Dalle Novelle di Canterbury
by Geoffrey Chaucer · Italian · Gutenberg #47461 · 406,608 chars · public domain (US)
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Title: Dalle Novelle di Canterbury
Author: Geoffrey Chaucer
Translator: Cino Chiarini
Release date: November 26, 2014 [eBook #47461]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/47461
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Note del Trascrittore:
Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetti=.
Le note relative all’introduzione sono raccolte alla fine
dell’introduzione stessa; le note relative alle novelle
sono raccolte, come nell’originale, alla fine del libro
raggruppate per ogni novella.
PROPRIETÀ LETTERARIA
CINO CHIARINI
DALLE NOVELLE DI CANTERBURY
di
G. CHAUCER
SAGGIO DI UNA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA
Bologna
Ditta Nicola Zanichelli
1897
A
GIUSEPPE PICCIOLA
PREFAZIONE
He is the poet of the dawn who wrote
The Canterbury Tales, and his old age
Made beautiful with song....
(LONGFELLOW)
Le cinque novelle che presento al lettore in questa prima veste
italiana sono un semplice saggio di una traduzione di tutte le _Novelle
di Canterbury_, che avrei in animo di fare, se la modesta opera mia non
venisse giudicata del tutto inutile. Uno studio compiuto e minuzioso
intorno alla vita e alle opere del Chaucer sarebbe qui fuori di luogo,
perchè destinato ad illustrare troppo piccola parte della maggiore e
più importante opera del poeta. Per questa volta, quindi, mi limiterò a
dare qualche notizia delle _Canterbury Tales_ in generale, fermandomi
più particolarmente su ciascuna delle novelle tradotte in questo primo
saggio.
Il Chaucer non compose e scrisse la geniale opera, alla quale
maggiormente deve la sua fama di poeta grande ed arguto, tutta di
seguito e di un sol getto, ma ne raccolse ed elaborò il vasto e vario
materiale in molte riprese, e a lunghi intervalli di tempo. E da
questo forse ebbe origine la mancanza, quasi assoluta, di una rigorosa
e chiara unità nella economia generale di tutta l’opera, tanto che
l’ordine stesso col quale si seguono le novelle è incerto, e varia
secondo i codici. Quindi non si può con precisione determinare quando
le _Novelle di Canterbury_ siano comparse, per la prima volta, come un
lavoro organico e artisticamente compiuto. Quello che è certo, è che
l’opera non potè essere finita di compilare prima del 1386, giacchè
in alcune novelle si allude a fatti che a quest’anno si riferiscono.
E questa è appunto la ragione, per cui come data approssimativa della
composizione delle _Canterbury Tales_ è accettato comunemente l’anno
1386. Alla questione se il Chaucer avesse conoscenza del _Decamerone_,
e da questo avesse preso il disegno generale delle sue novelle,
accenneremo più avanti parlando della storia di Griselda: per ora
diremo solamente che l’idea di riunire insieme, in forma di racconti
fatti da varie persone, storie più o meno avventurose, il Chaucer
potrebbe averla presa dal romanzo dei _Sette Savi_, così popolare nel
medio evo, o anche più verisimilmente, come fu osservato[1], dalla
_Vision concerning Piers Plowman_, attribuita a William Langland, dove
si racconta di «pellegrini e palmieri» che si recavano a San Giacomo di
Compostella, e a visitare altri santi a Roma «raccontando molte savie
novelle.»
Thomas à Becket, caduto ai piedi dell’altare sotto il pugnale dei
sicari di Enrico II, che lo fece assassinare perchè aveva osato di
opporsi alla dinastia normanna per la libertà del popolo sassone, fu
canonizzato, ed il suo corpo venne sepolto e religiosamente conservato
nella cattedrale di Canterbury. Quivi i suoi concittadini venivano
dalle regioni più lontane dell’Inghilterra in pellegrinaggio, non
solo per ottenere qualche grazia dal santo miracoloso, ma spinti da
un religioso sentimento di gratitudine verso il primo inglese, che
dall’epoca della conquista era stato un terribile nemico dei tiranni
stranieri.[2]
Il Chaucer immagina appunto che una allegra brigata si ritrovi, per
caso, una sera di aprile, in un albergo di campagna in Southwork,
chiamato il _Tabarro_, e vi passi la notte, per recarsi la mattina
presto in pellegrinaggio alla tomba di S. Tommaso. Dopo cena l’oste
Harry Bailly, saldati i conti con i suoi numerosi avventori, si mette
a chiacchierare con loro allegramente, e avendo sentito che andavano
tutti a Canterbury, in un momento di buon umore fa ai suoi ospiti una
proposta, che è accolta subito con entusiasmo.—La mattina egli sellerà
il suo cavallo, e partirà con loro.—E poichè la strada che conduce a
Canterbury è lunga e noiosa, propone che ognuno, mentre la brigata
cavalca tranquillamente, racconti per turno due novelle, e lo stesso si
faccia al ritorno.
I pellegrini capitati al _Tabarro_ erano in tutto trentadue[3],
cosicchè le _Novelle di Canterbury_ avrebbero dovuto essere, almeno,
cento ventotto. Ma il Chaucer, purtroppo, non finì l’opera che aveva
concepito con sì largo disegno, ed a noi non restano che venticinque
novelle, compresa «The Cokes Tale of Gamelyn» che da molti è ritenuta
apocrifa, due delle quali sono in prosa[4].
Nel prologo, che il Craik definisce «a gallery of pictures almost
unmatched for their air of life and truthfulness»[5] il poeta ci
presenta, ad uno per volta, tutti i suoi compagni di viaggio (giacchè
immagina di essere stato anch’egli della brigata) con tutti i più
minuti particolari della condizione, della educazione, delle abitudini,
delle qualità fisiche e morali e del modo di vestire di ciascuno. Dal
nobile cavaliere di ventura al contadino, dal letterato al marinaio,
dall’avvocato all’usciere del tribunale, dal mugnaio al dottore, dal
buon parroco di campagna al frate disonesto e imbroglione, dalla
monaca educata e inappuntabile alla volgare e sguaiata venditrice di
fazzoletti, la vecchia società inglese della fine del secolo XIV è
descritta, in questo originalissimo e interessante brano di poesia,
in tutti i suoi diversi elementi. Nessuno dei particolari più minuti
che si riferiscono alla stravaganza delle vesti in uso al tempo
suo, nel quale quasi ogni classe di persone aveva un modo proprio e
caratteristico di vestire, è dimenticato dal poeta.
Suora Eglantina, per esempio, «portava il fisciù appuntato con
molto garbo» il monaco «aveva le manopole di pelliccia della più fine
qualità» e la donna di Bath «portava le calze rosse ben tirate su fino
al ginocchio.» Lo stesso dicasi dei segni particolari del viso, delle
qualità dell’animo e del corpo, che si alternano nella descrizione del
poeta disordinatamente e senza gradazione di sorta, sicchè talvolta
sentiamo nel suo modo di parlare qualche cosa di rude e di contorto.
Traducendo sarebbe stato facil cosa mettere un po’ di ordine, ed
evitare le frequenti spezzature del periodo e il ripetersi di certe
espressioni, ma trattandosi di una versione in prosa, questo io mi sono
proposto prima di tutto: conservare, nella parola e nel pensiero, più
che fosse possibile l’impronta caratteristica di questo geniale poeta
novellatore, che senza avere la frase concisa e scultoria del nostro
Boccaccio, e senza essere fino ed arguto come lui, è di lui forse più
moderno nel modo di vedere e di sentire, I pratici consigli che egli
suggerisce alle donne che hanno marito, nel lepidissimo congedo col
quale il chierico di Oxford chiude il suo racconto, possono essere, se
io non erro, un esempio di questo spirito di modernità, e di quella
giovanile gaiezza che dà vita a tutta l’opera poetica del Chaucer. I
personaggi che ci sfilano davanti in questo prologo, con la varietà di
colori e di atteggiamenti con cui vediamo passare, una dopo l’altra, le
figure di una lanterna magica, non sono immaginati e inventati dalla
fantasia del poeta. Sono creature vive e reali, uomini e donne di tutti
i tempi e di tutti i luoghi, e per questo i loro discorsi e i loro atti
ci interessano e ci divertono. Fermiamoci per un momento davanti a
qualcuna di queste figure. Il dottore, in fatto di medicina, oggi senza
dubbio, sarebbe un poco arretrato, nonostante i suoi profondi studi
sulle opere di Esculapio, di Ippocrate, e di tutte le celebrità mediche
dell’Arabia, e nonostante la sua scienza astrologica: ma se il medico è
per noi antico, l’uomo è interamente moderno. Infatti due cose premono
sopratutto al nostro bravo dottore: la sua salute e i quattrini. E però
«mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile
a digerirsi» e si teneva cari ed amici gli speziali, che eran d’accordo
con lui «nel cavar sangue al prossimo». Chi non riconosce nel mercante
di indulgenze un frate Cipolla dotato di una malizia più moderna di
quella che non avesse, in fondo, il simpatico frate boccaccesco? Egli
veniva da Roncisvalle: ma nelle sue lunghe peregrinazioni, che faceva
con la sola missione di imbrogliare devotamente il prossimo, certo ebbe
a capitare anche in Truffia e in Buffia come frate Cipolla. Ma a lui
non bastava gabbare gli ingenui e gli sciocchi: aveva anche «alcune
altre taccherelle, che si taccion per lo migliore[6].» Accanto alle
poco oneste figure del mercante di indulgenze e di frate Uberto, suo
degno collega, spiccano le altre due dell’umile ed onesto parroco e del
contadino suo fratello, che ispirano, come osserva assai felicemente
il Ward,[7] quella grande simpatia che Dickens sapeva trovare nelle
persone semplici e povere. L’impiegato del tribunale che quando
ha alzato il gomito un po’ troppo incomincia a parlare in latino,
l’economo che ruba sulla spesa a man salva, senza che nessuno se ne
accorga, il monaco divoratore di arrosti, e cacciatore impenitente come
don Paolo nella «Scampagnata» del Fucini, sono tutte macchiette una
più vera e più originale dell’altra. E non ultima fra di esse è quella
così caratteristica dell’oste, il quale è l’anima della brigata, sempre
pronto a richiamare all’ordine tutti, a fare le sue osservazioni sulle
novelle che si raccontano, e a ridere e a scherzare allegramente. Il
prologo delle _Canterbury Tales_ è una delle creazioni più perfette
del Chaucer, e forse fu la parte da lui scritta per ultima di tutto
il suo libro di novelle. Per la sua ingenua schiettezza, per la sua
simpatica e piacevole semplicità, che ne fanno una delle più pregevoli
cose dell’antica poesia inglese, esso resterà sempre, nel suo genere,
un modello non facilmente imitabile. Che figure scialbe e senza vita
sono quelle sette persone così accademicamente riunite in un albergo a
raccontare novelle, nelle “_Tales of a Wayside Inn_” con cui il gentile
poeta di Evangelina[8] volle imitare i pellegrini di Canterbury!
La lunga storia che il compìto cavaliere racconta per il primo
ai suoi compagni di viaggio, non offre il destro ai cacciatori di
più o meno pretese fonti di sbizzarrirsi troppo. Poichè il disegno
generale e la materia principale di questa novella sono tolti, in
modo da non ammettere discussione, dalla _Teseide_ del Boccaccio;
dalla quale il Chaucer ha tradotto quasi letteralmente circa duecento
settanta versi, ed oltre cinquecento ha imitati o parafrasati. Per
quale ragione però egli che si è valso, nei suoi scritti, così spesso
e con tanta larghezza dell’opera poetica del Boccaccio, non abbia
mai ricordato il nome di lui, è un mistero che fino ad ora nessuno
ha saputo spiegare. Mentre cita debitamente ai luoghi loro Dante e
il Petrarca, ai quali deve ben poco in confronto degli obblighi che
ha verso il Boccaccio, e dimostra quasi una certa sollecitudine nel
ricordare altri scrittori latini e medievali, che avrebbe potuto
lasciare nell’oblio senza scrupoli di coscienza, dimentica sempre
l’autore del _Decamerone_. Si direbbe anzi che appunto quando attinge
da lui più direttamente e più largamente, come in questa novella del
Cavaliere, e nel poema intitolato _Troilus and Cressida_, il Chaucer
si studi di nascondere meglio che può, a chi legge, la vera fonte,
con citazioni false ed enigmatiche. Gli autori che egli cita, quando
dovrebbe citare il Boccaccio che è la fonte vera, sono: Lollius,
Stazio, e il Petrarca. Il Sandras non riuscendo a spiegare in altro
modo questo fatto stranissimo, sospetta che il Chaucer abbia voluto
fare uno scherzo ai suoi lettori, confondendoli con citazioni fuori di
proposito ed inventate. Questa spiegazione, la quale dimostrerebbe, in
fine, che l’autore delle _Novelle di Canterbury_ ebbe lo spirito di
voler ridere alle spalle dei suoi futuri critici, non piacque troppo
al Lounsbury,[9] che la dice non solo inverosimile e priva di ogni
fondamento, ma trova, non so con quanta ragione, nelle parole del
critico francese: «a tone of candid depreciation.» E conclude: «Forse
non sarà mai possibile per noi sapere con certezza per quale ragione
il Chaucer non nomina il Boccaccio, nelle sue opere; e su ciò non si
potranno esprimere se non opinioni individuali, le quali non avranno
mai il valore di veri e propri argomenti.»
