Gli eretici d'Italia, vol. I
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Title: Gli eretici d'Italia, vol. I
Author: Cesare Cantù
Release date: November 3, 2014 [eBook #47276]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI ERETICI D'ITALIA, VOL. I ***
GLI
ERETICI D'ITALIA
DISCORSI STORICI
DI
CESARE CANTÙ
A Deo credita sunt illis eloquia
Dei. Quid enim si quidam illorum
non crediderunt? numquid
incredulitas eorum fidem Dei
evacuabit? Absit.
_Ep._ B. PAULI _ad Romanos_, cap.
III, 2, 3.
Hæc omnia pertractantes, nihil
aliud teneatis nisi quod vera fides
per catholicam ecclesiam docet.
S. GREGORII _L._ VI, _ep._ 15.
VOLUME PRIMO
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
1865
_Diritti di riproduzione e di traduzione
riservati alla Società Editrice_.
Depositate le copie volute dalla Legge, il 4 novembre 1865.
AI LETTORI SERJ.
Ne' lavori storici, che formarono l'occupazione, la compiacenza e lo
strazio della lunga mia carriera letteraria, sempre una gran parte ho
assegnato alle religioni, persuaso non possa acquistarsi intero concetto
dei tempi e degli uomini quando non si conosca ciò che essi credeano,
temeano, speravano intorno alle cose superne. Principalmente nella
_Storia degli Italiani_ accurai le vicende del cattolicesimo, che sempre
nel nostro paese ebbe trono e capo; e particolarmente il momento in cui
esso venne straziato dalla Riforma.
Gli storici nostri, preoccupati della politica, vi trasvolarono; e
accennato ch'ebbero l'appalto delle indulgenze, le diatribe di Lutero,
la scomunica di Leone X, il concilio di Trento, poc'altro si brigarono
di un fatto, che pure agitava la società fin nelle viscere. La vulgare
abitudine di dire una cosa perchè fu detta, fa ripetere tuttodì quel di
Voltaire, che l'italiano, popolo ingegnoso, occupato d'intrighi e di
piaceri, nessuna parte prese alle sovversioni di quel tempo.
All'opposto gli scrittori ecclesiastici, col tono querulo e desolato che
sembra in essi rituale, esagerano l'estensione del danno; e intenti solo
a difendere la Chiesa stabilita, negli eretici non riconoscono che anime
perdute, da esecrare piuttosto che da esaminare; e col non supporvi nè
buona fede, nè scusabile errore, giustificano i rigori usati contro di
essi, come contro malvagi e ribelli.
Nobili caratteri, limpide intelligenze, passionate persuasioni che
disputano per arrivare al possesso delle verità eterne; intere
generazioni moventisi sotto l'impero d'una legge morale, qual è il
bisogno di riformare le credenze e gli atti, parvero a me spettacolo
solenne; nè forse infruttuoso a tempi affogati negli interessi
materiali. Anzi, più lo contemplavo, più vi trovava somiglianze alla
situazione odierna.
Fattasi anche nel Cinquecento una subitanea effusione di cognizioni, gli
uomini si videro aperti nuovi orizzonti, e demolirono il diritto antico
senza riuscire a edificarne un nuovo. Anche allora le fazioni
calunniarsi a vicenda ne' costumi, nella fede, nell'intelligenza;
palleggiarsi que' titoli, che sono tanto più irreparabili quanto più
generici e mal definiti; sotto frasi simpatiche mascherare calcoli
egoistici; a parole inani arrogare l'autorità di fatti, e a formole il
valor di ragioni; anche allora gridarsi libertà di coscienza, come oggi
libertà politica, senza volerla lealmente, e fin senza intenderla; anche
allora sostituire la smania di repentine innovazioni al progressivo
emendamento delle consuetudini, le opinioni al diritto, la violenza alla
persuasione.
Qualche cosa più che spettatori d'una crisi consimile, siamo in grado di
meglio valutare quella d'allora, le accuse e i processi, le glorie e le
infamie sparnazzate a capriccio o a capopiede; e così da un nuovo punto
osservare la storia dell'Italia, e insieme la storia del pensiero
indipendente. Che se in questi anni si pubblicarono tante ricerche sulla
Riforma ne' diversi paesi, l'essere scritte da soli acattolici potrebbe
lasciar indurre che questo tema giovi soltanto alle negazioni
eterodosse[1].
Ben l'odierno orgoglio che ci fa negare tutto ciò che non comprendiamo,
e crederci disobbligati dal faticare a comprenderlo; la repugnanza da
ogni autorità e più dalla jeratica; il predestinato applauso ad ogni
sovvertimento; l'applauso domandato dallo scandalo e dall'echeggiare la
folla; il predominio dell'opinione sopra la coscienza; il disaccordo in
tutto fuorchè nell'abbattere la fede che non s'ha, nell'impugnar
dottrine che non si conoscono o male, fan presentire l'antipatia contro
la parte che in Italia prevalse; antipatia che si propagherà sul
narratore.
Poi una società che, idolatra di se stessa, si persuade che il suo
progresso consiste nel rinnegare e vilipendere il suo passato,
giudicherà non solo inopportuno, ma insensato il tornare alla teodicea
de' padri nostri, anticaglia da museo; e in un passato compassionevole
rivangar discussioni dimenticate.
Dimenticate! ma non è questa una lotta delle idee, come tutte quelle
grandiose che si mantellano sotto i nomi di Grecia e Persia, metropoli e
colonie, re e repubblica, papato e impero? Dimenticate! ma come dirlo or
che con tanta sollecitudine e spese si fomenta l'apostolato di dottrine
avverse alla cattolica? come dirlo or che si odono tutt'i giorni
agitare, ne' caffè come ne' parlamenti, punti supremi della fede e
dell'organamento della Chiesa, e l'efficacia di questa sopra la
convivenza sociale? Non è guari, un attacco contro il maggior ente che
vestisse l'umanità risvegliò le timorate non men che le temerarie
coscienze, e Gesù divenne quistione del giorno.
Vero è che di tutto ciò prendeasi ben maggiore pensiero quando gli
intelletti si occupavano principalmente di Dio, dell'anima, della
destinazione dell'uomo: riconosceano la santità non solo, ma la bellezza
della redenzione, del pentimento, dell'amore; in tal senso dirigevansi e
le azioni e le astinenze, sorgevano le sètte, incalorivansi i partiti; e
tutti gli studj, come tutte le meditazioni s'aggiravano sulle massime
eterne, misteriose quanto la coscienza.
Quell'età è tramontata, ma anche gli odierni, indifferenti alla analisi
delle anime, non possono negare che nell'uomo il bisogno di credere sia
forte quanto quello di ragionare. Poi, si può egli trattare nulla di
grande senza chiarire e assodare i principj? Che cos'è il diritto? in
qual connessione stanno gli individui fra loro e colla società? dove
termina il campo della ragione e comincia quello della fede? qual parte
deve farsi all'autonomia individuale, quale all'autorità? come venimmo e
per qual fine al mondo? come dobbiamo condurci od essere condotti, se
quest'ordine è voluto da un essere superiore?
Tali quistioni si tengono per mano; e il problema religioso siede al
fondo di tutti i problemi contemporanei, dove men pare; e si realizza
nell'ordine de' fatti in maniera, che la macchia originale è la
legittimazione de' governi, e i supplizj e gli eserciti sono autorati
dai reprobi istinti; la volontà libera, o la fatalità e la
predestinazione sono i poli fra cui oscilla eternamente la filosofia non
meno che la teologia.
Quando il sofista eloquente fantasticò uno stato di natura, diverso e
opposto al sociale, e disse «L'uomo è nato buono, e la società lo
pervertisce», sovvertendo l'ordine teologico sovvertì l'ordine politico,
e produsse la rivoluzione.
E più il fiotto di questa s'ingrossa, più flagella gli argini
dell'autorità: ma il sentimento rivela confusamente, l'intelligenza
chiarisce, l'esperienza intìma che occorrono o la fede o la forza;
attenuare le credenze è attenuare l'uomo, e sostituire all'imperio delle
coscienze il despotismo dei decreti, e con comminatorie, e carceri, e
soldati, e prestiti, e impiegati costringere a subire bestemmiando quel
che prima portavasi con spontaneità o rassegnazione.
Per verità, adesso, mentre la vita de' popoli si trasforma con tal
fatica, da non lasciar tempo al pensiero, l'uomo si storna dalle idee
elevate per strisciare fra le palpabili e giornaliere; e insaziabile di
esaltazione e di godimenti, invanito dei progressi materiali, vilipende
istituzioni che non si traducono in moneta o in piaceri. Per conseguenza
all'eresia che dissente e nega, sottentrò quella che ignora e non
distingue. Chi più oggi ha qualche esperienza della vita spirituale? chi
disputa se sieno le opere o la fede che salva, e se Cristo nel
sacramento si trova sostanzialmente o simbolicamente? Il dogma si
considera non come essenza della religione, ma come spiegazione, chiesta
dal raziocinio avido di essere chiarito su ciò che ognun sente, ponendo
però sempre superiore alle credenze l'indipendenza dell'intelletto
individuale. Sin pei buoni la fede è men tosto una qualità interna
soprannaturale, che la regola esterna della vita; pur tacendo coloro che
non solo eliminano dall'ordine naturale il soprasensibile, ma ne niegano
la possibilità.
Quante, anche fra le persone colte, possedono appena nozioni generiche,
mal accertate, oscure, irreverenti sopra le divergenze dottrinali fra
Cattolici e Protestanti! In parte n'è causa l'appartener noi a nazione
che, prima degli odierni sbrani, era tutta cattolica, e perciò scevra
dalle controversie; ma neppur quelli che l'hanno per dovere, coltivano
abbastanza questi studj, sia la scienza delle fonti letterali
(_filologia biblica, critica, ermeneutica_), sia quella de' principj
(_apologetica, dogmatica, catechesi, pedagogia, liturgia, arte, diritto,
morale_), sia quella dei fatti (_archeologia, storia_) o de' simboli.
E perchè i frivoli ne ciarlano tuttodì con sfacciataggine pari
all'ignoranza, i sapienti, non trovandosi a fronte antagonisti serj,
sdegnano venir con loro alle braccia, e con ciò lasciano a quelli, se
non l'onore, il vanto del trionfo. Di tal passo arrivasi a reputar
merito l'indifferenza, cioè non solo il diritto reciproco di pensare ciò
che si vuole, ma il ripudio d'ogni indagine severa, la beffa d'ogni
convinzione profonda. Eppure la sorgente dei sentimenti cristiani sono i
dogmi.
Si vuol incolpare i controversisti di sollevare più dubbj che non ne
dissipino.
Per verità, a chi non concepì mai, o mai non intese objezioni contro la
religione di sua madre, qualunque libro che gliene affacci diviene
pericoloso, qualunque confutazione lascia un'impressione pericolosa;
laonde molti vorrebbero che il debito del Cristiano si limitasse a
credere e venerare. Fortunato chi n'ha il dono! Ma dietro a Tertulliano
il quale diceva, che «la verità non arrossisce che del non essere
conosciuta», tutti i Padri tennero che la religione non ha a temere la
leale investigazione, bensì l'ignoranza e l'errore, e i maggiori santi
francamente rivelarono le opposizioni. Queste provocano spiegazioni e in
conseguenza luce. Che se è buono che i più credano ingenuamente perchè
bevvero coi primi insegnamenti la venerazione a ciò che la Chiesa
ingiunge, a molti corre obbligo di mostrare che ne esplorarono i
fondamenti con quell'ossequio ragionevole che l'Apostolo raccomandava,
associando scienza e discussione, esame e obbedienza.
Noi non crediamo v'abbia reale consorzio civile là dove si opina solo,
invece di credere; e il vilipendio delle idee religiose è sintomo
spaventoso per l'avvenire morale d'un paese; giacchè, obliterato il
senso dell'ideale, non restano che l'empirismo, e la cura di
soddisfazioni inferiori, precarie, servili. Or dove l'idea religiosa
illanguidì, il discuterla in pubblico al par degli affari comuni, la
ravviva; dove poi si declama in contrario, mal si temerebbe che riescano
di scandalo le verità dette da fedeli. Or dunque, che crescono i
contatti coi dissidenti, importa di non trovarsi sprovveduti sulle
differenze dogmatiche, nè credere che basti disprezzare l'attacco e
maledire l'assalitore: vuolsi conoscere e propugnare le grandi verità
quando l'insipienza le ingombra, la malizia le nega, la passione le
stravolge.
In tempi d'altre tirannie, quando non aveano valore sul mercato le voci
di libertà, patria, nazionalità, noi ci ostinammo a ripeterle finchè
divennero moda, e, com'è delle mode, se ne alterò, e fin capovolse il
senso. Così ora ci ricorreranno le parole di coscienza, fede, avvenire,
salute, giustificazione: che importa se le disappresero fin quelli che
più dovrebbero conoscerle e insegnarle?
Ma anche la verità ha le sue sètte, ed esse portano a
quell'esagerazione, dalla quale dovrebbero più rifuggire le cause che
hanno coscienza della propria forza. Quindi ci si rinfaccia che agli
ecclesiastici devono essere riservate disquisizioni, ov'è impossibile a
laici mantenersi in quell'esattezza, alla quale falliscono fin i maestri
in divinità, nè convenire ai figli d'Abinadab stendere la mano a
sorreggere l'arca barcollante.
Quando tanti secolari si fanno lecito di berteggiare i dogmi e i riti, e
dar consigli ai depositarj di essi, perchè sarebbe men conveniente a
laici l'assumerne la difesa? Tanto più imparziali essi appajono quanto
che niuna speranza terrena li lega al potere che sostengono, niuno
speciale carattere nè prefissa educazione gli obbliga o li trae a
professare sgradite verità e ad affrontare l'impopolarità; nè sono
stretti da quello spirito di corpo che i corpi ruina, perchè, colla
paura di screditarli, ne scusa o maschera le aberrazioni, e non ne
scevera gli elementi corrotti.
Quando il senatore Flaminio Cornaro mandò a Benedetto XIV la sua _Storia
delle chiese venete_, il papa ringraziandolo, non solo lo esortava a
continuare le dotte ricerche, ma desiderava che altri laici vi
s'applicassero, come in vecchi tempi ne han dato esempio san Giustino,
Atenagora, Arnobio, Didimo, Latanzio, Prospero d'Aquitania, Severino
Boezio, Cassiodoro, Evagrio, e ne' recenti il Fiorentini, il Buonarroti,
il Sigonio, il Masini, lo Zani, il Cappello, il procuratore Giustinian,
Diodo, Morosini, Loredano, Laura, Quirini, Secondini, Maffei ed altri
molti[2].
Dicasi pure che questa è una scusa che noi predisponiamo agli sbagli e
alle inesattezze nostre. E in quante incapperemo! Ma sempre cercammo
esporre con precisione la verità, quale è definita dalla Chiesa, alle
cui decisioni noi ci sommettiamo senza riserva, protestando che i nostri
dubbj non sono che interrogazioni rispettose, e pronti a ritrattare
qualunque errore o temerità, autorevolmente avvisataci.
Di essere ascetici ne rinasceva l'occasione ogni tratto, ma non ci
esporremmo alle risa d'una società che calcola e non sente? Nè tesseremo
lavoro apologetico ed encomiastico, ma procederemo colla sincerità che
ci è consueta. L'istituzione ecclesiastica è mescolata, e più era un
tempo, alle cose terrene, in modo, chè ne contrasse l'inquinazione; di
mezzi mondani dovette valersi per assicurare la propria indipendenza; fu
diretta e preseduta da uomini, ai quali Cristo promise l'infallibilità
nelle decisioni, non l'impeccabilità negli atti. E come, se impeccabili
non furono gli angeli in cielo, il primo uomo in paradiso, Pietro al
fianco di Gesù?
Poco disposti a dissimularne i traviamenti, quanto lontani
dall'esagerarli, noi sappiamo che ai papi è dovuto l'omaggio dell'intera
verità: e se molte volte leniremo colla spiegazione ciò che è moda
esacerbare col sarcasmo, siamo primi a deplorare gli abusi che diedero
occasione o vigore alle separazioni.
Credemmo obbligo nostro conoscere le capitali controversie odierne
sull'origine del cristianesimo e la pretesa formazione dei libri
canonici e dei dogmi; e oltre la _Vita di Gesù_ di Strauss e di Renan, e
gli _Evangeli_ di Eichthal, non abbiamo trascurato la _Storia dei tre
primi secoli della Chiesa_ di E. de Pressensé; la _Storia del Cristo_ di
Ewald; gli _Studj storici e critici sull'origine del cristianesimo_ di
A. Stop; la _Storia elementare e critica_ di Peyrat; abbiamo seguitato
gli studj esegetici della scuola di Tubinga, i _Saggi_ degli inglesi
seguaci di Colenso, e le tante disquisizioni di Jowel sulle _Epistole di
san Paolo_; di Milman sul _Cristianesimo latino_; di Witt sugli accordi
fra la dottrina cristiana e la scuola di Alessandria; di Baur sul
_Cristianesimo e la Chiesa cristiana_;..... ma ricondotto il
cristianesimo in faccia alla storia, alla ragione, alla coscienza,
interpretato con libertà di spirito, non trovammo ragioni per iscostarci
dalla tradizione cattolica. Anzi lo studio ci convinse che l'attuazione
ecclesiastica n'è eccellente, sia pel necessario contemperamento della
sovranità de' pochi colla soggezione delle moltitudini, sia per
procurare la maggior possibile felicità, quella cioè in cui le volontà
non alla coazione, ma s'adagino alla morale persuasiva; e che il
principato sacerdotale, com'è il più antico, così è il più venerabile e
generoso potere, la chiave della vòlta dell'edifizio sociale, la
salvaguardia della libertà nelle nazioni civili, perocchè alle
sovversioni oppone l'unica forza capace di resistervi, la coscienza.
La religione non tocca solo la parte sentimentale, ma abbraccia tutto
l'uomo, anzi tutta la società, e ne sono riflesso i costumi e la
legislazione, la vita domestica e la politica; insomma è l'espressione
più profonda della coscienza dell'umanità in un dato periodo. Ecco
perchè ogni religione è storia, e la nostra è delle più importanti alla
umanità, nè può comprendersi bene in un secolo se non rimontando al
precedente. Perciò dovemmo rifarci alla cuna del cristianesimo, non per
riconoscervi il principio divino della civiltà moderna, la garantigia
del diritto comune, la base delle nuove legislazioni, il legame sociale
de' popoli, la norma delle coscienze, ma solo per vedervi assodarsi e
svolgersi le verità tradizionali, e germogliare gli errori, che poi
ingrandirono nel XII secolo e nel XVI, sul quale di preferenza vi
indugeremo.
Dovendo parlare di persone e fatti già da noi esposti anche più d'una
volta, non ci si farà colpa d'usare talvolta le stesse parole; il
diverso scopo di questo lavoro n'ha però cambiata l'economia, e se
altrove prediligemmo le vedute sintetiche e comprensive, qui saremo
spesso biografi e aneddotici.
Rifuggendo dalla fraseologia di moda, che annichila la realità e
confonde le immagini, e mette anche nel libro il tono superficiale ed
evasivo del giornale, noi c'industrieremo di ritrarre gli uomini colle
passioni, colle virtù, coi vizj loro, nè angeli nè demonj. All'urbanità
che devonsi creature decadute e fallibili non mancheremo mai, sebbene
non la speriamo da coloro che dall'infanzia abituaronsi a non vedere la
verità che traverso ad occhiali comprati, e intitolare pregiudizio ciò
che urta i pregiudizj loro.
E fra questi pregiudizj è l'apporre a chi tratta materie religiose, le
taccie d'ignoranza, d'illiberalità, d'intolleranza. La prima ben ci sta,
e fu appunto per minorarla che faticammo tanti anni a raccoglier fatti e
notizie, parte nuovi, parte dispersi in libri di difficile accesso; e
invocammo i consigli di quelli, pochissimi in Italia, che prestano
sussidio e consigli a chi studia.
Se amiamo la libertà, lo dicano i nostri libri e la nostra vita, e il
non averla rinnegata neppure negli schifosi trionfi di coloro, che la
trascinarono al postribolo e al palco da ciarlatano.
D'intolleranza non fummo imputati mai, neppure dai nemici, bensì del
contrario; e l'affliggente spettacolo di ecclesiastici che portarono
fino a classificare l'odio teologico, ci renderà attenti a serbar la
dignità nostra rispettando quella degli avversarj, che la Chiesa
c'insegna a considerare come fratelli in Cristo, e ci dà speranza di
vederli qui in terra raccolti in un solo ovile, poi in cielo a
contemplar con noi la luce nella luce, e conoscere tutte le verità nel
centro loro, che è Colui che solo nè inganna, nè s'inganna.
Rovato, ottobre 1865.
NOTE
[1] Delle opere recentemente pubblicate intorno ai riformati italiani
conosciamo le seguenti:
TH. MAC CREE, _Storia della riforma in Italia, suoi progressi e
sua estinzione_. Edimburgo 1827. Caloroso protestante scozzese,
dice che «gli scrittori cattolici s'accordarono a dissimulare un
soggetto penoso quanto delicato, o a mostrar que' movimenti come
deboli e passeggeri, e di pochi sedotti da amor di novità». Può
considerarsene continuazione fin ai giorni nostri LEOPOLD WITTE,
_Das Evangelium in Italien_. Lipsia 1861. Molto se ne occupa anche
D'AUBIGNÉ nella _Histoire de la Reformation_, fanaticamente e
troppe cose ignorando; egli distingue i principj della riforma da
quelli del protestantismo, che però ravvisa come conseguenza
immediata.
KERKER, _Die kirchliche Reform in Italien unmittelbar vor dem
Tridentinum_; nella _Theologische Quartalschrift_ di Tubinga, anno
XLI, 1859.
M. YOUNG, _The life and times of Aonio Paleario, or a history of
the italian reformers in the XVI century; illustrated by original
letters and unedited documents_. London 1860. Due grossi volumi.
F. C. SCHLOSSER, _Leben des Peter Martyr Vermili_. Heidelberg
1809.
EDV. BRIDGE, vicario di Manaccan nella Cornovaglia; _A voice from
the tomb of P. Martyr against popery_, 1840.
Dr. C. SCHMIDT, prof. di teologia a Strasburgo, _Peter Martyr
Vermigli Leben und ausgewählte Schriften_. Elberfeld 1858.
C. H. SIXT, _P. P. Vergerius päpstlicher Nuntius; eine Reformation
geschichtliche Monografie, u. s. w_. Brunswich 1856.
FERDINAND MEYER, _Die evangelische Gemeinde in Locarno; ihre
Auswanderung nach Zürich, und ihre weitern Schicksale_, 2 vol.
Zurigo 1836.
EYNARD, _La reforme à Lucques et les Burlamaki_.
GIBBING, _Trial and martyrdom of Carnesecchi_. Dublin 1856. Ebbe
il processo originale in 70 fogli dal collegio della Trinità in
Dublino, che l'ultimo duca di Manchester aveva acquistato a
Parigi, dove, nell'occupazione di Napoleone I, moltissime cose
furono portate da Roma concernenti l'inquisizione. Promette
pubblicar anche il processo di frà Fulgenzio Manfredi, del tempo
di Paolo Sarpi.
G. HEYNE, _Ueber die Verbreitung der Reformation in Neapel_, con
notizie tratte dall'archivio di Simanca. È nella _Zeitschrift für
Geschichtswissenschaft_ del 1847, vol. VIII, p. 545.
ROBERT TURNBULL, _The times, life and writings of O. Morata_.
Boston 1846.
JULES BONNET, _Vie d'Olympia Morata_; 3ª edit. Paris 1856.
SEE, _Some memorials of Renée of France_. Londra 1859.
C. SCHMIDT, _Celio Secondo Curione_, nella _Zeitschrift für die
historische Theologie_ di C. W. RIEDNER, 1860: dove altre cose
relative all'Italia.
C. T. KIND, _Die Reformation in den Bisthümern Chur und Como,
dargestellt nach den besten ältern und neuen Hülfsmitteln_. Coira
1858.
A questo può riferirsi un articolo di J. ANDR. VON SPRECHER negli
«Archivj per la storia della Svizzera», _Päpstliche Instruction
neu betreffend Veltlin aus der Zeit p. Gregors XV_. Zurigo 1858.
NAPOLEON PEYRAT, _Les Réformateurs de la France et de l'Italie, au
XII siècle_. Parigi 1860; a cui possono aggiungersi, per la
connessione colle cose nostre.
EUGÈNE HAAGE, _La France protestante_.
C. J. TISSOT, _L'Eglise libre du canton de Vaud_.
DE CASTRO, _Hist. de los protestantes españoles y de su
persecucion por Felipe II_. Cadice 1851.
TRECHSEL, _Die protestantischen Antitrinitarier vor Faustus
Socin_. Heidelberg 1839, 2 vol.
Inoltre molte cose pubblicate nei FOX'S _Acts and Monuments_
(1838); nel _Taschenbuch_ di Stauber (Basilea 1851 e seg.); nella
_Révue Chrétienne_ di GIULIO BONNET, e in HUGO LAEMMER, _Monumenta
vaticana historiam ecclesiasticam sæculi XVI illustrantia_.
Friburgo di Brisgovia 1861.
[2] Breve _Acceptissimum munus_ del 22 dicembre 1753.
DISCORSO I.
FONDAZIONE E STABILIMENTO DELLA CHIESA.
L'uomo era stato creato di retta intelligenza, e favorito di superne
comunicazioni, ma libero e però capace di errare[3]. In fatto, mutando
la coscienza del somigliar a Dio colla pretensione d'esser identico ad
esso, peccò di superbia e disobbedienza; e il reato di quella colpa,
trasmesso per generazione dal primo stipite a tutta la sua discendenza,
quasi al modo che ne' rami e ne' frutti della pianta trapassa il guasto
della radice, costituisce il più profondo mistero, non accettando il
quale si moltiplicherebbero altri misteri. Ottenebrata allora la verità
che l'uomo avea ricevuta coll'immediata intuizione di Dio e col
linguaggio; venuti in disaccordo l'intelletto, la volontà e la potenza,
la stirpe umana decadde dall'altezza in cui era stata costituita, e
perdette la piena conoscenza del vero e la pratica del bene. Pure a
queste non cessò d'esser destinato; ma, per ristabilire il rotto
accordo, non basta la ragione, e richiedesi la coscienza, appoggiata
sulla fede, la quale è data solo dalla rivelazione. Tale rivelazione era
conservata da un popolo eletto, per tradizione orale e in libri santi.
