Storia d'Inghilterra, vol 2
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Title: Storia d'Inghilterra, vol 2
Author: Baron Thomas Babington Macaulay Macaulay
Translator: Paolo Emiliani-Giudici
Release date: September 29, 2014 [eBook #46997]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA D'INGHILTERRA, VOL 2 ***
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
—Lʼopera originale non presenta lʼindice; ne è stato prodotto ed
inserito uno dal trascrittore.
Proprietà letteraria.
STORIA DʼINGHILTERRA
di
LORD MACAULAY,
TRADOTTA DA PAOLO EMILIANI–GIUDICI.
SECONDA EDIZIONE, RIVEDUTA DAL TRADUTTORE.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE. FELICE LE MONNIER
1860.
INDICE
CAPITOLO SESTO Pag. 1
CAPITOLO SETTIMO ” 143
CAPITOLO OTTAVO ” 242
CAPITOLO NONO ” 353
CAPITOLO DECIMO ” 493
STORIA DʼINGHILTERRA.
CAPITOLO SESTO.
SOMMARIO.
I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno
del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica
interna; lʼAtto dellʼ_Habeas Corpus_.—IV. Lʼesercito stanziale.—V.
Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione
dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento
generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti
da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza
del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ
Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della
Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del
Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal
Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di
rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi;
il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il
Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di
Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato
dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ
Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa
forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ
Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII.
Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ
ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù
in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre
Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato
neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV.
Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII.
Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La
influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma;
Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI.
Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo
Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i
beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di
Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ
Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria
supremazia ecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a
ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX.
Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al
comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI.
Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII.
Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro
Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti
di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII.
Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro
apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana
in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII.
Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione
deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi
negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano
disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema
arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni
delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze;
contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni
della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto
seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda
come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa
fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale
dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di
far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX.
Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito
dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire
Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione
di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ
coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.
I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e
prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi
nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato
acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati.
Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne
come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte
ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine
del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste
di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a
tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti;
e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli
dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue
entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoi predecessori. Ei si gonfiò
dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato
dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola,
aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello
straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con
la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano
predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola
monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le
Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra,
avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta
siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor,
concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii
della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come
circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo
nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del
regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse
precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole
trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non
meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a
Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi
ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà
rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era
stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo
dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che
doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite,
il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva
che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento
dʼInghilterra.[1]
II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La
Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale
accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che
tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro
la Francia. Ma ei differì la sua ultima risoluzione fino alla nuova
ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla
disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se
essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica
interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito
dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto
doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente,
egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le
nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a
sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di
terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero
tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione
nel proprio regno.
III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni
più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date
abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie
prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni
chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi
deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri
di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe
pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che
tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a
cuore.
Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼ_Habeas Corpus_,
che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno
più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto
odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si
manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento
del figlio.[2] Ma lʼ_Habeas Corpus_, quantunque fosse una legge fatta
mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non
è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio
da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè, non per
indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e
felicità di ogni abitante del Regno.[3]
IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo
aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un
grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per
accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello.
I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a
cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti
di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati
pur allora formati.[4] Lo effetto di tale aumento, e del richiamo
del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in
Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa
ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto
mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche
soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà
delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni
della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati
nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo
regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie
delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.
La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella
deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ
proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta.
Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso
il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline
annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5] Se
nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia
al Parlamento; e non era probabile che esso si sarebbe mostrato
proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in
odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che
ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella
loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine
della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della
Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della
Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del
piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti
che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle
più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi
baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore
della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva
nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i
gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed
influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori
difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che
ad ottenere la revoca dellʼ_Habeas Corpus_.
V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande
divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era
aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere
il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella
Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie
civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da
quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.
La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose
contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e
non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto
di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che
dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto
ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la
nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del
Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della
transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranza
per la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta;
nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di
prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.
La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la
religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente
ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non
che i più illustri non–conformisti, unanimemente ammettevano che la
eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi
alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi
della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo
erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il
Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi
del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli
Ariani, i Quacqueri o i Giudei.
È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con
meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano
nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano
stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi
fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si
trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da
tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio
violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la
Chiesa di cui egli era membro.
Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era
impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani
avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione
mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi,
le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili
di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio
del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le
molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella
delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta
connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi,
come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggerito e lodato daʼ
teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla
Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco
pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto
in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E
nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a
fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare
alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa
un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La
conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per
quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi
era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni
qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.
La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente
da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo
accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà
da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile
chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla
sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo
più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo,
invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto
del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse
stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i
suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio
favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti
deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria
reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva
più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa
santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei
dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama
non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di
Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che
facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani
che patirono la medesima sorte.[6]
E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto
deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro
che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità
della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio,
incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria
religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva
vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due
che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ
due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi
sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici,
ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ
Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro
la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa;
dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente
opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse
prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava,
in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo
egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed
erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della
civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle
scuole deʼ casisti papali.[7] Locke, nel celebre trattato, nel quale si
affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria
non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la
quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva
diritto alla tolleranza.[8]
Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi
che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri
confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa
alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto
scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi
i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente
rendere alla fede un tanto servigio. Era Re, e il più potente di
quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli
uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il
rimprovero che si faceva alla sua religione.
Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le
fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo
iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse
sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua
incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di
violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire
del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di
buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una
nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini
che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il
potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o
sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa
dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran
male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna
compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta
per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso
universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.
Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi
della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le
solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il
mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo,
facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti
i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse
potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede
agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede
al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e
se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli
sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto
i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente
ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato
da cosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa
concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di
onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in
lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro
della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato
costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e
la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato
una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi
affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista,
volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e
spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto
a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere
morale dellʼuomo?
VI. Per tali ragioni, molti deʼ più illustri cattolici, e fra gli
altri il sommo Pontefice, opinavano che glʼinteressi della loro
Chiesa nellʼisola nostra verrebbero più efficacemente promossi da
una politica costituzionale e moderata. Ma cosiffatte ragioni non
facevano punto effetto nel tardo intelletto e nella imperiosa indole
di Giacomo. Nel suo ardore a rimuovere glʼimpedimenti che gravavano i
suoi correligionari, egli appigliossi ad un partito tale, da persuadere
ai più culti e moderati protestanti di quel tempo, che per la salute
dello Stato era necessario mantenere in vigore i suddetti impedimenti.
Alla politica di lui glʼInglesi Cattolici erano debitori di tre anni
di sfrenato e insolente trionfo, e cento quaranta anni di servitù ed
abiezione.
Molti Cattolici Romani occupavano uffici neʼ reggimenti novellamente
formati. Questa violazione della legge per qualche tempo non fu
censurata; perocchè le genti non erano disposte a notare ogni
irregolarità che commettesse un Re chiamato appena sul trono a
difendere la corona e la vita contro i ribelli. Ma il pericolo non
era più. Glʼinsorti erano stati vinti e puniti. Il loro malaugurato
attentato aveva accresciuta forza al Governo che speravano abbattere.
Nondimeno, Giacomo seguitò a concedere comandi militari ad individui
privi delle qualità richieste dalla legge; e dopo poco si seppe chʼegli
era risoluto di non considerarsi vincolato dallʼAtto di Prova, che
sperava dʼindurre il Parlamento a revocarlo, e che ove il Parlamento si
fosse mostrato disubbidiente, egli avrebbe fatto da sè.
Appena sparsa cotesta voce, un profondo mormorare, foriero di procella,
gli dette avviso che lo spirito, innanzi al quale lʼavo, il padre
e il fratello di lui erano stati costretti a indietreggiare, come
che tacesse, non era spento. Lʼopposizione mostrossi primamente nel
Gabinetto. Halifax non ardì nascondere il disgusto e la trepidazione
che gli stavano in cuore. In Consiglio animosamente espresse queʼ
sentimenti, che, come tosto si vide, concitavano tutta la nazione. Da
nessuno deʼ suoi colleghi fu secondato; e non si parlò altrimenti della
cosa. Fu chiamato alle stanze reali. Giacomo si studiò di sedurlo coʼ
complimenti e con le blandizie, ma non ottenne nulla. Halifax ricusò
positivamente di promettere che avrebbe nella Camera deʼ Lordi votato a
favore della revoca sia dellʼAtto di Prova, sia dellʼ_Habeas Corpus_.
Taluni di coloro che stavano dintorno al Re, lo consigliarono a
non cacciare allʼopposizione, in sulla vigilia del ragunarsi del
Parlamento, il più eloquente ed esperto uomo di Stato che fosse nel
Regno. Gli dissero che Halifax amava la dignità e gli emolumenti
dellʼufficio; che mentre seguitava a rimanere Lord Presidente, non
gli sarebbe stato possibile adoperare tutta la propria forza contro
il Governo, e che destituirlo era il medesimo che emanciparlo da ogni
ritegno. Il Re si tenne ostinato. Ad Halifax fu fatto sapere che non
vʼera più mestieri deʼ suoi servigi, e il suo nome fu casso dal Libro
del Consiglio.[9]
VII. La sua destituzione produsse gran senso non solo in Inghilterra,
ma anche in Parigi, in Vienna e nellʼAja; imperciocchè bene sapevasi,
come egli si fosse sempre studiato di frustrare la influenza che la
Francia esercitava nelle cose politiche della Gran Brettagna. Luigi si
mostrò grandemente lieto della nuova. I ministri delle Provincie Unite
e quelli di Casa dʼAustria, dallʼaltro canto, esaltavano la saviezza e
la virtù del deposto uomo di Stato, in modo da offendere la Corte di
Whitehall. Giacomo, in ispecie, era incollerito contro il segretario
della legazione imperiale, il quale non si astenne dal dire che gli
eminenti servigi resi da Halifax nel dibattimento intorno alla Legge
dʼEsclusione, erano stati rimunerati con somma ingratitudine.[10]
Dopo poco tempo si conobbe che molti sarebbero stati i seguaci di
Halifax. Una parte deʼ Tory, guidati da Danby loro antico capo,
cominciarono a parlare un linguaggio che olezzava di spirito Whig.
Persino i prelati accennavano esservi un punto in cui la lealtà
verso il principe doveva cedere a più alte ragioni. Il malcontento
deʼ capi dellʼarmata era anche più straordinario e più formidabile.
Principiavano già ad apparire i primi segni di queʼ sentimenti che,
tre anni dipoi, spinsero molti ufficiali dʼalto grado a disertare
la bandiera regia. Uomini che per lo avanti non avevano mai avuto
scrupolo alcuno, subitamente divennero scrupolosi. Churchill
susurrava sottovoce, che il Re andava troppo oltre. Kirke, pur allora
ritornato dalle stragi dʼoccidente, giurava di difendere la religione
protestante. E quandʼanche, ei diceva, avesse ad abiurare la fede
alla quale era stato educato, non sarebbe mai diventato papista. Egli
era già vincolato da una solenne promessa allo imperatore di Marocco,
al quale aveva giurato che se mai si fosse indotto ad apostatare, si
sarebbe fatto Musulmano.[11]
VIII. Mentre la nazione, agitata da molte veementi emozioni, aspettava
ansiosa il ragunarsi delle Camere, giunsero di Francia nuove, che
accrebbero lo universale eccitamento.
La diuturna ed eroica lotta degli Ugonotti col Governo francese era
stata condotta a fine dalla destrezza e dal vigore di Richelieu.
Il grande uomo di Stato gli vinse; ma confermò loro la libertà di
coscienza ad essi conceduta dallo editto di Nantes. Fu loro promesso,
sotto alcune non incomode restrizioni, dʼadorare Dio secondo il loro
rituale, e di scrivere in difesa della loro dottrina. Erano ammissibili
agli uffici politici e militari; nè la eresia loro, per uno spazio
considerevole di tempo, impedì ad essi praticamente dʼinnalzarsi nel
mondo. Alcuni di loro comandavano lo armate dello Stato, ed altri
presiedevano aʼ dipartimenti dʼimportanza nellʼamministrazione civile.
Finalmente, variò la fortuna. Luigi XIV, fino dagli anni suoi primi,
aveva sentita contro i Calvinisti unʼavversione religiosa e insieme
politica. Come zelante Cattolico Romano, detestava i loro domini
teologici. Come principe amante del potere assoluto, detestava quelle
teorie repubblicane, che erano frammiste alla teologia ginevrina. A
poco a poco privò gli scismatici di tutti i loro privilegi. Sʼintromise
nella educazione deʼ fanciulli protestanti, confiscò gli averi lasciati
in legato ai Concistori protestanti, e con frivoli pretesti chiuse
tutte le chiese protestanti. I ministri protestanti furono spogliati
daʼ riscuotitori delle tasse. I magistrati protestanti furono privati
dellʼonore della nobiltà. Agli ufficiali protestanti della Casa
Reale fu annunziato che Sua Maestà più non aveva mestieri deʼ loro
servigi. Furono dati ordini perchè nessun protestante fosse ammesso
alla professione di legale. La oppressa setta mostrò qualche lieve
segno di quello spirito che, nel secolo precedente, aveva sfidata la
potenza della Casa di Valois. Ne seguirono stragi e pene capitali.
Furono acquartierate compagnie di dragoni nelle città dove gli eretici
erano numerosi, e nelle abitazioni rurali di gentiluomini eretici; e
la crudeltà e la licenza di cotesti feroci missionari, era approvata
o debolmente biasimata dal Governo. Nondimeno, lo editto di Nantes,
quantunque fosse stato violato di fatto in tutte le sue più essenziali
provvisioni, non era stato per anche formalmente revocato; e il Re
più volte dichiarò in solenni atti pubblici, dʼessere deliberato
a mantenerlo. Ma i bacchettoni e gli adulatori, che governavano
lʼorecchio del Re, gli porsero un consiglio chʼei volentieri accolse.
Gli dimostrarono la sua politica di rigore avere già prodotti stupendi
effetti, poca o nessuna resistenza essersi fatta al suo volere,
migliaia dʼUgonotti essersi già convertiti; e conclusero che, ove
egli facesse lʼunico passo che rimaneva a compire lʼopera, coloro che
seguitavano a ricalcitrare, si sarebbero sollecitamente sottomessi; la
Francia sarebbe purgata della macchia dʼeresia; e il suo principe si
sarebbe acquistata una corona celeste non meno gloriosa di quella di
San Luigi. Tali argomenti vinsero lʼanimo del Re. Il colpo finale fu
dato. Lo editto di Nantes venne revocato; e comparvero, rapidamente
succedendosi, numerosi decreti contro i settarii. I fanciulli e le
fanciulle furono strappati dalle braccia deʼ genitori, e mandati ad
educarsi nei conventi. A tutti i Ministri Calvinisti fu ingiunto o
di abiurare la loro religione, o dentro quindici giorni uscire dal
territorio della Francia. Agli altri credenti della Chiesa Riformata
fu inibito di partirsi dal Regno; e a fine dʼimpedire loro la fuga,
i porti e i confini vennero rigorosamente guardati. In tal modo, il
traviato gregge—sperava il principe—diviso dai malvagi pastori,
sarebbe tosto ritornato in grembo alla vera fede. Ma, a dispetto di
tutta la vigilanza della polizia militare, numerosissimi furono gli
emigrati. Fu calcolato che in pochi mesi cinquantamila famiglie dissero
per sempre addio alla Francia. Nè i fuggenti erano tali da importar
poco alla patria che li perdeva. Erano per lo più persone intelligenti,
industriose e di austera morale. Trovavansi fra loro nomi illustri
nella milizia, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Parecchi
degli esuli offersero le spade loro a Guglielmo dʼOrange, e si resero
notevoli pel furore onde combatterono contro il loro persecutore. Altri
vendicaronsi con armi anco più formidabili, e per mezzo delle stamperie
dʼOlanda, dʼInghilterra, di Germania, infiammarono per trenta anni gli
animi di tutta lʼEuropa contro il Governo Francese. Una classe più
pacifica di gente istituì manifattorie di seta nel suburbio orientale
di Londra. Una compagnia dʼesuli insegnò ai Sassoni a fare le stoffe
e i cappelli, di che fino allora la sola Francia aveva tenuto il
monopolio. Unʼaltra piantò le prime viti nelle vicinanze del Capo di
Buona Speranza.[12]
In circostanze ordinarie, le Corti di Spagna e di Roma avrebbero fatto
plauso ad un principe che aveva vigorosamente guerreggiato contro la
eresia. Ma tanto era lʼodio ispirato dalla ingiustizia ed alterigia
di Luigi, che, fattosi egli persecutore, le Corti di Roma e di Spagna
presero le parti della libertà religiosa, e forte riprovarono le
crudeltà di scagliare senza freno sopra genti inoffensive una feroce
e licenziosa soldatesca.[13] Un grido unanime di dolore e di rabbia
levossi daʼ petti di tutti i protestanti dʼEuropa. La nuova della
revoca dello editto di Nantes giunse in Inghilterra circa una settimana
innanzi che si aggiornasse il Parlamento. Apparve allora manifesto,
che lo spirito di Gardiner e del Duca dʼAlba seguitava sempre ad
animare la Chiesa Cattolica Romana. Luigi non era da meno di Giacomo
per generosità ed umanità, e certo eragli superiore in tutte le doti
e i requisiti dʼuomo di Stato. Luigi, al pari di di Giacomo, aveva
ripetutamente promesso di rispettare i privilegi deʼ suoi sudditi
protestanti. Nulladimeno, Luigi adesso era diventato scopertamente
persecutore della religione riformata. Quale ragione, dunque, eravi a
dubitare che Giacomo aspettasse solo la occasione di seguire lo esempio
del Re francese? Egli andava già formando, a dispetto della legge, una
forza militare composta in gran parte di Cattolici Romani. Vi era nulla
dʼirragionevole nel timore che tale forza potesse venire adoperata a
fare ciò che i dragoni francesi avevano fatto?
IX. Giacomo rimase conturbato quasi al pari deʼ suoi sudditi per la
condotta della Corte di Versailles. A dir vero, essa aveva agito
in modo che parea volesse essergli dʼimpaccio e di molestia. Egli
stava sul punto di chiedere al corpo legislativo protestante piena
tolleranza pei Cattolici Romani. Nulla, quindi, gli poteva giungere
tanto importuno, quanto la nuova che in uno Stato vicino, un Governo
cattolico romano avesse pur allora privati della tolleranza i
protestanti. La sua vessazione fu accresciuta da un discorso che il
Vescovo di Valenza, a nome del clero gallicano, diresse a Luigi XIV.
Lʼoratore diceva, come il pio sovrano dellʼInghilterra sperasse dal
Re Cristianissimo soccorso contro una nazione eretica. Fu notato che
i membri della Camera deʼ Comuni mostravansi singolarmente ansiosi
di procurarsi esemplari di cotesta arringa, la quale venne letta da
tutti glʼInglesi con isdegno e timore.[14] Giacomo voleva frustrare
la impressione da siffatte cose prodotta, ed in quel momento mostrare
allʼEuropa di non essere schiavo della Francia. Dichiarò quindi
pubblicamente, comʼegli disapprovasse il modo onde gli Ugonotti erano
stati trattati; largì agli esuli qualche soccorso dal suo tesoro
privato; e con lettere munite del gran sigillo, invitò i suoi sudditi
ad imitare la liberalità sua. In pochi mesi chiaro si conobbe, come
la mostrata commiserazione fosse finta a blandire il Parlamento; come
egli sentisse verso i fuorusciti odio mortale; e come di nulla tanto
si dolesse, quanto della propria impotenza a fare ciò che Luigi aveva
compìto.
X. Il dì 9 di novembre, le Camere si ragunarono. I Comuni furono
chiamati alla barra deʼ Lordi a udire il discorso della Corona,
profferito dal Re stesso sul trono. Lo avea composto da sè.
Congratulossi coi suoi amatissimi sudditi di vedere spenta la
ribellione nelle Contrade Occidentali; ma soggiunse che la celerità
onde quella ribellione era nata e formidabilmente cresciuta, e la
lunghezza del tempo in che essa aveva infuriato, dovevano convincere
ciascuno quanto poco conto si potesse fare delle milizie cittadine.