Il fatto citato dal Rossetti[10] che Pierre Seigneur de Beauveau,
il quale verso la fine del secolo XIV fece una traduzione francese
in prosa del _Filostrato_, afferma in modo assoluto che l’autore del
poema da lui tradotto era un poeta fiorentino, chiamato Petrarca,
non porta davvero nessuna luce sul silenzio del Chaucer in quanto al
nome del Boccaccio. Ed anche volendo concluderne, col Tyrwhitt e col
Rossetti, che forse il Chaucer, cadendo nello stesso errore di Pierre
de Beauveau, credè che delle opere del Boccaccio a lui note fosse
autore il Petrarca, non si viene a capo di nulla: anzi la matassa si
fa sempre più intricata. Poichè se da una parte, così, si spiegherebbe
il caso della storia di Zenobia[11] attribuita al Petrarca, mentre si
trova nel _De casibus virorum et foeminarum illustrium_ del Boccaccio,
dall’altra rimane sempre più oscuro il mistero di Lollius, citato come
autore del _Filostrato_. Secondo lo Skeat[12] la vera spiegazione di
questo enigmatico nome sarebbe quella proposta dal prof. Latham,[13] il
quale crede che il Chaucer, intendendo malamente il verso di Orazio:
«Troiani belli scriptorem, maxime Lolli[14]» abbia supposto che Lollio
fosse uno scrittore latino che avesse trattato della guerra troiana.
E questo, secondo il Latham, bastò al poeta per citarlo, senz’altro,
come la fonte dell’episodio della guerra di Troia, che egli, invece,
aveva attinto al _Filostrato_. Certamente può sembrare strano il fatto
che il Chaucer, il quale aveva tradotto tutto il _De Consolatione_ di
Boezio, dimostrando una certa famigliarità con la lingua latina, sia
caduto in un errore così grossolano: ma non potrà parere impossibile,
quando si pensi che non sarebbe questo il solo. Un altro errore del
genere, assai curioso è, per esempio, il _pernicibus alis_ di Virgilio,
nella descrizione della Fama (_En._ IV, 180), tradotto con: _ali di
pernice_. Se quella del prof. Latham è la vera spiegazione, o almeno la
più probabile, è lecito concludere che spesso le citazioni del Chaucer
sono fatte in mala fede, e forse con lo scopo di nascondere, molto
ingenuamente, la verità. E basterebbe, se io non erro, a giustificare
questa conclusione che spiegherebbe tutto, la citazione di Stazio alla
quale io accenno nella nota 23 della Novella del Cavaliere. Nè si può
opporre il fatto che Dante, il Petrarca, ed altri scrittori, sono
sempre citati a dovere: poichè, tenuto conto di quanto il Chaucer deve
nelle sue opere al Boccaccio, si potrebbe rispondere che in questo caso
il poeta delle _Canterbury Tales_ fa come certi scrupolosi debitori,
i quali pagano i debiti piccoli, e poi si dimenticano di quelli più
grossi. Ma torniamo alla novella del Cavaliere.
Del lunghissimo poema del Boccaccio il Chaucer non ha preso che la
materia romanzesca, che molto bene si adattava al racconto fatto da un
cavaliere, il quale «ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà
e l’onore, la libertà e la cortesia.» L’argomento della sua novella
è infatti la storia cavalleresca dei due giovani tebani Palemone e
Arcita, che dopo una serie di romanzesche avventure si disputano in un
grande torneo la bella cognata di Teseo.
L’elemento epico, cioè quanto si riferisce alla guerra dell’eroe
ateniese contro le Amazzoni, che nel poema del Boccaccio occupa tutto
il primo canto, è escluso dal racconto del Cavaliere. Il quale solo
sul principio accenna fugacemente alle gesta di Teseo nella Scizia,
ed incomincia la sua novella dal ritorno trionfale di lui in Atene, e
precisamente dalla strofe 25 del Libro II della _Teseide_. Il Chaucer,
senza abbandonare mai il disegno generale, secondo il quale è svolta
dal Boccaccio l’avventura dei due cavalieri di Tebe, ha notevolmente
abbreviato la storia di Palemone e Arcita, che nella sua novella è
raccontata in 2250 versi, mentre nella _Teseide_ si estende a 8600
circa. Di questo la critica gli ha dato ampia lode, notando che egli
ha dimostrato un sano criterio artistico, e buon gusto, nel lasciare
molte delle lunghe e noiose descrizioni del Boccaccio. Se non che si
potrebbe domandare, senza togliere nulla al merito del poeta inglese,
se ciò si debba proprio al suo buon gusto soltanto, o piuttosto alle
esigenze della forma da lui prescelta per la sua storia. E la risposta
non mi pare difficile: poichè se il Cavaliere, destinato dalla sorte a
incominciare per primo la serie dei racconti di Canterbury, invece di
raccontare una novella, avesse preteso di recitare un poema intero in
dodici canti, quale è la _Teseide_, c’era il caso che molti dei suoi
compagni di viaggio avessero dovuto rinunziare al proprio racconto;
dato che l’oste Harry Bailly, il quale aveva tanto buon senso, non
lo avesse obbligato, come fece al Chaucer[15], a cambiare argomento.
Del resto il Cavaliere stesso, incominciando la sua novella, dice
che dovrà abbreviarne la lunga storia affinchè «nessuno per colpa
sua debba rinunziare al proprio racconto.» Ma ben più largamente,
dobbiamo confessarlo, il Chaucer avrebbe potuto sfrondare dalla selva
epico–romanzesca della _Teseide_, se troppo spesso non si fosse
compiaciuto, anche egli, di quelle lunghe e noiose descrizioni, più
tollerabili ad ogni modo in un poema che in un racconto in forma di
novella, e di quelle tirate rettoriche, a base di mitologia e di storia
sacra, che sono l’indispensabile bagaglio poetico di quasi tutti gli
scrittori dell’età di mezzo, in cui si preferiva all’aurea semplicità
di Virgilio la gonfia rettorica di Stazio. La minuta descrizione
di tutte le figure istoriate nei tre templi del grande anfiteatro
destinato al torneo, l’enumerazione delle varie specie di alberi e di
piante onde fu eretto il rogo di Arcita, gli epici particolari dei suoi
funerali, che il Cavaliere poteva risparmiare ai suoi compagni di via
senza punto nuocere all’interesse della sua novella, dimostrano che il
Chaucer non si lasciò consigliare sempre dall’arte e dal buon gusto nel
far suo il materiale della _Teseide_.
Con tutto ciò non si può negare, certamente, che egli abbia portato
nell’argomento della favola di Palemone e Arcita qualche nota
personale, e modificazioni talvolta felici ed opportune come quelle
notate, insieme col Tyrwhitt[16], dallo Skeat e dall’Hertzberg[17].
Il Chaucer era troppo poeta nel fondo dell’anima, per fare nella sua
novella un semplice sunto in versi dell’originale onde la tolse.
Quanta poesia in questa breve descrizione
dei primi albori del mattino:
«The busy larke, messager of daye,
Salueth in hire song the morwe gray;
And fyry Phebus ryseth up so bright,
That all the orient laugheth of the light,
And with his stremes dryeth in the greves
The silver dropes, hongyng on the leeves.»[18]
Per trovare una di queste pennellate così poeticamente sentite
e riprodotte dalla natura, bisogna leggere Dante e Shakespeare.
Longfellow pensava certo a questi versi, quando in quel suo bellissimo
sonetto scriveva del Chaucer:
«He listeneth to the lark
Whose song comes with the sunshine through the dark
Of painted glass in leaden lattice bound:
He listeneth and he laugheth at the sound,
Then writeth in a book...»[19]
La storia del romanzesco amore di Palemone e Arcita fu uno degli
argomenti che più allettarono il Chaucer fin da quando ne ebbe
conoscenza per la prima volta nella _Teseide_. E dobbiamo dire che egli
ebbe una particolare predilezione anche per il poema del Boccaccio,
giacchè reminiscenze e traduzioni della _Teseide_ se ne trovano anche
in altri tre suoi componimenti poetici: _The Parliament of Fowls_, _Of
Queen Annelida and false Arcite_, _Troilus and Criseide_. Molto prima
che nella novella del
Cavaliere, inoltre, le avventure amorose di Palemone e Arcita il
Chaucer le aveva trattate in un componimento giovanile che è andato
perduto, e che egli stesso ricorda nel prologo di un’altra sua opera
poetica intitolata: _The Legend of good Women_.[20] Questa prima
redazione fu certo molto diversa da quella che è rimasta nelle
_Canterbury Tales_: il Tyrwhitt non esclude che potesse essere una
semplice traduzione della _Teseide_. Molto probabilmente la Novella del
Cavaliere non è che un rifacimento di questo primo lavoro giovanile,
che, composto in origine con intendimenti ben diversi, passò poi a
far parte delle _Novelle di Canterbury_.[21] La cavalleresca storia
di Palemone e Arcita è una creazione originale del Boccaccio, o è
il riflesso di qualche novella medievale? Il tema, come osserva, il
Crescini[22], non è nuovo: ma nessun documento si può produrre fino
ad oggi, il quale contenda al Boccaccio il merito di questa favola
d’amore, che ebbe maggior fortuna di quello che forse non meritasse.
Giacchè passando dalla _Teseide_ alla novella del Chaucer, e da questa
al dramma attribuito al Fletcher e al poema del Dryden, ebbe l’onore di
ispirare alcuni dei più nobili ingegni dell’Inghilterra.[23]
Nella patetica storia di Costanza, raccontata dal Dottore in legge,
piuttosto che di fonti immediate, di copie e di imitazioni, bisogna
parlare di riscontri e di analogie; ed è necessario andare molto
cauti, prima di gridare alla scoperta, per non cadere in qualcuno di
quegli errori o in alcuna di quelle tante inesattezze, in cui cadde
troppo spesso la critica letteraria di questo secolo, smarrendosi
per l’intricata selva delle genealogie dei racconti medievali.
Questa novella ha in sè elementi assai diversi, derivati in origine
dalla grande sorgente popolare, che la tradizione orale e scritta
ha modificato lentamente, con una larga messe di variazioni. I temi
fondamentali di cui essa si compone sono due: la bellezza, causa di
peccato e di sventure, e il trionfo della innocenza perseguitata.
A questo secondo nella leggenda popolare è sempre unito l’elemento
miracoloso: ed anche in questa novella ha molta parte, non solo,
ma non manca neppure il miracolo vero e proprio: v’è infatti il
cavaliere assassino e spergiuro, al quale una mano misteriosa con un
colpo fa schizzar via gli occhi dalla testa. La storia di Donegilda
che facendo ubriacare il messo, il quale deve recare al re Alla la
lieta notizia che Costanza ha partorito un bel maschio, gli toglie di
tasca la lettera, e la sostituisce con un’altra in cui è scritto che
sua moglie ha dato alla luce un essere mostruoso o una bestia, è il
vecchio e popolarissimo tema della suocera regina, che odia la nuora e
vuole disfarsene ad ogni costo[24]. E nelle sue molteplici versioni e
relazioni con altri fatti, lo troviamo spesso ripetuto, nelle novelle
nostre, dalla storia di Dionigia principessa di Francia, di Ser
Giovanni Fiorentino,[25] alla moderna novellina toscana, per citarne
una, intitolata «L’uccellino che parla.»[26] Lo stesso può dirsi,
in generale, degli altri elementi che compongono questa Novella del
Dottore in legge: il tradimento del cavaliere che uccide Ermenegilda
ricorre, in circostanze poco diverse, nel _Roman de la Violette_, nel
romanzo inglese _Le Bone Florence of Rome_[27], in un capitolo dello
_Speculum Maius_ di Vincent de Beauvais, frate domenicano fiorito verso
il 1260, e nelle _Gesta Romanorum_. Le avventure e le sofferenze di
una principessa, costretta dal padre a sposare uno straniero, o un re
di religione diversa dalla sua, sono un argomento comunissimo e di una
tradizione assai remota. Il Tyrwhitt afferma in modo assoluto che il
Chaucer, con qualche leggerissima variante, ha preso la pietosa storia
di Costanza dal secondo libro della _Confessio Amantis_ di John Gower,
amico del poeta ed il maggiore dei poeti suoi contemporanei. Aggiunge
però che egli non ritiene neppure il Gower inventore della novella,
e cita in proposito un’antica poesia inglese intitolata _Emaré_, dal
nome dell’eroina che ha una serie di avventure presso a poco simili a
quelle di Costanza[28]. L’opinione del Tyrwhitt, il quale dà per fonte
diretta e immediata ciò che non può avere altro valore, se non quello
di un fortuito riscontro, non è accolta dal Wright.[29] Egli crede,
molto più verisimilmente, che la Novella del Dottore in legge abbia per
fonte diretta qualche antico romanzo francese, e nota che la redazione
della storia quale si trova nel poema del Gower, è tolta, invece, dalla
cronaca anglo–normanna di Nicolas Trivet, o Treveth, il quale era un
frate domenicano inglese che visse nella prima metà del secolo XIV.