In questi promettevasi un redentore o mediatore, che ripristinerebbe la
comunicazione tra l'eterna giustizia e la creatura peccatrice. Chi
poteva far ciò altri che un Dio?
Giunta la pienezza de' tempi, vaticinata dai profeti, figurata in tanti
fatti e tanti simboli, deposti in libri conservati da coloro che lo
avrebbero più risolutamente osteggiato, Cristo figliuol di Dio nasceva
da una vergine, in paese colto e ricco, a due ore dalla città più famosa
d'Oriente[4], nell'età più splendida di Roma, l'età dell'oro della
letteratura. Così dal Dio esistente in se medesimo e nascosto passavasi
al Dio conoscibile, manifestato e conversante fra gli uomini;
all'Emanuele, cioè Iddio fra noi. Il dogma dell'incarnazione costituendo
l'unità personale della natura divina e dell'umana nell'uomo-dio,
additava come fine dell'uomo l'unione divina; passo essenziale
dell'umanità sulla strada che la riconduce a Dio.
Egli era luce nelle tenebre, e le tenebre non lo compresero; venne fra'
suoi, e i suoi non l'accolsero; gl'ipocriti e gl'intriganti lo
perseguitarono; mossero l'ira consueta dei depravati contro chi vuol
rigenerarli, e come riottoso e seduttore fattolo denunziare dalla
pubblica opinione, cioè dagli schiamazzatori di piazza, trionfarono del
vederlo messo legalmente a morte obbrobriosa, dalla quale resuscitò più
vigoroso.
Venuto a riordinar la scienza e l'amore, l'intelligenza e l'opera, che
il peccato avea sconnesse, recava la redenzione, e in conseguenza la
legislazione religiosa. Tutto era insegnato a tutti, e il mistero non
era una parte della credenza, arcana al volgo e riservata ai sapienti,
ma imponevasi egualmente a ognuno, perchè trascende l'umana ragione, sia
colta o ineducata[5].
Cristo conferì a' suoi ministri la facoltà di sciogliere e legare i
peccati tra l'effusione della grazia, e lo stupendo privilegio d'immolar
il Figlio al Padre, vittima incessante per le colpe, sotto le specie del
pane e del vino, sotto le quali si acchiude l'incarnata divinità (se
immagine umana può adombrare il mistero) come l'idea nella parola. Il
qual sacramento, assunto da' fedeli in commemorazione di lui, esprimesse
la debolezza degli uomini, e comunicasse la forza che viene da Dio.
Nulla scrisse egli, e il Cristo storico non ci è noto che per
tradizione, avendone raccolto le parole e gli atti alcuni di coloro che
l'udirono, e postane in iscritto parte, professando che molt'altro ne
tacevano.
Acciocchè la verità non tornasse più ad offuscarsi, Cristo fissava una
fiaccola viva e indefettibile, la Chiesa; la quale, avvivata dallo
Spirito Santo che sempre la inabita, come l'anima il corpo vivo, e
serbando intemerato il deposito delle verità rivelate, adempie
perennemente nel mondo una doppia missione.
La prima, di trasmettere infallibilmente, in coloro che rigenera di mano
in mano colle parole e co' sacramenti, la vital verità e quel medesimo
spirito di cui ella vive, presso a poco siccome la madre nel figliuolo
tramanda la sua stessa vita e natura umana, e l'allatta della sua
sostanza, e l'istruisce col linguaggio comune della società[6]: e come
niuno può darsi da se medesimo l'essere e la natura d'uomo, ma deve
riceverla dalla natura, e riceverla tal quale gli è data, prima d'ogni
suo giudizio, essendo assurdo che il bambino volesse giudicare il latte
della madre, e più ancora il germe da cui lo genera, così l'essere e
natura di cristiano fa duopo ricevere dalla Madre Chiesa senza previo
giudizio. Che se, per mantenere inalterata la schiatta umana, Iddio
ordinò leggi impreteribili alla natura, per tramandare inalterata la
vita cristiana alle ultime generazioni deve aver fatta infallibile la
Chiesa. Sotto questo primo aspetto si deve essa considerare qual madre
di tutti i viventi, con autorità che non grava o lega le coscienze,
bensì le forma e le genera, come la madre non è di aggravio al bambino,
nè la radice esercita violenza sui rami. Uno è il capo, da cui prende
vita tutto il corpo; una la radice che germina tutta la pianta; una la
madre di prole sì numerosa: dal suo seno nasciamo, del suo latte siamo
nodriti, del suo spirito animati[7], per modo che tutti i Cristiani son
germogli della radice apostolica e della Chiesa[8].
L'altra missione della Chiesa è di tenere nell'unità, coloro che
dall'arbitrio individuale sarebbero indotti alla varietà e al fallo. In
ciò la Chiesa fa sentire la sua potestà, costituita sopra le coscienze;
potestà, alla quale spetta di risolvere ogni dubbio, determinare le
credenze, non avendo altre arme se non la persuasione, la grazia
invocata e la infallibilità promessa da Colui che prega in cielo
affinchè la fede di Pietro non venga meno.
Così il vangelo, promulgato per testimonio divino, doveva esser
conservato e tramandato per testimonio indefettibile. Senza una tale
istituzione infallibile non si dà conservazione certa della verità
rivelata, nè quindi dogma fisso, o alcun dovere determinato, o
possibilità della vita cristiana. La Chiesa è la sintesi della
incarnazione, e svolgesi nell'esercizio d'una religione, i cui elementi
sono, per parte di Dio, la rivelazione; per parte dell'uomo, la fede.
Ascolta e guarda: ascolta la voce ch'è in te; guarda la bocca che ti
risponde. Non è necessario che tutti conoscano le dimostrazioni e le
confutazioni, cioè che abbiano ponderato la storia: basta guardino il
presente, i caratteri della Chiesa attuale, per esser certi del suo
passato e del suo avvenire, della sua storia e della sua destinazione. E
perciò Cristo disse alla sua Chiesa: «Chi ascolta voi ascolta me[9]
perchè io sono con voi[10], e chi resiste alla voce vostra resiste alla
mia»[11]. Cristo è così chiaramente colla Chiesa, che ella dee
considerarsi come una prova della rivelazione; e per lo splendore de'
suoi caratteri è il primo de' motivi di credibilità.
Ad ogni uomo di buona fede si può domandare: «Voi conoscete che tutti
han sete della felicità e della vita, orrore della morte: voi volete
vivere, felice, sempre: in fondo al cuor vostro c'è l'invincibile
inclinazione alla vita futura. Ma che cos'è questa vita futura? che
possono dirvene gli altri uomini? Lo sguardo dell'anima non vi penetra,
l'esperienza non ce ne dice nulla; intorno a Dio, alle cose invisibili
l'uomo non vuol ascoltare che Dio. In fatto di religione, la ragione
domanda la fede divina. E perciò la fede è un fatto generale quanto la
ragione: l'umanità credette sempre che Dio non l'ha gettata sulla terra
senza istruirla del suo fine e della legge con cui raggiungerlo. Questa
testimonianza divina la ragione umana non la cerca in una voce morta, in
un libro finito; non chiede un oggetto di studio, ma un maestro,
un'autorità viva e parlante. Or dove sta quest'autorità divina
insegnante? autorità distinta dalle umane, improntata del suggello
divino? Non può variare, questa non può insegnare ora il sì ora il no.
Deve dunque esser una, perpetua, universale, infallibile: tal la vuole
la coscienza umana; a tali caratteri la riconosce, appena le si mostri.
E la coscienza e la storia ci attestano che un'autorità divina è
manifestamente necessaria all'uomo e al mondo.»
Or la ricerca de' testi, il paragone de' sistemi non sono possibili alla
generalità: eppure l'uomo ha bisogno di tal certezza. Fuori del
cattolicismo, nessuna Chiesa pretende all'infallibilità nè
all'universalità.
Quei che raccomandano la Bibbia, la sola Bibbia, suppongono
l'infallibilità di tutti; il che è un evidente assurdo: i Protestanti
stessi nol credono: tant'è vero, che predicano. Per la missione che il
cristianesimo aveva di rintegrare l'unità religiosa e morale nel mondo,
bisognava l'autorità, mentre la ragione individuale è fonte e materia
eterna di scissura. Se al primo momento avesse potuto ognuno
interpretare a sua voglia le Scritture, e applicare i precetti
evangelici, ognuno avrebbe avuto un sistema proprio; non potea proferire
«Questo è l'errore», nè come san Paolo dire «Un solo Cristo, un solo
battesimo, una sola fede». Sin dall'origine sant'Ignazio raccomanda:
«Siate soggetti all'autorità stabilita da Cristo. Rimanete uniti a Dio,
a Gesù Cristo, ai vescovi, ai precetti degli apostoli».[12] E san
Clemente ai Corintj: «Cristo è venuto a stabilir la comunione de' cuori
come degli spiriti: in conseguenza bisogna l'unità. Ma l'unità,
l'ordine, l'armonia richiedono una sommessione assoluta alle leggi
divine: e senza umiltà non v'è sommessione. Il pontefice (vescovo) ha
incarichi particolari, particolari il prete, il levita; il laico è
tenuto solo ai precetti di laico».[13]
La Chiesa ha uno scopo soprannaturale, e però il potere di essa dovea
provenire dall'alto; e la forma di reggimento meglio appropriata doveva
essere la monarchica.[14] Da principio essa fu tale necessariamente
nella persona di Cristo. Morto, non potendo più sensibilmente
esercitarla, dovea sostituire chi ne facesse visibilmente le veci. Disse
dunque a Pietro, «Sopra te edificherò la mia Chiesa»; e agli Apostoli,
«Andate e predicate a tutto il mondo». Così Pietro pronunzierebbe la
verità; gli altri la propagherebbero: e la Chiesa visibile, vivificata
da invisibile virtù soprannaturale, otteneva l'unità di governo.[15]
Pietro stesso avea rinnegato Cristo: onde, nonchè esser superiore alle
debolezze umane, rappresenta l'umanità peccabile. Pietro pone dapprima
la sua cattedra in Antiochia, dove applica il nome di cristiani ai nuovi
credenti. Passa poi a Roma, e quivi la stabilisce: fatto che gli
eterodossi negherebbero volentieri, perchè così negherebbero
l'apostolica istituzione della sede romana, divenuta la primaria del
mondo cattolico; ma che è provato da abbondantissimi argomenti. I nostri
videro un miracolo provvidenziale nell'esser cadute le chiese di
Gerusalemme, d'Antiochia, d'Alessandria, fondate in origine, e di cui
conosceasi quando cominciarono; solo Roma offre una serie di vescovi,
non mai interrotta fra tanto avvicendare di accidenti.
Quando Pietro fu ucciso, potea credersi spento il cristianesimo, poichè
trovavasi di fronte il politeismo signoreggiante colla forza e
coll'ingegno, e il mosaismo coi miracoli e la legge; nessuna temporalità
sorreggeva il papato, e il mondo non vedeva in effetto che pochi
visionarj, sparpagliati per l'orbe. Eppure i raggi dalla stalla di
Betlem e dalle catacombe di Roma si diffondeano per tutta la terra, e
cominciava quella concatenazione di atti stupendi, ove incontra il
miracolo chi studia puramente la storia.
Paolo, da persecutore de' Cristiani divenutone l'apostolo, diffuse il
vangelo tra le genti colla parola e con epistole, ove discute le idee
degli Ebrei che pretendeano miracoli, e dei Gentili che pretendeano il
legame logico delle idee. Uomo della ragione, argomenta ed estende ai
varj membri le verità universali; mentre san Pietro, anche quando
scrive, è l'uomo dell'autorità che proclama il dovere e la sommissione.
Ma «non sia chi s'intitoli di Pietro o di Paolo, ma solo di Cristo»;
intima Paolo: «Solleciti di conservare l'unità dello spirito mediante il
vincolo della pace; un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza,
un solo signore, una sola fede, un solo Dio padre di tutti e per tutte
le cose»[16].
Intanto san Matteo avea scritto pel primo la storia di Cristo, la più
abbondante di fatti, come palestino ch'egli era e testimonio diretto.
Marco, discepolo di Pietro, la espose in greco qual l'aveva udita, e
così Luca antiocheno, più colto e dignitoso, che appare anche autore
degli Atti degli Apostoli, narrazione sublime per semplicità.
Giovanni ebreo, che ebbe parte nelle scene della redenzione, e poi fu
vescovo e martire, vedendo diffondersi molti errori sulla natura divina
del Redentore, scrisse ultimo il suo vangelo, men curandosi di ripetere
i fatti già prodotti dagli altri, che di combattere le dottrine
gnostiche. Poi da narratore mutato in contemplatore, nell'_Apocalissi_
manifestò le visioni soprannaturali, in cui gli furono predette le
persecuzioni e i trionfi della Chiesa, la distruzione del mondo e i
gaudj della superna Gerusalemme.
Altri vangeli, epistole, costituzioni, la Chiesa o riprovò o non
riconobbe, ma per la loro antichità possono servir di testimonio; come
la tradizione costante che risulta da monumenti storici, prova
apostoliche alcune verità, sebbene non scritte[17].
Il simbolo detto apostolico, primo compendio della teologia cristiana,
non consta sia stato composto dagli apostoli avanti dividersi; tale però
lo vuole la tradizione costante: e forse vi furono fatte aggiunte
posteriori, sebbene non sembri probabile che a quella formola
battesimale si attaccasse qualche nuovo articolo man mano che una nuova
eresia rendeva necessaria una protesta. Certo è concepito in modo tanto
generale, che anche i maggiori dissidenti poterono conservarlo[18].
Ciò che distinse ben tosto il cristianesimo da tutte le altre religioni
e filosofie, è il pretender subito all'universalità. Fin allora non si
conoscevano che religioni nazionali o di Stato; ciascun popolo teneva le
sue divinità, i suoi culti; la religione serviva a discernere popolo da
popolo. Il cristianesimo pel primo, rotte queste barriere particolari,
dichiarò esser destinato a tutto il mondo, esser capace di abbracciare
tutte le nazioni, qualunque ne fosse la civiltà, di soddisfarne tutti i
bisogni religiosi, e fondare una chiesa dell'umanità, un regno di Dio
indipendente da frontiere geografiche o governative. In conseguenza non
presentasi come attuamento d'alcuna teorica particolare, non s'appoggia
a veruna scuola, nè cerca alcuna alleanza: oppone francamente la follia
della croce alle osservanze ebraiche come alla bellezza greca e alla
legalità romana, talchè subito è considerato come una empietà, una
ignoranza, una ribellione, la negazione di Dio, della scienza, della
legge, il nemico del genere umano[19].
L'opera del Cristianesimo era di preparare un nuovo mondo, assodandone
la base, cioè la fede: fede superiore a qualunque ostacolo. Pertanto il
primo secolo dovette essere più pratico che speculativo, più d'azione
che di parola: la dottrina era perpetuata da una tradizione orale e
viva; era concentrata in alcune parole gravi e semplici. La fede
provavasi colla testimonianza di quelli che aveano udito e veduto l'Uomo
Dio: le disparità che nascessero restavano appianate dal detto d'un
discepolo; la gran giustificazione consisteva nel rinovellarsi del
mondo, e la dichiarazione di fede nell'escludere dalla comunione d'una
Chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse
una restrizione di particolar suo giudizio.
E poichè quaggiù il bene e il male sono in perpetua lotta, il
cristianesimo dovè combattere, prima col martirio, dappoi colla ragione,
l'erudizione, l'eloquenza. E qui s'apre lo spettacolo della
controversia, dove gli apologisti che erano stati filosofi, cominciarono
quel conflitto dell'errore colla verità, che finirà solo coi secoli;
dove il cristianesimo, combattendo gli Ebrei e i Gentili, parla alla
ragione e all'intelletto; l'esegesi biblica è creata; una scuola
cristiana fondasi accanto alle altre dell'êra alessandrina.
San Giustino nell'_Apologia_ descrive le usanze, le assemblee, i riti
dei primi Cristiani. «Terminate le orazioni, al preside vien presentato
del pane e una coppa di vino e acqua. Presili, egli glorifica il Padre
nel nome del Figliuolo e dello Spirito Santo, e ringrazia dei doni, e i
diaconi distribuiscono quel pane e quel vino e acqua. Questo cibo da noi
chiamasi eucaristia, e non può assumerlo chi non creda la nostra
dottrina, e non sia stato terso de' suoi peccati, e non si conduca
giusta i precetti di Gesù Cristo. Imperciocchè questo non è da noi
mangiato come pane e bevanda comune; ma come per la parola di Dio si è
incarnato Gesù Cristo, così quel cibo, santificato per l'orazione del
suo Verbo, diviene la carne e il sangue del medesimo Gesù Cristo
incarnato, e diverrà carne e sangue nostro per la mutazione che accade
nel cibo».
Tennero dietro que' grandi che chiamiam Santi Padri, la più splendida
luce che sfolgori sul mondo, in tempo che vi si addensavano tutte le
sciagure.
Più attenti ad abbatter l'errore che a dichiarar sistematicamente la
verità, i Padri non ci lasciarono veruna sistematica esposizione della
fede, sino a san Gregorio taumaturgo e a Cirillo vescovo di Gerusalemme.
Origene dà una spiegazione metodica della dottrina rivelata, e una
teologia cristiana pone come corona della scienza enciclopedica; tutto
ciò nel mentre l'antica società si sfasciava. Il loro studio sarà sempre
la più solida confutazione di coloro che negano o l'esistenza o la
divinità di Cristo, o che attribuiscono a moderne intrusioni i dogmi e i
riti più sacri.
Ma non vi si cerchi l'espressione più precisa e sistematica de' dogmi;
la dottrina al pari che l'organamento si vanno svolgendo e assodando via
via che la disputa costringe alla definizione più esatta e al
chiarimento. Dapprima i dogmi sono, direi, fatti; è la parola di Cristo
che costituisce l'insegnamento degli apostoli, non allegando altra
autorità che la rivelazione divina: in appresso divien necessario
formolare le basi del cristianesimo, e imprimervi un carattere, che più
non possa alterarsi. A tal uopo Gesù Cristo avea promesso alla Chiesa
l'indefettibile assistenza dello Spirito Santo. Essa nel cenacolo ha la
stessa fede come quando è diffusa in 200 milioni di credenti: sicchè
bisogna ammettere o un miracolo permanente, o che Cristo non abbandonò
al capriccio della ragione individuale l'interpretare il senso delle
verità rivelate.
Se san Paolo avea fulminato la ragione umana[20], certamente intendeva
gli abusi che ne faceva allora la filosofia, come alcuni cattolici ai dì
nostri condannano la libertà, poichè di questo nome si ammanta l'abuso
del potere. Ma i Padri, e Giustino avanti a tutti, concilia la fede
colla ragione, il vangelo colla vera filosofia, mostrando che quanto
essa ha di vero e di buono l'ha dedotto _da noi_: assegnano i limiti
della ragione e della fede, senza confonderle.
De' quali insegnamenti una gran pruova si ha nel vedere come gli etnici
allora, cambiando sistema, togliessero a dimostrare che i Cristiani
aveano dedotto ogni cosa dalla filosofia gentile: fino artifizio di
colpirli appunto colle armi, di cui essi eransi muniti.
Ed è notevole come, nel valutare il lavoro spontaneo della ragione e i
soccorsi della tradizione, i Padri concordino con ciò che poco fa[21]
proclamò la più venerata autorità, cioè che fra la ragione e la fede non
può darsi antagonismo, perchè entrambi emanano dalla fonte stessa; che
la ragione può provar l'esistenza di Dio, la spiritualità dell'anima, la
libertà dell'uomo; che l'uso della ragione precede la fede e a questa
conduce: che della ragione non sono colpa gli errori in cui cadde la
scienza superba.
Cristo disse agli apostoli: «Io dispongo per voi del regno, come il
Padre ne dispose per me, in modo che mangiate e beviate alla mia mensa
nel regno mio e sediate in trono a giudicare delle dodici tribù
d'Israele». E a Pietro: «Simone, Simone, ecco Satana vi cercò per
vagliarvi come il grano. Ma io pregai per te acciocchè la fede tua non
venga meno; e tu rivolto conferma i fratelli tuoi[22]».
Qui evidentemente Cristo lasciava a' suoi apostoli il sacerdozio come
privilegio particolare; e dava a Pietro lo special dovere di assodare i
fratelli nella fede. Non è dunque il sacerdozio accomunato a tutti i
fedeli. Negli _Atti degli apostoli_, per l'elezione de' primi diaconi è
consultato il popolo, ma il ministero è conferito dagli apostoli. Sorge
contestazione sulla necessità o no de' riti giudaici? si fa appello agli
apostoli e agli anziani. Nel concilio di Gerusalemme gli apostoli e i
seniori non consultano tutti i fedeli sull'astinenza dalle carni
immolate e dalla fornicazione; san Paolo ingiungeva il da farsi, e
scrive ai Tessalonici: «Vi supplichiamo di riconoscere le cure di quei
che vegliano sopra di voi, e vi governano secondo il Signore».
Ecco la superiorità di diritto divino de' preti sopra i laici, ch'è
negata dai Protestanti quasi non vi fosse altra distinzione fra la plebe
credente e il governo della Chiesa, tranne quella di fatto e diritto
meramente umano, che corre fra il popolo mandante e i suoi mandatarj. La
superiorità della gerarchia sopra i fedeli somiglia alla superiorità de'
padri sui figliuoli, che non dipende da delegazione di questi, ma si
fonda s'un titolo anteriore, e da essi indipendente. I preti non sono
costituiti dal popolo suoi mediatori appo Dio, ma sono costituiti da Dio
suoi ministri sopra il popolo: l'autorità vien dall'alto al basso, non
il contrario. È dunque fuor di ragione il sostenere che, chiunque
conosce la verità, può annunziarla, senza bisogno di carattere o
missione speciale.
Ma gli acattolici dicono che i pastori della Chiesa perdettero la
missione dacchè insegnarono l'errore. E qual tribunale sentenziò tal
decadenza? e qual legge avea prefisso che, insegnando il falso,
perderebbero il carattere e la podestà, e i popoli avrebbero diritto di
rivoltarsi? Quei che li condannarono furono gli stessi che gli
accusarono; ammessa la colpa, li dichiararono decaduti; agli spossessati
surrogarono se stessi. Tre atti di eguale illegalità.
Ed oggi stesso, ampliando que' precedenti, si sostiene che i sacerdoti
sono semplici mandatarj del corpo de' fedeli; e che non ad essi, ma a
tutto quel corpo fu demandato l'insegnare e governare; che il potere de'
sacerdoti non essendo d'istituzione divina, non può obbligare i fedeli
in coscienza; e quindi le loro decisioni non hanno vigore se non
accettate dalla congregazione dei fedeli. Aggiungono che i sacerdoti non
possono avere autorità indipendente da quella del principe: sta ad essi
la decisione della fede, ma la pubblicità di questa e del ministero dee
dipendere dai governi; nè i sudditi possono essere legati che per
podestà dell'imperante.
Certo queste teoriche non le deducono dal vangelo, dove non appare mai
che Cristo domandasse dal principe licenza di predicar la redenzione; e
i primi apostoli annunziarono la verità a dispetto dello Stato, tanto
che legalmente furono uccisi.
Siffatto governo della Chiesa parrebbe dispotico, giacchè estendesi
sulle coscienze, impone quel che s'ha a credere, e proscrive il
dissenso. Sì: appunto come la stella polare inceppa l'azione del
nocchiero, additandogli il nord, e impedendogli di errare. E la
infallibilità deriva da un principio superiore all'uomo, di modo che la
ragione vi si acqueta. Tutto poi fa in pubblico, per lettere,
dibattimenti, assemblee diocesane, provinciali, nazionali, universali,
nulla determinando se non dopo deliberazione comune. L'obbedienza dunque
nasce dalla persuasione; e solo a Dio, vero e primo sovrano, ed al
Cristo suo si sottomettono il pensiero e la coscienza; i principi
cessano d'aver diritto su questa, e si limitano a tutelarla, e a
provvedere che la giustizia sia rettamente distribuita.
V'è chi nega obbedire, persiste nel peccato, scandalizza i fratelli? la
pena più severa sarà l'escluderlo dalla comunione della Chiesa, talchè
non partecipi alle preghiere e al convito de' buoni.
Uomini di nessun credito, di mediocre scienza, sprovisti di ricchezze e
di spade, fra un mondo ripieno di «opere della carne, dimenticanza di
Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue e omicidj, furti e
inganni, orgie, sacrificj tenebrosi, persone uccise per gelosia, o
contaminate coll'adulterio, tutte le cose confuse, e una gran guerra
d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»[23], deploravano la
perversità del secolo, senza per questo staccarsene ed abborrirlo, come
Cristo sedeva alla mensa de' banchieri; e vi opponevano la voce,
l'esempio, il martirio, colle aspirazioni della vita interiore, colle
virili gioje dell'astinenza e del sacrifizio, colla fratellanza della
preghiera e delle opere, «coi frutti dello spirito, che sono carità,
gioja, pace, pazienza, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia,
temperanza, castità»[24]. Così la luce propagavasi con miracolosa
rapidità, di mezzo alla sfrenata potenza di quell'idolo senza viscere,
che si chiama lo Stato, alla febbre de' progressi materiali,
all'orgoglio degli Stoici, alla grossolanità de' Cinici, alla
depravazione degli Epicurei, allo scetticismo degli Accademici, alle
raffinate voluttà, allo spietato egoismo, all'indifferenza d'una
religione ove si appajano la superstizione e l'incredulità,
all'inebriamento della forza e della scienza, ai savj ed ai gaudenti
che, sdrajati in orgogliosa noncuranza, limitavansi a domandare «Che c'è
di nuovo?», e all'annunzio della buona novella rispondevano «Abbiam
altro da fare»; oppure «Vi ascolteremo domani». Quella dottrina, che
all'opinione, all'esitanza, al timore opponeva virtù ignote, la fede, la
speranza, la carità: al panteismo filosofico e al popolare la personale
spiritualità di Dio e l'individualità dell'uomo; alla disperazione la
providenza; all'amor proprio la carità: che rivelava l'inesplorabile
profondità della natura divina: che al gran mistero della vita porgea
spiegazione in ciò che la precedette o che la seguirà: che rimettea la
pietà del cuore nella religione dond'era partita: questa dottrina,
esposta in omelie e catechismi, forme diverse d'una fede sola e d'una
sola speranza, adattate alla capacità d'una plebe, bisognosa di ragione,
d'industria, di benevolenza, rendea comune la cognizione delle attinenze
dell'uomo con Dio per via del mediatore, i principj che importano
all'ordine sociale, e la scienza che è essenziale, quella de' proprj
doveri. Soddisfacendo ai bisogni intellettuali e morali, che la
tirannide o le sventure reprimono non spengono, e sottraendo alla
società la parte più eletta dell'uomo, asilo di Dio, responsale de'
proprj atti, piantava la libertà vera, generata dalla cognizione della
verità, dalla pratica della virtù, dalla fede in Colui pel quale regnano
i re.
