Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3

by Ali Bey · Italian · Gutenberg #47666 · 335,573 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3

Author: Ali Bey


        
Release date: December 14, 2014 [eBook #47666]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/47666

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI IN AFRICA ED IN ASIA, V. 3 ***

  VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI

  IN AFRICA ED IN ASIA

  DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807


  _TRADOTTI_
  DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI
  con tavole in rame colorate


  TOMO III


  MILANO
  Dalla Tipografia SONZOGNO e COMP.
  1817.




VIAGGI IN AFFRICA ED IN ASIA FATTI DAL 1803 AL 1807.




CAPITOLO XXVIII.

   _Alessandria. — Antichità._


Potrebbesi formare facilmente una piccola biblioteca dei viaggi in
Egitto e delle descrizioni di questo paese, il quale quantunque
conosciutissimo, lo fu assai meglio dopo che tanti letterati francesi i
quali accompagnavano l'armata che l'occupò in sul finire dell'ora
decorso secolo, ebbero modo di esaminare in tre anni tutto quanto può
meritare l'attenzione d'un osservatore. Forse più nulla rimane a dirsi
di nuovo intorno alla patria di Sesostri, ma non è possibile di trovarsi
in così celebre contrada, e di allontanarsene come un'ombra fuggitiva e
muta, senza pagarle qualche tributo d'ammirazione. La posizione
geografica d'Alessandria è di 31° 13′ 5″ di latitudine settentrionale, e
di 27° 35′ 30″ di longitudine meridionale dell'osservatorio di Parigi.

È noto che l'antica Alessandria, uno de' più grandi emporii di
commercio, e soggiorno della splendida corte de' Tolomei, era una
immensa città che conteneva più di un milione d'abitanti. La sua dogana
produceva in quei felici tempi enormi somme, che potrebbero valutarsi a
circa sessantacinque milioni di franchi all'anno, il di cui valore
relativo in ragione del presente abbassamento di prezzo dell'argento,
può essere considerato equivalente a sei milliardi di franchi. Adesso
non produce che un mezzo milione all'incirca.

Riferiscono gli Storici che quando gli Arabi conquistarono questo paese
ai tempi del _Califfo Omfor_, Alessandria contava _quattromila palazzi,
altrettanti bagni pubblici, quattrocento mercati, e quarantamila Giudei
tributarj_. Tutti questi edificj più non esistono, ed appena si sa quale
sia il luogo che occupavano.

Gli Storici ricordano un infinito numero di giardini e di orti che
abbellivano i contorni della città: oggi non è circondata che da sterili
deserti.

Finalmente questa magnifica città, opera del Magno Alessandro, doviziosa
capitale de' Tolomei, non è più che l'ombra della sua passata grandezza.
Un immenso ammasso di ruine in gran parte coperte da banchi di sabbia,
la colonna di Pompeo, gli obelischi di Cleopatra, le cisterne, le
catacombe, ed alcune colonne intiere o spezzate qua e là sparse sopra
una superficie di alcune leghe, sono i soli testimonj del suo antico
splendore. Un recinto di alte e larghe mura di circa due leghe con torri
in parte ruinate, e molti casolari sparsi tra i rottami di caduti
edificj occupano questo spazio: e questi sono i miseri avanzi dei mezzi
tempi, ossia della seconda età d'Alessandria quando passò in potere
dell'islamismo. Una popolazione di circa cinquemila abitanti d'ogni
colore, d'ogni nazione, d'ogni culto, collocata sopra un'angusta lingua
di terra che si prolunga entro al mare, senz'altri prodotti che quelli
d'un commercio senz'attività, e che in quest'anno per colmo di sue
sventure ha perduta l'unica acqua bevibile che possedeva: tale è lo
stato della moderna Alessandria.

La massa principale degli abitanti è composta di Arabi, vale a dire di
uomini generalmente ignoranti e grossolani: ma che invece d'essere
indocili e cattivi verso i Cristiani, li servono, e soffrono perfino i
loro capricci ed ingiustizie come se fossero loro schiavi. Io penso che
in addietro questo popolo, anche per il solo motivo de' suoi pregiudizj
religiosi, fosse assai meno affabile verso i Cristiani; ma la spedizione
de' Francesi fece loro credere che il Cristiano non abbia in orrore il
Musulmano, perchè avendo allora bastanti forze per farla da padrone, li
trattava come fratelli: e queste circostanze produssero una fortunata
rivoluzione nello spirito di questa gente. Gl'immensi vantaggi della
civiltà, della tattica militare, dell'organizzazione politica, delle
arti e delle scienze delle nazioni Europee ch'ebbero opportunità di
notare, e le idee filantropiche comuni a tutte le classi della società
ch'ebbero abbastanza tempo di apprezzare, loro ispirarono una specie di
rispettosa ammirazione per nazioni che possedono così vantaggiose
qualità sopra gli Arabi ed i Turchi.

Alcuni piccoli orti posti entro l'attuale recinto d'Alessandria, e sopra
lo spazio che occupava l'antica città, non hanno che palme assai belle,
e pochi altri alberi fruttiferi stentati perchè non possono inaffiarsi
che coll'acqua de' pozzi. Per andare a passeggiare in questi giardini, e
per passare da un canto all'altro della città adoperansi certi asini di
così piccola razza, che appena bastano perchè il cavaliere non tocchi il
suolo; ma la piccolezza è largamente compensata dalla loro vivacità e
velocità del movimento, equivalendo l'ordinario loro passo al trotto
forte di un cavallo. Vedonsi questi animali carichi di un uomo, e
talvolta di enormi pesi correre continuamente da una all'altra parte
della città come fossero cavalli di posta. I loro condottieri vanno
sempre a piedi correndo quanto possono per poterli seguire, lo che
spesse volte serve di piacevole intrattenimento agli spettatori. Io
misurai l'altezza di questi interessanti animali, e trovai che il
termine medio era di trentanove pollici di Francia, e taluno pure non ne
ha più di trentasette. Quanto utili sarebbero questi animali nelle
grandi città dell'Europa! Il loro giornaliero mantenimento non arriva al
quarto di ciò che consuma un cavallo o un mulo, e i servigi che prestano
sono egualmente grandi.

I cavalli che si vendono in Alessandria sono di razze diverse
dell'Egitto, dell'Arabia, della Siria, dell'Affrica, ma tutti assai
mediocri, ed i pochi buoni vi si vendono carissimi. Le staffe più grandi
di quelle che si costumano a Marocco hanno alcuni angoli acuti che
servono per spronare il cavallo. Qui come in Cipro quando uno è sceso da
cavallo, non ha più nulla a pensare: il domestico lo prende per la
briglia, e lo fa lentamente passeggiare per un quarto d'ora, onde
l'animale passi gradatamente dallo stato di violento movimento a quello
di riposo.

Trovansi in città molte persone che fanno professione di seguire il
cavallo a piedi, e di averne cura, e sono chiamati di _sàiz_. Quando si
acquista o si vende un cavallo, questi fanno le veci di cozzone; e
quando si sorte a cavallo il sàiz cammina avanti con un bastone rosso o
verde lungo sette in otto piedi, che tiene perpendicolarmente in una
mano. I Pascià, ed i grandi sono preceduti da molti sàiz, che allora
camminano due a due; e per poco che tale corteggio sia numeroso
rassomiglia a certe processioni da me vedute in Europa.

Alessandria manca di scuole per le scienze, e perfino l'arte dello
scrivere è ridotta in pessimo stato, perchè non venendo i maestri di
scuola sottoposti a verun esame, formano ì caratteri della scrittura a
capriccio; alterando ognuno a modo suo le lettere dell'alfabeto. I
Cofti, i Greci, i Giudei, e dirò ancora ogni tribù hanno tratti e
gradazioni insensibili; onde non basta la vita d'un uomo per imparare a
leggere speditamente. Coloro che vogliono imparare le scienze vanno al
Cairo.

Gli avanzi degli antichi edificj fatti di pietre, e coperti dall'arena,
sono le cave ove gli abitanti della nuova Alessandria prendono i
materiali per fabbricare le loro case. Tutto questo spazio è inoltre
seminato di cisterne, alcune delle quali ornate da più ordini di colonne
con archi gli uni sopra gli altri. Vi si vedeva anticamente una moschea
detta _moschea dalle mille colonne_.

Molte colonne dissotterrate in questo luogo erano state in varie epoche
condotte sulla riva del mare, di dove volevansi trasportare in diversi
paesi di Europa; ma trovandosi un giorno in porto una flotta turca, e
spiacendo ai capitani che la comandavano di non avere un comodo sbarco,
fecero gettare in acqua tutte le colonne, ammonticchiandole le une sulle
altre; ed in tal modo sorse ad un tratto un molo di preziosissimi
materiali, rapiti un'altra volta e forse per sempre al lusso europeo.

   [Illustrazione: 1. COLONNA DI POMPEO. 2. OBELISCO DI
   CLEOPATRA.]

Gli obelischi, detti ancora _guglie di Cleopatra_, trovansi in
sull'estremità del porto di levante, presso ad una grossa torre chiamata
_la torre lunga_. Sono due, una in piedi e l'altra rovesciata in terra,
ambedue di granito rosso di tegola, e coperte di geroglifici assai ben
conservati sopra alcuni lati, in altri quasi affatto cancellati. Si
fecero alcuni scavamenti per discoprirli del tutto; e perchè i dotti
europei ne hanno fatta un'accurata descrizione, come pure della colonna
di Pompeo, e delle catacombe reali, ne ho copiato i loro disegni. La
base dell'obelisco in piedi è appoggiata sopra tre scaglioni di marmo
bianco cocleare.

La colonna Pompea, colosso forse unico nel suo genere, dello stesso
granito degli obelischi fu pure esattamente descritta. È questa composta
di quattro _blocchi_[1] che formano il piedestallo, la base, il fusto ed
il capitello: il fusto è lungo sessantatrè piedi un pollice e tre linee,
sopra otto piedi due pollici e due linee di diametro nella parte
inferiore. Quanto mai sono fallaci i sensi degli uomini! In distanza di
cinquanta passi da questo monumento, l'occhio ancora non s'accorge della
grandezza del colosso che gli sta d'avanti; e l'immaginazione anche a
brevissima distanza non è altrimenti colpita da così enorme mole. Ciò
procede dal trovarsi la colonna sopra una piccola altura senza avere in
vicinanza verun oggetto di ordinaria dimensione, che faccia le funzioni
di scala di agguaglio. I sensi rappresentanci una grande colonna, e
nulla più, ma quando s'arriva in distanza di soli dieci o dodici passi,
allora, come ci cadesse tutt'ad un tratto una benda dagli occhi, vediamo
tutta la grandiosità del monumento. Noi impariamo a vedere toccando, e
qui l'occhio non dà la misura dell'oggetto che quando siamo vicini a
toccarlo, o in istato almeno di agguagliare alcune delle sue parti col
nostro corpo: allora un lampo di luce viene a sorprendere la nostra
immaginazione scoprendoci la maravigliosa mole che abbiam sotto gli
occhi. Io sperimentai più volte questo fenomeno dell'ottica, che le
persone dell'arte hanno dottamente spiegato. Il capitello forato in più
luoghi ci fa conoscere che altra volta sosteneva una statua. Ignorasi
affatto l'epoca della colonna e degli obelischi; ed i nomi di Cleopatra
e di Pompeo non possono risguardarsi che quali moderne intitolazioni,
mentre questi monumenti sono più antichi de' personaggi da cui ebbero il
nome. Quello di _Severo_ dato da taluni alla colonna è ancora più
assurdo perchè non ha altro fondamento che l'ignoranza della lingua
araba. Questi popoli la chiamano _el Souari_, vocabolo che significa
colonna, e che nella imperfezione della scrittura araba scrivesi cogli
stessi caratteri o lettere che il vocabolo _Severo_; lo che diede luogo
all'errore.

  [1] _Termine usato universalmente dagli artisti per dinotare un
  pezzo di marmo grezzo._

Alcuni Arabi più istruiti pensano che la colonna sia opera d'Alessandro,
da loro detto _Scander_: ma io ho trovato fra i dotti del paese una più
rispettabile tradizione, e più analoga alla natura ed alla grandezza
dell'oggetto; questa vuole che la colonna fosse inalzata a' tempi di
Ercole, ch'essi dicono _Scander-el-Carnéinn_, ossia _Alessandro dai due
secoli_, perchè la traduzione lo fa vivere due secoli; e non _Alessandro
dalle due corna_, come alcuni autori tradussero questo nome. _Carn_
significa _secolo_, e _carneinn_, duale di _carn_, _due secoli_.

Le catacombe o grotte che formano l'antica _Necropoli_, (città de' morti
) sono un altro oggetto degno dell'attenzione del viaggiatore. Molte
sono cavate nella roccia a guisa di camere più o meno grandi, con uno,
due e tre ranghi di nicchie destinate a ricevere i corpi. Presso alla
casa di un marabotto detto _Sidi-el-Pabbari_ vedesi una specie di strada
tutta composta di catacombe poste a' piedi di due côlli l'uno in faccia
all'altro. Da una banda quasi tutte le catacombe sono chiuse dalla
sabbia, ad eccezione di una grandissima che contiene tre sale ed un
infinito numero di nicchie. Dall'altro lato numerai undici catacombe in
generale assai ben conservate, le quali hanno tre ranghi di nicchie.

Ma le più magnifiche grotte sono quelle al S. O., due miglia distanti
dalla città. Sembra che queste fossero destinate ai re d'Egitto; ed oggi
sono ridotte ad estremo deperimento; onde non tutte sono praticabili.
Prima d'inoltrarvisi convien tirare alcuni colpi di fucile o di pistola
per atterrire le bestie feroci che d'ordinario ricoveransi in questi
lugubri soggiorni, come per mettere l'aria in movimento. Si entra poscia
con più fiaccole, e muniti d'una corda che serve di guida per il
ritorno, attaccandone una estremità all'ingresso.

Per l'eccessivo calore che vi regna si suda come in un bagno a vapore,
talchè prima d'uscire fummo forzati d'intrattenerci mezz'ora nel primo
salone, mettendoci gradatamente al livello dell'esterna temperatura. Le
tenebre sono così dense, che più fiaccole riunite appena bastano per
distinguere alcuna cosa assai da vicino, anche dopo esservi rimasti
un'ora, e quando la pupilla dell'occhio ha già acquistato tutto il
dilatamento di cui è capace. Le bestie feroci che abitano queste
catacombe vi portano le loro prede per divorarle, onde il suolo è pieno
di ossa d'ogni specie d'animali, alcune delle quali recentemente
spogliate. Non sonovi pipistrelli come in quelle di Amatunta, ma in vece
un infinito numero di falene, ossiano farfalle notturne, e mosche di
vivaci colori come le cantaridi. Vi si trovano pure molti rospi i di cui
buchi s'internano nel suolo, ove trovano l'acqua a poca profondità: la
loro pelle d'un bianco grigio sembra coperta di polvere. Tali sono i
presenti abitatori di questo soggiorno della morte, che l'uomo preparò
con tanto lusso onde perpetuare l'esistenza delle mortali sue spoglie. I
corpi postivi dalla vanità, ridotti da più secoli in polvere, non
lasciarono veruna traccia, ed ignoriamo i nomi di tutti coloro che
fecero scavare questi monumenti.

A pochi passi all'ovest delle catacombe vedonsi i bagni di Cleopatra, i
quali sono composti di tre camere cavate nella roccia, di forma quasi
quadrata di circa undici piedi da ogni lato. L'acqua del mare può
entrarvi per tre aperture alcuni piedi più alte del suolo. Bagni accanto
alle case della morte?... Per chi, ed in qual tempo furon fatti?...
Nulla, assolutamente nulla sappiamo di tutto questo. Oh perdita
irreparabile della biblioteca d'Alessandria...! Ma io rispetto la
decisione del Califfo del maggior de' profeti.

Seguendo la riva del mare una lega più all'O. si trova l'abitazione d'un
marabotto detto _Sid iel-Ajami_. È questo il luogo in cui sbarcò
l'armata francese.




CAPITOLO XXIX.

   _Abitanti d'Alessandria. — Corrispondenza. — Clima. — Notizie
   storiche._


La mescolanza degli abitanti d'Alessandria è cagione che vi si parlino
tutte le lingue del mondo; ma tutte male, perchè in questa moderna
Babele si dimentica poc'a poco il linguaggio materno per parlare i
diversi idiomi di coloro, dai quali desideriamo di essere intesi. I
fanciulli imparano nello stesso tempo senza maestro tre o quattro lingue
senza che mai ne sappiano una perfettamente.

I _Cofti_ discendenti, come ognun sa, dagli antichi abitanti
d'Alessandria e dell'Egitto sono adesso ridotti ad un migliajo
d'individui o poco più, quasi tutti commercianti. Avevano altra volta
pel loro culto un magnifico tempio, che fu spianato per iscoprire il
fuoco della piazza.

Di _Greci_ stabilmente domiciliati in Alessandria non vi sono quaranta
famiglie; ma sempre vi sono molti Greci di passaggio, perchè la maggior
parte de' bastimenti che vi approdano o sono greci o con equipaggio
greco. Il patriarca d'Alessandria, uomo rispettabile e dotto, risiede
col vescovo nel convento di questa religione. Sonovi inoltre alcuni
cattolici della Siria, che fanno un piccolo commercio eventuale.

Si contano in Alessandria più di trecento Giudei occupati del commercio,
e dell'usura, i quali mantengono una vivissima corrispondenza con
Livorno. Adesso non hanno che alcune sinagoghe provvisorie, perchè la
loro grande sinagoga corse il destino della chiesa de' Cofti.

I _Cristiani_ ed i _Giudei_ del paese vestono all'orientale, senza verun
segno che li distingua dagli altri; sono ben trattati dai Turchi e dagli
Arabi: perciò fanno i loro affari, celebrano le loro feste, professano
la propria religione, e spiegano tutto il lusso che loro piace con tutta
libertà, e senza timore d'avanie.

I _Franchi_, ossia _Europei_ di qualunque nazione, e le loro donne
vestono all'europea con tutto il lusso, e secondo la moda giornaliera.
Abitano tutti in un quartiere che rassomiglia perfettamente ad una città
d'Europa. Uomini e donne escono dalle case loro di giorno e di notte,
suonano e cantano per le strade senza che giammai un musulmano commetta
contro di loro la più piccola scortesia. Questa libertà stendesi ancora
a' semplici protetti dei consolati, i quali vestiti all'europea godono
degli stessi diritti degli Europei, quantunque siano giudei del paese.
Quale differenza con Marocco!

I Cattolici possedono in Alessandria una chiesa ed un convento posti
sotto la protezione della Francia, come lo sono tutti gli stabilimenti
religiosi di Levante, d'ordinario poi sono mantenuti dalla Spagna.

Le donne del paese cristiane ed ebree sortono velate, e vivono ritirate
come le musulmane, mentre le europee godono della stessa libertà che
hanno in Europa. Tra le cristiane e le ebree non sono rare le belle: ma
se della bellezza delle musulmane dobbiamo giudicarne da' loro
fanciulli, non potressimo formarcene una vantaggiosa idea, perchè tutti
hanno forme ributtanti, ventre grosso, gambe corte e cagnesche, testa
sproporzionata, occhi affetti d'oftalmia e cisposi, colore citrino
verdognolo: mentre i figli delle europee nati ed ellevati in Alessandria
sono belli e ben fatti come nella patria de' loro genitori. Quanto
diversi sono i fanciulli musulmani di Féz, che frequentemente ci
mostrano delle figure angeliche!

In vista dell'estesissimo commercio di questa città parrà strano che non
siavi alcuno stabilimento pubblico per diramare le lettere, e perciò la
corrispondenza si eseguisce per mezzo dei patroni de' batelli che
vengono frequentemente da Smirne, da Costantinopoli, e da altri luoghi.
Arrivati in Alessandria scorrono le strade e le case colle lettere
avviluppate in un fazzoletto, e chiunque aspetta lettere, domanda il
sacco, e visita tutte le lettere perchè d'ordinario il portatore non sa
leggere, onde la corrispondenza rimane esposta all'indiscrezione, o
all'interesse speculatore di qualche negoziante.

Benchè il clima d'Alessandria sia caldo non lo è per altro in ragione
della sua posizione geografica. I venti di mare vi regnano tutta
l'estate, e vi mantengono l'aria umida, di modo che il mio igrometro
segnava un alto grado d'umidità in uno de' più caldi giorni ch'io vi
provassi nel luglio e nell'agosto; ed il termometro all'ombra non si
alzò mai oltre i ventidue gradi di _Reaumur_.

L'oftalmia risguardata come la sola malattia endemica del paese, parmi
procedere da una causa affatto meccanica: essendo senza dubbio l'effetto
di alcuni grani di sabbia impalpabile, di cui l'atmosfera è sempre
ingombra. Penetrando questa nell'occhio, vi eccita una specie di
prurito, che provoca a strofinarsi. Siccome l'organo è d'ordinario
irritato dal riverbero del sole e della polvere salina, la più leggiera
confricazione allorchè la sabbia è penetrata nell'occhio lacera la
pellicola, e produce l'infiammazione. Poche persone sfuggono a questa
malattia. Convinto di questa verità allorchè mi sentivo qualche corpo
straniero nell'occhio resistevo costantemente al prurito, e tale
precauzione mi salvò dall'oftalmia.

Fui meno antiveggente pei cambiamenti di temperatura in autunno; i quali
sono in questo così improvvisi, che nello spazio di tre o quattr'ore
provansi più variazioni di caldo e di freddo; onde vi soffersi una
leggiera indisposizione.

Benchè la storia de' paesi da me visitati possa sembrare straniera
all'itinerario de' miei viaggi, la singolare situazione politica
dell'Egitto, paese privo di sovrano territoriale, e che gode d'una
specie d'indipendenza anarchica domanda una particolare attenzione.

Dietro le notizie che ho potuto procurarmi sul luogo, darò dunque un
cenno intorno alla sua situazione dalla spedizione francese fino al
giorno della mia partenza per la Mecca.

È noto che un branco de' Francesi che occupavano l'Egitto dovettero
cedere agli sforzi riuniti di un'armata inglese di 23,400 uomini,
comandata dal generale _Abercrombis_; di un'armata turca di 6,000
sbarcata ad Aboukir, sotto gli ordini di _Hassan_ Pascià, Capitano
Pascià della porta Ottomana; di un'altra armata inglese di 6,000 diretti
dal general _Beird_ sbarcato a Suez, e di una quarta armata turca di
28,300 uomini, proveniente dalla Siria comandata dal Gran Visir; che
uniti a 27,000 marinaj ed impiegati forma un totale di 70,700 uomini.
Col mezzo di questa forza l'Egitto rimase in potere degl'Inglesi e de'
Turchi.

Alcun tempo dopo in forza del trattato d'Amiens gl'Inglesi evacuarono il
paese, Hassan Pascià si ritirò, ed il governo d'Egitto rimase tra le
mani di _Mehemed_ Pascià che aveva un corpo di truppe turche ai suoi
ordini, composte in gran parte d'Albanesi e d'Arnauti. Ben tosto gli
Albanesi si ribellarono contro il Pascià turco, e chiamarono i
Mamelucchi che vivevano ritirati nell'alto Egitto. Questi non tardarono
ad averne l'esclusivo comando, e gli Arnauti rimasti semplici soldati al
servizio dei Bey, non soffrirono a lungo la loro signoria, si
rivoltarono, e ne fecero perir molti; gli altri si salvarono nell'alto
Egitto. Quando cominciò la sollevazione del Cairo, il bravo _Osman Bey
Bardissi_ trovavasi in casa con una ventina al più di Mamelucchi.
Attaccato da alcune migliaja d'Arnauti, fa tranquillamente sellare i
cavalli, indi tutt'ad un tratto facendo aprire le porte piomba come un
fulmine sugli Arnauti, attraversa le loro file, e si ritira nell'alto
Egitto ove trovasi anche al presente[2]. È verosimile che questa
sollevazione fosse organizzata da _Koursouf_ Pascià, governatore
d'Alessandria, e che i _scheich_ del Cairo non vi fossero stranieri.

  [2] _Dopo l'epoca di cui parla il nostro viaggiatore Osman Bey
  fu avvelenato._ (Nota dell'Editore Francese)

Koursouf si recò subito al Cairo, e prese il comando dell'Egitto: ma gli
Arnauti sempre inquieti, ed altronde tormentati dai scheih del Cairo
abbassarono Koursouf, e gli sostituirono _Mehemed Alì_ attuale Pascià.

Mentre i Mamelucchi erano al Cairo, la Porta aveva nominato governatore
d'Alessandria l'inquieto _Alì_ Pascià ch'erasi di già fatto conoscere
nella rivoluzione di Tripoli di Barbaria, ov'era stato alcun tempo
Pascià intruso. Venne in Alessandria con istruzioni d'indebolire la
potenza degli Arnauti e de' Mamelucchi, per rimettere l'Egitto sotto
l'immediata ubbidienza della Porta. Era seguito da un corpo di truppe di
lui degne: l'indisciplina, il disordine, la licenza loro erano giunte a
tale, che non facevansi riguardo di tirare dei colpi di fucile contro le
persone che incontravano per istrada, e che gli prendeva voglia
d'uccidere senza veruna ragione. Gli Europei e le loro case non erano
sicure da tanta licenza, e le case de' consoli non erano in verun modo
rispettate. Dal suo canto _Alì_ Pascià ch'era il più crudel uomo che
immaginare si possa, non lasciava passare un solo giorno senza fare
strozzare qualche vittima, facendone poi gettare i corpi nel mare;
mentre altre ne faceva assassinare segretamente nelle catacombe. Tale
era l'uomo che la Porta incaricava di rimenare l'Egitto sotto le sue
leggi.

Infruttuosi riuscirono i reclami de' Consoli Europei al Pascià per
metter fine agli eccessi delle sue truppe, onde risolsero di andare
colle loro famiglie a bordo di una fregata che trovavasi in porto, e di
là spedirono le loro rimostranze ai rispettivi ambasciatori a
Costantinopoli.

_Alì_ Pascià intimidito da questo passo dei Consoli gl'invitò a trattare
con lui; e finalmente accettarono la proposizione di ritornare alle loro
case dopo avere solennemente capitolato col Pascià.

Terminata questa vertenza, ottenne da' Mamelucchi e dagli Arnauti di
poter recarsi senza truppe al Cairo. Ma appena vi fu arrivato, facendo
avanzare le sue truppe, furono sorprese e disfatte in sulla strada. In
conseguenza _Alì_ Pascià ebbe ordine di sortire dal Cairo e dal paese,
prendendo la strada della Siria. Il terzo giorno il corpo de' Mamelucchi
che lo scortava, rimasto addietro, fece fuoco contro di lui, che ne
rimase ucciso con tutta la sua gente.

Mentre ciò accadeva in Egitto, la politica andava preparando per quel
paese e pel commercio europeo del Levante un'assai più importante
rivoluzione, che andò poi fallita.

