettava l'invito per quel giorno stesso,
rimase male e si domandò: — Che accade? — Per più mattine aspettò la
posta, ma la lettera di Giovanna non giunse. Egli lasciava triste
l'albergo e soltanto riusciva a vincere ancora la sua tristezza
visitando le scuole e i sodalizi italiani di Rio de Janeiro
accompagnato da Giorgio Tanno, dai fratelli Mùrola e da altri e
talvolta anche dal socialista Giacomo Rummo. Questi era segretario d'un
sodalizio intitolato l'«Operaio Italiano» e quando il Buondelmonti andò
a visitarlo, gli fece il viso dell'armi come al pranzo del Berènga: in
fretta e furia gli mostrò le sale per puro dovere di ufficio, gli dette
alcune notizie sull'origine e l'andamento del sodalizio e lo piantò lì
insieme con gli altri che l'avevano accompagnato.
Un'altra volta il Buondelmonti trovò il Rummo sulla porta d'una scuola
insieme con altri che lo aspettavano per riceverlo. Era una scuola
d'infanzia, vi erano trenta o quaranta bambini, i figli degli italiani
nati nel Brasile, i figli degli emigranti che avevano attraversato
l'oceano per cercar fortuna. Erano trenta o quaranta bambini macilenti
ed esangui, una sorta d'omuncoli malati in cui s'era già spenta negli
occhi e nei gesti ogni vivacità italiana. Avevano ancora negli occhi
un'ombra degli italiani del mezzogiorno, un orlo intorno alle palpebre
d'un bel nero morato che tanto più risaltava nell'esangue macilenza dei
volti. Il Buondelmonti n'interrogò alcuni e domandò loro il nome del
padre e della madre e che cosa facevano, e ogni bambino rispondeva il
mestiere del padre e della madre non in italiano, ma in brasiliano. Il
Buondelmonti dimandò loro a uno a uno:
— Sei italiano o brasiliano?
E tutti quei bambini dai sei ai dieci anni a uno a uno risposero:
— Brasiliano.
Il Buondelmonti si rivolse al loro maestro. Questi era un giovanotto
sui vent'anni bello e forte, oriundo d'Italia e nato nel Brasile. Il
Buondelmonti rimase con gli occhi stupefatti a guardarlo, perchè gli
parve d'assistere ad una metamorfosi. Il giovanotto aveva tutte le
fattezze e la struttura e i bei colori ancora dell'italiano, ma già
una lentezza, simile a quando prende il sonno, l'aveva occupato, ed era
così visibile che pareva l'occupasse in quel momento. Al Buondelmonti
parve di assistere al trasformarsi dell'italiano in uomo d'altro clima.
Proprio come quando un colore si muta in un altro, l'italianità era
ancora e già mancava. Il Buondelmonti voleva dir qualcosa al maestro
intorno al suo metodo d'insegnamento, ma non gli disse nulla, scrollò
le spalle e uscì dalla scuola.
Disse al Rummo, quando furono in istrada:
— Queste scuole sono davvero un debole istrumento per la conservazione
dell'italianità nelle colonie!
E cercò d'intrattenere il Rummo parlandogli d'emigrazione e di doveri
nazionali; ma il Rummo gli disse:
— So, so! Ho dat'un'occhiata al suo libro, «La riforma borghese».
— Ebbene?
— Lei vorrebbe la nazione eroica, sogna conquiste affricane. Ma dove
vuol trovarlo l'eroismo tra la borghesia? L'eroismo è solo dalla nostra
parte e si chiama sciopero generale.
E sprezzantemente il Rummo se n'andò pe' fatti suoi, non solo, ma
da quella volta si tenne il più possibile lontano dai ritrovi dove
supponeva d'incontrar il Buondelmonti, e per la via si voltava
dall'altra parte e non lo salutò più.
Altre volte il Buondelmonti passeggiava per Rio de Janeiro insieme con
Quirino Honorio do Amaral, spesso lungo la riva del mare, e le loro
conversazioni s'aggiravano di solito su letterati e artisti europei
della cui conoscenza, specie degli italiani, il giovane brasiliano
si mostrava avidissimo. Egli aveva già un cervello addestrato alle
cose della letteratura e dell'arte di Europa ed aveva per tutto ciò
che fosse italiano una passione che lo divorava; la quale passione,
seppe il Buondelmonti in una delle loro passeggiate sul mare, gli
proveniva dall'avere egli qualche anno avanti, quando cioè era ancora
giovinetto, vista recitare in un teatro di Rio de Janeiro una grande
attrice italiana, e dall'essersi allora per la prima volta la sua
anima iniziata alla conoscenza del bello. Quirino era poeta d'ardente
e profonda anima, aveva già composto un poema intitolato «La patria
lontana» e l'aveva dedicato al grande poeta nazionale del Brasile
Joâo Antonio de Oliveira del quale egli era discepolo. La patria
lontana era l'Italia, culla della civiltà latina. L'anima di Quirino
vedeva continuamente l'Italia, perchè l'arte ne aveva risvegliato
in lui, il ricordo, ed ei la considerava come sua patria d'origine,
sin dall'origine de' suoi padri antichi. Sicchè quando si trovava
col Buondelmonti era avidissimo di saperne il più possibile e lo
interrogava su Roma e sulle altre città, sull'aspetto de' paesaggi, sui
monumenti e sulle vite degli artisti; tornava continuamente su Roma
e sulle rovine romane e faceva domande particolareggiate, minuziose,
dicendo spesso:
— Io so che questo monumento è posto così ed ha questa linea, ma com'è?
Il Buondelmonti gli rispondeva e Quirino domandava ancora, e il
Buondelmonti gli dava altre notizie sorridendo, ma Quirino era
insaziabile, per un'avidità dell'antichissimo sangue trasfuso in lui.
Spesso poi conduceva il Buondelmonti da un celebre libraio francese
della città il quale si chiamava Garnier e nella cui bottega
frequentavano letterati e artisti; questi pure, uomini di fino
intelletto e di curiosità spirituale, si mostravano desiderosi di
conoscere la letteratura e l'arte d'Italia, ma Quirino per placare la
sua nostalgia li stancava parlando e parlando loro del Buondelmonti,
quando questi era partito.
Finalmente una settimana dopo il pranzo del Berènga, Piero e gli Axerio
si ritrovarono in una casa brasiliana che dava un ricevimento in loro
onore, e Piero appena entrato nel primo salotto avendo scorto Giovanna
le andò incontro e le domandò:
— Perchè non mi ha più scritto?
Ma Giovanna non aveva ancora risposto quando sopraggiunse il Porrèna
dicendo:
— Questo Brasile m'accoppa con una congestione cerebrale di noia.
Pure, aveva un'allegria che gli schizzava fuori da tutti i pori e
la sua faccia arguta non era stata mai così arguta come quella sera.
Sotto voce prese a perseguitare tre brasiliani che attraversavano il
salotto, sparivano in quello attiguo, riapparivano, uno dietro l'altro,
tutti e tre soli, impalati e stecchiti come andassero in processione,
e mostrando sotto la pelle dell'uomo bianco la struttura del teschio e
il colore del negro.
— Eccoli lì: hanno i loro padri alle finestre.
E le finestre erano per il Porrèna le loro stesse facce da cui come da
finestre mettevan fuori il capo i padri. E il Porrèna non tanto rideva
di questo quanto a pensare come i tre brasiliani si sarebbero irritati,
infuriati, se uno avesse mostrato loro il destino di quelle loro facce
bianche, di far da finestre a' teschi dei loro padri negri. La visione
de' tre brasiliani che pestavano i piedi dal furore, ciascuno col
teschio del padre saltante dentro l'involucro della pelle facciale,
esilarava il Porrèna e dava al suo animo un'ebrietà di «vis comica»
che si trasfondeva nell'animo di Giovanna. Finalmente il giovane trovò
l'ultima parola per uno de' tre brasiliani deambulanti, molto vecchio,
tutto rughe, talchè come tra un arruffio di corde appariva il suo
teschio.
— Eccolo lì: ha ancora qualcosa di giovanile: lo scheletro.
Infatti il vecchio camminava con la persona diritta e qualcosa
d'inesprimibilmente giovanile era in lui, nel portamento della spina
dorsale. Il Porrèna e Giovanna a un tratto sparirono nella folla degli
altri invitati e Piero si mise a cercarli di salotto in salotto, finchè
poco dopo ritrovò la signora senza più il giovane e le disse:
— Ma che c'è dunque fra Lei e me?
La signora alzò il viso, lo guardò, ebbe un moto d'ira tra ciglio e
ciglio, gli disse:
— Lei perde contegno, signor Buondelmonti.
Poi vide la sua faccia sì stravolta che aggiunse:
— Venga dimani alla villa verso le quattro.
E andò dritta incontro al marito.
Il giorno dopo verso le tre Piero salì a Santa Teresa domandandosi
ancora la causa del mutamento di Giovanna e ricordandosi de' pochi
giorni del viaggio che eran successi alla notte in cui l'«Atlantide»
aveva camminato attraverso la nebbia. In quei giorni egli aveva sempre
creduto di legger chiaro nell'anima di lei; vi aveva letto che essa non
voleva trovarsi più sola in sua compagnia, ma era stata d'un'adorabile
dolcezza negli attimi fuggenti, e ciò era bastato a Piero e gli era
piaciuto e aveva pensato che non bisognava farle violenza, tanto
sarebbero giunti presto a Rio de Janeiro. Il giorno prima dell'arrivo
Giovanna stava nel corridoio avanti alla sua cabina, in ginocchio, e
riponeva le sue robe nel baule, quando era passato Piero e aveva detto:
— A domani!
Giovanna senza alzarsi di ginocchio gli aveva stretto la mano con tanta
luce negli occhi! Nè tutto quel giorno, nè il giorno innanzi, nè prima
l'aveva trovata più in compagnia del Porrèna. Ora perchè il Porrèna era
tornato accanto a lei? Che mutamento aveva fatto Giovanna? Perchè?
Piero era salito in tranvai; giunto dove bisognava scendere per
prendere il sentiero che menava su alla villa degli Axerio, s'accorse
che era troppo presto, scese e s'indugiò per la strada da dove
cadendogli gli occhi sulla città che stava giù nel piano, ripensò che
non aveva ancora avuto l'animo per contemplarne la bellezza, ne provò
rimorso e cercò di liberarsi dalla passione che già incominciava a
rendersi padrona di lui, cercò di liberarsene lasciandosi occupare
dalle cose esterne. Per la strada dove andava, c'era molta quiete,
casette sparse con giardinetti intorno, bambini scalzi, serve negre
e qualche venditore ambulante che passava battendo con una mano delle
bacchette di legno per farsi sentire. Talvolta si sentiva un batter di
mani dinanzi al cancello d'un giardinetto o alla porta d'una casetta:
era qualcuno che chiamava di fuori e qualcuno di dentro appariva, sì i
giardinetti eran piccoli e le casette piccole e leggiere. Piero prese
il sentiero della villa e a un certo punto trovò degli operai negri e
bianchi che lavoravano, alzavano un muro per reggere il ciglione che
non franasse, e fra loro Piero riconobbe un emigrante dell'«Atlantide»
e ne sentì altri dire qualche parola in italiano. Allora si accorse
quanto una delle due nature che erano in lui, la individuale, presa
d'amore, avesse sopraffatto l'altra che poteva diventar coscienza
nazionale, perchè non aveva più occhi per vedere gli uomini della sua
patria, nè orecchi per sentirne le voci. Ne provò un profondo rimorso
e si disse dentro di sè:
— Son venuto qui a innamorarmi come un fanciullo?
E guardò gli uomini della sua patria che rivoltavano la terra straniera
in mezzo ai negri schiavi d'Affrica. Quando a un tratto uno di questi
negri alzò la voce e si mise a gesticolare sulla faccia d'un italiano.
Altercavano e ad un certo momento il negro fece l'atto di metter le
mani addosso all'italiano.
— Ah razzaccia! — gridò Piero e spinto dal suo rimorso a far anche
di più di quel che fosse necessario per un uomo della sua patria fu
addosso al negro e l'atterrò, ma quegli fortissimo rimessosi in piedi
gli sferrò un pugno. Cieco d'ira allora Piero e più forte gli fu di
nuovo addosso e di nuovo l'atterrò e lo conficcò con le ginocchia a
terra e gli sbattè la faccia sulla terra rivoltata che era di color
rosso acceso, sicchè sulla faccia negra, quando questa si rialzò,
pareva brani sanguinanti. Ma subito Piero per lo stimolo di quella
stessa azione di lotta che aveva compiuta, si ricordò del Porrèna, il
suo amore lo rioccupò, la paura e l'ansia lo vinsero, d'un fiato sotto
il sole rovente corse su alla villa degli Axerio, nel salotto vide
che il Porrèna non c'era, la gioia lo invase, vide poi che Giovanna
era in compagnia d'una signora italiana, di due signori brasiliani
a lui sconosciuti e del marito. E sino alla fine della visita il
giovane, dimentico anche del mutamento di Giovanna, ebbe l'animo
libero, leggiero leggiero e gioioso. Il professor Axerio raccontò
della prima lezione che aveva fatta alla facoltà di medicina il giorno
avanti e disse bene degli studenti brasiliani che gli erano parsi
d'un'intelligenza raccolta e penetrante. La signora della colonia, una
madre di famiglia, raccontava a Giovanna delle difficoltà che ci sono
per educare italianamente i figli nella colonia, mancando buone scuole.
A un tratto Piero e le signore sentirono un galoppo serrato per il
sentiero sotto la villa. Eran accanto alla finestra, guardaron fuori,
videro dallo svolto del colle venir a cavallo di gran trotto una forma
femminile nella quale, quando fu più vicina, riconobbero Bruna Berènga.
Questa passò sotto la villa, alzò gli occhi, salutò mandando un grido
acuto, sfrenò il cavallo, divorò il tratto di sentiero che saliva sui
precipizi sino alla foresta nella quale sparve. E subito dal medesimo
svolto del colle apparve un cavaliere, era il Berènga il quale teneva
dietro alla nipote di gran corsa. Passò anch'egli sotto le finestre,
curvo il gran torso sul cavallo, non vide, lanciò un grido:
— Bruna!
Sparì anch'egli nella foresta e si sentì ancora la voce che richiamava:
— Bruna!
Giovanna dopo si levò dalla finestra per offrire il tè. E Piero tutto
animato di speranza da quella corsa selvaggia disse a Giovanna mentre
questa gli porgeva la tazza:
— Poi mi dirà, vero?... perchè con me non è più quella di prima.
Giovanna senza alzar gli occhi dalla tazza gli rispose:
— Sono sempre la stessa.
— Allora — riprese Piero — posso venir anche domani a salutarla?
Giovanna a capo chino rispose di sì.
E Piero qualche momento dopo, lasciata la casa di Giovanna, aveva
nell'anima un gran proposito di lavoro. Voleva nell'America del Sud
non passarsela in ozio, ma occuparsi utilmente studiando l'emigrazione
italiana. Perchè la felicità aveva nel cuor di lui, già stretto dalla
pena d'amore, resuscitata la coscienza nazionale come il vento da un
fuoco chiuso in un cespuglio appicca la fiamma a tutta la foresta.
Egli era sempre stato in Italia un forte lavoratore ed ora da più d'un
mese, tra il viaggio e il resto, aveva cessato ogni seria occupazione.
Era tempo di ricominciare. E scendendo da Santa Teresa in città
benediceva Giovanna che gli aveva suggerita l'idea di quel viaggio
e degli studii sull'emigrazione. Ella diventava l'ispiratrice della
stessa sua coscienza nazionale e Piero l'adorava come non la aveva
adorata mai. Giunto in città corse al consolato italiano e fattisi dare
libri, relazioni, notizie, ogni sorta di documenti sulle condizioni
degli italiani a Rio de Janeiro tornò all'albergo e passò tutta la
notte a tavolino. Ma la mattina Giovanna gli mandò un biglietto nel
quale gli diceva che era dispiacente di non poterlo ricevere il giorno
per un impegno sopraggiuntole da parte di suo marito. Nulla più: non
l'invitava per un'altra volta.
E allora Piero ricadde in balìa della pena d'amore perchè era
orgoglioso e per tutto l'oro del mondo non avrebbe più battuto alla
porta di Giovanna. Costei l'aveva attirato tanto lontano, lusingato
e ora l'abbandonava. Gli riappariva il Porrèna. Li disprezzava tutti
e due. Erano degni l'uno dell'altra, erano il prototipo della coppia
cittadina raffinata, frivola e motteggiatrice con la quale egli non
poteva parlare. Ma altre volte, specie la mattina quand'era giunta
la posta senza portar un nuovo invito di Giovanna, la passione
s'impossessava di lui, e allora si ritrovava solo nella città
sconosciuta, i nuovi amici non esistevano più, tutte le cose esteriori
erano morte, non poteva restare all'albergo ed errava per le strade
senza mai trovar requie, sempre col pensiero fisso di Giovanna dentro
di sè e spesso si ricordava de' giorni che avevano passato insieme
sull'«Atlantide». La rivedeva tanto più amabile d'allora. La rivedeva
in tanti atteggiamenti di cui gli pareva che allora gli fossero
sfuggite la leggiadria e la grazia, allora che era per lui la donna
la quale sarebbe stata la sua amante di lì a pochi giorni. Rifaceva
la vita di bordo, giorno per giorno, ora per ora, e gli pareva di non
aver goduto abbastanza della sua compagnia e di lei. La rivedeva e la
risentiva parlare, ridere, camminare, uscire dalla sua cabina, entrare
nella sala da pranzo, battere le mani dalla gioia, fissarlo con gli
occhi ilari e intimiditi, chinare il piccolo, leggiadro capo sul mare,
dirgli tante tante frivole cose sotto voce, pendere dalle sue labbra
quand'egli le raccontava degli emigranti. Rivedeva quel nastro di seta
color granato su quel profilo greco de' suoi capelli castani tremare
al vento leggiero come la sua anima, gli era parso talvolta, a fior
del mare. E tutto era pieno di lei; i suoi occhi, il suo riso, le sue
vesti erano da per tutto, tutto prendeva qualcosa da lei, il mare, la
nave, il cielo, la notte, le stelle. Essi avevano contemplato insieme
le stelle, spiato l'apparire della Croce del Sud dopo l'Equatore,
visto ondulare nella notte le alberature e le sartie nere e attraverso
quelle brillare le stelle. Avevano visto la cima, dell'albero di
prua tentennare quasi impercettibilmente e sopra c'era una stella,
tre stelle, uno sciame di stelle, e l'albero pareva che si movesse
per toccarle. E Giovanna aveva mormorato qualche parola o mandato un
sospiro per esprimere la sua pena di non potersi esprimere, e a Piero
quel sospiro e quella parola non erano penetrati nel cuore come ora
che glie lo dilaniavano. Che paradiso avrebbero potuto dargli ora
quelli occhi da cui l'infanzia non voleva partire, quella voce, quel
riso, quella bocca, quelle mani piccole e magre che quella notte aveva
prese fra le sue e baciate e lasciate! Perchè le aveva lasciate? Ora
Piero se ne pentiva perchè sapeva che l'amore della donna è spesso il
frutto della sua caduta e che ci sono donne le quali non cadono perchè
amano, ma amano perchè sono cadute. Ei si diceva dentro di sè: — Perchè
ho avuto questa debolezza? — E ne provava rimorso. Si ricordava che
quella notte, quand'erano soli, sepolti nella nebbia, ed essa tremava
e aspettava, si ricordava d'aver sentito per un attimo sfiorarsi
il petto dal palpito del suo seno e di aver sentito per l'attimo
d'un attimo lungo la persona il contorno della schietta persona di
Giovanna, e questo ricordo gli dava un rimorso carnale che accendeva
la sua passione. In certi momenti Giovanna stessa mutava aspetto e la
sua voce non diceva a Piero come allora: — Pietà di me! — Ma diceva:
— Perchè non m'hai soffocata fra le tue braccia? Io volevo questo,
se tu l'avessi voluto. Perchè m'hai delusa? — Riappariva il Porrèna,
riappariva continuamente sulla nave accanto a Giovanna.
