Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I
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Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I
Author: Michele Amari
Release date: September 17, 2014 [eBook #46887]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA, VOL. I ***
STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA.
Proprietà letteraria.
STORIA DEI
MUSULMANI DI SICILIA
SCRITTA
DA MICHELE AMARI.
VOLUME PRIMO.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
1854.
INTRODUZIONE.
Non ostante la cultura delle colonie musulmane che tennero la Spagna e
la Sicilia e dettero tante parti di civiltà all'Europa, egli è avvenuto
che la storia loro rimanesse per molti secoli oscura e trasandata, quasi
di popoli barbari. E ciò per cagione che i cronisti latini e greci del
medio evo poco ne scrissero; che le opere arabiche andarono a male
quando i Musulmani sgombravan da quei paesi; e che quel tanto che ne fu
serbato in Affrica o in Oriente, non potea passare, senza difficoltà
grandissime, dalla società musulmana alla società europea. Quegli
ostacoli, superati un po' dal decimosesto al decimottavo secolo, or si
vincono felicemente. La tolleranza filosofica; il genio degli studii
storici; i viaggi; il commercio; le dominazioni europee in alcuni paesi
di Musulmani; la influenza esercitata sopra altri; le accademie
asiatiche istituite sotto varie denominazioni, in Inghilterra, Francia,
Alemagna, Stati Uniti d'America e stabilimenti inglesi in India; i
giornali periodici di esse; lo zelo di raccogliere manoscritti, monete
antiche e monumenti; l'agevolezza ad apparare le lingue orientali; le
frequenti pubblicazioni di libri arabici, han reso ormai praticabili
molte ricerche tentate invano dalle passate generazioni. Così qualche
opera pregevole rischiara già la storia dei Musulmani di Spagna, e
sappiam che altre se ne apparecchino di maggior polso. Così gli annali
delle Crociate si compiono col favor dei cronisti musulmani. Così escono
alla luce o s'intraprendono di continuo tanti altri lavori storici su
l'Affrica, su l'Egitto e su varii Stati dell'Asia anteriore.
La genuina tradizione dei tempi musulmani si dileguò di Sicilia al
conquisto normanno, insieme coi dotti ch'emigravano in Affrica, in
Spagna o in Egitto. Se ne andavano con essi i libri; o erano distrutti
tra le guerre del conquisto nell'undecimo secolo; tra le sedizioni dei
Cristiani nel duodecimo; tra le disperate ribellioni dei Musulmani nei
principii del decimoterzo: ancorchè la Sicilia non abbia dato, nè anco
in que' tempi, lo scandalo d'un _auto-da-fè_ di manoscritti arabici,
come quello del cardinal Ximenes che ne fece ardere ottantamila su la
piazza di Granata, mentre Colombo scopriva l'America. Il fatto è che
dalla metà del decimoterzo secolo alla metà del decimoquarto, rimanendo
tuttavia in Sicilia, come n'abbiam prove, qualche notaio che intendesse
gli atti distesi in arabico e qualche Giudeo che traducesse opere dei
medici arabi, tal cognizione di lingua non servì a tramandare memorie
storiche, ma soltanto a propalar qualche errore degli Arabi o dei
traduttori. Così io penso leggendo nelle croniche latine di Sicilia a
quel tempo, che dopo i casi del buon Menelao re d'Italia e di Sicilia, i
Greci, mandati da Eraclio imperatore di Costantinopoli, si fossero
impadroniti della Trinacria; le avessero posto nome di Sicilia, da due
voci greche l'una delle quali suona fico e l'altra olivo; e che poi,
ribellatosi Maniace luogotenente di Eraclio e spento a tradigione dalla
corte bizantina, il figliuol suo, per vendetta, avesse dato l'isola ai
Saraceni di Tunis, l'anno di Maometto centonovantotto, e ottocento
ventisette di Cristo.[1] Erano i fatti di venti secoli compendiati in
una vita d'uomo. Quella falsa etimologia dal fico e dall'ulivo, ignota
ai Greci e ai Latini, trovasi appunto negli scritti d'Ali-ibn-Katâ' e
d'Ibn-Rescîk, i quali vissero in Sicilia nell'undecimo secolo. Si
incontrano poi sovente negli autori musulmani somiglianti anacronismi
sugli imperatori romani, e si vede sempre citato a dritto o a torto il
nome d'Eraclio, che sedea sul trono vivendo Maometto. Indi mi è paruto
probabile che la tradizione detta di sopra, tutta quanta ella è, fosse
derivata da unica sorgente arabica. Se altre notizie vi erano su la
dominazione musulmana, i cronisti siciliani, secondo la ignoranza e
pregiudizii della età loro, le doveano trascurare, o volontariamente
sopprimere.
Dopo tre secoli in circa, ristorandosi gli studii storici in Italia e
non rimanendo la Sicilia addietro dalle altre province, Tommaso Fazzello
da Sciacca (nato il 1498, morto il 1570) rigettò le favole di Maniace;
ritrovò un filo della tradizione bizantina nel MS. di Scilitze allor
noto sotto il titolo di Curopalata; e, innestatovi quel po' di
tradizione musulmana che gli potea fornir Leone Affricano e qualche
altra notizia incerta, scrisse, nella sua nobilissima storia generale di
Sicilia, due capitoli così così su la dominazione musulmana.[2]
Lasciovvi una lacuna, a riempir la quale si affaticava Antonino d'Amico
da Messina (morto il 1641) riportando dall'Escuriale pochi squarci di
Abulfeda e di Sceaboddino (Scehâb-ed-dîn-'Omari) voltati in latino, alla
meglio o alla peggio, da Marco Dobelio Citeron, professore d'arabico in
Spagna: i quali rimasero inediti; ma Agostino Inveges da Sciacca
(1595-1677) tradusse in italiano la traduzione e infilzolla nei suoi
Annali di Palermo.[3] Giambattista Caruso da Polizzi, sopravvenuto
quando la critica e la diplomatica davan più salda base alle ricerche
storiche, pubblicò, nel 1720, primo tra i suoi importanti lavori, la
Raccolta degli scrittori dell'epoca Saracenica in Sicilia: dove, alle
memorie già citate e ad altre di minor nota, aggiunse il testo arabico
della cronica di Cambridge,[4] procacciatogli con la versione latina da
un dotto inglese: i fogli del qual testo si stamparono a Roma, mancando
in Sicilia i caratteri e chi li sapesse leggere.
Ove si consideri come gli eruditi siciliani del decimosettimo e
decimottavo secolo non fossero stati secondi a que' di alcun'altra
provincia italiana o straniera nello studio dei patrii annali, forte si
maraviglierà che niuno tra loro avesse pensato di apprendere l'arabico.
E pur in quella stagione a Roma, in Toscana, in Lombardia si facea quel
che oggidì ammiriamo in Alemagna, Francia e Inghilterra: si raccoglieano
con ardore i MSS. orientali riportati da viaggiatori italiani; i
missionarii della Propaganda di Roma studiavano le lingue orientali; si
pubblicavano appo noi libri in arabico e in siriaco; si formavano musei
asiatici; si compilavano opere di gran dottrina sul Corano, e
grammatiche e dizionarii arabici, per esempio quello del Giggei:
fiorivano, in somma, gli studii orientali al segno, che il Renaudot,
dando fuori nel 1713 la Storia dei Patriarchi d'Alessandria, la dedicò a
Cosimo III de' Medici; confessando nella prefazione che nel corso del
decimosettimo secolo gli orientalisti di tutta Europa non avessero avuto
altro capitale che le opere uscite dai tipi di Firenze. Ma queste
tornarono inutili alla Sicilia, perchè i progredimenti dell'intelletto
difficilmente si comunicavano dall'uno all'altro sminuzzolo d'Italia, e
più difficilmente valicavano il mare. Nè miglior frutto cavò la Sicilia
dagli ardimenti di Francesco Maria Maggio da Palermo de' Chierici
Regolari (1612-1686), missionario, il quale dopo otto anni di
peregrinazione in Siria, Persia, Mesopotamia, Armenia, Georgia, tornò a
Roma pratichissimo degli idiomi arabico, turco e georgiano; tanto che ne
scrisse le grammatiche parallele, dedicate a papa Urbano Ottavo.[5]
Francesco Tardia da Palermo (1732-1778) pervenuto, non so come, ad avere
una tintura di arabico, ne usò in opera di lieve momento, la edizione,
cioè, d'una versione italiana di Edrisi, fatta dal maltese Domenico
Macrì.[6] Le illustrazioni sue di alcuni diplomi arabici dell'epoca
normanna rimangono inedite; nè sembrano gran che. Morto immaturamente il
Tardia, senza far discepoli, si ricadde in tale ignoranza di arabiche
lettere, che una iscrizione cufica cubitale passò tuttavia in Palermo
per caldaica e scolpita poco appresso il diluvio. Gli eruditi del paese,
quando lor occorrea di interpretare qualche leggenda di lapidi o monete,
più corta via non trovavano che di rivolgersi ad Olao Gerardo Tychsen
professore di Rostock, il quale avea gran fama, meritata non credo, in
quei rami di filologia arabica.
Tra tanta penuria, piombò in Palermo il maltese Giuseppe Vella, frate
cappellano dell'Ordine Gerosolimitano, il quale con quel suo dialetto
mescolato d'arabico corrotto e di pessimo italiano, potea comprender
tanto dell'idioma degli Arabi, quanto un contadino di Roma intenderebbe
Cicerone o Tito Livio senza avere mai studiato il latino; e, per giunta,
il Vella ignorava i caratteri, nè li apprese che a capo di parecchi
anni, da uno schiavo musulmano che vivea in Palermo. Digiuno d'ogni
erudizione, ma furbo, baldanzoso, sfacciato, ciarlatano che testè facea
mestier di dare i numeri del lotto, il Vella aprì nuova bottega:
fabbricò due codici diplomatici in arabico, dicea, ma ne mostrava la
sola versione italiana; dei quali il primo intitolò Consiglio di
Sicilia, e vi finse il carteggio degli emiri dell'isola coi principi
aghlabiti e fatimiti d'Affrica; il secondo, Consiglio d'Egitto, e lo
disse raccolta delle lettere dei principi normanni di Sicilia, i quali,
per passatempo, raccontassero tutte le faccende di casa loro ai
moribondi califi fatimiti d'Egitto. Annali, geografia, statistica,
dritto pubblico di due epoche, fasti gentilizii, tutte le fole che gli
parean profittevoli, accozzò l'ignorante impostore ne' codici
diplomatici; oltre le false leggende che spacciò di monete e suggelli
genuini; le monete ch'ei falsò a dirittura, come si afferma; e i
diciassette libri perduti di Tito Livio, dei quali si vantò di tener
sotto chiave la versione arabica. Per quattordici anni (1783-1796) si
godè onorificenze, favor di governanti, pensioni, e in ultimo la grassa
abbadia di San Pancrazio. Condannato dai magistrati, quando si scoprì la
frode, alla reclusione in fortezza, il re gli fece espiar la pena in una
deliziosa villa ch'egli avea comperato di sue baratterie; e gli fu reso
il medagliere ch'egli avea raccolto, di 364 monete non false, tra le
quali 219 di oro. Ma è da sapersi che un segretario del governo era
stato complice, o forse promotore, della magagna del Consiglio d'Egitto,
intesa a fingere un nuovo dritto pubblico siciliano del duodecimo
secolo, ampliando l'autorità del principe e scorciando quella dei
baroni.[7] La opinione pubblica, che sapea coteste brutture, avea prima
dei magistrati condannato l'abate Vella e il governo con lui; il qual
giudizio ritrasse con grazia anacreontica il Meli, nelle quartine che
incominciano:
Azzardannu 'na jurnata
Visitari li murtali,
Virità fu sfazzunata;
Ristau nuda a lu spitali.
. . . . . . . . . . . . .
Sta minsogna saracina
Cu sta giubba mala misa,
Trova a cui pri concubina
L'accarizza, adorna, e spisa. ec.
Pur la impostura del Vella diè occasione a buoni studii. Monsignor
Alfonso Airoldi, arcivescovo d'Eraclea, nobil uomo, erudito, magnifico,
potente, come Giudice ch'egli era della Monarchia di Sicilia, ossia
Legato del papa a dispetto del papa, accintosi ad aiutare il Vella pria
che questi si scoprisse con la frode politica del Consiglio d'Egitto,
fece venire a sue spese caratteri arabici dall'officina bodoniana di
Milano; comperò libri; porse danaro del suo; fece istituire in Palermo
la cattedra di arabico; fece decretare dal governo la provvisione di
mille once all'anno, o vogliam dire 12,500 lire italiane, per una
missione in Affrica in traccia di manoscritti, la quale poi non mandossi
ad effetto. Di più l'Airoldi scrisse una bella prefazione, ch'è stampata
nel primo volume del Consiglio di Sicilia, nella quale si additano tutte
le fonti della storia dei Musulmani Siciliani conosciute a quel
tempo.[8] Infine ei fece una buona collezione di monete, vetri e
corniole incise, d'oltre un centinaio, delle quali monete circa 70
arabiche e il resto greche, romane e dei bassi tempi; coordinate poscia
e interpretate in parte dal Morso, come ritraggo da una lettera di
costui del 1828. L'arcivescovo d'Eraclea legò questo medagliere e molti
libri al nipote Cesare Airoldi, già presidente della Camera dei Comuni
di Sicilia; il quale ha donato l'uno e gli altri alla Biblioteca
Comunale di Palermo.
Per zelo di smascherare il Vella, Rosario Di Gregorio da Palermo
(1753-1809), pubblicista di gran fama, si metteva a studiar l'arabico
dassè solo, con la grammatica d'Erpenio e il dizionario di Golio, e a
capo di tre anni dava fuori un ottimo saggio di Cronografia musulmana,
corredato di parecchi diplomi in arabico;[9] a capo d'altri quattro anni
(1790) la raccolta di croniche e ricordi arabici d'ogni maniera relativi
alla Sicilia, testi e versioni, la quale ha per titolo: _Rerum
Arabicarum, quæ ad historiam Siculam spectant, ampla Collectio_. Sia
notato ad onor della Sicilia, che quest'opera uscì contemporaneamente al
falso codice diplomatico. Oltre gli squarci ristampati, contiene
d'inedito: il Nowairi; una vasta raccolta di iscrizioni con bei rami; e
qualche brano di diploma. Secondo i tempi e le condizioni in cui fu
compilata, la dobbiam riconoscere maraviglioso sforzo d'ingegno e di
volontà: ma la confesseremo anco opera imperfetta; poichè il Di Gregorio
non arrivò mai, nè uomo il potea nelle sue condizioni, a legger
francamente due righi di manoscritto arabico, a penetrarsi delle forme
grammaticali, a rendersi familiari i modi di dire, com'oggi si fa nelle
scuole d'Alemagna e di Francia dopo un anno di studio. Salvatore Morso
da Palermo (1766-1828), successore del Vella nella cattedra d'arabico,
seppe quest'idioma un po' meglio che il Di Gregorio; lavorò su la
diplomatica, la epigrafia e la numismatica degli Arabi Siciliani; e
lasciò, oltre parecchi manoscritti, l'opera pubblicata (1824 e 1827) col
titolo di _Palermo antico_ (sic): ov'egli abbozzò una descrizione della
città nel XII secolo, e inserivvi curiosi documenti; ma parmi abbia
sbagliato la pianta topografica.
Ripigliavano in questo tempo i Siciliani l'impresa di scrivere la
storia, della quale si credean ormai raccolti tutti i materiali. Saverio
Scrofani da Modica (morto il 1835) la trattò leggermente, nei _Discorsi
su la Dominazione degli Stranieri in Sicilia_ (Parigi 1824). Pietro
Lanza da Palermo principe di Scordia e in oggi di Butera, ne fece
argomento di una prolusione accademica recitata il 1832: lavoro
giovanile, breve per sua natura e pur più sodo assai che quello del
provetto Scrofani. Carmelo Martorana da Palermo diè fuori nel medesimo
tempo le _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, che dovean far
quattro libri e altrettanti volumi, ma ne son usciti due soli (Palermo
1832-1833). Oltre il _Rerum Arabicarum_, egli adoprò i trattati di
storia ed erudizione orientale pubblicati in Italia e fuori infino al
1830: dettò una compilazione posata, fornita di nozioni su la società
musulmana, condotta per lo più con buona critica: ma non parmi che salga
alla dignità della storia; oltrechè vi mancano di quelle stesse notizie
che si poteano raccogliere in Sicilia, se all'autore non parea superfluo
d'apprender l'arabico.
Da quel tempo in poi, quel poco che si è fatto in Sicilia e altre
province italiane è stato nei rami sussidiarii alla storia; se non
voglia eccettuarsi il brevissimo compendio di Davidde Bertolotti,
intitolato _Gli Arabi in Italia_, Torino 1834. Il signor Mortillaro da
Palermo, discepolo del Morso, ha pubblicato un brano di diploma,[10]
parecchie iscrizioni di vasi e suggelli, una lista dei MSS. arabici che
sono in Sicilia, ed alcuni elementi di lingua arabica e di storia
musulmana ec.: un intero volume, nel quale trovo da lodar solo i rami
delle iscrizioni che sono ben fatti, e il saggio d'un catalogo delle
monete e vetri arabici fabbricati in Sicilia.[11] Mi occorrerà forse di
correggere qua e là qualche errore del signor Mortillaro, di quei soli
che recherebbero torto alla verità storica; non dovendosi appuntare
tutti gli altri nelle opere di chi non ha avuto comodo di bene studiar
quella lingua. E il farò a malincuore, perchè mi annoiano mortalmente i
pettegolezzi letterarii, e perchè temo che la critica non si apponga a
nimistà. Ma, qualunque sia l'animo mio verso l'autore, io tengo che la
condotta politica d'un uomo non abbia nulla di comune col merito dei
suoi studii; e sarei il primo ad applaudir come scrittore tale o tal
altro che punirei come cittadino con tutta la severità delle leggi, se
mai le vicende mi chiamassero nuovamente alla esecuzione delle leggi.
Così, scrivendo poc'anzi del Martorana, io rivoluzionario impenitente
del 1848, dimenticava ch'ei fu allora Prefetto di Polizia in Palermo e
che imprigionò gli amici miei. Tornando all'argomento, mi rimane a dir
di Giuseppe Caruso, attuale professore di arabico in Palermo, il quale
ha pubblicato non male tre diplomi arabici, studiati già da Tardia, Di
Gregorio e Morso, che ne sapeano poco più o poco men di lui.[12] Infine
dobbiamo a Domenico Spinelli da Napoli un'opera numismatica che
risguarda indirettamente le colonie musulmane di Sicilia.[13]
Gli ultimi saggi storici su quelle colonie, son opera di stranieri e li
ha promosso l'Istituto di Francia. A misura che si approfondivano le
vicende dell'incivilimento europeo, si vedea di quale momento vi fossero
stati i Musulmani di Sicilia. L'Accademia, dunque, delle Iscrizioni
proponea per l'anno 1833 un premio a chi presentasse il miglior saggio
storico su le incursioni e dominazioni dei Musulmani in Italia.[14] Il
premio, differito più volte, fu accordato, l'anno 1838, a M. Des Noyers,
bibliotecario al Museo di Storia Naturale di Parigi, in merito di un
prospetto, che si stampò a pochi esemplari, nel quale l'autore
tratteggiò quei conquisti con le cagioni e conseguenze loro, e diè il
disegno e fin la tavola dei capitoli di un'opera da dividersi in due
parti; cioè racconto storico e influenza della Sicilia musulmana nei
varii rami di civiltà. Ei non compilò l'opera, nè so se l'abbia or
fatto; ma di certo non l'ha pubblicato. Non conoscendo l'arabico, M. Des
Noyers dovette star contento ai materiali tradotti; ai quali s'aggiunse
in quel tempo il capitolo d'Ibn-Khaldûn su la Sicilia, dato in arabico e
in francese, con acconcia prefazione e note di molta dottrina, da M.
Noël Des Vergers. M. César Famin si affrettò a stampare nel 1843 il
primo volume d'una _Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie_, il
quale arriva all'878; lavoro di picciol conto, di cui l'autore non so se
pria di morire abbia lasciato manoscritta la continuazione.
Il premio proposto dall'Istituto avea allettato altresì Giovanni Giorgio
Wenrich, professore di Letteratura biblica a Vienna, e noto per eruditi
lavori su le versioni orientali degli autori greci e su la origine della
poesia ebraica ed arabica. Ritoccata, dopo l'esito del concorso, cotesta
novella opera, ei diella a stampa in Lipsia il 1845, sotto il titolo di:
_Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus... gestarum,
Commentarii_. È dettata in elegante latino, con dignità, concisione e
diligenza. L'autore molto si aiutò dei lavori del Martorana; accoppiò il
metodo seguíto da costui con quello di M. Des Noyers; aggiunse i fatti
che risultavano da' testi arabici pubblicati dopo il Di Gregorio; ma non
fe' novelle ricerche nei MSS.; talchè non accrebbe di molto il
patrimonio del Martorana.
I materiali su i quali si è lavorato fin qui, mettendo da canto i greci
e i latini, sono stati: la Cronica di Cambridge, parte del Nowairi,
parte di Scehâb-ed-dîn-'Omari, parte d'Ibn-Khaldûn, poche biografie
d'Ibn-Khallikân, pochi ragguagli biografici e bibliografici del Casiri,
e qualche squarcio d'Ibn-el-Athîr messo da M. Des Vergers in nota a
Ibn-Khaldûn detto. Il Martorana e il Wenrich si sono avvalsi, inoltre,
d'una compilazione italiana della quale è mestieri ch'io faccia parola:
cioè gli _Annali Musulmani_ del Rampoldi. Quest'erudito italiano, morto
a Milano in età avanzata il 1836, avea fatto in gioventù lunghi viaggi
in Oriente; dei quali, nè delle altre vicende di sua vita non ho potuto
avere ragguagli; ancorchè vi si fossero adoperati alcuni amici in
Milano. Nelle opere sue ritrovo, ch'ei soggiornò in Siria e al Cairo nel
1784, al Cairo stesso nel 1785; e non so quando a Smirne:[15] pertanto è
molto probabile ch'egli intendeva l'arabico volgare. Che abbia
conosciuto profondamente la lingua, nol credo; mostrandosi ignaro
talvolta delle più ovvie forme grammaticali, delle più trite etimologie;
per esempio la voce _sceikh_ ch'ei fa derivare dal persiano _sciah_
(re). Di più si ritrae ch'egli attinse spesso alle versioni europee,
anzichè agli originali; poichè trascrive i vocaboli arabici con
ortografia or francese ora inglese e non mai italiana: come _djeami_
(moschea cattedrale) in luogo di _giami; Jannabi, Jaafar_, nomi proprii,
per _Giannabi, Giafar_, ec. Nè va preso sul serio l'infinito numero di
citazioni ch'egli infilza, di nomi d'autori arabi e persiani, quand'ei
non distingue quelli veduti da lui stesso dagli altri allegati su le
citazioni altrui. Pei fatti di Sicilia sparsi negli Annali, il Rampoldi
non sempre cita; talvolta nomina il Nowairi, dicendo tutto il contrario
di lui; o segue la Cronica di Cambridge senza punto farne menzione; e in
un sol caso, certe avvisaglie cioè tra Cristiani e Musulmani nell'887,
si riferisce al _Nighiaristan_, o meglio avrebbe scritto _Nigâristân_.
Compilazione questa è di aneddoti, scritta in persiano nel decimosesto
secolo, della quale v'ha a Parigi parecchi MSS., e una edizione di
Calcutta in litografia: ma nulla vi si trova intorno la Sicilia; come mi
afferma il dotto orientalista M. De Frémery, ch'io pregai di
percorrerla, poichè ignoro il persiano. Gli avvenimenti delle altre
province musulmane, per quanto io ne abbia potuto vedere, non son
trattati con maggiore diligenza. Pertanto questo gran lavoro in dodici
volumi, che offre del resto giudiziose osservazioni locali, molta
erudizione, idee vaste e filosofiche e fors'anco fatti genuini che
invano si cercherebbero altrove, questo lavoro, io dico, rimarrà come
inutile; non sapendosi il più delle volte se i racconti sian tolti da
buone sorgenti, se l'autore citi con esattezza, o se aggiunga del suo
altre circostanze ch'ei confusamente si ricordava o che gli pareano
necessarie a compiere il cenno dei cronisti. Si potrà cavar partito
dagli Annali del Rampoldi, se mai cadranno in man di qualche valoroso
orientalista i MSS. arabi o persiani ch'ei lasciò, i quali non ho potuto
sapere nè quanti, nè quali, nè dove fossero. Allora si potrà veder
chiaro in tal miscuglio di elementi. In questo mezzo ho dovuto rigettare
assolutamente l'autorità del Rampoldi.
Or ne vengo ai miei proprii lavori. Quand'io giunsi a Parigi,
perseguitato per avere scritto il Vespro Siciliano, che già corre il
duodecim'anno, mi parve come un obbligo di tentar la Storia dei
Musulmani di Sicilia; pensando che tra tanti uomini più capaci di me,
italiani e stranieri, niuno potea avere insieme lo zelo e le cognizioni
locali d'un siciliano e i comodi grandissimi che a me dava il soggiorno
di Parigi. Come il solo modo di riuscir nell'intento era la ricerca di
novelli materiali, così io non esitai a giocar dieci anni di fatica in
questa maniera di scavi d'antichità. Appresi l'arabico a Parigi;
confrontai i testi del Di Gregorio coi MSS. originali; mi diedi a
raccogliere frammenti storici, descrizioni geografiche, biografie, e le
prose e poesie degli Arabi Siciliani, e i titoli di lor opere perdute, e
quanto fosse stato scritto in arabico da Siciliani o da Arabi qualunque
su la Sicilia e i suoi abitatori. Molti materiali ho trovato da me
stesso nei MSS. arabici di Parigi, Oxford, Londra, Leyde: altri ne ho
avuto per favor di amici da Leyde, Cambridge, Heidelberg, Madrid,
Pietroburgo, Tunis, Costantina; altri son usciti alla luce dal 1842 a
questa parte: e, se non ho potuto frugar tutte le biblioteche di
Alemagna, Italia e Spagna, i cataloghi stampati mi assicurano che poco o
nulla era da sperarne. Cotesti materiali, escluse le poesie che non
abbiano importanza storica, faranno una _Biblioteca Arabo-Sicula_; nella
quale mi è parso di dar luogo ad alcuni squarci di autori arabi relativi
alla storia di Sicilia del XIII e XIV secolo, ancorchè non trattino dei
Musulmani dell'isola. Alla stampa dei testi, che non era impresa da
autore povero, nè da libraio d'Italia o fosse pur di Francia e
Inghilterra, ha provveduto, per sommo zelo delle lettere, la Società
Orientale di Alemagna, alla quale io ne feci domanda; e fu benignamente
accolta, per la premura che s'era data il dottissimo professore
Fleischer di Lipsia, pubblicando un prospetto di quella mia raccolta. A
spese dunque di quella dotta Società si stamperanno i testi a Gottinga,
in un volume. La versione italiana in due volumi con note nella parte
geografica, cavate dai diplomi dell'undecimo secolo in giù, si
pubblicherà, com'io spero, in Italia, nel sesto medesimo del volume
arabico, in guisa da potersi vendere con quello o senza. Il duca di
Luynes, benemerito dell'Italia per le edizioni di Matteo da Giovenazzo,
dei Monumenti Normanni e Svevi del regno di Napoli, e dello splendido
Codice diplomatico di Federigo Secondo imperatore, e per un gran lavoro,
al quale attende, su le monete puniche di Sicilia, ha cortesemente
assentito a fare una carta comparata della Sicilia, ordinata in questo
modo: che si corregga a cura sua la carta in quattro fogli dell'ufficio
topografico di Sicilia; ed egli indi vi noti i nomi antichi; io vi
trasporti gli arabici ricavati da Edrisi e altre fonti; e la carta si
stampi a due colori, in guisa da mostrare a colpo d'occhio il riscontro
dei luoghi attuali, del XII secolo e dell'antichità. Con la solita
munificenza, l'egregio archeologo francese ha profferto di far incidere
questa carta a proprie spese.
Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_ mancheranno, come accennai, le poesie
non relative a fatti storici e inoltre le notizie dei manoscritti arabi
di Sicilia, i diplomi, le iscrizioni e le monete. Quanto alle prime, che
prenderebbero uno o due volumi di testo, io le ho copiato; ma non sarà
facile trovare i mezzi di stamparle, nè preme. Il resto son lavori male
abbozzati fin qui, e da rifarsi tutti in Sicilia. Tale il catalogo dei
MSS. della Lucchesiana di Girgenti, Biblioteca de' Gesuiti in Palermo,
Monastero di San Martino presso Palermo, e Biblioteca Vientimilliana di
Catania, i quali sommano ad una cinquantina, secondo la lista che ne
mandò il signor Mortillaro al Cardinal Mai.[16] Va fatta di pianta la
collezione dei diplomi arabici dei tempi normanni, la più parte inediti,
pochi pubblicati, così così, da Di Gregorio, Morso, Giuseppe Caruso,
Mortillaro; e un solo correttamente, il quale dobbiamo a M. Des
Vergers.[17] I diplomi si dovrebbero ricercare nel Monastero di
Morreale; Cattedrale, Cappella Palatina e Commenda della Magione in
Palermo; vescovati di Catania, Girgenti, Patti, Cefalù, e in tutti altri
archivii ecclesiastici e pubblici; e sarebbero da vedersi le copie che
per avventura se ne trovassero nelle biblioteche: il quale lavoro
richiederebbe e tempo e spesa e pazienza contro gli ostacoli e pratica a
leggere i MSS. arabici e libertà di viaggiare in Sicilia. Similmente le
iscrizioni lapidarie, o di vasi, gemme e drappi, date da Di Gregorio.
Morso, Lanci e Mortillaro, e una anco da me e le molte altre inedite,
voglionsi quasi tutte verificar sopra luogo da occhi esercitati, e
rintracciarne delle altre sugli edifizii e nei musei e per le case. Per
la numismatica, infine, è da eseguire in grande il lavoro principiato
dal Mortillaro e da me sopra commendato. Cioè si debbono esaminare in
Palermo le collezioni di monete e vetri dei Gesuiti, o della Università
degli Studii, alla quale ne furono legate circa 300 dal Cavalier Poli;
quella di Monsignor Airoldi, testè donata alla Biblioteca Comunale, e le
altre di privati: si debbono estendere le ricerche a tutta l'isola;
scevrare le monete false dalle vere; confrontarle coi cataloghi stampati
dal Castiglioni a Milano, dallo Spinelli a Napoli; ed oltremonti, da
Tychsen, Adler, Marsden, Moëller, Fraehn, Soret, ec.; ricercarne infine
per tutte le grandi collezioni d'Europa, il che io ho fatto soltanto in
quella di Parigi. Per necessità lascio dunque ad altre persone, o
rimetto ad altro tempo, coteste ricerche, dalle quali la Storia non
potrà cavar altro che qualche nome e qualche data svelati dalle monete e
iscrizioni; qualche particolarità di diritto pubblico e qualche altro
nome proprio e topografico forniti dai diplomi del duodecimo secolo; e
qualche notizia artistica o filologica.
Da tal classe di materiali ho dovuto rigettare due notizie date dal
Mortillaro. L'una risguarda Abi-Kanom (_sic_) ben Mohammed ben Osman
segestano, autore del _Kitabo-l-Nachli_ ossia Libro delle palme, MS.
dell'anno 1004 dell'era cristiana, posseduto dal Monastero di San
Martino presso Palermo.[18] Tal titolo e nome van corretti
_Kitâb-el-Nahl wal-'Asl_, (Trattato delle api e del miele) di
Abu-Hâtim-Sahl-ibn-Mohammed del Segestân;[19] chè di quella provincia di
Persia si tratta e non di Segesta in Sicilia, distrutta molti secoli
innanzi il conquisto musulmano. Perciò si tolga dal novero degli
scrittori Arabi Siciliani questo Segestano postovi da alcun compilatore
di Giornale di Scienze e Lettere, che un tempo si pubblicava in Palermo
sotto gli auspicii della Polizia e la direzione del Mortillaro.[20] Va
eliminato al pari un Hâmid-ibn-Ali, che il Mortillaro suppose siciliano,
senza per altro affermarlo, nella illustrazione di un bell'astrolabio in
ottone che v'ha in Palermo,[21] delineato il 343 dell'egira (954-955)
dal detto Hâmid, e, com'io credo, copiato sul metallo qualche secolo
appresso,[22] per uso d'un personaggio, il cui nome va letto
Scerf-ed-dîn-Ahmed-ibn-Mongiâ-ibn-Nâgi-ibn-Mohammed, della tribù di
Sa'd, nato o dimorante in Zenkelûn, terra in Egitto.[23] Il nome
dell'autore va bene, e anco il tempo in cui visse; poichè l'astronomo
Ibn-Iunis, che morì il 1008, cita appunto tra i più celebri costruttori
di astrolabii questo Hâmid-ibn-Ali, da Wâset, aggiugne egli, e così
toglie luogo ad ogni contesa su la patria.[24]
Raccolti e studiati i materiali, senza rimorso di lasciarne addietro che
fossero di momento, ho scritto la Storia, scopo di quelle mie ricerche.
E comincio a pubblicarla prima della _Biblioteca Arabo-Sicula_, sì che
ne presento adesso il primo volume, e gli altri due intendo stamparli a
un tempo con quella raccolta. Ho cavato i fatti, in primo luogo dai
settanta scrittori arabi, inediti la più parte, che compongono la
_Biblioteca_; i nomi dei quali, accompagnati di cenni biografici e
bibliografici, si leggeranno nella seconda parte della Tavola Analitica
in fin di questa Introduzione. Indi il lettore potrà giudicare delle
autorità che si citano in tutto il corso dell'opera. Primeggian tra
quelle il _Riadh-en-Nofûs_, la Cronica di Cambridge, Imâd-ed-dîn,
Ibn-el-Athîr, il _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Tigiani, Ibn-Haukal,
Edrisi, Ibn-Giobair. Dei settanta poi, qual mi ha fornito un centinaio
di pagine, qual due o tre righi, qual fatti nuovi e importanti, e qual
noiose ripetizioni o racconti che mal reggono alla critica. Pochi
contengono tradizioni primitive; sendo perdute le migliori croniche
musulmane della Sicilia, e non rimanendone che i nomi di dieci autori
ch'ho noverato nella prima parte della Tavola. Pur l'uso degli annalisti
arabi a copiare le croniche troncandole qua e là, anzi che rimpastare i
fatti nel proprio stile, ci ha conservato in parte le prime scritture.
In generale le croniche e annali arabi sono diligenti nelle date;
accennano i fatti anzi che narrarli; difettan di critica; non raccontano
nè cagioni nè conseguenze nè gli episodii, in cui si vegga l'indole, le
fattezze e le passioni degli attori. Fa eccezione a questo qualche
biografia. Lavorando su elementi di tal fatta, chi voglia scrivere la
storia com'oggi la s'intende, è trattenuto ad ogni passo, costretto a
indovinare, a far supposizioni, a mettere in forse, e sovente è
strascinato ad imitare l'andatura monotona degli originali. Per buona
sorte, la tendenza del secol nostro ai lavori storici ha fatto
pubblicare, da una trentina d'anni a questa parte, molti testi, versioni
e dotti comenti, mercè i quali si comprendono ormai pienamente gli
ordini politici, le leggi civili, penali e di culto, l'indole delle
sètte religiose, le vicende delle scienze e lettere, tutti in somma i
fatti generali della Storia dei Musulmani: e ciò supplisce a molte
lacune degli annali. Fra coteste opere sol ricorderò l'_Ahkâm-Sultanîa_
di Mawerdi, trattato fondamentale di dritto pubblico, da me studiato
sopra un MS. di Parigi, ed or meglio assai su la edizione che ne diè
l'anno scorso il dottor Enger a Bonn. Altri lumi ho cavato dai MSS.
parigini di Ibn-abd-Rabbih, Ibn-Kutîa, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ec.
Degli scrittori bizantini e latini sarebbe superfluo a presentare una
tavola analitica. Tra i primi, ho preferito sempre gli originali ai
copisti; e però la Continuazione di Teofane, che ci accompagna per gran
tratto di queste istorie, al Cedreno, seguíto da alcuni moderni non so
per quale predilezione. Quasi sempre ho adoperato, come più recenti, le
edizioni di Bonn. Oltre gli autori ch'ebbero alle mani il Martorana e il
Wenrich, è adesso di ragion pubblica il libro di Eustatio, arcivescovo
di Tessalonica, su la espugnazione di quella città per le armi siciliane
nel 1185; dove si ritrovano particolari prima ignoti, e alcuni toccano i
Musulmani che rimaneano in Sicilia. Quanto agli scrittori latini usciti
in luce dopo il Muratori, ho cavato partito dalle croniche: di Giovanni
Diacono di Venezia, pubblicata da Zanetti e indi nel Pertz; del monaco
Amato che tanto rischiara i fatti del conquisto normanno, data dallo
Champollion; di Benedetto monaco di Sant'Andrea, nel Pertz; di
Marangone, nell'_Archivio Storico Italiano_; e dalla poesia latina su la
impresa de' Pisani e Genovesi a Mehdîa nel 1088, per la quale mi son
servito della edizione di M. Du Méril. Ho rigettato, per esserne
evidente la falsità, i _Chronici Neapolitani Fragmenta_; il _Chronicon
Arnulphi monachi_; e le interpolazioni alla _Cronica della Cava_: tutte
fatture di Francesco Pratilli, erudito napoletano del secol passato,
appigliatosi a tal tristo espediente, per ticchio di gareggiar col
Muratori. Alcune agiografie greche e latine, vagliate con giusta
diffidenza, mi han pure fornito fatti degni di fede: tali, tra le
greche, la Vita di San Giovanni Damasceno; quella di Sant'Ignazio
patriarca di Costantinopoli; quella di San Nilo il Giovane; e gli
squarci di quella di San Niceforo vescovo di Mileto pubblicati da M.
Hase nelle note a Giovanni Diacono Caloense; tali i testi o versioni in
latino che si trovano nel Gaetani, delle quali la raccolta dei
Bollandisti offre talvolta i testi greci, e sempre dà qualche
correzione. I diplomi greci e latini di Sicilia mi hanno aiutato
sopratutto allo studio dei nomi topografici, ch'era necessario per
conoscere le città o villaggi dell'XI e XII secolo, i quali alla
cacciata dei Musulmani rimasero in parte abbandonati, con immenso danno
dell'agricoltura Siciliana, non riparato dopo sette secoli. Oltre le
collezioni di Pirri, De Grossis, Lello, Mongitore, ec., ho cavato quei
documenti dai tabularii stampati di alcune chiese, dal Giornale
Ecclesiastico di Sicilia, e dalla _Historia Diplomatica Friderici
Secundi Romanorum imperatoris_, della quale son già usciti cinque
volumi, a cura di M. Huillard-Breholles e spesa del duca di Luynes.
Infine ho tratto alcuni ragguagli di Storia letteraria dai MSS. latini
della Biblioteca imperiale di Parigi Nri. 7310, 7281, 7406, e Fonds
Saint-Germain 1450. Il primo dei quali, studiato un tempo
dall'Humboldt,[25] è versione dell'_Ottica_ di Tolomeo, fatta, sopra una
versione arabica, da Eugenio ammiraglio del reame di Sicilia; il quale
altresì tradusse dal greco le profezie dette della Sibilla Eritrea, di
cui v'ha tre MSS. a Parigi. I citati MSS. 7281 e 7406 sono compilazione
latina di un Giovanni di Sicilia su le notissime tavole astronomiche,
dette Alfonsine, del giudeo Arzachele da Toledo. Allo stesso Giovanni di
Sicilia, o altro di tal nome, appartiene il MS. 1450 Saint-Germain, ch'è
trattato di rettorica.
Lo argomento e divisione cronologica del presente lavoro è esposto a
capo del primo libro. Cotesto disegno non coincide con quello
dell'Accademia delle Iscrizioni, seguíto dal Wenrich. Da una mano io ho
voluto ristringere il campo alla Sicilia. Le guerre dei Musulmani in
Italia dal VII al XII secolo fanno due ordini di avvenimenti, dei quali
il primo dà argomento a Storia particolare, l'altro no; anzi questo non
si potrebbe accoppiar con quello altrimenti che negli Annali generali
d'Italia. L'uno è la guerra, prima d'infestagione poi di conquisto, che
movea dall'Affrica propria; portava lo stabilimento delle colonie
musulmane in Sicilia; tentava la Terraferma dallo stretto di Messina al
Tevere; e vi lasciava, con orribili guasti, anco qualche elemento di
civiltà. L'altro ordine si compone di scorrerie minori dei Musulmani or
d'Affrica or di Spagna, le quali affliggeano la Sardegna, la Corsica e
la riviera dalla foce del Tevere alle Alpi Marittime: calamità disparate
e senza compenso. Perciò ho accennato queste di passaggio nella
narrazione delle cose operate dai Musulmani in Sicilia; ma ben ho
raccontato distesamente i casi dell'Italia Meridionale, poichè sono
connessi a quei di Sicilia. Da un'altra mano, dovendo esporre le
condizioni d'ogni maniera in cui si vivea nell'isola innanzi il
conquisto musulmano, ho preso le mosse necessariamente dai tempi più
antichi in cui ebbero origine: a che non pensarono i dotti stranieri
lodati di sopra. Dopo la dominazione musulmana, ho toccato i fatti
principali dei monarchi normanni di Sicilia e dei due primi di Casa
Sveva; e l'ho scritto tanto più volentieri, quanto i testi arabi me ne
davano ragguagli ignoti per l'addietro. Mi son fermato alla deportazione
dei Musulmani di Sicilia in Puglia; parendomi opera insensata ad
abbozzare le vicende della colonia di Lucera su i vaghi cenni dei
cronisti, quando stan sepolte nei registri angioini di Napoli centinaia
di documenti su quella colonia: chè moltissimi ne vidi io stesso il 1840
e n'usai parecchi nella _Guerra del Vespro Siciliano_. Se un giorno
avverrà che l'Archivio di Napoli sia aperto liberamente agli eruditi,
altri, con migliori auspicii che i miei, intraprenderà così fatto
lavoro. Ho dato poi altr'ordine alle materie. I miei predecessori
conduceano la cronica dal principio alla fine, e poi ripigliavano da
capo a far la storia legislativa, religiosa, morale, letteraria,
artistica ed economica. In luogo d'imitarli, meglio mi è parso di
presentare i fatti, di qualunque classe, a misura che sviluppansi ed
operano. Pertanto ho interrotto spesso la narrazione delle guerre e
vicende politiche, per descrivere i fenomeni civili e intellettuali che
n'erano a vicenda effetti e cagioni: in vece di percorrere l'una dopo
l'altra tante linee di racconti, le ho troncato ad epoche, e disposto i
tronchi parallelamente l'uno all'altro; amando a seguire, il più che
potessi senza ingenerar confusione, l'ordine dei tempi, che mi par
logico sopra ogni altro. In fin del terzo volume porrò un indice dei
nomi proprii e di luoghi, e una tavola alfabetica degli autori citati in
tutto il corso dell'opera, indicando le edizioni o MSS. di cui mi sia
servito. I nomi o altre voci arabiche saranno trascritti, rendendo le
lettere e segni dell'alfabeto arabico d'Oriente nel modo che segue:
1. Elif — “a” italiana.
2. Ba — “b” id.
3. Ta — “t” id.
4. Tha — “th” inglese.
5. Gim — “g” italiana.
6. Ha — “h” latina.
7. Kha — “kh” italiana.
8. Dal — “d” id.
9. Dsal — “ds” id.
10. Ra — “r” id.
11. Za — “z” id.
12. Sin — “s” id.
13. Scin — “sc” avanti le vocali “e”, “i”, e “sci” o “sce” avanti le
altre; sempre col suono della “ch” francese e “sh”
inglese.
14. Sad — “s” italiana.
15. Dhad — “dh” id.
16. Ta — “t” id.
17. Za — “z” id.
18. Ain — suono particolare che si rende con un '.
19. Ghain — “gh” italiana.
20. Fa — “f” id.
21. Kaf — “k” id.
22. Caf — “k” id.
23. Lam — “l” id.
24. Mim — “m” id.
25. Nun — “n” id.
26. Hè — “h”, e quando è finale, si sopprime o si rende “t”.
27. Waw — “w” inglese.
28. Ia — “i” italiana.
La vocale “fatha” si rende “e”, e quando è seguíta dalla
“alef di prolungaz.”, â.
” “kesra” ” “i” ed î nel detto caso.
” “dhamma” ” “o” ed û nel detto caso.
Mi rimane adesso a rendere testimonianza degli aiuti altrui. Debbo ai
signori Reinaud e Hase, professori, l'un d'arabico, l'altro di greco
moderno, nella _École des Langues Orientales vivantes_ a Parigi, quel
che so di dette due lingue e della paleografia appartenente all'una o
all'altra: debbo loro inoltre di avermi avviato allo studio della
erudizione musulmana e bizantina, non meno che guidato nelle ricerche su
manoscritti o libri stampati. Mi diè consigli di questa fatta, nel primo
anno de' miei studii, il barone Mac-Guckin De Slane, dotto orientalista.
E, in ogni tempo, i due professori lodati di sopra m'assisteano
cortesemente, anzi amorevolmente, nella interpretazione di qualche passo
di testo, o in altra grave difficoltà.
Dissi di sopra che altri mi procacciava copie di parecchi testi arabi.
Riconosco tal favore, innanzi ogni altro, dal mio amico il dottor Dozy,
or professore d'istoria nella Università di Leyde; il quale, studiando
quella ricca collezione di manoscritti, ne prese quanto potea giovare al
mio intento. Altri estratti di testi mi sono stati mandati cortesemente
da M. Alphonse Rousseau, primo interprete della Legazione francese a
Tunis; dal dottor Weil, bibliotecario a Heidelberg; dal professore
Gayangos di Madrid; da M. Cherbonneau, professore d'arabo a Costantina;
dal signor Wright; e dal conte Miniscalchi da Verona, benemeriti delle
lettere arabiche. Tra i non orientalisti, il Conte di Siracusa mi fece
ottenere nel 1846 copia di un MS. di Madrid; il duca di Serradifalco
impetrò per me lo stesso anno il prestito di un manoscritto di
Pietroburgo, il quale mi fu mandato a Parigi per mezzo della Legazione
di Russia, con liberalità di cui debbo lodar quel governo, non ostanti
le mie opinioni politiche le quali non ho bisogno di ripeter qui.
L'ingegnere alemanno signor Honnegar, venendo alcuni anni fa da Tunis a
Parigi, mi recò altri squarci di testo, fatti copiare per conto mio. Il
lucido d'una iscrizione di Sicilia e alcune notizie bibliografiche ebbi
nel 1846 per favore dell'erudito principe di Granatelli, al quale io era
obbligato d'altronde per assai più efficaci prove di amistà. Altri
lucidi di iscrizioni mi ha fatto copiare il duca di Serradifalco, chiaro
per opere archeologiche, e ne tengo anche dal mio amico Saverio
Cavallari, ingegnere e archeologo. Debbo far menzione ancora del mio
fratel cognato Giuseppe di Fiore, per varie notizie raccoltemi in
Sicilia; del dotto ellenista siciliano Pietro Matranga, per aver
procacciato il confronto di un testo arabico alla Vaticana; e del signor
Power bibliotecario a Cambridge, e del defunto Samuel Lee professore in
quella Università, per altro simil favore.
Mentre io studiava in Parigi, risegnato lo impiego nel Ministero di
Palermo e lo stipendio di quello che m'era unico mezzo di sussistenza,
parecchi amici dal 1844 al 1846 mi soccorsero di danaro, da rimborsarsi
col prezzo dell'intrapreso lavoro. Il fecero per benevolenza verso di
me, e zelo per un'opera che speravano illustrasse la storia del paese:
tra i quali se alcuno partecipava delle mie opinioni politiche e altri
allora vi si avvicinava, altri non era meco legato che di privata
amistà; nè questa associazione ebbe mai indole nè scopo politico,
foss'anco di mera dimostrazione. L'associazione fu promossa dal barone
di Friddani e da Cesare Airoldi, nominato di sopra; la secondarono in
Sicilia Mariano Stabile, amico mio dalla fanciullezza, il principe di
Granatelli e altri amici; e lo Stabile si incaricò di riscuotere il
danaro in Sicilia, e, riscosso o no, me ne somministrava. Io accettai la
profferta. Soscrissero Cesare Airoldi, Massimo d'Azeglio, la signora
Carpi, il barone di Friddani, la famiglia Gargallo, Giovanni Merlo,
Domenico Peranni, il marchese Ruffo, il duca di Sammartino, il principe
di Scordia, il conte di Siracusa, Mariano Stabile, il signor Troysi, e
quegli che primo mi avea confortato agli studii storici tanti anni
innanzi, il carissimo mio Salvatore Vigo; i nomi dei quali ho messo per
ordine alfabetico. Non tutti fornirono la stessa somma di danaro: poichè
chi pagò in una volta tutte le cinque quote di ogni messa, le quali si
doveano fornire successivamente; e chi fu richiesto d'una o due quote, e
non fu sollecitato per le altre: i particolari del qual conto van
trattati tra me e i soscrittori, e al pubblico non ne debbo dir altro
che il beneficio e la gratitudine mia. Mutato alla fin del 1846 il
disegno della pubblicazione, e intrapresa questa dall'editore signor Le
Monnier, io non ho altrimenti usato, d'allora a questa parte, il comodo
che mi aveano offerto sì liberalmente i soscrittori.
_Parigi, luglio 1854._
TAVOLA ANALITICA
DELLE
SORGENTI ARABICHE DELLA STORIA DI SICILIA.
PARTE PRIMA. — OPERE PERDUTE.
I. =Ibn-Katâ'= (Abu-'l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali, detto Ibn-Katâ')
discendente della regia schiatta aghlabita, nacque in Sicilia il 433
(1041-1042); uscì dopo il conquisto normanno, e morì in Egitto il 515
(1121-1122). Di questo sommo filologo darò, a suo luogo, la biografia.
Tra le molte opere ch'ei scrisse, era un _Târîkh-Sikillîa_ (Cronica di
Sicilia) ricordato da Soiûti[26] e da Hagi-Khalfa[27]. Nessuno annalista
par che abbia letto quella cronica. Compose di più _El-Dorra-el-Khatîra_
(La nobil Perla), antologia dei versi di censettanta poeti
arabo-siculi[28], della quale molti frammenti ci ha conservato
Imad-ed-dîn da Ispahan[29]; e ciò si vegga al nº XXVIII della parte
seconda di questa Tavola.
II. =Abu-Zeîd-el-Gomri=, di origine berbera come sembra al nome, scrisse
anch'egli una cronica di Sicilia. Lo afferma Sekhâwi, autore del XV
secolo, in un suo studio di storiografia[30]; e lo ripete
Hagi-Khalfa[31] . Nè il primo nè il secondo ci dicono dove e in qual
tempo sia vivuto questo Abu-Zeîd; non citato per altro da alcuno
annalista.
III. =Ibn-Rekîk= (Abu-Ishâk-Ibrahîm-ibn-Kasem-ibn-Rekîk) liberto ei
medesimo, o il padre, come potrebbe argomentarsi dalla voce _rekîk_
(schiavo), fu segretario in un oficio pubblico a Kairewân, verso la fine
del decimo secolo[32]. Egli scrisse una Cronica d'Affrica, che talvolta
fa menzione della Sicilia, ed è citata spesso dai compilatori:
Ibn-Wuedrân, Ibn-Abbâr, Ibn-Adsari autore del _Baiân_, Ibn-Khaldûn,
Nowairi, Tigiani, Leone Affricano. Quantunque io accetti il giudizio del
dotto barone De Slane, il quale gitta su le spalle d'Ibn-Rekîk le favole
che si mescolarono al racconto delle prime guerre dei Musulmani in
Affrica[33], penso pure che costui potea compilar senza critica le
narrazioni dei tempi andati, e scrivere schiettamente le vicende de'
suoi proprii. Si badi a tal distinzione, quante volte si vedrà citata
l'autorità d'Ibn-Rekîk nel corso del presente lavoro.
IV. =Ibn-Rescîk= (Abu-Ali-Hasan) forse di origine siciliana, nato in
Affrica d'uno schiavo greco, orafo, l'anno mille; vivuto a corte dei
principi Zîrîti a Mehdia e negli oficii pubblici a Kairewân; rifuggito
poscia in Sicilia; e morto a Mazara, chi dice il millecinquantotto, chi
il sessantatrè, e chi il settanta, fu uomo di molte lettere; del quale
tratterò più largamente nel quarto libro di questa istoria. Tra le altre
cose, ei scrisse una cronica di Kairewân, ove toccò talvolta i fatti di
Sicilia: come si ritrae dalle citazioni di varii compilatori.
L'_Anmûdeg_ (il Tipo), opera del medesimo autore, contiene un aneddoto,
trascrittoci da Ibn-Khallikân, risguardante il principe kelbita di
Sicilia Iusûf. Da altri frammenti che abbiamo d'Ibn-Rescîk ei sembra
informato della erudizione che potea rimanere in quel tempo tra i Greci
di Sicilia: il che aumenta l'autorità sua come cronista.
V. =Ibn-Iahîa= (Abu-Ali-Hasan-el-Fakîh, ossia il giurista) scrisse un
_Târîkh-Sikillîa_ (Cronica di Sicilia) del quale i geografi Jakût e
Kazwîni ci hanno conservato qualche squarcio. Ancorchè il soprannome e
il nome proprio di costui si riscontrino con quei d'Ibn-Rescîk e l'uno e
l'altro sembrin di certo vissuti al medesimo tempo, pure il divario dei
nomi patronimici; la origine greca d'Ibn-Rescîk; la qualità di giurista
data a Ibn-Iahîa; infine la diversità delle due croniche che
s'intitolano, l'una di Kairewân e l'altra di Sicilia, fanno supporre con
fondamento che ai tratti di due autori diversi.
VI. =Abu-s-Salt-Omeîa= (Ibn-Abd-el-'Azîz-ibn-abi-s-Salt) nato a Denia in
Spagna il 1067, morto a Mehdia in Affrica il 1131 o pochi anni appresso,
medico, poeta, erudito, meccanico, continuò la Cronica d'Ibn-Rekîk[34].
In questa, o altra opera, ci narra un curioso aneddoto della sconfitta
dell'esercito siciliano al Capo Dimas il 1123. Imâd-ed-dîn da Ispahan,
nella _Kharîda_, ci ha conservato alcuni squarci di poeti arabo-siculi e
di loro biografie, raccolti da Abu-s-Salt[35] in un'altra opera che ha
per titolo _Risâla min Ahl el-'Asr_ (Epistola su i contemporanei).
VII. =Ibn-Sceddâd=
('Izz-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-'Azîz-ibn-Sceddâd-ibn-Temîm) della
tribù berbera di Senhâgia e della regia schiatta dei Zirîti, visse nella
seconda metà del XII secolo, poichè l'avol suo Temîm, regnava a Mehdia
dal 1062 al 1107. Secondo la espressa testimonianza di Abulfeda[36], ei
compilò due istorie, di Kairewân, cioè, e di Sicilia. Di questa ultima
troviamo squarci negli Annali d'Abulfeda, e perciò anche nell'opera di
Scehâb-ed-dîn-Omari[37]. In fine, il Tigiani tolse da Ibn-Sceddâd il
racconto della espugnazione di Mehdia nel 1160, che quel cronista sapea
da un testimonio oculare[38].
