Gli eretici d'Italia, vol. II
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Title: Gli eretici d'Italia, vol. II
Author: Cesare Cantù
Release date: November 3, 2014 [eBook #47277]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI ERETICI D'ITALIA, VOL. II ***
GLI
ERETICI D'ITALIA
DISCORSI STORICI
DI
CESARE CANTÙ
_Error cui non resistitur,
approbatur: et veritas quaæ minime
defensatur, opprimitur._
Papa FELICE III ad Acacio.
VOLUME SECONDO
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
1866
DISCORSO XXI.
PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.
Alessandro Farnese avea studiato sotto Pomponio Leto, poi alla Corte dei
Medici erasi formato nell'erudizione elegante e ne' facili costumi;
parlava squisitamente italiano e latino, rifuggendo ogni frase che
classica non fosse: amante delle belle arti, cominciò in Roma il più bel
palazzo del mondo; teneva splendida villa presso Bolsena; affabile e
mansueto quanto magnifico, indulgeva alle fragilità umane, e prediligeva
un figlio, che poi diffamossi col nome di Pier Luigi duca di Parma. Da
Alessandro VI creato cardinale, in quarant'anni aveva assistito a cinque
conclavi; quando di sessantasette anni, in prima per ispirazione, poi
per iscrutinio, i trentasette elettori a schede aperte lo celebrarono
papa.
Da Martino V in poi nessun altro romano era salito pontefice, onde
pensate che tripudj menò il popolo! Denominatosi Paolo III, non volle
che i Farnesi paressero da meno dei Medici, sicchè ordinò a Michelangelo
di continuare i cartoni pel Giudizio universale e i palazzi sul
Campidoglio; fece in Vaticano la sala Regia e la cappella Paolina, sul
Palatino gli orti Farnesiani, e può dirsi rifabbricasse Roma; colla
fortezza Paolina tenne in freno i Perugini: spossessò i sempre riottosi
Colonna. Persuaso che si riesce sempre, purchè s'abbia la pazienza
d'aspettare e l'abilità di cambiare le vie secondo le circostanze,
bilanciossi anch'egli tra la Francia, sempre breve dominatrice in
Italia, e Carlo V che, prevalendo, avrebbe qui dominato solo: e sperò
aver riconciliate le due emule potenze e pacificatele nel congresso di
Nizza, dove col re di Francia e coll'imperatore cercò impedire
gl'incrementi della Riforma e l'avanzarsi dei Turchi, contro i quali
esibiva 200,000 scudi d'oro e 12,000 armati, oltre la facoltà d'alienare
beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.
Ma insieme poneva improvido studio a ingrandire il suo Pier Luigi, al
quale attribuì varj dominj della Santa Sede, e infine il ducato di Parma
e Piacenza, col pretesto di impedire fosse annesso al Milanese, e così
aumentasse la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne
di Pier Luigi, diede la porpora e la collazione di quasi tutti i
benefizj del Novarese; a Ottavio, altro figlio di quindici anni, il
governo di Roma, poi la mano di Margherita, bastarda di Carlo V, colla
speranza d'averne il Milanese. Ma invece Carlo V assecondò i congiurati
piacentini che scannarono l'esecrato Pier Luigi, e occupò Piacenza.
Quando, atterrito da questo colpo, il papa piangeva e disperavasi, non
mancò qualche cardinale di rivelargli i turpi comporti del figlio ucciso
e la necessità di rendersi esempio, anzichè scandalo al mondo. Ma è
notevole che, mentre con disordinata politica, apriva brutto arringo
alle dicerie dei Protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico, e
secondando quelli che lo ridestavano negli intelletti e nei costumi,
nominò da settanta cardinali, de' quali ben quattro ottennero poi la
tiara; lasciava che in concistoro ognuno dicesse liberamente il suo
parere; si pose attorno eccellenti prelati, quali il Caraffa, il
Sadoleto, il Contarini, il Polo, il Ghiberti, il Fregoso, il modenese
Badia, maestro del Sacro Palazzo; tutti che aveano per cure particolari
cominciato la riforma della Chiesa. Formò di essi una commissione per
attendere a questa, e ai membri di essa scriveva: _Te speramus electum,
ut nomen Christi, jam oblitum a gentibus et a nobis clericis, restituas
in cordibus et in operibus nostris; ægritudines sanes; oves Christi in
unum ovile reducas; amovaesque a nobis iram Dei et ultionem eam quam
meremur, jam paratam, jam cervicibus nostris imminentem._
Costoro in fatti vi si accinsero. Il Sadoleto, persuaso che colla
mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pur
lamentavasi che il papa non s'accorgesse della defezione degli spiriti
anche in Italia, e della loro mala disposizione verso l'autorità
ecclesiastica[1]: il Caraffa dichiaravagli che l'eresia luterana aveva
infetto l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del
clero[2]. D'accordo que' nove consultori levavano rimproveri contro i
papi, che spesso aveano scelto non consiglieri ma servidori, non per
apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare ad ogni loro
desiderio[3]: snudavano gli abusi della curia; e poichè alcuno gli
appuntava di eccedente vivacità. «E che?» disse il Contarini: «Dobbiamo
darci pena dei vizj di tre o quattro pontefici, o non anzi correggere
ciò ch'è guasto, e a noi meritar migliore reputazione? Arduo sarebbe lo
scagionare tutte le azioni de' pontefici; è tirannide, è idolatria il
sostenere ch'essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per
istabilire o abolire il diritto positivo».
Esso Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non
volendo che il despotismo venisse negli Stati del papa rinfiancato dalla
infallibilità di questo. «Qual uomo di mente sana direbbe si possa
costituire un buon governo, dove regola sia la volontà d'un solo,
propensa per natura al male e soggetta a passioni? Chi fa principe
l'uomo anzichè la legge, fa il principe uomo e fiera, atteso che son
congiunti negli animi gli appetiti ferini e gli affetti degli uomini.
Che può pensarsi di sì contrario alla legge di Cristo che è legge di
libertà, quanto il dover Cristiani servilmente obbedire al pontefice, al
quale da Cristo fu dato di stabilire leggi ad arbitrio, abrogarle,
dispensarle, aver per sola norma la propria volontà? Governo siffatto
convien egli, non dico solo a Cristiani, che sono posti nella legge
della libertà, e perciò denno astringersi con poche leggi esterne; non
dirò ancora a liberi uomini e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a
qualunque padrone sopra i servi, ai quali comandi per proprio vantaggio,
e di cui si serva come d'organi animati? Tolga Iddio dai Cristiani
quest'empia dottrina. Nè il pontefice stabilisca leggi ad arbitrio, nè
ad arbitrio le cassi o ne dispensi: ma segua le regole della ragion
naturale, dei divini precetti, della carità, che in Dio dirige ogni cosa
al ben comune. E i giurisperiti non pensino il diritto positivo sia
diritto arbitrario, ma che dipende dal diritto naturale, e non è altro
che una determinazione di questo, secondo i tempi, i luoghi, le persone,
lo Stato. Non pensate, o santo padre, che da questa dottrina abbiano i
Luterani preso ansa a comporre que' loro libri della cattività di
Babilonia? E per Iddio, qual maggior cattività e servitù può indursi al
popolo cristiano, che questa, professata da certi giureconsulti? Se
alcuno predicasse agli infedeli che, secondo la religione dataci da
Cristo, il popolo cristiano è governato dal sommo pontefice in modo, che
non solo non abbia veruna podestà superiore in terra (il che facilmente
potrebbe provarsi) ma non sia tenuto ad altra regola che la propria
volontà, non riderebbero essi, e non giudicherebbero un tal governo il
peggior di tutti?»[4]
Il cardinale Angelo Maria Quirini, vescovo di Brescia nel secolo
passato, si propose di richiamare scientificamente gli eterodossi alla
cattolica Chiesa, pubblicando molte opere, fra cui le lettere del
cardinale Polo, accompagnate da commenti, poi varie altre scritture in
occasione del giubileo di Benedetto XIV[5]. Tolse principalmente a
difendere Paolo III[6], provando che volea sinceramente la riforma,
laonde restava levata ogni ragione di staccarsi dalla Chiesa appunto col
pretesto di riforma. I compilatori degli Atti di Lipsia ed altri gli
opposero che la riforma di Paolo III non bastava alla Chiesa; che esso
mostrava desiderarla solo in apparenza; che Paolo IV distrusse quanto il
III avea fatto, sino a mettere all'indice il Consiglio Novemvirale. Il
Quirini rispose, quanto all'ultimo punto, che il Vergerio fu il primo
che ciò asserisse, mentre Antonio Blado l'avea stampato nel 1538 a Roma;
lo Sturm ristampollo a Strasburgo con maligni commenti, siccome poi
fecero esso Vergerio ed altri; e la proibizione cadeva sopra tali
edizioni; nè lo Sleidan, o il Sekendorf, o il Sarpi apposero questa
taccia a Paolo III, sebbene intenti a denigrarlo.
Lo Schölhorn replicò che, quantunque nell'Indice fossesi espresso che
l'edizione proibita era quella dello Sturm, Paolo III medesimo cercò
coprire quel Consiglio; che nessun raccoglitore de' Concilj, (eccetto
Crobbe del 1551 anteriore a quell'Indice) non l'inserì, supponendolo
proibito. Il Quirini ripetè che l'argomento negativo non vale,
essendovene tant'altri esempj; che Paolo III cercò in fatto sopprimerlo
dopo che vide i Protestanti trarne materia di attacchi: nulla conchiude
poi l'averlo molti raccoglitori ommesso, come dalle opere di Lutero è
ommessa la traduzione ch'esso ne fece con impudenti aggiunte. Noi
sappiamo poi che il Mansi, nei supplementi alla Raccolta dei Concilj,
pose benissimo quel _Consilium_, senza credersi d'offendere la Chiesa. E
pare in realtà che quella consulta dovess'essere un atto meramente
interno, e invece comparve subito a stampa, con note velenose, che ben
doveano farla spiacere.
Nello Schölhorn _Amœnitates ecclesiæ_, tomo VIII, sta un lungo consulto
di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I
imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana. Inoltre si
conosce un _Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod
de ratione stabiliendæ romanæ ecclesiæ Julio III P. M. datum est_. Porta
la data di Bologna 20 ottobre 1553, ed è firmato _Vincentius de
Durantibus, ep. Thermularum, brixiensis: Egidius Falceta, ep.
Caprulanus: Gherardus Busdragus ep. Thessalonicensis_. Oltrechè forma di
soscrizione non è la consueta de' vescovi, comparve in un'opera
intitolata _Appendix ad fasciculum rerum expetendarum et fugiendarum, ab
Orthwino Gratio editum Coloniæ, a. d. 1555: sive tomus secundus
scriptorum veterum, quorum pars magna nunc primum e mss. codicibus in
lucem prodit, qui Ecclesiæ romanoæ errores et abusus detegunt et
damnant, necessitatemque reformationis urgent; Opera et studio Eduardi
Brown_ Londini, 1690. Anche la provenienza è dunque sospetta, benchè il
Brown asserisca avere trovato esso _Consilium_ fra le opere del
Vergerio, e nelle _Lectiones memorabiles_ del Wolf. I Protestanti se ne
valgono assai, perchè i consigli ivi dati concernono moltissimi riti
delle Chiesa ed anche alcuni dogmi: ma se anche la falsità del documento
non fosse evidente, basta riflettere che la Chiesa su molti punti non
aveva ancora deciso chiaramente, talchè di discuterne restava pieno
diritto; e in secondo luogo, esprimeva voti e sentimenti particolari,
sicchè non proverebbesi altro se non che alcuni, anche prelati, la
pensavano così.
Certo è che Paolo III, assecondando i suoi consultori, riformò la camera
apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria; diede
vigore all'Inquisizione, massime allo scopo d'escludere i libri cattivi;
e, dice Natale Conti, se si fossero recati in una catasta tutti i libri
che vennero arsi in diverse parti, sarebbe stato un incendio pari a
quello di Troja, non essendosi risparmiata biblioteca nè privata, nè
pubblica. Nel 1549 monsignor Della Casa pubblicò il primo Indice di
libri proibiti, cui ne seguirono altri, sempre cresciuti: e Pier Paolo
Vergerio, vescovo apostata, vi fece postille, dove ne indicava
moltissimi altri che aveano le colpe stesse, o assai più gravi a suo
giudizio.
Per verità il peggior momento a far riforme è quando sia impossibile il
differirle. Ora solo col tempo potevano ripararsi i guasti fatti dal
tempo; mentre invece ogni dì crescevano l'urgenza le violenze della
distruzione; nei popoli si connaturavano l'abitudine dei riti nuovi e lo
sprezzo dei dogmi vecchi; i figliuoli s'educavano nel nuovo credo; i
principi adagiavansi nei beni tolti alla Chiesa, gli ecclesiastici nelle
blandizie della famiglia. Le stesse riforme, com'è il solito, divenivano
appiglio di nuovi attacchi per opera de' Protestanti, che voleano la
demolizione non l'emenda, e diceano che il papa confessava i disordini,
che dunque era ragionevole la protesta.
Per quanto venga generalmente negato[7], documenti recati dal Quirini
nelle sue diatribe alle epistole del cardinal Polo, attestano il sincero
desiderio di Paolo III di radunare il Concilio, pel quale erasi
destinata la città di Trento. Antonio Soriano, residente veneto a Roma,
con singolar misto d'ingenuità e malizia, racconta che «sua santità non
manca di usare ogni diligenza e industria acciocchè, in caso non si
possa del tutto declinare il Concilio, almeno si faciliti. E il
facilitarlo si procura con la via del reverendissimo di Capua, il quale
è cognato di Martin Lutero (?), perchè Martino tolse per moglie una
sorella di detto cardinale, la quale era abbadessa in un monastero: ed
ha mezzo appresso questi capi, come è Filippo Melantone ed altri suoi
complici: ed ha autorità da sua santità di placarli, riducendoli alla
santa Chiesa con promissione di benefizj e vescovadi, e quando bisogni,
di cappelli»[8]. Prima di riuscirvi, Paolo III morì, e dicono negli
estremi si ricordasse del versetto, _Si mei non fuissent dominati tunc
immaculatus essem_. La sconcia bellezza del suo sepolcro pruova che i
rafacci irosi non aveano ancora emendato gli antichi errori[9].
E lo pruova il favore che ottenne un de' più luridi ingegni, uno che può
stare con quanto di più feccioso produce l'età nostra, Pietro Aretino.
Nato il 1492 in un ospedale di Arezzo, vede una statua della Maddalena
che tende le braccia verso Cristo, ed egli v'addatta un liuto, sicchè
ella sembra sonare; fa un sonetto contro le indulgenze: onde è cacciato
di patria, e va a Roma, e a forza di lodare e vituperare, penetra nella
società de' grandi, cerca a tutti, minaccia tutti, e diviene terribile a
prelati, ad artisti, a principi, che per calmarlo gli danno monete,
pensioni, collane, fin lodi. Egli dedica la più turpe delle sue tragedie
al cardinale di Trento: da Giulio III è baciato, e donato di mille
zecchini e del titolo di cavaliere di san Pietro: fa libri, di cui
nemmanco il titolo si oserebbe ripetere, eppure insieme scrive sui sette
salmi, sulla genesi, sull'umanità di Cristo, e vite di santi, e operette
d'ascetismo esagerato, le quali gli meriterebbero tanta riprovazione
quanta le oscene.
La marchesa di Pescara cerca indurlo a occuparsi d'argomenti religiosi,
ed egli il fa; ma ricascava nel suo brago, e a lei scriveva: «Confesso
che mi faccio meno utile al mondo e men grato a Cristo consumando lo
studio in ciancie bugiarde e non in opere vere; ma d'ogni male è cagione
la voluttà d'altrui e la necessità mia; chè, se i principi fossero tanti
chietini[10], quant'io bisognoso, non ritrarrei con la penna se non dei
_Miserere_»[11].
E quando tardano a donargli, minaccia passare fra i Turchi: qui si dà
l'aria di perseguitato, e va a Venezia «dove almeno non è in arbitrio di
niun favorito nè di niuna favorita di assassinare i poverini, ov'è pace,
amore, abbondanza e carità»: vi trova «pane e letizia col sudore
degl'inchiostri»; e il doge Gritti gli «salva l'onore e la vita
dall'altrui persecuzioni».
Povero martire! Queste persecuzioni erano i donativi di che l'aveano
rimpinzato ma non satollo Giovanni dalle Bande Nere e Clemente VII,
Francesco I e Carlo V. E come è deplorabilissimo segno della
prostrazione de' caratteri odierni il tremar davanti a un giornalista,
così di quell'età ci dà tristissimo concetto il vedere costui
accarezzato e donato da principi, da prelati, da artisti, da papi. A
petto a' quali vantavasi: «Procedo alla libera, conosco i ribaldi,
abborrisco gl'ingrati; e non lo vuò dire per modestia, eppure si sa e
non si nega, per sì more offese e sì turche non mancò di battezzata
credenza alla Chiesa: del che fanno fede i libri che di Cristo ho
scritto e dei santi..... Intanto comincio a mettere la penna in tutto il
legendario dei santi, e tosto ch'io abbia composto, vi giuro, caso che
non mi si provegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo,
facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne' futuri
secoli il mondo, imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria
muoverlo a lasciar la moschea per la chiesa».
Tornando a Roma, «Son fuori da me sempre più (scrive) non per altro che
per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi
baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la Corte a
vedermi, non m'incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si
diedero stanze da re. Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata
felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser
nato al suo tempo, nel suo paese e suo devoto». Se credessimo a lui, si
pensò fino di ornarlo cardinale: certo a Paolo III scriveva: «Io in
esser fervido ecclesiastico non cedo alla essenza dell'istessa Chiesa, e
fanno di ciò fede, insieme coi salmi e col genesi che di mio si legge,
la vita di Gesù Cristo, e la di Maria Vergine, e la di Tommaso d'Aquino
e la di Caterina santa; volumi da me composti quando si giudicava per i
tradimenti usatimi dalla Corte ch'io piuttosto dovessi scrivere ciò che
mi dettava lo sdegno, che quanto mi consigliava la coscienza»[12].
Monsignor Giovanni Guidiccioni al 30 novembre 1539 scriveva a costui,
scusandosi di non aver potuto ancora far nulla per esso, e soggiunge: «È
capitato qui monsignor Luigi Alamanni, e dopo lui il Cesano, l'uno e
l'altro dei quali, sì per l'amor che portano a vostra signoria, come per
consolar il desiderio mio, hanno avuti meco lunghi e onorati
ragionamenti di lei, conchiudendo in somma che ella ha il cuore pieno
d'amorevolezze, la lingua o la penna che dir vogliamo, piena di verità,
e l'ingegno pieno di bellissimi concetti.... Non mancherò, avanti ch'io
parta, di venire a Venezia solo per visitare e goder due giorni vostra
signoria, la quale nel mio pensiero vedo più illustre che la fama, e più
magnanimo che un re».
Quell'anno l'Aretino avea pubblicato il _Ragionamento del Zoppino fatto
frate.... dove contiensi la vita e la genealogia di tutte le cortigiane
di Roma_: ed è questo libro probabilmente che esso Guidiccioni mandava
al Guttierez, segretario del marchese del Vasto, dicendogli: «Le mando
un'opera, la quale, nella sua sorte oscena, non ha da cedere a niuna
delle antiche, acciocchè POSSA LEGGERLA all'eccellenza del signor
marchese quando averà ozio e voglia di ridere».
Morì costui qual era vissuto, in un postribolo a Venezia il 1557, e pur
troppo dovremmo accostargli un frate domenicano, un vescovo, autore di
lubrici racconti e di massime sporche, il Bandello, se non ci
affrettassimo a toglierci da questo imbratto per narrare come il regno
di Paolo III fu immortalato da istituzioni efficacissime alla riforma
cattolica.
Gaetano Tiene, nobile veneto di Vicenza, buono e placido credente, nel
pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il
mondo s'accorgesse di lui». A tal uopo, in Santa Dorotea di Roma fondò
l'oratorio del Divino Amore, dove giunse a radunare cinquanta compagni
che ravvivassero lo spirito devoto; poi di simili ne piantò a Venezia, a
Vicenza, a Verona, a Brescia, altrove. Come l'angelo coll'aquila,
s'accordò coll'impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che,
visto come l'abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto
inquietudini, cercò la pace in seno a Dio, rinunziando alla mitra. Sul
monte Pincio di Roma, oggi ridente della più smagliante vegetazione e
d'un popolo sereno e festante, allora sterile deserto, al 3 maggio 1524
essi, con un Colle d'Alessandria e un Consiglieri romano, istituirono i
Teatini. Non voleansi più Ordini monastici, e questa novità introduceva
preti, con voto di povertà ma senza mendicare, aspettando la limosina
dalla mano che veste i gigli de' campi, e senza regole strette, sicchè
potessero liberamente attendere ai malati, ai prigionieri e
giustiziandi, e insieme restituire al culto la decenza e il lustro
antico, e l'osservanza dei riti e delle rubriche; indurre frequenza ai
sacramenti; predicare senza superstizioni nè smancerie; convertire
eretici; esercitare la salmodia con canto semplice nel coro, che non era
più aperto in mezzo alla Chiesa, ma posto dietro all'altare e chiuso da
cortine.