La cronaca di Nicolas Trivet, contenente la vita di Costanza, figlia
dell’Imperatore Tiberio Costantino, fu stampata, con la traduzione
inglese, da Edmund Brock nelle pubblicazioni della _Chaucer Society_.
Da un accurato raffronto che il dotto critico fa del racconto che
si trova in questa cronaca, con la novella raccontata dal Dottore in
legge, rilevandone tutte le somiglianze, sembrerebbe che il Chaucer si
fosse valso piuttosto largamente della cronaca del frate inglese[30].
È probabile, quindi, che tanto il Gower quanto il Chaucer abbiano
attinto, senza saperlo, alla stessa fonte, cioè al racconto francese di
Nicolas Trivet. Questa infatti è l’opinione più comunemente accettata:
l’Hertzberg,[31] però trova che non vi sono prove e documenti
abbastanza sicuri per accogliere le conclusioni del Wright, e dice che
la sola cosa che si può affermare con certezza, è che nè il Gower nè il
Chaucer hanno inventato la storia di Costanza, ma hanno attinto ad una
fonte antica, che probabilmente non è la cronaca del Trivet.
La novella del Dottore in legge è una delle più belle di tutta la
lunga serie dei racconti di Canterbury, e come pittura commovente
della rassegnazione cristiana, e dell’umana virtù, è degna sorella
della storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford. L’episodio
della partenza di Costanza sulla nave, dove viene abbandonata col
bambino in balìa delle onde e dei venti, è così profondamente sentito,
e così vero in tutti gli affettuosi particolari dell’amore materno e
della fede, che non si può leggere senza provare un intimo senso di
commozione. In questa novella il Chaucer non adopera il metro da lui
comunemente usato nello stile eroico e burlesco, cioè il così detto
verso eroico: per gli argomenti serî e patetici egli predilige una
forma poetica speciale, nella quale sono scritte, oltre questa, la
«Novella del Chierico di Oxford» la «Novella della Madre Priora» e
la «Novella della seconda Monaca.» Si tratta di una strofe rimata di
sette versi, composta su questo schema: _a b a b b cc_. Il Chaucer ha
intradotto per il primo questo metro nella letteratura inglese: per
quanto nel suo poemetto _Troilus and Cressida_, che è un rifacimento
del _Filostrato_, questa strofe sostituisca evidentemente l’ottava del
Boccaccio, sembra strano che essa debba considerarsi una derivazione
diretta dell’ottava rima, come vorrebbe qualcuno[32]. Il Tyrwhitt[33]
inclina a credere che sia, invece, di origine provenzale, e cita una
poesia di Folchetto di Marsiglia, scritta in una strofe di sette versi,
che corrisponde esattamente a quella del Chaucer. E la sua opinione
è divisa dall’Hertzberg, il quale dice, senz’altro, che questo metro
è preso in prestito dai poeti di Provenza. In Inghilterra questa
strofe divenne subito molto popolare, e fu usata assai spesso dai due
immediati seguaci e imitatori del Chaucer, Occleve e Lydgate. Perfino
Giacomo I di Scozia l’adoperò in un suo lavoro poetico intitolato
_The Kinges Quair_:[34] e pare, anzi, che in omaggio a questa regale
predilezione la strofe acquistasse il nome di _ryme royal_, col quale
la sua popolarità durò fin verso la fine del secolo XVI, in cui fu
spodestata dalla nuova stanza dello Spencer, composta di nove versi.
La Novella del Chierico di Oxford è, in sostanza, la storia
raccontata da Dioneo nell’ultima novella del Decamerone. Ma la fonte
non è il Boccaccio: il Chaucer stesso ci fa sapere nel prologo[35],
che la fonte diretta è il Petrarca, e questa volta, ad onore del
vero, egli dice proprio la verità. Poichè il racconto del Chierico di
Oxford segue quasi letteralmente la parafrasi latina che Francesco
Petrarca fece della novella del Decamerone, e che egli stesso mandò
con bellissime parole al Boccaccio verso il 1373[36]. La questione che
alcuni critici[37] hanno voluto fare, se il Chaucer abbia composto la
sua novella sopra un semplice racconto orale a lui fatto, della storia
di Griselda, dal Petrarca (come sembrerebbe si dovesse ricavare dal
prologo), o se egli abbia, invece, avuto sott’occhio il manoscritto
latino, mi sembra oziosa e senza alcun valore. Giacchè nulla aggiunge
e nulla toglie al merito del poeta inglese, il fatto che egli abbia
avuto, o no, fra mano il testo latino della traduzione del Petrarca.
Comunque sia, basta un diligente confronto di questo testo con quello
del Chaucer, per convincersi che l’autore della novella del Chierico
di Oxford ha indubbiamente avuto sotto gli occhi la traduzione latina
del Petrarca. Certe espressioni, certi movimenti e atteggiamenti del
pensiero, certi minuti particolari che poca o nessuna relazione hanno
con la narrazione generale del fatto, non possono essere rimasti
così impressi al Chaucer, che egli abbia potuto ripeterli, nella sua
novella, quasi con le stesse parole del testo latino. L’Hertzberg
ritiene che l’asserzione del Chierico di Oxford nel prologo non
implichi altro che il semplice fatto, che il Chaucer ha attinto
alla traduzione del Petrarca. Le parole del Chierico, secondo lui,
non bastano per affermare che il poeta abbia realmente conosciuto a
Padova il cantore di Laura, e proprio dalla sua voce abbia appreso
la storia di Griselda. Certo non vi sarebbe nulla di strano e di
inverosimile ad ammettere che il Chaucer trovandosi verso la fine del
1372 in Italia, dove era stato mandato dal governo di Edoardo III in
missione diplomatica, si recasse a Padova per conoscere Francesco
Petrarca, che proprio in quel tempo si trovava in mezzo ai dolci colli
di Arquà. Ma nessun documento prova questa visita del poeta inglese
al poeta italiano: e forse nelle parole del Chierico di Oxford si è
voluto trovare più di quello che il Chaucer stesso abbia voluto dire.
Assolutamente destituita di fondamento, poi, è l’asserzione di alcuni
biografi e studiosi[38] del poeta, che egli avesse conosciuto il
Petrarca in Milano fino dal 1368, in occasione delle nozze di Violante,
figlia di Galeazzo Visconti, con Lionello Duca di Clarence. E ci volle,
davvero, tutta la buona volontà e la calda fantasia del Baret, per
affermare, senza provarlo in alcun modo, che in questa circostanza il
Chaucer fu presentato anche al Boccaccio; e per immaginare perfino i
geniali discorsi tenuti dai tre illustri letterati: «Que de sujets
durent être traités, que d’idées échangées, quels horizons nouveaux
ouverts par les deux doctes Italiens à cet enfant curieux de la Grand
Bretagne encore barbare!»[39]
Ma ad una questione assai più importante ci conduce la storia di
Griselda raccontata dal Chierico di Oxford: cioè se l’autore delle
_Canterbury Tales_ abbia avuto conoscenza del _Decamerone_. Le novelle
del Chaucer, che ordinariamente sono considerate come prese o imitate
dal _Decamerone_, sono, oltre la Novella del Chierico di Oxford, queste
tre: «The Schipmannes Tale» (Novella del Marinaro) che corrisponderebbe
alla novella di Gulfardo e Gosparruolo (_Decam._ VIII. 1); «The
Frankeleynes Tale» (Novella del Possidente) corrispondente alla storia
di Madonna Dianora e Messere Ansaldo (_Decam._ X. 5); e «The Reeves
Tale» (Novella del Fattore) da confrontarsi con la novella raccontata
da Panfilo (_Decam._ IX. 6). Relazioni di somiglianza, specialmente in
certi dettagli, si trovano, inoltre, fra la Novella del Mercante (The
Marchaundes Tale) e quella di Lidia e Nicostrato (_Decam._ VII. 9), e
fra la Novella del Mugnaio (The Milleres Tale) e la storia di Frate
Puccio (_Decam._ III. 4). Senza entrare in particolari e senza fare qui
dei raffronti che sarebbero fuori di luogo, notiamo solamente che le
somiglianze fra racconto e racconto nelle novelle che abbiamo citate,
non sono tali da potere provare materialmente che il Chaucer conosceva
il _Decamerone_. In mezzo alle numerose e sostanziali variazioni di uno
stesso tema, che la tradizione orale ha modificato in mille modi, non
è possibile rintracciare l’originale e designare la fonte. Nè si può
certo chiedere ad un raffronto fra il _Decamerone_ e le _Canterbury
Tales_ la prova che il Chaucer abbia avuto conoscenza dell’opera
maggiore del Boccaccio. Anzi se si voglia tener conto del fatto, che
delle altre opere del Boccaccio a lui senza dubbio note, come la
_Teseide_, il _Filostrato_, _De casibus virorum et faeminarum_, _De
claris mulieribus_, e il _De Genealogia Deorum_, egli si è valso molto
spesso, e senza tanti scrupoli, da un simile raffronto si dovrebbe
concludere che forse al Chaucer non dovette essere noto il _Decamerone_.
Molto più che la storia di Griselda, pur rimanendo nel racconto
del Chierico di Oxford tale e quale, in sostanza, è nella novella
raccontata da Dioneo, il Chaucer non l’ha tolta evidentemente
dal _Decamerone_, ma dalla traduzione latina del Petrarca. Ma se
mancano gli elementi e gli argomenti necessari per potere affermare
esplicitamente che il Chaucer conobbe il _Decamerone_, nessuno vorrà
negare la stranezza e la inverosimiglianza del fatto, che il Chaucer,
il quale conobbe e tradusse la _Divina Commedia_, e conobbe le opere
del Petrarca fino al punto da chiamarlo «my master Petrarch»[40] e da
tradurre quasi alla lettera il sonetto LXXXVIII del Canzoniere,[41] non
conoscesse affatto l’opera maggiore e più importante del Boccaccio, il
quale egli mostra di avere conosciuto anche troppo nella _Teseide_, nel
_Filostrato_, e più o meno in quasi tutte le opere latine. Nessuno,
credo, potrà ammettere facilmente che un letterato di ingegno come
il Chaucer, avido di imparare e di conoscere, il quale cerca fuori
della rozza sua patria un raggio luminoso di quell’arte e di quella
poesia per la quale si sente nato, giunto in Italia vi si trattenga
circa undici mesi (dal Dicembre del 1372 al Novembre del 1373), ed
insieme col nome di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, a lui
notissimi, non senta mai ricordare quello di Giovanni Boccaccio. E si
badi che il Chaucer durante il suo non breve soggiorno in Italia, si
recò a Firenze proprio nell’anno 1373, vale a dire quando il Boccaccio
incominciava, per incarico del Comune di Firenze, le sue letture
pubbliche sulla Divina Commedia nella chiesa di S. Stefano. Anche
ammesso che il Chaucer, il quale sembra che lasciasse Firenze prima
del 22 Novembre, non avesse avuto il tempo o l’occasione di assistere
ad una delle lezioni del Boccaccio, che inaugurò la cattedra dantesca
il 23 Ottobre, è molto inverosimile che non avesse almeno sentito
parlare di un avvenimento così importante, e dell’alto onore a cui la
Signoria di Firenze chiamava l’autore del _Decamerone_. Ma è proprio
un destino che certe circostanze e certi particolari interessantissimi
della vita del Chaucer debbano restare nell’ombra e nel mistero: se
si potesse provare che egli conobbe realmente, a Padova, il Petrarca,
e da lui ebbe notizia della storia di Griselda, avremmo un valido
argomento di più per ritenere che il Boccaccio e le sue novelle
dovettero essere noti al Chaucer. Poichè il Petrarca che mandando
la sua traduzione latina al Boccaccio scriveva: «A chiunque poi mi
domandasse se la cosa sia vera, cioè se questo scritto sia favola o
storia, risponderei come Crispo: chiedetene conto all’autore che è il
mio Giovanni»[42] il Petrarca, dico, non avrebbe certo tenuto nascosto
al Chaucer il nome dell’amico suo, e del libro onde egli aveva tradotto
la novella di Griselda. Stando così le cose, e non essendo possibile,
purtroppo, in tale questione, uscire dal campo delle congetture e
delle semplici supposizioni, a me sembra che senza affermare in modo
assoluto e gratuitamente come il Mamroth,[43] che il Chaucer conobbe
il _Decamerone_ e da questo tolse il piano del suo libro, si possano
accettare le conclusioni del Kissner,[44] cioè che forse le _Canterbury
Tales_ debbono al _Decamerone_ più di quello che comunemente si crede,
e che ad ogni modo non ci sono nè documenti nè ragioni inoppugnabili, i
quali ci vietino di poter credere che le novelle del Boccaccio fossero
note al Chaucer.