Ibn-Sceddâd, di cui adesso abbiamo precise notizie[39], è appunto
l'Ascanagius del Caruso, l'Al-Sanhaj del Di Gregorio, ec.[40], come si
trascriveva inesattamente il nome etnico di Es-Senhâgi col quale lo
denotò Abulfeda. Monsignor Airoldi, nella prefazione al Codice
diplomatico dell'abate Vella, diè i suoi nomi nella forma in cui li
trovava presso D'Herbelot; aggiugnendo, su la fede dello impostore
Vella, che l'opera in diciotto volumi si serbasse nella Biblioteca di
Fez[41].
VIII. =Ibn-Bescirûn=
(Othmân-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-abd-er-Rezzâk-ibn-Gia'far-ibn-Bescirûn-ibn-Scebib)
della tribù arabica di Azd, detto Sikîlli e Mehdi, ossia Siciliano e da
Mehdia (in Affrica), perchè nato forse in uno di cotesti paesi, non
sappiamo quale, e passato a dimorare nell'altro, visse nella seconda
metà del duodecimo secolo. Ei compilò un _Mokhtâr fi-l-Nezm wa-l-Nethr
li Afâdhil Ahl el-'Asr_ (Scelta di poesie e prose dei più illustri
contemporanei), nel quale ricordò molti Spagnuoli, Affricani e
Siciliani. Imad-ed-dîn da Ispahan[42] si servì di questa raccolta, che è
notata altresì nella bibliografia di Hagi-Khalfa[43]. Dell'autore diremo
nel sesto libro.
IX. =Gemâl-ed-dîn= (Mohammed-ibn-Sâlem) cadi supremo d'Egitto, nato il
1207, morto il 1297, conobbe di persona lo imperator Federigo Secondo;
fu poi mandato ambasciatore a Manfredi dal Sultan di Egitto Bibars: e
dimorò in Italia parecchi anni. Egli accennò, non sappiamo in quale
delle opere sue, la condizione dei Saraceni di Lucera, la sconfitta di
Manfredi, e il sapere di questo re in matematica, filosofia e lettere
arabiche. Di questi squarci abbiamo una trascrizione o sunto negli
annali di Abulfeda[44].
X. =Ibn-Sa'îd= (Nûr-ed-dîn-Ali-ibn-Sa'id-ibn-Musa) da Granata, nato il
1214, morto il 1274, oltre il trattato di geografia di che sarà detto
nella seconda parte di questa Tavola, e oltre un'opera istorica su
l'Oriente, che non appartiene al soggetto nostro, ne pubblicò un'altra
alla quale si lavorava in sua famiglia da due generazioni: opera
compiuta da lui con ricerche in Oriente e segnatamente nelle biblioteche
di Bagdad innanzi la irruzione dei Tartari[45]. Voglio dire del _Moghrib
fi Holâ-el-Maghreb_ (Peregrino discorso su gli ornamenti
dell'Occidente), del quale scrive il Makkari, che il primo libro
trattasse della Spagna, il secondo della Sicilia, il terzo della Italia
e altre province del continente[46]. Pertanto è da supporre molto
importante quella storia di Sicilia i cui elementi furono apprestati
forse alla famiglia di Ibn-Sa'îd da dotti Siciliani rifuggiti in Spagna.
Persuaso di ciò, io ho tentato per dieci anni tutti i modi di aver
questo libro; guidandomi cortesemente il professore Gayangos di Madrid,
ch'io richiesi dapprima, e cooperando poi meco il Dozy, che dal canto
suo desiderava anco di studiare quella celebre opera, intento, com'egli
era ed è, a rifare la storia della Spagna Musulmana. Ma fallirono le
speranze che noi avevamo posto in sir Thomas Read, console inglese a
Tunis, credendo ch'ei possedesse una copia di Ibn-Sa'îd; al quale
ancorchè io avessi scritto e fattogli scrivere da persone ch'ei
conoscea, non n'ebbi risposta mai. M. Alphonse Rousseau, interprete
della Legazione francese a Tunis, ch'è uom gentile ed erudito, si è
adoperato anco invano a trovare quel MS. a Tunis. Pur non dispero che si
venga a capo dell'intento, quando che sia; parendo che una copia
dell'Ibn-Sa'id si conservi nella moschea principale di Tanger, e forse
un'altra ve n'abbia a Pietroburgo[47], senza contare quella di sir
Thomas Read.
Queste dieci son le opere principali non pervenute insino a noi, note
per espresso attestato d'altri scrittori, o per gli squarci che questi
ne abbian dato; opere, dico, che di proposito o per incidenza toccavano
la storia dei Musulmani di Sicilia. V'ha inoltre parecchi biografi
affricani e siciliani del nono e decimo secolo, citati nel
_Riâdh-en-Nofûs_, dei quali farò menzione nella seconda parte della
presente tavola, nº XI, trattando del _Riâdh_. È probabilissimo che
abbian detto anco della Sicilia tanti cronisti di Kairewân, i cui nomi
sappiamo da Hagi-Khalfa e da altri, ma parmi inutile di trascriverli
qui. Se è da prestar fede a Leone Affricano, scrisse anco la cronica di
Sicilia un Ibn-Hossein[48], del quale invano ho cercato il nome presso
autori più diligenti di Leone. Infine avverto i lettori che non
troveranno qui il nome del Tabari, famosissimo annalista del nono e
decimo secolo, che condusse sua narrazione dai tempi più remoti fino
all'anno 302 dell'egira (914 e 915). Come ognun sa, que' pochi volumi
che abbiamo in Europa de' molti onde si componea l'opera del Tabari,
trattano di tempi anteriori al conquisto musulmano della Sicilia; e però
non se ne può sperar altro che qualche notizia su le incursioni del
settimo e ottavo secolo. Io ne ho cercato invano tra i frammenti del
Tabari che posseggono la Bodlejana (Hunt. 198), e la Bibl. di Parigi
(Supp. Ar., 744); onde mi è parso inutile di percorrere a questo effetto
i tre volumi della Biblioteca di Berlino, che comprendono gli Annali,
dal 71 al 159 (690-775).
PARTE SECONDA. — OPERE ESISTENTI.
I. =Ibn-Abd-el-Hakem= (Abd-er-Rahmân) autore del _Fotûh-Misr_ (Conquisti
in Egitto), morto verso l'874 dell'era cristiana. La Biblioteca
imperiale di Parigi n'ha due copie, Ancien Fonds 653 e 785; la prima
delle quali più bella, ma meno antica e men corretta dell'altra, che
porta la data del 1180. È diligentissima narrazione; condotta nel primo
stile storico degli Arabi, cioè nominando per ciascun fatto tutti coloro
per cui bocca fosse passato, dal testimone oculare infino al
compilatore. Ne ho preso pochi righi su la sconfitta navale di Costante
imperatore e la uccisione di lui in Sicilia. Alcuni squarci sul
conquisto d'Affrica sono stati tradotti in francese dal baron De Slane
nella _Lettre à M. Hase, Journ. Asiat._, (série IV, tomo IV 1844), pag.
356, e nella _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, pag. 301
seg.
II. =Ibn-Koteiba= (Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Moslem), autore
dell'_Ahâdîth-el-Imâma_ etc. (Notizie del principato e del governo), e
di altre opere molto pregiate, nacque l'828 e morì l'884. Un MS.
dell'_Ahâdîth_ è posseduto dal professore Gayangos, il quale ne ha
tradotto in inglese molti importanti capitoli[49]; tra i quali, due che
trattano di imprese sopra la Sicilia[50]. Di questi ultimi darò il
testo; avendone avuto copia per favore del signor Gayangos. Egli
dubitava che altro fosse, e più antico, lo autore di quest'opera; ma
dilegua il dubbio Ibn-Scebbât[51], recando lo stesso titolo di libro e
nome di autore e il testo di uno dei detti due capitoli. Veggasi su
l'Autore, Ibn-Khallikân, vers. inglese di M. De Slane, tomo II, p. 22, e
De Slane stesso, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p.
175.
III. =Beladori= (Ahmed-ibn-Iahîa), vissuto a corte del califfo abbassida
Motewakkel, e morto a Bagdad l'892, scrisse il _Fotûh el-Boldân_
(Conquisti de' varii paesi), MS. di Leyde (430 Warn.), notato nel
Catalogo del Dozy, tomo II, p. 156, nº DCCLXXVII. Ne ho il testo di un
capitoletto sul conquisto di Sicilia, mandatomi dal Dozy. Su questo
diligente e giudizioso cronista arabo si veggano: Hamaker, _Specimen
Catalogi Bibl. Lugd. Batav_., p. 7; De Slane, _Lettre à M. Hase_, l. c.;
Reinaud, _Memoire sur l'Inde_, p. 16.
IV. =Mas'ûdi= (Abu-Hasan-Ali-ibn-Hosein), intrepido viaggiatore,
arricchitosi di immensa erudizione, ma non sempre guidato da buona
critica, nacque a Bagdad non si sa l'anno appunto; morì il 956; e
scrisse varie opere, nelle quali allargò tanto il campo della
cosmografia, da comprendervi anco la storia. Ne' due lavori principali
che ci rimangono di lui, cioè il _Morûg ed-dseheb_ (I Prati d'oro) e il
_Tenbîh_ etc. (Avvertimento e Prospetto), Mas'ûdi nominò poche volte la
Sicilia, e sol per dire uno errore su la dominazione bizantina, una
favola su l'Etna, e una notizia su l'uso delle pomici al tempo suo. Ho
cavato cotesti brevi paragrafi dai MSS. di Parigi, Ancien Fonds 598 e
Supp. Arabe 714, copie del _Morûg_, e Supp. Arabe 901, esemplare del
_Tenbîh_. Del primo v'ha una versione inglese incominciata dal dottor
Sprenger e non continuata. Avremo adesso il testo arabico e la versione
francese, che si pubblicano a spese della Società Asiatica di Parigi dal
valoroso orientalista signor Derembourg.
V. =Istakhri= (ovvero Estakhri, e con l'articolo Alestakhri, Abu-Ishak),
che prese il nome della sua patria, Istakhr, l'antica Persepoli,
scrisse, dopo il 951 un trattato di geografia, frutto di lunghi viaggi
per l'Oriente, sotto il titolo di _Kitâb el-Akâlîm_ (Libro dei Climi). È
descrizione frettolosa e magra, in ciò che risguarda i paesi
occidentali; onde altro non vi leggiamo della Sicilia, se non che la era
fertilissima, abbondante di grani, greggi, e schiavi. Ho copiato que'
pochi righi dal bel _fac-simile_ del MS. della Biblioteca di Gotha,
pubblicato in litografia dal dottor Moëller, col titolo di _Liber
Climatum, auctore Sceicho Abu Ishako al Faresi vulgo El Isstachri_,
Gothæ 1839. Su l'autore si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_,
Introduction, p. LXXXI.
VI. =Ibn-Haukal= (Abu-'l-Kasem-Mohammed), mercatante di Bagdad, dopo una
trentina d'anni di viaggi nei quali si spinse fino all'Affrica
settentrionale ed alla Sicilia, diè fuori, il 976, un _Kitâb el-Mesâlek
wa el-Memâlek_ (Libro delle strade e dei Reami), nel quale inserì,
corresse e accrebbe di molto il trattato di Istakhri. Un lungo capitolo
contiene la descrizione di Palermo, ch'io pubblicai con la versione
francese nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo V (1845), p. 73, seg.,
e poscia in italiano soltanto nell'_Archivio Storico Italiano_, vol. IV,
Append., nº 16 (1847). Io avea trascritto il testo dal cattivo e moderno
MS. di Parigi, Suppl. Arabe 885, copia di quello di Leyde (314 Warner,
Dozy, Catalogo, tomo II, p. 131, nº DCCXXII) col quale era stata
confrontata la mia trascrizione, per favore del prof. Dozy e del dottor
Moëller. Poscia ho riscontrato la edizione mia con l'antico MS. della
Bodlejana ad Oxford (Hunt. 538). Vi ho aggiunto altri paragrafi su le
città di Salerno, Napoli, Gaeta, isola di Malta e Monte Kelâl o Telâl,
che M. Reinaud crede sia Frassineto, quel famoso propugnacolo dei
Musulmani sul Mediterraneo: paragrafi copiati da me sul MS. di Parigi e
confrontati sul MS. di Leyde dal professore Dozy. Della descrizione
dell'Affrica, importantissimo documento, ha dato una versione francese
il barone De Slane, _Journal Asiat._, III série, tomo XIII, p. 153,
seg., e 209, seg. Su l'autore si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda,
Introduction, p. LXXXII, seg.
VII. =Cronica di Cambridge=. Lascio questo titolo al _Kitâb Târîkh
Gezîra Sikillîa_ ec. (Libro della Cronica dell'isola di Sicilia ec.),
che possiede la Biblioteca dell'Università di Cambridge, della stessa
carta e scrittura, e legato nel medesimo volume degli Annali di
Eutichio, patriarca d'Alessandria. Il MS., secondo il giudizio che me ne
dava il dotto professore Samuel Lee, fu copiato dalla stessa mano di una
versione arabica del Vangelo che porta la data del 1272 e si conserva
anche nella Biblioteca di Cambridge. Erpenio, che aveva posseduto questa
cronica, vi scrisse in piè 1613, _Desunt hic quinque vel sex lineæ_;
onde si argomenta che possano mancarvi uno o due anni di racconto.
La Cronica di Cambridge, accennata dal siciliano Martino La Farina, poi
dall'inglese Guglielmo Cave, fu ricercata su quegli indizii da
Giambattista Caruso; il quale ottenne, per mezzo del sig. Tommaso
Hobwart, una copia del testo e una buona versione latina. Testo e
versione furono pubblicati nella raccolta del Caruso, stampandosi a Roma
e ritoccandoli l'Assemani e il Fontanini: indi il Di Gregorio li diè di
nuovo nel _Rerum Arabicarum_. Nel 1845 io andava apposta a Cambridge per
confrontare questa ultima edizione col MS., ma nol rinveniva, non
ostante che si affaticasse meco il signore J. Power, il quale, eletto a
bibliotecario pochi mesi innanzi, avea trovato in disordine i MSS.
Orientali. Dopo la mia partenza di Cambridge, questo erudito e gentile
uomo, venuto a capo della ricerca, si diè la premura di mandarmi il
confronto, fatto dal Lee, dal signor Pharos di Siria, e da lui medesimo:
a che aggiunse una esatta descrizione del Codice; mentre un'altra me ne
facea pervenire il Lee. Con aiuti sì fatti, ho potuto correggere alcune
mende delle edizioni precedenti; e sopratutto metter da canto le
correzioni che si eran fatte su le sgrammaticature dell'originale; per
lo più scambii tra il caso retto e l'obbliquo; i quali errori trovandosi
nella nostra Cronica e non già negli Annali d'Eutichio, copiati dalla
medesima persona, si debbon riferire all'autor della Cronica.
L'autore, creduto dapprima Eutichio stesso, e poi Ascanagio o Senhagi
del quale dissi di sopra, fu senza dubbio siciliano, e di linguaggio
greco, come avvisò il Di Gregorio[52]; o piuttosto il direi di schiatta
latina. A quella dei dominatori non appartenea di certo. Ei segue l'era
costantinopolitana, ch'era in uso appo i Cristiani di Sicilia; ma invece
dello stile ampolloso e sforzato dei Bizantini, scrive con la rozza
semplicità dei cronisti d'Italia e d'altre parti d'Occidente: sì che mi
par proprio qualche liberto cristiano o qualche monaco di Palermo che
pensasse latino o italiano, e dettasse, o forse traducesse, in quello
arabico volgare ch'ei sapeva, per far cosa grata a qualche emir di
Sicilia di casa kelbita. Il racconto corre dall'827 al 964, con le
solite proporzioni dei cronisti; sottile cioè in cima e largo alla base;
mere note cronologiche pei tempi lontani, e narrazioni più o men
particolareggiate a misura che si avvicina l'età dell'autore. Pertanto
mi par quasi certo che la Cronica di Cambridge fosse stata scritta verso
la fine del X secolo: e la rimarrà sempre uno dei più preziosi documenti
della Sicilia Musulmana.
VIII. =Il Kitâb Hiat Ascikâl el-Erdh=, MS. di Parigi, Ancien Fonds 582,
copiato il 1445 in bellissimi caratteri, è anco anonima compilazione,
della fin del X secolo; o piuttosto copia di Istakhri, con qualche
squarcio di Ibn-Haukal, e interpolazioni di notizie del XII secolo, come
crede M. Reinaud. Nel capitolo, in fatti, della Sicilia, ch'io ho tolto
da questo MS., si nota un giudizio su l'indole dei Palermitani,
diametralmente opposto a quel sì severo che ne avea dato Ibn-Haukal: e
ciò ben si adatterebbe alle condizioni della città sotto re Ruggiero.
Veggasi su questa compilazione, Reinaud, _Géographie da Aboulfeda_,
Introduction, p. _LXXXVI_.
IX. ='Arîb=, autore d'un compendio di Tabari, con aggiunte che sono
importantissime per la Storia d'Affrica e di Sicilia, dal 290 al 320
dell'egira (903 a 932). Secondo il professor Dozy, introduzione al
_Baiân_, tom. II, pag. 31, costui scrisse tra il 973 e il 976; opinione
che so contrastata dal dottor Weil bibliotecario a Gotha, scrittor della
vita di Maometto e della Storia dei califi; e altresì dal baron De
Slane, _Histoire des Berbères par Ibn Khaldoun_, tomo I, p. 261, il
quale suppon l'autore identico a un 'Arîb-ibn-Mohammed, o Ibn-Homeidi,
spagnuolo morto il 1097. Senza entrar nella lite, io noterò solo che
l'andamento della cronica la fa supporre scritta non guari dopo gli
avvenimenti che narra, e però nel X secolo. Ve n'ha un MS. nella
Biblioteca ducale di Sassonia-Gotha, del quale il dottor Nicholson
pubblicò la versione inglese intitolata _An Account of the establishment
of the Fatemite Dynasty in Africa_. Il dotto signor Weil mi ha
cortesemente copiato il testo dei paragrafi risguardanti la Sicilia; che
poi sono stati stampati dal Dozy nel _Baiân_.
X. =Iahîa-ibn-Sa'îd=, continuatore degli Annali di Eutichio, visse verso
il medesimo tempo. L'opera di lui, che corre dal 938 al 1026, si trova
nel bel MS. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 131 A. Contiene
importanti ragguagli su i Fatemiti d'Egitto; qualche notizia su i
Bizantini; e pochissimi righi su l'argomento nostro.
XI. =Il Riâdh-en-Nofûs= (Giardino degli animi), compilato da
Abu-Bekr-Abd-Allah-ibn-Mohammed-el-Maleki, è raccolta di biografie e
notizie storiche dell'Affrica dai principii del conquisto musulmano fino
al 963. Manoscritto unico in Europa; posseduto dalla Biblioteca di
Parigi, Ancien Fonds 752: un vol. in-fog., mutilo in fine, di mediocre
scrittura, con pochi punti diacritici e malagevole a deciferare; copiato
il 1326 su due esemplari, l'uno del 1149 e l'altro del 1204[53] e
racconciato, e forse legato di nuovo, il 1640, come vi si legge in una
postilla assai moderna[54]. Dell'autore non ho potuto trovar notizie; nè
anco par n'abbia avuto Hagi-Khalfa, poichè nota il titolo del libro e il
nome dell'autore, lasciando in bianco l'anno della costui morte[55].
Parmi dettato alla fine del X o al principio dell'XI secolo al più
tardi: poichè l'autore non cita giammai Ibn-Rekîk nè altri scrittori
dalla metà del X secolo in poi, e all'incontro riferisce un fatto per
tradizione orale di un Asdani, che lo sapea dal figliuolo di Abu-l-Arab,
al quale lo avea detto Abu-l-Arab stesso, che morì il 944[56].
Aggiugnendo a questa data tre generazioni a ragion di 25 anni per
ciascuna, si arriva poc'oltre il mille. Debbo avvertire che in altro
luogo si dice la Sicilia in potere dei Cristiani[57]; il che ci
condurrebbe un secolo più giù; ma può essere postilla del copista del
1140 inserita nel testo da chi lo trascrisse; come si vede sovente nei
codici.
Il gran pregio del _Riâdh_ è che inserisce, per lo più, squarci di
biografi contemporanei agli avvenimenti; a moltissimi di Abu-l-Arab, or
or citato, autore delle _Tabakât-Ifrikîa_, o vogliam dire Biografie
classificate di illustri affricani[58], il cui nome intero è
Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Temîm; parente di casa aghlabita; uomo
eruditissimo e d'alto stato: sì che fu dei capi della rivoluzione del
popolo di Kairewân contro il secondo califo fatemita. Tra i biografi i
cui frammenti leggonsi nel _Riâdh_, ve n'ha uno siciliano; e di parecchi
siciliani vi si danno le biografie: onde questo libro, sendo pieno di
aneddoti, ci svela meglio le fattezze della colonia musulmana di
Sicilia, le opinioni, le bizzarrie, le passioni predominanti, le usanze;
la vita interiore, com'oggi si dice. La storia poi dei Musulmani
d'Affrica non si potrà scriver degnamente, se non si intraprenderà prima
l'arduo lavoro di pubblicare e tradurre tutto il _Riâdh-en-Nofûs_.
XII. =Khodhâ'i= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Selâma-ibn-Hedher), morto il
1062, dettò una storia generale, che può passare per buona cronica dei
Fatemiti d'Egitto. Si addimanda _'Oiûn el-Me'ârif_ etc., ovvero _Tarîkh
el-Khodhâ'i_ (Fonti di cognizioni e varii ragguagli dei califi), ovvero
Cronica di quel della tribù di Khodhâ'[59]. La Biblioteca di Parigi ne
ha un MS., Ancien Fonds 761, dal quale ho cavato due righi sul liberto
siciliano Giawher, che conquistò l'Egitto ai Fatemiti.
XIII. =Ibn-'Awwâm= (Abn-Zakarîa-Iahîa-ibn-Mohammed-ibn-Ahmed) da
Siviglia, verso la metà dell'XI secolo, scrisse una bella opera
intitolata _Kitâb et-Felâh_ (Libro dell'agricoltura), che è stata
pubblicata con versione spagnuola dal Banqueri[60]. Quivi si descrive un
modo di orticultura detto siciliano, e si trovano pochi altri squarci
toccanti l'industria siciliana sotto gli Arabi. Li darò secondo il testo
del Banqueri.
XIV. =Bekri= (Abu-Obeid-Allah-Abd-Allah-ibn-Abd-el-'Azîz), nobile arabo,
nato in Spagna nella prima metà dell'XI secolo, compilò, tra le altre,
un'opera geografica, intitolata _El-Mesâlek wa l-Memâlek_ (Le vie e i
Reami). Un volume staccato di questa opera si conserva nella Biblioteca
di Parigi, Ancien Fonds 580; del quale il dotto M. Quatremère ha voltato
in francese la descrizione dell'Affrica[61], scritta il 1067[62]. Io ne
ho cavato qualche cenno su le prime incursioni dei Musulmani in Sicilia.
Su lo autore si vegga la prefazione di M. Quatremère; Reinaud,
_Géographie d'Aboulfeda_, introd., p. CV; e Dozy, _Recherches sur
l'histoire de l'Espagne pendant le moyen-âge_, tomo I, p. 296, seg.
XV. =Momaidi= ( Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Nasr), della tribù
arabica di Azd, nato ad Algeziras innanzi il 1029 e morto il 1095, ci dà
ragguagli di tre poeti siciliani suoi contemporanei. L'opera tratta
principalmente della Storia letteraria della Spagna; si intitola
_Gezwat-el-Moktabis_ ec. (Tizzone per chi accatta il fuoco della
dottrina); e ve n'ha un MS., bello e antico, nella Bodlejana a Oxford
(Hunt. 464, catalogo, tomo I, nº DCCLXXXIII), dal quale ho copiato ciò
che fa al nostro argomento.
XVI. =Bellanôbi= (Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân) siciliano, detto il
Bellanôbi ch'è a dir della città di Villanuova, fu Kâteb, ossia
segretario in oficii pubblici. Le sue poesie trovansi nel MS.
dell'Escuriale, nº CCCCLV, raccolte, insieme coi versi di altri poeti,
dal Cadi Abd-Allah-'Othmâni, al quale erano state recitate il 1119 in
Alessandria d'Egitto da un Ibn-Hamûd che le tenea dallo autore medesimo.
Da ciò è chiaro che questi visse nella seconda metà dell'XI secolo.
Casiri, copiato dal Di Gregorio[63], lesse il nome dell'autore
Albalbuni; e, quel ch'è peggio, percorrendo il MS. più che di passo,
suppose ch'egli avesse scritto a lode di parecchi principi siciliani, e
segnatamente d'Ibn-Hamûd. Movendomi a curiosità questo gran nome, che fu
portato da un ramo della regia famiglia degli Alidi, trapiantato in
Sicilia e rimasovi celebre per liberalità e intrighi politici sotto la
dominazione normanna, io feci opera ad aver copia del MS. dello
Escuriale: onde pregatone il conte di Siracusa a Parigi, ei si piacque
richieder la regina di Spagna, per cui volere fu fatto un bellissimo
esemplare del MS. sotto la direzione del professor Gayangos. Avuto così
alle mani il testo, le speranze mie si dileguavano. In vece di canti
eroici o satire su la nobiltà musulmana di Sicilia, ho trovato una
tenera elegia del Bellanôbi per la morte della propria madre e altri
versi suoi; altri di Ibn-Rescîk, ricordato di sopra[64] che fu siciliano
per soggiorno; ho scoperto, infine, che Ibn-Hamûd entra in iscena, non
da protagonista, ma da _rawi_ come dicono gli Arabi, ossia recitatore
degli altrui componimenti; e dubbio pur è s'ei fosse appartenuto alla
illustre famiglia siciliana di tal nome. Darò dunque nella raccolta dei
testi que' pochi cenni biografici e bibliografici che si possono
ricavare dal MS., le poesie non già, non contenendo allusioni istoriche.
E del Bellanôbi tornerò, a parlare, a luogo suo, nel quarto libro.
XVII. =Ibn-Hamdîs= (Abd-el-Gebbâr-ibn-Abi-Bekr-ibn-Mohammed), nato a
Siracusa, verso il 1052, di nobile stirpe arabica, emigrato in Spagna, e
morto a Majorca il 1132, noverato tra i più eleganti poeti
dell'Occidente, spesso fece ricordo nei versi suoi della cara patria
siciliana; e in parecchi poemetti toccò i costumi dei nobili musulmani
dell'isola, al tempo di sua gioventù. Darò cotesti squarci, come
documenti storici che son veramente; e vi aggiugnerò qualche nota
biografica che li accompagna. Li traggo dal Diwân, o vogliam dire
raccolta delle poesie, di Ibn-Hamdîs, MS. della Biblioteca imperiale di
Pietroburgo, copiato il 1598 e proveniente da Costantinopoli, prestatomi
dal governo russo a intercessione del duca di Serradifalco, e mandatomi
cortesemente infino a Parigi l'anno 1846. Lo trascrissi tutto; e gli
squarci che ho accennato or ora, sono stati confrontati, per favore del
nostro orientalista il conte Miniscalchi da Verona; e dell'ellenista
Pietro Matranga siciliano, scrittore alla Vaticana, con un MS. del 1210
che ne possiede quella splendida Biblioteca, antico, bello e corretto
esemplare[65]. Ho detto qui del Diwân apposito di Ibn-Hamdis. Molti
versi suoi son dati da altri scrittori che lungo sarebbe a nominare;
dalle cui opere io li ho trascritto, e alcuni me ne ha copiato
l'amicissimo professor Dozy dai MSS. di Leyde.
XVIII. =Ibn-Bassâm= (Abu-Hasan-Ali) da Santarem, scrisse, nei principii
del duodecimo secolo, un'opera di Storia letteraria, intitolata la
_Dsakhîra_; della quale la Bodlejana di Oxford possiede una copia
(Marsh. 407, catalogo, tomo I, nº DCCXLIX). Vi ho trovato due versi
d'Ibn-Hamdîs. Su l'autore si vegga il Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo
I, p. 189 seg.