Venivano qual solenne protesta contro le negazioni di Lutero questo
ringiovanito clericato, questo raddoppiamento di opere pie, e
l'obbedienza al papa, e la venerazione al Sacramento, che allora si
espose in ostensorj scoperti; ed i suffragi ai morti, pei quali
s'introdusse l'_Ave_ della sera. Nell'infando saccheggio di Roma, i
Teatini correano per le piazze col Crocifisso, mitigando i ladroni e
confortando i soffrenti. Un Tedesco, ch'era stato in Vicenza a servizio
dei Tiene, suppose che Gaetano dovesse posseder grandi ricchezze, e menò
suoi camerati a saccheggiarne la cella, e non trovandovi nulla, lui
spogliarono e oscenamente torturarono, e i maggiori strapazzi usarono a'
suoi compagni. Gaetano partì dalla desolata Roma co' suoi cherici e con
null'altro che il breviario, e a Venezia furono ricoverati in San Nicola
di Tolentino, dove crebbero ben presto. A Milano il cardinale Antonio
Trivulzio fabbricò apposta per essi la chiesa di Sant'Antonio. A Napoli
entrati nel 1533, collocaronsi a Santa Maria della Stalletta, sussidiati
da Antonio Caracciolo conte d'Oppido e da Maria Francesca Longa,
fondatrice dell'ospedale degli Incurabili; ma per ristrettezze stavano
per andarsene, quando il vicerè Toledo affidò loro la parrocchia di San
Paolo (1538). Ivi Gaetano combattè il Valdes, l'Ochino e la restante
compagnia; istituì spedali e il Monte di pietà: morto ch'egli fu, e
santificato come primo riformatore del clero secolare, se ne estese il
culto; molte città lo tolsero a compatrono, e a Napoli gli fu eretta una
statua di bronzo sulla piazza di San Lorenzo, e l'immagine tutte le
porte della città: ben presto i Teatini ebbero da per tutto e scuole e
missioni; e col loro nome (Chietini) si dinotarono, da chi per rispetto,
da chi per dispregio, i cristiani più fervorosi.
Il Caraffa divenne poi Paolo IV. Andrea Avellino, nel fare l'avvocato
avendo sostenuto una bugia, se ne pentì a segno che lasciò il mondo.
Incaricato di mettere riparo a scandali delle monache di Sant'Angelo in
Napoli, s'inimicò un giovinastro che lo fece pugnalare. Guarito delle
ferite, si vestì teatino, e andò a fondare questa religione a Milano, a
Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò
d'apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli d'Otranto fu autore del
_Combattimento Spirituale_ (1608), che passa pel miglior libro ascetico
dopo l'Imitazione di Cristo.
Questa novità de' Cherici Regolari ben tosto ebbe imitatori, poichè
s'introdussero i Somaschi, i Barnabiti, i Cherici Minori, i Ministri
degli infermi, i Padri delle scuole pie, e sopratutto i Gesuiti.
Ignazio da Lojola, nobilmente nato il 1491 a Guipuscoa, servì da paggio
ai re cattolici Fernando e Isabella, che aveano assicurato la
nazionalità spagnuola distruggendo la dominazione araba: e divenuto
uffiziale, si distinse non meno per belle forme che per valore nel
respingere dalla patria i Francesi. Ferito all'assedio di Pamplona, e
obbligato al letto, prende a leggere alcune vite di santi, e al lume di
quelle austere virtù scorge la voragine del male e la forza delle
tentazioni, come Lutero; ma mentre questi disperando si sprofonda
nell'abisso della predestinazione, Ignazio ricorre alle opere, e
s'invoglia ad altre glorie che non quelle del mondo, a vive battaglie
contro lo spirito del male. Vota la sua castità a Maria coi riti
cavallereschi ond'altri dedicavansi a una donna: e diveltosi dalla
famiglia, mendicando s'avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a
surrogare al sacco un ferrajuolo, e cappello e scarpe, naviga da
Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero
e in tempo di peste: sfuggendo, appena vedeva ai vilipendj sottentrare
la riverenza. Baciati i piedi di Adriano VI, che non s'immaginava certo
dover costui essergli ben più utile che i re, giunge a Venezia, sozzo,
macilento, rejetto; poi nel pellegrinaggio di Terrasanta, risolve di non
badare più soltanto alla propria santificazione, ma anche all'altrui, e
fondare una nuova cavalleria, che combatta non giganti e castellani e
mostri, ma eretici, idolatri, maomettani; e tratti sei amici nel suo
disegno, fan voto di mettersi all'obbedienza del papa per le missioni.
Tornati in Italia, e agitando le ampie tese de' patrj cappelli, in
Lombardia predicano penitenza in quell'italiano spagnolesco, in cui i
nostri erano troppo avvezzi a udire minacce e improperj. A Roma
cercavano convertire male femmine, istituivano ricoveri per le pentite o
le pericolanti, il che facilmente si prestava alle risa de' bajoni e
alle calunnie degli ipocriti.
È solito de' tempi di partiti attribuire ad uno i vizj più opposti alle
sue qualità. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici
mascherati, di quella setta degli Illuminati (_Alumbrados_) che in
Ispagna pretendeano avere l'immediata intuizione de' misteri.
L'Università di Parigi se ne adombrò; e il libro degli Esercizj
Spirituali côlto fra le perquisite carte d'Ignazio, parve d'esuberante
fervore, onde egli fu condannato alle staffilate[13]: anzi erasi
divulgato che cotesti cherici fossero stati arsi dall'Inquisizione.
Altrettanto si ripetè a Venezia. Ma essi aveano una dote che manca agli
eretici, l'obbedienza; e il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa ne
compresero la virtù, della quale davano pruova assistendo
agl'incurabili, e predicando la penitenza nei contorni di Vicenza e
Verona. Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio,
preparati con rigorosi esercizj, e ricevette da Ignazio il disegno d'un
Ordine nuovo. Il clero superiore era scaduto per abitudini troppo
disformi dalla ecclesiastica austerità; il basso si conformava a quegli
esempj, nè veniva preparato alle grandi lotte contro l'errore: degli
Ordini monastici alcuni destavano scandalo fra ozj opulenti; altri beffe
per la povertà degenerata in sudiceria, per la semplicità ridotta a
rustichezza, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante a tempi di dubbio e
di controversia. Ora Ignazio ne proponeva uno, diretto ad assodar la
fede e propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali,
coll'assistere a prigionieri e malati, e chiamato dei _Cherici della
Compagnia di Gesù_ (1540). Ignazio, designato generale, la sua milizia,
che prima era ristretta a sessanta persone, diffuse bentosto per tutta
la cristianità; ed egli la governava senza che uscisse mai dal collegio
di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una, onde rimettere gli
abitanti di Tivoli in pace coi loro vicini di Sant'Angelo; una, per
riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d'Aragona sua moglie. I
famosi _Esercizj_ stese egli «per mettere in cuore di tutti lo zelo per
l'eterna salute propria e degli altri», insegnando un metodo agevole a
ciascuno di meditare sopra di sè e sopra la redenzione e gli adorabili
misteri della condotta di Dio verso gli uomini. San Carlo dichiarò aver
tratto da quelli le norme per avviarsi all'apostolica perfezione, e ne
faceva ogni giorno soggetto di meditazioni: Paolo III gli approvò colla
bolla speciale _Pastoralis officii_.
Accortosi di quanto vantaggio potesse tornargli questa milizia,
incondizionatamente devota, il papa di privilegi la favorì nel fondare
case e collegi, talchè quando Ignazio morì, contavansi più di mille
Gesuiti, distribuiti in dodici provincie: Portogallo, Germania alta e
bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile,
e tre di lingua italiana; cioè la siciliana, l'italiana propriamente
detta che comprendeva l'alta Italia, e la romana, immediatamente
sottoposta al generale col collegio romano e col germanico, in cui si
educavano ventiquattro Tedeschi alle dignità e fatiche ecclesiastiche, e
con case per professi e novizj, e v'apparteneva anche Napoli. Claudio di
Jay va ad estirpare da Brescia la pullutante eresia; dove Francesco
Strada cento e più giovani guadagna a Dio; e a Ghedi, ove si toglieano
in burla i predicatori, egli, col lasciare via i fioretti e la retorica,
e col venire alle strette, ottiene copiosissimi frutti, come nella
restante terraferma veneta. A Ferrara il duca e il popolo del pari gli
ammirano e seguono. A Macerata festeggiandosi con isfrenata profanità il
carnevale, alcuni Padri esposero il Sacramento, con preci ed istruzioni
tali, che il popolo per assistervi abbandonò balli e maschere, e ne
cominciò una devozione, che molto propagossi. Nimistà secolari sono
spente in Faenza, e fatte gran conversioni, a malgrado dell'Ochino. Il
Bobadilla rabbonaccia le furenti nimicizie dell'isola d'Ischia: il
Lefevre apostola Parma; il Brouet riforma uno scandaloso monastero a
Siena: il padre Silvestro Landini apostola la patria Lunigiana, la
Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, dove trovava molto
esteso il luteranismo, e «ammorbatine persino de' sacerdoti, e
professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (BARTOLI); rabbonaccia
molte ire, principalmente a Correggio e in Garfagnana; poi passa a
disciplinare la difficile Corsica e la selvaggia Capraja.
Fra gli Italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo
Bernardino Realino di Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per
sapienza filologica e legale, al pubblico pel disprezzo degli onori e
per pazienza, dolcezza e carità. Paolo da Camerino e Antonio Criminale
apersero alla fede la Cina e l'Indie dove poi tanto si segnalarono il
Nobili e il Ricci; e dove compironsi i fasti più insigni dei Gesuiti e
un de' principali pretesti alla loro soppressione nella colonia del
Paraguai, tana di antropofagi ch'essi convertirono in un paesaggio da
idillio, governato con quanto di più giocondo immaginarono i socialisti
moderni.
Benedetto Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli
Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille
Gagliardi, già più che sessagenario facea sin tre prediche al giorno;
tutto zelo e abilità nel dirigere la gioventù nei collegi di Milano,
Torino, Venezia, Brescia, e lasciò opere spirituali che vorrebbero
mettersi a fianco dell'_Imitazione di Cristo_.
Francesco Adorno genovese fu primo rettore del collegio di Milano,
provinciale di Lombardia e direttore spirituale di san Carlo, che tanto
operò ad introdurre questi cherici in Lombardia. Il padre Acquaviva,
dell'insigne famiglia dei duchi di Atri, generale de' Gesuiti per
trentaquattro anni, molte cose scrisse intorno alla sua Compagnia e alla
religione, e a lui si attribuiscono i _Monita secreta_, librettaccio
riconosciuto falso persino dal Gioberti, eppure riprodotto oggi
pomposamente, ad insulto del buon senso. Luigi, figlio del prode don
Ferrante Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, lasciò la reggia per
entrare nella Compagnia, e nella brevissima vita si rese modello
d'interiore perfezione non meno che di carità nel soccorrere i poveri e
gli infermi. Il suo direttore spirituale Girolamo Piatti milanese,
attirò molti alla vita ascetica coll'esempio e coll'_Ottimo stato di
vita del religioso_.
Istituiti pel popolo, presto divennero i favoriti delle classi elevate.
In Sicilia il vicerè di Vega gli ajuta ad aprire la prima casa di
novizj: il padre Domenecchi gl'introduce a Messina, poi a Palermo, ove
presto ottengono l'Università: il valtellinese Pietro Venosta, spedito
da sant'Ignazio a missionare in quell'isola, vi è ammazzato nel 1564. A
Montepulciano Francesco Serda traeva persone d'alto posto a mendicare
seco; egli bussava alle porte, essi riceveano le offerte. Il padre
Alfonso Salmeron a Napoli predicava per le piazze; nelle pubbliche e
private librerie cercava i libri empj da bruciare: e appena egli v'ebbe
condotto i Gesuiti, Ettore Pignatelli duca di Monteleone assegnò loro
una casa nel vicolo del Gigante, ove allevavano giovani nel
cattolicismo: poi nel 1557 comprarono la casa del conte di Maddaloni;
indi ebbero il famoso collegio, pel quale il solo principe della Rocca
spese ventimila ducati. Il doge di Venezia chiese due Gesuiti ad
Ignazio, fra i quali il Laynez che, divenuto generale, spiegava il
vangelo di san Giovanni pei nobili, e predicava ai tanti eretici
chiamativi dal commercio. Alloggiava nello spedale di San Giovanni e
Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch'egli protestò dal pulpito non ne
riceverebbe più. Poi il priore Lippomani provvide colà d'una casa i
Gesuiti, che n'ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona.
Se Ignazio non era meglio che un ignorante entusiasta, come alcuno
vuole, cresce la meraviglia che fondasse una Compagnia di accorgimenti
proverbialmente sottili, e che più d'ogni altra rivelò quanta potenza
morale acquisti un'associazione robusta in una società che si
sfascia[14].
Le costituzioni de' Gesuiti portano i tre voti consueti: ma alla povertà
si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere
onesta agiatezza. Non legavansi ai voti prima dei trent'anni, con lungo
e scabroso noviziato prevenendo le incaute professioni e i tardivi
pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza
mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito
ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese
ove dimorano; vita tutta di opere reali, efficienti, avendo per ogni
condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna
provincia aveva un luogotenente e gradazione di cariche, dipendenti dal
generale, che, a differenza degli Ordini monastici, era perpetuo, sedeva
nella capitale del mondo cristiano: conosceva ciascuno per le relazioni
trasmessegli dai capi; vegliava sull'amministrazione de' beni, e
disponeva de' talenti e delle volontà. Acciocchè l'obbedienza fosse più
intera, aveano divieto di chiedere dignità, anzi da principio asteneansi
da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto
l'ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi, e
d'una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire
ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi gli
emendano cogli spedienti migliori, cioè l'esempio e l'educazione. L'alto
insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Piaciono le
rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciato di venalità e
ingordigia il clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si
prestano alla cura delle anime; moltiplicano scuole pei poveri,
esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sino a portare
all'entusiasmo della devozione. Il secolo tende alla disunione? questa
società si rinserra in modo, da parere un uomo solo. Il secolo assale la
Chiesa nel suo capo? essi se ne fanno l'antemurale, i gianizzeri come si
disse allora, i granatieri come diceva Federico di Prussia. Obbediscono
incondizionatamente ad ogni accenno di lui: Caldeggiano a propugnarne
l'autorità, non la temporale scassinata, ma quella che poneva Roma alla
testa dell'incivilimento; a restituire, oltre l'apostolato del diritto,
anche quello dell'azione, cioè della scienza e della pietà.
Quando il pensiero si rivoltava contro ogni restrizione, quando
scrollavasi ogni autorità, Ignazio organizza la cieca obbedienza, la
sommessione dell'intelletto e della volontà a un capo, il quale invierà
il figliuolo del principe a mendicare, il grand'erudito a insegnare
l'abicì, l'eloquente oratore a convertire selvaggi.
È il tempo delle grandi scoperte, ed essi gettansi ad apostolare i
Barbari nelle missioni, convertono la Cina e l'America, il Giappone e
l'India. È il tempo degli studj, ed essi ne fecondano il fiore; in ogni
ramo dello scibile si collocano fra i primi dotti, e i letterati
d'allora hanno una voce sola per magnificarne le scuole. È il tempo
delle controversie, ed essi le accettano, e liberi pensanti e scopritori
di nuove verità, fondano sistemi filosofici e teologici, che possono
combattersi, non trascurarsi nella storia della scienza; e combattono i
Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il
privilegio d'assolvere gli eretici dalle pene corporali.
Dapertutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a direttori
spirituali. Non stitichezze nel confessare, non vulgarità nel predicare,
non rigorosa disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del
prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l'applicazione più che
due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici; officiosi,
affabili, l'uno all'altro coadiuvanti, scevri da ogni personale
interesse a segno, che vennero imputati d'affievolire gli affetti
domestici.
Non v'è forte pensatore che i meriti de' Gesuiti non confessasse; non
v'è cianciero da caffè che non vi lanciasse accuse, sicuro d'essere
creduto, come l'accertava due secoli fa il maggiore scettico[15], e come
ne diè prova fino il secol nostro ove la sistematica miscredenza portò
la tolleranza, e che la ricusa solo a costoro, e a chi osasse non
rivomitar contr'essi il vomito antico.
E per vero una società che proponeasi inculcare il sentimento e dare
l'esempio dell'unità, che annichilava la propria dinanzi alla volontà
superiore, sommetteva la propria ragione al decreto altrui, urtava
talmente gli istinti orgogliosi e l'irruente fiducia dell'uomo in se
stesso, che non è meraviglia se fu segno d'inestinguibil odio, e se ad
ogni lampo di libertà tenne dietro un fulmine su di essa. La podestà
secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa
d'Austria, costituitasi guardiana e restitutrice dell'ordine, arrestava
il torrente rivoluzionario; onde i novatori nell'avversione a questa
confusero i Gesuiti, che ne pareano o istigatori o stromenti. Ma la
storia vive d'indipendenza e di libertà; se esecra i persecutori forti,
peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè
non disposta a dissimulare i vizj, non può adagiarsi in beffe e
leggerezze nel giudicare quest'associazione, fusa e robusta come
l'acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogn'altra coesione
fuor quella de' Governi; questa milizia che, dovendo offrire il perfetto
contrapposto del protestantismo, professava obbedienza e venerazione al
pontefice, unità, organamento; questa milizia che, quando ogni stabilità
è scossa dal calcolo, dall'interesse, dal dubbio, lasciasi distruggere
piuttosto che cangiarsi, e morrà esclamando, _Aut sint ut sunt_, _aut
non sint_.
Quanto ai punti allora disputati, i Gesuiti stavano per la maggior
libertà dell'uomo; Dio non vuol niente per noi senza di noi; volle tutto
per gli uomini e per mezzo degli uomini. Di qui la loro speciale
tendenza ad educare ancor più le volontà che gl'intelletti.
Propensi alla democrazia come tutti i teologi cattolici, e derivando il
potere principesco dal popolo[16], furono tacciati di insinuare odio ai
tiranni, e scolpare il regicidio; eppure la prima conseguenza della loro
distruzione fu un regicidio legale. Ma neppure la distruzione ammorzò
l'odio contro della Compagnia; e mentre gli antichi avversarj ne
intaccavano l'istituzione, i moderni ebbero parole eloquentissime affine
di esaltarla, e vantarne come i meriti intrinseci così gli effetti, per
soggiungere che n'erano traviati. E ancora mette i brividi di paura
perfino nel suo sepolcro, come allorquando, armata di gioventù e di
abnegazione, identificando l'utile del genere umano col trionfo della
Santa Sede, offrivasi per la giornata campale ai pontefici, i quali, se
fino allora erano indietreggiati davanti alla Riforma, allora voltarono
faccia e ripigliarono l'attacco[17].
Erasi dunque in via d'una riforma, diversa da quella de' Protestanti, in
nome dell'autorità, opponendosi all'individualità di opinioni e di
morale, quand'anche l'individuo fosse il papa, soggetto esso pure a
debolezza. Nella Chiesa il principio era santo, s'anche pervertiti i
ministri, ond'essa galleggiava nel naufragio di questi, e sentiva in se
stessa la forza di rigenerarsi. I Protestanti intaccavano il principio
stesso, quasi avesse usurpato i diritti della parola scritta di Dio; ed
eccolo invece attestare la propria vitalità; e senza accordo, e prima
del Concilio, e non per opera del capo della Chiesa nè tampoco dei
vescovi, uomini privati e ignoti restringersi attorno al gran dogma
dell'autorità ch'è vita della Chiesa, e questa utilizzar quale
riformatrice delle genti civili, com'era stata dirozzatrice delle
barbare.
Questi riformatori non si ascondono nel deserto come i primi anacoreti;
non si approfondano nella povertà come i Francescani, ma gettansi nel
mondo, fra la società colta e gaudente, pure accorrendo a Roma a
chiederne l'ispiramento e la sanzione; proclamando così i due grandi
canoni della visibilità della Chiesa e della sua autorità.
Varj i mezzi di organamento, tutti però aspirano alla riforma, e con
concetti opposti a quelli de' Protestanti; tutti alla santità del
principio religioso e sociale congiungono quello della peccabilità
dell'uomo. Disputino i teologi se le opere sien necessarie o no alla
salute: intanto essi operano, e più della contenzione irritante adoprano
la carità pacificante. Di tal guisa la fede veniva suscitata dalla
parola, avvivata dalle opere, e non cercavasi soltanto di formare
consorzj che leggessero la Bibbia, ma che imitassero Cristo e
acquistassero lo zelo e l'abnegazione, che sono necessarj alla salute
propria e a quella del prossimo.
NOTE
[1] NICERON, _Mêm._ tom. XXI, p. 115.
[2] SPONDANO, _Ann. ad_ 1543.
[3] Vedi _Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de
emendanda Ecclesia: S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et
exibitum 1538_. Nelle riforme proposte dicesi pure: _Solent in scholis_
Colloquia Erasmi, _in quibus multa sunt quæ rudes informant ad
impietatem_.
[4] G. CONTARINI _Epistolæ duæ ad Paulum III_. Coloniæ 1538, p. 62.
