Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo
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Title: Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo
Author: Guido da Verona
Release date: October 7, 2014 [eBook #47074]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIMI BLUETTE, FIORE DEL MIO GIARDINO: ROMANZO ***
Mimi Bluette
fiore del mio giardino
GUIDO DA VERONA
Mimi Bluette
fiore del mio giardino
ROMANZO
SETTIMA EDIZIONE—DAL 111º AL 160º MIGLIAIO
R. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZE
MCMXX
PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi
Stab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.—MILANO—Via Zecca Vecchia, 7
_DELLO STESSO AUTORE:_
Lʼamore che torna—1908
_Ultima edizione—dal 100º al 150º migliaio_ _Romanzo_
Colei che non si deve amare—1910
_Ultima ediz.—dal 131º al 180º migliaio_ _Romanzo_
La vita comincia domani—1912
_Ultima ediz.—dal 105º al 155º migliaio_ _Romanzo_
Il Cavaliere dello Spirito Santo—1914
_dal 41º al 70º migliaio_ _Storia di una giornata_
La donna che inventò lʼamore
_Ultima ediz.—dal 96º al 145º migliaio_ _Romanzo_
Mimi Bluette fiore del mio giardino—1916
_Ultima ediz.—dal 111º al 160º migliaio_ _Romanzo_
Il libro del mio sogno errante—1919
_Ultima ediz.—dal 51º al 100º migliaio_
Sciogli la treccia, Maria Maddalena—1920
_Terza ediz,—dal 101º al 150º migliaio_ _Romanzo_
_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la
ristampa._
NOTA DEGLI EDITORI
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile,
per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le
quali sono per natura destinate a non esserlo più.
Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva
bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad
un altro di volerle bene insieme con lei.
Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e
giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi
mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio
dʼamido male insaldato.
Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia.
Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile
dannunziano.
Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del
primo amore.
Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani
diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi
delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che
può innamorarsi dʼuno studente in medicina.
Sua madre non ne fu contenta.
Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava
cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e,
quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il
capriccio di verificarlo, non diceva di no.
Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono
mese: qualche volta anche prima.
Entrambe le consigliarono di rinverginire.
In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere
un canino falso, e partì.
Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un
piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non
fosse accaduto niente.
Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.
Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino
di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un
ombrellino da sole.
Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una
tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.
Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia
della vita.
Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne
con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la
seconda sua verginità.
Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso
nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.
Che brava bambina!
Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava
scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita,
rimanere «il suo primo amante».
Cʼera un Irresistibile.
Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva
non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini,
mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava
Conte.
Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle
cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in
sogno.
Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse
allʼIresistibile.
Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.
Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità
lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie
dellʼIrresistibile.
Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo.
Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria
fotografia. Con dedica.
Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era
così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto,
ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava
ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon
numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma
lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.
Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella
portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.
LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma del suo terribile
occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza
fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.
Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.
LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva
di più leggiadro nel suo galeotto paniere.
Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine
con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso
lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.
La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma
le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»
Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò
che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece,
descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed
il suo cappello a tuba.
La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:
—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra
un canapè.
La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande
pericolo non le incuteva una soverchia paura.
Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.
Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.
Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò da lui per
confessargli chʼera vergine...
La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a
persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente
vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano
verginità.
Sʼinnamorarono.
Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando
lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la
cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.
Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non
saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.
Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di
abiti e con la barba ispida.
Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani
amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande
vertiginosità.
Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la
musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di
esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di
andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case
di convegno.
Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.
La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua
nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine,
come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è
sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia,
che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta i ritrovi della
piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma
non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso,
e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale
sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.
La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che
la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che,
per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in
portineria.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di
Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi
Bluette.
Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori
che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela
cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta
celebri.
Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e
lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava
nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra
quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva
messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo,
che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il
privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo
Pittore.
Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera
trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano
soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata,
chiamandolo: Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici
apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi
mettere in cornice da lui.
Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con
alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella
celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca
da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto.
Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere.
Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa
come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica
gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano
lʼappetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza
e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro,
molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè
misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno
speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la
figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie
dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu
parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di
Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita
con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli
propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello
studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia
della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo
battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi
lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi
grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara
piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più
su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore
scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un
facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.
Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare
inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in
compenso era molto originale.
Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano
quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine,
le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo
nome da teatro.
Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La
felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo
specchio».
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti
che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua
mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario
contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per
avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.
Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.
Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a
Venezia.
Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma
il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.
Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼal più ricevere
due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire
troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.
Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del
sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale
piaceva molto alle malinconiche forestiere.
Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire
strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.
Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla
dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima
nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la
danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla
musica, diventare un giorno ballerina.
Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto
elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili
della vita loro.
Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai
buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione
di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi,
molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche
gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a
compiere gli studi per divenir ballerina.
Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di
somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata
sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli
disse di no.
Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le
fece più maraviglia che dolore.
Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio
della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del
brillante che il Protettore portava in dito.
Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come
per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio,
si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a
slacciarsi la camicetta.
Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.
Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su
la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di
lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua
vita.
Forse, in quel momento, non mentiva.
Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i
maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle
donne.
Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava
traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere
stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore
di novità quasi riconoscente.
Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si
coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto
quella bocca forte.
Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di
piacere.
Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore
proibito.
Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche
osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce
ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con
lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda;
con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da
ucciderla,—e questo le piaceva.
Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i
suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza
del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo
i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.
Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state
sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano
contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo
capriccioso amore.
Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente
fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare
nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra
i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto
questo con verità.
Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati
al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era
un uomo.
Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si
raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva
profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio,
nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte
le sue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera
stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo
mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere
più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e
gelosa di lui...
Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se
stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...
Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor
paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.
Il Protettore si chiamava Max.
Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove
le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò
allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della
gaia Repubblica Transalpina.
Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla
galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del
«Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore
di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno,
diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino
alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»
[Illustrazione: DECORAZIONE]
* * * * *
Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano
di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de
Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo
quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione
gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e
reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si
affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le
retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia
di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle
heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose:
«Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la
vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline
illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più
grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise
a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de
lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava
nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con
lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che
lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono
lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice
dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo
senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di
montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le
donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte,
ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di
porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri.
Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli
bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con
trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e
sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione
dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina;
e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti
esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima
Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de
lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le
Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi
cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta
coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.
Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della
Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che
aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant;
Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie
et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un
emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean
Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un
paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»;
Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e
Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.
Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande
Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss
a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere,
jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente
piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers,
ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori
di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di
gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa
da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che
facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del
Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa
lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del
forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio;
poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali,
durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo
favorito.
Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di
tutto imparò qualche frase dʼargot.
Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette
dimenticarlo.
Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri
tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella
perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma
il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun
forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero
stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o
Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca
Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile
mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.
Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo
piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore
dei buoni provinciali.
La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a
quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua
lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!
E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime
labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.
Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo
spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi
attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»
—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien
fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!
Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.
La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno
per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da
parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due
grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli
rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità.
Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle
sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in
vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.
Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.
Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka,
tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.
Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di
positivo.
Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.
Gli raccomandarono Bluette.
Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma
poule!...
«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.
Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un
aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire
tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»
Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di
farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un
bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et
tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas
compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»
Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, la Chaloupée e tutto
il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un
numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col
bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto
unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.
Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile
pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque
fu Bluette.
Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.
Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei
franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons,
Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à
relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment
veux–tu que jʼen fasse une Commère?
Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi
je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.
Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo
calvo.
Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè
voleva scrivere due parole a sua madre.
«Cara mammina.
Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò
quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire
una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li
avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non
importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si
dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa
e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi
súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile
Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro
di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto
più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini
più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie
da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio
della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese.
Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun
paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon
diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio;
mammina; ti manda un bacio la tua
BLUETTE»
[Illustrazione: DECORAZIONE]
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della
rottura fra Max e Bluette.
In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere;
non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un
patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo
filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde
fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro
giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero
intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.
—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce
cavernosa e combusta.
—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.
—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi,
con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses
perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé
mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!
—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une
gourde à lʼheure quʼil est! Mes perles, je les avais données a Lélie,
pour quʼelle me les garde.
—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de
déboires!
Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le
più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti,
color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso
mestiere.
Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik
Audel.
Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno
si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.
Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere
la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla
dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.
—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand
tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze
mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...
Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò
velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli
erano ostili.
—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le
dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût
pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et
lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!
—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.
—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi,
afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et
rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso
lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe
di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento
le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli
uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni
di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta,
gridava con la sua voce cauterizzata:
—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je
siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo
lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a
metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando
che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della
«_Noche de Garufa_».
Del tutto inutile anche «_La Noche de Garufa_»! Max, torcendo fra le
sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno.
Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava
tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.
—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.
—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio
sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile
ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la
collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un
baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi
un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la
siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro
il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi
tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo
toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola
rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro
Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia,
poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo
colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno.
La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della
bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure
addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con
una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad
altri ciondoli.
Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»
«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a
tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli
pareva dʼavere lo stomaco fracassato.
Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel
procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu,
quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse?
Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que
tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu
seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle
foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout
seul...»
E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo
ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le
cose al posto, il tango malinconico della «_Noche de Garufa_».
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande
Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.
Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale,
stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e
precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.
Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un
fiume, cʼè speranza di vivere in pace.
Così fu.
Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace;
lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale
dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano
abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su
la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente
una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si
chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il
vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque
nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere
al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così
erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria:
in tutto quattordici vite.
Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non
pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le
avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.
Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette,
povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.
Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un
mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e
di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla
chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.
Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato
che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.
Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo
che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle
vedere tutte quelle maraviglie.
Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel
impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle
calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e
linon.
Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le
scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi
Bluette dans ses danses».
I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti
la seminuda bellezza di Mimi Bluette.
Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva
ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei,
quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità:
«Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»
Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack
Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una
perfetta istruzione.
Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile
danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine
caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella
portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia.
La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di
muoversi era come una danza innata.
Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di
stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di
desolazione.
Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la
bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle
prostitute.
Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.
Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato
misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di
varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello
napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina
danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ
suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto
di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul
rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso
con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i
piedi.
Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con
benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.
E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita,
una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e
queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco,
altrimenti non la finiremo più!
Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di
primavera.
—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce
bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.
La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della
strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna.
Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale,
un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel
pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani
rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti
la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande
fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai
venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?
Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo
«avec sa momie Américaine...»
Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.
Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da
Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente,
un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.
Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei,
sarebbe stato un vero ingombro!
Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione
di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in
settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che
perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella
levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente
più lasciarmi ripartire...
Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche
liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla
onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora
non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da
padrona di casa che la impensierivano assai.
Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche
un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi
avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.
Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.
Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per
acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi
le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di
averne su per giù trenta.
A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte
lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna,
ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con
lʼauto–suggestione.
Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio,
lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un
grande ironista.
Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè,
se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più
riesce anche ad esserlo.
Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.
La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano
un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.
Ella ne mise due di porcellana.
La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva
il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo
grado.
Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva
durante il primo viaggio di nozze.
Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.
Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.
Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.
Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.
Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in
allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.
Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare
in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne
addirittura quella dʼuna bambina.
E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.
Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso
Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ
suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo
indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua
canonica età!...
Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni,
tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...
Bisognava trovare un rimedio.
Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.
Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi
lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e
ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.
Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia
abitudine.
Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.
Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua
bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto.
Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola,
glielo disse con molto garbo:
—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?
—Pourquoi, Linette?
—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui
durent parfois très longtemps, Madame...
Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e
semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un
uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.
E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?
* * * * *
Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande
Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.
Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle
avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette
come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la
quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni
argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi
nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi
unʼeducazione.
Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a
conversare con gli Accademici.
Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più
diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè,
fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce
monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun
laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.
Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e
docile come una vera donna.
Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino,
e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia
dello scibile quotidiano.
Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare
il tango.
Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.
E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la
quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale:
«Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un
sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez....
etc.»
Era la sua storia.
Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato
incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la
manìa di far strada nella Capitale.
Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che
le dette il primo brivido.
Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani
diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi
delle stupende città.
Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.
E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa:
«que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en
allassiez, quʼils sʼen allassent...»
E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».
Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto
gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.
Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine
commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe
forsʼanche sposata.
Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine,
allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo
lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza,
una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert
Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée
dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le
braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una
ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua
emula ed amica Dorée dʼArnac.
Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto.
Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.
Invece non perdonò.
Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra
riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande
Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca
parente.
In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.
—Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,—disse con la
sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia
dellʼaccento americano.—Venez à Londres avec moi. Nous danserons à
lʼHippodrome. Cʼest la «Season».
—Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!
* * * * *
Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in
delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le
pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese.
Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor
occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison
fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con
la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel
suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio
forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.—precede
il nome.
Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale
semaforico.
Quello di un Tedesco è un diploma universitario.
Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la
madre patria.
Lord G. A. M. F. B.—precede il nome—era un uomo che su tutte le cose
aveva il suo punto di vista.
Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva
imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.
Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse
Americano, aveva le lacrime agli occhi.
Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.
Così fu.
Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande
Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.
Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo
su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le
ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come
les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un
popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò
non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di
Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora
proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più
il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in
media, vinsero due volte su tre.
Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si
era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord
in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia
pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro
lʼuniverso.
Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la
prese in giro.
Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.
E rimasero buoni amici.
Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare
in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola
con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto,
credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosa non
le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco
a poco in un singolare spavento.
Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva
essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima
che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò
che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi
piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.
Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la
bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette
cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la
pregava di non darle noia.
Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.
—Assieds–toi là, Jack.
Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto
vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi
bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due
guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di
boccate, la mise tra le labbra di Jack.
La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack.
Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica
al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.
—Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?
Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso,
infine riferì:
—Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous
donnera cinquante louis par soirée.
—Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?
—Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.
—Est–ce vrai, mon pauvre Jack?
Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui
cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva
come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve
schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.
—Tu es un boudeur, Jack!
—Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.
—Pourquoi méchante?
Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e
deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e
leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia,
come suol fare chi spartisce una bella criniera.
—Avez–vous la fièvre, My Blu?
—La fièvre? Mais jamais de la vie!
—Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?
—Pas du tout. Voilà mon pied.
Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità,
come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua
liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un
delicato piacere.
—Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?
—Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand
secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte
dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.
Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora
non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere
la porta.
—Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais
que ma mère est très curieuse.
Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per
terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My
Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di
conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne
gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.
—My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez
voir: des pas extraordinaires!
—Vrai? Encore une valse?
—Non pas; un Rag–Time.
—Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.
—Oui, levez–vous, Bliouette.
Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di
scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si
formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli
indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.
Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova,
lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra
le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il
tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»
Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne
prendersi un amante nuovo. Lo capiva súbito. Di questo Rag–Time
impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la
definizione di Jack.
Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.
* * * * *
—Jack, mon petit...—disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando
le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,—une chose pourtant
mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou
bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du
sang?
—Question très grave,—rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo
affermò:—Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.
—Moi aussi. Au fond je préfère.
—Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!
—Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai
toujours hantée par ce doute.
—Yes, très grave,—ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My
Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al
giorno senza fumarne che un paio di boccate.
—Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?
—Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.
—Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?
—Quite right, My Blu!—egli rispose con una brevità quasi arrabbiata.
Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:
—Je nʼen ai pas envie, Jack.
LʼAmericano si strinse nelle spalle.
—Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.
—Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi,
prends la plume et écris ce que je vais te dire.
Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.
Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente
allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:
—Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un
passo di Rag–Time?...
La santa donna se ne andò via dolcemente.
—Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses
fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même.
Ecris:
«Cher ami,
Jʼai quelque chose à vous dire...—Non, efface!—«Cher ami, jʼaime autant
vous le dire sans trop de détours...»
—Doucement, doucement...—pregò Jack, il quale ballava meglio che non
scrivesse.
—«...détours—deux points, majuscule:—Je suis enceinte de vos œuvres, et
cela interrompt ma carrière, sans compter...»