XIX. =Ibn-Besckhowal= (figlio cioè di Pasquale, Abu-l-Kâsim-Khelaf) da
Cordova, nella _Sila fi tarîkh_ ec. (Dono della Storia de' principali
dottori Spagnuoli), scritta il 1140, dà la biografia di un teologo
musulmano di Sicilia, che io ho trascritto dal MS. della Società
Asiatica di Parigi, copia moderna di un codice dell'Escuriale. Su lo
autore si veggano: Ibn-Khallikân, versione del baron De Slane, tomo I,
p. 191; e Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo I, p. 380.
XX. =Edrisi= (Abu-Abd-Allah-Mohammed) compilò la Geografia, intitolata
_Nozhat-el-Mosctâk_ ec. (Sollazzo di chi brama di percorrere le
regioni), detta altresì il libro di Ruggiero, e pubblicata il 1154,
pochi mesi innanzi la morte di quel re. Avrò a trattare largamente, nel
sesto libro, di Edrisi e di questo lavoro geografico che primeggia tra
tutti gli altri del medio evo. Basti qui notare che la descrizione
fattavi della Sicilia contiene dati statistici; e però è documento
importantissimo della storia. Un compendio, o piuttosto mutilazione, del
_Nazhat_ fu pubblicato a Roma il 1592 in arabico soltanto; e ristampato
a Parigi il 1619 con la versione latina di due Maroniti, sotto il titolo
di _Geographia Nubiensis_. Domenico Macrì maltese, nel 1632, voltò in
italiano il capitolo della Sicilia, come lo si trovava nel compendio; la
quale versione fu rinvenuta in Palermo tra i MSS. di Domenico Schiavo: e
sì il 1764 comparve nel tomo VIII degli Opuscoli di autori siciliani,
rabberciata, annotata, corredata di una prefazione e messovi il nome
dell'autore, Scherif Elidris. E ciò per opera di Francesco Tardìa, da me
ricordato nella Introduzione; il quale non avendo potuto aver alle mani
il testo, si sforzò a correggere almeno i nomi topografici indovinando
le lettere arabiche a traverso le trascrizioni del Macrì, e il più
sovente sbagliò; ma del resto non si mostrò digiuno di erudizione
arabica. Il Di Gregorio ristampava nel _Rerum Arabicarum_ il detto
capitolo, in arabico e latino, con qualche correzione. Ritrovatisi
intanto i MSS. dell'opera originale, M. Jaubert, incoraggiato dalla
Società Geografica di Parigi, la traducea tutta in francese[66] non
senza molte inesattezze. Adesso io ho riveduto il testo del Di Gregorio;
aggiuntavi la introduzione che appartiene di dritto alla Storia
letteraria di Sicilia, e i molti squarci dell'originale che mancano nel
compendio; e altri squarci di più che danno notizie su la Storia di
Sicilia, ancorchè si trovin fuori della descrizione geografica
dell'isola. Ho adoperato i MSS. seguenti, che denoterò per lettere
dell'alfabeto;
_A._ MS. della Biblioteca imperiale di Parigi, Suppl. Arabe 893,
in-fog., caratteri affricani non belli, copiato in Spagna il 1344,
designato con la stessa lettera _A_ nella versione di M. Jaubert;
_B._ MS. di Parigi, Suppl. Arabe 655, in caratteri neskhi di Siria o
Egitto, designato da M. Jaubert con la medesima lettera _B_, corredato
di belle carte geografiche e assai più corretto del primo, ma vi mancan
parecchi fogli;
_C._ MS. della Bodlejana (Pococke 375, catalogo, tomo I, nº
DCCCLXXXVII), mediocre copia dell'anno 1403 in caratteri neskhi. Al par
dei due precedenti contien tutta l'opera.
Il MS. della medesima Biblioteca di Oxford (Grav. 3837-42), splendido e
antico codice in grandi caratteri affricani, è il sol primo volume. Non
contien la descrizione della Sicilia, poich'esso arriva appena alla
prima parte del 3º clima: mancanza tanto più rincrescevole, quanto
questo MS. è ornato di bellissime carte geografiche.
XXI. =Abu-Hâmid= (Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri) da Granata diè
fuori, nel 1162, una mediocre compilazione geografica, intitolata
_Tohfat l-Albâb_ ec. (Regalo agli ingegni ec.), nella quale descrive le
isole del Mediterraneo, e parla dell'Etna; ma su i detti altrui, non
avendo, a quanto ei pare, percorso la Sicilia quando vi approdò nel
1117. Di quest'opera v'ha quattro MSS. a Parigi, Ancien Fonds 586, e
Suppl. Arabe 861, 862, 863, anche troppi per confrontare quel po' di
testo che io ne ho cavato. Su l'autore veggasi Reinaud, _Géogr.
d'Aboulfeda_, Introd., p. CXII.
XXII. =Ibn-Zafer= (Abu-Abd-Allah-Mohammed), morto il 1172, del quale ho
dato lunghi ragguagli nella Introduzione al suo _Solwân el-Motâ'_[67],
accenna, in varii scritti, notizie della propria vita e delle molte
opere ch'ei compilò. Di queste notizie inserirò i testi nella raccolta.
Li ho cavato dai MSS. del _Solwân_ nella Biblioteca di Parigi, Ancien
Fonds 536 e altri; del _Khair el-Biscer_, ibid., Suppl. Arabe 586; e
dell'_Anbâ Nogiabâ el-Ebnâ_, ibid., Suppl. Arabe 486, 487.
XXIII. =Abd-er-Rahmân-es-Sikillî= (Abu-Mohammed-ibn-Mohammed) lasciò
un'opera di teologia e morale musulmana, il cui titolo, forse alterato,
è _Alfaz Zohûr el-Anwâr_, MS. di Leyde 529, copiato il 1251. Non si
ritrae in qual tempo sia vivuto l'autore. Io darò la breve prefazione di
questo libro, del quale mi inviò alcuni estratti il Dozy e altri ne
presi io stesso a Leyde.
XXIV. =Ibn-Sâhib-es-Selât= (Abd-Allah-ibn-Mohammed) da Beja, morto il
1182, nella Storia di Spagna intitolata _El-Mann bil-Imâma_, ci indica
una data su la impresa degli Almohadi contro Mehdia, tenuta allora dalle
armi siciliane. Di quest'opera rimane il 2º volume soltanto a Oxford
(Marsh. 433, catalogo, tomo I, nº DCCLVIII, e tomo II, p. 595), studiato
dal prof. Dozy; il quale si piacque trascrivermi quei pochi righi di
testo.
XXV. =Ibn-Wuedrân= compilò una cronica d'Affrica, nella quale il
conquisto normanno della Sicilia si dice seguíto dopo l'anno 540
dell'egira (1145-46); e questo anacronismo fa pensar che l'autore, che
altro non so di lui, fosse vivuto alla fine del XII secolo, se non più
tardi. Nondimeno han qualche pregio gli squarci che egli inserisce delle
opere perdute di Ibn-Rekîk e Ibn-Rescîk. Il MS. di Ibn-Wuedrân, del
quale ignoro il titolo, si trova nella Giâmi-Zeitûna di Tunis. Il sig.
Honnegar, ingegnere tedesco che fece lungo soggiorno in quella città,
recommene a Parigi alcuni estratti risguardanti la Sicilia; i quali io
ho diviso in paragrafi per maggior comodo nelle citazioni. M.
Cherbonneau, professore d'arabico nel Collegio di Costantina, ha dato
una versione del capitolo su gli Aghlabiti, nella _Revue de l'Orient_,
Paris, décembre 1853, p. 417, seg.
XXVI. Falso =Wakîdi=. Il libro intitolato _Fotûh es-Sciâm wa-Misr_
(Conquisti in Siria e in Egitto) è fattura, come pensano i dotti, di uno
o parecchi compilatori moderni, l'epoca al giusto non si sa, i quali
mescolaron fole da romanzo ai racconti delle prime imprese dei
Musulmani; e per dar credito alla frode spacciarono questo libro sotto
il nome di Wakîdi, celebre cronista del nono secolo. Tra i molti MSS.
che ve n'ha in Europa, uno del British Museum (Bibl. Rich., 7361) è
seguíto da appendici, una delle quali tratta la prima scorreria che
fecero i Musulmani sopra la Sicilia. A me par che vi si trovi una
tradizione verace, da potersi scevrare agevolmente dalle favole in cui è
avviluppata; e credo potersi dimostrare che il compilatore di questa
appendice sia vivuto nella seconda metà del XII secolo. Perciò la ho
ammesso nella raccolta. I particolari si vedranno in una nota del
presente volume, p. 86.
XXVII. =Ibn-Scebbât= (Il cadi Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) da Tauzer in
Affrica, commentò un poemetto scritto nell'XI secolo da
Abd-Allah-ibn-Iahîa da Sciakâtis, castello presso Cafsa in Affrica. Nel
commento, intitolato _Diwân Sila es-Semât_ ec., son raccolte notizie di
scrittori molto accreditati, su i conquisti di Affrica e di Spagna, ed
altri ragguagli biografici e geografici. Ibn-Scebbât par vissuto nella
seconda metà del XII secolo. M. Alphonse Rousseau, primo interprete
della Legazione francese a Tunis, mi mandò alcuni estratti di
quest'antico e bel MS. ch'ei possiede: e poi, venuto a Parigi, mi
permesse di copiarne ciò che io volessi. Così ho preso da Ibn-Scebbât un
cenno delle scorrerie dei Musulmani d'Affrica in Sicilia e alcuni
ragguagli geografici e filologici.
XXVIII. ='Imad-ed-dîn= da Ispahan (Abu-Abd-Allah-Mohammed), nato il
1125, morto il 1201, direttore di un oficio pubblico in Mesopotamia, poi
professore di università a Damasco, ministro di Nur-ed-dîn e segretario
del gran Saladino, coltivò le lettere con ardore; ebbe alle mani immensa
copia di libri; e, alla morte di Saladino (1193), caduto in disgrazia
dei nuovi principi, si messe a dettar sue opere, tra le quali le due che
cel fan qui ricordare.
La prima, intitolata _Kharîdat el-Kasr_ etc. (La perla del palagio ec.),
è antologia dei poeti arabi del XII secolo e d'alcuni più antichi, della
quale quasi mezzo volume è destinato ai poeti siciliani. Delle loro
opere Imad-ed-dîn altre raccolse dassè, altre cavò dalle antologie dei
Siciliani Ibn-Bescirûn e Ibn-Katâ' e dello spagnuolo Abu-s-Salt-Omeîa,
dei quali si è fatta menzione nella prima parte di questa Tavola. Negli
altri volumi di Imad-ed-dîn si trovano qua a là poesie di Siciliani o
scritte in Sicilia, e fino un'elegia per la morte d'un figliuolo di re
Ruggiero. Di ciascun poeta Imad-ed-dîn dà un cenno biografico e critico
e squarci di poesie o prose rimate. Tutti insieme, que' ricordati nella
_Kharîda_ che appartengono alla Sicilia, son sessantotto poeti; il testo
dei quali prenderebbe da 120 pagine in-8º, e quel dei soli cenni
biografici che mi propongo di dare, farà sedici pagine. La _Kharîda_,
composta di molti volumi, il numero dei quali varia secondo le diverse
copie[68], va divisa in quattro parti. 1º Poeti dell'Irak, MS. di Leyde
21 A, e MSS. di Parigi Ancien Fonds 1447 e 1373. 2º Poeti di Persia, MS.
di Oxford e MSS. di Leyde 21 B e 348 Warner. 3º Poeti di Siria, rive
dell'Eufrate, Asia Minore ed Arabia. MS. di Leyde 348 Warner in parte, e
di Parigi Ancien Fonds 1414 in parte. 4º Sezione 1, Egitto, MS. di
Parigi Ancien Fonds 1374: Sezione 2, Sicilia, ed Affrica, MS. di Parigi
Ancien Fonds 1375, e MS. di Londra, British Museum, Rich. 7393, che son
l'uno e l'altro il volume XI di due copie analoghe; Sezione 3, Spagna,
MSS. di Parigi, Ancien Fonds 1376 e Suppl. Arabe 1051.
All'altra opera Imad-ed-dîn, orgogliosamente diè il titolo di _El-Feth
el-Kosi fi l-Feth el-Kodsi_, che sarebbe come a dire “Pezzo di eloquenza
ciceroniana sul conquisto di Gerusalemme,” perocchè Kos, vescovo
cristiano contemporaneo di Maometto, era tenuto il sommo oratore degli
Arabi. L'autore in fatti, descrivendo quella impresa di Saladino,
rincalza metafore, e vocaboli insoliti, e frasi bizzarre, e sonanti
parole, oltre il solito suo stile, ch'era abbastanza ampolloso. In
questo pezzo di eloquenza occorre la non felice espedizione
dell'ammiraglio Margaritone, mandato da Guglielmo il Buono su le
costiere di Siria con l'armata Siciliana. Son due capitoli, che ho
tratto dai MSS. di Parigi Ancien Fonds 714 e 715. Veggansi su l'autore:
M. Reinaud, _Extraits des Auteurs Arabes..... relatifs aux Croisades_,
Introduzione, p. XVII e XVIII, e Ibn-Khallikân, l. c.
XXIX. =Malek-Mansûr= principe di Hama in Siria, scrisse, il 1205,
_l'Akhbâr el-Molûk..... fi Tabakât es-Scio'arâ_ (Notizie regie su i
varii ordini di poeti), del quale la Biblioteca di Leyde possiede una
copia contemporanea. Il prof. Dozy me ne ha mandato un breve estratto
relativo a tre poeti siciliani. Su questa opera veggasi il catalogo del
Dozy stesso, tom. II, p. 288, nº DCCCLXXXIV.
XXX. =Herawi= (Ali-ibn-abi-Bekr), nato a Mosûl, detto giustamente
_Sâih_, ossia il Pellegrinante, capitò tra i suoi viaggi in Sicilia dopo
il 1173, e morì ad Aleppo il 1215. Nell'opera intitolata _Kitâb
el-Asciârât_ ec. (Libro che addita i luoghi di pellegrinaggio) ei dà una
notizia dell'Etna, della quale il signore Samuel Lee pubblicò testo e
versione inglese, in nota ai viaggi d'Ibn-Batuta[69]. Su l'autore si
vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introd., p. CXXVII a CXXIX.
XXXI. =Ibn-Giobair= (Abu-Hosein-Mohammed-ibn Ahmed) della tribù arabica
di Kinâna, nacque a Valenza il 1145; fu di passaggio in Sicilia da
dicembre 1184 a febbraio 1185; e nel racconto dei suoi viaggi,
intitolato _Rehla el-Kinâni_, scrisse importanti notizie su la
condizione de' Musulmani dell'isola. Il MS. si trova nella Biblioteca di
Leyde. Avuta dal professore Dozy una copia dello squarcio che risguarda
la Sicilia, io ne diedi il testo e la versione francese nel _Journal
Asiatique_, IV série, tomo VI, p. 307, e tomo VII, p. 73 e 201, (1845 e
1846), e poi la sola versione italiana nell'_Archivio Storico Italiano_,
vol. IV, appendice nº 16, (1847). Mutò alcune lezioni del testo e alcune
frasi della versione, lo Sceikh Mohammed Ailad-et-Tantawi, il primo
arabista d'Oriente; al qual fine ei scrisse una lettera a M. Mohl
dell'Istituto di Francia, inserita nel _Journal Asiatique_, IV série,
tomo IX, p. 351, (1847). Il sig. W. Wright ha testè pubblicato molto
correttamente e con belle note, tutto il viaggio d'Ibn-Giobair, del
quale ci promette una versione inglese[70].
XXXII. =Ibn-Hammâd= (il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) affricano,
nel 1220 compilò, sul _Târîkh-el-Kodhâ'i_ e su opere che noi non
abbiamo, una Cronica, intitolata: _Nabdat el-Mohtâgia fi Akhbâr Molûk
Sanhâgia_ (Cenno di quanto occorre sapere dei fatti dei re sanhagiti).
Il capitolo che tocca la dominazione fatemita in Affrica, dà alcuni
particolari su la storia di Sicilia. Il MS., piccolo in-4 di scrittura
affricana, appartiene a M. Cherbonneau, il quale ha dato in parte la
versione francese nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo XX, p. 470; e
con somma cortesia mi ha mandato a Parigi il MS. originale, ond'ho
cavato gli squarci che fanno al nostro argomento. M. De Sacy, non avendo
veduto quest'opera, ne attribuì a Ibn-Hammâd (_Chrestomathie Arabe_,
tomo II, p. 296) un'altra, di cui or si conosce il vero autore.
XXXIII. =Abd-el-Wâhid= (Abu-Mohammed-ibn-Ali) da Marocco, nato il 1185,
dettò nel 1224 una Cronica intitolata: _El Mo'gib fi Takhlîs Akhbâr el
Moghreb_ (Maravigliosa Critica sugli avvenimenti dell'Occidente), testo
stampato dal Dozy[71], il quale, avanti la pubblicazione, me n'avea
inviato un capitolo su la pace fermata tra Guglielmo Secondo di Sicilia
e il califo almohade Abu-Ia'kûb. Ho fatto uso di questo e di qualche
altro cenno su la storia degli Almohadi.
XXXIV. =Jakût= schiavo greco vivuto in Siria, Mesopotamia e Persia, e
morto il 1229; compilò due dizionarii geografici, l'uno dei quali,
intitolato il _Mosctarik_ etc. (Omonimie geografiche), è stato
pubblicato dall'infaticabile sig. Wustenfeld[72], ed io me trarrò i
pochissimi articoli risguardanti la Sicilia. Dell'altro, che s'addimanda
_Mo'gim el-Boldân_ (Ortografia de' nomi geografici), v'ha due MSS. in
Inghilterra, l'uno incompleto a Oxford, Catalogo, tom. I, p. 201, nri
CMXXVIII e CMXXIX, l'altro quasi compiuto al British Museum in due
volumi, nri 16,649 e 16,650. Il _Mo'gim_ propriamente è dizionario di
erudizione relativa ai varii paesi. Per favore del sig. W. Wright io ho
avuto copia dagli articoli del MS. di Oxford relativi alla Sicilia; e
ben mi prometto di compiere cotesti estratti col MS. del British Museum.
Infine ho avuto alle mani il noto compendio del _Mo'gim_ che si crede
fatto dall'autore medesimo e postillato da scrittori più moderni, e
porta il titolo di _Merâsid el-Ittilâ'_ ec.[73]. Ne ho percorso un
esemplare, quello cioè di Leyde, MS. 295, del quale la Biblioteca di
Parigi ha una copia moderna, Suppl. Arabe 891. Il professore Juynboll di
Leyde ha cominciato a pubblicarne il testo.
XXXV. _Ibn-el-Athîr_ ('Izz-ed-dîn-Abu-l-Hasan-Ali) nacque il 1160 di
nobile famiglia arabica nella città di Gezîra in Mesopotamia; in
gioventù combattè le guerre di Saladino e compiè missioni politiche a
Bagdad: ma poi amò meglio chiudersi in casa a Mosûl, seppellirsi tra i
libri, e non conversare con altri che gli eruditi cittadini e stranieri
che andavano a trovarlo. La passata vita pubblica, il secolo delle
Crociate, e, perchè no? le ruine di Ninive ch'ei potea vedere ogni dì,
inchinarono l'ingegno suo alla storia. Morì il 1223. Scrisse varie
opere; e tra quelle il _Kâmil el-Tewârîkh_, o, diremmo noi, Compiuto
lavoro storico.
E in vero non è indegno del titolo; e tanto esso vale per l'Oriente, dal
principio del settimo al principio del decimoterzo secolo, quanto
sarebbero per la patria nostra nel medio evo gli Annali del Muratori, se
fosse perduta la più parte del _Rerum Italicarum Scriptores_. Principia
il _Kâmil_ con un succinto discorso su la dignità della Storia; espone
la cronografia seguíta dalle varie nazioni; tocca sommariamente le
dominazioni antiche: Ebrei, Persiani, Arabi, Romani, e i primordii del
Cristianesimo; e, venendo a Maometto, prende a narrare alla distesa le
geste del Profeta e dei Musulmani. Dal principio dell'egira fino
all'anno 628 (1230-31), l'autore tien quest'ordine che, anno per anno,
nota gli avvenimenti di maggiore rilievo, in tanti capitoli separati: e
registra alla fine di ciascun anno i casi di poca importanza e le
notizie necrologiche, in un capitoletto intitolato “Ricordo di fatti
diversi.” Del resto, Ibn-el-Athîr non segue il metodo cronologico sì
servilmente che non raccolga nei grandi capitoli tutte le vicende d'un
medesimo fatto accadute prima o appresso. Per esempio, il conquisto
musulmano della Sicilia va nell'anno 212 dell'egira, quando sbarcò lo
esercito musulmano a Mazara; ma il racconto incomincia con la rivolta di
Eufemio, cioè uno o più anni avanti, e finisce al 223. Similmente la
narrazione del conquisto normanno, posta nel 484, esordisce da quella
che Ibn-el-Athîr credea la prima cagione di decadenza del principato
kelbita nel 388; e si prolunga fino alla morte del conte Ruggiero nel
490 e agli ordinamenti politici di re Ruggiero. Lo stesso potrebbe
notarsi in cento e cento altri luoghi.
Oltre questo eccellente metodo, dobbiamo ammirare, secondo i tempi e i
mezzi dell'autore, la diligenza e il giudizio ch'ei pose nello
scegliere, comparare e intessere le tradizioni: talchè nel medio evo la
Cristianità non ha annalista che gli possa stare a fronte. In oggi non
lo darei come modello di critica. Assai di rado cita le sorgenti, e poco
o nulla ne dice nella Introduzione. Come tanti altri Arabi e non Arabi,
trascrive qualche fiata autori più antichi, mutilandoli e non citandoli:
ma per lo più compila dassè, con stile conciso o più tosto spolpato,
imparziale o più tosto indifferente; se non che, sceso ai proprii tempi,
divenendo cronista, perde la brevità, è turbato dalle passioni, si
avviluppa nelle minuzie. Con tutti questi difetti il _Kâmil_ è il più
vasto e ordinato lavoro che ci rimanga su i primi sei secoli
dell'islamismo, e avanza tanto gli Annali di Abulfeda, quanto questi i
magri compendii di Elmacin e Abulfaragi. L'Europa darà un gran passo
nello studio dell'Oriente, quando qualche dotta società intraprenderà la
stampa dei dodici o più volumi in quarto che ci vogliono per lo testo e
versione d'Ibn-el-Athîr.
Questo autore mi ha fornito molti ragguagli ignoti fin qui. Gli ottanta
capitoli che ne ho tolto, tra lunghi e brevi, abbracciano sei secoli dal
31 al 625 dell'egira, e messi insieme fanno una storia compiuta delle
relazioni dei Musulmani con la Sicilia; dei quali capitoli circa
sessanta sono inediti[74]. Li ho copiato dai MSS. seguenti, dei quali
segnerò con le lettere dell'alfabeto i tre primi, che occorrono a ogni
passo nelle citazioni.
_A_. MS. di Parigi, Suppl. Arabo 740, in sei volumi, dall'anno 153 al
628, con una lacuna di mezzo secolo e molte altre minori. I sei volumi
non son tutti di una mano, ma quella che ne copiò la più parte è nitida
e corretta.
_B._ MSS. dalla Bodlejana d'Oxford.
1. Due volumi, Marsh. 324, Catalogo, tomo I, nº DCCXXXVII, comprendono
gli anni dal 296 al 369.
2. Un volume, Pococke 346, Catalogo, tomo I, nº DCXCIII, corre dall'anno
502 al 572, coi quali ho supplito alle lacune del MS. A, e collazionato
il resto. Gli altri quattro volumi staccati che possiede la Bodlejana,
Catalogo, tomo I, nri DCXCIV, DCXCVI, DCCLXXXIV e DCCLXIV, mi han
fornito qualche variante.
_C._ MS. di Parigi, Suppl. Arabe 740 bis, cinque volumi in-4, dal
principio dell'opera all'anno 621, comperati a Costantinopoli il 1846
dal barone De Slane, per conto della Biblioteca di Parigi; il primo dei
quali fatto copiare apposta, tutti riveduti da quello egregio
orientalista su i MSS. delle biblioteche di Costantinopoli. È il solo
esemplare intero che v'abbia in Occidente; non mancandovi altro che
l'anno 27 dell'egira e parecchi frammenti. Questo MS. mi è servito a
confrontare le copie che io avea già fatto su quei segnati A e B.
Allo stesso effetto ho adoperato gli altri frammenti d'Ibn-el-Athîr che
possiede la Biblioteca Parigina, Suppl. Arabe 741, 743 e 744.
Finalmente mi ha aiutato a correggere il testo d'Ibn-el-Athîr uno
sfacciato plagiario, lo emir Bibars Mansûri, morto il 1325; il quale
nella _Zobdat el Fikra fi Târîkh el Higra_ (Crema di riflessione su gli
annali dell'egira) copiò, scorciandoli e continuandoli, gli Annali
d'Ibn-el-Athîr; e gliene dobbiamo saper grado, perchè ebbe alle mani
buoni MSS., e ottime copie sono quelle dei due volumi della compilazione
sua che ci rimangono. Dico il V, a Parigi, Ancien Fonds 668, che corre
dall'anno 252 al 322, e il VI a Oxford (Hunt. 198) che arriva con
qualche lacuna al 399.
XXXVI. =Boha-ed-dîn= (Abu-l-Mebâsin-Iusûf-ibn-Sceddâd), n. il 1145,
morto il 1235, intimo di Saladino e cadi dell'esercito suo, poi di
Gerusalemme, senza dire il nome de' Normanni di Sicilia, accenna alla
impresa loro d'Alessandria del 1174, nella _Sîrat es-Sultân....
Selâh-ed-dîn_ etc., ossia Vita di Saladino. Ho preso questo squarcio dal
testo pubblicato da Schultens, Leyde 1732, in-fog., p. 41; dove la
impresa è raccontata assai brevemente; e ciò conferma la osservazione di
M. Reinaud[75], che Boha-ed-dîn faccia più autorità per gli ultimi anni
del regno di Saladino, che per le prime imprese di quello.
XXXVII. =Tarîkh el-Hokemâ= (Istoria dei Filosofi) per Mohammed-ibn-Ali,
detto Zuzeni, è compendio di una importante opera dello stesso titolo,
scritta da Gemâl-ed-dîn-Ali-el-Kifti, visir di Aleppo, morto il 1249.
Dal compendio, che si trova nelle biblioteche di Parigi e Leyde, ho
cavato le biografie d'Archimede e di Empedocle; e l'ultima, che un
Siciliano non potea trasandare, è notevolissima per la menzione che vi
si fa d'un'opera attribuita al filosofo Agrigentino, la versione arabica
della quale si trovava nel XIII secolo a Gerusalemme. Mi son servito del
MS. di Parigi, Suppl. Arabe 672. Veggansi sul _Tarîkh-el-Hokemâ_,
Casiri, _Bibl. Arab. Hisp._, tomo II, p. 332, nº MDCCLXXIII, che lo
suppone scritto nel XII secolo; Wenrich, _De Auctorum Græcorum
versionibus_ ec., Lipsiæ 1842, prefazione; Reinaud, _Géographie
d'Aboulfeda_, Introduction, p. LII, nota 4; e Dozy, Catalogo dei
Manoscritti arabi di Leyde, tomo II, p. 289, nº DCCCLXXXV.
XXXVIII. =Abu-Sa'îd-Îbn-Ibrahîm=, Siciliano, compilò un _Kitâb
el-Mongih_ ec. (Felice Guida per curarsi senza medico da ogni sorta di
morbi e infermità). Quest'opera, non citata da Hagi-Khalfa, si trova
alla Bodlejana (Marsh. 173, Catalogo, tomo I, nº DLXIV), e ne ho
trascritto la prefazione. Con poche varianti, il MS. corrisponde a quel
di Parigi, Ancien Fonds 1027, intitolato _Tekwîm el-Adwia el-Mofreda_,
d'Ibrahîm-ibn-abi-Sa'id-el-Maghrebi; il cui nome mostra ch'egli era
figliuolo del Medico siciliano.