[5] _Injustæ secessionis ab ecclesiæ romanæ sinu jam damnati...
sectarii, lutherani præsertim... ad ovile Christi revocantur._ Roma
1750.
[6] _Imago optimi sapientisque pontificis in gestis Pauli III expressa._
Brescia 1743. Quel sozzo di Gregorio Leti, nella edizione del conclave
di Giulio III, dice: «Al governo di Paolo III non fu altro apposto che
il soverchio amore che portò al duca Pier Luigi, e dicesi che la morte
sua fu causata dal grandissimo dispiacere ch'ebbe della crudel morte di
detto Pier Luigi».
[7] Oltre gli storici e i polemici, appare da questo sonetto satirico,
che trovammo fra carte di quel tempo:
L'aquila altera, valorosa e magna
Minaccia al Gallo fiamma, sangue e guerra:
Al che concorso è il gran re d'Inghilterra,
Gran parte dell'Italia e tutta Spagna.
Fassi la gran dieta in Alemagna
Per porre il papa, i preti e i frati in terra.
Marco nelle sue terre genti serra
Perchè non fa per lui star in campagna.
Fansi leghe secrete, e pur si sanno:
E tal nol crede che n'udirà 'l duolo.
Al Turco il re di Persia dà il malanno.
E or tant'alto è dell'aquila il volo
Che, non potendo il Sol farle alcun danno,
Dominerà dall'uno all'altro polo.
Far cerca il papa nolo
Con molti, acciò 'l Concilio non si fia.
Marco sta in fantasia
Di dar soccorso al quasi arido giglio,
Che teme pur dell'aquila l'artiglio.
[8] Relazioni degli ambasciatori veneti, pag. 318.
[9] Per Paolo III, Alessandro Cesari detto il Grechetto fece una
medaglia, vedendo la quale, Michelangelo dichiarò non esser possibile
che l'arte andasse più innanzi. Sul rovescio aveva un Alessandro Magno,
che s'inchina al sacerdote di Gerusalemme.
[10] Or ora spiegheremo questo aggettivo.
[11] _Lettere_, lib. II, c. 9.
[12] _Lettere_, lib. IV, c. 71.
[13] BULCEUS, _hist. Universitatis Parisiensis_, t. VI. Anche più tardi
l'insigne Melchior Cano cercava far proibire quel libro.
[14] Il trigramma IHS, che si imprime sugli azimi sacrosanti, ha questa
particolarità d'esser formata dalle lettere greche I, H e della latina
S. Nelle monete di Giovanni Zemisce, che prima lo pose senza l'immagine
imperiale, è segnato I C: in quelle di Giustiniano Rinotmeta IHS XC: in
quelle di Romano IV, IhS XRS, già mescolatavi la S latina. L'immagine
del Crocifisso fu aggiunta da papa Onorio III nel 1222.
Vedi FR. VETTORI, _De vetustate et forma monogrammatis nominis Jesu_.
Roma 1747. RATMAYER, _De oblatis quæ hostiæ vocari solent_. Amsterdam
1757. QUARANTA, _Di un sileno in bronzo ecc._ nel rendiconto della R.
Accademia di Archeologia di Napoli, 1864, p. 191.
Non fu dunque invenzione di sant'Ignazio o de' Gesuiti: e già a' suoi
tempi san Bernardino da Siena lo fece imprimer sopra tabelle, ed esporre
alla venerazione; e il popolo vi pose tanto affetto, che per esso
distruggeva le carte da giuoco. Le solite contrarietà incontrò questa
nuova devozione; il santo fu tacciato d'eresia e di connivenza coi
Fraticelli, allora diffusi; fu citato ai tribunali ecclesiastici, onde
papa Martino V lo chiamò a Roma, ma compresane la santità, lodò quella
devozione. Ripetute le accuse sotto Eugenio IV, n'ebbe nuove lodi.
San Bernardino introdusse anche di segnare con quel monogramma le case,
onde preservarle dalla peste, ed è ricordata la solennità con cui lo
fece porre sulla facciata di Santa Croce a Firenze nel 1437.
Di ciò si sovvenne taluno quando il cholera minacciava Modena nel 1836,
e insinuò d'imitarlo. In fatti, con una premura pari allo spavento,
tutte le case si videro segnate del devoto monogramma, e alcune lo
perpetuarono in pietra. Venuti i sovvertimenti del 1859, volendosi in
ogni modo denigrare le condizioni di quella pia città, si spacciò che
quasi tutta essa apparteneva ai Gesuiti: così vero, che l'emblema di
questi vedeasi su tante case!
[15] _On n'a qu'à publier hardiment tout ce qu'on voudra contre les
Jésuites, on peut s'assurer qu'on en persuadera une infinité de gens._
BAYLE, _in Lojola_.
[16] La teoria di san Tommaso, che deriva il potere pubblico dal popolo,
cioè dal comune perfetto, fu sostenuta testè dal padre Ventura _Del
potere politico cristiano_.
[17] Si volle trovar molte somiglianze fra sant'Ignazio e Nicolò
Paccanari. Questo conciapelli di Trento andò soldato a Roma, dove udita
una predica, si diè tutto a vita penitente, e ritiratosi alla Madonna di
Loreto, ivi stese regole pei compagni che Dio gli desse: opera che parve
prodigiosa, essendo egli affatto illetterato. Presto trovò compagni, che
si dissero della Fede di Gesù: ma formatasi allora la repubblica romana,
e cominciata, come sempre, dalle persecuzioni (1798), furono chiusi in
Castel Sant'Angelo, poi sbanditi. Il Paccanari, che intitolavasi
«superior generale della società della Fede di Gesù», si rifuggì a
Vienna, dove gli si unirono varj Gesuiti, essendo quell'Ordine
considerato come un risorgimento della Compagnia di Gesù; passò quindi
in Ungheria, assistito principalmente dall'arciduchessa Marianna
d'Austria. All'elezione di Pio VII venne a Roma con essa, che gli comprò
casa, ove introdusse l'educazione de' giovani coi metodi gesuitici;
mentre altre s'aprivano a Padova, a Spoleto, nel Vallese, in Francia, in
Germania. Dipinti come Gesuiti, furono espulsi dalla Francia: poi
quando, nel 1814, Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù, ecclissavansi
affatto i Paccanaristi, che parte entrarono in quella. Si crede che il
Paccanari, insuperbito del prosperar del suo Ordine, nel quale appariva
una scienza ed esemplarità che egli non aveva, finisse male, ma non si
sa dove nè come.
DISCORSO XXII.
GIULIO III. MARCELLO II. PAOLO IV.
Morto Paolo III. settantacinque giorni durarono nel conclave
l'arruffamento tra la fazione imperiale e la francese, e le promesse e
transazioni, finchè Giammaria Ciocchi dal Monte, già passato per le
maggiori e più scabrose dignità, ottenne la tiara col nome di Giulio III
(1551). Egli mandò Girolamo Franchi agli Svizzeri annunziando di aver
assunto quel nome in onor di Giulio II ad essi tanto caro; volere una
guardia di loro alla sua persona e a Bologna, e sollecitavali ad inviare
i loro prelati alla seconda sessione del Concilio di Trento.
Poco si tardò a comprendere com'egli fosse uno di que' molti, che pajono
degni del primo luogo sol finchè stanno nel secondo. Dalla lodatissima
capacità e coraggiosa operosità cascò nell'infingardaggine; e
abbandonati gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo, denari e
convenienza in una deliziosa vigna fuor di porta Flaminia, rimasta
proverbiale. Di lui non è male che non dica il Bayle, dietro allo
Sleidan, al Tuano, al Bullinger, a Crespin, ad Erasto: che a forza di
denari mandasse a monte l'elezione, già fattasi del cardinale Polo a
papa; che bestemmiasse senza dignità; ma anche il Pallavicino confessa
che i vizj di esso comparivano maggiori che le virtù, sebbene in
apparenza più che in realtà. Fece prodigalità ai parenti, e li pareggiò
ai più antichi signori, essi di cui jeri ignoravasi il nome: avendogli
la resistenza de' cardinali impedito investirli di feudo papale, vi
ottenne dal duca di Firenze la signoria del Montesansovino; diede titoli
e cappelli rossi ad altri; Camerino in governo a vita a Balduino suo
fratello: al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della
Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria. La costui moglie
donn'Ersilia lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia
dell'imperatore penava a ottenerne udienza. A un pitocchetto raccolto, e
che lo spassava giocolando con un bertuccione, Giulio pose tal amore,
che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto
zotico fosse, e i prelati vi repugnassero. lo ornò della porpora: ma il
mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.
Ottavio Farnese, per assicurarsi il dominio di Parma che la santa sede
ridomandava, si era messo a protezione della Francia, la quale amò
sempre mantener l'agitazione in Italia, appoggiando o le città che
voleano farsi libere, o i principi che voleano ingrossare; e se non
altro, vi cercava posizioni strategiche. Anche allora mandò guarnigione
a Parma: di che corrucciato, il papa minacciava di togliere al re
l'obbedienza de' sudditi; ma questo rispondeva come chi si sente
maggiore di forze, facendo presentire che, come altra volta gli
Imperiali, così adesso i Francesi potrebbero scendere a saccheggiare
Roma; e spargeva nel suo paese l'idea d'un Concilio nazionale[18].
Nè venerato, nè amato passò Giulio[19], e gli fu surrogato Marcello dei
Cervini da Montepulciano, un de' prelati più pii e insieme più dotti
(1555). Marcello II, com'egli si titolò, voltosi con ardore alla
riforma, escluse il vasellame d'oro dalla tavola pontifizia, e lo mandò
alla zecca pei bisogni pubblici; la guardia svizzera giudicava
sconveniente al vicario di Cristo, che col segno della croce si difende
meglio che coll'armi; tenne discosti i nipoti; per non lentare la
disciplina degli ecclesiastici voleva a soli laici affidare la politica
amministrazione. Ma queste ed altre rimasero nello stato di mere
intenzioni, perchè dopo pochi giorni moriva.
Fra i grandi e sant'uomini che illustravano la Chiesa d'allora,
risplende Girolamo Seriprando, gentiluomo napoletano, poi generale degli
Agostiniani; alto filosofo, perfetto teologo, istrutto nelle più varie
discipline e in molte lingue, di costumi soavissimi, di vita esemplare:
da Giulio III fatto arcivescovo di Salerno, poi da Pio IV cardinale e
legato al Concilio di Trento, ove morì nel 1563. A Baccio Martelli
vescovo di Fiesole scriveva egli come non avrebbe mai creduto che il
Cervini potesse divenir papa, «perchè tutti i modi suoi e tutta quella
strada per la quale camminava sì ostinatamente, gli pareva contraria a
quella per la quale si suol giungere al papato...... essendo costante
ne' buoni propositi e inflessibile dalla strettissima e severissima
semita della giustizia e bontà». Allora dunque che lo vide eletto papa,
«Cominciai (dice) a pensare la grandezza di Dio, la quale fa fare agli
uomini molte volte quel ch'essi non vorrebbero, e, secondo il discorso
umano, non dovrebbero fare. E quando da senno in simili azioni si
chiamasse lo Spirito Santo, sempre succederebbe così.... Quanto al
benefizio pubblico della Chiesa e alla riforma, io certo me ne
prometteva assai, ma temeva ancora e dubitava assai, perchè comprendeva
quanto grande sia la differenza tra l'immaginarsi una cosa, ragionarne e
scriverne bene, e il porger le mani ad eseguirla.... Quando, dopo
ventidue giorni, è sopraggiunta la morte, che cosa ho io detto vedendo
con improvviso impeto tolta alla Chiesa tanta speranza di rinnovazione e
di riforma? Che pensieri sono stati i miei, sentendomi sonare intorno le
voci di tutti i buoni, che dicevano, _Nos autem sperabamus quod ipse
esset redempturus Israel?_..... I pensieri e le parole mie furono simili
a quei della donna sunamite, quando si vide morto il figliuolo, la
quale, gittata a' piedi d'Eliseo, disse: _Numquid petivi filium a Domino
meo? Numquid non dixi tibi, ne illudas me?_ Mi ricordai non aver pregato
Dio che costui nominatamente fosse papa, ma solo che fosse uno, il qual
togliesse tanto obbrobrio e tanta derisione, quanta è quella nella
quale, da molti anni, si trovano questi santi nomi, Chiesa, Concilio,
Riforma, ecc. Parevami che le speranze di questo nostro desiderio
fossero cresciute fino al sommo, anzi, che non fossero più speranze ma
fatti, e possessioni di beni presenti, quando la morte disturbò il
tutto, e ci fece cascare quasi in peggior grado di quello ch'eravamo
prima, cioè in una mezza disperazione, o opinione che siamo in odio a
Dio, il quale, come che fosse stato addormentato quando fu fatta quella
elezione, svegliato e adirato ha distrutto a un tratto quella
sant'opera, come fosse stata fatta contra la sua volontà, ed in
dispregio dell'onnipotenza sua. Ma la cosa non sta così. La creazione di
papa Marcello è stata da Dio, perchè tutte le opere nostre opera Dio in
noi e per noi. La morte di papa Marcello è stata da Dio, perchè la morte
e la vita sono in mano del Signore: ma chi può penetrare il profondo de'
secreti consigli di Dio? chi può immaginarsi, non che dire, perchè ha
voluto darci sì buona speranza, per torlaci così subito? Qui bisogna
tacere, e pregar Dio che questo, che a noi par male, ritorni in bene
della Chiesa sua; e che questo effetto, che pare sdegno ed odio, si
volti tutto in pace ed amore. Non lascerò però di dire un mio pensiero,
ancorchè basso, e molto lontano dall'infinita altezza della provvidenza
di Dio. Ha voluto per avventura mostrarci, coll'avvicinarci tanto alla
riforma, e in un tratto toglierci sì grande speranza, che la riforma non
ha ad essere opera umana, nè ha da venire per le vie aspettate da noi,
ma in modo che noi non avremmo saputo immaginarlo, e per mano valida,
che parrà veramente suscitata da Dio a vendetta degli empi e laude di
coloro che saranno veramente buoni; buoni, dico, nel cospetto di Dio,
non negli occhi degli uomini. Della qual riforma ha voluto mostrarne che
non è ancora il tempo, non essendo ancor finite le nostre iniquità. Sia
pregato che si degni sempre temperare i suoi giusti sdegni con la
dolcezza della sua misericordia[20]»....
Ebbe successore Giampietro Caraffa di Napoli (1555-59). Mentre egli
trovavasi nunzio alla Corte di Spagna, Ferdinando il Cattolico venne a
morte, e provando rimorso dell'aver tolto il regno di Napoli agli
Aragonesi, consultò persone pie e dotte, fra le quali esso Carafa, che
gli disse chiaramente, non poter lui salvare l'anima se non restituendo
quel regno. E forse ne seguiva l'effetto se altri, «perturbando con la
ragione degli interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia»,
non avessero distolto il moribondo[21]. In conseguenza Carlo V considerò
il Carafa come avverso a Spagna, gli contrastò lungamente
l'arcivescovado di Napoli, ne turbò sempre la giurisdizione; com'egli
non dissimulava l'odio contro gli Austriaci, e contro Carlo V fautore
d'eretici.
Era stato de' più zelanti nel restaurare la Chiesa, e rinunziati a
Clemente VII i due arcivescovadi di Chieti e di Brindisi, e distribuito
ogni aver suo ai poveri, si ritrasse a vita devota, e con san Gaetano
fondò i chierici regolari, che chiamò Teatini dal suo arcivescovado.
Paolo III ne vinse la ritrosia chiamandolo ancora negli affari, e l'ornò
cardinale. Al Concilio di Trento avea propugnato continuamente la parte
più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale; onde si
meravigliò del vedersi eletto, già ottagenario e malgrado la decisa
opposizione di Spagna. Intitolatosi Paolo IV, dalla pietà e austerità
primitiva declinò subito; richiesto come volesse esser trattato,
rispose, «Da gran principe»; volle tavola di venti piatti, benchè egli
mangiasse pochissimo e da frate, e si mostrò suntuoso e temporale più
che alla dignità sua non convenisse.
Quasi non comprendesse che ormai il papa era il capo morale, non più il
capo politico della cristianità, volle togliersi dalla difensiva per
ripigliare l'offensiva; ma più non era tempo. L'Italia stava divisa tra
undici Stati; Venezia, Genova, Lucca repubbliche; Parma, Piacenza e
Urbino feudi pontificj; Modena feudo imperiale; feudo spagnuolo la
Toscana; il ducato di Savoja, lo Stato papale, i dominj spagnuoli di
Milano, Napoli, Sicilia. Ma le potenze effettive erano la Chiesa, la
Spagna, Venezia e Savoja; sotto di essi un'infinità di baronie, contadi,
marchesati, principati; tutti con costituzioni storiche, senati,
concistori, parlamenti, sedili; e per norma il diritto romano,
modificato da statuti particolari. Dapertutto però l'autorità prevaleva
sulle libertà locali; le monarchie aveano scassinato così l'impero come
il papato, mentre una folla di fuorusciti, uomini illustri e di gran
seguito, come dice il Nores[22], pieni di coraggio e di speranze, di
spiriti vivacissimi, di prudenza singolare, instavano continuamente
ricordando la servitù presente e il pericolo che sovrastava a Italia
tutta, invitando i principi e persuadendoli ad ajutarli a racquistar la
libertà.
Con tali elementi pretese Paolo IV restaurare la grandezza d'Italia, e
ne mescolò a suo senno o capriccio la politica, maledicendo quei che
l'aveano guastata col chiamarvi o Spagnuoli o Francesi. E formò una lega
santa per isbrattare l'Italia dai forestieri che, oltre il resto,
introduceano qui continuamente eretici, con pericolo d'aggiungere alle
altre divisioni d'Italia anche quella delle credenze. I principi si
stizzirono che si movesse ancora e divenisse minaccioso un potere,
ch'essi speravano morto e sepolto; e il Perenotto, che fu poi cardinale
Granuela e ministro di Carlo V, eccitava questo a levar lo Stato al
papa, atteso che, fin quando durasse il dominio temporale, egli non
terrebbe mai l'Italia senza contrasti[23]. In fatto ai Protestanti toccò
ancora il gaudio di vedere il papa in guerra col re cattolico, e Roma
assalita di nuovo dai Colonna e dal duca d'Alba, alle cui devastazioni
non isfuggì se non accettando gli accordi che il re di Spagna, concesse
larghissimi[24].
Ma il suo patriotismo non era disinteressato, volendo favorire i nipoti,
e ottenere loro Siena, che sperava sottrarre a Cosimo di Toscana. In
conseguenza ebbe nemico il duca, il quale a Carlo V, fra il resto,
suggeriva di ruinar il papa «non con armi, ma per via del Concilio, con
procurar che si facci una riforma, che i preti dismettino la tirannide
che hanno usato ed usano. Con questa via (soggiunge) non solo il re di
Francia e li Veneziani stariano a vedere, ma concorrerebbono ed
ajuterebbono l'impresa: con questo modo si faria grande piacere al re
d'Inghilterra, come cosa sommamente desiderata da lui; per questa via la
eresia di Germania si spegneria, e la cristianità si purgheria da
eretici e dalli mali e strani modi de' preti.... Procedendo per la via
del Concilio, non sarà nessuno che non esalti a cielo l'imperatore: e se
il papa farà le pazzie; sua maestà lo castighi, ch'è facilissimo..... E
se mi fosse detto «Sua Maestà lascierà il papa come sta, e cercherà
levare le eresie» oltre che lo tengo difficilissimo, dall'altro canto
lascia la tirannide de' preti e lascia questa grandezza a' papi, e
questa potenza che sempre gli farà gran contrappeso in vita, e in morte
la pietra dello scandalo per la sua posterità»[25].
Egli tirannello chiamava oppressori i papi: egli italiano volea tor via
gli ostacoli al dominio austriaco: egli laico, suggeriva come rimedio
all'eresia l'abbatter il papa: vie morali che battonsi anche oggi. E
come oggi, si valse delle penne per difonder calunnie contro il suo
carattere. Paolo Giovio avea chiesto il vescovado di Como, e ricusato,
disse di Paolo IV il peggio che sapesse, e in capo alla sua storia pose
una lettera di Andrea Alciato, ov'è malmenato grossolanamente. Il venale
comasco potette essere stimolato dal duca a questi atti, o dal sapere di
riuscirgli grato; come certo a saputa di esso duca fu inserita dal
Varchi nelle storie la tanto famosa quanto incredibile nefandità di Pier
Luigi.