Aveva per ciò aumentata lʼarmata regolare. Le spese a mantenerla
quinci innanzi sarebbero più che raddoppiate; ed aveva fiducia che i
Comuni gli concederebbero i mezzi a provvedervi. Annunziò poi agli
uditori dʼavere impiegati parecchi ufficiali i quali non sʼerano
sottoposti allʼAtto di Prova; ma egli li conosceva ben degni della
pubblica fiducia. Temeva che gli uomini astuti si sarebbero giovati
di cotesta irregolarità per turbare la concordia che esisteva tra lui
e il Parlamento. Ma gli era forza di parlare schietto, dichiarando di
essere fermissimo a non dividersi, da servi sulla cui fedeltà ei poteva
riposare, e del cui soccorso forse tra poco tempo avrebbe egli avuto
mestieri.[15]
La esplicita dichiarazione, chʼegli aveva rotte le leggi dalla
nazione reputate principalissime tutrici della religione stabilita,
e chʼegli era determinato a persistere nel violarle, non era atta
a mansuefare gli esasperati animi deʼ suoi sudditi. I Lordi, rade
volte inchinevoli ad iniziare lʼopposizione al Governo, consentirono
a votare formali rendimenti di grazie per le cose espresse dal Re
nel proprio discorso. Ma i Comuni furono meno proclivi. Ritornati
alla sala delle loro adunanze, vi fu un profondo silenzio; e sui
visi di molti spettabilissimi rappresentanti era dipinta la profonda
inquietudine degli animi. Infine, Middleton alzossi, e propose che la
Camera subitamente si formasse in Comitato intorno al discorso del
Re; ma Sir Edmondo Jennings, Tory zelante della Contea di York, che
supponevasi esprimesse il pensiero di Danby, protestò contro, e chiese
tempo a considerare maturamente la cosa. Sir Tommaso Clarges, zio
materno del Duca di Albemarle, e da lungo tempo rinomato in Parlamento
come uomo atto agli affari ed economo della pubblica pecunia, fece
eco alle parole di Jennings. Il sentire della Camera deʼ Comuni non
poteva non esser chiaro a tutti. Sir Giovanni Ernley, Cancelliere dello
Scacchiere, insistè onde lo indugio non fosse più di quarantotto ore;
ma gli fu forza cedere, e deliberossi di differire la discussione a tre
giorni.[16]
Questo intervallo di tempo fu bene adoperato da coloro che erano capi
della opposizione alla Corte. E davvero, non era lieve la impresa che
si studiavano di compiere. In tre giorni dovevano riordinare un partito
patriottico. Non è agevole neʼ giorni nostri intendere la difficoltà di
ciò fare; perocchè oggidì può dirsi che la intera nazione assista alle
deliberazioni deʼ Lordi e dei Comuni. Ciò che vien detto dai capi del
ministero o della opposizione dopo la mezza notte, si legge allʼalba
da tutta la metropoli, nel pomeriggio dagli abitanti di Northumberland
e di Cornwall, e nella mattina seguente in Irlanda e nelle montagne
della Scozia. Nellʼetà nostra, quindi, tutti gli stadii della
legislazione, le regole della discussione, la strategia delle fazioni,
le opinioni, gli umori, lo stile dʼogni membro di ambedue le Camere,
sono cose familiari a centinaia di migliaia dʼuomini. Chiunque adesso
entri in Parlamento, possiede ciò che nel secolo decimosettimo si
sarebbe reputato gran tesoro di scienza parlamentare. La quale allora
nessuno avrebbe potuto acquistare senza aver fatto il tirocinio nel
Parlamento. La diversità fra un membro antico ed uno nuovo, era quanta
la diversità che corre tra un vecchio soldato ed una recluta di recente
tolta allʼaratro; e il Parlamento di Giacomo comprendeva un affatto
insolito numero di nuovi membri, i quali dalle loro rurali residenze
sʼerano recati a Westminster, privi di sapere politico, e pieni di
violenti pregiudizi. Questi gentiluomini odiavano i papisti, ma non
portavano odio meno forte ai Whig, e sentivano pel Re superstiziosa
venerazione. Di cotesti materiali formare una opposizione, era un fatto
che richiedeva arte e delicatezza infinite. Molti uomini di grande
importanza, nondimeno, assunsero la impresa e la compirono con esito
felice. Vari esperti politici Whig che non sedevano in quel Parlamento,
davano utili consigli ed erudimenti. Nel dì che precesse al fissato
per la discussione, si tennero molti convegni, dove gli esperti capi
ammaestrarono i novizi; e tosto si vide come tali sforzi non fossero
stati invano.[17]
XI. Le legazioni straniere furono tutte in commovimento. Intendevasi
bene che fra pochi giorni si sarebbe risoluta la gran questione, se
il Re dʼInghilterra sarebbe o no il vassallo di quello di Francia.
I ministri di casa dʼAustria desideravano ardentemente che Giacomo
satisfacesse al Parlamento. Papa Innocenzo aveva inviati a Londra due
uomini, ai quali aveva commesso di inculcare moderazione e con gli
ammonimenti e con lo esempio. Uno era Giovanni Leyburn, Domenicano
inglese, già stato segretario del Cardinale Howard; ed uomo che,
fornito di qualche dottrina e dʼuna ricca vena di naturale arguzia,
era il più cauto, destro e taciturno deʼ viventi. Era stato di recente
consacrato vescovo dʼAdrumeto, e fatto Vicario Apostolico della Gran
Brettagna. Ferdinando, conte dʼAdda, italiano, di non grande abilità,
ma dʼindole mite e di modi cortesi, era stato nominato Nunzio. Questi
due personaggi furono lietamente accolti da Giacomo. Nessun vescovo
cattolico romano, per più di un secolo e mezzo, aveva esercitata
autorità spirituale nellʼisola. Nessun Nunzio ivi era stato ricevuto
per lo spazio deʼ centoventisette anni chʼerano scorsi dopo la morte
di Maria. Leyburn fu alloggiato in Whitehall, ed ebbe una pensione di
mille lire sterline lʼanno. Adda non aveva per anche assunto carattere
pubblico. Egli passava per un forestiere dʼalto lignaggio, che per
curiosità era venuto a Londra; andava giornalmente a Corte, ed era
trattato con segni dʼalta stima. Ambedue gli emissari del pontefice,
fecero ogni sforzo per iscemare, quanto fosse possibile, lʼodiosità
inseparabile dagli uffici che occupavano, e frenare il temerario zelo
di Giacomo. Il Nunzio segnatamente dichiarò, che niuna cosa poteva
recare maggior detrimento agli interessi della Chiesa di Roma, che una
rottura tra il Re e il Parlamento.[18]
Barillon agiva per un altro verso. Gli ordini che aveva ricevuti in
questa occasione da Versailles, sono degnissimi di studio; imperocchè
porgono la chiave a conoscere la politica seguita sistematicamente dal
suo signore verso lʼInghilterra nei venti anni che precessero la nostra
Rivoluzione. Luigi scriveva, come le notizie giunte da Madrid fossero
sinistre. Ivi fermamente speravasi che Giacomo avrebbe fatta stretta
colleganza con la Casa dʼAustria, appena si fosse assicurato che il
Parlamento non gli darebbe molestia. In tali circostanze, importava
molto alla Francia fare in modo che il Parlamento si mostrasse
disubbidiente. A Barillon, quindi, fu dato comandamento di fare, con
tutte le possibili cautele, la parte dʼarruffamatassa. In Corte, non
doveva lasciare fuggire il destro di stimolare lo zelo religioso e
lʼorgoglio regio di Giacomo; ma nel tempo stesso, doveva ingegnarsi
di tenere secrete pratiche coi malcontenti. Siffatte relazioni erano
rischiose e richiedevano somma destrezza; nondimeno, avrebbe forse
trovato mezzo dʼincitare,—senza mettere a repentaglio sè stesso o il
proprio Governo,—lo zelo dellʼopposizione per le leggi e le libertà
dellʼInghilterra, e lasciare intendere che quelle leggi o libertà non
erano dal Re di Francia guardate di mal occhio.[19]
XII. Luigi, quando dettava coteste istruzioni, non prevedeva come
presto e pienamente la ostinatezza e stupidità di Giacomo gli dovessero
togliere dallʼanimo ogni inquietudine. Il dì 11 di novembre, la
Camera deʼ Comuni si formò in Comitato per discutere il discorso
della Corona. Heneage Finch, Procuratore Generale, teneva il seggio.
La discussione fu condotta con peregrino ingegno e destrezza daʼ
capi del nuovo partito patriottico. Non uscì loro dalle labbra
espressione alcuna dʼirreverenza pel sovrano, o di simpatia pei
ribelli. Della insurrezione delle Contrade Occidentali parlarono sempre
con abborrimento. Non fecero pur motto delle barbarie di Kirke o di
Jeffreys. Ammisero che le gravi spese cagionate daʼ trascorsi disturbi,
giustificavano il Re a domandare un aumento di pecuniari sussidi; ma si
opposero fortemente ad accrescere lʼarmata, e alla infrazione dellʼAtto
di Prova.
Pare che i cortigiani avessero studiosamente schivato ogni discorso
intorno allʼAtto di Prova. Favellarono, nondimeno, con vigore a
dimostrare quanto lʼarmata regolare fosse superiore alla civica
milizia. Uno di loro, con modo insultante, chiese se la difesa del
reame era da affidarsi alle sole guardie del Re. Un altro disse che gli
si mostrasse in che guisa i militi civici della Contea del Devonshire,
i quali, sgominati, fuggirono dinanzi ai contadini armati di falci
che seguivano Monmouth, avrebbero potuto affrontare le guardie reali
di Luigi. Ma cosiffatte ragioni facevano poco effetto nellʼanimo deʼ
Cavalieri, che serbavano amara rimembranza del Governo del Protettore.
Il sentimento comune a tutti loro fu espresso da Eduardo Seymour,
primo deʼ gentiluomini Tory dellʼInghilterra. Egli ammise che la
milizia civica non era in condizioni soddisfacenti, ma sostenne che
poteva riordinarsi. Tale riordinamento avrebbe richiesto danari; ma,
per parte sua, avrebbe più volentieri dato un milione a mantenere
una forza dalla quale ei non aveva nulla a temere, che mezzo milione
a mantenere una forza della quale gli era dʼuopo vivere in continua
trepidazione. Disciplinate le legioni della Civica, rafforzata la
flotta, la patria rimarrebbe sicura. Un esercito stanziale avrebbe,
se non altro, emunto il pubblico tesoro. Il soldato era uomo rapito
alle arti utili. Non produceva nulla; consumava il frutto della
industria altrui; e tiranneggiava coloro daʼ quali era mantenuto. Ma
la nazione adesso era minacciata non solo di un esercito stanziale, ma
dʼun esercito stanziale papista; di un esercito stanziale comandato
da ufficiali che potevano essere gentili ed onorevoli, ma erano per
principio nemici alla Costituzione del Regno. Sir Guglielmo Twisden,
rappresentante della Contea di Kent, parlò nel medesimo senso con detti
pungenti, e ne ebbe plauso. Sir Riccardo Temple, uno deʼ pochi Whig
che sedevano in quel Parlamento, accomodando la favella agli umori
del suo uditorio, rammentò alla Camera, come un esercito stanziale si
fosse sperimentato pericoloso sì alla giusta autorità deʼ principi,
che alla libertà delle nazioni. Sir Giovanni Maynard, il più dotto
giureconsulto deʼ suoi tempi, prese parte alla discussione. Aveva più
di ottanta anni, e poteva bene rammentarsi delle contese politiche del
regno di Giacomo I. Aveva seduto nel Lungo Parlamento, e parteggiando
per le Teste–Rotonde, aveva sempre pôrti consigli di mitezza, ed erasi
affaticato a compire una riconciliazione generale. Per le doti della
mente, non iscemate punto dalla vecchiezza, e per la scienza nella
propria professione, onde egli aveva sì lungamente imposto rispetto
in Westminster Hall, governava lʼuditorio nella Camera deʼ Comuni.
Anchʼegli si dichiarò avverso allo aumento delle milizie regolari.
Dopo molto disputare, fu deliberato di concedere un sussidio alla
Corona; ma fu parimente deliberato di presentare una legge per
riordinare la milizia civica. Questa ultima deliberazione equivaleva
ad una dichiarazione contro lʼidea di formare un esercito stanziale.
Il Re ne ebbe assai dispiacere; e si lasciò correre la voce, che se le
cose seguitavano ad andare a questo modo, la sessione del Parlamento
non avrebbe avuto lunga durata.[20]
La dimane riprincipiò la contesa. Il linguaggio del partito patriottico
fu visibilmente più audace e pungente, che non era stato il dì innanzi.
Il paragrafo del discorso del Re, che si riferiva al sussidio da
concedersi, precedette quello che si riferiva allʼAtto di Prova.
Fondandosi sopra ciò, Middleton propose che il paragrafo riferentesi
al sussidio, venisse discusso il primo nel comitato. Quei della
opposizione proposero la questione pregiudiciale. Allegavano come
lʼusanza ragionevole e costituzionale fosse di non concedere pecunia
innanzi che fosse provveduto agli abusi; la quale usanza sarebbe
finita, se la Camera si fosse reputata servilmente vincolata a seguire
lʼordine in cui le cose venivano rammentate dal Re sul trono.
Fecesi uno squittinio di divisione intorno alla questione se la
proposta di Middleton fosse da adottarsi. Il Presidente ordinò che
coloro i quali opinavano pel no, andassero nellʼantisala. Se ne
offesero molto, e querelaronsi altamente di siffatta servilità e
parzialità; imperocchè pensavano, secondo la intricata e sottile
regola che allora vigeva, e che ai dì nostri venne messa da parte,
sostituendovene unʼaltra più ragionevole e conveniente, avere il
diritto di rimanere ai loro seggi; e tutti gli uomini più esperti
degli usi parlamentari di quella età sostenevano, che coloro i quali
rimanevano nella sala, avevano un vantaggio sopra coloro che uscivano
fuori: imperciocchè i seggi erano così difettosi, che niuno il quale
avesse avuta la fortuna di trovare un buon posto, amava di perderlo.
Ciò non ostante, con isbalordimento deʼ Ministri, molti di coloro daʼ
cui voti la Corte onninamente dipendeva, furono veduti muoversi verso
la porta. Fra loro era Carlo Fox, pagatore delle truppe, e figlio di
Stefano Fox, scrivano della Corte Regia di Palazzo. Il pagatore era
stato indotto daʼ suoi amici ad assentarsi durante la discussione.
Ma fu tanta la sua ansietà, che entrò nella stanza del Presidente,
udì parte del dibattimento, ritirossi; e dopo dʼavere per una o due
ore ondeggiato fra la propria coscienza e cinque mila lire sterline
di paga annua, prese unʼanimosa risoluzione e si rificcò nella sala,
appunto mentre facevasi la votazione. Due ufficiali dellʼarmata, il
Colonnello Giovanni Darcy, figlio di Lord Conyers, e il Capitano
Giacomo Kendall, andarono nellʼantisala. Middleton scese alla barra
e li rimproverò aspramente. In ispecie, diresse la parola a Kendall,
servitore bisognoso della Corona, che da un collegio elettorale di
Cornwall, ligio agli ordini del Re, era stato mandato al Parlamento,
e che di recente aveva ottenuto un dono di cento ribelli condannati
alla deportazione. «Signore,» disse Middleton «non comandate voi un
reggimento di cavalleria aʼ servigi di Sua Maestà?»—«Sì, o Milord,»
rispose Kendall «ma mio fratello è morto ora che è poco, e mi ha
lasciato settecento lire sterline lʼanno.»
XIII. Come i questori compirono lʼufficio loro, i voti affermativi
furono cento ottantadue, i negativi cento ottantatre. In quella
Camera di Comuni, che era stata messa insieme per mezzo di raggiri,
di corruzione e di violenza; in quella Camera di Comuni, della quale
Giacomo aveva detto che più di undici dodicesimi deʼ membri erano quali
dovevano essere se gli avesse nominati da sè, la Corte aveva avuta una
sconfitta sopra una questione vitale.[21]
A cagione di questo voto, le espressioni adoperate dal Re parlando
dellʼAtto di Prova furono, il dì 13 novembre, poste in discussione.
Eʼ fu risoluto, dopo molto discutere, di fargli un indirizzo, a
rammentargli come ei non potesse legalmente seguitare a tenere
in ufficio uomini che ricusassero di uniformarsi alla legge, e a
sollecitarlo perchè prendesse gli opportuni provvedimenti a quietare i
sospetti e le gelosie del popolo.[22]
Fu poi proposto che i Lordi venissero richiesti di aderire allo
indirizzo. Adesso è impossibile chiarirsi se mai tale proposta fosse
stata onestamente fatta dalla opposizione, sperante che il concorso dei
Pari avrebbe aggiunto peso alla rimostranza, o fatta artificiosamente
dai cortigiani con la speranza che ne seguisse un dissenso fra le due
Camere. La proposta venne rigettata.[23]
La Camera si era formata in Comitato onde deliberare intorno la
pecunia da concedersi. Il Re chiedeva un milione e quattrocento mila
lire sterline; ma i Ministri sʼaccôrsero che sarebbe stato vano
domandare una sì grossa somma. Il Cancelliere dello Scacchiere propose
un milione e dugento mila lire sterline. I capi della opposizione
risposero, che concedere tanta pecunia sarebbe stato il medesimo che
approvare la permanenza delle forze militari allora esistenti: mentre
essi erano disposti solo a dar tanto da bastare pel mantenimento
delle truppe regolari finchè le milizie civiche venissero riformate;
e però proposero quattro cento mila lire sterline. I cortigiani si
misero ad urlare contro siffatta proposta, come indegna della Camera
e irriverente al Re. Ma trovarono vigorosa resistenza. Uno deʼ
rappresentanti le Contee Occidentali, voglio dire Giovanni Windham,
che era deputato di Salisbury, si oppose vivamente, dicendo come egli
avesse sempre avuto terrore ed abborrimento per gli eserciti stanziali;
massime da che la recente esperienza lʼaveva riconfermato in tale
pensiero. Si provò poi di toccare dʼuna cosa che fino allora era
stata con sommo studio schivata. Dipinse la desolazione delle Contee
Occidentali. Disse che i popoli erano stanchi della oppressura delle
truppe, stanchi degli alloggi, delle depredazioni, e di scelleratezze
anche peggiori che la legge chiamava fellonie, ma che essendo commesse
da tale classe di felloni, non era possibile ottenerne giustizia. I
ministri del Re avevano detto alla Camera, che erano stati fatti buoni
provvedimenti pel governo dellʼarmata; ma nessuno avrebbe osato dire
che fossero stati mandati ad esecuzione. Quale ne era la necessaria
conseguenza? Il contrasto tra i paterni ammonimenti profferiti dal
trono e la intollerabile tirannia deʼ soldati, non provava egli che
lʼarmata era anche allora troppa e pel principe e pel popolo? I Comuni
potevano, perfettamente coerenti a sè stessi, senza menomare la fiducia
che avevano posta nelle intenzioni di Sua Maestà, ricusare che venisse
aumentata una forza che, manifestamente, la Maestà Sua non avrebbe
potuto tenere in freno.
XIV. La proposta delle quattrocento mila lire sterline, non passò per
dodici voti di minoranza. Questa vittoria, riportata dai Ministri,
era una quasi sconfitta. I capi del partito patriottico, non punto
scoraggiati, indietreggiarono un poco, per ritornare alla prova, e
proposero la somma di settecentomila lire sterline. Il Comitato votò
nuovamente, e i cortigiani furono sconfìtti con dugentododici voti
contro centosessanta.[24]
Il dì dopo, i Comuni andarono solennemente a Whitehall recando
lʼindirizzo, dove si parlava dellʼAtto di Prova. Il Re li accolse
seduto sul trono. Lʼindirizzo era scritto con parole spiranti
riverenza ed affetto; imperocchè la maggior parte di coloro che avevano
votato a favore di quello, erano fervidamente anzi superstiziosamente
realisti, e avevano di leggieri assentito ad inserirvi alcune frasi di
complimento, omettendo ogni parola che i cortigiani avevano reputata
offensiva. La risposta di Giacomo fu una fredda e austera riprensione.
Manifestò dispiacere e maraviglia nel vedere che i Comuni avevano
così poco profittato degli ammonimenti dati loro. «Ma,» soggiunse
«quantunque possiate seguitare a fare a modo vostro, io sarò fermissimo
in tutte le promesse che vi ho fatte.»[25]
I Comuni si radunarono nella loro sala mal satisfatti, e alquanto
intimoriti. La più parte di loro portavano al Re alta riverenza. Tre
anni dʼoltraggi, e dʼinsulti più duri degli oltraggi stessi, bastavano
appena a sciogliere i vincoli onde i gentiluomini Cavalieri erano
legati al trono.
Il Presidente ridisse la sostanza della risposta del Sovrano. Successe
per alcun tempo un solenne silenzio; poi si lesse regolarmente lʼordine
del giorno; e la Camera si formò in Comitato per discutere la legge di
riforma della milizia civica.
XV. Nondimeno, servirono poche ore perchè la opposizione si rifacesse
dʼanimo. Come, sul cadere del giorno, il Presidente riprese il seggio,
Wharton, il più ardito ed operoso deʼ Whig, propose di stabilire il
giorno in cui la risposta del Re si dovesse prendere in considerazione.
Giovanni Coke, rappresentante di Derby, quantunque fosse Tory
conosciuto, secondò le parole di Wharton, dicendo: «Spero che noi tutti
saremo Inglesi, e che poche parole altere non varranno a intimorirci e
distoglierci dal proprio dovere.»
E furono parole coraggiose, ma non savie. «Notate le sue parole!—Alla
barra!—Alla Torre!» gridavano da ogni canto della sala. I più moderati
proposero, che lʼoffensore venisse severamente ripreso: ma i Ministri
insisterono con veemenza perchè fosse mandato in prigione. Dissero
che la Camera poteva perdonare le offese fatte ad essa, ma non aveva
ragione di rimettere un insulto fatto alla Corona. Coke fu condotto
alla Torre. La indiscretezza di un solo uomo aveva interamente
disordinato il sistema di strategia con tanta arte congegnato dai
capi della opposizione. Invano, in quel momento, Eduardo Seymour
tentò di riordinare i suoi aderenti, esortandoli a stabilire il
giorno per discutere la risposta del Re, ed esprimendo la fiducia
che la discussione sarebbe stata condotta col rispetto debito deʼ
sudditi verso il sovrano. I rappresentanti erano tanto intimiditi dal
dispiacere del Re, e tanto esasperati dalla rozzezza di Coke, che non
sarebbe stato savio partito fare squittinio di divisione.[26]
La Camera si aggiornò; e i Ministri sʼillusero credendo che lo spirito
della opposizione fosse domo. Ma la mattina del dì 19 novembre, nuovi
e sinistri segni comparvero. Era giunto il tempo di prendere in
considerazione le petizioni arrivate da ogni parte dellʼInghilterra
contro le ultime elezioni. Allorquando, nella prima adunanza del
Parlamento, Seymour sʼera altamente querelato del Governo, il quale
usando la forza e la fraude aveva impedito che la opinione deʼ collegi
elettorali liberamente si manifestasse, non aveva trovato niuno che lo
secondasse. Ma molti che allora sʼerano da lui scostati, avevano poi
ripreso animo, e con a capo Sir Giovanni Lowther, rappresentante di
Cumberland, innanzi lo aggiornamento avevano manifestata la necessità
dʼinquisire intorno agli abusi che avevano tanto commossa lʼopinione
pubblica. La Camera adesso trovavasi più stizzita; e molti alzavano
la voce in tono di minaccia e dʼaccusa. Ai Ministri fu detto, che la
nazione aspettava e doveva avere solenne giustizia deʼ torti patiti.
Intanto accennavasi destramente, che la migliore espiazione che
ogni gentiluomo eletto con illeciti mezzi potesse fare agli occhi
del pubblico, era di usare il mal conseguito potere in difesa della
religione e delle libertà della patria. Niun rappresentante, che in
tanta ora di pericolo facesse il debito proprio, aveva nulla a temere.