XXXIX. =Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm=, Sceriffo, ossia della schiatta di Ali,
Siciliano, scrisse un altro libro di medicina, MS. di Leyde (Catalogo
del 1716, nº DCCXXVII), sul quale non ho trovato titolo; e quello che si
legge nel Catalogo mi par si debba correggere _Kitâb el-Atibbâ fi
l-Amrâdh min el Ferk ila el Kedem_ (Libro dei medici intorno le malattie
dalla cima della testa infino al piè). Pria che io studiassi il MS., il
professore Dozy mi avea mandato copia di quel tanto che occorre metterne
nella Raccolta; cioè la prefazione e la tavola dei venti capitoli in cui
va divisa l'opera. Hagi-Khalfa tratta al certo del medesimo autore e di
un libro diverso nell'articolo seguente: “_Kitâb Hifz es-Sahha_ ec.
(Libro d'Igiene), dello Sceriffo Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm Siciliano,
Tunisino, compendiato da Abu-Fares-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed, in ottanta
capitoli[76].” Nè quel bibliografo, nè altri, dà notizie del tempo in
cui visse l'autore.
XL. =Ibn-el-Giuzi= (Scems-ed-dîn-Abu-Mozafer-Iusûf), morto il 1256, nel
_Merat-ez-zemân_ (Specchio del secolo), MS. di Parigi, Ancien Fonds 641,
dà due brevi notizie su i Musulmani di Sicilia.
XLI. =Ibn-Abbâr= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Abi-Bekr) da
Valenza, segretario dei governatori musulmani di quella città verso la
metà del XIII secolo; poi dei Beni-Hafs di Tunis; fu messo a morte il
1260 e bruciato il cadavere coi suoi scritti, per accusa di stato e per
un verso che gli avean trovato in casa contro il principe Hafsita
Mostanser. Ibn-Abbâr dettò, tra le altre opere, l'_Hollet Sîarâ_ ec. (Il
Pallio striato ec.), raccolta delle biografie dei poeti di regia
schiatta, in Spagna e Affrica. Da un MS. che ne possiede la Società
Asiatica di Parigi, copia moderna d'uno dell'Escuriale, ho cavato
pregevoli notizie su gli Aghlabiti d'Affrica e di Sicilia; poichè
l'autore diligentemente raccolse e vagliò con critica molte opere
istoriche a noi non pervenute[77].
XLII. =Abu-Sciâma-Mokaddesi=
(Scehâb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-er-Rahmân-ibn-Ibrahîm) da Gerusalemme,
come lo mostra il nome di Mokaddesi, nato il 1202, morto il 1267, diè
fuori il _Kitâb-er-Raudatein_ (Libro dei due Giardini), storia delle
dinastie di Nur-ed-dîn e di Saladino, nella quale copiò, oltre varii
libri a noi pervenuti, altri che non abbiamo e parecchi diplomi. Ho
preso da questo plagiario i capitoli su le espedizioni mandate da
Guglielmo il Buono in Alessandria d'Egitto e in Siria. Ho adoperato i
MSS. di Parigi, Supplément Français 2503, 13 a, copia inesatta e
recente, e l'altro Ancien Fonds Arabe 707 A, ch'è del XVII secolo. Su
l'Autore veggansi: Reinaud, _Extraits des Historiens... relatifs aux
Croisades_, p. 20; e Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks, par
Makrizi_, tomo I, parte II, p. 46.
XLIII. =Ibn-Sab'în= (Kotb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Ibrahîm),
nato a Murcia il 1217, morto alla Mecca di propria mano il 1271;
trovandosi a Ceuta, verso il 1240, dettò un trattato di filosofia
intitolato _El-Mesâil es-Sikillîa_ (Quesiti Siciliani), perchè con esso
rispondeva alle tesi che avea proposto ai dotti musulmani Federigo
Secondo imperatore, re di Sicilia. Quest'opera, che si trova alla
Bodlejana di Oxford (Hunt. 534), sparge qualche lume su gli studii che
la civiltà musulmana promoveva allora in Sicilia e nella penisola: e
però appartiene al nostro argomento. Io ne ho dato un ragguaglio nel
_Journal Asiatique_, lo scorso anno 1853. Porrò nella raccolta dei testi
la prefazione e i quesiti di Federigo Secondo.
XLIV. =Ibn-Abi-Oseib'a= (Mowaffik-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kâsem), nato al
principio del XIII secolo e morto nella seconda metà di quello,
compilò l'_'Oiûn el-Anbâ fi Tabakât el-Atibbâ_ (Sorgenti di notizie
su le classi dei medici). Quivi, nella vita di Ibn-Giolgiol
(Abu-Dâwd-Soleimân-ibn-Hasan), famoso medico della corte di Cordova
nella seconda metà del X secolo, si legge un frammento d'Ibn-Giolgiol
stesso, in cui si descrivono le fatiche fatte in Ispagna il 952 per
compiere la versione di Dioscoride dal greco in arabico; alla quale
collaborò un Abu-Abd-Allah Siciliano che parlava il greco, dice
Ibn-Giolgiol, ed era pratico, alsì, in botanica e in medicina. Darò
questo squarcio e un capitoletto sopra Empedocle. Il primo fu pubblicato
in arabico e in francese da M. De Sacy sul MS. di Parigi, Ancien Fonds
873[78], al qual testo aggiungo le varianti degli altri due MSS., Suppl.
Arabe 673 e 674. Su l'autore si veggano Sacy stesso[79], e
Hagi-Khalfa[80].
XLV. =Ibn-Sa'îd= (Abu-l-Hasan-Ali) del quale feci menzione nella prima
parte di questa Tavola, nº X, lasciò, tra le altre opere, un _Mokhtaser
Gighrafia_ (Compendio di Geografia), una copia del quale, passata per le
mani del celebre Abulfeda, or si trova nella Biblioteca di Parigi,
Suppl. Arabe 1905. Ne ho preso quel che riguarda la Sicilia e le isole
adiacenti: breve ma diligente descrizione. Sul merito di questo lavoro
geografico si consulti Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduction,
p. CXLI.
XLVI. =Newâwi= (Mohî-ed-dîn-Abu-Zakarîa), nato il 1253, morto
il 1277, nel _Tehdsîb el-Asmâ_ ec. (Dizionario biografico di
illustri musulmani), cita un grammatico e filologo siciliano per nome
Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ho tolto questo breve passo dalla
edizione del Wüstenfeld, Gottinga, 1842-1847.
XLVII. =Ibn-Khallikân= (Scems-ed-dîn-Abu-l-'Abbâs-Ahmed-ibn-Mohammed),
nacque ad Arbela il 1211, morì il 1282, fu giurista, teologo,
grammatico, e cadi a Damasco e al Cairo: uomo di molta virtù, condotto
agli studii storici da Ibn-el-Athîr, col quale ei praticava in gioventù
sua. Di Ibn-Khallikân abbiamo il famoso dizionario biografico degli
uomini illustri dello islamismo intitolato _Wefiât el-'Aiân_; del quale
il baron De Slane ha preso a stampare il testo e una versione
inglese[81], e il signor Wüstenfeld ha compiuto un'altra edizione del
testo in autografia[82]. Traggo da Ibn-Khallikân non poche vite di
Siciliani, che porrò nella mia raccolta, usando, oltre le edizioni
dette, i MSS. di Parigi, Suppl. Arabe 702 e 704, e un altro di proprietà
di M. Reinaud.
XLVIII. =Kazwîni=, (Zakarîa-ibn-Mohammed-ibn-Mahmûd), morto il 1283,
scrisse due opere, recentemente pubblicate dal Wüstenfeld e intitolate,
l'una _'Agiâib el-Mekhlûkâi_ (Meraviglie del Creato), e l'altra _Athâr
el-belâd_ (Luoghi notevoli de' paesi). Come sopra accennai, Kazwîni cita
una cronica di Sicilia che a noi non è pervenuta. Ripete nelle dette due
compilazioni varii squarci di geografi più antichi, su la Sicilia e in
particolare su l'Etna. Dà un importantissimo fatto storico di Malta,
cavato forse dalla detta cronica; e la curiosa notizia dell'orologio a
soneria, costruito per uso di un re, probabilmente Ruggiero I di
Sicilia, che fu argomento ai versi di due poeti maltesi, un dei quali è
ricordato d'altronde nell'Antologia di Imâd-ed-dîn da Ispahan.
Dell'_'Agiâib_ v'han parecchi MSS. a Parigi, cioè Ancien Fonds 990, e
Suppl. Arabe 864 a 867; e dell'_Athâr_, due MSS., Suppl. Arabe 658 e
915. Io ne ho usato per notar qualche variante alle correttissime
edizioni del Wüstenfeld, che son fatte su MSS. migliori.
XLIX. Il =Baiân= di Ibn-'Adsâri da Marocco, fu compilato il 1299 con
gran diligenza sopra libri che noi non abbiamo; e contiene molti
ragguagli novelli su la storia di Spagna, Affrica e Sicilia. MS. unico,
comperato dal Golio a Marocco; posseduto dalla Biblioteca di Leyde (nº
67 Golius), e pubblicato, il testo, dal prof. Dozy, con dotte note, un
glossario, e una splendida introduzione intorno i cronisti arabi di
Spagna[83]. Sventuratamente il MS. è mutilo; nè d'altronde il
compilatore avea trovato la serie continua degli annali dei cinque
secoli che abbraccia quest'opera. Vi si contengono non pochi squarci del
compendio di 'Arîb, del quale feci menzione al nº IX. Il Dozy prima
della pubblicazione mi avea mandato gli estratti riguardanti la Sicilia,
i quali spargono nuovo lume su le relazioni dei Musulmani con questa
isola fino alla prima metà del X secolo, e nella prima metà del XII. I
quali squarci io darò secondo la edizione del Dozy.
L. =Tigiâni= (Abu-Mohammed-Abd-Allah), uomo di alto stato nella corte di
Tunis, ci ha lasciato la relazione d'un viaggio ch'ei fece in quello
Stato, dal dicembre 1306 fino al luglio 1309, con l'emir hafsita
Abu-Iahîa-Zakarîa, esaltato pochi anni appresso al trono di Tunis; lo
scopo apparente del qual viaggio era di incalzare l'assedio del castello
che tenean tuttavia le armi siciliane nell'isola delle Gerbe. Oltre le
notizie che toccan questo fatto dell'istoria siciliana, il Tigiâni ne dà
delle importantissime e nuove, su i tempi precedenti, cavate da
diligenti ricerche su la storia letteraria e politica delle città ch'ei
percorrea. Tali sono molti particolari delle imprese dei Normanni di
Sicilia su la costiera d'Affrica nel XII secolo; la vita del famoso
ammiraglio siciliano Giorgio d'Antiochia; il sublime sagrifizio di
Abu-Hasan-Feriani da Sfax, novello Attilio Regolo che spirò sul patibolo
su le sponde dell'Oreto in Palermo ec.
Quest'opera, intitolata _Rehla et-Tigiâni_, è stata ritrovata, non è
guari, da M. Alphonse Rousseau; il quale n'ha dato una versione nel
_Journal Asiatique_[84], ed ha donato un MS. del testo alla Biblioteca
di Parigi, Suppl. Arabe 911 bis. Dal cortesissimo M. Rousseau ebbi
alcuni estratti del testo; i quali ho accresciuto poscia sul MS. di
Parigi: e non saranno la parte men pregevole della mia raccolta.
LI. Il =Kartâs=, come comunemente si chiama una buona compilazione,
fatta nel reame di Marocco il 1326 e attribuita ad Abu-Hasan-Ali-ibn-Zera',
dà pochi e noti ragguagli su le guerre dei Siciliani in Affrica nel
XII secolo. È testo arabico niente raro in Europa; tradotto in tedesco
dal Dombay; in portoghese dal Moura; e recentemente pubblicato con
versione latina dal professor Tornberg, con erudite annotazioni che
contengono altri squarci di testi arabici[85]. Dall'edizione del
Tornberg trascriverò i paragrafi relativi alla Sicilia.
LII. =Dimaski= (Scems-ed-din-Abu-Abd-Allah-Mohammed), così chiamato per
essere oriundo di Damasco, morì vecchio nel 1327, dopo aver composto il
_Nokhbet ed-Dahr_ ec. (Eletta del secolo su le maraviglie della terra e
del mare), opera geografica compilata, dice M. Reinaud, senza molta
critica, ma pregevole per molti fatti che invano si cercherebbero
altrove[86]. E così io ho trovato, in vero, il capitolo su la Sicilia e
altre isole del Mediterraneo, scritto, com'e' pare, sopra osservazioni
contemporanee, e, al certo, non mero compendio di Edrisi. Tolgo questo
capitolo da due MSS., cioè di Parigi, Ancien Fonds 581, e di Leyde, 464
Warn., Catalogo del prof. Dozy, tomo II, p. 134, nº DCCXXXV, del quale
il Dozy mi mandò un estratto.
LIII. =Abulfeda= ('Imâd-ed-dîn-ibn-Ali), della illustre schiatta di
Saladino, nacque a Damasco il 1272; conseguì nel 1310 il principato di
Hama, retaggio di sua casa; e morì il 1331. Come ognun sa, le sue opere
principali sono il _Tekwîm el-Boldân_ (Tavola sinottica dei paesi), e il
_Moktaser fi Akhbâr el-Biscer_ (Compendio dei fatti del genere umano).
Della prima è stato pubblicato il testo dai sigg. Reinaud e De Slane nel
1840; e il Reinaud ne dà attualmente una versione francese, della quale
è uscito il primo volume, preceduto da una dottissima introduzione che
contiene la vita di Abulfeda e la storia della geografia appo gli Arabi.
Del compendio storico, abbiam detto come gli estratti risguardanti la
Sicilia pervenissero, tradotti in latino, allo Inveges e al Caruso. Il
Reiske pubblicò a Lipsia, il 1754, una sua versione latina dell'opera
dal principio dell'islamismo in poi; della quale si servì il Di Gregorio
nel _Rerum Arabicarum_. Una copia del testo arabico, lasciata inedita
dal Reiske, fu stampata dall'Adler con la versione latina a
riscontro[87]. Non dirò delle edizioni e versioni della istoria
anteislamitica e della vita di Maometto cavate dal _Moktaser_, poichè
son lontane dall'argomento nostro. Gli Annali di Abulfeda, compilati in
parte sopra Ibn-el-Athîr e in parte sopra altre opere, son compendio di
compendii.
Io darò uno estratto della Geografia su la edizione del testo; e gli
estratti degli Annali sul testo di Adler, confrontandolo, che ben n'è
mestieri, col MS. di Parigi, autografo di Abulfeda.
LIV. =Nowairi= (Scehâb-ed-dîn-Ahmed-ibn-Abd-el-Wehâb) della tribù
arabica di Bekr, detto il Nowairi o Noweiri, da un villaggio d'Egitto in
cui nacque il 1278 o 1273, morto il 1332; accozzò con le forbici, come
dicesi in Francia, tagliando una pezza di qua e una di là, un centone
enciclopedico in trenta volumi, non modestamente intitolato _Nihâiet
el-Areb fi Fonûn el-Adeb_, che sarebbe a dire: il _non plus ultra_
dell'erudizione. Va diviso in cinque parti: Cosmografia, Nosografia,
Zoologia, Botanica e Storia[88]; del quale abbiam volumi staccati in
varie biblioteche, segnatamente a Parigi, Leyde, Escuriale e Roma.
Nella prima parte, il Nowairi dà un cenno geografico della Sicilia, che
io pubblicherò secondo la copia fattane gentilmente per me dal Dozy sul
MS. di Leyde, 273 Warn., Catalogo del Dozy stesso, tomo I, p. 4, nº V.
Nell'ultima parte v'ha le istorie di Affrica e di Sicilia, compilate,
non solamente sopra Ibn-el-Athîr, ma anco sopra Ibn-Rekîk, Ibn-Rescîk,
Ibn-Sceddâd, e altri, che quell'annalista o non ebbe alle mani o
trascurò. Pertanto il Nowairi narra non di rado i medesimi fatti con
altri particolari; cimentando i quali con buona critica, se ne può cavar
partito. I racconti che toccano l'argomento nostro contengonsi nei MSS.
di Parigi 702[89], e 702 A, ed Ancien Fonds 638, dai quali avean preso
notizie il Cardonne, e il De Guignes; talchè il marchese Caraccioli,
lodatissimo vicerè di Sicilia, avutone sentore da amici suoi francesi,
fece opera ad ottenere il testo arabico, per la collezione intrapresa
sotto gli auspicii suoi dal Di Gregorio. Adoperandovisi il Barthélemy,
fu mandato il testo del capitolo su la Sicilia, con la versione francese
di questo e di alcuni squarci della Storia d'Affrica per M. J-J.
Caussin, padre dell'attuale professore d'arabico M. Caussin de Perceval.
Così il Di Gregorio stampava, non senza errori, il testo, nel _Rerum
Arabicarum_, e vi aggiugnea con la guida della francese una traduzione
latina; nella quale talvolta volle rifare il verso a M. Caussin[90]; e,
non essendo da tanto, sfigurò e imbrogliò di molte frasi. L'orientalista
francese ne lo punì, pubblicando la propria versione ed alcune note, che
contengono una critica urbana, ma severa e senza replica[91].
Il lavoro da me intrapreso mi portò a confrontare su i citati MSS. la
edizione del Di Gregorio, e copiare gli squarci di testo della Storia
d'Affrica tradotti dal Caussin e altri che gli erano sfuggiti. Debbo al
professor Dozy altri capitoli risguardanti scrittori siciliani, copiati
sul MS. di Leyde. Così ho potuto quasi raddoppiare i frammenti del
nostro autore dati nel _Rerum Arabicarum_; senza dir dei nomi proprii e
geografici che mi è occorso di correggere, nè degli squarci non bene
interpretati, dei quali ho dovuto rifare la versione.
Debbo avvertire infine che M. Des Vergers pose la versione di varii
capitoli della Storia d'Affrica del Nowairi in appendice alla parte di
Ibn-Khaldûn pubblicata da lui; e che il baron De Slane ha tradotto in
francese la prima parte della Storia d'Affrica, inserita nel _Journal
Asiatique_, série III, tomo XI-XII (1841), e ristampata in appendice
alla _Hist. des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 313, seg. M. De
Slane ha giudicato troppo severamente il Nowairi, incolpandolo di tutte
le favole del conquisto musulmano d'Affrica, che quegli non avea fatto
che copiare da altri compilatori[92].
LV. =Dsehebi= (Scems-ed-dîn-Abu-Abd-Allah), morto il 1347, fu
compendiatore come i contemporanei suoi Abulfeda, Nowairi, e
Scehâb-ed-dîn-Omari; se non che attese alla sola storia, e
particolarmente alla letteraria, o, per dir meglio, alle biografie degli
uomini dotti. Questo è il pregio delle opere che ci rimangono di lui. La
principale intitolata _Târîkh el-Islâm_ è tavola cronologica, divisa per
decennii e corredata alla fine di ciascun decennio da una lunga serie di
cenni biografici. La Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi
staccati, Ancien Fonds 626 e 646, dei quali il primo corre dall'anno 1º
al 40º dell'egira, l'altro dal 301 al 370. Un altro MS. della stessa
Biblioteca, Ancien Fonds 753, che abbraccia gli anni dal 581 al 620, mi
pare appartenente non al _Târîkh_, ma al compendio che ne fece lo stesso
Dsehebi, del quale v'ha esemplari a Leyde e altrove[93]. Pochissime
notizie ho cavato, sì da cotesti tre volumi, sì dai due del Suppl. Arabe
746, opera dello stesso autore, intitolata _Kitâb el-'iber_ ec.
(Avvertimenti su le geste dei trapassati). All'incontro, ho preso una
ventina di buoni cenni biografici di Siciliani, dal MS. di Leyde, nº 654
Warn., Catalogo del Dozy, tomo II, p. 205, nº DCCCLXXVI, compendio che
fece il Dsehebi dell'_Anbâ en-Nohâ_ di Abu-Hasan-Ali-el-Kifti, morto
alla metà del XIII secolo.
LVI. =Scehâb-ed-dîn'Omari= (Abu-Abbâs-Ahmed-ibn-Iahîa), detto
Ibn-Fadhl-Allah, soprannominato anche Dimascki, da Damasco ond'era
oriundo, e 'Omari dal nome di Omar il grande, dal quale pretendea
discendere; nacque verso il 1300 di famiglia benemerita ai sultani
d'Egitto; fu professore di tradizion del Profeta; servì nelle
cancellerie di Damasco e del Cairo; e morì il 1349. Costui accozzò una
enciclopedia a modo suo, intitolata _Mesâlek el-Absâr_ ec. (Escursioni
degli sguardi sopra i varii reami della terra). Dei ventisette volumi di
tal compilazione, i pochi che ci rimangono trattan di geografia, storia
e antologia poetica. La parte geografica è cavata da buone opere, e, tra
le altre, da Abulfeda; ma l'Omari vi aggiunse non poche notizie raccolte
dassè, sia da documenti oficiali, sia dalle relazioni di viaggiatori e
mercatanti ch'egli interrogava, ben usando le comodità che gli dava
l'oficio suo. Pertanto il capitolo su la Sicilia, che ho tolto da un MS.
della Bodlejana, Pococke 191, Catalogo tomo I, nº CM, contiene ragguagli
contemporanei, anche di fatti storici. Nel medesimo volume ho veduto una
descrizione della Calabria, porto di Taranto e altri luoghi d'Italia.
Dobbiamo saper grado, altresì, all'Omari degli squarci di poesie d'Arabi
Siciliani ch'ei ci conservò; i quali ho copiato dal MS. di Parigi,
Ancien Fonds 1372.
Allo incontro, la parte storica non può servire ad altro che a
confrontare qualche passo d'Abulfeda; i cui annali l'Omari copiò
sfacciatamente, trinciandoli di decennio in decennio, forse per
occultare il plagio. Dissi già che alcuni estratti della Storia relativi
alla Sicilia furono tradotti da un MS. dell'Escuriale, il quale poi si
perdè, probabilmente nell'incendio del 1671. Il Di Gregorio ristampò la
versione latina che ne avea fatto il Caruso su la italiana dello
Inveges, presa dalla latina di Marco Dobelio Citeron. Io ho trovato
parte del testo arabico nel MS. di Parigi, Ancien Fonds 642, il quale
corre dall'anno 541 al 744, cioè dall'ultimo capitolo della versione del
Di Gregorio in poi; nè posso rammaricarmi troppo della perdita dei
precedenti, poichè ne abbiamo il tenore originale in Abulfeda. Nelle
citazioni che mi occorrerà di farne, aggiugnerò il nome patronimico di
Omari al titolo di Scehâb-ed-dîn (Fiaccola della Fede), ch'è comune a
cento altri dottori musulmani; e però mal si è adoperato a
significare il nostro autore. Avverto poi non esser questi il cadi
Scehâb-ed-dîn-Ibn-Abi-l-Damm, da Hama, come suppose il Di Gregorio[94],
traendo nel proprio errore il Wenrich[95]; perocchè quel cadi visse un
secolo innanzi l'Omari, sendo morto il 1244; e Abulfeda cita sovente
l'opera sua, ch'è intitolata: _Tarîkh Mozafferi_, e non _Mesâlek
el-Absâr_[96]. Su Scehâb-ed-dîn-'Omari si veggano: Quatremère, nelle
_Notices et Extraits des MSS._, tomo XIII, p. 151 seg.; Catalogo della
Bodlejana d'Oxford, tomo II, p. 599; Catalogo de' MSS. Orientali del
British Museum, parte II, p. 273, nº DLXXV; Reinaud, _Géographie
d'Aboulfeda_, Introd., p. CLII[97].
LVII. =Ibn-el-Wardi= (Zîn-ed-dîn-Abu-Hafs-Omar), morto il 1348; mezzo
copiò e mezzo compendiò le notizie di Edrisi e Dimascki su la Sicilia.
Quali ch'elle siano, le darò, secondo la lezione dei MSS. di Parigi,
Ancien Fonds 590, 593, 594, confrontata col testo che ha pubblicato il
Tornberg[98] di questa mediocre compilazione geografica, intitolata
_Kharîdat el-'Agiâib_ (Perla delle Meraviglie).
LVIII. =Sefedi= (Selâh-ed-dîn-Khalîl-ibn-Ibek), che morì il 1362,
compose un dizionario geografico, addimandato _El-Waki bil-Wefeiât_ (Il
Conservatore delle Necrologie), diligente e giudiziosa compilazione. La
Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi staccati, Suppl. Arabe 706,
che contengono le lettere dell'alfabeto arabico dalla _Kha al Sad_;
dalle quali ho cavato tre biografie, e, delle tre, due sono di
Cristiani: re Ruggiero, cioè, e l'ammiraglio Giorgio d'Antiochia.
LIX. =Domairi= (Kemâl-ed-dîn-Abd-Allah) scrisse nel 1371 l'_Haiât
el-Haiwân_, opera di Storia naturale; in cui, trattando dello scorpione,
l'autore cita i versi e la trista fine di un poeta del Iemen che si
trovò avviluppato in una cospirazione contro Saladino, tramata da
malcontenti egiziani con la corte normanna di Sicilia. Ho cavato questo
squarcio dal MS. di Parigi, Suppl. Arabe 873.
LX. =Ibn-Khaldûn= (Wâli-ed-dîn-Abu-Zeid-Abd-er-Rahmân-ibn-Mohammed),
nacque a Tunis il 1332 d'illustre famiglia, passata dall'Arabia
meridionale in Spagna ai tempi del conquisto, e rifuggitasi in Affrica
nel XIII secolo. Nobile dunque e povero, cominciò sua carriera da
calligrafo nella Segreteria dei principi hafsiti di Tunis. Da costoro
passò al servigio dei loro nemici i Merinidi; poi, sempre da un regolo a
un altro, di que' che usurpavan oggi e cadean domani sì in Affrica e sì
in Spagna: appo i quali ei fu cortigiano, agente diplomatico, ministro,
professore; or arricchito e onorato, or imprigionato e perseguitato per
gara di altri intriganti, e sospetti che destava quel suo far da
Girella. A cinquant'anni, ristucco dell'Affrica, se n'andò in Egitto;
ove diessi all'insegnamento pubblico; toccò una pensioncella dal
Sultano; salì allo uficio di cadi di scuola malekita al Cairo: e sì
balzano è l'animo degli uomini, che quello statista di larga coscienza
fu deposto della magistratura per la rettitudine e severità ch'ei
manteneva tra la corruzione degli altri giuristi. Il caso, alfine, lo
fe' trovare nel 1400 sotto le mura di Damasco in mezzo alle orde dei
Tartari e in presenza di Tamerlano; al quale ei fu prodigo di
adulazioni, e n'ebbe onori e profferta di rimanere alla corte tartara;
ma destramente ei se ne svincolò. Tornato in Egitto, salito e sceso, e
risalito all'oficio di cadi, moriva il 1406. Questi particolari tolti
dall'Autobiografia di Ibn-Khaldûn, non parranno troppi, quando si pensi
che discorriamo del primo scrittore al mondo che abbia trattato di
proposito la filosofia storica: nè saprei dir se altri v'abbian levato
il velo più alto di lui.
Il lavoro istorico d'Ibn-Khaldûn, composto la più parte in Affrica,
nelle brevi stagioni ch'egli ebbe di calma, è intitolato: _Kîtâb
el-'Iber_ ec., che io, discostandomi dalle interpretazioni date fin qui,
tradurrei: “Libro dei concetti storici e raccolta delle origini e
vicenda di Arabi, Stranieri e Berberi.” Va diviso in Introduzione, tre
libri, e Autobiografia; delle quali parti, la Introduzione tratta della
Storiografia e il primo libro racchiude le considerazioni generali che
noi intendiam sotto la denominazione di filosofia storica. Gli altri due
libri contengono la narrazione storica; cioè il secondo libro, degli
Arabi e altri popoli orientali ed europei; e il terzo, dei Berberi.
