I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2
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Title: I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2
Author: Gerolamo Rovetta
Release date: September 1, 2014 [eBook #46749]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I BARBARÒ: LE LAGRIME DEL PROSSIMO. VOL. 2 ***
I BARBARÒ.
II.
DEL MEDESIMO AUTORE:
ROMANZI E RACCONTI.
_Mater Dolorosa_ (quinta edizione).--Milano, Treves.
_Sott'acqua_ (terza edizione).--Milano, Treves.
_Tiranni Minimi_.--Milano, Treves.
_Montegù_ (seconda edizione).--Milano, Galli.
_Ninnoli_ (terza edizione).
TEATRO.
_Gli uomini pratici_, comm. in 3 atti.--Milano, Treves.
_Collera cieca_, commedia in 2 atti.--Milano, Treves.
_Scellerata!_, commedia in un atto.--Milano, Treves.
_Un volo dal nido_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La moglie di Don Giovanni_, dramma in 4 atti.--Verona, Munster.
_In sogno_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La Contessa Maria_, dramma in 4 atti.--Milano, Barbini.
GEROLAMO ROVETTA
I BARBARÒ
o
Le lagrime del prossimo
ROMANZO
VOLUME II.
TERZA EDIZIONE
[Illustration: LOGO]
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Tutti i diritti riservati._
Milano, Tip. Fratelli Treves.
INDICE
PARTE TERZA
CAP. PAG.
I. 3
II. 19
III. 45
IV. 62
V. 82
VI. 104
VII. 138
PARTE QUARTA
I. 155
II. 162
III. 176
IV. 184
V. 208
VI. 214
VII. 231
VIII. 240
IX. 256
X. 270
XI. 281
XII. 294
XIII. 306
XIV. 318
XV. 331
XVI. 343
PARTE TERZA
GLI ONORI.
I.
Francesco Alamanni conservava ancora nella sua maschia natura di
cospiratore e di soldato le idealità e i poetici entusiasmi dei
vecchi romantici del _quarantotto_. Buono come chi è veramente forte,
indulgente come chi è profondamente onesto, era ottimista fino a
parere ingenuo. Per le molteplici vicende della sua vita avventurosa,
trascorsa fra le cospirazioni, il carcere, l'esilio e le battaglie, non
avea avuto tempo nè agio per imparare a conoscer uomini, specialmente
gli uomini moderni, e per acquistare la pratica, la vera pratica, delle
cose. A sessant'anni, colla bella persona alta e asciutta, col viso
in cui spirava la serenità dolce dei forti, e la lunga barba, d'un
biondo reso chiarissimo dalla canizie, pareva l'uomo di un'altra epoca;
la figura di un eroe magnanimo, che si fosse staccata da un quadro
storico dei tempi epici, e che dovesse trovarsi a disagio in mezzo al
formicolìo basso e minuto della vita usuale. Quantunque parecchie volte
fosse rimasto ingannato dai furbi e dai bricconi, pure l'ipocrisia
e la malizia altrui non avevano giovato alla sua esperienza. Egli
rimaneva sempre lo stesso; i dolori gli potevano spezzare forse, ma non
mutare il cuore. E così era pure del suo carattere, tutto di un pezzo
e di grana nitida e lucente, come una statua di marmo pario; così de'
suoi sentimenti, così delle sue opinioni. Nulla poteva piegarsi, nè
corrompersi in lui; e però se Francesco Alamanni era verso gli altri
assai mite e indulgente, era severissimo con sè stesso; e se, come
imponeva il dovere di vecchio cospiratore, sapea mostrarsi insensibile
alle seduzioni della vita, e dominare e vincere i propri affetti e le
proprie passioni, tuttavia, come un soldato, sentiva eccessivamente il
punto d'onore.
Mentre si trovava ancora ferito, e gravemente, nello spedale
d'Innsbruck, aveva già scritto a qualche suo amico di Milano (gente
dell'altro mondo come lui) per avere informazioni intorno al signor
Pompeo Barbarò. Queste gli erano state mandate assai contradittorie; ma
tali, in ogni modo, da inquietarlo seriamente.
--E Donna Lucrezia,--pensava l'Alamanni fra sè, crollando il capo, dopo
aver ricevute quelle notizie,--Donna Lucrezia che mi vantava tanto
l'operosità e i talenti del signor Pompeo, e la bontà, il coraggio e
il disinteresse del figliuolo?!... Bei talenti davvero!... È proprio
senza testa, Donna Lucrezia, proprio senza testa!...--E le scrisse
subito una lettera di fuoco, imponendole di allontanare i due giovani
quanto più le fosse possibile, e di rimandare ogni risoluzione relativa
al matrimonio della nipote, sino al giorno in cui egli avesse potuto
recarsi a Milano.
Ma la ferita era assai grave, e fu lunghissima la cura e la
convalescenza; l'Alamanni dovette aspettare parecchio tempo prima di
potersi mettere in viaggio, e la Balladoro lasciava intanto che i due
giovani continuassero a vedersi, brontolando che lo zio Francesco non
aveva alcun diritto di mettersi a fare il _sior Todero_; che non si
era mai dato alcun pensiero della Mary; e che bisognava esser matti,
proprio matti da legare, a voler porre ostacoli a un'unione che era
addirittura un.... un vero idillio, per l'amore sconfinato dei _do
tosi_.... e per tutto il resto.
Ma se era lecito brontolare, quanto a concludere il matrimonio, non
c'era verso; bisognava attendere l'arrivo dell'Alamanni. Questi capitò
a Milano che non era ancora interamente rimesso in salute, e sulle
prime cominciò a dubitare che le informazioni avute intorno a Pompeo
Barbarò non fossero veritiere. In fatti i conoscenti, anche i più
lontani, lo fermavano per istrada, congratulandosi e compiacendosi
con lui per le voci che correvano intorno allo splendido partito
che si offriva alla sua bella nipotina. Ma poi, appena ne parlò di
proposito con qualche persona fidata, e venne in chiaro del famoso
processo dei fornitori, non volle saperne di più; andò sulle furie
contro Donna Lucrezia, la rimproverò, la strapazzò per aver messo in
pericolo il buon nome della Mary e di tutta la famiglia, e le intimò
di dichiarare al figlio di quel certo signor Barbetta di smettere
ogni idea, ogni speranza, che avesse potuto concepire sul conto della
signorina Alamanni. Alla Mary non parlò meno risolutamente: "Finchè
sei minorenne" le disse "mi opporrò sempre a una simile unione; dopo
potrai anche accettarla.... qualora ti senti l'animo di far morire
tuo zio di dolore e di vergogna." Poi, infine, colla scusa che la sua
salute aveva bisogno di rinfrancarsi in un clima più dolce, deliberò di
recarsi a Nizza per i mesi d'autunno e d'inverno, e volle che la Mary
lo accompagnasse.
--Mia nipote--pensava il brav'uomo--ha un paio d'anni da aspettare,
prima di essere maggiorenne. E in un paio d'anni si può guarire anche
di una ferita d'amore!
Ma lo zio Francesco in vita sua non aveva avuto altro amore che
l'Italia, e però non era molto pratico di certe cose, e dovette
avvedersene subito, nelle prime settimane che si trovava a Nizza,
perchè mentre lui si rimetteva in salute, la nipote dimagrava e
intristiva ogni giorno.
E appunto per lo stesso motivo, cioè per la sua ignoranza delle donne e
dei misteri e dei bisogni del loro cuore egli, in quell'occasione, non
aveva neppur saputo prendere la Mary per il suo verso; e quantunque le
volesse molto bene, aveva finito col parere, e fors'anche coll'essere,
un po' troppo severo, un po' troppo crudo, nella sua inflessibilità.
Da quel giorno in cui aveva dichiarato alla Mary di opporsi al suo
matrimonio, l'Alamanni, sperando che la fanciulla in tal modo riuscisse
più presto a dimenticare, non le aveva più detto una parola che potesse
riferirsi al suo gran dolore, alle sue speranze distrutte.... Più
nulla; come se Giulio Barbarò fosse morto o, peggio, come se non fosse
mai esistito.--Non lo doveva più sposare; perchè ricordarlo, perchè
parlarne ancora?...--Da quel suo silenzio medesimo, così fiero, così
assoluto, essa doveva convincersi sempre più che ogni tentativo di
nuovi accordi sarebbe stato respinto.
Ma Francesco Alamanni non sapeva intanto che, se lui ragionava colla
testa, sua nipote, invece, ragionava col cuore, e per ciò essa doveva
condursi a risoluzioni meno salde e a conclusioni assai diverse.
La Mary, prima ancora dell'arrivo a Milano dello zio Francesco, e
precisamente all'epoca del _Processo dei fornitori_, aveva cominciato a
non sentirsi più tanto sicura sul conto del vecchio Barbarò. L'ambiente
del salotto, non più giallo, ma cremisi, colla tappezzeria nuova,
rimaneva fedele e molto favorevole al signor Pompeo; ma la fanciulla
era inquieta, impensierita, e spesso, dopo aver fatto animo al buon
Giulietto, che si sfogava con lei lagnandosi delle calunnie infami
che la malignità e l'invidia della gente mettevano in giro contro suo
padre, si ritirava in un cantuccio, dove non potesse esser vista, e
si scioglieva in lacrime, tutta sconsolata. Ma poi, dopo aver pianto
lungamente, il suo cuore medesimo finiva ancora per rassicurarla:
_il figliuolo non doveva portare la pena delle colpe del padre_. E
questa massima umana e democratica essa aveva tentato pure, nel primo
colloquio avuto collo zio, di farla accettare anche a lui; ma lo zio,
pur troppo, non ne era rimasto persuaso.
--Sta bene,--aveva risposto alla ragazza,--sta benissimo, come tu dici,
ma in regola generale. Nel caso presente il figliuolo fa il signore e
si diverte coi danari rubati dal babbo, e se questo matrimonio dovesse
mai succedere, tu, un'Alamanni, una mia nipote, andresti in casa
Barbarò a.... a fare altrettanto!
La Mary, in sul primo, n'era rimasta scossa e atterrita; ma poi,
ritornando a ragionare a modo suo, sempre col cuore, andava pensando
che "il figliuolo" avrebbe potuto rinunciare ai danari del babbo,
procurarsi un impiego, vivere del proprio lavoro, e allora.... allora
anche lo zio Francesco non avrebbe avuto più niente da dire!
Ma c'era anche un altro ostacolo, e questo creato dalla Mary stessa, e
che si opponeva alla sollecita effettuazione del suo disegno. Essa non
avea voluto che fosse palesata a Giulio tutt'a un tratto, brutalmente,
la vera cagione per cui lo zio Francesco era contrario al loro
matrimonio.
--Chi sa--pensava spaventata--chi sa come il poveretto resterebbe
colpito da una simile scoperta!--E per ciò volle facessero credere
a Giulio Barbarò che lo zio rifiutava il suo consenso per antipatia
personale, per divergenza d'opinioni politiche, perchè gli era parso
che Giulio Barbarò fosse ancora troppo ragazzo, perchè voleva aspettare
a maritar la nipote che fosse maggiorenne; in somma per una specie
di capriccio: tutte scuse che non persuadevano Giulio, e che invece
impedivano alla Mary di parlar chiaro.
Ma la verità non doveva tardar molto, in ogni modo, a venire a galla,
e la fanciulla medesima lo sperava pur consigliando, per il momento,
di nasconderla al povero giovane. Desiderava solo che il Giulio,
indovinandola a poco a poco, avesse più forza di sopportarla, e di
prendere quell'unico partito che rimaneva loro per essere ancora uniti
e felici.... sì, felici. La buona Mary si sentiva capace di guarire, di
lenire almeno, col suo grande amore, la ferita di Giulio, per quanto
profonda e dolorosa!
E con questa speranza da cui solo traeva coraggio per reggere al
doloroso distacco scrisse, di nascosto dello zio, una lunga lettera al
suo innamorato, prima di partire da Milano; in essa gli diceva aperto
"di sperar molto nell'avvenire," e lo assicurava che "se mai non avesse
potuto essere sua moglie, non avrebbe sposato nessun altro e che,
piuttosto, si sarebbe fatta monaca."
Ma nonostante questi conforti Giulio Barbarò rimaneva accasciato,
come istupidito, sotto quel colpo terribile: non aveva la forza di
reagire, di lottare, di difendersi; soffriva un gran dolore e un
grande avvilimento; si sentiva il cuore rotto, spezzato, e non osava
lamentarsi; aveva vergogna e insieme paura delle sue stesse lacrime.
I pietosi inganni della fanciulla non gli avevano giovato: la verità
gli era subito apparsa, dinanzi agli occhi, inesorabile, spietata,
rendendo vana ogni consolazione, distruggendo ogni speranza.
Donna Lucrezia aveva un bel protestare contro "_quel mato_ che metteva
la politica prima del _cuor_;" aveva un bel gridare il signor Pompeo
che l'Alamanni, "ad onta della sua _rep.... pubblica_ cercava pretesti
e scuse per non imparentarsi col figlio del suo.... di chi, insomma,
non discendeva dalla costola di Adamo." Giulio pallido, stralunato,
li lasciava dire, ma pensava sempre alla risposta dello zio che la
fanciulla gli aveva riferito a Desenzano: "_egli non faceva caso nè
della nascita nè delle ricchezze; voleva soltanto che il nome fosse
di gente onorata._" Dio, Dio! C'era dunque qualche cosa di vero nelle
infamie ch'erano state messe in giro?... E l'infelice si chiudeva in
casa, non voleva più veder nessuno; non osava interrogare suo padre, nè
pretendere una risposta esplicita, nè chieder ragione all'Alamanni....
pensava di partire, di fuggire lontano, ma finiva sempre col non
risolvere nulla e collo struggersi sempre più, chiamando la Mary fra le
lacrime, disperandosi, invocando la morte.
In quanto poi al signor Pompeo, sebbene avesse indovinato il segreto
travaglio del figliuolo, non era molto preoccupato. Gli consigliò, per
distrarsi, di fare un viaggio di piacere, di andar a vedere Parigi e
Londra. Il signor Pompeo sperava nel tempo; era intimamente persuaso
che quel matrimonio, presto o tardi, si sarebbe combinato ugualmente;
ma se poi, non per colpa sua, doveva proprio andare a monte, egli,
tranquillo nella propria coscienza, e sicuro di aver fatto anche più
di quanto avea promesso alla povera Betta, non se ne sarebbe troppo
addolorato.
Adesso Pompeo Barbarò era in auge: dopo il prestito delle ottocento
cinquanta mila lire offerto spontaneamente alla Banca degl'Interessi
Lombardi Provinciali, il Prefetto lo aveva proposto cavaliere e il
Consiglio di Amministrazione, con a capo il marchese di Rho, gli aveva
offerto un pranzo d'onore al _Ristorante della Borsa_. Suo figlio,
dunque, non aveva più bisogno, per mettersi a posto in società,
d'imparentarsi cogli Alamanni e di sposare una ragazza che non aveva un
soldo di dote! Il posto gliel'aveva procurato lui... col sudore della
fronte!
Chi un giorno doveva pentirsi di quello sproposito era il Signor _rep
...pubblicano_: Francesco Alamanni!... Bel matto, davvero!... Ma lì
sotto, in tutto il pasticcio delle informazioni e del rifiuto, vi
doveva entrare anche lo zampino della marchesa Angelica.
--Ah Marchesa, Marchesa!... Bisogna stare in guardia!... Presso la
Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali vi sono alcune cambialette
colla firma vostra e del marito, e per quella via forse, chi sa, potrò
avervi ancora fra le mani.... e vendicarmi!
--E... e Giulio?... Giulio che diventa ogni giorno più magro e
sparuto?... Deve mettersi a viaggiare per distrarsi; non c'è altro
rimedio!... Deve andare a veder Parigi e Londra!
Ma invece il povero ragazzo, ostinato a rodersi l'anima da solo e in
silenzio, non volle muoversi da Milano e finì coll'ammalarsi. Poi,
quando cominciò a lasciare il letto, non potè più resistere e scrisse
un'ultima lettera alla Mary, facendole intendere, senza dirle nulla
apertamente, tutte le pene e le angosce del proprio cuore; soggiungendo
che era stanco della vita oziosa e disoccupata, e che avea pensato di
procurarsi un impiego... che voleva avere uno stato indipendente... che
voleva vivere del proprio lavoro.
Era insomma la risoluzione desiderata, sperata, sognata dalla
fanciulla. Essa baciò e ribaciò la lettera cara: si sentì orgogliosa
del suo Giulio, e lo amò in quel punto come tanto non lo aveva amato
mai. No, no! Non si era ingannata nel giudicarlo; sapeva bene che il
suo Giulio era buono, onesto, fiero; che avrebbe tutto sacrificato per
lei; che non avrebbe esitato un momento dinanzi all'idea del dovere e
dell'onore. Chi si era ingannato invece era stato lo zio Francesco; sì,
sì, lo zio Francesco era stato ingiusto... era stato... sì, era stato
cattivo, col suo Giulio; povero Giulio caro!... E così la lettera del
giovanotto ebbe subito in risposta un'altra letterina della Mary che
riuscì, se non a consolarlo, a calmarlo un poco, che gli ridonò un filo
di speranza, che lo fece correre a Nizza, perchè anche la fanciulla gli
scriveva di essere ammalata e che "lo voleva almeno vedere!..."
Lo zio Alamanni, come per lo più succede in simili casi, non ne avea
saputo niente di questi nuovi disegni; soltanto cominciò in breve a
tranquillarsi a proposito della Mary, vedendo che riprendeva a poco a
poco i bei colori e che tornava a mostrarsi espansiva, colla sua solita
allegrezza, piena di brio e di vivacità.
--Abbiamo vinto!... Abbiamo vinto!...--mormorava il buon vecchio fra
se, pienamente soddisfatto.--Lo dicevo io che il tempo doveva risanare
anche le ferite del cuore!
E tanto più l'Alamanni si compiaceva di questo ottimo esito avendo
ricevuto da Milano, appunto in que' giorni, nuove rivelazioni
importantissime e non meno edificanti delle altre sul conto "di quella
buona lana del cavalier Barbetta!"
--Donna Lucrezia deve proprio aver perduta la testa--mormorava fra
sè--per consigliare un simile matrimonio. È troppo di buona fede e
troppo facile agli entusiasmi, quella benedetta donna!... si lascia
commuovere dalle romanticherie sentimentali e intanto fa continui
spropositi per eccesso di buon cuore!... Ma per fortuna sono capitato
ancora in tempo.
E contentissimo della risoluzione presa, e soddisfatto assai per il
contegno della Mary, una sera, appena ritornato a casa, dopo aver
fatto con essa una piacevole passeggiata lungo la spiaggia, mentre la
ragazza stava preparando il thè entrò, per la prima volta dopo tanto
tempo, a parlare ancora di quel matrimonio, quasi coll'aria di voler
ricambiare la sua docile arrendevolezza con altrettanta confidenza.
--Sai, Mary cara, devi proprio ringraziarmi di aver fatto la parte del
tiranno, e puoi chiamarti ben fortunata di avermi dato retta.
--Perchè, zio?--domandò la ragazza cogli occhi scintillanti, in cui
pareva ci fosse ancora un riflesso della deliziosa passeggiata fatta in
riva al mare e al chiaror delle stelle.--Perchè, zio?--e gli offrì la
tazza fumante del thè.
--Perchè quel cavalier Barbetta-Barbarò è più canaglia ancora di quanto
si credeva. È proprio vero che teneva per suo conto un'Agenzia di
prestiti in cui strozzava la gente!... Ma tutto ciò è ancora poco...
è un niente in confronto del resto che ho saputo.... Sai come ha
incominciato a mettere insieme i primi soldi?... Col far la spia!
--La spia?!--esclamò la fanciulla senza poter reprimere, in sul primo,
un moto di ribrezzo e quasi di terrore. Ma poi si calmò prontamente,
mormorando:--Non è possibile, zio mio, non è possibile!... Sono
esagerazioni, non bisogna credere a tutte le ciarle.
In quel punto, dalla strada, e proprio sotto alle loro finestre, si udì
lo strisciare del ferro di un bastone contro il marciapiede. La Mary
arrossì leggermente, i suoi occhi scintillarono di nuovo, e cominciò a
mostrarsi un po' nervosa e distratta.
--Eppure--continuò lo zio Francesco--quanto ti dico è la pura verità.
Il signor cavaliere ha cominciato la propria carriera facendo la spia
all'Austria. Per il momento ci mancano i particolari del fatto; ma
c'è chi li sta raccogliendo e gli avremo in breve, e allora... allora
faremo la festa a questo imbroglione che ci ha mandato a combattere
in Tirolo con fucilacci rugginosi, da comparse! È ora di finirla;
e di questo signor cavaliere, appena avrò in mano le prove, me ne
incaricherò io stesso!
--Ah no, zio, te ne supplico!
--No?... Perchè no?--esclamò l'Alamanni fermandosi a mezzo dal sorbire
il thè, colla tazza alzata in una mano, il piattino nell'altra, e
fissando attentamente la ragazza.--Perchè no?
Ci fu un momento di silenzio; la Mary pareva confusa, impacciata.... Lo
zio crollò il capo, vuotò la tazza d'un fiato, e la posò con un atto di
stizza sul vassoio.
--Per Dio, non ci vogliono debolezze verso le canaglie; e ripeto e
sostengo che me ne incaricherò io, io stesso, del signor cavaliere!
--No, no, zio mio, sii buono!... Te ne prego, sii buono!... Intanto
vedrai... non sarà vero che abbia fatto la spia....
--È verissimo: lo abbiamo saputo da buona fonte!
--In tal caso... gli devi perdonare.--E la fanciulla lo guardava
supplichevole, cogli occhi atterriti. Adesso non era più nervosa, nè
distratta, quantunque lo stridore del bastone strisciante sul lastrico
della strada, che si era un poco allontanato, ritornasse un'altra volta
ad avvicinarsi, e a ripassare sotto le finestre.
--Perdonare?... Gli devo perdonare?!--domandò l'Alamanni maravigliato e
crucciato insieme....--Perdonare?... A una spia?!
La casetta era posta in riva al mare, e il buon vecchio udiva solo
il rumore monotono delle onde che si rompevano contro la scogliera.
All'altro rumore, a quello del ferro del bastone, non ci aveva badato.
--A noi, in fine,--riprese la fanciulla balbettando nel cercare una
scusa attendibile, e senza pensar bene a quanto stava per dire,--a noi,
in fine, non ha fatto niente di male!
--Niente di male... a noi?... E sei tu, la Mary, che parli in tal
modo?... Ma dove hai la testa, per ragionar così?... A che cosa pensi
in questo momento? Appunto, s'egli avesse fatto del male soltanto a
noi, direttamente, allora gli si potrebbe perdonare: ma invece no.
È un dovere, un sacro, un imperioso dovere lo smascherare i falsi
amici, i mercanti della patria. Noi abbiamo l'obbligo di bollare col
ferro infocato questi vermiciattoli che fanno piaga e le infettano
il sangue. Le canaglie come il Barbarò sono più dannose e pericolose
degli stessi Tedeschi! Questi infine erano nemici aperti, dichiarati;
volevano opprimere la patria, opponevano la forza della tirannide alle
ribellioni della libertà; ma combattevano alla luce del sole, soldati
contro soldati. Costoro invece, dopo averla tradita nell'ombra per
arricchirsi, adesso sfrontatamente, sicuri dell'impunità che loro
accorda la debolezza, la vigliaccheria e l'interesse altrui, vorrebbero
fare della patria nostra il mercato delle loro cupidigie; il porto
franco delle loro ladrerie!... Ma noi, gente onesta, noi, come abbiamo
combattuto quegli altri, dobbiamo levarci a combattere i nuovi, i più
esosi nemici: li dobbiamo combattere all'ultimo sangue, a viso aperto,
a costo della nostra pace, dei nostri interessi, del nostro cuore,
della nostra vita. Il Barbetta che faceva la spia, o il Barbarò che ci
frodava, che ci tradiva durante la guerra è uno di costoro?... Ebbene,
lui per il primo, alla berlina!... Alla berlina!...
--Ah no!--gridò la Mary con impeto, sempre più spaventata dalla collera
e dalla terribile minaccia dello zio.--No, per carità; abbi compassione
di me....
--Di te?!
--Di Giulio. Egli ne morrebbe!...
--E che importa?--rispose l'Alamanni fuori di sè.--Meglio così. Sarà
dispersa, sarà distrutta la razza maledetta degli spioni!
--Ebbene--proruppe la fanciulla non più supplichevole nè tremante, ma
pallida, risoluta, forte e fiera del suo amore--ebbene, fa ciò che
vuoi, ma pensa che io pure sarò disonorata con Giulio, pensa che io
pure morrò con lui!
--Tu?... Con lui?... Con Giulio Barbarò?--domandò l'Alamanni rimanendo
come oppresso e atterrito.
--Sì,--rispose la Mary semplicemente; ma c'era tutto il sacrificio
della sua vita, tutta la più ferma volontà del suo cuore in questa sola
parola.
--Ma... ma non sai....
--So ch'egli non è colpevole delle colpe di suo padre, e non ne deve
rispondere.
--Sì, ne deve rispondere perchè ne gode i frutti, ed è quasi come se ci
tenesse mano!
--Egli ha sempre fatto il suo dovere: è stato soldato: s'è battuto;
è un valoroso.... Adesso vuol procurarsi col suo lavoro uno stato
indipendente, decoroso.... Quando ci sarà riuscito... ci sposeremo.
--Sposar... te?!
--Sì... e avrò diritto di andar superba del suo amore.
--Ma questi sono romanzi!--esclamò l'Alamanni soffocando la collera
e il dolore per trovar modo di persuadere la ragazza.--Come vuoi che
da un giorno all'altro possa procurarsi uno stato se non ha mai fatto
nulla, se ha sempre vissuto col capo nel sacco?... Sono romanzi,
ti ripeto; assurdità, stupidaggini! È Donna Lucrezia, colle sue
fanfaluche, che ti riscalda la testa.
--No, la zia non c'entra. È stato Giulio che m'ha fatto questa
promessa, e la manterrà.
--Giulio?... Quando?
--La prima volta che mi ha scritto, dopo di essere stato ammalato, e
gravemente.
--Ma come?... Ti ha scritto ancora?
--Sempre, zio.
--Se credevo tutto finito fra voi due?
--No, zio.
--Dunque le tue promesse....
--Io ti ho obbedito, ma non ho promesso nulla. In casa del signor
Pompeo non ci devo andare, nè ci andrò. Noi vivremo del nostro lavoro
colla zia e con te... se vorrai.
Ci fu un altro po' di silenzio: poi l'Alamanni mormorò, crollando il
capo e sospirando:
--Ed io, povero illuso, che ti credevo guarita....
--No, zio,--rispose la fanciulla sorridendo;--ammalata... peggio di
prima.
L'Alamanni, cupo, imbronciato, non disse più una parola e si ritirò
nella sua camera prima del solito, senza nemmeno abbracciare la Mary,
come faceva sempre ogni sera.