Forse potevano trovarsi argomenti per escluderlo dal Parlamento; ma la
opposizione prometteva di adoperare tutta la propria influenza a farlo
rieleggere.[27]
XVI. Il giorno stesso chiaramente si conobbe, che lo spirito
dʼopposizione erasi propagato dalla Camera deʼ Comuni a quella deʼ
Lordi, e perfino al banco deʼ vescovi. Guglielmo Cavendish, Conte di
Devonshire, aperse lo arringo nella Camera Alta, e a ciò fare aveva i
necessari requisiti. Per ricchezze ed influenza a nessuno deʼ Nobili
inglesi era secondo; e la voce pubblica lo diceva il più compìto
gentiluomo deʼ tempi suoi. La magnificenza, il gusto, lo ingegno, la
classica dottrina, lʼaltezza dello spirito, la grazia e la urbanità
deʼ modi, erano qualità che i suoi stessi nemici gli consentivano.
Sventuratamente, i panegiristi suoi non potrebbero sostenere che la
sua morale rimanesse incontaminata dal contagio a queʼ tempi sparso
dappertutto. Quantunque ei procedesse avverso al papismo e al potere
arbitrario, aveva sempre abborrito dagli esagerati provvedimenti; era,
come vide perduta la Legge dʼEsclusione, inchinato ad un compromesso,
e non sʼera mai immischiato negli illegali ed imprudenti disegni che
avevano screditato il partito Whig. Ma benchè gli spiacesse in parte
la condotta deʼ propri amici, ei non aveva mai mancato di compire con
zelo gli ardui e perigliosi doveri dʼamicizia. Sʼera mostrato al fianco
di Russell alla sbarra; nel tristo giorno della sua decapitazione, gli
aveva detto addio, fra amplessi affettuosi e copiose ed amarissime
lacrime; anzi, sʼera offerto di mettere a repentaglio la propria vita
per procurargli la fuga.[28] Questo grandʼuomo, adunque, propose in
Parlamento di fissare un giorno per esaminare il discorso del Re.
Dal lato opposto sostenevasi, che i Lordi col deliberare rendimenti
di grazie al Sovrano per il discorso, sʼerano privati del diritto
di muovere querela. Ma Halifax trattò con ispregio simile risposta.
«Cosiffatti ringraziamenti» disse egli con quella piacevolezza di
sarcasmo di cui era maestro «non includono approvazione. Siamo
gratissimi sempre che il nostro Sovrano si degna di rivolgerci la
parola. E in ispecie siamo grati quando, come ha fatto nella presente
occasione, ci parla chiaro ed accenna ciò che ci tocchi a patire.»[29]
XVII. Il dottore Enrico Compton, vescovo di Londra. parlò fortemente
a favore della proposta. Quantunque ei non avesse ricco corredo
di insigni doti, nè fosse profondamente versato negli studi della
propria professione, la Camera sempre lo ascoltava con riverenza;
imperocchè egli era uno deʼ pochi ecclesiastici che in quellʼetà
potesse vantare nobiltà di sangue. Ed egli e la sua famiglia avevano
dato prove di lealtà. Suo padre, secondo Conte di Northampton, aveva
strenuamente combattuto per Carlo I, e circuito dai soldati dellʼarmata
parlamentare, era caduto con la spada in pugno, ricusando di concedere
o dʼaccettare quartiere. Lo stesso vescovo, innanzi di ricevere gli
ordini sacri, era stato nelle Guardie; e ancorchè generalmente facesse
ogni sforzo per mostrare la gravità e la sobrietà convenevoli ad un
prelato, di quando in quando si vedeva in lui sfavillare qualche
scintilla dellʼantico spirito militare. Gli era stata affidata la
educazione religiosa delle due Principesse, e aveva adempito a quel
solenne dovere in modo da soddisfare tutti i buoni Protestanti, e
da assicurargli considerevole influenza sopra le menti delle sue
discepole, e massime della Principessa Anna.[30] Adesso dichiarò
dʼavere potestà di manifestare lʼopinione deʼ suoi confratelli, i
quali insieme con lui pensavano che la intera Costituzione civile ed
ecclesiastica del reame fosse in pericolo.[31]
XVIII. Uno deʼ più segnalati discorsi di quel giorno uscì dalle
labbra dʼun giovane, che con la bizzarria deʼ suoi casi era destinato
a rendere attonita la Europa. Aveva nome Carlo Mordaunt, Visconte
Mordaunt, grandemente rinomato anni dopo come Conte di Peterborough.
Aveva già date numerose prove di coraggio, di capacità, e di quella
stranezza di cervello che rese quel coraggio e quella capacità inutili
alla propria patria. Sʼera perfino messo in mente di rivaleggiare
con Bourdaloue e Bossuet. Quantunque ei fosse conosciuto come libero
pensatore, aveva vegliato tutta notte in un viaggio di mare per
comporre sermoni, e con difficoltà gli era stato impedito di edificare
con un pio discorso la ciurma di un vascello da guerra. Adesso favellò
per la prima volta nella Camera deʼ Pari con singolare eloquenza, con
ardore, con audacia. Biasimò i Comuni di non essersi messi in una via
più ardimentosa, dicendo: «Essi hanno avuto timore di parlare schietto.
Hanno ragionato di sospetti e di gelosie. Che cʼentrano qui le gelosie
ed i sospetti? Essi sono sentimenti che provansi per danni incerti
e futuri; e il male che stiamo esaminando non è futuro nè incerto.
Esiste un esercito stanziale. È comandato da ufficiali papisti. Non
abbiamo nemico straniero. Non vʼè ribellione nel paese nostro. A che
fine, dunque, si mantengono tanto numerose forze se non per abbattere
le nostre leggi, e stabilire il potere arbitrario, cotanto giustamente
abborrito dagli Inglesi?»[32]
Jeffreys parlò contro la proposta con quel rozzo e feroce stile di
cui egli era maestro; ma si accôrse subito non essere così agevole
atterrire gli alteri e potenti baroni dʼInghilterra nella loro sala,
come lo era intimidire gli avvocati, il cui pane dipendeva dal favore,
o gli accusati le cui teste erano nelle mani di lui. Un uomo che
abbia passata la vita ad aggredire ed imporre ad altrui, sia quale si
voglia supporre il suo coraggio ed ingegno, generalmente, qualvolta
è rigorosamente aggredito, fa meschina figura: imperciocchè, non
essendo avvezzo a starsi sulla difensiva, si confonde; e il sapere che
tutti glʼinsultati da lui godono della sua confusione, lo confonde
vie maggiormente. Jeffreys, per la prima volta da che era divenuto
grandʼuomo, veniva incontrato a condizioni uguali da avversari che
non lo temevano. A soddisfazione universale, era quella la prima
volta chʼegli passava dallo estremo dellʼinsolenza allo estremo
dellʼabbiettezza, e non potè frenarsi di spargere lacrime di rabbia e
di dispetto.[33] Nulla, a dir vero, mancò ad umiliarlo; poichè la sala
era piena di circa cento Pari, numero maggiore anche di quello che vi
sʼera trovato nel gran di del voto intorno alla Legge dʼEsclusione.
Arrogi che vʼera presente anche il Re. Carlo aveva avuto costume di
assistere alle tornate della Camera deʼ Lordi per sollazzo, e spesso
era solito dire che una discussione gli era di piacevole intertenimento
al pari dʼuna commedia. Giacomo ci andò non per divertirsi, ma con
la speranza che la propria presenza fosse di qualche freno alla
discussione. E sʼingannò. Gli umori della Camera si manifestarono con
tanto vigore, che dopo una pungentissima orazione fatta da Halifax a
concludere, i cortigiani non vollero avventurarsi allo squittinio di
divisione. Fu stabilito un giorno prossimo a prendere in considerazione
il discorso del Re; e fu ordinato che tutti i Pari i quali non fossero
in luoghi molto distanti da Westminster, si trovassero al proprio
posto.[34]
XIX. Il dì seguente, il Re in tutta pompa andò alla Camera deʼ Lordi.
LʼUsciere della Verga Nera intimò ai Comuni di recarsi alla sbarra; e
il Cancelliere annunziò che il Parlamento era prorogato fino al giorno
decimo di febbraio.[35] I membri che avevano votato contro la Corte,
furono destituiti dai pubblici uffici. Carlo Fox fu cacciato dalla
Pagatoria. Il vescovo di Londra cessò dʼessere Decano della Cappella
Reale, e il suo nome fu casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati.
Lo effetto della proroga fu di porre fine ad un processo della più
alta importanza. Tommaso Grey, Conte di Stamford, discendente da una
delle più illustri famiglie dellʼInghilterra, incolpato di crimenlese,
era stato di recente preso e posto in istretta prigionia dentro la
Torre. Lo accusavano dʼessere stato implicato nella congiura di Rye
House. La esistenza del fatto era stata dichiarata dai Grandi Giurati
della Città di Londra, e la causa era stata portata alla Camera deʼ
Lordi, che erano il solo tribunale dinanzi a cui un Pari secolare,
durante la sessione del Parlamento, potesse essere processato per
grave delitto. Il dì stabilito allo esame del caso era il primo di
decembre; erano stati dati ordini perchè nella sala di Westminster si
facessero gli apparecchi bisognevoli. A cagione della proroga, la causa
venne differita ad un tempo indefinito; e Stamford fu tosto messo in
libertà.[36]
Tre altri Whig di grande importanza stavano già incarcerati allorquando
si chiuse la sessione: cioè Carlo Gerard, Lord Gerard di Brandon,
primogenito del conte di Maclesfield; Giovanni Hampden, nipote del
rinomato capo del Lungo Parlamento; ed Enrico Booth, Lord Delamere.
Gerard e Hampden erano accusati come complici della Congiura di Rye
House, Delamere, di avere favorita la insurrezione delle Contrade
Occidentali.
XX. Non era intendimento del Governo far morire Gerard o Hampden.
Grey, prima che acconsentisse a testificare contro di loro, aveva
patteggiato per la vita loro.[37] Ma vʼera anche una ragione più forte
a lasciarli vivi. Erano eredi di grosso patrimonio; ma i genitori loro
vivevano ancora. La Corte, quindi, poteva ottenere poco in via di
confisca, ma molto in via di riscatto. Gerard fu processato, e dalle
assai scarse notizie che ci rimangono, eʼ sembra che si difendesse
con grande animo e con vigorose parole. Vantò gli sforzi e i sacrifici
fatti dalla sua famiglia per la causa di Carlo I, e provò che Rumsey,
quel desso che inventando una storiella aveva assassinato Russell,
e poi Cornish dicendone unʼaltra, era testimone affatto indegno di
fede. I Giurati, dopo qualche esitazione, lo dissero colpevole. Dopo
una lunga prigionia, a Gerard fu concesso di redimersi.[38] Hampden
aveva ereditate le opinioni politiche e gran parte delle esimie doti
dellʼavo, ma era degenerato dalla probità e dal coraggio onde lʼavo
erasi tanto predistinto. Eʼ pare che lo accusato, per crudele astuzia
del Governo, fosse lungamente tenuto in una agonia di dubbio, affinchè
la sua famiglia sʼinducesse a pagare assai caro il perdono. Il suo
spirito prostrossi sotto il terrore della morte. Condotto al banco
degli accusati, non solo si confessò reo, ma disonorò il nome illustre
chʼegli portava, con sommissioni e suppliche abiette. Protestò di
non essere stato partecipe del secreto disegno di assassinare Carlo
e Giacomo, ma confessò di avere meditata la ribellione; dichiarossi
profondamente pentito del fallo, implorò la intercessione deʼ Giudici,
giurando che ove la reale clemenza si stendesse sopra lui, dedicherebbe
intera la vita a mostrare la propria gratitudine. I Whig a tanta
pusillanimità divennero furiosi, ed altamente dichiararono lui meritare
più biasimo di Grey, il quale, diventando testimonio del Governo, aveva
serbato un certo decoro. Ad Hampden fu perdonata la vita; ma la sua
famiglia pagò alcune migliaia di lire sterline al Cancelliere. Altri
cortigiani di minore momento estorsero da lui altre somme più tenui.
Lo sciagurato aveva spirito bastevole a sentire la vergogna in cui
sʼera gettato. Sopravvisse di parecchi anni al giorno della propria
ignominia. Ei visse per vedere il proprio partito trionfante, avere
in esso importantissima parte, innalzarsi nello Stato, e far tremare
i propri persecutori. Ma una rimembranza insopportabile gli attoscava
tanta prosperità. Non riacquistò mai la gaiezza dello spirito, e
finalmente di propria mano si tolse la vita.[39]
XXI. Che Delamere, ove avesse avuto mestieri della regia clemenza,
lʼavrebbe potuta ottenere, non è molto probabile. Egli è certo che
tutto il vantaggio che la lettera della legge dava al Governo, fu
adoperato contro lui senza scrupolo o vergogna. Era in condizioni
diverse da quelle in cui trovavasi Stamford. Lʼaccusa contro costui
era stata portata dinanzi alla Camera deʼ Lordi mentre il Parlamento
era in sessione, e però non poteva essere processato se non alla
riapertura del Parlamento. Tutti i Pari avrebbero allora avuto un
voto da dare, e sarebbero stati giudici di diritto e di fatto. Ma
lʼatto dʼaccusa contro Delamere non fu prodotto fuori se non dopo
la proroga.[40] Egli era, quindi, soggetto alla giurisdizione della
corte del Lord Gran Maggiordomo. Questa corte, alla quale appartiene
mentre è chiuso il Parlamento la cognizione deʼ delitti di tradimento
e di fellonia commessi dai Pari secolari, era allora siffattamente
costituita, che nessuno accusato di delitto politico poteva sperare un
processo imparziale. Il Re nominava il Lord Gran Maggiordomo. Questi,
a proprio arbitrio, nominava vari Pari a giudicare il loro accusato
confratello. Al numero loro non era limite. Una semplice maggioranza di
voti, purchè fosse di dodici, serviva a dichiarare colpevole. Il Gran
Maggiordomo era solo giudice di diritto; e i Lordi erano Giurati per
pronunciare sul fatto. Jeffreys fu nominato Gran Maggiordomo. Scelse
trenta Pari, e la scelta fu qual poteva aspettarsi da siffatto uomo in
simiglianti tempi. Tutti queʼ trenta per opinioni politiche procedevano
avversi allo accusato. Quindici erano colonnelli di reggimenti, e
potevano essere destituiti a volontà del Re. Tra gli altri quindici
erano il Lord Tesoriere, principale segretario di Stato, il Maggiordomo
e il Sindaco di Palazzo, il Capitano della Banda deʼ Gentiluomini
Pensionisti, il Ciamberlano della Regina, ed altri individui fortemente
vincolati alla Corte. Nondimeno, Delamere aveva alcuni grandi vantaggi
sopra i colpevoli di minor grado processati in Old Bailay. Quivi i
Giurati, violenti uomini di partito, presi per un solo giorno dagli
Sceriffi cortigiani fra la massa della società, e rimandati poi nella
massa, non avevano freno di rossore; e poco avvezzi a giudicare della
evidenza del caso, seguivano senza scrupolo le voglie del seggio. Ma
nella corte del Gran Maggiordomo, ogni Giurato era uomo esperto neʼ
gravi negozi, e considerevolmente noto al pubblico; e doveva profferire
separatamente, e sullʼonor suo, la propria opinione dinanzi a un
numeroso concorso. Quella opinione, insieme col suo nome, sarebbe
andata in tutte le parti del mondo e rimasta nella storia. Inoltre,
quantunque i nobili scelti fossero tutti Tory e quasi tutti impiegati,
molti di loro avevano cominciato a sentire inquietudine della condotta
del Re, e dubitavano un giorno non sʼavessero a trovare nel caso di
Delamere.
Jeffreys si condusse, secondo lʼusato, con iniquità ed insolenza.
Serbava in petto un vecchio rancore che lo irritava. Era stato capo
Giudice di Chester allorquando Delamere, che allora chiamavasi il
Signor Booth, rappresentava quella Contea in Parlamento. Booth aveva
mosso amarissima querela nella Camera deʼ Comuni perchè i più cari
interessi deʼ suoi elettori erano affidati ad un buffone briaco.[41]
Il giudice vendicativo, ora non arrossì di adoperare artifici tali,
che sarebbero stati criminosi anche in un avvocato. Ricordò ai Lordi
Giurati con significantissime parole, che Delamere in Parlamento erasi
opposto alla condanna infamante di Monmouth; fatto che non era nè
poteva essere provato. Ma non era in potestà di Jeffreys intimorire
un sinodo di Pari, come era avvezzo a fare verso i Giurati ordinari.
La testimonianza addotta dalla Corona si sarebbe forse reputata
ampiamente bastevole nel giorno giuridico nelle Contrade Occidentali
o nelle sessioni di Città, ma non poteva per un momento imporre ad
uomini come Rochester, Godolphin e Churchill; nè essi, con tutti i
falli loro, erano sì depravati, da condannare a morte un uomo contro
le più semplici norme della giustizia. Grey, Wade e Goodenough furono
dal Governo addotti come testimoni, ma poterono solo ripetere ciò
che avevano udito dire da Monmouth e dagli emissari di Wildman. Fu
dimostrato con incontrastabile evidenza che un ribaldo, di nome
Saxton, principale testimonio dellʼaccusa, già stato implicato nella
ribellione, ed ora affaccendato a procacciarsi il perdono testificando
contro tutti glʼinvisi al Governo, aveva detto gran numero di menzogne.
Tutti i Lordi Giurati, da Churchill, il quale come il più giovane deʼ
baroni parlò primo, fino al Tesoriere, dichiararono sullʼonor loro,
che Delamere non era colpevole. La gravità e la pompa del processo
fece profonda impressione nellʼanimo del Nuncio, ancorchè fosse
assuefatto alle cerimonie della Corte di Roma, le quali per solennità e
magnificenza vincono tutte le cerimonie del mondo.[42] Il Re, che vʼera
presente, e non poteva muovere lamento della sentenza evidentemente
giusta, montò in furore contro Saxton, giurando che lo sciagurato
sarebbe stato prima posto alla berlina, come reo di spergiuro, innanzi
a Westminster Hall; e poi mandato nelle contrade occidentali, per
essere appeso alle forche e squartato come reo di tradimento.[43]
XXII. La pubblica esultanza, come si seppe che Delamere era stato
assoluto, fu grande. Il regno del terrore era finito. Lʼinnocente
incominciava a respirare liberamente, e il falso accusatore a tremare.
Non può leggersi senza lacrime una lettera scritta in questa occasione.
Giunse alla vedova di Russell nella sua solitudine la nuova, e le
suscitò nellʼanima un misto di sentimenti diversi. «Rendo grazie a
Dio» scriveva ella, «che ha posto alcun freno allo spargimento del
sangue in questo misero paese. Ma mentre me ne rallegro con altrui, mi
tiro da parte a piangere. Più non mi sento capace di godere; ma ogni
nuova circostanza, il paragonare la mia notte di dolore, dopo un tanto
giorno, con le loro notti di gioia, o per un pensiero o per un altro,
mi tortura lʼanima. Comecchè io sia lungi dal desiderare che le loro
ore trascorrano come le mie, non posso frenarmi talvolta di lamentare
che le mie non siano simili alle loro.»[44]
Adesso il vento era cangiato. La morte di Stafford, accolta con
segni di tenerezza e di rimorso dalla plebaglia, alla cui rabbia egli
era stato sacrificato, stabilisce il finire di una proscrizione. Il
proscioglimento di Delamere stabilisce il chiudersi dʼunʼaltra. I
delitti che avevano disonorato il procelloso tribunato di Shaftesbury,
erano stati terribilmente espiati. Il sangue deglʼinnocenti papisti era
stato più che dieci volte vendicato dal sangue deʼ fervidi protestanti.
Unʼaltra grande reazione era incominciata. Le fazioni andavano
speditamente prendendo nuove forme. I vecchi collegati scindevansi. Si
congiungevano i vecchi nemici. I mali umori spandevansi in tutto il
partito fino allora predominante. Una speranza, comunque per allora
debole e indistinta, di vittoria e vendetta, rianimava il partito che
pareva estinto. In siffatte condizioni si chiuse il 1685, anno torbido
e pieno dʼeventi, e incominciò il 1686.
XXIII. La proroga aveva disimpacciato il Re dalle moderate rimostranze
delle Camere; ma gli toccava udirne altre, simili per lo effetto, ma
formulate con parole anche più caute e sommesse. Taluni, che fino
allora lo avevano servito con cecità tale da nuocere alla loro fama
e al pubblico bene, cominciarono a provare dolorosi presentimenti, e
di quando in quando risicavansi a significare alcun che di ciò che
sentivano.
Per molti anni lo zelo del Tory inglese per la monarchia ereditaria
e per la religione stabilita, erano insieme venuti crescendo e
scambievolmente afforzandosi. Ei non aveva mai pensato che questi due
sentimenti, i quali parevano inseparabili e pressochè identici, si
sarebbero un giorno potuti trovare non solo distinti, ma incompatibili.
Dal principio della lotta tra gli Stuardi e i Comuni, la causa della
Corona e quella della gerarchia erano state apparentemente una causa
sola. Carlo I veniva dalla Chiesa considerato come martire. Se Carlo
II aveva contro quella congiurato, aveva congiurato secretamente.
In pubblico sʼera sempre confessato grato e devoto figliuolo, erasi
inginocchiato dinanzi agli altari di essa; e malgrado i suoi corrotti
costumi, gli era riuscito di persuadere il maggior numero degli
aderenti alla Chiesa, che egli sinceramente la preferisse. Per tutti i
conflitti che lʼonesto Cavaliere avesse fino allora potuto sostenere
contro i Whig e le Teste–Rotonde, non aveva almeno dovuto patire nessun
conflitto nella mente propria. Egli sʼera veduto piano ed aperto
dinanzi agli occhi il sentiero del dovere. Traverso al bene e al male,
ei doveva mantenersi fedele alla Chiesa e al Re. Ma se queʼ due augusti
e venerandi poteri, i quali fino allora sembravano così strettamente
congiunti, che i fedeli allʼuno non potevano essere perfidi allʼaltro,
venissero divisi da mortale nimistà, a quale partito doveva il realista
ortodosso appigliarsi? Quale condizione sarebbe stata più critica che
quella di trovarsi ondeggiante tra due doveri egualmente sacri, tra
due affetti egualmente fervidi? Come poteva egli rendere a Cesare
ciò chʼera di Cesare, e non negare a Dio parte di ciò chʼera di Dio?
