Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
by Giovanni Boccaccio · Italian · Gutenberg #47565 · 628,406 chars · public domain (US)
The Project Gutenberg eBook of Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2
Author: Giovanni Boccaccio
Editor: Domenico Guerri
Release date: December 7, 2014 [eBook #47565]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/47565
Credits: Produced by Giovanni Fini, Claudio Paganelli and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
generously made available by Editore Laterza and the
Biblioteca Italiana at
http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA, E GLI ALTRI SCRITTI INTORNO A DANTE, VOL. 2 ***
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—Sono state estrapolate dallʼindice generale dei nomi le voci
riguardanti il presente volume; lʼindice completo (senza link) è stato
mantenuto nel terzo volume.
SCRITTORI DʼITALIA
G. BOCCACCIO
OPERE VOLGARI
XIII
GIOVANNI BOCCACCIO
IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA
E GLI ALTRI SCRITTI INTORNO A DANTE
A CURA DI
DOMENICO GUERRI
VOLUME SECONDO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1918
PROPRIETÁ LETTERARIA
GIUGNO MCMXVIII—49327
III
CONTINUAZIONE
DEL
COMENTO ALLA "DIVINA COMMEDIA"
CANTO QUARTO
I
SENSO LETTERALE
[Nota: Lez. XI]
«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. Nel principio del presente
canto, sí come usato è lʼautore, alle cose dette nella fine del
precedente si continua. Dissesi nella fine del precedente canto come un
vento balenò una luce vermiglia, la quale, toltogli ogni sentimento,
il fece cadere, come lʼuomo il quale è preso dal sonno; per che, nel
principio di questo, dimostra come questo suo sonno gli fosse rotto.
E dividesi questo canto in due parti: nella prima dimostra come rotto
gli fosse il sonno e come nello ʼnferno si ritrovasse; nella seconda,
procedendo dietro a Virgilio, racconta sé avere molti spiriti veduti,
pieni di gravi e cocenti sospiri, senza alcuna altra visibile pena. E
questa seconda comincia quivi: «Or discendiam quaggiú nel cieco mondo».
Dice adunque nella prima parte cosí: «Ruppemi». Questo vocabolo suona
violenza, volendo in ciò dimostrare che ogni atto, che in inferno si
fa, sia violento e non naturale. La qual cosa non è senza cagione,
la quale è questa: giusta cosa è che chi, peccando, fece violenza aʼ
comandamenti e aʼ piaceri di Dio in questa vita, violentemente sia daʼ
ministri della giustizia punito nellʼaltra.
«Lʼalto sonno». Il sonno, secondo che ad alcuno pare, è un
costrignimento del caldo interiore e una quiete diffusa per li membri
indeboliti dalla fatica; altri dicono il sonno essere un riposo delle
virtú animali, con una intensione delle virtú naturali. Del qual,
volendo i suoi effetti mostrare, scrive Ovidio cosí:
_Somne, quies rerum, placidissime somne deorum,
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
fessa ministeriis mulces, reparasque labori, ecc._
E, appresso costui, assai piú pienamente ne scrive Seneca tragedo, _in
tragedia Herculis furentis_, dove dice:
_.....tuque o domitor,_
_somne, malorum, requies animi,
pars humanae melior vitae,
volucer, matris genus Astreae,
frater durae languidae Mortis,
veris miscens falsa, futuri
certus et idem pessimus auctor:
pater o rerum, portus vitae,
lucis requies noctisque comes,
qui par regi famuloque venis,
placidus, fessum lenisque fovens:
pavidum Leti genus humanum
cogis longam discere mortem, ecc._
Di costui ancora Ovidio nel suo maggior volume discrive la casa, la
camera e il letto e la sua famiglia, se quella per avventura alcun
disiderasse.
«Nella testa». La testa è alcuna volta posta per quella parte del viso,
la qual noi chiamiamo «fronte», e alcuna volta per tutto il capo;
e cosí in questo luogo intende lʼautore, percioché nel capo dimora
il sonno causato daʼ vapori surgenti dallo stomaco e saglienti per
lʼarterie al cerebro.
«Un greve tuono». È il tuono quel suono il quale nasce daʼ nuvoli,
quando sono per violenza rotti; e causasi il tuono da esalazioni
della terra fredde e umide e da esalazioni calde e secche, sí come
Aristotile mostra nel terzo libro della sua _Meteora_; percioché,
essendo lʼesalazioni calde e secche dalle fredde e umide circundate,
sforzandosi quelle dʼuscir fuori e queste di ritenerle, avviene che,
per lo violento moto delle calde e secche, elle sʼaccendono, e, per
quella virtú aumentata, assottiglian tanto la spessezza della umiditá,
chʼella si rompe, ed in quel rompere fa il suono, il qual noi udiamo.
Il quale è tanto maggiore e piú ponderoso, quanto la materia della
esalazione umida si truova esser piú spessa quando si rompe. La qual
cosa intervenir non può in quello luogo dove lʼautore disegna che
era, percioché in quello non possono esalazioni surgere che possano
tuono causare: per che assai chiaro puote apparere lʼautore per questo
«tuono» intendere altro che quello che la lettera suona, sí come giá è
stato mostrato nellʼallegoria del precedente canto.
«Sí, chʼio mi riscossi, Come persona chʼè per forza desta». E in queste
parole mostra ancor lʼautore gli atti infernali tutti essere violenti.
«E lʼocchio riposato». Dice «riposato» percioché prima invano si
faticherebbe di guardare chi è desto per forza, se prima alquanto non
fosse lo stupore dello essere stato desto, cessato; conciosiacosaché
non solamente lʼocchio, ma ciascun altro senso nʼè incerto di sé
divenuto. «Intorno mossi, Dritto levato»: in questo dimostra lʼautore
il suo reducere i sensi nelli loro debiti ufici; «e fiso riguardai», le
parti circustanti: ed a questo segue la cagione perché ciò fece, cioè
«Per conoscer lo loco, dovʼio fossi», percioché quello non gli pareva
dove il sonno lʼavea preso.
«Vero è»: qui dimostra dʼaver conosciuto il luogo nel quale era,
e dimostra qual fosse, dicendo «che in sulla proda io mi trovai»,
cosí desto, «Della valle dʼabisso dolorosa», sopra la quale come
esso pervenisse è nella fine del senso allegorico del precedente
canto mostrato: «Che tuono accoglie dʼinfiniti guai», cioè un romore
tumultuoso ed orribile simile a un tuono. «Oscura», allʼapparenza,
«profonda era», allʼesistenza, «e nebulosa», per la qual cosa, oltre
allʼoscuritá, era noiosa agli occhi; «Tanto che per ficcare», cioè
agutamente mandare, «il viso», cioè il senso visivo, «a fondo», cioè
verso il fondo, «Io non vi discerneva alcuna cosa». Pur dunque alcuna
cosa vi vedea, ma quello che fosse non discerneva, per la grossezza
delle tenebre e della nebbia.
—«Or discendiam quaggiú nel cieco mondo». In questa seconda parte
del presente canto dimostra lʼautore per una medesima colpa, cioè per
non avere avuto battesimo, tre maniere di genti essere dannate; e
questa si divide in due parti: nella prima dichiara delle due maniere
deʼ predetti; nella seconda scrive della terza. E comincia la seconda
quivi: «Non lasciavam lʼandar», ecc. Nella prima parte lʼautore fa
due cose: primieramente discrive la pena delle tre maniere di genti
di sopra dette, e pone delle due, delle quali lʼuna dice essere stati
infanti, cioè piccioli fanciulli, lʼaltra dice essere stati uomini e
femmine. Nella seconda muove un dubbio a Virgilio, il quale Virgilio
gli solve. E comincia questa seconda quivi:—«Dimmi maestro mio», ecc.
Dice adunque cosí:—«Or discendiam», percioché in quel luogo sempre
infino al centro si diclina; «quaggiú nel cieco mondo»,—cioè in
inferno, il qual pertanto dice esser «cieco», percioché alcuna natural
luce non vʼè: «Cominciò il maestro», cioè Virgilio, «tutto smorto»,
cioè pallido oltre lʼusato. È il vero che lʼuomo impallidisce per lʼuna
delle tre cagioni, o per infermitá di corpo (nella quale intervengono
le diminuzioni del sangue, le diete e lʼaltre evacuazioni, le quali
vanno a tôrre il vivido colore), o per paura, o per compassione. E
qui, come appresso si dirá, Virgilio, discendendo giú, impallidí
per compassione.—«Io sarò primo», cioè andrò avanti, «e tu sarai
secondo»,—cioè mi seguirai; volendo, per questo ordine dellʼandare,
renderlo piú sicuro, in quanto colui, che va davanti, trova prima ogni
ostacolo, il quale lʼandare impedisce, e quello rimuove, se egli è
buono e valoroso duca.
«Ed io, che del color», pallido di Virgilio, «mi fui accorto»,
riguardandolo nel viso, «Dissi:—Come verrò», io appresso, «se tu», che
vai avanti ed haʼ mi fatto vedere di menarmi salvamente, «paventi»,
cioè hai paura, «Che suogli al mio dubbiare esser conforto»? sí come
nel primo canto appare, dove tu mi levasti dinanzi a quella lupa, e nel
secondo canto, dove tu dellʼanimo cacciasti la viltá sopravvenutavi.—
«Ed egli», cioè Virgilio, «a me», disse:—«Lʼangoscia delle genti»,
onorevoli e dʼalta fama, «Che son quaggiú», in questo primo cerchio
dello ʼnferno, «nel viso mi dipigne», cioè colora, «Quella pietá», cioè
compassione, «che tu per téma», cioè per paura, «senti», cioè estimi
che sia per paura. Altri vogliono che il senso di questa lettera sia
questo: percioché tu senti te pauroso, tu estimi da questo mio colore
che io similmente abbia paura; ma non è cosí: io son pallido per
compassione, ecc. La prima esposizione mi piace piú.
«Andiam», confortalo ad andare, e dimostragli la cagione dicendo: «ché
la via lunga ne sospigne»—a dover andare. «Cosí si mise», procedendo,
«e cosí mi feʼ entrare», seguendolo io, «Nel primo cerchio», cioè nel
limbo, «che lʼAbisso», cioè inferno, «cigne», cioè attornia.
«Quivi», in quel primo cerchio, «secondo che per ascoltare», potea
comprendere, «Non avea pianto mai», cioè dʼaltro, «che di sospiri». È
il sospiro una esalazione che muove dal cuore, da alcuna noia faticato,
il quale il detto cuore, per agevolamento di sé, manda fuori; e, se
cosí non facesse, potrebbe lʼangoscia, ritenuta dentro, tanto ampliarsi
e tanto gonfiare dʼintorno a lui, che ella potrebbe interchiuder sí
lo spirito vitale, che il cuore perirebbe; e, percioché la quantitá
dellʼangoscia di quelle anime, che eran laggiú, era molta, pare i
sospiri dovere essere molti, e con impeto mandati fuori. Per la qual
cosa convien che segua quello che appresso dice, cioè: «Che lʼaura
eterna», in quanto non si muta la qualitá di quella aura (ed è «aura»
un soave movimento dʼaere: per questa cagione non credo voglia dire il
testo «aura», percioché alcuna soavitá non ha in inferno, anzi vʼè ogni
moto impetuoso e noioso; e quinci credo voglia dire «aere eterno»),
«facevan», glʼimpeti deʼ sospiri, «tremare», cioè avere un movimento
non maggiore che il tremare.
«E ciò avvenía», cioè questo sospirare, «da duol senza martiri». Non
eran dunque quelle anime, che quivi erano, da alcuna pena estrinseca
stimolate, ma solamente da affanno intrinseco, il quale si causava
dal conoscimento della lor miseria, vedendosi private della presenza
di Dio, non per loro colpa o peccato commesso, ma per lo non avere
avuto battesimo, come appresso si dice. «Che avean le turbe», cioè
moltitudini, «chʼeran grandi, Dʼinfanti», cioè di pargoli, li quali
«infanti» si chiamano, percioché ancora non eran venuti ad etá che
perfettamente potesson parlare (e questa è lʼuna delle due maniere di
genti, delle quali dissi che lʼautor trattava in questa parte), «e di
femmine e di viri», cioè dʼuomini (e questa è lʼaltra maniera, in tanto
dalla prima differenti, in quanto i primi morirono infanti, come detto
è, e questi secondi morirono non battezzati in etá perfetta). [Li quali
una medesima cosa direi loro essere e glʼinfanti, se quella copula,
la quale vi pone quando dice: «Dʼinfanti e di femmine e di viri», non
mi togliesse da questa opinione. E la ragion che mi moverebbe sarebbe
questa; percioché io non estimo che da creder sia, quantunque nella
presente vita glʼinfanti in tenerissima etá morissono, che essi sieno,
al supplicio, in quella etá, cioè in quello poco o nullo conoscimento;
anzi credo sia da credere loro essere in quello intero conoscimento che
è qualunque degli altri, che piú attempati morirono: la qual perfezione
del conoscimento credo sia lor data in tormento e in noia, e non in
alcuna consolazione, come a noi mortali, quando bene usare il vogliamo,
è conceduto.]
«Lo buon maestro», cioè Virgilio (il quale in questa parte, per
ammaestrarlo che domandar dovesse quando alcuna cosa vedesse nuova e da
doverne meritamente addomandare, o forse per assicurarlo al domandare;
percioché nel precedente canto, perché non gli parve che Virgilio tanto
pienamente al suo domando gli rispondesse, vergognandosi sospicò non
grave fosse a Virgilio lʼessere domandato, per che poi dʼalcuna cosa
domandato non lʼavea) «a me» disse:—«Tu non dimandi, Che spiriti
son questi, che tu vedi»? qui che sospirando si dolgono. Ed appresso
fa come il buon maestro dee fare, il quale, vedendo quello di che
meritamente può dubitare il suo auditore, gli si fa incontro, col
farlo chiaro di ciò che lʼuditore addomandar dovea, e dice: «Or voʼ
che sappi, avanti che piú andi, Chʼeʼ non peccâro», questi spiriti che
tu vedi qui; «e sʼegli hanno mercedi», cioè se essi adoperarono alcun
bene il quale meritasse guiderdone, «Non basta», cioè non è questo
bene avere adoperato sufficiente alla loro salvazione: e la cagione
è, «perchʼeʼ non ebber battesmo». E questo nʼè assai manifesto per lo
Evangelio, dove Cristo parlando a Nicodemo dice: «_Amen, amen, dico
tibi, nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto, non potest
intrare in regnum Dei_». È adunque il battesimo una regenerazion nuova,
per la quale si toglie via il peccato originale, del quale tutti,
nascendo, siamo maculati, e divegnamo per quello figliuoli di Dio,
dove davanti eravamo figliuoli delle tenebre; e fa questo sacramento
valevoli le nostre buone operazioni alla nostra salute, dove senza
esso son tutte perdute, sí come qui afferma lʼautore. «Chʼè parte
della fede, che tu credi», cioè della fede cattolica; e però dice che
è «parte» di quella, percioché gli articoli della fede son dodici, deʼ
quali dodici è il battesimo uno.
Appresso questo risponde Virgilio ad una questione, la quale esso
medesimo muove, dicendo: «E se pur fûr», costoro deʼ quali noi
parliamo, «dinanzi al cristianesmo», cioè avanti che Cristo per le
sue opere e per li suoi ammaestramenti introducesse questa fede, e
mostrasse il battesimo essere necessario a volere aver vita eterna;
perciò son perduti, perché «Non adorar debitamente Iddio». E in tanto
non lʼadoraron debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di
Dio, cioè lui essere una deitá in tre persone, lui dover venire a
prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono deʼ comandamenti
dati da lui al popol suo, neʼ quali, ben intesi, stava la salute di
coloro, li quali avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e
fedeli servidori; ma adoravano Iddio secondo loro riti, del tutto
deformi al modo nel quale Iddio voleva essere adorato e onorato. «E
di questi cotai», cioè che dinanzi al cristianesimo furono, «son io
medesmo»: percioché Virgilio, si come in _libro Temporum_ dʼEusebio
si comprende, avanti la predicazion di Cristo e il battesimo da lui
introdotto morí, nel torno di quarantacinque anni; [né della venuta
di Cristo nella Vergine, per quello che comprender si possa, sentí
alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone _Della nativitá
di Cristo_, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata neʼ versi
scritti nella quarta egloga della sua _Buccolica_, dove dice:
_Ultima Cumaei venit iam carminis aetas:
magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna:
iam nova progenies caelo delabitur alto._
Deʼ quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere
santo Augustino; e, se pure son di quegli che ʼl sentono (e per
avventura santo Augustino medesimo), non credono lui avere inteso
quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifas, quando al
popolo giudaico disse, per Cristo giá preso da loro, che «bisognava che
uno morisse per lo popolo, accioché tutta la gente non perisse». Non
adunque sentí Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi volea avanti
al cristianesmo salvarsi.]
«Per tai difetti», cioè per cose omesse, non per cose commesse, o
vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente
adorato Iddio; «e non per altro rio», cioè per avere contro alle morali
o naturali leggi commesso; «Semo perduti», cioè dannati a non dovere
in perpetuo vedere Iddio; «e sol di tanto offesi, Che senza speme
vivemo in disio»:—il quale disio non è altro che di vedere Iddio,
nel quale consiste la gloria deʼ beati. E come che molto faticosa
cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi fatica e
noia importabile lʼardentemente disiderare e non conoscere né avere
speranza alcuna di dover potere quello, che si disidera, ottenere: e
perciò, quantunque _prima facie_ paia non molto gravosa pena essere il
disiderare senza sperare, io credo chʼella sia gravissima; e ancora
piú se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna
intermissione. «Gran duol mi prese al cuor quando lʼintesi», sí per
Virgilio, e sí ancora «Peroché gente di molto valore», stati intorno
agli esercizi temporali, «Conobbi», non qui, ma nel processo, quando
coʼ cinque savi entrò nel castello sette volte cerchiato dʼalte
mura, «che in quel limbo», cioè in quello cerchio superiore, vicino
alla superficie della terra (chiamano gli astrologi un cerchio dello
astrolabio, contiguo alla circunferenza di quello, e nel quale sono
segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli, «limbo»; dal quale
per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, percioché quasi
immediatamente è posto sotto la circunferenza della terra), «eran
sospesi», dallʼardore del lor desiderio.
—«Dimmi, maestro mio». Qui, dissi, cominciava la seconda particella
della prima parte della seconda division principale, nella quale
lʼautore muove una questione a Virgilio, ed esso gliele solve. Dice
adunque: «Dimmi, maestro mio, dimmi, signore».—Assai lʼonora lʼautore
per farselo benivolo, accioché egli piú pienamente gli risponda, che
fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto: dopo la
quale alcuna altra, che questa, infino a qui fatta non gli avea. [Ed
intende, in questa domanda, non di voler sapere deʼ santi padri che da
Cristo ne furon tratti, che dobbiam credere il sapea, ma per ciò fa la
domanda, per sapere se in altra guisa che in questa, cioè che fatta
fu per la venuta di Cristo, alcun altro nʼuscí mai: quasi per questo
voglia farsi benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che,
se alcuna altra via che quella che da Cristo tenuta fu, vi fosse, egli
sʼingegnerebbe dʼadoperare di farne uscir lui e di farlo pervenire a
salute.] «Cominciaʼ io, per volere esser certo Di quella fede, che
vince ogni errore», cioè per sapere se quello era stato che per la
nostra fede nʼè porto, cioè che Cristo scendesse nel limbo e traessene
i santi padri. [Il che, quantunque creder si debba senza testimonio
ciò che nella divina Scrittura nʼè scritto, son nondimeno di quegli
che stimano potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non
credo che senza colpa far si possa, percioché pare un derogare alla
fede debita alle Scritture; e però cosí le cose passate, come quelle
che venir debbono, senza cercarne testimonianza dʼalcuno, si vogliono
fermamente credere e semplicemente confessare].—«Uscicci mai», di
questo luogo, «alcuno, o per suo merto», cioè per lʼavere con intera
pazienza lungamente sostenuta questa pena, o per lʼavere sí nella
mortal vita adoperato, che egli dopo alcuno spazio di tempo meritasse
salute: «O per lʼaltrui», opera, [o fatta o che far si possa per
lʼavvenire,] «che poi fosse beato?»—uscendo di qui e sagliendo in vita
eterna.
«Ed eʼ», cioè Virgilio, «che ʼntese il mio parlar coverto», cioè
intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva
la domanda generale, «Rispose:—Io era nuovo in questo stato». Dice
«nuovo» per rispetto a quegli che forse migliaia dʼanni vʼerano stati,
dovʼegli stato non vʼera oltre a quarantotto anni; percioché tanti anni
erano passati dopo la morte di Virgilio, infino alla passion di Cristo,
nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè «Quando ei vidi
venire», in questo luogo, «un possente», cioè Cristo, il quale Virgilio
non nomina percioché nol conobbe. E meritamente dice «possente»,
percioché egli per propria potenza aveva quel potuto fare, che alcun
altro non poté mai, cioè vincere la morte e risuscitare; avea vinta la
potenza del diavolo, oppostasi alla sua entrata in quel luogo. Ed era,
questo possente, «Con segno di vittoria incoronato». Non mi ricorda
dʼavere né udito né letto che segno di vittoria Cristo si portasse al
limbo, altro che lo splendore della sua divinitá; il quale fu tanto,
che il luogo di sua natura oscurissimo egli riempiè tutto di luce:
donde si scrive che «_habitantibus in umbra mortis lux orta est eis_».
«Trasseci lʼombra del primo parente», cioè dʼAdamo. [Adamo fu, sí come
noi leggiamo nel principio quasi del Genesi, il primiero uomo il sesto
di creato da Dio, e fu creato del limo della terra in quella parte
del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata fu il «campo
damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò
nel viso, e in quel soffiare mise nel petto suo lʼanima dotata di
libero arbitrio e di ragione, per la quale egli, il quale ancora era
immobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e
secondo che i santi credono, egli fu creato in etá perfetta, la quale
tengono esser quella nella quale Cristo morí, cioè di trentatré anni.
E lui cosí creato e fatto alla immagine di Dio, in quanto avea in sé
intelletto, volontá e memoria, il trasportò nel paradiso terrestro,
dove essendosi addormentato, nostro Signore non del capo né deʼ piedi,
ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di
perfetta etá. La quale come Adamo desto vide, disse:—Questa è osso
dellʼossa mie, e per costei lascerá lʼuomo il padre e la madre, ed
accosterassi alla moglie.—La qualʼè tratta dal suo costato, per darne
ad intendere che per compagna, non per donna né per serva dellʼuomo,
lʼavea prodotta Iddio; e ad Adamo non per sollecitudine perpetua e
guerra senza pace e senza triegua, come lʼodierne mogli odo che sono,
ma per sollazzo e consolazione a lui la diede. E comandò loro che tutte
le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, si come produtte al
lor piacere, ma del frutto dʼuno albero solo, il qual vʼera, cioè di
quello «della scienza del bene e del male», sʼastenessero, percioché,
se di quello gustassero, morrebbero: e quindi in cosí bello e cosí
dilettevale luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma lʼantico nostro
nimico, invidioso che costoro prodotti fossero a dover riempiere
quelle sedie, le quali per la ruina sua e deʼ suoi compagni evacuate
erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, sʼella mangiasse
del frutto proibito, ella non morrebbe, ma sʼaprirebbero gli occhi
suoi e saprebbe il bene e il male e sarebbe simile a Dio. Per la
qual cosa Eva, mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo,
incontanente sʼapersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano
ignudi: e fattesi alcune coperture di foglie di fico davanti, si
nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono cacciati di
paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero piú
figliuoli e figliuole. Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, dʼetá di
novecentotrenta anni si morí.]
[Ma qui son certo si moverá un dubbio, e dirá alcuno:—Tu hai detto
davanti che ciò, che Iddio crea senza alcun mezzo, è perpetuo; Adam
fu creato da Dio senza alcun mezzo; come dunque non fu immortale?—A
questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò, che
Iddio senza mezzo crea, è perpetuo; ma è questo da intendere delle
creature semplici, sí come furono e sono gli angioli, li quali sono
semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli elementi, li
quali tutti sono di semplice materia creati: ma lʼuomo non fu cosí;
anzi fu creato di materia composta, sí come è dʼanima e di corpo,
e perciò non è perpetuo come sono le predette creature.—Ma quinci
può sorgere unʼaltra obiezione, e dirsi: egli è vero che lʼuomo è
composto dʼanima e di corpo, e queste due cose amendue furon create
da Dio; perchʼè dunque lʼanima perpetua, e ʼl corpo mortale? Dirò
allora lʼanima essere stata da Dio composta di materia semplice, come
furon gli angioli, ma il corpo non cosí; percioché non fu composto del
semplice elemento della terra, senza alcuna mistura dʼaltro elemento,
sí come dʼacqua: percioché della terra semplice non si sarebbe potuta
fare la statura dellʼuomo, fu adunque fatta del limo della terra,
avente alcuna mistura dʼacqua. Non che io non creda che a Dio fosse
stato possibile averlo fatto di terra semplice, il quale di nulla cosa
fece tutte le cose, ma la commistione deʼ corpi ne mostra quegli essere
stati fatti di materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva
lʼanima, non séguita il corpo dovere essere perpetuo. Sarebbon di
quegli che alla obiezione prima risponderebbono: Adamo aversi questa
corruzione e morte deʼ corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo
Domeneddio, avanti il peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire
alcuno: Adam peccò, e di perpetuo divenne mortale; gli angioli che
peccarono, perché non divenner mortali? Alla quale obiezione è assai
risposto di sopra: percioché, di semplice materia creati, non posson
morire, se non come lʼanima nostra, la quale, quantunque peccasse col
corpo dʼAdamo, non però la sua perpetuitá perdé, ma perdella il corpo,
al quale, sí come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata
minacciata da Dio. Ma questa è materia da molto piú sublime ingegno
che il mio non è, e perciò, per la vera soluzione di tanto dubbio,
si vuole ricorrere, aʼ teologi ed aʼ sufficientissimi litterati, la
scienza deʼ quali propriamente dintorno a cosí fatte quistioni si
distende.]
«DʼAbél, suo figlio», cioè dʼAdam. Questi si crede che fosse il
primiero uomo che morí, ucciso da Cain suo fratello per invidia.
Leggesi nel _Genesi_ Caino, il quale fu il primo figliuolo dʼAdam,
essersi dato allʼagricoltura, e Abél, similmente figliuol dʼAdam e che
appresso a Cain nacque, essere divenuto pastore: ed avendo questi due
cominciato a far, prima che alcuni altri, deʼ frutti delle loro fatiche
sacrificio a Dio, era costume di Cain, per avarizia, quando eran per
far sacrificio, dʼeleggere le piú cattive biade, o che avessero le
spighe vòte, o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle
sacrificare. Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio accetto a
Dio, come in quelle il fuoco acceso avea, incontanente il fummo di quel
fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e andavagli nel
viso. Abél in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre
eleggeva il migliore e il piú grasso agnello delle greggi sue, e quello
sacrificava: di che seguiva che, essendo il sacrificio dʼAbél accetto
a Dio, il fummo dello olocausto saliva dirittamente verso il ciclo. La
qual cosa vedendo Caino, c avendone invidia, cominciò a portare odio al
fratello; e un dí, con lui insieme discendendo in un loro campo, non
prendendosene Abél guardia, Caino il ferí in su la testa dʼun bastone
ed ucciselo.