Disegno vasto e ben ordinato, ma colorito con man disuguale, quasi da
due uomini di varia tempra d'ingegno. Da un canto, Ibn-Khaldûn,
superiore alla età e società in cui visse, speculando su i fatti
generali della storia, arrivava a scoprirne le leggi e s'imbatteva anco
in chimere, come è avvenuto poi al Vico ed altri naviganti in quelle
regioni; e ritrovava i canoni della critica; e, maravigliosa coincidenza
col Vico, discorrendo di così fatti studii, conchiudeva essere scienza
nuova, a meno che, aggiunse modestamente, qualche antico non ne abbia
scritto, e si sian perdute le opere[99]. Dall'altro canto, Ibn-Khaldûn
si messe a riempire, come un volgare annalista, i compartimenti sì bene
immaginati in schiatte, dinastie, e cronologia storica di ciascuna
dinastia. In questo usò molti ottimi materiali, e tra gli altri il
_Kâmil_ d'Ibn-el-Athîr; ma non digerì i fatti con la critica di cui avea
già dettato i principii; non serbò proporzione nei racconti; non seppe
sviluppare le cagioni immediate degli avvenimenti con la intuizione che
hanno, per esempio, i Latini e il Machiavelli: in somma fece una
compilazione, e, pei tempi più vicini, una cronica e nulla più. Il
barone De Slane, che lo ha studiato e può giudicarne, notava che
Ibn-Khaldûn scrisse la filosofia storica con chiarezza, e le narrazioni
con uno stile avviluppato, saltellante e pieno di neologismi.
Lunga sarebbe la rassegna dei lavori che si son fatti, da una trentina
d'anni in qua, su questa mirabile opera. Limitandomi a quei che più
s'avvicinano all'argomento nostro, ricorderò il testo e versione della
Storia dell'Affrica sotto gli Aghlabiti e della Sicilia, pubblicati da
M. Des Vergers; la Storia dei Berberi il cui testo si è dato a stampa in
Algeri a spese del Ministero della Guerra di Francia e per le cure di M.
De Slane, e la cui versione è stata fatta dallo stesso orientalista, con
erudite annotazioni, e n'è uscito il primo volume. I Prolegomeni, come
van chiamati comunemente la introduzione e il primo libro, vedran la
luce, tra non guari, per opera di M. Quatremère, uomo da reggere a
questo ed a maggior peso. Mi si permetta infine che io ricordi la
edizione del testo e versione italiana della storia antica di
Ibn-Khaldûn, incominciata dal nostro compatriotta l'abate Arri da Asti
nel 1840, e interrotta l'anno appresso per la immatura sua morte[100].
Ibn-Khaldûn nella _Storia di Sicilia_ compendia Ibn-el-Athîr, sì che
appena vi si potrebbe scoprir qualche fatto attinto ad altre sorgenti.
Negli altri capitoli ci dà ragguagli più pregevoli. Da tutta l'opera io
ho cavato, per inserirli nella mia Raccolta, gli squarci seguenti:
1. Uno dei Prolegomeni inedito; ove si tratta del navilio siciliano
sotto i Normanni. Dal MS. del British Museum, nº 9571, bel codice in
caratteri affricani.
2. La Storia di Sicilia. Dalla edizione di M. Des Vergers, riveduta su i
MSS. di Parigi, e confrontata con gli estratti di un buon MS. di Tunis
recatimi dal sig. Honnegar.
3. Molti squarci della Storia dei Berberi, ch'io avea copiato dal MS. di
Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo III, e che oggi ho potuto
confrontare con la edizione d'Algeri.
4. Altri squarci inediti su le prime imprese dei Musulmani nel
Mediterraneo, su la Storia dei Fatemiti, e su le Crociate; che ho tolto
dai MSS. di Parigi, 742 quinquies, tomo II, e 742 quater, tomo IV.
LXI. =Zohri= (Ibn _o piuttosto_ Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Bekr),
alla fine del XIV o principio del XV secolo, compendiò un trattato di
Geografia di Kimâri, copiato o compendiato, non sappiam quando, da un
libro che avea fatto compilare il califo Mamûn (815-835) e delineare
insieme un planisfero. Tanto si ritrae dalla prefazione del Zohri al
detto _Kitâb Gi'rafîa_, MS. di Parigi, Ancien Fonds 596, e dal cenno che
l'autore fa a fog. 58 verso. Di certo, il Kimâri, o lo Zohri stesso,
aggiunsero qualcosa alla compilazione del IX secolo; leggendosi qui i
nomi di Mehdîa e della Kalat-Beni-Hammâd, che furono fondate appresso.
Però non si può ben determinare l'epoca alla quale riferirsi le notizie
su l'Etna e su non pochi prodotti del suolo siciliano, che si trovano
nel capitolo della Sicilia e che io tolgo dal MS. di Parigi.
LXII. =Makrizi= (Taki-ed-dîn-Ahmed-ibn-Ali), nato al Cairo il 1364,
morto il 1441, dotto e diligente compilatore di varie opere[101], tra le
altre ne dettava tre che servono al nostro proposito. Sono:
Il _Mokaffa_, dizionario biografico, del quale la Biblioteca di Parigi
possiede un volume, Ancien Fonds 675, che va dagli ultimi della lettera
_ta_ (decimasesta dell'alfabeto orientale) a parte dell'_Ain_; e la
Biblioteca di Leyde, nº 1366, tre volumi, che prendono l'_alef_, _Caf_
(22ª lettera), _lam e mim_[102]. Però ci mancano parecchi volumi
dell'opera. Dal MS. di Parigi ho estratto io le biografie dei Siciliani;
dai MSS. di Leyde lo ha fatto per cortesia verso di me il prof. Dozy.
Il _Kitâb-es-Solûk_ ec. (Introduzione alla conoscenza delle dinastie),
del quale una parte è stata tradotta in francese da M. Quatremère. Ho
tolto un passo del testo arabico dal MS. di Parigi, Ancien Fonds 673 C.,
tomo III, e Ancien Fonds 673, A. 2.
Il _Kitâb-el-Mewâ'iz_ ec. (Avvertimento e riflessioni su le divisioni
territoriali e i monumenti), MS. di Parigi, Ancien Fonds 680, ove si fa
menzione d'un astronomo siciliano dell'Osservatorio del Cairo; uno
squarcio del qual testo è stato pubblicato da M. Caussin de Perceval,
nella raccolta _Notices et Extraits des MSS._, tomo VII, p. 45.
LXIII. =Zerkesci= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ibrahîm), vissuto alla
fine del XV secolo, come conghiettura con buon fondamento M. Alphonse
Rousseau[103], scrisse una storia dei principi almohadi e degli hafsîti
di Tunis fino all'anno 1429. Quest'accurata compilazione, fatta su buoni
materiali, mi fornisce due squarci, che ho tolto dal MS. di Parigi,
Suppl. Arabe 852.
LXIV. =Soiûti= (Gelâl-ed-dîn-Abu-l-Fadhl-Abd-er-Rahmân), nato a Soiût
nell'alto Egitto il 1445, e morto il 1505, fu compilatore infaticabile
ma non sempre accurato; e basta a dir che si crede abbia scritto da
trecento opere diverse.
Da quella intitolata _Tarîkh-el-Kholafâ_ (Storia dei Califi), MSS. di
Parigi, Ancien Fonds 639 e 776, ho cavato due parole di cenno storico;
Dall'altra, che s'addimanda _Kitâb-el-Boghiat_ ec. (Libro di quanto
posson desiderare i raccoglitori delle Vite dei Lessicografi e
Grammatici), ho preso una ventina di biografie di Siciliani. Ho avuto
alle mani due MSS., l'uno del dottor John Lee, ch'era prestato al prof.
Dozy di Leyde in cui casa lo percorsi; l'altro acquistato recentemente
dalla Biblioteca di Parigi, ove si conserva, Suppl. Arabe 683.
LXV. =Ibn-Aiâs= (Mohammed-ibn-Ahmed), nato in Egitto, scrissevi nel 1516
il _Nescek el-Azhâr_ ec. (Fragranza dei fiori su le meraviglie delle
regioni), mediocrissima compilazione su l'opera di Edrisi e altre.
Nondimeno, raccogliendo tutti i testi ove si tratti della Sicilia, non
ho voluto rigettar questo, che ne dà due capitoletti. Li ho copiato dai
MSS. di Parigi, Ancien Fonds 595, e Suppl. Arabe 904.
LXVI. =Makkari= (Ahmed-ibn-Mohammed), nato presso Telemsen innanzi il
1590, e morto il 1631, lasciò una voluminosa e diligente opera su la
Spagna musulmana, della quale la più parte è stata tradotta in inglese
dal professor Gayangos, e adesso danno opera a pubblicare il testo
arabico i signori Dozy, Dugat, Krehl e Wright. Nella descrizione di
Cordova occorre al Makkari di citare versi del Siciliano Ibn-Hamdîs e
darne giudizio. Porrò questo passo e pochi altri cenni nella mia
raccolta, cavandoli del MS. di Parigi, Ancien Fonds 704.
LXVII. =Hagi-Khalfa= (Mustafa-ibn-Abd-Allah) da Costantinopoli, morto il
1658, per erudizione, critica, e altezza di ingegno, gareggia coi
migliori scrittori di storia letteraria che abbiamo in Europa. Due opere
sue forniscon materiali alla storia dei Musulmani di Sicilia; cioè:
Il celebre Dizionario bibliografico di 15,000 opere, quasi tutte
arabiche, pubblicato dal Fluëgel, testo e versione latina; dal quale ho
cavato tutti i paragrafi su opere di Siciliani, riscontrandoli per lo
più coi MSS. di Parigi[104].
E il _Tekwîm et-Tewârîkh_, ossia Tavola cronologica, scritto in turco e
in persiano e tradotto in lingua nostra da Gian Rinaldo Carli[105]. Gli
estratti della versione italiana relativi alla Sicilia, furono voltati
in latino e pubblicati dal Caruso e dal Muratori, e a ragione lasciati
indietro dal Di Gregorio: tanto orribilmente il conte Carli avea saputo
sfigurare quella semplice Tavola. Ho trascritto il testo persiano, non
avendo potuto capitare la edizione turca di Costantinopoli, dal MS.
turco di Parigi, Ancien Fonds 45; e l'ho confrontato con una versione
latina del Reiske che v'ha nella Biblioteca di Parigi.
LXVIII. =Ibn-Abi-Dinâr= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-el-Kairewâni) scrisse il
1681 un _Kitâb el-Munis_ etc. (Libro dilettevole sugli avvenimenti
dell'Affrica e di Tunis), che corre dai principii del conquisto
musulmano fino ai principii della dominazione ottomana in Affrica, e
contiene ragguagli topografici e di usanze: sennata e diligente
compilazione, ancorchè moderna; nella quale non di rado si fa menzione
della Sicilia. Alcuni estratti di questa opera mi furono recati da Tunis
per favore del signor Honnegar; e li ho accresciuto notabilmente
percorrendo lo esemplare che n'ha la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe
851. Di questo libro han fatto una versione francese MM. Pellissier et
Remusat, nella quale l'autore è chiamato ordinariamente col nome etnico
di Kaïrouani[106]: lavoro corredato di ottime note, ma fatto, com'ei
sembra, sopra un cattivo MS.
LXIX. =Teserif el-Aiâm= ec. (Ornamento dei giorni e dei tempi e vita del
Malek-Mansur). Il principe di cui si parla è Kelaûn, sultano d'Egitto
verso la fine del XIII secolo: il compilatore della cronica non si sa.
La Biblioteca di Parigi n'ha il solo volume secondo, Suppl. Arabe 810,
splendidissimo MS. fatto senza dubbio per uso della corte di Egitto.
Contiene alcune notizie intorno la guerra del Vespro Siciliano, e il
testo d'un trattato politico e commerciale tra il Sultano e i principi
aragonesi Alfonso re d'Aragona e Giacomo re di Sicilia. Io ho dato la
versione italiana di cotesti squarci nella edizione della _Guerra del
Vespro_, Firenze 1851, Documento XXX, p. 588 a 597. Il trattato era
stato pria tradotto in francese da M. De Sacy.
LXX. =Ibn-Konfûd= (Abu-l-Abbâs-Ahmed-ibn-Hasan-ibn-Ali-ibn-Khatîb) nel
XIV secolo dettò la _Farisîa_ ec., ch'è parte annali e parte cronica
della dinastia hafsita di Tunis. Alcuni squarci ne ha pubblicato M.
Cherbonneau, professore d'arabico a Costantina, nel _Journal Asiatique_,
IV série, tomo XII, XIII e XX, con utilissime note. Tolgo dal detto
Giornale il testo relativo a due imprese di Cristiani sopra le Gerbe e
Mehdia nel 1284. Questa e la precedente opera son messe fuori
dell'ordine cronologico, non appartenendo propriamente alla storia dei
Musulmani di Sicilia; ma come danno ragguagli su la storia di Sicilia
dei tempi susseguenti, così non mi è parso di trascurarle.
LIBRO PRIMO.
CAPITOLO I.
Dai primi tempi della storia infino a noi molte genti straniere vennero
a calpestare il suolo della Sicilia: Cartaginesi, Vandali, Goti,
Bizantini, Alemanni, Francesi, Spagnuoli, a vicenda fecervi guerra,
guastarono, messer su novelle dominazioni e poi dileguaronsi lasciando
poche vestigia di sè. Tra tanti rivolgimenti superficiali quattro
conquisti mutarono radicalmente il paese: che furono il greco, il
romano, il musulmano e il normanno, o meglio direbbesi italiano. Le
colonie doriche e ionie, nell'ottavo secolo innanzi l'era volgare, si
insignorivano della Sicilia tra per la forza delle armi e
dell'intelletto; vi recavano loro schiatta, genio e linguaggio;
dirozzavano gli antichi abitatori, gente italica la più parte e avanzo
di varii popoli orientali; facean lieta l'isola di città, di monumenti,
di colti, di popolazione; fondavano Stati da rivaleggiare con quei della
madre patria; correano, come li portava lor mobile natura, or alla
libertà or alla tirannide: tra i quali continui travagli fiorirono nella
Sicilia greca i più nobili e profittevoli esercizii degli uomini; e
nacquervi, ad onor della umanità, Teocrito, Empedocle, Archimede. Il
soldato romano poi che uccideva Archimede simboleggia pienamente il
secondo conquisto, il quale, con effetto contrario a quel che si vide
nelle altre province, in Sicilia distrusse più che non fondasse. Ma
nell'ottavo secolo dopo la nascita di Cristo, seguì il terzo
rinnovamento della Sicilia, per opera dei Musulmani, i quali avean tocco
l'apice di lor subita civiltà; e riforniron l'isola di colonie arabiche
e berbere; vi portarono altra religione, leggi, costumi, lingua,
letteratura, scienze, arti, industrie, virtù militare e genio
d'independenza; in guisa da ritrarre, se non il raffinamento e
splendore, al certo l'attività dei tempi greci. Breve del resto il
dominio musulmano, nè arrivò a compiere la assimilazione degli abitanti
che avea trovato nell'isola. Sfasciandosi da un canto la società
musulmana in Sicilia come per ogni luogo, e spuntando dall'altro canto
la novella nazione italiana, questa trovò, come per caso, la insegna di
ventura, gli egregii esempii d'ardire e gli ordini di guerra dei
Normanni: talchè, verso la fine dell'undecimo secolo, passò il Faro
sotto la bandiera di quelli; ripigliò la Sicilia, che le appartenea per
ragione di geografia e di schiatta; si aggregò le popolazioni cristiane
rimastevi, e raccolse i frutti delle proprie e delle altrui virtù.
Perchè, sendo pochi i Normanni che le aveano insegnato a vincere, e ad
ordinare lo Stato, la nazione italiana, per la ineluttabile maggioranza
del numero, assorbì quella forte schiatta, in guisa che a capo d'un
secolo ne rimasero appena i nomi di alcune famiglie. Quanto ai
Musulmani, parte si dileguò nel seno della società italiana di Sicilia,
parte emigrò o fu mietuta dalle spade cristiane. Ed intanto si era
mandata ad effetto, sotto gli auspicii del nuovo popolo, l'opera
cominciata dagli Arabi quattrocent'anni avanti: la Sicilia tornata a
potenza e splendore primeggiò per tutto il duodecimo secolo tra le
province italiane; s'insignorì delle parti meridionali della Penisola; e
sparse in terraferma molti semi di quel mirabile incivilimento della
comune patria nostra che pose termine al medio evo.
La storia delle colonie musulmane di Sicilia, ch'io mi son proposto di
scrivere, comprende i due detti conquisti, arabo e normanno, le
conseguenze dei quali son visibili infino ai nostri giorni. Principierò
con ritrarre le vicende della Sicilia innanzi la venuta degli Arabi,
l'origine dello impero musulmano e le condizioni della sua provincia
d'Affrica: e ciò darà argomento al primo libro. Nei tre seguenti
tratterò la dominazione dei Musulmani su l'isola; nel quinto il
conquisto normanno. Nel sesto libro finalmente discorrerò la condizione
dei vinti e i fatti ai quali parteciparono sino alla metà del
decimoterzo secolo; quando gli ultimi avanzi loro furono trapiantati di
Sicilia in Puglia, e la civiltà italiana tramutò ancor sua sede, prima
dall'isola alle parti meridionali della terraferma, e poi, fuggendo i
capricci dei re, alle gloriose repubbliche ch'eran surte tra il Tevere e
le Alpi.
La decadenza della Sicilia greca era cominciata, come avvenir suole,
prima della distruzione di sua potenza politica. Le città più grosse,
straziandosi in guerra tra loro e ciascuna dentro da sè stessa; snervate
dal lusso, ch'è figlio di civiltà ma uccide la madre; e logore, sopra
ogni altra cagione, da tre secoli di guerra continua contro Cartagine,
presto soggiacquero alla rozza vigoria di Roma (anni 241-210 avanti
l'era volgare). Roma usò e abusò gli avvantaggi dell'acquisto; il primo
che facesse fuor la Penisola e fin allora il più ricco. Abbattuta tanto
più agevolmente Cartagine quanto l'aveano stracca le guerre con la
Sicilia; fatto scala di quest'isola ad altre imprese nel Mediterraneo;
accattate da lei le prime dolcezze della cultura intellettuale e del
viver dilicato, i vincitori non si saziarono che non divorassero la
provincia. La chiamarono granaio del popol romano, e sì vollero farne un
gran podere e nulla più. Per un verso o per un altro incominciò il suolo
siciliano a divenire proprietà pubblica di Roma o privata dei nobili;
incominciarono a formarsi in Sicilia come in terraferma i latifondi, che
rimasero a proprietarii romani o d'altre parti d'Italia infino al
settimo secolo, nè sparvero che al conquisto musulmano. Ma infin dal
principio della dominazione romana vasti tratti di terreno si tennero a
pascolo; prima degradazione, che si accrebbe affidandosi gli armenti a
schiavi marchiati in fronte, ignudi o coperti di ruvide pelli; i quali
armati di mazze, spiedi e bastoni, a due, a tre, poi a frotte, si davano
a ladronecci per campar la vita; poichè i padroni lor davano, in luogo
di salario o vitto, la impunità dei misfatti.[107] Da un'altra mano i
cavalieri romani, o, come or diremmo, i cittadini della classe di mezzo,
presero in fitto molte terre dell'isola per coltivarle con le braccia
d'altri schiavi marchiati, incatenati, chiusi negli ergastoli la notte,
menati al lavoro con la sferza.[108] A tal empio sistema d'industria
agraria si aggiunse la enormità delle gravezze, che prendeano il quarto,
come si crede,[109] del ritratto delle terre, senza contare i balzelli
su le altre arti e commercii.
Così arricchiti subitamente i pochi intraprenditori stranieri, rovinati
gli indigeni che non godeano i medesimi privilegii di dritto o di fatto,
ne doveano seguitare due mali: che la proprietà ogni dì più che l'altro
si tramutasse in man dei Romani, e che andassero a precipizio le
industrie cittadinesche e sì il commercio con gli altri popoli fuorchè i
dominatori. Dal peso e dalla vergogna del giogo nascea quella
disperazione universale, che al certo attizzò la prima guerra servile
(a. 134-132 av. l'e. v.), e che spinse alla seconda (a. 103-101 av. l'e.
v.) non poche popolazioni libere. Pur coteste guerre avevano origine da
più antica e profonda iniquità di cui non erano innocenti i cittadini
greci di Sicilia. Gli schiavi di tante lingue congregati nell'isola, e
forse gran parte siciliani, dopo lungo alternar della fame con la
rapina, della abiezione con gli omicidii, si risovvennero della dignità
umana, e invocando il cielo che credeano la dovesse vendicare, si
adunarono nei più rinomati santuarii, nel tempio di Cerere ad Enna o
dinanzi i tremendi altari dei Palici; bandirono la naturale uguaglianza
degli uomini; e valorosamente la sostennero con le armi, aiutati più o
meno dai cittadini, finchè Roma, che s'intendea meglio di quella
ragione, li vinse e sterminò. E mossa dalla prudenza che accompagnava la
ferocità sua, l'aristocrazia romana volle rimediare con leggi che
rendessero più sopportabile la condizione dei Siciliani: ma non giovò,
perchè tal minuta giustizia non troncava la radice del male, e
d'altronde non si osservava, per essere elusa e soffocata a Roma dalla
prepotenza dei grandi. Già la patria era perduta; già i migliori
disperavano di lei. Diodoro, che fiorì l'ultimo tra i sommi ingegni
della Sicilia greca e fu il primo scrittore dell'antichità che
abbracciasse la storia universale, Diodoro, dopo trent'anni di viaggi e
lungo soggiorno a Roma (verso l'anno 45 av. l'e. v.), par sì rassegnato
alle sventure della Sicilia, che accettava come vera guarigione un
sollievo passeggiero dovuto alla umanità del pretore Asillio. Nè volgare
animo ebbe lo storico siciliano, nè poco amore per la patria; ma
vedendola perire, par ch'ei se ne confortasse con le ineluttabili leggi
dell'umanità che gli lampeggiavano alla mente, e con risguardare ormai
il genere umano come unica famiglia, e il popol romano come capo di
quella.[110] Dopo la morte di Diodoro seguirono le ultime guerre civili
dei dominatori, che fecero campo di battaglia la Sicilia (a. 43-35 av.
l'e. v.), e sì la straziarono, che consunta com'essa era dalle cause
economiche e morali, non potè risorgere; le antiche e nuove piaghe
scoprironsi di un subito. La popolazione delle cittadi scemò
orribilmente; moltissime rimasero vôte d'abitatori; abbandonata gran
parte dei colti: la terra di Cerere, sì cupidamente presa dai Romani, si
era sfruttata nelle mani loro.[111]
Chi abbia mai percorso le splendide memorie della Sicilia greca, o
soltanto abbia notato gli avanzi di quella prosperità nelle orazioni di
Cicerone contro Verre (a. 70 av. l'e. v.) crederà a stento lo squallore
che ingombrò il paese verso il principio dell'era volgare. Pur ne son
prova i provvedimenti di Augusto, necessitato ad ovviare alla rovina di
parecchie città, e l'espresso attestato di Strabone, uom greco,
contemporaneo, sciente delle cose di Sicilia, non sospetto di esagerarne
le calamità per calor poetico dell'animo. Cominciando dal lato di
levante Strabone trovava sol quattro città: Messina, Taormina, Catania,
Siracusa; notando che le ultime due fossero state di recente ristorate
da Augusto, e Siracusa ristretta a minore spazio presso la penisola
d'Ortigia, in vece dello antico giro di centottanta stadii, troppo ormai
agli abitatori.[112] Su la costiera meridionale, continua il geografo,
v'ha Agrigento e Lilibeo e il rimanente delle città al tutto rovinate e
deserte; nè la settentrionale abbonda di popolazione, ancorchè la si
estenda più che le altre due, e vi si veggano Alesa, Tindaro, Cefalù,
Palermo colonia romana, e lo Emporio Segestano. Delle città dentro terra
ei va nominando Etna, Centorbi ristorata altresì da Augusto, Erice col
magnifico tempio scarso ormai di sacerdoti, Enna designata sol come
fortezza, Lentini che andava a male; e le altre abbandonate tutte e date
ad abitare a pastori. Spaventevole ragguaglio confermato coi nomi delle
principali città distrutte, e col dire della grande fertilità del suolo,
ma che i prodotti di quello, grani, miele, zafferano, bestiame, pelli,
lane, tutto portavasi a Roma, fuorchè quel poco, son le parole di
Strabone, che si consuma nell'isola. A compiere il quadro egli accenna
alle antiche guerre servili che più o meno ripullulavano, e che ai suoi
tempi un Seleuro che si dicea figlio dell'Etna, avesse levato eserciti e
tenuto una parte del paese, ma poi vinto e condotto a Roma, aggiugne
romaneggiando il geografo greco, ognun l'ha veduto nel circo, esposto in
cima a un gran catafalco in figura dell'Etna, il quale aprendosi,
com'era congegnato, lasciò cadere il ribelle nelle gabbie delle
fiere.[113]
Ma la rivoluzione che oppresse la libertà di Roma, temperò anco i
soprusi dell'aristocrazia romana nelle province; tendendo il principato
a ragguagliar nella comune obbedienza tutte le classi dei cittadini, e
tutte le parti del territorio. Per questo mutato ordine di cose, la
Sicilia, come alcuni altri paesi, respirò alquanto; anche mercè i pronti
e materiali soccorsi di Augusto ricordati di sopra; limosina la quale
dovea accorare i Siciliani più che confortarli, e continuò, per maggior
onta, sotto Tiberio e Caligola, da cui fu riedificato alcun monumento
dell'isola. Succeduta poi una serie di buoni principi, che fecero
dimenticare, con unico esempio nella storia, i vizii del potere
assoluto, la Sicilia convalescente arrivò a partecipare di quella
prospera mediocrità universale dell'impero romano: parecchi villaggi
ingrossati presero il luogo delle città ch'erano distrutte ai tempi di
Strabone, e alcuna di queste risorse, o così potè dirsi, perchè un pugno
di gente tornava ad abitar tra le rovine. Provan ciò le opere di Plinio
e di Tolomeo, e l'Itinerario d'incerta epoca che porta il nome di
Antonino: scritti che tornano a un dipresso alla prima metà del secondo
secolo. E in vero l'Itinerario accenna novelle stazioni di posta
istituite recentemente, e i due geografi, con poco divario l'uno
dall'altro, danno una lista di città il cui numero è quadruplo di quel
di Strabone e metà di quel che si rinviene appo Stefano Bizantino,
erudito di tempi più bassi, che spigolò negli antichi scritti dei
Greci.[114] Le quali cifre ancorchè vadan prese ad arcata per la poca
esattezza di coteste compilazioni, pur vi si raffigura il precipizio
della Sicilia negli ultimi tre secoli che precedettero l'era volgare, e
lo scarso ristoro nei primi due secoli che la seguirono.
Scarso ristoro e non durevole; perchè indi cominciò la decadenza
universale dell'impero; perchè l'Italia si trovò peggio che le altre
province per lo flagello dei latifondi e degli schiavi di che eran
pieni; e perchè la Sicilia, divenuta del tutto italiana, fu afflitta più
che la Penisola, per essere caduta una parte maggiore delle sue terre
nelle mani dell'aristocrazia di Roma. A tal disordine sociale non
bastavano a riparare nè la prudenza di Augusto, nè la benevolenza degli
Antonini, nè l'equa amministrazione della giustizia, nè la bene ordinata
azienda. Pertanto riapparvero gli antichi sintomi nel terzo secolo; e
tra quell'universale scompiglio, che suol chiamarsi l'epoca dei trenta
tiranni, divampò nell'isola una novella guerra servile[115] (a. 259).