Nessuno che avesse siffattamente sentito, poteva mirare, senza profondo
timore e neri presentimenti, il contrasto tra il Re e il Parlamento
intorno allʼAtto di Prova. Se Giacomo anche ora si fosse indotto a
ripensare sul proprio disegno, a lasciare riaprire le Camere, e cedere
ai desiderii loro, tutto poteva rivolgersi a bene.
Così opinavano i due cognati del Re, i Conti cioè, di Clarendon e di
Rochester. La potenza e il favore che godevano questi gentiluomini,
sembrava veramente grande. Il più giovane deʼ fratelli era Lord
Tesoriere e primo ministro; il maggiore, dopo di avere per alquanti
mesi tenuto il Sigillo Privato, era stato nominato Luogotenente
dʼIrlanda. Il venerando Ormond pensava medesimamente. Middleton e
Preston, che, come dirigenti la Camera deʼ Comuni, avevano di recente
sperimentato quanto cara fosse aʼ gentiluomini realisti dʼInghilterra
la religione stabilita, davano consigli di moderazione.
In sul principio del nuovo anno, i sopraddetti uomini di Stato, e il
numeroso partito da essi rappresentato, ebbero a patire una crudele
mortificazione. Che il Re defunto fosse Cattolico Romano, era stato per
molti mesi sospettato e bisbigliato, ma non annunziato formalmente.
Tale manifestazione non si sarebbe potuta fare senza grave scandalo.
Carlo erasi innumerevoli volte dichiarato protestante, ed aveva
avuto costumanza di ricevere dai vescovi della Chiesa stabilita il
sacramento della eucaristia. Queʼ Protestanti che lo avevano sostenuto
neʼ pericoli, e che di lui serbavano tuttavia affettuosa rimembranza,
dovevano provare sdegno e rossore al sentire che la intera sua vita
era stata una menzogna; che mentre confessava dʼappartenere alla loro
religione, gli aveva veramente tenuti per eretici; e che i demagoghi,
i quali lo avevano chiamato papista nascosto, erano stati i soli che
avessero formato un esatto giudicio del suo carattere. Anche Luigi
intendeva tanto lo stato dellʼopinione pubblica in Inghilterra, da
accorgersi come il divulgare il vero potesse recar nocumento, ed
aveva, dʼaccordo, fatta promissione di tenere strettamente segreta la
conversione di Carlo.[45] Giacomo, nel principio del suo regno, aveva
pensato doversi in tanto negozio procedere cauto, e non erasi rischiato
a seppellire il fratello, secondo il rito della Chiesa di Roma. Per
qualche tempo, quindi, ciascuno potè liberamente credere ciò che
volesse. I papisti dicevano che il defunto principe era loro proselite.
I Whig lo esecravano come ipocrita e rinnegato. I Tory consideravano la
voce della sua apostasia come una calunnia che i papisti e i Whig, per
ragioni differentissime, avevano interesse a spargere.
XXIV. Giacomo ora fece un passo che pose in gran perturbazione tutto il
partito anglicano. Due scritture, in cui erano concisamente esposti gli
argomenti dʼordinario usati dai Cattolici Romani nella controversia coi
Protestanti, sʼerano trovate nella cassa forte di Carlo, e sembravano
di mano sua. Le quali scritture Giacomo mostrò, menandone trionfo, a
parecchi Protestanti, e dichiarò sapere che il suo fratello era vissuto
e morto Cattolico Romano.[46] Uno di coloro ai quali i manoscritti
furono mostrati, fu lo arcivescovo Sancroft. Li lesse grandemente
commosso, e rimase tacito. Tale silenzio era solo lo effetto naturale
di una lotta tra la riverenza e la repugnanza. Ma Giacomo suppose
che il Primate tacesse per la forza irresistibile della ragione,
e seriamente lo sfidò a produrre, col soccorso di tutto il seggio
episcopale, una soddisfacente risposta. «Datemi una risposta solida
e in istile da gentiluomini; e forse potrà far sì, secondo che molto
vi sta a cuore, di convertirmi alla vostra Chiesa.» Lo arcivescovo
dolcemente rispose, che, secondo lui, cotale risposta poteva farsi
senza molta difficoltà; ma non accettò la controversia, adducendo
per iscusa la riverenza alla memoria del suo defunto signore. Il Re
considerò la scusa come un sutterfugio dʼun vinto avversario.[47] Se
egli avesse conosciuta la letteratura polemica deʼ centocinquanta anni
precedenti, avrebbe saputo che i documenti ai quali ei dava tanto peso,
gli avrebbe potuti comporre ogni giovinetto di quindici anni della
scuola di Doaggio, e che non contenevano cosa alcuna, la quale, secondo
lʼopinione di tutti i teologi protestanti, non fosse stata dieci mila
volte confutata. Nella sua stolta esultanza, ordinò che quegli scritti
si stampassero col più squisito lusso tipografico, e vi appiccicò
dietro una dichiarazione munita della sua firma, ad attestare che gli
originali erano scritti di pugno del fratello. Giacomo ne distribuì con
le proprie mani tutti gli esemplari ai cortigiani, e alle persone del
popolo che si affollavano attorno il suo cocchio. Ne dètte un esemplare
ad una giovine di vile condizione, chʼegli supponeva appartenere
alla religione da lui professata, e le assicurò che leggendolo se ne
troverebbe edificata grandemente e confortata. In ricambio di questa
cortesia, pochi giorni dopo, ella gli mandò una lettera, scongiurandolo
di uscire dalla mistica Babilonia, e rimuovere dalle sue labbra la
coppa delle fornicazioni.[48]
XXV. Tali cose davano somma inquietudine ai Tory aderenti alla Chiesa
Anglicana. Nè i più spettabili Cattolici Romani ne rimanevano meglio
satisfatti. Si sarebbero, in verità, potuti scusare, se in cosiffatte
circostanze la passione gli avesse resi sordi alla voce della prudenza
e della giustizia, come quelli che avevano molto sofferto. La gelosia
deʼ Protestanti gli aveva gittati giù dal grado in cui erano nati,
aveva chiuse le porte del Parlamento agli eredi deʼ Baroni che avevano
firmata la _Magna Carta_, e deciso che il comando dʼuna compagnia di
pedoni non fosse da fidarsi ai discendenti dei capitani che avevano
vinto a Flodden e a San Quintino. Non vʼera un solo Pari eminente,
fido alla vecchia religione, del quale lʼonore, gli averi, la vita non
fossero stati in pericolo; che non avesse passati molti mesi rinchiuso
dentro la Torre, che più volte non si fosse aspettata la miseranda
sorte di Stafford. Uomini che erano stati così lungamente e con tale
crudeltà oppressati, si sarebbero potuti perdonare, se avessero
avidamente côlta la prima occasione a conseguire a un tempo grandezza
e vendetta. Ma nè fanatismo, nè ambizione, nè rancore di torti patiti,
nè ebrietà prodotta dalla sùbita buona fortuna, poterono far sì che i
più cospicui Cattolici Romani non si accorgessero come la prosperità
che finalmente erano pervenuti a godere, fosse solo temporanea, e
non usata saggiamente, potrebbe tornar loro fatale. Avevano con dura
esperienza imparato, che lʼavversione del popolo alla religione loro
non era fantasia che sarebbe svanita al comando dʼun principe, ma
profondo sentimento, tramandato crescendo per cinque generazioni,
spanto in tutte le classi e in tutti i partiti, e avvincolato non meno
strettamente coi principii deʼ Tory che con quelli deʼ Whig. Certo,
il Re poteva, nello esercizio della sua prerogativa di far grazia,
sospendere le leggi penali. Avrebbe in appresso potuto, operando
con discrezione, ottenere dal Parlamento la revoca deʼ decreti che
privavano deʼ diritti civili gli aderenti alla religione di lui.
Ma tentando di domare il sentimento protestante della Inghilterra
con mezzi bruschi, era facile vedere che la violenta compressione
dʼuna molla così potente ed elastica, sarebbe seguita da uno scatto
egualmente violento. I Pari Cattolici Romani, tentando prematuramente
di entrare a forza nel Consiglio Privato e nella Camera deʼ Lordi,
avrebbero potuto perdere le case e le vaste possessioni loro, e finire
la vita o da traditori in Tower Hill, o da mendicanti alle porte deʼ
conventi dʼItalia.
Così pensava Guglielmo Herbert, conte di Powis, generalmente
considerato come capo della aristocrazia cattolica romana, il quale,
secondo le fandonie di Oates, doveva essere primo ministro se la
congiura papale sortiva prospero successo. Medesimamente opinava
Giovanni Bellasyse. In gioventù, aveva valorosamente pugnato per Carlo
I; dopo la Restaurazione era stato rimunerato con onori e con gradi
militari, e gli aveva deposti dopo che fu promulgato lʼAtto di Prova.
A questi insigni capi del partito cattolico facevano eco tutti i più
nobili ed opulenti membri della loro Chiesa, tranne Lord Arundell di
Wardour, uomo decrepito e pressochè rimbambito.
XXVI. Ma in Corte era un piccolo nucleo di Cattolici Romani, che
avevano il cuore esulcerato da vecchie ingiurie, il cervello inebriato
dal recente innalzamento; che erano impazienti di rampicarsi alle
dignità dello Stato, ed avendo poco da perdere, non si davano punto
pensiero del giorno del rendimento deʼ conti.
XXVII. Uno di costoro era Ruggiero Palmer, conte di Castelmaine in
Irlanda, e marito della Duchessa di Cleveland. Sapevasi da tutti
chʼegli aveva comperato il suo titolo col disonore della moglie e
col proprio. Il suo patrimonio era scarso. Lʼindole sua, scortese
per natura, era stata esasperata dalle domestiche vessazioni, dai
pubblici rimproveri, e da ciò chʼegli aveva patito a tempo della
congiura papale. Era stato lungamente in carcere, e in fine era stato
processato per delitto capitale. Fortunatamente per lui, non fu tratto
al banco degli accusati se non dopo che erasi spento il primo scoppio
del furore popolare, e i falsi testimoni avevano perduto ogni credito.
Gli era, quindi, riuscito di campare a gran pena dal pericolo.[49]
Con Castelmaine era collegato uno deʼ più prediletti deʼ cento amanti
di sua moglie; cioè Enrico Jermyn, che da Giacomo di recente era
stato fatto Pari col titolo di Lord Dover. Jermyn, venti e più anni
innanzi, erasi reso notevole con isconci amori e disperati duelli.
Adesso trovavasi rovinato dal giuoco, ed era ansioso di rifare il
patrimonio col mezzo degli uffici lucrosi, dai quali lo escludevano le
leggi.[50] Al medesimo branco apparteneva un intrigante ed importuno
Irlandese, chiamato White, che aveva molto viaggiato, aveva servito la
Casa dʼAustria con un impiego mezzo tra lʼinviato e la spia, e che in
rimunerazione deʼ servigi resi era stato fatto marchese dʼAlbeville.[51]
Tosto dopo la proroga, questa trista fazione sʼafforzò di un nuovo
aiuto. Riccardo Talbot, conte di Tyrconnel, il più feroce ed
implacabile di quanti avevano in odio le libertà e la religione
dellʼInghilterra, da Dublino era giunto alla Corte.
Talbot discendeva da una antica famiglia normanna, la quale, da lungo
tempo stabilita in Leicester, era degenerata, aveva adottati i costumi
deʼ Celti, e come essi aderito alla vecchia religione, e partecipato
alla ribellione del 1641. In gioventù egli era stato uno deʼ più
rinomati scrocconi e bravazzoni di Londra; era stato presentato a
Carlo ed a Giacomo mentre erano esuli in Fiandra, come un uomo adatto
e pronto ad assassinare infamemente il Protettore. Subito dopo la
Restaurazione, Talbot si provò dʼottenere il favore della famiglia
reale con un servigio anche più infame. Bisognava un pretesto per
mezzo del quale giustificare il Duca di York a rompere la promessa
di matrimonio onde egli aveva ottenuto da Anna Hyde lʼestrema prova
dʼaffetto che possa dare una donna. Talbot, dʼaccordo con alcuni deʼ
suoi dissoluti compagni, imprese di apprestare siffatto pretesto.
Concertarono di dipingere la povera giovinetta come donna priva di
virtù, di pudore, di delicatezza, e inventare lunghe storielle di
teneri ritrovi e di rapiti favori. Talbot, segnatamente, riferì come
in una delle secrete visite a lei fatte, avesse per caso versato il
calamaio del Cancelliere sopra un fascio di scritture, e con quanta
destrezza, perchè il vero non si scoprisse, ella ne avesse data la
colpa alla sua scimmia. Tali storielle, che se fossero state vere,
non sarebbero uscite dalle labbra di nessuno che non fosse il più
vile degli uomini, erano prette invenzioni. Talbot tosto fu costretto
a confessare che erano tali, e lo fece senza ombra di rossore.
Lʼoltraggiata donna divenne duchessa di York. Ove il suo sposo fosse
stato uomo diritto ed onorevole, avrebbe con indignazione e disprezzo
cacciato via dal proprio cospetto gli sciagurati che gli avevano
calunniata la consorte. Ma una delle particolarità del carattere
di Giacomo era che nessuna azione, comunque si fosse malvagia e
vergognosa, fatta col desiderio di ottenere il suo favore, gli
sembrava mai degna dʼessere riprovata. Talbot seguitò a frequentare
la Corte, mostravasi quotidianamente con fronte di bronzo dinanzi
alla principessa di cui aveva tentata la rovina, ed ottenne il posto
lucroso di principale lenone del Re. Dopo non molto tempo, Whitehall
si mise sossopra alla nuova che Riccardo (_Dick_) Talbot, come veniva
comunemente chiamato, aveva concepito il disegno di assassinare il Duca
dʼOrmond. Il bravo fu mandato alla Torre; ma dopo pochi giorni fu visto
chiassando per le sale di palazzo, e recando letterine dʼamore su e
giù tra il suo signore e le più brutte dame di Corte. Invano i vecchi
e discreti consiglieri supplicavano i due principi a non proteggere
quel ribaldo, che altro merito non aveva, tranne la prestanza della
persona e il gusto nel vestirsi. Talbot non solo era bene accolto
nella reggia quando la bottiglia e i dadi giravano attorno, ma veniva
attentamente udito in negozi di grave momento. Affettava il carattere
di un patriotto irlandese, e patrocinava con grande audacia, e talvolta
con esito prospero, la causa deʼ suoi concittadini, i beni deʼ quali
erano stati confiscati. Studiavasi, nulladimeno, di farsi ben pagare
deʼ servigi che rendeva, e gli venne fatto di acquistare, parte
vendendo protezione, parte scroccando, e parte facendo il lenone, una
rendita di tremila lire sterline lʼanno; imperocchè, sotto la maschera
di leggiero, di prodigo, dʼimprovvido e di impudente bisbetico, egli
era pur troppo uno deʼ più venali e cupidi uomini del mondo. Oramai non
era più giovane, e scontava con acerbi dolori le stemperatezze della
gioventù; ma gli anni e le infermità non gli avevano essenzialmente
mutato il carattere e i modi. Sempre che apriva la bocca, schiamazzava,
imprecava e bestemmiava con sì terribile violenza, che i più
superficiali osservatori lo giudicavano il più feroce deʼ libertini.
Il popolo non sapeva intendere come un uomo il quale anche da sobrio,
era più furioso e vanitoso dʼaltri ubbriaco, e che sembrava affatto
incapace di mascherare il più lieve moto dellʼanimo o di serbare il
minimo secreto, potesse veramente essere un adulatore di cuore freddo,
dʼocchio acuto e dʼingegno macchinatore. Non pertanto, tale era Talbot.
E davvero la sua ipocrisia era dʼuna specie più squisita e più rara
che non fosse quella che regnava nel Parlamento di Barebone. Perocchè
lo ipocrita perfetto non è colui che asconde il vizio sotto i sembianti
della virtù, ma colui il quale si serve del vizio che egli non si
vergogna di mostrare, come di maschera per celare un altro vizio più
nero e proficuo, che gli giova di tenere nascosto.
Talbot, fatto da Giacomo conte di Tyrconnel, aveva comandate le truppe
in Irlanda neʼ nove mesi che corsero dalla morte di Carlo al principio
del viceregno di Clarendon. Quando il nuovo Luogotenente stava per
partire da Londra alla volta di Dublino, il Generale fu chiamato
da Dublino a Londra. Dick Talbot era da lungo tempo conosciuto nel
cammino che doveva fare. Fra Chester e la Metropoli non vʼera quasi
locanda nella quale non avesse attaccato lite. Dovunque giungeva,
affaticava i cavalli a dispetto della legge, imprecava ai cuochi ed ai
postiglioni, e quasi destava tumulti con le sue insolenti rodomonterie.
Andava dicendo che la Riforma aveva rovinato ogni cosa. Ma il bel
tempo era presso. Tra breve i Cattolici si sarebbero rialzati, e si
sarebbero rifatti sugli eretici. Infuriando e bestemmiando sempre
come un indemoniato, ei giunse alla Corte;[52] dove tosto si collegò
strettamente con Castelmaine, Dover ed Albeville. Costoro ad una voce
gridavano guerra alla costituzione della Chiesa e dello Stato. Dicevano
al loro signore, chʼegli per la sua religione e per la dignità della
sua Corona, era in debito di affrontare intrepidamente il grido degli
eretici demagoghi, e mostrare fin da principio al Parlamento chʼegli
sarebbe il signore a dispetto della opposizione, e che il solo effetto
della opposizione sarebbe stato di renderlo signore severo.
XXVIII. Ciascuno deʼ due partiti in che la Corte era divisa, aveva
zelanti alleati stranieri. I ministri di Spagna, dello Impero e
degli Stati Generali erano adesso desiderosi di sostenere Rochester,
come per lo innanzi lo erano stati verso Halifax. Barillon adoperava
tutta la propria influenza dalla parte opposta, ed era aiutato da un
altro agente francese, inferiore a lui per grado, ma assai superiore
per ingegno; voglio dire da Bonrepaux. Barillon non era privo di
buone qualità, ed aveva grande corredo di quelle doti onde allora
andavano predistinti i gentiluomini francesi. Ma la sua capacità non
era quale il suo alto ufficio richiedeva. Era divenuto pigro e a sè
troppo indulgente; amava i piaceri della società e della tavola,
meglio delle faccende; e nelle grandi occasioni era dʼuopo che da
Versailles venissero ammonimenti, ed anche riprensioni, per ispingerlo
ad operare.[53] Bonrepaux si era alzato dalla oscurità a cagione
della intelligenza ed industria che aveva mostrata come impiegato nel
dipartimento della marina, ed aveva riputazione dʼiniziato ai misteri
della politica mercantile. Alla fine del 1685, fu mandato a Londra con
varie commissioni dʼalta importanza. Doveva stabilire le basi per un
trattato di Commercio, indagare e riferire in che condizioni trovavansi
la flotta e gli arsenali inglesi, e fare qualche proposta ai fuorusciti
Ugonotti, i quali supponevasi che fossero tanto prostrati dalla penuria
e dallʼesilio, che avrebbero di gran cuore accettato quasi qualunque
patto di riconciliazione. Il nuovo inviato nasceva da parenti plebei;
era di statura quasi nano, dʼaspetto sì brutto da muovere a scherno,
e parlava con lʼaccento di Guascogna dove era nato: ma vigoroso
buon senso, acutezza di mente, e vivacità di spirito lo rendevano
eminentemente adatto al suo ufficio. In onta ad ogni svantaggio di
nascita e di persona, fu tosto stimato come assai piacevole compagno,
ed espertissimo diplomatico. Mentre folleggiava con la duchessa di
Mazzarino, studiavasi di discutere di cose letterarie con Waller e
Saint Evremond, e carteggiare con la Fontaine, onde bene erudirsi nella
politica inglese. Per la perizia chʼegli aveva nelle cose marittime,
venne in grazia di Giacomo; il quale, per molti anni, prestò non poca
attenzione alle faccende dello Ammiragliato, e le intendeva quanto egli
era capace dʼintendere cosa alcuna al mondo. Conversavano entrambi ogni
giorno lungamente e liberamente intorno alle condizioni delle navi
e degli arsenali. Lo effetto di tale dimestichezza fu quale era da
aspettarsi: val quanto dire, che lo acuto e vigilante francese concepì
sommo pregio per le doti e il carattere del re, dicendo il mondo avere
male giudicato Sua Maestà Britannica, che aveva meno capacità, e non
maggiori virtù di Carlo.[54]
I due inviati di Luigi, comecchè mirassero ad un medesimo fine, con
molto accorgimento presero vie diverse. Si partirono fra loro la Corte.
Bonrepaux usava principalmente con Rochester e gli aderenti di lui.
Le relazioni di Barillon erano principalmente con la opposta fazione.
Conseguenza ne fu, chʼessi soventi volte guardassero un medesimo fatto
da diversi punti di veduta. Il migliore racconto che esista intorno
alla contesa che a quel tempo ferveva in Whitehall, è da trovarsi neʼ
loro dispacci.
XXIX. Come ciascuno deʼ due partiti nella Corte di Giacomo era
sostenuto da principi stranieri, così ciascuno aveva il sostegno dʼuna
autorità ecclesiastica, alla quale il Re mostrava gran deferenza. Il
sommo pontefice inchinava alla moderazione; e i suoi sentimenti erano
espressi dal Nunzio e dal Vicario Apostolico.[55] Dallʼaltra parte,
stava una corporazione che col suo peso controbilanciava anche quello
del Papato; stava, cioè, la potente Compagnia di Gesù.