E intanto ogni proposito di lavoro era caduto. Gli amici, Giorgio
Tanno, i fratelli Mùrola, andavano a cercar Piero all'albergo dove
abitava sulla riva del mare, e lo trovavano afflitto: rispondeva appena
alle loro parole e non domandava più delle cose della colonia, delle
scuole e de' sodalizi, che per lo innanzi aveva mostrato tanto zelo di
conoscere. Talvolta quella sua natura per la quale egli poteva uscir
da se medesimo e incarnar la coscienza d'una nazione, mandava il suo
nobile grido contro l'altra che la teneva schiava d'amore. Piero aveva
sempre avuto molto disprezzo per il romanzo borghese contemporaneo
il cui eroe è sempre il giovane signore ozioso, spasimante d'amore
in adulterio. Nulla di più sciocco aveva trovato mai di simile
letteraturaccia da omiciattoli. Ed ora in un paese d'emigranti della
sua patria, egli, apostolo della vita nazionale eroica, per altro non
era venuto se non per comporre, delle sue lacrime e de' suoi sospiri,
un romanzuccio d'amore e di gelosia, d'amore senza corrispondenza e
di gelosia forse senza rivale. Piero si disprezzava per il suo amore e
per la sua gelosia. Ma non poteva far altro se non pensare a Giovanna.
Seppe un giorno che gli Axerio avevano cominciato a frequentar qualcuno
della colonia e a far visite la sera. Egli andò or da questo, or da
quello con la speranza di trovar Giovanna, e la cercava per la città.
Una Domenica Piero si sentiva più afflitto e solo degli altri giorni
nella città sconosciuta, e più la coscienza della miseria nella quale
era caduto, lo tormentava. Quando pensò che un solo uomo gli avrebbe
potuto dar forza per risorgere o almeno un po' di consolazione, e
quest'uomo era il costruttore di case Lorenzo Berènga. Andò a trovarlo
nella sua villa a Santa Teresa dopo il tramonto. C'era nel giardino
della villa la nipote Bruna la quale appena lo scorse, gli si fogò
incontro a braccia aperte mandando grida festose, e Piero a un tratto
si sentì consolato da quell'accoglienza tanto cordiale. Subito Bruna
gli domandò:
— Lo zio?
E senza aspettar risposta s'incamminò avanti. Andava via in fretta per
il giardino e nelle sue membra c'era il fremito della corsa frenata a
stento. Ma a un tratto disse:
— Questa sera gli altri italiani non verranno.
Piero si sentì rimorire confessandosi ora che egli era venuto alla
villa del Berènga, soprattutto per la speranza di trovarvi Giovanna.
Appena toccò la soglia, Bruna s'alzò di statura, la sua faccia si
ricoperse di religione come quella del devoto che entra in chiesa.
Attraversò un corridoio camminando in punta di piedi per abitudine
contratta e come se un momento dopo non avesse dovuto disturbar lo zio
battendo alla sua porta. Quando fu dinanzi ad una porta chiusa, battè.
Una voce aspra rispose di dentro:
— Avanti.
Il Berènga appena il Buondelmonti entrò, gli chiese, senza nemmeno
dar tempo ai saluti, se sapeva di quelle società per la costruzione di
case operaie che ci sono in alcune città d'Italia, e quegli incapace di
parlare gli rispose di no. Il Berènga gli aggiunse che voleva vedere
se era possibile di tentar qualcosa di simile a Rio de Janeiro, e che
aveva incominciato a studiare intorno a quel disegno. Il Buondelmonti
facendosi forza gli disse:
— Mi hanno raccontato che Lei trova il tempo per molte cose....
— È vero.
E il Berènga portò il Buondelmonti nella sua biblioteca dove fra molti
altri libri di vario genere gli additò le più celebri e reputate opere
francesi, italiane, tedesche, inglesi, d'esegesi biblica, di storia del
cristianesimo, di controversia fra il cattolicismo e il protestantismo,
di dogmatica e di oratoria sacra. Poi tirò giù dagli scaffali alcune di
quelle opere, mostrò le pagine annotate nei margini. Domandò l'altro:
— Son note di suo pugno?
— E di chi debbono essere? — rispose il Berènga e tirò giù altre opere
che avevano in margine annotazioni piene di acume e di profonda fede
religiosa. Ora l'annotatore approvava il testo e ora contradiceva, il
più spesso senza discutere, seccamente, sì e no, come uomo sicuro del
fatto suo e senza dubbii:
— Faccio sempre così; io non posso lasciarmi dominare quando lo
scrittore mi manifesta il suo pensiero; ho bisogno di dominarlo io e
annoto.
— Ma pure Lei è un uomo di fede.
Il Berènga aggrottò i fasci delle sopracciglia e proruppe corrucciato:
— Ma la mia fede è libertà, non schiavitù! La mia fede è mia, perchè me
la sono scelta io, e credo perchè ho visto! Credere non mi diminuisce,
mi fa così!
S'alzò sulla punta dei piedi, levò le braccia e poi sedutosi al
tavolino e invitato il Buondelmonti a fare altrettanto, riprese:
— Sì, caro signor Buondelmonti! Quand'ho lavorato tutto il giorno, mi
metto qui e leggo e studio. Veda, per le mie case operaie di cui Le
parlavo.
Di sotto a un cumulo di libri e di fogli trasse due grandi quaderni
tutti scritti e opuscoli in italiano. E dopo aggiunse:
— Vuol vedere quant'ho dovuto studiare nella mia vita?
Aprì un cassetto del tavolino e ne tirò fuori un monte di quadernetti,
come quelli degli scolari e disse:
— Ecco qua come mi sono imparato il francese e l'inglese. A
quarantacinque anni son ritornato ragazzo.
Il Buondelmonti dette un'occhiata ai quadernetti e s'accorse che
si calmava la sua pena. Guardò il costruttore che teneva il braccio
disteso sul tavolino in atteggiamento di riposo senza stanchezza e
aveva sulla faccia la franca soddisfazione di parlare di sè. Lo invitò
a raccontargli la sua vita. Ma il Berènga gli raccontò soltanto che
era nato in Abruzzo, all'ombra del Gran Sasso, e che suo padre era
capomastro famoso ne' suoi paesi e viveva ancora; e poi gli raccontò
come egli medesimo era passato da muratore a costruttore mettendosi
in un'impresa con un architetto di Rio de Janeiro il quale aveva
finito col presagirgli che sarebbe diventato il primo dell'arte sua in
tutto il Brasile. E gli raccontò come aveva imparato le matematiche
e l'architettura rubando le notti al sonno. A un tratto dette una
voce forte e chiamò Bruna la quale era uscita appena introdotto il
Buondelmonti. Accorsa Bruna le disse:
— Tutti qui per le orazioni.
E di nuovo rimasto solo col Buondelmonti gli disse:
— Oggi è Domenica, è l'ora di fare orazione; se a Lei non piace
assistervi, buona notte.
— No! Mi piace — esclamò il Buondelmonti e già respirava liberamente.
Il Berènga aggiunse contento, come per concludere:
— Insomma, caro signor Buondelmonti, qualcosa abbiamo fatto. Ho cinque
officine, settecento operai, ho arricchito i miei genitori e i miei
fratelli che son tornati in Italia, ho cercato nelle costruzioni che ho
inalzato qui di mettere un po' di solidità alla maniera di mio padre e
qualche linea italiana.
Il Buondelmonti sentiva di nuovo il desiderio d'aver notizie degli
emigranti e perciò disse al Berènga:
— L'altra volta m'accennò le difficoltà d'aprirsi una strada qui....
altra gente, disse, altro clima....
— L'altra volta non mi spiegai bene. Non son uomo io da lamentarmi se
trovo la vita dura. Io son più duro. Ma intendevo dire: per chi si
costruisce qui? Per chi ho costruito io tanto? Fra la madrepatria e
questo nobilissimo paese che ci ospita, che legame c'è? Siamo forse
cittadini qui, senz'esercitare i diritti politici? E se prendiamo
la cittadinanza del Brasile, siamo forse sempre italiani? E se le
volessimo tutte e due, che saremmo noi? E la forza di questo suolo non
divora subito i figli degli stranieri sin dalla prima generazione?
Diventano figli del paese. Lei, ho saputo, ha visitato la nostra
scuola. Son forse ancora italiani? E deve esser così, perchè questo
nobilissimo paese ha diritto di diventar grande, perchè come tutti
i paesi nuovi ha una forza d'attrazione immensa. Ma noi per chi
costruiamo? Io come io, Lei può crederlo, non sono scontento di me.
Ma come italiano, che avrò aggiunto con la mia forza, col mio mezzo
secolo di lavoro, a quella grande cosa che dovrebbe esser l'Italia?
Qui l'Italia non c'è in nessuna maniera! Qui c'è un altro paese,
nobilissimo anche questo, che prenderà uno de' primi posti nel mondo,
ma non è l'Italia. Io vorrei stare fra gli eschimesi, ma poter dire: —
Qui la mia patria domina! — Oh, sarebbe altra cosa!
Tacque un momento. Lungo il braccio ancora disteso sul tavolino corsero
gli occhi suoi sin alla mano villosa che s'aderse spalancando le dita.
Poi il Berènga ricominciò guardandosi sempre le dita:
— Le dissi l'altro giorno che più volte sono stato buttato a terra
da colpi di fortuna e che mi son sempre rialzato e rifatto. Una
volta avevo preso grandi lavori nella capitale d'uno stato del Nord.
Dovevo costruire un ospedale, un teatro e altri pubblici edifizi.
Noleggiai delle navi per conto mio, assoldai più di mille operai,
feci immense provviste di materiale, misi nell'impresa tutti i miei
fondi e tutti i miei crediti e via! Ma in quella città di cattivo
clima caddi malato, stetti dieci settimane a letto e dovetti tornare
a Rio. Rimessomi, stavo per tornare a' miei lavori, quando mi giunse
un telegramma con l'annunzio che eran rimasti in tronco. Corsi. A
farla breve, il contratto che io avevo, fu rotto e i lavori non furon
più ripresi. Tutta la mia fortuna se n'andò in quell'abisso e restai
con più d'un milione di debiti. Ma senta. Vengo a sapere che qualcuno
m'aveva voltato contro l'animo del governatore per agguantarsi poi
lui i lavori. Io lo conoscevo, l'uomo; era un mio nemico e rivale. Un
giorno l'incontro per la strada. Appena mi vide, affrettò il passo.
Aveva la morte dietro. Lo raggiunsi, l'afferrai per le spalle, lo torsi
all'indietro così, gli avrei troncata la spina dorsale e mangiata la
faccia, vidi la sua faccia pallida dallo spavento. A un tratto sentii
dentro di me una voce: — No! — Lo scossi per le spalle e gli dissi: —
Vattene! — Dio voleva così.
Tacque. Il suo occhio corse ancora lungo il braccio sino alla mano che
drizzò le dita come capi di serpi. Sotto il sopracciglio aggrottato
l'occhio nereggiava. Il Berènga ricominciò:
— Io ero giovane allora, amavo, mi dovevo sposare di lì, a tre mesi, si
seppe della mia rovina, i parenti di lei mi chiamarono e mi dissero:
— Tutto è finito! — Io ero troppo orgoglioso, risposi: — Sta bene! —
Portaron via quel giorno stesso la ragazza in un'altra città. E non
l'ho più rivista. Io stetti un giorno e una notte seduto così a un
tavolino a pensare se dovevo finirla. A un tratto una voce mi disse: —
Avanti! — Mi detti una frustata nella faccia, m'alzai e ricominciai.
Ma per chi, domando io? Se fossi stato nel mio paese e il mio paese
m'avesse aiutato, con questo mio braccio qui mi sarei sentito la forza
di creare un mondo.
Il Berènga alzò dal tavolino il braccio col pugno chiuso, e il
Buondelmonti vide correr per quello un torrente di forza.
Tornò Bruna con la servitù per le orazioni comuni della Domenica e
donne e uomini si disposero in circolo. Lorenzo Berènga lesse prima
un frammento della Bibbia e poi alzandosi in piedi incominciò a
pregare o meglio a parlare a Dio, a ringraziarlo de' benefizi che
gli aveva fatti, a raccomandargli se medesimo e la nipote e il padre
e la madre e i fratelli lontani e tutti i suoi servitori. Stava col
tergo e con tutte e due le mani appoggiato al tavolino; la lampada
elettrica che pendeva dal soffitto, non l'illuminava in pieno, sulla
faccia bruna e barbuta c'era un'ombra. Stava con la faccia un po' in
avanti e gli occhi chiusi e rassomigliava al cieco, quando sa d'aver
dinanzi a sè qualcuno, gli parla e non lo vede. L'ombra che egli aveva
sulla faccia, pareva venir da qualcuno al quale egli parlava. Pareva
l'ombra di Dio. I lineamenti eran sempre gli stessi, a taglio di spada
per la guerra terrena, ma eran sotto quell'ombra e la faccia pareva
accecata. E a chi ricordava il suo occhio di guerra, qualunque cosa il
Berènga dicesse a Dio nella sua preghiera, pareva dire: — Ecco, Dio,
tu hai voluto punirmi per il mio orgoglio e per la ferocia del mio
sangue accecandomi, ed ecco io mi umilio dinanzi a te! — E pareva che
quell'uomo pregando patisse indicibilmente.
Quando il Buondelmonti lasciò la villa, qualcosa di nuovo era accaduto
dentro di lui. Una voce gli diceva:
— Se non altro per lui, per quell'uomo che ha saputo vincere il suo
amore e riprendere il suo lavoro, tu devi fare il tuo dovere. Tu
pure devi vincere il tuo amore e lavorare, se non altro perchè non
moiano sconosciuti, in esilio questi eroi della tua patria, questi
meravigliosi costruttori perfin della loro nuova fede libera e
veggente!
Si sentiva dentro di sè una forza nuova, una volontà di vincere il suo
amore per il suo dovere. Sino a quel momento aveva anche strenuamente
combattuto per le sue idee, ma sempre col piacere che nasce dall'agir
secondo i proprii istinti e il proprio carattere, mentre ora per la
prima volta sentì dentro di sè il primo svegliarsi d'una coscienza più
consapevole e più virtuosa che aveva alcunchè di religioso: si sentì
forte della volontà di soffrire per fare il proprio dovere. Tanto su di
lui era stato efficace l'esempio del Berènga. E a un tratto in questa
nuova disposizione di spirito per la prima volta gli apparve la colpa
iniziale del suo viaggio: la sua leggerezza. Egli era venuto in paese
d'emigranti, nel paese dove Lorenzo Berènga aveva lottato e sofferto
e tanti altri uomini della sua patria avevano lottato e sofferto e
fatto tanto; egli vi era venuto non condottovi da un serio proposito
di studio e di lavoro, ma per seguire l'invito d'una signora. Era la
sua colpa iniziale: egli aveva cominciato com'il giovane signore del
frivolo romanzucciaccio borghese. E del resto, anche per l'innanzi, non
era stato sempre così? Non era stato anche lui uno schiavo dell'amore?
Non s'era compiaciuto dentro di sè delle sue buone fortune d'amore? E
tutte le volte che amore era apparso, non gli aveva sempre sacrificato
ogni altra cosa? E non era stato anche lui un uomo, un giovane del
suo tempo, d'un tempo in cui ognuno è separato dagli altri e chiuso
nel suo atomo d'egoismo, nessun grande sentimento e nessuna grande
idea essendoci più a formare di tante esistenze una gran vita? Non
era stato anche lui l'atomo disperso con la sua cupidigia, con la sua
concupiscenza, con la sua cecità? Non era stato anche lui un figliuolo
del secolo, frivolo come gli altri? E perciò volendo seguire in
America una signora aveva potuto prendere per mero pretesto un disegno
di studii nazionali senza neppur accorgersi che offendeva la parte
migliore di se medesimo. E perciò tutto quello che ora gli accadeva,
se lo meritava. Sentì il rimorso di quello che aveva fatto, e questo
rimorso aggiunse nuova forza alla sua volontà. Ripensò a Giovanna e
improvvisamente n'ebbe una grande pietà, nè ora la giudicava più male.
Ora gli appariva com'una signora che gli aveva fatto quell'invito
innocentemente, forse leggermente, ma innocentemente, per semplice
simpatia e senza alcun secondo fine. Bisognava lasciarla alla sua
pace. Essa era una piccola creatura borghese la quale viveva nella
sua ignoranza, senza veder più in là della sua giornata. Bisognava
lasciarla alla sua pace.
Il Buondelmonti giunse all'albergo quando già era notte inoltrata.