Quando gl'Inglesi evacuarono l'Egitto, il Mamelucco _Elfi Bey_ schiavo
ed erede di _Murat Bey_ partì con loro alla volta di Malta con
intenzione di recarsi a Londra. Ma perchè le circostanze politiche
variavano ad ogni istante, e l'importanza della persona d'_Elfi Bey_ ne
seguiva le vicende; stanco della poca considerazione in cui dagl'Inglesi
era tenuto a Malta, pensò di entrare in trattative colla Francia; ed era
già pronto ad imbarcarsi per andarvi, quando gl'Inglesi gli offrirono
una nave per passare a Londra; ove appena sbarcato concertò tutto quanto
poteva ad un tempo convenire alla propria ambizione, ed agl'interessi
della Gran Brettagna. Gli furono in conseguenza assegnati fondi e mezzi
per ingrandirsi, e convenuto il piano di condotta che doveva tenersi
verso l'Egitto.

Ricolmo di doni e di ricchezze fu _Elfi_ ricondotto in Egitto sopra una
fregata inglese: ma _Osman Bey Bardissi_, il più valoroso ed influente
di tutti i Bey adombrato del ritorno d'_Elfi_, e temendone
l'ingrandimento, dispose di disfarsene ad ogni costo. Quando seppe
ch'era sbarcato in Egitto, trovò chi si prese l'incarico di avvelenarlo,
e temendo che non bastasse il veleno, gli tese insidie per assassinarlo
sulla strada.

_Elfi_ dubitò, o fu segretamente avvisato del pericolo che gli
sovrastava, e fuggì a cavallo a traverso al deserto, solo, senza danaro,
e privo di tutto. Si racconta, che entrato senza saperlo nella tenda di
un Bedovino suo nemico mentre non eravi che la sua sposa, palesò il
proprio nome per ottenere qualche soccorso. Spaventata la donna del suo
pericolo, gli diede viveri ed acqua, pregandolo a fuggir subito onde non
essere sorpreso dal marito che mortalmente l'odiava. _Elfi_ approfittò
del consiglio. La donna raccontò al marito l'accadutole, il quale non
dimenticando in quel primo impeto di collera i generosi sentimenti che
lo animavano: _donna, gli rispose, se io l'avessi trovato qui non so
quello che avrei fatto.... forse l'avrei ammazzato.... ma.... io t'avrei
egualmente uccisa, se tu gli avessi rifiutata l'ospitalità, ed i
necessarj soccorsi._ Tratto maraviglioso di cui non trovansi frequenti
esempi nella storia.

Tutti gli effetti preziosi ch'_Elfi_ aveva portati da Londra furono dopo
la sua fuga spezzati, saccheggiati, e venduti. Unitosi ad alcuni
Mamelucchi suoi partigiani si stabilì nel deserto; e col danaro ch'ebbe
dagl'Inglesi non tardò ad ingrossare il suo partito, e sentendosi
abbastanza forte, dopo avere sottomesso alcuni _dovar_, e tribù, venne a
bloccare la città di Damanhour poco distante da Alessandria. Ma gli
abitanti ch'eransi dichiarati contro di lui, si difendono già da due
anni con una piccola guarnigione di Arnauti.

Intanto gl'Inglesi, e gli agenti d'_Elfi_ ottennero firmani dal Gran
Signore che lo dichiaravano _Schèih-el-Beled_, ossia principe feudatario
dell'Egitto. Per far eseguire questi firmani la Porta spedì il Capitano
Pascià con tutta la squadra ottomana, e spedì inoltre con alcune truppe
_Mussa_ Pascià di Salonicchi, come governatore del Cairo: ma _Mehemed
Alì_ ed i Scheih di questa città si opposero a tale disposizione, e dopo
alcune trattative col capitano Pascià, e colla corte di Costantinopoli,
ottennero nuovi firmani in favore di _Mehemed Alì_. Il capitano Pascià e
_Mussa_ Pascià ritiraronsi senza aver fatto nulla il 18 ottobre 1806; ed
_Elfi_ Bey rimase solo ed abbandonato nel deserto. Fu questi senza
dubbio un fatal colpo per gl'Inglesi, che perdettero i frutti di tanti
sacrificj, ed i vantaggi che loro assicurava l'esclusivo commercio
dell'Egitto. Ciò è quanto mi fu raccontato, ma io non guarentisco che la
verità di ciò che ho veduto io stesso, e quantunque il capitano Pascià e
_Mussa_ Pascià mi dassero non equivoche testimonianze di considerazione
e di amicizia, portato dai mio carattere più alla contemplazione dalla
natura che agl'intrighi degli uomini, mi tenni sempre lontano da simili
affari.

Rimasi diciannove giorni accampato fuori d'Alessandria con tutta la mia
gente, nel qual tempo raccolsi molte piante marine, e disegnai la veduta
d'Alessandria. Avanti di partire da Alessandria il capitan Pascià ebbe
la delicatezza di presentarmi, senz'averla richiesta, una lettera
commendatizia per _Mehemed Alì_, un'altra per il Pascià di Damasco, ed
un firmano pel Sultano Scheriffo della Mecca.




CAPITOLO XXX.

   _Tragitto a Rosetta. — Bocche del Nilo. — Rosetta. — Viaggio al
   Cairo pel Nilo._


Dopo il soggiorno di cinque mesi e mezzo in Alessandria, ripresi il mio
pellegrinaggio il giovedì 30 ottobre 1806, e m'imbarcai sopra un
_dierme_ accompagnato da alcuni de' principali Scheih della città, che
vollero seguirmi per due ore di navigazione. Il dierme è un bastimento
scoperto a vele latine o triangolari. Quello che m'aveva ricevuto a
bordo era de' più grandi, ed a tre alberi, con una gran vela ad ogni
albero. La lenta manovra di queste navi le espone a frequenti pericoli;
e non passa anno senza qualche naufragio al pericoloso passaggio delle
_barre_ del Nilo. Non potendo per cagione del vento assai fiacco
giugnere avanti sera alle bocche del Nilo, si diede fondo nella rada
d'Aboukir alle quattro della sera.

Il 31, alle sette ore e mezzo arrivammo alla _barra_ del Nilo, la quale
è posta quattro miglia all'incirca entro al mare. D'ordinario l'onda è
assai gagliarda per l'urto delle acque del mare con quelle del Nilo; e
perchè i passaggi praticabili cambiano continuamente di luogo, vi sta
continuamente un battello per indicarli alle navi. Malgrado questa
precauzione, essendo la _barra_ assai larga, in tempo che il Nilo è
povero d'acque non avvi legno per piccolo ch'egli sia, la di cui chiglia
non tocchi più volte la sabbia; ciò che stanca assai gli equipaggi, e li
espone a perdersi. Quand'io passai, essendo il Nilo gonfio ed il mare
tranquillo, si attraversò la _barra_ senza quasi avvedersene.

Mancato affatto il vento si gettò l'ancora sul Nilo poco più addentro
della barra. Come è bella la vista di questo mare d'acqua dolce! la
bocca del Nilo era ancor lontana più di una lega, e pure bevevamo le
acque del Nilo perfettamente dolci, che rispingono quelle del mare assai
al di là della _barra_. Alle nove ore e mezzo un vento favorevole ci
portò in mezz'ora alla bocca del Nilo... Quale sorprendente spettacolo!
Un maestoso fiume le di cui acque s'avanzano lentamente fra sponde
coperte di alberi d'ogni specie, da vasti campi di riso che mietevasi
allora, da una infinita varietà di piante aromatiche, da casali, da
capanne, da case qua e là sparse, da vacche, da montoni, e da diverse
specie d'uccelli che facevano risuonar la campagna co' loro canti,
mentre copriva il Nilo un infinito numero di oche, d'anatre e d'altri
uccelli acquatici, tra i quali si distinguevano alcune truppe di cigni,
che sembravano aver signoria sugli altri. Ah perchè mai la Dea d'Amore
non scelse per suo soggiorno le rive della foce del Nilo?

Lasciando a sinistra il forte Giuliano, e a destra _l'isola Verde_, che
deve la sua origine ad un _dierme_ naufragato, sul quale la sabbia e la
melma ammonticchiandosi ne fecero poco a poco una vasta isola ora
coperta di case e di giardini.

In una sinuosità del fiume prendendo il vento da prua, tutti gli
equipaggi del nostro, e di altri tredici _dierme_ che ci accompagnavano,
saltarono a terra, rimurchiando il proprio bastimento colle corde,
finchè in un giro prendendo vento in poppa, furono rimesse le vele, e si
giunse in sul mezzogiorno a Rosetta. Sbarcato all'istante andai ad
alloggiare nella casa che un arabo mio amico mi aveva preparata.

Rosetta posta sulla riva sinistra del Nilo è poco larga, ma lunga assai.
Le case sono fatte di mattoni come quelle della vicina campagna, ed
hanno quattro o cinque piani; lo che unitamente alle molte finestre ed
alle grandi e sontuose torri, la fa parere una bella città d'Europa. Se
poi vi si aggiunga la vicinanza d'un vasto fiume, ed al di là la
prospettiva del Delta, la bontà del clima, e l'eccellenza de' suoi
prodotti, è facile il giudicare quanto delizioso ne sarebbe il
soggiorno, se le benefiche disposizioni della natura non fossero
contrariate dagli uomini.

Rosetta è governata da un Agà arnauto detto _Alì_ Bey, che d'ordinario
tiene sotto i suoi ordini trecento soldati della sua nazione. Eravi
accidentalmente in questo tempo un altro _Alì_ Bey turco figliuolo d'un
antico Pascià; onde eravamo nello stesso tempo tre _Alì_ Bey a Rosetta.

In questa città fa la sua residenza un vescovo greco, ed adesso vi si
trovava pure l'arcivescovo del Monte Sinai che recavasi dal Cairo a
Costantinopoli, ov'era in pari tempo diretto anche il luogotenente
generale del Capitano Pascià detto _Kiùhia_.

Non uscii quel giorno di casa che per visitare il celebre sig. Rosetti
che mi fece una straordinaria accoglienza. La seguente domenica fu
piovosa, e s'udirono gagliardi tuoni.

Il lunedì 3 ottobre m'imbarcai alle due ore dopo mezzogiorno sopra un
_càncha_ per rimontare il fiume. Il càncha è una specie di bastimento
unicamente destinato alla navigazione del Nilo: rassomiglia ai _dierme_,
ma ha di più una camera assai comoda divisa in due parti che ne formano
una sola, ed un gabinetto circondati da belle finestre. Io vi occupai
solo le camere, ed il rimanente della nave i miei domestici, equipaggi,
e cavalli.

Alle due ore e mezzo si passò in faccia ad Abu Mandour, ed alle cinque
giugnemmo presso Berinhal, borgata posta sulla riva destra dopo aver
lasciato Lemir a sinistra.

Le frequenti sinuosità del Nilo obbligando gli equipaggi a rimurchiare
spesse volte il bastimento, sono cagione che si prendono assai numerosi:
il mio era di quattordici uomini. La sera si diede fondo tra i villaggi
di Entaube, e di Edfina.


_Martedì 4._

Si spiegarono le vele con leggier vento alle otto ore del mattino, e
dopo avere lungamente rimurchiata la nave, arrivammo a Fizzara villaggio
posto dirimpetto all'altro di Schemschera sulla riva destra, ove vidi
passare un feretro. Un uomo ben vestito, probabilmente l'iman, apriva il
convoglio seguito da dodici o quindici persone; teneva loro dietro il
morto portato sulle spalle da quattro uomini, e coperto da alcuni panni
di diversi colori, l'ultimo de' quali era rosso. Era seguito da cento
femmine all'incirca che mettevano altissime grida. Giunto il convoglio
al luogo della sepoltura le donne si ritirarono, e gli uomini rimasero
soli per seppellire il cadavere.

Ad ogni tratto incontravamo delle aje ove battevasi il riso; e le rive
erano tutte coperte di vacche e di bufali, che scendevano anche nel
fiume fino al collo, e talvolta ancora cacciavano la testa sott'acqua, e
ve la tenevano uno o due minuti.

Alle cinque ore e mezzo della sera passammo presso al villaggio di
Salmia, e tre ore dopo si gettò l'ancora fra la città di Rähmanieh posta
sulla riva sinistra, ed il villaggio di Dessouk situato sull'opposto
lato.

La vista di Rähmanieh, come quella delle altre città interne del basso
Egitto, è alquanto trista. Le case sono fabbricate sopra piccole alture
di terra nera, e fatte di mattoni mal cotti dello stesso colore, che non
venendo imbiancati, danno a queste città un aspetto lugubre. Notai un
quartiere della città tutto composto di colombaje fatte a guisa di pani
di zucchero, o di cupole paraboliche. Accanto alla città trovavansi
accampati circa mille Arnauti, che avevano molti battelli al lungo della
loro linea.


_Mercoledì 5._

Si rimase all'ancora fino alle dieci ore, quando si mise alla vela con
buon vento, che in breve tempo ci portò tra i villaggi di Morguese e di
Maïdmoun, indi a Mehalet Abouaali e Caffer-Machar, in faccia al quale
sulla opposta riva vedonsi molti gruppi di case nelle quali sonovi
moltissime colombaje eguali a quelle di Rähmanieh; perciocchè
scarseggiando in questi paesi le carni, vi si mangiano assai piccioni.
In questo luogo le rive sono prive di alberi.

A mezzodì passammo innanzi a Saaffia, poi Mahhaladiaya, indi a
Hheberhhil, Dameguiniddena, Schebberis, Saoun-el-Hajar, Nikleh, per
ultimo Addahharie allora occupato da' Mamelucchi: per cui ci siamo ben
guardati dall'avvicinarvici, tenendoci presso alla destra riva, ove
trovasi il casale di Schabour.

Alle otto della sera giunti al di là di Noffa, il bastimento diede in
secco sulla sponda destra; lo che ci forzò a passarvi la notte.


_Giovedì 6._

In sul far del giorno mi avvidi d'essere tra Nitmè e Caffer-el-Baga. Non
bastando l'equipaggio a metter la nave a galla si fecero venire alcuni
Arabi; ma si dovette restare a Caffer-el-Baga finchè durò un gagliardo
vento di levante. Approfittai di questo contrattempo per iscendere a
terra, ed osservarvi il passaggio del sole che mi diede per latitudine
settentrionale di questo villaggio 30° 47′ 55″.

Dopo tre ore di lentissima navigazione arrivammo alle quattro a Mischla,
ed un'ora dopo dovemmo gettar l'ancora per mancanza di vento.

Trovavansi colà ancorati due altri bastimenti, dai quali fummo informati
che gli Arabi della riva sinistra avevano alquanto più sopra preso un
bastimento, e che avevano due scialuppe armate.

Alle sei ore e tre quarti si fece vela con leggier vento, e passata
Zaïra, si diede fondo alle otto e mezzo a Tounoub.


_Venerdì 7._

Il tempo burrascoso non ci permise di partire avanti le due dopo
mezzogiorno. Dopo i villaggi di Komscherif, e di Tschan arrivammo alle
quattr'ore e mezzo in faccia a Zaouch. Singolarissima è la vista di
questo luogo. Figuriamoci un gruppo di cento cinquanta cupole
paraboliche alte diciotto in venti piedi, la di cui base può averne
dieci in undici di diametro, formate di terra e di mattoni neri, in
mezzo alle quali s'inalza una torre. Queste cupole sono abitate da
colombi, e la base dagli uomini; onde potrebbe dirsi essere questo un
villaggio di piccioni con pochi individui della razza umana.

Avvicinandosi la notte, i tre equipaggi si posero in armi per esser
pronti ad ogni avvenimento in caso che fossero attaccati dagli abitanti
della riva sinistra.

Alle sei ore e mezzo, lasciato Nadir sulla sponda destra entrammo
mezz'ora dopo nel canale di Menouf al S.O., abbandonando il tronco
principale del Nilo, sul quale potevamo trovarci esposti agl'insulti
degli Arabi della riva sinistra. Alle dieci ore si diede fondo nel
canale.


_Sabato 8._

Si spiegarono le vele alle sette ore e mezzo fra una densa nebbia,
dissipatasi la quale, trovai che il canale poteva in quel luogo avere
duecento cinquanta in trecento piedi di larghezza. Ritenuti dalla calma
non arrivammo a Menouf prima del mezzogiorno. Ad un'ora ci rimettemmo in
viaggio, e si dovette rimurchiare fino a notte.


_Domenica 9_.

Dopo essere rimasti all'ancora nel canale fino alle sette del mattino,
si fece vela con un leggier vento, ed alle nove eravamo presso a Quèleti
di dove incominciai a scoprire col cannocchiale le montagne del Cairo.

Vidi poco dopo sulla sponda diritta un villaggio con molte colombaje
formate di segmenti di sfere di terra cotta, il di cui lato convesso è
al di fuori, ed il concavo volto all'indentro serve di nido. Ogni sfera
può avere un piede di diametro, ed ogni colombaja è composta da molte
sfere ordinate in cupole paraboliche; una sola finestra serve
all'ingresso ed all'uscita de' colombi; ed il padrone vi entra per
un'apertura fatta nella base della cupola. Al di fuori sono assicurati
nel muro molti bastoncelli perchè possano appollajarvisi i piccioni.

Alle dieci ore e mezzo entrammo nel tronco sinistro del Nilo che scende
a Damiata. Il canale di Menouf riceve le acque del tronco destro del
Nilo, e le versa nel sinistro. Alle dieci e tre quarti ci ancorammo sul
braccio sinistro del Nilo, di dove vedevo perfettamente le due grandi
piramidi benchè distanti ancora dodici leghe.

Si mise alla vela alle undici ore e mezzo, e dopo sei ore e mezzo di
navigazione, durante la quale lasciammo a diritta ed a sinistra diversi
villaggi, demmo fondo felicemente a Boulak, che è il porto del Cairo
sulla riva destra.

La navigazione del Nilo da Rosetta al Cairo è altrettanto deliziosa,
quanto stucchevole per il lettore deve riuscire il nome di tanti
villaggi; ma avrei creduto di mancare all'esattezza del mio itinerario,
ommettendo di ricordarli.




CAPITOLO XXXI.

   _Sbarco. — Stato politico del Cairo e dell'Egitto. — Le
   piramidi. — Djizè. — Il Mikkias. — Il vecchio Cairo. —
   Commercio._


Il giorno dopo diedi avviso del mio arrivo al mio amico scheih
_El-Medhluti_, che ne informò all'istante _Seid Omar el Makram_ primo
scheih del Cairo, il quale spedì i cammelli necessarj per lo sbarco del
mio equipaggio. _Scheih-el-Medluti_ venne ad incontrarmi con molte
persone, e mi condusse a casa sua ove mi aveva preparato un
appartamento.

Colà ricevetti le visite di _Seid Omar_, e di molti altri grandi del
Cairo. Ma fui altamente commosso alla vista di _Muley Selema_ fratello
dell'imperatore di Marocco. La sua figura, i suoi lineamenti, le sue
maniere mi rammentarono vivamente quelle del mio rispettabile amico il
Principe _Muley Abdsulem_: il mio cuore balzò di gioja, e gridai: _Muley
Selema!_... e di già eravamo nelle braccia l'uno dell'altro: lungo tempo
le nostre lagrime c'inumidirono le guancie. Sedemmo senza poter parlare.
Io ero informato delle sue sventure, egli non ignorava ciò che m'era
accaduto partendo dagli Stati di suo fratello; onde potevamo senza
preamboli entrare in discorso. _Selema_ si lasciò trasportare assai
contro il fratello Imperatore. Cercai di calmarlo, e gli rimproverai
amichevolmente alcuni suoi leggieri falli. Dopo un lungo trattenimento
alzandosi mi baciò la barba, dicendomi che le mie parole _erano più
dolci dello zuccaro_.

Poi ch'ebbi restituite le visite ai grandi scheih, andai con _Seid Omar_
a trovare il Pascià _Mehemed Alì_, cui diedi la lettera del capitan
Pascià; e non vi fu cortesia che non mi usasse. Questo giovane principe
è di gracile corporatura e svajuolato; ha gli occhi vivaci ne' quali
scorgesi una cotal aria di diffidenza: è per altro valoroso, e non privo
di buon senso, ma non avendo avuto veruna istruzione trovasi spesse
volte imbarazzato. In tali congiunture, _Seid Omar_ che ha molta
influenza sul di lui spirito, rende importantissimi servigi al popolo ed
allo stesso Pascià.

Si fanno ascendere a cinquemila gli Arnauti sotto gli ordini di questo
governatore dell'Egitto. Questi soldati sono caparbj ed esigenti oltre
ogni dovere; ma il popolo li tollera pazientemente, perchè non sarebbe
più felice nè co' Turchi, nè co' Mamelucchi; e non essendo in grado di
darsi un governo rappresentativo, sopporta il presente giogo in
silenzio. D'altra banda _Mehemed Alì_ che riconosce il suo inalzamento
dal coraggio di queste truppe, ne dissimula gli eccessi, e non sa
rendersene indipendente. Altronde i grandi scheih avendo sotto questo
governo molta influenza e libertà, lo sostengono con tutte le loro
forze. Il soldato tiranneggia, ed il basso popolo soffre, ma tacciono i
grandi perchè non soffrono, e la macchina va alla meglio. Intanto il
governo di Costantinopoli privo di energia per tenere tutt'i paesi sotto
l'immediata sua dipendenza, si accontenta di una specie d'alta signoria,
che gli frutta alcuni leggieri sussidj, che ogni anno sotto varj
pretesti cerca di accrescere. I pochi Mamelucchi che rimangono ancora,
vivono rilegati nell'alto Egitto, ove non giugne la potenza di _Mehemed
Alì_: ma siccome questi per una singolarità della natura non possono
colla generazione mantenere la loro popolazione in Egitto, e loro non è
permesso di tirarne altri dall'Asia, si ridurranno tra poco al nulla.
_Elfi_ Bey col suo corpo di Mamelucchi, di Arabi, di Turchi e di
rinnegati scorre il deserto di Domanheur. Il governo di Costantinopoli
non può fare verun conto d'Alessandria, la quale per la sua posizione
geografica non è nè città Egiziana, nè città Turca: tale è il quadro
fedele dello stato politico dell'Egitto.

Io non prenderò a descrivere la città del Cairo, troppo nota a tutti gli
Europei; nè a parlare dell'immenso suo traffico presentemente ridotto in
misero stato per le guerre d'Europa, per la rivoluzione de' Mamelucchi,
e per i progressi de' Wehhabiti; nè de' principali scheih ond'è formato
il suo governo, perchè il presente sistema dipende in gran parte
dall'arbitrio del Pascià.

Quantunque le piramidi di Djizè fossero allora circondate d'Arabi
ammutinati, e che fosse pericoloso l'avvicinarsi, volli ad ogni costo
tentare di vedere questi colossi inalzati dalla mano degli uomini.
Recatomi a Djizè m'avanzai verso le piramidi scortato della mia gente
armata fino al punto in cui la prudenza permetteva d'inoltrarsi.

L'immaginazione senza il soccorso del tatto non basta per formarsi
un'adequata idea delle piramidi, della colonna d'Alessandro, e di
tutt'altro oggetto di forme e proporzioni inusitate. Aveva meco un
telescopio acromatico, ed il canocchiale militare di Dollond. A forza di
confronti, di avvicinamenti e di raziocinj, io mi lusingo d'aver potuto
formarmi un'idea se non del tutto esatta, lo che è impossibile quando
non si consulta che un solo senso, almeno assai prossima alla verità.

Io non parlerò delle loro dimensioni, perchè la commissione d'Egitto ha
completamente esaurito l'argomento: basta sapere che sono le più grandi
moli che esistano.

Tre sono le piramidi di Djizè; una delle quali minore assai delle altre
due: ma tra le due maggiori io credo non esservi la differenza indicata
da' viaggiatori.

Il profondo storico de' traviamenti dello spirito umano, il sig.
_Dupuis_, ha detto che la grande piramide è fatta in modo, che
l'osservatore posto al piede il giorno dell'equinozio vedrebbe il sole a
mezzogiorno come seduto o appoggiato sulla sua cima. Ciò vuol dire che
il piano inclinato o la faccia della piramide forma col piano
dell'orizzonte un angolo eguale all'altezza meridiana del sole a tale
epoca, ossia eguale all'altezza dell'equatore. Le piramidi essendo
esattamente poste nella latitudine di 30 gradi N., ne viene che
quest'angolo dev'essere di 60 gradi. Ora siccome tutte le faccie pajono
essere egualmente inclinate, il profilo della piramide tagliato
perpendicolarmente dalla sommità alla base per il mezzo delle due
opposte faccie, deve esattamente rappresentare un triangolo equilatero.
Questo felice azardo, prodotto dalla più semplice figura rettilinea,
adoperata nella costruzione di un edificio, produsse questo bel
fenomeno, e diventò per me uno sprone che mi spinse a verificarlo.

Quando osservansi le piramidi a qualche distanza ci sembra che abbiano
la base alquanto più lunga che i lati, ossia l'angolo della sommità più
aperto, e più ottuso che gli angoli della base; ma questa illusione
deriva dal vedersi quasi sempre due lati della piramide, ed allora
vedesi la diagonale del quadrato della base, che di sua natura è più
lungo che un lato; lo che rappresenta all'occhio le piramidi schiacciate
quantunque la loro altezza sia eguale alla lunghezza d'uno dei lati
della loro base.

Fu pure sciolto il problema rispetto alla loro destinazione, sapendosi
destinate per ultimo soggiorno de' sovrani che le inalzarono. Gli Arabi
le chiamano _El Haràm Firàoun_, e raccontano mille scioccherie delle
loro strade sotterranee, che stendonsi sotto tutto il basso Egitto.

È noto che su questi antichi monumenti non vedonsi nè iscrizioni, nè
geroglifici che possano condurci alla cognizione de' tempi in cui furono
fatte. La più grande viene attribuita a Cheops che viveva circa
ottocento cinquant'anni avanti l'era cristiana; ma io inclino a crederla
anteriore ai tempi storici, perciocchè se fosse opera di quel principe
avremmo altre testimonianze oltre quelle di Erodoto sopra un monumento
che a' suoi tempi doveva eccitare l'universale ammirazione.

A' piedi della maggior piramide vedesi un _dovar_ arabo, che serve di
scala per formarsi una più esatta idea delle sue vaste dimensioni.

Presso alle piramidi vidi la _Sfinge_ busto o testa formata d'una rupe
di enorme grandezza, che gli Arabi chiamano _Aboullahoul_. Io ne
rimarcai perfettamente l'acconciatura di capo, gli occhi e la bocca; ma
perchè mi trovava quasi in faccia non potei vederla di profilo come lo
desideravo.

Il piano e le colline del Sahhara affatto coperti di sabbia bianca
mobile chiudono la vista all'occidente.

Djizè è posto sulla sponda sinistra del Nilo. Altra volta, secondo che
mi fu detto, questo borgo era un luogo di delizie circondato di belle
case di campagna e di giardini; al presente è un tristo villaggio
popolato soltanto di soldati Arnauti, che non possono meglio
rassomigliarsi che a banditi.