—Pooh! indeed!—bestemmiò Jack, buttando via la penna.—Comment faire, à
present que vous ne pourrez plus danser?
—On ne dansera pas, cʼest très simple,—disse Bluette in modo
affabile.—As–tu écrit?
—Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera
ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très
bien...
—Chut... Ecris et laisse–moi faire.
Jack ripetè:
—«...ma carrière, sans compter...»
—«...sans compter que, avoir un gosse»—virgule—«pour une femme
sans mari»—virgule—«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui
arriver!»—Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non:
dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.
—Je comprends,—disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti
che gli eran ordinati.—Vous désirez que le Lord vous épouse.
—Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:—«Une fausse–couche me serait
impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:—«Que faire?
Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de
moi–même... Le médecin mʼa dit»—virgule—«quʼayant un défaut dans la
matrice»—virgule—«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout;
mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»
—Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?
—Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la
matrice.
—Ah...
—Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si
nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais
au moins corriger ton accent transatlantique.
Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè,
con il suo francese yankee:
—«...serait fetell pour moi.»
—Point.—«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres
jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je
devais avoir...»—Points de suspension... «... et rien!» Point
dʼexclamation!—«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin,
je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit
depuis sept jours...»
—Trois jours.
—La barbe! Jʼai dit sept!—«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest
moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu
es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta
pauvre petite
Bluette»
A présent relis ce que tu as écrit, Jack.
Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.
—Relis encore une fois, Jack.
Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.
—En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce
chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer
une dépêche.
—Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.
—Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire,
la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et
rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.
Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le
cose complicate si accomodaron come per incanto.
Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che
i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò
di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se
una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo,
ritraversò la Manica.
La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere
nevrastenici come i popoli continentali.
Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di
non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto
dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di
Doyen.
Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di
andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un
sesso, per uggia della vita.
E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a
scegliersi un posto nel cimitero.
My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili»,
anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno
sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie
femminili che producono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le
sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in
premio della sua faticosa maternità.
Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in
una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa
nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon
odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua
transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi
fugaci paradisi.
Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma
Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare
a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle,
per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva,
che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il
caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la
vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa
grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale
divinità.
Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo
dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una
maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità
pericolosa dellʼanima.
E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per
danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso
dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria
sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.
Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette
lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.
Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di
alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro
ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello,
che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche
uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla
divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè
la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della
Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.ͬ Le Bargy.
In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità
sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali
mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare
Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore
dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.
Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non
gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato
per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la
propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata
nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei
giornali di Francia.
Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed
alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie,
che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con
molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla
biografie così verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco
si convincono dʼaverle vissute.
Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il
mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato
romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna
preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della
Rue de la Paix.
Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio
e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le
gambe assai meno del necessario.
Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in
prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione
del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il
più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.
Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che
inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi
piedi ora si domandava lʼoriginalità.
Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi
non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato
partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica
ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.
—Poco male,—pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche
il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se
il pubblico ne avesse avuto il desiderio.—Poco male, My Blu. Andremo in
cerca dʼun altro inventore.
Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli
mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e
su misura.
—Su misura,—preferì lʼImpresario.—Non solo, ma bisogna poi distruggere
il figurino.
—Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.
E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.
Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My
Blu.
Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.
Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza
caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche
civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My
Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che
verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso
allʼAccademia degli Immortali.
Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero
è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace
quanto più il corpo si mostrava nudo.
Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva
imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti
alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la
torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano
frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.
Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a
portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di
energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.
Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più
pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno;
le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi
capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando
la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le
rime.
Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza,
che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di
motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello
di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato
nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della
sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.
Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare
uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per
nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte
dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la
medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un
albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente
appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse
un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben
spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la
persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ
femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano
invece di una maschilità veemente.
Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il
manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli
mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.
Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche
bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si
vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe
di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée,
prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto
possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva
unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la
sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili
ammiratrici.
Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso,
per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi
mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima
del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano
il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne
son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono
stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni
dʼonorabilità.
La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano
assistere gli uomini.
Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della
palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i
bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta
e suonò il campanello.
Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera
tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera,
ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in
anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio,
varcò il limitare senza guardarla.
—Monsieur désire?—fece Linette.
—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto
stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color
canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:
—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?
—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si
mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là,
là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît
drôle!
—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais,
ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.
—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!
—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que
je suis établie chez elle.
—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler
mot, hein?
—Tu dis?
—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte
dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.
—Tout court?
—Mais, pardi!
Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a
guardarlo con ammirazione.
—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!
—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza
intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma
soeur chez My Blu!
—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des
vues sur ma patronne, rien à faire ici!
—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser
dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac.
Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.
Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:
—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te
fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...
Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession
dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette.
Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità
nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.
Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.
—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...
—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con
molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.
Linette esitava.
—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit
service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la
graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison.
Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.
—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le
temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon
est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!
—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo
biglietto da visita.
My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per
la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo
Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale
Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre
o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il
sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente
umore.
—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa
carte.
E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.
—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?
—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se
faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.
—Sans doute que oui, puisque je le connais.
—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?
—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?
—A moi?... Rien du tout, Madame!
—Et alors?
—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.
Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il
naso, e recitò:
—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend
Monsieur le Comte.
—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois
plus sommaire!...
Ed entrò.
Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un
particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse
lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia
squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal
quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina
dellʼAlmanacco di Gotha.
Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré;
e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu.
Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac
e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui:
lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred
Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto
gli occhi di Roré.
Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le
diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala
con il suo passo da gatto.
Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma
lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre
Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.
—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli
sibilò, cattiva cattiva.
—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.
Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua
bella tuba.
E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une
de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans
la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!
E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.
Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare
My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue,
digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo
esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me
souffler ce salaud de Roré!»
Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta
di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome.
Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio
e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva
pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria,
chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato,
e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred
Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa
in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.
Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore
di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su
gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.
Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred
Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu
nondimeno costretto a dirle: «—Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra
bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les
fourrures se vendent très mal cette année!»
E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le
pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale
invece amministrava—per mezzo del suo più forte azionista—una casa di
pneumatici venuta in molto favore.
Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,—e
fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o
piacque ad unʼaltra,—e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore
di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo
di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio
di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo,
è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor
proprio fra donna e donna.
Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente
una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo
portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di
Mimi Bluette.
Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle
sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred
Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si
era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di
Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata
un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non
volle più saperne di lei.
Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva
sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per
tornare dʼattualità.
Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla
bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci;
poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la
condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che
vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.
My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo
resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia
lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più,
da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito,
con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco
sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore
agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata
la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo
innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno,
continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad
un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia
naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua
memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa
nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche
spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non
chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a
quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero,
il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e
qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno
se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non
costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei,
purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato.
Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava
nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle
prova di amore e di munificenza.
Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante
che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i
redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare.
M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava
i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli
scartafacci nella sua logora cartella di cuoio, e, mezzo curvo per il
mal di reni, le diceva prima dʼandarsene:
—Alors, ma chère enfant, si vous avez besoin de moi, vous savez où
jʼhabite: rue Taibout 47, au deuxième. Il nʼy a pas dʼascenseur.
E se nʼandava, mettendosi allʼocchiello un fiore dei vasi di Bluette.
Se non avesse avuta fortuna, questa bella ragazza, certo sarebbe stato
molto facile per lei capitare nelle mani dʼun furfante, che lʼavrebbe
di nuovo ridotta sul lastrico, senza lasciarle nemmeno comprendere,
povera Bluette, quel che significa unʼamministrazione. Ma invece M.
Bollot era di sana pianta un galantuomo; vigilava su questo patrimonio
come se fosse roba sua propria, ed era capace di bisticciarsi un paio
dʼore, con la sua cocciutaggine da vecchio reumatizzato, per aumentare
dʼun magro scudo il capitale di Bluette.
Ed a Bluette tutti volevano bene; questa era la sua fortuna. Cʼera in
lei qualcosa che pareva dire alla gente: «Io son nata per far piacere a
chi mi guarda». Parlare con lei, o vederla vivere, significava provare
una di quelle sensazioni primaverili che soltanto i bei fiori e le
belle creature dànno. La sua voce, il sorriso che aveva in tutta la
persona, i colori che portava nella sua materia, la semplice grazia
che metteva neʼ suoi movimenti, e non so quale profonda ma dolce
sensualità, profusa, intessuta in ogni spazio della sua vita, e quel
suo carattere di fanciulla, che pareva trasparire dalla sua gioventù
come il color del sole da un limpido bicchiere dʼacqua, tutto insomma
di lei era composto in guisa che ogni creatura, nello starle accanto,
provava una freschissima gioia.
Aveva camminato fra il vizio, ed era il vizio, ma pareva che nulla di
tutto ciò le fosse giunto sino al cuore.
Molti uomini erano passati nella sua giovinezza, e forse non aveva
amato ancor nessuno. Max lʼaveva stordita; gli altri le avevan dato
appena qualche torbida e complicata ora di piacere; soltanto il bravo
Jack, lʼinventore dʼun passo di Rag–Time, era stato per lei qualcosa
più dʼun amante: quasi un piccolo, sbadato, inconscio e ridicolo amore.
Povero Jack Morrison! Ella si ricordava ogni tanto chʼera stato buono
con lei, chʼera stato per lei una specie di burbero e dolce fratello,
che si era talvolta rasciugata in fretta una lacrima col rovescio
della manica, ed infine che nessun altro danzatore sapeva ballare come
Jack!... Adesso ne conservava qualche ritratto sparso per la casa, ed
uno in camera, sopra una mensola, dovʼerano sempre alcuni ramoscelli di
freschi fiori. Qualchevolta, nellʼandarsi a coricare, gli diceva come
per ischerzo:—Good night, mon vieil imbécile de Jack!...
Era stato il solo che le avesse voluto bene per lei sola, e quasi le
pareva che anche di là dal mare, traverso lʼinfinita solitudine, quel
ballerino biondo le mandasse un profumo di poesia.
Dunque il signore dʼOlonzac la condusse nel talamo di Fred Chinchilla,
ed usò maniere tanto affettuose, che Bluette, ripensando alla sua fama
orribile, si convinse che il gagliardo e bel signore doveva essere, per
ragion dʼinvidia, un uomo terribilmente calunniato.
—Vois–tu,—ella dichiarò a Linette, sua confidente,—ce dʼOlonzac il me
plaît, parce que cʼest un homme qui connaît les femmes. Avec lui on est
bien vite à son aise...
Linette le teneva il broncio. Quella sera non volle, come invece usava
di consueto, darle consigli nè chiederle schiarimenti. Ma poichè
Bluette insisteva, enunziò nondimeno il suo parere:
—A moi, Madame, il mʼest antipathique.
—Fichtre! tʼes pas facile, toi! Queʼest–ce que tu lui trouves
dʼantipathique?
—Tout et rien, Madame. Ce nʼest pas mon type... voilà tout! Et puis je
vous dis, Madame, quʼil a une tête dont il faudrait se méfier.
Bluette si mise a ridere. Stavano entrambe davanti alla specchiera.
Bluette seduta, menare Linette la pettinava.
—Il a tes yeux et ton front, Linette. Je découvre, en te regardant dans
la glace, que tu lui ressembles dʼune façon frappante... Aïe! diable!
mais tu mʼarraches les cheveux!...
Linette si fece rossa come una educanda, e, per nascondere il viso
avvampato, lasciò cadere a bella posta un gran mazzo di forcine.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Allora, in un giorno di corse, Fred Chinchilla ebbe la ventura
dʼincontrarsi viso a viso con Mimi Bluette. Si dissero dapprima un
mucchio di cortesie, lodandosi la foggia dellʼabito, il modello del
cappellino, e passeggiarono un poco insieme, poichè, sebben rivali,
sapevano di figurare molto bene accanto. Finalmente si accordarono per
scommettere sul medesimo cavallo. Ma dopo aver discussa con minuzia la
monta, il peso, le condizioni del terreno, quando suonò il buttasella,
Fred Chinchilla disse di punto in bianco:
—Pourtant je ne te fais pas mes compliments, Bluette!
—Quoi donc, Fred?
—Tu sais bien que jʼai fait de gros sacrifices pour cet homme, et toi...
—Quel homme?
—Mais Roré, voyons!
—Ah, Roré, Roré... Bien, vois–tu, moi, il mʼindiffère....
—Ce nʼest pas ce quʼon raconte, ni ce quʼ«il» raconte!
—Plaît–il?
—Je dis que Roré te promène un peu partout, en disant quʼil a dû céder
à tes avances.
Bluette si appoggiò su lʼombrellino, con tanta nervosità che quasi lo
spezzava.
—Tu ne vas pas me faire croire ces balivernes!... Sʼil y a quelquʼun
qui me débine, ma chère, ce quelquʼun cʼest précisément toi!
—Moi, Bluette?
—Oui, je te dis. Mais puisque lʼoccasion se présente, il faut tʼavouer,
Fred, que «moi» je ne lui ai point fait dʼavances, parce que je nʼai
pas lʼhabitude, «moi», de ces gros sacrifices dont tu parles.... Et
puis... zut! Bien le bonjour, Fred.
Girò sui talloni, e, per farle rabbia, se ne andò in cerca di Roré.
In quel momento il signore dʼOlonzac le stava osservando ambedue con il
canocchiale, ma di lontano. E compiaciutosi di quella separazione un
poʼ brusca, si volse a discutere dʼelezioni con la moglie liberalissima
di un deputato clericale.
Allora, come tutte le donne che devono prendere una grave risoluzione,
Fred Chinchilla si recò al lavatoio, per mettersi, davanti allo
specchio, un poʼ di rosso ai labbri e di fina cipria su le guance.
Accomodò anche lʼappinzatura di cinque o sei spilli, e frattanto la
matrona del luogo, una gioviale femmina panciuta, le confidò sottovoce:
—Aujourdʼhui, Madame Fred, jʼai un bon tuyau pour la sixième course...
—Fiche–moi la paix, Judith! Voilà trente louis que tu me fais perdre
avec tes maudits tuyaux!
—Nous allons nous rattraper aujourdʼhui, Madame Fred! Voyez donc: ces
deux écus, je vais les miser moi–même. Faut–il que je sois sûre, hein?
—Ton tuyau, je le connais. Tu vas jouer Bib Lalo, parce quʼil y a
dessus Head.
—Oh, que non, que non, Madame Fred! Bib Lalo, je vous le donne moi–même
à cinq contre un, car cʼest trop long pour lui, sans compter que Head
et Bib Lalo nʼont jamais pu sʼentendre.
—Ça, tu as raison. Ce Head il me fiche une guigne!...
—Et, alors il faut jouer Maid Marian, aussi vrai que je suis dame de
propreté. Et si Maid Marian ne vous rapporte pas dix contre un, vous ne
me donnerez plus un sou de pourboire, Madame Fred.
—Maid Marian? Cette vieille rosse?
—Vous allez la voir aujourdʼhui la vieille rosse! Bob, lʼentraîneur,
a joué lui–même cent louis chez le book Cliffton. Enfin, Madame Fred,
nʼoubliez pas que je vous ai donné Roule–ta–bosse, et maintenant je
vous donne Maid Marian... Faites donc à ma guise et vous nʼaurez quʼà
me dire merci.
—Eh bien, Judith, je vais tʼécouter une fois de plus. Mais, si tu me
fais perdre encore ces dix louis, qui feront quarante, ma foi, je
tʼôterai lʼenvie de me donner des tuyaux!
—Cʼest ça, Madame Fred.
—Et si Bib Lalo gagne, je viens tʼarracher ta perruque!
—Bon, Madame Fred. Vous êtes jolie à ravir aujourdʼhui! Est–il de Worth
ce joli tailleur?
—Pas du tout; il est de Green. Et le chapeau est de Lewis. Quoique les
tailleurs, en général, me grossissent un peu...
—Oh, quelle idée, Madame Fred! Aimeriez–vous par hasard être un
cure–dents stérilisé comme la petite Estelle? Attendez: encore une
épingle, et puis ça sera parfait.