Nel suo salotto trovò un biglietto d'invito degli Axerio. Riconobbe il
carattere di Giovanna. Dritto in piedi rimase lungamente con gli occhi
fissi sul biglietto aperto e posato sul tavolino, sentendo dentro di sè
rinascere la tentazione. La combattè e si disse:
— Mi scuserò gentilmente, ma non andrò.
IV.
Giovanna preparò i fiori nel salotto da pranzo e tornò nel suo
salottino da ricevimento e da studio a finir la lettera a Filippo
Porrèna. Essa scriveva al Porrèna le sue impressioni e le sue
considerazioni sopra un libro francese che quegli le aveva portato a
leggere, e mentre scriveva, provava un grande piacere a pensare a lui.
Giovanna aveva incominciato a sentire un'inclinazione per Filippo la
sera del ricevimento brasiliano, ed ora si trovava in quello stato in
cui si trova spesso la donna quando si sente a poco a poco occupare
il cuore, nè ancora è sorto in lei il combattimento appassionante fra
il suo amore e la sua virtù; era tutta contenta. Così, mentre stava
aspettando i suoi invitati, gli scriveva una lunga lettera, e la
sostanza e la forma della lettera, se uno fosse stato lì a guardare, le
avrebbe potute indovinare dai piccoli gesti che essa interrompendosi
di tanto in tanto faceva tra sè e sè, e dalle arie che prendeva la
sua faccia e dai sorrisi che vi si succedevano. Essa sorrideva, si
sorrideva, si dava un colpetto or qua or là sui capelli per metterli
a posto, metteva a posto or questo or quel fiore nel vaso che aveva
dinanzi a sè. La sua fronte di tanto in tanto si corrugava e così
indicava lo sforzo dell'esprimersi, ma le sue labbra sorridevano sempre
e così indicavano che quanto essa voleva esprimere era piacevole. I
gomiti appuntati sul tavolino, gli occhi inchinati sul foglio di carta,
le palme delle mani che s'accostavano come se volessero mettersi in
croce e si discostavano come se volessero battere l'una contro l'altra,
la fronte corrugata e le labbra sorridenti, era manifesto che Giovanna
cercava le più piacevoli parole per il suo pensiero piacevolissimo.
Giovanna nella lettera parlava di sè. Il Porrèna le aveva portato quel
libro, un romanzo d'una signora parigina che s'era letto molto qualche
anno prima; glie lo aveva portato sostenendo una cosa che a Giovanna
faceva un certo piacere e un certo dispiacere insieme: sostenendo che
essa e l'eroina del romanzo si rassomigliavano. Il romanzo era d'una
rara ingenuità e d'una rara freschezza, era molto parigino per le sue
eleganze e per le sue finezze e al tempo stesso passandosi in parte
fuori delle mura cittadine, vi spirava un'aura sincera e viva, una
vera gioia agreste in cui la bellezza della natura, si rispecchiava
limpidamente. L'eroina era una signora giovane, bella, elegante,
e soprattutto leggiadra e buona, ma tradiva il marito. Essa, metà
parigina come il romanzo e metà agreste, ingenua, fresca e di semplice
e delicatissimo spirito, pur riusciva per suo conto senza troppa pena
a metter d'accordo due cose che sembrano tanto discordi: tradire il
marito e rimaner buona. Rimaner buona cessando d'essere onesta, perchè
quando l'onestà è docile e se ne va all'ora sua senza far chiasso, non
lascia dietro a sè l'animo guasto! Giovanna non comprendeva la cara
creatura, ma l'adorava, tranne per il suo tradimento.
E scriveva appunto al Porrèna per ribattere la sua asserzione, che cioè
ella le rassomigliasse: cercava dentro di sè ed esponeva le differenze;
ma in così fare sentiva istintivamente le rassomiglianze piacevoli
e se ne compiaceva, e perciò le sue labbra sorridevano. Soprattutto
Giovanna esponeva le sue idee sul matrimonio e sulla fedeltà coniugale,
e così aveva modo di porre in mostra i frutti dell'educazione che
aveva ricevuta e della vita che aveva condotta. Prima di maritarsi
essa aveva fatto la signorina e dopo essersi maritata aveva fatto
la moglie con animo di signorina. Il marito era per lei un uomo col
quale aveva certe relazioni non del tutto piacevoli e non del tutto
spiacevoli, ma dal quale era sempre distratta, un uomo al quale non
pensava, ma del quale se mai si risovveniva di tanto in tanto. Essa
sapeva che era un uomo celebre, aveva anche notato che era molto
vano; vedeva che spesso la sua lunga barba profetica era scossa dalle
parole di civiltà, di progresso, di scienza, d'umanità e d'avvenire,
ed aveva anche fatto osservazione che egli dentro le pareti domestiche
presentava non di rado un contrasto tra quelle sue parole e certe
sue maniere dispotiche, talvolta brutali e persino feroci; ma non
l'odiava, nè l'amava. Non l'odiava, perchè non lo aveva mai amato,
e non l'aveva amato perchè non ci aveva pensato mai. Nè essa mancava
delle dovute cure per il marito, ma non c'era un angolo della sua anima
dove il marito fosse qualcosa. Uno solo, quello dove si custodiva una
massima che l'educazione le aveva istillata: — Tu non tradirai mai tuo
marito! — Tutta la sua educazione molto diligente era stata rivolta a
questo: a formare l'anima d'una signorina sempre pronta a diventare
una moglie che non avrebbe tradito mai suo marito. Per il resto,
educazione era pari a disoccupazione. L'educazione e la disoccupazione
e un'intelligenza sveglia congiunta con un'indole allegra avevano fatto
di Giovanna una signorina spigliata e molto morale. Tu non tradirai mai
tuo marito! Con questa massima, che per soprammercato le era sempre
stata istillata sotto velo, da nessuno come da tutti, era andata a
nozze e l'aveva avuta per dote spirituale: una dote spirituale e una
dote in pecunia, perfetta creatura di quel mondo borghese che i suoi
affari ha bene accomodati: la morale e l'economia. E quella massima
generica era scritta in quella parte del cuore dove avrebbe dovuto
esservi il preciso pensiero di quel preciso uomo, il marito. Per parte
sua Giovanna, in quella comune composizione d'un'epoca e d'una società
qual era l'esser suo, portava la sua incomparabile leggiadrìa, la
sua gioia, la sua sincerità, la sua innocenza tutta olezzante ancora
d'infanzia quale le traspariva dagli occhi. L'epoca, la società,
la disoccupazione, l'educazione, la famiglia, anzi le tre famiglie,
del padre, della madre, e del padre e della madre insieme, tutte e
tre di professionisti emigrati di campagna in città e arricchiti da
una generazione soltanto, avevano fatto il possibile per ricavare da
Giovanna una creatura comune. Essa non era riuscita così.
Continuava a scrivere. Sentì nella stanza attigua il marito. Non le
passò nemmen per la mente di nasconder la lettera. Si ricordò invece
del Buondelmonti che doveva giungere di lì a poco, perchè il marito
glie lo aveva fatto invitare perchè bene accetto alla colonia, e le
si risvegliò il rancore che gli portava da molti giorni. Che credeva
egli, che aveva creduto? Che davvero lo avesse tratto a seguirla a Rio
de Janeiro per diventare la sua amante? Eppure aveva creduto questo,
ed essa se ne sentiva profondamente offesa. Fin dalla mattina dopo
quella notte che eran rimasti troppo a lungo sul ponte e in troppa
solitudine, Giovanna s'era accorta che il Buondelmonti aveva l'aria di
contare per il loro arrivo a Rio de Janeiro sopra l'adempimento d'un
patto, sul saldo d'un debito da parte sua; e sin da quella mattina
nel cuore di Giovanna era nato il rancore contro il Buondelmonti
ed era andato sempre crescendo, tranne pochi momenti di sosta, fino
allo sbarco, dallo sbarco al ricevimento brasiliano, da questo alla
visita che colui le aveva fatta. E tutto ciò che Giovanna aveva prima
pensato del Buondelmonti, tutto ciò che aveva sentito per esso dagli
anni lontani di Firenze al loro ultimo incontro di Roma, da questo al
viaggio sull'«Atlantide», tutto s'era mutato in rancore che glie lo
rendeva insopportabile. Non soltanto la morale dell'educazione aveva
il Buondelmonti offeso in Giovanna, ma anche qualche cosa di molto
più forte e profondo in lei e tante cose delicate; il senso della
sua libertà, la sua dignità, il suo pudore di donna e soprattutto una
rettitudine ed un'ostinazione di rettitudine di natura campagnuola che
le proveniva da' suoi consanguinei avanti che emigrassero in città.
Giovanna sentì battere le ore, pensò che di lì a poco sarebbe giunto
anche Filippo. Si rammentò del breve dialogo che essa aveva avuto
a bordo col Buondelmonti, quando costui le aveva fatto capire che
lo vedeva di mal'occhio. Da quel momento essa aveva cominciato a
riguardarlo con una nuova curiosità. Ora pensò che di lì a poco Filippo
e il Buondelmonti si sarebbero ritrovati accanto a lei alla stessa
tavola.
Ad un tratto sentì un passo fuori, riconobbe il Buondelmonti, lo sentì
entrare nello studio del marito: fu tale il moto di rancore, che non lo
potè vincere e corse a rifugiarsi in camera sua.
A tavola Piero stava attento a Giovanna ed al Porrèna. Piero
li ritrovava tutti e due quali li aveva lasciati al ricevimento
brasiliano: legati fra loro da un'intimità allegra. Era pur sempre la
coppia cittadina tutta frivolezze e brio. Il Porrèna esponeva qualcosa
e Giovanna lo contradiceva, ma il loro battibeccarsi faceva anche più
risaltare il piacere che l'un l'altra si davano con la loro intimità.
Essendo caduta la conversazione su Parigi, da cui uno dei convitati,
direttore del «Giornale del Congresso» di Rio de Janeiro, era tornato
da poco, il Porrèna che vi aveva molto abitato, di discorso in discorso
era venuto al celebrar la virtù delle signore parigine, e Giovanna
ridendo e alludendo al libro finito di leggere il giorno stesso, a
ripetere che conosceva bene quella virtù e ad osservare che il romanzo
e il teatro parlavan chiaro, e il Porrèna a sostenere che il romanzo
e il teatro di Parigi eran fatti per gli stranieri e quali li volevano
gli stranieri più corrotti dei parigini. Il direttore del «Giornale del
Congresso» disse che egli pure doveva riconoscere alla donna francese,
se non la virtù, molte virtù domestiche: che sapeva come nessuna
altra donna al mondo tenere una casa, aveva l'amore del risparmio ed
una virtù più rara ancora: sapeva spender bene e figurar con poco.
L'Axerio, quantunque ignorante di tutto questo, dichiarò che era vero e
scosse più volte la barba per punteggiar l'assentimento, perchè voleva
ingrazionirsi il direttore del maggior giornale della città. E un altro
commensale, direttore d'un giornale italiano, fu dello stesso avviso,
e l'Axerio volgendosi anche verso di lui assentì di nuovo e scosse di
nuovo la barba, perchè voleva tenersi cara la stampa per averne molte
lodi quell'anno che avrebbe passato nel Brasile. Piero disse qualcosa
sulla donna e sul popolo della provincia francese, raccontando d'un
breve viaggio che aveva fatto nell'interno della Francia un anno prima.
Egli parlava con calma, con un aspetto di pensosa serietà, descrivendo
il serpeggiare della Senna per la regione da lui percorsa, le isolette
arboree che essa forma nel suo cammino, le linee larghe dell'orizzonte,
le selve più cupe che in Italia e soprattutto i villaggi deserti
nell'ora del lavoro. Quivi, nelle strade senza oziosi, nelle piccole
case dai colori vivaci, dalle porte e dalle finestre serrate e colle
tendine ricamate e tutte linde alle finestre; nel bel modo di tenere i
fiori e le piante e specialmente nelle piccole chiese gotiche che ogni
villaggio aveva, tutte linde e deserte anch'esse nell'ora del lavoro,
egli pure aveva scorto le virtù domestiche del popolo francese lungi
da Parigi: amore del lavoro appunto, dell'ordine, del risparmio, d'una
certa sobria e delicata signorilità. Quando Piero cessò di parlare,
s'accorse d'aver parlato troppo a lungo. Tutti avevan taciuto e
l'avevan ascoltato per educazione, ma quando si tacque, sentì intorno
a sè un silenzio glaciale. E subito il Porrèna disse una qualunque
facezia, tutti risero in coro e Giovanna rise più forte di tutti. Ma
il Buondelmonti sentì sferzarsi la faccia da quelle risa, provò lo
stesso che se i commensali si fossero burlati di lui, e la gola gli si
serrò a qualunque parola. Gli pareva che qualunque sua parola sarebbe
caduta di nuovo nel silenzio e che perfino i suoi gesti fossero falsi
e goffi. Dall'ombra della chioma levò sul Porrèna gli occhi invidiosi
e vide che le due rughe sul naso gli mandavan saette, e avrebbe voluto
esser come lui. A momenti lo disprezzava, sentiva in lui un avversario
come sempre l'aveva sentito nell'Axerio: tutti e due suoi avversarii
contemporanei, l'Axerio, la bocca de' luoghi comuni, e il Porrèna, il
frivolo prodotto dell'ozio borghese. Ma a momenti si posponeva a lui e
diceva a se medesimo dentro di sè: — Vorrei esser come lui! — E così
si rinnegava. E questo accadeva perchè la sera che era tornato dalla
villa del Berènga e aveva trovato l'invito degli Axerio, aveva detto: —
Non andrò! — E per un giorno intero aveva lottato, ma poi aveva scritto
agli Axerio per ringraziare accettando, e ora poi trascinato dalla sua
viltà scendeva sempre più giù, rinnegava la sua nobile coscienza e si
posponeva a un uomo che diceva facezie. A un tratto la voce del Porrèna
gli ferì le orecchie:
— Signor Buondelmonti! Decida Lei tra la signora e me....
Ma Giovanna, come se il Buondelmonti non esistesse, interruppe:
— La signora dice che Lei al solito vede sempre il male anche dove non
c'è.
— No, Giovanna! — volle corregger l'Axerio rivolgendosi
complimentosamente verso il Porrèna. — Questo nostro amico vede
soltanto il lato comico delle cose.
— Altro che il comico! — ribattè al marito Giovanna. — Il cattivo!
Conosco il mio signor Porrèna dell'«Atlantide»! Mi ricordo il povero
morticino che prendeva latte quel giorno del ferimento!
E Giovanna fece per voltarsi verso Piero, ma abbozzando questi un
sorriso, subito si voltò dall'altra parte. Filippo riprese:
— Non è colpa mia se anche la bontà ha molti lati cattivi e la serietà
molti lati comici.
L'Axerio, non considerando quello che diceva, ma volendo ostentare al
giovane simpatia, perchè aveva sentito dire che era molto ricco, figlio
unico di banchieri italiani di Rio de Janeiro, ribadì:
— Specialmente la serietà qualche lato comico.
Il giornalista italiano pensando che la Domenica prossima nel suo
giornale avrebbe dato a quella conversazione nella villa del professore
illustre l'epiteto di spirituale, esclamò macchinalmente:
— La serietà un lato comico, perbacco!
Il giornalista brasiliano tacque e sorrise.
Tutti tacquero qualche momento. Il Buondelmonti sentiva crescersi il
malanimo contro Giovanna che piegava il piccolo capo verso il piatto
mangiando. Gli pareva sì misero ora in quell'atto quel piccolo capo che
altre volte gli era apparso tanto leggiadro! Non era essa la donnetta
che poteva darsi per vizio, per ozio, per vanità, ma non per amore?
Perchè s'era innamorato di lei? Che poteva volere da lei? Non era la
donnetta di quella stessa gentucola di cui il marito era il professore
e il cerretano? Vedendo lei non vedeva il fondo di tutte quelle cose
contro cui da tanti anni combattevano la sua dottrina e il suo sdegno?
Egli se la ricordava perfino a bordo, quando le parlava degli emigranti
in relazione con le sue grandi idee nazionali, e la donnetta non
capiva, supponeva in lui il solito umanitario, stupidamente! Che voleva
da lei?
Ma Giovanna tutt'animata ristimolò Filippo provando gusto a farlo
emergere dalla conversazione degli altri.
— Insomma! Vogliamo dire l'argomento della nostra discussione?
Filippo invece, sazio di quel discorso, volubilmente si rivolse al
Buondelmonti.
— Signor Buondelmonti! Ho assistito sull'«Atlantide» a molte sue
discussioni. Lei è imperialista, vero? Un giorno il professore e Lei
discutevano sulla sistemazione definitiva del mondo in un prossimo
avvenire, e per quanto in disaccordo, erano perfettamente d'accordo
nel presupporre che il mondo si potesse sistemare sopra un tipo di
civiltà superiore. Ebbene, sul più bello della discussione io pensavo
che l'«Atlantide» navigava alla volta dell'America del Sud per caricar
lane di pecora e pelli di bue.
Di nuovo Filippo con la sua volubilità rivolgendosi a Giovanna le disse:
— Ecco, veda, signora, dinanzi a tali spoglie opime tutta la magnifica
civiltà di cinquanta secoli mi muove leggermente il riso.
I commensali dimandaron perchè, mentre il padron di casa scotendo forte
la barba ripeteva:
— È vero, è vero!
E la barba gli vibrava d'una subita simpatia per il giovane.
Il quale riprese:
— È vero, sì, professore! Gratti la civiltà e troverà un sistema di
forniture per l'alimentazione del solo animale che pensi al suo pasto,
anche quando non ha appetito.
Si levarono esclamazioni diverse, da cui uscì fuori la voce di Giovanna:
— Ah quel bambino che prendeva latte, come me lo ricordo ancora!
L'Axerio, mentre Giovanna e Filippo si dicevano qualcosa fra loro,
disse al Buondelmonti:
— È uno spirito geniale e libero, libero da tutti i pregiudizi! La sua
famiglia ha una posizione di prim'ordine!
Filippo Porrèna a un tratto riprese forte:
— Imperialismo!
E fissando gli occhi sulla tavola ripensava a quando sull'«Atlantide»
Giovanna, dinanzi appunto a quel bambino che prendeva latte, gli aveva
lodato il Buondelmonti. E vedendolo ora muto, sorrideva fra sè e sè con
le due rughe ferme e raccolte in mezzo alla fronte, in forma di piccola
lira. Finchè riaprì bocca e disse:
— Tutto è imperialismo. Anche la pecora che pasce in Argentina, è
vittima d'un imperialismo: quello del genere umano sugli animali. Non
è vero, signor Buondelmonti?