Ritornando da Djizè visitai l'isola di _Roudi_ o _Rouda_ sul Nilo presso
la riva destra. Questa isola oggi abbandonata fu anticamente un piccolo
paradiso coperto di deliziosi giardini. All'estremità meridionale entro
una specie di profondo cortile che comunica colle acque del fiume
trovasi il celebre _mikkia_, colonna innalzata per misurare giornalmente
l'altezza delle acque del Nilo in tempo della escrescenza. A
quest'effetto è diviso in cubiti disuguali, o a dir meglio inesatti, ed
in dita, di modo che chiunque può calcolare l'abbondanza del successivo
raccolto. Ma oggi questo monumento di tanta importanza è abbandonato ad
un corpo di soldati, o a dir meglio di barbari, che sembrano cospirare
alla sua distruzione. Allorchè sbarcai fui condotto sopra un ammasso di
ruine abbandonate, di dove vidi con estremo dolore e sorpresa, che in
breve preparavasi la stessa sorte al _mikkia_. Di già una moschea ed
altri edificj vicini al _mikkia_ sono stati atterrati; di otto colonne
che ne formavano la galleria, quattro giacciono nella polvere, i tetti
cadono a pezzi, e per affrettare il troppo lento lavoro del tempo, i
soldati levano il piombo che unisce le pietre ed i legni del coperto:
per cotal modo si accelera la ruina di un edificio così utile, e che da
tanti secoli contribuisce alla gloria dell'Egitto.

I Francesi in tempo della loro spedizione in questo paese avevano
ristaurato il _mikkia_, e ristabilito l'ordine del servizio; ma ogni
cosa fu distrutta a quest'ora, e la medesima colonna del _mikkia_
sarebbe già atterrata, se non fosse appoggiata ad una grossa spina
trasversale che i Francesi posero sul capitello. Domandai se non eravi
persona incaricata della custodia di un edificio di tanta importanza, e
mi fu risposto: _Chi pagherebbe?_ Perchè almeno non si provvede d'una
porta che ne chiuda l'ingresso? _Ciò ancora richiede denaro; altronde i
soldati leverebbero la porta e la serratura..._ — Colle sole lagnanze si
può rispondere a sì grande apatia. Sospettai che lo stesso _Mehemed Alì_
cospirasse dal canto suo come gli altri alla distruzione del _mikkia_,
di cui anche il Califfo _Omar_ pare che desiderasse l'annientamento.

I muri del cortile nel di cui centro trovasi il _Mikkia_ hanno l'esterno
di pietre quarzose, e dello stesso sasso è la scala per cui si scende a
basso, come pure la colonna che non potei avvicinare per essere
circondata dall'acqua. Una elegante cupola di legno ond'era ricoperto il
cortile e la colonna, viene ogni giorno esportata a pezzi.

Un simile monumento in tutt'altro paese in cui il raccolto discende
dalle pioggie e da altre cagioni accidentali, sarebbe superfluo e fuor
di luogo; ma in Egitto ove l'abbondanza o la sterilità dipendono
unicamente dal grado d'elevazione periodica delle acque del Nilo, avendo
l'esperienza dato un esatto risultato degli effetti d'ogni cubito sulla
quantità del raccolto, della più alta importanza diventa uno stromento
destinato a misurarli: ed un saggio governo deve prendersene la più
attenta cura, perchè conoscendo anticipatamente la misura del raccolto,
può provvedere, prima che si sentano, ai bisogni della popolazione. Per
tali considerazioni i Francesi diedero a quest'oggetto la debita
importanza, ed è loro dovuto il bel passeggio con doppie linee di alberi
che attraversano in tutta la sua lunghezza l'isola della _Rouda_ dal S.
al N.

Di là ritornai al vecchio Cairo o _Mussar-el-Atik_, sobborgo posto sulla
diritta del fiume in faccia all'isola di Djizè. Vuolsi che altra volta
questo sobborgo fosse più dilettevole soggiorno di quello del Cairo per
le moltissime case di delizia che vi avevano i grandi ed i ricchi
abitanti del Cairo e che oggi abbandonate vanno cadendo in ruina. Pure
la popolazione del vecchio Cairo è ancora ragguardevole, ed i pubblici
mercati abbondantemente provveduti. Sonovi monasteri di varj riti
Cristiani. Io visitai quello de' Greci situato in amena posizione, la di
cui terrazza signoreggia la città e la campagna. Da questo punto vedonsi
le piramidi di Sakkara, che sembrano rivalizzare con quella di Djizè. La
cappella di questo monastero dedicata a S. _Gregorio_ è sommamente
venerata dalle persone del paese per l'immagine del Santo posta in un
angolo sopra un piccolo altare, e chiusa con griglia d'acciajo. Nel
centro della cappella s'innalza una colonna, dalla quale pende una
catena di ferro con cui vengono legati i pazzi che vi sono condotti per
ottenere il patrocinio del Santo; e que' monaci assicurano, che accadono
frequenti miracolose guarigioni, qualunque siasi la religione del pazzo
che vien presentato.

Visitando il convento de' Cofti fui condotto in una grotta sotto l'altar
maggiore, nella quale credesi che si ricoverasse la famiglia di _Gesù_
quando venne in Egitto, salvandosi dalle persecuzioni di _Erode_: ma la
cosa mi parve troppo assurda per meritarsi la menoma considerazione. È
non pertanto a credersi che la grotta e la cappella non siano sterili
monumenti pei monaci che ne hanno cura.

Boulak posto sulla sponda del Nilo è il più considerabile sobborgo del
Cairo. Sonovi molti buoni edificj, e la sua posizione lo assicura dalla
distruzione, che si fa già sentire a Djizè, ed al vecchio Cairo. Il
porto di Boulak è sempre coperto di bastimenti che commerciano con tutti
i paesi posti lungo le rive del Nilo, e perciò vi si vede assai
movimento, e le dogane danno molto profitto all'erario. La strada da
Boulak al Cairo rifatta ed abbellita dai Francesi offre un dilettevole
passeggio.

Rispetto al commercio di Boulak, è certo che adesso non è se non
un'ombra di ciò che dovrebbe essere, perchè l'insurrezione dell'alto
Egitto, ove sonosi ritirati i Mamelucchi con _Ibrahim Bey_ ed _Osman Bey
Bardissi_, toglie al Cairo tutto il commercio dell'interno dell'Affrica.
Inoltre le rivoluzioni di Barbaria impediscono la partenza delle
carovane di Marocco, d'Algeri, e di tutti i paesi occidentali; e d'altra
parte gli Arabi di Ssaddor, ossia deserto dello smarrimento, si avanzano
fin presso a Suez per ispogliare le carovane che portano le mercanzie
dell'Arabia e dell'India, procedenti dagli scali del mar Rosso: a ciò si
aggiunge per ultimo la guerra degl'Inglesi che guasta affatto il
commercio del Mediterraneo: tutte cose estremamente nocive all'esterno
commercio dell'Egitto.

Nè più florido è il commercio interno, perchè tutto l'alto Egitto è
dominato dai Mamelucchi, la provincia di Bohira da Elfi, e gli Arabi
della provincia di Scherkia sono rivoltati; parziali tumulti succedonsi
senza interruzione nella Garbia o Delta, di modo che non è possibile
fare un passo nell'Egitto senza esporsi a gravissimi rischi.

Se in così triste circostanze si fa tuttavia al Cairo un notabile
commercio, quale sarebbe in più felici tempi e sotto un provvido
governo...!




CAPITOLO XXXII.

   _Viaggio a Suez. — Navigli Arabi. — Tragitto del mar Rosso. —
   Pericolo della Nave. — Arrivo a Diedda. — Vertenza col
   governatore. — Diedda._


Agli 11 di dicembre, essendo terminato il Ramadan, feci le necessarie
disposizioni per proseguire il viaggio della Mecca. Varj miei amici
scrissero ai loro corrispondenti di Suez, di Diedda, e della Mecca, per
prepararmi alloggio e protezione in tutti i luoghi in cui doveva
trattenermi; ed il lunedì 15 dicembre 1806 uscii dal Cairo accompagnato
da molti scheik. A non molta distanza dalla città presi congedo da
questi buoni amici, cui non poteva permettere d'avanzarsi più oltre nel
deserto, e due o tre ore dopo, feci alto ad _Ahsas_ lontano mezza lega
al Nord di Mafarieh[3].

  [3] _Avendo _Ali Bey_ perduto il giornale del viaggio del Cairo
  a Diedda, fu obbligato di rifarlo col soccorso di alcuni fogli
  staccati; ed avendo poscia rifatta la stessa strada ritornando
  dalla Mecca al Cairo, di poco danno ha potuto essere la perdita
  delle particolarità rimarcate nella descrizione del primo._

Ad Ahsas attesi due giorni sotto la tenda la riunione d'una numerosa
carovana. In questo frattempo alcuni amici del Cairo sì musulmani che
cristiani vennero a trovarmi, e tra questi il console francese
accompagnato da molte persone, e da cinque Mamelucchi rinnegati Francesi
al servizio di _Mehemed Ali_. Interpellai costoro se fossero contenti
del presente loro stato, e seppi che dopo aver fatto parte dell'armata
francese, avevano preso il turbante, e che trovavansi vantaggiosamente
stabiliti in Egitto colle loro famiglie. Hanno una piastra spagnuola al
giorno, ed essendo quasi sempre in commissione ne' villaggi per
riscuotere le contribuzioni e per altri oggetti, ne ritraggono
considerabili vantaggi. Hanno inoltre bellissimi cavalli, e sono
riccamente equipaggiati.

Il segno della partenza fu dato il Giovedì 18 a mezzogiorno, e subito si
videro arrivare da tutte le bande lunghe file di cammelli che uscivano
dai rispettivi accampamenti per riunirsi agli altri, che tutti si posero
in cammino a traverso il deserto dirigendosi a levante.

Io non conduceva meco che quattordici cammelli, avendo lasciati in
Egitto la maggior parte de' miei effetti ed alcuni domestici. La
carovana conteneva cinquemila cammelli, e due in trecento cavalli, ed
era composta di musulmani d'ogni nazione che facevano il pellegrinaggio
della Mecca. I cammelli camminano in lunga fila, e con un passo eguale
come quello di un pendulo. Si passò parte della notte accampati in mezzo
al deserto.


_Venerdì 19 dicembre._

Siccome la carovana camminava lentamente, tenendo sempre la medesima
direzione io la sopravanzava, accompagnato da due domestici, i quali
tendevano un piccolo tappeto ed un cuscino presso la strada, e su questo
restava seduto più di tre quarti d'ora che richiedevansi pel passaggio
della carovana; ed allora rimontando a cavallo ripeteva la stessa
operazione tre o quattro volte al giorno, ingannando in tal modo il
tedio di quel lento viaggio.

Tutto questo deserto è composto di colline di arena affatto sciolta, e
priva di qualunque essere vegetabile o animale; non un insetto, non un
uccello. Scopresi a destra in molta distanza una diramazione del Djebèl
Mokkattàm, ossia montagna tagliata del Cairo, che si prolunga fin presso
a Suez.


_Sabato 20._

Si riprese il cammino in sul far del giorno; e giunto sulla sommità
d'una collina vidi in molta distanza la città di Suez. Allora tutti
quelli ch'erano a cavallo, e gli Arabi armati, sui cammelli o sui
dromedarj, si posero in sul davanti della carovana formando come una
linea di battaglia, e proseguirono la marcia così ordinati. Non molto
dopo scoprimmo un branco di gente a cavallo che sortiva da Suez per
venirci incontro. Già ci preparavamo a difenderci, quando si riconobbero
per soldati Arnauti, ed abitanti di Suez: la gioja sottentrò al timore,
e riunitisi insieme i due corpi si rinnovarono le allegrezze.

Noi marciavamo collo stess'ordine sopra una lunga linea, mentre alcuni
Arabi staccandosi qua e là a destra ed a sinistra, si sfidavano l'un
l'altro e divertivansi correndo, e tirando delle fucilate parallelamente
alla nostra linea, talchè sentivasi il fischio delle palle che ci
passavano assai dappresso; lo che riusciva sommamente piacevole alla
carovana. Ed a dir vero è uno straordinario colpo d'occhio il vedere
questi Arabi staccarsi dalla linea, correre a briglia sciolta, montati
sopra cavalli o dromedarj, colla lancia in resta in una direzione
parallela alla linea, e tanto vicini che la punta della lancia passava
lontana quattro dita dal naso dei nostri cavalli. Figurisi la specie di
movimento che dovevano dare ai loro cavalli per non toccare la linea che
andava avanzando: era duopo che i loro cavalli corressero con passo
obliquo e veloce come il lampo: che cavalli sono mai gli arabi!

Finalmente verso mezzogiorno in mezzo al romore delle fucilate ed ai
gridi di gioja la carovana entrò in Suez, ove io fui alloggiato nella
casa che mi era stata preparata alcuni giorni avanti.

Suez è una piccola città che cade in ruina, abitata da circa cinquecento
musulmani e trenta cristiani. Attesa la sua posizione all'estremità del
mar Rosso, da questo lato è la chiave del basso Egitto, tanto più che
non avvi alcun altro punto d'appoggio in tutta l'estensione del deserto.

Il suo porto è così cattivo che i bastimenti del mar Rosso, detti _Dao_,
non possono entrarvi che durante l'alta marea, e dopo avere sbarcato il
loro carico. Ma il vero porto di Suez trovasi al sud in distanza di
mezza lega sulla costa d'Affrica, ed è praticabile anche dalle grandi
fregate.

In faccia a Suez il mar Rosso non ha più di due miglia di larghezza in
tempo dell'alta marea, e circa due terzi di miglio nella bassa. Lo
sbarco è comodo assai; le strade della città di fondo arenoso sono
regolari, ma non selciate; e le case, e le moschee vanno quasi tutte in
ruina. Variabilissimo è il clima del paese. Il pubblico mercato è
sufficientemente provveduto di alcuni articoli: riceve i viveri per mare
delle due coste dell'Arabia e dell'Affrica; ed il monte Sinai
somministra buone frutta e buone verdure. Il pane è mal fabbricato, i
pesci e le carni scarseggiano, e talvolta queste mancano affatto. Il
concorso dei convogli marittimi e delle carovane fanno circolare molto
danaro tra quegli attivi abitanti, che tutti, niuno eccettuato, sono
mercanti o facchini.

Le acque più vicine a Suez sono i pozzi di _El-Bir-Suez_ lontano una
lega ed un quarto sulla strada del Cairo, e le _El-Aayon-Moussa_, o
fontane di Mosè sono ancora più lontane; ma le prime sono salmastre, le
seconde puzzolenti. La sola acqua buona è quella che si porta dalle
montagne dell'est; e questa è carissima, ed in così piccola quantità,
che talvolta conviene incontrare dispute e battersi per un otre di
acqua. Il terreno che circonda Suez è così arido che non vi si vede un
albero, nè un filo d'erba.

I cristiani Greci di Suez vi hanno una chiesa ed un passo.

La città è circondata di cattive mura, di alcune trincee, e di poche
altre opere erette dai Francesi; ma tutti questi ripari non sono armati
che di due o tre pezzi di cannone di due libbre di palla. Un negro
schiavo d'un particolare del Cairo governava in allora Suez col titolo
di Agà, ed aveva sotto i suoi ordini una trentina di Arnauti. Il suo
kiàja, o luogotenente governatore disimpegnava pure le incombenze di
giudice civile. Tutti questi soldati ed i loro capi guadagnano assai con
i continui contrabbandi. In Suez non si esercita arte veruna fuorchè
quella di calafattiere.

Due soli giorni dimorai in questa città essendomi imbarcato il martedì
23 dicembre 1806 sopra un _Dao_ per passare sul mar Rosso a Diedda.

Il _Dao_ è il naviglio arabo di maggior portata che veleggi su questo
mare. Singolare affatto n'è la sua costruzione, l'altezza è un terzo al
più della lunghezza del corpo del naviglio, e questa lunghezza viene
inoltre accresciuta nella parte superiore da una lunga proiezione a
prora ed a poppa in sull'andamento delle antiche galee Trojane.

_Proporzioni del_ Dao _da me montato_

                             Piedi Parigini
  Lunghezza del _Dao_             43 —
  Projezione della poppa          16 —
  Projezione della prora          52 —
  Maggior larghezza del corpo     21 —
  Altezza del carcasso            16 —
  L'albero misurato dal fondo
    della cala                    60 —
  L'antenna                       80 —
  Larghezza media della camera    14 —
  Sua lunghezza                   14 —
  Altezza                          5 ¼

Le corde sono di corteccia di palma, e le vele di grosso cotone. Porta
tre vele di ricambio di diversa grandezza, e due piccole vele latine; ma
non se ne spiega mai più d'una grande o piccola a seconda del bisogno.
Il _Dao_ da me montato non aveva altro carico che alcuni gruppi
d'argento monetato, chiusi in sacchi suggellati dai negozianti di Suez o
del Cairo, diretti ai loro corrispondenti di Diedda. Aveva noleggiata la
camera per me solo; ed i miei domestici rimanevano nel corpo del
bastimento con altri cinquanta pellegrini all'incirca. Il capitano era
di Mokha, ed i quindici marinaj dell'equipaggio erano piccoli e neri
come scimie. Dopo essere rimasto tre giorni all'ancora si mise alla vela
in sull'avvicinarsi della sera del 26.


_Sabato 27._

Avendo navigato tutta la notte e tutto il giorno del 27, si gettò
l'ancora alle quattro della sera in un porto della costa d'Arabia
chiamato _El-Hamman-Piràoun_, ossia bagni di _Faraone_. Dietro le mie
osservazioni la longitudine di questo luogo è di 30° 43′ 25″
dell'osservatorio di Parigi alla punta del Capo _Almarhha_.


_Domenica 28._

All'entrare della notte si gettò l'ancora in vicinanza della città di
Tor sulla costa d'Arabia.


_Lunedì 29._

La mattina il nostro _Dao_ entrò nel porto di Tor, ove restò all'ancora
tutto il giorno. Le mie osservazioni mi diedero la longitudine di 31°
12′ 55″.


_Martedì 30._

Si tenne il mare tutto il giorno, e passammo innanzi al Capo
_Ras-Aboumohhammed_ sulla costa medesima.


_Mercoledì 31 dicembre 1806._

Dopo aver navigato tutta la notte per attraversare il braccio di mare
che si avanza entro l'Arabia, chiamato _Bahàr el-Akkaba_, il nostro
capitano fece gettar l'ancora avanti sera in un piccolo porto chiuso,
posto in una delle isole _Naàman_, ossia degli struzzi.


_Giovedì 1.º gennajo 1807._

Si veleggiò tutto il giorno, e verso sera si diede fondo sulla costa
d'Arabia.


_Venerdì 2._

La stessa manovra del precedente giorno.

La navigazione del mar Rosso è spaventosa. Si viaggia quasi sempre in
mezzo a scogli ed a rupi a fior d'acqua; di modo che per dirigere il
bastimento conviene tener sempre quattro o cinque uomini sulla prora che
osservino attentamente la strada, ed avvisino colle loro grida il
timoniere di piegare a dritta o a sinistra: ma se essi s'ingannano, se
scoprono lo scoglio troppo tardi, se il timoniere che non vede gli
scogli non se ne scosta abbastanza, o scostandosi troppo porti il
naviglio sopra uno scoglio vicino non osservato, se intende a rovescio
il grido, come suole talvolta accadere, se nel breve intervallo della
scoperta dello scoglio sott'acqua e dell'avanzarsi del bastimento al
luogo del pericolo, il vento o la corrente si oppongono al cambiamento
di direzione: quanti istanti si cammina tra la vita e la morte in così
pericolose acque! Perciò contansi tutti gli anni molti naufragj su
questo mare, che sembra vendicarsi dell'audacia dei naviganti: ma che è
mai il timore della morte contro l'allettamento del guadagno? I navigli
Arabi che portano i preziosi prodotti dell'India, della Persia, e delle
Arabie solcano continuamente questo mare avido di vittime.

Per mettere alcun riparo a tanti inconvenienti i _Dao_ hanno al disotto
una falsa carena, che quando si tocca ammorza alquanto il colpo, e salva
il naviglio, se la scossa non è troppo violenta. D'altra parte l'immensa
vela di cotone quasi grossa un dito, la sua cattiva forma che richiede
la stessa manovra d'una vela latina, dovendosi per cambiar rombo
staccare la vela che allora volteggia come un immenso stendardo, e dà
scossa terribili; le corde grossolane di corteccia che ubbidiscono a
stento: tutti questi inconvenienti rendono la manovra così pesante e
tarda, che io stesso sono sorpreso come i naufragj non siano molto più
frequenti. In un naviglio quindici uomini d'equipaggio non bastavano
ogni volta per manovrare la vela, e rendevasi necessario l'ajuto de'
passeggieri.


_Sabbato 3._

Passammo in mezzo al gruppo delle molte isole _Hamara_, e si gettò
l'ancora presso una di loro.


_Domenica 4._

Si diede fondo in sul far della notte presso un'isola in mezzo agli
scogli.


_Lunedì 5._

Giorno terribile. Dopo la mezza notte si levò una furiosa burrasca. Il
vento rinfrescò talmente che alle due ore del mattino i colpi d'uragano
succedevansi incessantemente con maggior violenza, onde in pochi minuti
le gomene delle quattro ancore furono spezzate.

Il naviglio in preda al furore del vento e delle onde fu spinto sopra
uno scoglio, contro il quale incominciava a dare colpi terribili.
L'equipaggio credendosi perduto gettava grida disperate. Tra questi
clamori io distingueva la voce d'un uomo che singhiozzava e piangeva
come un fanciullo; ed avendo chiesto chi fosse, mi fu risposto essere il
capitano. Feci, ma inutilmente, cercare il piloto; onde vedendo la cosa
disperata perchè il naviglio, abbandonato alla sua ventura, continuava a
dar colpi orribili, non volli aspettare che si aprisse contro gli
scogli: grido ai miei domestici: _la scialuppa_; ed essi se ne rendono
all'istante padroni. Allora tutti vi si vogliono precipitare; mi si dà
la mano, e salto nella scialuppa sopra la testa de' passeggieri, ed
ordino che si allontani dal naviglio: ma un uomo che aveva il padre a
bordo la riteneva con una corda del bastimento che aveva in mano,
gridando _Abouya! Abouya!_ _oh mio padre! oh mio padre!_ Io rispettai un
momento questo slancio d'amore filiale; ma vedendo un gruppo di gente
disposta a saltare nella scialuppa, grido a questo buon figliuolo di
lasciar la corda; ma ostinandosi a chiamare il padre, glie la faccio
abbandonare con un pugno datogli sulla mano, e nell'istante medesimo la
scialuppa vien portata dugento tese lontana dal _Dao_. Questa scena non
durò un minuto; brevi momenti, ma spaventosi.... Invece della dolce luce
della luna che doveva rischiarare il nostro cammino, un denso velo di
nere nuvole ci teneva in una profonda oscurità. Eravamo quasi nudi: i
colpi di mare riempivano tratto tratto la scialuppa di acqua, e ad
intervalli cadeva l'acqua a torrenti. Nasce una disputa; gli uni
vogliono andare alla dritta; gli altri a sinistra, quasi fosse possibile
di conoscere in mezzo alle tenebre la nostra direzione. La disputa
facendosi più calda, io la feci cessare impadronendomi del timone, e
loro dicendo con voce risoluta: _io ne so più degli altri, e prendo il
timone della scialuppa; guai a chi tentasse di riprendermelo._

Aveva avanti sera assai bene osservata la posizione della terra, ma non
sapeva qual direzione mi prendessi. In mezzo alle tenebre non potendo
orizzontarmi, cercava, per quanto lo poteva, di conservare la mia
posizione rispetto al bastimento che io vedeva ancora. Per colmo di
sventura mi trovava attaccato da frequenti vomiti di bile: pure non
abbandonai il timone.

Ordinai di remare, ma i miei compagni non sapevano remare: assegno ad
ognuno il suo posto, e dopo aver distribuiti i remi, ne insegno loro la
manovra, e mi faccio a cantare sull'andamento de' marinai del mar Rosso
per dar loro la misura, onde il movimento fosse uniforme. Quale
spettacolo! Io mi trovava quasi nudo esposto ai colpi del mare, alla
pioggia, alla grandine, colle mani attaccate al timone senza saper ove
andare, molestato da violenti accessi di vomito, eppure obbligato di
cantare per regolare la manovra. Talvolta la scialuppa, nostra ultima
speranza, urtava nello scoglio, e ci faceva gelare il sangue. Finalmente
dopo una lunga ora di così tormentosa angoscia, le nuvole si allargarono
alquanto, ed un raggio di luce avendomi dato modo di orizzontarmi, e
fatta rinascere nel mio cuore la speranza, gridai: _siamo salvi_. Allora
drizzai la scialuppa verso la costa dell'Arabia, quantunque non fosse
ancora visibile; e dopo tre ore d'immense fatiche, ci trovammo presso
terra allo spuntar del giorno.

Sbarcammo tutti quasi nudi o in camicia: eravamo quindici. Il nostro
primo atto fu quello di abbracciarci a vicenda, felicitandoci della
nostra salvezza; i miei compagni sopra tutto non potevano saziarsi di
attestarmi la loro sorpresa per così buona riuscita; chiedevanmi come
aveva potuto sapere malgrado tanta oscurità, che la terra era là..., e
per uno spontaneo movimento di riconoscenza, spogliaronsi di parte delle
loro vesti per ricoprirmi; e per tal modo mi trovai ben tosto vestito,
grottescamente è vero, ma riparato dal vento che soffiava freddissimo.

Ci rimaneva a sapere a qual terra eravamo approdati. Mandai a
riconoscerla quattro uomini; ed il loro rapporto mi persuase essere
scesi in un'isola deserta, che altro non era che un piano di arena
mobile senz'acqua, senza rupe, e senza vegetazione. Ben si vedeva la
gran terra poche leghe lontana, ma come avventurarsi ancora nella
scialuppa sopra un mare sempre burrascoso? e se la burrasca durasse
alcuni giorni come potevamo durarla senza mangiare e senza bere? Il
cielo che s'andava rischiarando, mi permise di vedere il nostro
bastimento all'orizzonte accompagnato da un altro _Dao_. Quale non fu la
nostra gioja nel rivederlo quando credevasi già perduto.... Di dove
veniva mai l'altro bastimento?

Il tempo tornò ad imperversare: la pioggia cadeva a torrenti, ed un
vento gelato ne toglieva quasi il sentimento. Ci tenevamo strettamente
serrati gli uni contro gli altri, ed il solo cappotto che avevamo fu
steso sopra le nostre teste; difendendoci in tal modo dalla pioggia e
dal vento, e riscaldandoci alquanto. Verso mezzo giorno il tempo si
calmò un poco, e la scialuppa dell'altro bastimento che andava in
traccia di noi vivi o morti, si avanzò abbastanza per conoscere i segni
che andavamo facendo con una camicia in cima di un remo. Bentosto si
avvicinò; ed i marinai ci assicurarono che il _Dao_ erasi salvato senza
aver sofferte considerabili avarie, perchè era fortissimo, ed era quasi
senza carico. Perchè aveva perdute tutte le ancore fu fortunatamente
soccorso dall'altro, che arrivandogli sopra accidentalmente nell'istante
del maggior pericolo, gli somministrò un'ancora e corde.