«E quella di Noé». Dispiacendo a Domeneddio lʼopere degli uomini
sopra la terra, e per questo essendo disposto a mandare il diluvio,
conoscendo Noé essere buono uomo, diliberò di riservar lui, e tre
suoi figliuoli e le lor mogli, e ordinògli in che maniera facesse
unʼarca e come dentro vʼentrasse, e similemente quanti e quali animali
vi mettesse; e, ciò fatto, mandò il diluvio, il quale fu universale
sopra ogni altezza di monte, e tra ʼl crescere e scemare perseverò nel
torno di dieci mesi. Ed essendo pervenuta lʼarca, la qual notava sopra
lʼacque, sopra le montagne dʼErmenia, e non movendosi piú per lʼacque
che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra lʼarca, mandò
fuori il corvo: il qual non tornando, mandò la colomba, e quella tornò
con un ramo dʼulivo in becco: per la qual cosa Noé conobbe che il
diluvio era cessato, e, uscito fuori dellʼarca, fece sacrificio a Dio.
E appresso piantò la vigna, della qual poi nel tempo debito ricolto
del vino, inebriò, e, addormentato nel tabernacolo suo, fu da Cam suo
figliuolo trovato scoperto. Il quale, di lui beffatosi, il disse aʼ
fratelli, a Sem e a Iafet, li quali, portato un mantello, ricopersero
il padre; ed egli poscia, desto e risaputo questo, maladisse Cam. Ed
essendo vivuto novecentocinquanta anni nella grazia di Dio, passò di
questa vita.
«Di Moisé, legista ed ubbidiente». Moisé nacque in Egitto; ed essendo
stato per lo re dʼEgitto comandato che tutti i figliuoli degli ebrei
maschi fossero uccisi, e le femmine servate, avvenne che, percioché
bello figliuolo era paruto alla madre, non lʼuccise, ma servollo
tre mesi occultamente; ma poi, non potendolo piú occultare, fatto
un picciolo vasello di giunchi e quello imbiutato di bitume, sí che
passarvi lʼacqua dentro non poteva, il mise nel fiume; e lʼacqua
menandolo giú, la sorella di lui seguitava il vasello per vedere che
divenisse. Ed essendo per ventura la figliuola di Faraone con le
sue femmine discesa al fiume per bagnarsi, vide questo vasello, e,
fattolo prendere ad una delle sue femmine, lʼaperse, e, trovatovi
dentro il picciol fanciullo che piangea, disse:—Questi dee essere
deʼ figliuoli delle ebree.—Allora la fanciulla, che il vasello
seguiva, disse:—Madonna, vuogli che io vada e truovi una ebrea che
il balisca?—A cui la donna disse:—Vaʼ.—Ed ella andò e menò la
madre medesima, la quale, come cresciuto lʼebbe, il rendé alla donna,
la quale il nominò Moisé, quasi «tratto dallʼacqua», e a modo che
figliuolo se lʼadottò. Moisé crebbe, ed avendo un egizio, perciochʼegli
batteva un ebreo, ucciso, temendo del re, se nʼandò in Madian, e
quivi coʼ sacerdoti di Madian si mise a stare, e prese per moglie una
fanciulla chiamata Sefora: e dopo alcun tempo, secondo il piacer di
Dio, venne davanti a Faraone, e comandògli che liberasse il popolo
dʼIsrael della servitudine, nella quale il tenea. La qual cosa non
volendo far Faraone, piú segni, secondo il comandamento di Dio, gli
mostrò: ed ultimamente, comandato agli ebrei che quelle cose, che
accattar potessero dagli egizi, eʼ prendessero e seguitasserlo, ché
egli gli menerebbe nella terra di promissione: il che fatto, e con
loro messosi in via, e pervenuti al mare Rosso, quello percosse con la
sua verga in dodici parti, sí come gli ebrei erano dodici tribi, ed in
tante sʼaperse subitamente il mare, per le quali gli ebrei passarono
salvamente, e gli egizi, che dietro a loro seguitandogli per quelle
vie medesime si misero, rinchiuso, come passati furono gli ebrei, il
mare, tutti annegarono. Guidò adunque Moisé costoro per lo diserto,
e, per le sue orazioni, di manna furono nutricati in esso, e piovvero
loro dal cielo coturnici; e percossa da Moisé con la verga una pietra,
subitamente nʼuscí per divino miracolo un fiume dʼacqua di soavissimo
sapore, del quale gli ebrei saziaron la sete loro; e, oltre a questo,
esso ordinò loro il tabernacolo, nel quale dovessero sacrificare a Dio;
ordinò i sacerdoti e li loro vestimenti, e similemente le vittime e
gli olocausti; e diede loro i giudici, a udire e determinare le loro
quistioni; e, oltre a ciò, salito in sul monte Sinai, e quivi dimorato
in digiuni e penitenza quaranta dí, ebbe da Dio due tavole, nelle quali
erano scritti i comandamenti della legge, la quale esso, disceso del
monte, diede al popolo: e però il soprannomina lʼautore «legista».
Alfine, dopo molte fatiche, morí nella terra di Moab, essendo dʼetá
di centoventi anni, e fu seppellito nella valle della terra di Moab
di contra a Segor: né fu alcuno che conoscesse il luogo della sua
sepoltura.
«Abraam patriarca». Abraam fu figliuolo di Tara, e nacque in Ur cittá
deʼ caldei, lʼanno quarantatré del regno di Nino, re dʼAssiria.
Questi, per comandamento di Dio, insieme con Sara, sua moglie, venne
in Canaan, e qui, essendo giá dʼetá di novantanove anni, avendo prima
dʼAgar, serva egizia, avuto Ismael, generò in Sara giá vecchia, come
annunziato gli fu dai tre li quali gli apparvero nella valle di Mambre,
un figliuolo, il quale chiamò Isaac. E, avendogli comandato Iddio che
gli facesse sacrificio del detto Isaac, con lui insieme, portando
esso un fascio di legne in collo, e Abraam il fuoco e ʼl coltello in
mano, nʼandò sopra una montagna, e quivi, essendo per uccidere il
figliuolo, per immolarlo secondo il comandamento dʼIddio, gli fu preso
il braccio, e mostratogli un montone, il quale in una macchia di pruni
era, ritenuto da quegli per le corna: come Iddio volle, veduto la
sua obbedienza, lasciato il figliuolo, sacrificò il montone. Costui
fu quegli che, vinti i re di Sogdoma, e riscosso Lot suo nipote,
primieramente offerse per sacrificio pane e vino a Melchisedech, re
e sacerdote di Salem; a costui fece Iddio la promessione di dare aʼ
suoi discendenti la terra abbondante di latte e di miele. Il quale,
essendo giá dʼetá di centosettantacinque anni, morí, e fu daʼ figliuoli
seppellito nel campo dʼEfron deʼ figliuoli di Soar Itteo della regione
di Mambre, il quale avea comperato in quello uso, quando morí Sara,
sua moglie, daʼ figliuoli di Het. È costui chiamato «patriarca», da
«_pater_», che in latino viene a dir «padre», e «arcos», che viene a
dire «principe»: e cosí resulta «principe deʼ padri».
«E David re». Questi fu figliuolo di Iesse della tribú di Giuda; e
levato giovane da guardare le pecore del padre, percioché ammaestrato
era di sonare la cetera, venne al servigio di Saul re, il quale esso
col suo suono alquanto mitigava dalla noia che il dimonio alcuna volta
gli dava; ed essendo giovanetto andò a combattere con Golia filisteo,
il quale aveva statura di gigante, e lui con la fionda, la quale
ottimamente sapea adoperare, e con alquante pietre uccise: ondʼegli
meritò la grazia del popolo, ed ebbe Micol, figliuola di Saul, per
moglie. Racquistò lʼarca _foederis_, la quale al popolo dʼIsrael era
stata per forza di guerra tolta; e fu valoroso uomo in guerra, e lunga
persecuzione patí da Saul, al quale per invidia era venuto in odio;
ultimamente, essendo daʼ filistei stato sconfitto Saul eʼ figliuoli in
Gelboè, e quivi se medesimo avendo ucciso, fu in suo luogo coronato re.
E nelle sue opere fu grato a Dio; e, avuti di piú femmine figliuoli,
e invecchiato molto, si morí e lasciò in suo luogo re Salomone, suo
figliuolo.
«E Israel», cioè Iacob, il quale fu figliuolo di Isaac: ed essendo
prima del ventre della madre uscito Esaú, e per quello appartenendosi
a lui le primogeniture, quelle acquistò con una scodella di lenti, la
quale gli donò, tornando esso affamato da cacciare. E tornandosi esso
di Mesopotamia, dove, dopo la morte dʼIsaac, per paura dʼEsaú fuggito
sʼera, sí come nel _Genesi_ si legge, tutta una notte fece con un uomo
da lui non conosciuto alle braccia; e, non potendo da quellʼuomo esser
vinto, venendo lʼaurora, disse quellʼuomo:—Lasciami.—Al qual Giacob
rispose di non lasciarlo, se da lui benedetto non fosse; il quale colui
domandò come era il nome suo, a cui esso rispose:—Io son chiamato
Iacob.—E quellʼuomo disse:—Non fia cosí: il tuo nome sará Israel,
percioché, se tu seʼ forte contro Dio, pensa quello che tu potrai
contro agli altri uomini.—E, toccatogli il nervo dellʼanca, gliele
indebolí in sí fatta maniera, che sempre poi andò sciancato: per questa
cagione i giudei non mangiano di nervo.
«Col padre», cioè Isaac, il quale fu figliuolo dʼAbraam, «e coʼ suoi
nati», cioè di Iacob, li quali furono dodici, acquistati di quattro
femmine: e daʼ quali li dodici tribi dʼIsrael ebbero origine, e
ciascuna fu dinominata da uno di questi dodici, cioè da quello dal
quale aveva origine tratta.
«E con Rachele, per cui tanto feʼ». Iacob, il quale avendo per li
consigli di Rebecca, sua madre, ricevute tutte le benedizioni da Isaac,
suo padre, le quali Esaú, quantunque per una minestra di lenti vendute
gli avesse, come di sopra è detto, diceva che a lui appartenevano, sí
come a primogenito, per paura di lui se nʼandò in Mesopotamia a Laban,
fratello di Rebecca, sua madre. Il quale Laban avea due figliuole,
Lia e Rachel: e piacendogli Rachel, si convenne con Laban di servirlo
sette anni, ed esso, in luogo di guiderdone, fatto il servigio, gli
dovesse dare per moglie Rachel: e, avendo sette anni servito, ed
essendo celebrate le nozze, nelle quali credeva Rachel essergli data,
la mattina seguente trovò che gli era stata da Laban, messa la notte
preterita nel letto, in luogo di Rachel, Lia, la quale era cispa. Di
che dolendosi al suocero, gli fu risposto che lʼusanza della contrada
non pativa che la piú giovane si maritasse prima che colei che di piú
etá fosse; ma, se servire il volesse, gli darebbe, in capo del tempo,
similemente Rachel. Di che convenutisi insieme che esso servisse altri
sette anni, come serviti gli ebbe, gli fu da Laban conceduta Rachel.
E questo è quello che lʼautore intende, quando dice: «Rachele, per cui
tanto feʼ», cioè tanto tempo serví.
Fu questo Iacob buono uomo nel cospetto di Dio. E per fame fu
costretto egli eʼ figliuoli eʼ nipoti di partirsi del paese di Cananea
e dʼandarne in Egitto; lá dove Iosef, suo figliuolo, il quale esso
per inganno degli altri figliuoli lungo tempo davanti credeva morto,
era prefetto deʼ granai di Faraone; e quivi onoratamente ricevuto,
giá vecchio dʼetá di cento dieci anni, morí. E fu il corpo suo
con odorifere spezie seppellito in Egitto, avendo egli avanti la
morte scongiurati i figliuoli che, quando da Dio vicitati fossero e
nella terra di promissione tornassero, seco di quindi lʼossa sue ne
portassero.
«E altri molti», sí come Eva, Set, Sara, Rebecca, Isaia, Ieremia,
Ezechiel, Daniel, e gli altri profeti e Giovanni Batista, e simili a
questi; «e fecegli beati», menandonegli in vita eterna, nella quale è
vera e perpetua beatitudine. «E voʼ che sappi che dinanzi ad essi»,
cioè innanzi che costoro beatificati fossero, «Spiriti umani non eran
salvati;»—e ciò era per lo peccato del primo parente, il quale ancora
non era purgato: ma, tolta via quella colpa per la passione di Cristo,
furon quegli, che bene aveano adoperato, liberati dalla prigione del
diavolo, e aperta loro, e a coloro che appresso doveano venire e bene
adoperare, la porta del paradiso.
[Nota: Lez. XII]
«Non lasciavam lʼandar». Questa è la seconda parte principale della
seconda di questo canto, nella quale lʼautore dimostra come, procedendo
avanti, pervenisse a vedere la terza spezie degli spiriti che in quel
cerchio dimoravano. Ed in questa parte fa lʼautore quattro cose: nella
prima dice sé aver veduto in quel luogo un lume; nella seconda dice
come Virgilio da quattro poeti fu, tornando, ricevuto; nella terza dice
come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel qual vide
i magnifichi spiriti; nella quarta dice come egli e Virgilio dagli
quattro poeti si partissero. La seconda comincia quivi: «Intanto voce»;
la terza quivi: «Cosí andammo infino»; la quarta quivi: «La sesta
compagnia».
Dice adunque: «Non lasciavam», Virgilio ed io, «lʼandar, perchʼei
dicessi», cioè ragionasse; «Ma passavam», andando, «la selva tuttavia»;
e, appresso questo, dichiara se medesimo qual selva voglia dire,
dicendo: «La selva, dico, di spiriti spessi»; volendo in questo dare ad
intendere quello luogo essere cosí spesso di spiriti come le selve sono
dʼalberi.
«Non era lunga ancor la nostra via», cioè non cʼeravam molto dilungati,
«Di qua dal sonno», il quale nel principio di questo canto mostra gli
fosse rotto. Alcuna lettera ha: «Di qua dal suono»; ed allora si dee
intendere questo «suono», per quello che fece il tuono il quale il
destò. Ed alcuna lettera ha: «Di qua dal tuono», il quale di sopra
dice che il destò. E ciascuna di queste lettere è buona, percioché per
alcuna di esse non si muta né vizia la sentenza dellʼautore. «Quando io
vidi un fuoco», un lume, «Che emisperio» (emisperio è la mezza parte
dʼuna spera, cioè dʼun corpo ritondo come è una palla, del quale alcun
lume, quantunque grande sia, non può piú vedere) «di tenebre vincía».
Qui non vuole altro dir lʼautore, se non che quel fuoco, ovver lume,
vinceva le tenebre, alluminandole della mezza parte di quello luogo
ritondo, a dimostrare che questo lume non toccava quelle altre due
maniere di genti, delle quali di sopra ha detto, percioché non furon
tali, che per gran cose conosciuti fossero.
«Di lungi nʼeravamo», da questo lume, «ancora un poco; Ma non sí»,
nʼeravamo lontani, «che io non discernessi», per lo splendore di quel
lume, «in parte», quasi dica non perciò appieno, «Che orrevol», cioè
onorevole, «gente possedea», cioè dimorando occupava, «quel loco», nel
quale eravamo.
—«O tu», Virgilio; e domanda qui lʼautore chi coloro sieno, li
quali hanno luce, dove quegli, che passati sono, non lʼhanno: «che
onori», col ben sapere lʼuna e col bene esercitar lʼaltra, «ogni
scienza ed arte». [Capta qui lʼautore la benivolenza del suo maestro,
commendandolo, e dicendo lui essere onoratore di scienza e dʼarte. Dove
è da sapere che, secondo che scrive Alberto sopra il sesto dellʼ_Etica_
dʼAristotile, sapienza, scienza, arte, prudenza ed intelletto sono
in cotal maniera differenti, che la sapienza è delle cose divine,
le quali trascendono la natura delle cose inferiori; scienza è delle
cose inferiori, cioè della lor natura; arte è delle cose operate da
noi, e questa propriamente appartiene alle cose meccaniche, e, se per
avventura questa si prende per la scienza speculativa, impropriamente è
detta «arte», in quanto con le sue regole e dimostrazioni ne costringe
infra certi termini; prudenza è delle cose che deono essere considerate
da noi, onde noi diciamo colui esser prudente, il quale è buono
consigliatore; ma lʼintelletto si dee propriamente alle proposizioni
che si fanno, sí come «ogni tutto è maggiore che la sua parte». Estolle
adunque qui lʼautore Virgilio nelle due di queste cinque, dicendo che
egli onora «scienza ed arte», bene e maestrevolmente operandole, sí
come appare neʼ suoi libri, neʼ quali esso aglʼintelligenti si dimostra
ottimamente aver sentito in filosofia morale e in naturale, il che
aspetta alla scienza; ed oltre a ciò si dimostra mirabilmente avere
adoperato in ciò che alla composizione deʼ suoi poemi o alle parti di
quegli si richiede, usando in essi lʼartificio di qualunque liberale
arte, secondo che le opportunitá hanno richiesto; e questo appartiene
allʼarte non meccanica, ma speculativa. E perciò meritamente queste
lode dallʼautore attribuite gli sono.]
«Questi chi sono, cʼhanno tanta orranza», cioè onoranza: il qual
vocabolo per cagion del verso gli conviene assincopare, e dire, per
«onoranza», «orranza»; «Che dal modo degli altri», li quali per infino
a qui abbiam veduti, «gli diparte?»—in quanto hanno alcuna luce, dove
quegli, che passati sono, non hanno.
«E quegli», cioè Virgilio, disse «a me:—Lʼonrata», cioè lʼonorata,
«nominanza»; puossi qui «nominanza» intender per «fama»; «Che di lor
suona su nella tua vita», nella quale questi cotali, sí nelle scritture
degli antichi, e sí ancora neʼ ragionamenti deʼ moderni, raccordati
sono; «Grazia», singulare, «acquista nel ciel», da Dio, «che sí gli
avanza», oltre a quegli che senza luce lasciati abbiamo.—[Intorno
alla qual risposta dobbiamo sapere aver luogo quello che della divina
giustizia si dice, cioè che ella non lascia alcun male impunito, né
alcun bene inremunerato: percioché questi, deʼ quali lʼautor domanda,
sono genti, le quali tutte, virtuosamente ed in bene della republica
umana, quanto al moral vivere, adoperarono; ma, percioché non conobbero
Iddio, non fecero le loro buone operazioni per Dio, e per questo non
meritarono lʼeterna gloria, la quale Iddio concede per merito a coloro
che, avendo rispetto a lui, adoperan bene; ma nondimeno, percioché bene
adoperarono e dispiacquero loro i vizi e le mal fatte cose, quantunque
il rispetto per ignoranza non fosse buono, pur pare che essi di ciò
alcun premio meritino. Il qual è, secondo la ʼntenzion di Virgilio, che
la giustizia di Dio renda loro in sofferire che essi per fama vivano
nella presente vita; per che bene dice esso Virgilio, che la loro
onorata nominanza, delle operazioni ben fatte da loro, acquista grazia
nel cielo, la quale concede loro lume, dove agli altri nol concede.]
«Intanto voce fu». Dissi qui cominciare la seconda parte della seconda
principale, nella qual mostra Virgilio essere stato da quattro poeti
onoratamente ricevuto; e dice: «Intanto», cioè mentre Virgilio mi
rispondeva alla domanda fatta, come di sopra appare, «voce». A
differenza del suono, è la voce propriamente dellʼuomo, in quanto
esprime il concetto della mente, quando è prolata; ogni altra cosa
per la bocca dellʼuomo, o dʼalcun altro animale, o di qualunque altra
cosa, è [o] suono [o sufolo]: e questi suoni hanno diversi nomi,
secondo la diversitá delle cose dalle quali nascono. «Fu per me», cioè
da me, «udita», cosí fatta:—«Onorate lʼaltissimo poeta»; e questa,
per quello che poi segue, mostra che detta fosse, da chi che se la
dicesse, a quegli quattro poeti che poi incontro gli si fecero. Ed
assai onora qui Dante Virgilio in quanto dice «altissimo», il quale
adiettivo degnamente si confá a Virgilio, percioché egli di gran lunga
trapassò in iscienza ed in arte ogni latin poeta, stato davanti da
lui, o che poi per infino a questo tempo stato sia. «Lʼombra sua»,
cioè di Virgilio, «torna, chʼera dipartita»,—quando andò al soccorso
dellʼautore, come di sopra è dimostrato.
«Poi che la voce», giá detta, «fu ristata e queta, Vidi quattro
grandʼombre», non di statura, ma grandi per dignitá, «a noi venire»,
come lʼuno amico va a ricoglier lʼaltro, quando dʼalcuna parte torna:
«Sembianza avevan né trista né lieta». In questa discrizione della
sembianza di questi poeti, dimostra lʼautore la gravitá e la costanza
di questi solenni uomini; percioché costume laudevole è deʼ maturi
e savi uomini non mutar sembiante per cosa che avvegna o prospera
o avversa, ma con eguale e viso e animo le felicitá e le avversitá
sopravvegnenti ricevere; percioché chi altrimenti fa, mostra sé esser
di leggiere animo e di volubile.
«Lo buon maestro», Virgilio, «cominciò a dire:—Mira colui con quella
spada in mano». È la spada un istrumento bellico, e però per quella
vuol dare lʼautore ad intendere di che materia colui, che la portava,
cantasse: e però a lui, e non ad alcun degli altri, la discrive in
mano, percioché il primo fu che si creda in istilo metrico scrivesse di
guerre e di battaglie, e per conseguente pare che, chi dopo lui scritto
nʼha, lʼabbia avuto da lui. «Che vien dinanzi aʼ tre», poeti che ʼl
seguono, «sí come sire», cioè signore e maggiore.
«Egli è Omero poeta sovrano». Dellʼorigine, della vita e degli studi
dʼOmero, secondo che diceva Leon tessalo, scrisse un valente uomo
greco, chiamato Callimaco, piú pienamente che alcun altro: nelle
scritture del quale si legge che Omero fu dʼumile nazione; percioché
in Ismirna, in queʼ tempi nobile cittá dʼAsia, il padre di lui in
publica taverna fu venditore di vino a minuto, e la madre fu venditrice
dʼerbe nella piazza, come qui fra noi son le trecche; nondimeno, come
che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti esercizi, non si
sa certamente di qual cittá esso natio fosse. È il vero che, per
la sua singular sufficienza in poesi, sette nobili cittá di Grecia
insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando
ciascuna dʼesse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato
suo cittadino; e le cittá furon queste: Samos, Smirne, Chios, Colofon,
Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furono, le quali gli feciono
onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò
fecero per rendere con quella a coloro, li quali non sapevano dove
stato si fosse seppellito, testimonianza lui essere stato suo
cittadino; e quegli di Smirne, non solamente sepoltura, ma gli fecero
un notabile tempio, nel quale non altrimenti che se del numero deʼ loro
iddii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua memoria per
molte centinaia dʼanni. Fu nondimeno dai piú reputato che egli fosse
ismirneo; o peroché, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi
il padre e la madre di lui, o che di ciò gli smirnei mostrassero piú
chiara testimonianza che gli altri dellʼaltre cittá; e cosí mostra di
credere Lucano dove dice:
_Quantum Smirnaei durabunt vatis honores,_
dicendo dʼOmero.
Fu questo valente uomo, secondo Callimaco, nominato Omero per lo
vaticinio di lui detto da un matematico, il quale per avventura
intervenne, nascendo egli, il quale disse:—Colui che al presente
nasce morrá cieco;—e per questo fu dal padre nominato Omero. Il quale
nome è composto _ab_ «_o_», che in latino viene a dire «io», e «_mi_»,
che in latino viene a dire «non», ed «_ero_», che in latino viene a
dire «veggio»: e cosí tuttʼinsieme viene a dire «io non veggio»; e,
come nel processo apparirá, secondo il vaticinio morí cieco. Questi
dalla sua fanciullezza, aiutandolo come poteva la madre, si diede agli
studi; e, udite sotto diversi dottori le liberali arti, lungo tempo
udí sotto un poeta chiamato Pronapide, chiarissimo in quei tempi in
quella facultá; e appresso questo, partitosi di Grecia, seguendo i
famosi studi, se nʼandò in Egitto, dove sotto molti valenti uomini udí
poesia e filosofia e altre scienze, e massimamente sotto un filosofo
chiamato Falacro, in quegli tempi sopra ogni altro famoso; ed in Egitto
perseverò nel torno di venti anni, con maravigliosa sollecitudine; e
quindi poi se ne tornò in Arcadia, dove per infermitá perdé il vedere.
E cieco e povero si crede che componesse nel torno di tredici volumi
variamente titolati, e tutti in istilo eroico, deʼ quali si trovano
ancora alquanti, e massimamente la _Iliade_, distinta in ventiquattro
libri, nella quale tratta delle battaglie deʼ greci e deʼ troiani
infino alla morte dʼEttore, mirabilmente commendando Achille. Compose
similmente lʼ_Odissea_, in ventiquattro libri partita, nella quale
tratta gli errori dʼUlisse, li quali dieci anni perseverarono dopo
il disfacimento di Troia. Scrisse similmente un libro delle laude
deglʼiddii, il cui titolo non mi ricorda dʼaver udito. Scrisse ancora
un libro, distinto in due, nel quale scrisse una battaglia, ovvero
guerra, stata tra le rane eʼ topi, la qual non finse senza maravigliosa
e laudevole intenzione. Compose, oltre a ciò, un libro della generazion
deglʼiddii, e composene uno chiamato _Egam_, la materia del quale non
trovai mai qual fosse; e similmente piú altri infino in tredici, deʼ
quali il tempo ogni cosa divorante, e massimamente dove la negligenza
degli uomini il permetta, ha non solamente tolta la notizia delle
materie, ma ancora li loro nomi nascosi, e spezialmente a noi latini.
E, accioché questo non sia pretermesso, in tanto pregio fu la sua
_Iliade_ appo gli scienziati e valenti uomini, che, avendo Alessandro
macedonio vinto Dario re di Persia, e presa Persida reale cittá, trovò
in essa tanto tesoro che, vedendolo, obstupefece; ed essendo in quello
molti e carissimi gioielli, trovò tra essi una cassetta preziosissima
per maestero e carissima per ornamento di pietre e di perle; e coʼ suoi
baroni, sí come scrive Quinto Curzio, il quale in leggiadro e laudevole
stilo scrisse lʼopere del detto Alessandro, come cosa mirabile
riguardandola, domandò qual cosa di quelle, che essi sapessero, paresse
loro piú tosto che alcuna altra da servare in cosí caro vasello. Non
vʼebbe alcuno che la real corona o lo scettro o altro reale ornamento
dicesse; ma tutti con Alessandro insieme in una sentenza concorsono,
cioè che sí preziosa cassa cosa alcuna piú degnamente serbar non potea
che la _Iliada_ dʼOmero: e cosí a servar questo libro fu deputata.