Un leggerissimo riso uscì dalla gola di Giovanna.
Il Buondelmonti alzò gli occhi e li riabbassò, e si sentì un borbottìo
nell'orecchio. Qualcuno, un commensale che sin allora aveva soltanto
mangiato e taciuto, ora s'ostinava a volergli dir qualcosa. Era un
medico, uno de' primissimi italiani emigrati nel Brasile, molto povero,
e che l'Axerio aveva invitato a pranzo per far buon effetto nella
colonia. Aveva la faccia istupidita dalla vecchiaia, ma intepidito
dal pranzo riandava gli anni della sua gioventù e voleva raccontare
al Buondelmonti com'era Rio de Janeiro quand'egli c'era giunto
quaranta o cinquant'anni prima. Il Buondelmonti ne aveva il borbottìo
nell'orecchio, mentre sentiva che Giovanna e il Porrèna eran tornati
a ridere fra loro. E gli pareva che ridessero di lui. Un furore muto
gli si moveva nel petto, d'odio impotente contro i due, che li avrebbe
uccisi, e non aveva via d'uscita dal suo petto.
Finì il pranzo, finì la serata. A un tratto, mentre stava per
accomiatarsi, il Buondelmonti afferrò queste parole che Giovanna disse
piano a Filippo:
— A proposito, Le ho scritto.
Gli invitati già uscivano, quando Giovanna disse ancora a Filippo:
— Lei può aspettare un momento? Vuol prendere con sè quel libro? Oppure
glie lo rimando. Sta sempre all'Albergo degli Stranieri?
Il Buondelmonti uscì con gli altri, lasciò che andassero avanti senza
salutar nessuno e rimase solo nell'oscurità della notte per vedere
quando il Porrèna sarebbe venuto via dalla villa degli Axerio. Vedeva
attraverso i fiori e le piante del giardino una finestra aperta, con
un lume dentro, e la porta chiusa, e aspettava che questa si aprisse
d'attimo in attimo. Il sangue ferocissimo gli martellava alle tempie,
di tanto in tanto un'immagine, l'immagine del Berènga che assaliva il
nemico, gli passava dinanzi agli occhi nel barlume della coscienza. Ei
rimaneva sotto l'ombra del monte sovrastante nell'oscurità, abbaiavano
cani per il colle, accanto si levava il tronco d'una palma, ei teneva
gli occhi fissi alla finestra col lume e alla porta. Di là da quella
finestra gli pareva di veder Giovanna e il Porrèna continuare a ridere
di lui. Quanto sarebbero stati lì? Tutta la notte? Aspettò a lungo.
Poi la porta si aprì e apparve il Porrèna nel giardino, ma lo seguivano
l'Axerio e Giovanna, e rimasero a lungo a parlare ancora tra le piante
e di tanto in tanto ridevano. Era manifesto: parlavano e ridevano di
lui. Parlarono, parlarono a lungo, e di tanto in tanto a Piero, quando
i cani non abbaiavano, pareva di sentire il loro riso, soprattutto
quello di Giovanna. Finalmente il Porrèna apparve di qua dal cancello,
ma Giovanna lo seguì ancora e gli parlò ancora, e poi alla luce che
veniva dalla finestra e dalla porta, Piero la vide stendergli la mano
e reggendosi con l'altra al cancello abbandonarsi verso di lui con
tutta la persona. La sentì augurargli la buona notte e aggiungere
distintamente:
— A domani.
Un attimo di silenzio, e un riso squillante ferì l'orecchio di Piero.
Ma questi per un moto istintivo di vergogna, quando il Porrèna gli
passò dinanzi, si ritrasse dietro il tronco della palma, per l'istinto
dell'uomo incapace d'assalir dall'ombra. L'immagine del Berènga gli
riattraversò la mente, del Berènga che assaliva, per ben altro amore,
ed ebbe vergogna dello stato in cui si trovava.
Pure, il giorno dopo andava per Rio de Janeiro e pensava a Giovanna e
al Porrèna: pensava che si sarebbero rivisti quel giorno stesso e forse
erano già insieme in quello stesso momento. E il Porrèna gli passava
e ripassava nell'immaginazione come se l'era visto passar dinanzi
la notte, alto e sottile, un po' curvo sulla vita, da afferrare e da
troncare. Si diceva dentro di sè: — Perchè non l'ho fatto? — Si pentiva
di non averlo fatto e ne provava rimorso.
A un tratto gli parve di scorgerli lontano nella via: camminavan lesti;
accelerò il passo: eran pur Giovanna e il Porrèna; quel signore alto,
sottile e un po' curvo era il Porrèna e la signora che gli camminava
al fianco, era Giovanna. In fondo alla via, prima che Piero avesse
potuto raggiungerli, svoltarono a destra, e quando Piero fu lì, non
vide più nessuno lungo la via che avevan preso: soltanto una carrozza
che s'allontanava.
Piero era certo che eran Giovanna e il Porrèna, ma al primo passante
che vide, domandò dove si trovava l'Albergo degli Stranieri e dalla
prima vettura che incontrò, vi si fece portare. Il Porrèna era fuori;
e allora Piero non ebbe più dubbio: quegli e la donna che egli amava,
scarrozzavano insieme per la città, se non erano scomparsi in una casa
della via dov'avevano svoltato.
Piero andò per la città, andò sulla riva del mare, e non vedeva più il
mare e non vedeva più la gente che gli passava accanto; andò per più
ore così, finchè repentinamente si diresse verso Santa Teresa.
Giunto alla villa degli Axerio, domandò se la signora era in casa, e
avendogli la cameriera risposto di sì, che era rientrata da poco, si
fece annunziare; la cameriera tornò e l'introdusse nel salotto dove
qualche momento dopo comparve anche Giovanna. Ma costei appena fu sulla
soglia, inarcò le ciglia e s'arrestò, tanto il Buondelmonti aveva la
faccia sconvolta da quello che provava il suo animo. Egli s'avanzò a
capo basso, guardando a terra con l'occhio iniettato di nero sangue, e
disse:
— Voglio sapere che c'è di mutato tra Lei e me.
Giovanna contrasse l'arco delle ciglia e la collera s'impossessò anche
di lei.
— Se un altr'uomo — rispose — mi si fosse presentato in cotesto modo,
avrei creduto che fosse impazzito! Ma Lei so la risposta che vuole.
Anche Giovanna era irriconoscibile; il Buondelmonti s'avanzò verso di
lei; essa gli stette a fronte con gli occhi che mandavan fiamme; il
Buondelmonti disse:
— La risposta me l'ha già data da un pezzo e anche oggi.
— Oggi? — domandò Giovanna.
— Sì, qualcun altro ha preso il mio posto.
— Ah! — gridò soffocatamente Giovanna, e rimasero tutti e due in
silenzio.
Essa pensò che era stata per la città insieme con Filippo, e riprese:
— Infatti qualcun altro ha preso il posto sul quale Lei contava venendo
a Rio de Janeiro. Qualcun altro è il mio amante.
Giovanna vide il Buondelmonti slanciarsi avanti, arrestarsi facendo una
mostruosa violenza a se stesso, sì mostruosa che essa fu presa dalla
paura di ciò che poteva succedere. In quello stesso punto sentì entrare
in casa il marito, lo chiamò e prima che quegli si fosse accorto della
presenza del Buondelmonti, gli disse:
— Grazie d'averci fatto aspettare inutilmente! T'abbiamo aspettato tre
quarti d'ora col signor Porrèna.
L'Axerio rispose alla moglie con sdegno:
— La professione avanti tutto, mia cara.
Vide il Buondelmonti, mutò d'aspetto, lo salutò e si ritirò.
Il Buondelmonti era rimasto umiliato, ma Giovanna aveva dovuto dare
una spiegazione. Essa si frenò ancora, ma sentì che non poteva nemmeno
sostenere la vista di lui, e perciò gli disse:
— Quello che è stato detto, sia per non detto. Se Lei resta ancora a
Rio de Janeiro, dovremo rivederci. Lei verrà ancora in questa casa.
La signora Axerio riceverà sempre un amico del professor Axerio. Ma
l'amicizia che c'è stata fra noi, La prego di considerarla come morta
e per sempre.
Passarono molti giorni e Piero e Giovanna non si videro più e non
seppero più nulla l'un dell'altro: finchè una sera Piero rincasando
trovò due lettere, una dell'«Operaio Italiano» e un'altra del professor
Axerio. L'«Operaio Italiano» dava una festa e invitava il decoro
delle patrie lettere Piero Buondelmonti; il professor Axerio scriveva
al caro amico per raccomandargli di non mancare a quella medesima
festa, perchè veniva data per uno scopo nobilissimo: per celebrare il
rappacificamento fra due valorosi connazionali, due colleghi che egli
medesimo, il professor Axerio, era riuscito a indurre con inauditi
sforzi a stringersi la mano mettendo fine a un'inimicizia che per dieci
anni aveva fatto lo scandalo, il dolore e il danno di tutti gl'italiani
a Rio de Janeiro. Così scriveva l'Axerio ed era vero: egli aveva sudato
quattro cotte per quel rappacificamento de' due colleghi, perchè capiva
che sarebbe stato un bel colpo per impiantar subito il suo prestigio
di gran procacciante nella colonia. I due medici eran veramente
nemici da dieci anni d'una inimicizia d'odio mortale per rivalità di
professione e dividevano gli animi. Perciò fatta stringer loro la mano,
l'Axerio stesso aveva proposto una gran festa nella sede dell'«Operaio
Italiano», e perchè riuscisse più solenne aveva voluto che gli inviti
non fossero ristretti solo agl'italiani, ma si mandassero anche ai
brasiliani ed alle più ragguardevoli personalità, com'ei diceva, delle
altre colonie, francesi, inglesi, tedesche, e così la sua intenzione
era di preparare a se medesimo un trionfo internazionale. E aveva
scritto in particolare al Buondelmonti perchè a questo trionfo fosse
presente, perchè la colonia lo aveva in considerazione ed egli medesimo
per conseguenza ne faceva più conto che in Italia; e poi non aveva
mai potuto dimenticare di quando sull'«Atlantide» era stato costretto
ad additarlo al Berènga che aveva detto: — Ci dev'essere a bordo un
altro valoroso nostro compaesano! — Non aveva mai potuto dimenticare di
avergli dovuto cedere una parte degli onori e glie n'era restato sempre
il rammarico e il desiderio di mostrargli alla prima occasione la sua
incontrastabile superiorità. Il giorno della festa andando all'«Operaio
Italiano» camminava per la via accanto alla moglie con la barba gonfia
e gongolante e vi giunse poco prima de' due nemici rappacificati. I
quali nella sala maggiore del sodalizio rinnovarono gli abbracciamenti
e uno era piccolissimo di statura e l'altro grandissimo. E poi, capaci
d'abbracciarsi ma non di parlarsi, si separarono subito e andarono il
piccolo con questi e il grande con quelli e di tanto in tanto da un
capo della sala all'altro e attraverso i capannelli degl'invitati si
lanciavano, quando potevano, occhiate cariche della loro inimicizia
di dieci anni, e il piccolo aveva l'occhio anche più feroce. In quel
mentre, il segretario stesso del sodalizio, Giacomo Rummo, spiegava
al professor Axerio perchè nella colonia si esercitavano tanto le
discordie e con il suo acume solito faceva osservare che le colonie
eran piccole comunità a sè, fra altre comunità, dove le fortune degli
«homines novi» si trovavano in vista e di fronte le une alle altre più
che nella madrepatria e quindi più si osteggiavano. E poi erano appunto
«homines novi» con un che di barbarico ancor fresco; e poi non avendo
nel paese d'immigrazione i diritti politici eran ridotti allo stato
di puri individui, «homines novi oeconomici», e quindi quelli spiriti
pugnaci che nella madrepatria, per lo meno in parte, si sarebbero
sfogati nelle lotte dei partiti, nella colonia eran costretti a
sfogarsi tutti quanti nelle competizioni da persona a persona e intorno
ai sodalizi. Il Rummo teneva appuntato verso il petto del professor
Axerio il piccolo cono rossigno della sua barbetta e gli parlava con
le sue labbra secche e stirate godendo nel suo cuore ciò che per lui
era tutto a questo mondo, il buon cibo, la buona bevanda e la sua parte
d'amore; godendo il piacere di fare una esposizione di genere politico,
perchè il Rummo era nato politico come l'Axerio era nato borghese. Ma
questi ora guardava sopra la testa del Rummo verso il centro della sala
e la sua barba ignara della barbetta espositrice si allungava nella
direzione dello sguardo. Afferrò soltanto poche parole e ad un certo
punto esclamò per tagliar corto:
— Via via! Simili argomenti sono inopportuni. Da oggi non ci saranno
più discordie nella colonia.
Disse questo come quando diceva che non ci sarebbero state più guerre
fra le nazioni. Il Rummo abbassò il cono rossigno, serrò le labbra
secche e stirate, e come se fosse stato lo stesso Buondelmonti nelle
discussioni sull'«Atlantide», disse dentro di sè per il professor
Axerio:
— Imbecille!
E aggiunse:
— Bel regalo ci ha fatto la patria! Il riformatore borghese e
quest'imbecille!
Ma già il professor Axerio parlava con un altro.
In quel momento Filippo Porrèna camminando alla sua maniera un po'
curvo e facendo musetto in aria come se braccasse il comico, s'avvicinò
all'Axerio il quale gli disse:
— Oh, caro signor Porrèna!
E s'allontanò, perchè qualcuno il giorno innanzi gli aveva detto che in
Rio il giovane aveva cattivo nome per i suoi costumi scioperati e nelle
case serie non era ricevuto.
Allora appunto fu visto Piero Buondelmonti entrare nella sala maggiore
e molti gli andaron subito incontro, ma quando furono dinanzi a lui
ammutirono perchè pareva uscito dalla tomba. Egli mise un braccio
intorno alla spalla del Tanno e se lo portò al petto abbozzando un
sorriso con i suoi occhi che parevano lacerati.
Poco dopo, Piero seguìto da' suoi amici e Giovanna in mezzo ad
altre signore si rividero. Piero tremò e vacillò e una repentina
trasfigurazione avvenne sulla faccia di Giovanna. Gli andò incontro e
gli stese la mano, ed era anch'essa bianca bianca come se non avesse
più una stilla di sangue addosso. E di nuovo gli fu accanto e gli disse
sotto voce:
— Facciamo pace anche noi.
E pareva non potesse parlare dalla commozione. E di nuovo:
— Ho un gran torto verso di Lei....
Ma Piero fece l'atto di metterle una mano sulla bocca, e la sua faccia
raggiava di gioia.
Anche Giovanna amava. Sino dal momento in cui Piero aveva lasciato il
suo salotto senza che essa gli stendesse la mano, le era caduta la
benda dagli occhi, il rancore dall'anima, e s'era ritrovata col suo
amore nato sull'«Atlantide». S'era ritrovata in ogni parte della sua
anima l'uomo del quale non aveva potuto sostenere la vista e che aveva
allontanato da sè per sempre. Essa amava e diceva: — Che ho fatto! — E
tutto il male che sino a quel momento aveva pensato di lui, era sparito
e una sola cosa era rimasta: egli amava. E Giovanna diceva: — Che ho
fatto di lui? — E nutriva il suo amore dei pensieri più appassionanti,
de' pensieri di pietà per l'uomo che essa amava. — Che ho fatto, che
ho fatto di lui? — E nutriva il suo amore del suo rimorso. Giovanna lo
rivedeva andarsene umiliato ed essa lo aveva umiliato e non gli aveva
steso la mano; egli soffriva chi sa quanto, lontano da lei, perchè lei
gli aveva detto: — Morta per sempre! — E perciò il rimorso non le dava
requie. Colpevole e pazza si chiamava e avrebbe voluto rivederlo e non
osava scrivergli. Ma voleva almeno saper qualcosa di lui e domandava al
marito ogni sera:
— Chi hai visto oggi?
E insisteva:
— Ma d'italiani?
Il marito non aveva mai rivisto Piero Buondelmonti, nè altri lo avevano
più visto. Essa domandava lo stesso a Bruna, senza fare il nome di
lui; la sera andava spesso col marito da Lorenzo Berènga e dentro di
sè cercava il modo di domandare lo stesso anche a lui. Ma nessuno
aveva più visto Piero Buondelmonti. Sicchè essa cominciò ad aver
paura che fosse partito e se lo immaginava in viaggio di ritorno per
l'Italia e si ricordava dell'altro viaggio che avevan fatto insieme
come d'una felicità perduta, morta per sempre. Perchè non ne aveva
goduto di più di quella felicità? Perchè non vi s'era abbandonata?
Perchè quella notte non gli aveva risposto: — A Rio de Janeiro, sì,
sarò tua, prendimi ora fra le tue braccia? — Per tutto un giorno portò
dentro di sè quel ricordo; per tutto un giorno pensò di essere fra le
sue braccia, sentì dentro di sè la donna nuova e il nuovo amore di cui
aveva avuto il primo indizio con spavento quella notte all'improvviso.
Andò tutto il giorno per la casa e per il giardino fuori di sè, a
capo basso, mettendo le mani sugli oggetti, rompendo le foglie delle
piante senza accorgersene. A un tratto un animo le disse: — Scendi in
città: lo rivedrai. — Come se volasse al convegno, si vestì in fretta
e furia, certa che l'animo non l'ingannava, scese in città, tornò tardi
e la notte non fece altro che piangere, perchè non avendolo rivisto le
pareva come se fosse morto. Tanto che il marito essendo fuori il giorno
dopo per le sue faccende e accadutogli di ripensare a lei si domandò
dentro di sè: — Che ha quella donna? Bisogna le parli. — E poi se ne
dimenticò occupato d'altro. Finchè Giovanna una volta rivide Piero in
lontananza e ci mancò poco non le uscisse il cuore dal petto. Avrebbe
voluto sparire sotto terra e il cuore le usciva fuori del petto dalla
gioia. Dopo però, i giorni seguenti, un animo cominciò a dirle: — E
tu credi che ti ami ancora? Tu credi che ti basterà di rivederlo e di
chiedergli perdono perchè ritorni quello di prima? Ma ti odia e ti
disprezza! Peggio! A quest'ora s'è dimenticato di te! L'hai voluto!