Ci rimbarcammo sopra le due scialuppe, e tornammo al bastimento. Qual
tenera scena fu quella del nostro amico a bordo! Tutti lieti di vedermi
salvo gettavanmisi ai piedi piangendo d'allegrezza, mi abbracciavano, e
non sapevano come significarmi la loro gioja, perchè ci avevano creduti
inghiottiti dalle onde, come noi credevamo il bastimento spezzato contro
lo scoglio. Il mio cuore non potè resistere a così tenera scena; e
profondamente commosso da questa spontanea testimonianza del loro
affetto, mi trovai gli occhi umidi di pianto.

Nel terribile istante in cui abbandonai il bastimento, un uomo volendo
saltare nella scialuppa era caduto in mare; e questa fu la sola vittima
della tempesta. Si rimase questo e l'altro giorno all'ancora, per dar
tempo di rimettere tutto in ordine nel bastimento, onde partire
all'indomani.


_Mercoledì 6._

Dopo avere navigato tutto il giorno, passata l'isola di _Diebel-Hazen_,
ci ponemmo all'ancora sulla costa d'Arabia in sul cominciare della sera.


_Giovedì 7._

Si entrò avanti notte nel porto di _Jemboa_, città abbastanza
considerabile, e dopo Diedda la più importante della costa arabica.


_Venerdì 8._

Il capitano volle trattenersi quel giorno a Jemboa per fare acquisto di
ancore e di altri oggetti che gli mancavano, e per far raddobbare il
bastimento.


_Sabato 9._

Questo giorno si passò il tropico, e si gettò l'ancora ad _Algiar_. Feci
colà alcune curiose osservazioni, che in seguito ho perdute.


_10, 11 e 12._

Si navigò di giorno, e si stette all'ancora la notte sulle coste
dell'Arabia, ma le note da me prese si perdettero. Incominciai allora a
sentire un leggiero ma continuato dolore al basso ventre, ed una
notabile infiammazione nella parte inferiore: lo che mi fece credere di
avere una rottura. Era senza dubbio cagionata dallo sforzo violento
ch'io feci saltando nella scialuppa la notte della burrasca. Ciò mi
rattristò assai, perchè temeva di rendermi incapace d'ogni fatica, ed
anche di montare a cavallo nell'istante in cui aveva maggior bisogno di
tutte le mie forze. E come era questi un accidente che non avevo
preveduto, e di cui non ne aveva nelle mie note mediche fatta menzione,
non sapeva come medicarmi. Guidato dal semplice raziocinio feci uso
delle fasce, e mi posi a giacere nella più favorevole posizione.

Giugnemmo uno di questi giorni verso le dieci ore del mattino ad
_Aràboh_, che trovasi al confine settentrionale di _Beled-elaharam_, o
terra santa; il bastimento incagliò da prora nella sabbia, onde
facilitare ai pellegrini la pratica delle prime cerimonie del
pellegrinaggio detto _Jahàrmo_. Per soddisfare a questo preliminare,
conviene buttarsi in mare, bagnarsi, fare un lavacro generale con acqua
dolce e sabbia, in seguito recitare le preghiere affatto nudo,
avvolgersi i lombi, e fino alle ginocchia con una salvietta senza
cucitura che chiamasi l'_Ihràm_, camminare alcuni passi verso la Mecca
pronunciando la seguente invocazione:

    _Li Bèïk; Allàhummma li Bèïk._
    _Li Bèïk; la Scharika laka li Bèïk._
    _Inna Alhàmda, oua maamàta làka,_
    _Ouèl Moulkou, la schaùka lèïk._

Poi formansi colle mani alcuni monticelli di sabbia, e si rimonta a
bordo così coperti ripetendo le stesse preghiere nel rimanente del
viaggio.

Trovandomi ammalato non mi gettai in mare, ma feci la mia abluzione
colla sabbia; i miei domestici mi formarono una cintura con drappi del
letto e dei _hhaïc_ per tenermi riparato dal vento mentre faceva
l'abluzione, le preghiere, le invocazioni, ed i monticelli di sabbia,
siccome prescrive il rito, senza mancare alla circostanza che esige, che
tutto ciò si faccia a cielo scoperto. Tornai a bordo com'era venuto,
appoggiato alle loro braccia.

Da qualunque parte il pellegrino arrivi al _Bèled-el-Hayam_ è obbligato
di fare le stesse cerimonie, risguardate qual preludio indispensabile
del pellegrinaggio; diversificano per altro esse alcun poco ne' quattro
riti ortodossi della legge.

Da quest'istante non si può più radersi il capo finchè non siansi fatti
i sette giri alla casa di Dio, che siasi baciata la pietra nera, bevuta
l'acqua del pozzo sacro, detto _Zemzem_, e fatti i sette viaggi tra le
sacre colline di _Saafa_ e di Mèroua.


_Mercoledì 15._

Si gettò felicemente l'ancora nella rada di Diedda, meta di questo
tragitto di mare.

Spedii subito a terra uno de' miei domestici con lettere pel negoziante
_Sidi Mehemed Nas_, incaricato de' miei affari.

Poco dopo mezzogiorno vennero a prendermi con un battello, che mi portò
a terra ove sbarcai alle tre ore circa. Fui ben accolto in un
appartamento ammobigliato con tutto il lusso orientale, e fui
all'istante ristorato con un ottimo pranzo.

Verso il tramontare del sole il _Dao_ entrò in porto: ed all'indomani
mattina avanti di sbarcare i miei domestici, ed i miei effetti, andai ad
alloggiare in una casa che occupai io solo colle mie genti.

Continuava a trovarmi indisposto e debole a segno di non potermi più
movere. Ne' primi quattro giorni dopo sbarcato fui travagliato dalla
febbre, malgrado la quale il venerdì non mancai di andare alla Moschea,
ov'ebbi un leggiero disgusto.

All'indomani del mio arrivo il governatore o _Visir_, che è un negro
schiavo del Sultano sceriffo della Mecca, mi aveva fatto dire, che
sapeva aver io alcune selle, e che desiderava di vederle. Non era
difficile ad intendere che sotto questa inchiesta si voleva averne
almeno una in dono; ma non avendo da costui ricevuto alcun contrassegno
di distinzione, e non avendo di lui bisogno nè timore, ordinai al mio
scudiere di portargli le cinque selle che aveva meco, _ma soltanto per
fargliele vedere_.

Avendole il governatore osservate, si lasciò in presenza del mio
domestico uscir di bocca alcune inconsiderate espressioni: questi mostrò
di non intendere, ed a seconda dei miei ordini riportò le cinque selle.
Conviene dire che questo procedere offendesse l'orgoglio del
governatore, che per vendicarsene cercò di darmi qualche pubblico
dispiacere.

In qualunque luogo mi condussero i miei viaggi io era avvezzo per fare
alla moschea la mia preghiera del venerdì, di mandare avanti alcuni
domestici a prepararmi un tappeto presso all'Imam, custodendolo fino al
mio arrivo. Vi prendeva allora posto, e per quanto grande fosse la
folla, il mio tappeto fu sempre rispettato.

Avendomi anche in questo venerdì preceduti i miei domestici alla
moschea, collocarono il tappeto secondo la pratica, ed io vi feci la mia
prima preghiera. Arrivò ben tosto il governatore coi suoi ufficiali
negri come lui, ed alcuni soldati che fecero ritirare coloro ch'erano
presso di me, e posero il tappeto del governatore in modo che copriva in
parte il mio, ma non ebbero il coraggio di dirmi nulla.

Il governatore si pose sul suo tappeto, ed il suo primo ufficiale dopo
essere rimasto un momento titubante ardì perfino di battermi dolcemente
la spalla, e di farmi segno onde mi ritirassi, ciò ch'eseguii subito per
non dar motivo di scandalo; ed egli si pose sul mio tappeto a fare la
preghiera.

Tutti erano impazienti di vedere il fine di questa scena, e cosa
risolvessi. Io sceriffo, figlio di _Osman-Bey-el-Abbassi_, avrei potuto
sopportare l'insulto d'uno schiavo!... Ma egli aveva la forza in mano, e
cercava di provocarmi, onde, nel caso che io non mi fossi saputo
contenere, abusare con apparente giustizia della sua autorità; mi
appigliai quindi ad un altro espediente.

Appena terminata la preghiera, prima che niuno si alzasse, dissi con
voce ferma ai miei domestici _«Levate questo tappeto; portatelo
all'Imam, e ditegli che glielo dono per servizio della moschea. Io non
potrei mai più far la mia preghiera sopra questo tappeto, levatelo»_. I
miei domestici lo levarono bruscamente, e lo consegnarono all'Imam, che
fu assai contento di questo dono. Tutti applaudirono, ed il governatore
ed i suoi ufficiali rimasero come di sasso. Lasciai alcune elemosine
alla moschea ed ai poveri; ed accompagnato da molte persone tornai a
casa per mettermi a letto, essendo tormentato dalla febbre.

Questi ufficiali negri fanno pompa di un lusso orientale il più
raffinato, portando ricchissimi _sciali_ di cachemire, bellissime tele
dell'India, armi magnifiche, squisiti profumi.

Malgrado il cattivo stato di mia salute feci pure alcune osservazioni
astronomiche, che mi diedero la longitudine per distanze lunari di 36°
32′ 37″ E. dell'osservatorio di Parigi[4]; la latitudine per i passaggi
del sole 21° 33′ 14″ N.; e la declinazione magnetica 10° 4′ 53″ O.

  [4] _Veggasi il capitolo XXXVIII._

Djedda è una gentile città con belle strade regolari, e con piacevoli
case a due o tre piani, tutte fatte di pietra, non però con troppa
solidità, avendo molte e grandissime finestre, ed il tetto piano. Vi
sono cinque moschee che non meritano la minima attenzione.

La città è circondata da vaghe mura con torri irregolari, ed in distanza
di dieci passi da una fossa affatto inutile, perchè senza alcuna opera
che la sostenga. In vece di un ponte levatojo in faccia alla porta della
città si è riempiuta la fossa di terra.

I pubblici mercati sono ben provveduti, ma le derrate sono assai care.
Un pollo costa una piastra spagnuola, e gli erbaggi provengono da luoghi
assai lontani, non essendovi nelle vicinanze per mancanza di sorgenti nè
giardini nè orti. Non vi si beve che acqua di pioggia, ma assai buona
perchè conservata in ottime cisterne. Il pane non mi sembrò troppo
bianco. Vi si respira un'aria fragrante perchè in ogni angolo vi sono
venditori d'acqua da bevere i quali abbruciano continuamente incensi o
altri aromi. Lo stesso metodo si pratica nei caffè, nelle botteghe,
nelle case, ed in ogni luogo.

Contansi a Djedda circa cinquemila abitanti; e questa città può
riguardarsi come centro della circolazione del commercio interiore del
mar Rosso. I bastimenti di Moca vi portano il caffè e le derrate
dell'India e di tutto il Levante, ed in Djedda si ricaricano sopra altre
navi per Suez, Iemboa, e per tutti gli altri porti delle coste d'Arabia
e d'Affrica.

Se gli Arabi conoscessero meglio la navigazione, Moca potrebbe spedire
direttamente i suoi carichi a Suez senza accrescerne il prezzo col fare
scala a Diedda: ma ciò è quasi impossibile con bastimenti senza ponte,
mal costrutti, e mal capitanati.

Inoltre l'interesse degli Arabi deve opporsi a qualunque innovazione su
questo particolare, poichè adesso le derrate di transito lasciano nella
loro patria il prodotto degl'interessi, delle commissioni, de'
trasporti, delle gabelle ec.; il che tutto sarebbe perduto
perfezionandosi la navigazione: ed in questo caso Djedda cesserebbe di
essere uno scalo di tanta importanza. I negozianti di Djedda acquistano
a Moca, o a dir meglio i negozianti di Moca spediscono a Djedda le
mercanzie, che i negozianti del Cairo, per mezzo dei commissionati di
Suez, acquistano a Djedda. Trasportansi a Djedda per lo scalo di Suez
drappi ed altre manifatture d'Europa; ma queste non bastano per pagare i
prodotti dell'India, ed il caffè dell'Iemen. Vi si supplisce con piastre
Spagnuole, e grossi scudi di Germania, che sono a Djedda ricercatissimi,
perchè guadagnano assai nell'Iemen ed a Moca.

Parvemi che il negoziante incaricato de' miei affari a Djedda avesse un
commercio assai esteso; ma che scarseggiasse di numerario, perchè
difficilmente poteva averne quando gliene chiedeva.

Vidi molto lusso negli abiti e negli appartamenti delle persone agiate,
ma tra il basso popolo incontransi molte persone quasi affatto nude ed
estremamente miserabili.

La guarnigione è composta di dugento soldati Turchi o Arabi, che non
fanno il più piccolo servizio, riducendosi ogni loro incombenza a stare
seduti in un caffè giuocando agli scacchi, fumando, e prendendo caffè.

Non trovasi in Djedda verun cristiano Europeo; ed alcuni Cristiani Cofti
vivono confinati in una casa o caserma vicina allo sbarco.

Il principale personaggio, ed il più ricco negoziante chiamasi _Sïdi
Alarbi Djilani_; uomo di non comuni talenti, ed attaccato agl'Inglesi,
coi quali fa quasi tutto il suo commercio. In questo tempo gli abitanti
di Djedda erano crucciati coi Francesi, perchè nel precedente anno
questi ultimi eransi impadroniti di un ricco bastimento del Sultano
Sceriffo, e di altre navi Arabe; pure non chiedevano vendetta, nè
dichiaravano odio alla nazione Francese; anzi bramavano un
ravvicinamento, ma non sapevano come incominciarne le trattative. Io
suppongo che incominciassero ad amare realmente i Francesi dopo aver
veduta la loro condotta in Egitto.

Ingannato dalla fama de' cavalli Arabi avevo da Suez rimandati i miei al
Cairo; ma ebbi cagione di esserne pentito, non trovandosi a Djedda che
pochi cavalli di proprietà de' più ricchi negozianti che non volevano
privarsene. Non vidi alcun mulo; ma bensì asini alti e ben fatti,
sebbene però non superiori a quelli d'Egitto. Sonovi moltissimi
cammelli, le sole bestie da soma che si adoperino in questo paese.

Le strade sono affollate, come nelle altre città musulmane di cani
vagabondi o smarriti. Sembrano naturalmente divisi in separate tribù o
famiglie. Quando un cane ha l'ardire o la disgrazia di passare in un
dipartimento o tribù straniera, vi cagiona un rumore infernale, ed il
temerario non si salva mai senza essere stato assai maltrattato. Nè
minore è il numero de' gatti somiglianti affatto a quelli d'Europa.
Sonovi alcune mosche, ma non moscherini, nè insetti di altra specie.

Djedda è priva affatto di carbone, e non vi si abbruciano che poche
legna, trasportatevi da luoghi lontanissimi, o gli avanzi dei vecchi
navigli ed inservibili. Le farine si tirano dall'Affrica.

Gli abitanti sembraronmi una mescolanza di sangue Arabo, Abissino o
negro, e di un poco d'Indiano. Osservai parecchj individui di fisonomia
assai prossima a quella de' Chinesi, che non diversifica molto
dall'indiana. È così famigliare l'usanza di tenere schiave abissine o
negre, che appena arrivato a Djedda, il mio mercadante mi propose prima
d'ogni altra cosa l'acquisto di una negra: offerta che io rifiutai
benchè non proibita dalla legge, perchè durante il mio pellegrinaggio mi
riguardava come in istato di penitenza.

Si ritiene che cento bastimenti all'incirca vengono impiegati nel
cabotaggio da Djedda a Suez, ed altrettanti da Djedda a Moca; ma
trovandosene sempre molti inservibili può ridursi il numero ad ottanta.
A quelli che perdonsi ogni anno sugli scogli del Mar Rosso sottentrano i
nuovi che si fabbricano a Suez, a Djedda, a Moca.

Djedda poco prima aveva più ricchezze che all'epoca del mio passaggio;
essendole riuscite dannose le guerre de' _Wehhabiti_, perchè per lungo
tempo gli abitanti furono costretti di fare notte e giorno il mestiere
del soldato. D'altra parte la guerra d'Europa paralizza il commercio del
Levante; le rivoluzioni dell'Egitto, e dell'Arabia impediscono le
comunicazioni commerciali della contrada, e quelle di Barbaria rendono
assai difficili i pellegrinaggi degli occidentali; tutte circostanze
contrarie alla felicità ed alla prosperità di Djedda.

Fuori delle mura della città dalla banda di terra avvi un gran quartiere
di baracche assai popolato di famiglie quasi tutte povere, onde non si
trovano che mercanti di commestibili, e di cose di poco valore.

Il circondario di Djedda è un vero deserto, ed il suo clima
incostantissimo. Da un giorno all'altro io vedeva l'igrometro balzare
dall'estrema siccità all'estrema umidità. Il vento settentrionale che
attraversa i deserti dell'Arabia vi arriva talmente secco che inaridisce
all'istante la pelle, e l'aria è sempre ingombra di polvere. Se
sottentra il vento di mezzogiorno, si prova subito l'opposto estremo.
L'aria, e tutto ciò che si tocca è zeppo di umidità; ed una subita
spossatezza s'impadronisce delle nostre membra. Pure si crede più
salutare il vento umido, che il secco[5].

  [5] _Tale è pure l'opinione degli abitanti di alcune città
  marittime d'Europa._

Il maggior calore da me osservato fu di 23° di _Reaumur_. Coi venti di
mezzogiorno vidi l'atmosfera carica di una specie di nebbia.

Ebbi una notte la luna al mio zenit, ed un'altra dalla banda di
settentrione: era questo effetto della latitudine, trovandomi press'a
poco a due gradi al sud del tropico. Dopo il mio arrivo mi venivano
presentati ogni giorno piccoli vasi d'acqua del miracoloso pozzo Zemzem
della Mecca: io beveva, e pagava.

La vigilia della partenza alla volta della santa città essendo venuto a
trovarmi il capitano del bastimento, ruppe il mio igrometro.




CAPITOLO XXXIII.

   _Continuazione del pellegrinaggio. — El Hhadda. — Arrivo alla
   Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio a Staffa
   ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio.
   — Presentazione al Sultano Scheriffo. — Purificazione, o
   lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. —
   Arrivo dei Wehhabiti._


Trovandomi alquanto ristabilito in salute, benchè debole assai, partii
per la Mecca il 21 gennajo alle tre dopo mezzogiorno sopra una macchina
formata di travicelli, proveduta di un materasso in forma di piccolo
soffà, coperta di panni sostenuti con archi, e collocata sopra la
schiena di un cammello. Questa macchina chiamasi _schevria_, ed è
abbastanza comoda perchè uno può adagiarvisi come vuole: ma il movimento
del cammello che io non aveva prima provato, nello stato di attuale
debolezza mi riusciva incomodissimo.

I miei Arabi incominciarono a disputare tra di loro nelle strade della
città, facendovi altissime grida: e quando credeva terminata la lite, la
vidi ricominciata appena sortito di Djedda, in modo da sospendere il
cammino per un'ora e mezzo. Finalmente essendo succeduta alla burrasca
la calma, e già caricati i cammelli, ci avviammo alle cinque e mezzo
verso levante a traverso di una pianura deserta, terminata in fondo
all'orizzonte da gruppi staccati di piccole montagne che rompono
alquanto la monotonia del deserto.

Alle otto ore e mezzo della sera eravamo arrivati presso alle montagne,
che sono piccoli ammassi di pietre affatto prive di vegetazione.

La serenità del cielo, e la luna che passava sulle nostre teste facevano
la strada deliziosa, ed i miei Arabi cantavano e danzavano intorno a me.
Ma io non mi trovava troppo bene, non potendo più sopportare il moto del
cammello. A fronte di ciò stordito dal romore de' domestici, spossato
dalla fatica e dalla debolezza, mi addormentai per due ore.
Risvegliandomi sentii rinforzarsi la febbre, e mi venne un poco di
sangue della bocca.

Intanto i miei Arabi, essendosi anch'essi addormentati, uscirono di
strada. Dopo mezza notte accortisi d'essere su quella di Moca, piegarono
a N. E. fra montagne di mezzana altezza qua e là coperte di boschi,
finchè essendosi rimessi sulla direzione della Mecca, camminarono all'E.
fino alle sei ore del mattino di giovedì 22 gennajo, facendo alto in un
_dovar_ di baracche detto _el Hhadda_, ove trovasi un pozzo d'acqua
salmastra.

Io non posso dar conto esatto dello spazio percorso, ma suppongo che ci
trovassimo allora lontani circa otto leghe da Djedda. Le baracche di
questo _dovar_ sono tutte eguali, affatto rotonde, del diametro di sette
in otto piedi, con tetti conici alti da terra alla sommità circa sette
piedi. Sono formate da una linea di pali piantati in terra, e coperte di
foglie di palme, e di ramuscelli. Arrivando, ciascuno si prende una
baracca senza chiederne il permesso a chicchessia.

Il pozzo ha un piede e mezzo in ogni lato del quadrato, e dieci braccia
di profondità. Sta appeso alla sua apertura un secchio di cuoio con una
corda per servizio de' passeggieri. Esaminando l'interno del pozzo
vedesi, che il terreno fino a considerabile profondità è formato di
arena sciolta, poichè per impedirne lo smottamento fu palificato dalla
cima al fondo.

Le poche piante del circondario non hanno nè fiori nè frutta; e questo
luogo è precisamente una valle che va da levante a ponente in mezzo a
montagne di porfido d'un rosso più o meno oscuro.

Interessante parvemi il modo in cui in questo luogo si dà a mangiare ai
cammelli. Viene prima stesa sul suolo una stuoja, o un pezzo di tela in
forma circolare del diametro di cinque in sei piedi, sulla quale si pone
un mucchio d'erba spinosa minutamente tagliata: fatti questi
preparativi, si conduce un cammello che tranquillamente si adagia vicino
a questa tavola, poi un secondo, un terzo, un quarto, che adagiansi
nella stessa maniera a distanze eguali dalla tavola; allora cominciano a
mangiare con una politezza senza pari, e con bell'ordine, prendendo
ognuno l'erba a piccolissimi manipoli; e se taluno abbandona il proprio
luogo, il suo vicino lo riprende amichevolmente, e l'indiscreto rientra
in dovere; in una parola, la tavola dei cammelli è una fedele copia di
quella dei loro padroni.

Qui rinnovammo la cerimonia della purificazione, tal quale l'avevamo già
fatta ad Arabah, vale a dire l'abluzione generale ch'io feci con acqua
calda, e la preghiera recitata in istato di assoluta nudità, ec., come
sopra.

Gli abitanti del _dovar_ vendevano acqua dolce assai buona che
prendevano nelle vicine montagne dalla banda di mezzodì.

Partendo dal _dovar_ si venne a chiedermi, ed io diedi una
gratificazione per l'alloggio.

Alle tre ore dopo mezzogiorno si riprese la strada nella direzione di
levante. Non tardai a scoprire alcuni piccoli boschi; e verso sera si
passò in mezzo a montagne vulcaniche coperte di lava nera, e vidi gli
avanzi di alcune case rovinate dai _Wehhabiti_. Poi attraversando molte
collinette, alle undici e mezzo della sera ci trovammo in profonde e
strette gole, ove la strada tagliata a _zig-zag_ offre una eccellente
posizione militare. La sera di giovedì 23 gennajo 1807, 14 del mese
_doulkaada_ dell'anno 1221 dell'Egira, giunsi a mezza notte col favore
della Divina misericordia alle prime case della santa città della Mecca,
quindici mesi dopo sortito da Marocco.

Erano all'ingresso della città molti _Mogrebini_, o Arabi occidentali,
che mi aspettavano con piccoli vasi d'acqua del pozzo di _Zemzem_, che
mi offrirono per bere, pregandomi a non riceverne da altra persona, ed
assicurandomi di tenerne approvvigionata la mia casa: mi soggiunsero poi
all'orecchio di non bevere giammai di quella che mi offrirebbe il capo
del pozzo.

Molti particolari della città che pure mi aspettavano, disputavansi tra
di loro l'onore o il vantaggio di alloggiarmi, perchè gli alloggi sono
la principale speculazione degli abitanti sui pellegrini: ma le persone
che in tempo del mio soggiorno a Diedda eransi incaricate di provvedere
a tutti i miei bisogni, posero fine alle dispute, conducendomi in una
casa che m'era stata preparata accanto al tempio, e presso al palazzo
del Sultano Sceriffo.

I pellegrini devono entrare a piedi nella Mecca, ma in vista della mia
malattia restai sul cammello fino alla porta della casa.

Appena entrati, io ed i miei domestici facemmo un'abluzione generale,
indi fui condotto in processione al tempio con tutta la mia gente. La
persona incaricata di guidarmi recitava camminando varie preghiere ad
alta voce; e noi le ripetevamo tutt'insieme collo stesso tuono di voce
parola per parola. Io era tuttavia così debole che doveva farmi
sostenere da due domestici. Giunsi in tal modo al tempio facendo un giro
per la principale strada onde entrarvi pel _Beb-el Selèm_, ossia porta
della salute; lo che tien luogo di felice auspicio. Dopo essermi levati
i sandali passai per questa avventurata porta posta presso all'angolo
settentrionale del tempio. Già avevamo attraversato il portico o la
galleria; già stavamo per mettere il piede nel grande cortile, in cui è
posta la casa di Dio, quando la guida arrestò i nostri passi, e tenendo
il dito rivolto alla _Kaaba_, mi disse con enfasi: _Schous, schous
el-Beït-Allah el Haram_; «osservate, osservate la casa di Dio, la
proibita». Il numeroso seguito che mi circondava, il portico di colonne
a perdita di vista, l'immenso cortile del tempio, la casa di Dio coperta
della sua tela nera dall'alto fino al basso e circondata di lampade, il
silenzio della notte, e la guida che parlava come un ispirato;
tutt'insieme formava un imponente quadro che mai non si cancellerà dalla
mia memoria.

Entrammo nella corte per un sentiero diagonale alto un piede, che mette
dall'angolo del nord alla _Kaaba_, che è quasi nel centro del tempio.
Prima di giugnervi ci fecero passare sotto un arco isolato come una
specie d'arco trionfale, detto _Beb-el Selema_, come la porta per cui
eravamo entrati. Giunti innanzi alla Casa di Dio, facemmo una breve
preghiera, si baciò la pietra nera portata dall'Angelo _Gabriele_, e
nominata _Stàjera el Ason'ad_, ossia pietra celeste: avendo alla testa
la nostra guida, schierati nello stesso modo con cui eravamo venuti, e
recitando le preghiere in comune, facemmo il primo giro intorno alla
Casa di Dio.

La _Kaaba_ è una torre quadrata posta quasi in mezzo al tempio, coperta
d'una immensa tela nera che non lascia di scoperto che lo zoccolo
dell'edificio, lo spazio in cui sta murata la pietra nera all'altezza
d'un uomo sull'angolo dell'est, ed un altro eguale spazio nell'angolo
del sud occupato da un marmo comune. Dalla banda del N. O. sollevasi un
parapetto all'altezza d'appoggio, che forma quasi un mezzo cerchio
separato dall'edificio, e nominato _El-Stajar Ismail_, vale a dire
_pietre d'Ismaele_.