Date le convinzioni, grandeggiano i caratteri; veggonsi fanciulli e
donne soffrire e morire per render testimonianza alla più sublime delle
cause, la verità; e gli Atti de' martiri sono il libro d'oro
dell'umanità rinobilitata; della coscienza che ripulsa gli attentati
della forza. I martiri rigenerarono il mondo per via dell'amore, quando
la persecuzione spingerebbe a sovvertirlo coll'ira; attestano la propria
vita col ricever la morte senza darla, e procedere al supplizio colla
croce in mano, e sul labbro la confessione del vero.
La Chiesa, non avendo regno in questo mondo, avvicinava più sempre gli
uomini al regno di Dio, il quale consiste nell'unità di credenze e
d'affetto. Quel governo spirituale, diritto di Dio introdotto fra gli
uomini, non metteasi in urto col temporale, anzi avea precetto
d'attribuire a Cesare quel ch'è di Cesare, serbando a Dio quel ch'è di
Dio. Ma a fronte del Cesare, adorato e trucidato a vicenda, ergeva
dottrine che innovavano la società, surrogando alla violenza il
consiglio, al castigo affliggente la penitenza emendatrice, insomma allo
Stato la Chiesa, al dominio d'uno o di pochi sopra moltitudini
asservite, l'eguaglianza di tutti davanti alla legge morale, che trae
forza unicamente dall'infallibilità di chi l'impone.
Da poco più d'un secolo era morto il discepolo prediletto, quando il
suffragio unanime della Chiesa portava a capo della cristianità uno
schiavo, che avea fatto girar la macina d'un molino, e che divenne uno
de' papi più insigni col nome di san Calisto. Qual rivoluzione! Tutto il
mondo era diviso, stando la potenza, la ricchezza, la libertà da un
lato, dall'altro la schiavitù, l'oppressione, la miseria; sol nella
famiglia cristiana tutte le classi e le posizioni s'avvicinano; essa
possiede la più alta autorità morale che mai comparisse sulla terra, e
la confida a uno schiavo. E questo schiavo divenuto pontefice, prosegue
l'opera dell'emancipazione e dell'affratellamento dei popoli: e mentre
le leggi Giulia e Papia dichiarano illegittimo il matrimonio d'un figlio
di famiglia senatoria con persone di classi inferiori, Calisto predica
che il patrizio e il servo ebbero da Dio gli stessi doveri, che Dio li
giudicherà coll'egual rigore, nè permetterà mai che l'orgoglio rompa
l'unione da lui consacrata. Papando Calisto, s'istituì che, nella nomina
dei vescovi convocassesi il popolo, non perchè eleggesse, ma perchè
dichiarasse se l'eletto pareagli degno o no del sublime suo ministero:
altra insigne modificazione della legge romana, ammirando la quale,
Alessandro Severo decretò che nelle varie provincie si facesse
altrettanto per l'elezione dei prefetti.
Gli estremi di fierezza e d'iniquità, che ad essi consentiva la legge,
furono fatti dagli imperatori per reprimere la nuova fede; ma ormai il
mondo divideasi in due gran parti, idolatri e cristiani. Costantino
sentì la nuova forza innovatrice[25], e le concesse parità di diritti; e
tanto bastò perchè presto divenisse prevalente. Alla nuova Chiesa egli
profuse doni ricchissimi[26]; e sebbene sia falsa la carta con cui a
papa Silvestro concedeva la sovranità di Roma e dell'Italia[27], parve
adempiere un decreto della Providenza quando egli trasferì a Bisanzio la
sede dell'impero, lasciando libera la metropoli del cristianesimo[28].
Alle chiese fu attribuito il diritto che già spettava alle congregazioni
pagane, di possedere beni sodi, e subito gliene furono profusi a segno,
che Valentiniano I vietò al clero d'accettare eredità: ove san Girolamo
riflette non esser deplorevole il divieto, ma il meritarlo.
Uscita dai nascondigli, la Chiesa manifestò e compì quell'organamento
esterno, che durò sempre colla stabilità che essa imprime alle opere
sue. Entrato nella vita civile, il clero adottò la magnificenza che
parea necessaria a colpire le immaginazioni e onorar le cose sacre.
Della religione bisognava ordinar l'arte, cioè il culto, moderandolo in
guisa che il sentimento non trascenda, determinandone l'oggetto e i
confini, acciocchè l'anima soddisfi al bisogno d'elevarsi a Dio, e di
svolgere la divina idea che crede. E pel culto aggiungendo alla fede e
alla scienza il sentimento, più che per la costituzione clericale, la
Chiesa esercita l'apostolato civile, e, pur mettendo Iddio come unico
fine, come verità da conoscere e bene da conseguire, opera tanto
sull'umana società.
Nella fanciullezza della vita morale, la Chiesa parlava men tosto col
linguaggio della speculazione dogmatica, che col merito e il demerito,
il premio e il castigo. Perciò bisognavano tipi, ed erano i santi, il
cui culto crebbe quello di Cristo, estendendolo a coloro che meglio a
lui si conformavano. Modelli di virtù parziali, variate, molteplici,
erano più accessibili che non la perfezione divina, erano quasi
decomposizioni dell'unico esemplare, altri tipi d'una bellezza
inarrivabile. Quel culto derivava dunque necessariamente dall'amore e
dalla devozione al Redentore; e ciascuno sceglievasi un protettore per
virtù o meriti ed uffizj speciali; e tutti vi trovavano un ideale
diverso, e lo atteggiavano artisticamente nella leggenda, nella poesia,
nel disegno.
A una dottrina, che è per essenza universale, tornava indispensabile
l'unità del sacerdozio, ordinato in guisa da perpetuare la rigorosa
conformità di credenza nell'infinita varietà di popoli, effettuando una
civiltà cattolica, cioè universale. Con questo introdusse una
distinzione, ignota a Greci e Romani, quella di ecclesiastici e laici. I
primi, destinati a speciale servizio divino, riceveano la missione e la
dignità dal vescovo. Ogni comunità aveva un vescovo eletto da essa, e
che agli altri vescovi annunziava la propria elezione con lettere
pastorali, in cui faceva la professione di sua fede; gli uni agli altri
partecipavansi la lista degli scomunicati, rilasciavano lettere di
raccomandazione _demissorie_ pei fedeli che dalla propria passassero in
un'altra diocesi.
E diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione dell'impero,
chiamavasi il territorio su cui un vescovo avea giurisdizione.
Al clero fu di buon'ora imposto il celibato, tantochè Nicolao
d'Antiochia, eletto dagli apostoli per sovvenire ai fedeli bisognosi, fu
incolpato perchè, anche dopo diacono, s'accostasse alla moglie[29]. Con
ciò formossi una milizia, pronta a lanciarsi ne' pericoli d'ogni guisa,
senz'esser rattenuta dai legami domestici, vie più forti quanto che
legittimi.
Ma il clero era poco numeroso: in ogni città per lo più un'unica chiesa
e una messa o due, fino a considerare scismatica l'adunanza di fedeli
dove non assistesse il vescovo: egli solo potea consacrare, sebbene
nelle città maggiori, come Roma, il pane da lui consacrato fosse
distribuito anche da qualch'altro prete, senza diritto però di assolvere
o di scomunicare. Entrante il Vº secolo, Roma gloriavasi di possedere
ventiquattro chiese e settantadue sacerdoti. Lo sconcio di mandare
attorno le sacre specie indusse poi a permettere anche ai plebani di
consacrare, e poi di amministrare pure gli altri sacramenti, eccetto
l'ordine e la cresima, riservati ai vescovi, come l'assoluzione d'alcuni
peccati.
I vescovi, depositarj dell'autorità, non doveano stare assenti più di
tre settimane dalla loro diocesi; e applicandovi le norme del
matrimonio, si proibì il divorzio, cioè d'abbandonar una chiesa per
un'altra, se non l'esigesse il bene universale. Abitualmente il vescovo
veniva scelto nella diocesi stessa, laico o sacerdote: ma poteva anche
essere uno straniero, come tanti dei primi papi; come i Milanesi vollero
vescovo il loro governatore Ambrogio da Treveri.
I vescovi sin dapprincipio furono subordinati al papa; ma alcuni si
sottoponeano anche a quello della città più illustre, o la cui sede
fosse fondata da qualche apostolo, formando così provincie, il capo
delle quali intitolavasi metropolita, arcivescovo, patriarca: non aveva
superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della
provincia, perciò chiamati suffraganei: li consacrava prima che
entrassero in funzione; rivedeva le loro decisioni: vigilava sulla fede
e la disciplina di tutta la provincia.
Quando morisse un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote che,
sede vacante, amministrasse la diocesi; e in presenza di questo, il
clero proponeva, e l'assemblea del popolo eleggeva il successore; ma la
nomina doveva essere approvata dagli altri suffraganei, e confermata dal
metropolita.
Una due volte l'anno accoglieansi i vescovi a concilio sotto il
metropolita, di cui erano quasi i consiglieri. Le decisioni (_canoni_),
invigorite dal consenso comune dei vescovi, sostenute dalla
rappresentanza del popolo e dal diritto divino, acquistavano forza di
leggi per tutta la provincia.
La Chiesa di Roma, oltrechè eretta nella maggior città d'allora, era
stata fondata prima d'ogni altra d'Occidente e dal maggiore degli
apostoli, e consacrata col sangue di esso e di san Paolo. Consideravasi
dunque come supremo gerarca il vescovo di essa, benchè gli altri
patriarchi talvolta competessero; e se questa supremazia non ebbe sulle
prime occasione di mostrarsi quale apparve secoli dopo, se rifulgea più
per dignità che per esercizio di potere, esisteva in genere; il papa in
radice aveva ragione di giurisdizione sopra gli altri vescovi, che nei
casi più gravi non mancò di manifestarsi, e più dacchè gl'imperatori
cristiani ingiunsero che ogni vescovo potesse dalle sentenze del
metropolita appellarsi al papa della città eterna.
Quando erano difficili le comunicazioni fra le varie chiese, frequenti
concilj si teneano presso le singole; pure ricorreasi sempre a Roma, e
sant'Ireneo diceva: _ad hanc ecclesiam propter potiorem principalitatem
necesse est omnem convenire ecclesiam_[30]; e già san Girolamo era
tutt'occupato nell'assistere papa Damaso a rispondere ai consulti che
gli venivano dall'Oriente e dall'Occidente[31]; il concilio di
Calcedonia chiese da san Leone la conferma de' suoi decreti; i vescovi
d'Oriente scrissero a papa Simmaco, riconoscendo che le pecore di Cristo
furono confidate al successore di Pietro «in tutto il mondo abitato»;
papa Ormisda nel 318 stese un formulario, che i vescovi doveano
trasmettere firmato ai metropoliti, e questi al pontefice, come simbolo
dell'unanimità colla sede apostolica «in cui risiede la verace e intera
solidità della religione cristiana».
Quella superiorità divenne anche legale nell'ordine civile quando
l'imperatore Giustiniano ordinò che tutte le Chiese fossero soggette
alla romana[32], _quum ea sit caput omnium sanctissimorum Dei
sacerdotum, vel eo maxime quod, quoties hæretici pullularunt, et
sententia et recto judicio illius venerabilis sedis coerciti sunt_; e a
papa Giovanni II scrivea: _Nec patimur quidquam quod ad ecclesiarum
statum pertinet, quamvis manifestum et indubitatum sit, ut non vestræ
innotescat sanctitati, quia caput est omnium sanctarum ecclesiarum_.
Pietro fu eletto da Cristo: i successori suoi da un senato
ecclesiastico, poi quando a quella dignità si unirono ricchezze che non
cercò, ma che non doveva ricusare, sicchè mescolò la sua vita alla
convivenza civile, all'elezione concorsero il clero e il popolo; quando
quel posto divenne ambito, gl'imperatori s'intromisero, a titolo
d'impedir le sedizioni; e anche di poi pretesero confermar l'elezione.
Odoacre, che spossessò l'ultimo imperatore d'Occidente, vietò di
eleggere il vescovo di Roma senza prima consultare il re o il prefetto
della città, ma il decreto non tenne (482). Gelasio, papa in quel tempo,
è notevole per avere, in concilio, distinti i libri canonici dagli
apocrifi, determinato a quali scrittori competesse il titolo di Padri
della Chiesa, e definiti ecumenici i quattro sinodi di Nicea,
Costantinopoli, Efeso e Calcedonia. Egli scriveva all'imperatore
Anastasio: «Il mondo è governato dall'autorità pontificia e dalla
podestà regia: la sacerdotale è più grave perchè dee render ragione a
Dio per l'anima dei re. Tu sovrasti a tutti per dignità, pure t'inchini
devoto ai capi delle cose divine, o da loro impetri i mezzi di salute, e
comprendi che, pei sacramenti e per l'ordine della religione, devi
sottometterti a loro, anzichè sovrastare; e in tali materie pendere dal
giudizio loro, anzichè ridurli alla tua volontà. Se nell'ordine della
pubblica disciplina, anche i capi della religione obbediscono alle leggi
tue perchè a te fu conferito l'imperio per disposizione suprema, con
quale affetto non dovete voi obbedire a coloro, che hanno incarico di
dispensare gli augusti misteri?»
I re barbari conquistatori s'ingerirono sempre più o meno nelle nomine
dei papi fino ad Adriano II nel 867, quando l'elezione fu restituita al
clero e al popolo; ma da Giovanni XII fin dopo l'antipapa Silvestro (dal
956 al 1102) i tirannelli e gli imperatori vi ebbero gran tresca; tornò
poi l'elezione al clero e al popolo fino all'antipapa Vittore nel 1138.
Allora il diritto elettorale fu ristretto ne' cardinali; poi
nell'elezione d'Innocenzo V (1276) si regolarizzò il conclave nella
forma prescritta poco prima dal suo predecessore Gregorio X, e che
tuttavia conserva. Oggi il papa è sempre scelto fra i cardinali, sicchè
uno di loro è predestinato ad avere l'infallibilità. Lo Spirito Santo
illumina gli altri a riconoscere il predestinato, che essi non
costituiscono propriamente, ma nominano, quasi come cosa che già
esisteva. Per tal modo connettonsi vescovi e papa.
Damaso, poi Gregorio Magno presero il titolo di _servo de' servi di
Dio_; Benedetto III quel di _vicario di san Pietro_; e dopo il secolo
XIII si adottò quello di _vicario di Gesù Cristo_.
Questa monarchia elettiva e rappresentativa, accoppiava l'obbedienza
perfetta dovuta al capo, benchè tolto dal popolo, colla libertà e
l'eguaglianza; una gerarchia, indipendente da ogni eredità, poteva
svilupparsi indefinitamente, eppure sottostava a una magistratura
suprema infallibile, e tutti erano sottoposti, ma unicamente alla legge
di Dio, promulgata e interpretata dalla Chiesa, alla quale Iddio disse,
«Chi ascolta voi, ascolta me; pascete le mie pecore; ciò che voi
sciorrete sarà sciolto, ciò che legherete sarà legato».
L'infallibilità del pontefice s'induce dalle espressioni con cui Cristo
costituì Pietro fondamento della Chiesa: benchè altri opini che dalle
espressioni stesse non traggasi a rigore l'infallibilità dogmatica.
Questa è interpretazione di passo scritturale, e perciò non dipende da
criterio privato, bensì da decisione della Chiesa; e poichè la Chiesa
non la proferì, nessuna delle due parti può sentenziare d'eretica
l'altra; e viviamo tutti nello stesso vincolo della carità. Se mai
potesse fallare il vescovo di Roma, come parrebbe avvenisse nel caso di
Onorio e di Liberio, la sua definizione non resterebbe accettata dal
corpo dell'episcopato, il quale è infallibile, come infallibile chi
definisce qual capo di esso.
Infallibili, i papi non sono però impeccabili. E il severo Tertulliano
dicea: «Che m'importa qual sia la condotta dei prelati, purchè insegnino
la verità? La verità della fede non dipende dalle persone; bensì dalla
fede noi argomentiamo l'autorità delle persone».
E sant'Agostino: «Giuda predicò il vangelo al par degli altri, e chi lo
rigettò, rigettò Cristo medesimo, che disse, _Chi sprezza voi sprezza
me_[33]. Quand'anche tutti i prelati e vescovi fossero uomini viziosi,
tu non devi staccarti dalla cattedra di Pietro, colla quale tutti sono
congiunti per l'unità della dottrina»[34].
Quasi compimento all'esterna attuazione della Chiesa vennero i monaci,
vittoria del soprasensibile sul sensibile, perfezione del cristianesimo,
del quale vogliono adempire non solo i precetti, ma anche i consigli.
Già durante l'Impero, alcuni ritraevansi nella solitudine, stomacati del
mondo e con eccessi di ascetiche penitenze colpivano l'immaginazione de'
Barbari. Ma se in Oriente il monachismo parve solo un'avversione ai
sensi, evangelizzatore di civiltà nuova mostrossi in Occidente, dove si
preferì unirsi in comunità di preghiere, di studio, d'operosità. In
questo senso dettò una regola di condotta permanente e uniforme san
Benedetto. Da Norcia nella Sabina, dond'era nativo e signore, ritiratosi
a Subiaco, poi a Monte Cassino, formò dodici conventi (529), ove
sperimentò quella sua legislazione, la quale operò per più lungo tempo e
su maggior numero d'individui che qualunque altra principesca; ammirata
anche da grandi statisti, che aveano sperimentato quanto sia difficile
sistemare una società. Tutto v'è democratico ed elettivo, senz'altro
riguardo che alla dottrina, alla santità, all'abilità; ogni monaco
abbandona i titoli e sino il nome di famiglia, e accomuna i possessi,
come Cristo che, _cum esset dives, egenus factus est_: ma può esser
eletto fino alla suprema dignità. Nulla di aspro e di grave[35]; ma
uomini, cose, tempo, tutto v'è disciplinato; tutte le volontà sono
sottomesse a quella dell'abbate, che una volta eletto, esercita potere
assoluto, ma avvinto dalla regola e dalle consuetudini, le quali
determinano le più minute particolarità della vita, come vestire, quando
lavarsi o radersi; in che giorni alle fave e alle erbe aggiunger olio e
grasso, o il frugal desco rallegrare di ova, pesci, frutta.
Benedetto introdusse nella vita monastica la perpetuità di voti solenni.
Provata la vocazione in lungo noviziato, tra mortificazioni e prove, che
dirà vane e puerili sol chi non le conosca dirette a ottener la
sommessione della carne allo spirito, e quella libertà che consiste nel
padroneggiare le passioni, proferivano i voti di castità, obbedienza,
povertà, e così nel vilipendio d'ogni godimento materiale, davansi alla
ricerca esclusiva della vita superiore.
Associavansi in tal modo la prudenza e la semplicità, la libertà e la
sommessione, il coraggio e l'umiltà. Nell'uffizio di sottrarre lo
spirito alla materia concentrandolo, gli si dava un concetto
elevatissimo della sua natura, dell'alto principio e del fine suo; con
istraordinarj atti convinceasi che l'uomo, assistito dalla Grazia, può
vincere le passioni brutali, e viver da angelo in terra. Ricordando il
detto dell'Apostolo _Qui non vult operari nec manducet_, tutti
industriavansi a qualche arte; copiar libri, predicare, comporre, ovvero
domesticar selve all'agricoltura e alla civiltà, fondare conventi che
divenivano come stazioni al progresso dell'incivilimento, o nucleo di
villaggi e città che ancor ne serbano il nome; alimentavano anche il
sentimento delle bellezze naturali e artistiche, educando fiori, ornando
chiese e altari, avvivando le solitudini colla delizia del canto. In
questi centri d'attività e di studj, ricovero d'anime afflitte o
disingannate, di grandi decaduti, di violenti ammansiti, di innocenti
oppressi, di spose tradite, di vedove che col marito aveano perduto il
lustro di lor dignità, fondeansi i Romani coi Barbari, i vincitori coi
vinti nella uniformità della disciplina.
Fra i tumulti d'un'età robusta e di transizione, molti agognavano la
solitudine dello spirito, la pace della coscienza, le elevazioni del
cuore, voleano interporre uno spazio fra le procelle della vita e la
calma del sepolcro; e non entrava ne' chiostri soltanto chi fosse stanco
dell'attività o disilluso delle passioni e delle speranze; ma anime
infervorate, che accanto alla penitenza collocavano le virtù naturali e
le civili.
E i monaci sottentravano ai martiri, i quali spesso imitavano anche nel
coraggio e ne' tormenti; fra società mutevoli rappresentavano la
sapienza della durata colla volontà liberamente sottomessa alla fede e
coi mezzi che dà lo spirito di corpo, unito a severa disciplina; fra le
cupidigie ambiziose, essi soli per istinto rimanevano contenti alla loro
sorte, ma il torzone e il canepajo poteano diventar guardiani e priori,
e ottenere il cappello rosso e il triregno; il mondo ammirava in essi
una dottrina e una virtù, che considerava egualmente come sopranaturale.
Altri Ordini si fondarono poi[36], esercito volontario e attivo in favor
della Chiesa, ma con armi e ordinamenti diversi dalla comune società.
Alcuni erano contemplativi; e son quelli che, ne' momenti ove i popoli
operano e non pensano, pensan per essi, e adocchiano l'istante in cui
richiamare certe verità, che rimettano in equilibrio l'azione e la
riflessione, e far giudicare i fatti non dall'esito, ma da canoni
morali. Altri portavano il lavoro, la fecondità, la forza,
l'intelligenza umana nelle solitudini, dianzi invase dalle fiere, o
dalle paludi, o dalle sabbie; là introducevano la vite, i pomi, le
mandrie, le pecchie, l'irrigazione, la coltura del riso, la fabbrica de'
formaggi, e risedeano sui beni proprj costantemente, il che quanto
importi lo sanno i contadini del nostro secolo; il ricavo ne versavano
tutto a miglioramenti, cioè a crescere il capitale di cui vantaggiano i
poveri agricoltori; non esigeano da questi che tenui affitti o moderate
retribuzioni, a differenza de' piccoli possidenti che vi succedettero.
Il nostro secolo, glorioso d'averli distrutti, gl'incolpa che non
ricavavano dai terreni tutto quel che si poteva; al qual biasimo non so
quanto applauda la plebe, che vivendo giorno per giorno, non si trova
più nulla nel passato, nulla nell'avvenire.
Il povero, del quale in oggi tanto si ciancia e per cui così poco si fa,
trovavasi onorato e consolato quando vedeva la povertà eletta
volontariamente e considerata come meritoria. Le loro sollicitudini
agricole insegnavano il rispetto alla proprietà. Il grande avea sgomento
di questi cucullati, che senza speranze, senza timori, venivano al suo
castello o alla sua reggia a rimproverarne le prepotenze, a chieder la
riparazione d'un'ingiustizia, a intimare castighi da cui non li
salverebbero nè i torrioni nè i bravi.
Carlomagno dicea loro: _Optamus vos, sicut decet ecclesiæ milites,
interius devotos et exterius doctos esse_, e in fatti è da loro soli che
ci vennero conservati i libri e le cognizioni di tutta l'antichità.
Uomini di preghiera e di penitenza, pure non si credeano estrani alla
politica, anzi parlavano alto ai re, teneano i conti e le casse delle
città, ripristinavano le paci, tesseano le leghe de' popoli, dettavano
nelle Università, raccoglievano gli artisti.
Ma della missione civile li lodano anche i profani e gl'increduli; nè
questa era la loro speciale, bensì il purificar il mondo colla carità,
domarlo colla rassegnazione, edificarlo con quella sublime vocazione,
che lungi dall'invidiosa povertà d'un amore esclusivo, fa che l'uomo si
dia tutto a tutti, nei doveri consultando unicamente l'interesse
spirituale: e nell'amor di Dio portato all'eroismo, cerca un rimedio
supremo all'amor delle creature; sforzandosi a domare i bassi istinti,
resistere alla natura corrotta, ed accostarsi alla perfezione cristiana.
Mentre disputavano ne' concilj, dettavano nelle Università,
maneggiavansi ne' congressi, tu li trovavi al focolare casalingo, senza
rumore, senza apparato, in opere di misericordia, in oscuri sacrifizj,
purificando i costumi, arrivando fino agli abissi della colpa o della
virtù, rigenerando colla fede, colla carità, col dovere,
coll'abnegazione. Questa suprema forma del sentimento cristiano tirava i
Barbari a civiltà mediante il sentimento; l'umiliazione, la carità
universale, l'eroismo di penitenza, divenivano esempj a gente calda
d'ire e di concupiscenza; la intera sommessione a un capo, a una regola
infondea la coscienza del diritto.
La preghiera, che attestando la debolezza dell'uomo, è potente sino ad
espugnare il cielo, e l'ardente confidenza negli effetti di essa, erano
carattere del medioevo, quanto divengono incomprensibili all'età nostra,
dacchè in tanti luoghi essa ammutolì. Tutti inoltre riconoscevano la
solidarietà de' peccati e dell'espiazione, considerando la vita come un
castigo, una prova, una preparazione; anche il peccatore domandava la
preghiera, la domandava come un'elemosina, ed in ispecialità ai frati,
potenza mediatrice presso Dio sdegnato.
Tali ce li dà la storia: e per quanto esecri la verità, il secolo dee
rassegnarsi a sentirlo ripetere da chi n'ha il coraggio. L'esservene
sempre stati attesta come s'annettano strettamente colla Chiesa, benchè
non essenziali ad essa. In fatti, chiunque volle intaccarla cominciò
sempre dallo screditare questa sua milizia, che rappresenta la guerra
che l'ideale fa al reale.
Non sono essenziali alla religione, dicono. Verissimo; ma è uno de'
sofismi più usitati e più speciosi il rispondere alle objezioni con una
proposizione vera in sè, ma che non ha a fare con quella di cui si
tratta; stornando così l'attenzione, e mettendo per conclusione quel che
è soltanto un divagamento. Verissimo; non sono essenziali, ma neppur lo
sono e la chiesa e la predica, e tant'altre cerimonie, introdotte in una
religione di spirito e di verità: ma forse alla società civile sono
indispensabili i re, gli eserciti, le monete, anzi nè tampoco il
vestire? Non sono essenziali alla Chiesa, perchè nessuna cosa
contingente è essenziale a ciò che è eterno; ma son necessarj a
mantenere l'alito ecclesiastico.