Tu sei veramente morta per lui! — E non riusciva dentro di sè a veder
quell'uomo tornare a sorriderle ancora e mostrarle ancora un segno
d'amore.
Un giorno il marito disse a Giovanna:
— Ho scritto anche al Buondelmonti perchè non manchi alla festa
dell'«Operaio Italiano».
Alle quali parole Giovanna provò quello che pochi giorni prima aveva
provato rivedendolo per Rio de Janeiro: avrebbe voluto sparire sotto
terra per paura di ripresentarsi dinanzi a lui. E per la via mentre col
marito andava all'«Operaio Italiano», Giovanna diceva a Piero nel suo
cuore tremante:
— Oh se tu fossi come me, una povera creatura che sbaglia e perdona!
E con quanto era in lei di più umile e di più femminile, con quanto le
era rimasto ancora dell'infanzia, Giovanna si componeva dentro di sè un
Piero a sua immagine e somiglianza, un Piero con qualcosa di fanciullo
e capace di sbagliare e di perdonare. E dentro di sè lo adorava con
immensa tenerezza. Ma si avvicinava alla sede dell'«Operaio Italiano»
e stava per comparire alla presenza di lui e non si sentiva più una
stilla di sangue nelle vene. Perchè quella volta per Rio de Janeiro non
aveva potuto rivedere il suo volto?
Lo rivide e conobbe quanto egli aveva sofferto per lei.
Quasi tutti se n'erano andati dall'«Operaio Italiano». I due nemici
rappacificati uscirono con altri e quando furono sulla porta, il
piccolo, quegli che aveva gli occhi più feroci, fece l'atto d'alzar
le corte braccia per riabbracciare il grande, ma questi non fu dello
stesso avviso, sicchè si separarono stringendosi soltanto la mano,
nè dalle loro gole riuscì a passare una parola articolata. Il Porrèna
sulla porta continuava a sorridere della cerimonia che s'era compiuta
e de' due che s'allontanavano, l'uno troppo grande e l'altro troppo
piccolo; finchè sempre sorridendo disse a Piero:
— Noi oggi riconciliando quelle due stature diverse abbiamo ben
meritato della concordia nazionale. Lei dev'esserne contento.
Ma Piero, preda ormai dell'incanto d'amore, aveva tanta gioia accanto
a Giovanna che non lo sentì nè lo vide.
Intanto il professor Axerio continuava a stringer mani ripetendo per
coronare la sua opera e darsi lode:
— Speriamo che sia oggi l'inizio d'una pace duratura e feconda per la
colonia.
E quando fu al Porrèna, sapendo che le persone serie non lo
frequentavano, gli disse con ostentata freddezza:
— Addio, signor Porrèna.
E si mosse per andarsene.
Giovanna ripetendo come un'eco le parole del marito disse senza pensare
a chi si rivolgeva:
— Addio, signor Porrèna.
Il Porrèna ingoiò il suo sorriso.
Piero neppur ora lo vide. Ma quegli aveva notato che Giovanna s'era
mutata un'altra volta, e si rodeva.
Poi Giovanna disse a Piero:
— Perchè non sale con noi a Santa Teresa? Quello che c'è c'è. Non la
faremo morir di fame.
Piero disse di sì e s'incamminarono avanti, mentre l'Axerio li seguiva
con pochi amici. E a tutti e due pareva d'essere resuscitati.
In tranvai, mentre salivano, Giovanna sentendo un gran bisogno d'esser
perdonata da Piero tornò a dirgli:
— Le racconterò tutto tutto, e Lei deve perdonarmi.
Ma Piero non trovava parole che potessero saziare la sua gioia. Disse:
— Guardi.
E allora nell'atto stesso ch'ei la mostrò alla donna amata, la città
gli apparve per la prima volta nella sua bellezza. Le mostrò il mare
che si scopriva via via che salivano, e le isole e gli archi lontani
delle montagne e le palme gigantesche che erano da per tutto, si
slanciavano dalle bassure, toccavano il cielo da tutte le cime.
Giovanna seguiva i cenni dell'uomo amato e aveva l'anima negli
occhi. Tutte le cose belle nascevano allora sotto i loro occhi. Piero
ripeteva:
— Guardi!
Giovanna ripeteva un solo monosillabo:
— Sì!
E avevano tutta l'anima negli occhi, e i loro occhi non bastavano per
vedere le cose belle che nascevano intorno. Piero e Giovanna vedevano
e non vedevano, perchè la gioia d'amore era in essi come una musica che
animava e confondeva le loro visioni.
A un tratto Giovanna, con la dolcezza della donna che manca per amore,
sospirò il nome della città che aveva la stessa dolcezza:
— Rio de Janeiro!
E Piero si ricordò e tremando disse il nome di lei:
— Giovanna!
V.
Lorenzo Berènga andava avanti e lo seguivano gli Axerio, il
Buondelmonti, qualche altro italiano e i brasiliani Quirino Honorio do
Amaral e Gonçalo da Paiva, un redattore del «Giornale del Congresso»,
con un lungo capo calvo sino alla cuticagna e due occhietti vispi
così neri e vivi che parevano perforargli l'osso polito del cranio. Il
Berènga camminava un po' curvo alla maniera de' campagnuoli e mostrava
l'opera sua con franca compiacenza com'è proprio degli uomini che
son venuti su dal nulla e non hanno avuto tempo d'imparare la virtù
cittadina della falsa modestia. Egli mostrava l'edifizio di stanza in
stanza e passando dava un'occhiata agli operai che c'erano ancora, chi
a mettere gli affissi, chi a rifinire i pavimenti e chi a dipingere; si
soffermava or dinanzi agli uni or dinanzi agli altri, prendeva notizie
e impartiva ordini. E le sue parole eran secche e soldatesche, con un
che di cordialità sotto la durezza.
Piero disse a Giovanna:
— Guardi le sue mani.
Giovanna guardò il Berènga nel momento che questi per insegnare ad un
operaio che cosa doveva fare, andava con l'unghia del pollice tirando
linee su e giù sopra un affisso. La sua mano portava la testimonianza
delle due vite, era operaia e signorile, formidabile e bellissima:
larga, quadrata, massiccia d'ossa, travagliata di muscoli, coperta
d'aspro vello, bruna sul dorso e bianca la palma, come quella dei
negri, tenuta con cura e linda.
I visitatori salirono dal primo al secondo e poi agli altri piani
finchè riuscirono sulla cupola del palazzo dalla quale videro Rio
de Janeiro su tutte le colline e tutte le isole. Quirino Honorio do
Amaral vibrando gli orecchi verso il cielo, impetuosamente nominò a
Piero e a Giovanna le colline, le isole e le spiagge. Ecco il Morro
do Castello ed ecco il Morro da Gloria e Sant'Anna, Santa Teresa, e
sopra Santa Teresa il Corcovado e poi le foreste della Tijuca e il
Morro do Pinto e il Morro da Conceiçâo, e distese di case di colori
crudi e il cupo della vegetazione e la terra nuda del color del sangue
e giardini e ville. Ed ecco la Serra degli Organi col Dito di Dio.
Ecco la spiaggia bassa d'Icarahy dov'è la città di Nicteroy ed ecco
le isole Das Enxadas, Das Cobras, Do Vianna e la leggiadrissima isola
Fiscal e l'isola del Buon Viaggio che s'alza in forma di mammella
verso l'imboccatura del porto. Ed ecco a guardia dell'imboccatura
l'erto Pan di Zucchero e di contro il Morro do Picco. Quirino e Gonçalo
accennavano via via che nominavano; Quirino dava tutta l'anima sua con
la sua parola e anche Gonçalo aveva il cuore gonfio di contentezza
e gli occhietti più vivi gli perforavano di più il cranio polito,
perchè la loro città era bella. E intanto il Berènga all'Axerio faceva
la storia della nuova Avenida Central che correva a piè del palazzo.
Poi Gonçalo e Quirino si misero a discutere fra loro per precisare i
nomi di certe cime della Serra degli Organi verso il Dito di Dio, e
Giovanna e Piero guardavano il mare e il cielo. A sinistra per tutto il
bell'arco dal Pan di Zucchero a Nicteroy l'orizzonte era senza nube e
luminoso. Dinanzi ai loro occhi lo strambo Corcovado si erigeva nella
luce. Ma verso la Serra degli Organi il cielo era come un antro cupo
di nubi tempestose e sotto, la laguna stagnante mandava lucori tetri.
Giovanna disse a Piero:
— Si è tanto in alto!
E aggiunse:
— Non mi sono mai vista così in alto! Piero esultò per queste parole,
gonfiandogli il cuore l'inganno della specie che l'aveva rifatto
artista. Esultò e disse:
— Io vedo un immenso tumulto che s'arresta a un tratto. «Fiat lux. Et
facta est lux».
— Che dice?
— Guardi, guardi! Là è luce, là è tenebre. Guardi quelle palme lassù
lassù e poi quelle giù in fondo. Quelle lassù son giunte a vedere il
mare. E di là ci sono ancora altre isole, altre rocce, altre montagne,
e in cima altre palme che vedono il mare, e altre e altre e altre,
sempre più là, sempre più là, finchè le ultime stanno dinanzi al libero
orizzonte del mare e del cielo. Da questa parte dove c'è la luce, quale
artista potrebbe creare un'opera di bellezza così pura? Ma dall'altra
c'è le tenebre e la tempesta che minacciano guerra alla luce. Ecco
ecco il tumulto che Le ho detto! Ora mi si precisa. È un tumulto di
guerra. Noi abbiamo dinanzi agli occhi un gran campo di guerra fra la
montagna e il mare, fra la roccia e l'onda. Guardi intorno, per tutto,
che mischia del solido e del liquido! Il terreno par lacerato dal
mare, il mare schiacciato dal terreno. Guardi quelle lagune come sono
schiacciate! E quelle isole, quelli scogli, que' bracci della costa!
Son membra sparse d'un gran corpo. Guardi le cavalcate delle montagne!
Valli, baratri, gole, vette, lagune, laghi, isole, coste, un rovinio!
Ci sarà un Wagner per esprimere il furore ed il fragore di queste
Walkirie? Oh i colori! Guardi il mare sotto il Morro do Picco com'è
turchino! Guardi dietro il Morro do Picco quella massa d'ombre! Sono
isole, rocce della costa, nuvole? Chi sa! Son più turchine del mare.
E sopra sono orlate d'oro. Anche il Pan di Zucchero ha dell'oro. Oh
la grazia ora! Oh ecco come mutano i colori! Mutano come i pensieri.
Guardi! Tutto è diventato violetta, il mare, le nuvole, i morri, il
cielo. Non più la cavalcata delle Walkirie, ma il volo delle Grazie che
lasciano dovunque i loro veli e i loro sorrisi.
Quirino mandò un grido, Gonçalo sfavillò dagli occhi.
— Evviva la patria latina!
Gridò Gonçalo e parve gli ardesse il cranio geniale. Quirino non
sapendo come altrimenti esprimere a Piero la sua riconoscenza, gli
raccontò quello che qualche giorno prima aveva fatto.
— Ho scritto un canto su Dante!
E gli aggiunse il proposito che in quello stesso momento gli era nato
nel cuore.
— L'anno prossimo farò il viaggio d'Italia!
E il furor lirico già portava via verso l'Italia l'anima del mirabile
giovinetto.
Giovanna era rapita in Piero e questi ebbro d'amore dentro di sè le
parlava dicendole:
— Cara, vorrei creare il mondo sotto i tuoi occhi.
E nelle prime ore di notte di quel medesimo giorno Giovanna stava alla
finestra della sua villa a Santa Teresa e guardava i lumi sparsi per
il colle, perchè Piero le aveva aperti gli occhi dinanzi alla bellezza
della città ed ora soltanto anche essa vedeva. Erano i lumi delle altre
ville e dei sentieri e giungevano fino a lei da vicino e da lontano
piccoli piccoli attraverso le chiome delle palme ed i giardini. Erano
lumicini radi e leggiadramente furtivi nel buio tra le foglie e i rami
tanto che a Giovanna parevano accesi per un giuoco da un popolo di
fanciulli che poi si fossero nascosti. E sentiva una grande allegrezza
nell'anima sua a vederli così, quella donna giovinetta. Qua e là
biancicavano casipole e tronchi di palme. E poi giù nel piano c'era
un cielo tutto tempestato di stelle, e poi un altro e poi un altro
più lontano ancora, ed erano i quartieri della città, e poi altri
lumi sparsi ed erano le isole della baia, e poi altri lumi su su ed
erano gli altri colli. E dal mezzo della città saliva come un albore
rassomigliante a quello della Via Lattea, e quando Giovanna levava gli
occhi verso il vero cielo non vedeva più le vere stelle. Ma soprattutto
tornava a guardare i lumicini del colle e rivedeva con gli occhi della
mente le palme solitarie sino ai confini del mare, mentre tutto il
mondo dormiva. Nè un rumore giungeva dalla città, nè dal mare, nè dal
colle, nè dagli altri colli. Giovanna pensava a Piero.
Poi a poco a poco la pena s'impadronì di Giovanna perchè pensava a
Piero che l'aveva invitata a far una passeggiata con lui la mattina
dopo ed essa aveva detto di sì. Pensava che ora non era come quando
andava per la città con quel tal signor Porrèna, e si pentiva d'aver
detto di sì. Il marito a tavola le aveva parlato male di Piero perchè
gli era rinata l'ostilità che aveva nel sangue contro di lui: le
aveva detto che in fondo era un uomo mediocre pieno di boria, che
aveva una gran confusione nel cervello, che apparteneva ad altri
tempi, che era un superuomo insomma, perchè superuomo era per il
professor Axerio un tipo d'uomo che non possedeva affatto le tre
virtù che il professor Axerio riconosceva a se medesimo in sommo
grado: il buon senso borghese, l'animo buono e la modestia. Erano le
virtù degli umili e perciò il professor Axerio poteva attribuirsele
senza offenderne una delle tre, la modestia; ed erano anche di prima
necessità per il viver civile e perciò il professor Axerio contro
coloro che non le possedevano, contro i superuomini, com'ei li chiamava
nella sua sprezzante ignoranza, si mostrava inesorabile. Così quella
sera, durante il desinare in compagnia della moglie, era tornato a
mordere il Buondelmonti, perchè poche ore prima sull'alta cupola era
tornato chissà perchè a rivedere in lui un superuomo, vale a dire
un nemico della sua stessa persona adorna delle tre virtù. E avendo
Giovanna osato di difenderlo, il professor Axerio le aveva dato di
sciocca, lampeggiando odio dagli occhi e dalla barba tutt'irritata.
In quei momenti essa aveva risentito piacere di aver detto di sì a
Piero; ma ora, sola con se medesima, se ne pentiva. Il marito s'era
ritirato presto in camera sua; per le stanze piccole e leggiere della
villa solo qualche passo di servitore rompeva di tanto in tanto il
silenzio. Giovanna stava alla finestra, dimentica del sonno, e per
distrarsi si sforzava di guardare i cieli della città e di seguire
certe combinazioni di luci che parevano vere e proprie figure di
costellazioni. Ma non poteva distrarsi, Piero riappariva e l'animo le
ripeteva la domanda netta:
— Andrai o non andrai domani mattina con lui?
E sotto di questa le si presentava la domanda più grave:
— Sarai o non sarai la sua amante?
La sua pena angosciosa proveniva specialmente dal capire che le due
domande eran tutt'una, che la prima dipendeva dalla seconda: l'animo le
diceva:
— Se tu andrai domani con lui, sarà finita per te: presto dovrai
diventare la sua amante!
E quando dentro di sè sentiva più chiare queste parole, risolveva di
non muoversi di casa la mattina dopo, ma subito se ne addolorava e per
sè e per lui: per sè perchè le pareva di vivere soltanto quand'era in
sua compagnia; per lui perchè pensava al dispiacere che gli avrebbe
dato, se gli avesse mancato di parola. Lo rivedeva come tante volte
l'aveva visto in cima alla cupola, rivedeva la sua gioia e la sua
felicità e pensava che le avrebbe amareggiate e non poteva sopportare
questo pensiero. E allora incominciò a dirsi dentro di sè, nel suo
cuore semplice con parole semplici:
— Io andrò domattina e gli parlerò chiaro: gli farò intendere che non
potrò mai essere la sua amante!
E così con queste parole per qualche momento si metteva il cuore in
pace e si abbandonava a pregustare il piacere della passeggiata, già
si vedeva in compagnia di lui e lo sentiva parlare. Essi non avevano
stabilito dove sarebbero andati, ma ovunque fosse, egli avrebbe parlato
come poche ore prima sulla cupola ed ella sarebbe stata un'altra volta
rapita in lui e in ciò che avrebbe visto per opera di lui. E per alcuni
momenti era tutta lieta. Poi l'animo le diceva: — Ma se lui vorrà?
— E allora tornava a stabilire che nè la mattina dopo nè mai sarebbe
andata sola con lui. La stessa città incominciò a farle paura perchè
aveva sentito l'irresistibile veemenza di Piero quando si trovava come
artista dinanzi a quella. Giovanna sentiva che ovunque fossero andati
di lì a poche ore, la città si sarebbe unita insieme con Piero per
travolgerla in un turbine. E un oscuro terrore la invase. In mezzo al
quale terrore le riappariva di tanto in tanto la faccia del marito con
l'aspetto di poco prima, quando da quelle labbra erano uscite le parole
cattive contro Piero e da quegli occhi il lampo dell'odio. Giovanna
rivedeva quella barba nera inferocita saltare sui condimenti del
piatto, quando un momento il delicato cuore le tremò. Di quella appunto
aveva terrore. Che accadeva in fondo al suo essere? Aveva terrore e
nausea. Allora per la prima volta l'uomo apparsole improvvisamente
nauseabondo e terribile, per la prima volta da che era congiunto con
lei, le disse nell'anima, in tutta la pienezza del loro significato,
queste parole:
— Io sono tuo marito!
Giovanna vide chiaro ciò che le accadeva: essa amava per la prima volta
quando non poteva più amare. Come un colpo di mazza sulla nuca delicata
questa certezza la prostrò, il suo lamento salì pel silenzio della
notte e fu deciso: essa non avrebbe fatto la passeggiata con Piero.