Ecco il circostanziato racconto delle successive cerimonie di questo
atto religioso, quali le feci io stesso in quest'epoca. Consistono
queste in sette giri intorno alla _Kaaba_. Si comincia ogni giro dalla
_pietra nera_ dell'angolo dell'est seguendo la fronte principale della
_Kaaba_ ov'è la porta, e di là girando all'ouest ed al sud al di fuori
delle pietre d'_Ismaele_, e giunti all'angolo del sud si stende il
braccio destro, e dopo aver passata la mano sopra il marmo angolare
(avendo grandissima attenzione che l'inferior parte dell'abito non
tocchi lo zoccolo scoperto), si passa la mano sul volto e sulla barba,
dicendo: _In nome di Dio: Dio grandissimo, sia data lode a Dio_. Si
prosegue la marcia verso N. E., dicendo: _Oh grande Iddio! siate con me:
datemi il bene in questo mondo; e datemi il bene nell'altro_; ritornato
poscia all'angolo dell'est in faccia alla _pietra nera_, si alzano le
mani come in principio della preghiera canonica, gridando: _in nome di
Dio_; _Dio grandissimo_; ed abbassate le mani si soggiugne, _sia data
lode a Dio_; dopo ciò si bacia la pietra; e così termina il primo giro.

Il secondo giro è affatto simile al primo; ma sono diverse le preghiere
dall'angolo della _pietra nera_ fino a quello del sud. La legge
tradizionale vuole che si facciano gli ultimi giri con passo frequente,
ma atteso lo stato di debolezza in cui mi trovava feci tutti i giri
posatamente.

Alla fine del settimo dopo avere baciata la _pietra nera_ viene recitata
in comune una breve preghiera stando in piedi in faccia al muro della
Kaaba tra la porta e la _pietra nera_. Si passa dopo in una specie di
corridojo, detto _Makam Ibrahim_, o luogo d'Abramo, che sta tra la Kaaba
e l'arco isolato, e colà si recita una preghiera ordinaria. In seguito
si va al pozzo _Zemzem_, dal quale si attingono molti vasi d'acqua, e se
ne beve quanta si può berne. Finalmente si esce dal tempio per
_el-Beb-Sàffa_, porta di Saffa, di dove si sale sopra una piccola strada
che gli è in faccia, e che forma la collina di Saffa, _Diébel Saffa_. In
fondo alla strada terminata da un portico di tre archi, su cui si sale
per alcuni gradini, avvi il luogo sacro detto _Sáffa_. Quando il
pellegrino vi è salito, volge la fronte verso la porta del tempio, e
recita stando in piedi una breve preghiera.

Allora si va in processione verso la strada principale, e si attraversa
una parte del _Dièbel-Méroua_, o collina di Meroua, recitando
continuamente preghiere: in fondo alla strada che è tagliata da un'alta
muraglia, si sale per pochi gradini, col corpo rivolto al tempio, benchè
le case intermedie non permettano di vederlo, e si pronuncia sempre in
piedi una piccola preghiera. Si fa un secondo viaggio verso _Saffa_, un
terzo verso _Méroua_; e così di tempo in tempo fino alla settima volta
recitando preghiere ad alta voce, e facendo le piccole preghiere ne' due
luoghi sacri; lo che forma il settimo viaggio tra le due colline.

Avendo terminato il mio settimo viaggio a Meroua, vidi alcuni barbieri
stazionati in questo luogo per radere la testa ai pellegrini: lo che
eseguiscono con somma leggerezza, e recitando preghiere ad alta voce che
il pellegrino ripete parola per parola. Questa operazione termina le
prime cerimonie del pellegrinaggio alla Mecca.

È noto che quasi tutti i Musulmani si lasciano crescere in mezzo alla
testa una ciocca di capelli; ma perchè il riformatore _Abdoul-wehhab_
dichiarò che la conservazione di questa ciocca è un peccato, e che i
_Wehhabiti_, dominano nel paese, tutti si radono interamente la testa.
Fui dunque anch'io forzato di lasciar cadere la mia lunga ciocca sotto
le mani dell'inesorabile barbiere.

Già si avvicinava il giorno quando si terminava di soddisfare a questi
primi doveri: allora mi si disse, che poteva ritirarmi per prendere un
poco di riposo; ma perchè non era lontana l'ora della preghiera del
mattino, scelsi di tornare al tempio, malgrado la mia debolezza e la
sostenuta fatica, ed andai a casa solamente alle sei ore.

Al mezzodì dello stesso giorno tornai al tempio per la preghiera
pubblica del venerdì, dopo aver fatta un'altra volta i sette giri della
_Kaaba_, recitata una preghiera particolare, e bevuto largamente
dell'acqua dello _Zemzem_.

All'indomani sabato 24 gennajo 1807, 15 del mese Doulkaada l'anno 1221
dell'Egira, si aprì la porta della _Kaaba_; ciò che si fa soltanto tre
volte all'anno in tre diversi giorni. La prima volta affinchè tutti gli
uomini che sono alla Mecca possano fare le loro preghiere nell'interno;
la seconda, che ha luogo il giorno dopo, per le donne; e la terza,
passati altri cinque giorni, è destinata a lavare e purificare la casa
di Dio. Per questa ragione i pellegrini che non si trattengono alla
Mecca che otto o dieci giorni all'epoca del pellegrinaggio di Aàrafat,
partono senz'aver veduto l'interno del tempio.

La porta della _Kaaba_ è nella faccia del N. E. a breve distanza dalla
_pietra nera_, ed è alta circa sei piedi sopra il livello del gran
cortile del tempio. Per entrarvi vien collocata al di fuori una bella
scala di legno portata da sei ruote di bronzo.

In questo giorno fui condotto al tempio, e perchè la gente vi era
affollata, mi fecero sedere in una specie di ricinto ove sta la guardia
della _Kaaba_ in faccia alla _pietra nera_. Questa guardia è composta di
eunuchi negri. Essendosi scemata alquanto la gente, alcune guardie e la
mia guida mi condussero nella casa di Dio; e si presero essi la cura di
farmi mettere il piè destro sul primo gradino della scala. Entrato nella
_Kaaba_ fui direttamente condotto nell'angolo che guarda al sud, ove
stando in piedi col corpo, e col volto possibilmente appoggiati contro
la muraglia, recitai ad alta voce una preghiera; e quindi feci la
preghiera ordinaria in faccia all'angolo del sud. Passai subito
all'angolo che guarda all'O., e quindi all'angolo del N. facendo in
ambedue ciò che fatto aveva nell'angolo del S. Di là essendo venuto
all'angolo dell'E., ove non feci che una breve preghiera in piedi,
baciai la chiave d'argento della _Kaaba_, che un fanciullo dello
Sceriffo seduto sopra un soffà teneva a quest'oggetto in mano. Uscii
scortato dai Negri che a forza di pugni mi facevano far largo. Appena
fui fuori della _Kaaba_ baciai la _pietra nera_, e feci di nuovo i sette
giri della casa di Dio; entrai poscia entro una piccola fossa a piè
della _Kaaba_, ed accanto alla porta, ove recitai la preghiera consueta,
e dopo aver bevuta l'acqua del pozzo _Zemzem_ ritornai al mio alloggio.
Al mezzo giorno ebbi avviso di tenermi preparato ad essere presentato al
sultano Sceriffo.

Il _Nikeb-el-Ascharaf_, o capo degli Sceriffi, venne a prendermi, e mi
condusse al palazzo. Egli mi precedette, ed io rimasi alla porta
aspettando l'ordine d'entrare. Un istante dopo il capo del pozzo di
_Zemzem_, _ch'era di già mio amico_, scese per cercarmi. Montammo la
scala, a metà della quale evvi una porta che ne chiude il passaggio. Il
mio conduttore picchiò a questa porta, che fu aperta da due domestici, e
noi continuammo a salire: attraversammo in seguito un corritojo oscuro,
e dopo aver lasciate le pappuzze in questo luogo, entrammo in una bella
sala, ov'era il sultano Sceriffo, detto Sceriffo _Ghàleb_, seduto presso
ad una finestra, e circondato da sei personaggi che stavano in piedi.
Poichè l'ebbi salutato mi fece le seguenti interrogazioni.

S. Parlate voi l'arabo[6]?

  [6] _Lo Sceriffo mi credeva Turco._

A. Sì, Sire.

S. Ed il turco?

A. No, Sire.

S. L'arabo solamente?

A. Sì, Sire.

S. Parlate voi le lingue dei Cristiani?

A. Alcune.

S. Qual è il vostro paese?

A. Aleppo.

S. Siete voi uscito assai giovane della vostra patria?

A. Sì, Sire.

S. Ove foste durante la vostra assenza?

Gli raccontai la mia storia. Allora lo Sceriffo disse a quello che gli
stava a sinistra: _parla assai bene l'arabo; il suo accento è veramente
arabo_; e volgendomi di nuovo la parola, dissemi alzando la voce,
_avvicinatevi_. Mi appressai un poco, ed egli ripetè, _avvicinatevi_; ed
allora mi avanzai fino a lui. _Sedetevi_, mi disse, ed essendomi
affrettato di ubbidirlo, fece pure sedere il personaggio che gli stava a
sinistra.

Voi avrete senza dubbio notizie del paese de' cristiani, ripigliò lo
Sceriffo: ditemi le ultime che aveste. Gli feci un breve quadro dello
stato attuale d'Europa. Mi domandò: sapete voi leggere e scrivere il
francese? Un poco, Sire. — _Soltanto un poco, o bene?_ Un poco, e non
più, Sire. _Quali sono le lingue che parlate e scrivete meglio?_
L'italiano e lo spagnuolo. Così continuammo a conversare più di un'ora.
In appresso dopo avergli presentato il mio regalo, ed il firmano del
Capitano pascià, mi ritirai accompagnato dal capo dello _Zemzem_, che mi
condusse fino a casa.

Prima di passar oltre voglio dare contezza di questo importante
personaggio, ch'erasi fatto mio amico. Era questi un giovane di ventidue
in ventiquattr'anni, di una bellissima figura, occhi vivaci, ben
vestito, assai gentile, d'un'aria dolce e seducente, e fornito di tutte
le esteriori qualità che rendono amabile una persona. Depositario della
intera confidenza dello Sceriffo, occupa il più importante impiego. È
l'avvelenatore in titolo.... Rassicurati, lettore; nè questo nome ti
faccia tremare per me. Quest'uomo pericoloso mi era noto anche avanti.
Dopo la prima volta che fui al _Zemzem_, egli mi faceva assiduamente la
corte; aveva già da lui ricevuto un magnifico pranzo; ogni giorno
mandavami due bottiglie d'acqua del pozzo miracoloso: spiava i momenti
in cui mi recava al tempio, e si affrettava di venire a presentarmi coi
più dilicati modi una tazza colma d'acqua miracolosa, che io beveva
senza timore fino all'ultima goccia. Questo scellerato tiene gli stessi
modi verso tutti i Pascià, e personaggi d'importanza, che recansi alla
Mecca. Dietro il più leggiero sospetto, e per capriccio, lo Sceriffo
ordina, e lo sventurato straniero ha ben tosto cessato di esistere.
Siccome sarebbe un'empietà il rifiutare l'acqua sacra presentata dal
Capo del pozzo, quest'uomo con tal mezzo è padrone della vita di tutti i
pellegrini; ed ha già sacrificato molte vittime. Da tempo immemorabile i
sultani Sceriffi della Mecca tengono un avvelenatore alla loro corte; ed
è cosa notabile che non si curino di tenere celato l'arcano, poichè si
conosce in Egitto ed a Costantinopoli a segno, che il Divano ha più
volte mandati alla Mecca Pascià, ed altri personaggi per isbarazzarsene
in tal maniera. Ecco la ragione per cui i Mogrebini, e gli Arabi
d'occidente erano solleciti di prevenirmi di stare in guardia al mio
arrivo in questa città. I miei domestici non sapevano soffrire il
traditore, ed io gli dava i meno equivoci segni di confidenza,
affrontava le sue acque, ed i suoi pranzi con una serenità
imperturbabile; e soltanto ebbi la precauzione di tener sempre in tasca
tre prese di _zinco vitriolato_, vomitivo assai più efficace del tartaro
emetico, e che opera all'istante, onde usarne tostochè avessi il più
piccolo indizio di tradimento.

Parvemi che lo Sceriffo fosse dell'età di trenta in quarant'anni: la sua
carnagione è alquanto bruna; ha grandi e begli occhi, e barba regolare;
è grasso, e non pertanto assai vivace. Il suo abito consiste in un
_benisch_, _caftan_ esteriore, un _caftan_ interiore con uno sciallo di
cachemiro, ed un cachemiro, ed altro sciallo della stessa qualità per
turbante. Aveva dietro di lui un gran cuscino, un altro a lato, ed un
terzo più piccolo avanti, sul quale si appoggiava frequentemente. Nella
sala non vidi altri arredi nè ornamenti fuorchè un gran tappeto che
copriva tutto il suolo. In tempo della mia visita il sultano Sceriffo
fumava una pipa persiana, o _nerguilè_, ch'era posta in una altra
camera, e la di cui canna di cuojo per mezzo d'un foro fatto nel muro
terminavasi alla sua bocca. Il riformatore _Abdoulwehhàb_ avendo
dichiarato che l'uso del tabacco è peccaminoso, ed i suoi segretarj che
dominano l'Arabia essendo generalmente temuti, non si fuma che con molta
circospezione, e quasi di furto.

All'indomani, domenica 25 gennajo, resi la visita al _Nekih-el-Ascharaf_,
o capo degli sceriffi, e gli feci un piccolo regalo. Mi diede tutti i
segni di distinzione e d'amicizia, che io poteva desiderare. Era il
secondo giorno dell'apertura della _Kaaba_, come si disse poc'anzi,
ma era il giorno esclusivamente destinato per le donne. Esse vi
entrarono in folla per recitarvi le loro preghiere, e come gli uomini
esse fanno i sette giri intorno.

Il lunedì 29 gennajo, 20 del mese doulkaada, si lavò e purificò la
_Kaaba_ colle seguenti cerimonie. Due ore dopo il levar del sole il
sultano Sceriffo venne al tempio accompagnato da circa trenta persone, e
da dodici guardie parte Negri e parte Arabi. La porta della _Kaaba_ era
già aperta e circondata da immenso popolo, ma non eravi ancora la scala.
Il sultano Sceriffo montato sopra le spalle degli uni, e su la testa
degli altri entrò nella _Kaaba_ cogli Scheih principali delle tribù; gli
altri volevano fare lo stesso, ma le guardie negre ne vietavano
l'ingresso a colpi di pugni e di canne. Io stava lontano dalla porta per
evitare la folla, quando per ordine dello Sceriffo il capo di _Zemzem_
mi fece segno colla mano di avanzare; ma come farmi avanti a traverso di
più di mille persone ch'erano tra me e la _Kaaba_?

Tutti i portatori d'acqua della Mecca appressavansi coi loro otri pieni,
ch'essi facevano avanzare di mano in mano fino alle guardie negre della
porta, come pure un gran numero di piccole scope di foglie di palma.

I Negri cominciarono a gettar acqua sul suolo della sala che è
lastricata di marmo, e vi si gettò ancora acqua di rose. Quest'acqua
scolando per un foro posto sotto la soglia della porta, era avidamente
raccolta dai fedeli; ma perchè non era proporzionata ai loro desiderj, e
che i più lontani ne chiedevano ad alta voce per bevere e per bagnarsi,
le guardie negre colle tazze e colle mani la gettavano con profusione
sul popolo. Ebbero l'attenzione di farmene passare un piccol vaso, ed
una tazza, colla quale ne bevei quanto mi fu possibile, e sparsi il
rimanente sul mio corpo; imperciocchè quest'acqua, quantunque salsa
alquanto, porta seco la benedizione di Dio, ed altronde è bene
aromatizzata dall'acqua di rose.

Feci allora uno sforzo per avvicinarmi; molte persone mi sollevarono
sopra la folla, e camminando sopra le teste giunsi finalmente alla
porta, ove le guardie negre mi ajutarono ad entrare. Io era preparato a
tale operazione, non avendo in dosso che la camicia, un _caschaba_, o
camicia di lana bianca senza maniche, il turbante, ed il _hhaik_ che mi
avviluppava.

Il sultano Sceriffo scopava egli medesimo la sala. Appena entrato, le
guardie mi levarono il _hhaik_, e presentaronmi un fascio di piccole
scope, delle quali ne presi alcune in ogni mano. All'istante gettarono
molta acqua sul pavimento, ed io incominciai a scopare a due mani con
un'ardente fede, quantunque il suolo fosse di già pulito come uno
specchio. Durante questa operazione, lo Sceriffo che avea finito di
scopare e di profumare la sala, stava orando.

Mi venne in appresso presentata una tazza d'argento piena d'una pasta
fatta con raschiatura di sandalo, legno assai aromatico, e bagnato con
essenza di rose; stesi questa pasta sulla parte inferiore della parete
incrostata di marmo al disotto della tappezzeria che copre la parte
superiore ed il palco. Mi fu poi dato un pezzo di legno d'aloè che feci
abbruciare in una grande bragiera per profumare la sala.

Allora il sultano Sceriffo mi proclamò _Hhaddem-Bèit-Allah-el-Haram_,
vale a dire _servitore della casa di Dio la proibita_; e ricevetti le
congratulazioni di tutti gli assistenti. Dopo recitai le mie preghiere
nei tre lati della sala, come la prima volta, lo che pose termine ai
miei doveri. Mentre mi occupava di quest'atto di pietà, il sultano
Sceriffo erasi ritirato.

Un gran numero di donne che stavano nel cortile riunite in corpo a
qualche distanza dalla porta della _Kaaba_, gettavano di quando in
quando acute grida di gioja.

Mi fu data un poco di pasta di sandalo con due piccole scope che io
custodii religiosamente siccome preziose reliquie. Le guardie ajutaronmi
a scendere sopra il popolo, che mi prese, e mi pose in terra
felicitandomi dell'avvenimento. Passai di là al _Makam-Hibrahim_ per
farvi una preghiera, vi fui ricoperto del mio _hhaik_, ed entrai in casa
mia tutto bagnato.

Altri impiegati del tempio mi portarono successivamente acqua del
lavacro, ed un vaso me ne mandò il figlio dello Sceriffo che aveva la
chiave della _Kaaba_, aggiugnendovi un cartoccio ripieno di raschiatura
di sandalo ridotta in pasta con acqua di rose, un altro cartoccio di
altri aromi, un cero, e due piccole scope. Dovetti corrispondere a tanti
favori nel miglior modo possibile.

Il martedì 3 febbrajo, 25 del mese doulkaada, la grande tela nera che
copre l'esteriore della _Kaaba_ fu tagliata un poco sopra alla porta, e
tutto all'intorno dell'edificio; cosicchè rimase scoperto nella parte
inferiore; lo che compie la cerimonia detta _Yaharmo-el-Bèit-Allah_,
cioè _purificazione della casa di Dio_.

In questa operazione tutti gl'impiegati del tempio procurano di ottenere
qualche pezzo della tela, che dividono in minutissimi pezzetti per farne
certe reliquie, che regalano poi ai pellegrini, obbligati di
corrispondere a questo favore con qualche gratificazione. Io ne
ricevetti tante che... Dio sia lodato!

In questo giorno medesimo un corpo d'armata de' _Wehhabiti_ entrò nella
Mecca per soddisfare ai doveri del pellegrinaggio, e per impadronirsi
della santa città. Io li vidi entrare per accidente. Mi trovava alle
nove ore nella strada principale, quando vidi venire una folla di uomini
strettamente serrati gli uni contro gli altri, non avendo altra veste
che un panno intorno alle reni, ed alcuni una salvietta posta sulla
spalla sinistra, e sotto l'ascella destra; del resto affatto nudi ed
armati di fucili a miccia con un _cangiar_, o grande coltello curvo
appeso alla cintura. Alla vista di questo torrente d'uomini nudi ed
armati tutta la gente sgombrò la strada. Io rimasi al mio luogo, salendo
sopra un mucchio di rottami onde meglio osservarli. Vidi avanzare una
colonna che parvemi numerosa di cinque in sei mila uomini talmente
serrati su tutta la larghezza della strada, che non avrebbero potuto
movere una mano. La colonna era preceduta da tre o quattro uomini a
cavallo armati di una lancia lunga due piedi, e seguita da altri
quindici o venti montati sopra cavalli, cammelli, e dromedarj colla
lancia alla mano come i primi; ma non avevano nè stendardi, nè tamburri,
nè verun altro stromento, o trofeo militare. Marciando altri mettevano
grida di santa allegrezza, altri confusamente recitavano preghiere ad
alta voce; ognuno a modo suo.

Salirono in tale ordinanza fino alla più alta parte della città, ove
giunti incominciarono a sfilare a piccoli corpi separati per entrare nel
tempio per la porta _Beb el-Salem_.

Un gran numero di fanciulli della città, che d'ordinario servono di
guida agli stranieri gli si fecero incontro, presentandosi loro in
piccoli gruppi per insegnar loro le sacre cerimonie: osservai che tra
queste guide non eravi un solo uomo di età matura. Già i primi corpi in
atto d'incominciare i giri della _Kaaba_ si facevano premura di baciare
la _pietra nera_, quando altri impazienti d'aspettare, si avanzano
tumultuariamente, mischiandosi coi primi, e facendo una tale confusione
che più non era intesa la voce delle guide. Alla confusione tien dietro
il tumulto: tutti vogliono ad un tempo baciare la _pietra nera_, tutti
vi si affollano, e molti cercano di aprirsi un passo col bastone. Invano
uno de' loro capi monta sullo zoccolo presso alla pietra sacra per
rimettere l'ordine; le sue grida, i suoi segni tornano vani perchè il
santo zelo della casa di Dio che li divora non permette loro d'udir
ragione, nè la voce del capo. Il movimento in giro s'accresce per mutuo
impulso. Finalmente si vedono, a guisa d'uno sciame di api, che volano
intorno all'alveare, girare confusamente intorno alla _Kaaba_, e nel
loro confuso zelo rompere coi fucili che hanno sulle spalle tutte le
lampadi di vetro che circondano la casa di Dio.

Dopo le diverse cerimonie intorno al tempio, doveva ognuno bere l'acqua
del pozzo miracoloso, e spargerne sul proprio corpo, ma perchè ogni cosa
facevasi disordinatamente, ben tosto i secchi, le corde, le tazze sono
fatte in pezzi: i capi e gl'impiegati dello _Zemzem_ abbandonano il loro
posto; ed i _Wehhabiti_ rimasti soli padroni del pozzo si danno mano,
formano una catena, scendono in fondo, ed attingono l'acqua come
possono.

Il pozzo chiede elemosine, offerte la casa di Dio, mercede le guide; ma
la maggior parte de' _Wehhabiti_ non avevano alcuna moneta; e soddisfano
a quest'obbligo di coscienza dando venti o trenta grani di polvere assai
grossa, alcuni piccoli pezzi di piombo, e pochi grani di caffè.

In fine delle cerimonie avendo essi i capelli lunghi un pollice, si
fecero coscienza di farli radere, la quale operazione si eseguì nelle
strade, ed i barbieri furono pagati colla stessa qualità di monete onde
furono compensate le guide e gl'inservienti del tempio.

I _Wehhabiti_ di Draaïya, principale luogo della riforma, hanno il color
di rame. Sono in generale ben fatti e perfettamente ben proporzionati,
ma di bassa statura: ed ho specialmente distinti tra loro alcuni che
avevano così belle teste da poter pareggiarsi a quelle dell'_Apollo_,
dell'_Antinoo_, o del _Gladiatore_. Hanno pure gli occhi vivacissimi, il
naso e la bocca regolarissimi, i denti belli, ed una fisonomia piena
d'espressione.

Figuriamoci una folla d'uomini nudi ed armati, quasi privi di ogni idea
di civiltà, e parlanti un linguaggio barbaro: questo primo quadro è
spaventoso, e ributta l'immaginazione; ma sormontata questa prima
impressione, trovansi in questi uomini alcune rare qualità; essi non
rubano giammai nè colla violenza, nè coll'astuzia, se non quando credono
che l'oggetto appartenga al nemico, o ad un infedele; tutto ciò che
comprano, e qualunque servigio venga loro reso si paga colla loro
moneta. Ciecamente sottomessi ai loro capi soffrono in silenzio tutte le
fatiche, e si lascerebbero condurre in capo al mondo. Finalmente si
conosce essere costoro uomini dispostissimi ad essere inciviliti, se
fosse loro data una conveniente direzione.

Ritornato a casa mia seppi che arrivavano altri corpi di _Wehhabiti_ per
soddisfare al dovere del pellegrinaggio. Intanto che faceva egli il
sultano Sceriffo?.... nell'impotenza di resistere a tante forze stava
rinchiuso, o a meglio dire nascosto, temendo di essere attaccato; le
fortezze approvvigionate e poste in istato di difendersi; i soldati
Arabi, Mogrebini, e Negri non abbandonavano i loro posti: vidi guardie e
scorte ai forti, e varie porte chiuse e murate; in una parola tutto era
disposto per rispingere un'aggressione. Ma la moderazione dei
_Wehhabiti_, e le trattative dello Sceriffo resero inutili le prese
precauzioni.




CAPITOLO XXXIV.

   _Pellegrinaggio ad Aarafat. — Grande riunione di pellegrini. —
   Descrizione di Aarafat. — Sultano ed armata dei Wehhabiti.
   Cerimonie di Aarafat. — Ritorno a Mosdelifa. — Ritorno e
   cerimonie a Mina. — Ritorno alla Mecca e fine del
   pellegrinaggio. — Appendice al pellegrinaggio._


Il gran giorno del pellegrinaggio al monte _Aarafat_ era il martedì 17
febbrajo. Io partii il 16 dopo mezzogiorno, in una _chevria_ posta sopra
un cammello, eguale a quella di cui mi valsi per venire da Djedda alla
Mecca. Alle due circa dopo mezzogiorno passai innanzi alla caserma delle
guardie negre, posta all'estremità settentrionale della città.

Di là piegando a levante giunsi dopo pochi minuti in faccia ad una gran
casa di campagna dello sceriffo, ed un quarto d'ora dopo scopersi la
celebre montagna _Diebel Nor_, ossia montagna della luce, sulla quale
l'Angelo _Gabriele_ portò al più grande dei profeti i primi capitoli del
Corano. Questa montagna s'inalza isolata in figura di pane di zucchero,
sopra il livello delle altre montagne che la circondano. Eravi altra
volta sulla sommità una cappella, che era una stazione del
pellegrinaggio, ma i _Wehhabiti_ dopo averla atterrata, posero una
guardia alle falde della montagna per impedire ai pellegrini di salirlo
per farvi le preghiere, che _Abdoulwehhab_ dichiarò superstiziose. Vi si
saliva, mi fu detto, per una scala tagliata nella roccia; e trovandosi
questa montagna distante un quarto di lega a sinistra dalla strada, non
la vidi che passando cogli altri pellegrini, ma pure ne presi uno
schizzo in prospettiva.