Il popolo, che dapprima temeva Paolo, poi l'odiava per le gravezze
raddoppiate in causa della guerra, e pei rigori dell'inquisizione, in
fine prese ad amarlo con gli eccessi consueti, sia per rispetto alle sue
virtù, sia perchè largheggiava, e molte volte salvò dalla carestia; anzi
gli si eresse una statua in Campidoglio, e formossi per custodia della
sua persona una guardia di volontarj, che poi si perpetuarono col titolo
di lancie spezzate. Certo coll'alienarsi dall'imperatore per istudio
dell'italiana indipendenza, tolse che questi lo coadjuvasse ad estirpare
l'eresia. Mentre si sparnazava in questa politica secolaresca,
gloriavasi di non aver mai passato un giorno senza dare qualche ordine
per l'emendazione della Chiesa, onde gli fu appropriata una medaglia
portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori. Ma un giorno che il
cardinale Pacheco in sua presenza voleva scolpare un altro cardinale, il
papa gli ruppe le scuse in bocca, esclamando, «Riformazione ci vuole,
riformazione»: e il Pacheco gli rispose: «Sta bene, santo padre, ma la
riformazione dovrebbe cominciar da noi», e gli accennò gli inverecondi
abusi de' suoi nipoti, che poi gli furono disvelati dall'ambasciadore di
Firenze; sicchè egli ne pianse, e deplorò in concistoro, e li tolse di
grado e relegò.
Gl'interni rigori gli aveano eccitato molti avversi, e viepiù tra i
frati che a migliaia viveano fuor de' conventi, e ch'egli obbligò a
rientrarvi, proibendo di dare altrimenti ad essi nè cibo nè ricovero, e
tra gli Ebrei che avea ristretti nel ghetto. E questi furono motori d'un
tumulto appena egli chiuse gli occhi; ove la sua statua fu decapitata e
strascinata, per la città.
Il Bromazio nella vita di Paolo IV[26] dice questi insulti cagionati in
origine dalla pretensione che aveano i Romani che, al morire del
pontefice, recuperassero la propria libertà, tolta fin dai tempi di
Giulio Cesare; sicchè per esercitare giurisdizione, schiudevano i
carcerati. Adunato anche questa volta il consiglio in Campidoglio, si
venne alla sentenza di spalancare le prigioni, donde uscirono da
quattrocento detenuti, tutti accanniti contro il pontefice. Si diedero a
correre per la città, e condottisi anche a Ripetta dov'erano le secrete
del Sant'Uffizio, «e dove stavano settantadue eretici, dei quali
quarantadue erano eresiarchi», col fuoco e colle scuri apertele, fecero
giurare a que' detenuti «di voler sempre esser cattolici; come se tutti
in un istante fossero convertiti», e li posero in libertà, sfogandosi a
ferire, saccheggiare, bruciare robe e carte nel palazzo, poi nel
convento della Minerva, minacciando mettervi il fuoco se tosto i
Domenicani «non isgombravano da Roma, perchè più non s'impacciassero nel
Sant'Uffizio». Segue narrando gl'insulti alla statua del papa, e come la
testa «fu rotolata giù pel monte di Campidoglio, divenuta ludibrio di
ogni vil sorta di gente, insultandola con grandi strapazzi non solo i
fanciulli e gli eretici, ma anche i timidissimi Ebrei, e da uno di
questi coprendosi colla berretta gialla, che Paolo loro aveva comandata
per distintivo»: poi al domani in Campidoglio si fece decreto che
saccheggiato fosse ed abbruciato il palazzo dove il papa stava da
cardinale, e fossero gettate a terra tutte quante le armi e l'immagini
di casa Caraffa[27].
Di quest'ingiuria volle si facesse riparazione il suo successore, e che
il senato romano, ogni 17 gennajo, assistesse alla messa cantata in
Sant'Eustachio, che poi si cambiò nell'offerta d'un calice d'argento e
quattro ceri a Santa Maria sopra Minerva. In questa chiesa Pio V fece
trasportare il corpo d'esso papa, e porgli magnifico monumento a spese
del popolo; e ogni anniversario vi si celebrasse cappella cardinalizia
dalla congregazione del Santo Uffizio. La statua pure venne fatta
rialzare da Clemente VIII coll'iscrizione: _Paulo IV pontifici maximo
scelerum vindici integerrimo, catholicœ fidei propugnatori._
Molto è difficile giudicarlo fra atti tanto difformi: e noi nel papa
veneriamo la dignità divina, non ogni volontà umana, nè i fatti di esso
trasformiamo in diritto. Certo egli fu zelatore grandissimo della
religione: e nel conclave che seguì, Giulio Pogiano lesse la solita
orazione sul papa da eleggersi, ove si congratula che le depravazioni
rinfacciate cessarono, e deh! se ne sperdesse la memoria. «Lode vostra
è, o cardinali, se tanto cambiamento avvenne nella città e nelle
provincie; furono represse le prepotenze e le libidini, e quella smodata
licenza del vivere e del parlare; ora alla messa intervengono gli
uomini, si confessano, frequentano la comunione, onoransi i giorni di
festa, si solennizzano gli augusti templi: e questa città gli stranieri
conoscono e confessano capo del cristiano impero, ma anche maestra e
guida del dover cristiano. E donde questa ripristinata giustizia se non
dalla probità, dalla continenza, dall'altre virtù dell'animo e
dall'ingegno che splendettero dalla somma sede?»
NOTE
[18] Luigi Capponi, residente in Francia per la Toscana, nel 1551
scriveva al Pagni, segretario del duca: «Ragionasi di fare un patriarca
del regno, sopra giurisdizione spirituale: ed è già più giorni, si è
ordinato non venghino più espedizioni benefiziali da Rema».
_Négociations diplomatiques_, vol. III, pag. 283.
[19] L'affare odierno del Mortara, fanciullo ebreo venuto alla fede
malgrado i genitori, ebbe un riscontro al tempo di Giulio III, nella
qual occasione il già nominato Catarino scrisse _De pueris Judo'orum sua
sponte ad baptismum venientibus, etiam invitis parentibus recipiendis_.
[20] _Lettere di principi a principi_: da Salerno, 9 maggio 1555.
[21] NORES, _Guerra contro Paolo IV_, lib. 1, pag. 6.
[22] NORES, libro I, pag. 32. Pero Gelido, residente di Toscana a
Venezia, il 1556 scrive a Cosimo I: «Non lascerò di scrivere, sebbene
pare abbia del favoloso, essendo in bocca di persone segnalate, il gran
disegno che il papa ha proposto al re di Francia. Dicono che sua
beatitudine disegna fare un re de' Romani, che risegga in Roma; e
coronato in quella città, dargli tutto lo Stato ecclesiastico; e questo
re sia il cardinal Caraffa; fare un re di Napoli italiano, e un duca di
Milano, pure italiano: a che il re (di Francia) concorse offerendo
lasciar volontariamente tutto quello che ha o che pretende in Italia,
purchè l'imperatore faccia il medesimo per amore o per forza. E che ai
pontefici si assegni un'entrata di 50 o 60 mila scudi, con la quale
mantenersi: aggiungendo non essere miglior modo per fare che Italia e
tutta la repubblica cristiana stia pacifica e quieta» (_Nell'Archivio
Mediceo_).
Questa era una delle _chiaccole_ che spacciavansi nelle logge di Firenze
e nelle botteghe di Venezia: ma da una parte pruova che continua fu ne'
papi l'idea di questa indipendenza de' varj principi italiani:
dall'altra, rivela ancor più ignoranza che malignità in chi di siffatte
dicerie si vale come d'un serio concetto del papa.
[23] NORES, _Guerra di Paolo IV_.
[24] Al tempo di Paolo IV, il papa dalla Dataria riceveva per la sua
Corte, scudi 6000 al mese. Oggi il papa riceve da essa altrettanto, ma
all'anno, oltre annui scudi 4000 dal palazzo apostolico per la
segreteria particolare: e 1000 per suo mantenimento, e 300 per l'addobbo
e il vestiario domestico. Vi si aggiungono scudi 6000 sulle regalie del
sale e tabacco, e 10 in 15 mila per tasse concistoriali. Questo
costituisce la lista civile del papa. Quando i Francesi nel 1798 voleano
indurre Pio VI a rinunziare alla sovranità temporale, gli offrivano
300,000 lire l'anno. Napoleone ne assegnò 100,000 il mese a Pio VII, che
neppur esso le accettò, come non accettò l'offerta di due milioni di
franchi di rendita e la sovranità di Avignone.
[25] _Négociations diplomatiques_, vol. III, pag. 173.
[26] L. XII. È saviissimo questo decreto che sta in Campidoglio: _Si
quis sive privatus, sive magistratum gerens de collocanda vivo pontifici
statua mentionem facere ausit, legitimo s. p. q. r. decreto in perpetuum
infamis, et publicorum munerum expers esto._
[27] In quell'occasione pericolò della vita Serafino Cavalli di Brescia,
pio e dotto domenicano, fatto inquisitore da Paolo IV. Gravemente ferito
dai tumultuanti, a stento campò. Intervenne al Concilio Tridentino, fu
maestro del suo Ordine, visitò le varie provincie, e morì in Ispagna il
1571.
DISCORSO XXIII.
FRÀ BERNARDINO OCHINO.
Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la
città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi,
ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente
nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli
e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le
agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il
senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il
secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi
disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città
secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora
altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a
minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o
proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia
alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella
pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la
gagliarda.
Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni
contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que'
patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per
municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli
rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. _Sena
vetus civitas Virginis_ è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti
la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio
nostro sigillo portava: SALVET VIRGO SENAM QUAM SIGNAT AMŒNAM. E la
gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si
finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa
del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28],
tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche
fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui
entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine
incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio
del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni,
Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea
Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio
Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio
Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che
riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il
beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e
affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e
pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere
ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo
ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate
là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in
ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con
Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di
Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più
lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e
Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari
Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio
riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino?
Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e
pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica
c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora
palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa,
che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima
colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le
ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la
pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a
Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj
inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a
pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei,
onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di
coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi
parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le
orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi.
Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le
fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son
abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la
pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella
cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi
riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono
di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze
Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi
cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di
rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon
Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che
portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia
colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra
pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica
imitazione».
Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella
città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora
entriamo a discorrere.
Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi
forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò
la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel
1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini
e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai
profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca
di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una
terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai
Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti
cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del
commercio e dell'agricoltura.
Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di
opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano,
famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore
a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze
contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli
insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli
stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].
Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde
il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate
Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove
contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII;
rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e
forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli
dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne:
«Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e
preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e
Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce
soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a'
suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa
di Roma è abominevole agli occhi di Dio».
Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto
incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente
predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico.
Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca
pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi
piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando
uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe
piangere i sassi».
Pietro Bembo, che presto fu cardinale, poco amava i predicatori
d'allora, dicendo: «Che ci ho a far io? mai non s'ode che garrire il
dottor Sottile contro il dottor Angelico, poi venirsene Aristotele per
terzo e terminare la quistione proposta». Ora, il 6 aprile 1536, da
Venezia scriveva alla marchesa di Pescara: «Io sono pregato da alquanti
gentiluomini di questa città ad intercedere V. S. che sia contenta a
persuadere al reverendo nostro padre frate Bernardino da Siena, che
accetti di venir quest'altra quaresima a predicare qui nella chiesa de'
Santi Apostoli, a riverenzia ed onor di nostro Signore Dio. Tutta questa
cittadinanza aspetta di udirlo infinitamente volentieri. Io mi terrò a
buona ventura poter conoscere ed udir quel santo uomo».
E il 25 marzo seguente: «Ragiono con V. S. come ho ragionato questa
mattina col reverendo padre frà Bernardino, a cui ho aperto tutto il
cuore e pensier mio, come avrei aperto dinanzi a Gesù Cristo a cui stimo
lui esser gratissimo e carissimo; nè a me pare aver giammai parlato col
più santo uomo di lui. Io non voglio lasciare d'udire le sue bellissime
e santissime e giovevolissime predicazioni, ed ho deliberato starmi qui
mentre ci stava egli».
Poi al 4 aprile: «Il nostro frate Bernardino (che mio voglio da ora
innanzi chiamare, a parte con voi) è oggimai adorato in questa città. Nè
vi ha uomo nè donna che non l'alzi fino al cielo. Oh quanto vale, oh
quanto diletta, oh quanto giova! Ho pensiero di supplicar Nostro Signore
ad ordinar la sua vita di maniera, ch'ella possa bastar più lungamente
ad onor di Dio e giovamento degli uomini; chè ella non è per bastare,
governandola sì duramente com'egli fa».
In fine il 23 aprile: «Mando a V. S. Ill. le allegate dal nostro
reverendo frate Bernardino, il quale io ho udito così volentieri tutti
questi pochi dì della presente quadragesima, che non posso abbastanza
raccontarlo. Confesso non aver mai udito predicar più utilmente, nè più
santamente di lui. Nè mi meraviglio se V. S. l'ama tanto quanto Ella fa.
Ragiona molto diversamente e più cristianamente di tutti gli altri che
in pergamo siano saliti a' miei giorni, e con più viva carità ed amore,
e migliori e più giovevoli cose. Piace a ciascuno sopra modo. Estimo
ch'egli sia per portarsene, quando egli si partirà, il cuore di tutta
questa città seco. Di tutto ciò si hanno immortali grazie a V. S. che ce
l'avete prestato». E al curato avea scritto: «Ricordatevi di forzare, se
occorre, frà Bernardino a far uso di carni, e s'e' non tralascia
l'astinenza quaresimale, non potrà reggere alla fatica del predicare».
Perocchè era dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado
inducono soverchia fiducia in se stesso. Camminava a piè scalzi su per
le roccie, nelle nevi, fra i bronchi, scoperta la testa, esposto a tutte
le intemperie: limosinando di porta in porta: la notte appoggiavasi a un
albero, e vi si addormentava, sebbene i grandi avessergli preparato
letti e mense. Vedendolo passare, colla grossa tonaca, colla lunga
barba, incanutita anzi tempo, coll'occhio spento e le guancie scarnate
dalla macerazione e l'aspetto di un martire, la gente s'inginocchiava,
presa istintivamente da meraviglia e rispetto. «Dove andava (dice un
contemporaneo), uscivagli incontro la folla; non bastavano le chiese
agli uditori: ed egli arrivava sempre a piedi, chè nessun mai lo vide
pur s'un giumento: se doveva entrar ne' palazzi de' principi, nulla
mutava del rigor di sua vita, non vino mai, mai più d'una vivanda, gli
sprimacciati letti abbandonava per dormire sul nudo pavimento[31]. Sin
l'infame Aretino, risoluto a far parlare di sè in qualsifosse modo,
fingeva il convertito, e scriveva al papa da Venezia, il 21 aprile 1537,
che il Bembo «avea dato mille anime al paradiso con l'aver trasferito in
questa città cattolica il tanto umile quanto buono frà Bernardino», e
che esso «da quella sua tromba che si fa udire col frate apostolico, ha
creduto alle ammonizioni della riverenza sua, le quali vogliono che
questa lettera, in mia vece gettatasi ai piedi della Vostra Santità
beatissima, le chiegga perdono della ingiuria fatta alla Corte dalla
stultizia delle scritture mie, benchè tutto quello che io ne ho detto
con la bocca e scritto con la penna l'hanno ordinato i cieli, acciò, se
nulla mancasse alla beatitudine sopradetta, vi forniate di glorificare
nella conversione Aretina».
Mentre predicava a Venezia, «illustrissima città, teatro del mondo,
emporio di tutto l'orbe, regina dell'Adriatico, vincitrice de' nemici,
miracolo d'Italia», l'Ochino vi ottenne una cella, che elevò a monastero
de' suoi Cappuccini. Nelle deliberazioni del concistoro, o vogliam dire
consiglio municipale di Siena, al 21 giugno 1539 si stabiliva che,
«essendo buono e molto utile alla salute delle anime che il detto frà
Bernardino, che stamane nella gran sala del consiglio fece una salutare
predica a tutto il popolo, rimanesse alcuni giorni a predicare nella
cattedrale o in palazzo», che quattro illustri personaggi andassero da
esso frate a procurare non partisse da Siena, e scrivessero al
pontefice, se fa bisogno. Predicando nel 1540, ove in fatto introdusse
la devozione delle Quarant'ore, che Siena fu la terza città a praticare;
se non che, invece del Santissimo Sacramento, esponevasi il Crocifisso
delle Compagnie.
Di quel tempo rinvenimmo colà alcune carte, tutte pietà, delle quali,
non isbigottiti dalla taccia di frateschi, esibiremo qualche cosa[32].
«A dì 17 settembre 1540. Fu per il priore presentata una lettera alla
nostra Compagnia di san Domenico per la predicazione da farsi
nell'avvento prossimo da frà Bernardino Ochino, frate cappuccino,
senza soscrizione, ma dagli effetti poi seguiti si stima sia stata
mandata da lui senza nome, la quale contiene di fare l'orazione di
quaranta giorni in tutte le Compagnie di Siena, e ore quaranta per
Compagnia; la quale fu, d'ordine del nostro priore, letta da Lorenzo di
Bernardino nostro fratello, il tenore della quale è questo:
«(Di fuora). Alla Compagnia di san Domenico in Campo regi. Carissimi in
Christo Giesù fratelli.
«(Ommissis). Si prega la carità vostra, che vogliate essere in compagnia
di molti altri a fare due divotissime e santissime opere, delle quali la
prima sarà questa, che l'uno inviti l'altro, l'uno ammonisca l'altro con
amor santo a fare la santissima penitenza con vera contrizione,
purissima confessione e integra soddisfazione, con elemosine spirituali
e corporali, con digiuni in verità fatti e con la santa orazione,
contemplando quella cosa per la quale l'anima si trasforma nel suo amato
Cristo, alli cui santi piedi umilmente gettandoci, la nostra propria e
le pubbliche necessità spirituali doviamo esporre, esortando, e col buon
volere ajutando l'anima nostra a vestirsi in modo di quelle divine
virtù, fede, speranza e carità, che di quelle abituali possiamo
fermamente vedere e tenere per certo, che, nel dì del gran giudizio,
quella riunita a questi corpi, con essi insieme saranno con gli altri
beati nel regno di Dio.
«E perchè fare orazione richiede l'anima raccolta nelle sue potenze
salga su in cielo alli piedi della Santissima Trinità, e questo non può
farsi se il corpo non s'allontana dall'opere del mondo, et essendo vero
ch'a far questo (come può dire chi cristianamente lo sa) non si è ancora
veduto nè saputo il più spedito modo, non tanto a far partecipe ognuno,
quanto a mostrare a quelli che nol sanno (che son molti) il modo
d'orare, che quello che da poco in qua è cominciato nella città nostra,
cioè l'orazione durante lo spazio di quarant'ore. Però si prega per
parte di Dio la carità vostra, da quella per grazia si domanda, che,
fattone il sopradetto apparato e preparamento dell'anima vostra, siate
contenti, secondo l'ordine infrascritto, quando al vostro oratorio
toccherà, assettare quello, come è solito, e disporre le persone,
ch'hanno a fare la guardia del tempo, e mettere i fratelli, e gli altri
d'ora in ora in qualsivoglia numero senza strepito e confusione nel
detto oratorio, dove si stia in continua orazione ore quaranta; il quale
spazio giunto all'ultima ora, con quelli fratelli, che potrete in abito
di battenti, anderete alla Compagnia che dopo voi segue, dalla quale
alcuni venghino per voi, computando quanto tempo basti a partirsi dal
vostro oratorio, e che, quando giungete all'altro, sieno al fine le
quarant'ore, et ivi dicendo qualche prece, incomincierà l'altra
orazione, restandovi quelli della prima ora, ritornerete al vostro
oratorio, dove aspettandovi quelli dell'ultima ora, farete tutti qualche
prego per finire l'orazione.
«Durerà secondo l'ordine sottoscritto l'orazione d'una Compagnia in
un'altra, quaranta giorni, a similitudine delle maggiori orazioni che si
leggono nella vecchia e nuova scrittura santa, e comincerassi a dì 19 di
ottobre martedì la mattina seguente il dì di san Luca a ore 14, e
durando fino alla prima domenica dell'Avvento, alla medesima ora saranno
quaranta dì, e farassi l'orazione ventiquattro volte; tutte l'ore sono
novecensessanta.
«Venuta l'ultima mattina, la prima domenica dell'Avvento, siate invitati
a fare una processione in questo modo, che in abito di battenti tutti
siamo a udire la predica, dopo la quale, la Compagnia che sarà l'ultima
all'orazione con l'immagine di quel Crocifisso che doviamo imprimere e
stampare nelli cuori nostri, deva andare per la città e seguendo l'altre
senza confusione e senza altra insegna, ma standosi dove lo vorrà bene,
ritorneranno alla chiesa cattedrale, dove la predetta Compagnia deve
aver fatto provisione d'un sacerdote che celebri la messa all'altar
maggiore, la quale, finita e avuta la benedizione, ciascuno tornerà alla
casa sua, risoluto totalmente spogliarsi il vecchio uomo, e vestirsi del
nuovo Cristo benedetto.
«Questa è la prima grazia, quale vedete. Se tutta è in benefizio vostro,
cercatela adunque, e respondete a Gesù Cristo crocefisso che vi infiammi
alla seconda.
«Questo è l'ordine delle Compagnie, preso così solo per la commodità;
resta che facciate sapere alla Compagnia che è innanzi a voi, e a quella
che è dopo, come siete parati a fare quest'orazione: l'uno animisca
l'altro, e in virtù del preziosissimo sangue di Cristo, vincete ogni
tentazione che 'l nemico dell'umana generazione vi porgesse dinanzi.
«Vi si dà quest'ordine ora, acciocchè abbiate tempo a trovare li
fratelli; e confortargli a questo, e disporli all'ora loro.
