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La plebe, parte I

by Vittorio Bersezio · Italian · Gutenberg #46723 · 909,981 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La plebe, parte I
    
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Title: La plebe, parte I

Author: Vittorio Bersezio


        
Release date: August 29, 2014 [eBook #46723]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46723

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net (This file was produced from images
        generously made available by The Internet Archive/Canadian
        Libraries)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PLEBE, PARTE I ***

                             LA PLEBE


                          ROMANZO SOCIALE
                                DI

                         VITTORIO BERSEZIO


                            PARTE PRIMA



                        PROPRIETÀ LETTERARIA

                               TORINO
                   PRESSO C. FAVALE E COMP. EDITORI
                    PIAZZA SOLFERINO, CASA PROPRIA
                                1869.




PREFAZIONE.


Era mio pensiero dapprima scrivere una lunga prefazione, nella quale,
con rinforzi di citazioni e di dottrina raccattata qua e colà,
manifestare al lettore qual significato io creda si debba oggidì
attribuire al vocabolo =Plebe=, e quale l'obbligo, cui verso questa
parte diseredata del genere umano ha la società moderna; dimostrare il
qual obbligo è lo scopo ultimo di questo mio nuovo romanzo.

Ma una posteriore ispirazione, che credo più felice, me ne sconsigliò
affatto. Appunto per annoiar meno i miei buoni lettori io adotto la
forma del racconto, vestendo della vita del dramma i concetti che voglio
esporre, e sarebbe stato un andar contro del tutto alle mie buone
intenzioni, quella noia cui voglio risparmiare ai miei lettori,
dargliela dal bel principio tutta concentrata nelle pagine pesanti di
una prefazione.

Lascio quindi ogni altro indugio ed entro di botto nel mezzo
dell'argomento, dicendovi soltanto l'idea di questo lavoro essermi stata
primamente ispirata dalle parole del nostro gran filosofo Vincenzo
Gioberti, il quale in quell'aureo libro che è il _Rinnovamento_ scriveva
essere fra i debiti e i bisogni più urgenti dell'epoca nostra quello di
elevare la plebe a grado e dignità di popolo.

L'idea di questo mio scritto è certamente troppo superba ragguagliata
alle mie poche forze; ma se queste riusciranno impari all'argomento,
voi, diletti leggitori, mi userete indulgenza pensando alla rettitudine
della intenzione.




PARTE PRIMA.

I Derelitti.




CAPITOLO I.


Era una notte d'inverno, ed una fitta nebbia copriva la città di Torino.
Chi ha visto a quella stagione ed a quell'ora le brutte e infangate
stradicciuole di quella parte dell'oradetta città che chiamano Torino
vecchia; quelle stradicciuole in cui stanno raccolte e come a confino le
miserie più gravi, i cenci più logori e le più scandalose turpitudini;
chi le ha viste quando quella caligine nebbiosa le ingombra e depone
sopra ogni cosa, sul selciato, sulle pareti annerite delle case, sui
panni e in volto a chi passa, una specie di rugiada fredda e fastidiosa
che ti punge con piccolissime goccie gelate negli occhi e ti immolla le
vesti addosso e ti penetra sotto a dar freddo sino alle intime midolle;
chi ha visto a quell'ora quei quartieri sa che cosa sia la cupa
tristezza delle abitazioni dei poveri in mezzo allo squallore della
miseria ed al cattivo tempo della stagione.

Se t'avviene di passare per quei luoghi, tu senti quasi una mano di gelo
posarsi adagio e pesar poi sul tuo cuore. Una nuova melanconia t'occupa
l'anima e i sensi; il respiro medesimo da quell'afa nebbiosa, da
quell'umido freddiccio, da quell'angustia di spazio, ti pare impedito;
una strana malavoglia, incerta, vaga, ma potente, piglia possesso di te;
e tu, guardando i cenciosi che sfilano taciti e lenti a randa al muro,
come ombre nel Tartaro degli antichi; ricevendo nei tuoi occhi il
lucicchiar febbrile di quelli delle povere _traviate_ che in
quegl'immondi casamenti hanno loro stanza e s'aggirano, vere anime in
pena, facendo risaltar la miseria inorpellata de' lor panni di color
gaio nello scuro del nebbiume; vedendo tra le imposte d'un uscio di
bottega socchiuso tremolare un raggio giallognolo della lucerna ad olio,
al cui lume misere creature faticano a compiere il lavoro della giornata
che ha da comprare lo scarso pane alla famiglia, tu, anche tuo malgrado,
se non hai cuore d'avaro o di borsiere, ti sentirai le lagrime entro gli
occhi.

Freddo, fame, strappi, sozzure materiali e morali ti stanno dattorno; un
vecchio che tende la mano, un bimbo che piange, una donna che si vende,
e su tutto la tenebra della notte che col gocciolar della sua nebbia par
proprio che pianga.

E tu pensi alle necessità fatali di questa civiltà che mostra di aver
testa soltanto e non cuore, o se cuore, non a sufficienza la mente da
provvedere a questi danni; e il mistero del problema sociale t'afferra,
e ad un tratto ti travolge dall'intelletto all'anima un mondo tumultuoso
di pensieri e d'affetti avversi e pugnaci, mettendo in lotta gl'istinti
e la ragione, il senno e la pietà, il possibile e il desiderio.

E così appunto, quella sera, per una di codeste strade, se ne stava
dell'animo, camminando, un uomo, il cappello a larga falda tirato sugli
occhi, il viso mezzo nascosto nelle pieghe d'un mantello anzi logoro che
no, il quale non lasciava scorgere che il pallore delle guancie e la
fiamma d'uno sguardo acceso, di persona nè alto nè basso, l'andare nè
spedito nè impedito, curvo il petto, e il passo di chi va senza scopo
che lo chiami o cosa che gli prema.

Invano già alle cantonate più d'un'Aspasia da dozzina gli aveva
ammiccato col sorriso contratto; invano un cencioso, trascinandosi colle
gruccie gli era venuto dietro neniando a domandare il quattrino per
l'amor di Dio, al ripago de' suoi _pater ed ave_; invano una vecchia
sbilenca, aggrinzita, sdentata e sciatta e sporca gli aveva susurrato
infami parole all'orecchio; invano era passato innanzi ad una
bettolaccia sconcia, convegno d'ogni peggio bordaglia, immondezzaio
morale, da, cui veniva in istrada un tramestio di cose e di gente, un
acciottolio di rozze stoviglie, un baccano di turpi canzoni sbraitate e
di più turpi parole, e proverbiarsi, e minaccie, e bestemmiari da gole
roche a voci squarrate; a nulla ei pareva badare, nulla sturbarlo dai
suoi pensieri.

Sul passo d'una porticina scura, sopra la motriglia sozza ed
attaccaticcia che a piastre copriva la pietra dello scalino, a metà
seduto, a metà sdraiato, il capo contro uno degli stipiti umidicci, le
mani nascoste nelle tasche de' calzoni a brandelli, tremante e battendo
i denti pel freddo, pel bisogno, per la debolezza, piagnucolava un
bambino.

Quell'uomo gli passò innanzi, come aveva oltrepassato tutti quegli altri
oggetti, persone e cose, in cui si era abbattuto; ma quando fu in là due
passi, quel piagnucolio giunse a ferirgliene le orecchie; ristette, si
volse, vide un fanciullo, gli fu accosto sollecito.

Il poverino sentì che gli stava appresso qualcuno: cessò
dall'infrignare; alzò gli occhi e la testa, trasse di tasca una manuccia
livida come le sue guancie, colla quale teneva duo mazzi di fiammiferi,
e colla vocina esile e rotta dal batter dei denti, disse in tono di
preghiera e di pianto:

— _Brichett!_ buoni _brichett_! due mazzi al soldo.... Oh! ne pigli,
signore.

L'uomo non rispose al fanciullo, ma gli stette sopra a guardarlo con
occhio fiso, intenerito, compassionoso, amorevole.

Era un marmocchio da sette ad otto anni, sudicio, cencioso, brutto come
la miseria.

— Povero bimbo! Disse quell'uomo a mezza voce parlando a sè stesso.
Povero bimbo!

E questi, stato un poco, rizzatosi della persona a sedere, ripetè
insistendo:

— Buoni _brichett_. La ne compri per carità!

Quell'uomo gli pose sulla testa carezzevolmente una mano, poi gli
chiese:

— Perchè piangi?

— Ho fame: rispose il bambino.

— Chi t'ha insegnato a dar questa risposta? Tu non parli con tale che
non conosca i misteri della miseria. Tuo padre e tua madre ti hanno
comandato di piangere e di rispondere così.

Il bambino guardò il suo interrogatore cogli occhi larghi, larghi, e
ripetè:

— Ho fame. Da questa mattina non ho più mangiato niente. E non avevo
mangiato che una crosta di pane.

— Hai tu padre?

— Signor no.

— Madre?

— Signor no.

— Sono morti?

— Non li ho mai conosciuti.

Quell'uomo parve intenerirsi.

— Un derelitto: mormorò egli parlando di nuovo a se stesso; al pari di
me!... E in questa medesima strada!...

Guardò quel fanciullo con occhio più benevolo e compassionoso di prima.

— Tu non hai nessuno al mondo?

— Ho la nonna che mi aspetta a casa.

— Ah!

L'uomo ritrasse la mano dal capo del bimbo.

— Perchè ti lascia ella andare attorno a questa ora e per questo tempo?

— Me ne manda per guadagnar qualche soldo.

— È tardi, fa freddo, tornatene a casa.

— Non oso.

— Perchè?

— Se non le porto almeno dieci soldi la nonna mi batte...

— E te ne mancano?

— Sei.

— Menami a casa tua. Darò alla nonna i dieci soldi per te.

Il fanciullo non mostrò stupore nessuno, nè gioia, nè riconoscenza:
s'alzò e si pose a camminare a costa dello sconosciuto, ma tutto
ingranchito ed intirizzito com'era, co' piedi irrigiditi e dolorosi per
la gonfiezza, mal potè farlo, onde mossi appena alcuni passi, si fermò e
ruppe in pianto.

Lo sconosciuto fermessi pure e gli domandò:

— Che cosa hai?

Il bambino rispose della solita guisa:

— Ho freddo, ho fame.

— A casa la nonna non ti darà da cena?

Il fanciullo scosse la testa.

— Una crosta di pane se la è di buon umore e non lo è mai.

E seguitava a piangere, e batteva i denti.

Nell'oscurità della via, poco lontano brillava il rosso chiarore che
gettava per l'uscio a vetri la bettolaccia che ho già accennato.

Lo sconosciuto guardò verso quella porta, sopra i cui sucidi cristalli
stavano scritte le classiche parole: BUON VINO E BUON RISTORO e parve
esitare un momento; poi, come se subitamente si decidesse, prese per
mano il bimbo e gli disse:

— Vieni: te ne darò io da cena.

E col fanciullo s'introdusse nell'osteria piena in quel punto di rumore
e di gente.




CAPITOLO II.


La bettola si trovava in una bassa casipola che ora fu distrutta affine
di allargare la strada. Per entrarvi bisognava scendere due scalini.

Lo sconosciuto apri l'uscio a vetri e si trovò in uno stanzone più lungo
che largo, colle pareti affumicate, col pavimento composto d'assi
inchiodati, tutto ronchioso pel fango recatovi ed appiccatovi qua e colà
dai piedi degli avventori, con un'atmosfera grassa, densa, impregnata di
acri odori, in cui il fumo faceva con pieno successo le funzioni che per
la strada adempiva la fitta nebbia di quella sera invernale.

Dal trave del soffitto annerito, insieme con infiniti arazzi di
ragnateli, per una cordicella ripiegata da tirarsi su e giù passando in
mezzo ad una colomba di piombo, pendeva una lampada a tre becchi, di cui
due soli avevano acceso il lucignolo, con certi tubi di vetro
affumicati, e con una vernice rossa che era mezzo staccata dalla latta.

Lunghesso le pareti eran poste, ad uguale distanza l'una dall'altra,
delle tavole oblunghe, e ai lati di esse delle panche di legno lunghe
quanto le tavole medesime; nelle pareti, al di sopra di ciascuno di
codesti deschi, era scritto in nero con cifre alte un palmo un numero
diverso e progressivo.

In fondo allo stanzone, da una parte c'era un banco a mezzo ripieno di
fiaschi e fiaschetti, e dietrovi seduto l'oste, con davanti un libro di
conti dalla copertina sucida e strappata e un calamaio di piombo con un
mozzicone di penna piantato nella bambagia immollata d'inchiostro:
dall'altra parte si apriva una botola, con una cateratta che stava
sempre sollevata ed appoggiata contro il muro, per la qual botola si
scendeva nella cantina sotterranea, dove si custodivano i vini e si
cucinavan le pietanze consumate in quell'orribile stamberga.

Nella parete, alla destra di chi entrava, presso al banco a cui sedeva
l'oste, aprivasi una porta che metteva in un'altra stanza; ma questa era
una stanza riservata, in cui non s'avventurava la comune dei bevitori,
ed entravano soltanto alcune brigatelle di soliti accorrenti che, per la
conoscenza avutane dal bettoliere, e per la vistosità dei guadagni che
gliene recavano eran meritevoli di siffatto privilegio. I misteri di
quella camera erano difesi dallo sguardo dei profani per certe cortine
di stoffa di cotone di color rosso tirate accuratamente ai vetri
dell'uscio. Al momento in cui lo sconosciuto col fanciullo per mano
entrava nella bettola, quest'uscio misterioso si era aperto, per dar
passo alla fante dell'oste, giovane grassotta e belloccia, con aria
sfacciata, la quale portava colà dentro un vassoio e sopravi parecchi
bicchieri e due boccali colmi di vin rosso. Chi si fosse trovato in
quella di prospetto all'uscio avrebbe potuto vedere nella stanza di cui
si tratta un allegro fuoco fiammare in uno di quei caminetti che
pigliano il nome da Franklin, e intorno ad esso seduti cinque o sei
uomini di varia età e di vario aspetto, che dalle vesti però apparivano
appartener tutti alla classe degli operai, tutti, tolto uno, con figure
risentite, e come si suol dire con di quei certi ceffi che non fa
piacere incontrare nel nostro cammino, la sera.

Quasi tutte le tavole dello stanzone erano occupate dalla folla dei
bevitori. Di questi tutti portavano la livrea della miseria, molti
quella della abbiezione. Alcuni giuocavano alle carte, altri alla
_morra_; gridavasi da ogni banda in un disarmonico concerto, nel quale
più disarmoniche suonavano tratto tratto le voci e le risa roche di
luride donnaccie di mala vita.

Lo sconosciuto personaggio, il quale primo ci apparve in questo dramma,
di cui siam dietro a svolgere le scene, entrò colà dentro colla medesima
sicurezza che avrebbe avuto un uomo avvezzo a quei luoghi ed a quelle
cose. Quell'afa impregnata di acri odori e di ingrati vapori,
percotendogli sul viso non parve destare in lui il meno del mondo quella
ripugnanza, da cui non avrebbe potuto difendersi, e cui non avrebbe
saputo al certo dissimulare una persona all'atto nuova a
quell'atmosfera.

Egli guardò intorno per cercare un posto a cui assidersi, e, da parte
loro, il maggior numero dei bevitori, nell'udire il campanello della
porta che suonò all'aprirsi dell'uscio, levarono la testa e si volsero a
guardare chi entrasse.

Lo sconosciuto aveva tirato giù dal viso la falda del mantello, onde si
copriva per la strada, e potevano vedersene i lineamenti alla rossigna
luce della lampada di latta appesa al soffitto.

È una figura originale. In tutta la sua persona, come nei tratti del
viso, un misto di forza e di debolezza, di bontà e di malizia, di
sentimento e di noncuranza. Al primo vederlo mal sapreste dirne al
giusto l'età. Vi è qualche cosa di giovanile nello sguardo, nella
fronte, nella rara lanugine di barba scura che appena gli vela le
guancie: vi è alcun che di vecchio e direi quasi di logoro nella curva
del petto, nel floscio delle carni giallognole, nella mestizia abituale
dell'aspetto infermiccio.

S'ei tiene spianata la spaziosa e pallida fronte su cui pare abbia
impresso un segno il dito di Dio, quella fronte coronata da corti
capelli d'un nero lucido ed azzurrigno, i quali irti e ribelli ad ogni
ravviatura, danno alla sua testa una meravigliosa apparenza di
risoluzione e di forza; se egli, i suoi occhi, che hanno il colore del
mare, e ti appaiono come questo profondi, fa brillare d'un lampo di
letizia o d'affetto; se sulle smunte gote gli corre un istante a
colorarle il sangue, e sulle sottili e scialbe labbra erra un sorriso,
tu nol diresti giunto per anco ai vent'anni; ma se egli, qual è suo
costume, tiene aggrottate le sopracciglia e turbata come da incessante
lotta di pensieri la fronte, dimesso lo sguardo, serrate le labbra,
curva la testa, tu lo crederesti presso ai quaranta, e ti appare per
soprappiù roso da una di quelle interne infermità degli organi vitali
che distruggono lentamente la vita.

Avreste detto che la natura lo aveva creato per essere il più forte e
robusto degli uomini, e che le circostanze e la sciagura lo avevano
ridotto ad essere debole e miseruzzo. Un capo grosso stava sopra un
corpo non a sufficienza cresciuto nè sviluppato, il quale pareva aver
difficoltà a portare un tanto peso; il petto incavato pareva concedere a
stento l'agio di respirare ai polmoni; delle mani grosse, nodose e da
gigante si annodavano a braccia esili, piccole, forse troppo lunghe a
paragone della corporatura, poco meno che da rachitico; una macilenza
malaticcia gli ammenciva, per così dire, tutte le membra e lasciava
apparire più che non convenisse l'ossatura grossa e sformata.

Eppure, a malgrado, e forse anche a cagione di tutto ciò, la sua era una
di quelle figure che ti sorprendono e ad ogni modo non puoi trovare
indifferenti; di certo era tutt'altro che bella, ma pure chiamava
l'attenzione del riguardante e non si sapeva perchè. Quella faccia
stranamente impressa ti destava tutt'insieme una qualche simpatia, quasi
direi un senso di rispetto, eppure una certa diffidenza; per poco tempo
tu guardassi quelle sembianze, le ti si stampavano nella memoria, ed o
ti attraevano o ti ripugnavano, o ti consigliavano a farti amica l'anima
che vestivano od a sfuggirla; o eri disposto ad amarla, o la temevi come
un pericolo.

Quest'uomo volse tutt'intorno uno sguardo sicuro, e visto che un'unica
tavola era disoccupata quasi in capo allo stanzone presso la botola e di
prospetto all'uscio a vetri della stanza vicina, si avviò verso quella,
seguito dal ragazzo.

Era evidente che la venuta di costui non avea fatto una aggradevole
impressione in quelli dei frequentatori della bettola, che al suono del
campanello d'entrata avevano alzato la testa e guardato chi venisse.
Certo non era che i panni dello sconosciuto fossero signorili ed
eleganti; molto anzi ci correva, e si rimanevano all'essere puliti,
colle traccie appariscenti d'un uso lungo e continuato senza
intermittenze, ma erano alla foggia che è propria del ceto dei ricchi, e
da essi agli strappi che portava la maggior parte degli uomini raccolti
là dentro correva una infinita distanza.

— Oh oh! Aveva incominciato uno dei bevitori ammiccando cogli occhi: un
_muscadino_ con tanto di guanti alle mani.

— E che vien egli a fare qui, questo bel coso? Aveva detto un altro.

— Che sì ch'ei si mena dietro il nipotino della _Gattona_: soggiunse un
terzo che conosceva il piccino da cui lo sconosciuto era accompagnato.

— Un milorde che viene a cenare colla frittata alle cipolle di mastro
Pelone.

— Gli è proprio il piccin della _Gattona_ quel marmocchio: disse un
altro. Sta a vedere che sto bastarduzzo ha trovato finalmente suo padre,
che è questo milionario, il quale viene a pagargli il buon arrivo con un
quintino di quel brusco di quest'oste della malora.

E sghignazzavano seguitando coll'occhio beffardamente insolente lo
sconosciuto che s'avanzava senza darsene per inteso, come se quello non
fosse fatto suo.

Per arrivare al desco disoccupato, convenne al nostro personaggio
passare accosto a due uomini che stavano cioncando e discorrendo seduti
alla tavola immediatamente prossima a quella verso cui camminava il
nuovo venuto. Costoro erano due tipi curiosi e degni di fermar
l'attenzione dell'osservatore; e siccome avremo da trovarli attori non
degli ultimi nelle scene del nostro racconto, non è fuor d'opera che ci
fermiamo alquanto ad esaminarli.




CAPITOLO III.


Questi due uomini appartenevano l'uno e l'altro alla classe degli
operai, ed al vederli poteva dirsi che contavano fra i più miseri di
essi. Erano presso a poco della medesima età, fra i quaranta e i
cinquant'anni; ma uno recava nelle sembianze tutti i segni dei patimenti
fisici e morali cui conduce seco la miseria, onde pareva troppo più
invecchiato che l'età non volesse, mentre l'altro, quantunque nei panni
fosse strappato e sordido al pari e più del suo compagno, aveva nelle
guancie rubizze, nella corporatura piena e robusta un certo aspetto di
floridezza e di benessere che contrastava affatto col suo vestire da
accattone.

A dispetto di questa differenza, chi li mirasse aveva da sentire più
fiducia verso il primo che non verso il secondo. Quello, nella sua aria
di sofferenza e di scoraggiamento, e diremo anche di degradazione, aveva
pure alcuna traccia di bontà, e un resto di quel non so che onde si
svela all'apparenza l'anima onesta; mentre il suo compagno nella sua
faccia grassa e colorata portava l'espressione dei più bassi istinti, e
nello sguardo degli occhi piccoli e nascosti sotto folte sopracciglia di
color fulvo, aveva qualche cosa di losco, di falso e di feroce.

In questo momento, di cui stiamo discorrendo, il primo de' due era
seduto contro il muro appoggiandovi le spalle e il capo, mentre il
braccio sinistro gli cascava inerte lungo la persona, e il braccio
destro s'appoggiava alla tavola tenendo in mano un bicchiere quasi pieno
di vino. La testa che gli si dimenava lentamente di qua e di là contro
la parete, lo sguardo incerto e semispento, le labbra allividite nella
faccia pallida, la parola balbuziente indicavano abbastanza com'egli si
trovasse in uno stato di ebbrezza assai inoltrata. Riscaldato di molto
dal vino altresì, ma più padrone di se stesso, appariva il suo compagno,
il quale sedutogli dinanzi, si curvava verso di lui, parlandogli con
molta vivacità, come chi vuol persuadere alcuno di cosa che gli prema.

Sul desco, in mezzo a loro, quattro fiaschi vuoti rendevano chiara
ragione dello stato in cui si trovavano ambedue.

Per giungere alla tavola a cui aveva posta la mira, lo sconosciuto dei
capitoli precedenti doveva passare precisamente dietro quell'uomo dalla
figura malvagia fra lo scanno su cui egli sedeva e il braciere che,
pieno di carboni spenti e di cenere, faceva le mostre di scaldare lo
stanzone; e siccome quel cotale, stando curvo verso il suo compagno a
discorrergli, si teneva seduto in bilico sullo scanno pencolato, da
tenere le due gambe posteriori in aria, avvenne che lo sconosciuto,
passando, urtasse in una di queste gambe. L'uomo si volse bruscamente,
ed al vedere in chi l'aveva scosso gli abiti d'un ceto sociale superiore
al suo, aggrottò le sopracciglia, contrasse la bocca ad un sogghigno di
scherno e mandò una specie di grugnito minaccioso.

— Perdonate: disse gentilmente il nuovo venuto, continuando il suo
cammino e andando a sedersi alla tavola vicina.

— Eh! fate attenzione in vostra malora, cazzatello d'un _muscadino_
delle mie ciabatte: borbottò quell'uomo coi denti stretti, guardando a
stracciasacco lo sconosciuto.

Questi fece come se non avesse udito quelle parole, e quando fu seduto
ed ebbe seduto del pari innanzi a sè il ragazzino raccattato per via,
battè sulla tavola colla palma della mano per chiamare l'attenzione
dell'oste.

— Che razza d'animale è costui? Disse ancora l'uomo dall'aspetto di
scellerato, guardandolo di traverso con infinito sospetto ed avversione.
Non mi piace vedere a svolazzare qui dentro di questi uccelletti dalle
belle piume. Che sì che glie ne levo io il ruzzo, po' po' che mi
tocchi!...

Lo sconosciuto, avvertisse o non avvertisse gli sguardi e le parole di
quell'uomo, teneva gli occhi bassi e mostrava non udir nulla. Il
popolano, stato ancora a guardarlo così un poco, scuoteva poscia le
spalle, come per dire che non era cosa da dovergli importare, e
riprendeva il discorso col suo ubbriaco compagno.

La venuta di quell'incognito in panni quasi signorili non pareva esser
di gusto nemmeno dell'oste, il quale stava dietro il suo banco in fondo
alla stanza.

Una curiosa figura e degna del Callotta era quest'oste, diverso affatto
da tutti gli osti che voi trovate d'ordinario nella realtà entro le
osterie, e nelle finzioni dei romanzi. Mentre per ordinario il
bettoliere è una persona prosperosa, rubizza, grassa, dall'aspetto ilare
e giovialone, questo cotale, che già abbiamo sentito chiamarsi mastro
Pelone, era invece la più secca, allampanata, brutta persona che possano
fare quattro ossa d'uomo ricoperte di pelle d'alluda. Lungo lungo, magro
magro, scarna la faccia in cui dominava un naso mostruosamente
voluminoso, pelato il cranio del colore dell'avorio ingiallito, su cui
una berretta nera a fiocco, unta e bisunta; in mezzo al mostaccio una
squarciatura che serviva di bocca e quando la si apriva pareva quella
d'un forno, gli occhi infossati al di sotto di una arcata sopracciliare
protuberantissima, lo stampo dei sette peccati capitali nei bernoccoli
della testa, certe mani a dita adunche da parer le graffe di un animale
di rapina; braccia e gambe lunghe, dinoccolate, ridotte alla sola
ossatura grossa e deforme; la voce rauca, velata che usciva
faticosamente dal petto, una tosse profonda e cavernosa che di frequente
gli scuoteva i precordi; tal era il taciturno e poco aggraziato e per
nulla simpatico mastro Pelone. L'avreste detto, piuttosto che un
ostiere, un becchino, ed anzi la morte medesima vestitasi sopra il suo
scheletro di panni d'uomo.

Di dietro il suo banco, dov'egli stava meglio che seduto, accoccolato
sopra una seggiola, le nodose ginocchia quasi sotto il mento, avendo
ripiegate le lunghissime gambe, così da tenere le zattere che gli
servivan da piedi appoggiate al piuolo che univa le due gambe anteriori
della seggiola, mastro Pelone aveva veduto entrare lo sconosciuto e in
mezzo a due sbruffi di tosse aveva borbottato fra quei pochi denti che
gli rimanevano nelle pallide gengive:

— Uhm! Una faccia nuova.... Un nuovo agente del signor Commissario, ci
scommetto.... La Polizia mi vuole un bene a me!..... Uhm! Che il fistolo
li colga tutti quanti.