Passeggiò su e giù per un'ora, e a mano a mano il dolore vinceva la
collera. In fine si confortò un poco pensando che la battaglia non era
ancora perduta, che aveva quasi due anni di tempo dinanzi a sè, e che
certo, per quanto dipendeva da lui, non avrebbe mai avuto il rimorso
di aver ceduto d'un punto. Occorrendo avrebbe anche trovato il modo di
dare una buona lezione al signorino!
Intanto, era ciò che più premeva per il momento, voleva continuare a
tenere la Mary a Nizza... lontana dalle chiacchiere di Donna Lucrezia
che le facevano perdere il cervello... e lontana, specialmente, da
Giulio Barbarò.
--Che coraggio, per altro, in quella ragazza! E quanta fermezza!
Poi, prima di andare a letto, pensò di scrivere appunto alla Balladoro,
lagnandosi anche con lei per quanto era accaduto, e ingiungendole
d'imporre in suo nome, al signor Giulio Barbarò, di tralasciare
immediatamente di corrispondere anche per lettera, colla signorina
Alamanni.
Bisognava tentare ogni via per dividerli quei due ragazzi, e per fare
in modo che finissero col dimenticarsi.
Mentre l'Alamanni scriveva a Donna Lucrezia era tutto quiete e
silenzio, dentro e fuori della piccola casetta. Solamente fra mezzo
al gorgoglìo incessante delle onde del mare si udiva ancora, a volte
vicino vicino, a volte più lontano, lo stridore del ferro di un bastone
che strisciava sul lastrico della strada... e c'era sempre lume alla
finestra della Mary.
II.
Il giornale _Il Moderatore_ aveva già cominciato, in breve tempo, a
diffondersi e ad accreditarsi, e il merito di questo buon successo
spettava in parte anche al professore Eugenio Zodenigo che, caso raro,
era un uomo saggio e fortunato. In fatti, se la fortuna, più che altro,
lo aveva messo a capo di un giornale, vi rimase poi, acquistando ogni
giorno maggiore autorità per solo merito della propria prudenza.
Col trascorrere degli anni, mentre si inaridiva nel professore Eugenio
la fonte poetica, due altre fonti invece, e assai più proficue,
cominciarono a scaturire nel suo individuo: quella dell'agitatore
elettorale, e l'altra del buon _amministratore_.... cioè di colui
che per fas o per nefas riesce sempre a trovar danari quando gli
abbisognano.
Ora, appunto come agitatore elettorale, egli aveva contribuito
efficacemente alla rielezione dell'onorevole Silvio Caldarelli, uno dei
comproprietari del giornale _Il Rinnovamento_, in cui lo Zodenigo era
scrittore per la parte letteraria, e cronista. Tale rielezione pareva
in sulle prime assai pericolante, per ciò il Caldarelli non solo fu
grato al Professore del servizio prestatogli, ma lo prese a ben volere
e quando, in seguito ad alcune divergenze nelle opinioni politiche, il
Caldarelli uscì dal _Rinnovamento_ per fondare il _Moderatore_, chiamò
presso di sè lo Zodenigo, e lo fece amministratore di fatto e direttore
di nome del nuovo giornale.
Silvio Caldarelli era uno degli uomini più onesti e simpatici della
vecchia Destra; uno di coloro che avrebbero potuto far valere, e non
avevan fatto valer mai, tutta una vita spesa in pro del proprio paese.
Ma fra molte doti singolari c'era in lui anche un grosso difetto: il
_codino_ dell'oggi conservava, come Francesco Alamanni, la buona fede,
l'ingenuità, gli entusiasmi dell'antico _mazziniano_. Pessimista in
teoria, era ottimista nella vita pratica, e tutti gli altri giudicava
da sè stesso... compreso lo Zodenigo.
Tuttavia, col tempo, e specialmente dopo certi elogi del signor
Barbarò apparsi nel _Moderatore_, il brav'uomo cominciava a modificare
un poco la propria opinione sul conto del Professore... quando,
improvvisamente, morì a Roma di tifo, e così il giornale restò in piena
balìa dello Zodenigo che lo fece uscire per tre giorni listato di nero,
e che cominciando a mostrare la sua abilità di buon _amministratore_,
mentre il cadavere era ancor caldo, e la commozione degli amici più
viva, raccolse alcune migliaia di lire per pagare certi debiti del
_Moderatore_ di cui nessuno prima d'allora aveva mai sentito parlare,
e che Silvio Caldarelli, sebbene fosse morto, com'era sempre vissuto,
poverissimo, non si era mai sognato di fare.
Eugenio Zodenigo aveva subito compreso che il _Moderatore_ poteva
diventare nelle sue mani una fattoria e che il Caldarelli morto
gli poteva giovare fors'anche più che vivo. Per ciò si pose con
grande impegno a sostenere la parte dell'amico e del discepolo
dell'illustre defunto, pretendendo di aver diritto alla proprietà
del giornale, come alla eredità politica e morale del _compianto_
fondatore. Ma (e qui mostrò la sua saggezza) diventato proprietario
e direttore assoluto del _Moderatore_, lo Zodenigo continuò a
lavorare molto nell'amministrazione e pochissimo nel giornale, dove
di suo pubblicava solo di tanto in tanto, nei periodi delle elezioni
politiche ed amministrative, alcuni brevi e succosi articoletti, dalla
punta avvelenata, di cui egli aveva la specialità. Del resto se non
scriveva nel giornale lo leggeva però sempre, e tutto, attentamente,
per assicurarsi che non contenesse nulla che potesse urtare contro
gli interessi dell'_amministrazione_, sopprimendo qua e là qualche
aggettivo, aggiungendo all'occorrenza qualche elogio o qualche biasimo,
accorciando o arrotondando qualche periodo. Chi scriveva da capo a
fondo, chi faceva tutto il _Moderatore_, versandovi la parte migliore
del suo sangue sano e rigoglioso, era il dottor Nicomede Carpani,
il _redattore-capo_; uno di quegli uomini rari che intendono il
giornalismo davvero come un sacerdozio, e che al trionfo dei principii
e degli ideali sacrificano interamente la propria persona, nulla
domandando, nulla volendo per sè.
E anche Nicomede Carpani, con tutto il suo ingegno e la sua scienza,
era un uomo di ingenua buona fede. Sempre sprofondato nel lavoro,
colla vita esteriore limitata al pezzo di strada che faceva due
volte al giorno dall'ufficio del _Moderatore_ alla sua cameretta
al quarto piano del _Corso Garibaldi_, non aveva nè tempo nè modo
di fermarsi a osservare e a studiare chi lo toccava più da vicino.
Egli che conosceva a fondo la mente, la vita, il valore di tutti
gli uomini politici più notevoli, non conosceva ancora lo Zodenigo,
il suo direttore. Sapeva bene che era un uomo più di apparenza che
di sostanza, ma lo reputava un galantuomo dal momento che era stato
l'amico del "compianto Caldarelli." Riconosceva che possedeva in
sommo grado il tatto e il sussiego dell'uomo politico, e ciò pensava
che tornasse utile al giornale e conveniente al partito; onde lo
serviva sgobbando in vece sua, giorno e notte, e gli dava autorità e
riputazione col proprio lavoro, vivendo miseramente col magro stipendio
che riceveva a spizzico, mal vestito, mal nutrito, facendo colazione
sul tavolino dell'ufficio, fra le bozze da correggere, soltanto con
un pezzo di pane e una fetta di salame, mentre il direttore stava due
ore al _Caffè Cova_ a rinforzarsi lo stomaco con buoni _beefsteaks à
la Chateaubriand_, e a godersi l'ammirazione e il rispetto della gente
dabbene.
Però ben presto, quantunque il _Moderatore_ continuasse a prosperare,
lo Zodenigo invece, appunto per la vita da signore che menava, e per le
spese proprie del giornale, tornò a trovarsi colla cassa vuota. Appena
morto Silvio Caldarelli egli aveva chiamato a raccolta gli uomini del
partito, formandone una società di azionisti, la quale aveva versata
una certa somma che secondo i preventivi doveva assicurare la vita al
giornale almeno per tre anni... Ma invece, come quasi sempre succede in
simili casi, tutto il capitale era già sfumato allo spirare del primo.
Che fare?... Lo Zodenigo tornò a picchiare alla porta dei soliti
amici, e ricordando i meriti e le virtù del compianto Caldarelli,
"il suo secondo padre, il suo maestro," domandò un nuovo versamento,
"perchè il _Moderatore_, che poteva chiamarsi il suo testamento
politico, che era uscito direttamente dal pensiero e dal cuore di
_Lui_.... non dovesse sospendere, dopo tanti sacrifici, e dopo l'ottimo
frutto ottenuto, le sue pubblicazioni." E a forza di chiacchiere,
di promesse riuscì ancora a racimolare una discreta sommetta... ma
appena sufficiente per i bisogni del momento, mentre nella testa del
professore Eugenio andavano formandosi nuovi disegni di splendidi
allettamenti e migliorie da introdursi nel giornale per invogliare il
pubblico ad abbonarsi essendo prossima la fine dell'anno. E pensava
di ampliare la tipografia, e avrebbe voluto acquistare una macchina
celere di ultimo modello che, rendendo più sollecita e meno costosa la
tiratura, gli dovesse assicurare un vantaggio notevole sopra gli altri
giornali e un nuovo _slancio_ nella diffusione.
Allora pensò e ripensò al modo di trovare dell'altro danaro, molto
danaro, tutto il danaro che ancora gli occorreva per il giornale e per
sè; pensò, ripensò, e più volte, sebbene crollando il capo, mormorò il
nome di Pompeo Barbarò.
"Ah, se avesse potuto ficcar le mani nella cassa forte del neo
cavaliere!"
Ma quel villan rifatto, colle cambiali sue che aveva in portafoglio,
e che ormai coll'aumento continuo dei frutti e delle spese di
rinnovazione, rappresentavano una somma considerevole, pretendeva che
il _Moderatore_ gli facesse la _réclame_ a ufo, senza nè manco pagare
l'abbonamento!... Eppure che colpo da maestro, sarebbe stato...
cavargli fuori le cambialette e fargli snocciolare anche i bei marenghi
per la macchina celere!... Che colpo da maestro sarebbe stato avere i
danari, e insieme vendicarsi di quell'avaraccio tirchio e indelicato!
Ma come fare?... Se il Barbarò non aveva la scienza infusa, era
per altro astuto e furbo più del diavolo.... Attaccato al danaro
non si sarebbe indotto a spendere nemmeno per la lusinga d'essere
creato... commendatore!... Poi gli era andato bene il tiro colla
_Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali_, e sebbene, in fin dei
conti, non avesse fatto altro che un buon affare per lui, guadagnava
terreno ogni giorno nell'opinione pubblica, e del _Moderatore_, quasi,
poteva infischiarsene.... Lo avevano nominato consigliere alla _Banca
Popolare_, membro della _Congregazione di Carità_... Presidente del
Comitato Promotore per le _Case operaie_ e...
"Ma appunto," pensò d'un tratto lo Zodenigo picchiandosi la fronte
colle dita, "se giovandosi del vento medesimo che il signor _Cavalice_
aveva in poppa egli lo avesse saputo spingere in sulle secche... e gli
fosse occorso l'aiuto del giornale per rimettersi a galla?"
".... Ma in che modo si poteva?... In che modo?... Per Dio, non
ci sarebbe stato altro che fare col suo nome una grande campagna
elettorale: portare il Barbarò candidato alla Deputazione!..."
A questo punto il professore Zodenigo sorrise seco stesso della propria
idea, ma poi, subito, borbottò con un'alzata di spalle:--E perchè
no?... Se ne son visti di più asini, di più ignoranti assai... e di
egualmente bricconi!... In fine poi, il cavalier Barbarò è un uomo
serio, positivo, un uomo pratico... un eccellente amministratore....
Suo figlio è stato con Garibaldi in Tirolo... Il _Moderatore_ può
ignorare benissimo il suo passato, e proporlo candidato e sostenerlo
in buona fede... Poi, nel calore della polemica, se gli avversari
susciteranno qualche scandalo bisognerà difenderlo per l'onore del
partito... ma intanto l'_orang-outang_ sarà nelle mie mani.... E, per
Dio, la pagherà salata la deputazione!
Del resto la prima idea della candidatura Barbarò non era venuta in
mente del tutto a caso al professore Eugenio. In quel tempo, per
l'appunto, il deputato del collegio di Panigale era stato compreso in
una infornata di senatori; il collegio, in conseguenza, dichiarato
vacante, e le nuove elezioni indette per il diciotto del prossimo
mese di gennaio. Si era allora alla fine di dicembre; lo Zodenigo non
aveva dunque che una ventina di giorni, all'incirca, dinanzi a sè,
e urgeva non perdere tempo. Indossò l'abito nero, quello proprio di
parata più lungo e più abbottonato degli altri, mise un cappello a
tuba nuovissimo, che splendeva al sole, e dopo aver fatto colazione
al _Caffè Cova_, come al solito, ma più del solito serbando fra gli
ammiratori suoi che gli facevano corona durante il pasto, il grave
silenzio _monosillàbico_ dei momenti solenni, ordinò un _brum_ con voce
forte, e si fece condurre dal cavalier Barbarò.
Pompeo, che anch'egli aveva appena finito di far colazione, lo
ricevette colla sua cordialità sforzata e chiassosamente volgare; ma
siccome non ignorava le visite fatte in que' giorni dal Professore agli
azionisti credette, a buon conto, di parare la stoccata assicurandolo
subito "che le cambiali in scadenza colla fine dell'anno sarebbero
state ugualmente rinnovate per quanto il momento fosse piuttosto
critico... " Ma lo Zodenigo, a tanta generosità, rispose appena con
un sorriso a fior di labbra e con un cenno del capo quasi più di
protezione che di ringraziamento.
--Diavolo,--pensò Pompeo fra sè,--che cosa c'è di nuovo?--e cominciò a
provare un po' d'inquietudine.
--Ho sentito che il _Moderatore_,--disse poi per tastare il
terreno,--promette di diventar un affar d'oro per il nostro illustre
direttore: bravo!... bravo!... bravo!...--E siccome tutti e due
erano seduti l'uno accanto all'altro, sul canapè, così il Barbarò
ad ogni "bravo" battè col palmo della mano, per dar maggior forza
all'entusiasmo, sulle ginocchia dello Zodenigo. Questi rimase un
momento senza rispondere, poi stirandosi sul canapè e abbassando
le palpebre con una cert'aria di mezzo tra il diplomatico e
l'addormentato:--D'_oo_ no--soggiunse--perchè un giornale in Italia
non potrà mai essere un _afface_; ma si è raggiunto il nostro scopo
e ormai il _Moderatore_ ha guadagnato il suo posto ed è una forza.
Tuttavia--continuò dopo una breve pausa--devo dire a _onooe_ del vero
che gli azionisti non hanno mai indietreggiato dinanzi ai più gravi
sacrifici, e anche in questi giorni hanno versato la somma che ci
occorreva per metterci in grado di vincere le varie concorrenze e poter
entrare fidenti e sicuri nel nostro secondo anno di vita. Insomma anche
dal lato pecuniario lo stato del _Moderatoee_ non potrebbe essere
_migliooe_.
Una tale e così esplicita dichiarazione, che avrebbe rassicurato
chiunque, rese invece maggiormente inquieto e sospeso il Barbarò, che
non potè trattenersi dal lanciare un'occhiata alla sfuggita sul suo
compagno.
--Dove diamine vuol andare a parare....--pensò tra sè.
Ma lo Zodenigo si mostrava imperturbabile. Sdraiato, colle braccia
stese sui guanciali del canapè, cogli occhi semichiusi, soffiava un
poco, perchè cominciava a ingrassare. Adesso ch'egli non scriveva più
versi aveva rinunciato alla zazzera, al ricciolo alla rubacuori, ed
anche all'etisia.
Ci fu un'altra pausa ancora più lunga delle precedenti: Pompeo Barbarò,
oltre all'essere inquieto, cominciava a sentirsi anche un po' seccato
da quel gran sussiego.
--In fine--ripigliò sdraiandosi alla sua volta e ficcandosi le mani in
tasca--si può sapere lo scopo di questa vostra visita?
L'altro aprì gli occhi, fissò Pompeo sorridendo con astuzia, e
battendogli, a sua volta, confidenzialmente sulle ginocchia, gli
domandò avvicinandosi:
--Vi sentite l'animo di _faae_ un gran colpo?
--Fare un gran colpo?... Che colpo?... Di che genere?... Non vi capisco!
--Un colpo tale da soddisfare pienamente la vostra legittima ambizione.
Pompeo indovinò che cosa lo Zodenigo gli stava per proporre: ebbe
un guizzo di foco negli occhietti furbi, arrossì, si confuse; ma fu
un attimo, riprese subito il suo sangue freddo e cominciò a fare lo
svogliato.
--Caro Professore, vi prego, innanzi tutto, di non venire a rompermi le
scatole!... Io amo la mia quiete, la mia pace. Sapete pure che io sono
un uomo d'affari; nient'altro che un uomo d'affari; e come tale la mia
ambizione ormai è soddisfatta.... il mio fine è raggiunto.
--_Excelsioor_... _Excelsioor_... caro cavaliere!
--Andiamo, parlate chiaro: fuori la bomba!
L'altro continuò a sorridere e ritornò a sdraiarsi sul canapè, a
chiuder gli occhi e a soffiare.
--Avanti!... Sentiamo!
--Sapete che il collegio di Panigale è vacante?
--Sì... ebbene....
--Ebbene.... Abbiamo pensato a voi.
--A me?... Per che cosa?
--Accettate?
--Ma che cosa?
--La _candidatuua_.
--La candidatura!--esclamò Pompeo scattando in piedi e fingendo la più
alta meraviglia.--Siete matto?
--No, niente affattissimo.
--La candidatura... a me?!
--A voi, appunto. Siete il più ricco possidente di Panigale; avete in
mano vostra il collegio... dovete rendere questo _seevizio_ al paese...
al _paatito_.
Il Barbarò dal primo stupore passò alla collera... quindi si calmò un
poco, esponendo i grandi, gl'insormontabili ostacoli che si sarebbero
opposti alla riuscita della sua elezione; ma vedendo che l'altro
continuava a sorridere e a soffiare cogli occhi chiusi, senza ribattere
quelle difficoltà, gli si sedette nuovamente accanto sul canapè e
cominciò lui medesimo a trovare talune circostanze in favore: "
...certo che a Panigale aveva molto credito... certo che avrebbe potuto
disporre di un buon numero di voti... " ma lo Zodenigo rimaneva sempre
impassibile.
--Infine parlate una buona volta!... Sentiamo!--esclamò il Barbarò
perdendo la pazienza--da chi sarei presentato, portato, appoggiato?
--Da noi.--Lo Zodenigo, a questo punto, aprì del tutto gli occhi e
fissò serio Pompeo Barbarò.
--Adagio... adagio.... Bisogna andar adagio.... Non sono cose da
risolvere così su due piedi, colla fretta!
Il Barbarò era doppiamente spaventato: spaventato dalla proposta
medesima; spaventato dalla paura di lasciarsela scappare.
Deputato!.. Era un bel salto davvero!... Lusinghiero per la sua
ambizione; ottimo per l'andamento de' suoi affari. Ma... se invece
fosse andato a mettersi in un ginepraio... per avere il gusto di fare
un fiasco? Se... No, no, non ci voleva fretta. Bisognava andare adagio,
molto adagio!
Invece lo Zodenigo dichiarò esplicitamente che non c'era proprio tempo
da perdere, e che per riuscire si doveva aprir subito il fuoco finchè
il nemico non si era ancora _peepaato_. Del rimanente egli aveva
pensato al suo nome per il collegio di Panigale, spinto da due motivi.
Uno di sentimento: perchè il _Modeeatore_ doveva gran parte della sua
fortuna al cavaliere Barbarò; l'altro, e non glielo voleva nascondere,
per opportunità. Visto le aderenze e l'autorità e i molteplici
interessi che rendevano onnipossente il cavalier Barbarò a Panigale,
la vittoria sarebbe stata facile, e al _Moderatore_, per affermarsi
stabilmente, occorreva appunto di ottenere il trionfo in una campagna
elettorale.
--I giornalisti sono come i soldati: non si formano altro che alla
_gueea_.
E tante ne disse e ne ripetè, sempre con un sorrisetto che significava
lo sprezzo per gli altri e la sicurezza di sè medesimo; sempre
con un'aria olimpicamente infallibile, che il Barbarò finì col
maravigliarsi di una cosa sola: che non gli fosse venuto in mente anche
prima, di farlo deputato.
--Ma... e il padre Cammaroto?--esclamò a un tratto il Barbarò tornando
a mostrarsi inquieto.--Che contegno avrebbe tenuto il padre Cammaroto?
--Il Cammaroto è un mattoide: la gente di buon senso, le persone
oneste, e aliene dagli scandali, lo hanno abbandonato: La _Colonna di
fuoco_ ha _oomai_ fatto il suo tempo...--rispose lo Zodenigo chiudendo
del tutto gli occhi e storcendo la bocca in atto di nausea.--È uno
sconcio zibaldone senza misura, senza stile, senza _gaammatica_.
La _Colonna di fuoco_ era un giornale politico che si pubblicava allora
a Milano, diretto da un ex frate catanese: Salvatore Cammaroto.
Al primo momento Pompeo Barbarò, sedotto dall'idea della deputazione,
aveva obliato il frate e il suo giornale, ma adesso invece,
rammentandolo, stentava a rassicurarsi, e fissando lo Zodenigo mormorò,
mentre impacciato intrecciava le dita grosse e nocchiute nel catenone
d'oro:
--Capirete bene... non vorrei... non vorrei aver dispiaceri... ho
molti nemici... troppi nemici.
--Tutta invidia...
--Sicuramente; ma intanto... riderebbero alle mie spalle. I Collalto,
specialmente!... Adesso, sapete?... mi han messo contro anche quel
vecchio gonzo dell'Alamanni. Se riusciranno a impedire il matrimonio
sarà tanto di guadagnato per me e per Giulio, ma.... Ma pure,
scommetterei, dev'essere stata la marchesa Angelica, istigata dal
Capitano, che mi ha dipinto coi colori dell'orco allo zio Francesco!
--Quel _maachese_... quel _maachese_... non _muoee_ mai?
--Lo desiderano troppo, e ciò gli allunga la vita!--rispose il Barbarò
con una sghignazzata.--Ma... ritornando alla _Colonna di fuoco_ vi
confesso che... per le ragioni che v'ho detto e... in questo momento...
mi fa... mi fa... mi fa paura!
Lo Zodenigo sorrise appena, sprezzantemente, senza scomporsi.
Salvatore Cammaroto, il direttore della _Colonna di fuoco_, era un uomo
d'ingegno straordinario e di svariata coltura, ma al quale mancavan,
per disgrazia sua... _due dita di criterio_, di quel certo criterio
senza cui, a sentir la gente di buon senso, riescono vane tutte le più
grandi virtù della mente e del cuore.
Da ragazzo era stato messo in un collegio presso Catania, diretto dai
Padri Scolopi, e subito leggendo la vita di San Giuseppe Calasanzio
si accese di un ardore tale per le pratiche religiose da sembrare
certe volte un allucinato e da far temere anche per la sua salute.
Poi, crescendo cogli anni, s'infervorò nello studio delle discipline
religiose diventando un seguace ardentissimo della dottrina dei
_Minoriti_, e però schierandosi fra gli avversari più acerrimi e più
battaglieri della scuola teologica dei Domenicani, come se avesse
in animo di rinnovare per proprio conto, in mezzo allo scetticismo
e alla indifferenza del secolo decimonono, le dispute e le lotte
accanite del medio evo. In fine quando i suoi parenti, che dopo essere
stati edificati dalla pietà del fanciullo e inorgogliti dal sapere
del giovinetto si preparavano a levarlo di collegio, egli dichiarò
esplicitamente che si sentiva la vocazione, e che voleva farsi frate.
Frate, il padre Salvatore Cammaroto diventò presto popolare per la foga
veemente e colorita delle sue prediche, e per la profonda carità del
suo cuore e delle sue opere. Ma ben presto anche nell'interpretare,
e specialmente nello spiegare i libri sacri, mise fuori il solito
difetto; volle farsi rigido banditore della legge del Vangelo, e urtò
contro gli interessi medesimi della Chiesa, suscitando un grosso
scandalo, ond'ebbe a risentirsi un abate, appartenente ad un'illustre
famiglia dell'aristocrazia romana, il quale non godeva fama di aborrire
i piaceri e i beni terreni come il poverello d'Assisi.
Il Priore dell'Ordine chiamò allora a sè il padre Salvatore e lo ammonì
severamente, esortandolo a voler temperare colla prudenza (_prudentia
est virtus directiva_, secondo san Tommaso) la sua indole troppo
vivace e battagliera. Ma il frate indignato di sentirsi rimproverare
di ciò che reputava il più santo dovere del proprio ministero, si
rivolse invocando giustizia e protezione al generale dei Francescani;
poi, redarguito anche da questo savio prelato che gli ricordò con san
Gregorio:... _fortissimus qui seipsum vincit_, ricorse direttamente
al Papa, il quale gli fece rispondere imponendogli per castigo della
sua insubordinatezza certi esercizi spirituali da compiersi in un
piccolo monastero presso Trapani. Il padre Cammaroto ubbidì al supremo
comando più rassegnato che convinto; a poco a poco lo scoramento, il
dubbio turbarono, vinsero l'animo suo; pensò che i preti di Cristo,
non erano migliori dei sacerdoti di Caifasso, e appena scoppiata la
rivoluzione del _sessanta_ corse a raggiungere Garibaldi, e gli si pose
ai fianco soccorrendo i feriti, confortando i moribondi, incitando
i volontari alla pugna, mettendo Garibaldi in compagnia di Cristo e
di Mosè, riunendo in un solo martirologio i martiri della Chiesa e
i martiri della patria, e facendosi sospendere _a divinis_.... Al
che il padre Cammaroto rispose scomunicando alla sua volta il Papa
con una lettera violentissima che corse i giornali, indirizzata "_al
Pastore fattosi lupo del proprio gregge_"; quindi buttò via la tonaca
e s'infervorò nello studio della filosofia. Da prima s'innamorò delle
opere postume del Gioberti, e compose un commento alla _Protologia_ e
alla _Riforma_, rimasto inedito per mancanza d'editore; poi, traversato
l'heghelianismo, fu attratto dal positivismo di Augusto Compte, della
seconda maniera, che innestò a modo suo con idee e simboli della
Bibbia, ormai divenuta sangue del suo sangue. In fine scrisse le sue
_Confessioni_ al Padre Passaglia, che nessuno lesse in Italia, ma che
furono tradotte in tedesco; e continuò imperturbabilmente a combattere
il dogmatismo antico per sostituirne uno di nuovo conio, esagerando
ancora il misticismo umanitario delle ultime opere del filosofo
francese, e scaraventando contro i propri avversari d'ogni specie un
profluvio di dottrina e di insolenze.... Dopo aver seguìto Garibaldi
a Sarnico, ad Aspromonte, in Tirolo, essendosi ammalato di vaiuolo a
Firenze, sposò la serva della sua affittacamere, che lo aveva assistito
con pericolo della propria vita.