Le origini della storia di Griselda si perdono nella tradizione
popolare: e in argomenti di questo genere non è raro il caso, in cui
la voce del popolo ci porti l’eco di qualche fatto accaduto, chi sa in
quali circostanze e con quali particolari, in tempi lontanissimi.[45]
Che la storia della povera pastorella «provata fino al martirio dal
marito marchese» fosse nella tradizione orale, lo provano, come già
osservò il Bartoli[46], queste parole del Petrarca, dalle quali
sembrerebbe che la storia di Griselda fosse nota già da molto tempo
non solo a lui, ma anche al Boccaccio: «ricordandomi di averla io
stesso con gran piacere udita narrare molti anni indietro, e poichè
tanto era piaciuta a te stesso, che degna la credesti di farne materia
al tuo stile.»[47] II tema è piuttosto comune: ci troviamo davanti ad
una delle numerose versioni che rientrano nel vasto ciclo della moglie
calunniata e perseguitata, come la storia di Genoveffa[48]. L’opinione
del Duchat[49], accolta e ripetuta anche dal Le Grand d’Aussy[50], dal
Manni[51], e dall’abate de Sade[52]: che il Boccaccio avesse tolto la
storia di Griselda da un antico manoscritto francese intitolato: _Le
Parement et Triomphe des Dames_, fu dimostrata assolutamente erronea,
prima anche che dal Landau, dal Tyrwhitt, il quale osservò che l’autore
del _Parement_, Olivier de la Marche, era nato e vissuto molti anni
dopo la morte del Boccaccio.
Il Chaucer nella sua novella non si discosta quasi mai dal testo
del Petrarca: e lo segue così scrupolosamente, anche nei particolari
più minuti, che il racconto del Chierico si potrebbe chiamare una
traduzione poetica della prosa latina petrarchesca. Non c’è una
frase, non una sola parola nella novella del Chaucer, che possa fare
supporre, anche lontanamente, che egli avesse letto o conosciuto in
qualche modo la novella del Boccaccio. Unica indiscutibile fonte è
il Petrarca: ed io non saprei, a questo proposito, come qualificare
l’assurda asserzione del Klein, il quale dice che il racconto del
Chierico di Oxford «è un miscuglio di Boccaccio, Petrarca e Maria di
Francia»[53] aggiungendo a questo non pochi altri spropositi, che, con
tutto il rispetto dovuto ad un critico tedesco, non vale neppure la
pena di rilevare. Per quanto però il Chaucer traduca molto spesso quasi
letteralmente dal Petrarca, la sua natura di poeta e le sue qualità di
osservatore e conoscitore profondo dell’animo umano, spiccano in questa
novella anche più che in altre, dove la materia del racconto è più
originale e indipendente. Quando Gualtieri dopo avere detto a Griselda
che il papa gli ha permesso di prendersi un’altra moglie, la caccia
di casa, e le ingiunge con amara irrisione di riprendersi la dote che
aveva portato, il Petrarca segue e traduce il Boccaccio, il quale così
fa rispondere dalla povera pastorella al crudele signore di Saluzzo:
«Comandatemi che io quella dote me ne porti che io ci recai, alla
qual cosa fare, nè a voi pagator nè a me borsa bisognerà nè somiere,
per ciò che uscito di mente non m’è che ignuda m’aveste.» Il Chaucer
con un linguaggio profondamente umano, che rende anche più commovente
la risposta di Griselda dice: «In quanto alla concessione che mi
fate di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco
bene che voi intendete parlare dei miei poveri cenci, che non erano
niente di bello davvero: ma nonostante ben difficilmente io potrei ora
ritrovarli. Buon Dio! a sentirvi parlare, e a guardarvi, sembravate
così buono e gentile il giorno del nostro matrimonio!» Non è un senso
di intima ribellione che fa scattare la povera e ingenua pastorella:
in quella esclamazione è mirabilmente compendiato tutto il suo dolore
e tutto il suo stupore, davanti a tanta e così inaudita crudeltà di
animo. Con quanta verità di sentimento, alle semplici parole: «Audito
ergo non tam filiae tacite redeuntis quam comitum strepitu occurrit
in limine: et seminudam antiqua veste cooperuit»[54] onde il Petrarca
descrive il primo incontro di Griselda, scalza e in camicia, col
vecchio padre, il Chierico di Oxford sostituisce quest’altre nel suo
racconto: «Il povero vecchio, avendo sentito che la sua figliuola
ritornava a casa in quel modo, in fretta in fretta le andò incontro,
portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo
amaramente, cercava di coprirla alla meglio con quella.» La fiera
invettiva al popolo incostante e mutevole come la luna, i commoventi
particolari della pietosa scena fra Griselda e i suoi figliuoli, il
congedo originalissimo, e di un sapore veramente moderno, col quale
il Chierico, finito il suo racconto, si rivolge agli uomini che hanno
moglie, e alle donne che hanno marito, ed altre finezze ed arguzie
che ognuno potrà facilmente riscontrare da sè, basterebbero da soli a
giustificare le lodi e l’ammirazione di tutti i critici più autorevoli
dell’Inghilterra, per questa novella, che nel suo genere è forse la più
bella fra le _Canterbury Tales_.
Le «celesti sofferenze» di Griselda, dalla novella del Decamerone in
poi, furono imitate e riprodotte in quasi tutte le più importanti forme
letterarie antiche e moderne: la rappresentazione sacra, la ballata,
la novella, il poema, la commedia, la tragedia, e perfino, ai giorni
nostri, il melodramma, si disputarono questa storia, che ha goduto
una popolarità lunghissima e quasi senza interruzione. E non solo in
Italia, ma anche presso le altre letterature d’Europa, specialmente
in Francia in Inghilterra e in Germania, sbocciò attorno alla ideale
figura di Griselda una vera fioritura poetica.[55] Se il Boccaccio,
come sembra, non si può considerare l’inventore di questa fortunata
storia, egli ha tuttavia il grandissimo merito di averne dato, nella
sua novella, la prima redazione scritta che si conosca: e nessuno può
invidiargli e negargli la gloria di averne creato quel capolavoro di
semplicità e di sentimento, che tanta luce di arte e di poesia irradiò
fin dal suo nascere.
Venuto il turno del Mercante d’Indulgenze, le persone più civili e
bene educate[56] che si trovavano nella gioconda brigata di Canterbury,
avendo capito subito, strada facendo, che razza di prete scapestrato
e libertino egli era, e forse avendone già avuto abbastanza del
licenzioso racconto della donna di Bath, e di qualche altro, non meno
scurrile ed osceno, dei novellatori che lo avevano preceduto, misero
le mani avanti: e lo pregarono di non dire sguaiataggini. Ed egli,
mantenendo la sua promessa, racconta infatti una storia moralissima,
e piena di savi avvertimenti[57]. La fonte di questo racconto del
Mercante d’Indulgenze è sconosciuta: le sue linee generali si ritrovano
in una novella del _Novellino_[58], nella quale un santo romito avendo
scoperto in una selva un tesoro, fugge per non essere tentato da
quello. Ed incontrati tre briganti che lo fermano, dice loro come egli
fuggisse perchè aveva alle spalle la Morte, indicando ad essi il luogo
dove giaceva il tesoro. I tre malfattori trovato il tesoro, decidono
che uno di loro vada in città a vendere una piccola parte dell’oro che
hanno scoperto, e ne compri da mangiare e da bere per tutti e tre,
mentre gli altri restano a far la guardia. Quello che va in città
mette il veleno nelle vivande e nel vino che porta ai suoi compagni,
per ucciderli e restare egli solo padrone di tutto il tesoro. Appena
tornato, però, è ucciso dagli altri due, che avevano deciso di disfarsi
di lui, per dividere fra loro solamente le ricchezze trovate. Ma avendo
poi mangiato e bevuto delle vivande e del vino che erano avvelenati,
muoiono, come l’altro, vittime della loro cupidigia.
Per quanto le somiglianze e i punti di contatto fra questo racconto
e quello del Chaucer siano piuttosto notevoli, non si può, in modo
assoluto, affermare che il _Novellino_ sia la fonte diretta alla quale
il poeta delle _Canterbury Tales_ ha attinto la storia del Mercante
d’Indulgenze[59]. È probabile, invece, che la fonte immediata sia
qualche antico _fabliau_ francese andato perduto[60], dal quale forse
il racconto passò anche al _Novellino_. Un particolare diverso e molto
interessante pel significato altamente poetico, è nella novella del
Chaucer questo: che il santo romito dell’antica novella italiana, il
quale rappresenta la virtù morale e cristiana, e nell’oro vede e fugge
la morte dell’anima, è cambiato in un vecchio decrepito, che indarno
chiede di morire e domanda pace per le stanche sue ossa: poichè egli
è la Morte. Dura condanna: dare altrui la morte, cioè il riposo del
corpo, senza poter morire! Il Ward paragonando questo vecchio della
novella chauceriana all’Ebreo errante della leggenda, nota che tale
concezione è degna di un poeta[61]. Il racconto secondo il LIEBRECHT
(_Orient. und Occid._, I, 654) ha origine orientale, e ricorre anche
nelle _Mille e una notte_[62]. L’avventura, per il suo carattere
altamente morale, entrò nelle sacre rappresentazioni, e la troviamo
infatti nella _Rappresentazione di S. Antonio_. Dal Novellino passò, in
versioni differenti, ad altri testi, fra i quali a quello latino del
Morlini[63].
Il Chaucer aveva temperamento e natura di poeta: e senza dubbio
le peggiori e più noiose sue novelle sono le uniche due scritte in
prosa, dalle quali non bisogna certamente giudicarlo nè come poeta
nè come scrittore di prosa. Egli ha, tuttavia, notevoli qualità di
prosatore. Oltre l’osservazione arguta, la visione delle cose sempre
pronta e giusta, la frase sbrigliata e incisiva, il Chaucer possiede la
quadratura artistica del discorso e del racconto in prosa. E queste sue
qualità egli dimostra più specialmente in questa novella, nella quale
non il sentimento nè la poesia della storia di Costanza e di Griselda
è da ammirare, ma la perfetta tessitura del racconto, dove nulla è
superfluo, tutto è al suo posto e naturale, anche nei più minuti
particolari.
Il Cantare di Ser Thopas è una satira, fatta con molto spirito e con
fino accorgimento, dei romanzi cavallereschi, i quali in versi rozzi
e privi, generalmente, di qualunque senso d’arte, narravano le più
inverosimili e barocche avventure di qualche famoso cavaliere. Questi
antichi cantari, goffi nella forma e pieni di particolari inutili e
spesso grotteschi, erano divenuti popolarissimi in Inghilterra, ed
avevano finito per guastare, o meglio falsare, il gusto letterario
della incolta età del Chaucer. Il quale, dotato di quell’intelletto
d’arte che come un improvviso sprazzo di vivida luce illuminò la buia
notte della sua patria, fu naturalmente spinto a deridere una forma di
poesia così vacua e convenzionale. Voler fare per questo del Chaucer
un precursore del Cervantes, come ad alcuno piacque, sarebbe, senza
dubbio, una esagerazione non giustificabile: ma prendere sul serio
le avventure di Ser Thopas, e negare la satira e la parodia, sarebbe
errore gravissimo e un voler disconoscere al Chaucer una delle più
spiccate qualità del suo ingegno. Il poeta non intende di screditare
la cavalleria, e la poesia cavalleresca in generale: anzi egli stesso
dimostra una speciale predilezione per il racconto romanzesco, e si
compiace di avventure cavalleresche, come nella Novella del Cavaliere
e nella bellissima e fantastica storia di Cambuscan, re di Tartaria,
raccontata dallo Scudiero. Egli mette in ridicolo una forma speciale e
determinata di poesia, caduta nelle mani del popolo e di poeti rozzi ed
incolti, nella quale alla barbarie della lingua e alla volgarità del
verso e della rima facevano riscontro frivolezze e stravaganze d’ogni
genere. E questo è precisamente il racconto cavalleresco in strofe di
sei versi, rimati _a a b a a b_, dei quali il primo, il secondo, il
quarto e il quinto, sono ottonari completi:
[Illustration]
il terzo e il sesto hanno questo schema:
[Illustration]
oppure quest’altro:
[Illustration]
In questo metro appunto sono alcuni di questi cantari nominati dal
Chaucer in Ser Thopas, come _Horn child_, e _Ser Libeaux_[64]: e con
una grande abilità egli imita e riproduce da questi, nel suo cantare,
tutti quegli errori e quelle goffaggini di forma, e tutte quelle frasi
peregrine, che così spiritosamente mette alla berlina. La monotona
ripetizione della stessa rima del primo e secondo verso, nel quarto e
quinto della strofe, non poteva sfuggire al fine orecchio del Chaucer.
Certe rime, ad arte sbagliate, e l’uso di certe barbare parole, accanto
a delle finezze di forma e di espressione che non si trovano negli
altri racconti cavaliereschi di questo genere, dimostrano non solo, in
modo indiscutibile, che il fine del _Cantare di Ser Thopas_ è la satira
burlesca, ma provano anche la conoscenza mirabile che il Chaucer aveva
della lingua, e la maestria con cui sapeva trattarla.