Ed aveva seguitato collo sguardo sospettoso e diffidente il nuovo venuto
nel suo cammino sino al desco a cui aveva preso posto. Quando lo
sconosciuto aveva picchiato sulla tavola, l'oste, non cessando mai di
fissarlo con quel suo sguardo semispento, aveva tirato giù lentamente
una gamba, e poi l'altra, aveva drizzato ancora più lentamente il petto
incurvato, e poi puntando al banco una delle sue manaccie s'era levato
in piedi colla medesima lentezza. Era uno strano spettacolo vedere
quella magra figura sgomitolarsi, per dir così, a poco a poco ed
allungarsi, allungarsi dietro il banco. Quando tutto fu diritto, mastro
Pelone tentennò un pochino, come fa l'albero d'una nave che sta per
mettersi in via, e poi uscì con piede riguardoso, e che non faceva
rumore, di dietro il suo banco, e venne a passi misurati verso la tavola
dove lo avevano chiamato.

Colà puntò sul desco le sue manaccie ossee senza carne, curvò la lunga
persona da far pendere il suo naso enorme sopra la testa dello
sconosciuto, e domandò colla voce rauca e soffocata:

— Che cosa comanda?

— Ci avete del buon brodo caldo? Disse lo sconosciuto.

L'oste accennò di sì col capo, e poi seguitò a dondolare la testa, come
per significare: — Diamine! Si figuri, se nella mia osteria non si ha da
trovar di questa roba!

— Ebbene, riprese lo sconosciuto, portateci una scodella di brodo con
del pane, formaggio ed una mezzina di vino.

Mastro Pelone si tirò su del corpo, e facendo piombare il suo sguardo
offuscato sul viso dello sconosciuto, disse interrogativamente:

— Una sola scodella?

— Sì.

— E il vino, quale? Quel da dodici?

— Quel da dodici.

Allora l'oste si rivolse sui suoi talloni e mandò in giro i suoi occhi
infossati.

— Uhm! Borbottò egli fra sè tossendo; quella pettegola di Maddalena è
ancora di là; quando si caccia nella stanza di quei sciagurati demonii,
che Dio li confonda, la non sa più venirne via, figliuola di una mala
femmina che la è..... Bisogna chiamare quell'imbecille di Meo.

Andò alla botola che metteva nelle stanze di sotto e curvatosi su di
essa, gridò con quanta voce gli rimaneva nella magra cassa dello
stomaco: — Meo! Meo! — sforzo che gli eccitò un accesso non indifferente
di tosse. Nulla rispose, nè alcuno comparve. Pelone sembrò esitare un
momento intorno al da farsi; ma poi gli mancò il coraggio di rinnovare
quella prova infelice, andò all'uscio a vetri della camera vicina, e
picchiò colla nocca delle dita in un certo modo particolare: Quando ebbe
ripetuto due o tre volte questo picchio, l'uscio finalmente si aperse, e
si fece vedere la fante, la quale, tenendo il battente a metà aperto,
sporse in fuori la testa e domandò al padrone con tono d'arroganza e di
impazienza:

— Ebbene? Che cosa c'è?

L'oste parve ringoiare una brutta parola che gli fosse venuta alle
labbra.

— C'è della gente da servire.

— E Meo? Che cosa è buono da far Meo?

— È buono da niente, borbottò fra le gengive Pelone a modo suo, e tu
neppure pettegoluzza da pochi quattrini che ti carezzino le graffe del
demonio.

— Che cosa dite?

— Uhm! Uhm! Dico che l'ho chiamato Meo, e che non ho potuto farmene
sentire.

— Oh bene; ora lo chiamo io.

E venuta alla botola gridò con voce che avrebbe bastato ad un comandante
di reggimento in Piazza d'Armi: — Meo!

— Eh? Rispose di sotto una voce d'uomo assonnata.

— Vien su presto che c'è da fare.

— Vengo.

— Animo, sbrigati, marmotta. E non istar lì giù sempre a dormire,
scimunitaccio, che mi tocca far tutto a me; e tu stai continuamente in
panciolle.

— Uhm! tornò a borbottar l'oste: ci stanno tuttedue, che il diavolo li
porti.

— Vengo, vengo; ripetè la voce di Meo; e dopo un poco si vide comparire
dalla botola le chiome giallastre arruffate, la fronte depressa, la
faccia melensa, le spallaccie quadre, il corpo tozzo d'un giovinastro il
quale, al solo vederlo, si poteva affermare che non si rubava un titolo
immeritato quando si faceva dare dell'imbecille.

Vistolo a venire, Maddalena si affrettò per tornare nella camera da cui
il padrone l'aveva fatta uscire allor allora. Ma le convenne passare
vicino ai due bevitori di cui abbiamo parlato più su, e quello di loro
dalle malvagie sembianze, smesso il discorrere col suo compagno, tese
una mano ed arrestò per le gonnelle la fantesca.

— Eh! Una parola, Maddalenuccia bella.....

Ma la giovane volgendoglisi di mala grazia e facendo a liberar le
sottane dalla mano di lui:

— Lasciatemi stare. Marcaccio, disse con rozzo accento.

— No, per la barba di mastro Impicca: riprese ghignando Marcaccio.
Voglio vederti, voglio parlarti ancor io, o che? Non vieni mai a
mostrare il tuo musino alla nostra tavola, corpo d'un salame! Che i
nostri denari non valgon quelli di que' cacazibetto che son di là?...
Sta qui un momento Cr..... ch'io t'inchiodo con una manata su quella
panca.

— Volete lasciarmi! Gridava fra sdegnata ed atterrita la giovane.
Guardate che c'è di là il _medichino_, ed io lo chiamo.....

Marcaccio allargò la mano e curvò il capo.

— Ah! C'è il _medichino_... Non chiamare nessuno stregherella del
demonio, e vanne alla malora.

Così borbottò egli fra i denti stretti, e Maddalena s'affrettò a sparire
per l'uscio della camera vicina. All'aprirsi di quest'uscio, gli occhi
dello sconosciuto, il quale si trovava al desco postovi di faccia,
poterono scorgere quegli uomini che sappiamo essere radunati in quella
stanza medesima, e fra essi distinsero un giovane alto di statura, ben
fatto di corpo, di bellissime sembianze, in vesti da operaio, ma portate
con certa grazia signorile, come signorili erano nullameno l'aspetto ed
i modi.

Lo sconosciuto parve stupirsi di vedere quel personaggio.

— To', diss'egli fra sè: qui Gian-Luigi!

Intanto il garzone dell'oste venuto su dalla botola, dietro il comando
del padrone, portava sul desco dello sconosciuto il brodo, il vino, il
pane e il formaggio domandati.




CAPITOLO IV.


Il ragazzo raccattato per la strada dallo sconosciuto si mise a mangiare
con una voracità, la quale ben provava il suo lungo digiuno. Lo
sconosciuto lo guardava con una specie di compassione e di
soddisfacimento.

— La fame! diceva egli fra sè. Vi hanno tante creature al mondo che
s'allevano avendo questa trista compagna al fianco, la quale o non li
lascia mai nella vita, o se li abbandona un istante gli è per aspettarli
al varco nel giungere della vecchiaia o nel sopravvenire d'un'infermità!
_Malesnada fames!_ Ah ti conosco, spettro scarno e terribile che spingi
al disonore e al delitto! Ho sentito nelle mie viscere i tuoi morsi di
iena, sciagurata figliuola della miseria!... E chi mi avesse detto
allora che avrei potuto un giorno sfamare un più povero di me!...
Mangia, mangia, misero fanciullo destinato a lottar tutta la vita cogli
stenti nei bassi fondi dell'agglomerazione umana. La sorte ti ha gettato
nel fango della più meschina e più corrotta plebe. Saprai tu, potrai tu
levartene collo sforzo della tua volontà, colla virtù delle tue opere?

Appoggiò i gomiti sulla tavola, reclinò il capo fra le mani, e
stringendosi con queste la fronte vasta e intelligente, stette immerso
ne' suoi pensieri.

Egli era colla mente lontano le mille miglia da quel luogo, da quel
momento, quando alcune delle parole pronunziate al desco vicino, appunto
perchè corrispondevano alla qualità della sua meditazione, penetrarono
sino al suo intelletto, e ne chiamarono l'attenzione. Lo sconosciuto
levò il capo, e stette ad ascoltare con interesse ch'e' non pensò neppur
di nascondere.

Quell'uomo che abbiamo udito chiamarsi Marcaccio, così parlava al suo
compagno:

— Gua', Andrea, la cosa è chiara. I preti dicono che gli è un Dio che ha
fatto la baracca del mondo; per me credo piuttosto che è il diavolo.
Chiunque sia, fece le cose da maligno o da cieco, e piantò per regola la
più solenne ingiustizia... Andrea! Corpo di mille sacramenti! Non hai tu
mai pensato perchè ci hanno da essere dei ricchi a crogiolarsi nell'ozio
e dei poveri che si fanno a correggiuole la pelle?

— Ah sì! Balbettava Andrea quasi compiutamente ubbriaco, dondolando il
capo come se gli fosse troppo grave da reggere. Perchè ci hanno da
essere dei poveri?

— E sopratutto, perchè abbiamo ad esser poveri noi? Tu, io... Io stesso,
per mille e cento Satanassi... Se le ricchezze fossero lì in libertà, a
tiro di mano della gente, a chi piglia piglia, oh che non ti sentiresti
tu di arraffarne la tua buona porzione facendoti strada a cazzotti in
mezzo alla ressa? Vorrei trovarmici allo sbaraglio, sacramento! che sì
che farei stare a mostaccioni tutti costoro che hanno ora la fortuna,
pani in molle che con un dito mi sento di mandarli le gambe in aria.....
E se Dio o il demonio ci ha dato questa forza delle braccia a noi
poveri, perchè abbiamo da non usarla e lasciarci far la legge da una
schiera di minchioni e di birbanti, che sono più deboli, che godono i
dolci ozi mantenuti dai nostri sudori? Noi poveri siamo più forti e
siamo in più. È una cosa assurda che ci lasciamo morir di fame guardando
la tavola ben servita degli altri che sono più deboli e che sono in
meno. Capisci?

E scuoteva per la carniera il suo compagno, il quale sempre più ubbriaco
ripeteva balbettando:

— Capisco!... Sono in meno.

— Che cosa dunque ci manca a noi, eh?

— Ah si! Che ci manca?... Ci manca tutto..... Ho da pagare l'affitto a
messer Nariccia, e non ho denari... Ho da comprar pane e vesti ai miei
bambini che gridan dalla fame e treman dal freddo; e non ho quattrini...
Ho una buona donna di moglie che sta poco bene, che un giorno o l'altro
andrà a creparmi all'ospedale... e non ho un po' di monete da farla
curare... E non c'è lavoro... E non so da che parte voltarmi... E sono
disperato... Ecco!

La commozione lo guadagnava non ostante la sua ebbrezza: due lagrime gli
colarono giù per le guancie: e il suo capo gli dondolava con mossa
veramente dolorosa. Alzò alle labbra la mano che teneva il bicchiere
quasi pieno e lo tracannò d'un fiato.

Marcaccio, tirando di nuovo Andrea per la casacca, riprendeva, come se
non fosse stato interrotto:

— Ci manca d'essere uniti e di aver un po' di coraggio nelle budella, e
di liberarci da certi scrupoli di femminetta che son quelli che ci danno
piedi e mani legati in balìa dei ricchi. Mi capisci?

Andrea accennava col capo di sì, ma il suo sguardo incerto ed offuscato
dinotava che troppo confusa oramai era la sua intelligenza per avere
un'idea chiara ed esatta delle cose che gli venivan dette.

— To'! Se un bel giorno tutti i poveri, tutti quelli che stentan la vita
nel lavoro se la intendessero insieme e gridassero: non vogliamo più
esser poveri, vogliamo spartire con voi, ricchi, quei tanti denari che
avete; vogliamo farla finita di questa ingiustizia che a noi nega la
polenta ed a voi dà le quaglie arrosto; non credi tu che bisognerebbe il
mondo passasse per quella, e non ci varrebbero nè carabinieri, nè
_arcieri_, nè soldati, nè tribunali, nè i mille terremoti del sacramento
a dettarci più la legge? Hai capito?

— Ho capito: ripeteva balbuziente Andrea.

— Ma gli è che siamo degl'imbecilli e dei codardi a lasciarci calpestare
così...... Gli è ciò che dice sempre quel furbacchione che è il
_medichino_. Quello è un capo di vaglia! Egli ha studiato, egli sa come
può sapere qualunque dei ricchi che compra la scienza nei libri
stampati. Queste cose che io capisco col mio buon senso, egli le ragiona
per quinci e per quindi; e ti prova per due e due fan quattro, come,
poichè siam posti qui in questa baraonda, ci abbiamo il diritto di
stare, e siccome per vivere bisogna mangiare, abbiamo diritto di avere
il pane assicurato, ed essendo che questo pane ci viene negato, corpo di
mille diavoli, abbiamo il diritto di pigliarcelo da chi ne ha
troppo..... È chiaro?

— È chiaro: ripetè ancora l'ubbriaco, dondolando sempre la testa a suo
modo.

Marcaccio si fece ancora più presso al suo compagno, si curvò
maggiormente verso di lui, e scuotendolo di nuovo ai panni affine di
farsene ascoltare con più attenzione, continuò abbassando un poco la
voce:

— Di questi ricconi che ne han troppi e lascian morire il povero di fame
ce n'è a fusone, e ne conosciam tutti. Tu ne conosci uno che qualche
volta pure si degna di farti l'ingiuria dell'elemosina.

— Elemosina? balbettò Andrea battendo col fondo del bicchiere sulla
tavola. Sì, è una cosa che fa vergogna... Un uomo come me aver da
domandare l'elemosina!

— Aver da domandare, umiliandoci, quello che ci viene per diritto e per
natura, il pane da vivere!... È una scelleraggine... E ancora, sì che
troviamo facilmente chi ci faccia elemosina!... I ricchi hanno il cuor
duro come i zamponi del cavallo di marmo. Andate a lavorare, ci dicono
con disdegno; è la gran ragione che hanno sempre in bocca: andate a
lavorare.

— Lavorare!... Ripeteva l'altro sempre più ubbriaco. Ma dove trovarne
del lavoro?... Piaceva anche a me una volta il lavorare...

— Eri un babbuino.

— Dall'alba al tramonto, sempre la lima o il martello in mano, e giù
allegramente.

Scosse la testa, in guisa di rimpianto doloroso.

— Ah! bei tempi erano quelli! Il corpo stanco, l'anima tranquilla e il
borsellino guarnito..... Come si dormiva! E con che gusto si mangiava
quel boccone di pane! I bambini non piangevano; la moglie non tossiva E
poi?... E poi il demonio mi ha gettato te fra le gambe.... Tu,
Marcaccio, mi hai insegnato il cammino dell'osteria e disappreso quello
del lavoro... Mi ci sono divezzato... Il principale presso cui lavoravo,
mi ha mandato via come un ubbriacone... Poi un altro idemme... Non ne ho
più trovato di lavoro, non ne trovo più, e sono alla miseria!

Si dirizzò un momento del corpo sulle anche, e un raggio d'intelligenza
balenò fugacemente nel suo sguardo avvinazzato.

— To', la cagione d'ogni mio malanno sei tu.

— Eh via! rispose Marcaccio con accento tra beffardo e minaccioso.
Queste le sono sciocchezze... Bevi!

E gli mescette nel bicchiere.

Quel lampo d'intelligenza ratto svanì in Andrea; il suo corpo s'accasciò
di nuovo contro la parete, e con atto automatico la sua mano gli recò
alle labbra il bicchiere riempitogli da Marcaccio.

— Che? Ripigliava quest'ultimo: tu rimpiangeresti quel tempo in cui ti
frustavi la vita senza riposo, senza mai un momento di piacere? Oh che
siamo animali da tirar la carretta come i muli, sotto la sferza del
bisogno? Io non domando solamente che mi si dia il pane da non crepare,
domando un po' di quei tanti beni che godono i ricchi..... Lavoro!
Lavoro! È l'antifona che ci cantano sempre. Ed essi lavorano forse, i
ricchi? Siamo tutti uomini uguali, lo dice anche il Catechismo, ed a
pugni anzi noi la facciam bere agli altri.... Dunque perchè a loro
tutto, ed a noi niente?.... È tempo che ciò finisca.

— Sì, è tempo che finisca: ripeteva ancora Andrea.

— Ti dicevo d'un riccone che tu conosci, e che di quando in quando ti
umilia con un po' di elemosina. Sai già chi voglio dire: il marchese di
Baldissero.

Lo sconosciuto aveva prestato sino allora vivissima attenzione ai
discorsi de' suoi due vicini, e quando Marcaccio aveva abbassata la
voce, egli, per non perderne pure una parola, s'era sporto della persona
ad appressare l'orecchio al parlatore; ora all'udir pronunziato quel
nome, sembrò accrescersi ancora l'interessamento con cui ascoltava, e
tutto tutto parve intento ad afferrare le parole di Marcaccio.

Codesto vedeva l'oste, il quale, riaccoccolatosi dietro il suo banco,
faceva scorrere di sotto alle prominenti occhiaie il suo sguardo da
gatto per tutta la stanza dell'osteria.

— Uhm! Diceva egli tra sè di mal umore. Se l'ho detto che codestui era
un mercante di fiato... Un novizio però!... Ve' come si sporge, come
allunga il collo e tende gli orecchioni!... Lo si può riconoscere da
lontano le cento miglia... Uhm! Uhm! E quel soro di Marcaccio non ci
abbada... Ha tanto giudizio come un fiasco rotto, ed è ubbriaco come una
doga... Chi sa che razza di discorsi scomunicati mi sta facendo! Uhm!
Non vorrei che compromettesse la mia osteria e me..... Quanto a lui vada
pure a dar calci a rovaio che poco me ne importa; quantunque con esso ci
sia da guadagnare dei bei denari..... Che il diavolo lo scavezzi; ma non
vorrei che tirasse me nella ragna; e chi sa che cosa può dire, ebbro
com'egli è!....... Uhm!....... Bisogna avvertirlo.

E s'alzò da sedere, avviandosi lentamente a suo modo verso il desco
occupato da Marcaccio e da Andrea.

— Ah sì, il signor marchese, diceva intanto quest'ultimo: quello è un
galantuomo... Oh sì un vero galantuomo!

Marcaccio scrollava compassionevolmente le spalle.

— Un galantuomo! Perchè ti dà qualche soldo di quando in quando di
quelli che non sa cosa farne, e ne ha tanti che basterebbero a far
vivere dugento altre famiglie.

— Ne dà a tutti: ripigliava con un certo calore Andrea: ne dà a tutti il
marchese... io non oso molto comparirgli davanti, perchè me, mi
strapazza, e quando strapazza con quella sua voce grave, e con quella
sua faccia severa, e con quella sua bella figura da vecchio, a me, lo
dico senza vergogna, mi fa un certo effetto..... Perchè sento che non ha
torto, quando mi dice che sono un fannullone, un tristo arnese e che ho
messo sulla paglia la mia famiglia..... Sulla paglia? Ne avessimo almeno
di paglia!..... Ma mia moglie, alla mia povera moglie, concede tutto ciò
che domanda; e se ella osasse andarci più sovente.... ma la si
vergogna..... e massime per me che le tocca sempre difendere innanzi al
marchese..... Breve! Quello lì è un ricco di cui non si ha da dir male.

— E tu sei uno sciocco che non sai ciò che ti peschi: proruppe
Marcaccio. To', bevi ed ascoltami.

Tracannato egli medesimo un colmo bicchiere di vino, Marcaccio
ripigliava:

— Quante lire di reddito ha quel galantomone d'un marchese, come tu lo
chiami? Ducento mila di certo, e forse più: non è vero?... Bene. Per
vivere ad un uomo quanto occorre, eh?... Non sapresti dirlo tu,
Andrea?... To', se ti dicessero a te adess'adesso: ti diamo due mila
lire all'anno e non hai più nulla da fare, sacr....! tu faresti di salti
da toccare il cielo col naso. Vivresti per benone tu e la tua famiglia
che siete in sette. Non è così? Or be' a quel marchese facciamola alla
larga e diamogli tante duemila all'anno quante persone di suo sangue ha
in casa. Duemila lire per lui, due mila per quel superbione di suo
figliuolo, un arrogante quello lì che spero non vorrai portare in palma
di mano ancor esso; duemila per la moglie del marchese, anche quella una
schizzinosa che le vien del cencio solamente a guardarci, duemila ancora
per la nipote del marchese, la signorina Virginia...

Lo sconosciuto che stava ascoltando diede in un lieve sussulto all'udir
quest'ultimo dolcissimo nome: Andrea si riscosse ancor egli ed
interruppe:

— Oh quella è una brava creatura del buon Dio... è una bellezza!...
Cisti! Che bellezza!

— Buono! Riprese con rozza impazienza Marcaccio. Questo non ci ha da che
fare. La bellezza di quella immagine dipinta non è fatta per noi
miserabili straccioni; e non me ne importa una pipa rotta... Gli è dei
_lughi_ che io mi do pensiero..... Dunque supponendo che a sto benedetto
marchese rimanessero ottomila lire all'anno da mangiarsi in santa pace,
non ti pare che avrebbe più che il bisognevole? Cospettone! Altro
che!... Da duecento mila lire togline ottomila, restano cento novantadue
mila lirette che a mille franchi ciascuno potrebbero far tranquilli e
beati due centinaia di poveri diavoli, come siam noi, io e tu, per mille
terremoti! Dico bene? Non è chiaro codesto come due e due fan quattro?

Ed Andrea sempre più stupidito dall'ebbrezza balbettava:

— Sicuro, sicuro; gli è chiaro.

— Povera ignoranza! Mormorava fra sè lo sconosciuto.

Intanto l'oste era giunto al desco dei due bevitori ed ammiccando in un
certo modo a Marcaccio, perchè tacesse, s'era seduto sulla panca vicino
ad Andrea.

— E così, compari, aveva incominciato a dire, come la va?

Marcaccio guardò lo interruttore di mal occhio.

— Che cosa vieni a ficcar qui il tuo becco, figliuolo della versiera?
Gli disse con isgarbo. Chi ti ha chiamato?

E l'oste, facendo boccaccie che lo sconosciuto non poteva scorgere e
strabuzzendo sempre gli occhi, per accennare all'uomo che aveva di
dietro:

— Che? Rispose. Ti rincresce ch'io venga a domandarti come stai e scambi
con voi altri quattro chiacchere?

— Un corno! Gridò Marcaccio. Ne abbiamo noi in via di chiacchere che
sono più interessanti delle tue cianciafruscole. Non è vero, Andrea?...

E qui, cambiando ad un tratto di tono, come aveva cambiato di pensiero,
secondo che succede alla mente in preda ai fumi del vino, soggiunse:

— Appunto! Tu Pelone che sei volpe vecchia puoi aiutarmi a far capire
certo ragioni qui a mastro Andrea che è l'uomo più scrupoloso e più pan
bagnato del mondo.

L'ubbriaco si riscosse.

— Io, pan bagnato?... Corpo d'una saetta, Marcaccio, son capace di
mostrarti...

— Mostrarmi le ciambelle. S'io ti dicessi: c'è un bel colpo da fare a
questo marchese, e se tu mi aiuti n'avremo in tasca dei bei
giallognoli...

L'oste si mise a tossir forte, e di sotto alla tavola diede una gran
pestata ad un piede di Marcaccio.

Questi ruppe in una sconcia bestemmia:

— Guarda che fai, oste della malora; mi storpii un piede.

— Al marchese!... Un colpo! Balbettava Andrea. Di bei giallognoli in
tasca!.. E pane pei miei figliuoli...

— Sicuro!... Pane ed anche companatico... purchè tu voglia.

— No, no, non voglio... Al marchese... Mio benefattore!

— Uh! l'imbecille! susurrava Marcaccio fra i denti, guardando di
traverso Andrea.

— Uh! l'imprudente! mormorava Pelone guardando con dispetto insieme e
compassione Marcaccio.

— Bene: riprendeva quest'ultimo. Il tuo marchese lasciamolo Stare; ma
c'è un altro riccone di nostra conoscenza che credo non vorrai
difendere: il sig. Nariccia, il tuo padron di casa.

A quel nome tutto s'annuvolò l'aspetto di Andrea.

— Un birbante! Esclamò egli con uno scoppio di voce.

— Siamo d'accordo: soggiunse Marcaccio. Ed ha i marenghini a palate; ed
io so ben bene dove li ripone. Quei marenghini li ha spremuti dai
poveri. Pigliarglieli è fare opera meritoria.

L'oste, che aveva invano fino allora tentato ogni mezzo indiretto per
far tacere Marcaccio, pensò che era tempo di ricorrere a più efficaci
spedienti.

— Ah ah! Diss'egli con un suo riso forzato. Marcaccio è poi sempre quel
medesimo che vuol ridere... Le sono le sue solite facezie...

— Facezie! Interrompeva Marcaccio guardando minaccioso Pelone entro gli
occhi. Facezie una maledetta!...

Ma l'oste, curvatosi all'orecchio di lui, gli susurrava in fretta in
fretta alcune parole che avevano la virtù di fargli cambiare improvviso
l'espressione della fisionomia e di farlo sussultare sul suo sedile.
Gettò egli ratto lo sguardo sull'uomo che stava col ragazzo al desco li
presso, e siccome lo sconosciuto era lontano le mille miglia dal
supporre i giudizi che si facevano di lui e i pericoli che lo
minacciavano, Marcaccio potè vederlo nell'attitudine che aveva d'un
attento ascoltatore dei discorsi de' suoi vicini.

Marcaccio diede un gran pugno sulla tavola che fece trabalzare bottiglie
e bicchieri, mandò una fiera bestemmia e disse con tono che non
prometteva niente di bene:

— Ora lo aggiusto io!

Si alzò in piedi e si raffermò sulle gambe che gli traballavano un poco,
poi datosi un'aggiustatina a quel brandello di cencio che gli serviva di
cravatta, rimboccate le maniche sfilacciate agli orli della casacca,
mentre fulminava con isguardi pieni di minaccia lo sconosciuto, venne a
piantarsi innanzi a quest'ultimo in atto pieno di provocazione.

L'imprudente ascoltatore del colloquio dei due beoni, non tardò ad
accorgersi delle ostili intenzioni di Marcaccio, e ne apparve molto
contrariato e dirò meglio sgomento. Si trasse egli indietro contro la
parete, e là sembrò quasi rannicchiarsi in se stesso, mentre i suoi
occhi s'abbassavano paurosi a terra e una pallidezza, maggiore di quella
ch'egli aveva quando era entrato in quel luogo, tornava a distendersi
sulle sue guancie che il calore di quell'ambiente aveva d'alquanto
colorite. Con una ratta sbirciata di sottecchi guardò se il piccino
avesse terminato il suo pasto, e certo gli sarebbe stato gradita cosa
che ciò fosse, ed egli potesse svignarsela di subito; ma il ragazzo era
nel migliore della sua cena; un'altra occhiata intorno alla stanza lo
ammonì che in ogni possibil caso, fra tutta la gente che vi era colà,
egli non avrebbe potuto trovare aiuto o difesa.