Più accortamente si dice che poterono esser buoni un tempo, ma
perdettero opportunità. I frati son pianta repubblicana, e per intendere
san Francesco ci vuole il popolo, non società principesche e costumi
cortigiani e pensare aristocratico quali oggidì, nè l'abdicazione
dell'attività, della volontà, delle opinioni di ciascuno in man d'un
governo o d'un giornalista: ci vorrebbe quell'Italia alla vecchia, tutta
democrazia, e forze distinte, e fede, e municipj. Il materialismo d'oggi
che ha mai a vedere in questi sacrifizj di spirito, fatti in vista di
premj che non sono denari, nè godimenti? Eppure anche tra le beatitudini
odierne, tra questo ammirato incremento dell'industria e degli interessi
materiali, il cuore ha de' bisogni che non restano appagati dal teatro,
dalla borsa, dal telegrafo; anela a qualcosa di più alto e più grande,
che i padri nostri chiamavano Dio. Trascinati nel vertiginoso progresso,
noi variamo ogni giorno pensamenti, convinzioni, bandiera, modo di
pensare e d'operare, di nulla stabilmente convenendo; sino la
beneficenza riducesi a un'istituzione civile, a soscrizioni, lotterie,
amministrazione. Ma giacchè si vanta come conquista del tempo la
tolleranza, vogliasi consentirla anche a chi pensa che, in tale
sfasciamento, non abbiano a riuscire superflui questi Ordini; che tra
l'indifferenza eretta in teoria, e i pregiudizj malevoli, e il vitupero
chiassoso, e l'avido urtare di tutti contro tutti, possano svolgere e
applicare le istituzioni caritatevoli, educare la classe più numerosa,
non foss'altro, a sopportare una disuguaglianza, della quale non vede la
ragione, non conosce i compensi; a risparmiare i gendarmi, unica
salvaguardia quando è tolta la difesa morale; a pregare per coloro che
li maledicono.
Ecco per quali guise la Chiesa svolgeva il benefizio della redenzione
nella società civile, adoprando continui strumenti l'autorità, la
ragione, il sentimento; non usurpava, ma raccoglieva i poteri che
cascavan di mano alle antiche autorità; alla violenza de' nuovi padroni
opponeva la ragione, la santità, la scienza, e il diritto che avea di
giovare alla plebe cristiana; ristabiliva i dogmi della responsalità
personale e dell'autorità, scassinati dall'accentramento romano;
mediante un potere ammesso e consentito dalle anime, costituiva una
repubblica morale, dove la moltitudine non diveniva confusione perchè
ridotta a unità, nè l'unità diveniva tirannide perchè era moltitudine, e
la cieca sommessione era mutata in ragionevole obbedienza.
NOTE
[3] _Hoc inveni quod fecerit Deus hominem rectum; et ipse se infinitis
miscuerit quæstionibus_. Eccles. VII, 30. _Deus constituit ab initio
hominem, et reliquit illum in manu consilii sui... Ante hominem vita et
mors, bonum et malum, quod placuerit ei dabitur_. Eccli. XV, 14-18.
[4] _Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo_. PLINIO, _Naturæ
hist._, v. 14.
[5] Il soprannaturale trascende la natura, non però vi ripugna,
altrimenti sarebbe falso. Il dire che Dio può fare che una cosa sia e
non sia nel tempo stesso, sarebbe una repugnanza alla natura; il dire
che tre Dei sono un Dio solo, sarebbe l'assurdo.
[6] _Quam fidem ab Ecclesia perceptam custodimus, et quæ semper a
Spiritu Dei quasi in vase bono eximium quoddam depositum juvenescens et
juvenescere faciens ipsum vas in quo est. Hoc enim Ecclesiæ Dei creditum
est munus, quemadmodum ad inspirationem plasmationi, ad hoc ut omnia
membra Ecclesiæ vivificentur... Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei;
et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia: Spiritus autem
veritas. Quapropter qui non participant eum, neque a mammillis matris
nutriuntur in vitam, nequaquam percipiunt de corpore Christi procedentem
nitidissimum fontem, sed effodiunt sibi lacus detritos de fossis
terrenis, etc_. IRENEO, III, 24.
[7] _Unum caput est, et origo una, et una mater fæcunditatis successibus
gloriosa. Illius fœtu nascimur, illius lacte nutrimur, illius spiritu
animamur... Hæc nos Deo servat, hæc filios regno quos generavit
assignat... Habere jam non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet
matrem_. CIPRIANO, _De Unit. Eccles._
[8] _Cum toto sacramento, cum propagine nominis, cum traduce Spiritus
Sancti, in nos quoque spectat persecutionis obeundæ disciplina, ut in
hæreditarios discipulos et apostolici seminis frutices_. TERTULLIANO,
_Scorpiace_, cap. 9.
[9] LUCA X, 16.
[10] MATT. XXVII, 20.
[11] LUCA, _ib._, MATT. XVIII, 17.
[12] _Ut unitatem manifestaret, unitatis ejusdem originem ab uno
incipientem sua auctoritate (Christus) disposuit_. CIPRIAN., _De Unit.
Eccles._
[13] _Epist. I ad Chorint._, cap. XL.
[14] _Quamvis apostolis omnibus post resurrectionem suam parem
potestatem tribuat, et dicat. Sicut misit me Pater et ego mitto vos;
accipite Spiritum Sanctum; si cujus remiseritis peccata remittentur
illi, si cujus teneritis, tenebuntur; tamen, ut unitatem manifestarent,
unitatis ejusdem originem ab uno incipientem sua auctoritate disposuit.
Hoc erant utique et cæteri apostoli quod fuit Petrus, pari consortio
præditi et honoris et potestatis, sed exordium ab unitate proficiscitur,
et primatus Petro datur ut una Christi ecclesia, et cathedra una
monstretur_. CIPR. _ib._
[15] _Ad hanc enim ecclesiam propter potiorem principalitatem necesse
est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles, in
qua semper ab his qui sunt undique conservata est ea quæ ab Apostolis
est traditio_. IRENEO, III, 43, 2.
[16] _Ad Ephes._, IV, 4.
[17] Sopra la letteratura cristiana ci siamo diffusi nella nostra
_Storia Universale_, libro V, cap. 32, 33. Qui diamo solo ciò che verrà
in uso nel procedere di quest'opera. Così non intendiamo far una piena
esposizione della fede nè de' traviamenti, ma accennar solamente i
punti, sui quali cadranno le dissensioni che verremo a raccontare.
I dogmi possono disporsi in
1. Teologia propria, cioè di Dio, e suoi attributi, creazione,
providenza, e appendice di quella la creazione dell'uomo, e di angeli o
démoni;
2. Antropologia teologica, innocenza primitiva, peccato originale;
3. Cristologia, sulla persona e le opere del Salvatore;
4. Caritologia, o teorica della Chiesa e dei mezzi di salute;
5. Escatologia, cioè della morte, immortalità, purgatorio, resurrezione,
giudizio finale, paradiso, inferno, fine del mondo.
[18] Il simbolo non fu scritto nè fatto scrivere dagli Apostoli, ma
tramandato oralmente: e da sant'Agostino (_De tradit. symboli_) si
raccoglie fosse proibito a' catecumeni scriverlo, ma imparavasi a mente.
Da ciò le varianti; oltrechè a ciascun vescovo era lecito farvi
cambiamenti. P. es. Rufino ci reca il simbolo qual recitavasi dalla
Chiesa romana, più incontaminato, e quale dall'aquilejese, a cui esso
prete apparteneva. Eccoli a confronto:
Romano. _Credo in Deum patrem omnipotentem_.
Aquilejese. _Credo in Deo patre omnipotente invisibili et
impassibili_.
Romano. _Et in Christum Jesum unicum filium ejus, dominum
nostrum_.
Aquilejese. _Et in Christo Jesu, unico filio ejus, domino nostro_.
Rom. e Aq. _Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine_.
Romano. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, tertia die
resurrexit a mortuis_.
Aquilejese. _Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, descendit
ad inferna, tertia die resurrexit e mortuis_.
Rom. e Aq. _Ascendit in cœlos, sedet ad dexteram Patris: inde
venturus est judicare vivos et mortuos_.
Romano. _Et in Spiritum Sanctum. Sanctam Ecclesiam. Remissionem
peccatorum. Carnis resurrectionem_.
Aquilejese. _Et in Spiritu Sancto. Sancta Ecclesia. Remissione
peccatorum. Hujus carnis resurrectione_.
Dalle catechesi di Massimo vescovo di Torino (_Homil. in traditione
symboli_), di san Pietro Crisologo vescovo di Ravenna (_in Symb.
apost_.) e da altri raccogliamo i simboli delle diverse Chiese, dove
trovansi introdotte le parole _conceptus, passus, mortuus, catholicam,
sanctorum communionem, vitam æternam_, dappoi addottate nel simbolo
comune, qual già si trova ne' sermoni 240, 241, 242, posti in appendice
ai sermoni genuini di sant'Agostino nell'edizione dei Padri Maurini.
Alcune di quelle aggiunte pajono arbitrarie e quasi futili; ma tendevano
a confutare alcuni errori divulgati. Così nel surriferito simbolo
aquilejese, il _descendit ad inferna_ si oppone agli Apollinaristi ed
Ariani, che negavano l'anima a Cristo, quasi ne facesse vece la
divinità; l'_invisibili et impassibili_ è contro i Noeziani e
Sabelliani, che diceano esser nato e aver patito il Padre Eterno:
l'_hujus carnis_ contrasta a chi teneva che dovessimo risorgere con un
corpo aereo e celeste.
Gli esegeti tedeschi danno pel più antico simbolo che si conosca, quello
della Chiesa copta, usato nella Chiesa d'Alessandria. Eccolo:
«Il vescovo o il prete dirà al catecumeno: Credi al solo vero Dio, padre
onnipotente, ed al suo figlio unigenito signor nostro e salvatore, e
allo Spirito Santo vivificatore, trinità consustanziale, una sovranità,
un regno, una fede, un battesimo; alla santa Chiesa cattolica,
apostolica, alla vita eterna?» Il catecumeno risponderà: «Credo».
Poi il vescovo od il prete gli domanderà: «Credi tu nel N. S. G. Cristo,
figlio unigenito di Dio Padre? Credi che egli si è fatto uomo come noi
per azione miracolosa dello Spirito Santo sopra la Vergine Maria; che fu
crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e morto per la nostra
redenzione; risuscitò il terzo giorno rompendo le catene; che siede alla
destra del suo Padre nel cielo, e che verrà a giudicar i vivi ed i morti
quando apparirà esso e il suo regno?
«E credi nel Santo Spirito vivificatore, che purifica tutto nella santa
Chiesa?» e il catecumeno risponderà: «Credo».
Vedasi uno studio del protestante Michele Nicolas nella _Revue moderne_
1865, giugno.
[19] Vedi GRUNER, _De odio humani generis, Christianis a Romanis
objecto_. Coburgo 1755.
[20] Nelle epistole _passim_.
[21] Decreto 11 giugno 1855 della S. Congregazione dell'Indice.
[22] LUCA XXII, 29.
[23] _Sap._ XIV, 22 e seg.
[24] S. PAOLO _ad Galat._ v. 19.
[25] Secondo Eusebio (_Vita di Costantino_, II, 65), l'imperatore
scrisse ad Ario: «Son persuaso che, se io fossi tanto fortunato da recar
gli uomini ad adorare tutti lo stesso Dio, questo cambiamento di
religione ne produrrebbe un altro nel governo»: e soggiunge che
s'adopera a questo scopo «senza far troppo rumore». Avea dunque chiaro
concetto della rivoluzione ch'egli operava.
[26] Anastasio Bibliotecario trasse dagli archivj del Vaticano il
catalogo degli arredi donati da Costantino alla basilica di san Giovan
Laterano; baldacchini, statue, vasi, croci, candelabri, lumiere, altari,
patene, coppe, urne, incensieri, d'oro, d'argento, con pietre fine;
tanto da sommare a 683 libbre d'oro e 12,943 d'argento, oltre la
doratura di tutta la volta della basilica; sicchè varrebbero quasi 2
milioni di lire. Costantino vi aggiunse beni fondi da rendere L. 230,000
l'anno, e l'annuo tributo di 130 libbre d'aromi. Critici serj e prudenti
sostennero l'autenticità di questo catalogo.
[27] Farebbe concedere da Costantino al papa la sovranità su Roma,
l'Italia e le provincie d'Occidente. Forse fu inventata nell'VIII
secolo, ed inserita nelle Decretali del falso Isidoro. Ma già nel XII
secolo l'autenticità ne era impugnata: poi Lorenzo Valla la repudiò con
ragioni, a cui aderirono anche i più caldi difensori della Santa Sede.
[28] Il concetto di tutto il medioevo fu appunto che gl'imperatori
abbandonassero Roma perchè era destinata providenzialmente a divenire e
restar metropoli della cristianità. Lo cantò Dante in una delle più
belle parti del divino poema.
[29] Da ciò chiamaronsi Nicolaiti i concubinarj, eretici dell'XI secolo.
[30] Lib. III, _Adversus hæres._, c. 3.
[31] Ep. 91, nell'anno 382.
[32] Leg. 7. Cod. _de Summa Trinitate_.
[33] _Contra Parm._, L. II.
[34] _Contra Petil._, L. II, c. 57.
[35] _Nihil asperum, nihil grave nos constituros speramus_. Prologo di
san Benedetto.
[36] A quattro regole principali possono ridursi tutti: 1º quella di san
Basilio, che prevalse in Oriente; 2º quella di sant'Agostino, adottata
dai canonici regolari, dai Premonstratesi, dai Domenicani e dagli Ordini
militari; 3º questa di san Benedetto a cui si annettono Cistercensi,
Camaldolesi, Vallombrosiani, Certosini; 4º quella di san Francesco con
cui cominciano gli Ordini mendicanti.
Leone XII avea divisato di riformar le regole e il vestire de' frati,
riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza
discreta e gran carità, che servissero al popolo sussidiando i parroci,
e prestandosi agli spedali. Il secondo tutto all'educazione e istruzione
della gioventù, e a sostenere gl'interessi della religione e del buon
costume. Il terzo di contemplativi che predicassero, salmeggiassero, e
aspirassero all'evangelica perfezione.
DISCORSO II.
PRIME ERESIE. CONSOLIDAMENTO DELLA PRIMAZIA PAPALE. GLI ICONOCLASTI.
Il sangue dei martiri non aveva ancora finito d'irrigare la pianta
immortale del cristianesimo, e già in seno a questo alcuni, come
l'antico serpente, valeansi della parola per diffondere l'errore, o
restringere a concetti particolari le verità generalissime enunciate
dalla Chiesa, creando scismi ed eresie[37]. Già al tempo degli apostoli,
alcuni ebraizzanti, pur riconoscendo la divina missione di Cristo,
voleano conservare il mosaismo, che, come troppo ristretto e nazionale,
era ripudiato dai nostri, aspiranti ad una religione universale[38]. San
Paolo si duole delle dissensioni nella nascente Chiesa; san Pietro venne
a Roma per oppugnare Simon Mago, il quale aveagli esibito denaro per
ottenerne la facoltà di conferire lo Spirito Santo: onde da lui è
denominata la prima e quella che sarà ultima delle eresie, la vendita
delle cose spirituali. E quel santo scriveva agli Ebrei: «Pascete il
gregge a voi affidato, senza sforzare, ma spontaneamente secondo Dio;
non per cupidigia di lucro, ma volontariamente». E ne' canoni apostolici
è registrato: «Se alcun vescovo o prete a denaro abbia conseguito la
dignità, venga deposto esso e chi l'ordinò; e dalla comunione affatto
escluso, come Simon Mago da me Pietro». Ecco la colpa, ecco il castigo.
Più il cristianesimo cresceva e illustravasi, l'orgoglio s'ingegnava a
trovarne qualche lato debole, e scalzarne le basi. Alcuni negavano
ricisamente il Cristo, mentre, mediante il platonismo, appuravano le
teoriche gentilesche. Altri ringiovanivano le ebraiche, massime colla
cabala: i Gnostici dicevano che Cristo fosse un mero simulacro, e
pretendevano a una scienza superiore ai culti pagani, alla religione
mosaica, alla cristiana, eppure indipendente dalla rivelazione,
togliendo alla Chiesa l'autorità infallibile per ridurla a un sistema,
da perfezionare coi sistemi imperfetti della filosofia, agognando di
raggiungere colle forze proprie un'altezza inaccessibile alla ragione;
eresia che tratto tratto rinacque coi mistici, credenti alla intuizione
immediata, e aspiranti ad una perfezione più che umana. Manete spiegava
l'esistenza del mal morale e del fisico col supporre una divinità
benefica ed una maligna. Gli spiriti forti diceano fin d'allora che le
differenti maniere d'intendere e adorar Dio fossero, non essenziali
forme di dottrina, solo varianti vedute dell'intelligenza cristiana.
Giustino martire, autore dell'_Apologia_, avea composto un libro contro
tutte le eresie e sètte, e lo esibiva all'imperatore Antonino[39]. Anche
Ippolito scrisse la Confutazione delle eresie; un Catalogo delle eresie
san Filastro vescovo di Brescia; e Tertulliano nelle _Prescrizioni_
sostiene che le eresie non sono strade ad appurare il cristianesimo,
perchè ciascuna è nuova in paragone della verità che esistea fin dal
principio: perchè l'eretico non ha regola nè fine nel disputar contro la
Chiesa, abbandonato com'è al proprio giudizio: perchè quelle opinioni
contraddicono una all'altra, e ciascuna pretende essere la verità.
Inoltre ciascuno si crede in diritto di cangiare e di modificare per
proprio talento ciò che ha ricevuto, come per proprio talento l'autor
della sètta lo ha composto. L'eresia ritiene sempre la propria indole
col non cessar d'innovare, e il progresso è simile all'origine; ciò che
fu permesso a Valentino, lo è pure ai Valentiniani; i Marcioniti hanno
la stessa facoltà che Marcione, nè agli autori d'un'eresia compete
maggiore diritto d'innovare che ai loro seguaci; tutto cangia in esse, e
quando se ne cerca il fondo si trovano nel loro seguito differire in
molti punti da quel ch'erano alla loro nascita[40].
Origene, volendo acconciare il platonismo col cristianesimo, indagava
nelle storie evangeliche un triplice senso: mistico, storico, morale: in
modo che una narrazione biblica poteva esser non vera letteralmente;
teoria di alcuni recenti esegeti tedeschi. Combattè molte eresie, ma
v'inciampò egli stesso o ne gettò i germi, forse solo perchè mancavagli
quella precisione del linguaggio, che derivò da distinzioni raffinate
nei dibattimenti.
Perocchè, nel silenzio e nell'isolamento cui li costringeva la
persecuzione, molti aveano concepito e insegnato in buona fede idee, che
poi si scopersero erronee allorchè la Chiesa parlò alto e d'accordo. Ma
questa non aveva definito molti punti; sicchè v'ebbe erranti fra' più
grandi maestri, quali Tertulliano, Eusebio da Cesarea e questo Origene;
o fra austeri monaci, e fin tra martiri. Talvolta anche il proposito di
sfuggir un errore traeva nell'opposto; perchè Origene sottilizzava i
corpi fino a spiritualizzarli, Audio ed Epifane abbassavano la divinità
sino alla figura umana; poi restavano le traccie del paganesimo
nell'insegnamento e nei costumi: poi intromettevansi gl'imperatori,
volendo coi decreti modificare la più libera delle facoltà, la
coscienza.
I Pagani, incapaci di discernere la linea sottilissima che il vero
disgiunge dal falso, voltavano in beffa quell'ostinarsi sopra inezie
cavillose e in quistioni di parole, e dichiararono semenzajo di garruli
litigi questa religione, che vantava d'essere una di fede, di spirito,
di culto. Ma erano ben altro che di parole le quistioni che doveano
assicurar le nozioni sull'essenza di Dio, contro il misto di idee
platoniche e cabalistiche colle evangeliche, insinuato da falsi dottori.
Adunque, dopo che i martiri ebbero mostrata la forza e la virtù, vennero
i Padri a sostenere la purezza e l'unità della fede, combattendo
l'orgoglio dell'intelletto e l'indocilità del cuore. San Girolamo
scriveva: «Restate nella Chiesa fondata dagli apostoli e sempre
sussistente. Se udite alcuni designati con altro nome che quel di Gesù
Cristo, sappiate che non sono la Chiesa di Cristo: e l'essere istituiti
posteriormente convince che son di quelli, di cui l'Apostolo predisse la
venuta. Nè vi lusinghi il sembrare che s'appoggino alle Scritture: anche
il demonio disse cose conformi alla Scrittura, nè basta leggere questa,
ma vuolsi intenderla. Che se non ci atteniamo che alla lettera, possiam
noi pure formare un dogma nuovo, e pretendere d'escluder dalla Chiesa
coloro che vanno calzati e che hanno due tuniche»[41]. San Cipriano, che
contribuì forse più che altri de' primitivi Padri a separare i due
ordini di fede e di esame, di rivelazione e di concetto, la cui
mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelletto,
mentre la distinzione schiude le barriere dell'infinito, traendolo dal
simbolo nella realtà; dopo avere nella Vanità dell'idolatria combattuto
il vecchio culto, nella Unità della Chiesa dissipava gli scismi,
stabilendo l'unità della fede nell'unità della cattedra romana. «Come
non v'ha che un solo Cristo, così non v'ha che una Chiesa sola, una sola
cattedra fondata sopra san Pietro per voce di Gesù Cristo; dunque un
solo altare, un solo sacerdote: nè può esservene due, nè un altro
differente, se non per rea demenza e sacrilega empietà. V'è un solo
episcopato, una parte del quale è tenuta in solido da ciascun vescovo:
in conseguenza una Chiesa sola, diffusa nella moltitudine de' membri
componenti. Così dal sole partono molti raggi, ma un solo n'è il
focolare; un albero ha molti rami, ma rampollano da un tronco solo,
profondamente radicato; da una fonte molti rivi defluiscono, ma unica è
la sorgente. Nè può un raggio separarsi dal sole, nè un ramo divelto più
rampolla; e un ruscello deviato dalla sorgente inaridisce»[42].
In Italia avea trovato molti seguaci Ario. Questo prete d'Alessandria
d'Egitto pretese spiegare chi fosse Cristo, e mentre la Chiesa lo tiene
come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente
coll'eterna sua attività, e della sostanza medesima (ὁμούσιος), Ario
riconosceva in esso la forza, la verità, l'avvenire, ma ne formava un
essere distinto da Dio, benchè di sostanza analoga (ὁμοιούσιος), il tipo
che Dio creò per servir di modello alle creature. Alle donne domandava:
«Avete voi avuto figliuoli prima di partorire? Così Dio non potette
averne uno prima che il generasse». Gli uomini, che, fatti cristiani per
l'esempio o per comando della Corte, non aveano studiato abbastanza per
discernere il Cristo da uno di que' profeti che di tempo in tempo recano
qualche nuovo schiarimento all'insolubile problema dell'umanità,
gustavano le spiegazioni di Ario, che, pur mostrando conservare integro
il valore dogmatico, levavano via la nube che la trinità delle persone
recava all'unità di Dio. Non s'accorgeano che, se l'autor del
cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autor
dell'universo, l'adorarlo è idolatria; più non esiste il mediatore
divino che colmi l'abisso fra l'uom peccatore e Dio: e in conseguenza
può ingannarsi quell'autorità suprema, sulla cui unità e infallibilità
fondasi il cristianesimo.
Da questo intaccare la persona di Cristo, cioè i fondamenti della fede,
il mondo fu commosso, e l'imperatore Costantino convocò un concilio
universale, nel quale la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente
rintegrata nell'unità, si mostrasse una, riconoscesse qual era il comune
consenso, e definisse che cosa credere sopra la natura del Verbo.
Era la prima volta che tutti i popoli conosciuti, diversi di leggi,
d'usi, di civiltà, uniti in una fede, eppure indipendenti, inviassero
deputati popolari a trattar del come credere, come adorare, come
operare; e dove si proclamasse un simbolo d'unità universale.
Trecendiciotto vescovi raccolti a Nicea (an. 325), dopo lungo contendere
cogli avversarj, condannarono Ario, e compilarono il simbolo che
precisasse la vera fede.
Ario non si diè vinto, e con sottigliezze argutissime e variate sedusse
altri vescovi, e gl'imperatori. La tenue differenza tra ὁμούσιος e
ὁμοιούσιος sfuggiva ai nostri, più positivi de' Greci, e meno eruditi e
arguti nelle distinzioni; un simbolo in senso ariano fu sottoscritto da
quattrocento vescovi (an. 358), e lo stesso papa Liberio, o ingannato o
fiaccato dalla prigionia, parve aderirvi, ma appena fattone accorto si
ritrattò. Bandi imperiali e carceri intervennero contro la parola
_consustanziale_, e pretendeasi impor la fede co' soldati, «cattivi
apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la
persuasione», come diceva sant'Atanasio, campione dei Cattolici in quel
diuturno conflitto.
Teodosio, imperatore d'Oriente, decretò poi che tutti aderissero alla
religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora veniva
professata da papa Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; i seguaci
di essa s'intitolassero Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col
nome di eretici, e minacciava di castighi[43]. Invece l'imperatore
d'Occidente Valentiniano II e sua madre favorivano l'arianismo, fino a
pretendere che sant'Ambrogio vescovo di Milano cedesse a questi una
delle due chiese, che eran allora in quella città. S'oppose egli con
fermezza, e vinse, e finalmente nel concilio d'Aquileja potè asserirsi
che più non esistevano Ariani fino all'Oceano.
Per sciagura i primi che apostolarono i Barbari settentrionali erano
stati ariani, sicchè con essi quell'eresia tornò in Italia coi Goti di
Teodorico e i Longobardi d'Alboino.