Ser Thopas è evidentemente il prototipo dei donchisciotteschi
cavalieri dalla lunga lancia e il terribile sciabolone di questi
vecchi cantari, nei quali è dipinto un mondo ridicolo e fattizio, dove
tutto è convenzionale: i boschi, le piante, gli uccelli, e perfino la
esilarante bevanda onde ogni bellicoso cavaliere si rinfrancava prima
di cimentarsi. Non è improbabile, come altri notò, che nel _Cantare
di Ser Thopas_ il Chaucer abbia ripreso il soggetto di qualche antico
racconto del genere[65] trasformandolo nella sua spiritosa caricatura;
ma l’affermazione del Hurd[66]: che esistesse un vecchio cantare
intitolato _The boke of the Giant Olyphant and Chylde Thopas_, del
quale il poeta si sarebbe servito, è assolutamente infondata[67].
Della mia traduzione poco debbo dire. Ho preferito la forma in prosa
perchè, ad ogni modo, mi è sembrato minore colpa fare della prosa
mediocre che della poesia cattiva. Per mantenere al racconto, più che
fosse possibile, quella forma semplice e popolarmente spigliata che il
Chaucer ha voluto dare alle sue novelle, ho cercato di restare, fin
dove ho potuto, fedele alla espressione del poeta, senza preoccuparmi
troppo di certe durezze di stile che mi saranno, spero, facilmente
perdonate. L’edizione delle _Canterbury Tales_ della quale mi sono
servito per la traduzione, è quella del Tyrwhitt, comparsa per la
prima volta nel 1775: ma ho avuto sott’occhio anche quella del Wright,
e del Bell, che ho sempre seguito, per la grafia molto più corretta,
nelle citazioni del testo inglese. Tutte le volte che ho creduto di
abbandonare la lezione del Tyrwhitt, l’ho dichiarato in una nota.
Edizioni più recenti non ho, purtroppo, potuto consultare, nè ho avuto
modo di valermi delle pubblicazioni della _Chaucer Society_, che sotto
l’alta direzione del suo illustre e benemerito fondatore, Frederick
James Furnivall, ha portato preziosi contributi alla intelligenza del
testo chauceriano. Per la compilazione delle note mi sono valso più
specialmente delle note e del glossario del Tyrwhitt, dello Speght,
del Wright e dell’Hertzberg, che ho sempre citato ai luoghi loro: per
le notizie generali sulla vita del poeta e su tutta l’opera sua, ho
attinto all’opera magistrale del Lounsbury. In una prima traduzione
di un testo così difficile, e non di rado controverso, è facile
essere caduto in qualche errore: e di alcuno mi sono avvisto io
stesso, ahimè troppo tardi, nel compilare le note, quando esso era già
irrevocabilmente consacrato alla stampa. Di questi, e di altri che mi
possano essere sfuggiti, chiedo venia fin d’ora al benigno lettore.
Pesaro 7 luglio 1897.
NOTE ALLA PREFAZIONE
[1] A. W. WARD, _Chaucer_, London, Macmillan 1884.
[2] MACAULAY, H_ist. of. Engl._, vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.
[3] Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato
di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al
numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti
d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf.
Prologo, pag. 4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi
se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non
contando l’oste.
[4] La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la
«Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle
ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della
quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»
[5] _Hist. of Eng. Literat._ Scribner, New York 1875, 1.
[6] Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto
morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel
principio del suo racconto (Cf. pag. 273 segg).
[7] _Op. cit._, pag. 114.
[8] LONGFELLOW, _Poetical Works_, London, G. Routledge and Sons. pag.
288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti
accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco
originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la
storia del Falcone di Ser Federigo, del _Decamerone_ (Gior. V. Nov. 9).
Intorno alle fonti di queste novelle vedi VARNHAGEN, _Longfellow’ s
Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen_. Cfr. _Anglia_, VII, 1884.
[9] LOUNSBURY, _Studies in Chaucer_, J. OSGOOD, London, 1892. II, 234.
[10] Chaucer’s «_Troylus and Cryseyde_» _compared with Boccaccio’s_
«_Filostrato_.» Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._ 235.
[11] Nella novella raccontata dal Monaco.
[12] _Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised by_
W. SKEAT, G. BELL, London, 1885. I. pag. 18. _n._
[13] Cfr. Lettera all’_Athenaeum_, 3 Ott. 1868, p. 433.
[14] _Epist._ I. 2. 1.
[15] Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag. 317.
[16] _The Poetical Works of G. Chaucer_. London.
[17] _Chaucers Canterbury–Geschichten aus den Englischen von_ WILHELM
HERTZBERG. Leipzig.
[18] Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo
nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag. 76.
[19] LONGFELLOW, _op. cit._ pag. 280.
[20] La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere
poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of
Palemon and Arcite.»
[21] Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la
Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive il TEN BRINK, nei suoi
interessanti studi: _Chaucer, Studien zur Geschichte_ etc. A. Russell.
Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone
e Arcita vedi anche: KÖBBING, _Zu Chaucer’s «The Knightes Tale»_.
_Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc_, in _Englische
Studien_, II. 1878. p. 528–532.
[22] _Contributo agli studi sul Boccaccio_. Loescher, 1887.
[23] Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da
qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «_The two noble kinsmen_».
Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards,
che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566,
col titolo: «_Palemon and Arcite_.» Il poema del Dryden è una parafrasi
del racconto del Cavaliere.
[24] Trovasi anche nel romanzo intitolato: _Le Chevalier au Cigne_, e
in quello anche più antico del _Re Offa_.
[25] _Pecorone_, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del
racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo
francese della _Bella Elena di Costantinopoli_ EGIDIO GORRA (_Il
Pecorone_, in _studi di Critica Letteraria_).
[26] Confr. V. IMBRIANI, _Novellaia Fiorentina_ VI.
[27] Vedi RITSON, _Metrical Romances_. Cfr. BELL, _op. cit._ I. 271.
[28] Per la relazione della storia di _Emaré_ con l’antico romanzo
anglo–sassone del _re Offa_, vedi RITSON, _Op. cit._
[29] _The Canterbury Tales of G. Chaucer by_ THOMAS WRIGHT.
[30] Cf. LOUNSBURY, _Op. cit._, II. 210.
[31] _Op. cit._
[32] Cfr. BELL, _Op. cit._, pag. 272.
[33] _Op. cit._, pag. XL. _n._
[34] _The Kinges Quair_ (cioè _The King’s Quire_: _Il libro del re_) è
un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col
Gower, il Chaucer come «maister dear».
[35] Cfr. pag. 208.
[36] _Lettere Senili_, Lib. XVII, III.
[37] Cfr. R. BELL, _Op. cit._, pag. 22. e segg.
[38] Cfr. WARTON, _Hist. of. Eng. Poetry_. London pag. 225.
[39] E. BARET, _Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du
midi de l’Europe_, pag. 262.
[40] Nella «Novella del Monaco.»
[41] Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è
inserita nel poemetto: _Troilus and Cressida_ I, 400.
[42] _Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate da_ G. FRACASSETTI.
Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.
[43] F. MAMROTH, _G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von
Boccaccio_. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.
[44] A. KISSNER, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn,
1867, Pag. 76.
[45] NOGUIER, nella sua _Histoire de Toulouse_, afferma che Griselda
visse realmente nel 1103. BOUCHET (_Annales d’Aquitaine_, III.) dice:
«Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche il FORESTI (_Supplemento
delle Cronache_) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero.
Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare
sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.
[46] _I Precursori del Boccaccio_ etc. Firenze, 1876. Pag. 42.
[47] _Lett. cit._
[48] Cfr. LANDAU, _Die Quellen des Decameron_, Pag. 156 segg.
[49] _Note a Rabelais_. Cfr. DUNLOP, _Hist of Pros. Fict_, London,
1888, II, pag. 145.
[50] _Fabliaux_ I. 269.
[51] _Ist. del Decam._ Firenze, 1732. Pag. 603.
[52] _Memoires pour la vie de Petrarque_. III. pag. 797. Cfr. TYRWHITT,
_op. cit._ 61, _n._
[53] _Geschichte des Dramas_, Leipzig, 1867, I. pag. 639. Il _Lai del
Fresne_ di Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha
che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non
può essere considerato come fonte originale.
[54] Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati
l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la
sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi
della casa paterna si diede.»
[55] Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato
origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su
Griselda di Reinhold Köhler, inserito nella _Encyklopädie von Ersch
und Gruber_. Vedi anche: WESTENHOLZ, _Die Griseldissage in der
Litteraturgeschichte_. Cfr. _Zeischrift für Deutsche Philologie_, XXI,
p. 472. Per la letterat. russa vedi WESSELOFSKY, _La Griselda ecc._ in
_Civiltà italiana_, Anno I. pag. 156 e segg.
[56] Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso,
dando alla frase un altro movimento.
[57] La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e
all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’opera _De
Contemptu mundi_, di Innocenzo III. È curioso che la espressione
latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue
prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel
testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85): _radice
malorum cupiditate affecti_.
[58] La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti.
Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.
[59] Che il Chaucer avesse conoscenza del _Novellino_ non è provato:
altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelle
_Canterbury Tales_ non ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una
fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per
supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalle _Cento
Novelle Antiche_ (Gualt. 38. Borgh. 36).
[60] Della conoscenza che il Chaucer ebbe dei _Fabliaux_ francesi parla
il Wright nei suoi _Anecdota literaria_.
[61] _Op. cit._, pag. 131.
[62] Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri,
e per la versione orale popolare, vedi D’ANCONA, _Le Fonti del
Novellino_, in _Studi di Critica e Storia Letteraria_.
[63] Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben
poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto
agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora
l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della
novella.
[64] Nello stesso metro è anche _The King of Tars_, che ha, in alcune
espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In
questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460–1520) una
ballata burlesca, intitolata: _Sir Thomas Norray_.
[65] Cfr. Hertzberg, _op. cit._
[66] In _Letters on Chivalry and Romance_. Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._
II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno
dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come
una parodia dei cantari cavallereschi.
[67] Cfr. TYRWHITT, _op. cit._ e RITSON _op. cit._
ERRATA–CORRIGE
ERRATA CORRIGE
Pag. 24. Aviceno Avicenna
» 52. soccorerci soccorrerci
» 77. il campo «ha «il campo ha
» 94. che tormentano, in questo mondo, che tormentano in questo mondo
» 113. abbi pietà, abbi pietà
» 115. levando in alto, la mano levando in alto la mano,
» 123. diedero dànno
» 150. _Malkins_ _Malkin_
» 152. Alceste Alcesti
» 174. «Chi Chi
» 195. coraggio il coraggio
» 196. Mentre il senatore, Mentre il senatore
» 197. nostro Signora nostra Signora
» 224. E È
» » posa possa
» 287. e poi o poi
» » Dio le sue Dio con le sue
» 293. restarono atterriti restarono attoniti
NOVELLE DI CANTERBURY
PROLOGO
Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo,
rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che
ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col
molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura,
e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete;
quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta
la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio
della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi
in moto; e i pellegrini[1] vanno in cerca di straniere piagge, per
visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada[2]. E in gran
numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra
a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che
fece loro la grazia, quando erano malati.
Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria
del _Tabarro_, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi
divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una
brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che
si erano trovati, per caso, lì al _Tabarro_, per andare a Canterbury,
come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna
abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.
In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola
con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla
promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada
di Canterbury con loro.
Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e
il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di
questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi
fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un
cavaliere.
C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando
montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria,
la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in
prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e
gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la
sua dignità di valoroso cavaliere.
S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città
della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro
cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in
Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a
Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel
mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte
si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra
fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.
Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè
contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse
così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare
modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato,
una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita,
neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma
era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale
arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco
brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine
della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a
Canterbury.
Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di
sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati
artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di
anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa,
e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in
Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato
valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in
grazia alla sua bella.
Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto
paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava,
o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la
freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con
maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel
cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore,
bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte,
per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.
Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in
qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da
scalco.
Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un
valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso
colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di
frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva
scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco.
Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il
mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un
fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con
la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S.
Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro
verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.
C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto
semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si
chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola
dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che
parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto
quello di Parigi. Stava a tavola con tutte le regole: non c’era caso
che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la
salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non
le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere
bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il
labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola
macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e
la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e
piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava,
con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi
gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.
Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa,
che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o
ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e
schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva,
o buscava per la strada una bastonata un po’ forte. Era una donna piena
di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato
con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come
il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una
rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e
raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.
Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare
io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di
piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel
medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona;
e dopo il motto: _Amor vincit omnia_. Aveva con sè un’altra monaca che
le faceva da cappellano, e tre preti[12].
C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per
andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio
di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando
passava col suo cavallo, si sentiva da lontano il rumore dei sonagli
ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della
cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.
Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S.
Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia;
meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo
nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere
un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13] è un pesce fuor
d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio
un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un
soldo[15].
E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un
chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul
libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani
lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove
anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme,
il diritto di lavorare. Però era un forte ed abile cavaliere, ed aveva
dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia
della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun
costo.
Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla
mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel
suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo,
molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un
nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come
uno specchio.
Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero
passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva
gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa
gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di
stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso;
insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse
l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bello grasso, era il
migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca
di cipresso.