Fu allora che cominciò a guadagnarsi il pane scrivendo pei giornali,
e dando lezioni private di greco e di latino. Ma non potè stare
tranquillo un pezzo. Visto che i grandi filosofi, quelli morti
specialmente, non rispondevano alle sue epistole, fondò un giornale
per combattere la corruzione invadente in ogni ordine dello Stato. Si
professava apostolo audace e coraggioso della verità e della giustizia;
voleva strappare la maschera ai farisei della patria, ai tartufi della
politica, ai _Mercadet_ della finanza, agli ipocriti di tutte le caste,
di tutte le classi, di tutti i mestieri: e si pose all'opera senza
pensare ad altro, con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore,
persuaso che il mondo non avrebbe più potuto camminare se non si
metteva lui, colla _Colonna di fuoco_, a rischiarargli la via.
E in fatti, in sulle prime, la _Colonna di fuoco_ maravigliò, sbalordì
la gente, più per la novità della cosa, che per la luce stessa.
--Per Dio, aveva fegato quel frate smesso!.... Come sapeva cantarla
chiara, sul muso, a tutti quanti, senza lasciarsi intimorire dalle
influenze, dalle aderenze, dalle minacce, dai sequestri!...
Bravo, bravissimo, evviva il padre Cammaroto che si era lanciato
coraggiosamente, a capofitto nella morta gora della corruzione,
sollevando un tanfo di putridume che ammorbava!... Evviva l'apostolo
della verità: il braccio forte della giustizia!... E mentre il buon
pubblico batteva le mani soddisfatto, era da per tutto un rimescolìo
continuo, un brontolìo sommesso, ma invadente, dei colpiti e dei
minacciati, finchè nel più forte del combattimento, e sempre per quelle
due dita di criterio.... che gli mancavano, il direttore della _Colonna
di fuoco_ cominciò a perdere del campo, a incespicare, a rovinarsi
colle proprie mani.
Nell'attacco Salvatore Cammaroto era troppo violento e personale, nelle
botte a fondo non sapeva conservare _la forma nè la misura_.
Invece di dire soltanto _certe verità_ e a certa gente, s'era messo a
urlare ai quattro venti, a squarciagola, _tutte le verità_ e a tutti
quanti, e perciò le persone di giudizio cominciarono a mormorare che la
_Colonna di fuoco_ sdrucciolava nel libello.
--Come?... Quel mattoide non era contento di svelare le marachelle
dei ministri, degli _uomini pubblici_, ma metteva in ballo anche i
privati?... Le persone che vivono all'ombra lontane da ogni rumore... e
che perciò hanno il diritto che nessuno vada a ficcare il naso nei loro
affari?... Altro che apostolo!... Altro che braccio della giustizia!
Era un pezzo da forca quel frataccio smesso! Alla larga! Alla larga!
puzzava di ricattatore!
E allora ognuno temendo per sè, e volendo premunirsi, si affrettò a
dichiarare che quel giornalaccio poteva offendere soltanto colle lodi,
e che chiunque si rispettasse non doveva più leggerlo... Per il che
tutti lo leggevano più che mai; e lo stesso Barbarò il quale gridava
ai quattro venti che i biasimi del Cammaroto facevano onore, prima
di risolversi ad accettare la candidatura voleva essere sicuro che
la _Colonna di fuoco_ non lo avrebbe combattuto, e rispondeva alle
obiezioni ed ai sorrisi sprezzanti dello Zodenigo, dichiarando che...
per conto suo... avrebbe fatto magari anche qualche sacrificio pure...
pur di chiudere la bocca a quel _Cerebro_.
--_Ceerbero_--suggeriva il Professore fingendo di non capire dove
l'altro voleva arrivare. Egli sapeva benissimo che con Salvatore
Cammaroto i quattrini non avevano presa e, d'altra parte, aveva appunto
fatto assegnamento per la riuscita dei propri disegni sopra gli assalti
della _Colonna di fuoco_. Era Salvatore Cammaroto che gli doveva dare
in piena balìa, con mani e piedi legati, il cavalier Barbarò!
--Non credo,--rispose lo Zodenigo,--che la _Colonna di fuoco_ voglia
battersi a tutta _oltaanza_ per il Collegio di Panigale. È troppo al
di fuori della zona dei suoi _inteessi_, quasi esclusivamente locali.
Poi, voi non avete ancora un colore spiccato in politica: siete un uomo
nuovo e ciò è bene, perchè non potete sollevare nè odii nè _aancori_
eccessivi.
Ma il Barbarò non pareva convinto nemmeno da tante buone ragioni
e facendosi più vicino al Professore, sempre sdraiato sul canapè,
"tuttavia... tuttavia... se si potesse... " balbettò guardandolo fisso
e fregando tra loro l'indice e il pollice con un certo movimento troppo
chiaro e significativo perchè l'altro potesse continuare a fingere di
non capir nulla.
--Non si può, non sarebbe prudente: il frate in questi giorni non ha
bisogno di danaro, e potrebbe approfittare della nostra offerta per
fare del chiasso, vantandosi di essere un puritano.
Pompeo rimaneva perplesso. Avea timore di mettersi in un qualche
impiccio, ma d'altra parte il riuscir deputato era per lui una
forte tentazione. In fine, dopo molte altre chiacchiere, dichiarò
che assolutamente ci voleva pensare... che non si sentiva di potersi
risolvere affrettatamente, su due piedi, in un affare di così gran
momento... che la risposta esplicita l'avrebbe data in capo a tre
giorni.... Ma Eugenio Zodenigo se ne andò sicuro che il tiro gli era
andato benone.
Quel giorno a pranzo Pompeo Barbarò rimase muto, concentrato e mangiò
meno del solito. La sera andò a passeggiare solo fino in fondo al
_Corso Venezia_.
"Che cosa era saltato in testa a quel _Dulcamara_ dello Zodenigo di
volerlo cacciare in quell'imbroglio?... Perchè non lo lasciava vivere
in pace?... Tanto se sperava aver quattrini da lui, stava fresco: era
già molto che continuasse a rinnovargli le cambiali!... Il _paatito_...
il _paese_... scilinguato maledetto!... Il paese gli doveva essere
riconoscente: la sua parte lui l'aveva fatta, e aveva diritto
finalmente di godersi il riposo e la pace.... Ma... pure... se fosse
stato sicuro di essere eletto... certo... la condizione di deputato
offriva molti vantaggi.... Onorevole?... I suoi nuovi amici che gli
sorridevano ancora a denti stretti sarebbero crepati dalla rabbia!...
Poi... avrebbe certo acquistato maggior autorità e anche per gli affari
sarebbe stato assai utile.... Ma... e se invece doveva essere un
fiasco?..."
Il giorno dopo lesse più attentamente la _Colonna di fuoco_ e vi trovò
un articolo che pareva fatto apposta per lui. Salvatore Cammaroto
dichiarava, a proposito dell'elezione di Panigale, che era ormai tempo
di mutar sistema e che gli elettori non dovevano più mandare alla
Camera "nè i gaudenti dall'epa rotonda, che sonnecchiavano nello stallo
di deputato, dove la loro ambizione soddisfatta faceva il _chilo_
eruttando pappagallescamente il _sì_ o il _no_ all'appello nominale;
nè gli oziosi titolati, i _damerini coll'occhialino_, che aspiravano
alla medaglietta come a un distintivo qualunque dello _sport_, e tanto
meno le nullità vane e presuntuose, che arrestavano a mezzo le più
gravi discussioni per balbettare i loro imparaticci sconclusionati,
rendendosi colpevoli del bizantinismo che sgovernava in Babilonia!"
--Gaudenti dall'epa rotonda?--pensava il Barbarò, tutto consolato,--io
sono magro come un'acciuga!... Oziosi titolati?... io ho lavorato tutta
la vita!... Imparaticci sconclusionati? Io non sarò mai così bestia di
aprir bocca, lo giuro!
Lo stesso giorno il professore tornò a fargli un'altra visita... poi
la mattina dopo trovò il modo di incontrarlo mentre usciva dalla
_Banca_.... Pompeo si faceva sempre pregare... finalmente lasciò
capire che se fosse stato proprio costretto... forse... per il bene
del paese si sarebbe sacrificato.... E lo Zodenigo allora, senza più
interrogarlo, diede fuoco alla mina.... cioè presentò nel _Moderatore_
la candidatura del cavalier Pompeo Barbarò.
Il _Moderatore_ usciva la sera: Pompeo lo ricevette che era ancora a
tavola. Appena scorse il suo nome POMPEO BARBARÒ, stampato in carattere
grosso, in testa di un articolo, si sentì venir freddo, e gli cominciò
a ballar la vista; smise subito di pranzare e sebbene fosse solo, andò
a chiudersi col giornale nel suo studio.... Si sedette allo scrittoio
pallido, colle gocciole di sudore sulla fronte... spiegò il foglio
lentamente, e trattenendo il respiro scorse prima tutto l'articolo, poi
con un'occhiata guardò la chiusa... poi, facendosi rosso di piacere lo
lesse adagio adagio e attentamente da capo a fondo... A lettura finita
era tutto rassicurato: sentiva di essere un uomo di merito.
Il _Moderatore_ faceva in succinto l'apologia del cavalier Barbarò,
dipingendolo come un _uomo moderno_. "Uno di quegli uomini," scriveva
lo Zodenigo, "che gli Americani chiamano _self-man_, cioè che si
è fatto da sè. Un uomo operoso e sommamente pratico; che aveva
l'intelligenza limpida e soda, non ottenebrata da teorie inattuabili,
e che di principii prudentissimo sapeva manifestare all'occorrenza,
insieme con un tatto non comune, una energia singolare, di cui
appunto aveva dato splendide prove anche durante la _crisi_,
tanto grave e pericolosa, attraversata dalla Banca degl'Interessi
Lombardi Provinciali." Accennava alle sue ingenti ricchezze, "le
quali garantivano nel Barbarò il candidato dell'ordine, fedele alle
istituzioni, singolarmente interessato al buon assetto delle finanze,
al miglioramento dell'agricoltura, all'incremento dei commerci."
Ricordava di volo le molte opere di beneficenza, e i larghi soccorsi
prodigati agli ospedali militari dopo le guerre del _cinquantanove_
e del _sessantasei_. "E se" continuava l'articolo "molte azioni
filantropiche e generose, la modestia del Barbarò voleva si tenessero
nascoste, tuttavia lo scrittore imparziale era costretto a ricordare,
per amore di giustizia, che nei momenti supremi della Patria, il
candidato del _Moderatore_ le aveva offerto ben più del danaro; ma la
miglior parte del sangue!... Suo figlio; il suo unico figlio, Giulio
Barbarò, il quale nella non ingloriosa campagna del sessantasei si era
battuto da valoroso con Garibaldi." Assicurava pure che al Candidato
stavano "molto a cuore i bisogni delle classi povere, e specialmente
dei contadini; che studiava di continuo per trovare il modo di portare
un _vero_ e _reale_ miglioramento alle loro misere condizioni, e che a
Panigale appunto sarebbero stati i primi a risentire i vantaggi di tali
studi." E, infine, concludeva col dire che anche tutti coloro i quali
non volevano che la deputazione fosse data ai gaudenti sonnacchiosi,
e tanto meno alle nullità ridicole e vane che aspiravano alla
medaglietta del deputato come ad un gingillo da _sportman_ "dovevano,
se leali, applaudire alla scelta fatta spontaneamente e serenamente
dal _Moderatore_ dopo un lungo, coscienzioso e spassionato esame della
situazione, tenuti a calcolo i bisogni del collegio di fronte ai più
alti interessi del paese."
Pompeo Barbarò lesse l'articolo due volte, tutto d'un fiato.... poi si
alzò per tornare nella sala da pranzo; ma quando fu sull'uscio dello
studio lo rilesse un'altra volta in piedi, col lume in mano.
--Adesso sono in ballo, e bisogna ballare,--mormorò.
Tornato a tavola non mangiò più. Si fece portare subito il caffè, ma ne
prese appena due o tre sorsi; era troppo caldo, e non aveva pazienza di
aspettare che freddasse.
Prese il cappello, il soprabito e uscì a passeggiare... Gli pareva che
lungo il Corso _Vittorio Emanuele_ ci fosse più gente, più luce, che
tutti lo guardassero, e che parlassero tutti della sua candidatura.
Passando vicino a un'edicola di giornali cercò il _Moderatore_ colla
coda dell'occhio e lo scorse subito fra tutti gli altri: aveva preso
un aspetto nuovo e simpatico. Gli strilloni che correvano gridando il
_Moderatore_ lo facevano arrossire: lo gridavano tanto forte, proprio
sotto il suo naso, perchè sapevano che c'era quel tale articolo?
Quando incontrava persone di conoscenza, le salutava un poco
impacciato: avevano letto sì o no il _Moderatore_?... E se lo avevano
letto perchè non si fermavano per congratularsi? Gli pareva che lo
salutassero meno gentilmente delle altre sere.... Se ridevano si
sentiva una stretta al cuore. "Certo, ridevano di lui!... Com'era
ingiusto il mondo e cattivo!... Era per invidia che non volevano
riconoscere i suoi meriti!" E la sua contentezza sparì a un tratto e
tornò a sentirsi un po' inquieto.
--Era proprio una stupidaggine il perdere la pace per tutta quella
gentaglia che non valeva due soldi! Lo Zodenigo avea avuto troppa
fretta!
E continuavano a passare, a tirar dritto, salutandolo senza
fermarsi.--Buona sera, Barbarò!... Buona sera, cavaliere!...--e niente
più. Erano cretini, o invidiosi.
In fine volle uscire ad ogni costo da quella incertezza penosa; volle
proprio sapere come la pensava la gente intorno alla sua candidatura.
Possibile che nessuno avesse letto il _Moderatore_?
Dinanzi al _Caffè delle Colonne_ incontrò appunto un suo collega
della _Congregazione di Carità_. Lo fermò, e dopo averlo salutato si
accompagnò con lui. Ma l'amico cominciò a parlare del più e del meno
indifferentemente, senza nè manco nominare il _Moderatore_.
--Lo ha letto o non lo ha letto?--pensava il Barbarò, mentre gli
camminava accanto, senza badare a ciò che gli diceva.--È capace di non
averlo letto!... È un tanghero costui!... Un uomo dell'altro mondo.--E
allora, tanto per assicurarsene meglio, fece cadere il discorso sulla
_Colonna di fuoco_.
--È diventato un giornalaccio libello.... Non si può più leggere.
--Io non l'ho letto mai--rispose l'altro.
--Davvero?
--Mai!... Non leggo giornali!
--Allora nemmeno il _Moderatore_--pensò Pompeo tra sè.--Che asinaccio!
Pure lo Zodenigo....
--Per me lo Zodenigo vale il Cammaroto e viceversa. I giornalisti son
tutti uguali: gente che vende bugie per far quattrini.
--Sì... generalmente...--e il Barbarò si sforzò di sorridere.--Pure il
_Moderatore_... almeno... non è scritto male....
--Non me ne intendo.
--Oh, nemmeno io, e nemmeno lo leggo sempre. Qualche volta a pranzo....
--A pranzo io mangio....
--.... Oppure a letto, la sera....
--A letto dormo!
Pompeo lo salutò presto e lo lasciò andare per la sua strada.
"Era un ignorantaccio!... Era uno zoticone insopportabile!..."
Ma pure la freddezza del collega aveva finito per sconcertarlo
interamente.
"Quel maledetto _Dulcamara_ aveva avuta troppa fretta!..." e intanto
tornò a pensare con inquietudine alla _Colonna di fuoco_.
"Chi sa come il padre Cammaroto avrebbe preso tutti quegli elogi! Forse
lo Zodenigo non era stato furbo.... Trattandosi del primo articolo
doveva contentarsi di tastare il terreno... senza metterlo a quel modo
sul candeliere!" Se a Milano non ci fosse stato altro giornale che il
_Moderatore_... sarebbe stata una gran bella cosa!
La _Colonna di fuoco_ usciva alle quattro del pomeriggio. Pompeo
cominciò ad aspettarla al tocco; poi alle tre mandò a vedere se era
in vendita.... Ma quel giorno, per combinazione, arrivò più tardi del
solito. Pompeo, appena l'ebbe fra mani, andò ancora a chiudersi nello
studio, come aveva fatto la sera prima col _Moderatore_.... Adesso
che l'aveva finalmente, e dopo averla tanto attesa e desiderata, non
si risolveva a spiegarla... aveva paura di leggerla.... Finalmente si
fece animo.... Diede un'occhiata in fretta alla prima pagina... alla
seconda... alla terza... non c'era niente! Di primo acchito si sentì
subito sollevato... poi provò quasi un senso di dispetto.
"Che si affettasse di non pigliarlo sul serio?... Che non si volesse
nè manco combatterlo?... Che ordissero contro di lui la congiura del
silenzio?..." Ma guardando meglio la gazzetta, scorse il suo nome in
fondo all'ultima colonna della seconda pagina!
--Ohi, ohi!... ci siamo!
Era un articoletto di cronaca intitolato: _Amenità elettorali_.
"Il serio, il grave, il mastodontico _Moderatore_" così diceva
"presentando, non si sa in nome di chi, nè di che cosa, il cavalier
Pompeo Barbarò, quale candidato al collegio di Panigale, ci dirige la
parola, al solito loiolescamente, facendoci l'onore di non nominarci, e
cita una nostra frase a proposito delle medagliette dei deputati. Noi,
con quella franchezza ignota al _Moderatore_, e con quel coraggio che
il suo direttore conosce... di nome, gli risponderemo una cosa sola: se
non vogliamo abbassato il distintivo dei legislatori fino ad essere un
ciondolo da _sportman_, tanto meno poi vorremo permettere si avvilisca
al punto di diventare un _gettone... una medaglia di presenza_. E ciò
basti per ora. La candidatura Barbarò è tanto poco seria, che non
val la pena... di prenderla sul serio, e noi, prima di combatterla,
aspettiamo di conoscere i nomi dei componenti il Comitato elettorale,
che scenderà in campo per sostenere Pompeo Barbarò. Che se poi il
famoso cavaliere dalla trista figura dovesse proprio rimanere, come
crediamo, soltanto il candidato del _Moderatore_, allora non perderemo
con lui il nostro tempo, e, punto invidiosi della gloria di Maramaldo,
gli risparmieremo il colpo di grazia. Del resto è lunga la via di
Damasco... e il _Moderatore_ potrà ancora convertirsi alla prudenza, se
non alla _buona fede_!"
--Rinnegato!... Canaglia!--borbottò Pompeo fra sè, dopo letto
l'articolo. Aveva le labbra pallide dalla bile, era pieno di rabbia e
di paura. Quelle poche righe della _Colonna di fuoco_ avevano distrutto
il buon effetto della lunga apologìa del _Moderatore_.
III.
Mentre lo Zodenigo sfruttava gli amici del _Moderatore_, quelli della
_Colonna di fuoco_ sfruttavano invece, colla medesima disinvoltura,
Salvatore Cammaroto.
La _Colonna di fuoco_ non era sostenuta, com'è di solito, da un
manipolo di uomini politici, ma apparteneva a un editore, che ne
ricavava un sufficiente utile, e retribuiva con un onorario fisso
l'ex frate catanese, al quale lasciava per altro piena ed assoluta
indipendenza nella direzione del giornale.
Gli amici dunque della _Colonna di fuoco_ erano amici platonici... ma
la grazia di quel platonismo!
Più scaltri e prudenti del Cammaroto, che infervorato della sua
vanagloria d'apostolo, in mezzo all'affaccendarsi di un lavoro
incessante e turbinoso, e allo scatenarsi violento delle passioni,
aveva sempre la testa in gran subbuglio e si lasciava facilmente menar
per il naso da chi lo secondava e gli dimostrava ammirazione, essi,
col pretesto di illuminarlo sopra uomini e avvenimenti milanesi, che
il Cammaroto, forastiero, non poteva conoscere a fondo, gli svisavano
quella stessa verità che gli era tanto cara, facendolo molte volte
servire ai propri fini, e sfogando, per mezzo suo, odi e rancori di
parte, o anche soltanto personali.
Ma il direttore della _Colonna di fuoco_ non sospettava nemmeno di
essere vittima di quei raggiri. Si credeva l'uomo più indipendente del
mondo, e non voleva ricevere inspirazione e consiglio altro che dalla
propria coscienza, e in secondo luogo "dalla sua signora," l'Apollonia
Cammaroto.
L'ex frate, dopo la trista solitudine del chiostro, dopo i faticosi
sconvolgimenti di una vita avventurosa, dopo tante persecuzioni, si
era in singolar modo affezionato a quella sua compagna un po' burbera
e rozza, ma bonacciona, che gli recava il nuovo conforto della casa e
della famiglia, che viveva della sua vita e delle sue lotte, che gli
dava spesso del _somarone_ perchè non sapeva farsi pagare abbastanza
dall'editore cane (la signora era pratese e diceva _'ane_, aspirando la
_c_), ma che gli dimostrava la fede più cieca, l'ammirazione più calda
e costante, mentre sapeva alternare praticamente le alte attribuzioni
di Ninfa Egeria alle altre più modeste di cuoca e di fattorino.
Per tutto ciò, naturalmente, anche gli amici della _Colonna di fuoco_,
sebbene non godessero le simpatie della signora Apollonia, le dovevano
fare un po' di corte per rispetto al Cammaroto, e sopportarne i musi e
gli sgarbi. E non c'era verso di liberarsene!... La signora Apollonia
e il direttore (com'essa chiamava il marito) erano sempre insieme
in casa, in ufficio e fuori. Peraltro c'era questo di buono, che
sebbene la signora fosse poco divertente non era, in compenso, niente
affatto da temersi, e con quattro complimenti e un po' di furberia la
rimorchiavano anche lei dietro al direttore.
Era verissimo che il Cammaroto non pubblicava due righe nel giornale
senza prima leggerle "alla sua signora;" ma le domandava un consiglio
perchè era sicuro di ricevere in cambio un applauso; e tutt'al più
l'Apollonia inebriata dai periodoni risonanti e dalla potenza degli
aggettivi, mentre gli esprimeva col faccione volgare, sempre gonfio
per un qualche bitorzolo in suppurazione, l'ammirazione la più
entusiastica, lo eccitava a volerci mettere anche una _'annonata_
contro que' _'ani_ de' preti e contro le moderne Bersabee... i due odii
innocenti della signora Apollonia, e che medesimamente non incutevano
alcun timore agli amici del giornale.
Povera donna!... Essa odiava i preti perchè attribuiva alle loro
persecuzioni palesi e occulte le varie peripezie del direttore, e
odiava quelle _schifosacce_ (l'aggettivo era proprio suo) che tradivano
i loro mariti quasi per un sentimento di riconoscenza verso il
matrimonio. Dacchè era divenuta moglie legittima adorava con ardore di
neofita l'istituzione che l'aveva come rimessa a nuovo, e difendeva le
prerogative coniugali con una virtù arcigna e spietata.
Del resto, _'annonate_ a parte, la Ninfa Egeria della _Colonna di
fuoco_ faceva umilmente da serva al suo caro Numa.
Così la mattina dopo ch'era uscito il _Moderatore_ colla candidatura
del cavalier Barbarò, mentre il Cammaroto preparava l'_originale_
per la _Colonna di fuoco_, la sua signora invece di inspirarlo e
consigliarlo era, come al solito, tutta affaccendata a mettere in
ordine l'ufficio: uno stanzone a terreno, umido e tetro. Col suo
cappello di forma straordinaria, e che non si levava mai, forse nemmeno
di notte, collo scialle a colori appuntato sul petto da uno spillone
col ritratto di Ugo Bassi, essa spazzava lentamente l'ufficio,
cercando di fare il meno strepito possibile per non disturbare il
direttore, e fermandosi ogni poco per raccattare le penne e i mezzi
foglietti che ancora potevano servire.
Ma poi, quando a un tratto udì battere con un fascio di carte alla
finestra che dava sulla strada, nascose subito la granata in un angolo,
e si mise a sedere maestosamente vicino al direttore.
--L'avvocato Gian Paolo!...--esclamò Peppino Casiraghi, un giovanottino
lungo, giallo, senza barba, seduto al tavolino di faccia al Cammaroto,
di cui si professava il più caldo ammiratore. Correttore di bozze e
cronista dilettante, era appassionato del giornalismo fino al punto
di far debiti a babbo morto per imprestar quattrini all'editore della
_Colonna_.--Cominciano presto, stamattina!...
--Scaldapanche maledetti!--borbottò la signora Apollonia chinandosi e
spingendosi fin sotto il tavolino per prendere il fazzoletto turchino
che il direttore perdeva sempre, o dimenticava in qualche posto.
--Cascassero morti que' chiacchieroni!--continuò poi mettendo il
fazzoletto sul tavolino, vicino al bicchier d'acqua.--A sentirli,
promettono sempre Roma e toma, e poi non sono stati boni nemmeno a
persuadere quel _'ane_ del sor Urbano (era il nomo dell'editore) di
mettere la direzione in un posto più da cristia....
Ma si fermò a mezzo con la parola: in quel punto, sbacchiato l'uscio,
con violenza entrava in ufficio precipitosamente l'avvocato Gian Paolo
Serbellini, il quale, senza levarsi il cappello, senza salutar nessuno,
cogli occhi spiritati si fermò dinanzi al tavolino del Cammaroto
esclamando:
--Hai letto il _Moderatore_?
Ma il Cammaroto continuò a scrivere in fretta, col naso sulle
_cartelle_, senza risponder nulla.
--Ha letto il _Moderatore_?--chiese allora l'avvocato alla signora
Apollonia, che seria, imbronciata, non si voltò nemmeno a guardarlo.
--Avete letto il _Moderatore_?--domandò in fine per la terza volta il
Serbellini, rivolgendosi a Peppino Casiraghi che gli accennò col capo
di sì.
L'avvocato Gian Paolo era uno dei frequentatori più assidui della
_Colonna di fuoco_. Da molti anni egli era dominato da un desiderio
innocente, e sempre insoddisfatto: voleva entrare nel Consiglio
comunale. Ma per essere eletto dimostrava troppa smania, e gli
elettori lo mettevano in ridicolo, eleggendo poi sempre qualcun altro
in vece sua, e che magari valeva anche meno. Una simile ingiustizia
aveva reso l'avvocato Gian Paolo malcontento di tutto e di tutti;
astioso, maldicente, pettegolo; avversario sistematico e accanito
di ogni candidato amministrativo e politico. Per farsi mettere in
lista era passato dalla Destra, che accusava di _servilismo_, alla
Sinistra, che accusò poi di _partigianeria_, terminando, in seguito
a tali voltafaccia, col rovinarsi moralmente perdendo il credito, e
finanziariamente, perdendo anche i clienti.
--Spero bene--ricominciò a gridare voltandosi di nuovo verso il
Cammaroto--che gli risponderai per le rime!
L'altro continuava a scrivere, riempiendo le _cartelle_, come una
macchina.
--È una sfacciataggine, un'impudenza inaudita!... Vorrei scriverlo io,
un articolo tale, da levar la pelle al Barbarò! E sarei capace di
firmarlo col mio nome e cognome!
La signora Apollonia alzò le spalle infastidita da una tale proposta,
facendo segno col capo di non disturbare il direttore.