Vero è che il genio positivo degli Occidentali non sottilizzava tanto
come gli Orientali; e i Padri latini cercavano piuttosto la legalità,
senza artifizio di retorica nè raffinamenti di logica esponendo il
dogma, ed appellandosi alla lettera scritta e all'autorità. Le eresie
concernenti la natura dell'ente primo e necessario (Gnostici), o il
Verbo (Ariani), o lo Spirito Santo (Macedoniani), o la maniera ond'è
unita la divinità coll'umanità in Cristo (Nestoriani, Eutichiani,
Monofisiti, Monoteliti) agitaronsi di preferenza in Oriente; mentre da
noi discuteasi piuttosto sulla natura dell'uomo, perchè soffra tanti
mali sotto un Dio buono; quanto negli atti suoi sia ajutato dalla
Grazia, senza che questa ne inceppi la libertà. Sant'Agostino, ch'era
stato valorosissimo oppugnatore de' Manichei, rifletteva che le
quistioni relative alla creazione, all'origine dell'anima, agitate fra
san Girolamo e Rufino in proposito di Origene, riguardano solo il
passato, nè importano tanto come quelle della Grazia e della Redenzione,
che conducono alla salute. Ma il problema della Grazia implica quello
del generale sistema dell'universo, e può sollevare dubbj fin sulla
personalità del creatore e sulla suprema misericordia, qualora nel
libero arbitrio delle creature non si trovi il motivo delle miserie
umane. E fu sant'Agostino che più di tutti penetrò nell'incomunicabile
perfezione di Dio, nella sovranità assoluta e onnipotenza di esso:
posando una vera teologia, cioè la conoscenza della natura divina.
La Chiesa assisteva nella sua maestà a quei dibattimenti, attenta a non
imporre limiti alle credenze se non dove necessarj, nè volendo reprimere
la discussione finchè si attenesse ai dogmi sanzionati; frenando i
proprj difensori, anzichè spingere sulla via pericolosa delle teoriche,
persuasa che il suo sposo la condurrebbe alla meta. Per conservare e
consolidare l'unità eransi raccolti altri concilj ecumenici, cioè
universali; il II a Costantinopoli (381), il III a Efeso (431), il IV a
Calcedonia (451), importantissimi per la dogmatica cristiana e la
gravità dei punti ivi discussi e definiti: in quello di Costantinopoli
la divinità e consostanzialità dello Spirito Santo contro i Macedoniani;
in quello di Efeso l'unità di persona in Gesù Cristo, avente ad un tempo
due nature l'umana e la divina, cioè vero Dio Uomo, Verbo incarnato,
contro Nestorio che del figlio di Dio e del figlio di Maria faceva due
persone, fra loro amiche ma distinte; in quello di Calcedonia la
distinzione delle due nature in Gesù Cristo e la verità e interezza
dell'umana natura in Lui, contro Eutiche, il quale, dando nell'eccesso
opposto a quello di Nestorio che l'unica persona di Gesù Cristo scindeva
in due, le due nature di Lui confondeva in una, volatilizzando l'umanità
del Redentore, e facendola assorta e consunta dalla divinità.
Quest'ultimo concilio essendo stato tenuto contro gli Eutichiani, lasciò
correre come alieni dal suo proposito tre punti che pareano favorevoli
ai Nestoriani: cioè non proferì sentenza contro la memoria e gli scritti
di Teodoro di Mopsuesta, già maestro di Nestorio ed infetto della stessa
eresia e di pelagianismo; nè riprovò una lettera di Iba vescovo di
Edessa, nella quale era lodato esso Teodoro, e vituperati san Cirillo e
il concilio di Efeso tenuto contro l'errore di Nestorio; nè finalmente
condannò gli scritti di Teodoreto, nei quali parimenti trovavansi cose
contrarie a san Cirillo e al concilio di Efeso, e puzzanti di
nestorianismo. Che anzi il suddetto concilio di Calcedonia assolse Iba e
Teodoreto dacchè ebbero detto anatema contro Nestorio. Ora gli
Eutichiani, per prendere una rivincita contro esso concilio che aveali
condannati, misero in campo la causa di questi _tre capitoli_, e
l'imperatore Giustiniano, lasciatosi persuadere che colla
disapprovazione di que' tre punti avrebbe ridotto all'unità i nemici del
concilio calcedonese, convocò un altro concilio ecumenico a
Costantinopoli, e ve li fece condannare (542). I nostri non sapeano
molto di greco, nè aveano letto Teodoro e Iba; sapevano solo che non
erano stati condannati dal concilio di Calcedonia, del quale
s'infirmerebbe l'autorità col riprovarli per secondare una prepotenza
dell'imperatore. Incalzato dal quale, papa Vigilio li condannò, salva
l'autorità del concilio di Calcedonia, e purchè non se ne discutesse in
iscritto nè a voce. Questo partito era in se stesso ragionevole, perchè
da un lato que' capitoli erano riprovevoli, dall'altro era rea
l'intenzione di coloro che ne promoveano la condanna per iscreditare il
concilio di Calcedonia; pure sulle prime disgustò tutti: i Cattolici per
la condanna, i nemici dei capitoli per la riserva; e dal papa si
segregarono (553) i vescovi dell'Istria, della Venezia, della Liguria,
prendendosi a capo Paolino patriarca d'Aquileja, che in un sinodo
provinciale (556) ripudiò il concilio di Costantinopoli come contrario a
quello di Calcedonia, già ricevuto come ecumenico: onde comprometteasi
l'infallibilità della Chiesa. Da principio i nostri sono scusabili:
parendo s'intaccasse l'infallibilità de' primi concilj coll'aggiungervi
o togliervi, personaggi di virtù e dottrina grandissima rifiutarono il
quinto, e fra altri il celebre Cassiodoro, segretario di re Teodorico, e
i vescovi santi Onorato da Milano, Massimiano di Ravenna; i papi stessi
blandamente procedettero col patriarca e coi vescovi, discutendo con
ardore le ragioni del loro operare. Ogni scusa cessa quando si separano
dalla Chiesa universale, e condannano i propugnatori dell'opinione
opposta[44]. Fatto è che questo sciagurato scisma durò fino
al 698, quando un altro sinodo d'Aquileja accettò il concilio
costantinopolitano, e ripristinò queste chiese nell'unità.
Però tutte le eresie, o concernessero Cristo, o la potenza divina, o la
libertà umana, o la costituzione ecclesiastica, aveano faccie diverse,
ma le code legate insieme[45], secondo una frase ripetuta dai papi,
giacchè riduceansi a sottomettere la fede al raziocinio, la universale
credenza a particolari opinioni. Gregorio Magno, che vide terminato lo
scisma dei _tre capitoli_, e che vietava d'affliggere verun cattolico
sotto pretesto d'eresia, nè di usar violenza a scismatici, diede forma
definitiva alla Messa, all'Offizio e a tutta la liturgia; e al canto
impresse quel carattere solenne, al quale pur si ritorna dopo i
traviamenti della moda e le frivolezze profane. Il popolo, che più volte
egli avea nutrito col tesoro della Chiesa, dopo morto lo oltraggiò come
prodigo, e volea distruggerne gli scritti: poi lo venerò come santo;
consuete alternative; e fu messo quarto dottore della Chiesa con
Ambrogio, Agostino, Girolamo.
Era egli riuscito a trarre al cattolicismo Teodolinda regina de'
Longobardi, sul cui esempio tutta la nazione si convertì. Ciò non tolse
che quei re, ambiziosi di formare un gran regno d'Italia, non
minacciassero ed assalissero Roma. Questa città dipendeva sempre dagli
imperatori d'Oriente, sicchè i papi non vi aveano sovranità principesca,
bensì di dignità, sostenuta da immensi possessi non solo nella Sabina,
ma in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania, in Dalmazia, in
Illiria, in Sardegna, fra le Alpi Cozie e nella Gallia; possessi,
all'antica coltivati per mezzo di coloni, sui quali il pontefice
esercitava anche giurisdizione.
Oltre il governo di Roma e de' paesi meridionali, gli imperatori
d'Oriente dominavano la Pentapoli di Ravenna (Ancona, Rimini, Pesaro,
Fano, Sinigaglia) e l'esarcato, cioè il litorale della Venezia e il
paese che poi si disse la Romagna e le Marche. Come gli altri alla
violenza de' Barbari, così questi paesi erano esposti alla dotta
oppressione di que' Cesari, che turbavano le coscienze ora col _tipo_,
ora coll'_ectesi_, ora coll'_enoticon_, infine col proibire il culto
delle immagini.
Questo culto era stato vietato dal legislatore degli Ebrei sia per la
costoro proclività all'idolatria, sia per sceverarli viepiù dai Gentili,
che confondendo la copia coll'originale, adoravano le effigie di Dio o
dell'eroe. Ma i Cristiani, ricchi di spirito e aborrenti d'ogni
idolatria, ben presto cercarono quelle del Redentore e dei cooperatori
suoi, e se qualche Padre, per considerazioni particolari, ciò
disapprovava, la Chiesa trovò inutile il divieto, ogniqualvolta non
cadesse timore d'idolatria. Moltiplicaronsi dunque le figure de' santi e
del Salvatore, le storie del nuovo e vecchio Testamento, opportune sì a
dare alle arti belle il pascolo che aveano tratto fino allora dal
gentilesimo, sì ad allettare gli occhi de' Barbari, che talvolta da una
rappresentazione erano condotti a conoscere le morali verità del
vangelo. Avendo un vescovo di Marsiglia spezzato alcune statue di santi
perchè non fossero occasione d'idolatria, Gregorio Magno il rimproverò,
mostrando come da tutta l'antichità le storie de' santi furono
rappresentate in pittura, la quale all'ignorante serve come lo scritto a
chi sa leggere[46].
Si sarà abusato di questo, come d'ogni cosa umana, e prestato adorazione
alla figura, destinata ad elevare verso l'ente supremo; ma un tale
errore non potè divenire comune nei Cristiani: laonde i Maomettani che
lor rinfacciavano d'essere idolatri, non aveano maggior ragione che
quando li tacciavano di politeisti a causa della Trinità. Leone
Isaurico, da pastore divenuto imperatore d'Oriente (717), pensò levar
appiglio a quest'accusa col vietare le effigie devote, e mandò per tutto
l'impero ad abbattere o bruciare quanto prima erasi venerato. Il popolo
pronunziossi contro questo re teologo, l'intitolò spezza-immagini
(_Iconoclaste_), repulsò la violenza colla violenza, onde l'imperatore
fu costretto a moltiplicar ingiustizie e violenze, come chiunque tocca
alla religione con potere profano.
Nello scompiglio cagionato dall'invasione dei Barbari, dove si
schiantarono tutti i vincoli civili, unica la società cristiana era
rimasta immobile, perchè fondata non su contingenze, ma su idee
perpetue; alla forza opponeva freni di giustizia, d'amore, e consolidava
l'unità e l'indipendenza propria, non coll'eccitare le antipatie, ma col
connettere le nazioni tutte; e al governo de' Barbari, che, più o meno,
era uno stato d'assedio imposto ai vinti da un esercito vincitore,
affacciava esempj d'ordine, di pace, di personale dignità.
Le miserie del despotismo e la immoralità dei magistrati, regj o
municipali, spingeano a ricoverarsi agli ecclesiastici, che seppero
mantenersi indipendenti e onorati nelle relazioni civili e nella opinion
pubblica. Già nella prammatica dell'imperatore Giustiniano è stabilito:
«I giudici delle provincie vogliamo siano eletti dai vescovi e dai
primati di ciascuna regione, idonei e sufficienti all'amministrazione
locale, e tolti dalle provincie stesse che dovranno amministrare senza
donativi: la conferma ne è data dai giudici competenti». Teodorico,
benchè ariano, faceva scrivere a papa Giovanni II: «Voi siete guardiano
del popolo cristiano: voi col nome di padre ogni cosa dirigete; a voi la
sicurezza del popolo è dal cielo affidata; a noi spetta sorvegliare
alcune cose, a voi tutto; spiritualmente pascete il gregge affidatovi,
nè però potete trascurare ciò che riguarda il corpo, attesochè, doppia
essendo la natura dell'uomo, un buon padre le deve entrambe favorire»
(a. 534).
Pertanto gli ecclesiastici non usurpavano un potere, giacchè nol
toglievano a nessuno; ma lo raccoglievano dal fango dove era caduto pe'
suoi eccessi: acquistavano la superiorità naturale a chi è migliore.
Quando il regime sociale annetteva la giurisdizione ai possessi di
terre, dovette la Chiesa studiar di accrescere i proprj, e così
collocarsi colla più alta gerarchia anche umanamente. E infatto acquistò
smisurate ricchezze, sì perchè sola ordinata fra il disordine
universale, sì perchè coltivava i campi meglio che nol potessero i
secolari, e li garantiva coll'immunità concessa ai possessi
ecclesiastici: sia perchè la devozione, e l'idea allora dominante,
dell'espiazione, induceva molti a lasciare i proprj beni alla Chiesa:
altri ad essa li donavano per sottrarli alla rapina signorile,
ricevendoli poi da essa come livelli, o feudi, o benefizj, protetti
dall'immunità ecclesiastica.
I popoli nel pontefice non veneravano solo il vicario di Cristo, il
depositario dell'eterna verità, ma il tutore universale, il freno de'
prepotenti, l'oracolo della giustizia; i nuovi convertiti piegavansi a
questo, dal quale eran venuti ad essi i missionarj, e deferivangli le
cause più controverse. E a lui ricorsero nella persecuzione iconoclasta.
Gregorio II, invocato anche dai vescovi greci[47], esponeva
all'imperatore la dottrina della Chiesa cattolica su quel punto: e «se
aveste interrogato persone intelligenti v'avrebbero chiarito che, se
l'ignoranza può far credere che noi adoriamo pietre e muraglie o tavole,
noi vogliam con esse unicamente commemorare coloro di cui esse portano
il nome e le sembianze, ed innalzare il nostro spirito, torpido e
grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in essi
fiducia. Ma posti dinanzi a quella di Nostro Signore diciamo: _Signor
Gesù, soccorreteci e salvateci_; a quella della sua Santa Madre: _Santa
Maria, pregate il figliuol vostro che salvi le anime nostre_; ad un
martire: _Santo Stefano, che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e
presso lui tanta grazia avete, pregate per noi_».
L'iconoclasta non usò altra risposta che quella usata da' prepotenti,
obbedissero, o guai: e, «Manderò a Roma a sfrantumar le immagini di san
Pietro, e il papa portar via carico di catene». Tutta Italia si mise in
fuoco; Ravennati e Napoletani insorti uccisero l'esarca, i Romani
trucidarono il duca Esilarato, venuto per arrestar il papa; e armati per
difendersi, rifiutando il peccato e il tributo, gl'Italiani gridano non
voler più il dominio di questi Greci, sprezzati come deboli, abborriti
come eretici, ed eleggono magistrati proprj, invece di quelli venuti da
Costantinopoli.
Qui sia lecito agli esageranti o vantare i papi d'aver voluto emancipar
l'Italia dagli stranieri, o bestemmiarli d'aver voluto crearsi un
dominio. Il vero è che Gregorio s'interpose fra il popolo e l'imperatore
onde riconciliarli, e ne rintegrò l'autorità a Napoli e a Roma; ma nella
sommossa gli ordini municipali aveano ricuperato i naturali poteri;
popolo, consoli, nobili s'adunarono per condannar l'opinione che
l'imperatore imponeva, e Gregorio si trovò naturalmente a capo d'una
federazione di città, le quali non voleano nè sopportare il giogo
bisantino, nè sottomettersi al longobardo, ma come simboli di libertà e
nazionalità sostenevano Roma e il papa.
Gregorio III (731) ripudiò gli editti iconoclastici, e raccolti
novantatre vescovi d'Italia, dichiarò anatema chi distruggesse,
profanasse, bestemmiasse le immagini. Leone Isaurico s'accinse a
ripristinar l'obbedienza colla forza, ma provò come feriscano le armi
impugnate per la patria e per la religione.
Di questi dissensi pensarono trar profitto i Longobardi, che già,
possedendo tanta parte d'Italia, miravano a ridurla tutta in loro
servitù, acquistando anche Roma, Venezia e la Liguria: e violentemente
invasero la Pentapoli e minacciarono Roma. I papi, vedendo pericolare
l'indipendenza della Chiesa, e con essa i resti della civiltà latina,
fecero quel che si è sempre usato da Narsete fino a Cavour; dapprima
strinsero alleanza col re de' Franchi[48], da poi l'invitarono a venir a
reprimere gli oppressori d'Italia.
Gli Italiani dalla parte de' Greci vedevano decreti tirannici, avida
burocrazia, teologastri armati; dalla parte de' Longobardi, barbari
senza fede nè costumi, devastatori che spropriavano i possidenti,
spopolavano le città a vantaggio di orde armate e di capitani sbuffanti;
re che patteggiavano e mentivano, minacciavano e tremavano; a fronte a
loro vecchi sacerdoti mansueti, venerandi pel carattere, per la pietà,
per la scienza, che faceano processioni onde placar Dio e gli uomini,
pregavano, esortavano, consigliavano, e rendevano ancora riverito al
mondo quel nome di romano, che per altrui cagione sonava vilipendio.
Pertanto il pubblico voto si pronunziava pei papi, e pei Franchi, da
essi invocati. In fatto Pipino, poi Carlomagno, sostenuti dalle simpatie
nazionali, facilmente abbatterono i Longobardi, e ne distrussero il
regno, e _restituirono_ al pontefice quel che già era signoria de'
Greci: sicchè i papi vi ebbero non soltanto il dominio utile, ma
veramente la sovranità, e dissero, «La nostra città di Roma, o di
Ravenna, o di Comacchio; il nostro popolo romano», e collocaronsi fra i
principi della terra.
Questa tanto bersagliata sovranità temporale de' papi non è consacrata
nè nella necessità, nè nel principio, nè dentro, nè fuori da verun
dogma. La fede non dice che il poter temporale sia indispensabile
all'esercizio dello spirituale: pure determina questo in modo che, date
certe circostanze, non può venire esercitato se non da un capo che non
sia suddito di altro re; laonde, senza che facciasi luogo ad eresia, la
quistione implica la necessità di scegliere tra lo spirito della Chiesa
e lo spirito della rivoluzione.
Volendo i papi rintegrare la grandezza romana, sicchè non restasse più
l'Italia a dominazione di Barbari, ridestarono l'impero abbattuto, da
questi, e Adriano papa incoronò Carlo Magno per imperatore d'Occidente.
Così originava quella sistemazione del mondo cristiano che durò tutto il
medioevo. Secondo questa, ogni autorità deriva da Dio. E Dio l'affidò al
suo vicario in terra, che virtualmente rimaneva capo dell'intera
umanità, raccolta nella chiesa universale, e avea dal cielo la potenza
spirituale e la temporale. La spirituale partecipa egli coi vescovi, che
la esercitano sotto la sua supremazia; la temporale egli affida
all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice,
dopo unto da lui, e giuratogli d'osservare la legge di Dio e le
costituzioni de' popoli, diviene capo visibile della cristianità negli
interessi terreni. Come tale, primeggia sopra tutti gli altri re: giusta
il costume ecclesiastico, non è ereditario, ma scelto ogni volta, ogni
volta coronato. Le due podestà s'appoggiano l'una l'altra, onde non
possono separarsi; neppure possono distruggersi fra loro, diversa
essendo la natura della loro giurisdizione. L'imperatore qualche volta
pretenderà aver mano nell'elezione dei papi, ma questi zeleranno sempre
l'indipendenza della Chiesa e de' suoi capi. Se l'imperatore viola la
legge di Dio e i patti col popolo che lo elesse, il papa lo pronunzia
decaduto, e lo separa anche dalla congregazione dei fedeli mediante la
scomunica. Nei litigi fra l'imperatore e il popolo o i re, il papa
proferisce come arbitro supremo, e con una sanzione spirituale[49].
Un sacerdote, senz'armi, senza interessi domestici o dinastici, senza
pregiudizj di nazionalità, che decide le contese fra' regnanti, intima
l'onestà, la giustizia, la carità a quelli che non conoscono se non il
capriccio e la forza; e gli obbliga a obbedire in nome di Dio; è un tipo
sublime, che forse non fu mai attuato pienamente: ma esercitò ben
maggiore efficacia che non i tanti altri sistemi, fantasticati per
mantenere una libera alleanza fra i popoli civili.
Roma, dopo convertita, avea tenuta la Chiesa in dipendenza, come già
soleva la religione nazionale: tal dipendenza ora cessava. Fra i popoli
germanici antichi però i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano
mescolati col potere civile; sicchè, dopo fatti cristiani, ammettevano i
vescovi ne' consigli del regno, come duchi e conti e re assistevano ai
sinodi ecclesiastici, intrecciandosi lo Stato e la Chiesa, il
cristianesimo e la nazionalità. I regni che formavansi di nuovo
cercavano una sanzione col fare omaggio al pontefice e dichiararsene
vassalli. Quando sol dalla scimitarra d'un soldato o dalla tracotanza
d'un feudatario erano decise le controversie, la Chiesa conservava forme
legali, esame di testimonj, scritture, contratti; sicchè fu un grande
acquisto di libertà pei popoli e un gran ritegno ai principi
l'estendersi del diritto canonico, complesso di ordinanze emanate
dall'autorità più disinteressata.
I vescovi, in nome di questo diritto e pel carattere che rivestivano,
come anche per la potenza cui erano saliti come grandi baroni ed
elettori dei re, ammonivano i potenti qualora sviassero dalla giustizia;
proteggeano la donna dagli arbitrj brutali; colla tregua di Dio e
coll'asilo ne' luoghi sacri rimediavano alle guerre, incessanti ove
vigeva il diritto del pugno, cioè della vendetta privata.
Qual meraviglia se il capo de' vescovi crebbe tanto di potenza? Questa
non è nell'essenza della sua missione, ma non vi ripugna, e diveniva
occasione di svolgere ed ampliare l'incivilimento. Roma provedeva anche
ai più lontani popoli, ricevendo reclami, scrivendo, citando, mandando
nunzj e istituendo tribunali di nunziatura ove nessun altro ve
n'avea[50]; ponendosi arbitra nelle contese dei principi, o di questi
coi popoli; dettando leggi comuni, fondate sulla giustizia eterna, e
delle quali, anche in circostanze sì mutate, possono alcune trovarsi
inopportune, nessuna ingiusta.
Se dunque l'autorità pontifizia giganteggiò, non fu un'ambizione,
tramandata per mille anni da un all'altro de' papi, così diversi di
origine, di patria, di regola, di costumi, di scienza, di partito, di
umori, di passioni, eppure consenzienti infallibilmente nell'ordine
delle cose superne; non un palmo di terra s'aggiunsero essi per via di
conquista, durante il medioevo; variarono di politica nelle vicende
terrene, or cacciati, or prigionieri, ora schiaffeggiati da que'
potenti, sui quali imperavano assolutamente nelle materie religiose, e
ai quali impedivano di rendersi tiranni.
Da questa mescolanza di diritti e d'interessi nascevano frequenti cozzi,
che costituiscono una gran parte della storia del medioevo, e diedero
origine alle eresie politiche, delle quali dovremo occuparci. E per ciò
giova chiarire la natura di questo _sacro romano impero_, che col titolo
stesso mostrava aspirare ad un primato morale, a modellare il consorzio
laico sulla gerarchia ecclesiastica, introdurre ordine legale fra i
popoli scomunati; lo che era pure l'intento de' pontefici. Quel primato
non vuolsi confondere colla monarchia universale; bensì unificava la
podestà laica per disciplinarla sotto la podestà di Dio: rendendosi
venerabile non per soldati e forza muscolare, ma pel diritto e per
l'idea del dovere, costituiva una gran federazione, dove, sotto un capo
elettivo, poteva sussistere qualunque forma di governo; superiorità, non
dominio, che rispettava le individualità delle nazioni, pur mettendole
d'accordo nello sviluppare ciascuna la propria, e tutte la generale
civiltà.
NOTE
[37] Sant'Agostino definisce lo scisma _scissio charitatis_; l'eresia
_scissura fidei; hæreticus est qui non sequitur catholicam veritatem;
schismaticus est qui non amplectitur catholicam pacem; apostasia est
totius fidei omnimoda abnegatio_.
[38] Lo dice san Gerolamo, _De script. eccl._
[39] _Est nobis liber contra hæreses et sectas omnes compositus quem si
legere volueritis, damus_.
[40] _De præscriptione_, c. 42.
[41] _Mescolanze_, p. 221, 269.
[42] _De unitate, epist. ad plebem._
[43] _Cod. Theod._, libro XVI, titolo I, legge 2.
[44] Queste scuse non so quanto possano applicarsi ad Agrippino vescovo
di Como, del quale parlando nella mia _Storia della città e diocesi di
Como_, mostrai il traviamento, e con ciò parvi ad alcuno mancar di
riverenza a chi era onorato del titolo di santo. Ma la verità anzi
tutto: poi non è detto che Agrippino non si ravvedesse. La mia
asserzione, oltre una lettera di san Colombano a Bonifacio IV,
appoggiasi a un bellissimo titolo, che or serve di mensa all'altar
maggiore della chiesa di Isola nella Comacina, ed è siffatta:
_Degere quisquis amat ullo sine crimine vitam_
_Ante diem semper lumina mortis habet_.
_Illius adventu suspectus rite dicatus_
_Agripinus præsul hoc fabricavit opus_.
_Hic patriam linquens propriam, karosque parentes_
_Pro sancta studuit pereger esse fide_.
_Hic pro dogma patrum tantos tollerare labores_
_Noscitur, ut nullus ore referre queat_.
_Hic humilis militare Deo devote cupivit_
_Cum potuit mundi celsos habere grados_.
_Hic terrenas opes maluit contemnere cunctas_
_Ut sumat melius præmia digna...._ (polo? sibi?).
_Hic semel exosum sæclum decrevit habere_
_Et solum diliget mentis amore Deo_.
_Hic quoque jussa sequens Domini legemque Tonantis_
_Proximum ut sesse gaudet amare suum_.
_Hunc etenim quem tanta virum documenta decorant_
_Ornat et primæ nobilitatis honor_.
_His Aquileja ducem illum destinavit in oris_
_Ut gerat invictus prœlia magna Dei_.
_His caput est factus summus patriarcha Johannes_
_Qui prædicta tenet primus in orbe sedem_.
_Quis laudare valet clerum populumque comensem_
_Rectorem tantum qui petiere sibi?_
_Hi sinodus cuncti venerantur quatuor almas,_
_Concilium quintum postposuere malum_.
_Hi bellum ob ipsas multos gessere per annos_
_Sed semper mansit insuperata fides_.
[45] Alludendosi più volte in questi discorsi a opinioni de' primi
eretici, sarà bene accennarne il significato.
Paolinisti e Fotiniani credeano Gesù Cristo semplice uomo, non
preesistente alla sua concezione.