È circostanza importantissima e degna di considerazione, che queste due
grandi potenze spirituali, un tempo, a quanto pareva, inseparabilmente
collegate, fossero fra loro opposte. Per un periodo di tempo poco
minore di mille anni, il clero regolare era stato il sostegno
precipuo della Santa Sede. Essa lo aveva protetto daʼ vescovi che
volevano immischiarsi nelle sue faccende, e ne era stata ampiamente
ricompensata. Senza gli sforzi dei regolari, è probabile che il
Vescovo di Roma si sarebbe ridotto ad essere il presidente onorario
dʼuna aristocrazia di prelati. Eʼ fu col soccorso deʼ Benedettini,
che Gregorio VII potè lottare ad un tempo contro glʼImperatori della
Casa di Franconia, e contro il clero secolare. Eʼ fu col soccorso deʼ
Domenicani e deʼ Francescani, che Innocenzo III spense la setta degli
Albigesi.
XXX. Nel secolo decimosesto, il Papato, esposto a nuovi pericoli e più
formidabili di quanti lo avessero per innanzi minacciato, fu salvato da
un nuovo ordine religioso, animato da vigoroso entusiasmo e costituito
con insigne magistero. Allorquando i Gesuiti accorsero alla liberazione
del Papato, lo trovarono in estremo pericolo; ma da quel momento le
sue sorti mutarono aspetto. Al protestantismo, che per una intera
generazione aveva abbattuto tutto ciò che aveva incontrato per via, fu
mozzo lo andare avanti, e fu rapidamente fatto indietreggiare dalle
Alpi fino alle sponde del Baltico. Non era scorso un secolo da che la
Compagnia di Gesù esisteva, e il mondo era pieno deʼ ricordi di quanto
essa aveva fatto e sofferto per la fede. Non vʼè comunità religiosa
che possa gloriarsi dʼuna schiera di uomini così variamente cospicui;
nessuna aveva esteso le proprie operazioni sopra uno spazio sì vasto; e
nondimeno, in nessuna vʼera stata cotanto perfetta unità di sentimento
e dʼazione. Non era contrada nel mondo, non sentiero nella vita
attiva o speculativa, in cui non si trovassero i Gesuiti. Dirigevano
i Consigli dei re: decifravano iscrizioni latine: osservavano il moto
deʼ Satelliti di Giove: pubblicavano intere biblioteche, controversia,
casistica, storia, trattati dʼottica, odi alcaiche, edizioni dei
Santi Padri, madrigali, catechismi e satire. La educazione letteraria
della gioventù era quasi interamente nelle loro mani, e condotta con
esquisita maestria. Sembra che avessero scoperto il punto preciso al
quale possa condursi la cultura intellettuale senza il rischio della
intellettuale emancipazione. Gli stessi nemici loro erano costretti a
confessare, che nellʼarte di governare e formare le menti deʼ giovani,
i Gesuiti non avevano rivali. Infrattanto, con assiduità e prospero
successo coltivavano la eloquenza del pulpito. Con assiduità e successo
anche maggiore si dettero al ministero del confessionale. Per tutta
la Europa Cattolica, i secreti dʼogni Governo, e quasi dʼogni notevole
famiglia, erano in poter loro. Girovagavano da un paese protestante ad
un altro, travestendosi in infinite fogge, da galanti cavalieri, da
semplici contadini, da predicatori puritani. Viaggiavano fin dove nè
lʼavidità mercantile nè la curiosità della scienza aveva persuaso altri
ad andare. Trovavansi in abito di mandarini a dirigere lʼosservatorio
astronomico di Pechino. Si vedevano con la marra in mano ammaestrare
nellʼagricoltura i selvaggi del Paraguay. Ciò non ostante, in qualunque
parte risedessero, qualunque mestiere esercitassero, il loro spirito
era sempre lo stesso; cioè piena devozione alla causa comune, implicita
obbedienza allʼautorità centrale. Nessuno sʼera scelto da sè il luogo
dove abitare e la vocazione da seguire. Se il Gesuita dovesse vivere
sotto il cerchio artico o sotto lʼequatore, se dovesse passare tutti
i suoi giorni a classificare gemme e a collazionare manoscritti nel
Vaticano, o a persuadere i barbari dellʼemisfero meridionale perchè
non si divorassero lʼun lʼaltro, erano cose che egli con profonda
sommissione lasciava allʼaltrui pensiero. Se lo volevano a Lima,
trovavasi con la prima flotta a veleggiare sullʼAtlantico. Se di lui
vi era bisogno in Bagdad, si vedeva traverso al deserto fra la prima
caravana. Se vʼera bisogno del suo ministero in qualche regione dove
la sua vita fosse meno sicura di quella dʼun lupo, dove fosse delitto
lʼospitarlo, dove i teschi e i corpi squartati deʼ suoi confratelli
glʼindicavano quale sorte egli dovesse aspettarsi, andava senza lamento
o esitazione al proprio destino. Nè questo spirito eroico è oggimai
estinto. Allorchè, ai tempi nostri, una nuova e terribile pestilenza
girò infuriando attorno al globo, mentre in alcune grandi città lo
spavento aveva rotti tutti i vincoli che congiungono la società, mentre
il clero secolare aveva abbandonato il proprio gregge, mentre non vʼera
oro che bastasse a comperare il soccorso del medico, mentre i più
potenti affetti di natura cedevano allo amore della vita, il Gesuita
vedevasi presso a quel lettuccio che il vescovo e il curato, il medico
e la balia, il padre e la madre avevano abbandonato; vedevasi, dico,
piegare la persona sulle labbra infette, per raccogliere il fioco
accento del moribondo che si confessava, e tenergli dinanzi agli occhi
fino allʼultimo istante della vita la immagine del Redentore spirante
sulla croce.
Ma, con lʼammirevole energia, il disinteresse, e lʼabnegazione che
facevano il carattere della Società, erano mescolati grandi vizi.
Dicevasi, e non senza fondamento, che lʼardente spirito pubblico che
rendeva il Gesuita spregiatore degli agi, della libertà e della vita
propria, lo induceva parimente a spregiare il vero e a non sentire
pietà; che nessun mezzo il quale potesse promuovere lʼutile della
sua religione, sembravagli illecito, o che col vocabolo dʼutilità
della propria religione ei troppo spesso intendeva lʼutile della
Società sua. Affermavasi, che nelle più atroci congiure di cui faccia
ricordanza la storia, lʼazione di lui poteva distintamente scoprirsi;
che, solo costante nello affetto per la confraternita alla quale egli
apparteneva, in parecchi Stati era lʼinimico più pericoloso della
libertà, in altri il più pericoloso nemico dellʼordine. Le più grandi
vittorie che vantasse avere riportate pel bene della Chiesa, erano,
secondo il giudicio di molti illustri membri di quella, più apparenti
che reali. Si era, in verità, affaticato con maraviglioso buon esito
a ridurre il mondo sotto le leggi della Chiesa; ma lo aveva fatto
rilassando le leggi in guisa che si adattassero ai gusti mondani.
Invece di studiarsi dʼinalzare la natura umana alla meta stabilita
dai precetti ed esempi divini, egli aveva abbassata quella meta al di
sotto dellʼumana natura. Gloriavasi dʼuna moltitudine di convertiti,
che per mano sua avevano ricevuto il battesimo nelle più rimote regioni
dellʼOriente; ma correva la voce, che ad alcuni di queʼ convertiti,
i fatti daʼ quali dipende tutta la dottrina del Vangelo erano stati
astutamente nascosti, e che ad altri era stato permesso di schivare
la persecuzione collʼinchinarsi dinanzi alle immagini deʼ falsi Dei,
mentre internamente recitavano Pater ed Ave. Nè simiglianti arti erano
adoperate solo neʼ paesi pagani. Non era da maravigliare che genti
dʼogni grado, e specialmente quelle in alto locate, si affollassero
attorno ai confessionali nei tempii deʼ Gesuiti; imperocchè da queʼ
tribunali di penitenza nessuno se ne andava poco contento. Ivi il
sacerdote era tutto a tutti. Mostrava tanto rigore quanto bastasse
perchè coloro che gli sʼinginocchiavano dinanzi non ricorressero
alle chiese deʼ Domenicani o dei Francescani. Se aveva da fare con
unʼanima veramente divota, parlava con le caute parole degli antichi
padri cristiani; ma con quella gran parte degli uomini che hanno
religione abbastanza da sentire rimorso quando commettono il male,
e non abbastanza da astenersi di commetterlo, il Gesuita seguiva un
sistema diverso. Non potendo ritrarli dalla colpa, studiavasi di
salvarli dal rimorso. Aveva agli ordini suoi un deposito immenso di
farmachi per le coscienze perturbate. Neʼ libri composti daʼ casisti
suoi confratelli, e stampati con licenza deʼ suoi superiori, trovavasi
in gran copia dottrine di conforto per ogni generazione di peccatori.
Ivi il mercatante fallito imparava in che modo potesse, senza peccato,
nascondere le mercanzie alle indagini deʼ suoi creditori. Il servo
apprendeva come potere, senza peccato, rubare le argenterie del proprio
padrone. Il mezzano dʼamore veniva fatto certo, ad un cristiano esser
lecito sostentare la vita recando lettere e messaggi tra le donne
maritate e i loro amanti. Gli alteri e puntigliosi gentiluomini di
Francia ricevevano lietamente una decisione a favore del duello.
GlʼItaliani, avvezzi a vendicarsi con modi più vili e crudeli,
godevano dʼimparare che essi potevano, senza peccato, tirare, nascosti
dietro a una siepe, archibugiate ai loro nemici. Allo inganno era
lasciata licenza bastevole a distruggere il valore del contratto e
del testimonio fra gli uomini. E veramente, se lʼumana società non si
disciolse, se vi fu alcuna certezza della vita e degli averi, egli fu
perchè il senso comune e la umanità frenavano i popoli dal fare ciò
che la Società di Gesù assicurava loro che potessero fare con sicura
coscienza.
Erano così stranamente mescolati il bene e il male nel carattere di
queʼ celebri padri; e in tale mistura stava il secreto della loro
gigantesca potenza. La quale non poteva appartenere nè ai pretti
ipocriti, nè ai rigidi moralisti; ma poteva solo conseguirsi da uomini
che con vero entusiasmo correvano dietro ad un fine, e nel tempo stesso
non pativano scrupoli rispetto ai mezzi di giungervi.
Fin da principio, i Gesuiti erano vincolati da un voto speciale
dʼobbedienza verso il papa. Avevano missione di domare ogni
insubordinazione in seno della Chiesa, non che di respingere le
ostilità degli aperti nemici di quella. La loro dottrina era
similissima a quella che oggidì di qua dalle Alpi si chiama
oltremontana, e differiva dalla dottrina di Bossuet quasi quanto da
quella di Lutero. Dannavano le libertà gallicane, il diritto deʼ
concili ecumenici a sindacare la Santa Sede, e il diritto che vantavano
i vescovi a un mandato divino indipendente da Roma. Lainez, a nome
di tutta la confraternita, proclamò nel Concilio di Trento, fra gli
applausi delle creature di Pio IV e le mormorazioni deʼ prelati
francesi e spagnuoli, che il governo dei fedeli era stato affidato
da Cristo al solo Papa, e che nel solo Papa era accentrata tutta
lʼautorità sacerdotale, e che per mezzo del solo Papa i sacerdoti e
i vescovi erano rivestiti di tutta lʼautorità loro.[56] Per molti
anni la colleganza tra il Sommo Pontefice e la Società di Gesù non
era stata rotta. Ed ove lo fosse stata allorchè Giacomo II ascese al
trono dʼInghilterra, ove la influenza deʼ Gesuiti, non che quella
del Papa, avesse promossa una politica costituzionale moderata, è
probabile che la grande rivoluzione, la quale in breve tempo cangiò le
condizioni dellʼEuropa, non sarebbe accaduta. Ma anche avanti la metà
del secolo diciassettesimo, la Società, inorgoglita daʼ servigi resi
alla Chiesa, fidente nella propria forza, era divenuta disdegnosa del
giogo. Sorse una generazione di Gesuiti disposti a lasciarsi proteggere
e guidare dalla Corte di Francia, meglio che da quella di Roma; la
quale disposizione non era lieve allorchè Innocenzo XI ascese al trono
pontificio.
In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un
nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati
costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più
alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii,
che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo,
ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale.
Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio
contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri,
tribunali, università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si
richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini.
I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella
condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente
abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la
loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè
lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore
era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte
sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente
che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che
anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo
spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la
energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto,
tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i
suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono
di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal
pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno,
e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma
tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente
ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio
originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria
i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava,
che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era
il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi
primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire
il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di
quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva
verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù
trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I
Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente
con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e
nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne
in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo
tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono,
ad accrescere la rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare
il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i
disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.
Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla
Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e
nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa
dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri
cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla
Francia e daʼ Gesuiti.
XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un
Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato
vice–provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di
recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato
Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e
facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i
pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro
principale nella rovina della Casa Stuarda.
XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente
prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere
in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera
cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che
bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere
ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba
chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi
di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti.
Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli
rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime
parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57]
«Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e
gli fu mozzo il capo.»[58] Se fosse stato vero che le concessioni erano
tornate fatali a Carlo I, un uomo di buon senso avrebbe conosciuto, un
solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale
anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare;
che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti
politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico
modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare
e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul
quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava
solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse
francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera
del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece
al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo.
Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato
di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle
armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa
della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde
e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto
ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi
al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del
soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i
quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui.
Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.
Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo
condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli
avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre
agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato
da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente
dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più
depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia
autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo
intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui
lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano
a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato
lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprire che il popolo
talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva
che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere,
che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a
impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni,
a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe
dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo
adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque
per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in
grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana
fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare
e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non
dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per
sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente
rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una
spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.
XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da
un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a
chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni
della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso
erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato
di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il
pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange,
e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose
aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame:
frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti
scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si
vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla,
come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che
basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente
si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento
di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare,
e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la
influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione
per ricorrere ad una sì strana ipotesi, poichè il vero traspare dalla
superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la
via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva
spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza
della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto
subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè
acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva
ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo
a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il
Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande
agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles;
e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio
gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la
ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del
giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata
da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli
aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte
nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di
sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati
di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava
a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili
alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario
di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia
a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che
sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad
un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila
scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline.
Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma,
e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi
del Parlamento.[59]
Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente
dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad
Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare
allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60] Sentì nondimeno
di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse
riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui
erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di
parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque,
di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione.
Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo
che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche
Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla
infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio
magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto
stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato
ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano,
ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere
tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo,
che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era
affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità,
della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland
come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia
aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi
lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza
mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]
Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di
Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti
allʼinteresse della loro religione. Il comitato adunavasi talvolta
nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali
di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di
nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse
a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica
desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non
risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale
intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un
cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma;
a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto
impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli
dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord
Tesoriere.[62]
XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non
presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo,
era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla
intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ
principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere
ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a
stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute
di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della
maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un
violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto
in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo,
pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e
disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così
di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di
sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse
rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua
doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali
trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era
di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi
nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere
era tutto dalla parte del Tesoriere, e da Barillon che il Cancelliere
era in lega col Segretario.[63]
XXXV. Godolphin, cauto e taciturno, fece ogni sforzo a serbarsi
neutrale. Le opinioni e i desiderii suoi erano senza dubbio con
Rochester; ma, per debito dʼufficio, gli era necessario starsi sempre
presso alla Regina, chʼei naturalmente voleva tenersi bene edificata.
Certo, vʼè ragione a credere chʼegli sentisse per lei un affetto più
romantico di quello che spesso nasce nel cuore dei vecchi uomini di
Stato; e certe circostanze che adesso è uopo riferire, lʼavevano
interamente gettato nelle mani della cabala gesuitica.[64]
Il Re, per quanto fosse uomo dʼindole severa e di grave contegno,
rimaneva sotto lo impero delle malìe donnesche, quasi al pari del suo
vivace ed amabile fratello. Se non che, la beltà delle leggiadre dame
di Carlo non era qualità necessaria a muovere i sensi di Giacomo.
Barbera Palmer, Eleonora Gwynn e Luisa de Querouaille annoveravansi tra
le più avvenenti donne deʼ tempi loro. Giacomo, mentre era giovane,
aveva perduta la libertà propria, era disceso dal proprio grado,
e incorso nel dispiacere della propria famiglia per le grossolane
fattezze di Anna Hyde. Tosto, a gran sollazzo di tutta la Corte, venne
rapito alle braccia di una disavvenente consorte da una concubina anche
più disavvenente, cioè da Arabella Churchill. La sua seconda moglie,
quantunque avesse venti anni meno di lui, e non fosse spiacevole di
viso e di persona, ebbe spessi motivi a lamentare la incostanza del
marito. Ma di tutte le sue illecite relazioni, la più forte era quella
che lo avvincolava a Caterina Sedley.
XXXVI. Questa donna era figliuola di Sir Carlo Sedley, uno deʼ più
gai e dissoluti ingegni della Restaurazione. La licenza deʼ suoi
scritti non è compensata da molta grazia e vivacità; ma il prestigio
del suo conversare era riconosciuto anche dagli uomini più sobri che
non facevano stima del suo carattere. Sedergli accanto in teatro, e
udirlo a giudicare dʼuna nuova produzione, considerarsi quale insigne
favore.[65] Dryden lo aveva onorato ponendolo precipuo interlocutore
nel Dialogo intorno alla Poesia Drammatica. I costumi di Sedley erano
tali, che anche in quellʼetà porsero grave argomento di scandalo. Una
volta, dopo un baccano, si mostrò ignudo al balcone dʼuna taverna
presso Covent Garden, arringando la gente che passava con linguaggio
così sconcio e insolente, che fu ricacciato dentro da una pioggia di
sassate, venne processato per indecente condotta, condannato ad una
grossa multa, e dalla Corte del Banco del Re ricevette una invettiva
espressa con energiche parole.[66] La sua figlia ne aveva ereditate le
doti e la impudenza. Non aveva alcuna leggiadria di persona, tranne
due occhi brillanti, lo splendore deʼ quali, agli uomini di gusto
squisito, sembrava fiero e punto donnesco. Era magra di forme, e feroce
di portamento. Carlo, benchè amasse di conversare secolei, rideva
a vederla sì brutta, e soleva dire che i preti lʼavrebbero dovuta
prescrivere a Giacomo come penitenza. Ella conosceva bene di non essere
bella, e liberamente scherzava sulla propria disavvenenza. Nondimeno,
con istrana incoerenza a sè stessa, amava ornare magnificamente la
propria persona, e attirarsi i pungentissimi scherzi del pubblico,
comparendo in teatro impiastrata, dipinta, coperta di trine di
Bruxelles, e fiammeggiante di diamanti, affettando il grazioso contegno
dʼuna giovinetta di diciotto anni.[67]
Non è agevole a spiegare di che natura fosse la influenza che ella
esercitava sopra lʼanimo di Giacomo. Ei più non era giovine. Era
religioso; almeno desiderava fare per la propria religione sforzi
e sacrifici, da cui la più parte di coloro che si chiamano uomini
religiosi avrebbero abborrito. Sembra strano che vi fossero al mondo
attrattive le quali valessero a gettarlo in un modo di vita chʼegli
avrebbe dovuto considerare altamente criminoso: e in questo caso,
niuno poteva intendere in che consistevano tali attrattive. La stessa
Caterina era stupefatta della violenta passione del suo reale amante.
«Eʼ non può essere per la mia bellezza» diceva essa, «poichè bisogna
che egli veda che io non sono punto bella; non può essere per il mio
spirito, poichè egli non ne ha tanto da conoscere chʼio ne abbia
alcuno.»
Il Re, come fu asceso al trono, pel sentimento della nuova
responsabilità che pesava sopra lui, aperse per qualche tempo lʼanima
propria alle impressioni religiose. Fece ed annunziò molte buone
determinazioni, parlò pubblicamente con gran severità degli empii e
licenziosi costumi di quel tempo, e in privato assicurò la Regina e il
confessore che non avrebbe mai più veduta Caterina Sedley. Le scrisse
difatti scongiurandola di abbandonare gli appartamenti da lei occupati
in Whitehall, e di trasferirsi in una casa in Saint Jamesʼs Square,
che le era stata, a spese di lui, splendidamente addobbata. Le promise
nel tempo stesso di darle una grossa pensione dalla sua borsa privata.
Caterina, destra, forte, intrepida, e conscia del proprio potere, lo
compiacque. Dopo pochi mesi, cominciossi a vociferare che Chiffinch
aveva di nuovo ripreso lʼesercizio del proprio ufficio, e che la druda
spesso andava e veniva per lʼuscio segreto, pel quale fu fatto passare
Padre Huddleston allorquando portò lʼEucaristia al moribondo Carlo. Eʼ
sembra che i ministri protestanti del Re sperassero che la cecità del
loro signore per cotesta donna, lo avrebbe guarito della cecità assai
più perniciosa che lo spingeva aʼ danni della loro religione. Caterina
aveva tutti i requisiti che le erano necessari a governare i sentimenti
e gli scrupoli del Re, e porgli in piena luce dinanzi allo sguardo
tutte le difficoltà e i pericoli contro ai quali ei correva ad urtare a
capo fitto.
XXXVII. Rochester, campione della Chiesa, sforzossi di accrescere
siffatta influenza. Ormond, che è popolarmente considerato come la
personificazione di tutto ciò che vʼè di più puro ed elevato in un
Inglese Cavaliere, approvò quel disegno. Perfino Lady Rochester
non arrossì di cooperarvi, e con riprovevolissimi mezzi. Si tolse
lo incarico di dirigere la gelosia dellʼoffesa moglie contro una
giovinetta che era al tutto innocente. Tutta la Corte notò i modi
freddi ed aspri con che la Regina trattava la povera fanciulla
sospetta; ma la cagione del mal umore della Maestà Sua era un mistero.