Perchè non poteva avere un amante. Qualcosa d'inesorabile stava in
fondo al suo essere: la sua leale rettitudine. L'educazione di famiglia
le aveva dato a intendere che la sua rettitudine di donna maritata
avrebbe dovuto consistere nel non avere un amante e il non avere un
amante era diventato la sua inesorabile rettitudine. Lasciò la finestra
e la sua volontà era fissa: la mattina sarebbe rimasta in casa. Ma
la mattina appena si fu risvegliata, l'amore la colse all'improvviso
e la vinse. Le ripresentò l'immagine di Piero quale le era apparso
all'«Operaio Italiano» in preda al suo patire. Una tremendissima paura
l'assalì di farlo soffrir di nuovo, e allora l'amore la fece volare.
Si ritrovarono in un viale sul mare dove c'era un gran palazzo bianco
e un giardino di fiori radi e vivi e la baia dinanzi formava lago
tutto chiuso da più archi di colline, di rocce e d'isole. Dove il lago
s'apriva sul mare, Piero e Giovanna riconobbero il Pan di Zucchero
e più in dentro l'isola del Buon Viaggio che dà l'ultimo saluto ai
naviganti che escono dal porto, e dietro all'orizzonte, la riga bianca
d'Icarahy dov'è Nicteroy, e riconobbero da presso sul viale la più
leggiadra delle colline, la figlia della roccia e dell'aria, il Morro
da Gloria, alata di palme. Piero e Giovanna si incamminarono per il
viale aperto e sereno verso la florida Gloria e c'era nella luce del
sole, nello spirito dell'aria, nel cielo, nel mare, nelle colline e
nelle rocce una leggerezza elisia. Un sorriso elisio correva per il
viale leggiero leggiero con i suoi giardini radi e vivi nell'argentina
serenità del mattino. E Piero non si ricordava più di nulla, avendogli
l'amore distrutta tutta la coscienza e tolto ogni contrasto, come per
altri amori gli era accaduto. Egli accanto alla donna la quale per la
prima volta amava, era ora ciò che altre volte era stato: un amante
di romanzo in luoghi di romanzo. Egli e Giovanna raccontavano ciò che
avevano fatto e visto durante la loro breve rottura, perchè da quattro
giorni soltanto s'eran rappacificati e quella mattina si trovavan
soli per la prima volta. Piero due volte senza accorgersene dette del
tu a Giovanna, e Giovanna pensò: — Perchè dovrei ora amareggiarlo? —
Giunsero sotto la Gloria dove c'erano altri giardini di fiori vivi e
una grande statua bianca e due palme sovrane. E di là dal verde e dal
rosso dei giardini appariva un color di violetta ed erano le rocce
e le colline del mare. Piero e Giovanna attraversarono i giardini e
s'accostarono al mare. Sulla catena lontana il Dito di Dio rifulgeva
nella luce eccelsa; tutta la catena era una nube di fulgore; il Pan
di Zucchero e le altre rocce avevano il color del rubino tra il mare
azzurro e il cielo celeste, e il mare, il cielo e tutte le rocce
rifulgevano; la Gloria, gioiello delle colline, sollevando in alto la
chiesetta bianca e l'ala d'aria e di palme rideva tutta traforata di
fulgido sereno. Allora Piero guardò Giovanna che aveva un gran cappello
di paglia e nell'ombra il viso le rideva silenziosamente. Tutto il viso
le rideva di una felicità innocente come l'infanzia, perchè essa amava
per la prima volta, ne d'altro si ricordava in quel momento. Piero si
ricordò di quando quelle labbra avevan detto: — A Rio de Janeiro! — E
sentendosi scoppiare il cuore dalla tenerezza volle parlare, ma non lo
fece, perchè il suo amore fu fatto più delicato da quello di Giovanna.
Con una delicatezza quale non avev'avuta mai, come se risvegliasse
un bambino che dormisse, prese una mano di Giovanna, l'alzò e appena
appena la sfiorò con le labbra. E soltanto, il suo cuore diceva a
Giovanna:
— Svegliati, amore!
Piero fu pieno di felicità in quei giorni. Ei portò la sua felicità fra
gli amici i quali si meravigliavano di lui perchè aveva una potenza
nuova e quando semplicemente conversava, con questa potenza creava
nelle loro anime. Gli amici non comprendevano, ma quando parlava loro
dell'Italia, quelli che più non la ricordavano, la rivedevano, e quelli
che l'amavano, l'amavano più ardentemente. Egli però amava ora l'Italia
nell'amore di Giovanna. Gli amici vedevano nei suoi occhi un fuoco che
prima non vedevano, sentivano nella sua voce un'altezza che prima non
sentivano, e se ne rallegravano. In quei giorni Piero passò con loro
più d'una sera: desinavano insieme, uscivano per la città, andavano sul
mare, salivano ai colli e vagavano per i luoghi solitarii e selvaggi
conversando forte, ridendo e cantando. Piero scherzava, raccontava
storielle, suscitava l'ilarità, diceva:
— Cantiamo, cantiamo!
E allora Diego Mùrola, un giovane che appena parlava per timidezza,
levava nel silenzio notturno la sua voce argentina e intonava i
canti della patria lontana e il Tanno e il fratello e gli altri
l'accompagnavano. E Piero si domandava dentro di sè:
— A chi penserà ora Giovanna? Che vedrà?
E la sua voce superava quella degli amici.
Una notte andarono al Corcovado ed erano della comitiva anche Giovanna
e il marito perchè gli amici italiani avevan voluto portare gli
Axerio e il Buondelmonti su quel punto famoso e durante il tragitto
magnificavano loro le meraviglie che avrebbero viste di lassù.
Giovanna seduta nel treno accanto a Piero stava zitta, guardava le cupe
ombre della foresta in mezzo alla quale salivano e sentiva per Piero
una tenerezza come non aveva mai sentito, perchè nella passeggiata
della Gloria egli era stato quale lo aveva voluto lei. Sentiva per
Piero una tenerezza che le faceva ridere il delicato cuore. Pensava
dentro di sè, mentre il treno saliva nel cupo della foresta e della
notte, Giovanna pensava: — Sarà sempre così questo grand'uomo che in
Italia da tanta gente ho sentito dipingere come cattivo e violento?
Basterà ch'ei legga sulle mie labbra una parola che non dirò:
«Silenzio!». E lui saprà amarmi com'io voglio! — Perchè Giovanna aveva
sempre paura di diventar l'amante di Piero.
Quando il treno fu al termine, la comitiva fece a piedi l'ultima salita
del gran picco e giunta presso la cima, uno degli amici disse agli
Axerio e al Buondelmonti:
— Bisogna vedere a un tratto! Giù gli occhi finchè non saremo al punto.
Un altro ridendo gridò:
— Bisogna mettere loro la mano sugli occhi!
Allora uno mise una mano sugli occhi a Buondelmonti, un altro
all'Axerio e nessuno osando fare altrettanto alla signora Axerio le fu
detto:
— Lei, signora, camminerà a occhi chiusi, vero?
E gli amici con una mano coprendo loro gli occhi e con un'altra
guidandoli facevano camminare l'Axerio e Piero, mentre quest'ultimo
teneva per la mano Giovanna che camminava a occhi chiusi. Dopo qualche
passo Piero le disse:
— Non guardi, sa! Deve vedere con noi.
— No no! — gridò Giovanna e ogni tanto si sentiva un leggiero trillo di
riso uscir dalla sua gola. Giunsero al punto, più voci dissero:
— Via!
Le mani s'abbassarono, gli occhi s'aprirono, giù nell'abisso apparve
Rio de Janeiro illuminata.
— Ah! — gridò Giovanna e battè le mani dalla gioia e poi subito levò
gli occhi verso il cielo e disse a Piero:
— Guardi in su!
Piero guardò e non si vedevano più le stelle, nè il cielo dopo aver
visto la città illuminata.
— Che è quel cerchio di lumi a destra?
— La Lagoa Rodrigo de Freitas. A sinistra il Morro del Cantagallo e
quelli dietro sono i lumi del Leme e dell'Ipanema.
— E quest'altro cerchio in faccia?
— Botafogo.
— E laggiù nel mare quelle due file di lumi?
— La spiaggia d'Icarahy e Nicteroy.
Queste domande e risposte si facevano l'Axerio e gli amici movendosi
qua e là per vedere, ma Piero e Giovanna stavan da sè in disparte e di
tanto in tanto si parlavano con un fil di voce.
— Guardi giù. Nelle gole di quelle colline ci son come vezzi distesi,
cascatelle di perle! Guardi! Botafogo è come una ghirlanda aperta.
Eran campi immensi e giardini di brillanti, regge d'oro e raggiere,
ghirlande e vezzi di perle, lontani lontani. E tutti i brillanti,
tutte le perle, tutti i punti d'oro palpitavano e mutavano di colore
passando per tutti i colori delle pietre preziose, come se avessero una
minuscola pupilla o un minuscolo cuore d'un'altra luce nella loro luce.
— Guardi laggiù laggiù quel piccolo vezzo solo solo, un po' in alto, a
pie' d'una collina, dev'essere. Chi lo lasciò in quel posto? E per chi?
Giovanna sorrise. Poi da' sentieri de' colli salì il rumore di un
veicolo e dal mare l'ululo d'una sirena. E a volte si sentiva il canto
de' grilli e qualche latrato.
Piero disse:
— I brasiliani raccontano d'un gran gigante che dorme sul mare. Ha
il capo sui picchi della Tijuca e della Gavea e i suoi piedi toccano
il Pan di Zucchero. Forse prese parte alla guerra del mare e della
montagna. Forse il gigante lasciò sulla riva del mare tanti gioielli
per qualche divina creatura che deve giungere di là dal mare. Perchè
dorme ancora il gigante? Perchè la divina creatura non è giunta ancora?
Giovanna sorrise di nuovo dicendo a Piero dentro di sè: — Sì, ho
capito: tu vuoi darmi tutto quello che vedi.
E si vedeva a' piedi tutti quelli immensi gioielli e tesori, mentre
si diceva dentro di sè: — Tu sei una divina creatura per lui! — E un
pensiero d'orgoglio le rideva in mente.
Piero le domandò:
— Ha aperto gli occhi avanti? Ha visto insieme con me?
Allora l'amore rispose all'amore:
— Avevo la sua mano sugli occhi.
Giovanna sentì le sue proprie parole e il cuore le fece un balzo. Si
voltò, cercò, gli altri erano in distanza, qualcuno parlava, ma non si
vedeva nessuno nel buio della notte. E appena di nuovo si voltò verso
l'abisso de' tesori, si sentì sul viso una parola d'amore e non potè
distaccar le sue labbra dalle labbra di Piero.
VI.
Giovanna stava lavorando nel suo salotto, aveva incominciato un ricamo
per Piero ed era tant'occupata in questo lavoro che non sentì entrare
il marito. Costui aveva per Giovanna un sentimento non di marito
e neppure d'uomo ma di grand'uomo, il sentimento che può avere un
grand'uomo per una cosa di secondaria importanza. Alcune volte però
tornando dalle sue fatiche professionali aveva piacere di riveder sotto
il tetto domestico la leggiadra moglie e così fu quella sera.
Inavvertito le si accostò alle spalle e mettendole una mano intorno al
volto l'attirò a sè e si chinò per baciarla; ma Giovanna saltò in piedi
e balzò all'indietro rimanendo nell'atteggiamento dell'animale spaurito
sulle difese. L'Axerio le conficcò gli occhi in faccia e la scrutò
lungamente a barba bassa. Poi disse:
— Che novità è questa?
E dando una spallata s'avventò verso la propria camera.
Infatti c'era una novità: da mezz'ora appena Giovanna aveva lasciato
Piero e quel giorno era stato il primo del loro amore. Giovanna era
tutt'occupata nel lavoro che aveva cominciato per lui, stava tutta
raccolta intorno al pensiero di lui col piccolo capo ridente sulle
agili dita e gli parlava con ogni punto che metteva. Sentiva per
sè e per la sua persona qualcosa di nuovo come accade alla donna
in principio d'amore: le pareva che la sua persona si fosse un po'
distaccata da lei e nello stesso tempo fatta più intima, simile ad una
cara amica ritrovata dopo tanto tempo. Quand'era entrato il marito
e la aveva toccata ed essa era balzata in piedi dallo spavento e
riconosciutolo, lo spavento s'era mutato in ribrezzo.
Il marito nella propria camera continuò a domandarsi:
— Che novità è questa?
E andava su e giù tenendosi stretta nel pugno la lunga barba nera da
cui schizzavan fuori due zigomi color cadavere, movendoglisi negli
occhi una losca collera. Andava su e giù a grandi passi con la barba
nel pugno e si domandava: — Che novità è questa? — Ma non sapeva che
pensare. Soltanto, la propria grandezza gli stava presente come non mai
e gli diceva: — Com'è possibile che quella donnetta abbia fatto questo
a te? Che è successo? È impazzita? — Spinto dalla collera e dalla
curiosità tornò dalla moglie.
Questa pure s'era ritirata in camera sua e s'era coricata, e appena
sentì aprir la porta e vide comparire il marito, balzò su dal letto,
poi ricadde giù, nè più si mosse. Quegli le disse:
— Mi spiegherai un po' che hai stasera.
E cominciò a spogliarsi aggiungendo:
— Non rispondi? Hai perduto la voce?
Ma Giovanna non rispondeva. S'era tirate le coperte fin sopra alla
bocca e fissava il marito con gli occhi sbarrati. E quegli seguitava:
— Che cosa sono questi capricci? vediamo un po'.
E più Giovanna taceva, più l'Axerio si sentiva crescer la collera
contro di lei. La collera gli portava via le vesti di dosso e dalle
mani, gli sbatteva la barba sul torace cadaverico ed irsuto. Finchè si
coricò accanto a lei.
E la mattina se n'andò per le sue faccende. La sera poi verso la solita
ora tornò a casa e la cameriera gli disse:
— La signora è uscita stamani e non s'è ancora rivista.
Il professore Axerio ripensò a quello che era successo la notte e si
disse: — È fuggita? — Ma si padroneggiò, non domandò nulla, e mormorò
soltanto:
— So, so.
Ed entrò nel suo studio rivedendo dentro di sè le facce di maggiorenti
della colonia, di grandi brasiliani amici suoi, e dicendosi:
— Come nasconderò loro questa fuga?
Rimase nel suo studio, al suo tavolino fin all'ora del desinare, e
ogni momento aspettava di sentir il passo della moglie e ogni momento
quell'uomo si diceva:
— Farà parlare di me?
Ma venuta l'ora del desinare si padroneggiò, si sedette a tavola e
mangiò senza che un pel di barba gli si movesse sotto gli occhi de'
servitori. A un certo punto la cameriera che gli aveva dato l'annunzio,
gli domandò:
— Il signore può dirmi se la signora torna stasera?
Il professor Axerio con le mani pallide incrociate dinanzi alla
barba levò gli occhi in faccia alla donna perchè gli era parso che
avesse riso, e intanto pensava se dovesse rispondere di sì o di no e
giudicò che fosse più prudente rispondere di no. E allora la cameriera
aggiunse:
— Perchè la signora non ha preso nulla con sè, nè ha detto nulla a
nessuno. È sparita!
Ma il professor Axerio mormorò:
— So bene, so bene.
E fissava la donna come se fosse distratto.
Finito di desinare uscì per i dintorni della villa e spiava nella notte
lungo la strada se la moglie tornasse, ma non tornò, ed egli rincasò e
dopo aver parlato con qualche servitore si coricò. Non dormì ma piombò
in un torpore ingombro d'incubi: gli appariva la moglie caduta giù in
un precipizio del Silvestre e rimasta morta; gli appariva il corpo di
lei fatto a pezzi sui massi e i tronchi d'albero, in fondo in fondo, e
nessuno lo ritrovava. Rivedeva le facce de' maggiorenti della colonia,
dei grandi personaggi brasiliani amici suoi, e provava un gran sollievo
perchè il corpo della moglie non era ritrovato da nessuno; come se
avesse fatto cader lui la moglie in fondo al precipizio per vendicarsi.
La mattina però quando si fu alzato, aveva un solo desiderio, quello
che la moglie tornasse.
Invece ricevè per la posta una lettera di lei e in questa lettera essa
gli dichiarava, senza fare alcuna allusione alla violenza patita la
notte, che riprendeva la sua libertà per sempre come se mai gli fosse
appartenuta, come se mai l'avesse conosciuto.
Allora l'Axerio mandò un ruggito soffocato e addentò la lettera, perchè
sentì tutto il ridicolo che lo colpiva a un tratto. Il ridicolo colpiva
lui che sin a quel momento non aveva fatto altro se non portare se
medesimo in pompa magna per il mondo. Egli aveva avuto sempre somma
cura di apparire un modello di regolarità in ogni atto e detto agli
occhi del mondo come uomo, come professionista, come marito, come
cittadino. E per apparir così aveva sempre calcolato tutto, tutto aveva
fatto con calcolo a tempo debito. Per star bene nella compagnia del
maggior numero ben pensante, com'aveva scelte cert'opinioni politiche
e credeva nella futura solidarietà del genere umano, così aveva
brigato per ottener onorificenze e a tempo debito aveva preso moglie.
Il professor Axerio insomma aveva per fede che la sorte toccatagli
nascendo fosse di dare spettacolo di ciò che è un grand'uomo in un uomo
regolare, perchè egli era l'uomo civile e borghese per eccellenza. E
la gran barba era per lui il segno del privilegio; ei l'amava più di
qualunque altra parte della sua persona come quella che riuniva la
serietà dell'uomo regolare e la dignità del grand'uomo. Egli aveva
avuto dalla natura la gran barba per segno della sua dignità borghese
professionale, come, a male agguagliare, aveva avuto per la sua umanità
il sesso. Ma ora tutto andava in rovina nel modo più ridicolo. Il
professor Axerio fu invaso dalla paura del ridicolo.
E incontanente spinto da questa paura scese da Santa Teresa. Quando,
qualcosa di straordinario accadde dentro quell'uomo: ei trovò il modo
di metter d'accordo la paura del ridicolo col proposito di dare al
fatto domestico l'importanza di un avvenimento pubblico. E perciò corse
al palazzo d'un gran personaggio che conosceva e fattosi annunziare fu
subito ricevuto. Lo stesso personaggio che aveva un alto potere nella
repubblica, gli andò incontro fin sulla soglia del suo gabinetto con
tutte e due le mani tese festosamente. Ma appena l'ebbe invitato a
sedersi ed egli pure si fu seduto, s'accorse col suo occhio assuefatto
a legger dentro nelle intenzioni degli uomini, che gli stava dinanzi
uno che aveva da raccontargli qualcosa di grave. Il professor Axerio
avev'assunto un'aria solenne per far colpo, ma il personaggio afferrò
in lui un che di forzato e con un leggiero sorriso grazioso gli disse:
— Eccomi qui tutto per Lei se posso esserle utile in qualche cosa.