[Fu Omero nel mangiare e nel bere moderatissimo, e non solamente fu
di breve e poco sonno, ma quello prese con gran disagio; percioché, o
povertá o astinenza che ne fosse cagione, il suo dormire era in su un
pezzo di rete di funi, alquanto sospeso da terra, senza alcuni altri
panni. Fu, oltre a ciò, poverissimo tanto, che, essendo cieco, non
aveva di che potesse dare le spese ad un fanticello che il guidasse
per la via, quando in parte alcuna andar volesse: e la sua povertá era
volontaria, percioché delle temporali sustanze niente si curava. Fu
di piccola statura, con poca barba e con pochi capelli; di mansueto
animo e dʼonesta vita e di poche parole. Fu, oltre a ciò, alcuna
volta fieramente infestato dalla fortuna, e, tra lʼaltre, essendo in
Atene ed avendo parte della sua _Iliade_ recitata, il vollero gli
ateniesi lapidare, percioché in essa, poeticamente parlando, aveva
scritto glʼiddii lʼun contro allʼaltro aver combattuto, non sentendo
gli ateniesi ancora quali fossero i velamenti poetici, né quello che
per quelle battaglie deglʼiddii Omero sʼintendesse: e per questo,
credendosi lui esser pazzo, il vollero uccidere; e, se stato non fosse
un valente uomo e potente nella cittá, chiamato Leontonio, il quale
dal furioso émpito degli ateniesi il liberò, senza dubbio lʼavrebbono
ucciso. La quale bestiale ingiuria il povero poeta non lasciò senza
vendetta passare, percioché, appresso questo, egli scrisse un libro
il cui titolo fu _De verbositate Atheniensium_, nel quale egli morse
fieramente i vizi degli ateniesi, mostrando nel vulgo di quegli nulla
altra cosa essere che parole. E altra fiata, essendo chiamato da
Ermolao, re ovvero tiranno dʼAtene, quasi sprezzandolo, disse che,
per lui né per tutto il suo regno, non vorrebbe perdere una menoma
sillaba dʼun suo verso, e che esso coʼ suoi versi possedeva maggior
regno che Ermolao non faceva con la sua gente dʼarme. Per la qual cosa,
turbato, Ermolao il fece prendere e crudelmente battere e poi metterlo
in pregione; nella quale avendolo otto mesi tenuto, né per questo
vedendolo piegarsi in parte alcuna dalla libertá dellʼanimo suo, il
fece lasciare; né poté fare che con lui volesse rimanere.]
[Della morte sua, secondo che scrive Callimaco, fu uno strano accidente
cagione; percioché, essendo egli in Arcadia ed andando solo su per lo
lito del mare, sentí pescatori, li quali sovra uno scoglio si stavano,
forse tendendo o racconciando lor reti: li quali esso domandò se
preso avessero, intendendo seco medesimo deʼ pesci. Costoro risposero
che quegli, che presi aveano, avean perduti, e quegli, che presi non
aveano, se ne portavano. Era stata fortuna in mare, e però, non avendo
i pescatori potuto pescare, come loro usanza è, sʼerano stati al sole,
e i vestimenti loro aveano cerchi e purgati di queʼ vermini che in
essi nascono: e quegli, che nel cercar trovati e presi aveano, gli
aveano uccisi, e quegli, che presi non aveano, essendosi neʼ vestimenti
rimasi, ne portavan seco. Omero, udita la risposta deʼ pescatori, ed
essendogli oscura, mentre al doverla intendere andava sospeso, per
caso percosse in una pietra, per la qual cosa cadde, e fieramente nel
cader percosse, e di quella percossa il terzo dí appresso si morí.
Alcuni voglion dire che, non potendo intender la risposta fattagli daʼ
pescatori, entrò in tanta maninconia, che una febbre il prese, della
quale in pochi dí si morí, e poveramente in Arcadia fu seppellito;
onde poi, portando gli ateniesi le sue ossa in Atene, in quella
onorevolmente il seppellirono].
Fu adunque costui estimato il piú solenne poeta che avesse Grecia,
né fu pure appo i greci in sommo pregio, ma ancora appo i latini in
tanta grazia, che per molti eccellenti uomini si trova essere stato
maravigliosamente commendato: e intra gli altri nel quinto delle sue
_Quistioni tusculane_ scrive Tullio cosí di lui: «_Traditum est etiam
Homerum caecum fuisse: at eius picturam, non poësin videmus. Quae
regio, quae ora, qui locus Graeciae, quae species formae, quae pugna
quaeque artes, quod remigium, qui motus hominum, qui ferarum non ita
expictus est, ut quae ipse non viderit, nos ut videremus effecerit?_»,
ecc. Né si sono vergognati i nostri poeti di seguire in molte cose le
sue vestigie, e massimamente Virgilio; per la qual cosa meritamente qui
il nostro autore il chiama «poeta sovrano».
[Fiorí adunque questo mirabile uomo, chiamato da Giustiniano cesare
padre dʼogni virtú, secondo lʼopinione dʼalcuni, neʼ tempi che Melanto
regnava in Atene, ed Enea Silvio regnava in Alba. Eratostene dice che
egli fu cento anni poi che Troia fu presa. Aristarco dice lui essere
stato dopo lʼemigrazion ionica cento anni, regnante Echestrato re di
Lacedemonia e Latino Silvio re dʼAlba. Altri voglion che fosse dopo
questo tempo detto, essendo Labot re di Lacedemonia ed Alba Silvio
re dʼAlba. Filocoro dice che egli fu aʼ tempi di Archippo, il quale
era appo gli ateniesi nel supremo maestrato, cioè centonovanta anni
dopo la presura di Troia. Archiloco dice che egli fu corrente la
ventitreesima olimpiade, cioè cinquecento anni dopo il disfacimento
di Troia. Apollodoro grammatico ed Euforbo istoriografo testimoniano
Omero essere stato avanti che Roma fosse fatta, centoventiquattro anni:
e, come dice Cornelio Nepote, avanti la prima olimpiade cento anni,
regnante appo i latini Agrippa Silvio ed in Lacedemonia Archelao. Del
quale per ciò cosí particulare investigazion del suo tempo ho fatta,
perché comprender si possa, poi tanti valenti uomini di lui scrissero,
quantunque concordi non fossero, ciò avvenuto non poter essere se non
per la sua preeminenza singulare].
[Nota: Lez. XIII]
«Lʼaltro è Orazio satira, che viene». Orazio Flacco fu di nazione assai
umile e depressa, percioché egli fu figliuolo dʼuomo libertino: e
«libertini» si dicevan quegli, li quali erano stati figliuoli dʼalcun
servo, il quale dal suo signore fosse stato in libertá ridotto, e
chiamavansi questi cotali «liberti»; e fu di Venosa, cittá di Puglia,
e nacque sedici anni avanti che Giulio Cesare fosse fatto dettatore
perpetuo. Dove si studiasse, e sotto cui, non lessi mai che io mi
ricordi; ma uomo dʼaltissima scienza e di profonda fu, e massimamente
in poesia fu espertissimo. La dimora sua, per quello che comprender si
possa nelle sue opere, fu il piú a Roma, dove venuto, meritò la grazia
dʼOttavian Cesare, e fugli conceduto dʼessere dellʼordine equestre,
il quale in Roma a queʼ tempi era venerabile assai. Fu, oltre a ciò,
fatto maestro della scena; e singularmente usò lʼamistá di Mecenate,
nobilissimo uomo di Roma ed in poesia ottimamente ammaestro. Usò
similmente quella di Virgilio e dʼalcuni altri eccellenti uomini; e
fu il primiero poeta che in Italia recò lo stile deʼ versi lirici, il
quale, come che in Roma conosciuto non fosse, era lungamente davanti
da altre nazioni avuto in pregio, e massimamente appo gli ebrei;
percioché, secondo che san Geronimo scrive nel proemio _libri Temporum_
dʼEusebio cesariense, il quale esso traslatò di greco in latino, in
versi lirici fu daʼ salmisti composto il salterio. E questo stile usò
Orazio in un suo libro, il quale è nominato _Ode_. Compose, oltre a
ciò, un libro chiamato _Poetria_, nel quale egli ammaestra coloro,
li quali a poesia vogliono attendere, di quello che operando seguir
debbono e di quello da che si debbon guardare, volendo laudevolmente
comporre. Negli altri suoi libri, sí come nelle _Pistole_ e nei
_Sermoni_, fu acerrimo riprenditore deʼ vizi; per la qual cosa meritò
dʼessere chiamato poeta «satiro». Altri libri deʼ suoi, che i quattro
predetti, non credo si truovino. Morí in Roma dʼetá di cinquantasette
anni, secondo Eusebio dice _in libro Temporum_, lʼanno trentasei dello
ʼmperio dʼOttaviano Augusto.
«Ovidio è il terzo». Publio Ovidio Nasone fu nativo della cittá di
Sulmona in Abruzzo, sí come egli medesimo in un suo libro, il quale si
chiama _De tristibus_, testimonia, dicendo:
_Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis,
milia qui decies distat ab Urbe novem._
E, secondo che Eusebio _in libro Temporum_ dice, egli nacque nella
patria sua il primo anno del triumvirato di Ottaviano Cesare: e fu
di famiglia assai onesta di quella cittá, e dalla sua fanciullezza
maravigliosamente fu il suo ingegno inchinevole agli studi della
scienza. Per la qual cosa, sí come esso mostra nel preallegato libro,
il padre piú volte si sforzò di farlo studiare in legge, sí come faceva
un suo fratello, il quale era di piú tempo di lui; ma, traendolo la sua
natura agli studi poetici, avveniva che, non che egli in legge potesse
studiare, ma, sforzandosi talvolta di volere alcuna cosa scrivere in
soluto stile, quasi senza avvedersene, gli venivano scritti versi; per
la qual cosa esso dice nel detto libro:
_Quidquid conabar scribere, versus erat._
Della qual cosa il padre, dice, che piú volte il riprese, dicendo:
_Saepe pater dixit:—Studium quid inutile temptas?
Maeonides nullas ipse reliquit opes.—_
Per la qual cosa, eziandio contro al piacer del padre, si diede tutto
alla poesia; e, divenuto in ciò eruditissimo uomo, lasciata la patria,
se ne venne a Roma, giá imperando Ottaviano Augusto, dove singularmente
meritò la grazia e la familiaritá di lui; e per la sua opera fu
ascritto allʼordine equestre, il quale, per quello che io possa
comprendere, era quel medesimo che noi oggi chiamiamo «cavalleria»; e,
oltre a ciò, fu sommamente nellʼamore deʼ romani giovani.
Compose costui piú libri, essendo in Roma, deʼ quali fu il primo quello
che chiamiamo lʼ_Epistole_. Appresso ne compose uno, partito in tre, il
quale alcuno chiama _Liber amorum_, altri il chiamano _Sine titulo_: e
può lʼun titolo e lʼaltro avere, percioché dʼalcunʼaltra cosa non parla
che di suoi innamoramenti e di sue lascivie usate con una giovane amata
da lui, la quale egli nomina Corinna; e puossi dire similmente Sine
titulo, percioché dʼalcuna materia continuata, della quale si possa
intitolare, non favella, ma alquanti versi dʼuna e alquanti dʼunʼaltra,
e cosí possiamo dir di pezzi, dicendo, procede. Compose ancora un
libro, il quale egli intitolò _De fastis et nefastis_, cioè deʼ dí neʼ
quali era licito di fare alcuna cosa e di quegli che licito non era,
narrando in quello le feste eʼ dí solenni deglʼiddii deʼ romani, ed in
che tempo e giorno vengano, come appo noi fanno i nostri calendari;
e questo libro è partito in sei libri, nei quali tratta di sei mesi:
e per questo appare non esser compiuto, o che piú non ne facesse, o
che perduti sien gli altri. Fece, oltre a questo, un libro, il quale
è partito in tre, e chiamasi _De arte amandi_, dove egli insegna e
aʼ giovani ed alle fanciulle amare. E, oltre a questo, ne fece un
altro, il quale intitolò _De remedio_, dove egli sʼingegna dʼinsegnare
disamorare. E fece piú altri piccioli libretti, li quali tutti sono in
versi elegiati, nel quale stilo egli valse piú che alcun altro poeta.
Ultimamente compose il suo maggior volume in versi esametri, e questo
distinse in quindici libri; e secondo che esso medesimo scrive nel
libro _De tristibus_, convenendogli di Roma andare in esilio, non ebbe
spazio dʼemendarlo.
Appresso, qual che la cagion si fosse, venuto in indegnazione
dʼOttaviano, per comandamento di lui ne gli convenne, ogni sua cosa
lasciata, andare in una isola, la quale è nel Mar maggiore, chiamata
Tomitania: ed in quella relegato da Ottaviano, stette infino alla
morte. E questa isola nella piú lontana parte che sia nel Mar maggiore
nella foce dʼun fiume deʼ colchi, il quale si chiama _Phasis_. E in
questo esilio dimorando, compose alcuni libri, sí come fu quello _De
tristibus_, in tre libri partito. Composevi quello, il quale egli
intitolò _In Ibin_. Composevi quello che egli intitola _De Ponto_, e
tutti sono in versi elegiati, come quelli che di sopra dicemmo.
La cagione per la quale fu da Ottaviano in Tomitania rilegato, sí come
egli scrive nel libro _De tristibus_, mostra fosse lʼuna delle due o
amendue; e questo mostra scrivendo:
_Perdiderunt me cum duo crimina, carmen et error._
La prima adunque dice che fu lʼaver veduta alcuna cosa dʼOttavian
Cesare, la quale esso Ottaviano non avrebbe voluto che alcuno veduta
avesse: e di questa si duol molto nel detto libro, dicendo:
_Cur aliquid vidi, cur lumina noxia feci?_
Ma che cosa questa si fosse, in alcuna parte non iscrive, dicendo
convenirgliele tacere, quivi:
_Alterius facti culpa silenda mihi est._
La seconda cagione dice che fu lʼavere composto il libro _De arte
amandi_, il quale pareva molto dover adoperare contro aʼ buon costumi
deʼ giovani e delle donne di Roma. E di questo nel detto libro si duol
molto, e quanto può sʼingegna di mostrare questo peccato non aver
meritata quella pena. Alcuni aggiungono una terza cagione, e vogliono
lui essersi inteso in Livia moglie dʼOttaviano, e lei esser quella
la quale esso sovente nomina Corinna; e di questo essendo nata in
Ottaviano alcuna sospezione, essere stata cagione dello esilio datogli.
Ultimamente, essendo giá dʼetá di cinquantotto anni, lʼanno quarto di
Tiberio Cesare, secondo che Eusebio _in libro Temporum_ scrive, nella
predetta isola Tomitania finí i giorni suoi, e quivi fu seppellito.
Sono nondimeno alcuni li quali mostrano credere lui essere stato
rivocato da Ottaviano a Roma: della qual tornata molti romani facendo
mirabil festa, e per questo a lui ritornante fattisi incontro, fu tanta
la moltitudine, la quale senza alcuno ordine, volendogli ciascun far
motto e festa, che nel mezzo di sé inconsideratamente stringendolo, il
costrinse a morire.
«E lʼultimo è Lucano». Il nome di costui, secondo che Eusebio _in libro
Temporum_ scrive, fu Marco Anneo Lucano. Dove nascesse, o in Corduba,
donde i suoi furono, o in Roma, non è assai chiaro. Fu figliuolo di
Lucio Anneo Mela e dʼAtilla sua moglie; il quale Anneo Mela fu fratel
carnale di Seneca morale, maestro di Nerone. Giovane uomo fu e di
laudevole ingegno molto, sí come nel libro _Delle guerre cittadine_
tra Cesare e Pompeo, da lui composto, appare. Fu alquanto presuntuoso
in estimare della sua sufficienza, oltre al convenevole; percioché
si legge che, avendo egli alcuna volta con gli amici suoi conferito,
leggendo, del suo libro, dovette una volta dire:—Che dite? mancaci
cosa alcuna ad essere equale al Culice?—Culice fu un libretto metrico,
il quale compose Virgilio, essendo ancora giovanetto: e posto che sia
laudevole e bello, non è però da comparare allʼ_Eneida_: e quantunque
Lucano il Culice nominasse, fu assai bene dagli amici compreso (in sí
fatta maniera il disse) che egli voleva che sʼintendesse se alcuna cosa
pareva loro che al suo lavoro mancasse ad essere equale allʼ_Eneida_;
della qual cosa esso maravigliosamente se medesimo ingannò. Appresso fu
costui, che cagion se ne fosse, assai male della grazia di Nerone, in
tanto che per Nerone fu proibito che i suoi versi non fossono da alcun
letti. Sono, oltre a ciò, e furono assai, li quali estimarono e stimano
costui non essere da mettere nel numero deʼ poeti, affermando essergli
stata negata la laurea dal senato, la quale come poeta addomandava: e
la cagione dicono essere stata, percioché nel collegio dei poeti fu
determinato costui non avere nella sua opera tenuto stilo poetico, ma
piú tosto di storiografo metrico: e questo assai leggermente si conosce
esser vero a chi riguarda lo stilo eroico dʼOmero o di Virgilio, o il
tragedo di Seneca poeta, o il comico di Plauto o di Terenzio, o il
satiro dʼOrazio o di Persio o di Giovenale, con quello deʼ quali quello
di Lucano non è in alcuna cosa conforme: ma come chʼeʼ si trattasse,
maravigliosa eccellenza dʼingegno dimostra. Esso, ancora assai giovane
uomo, fu da Nerone Cesare trovato essere in una congiurazione fatta
contro a lui da un nobile giovane romano chiamato Pisone, con molti
altri consenziente: e ritenuto per quella, avendo veduto, secondo che
Cornelio Tacito scrive, una femmina volgare chiamata Epicari, avere
tutti i tormenti vinti, e ultimamente uccisasi, avanti che alcun deʼ
congiurati nominar volesse; non solamente alcuno nʼaspettò per non
accusare se medesimo, ma eziandio non sofferse di vedere né i tormenti
né i tormentatori, ma, come domandato fu se in questa congiurazione era
colpevole, prestamente il confessò, e non solamente gli bastò dʼavere
accusato sè, ma con seco insieme accusò Atilla sua madre. Per la qual
cosa morto giá Lucio Anneo Seneca, suo zio, essendo a Marco Annenio
commesso da Nerone che morire il facesse, si fece in un bagno aprir le
vene; e, sentendo giá per lo diminuimento del sangue le parti inferiori
divenir fredde, secondo che scrive il predetto Cornelio, ricordatosi
di certi versi giá composti da lui dʼuno uom dʼarme, il quale per
perdimento di sangue morire si vedeva, quegli aʼ circustanti raccontò,
ed in quegli lʼultime sue parole e la vita finirono.
«Peroché ciascun», di questi quattro nominati, «meco si conviene»,
cioè si confá o è conforme, «nel nome che sonò la voce sola», cioè
quella che dice che udí: «Onorate lʼaltissimo poeta». Nella qual voce
«sola» non è alcun altro nome sustantivo se non «poeta»: nel qual nome
dice questi quattro convenirsi con lui, in quanto ciascun di questi
quattro è cosí chiamato poeta come Virgilio: ma in altro con lui non si
convengono; percioché le materie, delle quali ciascun di loro parlò,
non furono uniformi con quella di che scrisse Virgilio: in quanto
Omero scrisse delle battaglie fatte a Troia e degli errori dʼUlisse,
Orazio scrisse ode e satire, Ovidio epistole e trasformazioni, Lucano
le guerre cittadine di Cesare e di Pompeo, e Virgilio scrisse la
venuta dʼEnea in Italia e le guerre quivi fatte da lui con Turno re
deʼ rutoli. «Fannomi onore, e di ciò fanno bene». Convenevole cosa è
onorare ogni uomo, ma spezialmente quegli li quali sono dʼuna medesima
professione, come costoro erano con Virgilio.
«Cosí», come scritto è, «vidi adunar», cioè congregare, essendosi
Virgilio congiunto con loro, «la bella scuola». «Scuola» in greco viene
a dire «convocazione» in latino, percioché per essa son convocati
coloro li quali disiderano sotto lʼaudienza deʼ piú savi apprendere; il
qual vocabolo, conciosiacosaché sia alquanto discrepante da quello che
lʼautore mostra di voler sentire, cioè non adunarsi la convocazione, ma
i convocati, nondimeno tollerar si può per licenza poetica, ed intender
per la «convocazione» i «convocati». «Di queʼ signor», cioè maestri e
maggiori, «dellʼaltissimo canto», cioè del parlar poetico, il quale
senza alcun dubbio ogni altro stilo trapassa, sí come nelle parole
seguenti lʼautor medesimo dice. «Che sopra ogni altro come aquila
vola». Cioè, come lʼaquila vola sopra ogni altro uccello, cosí il
canto poetico, e massimamente quello di questi poeti, vola sopra ogni
altro canto, e ancora sopra quello che alcun altro poeta da costoro in
fuori avesse fatto: il che, posto che dʼalcuni, non credo di tutti si
verificasse.
«E poi chʼegli ebber ragionato alquanto». Puossi qui comprendere per
lʼatto seguitone, che dice si volson verso lui «con salutevol cenno»,
che essi ragionassero dellʼautore, domandando gli altri Virgilio chi
fosse colui il quale seco menava: ed esso dicendolo loro, e commendando
lʼautore molto (come i valenti uomini fanno, che sempre commendano
coloro deʼ quali parlano, se giá non fossono evidentemente uomini
infami); ne seguí ciò che appresso dice, cioè: «Volsonsi a me con
salutevol cenno, E ʼl mio maestro sorrise di tanto», cioè rallegrossi,
come colui al quale dilettava uomini di tanta autoritá aver prestata
fede alle sue parole, e per quelle onorar colui, il quale esso
commendato avea. È nondimeno qui da considerare la parola che dice,
«sorrise», la qual molti prenderebbono non per essersi rallegrato, ma
quasi schernendo quello aver fatto: la qual cosa del tutto non è da
credere, percioché lʼautore non lʼavrebbe scritto, né è verisimile il
dottore farsi beffe deʼ suoi uditori; conciosiacosaché nellʼingegno
deʼ buoni uditori consista gran parte dellʼonor del dottore; ma senza
alcun dubbio puose lʼautore quella parola «sorrise» avvedutamente,
e la ragione può esser questa. È il riso solamente allʼumana spezie
conceduto: alcun altro animale non è che rida. E questo mostra avere
la natura voluto, accioché lʼuomo, non solamente parlando, ma ancora
per quello mostri lʼintrinsica qualitá del cuore, la letizia del quale
prestamente, molto piú che per le parole, si dimostra per lo riso. È il
vero che questo riso non in una medesima maniera lʼusano gli stolti che
fanno i savi; percioché i poco avveduti uomini fanno le piú delle volte
un riso grasso e sonoro, il quale rende la faccia deforme e fa lagrimar
gli occhi e ampliar la gola e doler gli emuntori del cerebro e le parti
interiori del corpo vicine al polmone; e questo non è laudevole. Ma
i savi non ridono a questo modo, anzi, quando odono o veggono cosa
che piaccia loro, sorridono, e di questo scintilla per gli occhi una
letizia piacevole, la quale rende la faccia piú bella assai che non
è senza quello. Per che assai ben comprender si puote, lʼautore aver
detto Virgilio, come savio, aver sorriso di quello che a grado gli fu.
Sono nondimeno alcuni che par talvolta che sorridano quando alcuna cosa
scherniscono, o talvolta, sdegnando, si turbano. Questo non è da dir
«sorridere», anzi è «ghignare»; e procede non da letizia, ma da malizia
dʼanimo, per la qual ci sforziamo di volere frodolentemente mostrare
che ci piaccia quello che ci dispiace.
«E piú dʼonore ancora assai mi fenno», cioè feciono, non essendo
contenti solamente ad averlo salutato. E lʼonor che gli fecero fu
questo: «Che eʼ mi fecer della loro schiera», cioè mi dichiariron fra
loro esser poeta; e questo propriamente aspetta a coloro, li quali
conoscono e sanno che cosa sia poesia, sí come uomini che in quella
sono ammaestrati: e questo fu per certo solenne onore. «Sí chʼio fui
sesto tra cotanto senno», cioè traʼ cinque altri cosí notabili poeti,
io mi trovai essere stato sesto in numero; in sofficienza non dice,
percioché sarebbe paruto troppo superbo parlare. Molti nondimeno
redarguiscono per questa parola lʼautor di iattanza, dicendo ad alcuno
non star bene né esser dicevole il commendar se medesimo; la qual
cosa è vera: nondimeno il tacer di se medesimo la veritá alcuna volta
sarebbe dannoso; e perciò par di necessitá il commendarsi dʼalcun
suo laudevole merito alcuna fiata. E questo nʼè assai dichiarato per
Virgilio pel primo dellʼ_Eneida_, laddove esso discrive Enea essere
stato sospinto da tempestoso mare nel lito affricano, dove non sapendo
in che parte si fosse, e trovando la madre in forma di cacciatrice in
un bosco, e da lei domandato chi egli fosse, il fa rispondere:
_Sum pius Aeneas, fama super aethera notus._
Direm noi qui Virgilio, uomo pieno di tanto avvedimento e intento a
dimostrare Enea essere stato in ciascuna sua operazione prudentissimo
uomo, aver fatto rispondere Enea contro al buon costume? Certo no: Né
è da credere lui senza gran cagione aver ciò fatto. Che dunque diremo?
Che, considerato il luogo nel quale Enea era, gli fu di necessitá,
rispondendo, di commendar se medesimo; percioché, se di sé quivi avesse
taciuta la veritá, ne gli potea assai sconcio seguire, in quanto non
sarebbe stato a cui caler di lui, che aveva bisogno, sí come naufrago,
della sovvenzione deʼ paesani: il quale non è dubbio niuno, che,
avendo di se medesimo detto il vero, cioè che egli non rubatore, non
di vil condizione, ma che pietoso uomo era, e ancora molto per fama
conosciuto, avrebbe molto piú tosto trovato che se questo avesse
taciuto. E, accioché a provare questa veritá aiutino i divini esempli,
mi piace di producere in mezzo quello che noi nello Evangelio leggiamo,
cioè che Cristo figliuol di Dio, avendo il dí della sua ultima cena in
terra lavati i piedi aʼ suoi discepoli, tra lʼaltre cose da lui dette
loro in ammaestramento, disse queste parole:—«Voi mi chiamate Maestro
e Signore, e fate bene, percioché io sono».—Direm noi in questo Cristo
aver peccato? o contro ad alcun buon costume avere adoperato? Certo
no, percioché né in questo né in altra cosa peccò giammai colui che
era toglitore deʼ peccati, e che col suo preziosissimo sangue lavò
le colpe nostre: anzi cosí questo come gli altri suoi atti tutti
ottimamente fece; percioché, se cosí fatto non avesse, non avrebbe dato
lʼesempio dellʼumiltá aʼ suoi discepoli, il quale lavando loro i piedi
aveva inteso di dare, se confessato non avesse, anzi detto, esser loro
maestro e signore, come il chiamavano. Il che assai si vede per le
parole seguenti dove dice:—«E se io, il quale voi chiamate Maestro e
Signore, e cosí sono, ho fatto questo di lavarvi i piedi: cosí dovrete
voi lʼuno allʼaltro lavare i piedi. Io vʼho dato lʼesempio. Come io ho
fatto a voi, e cosí similmente fate voi»,—ecc. Adunque è talvolta di
necessitá di parlar bene di se medesimo, senza incorrere nel disonesto
peccato della iattanza: e cosí si può dire che qui facesse lʼautore.