Simoniaci, derivanti da Simon Mago che a san Pietro offriva denari per
ottenerne la facoltà di comunicar lo Spirito Santo, chiamansi quelli che
fan mercimonio delle cose sacre, e più solitamente de' benefizj.
Gli Ariani negano la divinità di Cristo, e i Macedoniani la divinità
dello Spirito Santo.
I Nestoriani dividevano la persona di Gesù Cristo, negando che in lui
Dio e l'uomo fossero una persona sola; in conseguenza Maria non era
madre di Dio.
Gli Eutichiani confondevano le due nature di Cristo, dicendo che una
sola erasene fatta dalla natura sua divina e dall'umana.
Manichei e Marcioniti credeano a due principj indipendenti, l'uno del
bene, l'altro del male; l'uno creatore dell'anima, l'altro del corpo;
l'uno del nuovo, l'altro del vecchio Testamento.
Novaziano negava alla Chiesa l'autorità di rimettere i peccati. I
Donatisti invalidavano il battesimo conferito dagli eretici. Aerio
rigettava l'episcopato, il pregare pei morti, i digiuni stabiliti, e
altre osservanze ecclesiastiche; Vigilanzio il culto delle reliquie e
l'invocazione dei santi; gli Iconoclasti tutte le immagini.
I Pelagiani negavano il peccato originale e la necessità della grazia
interiore.
I Semipelagiani ammettevano il peccato originale, e non negavano la
necessità della grazia interna per compire la nostra salute, ma diceano
ch'essa davasi per meriti precedenti, e che l'uomo comincia la salute
sua da se medesimo, senza la grazia.
Più tardi Berengario negò la presenza reale e la transustanziazione: gli
Albigesi rinnovarono le credenze de' Manichei, e i Valdesi quelle di
Aerio e Vigilanzio.
Questi sono i principali eretici, ma l'enumerazione de' singoli è
lunghissima, e può vedersi nel _Dizionario delle eresie_ di Pluquet, e
nella traduzione francese del Commonitorio di san Vincenzo di Lerins,
fatta dall'abate Pavy, il quale ne annovera settantuna nel IV secolo.
[46] _Ep._ XI, 13.
[47] Nelle opere inedite che il cardinale Mai trasse dalla biblioteca
Vaticana, si trova un'importante confessione della supremazia del
vescovo di Roma, fatta da un patriarca greco, anteriore di mezzo secolo
allo scisma. Difendendo esso le immagini sacre, allora combattute da
Costantino Copronimo, dice che l'errore degli Iconoclasti poteva essere
scusato per ignoranza solo avanti il secondo sinodo niceno. «Fu questo
radunato convenientissimamente e con tutta legittimità; poichè, secondo
le antiche stabilite regole divine, vi teneva il posto più degno, e
presedeva una notabile parte del supremo clero occidentale, cioè
dell'antica Roma; senza del quale, niun dogma che nella Chiesa si
esamini, quantunque già ammesso per decreti canonici e per consuetudini
ecclesiastiche, non si riguarderà mai come approvato e dedotto ad
assoluta definizione e pratica. Imperocchè quella Chiesa gode il primato
del sacerdozio, e ritiene tal dignità come trasmessale dai due corifei
degli apostoli». Συγκεκροήτο γὰρ τοῦτο μάλιστα ενδικῶς, και εννομώτατα
επειπερ ἤδη, κατὰ τοὺς ὰρχήθεν τετυπωμένους θειους θεσμοὺς προῆγη
κατ’αυτὴν, καὶ προήδρευεν, όσον τε τῆς έσπεριας λήξεως, ἤτοι τῆς
πρεσβυτερος Ρώμης, μέρος οὺκ ἄσημον ῷν ἄνευ, ουδὲν δόγμα κατὰ τὴν
ηκκλησιαν κινουμενον, θεσμοῖς κανονικοῖς καὶ ιερατικοῖς έθεσι
νενομισμενον άνωθεν, τὴν δοκιμασιαν οὺ σκοιὲ, ὴ δεξαιτ’ άν ποτε τὴν
περαιωσιν, ώς δὲ λαχόντον κατὰ τὴν ιερωσυνεν εξάρκειν, καὶ τῶν κσρυφαιων
ὲξ αποστόλοις ὲγκεχειριδμένον τὸ ὰξιομα.
[48] Stefano II alla dieta di Quiersy 14 aprile 754 statuisce con Pepino
un'alleanza.
_Statuimus cum consensu et clamore omnium, ut tertio kalendas majarum
(_29 aprile_) in Christi nomine hostiliter Longobardiam adissemus; sub
hoc, quod pro pactionis fœdere per quod pollicimus et spondemus tibi,
beatissimo Petro clavigero regni cœlestis et principi apostolorum, et
pro te huic almo vicario tuo Stephano egregio papæ summoque pontifici,
ejusque successoribus usque in finem sæculi, per consensum et voluntatem
omnium infrascriptorum abatum, ducum, comitum Francorum, quod si Dominus
Deus noster pro suis meritis sacrisque precibus, victores nos in gente
et regno Longobardorum esse constituerit, omnes civitates atque ducata
seu castra, sicque insimul cum exarcatu Ravennatum, nec non et omnia quæ
pridem tuæ per imperatorum largitionem subsistebant ditioni, quod
specialiter inferius per adnotatos fines fuerit declaratum, omnia quæ
infra ipsos fines fuerint ullo modo constituta vel reperta, quæ
iniquissima Longobardorum generatione devastata, invasa, subtracta,
ullatenus alienata sunt, tibi, tuisque vicariis sub omne integritate
æternaliter concedimus, nullam nobis nostrisque successoribus infra
ipsas terminationes potestatem reservatam, nisi solummodo ut orationibus
et animæ requiem profiteamur, et a vobis populoque vestro patritii
Romanorum vocemur_. Seguono i confini.
Sull'autenticità di questo documento vedi il Troya, e BRUNENGO, _Le
origini della sovranità temporale dei papi_. Roma 1862.
[49] Nell'elezione dell'imperatore, l'arcivescovo di Colonia gli
domandava:
Vuoi mantenere con tutte le forze la santa fede cattolica?
Vuoi esser difensore e protettore alle sante chiese e ai ministri di
esse?
Vuoi al santo padre il pontefice romano riverentemente prestare
soggezione e la fede dovuta; non violare la libertà ecclesiastica;
mostrarti a tutti benigno, mansueto, affabile secondo la regia dignità;
e condurti in modo da regnar a utilità non tua, ma del popolo tutto; ed
aspettar il premio de' tuoi benefizj non in terra ma in cielo?
Dopo coronato, l'imperatore giurava: «Professo e prometto in faccia a
Dio e agli angeli suoi, di osservare le leggi, far giustizia, confermar
i diritti del regno, prestare il dovuto onore al pontefice romano e agli
altri vescovi e vassalli; conservare le cose donate alla Chiesa».
Queste idee sulla distribuzione del potere non le deduco da teologi o
romanisti; ma nello _Specchio di Svevia_, costituzione della Germania
antichissima, è detto che Cristo, principe della pace, lasciò in terra
due spade per difesa della cristianità; ed affidolle a san Pietro, una
pel giudizio secolare, l'altra per l'ecclesiastico: la prima è dal papa
_imprestata_ all'imperatore (_des weltichen Gerichtes Schwert darlihet
der Papst dem Kaiser_); l'altra rimane al papa affinchè giudichi stando
s'un palafreno bianco, e l'imperatore dee tenergli la staffa acciocchè
la sella non si scomponga; significando così che, se alcuno resiste
ostinatamente al papa, l'imperatore e gli altri principi devono
costringervelo colla proscrizione. Nessuno può scomunicar l'imperatore
fuorchè il papa, e questo per tre sole cause: se dubita della fede vera;
se ripudia la moglie; se turba le chiese e le case di Dio. Quando si
scoprono eretici bisogna procedere contro di essi ai tribunali
ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non
punisce gli eretici è scomunicato. E se fra un anno non venga a
resipiscenza, il papa lo priverà dell'uffizio principesco e di tutte le
sue dignità. SCHILTER, _Antiq. Teuton._, T. III.
[50] Vedi CELESTINO MASETTI, _Dei vantaggi arrecati alle nazioni
cristiane dai Romani Pontefici per mezzo delle nunziature apostoliche_.
Roma 1842.
DISCORSO III.
ETÀ FERREA DEL PONTIFICATO. I CONCUBINARJ. LE INVESTITURE. GUERRA FRA IL
PASTORALE E LA SPADA.
La nostra religione è inalterabile nella essenza; ma nella sua
attuazione esterna toccando alle cose umane, trovasi esposta alla
contaminazione degli interessi e delle passioni terrene. Nuove irruzioni
di Saraceni ed Ungheri, e orrida sequela di sventure aveano colpito
l'Italia; lo stesso rinnovamento che i papi aveano sperato ricostruendo
l'impero d'Occidente riuscì a nuovi disastri, causati dal disordine
feudale, che annetteva la giurisdizione al possesso, cioè tramutava ogni
possidente in principe, con diritto di giustizia e di guerra. Ne seguiva
uno stato di perpetui e personali conflitti, e la depravazione che
accompagna la guerra permanente.
I principi e i baroni invidiando le vaste ricchezze e il conseguente
potere acquistato dalla Chiesa, ne voleano almen qualche porzione. Ogni
vacanza di vescovadi e del papato apriva l'arena a brogli, a corruzioni,
a violenze; disputandosi la mitra e la tiara, siccome un tempo la corona
imperiale. Gli imperatori, quali tutori della Chiesa, credettero
rimediarvi col presedere alle elezioni e confermarle: ma ciò che prima
era una protezione, un rimedio a deplorabili abusi, divenne un'arroganza
e un peso quand'essi non tennero per legittima l'elezione d'un papa se
non fosse approvata da loro. Secondo le norme feudali, ogni dovere
veniva da un impegno personale; il possesso medesimo era una
concessione, simboleggiata con atti materiali e solenni, e condizionata
a patti espressi. Tale natura aveano anche i possessi, di cui gli
imperanti o i baroni investivano le chiese e gli ecclesiastici, a titolo
di regalie. In conseguenza essi pretendevano di godere di quei beni,
duranti le vacanze (_regalia utile_), e conferire i benefizj mentre i
vescovadi vacassero (_regalia onoraria_): pel qual modo l'imperatore e
gli alti signori investivano i prelati non solo dei beni, ma della
dignità, cioè non solo collo scettro e la spada che significavano il
possesso temporale, ma anche coll'anello e il pastorale che esprimevano
la podestà spirituale, e ne riceveano l'omaggio e la promessa di
soggezione. Era un mettere in ceppi la Chiesa, e stornarne lo spirito;
imperocchè, le fazioni portando imperatore ora un Franco, ora un
Italiano, ora un Tedesco, a capriccio di questi modellavasi la scelta
de' papi; la tiara acquistavasi per intrighi di donne, cabale di
politicanti, violenza di bravi; papa Formoso, forse perchè mostratosi
avverso alla fazione italiana, era fatto disseppellire dal suo
successore, e giudicare, e condannare ad avere mozzo il capo e le tre
dita con cui benediceva, poi gittato nel Tevere, disacrando quelli che
da lui aveano ricevuto l'ordinazione; Teodora e Marozia portavano al
supremo seggio i loro favoriti e parenti; la fazione di Albano o quella
di Tusculo, l'italiana o la tedesca ergeano, deponeano, richiamavano i
papi, fino a crearne uno di 18 anni (Giovanni XII). Questi disordini[51]
sono raccontati colle esagerazioni consuete ai partiti, fino a dire che
sedesse papa una Giovanna, la quale poi, nella solennità d'una
processione, fu côlta dal travaglio del parto[52].
Quasi non trovasse in se stessa gli elementi della propria
rigenerazione, la Chiesa li domandava all'autorità secolare. Ottone
Magno di Sassonia, ottenuta a Roma la corona imperiale, prestò omaggio
ligio a papa Giovanni XII, confermandogli le donazioni di Pepino, di
Carlomagno, e di Lodovico il Pio; poi informato de' turpi portamenti del
pontefice, lo depose, e fece decretare dai prelati che spetta agli
imperatori dar l'istituzione ai papi e l'investitura ai vescovi (964).
Così il romano impero, rinnovellato ai tempi di Carlomagno come
principio d'equilibrio politico e tutela della sociale giustizia, per le
mal determinate attribuzioni veniva a collidersi coll'autorità
pontifizia, e tra le violenze e la vigliaccheria, capitali nemici della
libertà, l'uno perdea del carattere sacro, l'altra dell'indipendenza.
Badie e parrocchie _commendavansi_ a qualche secolare, cioè se gliene
attribuivano i frutti, i pesi negligendo o affidando a qualche frate.
Gli uomini di retta coscienza rifuggivano dai turpi maneggi, sicchè le
sedi rimanevano a persone o basse o perverse; che entrate nel gregge o
colla violenza di lupi o collo strisciar di serpenti, come poteano
esserne vigili custodi? I vescovi che aveano ricevuta la dignità ed
altre ne speravano dal principe, favorivano gl'interessi di questo;
cercavano oro in ogni modo per poter con questo comprarsele, poi se ne
rifaceano col trafficare delle cose sacre; doveano andar in guerra o
mandare i loro uomini, e sostenere viaggi, e alla Corte sfoggiare di
fasto profano; non di rado le dignità venivano in premio di umili e
vergognosi servigi e fin del peccato; canoniche e monasteri, più che di
cantici e litanie, risonavano di trombe, latrati e nitriti; anteposta la
spada alla virtù e alla scienza, alla religione la superstizione che n'è
la peggiore avversaria, come i prelati poteano più riprendere e
correggere vizj, ne' quali essi erano tuffati?
Ridotti usufrutto secolare anche i benefizj ecclesiastici, restava solo
che il clero ai tanti vantaggi aggiungesse quello di trasmetterli
ereditariamente. A ciò tendeva l'eresia de' Nicolaiti, che fondandosi su
condiscendenze antiche, più o meno accertate, domandavano il matrimonio
dei preti. Così nella Chiesa introducendo le dignità ereditarie,
assurdità ch'essa avea sempre rejetta, sarebbero divenuti retaggio
domestico i beni ch'eranle attribuiti qual patrimonio universale de'
poveretti.
Se mai fu momento in cui potesse dubitarsi della promessa di Cristo
sull'eterna conservazione della sua Chiesa fu allora; tanto pareva
spento lo spirito di santità e carità. Pure non mancarono i rimedj ad
essa consueti; decreti di morale e di disciplina per parte de' concilj,
riforma degli Ordini monastici antichi e introduzione di nuovi, come
furono quelli de' Camaldolesi, de' Cluniacesi e de' Certosini, donde
uscirono modelli di meravigliosa santità e carità, quali san Pier
Damiani, san Giovan Gualberto, il beato Andrea da Vallombrosa, san
Romoaldo, san Nilo, e ben presto Gregorio VII.
Questi era Ildebrando, di Soana nel Sanese, di profonda erudizione, di
costume integerrimo, di cuor retto e ponderato giudizio nell'ideare, di
ferma prudenza nell'eseguire. Per tali meriti salito ad alte dignità
ecclesiastiche, e stomacato dell'universal corruttela, si propose di
correggere il mondo, correggendo la Chiesa che n'è il capo. Sinchè
vendevansi le sedi pastorali, sinchè le dignità vi si ottenevano per
moneta e brighe, sinchè il libertinaggio facea propendere ai principi
venditori più che ai pontefici emendatori, potea sperarsi che i vescovi
recuperassero l'indipendenza d'autorità, della quale avean fatto gitto
per acquistare indipendenza di costumi? Ildebrando deliberò di rompere
il triplice vincolo che incatenava il clero alla società, cioè i
terreni, la famiglia, la podestà. A tal fine bisognava cozzare coi re
che ne scapitavano di potenza, coi preti che perdeano comodità alle
passioni, colle perverse abitudini e la cupidigia de' godimenti. A
imprese sì gravi richiedesi un uomo straordinario; e uomini tali non
vanno misurati col metro comune.
Accostatosi ai papi eletti dagli imperatori, li persuadeva a rinunziare,
e farsi legittimamente rieleggere dal clero e dal popolo; e perchè vi
brigavano le fazioni, indusse ad affidare l'elezione ad un'accolta di
cardinali vescovi e cardinali cherici[53], «salvo l'approvazione del
clero e l'onore dovuto all'imperatore».
Spiacque ai grandi il perdere un privilegio da cui traevano e lucro e
influenza, e ricorsero all'imperatore Enrico IV (1061) perchè desse egli
un papa, scegliendolo a preferenza nel «paradiso d'Italia»; voleano dire
nella dissoluta Lombardia, acciocchè avesse viscere da compatire la
fragilità umana. Ed egli scelse Cadolao vescovo di Parma, che sostenuto
dalle armi imperiali e dalla fazione di Tusculo, s'insediò; ma
Ildebrando fece dai cardinali proclamare il rigoroso milanese Anselmo da
Baggio, che s'intitolò Alessandro II. Ne derivò guerra civile, finchè
Cadolao restò vinto, e Alessandro confermato dal concilio di Mantova.
Com'egli morì (1073), il popolo tumultuariamente gridò papa quel che da
molto tempo faceva i papi, cioè Ildebrando, che assunse il nome di
Gregorio VII. Munitosi anche dell'assenso dell'imperatore, affronta a
viso aperto la simonìa e l'incontinenza, cerca che alla forza prevalga
il pensiero, che all'oltrepotenza dell'impero sovrasti l'efficacia del
sacerdozio, come al corpo l'anima, come il talento alle braccia.
Non è del nostro quadro il divisare le cure che in tal senso diede a
tutto il mondo. Fermandoci all'Italia e alle eresie di qua, diremo come
in Lombardia sopratutto si fossero estesi fra gli ecclesiastici il
concubinato e la simonìa[54]. A Milano principalmente pretendevasi che
il vescovo sant'Ambrogio avesse concesso la moglie al clero[55]: il
quale, della propria ricchezza insuperbito, asseriva che sant'Ambrogio
non fosse inferiore a san Pietro, e rinegando i papi, appoggiavasi a re
e imperatori, dai quali comprava per rivendere. Il clero minore e il
popolo scandolezzavansi di que' disordini, viepiù pel confronto colle
austerità de' monaci; e quando i prelati dicevano messa, la plebe li
piantava soli sull'altare. Anselmo da Baggio stava a capo de' zelanti
anche dopo che fu vescovo di Lucca, e s'intese con Landolfo Cotta e
Arialdo d'Alzate, caporioni degli ortodossi, affine di opporsi
all'arcivescovo Guido da Velate e alle sue creature. Videsi così partita
la diocesi; da un lato i Nicolaiti, dall'altra i devoti, che chiamavano
Patarini. Roma sostenne questi: i sinodi provinciali li favorirono; le
armi gli oppressero invano; ma Anselmo e Pier Damiani riuscirono a
ridurre la Chiesa milanese in obbedienza del papa; sicchè in un sinodo a
Roma l'arcivescovo tenne il primo posto dopo il pontefice, e ricevette
da questo l'anello, col quale prima lo investivano i re d'Italia: ai
colpevoli s'imposero penitenze, cioè ai meno rei il digiuno in pane e
acqua per cinque anni due giorni la settimana e tre nelle quaresime di
Pasqua e di san Giovanni; ai più gravati, sette anni, oltre il digiuno
d'ogni venerdì lor vita durante; all'arcivescovo per cento anni, con
facoltà di _redimersi a prezzo_, e promessa di mandare tutti i cherici
colpevoli in pellegrinaggio alle soglie degli apostoli e a Terrasanta.
In tale pellegrinaggio aveva attinto nuovo fervore il cavaliere
Erlembaldo, che si pose alla testa de' Patarini, e sembrandogli che i
Nicolaiti avessero fatto sommessione unicamente per ipocrisia, tolse a
incalzarli (1066). Benedetto da Anselmo di Baggio, ch'era divenuto papa,
strappava dagli altari i preti ammogliati, faceva popolo per respingere
i nobili, che colle armi proteggevano i prelati loro parenti. Questi
fanno trucidare Arialdo; e invocano l'imperatore, che intrude un altro
arcivescovo; Erlembaldo repulsa gli attacchi fin col saccheggio e
coll'incendio, ed eretto in Milano un altro governo, confisca i beni de'
preti concubinarj, e domina, malgrado le armi e le beffe avversarie,
sinchè dai nobili è ucciso, e dal popolo onorato come martire (1075);
culto riconosciuto dalla Chiesa[56].
Il messo dell'imperatore lodò l'assassinio, proscrisse i Patarini,
elesse nuovo arcivescovo; ma il popolo non sapea darsi pace che i beni
della Chiesa e le limosine andassero a pro de' ricchi e delle famiglie
de' preti, e prevalse, e volle osservato il decreto del papa che
imponeva il celibato. Così sciolti dai legami di famiglia, i sacerdoti
restarono una milizia dedicata interamente al servizio della Chiesa e al
vantaggio del popolo.
Torino apparteneva allora alla provincia ecclesiastica di Milano, e a
Cuniberto vescovo di quella città, san Pier Damiani diresse una lettera
in otto capitoli _Contra clericos intemperantes_, ove lo rimprovera
d'aver mostrato troppa connivenza verso i preti che tenevansi donne a
modo di mogli: del che tanto più si meraviglia, perchè sa che è austero
ne' proprj costumi, mentre chiude gli occhi sugli altrui; e perchè i
suoi preti sono del rimanente onesti e dati agli studj, e quando
andarono a lui pareano un coro di angeli luminosi[57].
Anche il patriarca d'Aquileja, che dicemmo da un pezzo essersi sottratto
a Roma, allora vi si sottomise (1079), e nel ricevere il pallio prestò
un giuramento, che poi fu esteso a tutti i metropoliti e vescovi
nominati direttamente da Roma. In esso si obbligavano, come i vassalli
verso i loro signori, a serbare fedeltà al pontefice; non tramare contro
di lui; difendere la primazia della Chiesa romana e le giustizie di san
Pietro; assistere ai sinodi convocati dal papa, riceverne orrevolmente i
legati; dappoi vi si aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie degli
apostoli, e mandare a render conto dell'amministrazione della diocesi;
osservare le costituzioni apostoliche, non alienare verun possesso della
mensa.
Quest'autorità della Chiesa, recuperata colle abnegazioni del clero e
col suo sottomettersi a un capo, bisognava saldarla col togliere il
diritto che i signori laici arrogavansi d'investire i prelati, e di
esigerne soggezione e servigi. Se la Chiesa per sottrarsene avesse
rinunziato alle temporalità, rimanea destituita d'ogni considerazione e
d'ogni giurisdizione, quando questa era innestata al possesso delle
terre. Se le conservasse senza formalità d'investitura, i beni, che
erano forse un terzo di quelli della cristianità, si troverebbero
sottratti all'autorità principesca, e sottomessi alla pontificia, la
quale sarebbesi ingagliardita a segno, da predominare ai re. Gregorio
non indietreggiava da quest'ultima conseguenza[58], come il potrebbe
fare l'età nostra, annichilatasi in fatto davanti ai monarchi, mentre in
parole ostenta di contradirli e avversarli. Allora la libertà
intendevasi in un senso molto più pieno e positivo, e questa lotta del
sacerdozio coll'impero, delle usurpazioni dei governi colle naturali
libertà, generò l'idea moderna dello Stato. Se fonte del potere è Dio, e
Dio è rappresentato in terra dal papa, questo è superiore ai re. Se la
società corrotta non può rigenerarsi che dalla Chiesa, è necessario che
questa sovrasti ai troni. E come superiore, già Gregorio VII provedeva
agli interessi anche temporali dei popoli; agli uni vietava il
trafficare di schiavi, ad altri rinfacciava i vizj, scomunicava re
contumaci; obbligò altri a continuar alla Chiesa l'omaggio con cui i
predecessori ne aveano compensata la tutela; volea ridurre uomini quei
che i baroni teneano schiavi; tanto più efficace perchè nulla faceva per
vantaggio o ambizione sua personale, e sempre irremovibile come chi
s'appoggia a dettati che non ammettono dubbio e non consentono paure.
Da ciò quel che i moderni, inneggiatori d'un imperatore che insultò ad
un papa supplichevole, rinfacciano come la maggior tracotanza: il
rappresentante dei diritti del popolo e della morale, che umilia un
tiranno depravato. L'imperatore Enrico IV, oltre le turpitudini
personali, avea violato la costituzione giurata ai Sassoni. Questi ne
portarono reclamo al papa, e il papa ne ammonì ripetutamente Enrico. E
perchè questi promise e mancò, citollo a Roma onde giustificarsi,
altrimenti lo dichiarava decaduto, e scioglieva i popoli dall'obbedirlo
(1076). Oggigiorno in simili emergenti si fan rivoluzioni, barricate,
sangue; allora i re erano eletti colla sottintesa condizione che
regnavano perchè meritevoli, cioè conforme a una moralità, che non era
diversa per essi che per tutti. Questa era sottoposta al giudizio di un
arbitro supremo; quand'egli proferisse ch'era violata, i popoli
cessavano dall'obbedire, e il re indegno era colpito da una pena tutta
morale, la scomunica, che mettea fuor delle comuni orazioni lui e le
persone o le provincie che gli continuassero la devozione. Nel paese
scomunicato cessavano quelle cerimonie religiose che consacrano tutti
gli atti solenni della vita, e consolano e rinfrancano l'anima nelle
battaglie della vita. Chiuso il tempio, immagine della città di Dio; non
letizia d'organi, non richiamo di campane; non più l'assoluzione per
tranquillar le coscienze; non la santa cena per refiziare lo spirito;
non quelle feste ove il barone e il villano trovavansi uniti e pari
nella medesima preghiera: spente le lampade, velati i crocifissi e le
immagini edificanti; veruna solennità accompagnava l'entrare e l'uscir
dalla vita: insomma pareva non esistesse più mediatore fra il peccatore
e Dio. In secoli credenti questa pena era spaventosa, come sarebbe ai
nostri gaudenti il chiuder i teatri od i caffè; e il re colpito,
abbandonato da tutti, era costretto a sottomettersi.
Non è raro che la città di Roma imprechi a' suoi pontefici per favorire
altri re. Anche allora Cencio, prefetto della città, in nome di Enrico
IV contrariò Gregorio, lo aggredì tra le affettuose cerimonie della
notte di Natale, e afferratolo pei capelli, lo trasse al proprio
palazzo. Il popolo, levatosi a rumore, lo liberò, e a fatica il perdono
di Gregorio salvò l'offensore.