Per alcun tempo, cotesto intrigo andò innanzi con prospero successo e
con segretezza. Caterina spesso ripeteva chiaramente al Re ciò che i
Lordi protestanti del Consiglio osavano appena accennare con delicate
parole. Gli diceva come la sua Corona corresse gravissimo pericolo: il
vecchio pazzo Arundell e il furfante Tyrconnel lo condurrebbero alla
rovina. Può darsi che le carezze di lei avessero potuto fare ciò che
gli sforzi insieme congiunti della Camera deʼ Lordi e di quella deʼ
Comuni, della Casa dʼAustria e della Santa Sede, non erano riusciti ad
ottenere, se non fosse stata una strana avventura che fece onninamente
mutare aspetto alle cose. Giacomo, in un accesso di amorosa insania,
deliberò di creare la sua druda Contessa di Dorchester di proprio
diritto. Caterina misurò tutto il pericolo di tal passo, e ricusò un
onore che le avrebbe suscitata contro la invidia altrui. Lo amante
ostinossi, e pose di forza il diploma nelle mani di lei. Ella infine
accettò ad un patto, che serve a mostrare quanta fiducia avesse nella
propria potenza e nella debolezza di lui. Gli fece solennemente
promettere di non lasciarla giammai; ma che volendola lasciare, le
dovesse annunziare egli stesso la propria risoluzione, e concederle un
abboccamento.
Appena divulgossi la nuova dello innalzamento di lei, tutto il palazzo
fu sossopra. La Regina sentì ribollirsi nelle vene il fervido sangue
italiano. Altera della giovinezza e dellʼavvenenza propria, dellʼalto
grado e della intemerata castità, non potè senza strazio di dolore
e di rabbia vedersi abbandonata ed insultata per una simile rivale.
Rochester, rammentando forse con quanta pazienza, dopo una breve
lotta, Caterina di Braganza aveva acconsentito ad usare cortesia alle
concubine di Carlo, aveva sperato che, dopo un poco di lamento e di
sdegno, Maria di Modena si sarebbe mostrata egualmente sommessa. Eʼ
non fu così. Nè anche si provò di ascondere agli occhi del mondo la
violenza delle proprie emozioni. Quotidianamente, i cortigiani che
andavano a vederla desinare, notavano come le vivande erano riportate
via senza chʼella le avesse assaggiate. Le lacrime le scorrevano giù
per le guance alla presenza di tutto il cerchio deʼ ministri e degli
ambasciatori. Al Re parlò con veemenza. «Lasciatemi andare» esclamò.
«Avete fatta la vostra druda contessa; fatela regina. Strappate
dal mio capo la corona, e mettetela sopra il suo. Solo lasciatemi
seppellire in qualche convento, chʼio non la vegga mai più.» Poi,
con più calma, gli chiese in che guisa egli potesse conciliare la
sua riprovevole condotta con lo spirito religioso di cui faceva
mostra. «Voi siete pronto» disse ella «a porre a repentaglio il
vostro Regno per la salute dellʼanima vostra, e nondimeno vi dannate
lʼanima per amore di siffatta donna.» Padre Petre, prostrato sulle
ginocchia, secondava la Regina. Era suo debito così fare; e lo adempiva
valorosamente, poichè era connesso con lʼutile proprio. Il Re per
qualche tempo si confessò peccatore, e si mostrò pentito. Nelle ore in
che lo assalivano i rimorsi, faceva severe penitenze. Maria serbò fino
allʼultimo dì di sua vita, e morente la legò al convento di Chaillot,
la disciplina con che Giacomo aveva scontate le proprie peccata
flagellandosi vigorosamente le spalle. Nulla, fuorchè lo allontanamento
di Caterina, avrebbe potuto porre fine a cotesto conflitto tra un
abietto amore ed una superstizione abietta. Giacomo le scrisse,
supplicandola e comandandole di partire. Confessava di averle promesso
che le avrebbe detto addio col proprio labbro. «Ma conosco pur troppo»
soggiungeva «lo impero che voi avete sopra di me. Non avrei forza
dʼanimo bastevole a tenermi fermo nella mia risoluzione, se consentissi
a rivedervi.» Le offerse un legno per trasportarla, con tutti i comodi
e il decoro, alle Fiandre; e le minacciò che ove non si fosse indotta
ad andarsene quietamente, sarebbe stata mandata via per forza. La
donna, in sulle prime, provò di destare la pietà del Re fingendosi
inferma. Poscia prese il contegno dʼuna martire, ed impudentemente si
spacciò di patir tanto per la religione protestante. Riprese quindi
i modi di Giovanni Hampden, sfidando il re a mandarla via; nel quale
caso se ne sarebbe richiamata ai tribunali. Finchè la _Magna Carta_ e
lʼ_Habeas Corpus_ erano leggi del Regno, ella voleva starsi dove meglio
le talentasse. «E in Fiandra» gridò ella «giammai! Ho imparato una cosa
dalla Duchessa di Mazzarino mia amica, ed è di non fidarmi mai dʼun
paese dove siano conventi.» Alla perfine, elesse lʼIrlanda come luogo
dʼesilio, probabilmente perchè ivi era vicerè il fratello di Rochester
suo protettore. E dopo molto indugiare, ella si partì, lasciando
vittoriosa la Regina.[68]
La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non
aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di
mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia
chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna
concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento
di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più
esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto
dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva
solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se
non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il
sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione!
ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa
imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un
principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona
per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti,
che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per
vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche
meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo
di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e
chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio;
e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro,
innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando
devote giaculatorie.[69]
XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi
scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non
solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta
nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le
parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono,
la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua
influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che
non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata
dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e
felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re
il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la
riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio
per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe
frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini
moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi
in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare
lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato,
non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano
studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe
era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa,
e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la
moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali,
sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica,
adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente
alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano
ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come
quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra
parte, i fervidi Protestanti, che parlavano sempre della rilassatezza
deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se
ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene
della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come
gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri
fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e
i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo
ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed
ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva
indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che
direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece
quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza
dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti
abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore.
Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del
Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e
quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca
parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]
E aveva ragione dʼessere inquieto. Glʼindiscreti e impopolari
provvedimenti si succedevano rapidamente lʼun lʼaltro. Ogni pensiero
di ritornare alla politica della Triplice Alleanza era abbandonato. Il
Re esplicitamente confessò ai ministri di queʼ potentati continentali,
coi quali già aveva avuto intendimento di collegarsi, che aveva affatto
mutato pensiero, e che lʼInghilterra doveva seguitare ad essere,
come era stata sotto lʼavo, il padre e il fratello suoi, di nessun
conto in Europa. «Non sono in condizioni» ei disse allo Ambasciatore
Spagnuolo «dʼimpacciarmi di ciò che accade fuori deʼ miei Stati. Sono
risoluto di lasciare che le faccende straniere piglino il loro corso,
di consolidare lʼautorità mia nel mio Regno, e di fare qualche cosa
a pro della mia religione.» Pochi giorni dipoi manifestò i medesimi
intendimenti agli Stati Generali.[71] Da quel tempo sino alla fine
del suo ignominioso regno, non fece alcuno positivo sforzo a trarsi
di vassallaggio, quantunque non potesse mai, senza dare in furore,
sentirsi chiamare vassallo.
I due fatti onde il pubblico si accôrse che Sunderland e il suo partito
avevano vinto, furono la proroga del Parlamento dal febbraio al maggio,
e la partenza di Castelmaine per Roma, col grado dʼambasciatore di
primissima classe.[72]
Fino allora tutti gli affari del Governo Inglese alla Corte Papale
erano stati affidati a Giovanni Caryl. Questo gentiluomo era noto ai
suoi coetanei come persona ricca e educata, e come autore di due opere
drammatiche applaudite; cioè dʼuna tragedia in versi rimati, che era
stata resa popolare dallʼinsigne attore Betterton; e di una commedia,
che dʼogni suo pregio va debitrice alle scene rubate a Molière. Questi
componimenti sono da lungo tempo caduti in oblio; ma ciò che Caryl
non valse a fare a suo pro, è stato fatto per lui da un più possente
ingegno. Un mezzo verso nel Riccio Rapito ha reso immortale il suo nome.
XXXIX. Caryl, il quale al pari di tutti gli altri rispettabili
Cattolici Romani era nemico alle misure violente, aveva con buon senso
e buon animo adempiuto il suo delicato incarico a Roma. La commissione
affidatagli ei compì lodevolmente; ma non aveva carattere officiale, e
studiosamente schivò ogni dimostrazione. E però i suoi servigi furono
quasi di nessuna spesa al Governo, e non provocarono mormorazioni.
Al suo ufficio venne adesso sostituita una dispendiosa e pomposa
ambasciata, che offese grandissimamente il popolo inglese, mentre non
piacque punto alla Corte di Roma. Castelmaine ebbe lo incarico di
domandare un cappello cardinalizio pel suo alleato Padre Petre.
Verso il medesimo tempo, il Re cominciò a mostrare, in modo non
equivoco, ciò che veramente sentiva verso gli esuli Ugonotti. Mentre
sperava di sedurre il Parlamento a mostrarsi sommesso, e intendeva
di farsi capo della coalizzazione europea contro la Francia, aveva
simulato di biasimare la revoca dello editto di Nantes, e commiserare
quegli infelici dalla persecuzione cacciati lungi dalle patrie
contrade. Aveva fatto annunziare che in ogni chiesa del Regno si
sarebbe fatta, con la sua approvazione, una colletta a beneficio loro.
Un apposito proclama era stato compilato con parole che avrebbero
ferito lʼorgoglio di un sovrano meno irritabile e vanaglorioso di
Luigi. Ma adesso tutto mutò dʼaspetto. I principii del trattato
di Dover diventarono di nuovo i fondamenti della politica estera
dellʼInghilterra. Si fecero quindi ampie apologie per la scortesia
con cui il Governo Inglese aveva agito verso la Francia mostrando
favore ai fuorusciti francesi. Il proclama che era spiaciuto a Luigi,
fu revocato.[73] I ministri Ugonotti furono avvertiti di parlare
con riverenza del loro oppressore neʼ loro pubblici discorsi; se
no, avrebbero corso pericolo. Giacomo non solo cessò di manifestare
commiserazione per queʼ malarrivati, ma dichiarò di credere che
essi covassero perfidissimi disegni, e confessò di avere errato
proteggendoli. Giovanni Claude, uno deʼ più illustri fuorusciti, aveva
pubblicato nel continente un piccolo volume, nel quale dipingeva con
tinte vigorose i patimenti deʼ suoi confratelli. Barillon chiese che
il libro venisse solennemente vituperato. Giacomo assentì, e in pieno
Consiglio dichiarò, come fosse suo piacere che il libello di Claude
venisse bruciato dinanzi la Borsa Reale per mano del boia. Anche
Jeffreys ne rimase attonito, e provossi di mostrare che siffatto
procedimento era senza esempio; che il libro era scritto in lingua
straniera; che era stato stampato in una tipografia straniera; che si
riferiva interamente a fatti successi in un paese straniero; e che
nessun Governo inglese sʼera mai impacciato di tali opere. Giacomo
non patì che la questione venisse discussa. «La mia deliberazione»
disse egli «è fatta. Oramai è nata lʼusanza di trattare i Re con poco
rispetto, ed è mestieri che tutti vicendevolmente si difendano. Un
Re dovrebbe essere sempre il sostegno dellʼaltro; ed io ho ragioni
particolari per rendere al Re di Francia questo atto di rispetto.» I
consiglieri stettero muti. Lʼordine fu emanato; e il libro di Claude fu
dato alle fiamme, non senza alte mormorazioni di molti che erano stati
ognora riputati fermi realisti.[74]
La colletta, già promessa, fu per lungo tempo per vari pretesti
differita. Il Re volentieri avrebbe mancato alla sua parola; ma
lʼaveva così solennemente data, che non poteva, senza somma vergogna,
ritirarla.[75] Non per tanto, nulla fu omesso che potesse intiepidire
lo zelo delle congregazioni. Aspettavasi che, secondo la costumanza
solita in simili casi, il popolo venisse esortato dai pulpiti. Ma
Giacomo era determinato di non tollerare declamazioni contro la
religione e lʼalleato suo. Lo arcivescovo di Canterbury ebbe, perciò,
ordine di far sapere al clero, che si doveva semplicemente leggere
il regio proclama, senza presumere di predicare intorno ai patimenti
deʼ protestanti francesi.[76] Nondimeno, le offerte furono in tanta
copia, che, fatta ogni deduzione, la somma di quaranta mila lire
sterline venne depositata nella Camera di Londra. Forse non vʼè stata
nellʼetà nostra colletta così generosa in proporzione deʼ mezzi della
nazione.[77]
Il Re rimase amaramente mortificato da sì generosa colletta, fattasi
in ubbidienza al suo invito. Sapeva bene, disse egli, che cosa
significava tale liberalità. Era un puro dispetto che i Whig avevano
inteso di fare a lui ed alla sua religione;[78] ed aveva già deciso
che la somma raccolta non servisse per coloro che i donatori volevano
beneficare. Era stato per parecchie settimane in istretta comunicazione
intorno a questo negozio con la Legazione. Francese; ed approvante la
Corte Francese, si appigliò ad un partito che non può di leggieri
conciliarsi coʼ principii di tolleranza chʼegli poscia pretese di
professare. I fuorusciti erano zelanti del culto e della disciplina
deʼ Calvinisti. Giacomo, quindi, fece comandamento che a niuno fosse
dato un tozzo di pane o una cesta di carbone, se prima non avesse
prestato il giuramento a seconda del rituale anglicano.[79] È cosa
strana che questo inospitale provvedimento fosse stato immaginato da
un principe, il quale considerava lʼAtto di Prova come un oltraggio
fatto ai diritti della coscienza: imperocchè, per quanto ingiusto possa
essere lʼimporre un Atto di Prova con sacramento onde chiarirsi se gli
uomini meritino occupare gli uffici civili e militari, è senza alcun
dubbio assai più ingiusto imporre il detto sacramento per conoscere
se essi, nella estrema miseria, meritino carità. Nè Giacomo aveva
la scusa che potrebbe allegarsi a scemare la colpa da tutti quasi i
persecutori; perocchè la religione chʼegli imponeva ai fuorusciti,
a pena di lasciarli morire di fame, non era la religione chʼegli
professava. La sua condotta, adunque, verso loro era meno scusabile di
quella di Luigi: poichè costui gli oppressava sperando di ricondurli da
una dannevole eresia alla vera Chiesa; Giacomo gli opprimeva solo onde
costringerli ad apostatare da una dannevole eresia, ed abbracciarne
unʼaltra.
Una Commissione, nella quale era il Cancelliere, fu istituita a
distribuire le pubbliche limosine. Nella prima adunanza, Jeffreys
manifestò la volontà del Re. Disse che i fuorusciti erano troppo
generalmente nemici della monarchia e dello episcopato. Se volevano
ottenere qualche sussidio, era mestieri che si convertissero alla
Chiesa Anglicana, e prestassero il giuramento nelle mani del suo
cappellano. Molti esuli che erano andati pieni di gratitudine e di
speranza a chiedere qualche soccorso, udirono la propria sentenza, e
con la disperazione nel cuore partironsi.[80]
XL. Si appressava il mese di maggio, mese stabilito per la ragunanza
delle Camere; ma furono di nuovo prorogate sino a novembre.[81] Non
era strano che il Re aborrisse di vederle adunate; imperciocchè era
risoluto di abbracciare una politica che egli sapeva bene essere da
loro detestata. Daʼ suoi predecessori aveva ereditate due prerogative,
i confini delle quali non sono stati rigorosamente definiti, e
che, esercitate illimitatamente, basterebbero a sovvertire tutto
lʼordinamento politico dello Stato e della Chiesa. Erano il potere di
dispensare e la supremazia ecclesiastica. Per virtù dellʼuno, il Re
propose di ammettere i Cattolici Romani, non solo agli uffici civili
e militari, ma anche agli spirituali. Per virtù dellʼaltra, sperava
di rendere il clero anglicano strumento della distruzione della loro
propria Chiesa.
Questo disegno si venne gradatamente esplicando da sè. Non si stimò
sicuro cominciare concedendo allo intero corpo deʼ Cattolici Romani
dispensa dagli statuti che imponevano pene e giuramenti; perciocchè
non vʼera cosa che fosse così pienamente stabilita come la illegalità
di una tale dispensa. La Cabala nel 1672 aveva promulgata una
dichiarazione generale dʼIndulgenza. I Comuni, appena adunatisi,
protestarono contro. Carlo II aveva ordinato che fosse cassata in
sua presenza, ed aveva di propria bocca e con un messaggio scritto
data assicurazione alle Camere, che lʼatto che aveva cagionato tanto
lamento, non sarebbe stato mai considerato come esempio precedente.
Sarebbe stato difficile trovare in tutti i collegi dʼavvocati un
giureconsulto di qualche riputazione, che avesse voluto difendere
una prerogativa, alla quale il Sovrano, assiso sul trono in pieno
Parlamento, aveva solennemente pochi anni innanzi rinunziato. E però,
il primo fine che Giacomo si prefissse, fu quello dʼottenere che le
Corti di Diritto Comune riconoscessero chʼegli, almeno fino a questo
segno, possedeva la potestà di dispensare.
XLI. Ma, quantunque le sue pretese fossero modiche in agguaglio di
quelle che manifestò pochi mesi dopo, si accôrse tosto che gli stava
contro lʼopinione di quasi tutta Westminster Hall. Quattro deʼ giudici
gli fecero intendere, che in questa occasione non potevano secondare
il suo proponimento; ed è da notarsi che tutti e quattro erano Tory
violenti, e fra essi vʼerano uomini che avevano accompagnato Jeffreys
nella sua missione di sangue, e che avevano assentito alla morte di
Cornish e dʼElisabetta Gaunt. Jones, Capo Giudice deʼ Piati Comuni,
uomo che non sʼera mai prima ricusato a nessuna bassa azione, comunque
crudele e servile, adesso parlò nel gabinetto regio con parole che
sarebbero state convenevoli alle labbra deʼ magistrati più integerrimi
di cui faccia ricordo la storia nostra. Gli fu detto chiaramente, o di
smettere la propria opinione, o lasciare lʼimpiego. «In quanto al mio
impiego» rispose, «poco mi curo. Ormai son vecchio, e mi son logorata
la vita in servizio della Corona; ma rimango mortificato nel vedere
che Vostra Maestà mi stimi capace di dare un giudicio che nessuno,
tranne un uomo stolto e disonesto, potrebbe dare.»—«Ho risoluto» disse
il Re «di avere dodici giudici i quali la pensino come me in questo
negozio.»—«La Maestà Vostra» rispose Jones «potrebbe trovare dodici
giudici che la pensino come Voi, ma non dodici giurisperiti.»[82]
Fu destituito, con Montague, Capo Barone dello Scacchiere; e due
altri giudici inferiori, Neville e Charlton. Uno deʼ nuovi giudici
era Cristoforo Milton, fratello minore del gran poeta. Poco si sa di
Cristoforo, salvo che a tempo della guerra civile era stato realista,
e che adesso, giunto alla vecchiezza, pendeva verso il papismo. Non
pare che si convertisse mai formalmente alla Chiesa di Roma; ma certo
scrupoleggiava a comunicare con la Chiesa dʼInghilterra, ed aveva
quindi un forte interesse a difendere la potestà di dispensare.[83]
Il Re trovò i suoi consiglieri giuristi disubbidienti quanto i giudici.
Il primo che seppe di dovere difendere la potestà di dispensare, fu
lʼAvvocato Generale Heneage Finch. Senza tanti andirivieni, ricusò di
farlo, e il dì dopo fu destituito dallʼufficio.[84] Al Procuratore
Generale Sawyer fu ingiunto di rilasciare ordini per autorizzare
i membri della Chiesa di Roma ad occupare i beneficii pertinenti
a quella dʼInghilterra. Sawyer era stato profondamente implicato
nelle più crude e inique persecuzioni di quel tempo, ed era daʼ Whig
abborrito come uomo che aveva le mani imbrattate del sangue di Russell
e di Sidney; ma in questa occasione non mostrò difetto dʼonestà
e di fermezza. «Sire,» disse egli «questo non importa dispensare
semplicemente da uno statuto; ma vale il medesimo che annullare
lʼintero Diritto Statutario, da Elisabetta fino a noi. Io non oso
porvi mano; e scongiuro la Maestà Vostra a considerare se una tanta
aggressione ai diritti della Chiesa sia dʼaccordo con le ultime
promesse che avete generosamente fatte.»[85] Sawyer sarebbe stato come
Finch destituito, se il Governo avesse potuto trovargli un successore:
ma ciò non era cosa di poco momento. Era necessario, a proteggere i
diritti della Corona, che uno almeno deʼ legali della Corona fosse
uomo dotto, abile ed esperto; e non era da trovarsi un tale uomo che
difendesse la potestà di dispensare. Al Procuratore Generale fu,
dunque, per pochi mesi lasciato lʼimpiego. Tommaso Powis, uomo da
nulla, che non aveva altri requisiti, dalla servilità allʼinfuori, per
occupare qualche alto ufficio, fu nominato Avvocato Generale.
XLII. Gli apparecchi preliminari erano ormai compiti. Vʼerano un
Avvocato Generale per difendere la potestà di dispensare, e dodici
giudici per decidere a favore di quella. La questione, adunque, fu
sollecitamente messa in campo. Sir Eduardo Hales, gentiluomo di Kent,
erasi convertito al papismo in tempi neʼ quali niuno poteva impunemente
dichiararsi papista. Aveva tenuta secreta la propria conversione, e
tutte le volte che ne veniva richiesto, affermava dʼessere Protestante
con solennità tale, da dare poco credito ai suoi principii. Come
Giacomo ascese al trono, non vi fu mestieri di simulazione. Sir
Eduardo apostatò pubblicamente, e ne ebbe in ricompensa il comando
dʼun reggimento di fanteria. Lo aveva tenuto per più di tre mesi senza
prestare il giuramento. Era quindi soggetto alla pena di cinquecento
lire sterline, che chi lo avesse accusato poteva ricuperare per via
dʼazione di debito. Un uomo di condizione servile fu adoperato a
portare lʼazione nella Corte del Banco del Re. Sir Eduardo non negò
i fatti allegati contro lui, ma disse di possedere lettere patenti,
che lo autorizzavano a tenere il suo ufficio, malgrado lʼAtto di
Prova. Lo accusatore ammise che le ragioni di Sir Eduardo erano vere
in fatto, ma negò che quella fosse una soddisfacente risposta. Così
fu fatta una semplice questione di diritto da decidersi dalla Corte.