Il professor Axerio tirò fuori la lettera della moglie e passatavi
sopra l'unghia del pollice là dove c'era rimasto il segno del dente,
la porse al personaggio; il quale lesse, comprese, rilesse e facendo le
viste di non capir nulla, col solito sorriso domandò:
— Ebbene, professore, questa lettera?
— Questa lettera è della signora Axerio.
— Oh!
Il personaggio s'arrovesciò all'indietro sulla sedia e rimase a guardar
l'italiano con la bocca ancora arrotondata dall'esclamazione sotto
l'arco dei baffi. E l'italiano proruppe:
— Eccellenza, son venut'a pregarla d'aiutarmi a rintracciare la signora
Axerio!
E sua eccellenza di rimando:
— La ringrazio d'aver pensato a me.
E poi riprendendo il suo grazioso sorriso continuò:
— Naturalmente, la cosa è tanto delicata che non ardisco pregarla di
darmi particolari.
— Io stesso non riesco a spiegarmela. La signora m'è stata sempre
devota e sommessa.
— Non poteva essere altrimenti.
— Ieri le feci soltanto un'osservazione e ci fu tra noi qualche parola,
nulla più. Venni in città, al mio ritorno se n'era andata e stamani ho
ricevuta questa lettera.
— E non ha nessun sospetto....
— Sospetto?
— Dove possa trovarsi....
— Nessuno.
— Naturalmente, la cosa è molto delicata; le leggi della repubblica,
come Lei stesso può supporre, non ci permettono gran che, molto più
trattandosi d'una signora straniera. Se la signora si rifiuta di
tornare sotto il tetto coniugale, neppur nel Brasile si può in alcun
modo obbligarla.
— Neppur io intendo obbligarla. Ma intendo trovare, nella
peggior'ipotesi, una soluzione, e per il presente e per l'avvenire,
che mi metta al coperto da ogni menomazione della mia personalità nella
considerazione pubblica.
— Comprendo. Professore, mi lasci pensare al da farsi, perchè la cosa,
Le ripeto, è molto delicata, soprattutto trattandosi d'un uomo illustre
come Lei. Mi lasci pensare. Le manderò notizie in giornata a casa.
Così dicendo il personaggio guardava fisso fisso il professore
italiano, senza smetter di sorridere graziosamente. E poi riprese:
— Naturalmente non posso prometterle di far ricerche per tutto il
Brasile. Il territorio della nostra repubblica è per disgrazia così
vasto! Ma la signora non vorrà certo allontanarsi da Rio. Eccettochè
non prenda il volo per l'Europa e allora noi saremmo molto dispiacenti
se per questo dovessimo perdere anche Lei prima del tempo.
Il professore Axerio incominciò a sentirsi a disagio sulla poltrona,
perchè sempre più gli pareva che il personaggio con la sua grazia lo
burlasse fine fine. E tanto più quando gli disse:
— Mi permette una domanda? Lei certo è venuto qui non dall'uomo
pubblico, perchè la cosa sua non è materia di stato, ma dell'amico.
Ebbene, mi permette che Le dia un consiglio da amico? Cerchi anche Lei.
Ripassi con la mente le amicizie.... le amiche che la signora Axerio
può avere in Rio. Forse.... qualche amica potrebbe conoscere il suo
rifugio.
Il professor Axerio s'alzò, salutò, andò via, tornò a Santa Teresa, si
rinchiuse nelle sue stanze sentendosi inseguire dal ridicolo. Rinchiuso
dentro ripeteva fra sè:
— Oh se ti rimetto le mani addosso!
Per quella donna era stato burlato e da chi! Lui, lui burlat'in alto!
Ritrovarla, ritrovarla a ogni costo!
Volle almeno rivederne le stanze. Andò in punta di piedi e come un
ladro, perchè aveva paura de' servitori. Entrò nel salotto della moglie
e poi nella camera, se la raffigurava, gli pareva di rimetterle le
mani addosso. S'accostò al letto, la rivide come quando nell'accesso
della collera per provarle che era il padrone le aveva usato violenza.
Abbassò la barba sul letto con la gola gonfia di ruggiti come in quel
momento e si disse:
— Perchè non l'ho soffocata?
Lì dov'era il letto s'aprì un vuoto, ei rivide il corpo della moglie
giù in fondo al precipizio del Silvestre e gli attraversò il cervello
un fantasma che gli saziò il cuore: vide se medesimo di notte in atto
di portar via il corpo morto da quel letto fin all'orlo del precipizio.
Sentendo battere alla porta gridò:
— Che c'è?
E scagliò la barba contro la porta, gli zigomi irti e pallidi come due
mozziconi di ceri. Qualcuno entrò con un dispaccio. Sua eccellenza
annunziava che s'eran fatte le ricerche ma invano: per tutti gli
alberghi della città non esisteva traccia d'una signora italiana
giovane giunta il giorno avanti, sola, nella quale si potesse supporre
la signora Axerio.
Così la moglie gli sfuggiva dalle mani.
Ma esso gridò dentro di sè:
— La ritroverò io!
Si ricordò delle ultime parole di sua eccellenza:
— Forse qualche amica potrebbe conoscere il suo rifugio.
Risentì la beffa. Gli vennero in mente più nomi. A un tratto, come
lampo che scoppia di notte, fu presente al suo spirito il Buondelmonti,
e subito l'Axerio si ricordò d'una cosa che era successa sere
prima quand'erano stati insieme al Corcovado. Si ricordò che in
tutt'il tempo Giovanna e il Buondelmonti avevano parlato soltanto
fra loro; anch'allora l'aveva notato, un momento che que' due eran
rimast'indietro, ma subito s'era distratto e non ci aveva pensato
più. Subito si ricordò anche che la moglie una volta a tavola l'aveva
difeso, la volta che erano stat'insieme sulla cupola del palazzo
costruito dal Berènga. Egli n'aveva parlato male e la moglie l'aveva
difeso dicendo:
— Il signor Buondelmonti non è così. E del resto è amico tuo e mio e mi
dispiace sentirlo trattar male come tu fai.
E quand'egli le aveva dato di sciocca, essa aveva ribattuto:
— Ti ripeto che il signor Buondelmonti non è così. Lo conosco meglio di
te. È una grande anima.
E non aveva fiatato più.
A un tratto ritornò in ment'all'Axerio una folla di ricordi
dell'«Atlantide». Si ricordò d'una domanda che aveva fatto alla moglie
i primi giorni del viaggio:
— Perchè il Buondelmonti viene a Rio de Janeiro?
La moglie aveva risposto:
— L'avrai visto nei giornali. Viaggia per istudio.
Esso non ci aveva pensato più. Ma ora si ricordò di quella curiosità
che aveva avuto e d'altre. Un'altra volta aveva domandato alla moglie:
— Dove l'hai conosciuto il Buondelmonti?
Ed ess'aveva risposto:
— Ci conoscevamo sin da quando stavo a Firenze.
— Siet'amici d'infanzia?
— Sì.
Un'altra folla di ricordi ritornò in ment'all'Axerio. Si ricordò di
quando il Buondelmonti e lui sull'«Atlantide» tante volte s'eran
serviti della discussione come d'un mezzo per sfogar l'odio e il
disprezzo che si avevano l'uno contro l'altro. Si ricordò quando
per la prima volta aveva dovuto dentro di sè chiamar odio l'odio,
quand'attraversando il ponte dop'una delle solite discussioni aveva
scort'il Buondelmonti tra gli emigranti e aveva torti gli occhi da
lui per non salutarlo. E di tante e tant'altre volte si ricordò in
cui aveva trovat'insieme il Buondelmonti e la moglie a parlar tra
loro, aveva notato la differenza tra le relazioni sue proprie col
Buondelmonti e quelle della moglie, ma poi s'era distratto.
Ora l'Axerio per tutt'una notte e un giorno andò camminando nelle sue
stanze con la barba nel pugno e gli occhi a terra. Non pensava nulla
di preciso, ma non poteva scacciar dal suo cervello l'immagine del
Buondelmonti che vi s'era confitta dentro. E a poco a poco fu preso dal
desiderio di rivederlo e di parlargli. Non l'odiava più, non sentiva
più contro di lui nulla e solo non poteva far di meno di fissarne
l'immagine dentro di sè. Solo gli pareva come di ricordarsi vagamente
d'averlo odiato molto, e senza che quasi se n'accorgesse c'era in
lui come un vago desiderio che quanto poteva essere accaduto, fosse
accaduto, come per avere una ragione di riprender a odiarlo e perchè
qualcosa di terribile succedesse fra loro. Tanto una volta l'aveva
odiato.
Mise fuori il capo dalla finestra d'una stanza e vedendo calar le ombre
della sera tra le piante del giardino si decise a scendere in città per
trovare il Buondelmonti.
Era già uscito nel giardino e camminava sempre a barba bassa, quando
vide venirsi incontro dalla via uno che non aveva visto da un pezzo.
Era Filippo Porrèna il quale non era più stato a salutar la signora
Axerio fin dall'ultimo loro incontro alla festa dell'«Operaio
Italiano». Il Porrèna s'accostò, salutò l'Axerio e gli domandò se
la signora era in casa. L'Axerio rimase qualche momento senza poter
rispondere, perchè il Porrèna era la prima persona del mondo che gli
si parava dinanzi per domandargli questo, e non era una persona ma
tutt'il mondo che gli era venut'incontro all'improvviso. Esso soffriva
orribilmente volendo e non potendo dare l'orribile risposta, perchè
doveva dire:
— Mia moglie non è in casa.
Si sentiva le fauci secche e la lingua come un boccone che non va giù.
Finalmente disse:
— Mia moglie non è in casa.
Aveva la barba distesa lungo il petto, le braccia distese lungo i
fianchi, gli occhi sbarrati e smarriti, era come il reo colto in
flagrante. Il Porrèna lo scrutò con occhio sagace scotendo un po' le
due rughe sul naso e subito riprese:
— Mi dispiace. Domani la signora sarà in casa?
— Non sarà in casa neppur domani — rispose d'un fiato l'Axerio, ma
appena finita l'ultima parola sentì che questa risposta era anche più
orribile della prima.
Allora il Porrèna ebbe un balzo al cuore e si domandò se davvero ci
potesse esser qualche legame fra quello che egli sospettava, e lo
stato dell'uomo che ora aveva dinanzi agli occhi. Anche la mattina in
città essendo entrato in un'agenzia di navigazione per prender notizie
d'un piroscafo col quale voleva tornar in Europa, vi aveva trovato
il Buondelmonti e in una signora velata che l'aspettava alla porta
dentr'una carrozza, aveva riconosciuto la signora Axerio. Perciò ora
scotendo più forte le due rughe sul naso disse:
— Allora mi procurerò un altro giorno il piacere di presentarle i miei
omaggi.
E subito aggiunse:
— Può darsi che l'abbia vista stamani?
— Dove? — sfuggì dalle labbra dell'Axerio.
— Nell'Avenida Centrale.
— Non so — balbettò l'Axerio non resistendo all'orribile martirio.
E l'altro subito aggiunse:
— Era certamente la signora Axerio.
L'Axerio avrebbe voluto domandar particolari, ma non aveva più forza
di vincer la vergogna, non aveva più l'uso della voce nè delle membra
e rimaneva tra le piante del giardino com'un cadavere messo in piedi,
coi capelli irti dal terrore.
E l'altro continuava a scrutarlo con lo stesso occhio sagace con cui
sull'«Atlantide» aveva notato la speciale intimità fra la signora
Axerio e il Buondelmonti, e poi il loro distacco a Rio de Janeiro,
quando lui medesimo aveva tentato d'insinuarsi nelle grazie della
signora, e poi il loro rappacificamento, quando lui era stato piantato
in asso sulla soglia dell'«Operaio Italiano» con suo gran dispetto. Ora
sentendosi fervere il cuore di risa vendicative, per cavar qualcosa di
più dalla bocca dell'Axerio gli ripetè:
— Era certamente la signora Axerio.
Ma l'Axerio non rifiatò.
Ma il Porrèna a veder quell'uomo avvilito con la barba morta, incalzò:
— Sa che riparto presto per l'Europa? Credo anzi che riparta anche il
Buondelmonti, perchè l'ho visto stamani in un'agenzia di navigazione
all'Avenida Centrale.
— Era con mia moglie? — avrebbe voluto dimandar l'altro, ma non ne
ebbe la forza. Chiuse gli occhi e quando li riaprì, si vide dinanzi
il Porrèna che gli trafiggeva la barba con un risolino acuto come uno
stile. Poi quegli stesagli la mano se n'andò via.
E dopo, uno che si risvegliasse cieco, uno che si risvegliasse sepolto
vivo, soli potrebbero comprendere ciò che fu dell'Axerio. Perchè
quell'uomo s'era sempre creduto nato privilegiato, il primo degli
uomini: la sua professione era la prima, tagliar un arto per salvar un
uomo era rendere all'umanità il massimo servizio, perchè esso partiva
dal concetto che la vita dell'uomo è sacra. S'era sempre considerato il
primo professionista, della prima professione del mondo, vale a dire il
primo uomo, perchè egli era di coloro che nascono prima professionisti
che uomini; e se avesse dovuto riassumere in poche parole ciò che
pensava di se medesimo e del mondo, avrebbe detto: — Io sorrido di
degnazione al mondo che mi guarda con stupore! — Ma ora la moglie non
l'aveva forse tradito? Non l'aveva reso ridicolo dinanzi al mondo? La
bestia feroce che stava nel suo petto, mandò un ruggito.
Scese da Santa Teresa per parlare col Buondelmonti, ma ora non vedeva
più lui e soltanto per mezzo suo voleva ritrovar la moglie. La bestia
feroce gli mandava ruggiti dal fondo del petto, e la sua barba se uno
avesse potuto vederla nell'oscurità della notte, era terribile.
Poco dopo, il professor Axerio si trovava in città fermo su un
marciapiede, in vista dell'albergo dove alloggiava Piero Buondelmonti.
Passava poca gente, solo qualche rumore veniva dal mare vicino,
l'Axerio sotto l'ombra degli alberi che si levavano sulla piazza
guardava verso la porta dell'albergo illuminata, per vedere le persone
che entravano e uscivano. E quando passava qualcuno, si ritirava ancor
di più nell'ombra e si metteva una mano sulla faccia perchè aveva paura
d'esser riconosciuto.
Poco prima s'era presentato alla porta dell'albergo e aveva domandato
se il Buondelmonti era rientrato; essendogli stato risposto di no,
aveva domandato quando di solito rientrava e avuta la risposta se n'era
andato e poi subito tornato sui suoi passi s'era messo ad aspettarlo
sulla piazza.
L'aspettò a lungo. Vedeva un andare e venire di gente per la porta
dell'albergo. Dove poteva essere il Buondelmonti a quell'ora? Al
professor Axerio tornavano in mente le notizie che il Porrèna gli aveva
dato qualche ora prima dicendogli:
— Era certamente la signora Axerio stamani nell'Avenida Centrale.
E poco dopo aveva aggiunto:
— Ho visto stamani il Buondelmonti nell'Avenida Centrale.
Voleva certamente dire d'averli visti insieme. Dove poteva essere il
Buondelmonti a quell'ora?
A un tratto lo scorse proprio nel punto che metteva il piede sulla
soglia dell'albergo, si mosse, fu un momento, rivide il Buondelmonti
tornar fuori di nuovo e riprender la via donde era venuto.
Lo seguì.
Il Buondelmonti percorse quella via e poi un'altra e l'Axerio lo
seguiva a una certa distanza senza perderlo mai d'occhio. Seguendo
il Buondelmonti gli pareva d'avvicinarsi sempre più alla sua meta.
Lo vedeva andar avanti di passo eguale, piuttosto in fretta, senza
voltarsi nè a destra nè a sinistra, com'uomo che va per uno scopo.
Sempre più gli pareva d'avvicinarsi alla sua meta. Quella parte della
città era deserta a quell'ora di notte.
Il Buondelmonti giunse in una via tutta palme e molto oscura. Di là
dai tronchi delle palme s'intravedevano villini e giardini. L'ombra
del Buondelmonti quasi si perdeva nell'oscurità, spariva di tanto
in tanto fra' tronchi delle palme. L'Axerio accelerò il passo con
ansia avendo paura di perderlo di vista, camminò, camminò spingendo
la barba in avanti e giunse a pochi metri di distanza da lui, ne
sentì il passo, temè che quegli sentisse il suo. S'arrestò, lasciò
che quegli s'allontanasse, riprese a seguirlo con ansia, spingendo
la barba in avanti. Gli pareva che quello dovesse essere il luogo, ma
il Buondelmonti percorse tutta la via delle palme senza fermarsi e si
mise per un'altra anche più oscura. A un tratto sparì per un cancello
e un giardino, l'Axerio s'avanzò un po' e vide in mezzo al giardino una
villa. Pensò:
— Mia moglie è lì!
E rimase un momento con la barba terribile spinta in avanti nelle
tenebre.
VII.
A un tratto il professor Axerio tornò in sè. Come dinanzi all'ostacolo
si rompe la corsa del cavallo, così il furor bestiale del professor
Axerio dette giù a vedere il Buondelmonti sparir nella villa
sconosciuta. Anche prima, quando l'aveva visto entrar nell'albergo,
era rimasto un momento titubante, ma ora dinanzi a quella villa
chiusa e quasi invisibile nelle tenebre della notte, una folla
d'interrogazioni invase la sua mente e gli impedì di muover ancora un
passo. Come entrarvi? Come dimandare alla porta del Buondelmonti? Chi
insomma gli aveva detto che fra la moglie sua e il Buondelmonti ci
fossero relazioni tali da permettere all'uno di far visita all'altra a
quell'ora di notte? Di chi non poteva esser quella villa? Tutte queste
interrogazioni arrestarono l'Axerio e lo fecero ritornare in sè. Egli
comprese che il solo mezzo per non scoprir se la moglie fosse in quella
villa era di presentarsi alla porta in quel momento, perchè quando pure
ci fosse, il Buondelmonti avrebbe negato e avrebbe respinto l'intruso,
mentre altrove, il giorno dopo, lontano di lì, a quattr'occhi, era uomo
da dire per conto suo a grinta dura: — Così è!