Enrico imperatore, incapricciato in tali ostilità, v'era incalorito dal
favore de' prelati lombardi, lieti di veder umiliato quel che li
frenava; ma quando il papa lo scomunicò, Sassoni e Turingi ritiraronsi
dall'ubbidirlo, e tutta Germania applause al papa, che rappresentava la
volontà e i diritti del popolo; onde l'imperatore fu costretto venir a
piedi di qua dell'Alpi, ed egli, re delle spade, umiliarsi al re della
giustizia, che, nel castello di Canossa presso Reggio, lo fece aspettare
tre giorni in abito di penitente (1077), poi gli perdonò e l'ammise alla
comunione. Presa l'ostia consacrata, Gregorio lo assolse, e appellando
al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno dei misfatti che erangli
imputati dagli imperiali, ne inghiottì una metà; l'altra porse ad Enrico
perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpevole. Potere della
coscienza! Enrico non ardì un atto che avrebbe risolta ogni questione, e
paventò il giudizio di Dio.
Indispettito, non compunto, tese insidie al papa, e reluttò, sicchè i
suoi lo deposero, e Gregorio, riconoscendo il surrogatogli Rodolfo di
Svevia, ideò di far un regno dell'Italia settentrionale e media, che
fosse vassallo della sede romana, come già l'erano i Normanni
dell'Italia meridionale, e a questo regno restasse subalterna la
Germania, invece di sovraneggiarlo com'essa allora faceva. Ma Enrico
venne con buone armi, elesse un antipapa, e Gregorio VII, profugo dalla
sua città, come tante volte i suoi antecessori e successori, morì a
Salerno esclamando: «Amai la giustizia e odiai l'iniquità; perciò
finisco in esiglio» (1089).
Matilde, contessa di Toscana, il personaggio più potente allora in
Italia, ed uno de' più insigni del medioevo, aveva sostenuto Gregorio, e
così sostenne i suoi successori nella quistione sopravvissuta, e morendo
lasciò alla santa sede l'eredità de' suoi possessi, che, oltre la
Toscana, il ducato di Lucca e immensi territorj, comprendeano Parma,
Modena, Reggio, Cremona, Spoleto, Mantova, Ferrara ed altre città. In
questi trovandosi mal distinti i beni allodiali dai feudali, nuove
quistioni ne originarono cogli imperatori, ai quali ricadeano i feudi
vacanti, e che col diritto del forte occupavano anche la proprietà, e
trovavano sempre fautori in Italia e nel clero[59].
Pasquale papa, volendo appianar ad ogni costo le differenze, si spinse
sino all'estrema concessione; cioè che gli ecclesiastici rinunziassero a
tutti i possessi temporali, coi castelli e i vassalli avuti dagli
imperatori, purchè gl'imperatori rinunziassero all'immorale diritto
delle investiture. Nel suo desiderio di pace non s'accorgeva ch'era
impossibile spogliar i signori ecclesiastici, tanto potenti, nè togliere
ai nobili laici l'aspettativa di tanti benefizj. In fatti sorse
un'opposizione universale, e s'incalorì la guerra, dove la città di Roma
per lo più osteggiava il papa sinchè non l'avesse cacciato; cacciatolo,
tornava a volerlo.
A quel litigio, dove Voltaire non vide che una questione di cerimoniale,
mentre invece implicava la libertà umana, quattro soluzioni poteano
darsi. O annichilar il potere morale e l'elemento spirituale
surrogandovi la forza sfrenata, come voleano gl'imperatori. O
annichilare l'ordine politico, sublimando il papa come voleva Gregorio
VII, ma vi repugnavano le costituzioni nazionali. O come propose
Pasquale II, separare affatto i due ordini, isolandoli in modo che lo
Stato non sorreggesse la Chiesa, nè questa illuminasse lo Stato; al che
si opponevano e i costumi e gl'interessi. Non restava se non che il capo
politico smettesse la nomina diretta dei vescovi e degli abbati,
vigilando però sulle elezioni; e investendoli delle temporalità, in modo
che fossero preti insieme e vassalli, come il tempo portava. Tal fu la
transazione Calistina (23 settembre 1122), ove l'imperatore rinunziava
ad investire i prelati coll'anello e col pastorale, lasciando libera
l'elezione alle chiese; mentre Calisto II assentiva all'imperatore che
le elezioni de' vescovi e abbati del regno tedesco si facessero
coll'assenso imperiale, purchè senza simonia o violenza; l'eletto, prima
d'essere consacrato, bacierebbe lo scettro col quale eragli conferita
dall'imperatore l'investitura per tutti i beni e le regalie. In Italia e
nelle altre parti dell'impero, l'eletto, fra sei mesi dopo consacrato,
riceverebbe l'investitura.
È la prima di quelle transazioni fra il potere spirituale e il
temporale, che si chiamano Concordati; e il concilio lateranese (1123),
ch'è il primo universale in Occidente, la confermò; poi il secondo
lateranese (1139) rinnovò la scomunica contro chi ricevesse
l'investitura laicale.
In tale accordo il vantaggio restava tutto al poter secolare, perocchè
l'imperatore non recedeva da alcuna delle sue pretensioni, vedevasi
confermato l'alto dominio, e dirigeva le scelte. Ma la Chiesa
sacrificava le eventualità temporali al desiderio di far indipendente lo
spirituale[60]. Dappoi l'imperatore Lotario II rinunziò al diritto di
assistere alle elezioni; e fu rimesso al papa il decidere delle
differenze che in tal fatto si suscitassero; come poco a poco fu tolto
ai principi il goder de' frutti de' benefizj vacanti, e dello spoglio
de' vescovi e abbati defunti.
Duranti questi fatti, l'autorità ecclesiastica dei papi erasi viepiù
ingrandita col restringere quella de' metropoliti, revocare a Roma la
collazione di molti benefizj; riservarsene le annate; sottrarre ai
vescovi la giurisdizione sui conventi e sui beni parrocchiali. Queste
prerogative furono convalidate dalle decretali del falso Isidoro. Così
chiamossi una raccolta di leggi, che non erano state realmente
pubblicate dai papi, ma dove l'autore, tutt'altro che ignorante e
inetto, pare raccogliesse titoli antichi, trasformando in decreti alcune
allusioni del pontificale romano, o relazioni storiche, o brani di
lettere dei papi, dei codici di Teodosio e d'Alarico, della regola di
san Benedetto, del _Liber pontificalis_ e d'altre autorità. Qualche
volta adottò titoli spurj; qualche volta alterò, pure quelle norme
doveano esser conformi alle istituzioni vigenti nella Chiesa, perocchè
furono accolte senza ostacolo, e sinodi e papi le citarono, e altri
compilatori fondaronsi su di esse, finchè al rinascere della critica i
Cattolici le posero in dubbio, ben prima dei Protestanti[61].
Un grave colpo al cristianesimo avea dato l'arabo Maometto, predicando
una religione, desunta dalle credenze ebraiche e cristiane, e colla
pretenzione di semplificarle; asserendo l'assoluta unità di Dio, cioè
escludendo la trinità delle persone[62]; non vedendo perciò in Cristo
che un profeta come Mosè, come Maometto; proibendo ogni rappresentazione
della divinità; indulgendo alla poligamia e alle inclinazioni della
carne, e propagando la sua religione colla spada. Così conquistata gran
parte dell'Asia e dell'Africa, la dinastia degli Aglabiti di Cairoan
venne a invadere la Sicilia (827), e vi piantò lo stendardo del profeta,
che ben presto passò anche sul continente d'Italia.
I Cristiani dovettero allora soffrire persecuzioni dall'intollerante
apostolato musulmano, e probabilmente alcuni avranno abbracciata la
religione de' vincitori. I pontefici ebbero dunque l'impresa e di
salvare i dominj loro da questi nuovi invasori, che minacciavano fin
Roma, e di impedire la diffusione delle loro dottrine e de' loro
costumi. E poichè essi aveano occupato la Terrasanta, teatro della
redenzione e meta di devoti pellegrinaggi da tutto il mondo, i papi
eccitarono l'Europa a muoversi per liberarla, come fecesi nelle
crociate. Queste imprese, ch'erano un indirizzo dato dalla Chiesa alla
forza e al sentimento esuberanti, verso uno scopo religioso e civile,
dovettero ingrandire il potere de' papi che le intimavano, le
benedivano, le dirigevano, e che investivano i principi e i vescovi de'
paesi recuperati.
Di rimpatto la potenza degli imperatori in Italia era stata attenuata
dal costituirsi de' Comuni. Questi aveano poco a poco recuperato i
diritti civili, sostenuti sempre dagli ecclesiastici, e massime dai
vescovi, i quali, ottenendo che le città di loro residenza restassero
immuni dalla giurisdizione dei conti, e sottoposte alla loro propria,
aveano agevolato la costituzione de' municipj. Sempre più rinforzandosi,
questi fondavano l'eguaglianza popolare, eleggevano magistrati proprj,
rendevano giustizia secondo leggi fatte dai loro parlamenti, o
ripristinavano le romane, e faceansi guerra dall'uno all'altro,
deplorabile conseguenza ma pur sintomo di libertà. Gli imperatori o
doveano combattere in Germania per le disputate elezioni, o
campeggiavano in Terrasanta, o cozzavano coi papi per le investiture;
laonde nè potevano sostenere colle loro armi i baroni, nè opprimer i
Comuni, che assodavansi collo spossessare i dinasti vicini.
Quel movimento repubblicano, sebbene originato e favorito dal clero,
riusciva però nulla meno che favorevole all'autorità temporale de'
pontefici. In Francia Abelardo (1079-1142), noto ancor più pe' suoi
malincontrati amori che per l'ardimento filosofico, accoppiando la
dialettica colla teologia, avea voluto far precedere la scienza alla
fede, anzichè considerar quella come uno sviluppo di questa, e la
sottoponeva al giudizio individuale, quasi coll'esame e col dubbio si
progredisse. Lo aveva udito un bresciano di nome Arnaldo, mutatosi dal
mestier delle armi alla cocolla, e ne portò le idee in Italia. Bel
parlatore, cominciò come tutti i novatori dal rimbrottare i costumi del
clero; donde passò a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon
diritto e al vangelo che il clero possedesse beni, i vescovi regalie; ma
dovrebbero restituire ai principi i possessi che ne aveano ricevuto, e
ridursi all'apostolica, a viver di decime e di spontanee oblazioni. Non
intendendo la libertà nuova, vagheggiava quella che apparivagli ne'
libri classici, blandendo idee che sempre diedero per lo genio al popol
nostro. Piaceva a questo pel dolce suono di repubblica: piaceva ai
signori laici, che teneano feudi dagli ecclesiastici, e speravano
emanciparsene; e formò una fazione detta de' Politici, che dal dir
ingiurie al pontefice passava a negargli obbedienza.
Roma era allora circondata da baroni e da Comuni, che aspiravano del
pari all'indipendenza; dentro era straziata da due fazioni, guidate dai
Frangipani e da Pier di Leone, che pretendeano usurpar i beni delle
chiese, ed eleggere a voglia papi e antipapi. Con costoro ebbe capiglie
Innocenzo II (1130), che costretto andar fuggiasco in Germania, in
Francia, in Inghilterra, ebbe sostegno l'eloquenza di san Bernardo,
fondatore dell'ordine de' Cistercensi. Dall'imperator Lotario ricondotto
a Roma, il papa doveva tenersi munito in Laterano, mentre l'antipapa
Anacleto fortificavasi in Vaticano (1133). Ma ben presto i Normanni che,
colla solita facilità, aveano acquistato le due Sicilie, fecero di
queste omaggio al papa, chiedendogliene l'investitura; poi radunato in
Laterano l'XI concilio ecumenico, ai 2000 prelati raccolti il papa
diceva: «Sapete che Roma è metropoli del mondo; che le dignità
ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice siccome
feudo; nè altrimenti possono legittimamente possedersi».
Malgrado l'opposizione di san Bernardo, Arnaldo riuscì a ribellare la
città (1141), che gridò la repubblica, e pose un senato di 56 membri,
decretando in nome di questo e del popolo. E un amico di Arnaldo fu
scelto per nuovo papa col nome di Celestino II, ma questi cessò ben
presto dal favorirlo; ed anche il popolo recosselo in sinistro,
dimodochè dovette fuggire, e ricoverarsi a Zurigo. Quivi anticipate le
declamazioni di Zuinglio contro la Chiesa, passò in Francia e in
Germania, sempre inseguito dall'occhio e dalla voce di san Bernardo.
Coi sussidj, che mai non mancano a chi guerreggia la Chiesa, soldò 2000
Svizzeri, e con questa forza venale tornato a Roma, ripristinò la
magistratura repubblicana; e invasato da reminiscenze di libri, rinnovò
i consoli e i tribuni; ideava un ordine equestre, che fosse medio fra il
popolare e il senatorio; al papa non lasciava che i giudizj
ecclesiastici, mentre l'autorità imperiale supremava.
Bastano le più vicine memorie per ricordarci come il popolo romano
s'inebbrii di siffatte idee; e come all'entusiasmo dell'applauso si
accoppii l'entusiasmo dell'ira. Mentre osannavano quell'intempestiva
restaurazione, i Romani gettavansi a furia sulle torri dei baroni, sui
palazzi degli avversi e de' cardinali, e anche sulle loro persone;
abolivano il prefetto della città; negavano obbedienza al nuovo papa
Eugenio III (1145), il quale dovette coll'armi domar quella gente che
san Bernardo qualificava proterva e fastosa, disavvezza dalla pace,
avvezza solo al tumulto; immite, intrattabile, non sottomessa se non
quando le manchi forza di resistere. E questa prevalse, e cacciò il papa
che andò esule in Francia, sicchè Bernardo scriveva: «Ecco l'erede di
Pietro, per opera vostra espulso dalla sede e dalla città di san Pietro;
ecco per le vostre mani spogliati de' beni e delle case loro i cardinali
e i vescovi ministri del Signore. O popolo stolto e disennato! I padri
vostri resero Roma donna del mondo; voi v'industriate di renderla favola
delle genti. Or ch'è divenuta Roma? miratela; un corpo informe senza
testa, una fronte incavata senz'occhi, un volto privo di luce. Apri,
infelice popolo, apri una volta gli occhi, e guarda la desolazione che
ti sovrasta. Come in brev'ora lo splendore di tua gloria s'è offuscato!
fatta sei come vedova, tu ch'eri la signora delle nazioni, la regina dei
regni. Eppur questi non sono che principj de' mali; più gravi calamità
ti minacciano, se più ti ostini nella fellonia» [63].
Intanto i repubblicani invitavano l'imperatore Corrado III, vantando
d'avere operato solo per restituire a Roma l'ecclissato splendore; e
secondo la storia, le prediche d'Arnaldo e il voto de' giureconsulti
classici, voleano riformare lo statuto, assicurando illimitata autorità
al principe. Ma ai nobili premea di conservar le loro prerogative, a
fronte dell'imperatore come del papa; e quando il popolo trucidò il
cardinale di santa Prudenziana (1154), il nuovo papa Adriano IV diede
l'insolito esempio di metter all'interdetto la capitale del
cristianesimo, finchè non ne fosse espulso Arnaldo. Commosso dal vedersi
negati i sacramenti all'avvicinar della Pasqua, il popolo cacciò
Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.
Intanto era venuto imperatore di Germania Federico Barbarossa, risoluto
di ripristinar l'autorità imperiale, scassinata in Italia dal
costituirsi de' Comuni, riformare il sistema ecclesiastico, il feudale,
il municipale. Son divulgatissime le costui imprese in Lombardia; nè noi
dobbiamo ricordare se non che, mentre Milano gli resisteva, egli mosse a
Roma per esser coronato.
Quivi trovò in piedi la repubblica istituita da Arnaldo, la quale,
ristretto il papa nella città Leonina, gl'intimava rinunziasse ad ogni
podestà temporale, e s'accontentasse del regno che non è di questo
mondo. I repubblicani speravano prevarrebbe in Federico l'antica
nimicizia contro i papi; ma egli, uom dell'ordine, astiava le
rivoluzioni, e questo slancio della gran città verso la forma che fu
sempre prediletta in Italia, ma che ridurrebbe al nulla la prerogativa
imperiale. Pertanto (1153) avuto nelle mani Arnaldo, lo consegnò al
prefetto imperiale della città. A questo l'esser presente l'imperatore
conferiva pieni poteri, elidendo ogni contrasto de' preti; sicchè egli
fece, come eretico e ribelle, strangolare Arnaldo, ardere in piazza del
Popolo, e gettarne le ceneri nel Tevere. La turba accorse come ad ogni
spettacolo; gli scrittori applaudirono; Goffredo di Viterbo canta:
_Dogmata cujus erant quasi pervertentia mundum_
_Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt_[64]:
Gunter nel _Ligurino_ dice s'era fatto reo contro ambedue le maestà:
_sic læsus stultus utraque_
_Majestate reum geminæ se fecerat aulæ_;
nè alcun contemporaneo lo compiange, o nega gli aberramenti suoi. Solo
nel secolo passato si cominciò a presentarlo come una vittima della
tirannide papale, come un precursore de' riformatori del cinquecento, o
dei Giansenisti del seicento[65].
Nelle avventure di lui, come in tutto il conflitto che descriviamo, non
fu abbastanza distinta la lotta dei laici coi cherici, da quella
dell'autorità imperiale coll'autorità pontifizia: differenza troppo
notevole. In fondo gl'imperatori, sebbene con maggior misura,
sostenevano quel che oggi la rivoluzione: la Chiesa, congregazione
spirituale, non aver bisogno di temporalità; queste metter ostacolo ai
principi, e però dover cessare, necessaria essendo l'unità del comando,
nè esser vero principe chi ha un superiore. Rispondeasi: la Chiesa
sovrasta a tutti i diritti, perchè è la fonte di questi; nè si dà
diritto quando essa nol voglia riconoscere; esistendo divinamente, e
assolutamente essa non tien conto che di se medesima. La legge,
l'ubbidienza derivano da Dio: dacchè il principe le rompe, perde,
quant'è da lui, il diritto di comandare, e la coscienza il dover di
obbedire. La giustizia è il bene armato, la legge morale armata, sicchè
bisogna rimanga in mani morali e legittime. Più si restringe la Chiesa,
più fa duopo estender la forza che la surroga.
I fautori della Chiesa nominavansi Guelfi; Ghibellini i sostenitori
dell'impero, ma entrambi i partiti riconoscevano un principio superiore
a tutte le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale
dall'ecclesiastico, dello spirito dalla legge, della fede dal diritto,
della coscienza dell'individuo dal vigore della società, dell'unità
umana dall'unità civile. Il prevalere d'una di queste tesi porta
necessariamente l'antitesi dell'altra: se la Chiesa si fa democratica
col popolo, l'impero si fa democratico colla plebe: se i Guelfi
stabiliscono l'eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge;
se prevale l'idea della libertà individuale, bisogna frenarla colla
potenza sociale.
Questi partiti si spiegarono massimamente sotto i due Federichi di
Svevia. Il primo credette potere nella gagliarda mano schiacciare le
libertà comunali e la Chiesa: ma a Venezia dovette piegar il collo sotto
al piede del papa, che esclamò, _Super aspidem et basiliscum
ambulabis_[66], e per sua mediazione pacificato colle città lombarde,
riconobbe l'indipendenza di queste, e andò a morire in Terrasanta.
La sua discendenza rinnovò il cozzo coi papi, anche per l'eredità della
contessa Matilde, sicchè essi favorirono l'elezione di Ottone di
Baviera. E questi, davanti a tre legati pontifizj prestò questo
giuramento (1201):
«Io Ottone, per la grazia di Dio, prometto e giuro proteggere con ogni
mia forza e di buona fede il signor papa Innocenzo, i suoi successori e
la Chiesa romana in tutti i dominj loro, feudi, diritti, quali sono
definiti dagli atti di molti imperatori, da Lodovico Pio sino a noi; non
turbarli in quel che già hanno acquistato; ajutarli in quel che lor
resta ad acquistare, se il papa me lo ordini quando sarò chiamato alla
sedia apostolica per la corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa
romana per difendere il regno di Sicilia, mostrando al signore papa
Innocenzo obbedienza e onore, come costumarono i pii imperatori
cattolici fino a quest'oggi. Quanto all'assicurare i diritti e le
consuetudini del popolo romano, e delle leghe Lombarda e Toscana,
m'atterrò ai consigli e alle intenzioni della santa Sede, e così in ciò
che concerne la pace col re di Francia. Se la Chiesa romana venisse in
guerra per cagion mia, le somministrerò denaro secondo i miei mezzi. Il
presente giuramento sarà rinnovato a voce e in iscritto quando otterrò
la corona imperiale».
Ai Tedeschi spiacque siffatta sommessione; altrettanto sarebbe dovuta
gradire agli Italiani, de' quali assicurava l'indipendenza come della
Chiesa; ma ben presto Ottone, venuto qua co' suoi Tedeschi, disgustò i
nostri e il papa, che lo scomunicò, e gli eresse incontro Federico II,
nipote del Barbarossa. Questo allievo e favorito dei papi, ben presto
divenne il più dichiarato loro avversario, e ravvivò la lotta delle
investiture, colle vicende che in altri lavori noi divisammo più che non
occorra in questo speciale.
Innocenzo III, uno de' pontefici più insigni per scienza e virtù,
convocò il XII concilio ecumenico lateranense (1215), dove assisteano
quattrocendodici vescovi, ottocento abati, ambasciadori di tutta
cristianità; vi fu letto un discorso sulle prerogative del papa, e
acciocchè anche i laici lo comprendessero, venne ripetuto in spagnuolo,
francese, tedesco; fu esposta la dottrina cattolica contro Albigesi e
Valdesi ed altri eretici, scomunicando il signore che non purga il suo
paese da questi: colla parola _transustanziazione_ si espresse il
cambiamento operato nell'eucaristia: fu imposto a tutti i fedeli di
confessarsi e comunicarsi almeno alla Pasqua.
Innocenzo attese a riformar la costituzione interna della Chiesa
mediante lo spirito mistico con cui i Francescani operavano sulle classi
basse, e i mezzi legali con cui i Domenicani difendeano la società
feudale e religiosa. Onde far che le istituzioni civili non si
togliessero dall'ombra del trono papale, e impedire che la società laica
invadesse la ecclesiastica, volle ridurre in atto i concetti di Gregorio
VII intorno alla supremazia del papa. Era allora dottrina comune ai
canonisti e ai politici che tutta la cristianità gravita attorno a due
centri: il papa e l'imperatore, delegati da Dio a governar le cose
spirituali e temporali. Nessun altro ideale conosceasi in fatto di
governo, e se ne valeano i due poteri per impedir sia le usurpazioni
dell'uno sull'altro, sia le pretensioni de' baroni o de' cittadini;
l'eresia al par della ribellione: due mali (dice Pier dalle Vigne) cui
la Provvidenza preparò non due rimedj ma un solo sotto duplice forma: il
balsamo della potenza sacerdotale e la forza della spada imperiale.
Tale era dottrinalmente la quistione: ma nel fatto ciascuno di questi
due fanali della via sociale aspirava a splender unico; e si
osteggiavano colle armi e colle scomuniche. Ma due podestà, diverse
eppure non opposte, con idee e linguaggio differenti, non possono
intendersi, sicchè nè la violenza riesce nè la discussione.
Federico II, ricco delle doti più belle e più ammirate, dotto, poeta,
guerriero, legislatore, a guisa dei re moderni abborriva le libertà
municipali, e la religione voleva ridurre a ramo dell'amministrazione.
Pel primo scopo lungamente contese colle repubbliche dell'Italia
superiore, e se non riuscì a spegnerle, impedì si estendessero anche al
resto d'Italia, e costituissero l'intera penisola in un sistema, che
potea divenir modello all'Europa e cambiarne i destini.
Uomo d'ordine, vide negli eretici dei disobbedienti e ribelli, e
condannò senza esame le sêtte dualiste, ridestando le più severe leggi
imperiali. Fece il solenne trasporto delle reliquie di _san_ Carlomagno:
onorò quelle della _buona santa_ Elisabetta d'Ungheria, sul cui capo
posò una corona d'oro, attestandone pubblicamente i miracoli. Pure dai
papi è tacciato di eresie; ma quali fossero non è precisato.
Veneratore della civiltà pagana, usava e abusava dei titoli divini che
l'adulazione del basso impero aveva attribuiti agli imperatori. A suo
figlio Corrado diceva «stirpe divina del sangue de' Cesari», e _diva
mater nostra_ alla regina Costanza; i suoi cortigiani applicavano a lui
frasi scritturali: Terra promessa, Betlem della marca d'Ancona la città
di Jesi ove nacque: egli il giusto disceso dalle nubi, e su cui i cieli
versano la rugiada; egli il Signore a cui avviarsi camminando sulle
acque; egli _antistite_, cooperatore e vicario di Dio, immagine visibile
dell'intelligenza celeste. Pier dalle Vigne suo segretario era
denominato suo primo apostolo, nuovo Pietro, destinato a confermar la
fede altrui, dacchè l'imperatore gli disse: «Pietro, poichè tu mi ami,
pasci le mie pecorelle»; eretto a fronte al falso vicario di Cristo, per
esser vicario vero governando secondo la giustizia, istruendo,
riformando per mezzo della fede; su questa pietra angolare fondasi la
nuova Chiesa imperiale (_in cujus petra fundatur imperialis ecclesia_);
su lui riposò Augusto quando celebrò la cena co' suoi apostoli; ciò
ch'egli chiude nessun altro apre; nessun chiude ciò ch'egli aperse:
Pietro di Galilea rinegò tre volte il suo maestro, Pietro di Capua non
v'è pericolo che neghi il suo, neppur una volta[67].
Così da un lato profanavansi le memorie sante, dall'altro tornavasi
verso quell'antichità, a cui non repugnava la pretensione di governar le
coscienze non meno che i corpi, e Federico fantasticava una supremazia
religiosa, simile a quella degli imperatori greci e dei musulmani, che
congiungevano i due poteri; e invidiava Vatace imperator d'Oriente, che
nulla aveva a temere dalla indipendenza de' preti, e lo persuadeva a non
acconsentire alla riunione della Chiesa greca colla romana che era
scismatica. E poichè sentiva di non bastare a lottar col papa, divisava
spartire la cristianità in tante Chiese nazionali, dove il re fosse
anche pontefice, e così il conflitto divenisse impossibile.