«1º Comincierà col nome di Dio la Compagnia del _Corpus Domini_ a dì 19
ottobre, martedì mattina a ore 14, e mercoledì notte a ore 6 finirà.
«2º A ore 6 mercoledì notte San Niccolò passerà giovedì, e venerdì a ore
22 finirà.
Segue divisando le ore di ciascuna Compagnia.
«La prima domenica dell'Avvento sarà il fine delle quarant'ore e de'
quaranta giorni, a laude e gloria della santissima Trinità, Padre,
Figliuolo e Spirito Santo.
«La seconda grazia non meno utile della prima, la quale è atta a
confermarsi ne' principiati beni, è questa: che le carità vostre, senza
alcuna contradizione siano contente mandare secondo l'ordine
soprascritto, quando sarà la volta loro, quattro o sei fratelli a
guardare por una notte i poveri infermi dello spedale maggiore. A quelli
non solo la notte, ma ancora il dì bisognerebbero la presenza e le
consolazioni della carità vostra, quando solamente sono governi da
mercenari, e da chi senza amore alcuno li vede, anzi da chi non
considera che manco sono infermi dell'anima che del corpo.
«Oh! di quanto bene sarete cagione, e a voi prima, perchè da questi
imparerete l'esser vostro, e quanto invano fatighiamo fuori della via di
Dio, e a quelli, quando li conforterete, e con amore sovvenirete nelli
loro affanni e dolori.
«S'entrerebbe in un lunghissimo ragionamento a volere esporre le molte e
buone utilità che da quest'opera usciranno; però le taceremo, essendo
per certo che molto più con l'opera stessa la conoscerete, che con
parole non si mostrerebbero.
«Però, per parte (di nuovo) di Gesù Cristo crocefisso, si prega la
carità vostra, immo a quella per la virtù del suo sangue comanda che la
prima e la seconda di quelle grazie sieno da voi esaudite e ad effetto
mandate, e Cristo, il quale a queste vi chiama, darà parte in voi e
nell'anima vostra, e doneravvi grazia che con pura fede opererete quello
che ne comanda.
«Restate nell'amore di Gesù Cristo, al quale col Padre e col Santo
Spirito ha onore, gloria et imperio, sempre ne' secoli de' secoli».
«E questo è il tenore della presente lettera, come ho detto, del nuovo
modo d'orare, trovato novamente dalli reverendi padri frati de'
Cappuccini, e da loro predicato.
«Letta la presente lettera, non si risolvè altro la presente mattina per
esser tardi, ma si risalvò a un'altra tornata.
«A dì 3 ottobre 1540.
«Dato dal priore licenza ad ognuno di parlare a bene et utilità della
Compagnia etc. Lorenzo di Bernardino cimatore, fatta la debita
riverenza, propose che si dovesse fare quattro persone sopra l'ordinare
ed ornare la Compagnia nostra per fare la nuova orazione delle
quarant'ore, e perchè bisogna fare qualche spesa, che detti quattro
fratelli avessero autorità di fare tutte le spese, che bisognassero per
detta orazione, e così si deliberò di fare detta orazione».....
1540, a dì 1 novembre, a ore 22.
«Essendo adorna la Compagnia con il cielo, e panni d'araza per chiesa, e
la sagrestia, radunati gli fratelli andorono innanzi a certa ora 21,
vestiti da battenti, tutti con torcie, alla Compagnia di Santa Caterina
in Fontebranda per il Crocefisso, e così processionalmente con molte
torcie vennero alla nostra Compagnia, accompagnati da moltissimi
fratelli della detta Compagnia di Santa Caterina, e giunti nella nostra
Compagnia, fatte le debite orazioni e invocazioni dello Spirito Santo, e
fatto un breve sermone da Mº Bernardino di san Domenico in esortazione
alla frequenza della detta orazione e ringraziamento alla Compagnia di
Santa Caterina, ed alla moltitudine delle persone che vennero ad
accompagnare il Crocefisso, dêtte licenza a ognuno, eccetto quelli che
volessero restare all'orazione, e così chiusa la Compagnia, spento tutti
i lumi, eccetto un lanternino con la figura di Gesù Cristo, portata la
croce, e così a laude dell'onnipotente Dio si dêtte principio alla detta
orazione. E un'ora si dura di stare in orazione per volta, e finita
un'ora, si mette altre persone d'ora in ora, nell'ordine che li
sopradetti fratelli hanno ordinato, cioè (_seguono i nomi_).
«Così a laude dell'onnipotente Dio si finì la detta orazione con molta
frequenza de' fratelli, e di molte altre persone fuora della nostra
Compagnia e di frati ad ogn'ora; e innanzi che fussero le 13 ore andammo
tutti vestiti da battenti con torcie accese accompagnare il Crocefisso
alla Compagnia di Sant'Andrea Gallerani, prima nella nostra sagrestia e
detta Compagnia di Sant'Andrea fatta parare, cantate le litanie, e per
il nostro correttore fatto un breve sermone, tornati poi alla nostra
Compagnia, si cantò il _Te Deum_, fu fatto fine alla detta orazione,
ecc.
«A dì 7 ottobre 1540.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso, radunato il Capitolo, fu per il
nostro priore presentata una polizza da parte del vicario
dell'arcivescovo, il tenore della quale è questo:
«Al nome di Giesù Christo,
«Il signor vicario dell'arcivescovo e li tre canonici eletti dall'altro
sopra il fine dell'orazione delle quarant'ore, e il reverendo padre frà
Bernardino Ochini, fanno intendere alla carità vostra che sieno contente
per la prima domenica dell'avvento, per fuggir la confusione, osservare
l'infrascritte cose:
«E prima per ragione della comunione da farsi comunemente in duomo, si
prega quella che là sarà innanzi, vadino a reconciliarsi dove li piace;
perchè la mattina sarebbe impossibile per molti rispetti: ecc., ecc.
A dì 14 ottobre 1540, fº 8.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso; per il nostro Padre Priore fu
presentata la presente lettera diretta alla nostra Compagnia, e per
comandamento del medesimo Priore, fu letta da Lorenzo di Bernardino
Cimatore, il di cui tenore è questo: — Alla Compagnia di San Domenico; —
Carissimi in Cristo Gesù crocefisso fratelli.
«Non a quelli che cominciano, ma a quelli che perseverano è riservato il
premio, e questo per esperienza vediamo: se l'arbore, fatto ch'ha una
volta il frutto, si restasse e non ne facesse più, ovvero, come una
volta le facesse buone, e l'altra le facesse cattive, quello si è da
tagliare e porlo al fuoco.
«Sarebbe per questo, in Cristo fratelli, vedendo il servire a Gesù
Cristo nostro Signore santissimo, assai cosa tanto fruttuosa, buona e
necessaria, avendo concessa la prima e maggior grazia, non dee negarsi
la seconda più facile, e non manco accettabile al Redentor nostro Gesù
Cristo, la quale sarà il visitare quelli poveri infermi, anzi esso
Cristo Gesù nella sua santissima casa dello spedale di Santa Maria della
Scala, scala del paradiso; e questo doveremmo trattare con un modo et
ordine che fusse perpetuo, e tanto facile con la grazia di Gesù Cristo,
che non sarà fatica o rincrescimento alcuno, quantunque nè fatica nè
rincrescimento può porgere il servire a Gesù Cristo, anzi a noi
medesimi.
«Pigliamo dunque quest'ordine: noi siamo ventidue Compagnie: pigliamo
ogni ventidue giorni, una volta almeno visitare (con 2, 4 o 6 quelli che
a ogni compagnia piacerà) quella santissima casa, e vegliare una notte
con Gesù Cristo, e tenendo quest'ordine toccherà sedici o diciassette
volte l'anno per Compagnia: facciasi dunque da ogni Compagnia di quelli
sono più atti a tal offizio, tante parti, che in un anno tocchi una
volta per parte o più come piacerà.
«E chi sarà quello che una volta l'anno per amor di Gesù Cristo non
vogli pigliare quella consolazione di vegliare una notte con Gesù
Cristo? facciamolo adunque, fratelli, facciamolo, deh! facciamolo, e non
dubitiamo di niente, che per Gesù Cristo potiamo il tutto.
«Voi, carissimi fratelli della Compagnia di San Domenico, piglierete al
nome di Dio a dì 12 di novembre in martedì, e seguitarete questa santa
opera, e così ogni terzo martedì vi toccherà una volta, e di poi con la
grazia di Dio seguiranno l'altre Compagnie.
«Questo qui sotto è l'ordine per tutto l'anno, ecc.
«A dì 17 gennaro 1541 _a nativitate_.
«Adunato il Capitolo ecc. fu dal P. Priore (Ochino) presentata la
seguente lettera diretta alla nostra Compagnia.
«Grazia, laude e gloria a Gesù Cristo benedetto.
«Per li grandi e mirabili effetti, che sono esciti dalla passata
orazione dei quaranta giorni si è potuto chiaramente conoscere e far
giudizio, che non fu motivo d'uomini il mostrarvi un tal ordine, ma che
viene dal Donatore di tutta la grazia, dalla bontà e misericordia del
Salvator nostro.
«Però sappiate di certo, e tenete per fermo, ch'ogni grazia, e ogni dono
perfetto viene di sopra, dall'infinita bontà e carità di Dio. Da parte
del quale oggi vi si presenta un preziosissimo dono spirituale, il quale
non solo a voi, mentre che vivete, ma ancora a quelli, che dopo voi
verranno sarà di tal giovamento, che sempre voi e loro ne ringrazieranno
Dio.
«Il dono è questo, che la carità vostra senza alcuna contradizione, con
sincero cuore e grato animo, sperando sempre in Dio, e con voi si
disponghino a fare deliberazione, e vincasi non con lupini, ma con viva
voce, non per tempo determinato, ma che passi da voi nelli vostri
posteri, e da quelli in perpetuo, che nell'Oratorio vostro (come
nell'altro si farà) si faccia quattro volte l'anno l'orazione di
quaranta ore secondo 'l modo sottoscritto.
«La cosa è tanto da se onesta, giusta, santa e divina, che non fa
bisogno di persuaderla, tenendo per certo che, nel sentir voi
presentarvi tal cosa, a tutti parrà un'ora anni mille di ritrovarla, e
per amor di chi ve la manda, metterla in esecuzione.
«Prima che altro vi si dica, si prega la carità vostra che procurino e
con diligenza osservino l'infrascritta avvertenza, acciò che 'l nemico
nostro non semini nell'opera nostra qualche disordine, ch'a ciò sempre
sta parato, e massime contro l'orazione, dove (dicono i santi) che porrà
ogni sua industria per disviarli da quella.
«E perchè questa ha da essere l'ultima volta che di ciò vi ragioni, non
vi porga fastidio se troppo a lungo vi si scrive.
«Faccisi dunque prima sapere a quelli che non sanno, che, dovendosi dare
un tempo determinato, si è preso questo di quaranta ore e quaranta
giorni, perchè 'l numero quadragenario è stato sempre di grandissimo
mistero, e di più, che non solo in questo tempo determinato doviamo
orare, ma sempre che questo è fatto per eccitare, e ricordare.
«Quattro volte l'anno si ha da fare l'orazione di quaranta giorni,
talchè a quaranta per volta tocca sei dì e sedici ore l'anno per
Compagnia...
«Acciochè questa oratione facci l'effetto suo di fare salire la mente
nostra a Dio per pietoso e umile affetto, bisogna darle per guida la
santa penitenza, cioè con fermo proponimento di levarsi dall'offesa
verso Dio e verso 'l prossimo, fare uno splendido preparamento di vera
contrizione, piena confessione e intiera sodisfazione, e di poi
spiritualmente, e sagramentalmente comunicarsi; bisogna ancora, oltre
alla guida, aggiungere a quest'orazione due ali, cioè il vero digiuno e
l'elemosina spirituale e corporale; facendo così, pentendosi, e
domandando misericordia da Dio della nostra côlpa e rendendo grazie alla
bontà sua di tanta grazia che ci ha concessa, e che continuamente con
larga mano per sua benignità sopra noi sparge, potiamo renderci sempre
certi che la maestà sua averà grate, e riceverà l'orazioni nostre, e
doneracci grazia che conosceremo il bene e lo avremo, che fuggiamo il
male, e che sempre operiamo in onore e gloria sua (_seguono molte regole
particolari_).
«I sermoni per non tediare sieno brevissimi e divoti, ammaestrando
sempre l'orazione; sieno fatti da persone ecclesiastiche, e per l'amor
di Dio s'avvertisca che sieno brevi e senza cerimonie, ringraziamenti e
frascherie, perchè importa assai, acciocchè di zelo di Dio non si venga
in pompa del mondo e vanagloria.
«Venuto il fine de' quaranta giorni, l'ultima Compagnia inviti l'altre;
e venendo o no, faccino una breve e divota processione, odi la messa e
si comunichi, e se pure trova altre Compagnie disposte, le guidi in
qualche tempio, dove, dopo un pubblico sermone o predica, si facci una
pubblica e divota comunione, e cantando _Te Deum_ ognuno ritorni
all'oratorio suo, e la Compagnia che fu prima piglierà la sua croce, e
porteralla al suo oratorio. Non si facci apparati con drappi, panni,
tappezzerie o frasche, anzi si faccia semplicemente con divozione e zelo
di Dio, e gli apparati nell'anima nostra.
«Vi si comanda da parte di Cristo crocefisso, che si fugga ogni
precedenza, ambizione e onore, acciocchè non possa mai nascere un minimo
scandalo e facendosi processione, vadasi senza insegna confusamente. E
se invitando voi le Compagnie, qualcheduna o tutte non venissero, non vi
scandalizzate, anzi state quieti, e pensate che così è volontà di Dio.
Fino quando l'altre vi inviteranno, siate li primi, e umiliatevi, perchè
con la santa umiltà s'acquista il paradiso.
«Insomma quando sentite cosa alcuna che possi dare alterazione,
immediate mozzate le maestre, e non se ne parli, nè vi si pensi più, e
fate questa deliberazione ora per sempre di far ciascuna vostra opera a
onor di Dio, e di poi trattatela alla libera e puramente, e così vedrete
che di bene in meglio anderanno le cose vostre, e quest'orazione
santissima, la quale renderà frutti gratissimi a Dio e salutiferi a noi.
«Perchè una delle cose necessarie ad un cristiano, anzi la più
importante è l'orazione, e perchè rari sono che sappino altro che
rimenare le labbra, non che fare orazione, e maggiormente l'orazione
mentale; però si prega la carità vostra, che qualche volta, anzi spesso
avvertiate li nostri fratelli che si faccino insegnare da chi se
n'intende, e di più che si provedino di libri spirituali che ne
contenghino, e molti vedano con quanto loro scapito fino ad ora o per
negligenza o per ignoranza sono stati privi di cosa sì utile.
«Mancando qualche Compagnia, si succedano l'altre di mano in mano, fin
che si finiscano li quaranta giorni».
Seguono altri avvertimenti. In appresso son registrate le funzioni
fattesi man mano, ove copieremo quest'una:
«A dì 20 giugno 1542.
«Fu letta una polizza, inviata dalla Compagnia della Madonna sotto lo
spedale, come avea deliberato la Balìa e conservatori della libertà di
Siena che si dovesse fare un orazione di quaranta giorni, a pregare Dio
che, per sua infinita pietà e misericordia, per i meriti della passione
e sangue sparso dal suo unigenito Figliuolo per salute dell'uman genere,
che vogli temperare il suo giusto sdegno preparato contro di noi, di
guerre grandissime che si vedono preparare per tutta cristianità,
evenimento de' Turchi contro li Cristiani, per la disunione de' prencipi
cristiani l'uno contro l'altro, ed altri gran prodigi di terremoti con
gran rovine di cappelle e ville, ecc.
«A quest'affetto elessero due di loro che fussero con le Compagnie, e
così congregati due di ciascuna Compagnia nello spedale, si deliberò a
gloria di Dio di fare la detta orazione nell'oratorio e Compagnia della
Madonna sotto lo spedale, di far quaranta giorni continui dì e notte».
E basti delle preghiere: veniamo a materia più pruriginosa; gli errori.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, non ha frasi sufficienti per
lodare l'Ochino, «prudente, sagace, di bei costumi, esercitatissimo per
lungo uso di molte cose, ingegno e grandezza d'animo ad abbracciar
qualunque gran fatto; tanta compostezza esterna ed onestà, che mostrava
apparenza non vulgare di virtù e santità; mirabile predicatore,
coll'eloquenza guadagnava gli animi, sicchè fu una generale approvazione
allorchè, nel terzo capitolo generale, fu eletto generale il 1538. E
tolse ad amministrar l'Ordine con tanto consiglio, prudenza, zelo della
regolar osservanza, e coll'esempio d'ogni virtù, che i frati
s'applaudivano dell'elezione d'un tal uomo. Quasi sempre pedestre visitò
i varj conventi; esortava con mirabile eloquenza alla povertà,
all'osservanza della regola, all'altre virtù, e s'acquistò sempre
maggior nome presso i suoi e presso gli esteri: grande autorità godeva
presso re e principi, che l'usavano in difficilissimi consigli; il papa
avealo in massimo onore; talmente era cercato, che bisognava ricorrere
al papa per averlo predicatore, e le più grandi chiese non bastavano
agli uditori, sicchè bisognava aggiungervi portici; e molti, levando le
tegole dal tetto, calavansi di là per ascoltarlo. Predicando a Perugia
nel 1540, calmò le nimicizie per quanto inveterate. A Napoli avendo dal
pulpito raccomandata non so qual pia opera, l'elemosine offerte salirono
a cinquemila zecchini».
Scaduto il triennio (prosegue con incolta prolissità) fu rieletto, ma
ricusò fermamente, finchè dalle istanze persistenti si lasciò vincere. E
negli otto anni che fu cappuccino, mai non diede il più piccolo sentore
di eresia.
Eppure sotto quelle apparenze celava un'estrema superbia, il desiderio
di levar rumore, e la fiducia nel proprio intelletto, avendo imparato
dai libri di Lutero a cercare nelle sacre carte ciò che alla sua
passione compiacesse. Dicono che, mentre predicava a Napoli in San
Giovanni Maggiore nel 1536, il Valdes lo avvicinasse, e fomentandone
l'immaginativa e l'ambizione, l'inducesse a insultare Paolo III, che non
l'aveva ornato cardinale. Al vicerè Toledo fu rapportato che spargesse
errori luterani, e quegli cercò che il vicario arcivescovile chiarisse
la cosa; «ma perchè con l'austera vita che mostrava, con l'abito
asprissimo, con il gridar contro i vizj ricopriva il suo veleno, non si
potè per allora conoscere se non da pochi la sua volpina fraude». Son
parole del domenicano Caracciolo, il quale prosegue: «Pure vi fu alcun
che se n'accorse, e fra i primi, per quanto ho inteso dai nostri vecchi,
furono i nostri santi padri don Gaetano e don Giovanni; i quali poi più
chiaramente se n'accorsero nel 1539 quando l'Ochino, predicando nel
pulpito del duomo, andava spargendo molte cose contro il purgatorio,
contro le indulgenze, contro le leggi ecclesiastiche del digiuno ecc.; e
quel che fu pessimo, soleva talora l'empio frate proferire interrogative
quel che sant'Agostino dice negative, _Qui fecit te sine te, non
salvabit te sine te?_ dando a questo modo ad intendere tutto il
contrario di quel che insegna sant'Agostino, cioè che _sola fides
sufficit_, e che Iddio ci salva senza che noi facciamo opera alcuna per
cooperar con Dio. Andavano attorno iscritti prima, e poi stampati i
libri di costoro, come di tanti profeti, e già in pochi anni non solo i
plebei ed ignoranti, ma anche molti signori e signore nobili, e molti
religiosi e preti se n'erano infetti; e si facevano conferenze e
conventicole secrete tra loro, e si prestavano scritti l'un l'altro di
cotali dottrine pestifere»[33].
In quel tempo l'Ochino mostrava ancora una pietà incolpabile, e possiamo
offrire in testimonio alcune sue lettere, tali quali le abbiam desunte
dagli archivj della sua patria.
«Molto magnifici signori; Non penso vi habi a esser difficile el
persuadersi che molto volentieri verei in questa quaresima a predicar
alla mia Siena, sicchome per una vostra o visto sarebbe intento di
vostre signorie: resta solo che da chi può comandarmi io non sia
impedito. Di me potran servirsi nel scrivere che a me el venire sarebe
gratissimo, pur che sia con volontà di sua santità. Questo medesimo o
expresso al reverendissimo monsignore Ghinucci; et perchè del tempo fuor
della quaresima sua santità non è solita impedirmi, quando a vostre
signorie paresse che io venisse in questo tempo innanzi alla quaresima,
mi dieno un cenno del quando, che non mancarò, col non cessare ancora di
tentare per la quaresima; il che sarà etiam più facile di ottenersi per
esser lì; et se in altro posso si servin di mè, che per la singolare
affetione li porto mi sarà facile tutto in Christo per il quale vivo e
spero di morire. Resto col pregarlo che vi prosperi sempre con la sua
grazia in ogni vostra felicità.
«Da Roma il 5 settembris 1540.