[Dissesi di sopra, nella esposizione del titolo generale della presente
opera, però convenirsi cognoscere e sapere chi stato fosse lʼautore
dʼalcun libro, per discernere se da prestar fosse fede alle cose
dette da lui, la qual molto pende dallʼautoritá dʼesso. E perciò qui
lʼautore, dovendo in questo suo trattato poeticamente scrivere dello
stato dellʼanime dopo la morte temporale, accioché prestata gli sia
fede, di necessitá confessa qui esser daʼ poeti dichiarato poeta.]
«Cosí andammo infino alla lumera». Questa è la terza parte della
seconda principale, nella quale esso dice come con quegli cinque poeti
entrasse in un castello, nel quale vide i magnifichi spiriti, e di
quegli alquanti nomina. Dice adunque: «Cosí andammo», questi cinque
poeti ed io, «infino alla lumera», cioè insino al luogo dimostrato di
sopra, dove disse sé aver veduto un fuoco, il quale vinceva emisperio
di tenebre; «Parlando», insieme, «cose, che il tacere è bello»,
cioè onesto, «Cosí come», era bello, «il parlar», di quelle cose,
«colá dovʼera». Intorno a queste parole sono alcuni che si sforzano
dʼindovinare quello che debbano poter aver ragionato questi savi: il
che mi par fatica superflua. Che abbiam noi a cercar che ciò si fosse,
poi che lʼautore il volle tacere? «Venimmo a piè dʼun nobile castello»,
cioè nobilmente edificato, «Sette volte cerchiato dʼalte mura, Difeso
intorno», cioè circundato, «dʼun bel fiumicello». «Questo», fiumicello,
«passammo come terra dura», cioè non altrimenti che se terra dura
stato fosse; «Per sette porti», le quali il castello avea, come sette
cerchi di mura, «entrai con questi savi», predetti; «Venimmo», passate
le sette porti, «in prato di fresca verdura». Allegoricamente è da
intendere il castello e la verdura, percioché né edificio alcun vʼè,
né alcunʼerba può nascere nel ventre della terra, dove né sole né aere
puote intrare.
«Genti vʼavea». Venuti al luogo dove i famosi sono, discrive lʼautor
primieramente alcuno deʼ lor costumi e modi, per li quali comprender
si puote loro esser persone di grande autoritá, e appresso ne nomina
una parte. Dice adunque: «Genti vʼavea», in quel luogo, «con occhi
tardi e gravi». Dimostrasi molto nel muover degli occhi della qualitá
dellʼanimo, percioché coloro, li quali muovono la luce dellʼocchio
soavemente o con tarditá, o con le palpebre quasi gravi in parte gli
cuoprono, dimostrano lʼanimo loro esser pesato neʼ consigli, e non
corrente nelle diliberazioni. «Di grande autoritá neʼ lor sembianti»,
in quanto sono nel viso modesti, guardandosi dal superchio e grasso
riso e dagli altri atti che abbiano a dimostrare levitá. «Parlavan
rado», percioché nel molto parlare, se necessitá non richiede, e ancora
nel troppo tosto e veloce parlare, non può esser gravitá; «con voci
soavi», percioché il gridare e lʼelevar la voce soperchio si manifesta
piú tosto abbondanza di cdldezza di cuore che modestia dʼanimo.
«Traemmoci cosí dallʼun deʼ canti», cioè dallʼuna delle parti di quel
luogo. E son prese queste parole dellʼautore da Virgilio nel sesto
dellʼ_Eneida_, ove dice:
_Conventus trahit in medios, turbamque sonantem:
et tumulum capit, unde omnes longo ordine possit
adversos legere, et venientum discere vultus, ecc._
«In luogo aperto», cioè senza alcun ostacolo, «luminoso e alto»;
percioché, del pari, non si può vedere ogni cosa, «Sí che veder si
potean tutti quanti», quegli li quali quivi erano.
«Colá diritto, sopra ʼl verde smalto», cioè sopra il verde pavimento.
Il qual dice «verde», percioché di sopra ha detto: «Venimmo in prato di
fresca verdura», per che appare che il luogo era erboso; la qual cosa,
come poco avanti dissi, è contro a natura del luogo, e perciò si può
comprendere lui intendere altro sotto il velamento di questa verdura;
il che nella esposizione allegorica si dichiarerá. «Mi fûr mostrati»,
da quegli cinque poeti, «gli spiriti magni», cioè gli spiriti di coloro
li quali nella presente vita furono di grande animo, e furono nelle
loro operazioni magnifichi; «Che del vedere», cosí eccellenti spiriti,
«in me stesso nʼesalto», cioè me ne reputo in me medesimo esser
maggiore.
[Nota: Lez. XIV]
«Iʼ vidi Elettra». Elettra, questa della quale qui si dee credere
che lʼautore intenda, fu figliuola di Atalante e di Pleione; ma di
quale Atalante non so, percioché di due si legge che furono. Deʼ
quali lʼuno è questi, e piú famoso: fu re di Mauritania in ponente di
contro alla Spagna, ed il cui nome ancora tiene una gran montagna, la
quale, dal mare oceano Atalantiaco andando verso levante, persevera
molte giornate. Lʼaltro fu greco, e questi nondimeno fu famoso uomo.
Ragionasi, oltre a questi, esserne stato un terzo, e quello essere
stato toscano ed edificatore della cittá di Fiesole, del quale in
autentico libro non lessi giammai. Sono nondimeno di quegli che credono
lui essere stato il padre dʼElettra, né altro ne sanno mostrare, se
non la vicinanza del luogo dove maritata fu, cioè in Corito, cittá,
ovvero castello, non guari lontano a Roma. [Ebbe costei sei sirocchie,
chiamate con lei insieme Pliade, dal nome della madre, chiamata, come
detto è, Pleione: le quali sette sirocchie, secondo le favole deʼ
poeti, percioché nutricaron Bacco, meritarono essere trasportate in
cielo, ed in forma di stelle poste nel ginocchio del segno chiamato
Tauro. Delle quali scrive Ovidio nel suo _De fastis_ cosí:
_Pliades incipiunt humeros relevare paternos:
quae septem dici, sex tamen esse solent,_
_Seu quod in amplexum sex hinc venere Deorum:
nam Steropen Marti concubuisse ferunt,_
_Neptuno Halcyonen, et te, formosea Celaeno:
Maian et Electron Taygetenque lovi:_
_septima mortali Merope tibi, Sisyphe, nupsit.
Poenitet: et facti sola pudore latet._
_Sive quod Electra Troiae spectare ruinas
non tulit, ante oculos opposuitque manum._
Secondo gli astrologi, lʼuna di queste sette stelle è nebulosa, e
però come lʼaltre non apparisce. Chiamanle quelle stelle i latini
«virgiliane». Anselmo, _in libro De imagine mundi_, dice che queste
stelle non si chiamano Pliade dal nome della madre loro, ma dalla
quantitá, percioché «_plion_» in greco viene a dire «moltitudine» in
latino. «Virgilie» son chiamate, percioché in quelli tempi, che i
virgulti cominciano a nascere, si cominciano a levare, cioè allʼentrata
di marzo. Il numero loro, che son sette, puote aver data cagione
alla favola, percioché, essendo simili in numero alle predette sette
stelle, furon cominciate a chiamare dalla gente per lo nome di quelle
stelle; e, perseverando eziandio dopo la morte loro questo nome,
furon dal vulgo stolto credute essere state trasportate in cielo.
Lʼavere nutricato Bacco può essere preso da questo: quando il sole
è in Vergine, queste stelle dopo alquanto di notte si levano, e con
la loro umiditá riconfortano le vigne, le quali per lo calor del dí
sono faticate, avendo patito mancamento dʼumido. Che esse abbiano
nutrito Giove si dice per questa cagione: Giove alcuna volta sʼintende
per lo elemento del fuoco e dellʼaere, e se nellʼaere umiditá non
fosse, per la quale il calor del fuoco a lei vicino si temperasse,
lʼaere non potrebbe i suoi effetti adoperare, sí sarebbe affocata:
adunque lʼumiditá di queste stelle, che è molta, è cagione di questa
sustentazione, e per conseguente di nutrimento.] E fu costei moglie di
Corito, re della sopra detta cittá di Corito, la quale estimo da lui
denominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Corito essere
quella terra la qual noi oggi chiamiamo Corneto; e a questa intenzione
forse agevolmente sʼadatterebbe il nome, percioché, aggiunta una «n»
al nome di Corito, fará Cornito: e queste addizioni, diminuizioni
e permutazioni di lettere essere neʼ nomi antichi fatte sovente si
truovano.
Essendo adunqe costei, come detto è, moglie di Corito re, gli partorí
tre figliuoli, Dardano e Iasio e Italo: né altro di lei mi ricorda aver
letto giammai che memorabile sia. Credo adunque per questo saranno
di quegli che si maraviglieranno perché tra gli spiriti magni non
solamente dallʼautor posta sia, ma ancora perché la prima nominata:
della qual cosa può essere la cagion questa. Volle, per quello che io
estimo, lʼautore porre qui il fondamento primo della troiana progenie
(e per conseguente deʼ discendenti dʼEnea) e della famiglia deʼ Iulii,
le quali, o vogliam dir la quale, piú che alcunʼaltra è stata reputata
splendida per nobiltá di sangue, e, oltre a questo, quella che in
piú secoli è perseverata neʼ suoi successori: percioché, come assai
manifestamente per autentichi libri si comprende, per quattro o per
cinque mezzi discendendo, per diritta linea si pervenne da Dardano,
figliuolo dʼElettra, ad Anchise, e da Anchise, per diciasette o forse
diciotto, si pervenne in Numitore, padre dʼIlia, madre di Romolo,
edificatore di Roma; e per Giulio Proculo, figliuolo dʼAgrippa Silvio,
che deʼ discendenti dʼEnea fu, si fondò in Roma la famiglia Iulia,
parte della quale furono i Cesari, li quali perseverarono infino in
Neron Cesare. E dʼaltra parte, secondo che alcuni si fanno a credere,
essendo per piú mezzi Ettor disceso di Dardano, dicono che, dopo il
disfacimento dʼIlione, certi figliuoli dʼEttore essersene andati in
Trazia, e quivi aver fatta una cittá chiamata Sicambria; e deʼ lor
discendenti, dopo lungo tempo, esserne andati su per lo Danubio e
pervenuti infino sopra il Reno, il quale Germania divide daʼ Galli;
e appresso, dopo piú centinaia dʼanni, dietro a due giovani reali di
quella schiatta discesi, deʼ quali lʼun dicono essere stato chiamato
Francone e lʼaltro Marcomanno, essere passati in Gallia, e quivi aver
data origine e principio alla progenie deʼ reali di Francia: e cosí
infino aʼ nostri di voglion dire che pervenuta sia.
Ma potrebbe nondimeno dire alcuno: se lʼautore voleva il principio di
cosí nobile e cosí antica schiatta porre, perché non poneva egli Corito
il marito di questa Elettra? A che si può cosí rispondere: perché,
conciosiacosaché di questa origine fosse Dardano, figliuolo dʼElettra,
cominciamento, per gli errori degli antichi si dubitò di cui Dardano
fosse stato figliuolo, o di Corito o di Giove: e però, non avendo
questo certo, volle porre lʼautore inizio di questa progenie colei di
cui era certo Dardano essere stato figliuolo. E il credere che Dardano
fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo morto
Corito, e per la successione del regno nata quistione tra Dardano e
Iasio, avvenne che Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i sudditi
turbati, prese navi e parte del popolo suo, e, da Corito partitosi,
dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore
Asia, dove un re chiamato Tantalo regnava: dal quale in parte del
reggimento ricevuto, fece una cittá la quale nominò Dardania; aʼ suoi
cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno
uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato
figliuolo dʼuomo, ma di Giove: e questo, percioché le sue operazioni
erano molto conformi agli effetti di quel pianeto, il quale noi
chiamiamo Giove. [E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio
_in libro Temporum_, aʼ tempi di Moisé, regnando in Argo Steleno: e in
Frigia pervenne lʼanno del mondo tremila settecentotrentasette]. Cosí
adunque quello che prima era certo, cioè lui essere stato figliuolo di
Corito, si convertí in dubbio, e però non il padre, ma la madre, come
detto è, puose in questo luogo primiera.
«Con molti compagni.» Questi estimo erano deʼ discesi di lei, traʼ
quali ne furono alquanti, piú che gli altri famosi e laudevoli uomini.
Deʼ quali compagni ne nomina lʼautore alcuno, dicendo:
«Traʼ quai conobbi», per fama, «Ettore», figliuol di Priamo, re di
Troia, e dʼEcuba. Costui si crede che fosse in fatti dʼarme e forza
corporale tra tutti i mortali maravigliosissimo uomo, e cosí appare
nella _Iliada_ dʼOmero per tutto. Ultimamente, avendo molte vittorie
avute deʼ greci, avvenne che, avendo Achille, ad istanzia deʼ prieghi
di Nestore, non volendo combattere egli, conceduto a Patrocolo,
suo singulare amico, che egli per un dí si vestisse lʼarmi sue, e
Patrocolo con esse in dosso essendo disceso nella battaglia, come da
Ettor fu veduto, fu da lui estimato esso essere Achille: per la qual
cosa dirizzatosi verso lui, senza troppo affanno vintolo, lʼuccise,
e spogliògli quelle armi, e, quasi dʼAchille tronfando, se ne tornò
con esse nella cittá. La qual cosa avendo Achille sentita, pianta
amaramente la morte del suo amico, e altre armi trovate, discese
fieramente animoso contro ad Ettore nella battaglia. Avvenutosi ad
Ettore, con lui combatté e, ultimamente vintolo, lʼuccise. E tanto
poté in lui lʼodio, il quale gli portava per la morte di Patrocolo,
che, spogliatogli lʼarmi, e legato il morto corpo dietro al carro
suo, tre volte intorno intorno alla cittá dʼIlione lo strascinò: e
quindi alla tenda sua ritornato, il guardò dodici dí senza sepoltura,
infino a tanto che Priamo, di notte e nascostamente venuto alla sua
tenda, quello con grandissimo tesoro e molte care gioie ricomperò, e,
portatonelo nella cittá, con molte sue lacrime e degli altri suoi e di
tutti i troiani, onorevolmente il seppellí.
«Ed Enea». Questi fu figliuolo, secondo che i poeti scrivono, dʼAnchise
troiano e di Venere, e nacque sopra il fiume chiamato Simoente,
non guari lontano ad Ilione, al quale poi Priamo, re di Troia,
splendidissimo signore, diede Creusa, sua figliuola, per moglie,
e di lei ebbe un figliuolo chiamato Ascanio. Fu in arme valoroso
uomo, e tra gli altri nobili troiani andò in Grecia con Paris quando
egli rapí Elena: la qual cosa mostrò sempre che gli spiacesse. Non
pertanto valorosamente contro aʼ greci combatté molte volte per la
salute della patria, e tra lʼaltre si mise una volta a combattere con
Achille, non senza suo gran pericolo. In Troia fu sempre ricevitore
degli ambasciatori greci: per le quali cose, essendo Ilion preso dai
greci, in luogo di guiderdone gli fu conceduto di potersi, con quella
quantitá dʼuomini che gli piacesse, del paese di Troia partirsi e
andare dove piú gli piacesse. Per la qual concessione prese le venti
navi, con le quali Paris era primieramente andato in Grecia, e in
quelle messi quegli troiani alli quali piacque di venir con lui, e
similemente il padre di lui ed il figliuolo, e, secondo che ad alcuni
piace, uccisa Creusa, lasciato il troiano lito, primieramente trapassò
in Trazia, e quivi fece una cittá, la quale del suo nome nominò Enea,
nella qual poi esso lungamente fu adorato e onorato di sacrifici come
Iddio, sí come Tito Livio nel quarantesimo libro scrive. E quindi poi,
sospettando di Polinestore re, il quale dislealmente per avarizia
aveva ucciso Polidoro, figliuol di Priamo, si partí, e andonne con la
sua compagnia in Creti, donde, costretto da pestilenza del cielo, si
partí e vennene in Cicilia, dove Anchise morí appo la cittá di Trapani.
Ed esso poi per passare in Italia rimontato coʼ suoi amici sopra le
navi, e lasciata ad Aceste, nato del sangue troiano, una cittá da lui
fatta, chiamata Acesta, in servigio di coloro li quali seguir nol
poteano, secondo che Virgilio dice, da tempestoso tempo trasportato in
Affrica, e quivi da Didone, reina di Cartagine, ricevuto ed onorato,
per alcuno spazio di tempo dimorò. Poi da essa partendosi, essendo giá
sette anni errato, pervenne in Italia, e nel seno Baiano, non guari
lontano a Napoli, smontato, quivi per arte nigromantica, appo il lago
dʼAverno, ebbe con gli spiriti immondi, di quello che per innanzi far
dovesse, consiglio; e quindi partitosi, lá dove è oggi la cittá di
Gaeta perdé la nutrice sua, il cui nome era Gaeta, e sopra le sue ossa
fondò quella cittá, e dal nome di lei la dinominò; e quindi venuto
nella foce del Tevero, ed essendogli, secondo che dice Servio, venuto
meno il lume dʼuna stella, la quale dice essere stata Venere, estimò
dovere esser quivi il fine del suo cammino. Ed entrato nella foce, e
su per lo fiume salito con le sue navi, lá dove è oggi Roma, fu da
Evandro re ricevuto e onorato; e in compagnia di lui essendo, da Latino
re deʼ laurenti gli fu data per moglie la figliuola, chiamata Lavina,
la quale primieramente aveva promessa a Turno, figliuolo di Dauno, re
deʼ rutoli. Per la qual cosa nacque guerra tra Turno e lui, e molte
battaglie vi furono, e, secondo che scrive Virgilio, egli uccise Turno.
Ma alcuni altri sentono altrimenti.
Della morte sua non è una medesima opinione in tutti. Scrive Servio
che Caton dice che, andando i compagni dʼEnea predando appo Lauro
Lavinio, sʼincominciò a combattere, ed in quella battaglia fu ucciso
Latino re da Enea, il quale Enea poi non fu riveduto. Altri dicono che,
avendo Enea avuta vittoria deʼ rutoli, e sacrificando sopra il fiume
chiamato Numico, che esso cadde nel detto fiume e in quello annegò, né
mai si poté il suo corpo ritrovare: e questo assai elegantemente tocca
Virgilio nel quarto dellʼ_Eneida_, dove pone le bestemmie mandategli da
Didone, dicendo:
_At bello audacis populi vexatus, et armis,
finibus extorris, complexu avulsus Iuli,
auxilium imploret, videatque indigna suorum
funera: nec, cum se sub lege pacis iniquae
tradiderit, regno aut optata luce fruatur:
sed cadat ante diem, mediaque inhumatus arena.
Hoc precor,_ ecc.
E Virgilio medesimo mostra lui essere stato ucciso da Turno, dove nel
libro decimo dellʼ_Eneida_ finge che Giunone, sollecita di Turno, nel
mezzo ardore della battaglia prende la forma dʼEnea, e, seguitata da
Turno, fugge alle navi dʼEnea, e infino in su le navi essere stata
seguitata da Turno, e quindi sparitagli dinanzi: la qual fuga si tiene
che non fosse fittizia, ma vera fuga dʼEnea, e che, quivi morto, esso
cadesse nel fiume. Ma, come che egli morisse, fu da quegli della
contrada deificato e chiamato Giove indigete.
«Cesare armato». Gaio Giulio Cesare fu figliuol di Lucio Giulio Cesare,
disceso dʼEnea, come di sopra è dimostrato, e dʼAurelia, discesa
della schiatta dʼAnco Marcio, re deʼ romani. Né fu, come si dice,
denominato Cesare, percioché del ventre della madre tagliato, fosse
tratto avanti il tempo del suo nascimento, percioché, sí come Svetonio
_in libro Duodecim Caesarum_ dice, quando egli uscí candidato di casa
sua, egli lasciò la madre, e dissele:—Io non tornerò a te se non
pontefice massimo;—e cosí fu che egli tornò a lei disegnato pontefice
massimo; ma perciò fu cognominato Cesare, percioché ad un deʼ suoi
passati quello addivenne, che molti credono che a lui addivenisse: e
da quel cotale cognominato Cesare _ab caesura_, cioè dalla tagliatura
stata fatta della madre, quello lato deʼ Giuli, che di lui discesero,
tutti furon cognominati Cesari. Fu adunque e per padre e per madre
nobilissimo uomo, e variamente fu dalla fortuna impulso: e parte
della sua adolescenzia fece in Bittinia appresso al re Nicomede con
poco laudevole fama. Militò sotto diversi imperadori, e divenne nella
disciplina militare ammaestratissimo: e gli onorevoli uffici di Roma
tutti ebbe ed esercitò, e, tra gli altri, due consolati, li quali esso
quivi governò. Ma, essendo egli questore, ed essendogli in provincia
venuta la Spagna ulteriore, ed essendo pervenuto in Gades, e quivi nel
tempio dʼErcole avendo veduta la statua dʼAlessandro macedonio, seco
si dolse, dicendo: Alessandro giá in quella etá nella quale esso era,
avere gran parte del mondo sottomessasi, ed esso, da cattivitá e da
pigrizia occupato, non avere alcuna cosa memorabile fatta; e quinci si
crede lui aver preso animo alle gran cose, le quali poi molte adoperò:
e con astuzia e con sollecitudine sempre sʼingegnò dʼesser preposto ad
alcuna provincia e ad eserciti, e a farsi grande dʼamici in Roma. Ed
essendogli, dopo molte altre cose fatte, venuta in provincia Gallia,
ed in quella andato, per dieci anni fu in continue guerre con queʼ
popoli; e fatto un ponte sopra il Reno, trapassò in Germania, e con
loro combatté e vinsegli; e similemente trapassato in Inghilterra, dopo
piú battaglie gli soggiogò. E quindi, tornando in Italia, e domandando
il trionfo ed il consolato, per una legge fatta da Pompeo, gli fu
negato lʼun deʼ due. Per la qual cosa esso, partitosi da Ravenna, ne
venne in Italia e seguitò Pompeo, il quale col senato di Roma partito
sʼera, infino a Brandizio, e di quindi in Epiro; e, rotte le forze sue
in Tessaglia, il seguitò in Egitto, dove da Tolomeo, re dʼEgitto, gli
fu presentata la testa; e quivi fatte con gli egiziaci certe battaglie,
e vintigli, a Cleopatra, nella cui amicizia congiunto sʼera, concedette
il reame, quasi in guiderdone dellʼadulterio commesso. Quindi nʼandò
in Ponto, e sconfitto Farnace, re di Ponto, si volse in Affrica, dove
Giuba, re di Numidia, e Scipione, suocero di Pompeo, vinti, trapassò in
Ispagna contro a Gneo Pompeo, figliuolo di Pompeo magno. Quivi alquanto
stette in pendulo la sua fortuna. Combattendo esso eʼ suoi contro aʼ
pompeiani, eʼ fu in pericolo tanto, che esso, di voler morire disposto,
di quale spezie di morte si volesse uccidere pensava. Respirò la sua
fortuna e rimase vincitore: e quindi si tornò in Roma, dove trionfò
deʼ galli e degli egiziaci e di Farnace in tre diversi dí. Scrisse
Plinio, in libro _De naturali historia_, che egli personalmente fu in
cinquanta battaglie ordinate, che ad alcun altro romano non avvenne
dʼessere in tante: solo Marco Marcello, secondo che Plinio predetto
dice, fu in quaranta. E di queste cinquanta, le piú fece in Gallia e in
Brettagna ed in Germania, né, fuorché in una, si trovò esser perdente:
e di questo poté esser cagione la sua mirabile industria, e la fidanza
che di lui aveano coloro li quali il seguivano, li quali non potevano
credere, sotto la sua condotta, in alcuno quantunque gran pericolo
poter perire. E dice il predetto Plinio, sotto la sua capitaneria, in
diverse parti combattendo, essere stati uccisi deʼ nemici dalla sua
gente un milione e cento novanta due [centinaia di] migliaia dʼuomini:
né si pongono in questo numero quegli che uccisi furono nelle guerre né
nelle battaglie cittadine, le quali tra lui e Pompeo eʼ suoi seguaci
furono. Per la qual cosa meritamente dice lʼautore: «Cesare armato».
Fu, oltre a ciò, costui grandissimo oratore, sí come Tullio, quantunque
suo amico non fosse, in alcuna parte testimonia. Fu solenne poeta, e
leggesi lui nel maggior fervore della guerra cittadina aver due libri
metrici composti, li quali da lui furono intitolati Anticatoni. Fu
grandissimo perdonatore delle ingiurie, intanto che non solamente
a chi di quelle gli chiese perdono le rimise, ma a molti, senza
addomandarlo, di sua spontanea volontá perdonò. Pazientissimo fu
delle ingiurie in opere od in parole fattegli. Fu lussurioso molto;
percioché, secondo che scrive Svetonio, egli nella sua concupiscenzia
trasse piú nobili femmine romane, sí come Postumia di Servio Sulpizio,
Lollia dʼAulo Gabinio, Tertullia di Marco Crasso, Muzia di Gneo Pompeo;
ma, oltre a tutte lʼaltre, amò Servilia, madre di Marco Bruto, la
figliuola della quale, chiamata Terzia, si crede che egli avesse.
Usò ancora lʼamicizie dʼalcune altre forestiere, sí come quella
della figliuola di Nicomede, re di Bitinia, e Eunoe Maura, moglie di
Bogade re deʼ mauri, e Cleopatra, reina dʼEgitto, e altre. Né furon
questi suoi adultèri taciuti in parte daʼ suoi militi, triunfando
egli, percioché nel triunfo gallico fu da molti cantato:—Cesare si
sottomise Gallia, e Nicomede Cesare;—ed altri dicevano:—Ecco Cesare,
che al presente triunfa di Gallia, e Nicomede non triunfa, che si
sottomise Cesare.—Ed, oltre a questo, in questo medesimo triunfo fu
detto da molti:—Romani, guardate le vostre donne, noi vi rimeniamo il
calvo adultero.—E nella persona di lui proprio furon gittate queste
parole:—Tu comperasti per oro lo stupro in Gallia, e qui lʼhai preso
in prestanza.—
Costui adunque, tornato in Roma, ed avendo triunfato, occupò la
republica, e fecesi fare, contro alle leggi romane, dittatore perpetuo,
dove, secondo le leggi, non si poteva piú oltre che sei mesi stendere
lʼuficio del dettatore. Ed appartenendo allʼautoritá del senato il
conceder lʼuso della laurea, da esso ottenne di poterla portare
continuo, accioché con quella ricoprisse la testa sua calva; la quale
lungamente a suo potere avea ricoperta col tirarsi i capelli didietro
dinanzi. Ed in questa dignitá perseverando, ed essendo a molti deʼ
senatori gravissimo, intanto che gran parte del senato avea contro a
lui congiurato, si riscaldò nel disiderio, lungamente portato, dʼesser
re; per la qual cosa, essendosi a vendicare la morte di Crasso, stato
con piú legioni romane ucciso daʼ parti, ferocissimi popoli, subornò
Lucio Cotta, al quale con quattordici altri uomini apparteneva il
procurare i libri sibillini, di quello che voleva rapportasse; e Cotta
poi in senato disse neʼ libri sibillini trovarsi: «li parti non poter
esser vinti né soggiogati, se non da re»; e però convenirsi che Cesare
si facesse re. La qual cosa parve gravissima aʼ senatori ad udire.