Spenti altrove i piccioli tiranni, posata la commozione sociale
dell'isola, continuò in tutta Italia l'abbandono dell'agricoltura,
continuò lo spopolamento, non ultima cagione delle invasioni dei
Barbari. Diocleziano prolungò alquanto la vita dell'impero. Poi la sede
passò a Costantinopoli (a. 330); ripassò in Italia alla divisione (a.
395) nella quale la Sicilia appartenne all'impero d'Occidente: ma che
potea ormai nuocere o giovare un mero mutamento di forme amministrative
alla provincia arsa ed annichilita?
Delle incursioni dei Barbari settentrionali avrò poco da dire.
Comparvero la prima fiata in Sicilia quando appena potean temersi ai
confini estremi dell'impero. Sotto il regno di Probo, una mano di
Franchi, vinti nelle Gallie e trasportati in riva al Mar Nero,
trovandovi un'armatetta romana, se ne impadroniano con disegno di
tornarsene in Ponente; e nell'arrisicato lor corso dal Bosforo allo
stretto di Gibilterra, per necessità e vendetta, saccheggiavano molti
luoghi delle costiere, e, tra gli altri, piombati sopra Siracusa, le
dettero il guasto, vi fecero una carnificina, e salvi si ridussero
finalmente alle Bocche del Reno[116] (a. 278).
Dopo quel turbine passeggiero, consumata la rovina dell'impero
occidentale, Alarico, come ognun sa, morì a Cosenza quand'era in punto
di assaltare la Sicilia (a. 410); ma Genserico osteggiò Palermo, prese
Lilibeo (a. 440), e, sconfitti i suoi Vandali da Ricimero presso
Girgenti (a. 456), dopo avere più tosto depredato che occupato l'isola,
cedettela per trattato ad Odoacre (a. 476), ritenendo solo il Lilibeo
come vedetta da custodire il suo novello reame di Affrica. Odoacre poi
regnò su la Sicilia per quattordici anni; del quale ci resta il
documento d'una concessione di terre presso Siracusa,[117] e prova
com'ei prendesse nell'isola quella che si chiamò la parte dei Barbari.
Del resto gli Eruli non passaronvi mai; forse non vi mandarono che
qualche picciol presidio: a tale debolezza era condotta la Sicilia! Così
ancora, vinto Odoacre dagli Ostrogoti, la si diè quetamente a Teodorico;
a persuasione di Cassiodoro, ed a condizione che le città e i campi
fossero salvi dalla licenza dei vincitori, dei quali sol venisse
nell'isola quel tanto che bastava a munir le fortezze principali.
Teodorico, resse l'isola assai più umanamente che i suoi predecessori
barbari e non barbari; ma non potè far che si dimenticasse l'origine
sua, nè l'eresia ariana ond'era infetto: sì che un semplice romito di
Lipari, alla morte del re affermò averlo veduto strascinare all'isoletta
di Vulcano, scinto, scalzo, con le mani legate al dorso, ghermito dalle
ombre invendicate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco, che il
precipitarono nel cratere ardente.[118]
Tal nimistà nazionale e religiosa, comune a tutta l'Italia, fe' cadere
il regno dei Goti, non guari dopo la morte di Teodorico, e spianò la
strada alla dominazione bizantina, che parea meno straniera e che fu
portata da Belisario, capitano degno al certo dei tempi più gloriosi di
Roma. Dopo l'Affrica, e prima della terraferma d'Italia, Belisario
conquistò la Sicilia entro poche settimane, con diecimila uomini al più,
per la connivenza degli abitatori: ebbe Catania per un colpo di mano;
Siracusa e altre città a patti; Palermo sola per ostinata battaglia; e
tornato a Siracusa, capitale dell'isola, entrovvi in trionfo (a. 535),
spargendo monete d'oro su la plebe, che potea credere in vero ristorato
l'onor di sua nazione, sentendo parlar greco e latino tra i vincitori.
La breve guerra di Totila (a. 549-551 ) fu l'ultima incursione dei
Barbari settentrionali in Sicilia; i quali non l'avevan tenuto più che
ottant'anni; non vi avean posto colonie militari, non vi lasciarono nè
progenie, nè istituzioni, nè alcun vestigio. Indi il governo bizantino
quetamente ricominciò nell'isola tutti gli abusi del romano, del quale
riteneva il nome e le forme; e per un secolo intero che corse dal
conquisto di Belisario al regno di Costanzo, la storia di Sicilia non ha
altro fatto notabile, che la mutata natura dei legami tra l'isola e la
terraferma d'Italia.
La popolazione siciliana per otto secoli avea tenuto tal consuetudine
con quella dell'Italia centrale, qual se l'isola si fosse venuta a porre
alle foci del Tevere: tanta era la frequenza dei negozii attenenti al
governo, ai commercii, e un tempo agli studii liberali, poi alla
religione; sempre e più che ogni altra cosa alla cultura delle terre. Le
irruzioni degli stranieri infino a Totila nulla mutarono a questo ordine
di cose; avendo l'isola con rurale docilità seguíto le sorti della
terraferma, nella quale tutti i vincitori vennero a stanziare. Ma nel
sesto secolo, il conquisto bizantino e il longobardo, accaduti con sì
breve intervallo, scomposero que' legami. Il primo trasferì a
Costantinopoli i negozii dipendenti dal governo, ch'erano molti, e
importantissima tra quelli l'amministrazione dei poderi della Corona. Il
secondo (a. 568-575) divise l'Italia in due parti, una dei vincitori,
l'altra dell'impero bizantino; la quale si componea delle isole e di
brani in terraferma frastagliati a caso come da tremuoto: la punta cioè
della Penisola; alcune strisce di costiera qua e là sovr'ambo i mari;
nel centro, Roma con varii pezzi di territorio infino all'Adriatico. Or
la parte soggiogata dai nuovi Barbari si trovò naturalmente in guerra
col governo bizantino; e più grave effetto era su l'animo d'ogni uom
romano il terrore di quegli atrocissimi principii della dominazione
longobarda; il macello dei maggiori cittadini, lo spogliamento delle
facultà, la profanazione delle chiese, le persecuzioni e sovente il
martirio degli ortodossi per man di quegli eretici ariani e dei loro
ausiliari idolatri; gli ordini civili distrutti; gli abitatori degradati
da ingiuriose leggi; la più parte fatti servi o poco manco. Pertanto
ogni comunicazione si chiuse tra la Sicilia e le misere regioni stanza e
preda dei Barbari. Al contrario mutaronsi poco o nulla i rapporti
materiali della Sicilia coi paesi rimasti al nome bizantino, e i morali
si strinsero ed accrebbero. E ciò intervenne per cagion dei molti
Italiani che si rifuggivano nelle isole; per la fratellanza che spirava
la comune oppressione di tutte le province occidentali dell'impero; e
sopratutto per procaccio dei papi, che ormai aveano acquistato
grandissimo séguito in Sicilia.
CAPITOLO II.
A creder le pie leggende locali, il cristianesimo ebbe precoci e
splendidi principii in Sicilia. San Pietro, dicono, s'affrettò a
mandarvi d'Antiochia (a. 44) i primi vescovi: Marciano a Siracusa,
Pancrazio a Taormina. Vennero pochi anni appresso, Berillo a Catania,
Libertino a Girgenti, Filippo a Palermo, Bacchilo a Messina. I quali
tutti perseguitati e persecutori, abbattono tempii pagani, rintuzzano
oracoli, uccidono dragoni; Marciano, ascoso nei laberinti sotterranei
della capitale, vi compone un altare con l'effigie della Vergine ed è
strangolato da' Giudei; Maria e Teja incontrano alsì il martirio a
Taormina per serbar castità; e presso lor tombe s'innalza il primo
monistero di donne dell'orbe cristiano. Cotesti racconti, ancorchè
accettati alla rinfusa nei libri della corte di Roma, furono messi in
forse pei principii del decimottavo secolo, da due grandi eruditi
siciliani, Giambattista Caruso e Giovanni di Giovanni.[119] Agli
argomenti loro parmi da aggiugnere, che gli Atti degli Apostoli,
narrando sì minutamente il viaggio di San Paolo a Roma (a. 61 ) e
com'egli fosse soprastato per tre dì a Siracusa,[120] non fan parola,
secondo lor costume, di correligionarii o amici trovati in quella città;
donde al certo non si confermano i fasti di San Marciano. Volgendoci a
un altro ordine di critica, basta accennare che le tradizioni dette
ripugnino ai fatti generali della storia ecclesiastica del primo secolo;
che ci si vegga la gerarchia, non del primo ma del quinto o sesto
secolo; anche passando sotto silenzio quel monastero di suore e culto
d'immagini. La ignoranza poi di chi scrisse le leggende chiaro apparisce
dalla poca o niuna parte che vi si dà a San Paolo, massimo propagator
del vangelo nelle schiatte greca e latina.
Egli è probabile che non dall'Oriente ma da Roma venissero in Sicilia i
semi del cristianesimo; nè pria delle persecuzioni di Nerone. Del
rimanente si può accettare dalle leggende l'itinerario della nuova fede
nell'isola, correggendovi sì la cronologia e gli episodii; perchè quel
cammino non discorda dalle condizioni dei Siciliani nel primo secolo, e
perchè d'altronde si sa come le agiografie contengan sempre, tra molta
lega, un po' di buon metallo, e rispettino sopra ogni altra cosa la
verità delle notizie geografiche. Il cristianesimo fu, in origine,
l'incivilimento degli oppressi; ma non tutti gli oppressi n'erano capaci
allo stesso modo. Dovea precorrere alla grossiera fede del volgo lo zelo
di spiriti convinti o innamorati: e però in Sicilia quelle speculazioni
metafisiche, quei peregrini principii di morale, quella tendenza
d'associazione e di carità, non poteano esser compresi che nelle città;
dovean trovare accoglienza tra i sottili ingegni greci, prima che nella
gente latina più tenace alle realità; doveano durare grandissima fatica
a penetrar quella mista e insalvatichita popolazione rurale. I pochi
cristiani dell'isola, non vinta per anco la forza d'inerzia delle masse,
ebbero a combattere le forze vive del principato, dell'aristocrazia e
dei dotti; le quali, vedendosi ormai minacciate dalla nuova potenza che
sorgea nel mondo, fecero ogni opera ad abbatterla. Indi per gran tratto
del terzo secolo e nei primi anni del quarto, scorreva in Sicilia il
sangue dei martiri. Si illustravano allora i nomi, rimasti sì popolari,
di Agata, Lucia, Ninfa, Euplio e molti altri; Lentini, culla un tempo
della rettorica greca, si rendea celebre per la eroica costanza e numero
dei cristiani. Nel medesimo tempo altri discendenti de' Sicelioti si
fortificavano nel culto nazionale di Cerere o di Venere Ericina, con gli
argomenti di Porfirio, capitato nell'isola per osservare l'Etna e
fattovisi a scrivere (verso il 270) un trattato a difesa del paganesimo.
Il filosofo Probo da Lilibeo, che visse in quella età, e i molti
discepoli ch'ebbe Porfirio nel suo lungo soggiorno in Sicilia,
combatterono insieme con lui questa guerra neoplatonica contro il
cristianesimo: e i sofismi loro tornarono vani al par che i supplizii a
fronte del principio morale dei novatori. Posate le persecuzioni;
succeduto alla tolleranza il favore del governo, e al favore uno
impetuoso zelo, la più parte dell'isola confessava la fede di Cristo. I
sanguinarii editti di Teodosio poi accrebbero per forza il numero dei
proseliti; fecero chiudere gli ultimi tempii pagani; e pur non bastarono
a sradicare le antiche superstizioni della popolazione rurale. Infino
agli ultimi anni del sesto secolo, che appena si crederebbe, se ne
scoprono le vestigia in Sicilia, come in Sardegna; poichè le epistole di
San Gregorio fan parola di idolatri che il vescovo di Tindaro durasse
fatica a convertire, e di schiavi pagani, comperati dai Giudei di
Catania per iniziarli a lor setta.[121]
Insieme con la Chiesa Siciliana già adulta, emerse, ai tempi di
Costantino, la gerarchia. Ebbe al certo origine popolare in Sicilia come
per ogni luogo; ebbe stretto legame con la gerarchia di Roma per la
consuetudine che passava tra i due paesi: legame di fraternità sotto la
persecuzione, poi di riverenza, infine di soggezione, quando l'ordine
ecclesiastico s'informò dall'ordine amministrativo dell'impero. Pertanto
fin dai principii del quinto secolo veggiamo chiaramente il vescovo di
Roma far da metropolitano nell'isola; consecrare i vescovi di quella;
scrivere loro direttamente per gli affari di disciplina; chiamarli a
sinodo a Roma; dar licenza per la dedicazione delle basiliche; delegare
or uno or un altro all'esercizio di sua giurisdizione nelle cause
ecclesiastiche; provvedere alla visitazione delle chiese: il quale
ordinamento non fu mutato che nell'ottavo secolo, come innanzi diremo.
La riverenza del vescovo di Roma in Sicilia s'accrebbe necessariamente a
misura che quel s'inalzava alla supremazia ecclesiastica in Occidente, e
che i conquisti dei Barbari lo rendevano protettore di tutto il clero
occidentale. E la Chiesa Siciliana seguì senza contrasto tutte le
dottrine e riti di Roma: fu provincia quieta ancorchè non ignorante;
ausiliare fedele della metropoli, ancorchè non vi sia nato alcuno
scrittore di primo ordine nè ortodosso nè eretico. Il clero non par sia
stato irreprensibile; del resto non numeroso nè turbolento: pochi al
certo i monaci, di regola forse basiliana; e vi si aggiunse una colonia
di Benedittini a Messina, se pur v'ha questo di vero in una leggenda che
ci occorrerà di esaminare nel quarto capitolo di questo libro.[122]
Ma un altro vincolo fortissimo avvinse la Sicilia al papato in quei
bassi tempi; e fu la proprietà territoriale, avanzo dei vasti patrimonii
acquistati dai cittadini romani tra con le arti di Marcello e di Verre,
o raggranellati ora per gli sforzi d'onesta industria, or con l'usura.
Non prima fu lecito alle chiese di possedere beni, che lo zelo dei nuovi
convertiti, l'artifizio del clero datosi ad avviluppare le coscienze in
una rete inestricabile di peccata, il baratto dei perdoni, l'assiduità
al letto di morte sopra animi stemprati dalla infermità agitati da tante
paure, la confusione delle opere di pietà con le opere di carità, la
eloquenza e dottrina fatte retaggio esclusivo del sacerdozio; tutti
questi potenti motivi, moltiplicarono le donazioni e i lasciti pii: e
più dopo la occupazione dei Barbari, quando i beni mondani de' vinti
divennero sì precarii e sì rinvilirono. Così furono largheggiati alle
chiese italiane vasti tratti di terreno in Sicilia, che nel linguaggio
dei tempi si chiamavano fondi o masse. La Chiesa di Milano nel sesto
secolo possedea nell'isola un patrimonio di questa fatta;[123] un altro
n'ebbe la Chiesa di Ravenna;[124] ed uno di gran lunga più dovizioso la
Chiesa di Roma, che d'altronde tenea tanti altri poderi in tutta Italia
e fuori. Al dir di papa Adriano I, il patrimonio di Sicilia proveniva da
donazioni non meno d'imperatori che di privati. Vaste erano le
possessioni e sì sparse in tutta l'isola, principalmente presso
Siracusa, Catania, Milazzo, Palermo, Girgenti, che talvolta i vescovi di
Roma preposero all'amministrazione due rettori che sedeano a Siracusa e
a Palermo, come al tempo antico i questori nelle due province,
siracusana e lilibetana. Del rimanente un autore bizantino della fine
dell'ottavo secolo fa montare il ritratto in Sicilia e in Calabria a tre
talenti e mezzo d'oro,[125] classica e incerta cifra statistica. I
poderi, come ogni altro dell'isola, si coltivavano da conduttori e
rustici, delle quali condizioni di persone tratteremo a suo luogo;
notando sol qui che la Chiesa Romana riscuoteva una tassa nei matrimonii
dei suoi rustici: strano transatto tra l'antica ragione che avea negato
il nome di matrimonio ai congiugnimenti degli schiavi, e la nuova fede
che costituivali in sacramento. Molte altre orribili avanie anco
pativano i conduttori e rustici della Chiesa; avanie forse comuni a
tutta la popolazione rurale della Sicilia, e per lo più aggravate dalla
negligente amministrazione di mano morta, com'oggi ben si chiama.[126]
Così fatti abusi furono mitigati da San Gregorio al tempo di cui
dicevamo in su la fine del capitolo precedente, ed al quale convien che
torni la narrazione.
La chiesa di Roma non si potea sottomettere di queto ai Longobardi,
flagello della gente latina, e, oltre a ciò, incapaci ad occupare tutta
la Penisola com'avean fatto i Goti. Donde, invece di piaggiare i nuovi
Barbari, dovea la Chiesa far opera a scacciarli con le armi che fosse in
poter suo di muovere, le bizantine cioè e le italiane; dovea rinforzare
le bizantine con la riputazione sua in Italia e fuori. Sopratutto, non
bastando l'impero a difendere Roma minacciata dai Longobardi e dalla
fame, dovea la Chiesa salvar dassè sola la città eterna, le cui
tradizioni politiche e religiose faceano aspirare il vescovo al primato
in Italia e in tutta cristianità.
Così fatto intento, consigliato al paro dalle passioni e dagli
interessi, ma debolmente procacciato dai papi nei primi venti anni del
conquisto longobardo, par che infiammasse l'animo di San Gregorio. Uomo
di illustre sangue, grande avere, illibati costumi, indole gentile
inchinata alla mestizia, dotta a mo' dei tempi ancorchè nemico della
letteratura classica che gli puzzava di paganesimo, facile scrittore
ancorchè inelegante, pronto parlatore, posato e robusto ingegno,
perseverante, saldo nei proponimenti, pieghevole nei mezzi, operoso,
insinuante, sottile ricercatore dei fatti altrui, buon massaio dei
denari ma non per sè stesso, caritatevole e liberale con accorgimento
anzi con astuzia, destro a usare le altrui debolezze e fino gli altrui
vizii, ma a buon fine; e pieno il generoso petto di giustizia, di
umanità, di religione e di zelo per la Chiesa di Roma: i quali
sentimenti diversi gli pareano un solo; sì che in ultimo lo zelo
ecclesiastico predominò e soffocò tutti gli altri quando gli si
opponeano. Gregorio, primo del nome tra i papi, santo nel calendario
romano e grande nella storia, fu specchio di virtù cristiana con quelle
macchie di ruggine connaturali per la umana debolezza a tal virtù, le
quali crescendo in certi tempi e in certi luoghi hanno occupato e guasto
tutto il terso metallo; e n'è nata la bruttura che si chiama volgarmente
gesuitismo. Gregorio, pria che il pontificato lo abilitasse a mandar ad
effetto il disegno politico che accennai, disperando della vittoria,
volle apparecchiare, com'e' parmi, un sicuro asilo alla Chiesa ortodossa
di Roma e d'Italia. La virtù delle armate bizantine e il genio dei
Longobardi, alieno sempre dalle cose del mare, gli designarono a ciò la
Sicilia.
Donde, lasciato appena l'uficio municipale di prefetto per cercare più
certa via di potenza in un chiostro di Roma (a. 575), Gregorio fondava
del proprio sette monasteri: uno in quella città e sei in Sicilia. Tal
disuguaglianza di liberalità non può apporsi a capriccio. Sendo Gregorio
nato a Roma, di famiglia romana e amorosissimo dei concittadini suoi che
viveano in necessità e angustie spaventevoli, si è cercato di spiegare
il fatto in varii modi. Altri ha imaginato ch'ei possedesse beni
nell'isola, il che non pare, nè basterebbe. Altri che Silvia sua madre
fosse siciliana,[127] il quale supposto è gratuito al par che
insufficiente a sciogliere l'enimma. A me pare che il bandolo si trovi
negli scritti di San Gregorio stesso. Non prima esaltato al pontificato,
lo veggiamo provvedere con estrema sollecitudine che si raccogliessero a
Messina i frati calabresi testè cacciati in Sicilia da un novello romore
d'armi longobarde; i quali andavano per l'isola miseri e vagabondi.[128]
Ora ognun sa che più numero assai di Italiani s'era rifuggito in Sicilia
parecchi anni innanzi (a. 576), quando i Longobardi corsero le province
di mezzo della Penisola; nel quale scompiglio i chierici recaron
secoloro gli arredi delle chiese che poi non voleano rendere:[129] e non
è mestieri di citazioni per provare quanta povertà straziasse tutti
quegli esuli. Però San Gregorio non potea largire le proprie facultà in
opera più caritatevole, nè più utile all'Italia e a Roma stessa, che di
aprir loro un ospizio. Quella mente, in quella età, non poteva imaginare
altro ospizio che il monastero. I sei che ne fondò bastavano a
ricettare, se non tutti gli esuli, almeno i più degni e capaci a
disciplinare e agguerrire questo nodo di frati che combattessero su i
dubbii confini della religione e della politica; tenessero in Sicilia
una propaganda romana contro la sede di Costantinopoli, la quale attraea
le popolazioni di linguaggio greco; apparecchiassero séguito alla Chiesa
di Roma, venendo alla dura estremità di riparare in Sicilia cacciata dai
Barbari; e potessero in fine, secondo gli eventi, ripassare in
terraferma a gridar la croce contro gli Ariani. San Gregorio mentr'era
privato, com'ei pare, coltivò a questo medesimo intento l'amistà di
ragguardevoli famiglie siciliane.[130]
E quand'egli, sforzato o forse secondato dallo amor dei Romani, salì
alla cattedra di San Pietro, il disegno su la Sicilia si allargò, come
tutti gli altri della sua mente. Non è del mio subietto discorrere di
quanto momento fosse stato questo gran Romano sul secol suo con le
azioni e con gli scritti; nè ricorderò la conversione di popoli lontani;
la riverenza e terrore della religione aumentati; l'autorità civile
arrogatasi tra per la influenza che gli usi dei tempi davano ai vescovi
e per la lontananza e impotenza dell'impero bizantino; il nome della
sede romana esaltato; le arti assiduamente adoperate a ciò or con animo
sincero, or con malizia: la morale, cioè, la filosofia, la teologia, la
disciplina e ambito del clero, la solenne liturgia, il grave canto, le
leggende superstiziose; senza lasciare intentato veruno argomento che
potesse scuotere l'intelletto, cattivare l'animo, illudere i sensi.
L'effetto generale del pontificato di San Gregorio fu che, aspirando al
primato spirituale, ei si accostò necessariamente alla dominazione
temporale; dove più dove meno secondo gli ostacoli. Così a Roma e
nell'Italia di mezzo il patrocinio suo con l'andare dei tempi divenne
principato. Così in Sicilia l'influenza ch'ei volle esercitare ebbe men
libero campo, e nondimeno lasciò tante vestigia che i papi, molti secoli
appresso, con quella loro prodigiosa tenacità, si provarono a mutarla
anche in signoria. L'influenza di San Gregorio in Sicilia passò al certo
la più larga misura che potesse darsi al primato ecclesiastico, e si
volse a due particolari intendimenti. Un fu lo antico, rincalzato ed
esteso, cioè di render la Sicilia cittadella del clero italiano, nella
quale il papa fosse padrone degli animi, poichè i corpi li tenea
l'impero bizantino. L'altro intendimento sembra di cattar favore, perchè
l'amministrazione del patrimonio papale, secondata dai governanti, dagli
ottimati e dall'universale, rendesse maggior frutto, da sovvenirne
largamente il popol di Roma, chè meglio si difendesse dai Longobardi e
sempre più s'affezionasse ai papi.
Quanto premessero a Gregorio le cose di Sicilia si scorge dalla prima
epistola che ci rimane di lui per la quale provvide a far adunare ogni
anno i vescovi dell'isola a Siracusa o Catania.[131] Seguiron da presso
un'altra ad amici suoi siciliani,[132] una che confortava i vescovi
siciliani a mescolarsi nelle cause secolari per difendere i poveri,[133]
e una che dettò profonde e diligenti riforme nell'amministrazione del
patrimonio.[134] Noveransi inoltre più di dugento lettere toccanti la
Sicilia, donde appariscono a chiunque i disegni suoi, e la coscienza più
sollecita dei disegni che scrupolosa nei mezzi. Indi si vede che San
Gregorio diè la caccia a qualche avanzo di Pagani, e allettò al
cristianesimo i Manichei e gli Ebrei senza perseguitarli; anzi, quanto
agli Ebrei, con una tolleranza mondana al certo, non filosofica. Più
rigore usò nelle materie attenenti alla disciplina ecclesiastica;
mostrando assai gelosia del patriarca di Costantinopoli; commettendo
apertamente ai vescovi di tirare i popoli a passiva obbedienza verso di
Roma; procacciando appo i popoli la elezione di fidati suoi alle sedi
vescovili. Intese di più San Gregorio a riformare i costumi del clero
secolare e regolare; nel qual capo è notevole il divieto di ammettere le
donne a voti monastici avanti l'età di sessant'anni, poichè pare da più
d'uno esempio che le suore giovani eran sedotte dai preti.[135] E sul
punto della morale pubblica, a prendere litteralmente le parole del
pontefice, l'opera sarebbe stata malagevolissima o piuttosto disperata,
arrivando la corruzione al segno, com'ei diceva, di provocare il cielo a
immediato sterminio della provincia: ma ce ne consola l'interesse ed uso
ch'egli avea di esagerare; e ne fornisce la prova egli stesso, quando
novera tra i peccati più abbominevoli i matrimonii entro il settimo
grado, che due righi di dispensa or posson mutare d'incesto in
sagramento. Quanto alla venalità degli officiali, San Gregorio la
biasimò e la alimentò, facendo lor porgere le solite mance nei negozii
del patrimonio. Con ciò patrocinava i privati appo i magistrati, largiva
limosine, sovveniva questo e quello con pensioni, facea deporre il
governatore Libertino che avea vietato innanzi la esaltazione sua di
portar grani di Sicilia a Roma; al quale fu surrogato un Giustino, amico
o ligio del papa. Più degno uso fece San Gregorio del credito che avea a
corte di Costantinopoli, ricordando gli aggravii degli officiali
dell'azienda imperiale in Sicilia, Sardegna e Corsica, la disperata
condizione di quei popoli, e quanto errore fosse di esaurire le isole a
furia di balzelli, sperando con quel danaro carico di maladizioni
alimentar la guerra nella terraferma d'Italia. Infine la riforma
nell'amministrazione del patrimonio papale in Sicilia va lodata di
prudenza e umanità; poichè mirava ad accrescere la rendita levando a un
tempo il biasimo di molestare ingiustamente i possessori vicini e di
spolpare i proprii coloni. Noi ne discorreremo più partitamente
trattando della condizione degli abitatori delle campagne, e diremo
allora di uno errore di San Gregorio che qui vuolsi accennare. Il quale
fu che, in contraddizione coi principii del cristianesimo e con le
proprie azioni sue, mantenne in Sicilia la schiavitù, mentre combatteala
in terraferma, e limitò la libera scelta nei matrimonii dei coloni.[136]
Tale è la somma delle cose operate da San Gregorio in Sicilia, con
ambito e benevolenza; e pur con grande avvantaggio dell'isola. Ei
conseguì lo effetto di trarne il danaro e il grano che aiutarono a
mantenere Roma. Conseguì parimenti una smisurata riputazione in Sicilia
per sè stesso e per la Chiesa di Roma; la fondazione di grande numero di
monasteri col danaro dei privati, stimolati dal suo esempio; e l'aumento
della dottrina e splendore della Chiesa Siciliana. In fatti, nel corso
del settimo secolo i monasteri di Sicilia rivaleggiarono con quei di
Roma per ricchezza, numero di frati e onore degli studii; sopratutto del
canto ch'era sì in voga dopo i tempi di San Gregorio, e, com'e' pare,
anco della sacra letteratura greca che in Sicilia si potea coltivare
meglio che a Roma. Pertanto in quella età salivano al trono pontificale
il pio Sant'Agatone (a. 678), il dotto e caritatevole San Leone II (a.