Allora Fred Chinchilla si mise in cerca dʼuna persona che le premeva
incontrare. Questi era il figlio del Fabbricante di Pneumatici,
ossia del ricco e decorato patrono di Mimi Bluette. Non era difficile
riconoscerlo anche di lontano, per la sua lunga statura ed il suo
profilo aquilino. Da un padre tarchiato e da una madre gallinacea era
venuto fuori così, lungo e sparuto, con una costituzione da sanatorio,
su due gambe sproporzionate. Mostrava poco ingegno per lʼindustria del
pneumatico, ma era invece un provetto giocatore di «chemin de fer»,
aveva libero accesso a tutti i palcoscenici, guidava una cento–cavalli,
faceva debiti con una serietà da probiviro e si regalava tutte le
primizie che venivano a sbocciare negli stabilimenti di Montmartre.
—Eh, Victor!—chiamò Fred Chinchilla, tirandolo per la manica,
poichʼegli stava discorrendo con altri.
—Cʼest vous, Fred?
—Cʼest moi.
—Toute en couleur scarabée?
—Il paraît que ça porte veine...
—Ravissante!
—Ecoutez, Victor. Jʼai un tuyau des plus sûrs, mais il ne faut pas me
demander de qui je le tiens. Cʼest un secret.
—Oh, oh!
—Je vous le donne, pour vous remercier des cent louis gagnés dans votre
main, avant–hier soir, au Cercle. Et puis, vous savez que je suis bonne
camarade.
—Je nʼen doute pas, Fred,—rispose con amicizia il lungo principe
ereditario del caucciù.
—Eh bien, voilà. Dans la sixième course pariez sur Maid Marian. Misez
tout ce que vous avez dans votre poche. Vous nʼaurez quʼà me dire
merci.
—Maid Marian? Uhm?... Crois pas!
—Comme vous voudrez, Victor. Bonjour, Victor. Je suis très pressée.
Fece due passi per andarsene, ma tornò indietro e lo riprese per la
manica.
—Encore un mot, Victor... en toute confiance. Vous savez bien que
dʼOlonzac, cette fripouille de dʼOlonzac, ce fameux cochon pour lequel
jʼai eu aussi des faiblesses...
—Et alors?
—Ma foi, dites à votre père quʼil devient absolument ridicule!
—Oh, quant à mon père, vous savez bien que nous sommes brouillés. Mais,
ridicule en quoi, sʼil vous plaît?
—Ah, mon cher, il a beau vendre ses pneus! Si dʼOlonzac sʼy met...
—DʼOlonzac?... Mais de quoi sʼagit–il? Je nʼy comprends goutte!
—Vraiment? Oh, alors, excusez–moi... Cʼest une gaffe! Je vous croyais
au courant...
—Au courant de quoi?
—Mais de la nouvelle dont tout le monde parle... cʼest–à–dire que
Bluette...
—Bluette? Qua–t–elle–fait? Divorce–t–elle dʼavec mon père? Mon cher
père lʼa–t–il enfin plaquée?
—Pas encore, mon pauvre Victor! Mais, tant pis! puisque jʼai commencé,
faut bien que je finisse. Roré sʼest mis avec Bluette. Bluette en est
folle. Ce qui fait en somme que votre père entretient Roré...
Lʼelastico principe ereditario del caucciù fece allora un piccolo
salto, che lo allontanò dʼun paio di metri da Fred Chinchilla. Poi
diede principio ad una stura di pittoresche bestemmie.
—Oui, mon pauvre Victor!... Il vous chicane à vous, qui êtes son fils
légitime, les vingt–cinq louis, tandis que Bluette le ruine et que Roré
les ruinera tous les deux!
Poi aperse lʼombrellino e andò via dicendogli:
—En tout cas nʼoubliez pas Maid Marian, puisque cʼest de lʼargent sûr...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Roré, sdraiato sopra un divano, con la testa su le ginocchia di
Bluette, la pettinatura in disordine per colpa di ciò che avevano poco
dianzi compiuto, le stava spiegando con volubilità chʼegli era nato
per essere un uomo dʼaffari. Secondo lui Mimi era male amministrata.
Quel vecchio Monsieur Bollot, se non era proprio un ladro, per lo meno
era un imbecille. Del resto lui, dʼOlonzac, si era preso il gusto
di appurare un poco le cose; lui, dʼOlonzac, sapeva che il vecchio
Bollot, qualche mese innanzi, aveva maritata una nipote facendole una
dote di quasi centomila franchi. Ora, siccome il vecchio Bollot, del
proprio, non possedeva che una magra pensione governativa ed i suoi
piccoli redditi professionali, era evidente che la bellissima dote
proveniva dal denaro di Bluette. Non solo; ma lui, dʼOlonzac, sapeva
che il patrimonio di Bluette rendeva pressʼa poco un quarto di ciò che
avrebbe dovuto rendere, perchè il bravo Monsieur Bollot si divertiva,
non avendo nessun controllo, a fare prestiti grossi o piccoli aʼ suoi
propri amici, su ipoteche meno che sicure; anzi arrivava persino
ad esercitare lʼusura per conto proprio,—come aveva saputo per via
dʼinformazioni secrete, lui stesso, il benemerito signore dʼOlonzac...
Se Bluette gli avesse data una piccola procura!... due righe,
nientʼaltro che due righe davanti a notaio, lui, dʼOlonzac, avrebbe
facilmente provveduto a raddoppiarle il reddito in sei mesi, e
triplicarlo in séguito; lui, dʼOlonzac, che aveva ereditato solo debiti
e gravezze dal conte suo padre, adesso aveva un patrimonio fiorente...
lui, dʼOlonzac, era nato con il bernóccolo dellʼuomo dʼaffari.
Bluette, un poʼ stordita per quello che avevano fatto poco dianzi, lì
su la vasta e morbida pelliccia dʼorso del Canadà, lo ascoltava con un
sorriso negligente, senza dargli torto nè ragione, poichè la donna, per
istinto, ha sempre una fiducia molto limitata in coloro che maneggiano
il suo denaro. Non era del tutto certa che Monsieur Bollot fosse un
galantuomo; bensì era schiettamente persuasa che il signore dʼOlonzac
fosse un piacevole furfante. Piacevole senza dubbio, sopra tutto
quandʼera coricato su le pellicce dʼorso del Canadà.
Ma la negligenza di Bluette era compensata invece dallʼattenzione di
Linette, la quale, come tutte le cameriere di stile, traguardava ed
origliava dietro gli usci, senza perdere un gesto nè una sillaba di
quelle pomeridiane intimità.
Se non facessero così, queste povere cameriere, in qual modo
apprenderebbero esse a conoscere, quindi a secondare, il carattere
delle bisbettiche loro padrone?
Poi entrò anche la madre Malespano. La quale vide per terra la
pelliccia scompigliata, e la rimise a posto col piede. Quel giorno
portava un bellʼabito, color cilestrino, che la faceva sembrare una
biondina folle, grazie allʼossigeno dellʼInstitut del Beauté. La madre
Malespano aveva una simpatia svenevole per il signore dʼOlonzac; nel
respirare davanti a lui gonfiava in modo inverecondo il suo bellissimo
seno.
Egli non si mosse. Bluette neppure. La bionda Caterina sedette,
accavallando le gambe, vicino al loro canapè.
Allora si vide ancor meglio che Maurice, maggiordomo impeccabile, non
era persona di cattivo gusto. La bionda Caterina dava tutte le ragioni
al signore dʼOlonzac. Secondo lei era la Provvidenza che mandava in
casa loro quel bel giovine per sorvegliare un poco le mene del vecchio
Bollot...
Ma invece Mimi non poteva tollerare che la bionda Caterina venisse a
mettere il becco negli affari suoi. Le urtava un poʼ i nervi, questa
madre scandalosa e pettegola, che ormai non si contentava nemmeno più
del maggiordomo, ed aveva incominciato a commettere, proprio lì nel
quartiere, un certo numero di spudorate infedeltà.
Sicchè, non appena la madre volle darle un consiglio, Bluette la
rimbeccò:
—Tu, mamma, te lʼho già detto: se vuoi che andiamo dʼaccordo, non
tʼimmischiare nei fatti miei.
—«Ah, bon Diô, bon Diô, quel mauditt caractère!»—rispose la bionda
Caterina, con il suo francese adorno di pittoresche licenze lombarde.
Roré, cambiando guancia su le ginocchia di Bluette, stese una mano,
sorridendo, verso la madre Malespano; e frattanto ripeteva:
—Chère amie... très chère amie!...
La bionda Caterina prodigò a quelle magre dita una carezza quasi
viscida, e tanto si gonfiò, che il suo bellissimo petto più non
ridiscendeva.
—Tu, mamma,—riprese Bluette—non so davvero perchè ti ostini a rimanere
qui. Non sei riuscita nè ad imparare il francese nè a passare una
settimana senza far nascere qualche malanno.
—«Lʼécoutez–vous, lʼécoutez–vous monsié le conte di Lonzac?... Et dire
che ze lʼadore comme la prounelle de mes yeux!»
—Chère Madame, vous êtes encore trop jolie pour que Bluette vous
obéisse!...—rispose con una subdola galanteria il signore dʼOlonzac,
strizzando lʼocchio a Bluette, che sorrise.
E la bionda Caterina intanto arrossiva di piacere.
—«Que voulez–vous, monsié le conte? Nʼest pas ma fotte si ze resiste
encore un pé!...»
—Anzi, mamma, dovresti proprio fare quello che ti ho consigliato io:
preparare i tuoi bauli piano piano, mettervi dentro tutto quello che ti
abbisogna, e tornartene tranquillamente a casa tua.
—Casa mia? Sai bene che non lʼho più.
—Voglio dire da tua sorella, per intanto. Poi ti rifaresti una casa
nuova, bella, comoda: in città, in campagna, come preferisci. Io ti
manderei mese per mese tutto il denaro che possa occorrerti; se vuoi ti
manderò anche Maurice, per farti servire a puntino... E questo, vedi, è
lʼunico mezzo con il quale potremo essere felici tuttʼe due.
—Figlia ingrata!—esclamò la bionda Caterina, toccandosi un ricciolo
delle sue trecce finte.
—Perchè ingrata, mamma? Tu verresti a Parigi qualche mese allʼanno,
durante la primavera, per esempio, ed io ti spedirei per pacco postale
tutti quei regali che mi tocca farti quando abiti qui.—Così parlando
ella carezzava la bocca e gli occhi di Roré; fumava, distratta, con il
capo rovesciato su la spalliera del divano.
—Senza contare,—seguitò—che tu, mamma, sei ancora una bella donna, e,
se ti annoi, potresti anche riprendere marito.
—Certamente non sono vecchia e non son neanche da buttar
via...—confessò la madre Malespano, sogguardando il suo bel corpo.—Ma,
vedi, sposare un uomo è una faccenda seria, perchè gli uomini al giorno
dʼoggi, o di riffe o di raffe, quasi tutti cercano di farsi mantenere...
Il delicato signore dʼOlonzac di nuovo cambiò guancia su le ginocchia
di Bluette, e sorrise tranquillamente.
—Però, però,—concluse la bionda Caterina—quello che mi consigli non
è del tutto stupido, e forse, uno di questi giorni, prenderò la mia
risoluzione.
—Brava, mammina! E decíditi presto, perchè sai bene che fra un mese
deve incominciare la mia tournée.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Allora, non appena il signor dʼOlonzac fu andato via, Linette, che
aveva origliato scrupolosamente, prese tutto il suo coraggio a due
mani, entrò nella stanza dovʼera la sua padrona e si mise a piangere
dirottamente, perchè aveva il cuore così gonfio da non poterne più.
Bluette dapprima la guardò stupefatta, poi lʼafferrò per i due polsi,
che Linette si premeva contro la faccia, e commossa non ristava
dal chiederle cosa mai fosse capitato. Le lacrime cadevano sul bel
grembiule di lino. fitte, veloci, e rotolavano giù come perle. Questa
povera Bluette, che aveva un cuore di bambina, vedendola piangere, e
non riuscendo a cavarle una parola, quasi quasi provava il bisogno di
mettersi a piangere insieme con lei. Sʼimmaginò che le fosse accaduta
una disgrazia di famiglia, oppure che avesse un amore infelice,
oppure che si fosse trovata incinta, come capita qualchevolta contro
tutte le previsioni, o che le avesser rubato i suoi risparmi, o che
avesse lasciato prender fuoco a qualche scatola di Valenciennes... Ma
davanti a ciascuna sua domanda, Linette scuoteva il capo in silenzio
e piangeva sempre più. Allora la fece sedere sul divano, come se la
padrona fosse lei, e piano piano le carezzava i capelli.
—Dis–moi tout, Linette... Nʼaie pas peur. Si tu as commis une faute, je
te pardonne, et si tu as quelque chagrin, je tʼaiderai de tout mon cœur.
Linette allora balbettò:
—Cʼest à cause de vous, Madame, que je pleure...
—A cause de moi, Linette?
—Mais si... parce quʼil fallait vous le dire tout de suite... et ne pas
attendre si longtemps...
—Me dire quoi, Linette?
—Mais oui, mais oui... parce que vous êtes si bonne, Madame, et je
vous aime si fort, Madame... tandis que lui il nʼest quʼun vaurien
quelconque, un gredin quelconque... Oui, Madame! Et mon devoir était de
vous le dire avant que vous ne soyez amoureuse de lui...
—Mais de qui parles–tu, Linette?
—Vous le savez bien. Madame... Je parie de ce faux Comte dʼOlonzac,
lequel nʼest autre chose que...
—Que quoi, Linette?
—Eh bien, nʼest autre chose que mon frère!... Oui Madame! oui,
Madame!... mon propre frère, le désespoir de ma vieille maman, un sale
type, Madame!
Bluette fece due passi indietro, e con un gesto nervoso intrecciò
le dita. Linette sʼera levata in piedi, ma oscillava come se avesse
perduto lʼequilibrio. Dopo una pausa, che durò qualche momento,
Bluette, con un senso dʼimprovvisa vergogna, si andò a guardare in uno
specchio, e disse:
—Ben, vrai! Ce nʼest pas mal ce que tu me racontes, Linette!
Poi soggiunse, come a sè stessa:—Après tout, sʼil est ton frère, ça
ne change pas grandʼ chose... Je savais bien quʼil nʼest pas comte...
pourtant je le croyais dʼOlonzac.
—Il nʼest pas dʼOlonzac, Madame.
—Quʼest ce quʼil est donc?
—Il est Messanges, comme moi, Honoré Messanges, et pas un brin de plus.
Il était mécanicien dans le temps; plus tard ils sʼest fait coureur de
motocyclettes. Il vit, paraît–il, sur le dos des femmes...
—Tiens!...—fece Mimi con simulazione.—Tu le sais pour sûr, Linette?
—Mais tout le monde le sait, Madame! Seulement, avec son titre de comte
on le gobe, et il se fait recevoir partout. Cʼest une fine crapule,
Madame! Et, dʼailleurs, je vous avais mise sur vos gardes.
—Tu mʼas dit en effet quʼil nʼétait pas ton type... Mais cela nʼavait
pas trop dʼimportance, puisque, pour le moment, il était le mien.
—Voilà le danger. Madame. Et comme jʼai entendu quʼil veut se mêler de
vos affaires, coûte que coûte, et même au prix de sa vengeance, je vous
lʼait dit, et jʼai cru bien faire. Sans doute Madame ne voudra plus de
moi à présent...
Bluette si stava incipriando, ma buttò per terra il piumino con un
gesto improvviso dʼira.
—Ecoute, Linette! Sors dʼici pour le moment. Parce que tu mʼas rendue
nerveuse, et tu mʼembêtes! Je nʼaime pas quʼon sʼoccupe de mes
affaires; car je ne suis pas une enfant et je sais à quoi mʼen tenir.
Ramasse vite la houppe frotte tes yeux, et va–t–en!
Quando già Linette era su lʼuscio, e stava per andarsene a fronte
china, Bluette soggiunse:
—Et gare à toi si tu souffles mot à ton frère de ce que tu mʼas dit!
—Bien, Madame.
—Ni à ton frère, ni à personne.
