Una Donna
by Sibilla Aleramo · Italian · Gutenberg #47786 · 401,065 chars · public domain (US)
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Title: Una Donna
Author: Sibilla Aleramo
Release date: December 26, 2014 [eBook #47786]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK UNA DONNA ***
NOTE DEL TRASCRITTORE
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—L’indice non è presente nell’opera originale; ne è stato prodotto ed
aggiunto uno a cura del trascrittore.
SIBILLA ALERAMO
UNA DONNA
ROMANZO
Terza edizione-25.º Migliaio
[Illustration: LOGO]
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI
MCMXXI
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti
i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._
Copyright 1921 by R. Bemporad & F.
1921-Firenze, Stab. G. Spinelli & C., Via S. Reparata, 89
INDICE
PARTE PRIMA
CAP. PAG.
I. 3
II. 15
III. 29
IV. 48
V. 59
VI. 71
VII. 84
VIII. 91
IX. 107
PARTE SECONDA
X. 121
XI. 131
XII. 143
XIII. 152
XIV. 161
XV. 171
XVI. 180
XVII. 194
XVIII. 210
XIX. 225
PARTE TERZA
XX. 241
XXI. 262
XXII. 281
PARTE PRIMA.
I.
La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo,
farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo.
Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi
sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente
può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e
vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel
ricordo.
Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella
mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora,
cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni
qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi
interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì,
questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza
timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre
dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi
sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza—mi si diceva—e
giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non
si opponeva mai a’ miei desiderî. Perfino le amiche mi erano soggette
spontaneamente.
L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma
per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi
rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso
esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la
bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il
suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre
ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi
due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve,
come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo
la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche
meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto
arrivare nella sua Torino, «quando l’Italia non c’era ancora». Un tale
passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura
snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso
trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno
di promesse avventurose.
Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da
me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa,
lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda
deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere
un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei
vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che
dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai
gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa
guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era
preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorchè il babbo,
che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso
in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano,
proprietario d’una grossa casa commerciale. Io capivo che egli non
doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando lo
vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano
raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di
fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio.
E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo!
Senz’essere impaziente, la mia curiosità dava un sapore acuto
all’esistenza. Non m’annoiavo mai. Spesso rifiutavo d’accompagnar
la mamma a qualche visita e restavo a casa, sprofondata in un gran
seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili
per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d’ebbrezza
dell’immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. Se
m’interrompevo, era per formular pensieri confusi; e lo facevo talora
a voce sommessa, come scandendo dei versi che una voce interiore mi
suggerisse. Arrossivo; come arrossivo di certe pose languide che
assumevo nella stessa poltrona, quando mi accadeva per un attimo
di trasportarmi colla fantasia nei panni d’una bella dama piena di
seduzioni. Potevo distinguere tra affettazione e spontaneità? Mio padre
giudicava con una indifferenza un poco sprezzante ogni manifestazione
di pura poesia: diceva di non capirla: la mamma, sì, ripeteva ogni
tanto qualche strofa carezzevole e nostalgica, o modulava colla voce
appassionata spunti di vecchie romanze; ma sempre quando il babbo non
c’era. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione
più di lei.
Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera
che ci facevan tremar tutti e mi piombavano in uno stato d’angoscia,
rapido, ma indicibile. La mamma reprimeva le lagrime, si rifugiava in
camera. Sovente, dinanzi al babbo, ella aveva un’espressione umiliata,
leggermente sbigottita: e non solo per me, ma anche pei bambini, tutta
l’idea d’autorità si concentrava nella persona paterna.
Diverbî gravi tuttavia non avvenivano fra loro due in nostra presenza:
qualche parola acre, qualche rimprovero secco, qualche recisa
ingiunzione; al più il babbo si abbandonava al proprio temperamento di
fuoco per qualche disavvedutezza delle persone di servizio, per qualche
capriccio nostro: ma di tutto appariva responsabile la mamma, che
reclinava il capo come se fosse colpita all’improvviso da una grande
stanchezza, o sorrideva, d’un certo sorriso che non potevo sostenere,
perchè deformava la bella bocca rassegnata.
Si rivolgeva ella in quel punto a visioni del passato?
Non rievocava quasi mai davanti a me la sua fanciullezza, la sua
gioventù; dal poco che avevo sentito, però, avevo potuto formarmene
una visione assai meno interessante di quella suscitata dai ricordi di
mio padre. Ella era nata in un ambiente modestissimo d’impiegati, e,
come la mia nonna paterna, sua madre aveva avuto molti figliuoli, di
cui la maggior parte viveva sparsa pel mondo. Doveva esser cresciuta
fra le strettezze, poco amata. Cenerentola della casa. A vent’anni, ad
una festicciola da ballo, s’era incontrata col babbo. Ella mi mostrava
il ritratto del giovinetto imberbe che mio padre era stato allora:
fattezze ancor da fanciullo, dolci, regolari, fra cui gli occhi soli
esprimevano già un’energia ferrea: egli faceva il penultimo anno di
Università. Appena presa la laurea, aveva ottenuto una cattedra e
s’erano sposati.
Quand’io ero nata, l’anno non era ancor compiuto dal dì delle nozze.
La mamma s’illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che
accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita
coniugale. Perchè non era sempre così animata? Perchè era così facile
al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle
lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di
lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era così poco temuta da
noi bambini, e così poco ubbidita? Come il babbo, anch’ella cedeva
talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un
singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo
sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente
al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i
figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura
dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa
aveva coscienza, nell’atto, e rimorso.
Quante volte ho visto brillare per una lagrima rattenuta i begli occhi
profondi e bruni di mia madre! Saliva in me un disagio invincibile, che
non era pietà, non era dolore neppure, e neppure reale umiliazione,
ma piuttosto un oscuro rancore contro l’impossibilità di reagire, di
far che non avvenisse ciò che avveniva. Che cosa? Non sapevo bene.
Verso gli otto anni avevo come lo strano timore di non possedere una
mamma «vera» una di quelle mamme, dicevano i miei libri di lettura,
che versano sulle figliuolette, col loro amore, una gioia ineffabile,
la certezza della protezione costante. Due, tre anni dopo, a questo
timore succedeva in me la coscienza di non riuscire ad amar mia madre
come il mio cuore avrebbe desiderato. Era questo, certo, che m’impediva
d’indovinare la vera cagione per cui nella nostra casa si proiettava,
perenne, un’ombra indefinibile ad impedire così spesso la libera
fioritura del sorriso. Oh, poter gettarmi una volta al suo collo con
abbandono assoluto, sentirmi capita da lei, anche prometterle il mio
appoggio per quando sarei grande; stringere un patto di tenerezza, come
avevo fatto tacitamente col babbo da tempo immemorabile!
Ella mi ammirava in silenzio, riportando su me un poco dell’orgoglio
già provato per la balda energia dello sposo; ma non approvava il
metodo d’educazione a cui mi assoggettavo con tanto fervore; temeva
per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io
fossi destinata a vivere col solo cervello; e non aveva il coraggio di
contrastare apertamente l’opera del babbo.
Ma neppure il babbo cercava di conoscermi per intero. Certe volte
mi sentivo proprio sola. M’avvolgeva allora uno di quegli stupori
meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza.
Spuntava il pudore dell’anima. Accanto, parallela alla vita esteriore,
una vita occulta a tutti si approfondiva. Ed io avvertivo questo
dualismo. Fin dal primo anno di scuola mi aveva preoccupata il fatto
di due diversi aspetti del mio essere: a scuola tutti mi trovavano
angelica, ed ero buona ed esemplare infatti, col visino tranquillo ove
errava sempre un sorriso timido e vivido insieme; appena fuori, nella
strada, sembrava ch’io aspirassi tutta l’aria intorno, mi mettevo a
saltare, a parlare a vanvera, e in casa entrava con me il terremoto:
i fratellini cessavano dai loro giuochi placidi, pronti a’ miei cenni
d’autocrate ostinata.
Sopraggiunta l’ora di preparar còmpiti e lezioni, mi ritiravo nella
mia stanzetta o in un angolo del giardino, e di nuovo non esistevo
più per gli altri, di nuovo afferrata dal gusto dell’applicazione
intellettuale, pur senza alcuna brama di emular compagne o di meritarmi
premi. Poi, la sera, dopo che la mamma m’aveva fatto recitare nel
nostro caro dialetto due parole di preghiera: «Signore, fatemi
diventare grande e brava, a consolazione dei miei genitori» e m’aveva
lasciata al buio nel letto ove mia sorella già dormiva, io provavo una
sensazione di riposo, di benessere, non soltanto fisico, come se in
quel momento, costretta all’oscurità, al silenzio ed alla immobilità,
fossi più libera che durante tutta la giornata.
Mi piaceva guardar nelle tenebre; non ne avevo paura, perchè il babbo
m’aveva assicurata sin da quando ero piccina che gli orchi e le streghe
delle favole non sono mai esistiti, come non era mai esistito il
«diavolo». Riandavo con la mente i piccoli casi del giorno: rivedevo
il sorriso seduttore del babbo, un gesto di sconforto delle mani
materne, riprovavo qualche stizza per certe goffaggini de’ miei minori,
mi soffermavo alquanto sulle prospettive del domani: esito d’esami,
viaggetti, libri e giuochi nuovi, amiche e maestre da conquistare....
La mamma mi faceva pregare ogni sera. Pregare Dio....
Un giorno, facevo la seconda elementare, avevo udito rivolgere il
titolo di «ebrea», sprezzantemente, ad una piccola compagna silenziosa
e pallida che stava seduta nel banco accanto al mio. Ella era scoppiata
in pianto, e la maestra, saputo il perchè, aveva pronunziato frasi
severe. La cosa mi aveva riempita di stupore, poichè non sapevo nulla
ancora di razze e di religioni diverse. Ma più mi aveva colpita una
parola della maestra: ella aveva detto che tutte le religioni portano
l’uomo dinanzi a Dio, e che tutte perciò son degne di rispetto; che un
solo essere suscita ribrezzo e insieme pietà, ed è l’_ateo_. Mio padre
mi si era allora rizzato davanti alla mente: mio padre era ateo, io ne
ero ben sicura; quella parola egli stesso l’avea pronunciata talora;
egli non andava mai in chiesa.... Dunque mio padre, per la maestra, per
le compagne, per tutta la gente, era una creatura disprezzabile?
Tre, quattro anni dopo, nel silenzio della mia stanzetta, io mi
rivolgevo ancora questa stessa domanda. Ora il babbo mi parlava più
spesso di quella ch’egli riteneva una menzogna secolare, mi diceva che
prima degli uomini vi erano sulla terra degli animali quasi simili
a noi, che prima di essi e delle piante la terra era deserta, e che
questa terra è nello spazio un piccolo punto come sembrano a noi le
stelle nel cielo, e le stelle altrettanti mondi, forse viventi.... Egli
diceva queste cose straordinarie con tanta naturalezza, che io non
potevo metterle in dubbio.
Tuttavia, egli non mi spiegava—nè io ardivo mai domandargliene—perchè
noi siamo in questo mondo. Da questo lato il catechismo della scuola
era forse più soddisfacente: Dio ci ha creati, Dio ci guarda dall’alto,
Dio, se saremo buoni, ci farà andare in Paradiso.... La vita non
sarebbe che un passaggio.
Ma quanta importanza davano tutti a questo passaggio! Mi pareva che
nessuno pensasse sul serio all’inferno, e che tutti avessero invece
paura di farsi del male, d’ammalare, di morire. Per me, ero disposta a
credere col babbo che l’inferno non esistesse: nessun angelo e nessun
tentatore sentivo mai alle mie spalle: quand’ero savia, era perchè lo
volevo; quando, avevo dei rimorsi, ero persuasa d’essere stata proprio
io la colpevole. E allora...? Dal mattino alla sera la mamma, il babbo,
le maestre, gli operai per la strada, tutti, insomma, anche i gran
signori.... chi guadagna soldi, chi li spende: si spende per mangiare;
si mangia per non morire; e passano le settimane, i mesi, gli anni, e
si muore, e io e i fratellini avremmo fatto lo stesso....