Seguendo la strada verso l'E. S. E. vidi alle tre ore meno un quarto una
piccola sorgente d'acqua dolce, con vasche artefatte, e poco dopo entrai
in Mina. Il primo oggetto che si scopre entrando nel borgo è una
fontana, in faccia alla quale vedesi un'antica opera che il volgo dice
essere stata fatta dal demonio.

Il borgo di Mina, chiamato anche _Mòna_, non ha che una sola strada, ma
così lunga che io impiegai venti minuti per arrivare dalle prime alle
ultime case. Sonovi belli edificj, molti de' quali cadono in rovina, o
sono senza tetto, ed alcuni recinti con muraglie a secco alte cinque
piedi che vengono affittati ai pellegrini ne' giorni della Pasqua.

A tre ore e mezzo feci porre il campo fuori di Mina dal lato di levante
in una piccola pianura presso ad una moschea circondata di mura come una
specie di fortezza.

Tutto il paese attraversato fin qui è una angusta valle chiusa da
montagne granitiche affatto sterili. Tutta la strada era coperta di
cammelli, di persone a piedi ed a cavallo, e da un gran numero di
_schevrias_.

Un distaccamento di _Wehhabiti_ montati sopra dromedarj, che io aveva
incontrati alle falde del Dièbel-Nor venne ad accamparsi avanti alla
porta della moschea. Fu ben tosto raggiunto da altri corpi della stessa
nazione montati egualmente sopra dromedarj o cammelli; ed in breve tutta
la pianura ne fu piena. Dopo tramontato il sole giunse il sultano de'
_Wehhabiti_, _Saaoud_, la di cui tenda era stata preparata al piede
della montagna in poca distanza dalle mie.

Una carovana di Tripoli di Barbaria, un'altra dell'Iemen, di una
quantità di pellegrini negri del Soldano, o dell'Abissinia, molti Turchi
giunti per la strada di Suez, assai Mogrebini venuti per mare, una
carovana di Bassora, ed altre del Levante: gli Arabi dell'alto e del
basso Egitto, quelli del paese, ed i _Wehhabiti_, trovavansi allora
riuniti, o piuttosto ammucchiati gli uni su gli altri in quest'angusta
pianura, nella quale i pellegrini devono accamparsi per dovere, perchè
la tradizione riferisce che il santo Profeta faceva lo stesso qualunque
volta andava ad Aàrafat.

Non era giunta la carovana di Damasco, quantunque partisse con molte
donne, e fosse scortata dalla truppa, e dall'artiglieria portando il
ricco tappeto che ogni anno viene mandato da Costantinopoli pel sepolcro
del Profeta a Medina; perchè i _Wehhabiti_ che riguardano questa usanza
come peccaminosa gli vennero incontro fin presso a Damasco, e fecero
sapere a quel Pascià _Emir-el-Stage_, che la comandava, che non si
poteva ricevere il tappeto destinato pel sepolcro; che se voleva
proseguire il viaggio per la Mecca, dovesse rimandare addietro i
soldati, l'artiglieria e le donne, e che trasformandosi in tal modo in
veri pellegrini, la carovana non incontrerebbe verun ostacolo nel suo
viaggio. Non volendo il Pascià sottomettersi a tali condizioni fu
costretto di retrocedere. Altri pretendono che si esigesse da lui una
forte contribuzione di denaro: ma ciò è contraddetto da altri meglio
informati.

Il martedì 17 febbrajo del 1807 (9 Doulhagea, 1221 dell'Egira) alle sei
ore della mattina, era in cammino nella direzione di S. E. ¾ E. A breve
distanza dal luogo della partenza lasciai a destra una casa dello
Sceriffo; alle sette passai _Mosdèlifa_, piccola cappella con una gran
torre in una stretta valle; e dopo avere attraversata una gola ancora
più chiusa tra le montagne, camminai lungo una vallata al S. E. che
sbocca alle falde del monte Aàrafat, ove giunsi alle nove ore del
mattino.

Il monte _Aàrafat_ è l'oggetto primario del pellegrinaggio dei
musulmani; quindi molti dottori furono d'opinione che quando non
esistesse più la casa di Dio, il pellegrinaggio al monte Aàrafat sarebbe
tanto meritorio quanto il fare i sette giri della _Kaaba_; e questa è
pure la mia opinione.

Non è che al monte Aàrafat ove uno possa formarsi un'idea dell'imponente
spettacolo che presenta il pellegrinaggio de' musulmani: una immensa
folla d'uomini di tutte le nazioni, di tutti i colori, venuti dalle
estremità della terra attraverso di mille pericoli, e sopportando gravi
fatiche, per adorare assieme lo stesso Dio, lo stesso Dio della natura;
l'abitante del Caucaso presentando una mano amica all'Etiope o al Negro
della Guinea; l'Indiano ed il Persiano fraternizzando col Barbaresco e
col Marocchino; tutti risguardandosi come fratelli, o come individui
d'una sola famiglia, uniti dai legami della religione, parlando la
maggior parte, o almeno intendendo la stessa lingua, la sacra lingua
dell'Arabia: nò, alcun culto non presenta ai sensi uno spettacolo più
semplice, più maestoso!.....[7] Filosofi della terra permettete,
permettete ad _Ali Bey_ di sostenere la sua religione, come voi
sostenete lo spiritualismo o il materialismo, il vuoto o il pieno, la
necessità dell'esistenza o la creazione. Il monte Aàrafat è una rupe
granitica come le altre montagne vicine, alta circa cento cinquanta
piedi, chiusa da una muraglia, e posta alle falde di un'altra montagna
più alta all'E. S. E. d'un piano di tre quarti di lega di diametro,
circondato da ogni banda di sterili montagne. Vi si sale per alcune
scale, parte tagliate nella rupe stessa, parte formate di nuovo. Avvi
sulla sommità una cappella di cui i _Wehhabiti_ stavano allora
distruggendone l'interno. Non potei vederla perchè resta vietato
agl'individui del mio rito, cioè ai _Maleki_ di salire sulla cima,
secondo le intenzioni dell'Iman fondatore del rito; quindi ci fermiamo a
metà del monte per recitarvi la preghiera. Al piede della montagna
trovasi una piattaforma preparata a tale uso, detta _Dianaà Arràhma_, o
moschea della misericordia: secondo la tradizione, colà pregava anco il
Profeta.

  [7] Ali Bey _musulmano e filosofo umiliava la sua ragione in
  faccia ai precetti, ed alle stesse assurdità della sua
  religione. Sente alle volte i torti del suo materialismo, della
  sua intolleranza ec.: cerca di darne la colpa ai corruttori, e
  di salvarla. Era Sceriffo, e doveva essergli cara._

Presso alla montagna sonovi quattordici grandi vasche riparate dal
Sultano _Saaoud_. Somministrano esse una immensa quantità d'acqua
bonissima a beversi, che serve pure ai pellegrini per lavarsi in questo
giorno solenne. Affatto vicina dalla banda di S. O. vedesi una casa
dello Sceriffo, e ad un quarto di lega a N. O. trovasi un'altra
piattaforma sulla quale si fa la preghiera, ed è intitolata _Diaman
Ibrahim_, moschea di _Abramo_.

Fu sul monte Aàrafat che il comun padre degli uomini incontrò o
riconobbe la nostra madre _Eva_ dopo un lungo divorzio, e per tal
ragione questo luogo si chiama Aàrafat, ossia riconoscimento. Si crede
che fosse lo stesso _Adamo_ il fabbricatore della cappella, che i
_Wehhabiti_ hanno cominciato a distruggere[8].

  [8] _Questo sarà probabilmente il più antico edificio del
  mondo._

Dopo la preghiera dell'_aassar_, che ognuno fa nella propria tenda, e
tutto essendo pronto per la partenza, prescrive il rituale di portarsi
presso alla montagna per aspettarvi il cadere del sole. Per ubbidire a
tale precetto i _Wehhabiti_ ch'erano accampati in luoghi assai lontani,
cominciarono ad avvicinarsi, avendo alla testa il Sultano _Saaoud_, ed
_Abounocta_ loro secondo capo. In poco tempo vidi sfilare un'armata di
_quarantacinque mila Wehhabiti_ quasi tutti montati sopra cammelli o
dromedarj, con un migliajo di cammelli carichi d'acqua, di tende, di
legna da bruciare, e di fieno per i cammelli dei capi. Un corpo di
dugento uomini a cavallo portava stendardi d'ogni colore appesi sopra le
lancie: e mi fu detto che questa cavalleria apparteneva al secondo capo
_Abounocta_. Vedevansi inoltre sette in otto altre bandiere tra le file
de' cammelli, ma senza verun'altra insegna, senza tamburi, trombette, od
altri stromenti militari. Siccome tutti questi uomini erano affatto
nudi, non esclusi i loro capi, non mi fu possibile di ben distinguerli.
Pure un vecchio venerando con una lunga barba bianca, e preceduto da uno
stendardo reale parvemi essere il Sultano. Tale stendardo di color verde
aveva per insegna distintiva la professione di fede = _Là illaha ila
Allah_ = «Non v'è altro Dio che Dio» ricamata a grandi caratteri
bianchi.

Riconobbi perfettamente per i lunghi ondeggianti suoi cappelli uno de'
figliuoli di _Saaoud_, fanciullo di sette in otto anni, di una
carnagione bruna come gli altri, vestito con una grande camicia bianca,
circondato da una scorta particolare, e montato sopra di un bellissimo
cavallo bianco, senza speroni, essendo il costume de' _Wehhabiti_ che
non conoscono selle; questo era coperto di un drappo rosso ricamato, e
sparso di stelle d'oro.

La montagna e tutto il contorno furono ben tosto coperti di _Wehhabiti_:
in seguito avvicinaronsi alla montagna le carovane ed i pellegrini.
Malgrado le dissuasioni de' miei domestici ardii penetrare tra i
_Wehhabiti_, avanzandomi fino al loro centro onde vedere più da vicino
il Sultano: ma molti di loro, cui io ne feci inchiesta, mi assicurarono
che la cosa era impossibile, perchè il timore di un avvenimento uguale a
quello dello sventurato _Abdelaazis_, ch'era stato assassinato, aveva
fatto moltiplicare le guardie intorno alla persona di Saaoud.

Devo per amore di verità confessare, che ho trovato ragionevoli e
moderati tutti quei _Wehhabiti_ con cui ebbi opportunità di parlare, e
da costoro ebbi la maggior parte delle notizie che soggiugnerò in ordine
alla loro setta. Peraltro a fronte di tanta moderazione, nè gli
abitanti, nè i pellegrini possono senza fremere udirne il nome; e non lo
pronunciano che dicendone male; e cercano a tutto potere di non avere
comunicazione di sorte con simil gente.

Il Sultano Sceriffo aveva, secondo la pratica stabilita, mandato un
corpo delle sue truppe con quattro pezzi d'artiglieria; ed era voce che
venisse in persona, lo che non si verificò. È antichissima costumanza
che un Imano dello Sceriffo venga ogni anno a fare un sermone sulla
montagna. Venne anche quest'anno, ma fu dal Sultano _Saaoud_ rinviato
prima di cominciarlo, e vi supplì il suo Imano, che io non ho potuto
intendere per essere troppo distante, ma i _Wehhabiti_ lo applaudirono
assai.

Non mi sarebbe mancato modo d'introdurmi presso il Sultano _Saaoud_, ed
ardentemente lo desiderava; ma prevedendo che ciò mi avrebbe reso
sospetto al Sultano Sceriffo, il quale avrebbe attribuito qualche motivo
politico alla mia curiosità, me ne astenni.

Stavamo sulla montagna aspettando l'istante del tramontar del sole.
Arrivato questo momento.... quale confusione! Figurisi una massa di
ottantamila uomini, duemila femmine, un migliajo di fanciulli, con
sessanta in settantamila tra cammelli, asini e cavalli, che in sul far
della notte vogliono tutti entrare correndo, come ordina il rituale, in
un'angusta valle, camminando gli uni sopra gli altri in mezzo ad una
nuvola di polvere, e ad una foresta di lancie, di fucili, di spade: ed
in tal modo forzando il passaggio il meglio che per noi si poteva,
pressandosi, urtandosi gli uni gli altri, si tornò a Mosdelifa in un'ora
e mezzo, quando eransene impiegate più di due nella venuta.

   [Illustrazione: VEDUTA DI MINA, E DELL'ACCAMPAMENTO D'ALI BEY
   AL SUO RITORNO DA ARAFAT.]

La ragione di tanta precipitazione ordinata dal rituale, è quella che
non deve farsi la preghiera della sera, ossia del _Mogareb_, ad Aàrafat,
ma bensì a Mosdelifa nello stesso tempo di quella dell'_Ascha_, ossia
della notte. Tali preghiere si fanno in privato; ogni famiglia, ogni
unione di gente la fa nel luogo ove si trova. Noi ci facemmo premura di
recitarle subito arrivati, avanti d'alzare le tende, ed il giorno si
terminò con reciproche felicitazioni intorno alla prosperità della
nostra santificazione col pellegrinaggio del monte Aàrafat.

All'indomani mercoledì 18 febbrajo (10 del mese doulhaeja, e primo dì di
Pasqua), noi partimmo alle cinque ore e mezza del mattino per andare ad
accamparsi a Mina. Appena arrivati, posto piede a terra, camminammo a
furia verso la casa del _diavolo_, che sta in faccia alla fontana.
Ognuno aveva sette pietre della grossezza d'un pisello, raccolte a bella
posta nella precedente notte a Mosdelifa per gettarle al di sopra del
muro nella casa del _diavolo_. I Musulmani di rito _maleki_, com'erano,
le gettano una dopo l'altra, dopo avere pronunciate queste parole:
_Bison illah-allah-huakibar_, cioè _in nome di Dio, Dio grandissimo_.
Siccome il _diavolo_ ebbe la malizia di porre la sua casa in luogo assai
angusto, che non ha forse trentaquattro piedi di larghezza, e che è
inoltre occupato da aspre grotte che conviene sormontare per gettare le
pietre con sicurezza, e più ancora perchè tutti i pellegrini vogliono
eseguire questa santa operazione nell'istante che arrivano a Mina, vi si
forma una strana confusione. Ne venni a fine coll'ajuto de' miei
domestici, e soddisfeci esattamente a questo santo dovere, non però
affatto felicemente, avendo riportate due ferite nella gamba sinistra.
Mi ritirai poscia nella mia tenda per ristorarmi dalle sostenute
fatiche, onde potere nello stesso giorno celebrare ancora il sacrificio
pasquale. Anche i _Wehhabiti_ costumano di gettar le pietre, perchè
soleva fare lo stesso il Profeta.

Devo encomiare la moderazione ed il buon ordine che si mantennero in
mezzo a tanta folla di gente di così lontane e diverse nazioni. Più di
duemila donne confuse con ottantamila uomini non diedero motivo alla più
piccola malintelligenza, e quantunque vi fossero quaranta o
cinquantamila fucili, non si udì che un solo colpo partito a non molta
distanza da me: nello stesso istante accorse un capo de' _Wehhabiti_, e
corresse l'imprudente dicendogli con dolce severità: _perchè avete voi
tirato questo colpo di fucile? forse che qui si fa la guerra?_

La stessa mattina incontrai sulla strada il figlio di _Saaoud_. Era a
cavallo alla testa d'un corpo di dromedarj: sopravanzandomi presso a
Mina, e passandomi di fianco, gridò alla sua compagnia; _andiamo,
figliuoli, avviciniamoci;_ poi volgendosi a manca, e prendendo il
trotto, seguìto da tutto il corpo, si restituì alla tenda di suo padre,
accampato alle falde della montagna come il giorno precedente. Le mie
tende si alzarono presso a quelle delle truppe dello Sceriffo.

Il giovedì 19 febbraio essendomi levato in sullo spuntare del giorno per
fare la preghiera, mi avvidi ch'era stato rubato il mio scrittojo, i
miei libri, le carte ed alcuni mobili. Lo scrittojo conteneva un
cronometro, alcune gioje, pochi piccoli utensili, il mio grande
suggello, varj disegni ed osservazioni astronomiche.

I miei domestici colpiti da tale accidente si fecero a cercarne in ogni
lato, temendo le conseguenze di un furto che li dichiarava trascurati
nella guardia ch'io aveva loro ordinato di fare in tempo di notte. Ma
essi erano oppressi dalla fatica de' precedenti giorni, ed altronde si
erano fatalmente fidati delle vicine guardie turche e mogrebine dello
Sceriffo.

Io feci tranquillamente la preghiera alla testa delle mie genti; e
quando il giorno permise di distinguere gli oggetti, si videro delle
carte sparse sulla montagna. Accorservi tutti i miei domestici, e
trovarono essere stata forzata la serratura dello scrittojo, e sparsi in
terra tutti i libri e le carte, ad eccezione del cronometro, delle
gioje, e delle mie tavole logaritmiche ch'erano legate elegantemente, e
che nella oscurità saranno state dai ladri credute un Corano.

   [Illustrazione: LUOGO SACRO NOMINATO SAFFA COMPOSTO DI TRE
   ARCHI ALLA MECCA.]

Avanti la preghiera del mezzogiorno andammo a gettare sette pietre
lavate nell'acqua contro un pilastro fatto di pietre e di calce, alto
sei piedi, largo quasi due piedi quadrati, posto in mezzo alla strada di
Mina, e creduto opera del _diavolo_: ne ho gettate altre sette contro un
altro pilastro simile, innalzato dallo stesso architetto, lontano
quaranta piedi dal primo: e le ultime sette furono gettate contro la
casa di cui si è parlato poc'anzi.

   [Illustrazione: LUOGO SACRO NOMINATO MEROUA COMPOSTO DI TRE
   GRANDI MURAGLIE ALLA MECCA.]

Il venerdì 20 febbrajo, 12 del mese doulhaeja, e terzo della Pasqua,
dopo aver ripetuta la cerimonia delle sette pietre, tornai alla Mecca.

Appena entrato in città, passai al tempio ove feci di nuovo i sette giri
della casa di Dio, in appresso dopo la preghiera e dopo aver bevuta
l'acqua dello _Zemzem_, uscii dalla porta di _Saffa_ per terminare il
pellegrinaggio coi sette viaggi tra _Saffa_ e _Meroua_, come la notte
del mio arrivo.

Quest'atto solenne era in addietro accompagnato da altre pratiche di
stazione e di devozione, inventate da varj dottori, e da anime pie; ma i
_Wehhabiti_ soppressero tutte queste addizioni quali formole
superstiziose, e non lasciarono che la seguente appendice da me
osservata in tutta la sua estensione.

La domenica 22 febbrajo, quasi tutti i pellegrini vanno una lega lontano
dalla Mecca verso l'O. N. O., in un luogo ove trovasi una moschea che
cade in ruina, detta _el-Aàmar_. Si incominciò dal fare la preghiera,
poi si posero divotamente tre pietre l'una sopra l'altra a poco distanza
dalla moschea. Si passò in appresso nel luogo ove abitò l'infame
_Abou-gehel_ acerrimo nemico del nostro santo Profeta, dove animati da
un santo furore, lo caricammo di maledizioni, gettandoli contro sette
pietre. Ritornati in città si fecero di nuovo i sette giri alla casa di
Dio, ed i sette viaggi a _Saffa_ ed a _Meroua_, che chiusero la
cerimonia del pellegrinaggio per la nostra santificazione.

Vuole la tradizione che quest'appendice sia una giunta istituita da
_Ayescha_, la più cara sposa del nostro santo Profeta.

Darò adesso una concisa notizia degl'impiegati del tempio. L'Haram ha il
suo capo principale detto _Schéich-el Haram_, ed il pozzo _Zemzem_
egualmente il suo, chiamato _Scheih Zemzem_. La _Kaaba_ è servita da
quaranta eunuchi negri, che sono ad un tempo guardie e domestici della
casa di Dio. Portano per distintivo sopra il loro abito ordinario un
grande _caftan_, o camicia di tela bianca, stretta con una cintura, uno
spazioso turbante bianco, e per ordinario una canna od una mazzetta in
mano.

Il pozzo _Zemzem_ conta pure un considerabile numero d'impiegati, e di
portatori d'acqua, ai quali spetta inoltre l'amministrazione delle
stuoje che dispiegansi tutte le sere sul suolo della corte e della
galleria del tempio.

Un altro sterminato numero d'impiegati è formato dai fabbricatori di
lampadi, smoccolatori, serventi di _Makam Ibrahim_, serventi della
piccola fossa della _Kaaba_, serventi di cadaun luogo di preghiera dei
quattro riti, portieri, domestici delle torri, serventi di _Saffa_, di
_Meroua_ ec. Inoltre domestici che custodiscono i sandali dei pellegrini
a tutte le porte d'entrata del tempio, _mudden_, o gridatori pubblici,
_imani_ e _mudden_ particolari per tutti i quattro riti, il _Kadi_ ed i
suoi impiegati, i cantori del coro, i _monkis_, ossia osservatori del
sole per annunciare le ore della preghiera, l'amministratore ed i
serventi del _tobel-kaaba_, i conservatori dalla chiave della Kaaba, il
_mouft_, le guide ec. ec.; di modo che la metà degli abitanti della
Mecca possono ritenersi impiegati o servitori del tempio, non avendo
altro salario che il prodotto delle elemosine eventuali de' pellegrini.

Per questo motivo quando arriva un pellegrino tutti gli s'affollano
intorno, tutti sforzansi a gara di servirlo e di onorarlo voglia o non
voglia: essi prendono il più grande interesse all'eterna sua salute,
facendo ogni sforzo per fargli aprire le porte del cielo con preghiere e
pratiche mistiche secondo il rito del pellegrino.

Le numerose carovane che in addietro giugnevano da tutte le parti del
mondo ove si pratica l'islamismo, provvedevano colle larghe loro
elemosine ai bisogni di tutti; ma ora che il numero è minorato assai,
pochi pellegrini si trovano abbastanza ricchi per supplire alle spese,
cresciute a dismisura, perchè il numero degl'impiegati al tempio è
ancora il medesimo, ed appena bastano in elemosine e gratificazioni
mille cinquecento in duemila franchi. Perfino i più poveri pellegrini, e
quei medesimi che viaggiano mendicando, sono costretti di lasciarvi
qualche scudo.

Siccome queste elemosine sono individuali, ogni impiegato si appropria
quello che può in pubblico o in privato, ad eccezione degli eunuchi
negri, e degl'impiegati dello _Zemzem_, che formano due specie di
corporazioni. Vero è che malgrado questa specie di società, malgrado i
loro registri e le loro casse, ogni individuo di questi due corpi cerca
di scroccare in particolare tutto quello che può.

In altri tempi le carovane portavano dai loro paesi considerabili
elemosine per parte dei loro compatriotti; ora non si manda quasi nulla:
manifesto indizio di un deplorabile rilasciamento.

In altri tempi il Capo del paese concorreva alla sussistenza
degl'impiegati, ma oggi lo Sceriffo impoverito dalla rivoluzione dei
_Wehhabiti_, invece di far elemosine, prende per sè quanto può.

Il Sultano di Costantinopoli somministra gli eunuchi negri per guardie e
domestici della _Kaaba_, e per gl'impieghi de' cantori e dei _mudden_.

I pellegrini avevano altra volta varie altre stazioni da fare, che pure
fruttavano agl'impiegati maggiori elemosine, ma i _Wehhabiti_ hanno
tutto distrutto, e privati i pellegrini del maggior merito che
acquistavano visitando que' santi luoghi, fra i quali la cappella di
_Setaa Fatima_ figlia del Profeta, di _Sidi Mahmud_, la casa
d'_Aboutaleb_ ec.




CAPITOLO XXXV.

   _Descrizione della Mecca. — Sua posizione geografica. —
   Edificj. — Mercati pubblici. — Viveri. — Arti e Scienze —
   Commercio. — Povertà. — Decadenza._


La santa città della Mecca, capitale dell'_Hedjaz_, o dell'Arabia
deserta degli antichi geografi, è il centro della religione Musulmana, a
cagione del tempio che _Abramo_ v'innalzò all'essere Supremo, oggetto
dell'attenzione di tutti i fedeli credenti.

Un gran numero di osservazioni mi diedero la latitudine della Mecca al
21° 28′ 9″ N., e la longitudine 57° 54′ 45″ E. dell'osservatorio di
Parigi. L'osservazione di molti _azimut_ dà per la declinazione
magnetica 9° 43′ 52″ O.

Trovasi alla Mecca un dignitario col titolo di _Monjim Bascki_, o capo
degli Astronomi; ma non ha verun astronomo sotto di lui, ed egli stesso
ignora perfettamente la posizione geografica della città, non avendo la
più leggiera tintura di astronomia, riguardata da lui e da tutti gli
abitanti siccome l'arte di far pronostici: pure vi è molto stimato.

La città della Mecca, in arabo _Mekka_, è posta in una valle, la di cui
compensata larghezza è di circa centocinquanta tese sopra una linea
tortuosa che va da N. E. a S. O. tra basse montagne: e per conseguenza
secondando le sinuosità della valle ha una forma affatto irregolare, e
le case fabbricate sul piano della valle, ed ancora sopra una parte del
pendio delle montagne da ambo i lati, ne accrescono l'irregolarità. Si
può avere un'idea di questa città figurandosi un ammasso di molte case
aggruppate al N. del tempio, che prolungansi in forma di luna crescente
dal N. E. al S. O. per il S. La città si sviluppa sopra una linea di
novecento tese di lunghezza all'incirca, e di dugento sessanta sei di
larghezza nel centro dall'E. all'O.

Le principali strade sono bastantemente regolari, e potrebbero quasi
dirsi belle per le eleganti facciate delle case: sono coperte d'arena,
ed assai comode. Avvezzo com'io era alle città dell'Affrica fui
graziosamente sorpreso dalla vaghezza degli edificj della Mecca.

Io suppongo che la loro forma si avvicini al gusto indiano o persiano,
che si era introdotto durante la residenza del Califfato a Bagdad. Le
case hanno due ordini di finestre, come in Cipro, con molte griglie; ma
vi si vedono altresì grandi finestre aperte come in Europa. Le più però
sono coperte da una specie di persiana leggerissima di palma che difende
dal sole senza togliere il passaggio dell'aria, piegandosi a piacere
nella loro più alta parte, come le persiane usate in Europa.

Tutte le case solidamente costrutte di pietra, hanno tre o quattro
piani, ed anche più, con facciate ornate di modonatura, zoccoli e
pitture, lo che dà loro un grazioso aspetto. Difficilmente trovansi
porte senza gli ornamenti e modonature con iscaglioni e banche ai due
lati.

I tetti sono piani in forma di terrazza, e circondati d'un muro alto
circa sette piedi; il quale muro è di tratto in tratto interrotto da un
andamento di fori fatto con mattoni bianchi e rossi posti
orizzontalmente e simmetricamente a secco onde lasciar passare l'aria,
di modo che contribuiscono ad un tempo all'ornamento della facciata, ed
a celare le donne che trovansi sulla terrazza.