C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro,
il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti
e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse
scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a
spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo
ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto,
ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma
anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso
diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio
di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto
indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare
qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a
fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere
macchia nella coscienza, e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima
di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi
della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di
piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare
una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi
senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare
qualche cosa ai poveri frati.
Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli
coltelli[18] e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne
avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e
suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era
insuperabile.[19] Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso
campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove
era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri
cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non
che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era
possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quella non era
davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli;
perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio
da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva
subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio.
Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la
confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di
lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una
povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di
scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre;
con tanta dolcezza sapeva dire il suo: _In principio_. Era, poi, così
accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo
commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo,
abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche
questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse
l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca
frusta frusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava
una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come
una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di
lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce.
Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano
come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile
frate si chiamava Uberto.
C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari
colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di
castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati.
Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava
accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche
cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel
fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto
abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo
bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità: e con tanta
accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in
prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche
debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la
verità, non so come si chiamasse.
C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava
con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche
lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era
smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva
comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non
era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a
capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben
rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino,
o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con
tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che
poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per imparare
qualche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che
contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare,
non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo
studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre
correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto
criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual
piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.
C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24] colta e
intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e
giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente
delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a
tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i
suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in
tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina,
e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva, e d’ogni parte
gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare
i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà;
e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo
d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare
anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e
giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27].
Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che
nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli
del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari
colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta
del suo vestiario.
Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba
bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La
mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel
vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e
pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere.
Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del
suo paese [29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della
migliore qualità [30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino
che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore,
qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande
abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con
tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la
sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in
gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e
i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se
in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo
c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.
In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato,
non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era
bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsa di
seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un
proprietario bravo come lui non s’era mai visto.
Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore,
un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e
numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e
pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato
in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano
tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe
potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32].
Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto
più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente
sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere:
sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in
chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i
primi posti, è una bella soddisfazione.
Insieme con loro c’era un cuoco, che avevano portato apposta, per
fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina,
e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore
di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza
sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla
gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta,
e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad
una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!
C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era,
per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio,
un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli
arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone,
portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato
il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio
a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla
nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino,
senza tanti scrupoli di coscienza.... ..................[35]
Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree,
le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare
l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno,
neppure a cercarlo da Hull[36] a Cartagine. Era coraggioso, e nello
stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una
tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti,
i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi
della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamava _Maddalena_.
Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo
l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche
l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli
delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva
rendere l’oroscopo[39] favorevole all’ammalato.
Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal
freddo, sia dal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con
un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato.
Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe
della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli
speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni
e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo
il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e
Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino,
Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].
Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile
a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito
rosso–sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina.
Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo
s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in
cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale del
medico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.
C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per
sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le
sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la
parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di
lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle
innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in
fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per
vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano
almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto,
ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una
bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in
fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque
volte l’altare[44] per andare a marito, e da giovane non aveva avuto
mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di
andarlo a rivangare. Era stata tre volte a Gerusalemme, e aveva passato
molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e
Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per
dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un
buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello
largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che
le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un
bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che
era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte
di questo vecchio giuoco era provetta[46].
C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città,
il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava,
sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i
suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima
premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta
rassegnazione nella sventura.
Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47],
e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi
poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e
qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui
ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto
grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città;
nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i
suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli.
In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava
agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso
con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il
ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il
cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa
vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a
delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con
l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»
Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il
beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge.
Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per
l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche
confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura
alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via
qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene
avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza
quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva
sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che
quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno
si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse
un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si
meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo. Nemico
di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue
prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei
suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.
Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva
caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso
e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio
con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il
suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo,
che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano,
zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si
potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre
per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava
puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche,
e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un
tabarro.
C’erano anche un mugnaio, un economo, un fattore, un cursore un
mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.
Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa
così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta
riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato,
e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o
sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole
della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una
pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un
ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa,
e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e
uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone,
un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva
un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano
a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50].
Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era
vestito di bianco, con un cappuccio celeste in capo; e siccome suonava
molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori
della città.
L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di
avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far
la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava
non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il
modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare
qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono:
vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante,
avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?
I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina,
e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi.
Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci
di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese.
E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con
un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza
un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita
semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero
saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto
malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li
metteva tutti nel sacco.
Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba
fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati
i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva
un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di
carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo;
e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da
lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza
sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il
latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del
suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per
contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone
aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano
sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la
sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata.
Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi.
Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva
spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo
matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza,
del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti,
anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere
del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un
bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga
cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore
si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata
Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava
sempre in coda alla brigata.,
C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una
faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era
venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo
come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo
faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio,
piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti,
tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli
facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse
i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio,
di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso
come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi
aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando
tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti,
niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in
mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere
bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino
lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si
metteva a gridare: _Questio quid juris_[55].
Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più
buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino,
era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina:
egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche
merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi
se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno
dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini
dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro
la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce
lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il
colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde
l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal
_significavit_[57].
Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù [58]
della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava
sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori
come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di
scudo portava una focaccia.
Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di
Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio
allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in
gola: «Amor mio vien qui da me [59]»; mentre l’usciere con una voce che
sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo
mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi
come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo
qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava
senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva
di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli
svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre
gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta
aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la
sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma.
Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una
capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la
speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava
sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se
montava un cavallo o una cavalla.
Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui.
In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che
era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo
della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo
raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose,
e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando
trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli
rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E
così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua
gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete.
Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60]
ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva
che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61]
per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior
lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.
E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il
numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra
brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del
TABARRO presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo
quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra
cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.
Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi,
di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi
parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei
compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete
meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile,
di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a
come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è
costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla
metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si
riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna
badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo:
nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose
come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone,
signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa
leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].
Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a
ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la
propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno,
lo vedrete bene, è un po’ corto.
Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a
tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era
piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo,
il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta
cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In
Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di
accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di
umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e
ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse:
«Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho
mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse,
vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete
fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato
un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti
a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire
vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete
di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero,
nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul
suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi
propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e
con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio
consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello
che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che
farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la
testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»
La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che
non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro
accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.
«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve
ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco,
in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la
lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al
ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti
quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà
cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo
albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro
ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria,
verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida;
proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che
dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti.
Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi
farò trovare pronto per tempo.»
L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra
parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva
proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo
giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu
stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro
ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione
di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di
sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli
allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a
letto senza altro.
La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti,
e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango,
e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che
conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il
suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra
promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina,
vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa
bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi
si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!
Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64]
poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a
raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor
chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare
ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».
In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto
lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde
sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò
a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune
accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del
cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e
sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere
io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me!
Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»
Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di
buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa
novella.
NOVELLA DEL CAVALIERE
Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un
duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed
aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più
grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi
regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche
quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando
la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne
pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora
appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e
ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.
Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei
per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri,
a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia
fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa
regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo,
e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma
pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto
campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro
sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non
vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo
racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi,
chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.
Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e
quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito,
volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga
fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo
la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona
viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero
fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.
«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo
modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia
della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo,
ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite
di nero?»
Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte
in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:
«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero
la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione
di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi
a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così
generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere
disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o
regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici
interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il
vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata,
che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì
(quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere
in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là
durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira
e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare
oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare
una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno
sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto
ai cani.»
A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra,
e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione
di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi
il cuore.»
Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da
cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria
e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un
tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle,
e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era
possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che
tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di
Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.
E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse
a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle
nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella
notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad
Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo
aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a
cavallo, e via per la sua strada.
Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la
lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti
i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo,
tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in
Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal
fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo
da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E
per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e
leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti.
Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in
ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei
loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo
il costume d’allora.
Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che
levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie
con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io
ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.
Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città
di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino
a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto
i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando
nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora
accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due
giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali
giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e
ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone,
ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta
d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due
giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero,
precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati
li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta
cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e
li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre
in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col
suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e
là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga
torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre
nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire,
poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.
Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una
mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde
stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori
(poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi
delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il
solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia
poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza
improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo
dovere».
Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò.
Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e
i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per
le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre
il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi
e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa,
cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di
questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della
cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho
parlato e dovrò ancora parlarvi.
Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo.
Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso
del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in
alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino
verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per
diletto.
Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato,
e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma
perchè sono venuto al mondo?
Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una
finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua
bellezza si traesse indietro mandando un grido.
Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio,
che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato
così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa
soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore
di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa
sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o
di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il
pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra
nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»
Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che
non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in
questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi,
è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che
passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io
non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere
proprio Venere.»
E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua
volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata
creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino
irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro
lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»
A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna
seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza
di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non
era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane
beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi
concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»
Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma
tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico
davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia
di scherzare.»
Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti
farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono
tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due
di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno
all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci
avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che
noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed
io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi
dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece
mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e
servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.
Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui
il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad
un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu
dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho
il diritto di chiamarti un uomo sleale.»
Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e
non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella
donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi
creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io
l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come
ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.
Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci
il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge
ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale
abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque
condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e
giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza,
malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad
incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente,
una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.
Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la
vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè
tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia
senza speranza di riscatto.
Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un
osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere
nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e
si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si
suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama
quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre:
non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti
e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»
Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il
tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno
un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano
bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche
tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè
si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono
i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non
dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non
è mia intenzione scrivere questa storia.
Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere
d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e
tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente
non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare
dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto
di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno
di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di
sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di
rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta
verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un
gran pericolo.
Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel
cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa
di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al
mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima:
eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno.
Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo
legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La
sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno
della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.
Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in
questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in
prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato
essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed
io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni
giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso
qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò
che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia,
e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi
aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè
altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla
disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità,
addio tutto!
Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza
e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in
un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per
esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la
sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e
in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere
che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che
noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo
su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere
una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone;
e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello
stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.
Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte
sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo,
ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice
e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi
qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo
rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»
Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a
disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei
suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue
amare lacrime.
«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello,
pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.
Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del
mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare
tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così
accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o
come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato
che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla,
col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te,
mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai
posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le
sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti
dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»
Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta
furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda
della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con
la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola
di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo
genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale
più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene
ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato,
passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche
innocente.
Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia
soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa
sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio,
debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia
qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che
la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e
soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in
questo. È proprio così.
Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli
indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci
siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare
liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un
galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace,
mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per
l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il
sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per
giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»
Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad
Arcita.
L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene
dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero,
chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era
condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene;
Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere
la donna del suo cuore.
O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare
più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua
donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è
padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà
mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che
siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio
racconto.
Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il
giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna.
E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura
umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra,
e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava,
non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli
occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta
e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti,
e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno
cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era
così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si
riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.
Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato
colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva
un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte
anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben
dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era,
insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero
a raccontarvi le sue pene?
Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a
questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere,
in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse
di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la
boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli
luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio
come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della
morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato
che là abbiano fine i tuoi affanni».
A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho
inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad
Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la
donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della
morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide
che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di
prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite
lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria
di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in
Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto
fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi
accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato
tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava
ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise
sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un
uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga,
gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla
persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito
saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava
le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna
fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza
buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.
Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4]
serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano
affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui.
La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne
parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di
carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un
servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue
virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di
parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo,
il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli,
naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado.
Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la
rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre
modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare
meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la
passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene,
tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai
alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e
torniamo un poco a Palemone.
Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e
cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione.
Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una
parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione,
dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.
Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il
martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette
anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di
Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari
di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è
destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza
notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare
al più presto la città.
La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario
nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo
trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua
intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere,
giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di
aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una
di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era
proposto, e voleva riuscirvi.
Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava
neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi
affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il
naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i
grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore
di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano
sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto,
il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il
giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante
d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi,
qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto,
si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di
caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con
effusione al bel sole di Maggio:
«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu,
fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di
verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed
entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale,
proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a
un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che
Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma
dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il
bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli
uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di
convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura,
zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò
che egli diceva.
Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua
canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come
fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in
paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un
secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo
comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il
venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli
altri giorni della settimana.
Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere
lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto
tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di
Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di
Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad
esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea
diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua,
ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come
misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore
vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè
mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato,
che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone,
l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io
e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione.
Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha
trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo
cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la
mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli
occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi
importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»
E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di
sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come
passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante
dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il
racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori
dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita,
falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di
amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste
pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi
giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In
questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non
cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia;
io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone,
il tuo mortale nemico.