—Bien, Madame.
—Et si on voit que tu as pleuré, tu diras que tu as des peines de
cœur...
—Bien, Madame.
Era già nel corridoio, quando Bluette la richiamò:
—Viens ici, Linette! Jʼai tort de te rudoyer; car tu es une brave
fille, et je te remercie. Bien que tu aies tort de me croire si sotte.
Car, dʼOlonzac ou Messanges, ton frère ou non, il en faut dix comme lui
pour mettre en danger le cœur de Mimi Bluette!
—Jʼen suis bien aise, Madame.
—Je parais écervelée parce que cʼest plus commode; je ne le suis pas,
je te lʼaffirme.
Linette le prese un braccio nudo e lo baciò con effusione.
—Si dʼailleurs le jeune comte a été le bienvenu chez moi, cʼest que
jʼen ai assez du vieux fabricant de pneus!... Mais jʼai trouvé mieux
que ça, Linette! Je voulais seulement faire enrager Fred Chinchilla...
Et puis, et puis... ça ne te regarde pas, Linette, mais je tʼassure
quʼil est rudemente bien quand il nʼa sur lui ni son veston ni son
dʼOlonzac!...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
«Mieux–que–ça» era uomo politico, aspirante in pectore ad una futura
presidenza della Repubblica. Lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» era nato
in un angolo di provincia, come tutti quelli che riescono a farsi
prendere sul serio dalla Capitale. Parigi è terreno di conquista, ove
difficilmente incontra fortuna la gente che si fa troppi scrupoli e
quella che, per star ferma neʼ suoi principii, finisce con mancare
dʼogni malleabilità.
Quanto a principii, lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» non ne aveva manco
lʼombra.
Quanto a scrupoli, aveva quelli che possono andare dʼaccordo con la
transigenza dʼun uomo di spirito.
Le cose che fece in trentʼanni di carriera furono le seguenti:
cambiò partito cinque o sei volte;
moglie, due volte sole;
amanti, ne cambiò assai.
Come segretario, imbrogliò il suo principale,
come avvocato, imbrogliò i suoi clienti,
come speculatore, i suoi azionisti,
come uomo politico, i suoi elettori,
come uomo di governo, la Repubblica.
Ma la sua grande astuzia fece sì che i varii partiti ai quali
appartenne gli mantennero il voto.
Le due mogli divorziate lo rimpiansero.
Le amanti abbandonate non gli serbarono rancore.
Il suo principale divenne suo segretario.
I clienti affluirono vieppiù numerosi.
Gli azionisti gli versaron nuovi capitali.
Le due Camere lo vollero Ministro.
La Repubblica gli promise di eleggerlo Presidente.
Era un uomo agile, abile, malleabile, che aveva semplicemente saputo
compiere la sua strada.
* * * * *
Ordunque il signore dʼOlonzac ebbe la delusione di vedere che Mimi
Bluette, nonostante i fatti gravissimi recati a sua conoscenza,
manteneva unʼassoluta fiducia nellʼamministrazione del vecchio Monsieur
Bollot.
Questo fatto persuase lʼaccorto signore dʼOlonzac a ricercare di
bel nuovo le grazie della puntigliosa Fred Chinchilla. Nello stesso
tempo il Mercante di Pneumatici, che naturalmente non poteva mettersi
a lottare con un Ministro dʼIndustria e Commercio, ritirò le sue
credenziali. Ma, per consolarsi dellʼabbandono, fece tappezzare i
muri della Capitale con un cartello di pubblicità, nel quale i suoi
pneumatici erano fatti preferire al pubblico dal sorriso dʼuna donna
che somigliava spudoratamente a Mimi Bluette.
E Linette, cameriera dalle calze di voilé, rimase il domestico angelo
guardiano della Ministressa Mimi Bluette.
Ormai dunque le si apriva dinanzi ciò che si usa chiamare «un orizzonte
politico». Dalle sue piccole mani quasi azzurre poteva essere gettato
qualche dado nel bossolo della sorte repubblicana; sui Dipartimenti
e su le Colonie aleggiava il profumo della sua nascosta e leggera
sovranità. Se avesse avuto quel bernoccolo del governo che rese
illustri tante Ninfe Egerie della politica francese, la prodigiosa
Mimi Bluette, inventrice del My Blu, avrebbe forse potuto tramandarsi
alla storia insieme con lʼamante del generale Boulanger, od almeno
in compagnia di quellʼammirevole ispiratrice, od aspiratrice, che fu
Madame Steinheil.
Ma ella di governo ben poco sʼintendeva, ed il Ministro non riuscì a
svegliare in lei nessun amore per la politica, nè per gli uomini che
si contendono il potere. Ella sopportava questa Eccellenza, come aveva
sopportato il Mercante di Pneumatici, come aveva sopportato il Grande
Industriale, nonchè tutti gli altri che si erano presi cura di lei,
studiandosi di fare quel che poteva per il bene del paese; poichè gli
affari dʼun Ministero dipendono spesso dal modo come Sua Eccellenza il
Ministro ha passata la notte.
Ora, lʼIndustria ed il Commercio della Repubblica non poterono che
lodarsi di lei.
Nella sua qualità di Ministressa ella fu delegata in quei tempi a
rappresentare la Repubblica nelle coltri borboniche di un giovine Re
Cattolicissimo, che Parigi festeggiava.
Più tardi un Granduca nevrastenico disannoiò nelle sue morbide braccia
le imperiali malinconie dellʼanima slava.
E rimase in carica fin quando il Gabinetto fu rovesciato. Poi uscì
dalla politica per entrare nellʼamore.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Fu dʼinverno, in una bianca sera dʼinverno, che allʼimprovviso, e col
suo cuore di vergine, la divina Bluette sʼinnamorò.
Talvolta ella tornava nel Bar della Grande Rouquine, per ritrovare i
suoi compagni, le sue compagne dʼun tempo, e spesso vi pranzava con
grande allegria, nelle sere di libertà, quando non doveva danzare o
quando S. E. il Ministro le usava la cortesia di lasciarla in pace.
Laggiù, nel piccolo Bar, lʼaccoglievano come una reginetta, e non
appena Bluette vi entrava, tutti quanti erano sossopra. La Grande
Rouquine, col suo cespuglio di capelli rossi, con i suoi occhiacci da
gatta selvatica, la voce sonora e fioca, bruciacchiata dallʼarsura
delle sigarette russe, la Grande Rouquine, donna che aveva un
passato, era sempre là, dietro il suo banco, a tenere in briglia
quella famigerata clientela. Vedendola entrare, scattava su come un
pagliaccio a molla da una scatola chiusa, le correva incontro, le dava
due terribili baci, serrandola fra le sue braccia di befana.
Limka, violino di spalla, tzeco delle Batignolles, attaccava il My Blu.
E siccome, in fondo, Bluette non era nata per frequentare Ministri nè
per gustar le freddure di qualche socio della Rue Royale, Mimi Bluette,
che vʼera passata frammezzo, ancora si trovava molto bene fra quelle
canaglie simpatiche, fra queʼ sinceri e briosi farabutti, che forse
valevano poco meno di certi gesuiti rispettabili, affiliati a leghe di
pubblica moralità.
Per lei quel Bar della Grande Rouquine rappresentava uno svago ed
in certo senso un riposo dalla sua vita di necessaria commediante,
quasi quasi un angolo di antica indimenticata famiglia, ove nondimeno
avrebbe trovato un rifugio nellʼora del pericolo, quando per avventura
il mutevole giuoco della sorte avesse provveduto a punirla della sua
troppo facile prosperità. Quella Grande Rouquine, lunga di cosce,
priva di seni, con la fisionomia di cera, le voleva bene a modo suo,
chissà mai perchè, ma le voleva bene. Se un giorno per avventura le
fosse mancato un luigi, Limka, tzeco delle Batignolles, certamente
glielʼavrebbe dato a prestito. Florina–Bey, sebbene si vestisse da una
sartina di Billancourt, aveva certo più spirito che Fred Chinchilla,
e Boblikoff, il terribile Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, lʼamava pur
sempre dʼuna sua rassegnata umile passione.
Lì, nel Bar equivoco ed elegante, ove bazzicavan tanti ladri e tanti
sperduti, ove la miseria e la nobiltà bevevano le stesse droghe neʼ
medesimi bicchieri, dove la prostituzione vecchia e quella non ancora
deflorata cenavano su lo stesso tavolino alla musica di My Blu, dove,
nelle tarde ore della notte, quando i clienti serii, cioè quelli che
pagano, se nʼerano andati, Garcia Pois–Lourd, boxeur deluso, si giocava
unʼorzata al picchetto con lʼefebo Jean Kiki, mentre la Grande Rouquine
faceva i conti di cassa,—lì, forse, il mondo era peggiore dʼapparenza
che in verità, mentre molto spesso altrove il mondo è peggiore in
verità che dʼapparenza.
Or quella sera per lʼappunto il Ministro erasi recato a rappresentare
il Governo della Repubblica in non so quale Dipartimento; le aveva
mandato un ultimo bacio per telefono, ed ossequiato, affabile,
ammiratissimo, era partito alle 9 precise dalla Gare de Lyon.
La sola che non ammirasse questʼuomo era proprio Mimi Bluette. Gli è
che Bluette, lo conosceva intimamente.
Il Ministro è lʼuomo forse meno amato che si conosca su la terra.
Non è più giovane, ha sempre un tono declamatorio, certe maniere
burocratiche, non è libero, non è spensierato, non può essere geloso,
è troppo autorevole per essere considerato un passatempo e troppo in
vista per essere temuto. Paga di solito con denari dello Stato e scrive
lettere dʼamore che sembrano protocolli di cancelleria.
Quello poi dʼIndustria e Commercio è un Ministro che non esercita
prestigio alcuno su la donna, perchè il suo dicastero manca di
attributi speciosi e di cerimonie teatrali. Di più disadorno che il
Ministro dʼIndustria e Commercio vʼè soltanto il Ministro delle Poste e
Telegrafi; quello poi di Belle Arti e Culti non si capisce bene cosa
faccia.
Ma in generale non si capisce bene cosa facciano tutti i Ministri.
Ad ogni modo, per le ragioni sopra citate, Mimi Bluette era molto più
allegra quando Sua Eccellenza viaggiava per i Dipartimenti; e quella
sera, nonostante la neve, pensò di andarsene al Bar della Grande
Rouquine.
Non volle nemmeno servirsi della propria automobile; fece chiamare
invece un tassametro sgangherato, per concedersi meglio lʼillusione
dʼessere ancora una piccola Parigina in libertà.
Quando la sorte ci ha sollevati al culmine delle più alte fortune, la
perfetta gioia consiste nel ritornare verso lʼorigine. E poichè siamo
assurdi, se la vita per avventura ci riconduce allʼumiltà passata,
quel bene che fu perduto assume ai nostri occhi un lontano colore di
felicità.
Bluette, nel veicolo traballante, rivedeva con esattezza il remoto
pomeriggio, allorchè, povera e trasognata, giunse nella stupenda
Capitale. Si ricordò quella ridda che le apparve sui Grandi Boulevards,
la prima sera: «Crémieux.... Luna Park... habille bien... Le Matin...
Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
E Max? dovʼera Max?
Forse in galera, forse in giro per il mondo, forse diventato un
galantuomo... chissà?
Frattanto la neve senza vento cadeva giù fiocco a fiocco, prendendo
il colore dei lampioni, la forma delle case, buona, bianca, lieve.
Una specie di silenzio candido si avvolgeva intorno al rumore della
Capitale. Povere vecchie pedine trottavano sui marciapiedi, sgominate.
Il suo piccolo cuore si strinse. Aveva quasi pietà, in quella sera di
neve, dʼogni creatura che non fosse tepida, bella, felice come lei.
Mimi Bluette!... si chiamava Mimi Bluette!... e pronunziare a se stessa
il proprio nome le dava quasi una sottile intima gioia.
Traverso i vetri appannati vedeva le case brillare, le strade
avventarsi come corridoi di luce nei dedali dei quartieri bui; vedeva
le piazze deserte, i cumuli di sedie accatastate con le gambe allʼaria
su le terrazze dei caffè, i lunghi funerali immobili delle vetture di
piazza, i cinematografi, che lanciavan su la neve iridi violette, gli
edifici pubblici, solenni e tetri come prigioni, gli spazzaturai simili
a file di deportati, che ammucchiavano la neve, i grandi vestiboli
dei teatri, pieni di fiamma,—e tutto questo era un poʼ suo, era un
lembo dellʼanima sua; chiunque avesse fatto male ad una delle cose che
vedeva, in quella bianca sera dʼinverno, avrebbe fatto male anche a lei.
Nel Bar della Grande Rouquine fu ricevuta come al solito con tripudio e
con rumore.
Pʼtit–Béguin, il quale pranzava in tête–à–tête con un forestiero
dallʼaria di Pascià, si alzò appositamente per venirle a baciare la
mano. Questo, anche nel caso di Pʼtit–Béguin, era certo una galanteria.
Jennie–Minnie–et Lélie, che sebbene alquanto invecchiate costituivano
sempre un inseparabile trio, le fecero grandi accoglienze, anche nella
previsione che Mimi volesse pagar loro la cena. Il bookmaker Cliffton
interruppe la lettura del _Paris–Sport_ per mandarle un asciutto
complimento inglese, che voleva probabilmente essere un invito. Ma ella
si mise allʼultimo tavolino, presso il banco, perchè in tal modo poteva
meglio discorrere con la Grande Rouquine.
Frattanto Limka suonava il My Blu.
Adesso, di My Blu, ve nʼeran centinaia; ogni grattacorde, o
picchiatasti, cercava di mettere in voga il proprio. Ma Limka, tzeco
delle Batignolles, suonava il My Blu classico, il primo, quello chʼera
stato creato per la divina Bluette.
Quella sera la Grande Rouquine era vestita di verde, dʼun verde
verdissimo, ed aveva intorno al collo un boa nero, dʼun nero nerissimo,
che le faceva star bene il volto, freddo come lʼelettricità.
Vʼera molta gente quella sera, e la Grande Rouquine governava tutto il
servizio con la fiamma deʼ suoi occhiacci verdi. Ai tempi di Bluette
il Bar non aveva che quellʼunica sala, e qualche ammezzato ove si
giocava dʼazzardo; ma ora le sale a pianterreno si erano moltiplicate,
sebbene conservassero una disposizione ambigua da labirinto e ci
fosse ancora, presso lʼentrata, quel famoso paravento contro il quale
ruzzolò Max quando ricevette il formidabile pugno di Boblikoff. E
cʼera il medesimo Boblikoff, che ormai doveva essere divenuto qualcosa
nellʼamministrazione del locale, pur conservandosi una rispettabile
aria da cliente.
Buona cucina, belle donne, bei ragazzi, atmosfera di malavita elegante,
spaccio clandestino di afrodisiaci e di stupefacenti, ecco forse alcuni
fra i mezzi chʼerano serviti alla Grande Rouquine per mettere di moda
il suo ritrovo.
In primo luogo Mimi ebbe voglia di mangiare certe «moules–marinière»,
che vide passare fumanti nella zuppiera di terracotta.
—Attention! elles sont très lourdes le soir...—lʼavvertì amabilmente
Sanderini, personaggio in redingote, grande consumatore di paglie
Négri–Pipoz, che doveva probabilmente esercitare qualche altro
mestiere, oltre quello di passare sei o sette ore, su le ventiquattro,
nel Bar della Grande Rouquine.
Questo Sanderini era magro come il tifo e luccicante come lo smeriglio,
per colpa della sua marsina. La faccia gli rientrava nella bocca,
lasciando fuori solamente un naso ridicolo ed un mento che pareva il
naso capovolto. Sanderini faceva tutto quello che chicchessia volesse
far fare a Sanderini: dal condurre i curiosi a veder i quadri viventi,
sino a provvedere mazzi di carte preparate o combinare unʼudienza
con lʼArcivescovo di Parigi. Se lʼinvitavano a cena, mangiava molto
volentieri; se lʼinvitavano a bere, beveva più che volentieri; per
conto suo lʼamabile Sanderini faceva un gran consumo di paglie
Négri–Pipoz.