La cosa m’infastidiva. Il sonno stava per sopraggiungere, lo sentivo:
l’indomani avrei ripreso l’inutile meditazione. Sapere, sapere! Nel
dormiveglia mi si affollavano al cervello parole piene di mistero:
«eternità», «progresso», «universo», «coscienza».... Danzavano
all’orecchio e ne smarrivo perfino il suono. E ancora, rivedevo
l’espressione compunta di qualche maestra, mi chiedevo se la mamma
andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche
strano timor della gente, ricordavo la prima ed unica volta che avevo
assistito ad una predica, nel mese di maggio, una sera in cui l’altare,
in una grande chiesa, brillava fra i ceri ed i gigli. Dal pulpito il
frate agitava un braccio con gesto ampio e la voce imperiosa discendeva
sulla folla inginocchiata: raccontava dei miracoli d’un santo, e
pareva che tutti gli credessero: alla fine, l’organo aveva incominciato
a suonare, e dall’alto, invisibile, un coro, una pura onda d’argento,
aveva intonato delle laudi.... Sempre, a quel ricordo, qualcosa in me
tremava come in quel punto: m’assaliva dì repente la tristezza di non
saper pregare nè cantare, e più acuto il senso della mia solitudine.
Poi tutto ciò dileguava. Perchè dolermi? Ero piccola, ma non avrei
voluto essere ingannata: dovevo crescere: avrei saputo, un giorno.
La sorellina, accanto a me, respirava tranquilla. Forse sognava una
casa di cristallo per la sua bambola, una casa che io le avevo promesso
una volta, perchè mi lasciasse maggiore spazio nel nostro letticciuolo.
Non ero punto certa di poter soddisfare l’impegno! Mah.... quando sarei
grande! Allora avrei anche voluto più bene alle bambine e al fratello,
non li avrei più fatti piangere; e avrei vista la mamma finalmente
lieta....
Ora bisognava dormire. Avevo il capo un poco stanco. Desideravo per
un momento di esser trasportata con un soffio su uno di quei pendii
verdi che formavano la mia delizia, l’estate, in campagna. Suonavano da
lontano, mi chiamavano tante campanelle....
II.
Un mattino io mi chiedevo che risoluzione si sarebbe presa circa il
proseguimento dei miei studi, poi che avevo terminata la quinta classe,
quando il babbo rientrò in casa un’ora prima del consueto, seguìto dal
fattorino dell’ufficio che portava una cassetta sulle spalle. Congedato
l’uomo, mio padre mi alzò un istante fra le braccia fino al suo viso,
poi mi posò, e alla mamma che l’interrogava collo sguardo ansioso,
disse: «È finita.... ho troncato tutto. Finalmente respiro!»
Da parecchio tempo i due soci si sopportavano a vicenda con sempre
minor buona volontà. I due temperamenti opposti non riuscivano a
conciliarsi, poichè l’uno provocava iniziative ardite, l’altro badava
a stringere i freni. Il babbo d’altronde si annoiava in quella vita
d’ufficio, metodica, che non gli dava neppure compensi materiali
ragguardevoli. Un piccolo incidente aveva, quel mattino, provocata una
scena vivace fra i due cognati, decisiva.
A trentasei anni mio padre si trovava a ricominciare la vita per
la seconda volta, e ancora per la sua sete di emozioni nuove e di
indipendenza.
Quel mattino stesso usci con me a passeggiare lungamente: ho confusa la
visione dell’immensa Piazza d’Armi che attraversammo sotto una leggera
nebbia autunnale; il babbo parlava, quasi a sè stesso; io sentivo il
mio piccolo essere esaltarsi tacitamente. L’America, l’Australia....
Oh, se veramente il babbo ci portasse pel mondo! Egli accennava anche
a probabilità meno avventurose: tornare all’insegnamento, impiantare
qualche azienda; ma sempre fuori di Milano. La città che fino a quel
giorno avevo amata, pur senza dirmelo, ora mi appariva insopportabile:
chi sa quali altri incanti mi attendevano altrove! E mi sembrava
d’essere all’improvviso cresciuta d’anni e d’importanza. Non mi
prendeva il babbo forse a sua confidente? I progetti sul mio prossimo
avvenire di studentella svaporavano. Forse avrei dovuto lavorare
anch’io, aiutar la famiglia.... Figgevo in viso a mio padre gli occhi,
nei quali doveva correre una fiamma d’entusiasmo.
A casa, la mamma era invece come smarrita, Di che cosa temeva? Era
giovane anch’ella, più giovane del babbo; noi bambini eravamo tutti
sani e forti.... Anche il babbo certo avrebbe voluto vederla più
ardimentosa!
Ella non apparve sollevata neppure qualche settimana dopo, allorchè un
signore che voleva stabilire un’industria chimica in una cittaduzza
di Mezzogiorno, offrì la direzione dell’impresa a mio padre. Certo,
questi osava molto accettando un genere di lavoro al quale era affatto
nuovo. Ma il suo bel sorriso sicuro aveva sedotto il capitalista.
Le condizioni dell’impiego erano ottime; il paese, laggiù, pieno di
sole. Per qualche anno. Mio padre non amava guardare molto innanzi
nell’avvenire. Pel momento si sentiva felice del rischio. E non curando
i timori della mamma, decise la partenza per la primavera.
* * * * *
Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese
dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un
infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo
che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo.
Che cos’erano i prati verdi della Brianza e del Piemonte, le valli e
anche le Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi ed i
bei giardini, in confronto di quella campagna così soffusa di luce,
di quello spazio senza limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e
portentoso respiro dell’acqua e dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni
avidi tutta quella libera aria, quell’alito salso: io correvo sotto
il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla rena, e mi pareva
ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi uccelli
bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte. Non somigliavo
loro?
Oh la perfetta letizia di quell’estate! Oh la mia bella adolescenza
selvaggia!
Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non
esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a
darmi lezione fu presto congedato perchè incapace d’insegnarmi più di
quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia
della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza
entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica
e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull’alto
balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati presso la farmacia
o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili,
qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un
linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare
luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane,
le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si
colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l’altra, e il
tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo
il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva.
Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove
lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il
babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli
ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. «Mi aiuterai
anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria,
vuoi?...» Lottava in me l’antica timidezza con un nuovissimo impulso
di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell’aver
troncati gli studi. Una specie d’orgoglio anzi, inavvertito, mi
penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d’aver
dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d’ogni libro.
Degli operai, de’ bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna
ad offrirsi come manovali, delle ragazze che salivano agili sui ponti
di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io
sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia; ne ripetevo ai
fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato
essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio.
Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipossente,
meraviglioso d’attività e d’energia. Quando certe sere, dopo il pranzo,
uscivamo un po’ con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone
maggiore del paese, la gente ci osservava dalle soglie con un misto
di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna,
e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini.
Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fino nel vestito quasi
dimesso. Mi sembrava contenta anche lei, in quei momenti: era ne’ suoi
occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d’un nuovo
fascino.
Ricordo una mia fotografia dell’anno dopo. Ero già in fabbrica come
impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta
a taglio diritto, con tanti taschini per l’orologio, la matita, il
taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano,
tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un’aria di ragazzo.
Avevo sacrificata la mia bella treccia dai riflessi dorati cedendo alla
suggestione del babbo.
Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione
d’allora. Io non mi consideravo più una bimba, nè pensavo di esser già
una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dell’importanza
della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava una illimitata
compiacenza. In verità, portavo nell’esecuzione dei lavori che il
babbo m’aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione.
M’interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell’azienda,
e mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri,
mi divertivo come ad un giuoco stando fra gli operai, osservandoli
nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gl’intervalli
di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal
Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese,
si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta
quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi
comparire all’improvviso col mio piglio un po’ brusco; un piacere che
si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all’ideale
del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di
mio padre, e cercavano accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue
adulazioni, perchè io influissi a loro vantaggio su l’uomo che li
faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di
modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa
ch’essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel
padrone, anche coll’esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se
ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi
parlava con un’inflessione di voce ch’io sola gli conoscevo, non dolce,
non tenera, ma esprimente il riposo, l’attimo di sosta e di abbandono.
Mi confidava: «Bisognerà tentare questo e quest’altro.... Allora
potremo aumentare un poco i salarî....» Pareva anche domandare il mio
avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di
nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un
essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che
ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva
amare;—angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre
credevamo di esserne i dominatori.
Rientrando in casa provavo, centuplicato, il senso di malessere che
sorgeva già in me da bimba al ritorno dalla scuola. Mi vi sentivo
spostata, e accentuavo con dispetto i segni di quel mio isolamento
morale. Ero simile al giovinetto appena emancipato che si lagna
arrogantemente del servizio domestico; rilevavo con lo stesso tono di
superiorità le negligenze delle sorelline e di mio fratello, la loro
svogliatezza per lo studio, la mancanza nella mamma d’una severità
calma che li disciplinasse.
Le donne di servizio dovevano riferire in paese cose orrende sul mio
conto: non prendevo mai un ago in mano, non badavo alle faccende di
casa.... E le mie escandescenze senza motivo! Non potevano paragonarsi
se non a quelle di mio padre! Si allentava in quei momenti, forse, la
tensione troppo acuta de’ miei nervi. Forse si palesavano i sintomi
d’una crisi di crescenza. Io non ne sapevo nulla. Bisognava che
uscissi, che mi dessi a qualche folle corsa lungo il mare e mi sentissi
alitare intorno la buona aria libera, per tornare calma, per cancellare
pur la memoria del mio malumore. Ed allora obliavo anche l’espressione
di pena profonda che solcava la fronte della mamma durante quelle scene.
Mia madre! Come, come ero così incurante a suo riguardo? Quasi ella
era scomparsa dalla mia vita. Io non riesco a determinare nella mia
memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona
dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni
liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi
bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi:
le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti,
indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro
uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare,
riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri
dalla riva.
Neanche alla fabbrica la mamma s’interessava, attingendone motivi di
distrazione. È vero che di questo ero quasi lieta, dicendomi che ella
forse non avrebbe visto di buon occhio le mie imprese. La sentivo,
ancor più che a Milano, troppo diversa di gusti e di temperamento da
mio padre, e per conseguenza da me. E anche sentivo, confusamente,
che questa differenza era sempre più la causa dei malumori che i miei
genitori non riuscivano a nascondere. Ma non me ne preoccupavo, o,
per meglio dire, mi liberavo tosto dalle impressioni fastidiose senza
cercar di approfondirle. Forse era un istintivo timore di scoperte
troppo gravi per la mia età? Non so. Soltanto un piccolo fatto mi diede
il sospetto che mio padre non volesse bene alla mamma come a me.
Era sul finire del primo inverno che passavamo colà. Si doveva, la
mamma, il babbo ed io, recarci al vicino capoluogo, invitati a pranzo
e a teatro dal proprietario della fabbrica e dalla sua signora, la
quale s’era degnata salire a casa nostra l’estate innanzi. Scendeva
il crepuscolo e l’ora della partenza del treno si avvicinava. Io ero
pronta, allorchè entrò a casa il babbo per cambiare d’abito; egli in
un batter d’occhio fu all’ordine. La mamma invece indugiava dinanzi
allo specchio, dubbiosa della sua toeletta che non indossava da molto
tempo: passava sul viso il piumino della cipria, allorchè mio padre,
infastidito dell’attesa, si affacciò di nuovo all’uscio della camera.
Rivedo la stanza, lo specchio, l’alta finestra da cui sembrava entrare,
più che la luce del tramonto, il riflesso del mare grigio, torbido. Ed
all’orecchio mio si ripercuote, colta a volo, una frase: «.... devo
dire dunque che sei una civetta?...»
Mezz’ora dopo, in treno, tremavo ancora nel mio intimo, incapace di
formulare un biasimo pel babbo, una discolpa per la mamma, e m’avvidi
tra la penombra, che sul volto di questa, inclinata verso lo sportello,
scorrevano delle lagrime. Riviveva ella pure il momento amaro? O molti
altri uguali? Pensava ch’io ero stata testimone dell’offesa? E per la
prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che
non vuol essere curata, che non vuol dire neppure il suo male.