E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di
prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare
all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè
non c’è per te altro scampo.»
Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto
udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada
e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei
tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè
non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza
cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi
che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa
che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta
la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi
contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente,
io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è
accaduto fra noi.
Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu
sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio.
Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche
a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu
vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti
pure la donna in premio».
Palemone rispose: «Va bene, accetto».
E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva
lealmente promesso.
O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire,
che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa
meglio di Arcita e Palemone.
Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina
seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature
complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero
misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature
davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito
i due amici si ritrovarono.
Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace
appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal
fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e
foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o
egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi,
trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche
salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli.
Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con
lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere
che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una
tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di
spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino
al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e
torniamo a Teseo.
Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo
mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini
hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo,
un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni,
se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî,
di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza
dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di
Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente
per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai
a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo
seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un
divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica
ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.
Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo
giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se
ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che
indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo
bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi
si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito
fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella
direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che
stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato,
portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere,
scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori.
Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il
più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi
fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro,
con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa.
Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale,
davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi
che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un
ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»
Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la
verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati
prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro
giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel
primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio.
O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te
ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu
bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la
morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi
Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo
hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.
E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia
confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per
sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo
così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a
gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte;
ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di
essere uccisi.»
Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra
stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo
dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura,
e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»
A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina
cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito.
Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che
solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente
feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate
compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra,
volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a
pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da
principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che
avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira
li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli.
Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di
scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte
quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso
al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano
che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso,
quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni
costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha
poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla
stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo
impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce
alta, queste precise parole:
«_Benedicite!_ Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua
potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli.
Il cuore degli uomini è in mano sua.
Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto
vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me
un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi,
da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi
più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’
per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che
si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro
padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a
levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire
Amore ad ogni costo.
Ma il più bello è questo: che la donna della quale sono, tutti e
due, così gelosi, può ringraziarli, di tanto amore, precisamente come
me. Poichè di questa interessante faccenda, per Dio, non ne sa nulla
davvero[8]. Tutti, però, giovani o vecchi, di sangue caldo o pezzi di
ghiaccio, dobbiamo esser messi alla dura prova: tutti, una buona volta
dobbiamo perdere la testa per una donna. Io stesso ci sono cascato,
a suo tempo, ed ho servito come gli altri. E perchè, appunto, so per
prova le pene dell’amore, e, preso più d’una volta nei suoi lacci,
conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca; io vi
perdono, o cavalieri Tebani, per amore della regina, che me lo domanda
in ginocchio, e della mia buona cognata Emilia. Ma voi, qui stesso, mi
dovete giurare che non cercherete mai di insidiare la mia terra, di
attaccarmi e di costringermi a combattere, nè di giorno nè di notte. Io
vi perdono interamente, purchè siate, in ogni occasione, amici miei».
Palemone e Arcita giurarono che avrebbero fatto tutto ciò che egli
chiedeva; e lo pregarono, fino da quel momento, di concedere a tutti e
due la sua pietosa protezione. Teseo promise loro tutto il suo favore,
e soggiunse: «Quanto ad Emilia, per la quale è nata tra voi questa
battaglia e questa gelosia, io trovo che se anche fosse una regina o
una principessa, non potrebbe desiderare di meglio che sposare, un
giorno, uno di voi due: poichè senza dubbio ne siete ugualmente degni,
pel vostro lignaggio e per le ricchezze vostre. Ma capirete bene, che
non può sposarvi tutti e due. Quand’anche doveste disputarvela con le
armi eternamente, uno dovrebbe tornarsene per forza con le pive nel
sacco;[9] insomma, siccome non la potete sposare in due, abbia fine,
oramai, la vostra gelosia e la vostra rabbia. Io farò in modo che
ognuno di voi abbia il suo destino, e non si possa lamentare. Sentite,
dunque, come ho pensato di finire, una buona volta, questa avventura.
Il mio avviso, per venire ad una conclusione decisiva, senza che ci si
debba più tornare sopra, sarebbe questo, che approverete se vi piacerà.
Ognuno di voi vada, oggi stesso, liberamente dove crede, senza riscatto
e sicuro; ma passate cinquanta settimane da questo giorno, voi dovrete
ritornare tutti e due qua, dovunque siate, portando ciascuno cento
cavalieri armati di tutto punto, pronti per entrare in lizza, e venire
a battaglia. Ed io sulla mia parola di cavaliere, vi prometto che chi
di voi due uscirà vittorioso dal torneo, cioè abbia la fortuna di
uccidere, coi suoi cento cavalieri, l’avversario, o di metterlo fuori
di combattimento, avrà da me Emilia in isposa.
Farò fare in questo stesso luogo la lizza, e Dio mi salvi l’anima
davvero, se io sarò un giudice equo e coscienzioso. La cosa non
sarà definita, fino a che uno di voi non resti ucciso, o sia fatto
prigioniero. Ditemi ora quello che pensate della mia proposta e se vi
pare che io abbia parlato bene, approvatela; questa deve essere la fine
e la conclusione della vostra avventura».
Chi era più felice, in quel momento, di Palemone? Chi più di Arcita
matto dalla contentezza? Chi potrebbe raccontare o descrivere la gioia
di tutti, quando Teseo ebbe fatto una grazia così bella? Tutti si
inginocchiarono davanti a lui, ringraziandolo di cuore, e specialmente
i due giovani tebani.
Quindi Palemone e Arcita, con l’animo pieno di speranza e di felicità,
presero commiato, e s’incamminarono, a cavallo, verso Tebe dalle grandi
ed antiche mura.
Ma io non posso seguitare il mio racconto senza dirvi quello che
spese Teseo, per far preparare subito la lizza: son sicuro che qualcuno
non mi perdonerebbe una negligenza simile. Poichè si tratta di un
anfiteatro così grande e così bello, che ci scommetto, non c’era
l’uguale in tutto il mondo. Aveva quasi un miglio di circuito, cinto
tutto intorno di mura in pietra, in modo da formare un circolo perfetto
come quello tracciato da un compasso. Nell’interno c’erano delle
gradinate, all’altezza di sessanta passi l’una da l’altra in modo che
chi stava seduto davanti, non impedisse di vedere a quello che gli era
dietro. Si entrava nella lizza per due porte di marmo bianco, uguali
precise, che guardavano una ad oriente e l’altra ad occidente. Insomma,
per farvela corta, basti dire che non si era mai visto sorgere, in
così breve tempo, sulla terra, un edificio come quello. Poichè quanti
ingegneri pittori e scultori erano in Atene, tutti furono chiamati da
Teseo, e mantenuti a sue spese, per costruire l’anfiteatro e dirigere
i lavori. Sopra la porta ad oriente fece costruire una cappella con un
altare, in onore di Venere, dea dell’amore, per celebrarvi i suoi riti,
e fare i debiti sacrifici; sopra quella ad occidente ne fece costruire
un’altra compagna per onorare la memoria di Marte, e tutti e due
costarono una somma favolosa[10]. Una terza, poi, in onore di Diana,
pudica e casta dea, Teseo fece innalzare con grande magnificenza,
dentro una piccola torre, che si levava sul muro di cinta verso il
Nord E questa era tutta d’alabastro e di corallo, un vero splendore di
ricchezza.
Ma dove lascio le magnifiche incisioni, le pitture e le belle immagini
effigiate in queste tre cappelle?
Nel tempio di Venere, appena entrati, si vedevano figurati sul
muro, in un quadro commovente, i sonni interrotti, i dolorosi
sospiri, le amare lacrime, i lamenti, e i fieri colpi di passione,
che tormentano, in questo mondo, i servi d’amore, i loro giuramenti
e le loro promesse. In bell’ordine, poi, erano dipinti sulle pareti
il piacere e la speranza, il desiderio e l’audacia, la bellezza e la
gioventù, il ruffianesimo e l’oro, la civetteria e la violenza, la
menzogna e l’adulazione, la prodigalità e gl’intrighi, la gelosia con
una corona d’oro in testa e un cuculo appollaiato sopra una mano,
feste e strumenti musicali, carole e danze, libidine e lusso. Tutti
i compagni dell’amore, insomma, c’erano rappresentati, in un numero
molto più grande di quello che io ho ricordato e potrei ricordare. Il
monte Citerone, per esempio, sul quale Venere ha la sua principale
dimora, si vedeva dipinto sul muro col suo giardino e con tutta la
gaia serenità che vi spira attorno. Il pittore non si era dimenticato
di nulla: c’era l’ozio che stava a guardia sulla porta, Narciso,
famoso per la sua bellezza, c’era la pazzia di re Salomone, la forza
maravigliosa d’Ercole, gl’incantesimi di Medea e di Circe, Turno
audace e coraggioso, e finalmente il ricco Creso in mezzo alle catene.
Questo quadro dimostrava che il sapere, l’oro, la bellezza, l’astuzia,
la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti
insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. E tutta
quella gente che si vedeva lì dipinta, era caduta nelle sue reti, e si
lamentava, senza tregua, pel dolore. Per far presto io vi ho ricordato
solamente qualche esempio, ma ce n’erano ancora più di mille.
Nuda in mezzo alla gloria del mare, spiccava la splendida figura di
Venere, cullata dall’onda azzurra e cristallina, che le nascondeva la
parte inferiore del corpo. Nella destra stringeva una cetra[11], sopra
la sua testa leggiadra, incoronata di freschissime rose, svolazzavano
le sacre colombe. Dinanzi le stava il figlio Cupido, con le ali alle
spalle e la benda agli occhi, armato dell’arco e di frecce lucide e
appuntate.
Perchè non vi dovrei descrivere, ora, anche le figure effigiate nel
tempio di Marte rubicondo? Tutta intera una parete rappresentava
l’interno dei gran tempio di Marte in Tracia, nell’aspra regione dove
il Dio ha il suo regno.
Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza
foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve.
E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano
che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio
di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga
e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale
tempesta,[12] che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non
avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità;
solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era
tutta di diamante, attraversata, per lungo e per largo, da fortissime
sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14] colonne che
sostenevano il tempio, luccicanti al sole.
Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del
delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo
di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era
l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che
brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che
assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la
rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un
cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il
suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore
lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello;
e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al
tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano
poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15],
le grida disperate, e le imprecazioni, la carogna distesa per terra,
vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti
caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda,
la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte.
C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il
cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il
bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo
lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico
influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.
Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il
fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su
in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria,
seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile
filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta
la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i
quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte
minaccioso destinava loro. Poichè in quel quadro c’era dipinto, come
nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere
ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio
tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure
se io volessi.
Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo
sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che
nelle antiche scritture sono chiamate: una _Puella_, e l’altra
_Rubeus_[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli
occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo.
Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine
lavoro in matita.
Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò
le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e
là su le pareti.
Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna
in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed
io non so dirvi altro. Anche suo figlio, come ognuno poteva vedere,
era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la
figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo
per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo
riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si
vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e
molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori.
C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non
ho voglia di ricordare.
La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi
piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma
già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco
in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù,
verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna
presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava
pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio
d’ogni altro puoi aiutarmi».
Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve
avere speso un occhio nei colori.
La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di
danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne
rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.
Ma lasciamo un poco lui, e torniamo a Palemone e ad Arcita.
Si avvicinava il giorno del loro arrivo, coi cento cavalieri per
il torneo; e tutti e due, secondo i patti, giunsero in quel giorno
in Atene con cento cavalieri armati di tutto punto e pronti alla
battaglia. Più d’uno, certamente, pensò che mai, da che il mondo è
mondo, s’era veduto (per quanto siano sconfinati il mare e la terra
che Dio ha creato) un’accolta così bella di prodi ed eletti cavalieri.
Poichè quanti amavano la cavalleria ed aveano desiderio di acquistarsi
un nome glorioso, chiesero di prendere parte a questo torneo, e fu
fortunato chi potè essere scelto. Chè se domani ci fosse un torneo
simile, voi siete certi che ogni ardito cavaliere il quale fosse amante
di imprese amorose ed avesse sangue nelle vene, inglese o di qualunque
altra terra, vi accorrerebbe con gioia e vorrebbe prendervi parte.
Combattere per una donna! _Benedicite_, dovrebbe essere una gran bella
vista!
Con Palemone, dunque, vennero molti e molti cavalieri. Alcuni erano
armati di una maglia di ferro e di una corazza con una veste corta;
altri avevano al petto e alle spalle due larghe piastre d’acciaio, o
portavano uno scudo prussiano o una targa; alcuni avevano le gambe
ben difese dagli schinieri, ed impugnavano un’accetta o una clava
d’acciaio. Naturalmente non c’è moda, per quanto nuova, che una volta
non sia stata vecchia: così ognuno s’era armato come gli era sembrato
meglio.