Un avvocato che era notissimo strumento del Governo, comparve per
il simulato accusatore, e fece alcune lievi obiezioni alle ragioni
allegate dallʼaccusato. Il nuovo Avvocato Generale rispose. Il
Procuratore Generale non prese parte al giudicio. Il Lord Capo Giudice,
Sir Eduardo Herbert, profferì la sentenza. Annunziò dʼavere esposta
la questione a tutti i dodici giudici, e che undici di loro opinavano
che il Re potesse legittimamente dispensare dagli statuti penali nei
casi particolari, e per ragioni di grave importanza. Il Barone Street,
lʼunico che dètte il voto contrario, non fu destituito dallʼufficio.
Era uomo così immorale, che era abborrito perfino dai suoi stessi
parenti, e che il Principe dʼOrange, a tempo della Rivoluzione, fu
avvertito di non ammetterlo al suo cospetto. Il carattere di Street
rende impossibile il credere che egli avesse voluto mostrarsi più
scrupoloso deʼ suoi colleghi. Il carattere di Giacomo rende impossibile
il credere che un Barone dello Scacchiere, mostratosi disubbidiente,
fosse stato lasciato nellʼimpiego. Non può esservi alcun dubbio
ragionevole che il giudice dissenziente, come lʼaccusatore e il costui
difensore, non avessero agito dʼaccordo. Importava assai che vi fosse
grande preponderanza dʼautorità a favore della potestà di dispensare;
ed era al pari importante che il Banco, che era stato studiosamente
ricomposto per quella circostanza, avesse lʼapparenza dʼessere
indipendente. Ad un giudice, quindi, che era il meno rispettabile deʼ
dodici, fu permesso, e più probabilmente comandato, di votare contro la
prerogativa.[86]
La potestà in tal modo riconosciuta dalle Corti di Legge, non fu
lasciata inoperosa. Un mese dopo la sentenza proferita dal Banco
del Re, quattro Lordi cattolici romani furono chiamati al Consiglio
Privato. Due di loro, Powis e Bellasyse, appartenevano al partito
moderato, e probabilmente accettarono lʼufficio con repugnanza e con
molti tristi presentimenti. Gli altri due, Arundell e Dover, non
avevano cosiffatti presentimenti.[87]
XLIII. La potestà di dispensare fu, nel medesimo tempo, adoperata a
rendere i Cattolici Romani atti ad occupare i beneficii ecclesiastici.
Il nuovo Avvocato Generale prontamente emanò i decreti che Sawyer aveva
ricusato di fare. Uno di questi decreti fu in favore dʼuno sciagurato
che aveva nome Eduardo Sclater, e che possedendo due beneficii, voleva
tenerli a qualunque costo, e in tutte le vicissitudini. La domenica
delle Palme del 1686, egli amministrò la comunione ai suoi parrocchiani
secondo il rito della Chiesa Anglicana. Nella seguente domenica della
Pasqua, celebrò la Messa. La regia dispensa lo autorizzò a fruire
degli emolumenti deʼ suoi beneficii. Alle rimostranze deʼ patroni che
gli avevano conferiti, rispose con insolenti parole di provocazione;
e mentre alla causa deʼ Cattolici Romani spirava prospero il vento,
ei pubblicò un assurdo trattato in difesa della propria apostasia. Ma
pochi giorni dopo la Rivoluzione, una gran folla convenne nel tempio di
Santa Maria nel Savoy, per vederlo rientrare nel grembo della religione
da lui abbandonata. Leggendo lʼabjura, le lacrime gli scendevano
copiose giù per le guance, e profferì unʼacre invettiva contro i preti
papisti, dalle arti deʼ quali era stato sedotto.[88]
Con non minore infamia si condusse Obadia Walker. Era vecchio prete
della Chiesa Anglicana, e ben noto nella Università dʼOxford come uomo
dotto. Sotto il regno di Carlo, era venuto in sospetto dʼinclinare al
papismo, ma esteriormente erasi conformato alla religione stabilita, ed
infine era stato eletto Maestro o Rettore del Collegio Universitario.
Subito dopo che Giacomo ascese al trono, Walker deliberò di gettar via
la maschera con che fino allora sʼera coperto. Si astenne dal culto
anglicano, e con alcuni convittori e sottograduati da lui pervertiti,
ascoltava giornalmente la Messa nel proprio appartamento. Uno deʼ
primi atti del nuovo Avvocato Generale, fu di fare un decreto che
autorizzava Walker e i suoi proseliti a ritenere i loro beneficii, non
ostante la loro apostasia. Furono tosto chiamati deʼ muratori, perchè
trasformassero in oratorio due file di stanze. In pochi giorni nel
Collegio Universitario celebraronsi pubblicamente i riti cattolici
romani. Vi fu posto a cappellano un Gesuita. Vi fu allogata una
tipografia con licenza regia, per istampare i libri cattolici romani.
Per lo spazio di due anni e mezzo, Walker seguitò a guerreggiare contro
il protestantismo con tutto il rancore dʼun rinnegato: ma quando
la fortuna mutò faccia, ei mostrò che gli mancava il coraggio dʼun
martire. Fu tratto alla barra della Camera deʼ Comuni perchè rendesse
ragione della propria condotta, e fu tanto vigliacco da protestare
di non aver mai mutato religione, nè mai cordialmente approvate
le dottrine della Chiesa di Roma, e di non essersi mai provato a
convertire a quella nessun uomo. Non valeva lʼincomodo di violare gli
obblighi più sacri della legge e della fede data per convertire uomini
come Walker.[89]
XLIV. Dopo breve tempo, il Re fece un passo più innanzi. A Sclater e
Walker era stato solamente permesso di tenere, dopo dʼessersi fatti
papisti, i beneficii già loro concessi mentre si dicevano protestanti.
Conferire unʼalta dignità nella Chiesa Anglicana ad un aperto nemico
di quella, era un atto più audace che rompeva le leggi e la reale
promessa. Ma non vʼera provvedimento che a Giacomo paresse ardito. Il
decanato di Christchurch divenne vacante. Quellʼufficio, e per dignità
e per emolumenti, era uno deʼ più considerevoli nella Università di
Oxford. Al decano era affidato il governo di un maggior numero di
giovani di cospicue parentele e di grandi speranze, che si potesse
trovare in qualunque altro collegio. Egli era parimente il capo di
una cattedrale. Con ambedue questi caratteri, era necessario chʼegli
appartenesse alla Chiesa Anglicana. Nondimeno, Giovanni Massey, che
manifestamente era membro della Chiesa di Roma, e che altro merito non
aveva, tranne dʼesser membro di quella Chiesa, fu, per virtù della
potestà di dispensare, nominato allʼufficio predetto; e tosto dentro
le mura di Christchurch fu innalzato un altare, dove ogni giorno si
celebrava la Messa.[90] Al Nunzio il Re disse, che come aveva fatto in
Oxford, così tra breve farebbe in Cambrigde.[91]
XLV. Non pertanto, anche ciò era lieve male in paragone di quello
che i Protestanti avevano buone ragioni a temere. Sembrava assai
probabile che lʼintero governo della Chiesa Anglicana verrebbe, tra
poco tempo, posto nelle mani deʼ suoi mortali nemici. Vʼerano tre
insigni sedi vacanti; quella di York, quella di Chester e quella
dʼOxford. Il vescovato dʼOxford fu dato a Samuele Parker, parassito;
la cui religione, se pure egli aveva religione alcuna, era quella di
Roma; e che si chiamava protestante, solo perchè aveva lʼimpaccio dʼuna
moglie. «Io voleva» disse il Re ad Adda «nominare un aperto cattolico:
ma il tempo non è ancora giunto. Parker è bene disposto per noi; sente
come noi; ed a poco per volta convertirà tutto il suo clero.»[92] Il
vescovato di Chester, vacante per la morte di Giovanni Pearson, uomo di
grande rinomanza e come filologo e come teologo, fu conferito a Tommaso
Cartwright, anche più abietto parassito di Parker. Lo arcivescovato di
York rimase varii anni vacante. E non potendosi a ciò allegare nessuna
buona ragione, sospettavasi che il Re differisse la nomina, finchè si
potesse rischiare di porre quellʼinsigne mitra sul capo dʼun papista. E
veramente, egli è molto probabile che il senno e la buona disposizione
del Papa salvassero da tanto oltraggio la Chiesa Anglicana. Senza
speciale dispensa del Papa, nessun Gesuita poteva divenire vescovo; e
non vi fu mai modo dʼindurre Innocenzo ad accordarla a Petre.
XLVI. Giacomo nè anche dissimulò lo intendimento che aveva di giovarsi
con vigore e sistematicamente di tutti i poteri che aveva come capo
della Chiesa stabilita, per distruggerla. Disse con chiare parole,
che per opera della divina Provvidenza, lʼAtto di Supremazia sarebbe
stato il mezzo di richiudere la fatale ferita da esso inflitta nel
corpo della Chiesa universale. Enrico ed Elisabetta avevano usurpato un
dominio che di diritto apparteneva alla Sede. Tale dominio, nel corso
della successione, era venuto nelle mani di un principe ortodosso,
il quale lo terrebbe come deposito appartenente alla Santa Sede. La
legge gli dava potestà di reprimere gli abusi spirituali: e il primo
di quelli chʼegli intendeva reprimere, era la libertà con cui il
clero anglicano difendeva la propria religione e combatteva contro le
dottrine di Roma.[93]
XLVII. Ma incontrò un grande ostacolo. La supremazia ecclesiastica di
che egli andava rivestito, non era punto la stessa alta e terribile
prerogativa da Elisabetta, da Giacomo I e da Carlo I esercitata.
Lʼatto che dava alla Corona una quasi infinita autorità visitatoria
sopra la Chiesa, quantunque non fosse mai stato formalmente abrogato,
aveva veramente perduto in gran parte il primitivo vigore. La legge
in sostanza rimaneva, ma senza nessuna formidabile sanzione, e senza
efficace sistema di procedura; ed era perciò poco più che una lettera
morta.
Lo statuto che rese ad Elisabetta il dominio spirituale, assunto dal
padre e deposto dalla sorella, conteneva una clausula che dava al
Sovrano autorità di costituire un tribunale che poteva inchiedere
e riformare, o punire i delitti ecclesiastici. Per virtù di tale
clausula, fu creata la Corte dellʼAlta Commissione; Corte che per
molti anni era stata terribile ai non–conformisti, e sotto la cruda
amministrazione di Laud divenne argomento di timore e dʼodio, anche a
coloro che amavano maggiormente la Chiesa stabilita. Adunatosi il Lungo
Parlamento, lʼAlta Commissione venne generalmente giudicata come il più
grave degli abusi che la nazione sosteneva. E però fu fatta alquanto
frettolosamente una legge, la quale non solo privò la Corona della
potestà di nominare visitatori per soprintendere alle faccende della
Chiesa, ma abolì senza distinzione ogni specie di corti ecclesiastiche.
Dopo la Restaurazione, i Cavalieri, che erano numerosissimi nella
Camera deʼ Comuni, per quanto fossero zelanti della prerogativa,
rammentavano ancora con amarezza la tirannia dellʼAlta Commissione,
e non erano punto disposti a richiamare a vita una cotanto odiosa
istituzione. Pensavano, ad unʼora, e non senza ragione, che lo statuto
il quale aveva distrutte tutte le corti cristiane del reame senza nulla
sostituirvi, fosse soggetto a gravi obiezioni. E però lo revocarono,
tranne nella parte che riferivasi allʼAlta Commissione. Così le
Corti Arcidiaconali, le Concistoriali, quella dellʼArcivescovo di
Canterbury, lʼaltra così detta deʼ Peculiari, e la Corte dei Delegati
furono richiamate a vita; ma lʼatto per virtù del quale ad Elisabetta
ed aʼ suoi successori era stata concessa la potestà di nominare
Commissioni con autorità visitatoria sopra la Chiesa, non solo non
fu rimesso in vigore, ma con parole estremamente forti fu dichiarato
pienamente abrogato. È, dunque, chiaro, quanto può esserlo qualunque
punto di diritto costituzionale, che Giacomo II non era competente
a istituire una Commissione, con potestà di visitare e governare
la Chiesa Anglicana.[94] Che se così fosse stato, poco valeva che
lʼAtto di Supremazia, con parole alto sonanti, gli desse facoltà da
correggere ciò che non era equo in quella Chiesa. Nullʼaltro, fuorchè
una macchina formidabile come quella, chʼera stata distrutta dal Lungo
Parlamento, poteva forzare il clero anglicano a divenire strumento
del Re per la distruzione della dottrina e del culto anglicano. Egli,
perciò, nellʼaprile del 1686, deliberò di creare una nuova Corte dʼAlta
Commissione. Il disegno non fu mandato subitamente ad esecuzione. Fu
avversato da tutti i ministri che non erano ligii alla Francia ed aʼ
Gesuiti. I giureconsulti lo considerarono come oltraggiosa violazione
della legge, e gli aderenti alla Chiesa Anglicana come unʼaggressione
alla Chiesa loro. Forse la contesa sarebbe durata più a lungo, se non
fosse accaduto un fatto che ferì lʼorgoglio e infiammò la collera del
Re. Egli, come capo supremo ordinario, aveva dato ordini affinchè il
clero anglicano si astenesse di toccare i punti controversi della
dottrina. In tal guisa, mentre tutte le Domeniche e le festività
dentro il ricinto deʼ reali palazzi recitavansi sermoni a difesa della
religione cattolica romana, alla Chiesa dello Stato, alla Chiesa della
grandissima parte della nazione era inibito di spiegare e difendere
i propri principii. Lo spirito di tutto lʼordine clericale destossi
contro cotesta ingiustizia. Guglielmo Sherlock, teologo insigne,
che aveva scritto con asprezza contro i Whig e i Dissenzienti, e ne
era stato rimunerato dal Governo collʼufficio di Maestro o Rettore
del Tempio e con una pensione, fu uno deʼ primi a incorrere nello
sdegno del Re. Gli fu sospesa la pensione, ed ei venne severamente
redarguito.[95] Poco appresso Giovanni Sharp, Decano di Norwich e
Rettore di Saint Giles–in–the–Fields, fece più grave offesa a Giacomo.
Era uomo dotto e di fervida pietà, predicatore di gran fama, e prete
esemplare. In politica, come tutti i suoi confratelli, era Tory, ed
era pur allora stato fatto regio cappellano. Ricevè una lettera di
un anonimo, il quale simulava venire da uno deʼ suoi parrocchiani
che era stato vinto dagli argomenti deʼ teologi cattolici romani, ed
agognava dʼimparare se la Chiesa Anglicana fosse parte della vera
Chiesa di Cristo. Nessun teologo che non avesse perduto ogni senso
deʼ religiosi doveri o dellʼonore del proprio ministero, poteva
ricusare di rispondere. La Domenica prossima, Sharp fece un vigoroso
discorso contro le alte pretese della Chiesa di Roma. Alcune delle
sue espressioni vennero esagerate, scontorte, e recate dai ciarlieri
a Whitehall. Fu falsamente riferito, chʼegli avesse vituperosamente
parlato dello disquisizioni teologiche già trovate nella cassa forte
di Carlo, e pubblicate da Giacomo. Compton, vescovo di Londra, ebbe da
Sunderland ordini di sospendere Sharp, fino a tanto che il Re avesse
altrimenti provveduto. Il vescovo si sentì grandemente perplesso. La
sua recente condotta nella Camera dei Lordi aveva profondamente offesa
la Corte. Il suo nome era già stato casso dalla lista deʼ Consiglieri
Privati. Egli era già stato cacciato dallʼufficio che occupava nella
cappella reale. Non voleva aggiungere nuove provocazioni; ma lʼatto
che gli sʼimponeva era un atto giudiciale. Intese essere ingiusto, e i
migliori consiglieri gli assicuravano essere illegale infliggere una
pena senza che al supposto colpevole fosse dato modo a difendersi. E
però, con umilissime parole, espose al Re le difficoltà ad eseguire
lʼordine ricevuto, e avvertì privatamente Sharp a non mostrarsi per
allora in pulpito. Per quanto ragionevoli fossero gli scrupoli di
Compton, per quanto ossequiose le sue scuse, Giacomo montò in gran
furore. Quale insolenza allegare o la giustizia naturale o la legge
positiva in opposizione ad un espresso comandamento del Sovrano! Sharp
fu dimenticato. Il vescovo divenne segno alla vendetta del Governo.[96]
XLVIII. Il Re sentì più penosamente che mai la mancanza di quella arme
tremenda che un tempo aveva costretti i disobbedienti ecclesiastici
a cedere. Probabilmente, sapeva che per poche acri parole profferite
contro il governo di Carlo I, il vescovo Williams era stato dallʼAlta
Commissione sospeso da tutte le dignità e funzioni ecclesiastiche. Il
disegno di richiamare a vita quel formidabile tribunale, fu più che mai
affrettato. Nel mese di luglio, Londra fu in commovimento per la nuova
che il Re, sfidando direttamente due atti del Parlamento formulati
in vigorosissimi termini, affidava lʼintero governo della Chiesa a
sette Commissari.[97] Le parole con che la giurisdizione loro veniva
significata, erano, come suoi dirsi, elastiche, e potevano essere
stiracchiate per ogni verso. Tutti i collegi e le scuole di grammatica,
anche quelli chʼerano stati istituiti dalla liberalità di benefattori
privati, furono sottoposti alla autorità della nuova Commissione.
Tutti coloro che per guadagnarsi il pane avevano mestieri dʼimpiego
nella Chiosa o nelle istituzioni accademiche, dal Primate fino al più
piccolo curato, dai vicecancellieri dʼOxford e di Cambridge fino al
più umile pedagogo che insegnava il Corderio, rimasero in preda alle
voglie del Re. Se qualcuno di quelle molte migliaia di uomini cadeva in
sospetto di aver fatto o detto la minima cosa spiacevole al Governo,
i Commissari potevano citarlo dinanzi al loro tribunale. Nel modo di
contenersi con lui, non erano vincolati da alcun freno, come quelli
che erano accusatori a un tempo e giudici. Allo accusato non davasi
copia dellʼatto dʼaccusa. Era esaminato e riesaminato; ed ove le sue
risposte non fossero soddisfacenti, poteva essere sospeso dallʼufficio,
destituito, dichiarato incapace di occupare beneficio alcuno per lo
avvenire. Sʼegli fosse stato contumace, poteva essere scomunicato, o,
in altre parole, privato di tutti i diritti civili, e imprigionato
a vita. Poteva anco, a discrezione della Corte, essere condannato a
pagare le spese del processo che lo aveva ridotto ad accattare. Non
vʼera appello. I Commissarii avevano ordine di eseguire lʼufficio loro,
non ostante alcuna legge che fosse o paresse essere incompatibile
con le norme ricevute. Da ultimo, perchè nessuno dubitasse essere
stata intenzione del Governo ristabilire quella terribile Corte
dalla quale il Lungo Parlamento aveva liberata la nazione, al nuovo
tribunale fu ingiunto di usare un suggello in cui fosse il medesimo
segno e la epigrafe medesima che erano nel suggello della vecchia Alta
Commissione.[98]
Capo della Commissione era il Cancelliere. La presenza e lo assenso
di lui erano necessarii ad ogni atto. Ciascuno ben conosceva con
quanta ingiustizia, insolenza, e barbarie egli sʼera condotto nei
tribunali, dove, fino ad un certo segno, era infrenato dalle leggi
dellʼInghilterra. Non era quindi difficile prevedere come si sarebbe
portato in una situazione in cui egli aveva pieno arbitrio di fare da
sè forme di procedura o regole ad investigare i casi.
Degli altri sei Commissarii, tre erano prelati e tre laici. A capo
della lista era il nome dello Arcivescovo Sancroft. Ma egli era
pienamente convinto che la Corte era illegale, che tutti i suoi
giudicii sarebbero stati nulli, e che sedendovici sarebbe incorso
in grave responsabilità. Deliberò quindi di non accettare il regio
mandato. Nulladimeno, non agì in questa occasione con quel coraggio e
con quella sincerità chʼei mostrò allorchè, due anni dopo, si trovò
ridotto agli estremi. Pregò lo scusassero, allegando gli affari e la
mal ferma salute. Gli altri membri della Commissione, egli soggiunse,
erano uomini di tanta abilità, da non avere mestieri del suo aiuto.
Queste poco sincere scuse sedevano male sul labbro del Primate di
tutta lʼInghilterra in quella occasione; nè valsero a salvarlo dalla
collera del Re. Egli è vero che il nome di Sancroft non fu cancellato
dalla lista deʼ Consiglieri Privali; ma, con amara mortificazione degli
amici della Chiesa, non fu più chiamato neʼ giorni di sessione. «Se
egli» disse il Re «è sì malato da non potere andare alla Commissione, è
cortesia alleggiarlo dal carico di venire al Consiglio.[99]»
Il Governo non incontrò uguale difficoltà con Nataniele Crewe, Vescovo
della grande e ricca diocesi di Durham, uomo di nobile stirpe, e nella
sua professione salito tanto alto, che quasi non poteva desiderare
di salire di più; ma abietto, vano e codardo. Era stato fatto decano
della Cappella Reale, allorquando il vescovo di Londra fu cacciato di
Palazzo. Lʼonore di sedere fra il numero deʼ Commissarii ecclesiastici
toccò a Crewe. Nulla giovò che alcuni deʼ suoi amici gli mostrassero
il rischio a cui egli si esponeva sedendo in un tribunale illegale.
Non vergognò di rispondere, chʼei non poteva vivere privo del sorriso
del Re, ed, esultando, significò la speranza che il suo nome sarebbe
rimasto nella storia: speranza che non gli andò al tutto fallita.[100]
Tommaso Sprat, vescovo di Rochester, fu il terzo Commissario clericale.
Era uomo, allo ingegno del quale la posterità non ha reso giustizia.