Ora, nonostante il suo consiglio, Bluette, ingorda, mangiò «les
moules–marinière». Sanderini, seduto sopra uno sgabello, presso il
banco, si limitò a provarne cinque o sei. Le trovò salate, perchè aveva
lo spirito critico, ed anche perchè, avendo fatto il giro del mondo, in
nessuna cosa egli mancava di esperienza.
Intanto Boblikoff venne a farle un poʼ di corte; per lei fece portar
su dalla cantina un Barsac memorabile, che andava molto bene con «les
moules–marinière».
Mimi era distratta.
Il Jokey Perry, che insanguinava il piatto con la sua costata
fiammeggiante, le dava noia, parlandole con la bocca piena dalla tavola
del bookmaker Cliffton.
—Tu vas voir,—disse la Grande Rouquine, con la sua voce riarsa,—ils
vont foutrʼ de la Worcester Sauce même dans lʼomelette–confitures!
Mimi sorrise. Ma Sanderini fece una tal risata che minacciò di
precipitare dallo sgabello. Questa risata condusse alla tavola di
Bluette anche Florina Bey, che incominciò a raccontare una lunghissima
storia, la quale a Mimi non importava niente,—perchè Mimi era distratta.
Entrò Lucien–Lucienne, che per affettazione vestiva in abito da
mattina, con quella eccentricità particolare dei prostituti. Era ben
dipinto, e si mise un poʼ di cipria sotto il mento, un poʼ di saliva
sui forti sopraccigli; e questo fece senza nascondersi, anzi davanti
allo specchio chʼera nel fondo. Poi si avanzò, camminando su le uova,
in guisa da parere più dolce che poteva.
—Povero Lucien–Lucienne!—pensò Bluette;—è ormai sullo sfiorire.
Gli viene un poco di pancia; poi si vede súbito che porta un mezzo
parrucchino per nascondere la calvizie...
Le colonel Pistafer, clubman di cartapecora, che tutti chiamavano «mon
Colonel», pranzava con due minorenni, le quali per ora possedevan
solo un braccialetto dʼargento per ciascuna e portavano le trecce
ancora sciolte su le spalle. Pistafer non avrebbe certo impedito a
quelle brave ragazze di restar vergini finchè a loro piacesse; inoltre
Pistafer soffriva di vescica, e cinque sei volte almeno durante il
pranzo era costretto ad abbandonare la mensa, «per andarsi a lavare le
mani», comʼegli diceva con molta serietà. Ma súbito Limka, tzeco delle
Batignolles, attaccava «le refrain du Colonel», mentre i suoi musicisti
cantavano in coro:
«Mon Colono, mon Coloni,
mon Colonel va faire pipi!»
Ryff esponeva i suoi schizzi contro il paravento; Gorgonel improvvisava
quartine per un bicchiere di Sciampagna; lʼindiana Sit, vestita di
serpenti fosforici, danzava la danza dellʼoppio; il giornalista Linnée
Ledoux, fra una bottiglia di Whisky ed un mucchio di patate fritte,
meditava certo il suo ricatto settimanale; Minnie, la più bellina
del famoso trio, sperava di sedurre un piccolo tedesco impariginito;
Mohammed preparava il caffè turco per una compagnia di belle Americane.
La grande Lison, tribade impenitente, nutriva con cibi sostanziosi
la sua piccola ed anemica Loulou. Pranzavano insieme, ad un tavolino
appartato, mostrando chiaramente che il vecchio Adamo era stato un
personaggio inutile nella storia del genere umano.
—Cette pauvre Loulou,—disse la Grande Rouquine,—comme elle a lʼair
vanné! Un jour ou lʼautre Lison va lui faire rendre lʼâme...
—Cʼest une affaire de goûts, rispose Bluette.—A moi, par exemple, leur
vice ne me dit rien.
—Cʼest que vous êtes une vraie femme, vous!—esclamò Sanderini, che
frattanto spilluzzicava senzʼaverne lʼaria tutto il pranzo della
indulgente Mimi.
—Vous croyez, Sanderini, vous croyez?...
—Pardi si je le crois! Et je vous en félicite, chère Madame!
—Tais–toi, vieille chandelle!—fece la Grande Rouquine.
—Jʼai mes principes, la Grande! Et je nʼaime guère celles qui nʼont pas
de goût pour notre sexe.
—Est–ce que tu as seulement un sexe, toi?—rimbeccò la Grande Rouquine,
con dispregio.
—Eh bien, la Grande, je suis toujours là, si jamais le cœur vous en dit!
Mimi sorrideva con gli angoli della bocca; ma quella sera Mimi sembrava
quasi trasognata, e sebbene sorseggiasse continuamente il suo bicchiere
di Sciampagna, non vi trovava nel fondo che una specie di nervosa e
distratta irrequietudine.
Cʼera qualcosa che visibilmente le dava noia, le dava turbamento, le
dava una specie di malessere o dʼinspiegabile perplessità.
Finalmente si protese verso il banco della Grande Rouquine per
domandarle:
—Mais qui est–il donc cet homme, assis en face de moi, près de
Cliffton, et qui a une figure si étrange?
Dal suo posto la Grande Rouquine non poteva ben vederlo, perchè aveva
davanti a sè una colonna di scatole dʼAvana; ma levatasi ritta,
e veduto lʼuomo del quale parlava Bluette, le rispose, anchʼella
sottovoce:
—Eh bien, cʼest quelquʼun, ma foi, qui mʼintrigue fort moi–même. Il a
réellement une tête extraordinaire!
—Est–ce que tu le connais?
—Pas du tout. Je le vois par intervalles. Il vient, il dine, il lit les
journaux étrangers, ou bien il observe tout ce qui se passe, avec ses
yeux de magnétiseur et son air dʼégarement qui le rend si agréable. Le
maître–dʼhôtel mʼa dit quʼil sʼappelle Castillo.
—Un Espagnol?
—Que sais–je? Il parle le français comme moi. Il parle dʼailleurs
toutes les langues, car, un soir, je lʼai entendu causer avec un Russe,
et lorsque Mohammed lui sert son café ils se disent des amabilités en
turc.
—Il est bel homme, tu sais!
—Ma foi... si tu trouves que les hommes gagnent quelque chose à être
beaux!...
Bluette prese unʼaria di capriccio, unʼaria quasi timida, quasi
furtiva, unʼaria di bambina, e sottovoce disse alla Grande Rouquine:
—Jʼaimerais bien le connaître!
Si vede che lʼillustre Sanderini possedeva un udito finissimo, perchè
rispose con la bocca piena:
—Il nʼy a rien qui soit impossible, lorsquʼon peut compter au nombre de
ses amis le nommé Sanderini, suceur de pailles.
—Mouche–toi, vieille bronchite!—lo insolentì la Grande Rouquine.
Ma Bluette si mostrò confusa, come se le tornasse negli occhi tutto
il pudore di una dimenticata e quasi lontana castità. Bevve un lungo
sorso, poi rispose allʼamabile Sanderini:
—Quel vilain homme vous êtes! Rien ne vous empêcherait de me rendre
même ridicule! Et puis, jʼai dit cela pour rire, Sanderini... Je vous
en prie, nʼen faites rien.
—Cʼest entendu, cʼest entendu! Mais quoi? Vous laisserez donc rentrer
à la cuisine, presque intacte, une pareille gélinotte, si dodue et si
blanche? Ce serait une grave indélicatesse!
—Permettez–moi de vous en servir une aile, cher Sanderini.
—Jʼen goûterai, par gourmandise et par complaisance, car mon estomac
est tout détraqué. Demain matin, dʼailleurs, je me purge.
—Très bien, cher ami, En attendant versez–moi du Champagne. Car,
voyez–vous, jʼai envie de devenir très gaie... très gaie!... Mais, où
est allée Florina?
—Florina doit jouer son numéro tout à lʼheure. Elle est allée se
déguiser en femme nue. Un costume qui lui sied très bien, parce quʼelle
est bien faite.
Ma quei discorsi di Sanderini la interessavan molto poco; e
lʼonestʼuomo comprese chʼera meglio rispettare la sua distrazione.
Mimi allora fece una cosa molto leggiadra.
Quello straniero la guardava ed ella guardava quello straniero. In
un momento che nessuno la vide, alzò il bicchiere di Sciampagna, il
bicchiere che brillava come un fiore di cristallo fra le sue minuscole
dita,—e questa fu la cosa molto leggiadra chʼella fece per quello
straniero: gli mandò, prima un sorriso, poi si portò il bicchiere
vicino alla bocca, rovesciò indietro la fronte, chiuse gli occhi, bevve
per lui...
In quel mentre Florina–Bey stava per cominciare il suo numero.
Egli rispose facendo a sua volta la stessa cosa, ma lentamente,
naturalmente, senza il più piccolo stupore. Il sorriso nasceva nella
sua faccia senza muovere i lineamenti; nasceva neʼ suoi fermi occhi,
splendenti come lʼacciaio delle rivoltelle ossidate.
Non era più giovine; doveva esser quasi vicino ai quarantʼanni,
sebbene la sua pelle abbronzata conservasse un liscio colore di
gioventù. Robusto, arido, agile, mostrava un singolare aspetto fra
il gentleman ed il cowboy. Qualche riflesso bianco gli correva tra i
capelli nerissimi; i baffi aspri, tagliati a filo su lʼorlo del labbro,
mettevan un segno di ruvidezza nella sua faccia quasi delicata.
La divina Bluette provò subitamente la gioia di possedere, nellʼanima e
nei sensi, un piccolo secreto. Provò quella gioia sottile, irritante,
esilarante, quella gioia fresca e pungente come la spuma dello
Sciampagna, che ubbriaca lʼessere al pari dʼun afrodisiaco, allorchè si
riceve il primo sorriso dʼuna creatura che piace.
Lʼamore non è mai altro che una prolungata memoria di questo momento.
Allora ella godè perfettamente il piacere di sentirsi bella, di mandar
luce da ogni fibra del suo corpo giovine, di contenere in ogni vena,
come un dormente brivido, la sua profumata e calda femminilità.
Aveva quasi ventisette anni, la divina Bluette, e non si era mai, se
non per ischerzo, innamorata. Nel suo profondo essere qualcosa parlò,
che fino allora non aveva mai detto parola; e dʼun tratto si accorse
chʼella pure avrebbe saputo darsi ad un uomo, ad un amante immaginario,
come fino allora la divina Bluette non si era data mai. Lo guardava,
soggiogata, un poʼ confusa, come se in lei fosse ancora un non so che
della fanciulla, e provava nel medesimo tempo una sorda irritazione
contro sè stessa, una sorda gelosia di quellʼuomo chʼera semplicemente
uno sconosciuto,—una bella fugace ombra che passava davanti al suo
bicchiere di Sciampagna.
Tuttavia, sʼegli fosse venuto a prenderla, per condurla fuori,
ella, senza rispondere, sarebbe andata con lui. Sarebbe andata con
lui traverso la neve, per le vie scure della Parigi addormentata,
senza parlargli, ma serrando il suo braccio, affondando le scarpine
scollate nella soffice neve, nascondendo il mento freddo nel bavero
della pelliccia cosparsa di brina. E sarebbe andata con lui, dovunque
la conducesse, tacendo, senza guardarlo, come una timida bambina
ubbidiente, solo perchè non poteva resistere al piacere di stargli
vicino, solo perchè nessun uomo aveva mai saputo farla pensare
allʼamore come la faceva pensare allʼamore la faccia indefinibile di
quello sconosciuto...
E Sanderini diceva:
—Ma foi, la Grande, si Florina avait autant dʼesprit quʼelle a de
belles fesses, Florina–Bey serait au moins Florina–Pacha! Mais la
pauvre nʼa jamais su ni faire des dettes ni se les faire payer: ce qui,
pour une femme, équivant à manquer sa carrière.
—Tu me rases, vieux coquillage!—dichiarò senzʼaltro la Grande Rouquine,
con la sua voce bruciacchiata.
E Mimi frattanto sorseggiava il suo bicchiere di Sciampagna, piano
piano, con delizia, fissando gli occhi nel calice per osservare il
liquido biondo che spariva.
Immaginazioni distanti rinascevano con felicità nel suo confuso
pensiero; lembi di desiderio, staccatisi da lei come petali da una
rosa, tornavano con profumo a ravvolgere le sue vene; pagine dʼamore,
scorse con voluttuoso ma incredulo piacere, passavano con sembianze di
verità nella sua memoria sovraeccitata, e come sotto il potere dʼun
afrodisiaco sottile, sʼimmaginava nel suo letto caldo, fra le braccia
di quellʼamante sconosciuto. Lo guardava con insidia, e quasi temeva,
nel guardarlo, chʼegli potesse indovinare il suo recondito pensiero.
Ma dʼun tratto egli medesimo sʼalzò; venne a scegliere un sigaro vicino
al banco della Grande Rouquine. Sanderini, amabilmente, gli cedette il
suo proprio sgabello e non mancò di attaccare discorso dandogli un buon
suggerimento:
—Le savant fumeur que je suis, cher Monsieur, me pousse à vous
recommander ces grands Corona y Corona,—Claro—dont la feuille est
satinée comme la peau voluptueuse des Créoles... Jamais vous ne
trouverez de meilleur cigare dans tout Paris. Lorsque jʼétais à la
Havane...
E narrò così belle storie sul paese del sigaro Avana, che lo straniero,
per compensarlo, finì con offrirgliene uno.
Tutto questo accadeva presso la tavola di Bluette, mentre Bluette,
confusa, guardava nel mezzo della sala. Dopo il numero di Florina–Bey,
un piccolo negro in marsina rossa ballava suonava e faceva un poʼ di
humour con le doppie suole delle sue scarpe indiavolate. Il piccolo
negro scivolava e tamburinava coi piedi su lʼassito cosparso di sabbia,
facendo acrobazie mirabili, senza mai perdere il tempo. Le belle
Americane, diventando irrequiete al suono di quelle musiche nazionali,
battevan le mani con entusiasmo e gli lanciavano marenghi dʼoro.
In quel momento Sanderini diceva:
—En effet, Monsieur, je suis dʼorigine italienne; mais suis né a
Chartres et jʼai fait mes études à Genève...
—Toi, mon vieux,—interruppe la Grande Rouquine,—tu dois avoir fait tes
études à la Nouvelle, car il suffit de te regarder pour comprendre que
tu viens du bagne.
—Elle a le caractère un peu vif, la Grande...—osservò con dolcezza
lʼottimo Sanderini.—En tout cas je suis bel et bien dʼorigine
italienne, ainsi que mon nom lʼindique, et licencié en droit, si Madame
le veut bien.
—Ce qui est certain cʼest que tu as passé à travers le Code Pénal comme
le fil à travers lʼaiguille. Et, quant à lʼorigine, les fripouilles
comme toi nʼen ont aucune. Tu es né Sanderini et tu vas crever
Sanderini, un de ces jours, je lʼespère.
—Elle me taquine, cher Monsieur, elle me taquine! Et savez–vous
pourquoi? Parce quʼelle a un béguin pour moi, sans doute!
La Grande Rouquine si mise a ridere.
—Tu en as du toupet, vieille camelote!
—En tout cas, Monsieur,—fece Sanderini,—si vous désirez connaître
une vraie Italienne de naissance, quoiquʼelle soit aujourdʼhui la
plus délicieuse de nos Parisiennes, je vais vous présenter à Madame
Mimi Bluette, qui aime les gens dʼesprit. Ecoutez un instant, Madame
Bluette. Je vous présente ce Monsieur, dont le nom est Castillo, et
qui, depuis cinq minutes, mʼhonore de son amitié.
Mimi si volse rapidamente, non seppe che rispondere, divenne
leggermente rossa e fece un piccolo saluto.
Allora lʼottimo Sanderini, dopo esser rimasto accanto a loro quel
tanto che gli parve necessario per aiutarli a vincere lʼintoppo delle
prime conversazioni, pensò che ormai, come premio della sua fatica,
poteva certo fare assegnamento sovra un paio di marenghi da estorcere
in modo garbato alla generosa Bluette; e, per intanto la sua naturale
compiacenza gli suggerì di lasciarli scrupolosamente soli.