E, come che essi servassero occulta la loro intenzione, fu nondimeno
questo un avacciare a dare opera a quello che parte di loro aveano fra
sé ragionato: e perciò glʼidi di marzo, cioè dí quindici di marzo,
Giulio Cesare, sollecitato molto da Bruto, non potendolo Calfurnia,
sua moglie, per un sogno da lei veduto la notte precedente, ritenere,
né ancora alcuni altri segni da lui veduti, pretendenti quello che poi
seguí, in su la quinta ora del dí, uscito di casa, ne venne nella corte
di Pompeo, dove quel dí era ragunato il senato: dove, non dopo lunga
dimora, fu da Gaio Cassio e da Marco Bruto e da Decio Bruto, principi
della congiurazione, e da piú altri senatori, assalito e fedito di
ventitré punte di stili. La qual cosa vedendo esso, e conoscendo la
morte sua, recatisi e compostisi, come meglio poté, i panni dinanzi,
accioché disonestamente non cadesse, senza far alcun romore di voce o
di pianto cadde. Ed essendone stato portato da alquanti suoi servi a
casa, e vedute da Antistio medico le piaghe di lui ancora spirante,
disse di tutte quelle una sola esservene mortale: e quella si crede
fosse quella che da Marco Bruto ricevette. Appresso, fuggitisi i
congiurati, ed egli essendo morto, disfatte le sedie giudiciali della
corte, le quali si chiamavano «rostri», gliene fu fatto, secondo
lʼantico costume, un rogo, e con grandissimo onore fu il corpo suo
arso; e le ceneri, raccolte diligentemente, furon messe in quel
vaso ritondo di bronzo, il quale ancora si vede sopra quella pietra
quadrangula acuta ed alta, che è oggi dietro alla chiesa di San Piero
in Roma, la quale il vulgo chiama «Aguglia», come che il suo vero nome
sia «Giulia».
[Nota: Lez. XV]
«Con gli occhi grifagni». Non mi ricorda aver letta la qualitá degli
occhi di Giulio Cesare; ma, percioché gli occhi grifagni, se da
«grifone» vien questo nome, sono riposti nella fronte sotto ciglia
aguzzate, e piccoli per rispetto agli altri, e per questo hanno a
significare astuzia e fierezza dʼanimo dovere essere in colui che gli
ha; e queste cose furono in Cesare: e però credere dobbiamo lʼautore,
o colui da cui lʼebbe, dovere o dire il vero, o estimare dagli effetti
veri Cesare dovergli cosí avere avuti fatti ragionevolmente.
«Vidi Cammilla». Chi costei fosse distesamente è scritto sopra il primo
canto del presente libro; e però qui non bisogna di replicare. Ponla
nondimeno qui lʼautore per la sua virginitá e per la sua costante
perseveranza in quella, e, oltre a ciò, per lo suo virile animo, per lo
quale non femminilmente, ma virilmente adoperò e morí.
«E la Pantasilea». La Pantasilea fu reina dellʼamazzone, cioè di quelle
donne, le quali, senza volere o compagnia o signoria dʼuomini, per
se medesime in Asia, allato al Mar maggiore, sotto piú reine lungo
tempo signoreggiarono parte dʼAsia e talora dʼEuropa. La origine delle
quali fu questa, secondo che Giustino, abbreviatore di Trogo Pompeo,
scrive nel libro terzo della sua Storia. Essendo cacciati di Scizia,
quasi neʼ tempi di Nino, re dʼAssiria, Silisio e Scolopico, giovani
di reale schiatta, per divisione la quale era traʼ nobili uomini di
Scizia, grandissima quantitá di giovani scizi avendone seco menata
insieme con le lor mogli eʼ figliuoli, nelle contrade di Cappadocia,
allato ad un fiume chiamato Termodonte si posero; e quivi occupati
i campi chiamati Cirii, usati per molti anni di vivere di ratto, e
per questo rubare e spogliare ed infestare i vicini popoli da torno:
avvenne che, per occulto trattato deʼ popoli, noiati da loro, essi
furon quasi tutti uccisi. Le mogli deʼ quali, veggendo essere aggiunto
al loro esilio lʼesser private deʼ mariti, preson lʼarmi, e con fiero
animo andarono incontro a coloro che li loro mariti uccisi aveano, e
quegli cacciarono fuori del loro terreno: e, oltre a ciò, continuando
la guerra animosamente per alcun tempo, da ogni nemico il difesero.
Poi, congiugnendosi per matrimonio coʼ popoli circustanti, posero
giú alquanto la ferocitá dellʼanimo: ma poi ripresala, e intra sé
ragionando, estimarono il maritarsi a coloro, aʼ quali si maritavano,
non esser matrimonio, ma piú tosto un sottomettersi a servitudine. Per
la qual cosa deliberarono di fare, e fecero, cosa mai piú non udita:
e questa fu, che tutti quegli uomini, li quali con loro erano a casa
rimasi, uccisono, e, quasi risurgendo vendicatrici delle morti degli
uccisi loro mariti, nella morte degli altri da torno tutte dʼuno animo
cospirarono. E per forza dʼarme, con quegli che rimasi erano, avuta
pace, accioché per non aver figliuoli non perisse la lor gente, presero
questo modo, che a parte a parte andavano a giacere coʼ vicini uomini,
e come gravide si sentivano, si tornavano a casa; e quegli figliuoli
maschi che elle facevano, tutti gli uccidevano, e le femmine guardavano
e con diligenza allevavano. Le quali non a stare oziose, o a filare o
a cucire, né ad alcuno altro femminile uficio adusavano, ma in domare
cavalli, in cacce, in saettare ed in fatica continua lʼesercitavano.
E, accioché esse potessero nutricare quelle figliuole che di loro
nascessero, essendo loro le poppe agli esercizi delle armi noiose,
lasciavano loro la destra, e della sinistra le privavano: ed il modo
era, che quando eran piccole, tirata alquanto la carne in alto, quella
con alcun filo strettissimamente legavano: di che seguiva che la parte
legata, non potendo avere lo scorso del sangue, si secava, e cosí poi,
venendo in piú matura etá, non vʼingrossava la poppa. E da questa
privazione dellʼuna delle poppe nacque loro il nome, per lo quale poi
chiamate furono, cioè «Amazzone», il qual tanto vuol dire, quanto
«senza poppa». E, cosí perseverando piú tempo, quando sotto una reina
e quando sotto due si governavano, continuamente ampliando il loro
imperio. E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale
fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa
donna e governò bene il suo regno. Ed avendo udito il valor di Ettore,
figliuolo del re Priamo, disiderò dʼaver alcuna figliuola di lui, e,
per accattare lʼamore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle
sue femmine, contro aʼ greci venne in aiuto deʼ troiani. Ma non poté
quello, che desiderava, adempiere, percioché trovò, quando giunse,
Ettore essere giá morto; ma nondimeno mirabilmente piú volte per la
salute di Troia combatté; alfine combattendo fu uccisa. E, secondo che
alcuni scrivono, costei fu che prima trovò la scure: vero è che quella,
che da lei fu trovata, aveva due tagli, dove le nostre nʼhanno un solo.
«Dallʼaltra parte», forse a rincontro aʼ nominati, «vidi il re Latino».
Latino fu re deʼ laurenti e figliuolo di Fauno re, deʼ discendenti di
Saturno, e dʼuna ninfa laurente, chiamata Marica, sí come Virgilio
nellʼ_Eneida_ dice:
_...Rex arva Latinus et urbes
iam senior longa placidas in pace regebat.
Hunc Fauno et nympha genitum laurente Marica
accepimus._
Ma Giustino non dice cosí, anzi dice che egli fu nepote di Fauno,
cioè figliuolo della figliuola, in questa forma: che, tornando
Ercule di Spagna, avendo vinto Gerione, e pervenendo nella contrada
di Fauno, egli giacque con la figliuola, e di quello congiugnimento
nacque Latino. E cosí non di Fauno, ma dʼErcule sarebbe Latino stato
figliuolo. Ma Servio _Sopra Virgilio_ dice che, secondo Esiodo, in
quello libro il quale egli compose chiamato _Aspidopia_, che Latino
fu figliuolo dʼUlisse e di Circe, la quale alcuni chiamaron Marica; e
però dice il detto Servio, Virgilio aver detto di lui, cioè di Latino,
«_Solis avi specimen_», percioché Circe fu figliuola del Sole. Ma dice
il detto Servio (percioché la ragione deʼ tempi non procede, percioché
Latino era giá vecchio, quando Ulisse ebbe la dimestichezza di Circe)
essere da prendere quello che Iginio dice, cioè essere stati piú
Latini. Oltre a questo, cosí come del padre di Latino sono opinioni
varie, cosí similmente sono gli antichi scrittori discordanti della
madre: percioché Servio dice Marica essere dea del lito deʼ minturnesi,
allato al fiume chiamato Liri: laonde Orazio dice:
_...et innantem Maricae_
_littoribus tenuisse Lirim;_
e però, se noi vorrem dire Marica essere stata moglie di Fauno, non
procederá; percioché glʼiddii locali, secondo lʼerronea opinion degli
antichi, non trapassano ad altre regioni. Alcuni dicono Marica esser
Venere, percioché ella ebbe un tempio allato alla Marica, nel quale era
scritto «Pontina Venere»; ma di costei anche si può dire quello che di
sopra dicemmo di Latino, potere essere state piú Mariche. Ma di cui che
egli si fosse figliuolo, egli fu re deʼ laurenti, neʼ tempi che Troia
fu disfatta, ed ebbe per moglie Amata, sirocchia di Dauno, re dʼArdea
e zia di Turno, sí come per Virgilio appare. Ma Varrone, in quel libro
il quale egli scrive _De origine linguae latinae_, dice che Pallanzia,
figliuola dʼEvandro re, fu sua moglie. Costui, secondo che vogliono
alcuni, ricevette Enea fuggito da Troia, ed avendo avuto un responso da
quegli loro iddii, che egli ad un forestiere, del quale dovea mirabile
succession nascere, désse Lavina sua figliuola per moglie; avendola giá
promessa a Turno, la diede ad Enea: di che gran guerra nacque, nella
quale, secondo che dice Servio, questo Latino morí quasi nella prima
battaglia.
«Che con Lavina, sua figlia, sedea». Lavina, come detto è, fu figliuola
di Latino e dʼAmata e moglie dʼEnea, del quale ella rimase gravida; e
temendo la superbia di Ascanio figliuolo di Enea, il quale era rimaso
vincitore della guerra di Turno, si fuggí in una selva; e appo un
pastore, secondo che dice Servio, chiamato Tiro, dimorò nascosamente:
e partorí al tempo debito un figliuolo, il quale nominò Giulio Silvio
Postumo, percioché nato era, dopo la morte del padre, nella selva. Ma
poi fu costei da Ascanio rivocata nel suo regno, avendo egli giá fatta
la cittá di Alba ed in quella andatosene. La quale non essendo dalle
cose avverse rotta, tanto reale animo servò nel petto femminile, che
senza alcuna diminuzione guardò il regno al figliuolo, tanto che egli
fu in etá da sapere e da potere regnare. Ma Eusebio _in libro Temporum_
dice che costei dopo la morte dʼEnea si rimaritò ad uno il quale ebbe
nome Melampo, e di lui concepette un figliuolo, il quale fu chiamato
Latino Silvio: né piú di lei mi ricorda aver trovato.
«Vidi quel Bruto, che cacciò Tarquino». Bruto fu per legnaggio nobile
uomo di Roma, percioché egli fu dʼuna famiglia chiamata i Giuni, ed il
suo nome fu Caio Giunio Bruto, e la madre di lui fu sorella di Tarquino
Superbo, re deʼ romani. E percioché egli vedeva Tarquino incrudelire
contro aʼ congiunti, temendo di sé, avendo sana mente, si mostrò pazzo:
e cosí visse buona pezza, portando vilissimi vestimenti, e ingegnandosi
di fare alcune cose piacevoli, come talvolta fanno i matti, accioché
facesse ridere altrui, ed ancora per acquistare la benivolenza di chi
il vedesse, e con questo fuggisse la crudeltá del zio. E percioché poco
nettamente vivea, fu cognominato Bruto: il quale, per aver festa di
lui, tenevano volentieri appresso di sé i figliuoli di Tarquino. Ora
avvenne che, essendo Tarquino Superbo intorno ad Ardea ad assedio, e
i figliuoli del re con altri lor compagni avendo cenato, entrarono in
ragionamento delle lor mogli, e ciascuno, come far si suole, in virtú e
in costumi preponeva la sua a tutte lʼaltre femmine; e, non finendosi
la quistione per parole, presero per partito dʼandarne alle lor case
con questi patti: che quale delle lor donne trovassero in piú laudevole
esercizio, quella fosse meritamente da commendar piú che alcunʼaltra;
e cosí, montati a cavallo, subitamente fecero. E pervenuti a Roma,
trovarono le nuore del re ballare e far festa con le lor vicine, non
ostante che i lor mariti fossero in fatti dʼarme e a campo; e di
quindi nʼandarono a un castello chiamato Collazio, dove un giovane
chiamato Collatino, loro zio, teneva la donna sua, chiamata Lucrezia,
e trovarono costei in mezzo delle sue femmine vegghiare, e con loro
insieme filare e far quello che a buona donna e valente sʼapparteneva
di fare: per che fu reputato che costei fosse piú da lodare che alcuna
dellʼaltre e che Collatino avesse miglior moglie che alcun degli altri.
Era tra questi giovani Sesto Tarquino, giovane scellerato e lascivo, il
quale, veduta Lucrezia e seco medesimo commendatala molto, entratagli
nellʼanima la bellezza e lʼonestá di lei, seco medesimo dispuose di
voler del tutto giacer con lei: e dopo alquanti dí, senza farne sentire
alcuna cosa ad alcuno, preso tempo, solo ritornò a Collazio, dove da
lei parentevolmente ricevuto ed onorato, considerato la condizione
della casa, la notte, come silenzio sentí per tutto, estimando che
tutti dormissero, levatosi, col coltello ignudo in mano, tacitamente
nʼandò lá dove Lucrezia dormiva, e postale la mano in sul petto,
disse:—Io sono Sesto, e tengo in mano il coltello ignudo; se tu farai
motto alcuno, pensa chʼio tʼucciderò di presente.—Ma per questo non
tacendo Lucrezia, la quale in guisa alcuna al suo desiderio acconsentir
non voleva, le disse:—Se tu non farai il piacer mio, io tʼucciderò,
e appresso di te ucciderò uno deʼ tuoi servi, e a tutti dirò che
io tʼabbia uccisa, percioché col tuo servo in adulterio tʼabbia
trovata.—Queste parole spaventarono la donna, seco pensando che, se in
tal guisa uccisa fosse trovata, leggermente creduto sarebbe lei essere
stata adultera, né sarebbe chi la sua innocenza difendesse: e però,
quantunque malvolentieri si consentisse a Sesto, nondimeno, avendo
pensato come cotal peccato purgherebbe, gli si consentí.
Sesto, quando tempo gli parve, se ne tornò ad Ardea; ed essa piena
di dolore e dʼamaritudine, come il giorno apparí, si fece chiamare
Lucrezio Tricipitino, suo padre, e Collatino, suo marito, e Bruto:
li quali essendo venuti, e trovandola cosí dolorosa nellʼaspetto, la
domandò Collatino:—Che è questo, Lucrezia? non sono assai salve le
cose nostre?—A cui Lucrezia rispose:—Che salvezza può esser nella
donna, la cui pudicizia è violata? nel tuo letto è orma dʼaltro uomo
che di te.—E quinci aperse distesamente ciò che per Sesto Tarquino
era stato la passata notte adoperato. Il che udendo Collatino e gli
altri, quantunque dellʼaccidente forte turbati fossero, nondimeno
la cominciarono a confortare, dicendo la pudicizia non potere esser
contaminata, dove la mente a ciò non avesse consentito. Ma Lucrezia,
ferma nel suo proposito, trattosi di sotto aʼ vestimenti un coltello,
disse:—Questa colpa, in quanto a me appartiene, non trapasserá
impunita; né alcuna mai sará, che per esempio di Lucrezia diventi
impudica.—E detto questo, e posto il petto sopra la punta del
coltello, su vi si lasciò cadere, e cosí senza poter essere atata,
entratole il coltello nel petto, si morí. Tricipitino e Bruto e
Collatino, vedendo questo, non potendo piú nascondere lʼindegnitá del
fatto, ne portarono il corpo morto nella piazza, predicando lʼiniquitá
di Sesto Tarquino, e di molte ingiurie accusando il re eʼ figliuoli.
Il pianto fu grande, e il rammarichio per tutto: ma Bruto, estimando
che tempo fosse a por giuso la simulata pazzia, tratto il coltello
del petto alla morta Lucrezia, con una gran brigata deʼ collazi
nʼandò a Roma, lasciando che lʼun deʼ due rimasi andassero nel campo
a nunziare questa iniquitá: e in Roma pervenuto, per dovunque egli
andava, piangendo e dolendosi, convocava la moltitudine a compassione
dellʼinnocente donna e ad odio deʼ Tarquini. Per la qual cosa furono
incontanente le porte di Roma serrate, e per tutto gridata la morte e
il disfacimento del re e deʼ figliuoli: e il simile era avvenuto nel
campo ad Ardea. E come fu sentita la scellerata operazione di Sesto
Tarquino, e tutti, lasciato il re eʼ figliuoli, a Roma venutisene, e
ricevuti dentro, in una medesima volontá con gli altri divenuti, al
re Tarquino, che minacciando tornava da Ardea, del tutto negarono il
ritornare in Roma: e subitamente in luogo del re fecero due consoli,
appo i quali fosse la dignitá e la signoria del re, sí veramente che
piú dʼuno anno durar non dovesse: e di questi due primi consoli fu
lʼuno Bruto e lʼaltro Collatino. E, sentendo, in processo di tempo,
Bruto due suoi figliuoli tenere alcun trattato di dovere rimettere
il re eʼ figliuoli suoi a Roma, fattigli spogliare e legare ad un
palo, prima agramente batter gli fece con verghe di ferro, e poi
in sua presenza ferire con la scure e cosí morire. Cotanto adunque
mostrò essergli cara la libertá racquistata. Ma poi, avendo Tarquino
invano tentato di ritornare per trattato in Roma, ragunata da una
parte e dʼaltra gente dʼarme, ad assediare Roma venne. Incontro al
quale uscirono col popolo di Roma armati i consoli; ed essendosi traʼ
due eserciti cominciata la battaglia, avvenne che Arruns, lʼuno deʼ
figliuoli di Tarquino, combattendo, vide Bruto; per che, lasciata
la battaglia degli altri, gridò:—Questi è colui che mʼha del regno
cacciato;—e drizzato il cavallo e la lancia verso lui, e punto degli
sproni il cavallo, quanto correr potea piú forte nʼandò verso lui.
Il quale veggendo Bruto venire, e conosciutolo, non schifò punto il
colpo, ma verso lui dirizzatosi con la lancia e col cavallo, avvenne
che con tanto odio delle punte delle lance si ferirono, che amenduni
morti caddero del cavallo. E poi, avendo i romani avuta vittoria deʼ
nemici, con grandissimo pianto ne recarono in Roma il corpo di Bruto,
lá dove egli da tutte le donne di Roma, sí come padre e ricuperatore
della loro libertá e vendicatore e guidatore della loro pudicizia,
fu amarissimamente pianto, e poi, secondo lʼuso di queʼ tempi,
onorevolmente fu seppellito.
«Lucrezia». Di questa donna è narrata la storia.
«Marzia». Marzia non so di che famiglia romana si fosse, né alcune
storie sono, le quali io abbia vedute, che guari menzione faccian di
lei. Par nondimeno, per antica fama, tenersi lei essere stata onesta e
venerabile donna; e per tutti si tiene, e Lucano ancora il testimonia,
lei essere stata moglie, non una sola volta, ma due, di Catone
uticense. Il quale avendola la prima volta menata a casa, generò in
lei tre figliuoli; poi, dispostosi del tutto di volere nel futuro
servar vita celibe e fuggire ogni congiugnimento di femmina, secondo
che alcuni dicono, glielo disse; ed, oltre a ciò, immaginando non
dovere per lʼetá essere a lei questa astinenza possibile, la licenziò
di potersi maritare, se a grado le fosse, ad un altro uomo. Per la
qual cosa essa si rimaritò ad Ortensio (a quale non so, percioché piú
ne furono), e di lui concepette alcuni figliuoli. Poi, essendosi morto
Ortensio, e sopravvenuto il tempo delle guerre cittadine tra Cesare
e Pompeo, una mattina in su lʼaurora picchiò allʼuscio di Catone,
e, entrata da lui, il pregò che gli piacesse di doverla ritôrre per
moglie; che di questo matrimonio essa non intendeva di volerne altro
che solamente il nome dʼesser moglie di Catone, e sotto lʼombra di
questo titolo vivere, e, quando alla morte venisse, morire moglie di
Catone. Alli cui prieghi Catone condiscese; e, con quella condizione
ritoltala, senza alcuna altra solennitá osservare, e mentre visse
servando il suo proponimento, per sua moglie la tenne, ed ella lui per
suo marito.
«Giulia». Giulia fu figliuola di Giulio Cesare, acquistata in Cornelia
figliuola di Cinna, giá quattro volte stato consolo; la quale, lasciata
Consuzia che davanti sposata avea, prese per moglie. E fu costei
moglie di Pompeo Magno, il quale ella amò mirabilmente, intanto che,
essendo delle comizie edilizie riportati a casa i vestimenti di Pompeo,
suo marito, rispersi di sangue (il che, secondo che alcuni scrivono,
era avvenuto, che sacrificando egli, ed essendogli lʼanimale, che
sacrificar dovea, giá ferito, delle mani scappato, e cosí del suo
sangue macchiatolo); come prima Giulia gli vide, temendo non alcuna
violenza fosse a Pompeo stata fatta, subitamente cadde, e da grave
dolore fu costretta, essendo gravida, di gittar fuori il figliuolo che
nel ventre avea, e quindi morirsi.
«E Corniglia». Il vero nome di costei fu Cornelia: ma, sforzato
lʼautore dalla consonanza dei futuri versi, alcune lettere permutate,
la nomina «Corniglia». Cornelia fu nobile donna di Roma della famiglia
deʼ Corneli, del lato degli Scipioni: e fu figliuola di quello
Scipione, il quale con Giuba, re deʼ numidi, seguendo le parti di
Pompeo, fu da Cesare sconfitto in Numidia. E fu costei primieramente
moglie di Lucio Crasso, il quale fu ucciso daʼ parti e a cui fu lʼoro
fondato messo giú per la gola; e poi, come Lucio morí, divenne moglie
di Pompeo magno: il quale ella, come valente donna dee fare, non
solamente amò nella sua felicitá, ma, veggendo che la fortuna con le
guerre cittadine forte il suo stato dicrollava, non dubitò di volere
essergli, come nella grandezza sua era stata, neʼ pericoli e negli
affanni delle guerre compagna: e ultimamente, secondo che Lucano
manifesta, con lui dellʼisola di Lesbo partitasi, nʼandò in Egitto,
dove miserabilmente agli assassini di Tolomeo, discendendo in terra, il
vide uccidere. Quello che poi di lei si fosse, non so; ma dʼintera fede
e di laudabile amore puote debitamente essere pregiata.
«E solo in parte vidi ʼl Saladino». Il Saladino fu soldano di
Babillonia, uomo di nazione assai umile per quello mi paia avere piú
addietro sentito, ma di grande e altissimo animo e ammaestratissimo in
fatti di guerra, sí come in piú sue operazioni dimostrò. Fu vago di
vedere e di cognoscere li gran principi del mondo e di sapere i lor
costumi: né in ciò fu contento solamente alle relazioni degli uomini,
ma credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente
cercasse, e massimamente intraʼ cristiani, li quali, per la Terra santa
da lui occupata, gli erano capitali nemici. E fu per setta deʼ seguaci
di Macometto, quantunque, per quello che alcuni voglion dire, poco le
sue leggi e i suoi comandamenti prezzasse. Fu in donare magnifico,
e delle sue magnificenze se ne raccontano assai. Fu pietoso signore
e maravigliosamente amò e onorò i valenti uomini. E, percioché egli
non fu gentile, come quegli li quali nominati sono e che appresso si
nomineranno, estimo che «in parte» starsi «solo» il discriva lʼautore.
«Poi chʼio alzai un poco piú le ciglia», cioè gli occhi per vedere
piú avanti, «Vidi il maestro», cioè Aristotile, «di color che sanno,
Seder», cioè usare e stare, e quegli atti fare che a filosofo
appartengono, ammaestrare, operare e disputare, «tra filosofica
famiglia».