Marcaccio tese una delle sue mani grosse, nere e villose, stretta a
pugno, verso la faccia dello sconosciuto, e gli disse con tono affatto
rispondente all'insolenza delle parole:

— Orsù, mio bel fusto, qui abbiamo da assestare i conti.

Il giovane così interpellato alzò un momento gli occhi su chi gli
parlava: ma li chinò tosto, appena incontrati quelli ferini di costui,
che lucevano sinistramente in fondo alle occhiaie sotto le spesse e
fulve sopracciglia.

— Che cosa volete? Diss'egli facendo un evidente sforzo per apparire
calmo e sicuro, e colla voce che a dispetto di questo sforzo gli
tremolava un pochino. Io non vi conosco, nè voi mi conoscete, credo.

— Sì, per Dio, che vi conosco: urlò Marcaccio dando un gran colpo sulla
tavola con quel pugno che aveva teso verso il giovane; e la razza di
gente a cui voi appartenete, gua' io son uso a trattarla come fo di
questo gotto.

E preso un bicchiere sul desco, lo scaraventò per terra mandandolo in
mille frantumi.

Tutti coloro che si trovavano nell'osteria, a quello scoppio di voce ed
al rumore, si volsero verso la tavola dove succedeva tal scena, ed
alcuni alzandosi in piedi, altri appressandosi curiosamente, si
apprestarono tutti ad assistere allo spettacolo che prometteva loro un
po' di spasso.

Meo mostrò al di fuor della botola la sua faccia da imbecille in cui
aveva tanto d'occhi spalancati.

Il ragazzo che mangiava, spaventato, aveva lasciato cader sul piatto il
tozzo di pane e il boccon di formaggio in cui mordeva con tanta voglia e
si era riparato contro la muraglia quatto quatto, pronto a scivolar per
di sotto la tavola a fuggire ogni pericolo.

Lo sconosciuto, più pallido ed inquieto che mai, mandava attorno degli
sguardi sgomentati come per cercare una via di scampo.

— Io non vi ho fatto nulla: balbettò egli con voce appena intelligibile.
E se qualche cosa di me ha potuto offendervi.... posso assicurarvi che
la non era mia intenzione affatto affatto.

Le simpatie di tutti gli spettatori di quella scena erano già di natura
per Marcaccio contro il _signore_ che era venuto a ficcarsi in mezzo a
loro, ma la paura manifestata da quest'ultimo era fatta ancora per
accrescergliene l'ostilità, mentre nulla più inferocisce una folla che
la timidità della vittima.

Le parole dello sconosciuto furono accompagnate da un mormorio di
scherno e di minaccia che accrebbe in Marcaccio la prepotenza e
nell'altro lo sgomento.

— Dagli, dagli a quel _muscadino_: disse apertamente qualcuno.

— Fagli ballare il rigodone!

— Giù, giù su quel cappello!

Mastro Pelone credette sua convenienza d'intromettersi.

— Uhm! mormorava egli fra sè: questo sciamannato mi fa una buggera, ma
di quelle... che il fistolo lo colga! Il commissario mi farà chiudere
l'osteria, se non mi manda anche me in gattabuia... Che benedetto
cervellino da galletto che ha questo scimunito!

Venne presso a Marcaccio e ponendogli chetamente sopra un braccio una di
quelle sue mani da scheletro, gli disse con tono dolcereccio e con un
sorriso che pareva la smorfia d'un epilettico:

— Via, via, amico mio, stai buono e non facciamo tafferugli....

Ma l'ubbriaco gli si voltava con brutto viso e dandogli una manata nel
petto lo respingeva ruvidamente da sè, dicendo in mezzo alle più orride
bestemmie:

— Lasciami stare, oste dell'inferno, e va a cacciar il naso nelle
porcherie delle tue cazzeruole.

— Uhm! Esclamava Pelone assalito dalla tosse, cadendo seduto sopra una
panca. La va a finir male.

Marcaccio tese una mano per prendere lo sconosciuto al bavero del
vestito. Il giovane a quell'atto, parve ritrovare un po' d'energia:
saltò in piedi di scatto, e schivando la branca dell'ubbriaco, gridò:

— Lasciatemi Che prepotenza è questa? Che vi ho fatto in fin dei conti?

— Che mi hai fatto? Gridò Marcaccio. Mi hai fatto che sei un codardo di
spia e che le spie non le voglio tollerare, giuraddio!

Un susurro minaccioso corse per tutta la bettola.

— Una spia! Una spia! Dàlli, dàlli.

Lo sconosciuto ebbe un impeto d'indignazione che gli diede coraggio. Un
vivo rossore gli salì alla faccia, la sua fisionomia prese di colpo una
espressione di risolutezza e di forza, il suo sguardo folgorò, le vene
della nobile fronte diventarono turgide, la persona gli si drizzò con un
aspetto di imponente fermezza che non avreste mai più creduto possibile
in lui.

— Alla croce di Dio! Gridò egli con voce vibrante. Io una spia! Oh! Non
ripetete questa infame parola, sciagurato, o vi pianto questo coltello
nel cuore.

Ed afferrato con mano convulsa il coltello che stava sul desco, ne fece
balenare la lama alla luce rossiccia della lampada.

Questo atto ne impose a tutta prima all'adunanza ed a Marcaccio
medesimo. Vi fu come un momento di stupore; e l'ubbriaco,
involontariamente dominato da quella personalità che rivelava la sua
potenza, indietreggiò.

Ma lo sforzo non potè durare a lungo nella indebolita natura di
quell'essere strano; di subito egli divenne più pallido d'un cadavere, e
ricadde seduto spossatamente sulla panca, al momento appunto in cui la
riazione di quel primo effetto di stupore spingeva Marcaccio a maggiore
audacia e prepotenza.

— Minaccie a me! Urlò quest'ultimo. Credi tu mettermi paura?
sacramento!.....

— Ah! Non mi fate del male; esclamò lo sconosciuto tendendo
supplichevolmente le mani verso l'ubbriaco che si precipitava su di lui.

E Marcaccio stava per afferrare il poveretto, e chi sa che cosa ne
sarebbe accaduto, se ad un tratto non si fosse aperto l'uscio a vetri
della stanza vicina, e il giovane dalle maniere eleganti, che abbiam
detto esservi colà dentro, non fosse comparso, gridando con voce
imperiosa:

— Alto là! Che cosa c'è?




CAPITOLO V.


Era davvero un bel giovane. Alto e ben piantato, spalle quadre e petto
robusto, un capo svelto e una faccia con espressione di coraggio
indomabile e di naturale distinzione; uno di quegli sguardi che fanno
abbassare gli altrui; sulle labbra carnose e rosse del color del sangue
un abituale sorriso pieno d'ironia, di scherno e di superbia;
nell'occhio grifagno alcun che di feroce; fra le sopracciglia, nella sua
fronte giovenile, a volta a volta si disegnava il solco profondo d'una
ruga, che dava alla sua bella fisionomia un aspetto di durezza e di
minaccia, che pareva un segno di maledizione stampatogli dalla collera
divina, come la traccia del fulmine di Giove sul capo dei ribelli
Titani.

Chiamato dal rumore, accorreva per solo impulso di curiosità; dietro gli
si aggruppavano le figure triste ed ignobili di coloro che gli erano
compagni nell'altra stanza, vicino a lui veniva la Maddalena.

La comparsa di questo giovane in mezzo a quei miserabili, fu come quella
d'un'autorità senza contrasto riconosciuta. Tutti gli fecero largo
perchè potesse giungere al luogo del tafferuglio, e Marcaccio medesimo
voltosi di scatto alla voce del giovane, s'indietrò alquanto e credette
necessario di spiegargli le ragioni del suo procedere.

— Ecco.... Le dico subito, signor _medichino_.... _Che_ scusi!... Ma gli
è questo furfante qui che è una spia, e volevo io allungargli un momento
le orecchie a modo mio.

La fronte del _medichino_ si corrugò tremendamente, e le sue pupille
mandarono veri sprazzi di fiamma.

— Una spia! Esclamò egli avanzandosi minaccioso verso lo sconosciuto, il
quale pareva sul punto di svenire dallo spavento.... Una spia qui?...
Per la Madonna!

Quando si trovò in faccia a quel giovane pallido, tremante, annichilito,
l'espressione del suo volto cangiò di subito per far luogo, ad una
superba quasi disdegnosa compassione. La ruga in mezzo alle sue
sopracciglia sparì; egli incrociò le braccia al petto, abbozzò colle
labbra un sorriso e disse col tono d'un superiore che parla ad un suo
dipendente:

— Che? Sei tu Maurilio?

Il giovane salutato con questo nome sollevò timidamente gli occhi ancora
smarriti, in volto a chi gli parlava, e rispose con voce tuttavia
tremante:

— Son io, Gian-Luigi.

Questi allora si volse alla frotta dei cenciosi che facevano cerchia
dietro di lui e disse loro con accento di comando:

— Andate a' vostri posti. Quell'animale di Marcaccio ha preso
Sant'Antonio per un tedesco.

— _Che_ scusi: ripeteva l'ubriaco affine di difendersi: l'animale è
stato qui, mastro Pelone... Io non ci pensava neppure... Egli è stato a
venirmi susurrare...

— Sei un fiero cocomero: interruppe l'oste colla sua voce cavernosa; io
non ho fatto che consigliarti la prudenza, e tu...

— Basti! Comandò Gian-Luigi con tono che non ammetteva altra ribattuta.
E tu, soggiunse volgendosi a colui che aveva chiamato Maurilio, poichè
ti trovo, sii il bengiunto. Vieni qui meco un istante, che ho giusto
assai piacere di parlarti.

I bevitori erano tornati al loro desco, rassicurati compiutamente dalla
parola di colui che essi chiamavano il _medichino_, il quale pareva
esercitare su tutti coloro una non contrastata autorità.

All'invito di Gian-Luigi, Maurilio si alzò; era sempre pallido, e le
gambe gli tremavano ancora; ma il suo sguardo aveva già ripreso
quell'espressione di superiorità che davagli l'intelligenza.

— Aspettami qui, diss'egli al ragazzo, il quale era tornato ai suoi
voraci bocconi; e intanto mangia finchè te ne basta l'appetito.

S'avviò, preceduto da Gian-Luigi, verso la stanza vicina, dell'uscio a
vetri. Quando furono per entrarci, il _medichino_ si volse a coloro che
gli erano compagni là dentro e che parevano volervelo di nuovo seguire.

— State qui: disse loro seccamente. Ho da parlare con questo signore.

Tutti si fermarono colla più sommessa obbedienza.

Maddalena insinuò amorosamente il suo braccio su quello di Gian-Luigi e
facendo vezzucci e boccuccia gli domandò:

— Ho da portarvi qualche cosa da bere?

— Non seccarmi, curiosona che sei: disse con impazienza il _medichino_;
ma poichè vide la ragazza lasciar cascare il braccio e chinar la testa
tutta mortificata: — via via, soggiunse ridendo, non mettermi il
broncio, Lenuccia. Tosto che avrò finito di discorrere con quest'amico,
ti chiamerò.

E per placarla di meglio, le passò un braccio attorno alla vita, e le
diede un bacio che le fece sbocciare sulle labbra il più lieto sorriso.

Pochi videro quest'atto, e di questi pochi uno fu il garzone dell'oste.
Meo, il quale stava sempre colla testa fuori della botola a guardare.

Alla vista del bacio dato da Gian-Luigi a Maddalena, la faccia da scemo
di Meo si contrasse violentemente in modo che dinotava sdegno e dolore
profondissimi, ed un sospiro cupo e soffocato gli uscì dal petto, uguale
a quello di chi avesse ricevuto una trafittura nel cuore.

La testa di Meo scomparì giù nella botola; ma chi fosse stato colà
avrebbe sentito il povero diavolo borbottare fra i denti.

— Ah quel Gian-Luigi!... Se potessi mai fargliela pagare!.... Ed anche a
lei!.... Mi costasse un occhio della testa che sarei contento.

I due giovani entrarono nella camera dall'uscio a vetri, e Gian-Luigi
chiuse accuratamente la porta dietro a sè.

Il fuoco fiammeggiava sempre allegramente nel caminetto. Pur tuttavia il
_medichino_ prese una brancata di ramoscelli secchi e due pezzi di legna
e ve li gettò sopra ad accrescere la vampa.

— Siedi, egli disse poi a colui che ora sappiamo chiamarsi Maurilio: ed
egli stesso, presa una seggiola e postala innanzi a quella su cui s'era
messo il compagno, vi si assettò a cavalcioni, appoggiando le braccia
alla spalliera. Mio caro Maurilio! Continuò Gian-Luigi. Con quanto
piacere ti rivedo! Oltre che tu mi ricordi la nostra infanzia, è da
qualche tempo che sto pensando a te, perchè..... sarò schietto.....
perchè da qualche tempo il mio animo, la mia risolutezza hanno bisogno
del tuo cervello, ch'io so valere assai più del mio, e di quanti altri
forse stanno sotto la calotta del cranio degli uomini che vivono oggidì.

Maurilio aveva accavallate le gambe l'una sull'altra ed appoggiando al
ginocchio superiore il gomito destro faceva sorreggere alla mano la sua
grossa testa reclinata, guardando acutamente, di sotto alle dita tese a
paralume, l'interlocutore che gli stava dinanzi.

Alle parole di quest'ultimo che or ora ho riferite, le labbra di
Maurilio si contrassero ad un sottile sorriso in cui c'erano malizia,
ironia, una lieve tinta di scherno; ma non una parola fu da lui
pronunziata.

La fronte di Gian-Luigi si rannuvolò alquanto e comparve leggermente
accennato in mezzo alle sue sopracciglia il solco di quella ruga che ho
detto. Fissò i suoi occhi ardenti in quelli di Maurilio, ma lo sguardo
di quest'esso non si chinò nè sminuì punto di luce e di fermezza.

Stettero così un istante come due lottatori che si osservano a vicenda
per conoscere l'un dell'altro le forze e l'abilità, e sapersi regolare a
seconda.

Il _medichino_ fu il primo a chinare lo sguardo. Trasse di tasca un
elegante astuccio di sigari che contrastava stranamente co' suoi abiti
da plebeo, ed apertolo tese la mano verso il compagno:

— Fumi?

Maurilio scosse la testa in segno negativo senza disserrar le labbra.

Gian-Luigi scelse con cura un sigaro nell'astuccio, ripose questo in
tasca, chinatosi al fuoco prese uno dei ramoscelli fiammanti ed accese
il sigaro che s'aveva posto fra i denti. Ma in questo frattempo e
durante questi atti compiti con garbo che pareva d'uomo avvezzo alle
maniere signorili della più elegante società, si sarebbe potuto notare
in lui una certa preoccupazione, come di chi sia incerto del modo di
affrontare un discorso e vada fra sè studiando il migliore.

Del resto era cosa degna di nota il cambiamento che, appena varcata la
soglia di quella stanza, era avvenuto in que' due e fra quei due
personaggi, che sono i principali della storia, la quale sta per
isvolgersi innanzi a noi.

Nello stanzone precedente, in mezzo a quella folla concitata e
minacciosa, là dove la forza dei muscoli e il coraggio fisico avevano il
predominio, Maurilio appariva inferiore, debole, l'ultimo di tutti, e le
superbe sembianze del robusto Gian-Luigi che colla sua forza e colla sua
ardimentosa risoluzione ne imponeva a tutta la turba colà raccolta,
potevano a ragione assumere quell'espressione che abbiamo notata di
protezione e di compassione altezzosa; ma ora qui, fronte a fronte,
questi due esseri in cui fortemente era impressa una diversa e ben
definita personalità, nel colloquio da Gian-Luigi provocato, qui dove
non più la forza muscolare in un contrasto materiale, ma era in giuoco
il valore intellettivo in una che ambedue gli attori sentivano dover
essere scherma di propositi e di idee, qui le apparenze della
superiorità erano passate dalla parte della vasta e travagliata fronte,
del volto scarno e pallido ma intelligentissimo di Maurilio.

Fu Gian-Luigi a rompere il silenzio, poichè ebbe avviato per bene il suo
sigaro, mandando fuori rapidamente dalle labbra tre o quattro dense
nuvole di fumo.

— Quanti anni sono che non ci siamo più visti?....

— Sei, rispose asciuttamente Maurilio.

— Tò gli è vero. Avevo allora vent'anni, ed ora ne conto presto
ventisette Mah! come il tempo passa!.... Tu ne avevi diciotto allora,
non è vero?

Maurilio fece un segno affermativo col capo, conservando sempre la sua
medesima positura.

— E' mi pareva un secolo che noi eravamo divisi: riprese Gian-Luigi;
eppure ora nel rivederti mi torna ad un tratto come se ieri ancora noi
fossimo insieme.... E tu? Mi hai tu dimenticato, Maurilio?

— No: disse quest'ultimo.

Gian-Luigi avvicinò ancora di più la sua alla seggiola del compagno, e
tendendogli la mano soggiunse:

— Noi abbiamo vissuto nei primi anni come fratelli..... La nostra sorte,
le nostre condizioni sulla terra sono le medesime. Perchè non ci
uniremmo noi nel cammino della vita?

Maurilio pose freddamente la sua grossa mano in quella che gli tendeva
Gian-Luigi (una mano elegante, quasi potrebbe dirsi aristocratica, di
cui si vedeva il suo possessore averne gran cura); ma non tardò a
ritrarnela senza pure avere corrisposto alla stretta di quella del suo
compagno.

— E tua madre? Disse ad un tratto Maurilio piantando più acutamente
ancora il suo sguardo negli occhi del _medichino_.

La domanda parve a quest'ultimo non molto gradita. La faccia di lui si
contrasse alquanto con un'espressione di malavoglia a cui tosto successe
una sdegnosa impazienza, cui però fu sollecito a frenare.

— Mia madre! Rispose egli, chinando gli occhi innanzi a quelli del suo
interlocutore. Chi chiami tu mia madre?.... Sai bene che al par di te io
sono un misero derelitto, cui trovarono soverchio peso i genitori e
condannarono infamemente all'ingiusta infamia della condizione di
trovatello.... Oh gli scellerati! Quante volte li ho già maledetti, e
quante volte ne li maledirò.... e non finirò mai di maledirli fin che io
viva!...

Maurilio sollevò la testa e drizzò la persona con nobile mossa.

— Non maledire nessuno! Esclamo egli con accento pieno d'autorevolezza e
di forza. Che sai tu, che sappiamo noi se abbiamo il diritto di
maledire?

Gian-Luigi si tolse il sigaro che masticava rabbiosamente fra i denti e
lo gettò con impeto fra le fiamme del caminetto. Percosse con una mano
la spalliera della sua seggiola su cui si appoggiava, e proruppe con
vivacità che s'accostava alla violenza:

— Sì l'abbiamo, per Dio! Perchè i nostri genitori ci hanno lanciati nel
mondo con questa macchia di disonore sulla fronte?... Trovatello!...
Avessi tu il maggior ingegno, non potrai nulla, non sarai nulla, non
perverrai a nulla mai, perchè sei un trovatello. Oh che abbiamo noi da
portare così grave il peso e l'espiazione — noi innocenti — della loro
colpa?

— E se fosse della miseria? Interruppe con voce grave Maurilio. Tu sai
pure che cos'è la miseria! Tu l'hai vista faccia a faccia.... Non so ora
come tu stii con essa, e se hai trovato nelle forze della tua
personalità che sempre ho conosciute molte e potenti, il mezzo e la
fortuna di far divorzio completo con quella scarna Dea della plebe; pur
pure la ti fu compagna e scorta nei primi passi della vita... Non
dovresti aver dimenticato a quali crudelissime strette ponga questo
orribil flagello un'anima umana... Ah! io ne ho conosciute di queste
madri nella corta ma avvicendata commedia della mia vita; ne ho
conosciute di queste madri che col coraggio disperato con cui uno si
lacera le proprie viscere, si separano dal sangue del loro sangue, dal
nato dal loro seno, dall'unico amore, dall'unica gioia della loro vita
di stenti, perchè non hanno più un boccone di pane da farne una goccia
di latte pel figliuol loro.... Chi, chi su questa terra avrebbe la
crudeltà di maledirle?

Maurilio parlava lentamente, con voce contenuta e direi quasi rimessa e
sorda; ma in alcuni tratti quella voce velata vibrava in istrana maniera
e si imprimeva d'un certo affetto onde lo ascoltatore difficil era non
rimanesse commosso.

Ma però tale non rimase Gian-Luigi, che colla medesima concitazione di
prima proruppe nuovamente:

— E se non han pane da dar loro, perchè mettono al mondo figliuoli?

— Gian-Luigi! Esclamò con infinito rimprovero Maurilio.

Il _medichino_ rimase alquanto percosso nell'anima dall'accento del suo
compagno; frenò fra i denti una bestemmia e si morse con atto pieno di
contrarietà i neri baffetti che gli ombreggiavano assai leggiadramente
il labbro superiore.

— Ebbene, sia: diss'egli poi. Abbiano, non dirò il perdono, ma men
severa condanna od anche l'oblio coloro cui spinge a questo scellerato
passo la miseria. Ma se tu pensi che tale possa essere il motto
dell'infelice destino a cui ti condannarono quelli che incautamente o
colpevolmente hanno chiamato nel tuo corpo un'anima a dolorare in questa
infame lotta fratricida della vita, io di me non lo penso, io di me
sento che così non è. Il perchè e il come non saprei dirteli; ma sono
sicuro che altra più rea cagione ha fatto imperdonabilmente colpevoli
verso di me coloro che mi hanno data la esistenza.

Si alzò e incrociò le braccia al petto, piantandosi in tutta la venustà
e l'imponenza della sua persona innanzi a Maurilio.

— Guardami! Diss'egli con superba sicurezza, la quale non appariva a chi
lo guardasse che la giusta coscienza di sè medesimo. Ti sembro io il
figliuolo d'un plebeo? Queste forme, queste membra, queste sembianze non
dicono esse che un sangue gentile scorre nelle mie vene? È il grido che
esce spontaneo dalle labbra di tutti, appena mi vedono; è il motto che
fin dalla mia culla mi suonò all'orecchio sulla bocca d'ognuno che mi
incontrasse: — e' pare il figliuolo d'un principe. Vedi tutti quei
miserabili che s'accalcano nella stanza di là, ignobili di forme, di
gusti, di pensieri. Quelli sono i figliuoli della miseria, non io!.... A
contatto con loro, non ebbi mestieri che di volere, e mi si prostrarono
innanzi, che di comandare, e mi obbedirono come servi. Perchè? Perchè mi
sentirono d'una razza a loro superiore E queste aspirazioni, questo
rabbioso anelare verso tutto ciò che è bello, tutto ciò che è splendido,
tutto ciò che è grande? Oh! non è forse l'essere mio che tende a
quell'altezza che gli compete?

Maurilio mirava fisso il suo compagno con isguardo freddo sempre,
osservatore e severo.

— Questo, diss'egli col suo solito accento, è l'agognare dell'anima
umana alla gioia ed al piacere che le sfuggono a mano a mano dinanzi. Tu
hai forse posto più in alto la mira perchè le circostanze ti fecero
capace di apprezzare altri diletti nella vita che quelli non sono, i
quali appariscono alla ignorante fantasia della plebe; ma il sentimento
è quel medesimo che poc'anzi informava le parole di quell'ubbriaco
Marcaccio quando voleva indurre il suo compagno a bandire la guerra ai
ricchi col latrocinio.

Gian-Luigi si riscosse come tocco da un ferro rovente: il solco della
ruga frontale apparve in mezzo alle sue sopracciglia.

— Che di' tu? Che sai tu? Prorupp'egli con fierissimo impeto. Mi
metteresti a mazzo con quei bari e ladroncelli?

— Io non so nulla: rispose Maurilio sostenendo lo sguardo acceso del suo
compagno. E ad ogni modo mi guarderei bene dal porre te al loro livello
ed essi al tuo. Tu nell'oblio del dovere e nel disprezzo della legge
avresti a mille doppi maggiore che non essi la colpa, perchè tu sai, ed
a loro la profonda ignoranza è scusa.

Il _medichino_ parve prossimo a cedere ad uno di quegl'impulsi dello
sdegno che spingono alla violenza; divenne in volto del color del fuoco,
le labbra gli tremarono e gli occhi balenarono d'una luce sinistra; ma
con uno sforzo della sua volontà potentissima si contenne. Mandò
un'esclamazione che pareva una specie di ruggito mozzicato fra i denti,
e levatosi a forza dal luogo dove stava piantato, fece due o tre giri
per la stanza; poi tornò presso il caminetto, trasse fuori un altro
sigaro e lo accese con tutta pacatezza.

Maurilio aveva ripreso il suo atteggiamento abbandonato e come stracco;
tornava a sorreggere colla mano il capo che avreste detto essergli
grave; e seguitava a guardare Gian-Luigi colla stessa attenzione
osservativa; se non che un po' di compassione pareva ora congiungersi al
sentimento scrutatore di prima.

— Io so, io so! Disse Gian-Luigi. Appunto perchè so, grido contro
l'ingiustizia dell'assetto sociale e contro la barbarie di chi mi ha
abbandonato povero e solo in questa empia lotta del mondo dove non vince
che il danaro.

Maurilio tacque un istante, poi replicò, e col medesimo accento di
prima, la domanda che già avea fatta poc'anzi:

— E tua madre?

— Ancora! Esclamò il _medichino_ con una bestemmia. Tu chiami con questo
nome la donna che mi raccolse?

— Sì, perchè questo santo nome la se lo merita. Quella povera donna ti
ebbe ad allattare dall'ospizio, ma ti pose vero amore materno. Ti allevò
come suo, tutta si sacrificò per te, come se tu fossi proprio suo
sangue. Quante volte la non si è tolto essa lo scarso boccon di pane
dalle labbra per darne a te, per soddisfare alcuno dei tuoi infantili
desiderii, e più tardi dei tuoi giovanili capricci! Or bene, che cosa
hai tu fatto di questa povera donna sublime? di questa ignorante ma
generosa creatura cui la Provvidenza, o se ti piace meglio il fato ha
posto sugli ultimissimi gradini della scala sociale e il cuore invece
alloga fra le più elette del genere umano? La tua condotta fieramente ti
accusa.....

— Come! Interruppe impetuosamente Gian-Luigi. Chi ti ha parlato di me?
Chi mi accusa? Che ti fu detto?

Maurilio pose una di quelle sue grosse manaccie sulla spalla del
compagno, e gli disse con accento mesto insieme e grave, come potrebbe
avere per un fratello un fratello maggiore, quasi direi per un figliuolo
un padre.

— Gian-Luigi, io t'ho amato molto, ed alcune volte nella solitudine in
cui vivo, riandando il passato, le poche dolci memorie che ho di esso mi
richiamano te alla mente, quale hai meco vissuto allora; e parmi
sentirti nel medesimo luogo tuttavia entro il mio cuore. Al cominciare
di questo colloquio tu hai fatto appello a cotali ricordi, ed io, a
dispetto della freddezza, dell'assoluta indifferenza che mi ero imposta
di aver sempre omai a tuo riguardo.....

Il _medichino_ sussultò sulla sua seggiola.

— Ma perchè? Dimmi in nome di Dio ciò di cui mi accagioni.....