Ma Gian Paolo era troppo fuori di sè per calmarsi, e battendo forte sul
tavolino col grosso fascio di carte, che portava sempre in giro per far
credere di aver molte cause da trattare, esclamò con voce ancora più
concitata:
--Per Dio, bisogna dare una lezione, ma in piena regola!... Devi dire
che è l'usura, il furto patentato che invadono il Parlamento!...
Scrivi, scrivi, Salvatore, ti detterò io: scrivi che nel corpo
elettorale c'è del putrido... più che in Danimarca.
A questo punto il Cammaroto si alzò di scatto; prese in mano i due
ultimi foglietti che aveva appena finito di scrivere, e guardando la
signora Apollonia dette in una sghignazzata.
Salvatore Cammaroto rideva sempre a quel modo prima di leggere la roba
sua; pareva un cavallo che nitrisca mettendosi in ardenza.
La signora Apollonia si rizzò più impettita che mai per ascoltare:
Peppino Casiraghi, cacciata la penna dietro l'orecchio, si sdraiò sulla
seggiola e alzò, sorridendo, il viso scialbo, pregustando la prosa del
direttore.
Era l'articolino che più tardi dovea recare tanto dispetto e tanta
paura al Barbarò.
Letto il titolo _Amenità elettorali_, il Cammaroto fece una prima
pausa, guardando la signora Apollonia a traverso gli occhiali
per vederne l'effetto. Quindi, soddisfatto, cominciò la lettura,
lentamente, colla voce squillante e nasale dei predicatori, spiccando
ogni sillaba, sottolineando ogni frase, fermandosi ancora alla stoccata
dei _gettoni, delle medaglie di presenza_, per guardare di nuovo la
moglie, poi il Casiraghi, poi l'avvocato Gian Paolo, e ripetendo in
fine la risata fatta in principio, ma assai più lunga e più sonora,
colla testa alta, cogli occhi scintillanti dietro le lenti, camminando
su e giù per lo stanzone, lisciandosi e accarezzandosi l'ispida
barbaccia.
Il Casiraghi intanto ballava sulla seggiola fregandosi le mani dalla
contentezza, la signora Apollonia offriva l'acqua al direttore, ma
l'avvocato non pareva soddisfatto.
--Ci dovevi mettere un'allusione al _processo dei fornitori_, e
dire nel medesimo tempo che a Panigale lo chiamano il _Mercante di
Pellagra_....
--Questo verrà poi; per incominciare la lotta va bene così!
--Una _'annonata_ alla volta!--brontolò la signora Apollonia.
In quel punto entrò nell'ufficio un altro amico del giornale, poi
un terzo, poi un quarto ed altri ancora, finchè lo stanzone fu
pieno di gente; e il Cammaroto voleva leggere e leggeva a tutti
l'_articolo-scaramuccia_, riscaldandosi fra gli applausi, mentre si
accendeva sempre più e montava in furore per le informazioni intorno al
Barbarò, che gli riferivano, a mano a mano, i nuovi venuti.
--Sai, Salvatore, il Barbarò faceva lo strozzino al cento per cento...
lo devi mettere sulla _Colonna_!
--È un villan rifatto della peggiore specie!
--Un ignorantaccio, che non apre bocca senza dire uno strafalcione!
--È un bancarottiere!
--È un ladro!
--Pochi anni fa aveva un'agenzia, in cui faceva commercio... di ragazze!
--Orrore!... Orrore!... Orrore! urlava il Cammaroto gesticolando,
pestando i piedi, saltando come uno spiritato, mentre Peppino Casiraghi
rideva e piangeva ubriacato dal baccano, e la signora Apollonia tirava
il direttore per le falde dell'abito, cercando di calmarlo e di farlo
star fermo.
Ma era fatica sprecata: gli amici del giornale, sotto sotto,
continuavano ad aizzarlo, come un toro nel circo.
Tutta quella gente gridava e smaniava nel nome della giustizia e della
moralità; ma appunto in tutto quel gran rumore, la moralità e la
giustizia ci entravano soltanto di nome. Erano i malcontenti, che non
facevano guerra al Barbarò perchè lo stimassero disonesto, ma perchè lo
invidiavano. Anch'essi avevano tentato di farsi innanzi, di salire, ma
non c'erano riusciti, e vedendo montare in alto il Barbarò, lo volevano
buttar giù.
C'era di tutto un po' fra gli amici della _Colonna di fuoco_. Oltre
all'avvocato Serbellini, che non aveva mai potuto essere consigliere
comunale, c'era il medico, l'ingegnere rimasti a terra in un qualche
concorso; l'impiegato che non avea ottenuto il trasloco desiderato,
o l'avanzamento; l'artista, lo scrittore, il poeta non apprezzato;
l'industriale, il commerciante a cui erano andati male gli affari.
C'era il benemerito della patria che non era stato fatto cavaliere:
il vigliacco ohe l'aveva a morte coi coraggiosi; l'avaro offeso dal
fasto dei prodighi, e così via via, si accumulavano, si univano in
lega, tutte le inimicizie, tutti i livori, tutti gli odi più disparati
contro il Municipio, contro il Governo, contro il merito, contro la
fortuna; contro tutti e contro tutto!... Era l'agitarsi e lo sfogarsi
delle piccole ambizioni, più astiose assai delle grandi; il lamentìo
petulante dei piccoli bisogni, delle piccole contrarietà, delle piccole
disgrazie.... Erano le passioncelle meschine e grette che schizzavano,
non già dal cuore, ma dallo stomaco e dal ventre, malamente mascherate
sotto la sembianza della giustizia o della moralità... di carta pesta!
Nel frattempo il rumore e la confusione erano arrivati al colmo.
Salvatore Cammaroto, per farsi ascoltare, era montato in piedi sopra
una seggiola e imponeva il silenzio. La signora Apollonia imbronciata
voltava le spalle a tutti, guardando fuori dalla finestra, e
brontolando.
--Chi bisogna attaccare e svergognare--gridava l'avvocato Gian
Paolo--più ancora del _Moderatore_, più dello stesso Barbarò, è
l'_Associazione Costituzionale_, che non dà segno di vita, che non si
prepara alla lotta!
--Bisogna scrivere contro il governo, che, pur di guadagnare un voto,
appoggia i ladri e gli usurai!--esclamava un altro.
--Lasciate fare a me!... Lasciate fare a me!... Sono vecchio del
mestiere!... Non ho bisogno di consigli! La tromba d'Israello suonerà
un'altra volta, non dubitate, sotto le mura di Gerico; ma se adesso
non fate silenzio e continuate a intronarmi la testa, vi faccio saltar
dalla finestra, in parola d'onore!
--Sarebbe tempo!--mormorò la signora Apollonia, avvicinandosi di
nuovo al direttore e mettendogli il fazzoletto nella tasca di dietro
dell'abito.
Era subentrata un poco di calma: Salvatore Cammaroto saltò giù dalla
seggiola e spiegò il disegno che aveva in testa alla sua signora.
--Prima di sciogliere le campane, bisogna star a vedere se
l'_Associazione Costituzionale_ e il grande partito moderato vorranno
poi accettare il _verbo_ dello Zodenigo....
--Il partito moderato?--brontolò l'avvocato Gian Paolo.--Un branco di
pecore!... La _Costituzionale_? Un'accademia!
--Bisogna mettersi d'accordo con tutte le associazioni liberali e
democratiche--continuò il Cammaroto, cercando cogli occhi Peppe
Casiraghi, e senza badare affatto al Serbellini;--bisogna guadagnar
terreno a Panigale, nel cuore del collegio, nel tabernacolo dei nostri
nemici!... bisogna far lega cogli altri giornali del partito, per
un'azione comune: bisogna in fine raccogliere tutti i nostri suffragi
sopra un candidato di valore... da contrapporre al candidato _dei
valori_....
--Bene!
--Bravo, Salvatore!
--....un uomo--concluse il Cammaroto dopo aver riso del proprio
frizzo--un uomo la cui vita sia tutta un esempio e valga un programma;
il cui nome rappresenti il labaro trionfante dell'onestà e del
patriottismo: _in hoc signo vinces!_
--Oh finalmente!... Queste sono idee! esclamò la signora Apollonia!
--Queste sono idee, evviva!--ripetè come un'eco il Casiraghi.
Ma gli amici invece stringevano le labbra e scrollavano il capo:
l'avvocato Gian Paolo fischiettava, battendo il tempo sul palmo della
mano col fascio di carte; poi tutti insieme tornarono daccapo a dar
consigli e a spronare il Cammaroto.
"Non c'è tempo da perdere!... La _Colonna di fuoco_ deve mettersi
alla testa del movimento; aprire la lotta con un attacco a fondo;
abbassare, distruggere il Barbarò; smascherare, sventare le trame...
_amministrative_ dello Zodenigo!... Deve sperdere la camorra degli
affaristi, dei corrotti e dei corruttori che stende le sue reti da
un capo all'altro di Milano; deve mettere a nudo coraggiosamente,
audacemente le magagne dei nuovi ricchi arruffoni e...."
A un tratto tutte quelle brave persone si calmarono come per incanto,
sentendo bussare all'uscio dell'ufficio.... Ma non era altro che un
fattorino dell'_Unione Operaia_, con una lettera per il Direttore della
_Colonna di fuoco_, in cui veniva invitato particolarmente ad una
adunanza indetta per quella sera medesima dalla Presidenza dell'_Unione
Operaia_, insieme col _Consiglio Direttivo_ della _Lega Democratica_,
"allo scopo di prendere gli opportuni concerti e deliberare in
proposito alla prossima elezione politica del Collegio di Panigale."
--_Alleluja! Alleluja!_--esclamò festante il Cammaroto, appena ebbe
riletto l'invito ad alta voce.--Così va bene; riunirsi per andare tutti
d'accordo...: _Virium concordiam sequitur victoria!_... Ed ora, amici
miei, lasciatemi in pace!
La signora Apollonia a queste parole tirò un sospirone di sollievo.
--Ho da scrivere tre altri articoli per il giornale; una _rassegna_
critica sui _Quadri fisiologici_ del Büchner e, in fine, alla vigilia
delle grandi lotte bisogna ritemprare le forze nel riposo della mente,
nella tranquillità salutare dello spirito!
Chi, proprio, la tranquillità salutare non poteva più averla,
era Pompeo Barbarò. Ogni ora che passava gli portava una nuova
inquietudine, un nuovo timore. Pochi si mettevano a discorrere con
lui dell'elezione di Panigale; pochissime erano le strette di mano
gratulatorie.
Gli altri giornali moderati di Milano, come la _Perseveranza_, il
_Corriere_, il _Pungolo_, se non si erano schierati subito contro il
suo nome, tuttavia avevano giudicata la candidatura del _Moderatore_
una _candidatura-sorpresa_, e si tenevano in un gran riserbo. Il
Barbarò lo aveva capito, ne era mortificato e montava sulle furie
contro lo Zodenigo, che gli aveva promesso _a priori_ "l'appoggio
unanime di tutta la stampa _libeeale-modeeata_!"
--Sto fresco, se aspetto l'appoggio unanime--borbottava il signor
Pompeo.--Mi odiano tutti perchè mi invidiano e mi temono!... Com'è
basso... com'è cattivo il mondo!... Appena un pover'uomo riesce a forza
di lavoro e d'intelligenza ad innalzarsi un poco sugli altri, subito si
cerca di tagliargli le gambe!
Ma se il dispetto lo rodeva, l'interna inquietudine lo accasciava.
--_È lunga la via di Damasco?_--ripeteva poi tra sè, pensando
all'articoletto del Cammaroto.--Che cosa avrà voluto dire quel sudicio
ricattatore?... Mah!... Non ne capisco un'acca!
Per altro s'egli non capiva l'allusione biblica, l'accenno alla
prudenza gli faceva indovinare il succo della minaccia.
--_Convertirsi alla prudenza?_... Chi sa, chi sa, che cosa andranno a
pescare, a rimuginare il padre Salvatore e compagnia!... Maledetto quel
poetastro scilinguato!... In che vespaio m'ha messo per la smania _di
affermare il suo giornale_! Ma... e se invece il professore Zodenigo
l'avesse fatto apposta?... Se fosse stato comperato dai miei nemici per
rovinarmi?
E oltre alla _Colonna di fuoco_, Pompeo Barbarò aspettava e leggeva con
ansia tutti gli altri giornali avversari; ma dopo l'articoletto del
Cammaroto, nessuno aveva più parlato della sua candidatura.
Anche _quegli altri_ stentavano a risolversi.... C'era la discordia
nel campo d'Agramante: chi voleva addirittura un candidato radicale;
chi invece riputava più utile un rappresentante della _sinistra
monarchica_. La _Lega Democratica_ e l'_Unione Operaia_ proponevano un
nome, e si ostinavano per farlo accettare: i _Reduci_ e il _Fascio_ ne
sostenevano un altro con pari calore. Finalmente, per acquetare gli
animi di tutti, si stabilì di non darla vinta a nessuno dei contendenti
eleggendo un terzo candidato, che all'ultimo momento fu proposto da
Salvatore Cammaroto fra gli applausi di tutta l'assemblea.
Per altro, volendo essere sinceri, bisogna dire che non era stato il
Cammaroto che avea pensato per il primo a quel nome così illustre
e simpatico, no; ma invece era stato suggerito in un orecchio
al direttore della _Colonna di fuoco_ dall'avvocato Gian Paolo
Serbellini, il quale a sua volta c'era arrivato solamente dopo un
discorso che gli era stato fatto dal nipote di un certo Nicola Mazza,
banchiere milanese, che da molti anni, scampato per miracolo dalle
segrete austriache, si era rifugiato e continuava a vivere a Londra.
--Se fosse proprio vero!... Se il Barbarò fosse proprio una
spia!...--pensava l'avvocato--che figura barbina ci farebbero il
_Moderatore_ e la _Costituzionale_!... E gli avversari che gli
contrappongono il fratello di una delle vittime?!... Che fracasso
deve succedere!... E che colpo, che vergogna per il _partito delle
livree_!... Non vogliono saperne della gente onesta?... Ebbene si
godano le spie per loro candidati!...
In quanto a Salvatore Cammaroto, appena egli ebbe sentito il nome
che gli proponeva il Serbellini non pensò più, di primo colpo, nè al
Barbarò, nè al _Moderatore_; abbracciò l'avvocato; poi cominciò a
correre come un matto su e giù per lo stanzone saltando e battendosi
la fronte, e rimproverandosi perchè quel nome non era venuto in mente
prima a lui, a lui solo!... In fine si fermò dinanzi alla signora
Apollonia, la fissò un momento negli occhi e scoppiò in lacrime.
"È il mio più diletto amico!... Il mio fratello d'armi e di fede!"
continuava a gridare il Cammaroto, mentre la signora Apollonia senza
commuoversi, seria, impettita, andava in giro per l'ufficio, in cerca
del fazzoletto turchino. "È un apostolo, fra i più illuminati e
operosi, del patrio vangelo!... È un'anima serafica nel petto di un
Arcangelo; è uno di que' pochissimi, _rari nantes_ nel mare putrido
di Sodoma, che attestano alle genti scadute come l'uomo sia stato
creato a immagine di Dio!..." Poi si avvicinava a Peppino Casiraghi
che lo guardava attonito cominciando pure a intenerersi per ispirito
d'imitazione, e stringendogli le mani lo assicurava che quella scelta
doveva essere l'_Arca dell'Alleanza_, il _gomor_ della vittoria, e
in fine passando dalle lacrime al riso tornava a correre presso la
signora Apollonia promettendole con una risata di compiacenza che gli
rischiarava la faccia e gli allargava il petto, che quel nome avrebbe
fatto più colpo di dieci, di cento cannonate!
E in tutto il giorno Salvatore Cammaroto, infervorato, continuò ad
agitarsi e a predicare a onore e gloria del suo candidato... poi la
sera, appena lo ebbe proposto all'assemblea dei sodalizi democratici,
e lo sentì accogliere da una salva d'applausi, tornò a commuoversi,
a piangere nel bel mezzo del suo discorso, e in fine, quando sciolta
l'adunanza si presentò alla sua signora che in compagnia di Peppino
Casiraghi lo aspettava, sonnecchiando, al _Caffè delle Tre Rose_,
di faccia alla casa dove avea avuto luogo la riunione, era pallido,
sfatto, col viso ancor molle di sudore e di lacrime.
--_Sursum corda!... Sursum corda!..._--balbettò abbracciando
l'Apollonia....--È stata una serata memorabile! Le _Pentecoste_ del mio
sacerdozio politico!
--Dunque--domandò la signora alzandosi e accomodandosi lo scialle per
uscire--Il tu' omo è stato accettato?
--Fra l'esultanza, mia cara, fra l'esultanza e gli osanna del popolo
eletto!--Così dicendo, e dopo aver fatto una grande scappellata al
proprietario del caffeino, offrì il braccio alla moglie e uscirono,
passando come al solito per il Corso, prima di ridursi a casa.
Salvatore Cammaroto andava sempre col collo torto e col naso in su,
tenendo, per abitudine fratesca, le mani contro il petto, nascoste
l'una sull'altra dentro le maniche, mentre salutava tutti affabilmente,
e parlava ad alta voce col Casiraghi; la signora Apollonia più grande,
più grossa, più larga del marito, se lo teneva stretto sotto il braccio
all'ombra del cappellone magnifico, e camminava fiera, come se portasse
attorno il Direttore per spaventar la gente.
Pompeo Barbarò non seppe il nome del candidato che gli avevano
contrapposto altro che alla mattina dopo; ma il colpo fu così forte
che traballò, come se avesse ricevuta una mazzata sul capo, e rimase
molto tempo oppresso e sbalordito. In fine, quando riuscì un poco ad
orientarsi, corse ancora tutto stralunato dallo Zodenigo.
--Sono rovinato... è un tiro assassino che mi vogliono fare!...
Professore, professore... trovate modo d'impedire uno scandalo... a
qualunque costo... fate che possa ritirare la mia candidatura... non
voglio più saperne!
Lo Zodenigo, che per la prima volta non si era alzato dalla sua
poltroncina presso lo scrittoio per salutare il Barbarò, rimase freddo,
impassibile davanti a tanta agitazione.
--Caro amico,--gli disse poi lentamente, soffiando ancora più del
solito,--voi... non mi avevate detto tutto!
--Ma... sono calunnie....
--Allora... se proprio sono calunnie... e potete provarlo, è un altro
paio di maniche.
--Ma... provarlo....
--Non potete... provarlo?--e l'occhio nero dello Zodenigo pareva
volesse penetrare in fondo all'anima del suo interlocutore.
--Sicuro che... se volessi.... In ogni modo... vi ripeto... desidero
ritirare la mia candidatura, per non aver noie!
--Se vi ritirate in questo momento siete _peeduto_ e _peer_ sempre...
ricordatelo bene.
Pompeo si sentì tremar le gambe e si appoggiò con una mano allo
scrittoio.
--La vostra rinuncia... ora... sarebbe la più esplicita conferma delle
voci che corrono.... Certo... se io avessi saputo... se avessi potuto
supporre... non vi avrei certo consigliato un passo simile....
A questo punto la freddezza dello Zodenigo che fissava cogli occhi
immobili il Barbarò diventava aspra... quasi minacciosa.
--Facciamola finita!--balbettò allora Pompeo con voce soffocata,
ma pure con un certo piglio di risolutezza che gli era dato dalla
disperazione,--facciamola finita... sono nelle vostre mani... accetterò
tutte le vostre condizioni!
Lo Zodenigo tornò a soffiare chiudendo le palpebre e stirandosi sulla
poltrona.
--Prendete una seggiola, _caao_ cavaliere.... Prendete una seggiola e
accomodatevi.
Pompeo accasciato, avvilito, prese la seggiola che gli era stata
indicata e sedendo e guardando a sua volta lo Zodenigo con una
espressione supplichevole, balbettò sospirando:
--È un anno terribile, questo, per me.... Mi sono anche rovinato mezzo
coi fondi turchi.
L'altro sorrise storcendo le labbra: "Diamine! quel furbacchione del
sor Pompeo piangeva miseria per poter lesinare sul prezzo!"
IV.
Salvatore Cammaroto presentò e raccomandò agli elettori la candidatura
Alamanni con un inno biblicamente immaginoso di ammirazione e di
amore. Prima d'incominciarne la lettura avea detto rivolgendosi alla
moglie:--Questa volta, cara _Polonnì_, abbiamo intinta la penna
nel core!--E non rideva di compiacenza, ma dietro gli occhialetti
ingrossavano le lacrime; era sudato, ansante, come se l'articolo lo
avesse scritto correndo.
E in fatti quella lunga vita intemerata di cospiratore e di soldato
era narrata efficacemente coi più smaglianti colori. Il Cammaroto
lodava il carattere di Francesco Alamanni, "più limpido e terso della
gemma di Sabaoth;" ne levava a cielo "le virtù della mente e del
cuore, la illibatezza dei costumi, la salda fierezza dell'animo, e
l'eroismo provato in cento battaglie... mentre dal suo occhio ceruleo,
che ricordava quello del Messia novissimo dei due mondi, spirava una
dolcezza serena, un senso di bontà femminilmente gentile." Insomma, in
Francesco Alamanni "c'era il cuore di Leonida nel petto di Arnaldo;
la soave amorevolezza di Tobia congiunta alla severa fortezza, allo
spirito indomito di Savonarola." E in tutto l'articolo non accennava
menomamente nè al Barbarò, nè al _Moderatore_. Soltanto nella stretta
finale ammoniva i "_banchettanti_ della politica, i profanatori e i
trafficanti dei sacri ideali della patria, che il nome di Francesco
Alamanni doveva risonare terribile come la voce profetica di Daniele;
come il _Mane-Techel-Phares_, precursore miracoloso della vendetta di
Jehova."
Ma gli entusiasmi del Cammaroto e i raffronti poetici e le minacce
non facevano molta impressione sopra i lettori positivi, cui stava
particolarmente a cuore il buon ordinamento della cosa pubblica. Essi,
invece, si lasciavano convincere assai più volontieri dalle ragioni
pratiche dello Zodenigo, il quale scalzava destramente Francesco
Alamanni, pur riconoscendone i meriti patriottici, per non andare
contro il sentimento pubblico; e che senza stare a ritessere le lodi
già prodigate al Barbarò, si ristringeva a mostrare la convenienza che
avevano i _moderati_ di sostenerlo, così per l'utile del collegio come
per l'onore del partito.
"Dobbiamo imitare gli Inglesi" diceva il _Moderatore_, "gli Inglesi
il cui esempio ci era spesso additato dal Conte di Cavour. Nel forte
congegno del parlamentarismo britannico non solo ogni sentimento di
antipatia, oppure di amicizia, ma persino ogni ragione di aspirazioni e
di giudizi individuali rimane vinta dalla ferrea disciplina del partito.
"A Panigale il Barbarò ha incontrato subito molto favore....
Arrischiando ora un altro nome alla sorte cieca delle urne, parecchi
elettori voterebbero ugualmente per l'egregio e noto gentiluomo
che gode le aderenze e presenta i reali vantaggi di un _candidato
locale_.... Quindi lo scandalo di una lotta intestina.... Quindi, e per
naturale conseguenza, il trionfo quasi certo del candidato avversario,
il quale, mantenendosi i nostri concordi e compatti, non avrebbe
alcuna speranza di buon successo.
"Infatti i _sinistri_, i _rossi_ di tutte le gradazioni, dal
rancio tenue al _sangue di drago_, su chi mai hanno rivolto i loro
suffragi?... Quale il nome che gli avversari nostri, i più accaniti, e
perciò i meno prudenti, portano già sugli scudi, framezzo al baccano
del loro entusiasmo strampalato e assordante come il _zun-zun_ che
precede le processioni dei preti... e dei _frati_?
"È un nome certamente illustre. Un nome caro a tutti gli Italiani e
che noi appunto per un sentimento di rispetto e d'amore non vogliamo
ancora compromettere.... fino a che la candidatura offerta non venga
formalmente accettata.
"....Sinceramente devoti verso le più simpatiche figure del nostro
risorgimento, sarà sempre a malincuore che scenderemo in campo per
combatterle; e se mai ci fosse concesso di rompere le barriere e
di avvicinare questi bei legionari delle nostre aquile vittoriose,
vorremmo dir loro, coll'effusione più sincera dell'animo: 'Ascoltate
la voce del popolo che s'innalza fino a voi nell'umiltà sapiente del
proverbio e ripetete... ripetete colla mente, ripetete col cuore:
_Dagli amici mi guardi Iddio!_...'"
In que' giorni l'ufficio della _Colonna di fuoco_ restava aperto
fino alla sera tardi; perciò, dopo uscito l'articolo dello Zodenigo,
capitarono in direzione i soliti amici, condotti dall'avvocato Gian
Paolo, gridando accalorati e con in tasca una copia, ciascuno, del
_Moderatore_.
--Hai letto, Salvatore!
--Hai letto?... Un capolavoro di perfidia!
--C'è dentro tutta la tristizia e la furberia dello Zodenigo!
--Che Zodenigo!... Che Zodenigo!... Non è capace lo Zodenigo di
scrivere in quel modo!
--È farina del Carpani!
--Lo Zodenigo ci avrà messo le virgole.
--E qualche punta avvelenata!
--Sia di chi si sia, è certamente un articolo molto destro.
--Bisogna rispondere subito, Salvatore?
--E senza pietà, senza misericordia!
--Bisogna dar fuoco alla miccia, e tirare le prime cannonate,--esclamò,
alla sua volta, Peppino Casiraghi avvicinandosi alla signora Apollonia
la quale, più che mai imbronciata, aveva un bel brontolare che il
direttore non aveva bisogno di consigli e che bisognava lasciarlo in
pace: nessuno più l'ascoltava. Volevano che Salvatore si mettesse
subito a scrivere la risposta.
Il Cammaroto, in tutto quel tempo, avea seguitato a camminare su e
giù per lo stanzone, meditabondo, con la testa bassa, senza mai dire
una parola.... A un tratto si avvicina allo scrittoio... prende un
telegramma da un mucchio di lettere e di giornali, lo incolla sopra un
foglietto di carta e vi aggiunge in fretta, e restando sempre in piedi,
alcune righe.
--Leggi questo, Polonnì!--disse poi quando ebbe finito di scrivere,
rivolgendosi alla moglie. E mentre tutti gli altri circondavano curiosi
la signora Apollonia, egli tornò a passeggiare su e giù come prima,
fregandosi forte le mani, per calmare i nervi.
Il telegramma era di Francesco Alamanni che dichiarava di accettare
l'offertagli candidatura, "pronto sempre a sacrificare i propri
ideali sull'altare della Patria, finchè rimarranno incompiute la sua
indipendenza e unità."
"A tali nobilissime parole, che valgono assai più di qualunque
programma," aveva scritto sotto il Cammaroto, "noi non ci sentiamo
core, per oggi, di aggiungere nulla di nostro. Sarebbe un scemarne
l'impressione forte e serena.... Ci sembrerebbe di commettere un
sacrilegio.
"Solamente a quel furbo pazzerellone del _Moderatore_, che alternando i
_bons-mots_ colla perfidia, accusa noi di fare della rettorica per aver
campo di sparare i suoi razzi da fiera.... e da mercato, rispondiamo,
nella prosa più modesta, che gli scudi sui quali porteremo e coi quali
difenderemo il nostro candidato, il candidato dei _liberali onesti_
(diremo così per segnare nettamente le due linee di battaglia) non
saranno mai gli scudi... da cinque lire!..."