Questo pensiero ebbe anche la Grande Rouquine, che, senza dir nulla e
con lʼaria più naturale del mondo, traslocò il suo ufficio di cassiera
proprio allʼopposto angolo del banco. Frattanto lʼottimo Sanderini
andava dappertutto scrutando con occhi di lince, per decidere qual
fosse il miglior tavolino sul quale stendere di bel nuovo le sue
caute reti. E poichè gli parve che le clienti più munifiche della
serata fossero per lʼappunto quelle rumorose Americane, fece una buona
provvista di paglie Négri–Pipoz, e con il sigaro del bel Castillo fra i
denti se ne andò ad occupare un posticino libero, presso la tavola dove
sʼallineavano in file numerose le vuote bottiglie di Pommery, drapeau
Américain.
Senza dubbio lʼottimo Sanderini aveva una singolare predilezione per le
tavolate allegre, dalle quali volano con facilità i bei marenghi dʼoro.
Ed allora quei due rimasero lì, vicini e muti, con la bocca su lʼorlo
del bicchiere di Sciampagna.
Qualche volta la solitudine improvvisa diventa una vera fatica, una
vera difficoltà. Bluette, per far qualcosa, rigirava intorno al polso,
guardandoli con attenzione, i suoi braccialetti pesanti. Castillo, da
buon fumatore, osservava con insistenza la cenere del suo Corona y
Corona—Claro—eccellente sigaro in verità.
E frattanto non le diceva nulla.
Bluette, la divina Bluette così piena di spirito, per fare come lui,
non trovava neanche una parola.
Forse temevano entrambi di potersi dire, per prima cosa, una
sciocchezza.
Ma Bluette lo guardava.
Egli no.
Egli era fierissimo, con la fronte china; i fili bianchi deʼ suoi
capelli brillavano fra le ondate nere. Aveva nel dito anulare un solo
anello, chʼera uno smeraldo intenso come un brillante verde; al bottone
della camicia una piccola perla nera; tra il pollice e lʼindice della
mano destra una profonda cicatrice, che gli saliva sino alla giuntura
del polso.
Bluette lo guardava minutamente, come una donna guarda lʼuomo che vuol
conoscere. Qualcosa dʼambiguo, dʼinspiegabile, si muoveva intorno a
quella fisionomia, quasi fosse lʼatmosfera visibile del suo spirito, il
colore della sua nascosta volontà.
Finalmente egli disse questa cosa importante:
—Je sais quʼon vous appelle My Blu.
—En effet on mʼappelle My Blu... Oui, Monsieur, on mʼappelle My Blu. On
mʼappelle aussi Bluette, et Mimi Bluette si lʼon veut être pédant. Oui,
Monsieur! Ce qui est drôle cʼest quʼon écrit My Blu et on prononce My
Blou... Il y a partout des gens qui ne savent pas la grammaire!
—Cʼest très gentil My Blu...
—Vous trouvez? Moi je nʼy trouve rien dʼextraordinarie. Et vous,
comment vous appelle–t–on, si ce nʼest pas indiscret?
—Est ce que vous me demandez mon «vrai» nom?
—Mais... pas du tout!
—Eh bien, on mʼappelle Hilaire Castillo.
—Hilaire? Hilaire?... Mais il y a quelque chose de trop dans ce nom de
vieux moine! Tenez: moi, par exemple, jʼaimerais mieux vous appeler
tout simplement Laire...
—Jʼaccepte.
—Merci. Et alors versez moi du Champagne monsieur Laire!
—Voilà: votre coupe dʼabord, la mienne ensuite, et je vais boire à
votre santé, My Blu! Parce que vous êtes depuis longtemps la seule
femme qui me plaise...
Bluette guardò nella spuma del bicchiere; gli occhi le brillarono;
vʼimmerse la bocca, e ridendo si abbandonò allʼindietro, contro la
spalliera, con una specie di sottile vertigine.
—Vous me dites une chose qui me fait extrêmement plaisir... Je ne sais
pas qui vous êtes... mais enfin cʼest très gentil quand même!
Cosʼaccadeva in lei? Non lo seppe, non lo pensò, non lo volle pensare;
ma qualcosa certo accadeva di somigliante allʼebbrezza che dà la musica
di una danza nuova, in quelle sere piene di follìa quando la felicità
chiusa nellʼanima sembra che abbia un sapore su lʼorlo dei calici, un
trillo su gli archetti dei violini...
Ecco: poichè non sʼera innamorata mai, era bella di tutta la sua
bellezza e sapeva innamorarsi in una sera.
Così egli la teneva ravvolta nel suo sguardo immobile, così la sua voce
turbata le dava unʼimpressione di stordimento.
Erano due desiderii, nullʼaltro, davanti allʼilarità, nullʼaltro,
che manda un bicchiere di Sciampagna; la poesia che cʼè nella vita,
che cʼè nellʼamore: musica dei sensi nellʼanima, dellʼanima nei
sensi—nullʼaltro.
Ella era passata, quasi come una vergine, fra il piacere di sè stessa
e la fatica del piacere altrui; egli veniva chissà mai da qual vita,
solo, con gli occhi giovini che splendevano dʼun passato buio.
Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua
cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di
Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi,
come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di
pólline, che manda profumo....
E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante
percorresse la sua viva nudità.
In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia,
quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa,
quellʼinvolontario piacere.
Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere
sfacciata.
Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere
una femmina.
Gli aveva sorriso.
Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta
nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le
parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.
Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei.
Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse
per distruggere tutto quello che sentiva.
—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de
très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose
que je nʼai jamais pu oublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la
beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium.
Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je?
cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent
pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil
se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la
distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque
chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle,
si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement
soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer
combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la
scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement
la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce
soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune
caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que
nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa
beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous
mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître.
Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot.
Bluette.... ma véritable folie!...
Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le
facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su
la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e
ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.
Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di
vertigine:
—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...
E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di
Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso
la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori
del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei,
per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua
fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.
Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che
brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la
persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di
gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del
suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio
della sua bianca nudità.
La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma
quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro
di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano
alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva
lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun
bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio
di sole.
I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li
oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così,
ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui
con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe
braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma
dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida, e lʼintero suo corpo
quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.
Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta
un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel
forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il
piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca,
per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.
Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto
ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma
véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce,
pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un
brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero
suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e
venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città
notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che
non le aveva pronunziate ancor mai...
Tacquero.
La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica
dellʼefebo Jean Kiki.
Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le
bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a
fianco.
—Et alors, Bluette?
—Et alors, monsieur Laire?
—Si on sʼen allait dʼici?
—Où donc?
—Nʼimporte.
—Allons–y!
Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.
—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez
servi ce soir un dîner assez illogique.
—Oh, Madame!...
Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux
louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me
doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous
serait égal...»
—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner
moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella
pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.
Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole
compagnia.
—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!
E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari
dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note
capziose dellʼantico My Blu.
* * * * *
Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al
meccanico:
—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.
Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il
bavero della sua casacca e rispose:
—Bien, mʼsieu!
La neve senza vento cadeva su la città in calme strisce verticali, che
sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si
accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva
lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile
camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi
anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su
quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo
nelle zone dʼoscurità.
—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...
Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la
bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.
Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca
fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice
dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco
la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna
invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi
elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di
neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande
Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza
dei Campi Elisei.
—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du
soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée,
nʼest–ce pas, monsieur Laire?
La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie
di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di
gocciole, che si fermavano assiderate.
—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?
—Presque jamais.
—Etes–vous français?
—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.
Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.
—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?
—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas,
dans le quartier du Luxembourg.
—Oh, comme cʼest drôle!
—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?
—Ce que vous dites...
E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto
il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del
Bosco.
—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?
—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!
—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?
—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas
y être.
—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!
—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre
dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous
les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime,
voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.
—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends
rien. Vous allez peut–être vous imaginer que je suis une femme très
facile, mais...
—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce
soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...
—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la
première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit
avec un inconnu.
Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:
—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.
—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.
—Est–ce que vous lʼaimez?
—Voilà une question inutile, par exemple!
—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?
—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!
Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse.
Allora ella soggiunse, con una voce affabile:
—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis
vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!
Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve
necessario affermare una seconda volta:
—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.
Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della
vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò,
la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo
respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...
—Laire... monsieur Laire...
—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là,
depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout
mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant
je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je
vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une
créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de
Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...
Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come
nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così
rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo
respiro.
Ed egli le diceva:
—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude;
rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit,
et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant,
lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté,
ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru
toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle.
Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous
mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...
Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore
del suo corpo, e lo baciò.
Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi
sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva
stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.
Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del
Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di
nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate
immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto
inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del
Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove
ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio,
in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il
Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi
dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande
respiro...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
E questa era poesia.
Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande
metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore,
assurda e semplice comʼè lʼamore.
Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano
in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.
Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del
bicchiere di Sciampagna.
Questa era poesia.
Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle
avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta,
quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.
Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti
vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano
la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città
forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa
lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere
di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che
il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei
navigli che partono e dietro le finestre chiuse.
Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a
quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera
dalle zolle dʼun seminato.
Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.
Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana
come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a
sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.
Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.
Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per
condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori
eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non
credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate
come il teorema di Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che
ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di
essere diventate una seconda Madame Bovary.
Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.
E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli
che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio
spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente,
allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera;
non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle
fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di
castità.
Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.
Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella
primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando
per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore
degli uomini, è veramente poesia.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente
aveva telefonato a Linette:
—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.
—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...
—Zut!
E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a
piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.
Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui,
nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa
quando lʼamore diventa una follìa.
Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un
pallido sole.
Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di
quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della
Bastiglia.
Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle
vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.
Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette
vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio
luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie,
nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i
mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.
Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza
del quartiere.
Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere,
quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di
comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle
svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza
delle gonne dimesse il piede leggero.
Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella
Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva
pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo
amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e
quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di
non esser riconosciuta.
Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede
più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e
gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che
pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con
il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia
di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non
amare che lui.
Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo
avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia
tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e
le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze
una traccia di perpetuo godimento.
Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa
come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.
Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua
bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza
dellʼinfinito.
Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di
paradiso.
Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi
occhi appassiti.
Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città
prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini,
pareva che avessero un contorno di gelo.
Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò
mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca
e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto
grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente,
laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello
di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?
Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non
potersi esprimere con parole.
Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e
giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.
Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.
Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.
Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e
mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni,
sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella,
dopo due giorni dʼamore.
Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su
la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:
—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...
Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.
—Quoi donc? Tu pleures?
—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne
savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»
—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de
mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.
Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le
toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in
vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature
prima di sottomettersi al restauro mattutino.
—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!
Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del
quale disse con naturalezza:
—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con
le brioches calde, perchè ho molta fame.
—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?
—Sono stata via, mammina, via... via...
—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!
—Io fresca? Perchè?
—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anzi è tornata
iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda
un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino
alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la
testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo
noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.
Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva
spogliata sino alla camicia.
—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.
—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere
tu, Linette. Ho una fame che muoio.
—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...
—Sei un poʼ matta, cara mammina...
—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.
—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non
essere svegliata.
—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...
—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono
stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!
—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a
me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci
di mezzo anche il decoro della casa!
—Nientemeno!
—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e
la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue
sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo
piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli
con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due
giorni senza dir niente a nessuno.
Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise
dolcemente a cantarellare:
«Les mains des femmes,
je le proclame,
sont des bijoux
dont je suis fou!»
—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!
—...je le proclame...
—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?
—...dont je suis fou!... oouu!...
—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie
non riuscirà mai a far carriera!
Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le
discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere
dal pettine quelli che sʼera strappati.
Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme
le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse
apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.
—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti
arrivano in bocca e sei lì che mi sembri di ritorno da una messa nera!
Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!
—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata,
brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non
conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches!
Próvale anche tu, mammina.
Ella ubbidì. Si mise docilmente a sedere davanti alla sua bella figlia,
che divorava le brioches tepide spalmandole di burro. Frattanto
Linette, con le sue mani agili, raccoglieva dietro la spalliera della
poltrona tutto quel disordine di capelli biondi e leggermente li
pettinava.
—Tieni, mammina!—Le dette una mezza brioche, lucida, ben preparata.—Non
è vero che son buone?
—Bella novità! Le brioches sono brioches, il burro è burro, e tu sei
una stupida! Cosa cʼè di straordinario nel mangiare quello che mangiamo
tutte le mattine?
—Eh! dis donc, Linette, fais plus doucement! Ce nʼest pas une raison,
parce que jʼai beaucoup de cheveux, pour mʼen arracher des touffes!
—Cʼest quʼils sont très embrouillés, Madame!
—Te lʼho detto mille volte, Bluette: sii meno civetta e fa la treccia
se anche non vai a letto sola. Perchè vi sono certi uomini i quali non
sanno muoversi senza mettere i gomiti sui nostri capelli.
—Però tu li hai conservati, mammina.
—Io non ho mai fatto le sciocchezze che fai tu. Perdere un Ministro per
stare qualche ora di più con un amante... è ridicolo!
—Diʼ, mammina!... fammi una confidenza, ma proprio una confidenza
sincera... Qualʼè lʼuomo del quale sei stata veramente innamorata?
quello che ti ha presa, anima e corpo, non appena lʼhai veduto?
—Io? Ma che sciocca! Ne ho avuti molti.
—No: uno, il più forte... quello che, se ci pensi, tremi ancora.
La biondissima Caterina sospirò, chiuse gli occhi per raccapezzarsi,
poi divenne seria.
—È stato, se vuoi che te lo dica, quel poco di buono al quale ho
permesso di diventare tuo padre. Gli volevo tanto bene, che quando sono
rimasta incinta di lui non ho avuto nemmeno il coraggio di dirglielo,
per non dargli una seccatura, e nemmeno quello di andare da mia
sorella, che fa, se ti ricordi, la levatrice.
—Ah, sì?...—fece Bluette, guardandola con gli occhi divenuti grandi.
—Sì, precisamente. Ma cosa tʼimporta ora di saperlo?
—Nulla, mammina. Era una semplice curiosità.
In quel momento si udì squillare la scampanellata lunga ed imperiosa
con la quale il portinaio soleva distinguere le visite di Sua
Eccellenza.
La bionda Caterina, impaurita, si rifugiò nella propria camera;
Linette, per lo spavento, rimase col pettine affondato nella treccia
della sua padrona.
—Voyons, Linette, est–ce que tu perds la tête à présent? Passe–moi ma
robe de chambre, et file!
Subito «Egli» entrò. Aveva una faccia da dittatore accigliato.
—Bonjour, «Excellence!» Je vous croyais au Ministère... vous voilà!
Cʼest de la chance!
—Pas de plaisanteries, Bluette! Je viens pour savoir où vous avez été
ces deux jours et quel était le personnage avec qui vous avez quitté,
dimanche soir, à 11 heures, le Bar de la Grande Rouquine.
—Tiens! On vous a déjà renseigné? Cʼest parfait!
—Jʼattends une réponse, Bluette.
—Oui? Et bien, jʼai été avec ce «personnage», évidemment!
—Petite coquine!—esclamò il Ministro, andandole presso con aria
minacciosa.
—Plaît–il?
—Vous avez lʼair de vous ficher de moi, si je ne me trompe!
—Mais, pas du tout... Jʼai lʼair de vous dire la vérité, puisque vous
me posez des questions. Préférez–vous que je vous mente?
—Je veux savoir quel est cet homme. Quant au reste... je mʼen moque!
—Cela ne vous regarde pas, Monsieur le Ministre. Cʼest quelquʼun, sans
doute, qui nʼest pas grossier comme vous lʼêtes.
—Hein? vous dites?
—Je dis, «Excellence», que je vous prie de me ficher la paix!
—Mais... vous plaisantez, jʼespère!
—Non, je ne plaisante pas du tout. A partir de ce matin je donne ma
démission du Ministère et je rentre dans la vie privée.
—Est–ce bien sérieux ce que vous dites?