— Lasciami parlare, e lo saprai: continuò col medesimo accento Maurilio.
A dispetto adunque di cotal risoluzione io nell'udirti parlare della
nostra infanzia, provai nell'animo un intenerimento che mi fece di nuovo
rivedere in te il fratello d'un tempo; quindi, se prima era mio pensiero
non dirti pure una parola di quelle cose che ora ti esprimo, determinai
di botto favellarti a cuore aperto. Tu accennasti a quel tempo, non dirò
felice, ma certo meno angosciato e men tristo — almanco per me,
quantunque di molto, come sai, mi toccasse soffrire. Ma poichè tu li
abbandonasti quei luoghi in cui passarono i nostri anni primi, e li
abbandonasti per l'agonia di godere le abbaglianti delizie mondane che
il villaggio non ti poteva dare, per arraffare alla sorte la tua satolla
di gioie della vita cittadina, le quali da lontano, traverso la nostra
ignoranza, ci apparivano quali al viaggiatore nel deserto la crudele
illusione della Fata Morgana; dacchè li abbandonasti quei luoghi, hai tu
cercato mai di rivederli? Io ne ho sentito tante volte, io ne sento
continuamente il bisogno. Quando ho il petto troppo affannato da questa
pesante atmosfera cittadina, quando ho l'animo troppo amareggiato dallo
spettacolo di queste miserie e di questi dolori; quando ho le mie deboli
membra troppo stanche da questo oscuro lavoro che mi dà scarsamente il
pane, io con più intensità di desiderio anelo alla bellezza di quel
soggiorno villereccio in cui primamente si ricordano d'aver visto la
luce i miei occhi, in cui primamente sentii pensare il mio cervello.
Allora, con più accanito lavoro da una parte e con maggiori privazioni
dall'altra, tento raccozzare il pane di pochi giorni di ozio, e una
volta guadagnato questo per me grandissimo capitale, io mi sento, io
sono ricco, più ricco di messer Nariccia che anche tu conosci e accumula
_marenghi_ sopra _marenghi_ pressurando il povero coll'arte infame
dell'usuraio; io parto con passo animoso dalla città, e corro, corro
verso quella valle, e a seconda che di qua mi allontano, sento più
libero il rifiato, più aitante il corpo affralito, più serena la mente,
troppo spesso e troppo conturbata. Allorchè là son giunto, con che
emozione rivedo quei conscii luoghi! La misera casipola dove vissi vide
pure molte mie lagrime di fanciullo; anzi quasi non altro che lagrime: e
tuttavia non passo mai davanti ad essa senza che il cuore mi palpiti. Mi
soffermo sulla soglia della porta di strada a guardar dentro lo stretto
e sempre sucido cortile, in cui nel fimo razzolan le galline, in cui
presso il truogolo grugnisce e s'impantana nella melma il maiale; vedo
la scura, bassa, angusta, affumicata cucina, e in fondo ad essa il
camino, entro cui nelle lunghe serate d'inverno io, accoccolato nel
cantuccio più rimoto, guardavo a brillare la fiamma che cuoceva la poca
cena e tutto intirizzito dal freddo fissavo quello splendore con
infinita intensità di desiderio; il petto mi si gonfia di sospiri e gli
occhi di lacrime..... E passo! Nessuno più mi conosce colà. Quelli che
mi tormentavano e mi davano quel poco di pane amarissimo che mi teneva
in vita, non ci sono più. Delle faccie sconosciute mi appariscono in
quel quadro. Eppure mi commuovo. Oh! se alcuno mi vi avesse amato come
ti amò la Margherita!.....

Gian-Luigi fece un movimento che Maurilio attribuì all'impazienza.

— Non isdegnarti..... Disse. Io son fatto così: o non dir nulla, o dare
pieno sfogo ai miei sentimenti. Poichè ho cominciato, lasciami dunque
dire a mia posta.




CAPITOLO VI.


Dopo una brevissima pausa, Maurilio riprese:

— Ah! se alcuno mi avesse amato, ah! se alcuno mi amasse colà! Quando
respiro quelle aure, io divento migliore. Anche colà, certo, sono e
miserie e dolori, ma l'umanità vi è men trista e la fatalità meno
crudele che non nei bassi fondi della cittadinanza, dove s'agglomera il
marame della massa sociale; ma colà vi ha pure una specie di egloga in
azione che la natura pietosa manda come una consolazione al diseredato
della gleba. La campagna ha il sole, ha la primavera, ha le feste sane e
moralizzatrici, del lavoro sotto la cappa del cielo, la fienatura, la
messe, la vendemmia.... Avessi potuto essere un coltivatore e maneggiare
l'aratro! Presso la spica e presso il grappolo ad ogni modo si soffre
meno. Qui in questa bolgia di fango, sotto una cappa di nebbia, la
miseria è più crudele, senza pure il temperamento della dolce vista del
paese..... Io mi reco sempre al cimitero. Non ci ho nissuno di mio
sangue che dorma là dentro; si consumano in quella terra le ossa di
coloro che hanno tormentata la mia infanzia. Non un affetto che mi leghi
alle ombre di quei morti. Eppure, io siedo con mesta e dolcissima
tenerezza su quei tumuli e il vento che geme sommesso fra le alte erbe
di quel campo solitario, mi canta in una grave armonia mille cose
inesplicabili che mi scendono al cuore e mi accarezzano l'anima. Poscia
vado alla chiesa parrocchiale, dove la mia voce di fanciullo suonava
sotto la volta del coro nel canto degli inni sacri, dietro la guida
della voce ancora robusta di don Venanzio. L'hai tu dimenticata la testa
canuta e grave di quel buon vecchio, vero sacerdote del Vangelo? Ecco
l'uomo che io ho amato di più nell'infanzia, che mi amò come amava tutti
al mondo, ch'egli comprendeva sotto il nome di prossimo, che mi avrebbe
forse amato anche di più, quasi come un figliuolo, se non avesse visto
la mia ragione, forse il mio orgoglio ribellarsi a quella schiavitù
ch'egli portava da tutto il tempo della sua vita e porta tuttora,
ch'egli trovava dolce e che voleva impormi, la schiavitù della fede.

Gian-Luigi fece un sorriso di superba compassione.

— Quel povero vecchio! Diss'egli. Oh! se me lo ricordo. Fra tutti i
bambini ch'egli pigliava ad istruire per carità, non aveva tardato ai
accorgersi che noi due, tu ed io, avevamo nel cervello qualche cosa di
più che gli altri. Si mise con più cura a svegliare in noi quell'ingegno
che aveva travisto e voleva rivolgere a benefizio della Chiesa, a cui
egli appartiene. Il buon uomo aveva sognato di fare di noi due difensori
della fede; quando vide che quella non era la nostra strada, forse si
pentì d'averci tolti all'ignoranza. Mi ricordo che l'ultima volta in cui
lo vidi, mi disse con doloroso abbattimento: Credevo di guadagnarvi a
Dio; aimè! vi ho guadagnato al Demonio.

— Io ho per lui la maggior gratitudine che possa avere anima d'uomo:
ripigliò a dire Maurilio. Per lui ha incominciato a stenebrarsi la mia
mente. Quando entro, come ti dissi, in quella chiesa, che da bambino mi
pareva così vasta e solenne, ed ora trovo qual è, niente più che
un'umile e piccola chiesuola di campagna, io vado a sedermi nel coro,
sopra uno di quei banchi di legno rozzamente scolpito, dei quali un per
uno ho contati e toccati ed accarezzati tante volte i fiorami nelle ore
del catechismo e delle sacre funzioni, mi serro nelle mani la testa, e
tutto il mio passato mi difila dinanzi, illuminato dal sorriso mesto e
benigno di don Venanzio. E talvolta, alzando il capo, me lo vedo in
faccia lui stesso, sempre colla sua aria serena, colla sua bella aureola
di capelli bianchissimi, col mite e pietoso splendore de' suoi limpidi
occhi azzurri, che nella silenziosa solitudine di quel povero tempio, mi
appare come il buon genio del luogo. Ad ogni volta egli mi viene
incontro con una speranza che gli rallegra il viso:

«— Ah! Siete voi Maurilio? Dic'egli. È la mano di Dio che qui vi ha
scorto? È la grazia che vi ha tocco? Nei luoghi della vostra infanzia
siete venuto a cercare ed avete trovato la fede?

«Io crollo tristamente la testa; egli china con doloroso atto la sua,
lascia cader la mano che mi tendeva, ed esclama: — Siate il benvenuto,
nulla meno nella casa di Dio ed in quella del suo servo. Un giorno
verrà, io spero, in cui l'anima vostra sarà riacquistata a quella
divina, che lega la miseria della creatura alla grandezza del creatore;
e mi conceda Iddio che in quel dì io sia ancora sulla terra e possa
accogliervi nelle mie braccia.

— Eh! Fole! Esclamò Gian-Luigi sprezzosamente. Quel giorno saresti
rimbambito al par di lui: e non è dei caratteri e degli ingegni come i
nostri che si lasciano pigliare a ragne da femminette.

Maurilio aspettò un istante, e poi soggiunse:

— Ad ogni volta don Venanzio mi parla pure di te.

— Sì? Benone! Gli è desso dunque che mi accusa, ci scommetto. Che cosa
ti dice?

— La sera, rispose Maurilio, quando le ombre invadono quella chiesa
deserta, quando non un passo turba più il silenzio sepolcrale di quelle
volte, quando non un bisbiglio di preghiera s'innalza più innanzi
all'altare, una forma di donna che lentamente ed a fatica si strascina,
viene a gettarsi ai piedi della statua della Vergine. Il debole lumicino
che pende dall'arco della nicchia, colla sua fioca luce illumina il
corpo curvo, affranto, miseramente vestito, d'una vecchia inferma. Tutto
bianchi i capelli, tutto rughe la faccia il pallore del bisogno e della
malattia sulle guancie, il rossore delle lagrime negli occhi mezzo
ciechi, gli strappi della miseria intorno alla persona, i segni della
fame nella magrezza dolorosa delle membra che tremano. Se tu fossi colà,
udresti delle preci mormorate con quella passione che dinota il
trasporto dell'anima, tutta tutta intesa in un pensiero, poi sospiri
profondi, poi singulti di pianto che straziano l'anima.

«— Sai tu chi è quella infelice? Mi disse, con voce commossa don
Venanzio, allorchè me l'ebbe mostrata fra le appena rotte tenebre della
chiesa. È una povera derelitta cui Dio ha concesso le più fiere prove di
purgatorio in questa vita terrena. Non ha che cinquant'anni, ma la
sciagura glie ne dà sessanta: fu povera sempre, oggi è poverissima.
Quando era giovane aveva le forze del suo corpo robusto per lottare
colla miseria; ora attempata e malaticcia soffre il freddo, soffre la
fame, soffre l'abbandono di tutti, e vive d'elemosina, e razzola nelle
spazzature i rifiuti degli alimenti altrui. Odi la sua storia.....»

Gian-Luigi si agitò sulla sua seggiola.

— Odila anche tu, soggiunse Maurilio con un accento di autorevolezza che
parve imporne al suo compagno. «Era moglie d'un onesto taglialegna;
campavano allegramente contentandosi di poco, procurandosi il tozzo di
pane inferigno con un lavoro indefesso d'ogni giorno. Ella restò madre.
Era un sopraccarico alla loro povertà; ma essi lo accolsero come una
ventura, come un regalo di Dio. Però il suo figliuolo non visse e le più
amare lagrime sparse la buona donna sul corpicino estinto di quella
creatura che era venuta a farle conoscere le sublimi gioie della
maternità, e poi erasi tostamente da lei dipartita. Alcuno consigliò al
taglialegna di trar profitto della circostanza ed accrescere con qualche
baliatico le loro misere fortune. Ma erano così poveri! Chi avrebbe
consegnato suo figlio agli abitatori di quella capanna che pareva il
soggiorno del bisogno? Non ne trovarono di genitori a cui bastasse la
fama dell'onestà loro. «Dirigetevi all'ospizio dei trovatelli; loro
disse ancora qualcheduno; colà troverete di sicuro uno di quei poveretti
ad allevare.» Così fecero, e riuscirono. La buona donna ritornò alla sua
casipola trionfante, stringendo amorosamente al suo seno il più bel
fanciullo che possa veder occhio d'uomo. Le pareva che il cielo pietoso,
commossosi alle sue lagrime, le avesse restituito suo figlio. Tutto
l'amore che aveva sentito per quell'angioletto morto, lo raccolse sopra
questo nuovo bambino mandatole dal cielo, a cui dava col suo latte la
vita. Sì, ella sentiva di farlo suo ogni giorno più, ella sentiva un
legame indissolubile, come quello del sangue, congiungere le intime sue
fibre alla esistenza della creaturina che viveva, che cresceva, che ogni
dì facevasi più bella per lei. Prima lavoravano indefessamente, i due
poveri villani, solo per guadagnarsi il pane; ora si posero a lavorare
con più accanimento per avere oltre il pane anche un po' di agio da
circondarne la culla del bambino loro mandato dalla sorte.

«Ma un giorno fatale una orrenda disgrazia percosse quella povera
famiglia. Il marito di quella donna sradicando un albero restò sotto al
tronco di esso che precipitò troppo presto. Portarono alla sua casipola
il misero taglialegna fatto cadavere. Non parliamo del dolore
dell'infelice donna; essa era sola oramai al mondo per guadagnare il
pane a sè ed alla creatura che aveva fatta sua; e quanto poco si paga il
lavoro d'una donna nelle campagne! Dopo aver pianto tutte le sue
lagrime, la buona Margherita non si smarrì di coraggio; affrontò
fermamente le maggiori prove del suo nuovo stadio di vita. Il bambino
era svezzato da tempo dal latte e l'ospizio non pagava più il baliatico.

«— Restituitelo alla pia casa: consigliarono i prudenti alla brava
donna. Non ne avete abbastanza per mantenervi voi, e volete stracciarvi
le cuoia a tirar su un figliuolo che in fin dei conti non vi è nulla di
nulla?

«— Non mi è nulla? Esclamava essa quasi con isdegno. E' mi è tutto. Ho
lui solo al mondo. E poichè l'amo tanto ed avrò tenuto cura della sua
infanzia, egli mi amerà anche un poco, e consolerà la mia vecchiaia.

«Alcuno più previdente soggiungeva:

«— Eh! prima che quel bambino sia cresciuto di tanto da potervi rendere
in alcun modo i sacrifizi che fate per lui, voi avete tempo a crepar di
miseria; e ancora chi vi dice che non vi alleviate in seno la serpe d'un
ingrato?...»

A questa parola Gian-Luigi si riscosse, ma non parlò, non interruppe
nemmeno con una voce. Si curvò verso il fuoco, prese le molle e si pose
a battere con esse sui tizzoni che ardevano.

Maurilio continuava:

«— Voi siete ancora di buona età. Margherita, le dicevano inoltre, e
siete conosciuta da tutto il paese per una donna onestissima e la più
tenace e forte al lavoro. Quel mezzaiuolo che vi sposasse farebbe un
buon affare, e ne troverete di sicuro di quelli che vi cercheranno.
Avrete una nuova famiglia e più agiate condizioni di prima; ma per ciò
vi farà danno l'imbarazzo di quel figliuolo che non è vostro.

«La buona Margherita scrollava le spalle,

«— Ed io vi dico, soleva rispondere, che se c'è qualche galantuomo che
mi voglia, avrà da prendermi col mio Giannino, o lasciarmi stare: ecco!
Che io non cerco più altro, e se il far da padre a questo poveretto
spaventa la gente, bene, tirino diritto, che io non ho bisogno di
nessuno e il mio piccino mi basta.

«Coloro che facevano queste osservazioni alla donna ebbero ragione.
Alcuni l'avrebbero sposata volentieri, ed ella stessa fra questi avrebbe
trascelto uno volentieri assai: ma anche questo preferito non volle
sopracaricarsi d'un trovatello, maggiore e non dovuto aggravio alla
famiglia. Margherita non esitò neppure un momento. Sacrificò la sua
propensione, mandò a spasso tutti i pretendenti; si tenne il ragazzo.

«La storia di costui non occorre dirla. Egli parve tale da dover
compensare d'ogni cosa la madre adottiva. Lui bello, lui forte, lui
primo a tutti in tutto. Il parroco prima lo istrusse; poi il vecchio
medico del villaggio, innamorato dell'ingegno e della grazia nativa del
trovatello, il prese con sè, lo fece studiare, lo mandò all'università;
volle preparare in esso il suo successore. Ma questa sorte, che tutti
dicevano fin troppo bella pel giovane senza nome, sembrò a lui meno
degna ed inferiore ai suoi meriti, all'audacia de' suoi desiderii. Il
medico morì ad un tratto prima che il giovane avesse finito i suoi studi
professionali; e d'allora in poi questo giovane mai più non fu visto al
villaggio. Qual vita fu la sua? Che fece? che fa? quali sono i suoi
mezzi di sussistenza e i suoi guadagni? Questo è un mistero che io non
voglio, nè posso penetrare; ma si buccinò che fosse visto in ricchi
panni nelle case dei ricchi, che la sua vita corresse splendida nelle
più splendide sfere della società torinese; ma lo vidi io stesso un
tempo vestito da elegante far l'elemosina d'una raccomandazione alla mia
povertà assoluta. Se egli trovò mezzo col suo onesto lavoro di
riscattarsi dalla miseria, ben sia di lui; ma che dirà ogni uomo di
cuore quando sappia quella povera donna che piange e prega la sera nel
tempio, lasciata sola sulla terra, nella più dolorosa miseria cui non
può vincere più il lavoro, quella povera donna essere la raccoglitrice,
la benefattrice, la madre di questo giovane che ora vive colle apparenze
della ricchezza?»

Gian-Luigi, che era sempre stato curvo sul fuoco a percuotere i tizzi,
si drizzò della persona, gettò via le molle e proruppe con impeto:

— Dove le vedi, tu ora codeste apparenze? Guarda quali panni mi vestono!
E che sai tu altro di me? Non ti dice questo povero abbigliamento che io
forse mi guadagno con istentato lavoro la vita?

— Forse! esclamò Maurilio con una strana espressione nell'accento.

Gian-Luigi volse vivamente il capo verso il suo compagno, e i suoi occhi
neri e brillanti si piantarono in quelli di Maurilio.

— Insomma, diss'egli, che conto debbo io renderti dei fatti miei?

— Nessuno: rispose freddamente Maurilio.

— E se qualcuno, e se tu stesso mi hai visto in mostre signorili, tu hai
detto giusto, erano apparenze, apparenze e non altro. Dovresti ricordare
quel che ti dissi un dì in casa l'usuraio Nariccia. Sotto i panni da
ricco, nelle sale eleganti della società, tu non sai quanta miseria si
possa molto volte nascondere! Tu non sai come chi piglia delicatamente
coi guanti color di burro un pasticcino ed un sorbetto in una festa di
danza possa avere lo stomaco incavato da due giorni di digiuno... Non ti
dico neanche che questo sia il mio caso: soggiunse vivamente; ma pure
che sai tu s'io possa o non possa mandar soccorsi a quella donna? forse
tu pensi che io doveva tutto sacrificare l'avvenire della mia vita, a
tutti rinunziare de' miei desiderii, delle mie aspirazioni, per morire a
lento fuoco nel misero lezzo di quella capanna dov'essa mi aveva
accolto? Lo poteva io? Lo doveva fors'anche? No, no, no. L'acqua può,
deve cessar di scorrere alla china? La fiamma di innalzarsi al cielo? È
un'assurda impossibilità. La mia natura mi chiamava, mi spingeva, mi
voleva ad ogni costo in questo mondo: non potevo resistere, sarei morto,
facendolo. E d'altronde quella donna è forse mio sangue?...

— E qualche cosa di più: proruppe con forza Maurilio; e disgraziato te,
se non lo comprendi.

Gian-Luigi accennava voler rispondere alcun che: ma in quella entrò
precipitosamente la Maddalena, la quale pronunciò sommessamente alcune
parole all'orecchio del giovane. Questi mandò un'imprecazione e si levò
sollecito.

— Addio Maurilio: disse in tutta fretta. Va di là, ti prego... Ma il
nostro colloquio non è finito, e verrò io a cercare di te per parlare
con più agio. Dammi il tuo indirizzo.

Maurilio trasse fuori una cartolina su cui era scritto il suo nome e il
luogo della sua dimora, e glie la diede.

— Sta bene.. Non parlare di me, non dire che qui mi hai veduto, nè
alcuna cosa mai con nessuno al mondo del mio passato, te ne prego.....
Se mi vedrai in altri luoghi sotto ben diverso aspetto, non riconoscermi
neppure, se non son io a parlarti per primo... e non far troppo tristi
giudizi di me. — Ora va.

Maurilio ubbidì. Sul passo dell'uscio a vetri, si imbattè in un uomo a
faccia volpina che entrava.

Era vestito da povero operaio ancor esso, ma aveva alcun che di losco e
di dissimulato nella fisionomia e nello sguardo. Il suo occhio
scrutatore corse ratto per tutta la stanza in cui entrava.

— Che? Diss'egli. Non c'è nessuno. Credevo di trovar qui tutti i posti
occupati.

Lo sguardo di quest'uomo esaminò per bene, ma in guisa coperta, Maurilio
che usciva. Questi sentì una specie di freddo all'incontrare coi suoi
gli occhi che sbirciavan di soppiatto del nuovo venuto. Nel partire
Maurilio si volse indietro a guardare e fu tutto stupito vedendo che
Gian-Luigi era scomparso, senza ch'egli potesse dire da che parte, non
essendoci altro uscio visibile fuor quello per cui era entrato l'uomo
dall'aspetto volpino.

Costui sedette ad un desco, e Maurilio l'udì che diceva alla fante:

— Dite a Meo di grazia di portarmi la mia solita porzione ed a Pelone di
venirmi a parlare; da brava, Maddalenuccia bella.

Maurilio andò a raggiungere il ragazzo a cagione del quale soltanto egli
era entrato in quella bettola.




CAPITOLO VII.


Maddalena era appena uscita da quella stanza per andare ad eseguire i
cenni del nuovo venuto, che colà entrava l'oste con una cert'aria da can
che teme il bastone, che era la più ridevol cosa a vedersi.

— Ah sei qui galantuomo: gli disse l'avventore con ironia e con una
famigliarità insolente. Vieni un po' qui che la discorriamo. C'è sempre
da imparare, conversando con un uomo della tua fatta.

Mastro Pelone s'avvicinava lentamente all'interpellante, col suo passo
riguardoso, sbirciandolo di sottecchi dal fondo delle sue occhiaie
incavate, con molto sospetto e diffidenza.

— Uhm! Uhm! Rispos'egli tossendo, voi credete? La vostra opinione è
molto lusinghiera per me, signor Barnaba, ma....

Era giunto presso al desco e, secondo suo costume, ci puntava le mani
su, curvando il suo lungo corpo verso l'uomo seduto.

Questi levò sul volto dell'oste uno sguardo acuto che penetrava fin
nelle midolle, e disse bruscamente:

— Siedi lì, vecchio peccatore, e parlami come devi parlare. Che cosa c'è
di nuovo? Tu hai di sicuro qualche cosa d'interessante da raccontarmi.

Pelone aveva schivato lo sguardo di Barnaba; sedette e tossendo più
disperatamente che mai, rispose:

— Di nuovo?... Uhm!... C'è proprio niente..... Uhm! Uhm! Che cosa volete
che ci sia?

— Tu non hai dunque proprio nulla da dirmi?

— Proprio nulla.

Barnaba allungò il braccio sopra la tavola ed impugnò colla mano il
polso dell'oste.

— Ebbene, sta attento, che te ne dirò io di nuovo.

— Ah sì?... Mi farete piacere.... È vostro mestiere saper delle novità.

— Stanotte hanno scassinato la porta che mette negli uffizi del signor
Bancone; sono entrati nella stanza della cassa, hanno potuto romper
questa ed hanno portato via venti mila lire.

— Che bel colpo! sclamò Pelone i cui occhi in fondo alla loro cavità
brillarono un momento e tornarono spegnersi di botto.

— Tu non lo sapevi? Domandò Barnaba colla ironia di prima.

— Sì..... oh sì..... L'ho udito a contare..... Tutt'oggi non si è
parlato d'altro che di questo furto a quel ricco banchiere.

— Il commissario, soggiunse Barnaba abbassando ancora la voce, pretende
che tu non l'hai saputo solamente dopo.... ma lo sapevi prima.

— Io? Esclamò Pelone elevando le braccia e gli occhi al cielo. Dio
buono! Si può egli pensare una cosa simile?

— Che tu, continuava Barnaba, conosci gli autori di questo «bel colpo»
come tu lo chiami....

— Io ho detto così... così per dire... ma voglio che il corno del
diavolo mi colga se...

— Che, inoltre, questo «bel colpo» è stato combinato nella tua osteria,
qui stesso, in questa camera, forse a questo medesimo desco a cui siamo
seduti tu ed io.

Mastro Pelone mandò un _oh_ d'indignazione che si convertì in uno
sbruffo di tosse.

— Il signor commissario mi fa torto, diss'egli poi, un gran torto, un
grandissimo torto. A quest'ora dovrebbe già conoscermi, e dopo i servigi
che gli ho resi, e che non domando meglio che di rendergli ancora...

— Gli è appunto perchè ti conosce che la pensa di questo modo sul conto
tuo.

L'oste protestò con un'altra esclamazione e con una pantomima analoga.

— Or ben, vediamo. Ai fatti, signor mio. Sai tu dirmi qualche cosa del
furto di questa notte?

Pelone pose la sua scarna e grossa mano destra sul petto incavato e
rispose con enfasi:

— Parola da Pelone!... Non so nulla.

Barnaba lo guardò un istante con espressione che significava chiaramente
qual poca fiducia avesse nella parola dell'oste; poi fece un sorriso e
riprese scrollando le spalle:

— Bene! Non parliamone più. Guarda soltanto, vecchia gatta maliziosa, di
non lasciarti cogliere lo zampino nel graffiare il lardo. Passiamo ad
altro.... Chi era quel cotale che usciva di qua allorchè io ci entrai?

— Non so affatto, affatto, e voi, messer Barnaba, credo possiate saperlo
più presto e meglio di me. Vi fu un momento che l'ho creduto uno dei
vostri.

— Era egli solo qui dentro?

— Credo bene..... Ah! C'era Maddalena che lo serviva.

Pelone teneva gli occhi a terra per evitare quelli di Barnaba, che non
cessavano di fissarlo con iscrutatrice insistenza.

Barnaba crollò la testa.

— No, diss'egli, Maddalena non c'era. Tu sai che al mio occhio non
isfugge nulla. Entrando nel tuo sucido antro ho visto di là Maddalena,
la quale, appena m'ebbe scorto, si slanciò in questa stanza ratta come
il baleno.

— Quell'avventore l'avrà chiamata: susurrò con voce insinuante Pelone.

— Non vorrei che fosse venuta ad avvertire qualcheduno del mio arrivo.

— E chi mai, buon Dio?.... Che il diavolo mi porti!

— Quella ragazza sarebbe mai per caso istrutta del vero esser mio?

— Oh! Che cosa dite?.... Uhm! Uhm!.... Manco per sogno!