Aristotile fu di Macedonia, figliuolo di Nicomaco, medico dʼAminta, re
di Macedonia, e poi di Filippo, suo figliuolo e padre dʼAlessandro; la
madre del quale fu chiamata Efestide: li quali Nicomaco ed Efestide
vogliono alcuni esser discesi di Macaone e dʼAsclepiade, discendenti
dʼEsculapio, il quale gli antichi, percioché grandissimo medico fu,
dicono essere stato figliuolo dʼApollo, iddio della medicina. E dicono
alcuni lui essere stato dʼuna cittá chiamata Stagira, la quale, se io
ho bene a memoria, ho giá letto o udito che è non in Macedonia, ma
in Trazia: le quali due province è vero che insieme confinano, per
che, essendo in su i confini la cittá, forse agevolmente sʼè potuto
errare a dinominarla piú dellʼuna provincia che dellʼaltra. Fu costui
primieramente, dopo lʼavere apprese le liberali arti, ammaestrato neʼ
libri poetici. E credesi che il primo libro, che da lui fu composto,
fosse uno scritto, ovvero comento, sopra li due maggior libri dʼOmero,
e che, per questo, ancora giovanetto fosse dato da Filippo per maestro
ad Alessandro. Poi vogliono lui essere andato ad Atene ad udire
filosofia, dove udí tre anni sotto Socrate, in queʼ tempi famosissimo
filosofo; e, lui morto, sʼaccostò a Platone, il quale le scuole di
Socrate ritenne, e sotto lui udí nel torno di venti anni. Per che, sí
per lʼeccellenza del dottore, e sí ancora per lo perseverato studio
con vigilanza, divenne maraviglioso filosofo; intanto che, andando
alcuna volta Platone alla sua casa e non trovando lui, con alta voce
alcuna volta disse:—Lʼintelletto non cʼè, sordo è lʼauditorio.—Visse
appresso la morte di Platone, suo maestro, anni ventitré, deʼ quali
parte ammaestrò Alessandro, e parte con lui circuí Asia, e parte di
quegli scrisse e compose molti libri. Egli la dialettica, ancora non
conosciuta pienamente prima, in altissimo colmo recò, e ad istruzione
di quella scrisse piú volumi. Scrisse similmente in rettorica, né
meno in quella apparve facondo, che fosse alcun altro rettorico,
quantunque famoso stato davanti a lui. Similmente intorno agli atti
morali, ciò che veder se ne puote per uomo, scrisse in tre volumi:
_Etica, Politica_ ed _Iconomica_; né delle cose naturali alcuna ne
lasciò indiscussa, sí come in molti suoi libri appare; ed, oltre a
ciò, trapassò a quelle che sono sopra natura, con profondissimo
intendimento, sí come nella sua _Metafisica_ appare. E, brevemente,
egli fu il principio e ʼl fondamento di quella setta di filosofi, i
quali si chiamano peripatetici. E non è vero quello che alcuni si
sforzano dʼapporgli, cioè che egli facesse ardere i libri di Platone:
la qual cosa credo, volendo, non avrebbe potuta fare, in tanto pregio
e grazia degli ateniesi fu Platone e la sua memoria e li suoi libri.
Li quali non ha molto tempo che io vidi, o tutti o la maggior parte,
o almeno i piú notabili, scritti in lettera e grammatica greca in un
grandissimo volume, appresso il mio venerabile maestro messer Francesco
Petrarca. È il vero che la scienza di questo famosissimo poeta filosofo
lungo tempo sotto il velamento dʼuna nuvola dʼinvidia di fortuna stette
nascosa, in maraviglioso prezzo continuandosi appo i valenti uomini
la scienza di Platone; né è assai certo, se a venire ancora fosse
Averrois, se ella sotto quella medesima si dimorasse. Costui adunque,
se vero è quello che io ho talvolta udito, fu colui che prima, rotta
la nuvola, fece apparir la sua luce e venirla in pregio; intanto che,
oggi, quasi altra filosofia che la sua non è daglʼintendenti seguita.
Ma ultimamente pervenuto questo singulare uomo allʼetá di sessantatré
anni, finío la vita sua; e, secondo che alcuni dicono, per infermitá di
stomaco. «Tutti lo miran», per singular maraviglia, quegli che in quel
luogo erano; e similmente credo facciano tutti quegli che aʼ nostri
dí in filosofia studiano: «tutti onor gli fanno», sí come a maestro e
maggior di tutti.
«Quivi vidʼio», appresso dʼAristotile, «Socrate».
Socrate originalmente si crede fosse ateniese, ma di bassissima
condizione di parenti disceso, percioché, sí come scrive Valerio
Massimo nel terzo suo libro sotto la rubrica _De patientia_, il padre
suo fu chiamato Sofronisco intagliator di marmi, e la sua madre ebbe
nome Fenarete, il cui uficio era aiutare le donne neʼ parti loro, e
quelle per prezzo servire; ed esso medesimo, secondo che dice Papia,
alquanto tempo sʼesercitò nellʼarte del padre. Poi, lasciata lʼarte
paterna, divenne discepolo dʼuna femmina chiamata Diutima, secondo che
si legge nel libro _De vitis philosophorum_; ma santo Agostino, nel
libro ottavo _De civitate Dei_, scrive che egli fu uditore dʼArchelao,
il quale era stato auditore di Anassagora. E, poiché alquanto
tempo ebbe udito sotto Archelao, per divenire pienamente esperto
deglʼintrinseci effetti della natura, in piú parti del mondo gli
ammaestramenti deʼ piú savi andò cercando, secondo che scrive Tullio
nel libro secondo delle _Quistioni tusculane_: e in tanta sublimitá di
scienza pervenne, che egli, secondo che scrive Valerio, fu reputato
quasi un terrestre oracolo dellʼumana sapienza. E secondo che mostra di
tenere Apulegio, e similmente Calcidio _Sopra il primo libro del Timeo
di Platone_, e come Agostino nel libro ottavo della _Cittá di Dio_,
egli ebbe seco infino dalla sua puerizia un dimonio, il quale Apulegio
predetto chiama «iddio di Socrate» in un libro che di ciò compose: il
quale molte cose glʼinsegnò e in ciò che egli aveva a fare lʼammaestrò.
Ma chi che di ciò gli fosse il dimostratore, egli fu non solamente
dagli uomini, ma eziandio da Apolline, il quale gli antichi neʼ loro
errori credettero essere iddio della sapienza, giudicato sapientissimo.
Della qual cosa non è molto da maravigliarsi, conciosiacosaché egli
fosse nelli studi della filosofia assiduo; e tanto nelle meditazioni
perseverante, che Aulo Gellio scrive, nel libro secondo _Noctium
Atticarum_, lui essere usato di stare dal cominciamento dʼun dí infino
al principio del seguente, in piede, senza mutarsi poco o molto col
corpo, e senza volgere gli occhi o ʼl viso dal luogo al quale nel
principio della meditazione gli poneva.
Fu costui di maravigliosa e laudevole umiltá, percioché, quantunque
in iscienza continuamente divenisse maggiore, tanto minore nel suo
parlare si faceva; e da lui, secondo che Girolamo scrive nella sua
trentacinquesima pistola, e, oltre a ciò, nel proemio della Bibbia,
nacque quel proverbio, il quale poi per molti sʼè detto, cioè «_hoc
scio, quod nescio_». E, oltre a questo, essendo tanto e sí venerabile
filosofo, non solamente in parole, ma in opera la sua umiltá dimostrò.
Esso, tra lʼaltre volte, secondo che negli studi è usanza, facendo la
colletta dagli uditori suoi, ed essi tutti dandogli volentieri non
solamente il debito, secondo lʼuso, ma ancora piú; Eschilo, poverissimo
giovane ma dʼalto ingegno, lasciò andar ognʼuomo a pagar questo debito,
e non andandone piú alcuno, esso, levatosi, andò alla cattedra di
Socrate e disse:—Maestro, io non ho al mondo cosa alcuna che ti dare
per questo debito, se non me medesimo, e io me ti do; e ricordoti che
io ti do piú che dato non tʼha alcun altro che qui sia; percioché non
ce nʼè alcuno che tanto donato tʼabbia, che alcuna cosa rimasa non gli
sia, ma a me, che me tʼho dato, cosa alcuna non è rimasa.—Al quale
Socrate umilmente rispose:—Eschilo, il tuo dono mʼè molto piú caro che
alcuno altro che da costoro mi sia stato dato, e la ragione è questa:
io non ho alcuna cosa la quale io possa assai degna donare a costoro
che a me hanno donato, ma io ho da potere rendere a te guiderdone del
dono che fatto mʼhai, e quello sono io medesimo; e cosí io me ti do;
e perciò quanto tu vuogli che io abbia te per mio, tanto faʼ che tu
abbi me per tuo.—Fu di sua natura pazientissimo, e con egual animo
portò le cose liete e le avverse, intanto che molti voglion dire non
essergli stato mai veduto piú che un viso. Il che maravigliosamente
mostrò vivendo, e sostenendo i fieri costumi dellʼuna delle due
mogli che avea, chiamata Santippe: la quale, senza interporre, il
dí e la notte egualmente, con perturbazioni e con romori era da lei
stimolato; la qual tanto piú nella sua ira sʼaccendeva, quanto lui
piú paziente vedeva. Ed essendo alcuna volta stato addomandato da
Alcibiade, nobilissimo giovane dʼAtene, secondo che scrive Aula Gellio
_in libro undecimo Noctium Atticarum_, perché egli non la mandava via,
conciofossecosaché per la legge lecito gli fosse, rispose che per
la continuazione dellʼingiurie dimestiche fattegli da Santippe egli
aveva apparato a sofferire con non turbato animo le disoneste cose, le
quali egli vedeva e udiva di fuori. Oltre a questo, tenendosi Santippe
ingiuriata da lui, un dí, preso luogo e tempo, dalla finestra della
casa gli versò sopra la testa un vaso dʼacqua putrida e brutta; il
quale sapendo donde venuto era, rasciuttasi la testa, nullʼaltra cosa
disse:—Io sapeva bene che dopo tanti tuoni doveva piovere.—
Furono le sue risposte di mirabile sentimento. Era in Atene un giovane
uomo dipintore, assai conosciuto, il quale subitamente divenne medico;
il che detto a Socrate, disse:—Questi può esser savio uomo dʼaver
lasciata lʼarte, i difetti della quale sempre stanno dinanzi agli occhi
degli uomini, e presa quella li cui errori la terra ricuopre.—Era,
oltre a ciò, usato di prender piacere di vedere le due sue mogli
per lui talvolta non solamente gridare, ma azzuffarsi insieme, e
massimamente sé considerando, il quale era del corpo piccolo, e avea il
naso camuso, le spalle pelose e le gambe storte, e appresso la viltá
dellʼanimo loro; e il farle venire a zuffa insieme era qualora egli
volea, sol che un poco dʼamore piú allʼuna che allʼaltra mostrasse;
di che esse una volta accortesi, e rivoltesi sopra lui, fieramente il
batterono, e lui fuggente seguirono, tanto che la loro indegnazione
sfogarono. Fu in costumi sopra ogni altro venerabile uomo, in tanto che
solamente nel riguardarlo prendevano maraviglioso frutto gli uditori
suoi, sí come Seneca nella sesta pistola a Lucillo, dicendo: «Platone
e Aristotile, e lʼaltra turba tutta deʼ savi uomini, piú daʼ costumi
di Socrate trassero di sapienza che dalle sue parole». Fu nel cibo
e nel bere temperatissimo, intanto che di lui si legge che, essendo
una mortale e universale pestilenza in Atene, né mai si partí, né mai
infermò, né parte dʼalcuna infermitá sentí. Sostenne con grandissimo
animo la povertá, intanto che, non che egli mai alcun richiedesse per
bisogno il quale avesse, ma ancora i doni daʼ grandi uomini offertigli
ricusò. Ed essendo giá vecchio, volle apprendere a sonare gli stromenti
musici di corda: di che alcuno maravigliandosi gli disse:—Maestro, che
è questo? aver veduti gli alti effetti della natura, e ora discendere
alle menome cose musicali?—Al quale egli dimostrò sé estimare esser
meglio dʼavere tardi apparata quella arte che morire senza averla
saputa. Né in alcuna etá poté sofferire dʼessere ozioso; percioché,
secondo scrive Tullio nel libro _De senectute_, egli era giá dʼetá
di novantaquattro anni, quando egli scrisse il libro, il quale egli
appellò _Panaletico_.
Una cosa ebbe questo singulare uomo, la quale a certi ateniesi fu
grave, ed ultimamente cagione della morte sua: egli non poté mai essere
indotto ad avere in alcuna reverenza glʼiddii li quali gli ateniesi
adoravano, affermando un cane, un asino o qualunque altro piú vile
animale esser degno di molta maggior venerazione che glʼiddii degli
ateniesi. E la ragione, che di ciò assegnava, era che gli animali
erano opera della natura, glʼiddii degli ateniesi erano opera delle
mani degli uomini. Per la qual cosa essendo stati fatti, ovvero eletti
trenta uomini in Atene a dover riformare lo stato della cittá e
servarlo, ve ne furono alcuni, li quali, forse da alcuna altra occulta
cagion mossi, sotto spezie di religione, vollero che esso confessasse
li loro iddii essere da onorare e che Atene dalla lor deitá e custodia
servata fosse. La qual cosa non volendo esso fare, essendo giá dʼetá di
novantanove anni, fu fatto mettere in prigione, e in quella tenuto da
un mese. Alla fine, vedendo coloro, che tener vel facevano, non potersi
a ciò lʼanimo suo inducere, gli mandarono in un nappo un beveraggio
avvelenato, il quale egli, sprezzati gli umili rimedi mostratigli da
Lisia alla sua salute, amando piú di finire la vita che di diminuire
la sua gravitá, con grandissimo animo, e con quel viso il quale
sempre in ogni cosa occorrente fermo servava, il prese. E piangendo
Santippe, e dolendosi chʼegli era fatto morire a torto, fieramente la
riprese dicendo:—Dunque vorresti tu, stolta femmina, che io fossi
morto a ragione? Tolgalo Iddio via che egli possa essere avvenuto o
avvenga che io giustamente condannato sia.—E, bevuto la venenata
composizione, molte cose aʼ suoi amici, che dʼintorno gli erano, parlò
dellʼeternitá dellʼanima. Ma, appressandosi giá lʼora della morte, per
la forza del veleno che al cuore sʼavvicinava, il dimandò uno deʼ suoi
discepoli, chiamato Trifone, quello che esso voleva che del suo corpo
si facesse, poiché morto fosse. Per che Socrate, rivolto agli altri,
disse:—Lungamente mʼha invano ascoltato Trifone.—E poi disse:—Se,
poi che lʼanima mia sará dal corpo partita, voi alcuna cosa che mia sia
ci trovate, fatene quello che da fare estimerete; ma cosí vi dico, che,
partendomi io, alcun di voi non mi potrá seguire.—Né guari stette che
egli morí. In onor del quale, secondo che scrive Tertullio, fecero poi
gli ateniesi in memoria e in sembianza di lui fare una statua dʼoro,
e quella fecero porre ad un tempio. Nacque Socrate, secondo che nelle
Istorie _scolastiche_ si legge, al tempo di Serse, re di Persia, e
morí regnante il re Assuero.
[Nota: Lez. XVI]
«E Platone». Platone fu per origine nobilissimo ateniese. Egli fu
figliuolo dʼAristone, uomo di chiara fama, e di Perissione sua moglie;
e, secondo che alcuni affermano, esso fu deʼ discendenti del chiaro
legnaggio di Solone, il quale ornò di santissime leggi la cittá di
Atene. E volendo Speusippo, figliuolo della sorella, e che dopo la
sua morte le scuole sue ritenne insieme con Clearco e con Anassalide,
stati suoi uditori, nobilitare la sua origine, sí come essi nel secondo
libro della _Filosofia_ scrivono, finsero Perissione, madre di lui,
essere stata oppressa da una sembianza dʼ Apolline; volendo che per
questo sʼintendesse, lui per opera del padre, il quale gli antichi
estimarono essere iddio della sapienza, avere avuta la divina scienza,
la quale in lui uomo mortale fu conosciuta. Fu costui, oltre ad ogni
altro suo contemporaneo, eloquentissimo; e fu tanta dolcezza e tanta
soavitá nella sua prolazione, che quasi pareva piú celestial cosa che
umana, parlando. La qual cosa per due assai evidenti segni, avanti che
a quella perfezion divenisse, fu dimostrata. Primieramente, essendo
egli ancora picciolissimo fanciullo e nella culla dormendo, furono
trovate api, le quali sollecitamente studiandosi, non altrimenti
che in uno loro fiaro, gli portavano mèle, senza dʼalcuna cosa
offenderlo. Secondariamente, quella notte che precedente fu al dí che
Aristone lui giovanetto menò a Socrate, accioché della sua dottrina
lʼammaestrasse, parve nel sonno a Socrate vedere di cielo discendere
un cigno, e porglisi sopra le ginocchia, e pascersi di quello che da
esso Socrate gli era dato. Per che, come Socrate vide Platone il dí
seguente, cosí estimò lui esser quel cigno che nel sonno veduto avea.
E il cigno, secondo che questi fisiologi scrivono, è uccello, il quale
soavissimamente canta: per la qual dolcezza di canto assai bene si
può comprendere essere stata dimostrata la dolcezza della sua futura
eloquenza.
Fu costui nominato Plato, secondo che Aristotile afferma, dalla
ampiezza del petto suo. Esso, poiché piú anni ebbe udito Socrate,
secondo che Agostino racconta nel quarto della _Cittá di Dio_, navicò
in Egitto, e quivi apprese ciò che per gli egiziaci si poteva mostrare.
E quindi, tirato dalla fama della dottrina pittagorica, venutosene in
Italia, da quegli dottori, li quali allora in essa fiorivano, assai
agevolmente apprese ciò che per loro si tenea. Della sua scienza fu
fatta, [ed è ancora], maravigliosa stima quasi da tutti quegli che aʼ
tempi chʼeʼ romani erano nel colmo del lor principato, eran famosi
uomini; e ancora ne la fanno i cattolici filosofi, affermando in molte
cose la sua dottrina esser conforme alla veritá cristiana. Fu, oltre a
ciò, in costumi splendido e nel cibo temperatissimo. Fu oltremodo dalla
concupiscenza della carne stimolato, intanto che, per poterla alquanto
domare, e vita solitaria disiderando, potendo in altre parti assai
eleggere la sua solitudine, alcuna altra non ne volle che una villetta,
chiamata Accademia, la qual non solamente rimota era da ogni umano
consorzio, ma ella era per pessimo aere pestilente: e questa ad ogni
altra prepose, estimando la sua infezione dovere poter porre modo a
domare la libidine sua. Quivi di ricchezze né dʼumana pompa curandosi,
visse infino nellʼetá di anni ottantuno, secondo che scrive Seneca a
Lucillo nella sessantunesima epistola; avendo molti libri scritti e
scrivendo continuamente, si morí, lasciati appresso di sé molti deʼ
suoi uditori solennissimi filosofi.
«Che innanzi agli altri», sí come piú degni filosafi, «piú presso gli
stanno».
«Democrito» (_supple_) vidi. Democrito fu ateniese, e fu il padre suo
sí abbondante di ricchezze, che si legge lui aver dato un pasto al
re Serse, quando venne in Grecia, e con lui a tutto il suo esercito,
che scrive Giustino fosse un milione dʼuomini dʼarme. Dopo la morte
del quale, Democrito, dato tutto aʼ filosofici studi, riserbatasi di
sí gran ricchezza una piccola quantitá, tutto il rimanente donò al
popolo dʼAtene, dicendo quella essere impedimento al suo studio. Esso,
secondo che Giovenale scrive, essendo nella piazza, era usato di ridere
di ciò che esso vedeva agli uomini fare; e, domandato alcuna volta
della cagione, rispose:—Io rido della sciocchezza di tutti quegli li
quali io veggio, percioché io mʼaccorgo che con lʼanimo e col corpo
tutti faticano intorno a cose, che né onor né fama lor posson recare,
né con loro, oltre a ciò, far lunga dimora.—Costui, percioché estimò
il vedere esser nimico delle meditazioni, e grandissimo impedimento
degli studi per poter liberamente a questi vacare, si fece cavar gli
occhi della testa. Altri dicono lui aver ciò fatto, perché il vedere
le femmine gli era troppo grande stimolo e incitamento inespugnabile
al vizio della carne. E, domandato alcuna volta che utilitá si vedesse
dʼaverlo fatto, nulla altro rispose, se non che, per quello, era
dʼuno piú che lʼusato accompagnato, e questo era un fanciul che ʼl
guidava: benché Tullio, nel quinto delle _Quistioni tusculane_, dice
questa essere stata risposta dʼAsclepiade, il quale fu assai chiaro
filosofo e similmente cieco. Fu nondimeno uomo di grande studio
e di sottile ingegno, quantunque deʼ principi delle cose tenesse
unʼopinione strana e varia da tutte quelle degli altri filosofi. Esso
estimava tutte le cose procedere dallʼuno deʼ due principi, o da odio
o da amore: e poneva una materia mista essere, nella quale i semi di
tutte le cose fossero, e quella diceva chiamarsi «caos», il che tanto
suona quanto «confusione»; e di questa affermava che a caso, non
secondo la diliberazione dʼalcuna cosa, ogni animale, ogni pianta,
ogni cosa che noi veggiamo, nascere. E questo chiamava «odio», in
quanto le cose che nascevano, dal lor principio, sí come da nimico,
si separavano; poi, dopo certo spazio di tempo corrompendosi, tutte
si ritornavano in questa materia chiamata «caos», e questo appellava
«tempo dʼamore e dʼamistá». E cosí teneva questi esser due principi
formali, essendo questo caos principio materiale. Fu, oltre a questo,
costui grandissimo magico, e dopo Zoroaste, re deʼ batriani, trovatore
di questa iniqua arte, molto lʼaumentò e insegnò. Dice adunque per
le predette opinioni lʼautor di lui «cheʼl mondo a caso pone» esser
creato e fatto, e senza alcuna movente cagione: del quale Tullio nel
quinto libro delle _Quistioni tusculane_ dice: «_Democritus, luminibus
amissis, alba scilicet discernere et atra non poterat: at vero bona,
mala, aequa, iniqua, honesta, turpia, utilia, inutilia, magna, parva
poterat; et sine varietate colorum licebat vivere beate, sine notione
rerum non licebat; atque hic vir impediri animi aciem aspectu
oculorum arbitrabatur: et cum alii persaepe quod ante pedes esset non
viderent, ille infinitatem omnem pervagabatur, ut nulla in extremitate
consisteret_».
«Diogene». Diogene cui figliuol fosse, o di qual cittá, non mi ricorda
aver letto, ma lui essere stato solenne filosofo, e uditore di
Anassimandro, molti il testimoniano: e similmente lui essere rimaso di
ricchissimo padre erede. Il quale, come la veritá filosofica cominciò
a conoscere, cosí tutte le sue gran ricchezze donò agli amici, senza
altra cosa serbarsi che un bastone per sostegno della sua vecchiezza e
una scodella per poter bere con essa: la qual poco tempo appresso gittò
via, veggendo un fanciullo bere con mano ad una fonte. E cosí, ogni
cosa donata, primieramente cominciò ad abitare sotto i portici delle
case e deʼ templi; poi, trovato un doglio di terra, abitò in quello; e
diceva che esso meglio che alcun altro abitava, percioché egli aveva
una casa volubile, la quale niuno altro ateniese aveva: e quella nel
tempo estivo e caldo volgeva a tramontana, e cosí avea lʼaere fresco
senza punto di sole; e il verno il volgeva a mezzogiorno, e cosí aveva
tutto ʼl dí i raggi del sole che ʼl riscaldavano. Fu negli studi
continuo e sollecito mostratore agli uditori suoi. Tenne una opinione
istrana dagli altri filosofi, cioè che ogni cosa onesta si doveva fare
in publico; ed eziandio i congiungimenti deʼ matrimoni, percioché erano
onesti, doversi fare nelle piazze e nelle vie: il quale perché atto di
cani pareva, fu cognominato «cinico» e principe della setta deʼ cinici.
Di costui si raccontano cose assai, e non men piacevoli che laudevoli;
per che non sará altro che utile lʼaverne alcuna raccontata. Dice
Seneca, nel libro quinto deʼ _Benefici_, che Alessandro, re di
Macedonia, sʼingegnò molto di poterlo avere appresso di sé, e con
grandissimi doni e profferte molte volte il fece sollicitare: le
quali tutte ricusò, alcuna volta dicendo che egli era molto maggior
signore che Alessandro, in quanto egli era troppo piú quello che
egli poteva rifiutare, che quello che Alessandro gli avesse potuto
donare. E dice Valerio Massimo che, essendo un dí Alessandro venuto
alla casa di Diogene, e per avventura postosegli davanti al sole,
e offerendosi a lui se alcuna cosa volesse, gli rispose che quello,
che egli voleva da lui, era che egli si levasse dal sole e non gli
togliesse quello che dare non gli potea. Similmente aveva Dionisio,
tiranno di Siragusa, molto cercato dʼaverlo, né mai venir fatto gli
era potuto; per che, essendo Diogene andato in Cecilia a considerare
lʼincendio di Mongibello, avvenne che, lavando lattughe salvatiche ad
una fonte presso a Siragusa per mangiarlesi, passò un filosofo chiamato
Aristippo, al quale Dionisio facea molto onore, e, veggendo Diogene gli
disse:—Se tu volessi, Diogene, credere a Dionisio, non ti bisognerebbe
al presente lavare coteste lattughe;—quasi volesse dire:—Tu averesti
deʼ fanti e deʼ servidori, che te le laverebbono.—A cui Diogene
subitamente rispose:—Aristippo, se tu volessi lavar delle lattughe
come fo io, non ti bisognerebbe di lusingar Dionisio.—Altra volta,
essendo per avventura menato da un ricchissimo uomo, il quale aveva il
viso turpissimo, a vedere una sua bella casa, la quale era ornatissima
di dipinture e dʼoro e dʼaltre care cose, e non che le mura eʼ palchi,
ma eziandio il pavimento di quella; volendo Diogene sputare, sʼaccostò
a colui che menato lʼaveva e sputògli nel viso. Per che quegli, che
presenti erano, dissero:—Perché hai tu fatto cosí, Diogene?—Aʼ quali
Diogene prestamente rispose:—Percioché io non vedeva in questa casa
parte alcuna cosí vile, come quella nella quale sputato ho.—Oltre a
ciò, secondo che Seneca racconta nel terzo libro dellʼ_Ira_, avvenne
che, leggendo Diogene del vizio dellʼira, un giovane gli sputò nel
viso. Di che Diogene prudentemente e con pazienza portando lʼingiuria,
niunʼaltra cosa disse, se non:—Io non mʼadiro, ma io dubito se sará
bisogno o no dʼadirarsi.—Di che questo medesimo, tiratosi in bocca uno
sputo ben grasso, nel mezzo della fronte da capo gliele sputò. Il quale
sputo poi che Diogene ebbe forbito, disse: —Per certo coloro, che
dicono che tu non hai bocca, sono fieramente ingannati.—Fu, secondo
che Aulo Gellio scrive _in primo libro Noctium Atticarum_, Diogene
una volta preso: e, volendolo colui, che preso lʼaveva, vendere,
venne un per comperarlo e dimandollo di che cosa sapeva servire. Al
quale Diogene rispose:—Io so comandare agli uomini liberi.—E,
accioché noi trapassiamo da queste laudevoli sue opere al fine della
vita sua, secondo che scrive Tullio nel primo libro delle _Quistioni
tusculane_, essendo Diogene infermo di quella infermitá della quale
si morí, fu domandato da alcuno deʼ discepoli suoi, quello che voleva
si facesse, poi che egli fosse morto, del corpo suo. Subitamente
rispose:—Gittatelo al fosso.—Alla qual risposta colui, che domandato
avea, seguí:—Come, Diogene? vuoi tu che i cani e le fiere salvatiche
e gli uccelli ti manuchino?—Al quale Diogene rispose:—Pommi allato
il baston mio, sí che io abbia con che cacciargli.—A cui questo
addimandante disse:—O come gli caccerai, che non gli sentirai?—Disse
allora Diogene:—Se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perché
eʼ mi mangino?—E cosí si morí: il dove non so.