—Forcément... puisque je vous ai trompé. Ce qui serait encore
pardonnable, si je nʼavais pas lʼintention de vous tromper derechef,
tous les jours, et même deux fois par jour.
—Et cʼest tout ce que vous me dites pour vous justifier?
—Cʼest tout...
—Ma foi, ce nʼest pas ainsi que je lʼentends!
—Tant pis pour vous, «Excellence!» Moi, jʼai tellement sommeil, que
jʼen tombe, et je vous serais bien reconnaissante si vous me permettiez
de me coucher.
—Nous réglerons cette affaire–là, Bluette!
—Quand vous voudrez, «Excellence!...»
Era un uomo di Stato, non volle insistere, partì.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Giorni dʼamore.
Solitudine perduta e stupenda in mezzo alla Città piena di strepito,
nel potere di questʼuomo, che non sapeva chi fosse; lei, con il suo
mazzo di fiordalisi, ma che non era più Bluette.
Era una luce fedele su lʼombra della sua via.
La neve se ne andò; vennero, per il cielo trasparente, le nuvole
azzurre dei mesi di primavera. Gli alberi dei giardini si orlavano al
crepuscolo dʼuna trasparenza dʼoro; i vasi della povera gente mettevano
già qualche fiore sui davanzali dei quarti piani, sotto le grondaie.
Nel fiume che traversa la metropoli, ogni tanto, unʼondata quasi
azzurra passava; i frettolosi battelli, sotto i ponti, correvano con
ilarità. Le più belle ragazze dʼogni quartiere andavano per istrada con
il collo nudo.
E così fu primavera.
Su la Città grande, rumorosa, che le aveva data la gloria, il suo nome
di etera giovine tramontò.
Non la videro più i teatri splendere alle ribalte, sui tappeti sparsi
di fiordalisi, ove la danzatrice inimitabile danzava.
Non la videro più le strade consuete, gli ippodromi fioriti nei giorni
di primavera, i viali mattutini del Bosco, i ritrovi pomeridiani che si
affollano verso lʼora del tè.
Scomparve dalle case di mode, ove i più rari gioielli dellʼingegno
parigino a lei gelosamente serbavano i maestri dʼeleganze; scomparve
dalle sale degli spettacoli notturni, ove il suo giungere sollevava
ondate dʼallegria, battaglie di fiori, e, sui trillanti violini, le
cadenze dellʼantico My Blu.
Nulla riuscì a vincere la sua volontaria solitudine; sparì comʼera
venuta, simile ad un raggio di sole. Sparì come i fiori cadono dal
maturo albero, in una sola notte, lasciando ancora nellʼaria il loro
inestinguibile profumo.
Questa creatura limpida, chʼera stata così bella da innamorare una
città, seppe divenir bella per un amante solo. Per lui sentì che ogni
donna, quando sʼinnamora, dissuggella e perde veramente la sua più
nascosta verginità.
Era stata una femmina di gioia, splendida e libera, che si dava con la
fredda passione, con la fredda mimica delle sue danze; qualchevolta
si dava con una specie dʼinebbriata illusione, quasi ubbidendo alla
prepotenza della sua gioventù. Ma ora, dʼimprovviso, dopo tanti anni di
vizio, conosceva il pudore.
Sì, conosceva il pudore. Voleva mettere un velo sopra il suo corpo
divino, che i talami ed i teatri avevano posseduto.
Ed era piena di malinconia quandʼegli le diceva una parola che potesse
alludere al suo passato. Poichè lʼuomo non riesce mai a comprendere
questo rinverginire dellʼanima, che forse rappresenta la più vera e
forse lʼunica purità.
Era piena dʼirritazione quando, in un modo qualsiasi, nei loro discorsi
ripassava la storia di Mimi Bluette.
Non era mai stata fanciulla, ora lo diventava. Ora capiva perfettamente
il velo bianco delle spose che sʼinginocchiano davanti allʼaltare.
Sopra lo splendore deʼ suoi capelli biondi non avrebbe voluto portare
il peso di quella bianca trasparenza; nondimeno la intendeva come una
poesia, come un candore di quel sentimento che aveva incominciato a
nascere anche nellʼanima sua.
Dopo aver avuto aʼ suoi piedi la Città più temibile, ora le piaceva
immensamente rendersi una piccola schiava. Nascondersi le piaceva,
trafugare agli occhi della gente la sua timida felicità, perdersi nella
moltitudine sconosciuta, ove non si levasse neppure un bisbiglio dietro
il solco di profumo che lasciava, passando, Mimi Bluette.
Il suo corpo, nel danzare, nel muoversi, aveva rappresentato il
piacere, aveva comunicata la voluttà, per gli occhi, ai molteplici
amori che lʼinseguivano; era stata paganamente la bellezza, la rea
ma sacra nudità ove ogni desiderio può attingere; il suo corpo era
stato quasi una viva opera dʼarte, una fugace gloria della Città
voluttuosa;—ed ecco, ella pensava che non avrebbe danzato mai più,
che non avrebbe sentito mai più salire dalle platee tumultuose il
torbido impudico bacio della folla, che inebbria ed esaspera, il bacio
tentacolare della moltitudine, che avviluppa ed esaurisce...
I fiordalisi di Mimi Bluette ritornavano ad essere quel che sono:—fiori
di semplicità, nascosti nel grano.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Glielʼaveva regalato
la terribile Città splendente, in una sera dʼebbrezza e di musica. Le
sue braccia lo avevano serrato con impeto, senza domandargli: «Chi sei?»
Chi era? Nulla, quasi nulla; una cosa davvero indefinibile, davvero
semplice: lʼamore.
Parigi le aveva data la sua vera bellezza, Parigi le aveva insegnato
a danzare, le aveva prodigate ricchezze, lʼaveva immersa come un
limpido calice nella sua grande fontana di piacere; Parigi le aveva
naturalmente regalata lʼapoteosi, ed ora naturalmente le infliggeva
lʼamore.
Le città stupende non regalano mai nulla per nulla; neanche agli
imperatori.
Questʼuomo aveva traversato il mondo, portava nel suo cuore di errante
la polvere di tutte le strade. Per la terra piena di miracoli aveva
trascinato alla ventura la sua nomade anima pesante.
Chi fosse questʼuomo, nessuno in verità sapeva. Egli medesimo forse
non se ne rammentava più. Aveva perduta la sua patria e perdute quelle
indefinibili apparenze che rendono gli uomini somiglianti alla terra
ove son nati. La marea di tutti i mari gli aveva pietrificata unʼonda
nel cuore; il sole aveva brillato neʼ suoi occhi fermi con il colore di
tutti gli arcobaleni.
Era stanco; aveva unʼoscura coscienza dʼessere giunto al termine del
suo cammino. In lui si vedeva il tramonto dellʼanima, come nella conca
dʼuna fontana si vede sorgere lʼoscurità.
Era venuto a lei traverso una vita forse tragica, forse ambigua, forse
irritata; questʼuomo portava in sè qualche secreto, che nemmeno lʼamore
avrebbe saputo vincere.
Su lui correvano molte confuse dicerie; poichè, dovunque passi, lʼuomo
non può venir meno allʼobbligo di sopportare una definizione. Anche
intorno allo straniero, vʼè un prossimo vigilante che ha bisogno
di conoscere la sua storia. Se un uomo non ha storia, o non vuol
dirla, questo prossimo lʼinventa. Si raccontava di lui che fosse un
avventuriero ed un esiliato; che una donna tragica lo avesse anni
addietro coinvolto in un processo clamoroso. La grande folla parigina,
che pure non dimentica nessuno, si ricordava di averlo veduto altre
volte apparire, sparire, nei burrascosi dedali della sua vita.
Ma era fra quegli uomini che hanno per contorno lʼombra.
Era passato di là, per quelle strade, con una donna straordinariamente
bella, più incognita e più misteriosa di lui; forse una sorella od una
complice, forse una vittima, una padrona od unʼamante. Si era detto
pure che egli fosse una spia politica, un agente secreto di comitati
rivoluzionari; si era detto persino che fosse un ufficiale di palazzo
perseguitato da imperiali gelosie. Di voce in voce, gli avevano fatto
esercitare tutte quelle professioni che non è lecito inscrivere sul
proprio biglietto da visita.
Egli forse nulla era di tutto ciò. Solamente veniva da lontano. Questa
lontananza era in lui, contenuta neʼ suoi movimenti, espressa nel
colore deʼ suoi occhi, ferma nelle risonanze della sua voce.
Veniva da tutto ciò che nel mondo si chiama: «lontano».
Era un disperso dalla grande moltitudine che si affolla intorno alle
società costituite, un esule dai sentimenti che sono la storia di
tutti, uno stanco e taciturno avventuriero, che portava in sè, come
sola memoria, la polvere del grande cammino.
Forse aveva una casa in qualche terra lontana, ed una sua donna
paziente, che ogni sera lʼaspettava in qualche lontana città.
Forse, nelle sere profonde, piangeva egli pure di rimorso e di
malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla
sua vita.
Era un uomo bellissimo, arido, rapido, forte. Nella sua faccia vigile
si vedeva che una volta cʼera stata la serenità. Ora il sorriso non
trovava più le sue pieghe fra i lineamenti restii, e, nascendo, pareva
li forzasse ad una insolita fatica. La sua vita era modesta, quasi
povera, con improvvise liberalità. Non giudicava mai di nulla, non
diceva mai: «Questo è bene, questo è male»;—invece parlava dʼogni cosa
come uno spettatore freddo e stanco. Si capiva che in lui cʼera una
specie di collera contenuta, una specie di opaco dolore, dʼimmobile
ribellione, che non lo tormentava neanche più.
La sola cosa che paresse ridargli unʼanima, era veramente Bluette.
Forse le aveva detto la verità, quella prima sera, dicendole: «... vous
êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses...
quelle folie!...»
Che follìa veramente, questa bella creatura giovine, profumata,
inebbriante, nel suo cuore terribile di uomo che non aveva più
strada... Che follìa veramente, per lui e per lei, questo amore che
li stringeva in una specie di funesta gioia, di torbida e paurosa
felicità, come se andassero insieme verso il gorgo e la vertigine di un
pericolo distante...
Qualchevolta, nellʼudirlo parlare, con la sua voce sonora e profonda,
egli dava quasi lʼimpressione di un uomo che avesse legata in un sacco
la propria anima e andasse in cerca di offrirla per due quattrini al
primo rigattiere della contrada. Era forse un tale che aveva ben
valutato il senso della parola:—vivere.
Perciò era un uomo perduto.
Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano
aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli
uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.
Parlava di solito con una quieta e fredda ilarità; guardava gli uomini
senzʼamarli, senza odiarli; ascoltava con indulgenza le loro enormi
tragedie futili, perdonava senza bontà i loro miserabili peccati.
Forse non aveva più voglia nemmeno dʼavere ingegno, e considerava come
un dannoso gioco di pazienza lʼenorme fatica mentale che gli uomini
spendono per dare un senso importante a questa vita che non ne ha.
Chissà dove, chissà quando, aveva ricevuto in pieno cuore dagli uomini,
o dalla fortuita bufera degli avvenimenti, un urto brutale come una
stilettata; e poi sʼera messo a camminare, a camminare per la terra
grande, nascosto in una equivoca ombra, in un ambiguo mistero che
incuriosiva la gente.
Vide, nellʼaria densa dei crepuscoli, quando le città stupende
sʼinnalzano come isole dellʼinfinito, le vaporiere avvolte di nuvole
cacciarsi urlando sotto le tettoie fuligginose delle stazioni;
vide, nei limpidi mattini, quando la terra che sta per avvicinarsi
al navigante non è che una striscia di fumo nel tremolìo del sole,
dʼimprovviso il porto risplendere sotto la montagna trasparente, la
terra venire incontro alla prua come unʼapoteosi dellʼinfinito.
E vide nascere i fiumi, i tumultuosi fiumi barbari, che rimbalzano
giù dal granito inaccessibile, gonfi del lontano estuario; e vide
le gigantesche alpi correre sui continenti come ondate di macigno,
poi, lentamente, a poco a poco, estenuando la loro forza ciclopica,
digradare in vaste zone montuose, abitate dagli alberi, abitate dagli
uomini, e pigre adagiarsi quasi dormendo su la terra incollinata, ove
crescono messi fiammeggianti e lʼuna dietro lʼaltra sʼinseguono, sul
pendìo dellʼalpe caduta, le città vittoriose...
Veniva da tutto ciò che nel mondo ha nome: «lontano».
Come il navigatore dʼoceani, portava nellʼanima piena di spazio lʼamore
della stella più lontana.
Era un uomo dappertutto in esilio, un nomade che non aveva più strada.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Sua Eccellenza entrò nel proprio gabinetto con un passo da Primo
Console vittorioso, e tre o quattro volte di séguito premette lʼindice
sul bottone del campanello da scrivania. La squillante furia del
piccolo batacchio non si era puranco dispersa fra le quattro pareti,
che già la barbuta e panciuta sagoma di un decorato segretario
sʼincastrava con obesità nellʼinquadratura dellʼuscio.
—Voyons, monsieur Pétimel!... Vous pourriez bien être là lorsque je
rentre!
—Les coups de sonnette marchent toujours plus vite que des pieds
dʼhomme, Monsieur le Ministre!
—Et vous êtes toujours un implacable sophiste, monsieur Pétimel!
Faites–moi grâce de votre verbiage et donnez un coup de téléphone à
cet idiot de Chef de la Sûreté, pour lui demander sʼil veut avoir
lʼobligeance de venir chez moi im–mé–dia–te–ment! Mʼentendez–vous,
monsieur Pétimel? dites–lui quʼil vienne à fond de train!
—Le chef de la Sûreté Parisienne attend depuis bientôt une demi–heure.
Il était sur le point de sʼen aller, lorsque jʼai reconnu à travers la
place la corne ministérielle de votre limousine...
—En effet, monsieur Pétimel, je suis venu a pied et pas du tout par
la place! Mais cessez donc de me corner aux oreilles avec votre voix
horripilante, et faites passer, je vous en prie, cet aimable monsieur
Ardouin.
—Dans ce cas il faut conclure quʼil y a des trompes dʼauto qui se
ressemblent comme des sosies... Et, quant à monsieur Ardouin, jʼai très
bien fait de le retenir.
—Vous avez très bien fait, monsieur Pétimel... que le diable vous
emporte!
Questo era il commiato che per lo più riceveva il metaforico segretario
Pétimel, decorato con la Legion dʼOnore.
Poco dopo entrò il Capo di Polizia, chʼera un uomo dallʼaspetto
segaligno e nevrastenico, il quale si faceva continuamente passeggiare
fra le labbra un residuo di stuzzicadenti e nel sorridere arricciava
le grinze del viso con una smorfia particolare, come se patisse di
prurito agli zigomi.
—Bonjour, monsieur Ardouin. Très aimable dʼêtre venu,—disse il Ministro
con un tono affabile.—Asseyez–vous, je vous prie.
—Malheureusement, Monsieur le Ministre, je nʼai rien dʼimportant à vous
signaler.
—Ah, ah... pas encore?
—Pas encore.
Naturalmente, come Capo di Polizia, lʼirritabile monsieur Ardouin non
si occupava neanche per sogno dellʼordine, del buon costume nè della
pubblica sicurezza parigina. Ladri, malfattori, satiri, biscazzieri,
spalleggiatori di prostitute, eran quelli appunto che fornivano la
ragion dʼessere alla sua funzione di Capo della Polizia; quindi egli si
guardava bene dal muover un dito per impedire a queste brave persone di
dedicarsi con tutto comodo ai loro innocenti e svariati commerci.
Per il Capo della Polizia—come in genere per ogni altro Funzionario
dello Stato—il cittadino che ha minore importanza, quello che non
serve a niente, e del quale non si parla nemmeno, è precisamente il
galantuomo. Sembra quasi unʼingiustizia; ma quando si pensa che i
galantuomini saranno sì e no in proporzione dellʼuno per mille, si
capisce come non sia possibile sacrificare la comunità a beneficio
dʼuna tanto esigua minoranza.