— Meglio per voi mille volte, che non sia; sapete?

— Se lo so!..... Diavolo!.....

— Da alcun tempo mi pare che qui, _questi galantuomini_ mi accolgono con
una diffidenza che non avevan prima.

— Vi assicuro, esclamò vivamente Pelone, che se mai per caso hanno dei
sospetti, io non ci entro per nulla.

— Ma li hanno questi sospetti?

— Non credo.... Anzi no di sicuro.

Barnaba tacque un istante.

— Caro mastro Pelone, riprese egli di poi, fra i frequentatori della tua
osteria c'è un personaggio di cui tu non mi hai ancora parlato mai, e
che, per una combinazione veramente strana, non mi è ancora mai avvenuto
di vedere.

— Ci siamo! Pensò l'oste cercando di prendere il meglio possibile
un'aria da nesci. Qui conviene stare in gamba.

— Chi è che volete dire? Domandò egli. Ce ne vien tanta della gente alla
mia povera osteria, con l'aiuto di Dio.... Che il diavolo mi porti!

— Intendo dire colui che chiamano col soprannome di _medichino_.

Pelone tossì per cinque minuti prima di rispondere.

— Ah sì, disse poi, l'ho udito nominare ancor io.... Forse è venuto
qualche volta egli pure qui dentro, ma non l'ho osservato, o non me
l'hanno additato, o non me lo ricordo.... Del resto, che uomo è egli
costui?... È forse tale che possa interessarvi?... Volete che guardi
d'informarmene?.... Sapete che non ci ha il mio pari in codesto; e se vi
piace, saprò dirvi chi egli è, che cosa fa ed altro ancora....

Barnaba fece un gesto di minaccia verso Pelone col dito indice della
mano destra.

— Oste mio, ho paura che tu faccia male i tuoi conti. Sai che a me non
la si dà così facilmente ad intendere.

— Vi assicuro....

— Che tu tieni il piede in due staffe, gli è un pezzo che lo sappiamo, e
siamo disposti a perdonarti fino ad un certo punto, quando tu ci
compensi del nostro chiuder gli occhi sui tuoi malestri con importanti
effetti d'altra parte; ma se invece tu credi poterti servire delle
attinenze che hai con noi per aiutare i birboni e favorire le opere
loro, alla croce di Dio che sapremo fartene pentire e mettere al passo
anche te.

— Credete, messer Barnaba.... Vi giuro....

— Basta! Pensa ai casi tuoi e fa senno. Persisti intanto a non aver
nulla da dirmi intorno al furto Bancone ed al _medichino_?

— Non posso che ripetervi le stesse parole: nulla affatto.

— Ancora una cosa. Bada che questa è la più importante e intorno a
questa non ti si vorrebbe tollerare neppur l'ombra d'uno scarto.

— Che cosa mai? Domandò Pelone con interesse.

Barnaba si curvò verso il suo interlocutore, abbassò ancora di più la
voce, e disse:

— I nemici della società non sono solamente quelli che attentano alla
proprietà ed alla vita degl'individui; ve ne hanno di più pericolosi e
di più scellerati, e son quelli che cercano sovvertire le basi stesse su
cui si pianta la fabbrica sociale, lo altare ed il trono, la monarchia e
la religione. Sappiamo che in questi brutti tempi la perfida razza di
costoro s'è accresciuta grandemente; sappiamo che essi si agitano e non
si peritano innanzi a nessun eccesso per potere arrivare ai loro empi
fini. L'iniqua setta va diffondendo le sue scellerate dottrine e la sua
influenza per mezzo di società segrete che serpeggiano negli strati
inferiori della società come la gramigna nei campi. Anche nella infima
plebaglia ha gettate ora le sue radici e tenta abbarbicarvisi giovandosi
dell'ignoranza di quella misera gente. Conviene vegliare più che mai e
colpire più ratto e più severamente che sia possibile... Pelone,
rispondete la verità, perchè si tratta proprio della vostra sorte. Nella
vostra osteria avete voi udito che dai componenti della _cocca_ si
tenessero discorsi contro il Re ed il suo Governo, contro la religione e
i suoi ministri? o che qualcheduno forse d'una classe superiore, qualche
apostolo della borghesia s'insinuasse fra di loro a fare di cotali
parlate?

La faccia di Pelone esprimeva la meraviglia e l'orrore che possano
essere maggiori.

— E che? Esclamò egli con profonda indignazione. Voi potete pensare che
io avrei sentito non fosse pure che una mezza parola di cotante
scelleraggini, senza dirvi di subito qual fosse e chi l'avesse detta
perchè ne ottenesse il premio che si meriterebbe?

— Dunque contro S. M. niente?

Pelone si levò di capo il berretto unto e bisunto e in un profondo
inchino fece lucicchiare al lume della lampada il suo cranio pelato,
giallo come l'avorio antico.

— Niente contro la sacra persona di S. M., ve lo giuro.

— E contro le LL. EE. i ministri?

L'oste aveva rimesso la berretta in capo, fece un inchino meno profondo,
senza più levarsela, e rispose:

— Niente.

— Contro la polizia?

L'inchino di Pelone fu rivolto specialmente all'interrogatore.

— Niente affatto.

— Contro i preti? E sopratutto contro i Gesuiti?

— Meno che mai.

— Va bene. Ma state in guardia. Il marcio vi è, ne siamo sicuri, e
conviene vegliare attentamente per apportarci subito il rimedio colà
dove si manifesti.

— Per le corna del diavolo!..... Ferro e fuoco senza tardare..... Oh
state tranquillo che non son io che in queste cose andrei
rimessamente..... Per un povero diavolo che graffia via una borsa o che
dà una coltellata perchè ha un bicchiere di vino nella testa, peuh!
chiuderei qualche volta anche un occhio; ma per chi volesse dir male del
nostro amatissimo sovrano.... uhm! uhm!... per la testa di S. Giovanni
decollato!.... o per chi sparlasse delle autorità o dei buoni padri del
Carmine...... sarei senza misericordia, che il diavolo mi porti!

— Siamo dunque intesi?

— Intesissimi.

— E bada a farti onore.

— Vedrete, messer Barnaba.

— E va bene. Vedremo..... Intanto guarda un po' che cosa fa questo Meo
che non comparisce colla porzione che ho domandato.

— Subito: disse Pelone, levandosi con una vivacità che poteva dimostrare
o la premura che metteva nel servire quell'avventore, oppure la gran
voglia che aveva di terminare quel colloquio; e in due passi delle sue
lunghe gambe fu fuori della stanza.

Eravi in realtà un gran bisogno che mastro Pelone intervenisse perchè
quell'avventore fosse servito, mentrecchè una contesa era nata nella
cucina sotterranea fra Meo e Maddalena, per la quale il giovinastro
stava là piantato col piatto della vivanda in una mano e un fiasco di
vino nell'altra a sopportare le bordate di parole e di improperii che
gli gettava contro lo scilinguagnolo troppo svelto di Maddalena,
eccitando imprudentemente tratto tratto la bile e il fuoco delle ciarle
della ragazza con qualche atto del capo che dimostravano la non vinta ed
invincibile ostinazione della mulaggine del bravo Meo, imbecille ma
testardo sino alla perfezione.

Ecco di che modo era nata la lite.

Maddalena era corsa giù a trasmettere al garzone gli ordini di Barnaba,
e Meo, con aspetto torvo che pareva accrescere ancora la sua
melensaggine, aveva accolto quegli ordini con un brontolio che pareva un
grugnito, ma senza pronunziare una parola, e si era posto con tutta
lentezza ad eseguirli.

— Un po' più lesto, marmotta: aveva detto Maddalena vedendolo muoversi
così di malavoglia.

Meo aveva volto i suoi occhi grigi e a fior di pelle verso la ragazza,
nei quali, se avessero potuto manifestar lo stato della sua anima, ci
sarebbe dovuto essere collera e rimprovero, e che invece non avevano
altra apparenza fuor quella di due pallottole di vetro incassate in una
zucca; aveva sospirato, soffiato, grugnito, ma non aveva risposto. E
tutto sarebbe rimasto lì se la Maddalena, per un eccesso di prudenza,
non avesse commesso un fallo imprudentissimo.

Senza conoscerne bene la ragione, ella sapeva, perchè Gian-Luigi
medesimo glie l'aveva detto, e il padrone pure della bettola le aveva
fatte a questo riguardo le più calde raccomandazioni, ella sapeva essere
cosa sommamente importante che quel cotal messer Barnaba non venisse mai
a scoprire che fra i misteriosi frequentatori della riposta camera eravi
il _medichino_, e tanto meno poi che vedesse costui; quindi, secondo
l'usato, visto appena spuntare la faccia arguta e maliziosa di Barnaba,
ella s'era precipitata ad avvertirne il _medichino_, al quale, come
avete potuto accorgervi, la Maddalena portava il più vivo ed il maggior
interesse del mondo; mentre alcuni di quelli che erano compagni a
Gian-Luigi in quella stanza dall'uscio a vetri, prima che ne uscissero
chiamati dal rumore della contesa fra Maurilio e Marcaccio, fosse caso
od intenzione dietro ricevute istruzioni, arrestavano Barnaba nel
cammino e lo tenevano un istante in novelle, fatto che giovava ad
accrescere i sospetti di questo agente segreto e importante della
polizia.

Ora, dovendo Meo presentarsi innanzi a Barnaba colla vivanda e col vino,
Maddalena temette che quell'imbecille di garzone, benchè
severissimamente proibito ancor egli di far motto alcuno di Gian-Luigi,
dalle accorte domande di Barnaba si lasciasse mettere in mezzo e alcuna
cosa dicesse di quanto non si doveva dir mai.

Il miglior partito a prendersi sarebbe stato quello di incaricarsi essa
stessa di servire il sig. Barnaba; ma codesto non venne neppure in mente
alla Maddalena, come quello che per nulla s'accordava colla sua gran
voglia di fare il meno possibile. Laonde, pur conoscendo l'impero che le
sue attrattive avevano sulla grossa natura di quel giovane soro, e
sicura che una sua parola bastasse a farne quanto ella volesse,
Maddalena, quando già aveva messo il piede sul primo scalino per
risalire nell'osteria, si volse indietro verso Meo e gli disse:

— Bada sopratutto, per qualunque cosa ti possa dire ser Barnaba, a non
lasciarti sfuggir di bocca parola intorno al _medichino_.

Meo divenne rosso più che un tacchino in bizza, e i suoi occhi di
cristallo rotearono come usano quelli delle figure di cera dei gabinetti
meccanici.

— Ah! Il _medichino_, rispos'egli a denti stretti; oh sì il
_medichino_..... Potessi vederlo impiccato quel cicisbeo della malora!

Queste parole avevano dato l'aire alla collera ed alle ciancie della
Maddalena.

Allorchè mastro Pelone sopraggiunse, perchè non trovando nello stanzone
di sopra nè la fante ne il garzone, era disceso nella canova; allorchè
egli sopraggiunse, la ragazza diceva sfavillante d'ira gli occhi:

— Tu non parlerai, o guai a te!

— Parlerò: rispondeva coi denti serrati e colla sua aria e col suo
accento da testardo, il giovane tenendo sempre fra le mani il piatto e
la bottiglia.

— Che cosa è questo? Esclamò Pelone pigliando dal suo sdegno tanta forza
da poter parlare ad alta voce e con accento concitato. Figlioli di male
femmine che state qui a perdere il tempo a bisticciarvi invece di servir
gli avventori!.... Non so chi mi tenga dal misurarvi un calcio dove so
io... che il fistolo v'accoppi.

Maddalena che mostrava chiaro non esser per nulla intimorita alle
parolaccie del padrone, si volse vivacemente a quest'esso e gli disse in
tutta fretta:

— Questo martuffo di Meo vuol dire al signor Barnaba che il _medichino_
era qui adess'adesso.

Pelone divenne pallido, se pur poteva dirsi che la sua pelle d'alluda
impallidisse. Stette un momento senza parlare, quasi glie ne mancasse il
fiato, poi con voce soffocata ma tremenda, disse al garzone:

— Disgraziato! Se una sola parola ti sfugge, hai finito di vivere.

Alle parole del padrone, Meo rimase il più sgomento uomo del mondo.
Stava là piantato sulle sue gambaccie, cogli occhi sbarrati, colla bocca
larga, e guardava mastro Pelone con un'attonitaggine spaventata che fece
rompere la Maddalena in uno scoppio di risa.

Il bettoliere, rimessosi alquanto della emozione che lo aveva fatto
uscire in quella minaccia, disse al garzone colla sua voce più affranta
e più cavernosa di prima:

— Or va, sollecita, servi messer Barnaba, e bada di tenere la lingua a
segno.

Meo balbettò qualche parola inintelligibile, roteò gli occhi ancora
smarriti, fissando ora Pelone ora Maddalena, e salì la scala coi piatti
e col fiasco in mano, seguito dalle risate beffarde della giovane.

— Sei qui finalmente, lumacone d'un addormentato? Disse Barnaba vedendo
comparirsi dinanzi il povero Meo ancora tutto sconvolto. Eh! ci vuol
egli un secolo a portar questa poca roba?

Il garzone non rispose e mise innanzi all'avventore. Ma questi s'accorse
che nell'apparecchiargli in tavola, le mani di Meo tremavano, e
guardatolo in faccia, gli vide i segni del turbamento, da cui non s'era
ancora compiutamente riavuto.

— Che cos'hai. Meo, che la tua faccia par quella d'un mascherone da
fontana?

Meo crollò la testa, soffiò forte, e rispose in fretta a parole
mozzicate:

— Nulla, non ho nulla.

E fece per andarsene tosto: ma Barnaba lo trattenne.

— Sta qui meco un momento, che diavolo!... Tu hai dei dispiaceri, povero
tambellone, non è vero? Te lo leggo chiaro su quella luna piena che ti
serve da faccia.

Meo sospirò a suo modo, ma non disse verbo.

— Vuoi che te lo dica il tuo segreto? Tu sei innamorato morto.

Il babbuino si torse della persona con mossa di vergognoso, divenne
rosso in volto e fece nello stesso tempo il più scemo sorriso.

— Quella birbona di Maddalena, eh?

— Ah sì! Quella birbona! Non potè a meno di ripetere Meo con un grosso
sospiro.

— La è una civettuola che si lascia amoreggiare dal terzo e dal quarto.

— Ah si! Tornò ad esclamare Meo con un altro sospiro.

— Ed inoltre fra tutti i suoi galanti ce ne avrà qualcheduno di
preferito.

Altro sospirone ed altra esclamazione affermativa di Meo.

— E questo preferito non sei tu?

— Non son io: ripetè dolentemente il garzone chinando la testa, con un
sospiro più desolato degli altri.

— Ma sai tu almeno questo fortunato mortale chi sia?

Il giovane alzò vivamente la testa, ed un lampo balenò nei suoi occhi da
stupido.

— Oh! se lo so: diss'egli serrando i pugni.

Barnaba si sporse di più verso il garzone e soggiunse sotto voce:

— Si dice che sia un cotale che viene qui soltanto di soppiatto: un bel
giovane che fa il signore....

Meo digrignava i denti e seguitava a far girare le pallottole di vetro
dei suoi occhi, come fanno quelle certe figure dipinte su alcuni dei
pendoli a contrappesi.

Il poliziotto s'accostò ancora maggiormente al giovane, e continuò con
voce più sommessa ancora ma con accento autorevolmente affermativo,
fissando bene in volto l'imbecille:

— E questo tale è conosciuto qui col nomignolo di _medichino_.

A questa parola il povero Meo tutto si riscosse e si trasse indietro
vivamente spaventato, come alla vista improvvisa d'una voragine che gli
si aprisse sotto i piedi.

— Non so nulla: esclamò egli; non ho detto nulla; non mi fate dir nulla.

Barnaba lo prese ad un braccio e lo tirò presso di sè.

— Ah, ah! Disse. Ho posto il dito sulla piaga io. Vien qui, tambellone;
e non ti pentirai d'aver parlato meco; ne avrai anzi sotto ogni riguardo
vantaggio. Quel tal _medichino_, adunque...

Ma in quella l'uscio a vetri s'aprì, e comparvero, prima il naso enorme,
poi la faccia cadaverica di mastro Pelone.

— Eh! marmotta: disse questi parlando a Meo. Si ha bisogno di te, e tu
pianti le radici dappertutto dove ti fermi.

Barnaba lasciò andare tostamente il braccio di Meo, il quale s'affrettò
a partire. Il poliziotto mirava con una certa intentività acuta e
maliziosa il bettoliere ed il garzone.

— Comandate qualche cosa? Chiese Pelone a Barnaba, avanzandosi verso il
suo desco.

— No, non mi occorre più nulla: rispose Barnaba. Va pure alle tue
faccende anche tu, che io mangerò tranquillamente questa roba
senz'altro.

L'oste che pareva desiderar mediocremente soltanto di rimanere un'altra
volta solo coll'agente della polizia, uscì sulle peste di Meo, e Barnaba
rimase solo.

Allora questi si alzò, e con passo leggerissimo corse all'uscio a vetri
a chiarirsi se di là ci fosse chi potesse vedere entro la stanza: tirò
bene le tendoline ai cristalli, e poi si diede ad esaminare minutamente
le pareti della camera, intorno alle quali correva ad altezza d'uomo una
impiallacciatura di legno volgare di pioppo mal verniciato.

Guardò, toccò, battè riguardosamente qua e colà colla nocca delle dita,
e ad un punto si fermò più lungamente che altrove. Gli parve poi udire
l'appressarsi di qualcheduno, e più lesto ed agile che un gatto, fu al
suo posto dove riprese a mangiare così tranquillo come se non si fosse
mai mosso.

— Va bene: diceva egli intanto fra sè. I miei sospetti s'afforzano e
spero diventeranno certezze. Andrò a far strabiliare il commissario... E
ad ogni modo quell'imbecille di Meo sarà uno stromento che saputo
maneggiare finirà per aprirci il segreto di ogni cosa.




CAPITOLO VIII.


Maurilio, uscito dalla stanza a vetri dopo il colloquio con Gian-Luigi,
venne sollecito al desco a cui aveva lasciato il ragazzo trovato per la
strada. Questi, dopo aver ben mangiato e ben bevuto, aveva appoggiate le
sue piccole braccia sulla tavola, messovi su la sua piccola testa, e
s'era saporitamente addormentato, a dispetto di tutto il baccano che
veniva facendosi intorno a lui entro al denso aere di quella stanza,
baccano che non era punto sminuito, ma piuttosto era venuto
aumentandosi.

Maurilio stette un istante a contemplare quel ragazzo. Ei dormiva così
tranquillamente, con tale una sembianza di benessere, che il giovane
ebbe un momento d'esitazione prima di svegliarlo per condurlo via. Ma
poi si decise a riscuoterlo, e già tendeva una mano per mettergliela
sulla spalla, quando una nuova scena sopravvenne che ne lo fece sostare,
tutta a sè chiamando la di lui attenzione.

Andrea e Marcaccio erano ancora a quel medesimo posto, in quella
medesima attitudine, tornati ai medesimi discorsi, se non che l'ebrietà
in ambidue era maggiore.

Marcaccio faceva allusione a quel furto vistoso di cui udimmo un cenno
sulle labbra di Barnaba, commesso a danno del signor Bancone, uno dei
principali banchieri della città; e con argomento che un maestro di
logica avrebbe chiamato _ad hominem_, diceva al suo compagno che se fra
quei capi di vaglia i quali avevano _fatto il colpo_ si fossero per
fortuna trovati ancor essi, avrebbero ora le tasche piene di denaro, e
potrebbero bere tutta la canova di mastro Pelone; alle quali parole
Andrea, che il lume della ragione omai ce l'aveva perduto tutto,
rispondeva; sempre più balbuziente, con dei _sicuro_ frammisti a voci
inarticolate ed accompagnati da pugni sulla tavola.

Quegli altri dalle triste fisionomie, usciti fuor della camera vicina
con Gian-Luigi, si erano sparsi qua e colà per la bettolaccia, alcuni
rimanendo a gruppi fra di loro, altri ad uno, a due andandosi a
frammischiare alle brigatelle che già erano formate intorno ai deschi, e
susurrando a bassa voce nell'orecchio di qualcuno, con certe arie
misteriose che ti davan sembianza di gente che comunicasse qualche
parola d'ordine o qualche segreta istruzione.

In quella una donna miserissimamente vestita aprì l'uscio d'ingresso e
stette sulla soglia peritandosi d'entrare, quasi timorosa, lanciando
tutto intorno nell'aer crasso della bettola uno sguardo inquietamente
ricercatore.

Alcuni, cui dava fastidio l'aria fresca che s'introduceva per la porta
semiaperta, volsero a quella parte il capo e gridarono di mala grazia:

— Ehi là! Chiudete quell'uscio, che vi colga un accidente! Volete darci
una scarmana che ci mandi a far terra per le pignatte?

Uno di loro riconobbe la donna chi fosse.

— Ah ah! siete voi, Paolina?.... La solita storia eh?..... Venite a
cercare vostro marito, ci scommetto..... Entrate, Paolina, che diavolo!
Entrate e chiudete quel battente in vostra buon'ora... Vostro marito è
laggiù.

Paolina entrò del tutto e lasciò richiudersi dietro sè la porta. Era una
donna di età ancora giovane, ma dai patimenti affatto stremata. Il viso
color della cera, le labbra con livido pallore, livide le occhiaie
infossate, gli occhi ardenti dalla febbre. Aveva intorno alle membra
macilente una misera ciopperella di panno di cotone in più luoghi e con
istoffe d'altri colori rappezzata; copriva il capo con un fazzoletto
sbiadito, logoro, sfilacciato, ora tutto inumidito dal nevischio che il
tempo freddoloso pareva stacciare traverso la nebbia nelle strade, e di
sotto a questo fazzoletto le uscivano scarmigliate alcune ciocche di
capelli nerissimi, fra cui cominciavano immaturamente ad essere
frequenti i fili d'argento. Il dorso e il petto avea ricoperti da un
pezzo qualunque di stoffa che le serviva da scialle.

Non la miseria soltanto, ma la malattia ed il dolore erano stampati sul
viso di quella povera creatura che pareva reggersi e camminare con
istento.

Ella ringraziò colui che le aveva parlato ed aguzzò gli occhi
continuando a cercare per entro la densa atmosfera di quello stanzone.

— Dov'è egli, Andrea?

— Laggiù, vi dico: rispose ancora quel tale: in fondo, a sinistra.....
To', guardatelo là con Marcaccio.

Paolina fece un atto come di sdegno, il quale venisse a sopraggiungersi
all'abbattimento ed al dolore che già la possedevano; e i suoi occhi
vivamente balenarono fissandosi sulla testa di Marcaccio, la quale stava
curva verso quella di Andrea, parlando a costui come sappiamo che
faceva.

La donna, a quella vista, parve acquistare vigore e smettere affatto la
timidezza e la peritanza; camminò risolutamente verso il desco a cui
erano seduti i due uomini che abbiamo nominati, ed accostandosi al
marito, gli pose, senza pur dir una parola, la mano sopra la spalla.

Andrea si riscosse in sussulto e levò il capo che gli cadeva abbandonato
sul petto, mostrando la sua faccia imbestialita dall'ebbrezza.

Al vedere un'ombra comparire e stare presso di loro, anche Marcaccio
alzò gli occhi verso di essa, e visto chi fosse, corrugò minacciosamente
la fronte.

— Ah Paolina! Diss'egli con tono burbero ed impertinente. Ne siamo forse
di nuovo alle solite. Che cosa venite qui a fare? A romper le tasche a
vostro marito come sempre?

La donna fece guizzare verso Marcaccio un rapido ma ardentissimo
sguardo, in cui c'era tutto il rancore e tutto l'abborrimento che può
avere un'anima onesta verso il mal genio della sua famiglia e l'autore
di tutti i suoi mali; ma non rispose pure una sillaba.

— Andrea: diss'ella al marito con voce soffocata, affannosa, ma pur
tuttavia dolcissima, e con accento di amorevole rampogna: Andrea, vieni
a casa.

L'ubbriaco guardava la moglie coll'occhio stupidamente rimbambolito.

— A casa? Ripetè egli: sì a casa... Adesso ci vado appena che abbia
finito di bere..... Ma prima bisogna finire di bere... Ehi! oste del
contagio, porta qui una di barbèra.

— Andrea, bisogna venirci subito a casa: disse la moglie con una certa
autorità che a tutta prima fece impressione sull'ubbriaco.

Egli accennò volersi alzare, come per obbedire a quel cenno: ma il suo
corpo non era in caso di far ciò con tanta agevolezza, e Marcaccio
dandogli uno spintone, mentr'e' stava a mezza strada, lo fece ricadere
seduto com'era prima.

— Sei tu matto? Disse beffardamente Marcaccio. Da quando in qua le donne
hanno da comandare agli uomini come noi? che vuoi tu lasciarti metter le
dande e menar a lascia?

Andrea fissò il suo sguardo avvinazzato in quello del compagno, e ripetè
con una grossa bestemmia:

— Menar a lascia?... No giuraddio!

Alla donna un po' di sangue salito al viso arrossò un istante i pomelli
delle ceree guancie; ma non degnò Marcaccio neppure d'uno sguardo.

— Sentite, Paolina, le diceva intanto quest'esso; se volete, sedete lì
un momento, e vi daremo una volta da bere...

Paolina non potendo più frenarsi, gli si volse incollerita e colle
labbra tremanti ed accento pieno di sprezzo lo interruppe:

— Con voi non parlo.

La figura di Marcaccio divenne terribile per feroce e scellerata
espressione: ma poi tosto egli diede in una grassa risata.

— Oh oh! sentite che tono, la signora marchesa! Con noi non si degna!...
Allora date retta ad un mio consiglio, Paolina, e sarà il vostro meglio.
Alzate i tacchi, e non seccateci più la gloria.

Paolina tornò rivolgersi al marito, senza dare a Marcaccio altra
risposta.

— Vieni, diss'ella nuovamente con supplichevole accento. È tardi. Sai
che gli è fin dal primo imbrunire che ti attendiamo... Sono i tuoi
figliuoli che ti attendono... Tu dovevi venirci a portare i denari della
cena... E non sei venuto; e mentre tu stavi qui a sbevazzare, mentre ci
sei, i tuoi figliuoli hanno fame...

Andrea si passò la mano sulla fronte che incominciava a diventar calva,
e stette così un poco, come per raccogliere le sue sparse e confuse
idee.

— I miei figliuoli hanno fame: ripetè egli poi con accento doloroso,
come se quelle tremende parole avessero avuto potenza di farlo rientrare
in sè.

Marcaccio si mise a canterellare sull'aria d'una sconcia canzone de'
trivii.

— La la le ralà! Ci siamo colla solita storia... Hanno fame? Vadano a
letto. Chi dorme mangia, dice il proverbio... E ci lascino tranquilli.

Queste ciniche parole, però, non parvero andare compiutamente a' versi
ad Andrea, per quanto ebbro egli fosse.

— I miei figli! Balbettò esso. I miei poveri figli!

— Sì, i tuoi figli: riprese Marcaccio. Ecco lì il bel gusto di caricarsi
d'una famiglia. Si ha una frotta di marmocchi che vi strillano alle
orecchie e una donna che vi tien dietro e vi sta addosso come una
mignatta..... Che cosa hai tu da fare pei tuoi figli? Hai tu denaro in
tasca da recar loro?