Poi.... Io leggevo nei libri vicende d’amore e d’odio, osservavo
simpatie e antipatie nella gente del paese, credevo di saper già molte
cose sulla vita, ma ero incapace di penetrare la dolorosa realtà della
mia casa. Passavano i mesi, cresceva la tristezza della mamma, si
diradavano le attenzioni del babbo per lei, le passeggiate in comune,
ed io che non ero già più una bimba, continuavo nella mia vita come
se nessuna minaccia si addensasse intorno. Perchè? M’assorbiva, sì,
come nell’infanzia, l’ammirazione per mio padre; ma ciò non basta
a spiegare la mia cecità. Forse la mamma stessa, in un doloroso
pudore del suo male, evitava una confidente troppo immatura, troppo
esclusivamente dedita a colui che le causava dolore, e lasciava che
il tempo scorresse, nell’attesa vaga e stanca di qualche occasione
provvidenziale.
In paese ella doveva suscitare una certa simpatia per la gentilezza dei
modi e l’aspetto soave, benchè avesse cessato per imposizione del babbo
ogni pratica religiosa, e ciò facesse mormorar le più beghine.
Chi sa se fin dai primi tempi la immaginarono poco felice con un
marito e con una figlia quali eravamo io e mio padre? Perchè verso
quest’ultimo s’era ben presto accesa una sorda ostilità. Non c’erano,
di ricchi, nel paese, che il capitalista proprietario della fabbrica,
quasi sempre residente a Milano, e un conte, padrone di quasi tutte le
terre, il quale faceva rare apparizioni colla sua signora, un grosso
idolo carico di gioielli, al cui passaggio donne e uomini si curvavano
fino al suolo. Una decina d’avvocati, annidati in un circolo di civili,
suscitavano e imbrogliavano lunghe liti fra i piccoli proprietari
dissanguati dalle tasse. Se si aggiungono alcuni preti e mezza dozzina
di carabinieri, ecco tutta la classe dirigente del luogo. Mio padre
non solo non aveva dato segno di accorgersi di loro, ma aveva respinto
con impazienza un banchetto che avevano voluto offrirgli, insieme alla
presidenza di non so quali istituzioni antiche e pompose e senza fondi.
La cosa era inaudita, come inaudito e quasi offensivo era il fatto
ch’egli rinviasse sistematicamente quanti gli portavano regali. Quante
volte delle donnicciuole uscivan da casa nostra stupefatte e disperate,
perchè il babbo non aveva accettato i polli coi quali esse volevano
intenerire il suo cuore in favore dei loro figliuoli!
Ma nella sua estrema ignoranza e indolenza il popolo era ancora la
parte migliore del paese, non mancava di una certa bontà istintiva;
rimproverava soltanto al «direttore», come mio padre veniva chiamato,
il rigore inaudito verso i dipendenti, esagerato di bocca in bocca.
Nei primi tempi il babbo aveva riso di questa antipatia diffusa. Poi,
pian piano, aggiungendovisi la conoscenza più esatta dei lavoratori del
luogo, un rancore amaro principiò ad invaderlo. Sopratutto l’ipocrisia
dominante l’irritava. L’isolamento favoriva in lui la critica spietata,
senza misura: il confronto fra quella razza quasi orientale che gli
si premeva intorno sordidamente, e i suoi compaesani, si esagerava.
Reagiva così, forse senza addarsene, al pericolo di acclimarsi o di
veder acclimarsi i suoi figliuoli? Ma perdeva, anche inconsapevolmente,
l’equilibrio del giudizio, esagerava la sua superiorità, il suo sprezzo
fino alla provocazione. Avrebbe voluto adoperar nella fabbrica soltanto
operai piemontesi, fondare una vera colonia, ma vi si opponeva il
proprietario per economia e per prudenza. La maestranza nondimeno era
composta tutta di nostri conterranei che colle famiglie costituivano un
gruppo isolato e guardato dagli indigeni con diffidenza.
Io mi esaltavo in cuore misurando la distanza fra noi e «tutti quegli
altri». Quando rientravo a casa dalla fabbrica, col berretto di lana
rossa sui miei capelli corti e colla andatura rapida di persona
affaccendata, udivo dei susurri dietro di me: in faccia al caffè i
soliti scioperati mi guardavano sorridendo; sentivo che da una parte
destavo la loro curiosità, dall’altra offendevo la loro abitudine
di veder le fanciulle passar timide, guardinghe e lusingate dai
loro sguardi. Il paese mi veniva in uggia, e se non l’aborrivo era
unicamente a causa delle bellezze naturali che non mi stancavo di
ammirare. Una strana nostalgia, strana in me che non avevo sentito
alcun dolore lasciando Milano, mi s’era venuta insinuando nell’anima
silenziosamente, non esternandosi che nelle lettere alle amiche. Il
mio settentrione, attraverso le nubi del ricordo, m’appariva ora
desiderabile, pieno d’incanti: la città sopratutto, l’immensa città
col suo formicolìo umano, con la sua esistenza vibrante, la città che
rivedevo talora in certi suoi aspetti più tipici, che mi risorgeva
all’improvviso, in scorci, per cui avevo la momentanea illusione
d’essere ancora là, piccola, a mano del babbo, sotto la nebbia o nel
sole polveroso; la città della mia fanciullezza già circonfusa d’un
rimpianto senza nome mi dava a volte nel ricordo brividi di passione....
Quando, in premio del mio primo inverno «di servizio», il babbo mi
portò a Roma e a Napoli, questa vaga nostalgia di centri «viventi» mi
si illuminò. Dopo due anni rivedevo la folla, m’incontravo con visi su
cui erano segni d’intelligenza superiore o tracce di vita intensa; mi
risentivo piccola, insignificante, sperduta, anelante ad apprendere da
tutti e da tutto intorno. Ciò mi produsse una emozione forse maggiore
di quella che mi destarono i monumenti e i paesaggi meravigliosi. E
nelle lettere alla mamma e nel diario che per incitamento di mio padre
scrissi durante il viaggio, questo senso intimo faceva capolino assieme
ad osservazioni ingenue, a note ammirative, a velleità critiche.
Fu quel viaggio come il coronamento della mia adolescenza balda,
temeraria, trionfante. Me ne rimase una memoria indistinta, circonfusa
di luce troppo vivida. Le impressioni si eran sovrapposte nel mio
spirito quali sillabe d’un’ignota parola che riassumesse la vita;
e io le avevo accolte con un grave stupore, sentendomi nelle vene
serpeggiare una soavità nuova, un languore di cui non sapevo definire
la causa, una brama di tenerezza, d’espansione.... Il presente non
era dunque che letargo, io andavo dunque incontro ad una nuova fase
d’esistenza?
III.
Era il terzo settembre che passavamo in paese. La stagione balneare
non aveva differito dalle precedenti, e nessun distinto particolare,
di essa m’è rimasto nella memoria: mi pare soltanto che per mio conto
alternassi il piacere di nuotate sempre più lunghe e audaci con quello
di letture ugualmente eccessive, da cui uscivo col capo stanco e con un
confuso malcontento di me stessa.
Della mamma, dei fratellini, dei conoscenti, di mio padre stesso non
riesco a ricordar nulla, in quell’estate. Come fu che una sera si diede
in casa nostra una specie di ricevimento ad alcuni villeggianti e ad
alcune famiglie del luogo? L’iniziativa era venuta dal babbo. Tre
stanze del nostro appartamento, trasformate e adornate da piante e da
lumi, avevan raccolto una quarantina di persone, signore di Napoli e
di Roma a cui guizzava negli occhi l’ironia per le provinciali, uomini
gravi che consideravano mio padre curiosamente nel suo aspetto intimo
di buon ragazzo, qualche impiegato, le maestre e i maestri del paese
con le lor famiglie. Una piccola orchestra invitava a ballare grandi
e piccini. Nella mia qualità di padroncina di casa non avevo potuto
rifiutare di far qualche giro anch’io, a malincuore, perchè la danza
non mi piaceva e mi produce va mal di capo. Ero osservata: i giovani mi
si avvicinavano con una specie di timidezza che mi divertiva. Ma fra un
ballabile e l’altro io m’ero sorpresa a riguardare il babbo e la mamma,
involontariamente. L’uno, appassionato ed eccellente ballerino, pareva
ritornato giovinotto, ed esercitava intorno con la spontaneità della
sua natura un vero fascino: l’alta persona, volteggiando fra le coppie,
mi significava ancor una volta la semplicità, la gioia, la forza
della vita. Mia madre era contenta di quell’ora di svago? Anch’ella,
avvolta in un abito di pizzo nero scintillante di perline, mi evocava
fuor della memoria anni lontani, serate in cui l’avevo vista partire
a braccio del babbo per qualche spettacolo, timida ma non impacciata
nell’abbigliamento elegante. Il suo viso conservava la grazia dei
tratti; non pareva, quella sera, ch’ella avesse più di trent’anni.
Ma mi sembrava ch’ella non pervenisse a nascondere una nervosità di cui
ignoravo la cagione: notavano gli ospiti e il babbo lo sforzo che ella
faceva su sè stessa per seguire le conversazioni e i giuochi?
Verso le otto del mattino seguente, appena alzata, passando accanto
alla camera della mamma e supponendola ancora in letto, bussai per
domandarle ordini; la voce di lei, fievole, mi disse d’entrare. Scorsi
il profilo del babbo addormentato, vòlto verso l’uscio; il viso materno
non si distingueva bene fra i cuscini e le coltri: rinchiusi la stanza,
raggiunsi i fratellini che facevano già colazione.
Quanti minuti scorsero? Un grido, indi parecchi altri, poi un gran
susurro nella piazza sottostante mi fecero trasalire. Non m’ero ancora
avvicinata alla finestra, che il rumore si portò ai piedi dello scalone
di casa, facendomi correr verso la porta, seguita dalla donna e dai
fratelli. Esclamazioni di sorpresa e di dolore salivano dal basso, con
uno scalpiccìo come di persone che recassero un peso: la cameriera,
precipitatasi contro la balaustra, gittò un urlo, si ritrasse, per
coprirci lo spettacolo, per respingerci in casa. E io vidi il corpo
di mia madre portato da due uomini, un corpo bianco seminudo su cui
una mano aveva lanciato un cencio che penzolava, come penzolavano le
braccia, i piedi, i capelli. Uno stuolo di gente seguiva. Pensai
d’esser impazzita.
No! Era la mia mamma veramente, gli occhi chiusi, bianca nel viso come
una morta, con macchie rosse lungo un braccio ed un fianco. Il babbo si
avanzava fuor della stanza semivestito senza comprendere. Si strinse le
tempie; il volto gli si scompose, e io dovetti non vedere e non sentir
più nulla, poichè non ricordo altro.
Mi riscosse un vocìo di donne. Raccontavano. Avevano visto affacciarsi
al nostro balcone la figura bianca, scambiata così al sole per una
di noi bambine, le avevan fatto cenno di rientrare. La figura s’era
sporta, indi abbandonata, piombando di fianco sul terreno.
Entrò il medico. Penetrai con lui nella camera. La mamma era sul letto,
senza moto; il babbo a’ suoi piedi, lo sguardo perduto, si torceva le
mani. Mi vide, e un gran singhiozzo, il primo ch’io sentissi salire da
quel petto, lo abbattè su una sedia, mentre mi traeva fra le ginocchia
e nascondeva la faccia sulla mia spalla.
Oh lo smarrimento che mi prese! Il tumulto che scoteva mio padre mi
atterriva; ed insieme m’invadeva l’oscuro presagio d’altri momenti
atroci come quello....
Non avrei voluto più sciogliermi da quell’abbraccio: per la prima volta
provavo la volontà di chiuder gli occhi e di sparire. E non formulavo
alcun pensiero, neppur questo: «Vive ancora?»
Viveva. Il capo, il tronco erano stati miracolosamente illesi: solo
il braccio sinistro era spezzato. Non riprese conoscenza che dopo
tre giorni. Non seppe o non volle dir parola del tragico accaduto:
ho il confuso ricordo d’una sera in cui il babbo, a ginocchi, la
scongiurò invano, non ottenendo che questa risposta: «Perdonatemi,
perdonatemi....» Erano nella stanza anche i bimbi. Il babbo piangeva,
e io non so ancora se fossero più strazianti le lagrime di lui o le
fioche parole dell’inferma, che uscivano come dall’ombra....