Ordunque il Capo di Polizia ha ben altro da fare che mettersi alle
calcagna dei malfattori o dipanare con troppa celerità i romanzeschi
enigmi dei delitti passionali, che frattanto servono mirabilmente
a riempire le timorate colonne dei giornali quotidiani. Di queste
bazzecole, se mai, si occupa nei ritagli di tempo.
Ma quello che deve anzitutto fare un buon Capo della Polizia
è ubbidire ciecamente agli ordini politici che riceve dal suo
Ministero; poi assumere informazioni secrete per conto dei grandi
istituti bancari, essere in ottimi rapporti coi caporioni delle leghe
proletarie, secondare la giustizia nel modo e nella misura che alla
giustizia conviene, impedire o provocare un dato scandalo, una data
manifestazione della volontà popolare, far coincidere le risultanze
dʼuna inchiesta con lʼesito già prima stabilito, fare in modo che la
legge venga rispettata da chi deve rispettarla o presa in giro da
chi ha licenza di prenderla in giro, ed in ultimo luogo provvedere
affinchè i ladri, gli assassini e gli offensori della morale pubblica
non eccedan quel numero medio che le tabelle statistiche accordano al
consumo di una grande città.
Poichè a tutti è noto che lʼuso del calcolo statistico va ora
diventando la pietra filosofale della scienza moderna.
Non è dunque un mestiere facile quello del Capo di Polizia. Si noti per
di più che anche lʼamore dei Ministri, Granduchi, Principi del sangue,
Parlamentari ed Ospiti ragguardevoli, è per lo più affidato alla
solerte vigilanza del Capo di Polizia.
Non farà dunque maraviglia a nessuno se, fra tanti grattacapi
accessori, pochissimo tempo gli rimanga per occuparsi del suo mestiere.
Questo era precisamente il caso dellʼirascibile Monsieur Ardouin, che
Sua Eccellenza aveva precipitosamente fatto chiamare nel suo gabinetto,
la famosa mattina che Bluette gli aveva presentate le proprie
dimissioni dal Ministero.
—Voulez–vous me rendre service, monsieur Ardouin?—gli aveva detto il
Ministro con insolita cortesia.
—A vos ordres, Monsieur le Ministre!
—Il sʼagit dʼune affaire privée, mais qui peut indirectement avoir
rapport aux intérêts de la République.
Quando un Ministro gli parlava «de la République», Monsieur Ardouin
sapeva senzʼaltro cosa pensare. Rispose, con la sua voce piena di
rispettoso malumore:
—Je ferai tout ce qui peut vous être agréable, Monsieur le Ministre.
—Eh bien, mon ami, cʼest très simple. Un certain monsieur, aux allures
très suspectes, respire en ce moment lʼair de Paris. Vous trouverez un
moyen pour quʼil décampe.
—Je le coffre!—disse con eloquenza catilinaria il Capo di Polizia.
—Doucement,—corresse con sussiego diplomatico il glorioso Ministro
dʼAgricoltura e Commercio.—Doucement, mon cher Monsieur Ardouin! La
mesure ne doit être prise que selon la Justice, car tout abus est
toujours préjudiciable.
—Cela va de soi, Monsieur le Ministre. Veuillez me dire le nom de ce
personnage.
—Voilà ce que jʼignore, pour le moment.
—Dans ce cas cʼest moi qui vous le dirai. Il sʼappelle, ou se fait
appeler, Hilaire Castillo, et il vient de plaire pendant trois jours et
trois nuits à la bellissime danseuse, M.ᵐᵉ Mimi Bluette.
Era un modo garbato ma energico per far notare al Ministro la sua
condizione di Eccellenza cornuta. In verità, come Capo della Polizia,
non faceva nientʼaltro che il suo preciso dovere.
—Castillo, vous dites?... Oui, oui, cʼest ça, Castillo... cʼest bien
ça!—ripeteva il Ministro, non sapendo bene che atteggiamento prendere.
Poi concluse, da uomo di spirito:—Enfin... je ne serai ni le premier ni
le dernier, nʼest–ce–pas, Monsieur Ardouin?
—Cʼest la règle, Monsieur le Ministre.
—Bon; je vous confie cette affaire, mais je tiens à ce que cela soit
fait dʼune façon légale, et en douceur, pour éviter quʼon lʼébruite.
—Comptez sur moi, Monsieur le Ministre.
Ma nonostante la congiura dʼun Ministro e dʼun Capo di Polizia, il
nominato Castillo seguitava a mantenere i suoi penati nella grande
libera Parigi. Anzi era la terza volta ormai che il lunatico M.
Ardouin, presentandosi nel gabinetto di Sua Eccellenza, gli dichiarava
con una specie di maligna soddisfazione che gli estremi richiesti
mancavano per sfrattare legalmente lʼ «undesirable» Castillo.
—Que voulez–vous, Monsieur le Ministre? Nous avons dans les archives
un dossier des plus romanesques autour de ce personnage, mais je me
trouverais fort embarassé de vous dire qui il est et ce quʼil fait au
juste.
—Est–ce possible?
—Comme je vous le dis, Monsieur le Ministre. Il est signalé à toutes
les Polices de la terre, mais rien de positif nʼexiste contre lui, et
Scotland Yard nʼen sait pas plus long sur son compte que la Polizei
de Berlin ou que la Questura de Rome. On le surveille depuis des
années, mais, vous savez bien, Monsieur le Ministre: nul nʼest aussi
irréprochable quʼun homme surveillé.
—Voyons, Monsieur Ardouin, vous plaisantez, jʼespère!
—Je ne me le permettrais pas, Monsieur le Ministre.
—Parbleu! vous êtes bien censé savoir qui il est, dʼoù il vient, quel
est son métier et dʼoù il tire ses ressources.
—Dussé–je y perdre ma place, je ne pourrais répondre à aucune de ces
questions. Voilà une dizaine dʼannées quʼil se promène à travers la
terre, en faisant à peu près partout ce quʼil fait à Paris.
—Cʼest–à–dire?
—Cʼest–à–dire, rien du tout. Il flaire... on dirait quʼil flaire
lʼambiance. Mais ses actes, ses fréquentations, sa correspondance,
tout cela nʼa rien de compromettant. Je lʼai fait filer pendant des
semaines; pour le moment je puis vous dire quʼil ne sʼoccupe que de
Madame Bluette.
—Ah?...
—Il a touché un chèque de 3.725 francs au Crédit Lyonnais, il y a
quatre jours. Cet argent lui venait de Varsovie, de la part dʼun
certain Monsieur Louwoievich. Ce Louwoievich est un marchand de
meubles; donc vous voyez que ce nʼest pas une piste importante.
—Et cʼest tout ce que vous avez à mʼapprendre sur son compte?
—Cʼest tout, hélas!... bien malgré moi. Je vous ai déjà dit que, il y
a cinq ans, on lʼa cru lʼâme damnée du procès de la baronne dʼElsoën;
mais il fut dʼailleurs promptement acquitté, et, depuis, cet homme a
fait des voyages sur mer.
—Très bien!—disse il Ministro con una voce tetra.
—Jʼai même essayé dʼavoir les confidences de Madame Bluette. Jʼai
envoyé auprès dʼelle une dentellière qui est très habile dans cette
sorte de sondages; mais je vous affirme que Madame Bluette nʼen sait
pas un mot de plus que nous.
—Très bien!—disse il ministro con una voce ancor più tetra.
—Et, à la fin des fins,—concluse il Capo di Polizia,—je vous repète ce
qui fut mon premier avis: Si vous voulez, je le coffre, et je lʼexpulse
pour raison dʼEtat.
Cʼera una sottilissima ironia, quasi un opaco sarcasmo, nella voce
burocratica dello scrupoloso Monsieur Ardouin.
—Non!—rispose fieramente il Ministro dʼAgricoltura e Commercio.—Que
Monsieur Castillo aille se faire pendre où il voudra! Et Bluette aussi!
Pour mon compte je nʼaime que le droit chemin. La légalité avant tout!
—Fort bien, Monsieur le Ministre. Toutefois, quand cela vous fera
plaisir, je le coffrerai.
—Eh bien, Monsieur Ardouin, voulez–vous mʼen croire? Il se passe en
moi un phénomène psychologique. Depuis que nous nous occupons de ce
Monsieur Castillo, il mʼest devenu sympathique, et jʼaurais presque
envie de le nommer chef de quelque chose au Ministère.
—Ne le nommez toujours pas chef de la Police, car jʼy perdrai ma place,
et cela me mettrait dʼassez mauvaise humeur, «Excellence!...»—disse,
con uno strale realista, il Capo della Polizia repubblicana.
In quel momento la Francia democratica pagava con scrupolosa regolarità
le sue tasse governative.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Si vous faites semblant de ne pas me reconnaître, Bliouette, that is
not right!
Bluette, la quale accellerava il passo credendo di aver a che fare con
un inseguitore da marciapiede, si fermò contro una vetrina e rimase
qualche attimo a guardarlo bene in faccia.
—Tiens! cʼest toi?
—Yes, cʼest moi.
Dʼun tratto le vennero quasi le lagrime agli occhi.
—Oh, mon brave Jack!...
—My dear Bliouette!...
E rimasero qualche istante con la mano stretta nella mano, senza
parlare. Poi ella ritrovò la voce per domandargli:
—Quʼest–ce que tu fais ici, Jack?
—Je danse à Marigny, avec deux camarades Américaines.
—Tiens! Je ne le savais pas.
—Yes. On mʼa dit que vous avez quitté le théâtre et que vous êtes
devenue un peu foolish, paraît–il....
—Oui, je suis un peu folle sans doute... Mais ça me fait plaisir de
lʼêtre. Viens, marchons.
Gli prese il braccio, come tanti anni prima, e andarono.
Sul marciapiede serale di Parigi lʼimmensa moltitudine ondeggiava con
un frastuono ilare; la nuvola dʼelettricità sospesa nellʼaria traeva
dalle facce dei passanti una specie di bianco fulgore, simile quasi al
balenìo fosforescente che mandano le vetrine di perle false.
—Mon brave Jack, tu ne pourras jamais te figurer combien ça me fait
plaisir de te revoir!
—Et moi donc! I have never forgotten My Blu.
—My Blu, à présent, elle est morte,—disse Bluette con una leggera
sorridente malinconia.
—Alors cʼest vrai que vous ne dansez plus?
—Oui, cʼest vrai, Jack. Cela me fait de la peine tout de même.
—Oui? ça vous fait de la peine?... Très bien! Jʼespère, Bliouette, que
ce ne sera pas pour longtemps.
—Dieu sait!... A présent il me semble que ce sera pour toujours.
—Quelle bêtise!—interruppe lʼAmericano, scrollando le sue larghe
spalle.—Ce nʼest jamais pour toujours!
Dietro una siepe di folla dovettero fermarsi. Una quadruplice fila
dʼautomobili sbarrava il quadrivio. Sciami di giornalai correvano
frammezzo ai motori gridando le notizie dei giornali appena usciti.
Nella profonda raggiera delle contrade opposte si vedevano a perdita
dʼocchio splendere, come lunghissimi canali di fiamme, le vetrine
scintillanti.
Bluette gli teneva il braccio e camminava silenziosa, raccolta in
sè medesima, come se il rumore della strada fosse la musica dʼuno
dei balli che avevano danzato insieme. Vicino a quel semplice, a
quellʼonesto Americano, le sembrava di sentirsi ridiventare come una
volta la ballerina di Parigi, Mimi Bluette.
Finalmente riuscirono a traversare la strada. Ella disse:
—Vois–tu Jack? On se retrouve, mais on nʼest plus les mêmes...
—Quʼy a–t–il de changé?
—Tout, mon brave Jack; les yeux et le cœur.
—On mʼa dit que vous avez eu beaucoup de chance depuis que nous nous
sommes quittés.
—Oui, beaucoup de chance. Je suis devenue très riche. Et toi?
—Moi je gagne passablement. Jʼai acheté aux Etats Unis une petite
propriété pour ma vieille mère.
—Tu es un brave garçon, Jack! un très brave garçon.
—Oh... mais cʼest très simple! Les danseurs Américains sont parfois des
gens bien élevés.
—Ce nʼest pas tellement simple; jʼen ai connu qui étaient des
fripouilles.
—All right; moi aussi.
—Et bien, vois–tu, Jack? Quand je suis avec toi, il me semble être avec
un frère. Ça me fait du bien au cœur.
—A moi aussi.
—Alors, la prochaine fois, je te raconterai beaucoup de choses, que je
ne raconte à personne.
—Comme vous voudrez, My Blu.
—Oui; car, si je te les disais toute de suite, jʼaurais lʼair de ne
mʼoccuper que de moi même; ce qui nʼest pas très correct. Je ne te
demanderai quʼune chose: Est–ce que tu me trouves toujours jolie?
—Yes, très jolie.
—Comme autrefois?
—Pas moins. Seulement on ne dirait plus de vous au premier abord: Voilà
une danseuse!—Et cʼest bien triste.
—Diable!... Mais comment se fait–il que tu parles le français moins
sauvagement quʼautrefois?
—Vous vous mouquez toujours de moi, Bliouette!
—Mais pas du tout! Je constate.
—Bien, oui. Cʼest une Miss du Canada qui me lʼa appris.
—Fichtre! Une Miss danseuse?
—Bien entendu.
—Très chic! Alors tu étais amoureux?
—Moi amoureux?
—Oui; cela peut arriver à tout le monde.
—Cela mʼest arrivé aussi, une fois... Mais vous savez bien quʼon a
trouvé cela ridicule. Si vous nʼaviez pas trouvé cela ridicule, vous et
moi nous aurions aujourdʼhui notre «home» aux Etats Unis, près de ma
vieille mère. Et nous danserions quand même, puisque cʼest notre nature
de danser.
—Tu crois, Jack?... tu crois vraiment que cʼest notre nature de danser?
la mienne aussi?
—Absolument, Bliouette. Votre corps de danseuse nʼest fait que pour
suivre une musique, et tout ce que vous essayerez dʼautre ne pourra
jamais vous réussir.
—Toi, mon brave Jack, je te lʼai toujours dit: Tu as beaucoup de cœur,
mas tu nʼes pas intelligent. Aussi, quand tu fais un discours, tu dis
toujours des sottises.
—Quite right. Voilà My Blu!
—Oui, des sottises. Et tu ne dois tʼexprimer que par monosyllabes.
Alors tu es parfait.
Jack si mise a ridere; i suoi bellissimi denti scintillarono.
—Jack...
—My Blu?
—Je me sens très à mon aise à côté de toi.
—Cʼest parce que jʼétais votre danseur; je vous ai donné «mon temps».
Et, ce temps, est une espèce de complicité mécanique fort difficile à
oublier.
—Cʼest peut–être bien à cause de cela, Jack. Tu dis parfois des choses
profondes. Cela vient tout seul quand on nʼest pas intelligent. Enfin,
dis–mois: est–ce que tu as de nouvelles danses?
—Oui, jʼen ai.
—Jʼaimerais bien que tu me les apprennes.
—Si vous voulez.
—Viens chez moi demain, à quatre heures. Nous causerons. A présent je
te quitte.
—Vous me quittez? Oh!... vous me quittez déjà?
—Mais, sans doute. Nous nʼallons pas tout de même faire la traversée de
Paris, par le train où nos allons depuis une bonne demi–heure!...
—Je vois.
—Quʼest–ce que tu vois? Quʼest–ce que tu vois, Jack, avec tes yeux de
poisson frit?
—Je vois, Bliouette, quʼon mʼa dit la verité lorsquʼon mʼa dit: «Elle
est amoureuse comme une vraie folle... Quant à nous autres, nous sommes
tout morts et enterrès dans son cœur!»
—Il y a de lʼexagération dans lʼaffaire de lʼenterrement... Mais, ce
qui est bien vrai, cʼest que je lʼaime.
—Vous lʼaimez?... oui? dʼamour?—egli domandò, fissandole in viso gli
occhi divenuti grandi.
—Plus que dʼamour, Jack... de folie je lʼaime! Je suis devenue pour lui
ce que la femme nʼest quʼune fois dans la vie: sa
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