Tutto ciò sembra costituirlo quel che oggi diremmo un materialista
incredulo, o se vogliasi, un politico indifferente; difetto ben raro in
quei secoli. Raccontano che, traversando un campo spigato, dicesse ai
suoi seguaci: «Badate a non far guasto, giacchè quei grani potrebbero
divenire corpo di Cristo». E veduta la Palestina, esclamò: «Se Dio
avesse conosciuto Napoli, certo non sceglieva questa per terra
prediletta». E metteva in burla il parto della Vergine, il viatico ed
altri dogmi, quasi repugnassero alla ragione e alla natura.
Scandolezzava poi col tener a tavola ambasciadori musulmani insieme coi
vescovi; guardie arabe custodivano il suo corpo e le sue fortezze;
odalische allietavano i suoi riposi abbelliti da rarità orientali e
dalle voluttà che avea vedute presso gli emiri di Sicilia e gli sceichi
dell'Asia; i Musulmani stessi lo consideravano come un loro credente,
_perchè educato in Sicilia_, e un d'essi avendo, in presenza di lui,
proferito un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, egli
vietò di infliggergli alcun castigo.
Si disse che egli avesse chiamato Mosè, Cristo e Maometto tre impostori,
e l'asseriva Gregorio IX scomunicandolo. Nell'abitudine del medioevo di
atteggiare ogni idea in un fatto, il motto trasformossi in un libro _Dei
tre impostori_. Quest'opuscolo venne attribuito a chiunque voleasi
denigrare: ad Averroé, a Federico II, a Pier dalle Vigne, ad Arnaldo di
Villanuova, a Bonifazio VIII, al Boccaccio, al Poggio, all'Aretino, al
Machiavello, al Pomponazio, al Cardano, all'Ochino, al Campanella, a
Giordano Bruno, al Vanino, per non dir che dei nostri, ma da nessuno fu
veduto. Veramente perirono anche i libri de' Gnostici, de' Manichei,
degli Albigesi: distruzione non difficile quando mancava la stampa;
anche dopo inventata questa perirono alcune opere, come quella del
_Sacrifizio di Cristo_ di cui appena testè si fece lo scoprimento: pure
il libro _Dei tre impostori_ noi crediamo non esistesse mai, ma
simboleggiasse l'incredulità materiale, derivata dagli Arabi.
L'origine stessa della costoro religione era un'eresia; prendeano a
edificare una terza Chiesa accanto alla giudaica e alla cristiana; molti
filosofi di quella gente consideravano le tre siccome pari, e siccome
sviluppo l'una dell'altra; di tutte con egual libertà discutevano, e con
maggiore il _gran commentatore_ Averroé, che tratta di ciarlieri i
teologi, e di fantasie le dispute su qualsiasi religione.
Tormentato dalla febbre del sapere, Federico lo cercava interrogando
anche i sapienti musulmani. Ad essi nel 1240 presentò varie quistioni,
sull'eternità del mondo, il valore e numero delle categorie, la natura
dell'anima, il metodo che conviene alla metafisica e alla teologia. Non
soddisfatto da alcuno, s'indirizzò al califo almoade Rascid per sapere
ove dimorasse Ibn Sabin di Murcia, e saputolo, mandògli quelle dimande.
Il dotto arabo rispose come un pedante che vuol mostrare più scienza che
non abbia, e finge esser costretto a dissimulare il troppo più che sa; a
tu per tu coll'imperatore, o con sapienti da lui mandati, direbbe altre
cose secrete, perocchè, soggiunge, se i dottori fossero certi che io
risposi a certi punti, mi guarderebbero con orrore, e non so se Dio
colla sua bontà e sapienza mi camperebbe dalle loro mani[68].
L'eresia di Federico era più pratica, e consisteva nel voler sostituire
se stesso al papa, usurpare le funzioni del sacerdozio, far moneta coi
vasi sacri, deporre e istituir prelati, e da questi pretendere segni di
sommessione e quasi d'adorazione; e mentre sprezzava la Chiesa perchè
non fa più miracoli, voleva ricondurla alla semplicità primitiva.
Per ciò, e per aver giurato di andare alla crociata, poi mentito;
andatovi poi, aver patteggiato co' Musulmani, anzichè sterminarli,
Gregorio IX lo scomunicò. Federico s'appella a un concilio generale, e
Gregorio lo convoca a Roma (1241), poi Innocenzo IV un altro a Lione
(1245), ove la Chiesa riunita, e per essa il vicario di Cristo,
dichiarano Federico convinto di sacrilegio ed eresia, scaduto
dall'impero, dispensati i sudditi dall'obbedirgli. Pier dalle Vigne avea
composto un trattato _De consolatione_, uno _De potestate imperiali_, e
credesi il libello _Paro figuralis_, ove nel pavone raffigura Innocenzo
IV al concilio di Lione, circondato di colombe, tortore, oche, anitre,
passeri, rondini, figuranti i cardinali, i vescovi, gli abati d'ogni
colore, i cittadini, i mendicanti; il gallo rappresenta il re di
Francia, la pica i Guelfi, il corvo i Ghibellini; l'aquila l'imperatore;
gli uccelli grifagni Tedeschi, Siciliani, Spagnuoli. Il libercolo non
trae valore che dall'opportunità, ma mostra come le nazioni d'Europa non
fossero così estranie fra loro, come darebbe a supporre la asserita
barbarie; e che già la letteratura militante elaborava l'opinione
pubblica. In fatti Federico le proprie discolpe diramò ai principi,
mostrandosi eretico appunto nell'atto che voleva scolparsene, poichè gli
incitava contro il papa: «Come mai soffrite d'obbedire a figli di vostri
sudditi? La Chiesa è divenuta affatto mondana; i suoi ministri,
inebriati delle delizie terrestri, non badano guari al Signore;
uniamoci, e vigiliamo insieme, affinchè, privati d'ogni superfluo,
costoro servano all'Altissimo, contenti di poco... Assisteteci contro la
superbia di questi prelati, acciocchè possiamo rassodar la Chiesa
dandole le guide più degne, e riformare pel suo bene e per la gloria di
Dio, com'è nostro dovere. Ve' come essi impinguano di limosine! Gonfi
d'ambizione, aspettano che tutto il Giordano coli nelle loro bocche.
Quanto denaro risparmiereste sbrattandovi da codesti scribi e farisei!
ai quali se tendete la mano, essi pigliano tutto il braccio; e voi
somigliate all'uccello preso nella ragna che, più cerca fuggire, più
s'accalappia. Intenzion mia fu sempre ricondurre gli ecclesiastici, e
principalmente i più grandi, a tale stato che perseverino sin al fine
nelle vie che furono quelle della Chiesa primitiva, menando una vita
apostolica, e mostrandosi umili come Gesù Cristo[69]. Noi crediamo far
opera di carità togliendo a costoro i tesori di cui sono satolli per
loro eterna dannazione».
Ipocrito! se tanto ti sta a cuore la loro salute, perchè non ne lasci a
loro stessi la cura? perchè inviti a spogliarli, come poi farà Lutero?
Questi pure griderà di tornar la Chiesa alla purità primitiva, e con ciò
provocherà tre secoli di guerre e dissidj. E come lui, Federico seminava
il concetto di nazionalizzar le Chiese in tutta Europa; e già in
Germania, sia per favorire al loro tedesco, sia per l'antica avversione
alle cose italiane, varj vescovi e capitoli più non badavano alle
ordinanze pontifizie, e persone senza nome giravano liberamente dicendo:
«Che scomuniche? che papa? Egli è così tristo, che neppur s'ha da
parlarne; piuttosto predicate per Federico imperatore e suo figlio
Corrado; essi perfetti; essi re galantuomini».
Di sottomettere la Chiesa allo Stato fece Federico il tentativo nel
regno delle Sicilie, ove già la dominazione de' Greci e degli Arabi
aveva abituato a una tal condizione di cose. I Normanni eransi provati a
delimitare i mutui poteri mediante que' concordati, che il nostro secolo
bestemmia senza pur conoscerli, e a cui vuol sostituire la formola
assurda della assoluta indipendenza delle due potestà. I trattati
conchiusi coi due Guglielmi, con Tancredi, con Costanza imperatrice
emanciparono più o meno la società civile; ma Federico, infatuato della
propria persona e della propria autorità, cercò sottrarnela affatto;
negò al papa l'omaggio che doveagli come re di Sicilia; vi mutò leggi,
crebbe tributi, levò soldati senza consenso del pontefice. Per ricolpo
Innocenzo IV pubblicò più tardi la famosa bolla 8 dicembre 1248, che
tendeva ad assorbir lo Stato nella Chiesa, escludendo ogni intervenzione
laica dalla nomina de' prelati, dispensando questi dal giuramento al
sovrano e dalla giurisdizione laica, civile o criminale; autorizzando i
possessori di beni ecclesiastici a fortificar i castelli, rialzare le
ville, ripopolare le distrutte, senza bisogno di regia placitazione.
L'imperatore rispose con supplizj, paragonando ad eretici i fautori del
papa, e sè stesso al profeta Elia che purgò Israele dai sacerdoti di
Baal; e così sotto pena di morte si dovette riconoscere che solo capo
della Chiesa è il capo dello Stato.
Il popolo non aveva mezzo d'esprimere le sue proteste, e i cortigiani,
che soli scrissero, ci dicono come fosse lietamente obbedito
l'imperatore, rappresentante del Dio vivo; e dalle stesse loro
adulazioni traspare come, senza innovar il dogma, Federico II tendesse a
render il papa cappellano dell'imperatore. Se fosse riuscito, l'aquila
tedesca avrebbe surrogata la croce italiana, e tutta Europa avrebbe
presentato il tristo spettacolo che scorgesi a Costantinopoli e a Mosca;
la podestà spirituale serva alla temporale; il papa ridotto a registrare
i decreti di Cesare; il quale, come il czar o come il sultano, avrebbe
avuto impero assoluto sul clero e sui laici. Un papa che obbediva a un
imperatore avrebbe cessato d'ispirare fiducia o d'imporre riverenza ai
paesi estremi: Toledo e Reims, Cantorbery e Vienna avrebber preso per sè
porzione dell'autorità di esso; tutti i patriarchi, tutti i principi
ecclesiastici di Germania avrebbero voluto dirsi pari al pontefice; il
quale si sarebbe trovato ridotto a null'altro che figurare in qualche
cerimonia, e disputare sulla consustanzialità e sul _filioque_.
Roma lo vide: vide come quest'esempio sarebbe funesto in tutto
l'Occidente, e sostenne la lotta dei Lombardi, di Venezia, di Genova
contro Federico. Persuaso egli che bisognava colpir la testa, si diresse
sopra Roma, ma il popolo la difese, e salvò il poter temporale e con
esso l'indipendenza del papa, e respinse Federico anche quando due altre
volte vi si accostò.
Vinto sul terreno politico, invase il religioso, cercando sottrarre al
papa il governo delle anime; cercò tirar dalla sua i frati mendicanti,
carezzando il loro generale frate Elia, ma non riuscì: fomentò gli
eretici, sol perchè avversi a Roma, e così propagavasi anche in Italia
la negazione. Pure il popolo ascoltava al papa, suo rappresentante; e ai
frati e ai preti, immediati suoi consiglieri e amici, e a sant'Ambrogio
Sansedone, a santa Rosa da Viterbo, a sant'Antonio da Padova, al beato
Giordano Forzaté, ad altri che Federico perseguitava con armi, legulei e
carceri. Poi Dio mandò al superbo il flagello dei re, il sospetto; e
credendosi tradito da amici e parenti, mandò al supplizio molti e lo
stesso Pier dalle Vigne: e benchè fosse un de' più insigni talenti del
medioevo, e durasse trentadue anni d'impero, nulla compì di grande,
perchè, com'ebbe a dire il contemporaneo san Luigi di Francia, «fe
guerra a Dio coi doni suoi»: e al suo sepolcro il popolo guardava tra
meraviglia e spavento, riflettendo che sarebbe stato senza pari sulla
terra «se avesse amato l'anima sua».
Sulla sua discendenza parve pesare l'anatema, trovandosi a guerra coi
popoli e tra loro. Manfredi, bastardo di Federico, usurpato il regno di
Sicilia, periva nella battaglia di Benevento; Corradino, ultimo di quel
sangue, moriva sul patibolo di Napoli. Il nome di Federico II restò fra
gli antesignani della riforma: nel secolo seguente un cronista svizzero
ne invocava e prediceva la resurrezione per riformar la Chiesa; i primi
apostoli del protestantismo si giovarono degli argomenti di lui e di
Pier dalle Vigne. Un riscontro moderno possiamo trovargli in Enrico
VIII, che al luogo di Pier dalle Vigne ebbe Tommaso Cromwel, e che, al
par di Federigo, proclamava lo scisma da una parte, dall'altra bruciava
gli eretici: ma l'opinione al tempo di Federico era volta
tutt'altrimenti, e ne vennero infiniti mali al suo secolo e lo sterminio
della sua famiglia. Il patetico fine di questa dee compatirsi da tutti,
può deplorarsi dagli avvocati della monarchia assoluta e del diritto
divino dei re, ma i liberali dovran riconoscere che essa fu osteggiata
per la libertà del popolo, per l'indipendenza delle varie nazioni, la
quale sarebbe dovuta soccombere a un impero che avesse assorbito anche
la potestà spirituale. Che i papi trascendessero lo credette fin il pio
re san Luigi, ma furono stromenti della Provvidenza a un grande scopo,
il progresso civile, e la costituzione delle nazionalità[70].
Spenta la famiglia di Svevia, al concilio ecumenico IV di Lione (1274)
comparve un messo di Rodolfo d'Habsburg, povero conte dell'Argovia che
era stato eletto imperatore, e che non avendo puntigli ereditarj,
sentiva l'opportunità di terminar questo litigio, ripullulante da 70
anni. Giurò dunque adempier le promesse d'Ottone IV e Federico II;
confermava al papa le antiche donazioni del paese da Radicofani a
Ceprano, oltre l'Emilia, la Marca d'Ancona, la Pentapoli, l'eredità
della contessa Matilde e l'alto dominio sulla Sicilia, la Corsica, la
Sardegna, rinunziando alle terre disputate fra l'impero e la Chiesa; non
accetterebbe tenute ecclesiastiche nè cariche nello Stato Romano se non
assenziente il papa.
La Chiesa assicuravasi dunque l'indipendenza, e sugli imperatori
riportava una vittoria ben più vistosa che l'altra volta, ma non più
profittevole. Attesochè cessava l'importanza che i papi traevano
dall'opporsi al dominio tedesco, e i Guelfi divennero un partito, non
propugnatore dell'indipendenza nazionale, ma di certe idee o certe
persone, e facilmente stromento de' prepotenti e degli scaltriti.
Aggiungi che, nella contesa, le reciproche ragioni si eran portate al
tribunale del pubblico, che ormai pretenderebbe giudicarne.
NOTE
[51] _Quam fœdissima ecclesiæ romanæ facies, cum Romæ dominarentur
potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur
sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est,
intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudo pontifices, qui non
sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum
scripti_. (_Ad ann_. 912, n. XII) Così dice il Baronio, che era
cardinale, scriveva per impulso di san Filippo Neri, e per sostenere il
papato contro le storie che dettavano i Protestanti, e massime le
Centurie Magdeburgesi. Eppure vedasi come riprova i disordini della
Chiesa. Nel che anzi eccedette, come l'accusa perfino il Muratori, sì
poco papale; e come il provano altri documenti intorno a quell'età.
[52] Questa favola della papessa Giovanna, su cui vedremo trastullarsi i
satirici e protestanti, si collocherebbe all'855; non è accennata che da
Mariano Scoto, cronista dell'XI secolo, poi narrata a disteso da Martin
Polacco, che dettò una storia de' papi fino al 1277. Oltre ch'egli è
tardivo, il passo sembra interpolato, mancando in alcuni codici, com'è
intruso nella _Storia de' pontefici_ di Anastasio Bibliotecario, il
quale altrove a Leone IV fa succedere Benedetto III, non già questo
supposto Giovanni VII, e dice che l'elezione fu notificata a Lotario
imperatore, il quale si sa che morì nel settembre del 855; sicchè non vi
saria bastante intervallo per frammettervi un altro papa. Produssero
ultimamente una medaglia del 855, che porta il conio e di Lotario e di
Benedetto III; locchè conferma l'immediata successione di questo. Si
noti che Leone IX, scrivendo a Michele Cellulario patriarca di
Costantinopoli, gli dice come in Occidente era sparso che una donna
fosse stata fatta patriarca di Costantinopoli. Il fatto sarebbe men
improbabile per una sede, cui dicesi ottenessero anche eunuchi; ma il
papa non avrebbe accennato questa diceria, nè il Cellulario avrebbe
lasciato di rimbeccarnelo se fosse stata anche solo bisbigliata la
storia della papessa Giovanna. Ed è pure da valutarsi che, nei contrasti
che allora la sede romana avea colla greca, fra tante ingiurie che il
patriarca Fozio lancia contro i Papi, non fa la minima allusione a
questa papessa. Lasciam dunque in siffatte cloache l'abate Casti,
Bianchi Giovini e simili sozzure.
[53] Cardinali vescovi eran quelli di Ostia, Porto, santa Rufina, Alba,
Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di san Giovan
Laterano. Cardinali cherici erano i parroci dipendenti da quattro altre
chiese patriarcali di Roma. I cardinali diaconi presedevano agli
istituti di carità.
[54] Già sotto i Longobardi, Paolo Diacono si lamentava che nessuno
frequentasse la chiesa di san Giovanni di Monza, perchè i suoi preti
erano concubinarj e simoniaci. Nel 790 girò attorno a Brescia un monaco,
annunziando vicina la fine del mondo, in grazia della depravazione de'
religiosi: spacciatosi profeta, distribuì i suoi proseliti in cori di
angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i frati sinchè egli stesso
venne mandato a morte. RODULPHI NOTARII _Hist. rerum brixian._, p. 17.
[55] Il passo fu accertato essere stato intruso. Ad ogni modo si sa non
essere questo divieto a' preti di aver moglie che una disciplina, e la
Chiesa l'adottò per alte convenienze, pur tollerando in alcun luogo,
come fra i Greci. Che a Napoli il matrimonio de' preti e sin quello de'
frati fosse riconosciuto vorrebbero indurlo da documenti autentici, ove
trovansi soscrizioni, _Ego Petrus, filius domini Stephani monachi: Ego
Sergius, filius domini Johannis monachi: Ego Joannes, filius domini
Petri monachi..._. (alle pagine 10, 21, 40, 46 della _Sylloge de'
Monumenti_ del grande archivio di Napoli). Ma ciò può riferirsi a
persone monacatesi dopo vedovate. Il concilio di Melfi nel 1059 limitò
il matrimonio de' preti: dopo il concilio romano del 1072 fu proibito.
Nelle consacrazioni dei vescovi prescriveansi norme intorno all'ordinare
conjugati: e l'arcivescovo Alfano nel 1066, consacrando il primo vescovo
di Sarno, gli indiceva _ne bigamum, aut qui virginem sortitus non est
uxorem, ad sacrum ordinem permittat accedere: et si quos hujusmodi forte
reperit, non audeat promovere_. UGHELLI, _Italia sacra_, tom. VII, p.
571. Barbato arcivescovo di Sorrento, nel 1110 ordinando Gregorio
vescovo di Castellamare, dicea: _eique dedimus in mandatis ne nunquam
ordinationem præsumat facere illicitam, nec bigamum, aut qui virginem
non est sortitus uxorem, neque illiteratum.... ad sacrum ordinem
permittat ascendere_. Id., tom. VI, p. 609, ediz. Venezia 1721. Tutto
ciò poteva riferirsi a vedovi, e tale disciplina è seguita oggi pure,
non ordinandosi chi fosse stato bigamo vero, cioè marito successivo di
due donne, o bigamo similitudinario, cioè marito d'una vedova.
[56] Il cronista Arnolfo da principio mostrasi caldissimo
dell'indipendenza della Chiesa milanese dalla romana, disapprovando
altamente la plebe che tumultuava contro gli eretici. Ma dopochè nel
1077 intervenne all'ambasceria con cui i Milanesi implorarono perdono da
Gregorio VII, cangiò stile, protestando «non dissentire punto da quelli
che riprovavano le consacrazioni simoniache e l'incontinenza de' preti»
(Lib. IV, 12); oggimai vedere ben altrimenti di prima, e confrontando il
presente col passato, arrossire non già pei barbarismi del suo stile, ma
d'avere sventatamente riferito i fatti e i detti altrui: _cumque
præteritis præsentia scriptis scribenda conferret, rubore perfusum
fideliter erubescere, nec barbarismos in verbis egisse, sed aliorum
quælibet dicta vel facta temere indicasse confundi_ (IV, 43). Col che
veramente indica piuttosto aver imprudentemente recato fatti e detti,
che non mentito alla verità.
Landolfo Seniore invece, parteggiando affatto per l'indipendenza della
Chiesa milanese, non solo svisa i fatti contemporanei, ma anche i
precedenti, volendo sempre esporli come tipo e specchio de' presenti;
esalta tutti i vescovi precedenti, e massime Eriberto da Cantù; trova le
virtù e i meriti tutti ne' concubinarj, asserendo con leggerezza e
mentendo con impudenza, come avviene de' settarj.
[57] _Permittis ut ecclesiæ tuæ clerici, cujuscumque sint ordinis, velut
jure matrimonii confœderentur uxoribus. Quid est, pater, quod tibi soli
vigilas, et his pro quibus priorem exigendus es rationem, tam inerti
securitate dormitas?... Præsertim, cum et ipsi clerici tui, quidem satis
honesti et literarum studii sint decenter instructi. Qui dum ad me
confluerent, tamquam chorus angelicus et velut conspicuus ecclesiæ
videbantur eniteres_.
Ottocento anni dopo, Royer Collard in Francia diceva: «Nel 1793 le
persone della mia età videro la filosofia del tempo, sostenuta dal
terrore, ammogliar alcuni preti. Che preti erano? che donne sposavano? I
pochi che restano ancora di tali vergognosi matrimonj stanno sotto la
riprovazione universale. La pruova non si rinnoverà; ma se fosse, non
esito affermare che il prete ammogliato salendo all'altare desterebbe
orrore al nostro popolo cattolico, e l'indignazione pubblica lo
dichiarerebbe incapace e indegno del sacerdozio».
[58] Gregorio VII, nella famosa lettera al vescovo di Metz, non esita a
mettere il papa di sopra dei re. «Questa dignità di monarca, inventata
da' pagani, non dev'essere soggetta all'eterna autorità di san Pietro,
che la misericordia di Dio ha depositata in mano dell'uomo per salute
de' redenti? Re, principi, duchi, imperatori hanno ereditato questi nomi
pomposi da uomini dannati eternamente, i quali con rapine, perfidie,
violenze, assassinj, esercitarono sopra i loro simili l'esecrando
diritto del forte, e fatti despoti dominavano con tirannico orgoglio.
Chi può dubitare che i ministri della Chiesa, i sacerdoti di Cristo, i
successori di Pietro devano esser venerati per padri e maestri dei re,
dei popoli, del genere umano?... Un semplice esorcista è rivestito
d'un'autorità superiore a qualunque principe, perchè discaccia gli
spiriti maligni. Il pio sacerdote governa i suoi simili a salute
dell'anime loro, ad onore e gloria di Dio: mentre i potenti del mondo
non regnano che per soddisfar all'orgoglio ed a materiali passioni. Un
monarca cristiano, quando giace sul letto di morte, implora l'assistenza
del prete che gli rimetta i peccati, e salvi da Satana, e lo guidi dalle
tenebre agl'eterni splendori: vedeste mai un prete o un laico in agonia
rivolgersi al suo re? Qual principe della terra si arroga di riscattare
un'anima dall'inferno in virtù del santo battesimo? E ciò che forma la
sublimità della religione cattolica, il mistero che gli angeli
contemplano e le potenze infernali paventano, dov'è il monarca che possa
con una sola parola creare il corpo e il sangue di Cristo? Chi dunque
dubiterà che l'autorità del pontefice non sovrasti a quella del re?
Quegli non cerca che le cose di Dio, e vive austero fra le vanità della
terra; questi si occupa solo del proprio interesse, e opprime i fratelli
a danno della propria salute. Quegli è membro del corpo di Cristo;
questi dell'angelo della menzogna. Quegli rinnega i suoi appetiti,
macera il corpo per regnar un giorno con Dio: questi regna quaggiù per
esser in eterno schiavo di Satana. Appena qualcuno ne troviamo che sia
stato virtuoso e prudente. Chi di loro ebbe il dono de' miracoli come
Antonio, Benedetto, Martino? Ma la santa sede conta da Pietro in poi
cento vescovi ascritti alla milizia celeste, ecc.». [59] L'agosto 1098
tenevasi un concilio a Roma, e 8 cardinali, 4 vescovi, 4 preti, fautori
dell'antipapa, firmarono una lettera sinodale «a tutti quelli che temono
Dio ed amano la salute della repubblica», per premunirli contro le
eresie introdotte o rinnovate da Ildebrando; le quali erano il celibato
de' cherici e il divieto delle investiture laicali.
[60] La condizione a cui si sarebbe ridotta l'Europa se la spada fosse
prevalsa al pastorale, può argomentarsi da quella d'un paese che ora fa
molto parlare, per la speranza di riunirla alla Chiesa nostra, la
Bulgaria. Il Turco lascia eleggere il clero ai Cattolici, ma vende le
più alte dignità. Il patriarca che comprò per 400,000 lire l'alto suo
seggio, rivende i vescovati fin per 50,000; questi fan mercato coi
papassi o curati, che possono accumulare fin 15 o 20 cure. Così tutto va
all'incanto, e quello cui meno si bada è il merito o il servizio delle
anime. Chi compra cerca rimborsarsi con tutti i mezzi. Uno de' mezzi è
il divorzio, pel quale richiedesi una dispensa costosa, onde non
l'ottengono che i ricchi. Pei poveri ci son altri ricavi. Se per qualche
sopruso si fa appello al patriarca, il vescovo ne compra la connivenza;
se le plebi minacciano diventar cattoliche, il patriarca punisce, cioè
cambia di posto il vescovo: e così la tirannia del sultano vien a pesare
fin sugli infimi: e i vescovi, invece di rivelare al popolo i diritti
che acquistò cogli ultimi atti del Tanzimat, del Hatti-Scerif, del
Hatti-Humayum, glieli nascondono attentamente.
[61] Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate a
Roma, diffuse in Ispagna, e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni e
diritto nuovo per consolidare l'autorità dei papi a scapito di quella
dei vescovi, apparvero tutt'altro a leali cercatori, protestanti e
cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del
delitto, e si provò che tutti
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