Era stato un momento di pazzia? Volevo crederlo e insieme mi spaventavo
di pensarlo. Nella voce del babbo era l’accento appassionato della
sincerità, quando chiedeva a sè stesso, sommesso e tremante, nella
penombra della camera, che cosa poteva aver provocato quell’accesso di
disperazione. La mamma lo guardava silenziosa: avevo il senso strano
che ella ne attendesse la spiegazione da lui.... E insieme avevo la
certezza intima che mio padre non sapeva che cosa rimproverarsi.
Rimase in letto due mesi in un alternarsi di febbri che minacciavano la
congestione cerebrale; presente come non mai, e insieme assente, come
dopo una suprema rinuncia.
Qualcosa di sinistro s’andava aggravando sulla casa, oltre
all’ansia per le vicende della malattia e malgrado la stessa forza
di resistenza, ch’era in tutti noi. I bimbi non comprendevano,
subivano semplicemente la tristezza dell’ambiente; io notavo con
disagio, poi con spavento, nel lentissimo risveglio di lei, certi
torpori insistenti, certe lacune della memoria, certi eccessi nelle
manifestazioni d’affetto o d’antipatia per i circostanti. Ma avendo
preso il governo della casa e continuando in certe ore ad occuparmi del
mio impiego, non tralasciando le mie letture e la mia corrispondenza,
ero occupata in modo da non poter troppo indagare le sensazioni nuove
e varie che si alternavano in me. Compiangevo mio padre, prodigavo
alla mamma una tenerezza vigile, quasi a scongiurare le manifestazioni
che temevo dalla sua anima malata. Ero certa ora d’amarli entrambi,
ma con una nuova inquietudine e con la sensazione, che sempre più mi
penetrava, di essere ormai sola, sola con la mia anima, e ignorando due
anime che amavo, che compiangevo e che temevo di giudicare.
Alla fine dell’inverno la mamma era quasi del tutto ristabilita. Solo
il braccio rotto, che aveva dovuto venir ricomposto due volte per
l’inabilità del chirurgo, restò infermo, colle articolazioni della mano
impacciate. Invecchiata, estenuata, aveva un’aria ancor più dimessa
e avvilita, con quella mano che la più piccola delle mie sorelline
baciava ogni poco teneramente, facendo splendere d’una lagrima gli
stanchi occhi di lei. Pareva tornata bimba, una bimba timorosa che non
sa liberarsi dal ricordo di un suo errore.
Il babbo, passate le settimane del pericolo, aveva vinto lo
smarrimento, appariva di nuovo padrone di sè. E non osando interrompere
i lunghi silenzi in cui s’immergeva, io pensavo.... Per la prima
volta cercavo nel passato, scoprivo degli indizî, li collegavo. I
dissensi che avevo intuito nella vita de’ miei cari mi apparivano ora
diversi da quelli che talvolta avveravansi tra il babbo e me; capivo
che doveva esserci qualcosa di ben più profondo, qualcosa di fatale e
d’invincibile come mi pareva che fossero le mie antipatie contro certe
persone e certe cose.... Il babbo doveva averla amata tanto quella
povera cara, e ora ne’ suoi isolamenti, silenziosi egli rievocava chi
sa quali ricordi; ma sentivo che dovevano essere soltanto ricordi.
E non riuscivo a veder nell’avvenire stabilirsi un amore nuovo e più
forte fra loro e in tutta la famiglia.
Egli era colla mamma pieno di riguardi, condiscendente, quasi
carezzevole; evitava le antiche sfuriate; ma io percepivo una punta di
rassegnazione nel modo con cui accettava la melanconia persistente di
lei, di lei che scoprivo oppressa dai desiderio timido e accorato d’un
ravvicinamento.
Un giorno, la nostra casa era piena di sole, essi restarono chiusi più
d’un’ora nella stanzetta ove adesso il babbo dormiva solo: quando ne
uscirono, mia madre aveva il volto soffuso d’un color roseo che da
tanto tempo non le vedevo, e insieme d’un sorriso vago, un sorriso
di fanciulla felice. Mi guardò come se non mi riconoscesse. Il babbo
invece s’annuvolò, evitando il mio sguardo.
Altre volte la vista della mamma appoggiantesi stanca sulla spalla
del babbo, mi turbò, nelle settimane seguenti. Il babbo sfuggiva di
trovarsi solo con lei, me ne persuasi; sfuggiva noi tutti, la casa,
quasi insensibilmente.
La primavera scorreva lenta: nei crepuscoli tepidi ed avvincenti io
mi sentivo talora invadere da un bisogno torturante di pianto, di
dissolvimento: che cos’era? Dov’era andata la mia balda adolescenza?
Perchè mio padre si allontanava così dalla mia anima? Non mi sentiva
soffrire, non mi amava, ah, certo non mi amava più! Stavo io per
dubitare di lui, di me stessa, della vita?
Pure la giovinezza inconsciamente reagiva. Continuavo a lavorare, a
scrivere lunghe lettere, piene d’una strana austerità, alle mie amiche;
a sorridere con una punta di civetteria ingenua agli operai piemontesi
di cui qualcuno mi destava una simpatia esagerata, per contrasto forse
coll’uggia che mi davano persone e cose del paese.
E la mia personcina si trasformava, perdeva certe asperità di linee
e di movimenti, e il viso sopratutto pareva farsi più luminoso, più
espressivo. Fu mio padre che mi fece gettar la prima volta gli occhi
sullo specchio con interrogazione un poco ansiosa: una sera sentii, con
un misto di gioia e di stupore, ch’egli diceva come a sè stesso, dopo
avermi considerata alquanto in silenzio: «Diventerà bella....» Non lo
credetti, ma provai una compiacenza inesprimibile.
* * * * *
Altri notava la mia metamorfosi. Era nell’ufficio della fabbrica,
impiegato da un anno, un giovine del paese, figlio di piccoli
proprietari, piacevole d’aspetto, con modi spigliati, ch’io trattavo
da buon camerata, scambiando barzellette o disputando cordialmente
negl’intervalli del lavoro, sopratutto quando si rimaneva soli nel
vasto stanzone ove entrambi avevamo il nostro tavolo. In quella
primavera l’ossequio leggermente ironico ch’egli aveva fin allora
usato verso di me lasciò il posto ad una più spontanea attitudine di
ammirazione, che non mi sfuggì e mi divertì. Mi raccontava del paese,
di quello che i suoi compagni dicevano di me. Lo interrogavano sul mio
conto con grande curiosità; mi descrisse uno d’essi, che si diceva
innamorato di me e parlava di rapirmi: questo era un uso non raro in
quei luoghi e al ratto seguiva il matrimonio. Io ridevo e accennavo
a mio padre, il cui nome incuteva terrore. Più d’una volta infatti
incontrai gli occhi di quel sedicente innamorato, non senza noia.
Il giovane mi diceva anche che l’arciprete aveva fatto più volte
accenno a noi in chiesa, attribuendo la disgrazia di mia madre a
castigo di Dio. Affermava che alcune vecchie facevano il segno della
croce quand’io passavo. Mi chiamava «demonietto» e pareva guardarmi
come un oggetto curioso dal congegno ignoto e forse pericoloso. In
breve ardì manifestarmi delle lodi che secondo lui si facevano dai
signori, di questo o quel mio pregio fisico. Ripeteva tutto ciò con
compiacenza. Le sue parole come il suo sentimento mi lasciavano tra
offesa e lusingata, ma mi pareva di sentirvi un fondo di sincerità,
e nella incipiente soddisfazione del mio rigoglio trovavo scusabile
che colui, al quale non celavo d’altronde la coscienza della mia
superiorità, dimenticasse talora ch’io ero la figliuola del suo
principale. Gli rispondevo scherzosamente, per fargli comprendere
tuttavia che non davo alcuna importanza al gioco; talvolta mi
compiacevo a cambiar improvvisamente il discorso, a trascinare il
giovine, sprovvisto di coltura e con opinioni abbastanza grette e
convenzionali, in discussioni nelle quali ben presto egli restava
battuto: allora ridevo, d’un riso alto, squillante, e così fanciullesco
in fondo, che colui finiva per rider con me, non senza lasciar
trasparire sulla faccia uno stupore un po’ ingenuo.
Una seconda vittima delle mie bizzarrie era una vecchietta che
frequentava la nostra casa per assistere la mamma. Chiacchierando,
ella alludeva talora al mio avvenire, al tempo in cui sarei divenuta
sposa e madre e avrei riso delle attuali mie funzioni d’impiegata;
tranquilla io replicavo che _non mi sarei mai maritata_, che non
sarei stata felice se non continuando la mia vita di lavoro libero, e
che, del resto, tutte le ragazze avrebbero dovuto far come me.... Il
matrimonio.... era un’istituzione sbagliata: lo diceva il babbo sempre.
La vecchietta s’indignava. «Ma allora il mondo finisce, non nascon più
figliuoli, non comprendi?»
Restavo interdetta. Mia madre, già da qualche anno, mi aveva parlato
delle funzioni misteriose dell’organismo femminile, pur senza
soffermarsi sui rapporti fra uomo e donna. Certo, se mio padre
propugnava la sparizione del matrimonio, voleva dire che i bimbi
avrebbero potuto nascere ugualmente: il babbo non voleva la fine del
mondo. Ed io, dopo tutto, non sentivo questa responsabilità verso il
futuro.... No, non mi sposerei.
La mamma assisteva a questi dibattiti senza parteciparvi: ella era
sempre più assorta, chiusa come in un deserto interiore. Alla fine
della primavera il babbo le propose di andar a passare un mese a
Torino, dai parenti, con me. Ella accettò. Che senso di responsabilità
penosa, accompagnandola io sola! Sempre, latente, era il terrore di
vederla ripresa dalla necessità d’un qualche folle e fatale atto. E
ancora, più triste che mai, il dubbio di non amarla quanto avrei dovuto
e voluto, di essere impotente di fronte alla sua infelicità!
Ma col viaggio parve le ritornasse veramente un poco di speranza e una
certa serenità, insieme ad un maggior vigore fisico. In quanto a me
il tuffo inatteso nelle memorie dell’infanzia valse a far dileguare
alquanto gli oscuri timori, a restituirmi parte della mia baldanza.
Una volta ancora tornò l’estate. Io compivo i quindici anni. Alla
spiaggia dove la colonia bagnante si riuniva e invitava talora a’ suoi
passatempi, mi vedevo osservata con curiosità da tutti, guardata con
insistenza da uomini di varia età, e un giovane prima, malaticcio e
motteggiatore, poi un altro quasi ancora adolescente, dal corpo forte
ed agile e dalla testa ricciuta che mi ricordava certi bronzi visti
nei musei, mi occuparono per qualche settimana la fantasia senza farmi
battere il cuore nè destarmi istinti di civetteria. A me stessa ridendo
chiedevo: «M’innamorerei?...» e il giuoco mi piaceva, pareva dare un
sapor nuovo alla vita che vivevo con tanta foga. Facendomi cullare
dall’onda per ore ed ore sotto il sole ardente, sfidando il pericolo
coll’allontanarmi a nuoto dalla riva fino a non esser più visibile,
io mi unificavo con la natura e sfogavo insieme l’esuberanza del mio
organismo. Ero una persona, una piccola persona libera e forte; lo
sentivo, e mi sentivo gonfiare il petto d’una gioia indistinta.
Ma in casa la tristezza ritornava, più paurosa. Nella mamma il
carattere s’inaspriva, e questo rendeva più palese il progrediente
squilibrio del suo spirito, che il babbo non si peritava di far
rilevare a lei stessa, crudamente. I ragazzi erano più che mai
abbandonati. Come lontano il tempo in cui nostro padre si faceva
bimbo per giocar con noi! La stanchezza, l’indifferenza verso tutta
la famiglia erano ormai evidenti in lui. Sopraggiungendo l’autunno,
pretestò di dover fermarsi fino a tarda ora di notte in fabbrica, ed
in casa non lo si vide più che durante i pasti, taciturno. Più che mai
esigente coi suoi operai, neppure a me risparmiava i rigori della sua
disciplina, con una durezza spesso glaciale.... Stupita, sgomenta,
cercavo....