Insieme con Palemone vedevi, tra gli altri guerrieri, perfino Licurgo,
il grande re della Tracia. Aveva barba nera e faccia maschia, con occhi
luccicanti tra il giallo e il rosso; portava i capelli ben pettinati
sulla fronte austera, e mentre camminava si guardava attorno come un
grifone. Era grosso, ed aveva ossa dure e forti, larghe spalle, e le
braccia rotonde e lunghe. Secondo il costume del suo paese sedeva in un
carro d’oro tirato da sei bovi bianchi. Invece della cotta d’armi sulla
bardatura c’era una vecchia pelle d’orso divenuta nera, col tempo,
come il carbone, adorna di borchie gialle, che luccicavano come l’oro.
I lunghi capelli gli cadevano dietro sulle spalle, ed erano lucidi e
neri come una penna di corvo. In testa portava una corona d’oro dello
spessore di un braccio, tempestata di pietre preziose, di finissimi
rubini e di diamanti. Attorno al suo carro c’era una ventina di mastini
bianchi, grossi come un vitello, che servivano per la caccia del leone
e del daino, con una muserola d’oro fermata strettamente e l’anello del
collare ben pulito. Il seguito era composto di cento cavalieri forti e
coraggiosi, armati di tutto punto.
Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva,
simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il
quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella
coperta in oro. La sua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito,
tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro
massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto
coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli
cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano
come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra
rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e
là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel
suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco,
venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando
parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una
corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per
divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva
un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che
lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che
in questa nobile schiera s’erano radunati, per amore, e per spirito
di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re
Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.
Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di
domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.
Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li
ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo
il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da
fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che
tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli
fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non
starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il
ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di
qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte;
non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le
signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio
cantare e carolare, nè chi aveva più sentimento nel parlare d’amore.
Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in
alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo
il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne
avete voglia.
La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì
cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si
alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente,
in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere
onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla
lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo
atto di adorazione disse:
«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e
sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone,
per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e
calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.
Ah! Io non trovo parole per esprimere tutto quello che soffro, tutto
l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di
manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi
manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi
leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto
questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le
forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla
castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.
Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi
domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del
premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a
destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al
suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio
sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari
o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per
quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su
nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io
adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o
uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco
in tuo onore.
Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di
far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè
una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che
Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti
prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’
che io m’abbia l’amor mio».
Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece
subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari
e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il
sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone
si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta
con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva
aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò
se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.
Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il
sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio
di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto
l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso,
nemmeno i corni pieni di miele.
Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col
cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma
non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè
anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe
una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’
di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è
meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le
cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di
foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne
andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di
cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella
Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.
Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e
supplichevole parlò a Diana in questo modo.
«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e
il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle
vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il
mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua,
per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che
io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio
innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla
del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio
divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia
degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne
scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa
che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così
caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo
che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto
il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi
questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di
loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.
Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle
guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini,
proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò
al tuo servizio».
I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva
questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione.
Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese,
mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato
nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia
ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non
sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e
per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.
Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in
mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse:
«Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito,
e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno
dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto
dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire.
Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi
che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua,
quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».
E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra
risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai
dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a
te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così
finì ed io non ho altro da dire.
Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al
tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo
il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa
preghiera.
«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui
sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e
dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo
pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e
che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei
tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai
sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di
Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le
tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel
dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano,
ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua
moglie.
Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non
m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la
donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di
me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo,
prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo
della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore
la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia
aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che
domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia
tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni
altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa
grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della
mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo
altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la
mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal
rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu
ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro
non ti chiedo».
Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della
porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che
Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante,
che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò
improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la
mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la
statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme
al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò:
«Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte.
Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a
casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole.
A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un
tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente
Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la
pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante
e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e
la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti
in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte
risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un
vecchio con le gambe, ma con la testa no.
Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un
rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei.
«Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il
quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza
di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente
affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione,
e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione
delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella
costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio
influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla
testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto
il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi
tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza.
Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che
è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso,
quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a
proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete
alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace.
Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non
piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi».
Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io
voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia.
Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua
leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica
passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere.
La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano
alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani
allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno
strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro
destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo.
Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro
e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature,
elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri
in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali
chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli
elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge.
Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le
mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che
rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano
d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a
piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata
per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano
zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento
mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era
pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano
una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due
cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo
e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri
per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i
capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero
feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano
un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre».
Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua
questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il
gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase
in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono
condotti, con uguali onori, al palazzo.
Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio
sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte
per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e
le sue disposizioni.
Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero
silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente
loro Duca:
«Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe
un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo
torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire
che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito.
Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi
di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare
o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà
assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa.
Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che
sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in
un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi
dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto
prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà
immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in
ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne
avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca».
Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con
quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi
il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente
del sangue».
Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si
avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era
tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile
Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e
dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla
rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così
attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora
giorno fatto.
Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia,
e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto,
tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò
difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad
occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta
che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere,
Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A
cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così
uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe
potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità,
per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto
erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto
i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando,
fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte
dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate
ora il dovere vostro».
Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo
sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono
a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li
sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere
abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti
scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie
delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti
vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue
sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i
fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve
la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e
cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le
gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta
di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito
nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto,
secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca
la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i
combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia.
I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte
l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui
il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la
ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone
in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si
inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere
il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue
sgorga rosso dai fianchi.
Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il
sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con
la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva
cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di
combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che
era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio,
nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di
una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso.
Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il
suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare
là, secondo i patti stabiliti prima.
Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad
abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro
gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è
finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice
imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la
fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza».
A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente,
che per un momento parve che il gran teatro franasse.
Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la
regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non
era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è
accaduto».
Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti
disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere
ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata».
I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia
gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma
abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che
razza di miracolo avvenne lì per lì.
Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la
pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la
sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si
sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai
tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo
mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone
per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò
ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che
Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo
fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva
fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue
gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la
faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo.
Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore,
al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura,
e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non
faceva che piangere per la sua Emilia.
Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa,
attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante
la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto
più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto
sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto
che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto,
sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al
quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi
e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le
braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta
di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il
nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai
cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni,
come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era
ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una
sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può
capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone,
e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che
lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e
servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia
di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una
vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie,
fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna
schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse
di premiare due soli fratelli.
Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il
suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso
parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso
giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne
ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era
un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi
del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita.
Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva
sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era
aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si
corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè
bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto
per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e
ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi,
e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto.
Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo
corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun
potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio
medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma,
è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva,
mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così:
«Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di
quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè
io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che
a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto
dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura
cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina
del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è
dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice
con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo,
senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente
fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico.
Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone,
per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida
all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un
uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù,
modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le
qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo
che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la
vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare
Palemone il gentile cavaliere».
Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della
morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al
petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco
scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo
quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono
gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo
sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me,
Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve
lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e
poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime,
non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire
l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita
è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad
Emilia.
Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette
sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di
Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la
disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne
quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si
disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che
finiscono per andarsene anche loro.
Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo
Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano.
Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore
fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi
i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi
conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?»
Teseo non sapeva darsi pace di questa disgrazia, e solo il vecchio
padre Egeo riuscì a consolarlo, pratico come era delle eterne
vicissitudini di questo mondo. Avendo veduto, nella sua vita,
alternarsi senza posa la gioia e il dolore, il dolore e la felicità,
con questo esempio dette al figlio una immagine di ciò che è il mondo,
per vedere di consolarlo.
«Come non morì mai uomo, prese egli a dire, il quale un giorno non
avesse vissuto, in qualche modo, su questa terra, così non visse
mai uomo, il quale non sia morto. Il mondo non è che una stazione
di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che
giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri
guai».
Queste e molte altre cose disse il vecchio, esortando tutti alla
rassegnazione.
Teseo cercò, con ogni cura, il luogo più degno e conveniente, dove
seppellire il buon Arcita. E volle, finalmente, che in quello stesso
bosco placido e verde, nel quale Arcita e Palemone avevano combattuto
per amore, dove Arcita aveva sofferto, per amore, tanti affanni, tanti
e sì cocenti ardori, si innalzasse un rogo, ed ivi si facessero i
sacrifici ed il funerale. Quindi dette ordine di tagliare le vecchie
querci del bosco, di spaccarle, e di preparare, coi tronchi, la
catasta per il rogo. I suoi ufficiali montarono a cavallo in fretta ed
eseguirono subito gli ordini ricevuti. Teseo intanto mandò a prendere
una bara, vi distese dentro un drappo d’oro, il più ricco che aveva,
e dello stesso drappo vestì Arcita, al quale furono messi i guanti
bianchi, una corona di alloro fresco in testa, e una spada lucida ed
appuntata in mano. Così vestito, Teseo col volto pallido e spaurito
lo depose nella bara, e cominciò a piangere amaramente. Poi perchè
tutti potessero vedere il prode cavaliere, venuto il giorno, lo fece
trasportare nella gran sala del palazzo, dove era un continuo via vai
di gente che piangeva e gridava.
In questo mentre giunse, tutto addolorato, il tebano Palemone, con
la barba incolta, i grigi capelli arruffati, e in abito di lutto; il
suo dolore era più forte di quello che tutti gli altri sentivano,
ed egli piangeva più amaramente anche d’Emilia. Perchè il funerale
riuscisse più splendido e degno, Teseo fece portare tre bei cavalli
bianchi bardati di lucido acciaio, e su ciascuno di essi fece montare
un cavaliere armato delle armi di Arcita: uno infatti teneva in mano il
suo scudo, un altro la lancia, e il terzo l’arco turco ed il turcasso
d’oro; e così armati i tre cavalieri cavalcavano lentamente e col
volto addolorato pel bosco. I più nobili dei Greci che erano in Atene
portavano la bara sulle spalle, percorrendo a lenti passi, e con gli
occhi rossi e bagnati di pianto, la via principale della città che
era tutta parata a nero. A destra del feretro c’era il vecchio Egeo,
a sinistra Teseo, e tutti e due recavano vasi d’oro finissimi, pieni
di miele, latte, sangue e vino. Dietro loro veniva con un gran seguito
Palemone, e quindi Emilia, che, secondo il costume d’allora, portava in
mano il fuoco per accendere il rogo.
Tutti erano in faccende per preparare la legna, ed ormai la catasta
toccava il cielo con la verde cima, e i tronchi stendevano per una
ventina di braccia i loro rami. Il primo strato del rogo era formato di
fascetti di paglia.
Ma non starò a raccontarvi per filo e per segno come l’avessero
innalzato, e vi risparmierò i nomi di tutti gli alberi che furono
atterrati, insieme con le querci, gli abeti, le betulle, gli ontani, i
lauri, i pioppi, i salici, gli olmi, i platani, i frassini, i bossi,
i castagni, i tigli, gli aceri, gli spini, i faggi, i nocciuoli,
e i tassi. Non vi dirò come i silvestri dei, privati della loro
abitazione, fuggissero di qua e di là, abbandonando quel bosco dove
Ninfe, Amadriadi e Fauni avevano avuto fino allora tranquillo e
sereno albergo. Nè vi racconterò come gli animali e gli uccelli tutti
scappassero spaventati allorchè il bosco fu atterrato; nè come il suolo
della selva, non abituato alla luce del sole, rimanesse spaurito di
tanto splendore improvviso. Non dirò, che il rogo era formato prima
di uno strato di paglia, poi di tronchi secchi spaccati in tre pezzi,
poi di uno strato di verzura e di aromi, coperti da un panno d’oro
pieno di pietre preziose, attorno al quale erano appese corone di
molti fiori, con la mirra e l’incenso dal dolce profumo. Non starò a
raccontare come Arcita fu deposto in mezzo a tutta questa roba, nè a
fare il conto di tutte le ricchezze che erano attorno il suo corpo;
nè come Emilia dando fuoco al rogo secondo l’uso di quei tempi, venne
meno dalla commozione, nè ciò che disse o desiderò in quel momento, nè
quali gioie furono gettate nel fuoco allorchè si levarono le fiamme
divampando, nè come dei presenti chi gettava nel fuoco lo scudo, chi la
lancia, chi parte dell’armatura, o coppe piene di vino, di latte, di
sangue, che bruciavano subito come fossero di legno. Non vi dirò come
i Greci in lunghissimo corteo cavalcarono per tre volte attorno alle
fiamme, incominciando da sinistra, con grida altissime e squassando per
tre volte la lancia; nè come per tre volte le donne si abbandonarono
ai lamenti, nè come Emilia fu ricondotta a casa ed Arcita, divenuto un
mucchio di cenere fredda, fu vegliato dai Greci che passarono la notte
in mezzo ad ogni genere di giuochi. Non starò a dirvi quali furono
questi giuochi fatti durante la veglia, nè chi, untosi il corpo d’olio,
fu il miglior lottatore e si portò meglio riuscendo a battere sempre
l’avversario. Non dirò, finalmente, come, finiti i giuochi, tutti se
ne ritornarono in Atene, poichè è ormai tempo di venire alla fine di
questa lunga novella.
Col tempo, passati alcuni anni, fu stabilito, per comune consenso, che
avessero fine i lamenti e le lacrim
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