«Anassagora». Anassagora fu nobile uomo ateniese, e fu uditore
di Anassimene e famoso filosofo. Percioché sostener non poteva i
costumi e le maniere deʼ trenta tiranni, li quali in Atene erano, si
fuggí dʼAtene e seguí gli studi pellegrini tanto tempo, quanto la
signoria deʼ predetti durò. Poi, tornando ad Atene, e vedendo le sue
possessioni, che erano assai, tutte guaste e occupate daʼ pruni e da
malvage piante, disse:—Se io avessi voluto guardar queste, io avrei
perduto me.—Questi nella morte dʼun suo figliuolo, assai della sua
fortezza dʼanimo e della sua scienza mostrò; percioché essendogli
nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò:—Niuna
cosa nuova o da me non aspettata mi racconti, percioché io sapeva
che colui, che di me era nato, era mortale.—Ed essendo infermo di
quella infermitá della quale egli morí, e giacendo lontano alla
cittá, fu domandato se gli piacesse dʼessere portato a morire nella
cittá. Rispose che di ciò egli non curava, percioché egli sapeva che
altrettanta via era dal luogo dove giaceva in inferno, quanta dalla
cittá in inferno.
«E Tale». Tale fu asiano, figliuolo dʼuno che si chiamò Essamite,
sí come Eusebio scrive _in libro Temporum_; e, secondo che Pomponio
Mela dice nel primo libro della _Cosmografia_, egli fu dʼuna cittá
chiamata Mileto, la quale fu in una provincia dʼAsia, chiamata Ionia:
e, sí come santo Agostino dice nel libro ottavo della _Cittá di Dio_,
egli fu prencipe deʼ filosofi ioni, e fu massimamente ammirabile in
quanto, essendo da lui compresi i numeri delle regole astrologiche,
non solamente conobbe i diffetti del sole e della luna, ma ancora gli
predisse. E, secondo che alcuni vogliono, essa fu il primo che conobbe
la immobilitá, o brevissimo circúito di moto della stella la qual noi
chiamiamo «tramontana», e che da essa preso dimostrò lʼordine, il quale
ancora servano i marinari nel navicare, quel segno seguendo. Fu sua
opinione che lʼacqua fosse principio di tutte le cose, e da essa tutti
gli elementi ed esso mondo tutto e quelle cose che in esso si generano
procedessono, sí come santo Agostino nel preallegato libro dimostra.
E, percioché esso fu deʼ primi filosofi di Grecia e, avanti che il
nome del filosofo si divulgasse, fosse chiamato «savio», come sei
altri suoi contemporanei e valenti uomini furono; avvenne che, essendo
daʼ pescatori presa pescando, e tratta di mare, una tavola dʼoro, ed
essendo diliberato che al piú savio mandata fosse, e per conseguente
mandata a lui; fu di tanta e sì discreta umiltá, che ricevere non la
volle, ma la mandò ad uno degli altri sei. Recusò, secondo che alcuni
scrivono, dʼaver moglie, e ciò dice che faceva per non avere ad amare
i figliuoli. Credomi che questo fuggiva, percioché troppo intenso e
forse non molto ordinato amor gli parea. Ultimamente assai utili libri
lasciando, essendo giá dʼetá di settantotto anni, morí. Ma, secondo
che scrive Eusebio _in libro Temporum_, pare che egli vivesse anni
novantadue. Fiorí neʼ tempi che Ciro re per forza trasportò in Persia
lʼimperio deʼ medi.
«Empedocles». Empedocles fu ateniese, secondo Boezio, del quale, credo
piú per difetto del tempo, che ogni cosa consuma, e della trascutaggine
degli uomini, che negligentemente servano le scritture, che perché egli
solenne filosofo degno di laude non fosse, alcuna cosa non si truova
che istorialmente di lui raccontar si possa; quantunque alcuni dicano
lui essere stato ottimo cantatore, ed il suo canto avere avuta tanta
di melodia che, correndo impetuosamente un giovane appresso ad un suo
nemico per ucciderlo, udendo la dolcezza del canto di costui, il quale
per avventura allora in quella parte cantava, per la quale il giovane
seguiva il suo nemico, dimenticato lʼodio, si ritenne ad ascoltarlo.
Costui, secondo che scrive Papia, investigando il luogo della montagna
di Mongibello in Cicilia, disavvedutamente cadde in una fossa di fuoco,
e in quella, non potendosi aiutare, fu ucciso dal fuoco. Fiorí regnante
Artaserse.
«Eraclito». Eraclito è assai appo gli antichi filosofi famoso; ma di
lui altro nella mente non ho, se non che quegli libri, li quali egli
compose, furono con tanta oscuritá di parole e di sentenze scritti
da lui, che pochi eran coloro li quali potessero deʼ suoi testi trar
frutto; per la qual cosa fu cognominato «tenebroso». Dove vivesse, o
quello che egli adoperasse, o di che etá morisse, o dove, non trovai
mai; quantunque alcuni dicono lui essere stato contemporaneo di
Democrito.
E «Zenone». Furono due eccellenti filosofi, deʼ quali ciascuno fu
nominato Zenone; ma, percioché qui non si può comprendere di quale
lʼautor si voglia dire, brievemente diremo dʼamenduni. Fu adunque
lʼuno di questi chiamato Zenone eracleate. Costui, potendosi in pace
e in quiete riposare in Eraclea, sua cittá, e in sicura libertá
vivere, avendo allʼaltrui miseria compassione, se ne andò a Girgenti
in Cicilia, in queʼ tempi da miserabile servitudine oppressa,
soprastantele la crudel tirannia di Falaris, volendo quivi esperienza
prendere del frutto che dar potesse la sua scienza. Ed essendosi
accorto il tiranno piú per consuetudine di signoreggiare che per
salutevol consiglio, tenere il dominio, con maravigliose esortazioni
i nobili giovani della citta infiammò in disiderio di libertá. La
qual cosa pervenuta agli orecchi di Falaris, fece di presente prender
Zenone, e lui nel mezzo della corte posto al martorio, il domandò quali
fossero coloro che del suo consiglio eran partefici. Deʼ quali Zenone
alcuno non ne nominò; ma in luogo di essi nominò tutti quegli che piú
col tiranno eran congiunti, e neʼ quali esso piú si fidava: e in tal
guisa renduti gli amici suoi sospetti a Falaris, fieramente cominciò
a mordere e a riprendere la tristizia e la timiditá deʼ giovani
circustanti: e quantunque dʼetá vecchio fosse, riscaldò sí con le sue
parole i cuori deʼ giovani di Gergenti, che, mosso il popolo a romore,
uccisero con le pietre il tiranno e la perduta libertá racquistâro. E
questo ho, senza piú, che poter dire del primo Zenone.
Lʼaltro Zenone chi si fosse altrimenti né donde non so; ma quasi una
medesima costanza di animo alla precedente nʼ ho che raccontare.
Essendo adunque questo Zenone, secondo che Valerio Massimo scrive nel
terzo libro, fieramente tormentato da un tiranno chiamato Clearco, il
quale, per forza di tormenti, sʼingegnava di sapere chi fossero quegli
che con lui congiurati fossero nella sua morte, della quale Zenone
tenuto avea consiglio; dopo alquanto, senza averne alcuni nominati,
disse sé essere disposto a manifestargli quello che esso addomandava,
ma essere di necessitá che alquanto in disparte si traessero. Per che,
cosí da parte tiratisi, Zenone prese Clearco per lʼorecchio coʼ denti,
né mai il lasciò, prima che tronca gliele avesse, come che egli daʼ
circustanti amici del tiranno ucciso fosse.
«E vidi ʼl buon accoglitor del quale», cioè della qualitá dellʼerbe; e
che esso intenda dellʼerbe, si manifesta per lo filosofo nominato, il
quale intorno a quelle fu maravigliosamente ammaestrato: «Dioscoride
dico». Dioscoride né di che parenti né di qual cittá natio fosse,
non lessi giammai; e di lui niunʼaltra cosa ho che dire, se non che
esso compuose un libro, nel quale ordinatamente discrisse la forma di
ciascuna erba, cioè come fossero fatte le frondi di quelle, come fosser
fatte le loro radici, come fosse fatto il gambo e come i fiori e come i
frutti di ciascuna e come il nome, e similmente la virtú di quelle.
«E vidi Orfeo». Orfeo, secondo che Lattanzio, _in libro Divinarum
institutionum in gentiles_ scrive, fu figliuolo dʼApolline e di
Calliope musa, e a costui scrive Rabano, _in libro Originum_, che
Mercurio donò la cetera, la quale poco avanti per suo ingegno avea
composta: la quale esso Orfeo si dolcemente sonò, secondo che i poeti
scrivono, che egli faceva muovere le selve deʼ luoghi loro, e faceva
fermare il corso deʼ fiumi, faceva le fiere salvatiche e crudeli
diventar mansuete. Di costui, nel quarto della _Georgica_, racconta
Virgilio questa favola, cioè lui avere amata una ninfa, chiamata
Euridice, ed avendola con la dolcezza del canto suo nel suo amore
tirata, la prese per moglie. La quale un pastore, chiamato Aristeo,
cominciò ad amare: e un giorno, andandosi ella diportando insieme con
certe fanciulle su per la riva dʼun fiume chiamato Ebro, Aristeo la
volle pigliare; per la qual cosa essa cominciò a fuggire, e, fuggendo,
pose il piè sopra un serpente, il quale era nascoso nellʼerba; per
che, sentendosi il serpente priemere, rivoltosi, lei con un velenoso
morso trafisse, di che ella si morí. Per la qual cosa Orfeo piangendo
discese in inferno, e con la cetera sua cominciò dolcissimamente a
cantare, pregando nel canto suo che Euridice gli fosse renduta. E
conciofossecosaché esso non solamente i ministri infernali traesse in
compassione di sé, ma ancora facesse allʼanime deʼ dannati dimenticare
la pena deʼ lor tormenti, Proserpina, reina dʼinferno, mossasi, gli
rendé Euridice, ma con questa legge: che egli non si dovesse indietro
rivolgere a riguardarla, infino a tanto che egli non fosse pervenuto
sopra la terra; percioché, se egli si rivolgesse, egli la perderebbe,
senza mai poterla piú riavere. Ma esso, con essa venendone, da tanto
disiderio di vederla fu tratto, che, essendo giá vicino al pervenire
sopra la terra, non si poté tenere che non si volgesse a vederla.
Per la qual cosa, senza speranza di riaverla, subitamente la perdé;
laonde egli lungamente pianse, e del tutto si dispose, poiché lei
perduta avea, di mai piú non volerne alcunʼaltra, ma di menar vita
celibe, mentre vivesse. Per la qual cosa, si come dice Ovidio, avendo
il matrimonio di moltʼaltre, che il domandavano, ricusato, cominciò a
confortare gli altri uomini che casta vita menassero. Il che sapendo le
femmine, il cominciarono fieramente ad avere in odio; e multiplicò in
tanto questo odio, che, celebrando le femmine quel sacrificio a Bacco,
che si chiama «orgia», allato al fiume chiamato Ebro, coʼ marroni e
coʼ rastri e con altri stromenti da lavorar la terra lʼuccisono e
isbranaron tutto, e il capo suo e la cetera gittate nellʼEbro, infino
nellʼisola di Lesbo furono dallʼacque menate: e, volendo un serpente
divorare la testa, da Apolline fu convertito in pietra: e la sua
cetra, secondo che dice Rabano, fu assunta in cielo e posta tra lʼaltre
imagini celestiali.
Ma, lasciando le fizioni poetiche da parte, certa cosa è costui essere
stato di Tracia, e nato dʼuna gente chiamata «cicona»: e secondo che
Solino, _De mirabilibus mundi_, afferma, questi cotali ciconi infino
nel tempo suo in sublime gloria si reputavano Orfeo esser nato di
loro. E fu costui, secondo che molti stimano, di queʼ primi sacerdoti
che furono ordinati in queʼ tempi, che prima si cominciò in Grecia
a conoscere Iddio, a dovere quelle parole esquisite comporre, dalle
quali nacque il nome del poeta. E furono le forze della sua eloquenza
grandissime in tanto, che in qual parte esso voleva, aveva forza di
volgere le menti degli uomini. E, secondo che scrive Stazio nel suo
Tebaida, egli fu di queʼ nobili uomini, li quali furono chiamati
argonauti, che passarono con Giasone al Colco: e fu trovatore di certi
sacrifici, infino al suo tempo non usati, e massimamente di quei di
Bacco, secondo che Lattanzio scrive nel preallegato libro, dicendo
Orfeo fu il primo, il quale introdusse in Grecia i sacrifici di Libero
padre, cioè di Bacco; e fu il primo che quegli celebrò sopra un monte
di Beozia, vicino a Tebe dove Bacco nacque: il qual monte è chiamato
Citerone, per la frequenza del canto della cetera, il quale in quello
faceva Orfeo. E sono quegli sacrifici ancora chiamati «orfichi», neʼ
quali esso Orfeo fu poi morto ed isbranato. Della cui morte dice
Teodonzio che, avendo Orfeo primieramente trovati i sacrifici di Bacco,
e appo quegli di Tracia avendo comandato questi sacrifici farsi daʼ
cori delle Menade, cioè delle femmine, le quali quel natural difetto
patissono, del quale esse ogni mese sono, almeno una volta, impedite:
e questo aveva fatto a fine di torle in quel tempo dalle commistioni
degli uomini, conciosiacosaché non solamente sia abominabile, ma ancora
dannoso agli uomini; ed esse, di ciò essendosi accorte: estimando
questo essere stato trovato per far palese agli uomini la turpitudine
loro, turbate, congiurarono contro ad Orfeo, e lui, che di ciò non si
prendeva guardia, coʼ marroni uccisono e gittaronlo nel fiume Ebro.
Fiorì costui in maravigliosa fama, regnando appo i troiani Laomedonte,
e appo i latini Fauno, padre di Latino. Nondimeno Leone tessalo diceva
esserne stato un altro molto più antico di costui, il quale, essendo
grandissimo musico, aveva trovato insieme con Museo quel modo esquisito
di parlare, il quale di sopra dicemmo; avvegnaché Eusebio _in libro
Temporum_ scriva questo Museo, figliuolo di Eumolpo, essere stato
discepolo dʼOrfeo.
«Tullio». Tullio, quantunque roman fosse, nondimeno la sua origine
fu dʼArpino, città non lontana da Aquino, anticamente stata di queʼ
popoli che si chiamarono volsci; e discese di nobili parenti, percioché
si legge li suoi passati essere stati re della lor città. Questi,
giovanetto, venne a Roma; e già in eloquenza valendo molto, avendo
lʼanimo gentile, sempre sʼaccostò aʼ più nobili uomini di Roma. I
suoi studi furon grandi e in ogni spezie di filosofia: e quantunque
in quegli fosse ammaestratissimo, nondimeno in eloquenza trapassò
ogni altro preterito, e, per quello che insino a questo di veder si
possa, si può dire e futuro. Costui compose molti e laudevoli libri.
Egli ancora giovinetto compose in rettorica lʼ_Arte vecchia_ e la
_Nuova_. Poi, più maturo, compose in questa medesima facultà un libro
chiamato _De oratore_, nel quale con artificioso stilo racchiuse ciò
che in retorica dir si puote. Scrisse, oltra a ciò, molti filosofici
libri, sì come quello _De officiis, Delle quistion tusculane, De
natura deorum, De divinatione, De laudibus philosophiae, De legibus,
De re publica, De re frumentaria, De re militari, De re agraria, De
amicitia, De senectute, De paradoxis, De topicis_ ed altri più: e
lasciò infinite orazioni fatte in senato ed altrove, degne di eterna
memoria: e, oltre a ciò, scrisse un gran volume di pistole familiari
e altre. Divenne per la sua industria in Roma splendido cittadino, in
tanto che non solamente fu assunto tra la gente patrizia, ma esso fu
fatto dellʼordine del senato, e insino al sommo grado del consolato
pervenne: nel quale avendo da Fulvia, amica di Quinto Curio, e da
certi ambasciatori degli allobrogi cautamente sentita la congiurazione
ordinata da Catellina, presi certi nobili giovani romani che a quella
tenevano, essendosi giá Catellina partito di Roma, di grandissimo
pericolo liberò la cittá. Fu, oltre a ciò, mandato in esilio daʼ
romani, e poi, finito lʼanno, rivocato e con mirabile onore ricevuto.
E, sopravvenute le guerre cittadine, seguí le parti di Pompeo; ed
essendo in ogni parte i pompeiani vinti da Giulio Cesare, fu rivocato
in Roma, né però fu privato dellʼordine senatorio. Ultimamente fu di
quegli li quali congiurarono contro a Cesare, e quivi si trovò dove
Cesare fu ucciso; per la qual cosa, come gli altri congiurati fuggitosi
di Roma, essendo il nome suo posto nella tavola deʼ proscritti da
Antonio triumviro, il quale fieramente lʼodiava, se nʼandò a Gaeta.
Dove pianamente dimorando, Gaio Popilio Lenate, il quale Tullio con la
sua eloquenza avea di capitale pericolo liberato, pregò Marco Antonio
che gli concedesse di perseguirlo e dʼucciderlo: ed ottenutolo, lui nel
campo Formiano, non lontano da Gaeta, uccise; e tagliatagli la testa e
la destra mano, con esse se ne tornò a Roma, quasi trionfasse di quella
testa che la sua avea liberata da morte.
«Lino» (_supple_) vidi. Lino fu tebano, uomo dʼaltissimo ingegno e in
musica ammaestrato molto; e insieme con Anfione e con Zeto, tebani e
nobilissimi musici, concorse. Credesi fosse uno di quegli primi poeti
teologi; e, secondo che scrive Eusebio, egli fu maestro dʼErcole; e fu
aʼ tempi di Bacco, chiamato Libero padre, regnante Pandione in Atena e
Steleno appo gli argivi; e perseverò insino al tempo che Atreo e Tieste
regnarono in Micena ed Egeo in Atene.
«E Seneca morale». È cognominato questo Seneca «morale», a differenza
dʼun altro Seneca, il quale, della sua famiglia medesima, fu poco tempo
appresso di lui, il quale (essendo il nome di questo «morale» Lucio
Anneo Seneca) fu chiamato Marco Anneo Seneca, e fu poeta tragedo;
percioché egli scrisse quelle tragedie, le quali molti credono che
Seneca morale scrivesse. Fu adunque, questo Seneca, spagnuolo, della
cittá di Corduba: ed egli con due suoi fratelli carnali (dei quali
lʼuno fu chiamato Iunio Anneo Gallio e lʼaltro Lucio Anneo Mela, padre
di Lucano) da Gneo Domizio, avolo di Neron Cesare, secondo che alcuni
dicono, furono menati a Roma, e quivi furono in onorevole stato; e
massimamente questo Seneca, il quale, qual che la cagione si fosse,
venuto in disgrazia di Claudio Cesare, il rilegò nellʼisola di Corsica,
nella quale egli stette parecchi anni. Poi, avendo Claudio fatta
uccidere Messalina, sua moglie, per gli manifesti suoi adultèri, e
presa in luogo di lei Agrippina, figliuola di Germanico e sorella di
Gaio Caligula imperadore e moglie di Domizio Nerone, padre di Nerone
Cesare; aʼ prieghi di lei fu da Claudio rivocato in Roma e restituito
neʼ suoi onori, e, oltre a ciò, dato per maestro a Nerone, ancora assai
giovanetto, col quale in grandissimo colmo divenne e massimamente
di ricchezze. Egli fu uditore dʼun famoso filosofo in queʼ tempi,
chiamato Focione, della setta degli stoici; e, quantunque in molte
facultá solennissimo divenisse, pure in filosofia morale, secondo la
setta stoica, divenne mirabile uomo, e in tanto piú commendabile, in
quanto i suoi costumi, quanto piú esser potessono, furon conformi
alla sua dottrina. E, perseverando in continuo esercizio, compose
molti e laudevoli libri, sí come il libro _De beneficiis_, quello
_De ira_, quello _De clementia_ a Nerone, quello _De tranquillitate
animi_, quello _De remediis fortuitorum_, quello _De quæstionibus
naturalibus_, quello _De quatuor virtutibus_, quello _De consolatione
ad Elviam_ e altri piú. Ma sopra tutti fu quello _Delle pistole a
Lucillo_, nel quale, senza alcun dubbio, ciò che scriver si può a
persuadere di virtuosamente vivere, in quel si contiene: e quello
ancora che si chiama _Le declamazioni_. Compose, oltre a questi, un
altro, secondo che alcuni vogliono, il quale è molto piú poetico che
morale, ed è in prosa e in versi, in forma di tragedia: e in quello
discrive come Claudio Cesare fosse cacciato di paradiso e menatone da
Mercurio in inferno. E che esso questo componesse, quantunque a me non
paia suo stilo, nondimeno alquanta fede vi presto, percioché egli ebbe
fieramente in odio Claudio, per la ingiuria dello esilio ricevuta da
lui; e quello libretto per tutto non è altro che far beffe di Claudio e
della sua poca laudevol vita.
Ma, poi che Claudio, per lo ʼnganno dʼAgrippina, sua moglie, fu morto
dal veleno, datogli mangiare neʼ boleti, e per lʼastuzia di lei
posposto Britannico, figliuolo legittimo e natural di Claudio; Nerone,
figliuolo adottivo del detto Claudio e dʼAgrippina e discepolo di
questo Seneca, fu fatto imperadore ancora assai giovane; e senza alcun
dubbio multiplicò molto la grandezza e la ricchezza di Seneca, la quale
men che felice uscita ebbe; percioché, avendo Nerone fatto morire
Britannico di veleno, e, oltre a ciò, avendo fatta uccidere Agrippina,
sua madre, e Ottavia, sirocchia carnale di Britannico e sua moglie,
rifiutata e mandata in esilio in una isola, molte cose falsamente
apponendole, e ultimamente fattala uccidere, e fattasi moglie una
gentildonna di Roma, chiamata Poppeia Sabina, la qual più anni aveva
per amica tenuta, e fatto morire uno Burrone, il quale era prefetto
dello esercito pretoriano e suo maestro insieme con Seneca, e in luogo
di Burrone, ad istanza di Poppeia, posto uno chiamato Tigillino; ed
avendo Poppeia e Tigillino sospetto Seneca non, coʼ suoi consigli,
lʼanimo di Nerone volgesse e loro gli facesse odiosi, cominciarono
sagacemente ad incitare Nerone contro di lui. La qual cosa sentendo
Seneca, per menomare la ʼnvidia portatagli, pregò Nerone che tutte
le sue ricchezze e gli onori prendesse, e lui lasciasse in povero e
in privato stato. Le quali Nerone non volle ricevere, ma, postogli
il braccio in collo, e lusingandolo, e quello nelle parole mostrando
che nellʼanimo non avea, ciò, che egli rifiutava, ritenere gli fece.
Nondimeno Seneca, suspicando sempre della poca fede di Nerone, cominciò
del tutto a rifiutare le visitazioni e le salutazioni degli amici, ed a
fuggire la lunga compagnia deʼ clientoli, e a dimorare il più del tempo
ad alcune sue possessioni, le quali fuora di Roma avea.
Ultimamente, essendosi scoperta una congiurazione fatta contro a Nerone
da molti deʼ senatori e da più altri dellʼordine equestre, e daʼ
centurioni e da altri cittadini, essendo di quella prencipe un nobile
giovane di Roma chiamato Pisone; venne in animo a Nerone di farlo
morire, non perché in quella colpevole il trovasse, ma per propria
malvagità e come uomo che era disideroso dʼadoperare crudelmente la
sua potenza coʼ ferri. Ed essendo per ventura di queʼ dí, secondo che
scrive Cornelio Tacito nel quindicesimo libro delle sue _Storie_,
tornato Seneca di campagna, sʼera rimaso in una sua villa, quattro
miglia vicino a Roma, alla quale Sillano, tribuno dʼuna coorte
pretoria, approssimandosi giá lʼora tarda, andò e quella intorniò
dʼuomini dʼarme, ed entrato in casa, trovò lui con Pompeia Paulina
sua moglie, e con due deʼ suoi amici mangiare. E mangiando egli,
gli manifestò il comandamento fattogli dallʼimperadore, cioè: uno,
chiamato Natale, essere stato mandato a lui per parte di Pisone, ed
esso essersi in nome di Pisone rammaricato perché da poterlo visitare
fosse proibito. Al quale Seneca rispuose: sé essersi da ciò scusato,
che fatto lʼavea per cagione della sua infermitá e per disiderio di
riposo; e che esso non avea avuta alcuna cagione per la quale la salute
del privato uomo avesse preposta alla sua sanitá; e che il suo ingegno
non era pronto né inchinevole a dover lusingare alcuno; e che di questo
non era alcuno piú consapevole che Nerone, il quale spessissimamente
avea provata piú la libertá di Seneca che il servigio. Le quali parole,
presente Poppeia e Tigillino, il tribuno rapportò a Nerone; il quale
Nerone domandò se Seneca sʼapprestava a volontaria morte. Rispose:
niuno segno di paura aver veduto in lui e niuna tristizia conosciuta
nelle parole e nel viso. Per la qual cosa Nerone gli comandò che
tornasse a Seneca, e gli comandasse che egli sʼeleggesse la morte. Il
quale tornatovi, non volle andare nella sua presenza, ma mandovvi uno
deʼ centurioni, che gli dicesse lʼultima necessitá: la quale Seneca
senza alcuna paura ascoltò, e domandò che portate gli fossero le tavole
del suo testamento. La qual cosa il centurione non sostenne. E perciò
Seneca, voltosi aʼ suoi amici, molte cose disse, e, poiché negato
gli era di poter render loro grazia secondo i lor meriti, testò sé
lasciar loro una di quelle cose le quali egli aveva piú bella, e ciò
era la immagine della vita sua, della quale se essi si ricordassono,
essi sempre seco porterebbono la fama delle buone e laudevoli arti e
della costante loro amistá. E, oltre a questo, ora con parole e ora
con piú intenta dimostrazione, cominciò le lor lacrime a rivocare in
fermezza dʼanimo: domandògli dove i comandamenti della sapienza, dove
per molti anni avesser lasciata andare la premeditata ragione intorno
alle cose sopravvegnenti, e da cui non esser saputa la crudeltá di
Nerone; e che niunʼaltra cosa gli restava a fare, avendo la madre e ʼl
fratello uccisi, se non dʼuccidere il suo maestro e colui che allevato
lʼavea. E quinci, abbracciata la moglie, la confortò e pregò che con
forte animo portasse questa ingiuria. E, avendo giá il centesimo anno
passato, si fece aprir le vene delle braccia, e appresso, percioché il
sangue lentamente usciva del corpo, similmente si fece aprir le vene
delle gambe e delle ginocchia; e, mentre lentamente mancava la vita
sua, infino che gli bastaron le forze di poter parlare, fatti venire
scrittori, piú cose degne di laude in sua fama e in bene di coloro che
dopo la sua morte le dovevan vedere, fece scrivere. Ma, prolungandosi
troppo la morte, pregò Stazio Anneo medico, lungamente stato suo fido
amico, che gli desse veleno, il quale egli lungamente davanti sʼaveva
apparecchiato. Il quale preso, né dʼalcuna cosa offendendolo, per li
membri, che erano giá freddi e niuna via davano donde il veleno potesse
al cuore trapassare; si fece alla fine mettere in un bagno dʼacqua
molto calda, nel quale entrando, con le mani, queʼ servi che piú
prossimani gli erano, presa dellʼacqua, risperse. Daʼ quali fu udita
questa voce: che esso quello liquore sacrificava a Giove liberatore.