Da questo momento, come si vede, la lotta che si era accesa a
Milano per la conquista di Panigale si faceva più viva fra due soli
combattenti: la _Colonna di fuoco_ e il _Moderatore_. Gli altri
campioni pareva che stessero a vedere.
I giornali e le associazioni _moderate_ avevano risolto dopo la
proclamazione della candidatura formidabile dell'Alamanni, fatta dagli
avversari, a non mettere ostacolo ed anzi a facilitare la riuscita
del Barbarò, perchè questi era, se non altro, un uomo d'ordine, un
voto sicuro per il Ministero. Ma se lo subivano come una necessità
del momento, non ne erano fanatici, e a difenderlo, ad esaltarlo,
lasciavano volentieri che si mettesse in prima linea il giornale
dello Zodenigo. Dall'altra parte, invece, i giornali democratici amici
dell'Alamanni, si erano messi di malavoglia, fiaccamente a sostenere
la lotta perchè "la candidatura Alamanni, scelta bene, era stata
posta male." Essi erano un poco piccati perchè Francesco Alamanni,
essendo stato compagno d'armi del padre Salvatore, aveva mandato il
suo telegramma di accettazione, proprio alla _Colonna di fuoco_. Nè
valse a rabbonirli del tutto, nè a far loro perdonare quell'infrazione
alle regole gerarchiche la lettera che l'Alamanni stesso avea scritta
insieme col telegramma, mandandola direttamente al _Comitato elettorale
democratico_; nella qual lettera poi, più assai diffusamente che non
avesse potuto fare in un dispaccio, spiegava il concetto della propria
accettazione e i propri intendimenti politici.
Per Francesco Alamanni, tuttavia, c'era questo svantaggio di fronte al
Barbarò, che l'azione del Cammaroto rimaneva circoscritta alla _Colonna
di fuoco_. Fuori del giornale, e dove il giornale non era diffuso (come
appunto a Panigale), la sua influenza era nulla o presso che nulla. Nè
il Cammaroto aveva l'arte, e nè manco le furberie più elementari dei
bravi agenti elettorali; ma, quasi quasi, faceva più danno che altro al
proprio candidato quando predicava, infuriandosi contro "la fiaccona
generale;" anzi, una sera, ebbe la poca accortezza di dichiarare, in
piena assemblea, "che se i giovani crociati non si mettevano con più
ardore nella guerra santa," Francesco Alamanni avrebbe corso pericolo
di rimanere soccombente. Invece il professore Eugenio Zodenigo, sempre
serio, sempre composto, dimostrando sempre una sicurezza olimpica,
mentre sorrideva di compatimento "per quel povero Alamanni, esposto
dai troppo caldi ammiratori ad un fiasco inevitabile," arrivava da
per tutto colle sue cento braccia, da Milano a Panigale. Il Carpani,
che aveva paura dei radicali, come il diavolo dell'acqua santa, lo
coadiuvava nella polemica col fervore dei forti convincimenti; e a
Panigale lavorava a fil doppio Beppe Micotti il quale, subito scontata
la pena, vi era stato mandato dal padrino. Colà aveva pure un aiutante
validissimo in Don Rosario, che in quei giorni sgambettava di continuo
per la cura, promettendo un buon raccolto _di qua_ e il paradiso _di
là_ agli elettori del signor Cavaliere, e minacciando la grandine e
l'inferno a chi avesse dato il voto per quello scomunicato framassone
dell'Alamanni.
E Beppe Micotti e Don Rosario scrivevano e conferivano di continuo
collo Zodenigo, il quale pure si recava spesse volte a visitare il
collegio, intrattenendosi coi pezzi grossi d'ogni Comune, promettendo
mari e monti a nome del Barbarò, e spaventando tutti colla "questione
grave del proletariato." Prediceva colla faccia scura, che una volta
la _Sinistra_ al potere, lo sciopero, l'agitazione dei contadini si
sarebbe fatta generale, e la campagna si sarebbe sollevata "armata
mano" contro la possidenza.
--La marea monta: le _maaea_ monta! Bisogna riunire tutte le forze;
vincere, occorrendo, le proprie ripugnanze, le _poopie_ antipatie
e mandare alla Camera degli uomini d'ordine per consolidare la
_Destra_.... Ecco l'unica via se non per scongiurare, almeno per
allontanare il _peiicolo_!
Lo Zodenigo, sempre con l'aiuto di Beppe Micotti e di Don Rosario,
si era pure messo con grande impegno per costituire un comitato che
proclamasse e sostenesse la candidatura Barbarò, e ci era riuscito
pienamente. Il comitato fu detto _Degli agricoltori liberali moderati_;
pubblicò un manifesto agli elettori del collegio di Panigale,
sottoscritto da una ventina di nomi abbastanza rispettabili, che
raccomandavano l'elezione del cavaliere Barbarò, "uomo d'ordine,
devoto alla patria, alle istituzioni, e il cui ricco patrimonio era
una garanzia d'indipendenza,--esperto amministratore,--lavoratore
indefesso,--filantropo illuminato,--conoscitore dei _reali_ bisogni
del collegio,--amantissimo del pubblico bene e del progresso cauto e
ragionevole."
Da tutto ciò, com'era facile capire, la cosa si metteva abbastanza
bene per il Barbarò.... Ma questi, invece di rallegrarsene, o almeno
di mettersi un po' l'animo in pace, diventava ogni giorno più nero, e
ogni giorno, come assicurava l'avvocato Gian Paolo, gli cresceva la
tremarella. Non mangiava più, non dormiva più, non si lasciava più
vedere. Rimaneva chiuso in casa, dalla mattina alla sera, imbronciato,
rabbioso, borbottando improperi e maledizioni contro lo Zodenigo,
"quell'assassino da strada, che lo aveva uccellato per derubarlo." Ma
poi, ad ogni articolo che gli scriveva contro il Cammaroto, si mostrava
col professore quasi ossequioso, e sempre tutto sorrisi, premure e
complimenti.
--_Cooaggio!... Cooaggio!..._--gli diceva più volte lo Zodenigo,
battendogli sopra una spalla, con un sorriso tra il benevolo
e il canzonatorio, ma in cui spirava un'aria di superiorità
protettrice.--_Cooaggio!... Saete onooevole... _ Ve lo _poometto_!--e
abbassava le palpebre tornando a sorridere, in quel suo modo
particolare.
--Ah!... caro professore.... in quanto a me... lo sapete
pure,--balbettava il Barbarò, interrogandolo cogli occhiettini
spaventati,--in quanto a me... non desidero altro che... che la
burrasca sia passata!... E vi domando soltanto di non irritarlo troppo,
di non scatenarmelo contro, quel mattoide fegatoso... Lasciatelo
dire... lasciate che si sfoghi... Così la finirà più presto!
--Non dubitate.... sono un gentiluomo e farò sempre una polemica da
gentiluomo... coi guanti.
Infatti al telegramma di Francesco Alamanni, accettante la candidatura,
egli rispose, come si vantava, conservando _la forma_ e _la misura_.
"Facciamo il saluto delle armi al nostro illustre avversario, dolenti
che l'accanimento di un partito affatto sprovvisto di idee pratiche di
governo e in cui certo non vi ha grande abbondanza di statisti, non
abbia esitato a trascinare in una lotta ingloriosa un bravo soldato, un
carattere indubbiamente integerrimo."
E così, cominciato l'attacco, il _Moderatore_ proseguiva più spedito
all'assalto.
"_Alea jacta est_.... (scriveremo latino anche noi, visto che il
latino minaccia di diventare la lingua ufficiale dei nostri avversari)
_Alea jacta est_... e discutiamolo subito, come uomo politico,
come _legislatore_, il signor Francesco Alamanni. Discutiamolo
_educatamente_, ma per lungo e per largo, quantunque i democratici
abbiano questo di comune coi clericali... la proclamazione
dell'infallibile, anzi degli infallibili, perchè non si accontentano di
un papa solo, ma fanno papa 'Ogni villan (_pardon!_) che _parteggiando_
viene!'
"Discutiamolo dunque, come uomo politico, questo candidato,
scelto e proclamato proprio all'ultimo momento, e che per ciò,
volendo rispondere a chi ci accusava di aver presentata una
_candidatura-sorpresa_, potremo chiamare, alla nostra volta, il
_candidato della disperazione_!.... Discutiamolo e cominciamo dal
chiedere, a chi ce lo sapesse dire: Chi è?... Che cosa vuole?... Che
cosa farà?...
"_Chi è?_... Un onorevole superstite della gloriosa _rettorica_
del _quarant'otto_... che contribuì a fare l'Italia, ma che adesso
basterebbe da sola a disfarla.
"Un vecchio mazziniano, onestamente convinto, un ingegno superiore...
ma sempre nelle nuvole, a cui, per ciò, è sfuggita affatto l'evoluzione
moderna.
"È anche un bravo soldato...--e chi lo vuol negare? Ma dall'essere un
bravo soldato all'avere la stoffa di un buon legislatore (e sopratutto
di un _prudente_ legislatore) ci corre.... Oh se ci corre!
"Che cosa vuole?... L'impossibile.--Che cosa farà?... La confusione,
il disordine, preludiando, a forza d'ideali, e sempre in buona fede,
magari anche alla guerra civile.
"E oltre a tutto questo, un baco perfido e insidioso rode fino
alle ossa Francesco Alamanni: il baco della poesia. Cospiratore,
rivoluzionario, soldato, uomo privato e uomo pubblico, Francesco
Alamanni è stato e sarà sempre, e sopra tutto poeta; e questa è la
ragione precipua della nostra piena... sfiducia.
"....Anche noi, da giovani, siamo stati poeti, e... (perchè non
confessarlo?) abbiamo avuto la debolezza di scrivere versi!... Erano
quelli i giorni amari dell'esilio.... I giorni in cui, perseguitati
dalla bieca signorìa che imperava colle verghe e coi patiboli, miseri,
sfiniti, andavamo a chiedere, peregrinando, fra i nostri fratelli della
riva gioconda:
La carità d'un obolo di rame!
"Sì, allora noi pure eravamo poeti, e dalla cetra ribelle usciva
l'inno audace che non vagiva querulo... saettava!... Ma adesso, dopo
la _esposizione finanziaria_ di Quintino Sella, _cessaro i canti_!
L'Italia ha bisogno ormai d'impratichirsi nell'aritmetrica e non
nella metrica.... Alla Camera non si deve fare poesia e tanto meno
tirare schioppettate o preparare barricate.... Oh, se così fosse,
noi pure voteremmo unanimi per il valoroso candidato dei nostri
avversari! Ma invece, vi saranno, fra molte altre, anche le leggi
agrarie da discutere, e vi sono i bilanci da votare... ed è per ciò
che, onestamente, raccomanderemo agli elettori di Panigale di eleggere
POMPEO BARBARÒ; l'uomo sorto dal popolo, e che conosce il popolo nelle
sue virtù, nei suoi difetti, ne' suoi bisogni; l'uomo che si è creato,
col lavoro assiduo e intelligente, un ricchissimo patrimonio, mentre
invece il signor Alamanni (sia detto col maggior rispetto) ha finito, o
quasi, tutto il suo.
"Elettori di Panigale, ricordate bene: l'Europa non è che un gran
vulcano: in questo momento una politica di avventure sarebbe fatale per
la patria.
"Votate, dunque, per POMPEO BARBARÒ.... Mandate alla Camera gente che
sa fare i conti; buoni amministratori amanti dell'ordine e devoti
sinceramente alle istituzioni.... senza l'equivoco degli ideali!"
L'avvocato Gian Paolo Serbellini e gli amici della _Colonna di fuoco_
tornarono da capo, dopo quest'altro articolo del _Moderatore_, per
cercar di scuotere maggiormente il Cammaroto. "Che cosa mai gli era
successo?" pensavano tra loro. "Pareva un altro; non aveva più la
foga d'un tempo... si mostrava tentennante... Non sapeva risolversi
a risponder chiaro, a smascherare il Barbarò e quel _gesuita_ in
guanti gialli dello Zodenigo!.. Che il frate... si fosse lasciato
conquidere?..."
Tuttavia, come le altre volte, capitarono ancora in ufficio col
_Moderatore_ in tasca; ma le loro facce parevano più lunghe, e se le
parole eran quasi le medesime, il tono era più fiacco, e avevano il
sorriso amaro, come di gente sfiduciata.
--Hai letto, Salvatore?
--Bada, Salvatore, ti lasci scappare le più belle occasioni.
--Salvatore, accetta il nostro consiglio: spara tutte le artiglierie!
--Tu non conosci Milano.... Tu non conosci Panigale....
--Guai se il Barbarò prende piede!
--Perchè non hai detto francamente che è un usuraio?
--Un ladro?!
--Devi illustrare il famoso processo dei fornitori.
--Insomma, è ora di dir tutto....
--Senza reticenze, senza ambagi, senza paura!
Il Cammaroto, come faceva sempre, camminava su e giù per lo stanzone,
senza rispondere, senza guardare in faccia nessuno; colla testa bassa.
--Potresti cominciare a buttar là, con garbo, che il Barbarò ha fatto
anche la spia,--soggiunse l'avvocato Gian Paolo, con voce melliflua.
Salvatore Cammaroto si fermò su due piedi, si aggiustò gli occhiali sul
naso, e guardò fisso l'avvocato.
--Nicola Mazza non ha ancora risposto...--mormorò dopo un momento.
--Che importa? Se il fatto non è vero, avrai sempre tempo di
rettificarlo lealmente, e se è proprio vero, come sembra, allora non
bisogna aspettare a spifferarlo che l'Alamanni sia rimasto soccombente!
--E poi,--osservò un altro della comitiva, certo Nannarelli,
ragioniere, che aveva concorso in quei giorni al posto di
vice-direttore della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, e che
non era stato nominato:--e poi, per mostrare quali sono i sostenitori
del Barbarò, e con quali mire lo servono, dovresti pubblicare anche la
biografia dell'onesto Zodenigo!
--Buono, quello, Salvatore!
--Scrivi, scrivi, che ebbe i _giorni amari dell'esilio_ raddolciti
cogli zuccherini delle vecchie.
--Mentre non isdegnava nemmeno di intingere nel guadagno delle giovani!
--Questa è troppo forte! Non bisogna esagerare!--esclamò il Cammaroto
rivolgendosi come scandalizzato alla signora Apollonia, che sempre
seduta immobile al solito posto, con un cappellone giallo colle gale
rosse, storceva la, bocca e sputava in terra per la nausea, mentre
Peppino Casiraghi si fregava le mani saltando sulla seggiola, e ridendo
come un matto.--Non bisogna esagerare! Io intendo di dire la verità a
tutti quanti, ma non voglio calunniare nessuno; nemmeno gli avversari
miei!
--Nannarelli non calunnia; Nannarelli dice la verità!--rispose
l'avvocato Gian Paolo mettendosi a gridare e a battere col suo fascio
di carte sul tavolino.--Ho conosciuto anch'io, due o tre anni fa, una
delle tante vittime del professore. Era una certa Rosetta, che faceva
la portinaia in _Via della Spiga_.... Il professore le fece fare
un....--ma a questo punto si fermò. La signora Apollonia, pestando i
piedi e dimenandosi dispettosamente sulla seggiola, tutta stizzita per
quella mancanza di rispetto al suo pudore, gli aveva tolta la parola.
--Un... mi avete capito!--continuò poi l'avvocato.--E subito dopo la
povera ragazza fu abbandonata.... Ma quando in appresso la Rosetta
diventò madamigella Flora, il professore tornò a frequentarla... nelle
ore ch'essa aveva libere!... Ecco, Salvatore mio: questa è la verità,
tutta la verità, nient'altro che la verità!
--Bravo Gian Paolo!
--Hai detto benissimo!--esclamarono tutti gli altri, in coro.
Il Cammaroto fremeva di sdegno.... Tuttavia era ancora perplesso;
avrebbe voluto aspettare di aver le prove in mano che il Barbarò era
proprio stato una spia, denunciando Giulio Alamanni e Nicola Mazza,
per schiacciare, con un colpo solo, lui e lo Zodenigo.... Ma d'altra
parte l'articolo del _Moderatore_, e tutto il gridare degli amici, gli
mettevano il fuoco addosso. Guardò la moglie, che rossa, scarlatta,
barbottava imbizzita per quel baccano irriverente che si faceva attorno
al direttore. Guardò Peppino Casiraghi, e vide bene dal modo come
scrollava il capo, che il cronista teneva dalla parte dell'avvocato
Serbellini.
--Che ne dici, _Polonnì_?
--Una 'annonata e non ti 'onfondere!--esclamò la signora con un'alzata
di spalle molto significativa all'indirizzo del sullodato Gian Paolo e
compagnia.
--Mi pare che da un poco in qua le riceviamo noi le cannonate... nella
schiena!--brontolò Peppino, mettendosi di malumore a correggere le
bozze.
--In fatti dicono che il fuoco della colonna comincia un poco a
raffreddarsi,--soggiunse ghignando il Nannarelli.
--Davvero?--esclamò il Cammaroto prorompendo in una risataccia di
sfida.--Dicono così?... davvero davvero? E scotendo la zazzera si
sedette di colpo al tavolino, afferrò la penna, tirò su la manica
dell'abito fin quasi al gomito, e cominciò a scrivere in mezzo alla
prima cartella, mentre la signora Apollonia gli metteva dinanzi il
bicchier d'acqua e il fazzoletto turchino:
"IL CANDIDATO DELLA DISPERAZIONE."
--Ah! Ah! Ah!... Ti garba, _Polonnì_? Il candidato della
disperazione!... Peppino!... Senti, Peppino?!... Il candidato della
disperazione! Ah! Ah! Ah!--Ma poi, finito di ridere, curvandosi sulle
cartelle, colle gote accese, colla cravattina bianca disciolta, cogli
occhi scintillanti, vuotò tutta l'anima sua, la sua collera, la sua
passione, su que' foglietti di carta, che riempiva febbrilmente, colla
velocità di uno stenografo, e che la signora, Apollonia, muta, attenta,
disponeva in ordine, uno sull'altro.
"E il Barbarò, Pompeo Barbarò, il cavalier Barbarò, il Barbarò
lattivendolo, banchiere, portinaio, appaltatore, il Barbarò
_pignoratario_; è lui, lui solo, tutto lui il _candidato della
disperazione_" scriveva il Cammaroto: "e noi dobbiamo innalzare le
nostre laudi e render grazie alla sapienza infinita e sicumerica del
_mirabolano Moderatore_, per averci suggerito un titolo così bello,
così vero, così parlante, calzante, edificante!
"_Il candidato della disperazione!_... Oh lettori miei dilettissimi,
rivolgete le pupille degli occhi vostri sulle facce sparute dei membri
epatici dell'epatica _Costituzionale_, e vi ravviserete la mestizia dei
rassegnati, lo sgomento dei paurosi, l'ira dei traditi, l'abbattimento
dei vinti!... Rivolgete, rivolgete gli sguardi vostri sui volti
contriti dei _moderati_ liberali e illiberali, e ditelo voi se quelli
e questi non sono i disperati dell'ultimo momento, che impauriti dalla
minaccia della _divisione dei voti_, spaventati dal sorgere della
formidabile candidatura Alamanni, soffocano la voce della coscienza per
l'interesse del partito, ne offendono le oneste tradizioni, ingrossando
le squadre della milizia scelta coi _Turcos_ dalla faccia di bronzo,
coi _Lanzichenecchi_ dalle granfie rapaci, e infine avendo l'acqua
alla gola, si attaccano persino al Barbarò... a questa oscena vescica
gonfiata dal _Moderatore_ per il salvataggio dei barcamenanti fra la
patria e la bottega!
"Pompeo Barbarò?... Barbarò Pompeo!... Che, prima, il Dio dei
galantuomini si copra la faccia, e poi, alla nostra volta, domandiamoci
noi pure: '_Chi è?_... _Che cosa vuole?_... _Che cosa farà?_'... questo
generoso filantropo... dei limoni marci?... Questo gnomo strozzatore?
Questo truf... faldino lombardo-veneto, sovra il cui capo, dove anche
la canizie inonoratamente celandosi, colla frode d'un Figaro, pesa
un'accusa terribile, che ci fa fremere di sdegno e di terrore?...
"Chi è costui?... Troni e Dominazioni!... È l'uomo nefasto delle
forniture militari; è l'omicciattolo nefando dell'_Agenzia di prestiti
sopra pegni in via del Pesce_!... Ma, come si chiama?... Qui sta il
busillis!... Chi lo chiama Barbetta, chi lo chiama Barbarò; non si sa
bene dei due nomi quale era quello del portinaio infedele, quale era
quello del lattivendolo fallito.... Ognuno si ricorda, per altro, che
all'epoca del _processo dei fornitori_ invece del suo, o dei suoi,
adoperava il nome di un certo Micotti, detto _Sbornia_.... A Panigale
lo chiamano anche _mercante di pellagra_... e fra tanti, è questo il
solo nome che non gli è contrastato!
"Che cosa vuole?... È presto detto: quattrini vuole!
"Che cosa farà?... Ciò che ha sempre fatto: quattrini! quattrini!
quattrini! a qualunque prezzo, per qualunque vergogna; vendendo Cristo
come Giuda, ma poi, invece di appiccarsi, _impiccando_ il prossimo coi
trenta danari guadagnati!
"Il _Moderatore_...--A proposito: il _Moderatore_ continua a non
nominarci, certamente per rispetto; ma noi lascieremo correre
liberamente il suo nome dalla penna perchè in un articolo dove
c'entra spesso il Barbarò è inutile lo studio d'evitare i vocaboli
poco puliti.... Il _Moderatore_ dunque, ebbe tra le altre anche la
portentosa idea di consigliare agli elettori di Panigale di mandare
alla Camera il Barbarò perchè.... Indovinate perchè, figliuoli
miei?... perchè alla Camera vi sono i bilanci da discutere!
"Quali bilanci, di grazia?... I bilanci, forse, di una latteria
fallita o di una qualche... suburra in liquidazione?... Oh, in tal
caso, noi pure voteremmo unanimi per il competentissimo candidato...
della disperazione!... Ma dove si fanno le leggi dello Stato, dove
dovrebbe essere raccolto il cuore e la mente della Patria, credete
pure, elettori di Panigale, che sarete assai meglio rappresentati
dalla specchiata onestà di Francesco Alamanni, che non dall'_abilità_
amministrativa del Barbarò... o Barbetta, se preferite.
"E sopratutto non bestemmiate, o professore... dei Barbarò! Non
bestemmiate, per Dio, confondendo la broda dei vostri versacci da
colascione colla più alta, colla più sublime poesia che tempera il
cuore degli eroi, che forma la grandezza della Patria! No, no, illustre
professore... di prosa fatta colla _forma_ e colla _misura_, come gli
stivali; no, no, non bestemmiate la poesia per mostrare ai popoli
che quel vostro _parvenu_ spropositante non è un poeta (canchero!)
ma un finanziere! Esponete il fatto colla maggiore semplicità, e
sarà eloquentissimo in ogni modo. Dite che mentre FRANCESCO ALAMANNI
spendeva il proprio patrimonio per il bene della Patria, il cavalier
Pompeo rubava alla Patria per arricchirsi.... Dite tutto ciò, e una
volta almeno, avrete detto anche la verità!
"....Ma, al postutto, _non te ne ingaricà_, professorello dell'anima
mia. Gli elettori di Panigale non si lascieranno commuovere certamente
dalla pomata (olio e sego) della tua prosa. Gli elettori di Panigale
non vorranno certo preferire la bancarotta all'onestà, l'astuzia
all'intelligenza, la frode al carattere, la vigliaccheria all'eroismo,
le casse di limoni marci alle stimmate sante del soldato italico, il
candidato della disperazione al candidato degli uomini liberi, il
Barbetta (o Barbarò che sia) a FRANCESCO ALAMANNI!
"Simili speranze possono appena concepire, nell'epa turgida, certi
affaristi della penna; certi esuli-dilettanti che quando noi cantavamo
messa (oh che bel latino, figliuoli miei!) fra lo scrosciare della
mitraglia, non abbiamo mai avuto l'onore d'incontrarli!... Certa gente
che mentre tuonava il cannone di San Martino e fischiavano le fucilate
di Milazzo, inteneriva le vecchie sentimentali cantando i lai di
Venezia sul mandolino.... Oppure strisciava, invasata di concupiscenza,
strisciava nel bugigattolo di una qualche portinaia che aveva la
figliuola credula e bella come il fiore di cui le avevano imposto il
nome!... E in quel bugigattolo povero e indifeso, il lupo perverso,
spendendo un pocolino di _cielo azzurro_ e di _casta luna_ confettato
d'idealismo romantico, ingannava la semplice pecorella e.... E per
uscir di metafora, diremo che il professore... della moralità, che
ci butta in faccia come una vergogna l'aver dato col cuore anche il
nome onorato alla diletta compagna della nostra vita; il professore
della _forma_ e della _misura_, la testa quadra, il fabbricatore di
legislatori... a 49 al pezzo, soddisfatto all'ombra, come le bisce, il
proprio capriccio, manda i figliuoli all'ospizio e le madri al bordello!
"Ebbene, un essere così fatto, che si sforza per scimiottare i
gentiluomini, ma che non ha mai imitato i galantuomini, può credere
ancora nel trionfo del cavalier Pompeo Barbarò, _alias_ Barbetta (o
viceversa), ma noi, no! E se il professore... dei brogli elettorali,
può far l'ingiuria delle proprie speranze agli elettori di Panigale,
noi, non faremo loro certamente quella dei nostri timori.
"E poichè ci troviamo... a Panigale, un'ultima parola, prima di finire.
Ci vien riferito che laggiù un certo figuro, avanzo delle patrie
galere, assolda elettori pel _candidato della disperazione_, al prezzo
di cinque lire... e la _minestra_.... Ci vien riferito che un certo
pretonzolo (che non butterà mai la tonaca perchè ci vive dentro e
sopra) minaccia la grandine e l'inferno per gli elettori di Francesco
Alamanni.... Ebbene, noi diffidiamo gli elettori di Panigale perchè
si guardino bene da simili insidie e deferiremo i due allievi... del
professore, al procuratore del Re.
"L'ora dei brogli, delle frodi è passata; e sta invece per suonare
quella della giustizia.
"Non le pare, cavalier Pompeo, d'essersi messo a un brutto gioco?...
_Chi troppo in alto sal, cade sovente_... con quel che segue.
"La giustizia arriva tardi, ma arriva sempre, e per non disimparare il
latino, che dà tanto ai nervi al _Moderatore_, finiremo con Orazio:
"_Numquam antecedentem scelestum
Deseruit pede poena dando._"
Quando ebbe terminato di scrivere l'articolo, il direttore rizzò il
capo, squassò di nuovo la zazzera, tuffò le labbra nel bicchiere
d'acqua e cercò il fazzoletto guardando la moglie, Peppino e tutti gli
amici con un'occhiata scintillante che si sciolse, come un lampo,
nel fragore di una risata.... Ma poi, appena ebbe finito di leggere,
si trovò stretto fra le braccia dell'avvocato Gian Paolo che lo
baciava commosso, mentre tutti gli altri della comitiva applaudivano
freneticamente.