Sventuratamente per la sua riputazione, i suoi versi sono stati
stampati nelle raccolte deʼ Poeti Inglesi; e chi lo voglia giudicare
daʼ suoi versi, è forza che lo consideri come un imitatore servile,
che senza una scintilla dellʼammirevole genio di Cowley, scimmiottava
ciò che nello stile di Cowley era meno commendevole: ma chi conosce
le prose di Sprat, farà un diverso giudicio delle sue facoltà
intellettuali. E veramente, era grande maestro della nostra lingua, e
possedeva ad unʼora la eloquenza dellʼoratore, del controversista e
dello storico. Il suo carattere morale avrebbe riportato poco biasimo,
se egli fosse stato addetto ad una professione meno sacra; imperocchè
il peggio che intorno a lui si possa dire, è dʼessere stato indolente,
lussurioso e mondano; ma tali falli, quantunque nei secolari non
sogliano comunemente considerarsi come bruttissimi, sono scandalosi
in un prelato. Lo arcivescovato di York era vacante; Sprat sperava
dʼottenerlo, e però accettò lʼufficio nella Commissione ecclesiastica:
ma era uomo di sì buona indole, da non potersi condurre con durezza;
ed aveva tanto buon senso, da vedere ohe avrebbe in futuro potuto
essere chiamato a render conto di sè dinanzi al Parlamento. Per la qual
cosa, benchè egli acconsentisse di accettare lʼufficio, si studiò di
acquistare, quanto gli fu possibile, meno nemici.[101]
I tre altri Commissari furono il Lord Tesoriere, il Lord Presidente,
e il Capo Giudice del Banco del Re. Rochester, disapprovando la cosa
e brontolando, assentì a servire. Quantunque gli toccasse di soffrir
molto alla Corte, non sapeva indursi ad abbandonarla. Quantunque
molto amasse la Chiesa, non sapeva indursi a sacrificare per essa il
suo bianco bastone, il potere di disporre deglʼimpieghi, la sua paga
di ottomila lire sterline lʼanno, e gli assai più grossi emolumenti
indiretti del suo ufficio. Scusò con gli altri la propria condotta, e
forse con sè stesso, allegando che, come Commissario, avrebbe potuto
impedire molti danni; ed ove egli avesse ricusato quel posto, sarebbe
stato occupato da qualcun altro meno di lui devoto alla religione
protestante. Sunderland rappresentava la cabala gesuitica. La sentenza
di recente profferita da Herbert intorno alla questione della potestà
di dispensare, era bastevole argomento a provare che non avrebbe
abborrito di obbedire ciecamente a tutte le voglie di Giacomo.
XLIX. Appena apertasi la Commissione, il vescovo di Londra fu citato
dinanzi al nuovo tribunale. Obbedì. «Io voglio da voi» disse Jeffreys
«una risposta diretta e positiva. Perchè non avete sospeso il Dottor
Sharp?»
Il vescovo chiese copia dellʼatto che istituiva la Commissione, per
conoscere per virtù di quale autorità egli fosse così interrogato.
«Se intendete» disse Jeffreys «contrastare allʼautorità nostra, userò
altri mezzi con voi. In quanto allʼatto che chiedete, non dubito punto
che lo abbiate veduto. In ogni caso, potreste vederlo per un soldo in
qualunque bottega di caffè.» Eʼ pare che la insolente risposta del
Cancelliere muovesse a sdegno gli altri Commissari, sì che gli fu forza
di addurre qualche scusa contorta. Ritornò poi al punto dal quale erasi
dilungato, dicendo: «Questa non è una Corte dove le accuse si mostrano
in iscritto. La nostra procedura è sommaria, e verbale. La questione
è chiarissima. Perchè non avete voi obbedito al Re?» Con qualche
difficoltà Compton potè ottenere un breve indugio, e lʼassistenza dʼun
avvocato. Udite le ragioni da lui allegate, fu manifesto a tutti che
il vescovo aveva semplicemente fatto ciò chʼegli era tenuto a fare. Il
Tesoriere, il Capo Giudice e Sprat opinarono di mandarlo assoluto. Il
Re arse di sdegno. Eʼ pareva che la sua Commissione Ecclesiastica gli
volesse anchʼella mancare, come gli aveva mancato il suo Parlamento
Tory. A Rochester disse di eleggere tra il dichiarare colpevole il
vescovo, o lasciare lʼufficio del Tesoro. Rochester fu sì vile, che
si arrese. Compton fu sospeso dalle sue funzioni spirituali; il carico
della sua grande diocesi fu commesso ai suoi giudici, Sprat e Crewe.
Seguitò, non per tanto, a risedere nel proprio palazzo e ricevere le
rendite; perocchè sapevasi che ove avessero tentato di privarlo deʼ
suoi emolumenti temporali, ei si sarebbe posto sotto la protezione
del diritto comune; e lo stesso Herbert dichiarò, che i tribunali di
diritto comune avrebbero profferita sentenza contro la Corona. Ciò
indusse il Re a star cheto. Solo alquanti giorni erano corsi dacchè
egli aveva a suo modo raffazzonate le Corti di Westminster Hall, onde
ottenere una sentenza favorevole alla sua potestà di dispensare; e
adesso si accôrse che, ove non le avesse di nuovo raffazzonate, non
avrebbe potuto ottenere una decisione in favore degli atti della sua
Commissione Ecclesiastica. Deliberò, quindi, di differire per breve
tempo la confisca deʼ beni liberi deʼ chierici disubbidienti.[102]
L. Gli umori della nazione, a dir vero, erano tali da renderlo
esitante. Per alcuni mesi, il malcontento era venuto grandemente e
con rapidità crescendo. Il Parlamento da lungo tempo aveva inibita
la celebrazione del culto cattolico romano. Pel corso di varie
generazioni, nessun prete cattolico romano aveva osato mostrarsi in
pubblico con le insegne del proprio ufficio. Contro il clero regolare,
e contro glʼirrequieti e sottili Gesuiti, erano state fatte molte leggi
rigorose. Ogni Gesuita che avesse posto piede nel Regno, era soggetto
ad essere impiccato, strascinato e squartato. Coloro che lo avessero
scoperto, ricevevano un premio. Non godeva nè anche il beneficio
della regola generale, che gli uomini non sono tenuti ad accusare sè
stessi. Chiunque fosse in sospetto di essere Gesuita, poteva essere
interrogato; e ricusando di rispondere, incarcerato a vita.[103] Tali
leggi, benchè non fossero state poste rigorosamente in esecuzione,
tranne in tempi di speciale pericolo, e benchè non avessero mai
impedito i Gesuiti di venire in Inghilterra, avevano reso necessario il
travestirsi. Ma adesso ogni travestimento fu messo da parte. Alcuni
insani uomini appartenenti alla religione del Re, incoraggiati da
lui, ebbero lʼorgoglio di sfidare leggi che senza verun dubbio erano
ancor valide, e sentimenti abbarbicati nel cuore del popolo come non
lo erano stati mai nei tempi trascorsi. Sorsero in ogni dove, per
tutto il paese, cappelle cattoliche romane. Cocolle, cordoni e rosari
vedevansi di continuo per le vie, e rendevano attonita una popolazione
di cui lʼuomo più vecchio non aveva mai veduto, tranne sulla scena,
un abito monacale. Un convento fu innalzato in Clerkenwell, nel luogo
dellʼantico chiostro di San Giovanni. I Francescani occuparono un
edificio in Lincolnʼs Inn Fields. I Carmelitani furono acquartierati
nella Città. Una congrega di Benedettini ebbe alloggio nel Palazzo di
San Giacomo. Nel Savoy fu edificata ai Gesuiti una vasta casa, con
una chiesa e una scuola.[104] Lʼarte e la cura onde cotesti padri
avevano, per parecchie generazioni, educata la gioventù, avevano
strappate le lodi alle labbra ripugnanti deʼ Protestanti più savi.
Bacone aveva detto, che il metodo dʼistruzione adoperato nei collegi
deʼ Gesuiti, era il migliore che fino allora si conoscesse nel mondo,
ed aveva mostrato amaro rincrescimento pensando che un sistema
cotanto ammirevole di disciplina intellettuale e morale dovesse
servire agli interessi dʼuna religione cotanto corrotta.[105] Non
era improbabile che il nuovo collegio nel Savoy, sotto la protezione
del Re, sarebbe diventato formidabile rivale delle grandi scuole di
Eaton, di Westminster e di Winchester. Poco dopo aperta, la scuola
contava quattrocento fanciulli, metà circa deʼ quali erano Protestanti.
Costoro non erano tenuti ad assistere alla Messa; ma non poteva esservi
dubbio che la influenza di esperti precettori appartenenti alla Chiesa
Cattolica Romana, e versati in tutte le arti che valgono a conseguire
la fiducia e lʼaffetto della gioventù, non avrebbe fatto molti
proseliti.
LI. Siffatte cose produssero sommo eccitamento fra il basso popolo, il
quale sempre è mosso da ciò che tocca i sensi, più presto che da ciò
che si dirige alla ragione. Migliaia di rozze e ignoranti persone, per
le quali la potestà di dispensare e la Commissione Ecclesiastica erano
parole vuote di senso, videro con indignazione e terrore un collegio
di Gesuiti sorgere sulle rive del Tamigi, frati in sottana e cappuccio
passeggiare nello Strand, i devoti accorrere in folla alle porte deʼ
tempii dove adoravansi le sculte immagini. In parecchi luoghi del paese
scoppiarono tumulti. In Coventry e in Worcester, il culto cattolico
romano fu violentemente interrotto.[106] In Bristol la marmaglia,
spalleggiata, secondo fu detto, dai magistrati, dètte un profano ed
indecente spettacolo, in cui la Vergine Maria era rappresentata da
un buffone, e unʼostia finta era portata in processione. Il presidio
fu chiamato a reprimere la plebaglia. Questa, che sempre era stata
lì più che in altro luogo del Regno ferocissima, oppose resistenza.
Seguirono da ambe le parti percosse e ferite.[107] Grande era
lʼagitazione nella capitale, e maggiore nella Città propriamente
detta, che in Westminster. Imperocchè il popolo era avvezzo a vedere
le cappelle private degli Ambasciatori Cattolici Romani; ma la Città,
a memoria dʼuomo vivente, non era stata mai profanata da cerimonie
idolatriche. Nondimeno, lʼinviato dellʼElettore Palatino, incoraggiato
dal Re, eresse una cappella in Lime Street. I capi del municipio,
quantunque fossero uomini posti in quellʼufficio perchè riconosciuti
come Tory, protestarono contro questo fatto, che, dicevano essi, i
più dotti gentiluomini in abito lungo consideravano illegale. Il Lord
Gonfaloniere ricevè ordine di presentarsi dinanzi al Consiglio Privato.
«Badate a quel che fate» disse il Re, «obbeditemi; e non vʼimpacciate
con gentiluomini in abito lungo, o in abito corto.» Il Cancelliere
tosto cominciò ad inveire contro il malarrivato magistrato, con quella
stessa eloquenza che soleva adoperare in Old Bailey. La cappella fu
aperta. Tutto il vicinato si pose subito in movimento. Gran torme di
popolo accorsero a Cheapside per aggredire la nuova chiesa. I sacerdoti
furono insultati. Un crocifisso fu strappato dal luogo, e posto sopra
il pozzo della parrocchia. Il Lord Gonfaloniere uscì fuori a quietare
il tumulto, ma fu accolto col grido di «Non vogliamo Dio di legno.» La
milizia civica ebbe comandamento di sgominare la folla; ma partecipava
al sentimento del popolo; e voci corsero per le file che dicevano: «Noi
non possiamo in coscienza combattere a pro del papismo.»[108]
Lo Elettore Palatino era, come Giacomo, sincero e zelante Cattolico,
e imperava, al pari di lui, sopra una popolazione protestante; ma i
due principi si somigliavano poco per indole e per intendimento. Lo
Elettore aveva promesso di rispettare i diritti della Chiesa chʼegli
trovò stabilita neʼ suoi domini. Aveva rigorosamente mantenuta la
promessa, e non sʼera lasciato trascinare a nessun atto di violenza
dai predicatori, i quali abborrendo dalla sua credenza, dimenticavano
di quando in quando il rispetto che gli dovevano.[109] Seppe, e
gliene increbbe, che lʼatto imprudente del suo rappresentante aveva
grandemente offeso il popolo di Londra; e, a suo sommo onore, dichiarò
chʼegli avrebbe rinunziato al privilegio al quale, come principe
straniero, aveva diritto, anzi che mettere a rischio la tranquillità
dʼuna grande metropoli. «Anchʼio» scrisse egli a Giacomo «ho sudditi
protestanti; e so con quanta cautela e destrezza debba agire un
principe Cattolico posto in cosiffatte condizioni.» Giacomo, invece di
sentire gratitudine per questa mite e savia condotta, mise la lettera
in canzone avanti ai ministri stranieri; e deliberò che lo Elettore,
volesse o non volesse, avrebbe una cappella nella Città; e qualora
la milizia cittadina avesse ricusato di fare il debito proprio, si
sarebbero chiamate le guardie.[110]
LII. Lo effetto che cotesti perturbamenti produssero sul commercio,
fu assai grave. Il ministro olandese scrisse agli Stati Generali,
che gli affari alla Borsa erano arrestati. I Commissari delle Dogane
riferirono al Re, come nel mese che seguì lʼapertura della Cappella in
Lime Street, glʼincassi del porto del Tamigi fossero scemati dʼalcune
migliaia di lire sterline.[111] Vari Aldermanni, i quali, comecchè
fossero realisti zelanti, nominati in ufficio sotto il nuovo statuto
municipale, avevano molto interesse alla prosperità commerciale
della città loro, e non amavano nè il papismo nè la legge marziale,
dettero la loro rinunzia. Ma il Re era risoluto a non cedere. Formò un
campo militare in Hounslow Heath, dove, in una circonferenza di circa
due miglia e mezzo, raccolse quattordici battaglioni di fanteria, e
trentadue squadroni di cavalleria, che insieme facevano unʼarmata
di tredici mila combattenti. Ventisei pezzi dʼartiglieria, e molti
carriaggi carichi dʼarmi e di munizioni, furono trascinati dalla Torre,
traverso alla città, a Hounslow.[112] I Londrini, vedendo ragunarsi
queste grandi forze militari nei dintorni della terra, sentirono un
terrore, che in breve scemò collʼavvezzarvisi. Visitare Hounslow neʼ
giorni festivi divenne un sollazzo. Il campo offriva lo aspetto dʼuna
vasta fiera. Confusa coi moschettieri e coi dragoni, una moltitudine di
lindi gentiluomini e dame di Soho Square, di borsaiuoli e di sgualdrine
di Whitefriars coʼ visi imbellettati, dʼinfermi in portantine, di
frati in cappucci e sottane, di servitori coperti di ricche livree,
di merciaiuoli ambulanti, di fruttaiuole, di impertinenti garzoni di
bottega e di stupefatti villani, passava di continuo e ripassava fra
mezzo alle lunghe file delle tende. In alcuni padiglioni udivasi il
baccano dei beoni, in altri le bestemmie deʼ giocatori. E davvero,
il luogo pareva un allegro suburbio della metropoli. Il Re, come ben
si conobbe due anni dopo, aveva commesso un grande errore. Aveva
dimenticato che la vicinanza agisce in più modi. Aveva sperato
che lo esercito avrebbe atterrita Londra; ma lo effetto di questo
provvedimento fu, che i sentimenti e le opinioni deʼ cittadini di
Londra invasero pienamente lʼesercito.[113]
Erano appena formati gli accampamenti, allorquando corse voce di
litigi tra i soldati protestanti e i papisti.[114] Un breve scritto
intitolato: Indirizzo a tutti glʼInglesi protestanti dellʼarmata,—era
stato con attività distribuito nel campo. Lo scrittore con veementi
parole esortava le truppe a pugnare in difesa, non del Messale, ma
della Bibbia, della _Magna Charta_ e della Petizione deʼ Diritti. Il
Governo lo vedeva di mal occhio. Era uomo notevole per carattere, e la
cui storia può riuscire istruttiva.
LIII. Aveva nome Samuele Johnson, era prete della Chiesa Anglicana, e
già stato cappellano di Lord Russell. Johnson era uno di quelli uomini
mortalmente odiati daʼ loro oppositori, e meno amati che rispettati
daʼ loro colleghi. La sua morale era pura, fervido il sentimento
religioso che gli stava nel cuore, non ispregevoli la dottrina e le
doti dello ingegno, debole il giudicio, e lʼindole acre, torbida e
invincibilmente ostinata. Per la sua professione, egli era venuto in
odio agli zelanti sostenitori della monarchia; perocchè un repubblicano
con gli ordini sacri appariva un ente strano, e quasi contro natura.
Mentre Carlo regnava, Johnson aveva pubblicato un libro col titolo di
Giuliano Apostata. Era suo scopo mostrare, che i Cristiani del quarto
secolo non ammettevano la dottrina della non–resistenza. Era agevole
addurre passi di Crisostomo e di Girolamo, scritti con uno spirito
assai diverso da quello deʼ teologi anglicani che predicavano contro la
Legge dʼEsclusione. Johnson, nulladimeno, trascorse anche più oltre.
Tentò di richiamare a vita lʼodioso addebito che, per manifestissime
ragioni, Libanio aveva gettato sopra i soldati cristiani di Giuliano;
ed affermò che il dardo che uccise lʼimperiale rinnegato, partì non
daglʼinimici, ma da qualche Rumbold o Ferguson delle legioni romane.
Ne seguì caldissima controversia. I disputatori Whig e Tory lottarono
accanitamente intorno ad un passo oscuro, nel quale Gregorio Nazianzeno
loda un pio vescovo che andava ad infliggere la fustigazione ad alcuno.
I Whig sostenevano che lʼuomo santo andasse a fustigare lo imperatore;
i Tory, che egli volesse fustigare, a tutto dire, un capitano delle
Guardie. Johnson compose una risposta ai suoi avversarii, nella quale
fece un elaborato paragone tra Giuliano e Giacomo, allora Duca di
York. Giuliano per molti anni aveva fatto sembiante di aborrire
la idolatria, mentre in cuor suo era idolatra. Giuliano aveva, per
giungere a certi suoi fini, in alcune occasioni simulato di rispettare
i diritti della coscienza. Giuliano aveva punite le città che erano
zelanti per la vera religione, spogliandole deʼ loro privilegii
municipali. Giuliano daʼ suoi adulatori era stato chiamato il Giusto.
Giacomo si sentì provocato a segno, da non poterlo patire. Johnson fu
accusato di calunnia, convinto reo, e condannato ad una multa che egli
non aveva mezzi di pagare. Fu quindi gettato in un carcere; e sembrava
probabile che vi dovesse rimanere per tutta la vita.[115]
LIV. Sopra la stanza chʼegli occupava nella prigione del Banco del
Re, era rinchiuso un altro condannato, il cui carattere è degno di
studio. Chiamavasi Ugo Speke, edera giovane di buona famiglia, ma di
singolarmente bassa e depravata indole. In lui la passione del mal
fare e di giungere per vie torte ai suoi fini, era quasi frenesia.
Arruffare senza essere scoperto, era a lui occupazione e diletto; ed
aveva grande arte di giovarsi degli onesti entusiasti come di strumenti
della sua fredda malignità. Aveva tentato, per mezzo di uno deʼ suoi
fantocci, di spingere Carlo e Giacomo ad assassinare Essex nella Torre.
Scopertosi lui essere stato lo istigatore a quel delitto, quantunque
gli fosse riuscito gettare in gran parte la colpa sullʼuomo da lui
sedotto, non gli era venuto fatto di sottrarsi al castigo. Adesso era
in carcere; ma col danaro potè procacciarsi i comodi che ai più poveri
prigioni mancavano, ed era tenuto con tanto poco rigore, da comunicare
di continuo con uno deʼ suoi colleghi che dirigeva una tipografia
clandestina.
LV. Johnson era lʼuomo adatto ai fini di Speke. Era zelante ed
intrepido, dotto ed esperto disputatore, ma semplice come un fanciullo.
Una stretta amicizia nacque fraʼ due compagni di prigione. Johnson
scriveva diversi acri e virulenti trattati, che Speke faceva giungere
allo stampatore. Allorquando formossi il campo militare in Hounslow,
Speke incitò Johnson a comporre un indirizzo per istigare le truppe
al disordine. Detto, fatto. Ne furono tirate molte migliaia di copie e
portate alla stanza di Speke, da dove furono sparse per tutto il paese,
e in ispecie fraʼ soldati. Un Governo più mite di quello che allora
reggeva lʼInghilterra si sarebbe risentito a simigliante provocazione.
Si fecero rigorose ricerche. Un agente subordinato, di cui eransi
serviti per distribuire lʼindirizzo, salvò sè, tradendo Johnson; e
Johnson non era uomo da salvarsi tradendo Speke. Se ne fece processo,
e lo scrittore fu dichiarato reo. Giuliano Johnson, come comunemente
lo chiamavano, fu condannato ad essere tre volte posto alla berlina,
e fustigato da Newgate a Tyburn. Il giudice, Sir Francesco Withins,
disse al condannato di dovere rendere grazie al Procuratore Generale,
che aveva mostrata moderazione, là dove poteva considerare il delitto
come crimenlese. «Io non gli debbo punto ringraziamenti» rispose
intrepidamente Johnson. «Debbo io, il cui solo delitto è quello di
avere difeso la Chiesa e le leggi, mostrarmi grato dʼessere flagellato
a guisa dʼun cane, mentre gli scrivacchiatori papisti si lasciano
ogni giorno impunemente insultare la Chiesa e violare le leggi?» La
energia con che egli favellò fu tale, che i giudici e i legali della
Corona stimarono necessario difendersi, e protestarono di non saper
nulla di pubblicazioni papiste, a cui il prigione alludeva. Il quale
immantinente si trasse di tasca alcuni libri o ninnoli cattolici
romani, che allora vendevansi liberamente sotto la regia protezione;
lesse ad alta voce i titoli di queʼ libri, e gettò un rosario sul banco
agli Avvocati del Re; e forte gridando, disse: «Io presento questa
prova dinanzi a Dio, a questo tribunale ed al popolo inglese. Ora
vedremo se il Signor Procuratore Generale farà il proprio dovere.»
Fu deliberato che innanzi di mandare ad esecuzione la sentenza, Johnson
fosse degradato della dignità sacerdotale. I prelati ai quali dalla
Commissione Ecclesiastica era stata affidata la cura della diocesi di
L
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