Il mio compagno d’ufficio non mi lasciò cercare a lungo. Restavamo
spesso soli nello stanzone grigio ove s’allineavano scaffali e tavoli
ricoperti di carte e registri, ed in mezzo al quale una grossa stufa a
carbone ardeva rendendo l’aria spesso intollerabile. Un altro impiegato
sopraggiungeva soltanto nelle ore del pomeriggio, un quarto faceva
frequenti assenze. Fra un lavoro e l’altro continuavamo a scambiarci
frasi più o meno scherzose, o ad intrattener discorsi più serî, che
venivano interrotti e ripresi ripetutamente lungo il corso della
giornata. Egli aveva venticinque anni, la persona maschia e snella, il
viso olivastro animato da due larghi occhi neri: parlava con facilità
ed abbondanza. Molte cose in lui mi urtavano, quotidianamente. Non
tutte gliele celavo; ma egli non badava alle osservazioni di una
ragazzina, stupito soltanto, abituato com’era a considerar la donna
un essere naturalmente sottomesso e servile, della mia indipendenza.
Non sapevo nulla di lui, soltanto avevo udito dire vagamente che una
ragazza da lui amata prima che andasse soldato, aveva tentato di
uccidersi quando al ritorno egli non l’aveva più curata. A mio padre
non piaceva: lo tollerava perchè era un lavoratore; ma mi rimbrottava
seccamente ogni volta che ci sorprendeva a chiacchierar insieme.
Fu per rappresaglia? Questi mi narrò ciò che in paese ormai molti
sapevano: che mio padre aveva un’amante, una ragazza stata qualche
tempo operaia nella fabbrica; che la cosa doveva essersi iniziata in
primavera, durante il viaggio mio e di mia madre; che quasi ogni sera
il babbo andava a trovar colei, alloggiata e mantenuta a sue spese con
tutta la miserabile e numerosa famiglia in una casa fuor del paese....
Il babbo!... Mille piccoli incidenti mi si illuminarono: non m’era
possibile non prestar fede alla terribile rivelazione.... Mi sentii
curvare a terra, afferrare dalla smania di mordere il suolo, nel dolore
e nella vergogna....
Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in
un oggetto d’orrore: egli, che mi aveva cresciuta nel culto della
sincerità, della lealtà, egli nascondeva a mia madre, a noi tutti un
lato della sua vita. Oh babbo, babbo! Dove era la nostra superiorità,
di cui andavo così altera fino a ieri? Mi pareva che piombassimo più
giù di tutte quelle creature intorno, di cui avevo indovinato il lezzo
istintivamente! E i miei fratelli innocenti! E mia madre, mia madre,
sapeva qualcosa? Mi sentivo ora attratta verso la sventurata, col cuore
pieno, fino a scoppiare, pieno di rimorsi e d’ira contro me stessa....
Forse quando ella aveva tentato di morire, mio padre la tradiva
già? Allora io avevo respinto il dubbio con tanta sicura e serena
persuasione! Anche oggi lo respingevo. Era troppo orribile! Ma intanto
l’infermità fisica e morale che teneva la mamma non era una scusa per
mio padre dinanzi a’ miei occhi.
Oh se fosse possibile far rinsavire il babbo, opporre alla sua la mia
volontà audace e fremente, salvare tutti noi dalla rovina!
Ma chi, con perfidia od incoscienza, m’aveva portato il tremendo colpo,
badava ad insinuarmi l’inutilità d’ogni reazione, e a dipingermi
nello stesso tempo un fosco avvenire. Mi prodigava una pietà che in
tutt’altre circostanze m’avrebbe offesa. Non gli badavo: mi sentivo
stringer le mani, accarezzar i capelli, e il mio essere cedeva
inconsapevole alla dolcezza di quel contatto, mentre tremavo d’ira e
di disperazione.
Che cos’era, che cos’era quella forza oscura che mi si rivelava così
d’un tratto, quell’amore di cui le mie letture m’avevan dato un
concetto chimerico? Era dunque una cosa nefasta, degradante, e pur
formidabile se aveva potuto vincere ed avvilire mio padre!
E la vita, che ignoravo, ma in cui avevo sempre creduto fosse riposto
un fine di bontà e di bellezza, m’appariva incomprensibile, deforme....
Quanti giorni vissi con l’atroce tumulto nell’anima? Non so più. So
soltanto che negli istanti di depressione succedenti al parossismo, una
voce calda e giovanile, insistente, al mio fianco, mi sussurrava parole
di ammirazione sempre meno velata. In certi momenti mi sentivo atona,
istupidita, e quell’unica voce continuava, m’investiva coll’accento
della passione. Ed incominciai a rispondere, con una incredulità
che persisteva in me, e insieme una speranza che mi s’imponeva
ardentemente: divenni dolce, remissiva. Non gli dicevo di volergli
bene, non lo dicevo neanche a me stessa, ma c’era un uomo a cui ero
cara.
Come seppe la mamma la sua sventura? Una sera eran venuti a trovare
il babbo dopo cena, non so più per qual motivo, alcuni individui,
fra gli altri un notaio, creatura insignificante e melliflua che mio
padre doveva aver preso a confidente, e il mio compagno d’ufficio: si
chiacchierava. Mia madre scoppiò ad un tratto in una risata convulsa,
domandando al notaio: «È vero, dica, che lei accompagna mio marito a
passeggio la notte dalla parte del fiume? Mi racconti un po’ di che
cosa parlano...!»
Gli uomini si scambiarono un’occhiata, esterrefatti. Pallida, ora, la
mamma s’alzava con un tremito, accusava un malessere, si ritirava.
Rimanemmo in sala il babbo, io e gli ospiti. Vedevo sul volto di mio
padre un’ira repressa, terribile. A voce lenta, quasi mormorando, egli
dichiarò:
«Quella donna impazzisce!»
In un impeto proruppi: «Anch’io impazzirei, papà!» E gli piantai gli
occhi in viso, con disperata ribellione, sentendo montarmi al capo uno
spasimo terribile.
«Taci, tu!» urlò l’uomo colpito a sangue, slanciandosi quasi per
stritolarmi; e indietreggiando d’un subito con un supremo sforzo:
«Esci!»
Non ricordo come passassi quella notte. Il mattino seguente, la mamma
in camera sua con la febbre attendeva invano una visita del marito,
certo per chiedergli perdono; io mi sentii annunciare che alla fine del
mese sarebbe cessato il mio impiego! Era la risposta alla mia frase
della vigilia.
Quando fui nell’ufficio non potei rattenere il pianto: quella vita di
lavoro fra gli operai io l’amavo intensamente, non potevo pensare
di abbandonarla, non ne immaginavo alcun’altra così conforme ai miei
gusti, alla mia natura! Lo dissi al mio compagno, che mi si era
avvicinato.
«E a me non pensa? Che farò io?» mormorò egli. E ritornò al suo tavolo,
nascose la faccia fra le mani, con un sussulto nervoso alle spalle.
Gli andai accanto, dimentica della mia pena; mi afferrò, mi strinse,
piccola, contro il suo petto.
«Com’eri bella, iersera, com’eri fiera, come avrei voluto baciare le
tue ginocchia....»
Chiusi gli occhi. Era vero? Tutta la mia anima voleva una risposta.
Rimasi ferma qualche minuto: le labbra di lui scesero sulle mie. Non
mi svincolai. I miei sensi non fremevano, ancora sopiti; il cuore
attendeva se qualche grande dolcezza stesse per invaderlo.
Un rumore che sopraggiungeva mi fece allontanare bruscamente. Il
giorno dopo, in un istante di solitudine, mi rifugiai di nuovo accanto
al giovine, che mi disse di volermi bene, e m’impedì di parlare,
soffocandomi con brevi baci sulla bocca, sul collo. Mi scostai un
po’ infastidita. Ma nei dì seguenti la compagnia di lui mi parve
necessaria. Dimenticavo in quei momenti il dolore che portavo meco
dalla casa, che mi si incrudeliva ogni volta che incontravo lo sguardo
di mio padre. E non chiedevo altro, paralizzata.
Egli comprendeva la mia incoscienza, constatava la mia ignoranza, la
mia frigidità di bambina quindicenne. Velando con gesti e sorrisi
scherzosi l’orgasmo ond’era posseduto, con lenta progressione mi
accarezzò la persona, si fece restituire carezze e baci, come un debito
di giuoco, come lo svolgimento piacevole d’un prologo alla grande opera
d’amore che la mia immaginazione cominciava a dipingermi dinanzi.
Così, sorridendo puerilmente, accanto allo stipite d’una porta che
divideva lo studio del babbo dall’ufficio comune, un mattino fui
sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti
frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi
a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si
divincolava. Soffocavo e diedi un gemito ch’era per finire in urlo,
quando l’uomo, premendomi la bocca, mi respinse lontano. Udii un passo
fuggire e sbattersi l’uscio. Barcollando, mi rifugiai nel piccolo
laboratorio in fondo allo studio. Tentavo ricompormi, mentre mi sentivo
mancare le forze; ma un sospetto oscuro mi si affacciò. Slanciatami
fuor della stanza, vidi colui, che m’interrogava in silenzio, smarrito,
ansante. Dovevo esprimere un immenso orrore, poichè una paura folle gli
apparì sul volto, mentre avanzava verso di me le mani congiunte in atto
supplichevole....
IV.
Appartenevo ad un uomo, dunque?
Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. Ho
di essi una rimembranza vaga e cupa.
D’improvviso la mia esistenza, già scossa per l’abbandono di mio padre,
veniva sconvolta, tragicamente mutata. Che cos’ero io ora? Che cosa
stavo per diventare? La mia vita di fanciulla era finita.
Il mio orgoglio di creatura libera e riflessiva spasimava; ma non
mi permetteva d’indugiarmi in rimpianti e discolpe, mi spingeva ad
accettar la responsabilità dell’accaduto.
E tentavo giustificare affannosamente ciò che ancora mi riempiva di
stupore. Quell’uomo, da quando lo conoscevo? Da due anni circa. Lo
avevo visto quasi ogni giorno, m’era stato compagno ed aiuto di lavoro.
L’avevo guardato sempre con una franca compiacenza fanciullesca; le
sue goffaggini stesse m’avevano divertita. Poi, un giorno, egli aveva
tranquillamente disonorato ai miei occhi mio padre.... Perchè non avevo
dubitato neppure un istante che mentisse? Io non sapevo nulla della
vita, e subito la sua esperienza m’aveva infuso una specie di rispetto.
E mi sorrideva con pietà. Aveva assistito all’angoscia terribile della
mia anima improvvisamente sperduta. E m’era apparso diverso da quel di
prima, un essere nuovo, dotato di tutto ciò che veniva a mancare a mio
padre. Come lo giudicava con dignità, con sdegno, e com’era commosso
difendendo la mia povera mamma! Un solo momento ne avevo ricevuto
un’impressione fastidiosa: quando, chiestogli se mi avrebbe sostenuta
colla sua testimonianza, allorchè io avessi affrontato mio padre,
m’aveva scongiurata di tacere, di tacere....
E da quel momento m’aveva avviluppata coll’onda delle parole
carezzevoli; il mio cuore s’era intenerito. Non avevo dubitato un solo
istante della sua devozione; avevo accettato, con la superbia non per
anco estinta della mia superiorità.
Sapeva egli della stanchezza che m’avea vinta? M’aveva tenuta fra le
braccia, m’aveva detto di amarmi, ed io avevo ascoltato....
Non potevo concepirmi vittima d’un calcolo. L’amore doveva aver fatto
tutto questo. Ed io com’ero impreparata ad accogliere il misterioso
ospite! Ah, che davvero non sapevo nulla, in fondo, della vita, per
aver troppo ed esclusivamente contemplato mio padre! Non mi ero mai
raffigurato il mio avvenire di donna. E donna, ecco, ero divenuta
subitamente, proprio quando non potevo più confidarmi a mio padre,
quando tutto il nostro passato perdeva ogni valore ai miei occhi,
quando la stessa mamma mia non era più in grado di ascoltarmi e di
illuminarmi.