682), Conone (a. 686), Sergio (a. 687), e poi Stefano IV (768), dei
quali Conone educato in Sicilia, e gli altri tutti siciliani. La Chiesa
di Antiochia ebbe in quel torno due patriarchi siciliani: Teofane abate
del monastero di Baya presso Siracusa (a. 681), e Costantino diacono
della medesima città (a. 683).[137] Nè prima nè poi toccò alla Sicilia
tanta partecipazione nei negozii della Chiesa universale. L'impulso di
civiltà, chè tale era questo al certo nei bassi tempi, dato da San
Gregorio, durò in Sicilia fino al tempo che l'isola, tolta alla
giurisdizione del papa, ubbidì al patriarca di Costantinopoli. Ed allora
il merito degli ecclesiastici siciliani si fe' strada nella nuova
metropoli: onde troviamo Metodio siciliano salito a quella sede
patriarcale; e Gregorio Asbesta vescovo di Siracusa, San Giuseppe
Innografo e altri Siciliani, segnalarsi nelle aspre contenzioni
religiose del nono secolo, sì come innanzi dirassi.
CAPITOLO III.
Mentre San Gregorio gittava le prime fondamenta della potenza temporale
dei papi, un giovane pien di virtù meditava in Arabia su i principii
d'una novella religione. La gente ond'ei nacque era in via d'uscire
dalla barbarie. Aveva avuto, per vero, l'Arabia, in tempi remotissimi,
un periodo di potenza e anco d'incivilimento. Questi s'erano sviluppati,
a dispetto della natura, tra un clima ardente e un suolo penuriosissimo
d'acque, sì che v'era impossibile ogni agricoltura, fuorchè in qualche
lista di terreno; impossibile il soggiorno di grosse e raccolte
popolazioni; negato alla più parte degli abitatori tutt'altra vita che
la nomade. Donde non è maraviglia se la potenza politica si dileguasse
dall'Arabia forse in tempo assai breve, come poi avvenne a quella
fondata da Maometto. Dello incivilimento rimase qualche avanzo, nelle
sue sedi principali: a settentrione cioè e tra ponente e mezzogiorno,
ov'è più fecondo il terreno e l'Oceano tempera l'aere e agevola il
commercio. Scomparvero fin anco quegli antichi popoli; dei quali altri
emigrò come i Fenicii, altri decadde e menomò, altri, sterminato per
violenta catastrofe, lasciò vaghe rimembranze di umana superbia, di
abominazioni, di provocata vendetta del cielo.
Così durante il corso delle due civiltà greca e romana, e infino al
settimo secolo dell'era volgare, l'Arabia fu poco tenuta in conto tra le
nazioni. In questo periodo veggiamo nella penisola due schiatte
principali. La più antica, detta di Kahtân dal vero o supposto
progenitore, forse il Iectan della Bibbia, occupava le parti
meridionali, ossia l'Arabia Felice degli antichi e principalmente
l'angolo tra ponente e mezzodì, il Iemen, come il chiamano gli Arabi.
Era schiatta mista, parlante due lingue, l'una delle quali analoga
all'arabo, e l'altra no; divisa tra la vita nomade e la vita stabile: e
le popolazioni stabili, dove date all'agricoltura, dove raccolte in
cittadi e intese al commercio, alla navigazione, ad industrie
cittadinesche; la parte più opulenta della nazione per molti secoli
soggetta dove a piccioli principi, dove ad unica monarchia, in ultimo a
due successive dominazioni straniere. Varie tribù erranti di cotesta
schiatta, dopo soggiorno più o men durevole nell'Arabia di mezzo, come
se lor indole le sforzasse ad accostarsi alla civiltà, se ne andarono
verso il settentrione. Quivi fondarono due Stati: l'uno in Mesopotamia
che si addimandò il reame di Hira, prima tributario, poi provincia della
Persia; l'altro presso la Siria. E questo ebbe per sede Palmira; si
illustrò coi nomi di Odenato e Zenobia; e, distrutta Palmira, le tribù,
senza soggiornare altrimenti in grosse città, furono note sotto la
appellazione di Ghassanidi: comandate alsì da un principe; soggette
sempre all'impero romano, il quale occupò anche qualche città della
Arabia settentrionale, Petrea, come la dissero i dominatori. L'altra
gente prese il nome da Adnân, tenuto discendente di Ismaele. Più
compatta della prole di Kahtân, parlava unica lingua; tenea l'ingrato e
vastissimo terreno delle regioni centrali. Pastori nomadi o mercatanti
di carovana, gli Ismaeliti non ubbidirono a principi; vissero nella
rozza franchigia della tribù, anche que' ch'ebbero stanza ferma là dove
il luogo ne concedea. Gli stranieri non s'invogliarono giammai di
soggiogarli; nè essi l'avrebbero sofferto, se non che alcuna tribù
riconobbe, di nome e per poco, i monarchi del Iemen, o i Persiani.
Considerati così gli abitatori dell'Arabia secondo il legnaggio, i due
tronchi parranno dissimilissimi l'uno dall'altro; si comprenderà perchè
si oltraggiassero a vicenda; perchè la nimistà della schiatta durasse
fin sotto la potente unità dell'islamismo, fino alle remote spiagge
dell'Atlantico, ove le portò insieme la vittoria. Ma se si riguardi ai
costumi piuttosto che al sangue, si troveranno da una banda i soli
cittadini e agricoltori del Iemen, dall'altra il rimanente di Kahtân e
tutta Adnân; il grosso della nazione arabica, non ostante l'antagonismo
di schiatta, comparirà ridotto ad unica stampa dalla vita nomade. La
qual condizione sociale, immutabile come i deserti ove errano le tribù,
è notissima per tanti ricordi univoci, da Giobbe infino ai viaggiatori
d'oggidì: libri sacri, poesie, istorie, romanzi, osservazioni di dotti
europei. E vuolsi da noi studiare, perchè, conoscendo gli ordini delle
tribù, si spiegheranno agevolmente le vicende della nazione arabica in
tutti i tempi e in tutti i luoghi.
La tribù nomade, o, come dicon essi, beduina, che suonerebbe appo noi
campagnuola, è saldo corpo politico senz'altri legami che del sangue,
senz'altra sanzione penale che la vergogna e il timore dell'altrui
vendetta e rapacità. Quivi l'unità elementare delle società non è
l'individuo, ma sì la famiglia; nè risiede vera autorità che nel capo
della famiglia. Ei comanda assoluto ai figliuoli e a lor prole; agli
schiavi fatti in guerra o comperati; ai liberti che rimangono in
clientela; agli affidati, uomini stranieri e liberi venuti a porsi sotto
la sua protezione: ei li nutrisce, li difende dall'altrui violenza, e,
quando ne recassero ad altrui, ripara il torto o affronta la vendetta.
Nel numero e zelo de' suoi sta la forza del capo; la ricchezza nei
servigii loro, negli utensili e negli armenti: nè è mestieri autorità di
legge a mantenere insieme tal corpo.
Fuori dalla famiglia cominciano le associazioni: volontarie al tutto; ma
seguon anco la parentela. Così varie famiglie fanno un circolo, come lo
chiamano gli Arabi dall'uso di piantare in cerchio lor tende; al quale è
preposto uno sceikh, o diremmo noi anziano, più tosto che eletto,
designato senza forme di squittinio dalla riputazione della persona e
importanza della famiglia; talchè l'ufizio spesso diviene ereditario per
molte generazioni. È capo fittizio della parentela: magistrato senza
impero sopra i privati; senz'arbitrio nelle cose comuni del circolo,
nelle quali dee seguire il voto dei padri di famiglia. Infine lo sceikh
rappresenta, come oggi direbbesi, il proprio circolo nella tribù. La
quale unisce insieme varie parentele di un medesimo legnaggio; ordinata
alla sua volta come il circolo, guidata da un capo, che vien su tra
accordo e necessità come quello del circolo, e regge le faccende comuni
della tribù: mutare il campo, far guerre o leghe; sempre con
l'assentimento degli sceikhi, fors'anco di altri potenti capi di
famiglia. Suole altresì capitanare gli armati della tribù nelle
scorrerie e zuffe; ma talvolta, e più spesso oggi che nei tempi andati,
il condottiero è scelto a posta.
Tale è loro gerarchia, politica insieme e militare, chè mal si distingue
appo i Beduini. Ordini civili, che meritino il nome, non ve n'ha. La
forza mantiene la roba quando non vi basti il credito della famiglia; e
se la forza non può, il furto divien legittimo acquisto. Un po' più
efficace la guarentigia delle persone; perchè il circolo e la tribù vi
si sentono tenuti in onore, e più volentieri pigliano le armi a
vendicare il sangue, o contribuiscono con le facoltà a pagare il prezzo
di quello ch'abbia sparso alcun de' loro. Il quale compenso, assurdo e
iniquo in una civiltà, umano nella barbarie, è in uso da antichissimi
tempi in Arabia, come nel medio evo in Europa, ove il portarono i nomadi
del Settentrione; ma gli Arabi, men pazienti di freno che non sieno mai
stati i popoli germanici, non soleano accettare il prezzo del sangue se
non che esausti dopo lunga vicenda di omicidii. Le multe per omicidio,
troppo gravi ad una sola famiglia, troppo fastidiose a tutta la tribù,
si soglion fornire dal circolo; il quale indi si direbbe società di
assicurazione scambievole nei misfatti: e può cacciar via gli uomini
rotti; ond'essi rimangono senza mallevadore nè protettore, veri
sbanditi.
Sembra ancora che tra la famiglia e la tribù talvolta si trovino
parecchi gradi d'associazione intermediaria, per cagion della
disuguaglianza grandissima che v'ha nel numero degli uomini delle tribù:
chè se ne conta di poche centinaia, ovvero di migliaia, quasi
popolazione d'una provincia. Il corpo politico indipendente che noi
diciamo tribù, o, per prendere una similitudine molto ovvia, il ramo
staccato dall'albero, si appella in arabico con nomi diversi,[138]
secondo che si discosti più o meno dal tronco l'inforcatura ov'è
tagliato il ramo: poichè ogni frazione di tribù consanguinea si
accompagna alle altre o se ne spicca a suo piacimento nei liberi campi
del deserto.
Non è mestieri aggiugnere qual divario corra tra le famiglie in punto di
ricchezza; consistendo questa in proprietà mobili, e di più mal difese
contro gli uomini e peggio contro i fenomeni della natura. La
disuguaglianza del numero di uomini, avere, valore e riputazione delle
famiglie in una nazione che sta sempre in su la guerra e osserva con
tanta religione i legami del sangue, porta necessariamente la nobiltà
ereditaria. V'ha inoltre la riputazione di nobiltà di una tribù, o
circolo sopra gli altri, poichè tra loro quella che noi diremmo
cittadinanza si confonde con la parentela. La forma di governo della
tribù torna all'aristocrazia, ma larga; temperandola il nome comune, la
familiarità patriarcale, il bisogno continuo che i grandi hanno della
gente minuta, la agevolezza di sottrarsi a un governo troppo duro, la
semplicità e rozzezza dell'ordinamento sociale. Perciò di rado si vede
degenerare in oligarchia e quasi mai in principato.
Gli ordini della tribù nomade informano le popolazioni stanziali, nate
quasi tutte da quella, poste in mezzo ai Beduini, costrette a comporre
con essi per danaro o sopportare le scorrerie, e avvezze a chiamare in
lor divisioni quegli agguerriti vicini. Le abitazioni fisse dell'Arabia
centrale sono stanze di commercio o ville di agricoltori; concorronvi
uomini di altre schiatte arabiche, concorronvi stranieri, e il
reggimento talvolta si riduce nelle mani di pochi e anco vi prevale un
solo: effetto necessario della proprietà più certa, delle plebi vili e
mescolate, della fatalità della umana natura che si stempera quando sta
in riposo. Nondimeno sendo le armi in mano delle tribù libere, la
servitù non può allignare troppo tra i cittadini.
Per le medesime cagioni le fattezze e costumi, ancorchè diversi, pur in
molti punti si rassomigliano. I figli del deserto hanno alta statura,
corpi robusti, asciutti, puri lineamenti della schiatta caucasica in
volto, barba non troppo folta, bellissimi denti, sguardo sicuro,
penetrante; avviluppati la persona in ampie vestimenta, coperti la testa
e il collo con bizzarra foggia di cuffia,[139] chè da loro par ne venga
tal voce; vanno alteri al portamento, maneggian destri le armi,
padroneggiano i cavalli, animale amico loro più che servo; traggono
vanto dalla rapina; impetuosi nell'ira, tenaci nell'odio, ospitalissimi,
leali alle promesse; ardenti nell'amore che merita il nome; son contenti
per lo più d'una sola moglie, la comprano, la ripudiano, ma li ritiene
di maltrattarla troppo il rispetto della parentela di lei; nè tengon
chiuse le donne, nè appo loro la gelosia vieta le oneste brigate con
donzelle, nè i teneri canti e i balli. Tra la libertà della parola,
l'uso alla guerra e la compagnia del sesso più delicato, si comprende
perchè i Beduini sentano sì altamente in poesia. La gente delle città,
meno schietta di sangue, anco per cagion dei figliuoli che han da
schiave negre, men forte, usa turbanti e fogge di vestire più spedite e
di pregio, e con ciò non pare svelta nè elegante al par de' Beduini;
unisce le passioni violente con la frode; le tenere non conosce, ma la
libidine; usa poligamia, divorzii, concubine; sprezza e tiranneggia le
femine, quando il può senza pericolo; sempre le allontana da' ritrovi;
cerca in vece gli stravizzi: in ogni cosa mostra il predominio dei
piaceri materiali sopra quei dell'animo. Tali i cittadini i cui costumi
più discordino dai nomadi. Ma v'ha gradazioni tra gli uni e gli altri.
Le popolazioni mercatantesche, stando sempre in cammino, partecipano del
valore e sobrietà dei Beduini. Similmente le famiglie nobili delle città
amano a imitare i guerrieri della nazione; e alcune usano mandare a
balia i figliuoli appo le tribù del deserto, nelle quali sono educati
fino all'adolescenza. Son poi virtù comuni a tutta la schiatta arabica
la liberalità, l'ospitalità, il coraggio, l'audacia delle intraprese, la
perseveranza; vizii comuni la superstizione, la rapacità, la vendetta,
la crudeltà; tutti han pronto ingegno, arguto parlare, inclinazione alla
eloquenza ed alla versificazione.
Riducendoci adesso al secolo che corse avanti la nascita di Maometto, si
ponga mente a ciò, che la popolazione stanziale era meno frequente
nell'Arabia di mezzo e men corrotta forse che in oggi; che la
popolazione nomade vivea a un di presso nelle medesime condizioni
presenti; e ch'entrambe riscoteansi insieme per quell'influsso che par
sorga di epoca in epoca a rinnovare le nazioni. Lo suol rivelare al
mondo il canto dei sommi poeti. Lo ravvisa la storia, nell'alacrità e
brio universale d'una generazione innamorata d'ogni forma del bello;
aspirante alle vie del sublime vere o false che fossero; arrivata a
squarciare qua e là la ruvida scorza della barbarie che pur le resta
addosso. La storia poi facendosi a spiegar così fatto commovimento non
può trovar cagioni che appieno le soddisfacciano, e se ne sbriga con
parole: ora il moderno gergo di avvenimenti provvidenziali e uomini
provvidenziali, or la metafora della vita umana applicata bene o male
allo sviluppo dei popoli.
Varii fatti par ch'abbian portato tal periodo in Arabia. Prima operò
lentamente la industria dei mercatanti, i quali soleano trasportare le
derrate dell'Affrica meridionale alle ricche contrade bagnate dallo
Eufrate e dal Tigri, o quelle dell'India alla Siria; in guisa che lor
carovane tagliassero in croce la penisola arabica da ponente a levante e
dal mare di mezzogiorno a' confini del deserto a settentrione. Andavano,
com'eravi men penuria d'acqua, lungo le due catene di montagne, l'una
parallela al Mare Rosso, l'altra perpendicolare che si spicca dalla
prima nell'Hegiaz, provincia ove sursero la Mecca e Medina. Verso il
sesto secolo, sia per la decadenza dell'impero romano, e però della
navigazione nel Mare Rosso ch'era stata aumentata dai Romani, sia per le
vicende delle guerre che difficultassero i traffichi in su l'Eufrate, il
commercio dell'India trovò più agevole che la via dei due golfi il lungo
e faticoso tragitto dell'Arabia. Si accrebbero indi i guadagni dei
mercatanti dello Hegiaz, le comunicazioni con popoli più inciviliti, la
popolazione e attività del paese. Da un'altra mano gli Stati arabi
d'Hira e di Ghassan, intimamente uniti l'uno alla Persia, l'altro a
Costantinopoli, apprendeano molte parti di civiltà; e se ne spargea
qualche barlume nelle tribù dell'Arabia centrale, comunicanti con Hira e
Ghassan, e anco a dirittura coi due imperii, mescolandosi talvolta nelle
continue guerre di quelli. A mezzo il sesto secolo accelerossi tal
movimento per le relazioni di Giustiniano con l'Abissinia, i conquisti
di Cosroe Nuscirewan, e la venuta degli Abissinii nel Iemen: poi il
maraviglioso progredimento materiale dello impero persiano,
l'occupazione del Iemen, resero popolare in tutta l'Arabia il nome dei
Sassanidi e l'ammirazione di loro possanza e civiltà. Ma da tempo più
lontano varie colonie ebree avean cominciato a venire in Arabia or
fuggendo la dominazione straniera, destino implacabile di lor sangue, or
attirate da quel fino lor sentimento dell'utilità commerciale. Gli Ebrei
recavan seco loro il genio dell'industria, i ricordi d'un antico
incivilimento e le teorie d'una religione spirituale; e, contro lor
costume, davan opera a far proseliti per mettere radice nel paese.
Notabili anco furono i progredimenti del cristianesimo. Non portava
colonie, se non che qualche mano di ostinati spinti dalle chiese
ortodosse a cercare asilo in estranei paesi. Ma scuoteano gli animi
fortemente quel focoso zelo dei missionarii, quei principii sì efficaci
a dissodare ogni terreno inculto, e la virtù della parola di che son
lodati parecchi Arabi cristiani; sopra ogni altro il vescovo Kos, vivuto
alla fine del sesto secolo e passato in proverbio come il più eloquente
oratore della nazione. Il cristianesimo si sparse molto più nella
schiatta di Kahtân e nelle due estremità della penisola, che nel centro
e presso la schiatta di Adnân.
Per tal modo nascea tra la rude aristocrazia degli Arabi una età eroica
che non impropriamente si è detta di cavalleria. Cominciano ad apparire
atti di magnanimità nella guerra; alcune tribù si danno giorno e luogo
al combattere; cavalieri escon dalle file a singolar tenzone: nella
rotta, nelle più crude nimistà, offron asilo inviolato ai vinti le tende
degli stessi vincitori; spesso in vece di mettere a morte il nemico
abbattuto, i forti gli tosano i capelli della fronte e lo mandan via; le
compensazioni degli omicidii, dopo provato il valore, più volentieri
s'accettano; è consentita una tregua di Dio in certi tempi dell'anno. E
allora le tribù nemiche seggono insieme al ritrovo di Okâz e altri di
minor fama, fiere annuali insieme e accademie di poesia; quivi alcuna
volta i guerrieri depongono le armi presso un capo, perchè lor indole
impetuosa abbia meno incitamento alle risse; e quegli, vedendo non poter
evitare la rissa, la prima cosa si affretta a rendere le armi ai nemici
della propria tribù. Altrove quattro valorosi fanno tra loro un
giuramento di difendere gli oppressi dall'altrui violenza, senza
guardare a persona; e chiamasi dai nomi loro la lega dei Fodhûl: egregio
esempio imitato poscia alla Mecca. Così la forza cominciò a parteggiare
pel dritto. E, maggiore progredimento, si rinunziò tal volta all'uso
della forza: famiglie rivaleggianti nel principato delle tribù, anzichè
correre alle armi, venivano sostenendo lor nobiltà con dicerie e versi;
rimetteano il giudizio ad arbitri stranieri, come nelle corti d'amore
del medio evo.
Indi si vede che insieme coi costumi più generosi apparivano gli albori
della cultura intellettuale. Fa ritorno nell'Arabia centrale la
scrittura, che ormai vi si tenea com'arte ignota; ma pochissimi
l'apprendono; difficilmente si pratica su foglie di palma, liste di
cuoio, ed ossa scapolari de' montoni; si adopera a perpetuare qualche
atto pubblico, non a conservare le produzioni dell'ingegno; le quali
raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori, prodigiosamente
rafforzata dall'esercizio, e che parve per lunghissimo tempo più comoda
e sicura che le carte scritte. Avanti questa età gli studii degli Arabi,
se studio può dirsi il brancolare di barbari ciechi dell'intelletto, non
erano altro che le osservazioni degli astri applicate empiricamente alla
meteorologia e i ricordi delle genealogie, e geste degli eroi. A poco a
poco rischiarandosi ad una medesima luce tutte le regioni intellettuali,
la saviezza pratica si affinò in filosofia morale; si cercò dietro le
superstizioni qualche idea astratta, fallace forse ma grande; si meditò
su le origini e arcane leggi del mondo; s'intese disputare di
predestinazione, di libero arbitrio; sursero scettici che rideansi dei
numi di lor tribù e della vita futura; si vide il poeta guerriero
Imr-el-Kais gittare in faccia all'idolo di Tebala le frecce con che gli
avean fatto tirare la sorte. Ed epicureggiavano più che niun altro i
poeti: donde seguì un bizzarro contrasto con la letteratura
contemporanea dei Greci e Latini, i quali, non sapendo ormai cavare una
scintilla di genio da' loro tesori letterarii, dettavano ponderose
omelie, o scipiti inni sacri; mentre gli Arabi ignari improvvisavano
poesie spiranti la indifferenza filosofica di Lucrezio e il sentimento
estetico di Omero e di Pindaro. Perchè prima degli altri esercizii
dell'ingegno fiorì appo di loro, come necessariamente dovea, la poesia.
Ai poeti classici dell'Arabia, nati in questo tempo, non s'agguagliò
nessuno delle età precedenti nè delle seguenti; nè la eccellenza dei
pochi imponea silenzio ai moltissimi mediocri. Per tutte le tende
suonavano in versi i vanti, così chiamarono la poesia che noi diremmo
eroica, vanti di nobil sangue, di valore, di liberalità; si celebravano
la bellezza, gli amori, le guerre, le cacce, le corse dei cavalli; o la
satira aguzzava il pungolo contro un uomo o una gente. E cento e cento
lingue andavan ripetendo i versi del poeta ch'avea il grido: i grandi lo
temeano sì da comperarne a caro prezzo il silenzio o la lode; la tribù
facea pubbliche feste quando saliva in fama il suo cantore: alla
accademia di Okâz il poema coronato, come noi lo diremmo, si trascrive a
caratteri d'oro, e si sospende alle pareti del tempio.
Lo studio dell'eleganza nel dire, dalla poesia passò alla prosa; e lo
promossero le tenzoni di nobiltà alle quali abbiamo accennato, e i
sermoni degli Arabi cristiani; poichè il parlare in pubblico è la vera e
unica scuola dell'eloquenza. Seguì ancora il perfezionamento della
lingua e si sparse nell'universale un gusto per le bellezze della
parola, non raffinato al certo come quello degli Ateniesi nel secolo di
Demostene, ma forse non meno caldo e vivace. Così fatta disposizione
estetica degli Arabi favorì assai l'apostolato di Maometto. Dagli
esempii che ci avanzano, messo anche da parte il Corano, par che i
pregii della eloquenza arabica in quel tempo fossero stati la purità
della lingua, l'argutezza dei concetti, la vivacità delle imagini, il
laconismo. E gli Arabi si vantarono sempre, tanto profonda era la loro
ignoranza, di avanzare ogni altro popolo nell'arte della parola!
Tali principii ebbe il risorgimento della schiatta arabica nel secolo
avanti Maometto. Al par che in tutte le età eroiche, la barbarie non
avea per anco ceduto il campo. Stolide millanterie, brutali oltraggi
provocano al sangue ad ogni piè sospinto; e il sangue chiama alla
vendetta. Il gioco e il vino non fan rossore agli eroi. Appare
stranissima intanto la contraddizione dei costumi nella condizione delle
donne, le quali or disputano ai sommi la palma della poesia, reggono una
casa col consiglio, e libere e adorate spirano sentimenti da romanzo; or
son avvilite da patti di concubinaggio temporaneo, e talvolta venendo al
mondo, si tengon peso della famiglia, pericolo dell'onore di quella, e i
padri le seppelliscon vive. Allato a tanta abominazione, indovini e
sibille; consultati dalle tribù nelle più gravi fortune; presi per
arbitri dalle famiglie, anco quando ne va l'onore: l'universale crede al
fascino, adopra sortilegii; chi spia il volo degli uccelli, chi legge
l'avvenire intrecciando ramoscelli d'alberi, chi sorteggiando frecce
senza punta. Donde a leggere i ricordi dell'Arabia in questo tempo si
veggono confuse l'una con l'altra le fattezze dei periodi istorici
analoghi che meglio conosciamo: dei tempi omerici, dei primi secoli di
Roma e del medio evo. Alla cavalleria dell'Arabia non mancarono infine
nè la moltiplicità dei protettori celesti, nè una città santa, nè il
pellegrinaggio.
Le credenze religiose degli Arabi, ancorchè mal ferme, diverse
d'origine, e niente connesse tra loro, davano appicco a un riformatore
che imprendesse di ridurle ad unità. Primo avviamento a questo la idea
d'un nume supremo; antichissima tradizione semitica, la quale appo gli
Arabi mai non si dileguò, quantunque turbata dal politeismo. Credeano a
una vasta popolazione d'esseri invisibili come i demonii degli antichi
Greci, e chiamavanli Ginn che risponde alla nostra voce genii. Correa
tra loro altresì una vaga speranza della immortalità dell'anima, non
insegnata da metafisica nè da teologia, ma dalla superstizione, scuola
senza dispute: e affermava che dal cerebro del trapassato escisse un
gufo, il quale, sendo stata violenta la morte, non cessasse fino alla
vendetta di mostrarsi ai parenti gridando: “ho sete, ho sete.” In altre
pratiche superstiziose è agevole altresì di scoprire l'aspettativa della
risurrezione.
Molti erano gli obietti del culto: idoli di pietra o di legno in
sembianze umane, diversi nelle diverse genti; anco il sole, la luna, le
costellazioni, simboleggiate da idoli o no; credute angioli, o com'essi
diceano, le figliuole di Dio. Ma comechè amassero meglio praticare con
cotesti iddii minori, visibili e palpabili, più pronti ad entrar nei
particolari, ad ascoltare, a rispondere, ad aiutar l'uomo in ogni aspro
caso della vita, pure la unità del culto e del Dio era serbata nella
usanza antichissima che portava le tribù al pellegrinaggio della Caaba,
la quadrata, come suona tal voce; la casa di Dio, come diceano gli Arabi
anco avanti lo islamismo. Vaghe tradizioni ne riferivano la
riedificazione ad Abramo e ad Ismaele; la prima fondazione a niuna mano
mortale, poichè il rozzo tempio scese intero dal cielo. In prova se ne
mostrava, e mostrasi tuttavia, un frammento: la pietra negra incastrata
nell'angolo orientale del santuario; e nulla toglie che la tradizione
riferisca il vero, e che la sacra pietra sia un pezzo di areolite o
prodotto di eruzioni vulcaniche, sapendosi che ne siano avvenute in
varii tempi alla Mecca. I mercatanti che fabbricavano questa città
presso il tempio, coltivarono la proficua superstizione; istituirono
sacerdoti, sagrifizii d'animali e riti di girare attorno la Caaba; e
dettervi albergo a tutti gli idoli delle tribù, sì che divenne il
panteon della nazione. E invano i cristiani abissinii, conquistatori del
Iemen, faceano venire artefici di C
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