Andrea scosse dolorosamente la testa.

— Non ne hai: continuava Marcaccio. Ti ho trovato che ti aggiravi come
una mosca senza capo, per la città, disperato e senza saper che cosa
fare di te, pronto a dar la pelle per un quattrino in aria..... Non
avevi trovato lavoro da nessuna parte, non avevi la croce d'un maledetto
centesimo, e la pelle del ventre ti toccava l'osso della schiena. Che
cosa ti ho detto io eh? Andrea sono un amico o non sono un amico, corpo
di cento boja!..... Vieni qui all'osteria di Pelone che una frittata
alle cipolle ed un fiasco di vino, ce ne ho sempre da offrirteli a tua
disposizione. Si chiama parlar bene codesto o no, per le carezze di
mastro Impicca? Sei venuto, abbiamo fatto ballare de' bei boccali; puoi
tu lamentarti di qualche cosa? Saresti stato più allegro andando a casa
ad udire strillare i bambini e borbottare la moglie? Bella musica! Le
rampogne d'una donna con accompagnamento di guaìti fanciulleschi. Sì,
sì, va ora con lei. Gli è quel bell'accoglimento che ti prepara a casa.
Mi par già di sentirla. «Bel modo di regolarti! E che hai tu fatto qui?
E che hai tu fatto là?» Il fastidio dei rimproveri e l'umiliazione di
dover render conto dei fatti tuoi alla moglie.

Andrea fece un atto vivace di ripugnanza.

— No: esclamò egli, non voglio rimproveri, non li vo' tollerare
giurabacco!........ Un uomo non lo deve!

— Bene. Disse la donna frenando con tutte le forze che le restavano la
collera onde sentiva l'anima commossa verso Marcaccio. Sta certo. Non te
ne farò neppur uno di rimproveri, ma vieni a casa.

— Sì, proruppe beffardamente Marcaccio, vacci, bamboccio, e vedrai che
valore hanno le promesse delle donne.

Paolina non ci resse più.

— Tacete, Marcaccio: gridò volgendoglisi sdegnosamente. Non vi basta
ancora tutto il male che ci avete già fatto? Voi siete il diavolo
tentatore del mio pover'uomo.

— E voi non sapete quello che vi dite. Se questo buon uomo passa ancora
qualche momento d'allegria, lo deve a me; e se ascoltasse i miei
suggerimenti vivrebbe un poco meglio di quanto ora gli tocca.

— I vostri suggerimenti? Santa Vergine Maria! So di che genere sono; e
se mai Andrea li seguisse tutti e davvero avrebbe cessato di essere un
onest'uomo.

— Ohei! Che modo di parlare è codesto? Gridò Marcaccio battendo un forte
pugno sulla tavola. Sapete voi che queste parole non le soffrirei da
nessun uomo al mondo, fosse il più forte di tutti? E pensate voi voglia
lasciarmele sputare in faccia da una miseruzza di donnicciuola come voi?

Il suo aspetto di scellerato era tale veramente da incuter timore, ma la
donna è un essere che quando è posseduto da una giusta indignazione ha
un coraggio cui null'altro uguaglia.

— Credete voi d'impormene, Marcaccio? Riprese Paolina. I brutti musi non
mi fanno paura. E poichè vi trovo e mi ci avete incitata, vi dirò una
buona volta il fatto vostro. Siete voi che avete recato il disordine e
la miseria nella nostra famiglia. Siete voi che avete tolto a me ed a'
miei figli l'animo di Andrea. Sia maledetto il momento in cui avete
posto il piede in casa nostra, e siate maledetto voi stesso!.... Ma per
l'anima mia, vi dico che nella mia povera soffitta, là dove sono i miei
bambini, non vi lascierò entrar più o che mi caschi piuttosto la testa.

Marcaccio mandò una violenta imprecazione, poi afferrato il braccio di
Andrea lo scosse rozzamente.

— Odi tu le belle cose che dice tua moglie? Va là che sai fartene
proprio rispettare! Gli è lei che manda via di casa chi le pare e piace;
e se tu vuoi avere un amico hai da domandarle licenza, e devi fare ciò
ch'ella vuole, e levarti i calzoni e darglieli addirittura a lei.

L'ubbriaco pareva dagli occhi infiammati del compagno attingere la
collera ancor egli.

— Levarmi i calzoni, diceva lo sciagurato non più conscio menomamente di
sè: darglieli a lei!... No giuraddio!

— Gli è che sei un bamboccio, gli gridava Marcaccio sotto il muso, che
ti sei lasciato mettere i piedi sul collo e ti lasci menare pel naso.

— No, no, mille volte no, sacramento! Urlava l'ubbriaco.

— Non dar retta a questo tristo: supplicava Paolina con tutta
amorevolezza. Vieni a casa meco, te ne prego.

— Non seccarmi la gloria! Faccio quel che mi pare e piace.

— Bravo! Esclamò Marcaccio.

— Non voglio andare a casa, e non ci vado... e non ci vo!

E come per paura che lo venissero a strappar di là, si attaccò con tutte
due le mani al desco.

— Bravissimo! Tornò ad esclamare Marcaccio. E dille che i tuoi amici sei
in caso da sapertegli scegliere da te stesso e che in casa tua sei
padrone tu.

— Sì, sono padrone io...

— E che le donne non hanno da alzare il becco.......

— Non hanno da alzare il becco... Diceva Andrea come un eco.

— Altrimenti.....

E il tristo arnese faceva un cenno troppo chiaro di minaccia.

— Altrimenti... Ripeteva ancor esso l'ubbriaco, dominato per l'affatto
dalla volontà del compagno.

— Che? Prorompeva la donna vieppiù indignata. Minacci tua moglie tu? Sei
tu ancora il mio Andrea? Oh che cosa mai hanno fatto di te!...........
Andrea, ti scongiuro, vieni a casa.... Vieni a vedere i tuoi figli.....

E voleva cingerlo colle braccia; ma egli rigettandola:

— Lasciami ti dico; vacci tu a casa e non seccarmi dell'altro.

— No, non ti lascio: insisteva essa tornando a volerlo abbracciare;
voglio che tu venga meco.....

— Ah! Quanto sei babbeo a lasciarti _piantar di queste grane_: diceva
Marcaccio. Se foss'io, a quest'ora l'avrei già ridotta alla ragione.

— Va via: urlò l'ubbriaco serrando i pugni.

— Non vado: rispose animosamente Paolina. Sono venuta a prenderti per
condurti presso i tuoi figli; non esco se tu non vieni meco.

E siccome ella era sul punto di gettargli le braccia intorno al collo,
il disgraziato la respingeva allungando innanzi a sè il braccio col
pugno serrato, il quale colpiva violentemente a mezzo il petto la povera
donna.

Paolina gettava un grido e cadeva alla rovescia mentre una schiuma
sanguigna le veniva alle labbra.

— Bene! Ben fatto! Così la si mette a posto: diceva quello scellerato di
Marcaccio, mentre Maurilio in un salto era presso la donna e sollevatala
la adagiava sopra una panca vicina su cui quelli che v'eran seduti
s'affrettavano a farle posto.

Visto cader così sua moglie, un profondo e subito rimutamento si fece in
Andrea. Parve per un istante da lui dileguata ogni ebbrezza. Sorse di
scatto e fu presso alla misera donna, turbato, commosso, pentito.

— Paolina! Diss'egli con accento pieno d'affetto, di rincrescimento,
quasi di pianto, Paolina!

E parve volesse dire mille cose, ma che, l'intelligenza non
soccorrendogli, non sapesse in altro modo esprimerle che ripetendo il
nome di lei:

— Paolina! Paolina!

Maurilio intanto interrogava con molto interesse la donna.

— Vi sentite male? Se prendeste qualche sorso di brodo caldo? O meglio
se veniste alla più vicina farmacia a farvi dare un cordiale?

Paolina si asciugava colle mani medesime, in mancanza di pezzuola, la
schiuma sanguigna che le era venuta alle labbra, si sforzava ad
abbozzare un sorriso, e rispondeva colla voce affannosa:

— Non è nulla.... Grazie.... Non è nulla.... Da un pezzo di tempo sono
così debole, che il dito d'un ragazzo mi getterebbe in terra..... Soffro
sempre tanto qui....

E si premeva il petto con tutte due le mani.

— Paolina! Diceva ancora Andrea venutole presso, volendo prenderle la
destra.

— Lasciatela stare: proruppe vivacemente Maurilio indignato. Non avete
vergogna? Trattar così una donna, ed una donna ammalata!

Andrea curvò il capo tutto mortificato. Ma Paolina, dando al marito
quella mano che egli cercava, disse benignamente:

— Oh il mio Andrea è buono. Non è lui che ne abbia colpa. È il vino che
ha in corpo ed i consigli di certa gente... Va, te, ti perdono,
Andrea... So che mi vuoi ancora bene.

E l'uomo commosso:

— Sì che te ne voglio di bene.... tutto il mio bene....

Ed esaltandosi, come in ogni cosa agli ebbri suole avvenire, si cacciò
le mani negli arruffati capelli e stracciandoseli a ciocche, piangendo
ed esclamando soggiunse:

— Ma sono uno scellerato, un miserabile che merito le mazzate... sì, sì
le merito... Mia moglie! I miei figli! Uh! uh! uh!... Sono io che li ho
messi sulla paglia... Ah dovrei andarmi ad affogare, che sarebbe meglio
per tutti.

Paolina, già un po' riavutasi, gettògli le braccia al collo con
ispavento e con infinito amore.

— No, non dirle queste brutte cose. Andrea, ti prego..... Calmati, via,
non piangere... Io ti perdono........ I tuoi figli ti perdonano......
Purchè tu lo voglia, la nostra sorte può cambiare e ridiventar quella di
prima. Tu sarai di nuovo un buon operaio com'eri un tempo e guadagnerai
come allora, io guarirò; e torneremo a vivere quei giorni felici che
abbiamo già vissuto.

— Sono uno scellerato! Ripeteva colla sua ostinazione da ebbro il povero
Andrea.

— Sei sempre il mio uomo, sei sempre il padre de' miei figli. Vieni
presso di loro... E' t'aspettano. E' piangono per non vederti.

— Piangono!... Piango anch'io che sono un miserabile...

Marcaccio non s'era mosso di posto, e guardava ed ascoltava tutto
codesto con un sorriso di scherno e crollando le spalle.

— E quello è un uomo? Diceva egli così da poter esser udito da Andrea.
Che pan bagnato!

— Io! pan bagnato? Esclamava l'ubbriaco cambiando espressione, e
volgendosi a Marcaccio. Pan bagnato un corno!...

— Non dargli retta! Supplicava Paolina, tirando Andrea per i panni
affine di volgerlo dalla sua parte.

Maurilio le venne in soccorso; si mise innanzi ad Andrea, fra lui e
Marcaccio, e ponendo in testa allo ubbriaco il berretto che gli era
caduto in terra e il giovane aveva raccolto, disse alla donna:

— Avviatevi, e traetelo con voi, senza lasciarlo più parlare con
quest'altro.

Poi, dirigendosi ad Andrea, con quel tono autorevole che egli sapeva
assumere e che abbiamo visto produrre effetto persino su Gian-Luigi
avvezzo a comandare, soggiunse:

— Andate a casa vostra, e ringraziate il cielo che vi ha dato una tal
donna.

L'ubbriaco balbettò, parve un istante voler ribellarsi all'autorità con
cui quello sconosciuto si arrogava di parlargli, ma incontrato lo
sguardo potente di lui, dovette chinare il suo a terra. La moglie lo
tirò seco facendogli carezze e dicendogli dolci parole; ed Andrea finì
per cedere ed uscire di là borbottando ma con riluttanza leggiera e
facilmente superabile.

Marcaccio guardava di traverso il giovane che si era intromesso in aiuto
di Paolina.

— Tant'è: diceva egli fra sè; questo cotale mi va a sangue come un
bicchiere di vin cercone. Poichè il _medichino_ lo conosce non sarà una
spia.... Ma gli è qualche cosa da non dirsela coi _nostri noi_.... Per
questa volta, in grazia al _medichino_, la passi liscia; ma se ancora
gli avverrà di trovarmisi fra le gambe, il suo muso s'accorgerà com'è
fatto il pugno di Marcaccio...... Quanto ad Andrea, e' non mi scappa
più. Può tardare di qualche giorno, ma ci cascherà. Abbiamo bisogno di
lui, e sarà nostro.




CAPITOLO IX.


Maurilio intanto aveva svegliato il bambino.

— Su, piccino, andiamo a casa tua adesso.

Il ragazzo s'era fregato gli occhi, s'era stirato le piccole membra ed
aveva risposto sbadigliando:

— Andiamo pure.

Venendo fuori dell'osteria, il piccino indicò la direzione del cammino
da farsi verso la parte più sporca e più brutta di quel bruttissimo e
sporchissimo quartiere.

Giunsero, dopo un po' di strada, ad una porta ad arco, ma bassa e
schiacciata, sotto la quale un lampioncino ad olio, di cui poteva dirsi
col poeta, che pareva spento, tramandava attraverso ai vetri affumicati,
tanto di luce tremolante e rossigna da poter scorgere che in quei muri,
su quello spazzo l'umidità e le sozzure ci stavano trionfalmente in
permanenza. Passarono un cortiluccio che di poco si discostava da una
fogna; giunsero ad una scala stretta, non illuminata, a corte branche, a
scalini alti.

— Se tu non mi dài mano: disse Maurilio al suo piccolo compagno, io non
verrò a capo di andar su per queste tenebre senza rompermi il naso.

Il bambino pose la sua manuccia destra in quella sinistra del giovane, e
questi scorrendo ancora coll'altra mano che gli restava libera lungo la
parete trasudante un umor freddo e viscoso, scalpitando ad ogni posar di
piede sempre nuove immondezze, pervennero ambedue alla fine della scala,
sotto alla travata del tetto, in un corridoio basso, angusto, soffocato,
tenebroso, che dava adito alle soffitte.

Fatti pochi passi per questo corridoio, il piccino si fermò innanzi ad
un uscio serrato per di dentro, dalle fessure del quale trapelava un
filo di luce del lume acceso all'interno, e vi picchiò col suo piccolo
pugno.

— Chi va là? Chiamò di dentro a quell'uscio una voce aspra, rauca,
stizzosa, che mal avreste saputo giudicare se era d'uomo o di donna.

— Son io: rispose il bambino. Allora s'udì un moversi di persona a
rilento, uno strascico di pianelle e un brontolio di parole
inintelligibili venir verso l'uscio.

— Sei proprio tu, _Gognino_? Domandò ancora la medesima voce.

— Sì, nonna.

L'uscio s'aprì e comparve fra i battenti una vecchia vestita a bardosso
d'un subisso di panni che non avevan forma nè colore, la quale, senza
badar più in là, per primo saluto allungò la mano, ghermì il
polpastrello dell'orecchio al bimbo, e si pose a tirare.

Il tristanzuolo si diede a strillare come se lo pelassero.

— Biricchino! Gridava la nonna frattanto. È l'ora di tornarne questa
qui? Le nove sono già ribattute alla campana della città.

Maurilio fece un passo innanzi; la vecchia lo udì, si volse, lo vide e
lasciò il fanciullo che andò a finire il suo lamento e il suo pianto
presso al misero focolare, dove s'accoccolò quasi sopra le braci mezzo
spente.

La vecchia e Maurilio si guardarono l'un l'altra, come avviene fra due
che si trovano a fronte e non si sono mai visti.

Di quella poteva dirsi col Boccaccio «una vecchia che pareva pur santa
Verdiana che dà beccare alle serpi,» tanto la era strema, vizza, sporca,
brutta e scontrosa. L'occhio avea rimesso e maligno, la bocca asciutta,
tirata e sottile, il naso adunco, il mento aguzzo e volgente all'insù
con sopravi radi ma lunghi peli di barba grigia: un aspetto di tristo e
d'abbietto, di maltalento temperato dall'impotenza.

Maurilio provò un senso di profonda ripugnanza, quasi di malessere
innanzi a quella figura. E' non si scoprì la faccia e stette lì, com'era
per istrada, col cappello fin sugli occhi e il mantello fin sopra la
bocca.

— Chi è Lei? Domandò la vecchia colla sua voce squarrata. Gli è di me
che cerca? Che cosa vuole?

L'uomo si appoggiò ad un desco zoppo che stava contro al muro presso
l'entrata, e rispose:

— Son venuto a portarvi dieci soldi, perchè non vogliate battere quel
vostro bimbo là.

La vecchia volse un suo sguardo invelenito sul fanciullo, il quale
s'interrompeva dal piangere di quando in quando, per soffiare a pieni
polmoni sulle braci, a cui cercava scaldare le sue mani intirizzite e
gonfie dai geloni.

— Che cosa gli ha contato quel bugiardello di Gognino? Che sì che gli
mostro io!

E la minaccia si sarebbe certamente risolta in fatti, se la vecchia non
avesse visto lo sconosciuto porre nel taschino del panciotto il pollice
e l'indice della sua mano sinistra; allora ella, interrompendosi tosto
nel discorso, tese la destra e stette ad aspettare.

Maurilio trasse fuori un pizzico di monete, le fece scorrere sulla palma
della mano, e siccome, oltre poche di rame da cinque centesimi, non ce
ne aveva che di argento, ne prese una da un franco e la porse alla
vecchia, la quale fu lesta a farla ingoiare da un tascone della sua
gonnella, dove, sonando cupamente, diede segno di essersi andata ad
affratellare con il buon numero di soldacci grossi di rame. Poi ella
sogguardò così di sbieco il donatore e con un cotale accento di timore,
di peritanza, di rincrescimento, impossibile ad esprimersi, gli domandò:

— Ho da tornarle indietro il soprappiù?

Un sorriso ed un moto di spalle fatti dall'uomo, ella s'affrettò ad
interpretare per una negativa, diede un colpetto colla mano alla sua
saccoccia, come per chiuderla, e riprese con tono più umano e dolciato:

— Che Dio la benedica, signor mio, per questa carità.

Si volse verso il piccino che seguitava ad infrignare:

— Vuoi smetterla, Gognino, o che io vengo a levarti il ruzzo collo
staffile?

Maurilio volle parlare, ma la vecchia non gliene lasciò tempo, e
riprendendo a discorrergli come prima, soggiungeva:

— Per Lei, vorrò dire la terza parte del rosario, a favore dell'anima
dei suoi morti.

La faccia di Maurilio si contrasse leggermente, ma ella nol vide.

— E sentirò domattina la messa alla Madonna del Carmine. Io sono sempre
lì sulla porta della chiesa che vendo abitini, rosarii e candelette. Se
mai avesse bisogno di me per alcuna cosa, la mi ci troverebbe. E se
vuole, domani accenderò le candelette per lei all'altare delle
indulgenze.

— No: interruppe Maurilio. Ciò ch'io vorrei si è che non batteste più
quel povero bimbo.

— Ah! rispose la vecchia. Lei crede ch'io gli faccia del male a quel
piccino. Si sbaglia, sa! Io non fo che per suo bene. È dura cosa alla
mia età allevarsi su un figliuolo di quella fatta. Io sono tutt'altro
che cattiva. Ne potrebbe domandare a chiunque, e se le si dirà che la
_Gattona_ è una senza cuore, voglio sprofondare. (Da un buon pezzo di
tempo mi chiamano la Gattona; ma il mio vero nome è Modestina....
Modestina Luponi.... Ma, sa bene, tra noi povera gente si comincia,
tanto per ridere, ad affibbiare ad uno un sopranome, lo si ripete una
volta ed altra, e buona sera, gli è come se gliel'avesse dato il prete
coll'acqua santa.) Dunque le dico che quel ghiottoncello là, di certe
ore, tirerebbe le botte di mano ad un san Giobbe. Sono una povera
vecchia io che il lavoro non può più darmi nessun guadagno. Vivo della
carità della gente io, e deve sapere anche Lei, se la carità della gente
la è tanto larga. Oh stia là, che a me quel biricchino gli è un grave
peso a portare!

— Siete sua nonna, voi?

— Signor sì. Ma vorrei ben essere piuttosto.... Dio mi perdoni, che
quasi ne direi qualcuna di grossa. È il figlio d'una mia figliuola, la
quale dopo avermi dato i mille dispiaceri e perduto a me il rispetto, a
sè l'onore, morì tra la miseria, lasciandomi sulle braccia quel coso. La
ne aveva fatte di ogni razza quella disgraziata ed era proprio caduta al
più basso.

— E voi, sua madre, come non avete potuto avviarla al bene?

— Eh sì! Che cosa vuole ch'io facessi? Bisognava ben lavorare per
vivere.... Un tempo, me la ricavavo bene.... Sono stata in casa di
signori.... e di certi signori.... Basta.... Venne un dì che la mia
ragazza dovette andare in giornata da una parte ed io dall'altra. Sa
come succedono queste cose. Cominciò per innamorarsi d'uno che la
piantò. Poi diede retta alle offerte d'un ricco che la fece scialare per
bene durante un po' di tempo. Quindi da questo a quello, che vuol ch'io
le dica? Patatrach nella miseria e nell'abbiezione.... E fu allora, noti
che provvidenza maligna! che le nacque codesto marmocchio della malora.
Io avrei creduto che lo gittasse all'ospizio. Niente affatto. Quella
creatura, che era stata senza cuore per sua madre e per tutti, volle
tenersi il figliuolo, e per esso sostenne ogni sacrifizio ed ogni
privazione.

— Ciò prova che vi era del buono in lei.

— E codesto la fece morire tisica all'ospedale a vent'ott'anni. Sono
intorno a nove anni fa; me ne ricordo sempre; la mi fece chiamare al suo
letto dove rantolava che faceva spavento, e mi disse con quel poco di
voce che le restava e serrandomi la mano colle sue che bruciavano come
carboni accesi: — Mamma, tu mi hai da promettere di non abbandonare mio
figlio e di allevarlo su un onesto uomo. Che cosa vuole ch'io facessi?
Promisi tutto quello ch'ella volle.

— Ed avete fatto bene.

— Oh! me ne ho dovuto pentire più d'una volta, glie lo dico io.... Avrei
fatto meglio a dar retta al consiglio di alcune amiche, che era di
piantarlo là e lasciar pensare a lui quella provvidenza che l'ha fatto
nascere.

Maurilio sentì un profondo ribrezzo, ma stimò inutile il mostrarlo, e
dopo un momento domandò:

— E suo padre?

— Chi? Il padre di quel bastardo? Chi l'ha mai visto o saputo chi fosse?
Se l'avessi conosciuto, glie ne avrei portato bravamente e dettogli: —
Mantenetevi voi la vostra carne ed il vostro peccato, ch'io, che cosa ci
ho da entrare io?

— Però voi da questo piccino tirate alcun profitto.

— Santa Madonna della Consolata! A che cosa può giovare di buono un
bardassotto di quella guisa? Gli vo comperando qualche dozzina di mazzi
di fiammiferi, perchè li rivenda e venga così raspando qualche
solduccio: chè adesso che si vuol far tutto in nuovo, hanno proibito
anche l'elemosina.... pena il Ricovero. S'e' volesse avere testa a
partito, potrebbe pure guadagnarmi qualche cosuccia di questo modo; ma
sì, egli è più vizioso di quanto si voglia credere, e non è ancora fuor
di casa che con altri sbarazzini di sua risma, ei non sa far altro che
giuocare alle biglie, o alla trottola, alle castelline e sciupare il
tempo e i denari, e va apparando non altro che difettacci.

— Questo è vero. E voi non mantenete così la promessa fatta al letto di
morte di vostra figlia; di allevarlo un onest'uomo.

— Oh sante piaghe! Che cosa ho da farne? Ei non vuol saperne di nulla
delle cose da bene. Padre Bonaventura, un buon reverendo dei Padri
Gesuiti lì del Carmine, mi aveva detto di mandarglielo in sacristia a
far qualche piccolo servizio che gli avrebbero mostrato a servir la
messa, e dato qualche elemosina di tanto in tanto, ed inculcatogli
quanto meno il santo timor di Dio...... Eh sì! _Gognino_.... (lo
chiamano Gognino, ma il suo vero nome è Luca).... Gognino è sempre
scappato come il diavolo dall'acquasantino.

— Perchè non lo acconciate con qualcuna di quelle scuole infantili che
ora si sono fondate?

— Scuole? Tutte baie!... Padre Bonaventura dice che non vi si tiran su
che dei miscredenti..... E poi chi mi compenserebbe i dieci soldi che me
ne fo portare?

— Ah!

Maurilio parve riflettere un poco. Diede una nuova e più minuta
sguardata intorno a sè, si inoltrò nella soffitta ed esaminò meglio il
ragazzo, il quale, tutto rannicchiato al focolare, aveva cessato di
piangere, e teneva fisso sulla nonna e sullo sconosciuto gli occhioni
larghi ed attenti. Poscia Maurilio si volse di nuovo alla vecchia e le
disse:

— A quel bambino, di leggere e scrivere, voi non glie ne avete neppur
parlato?

— Madonna santissima! E perchè mai? E che vuole ch'ei ne faccia? A che
cosa giovano elleno queste cose per noi, povera gente, per quel
disgraziato che gli toccherà sbrandellarsi la pelle se vorrà mangiar
pane?

Maurilio non credette opportuno entrare in discussione colla vecchia
sull'utilità del saper leggere e scrivere. Si rivolse al bambino e gli
disse:

— Vieni un po' qui tu.

Gognino lo guardò con occhio ancora più largo, ma non si mosse.

— Hai sentito. Luca? Gridò la Gattona. Vien qui dal signore. E così,
tristerello, vuoi obbedire o no? Subito, ti dico; chè se vado io a
pigliarti.....

Fece un passo. Gognino tosto fu dritto e s'accostò adagio, mostrando nel
muovere delle spalle e nel frusciarsi i panni addosso tutta la sua
malavoglia.

— Luca, domandogli Maurilio, sai tu che cosa sia leggere e scrivere?

Gli occhi del fanciullo diedero un leggiero lampo d'intelligenza.

— Sì: rispose. Vedo bene che quando appiccan qualche cartello alle
cantonate tutti ci si fermano.

— E di saperlo ne avresti voglia?

— Sicuro. L'altro giorno che hanno menato a morire quel bel giovane, e
che io sono andato a vedere, e che tutto il mondo correva, che dicevano
avesse ammazzato il suo padrone.... Ebbene avrei voluto poter leggere
anch'io la sentenza su pei muri, come faceva l'altra gente.

Maurilio mandò un sospiro e scosse dolorosamente la testa.

— E voi, diss'egli alla vecchia, lasciate questo ragazzo andare a
siffatti spettacoli?

— Bisogna bene. Così vedendo il castigo, imparano a non fare il male.

— Oh miseria dell'ignoranza! Mormorò il giovane; poi, come per una
risoluzione subitamente presa, disse alla vecchia:

— Sentite. Voi quando aveste da questo ragazzo i vostri dieci soldi al
giorno, nulla dovrebbe importarvi ch'egli se ne andasse attorno per le
strade ad imparare i vizi, e il padre di essi, l'ozio, oppure da
qualcheduno che gli desse un po' d'educazione. Non è vero?