Il numero della _Colonna_ col "candidato della disperazione" ebbe un
successo di vendita strepitoso. In due ore era stata esaurita tutta
l'edizione, e si dovette farne tirare una seconda. L'effetto ottenuto
poi fu il solito di tutti gli articoli elettorali pubblicati durante
il calore delle elezioni. I _moderati_ gridavano che era un'indecenza,
un libello: i _sinistri_, che era il marchio rovente per il Barbarò.
Gli uni sostenevano che tutto era falso quanto scriveva il Cammaroto:
gli altri, che era verità sacrosanta. E _destri_ e _sinistri_, erano
ugualmente in buona fede.
V.
Giulio Barbarò era ritornato da Nizza a Milano appunto in quei giorni,
essendo partito poco dopo ch'era partita anche la Mary, e fu tra i
primi a leggere l'articolo scritto dal Cammaroto contro suo padre. Fin
dalle prime righe si sentì montare il sangue alla testa, poi, pallido,
tremante, senza profferir motto, corse difilato all'ufficio della
Colonna di fuoco: voleva schiaffeggiare il direttore.
"Per Dio era troppo!... Era troppo!... Avrebbe pigliato quel manigoldo
a calci, a frustate!" Se Giulio Barbarò aveva pur dovuto persuadersi
che suo padre non si era condotto negli affari troppo scrupolosamente,
tuttavia non lo avrebbe mai potuto credere colpevole delle infamie di
cui lo accusava il Cammaroto. Perciò, oltre al dovere, si sentiva il
diritto di difenderlo e di vendicarlo. Suo padre, vittima di calunnie
atroci, riacquistava nel suo cuore tutta la stima antica e l'affetto.
"Povero vecchio!... Per mene elettorali, basse e vigliacche, gli
si erano scagliati addosso come cani arrabbiati!..." Ma lui, suo
figlio, lo avrebbe ben saputo vendicare... Per Dio, e come lo avrebbe
vendicato! Sì, sì, voleva dare una lezione a quel frate velenoso, a
quell'ispido e sudicio ricattatore!
Era sicuro che l'Alamanni, l'avversario di suo padre, onesto e
generoso, sarebbe stato il primo a biasimare quelle calunnie, a
sconfessare que' suoi amici.
"Perchè mai suo padre era andato a cacciarsi in un simile vespaio?...
Maledetta la politica!..."
Quando Giulio Barbarò giunse alla direzione della _Colonna di fuoco_
era già troppo tardi, e trovò chiuso l'ufficio. Allora, dopo aver dato
un calcio furioso contro la porta, andò a girare lungo il Corso e in
Galleria, dove gli era accaduto sovente d'incontrare il Cammaroto; ma
per quella sera, gira e rigira, non gli fu possibile d'imbattersi in
lui.
"--Si nasconde, ha paura, quel rospaccio rinnegato!..."
Invece trovò due amici, due garibaldini, compagni suoi di battaglione,
che accettarono subito di andare in suo nome, la mattina appresso,
all'ufficio della _Colonna di fuoco_, per sfidare Salvatore Cammaroto.
Dato questo incarico, e sfogatosi a lungo cogli amici, Giulio Barbarò
cominciò a calmarsi un poco. "Sì, sì... avrebbe vendicata, lavata col
sangue, la terribile offesa fatta all'onore di suo padre!..." E con
questa risoluzione nell'animo, fattosi ormai più sicuro di sè, potè
recarsi dalla Balladoro, la quale lo accolse con tante espansioni e con
tante proteste e dichiarazioni di affetto e di stima per lui, per suo
padre, da dargli subito a divedere che il numero della _Colonna_, col
_Candidato della disperazione_, era giunto a quell'ora anche in _Via
della Spiga_.
Ma dalla Balladoro, dolcissimo e caro conforto, egli trovò la signorina
Mary, che adesso doveva stare sempre collo zio anche a Milano, e
che avea ottenuto di venire con Angelica a fare un salutino a Donna
Lucrezia.
Anche la marchesa Angelica, per una favorevole combinazione, era
in quei giorni a Milano. Vi era appena arrivata da Gallarate, dove
dimorava abitualmente, per passare le feste del Natale e del Capo
d'anno vicino a Stefanuccio, ch'era stato messo nel Collegio militare.
E siccome la marchesa si trovava pure alloggiata all'_Albergo Roma_,
dov'erano anche gli Alamanni, che non avevano potuto trovar subito
un buon quartierino in affitto, così le due cugine, che dopo tanto
tempo che non s'eran più viste, si volevano sempre un monte di bene,
naturalmente stavano insieme a tutte le ore.
Tuttavia, la marchesa Angelica non aveva ancora ricevuto confidenze
dalla Mary, e non sapeva che avrebbe incontrato Giulio Barbarò da
Donna Lucrezia, quantunque avesse notato che l'amabile cuginetta aveva
insistito assai per volerci andare. Vedendoselo, per ciò, comparire
dinanzi all'improvviso, non potè a meno di sentirsene contrariata, per
il ricordo odioso di suo padre. La Mary invece, sebbene colle guance
sempre accese, sebbene parlasse e si movesse con insolita animazione,
si mostrava abbastanza disinvolta, e abbracciava la zia con certe
strette appassionate, e le dava certi bacioni grossi e scoccanti,
che il giovanotto doveva sentir risonare nel proprio cuore, come una
promessa.
--_Basème, basème_, viscere mie!--mormorava intanto Donna Lucrezia
gemendo col naso gonfio e chiuso, mentre la Filomena compariva
sull'uscio, zoppicando, e rammendando la sua calzetta, per mangiarsi
cogli occhi la signorina.--_Basème, basème_, viscere mie, a dispetto di
tutti i... i _bucefali_ del mondo!
Il buon Giulietto, quella sera, non sembrava nè timido, nè confuso
com'era di solito, e anche la marchesa, passato il primo momento,
n'ebbe un'impressione favorevole. Egli pensava che il giorno dopo si
sarebbe battuto assai seriamente, che forse... avrebbe dovuto restar
molto tempo senza più poter rivedere la signorina Mary; che forse... le
sarebbe stato cagione di nuovi dolori, di nuove angosce, e per tutto
ciò la sentiva più sua, più intimamente sua, e trovava il coraggio di
esprimerle, almeno cogli occhi, tutto il suo immenso amore. Fu ardito
al punto di trafugarle uno dei suoi piccoli guantini... voleva averlo
sul cuore quando sarebbe andato a battersi....
Poi, mentre le due cugine, sole in un _brum_, ritornavano all'albergo,
successero, fra loro, alcune spiegazioni.
--Dimmi la verità,--cominciò la marchesa,--tu sapevi di incontrare
Giulio Barbarò da Donna Lucrezia?...
--Sì, Angelica mia, lo sapevo!--mormorò la fanciulla abbracciando la
cugina con un abbandono, con un languore inesprimibile, e sospirando,
facendosi pallida.
--Mary, Mary!... è proprio per me questo bacio?--domandò Angelica
sorridendo.
--Questo... è proprio per te!--rispose la Mary dandogliene un altro.
Angelica ricevendo quel nuovo bacio si fe' pallida alla sua volta;
rispose alla stretta della fanciulla con un tremito di tutto il corpo,
e anch'essa sospirò, profondamente. Poi, come volendo scacciare
il nuovo pensiero che si era impossessato di lei, si sciolse
dall'abbraccio e le domandò con tono più grave:
--Ma... e tuo zio?... Che pensi di fare?...
--Giulio ha in animo di lavorare, di crearsi uno stato indipendente, e
appena sarà possibile ci... ci sposeremo. Lo zio, del resto, conosce
benissimo le nostre intenzioni.
E la Mary riferì alla marchesa Angelica il colloquio avuto a Nizza con
Francesco Alamanni.
--Lo ami tanto?...--domandò Angelica quando la fanciulla ebbe
raccontato ogni cosa.
--Oh sì, Angelica... tanto!
--E...--la marchesa esitava, ma poi dopo un momento, spinta
dall'affetto e dalla simpatia che nutriva per la Mary, si fece animo e
continuò a domandarle:--e... lo credi proprio degno... del tuo amore, e
dell'immenso sacrificio che sei disposta a compiere per lui!...
La fanciulla non disse una parola, ma sorrise fissando la cugina e
sfavillò negli occhi. Angelica si chinò commossa verso di lei....
Abbassò la bella testina bionda sulla testina bruna della Mary, e le
baciò le labbra rosse e fragranti come un fiore. Tacquero tutte due
lungamente; i loro occhi si fecero pieni di lacrime, il loro seno
gonfio di sospiri.
Il _brum_, che correva sobbalzando, rallentò a un tratto il monotono
frastuono e voltò adagio, per imboccare il corso _Vittorio Emanuele_.
Allora la luce più viva dei fanali e dei negozi ancora aperti, il moto
e il rumore delle carrozze e della gente, scossero un poco la marchesa.
--Chi sa--esclamò, dimostrando il più vivo interessamento,--chi sa come
il tuo povero Giulio dovrà soffrire in questi giorni....
--Assai, figurati!... Per ciò appunto ho voluto vederlo; per fargli
animo.
--Quell'omaccio non ha nè affetto di padre, nè prudenza, nè astuzia!...
Non è altro che un farabutto volgare!--esclamò la marchesa con tono
aspro e arrossendo subitamente per un impeto di collera.--Non doveva
mai arrischiare di porsi in un simile pasticcio.
--Forse chi sa,--soggiunse la Mary chinando il capo,--saran stati gli
altri a metterlo in mezzo... a ingannarlo.
--Tu, bimba mia, con queste elezioni, ti trovi proprio tra l'incudine e
il martello. Da una parte tuo zio, dall'altra.... Giulio: perchè già,
indirettamente, è in ballo anche lui. Ma quel benedetto ragazzo, non ha
nessun ascendente in casa?... Non poteva distogliere suo padre da un
passo così pericoloso?... Fargli intendere un po' la ragione?
--Che!... Il signor Barbarò sembra non fidarsi di Giulio!... Lo tratta
ancora come un ragazzo.... Lo tien sempre lontano da tutte le sue
faccende.
--Si capisce!...
--Sono così diversi. Il mio Giulio è buono.... Schietto, leale,
onesto.... Non ti ricordi a Villagardiana?...
A Villagardiana!... Angelica non rispose.... Tornò a distrarsi, e non
pensò più a Giulietto Barbarò. La sua mente corse invece al bel lago
azzurro... alla _Casina delle Romilie_... e le due giovani signore
tacquero, e si riscossero tutte due con un sussulto quando il _brum_ si
fermò dinanzi all'albergo.
La Mary, durante tutta la corsa, avea pensato a Giulio vicino....
Angelica, al Martinengo lontano. Andrea, forse un po' anche per merito
del _Ministro della Guerra_ che lo teneva sempre di guarnigione
nell'Italia Meridionale, aveva mantenuta la sua promessa: non si era
più fatto vedere da Angelica: ma Angelica, in ricambio, aveva pure
mantenuta la sua, scrivendogli tutti i giorni.
Il capitano Ippolito Redaelli e il dottor Carlo Franchi si presentarono
la mattina seguente, un po' prima delle dieci, come avevano promesso a
Giulio Barbarò, all'ufficio della _Colonna di fuoco_; si avvicinarono
al tavolino di Peppino Casiraghi, ch'era accanto all'uscio, e
domandarono di parlare col signor Salvatore Cammaroto.
Peppino guardò i due, spalancando gli occhi, poi, senza aprir bocca,
allungò la cannuccia della penna da scrivere, indicando il tavolino di
faccia.
--Salvatore Cammaroto, sono io!--esclamò il direttore ficcandosi le
lenti sul naso e alzando il capo, coi capelli e la barba arruffati più
del solito.
I due amici si avvicinarono, e fecero prima un grande inchino.
--In che vi posso servire?--domandò il Cammaroto sdraiandosi sulla
seggiola, e guardando i due bene in faccia.
In quel punto la granata, ch'era stata buttata in un angolo in tutta
fretta dalla signora Apollonia, appena aveva sentito che capitava gente
in direzione, strisciò e cadde, battendo forte col manico sul pavimento.
--In che cosa vi posso servire?--ripetè il Cammaroto.
--Ma, si vorrebbe...--e il capitano Redaelli accennò alla signora
Apollonia seduta immobile e imbronciata, come un idolo indiano, accanto
al direttore.--Si vorrebbe parlare con lei... da soli....
--Parlate pure: non uso aver segreti colla mia signora!
I due padrini fecero un secondo inchino, e il Redaelli accennò al
Casiraghi che, ficcata la penna dietro l'orecchio, e appoggiata la
spalliera della seggiola contro la parete, s'era messo tutto comodo, e
col muso in su per sentire.
--Parlate pure: non uso aver segreti coi miei collaboratori!--ripetè il
Cammaroto.
Allora il capitano Redaelli, mentre il suo compagno rimaneva muto,
mostrò il mandato che avevano ricevuto da Giulio Barbarò per domandare
una soddisfazione all'autore dell'articolo: _Il candidato della
disperazione_.
Appena ebbe udito le parole "domandare una soddisfazione" Peppino
Casiraghi ricominciò in fretta, e colla testa bassa, a correggere le
bozze.
--Soddisfazione?... Soddisfazione, la dice?--si mise a gridare
scattando la signora Apollonia.--Soddisfazione?! Il direttore ha usato
del suo _dritto_ di pubblicista!... O che, non ci ha da essere la
libertà di stampa, non ci ha da essere?...
Ma il Cammaroto, alzandosi in piedi maestosamente, e stendendo le
braccia, impose il silenzio.
--Calmati, calmati, Polonnì!...--Poi si rivolse ai rappresentanti di
Giulio Barbarò, e dopo essersi di nuovo ben fermate sul naso le lenti e
ravviata la zazzera, continuò con grande solennità di tono e di gesto:
--In teoria, noi siamo avversari aperti del duello: di questo barbaro
costume, di barbari tempi. Ma, poichè _vincere consuetudinem dura
est pugna_, come lasciò scritto sant'Agostino, e d'altra parte non
dovendosi precorrere coll'evoluzione dei fatti l'evoluzione del
pensiero, come ho scritto io medesimo nelle _Mie confessioni_ al
Padre Passaglia, pubblicato nel _Mediatore_ di Torino e riprodotte
dal _Der Staat und die Kirche_, di Lipsia, così accetto, ho l'onore
di accettare, il cartello di sfida che mi portate in nome di Giulio
Barbarò. Solamente nel caso presente dovremo pensare a trovare il modo
di conciliare il desiderio del vostro primo colle più alte prerogative
della libertà di stampa, coll'inviolabilità intangibile del sacro
ministero di pubblicista, coi miei doveri di scrittore e di uomo
pubblico.... Però vi prego in cortesia di volermi indicare il luogo e
l'ora in cui potrete abboccarvi con due amici miei, che saranno a tal
uopo delegati coll'incarico di rappresentarmi e di riferire le mie
condizioni.
Il capitano Redaelli, a nome anche del dottor Carlo Franchi, rispose
allora che avrebbero aspettato gli amici del signor direttore della
_Colonna di fuoco_, nella prima sala del _Caffè Cova_, dalle _quattro_
alle _cinque_ pomeridiane.
Salvatore Cammaroto ringraziò con un cenno ossequioso del capo, e
volle accompagnare fino sulla soglia dell'uscio i due signori che se
ne andarono dopo avergli stretto la mano, ed essersi inchinati col
più profondo rispetto all'Apollonia che invece di rispondere voltò le
spalle crucciata.
"Che vi pigli un accidente a tutt'e due!"
Chiuso l'uscio dietro ai secondi del giovane Barbarò, Salvatore ritornò
in fretta per sedersi al suo tavolo e ripigliare il lavoro che avea
dovuto interrompere, ma la signora Apollonia e Peppino gli furono
addosso con un monte di parole. La moglie, spaventata, voleva farsi
promettere dal direttore che non si sarebbe lasciato sopraffare da
quelle millanterie, che avrebbe dichiarato di non volersi battere co'
birbaccioni, e che la stampa aveva il _dritto_ di far la luce. Peppino
Casiraghi, invece, era solo premuroso di sapere chi avrebbe scelto
per padrini e come avrebbe fatto il duello, e propendeva per l'ultimo
sangue.
--Polonnì, oh Polonnì!... Per conservare al proprio nome l'autorità
necessaria per compiere, coll'aiuto del Sign.... per compiere sulla
terra qualche cosa di bene, bisogna, spesse volte, soffocare i propri
convincimenti, bisogna chinare il capo e seguire la corrente!... E
voi, Peppinuccio mio, statemi in pace e vedrete che, come san Pietro
a Malco, troncherò le orecchie a chi osa levare "la proterva mano"
sul... sulla Dea Libertà!... Ma, son già le dieci e un quarto--continuò
dopo aver guardato l'orologio a pendolo, appeso alla parete.--Presto
capiterà in Direzione l'avvocato Gian Paolo... Lui e un altro, il primo
che verrà dopo, porteranno a quei signori la mia risposta. Sebbene
sfidato, lascio a Giulio Barbarò la scelta delle armi, del luogo, e il
fissare le condizioni. Io ne metto una solamente: non voglio battermi
prima di lunedì prossimo se le elezioni saranno compiute domenica, o di
lunedì a quindici, se vi sarà ballottaggio!...
Ma, in tutta la mattina, nè l'avvocato Gian Paolo, nè gli altri assidui
della _Colonna di fuoco_, non si lasciarono vedere. Era già corsa voce
per Milano che Giulio Barbarò avea mandato a sfidare il Cammaroto;
che ci dovea essere un duello molto serio; e lo sdegno di questo
figliuolo che esponeva la vita per l'onore del padre aveva commossa
la sensibilità volubile e retorica del solito pubblico dei caffè,
motivo per cui gli amici del Cammaroto stavano al largo, non amando
d'incorrere nella impopolarità, nè d'aver brighe.
"Già" mormoravano fra loro "avean sempre predicato inutilmente, a quel
benedett'uomo, di conservare la _misura_ nella sua polemica!..."
Peppino, intanto, non vedendo capitar nessuno, perdeva la pazienza,
mentre la signora Apollonia, quantunque volesse mostrarsi indifferente,
allungava il collo ad ogni passo che sentiva nella strada per vedere
se passava dalla finestra la tuba lustra dell'avvocato. La buona donna
sperava che il Serbellini avrebbe dissuaso il direttore dall'accettare
la sfida, e in ogni modo le premeva di essere presente a tutte quelle
pratiche.
--Son le undici e mezzo.... Sono i tre quarti.... Son presto le
dodici!--diceva ogni momento Peppino Casiraghi, che pareva avesse
l'argento vivo addosso.--Ormai può star sicuro, direttore, che non vien
più nessuno!... Vuole che faccia io una corsa, per chiamare l'avvocato?
--E che ci deve pensar lei, in tutti i modi?... Lasci un po'
stare!...--borbottò la signora Apollonia, stizzita.--Ha una gran
smania, lei, di far ammazzare la gente!...
--Non arrabbiarti, Polonnì!... Peppino ha ragione. In queste faccende
non bisogna ridursi all'ultimo momento, col pericolo, magari, di non
trovar più nessuno!...--esclamò il Cammaroto alzandosi e cominciando a
spolverarsi le scarpe rotte, col fazzoletto turchino.--Adesso anderò io
stesso in cerca di Gian Paolo nostro. Se non è venuto, vuol dire che
avrà da fare, e lo troverò ancora allo studio.
E dalle scarpe, col medesimo fazzoletto, passò a spolverarsi il
cappello. Poi, dopo aver fatte alcune raccomandazioni, per il giornale,
a Peppino Casiraghi gli voleva affidare, per quel tempo che sarebbe
rimasto assente, anche la sua signora, ma questa,, che s'era messa ad
aggiustargli il nodo della cravattina bianca, e a levargli qualcuna
delle frittelle più vistose dell'abito, non ne volle sapere.
--Come?... Anche lei, sora Apollonia, vuol andare in cerca dei padrini?
--Sicuro, gua'!... E non mi tiene nè manco un reggimento di soldati!
Salvatore, con un sorriso di tenerezza indulgente, voleva persuadere
la moglie di attendere il suo ritorno in ufficio, promettendole che le
avrebbe riferito tutto esattamente, ma non ci fu verso. La signora
Apollonia gli cacciò il fazzoletto in tasca, il cappello in testa,
se lo prese sotto il braccio e uscirono insieme, per quanto Peppino
brontolasse che la cosa era sconveniente e contraria a tutte le regole
della cavalleria.
Il direttore, dunque, e la sua signora, si avviarono direttamente,
prima di tutto, allo studio dell'avvocato Spinelli. Ma allo studio
l'avvocato non c'era; e non c'era un'anima. A forza di sonare venne una
donna sulla scala, col grembiale bianco e la cuffietta, la quale non
potè trattenersi dal sorridere vedendo il cappellone smisurato della
signora Apollonia, e rispose, come aveva ordine di rispondere sempre a
chi veniva in cerca del padrone:
--Il signor avvocato è al Tribunale.
--Ci credo poco al Tribunale!--mormorò la signora Apollonia quando
furono in istrada.
Il direttore sorrise, le offrì il braccio, si cacciò le mani dentro le
maniche, e si avviò verso il Tribunale, colla sua solita andatura.
Al Tribunale nessuno aveva veduto l'avvocato Pietro Paolo Serbellini,
ma un usciere, al quale si erano rivolti per saperne qualche cosa,
tenendo gli occhi fissi, anche lui, sul cappello della signora, rispose
"di provare a cercar l'avvocato al _Caffè delle Colonne_, che a
quell'ora ci poteva essere a far colazione."
Passarono dal _Caffè delle Colonne_... l'avvocato non c'era più.
--Sarà un cinque minuti che se n'è andato!--esclamò il cameriere, ma
questi senza badare al cappello della signora che aveva già veduta più
volte...--Provino alla _Patriottica_!...
I coniugi Cammaroto si avviarono verso la _Patriottica_, ma quando
furono in fondo al Corso videro l'avvocato che attraversava la piazza
del Duomo.
Lo avevano riconosciuto dalla tuba lustra e dal grosso fascio di carte
che gli usciva dalla saccoccia del paletò.
--Eccolo, Polonnì!
--Eccola quest'anima dannata!
L'avvocato li avea già sbirciati di lontano colla coda dell'occhio, e
affrettava il passo per scansarli.
--Avvocato! avvocato!--cominciò a gridare il Cammaroto, correndogli
dietro colla moglie sotto al braccio; ma l'altro tirava di lungo più
duro che mai.
--Avvocato!
--Avvocato!--cominciò a strillare anche la signora Apollonia, tutta
scalmata.--Avvocato!
Non c'era verso di cavarsela; Gian Paolo si volse col capo, strinse le
palpebre dietro le lenti, poi fingendo di riconoscerli in quell'attimo,
si fermò facendo le più alte maraviglie.
--Oh Salvatore carissimo! Donna Apollonia, i miei complimenti!
--Siete sordo, giuraddina!--borbottò la signora ansante.
--Sordo no, ma sono intontito dal gran lavorare. È una giornataccia
disperata, come non ne capita altro che a me. Ho avuto da discutere una
causa in civile per _turbato possesso_--e mostrò il fascio di carte da
una parte.--Adesso devo presiedere un consiglio di famiglia--e mostrò
le carte dall'altra parte.--Insomma... non ho tempo da respirare.
--Buono!... E anch'io venivo in cerca di te per una piccola noia che
ho da darti!--esclamò il Cammaroto sorridendo, mentre la signora
Apollonia fissava muta l'avvocato con un'occhiataccia piena di
diffidenza.
--Sempre a' tuoi ordini...--rispose il Serbellini con un tono
pochissimo incoraggiante.
--Mi spiccio in due parole: Giulio Barbarò....
--Il figlio di _qui' ccane_!--grugnì fra i denti la signora Apollonia.
--....mi ha mandato a sfidare!
--Eh... siamo giusti...--l'avvocato strizzava l'occhio sorridendo--v'è
di che! sei proprio stato senza misericordia!... E... come hai
risposto?...
--Ho risposto che in questo caso, credendo conveniente di derogare ai
miei principii, accettavo la sfida....
Gian Paolo sospirò e si strinse nelle spalle, mentre approvava col capo.
--Al mio avversario lascio il dettare tutte le condizioni; io non ne
metto altro che una: mi voglio battere a elezioni finite.
L'avvocato Gian Paolo continuava a sospirare e a guardare il Cammaroto
con una faccia, come se gli preparasse le esequie.
--Eh... già... quell'articolo, se vogliamo... era assai violento...
forse, direi quasi, anche troppo violento.
--Senti! senti!... Troppo violento!... La mi _'anzona_, sor
avvocato?--si mise a gridare l'Apollonia, ohe cominciava a uscir dai
gangheri.--La mi _'anzona_?... S'è stato lei a metterlo su?... Se dopo
letto l'articolo, saltava come un matto e piangeva come un vitello?...
--Certo... certissimo... ho detto e ripeto... quell'articolo era un
torrente di verità sacrosante... ma forse... ci voleva in alcuni punti,
un po' più di forma!...
--Be'... adesso, non è di questo che si tratta--interruppe il
Cammaroto, ch'era pure un po' seccato per il contegno strano dell'amico
Gian Paolo.--Adesso volevo dirti che, naturalmente, avevo pensato a te,
prima che ad ogni altro per....
Ma l'avvocato, a questo punto, non lo lasciò finire, e prendendogli una
mano e premendola sul proprio cuore--grazie di questa novella prova
di amicizia, ma con te già si può parlare chiaro... ti prego... di
cercarne un altro. In affari simili, io non ci ho punto pratica. Sono
un pacifico padre di famiglia; mia moglie patisce di convulsioni; poi,
come t'ho detto--e tornò a mostrare le carte--mi mancherebbe il tempo
necessario....
--Ma...--balbettò il Cammaroto--gli è che il tempo stringe e non vorrei
trovarmi in... in impiccio....
--Perchè non ti sei rivolto al Nannarelli?... Quello è l'uomo fatto
apposta per queste cose!... È anche membro del _Tiro a segno_.
--Ma... stamattina non s'è visto neppure lui!... E poi, non so bene
dove abita....
--Non sai dove abita il Nannarelli?... Ti servo io: _Corso Venezia_,
numero _cinquantatrè_! Vai dritto, e non puoi sbagliare. Se prendi
un omnibus ti ci porta in due minuti.... Guarda, guarda che bella
combinazione!--e l'avvocato indicò al Cammaroto un omnibus, che
attraversava la piazza a non molta distanza da loro,--l'omnibus del
_Corso Venezia_ parte proprio adesso!... Se fai presto, lo puoi
raggiungere ancora....
Il Cammaroto si voltò, vide l'omnibus, si cacciò una mano sul cappello
a cilindro perchè non gli volasse via e gli corse dietro seguìto dalla
signora Apollonia ansimante, mentre l'avvocato, agitando in alto il
fascio di carte, faceva segno al conduttore di fermarsi, e continuava a
gridare:--Corri, corri, Salvatore!... I miei rispetti, donna Apollonia!