_Frater Bernardinus sen._
«Molto magnifici signori; Non ho più presto resposto per non essere
resoluto di sua santità. Oggi s'è contentata che io per lo advento
venghi, e così mi sforzarò circa Ognisanti essere a Siena. Preghiamo el
Signore ch'el mio venire non sia vano. Resta che vostre signorie in
quanto posso mi comandino che non sarà cosa tanto difficile che lo amor
non me lo renda facile.
«Il Signore vi conservi e prosperi nella sua grazia.
«Da Roma 27 settembris 1540.
«Molto magnifici signori Priori Governatori e Capitani miei osserv.; Mi
dolgo, per la molta affetione e cordiale amor che porto ed alle signorie
vostre e alla patria, di non poter soddisfar a quello che per debito me
si conviene, e a quanto saria il volere di quelle. Io non harei già
aspettato che mi havessin fatto istantia di venir costà a predicare, che
(quantunque non sia secondo il merito di quelle) al primo cenno sarei
venuto, ma mi trovo, da molti giorni indrieto, con un dolor grande di
schiena, e con altre indispositioni, attalchè, si ben mi forzasse a
venir, non potrei predicare, e per questo ho ricusato anche a molti, e
mi sò fermato qui che, tra che curarò il mal, mi verrò rassettando le
mie scritture; per questo le Signorie Vostre si degneranno per tal
impedimento scusarmi, contentandosi di quanto è voler di Dio per la mia
imperfetione; e di questo è il mio buon volere verso di tutti, e mi
faran gratia avermi nella vostra protectione e così a quelle con tutto
il core mi fo raccomandato.
«Dal luogo nostro di Firenze, il dì xjj di novembre del D4j».
«Molto magnifici signori; Sa Dio quanto piacere ho avuto in intendere de
diverse parti e ultimamente per una vostra, el ben essere della mia
diletta patria: desidero essere instrumento di Christo a honorarlo se
fosse possibile in ogni loco, ma spetialmente come sarebbe justo ne la
mia Siena: e tanto più me n'è cresciuto el desiderio quanto che intendo
che comincia a reformarsi et mi desidera. Ma le Signorie Vostre hanno a
sapere che io, poi partii da Venetia, ad istantia dell'illustrissimo
dominio veneto, la santità di Nostro Signore per un breve mi a imposto
che ritorni a Venetia, e li stia in lor satisfatione in fin tanto che di
me altro non determina, però bisogna che acceptiate per ora la bona
volontà e mi haviate per excusato. Trovandomi così legato, mi sforzarò
ben quanto più presto potrò venir a visitarvi: e se in altro possa in
Cristo servirvi, sapino che lo animo è prontissimo. El Signor vi
conservi et prosperi sempre nella sua divina gratia.
«Da Verona alli 20 maggio 1542.
«Molto magnifici signori; Per esser lo amor della patria justo e santo,
e tanto più quanto è d'un bene universale e pubblico, cognosco che tanto
più siamo obligati a amarla quanto siamo a Dio più proximi, però per
esser frate non sò escluso da questo dolce vinculo, anzi tanto più
strettamente ligato, quanto in me fusse più charità. Unum est che mi son
congratulato del felice essere della mia patria, e o incominciato a
honorarmene, però in Cristo, tanto ne sento dir bene, e desidererei
presentialmente godermene, si chome del contrario in altre volte ne ho
avuto molestia, e tanto più quanto per la vostra vedo el desiderio di
Vostre Signorie e della città, maxime quando credesse avere a giovare.
Ma poi so qui a Verona ad instantia del clarissimo dominio veneto, o
avuto un breve da Sua Santità dove mi impone che ritorni a Venetia, e li
stia infin tanto che altro non determina: tal che so impedito, e bisogna
mi haviate non solo per excusato, ma compassione, e tanto più quanto el
venire mi sarebe più contento ch'el restare. Pregarò bene el Signore
che, essendo suo onore, faci che Sua Santità osservi la promessa, e
quanto più presto potrò me ne verrò alla mia Siena. Pregando Dio che la
conservi e prosperi nella sua gratia e pace.
«Da Verona alli 20 maggio 1542[34].
Nel 1541 l'Ochino avea stampato alcune prediche, locchè crebbe ne'
Veneziani il desiderio di riudirlo. E il papa vi assentì: pure
essendogli già insinuato qualche dubbio, diede ordine di tenerlo
d'occhio. In fatto predicando in Santi Apostoli, cominciò a spargere
errori. Alcuni ne l'accusarono, e (non essendovi ancora il sant'Uffizio)
il nunzio papale lo dimandò a chiarirsene, ed egli ebbe l'arte di
spiegarli in buon senso e diceva: «È più difficile convincere uno
d'eresia, che accusarlo d'oscura definizione di frasi teologiche». Esso
nunzio l'anno prima avea fatto arrestare Giulio Terenziano teologo
milanese, che predicava eresie: e a ciò parve alludere l'Ochino quando
dal pulpito proruppe: «Che facciamo, o uomini veneti? Che macchiniamo? O
città regina del mare, se coloro che t'annunziano il vero chiudi in
carcere, mandi alle galere, come si farà luogo la verità? Oh potesse
questa liberamente enunciarsi! quanti ciechi recupererebbero la vista!»
Pertanto il nunzio lo sospese, e riferì ogni cosa al santo padre; ma
gliene seppero mal grado i Veneziani, ammiratori di quel bello ingegno,
di modo che dopo tre giorni bisognò restituirgli la parola, ch'egli usò
più cautamente[35].
Da Venezia, il 10 febbrajo 1542, scriveva al marchese del Vasto:
«Illustrissimo signore; Non fu mai, nè manco sarà capitano più valoroso
di Cristo. Imperocchè, dove gli altri vincono con potenti eserciti, per
forza d'arme e d'artiglierie, e molti con inganni, astuzie o favori di
fortuna, Cristo, venendo in questo mondo, solo soletto entrò in guerra,
e disarmato d'ogni forza e favore del mondo, sendo in sulla croce,
vestito solo di verità, umiltà, pazienza, carità e dell'altre sue divine
virtù, con impeto d'amore, in una sola guerra ha superato per sempre non
gli uomini del mondo, ma gl'infernali spiriti, la morte, li vizj, e
tutti li nemici di Dio, e fatto la più bella e ricca preda dell'anime,
per tanti secoli state già in sì misera servitù, che mai si facesse o
potesse fare. È ben vero che vi lasciò la vita, ma questo rende più
mirabile il suo trionfo e la sua gloria. Però essendo sì divino
capitano, V. E. non si ha da vergognare, anzi da onorare d'essere nel
numero delli suoi valorosi cavalieri, massime che le palme, corone,
vittorie, trofei e trionfi delli suoi soldati senza comparazione sono
più gloriosi che quelli del mondo. E si ricordi che prima, cioè nel
sacro battesimo, fu ascritto alla milizia di Cristo, che a quella di
Cesare; e mancar di fede a Cristo è cosa tanto più vile, quanto che
Cristo, degli altri signori è più ricco, liberale, potente, pio, santo,
giusto e pieno d'amore: e siccome furono empie quelle parole della
turba, _Non abbiamo altro re che Cesare_, così divine quelle di Cristo,
_Rendasi quello ch'è debito a Cesare, ma non si manchi a Dio_. Ed ora
tanto più, quanto non si serve, anzi si disserve a Cesare ogni volta che
s'ingiurasse Dio, dal favor del quale pendono gl'imperj e monarchie del
mondo. Questo ho scritto, non perchè io non pensi che V. E. abbia sempre
l'occhio aperto all'onor di Dio, siccome son costretto a credere e dalle
vostre virtù, e dall'amor ch'io vi porto: ma vi veggo nelle altezze del
mondo, dove li venti impetuosi delli rispetti umani sono potentissimi;
talchè bisogna esser perfettissimi per vincere. Però l'impresa è
conveniente alla grandezza e nobiltà dell'animo vostro. Gli altri vostri
amici faranno festa, e magnificheranno le vostre vittorie del mondo: ed
io, quando vincerete voi stesso, e non avrete per idolo il rispetto del
mondo, anzi per grandezza di spirito gli sarete superiore, e non
servirete al mondo, ma ve ne servirete in onore di Dio».
Finita la quaresima, a Verona raccolse molti Cappuccini della provincia
veneta, ai quali insinuò errori, poi prese a spiegare le Epistole di san
Paolo; e tra gli altri corruppe frà Bartolomeo da Cuneo, guardiano in
quel convento, che divenne eretico. Essendo generale de' Cappuccini,
avea promesso a frà Angelo da Siena di fabbricare il loro convento con
un lusso disdicevole alla professata povertà; onde i pii credettero che
quel che seguì fosse castigo di Dio per questa vanità. Certo le anime
pie già n'erano sgomente, e san Gaetano Tiene gli fece interdire la
predicazione in Roma. Angelica Negri di Gallarate, saviissima donna, le
cui lettere si leggevano ne' refettorj, e che il marchese Del Vasto
governatore di Milano volea ne' suoi consigli e al letto di sua morte,
udendo l'Ochino predicare a Verona, predisse cadrebbe nell'eresia[36].
E in fatto cominciò a mostrare disgusto dell'orazione, del coro, della
messa, al punto che tutti ne prendeano scandalo: qualche frate il
rimproverò, tra cui frà Agostino da Siena gli disse lepidamente:
«Andando ad amministrar la religione senza la preghiera, mi somigliate a
chi cavalca senza staffe. Badate non cascare». Egli rispondeva che non
cessa di pregare chi non cessa di ben fare. Poi talmente si avviluppò in
affari di principi, che non avanzava tempo di dire l'uffizio, e ne
domandò la dispensa dal papa. Insieme prese famigliarità con eretici, ne
gustava i libri, fantasticava innovazioni.
Il papa non sapea indursi a crederlo traviato; e l'invitò a Roma, coi
maggiori i riguardi, avendo divisato di ornarlo cardinale. Egli
bilicossi lungamente tra rinegare le sue dottrine, o esporsi alla morte
sostenendole; e il Giberti, santo vescovo di Verona ove allora egli si
trovava, lo indusse andare a consultarne il cardinale Contarini a
Bologna. Giunto colà, il trovò sì gravemente ammalato, che non potè
averne se non queste parole: «Padre, voi vedete a che stato sono
ridotto: pietà di me; pregate Dio per me e fate buon viaggio».
L'Ochino passò a Firenze a visitare Pietro Martire Vermiglio, e questi,
che già era fisso nell'eresia, lo dissuase risolutamente dall'andare a
Roma nè mettersi in mano del pontefice, bensì seguisse il consiglio del
salvatore, «Se siete perseguitati in un paese fuggite in un altro».
Mosse dunque a Siena a salutare i suoi; e vedendosi o credendosi in
pericolo di venir preso, si ricondusse a Firenze, e di là scrisse alla
marchesa di Pescara, palesandole l'ansie sue. «Con non piccolo fastidio
di mente mi trovo qui fuor di Firenze, venuto con animo d'andar a Roma,
dove sono chiamato, benchè da molti ne sia stato dissuaso, intendendo il
modo col quale procedono; perchè non potrei se non negar Cristo, o esser
crocifisso. Il primo non vorrei; il secondo sì, con la sua grazia, ma
quando Lui vorrà. Andar io alla morte volontariamente non ho questo
spirito. Dio quando vorrà mi saprà trovar per tutto. Cristo m'insegnò a
fuggir più volte ed in Egitto ed alli Samaritani: e che andassi in altra
città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia?
Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo; e molte volte
bisogna bestemmiarlo per soddisfar alla superstizione del mondo; nè
manco scrivendo potrò dare in luce cosa alcuna. Per questi ed altri
rispetti eleggo partirmi, e prontamente; chè veggo che procedono in
modo, che dà pensar che vorrebbero infine farmi rinegar Cristo o
ammazzarmi. Credo se Paolo fosse nel mio caso non piglierebbe altro
partito...... Ho inteso che il Farnese dice che son chiamato perchè ho
predicato eresie e cose scandalose. Il Teatino, Puccio[37] ed altri che
io non voglio nominare, dalli avvisi che ho avuti, parlano in modo, che
se io avessi crocifisso Cristo, non so se si farebbe tanto rumore. Io
son tale qual sa V. S., e la dottrina si può sapere da chi mi ha udito:
mai predicai più riservato e con modestia che quest'anno, e già senza
udirmi mi hanno pubblicato per un eretico. Ho piacere che da me
incomincino a riformare la Chiesa. Temono infino un frate con l'abito
nostro in _Ara Cœli_, che il Capitolo ordinò che gli fosse cavato
l'abito: onde, udendo tanta commozione contro di me, penso sia bene
cedere a tanto impeto. Dall'altra parte pensate se mi è aspro per tutti
li rispetti che sapete. Considerate se sento repugnanza a lasciar tutto,
e a pensare che si dirà. Cristo ha permesso e voluto ch'essi mi
perseguitino così, a qualche buon fine. Mi sarebbe stato sopra modo
gratissimo parlarvi, ed avere il vostro giudizio e di monsignor Polo, o
una lettera loro. Pregate il Signore per me. Ho animo servirgli più che
mai in la sua grazia.
«Firenze, 22 agosto 1542»[38].
Allora fu da Caterina Cibo duchessa di Camerino, colla quale pure teneva
usata; e deposto l'abito, con tre altri monaci varcò gli Apennini. A
Ferrara visitò la duchessa Renata, che lo munì di commendatizie per
Ginevra. Avea preso a compagno fra Mariano da Quinzano laico, che sapea
di francese e tedesco per essere stato militare; ed era sì caritatevole,
che una volta, più non avendo altro da poter dare, al mendicante disse:
«Non mi resta che questo mantello, e neppur esso è mio, sicchè non posso
dartelo. Ma se tu me lo togli, io non mi opporrò». E sfibbiatolo, lasciò
che il povero se lo pigliasse.
L'Ochino diede intendere a frà Mariano che zelo di Dio lo traesse a
predicare fra gli eretici; e per entrare nel loro paese bisognasse
deporre l'abito. Parte dunque con lui, frà Ginepro, frà Francesco, va a
Mantova, ad Aosta, e dice all'Italia un addio, che il Beverini stemperò
in suo prolisso latino. Tosto che frà Mariano s'accorse della frode,
procurato invano dissuaderlo, staccossene, e ritornò col sigillo della
religione, consegnatogli dal desertore. Nella prefazione alle «Prediche
di Bernardino Ochino da Siena, novellamente ristampate et con grande
diligentia rivedute e corrette» senza anno e luogo[39], ripete quel che
disse al magistrato della sua patria: «Quando avessi possuto in Italia
predicare Cristo, se non nudo siccome ce 'l donò il Padre, e si
dovrebbe, almanco vestito e velato come già in parte mi sforzava di
fare, a buon fine per non offendere i superstiziosi, non mi sarei
partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi bisognava, stando in
Italia, tacere, immo mostrarmi inimico dell'evangelio o morire. Ed io
non volendo negar Cristo, e non avendo speziale rivelazione nè
particolar spirito d'andare volontariamente alla morte, per non tentare
Dio elessi partirmi, siccome m'ha insegnato Cristo e con la dottrina e
con l'esempio, il che fece anche Paolo ed altri santi. Quando verrà
l'ora mia, Dio mi saprà trovare pertutto. So ben che se il pio, santo e
prudente considera quello che ho lassato in Italia, a quante calunnie mi
sono esposto, e dove sono andato in questa ultima età, sarà certo che il
mio partirmi non nacque da umana e carnal prudenza, nè anche da
sensualità, siccome spero in Cristo che la mia vita dimostrerà...... Da
poi adunque, Italia mia, che con la viva voce non posso più predicarti,
mi sforzerò scrivere, ed in lingua volgare, acciò sia più comune, e
penserò che Cristo, abbia così voluto acciò ch'io non abbi altro
rispetto che alla verità». Come l'Ochino arrivò a Ginevra, Calvino ne
esultò, e scriveva a Melantone: «Abbiamo qui frà Bernardino, quel
famoso, _qui suo discessu non parum Italiam commovit_». Subito si
indissero preghiere per lui in tutta Italia; fra' Cappuccini si prese
gran cura di estirpar ogni seme che avesse potuto lasciare, e molti che
se ne conobbero infetti, abjurarono. Frà Girolamo di Melfi, valoroso
predicatore, corse dietro all'Ochino ma non guari dopo periva in un
incendio. Frà Bartolomeo da Cuneo fu incarcerato dal vescovo, e
persistendo nell'eresie, fu condannato a morte. Frà Francesco di
Calabria, vicario della provincia milanese, si purgò con penitenza
rigorosissima.
Il papa, irritato anche da una lettera dell'Ochino, voleva sopprimere i
Cappuccini, quasi con lui aderissero, e n'avessero bevuto gli errori, ma
ne fu dissuaso da ragioni, sopra le quali gli storici di quella
religione tessono pompose dicerie. Claudio Tolomei nobile senese[40],
appena seppe apostatato l'Ochino, gli diresse da Roma il 20 ottobre 1542
una lettera, che s'ha a stampa, donde appare quanto senso avesse fatto
quel passo tra un popolo che l'ammirava e stimava. Esposte le ragioni di
perdurare nella Chiesa, dove unicamente è la verità, lo pregava almeno a
tenersi tranquillo e non inveire contro la Chiesa cattolica. Il
cardinale Caraffa, che poi fu papa, deplorava quell'apostasia colle
parole onde la Scrittura deplora la caduta dell'angelo Lucifero[41].
«Ancor ci suonano nelle orecchie quelle tue splendidissime prediche, dei
beni della continenza, della devozione alle cose sacre, dell'osservar i
digiuni, de' panegirici di santi, delle lodi di monaci, dell'onor della
povertà: ancora ci stai davanti agli occhi co' piedi scalzi, mal in
arnese, mal acconcio; ancora hai freddo, hai fame, hai sete, sei nudo:
ed or tra cibi e bevande, dilicature e letti fra molli coltri, in
vulgari taverne, fra beoni, fra incestuosi, fra bestemmiatori,
svergognato apostata soffri d'esser veduto? Dove son quelle tue
magnifiche voci del disprezzo del mondo, della beatitudine delle
persecuzioni, della costanza nelle cose avverse? Dove le acutissime tue
invettive contro la cupidigia dei beni, la vanità delle ambizioni, le
false insanie? Tutto è confuso, tutto disfatto. Dove tu stesso, che
predicavi di non rubare e rubi, di non adulterare e adulteri? tu maestro
distruggi tutta l'opera che dianzi insegnavi. Chi darà agli occhi miei
una fonte di lacrime per pianger giorno e notte un bastone della Chiesa
spezzato, un maestro di popoli accecato, un pastore mutato in lupo? Che
hai tu a vedere colle barbare genti? Che colla straniera nutrice, che
colla matrigna, che colla meretrice la quale uccise il proprio figlio, e
cerca separare il figlio vivente dalla vera madre? Riconosci il seno che
ti nutriva, la voce di quella che piange, e grida, Torna, diletto mio,
come la capra e il cerbiatto sul monte degli aromi. Sarà mite per te la
verga del sommo pastore; troverai un padre indulgente, qualor ti mostri
figlio ravveduto. Ti commuovano il coro de' santi, le preci de' fratelli
tuoi, le lacrime de' figli; non deludere, non vilipendere quelli per cui
Cristo è morto.... Te non perseguita quella che odia il peccato non il
peccatore, che a tutti porge le mamme, che a nessuno chiude il grembo.
La Chiesa non può perseguitare Cristo in te, che da Cristo ti scostasti:
non ti segua l'ambizione tua, non la tua iniquità, e non avrai alcuno
avverso, non alcuno persecutore; sia una sola fede, e sarà una la pace:
sia una confession sola nella Chiesa, e una la ragione dell'amicizia.
Via i vitelli d'oro; via il culto sulle alture; non vi siano Roboamo e
Geroboamo, Gerusalemme e Samaria; sia un solo ovile e un solo pastore».
Altri ancora scrissero all'Ochino, e fra essi l'inevitabile Muzio, al
quale esso rispose colla lettera, che quasi intera produciamo.
«Bernardino Ochino senese a Muzio Giustinopolitano S. e P. dove rende la
ragione della partita sua d'Italia.
«Essendo giovanetto, ero in quest'inganno il quale ancora regna in
quelli, che sono sotto l'impio regno d'Anticristo, che pensavo avessimo
a salvarci per le nostre opere proprie, e che potessimo e dovessimo con
digiuni, orazioni, astinenze, vigilie, e altre simili opere satisfare
alli peccati e acquistarci il paradiso, concorrendo però la grazia di
Dio.