— Certo. Ma se non vende fiammiferi o se non cerca l'elemosina, come
razzolar dieci soldi? La mi par cosa impossibile.

— No: è fatta. Io gli darò dieci soldi al giorno e voi mi condurrete a
casa ogni giorno, per lasciarmelo quanto tempo mi piacerà, il vostro
Luca.

La Gattona guardò bene entro gli occhi l'uomo che le faceva una simile
proposta.

— Scusi: biascicò ella: ma che cosa vuol fame lei di Gognino?

— Mostrargli a leggere e scrivere.

— Dassenno?

— Che cosa pensereste ch'io ne facessi?

— Ah! non saprei, ma di questi giorni se ne vedono tante!... Lei è
dunque un maestro?

— Un maestro che vuol pagarvi invece d'essere pagato.

— To' gli è vero! L'è una bella opera che vuol fare!

— Bella no; mi ci voglio provare.

— Ed io avrò dieci soldi al giorno?

— Senza fallo..... finchè non mi stanchi o non abbia altrimenti da
cessare, perchè non prendo già un impegno per un dato tempo. Finchè
dura, dura. Quando il vostro piccino non vi porterà più a casa i dieci
soldi, potrete rifarne quel che vi piacerà. Siamo intesi?

— Ah! dieci soldi sono tanto pochini. Gognino cresce ogni giorno più....
Fra poco sarebbe in grado di fruttarmi assai di vantaggio. Mettiamo
venti soldi.

— No. Sono povero ancor io. Questo lo posso fare, non di più. Se vi
accontentate, bene; altrimenti sia per non detto.

— Via, come vuole.....

— Comincieremo da domani.

— A suo senno.

— Sapete leggere voi?

— Signor sì..... Come le ho già detto non fui sempre la misera donna che
Lei vede in adesso. Quand'ero giovane.... Eh! Ho vissuto bene un poco
ancor io.... Ma poi delle disgrazie.... Un vero romanzo se glie l'avessi
da contare..... L'ingratitudine di certa gente.... Basta! Non gli accade
ora di far parola di codesto.... So leggere come un notaio.

Maurilio trasse di tasca una cartolina compagna a quella che aveva data
poc'anzi a Gian-Luigi.

— Prendete, disse porgendola alla vecchia, questo è il mio indirizzo.
Domattina alle nove vi ci aspetterò col vostro nipote.

E fatta una carezza al ragazzo si mosse per uscire. La Gattona, presa la
lucerna, gli tenne dietro a rischiarargli l'andito e la scala, e quando
lo sconosciuto fu per ispiccarsene, ella lo ritenne.

— Ah signore, gli disse, d'una cosa la voglio avvertire. Se mai per
caso..... poichè vedo che Lei è tanto generosa..... se le avvenisse di
voler fare qualche maggior carità a Gognino..... in più di quei dieci
soldi......; ebbene, la prego a non dar niente a lui. È malizioso come
il fistolo, sa, e sarebbe capace di tenersi i denari e sciuparli al
giuoco, non dicendomene neppur motto. Sarebbe meglio che li dèsse a me
direttamente.

— Va bene, va bene; rispose Maurilio, e partendo di buon passo lasciò lì
la vecchia, a piè della scala.

La Gattona, risalita alla sua soffitta, pose la lucerna in sul desco, e
curiosamente si fece a leggere le parole scritte sulla polizzina datale
dallo sconosciuto. Esse erano le seguenti: MAURILIO NULLA, _scrivano
pubblico, via porta num. 7, piano quarto_.

— Maurilio! Esclamò la vecchia sovraccolta. Oh! Che cosa mi ricorda
questo nome! Sono più di venti anni che non l'ho più udito; che non
trovai più nessuno che lo portasse....... E costui potrebbe egli avere
alcuna attinenza con quell'altro là?.....

Scosse le spalle, come si fa quando ci viene un'idea assurda pel capo.

— Eh via! Gli è impossibile.

Allora domandò conto a Gognino di quanti denari avesse raccattato
durante la giornata; e poichè vide che in luogo di dieci non le aveva
portato a casa che quattro soldi, si diede a batterlo secondo l'usato,
precisamente come se l'intervento di Maurilio non avesse avuto luogo.




CAPITOLO X.


Maurilio s'allontanava da quella casa col capo più basso e coll'animo
più triste di prima. Andava lentamente traverso la nebbia fattasi più
folta, come uomo a cui la volontà non dirige il cammino, ma si lascia
trasportare a caso dalle sue gambe. L'umido spruzzolìo di prima s'era
convertito in buona e bella neve che calava giù lenta, lenta, fra la
nebbia, a larghi fiocchi, e già vestiva d'un bianco strato il terreno su
cui ammortiva il suon de' passi ai rari cittadini che per quella
melanconica sera si affrettavano a rientrare nelle case loro.

Ad un tratto il nostro giovane si riscosse. Era uscito dal povero
quartiere della miseria e dell'abbiezione, e trovavasi in una strada
larga, fiancheggiata da superbe abitazioni del ceto signorile. Innanzi a
lui, un palazzo dei più suntuosi gettava nelle tenebre della notte dagli
alti suoi finestroni delle ondate di luce che faceva brillare al
passaggio i candidi fiocchi della neve. L'alto e imponente portone da
via, per cui s'entrava in un atrio elegante di severa architettura, era
spalancato, e nell'atrio medesimo stava una magnifica carrozza chiusa, a
cui attaccati due stupendi cavalli di prezzo che scalpitavano e
scuotevan la testa impazienti. Certo questa carrozza attendeva i padroni
di quel palazzo che stavan per uscire: e così pensò tosto Maurilio, il
quale nel cocchiere vestito di terraiuolo impellicciato, seduto con
altezzosa imponenza sull'alto sedile colle redini in una mano e la
frusta nell'altra, in una classica mossa che qualunque cocchiere inglese
gli avrebbe invidiato, riconobbe tosto la livrea della nobile famiglia a
cui quel palazzo apparteneva.

Maurilio s'era lasciato condurre passivamente dalle sue gambe, e queste
lo avevan portato là dove tanto spesso volava il suo pensiero.

In faccia a quel portone, il giovane sostò, si volse a quel bagliore che
pioveva dalle ampie finestre, guardandovi fiso con occhio e con
sembiante pieni di mille espressioni, profferse parole cui nessuno,
anche udendole, avrebbe pur potuto capire.

Parve esitare un istante, poi con evidente sforzo si staccò dal posto in
cui stava piantato e fece alcuni passi per allontanarsi; ma tosto si
arrestò di nuovo; una lotta si combatteva nel suo animo; tornò vivamente
indietro, e senza che alcun lo vedesse, guizzò sotto l'atrio e corse ad
appiattarsi dietro ad un gruppo di colonne. Là si appoggiò al freddo
marmo d'una di queste colonne e si premette con ambe le mani il cuore
che gli batteva così violentemente da minacciar di scoppiare.

Non attese lungamente. La grande invetrata che metteva al marmoreo
scalone venne aperta da un domestico in gran livrea a capo nudo; due
donne con fiori ne' capegli, avvolte in ricchi mantelli alla foggia
beduina di cascemir bianco con ricami in oro ed un uomo imbaccuccato nel
tabarro ed avvolto il collo sino alla faccia da una finissima fascia di
lana si diressero verso la carrozza, di cui corse ad aprire lo sportello
un altro domestico in soprabito lungo, a grossi bottoni d'argento
stemmati e col cappello coperto di tela incerata in mano.

Quelle due donne erano passate rapidamente, ma il nostro giovane le avea
viste, le avea saettate di suoi sguardi accesi come una fiamma,
ansimante il petto, battenti i polsi della testa, tremanti tutte le
fibre, le avea seguite collo sguardo intento.

O per dir meglio non aveva visto, ammirato, vagheggiato che una di esse:
— la più giovane. Era bella come un'apparizione nel sogno d'un poeta
d'Oriente. Alta della persona, dignitoso e graziosissimo il portamento,
mite e pur nobilmente superbo l'aspetto; un muover di collo che
ricordava l'avvenenza del cigno, una eleganza nativa, non ricercata, non
appresa, piena d'incanto; tutta la grazia aristocratica nel piglio,
senza l'offensività dell'orgoglio. A vederla passare soltanto, ogni
cuore si sentiva trascinato dietro lei con un omaggio d'ammirazione.
Chiunque avrebbe affermato senz'altro esser ella nata per andar prima in
tutto, per vedere tutto il mondo a que' suoi piccoli, ben arcati,
sottilissimi piedi. Un diadema di regina non avrebbe disdetto alla sua
fronte leggiadramente superba. I suoi capelli di color biondo un po'
fulvo, le facevano intorno al capo di sì fina struttura un'aureola
d'oro, come alla più bella vergine staccata da uno de' più bei quadri
del Luvini. Lo sguardo limpido, sereno, profondo balenava in occhi cui
meglio non avrebbe saputo disegnare il pennello di Murillo, del color
del mare. Il sorriso era grave in una ed infantile. Tutta la malìa della
gioventù accompagnata dalla più splendida bellezza, vi si trovava
insieme colla riflessività d'un'anima che sente, che ha già visto il
dolore, d'un cervello che pensa e d'un cuore che si commove. La sua
mano, da sola, chi non vedesse altro di lei, l'avrebbe fatta conoscere
per generata di purissimo sangue aristocratico. Era una mano esile,
lunghetta, a dita affusolate, ad unghie color di rosa elegantemente
convesse, bianche come l'alabastro ed appena se mostranti traverso la
pelle finissima l'azzurigno della rete venosa; una mano che uno scultore
avrebbe adorata.

L'altra donna era di età inoltrata e sul suo volto, che incominciava ad
esser troppo corso dalle rughe, non si leggeva che orgoglio, arroganza e
disprezzo d'altrui.

La giovane entrò prima nella carrozza, poi l'attempata, ultimo l'uomo.
Il domestico richiuse la portiera, si mise in testa il cappello, salì in
cassetta vicino al cocchiere, e la carrozza si mosse.

Già era uscita dal portone, già il domestico in livrea era risalito
negli appartamenti: già il portiere, venuto fuori a salutare con un
grande inchino il passaggio della carrozza, richiudeva il portone per
non lasciar aperto che l'usciolo a sportello, e Maurilio era ancora là,
appoggiato alla colonna, immobile, ma palpitante, gli occhi rapiti come
da una celeste visione.

Ad un tratto si scosse. Aveva bisogno di vederla ancora. Si slanciò fuor
del portone ratto come un baleno, passando presso il portiere
spaventato; vide allo svolto della via sparire i fanali della carrozza
che andava al piccol trotto de' suoi cavalli; corse come vola una saetta
in quella direzione; raggiunse il cocchio, s'aggrappò al predellino di
dietro, su cui stanno in piedi i servitori, vi si arrampicò, vi si
raggomitolò, vi stette sentendosi mancare il fiato, la lena e le forze.

Intanto pensava nel suo cervello cui veniva a martellare il sangue
concitato.

— Ella è là!..... Là presso a me..... Divisa da una sottile parete.
Appoggia forse a questo punto la sua bella persona... Se potessi vederla
nell'abbandono del suo atteggio!

La carrozza correva senza rumore sul tappeto già alto della neve caduta.
Quando la si arrestò Maurilio parve ridestarsi e guardò intorno dove si
trovasse. Era in piazza S. Carlo e la carrozza era venuta ad accodarsi
l'ultima di una schiera di cocchi che facevan la fila per entrare uno ad
uno nel portone d'un palazzo in mezzo a quel lato della piazza che
guarda l'occidente. Questo palazzo dalle sue finestre del primo piano
mandava torrenti di luce che correvano via lontano per la piazza a
illuminare i fiocchi cadenti della neve, a ripercotersi sul cimiero di
bronzo imbianchito ancor esso della statua equestre d'Emanuele
Filiberto, a riflettersi come un lampo sanguigno in mezzo a tutto
quell'albore sulla baionetta che brillava a capo del fucile stretto fra
le braccia dalla sentinella del monumento intirizzita.

Eravi gran ballo nelle sale della Società dell'_Accademia Filarmonica_;
uno di quei balli, come al giorno d'oggi non ne vediamo più, in cui il
fior di farina della borghesia, stacciato traverso il cribro de' più
permalosi pregiudizi, accoglieva la disdegnosa aristocrazia, la quale
era stimolata alla degnazione di arrendersi all'invito dall'esempio
della Corte, che onorava la festa di sua presenza.

Maurilio si ricordò in quel punto di aver udito parola di tal festa da
un suo amico, ricco, elegante e socio di quella congrega. Come fosse
amico d'un ricco, egli povero, senza nome e senza stato, lo sapremo in
appresso. Discese dalla predella su cui s'era aggomitolato, e si gettò
sotto il portico del palazzo coll'intenzione di introdursi fin sotto
l'atrio, fin nel vestibolo per aver la dolcezza di vedere ancora una
volta la incantatrice visione di poc'anzi apparirgli, val quanto dire
quella stupenda e superba bellezza di donna uscir di carrozza e
passargli dinanzi.

Ma l'impresa era più difficile di quanto ei si pensasse, e fu un momento
in cui per sua disperazione gli apparve impossibile. Sotto il portico,
ai due lati del portone, sul passaggio delle carrozze, che lentamente
sfilavano ad una ad una per lasciar giù nell'atrio le persone che
contenevano ed uscir poi da un altro portone di facciata, traversando il
cortile stato ricoperto con invetrate e ridotto a giardino; sotto il
portico, dico, s'erano formate due fitte siepi di curiosi che stavano
cogli occhi intenti a mirare nello scuriccio dell'interno de' cocchi le
ombre di color bianco o rosato delle acconciature femminili.

Il nostro giovane protagonista ben riuscì, non senza difficoltà, a
spingersi in prima riga di questa calca là dove facevano barriera a
contenerla indietro il cappello a becchi dei carabinieri, e la mazza dei
veterani, che si chiamavano _ordinanze del Comando di piazza_, i quali,
allora, servivano da guardie di polizia. Ma ciò non gli bastava: era
sotto il portone, era nell'atrio, era su per le scale ch'e' voleva
penetrare. Pensava che occorreva affrettarsi. Quantunque la fila delle
carrozze fosse assai lunga e procedesse lentamente, se Maurilio non si
sbrigava, poteva arrivare la volta di entrare a quel cocchio su cui
aveva rivolti tutti i suoi pensieri, prima ch'egli fosse là dove
desiderava allogarsi. Un nuovo ardimento entrò in lui. Si spinse
temerariamente innanzi e varcò la sacra soglia del portone conteso ai
profani. Ma colà si trovò innanzi la imponente corporatura d'un
gigantesco portiere con tanto di cappello a becchi gallonato, con tanto
di gallone sul soprabitone a spada, con tanto di budriere largo un palmo
traverso il petto, e con una gran mazza a pome di argento nella mano
vestita di guanto bianco di cotone.

Questo alto personaggio fiancheggiato da due _ordinanze_, guardò con
cipiglio disdegnoso ed impaziente l'audace dai panni logori colla neve
sulle spalle e sul cappello, che osava avventurarsi in quelle aure
olimpiche riserbate ai Dei e Semidei.

— Non si passa: disse il signor portiere con brusco accento, mettendosi
innanzi all'intruso.

Dietro le grosse spalle quadre del portinaio, balenarono agli occhi di
Maurilio le piastre di metallo colla croce in mezzo dei _sciacò_ delle
due _ordinanze_ pronte a mettere in esecuzione il bando formolato dalla
voce solenne dell'autorità della porta. E' si perdette un istante di
spirito; balbettò confuse parole e sentì un rossore accusatore salirgli
alla faccia.

— Andiamo, andiamo: riprese il portinaio, bisogna sgomberare. A momenti
arriva la Corte...

Un'idea per fortuna era venuta a Maurilio che si torturava il cervello
per trovarla. Si ricordò di quel suo amico che ho detto poco anzi, e
pensò invocarne la protezione del nome.

— Cerco dell'avvocato Benda....... È ben qui l'avv. Benda?

— Sicuro che c'è; rispose il gigante che faceva da cerbero; ma questo
non è il luogo nè l'ora di cercarlo.

Maurilio fece come il naufrago, che aggrappatosi a qualche cosa onde
spera salute, non vuole spiccarsene più; giunse le sue grosse manaccie
in atto di supplicazione ed insistette:

— Bisogna assolutamente ch'io gli parli.......... Si tratta di cosa
gravissima e che preme..... Mi contenterò d'aspettarlo sotto l'atrio o
su per le scale... Di grazia lo facciano chiamare... Darò il mio nome...
Vedranno che verrà tosto... Ripeto che è cosa importantissima.

L'accento, la figura, la mossa del giovane erano così turbati che il
portinaio credette realmente a qualche cosa di serio. Pensò inoltre alle
larghe mancie che soleva distribuire l'avvocato Benda, onde valeva la
pena di far cosa che potesse contentarlo. Il cerbero si fece più umano;
curvò le spalle ed abbassò d'un tono l'altezzosa impertinenza
dell'accento.

— Se è così... possiamo provare.... ma il difficile sta nel trovare
l'avvocato nella confusione di gente che c'è lassù...... Gli è quasi
come cercare un ago in un fastello di fieno..... Ma pur via......

Si rivolse dignitosamente ad una delle _ordinanze_.

— Fate il piacere, disse, accompagnate questo giovane lì nel vestibolo
in fondo alla scala e dite ad uno dei domestici il fatto suo.

L'_ordinanza_ fece un cenno affermativo col capo ed eseguito un
_dietro-front_, disse a Maurilio con tono di comando militare:

— Venite!

A Maurilio il cuore saltava in petto dalla gioia. Aveva sperato bensì
che lo avrebbero lasciato introdursi da solo, allora avrebb'egli ben
cercato dove appiattarsi da veder comodamente ciò che tanto desiderava:
ed invece doveva seguire i passi del soldato e proseguire nella menzogna
a cui aveva domandato soccorso: ma almeno egli era, per dirla in istil
militare, nella piazza, e ciò gli bastava.

Il veterano condusse il giovine fin sulla soglia del vestibolo dello
scalone, dove un servitore della Società in gran livrea stava appostato.
Già in quel vestibolo tutto era luce e profumi. Ricchi arazzi pendevano
alle pareti con ghirlande di fiori, un morbido tappeto copriva il marmo
del pavimento, ai due lati si schieravano enormi vasi ed eleganti, da
cui gettavano il soave effluvio de' loro fiori, cedri, aranci ed
oleandri; mille fiammelle alimentate dal gaz e dalla cera brillavano a
gara nel tepore di quell'ambiente. Come aveva detto il portinaio, si
stava aspettando da un momento all'altro l'arrivo della Corte. Sotto
l'atrio, facendo ala fino al vestibolo, erano schierate in due file le
guardie del palazzo reale; a cominciar dal vestibolo, su per tutto lo
scalone, ad ogni due passi, da una parte e dall'altra, sorgeva il
cappello piumato e scintillavano a quel tanto bagliore gli spallini e le
tracolle d'argento d'una guardia del Corpo. La deputazione dei soci
dell'_Accademia_ destinata a ricevere le LL. MM. e le LL. AA. RR. già
era venuta giù fino al ripiano frammezzo alle due branche dello scalone,
e mostrava in gruppo le sue cravatte bianche e i suoi vestiti a coda.

Voi comprendete quindi quanto fosse mai inopportuna la venuta e la
domanda del nostro povero Maurilio. Quando il buon veterano ebbe
spiegato l'una e l'altra al domestico, questi volse sul meschino
mantello del giovane lo stesso sguardo di disprezzo che già s'era
meritato dal portinaio, e rispose crollando le spalle per impazienza e
sorridendo con superba compassione.

— Eh! siete matto, brav'uomo! Si ha ben altro da pensare adesso! E poi
chi potrebbe mai trovare lassù fra tanta confusione l'avvocato Benda?

Per azzardo un altro domestico che passava udì queste parole, e si
fermò.

— L'avvocato Benda? Diss'egli. E' si può trovar subito, chi lo vuole.
Egli è qui sul ripiano che fa parte della deputazione per ricevere il
Re.

Allora Maurilio si trovò costretto a ripetere la sua menzogna, che
urgeva parlasse a quel signore.

— Mi dica il suo nome: soggiunse quel secondo domestico che pareva più
umano: e glie ne dirò all'avvocato.

Così fece Maurilio, e il domestico s'affrettò su per lo scalone. Due
minuti non erano ancor passati che ecco venir correndo un bel giovane in
elegante ed inappuntabile acconciatura da ballo, il quale esclamò con
accento veramente cordiale:

— Che? Sei tu che mi cerchi, Maurilio? Vieni, vieni e dimmi che cosa è
capitato.

A questo intervento, la soglia del vestibolo, che fino allora gli era
stata contesa dal domestico e dall'_ordinanza_ rimasta lì pronta a
pigliar pel braccio l'intruso e ricondurlo fuori, quando ne fosse il
caso; quella preziosa soglia fu permessa a Maurilio e il piede di costui
potè, benchè tutto sporco di fango, calpestare il ricco tappeto del
vestibolo come facevano gli scarpini di vernicato del suo compagno.

Francesco Benda, come ho già detto, era un bel giovane, ma ciò che è
meglio, simpatico per chiunque lo vedesse, e inoltre (il che è assai di
più ancora) buono, generoso, amorevole, pieno di carità e d'affetto.
Apparteneva alla ricca borghesia, ma non ne aveva gli stupidi orgogli,
l'arida ignoranza e i gusti meschini. Suo padre, operoso industriale,
aveva coll'intelligenza e col lavoro accresciuto un vistoso patrimonio
già lasciatogli da' suoi parenti, e seguitava ad accrescerlo
coll'esercizio di parecchie miniere di ferro che attivamente coltivava e
con una grandiosa fabbrica d'ogni fatta utensili di questo metallo.

L'unico figliuolo maschio di questo fabbricante aveva fin da principio
manifestato poca inclinazione per le cose dell'industria. L'orgoglio del
padre suscitatosi alquanto coll'aumentar delle ricchezze, quello della
madre maggiormente soddisfatto ed incitato insieme dalle belle sembianze
e dalle simpatiche maniere del figliuolo, le tendenze di quest'esso,
avevano congiurato per far decidere dalla famiglia che Francesco non
continuerebbe nel _mestiere_ del padre, ma farebbe il _signore_; val
quanto dire l'uomo ozioso, il consumatore improduttivo che la sciala sul
capitale raccolto dal lavoro accumulato da' suoi antecessori. Siccome
per la borghesia torinese, massime a quei tempi, la laurea d'avvocato
era una mezza nobiltà che tirava su chi la possedesse dal ceto
mercantile creduto da meno; padre e madre Benda decisero che il loro
figliuolo vestirebbe la toga dottorale; e il buon Francesco accrebbe di
uno il numero degli avvocati senza cause che pagano con cinque anni
sciupati all'Università la sciocca superbia di portare quel titolo.

Ma il giovane Francesco ebbe due fortune: la prima un'indole eccellente,
non iscompagnata da una buona intelligenza, e quindi una propensione per
tutto ciò che è bello e sopratutto per le divine cose dell'arte, fra le
parti della quale egli prescelse e coltivò non senza successo la più
delicata di tutte, la musica; la seconda fortuna fu di abbattersi in una
schiera di amici che erano d'animo eletto e di non volgare ingegno. Fra
costoro contava Maurilio; e come questi due giovani, così divisi dalle
condizioni sociali, si fossero incontrati, raccozzati ed amati, vi
racconterò fra poco.

Al momento in cui, quella sera di festa, appena udito il nome dell'amico
che cercava di lui, Francesco Benda s'affrettava a recargli innanzi la
sua aggraziata persona, la faccia serena, la fronte leggiadra coronata
di bei capelli castagni riccioluti, lo sguardo degli occhi azzurro,
limpido come quello d'una ragazza innocente, egli contava intorno a
venticinque anni. Era conosciuto ed ammesso in tutte le più eleganti
società; se fosse stato un fatuo, avrebbe potuto contare molte di quelle
che i Francesi chiamano _buone fortune_. Le signore più alla moda
cantavano con espressione le sentimentali di lui romanze, e quando egli
sedeva al pianoforte, anche le più schive e severe si accostavano a lui
e non disdegnavano fissare i loro occhi lucenti sulla bella testa del
giovane e si commovevano alle dolcissime melodie che egli sapeva
suscitare dai tasti. Le adulazioni degli amici interessati che
mangiavano le sue cene, fumavano i suoi sigari, cavalcavano i suoi
cavalli, usavano sotto titolo d'imprestito da non restituirsi mai, della
sua borsa, non lo guastavano, perchè egli alle adulazioni non credeva e
le abborriva; e la compagnia di quei tali amici che ho detto più su, cui
egli si procacciava il più spesso che gli fosse dato, creavagli intorno,
direi quasi, un ambiente sano a premunirlo.

Egli adunque era corso sollecito alla chiamata di Maurilio; l'aveva
intromesso nel vestibolo, e prendendo all'amico le mani grosse e volgari
colle sue accuratamente inguantate di bianco, aveva soggiunto:

— Parla, parla. Spero che non sia accaduto nulla di disaggradevole nè a
te, nè ai nostri amici; ma ad ogni modo, qualunque cosa sia, dimmela, e
tutto ciò ch'io dovrò fare, sta certo che lo farò.

Maurilio teneva gli occhi bassi ed esitava a parlare. Una nuova
menzogna, e detta a quel buono e leale amico, troppo ripugnava alla sua
anima franca; e dire la verità si vergognava più che non si può
esprimere.

Francesco interpretò quell'esitazione nel peggior senso.

— Dio! Esclamò egli tutto sgomentato. Tu mi spaventi. È dunque alcuna
cosa di grave?

Abbassò la voce ed accostò ancora le labbra all'orecchio dell'amico.

— Forse, soggiunse con una voce che non era più che un soffio leggiero,
forse siamo scoperti?....

Maurilio sollevò in volto a Benda il suo sguardo espressivo.

— No: rispose. Ciò che qui mi trasse, non è nulla che possa inquietare
nessuno. Ebbi immenso bisogno di penetrar sin qui, ho immenso bisogno di
fermarmici un istante..... Ho pensato ricorrere alla protezione del tuo
nome.

Benda stupito stava per fare alcuna interrogazione, quando un movimento
generale interruppe il colloquio dei due amici.

Un domestico passò correndo e gettò queste parole: — È qui la Corte.
Sotto l'atrio suonò con voce vibrata il cenno del _guardiavoi_ dato dal
comandante delle _Guardie del Palazzo_: le _Guardie del Corpo_ nel
vestibolo e su per lo scalone si misero nella postura del soldato in
rango e portarono a _bracc'-arm_ le loro lucenti carabine: la
Commissione dei soci incaricata del ricevimento scese la branca ultima
dalla scala e s'avviò verso l'atrio.

Prima di riunirsi a questa schiera, Francesco Benda disse
affrettatamente a Maurilio:

— Mettiti lì, dietro quel vaso, ed aspettami. Appena accompagnata la
Corte negli appartamenti, torno giù, e riparleremo.

Maurilio non desiderava di meglio: sparì dietro un grosso vaso
d'oleandro, mentre preceduto dal susurro della folla curiosa dal di
fuori, entrava sotto l'atrio il battistrada a cavallo, coperto il
mantello rosso di neve.