E poco appresso dal vapore caldo dellʼacqua fu ucciso, e senza alcuna
pompa o solennitá di funebre ufficio fu, secondo il costume antico,
arso il corpo suo.
Fu nondimeno fama, secondo che il predetto Cornelio scrive, che Subrio
Flavio aveva coʼ centurioni avuto secreto consiglio, il quale Seneca
aveva saputo, che, poiché Nerone fosse stato per opera di Pisone
ucciso, che esso Pisone similmente ucciso fosse, e che lʼimperio fosse
dato a Seneca, quasi, come non colpevole, per ragione delle sue virtú
fosse stato eletto allʼaltezza del principato.
Ma, come che lʼautore in questo luogo il ponga come dannato, io non
sono perciò assai certo, se questa opinione sia da seguire o no:
conciosiacosaché si leggano piú epistole mandate da Seneca a san Paolo
e da san Paolo a Seneca, nelle quali appare tra loro essere stata
singulare amistá, quantunque occulta fosse; ed in quelle, o almeno
nellʼultima di quelle, essere parole scritte da san Paolo, le quali,
bene intese, assai chiaro mi pare dimostrino san Paolo lui aver per
cristiano. E se esso fu cristiano e di continentissima e santa vita,
perché traʼ dannati annoverar si debba non veggio: senza che, a
confermazion di questa mia pietosa opinione, vengono le parole scritte
di lui da san Girolamo _in libro Virorum illustrium_, nel quale scrive
cosí: «_Lucius Annaeus Seneca Cordubensis, Focionis stoici discipulus,
et patruus Lucani poëtae, continentissimae vitae fuit, quem non ponerem
in chatalogo sanctorum, nisi me illae epistolae provocarent, quae
leguntur a plurimis Pauli ad Senecam et Senecae ad Paulum, in quibus,
cum esset Neronis magister, et illius temporis potentissimus, optare se
dicit eius esse loci apud suos, cuius sit Paulus apud Christianos. Hic
ante biennium, quam Petrus et Paulus coronarentur martyrio, a Nerone
interfectus est_».
[E, oltre a questo, mi sospigne alquanto a sperar bene della sua
salute, quasi lʼultimo atto della vita sua, quando, entrando nel piú
caldo bagno, disse sé sacrificare quella acqua a Giove liberatore;
parendomi queste parole potersi con questo sentimento intendere: che
esso, il quale, quantunque il battesimo della fede avesse, il quale
i nostri santi chiamano «_flaminis_», non essendo rigenerato secondo
il comune uso deʼ cristiani nel battesimo dellʼacqua e dello Spirito
santo, quellʼacqua in fonte battesimale consegrasse a Giove liberatore,
cioè a Iesu Cristo, il quale veramente fu liberatore dellʼumana
generazione nella sua morte e nella resurrezione. Né osta il nome di
Giove, il quale altra volta è stato mostrato ottimamente convenirsi
a Dio: anzi a lui e non ad alcuna creatura. E cosí consecratala, in
questa essersi bagnato, e divenuto cristiano col sacramento visibile,
come con la mente era. Ora di questo è a ciascuno licito quello
crederne che gli pare.]
[Nota: Lez. XVII]
«Euclide geometra» (_supple_) vidi. Euclide geometra, onde si fosse, né
di che parenti disceso, non so; ma assai appare per Valerio Massimo,
nel suo ottavo libro, capitolo dodici, lui essere stato contemporaneo
di Platone, e, percioché insino neʼ nostri dí è perseverata la fama
sua, puote assai esser manifesto lui avere in geometria ogni altro
filosofo trapassato. Esso adunque compose il libro delle _Teoremate_
in geometria, il quale ancora consiste: sopra le quali fu da Boezio
ottimamente scritto.
«E Tolomeo». Tolomeo, cognominato da alcuno peludense, secondo che
opinione è di molti, fu egiziaco; ed alcuni estimano lui essere stato
di queʼ re dʼEgitto, percioché molti ve nʼebbe con questo nome; e altri
credono che esso non fosse re, ma nobile uomo del paese. E, percioché
alcuno scrive lui essere stato nel torno di centoventotto anni dopo la
incarnazione di nostro Signore, cioè aʼ tempi dʼAdriano imperadore,
sono io di quegli che credo lui non essere stato re; percioché in queʼ
tempi non si legge Egitto avere avuti re, conciofossecosaché esso
in forma di provincia romana si reggesse. Ma chi che egli si fosse,
o re o altro, certissimo appare lui essere stato eccellentissimo
astrolago. Nella quale arte, a dottrina e ammaestramento di coloro che
venir doveano, esso piú libri compose, traʼ quali fu lʼ_Almagesto_,
il _Quadripartito_, e ʼl _Centiloquio_, e molte tavole a dovere con
le lor dimostrazioni poter trovare i veri luoghi deʼ pianeti e i lor
movimenti. Fu allevato in Alessandria, e quivi abitò, e in Rodi; e, poi
che vivuto fu ottantotto anni, finío la vita sua.
«Ipocras». Ipocras, secondo che Rabano _in libro XVIII Originum_
scrive, fu figliuolo dʼAsclepio, e regnante Artaserse, re di Persia,
nacque nellʼisola di Coo; e per assiduo studio divenne gran filosofo
e solennissimo medico. E dicono di lui alcuni che, essendo egli da un
fisonomo veduto, dové il fisonomo dire a lui dovere essere di natura
lussurioso uomo, e, oltre a ciò, di grossissimo ingegno: la qual cosa
egli confessò esser vera, ma che lʼastinenza lʼavea fatto casto, e
lʼassiduitá dello studio lʼavea fatto ingegnoso. E veramente fu egli
ingegnoso, percioché esso fu colui il quale per forza dʼingegno ritrovò
la medicina, la qual del tutto era perduta. È adunque da sapere che
Apollo appo i greci fu il primiero uomo che trovò medicina, e costui,
investigate le virtú dellʼerbe, quelle sole nelle sue medicine adoperò;
appresso il quale fu Esculapio suo figliuolo, il quale, ammaestrato
dal padre, e poi per lo suo studio divenuto scienziatissimo, quella
ampliò molto; ed essendo avvenuto il caso dʼIppolito, figliuolo di
Teseo, re dʼAtene, che, fuggendo la sua ira, daʼ cavalli che il suo
carro tiravano, spaventati daʼ pesci chiamati «vecchi marini», li
quali di terra rifuggivano in mare, lui, rotte le ruote, peʼ luoghi
petrosi trascinando, aveano tutto lacerato, e in sí fatta maniera
concio che ciascuno giudicava lui morto: per lʼarte e sollecitudine di
questo Esculapio fu a sanitá ritornato. Ed avvenendo non guari poi che
Esculapio, percosso da una folgore, morisse, diceva ognʼuomo perciò
lui essere stato fulminato da Giove, percioché Giove sʼera turbato che
alcuno uomo avesse potuto un altro uomo morto rivocare in vita. Per la
quale universal fama degli sciocchi, fu del tutto interdetta lʼarte
della medicina; e, secondo che Plinio, nel libro ventinovesimo _De
historia naturali_, scrive, essendo la medicina sotto oscurissima notte
stata nascosa insino al tempo della guerra peloponensiaca, fu da questo
Ippocrate rivocata in luce e consecrata ad Esculapio. E dice Rabano,
nel libro preallegato, che ella stette nascosa nel torno di cinquecento
anni; e cosí costui, dʼarte cosí opportuna allʼumana generazione si può
dire essere stato prencipe ed autore. Scrive di costui san Geronimo
nelle _Questioni del Genesi_ che, avendo una femmina partorito un bel
figliuolo, il quale né lei né il padre somigliava, era per esser punita
sí come adultera; il che udendo Ippocrate, disse che era da riguardare,
non per avventura nella camera sua fosse alcuna dipintura simile; la
qual trovatavisi, liberò la innocente femmina dalla sospezione avuta
di lei. Egli fu piccolo di corpo e di forma fu bello: ebbe gran capo,
fu di movimento ed eziandio di parlar tardo e fu di molta meditazione
e di piccol cibo; e, quando si riposava, guardava la terra. Visse
novantacinque anni, e poi si morí.
[«Avicenna». Avicenna, secondo che io ho inteso, fu per nazione
nobilissimo uomo; anzi dicono alcuni lui essere stato chiarissimo
prencipe e dʼalta letteratura famoso, e massimamente in medicina. Altro
non ne so.]
«E Galieno». Galieno fu per origine di Pergamo in Asia, lá dove
primieramente fu trovato il fare delle pelli degli animali carte
da scrivere, le quali ancora servano il nome del luogo dove
primieramente fatte furono, e chiamansi «pergamene»; ed in medicina fu
scienziatissimo uomo, secondo che appare. Costui primieramente fiorí ad
Atene e poi in Alessandria fu di grandissimo nome; e quindi venutosene
a Roma, quivi fu di grandissima fama, per quello che alcuni dicano,
al tempo di Antonino pio imperadore. Altri il fanno piú antico, e
dicono che egli visse al tempo di Nerone e degli altri imperadori, che
appresso lui furono, infino a Domiziano. Esso, poi che finiti ebbe anni
ottantasette, finío la vita sua.
«Averrois». Averrois dicono alcuni che fu arabo ed abitò in Ispagna;
altri dicono che egli fu spagnuolo. Uomo dʼeccellente ingegno,
intanto che egli comentò ciò che Aristotile in filosofia naturale e
metafisica composto avea; e tanto chiara rendé la scienza sua, che
quasi apparve insino al suo tempo non essere stata intesa, e però non
seguita, dove dopo lui è stata in mirabile pregio, anzi a quella dʼogni
altro filosofo preposta. «Che ʼl gran comento feo»: sopra i libri dʼ
Aristotile. Ed è intra lo «scritto» e ʼl «comento», che sopra lʼopera
dʼalcuni autori si fanno, questa differenza: che lo scritto procede per
divisione, e particularmente ogni cosa del testo dichiara; il comento
prende solo le conclusioni, e, senza alcuna divisione, quelle apre e
dilucida: e cosi è fatto quello dʼAverrois.
Ma, poiché finite sono le storie, avanti che fine si faccia a questa
quarta particula, è da rimuovere un dubbio, il quale per cose in essa
raccontate si può muovere: e dico che in questo canto pare che lʼautore
a se medesimo contradica, in quanto di sopra, ragionandogli Virgilio
quali sieno quegli che in questo cerchio puniti sono, dice esser tali
che non peccâro: «e sʼegli hanno mercedi, Non basta», ecc. E poi ne
nomina lʼautore alquanti, che di questi cotali sono, sí come nelle
raccontate istorie è assai manifesto, li quali assai apertamente appare
loro essere stati peccatori, sí come Ovidio, il quale, quantunque assai
cose buone e utili componesse, nondimeno a chi legge il suo libro, il
quale è intitolato _Sine titulo_, assai chiaro può vedere lui essere
stato quasi piú che alcun altro effeminato e lascivo uomo. E, oltre a
questo, nel libro il quale egli compuose _De arte amandi_, dá egli
pessima e disonesta dottrina aʼ lettori. Appresso, è ancora di questi
Lucano, il quale, come mostrato è, fu nella congiurazione pisoniana
incontro a Nerone, il quale era suo signore: e, quantunque iniquo uom
fosse, e niuna, secondo che Seneca tragedo scrive in alcuna delle
sue tragedie, è piú accetta ostia a Dio che il sangue del tiranno,
nondimeno non aspettava a Lucano di volere esser punitore degli eccessi
del signor suo. E dentro al castello pone Enea, il quale, secondo che
Virgilio testimonia, con Didone alcun tempo poco laudevolmente visse,
e, oltre a ciò, credono i piú che egli sentisse con Antenore insieme il
tradimento dʼIlione sua cittá; il che, oltre alla turpe operazione, è
gravissimo peccato. Ponvi similmente Cesare, il quale, come mostrato è,
fu incestuoso uomo, e di piú donne vituperevolmente contaminò lʼonestá;
rubò e votò lʼerario publico deʼ romani, e, oltre a ciò, tirannicamente
occupò la libertá publica e quella, mentre visse, tenne occupata.
Appresso vi descrive Lucrezia, la quale, quantunque onestissima donna
fosse, nondimeno se medesima uccise, il che senza grandissimo peccato
non è licito di fare ad alcuno. Scrivevi ancora il Saladino, il quale,
come noi sappiamo, in quanto poté fu nemico del nome di Cristo,
adoperando e procacciando con ogni istanzia il disfacimento di quello.
E questi peccati, li quali io dico che neʼ predetti furono, mostra
lʼautore sotto intollerabili supplici e in dannazion perpetua essere
appresso puniti. Per la qual cosa appare, come davanti dissi, lʼautore
a se medesimo contradire.
Ma a questo dubbio mi pare si possa in cosí fatta maniera rispondere:
essere di necessitá i meriti e le colpe per gli autori di quelle
convenirsi discrivere, accioché piú pienamente si possan comprendere: e
queste non per ogni autore, percioché assai ne sono di sí piccola fama
che, non essendo conosciuti, non sarebbono intese; ma per eccellenti
e famosi uomini intorno a quelle cose le quali alcun vuole che intese
sieno; e perciò, e qui e per tutto il suo libro, lʼautore quasi altra
gente non pone, se non quegli cotali, per li quali crede piú essere
conosciuto e inteso quello che dir vuole. Quantunque egli per questo
non intenda che alcuno creda che egli alcun deʼ nominati vedesse, né
in inferno né altrove, ma vuole che, per gli nominati, sʼintenda essere
in quello luogo qualunque è stato colui in cui quelle medesime virtú o
vizi stati sono. E, oltre a ciò, quantunque Enea, Giulio e Lucrezia e
gli altri detti, stati peccatori, qui descritti dallʼautore, intende
esso autore questi cotali in questo luogo si prendan solamente per
virtuosi in quelle virtú che loro qui attribuite sono, e le colpe,
quasi non sute, si lascino stare. E cosí prenderemo qui essere chiunque
fu in opera simile a Giulio, in quanto virtuoso e non battezzato,
e cosí di Lucrezia e degli altri, e non in quanto in alcune cose
peccarono: e in questa maniera si convien sostener questo testo.
«Io non posso ritrar», cioè raccontare, «di tutti», quegli valenti
uomini che io vidi in quel luogo, «appieno», cioè pienamente; percioché
molti erano. E soggiugne la ragione perché di tutti ritrarre non può,
dicendo: «Percioché sí mi caccia», cioè sospigne a procedere avanti,
«il lungo tema», di voler discrivere lʼuniversale stato degli spiriti
dannati, di queʼ che si purgano e deʼ beati: «Che molte volte», non
solamente pur qui, ma ancora altrove, «al fatto», cioè alle cose che
vedute ho, le quali sono in fatto, «il dir», cioè il raccontare, «vien
meno». E ciò non è maraviglia, percioché, volendo appieno raccontare le
particularitá di qualunque nostra operazione, quantunque piccola sia,
si converrebbon dir tante parole, che quasi mai non verrebbon meno.
«La sesta compagnia». In questa quinta e ultima particella della
seconda parte principale della suddivisione del presente canto,
dimostra lʼautore come, partiti daʼ quattro poeti, procedettero avanti,
e dice: «La sesta compagnia», cioè deʼ sei poeti, dʼOmero e di Orazio
e degli altri, «in due», cioè poeti, in Virgilio e nellʼautore, «si
scema», cioè rimane scema. «Per altra via», che per quella per la quale
venuti eravamo, «mi mena ʼl savio duca», Virgilio, «Fuor della cheta»,
aura; percioché, come assai è nelle precedenti cose apparito, niun
tumulto, niun romore era in quel cerchio; «nellʼaura che trema», sí
come ripercossa da impetuoso spirito di vento e da pianti e da dolori.
«E vengo in luogo, ove non è», né sole, né stella, né lumiera «che
luca», cioè faccia lume.
II
SENSO ALLEGORICO
[«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. La continuazione del senso
allegorico del precedente canto con quella di questo nella fine del
precedente, è dimostrata in quanto, avendo di sopra mostrato come
talvolta lʼuomo, ingannato dagli splendori mondani, mortalmente pecchi
e per conseguente diventi servo del peccato, nel principio di questo
dimostra come, per quello, nella prigione del diavolo si ritruovi; e
di questo essersi accorto per la visitazion di Dio, il quale ha in
lui mandata la grazia operante, per la quale egli è stato desto dal
mortal sonno, e fatto ravvedere lá dove per lo peccato è pervenuto,
cioè in luogo tenebroso, oscuro e pien di dolore e di pene. Delle
quali accioché egli abbia piena esperienza, e ammaestrato pervenga
con disiderio alla penitenza, seguendo la ragione, procede e vede,
dimostrandogliele ella, la prima colpa, che per la giustizia di Dio
è punita nel primo cerchio dello ʼnferno. E questa, come assai è
manifestato nel testo, dico che è il peccato originale, il quale, per
lo lavacro del battesimo, da quegli cotali, che in questo cerchio pena
ne sostengono, non fu levato via. Per questo peccato entrò la morte nel
mondo; per questo peccato fu lʼumana spezie cacciata di paradiso; per
questo peccato son sempre poi gli uomini stati e saranno, mentre durerá
il mondo, in angoscia e in tribulazione e in mala ventura; per questo
peccato Cristo figliuol di Dio ricevette passione e morte, e risurgendo
nʼaperse la porta del paradiso, lungamente stata serrata.]
[Dico adunque che, per lo non avere ricevuto il battesimo, al quale
sʼaspetta di tôr via il peccato originale, quelli, che in questo
cerchio si dolgono, sono dannati, quantunque per altro innocenti sieno,
e ancora, per le buone opere, di molti paiano degni di merito. Ed è
qui da sapere il battesimo essere di quattro maniere. La prima delle
quali è il battesimo della prefigurazione, nel quale insieme con Moisé
furon battezzati tutti i giudei passando il mar Rosso. E di questo
dice san Paolo: «_Patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes mare
transierunt: et omnes in Moyse baptizati sunt, in nube et mare_». La
seconda è il battesimo del fiume, cioè quello il quale attualmente
neʼ suoi catecumeni usa la Chiesa di Dio, del quale Cristo dice
nellʼEvangelio aʼ suoi discepoli: «_Euntes ergo, docete omnes gentes,
et baptizate eos_», ecc. La terza maniera si chiama «_flaminis_», cioè
di spirito: e di questa parla lʼEvangelio dove dice: «_Super quem
videris Spiritum descendentem et manentem: hic est qui baptizat_». E
di questa spezie di battesimo credo esser battezzati quegli, se alcuni
ne sono, li quali battezzati non sono del battesimo della Chiesa
usitato, e non pertanto si credono essere, ed in ogni atto vivono come
cristiani veramente battezzati, né per alcuna cosa posson presumere
che battezzati non sieno. La quarta maniera si chiama «_sanguinis_»,
e di questa dice lʼEvangelio: «_Baptismo habeo baptizari, et quomodo
coarcor, usque dum perficiatur_?» E in questo credo esser battezzati
coloro li quali, disposti a ricevere il battesimo, sʼavacciano di
pervenire a colui che secondo il rito ecclesiastico li può battezzare,
e in questo avacciarsi, sopraprenderli alcuni nemici uomini che gli
uccidono, o altro caso, avanti che al luogo destinato possan venire.
Nel primo, come detto è, furon battezzati i giudei: _Esodo_: «_Divisa
est aqua, et ingressi sunt filii Israël per medium sicci maris_». Nel
secondo son battezzati quegli li quali noi chiamiamo rinati, deʼ quali
dice lʼEvangelio: «_Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit_».
Nel terzo son battezzati quegli li quali delle lor colpe pentuti sono,
e di questi dice lʼ Evangelio: «_Nisi quis renatus fuerit ex aqua et
Spiritu sancto, non intrabit in regnum caelorum_». Nel quarto sono
battezzati i martiri, deʼ quali similmente dice lʼEvangelio: «_Calicem
quidem meum bibetis_», ecc. E se in quegli, che in questo cerchio
dannati sono, ben si riguarda, alcuno non ve nʼè, se non fosse giá
Seneca, del quale è assai detto nella lettera, che dʼalcuno di questi
battesimi battezzato fosse.]
Sono adunque questi cotali solamente per continui sospiri e per
difetto di speranza puniti; la qual pena assai pare che si confaccia
al peccato. Fu il peccato originale con soavitá e dolcezza di gusto
commesso, e però qui per amaritudine di sospiri mandati dal cuor fuori
si punisce; cioè per dolorosa compunzione, in perpetuo, quegli, che
con esso in questo mondo muoiono, menano amara vita nellʼaltro: e come
i primi parenti per quello sperarono dovere simili a Dio divenire,
cosí qui sono i lor successori, che con esso peccato muoiono, privati
dʼogni speranza di mai doverlo vedere; e come la disonesta speranza gli
sospinse al peccato, dico i primi nostri parenti, cosí qui lʼonesta
nega loro il suo aiuto a dover con minor noia sofferire lʼafflizione
recata in loro dal martíre. E, oltre a ciò, come quello per noi non fu
commesso, ma, come spesse volte è detto, per li primi nostri parenti;
punito non è, in quegli neʼ quali la sua infezione persevera, per
alcuna pena impressa in loro per alcuno esteriore ministro della
giustizia di Dio. Né creda alcuno questa pena essere di piccola
gravezza o poco cocente, cioè il dolersi coʼ sospiri, senza speranza
dʼalcuno futuro o disiderato riposo; anzi, se ben riguarderemo, è
gravissima; e, se gli spiriti fossero mortali, essi la dimostrerebbono
intollerabile, sí come i mortali hanno spesse volte mostrato. Assai
ci puote essere manifesto alcuni essere stati che, ferventemente
disiderando alcuna cosa (come creder dobbiamo che questi spiriti, deʼ
quali parliamo, disiderano di veder Iddio), come conosciuto hanno
esser lor tolta ogni speranza di doverla ottenere, essere in tanto
dolor divenuti, che essi, stoltamente eleggendo per molto minor pena
la morte che la vita senza speranza, ad uccidersi, e crudelmente,
trascorsi sono. Per la qual cosa mi pare essere assai certo che, se
morir potessono gli spiriti, come non possono, assai in quella estrema
miseria incorrerebbono. [E questi cotali dico esser tutti quegli che
alcuno deʼ sopra detti battesimi avuto non hanno, li quali qui in tre
maniere distingue, cioè in pargoli e in uomini e femmine non famose, e
come son tutti coloro li quali esso nominatamente discrive.] [Intorno
alla qual discrizione, son certi eccellenti uomini aʼ quali non pare
che in questa parte lʼautore senta tanto bene, cioè in quanto mostra
opinare una medesima pena convenirsi per lo peccato originale a quegli
li quali ad etá perfetta pervennero, e a quegli, i quali avanti che a
quella pervenissero, morirono. E la ragione, che a questo gli muove,
par che sia questa: che i primi, cioè gli uomini, pare che, dalla
ragione naturale mossi, dovessero cercare della notizia del vero Iddio,
e cosí lavarsi della macchia del peccato originale; e peroché nol
fecero, non pare che la ignoranza gli scusi, come fa coloro li quali
anzi lʼetá perfetta morirono: e per conseguente, per la negligenza in
ciò avuta, meritano maggior pena. E perciò in ciò non pare che lʼautore
abbia tanto bene opinato.]
[Egli è assai manifesta cosa che la ignoranza, in coloro massimamente
neʼ quali dee essere intera cognizione, e per etá e per ingegno, non
scusa il peccato: conciosiacosaché noi leggiamo quella essere stata
redarguita da Dio in nostro ammaestramento, lá dove dice per Ieremia:
«_Milvus in caelo et hirundo et ciconia cognoverunt tempus suum; Israël
autem me non cognovit_». Per che meritamente segue aglʼignoranti quello
che san Paolo dice: «_Ignorans, ignorabitur_», e massimamente a quegli
deʼ quali pare che senta il salmista, dove dice: «_Noluit intelligere,
ut bonum ageret_». Per che senza alcun dubbio si dee credere che a
questi cotali, li quali di conoscere Iddio non si son curati, né
lʼhanno amato ed onorato secondo i suoi medesimi comandamenti, sará
nellʼestremo giudizio detto da Cristo: «_Non novi vos, discedite a me,
operarii iniquitatis_». La qual cosa accioché avvenir non possa, con
ogni studio, con ogni vigilanza si dee cercare di conoscere Iddio,
e credere che chi questo non fa, non potrá per ignoranza in alcuna
maniera scusarsi.]
[Ma nondimeno io non credo che ogni ignoranza igualmente sia
riprensibile: e dico «ogni ignoranza», percioché questi signori
giuristi e canonisti distinguono, e ottimamente al mio parere, tra
ignoranza e ignoranza, chiamandone alcuna «ignoranza _facti_» ed
alcunʼaltra «ignoranza _iuris_». E vogliono che ignoranza _facti_
sia quella dʼalcuna cosa, la quale verisimilmente non debbia esser
pervenuta alla notizia degli uomini: _verbi gratia_, il papa col
collegio deʼ suoi fratelli cardinali segretamente avranno per legge
fermato che, sotto pena di scomunicazione, alcun cristiano per alcuna
cagione non vada né mandi in alcuna terra dʼalcuno infedele; e, stante
questa legge ancor secreta, questo o quel mercatante vʼandranno o
vi manderanno: direm noi che per questa ignoranza, che è ignoranza
_facti_, questo cotal sia escomunicato? Certo no; ché ciò sarebbe
manifestamente fuor dʼogni ragione, percioché gli uomini non sanno
indovinare.]
[Adunque è questa ignoranza escusabile; percioché noi non possiam
sapere quello che il papa sʼabbia fatto, né prima dobbiamo il suo
secreto voler sapere, che esso medesimo nel voglia manifestare. Ma, poi
che esso avrá diliberato che questa legge si palesi, e promulgatala,
e per li suoi messaggieri mandatala per tutto, e fattala nunziare
e predicare; senza dubbio non può alcun dire che il non saperlo il
debbia rendere scusato: sí come talvolta fanno alcuni che, sospicando
non si dica cosa che essi non voglian sapere, si partono deʼ luoghi
dove ciò si pronunzia; ché fuggono, e poi credono essere scusati per
dire e per giurare:—Io non fui mai in parte dove questa proibizion
si facesse;—percioché a ciascun sʼappartiene di stare attento
dʼinvestigare e di sapere i comandamenti deʼ suoi maggiori, e quegli
con ogni reverenza ricevere e ubbidire. E perciò alla obbiezion fatta,
cioè che aʼ nominati dallʼautore, conciosiacosaché per ignoranza
iscusati non sieno, si convenga piú grieve pena che a quegli che per
la piccola etá cercar non poterono dʼavere la notizia di Dio, e di
seguire i suoi comandamenti; mi pare che, come poco avanti è detto, si
possa rispondere e mostrare in loro essere stata ignoranza _facti_, e
per conseguente dover da essa e potersi con ragione scusare. E che neʼ
nominati dallʼautor
Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/47565