Neppure un istante ebbi la tentazione di svelare alla disgraziata il
mio terribile segreto. Ella soffriva già abbastanza, chiusa nel suo
dolore!
Mio padre, come lo sentivo lontano, staccato ormai dalla mia vita! E
che strazio aggiunto a strazio, questo di celargli la tempesta che mi
travolgeva!
Sola, in silenzio, mi lasciavo invadere da una specie
d’autosuggestione, di follia lucida. Era l’influsso dell’improvvisa
scossa fisiologica? I ricordi che serbo sono come quelli della
febbre.... Quando mi dissi per la prima volta che dovevo, forse,
ricambiare la passione di quell’uomo, accettar da lui, per tutta
l’esistenza, l’appoggio, il rifugio ch’egli mi offriva, separandomi
da tutto ciò che aveva costituito fin allora la mia vita? Non so, non
vedo più chiaramente. Avevo cominciato a pensare che forse io amavo
il giovane da tanti mesi senza saperlo, che forse qualcosa, sotto le
umili apparenze, m’aveva sedotta, d’inesplicabile. Poi avevo soggiunto
che forse, in quell’avvenire di amore e di dedizione non mai prima
intraveduto, era la salvezza, era la pace, era la gioia. Sua moglie....
Non l’ero di già? Egli m’aveva voluta, egli m’era destinato, tutto
s’era disposto mentre io credevo seguire una ben diversa via.... Quello
sposo delle leggende, che m’era sempre parso un puerile personaggio,
esisteva, era lui!
L’uomo s’accorse subito che la sua causa trionfava, e forse non ne
fu neppure molto sorpreso. Aveva però tremato. Adesso, più sicuro,
pieno di speranza, secondava le effusioni ch’io esalavo in lettere e
in parole alte e puerili insieme, e per arrestarmi sulle labbra ogni
domanda di esplicazioni, ogni interrogazione su l’accaduto, riprendeva
a baciarmi le mani e i capelli, fugacemente, e mi ripeteva con un
poco di solennità che tutta la sua esistenza non sarebbe bastata a
ringraziarmi del dono della mia, e tentava impadronirsi di nuovo della
mia persona. Ma l’iniziazione era stata troppo atroce, e mi rifiutavo.
Come molte fanciulle, alle quali le letture dei romanzi suscitano
immaginazioni informi che nessuno illumina, io supponevo che la realtà
non fosse tutt’intera in quella che mi aveva colpita disgustosamente:
immaginavo un compenso avvenire di ebbrezze ineffabili che avrei goduto
da sposa. Il pudore in me quindicenne era troppo embrionale ancora,
perchè potesse profondamente soffrire; forse anzi un’oscura fierezza mi
spronava e sosteneva, nella volontà d’amore e di dedizione che andavo
coltivando con ostinazione disperata.
Ma il babbo notava le mie distrazioni e i miei turbamenti; d’improvviso
mantenne la parola e m’impose di non tornare in ufficio.
Nella brusca separazione mi esaltai maggiormente e credetti di passare
i giorni più orrendi della mia vita; poi, riuscita a corrispondere
col giovane, fui incitata da lui a dichiarare a mia madre il nostro
amore: e la mamma, triste, affranta, china verso il precipizio della
sua ragione, parve come bere ad una fontana di giovinezza ascoltando
la figliuola innamorata. Erano i suoi vent’anni ch’ella rievocava? Era
la felicità invano sognata per sè che si illudeva di veder risplendere
per la sua creatura? Qualcosa di lei palpitava in me, in quell’ora, per
la prima volta: lo sentiva inconsciamente? La sventurata non poteva
immaginare il dramma che aveva troncata la mia adolescenza; pensò,
anch’ella!, ad un sentimento magicamente sbocciato nel mio cuore per
salvarmi da un’esistenza ibrida; e raccolse tutta l’energia di cui
disponeva perchè le mie lagrime cessassero, perchè il suo sogno di
dolcezza trionfasse una volta nella sua figlia....
Io la osservavo con tenera mestizia, con un senso vago di timore per me
stessa, riconoscendomi fragile come lei, chiedendomi se veramente io
avessi maggior fortuna e non m’illudessi fidando nell’amore, com’ella
s’era illusa.
Quando il babbo seppe, parve non dare importanza, non credere quasi.
Ma, per iscritto e a voce, io e il mio tristo eroe cercammo di
persuaderlo che unico scopo della nostra vita, ormai, era quello
d’unirci. La sua collera scoppiò tremenda. Tuttavia neppure egli
sospettò il vero: come avrebbe pensato alla delittuosa audacia, egli
che si sapeva tanto temuto da chiunque lo avvicinava? L’idea di uno
sciocco infatuamento della figlia preferita, educata a disprezzare ogni
fantasmagoria e a contare su di sè sola per le battaglie della vita,
lo esasperava. Non riconosceva certamente la sua parte di colpa, per
l’attenzione affettuosa che m’era venuta a mancare nell’epoca in cui
più ne avrei avuto bisogno. Soffriva. Complicato e primitivo insieme,
non giungeva a farsi un concetto preciso di quanto avveniva intorno
a sè, nè a porvi rimedio. Comprendeva d’esser solo, a sua volta,
d’essersi alienata l’unica riconoscenza. E dall’addensarsi del biasimo
generale sul suo capo, dal presagio d’imminenti catastrofi, traeva una
disperata smania di tirannia e di vittoria ad ogni costo.
La mamma lo fece stupire insistendo nel difendermi. Dopo quella sera
avevano sempre evitato di parlarsi; ora, l’una sembrava imporre
all’altro, come patto di pace e di acquiescenza, il mio bene. Pareva
dicesse: «Sì, sono vecchia, sarò nonna, la tranquillità entrerà nel
mio spirito se non nel mio povero cuore: troverò ancora la vita un po’
bella, purchè nostra figlia sia contenta e io possa pensare ai suoi
bimbi!...»
Egli non mi parlò. Compresi ch’io ero morta per lui, ch’egli dava
l’addio a tutto il sogno che aveva costruito sul mio capo nel tempo
remoto.
Disse al giovane che non era il caso di pensare al matrimonio, per
allora: avevo quindici anni e mezzo; ne dovevano passare alcuni altri.
Ma egli poteva frequentare la nostra casa, la sera, e accompagnarsi
qualche volta a passeggio con la nostra famiglia. Che cosa contava
fare? Trovarsi un impiego altrove, più conveniente, tentare una
carriera governativa? Lo avvertiva che non m’avrebbe data alcuna dote.
Intanto, continuasse pure a prestar servizio in fabbrica....
Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato
subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde;
egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella
dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la
condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un
assegno quando fossi maritata.
Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo
non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena
finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano,
la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si
divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella
conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata, senza curare
le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo.
Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera
buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano,
un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi
il brivido, ormai lontano, di terrore.
Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra
relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato
interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da
parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue
sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non
s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori
non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza
ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna.
Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva
invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come
se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano
e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato
l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo,
m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non
osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche
quando gli riferii una diceria sul suo conto giuntami solo allora
all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi
aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di
giustificarsi.
Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai
isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille
rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare
in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore
della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla
memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti,
ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.
Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me
stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie
di ebbrezza.
Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su
alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi
procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati:
lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo
carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di
sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre
aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma
li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e
avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore, quell’amore dei
sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della
vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia
anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora
saputo comprendere.
Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato
di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato
davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere,
e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a
sogni di lavoro e di bellezza senza fine?
Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia
stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti
sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio
avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi
aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E
mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta
che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per
l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più
paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.
E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava
nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio
s’illudeva di poter farmi felice?
Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi
miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo
con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare
soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre,
indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non
disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi
l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei
futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca
larghezza nostra.
La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che
prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.
Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della
quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole.
I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze
il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora
frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....
Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di
preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto
abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi
soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito,
guardando dal treno la campagna biancheggiante di neve sotto le
stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con
sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano
accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori,
nelle loro stanze solitarie?
V.
Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su
uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si
scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze
guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche
spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di
notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei
treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto
v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente
se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.
Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io
ero proprio _una donna maritata_, un personaggio serio, cui l’esistenza
era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco
del mio antico compagno di ufficio, per lo stradone maggiore del
paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la
persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un
abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un
anno innanzi.
Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del
luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che
costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era
cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni
qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la
differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E
quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa
d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro
le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».
La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o
tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse
senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza,
la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal
viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita:
nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione
dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle! Io non avevo avuto tempo di
foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione
era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio
scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti
tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè
presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero
accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse
della disapprovazione?
Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste
interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia
madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata,
più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che
dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato.
Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che il
_mistero_ non c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto
m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo
quasi obliato....
Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto
volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi
pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine,
prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi
sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una
forza celata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente
incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio
marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi
ottenuta.
Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino,
la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno,
coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella
appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e
quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi del _voi_. Anche
mio suocero non riusciva a dirmi _tu_. Alto, gigantesco anzi, era un
po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le
provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola.
Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva
un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e
dinanzi a lei la madre tremava.
In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo,
come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia.
Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una
condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una
complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza
paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena
d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notare nel vecchio
dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui
sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due
anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità
che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre
una pietà mista a timore.
I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa
mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che
mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente
grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume,
era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad
esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro
terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una
data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi
ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu
malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella
che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso
errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di
suggestione.
Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno
d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così
la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente,
delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad
esaurimento, a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui
egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile
un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma
anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di
parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e
restavo come in letargo.
Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il
sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.
Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa
se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza,
ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper
come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro
che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè
m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava
che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco;
scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di
alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme
divertita dalla mia nuova parte di signora.
Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico
di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel
caffè, questi passava a far gustare all’ospite certo vino in fiaschi.
Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione
paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica,
partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza;
i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di
mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.
Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della
fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le
mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano
colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più
con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità
di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano,
di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel
nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo
spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del
pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una
punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore
e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia
fronte infantile.
Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di
ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto
all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quel
che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse
per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese
cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed
empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro
vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano
da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era
forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i
bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora
sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi
appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.
«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina
invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo
bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma
davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo
un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo
troppo.
Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi
tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito
aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo.
Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che
sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la
ragazza, rimasta zitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo
scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di
frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con
una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi
di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai,
una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un
telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data;
l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....
Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.
Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E
perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo?
O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la
mia buona volontà s’era venuto costruendo?
L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di
dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il
mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma
sicuramente la mia influenza onesta.
Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava
sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta,
la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei
figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrore quando
egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle,
i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi
di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima
sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica,
col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella,
ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene
la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente
verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e
l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti
fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.
Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo,
rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste
fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo
abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa,
presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse
che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al
quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?
E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua
debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in
quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei
nella mia rassegnazione al destino.
Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una
terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni
tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime
fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che
questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna
ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa
innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la
pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!
Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico
che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a
dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle
risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli
scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà?
Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato
l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.
Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a
quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro
cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non
riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva,
certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura....
Soffriva? Aveva qualche lampo di sgomento? Non una parola, non un
gesto di lui che m’illuminasse.
Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la
rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, dai _civili_
invidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che
anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre
più il senso della realtà.
E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che
quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.
Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio
suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo
suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne
avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era
imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto
all’ossessione di andare in cerca di mio padre.
Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini
addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava
nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere....
Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata
parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per
l’amore di un uomo che non la meritava più!...
Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto al mio letto, mentre ella
appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico,
sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo
punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai.
Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito
dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un
tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....
Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio
grembo, m’aveva abbandonata.
VI.
Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola:
_mamma_; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo
di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto
formare.
E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi
toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita.
Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito
dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era
stata ella per me? L’avevo io amata?
Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo
aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto
e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far
felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi
innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in
nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la
indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?
Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.
Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come
moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre
non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.
Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata
nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la
considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè
fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza.
Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti,
antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante,
e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva
sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine,
non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione
del genio, le aveva suscitato uno speciale fascino traendola fuor di
se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai,
sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da
lenti mali....
Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà,
l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.
Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di
tutte le donne?
Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo
rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le
altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se
tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea
vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!
Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un
momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola
e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci,
alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più
sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra
le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di
portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.
Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti
continuavamo ad avere per lui un senso di terrore, che ci paralizzava
e ci avviliva....
I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una
casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai
ragazzi spauriti.
La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli
infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine
dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni
dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non
si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh,
tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!
Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome
per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la
comprendessi finalmente?
No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più
potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era
finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi
che la memoria, come un oscuro ammonimento....
* * * * *
Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.
Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale
pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per la sequela
di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere
ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era
vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la
rassegnazione.
Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la
loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una
giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre,
cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola,
la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che
avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle
due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con
insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della
assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.
Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia
tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio
carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile
suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una
sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di
malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di
approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti
cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva
nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasse
un po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo
un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio
colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma
e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo,
sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella
insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di
perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il
fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.
E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi
emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più
indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che
cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili,
m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una
oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La
memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma
dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa
nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane
dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la
sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni
d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh
la voce di mia madre, già diversa, che diceva cose incoerenti! E
l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa
e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro
dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali
strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre
agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi
sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e
infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre
si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e
bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco!
Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter
piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava
e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un
desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la
strada che conduce al porto della pazzia....
* * * * *
Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me
d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....
Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio
inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe
avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde
ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci si preparava, sulle mie
attitudini alla maternità....
Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro,
accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me
una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro
periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di
madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava
nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo
dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì
nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo,
alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio
figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più
bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato
tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per
lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.
Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio
stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte
l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna
della responsabilità che s’iniziava per entrambi.
Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state
come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un
cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a
mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo
anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua
figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi
barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti
e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una
baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli
ho avuto ed allattato io!»
De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti
potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono
attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende
per formarne degli angeli.
Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e
corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta,
un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna
come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son
convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura
stava per colpirla ancora una volta.
Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno
per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina.
Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la
moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai
sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente.
Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso
fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della
difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi
sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la
vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col
cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua
condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così
adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.
La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il
convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe
tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due
settimane spirò.
Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a
me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle
mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe
fissato la mia vita.
Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non
avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano
considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono
un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire
indicibilmente.
Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo
ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande
ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli
operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente;
molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie
era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava
intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà
reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna
che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo
prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva
colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano,
senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a
quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano
in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro
la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare
contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna!
Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!
Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da
quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto
una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.
E mio figlio nasceva in quell’ambiente!
Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia
ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi,
consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora
suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia
madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia:
sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi
riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava
amorosamente l’atteso....
VII.
Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima
volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per
la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la
bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un
atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato
e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si
fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura,
viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era
tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre:
le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll’offerta della
mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.
Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più
tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle
mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio
che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie
guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine
bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le
fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso
della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine
il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto,
perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto
lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo.
Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte
s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per
un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto,
le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la
voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte
nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di
rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate,
della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima!
Prima di sentirmi mamma, prima di veder gli occhi del mio piccino;
ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio
letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un
benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il
seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e
piangere....
Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della
gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente;
anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora
altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così,
quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la
gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il
viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di
commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno
gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di
sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio
della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca
accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera,
io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un
avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio,
che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi
delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice, di maestra, di
compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso
l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di
sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio
cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita,
nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia,
sorridevo ad immagini di gloria.
La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al
poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile
atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente,
miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti
svenire.
Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che
quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare,
assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico
di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era
così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una
corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso
amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo
uomo!
Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi,
sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che
il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latte
era sufficiente e che non dovevo temer di nulla.
Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso
notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio
mi avrebbe dati nel tempo.
La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo
con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando
sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e
dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno,
muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono
tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non
piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica
indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò
come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro
indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le
mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era
ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente;
io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi
abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle
vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa
della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò,
parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta,
semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il
mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento;
nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere
sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime
disperate.
Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente
ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di
volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che
mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo
piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva,
verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva,
cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata
ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale,
qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica
fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che
respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa
ingiustizia....
Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia
restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane
che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente
classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei
sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame.
Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice,
d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine
l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la
povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui
ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto
per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio
spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a
ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta
bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando
riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi
del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia
vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di
me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se
ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era
come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi
d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi
momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un
fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre
più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia
sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.
Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che
la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo
era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia
creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed
io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere
l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire
degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo
commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo,
quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e
sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò
che non era il sorriso di mio figlio.
Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il
quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in
casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto
a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più
bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo
sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una
lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina
che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza,
un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo
di distanza dalla faccina di mio figlio.
Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva
che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano
la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo,
sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di
quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel
difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in
quanto avevo di più sacro.
Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le
mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di
energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità
sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza
morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il
rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel
mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non
era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che
si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le
gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa
palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione
di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non
conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere
squilibrato e incompleto.
VIII.
Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e
preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola
aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida
del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni
varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.
Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie
mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza
orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi
se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio
d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi
condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo
luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente
fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani
irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla
sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col
petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio
figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un
superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo
avanti, senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva,
perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri
godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto
riconoscere tutto ciò in avvenire.
La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera
e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura.
Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo
in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo,
ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci
dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli
chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo
tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo
adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli
occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti
un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in
me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi
mi guardava con tale adorabile malizia.
Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue
magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli.
Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il
volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie del nipotino. In
paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla
figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali
ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?
Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle
e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore
impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar
nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi,
s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava
progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un
linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a
sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri
concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me.
Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi
reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo
la forza di disingannarle, di conquistarle.
Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè
aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono
in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li
circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di
mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo
elevato a vicedirettore. Alla vita del paese era divenuto del tutto
estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi
rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui
mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì
che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare
in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico
dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di
più originale e forte.
Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e
in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra
simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra
educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti:
ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a
suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.
D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte
agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da
compiangersi.
Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta
verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva
intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito
d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a
torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in
modo sempre più tirannico.
Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la
prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo
per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata.
Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar
importanza all’incidente....
Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua
situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo
di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile,
estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo
lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il
terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al
suo sorriso.
Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le
veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre
al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale,
un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo
amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più
di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un
pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.
Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle
velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè
aveva smesso il lutto. Si mostrava apertamente invidiosa delle
ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per
buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata
pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche
satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente
confusa e non ribatteva.
Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a
quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva
di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo
circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui
generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che
mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa
e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la
parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre
alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.
Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui
miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva,
seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano
tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni
avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure.
Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più
intelligente ed istruito di quanti conoscevo in paese. Viveva di una
piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio,
bellissimo.
Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie
s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con
un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta.
Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche,
biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma
impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale.
Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano
gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in
paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.
Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che
sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto
notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel
muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le
sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.
Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi
che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito
ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi
da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliando la mia fama di
orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.
Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari,
implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi
aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di
sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno
o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava
lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un
istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo
con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale,
fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui
la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua
catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo
ansiosamente il sonno.
Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da
pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che
non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi
ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti
allo specchio, come non avevo mai fatto.
Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a
bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria
estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento,
mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognata diventa
quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua
conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che
intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e
quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto
l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che
da quell’unico....
Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e
voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a
notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di
strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle
di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo
il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che
mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che
accetti questo?»
Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di
quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata,
le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a
liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure
simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era
quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno
d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben
dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.
Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal
paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le
speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano.
Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso
scioglimento. Perchè risposi?
Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva
riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno,
perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze
per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta
d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di
entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la
rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di
avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno
sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore
della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore,
e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi
la misura della mia miseria.
Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta
e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza
saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva
strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non
mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore
mortale, che non era più rassegnazione e non era ancora ribellione, ma
semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse
alla coscienza del mio male.
Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera
tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto
temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei;
più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato
nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne
una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma,
che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto
da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità,
più ancora che per sè, indegno....
Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e
calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce
qualsiasi di riscossa era irresistibile?
Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo
miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di
aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che
il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la
vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto
sorridere....
E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo
il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi
permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.
Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di
carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto.
Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non
accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per
l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del
bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva
affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma
di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna
maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra
le gioie materne e gli amplessi dell’amante?
Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente
l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi
meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo,
semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente,
sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!
Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi,
ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva
organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di
giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in
tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che
attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene
tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un baleno da cento
occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io
ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un
uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi
travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la
prima, l’unica ebbrezza della mia vita.
* * * * *
Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando
lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva
al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia
come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in
quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando
che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta
colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un
pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò,
dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva
bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato,
poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un
ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa
d’un forte....
Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola,
audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo
per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un
gentiluomo.
Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi
del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo
trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo
frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del
consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente,
così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino
dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.
Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi
dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può
mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei
doveri, senza far soffrire....»
Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.
«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»
Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi
prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure
l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi
trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io
con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io
non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che
il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia
penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e
appoggiata al suo petto, la sua guancia accanto alla mia, provai per
un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.
D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva,
mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea
che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.
Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra
stanza.
Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di
nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo,
lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro
amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto
le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale,
chiamando sommesso la morte....
IX.
Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale,
semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî
e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a
me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi
di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era
da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però
mai venuta meno la fiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre
incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo
sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era
venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era
parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando
l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola
e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino
di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar
sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di
me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.
Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una
forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio?
Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa
dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?
L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella
notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender
in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere
all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il
sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e
di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti
di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.
E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice
un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più
forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava.
Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo
imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata
ed anelante....
Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera
avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo?
E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per
lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me
stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente
d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare,
dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla
strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere
m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione....
Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più
abietta di lui perchè lo sapevo.
Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio
padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava
cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi
entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora
doveva compiere il suo consueto giro professionale.
Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui
la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La
sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva
atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era
quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella
aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo
aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.
Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme
alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva
per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi
per nome tremando....
Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel
patto di silenzio.
Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?
Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe.
Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.
—Ma non lo riceverà più, mi promette?
Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la
mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la
voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.
—Lo credo—e mi guardò triste.
Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della
mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbe potuto
apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una
ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito
tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla
sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser
d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî
che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia
persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo
desolatamente.
Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata
con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva
serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione
clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.
Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che
bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto
apparisse mera invenzione diffamatoria.
Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su
di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in
quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto
balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato
in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di
fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E
sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e
mesto.
La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a
letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci
nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato
che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle
riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente
festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto
bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano
parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor
platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di
lettere....
Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di
rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al
mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole:
era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel
mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.
Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a
rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in
quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per
esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!
Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole
un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce
accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo
che nulla più ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni;
sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace
di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già
mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia
convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso:
ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa
sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.
Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione.
A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse!
L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo
entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio
montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto....
Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero
data, lo confessassi....
Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col
piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami,
liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento,
un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se
l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di
mia madre e di mio figlio.
Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo
una notte inenarrabile in cui il mio viso ricevette a volta a volta
sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro
inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna
che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera:
devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»
Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre
di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non
distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste
di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a
persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che
tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera,
avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la
pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava
come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e
tutti mi risparmiavano per viltà.
Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di
rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?
E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a
fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore
sorrideva fra due che s’odiavano.
La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti
dovevano difendere od offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi
in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino
e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi
disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era
causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai
suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto
le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che
ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il
dottore me lo lasciava temere.
* * * * *
Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro
anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non
ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli
occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i
nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una
gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni
da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata
ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le
guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante,
sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e
sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....
Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve
avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»
Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione
mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era
fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva
sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione
formidabile.
A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi
amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte,
bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava
della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo:
io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla
piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai
in sala da pranzo.
Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante,
e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio;
quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che
sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!
Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità
quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la
mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la
guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e non era
bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se
egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe
pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella
notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....
«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per
trascinarmi nel fango; di’, di’?...»
E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre
volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....
Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di
refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo
l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?
No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio.
«Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È
necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire....
Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti
dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che
te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e
grande....»
Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi
piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse
la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un
dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....
Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio
sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad
insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a
un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su
me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò
in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto
sarebbe stato vano.
Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e
mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei
piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo
quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito
alle ultime convulsioni della mia spoglia.
La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva
preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu,
perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»
Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi
si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non
la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di
no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno
lui che sapeva!
Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.
PARTE SECONDA.
X.
Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in
un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più
che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva
finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte
doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra
vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.
Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì
in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura
della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato
in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente,
mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia
coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero
sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta,
inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure
alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.
Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai
il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima
rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo
puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il
sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la
bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse,
che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito
era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si
cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo
ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze,
nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono
timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo
del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero
rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose.
Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta
al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano
l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io
m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare
nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio
l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia
nuova.
Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei
primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli
doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel
cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione?
Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore:
dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava
dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.
Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io
impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io
avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo
tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata
l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E
mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava
egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle
speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del
mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto
ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità
proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse
il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto
egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli
veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta. Il mio corpo,
lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta,
dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti
dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso
su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per
non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo,
per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di
purità l’invito alla sana gioia.
Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne
sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva
per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con
una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in
singhiozzi, confessandosi miserabile.
Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi
perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo
disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle
labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le
mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto.
Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero
compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi
dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva
appoggiarsi all’altro per rifare un’esistenza comune solo pel bene del
figlio.
Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad
interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante
torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti
particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a
serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi
silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia
e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque
in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva
mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine,
a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto
l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile.
Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno;
che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la
certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa
sua!
Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno
scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo
mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito
lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui
non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna,
potevo muovermi per la casa, ma non entrare nelle stanze che davano
su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo
chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino
nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul
giardino abbandonato.
Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra
socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un
raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore.
Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in
quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù
da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle
forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con
una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui,
che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita
irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al
quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per
le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....
Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non
richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato,
per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo
risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo
serviva più di esame a me stessa che a lui. Erano confidenze d’uno
spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava
il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie
reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa,
veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere
l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli
aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato,
forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel
momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi
pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che
gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi
cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire
la propria impotenza diffidente.
Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre
vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di
possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo
incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in
cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo,
ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della
vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era
ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata
esistenza. Per lui, per lui, per lui.... Vivere tanto da rifarmi
un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato
della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto,
contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee
pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui
non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in
quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio
amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore
di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole
benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che
erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico
mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita
riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.
Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della
vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e
insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e
di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo
del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.
Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le
mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana
dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire
la noia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per
fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino,
per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della
mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura
perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida
sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa
allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere
qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo,
compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza
di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di
me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un
senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli
riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una
nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio
malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo
tanto dolorato.
Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite.
In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza
aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin
dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il
mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.
Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva
preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva
di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità
di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle
ragioni personali per difendere il mio onore....
Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero
colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia
dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del
carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di
un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio
soffriva. E intanto aveva paura!
Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo
varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio
marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata
«rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti
apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia
riputazione come un affare pubblico.
Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio
era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il
silenzio della coscienza insoddisfatta.
Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi
accanto, e i compromessi e le menzogne, le avidità della carne e le
viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a
galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu
l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente
sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci.
Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi
opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio
figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi
lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la
virtù umana?
XI.
Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo,
sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo
ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare
i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere
numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica,
il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti
d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi
a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo
ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue
esigenze, ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia
e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato,
era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido
benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva
data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido
ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva
più nulla, nè per me nè per lui.
In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo
umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un
libro una causa di salvezza.
Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di
mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza,
vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in
casa sua, in quei giorni tragici.
L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora,
diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in
paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli
scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti
fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì
sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa
ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento
d’umanità vivificava ogni pagina.
Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema
vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino
sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto
influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.
Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione.
Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee
che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi
spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato,
quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri
latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata,
esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino
m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’
suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi
della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle
dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione
d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti
fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le
piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.
Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva
a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli
sguardi della gente, e per il timore d’incontrare a faccia a faccia
l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la
brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola
o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito
che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo
l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse
odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un
morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba.
E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di
giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse?
E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?
La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un
giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in
un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali
nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi
profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo
un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro
padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse
consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista
della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco
contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio, si studiavano,
e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia
dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di
stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi
fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per
virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava
una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e
benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva
quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.
Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per
riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e
rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia
fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore
dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo
non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio
marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose
d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le
più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma
nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la
tristezza non scomparve.
Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate,
verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide.
La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi
profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta
nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi,
educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda
dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me
in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di
ospite nobile in nobili terre!
Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su
pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine!
Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore
squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da
lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare
nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco
taciturni....
Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di
esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre
del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera
raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi
sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero?
Nulla mi soddisfaceva!
Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a
casa, a tentare di nuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non
cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?
Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della
nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa
non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo
giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre
ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni
che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo
bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche
volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che
continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva
incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al
mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di
sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti
di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le
visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni
nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi,
perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.
L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso
nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi
esclusivamente i caratteri morali, direi, dei luoghi che percorro; che
ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli
diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri
sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino
dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso
il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni
suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto,
e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea,
che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra
proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia
abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e
lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla
loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur
accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da
una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a
quelle....
Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto
afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e
costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni
successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente
intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi
circondava e che stavo per lasciare. Ne emanava un fervore occulto
che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro
che adoravano la Vita fuor di sè stessi. _Io_ scomparivo, con la
mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di
quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.
Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era
la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già
sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno
splendore.
* * * * *
Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta
e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per
l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni
progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi
parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero
libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel
bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo
che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più
dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena,
via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè
quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana
accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque,
la fede nell’amore, nell’esistenza d’un amore possente e fulgido,
poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa
un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di
felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo
non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato
la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno
dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un
senso di dispetto.
L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo
ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato,
nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo,
più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio
male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio,
perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore.
Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole
d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di
carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte.
Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno
dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio
autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina
del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria;
dirlo a me stessa anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa,
che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi,
quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al
dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani
fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura.
Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione
così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo
attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi
alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola
nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe
resa bella dinanzi a mio figlio?
La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto
stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola
creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle
labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno
m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a
cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era
gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai
alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in
quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sente
debole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga
via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente:
era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore
infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma,
della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio
passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale
sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate
come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli
fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse
apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di
fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero
ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?
Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella
giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi
alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di
debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi
nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.
Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto,
mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette,
benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il
rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce
tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine
arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile,
dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola.
Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.
XII.
Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di
letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa
m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del
riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza
sotterfugi nè paure.
Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali,
mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero
tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non
aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella
vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari,
senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione.
Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando
le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano
in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevano e mi
lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia
educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me
il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto
ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva
quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar
qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non
come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente,
ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una
fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi
alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero
condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità
eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità
non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad
approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo
incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà
confusa di azione riparatrice.
Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto,
sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di
larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo
concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una
moltitudine fatalmente ignara e pressochè insensibile. Ma anche questa
credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo,
d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a
colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario.
Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato.
La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato
la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e
non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare,
perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E
correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:
—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».
La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia
concezione della società.
Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio
sviluppo spirituale.
Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia,
il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del
riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei
palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non
ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava
ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per
la propria ignoranza e la propria inquietudine: e che gli eletti
erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la
conquista.
Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi
aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della
sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo
chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della
perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che
un _sommo_ aveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire
fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno.
Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla,
se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio
diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù
di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita,
incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva
brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder
offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e
dalla verità.
Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso
di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte
d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la
soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, alla
potenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza,
la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come
un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.
Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato,
attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non
essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto
mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato
seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre
dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati
a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della
borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà,
che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai
attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba
nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione
sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una
spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze
eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza
era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver
trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.
Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente
il cui contatto mi era stato fatale; la mia reclusione, per forza
d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe
potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra
casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle
mie stanzette.
Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato
in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre:
organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il
socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due
ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita.
Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in
casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che
le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra
bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo,
che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore
troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente
a quei poveri abbandonati del mio sangue.
Dal giovane fui informata con esattezza del movimento che sollevava le
masse lavoratici in tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte
alla classe cui appartenevo.
Egli aveva studiato in Germania, aveva viaggiato, e, tornato nella
sua regione da due anni per dirigere i lavori di un nuovo tronco
ferroviario, aveva sentito il bisogno prepotente di tentare qualcosa
per quelle miserevoli popolazioni, da cui egli era pur germinato.
Mia sorella accettava tutto a priori; le idee vivevano, palpitavano
nel giovane, ed ella non poteva distinguerle da lui. Io discutevo,
m’infervoravo. Lenta nell’espressione, per amor di sincerità e di
esattezza, inesperta nella dialettica, mi provavo poi a riprender la
mia libertà di spirito a tavolino e scrivevo sul quaderno stesso a
cui avevo confidato lo sfogo del mio dolore. Mi compiacevo cedendo
all’impulso, poi arrossivo, assalita dal dubbio di esser vittima d’una
sciocca ambizione incipiente, di _recitare una parte_, come nei tempi
lontani in cui, bimba, mi figuravo davanti allo specchio d’essere una
dama affascinante. Ma continuavo, nondimeno, con impeto.
Pensare, pensare! Come avevo potuto tanto a lungo farne senza? Persone
e cose, libri e paesaggi, tutto mi suggeriva, ormai, riflessioni
interminabili. Talune mi sorprendevano, talaltre, ingenue, mi facevano
sorridere; certe ancora recavano una tale grazia intrinseca, ch’ero
tratta ad ammirarle come se le vedessi espresse in nobili segni,
destinate a commuovere delle moltitudini. La loro varietà era infinita.
Tanta ricchezza era in me? Mi dicevo che probabilmente essa non aveva
nulla di eccezionale, che probabilmente tutti gli esseri ne recano una
uguale nel segreto dello spirito, e solo le circostanze impediscono
che tutte vadano ad aumentare il patrimonio comune. Ma non ero
persuasa dell’ipotesi. Tanta incoscienza e noncuranza erano intorno!
Il dottore avrebbe potuto fornire una base ai miei studi colla sua
scienza, ma egli non si curava più di nutrire il suo spirito: le
necessità urgenti della sua professione l’occupavano troppo, e il
suo scetticismo gli faceva apparire troppo ipotetico un mutamento di
condizioni secolari, il sollievo d’una miseria fisiologica ereditaria.
Mi diede però alcuni libri, trattati di biologia, manuali d’igiene, di
storia naturale. E sorrideva con simpatia non priva di canzonatura,
quando gli mostravo che ne avevo tratto sunti e note.
Egli era per me un fenomeno malinconicamente interessante. Mi chiedevo
ancora se erano esistiti e se esistevano dei rapporti intimi fra lui e
mia cognata, e il solo sospetto mi riusciva umiliante. Ma come viveva
egli scapolo? Il caso di mio padre mi faceva fermar l’attenzione sul
fatto sessuale e ne traevo delle riflessioni amare. Ecco, anche questo
giovane, che professava un tal rispetto per me e riconosceva delle
verità superiori, conducendo una vita esemplare secondo le convenzioni
sociali, aveva una vita segreta forse non confessabile....
Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita,
meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si
accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come
i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna,
rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle
collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa
grandezza del mostro da atterrare!
E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte
non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona
madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà
il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere,
come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere _una
donna_, una persona umana.
E come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole,
incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come
d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola,
mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi
come nell’infanzia?
Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e
in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con
insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle
creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte
sino a recidere in sè i più profondi istinti, l’amore, la maternità,
la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per
giorno indugiato un istante di più su questa parola: «emancipazione»,
che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due
volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni
classe d’uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la
gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il
tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le
mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute,
eravamo degli es
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