— _Presentat-arm!_ Comandò la medesima voce.

Si udì il rumore secco e vibrato del movimento dell'arma eseguito dalle
guardie colla precisione di vecchi soldati, e sei carrozze della Corte,
l'una dietro l'altra, entrarono in mezzo ad un profondo silenzio del
popolo che si accalcava fuori del portone e che i Carabinieri e i
Veterani tenevano indietro non sempre con buona grazia.

Quello non era ancora il tempo in cui ogni comparsa in pubblico del
sovrano desse pretesto ad un'ovazione popolare.

Gli augusti personaggi scesero di carrozza e brevemente complimentati
dall'apposita deputazione, si avviarono verso le scale. Veniva primo re
Carlo Alberto, con alla destra la regina ed alla sinistra, d'un passo
indietro, il presidente della Società che lo accompagnava; poscia il
duca di Savoia Vittorio Emanuele colla duchessa, al cui lato dall'altra
parte camminava il duca di Genova; dietro, dame ed ufficiali d'ordinanza
ed aiutanti di campo e cortigiani.

Le brillanti uniformi degli uomini, i diamanti ed i vivaci colori delle
acconciature femminili lucicchiavano alle mille fiamme di quella
luminaria, come un'accolta di fuochi. Tutto quello che ha di più
maestoso e di più splendido la società civile, radunato in quel gruppo
di grandezze e di suntuosità, passava innanzi agli occhi abbagliati di
Maurilio, di quel povero giovane senza nome e senza famiglia, nato e
vissuto nella povertà e nel lezzo della più umile plebe, che veniva pur
ora dagli sconci quartieri ove s'agita la più sprezzata ciurmaglia ed
aveva a' suoi piedi appiccato il fango dei trivii più sozzi. Un mordente
pensiero gli spuntò nel cervello, e un gran quesito, quello della sorte
umana, lo morse improvviso nell'animo.

— Quelli son tutto, ed io nulla!... Perchè?

Sentì nel petto un'angoscia che gli parve la stretta d'un'invidia
potente.

— Oh! se potessi aver mio uno di quei nomi, una di quelle grandezze!

Pensava a quella giovane beltà cinta di ricchezza e d'orgoglio che nella
fila dei cocchi attendeva la sua volta per venire a montar quello
scalone e introdursi in quell'Eden di gioie mondane a lui serrato dalla
tirannia delle convenzioni sociali.

— E v'è un uomo al mondo, continuava egli nel suo pensiero, il quale con
atto di sua volontà potrebbe farmi grande e potente; e quest'uomo è
quello che ora mi passa dinanzi; è quello che chiamano col nome di re.

Colle mani Maurilio aprì un piccol varco tra le frondi della pianta
dietro cui si riparava, e spinse alquanto innanzi la faccia per vedere
il re ch'egli conosceva soltanto dai ritratti che abbondavano presso
tutti i mercanti di stampe.

La figura di Carlo Alberto era tale, che, non fosse pure stata quella
d'un re, avrebbe in ogni dove attirata l'attenzione e meritato
dall'osservatore un posto singolare ed una preminenza sulle altre. Sul
suo sembiante stava l'impronta della sua natura generosa, ma in alcuni
lati incerta, sostenuta in parte da una fede potente, travagliata in
altra da un dubbio crudele — dubbio degli uomini e di sè stesso. La
vastità della fronte informava di quella dell'intelligenza; le rughe
precoci delle tempia, la canizie anticipata delle chiome svelavano
segreti, forse da nessuno mai compresi dolori; il pallore quasi
cadaverico delle guancie emaciate, lo sguardo spento de' suoi occhi
affondati stavan segno di profondi travagli, in notti vegliate ai
tormentosi studi, in cui un pensiero ribelle affannava un'anima, forse
non vigorosa abbastanza, un generoso concetto lottava contro una volontà
non adeguata di forza, una seducente ambizione ed un coraggio
individuale, accresciuto da una tradizione di razza, contrastavano colle
esigenze d'un prudente riserbo, alcune volte timido per necessità fatale
e dolorosa.

Su questi tratti del politico e del re, gettava un velo, che ne
accresceva l'incertezza, una specie di misticismo ascetico; sopra le
sembianze del cavaliere scorgevi una traccia del rinunciamento, del
sacrificio passivo dell'anacoreta; avresti detto che quelle tormentose
veglie, onde rimaneva affranta la combattuta carne, cominciate nel
faticoso problema delle cose terrene, finivano in rapimenti estatici
nell'incomprensibile delle cose divine. Al postutto una grandiosa
figura, una delle più complesse e delle più degne di studio che abbia la
storia moderna.

Maurilio sentì una strana attrazione verso quella imponente figura di sì
misteriosa espressione. Non era lo splendore della potenza che lo
colpisse, non era la corona regale ch'egli vedesse su quella pallida
fronte; era come la malìa d'un ignoto, che pur si sente racchiudere la
grandezza d'un pensiero fecondo, era la traccia del travaglio doloroso
di un'anima superiore, travaglio che pareva sin d'allora il preavviso
che quella fronte avrebbe portata una corona ancora più preziosa: la
corona di spine del martirio.

Il giovane plebeo non potè tenersi dallo spingersi alquanto innanzi a
mirare di meglio quell'alta, scialba, severa, solenne persona di re
incanutito, brillante il petto di tutte le cavalleresche insegne,
circondato di tutte le mostre della potenza. Carlo Alberto ebb'egli
attirata la sua attenzione dal lieve rumore del fruscio delle foglie, fu
egli avvertito da un influsso magnetico dello sguardo penetrante di
Maurilio? Il fatto è che il sovrano volse il capo a quella parte, e
visto, in mezzo ai fiori dell'oleandro, due occhi, ardenti come carboni
accesi, fissi su di lui, diede in un sussulto lievissimo, e il suo
occhio semispento si affissò a sua volta in quegli occhi e balenò d'un
istantaneo bagliore in cui si sarebbe potuto dire ci fosse dubbio,
sospetto, un'ombra di fugace apprensione tostamente repressa. Ma non una
linea de' suoi tratti si mutò, non un muscolo della sua faccia
menomamente si mosse. Lo sconosciuto non aveva chinato le sue pupille
nell'incontrare lo sguardo di quelle del re; ma in quegli occhi profondi
non c'era pure un accenno di ostilità, piuttosto vi era un desiderio,
una specie di aspirazione, un voto, quasi una speranza[1].

  [1] Introdurre la figura di re Carlo Alberto nelle scene del mio
  racconto, è ella una imperdonabile temerità? Spero di no. Nello
  svolgersi di questa storia, insieme colle varie classi sociali,
  ho pensato introdurre anche la monarchia in presenza del
  problema della plebe. E il monarcato non poteva meglio
  rappresentarsi che nella nobile, maestosa figura di Carlo
  Alberto. L'arguto lettore, a quest'ora, si sarà accorto che nei
  personaggi introdotti a sostenere una parte in questo dramma, si
  incarnano varii tipi, e in quello di Maurilio stanno raccolte ed
  espresse in gran parte le qualità, i bisogni, i sentimenti della
  plebe che conoscesse i suoi mali, e travedesse i rimedi di essi,
  ed avesse acquistato il sapere di formolarli ed esprimerli. Se
  questa plebe si troverà in contatto colla monarchia, non è ella
  la cosa la più naturale del mondo; e quando nessuna delle parti
  ne resti calunniata o le sue condizioni falsamente espresse,
  qual legge di convenienza o di verità potrà dirsi offesa?

Carlo Alberto continuò il suo cammino, e l'occhio suo, senza pur
muoversi, corse via dal viso squallido e tormentato del giovine plebeo
all'imponente corporatura della Guardia del Corpo vicina, che presentava
l'arma, immobile e dura come un pezzo di marmo.

Era l'epoca in cui credevasi Carlo Alberto aver detto, e certo avrebbe
potuto dirlo con tutta verità, trovarsi egli fra il pugnale dei
Carbonari ed il cioccolato dei Gesuiti. Damocle coronato, l'antico
cospiratore del ventuno camminava sopra un terreno malfido, frammezzo a
due abissi, senza una mano a cui sicuramente appoggiarsi, sotto le
cortigianerie dei grandi e sotto il muto riserbo dei popoli sentendo
romoreggiare cupamente odii infiniti, ed implacabili sospetti, ed
infinite minaccie; camminava fra un sì ed un no che nel capo gli
tenzonavano incessantemente, verso un'ignota meta, di cui non iscorgeva
egli stesso la qualità e la sorte. Che meraviglia se alcuna volta
esitasse nel passo? Che meraviglia se all'aspetto d'ogni cosa ignota,
s'attendesse ad un avverso colpo del fato? Se al semplice fatto d'un
luccicar di due occhi accesi tra i fiori di una festa, nascesse nel suo
cervello l'idea d'un pericolo?

Il Re passò lentamente, e dietro di esso la frotta ordinata e smagliante
della Corte. S'udì in alto, per la vastità degli appartamenti suonare la
marcia reale e perdersi il plauso di battimani, con cui i beati del
censo, invitati a quella festa, salutavano l'arrivo di quei sommi
rappresentanti dell'autorità sociale. Le _Guardie del Corpo_ si
formarono in isquadra e salirono lo scalone dopo il corteggio reale; e
le carrozze degli arrivanti ripresero il loro sfilare sotto l'atrio,
interrotto dall'arrivo degli equipaggi di Corte.

Maurilio non abbandonò il suo ripostiglio. L'impressione prodotta in lui
dalla vista del regio corteo era già scancellata pel ridestarsi più vivo
del sentimento e del desiderio che lo avevano tratto colà. Allungato il
collo di dietro la pianta che lo nascondeva, egli guardava ansiosamente
le eleganti femminee forme che non cessavano dallo sfilargli dinanzi. La
carrozza su cui egli aveva tutto concentrato il suo pensiero tardava a
sopraggiungere. L'orchestra del ballo gettava giù per le ampie volte
dello scalone le sue armonie febbrilmente concitate. Quella musica e gli
acri profumi di quei fiori che lo circondavano, salivano al cervello del
nostro povero giovane come il principio d'un'ebbrezza fatale, come lo
sventurato solletico d'una tentazione indefinita.

Era sua intenzione di non abbandonare il suo ripostiglio, ma secondo la
fatta promessa, Francesco Benda, tosto che il potè, venne
affrettatamente a raggiungerlo.

— Eccomi a te, diss'egli a Maurilio, fattolo venire a mezzo il
vestibolo. Che cos'è che mi dicevi? Che avevi mestieri di venir qui?
Perchè? In che cosa posso giovarti? Vuoi forse parlarmi più agiatamente
e in segreto? Posso condurti in una riposta cameretta qui sopra,
segregata dalla festa.....

— No, no: s'affrettò ad esclamare Maurilio.

L'imbarazzo di proseguire nella risposta gli fu accresciuto dalla
profonda emozione che di botto s'impadronì di lui. Dalla carrozza ferma
in quell'istante sotto l'atrio era uscita e veniva verso i due giovani
la persona che Maurilio stava con tanto desiderio aspettando.

Francesco Benda non fu in caso di scorgere il turbamento del suo
compagno, perchè ancora egli era in preda ad uno per nulla minore. Mandò
una esclamazione, e senza più badare all'amico, tutto preso com'era da
un nuovo potentissimo sentimento, si spinse innanzi ad incontrare e
salutare le due donne e l'uomo che le accompagnava.

L'attempata ed il cavaliere accolsero il giovane avvocato con molto
altiero sussiego e risposero al suo saluto con modo di superba
superiorità: ma la giovane gli diresse un gentile sorriso che ben valeva
a scancellare ogni sinistra impressione per le maniere degli altri.

Benda si mise allato alla vecchia patrizia e venne accompagnando le due
donne verso lo scalone. Il cavaliere s'era fermato un istante per dare
qualche ordine al domestico dal lungo soprabito che seguiva col cappello
in mano. La giovane all'altro lato della signora attempata passò proprio
accosto a Maurilio fermo al posto in cui si trovava, come se vi avesse
piantato le radici, incapace di fare il menomo atto, di dire la menoma
parola, quasi di trarre il rifiato.

Ella passò colla stessa indifferenza con cui sarebbe passata presso ad
una statua o ad uno spigolo della parete, e le vesti leggiere ed
eleganti che avvolgevano come d'una nube candidissima la gran dama,
sfiorarono frusciando i rozzi, umili panni del povero trovatello. Questi
sentì un brivido scuotergli le intime fibre ed un subito gelo figgergli
il sangue nelle vene, arrestargli il battito del cuore; una nebbia gli
passò innanzi agli occhi e temette un istante cadere. Chi l'avesse
guardato in quel punto, avrebbe esclamato: — Gran Dio! Quell'uomo sta
per morire.

— Signora marchesa: diceva alla vecchia Francesco Benda, con voce un po'
commossa, guardando la giovane: mi permette ch'io le offra il mio
braccio?

— Grazie, signor Benda: rispondeva con altiera gentilezza la marchesa,
stringendo vieppiù alla persona il suo braccio, come per rifuggire dal
contatto di quello che le veniva offerto. Virginia, soggiunse ella
poscia, volgendosi alla giovane, vedi un po' se i miei fiori in capo non
sono andati fuor di posto?

— No, zia: rispose la ragazza con una voce soave che all'orecchia
dell'estatico Maurilio suonò come la più dolce delle armonie.

In quella, il cavaliere che accompagnava quelle dame, finito di dare i
suoi ordini al servitore, si affrettava a raggiungerle; e Maurilio
trovandosi sul suo passaggio per la via più corta a recarsi allato alla
bella giovane, egli senza il menomo riguardo lo ributtò con un urtone
come si fa con un inciampo qualunque che vi capita tra i piedi.

Maurilio barcollò e di presente ebbe il sangue acceso da una subita ira
che gli salì insieme con la vergogna alla testa. Si dirizzò della curva
persona, e saettò uno sguardo pien di minaccia sopra il suo
oltraggiatore, il quale, senza pur volgersi, senza badargli dell'altro,
continuava il suo cammino, venendo a fianco della ragazza cui abbiamo
udita chiamare Virginia, alla quale e' parlava lezioso e sorridente.

Il nostro povero giovane ebbe un istante in pensiero di arrestare
quell'elegante insolente e farsi dar ragione del tratto. Mosse un passo
verso di lui; ma si contenne tosto. Che avrebb'egli detto? _Ella_ si
sarebbe volta a guardare chi fosse quest'importuno interrompitore; ella
che era passata senza pur vederlo, ella che non sospettava nemmanco
l'esistenza di lui che in essa aveva posta l'adorazione dell'anima sua.
Ella avrebbe ascoltato le parole che egli avrebbe dette. Come osar
parlare sotto il suo sguardo? E non sarebbe egli comparso troppo da meno
in tutto, appetto a quei due eleganti e forbiti vagheggini che lei
accompagnavano?

La piccola brigatella era già sullo scalone, e quindi tolta al suo
sguardo, ed egli rimaneva ancora immobile a quel posto. Un domestico,
che passò e lo guardò curiosamente, lo fece ricordare del dove si
trovasse. Prima che l'altro venisse, come mostrò intenzione, a
domandargli che facesse colà, Maurilio si sferrò di luogo e corse sotto
l'atrio per partire.

S'imbattè quasi da urtarsi in un elegante giovinotto, sceso allor allora
da un bel legnetto ad un cavallo. Maurilio strabiliò credendo
riconoscere in lui quel suo antico compagno d'infanzia che aveva
lasciato, non era forse nemmanco un'ora, vestito di poveri panni, nella
lurida bettola di mastro Pelone.

— Gian-Luigi! Esclamò egli a mezza voce.

Quell'altro portò rapidamente al naso l'indice della mano destra come
per intimargli silenzio, e proseguì verso lo scalone con tutta
indifferenza, come se non avesse udito quelle parole, come se la faccia
di colui che aveva incontrato gli fosse affatto sconosciuta.

— È dunque vero che Gian-Luigi vive da signore; pensò Maurilio. Che
mistero è mai questo?

Quando era già per uscire del portone, un uomo gli passò dinanzi e si
volse a guardarlo ben bene nel volto, ed a Maurilio parve aver già visto
altra volta quella figura. Ed aveva ragione; l'aveva vista poc'anzi
nell'osteria di Pelone altresì, perchè quell'uomo non era altri che quel
tal messer Barnaba che spaventava sì forte l'onesto bettoliere.

Per ragione del suo ufficio, l'agente della polizia s'era trovato colà
alla venuta della Corte, aveva visto la sollecitudine affannosa di
Maurilio per intromettersi nel palazzo, i ratti colloquii coll'avv.
Benda, e finalmente l'incontro coll'elegante giovanotto venuto da
ultimo. Era suo mestiere l'osservar tutto, il tener conto di tutto e il
trarre deduzioni da tutto. Troppo lontano per udire le parole mormorate
da Maurilio nel trovarsi a fronte l'antico compagno d'infanzia, s'era
pur tuttavia accorto della sorpresa che il primo aveva provata in
quell'incontro.

— To', to'; aveva egli esclamato fra sè. Questo giovane deve conoscere
qualche cosa del dottor Quercia il cui modo di esistenza è ancora un
problema per me. Chi sa che costui non mi possa servire d'aiuto per
iscioglierlo, questo problema? Ma per ciò bisogna ch'io conosca prima di
tutto chi è costui.

E passatogli prima dinanzi per vederlo meglio e stamparsene i lineamenti
nella infallibile memoria, lo lasciò poscia andare per la sua via, e lo
venne con santa pazienza seguitando dalla lungi traverso la nebbia e la
neve che calava giù più densa e a larghi fiocchi che mai.

E noi faremo lo stesso, riserbandoci di venir più tardi a dare
un'occhiata in questa splendida festa, dove ci aspettano alcune scene
non indifferenti allo svolgimento del nostro dramma.




CAPITOLO XI.


Maurilio giunse sino alla metà della piazza di San Carlo, e poi si
fermò. Il suo sguardo acceso corse alle alte finestre del palazzo da cui
pioveva tanta luce nella tenebria della notte. Pareva che volesse
penetrarvi per entro, e con esso il suo spirito. Un'intensa aspirazione
di desiderio vedevasi dipinta sul volto di lui, la quale tenevalo colà
immobile coi piedi affondati nell'umido strato della neve, sotto i densi
fiocchi che gli cadevano sulle spalle.

Ad un punto, con un evidente sforzo ch'egli fece, tolse gli occhi da
quel bagliore in cui s'affissava, e li reclinò su se stesso. Un profondo
sospiro dapprima gli uscì dal petto, poi un amarissimo ghigno gli stirò
le pallide labbra, e quindi ruppe in una secca risata che avrebbe fatto
pena l'udire.

— Come potrei io comparire in mezzo a tanto splendore, allato a tanta
bellezza ed a tanta eleganza?

Si tolse dal luogo in cui pareva inchiodato e camminò con passo
frettoloso come se rattamente volesse partire di là; ma il suo andare
venne ben tosto rallentandosi; non era giunto per anco all'estremità
della piazza, che diede volta, e venne lento lento, di nuovo, verso il
palazzo dell'_Accademia_.

Sostò di colpo mandando un'esclamazione, e gettato indietro il cappello,
percotendosi la fronte, come si fa quando ci sovraccoglie il lampo d'una
idea:

— Ah! Diss'egli: come fu commosso Benda al vederla!

Il pensiero che si conteneva dietro queste parole parve profondamente
turbarlo. I suoi lineamenti si scomposero in modo da far pietà, e
giungendo convulsamente le mani, egli esclamò con un accento d'angoscia
infinita:

— Gran Dio! Francesco l'ama!

Stette un momento come annientato sotto il peso di quella rivelazione
che si affacciava alla sua mente con tutta l'evidenza della verità. Al
campanile della vicina chiesa di San Carlo cominciarono a suonare a
lenti rintocchi le ore. Maurilio alzò a poco a poco il capo che gli era
caduto sul petto e stette ascoltando, mentre le sue labbra, quasi
meccanicamente, contavano l'un dopo l'altro i colpi della campana.

— Dieci ore! Diss'egli quando l'orologio ebbe finito di suonare; e colà
mi aspettano. Suvvia! Andiamo.

Questa volta camminò di passo veramente risoluto verso la via di S.
Teresa; da questa s'intromise poi nella strada che era scritta sulle
cartoline ch'egli avea dato a Gian-Luigi ed alla Gattona, e giunto alla
porta numero sette vi entrò.

Messer Barnaba, non ostante tutti gli andirivieni di Maurilio, con una
pazienza che è una delle prime qualità del mestiere, non aveva cessato
mai di tener d'occhio il giovane, ed ora era venuto seguitandolo dalla
lungi sino alla casa in cui questi si era intromesso.

— Sta egli qui o viene soltanto a trovarci qualcheduno? si era domandato
il poliziotto. Vediamo.

Era entrato ancor egli sotto il portone, e traverso un finestrino sopra
del quale stava scritto: PARLATE AL PORTINAIO, aveva visto al fioco lume
d'una lucerna una donna nella loggetta del portiere, la quale faceva
andare i ferri in certe sue calze.

— Una portinaia! Aveva egli detto fra sè. Buono! Gli è il fatto mio.

E picchiando discretamente nell'uscio che vide allato al finestrino,
domandò con una voce insinuante, tutto gentilezza:

— Si può?

— Avanti: rispose la portinaia alzando il naso dalla sua calza.

E Barnaba sgusciò dentro tutto umile e in sembianza peritoso. Verremo
poi ad udire che discorsi avess'egli colla portinaia; per ora vi piaccia
seguitare Maurilio che più triste in volto di quella notte nevosa va su
per le scale sino al quarto ed ultimo ripiano.

Colà c'erano due usci. A quello in prospetto della scala era attaccata
con quattro bullette una polizza, su cui stava scritto in mezzo a
girigori a colori: ANTONIO VANARDI _pittore_; l'uscio a sinistra di
quello era socchiuso ed una riga di luce ne usciva ad allungarsi per lo
spazzo di quadrelli, facendo impallidire al confronto l'umile lanternino
appeso sopra la scala, il quale misurava una scarsa luce a chi la
salisse fin colassù.

Maurilio sospinse quest'ultimo uscio ed entrò.

Una stanza piuttosto grande: sulle pareti tappezzeria da poco prezzo a
fiorami bianchi su fondo bigio scuro; appiccatevi su ai quattro lati,
due per parte, delle litografie incorniciate di legno nero, che
rappresentavano il trasporto delle ceneri di Napoleone; un camino e
sopra la pietra di sporto un busto di Dante in gesso, ed al di qua ed al
di là due altre figurine di gesso, l'una Gianni che ride, l'altra Gianni
che piange; presso al camino, appese al muro a chiodi e funicelle, una
dozzina di pipe d'ogni dimensione, forma, materia e colore, e inoltre
più saccoccie da tener tabacco; un paravento separava un angolo della
stanza nascondendo dietro sè i misteri d'un letto; in tondo presso alla
finestra, da una parte una scrivania, dall'altra una scancia con suvvi
pochi libri, tutti in disordine; vicino a questa scancia un uscio
metteva in altre stanze. Nel mezzo della camera una gran tavola e
sopravi una lampada con coprilume. Nel camino ardeva un vivissimo fuoco,
il quale più che non facesse la lampada mandava un brillante chiarore
per tutta la stanza. Seduti presso la tavola stavano tre giovani, i
quali all'entrar di Maurilio si volsero vivamente e lo salutarono con
molta cordialità.

Questi tre giovani erano gli amici di Francesco Benda e di Maurilio. A
quest'ultimo da due anni tenevano luogo di famiglia ed erano come
fratelli.

Il meno giovane, che era presso a compire i sei lustri, aveva nome
Romualdo. Viveva modestamente d'un piccolo patrimonio lasciatogli dal
padre, ch'egli con alcune follie di gioventù aveva alquanto sminuito, ma
che bastava pur tuttavia ai gusti rimessi che aveva acquistati colla
disillusione nelle cose della vita. Aiutava uno degli amici (il quale
stava appunto in quel momento seduto alla sua destra), in qualche lavoro
letterario, onde questi cercava alcuno stentato guadagno.

Quest'amico, per nome Giovanni Selva, era un bello, robusto ed aitante
giovane, bruno di carnagione, d'occhi, di capelli, alto di persona, di
atletiche membra, di franco, gaio e simpatico aspetto. Come Romualdo e
come Francesco Benda, che abbiamo lasciato al ballo dell'_Accademia
Filarmonica_, era avvocato, e tutti tre s'erano conosciuti e fatti amici
intrinseci all'Università, benchè Romualdo fosse di alcuni anni più
attempato e quindi più innanzi negli studi.

Giovanni Selva apparteneva ad un'agiata famiglia borghese, ma se n'era e
viveva separato per dissensioni profonde colla madre, vecchia bigotta
tutta in mano d'un intrigante di confessore, la quale per far guadagnare
al figliuolo la vita del paradiso si era impuntata a fargli
intollerabile quella della terra.

Messo fuor di casa dall'influenza d'un cattivo prete e d'un tristo
fratello, senza sovvenzione alcuna, Giovanni s'era trovato nel caso di
dovere trar profitto dal suo lavoro personale. Avea dapprima voluto
provare il mestiere dell'avvocato: ma dalle tasche polverose degli atti
di lite non aveva tardato ad allontanarlo la faccia arcigna della noia.
Allora s'era abbandonato all'aggradevole, ma poco fruttuosa occupazione
della poesia e delle lettere.

— Che vuoi tu? (Quando s'incontrarono, disse a Romualdo, Giovanni con
quel suo piglio scherzoso e vivace che era una delle sue maggiori
attrattive.) Mia madre ed io non c'intendevamo. Era un concerto di
strumenti discordi; ho pensato meglio di romperlo per amore
dell'armonia... domestica. Ho lasciato le soglie materne consolate dalla
santità di mio fratello teologo, e mi sono ridotto sul monte Aventino.
Tu sei solo ed io pure. Andiamo insieme. Uniamoci contro il nemico
comune, che sono le difficoltà della vita, troviamoci insieme la nostra
strada; andremo per essa a braccia intrecciate, lavorando di compagnia,
da buoni fratelli, al conquisto dell'avvenire.

Un terzo dei loro amici, ed era appunto quello che stava con essi quella
tal sera di cui vi narro, aveva preso moglie, teneva in affitto un
quartiere, di cui poteva cedere la maggior parte ai due compagni, e
deliberarono vivere tutti insieme che sarebbe un gusto ed una economia.
Questo terzo amico si chiamava Antonio Vanardi e faceva il pittore.
Ancor egli era un profugo della famiglia. Possedeva uno zio ricco e
droghiere nel quale si era tutta concentrata l'autorità domestica verso
di lui. Lo zio aveva pensato dapprima, per ambizione, fare di Antonio un
avvocato come tanti altri; e mandandolo a quest'uopo all'Università gli
aveva dato occasione di stringere amicizia con Romualdo, con Giovanni
Selva e con Francesco Benda; ma il buon Antonio, per quanta buona
volontà ci mettesse, non era riuscito mai di farsi entrare in capo un
bricciolo di _Diritto romano_; onde battuto tre volte di seguito alla
prova degli esami, avea dovuto rinunziare alla toga dottorale

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