Poi quando vide l'omnibus fermarsi, e il conduttore imbarcare la
signora e il Cammaroto, respirò mormorando: "Tant'è, me la sono cavata
a buon patto!... Figurarsi, se mi volevo compromettere con quel
mattoide!..."
Nel medesimo tempo la signora Apollonia, stretta nell'omnibus,
mentre si aggiustava il cappello, che durante la corsa aveva perduto
l'equilibrio, dichiarava al marito che "se quel canchero d'un avvocato"
avesse avuto tanto ardire da tornare a ficcare il naso in direzione,
gliene voleva dir tante, da svergognarlo.
--Calmati, calmati, che non ne mette conto. Tanto o lui o il Nannarelli
per me fa lo stesso!...
La signora Apollonia tacque, ma non si calmò, e cominciò subito a
guardare i numeri delle case, cogli occhi torvi. Quando l'omnibus fu
arrivato al numero _cinquantatrè_, lo fece fermare.
--Ci siamo, Salvatore.
Scesero, e tutt'e due mormorarono con un sospiro di sollievo, quando il
portinaio disse loro che il Nannarelli era in casa:
--Almeno avremo finito di girare!...
Ma invece, povera gente, dovettero girare dell'altro, e per un pezzo!
Anche il Nannarelli, quel giorno, era pieno di faccende.
--È arrivata da Barzanò una cugina di mia moglie, e tutta la santa
mattina ho dovuto andare attorno con lei. Auf... non ne posso più!...
Ho fatto visita si può dire a tutti i magazzini del Corso. Figurati,
Salvatore, ha una figliuola che si fa sposa: non ho più fiato, nè
gambe... e non siamo alla fine! Ho appena il tempo di mangiare un
boccone lesto lesto e poi... nuovamente di servizio!... Ma s'accomodi,
signora Apollonia; e tu, Salvatore... perchè vuoi star in piedi?...
Dieci minuti, per bacco, li posso rubare anche a mia cugina!
--Ma... ho... avrei....
--Abbiamo premura anche noi!--esclamò l'Apollonia col solito fare
stizzoso. Dal preambolo essa aveva già capito che nemmeno su quello
c'era da fare assegnamento.
--Anch'io--continuava intanto il Cammaroto,--avrei una piccola
noia da darti.... _Amicus fidelis, protectio fortis_, secondo
l'Ecclesiastico...--e mentre l'Apollonia guardava di traverso il
Nannarelli, Salvatore gli prese una mano e sorridendo gli raccontò
quanto gli era accaduto, e lo pregò di volersi assumere la briga di
fargli da padrino.
--Volentierissimo... sempre a' tuoi comandi... ma... tienmi in serbo
per un'altra occasione.
--Andiamo, Salvatore--borbottò l'Apollonia tirando il marito per un
braccio.
--Sarebbe un onore, per me, signora mia, si figuri; ma dica lei se
non sono proprio disgraziato. Uno zio di mia moglie è ragioniere capo
alla _Banca del Credito Popolare_, dove il Barbarò può fare alto e
basso. Se io, come vorrei, accettassi l'incarico del nostro caro
direttore, quella canaglia, per vendicarsi di me, che sono andato a
sfidare suo figlio, farebbe perdere il posto a mio zio e.... Vedi bene,
Cammaroto... vede bene, signora Apollonia, si tratta di un padre... di
cinque figli.
--Andiamo, Salvatore!--ripetè l'Apollonia tirandosi dietro il marito,
senza badare al Nannarelli. Ma questi volle accompagnare i Cammaroto
fin sulla scala, e più li spingeva verso la porta, più si profondeva
in offerte e in complimenti, dicendo fra l'altre cose alla signora
Apollonia che, alla prima occasione, avrebbe voluto aver l'onore
di presentarle sua moglie.--Oggi è tutta sossopra anch'essa per
questo benedetto matrimonio di nostra nipote!--E sulla porta, dopo
aver fatto i più cordiali augurii all'amico Salvatore, strizzando
l'occhio e stringendogli forte la mano, gli raccomandò, se gli fosse
stato possibile, di intiepidire un pochino quel suo gran bollore
meridionale.... Il Cammaroto gli rispose con un'alzata di spalle, e se
ne andò senza nemmeno salutarlo.
--Hai sentito, Polonnì!... Anche lui come quell'altro!...
--Figli di _'ani_!...
--E adesso, chi si va a pescare?
Salvatore Cammaroto si strinse nelle spalle, e collo sgomento in
cuore d'essere abbandonato sul più bello da tutti gli amici, dai
collaboratori morali della _Colonna_, andò a battere ancora a diverse
porte, ma sempre collo stesso bel frutto.
Tizio era spiacentissimo di non poter accettare "quel grande onore
che gli voleva fare l'amico Cammaroto" ma partiva sul momento per la
campagna: aveva i buoi collo zoppino!--Caio era desolato di non poterlo
servire. Suo fratello era amicissimo di Giulio Barbarò, e non doveva
accettare per riguardi di famiglia. Un altro non voleva assumersi
l'incarico perchè era della _Congregazione di Carità_ insieme col
Barbarò; un altro perchè faceva affari colla _Banca degli interessi
lombardi provinciali_, e temeva di crearsi difficoltà per lo sconto; e
così di seguito, tutti colle più vive espressioni di rincrescimento;
tutti ringraziando dell'onore e impegnandosi per la prima occasione, lo
lasciavano in asso, compiangendolo per quella tegola che s'era tirata
sul capo; facendo cuore alla povera signora Apollonia, e raccomandando
in ogni tono, mentre gli aprivano la porta per farlo uscire "la
forma!... la forma!... la forma!..."
--Oh, Polonnì, questa gentaccia mi farà perdere la testa!...--esclamava
scorato il Cammaroto che vedeva avvicinarsi le quattro e ancora non
avea trovato i padrini da mandare al _Caffè Cova_.
--Figli di _'ani_!--rispondeva sempre la signora Apollonia colla voce
rauca e tutta rossa in viso. Era stanca, aveva sete, aveva caldo,
quantunque fosse di dicembre; e mentre schiattava di rabbia contro
quegli altri, guardava di tanto in tanto il direttore che, abbattuto,
piegava il collo sempre di più; lo guardava con un'espressione di
tenerezza, di mestizia, d'inquietudine e non aveva più testa nemmeno
per aggiustarsi il cappello che ormai le stava tutto di sbieco.
--Se fossi in te, manderei Peppino da que' du' così e farei dir loro
che noi non si vuole imposizioni. Poi sulla _Colonna_ vorrei dire le
mie ragioni all'avvocato, al Nannarelli... e a tutti quanti!
Ma dei due consigli della moglie il Cammaroto non accettò altro che il
secondo. Lasciata l'Apollonia, che non aveva più animo d'insistere
per accompagnarlo ancora, all'ufficio della _Colonna_, prese un
_brum_, si fece condurre alla Società dei reduci, dove gli fu indicata
l'abitazione del presidente, vi si recò difilato, e col mezzo suo ebbe
i due padrini che gli abbisognavano e che prima delle cinque entravano
al _Caffè Cova_. Poi, accomodata questa faccenda, scrisse la sfuriata,
come gli aveva suggerito la signora Apollonia, contro l'avvocato
Gian Paolo Serbellini, contro il Nannarelli e compagnia, chiamandoli
_leoni-conigli_, e sfogò tutto il malumore, tutto il dispetto e l'ira
sua, narrando per filo e per segno la faticosa _via crucis_ compiuta
inutilmente dall'uno all'altro, e l'abbandono in cui era stato lasciato
per egoismo, per bassezza, per viltà. E dichiarava che voleva rompere
tutti i vetri dell'ufficio "per ritemprare colle aure ossigenate
l'ambiente saturo dei loro pestiferi miasmi." "A me solo" prorompeva
il Cammaroto nel punto massimo del suo furore "a me solo _il disonor
del Golgota_" e mandava gli apostoli "sfibrati e simoniaci" dove "stava
di casa la bramosìa plebea camuffata di _gentilomeria_ accattona;
l'astuzia e la vigliaccheria mascherate di prudenza," dove "per _forma_
e per _misura_ si spacciava l'ipocrisia e il gesuitismo."
Ma in questa sua ira il Cammaroto avea fatto un passo falso, e lo
Zodenigo se ne approfittò subito, traendo occasione dall'abbandono
in cui era stata lasciata la _Colonna di fuoco_ per mostrare come
l'opinione pubblica fosse disgustata dall'intemperanze della polemica
_Cammarotiana_.
Era il primo caso in cui il _Moderatore_ si degnava rivolgere la
parola direttamente al giornale dell'ex-frate catanese; ma lo faceva
coll'aria schifiltosa d'una damina che fa una smorfia e si restringe
tutta in sè stessa, mentre sta per lasciar cadere un soldo nel sudicio
cappello di un mendicante. Compiangeva più che altro il Cammaroto
"che riusciva a lordare, ma non a ferire," e faceva intendere, fra le
eleganze dello stile compassato, che era forse ancora più matto che
non canaglia, "un _soggetto_ più da processo clinico che da processo
penale." E dichiarava pure che il _Moderatore_ "da cortese gentiluomo"
sarebbe stato ben lieto d'offrire al Serbellini, al Nannarelli e ai
loro egregi amici quella ospitalità che "l'iracondo apostolo... della
bugia" voleva infligger loro come una punizione.
"Del resto, Milano aveva giudicato. Milano, che a buon diritto
poteva vantarsi come la capitale morale e intellettuale d'Italia;
Milano la seria, la forte, l'operosa, l'onesta; Milano aveva già
irremissibilmente ripudiata una stampa senza freno e senza pudore; che
non aveva nulla di inviolabile, nemmeno le pareti domestiche, nemmeno
i più gelosi segreti della vita privata; che non rispettava nulla,
nè amici nè avversari, e contro la quale il buon ambrosiano, sulle
cui labbra scoppiettava sempre viva la satira di Carlo Porta, aveva
inflitto il marchio di un soprannome che avrebbe vissuto più del nome
vero, e che sarebbe stata l'unica memoria superstite di quella lotta
infelice, di quella polemica sciagurata:
LA COLONNA... DI FECCIA."
Infine, come se il Cammaroto ormai fosse proprio morto e sotterrato,
e di Francesco Alamanni non fosse più nemmeno il caso di discorrerne,
annunciava solennemente che "il giovedì di quella stessa settimana
(le elezioni erano indette per la domenica) alle ore 11 antimeridiane
_precise_ il cavalier Pompeo Barbarò, invitato dal _Comitato elettorale
degli agricoltori liberali-moderati_," avrebbe tenuto una conferenza
nella sala del _Teatro Sociale_ di Panigale, per intendersi cogli
elettori e manifestar loro le proprie idee intorno alla politica del
Governo e alle riforme amministrative.
VI.
Quando lo Zodenigo comunicò il proprio disegno circa un discorso
politico da tenersi a Panigale, al cavalier Barbarò, questi in sulle
prime mandò il professore a tutti i diavoli, e dichiarò che non gli
avrebbero aperta la bocca nemmeno coi ferri.
--Siete matto, professore, proprio matto da legare; più matto ancora di
quel frataccio infame!...
E a Beppe Micotti, chiamato apposta a Milano dallo Zodenigo per
ricevere ordini in proposito, e che gli prometteva una gran
dimostrazione, intimò di smettere le pagliacciate, dicendogli mille
villanìe.
Ma Beppe Micotti non si lasciava sbigottire, e il professore non si
dava per vinto:
--Vogliamo farvi _tiionfaae_ a vostro dispetto--mormorava socchiudendo
gli occhi e facendo sempre più l'addormentato.
E senz'altro, quando gli parve fosse il momento opportuno, annunziò
il discorso sul _Moderatore_, e fece affiggere per tutto il collegio
avvisi e manifesti, col giorno e l'ora della riunione, tanto che il
povero Barbarò dovette ancora piegare il capo e mettersi ore e ore per
imparare a mente tutto il discorso che dallo Zodenigo medesimo gli era
stato preparato.
"No no; un'altra volta non mi ci piglia di sicuro, quel ladro d'un
_Dulcamara_!" brontolava interrompendosi arrabbiato, mentre passeggiava
in lungo e in largo per lo studio, coi foglietti in mano. "Non mi
ci piglia più, campassi mill'anni!" Poi si fermava su due piedi e
cominciava a declamare, accompagnando la parola con gesti analoghi:
"Onorevoli signori!... Concittadini carissimi!
"Non ho preparato un discorso.... Aborro il frastuono della retorica,
la vacuità delle frasi fatte, le viete ripetizioni dei soliti luoghi
comuni!... Aborro tutto ciò che è voce e non pensiero--suono e non
idea--perchè.... (A questo punto sul manoscritto c'era una nota che
diceva: _pausa--quindi proseguire rivolgendosi verso l'uditorio
con amabile ironia_; e il Barbarò storceva la bocca per provarsi a
sorridere, e poi continuava dopo una battuta di aspetto)... perchè non
sono... oratore!... Ma che volete, signori miei?... Io mi vanto di
rappresentare il lavoro, se non l'intelligenza, e all'eloquenza delle
parole ho sempre preferito... (_nuova pausa--più forte_)... ho sempre
preferito--gridava Pompeo battendo col pugno nell'aria--ho sempre
preferito l'eloquenza dei fatti!..."
_Ci saranno applausi_--diceva una nuova avvertenza--_ma bisogna tirar
di lungo, senza ringraziare_. E Pompeo continuava: "Pure, trovandomi
in mezzo a voi, da voi cortesemente invitato, commosso nel profondo
del cuore per tante e così immeritate e inaspettate attestazioni
di affetto e di stima, qui dirò brevemente, ma francamente, in
camera _caritatevolis_....--No, bestia, _charitatis, charitatis,
charitatis_!--ripeteva, pestando i piedi, il povero Barbarò, che,
arrivato al latino, perdeva la staffa, bestemmiava e sbuffava, finchè,
sospirando, tornava un poco a calmarsi, a far di nuovo boccacce per
imparare a sorridere amabilmente, a distendere le braccia per salutare
gli elettori, e ricominciava daccapo a declamare:
"Onorevoli signori!... Cittadini carissimi!..."
Tuttavia, ad onta di tante pene, e di tante inquietudini, quando Pompeo
Barbarò fu giunto al momento difficile, all'ora del gran discorso, non
ebbe più tanta paura, tanto orgasmo ed anzi scorgendo, sotto l'atrio
del Teatro _di Panigale_, Beppe Micotti e Don Rosario fra mezzo a
tutti i suoi affittaiuoli, i suoi coloni, i suoi lavoranti che lo
guardavano impauriti e timorosi, non solo si rincorò pienamente, ma ci
trovò gusto, e si sentì commosso per quella imponente dimostrazione di
simpatia.
--_Cooaggio_... e avanti _sempee_!--gli disse piano lo Zodenigo che gli
si era messo vicino, mentre il Presidente del comitato si disponeva,
come vuol l'uso, a presentare il candidato, dall'alto del palco
scenico, all'assemblea.
Ma il Barbarò gli mostrò la propria sicurezza con un'alzata di spalle,
e appena si ristabilì il silenzio, dopo gli applausi che accolsero il
suo nome, silenzio imposto cogli zittii formidabili di Beppe Micotti e
dei fattori, il Barbarò cominciò a parlare con franchezza e proseguì
spedito, non dimenticando una pausa, un'inflessione di voce, e senza
mai inciampare, neppure nel latino.
Il trionfo fu completo. Se durante il discorso gli applausi, ai quali
Beppe Micotti e Don Rosario davano sempre lo spunto, erano stati a
stento repressi, alla fine proruppero in una vera ovazione, e il
Barbarò sudante e lacrimante fra i membri del comitato che gli si
accalcavano addosso per festeggiarlo, ubriacato dal buon successo,
avrebbe voluto aggiungere qualche parola, quasi quasi sarebbe stato
disposto a fare il _bis_.
"Che buona gente!..." e distribuiva commosso strette di mano, sorrisi,
saluti, scappellate a tutti quanti.
Se non che, mentre il Barbarò accompagnato dallo Zodenigo, dai sindaci
dei vari comuni del collegio, dal Presidente e dai membri del _Comitato
degli Agricoltori liberali-moderati_, stava per uscire dal teatro, la
scena mutò a un tratto. Dentro risonavano ancora gli applausi: fuori,
la folla si mostrava ostile, e non mancò nemmeno qualche fischio
all'indirizzo del cavaliere. Pompeo impallidì, e si strinse al braccio
del sindaco di Panigale.
--Ohi!... ohi!... Che c'è di nuovo?... Dove sono i carabinieri?...
I carabinieri erano poco lontani, ma Pompeo non si tranquillò.
"Pellagrosi maledetti!..." Confuso, sbalordito, saltò in carrozza
col sindaco, lo Zodenigo e il Presidente, mentre due o tre altri
fischi salutarono la comitiva che partiva al trotto verso la sede del
comitato, dove ci doveva essere un gran banchetto in onore del Barbarò.
--È una manovra vergognosa!... È un'altra bricconata del
_Cammaroto_!...--esclamò lo Zodenigo, rivolgendosi al sindaco che,
maravigliato e mortificato, non sapeva più che cosa dire.
Pompeo Barbarò non avea veduto, non avea capito nulla, ma non osava
chiedere schiarimenti: aveva troppa paura in corpo. In un attimo era
ripiombato dalle gioie del trionfo nell'avvilimento della sconfitta.
"E tutto si fosse fermato lì... ma dai fischi alle bastonate il passo
poteva esser breve!" pensava fra sè facendosi piccino piccino in un
angolo del landò.
--Bisogna trovar modo di _strappaae_ tutti quei manifesti
indecenti!--disse ancora lo Zodenigo al sindaco che, sempre muto, si
strinse nelle spalle.
--Come fare?--domandò il Presidente del comitato, pallido anche lui,
colla cravattina nera a sghembo, e il pioppino nuovo, troppo stretto,
che gli ballava in testa.--Come fare?... Hanno tappezzato tutto il
paese!
Infatti mentre il Barbarò nel _Teatro Sociale_ era festeggiato dai
suoi elettori, tutto il paese, e specialmente la piazza, la chiesa, il
municipio, e persino le colonne della facciata del Teatro, erano state
coperte quasi letteralmente da un'enorme quantità di avvisi rossi,
verdi, gialli, di tutti i colori, colla scritta che segue:
"Elettori di Panigale!...
"Leggete il presente dispaccio ricevuto da Londra in data d'oggi
dall'insigne patriotta milanese Nicola Mazza, colà rifugiatosi dopo
essere scampato dalle segrete dell'Austria.
"_Caro Cammaroto.--Dite pure agli Italiani che l'attuale candidato
proposto dagli avversari di Francesco Alamanni è quel medesimo
Pompeo Barbetta che nel 1849 ha fatto la spia a Giulio Alamanni e a
me._--NICOLA MAZZA."
Tuttavia avendo i carabinieri eseguito con precisione e in breve tempo
gli ordini ricevuti:--di strappare tutti gli avvisi nel collegio, e
ammonire con severe paternali i soggetti più pericolosi--la quiete fu
tosto ristabilita, ed anzi i convitati si trovarono abbastanza ben
disposti per il pranzo, e dopo la zuppa le conversazioni, rallegrate
dai suoni della _Banda Civica_, cominciarono ad animarsi, il buon umore
a farsi generale.
Ma nè la musica, nè il frastuono, nè i fumi del banchetto riuscivano a
scuotere, a riconfortare Pompeo Barbarò. Pallido, stralunato, masticava
i bocconi senza poterli inghiottire, tanto si sentiva il petto
grosso, e la gola secca. Voleva mostrarsi disinvolto, ed era confuso,
impacciato; voleva sforzarsi di sorridere amabilmente, e faceva smorfie
come se avesse avuto il mal di denti. Voleva parlare, ma non trovava
le parole. Gli pareva che il favore, che avea prima dimostrato per lui
tutto quel mondo sussurrone, si fosse raffreddato; e per darsi animo
cercava spesso con gli occhi lo Zodenigo, che soffiava e faceva la
ruota, seduto in mezzo alla tavola fra il sindaco e il Presidente del
_Comitato elettorale_. Il professore mangiava assai, ma con un appetito
composto e silenzioso, sempre eguale per tutto il pranzo. Parlava
pochissimo, e sorrideva con benigno compatimento ai lazzi di Don
Rosario, tutto rosso e rilucente, nel faccione tondo.
Nessuno avea mai osato il benchè minimo accenno alle scenate successe
fuori del Teatro, nè alla birbonata da processo del padre Cammaroto.
Solamente quando fu l'ora dei brindisi, il solito Presidente del
comitato (anche costui era un grosso fittaiuolo del Barbarò) si alzò
pel primo, e col viso smorto dalla soggezione, e la cravattina che gli
scappava dal colletto, tuonò, con voce fessa e un tantino tremante,
"contro le male arti dei sovvertitori dell'ordine pubblico le quali...
le quali... non avrebbero fatto altro, del resto, che rendere più
imponente la spontanea manifestazione della coscienza popolare!"
Ma appena finito il brindisi, mentre gli applausi scoppiavano più
fragorosi, e il Barbarò colla bocca sorrideva ringraziando e col cuore
mandava all'inferno tutti quegli ubriaconi imprudenti che avrebbero
potuto provocare qualche rumore dalla strada... e qualche sassata,
entrò in sala Beppe Micotti, si avvicinò, non osservato, per la gran
confusione del momento, allo Zodenigo, e gli bisbigliò in fretta alcune
parole all'orecchio.
Lo Zodenigo fece un atto vivissimo, per quanto rapido, e guardò
involontariamente il Barbarò. Ma questi, tutto intento a sentire un
altro brindisi, non vide il professore che, detta una parola di scusa
a' suoi vicini di tavola, uscì subito dietro al Micotti.
--Dov'è?... Dov'è?...--domandò affannato a Beppe quando furono sulla
scala, guardandosi attorno come per cercare qualcuno.
--È qui... aspetta nella corte!...--rispose il Micotti scendendo in
fretta dinanzi allo Zodenigo.
Infatti, appena furono abbasso, venne loro incontro uno dei ragionieri
più vecchi e più fidati del Barbarò. Tutto sconvolto stava per parlare,
ma il Micotti gli chiuse la bocca con un cenno, e lo fece passare col
professore in una stanzetta appartata, dove non entrava mai nessuno.
--Per Dio!--esclamò il professore, rivolgendosi ansiosamente al
ragioniere, mentre il Micotti chiudeva l'uscio....--Quando è successo
il fatto?
--Stamattina... saranno state le dieci....
--E... come ha saputo?...
--Antonio, il servitore del signor cavaliere, che stava mettendo in
ordine l'appartamento, ha udito lo sparo... è entrato in camera... ha
veduto il signor Giulio lungo disteso per terra, privo di sensi...
Anzi al primo momento, credette fosse morto sul colpo ed è corso nello
studio spaventato, per chiamar gente....
--E chi c'era con lei nello studio?...
--Nessun altro... ero solo.
--Meno male!... E... come lo ha lasciato?
--Agitatissimo. Si temeva assai per la febbre.
--E il medico?... Che cosa dice il medico?...
--Ancora non vuol pronunciarsi.... Dice che sarà un affar grave in ogni
modo.... Che la palla gli deve aver perforato il polmone....
--Il fatto, per ora, non si è saputo, fuori?...
--Per ora, no.
--È _necessaaissimo_ che rimanga sepolto... almeno finchè possiamo aver
speranza di evitare una _catastoofe_!... In caso diverso il cavaliere è
spacciato!...
--Oh per questo--interruppe il Micotti con un'alzata di spalle--vede
bene quanto effetto hanno ottenuto anche le famose rivelazioni del
frate, coi dispacci telegrafici da Londra. Un fuoco di paglia.
--Non si può dir niente, ancora. In ogni modo furono pronti i nostri a
non lasciarsi prendere.... hanno subito indovinato che quel dispaccio
non poteva essere altro che un tranello _elettooale_!... Ma se invece
adesso si sparge la nuova del tentato suicidio, tutti crederanno, anche
i più increduli, che l'accusa sia vera... si dirà che Giulio _Babaaò_
voleva ammazzarsi per non poter sopravvivere al disonore del padre,
all'infamia del proprio nome... e, in tal caso, anch'io ci farei una
figura non _toopo_... non _toopo_...--Ma a questo punto si fermò, e
dopo aver masticato una bestemmia all'indirizzo degli esaltati, ordinò
al Micotti di recarsi subito dal signor cavaliere di trovar modo di
chiamarlo in disparte, e di farlo scendere un momento, con una scusa
qualsiasi. "...E badasse bene, senza destar sospetti!"
Lo Zodenigo, rimasto solo col ragioniere, continuò a borbottare
stizzito, a pestare i piedi, e a domandargli con molta ansia:
--Mi assicura proprio che, fuori di casa, non sia corsa voce del
fatto?...
--No... si può sperare almeno. Il medico medesimo ha raccomandato, per
il primo, la maggior segretezza. Antonio è muto come un pesce... Di
me... si possono fidare... Certo per altro, che se avesse ad accadere
una disgrazia, allora... non sarebbe più possibile tenerla nascosta.
--Già... già... _sicuaamente_... ma intanto facciamo quel che si deve,
poi sarà quel che _saà_!... Se guarisce, si potrà negare tutto... si
potrà dire che si è fatto male... per accidente! In somma qualche cosa
troveremo, per tener a bada i _cuiiosi_....
Ma in quel punto si precipitò nella stanza Pompeo Barbarò che, nel
frattempo, era già stato informato di tutto dal Micotti.
--Ah, per Dio!... Anche questa mi ci voleva!... Ma la
cagione?...--domandò, pallido, ansante.--La vera cagione, si è potuta
sapere?...
Il ragioniere riferì che la sera prima era stato pubblicato, pure
a Milano, in un supplemento della _Colonna di fuoco_, il dispaccio
telegrafico di Nicola Mazza; riferì che il signor Giulio lo aveva
veduto, che ne era rimasto molto colpito e che aveva subito mandato
Antonio in cerca del capitano Redaelli e del dottor Franchi.
--Ma Antonio--continuava il ragioniere--ritornò senza aver potuto
trovare nessuno dei due. Il signor Giulio, che pareva non avesse il
coraggio di uscir di casa, scrisse un biglietto, che mandò subito,
ancora per mezzo di Antonio, al capitano.... In quel biglietto, si
crede avesse pregato il capitano, e col capitano medesimamente anche il
dottor Franchi, di correre da lui questa mattina presto; infatti...
--Ma come ha potuto sapere tanti particolari?...--domandò il Micotti,
che stava attentissimo, interrompendo a bruciapelo il ragioniere.
--Antonio m'ha raccontato tutto il.... la cosa....
--Va bene; va bene! Avanti,--esclamò Pompeo vivamente.
--Infatti--continuò l'altro--i due signori capitavano stamattina, un
poco prima delle dieci, a cercare del signor Giulio. Il signor Giulio
che era già alzato, o che forse non era nemmanco andato a letto, corse
loro incontro, li fece entrare nella sua camera, chiudendosi dentro. Il
capitano Redaelli e il dottor Franchi uscirono poi quasi subito... con
una faccia molto scura... e dovevano essere appena giunti in istrada,
quando Antonio udì un colpo di revolver, in camera del signor Giulio.