«Avendo adunque desiderio di salvarmi, andai considerando che vita
dovessi tenere, cercando che le religioni umane fussero sante, massime
per essere approvate dalla Chiesa romana, la quale pensavo, che non
potesse errare. Parendomi che la vita de' frati di San Francesco,
nominati dell'Osservanza, fosse la più aspra, austera e rigida, però la
più perfetta e a quella di Cristo più conforme, entrai in fra di loro, e
benchè io non vi trovassi quello che m'ero immaginato, niente di meno
non mi si mostrando per allora vita migliore, secondo il mio cieco
giudizio stetti così in fin a tanto che incominciarno apparire al mondo
i frati Cappuccini, e visto l'asprezza della vita loro, con repugnanza
non piccola della mia sensualità e carnal prudenza presi l'abito loro e
credendo d'aver trovato quello che cercavo, mi ricordo che dissi a
Cristo: — Signore se ora non mi salvo, non so che farmi più. — Vedi se
ero empio fariseo. Posso con Paolo dire (_Gal._ I) — Io profittavo nel
giudaesimo, sopra molti di mia età troppo zelante delle paterne
tradizioni e ammaestramenti. — Ma pochi giorni stetti con essi, che il
Signore incominciò a aprirmi gli occhi, e mi fece in fra l'altre vedere
tre cose: la prima, che Cristo è quello che ha satisfatto per li suoi
eletti e meritogli il paradiso, e che lui solo è la giustizia nostra; la
seconda, che i voti delle umane religioni sono non solo invalidi ma
empj, la terza, che la Chiesa romana, benchè di fuore resplenda agli
occhi carnali, niente di meno è essa abominazione in cospetto di Dio. Or
avendomi il Signore così mostrato chiaro, e avendo di ciò il testimonio
delle Scritture sacre, immo e dello Spirito Santo, facendo in me legge
il suo offizio, caddi dalla cima della presunzione di me stesso, nel
profondo della disperazione delle mie opere e forze, e vidi che, sotto
spetro di bene, avevo sempre con Paolo perseguitato Cristo, la sua
grazia e il suo evangelio, e che, quanto più con maggiore impeto d'opere
m'ero sforzato d'andare a Dio, tanto più m'ero allontanato. Però mi
trovai in una gran confusione ma non restai lì, imperocchè Cristo
mostrandomisi con la sua grazia, cadendo con Paolo dalla confidenzia
propria, respirai a Dio, e ponendo in esso le speranze mie, mi commessi
in tutto al suo governo, poichè per me stesso ero sempre andato al
contrario.
«E benchè varie cose mi venissino innanzi, niente di meno mi si mostrò
alcun modo di vivere, nel quale potessi per allora più onorare Dio, che
servirmi di quella maschera dell'abito, e di quella estrinseca e
apparente santità di vita, in predicare la grazia, l'evangelio, Cristo e
il suo gran benefizio. Questo dico, atteso e considerando quale e quanta
era e è la superstizione d'Italia, e lo stato nel quale mi trovavo. E
così incominciai a mostrare, che siamo salvi per Cristo. Vero è che vidi
gli occhi d'Italia sì infermi, che, se avessi alla scoperta subito
mostrato la gran luce di Cristo, non potendo tollerarla, l'avrei in modo
tale offesa, che li Scribi e Farisei, i quali in essa regnano, mi
arebbono ucciso. E giudicai esser bene, non così subito scoprirgli la
gran luce dell'evangelio, ma a poco a poco per condescendere alla sua
debile vista. Però contemperando le parole al suo lippo vedere,
predicavo che, per grazia e per Cristo siamo salvi, che lui ha
satisfatto per noi, e che egli ci acquistò il paradiso. Vero è che non
scoprivo esplicatamente l'empietà del regno d'Anticristo, non dicevo, —
Non ci sono altri meriti, satisfazioni, indulgenze che quelle di Cristo,
nè altro purgatorio; — lasciavo simili illazioni farle a quelli che da
Dio per grazia avevano vivo sentimento del gran benefizio di Cristo: non
avrei ditto, — Voi sete sotto l'empio regno d'Anticristo, il quale fa
residenza a Roma; i costumi della sua e vostra Chiesa sono
corruttissimi, ma non manco la dottrina, le vostre religioni umane. Sono
esse empietà, e non ci è altra vera religione che quella di Cristo; voi
siete manifesti idolatri, e in pigliare i santi per vostri avvocati,
offendete Dio, Cristo, la madre, e tutto il paradiso. — Non potevo
esplicare simili verità, ma le tacevo aspettando che Cristo mi mostrasse
quello che voleva fare di me. È ben vero che in secreto esplicai il vero
a molti, delli quali alcuni che per tentarmi m'avevano domandato, ed
altri per loro proprj interessi, manifestorno al papa e cardinali qual
fusse la mia fede, mostrandosi contrarj di quello, che, già in camera
parlando, avevano mostrato d'accettare per vero. Non mancarono anche
persone, le quali, mosse da invidia e sì per la religione come per la
predicazione si diedero intorno a dare il tratto alla stadera, con dire
che predicavo eresie, e tanto con maggior veneno, quanto che in modo
tale, che nessuno poteva puntarmi, nè pigliarmi in parola, e che, per il
gran credito che avevo, avrei potuto un dì fare qualche gran commozione
in Italia con ogni minima occasione; massime perchè in fra i Cappuccini
molti e precipue i primi predicatori aderivano alla mia opinione, e di
continuo moltiplicavano quelli che essi chiamano eretici perchè credono
veramente in Cristo.
«Or ben sai che Anticristo con i suoi primi membri, temendo con Erode di
non perdere il regno, e sapendo che quello di Cristo ruina il loro, come
quello che gli è contrariissimo, con Caifas conclusero che io morissi, e
furono eletti sei cardinali e deputati a spegnere ogni lume, che più
scoprisse le loro ribalde latroncellerie. Or con furia mirabile fui
citato da Anticristo, e comandato che subito andassi alla sua presenza:
fecero anco saper per tutto, che io era citato per eretico, sì come essi
dicevano.
«Trovandomi in quel caso, consigliandomi con Cristo e con li pii amici,
dissi in fra me stesso: — Tu sai che costui, il qual ti chiama, è
Anticristo, il quale non sei tenuto obbedire. Costui ti perseguita a
morte perchè predichi Cristo, la grazia, l'evangelio e quelle cose le
quali, con esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno: però
questa è una impresa a essi di stato. Puoi dunque esser certo che egli
ti torrà la vita, sì come ne hai avvisi e certezze.
«Un giorno più che fossi andato avanti, ero preso da dodici, i quali, la
vigilia di san Bartolomeo, a cavallo circundonno il monasterio de'
Cappuccini fuor di Siena per pigliarmi, sì come è pubblico; e non mi
trovando corsero verso Firenze a fare il simile. Dicevo a me stesso: —
Tu vai a morire scientemente volontariamente senza speranza di frutto,
immo con scandalo de' pii; tu vai a tentare Dio esponendoti alla morte
senza particolare rivelazione, o spirito: tu sei micidial di te stesso:
tu puoi e debbi con Paolo e con gli altri santi, immo con Cristo
fuggire, sì come con l'esempio e con le parole ti ha insegnato fare in
simil casi, dicendo, Se vi perseguitano in una città, fuggite in
un'altra. Tu in obbedirgli con andare ad una certa morte, onori e
approvi supremamente la sua autorità; con disonore sommo di Dio, tu
mostri a tutto il mondo di averlo per vero e legittimo vicario di Cristo
in terra, sapendo certo che egli è Anticristo; però dâi gran scandalo al
mondo con ingiuria di Dio. Cristo s'è servito di te in fino a ora con
questa maschera dell'abito e vita, acciocchè con minor sospizione della
superstiziosa Italia potessi predicare la grazia, l'evangelio, il gran
benefizio di Cristo: Ora Dio si vuole servire di te in altro modo; vuole
che alla scoperta scriva la verità, senza alcun rispetto umano, il che,
perchè non potresti fare stando in Italia, però Dio ti ha condotto in
questa necessità.
«Dipoi non potevo più tacere vedendo così impiamente sotto spezie di
pietà ogni dì di nuovo crocifiggere Cristo: era necessario che io
parlassi, sì come sanno quelli che più familiarmente praticavano meco, e
che io dannassi non solo i costumi, ma molto più l'empia dottrina del
regno d'Anticristo, nè potevo vivere in fra quell'empie e diaboliche
superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni o tradimenti di anime. Ben
sai che al partirmi repugnava il senso e la carnale prudenza, secondo la
quale mi era difficile lasciare Italia con parenti e amici, gran
credito, reputazione e nome; e scientemente espormi alle calunnie e
infamie del cieco mondo, immo di tanti Farisei, i quali per invidia
erano sì pieni di veneno che crepavano. Vedevo la bella occasione che
avrebbono da sfogarsi. Mi suadeva la prudenza umana a più presto morire
che vivere così infame, ma lo spirito rispondeva, che è somma gloria del
cristiano vivere per Cristo e con Cristo, infame al mondo. M'adduceva
anco lo scandolo, che ne piglierebbeno molti, ma vidi che era de'
Farisei, del quale, secondo Cristo, non dobbiamo curarci. Cristo anco fu
e è scandalo al mondo, e quando gli empj per la sua morte sommamente si
scandalezzarono, i pii supremamente s'edificarono. Se anco andando a
Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono restati di me scandalezzati.
Però il loro scandolo non poteva evitarsi. Ora non so qual persona sarà
che abbi spirito, immo giudizio, che non veda che io feci ottimamente a
partirmi, non potendo più col mio stare in Italia servirmi dell'abito,
predicare, giovare alli miei fratelli in Cristo, immo nè vivere; e
partendomi potendo scrivere e aprire la verità con speranza di frutto. E
chi è quello di sano giudizio che in tal caso non potendo più servire a
Cristo, dal regno d'Anticristo non si fosse partito? Obbediresti tu ad
Anticristo s'ei ti chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a
onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte,
annichilazione di quella fetente e sporca meretrice d'Anticristo? La
quale benchè dentro sia piena di sporcizie, immo essa abominazione in
cospetto di Dio (2 _Thess._ 2), nientedimeno è chiamata dal cieco vulgo
Chiesa romana, solo perchè lisciata di colori mondani resplende negli
occhi degli uomini carnali.
«So che dirai, — Quando così fusse aresti ragione, ma non è vero che
siamo giustificati per grazia e fede di Cristo, e non per l'opere
nostre, nè voti delle religioni umane sieno invalidi e empj, nè anco che
quella che i è chiamata Chiesa romana sia la Babilonia d'Anticristo;
che, quando così fosse, avresti in tal caso fatto ottimamente a
partirti. — Or io ho chiarito tutto: nelli primi venti sermoni che già
sono in luce, ho apertamente mostrata la giustificazione per Cristo;
nelli altri venti che anco sono in luce, ho fatto vedere chiaro come i
voti delle religioni umane e primi membri d'Anticristo sono invalidi e
empj, e che non ci è altra vera religione al mondo che quella di Cristo,
e negli altri seguenti che ora s'imprimono si vedrà come quella che
avete per Chiesa di Cristo è la vera Babilonia, nella quale colui che
tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di
Cristo. Però lascia stare di impugnare più me e la mia partita
giustamente fatta, e se puoi impugna la dottrina, che sono per
difenderla con la grazia di Dio. Sì è potente la verità che, se ben si
unissero tutti li diavoli a scrivermi contra, sarebbe forza che
restassero confusi; ma siete ben voi ciechi, stupidi, insensati e
stolti, da poi che dove i santi ebbero lume di Anticristo inanzi venisse
e lo conobbero per tale, voi nè esso nè i suoi membri vedete, avendoli
inanzi agli occhi e nel tempo nel quale si dimostra contrario a Cristo
con somma impietà. E ben che Cristo abbi incominciato a scoprirlo per
Anticristo, e dato di ciò lume a tanti, e singolarmente ai più nobili
spiriti, i miseri e empj Farisei non solo non l'hanno in orrore essendo
essa abominazione, immo l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato
sopra Dio siccome predisse Paolo. Sono innumerabili gli errori i quali
avete imparati nell'empia scuola d'Anticristo per essere la sua dottrina
impura, falsa, diabolica, nè avete altro scudo per difendervi se non col
dire — Così ci hanno insegnato i nostri parenti e prelati con i membri
d'Anticristo —; il che se basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo
lascio giudicare a voi. Lascia, lascia dunque le tenebre d'Egitto,
partiti dall'intollerabil servitù e tirannide di Faraone; non ti
lasciare ingannare dall'estrinseco splendore del mondano regno
d'Anticristo; risguarda all'umil Cristo in su la croce, e pregalo che 'l
ti apra gli occhi e ti dia lume del vero, il che quando per sua grazia
ti concedesse, non danneresti, immo approveresti il mio essermi in tal
caso partito.
«Non potendo adunque giustamente dannare la mia mutazione, se prima non
gitti per terra l'invincibile e inespugnabile verità che si contiene
nelli suoi sermoncelli, vedili un poco, e con animo puro, sincero e
candido, che so resterai preso dal vero. Che temi al leggerli, se come
buon cristiano hai nel cuore il testimonio dello Spirito Santo e sei in
verità? La quale, quanto è più discussa, resplende, e quanto più se gli
approssima il falso suo contrario, tanto più si dimostra chiara. Sei
forse di sì poco giudizio che, essendo come pensi in luce e chiarezza di
fede, in ogni modo temi di non essere ingannato? Non è sì piccolo il
lume della verità che ella non si possa facilmente discernere: ma se sei
in tenebre sì come dimostri, dovresti tanto più cercare e non fuggire la
luce della verità, quanto n'hai più bisogno, acciocchè insieme con gli
altri fratelli eletti di Cristo e figliuoli di Dio rendiamo al nostro
ottimo e divin Padre ogni laude, onore e gloria, per Gesù Cristo Signore
Nostro.
«Da Ginevra 7 aprile MDXLIII».
Un'altra lettera l'Ochino inviò stampata ai signori della balia della
sua città natale, in cui non si propone di far una professione intiera e
l'apologia della sua fede, ma s'arresta al canone della giustificazione,
«dalla viva fede del quale pende tutta la salute della vera Chiesa di
Cristo, e la ruina del regno d'Anticristo. Però per esso sono
perseguitato e questo è ch'io credo, e confesso con Paolo (_Rom._ 8)
che, essendo gli uomini, per il peccato del primo parente, figliuoli
dell'ira e della dannazione morti e impotenti a rilevarsi e a
reconciliarsi con Dio, Cristo giustizia nostra, mandato dal suo eterno
Padre, con attribuirsi li peccati delli suoi eletti, e offerirsi in
croce per essi, ha satisfatto pienissimamente, e in tutto placato l'ira
di Dio; immo adottati per figli del suo eterno Padre e fatti suoi eredi,
ricchi di tutti li divini tesori e grazie; e tutto per Cristo, per mera
grazia e misericordia di Dio, senza che 'l meritassimo o facessimo
alcuna opera, la quale in tutto o in parte fosse di tal grazia degna.
Talchè, non perchè gli eletti aprano gli occhi e conoscono Dio, vanno a
esso e operano in gloria sua opere sante, o si fanno forza di operare,
però Dio gli accetta a braccia e gli ha eletti: ma perchè per mera
grazia gli ha eletti in Cristo. Però li chiama internamente e tira a sè,
n'apre gli occhi, gli dà lume, spirito e grazia, e li fa fare opere
buone in gloria sua, in modo tale che, benchè l'empio sia libero in fare
e non far molte opere umane e basse, niente di meno, infinchè per Cristo
non è rigenerato, essendo prigione e servo del peccato, non può operarne
divine e alte per non essere in sua libertà d'operare nè in tutto, nè in
parte in gloria di Dio. E questo perchè non è in alcun modo in sua
potestà l'avere spirito, lume sopranaturale, fede, speranza e carità, e
l'altre virtù necessarie per operare a gloria di Dio. Immo l'empio,
mentre che è empio, se ben facesse tutto quello potesse, non solo non
amerebbe Iddio con tutto il cuore, e il prossimo infino alli inimici
come se medesimo, ma non osserverebbe straccio della divina legge, nel
modo che è obbligato. È ben vero che farebbe delle opere estrinseche, ma
non a onore di Dio, sì come è tenuto; però non satisfarebbe a un minimo
suo peccato o obbligo, nè meriterebbe appresso a Dio benefizio alcuno,
nè si disporebbe in modo alcuno alla divina grazia, immo in tutte
quell'opere sue peccherebbe non per farle ma per non farle a gloria di
Dio sì come è obbligato. Nè per questo debbe l'empio mancare d'andare a
udire la parola di Dio, di fare elemosine, orazioni e simili opere.
Imperocchè in non farle peccarebbe molto più. Dio vuole che si passi per
simili mezzi, e che se gli obbedisca nel modo possiamo riconoscere ogni
grazia in tutto da Dio per Cristo e in nessun modo da noi.
«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati,
se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù,
nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè
obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi,
liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le
quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate,
essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci
sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali
difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i
giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che
avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di
Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però
se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento
spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro
opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e
misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai
debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare
qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno
de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso
a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri;
e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della
divina giustizia, sono degne di punizione.
«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei
gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel
mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo,
reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di
possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non
delle mie giustizie e opere, ma delle sue.
«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di
Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e
solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e
pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè
purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto
adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli,
umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni
dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che
quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è
empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di
Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di
meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto
in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo
salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si
debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si
conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.
«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e
santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere
vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui
reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per
figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui
che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte
l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di
giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono
empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine
con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno
ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva
a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per
Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà,
dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.
«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente
buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede;
imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e
meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè,
non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto
solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però
opera per interessi suoi.
«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo
e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare
per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è
sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio,
ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste
sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola
universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione
degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per
Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla
salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta
cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà
in fin alla consumazione del secolo.
«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per
mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e
credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono
differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in
questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e
confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i
profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli
apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre,
e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è
quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato
Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati,
incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia
perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma
la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo
articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti
quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e
singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere
escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si
dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le
scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede
di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre
rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a
Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia
seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che
sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio.
Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è
evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere
scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le
proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle,
proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli
debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i
pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina,
purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.
«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate
da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è
ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete
farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria,
che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco
fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi
credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la
maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i
nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e
nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in
Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.
«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la
pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che
confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto
sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più
crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in
Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella
non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma
la va sempre crescendo.
«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti,
di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che
incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà
sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che,
quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume,
si verificò quello che già predisse quando disse, _Credi, che quando
verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede
in terra?_ Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito
apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio.
Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si
predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro
carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli
argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con
corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della
sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.
«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera
grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè
se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito
Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera,
santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e
confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare.
Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua
dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo
mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere
la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo.
L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute
volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che
Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio
romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della
perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come
s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà
innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio,
e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione
starà nel loco santo.
«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide
papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di
Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non
possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello
spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di
volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo
camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.
«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai
la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni,
miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero
abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile;
ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato,
che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno
non manco nella dottrina che ne' costumi?
«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo
predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze
umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che
distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito
chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede
pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero,
dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia,
obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i
papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è
quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante
loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze,
giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una
scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero,
che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse
mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse
le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole
sempre onore delle sue imprese.
«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di
continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse
Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora
verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non
certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento?
E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu
escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non
è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a
credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la
nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il
simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano
Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come
molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i
nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la
nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo
saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora
Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in
diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti,
che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più
corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è
possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane
invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto
saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante
ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di
quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione
presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode
che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno
imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo
dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere
Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il
Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace,
vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per
Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].
Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi
battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che
denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera
del cardinale De Vio. _Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum
notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio._ A vicenda,
quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina,
maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte
dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad
indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].
Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo
libro _adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui
multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec
venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam
continentes, in vulgus sparserunt._ _Quo tempore fratrem B. Ochinum,
impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo
livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium
animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum
hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542._ Poi nel
1544 stampò in italiano la _Riprovazione della dottrina di Bernardino
Ochino e d'alcune conclusioni luterane_. Egli stesso, il 5 gennajo del
1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:
«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani
un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a
tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in
quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io,
mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che
tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho
scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua
pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato
all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne
che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro
che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui
il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse
nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar
la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la
misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi
annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E
questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato
di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far
leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che
sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.
«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le
passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera
penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».
Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:
«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la
pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che
quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e
maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa
spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi
miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti
pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si
provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi
con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti,
che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre
altro».
Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza
XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della
marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e
andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche
persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato
a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori
qualunque autografo desiderassero di questi archivi.
Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (_Classe_
XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a
un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore
e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella
verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul
matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di
Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle
immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e
laici, la confessione.
Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa
siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio,
niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi
sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. _Ad pacis
terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini
cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a
nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini
tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac
nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam
pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis
convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet._
L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò
varie operette, fra cui _Cento apologhi_[45], lavoro sì accanito, che
dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della
Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a
Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle
amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri
della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe,
non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al
mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via
leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre,
e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e
libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli
attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo
giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione
fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei
cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo
di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di
Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il
Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa
sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra
questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino
l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E
per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto
legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].
Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non
potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità
divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non
ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu
costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La
ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e
stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose
soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento
della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non
fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne
servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in
conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza
la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e
perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre
magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per
essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non
accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad
intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione,
non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù,
bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle
cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].
«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la
loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse
umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci
bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra
la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad
avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme
regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede,
allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature.
Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e
stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna
all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il
quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali
no»[48].
Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea
rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si
trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e
perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla
moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea
dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo
ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti
arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta
chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori
attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di
salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.