A un tratto si sentì un balzo al cuore pensando che cosa poteva esser
successo se avess'avuto il tempo di farsi avanti al Buondelmonti sulla
soglia dell'albergo, oppure l'avesse raggiunto nella via, o si fosse
presentato alla porta della villa. Il Buondelmonti avrebbe indovinati
i sentimenti che nutriva contro la moglie, si sarebbe accinto a
difenderla e glie l'avrebbe sottratta per sempre. Voltò per la via
donde era venuto e fu sì forte la paura che si mise a fuggire.
Dopo allentò il passo e attraversò quella parte solitaria della città
per tornare a casa. Camminando pensava al da farsi per il giorno
seguente e prima di tutto si propose di scrivere al Buondelmonti
per aver con lui un abboccamento e cercar di conoscere lo stato vero
delle cose. Ora vedeva chiaro e netto: tutto quello che aveva saputo,
che credeva d'aver saputo dal Porrèna; tutto quello che aveva visto,
che credeva d'aver visto seguendo il Buondelmonti; tutto quello che
egli aveva sospettato, che credeva di poter sospettare ripensando
a certi ricordi del viaggio, non era il fatto. Il fatto di cui egli
realmente stava in possesso, era questo e nulla più: una certa sera
sua moglie l'aveva respinto, egli le aveva usata violenza ed essa il
giorno dopo era sparita. Ciò che il Porrèna gli aveva non raccontato
ma semplicemente accennato, poteva esser al massimo un fil di luce ed
egli non doveva far altro che seguirlo, e perciò bisognava veder il
Buondelmonti, ma fingendo di non sospettar nulla. Bisognava servirsi
del Buondelmonti soltanto per giungere alla moglie. E quindi si
sarebbe presentato a lui ma come ad un amico per chiedergli lume e
poi vedere che cosa ne sarebbe venuto. Egli sapeva fino a che punto
fosse uomo di carattere aperto e ardito e se lo rappresentava dentro
di sè quale tante volte sull'«Atlantide» l'aveva avuto faccia a faccia
in discussioni talvolta aspre. Ora ne rivedeva il viso più mutevole
dell'onda ai soffii del vento, ai più leggieri moti del pensiero e
dello sdegno. Un uomo simile era incapace d'infingersi.
Quando il professor Axerio giunse a casa, era già notte tarda; tutti
i servitori s'eran coricati e soltanto la cameriera l'aspettava nel
giardino. Egli la scorse seduta sulla soglia della porta nell'ombra
delle palme e delle altre piante. E la rimbrottò, sì perchè l'aspettava
nel giardino e non dentro, sì perchè gli altri servitori s'eran
coricati. Egli aveva rancore contro di lei perchè era stata la prima ad
annunziargli la sparizione della moglie e soprattutto perchè una volta
era allegra e loquace e da quel giorno non aveva riso nè parlato più.
Quando l'Axerio rincasava non poteva vederla senza sentirsi rimescolare
il sangue, perchè gli pareva una muta accusatrice; pensava che essa
forse aveva assistito alla partenza della moglie, e che forse la moglie
le s'era confidata; pensava questo l'Axerio a vedere la donna e aveva
rancore contro di lei e in quel rancore ogni volta che rincasava, si
rinfocolavano il suo odio e il suo furore contro la moglie. Così fu
e più forte anche quella notte. Rimbrottata la donna che non rispose,
il professor Axerio andò nelle sue stanze, si mise una giacchetta più
leggiera, si rinfrescò le mani e la faccia con acqua, s'accorse d'aver
fame, chiamò la donna e le ordinò di preparargli un po' di cena. La
donna andò in fretta, egli uscì a passeggiare nel giardino e poco
dopo si mise a tavola. Mentre mangiava sbirciava di tanto in tanto
la donna che stava immobile in un angolo voltando un po' la faccia
verso una parete con quella speciale ostinazione che indica malanimo
contro chi non si guarda. Osservandola il professor Axerio pensava alla
moglie e dentro di sè provava un piacere nuovo perchè gli pareva di
esser vicino finalmente a rivederla. Egli mangiando studiava i modi di
giungere a questo per mezzo del Buondelmonti. Una sera, si ricordava,
sull'«Atlantide» aveva avuto una discussione col Buondelmonti. A
voce alta quella sera aveva lungamente sostenuto che ognuno doveva
preparare in sè e negli altri col buon esempio l'avvento di una umanità
migliore. Ognuno doveva domar le sue passioni per cooperare a rendere
più piccola nelle future generazioni umane quella parte animalesca
con cui l'uomo ha avuto origine. Ognuno doveva accrescere in sè il
patrimonio dello spirito, della ragione, della bontà, dell'amore e
della pietà; perchè dall'uomo presente sorgesse il solo superuomo che
bisognava invocare, non quello di certa filosofia moderna ma il suo
opposto, una sorta di superuomo angelico. E siccome il Buondelmonti
aveva continuato a sorridere a capo basso sotto l'ombra della sua bella
chioma, l'altro aveva continuato a gridare: — Preparate le vie del
Signore, preparate le vie del Signore! — E aveva preso a celebrar tutte
quelle istituzioni e tutti quei sodalizi contemporanei che secondo
lui preparavano quelle vie, cioè l'avvento di una umanità migliore:
molte istituzioni e sodalizi filantropici e altri d'altra natura, ma
che gli parevano affini, per il femminismo, per il libero pensiero,
per il vegetalismo, per l'arbitrato internazionale e la pace perpetua.
Egli aveva gridato che faceva parte, com'era vero, di tutte quelle
istituzioni e di tutti quei sodalizi. Ora mangiando se ne ricordava e
andava pensando di cominciar così il suo discorso al Buondelmonti il
giorno dopo: — Vengo a mostrarle non più a parole ma a fatti l'altezza
delle mie dottrine alle quali ho conformato tutta la mia vita! Io sono
stato sempre un paladino d'ogni genere di libertà, della libertà di
coscienza, di quella della vita umana. Io non mi smentirò! Mia moglie
s'è ripresa la sua libertà. Venga per sentirsi dichiarare che io non
posso far altro che chinare il capo e per regolare di comune accordo il
nostro avvenire. — Così avrebbe parlato al Buondelmonti e gli pareva la
buona via per riuscire. Studiava, studiava i modi per riaver la moglie
dinanzi a sè, foss'anche per pochi istanti. Egli non pensava più a
ricondurla stabilmente sotto il tetto coniugale; ciò che ei voleva era
ben poco, ma era tutto per lui: riaver la moglie dinanzi a sè gli occhi
negli occhi, la donnetta sommessa che era fuggita via di soppiatto,
riaverla dinanzi a sè e dirle qualcosa. Che cosa le avrebbe detto? Non
sapeva, ma qualcosa da alleggerirsi il cuore per tutti quei giorni di
supplizio.
Continuava a cenare masticando lentamente. Teneva i gomiti appuntati
sulla tavola e ogni tanto si dava un'occhiata alle mani bianchissime
e delicate che si stropicciava l'una con l'altra dinanzi alla barba.
Sbirciò la cameriera e a un tratto gli parve da un moto delle labbra
che avess'intenzione di parlare, ma quella volse altrove la faccia.
Ripensò alla moglie e gli parve più di prima di essere vicino a
rivederla. A un tratto la donna ruppe il silenzio e gli domandò con mal
celata ostilità:
— Il signore può dirmi se la signora rimarrà assente ancora qualche
tempo?
— Ancora — rispose il professor Axerio, finì in fretta di cenare,
lasciò il salotto, tornò in camera, tornò nel giardino, riafferrato
dalle immaginazioni criminali. Andava su e giù per il giardino e
rivedeva se medesimo in atto di soffocare la moglie nello stesso loro
letto, rivedeva attraverso le tenebre della notte il precipizio del
Silvestre. Andava su e giù inchiodandosi col mento la barba sul petto,
gli occhi atterrati dinanzi al suo passo, e il cuore gli balzava
invocando la vendetta che da tanti giorni cercava. Ma ad un tratto il
professor Axerio si scosse a quelle immaginazioni, perchè gli pareva
d'esser vicino a riveder la moglie ed aveva paura di commettere il
delitto che era punito dalla legge civile. La belva feroce che era
in lui, invocava la vendetta, ma l'uomo ebbe paura di commettere
un delitto che sarebbe stato scoperto, e si sforzò di scacciare le
immaginazioni criminali.
Si coricò tardissimo e continuamente, mentr'era steso in letto, gli
ritornavano per la mente ingombra quelle immaginazioni ed egli le
scacciava, si dibatteva sotto le coltri, mandava gemiti e mugolii tra
la barba rabbuffata, soffriva orribilmente, perchè gli pareva di dar
ascolto a quelle immaginazioni e di perdersi. Poi si quietava e con
un piacere che non aveva mai provato, pensava alla sua professione di
medico e chirurgo. Vedeva se medesimo in atto di accostarsi alla moglie
con una goccia di liquido sulla punta di un ago. Gli pareva d'esser
in mezzo all'oceano. Vedeva quello che avrebbe potuto fare senza alcun
suo rischio, gli pareva, un'altra notte in mezzo all'oceano. La moglie
dormiva, egli s'accostava, la toccava appena ed essa sarebbe passata
dal sonno alla morte.
La mattina, levatosi, invece di scrivere al Buondelmonti pensò
di telegrafargli chiedendogli un colloquio per il giorno stesso e
nelle ore pomeridiane ebbe la risposta affermativa. Il Buondelmonti
l'attendeva all'albergo quella stessa sera.
Il professor Axerio si vestì per tempo accuratamente. Mentre stav'in
piedi dinanzi alla toelette e si guardava nello specchio aggiustandosi
qualcosa indosso, fra gli altri oggetti della sua persona sparsi sul
tavolino davanti a sè vide la rivoltella che portava sempre adosso per
difesa, da perfetto uomo civile e borghese il quale calcola e prevede
tutto, anche l'aggressione da parte di qualcuno dei suoi simili, e
s'approfitta di tutto ciò che la legge concede. Il professor Axerio
aveva sì forte l'istinto della propria conservazione, stimava sì
preziosa la sua propria esistenza che il portare la rivoltella era da
lui considerato non come un diritto, ma come un dovere. Quella sera
però gli parve una cosa nuova e gli fece un effetto che non gli aveva
fatto mai. La prese in mano e tenendosela dinanzi alla barba la guardò
a lungo domandandosi se anche quella sera doveva portarla con sè.
Decise di sì perchè quella sera doveva veder soltanto il Buondelmonti
e si sentiva forte abbastanza per resistere a quella tentazione,
non correva affatto il rischio di servirsi dell'arma contro di lui,
altrimenti avrebbe commesso un assassinio. Se la mise in tasca ed uscì.
Per la via aveva tutta la mente invasa dal pensiero di sua moglie e
senza saper perchè riandava i lontani giorni in cui l'aveva conosciuta.
Era nel primo tempo della sua carriera e incominciava a farsi largo
nel pubblico, quando una volta da Roma dove abitava con la famiglia
d'origine napoletana, era stato chiamato per un'operazione a Firenze
e quivi in casa d'un amico medico aveva conosciuta la signorina
Giovanna Prali, una giovinetta con un'aria ancora puerile, e gli era
piaciuta fortemente. Di lì a poco tornato per un congresso a Firenze
aveva rivista più volte la signorina Prali, aveva saputo che era
molto ricca e invaghitosene con ardente desiderio l'aveva chiesta in
moglie. Si ricordava del giorno che era andato in casa de' parenti
per la conclusione. L'avevano fatto passare in un salotto e da una
stanza attigua aveva sentito la voce della signorina Prali esclamare
ripetutamente con un accento di meraviglia e d'allegria: — Quell'uomo,
quell'uomo! — Poi era entrata la madre e dopo qualche momento lei
stessa con gli occhi raggianti della stessa allegria e della stessa
meraviglia che avevano risonato poco prima nella sua voce. Il professor
Axerio si ricordava del giorno delle nozze e di quando la sera eran
rimasti soli. Si ricordava d'averle ricoperto tutto il viso pallido
e tremante con la sua barba. E riprovava la sensazione che aveva
provata allora, quando poi aveva affondato e riaffondato la sua barba
insaziabile nel petto di lei fragile come quello d'una bambina. E
ora ne rivedeva i piccoli pugni che s'eran levati per discostarlo.
Un momento essa gli aveva tirato la barba e gli aveva fatto un po' di
male; egli s'era irritato e l'aveva vinta con brama e con ira. Poi i
giorni seguenti tutte le volte che tornava di fuori, al solo vederla
diventava tutt'ardore. Essa se ne stava seduta nel suo salotto o
altrove e quando appariva lui, faceva gli occhi spauriti, ma lui dava
in una risata, la prendeva sulle braccia come una bambina e la portava
correndo nella loro camera. Ora il professor Axerio si ricordava di
quei giorni, si ricordava di quanto aveva provato allora e tanto più
si accendeva il suo odio contro la moglie. Giunse all'albergo dove
alloggiava il Buondelmonti.
Alla porta avendo dimandato di lui gli fu risposto:
— Il signore l'attende.
E fu introdotto nel suo salotto.
Di lì a qualche momento un'altra porta che l'Axerio non aveva vista,
s'aprì e comparve il Buondelmonti. Questi lo squadrò da capo a' piedi,
non gli stese la mano e soltanto gli fece cenno di sedersi.
Sedutisi tutti e due, l'Axerio incominciò:
— Spero che Lei possa darmi qualche lume....
— Su che? — domandò il Buondelmonti e rimase a fissare l'Axerio
chinandosi sulla vita e allungando la faccia verso di lui. Al contrario
era manifesto che l'Axerio cercava le parole per continuare a fingere.
Riprese:
— Noi non avevamo avuta in Italia una lunga consuetudine d'amicizia,
ma fra tutti gli italiani che sono qui, Lei è quello che conosco
meglio.... abbiamo fatto il viaggio insieme.... Ho alta stima del suo
ingegno e del suo carattere. Tutte queste cose Le spiegheranno perchè
ho pensato di rivolgermi a Lei; molto più che Lei era anche buon amico
della signora Axerio.
A quest'ultime parole il Buondelmonti si drizzò sulla vita e spinse il
capo all'indietro. Allora l'Axerio disse:
— Lei sa dove si trova la signora Axerio?
Il Buondelmonti tacque un momento come consigliandosi tra sè e sè e poi
rispose:
— Lo so.
E s'alzò in piedi.
Anche l'Axerio s'alzò in piedi e rimasero tutti e due muti l'uno di
fronte all'altro. Il Buondelmonti fissava l'Axerio con aperta ostilità,
la testa un po' in avanti. L'Axerio trovò ancora la forza di pensare
che attraverso il suo nemico che ormai gli stava dinanzi in atto di
sfida, bisognava raggiungere la moglie. Nello sforzo di padroneggiarsi
gocciava sudore dalla fronte. Gli zigomi irti gli lustravano in
mezzo al negrore della barba e de' capelli. Ogni tanto si passava il
fazzoletto sulla fronte. Finalmente disse:
— Signor Buondelmonti, vuol portare alla signora Axerio il mio
consiglio, la mia preghiera di ritornare sotto il tetto coniugale?
Il Buondelmonti non rispose subito. Continuava a fissare l'Axerio con
la testa in avanti, nè un muscolo della faccia sotto l'ombra della
chioma gli si moveva. Finalmente disse battendo forte le sillabe come
per conficcarle nel cuore del nemico:
— Non posso fare ciò che Lei mi chiede.
— Oh!... Perchè? — disse l'Axerio e parve che mandasse un gemito.
E l'altro incalzando:
— Perchè in tutto quello che è accaduto, io approvo la signora.
— Oh! — gemette l'Axerio, si portò una mano agli occhi, la lasciò cader
giù lungo la barba e parve che vacillasse come uomo che è colpito al
cuore.
Pure trovò ancora la forza d'aggiungere:
— Lei conosce i miei principii morali; ne abbiamo parlato anche durante
il viaggio. Ma Lei forse ignora fino a che punto sono la regola della
mia vita. Se la persona che ha abbandonato il tetto coniugale senza
lasciar traccia di sè, volesse venir ad un colloquio, saprebbe che io
non desidero altro se non trovare di comune accordo la maniera più
conveniente per riconoscerle definitivamente quella libertà che s'è
ripresa da sè.
Ma il Buondelmonti vedeva dinanzi a sè soltanto l'uomo che aveva per
violenza posseduta la donna amata. Accecato dall'ira gli s'accostò, gli
buttò sulla faccia:
— Ciarlatano!
All'improvvisa ingiuria l'Axerio barcollò balbettando sillabe senza
nesso. Ma l'altro l'incalzò, continuò:
— Inutile, altre parole. Quella persona scrisse l'ultima sua volontà,
nè ha nulla da mutare. E ci son io a difenderla. Uomo per uomo.
Il professor Axerio si discostò un po', abbassò la testa e la barba
come l'ariete che sta per dar di cozzo e fece l'atto di avventarsi,
ma il Buondelmonti l'afferrò e lo trattenne per un braccio. Così per
qualche momento rimasero i due uomini l'uno nella morsa dell'altro,
senza muoversi. I loro petti quasi si toccavano, ma i loro occhi
non si fissavano e guardavano basso. C'era fra loro la lotta per la
ragione più feroce, la donna, ma qualcosa di più feroce ancora c'era
fra loro. Tutte le discussioni simili a risse a stento represse che
avevano fatte sull'«Atlantide», si rinfocolavano ora nel loro sangue.
Tutto il disprezzo e tutto l'odio di razza che si avevan l'uno contro
l'altro, ma che allora si eran dovuti tante volte ringoiare, ora
stavano per poter prorompere. Per tutte le loro idee, per il sangue che
avevan nelle vene, per tutto quello che avevan detto e fatto durante
tutta la loro vita, erano nemici mortali l'uno dell'altro. Erano due
uomini, di lotta entrambi, ma avversi, l'uno naturale e forte solo
della sua forza, l'altro assuefatto a farsi armi d'ipocrisia di tutte
le istituzioni della civiltà. Le due teste quasi si toccavano. Senza
muover
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