Beppe Micotti, a questo punto, si strappò un'unghia, che stava
rosicchiando da un pezzo, vizio imparato dal padrino.... Lo Zodenigo,
invece, e il Barbarò si guardarono in viso l'un l'altro, muti,
costernati. Non ci poteva esser dubbio circa il motivo che avea spinto
Giulio alla disperazione: i suoi padrini, dopo il telegramma di Nicola
Mazza, dovevano aver rifiutato di fare qualche nuovo passo verso il
Cammaroto.
In fatti, come si venne a sapere molto dopo, il capitano Redaelli e il
dottor Franchi avevano dichiarato quella mattina a Giulio Barbarò, che
non solamente non potevano accettare di far nuove pratiche verso il
Cammaroto, ma che gli rimettevano anche il mandato avuto per regolare
la prima questione, finchè un giurì d'onore, scelto all'infuori di ogni
partito politico, non avesse dichiarato falso o infondato il dispaccio
del Mazza pubblicato dalla _Colonna di fuoco_.
--Maledetto frate!... Maledetto frate!...--borbottava intanto il
Barbarò fra i singhiozzi.--E maledetto voi,--gridò poscia, a un tratto
rivolgendosi col pugno chiuso contro lo Zodenigo.--Maledetto voi, che
mi avete rovinato, che mi avete dato in mano ai miei nemici, che siete
l'origine di tutte le mie disgrazie!... Maledetto!... Maledetto!...
Maledetto!...
--Finiamola!... State zitto!... Non è questo il momento dei lagni,
delle recriminazioni!--rispose lo Zodenigo senza indietreggiare,
senza scomporsi, ma guardando freddamente il Barbarò, con un'occhiata
molto espressiva.--Ve l'ho detto _ancooa_.... Non potevo mai preveder
tutto... tutto quello che ci capita. Pensate che, con voi, mi son messo
in serio _peeicolo_ anch'io!...
--Bisogna... bisognerà... ritornare a Milano immediatamente!--disse
allora Pompeo, nel quale l'ira furibonda avea subito dato luogo a un
grandissimo abbattimento.
--Siete matto? Volete proprio rovinarvi?--esclamò con molta vivacità
il professore.--E rovinarvi non soltanto come uomo politico, ma... in
tutti i modi!... Pensate al rumore, allo scandalo, che susciterebbe la
vostra partenza precipitosa da Panigale. Sarebbe un divulgare per tutto
il mondo, quanto più preme di tener nascosto!...
--Ma... e se non si riesce a questo?... La gente dirà allora che
invece di correre presso il letto di mio figlio, son rimasto qui a
banchettare, e mi lapideranno per un altro verso. Diranno che non ho
cuore, che non ho viscere di padre!... Io, che mi farei a pezzettini,
per quel figliuolo!... Io, che ho lavorato tutta la vita per lui, per
lui solo, per vederlo ricco, grande e felice! E in compenso non ha
voluto.... non ha saputo sacrificarmi nemmeno un momento d'orgoglio!...
Invece di aiutarmi e difendermi, proprio lui, mio figlio, mi ha dato
il colpo di grazia!... Ma--e incominciò a gemere e a singhiozzare--è
proprio stato sempre il mio destino quello di seminare benefizi per
raccogliere ingratitudine!...
Lo Zodenigo cercò di quietarlo, di rassicurarlo, e gli mostrò tutte le
ragioni per le quali non si doveva muovere da Panigale, e doveva invece
sforzarsi di dissimulare, in modo non solo da non destare sospetti, ma
anzi da dissiparli pienamente, caso mai ce ne fossero.
"Accadendo una _catastoofe_," soggiungeva poi "o rendendosi
impossibile, per qualunque altra circostanza, tener nascosta la
disgrazia, allora lui per il primo avrebbe dichiarato in pubblico di
non aver voluto che in quei primi momenti lo mettessero a parte di una
_taagedia_ così terribile, per non recare un troppo fiero colpo al
suo cuore di padre... per aver tempo e modo di poterlo preparare... e
confortare!..."
--Fate voi... fate voi, caro professore: sono nelle vostre
mani--rispondeva balbettando Pompeo, il quale quando non vedeva più
scampo, montava in furore, ma poi, se intravvedeva appena un barlume di
speranza, ritornava docile e rassegnato, a raccomandarsi.
Lo Zodenigo, prendendo il pretesto di dover fare il giornale, partì
subito per Milano senza rumore. Partì col ragioniere, il quale sarebbe
ritornato la sera stessa con le istruzioni per il Barbarò.... Se avesse
veduta o ritenuta imminente una disgrazia, allora, non giovando più a
nulla la prudenza, avrebbe subito telegrafato.
Durante il viaggio, il professore Eugenio si mantenne silenzioso e
meditabondo. La riflessione, succeduta allo sbalordimento del primo
colpo, aumentava la gravità del fatto, e a mano a mano gli faceva
giudicare sempre più difficili tutti gli espedienti per poterlo tener
nascosto, o almeno per mitigarne le conseguenze.
"_Pee_ Dio!..."
Senza quel colpo di testa, le cose sarebbero andate benone, e adesso,
invece, il Barbarò era quasi spacciato, e correva il rischio di
rimetterci assai del suo credito anche il _Moderatore_.
"Sì, sì, il cavalier Pompeo aveva ragione; quel ragazzaccio sventato
mostrava di non aver gratitudine, nè _cuoee_, per chi gli aveva dato
la vita e... la borsa piena!... Come mai non aveva pensato alla pazzia
che stava per commettere?--L'idea dell'onore.--Stupido!--Non capiva,
che ammazzandosi, non faceva altro che confermare tutte le accuse
messe in giro contro suo padre?... Chi sa per altro, in che stato di
esaltazione doveva trovarsi in quel momento!... Forse i padrini col
loro contegno--minchioni!--gli avevano fatto sembrare le cose anche più
disperate che non fossero in realtà!... Avrà veduto distrutti i suoi
disegni matrimoniali... la bella bimba perduta e allora _pamfete_, un
colpo di pistola!...
"L'amore!... È un gran guastamestieri!... maledetto l'_amoee_....
e maledetti i matti!... Ma... pure... " il viso del professore si
rischiarò, come illuminato da una nuova idea:
"Se, invece di essere un guastamestieri, questa volta l'amore
accomodasse ogni cosa?..."
"Sì, sì appunto; la signorina Alamanni è la sola che ci possa
salvare.... Tutto sta che quel babbuino possa guarire, o almeno
tirar avanti per un poco!... Ma... ma come potrò fare per vedere
la signorina Mary? Suo zio, certo, non sarà molto ben disposto, per
ricevermi...."
Il modo fu più spiccio di quanto non avesse creduto: arrivato appena
a Milano, trovò la Mary e la marchesa Angelica che assistevano Giulio
Barbarò.
Tutti i giorni, quando battevano le cinque in punto all'orologio di
San Carlo, Giulio Barbarò entrava dall'Hagy (il noto liquorista del
corso Vittorio Emanuele, in faccia all'Albergo Roma) per prendere il
vermouth; tutte le sere, quando battevano le nove, Giulio Barbarò
entrava dal tabaccaio (pure sul corso di faccia all'Albergo Roma)
a prendere un sigaro; e tutte le mattine, finalmente, egli non
mancava mai, alle nove, precise, di ripassare dall'Hagy per bere
un _centerbe_... e mentre, fattosi presso ai cristalli dell'uscio,
sorbiva l'amaro dalla tazza spumeggiante, pareva che dagli occhi, fissi
ad una finestra del secondo piano dell'Albergo Roma, gli entrasse,
misteriosamente, una gran dolcezza in cuore.
Orbene, la Mary, il giorno innanzi il tragico avvenimento, dopo aver
veduto Giulio la mattina, lo aveva poi aspettato invano, dietro la
finestra della sua camera, alle cinque e alle nove.
Inquieta, agitata, e trovandosi sola coll'Angelica all'Albergo, perchè
lo zio era uscito, scrisse in fretta un biglietto che mandò a donna
Lucrezia in cerca di notizie. Donna Lucrezia, invece di rispondere,
capitò al _Roma_ affannata, scusandosi di non aver avuto _cuor_ nè
testa di far la sua solita _toilette_; e soffiando e sbuffando, col
naso intasato "...non sapeva, dove diamine era andata a pescare quel
maledettissimo _sfredoron_!" accrebbe assai, colle sue chiacchiere,
il turbamento e le pene della buona figliuola. In ultimo, quantunque
Angelica le facesse segno cogli occhi, non potè tacere, e baciandola
prima di andarsene, le spifferò ogni cosa, e della _Colonna di fuoco_,
e del dispaccio di Nicola Mazza.
--_Tute matae_... tutte fandonie... ma, intanto, chi sa, _fia_
mia, come starà quel _pôro toso_!... _Me sento per lù_ l'anima
sanguinante!... Ma la colpa è del governo... De _sto_ governo
_taconà_.... Di questo governo di nani. Permette che si pubblichino in
piazza, le cose più segrete!... Permette che si stampi sulle gazzette
tutto quanto salta in testa ai _mati_... perchè quel frate _birbon,
l'è, come se dise adesso_, un mattoide fegatoso!
Appena la Mary sentì nominare la _Colonna di fuoco_, non pianse più,
non si mostrò più tanto inquieta. Pallida, gli occhi infossati,
esprimeva, nel viso bellissimo, tutta la calma che danno le forti
risoluzioni.
Andata via la Balladoro, e appena Angelica si fu ritirata nella sua
camera, essa mandò subito un fattorino dell'Albergo a prenderle una
copia della _Colonna di fuoco_.... Cercò.... lesse ansiosamente il
dispaccio di Nicola Mazza. Allora ebbe un tremito, ebbe un singulto, ma
insieme uno slancio di pietà e di amore per Giulio Barbarò. Subito si
buttò genuflessa accanto al lettino, pregò per il babbo suo, poveretto,
per la sua mamma; poi dopo avere pregato, sempre ginocchioni, col viso
nascosto fra le mani, rimase ancora con essi lungamente. Erano i suoi
timori, era l'affanno del suo cuore, l'effusione dell'anima sua che
ricorrevano al babbo e alla mamma in cerca di coraggio, di conforto,
di consiglio... ma non di perdono. Il suo dolore era intenso, la sua
angoscia amarissima, ma pure in lei non c'era lotta. Mai, nemmeno per
un istante, dubitò che le colpe del signor Pompeo dovessero ricadere
su Giulio. Per il suo retto sentire, per la fedele tenerezza del suo
cuore, egli non era, e non doveva essere in alcun modo responsabile
del delitto di suo padre, nè tocco dalla sua ignominia. Ed anzi sentì
imperioso l'obbligo di difenderlo, di proteggerlo colle leggi sante
dell'amore, contro tutte le ingiustizie degli stolti e dei cattivi;
sentì che la sua parte di donna, di sposa, di innamorata era di
consolarlo di quell'immenso dolore. Sì; essa sola gli poteva recare il
soave balsamo della pace, e colla tenera previdenza dell'augelletta
fedele, gli doveva preparare un altro nido, la consolazione della
famiglia, un piccolo mondo ricolmo di nuovi affetti.
Ma... e perchè poi non era passato dall'Albergo alle cinque?... Perchè
non vi era passato alle nove?
E se trovandosi solo, lontano "dalla sua Mary" non avesse più la
forza di sopportare quel colpo fierissimo? Ebbene, gli avrebbe subito
scritto, avrebbe saputo lei come consolarlo. Non gli voleva forse tanto
più bene, quanto più egli era infelice?
Ma... nemmeno alle otto!... Che cosa era successo?... Doveva essere
andato a Panigale da suo padre, per supplicarlo di ritirarsi dalla
lotta... Certo, certo non poteva essere altrimenti.
Dio, Dio!... Com'erano lunghe le ore!... non passavano mai!... E se con
tanti dispiaceri avesse finito per ammalarsi?...
Insomma lo voleva vedere; gli voleva parlare: lo avrebbe avvertito, e
il giorno dopo si sarebbero incontrati da Donna Lucrezia.
Si alzò, e baciò con affettuosa devozione la miniatura della mamma
(quella stessa che la fanciulla non sapeva di dovere al signor Pompeo);
baciò parimenti una ciocca di capelli che erano del suo babbo, poi,
invece di spogliarsi per andare a dormire, accese il caminetto, si
avvolse tutta in uno scialle e si sdraiò in una poltrona, vicino
al fuoco, rimanendo così per un pezzo, cogli occhi spalancati, a
riflettere, a pensare, a temere, a consolarsi, concludendo in fine, che
se Giulio non avesse potuto vedersi a Milano, per via di suo padre,
sarebbero andati a vivere lontano... soli e felici.
Nel molle abbandono della stanchezza la fanciulla pensava a quel
viaggio con un'estasi dolcissima.... Le pene, i timori erano spariti...
La felicità traboccava dal suo cuore, l'inondava di beatitudine... e
quella felicità era il suo dovere, era la sua missione. L'amore che le
prorompeva dal cuore, che le bolliva nel sangue, era benedetto dalla
sua mamma, era consacrato da Dio.... Com'era facile.... Com'era bella
la vita!...
La candela crepitò, poi si spense. La legna era tutta consumata, e solo
i carboni accesi rischiaravano la bocca del camino con un riflesso
rossastro. La fanciulla ebbe un brivido di freddo; si strinse tutta
nello scialle, ma non ebbe forza di muoversi. A poco a poco abbandonò
la testina che le ricadde sopra una spalla... chiuse gli occhi.... Vide
ancora il suo Giulio che la guardava mestissimo, supplichevole....
Allora dal seno gonfio uscì un sospiro... sorrise dolcemente... le
labbra si schiusero... si mossero per un bacio, e così sognando si
addormentò.
Ma la mattina si svegliò prestissimo, intirizzita, e cominciò prima
delle otto e mezzo a far la posta, dietro alla finestra, ai primi e
scarsi frequentatori dell'Hagy. Fino alle nove non ebbe nemmeno il
dubbio che il giovanotto non ci dovesse venire; ma poi quando le nove
furono battute e ribattute ed egli non si mostrò ancora, tutta la
sua sicurezza, la sua tranquillità svanirono a un tratto; scrisse a
Giulio due righe, tremante, colla testa in fiamme: "Che è successo,
mio Dio?... Devo parlarti; voglio vederti subito" e gliele mandò per
il fattorino dell'Albergo, coll'ordine di non consegnare il biglietto
altro che nelle mani sue proprie del signor Giulio Barbarò.
Il fattorino partì di corsa, ma, poco dopo, ritornò ancora col suo
biglietto.
--Non si trova a Milano, il signor Giulio?...--domandò la ragazza
stupefatta.
--Sì, è a Milano; ma mi fu risposto che non poteva ricevermi.
--Gli avete fatto dire che la lettera veniva dall'_Hôtel_ Roma?
--Si figuri!... Ho parlato io stesso col servitore.
--Con Antonio?--domandò vivamente la Mary.
--Appunto: ho sentito il portinaio che lo chiamava Antonio. Mi ha detto
che il suo padrone non voleva veder gente; che dormiva ancora; che avea
lasciato ordini precisi perchè nessuno gli entrasse in camera.
La Mary, accigliata, col cuore che le batteva forte, col seno anelante,
osservava fissa il buon uomo come per scrutare e pesarne ogni parola.
Costui indovinò subito che cosa passava in mente alla signorina, e
soggiunse più piano:
--Se devo dirle la verità... mi parevano tutti sossopra in quella
casa. Il portinaio non capiva un'acca; il servitore aveva la faccia
stralunata e una gran furia di mandarmi via.... A buon conto, come mi
aveva ordinato lei, la lettera non l'ho voluta lasciare.
--Avete fatto bene.--La Mary, prese il biglietto, lo stracciò senza
aprirlo, poi andò difilato in camera della marchesa Angelica, le disse
quanto le accadeva e la supplicò perchè volesse accompagnarla fino dal
portinaio di casa Barbarò:
--Antonio mi conosce; lo farò chiamare, e sentiremo che cosa c'è di
nuovo.
Angelica si mostrava poco disposta a secondare la cugina, e voleva
persuaderla di attendere ancora un poco, di provare a scrivere un'altra
lettera; ma la Mary tagliò corto a tutte le obiezioni:
--Se tu non mi vuoi accompagnare, prendo un _brum_ e ci vado sola.
--Quand'è così... piuttosto... verrò anch'io!...
E la marchesa, contro voglia, perchè reputava l'atto sconveniente
per la Mary, e perchè le ripugnava di mettere i piedi anche appena
sulla soglia di quella casa, si arrese, affidandosi al minor male per
impedirne uno maggiore.
La Mary intanto continuava a sentirsi sempre più agitata. Aveva la
febbre di sapere... era spaventata al punto che un nonnulla, il più
piccolo incidente, sarebbe bastato per spingerla ad ogni estremo.
Immaginava che Giulio dovesse battersi in duello: che forse si fosse
già battuto... che, Dio Dio, fosse rimasto ferito!... E lo vedeva in un
letto... fasciato... coperto di sangue... morente!...
Il suo cuore non l'aveva mai ingannata, e pensava rabbrividendo che non
dovesse ingannarla nemmeno allora.
Infatti, appena le due signore furono a vista della casa del Barbarò,
scorsero dinanzi alla porta una vettura chiusa, e quasi subito un
signore uscir dalla casa e montar lesto nella carrozza che partì. La
Mary doveva conoscere bene quel signore, perchè vedendolo si sentì come
dare un tuffo al cuore, e mormorando: "Ah, mio Dio, il dottor Rodolfi!"
affrettò tanto il passo da mettersi quasi a correre.
Angelica le teneva dietro, sforzandosi di calmarla:--Chetati,
chetati!--le diceva--non sarà successo nulla... di grave; speriamo!--ma
in cuor suo cominciava pure a temere.
La Mary correva senza darle retta. Essa non sentiva, non capiva più
altro che il suo Giulio doveva essere ammalato, o ferito; che una
disgrazia gli era successa.
--Chiamate Antonio, subito!--disse al portinaio sbattendo l'uscio dello
stanzino.
--Ma...--il portinaio guardava la Mary titubante. Egli non la
conosceva. Tuttavia avea subito capito trattarsi di persona cui stava
molto a cuore il signor Giulio, e che, forse, era al fatto di ogni cosa.
--Chiamatemi subito Antonio... ditegli che c'è la signorina Alamanni
che lo vuole.
A quel nome (il nome della fidanzata del padroncino era ben conosciuto
nella casa) il portinaio alzò, istintivamente, le braccia con un atto
di sorpresa, di sgomento, di pietà.
--Sta male? Ditemi, sta molto male?...--domandò la ragazza con voce
tremante.
Il portinaio invece di rispondere scrollò il capo, uscì in fretta dallo
stanzino e corse su per le scale in cerca di Antonio, chiamandolo ad
alta voce. Allora la Mary, più esaltata che mai, invece di attendere
giù, gli corse dietro, seguita pure dalla marchesa, che in quel momento
di ansia non ebbe più testa per pensare ad altro. Attraversarono
l'anticamera, passarono in fretta tutte le stanze, chiamando sempre
"Antonio, Antonio," ma con voce più sommessa, finchè questi rispose,
aprendo l'uscio di un gabinetto attiguo alla camera del padroncino....
La Mary distinse subito, sopra un tavolino, bambagia, fasce,
filaccie... udì un lamento, e si precipitò nella camera di Giulio che,
preso dal delirio, la chiamava per nome.
Ecco in qual modo era successo che la Mary e la marchesa Angelica
furono trovate presso il ferito dal professore Eugenio quando giunse da
Panigale.
Giulio Barbarò, dopo un leggiero delirio, era passato al sopore. Di
tanto in tanto pareva destarsi... scoteva la testa sul guanciale...
apriva, sbatteva le palpebre, ma non riconosceva nessuno e lo
riprendeva subito il sonno morboso.
Nel frattempo, prima sempre dell'arrivo dello Zodenigo, c'era stata una
seconda visita del medico, in compagnia di un consulente suo amico. Fu
giudicato che lo stato del ferito si manteneva sempre assai grave: la
palla aveva perforato il polmone sinistro e si era fermata nella parete
posteriore toracica, ma per il momento non era possibile l'estrazione.
Insomma, quantunque tutte le speranze non fossero ancora perdute, i
medici non nascondevano il timore che potesse succedere la catastrofe
anche improvvisamente.
--Io non mi muovo da qui finchè c'è pericolo,--avea detto la Mary
all'Angelica.--Pensa tu ad avvertire lo zio Francesco.
E levatosi il cappello e spogliatasi del mantellino, senza versare una
lacrima, ma cogli occhi spenti e le guance inaridite dal dolore, si
sedette accanto al letto del ferito.
Angelica non tentò nemmeno di smuoverla dal suo proposito: forse essa
sentiva in cuor suo che in un caso simile avrebbe fatto altrettanto.
Scrisse invece a Donna Lucrezia perchè venisse subito, presso la
nipote, mentre lei sarebbe tornata dall'Alamanni; ma non le disse nel
biglietto di che si trattava e nemmeno le anticipò alcuna notizia circa
il fatto. Voleva prima, spaventandola un poco, imporle il segreto,
essendosi persuasa ormai anche la marchesa che ciò era necessario per
tutti.
Donna Lucrezia arrivò come un fulmine, carica d'interrogazioni; ma poi,
appena Angelica l'ebbe messa, in breve, al corrente dell'accaduto,
alzò le lunghe braccia al cielo, stralunò gli occhi, e spalancò la
bocca, ma senza profferire una parola, tanto avea paura di guastar le
cose. Solamente, quando Angelica se ne fu andata, Donna Lucrezia (che
era rimasta con Antonio nel gabinetto, senza entrare nella camera di
Giulio, perchè il medico lo aveva proibito) confidò al servitore che
anche lei "in una circostanza tremenda, in cui _ghe gera in balo el
cuor_" avea bevuto "_un goto de velèn_" e che cinque dottoroni "uno
_drio_ l'altro" l'avevano spedita. Era stata la Mary, la sua Mary
a salvarla; quel "_fior de tosa_" dalla quale i barbari del giorno
l'avevano divisa per puntiglio e per gelosia, ma senza cavarne alcun
costrutto in quanto che, adesso avrebbero dovuto finire _anca lori_,
insieme al Papa, coll'accettare i fatti compiuti. Angelica avrebbe
messo al posto _el sior Todaro_. Oh, la marchesa Angelica aveva un
tatto, un garbo, e insieme un'imponenza grande, che incuteva molta
_sugizion_ alle persone. A lei no, per altro, niente affattissimo,
perchè lei era dello stesso sangue: i Badoero, i Collalto, e i
Balladoro erano sempre stati insieme fin dai tempi della _guerra_ di
Lepanto e, di più, la marchesa Angelica era sua cugina tanto come
Collalto, quanto per via dei Castelnovo, e l'aveva vista nascere e
_venir su_ più bella d'un _fior_!... Povero _fior_, proprio _sacrificà_
nel suo profumo e nella sua bellezza; perchè _so cusin_ Alberto era "un
tiranno, una bestia, tanto quanto" che "_ghe n'aveva fate passar a sua
mugier de tuti i colori_" e che al presente, dopo un colpo che lo aveva
preso, prima alle gambe e poi anche alla testa, si ostinava a restar al
mondo a dispetto dei santi. Non si poteva più muovere; da poco tempo
aveva perduto affatto il ben dell'intelletto... Era diventato grosso,
grasso con un faccione tondo come una Pasqua; parlando, balbettava
come _fa i tati_; rideva, _pianzeva de niente_, aveva imparato a far
le calze e _tutto 'l dì_ non faceva altro, mentre lo conducevano
attorno nella sua carrozza. Che pena, poveretta, che pena, per sua
cugina, la marchesa Angelica, in _tuto_ lo splendore della gioventù!
Ma, per altro, poteva proprio dirlo, perchè Angelica, per lei, non
aveva mai avuto segreti, era una donna _indomita_ d'altri tempi e che
all'occorrenza, sapeva comandare anche alla _passion_!... E così, Donna
Lucrezia continuò a parlare, finchè la marchesa non fu di ritorno.
Antonio, allora, prudentemente si ritirò... Aveva la testa gonfiata
come un pallone.... La Mary, udito il passo e il sussurro delle vesti
di Angelica, venne sull'uscio, in punta di piedi, per sentire la
risposta dello zio.
--E così?... Che cos'ha detto quell... quel _longobardo?_--domandò la
Balladoro.
--Ha detto--rispose Angelica avvicinandosi alla Mary in atto di farle
coraggio--ha detto che se lo stato di Giulio si mantiene grave, tu puoi
rimanergli vicina, perchè, come la coscienza, anche il cuore ha i suoi
doveri.
--Bravo!... _me piase... e ghe perdono!_--esclamò donna Lucrezia,
mentre la Mary si gettava piangendo fra le braccia di Angelica. Dopo
tante ore di angosce terribili, il pianto avea trovata finalmente la
via per prorompere.
Quando, alcune ore dopo, lo Zodenigo entrò nel gabinetto preceduto da
Antonio donna Lucrezia non c'era più. Era scappata a casa per mangiare
un _bocconcin_ in fretta e in furia; tanto da reggersi in piedi. Al
professore bastò un colpo d'occhio, e poche parole fatte prima col
servitore, per venire in chiaro di quanto era successo, e approfittarne.
La marchesa lo aveva interrogato con grande premura per sapere quando
il Barbarò sarebbe giunto a Milano (non voleva correre il rischio
d'incontrarsi con lui). Egli rispose, diplomaticamente, di non avergli
detto ancora nulla del figliuolo, perchè in tal caso sarebbe certo
precipitato a Milano, destando uno scandalo; onde la rovina del
cavaliere, e di Giulio insieme, sarebbe stata inevitabile.
--Non bisogna illudersi, _signooina_!--esclamò, chiudendo prima gli
occhi gravemente, poi aprendoli e soffiando mentre li teneva fissi in
quelli della Mary--non bisogna illudersi; non c'è altro che un mezzo
per tentare di salvar la vita al figliuolo: bisogna salvar l'onore del
padre!
--Fate, fate tutto ciò che sta in voi!--esclamò la Mary congiungendo le
mani in atto supplichevole.
Lo Zodenigo s'inchinò con molta gravità e con molta degnazione, poi,
tornando a soffiare, guardò la marchesa, come per interrogarla su tal
proposito.
--Sì, sì!--rispose Angelica indovinando il pensiero dello
Zodenigo,--anche Francesco Alamanni, ormai, non crede più conveniente,
nè possibile l'opporsi, e se... e appena il signor Giulio si sarà
rimesso un poco, avrà luogo il matrimonio.
Sul viso smorto della fanciulla passò in quel punto una fiamma viva, e
abbassò confusa gli occhi, ancora pieni di lacrime.
Il professore Eugenio s'inchinò una seconda volta, esprimendo con una
mimica composta, ma efficace, i suoi voti e le sue congratulazioni.
A vederlo di fuori, non tradiva la muta e rigida impassibilità inglese,
ma internamente gongolava, e un tremito quasi impercettibile delle
labbra sottili avrebbe svelato, ad un osservatore attento, lo sforzo
fatto per reprimere la contentezza.
--Dica a Francesco Alamanni,--esclamò poi rivolgendosi alla marchesa
con solenne pacatezza e tenendo abbassate più a lungo le palpebre,
come volesse concentrare in
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