Tutte le scale ch'io vidi sono strette, oscure, e con scalini troppo
alti. Le camere sono ben proporzionate in larghezza, lunghezza ed
altezza. Oltre le grandi hanno pure un secondo ordine di piccole
finestre, e come in Alessandria una tavoletta all'intorno che serve per
riporvi diversi oggetti.

La bellezza delle case prova l'antico splendore della Mecca, che gli
abitanti procurano di conservare appariscenti, per allettare i
pellegrini, formando gli affitti delle case la miglior parte delle loro
entrate. Non sonovi in questa città formali mercati, non permettendolo
l'irregolarità del terreno, e la ristrettezza dello spazio; perciò
tengonsi lungo le strade principali, e può dirsi che la grande strada
centrale sia un continuo mercato da cima a fondo della città. I
venditori stanno entro le loro baracche formate di bastoni e di stuoje,
ed alcuni non hanno che un grande parasole sostenuto da tre bastoni che
si riuniscono al centro. I mercati abbondano di commestibili, e d'ogni
sorte di oggetti grossolani; e la gente vi è sempre affollata,
specialmente nell'epoca del pellegrinaggio. Vi sono allora vivandieri
ambulanti, pasticcieri, calzolaj, sarti, e simili.

Quantunque abbondanti i viveri, ad eccezione delle carni, sono cari: un
grosso castrato si paga circa sette franchi; i polli scarseggiano, e
perciò anche le ova; e non v'è selvaggiume d'alcuna sorte. La farina
viene dal basso Egitto, i legumi ed il riso dall'India, gli erbaggi da
Taïf, di dove viene ancora formento e farina in poca quantità, e di
qualità inferiore a quella d'Egitto. Il butirro che si conserva negli
otri e ne' vasi è assai comune; ma dal calore reso liquido come l'olio.

Il prezzo delle derrate varia assaissimo a cagione della mancanza di
sicurezza del commercio: eccone i prezzi che vi si facevano in tempo del
mio soggiorno nel 1807.

                                  Piastre Turche
  Un oka di butirro                  num. 5
  Un pollo                                4
  Sei ova                                 1
  Un carico di Cammello d'acqua dolce     2
  Un oka d'olio                           4

                                        Parà
  Un oka di pane                    num. 12
  Un otre d'acqua di pozzo               15
  Un oka di legna da fuoco                3
  Un oka di carbone                      20

I pesi e le misure sono le medesime che si usano in Egitto, ma così
inesatte, che sarebbe inutile di cercarne la regola. Le monete correnti
sono pure quelle dell'Egitto. La piastra spagnuola vale in commercio
cinque piastre turche di cinquanta parà cadauna; ma a cambio non ne vale
che quattro e mezzo. Vedonsi circolare alla Mecca le monete di tutti i
paesi; onde trovansi cambiatori col loro banco ne' pubblici mercati
sempre occupati con una piccola bilancia a pesare e cambiare valute. Le
loro operazioni eseguisconsi per dir vero assai all'ingrosso, ma può
facilmente credersi che i loro errori non siano giammai a proprio danno.

Trovansi pure ne' mercati tutti i prodotti naturali ed artificiali
dell'India, e della Persia. Eravi presso alla casa in cui io alloggiavo
una fila di botteghe esclusivamente destinate alla vendita delle cose
aromatiche, delle quali io ne presi il catalogo e le descrizioni[9].

  [9] _È veramente cosa dispiacevole che questo curioso catalogo
  sia andato perduto._ (N. dell'Edit.)

Alla Mecca, siccome in tutta l'Arabia, non si fa pane propriamente
detto, ossia ciò che comunemente s'intende sotto questo nome: bensì si
fabbrica con farina diluita nell'acqua senza lievito, e talvolta con
pochissimo lievito, una piccola quantità di focaccie, di tre o quattro
linee di spessezza, e di otto o nove pollici di diametro. Vendonsi tali
focaccie mal cotte, e molli come pasta; e queste sono chiamate pane,
_hhops_.

L'acqua dolce che viene continuamente portata dalle vicine montagne di
Mina sopra cammelli è assai buona; ma l'acqua de' pozzi come anco quella
dello _Zemzem_, quantunque bevibile, è alquanto salmastra: pure il basso
popolo non beve che di questa.

Ho esaminati con particolare attenzione alcuni pozzi, e li conobbi tutti
della medesima profondità, e tutti contenenti un'acqua perfettamente
eguale. Nelle strade più vicine al tempio vi sono pozzi, e non ne
mancano pure nelle parti più rimote della città. Io ho potuto
persuadermi mercè di un attento esame intorno alla profondità, qualità,
temperatura e gusto dell'acqua, che essa deriva da una sola fonte, il di
cui livello è a cinquantacinque piedi sotto al suolo, ed il di cui
ammasso si forma col filtramento delle acque piovane.

Il suo gusto salmastro non può attribuirsi che alla decomposizione della
selenite mista colla terra.

La carne che si mangia alla Mecca non è della miglior qualità; i montoni
sono assai grandi ma tutti magri. Non si sa quasi cosa sia pesce benchè
il mare trovisi a sole dodici leghe di distanza. Gli erbaggi che vi si
portano da Taif e da altri luoghi vicini principalmente da _Santa
Fatima_, sono cipolle, cocomeri, pastinache, cetriuoli, capperi, ed una
specie d'insalata con foglie somiglianti alle gramignacee; la quale
pianta ch'io non ho potuto vedere intera, vien detta _corrat_.

Nel tempo ch'io dimorai alla Mecca non vidi altri fiori, fuorchè uno
andando ad Aàrafat. Aveva ordinato ad uno de' miei domestici di
portarmele colla pianta, ma ne fu impedito da molti pellegrini, i quali
gli rimostrarono essere peccato lo svellere, o troncare una pianta nel
pellegrinaggio d'Aàrafat: e quindi io dovetti rinunciare al solo fiore,
che scontrai in quel viaggio. Fannosi alla Mecca diverse bevande con uve
secche, zucchero, mele, ed altre frutta. L'aceto non val nulla, e si fa,
per quanto mi fu detto, coll'uva secca.

Non credo che in verun'altra città musulmana si trascurino le arti come
alla Mecca, dove non si troverebbe un uomo capace di fare una serratura,
o una chiave. Le porte vengono chiuse con grossolane chiavi di legno, le
casse ed i bauli con serrature europee. Non mi fu quindi possibile di
sostituire altre chiavi a quelle rubatemi a Mina. Le pantoffole, e le
pappuzze vengono da Costantinopoli e dall'Egitto, perchè alla Mecca non
si sanno fabbricare che sandali e scarpe cattivissime. Altra volta
eranvi alcuni incisori in pietra, che ora sono affatto mancati, e più
non si troverebbe un uomo capace d'incidere ragionevolmente una
iscrizione.

Parrebbe che in un paese, non alieno dalle armi, dovrebbero almeno
trovarsi alcuni mediocri armajuoli, pure si cercherebbe invano chi
sapesse rifare il più piccolo pezzo di un fucile europeo. Codesti
armajuoli non sanno fare che rozzi fucili a miccia, coltelli curvi e
lancie o alabarde all'uso del paese. In qualunque luogo essi trovinsi,
la loro officina è subito allestita; riducendosi a fare un buco in terra
che serve di fucina, una o due pelli di capra che un operajo agita
innanzi alla fucina, e tengono luogo di mantice, due o tre stuoje di
foglie di palma, e quattro bastoni formano le pareti ed il tetto.

Non si manca di chi sappia ripulire il vassellame di rame, che peraltro
viene dall'estero; e sonovi fabbricatori di alcune specie di vasi di
latta, di cui valgonsi i pellegrini per trasportare l'acqua miracolosa
del pozzo _Zemzem_. Vi trovai pure uno sgraziato incisore in rame.

Nè le scienze vi sono meglio coltivate delle arti: tutto il sapere degli
abitanti si ristringe al leggere il Corano, a scrivere assai male, ad
imparare fino dalla fanciullezza le preghiere e le cerimonie del santo
pellegrinaggio alla casa di Dio, a _Saffa_, ed a _Meroua_, onde poter di
buon'ora guadagnar denaro, facendo la guida ai pellegrini; sicchè si
vedono fanciulli di sei in sett'anni portati in ispalla dai pellegrini,
farne le funzioni. I pellegrini vanno replicando le parole, che questi
recitano con acutissima voce, mentre dirigono il cammino dei pellegrini,
e le cerimonie alle diverse stazioni.

Io desiderava di far acquisto di un Corano scritto alla Mecca; ma
difficilmente se ne trovano, ed anche trovandone, sono così orribilmente
scritti, e scorretti, che non possono valere ad alcun uso.

La Mecca non ha scuole regolari fuorchè di leggere e scrivere. Alcuni
_Talbi_ o dottori, per capriccio, per vanità, o per allettamento di
guadagno, vanno a sedersi sotto i portici o gallerie dell'_Haram_, ove
incominciano a leggere ad alta voce per chiamare gli uditori, che
d'ordinario vanno gli uni dopo gli altri a porsi in cerchio intorno al
precettore. Questo, come può meglio, spiega, legge, o predica; e se ne
va e ritorna come gli aggrada. Tali sono i mezzi d'istruzione che
trovansi nella santa città. Tutte le sere due o tre di cotal fatta di
dottori recansi nelle gallerie del tempio, ma io non vidi che alcun di
loro avesse giammai più di una dozzina d'ascoltanti.

Da ciò risulta che i Mecchesi sono ignorantissimi; al che contribuisce
pure assai la posizione geografica della città. La Mecca posta nel
centro di un deserto, non venne, come Palmira, dal commercio
dell'oriente cogli occidentali portata a quell'alto grado di splendore
di cui ci fanno testimonio le sue ruine, e che forse sarebbe anche di
presente una ricchissima città se non si fosse scoperto il Capo di Buona
Speranza. La Mecca trovasi lontana da ogni passaggio, nel centro
dell'Arabia, circondata a levante dal golfo Persico, dal Mar Rosso
all'occidente, dall'Oceano a mezzo giorno, e dal Mediterraneo dalla
banda del nord: però il centro di questa penisola non può essere un
centro di comunicazione coi paesi circonvicini, cui si può andare per
mare. I suoi porti possono tutt'al più servire di scala ai bastimenti
commercianti di Djedda e di Moca sul Mar Rosso, ed a quelli di Muscate
presso all'imboccatura del golfo Persico. La Mecca non è dunque per la
sua posizione destinata ad essere piazza di commercio; nè i suoi
abitanti in mezzo ad un arido deserto possono occuparsi nè
all'agricoltura, nè alla pastorizia. Quai mezzi rimangono però ai
Mecchesi per sussistere? la forza delle armi per costringere gli altri
popoli a dargli parte dei loro prodotti, o l'entusiasmo religioso per
chiamare gli stranieri a portare il denaro nella loro città. Ai tempi
de' Califfi questi due mezzi avevano procurate alla Mecca immense
ricchezze, ma prima e dopo quest'epoca gloriosa non ebbe altro modo di
provvedere alla sua sussistenza, che quello dell'entusiasmo religioso,
che sgraziatamente va scemando di giorno in giorno, e rende affatto
precaria la esistenza di questa città.

La Mecca fu sempre il centro dell'entusiasmo religioso di diversi
popoli. L'origine dei pellegrinaggi, e la primitiva fondazione del suo
tempio perdonsi nell'oscurità de' secoli, poichè sembrano anteriori ai
tempi storici. Il profeta atterrò gl'idoli che profanavano la casa di
Dio; il Corano approvò il pellegrinaggio, ed in tal maniera la divozione
degli altri popoli fu in ogni tempo la base della sussistenza dei
Mecchesi. Ma perchè questa sorgente non basta ai bisogni di tutti gli
abitanti, la Mecca era assai povera avanti la venuta del Profeta, e dopo
una breve epoca di gloria e di ricchezze acquistate colle armi, ricadde
in quella povertà cui sembra condannata dalla sua posizione. Come si può
dunque sperare che vi fioriscano le arti e le lettere? Lontana da tutte
le comunicazioni commerciali, ignora tutto quanto accade nel mondo, le
scoperte, le rivoluzioni, le azioni tutte dagli altri uomini; e la Mecca
rimarrà costantemente nella più profonda ignoranza malgrado l'affluenza
degli stranieri, che non vi rimangono che il tempo necessario
assolutamente al soddisfacimento de' sacri doveri del pellegrinaggio,
per alcuni affari commerciali, e per preparare quanto abbisogna per
tornare ai loro paesi.

La Mecca è di sua natura così povera che senza la casa di Dio
troverebbesi deserta nello spazio di due anni, o ridotta piccola
borgata, poichè i suoi abitanti non hanno, generalmente parlando, altro
mezzo di sussistenza nell'andante anno, che quanto possono raccogliere
nell'epoca del pellegrinaggio. In tale circostanza la città prende
un'apparenza di vita, il commercio si anima, e la metà degli abitanti si
trasmuta in albergatori, in mercadanti, in facchini, in domestici, ec.;
mentre l'altra metà interamente attaccata ai servigi del tempio, vive
colle limosine, e coi regali de' pellegrini. Tali sono i mezzi di
sussistenza dei Mecchesi; esistenza deplorabile che impresse sulle loro
figure l'immagine dell'alta miseria che li circonda.

L'arabo è naturalmente magro; ma i Mecchesi, e più d'ogni altro
gl'impiegati del tempio sono vere mummie ambulanti ricoperte di una
pelle attaccata alle ossa. Confesso che rimasi stupefatto quando li vidi
la prima volta. Sarò forse imputato d'esagerazione, ma protesto che non
ho minimamente alterata la verità, e soggiungo essere impossibile
formarsi, senza averli veduti, un'adequata idea d'una unione di uomini
tanto magri e tanto scarnati quanto gl'impiegati d'ogni ordine, ed i
servitori del tempio, tranne il capo dello _Zemzem_ che è il solo uomo
ben nutrito, oltre due o tre eunuchi negri meno magri degli altri.
Sembra impossibile che questi scheletri o piuttosto ombre, possano
sostenere le fatiche come fanno. Figurinsi due grandi occhi sepolti, un
naso affilato, guancie incavate fino alle ossa, braccia e gambe
veramente disseccate, le coste del petto, le vene, i nervi tutte le
parti secche così rilevate, che prenderebbonsi per modelli perfettissimi
d'anatomia: tale è il tristo aspetto di questi sciagurati, che l'occhio
mal può comportare così orrido spettacolo. Ma i piaceri, di cui
parteciperanno in cielo, non sono forse un largo compenso dei terreni
patimenti? Pure malgrado questa speranza è impossibile di trovare gente
più trista e melanconica dei Mecchesi. In tutto il tempo della mia
dimora non ascoltai un solo istrumento musicale, o il canto d'un solo
uomo: ho due o tre volte udito il canto di qualche femmina, e mi sono
preso cura di farne memoria. Immersi in una continua malinconia,
s'irritano all'istante per la più leggiera contrarietà. I pochissimi
schiavi dei Mecchesi sono i più sventurati di quanti se ne trovino in
tutti i paesi musulmani. Ho udito stando in casa un abitante battere uno
schiavo per un quarto d'ora non con altro intervallo che quello che gli
era necessario per riprendere maggior forza.

Dopo ciò non sarà meraviglia che la popolazione della Mecca vada
sensibilmente diminuendo. Questa città che altra volta ebbe centomila
abitanti non ne conta oggi più di sedici in diciotto mila. Sonovi
esteriormente delle contrade affatto abbandonate che cadono in ruina:
due terzi delle case della città sono vuote, e le abitate si vanno
internamente guastando malgrado la loro solidità, perchè i proprietarj
non si prendono cura che delle facciate per allettare i pellegrini; ed
intorno a queste ancora non facendosi importanti riparazioni, non
tarderanno a cadere. Una sola casa io ho veduto rifarsi di nuovo, ma con
una estrema lentezza: e per poco che duri un tale stato di cose, la
città in un secolo si vedrà ridotta alla decima parte di quello che è
presentemente.




CAPITOLO XXXVI.

   _Donne. — Fanciulli. — Lingua. — Costumi. — Armi. — Siccità. —
   Matrimonj, nascite, e funerali. — Clima. — Medicina. — Balsamo
   della Mecca. — Incisioni sul volto._


Le donne hanno più libertà alla Mecca, che in tutt'altra città
musulmana. Forse nell'epoca del suo splendore l'immensa affluenza degli
stranieri contribuì a pervertirle, e l'abituale miseria e tristezza
degli abitanti fu cagione che rimasero quasi affatto abbandonate a se
medesime. Certo è per lo meno che l'opulenza e la povertà sono due
estremi ugualmente contrarj alla conservazione de' costumi. Qui le
donne, come in Egitto, copronsi il viso con un pezzo di tela nella quale
sono due fori corrispondenti agli occhi, e questi d'ordinario abbastanza
grandi per lasciar discoperto metà del volto; e senza ciò la maggior
parte non si cura altrimenti di coprirlo. Tutte le donne portano una
specie di mantello, o gran drappo di tela sottile a strisce bianche e
turchine, in lungo ed in largo come in Alessandria, che loro dà molta
grazia; ma quando loro vedesi il viso, si dilegua ben tosto
ogn'illusione, essendo generalmente brutte, e del color giallognolo che
hanno gli uomini. Il loro volto e le mani affatto imbrattate di nero, di
turchino, o di giallo, offrono uno schifoso aspetto, che forse
l'abitudine farà avere in conto di bellezza. Ne vidi taluna che aveva un
anello passato a traverso della cartilagine del naso, e pendente sulle
labbra superiori.

Esse sono assai libere, per non dirle sfrontate, ove si abbia riguardo
alla riservatezza musulmana. Vidi continuamente le donne delle case
vicine al mio alloggio stare frequentemente alla finestra, ed alcune
affatto scoperte. Una che abitava il piano superiore della mia casa, mi
faceva infinite pulitezze e complimenti a viso scoperto, qualunque volta
io saliva sulla terrazza per fare qualche osservazione astronomica; lo
che mi fece sospettare che le donne potessero essere un ramo di
speculazione pei poveri Mecchesi. Tutte quelle ch'io vidi erano assai
graziose, ed avevano occhi assai belli, ma le loro guance prominenti, e
l'abitudine di tingersi di colore verdognolo, le rende disaggradevoli, e
le fa parere oppilate. Del resto parlano bene, e si esprimono con
grazia, hanno il naso regolare, ma la bocca grande. S'imprimono sulla
pelle indelebili segni, e si tingono il contorno degli occhi in nero, i
denti in giallo, le labbra, le mani, i piedi in rosso di mattone, come
fanno gli Egiziani, e colle stesse materie.

Il loro abito consiste in un pajo di pantaloni immensi che entrano nelle
pantoffole o stivaletti gialli: quelli delle povere sono di tela di
canape turchina, e quelli delle ricche di tela screziata dell'India.
Hanno inoltre una camicia della più stravagante forma e grandezza.
Figurisi un pezzo di tela larga sei piedi, e lunga cinque; questa è la
metà della camicia, un altro simile quadrato forma l'altra metà:
unisconsi questi due pezzi nella parte superiore, lasciando nel mezzo
un'apertura per passarvi il capo; ai due angoli inferiori vien tolta una
sezione di cerchio di circa sette pollici, e con tale operazione ciò che
forma l'angolo anteriore diventa una curva rientrante, si cuciscono
soltanto le due curve, e la camicia rimane aperta in tutta la parte
inferiore ed ai due lati dall'alto al basso. Le camicie delle signore
sono d'un leggiero tessuto di seta finissima di color violetto liscio o
screziato, che si fabbrica in Egitto. Per vestire tali camicie ripiegano
sulle spalle la stoffa sovrabbondante della eccedente larghezza, e le
ristringono al corpo con una cintura. Al disopra di questa camicia le
ricche portano un _caftan_ di tela d'India. Non ho mai veduto loro in
capo altro ornamento fuorchè un fazzoletto, ma esse portano cerchietti,
anelli, braccialetti come le musulmane degli altri paesi alle mani, alle
braccia, alle gambe, ai piedi.

Il commercio della Mecca si limita alle carovane in tempo del
pellegrinaggio. Ho già fatto osservare che ogni anno va diminuendosi,
onde è facile il calcolare il progressivo vistoso decadimento della
santa città. Vi si ricevono da Djedda le mercanzie d'Europa, che fanno
la strada dell'Egitto e del mar Rosso; e si hanno per la stessa via
molti prodotti dell'India, e dell'Iemen, ed in ispecie il caffè: le
carovane di Damasco, di Bassora, dell'Egitto, e dell'Iemen portano il
rimanente, e fanno de' vicendevoli cambj.

La consumazione della Mecca diminuisce ogni giorno in ragione della
diminuzione delle ricchezze. Generalmente parlando la fortuna degli
abitanti quasi tutti _Wehhabiti_, Bedovini, ed Arabi miserabili si
ristringe alla possessione d'un cammello, e di pochi altri bestiami.
Vivono quasi nudi sotto tende o baracche, non avendo altri mobili che
una scodella di legno, alcuni piccoli pajuoli, un vaso per riporre
l'acqua, una tazza di terra, una stuoja che loro tien luogo di letto,
due pietre per macinare il grano, uno o due otri per conservare l'acqua
piovana: in così misero stato quale alimento offrir possono per un
commercio attivo o passivo? A fronte di ciò vedonsi alcuni personaggi
riccamente vestiti di tele delle Indie, e di scialli di Cachemire, o di
Persia.

Le donne Bedovine dell'interno del paese, non escluse quelle del più
alto grado, non hanno altro abito che una camicia grandissima di tela
turchina, un velo nero colore di _conclicot_ sul viso, un ampio mantello
o velo nero di lana, anelli, braccialetti, ed altre simili cosucce.

Chiara cosa è dunque che una popolazione di così limitati bisogni non
potrà mantenere un considerabile commercio, fin tanto almeno che non sia
incivilita, cosa presso che impossibile in un paese di deserti, dalla
natura condannato alla superstizione, all'ignoranza, alla miseria. Se
per alcuni istanti potè sortire da così infelice stato di nullità, lo
dovette a quell'impulso momentaneo dell'effervescenza, dello zelo
religioso; il quale non potendo lungo tempo sostenersi, nel suo
raffreddamento lascia rapidamente ricadere il paese nel naturale suo
stato di barbarie e di povertà. Gli storici vantano la nobiltà della
nazione Araba, che non piegò mai il capo sotto il giogo de' Greci o de'
Romani: ma è questa una falsa conseguenza dedotta dagli avvenimenti. Se
l'Arabia ebbe la fortuna di non soggiacere a dominio straniero, lo deve
più assai alla natura del paese che al carattere degli abitanti. Qual'è
quel capitano che volesse sacrificar gente e denaro per conquistare
vasti deserti, e popoli che non possono formare stabili corpi politici,
se non quando le opinioni religiose uniscono tutte quelle volontà, che
verun altro legame unire non potrebbe a cagione dell'isolamento di ogni
tribù, e della sterilità del suolo, che ricusa ogni coltivazione, e per
conseguenza anche le relazioni sociali che ne derivano?

La Mecca e Medina sono bensì la culla della lingua Araba, ma per cagione
dell'ignoranza generale questa lingua va degradando, e variandosi per
fino nella pronuncia con tanto più di facilità, in quanto che viene
scritta senza le vocali, e perchè è ricca di aspirazioni che ognuno
modifica a suo capriccio, per mancanza di una prosodia nazionale, e di
ogni altro mezzo tendente a conservarne e perpetuarne la primitiva
tradizione: e perciò in vece di andarsi perfezionando, si corrompe ogni
giorno per le viziose espressioni particolari alle diverse tribù, e
commercio cogli stranieri.

L'abito dei Mecchesi è simile a quello degli Egiziani, composto cioè
d'un _benisch_, ossia _caftan_ esterno, staccato da un altro che si
unisce al corpo con una cintura, d'una camicia, d'un pajo di pantaloni,
e di pappuzze, o pantoffole; ma questo è l'abito degl'impiegati
superiori, de' negozianti, degli impiegati del Tempio ec. Il basso
popolo non ha che la camicia, ed un pajo mutande.

D'ordinario l'arabo Bedovino porta sopra l'abito un largo cappotto senza
maniche con due fori per passarvi le braccia. Questi cappotti di lana
sono per lo più a strisce alternative bianche e brune, ognuna della
larghezza d'un piede all'incirca.

Gli abitanti della città portano berrette rosse col turbante, ma i
Bedovini non hanno berretta, e copronsi la testa con un fazzoletto
giallo sparso di strisce rosse e nere, diagonalmente piegato in forma di
triangolo, e semplicemente gettato sopra il capo, di modo che le due
punte degli angoli acuti cadono sulle spalle davanti, e l'altra sul
dorso. I Bedovini alquanto ricchi portano su questo fazzoletto un pezzo
di mussolina ravvolta in forma di turbante; ma i poveri che formano il
grosso della nazione, vanno quasi affatto nudi.

Tranne gl'impiegati del tempio, ed un piccolo numero di negozianti, gli
abitanti sono sempre armati. Le armi più usitate sono il gran coltello
curvo, l'alabarda, la lancia, e la mazza; alcuni, ma non molti, hanno
ancora il fucile.

I coltelli hanno una guaina di forma assai bizzarra: questa, oltre lo
spazio occupato dal coltello, ha un prolungamento curvo in forma di
mezzo cerchio, e terminato con una palletta, o con altro ornamento più o
meno complicato. Questo coltello viene portato obliquamente innanzi al
corpo, l'impugnatura volta a sinistra, la curvatura dall'altra banda, e
la punta in alto; in modo che i movimenti del braccio destro trovansi
assai incomodati da simile disposizione, che non si mantiene che per la
forza dell'abitudine: tanto è vero che l'uomo in ogni stato ed in ogni
luogo è soggetto ai capricci della moda.

Un bastone lungo quattro piedi e mezzo o cinque al più, armato di una
punta di ferro, ed ordinariamente di un'altra piccola punta
nell'estremità inferiore è ciò che chiamasi alabarda. La lama o la punta
superiore sempre più lunga d'un piede non ha costantemente la stessa
configurazione, essendo ora larga ora stretta, con ferro di lancia o di
bajonetta ec. Molte di queste alabarde hanno il tronco seminato di
piccoli chiodi e di anelli d'ottone dall'alto al basso.

La mazza consiste in un bastone di circa quindici linee di diametro,
lungo due piedi, e terminato con un globo dello stesso legno di ventisei
in trenta linee di spessezza. Alcuni portano le mazze di ferro.

Assai rari sono i fucili all'europea, e non si vedono quasi che fucili a
miccia assai pesanti e rozzi affatto: pure trovansene alcuni pochissimi
assai ben fatti, ed io ne vidi uno assai bello tutto intarsiato
d'avorio, che si voleva vendere per cento venti franchi.

Alcuni arabi portano certe scuri lunghe circa due piedi, altri vanno
armati di bastoni del diametro maggiore d un pollice, lunghi quattro
piedi e mezzo, e coperti di ferro nella parte inferiore.