A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire
Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò
ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo
VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno,
i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della
propria lingua.
Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia,
è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire
nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna
alcuni dogmi di questo, e ne' suoi _Labirinti_ nega quasi tutte le
verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi
fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con
quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso
la Polonia.
La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non
crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù
Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità
delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver
patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come
ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè
noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo
abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal
punto spingeva la superbia!
Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto
l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità.
Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato
la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi _Trenta dialoghi_, sostenne
che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile,
deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con
fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che
conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie
senza sciogliersi dalla prima[51].
Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di
nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e
principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria.
Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne
deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi
stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò
fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose
umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella
patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi
insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto
sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino,
meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un
ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il
conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato
contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire
bugiardissimo».
L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger
fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora
alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato».
Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato,
libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua
Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in
Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel
1564.
Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse
in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò
dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di
Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a
pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma
non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato
_Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore
Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam
ex diversis christianitatis regionibus_ (Ginevra 1531), dice: _Petrus
Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum
Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis
Capucinorum_ (?), _qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam,
atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt._
Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che
l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni
antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro
paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].
NOTE
[28] Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi,
e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse
rimostranza a papa Clemente VIII, che, per mezzo dell'arcivescovo
Tarugi, ottenne dal granduca un ordine del 9 agosto 1600, che fossero
modificati i lineamenti femminili, trasformandola in san Zaccaria.
Quella serie di ritratti fu appuntata di varj errori di cronologia,
emendati in quella che ora si va compiendo a Roma per fregio della
basilica di San Paolo, a musaico.
[29] Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione
d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro
l'insigne matematico Cavalieri, che egli avrebbe levato a cielo se si
fosse accorto ch'era Gesuato non Gesuita. Così scrivesi la storia.
Generale di quell'Ordine fu il milanese Paolo Morigia, che ne scrisse la
_Storia degli uomini illustri_, e sono sessanta morti in odor di
santità. A Milano, poc'anzi, col nome di _Società del biscottino_, era
scopo a tutti i vituperj del bel mondo e alle benedizioni de' soffrenti
un'accolta di pie persone, che visitavano gli ospedali, e portavano
qualche chicca. Per la ragione stessa erano chiamati padri
dell'acquavita i Gesuati, che ne fabbricavano e davano per ristoro a'
malati.
[30] BOVERIO, _Ann. dei Cappuccini_, all'anno 1539.
[31] GRAZIANI, _De vita Commendonis_.
[32] _Miscellanea di notizie di cose sanesi_, esistente nella pubblica
biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli
domenicano, nei primi del XVIII secolo, e contrassegnata _A. V._ 14 ac.
58. — _Compagnia di San Domenico, al libro delle Deliberazioni del 1540,
a fo. 5, faccia seconda._
[33] _Vita di Paolo IV_, manoscritta.
[34] Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della
metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo
notasi che «furono pagate lire 32 04 a frà Bernardino di Domenico
Tommasini detto Ochino, e per lui fatte buone a Giovanni Battista,
fattore dell'Opera».
[35] BOVERIO, _Ann. de' Cappuccini_, tom. 1, p. 411.
[36] Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la
_Istituzione dell'uomo nobile_, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene
alcuni saranno che, per più liberamente servire a Dio, dal legame del
matrimonio si guarderanno, non però da questa legge del giovare altrui
sciolti saranno: anzi assai più degli altri legati fieno; appartenendosi
loro, per mezzo dell'ammaestramento e delli esempj delle buone opere,
continuamente cercare di giovare alla salute di questo e di quello: come
fra gli altri fa oggi il sant'uomo frà Bernardino Ochino da Siena, molto
in questo più prudente e savio che coloro non sono, i quali come nemici
di tutti gli altri et amici sol di se istessi, vanno a viversi racchiusi
ne' chiostri, e per le folte selve dispersi, pensandosi d'imitare in tal
guisa Giovanni battezzatore, e non accorgendosi che egli continuamente
di predicare e mostrare altrui la via del cielo non restava».
[37] Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.
[38] Manoscritto nella biblioteca di Siena.
[39] Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la
giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le
indulgenze, il purgatorio, il testamento, ecc. Il secondo tratta di Dio,
e via via della Fede, Speranza, Carità.
[40] Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di
malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto
che «lo spirito apostolico, trapassato nella Chiesa di Cristo di mano in
mano per continuanza di tempo senza scrittura, è uno de' saldi e ben
fondati principj per insegnarci dirittamente la vera religione». Gli
eretici, conoscendo come ciò ruini il loro edifizio, lo impugnano; ed
egli aveva in animo di scrivere in proposito. Ma udito che nel
sacrosanto Concilio erasi fatto un decreto che determinava questo punto
della tradizione, lo pregava a farglielo conoscere, «ond'io possa pascer
l'animo di un nuovo cibo spirituale e divino». Gli chiede anche qualche
lavoro suo che «partorirà in me qualche frutto di più viva fede e di
carità più ardente». _Lettere di XIII uomini illustri_, pag. 385.
[41] È riferita nella _Storia dei Teatini_, di Giovanni Battista vescovo
di Acerra.
[42] La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza
indicazione di luogo, col titolo: _Epistre aux magnifiques signeurs de
Siene par B. Ochin du dit lieu, auxquels il rend raison de sa foy et
doctrine. Avec une épistre à Mutio Justinopolitan, par laquel il rend
aussi raison de son departement d'Italie, et du changement de son état,
translatie de la langue italienne._ Super omnia vincit veritas. 1544,
in-8º.
[43] Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma
più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva,
dolergli d'avere scritto con tanta acrimonia contro alcuni padri: e
suggeritogli che colla stessa mano che avea ferito potea medicare,
taceva e piangeva.
[44] Nei manuscritti della _Compagnia de' Pastori_ a Ginevra, sotto il
titolo _Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises
étrangères qui sont dans la ville_, leggesi a pag. 181: _Eglise
italienne. Cette église fut établie en 1542, octobre... Bernardin de
Servas qui avait été religieux, préche à la chapelle du cardinal_
(d'Ostia) _tous les dimanches._ Certamente s'ha a leggere _Bernardin de
Senis_.
[45] «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori,
idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi
preti, monaci e frati, 1554». È l'Opera più rara dell'Ochino, e contiene
il solo primo libro, mentre la traduzione tedesca ne ha cinque.
[46] V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche
senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo
alluda a questo un passo delle _Legazioni di Averardo Serristori_
(Firenze 1853, pag. 88). «Certi predicatori a Zurigo hanno dato alle
stampe un libello famoso contro Sua Santità, tassando i modi e costumi
suoi e de' papisti: per il quale i cinque Cantoni cattolici si
lamentano».
Crispino, librajo, scrittore e discepolo di Calvino, stampò _L'Estat de
l'Eglise avec les discours des temps depuis les apótres jusques au
présent, 1581_ in 8º piccolo; ove si trovano tutte queste diatribe
contro papa Paolo III; fin ad asserire che manteneva 45,000 cinedi;
ch'era astrologo, mago, indovino, ecc.
[47] _La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino
senese._ Predica III.
[48] _Ib._ Predica IV.
[49] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa
Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco
accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la _Forma delle pubbliche orationi
le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra_, libretto
rarissimo.
[50] Vedi la pag. 134 _Della Vita del cardinale Comendone_, di monsignor
Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre
Flechier.
Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici
italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha
un _Discorso sulla Corte di Roma_, che non crediamo stampato, dove ne
annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti.
E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che
non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha
prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel
medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì
che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo
mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo;
nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine
ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in
astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i
pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj
del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi
ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando,
traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia,
ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se
non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità
grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar
in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi
alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei
principi.
«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del
secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio
sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano
molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive
oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità
dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata
e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si
convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri
giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto
sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora
reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano
che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova
usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della
primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da
parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno,
ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia
del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare
quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il
decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove
racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che
l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in
meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume
egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge
nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de'
beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è
manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per
l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla
cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione
che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più
alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in
alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e
molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai
in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa
possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco
convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e
insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre;
contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel
concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni
ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte
i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che
hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal
desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni
giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei
contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj
non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano
l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa
Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di
speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di
fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar
gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente
città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad
un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di
parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che
son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di
comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa
l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è
giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la
Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata
l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità
d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali,
conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce
conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»
Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come
innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la
putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e
nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando
le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono
piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a'
figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi
gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi
sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità,
non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima
si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè
questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future
tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse
delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di
esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la
segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».
[51] Telipoligamus. _Quid vero mihi das consilii_?
Ochinus. _Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem
esse det._
Telipoligamus. _Quid si nec donum mihi, nec ad se petendum fidem dabit?_
Ochinus. _Tum, si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum
esse instinctum exploratum habeas, non peceabis. Si quidem in obediendo
Deo errari non potest._
B. OCHINI _senensis dialogi XXX in duos libros divisi._
[52] RESCIUS, _Vita Hosii_, lib. III, cap. 6. L'Osio scrisse _De
hæresibus nostri temporis_.
[53] Il suddetto Graziani, nella vita del cardinale Comendone, ove molte
cose pone intorno all'Ochino, dice al lib. I, cap. 9: _Ochinus Polonia
excessit, ac omnibus extorris ac profugus, cum in vili Moraviæ pago a
vetere amico hospitio esset acceptus, ibi senio fessus, cum uxore ac
duabus filiabus, filioque una peste interiit._ Esso Graziani attribuisce
il merito dell'Ochino piuttosto alla dizione che al fondo. _Fuit vir non
ineruditus, quamquam majori multo verborum quam rerum doctrina excultus,
sed patrio sermone_ (_nam latinas literas vix didicerat_) _in eo quod
sciret adeo comptus, ornatusque et copiosus, ut mirum in modum captos
specie ac nitore orationis teneret audientium animos. Nam hominum
nostrorum plerique conciones, quæ, more antiquitus tradito, de divinis
rebus in templis habentur, frequentant celebrantque, non tam quidem quo
mentem præceptis cœlesti doctrina haustis instruant ad religionem, ad
pietatem excitent, quam quod ducuntur orantis ingenio, et genere illo
speciosæ et omnibus undique luminibus omnibus, undique floribus exornatæ
atque expolitæ orationis delectantur. Cæterum inde nihilo meliores
effecti, plane iidem abeunt, qui venerant._ E prosegue descrivendo le
arti della falsa eloquenza de' predicatori. Pag. 126.
[54] Il Sandio, nella Biblioteca Antitrinitaria, dà la nota di tutte le
opere dell'Ochino. Noi rammenteremo, oltre le suddette prediche in 3
volumi, a Zurigo 1555, e in-4º senza data, il _Dialogo del Purgatorio,
1555; Sposizione sull'epistola ai Galati; Risposta alle false calunnie e
impie bestemmie di F. A. Caterino, 1546; Prediche, novene. Laberinto del
libero o ver servo arbitrio: prescienza, predestinazione e libertà
divina, e del modo d'uscirne._ Basilea s. a. tradotto anche in latino. A
torto si disse che la traduzione latina de' suoi _Trenta dialoghi_ fosse
opera del celebre Castalion. I primi sette furono stampati a Venezia nel
1542-43: _Dialoghi VII del reverendo padre frate Bernardino Ochino
senese, generale de' frati Cappuccini_: e trattano
1. _Del modo d'innamorarsi di Dio_; fra la Duchessa e Bernardino.
2. _Del modo di diventar felice_; fra la Duchessa di Camerino e
Bernardino.
3. _In che modo la persona si debba reggere bene_; Maestro e Discepolo.
4. _Dialogo del ladrone in croce_; fra Uomo e Donna.
5. _Dialogo del convertirsi presto_; fra Cristo e l'anima.
6. _Dialogo del peregrinaggio per andar in paradiso_; fra Angelo
Custode e l'anime purganti.
7. _Dialogo della divina professione_; fra Uomo e Donna.
Vennero poi tutti pubblicati a Basilea nel 1563 da Pietro Perna. Nel
XXVIII tratta _quo pacto tractandi sunt hæretici_, e stabilisce si deva
punirli di morte.
DISCORSO XXIV.
PIETRO MARTIRE VERMIGLIO.
A un Vermiglio di Firenze morivano tutti i figliuoli: onde fece voto, se
uno ne conservasse, dedicarlo a san Pietro Martire. E di questo pose il
nome a un maschio, natogli la madonna di settembre 1500, e che
sopravvisse.
L'affettuosa madre Maria Fumantina coltivò di buon'ora i talenti del
fanciullo, e gl'insegnò il latino, ch'essa conosceva a segno da poter
tradurre Terenzio: non furono risparmiate spese per l'educazione di
esso: e sotto Marcello Vergilio, secretario della repubblica fiorentina,
ebbe valenti condiscepoli, Francesco Medici, Alessandro Capponi, Angelo
e Pandolfo Stufa, Francesco Rafaele Ricci e, miglior umanista di tutti,
Pietro Vettori. A sedici anni dalla corruttela del secolo rifuggitosi
nel chiostro, si fe canonico regolare agostiniano a Fiesole, mentre sua
sorella Felicita entrava nelle monache di San Pietro Martire. Ne provò
dolore, pur non senza compiacenza, il loro padre, ch'era uno dei devoti
a frà Savonarola, e che morendo lasciò parte de' suoi beni all'_Albergo
de' Forestieri_ in sussidio dei poveri.
A Fiesole Pietro Martire trovò grande opportunità agli studj; e massime
alle sacre scritture dava grand'attenzione, e se ne metteva a mente dei
pezzi, del che si giovò in appresso grandemente. Dopo tre anni passato
nel convento di San Giovan di Verdara presso Padova onde frequentare
quella Università, vi studiò otto anni le varie opinioni filosofiche e
teologiche; e poichè la filosofia d'Aristotele c'era in voga, nè egli si
soddisfaceva della traduzione latina, s'applicò al greco assiduamente:
mentre nella teologia l'istruivano due professori domenicani ed uno
eremitano. Di ventisei anni si pose a predicare; al che gli Agostiniani
di solito erano scelti nell'advento e nella quaresima, serbandosi le
prediche ordinarie dell'anno ai Domenicani. Fece il primo saggio a
Brescia, indi a Roma, Bologna, Venezia, Mantova, Bergamo, Pisa, Casal
Monferrato; oltre che leggeva scrittura sacra in varj conventi del suo
Ordine, a Padova, a Ravenna, a Bologna, a Vercelli, dove legò amicizia
con Benedetto Cusano vercellese, buon grecista e traduttore d'Omero, e
da cui siamo informati degli studj assidui di quello.
Dapprincipio la devozione di suo padre l'ebbe innamorato del Savonarola,
e ne ammirava l'intrepidezza al predicare e al soffrire. Egli stesso
predicando seguiva i metodi scolastici; leggeva i Padri, e non
trovandoli concordi, si appigliò al Vecchio e Nuovo Testamento, e per
meglio comprenderlo apprese l'ebraico da Isacco, medico israelita.
Investito dell'abazia di Spoleto, mostrò capacità agli affari e
prudenza; molte irregolarità vedute in conventi e monasteri cercò
emendare, come pure di riconciliare i partiti della città.
Accettato quindi nel convento di San Pietro ad Ara di Napoli, maggiore
in dignità, quivi gli capitarono i commenti del Bucer sul vangelo e sui
salmi, stampati il 1527, e tradotti in italiano sotto il falso nome del
Arezzo Felino; poi la _Vera e falsa religione_ di Zuinglio, ed altre
opere di Riformati. Se ne invaghì e le meditava col Cusano e col poeta
Flaminio, e più dopo che strinse relazione cogli amici del Valdes. Già
intinto di questi principj, cominciò nel 1541 in San Pietro ad esporre
l'epistola ai Corinti, con tal concorso, che, chi non v'andasse, era
reputato mal cristiano. Un giorno prese per testo le parole della prima,
delle quali soleano valersi i teologi per appoggiar la credenza al
purgatorio: «Il dì del Signore farà conoscere le opere di ciascuno; il
fuoco proverà qual sia l'opera di ciascuno; se l'opera di alcuno
brucerà, egli ne soffrirà il danno: ma sarà salvato, però per mezzo al
fuoco». Aspettavansi la solita parenesi sulle anime purganti, e invece
provò che quelle parole doveano prendersi in senso emblematico,
significando l'intera distruzione dell'errore, e ciò sostenne con grandi
autorità. I preti, e massime i Teatini, lo denunziarono, onde il vicerè
Toledo gli interdisse di più predicare: ma Pietro Martire, sorretto da'
suoi frati e da persone ragguardevoli, ricusò obbedire, n'appellò al
papa, ottenne di continuare come prima, e così sparse quel seme che poi
germogliò.
Se non che, avanti compiere il suo triennio, gittaronsi pericolose
febbri, delle quali il Cusano morì, e Pietro Martire fu costretto
cangiar aria. Allora destinato visitatore generale del suo Ordine in
Italia, ebbe modo di riparare molti abusi, all'uopo consigliandosi col
cardinal Gonzaga, protettore di quella religione, e rimovendo i
contumaci: uno de' più resistenti fu relegato in vita nell'isola
Diomedea.
Posto priore a San Frediano di Lucca (1541), meno velò le sue opinioni,
e quasi ne aperse scuola, ed affinchè la gioventù fosse ben istrutta,
chiamò Paolo Lazise, famoso aristotelico di Verona, a insegnare il
latino; Celso Martinengo il greco, Emanuele Tranellio di Ferrara
l'ebraico, ed eccitava i giovani a tenere ben d'occhio se egli spiegasse
rettamente le epistole di san Paolo e qualche salmo. Così acquistò alle
nuove credenze diciotto monaci, che nelle vicinanze le sparpagliarono,
mentr'egli le predicava nella cattedrale di Lucca.
Il cardinale Contarini, tornando dal colloquio di Ratisbona, venne col
maestro del Sacro Palazzo a far riverenza a papa Paolo III, ch'erasi
reso a un congresso in Lucca con Carlo V, e quivi si trattenne con
Pietro Martire in discussioni religiose, siccome le aveva intese in
Germania, e per le quali il Fiorentino venne a confermarsi nelle sue
idee[55]. Pure nella dimora del papa egli non ebbe disturbo. Ma presto a
Roma se ne sussurrò, e il vescovo Bartolomeo Guidiccioni scrisse alla
signoria di Lucca, lamentando vi si tollerassero i nuovi errori:
ch'erano predicati anche apertamente da don Costantino priore di
Fregonara.
Di Pietro Martire non è cenno in quelle lettere, forse per riguardo a'
suoi molti amici. Ma egli temendo, e viepiù dopo che fu citato a un
capitolo generale del suo Ordine in Genova, dispose ogni cosa, e
secretamente ajutato da Cristoforo Brenta patrizio lucchese, partì col
Lazise, col Trebellio e con Giulio Terenziano di Piacenza, il quale
restò sempre suo fedele compagno. Da Pisa scrisse al cardinale Polo ed
a' suoi amici di Lucca, sponendo le sue opinioni sui traviamenti della
Chiesa romana. A Firenze persuase l'Ochino a imitarlo, e di due giorni
il precedette per Bologna, Ferrara, Verona, accolto con favore dagli
aderenti, e per l'Alpi retiche arrivò a Zurigo il 1542.
Bullinger, Pellicano, Rodolfo Gualter, Bibliander l'accolsero come
fratello; passò quindi a Basilea, poi a Strasburgo[56], donde il 6
gennajo 1543 dirigeva una lettera alla sua diletta Chiesa di Lucca.
In cinque anni che colà dimorò, stampava prima il _Catechismo ovvero
esposizione del symbolo apostolico_ (Basilea, 1546), poi varj libri sul
Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti. Suo metodo era di
dare in prima il senso letterale di ciascun versetto, poi ne traeva gli
argomenti e l'istruzione, ciascun passo confrontando con altri, e gli
uni cogli altri rischiarando, sempre con severità e semplicità; adduceva
in appresso le opinioni dei Padri sui punti discussi, e faceasi ammirare
per la lucidità e precisione, forse dovuta allo studio fatto su
Aristotele, e per cui veniva giudicato superiore a Bucer. Puro ed
elegante riconosceasi il suo latino, benchè troppo conciso; nè mancava
di movimenti patetici qualora dovesse esortare l'uditorio al pentimento,
o descrivere la gioja di servir a Dio. Gran cura metteva alla precisione
delle parole quando trattava della giustificazione e predestinazione e
della santa cena.
Pietro teneva sempre occhio alle cose d'Italia e massime di Lucca;
doleasi che molti per terrore rinunziassero ai nuovi insegnamenti, e al
Bullinger scriveva: «Ti prego di pregare per quell'infelice Italia,
perchè, fin quando non siasi convertita a Cristo, non troverà la fine
de' suoi mali»[57].
Ai Lucchesi diresse anche uno scritto per esortarli a rimaner nella
fede, rammentando con compiacenza i tempi che, debole ancora, dalle loro
piante raccolse i primi germi dell'evangelica cognizione. «Ma come
frenar le lagrime quando vedo il lieto giardino de' miei fratelli
lucchesi devastato dal nembo così, che pare non abbia mai avuto il buon
seme, nè la cel
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