L'arma de' soldati a cavallo è una lancia lunga due piedi e mezzo,
ornata di un mazzo di piume nere alla imboccatura del ferro; l'altra
punta del bastone vien chiusa da una piccola punta, colla quale il
cavaliere fissa la sua lancia in terra perpendicolarmente quando vuole
scendere da cavallo.

Gli arabi dell'Iemen portano una spada, ed uno scudo; la spada ha la
lama diritta e larga; e gli scudi o sono di metallo, o di legno
durissimo, o di pelle d'Ippopotamo; e questi sono i più stimati: tutti
sono ornati d'incisioni, ma non hanno che un piede di diametro.

Tale è l'aridità del paese che non si vede veruna pianta intorno alla
città, nè sopra le vicine montagne. Ho già detto che gli erbaggi vengono
da lontani paesi; e le quattro o cinque piante da me trovate fanno parte
del mio erbolajo. Forse in altre stagioni dell'anno se ne troveranno di
altre specie; ma non si pensi però di trovare alla Mecca niente che
abbia l'apparenza di una prateria, meno poi di giardino: arena e pietre
sono i soli oggetti di cui la natura fu liberale a quegli abitanti. Non
vi si semina verun grano, che sarebbe opera affatto perduta, non
essendovi neppure i prodotti spontanei di ogni suolo, benchè ingrato. In
somma non si trovano che tre o quattro alberi nel luogo ov'era un tempo
la casa di _Aboutaleb_ zio del Profeta, e sei od otto altri sparsi qua e
là in diversi luoghi. Questi alberi sono spinosi, e producono un piccolo
frutto somigliante allo zenzuino, dagli arabi detto _Nèbbek_. Presso ad
una casa che lo Sceriffo possiede fuor di città verso il nord, vedesi
una specie di giardino con piantagioni di palme dattilifere, che viene
innaffiato colle acque di un pozzo.

Persone del paese mi assicurarono che i matrimonj e le nascite non sono
accompagnate da feste e da allegrezze come si costuma negli altri paesi
musulmani: io non ho veduto a celebrarsene.

I funerali si fanno pure senza veruna cerimonia. Portasi il morto a'
piedi della _Kaaba_, ove i fedeli che trovansi presenti fanno una breve
preghiera pel morto dopo la preghiera canonica ordinaria; ed in seguito
vien portato il cadavere fuori della città per essere sepolto in una
fossa. Per tale funzione innanzi ad una delle porte del tempio sulla
pubblica strada v'è una quantità di cataletti: la famiglia del defunto
manda a cercarne uno, sul quale si pone il corpo vestito degli ordinarj
suoi abiti senza verun ornamento. Dopo sepolto riportasi il cataletto al
suo luogo.

Ardente è il clima della Mecca non solo in ragione della sua latitudine
geografica, ma particolarmente per la sua posizione topografica in mezzo
a nude montagne. Il maggior caldo da me osservato fu di 23 gradi e mezzo
di _Reaumur_ il 5 febbrajo verso il cader del sole, ed il minimo di 16
gradi il giorno 16 dello stesso mese alle sette ore del mattino.

Avrei desiderato di raccomodare il mio igrometro, ma non me lo permise
la difficoltà di trovare un capello: forse la cosa sembrerà
inverosimile, ma non è perciò meno vera. Gli uomini hanno il capo raso
affatto, ed i peli della barba non sono buoni: le donne poi per una
specie di superstizione non darebbero un capello per qualunque cosa,
temendo che si possa far servire a sortilegj e maleficj contro di loro.
Per tal motivo quando si stanno pettinando hanno la più gran cura di
seppellire segretamente i capelli che loro cadono di capo; e lo stesso
caso sogliono fare allorchè si tagliano le unghie. Nè tutti gli uomini
sono esenti da così fatte superstizioni: i _Wehhabiti_ per altro pensano
affatto diversamente, perchè all'epoca del loro pellegrinaggio li vidi
farsi radere sulle strade, le quali rimasero in modo coperte delle
spoglie delle loro teste, che sarebbersene potuti riempire dei
matterassi: ma tutti questi capelli erano corti, non essendo più lunghi
di un pollice.

Non avendo potuto aggiustare il mio igrometro mi trovai privo di uno de'
mezzi d'osservazione; ma posso non pertanto dire, che durante la mia
dimora alla Mecca l'aria fu costantemente secca; il vento dominante era
di S. O. Il cielo fu alternativamente sereno o coperto, come ne' paesi
temperati; ma non osservai verun cambiamento subitaneo di temperatura, e
d'umidità, quali provai a Djedda. Pare che il clima sia sano, non
osservandosi molte malattie, nè malattie croniche, ma nemmeno vi si
trovano persone molto vecchie. Pochi sono ancora i ciechi, e niuno
affetto dall'oftalmia egiziana. Dal poco che io ne ho detto è facile
l'argomentare l'eccessivo calore dell'estate, poichè in tempo d'inverno
colle finestre aperte appena si può di notte soffrire sul corpo una
leggiera coperta di letto, ed il butirro anco in questa stagione è
sempre liquido come l'acqua. Sotto il dardeggiare d'un sole ardente, due
gradi al di dentro della zona torrida, nel fondo d'una valle di arena,
chiusa da montagne ignude, senza un ruscello, senz'alberi, senza
vegetazione, tutto concorre ad accrescerne il calore estremo. Senza
dubbio l'Onnipossente si degnò di collocarvi la sua casa per
consolazione di quegli abitanti, che senza ciò avrebbero affatto
abbandonata così ingrata terra.

Alla Mecca come negli altri paesi musulmani non sonovi medici
propriamente detti: pure io ne vidi due che ardivano intitolarsi medici,
uno de' quali avrebbe dovuto incominciare dal curar se medesimo: questi
empirici solevano impiegare quasi sempre nella cura delle malattie
preghiere, e pratiche superstiziose. Dopo ciò è inutile il soggiugnere
che non si trovano farmacisti, o altri venditori di droghe medicinali.
Quando un abitante si ammala, un barbiere gli cava sangue, e gli fa
bevere molt'acqua di zenzero; poi gli si dà dell'acqua miracolosa dello
_Zemzem_ in bevanda, e per fare i bagni; gli si fanno mangiare garofani,
cannella, ed altri aromi, e l'ammalato secondo che è la volontà di Dio o
muore o guarisce. Avendo portata la mia piccola spezieria, curava io
stesso i miei domestici ammalati. Il mio padrone di casa si trovò preso
da una febbre intermittente: dopo averlo preparato, gli feci prendere un
vomitivo, che produsse il suo effetto; ma all'indomani invece di
trovarlo sollevato, lo trovai più alterato che mai. Non sapendo quale
ragione trovare di così straordinaria crisi, seppi la sera per accidente
andando al tempio, che la notte era stato portato al pozzo di _Zemzem_,
ch'era stato bagnato coll'acqua fredda, e fattagliene bere quanta
poteva. Tornato a casa riconvenni seriamente i domestici che avevano
tenuto mano a questa clandestina operazione, e ricominciai la cura del
mio _hhazindar_, che guarì nel tempo ordinario.

Il famoso _balsamo_ della Mecca è tutt'altro che un prodotto di questa
città; che anzi è qui raro assai, e non può trovarsene che quando i
Bedovini delle altre regioni dell'Arabia ne portano per accidente. Un
uomo, che per essere mecchese, era abbastanza istrutto, mi disse, che
questo balsamo proviene specialmente dal territorio di Medina, che colà
dicesi _Bèlsan_, e che i suoi compatriotti non conoscono neppure
l'albero che lo produce, il quale chiamasi _Gilead_.

Osservai in tutta l'Arabia la singolare usanza di farsi tre incisioni
perpendicolari al lungo di ogni guancia, lo che fa parere la maggior
parte degli uomini marcati da sei cicatrici. Interpellai più persone
intorno ai motivi di tale costumanza: alcuni mi risposero, per farsi
cavar sangue, altri ch'era una marca colla quale dichiaravansi schiavi
della casa di Dio; ma in fondo è la sola moda che impone queste
scarificazioni riguardate come una bellezza uguale alle pitture turchine
nere e rosse, di cui le donne copronsi il volto. È pure la moda che fa
loro portare anelli al naso, e coltelli curvi che rendono incomodi i
moti delle loro braccia: ecco cosa è l'uomo.




CAPITOLO XXXVII.

   _Cavalli. — Asini. — Cammelli. — Altri animali. — Tappeti. —
   Corone. — Montagne. — Fortezze. — Case dello Sceriffo. —
   Sultano Sceriffo. — Situazione politica della Mecca. —
   Mutazione di dominio. — Beled-el-Haram, ossia Terra Santa
   dell'Islam. — Montagne dell'Hediaz._


Prima di terminare la descrizione della Mecca non devo ommettere di
parlare de' cavalli Arabi tanto famosi in tutto il mondo. Ma che potrò
io dirne? A pena se ne troverebbero cento nella guardia del sultano
Sceriffo, e sei al più presso i particolari della capitale dell'Arabia.
Sono così rari presso i Bedovini, che il sultano _Saaoud_ alla testa di
cinquantamila _Wehhabiti_ non ha più di dugento in trecento cavalli, e
questi pure dell'Iemen.

E quelli che io ho veduti sono brutti, piccoli e grossolani, tranne una
mezza dozzina di mediocri, e due o tre assai belli. Generalmente
parlando sono fortissimi, assai veloci al corso, e capaci di soffrire
lungo tempo la fame e la sete. Tali sono i vantaggi de' cavalli Arabi.
Generalmente sono d'un colore grigio leardo; hanno la testa assai bella,
la coda sottile, l'occhio scintillante, l'orecchio fino.

I cavalieri trattano i loro cavalli barbaramente, servendosi come a
Marocco di morsi durissimi, che fanno loro insanguinare la bocca.

Ad eccezione di alcuni soldati dello Sceriffo, che hanno selle e
speroni, tutti gli altri arabi montano colle sole _paniottine_ senza
staffe, e su questa specie di scranna corrono colla rapidità del lampo.
Tutti i _Wehhabiti_, e lo stesso figlio del sultano _Saaoud_ cavalcano
in tal maniera.

Di tanta scarsezza di cavalli conviene darne colpa alla sterilità dei
deserti, ove il solo cammello può vivere e viaggiare comodamente. I
cavalli non hanno, come il cammello, che un poco d'erba secca; non
dandosi loro che rarissime volte orzo o avena.

Ma la patria di questo nobile compagno dell'uomo non è la Mecca: i
migliori cavalli arabi trovansi nell'Iemen e ne' contorni della Siria, e
di colà vengono condotti a Costantinopoli: ma io ne parlerò più
opportunamente altrove.

Quantunque piccoli, eccellenti sono gli asini della Mecca; non però
migliori di quelli d'Egitto. Il cammello è la sola bestia da soma del
deserto; un dono della Provvidenza agli abitanti ed a viaggiatori di
questo cocente clima. Che sarebbe mai l'Arabo senza il cammello? Quali
umane forze avrebbero bastato per unire più di ottantamila uomini alle
falde del monte Aarafat nel giorno del pellegrinaggio, senza il soccorso
di questi preziosi animali? Lasciamo il cavallo, l'asino e le altre
bestie da soma ai paesi ove l'abbondanza delle acque somministrano buoni
pascoli; ma per le due Arabie, dette dagli antichi geografi, _Petrea_ e
_Deserta_, e pel Sahhara, o gran deserto d'Affrica, Dio creò il
cammello, vero tesoro per gli abitanti di tali contrade. Trovansi, è
vero, alcuni asini che vanno frequentemente dalla Mecca a Djedda in
dodici ore; trovansi d'ordinario nelle grandi carovane pochi cavalli e
pochi asini; ma questi non sono nulla, assolutamente nulla in paragone
dell'immensa quantità di cammelli che circolano nel deserto.

Questi animali sono assai ben trattati dai loro padroni, ma sono
condannati a travagliare fino all'ultimo respiro; essi muojono sotto la
soma, e le strade sono coperte delle loro ossa. Io non trovai veruna
sensibile diversità tra i cammelli dell'Arabia e quelli d'occidente. Per
alimentare questo prezioso animale, i cavalli e gli asini, si vendono in
tutti i mercati piccoli fasci di erba secca.

Vidi alla Mecca una specie di vacche senza corni, con una gobba sul
dorso: mi fu detto che queste bestie vengono dai paesi più orientali, e
servono per montura e per carico; viaggiano con molta celerità e danno
molto latte.

Trovansi in città pochi cani, e que' pochi che s'incontrano
rassomigliano assai ai _cani da pastore_. Alla Mecca come in ogni altro
paese musulmano, questi animali sono erranti, liberi e senza padrone. I
gatti sono della specie medesima di quelli d'Europa, ma alquanto più
piccoli.

Trovansi montoni di coda grossa assai alti meno però di quelli delle
altre contrade meridionali. Vidi pure nel paese una specie di capre
assai gentili di conveniente grandezza, che hanno corna lunghe più di
ventiquattro pollici, e piccole vacche e buoi con brevi corna come
quelli di Marocco.

Gl'insetti vi sono rari assai, e pochissimi ne potei raccogliere. Vidi
un giorno uno scorpione nel grande cortile del tempio che camminava
colla coda rivolta sul dorso: fu ucciso coi sassi, e quando, ferito,
stese la coda, parvemi che avesse più di sei pollici di lunghezza.

Non ho mai altrove trovati topi così arditi come alla Mecca. Tenendo io
il mio letto in terra, tutte le notti mi saltavano addosso, ed io
guardavo la cosa con indifferenza perchè qualche colpo bastava a
metterli in fuga: ma una notte che aveva applicato del balsamo di
ginepro ad un mio domestico, benchè mi fossi ben pulite le mani con un
drappo, l'odore chiamò i sorci intorno a me, che sul più bello del sonno
mi diedero due forti morsicature alla mano destra, e mi risvegliarono
sbigottito. Temendo d'essere stato morsicato da qualche animale velenoso
vi applicai subito dell'alcali volatile: ma conobbi ben tosto ch'erano
stati i sorci. Feci allora, ma inutilmente, sospendere il mio letto,
perchè trovavano modo di entrarvi ancora, saltandovi dai mobili più
vicini. Sono questi perfettamente uguali ai sorci domestici d'Europa.

Sonovi molte mosche comuni, pochissime delle più grosse. Le pulci e le
cimici non eranvi frequenti, ma non si poteva andare al tempio senza
imbrattarsi d'altri schifosi insetti.

Una cosa da me riguardata come un avanzo dell'antica opulenza della
Mecca sono i ricchi tappeti e cuscini che trovansi nelle case. Siccome
questi due oggetti erano i più comuni regali dei pellegrini, si andarono
accumulando ogni anno nella città in maniera, che anche nelle più povere
case vedonsi dei vecchi ricchissimi tappeti.

I _Wehhabiti_ proscrivendo l'uso delle corone come cosa superstiziosa,
privarono gli abitanti della Mecca d'un vivissimo ramo di commercio; ma
non pertanto si continua a farne segretamente per i pellegrini con varj
legni dell'India, e dell'Ieman, e con odoroso legno di sandalo.

Le montagne della Mecca sono tutte di schisto quarzoso con poche parti
di roccia cornea. In questo paese quasi tutto è quarzo; la sabbia non è
che una decomposizione di quarzo, e la roccia cornea, il feldspato, il
mica, ec. non sono che parti accidentali. Gli strati sono obliqui sotto
diversi angoli d'inclinazione, ed ordinariamente dai trenta ai
quarantacinque gradi, alzandosi verso l'est.

La Mecca è una città aperta, senza mura di alcuna sorte, ed è
signoreggiata dalla fortezza posta sulla montagna detta _Diebél-Djiád_,
che riguardasi dagli abitanti come imprendibile, benchè presenti una
strana mescolanza di mura e di torri; e penso che sia stata fabbricata a
differenti epoche, senza alcun piano regolare. Qualunque sia, è la
fortezza principale dello Sceriffo, che ne ha due altre più antiche,
fatte in figura di parallelogramo, con una torre ad ogni angolo, le
quali trovansi sopra due delle montagne che chiudono la valle, una al
nord e l'altra al sud.

Lo Sceriffo aveva un palazzo presso al tempio ai piedi della maggior
fortezza e della montagna di _Djebel-Djiad_, che fu ruinato dai
_Wehhabiti_, ed adesso lo Sceriffo abita in tre grandi case unite vicine
alla montagna _Djebel-Hindi_. Innanzi a questa abitazione fece porre una
batteria di quattro cannoni di bronzo. Lo Sceriffo possiede pure la casa
ch'egli abitava prima di salire sul trono, una casa di campagna poco
distante dalla città con un giardino di palme, una casa a Mina, un'altra
ad Aàrafat, ed una a Djedda, ove suole portarsi frequentemente. Aveva
pure un palazzo a Taït, che fu distrutto dai _Wehhabiti_. Tutte queste
case, sono come altrettante fortezze circondate da mura e da torri.

L'attuale Sceriffo chiamasi _Scherit Ghabel_, ed è figlio dello Sceriffo
_Msàat_ suo predecessore. Sono di già molti anni che la sua famiglia
possiede la sovranità di _Beled el Haràm_, e di _Hedi-az_; ma anche alla
Mecca, come a Marocco si costuma d'ordinario di disputarsi il trono
colle armi. L'attuale Sceriffo è un uomo di spirito, fino, politico e
coraggioso; ma per mancanza d'istruzione trovasi abbandonato a tutte le
passioni, per soddisfare alle quali, non avvi alcuna specie di
vessazione, che non eserciti sopra gli abitanti, e sopra gli stranieri:
e tale è la sua inclinazione alla rapina, che nemmeno risparmia i suoi
più fedeli servitori quando crede di poter loro scroccare qualche somma.
Nella breve dimora ch'io feci ne' suoi Stati lo vidi fare una
soverchieria che costò più di centomila franchi ad un negoziante di
Djedda, uno de' suoi favoriti. Arbitrarie affatto sono le imposte messe
sul commercio, o sugli abitanti; e vanno ogni giorno crescendo perchè
egli è fecondo di nuovi ritrovati per accrescere le sue entrate. In una
parola il popolo è ridotto a tale estremità, che in tutta la terra santa
non mi sono abbattuto in una sola persona che mi parlasse
vantaggiosamente dello Sceriffo, tranne il negoziante, di cui ho
parlato.

Oltre le tasse arbitrarie, con cui opprime il commercio, rende difficile
ogni speculazione ai negozianti, prendendo egli stesso una parte
attivissima nel commercio co' suoi vascelli. Non può caricarsi, o
scaricarsi verun bastimento particolare, se prima non lo sono quelli
dello Sceriffo: e siccome questi ultimi sono i più grandi, di miglior
costruzione, e montati dei migliori equipaggi, assorbiscono la maggior
parte del commercio del Mar Rosso con pregiudizio dei negozianti, che
trovansi ridotti nella più dura schiavitù.

Riguardansi gl'Inglesi come i migliori amici dello Sceriffo pel diretto
interesse che gli lasciano godere nel commercio delle Indie. Non perciò
li risparmia egli quando crede di potere con suo utile far loro qualche
soperchieria. L'anno passato un grosso bastimento inglese carico di
riso, venne a Djedda: il capitano ch'era sbarcato trovando il prezzo di
questa derrata troppo basso, risolvè di portarsi altrove: ma lo Sceriffo
pretese il pagamento di tutti i diritti come se avesse sbarcato il
carico sul luogo. Dopo alcune calde discussioni il capitano non trovò
altro modo per sottrarsi alla rapacità dello Sceriffo, che quello di
forzare l'uscita del porto.

Da poco tempo essendo morto a Djedda il capitano di un grosso bastimento
delle isole Maldive, lo Sceriffo s'impadronì all'istante della nave e
del carico, sotto pretesto che il capitano essendo morto nel suo
territorio, era a lui devoluto tutto quanto gli apparteneva. Poco dopo
lo Sceriffo in società coi commercianti di Djedda mandò questo stesso
bastimento nell'India accompagnato da un altro di sua proprietà: e l'uno
e l'altro con ricchissimo carico: ma i Francesi se ne impadronirono, e
ne rilasciano un solo dopo averne levato tutto il carico. La notizia di
questa presa fece molta sensazione allo Sceriffo, che me ne parlò al mio
arrivo alla Mecca, ed avrebbe voluto ch'io ne scrivessi ai miei
conoscenti d'Europa: ma io lo consigliai a scriverne direttamente al
governo Francese: ma perchè ciò accadde nell'istante in cui i
_Wehhabiti_ minacciavano di occupare difinitivamente la Mecca, lo
Sceriffo temeva che discoprendosi ch'egli fosse in relazione coi
cristiani, non si attribuisse questo passo a qualche mira politica, e ne
fosse severamente punito. Insisteva perciò che io ne scrivessi,
fidandosi interamente di me, com'egli diceva, e delle mie relazioni; ma
ad ogni modo lo ridussi a scriver egli medesimo. Mandò pure due lettere
al governatore dell'Isola di Francia, che gli Arabi dicono _Diezira
Mauris_, pregandolo di rimandargli i due bastimenti: ma il silenzio del
governatore palesa il poco caso fatto di queste lettere.

Malgrado i suoi difetti, e la quasi totale nullità cui vanno riducendolo
i _Wehhabiti_, lo Sceriffo conserva ancora molta influenza nei porti
dell'Arabia, ed a Cosseïr per le relazioni ch'egli ha coi Mamelucchi e
gli abitanti dell'alto Egitto; come pure a Saonàken ed a Messoua,
ch'egli possiede sulle coste dell'Abissinia in nome del sultano di
Turchia. Osservai pure, non senza sorpresa, che questo principe non
aveva i pregiudizj della sua nazione.

All'epoca del mio arrivo la posizione politica della Mecca, era affatto
singolare. Il sultano Sceriffo ne era il sovrano naturale ed immediato,
ma non si lasciava di riconoscere la supremazia del sultano di
Costantinopoli che veniva ricordato nella preghiera del venerdì, quando
il sultano _Saaoud_, che occupa il paese coi _Wehhabiti_, proibì il
venerdì avanti Pasqua di nominare il sultano di Costantinopoli.

La Porta Ottomana mandava pure un Pascià alla Mecca, e dei Kadì per
esercitarvi il potere giudiziario alla Mecca, a Djedda, ed a Medina, ma
non pertanto tutta l'autorità politica ed amministrativa restava nelle
mani dello Sceriffo, che governava il paese come Sultano indipendente
per mezzo de' suoi schiavi negri detti _Ouisir_, mentre gl'impiegati
della Porta accontentavansi di vivere splendidamente a carico dello
Sceriffo.

Intanto il Sultano _Saaoud_, la di cui autorità non era fondata che
sulla forza, facevasi ubbidire, senza per altro aver prese le redini del
governo: ma egli non esigeva contribuzioni, e faceva credere di
rispettare i diritti dello Sceriffo. Questi godeva degli attributi di
sovrano indipendente, disponendo della vita e dei beni de' suoi sudditi,
facendo a suo capriccio e pace e guerra. Teneva perciò in armi tremila
uomini Turchi, Negri, o Mogrebini; ma questi non bastavano per opporsi
agli avanzamenti dei _Wehhabiti_, ed era forzato di deferire alle loro
voglie, di accomodarsi alle loro leggi, di lasciarli portare la guerra
ove volevano; contento di conservare le sue fortezze in istato di
difesa. Da questo conflitto di poteri trovavasi compromessa la
proprietà, la libertà individuale, e l'amministrazione della giustizia,
e gli abitanti più omai non sapevano a chi ubbidire.

Tale era la situazione di questo paese quando il 26 febbrajo del 1807
per ordine del Sultano _Saaoud_ si pubblicò in tutte le piazze, e luoghi
pubblici, che all'indomani dopo mezzogiorno tutti i pellegrini, e
soldati turchi o mogrebini dello Sceriffo sortirebbero dalla Mecca, e
fuori dell'Arabia, come pure il Pascià turco di Djedda, ed i nuovi ed
antichi Kadi della Mecca, di Medina, e degli altri luoghi; talchè non
doveva rimanere verun Turco in paese. Lo Sceriffo fu disarmato, ridotta
a nulla la sua autorità, ed il potere giudiziario passò in mano de'
_Wehhabiti_.

La notte del 26 al 27 febbrajo tutti i soldati turchi si ritirarono a
Djedda. Una piccola carovana di Tripoli, che trovavasi alla Mecca, levò
il suo campo a mezzogiorno, e partì con sì poca precauzione, che
temevasi per la sua sicurezza.

Erano rimasti il Pascià, i Kadi, i pellegrini turchi: e non sapevasi
ancora a quale partito sarebbersi appigliati. Tutto era disordine,
confusione, mala fede. Nella seguente notte due cento cinquanta soldati
negri al servizio dello Sceriffo si arrolarono fra le truppe di
_Saaoud_. Tutti gli altri partirono il 28 febbrajo; ed il Sultano
_Saaoud_ dopo avere installati i suoi Kadì, e lasciati 35000 franchi per
gl'impiegati del tempio, ed i poveri della città, si avviò colle sue
truppe sopra Medina. Ed in tal modo terminò senza spargimento di sangue
questa politica rivoluzione.

Il _Beled-el-Haram_, o terra santa dell'Islam, di cui la Mecca è la
capitale, giace tra il mar Rosso ed una linea irregolare che parte da
Araborg ventuna leghe circa lontano da Djedda; descrive una curva dal
nord-est al sud, passando per _Ièlemlem_, due giornate di viaggio al
nord-est della Mecca: di là per Karna distante circa ventuna leghe dalla
capitale, ed otto leghe quasi all'ovest di _Taif_, che rimane fuori
della terra santa. Di qui ripiegando quasi all'ovest-sud-ovest passa per
Dzataerk, e mette capo a _Mehherma_ sulla costa, al porto detto
_Almarsa-Ibrahim_ posta al sud-est di Djedda nella distanza verosimile
di trentadue miglia. Quindi la terra Santa ha presso a poco 57 leghe di
lunghezza dal nord-ovest al sud-est, e 28 di larghezza dal nord est al
sud ovest.

Questo spazio è compreso nella parte dell'Arabia conosciuto sotto il
nome di _El Hediaz_ o terra del pellegrinaggio, i di cui confini non
sono abbastanza conosciuti per poterli esattamente descrivere. Medina e
Taïf fanno bensì parte dell'Hedjaz, ma non del _Beled-el-Haram_. In
tutta la descritta provincia non trovasi verun fiume, e non avvi che
l'acqua di alcune povere sorgenti, e la salmastra di alcuni pozzi assai
profondi. La terra santa è dunque un vero deserto. Per conservare
l'acqua della pioggia si fecero delle cisterne alla Mecca ed a Djedda,
ma non altrove; onde non si vede quasi verun giardino in così vasta
superficie. I campi sono di sabbia o di cattiva terra affatto
abbandonata; e non seminandosi grani in terra santa, si mangiano i grani
e le farine che s'introducono dall'alto Egitto, dall'Ieman, da Taïf e
dall'India. Il _Beled-el-Haram_ è coperto di montagne tutte schistose e
di porfido, ma non sonovi

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/47666