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No: Romanzo

by Alfredo Oriani · Italian · Gutenberg #46704 · 612,985 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of No: Romanzo
    
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Title: No: Romanzo

Author: Alfredo Oriani


        
Release date: August 27, 2014 [eBook #46704]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46704

Credits: E-text prepared by Giovanni Fini, Carlo Traverso, and the Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by Internet Archive (https://archive.org)


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NO

Romanzo

ALFREDO ORIANI

EDITORI--GIUS. LATERZA & FIGLI--BARI

Opere di Alfredo Oriani

IV


NO

ALFREDO ORIANI

NO

Romanzo







BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1918

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti_

AGOSTO MCMXVIII - 48794




INDICE


      PARTE PRIMA

  CAP.               PAG.

  I.                    7

  II.                  25

  III.                 35

  IV.                  51

  V.                   88

  VI.                 104


      PARTE SECONDA

  I.                  127

  II.                 143

  III.                162

  IV.                 178

  V.                  201

  VI.                 220


      PARTE TERZA

  I.                  245

  II.                 256

  III.                289

  IV.                 322

  V.                  345

  VI.                 369




I.


--Il dottore era questa notte colla Giovanna,--disse la Ghita.

Ida non si mosse.

--Ci vuole proprio il coraggio di un dottore; già, sono come i beccai,
che ammazzano i vivi e sparano i morti. Anche sabato lo incontrai, che
ritornava dal camposanto; aveva aperto Tonio. Erano dietro il vicolo
dei Cappuccini: la ho riconosciuta, deve essere in ultimo.

In quella un magnifico gatto, nero come di onice, con una fettuccia
rossa per collarino, entrando dalla porta socchiusa della cucina
venne a saltare sulle ginocchia di Ida, e vi si allungò non senza
tentare e ritentare prima mille pose. Stette così qualche secondo, poi
avvallandole nelle sottane, e battendogliele carezzevolmente colla coda
grossa come una coda di volpe, ne accompagnava ogni movimento con una
voluttuosa trepidazione di orecchi.

Le due donne si distrassero un istante ad osservare il lascivo
benessere del bell'animale, e la Ghita proseguì:

--La può fare quello che vuole, ma non la sposerà, lei.

--Lei chi?--proruppe la fanciulla schizzando dagli occhi un baleno.

--Lei, la Giovanna. Io non lo guarderei più in faccia un uomo, che
dopo mi facesse un simile tiro e mi cacciasse di casa; ma il buono
era di non guardarlo prima, allora. In ogni modo le darà venti scudi,
metteranno il bambino all'ospedale, e chi si è visto si è visto; ci
vedremo al secondo.

--Badate, avete fretta,--disse l'altra.

--Lo so, vado a tirar l'acqua.

--Anzi, ricordatevi la catinella per il bagno di questa notte.

--Già, già,--mormorò con crescente malumore, voltandole le spalle:--il
bagno prima di andare a letto! Può fare quello che vuole, ma avrà da
fare un bel pezzo prima di avere la pelle bianca: c'è della tela che si
rompe prima.

Ida era rimasta alla finestra, con una mano accarezzando la grossa
testa del gatto, lo sguardo incantato al di fuori. Intese il tinnìo
vibrato dei secchi, che si urtavano nella camicia del pozzo, lo
stridere lamentoso della carrucola, l'urlo del catenaccio al chiudersi
della finestruola: quindi la Ghita ripassò nella cucina con passo
lento ed affaticato per riempire la catinella su al piano superiore,
ridiscese e tirò ancora due secchi d'acqua. Le sue scarpe grosse,
guernite di chiodi montanari, risuonavano sul pavimento col rumore
degli zoccoli da conciapelle, mentre sotto la gonnella rattratta sui
fianchi le si scoprivano due stinchi grossi, nudi, di un colore incerto
e di una disgustosa evidenza. Ida gettò un'occhiata a quei piedi
sformati dal lavoro e dagli anni, e raddrizzando lo sguardo parve non
accorgersi di altro.

La sera calava lenta e buia. Gli alberi, nudi sulla altura di contro,
lasciavano ancora cadere qualche foglia morta sul terreno, dove tante
altre foglie morte erano già cadute; il cielo non si vedeva, ma doveva
essere fosco, senza malinconia e senza infinito, uno di quei cieli
autunnali, che paiono partecipare della miseria e della volgarità
della terra. Nella cucina gli oggetti si discernevano appena. Le
pareti imbrunite dal fumo e dalla sudiceria sembravano divorare la
poca luce della finestra; negli angoli del muro aperto dalla finestra
la tenebra si ammucchiava; la madia non era più che un'ombra più nera,
coi contorni meno indecisi, e sovra essa i candelieri, mutandola quasi
in un altare, lottavano ancora colla invadente oscurità ad aurati e
cangevoli sorrisi. Più in alto, in giro, nella parete di contro al
camino, gli utensili di rame allineati scrupolosamente accendevano alla
fiammella del focolare qualche largo riverbero, che si risolveva in una
tenebria più densa, mentre una torma subitanea di scintille, infilando
tratto tratto la bocca spalancata del camino, scompariva mutamente.

La cucina aveva un povero aspetto malgrado quel buio. I rintocchi
dell'avemaria palpitarono lontani, e non riscossero la fanciulla.

Stava seduta, il gomito sul davanzale, e il gatto sulle ginocchia. Il
breve cortile della casa, chiuso da una funebre siepe di mortella qua
e là rattrappita dalla vecchiaia, era ancora più triste della cucina e
più fosco del paesaggio vespertino. Un fico sciancato e brullo batteva
con un braccio alla finestra come un mendicante, un altro più discosto
e più povero si appoggiava al muro o ne sporgeva; il terreno era pesto,
ignudo, se non se in un canto un cespo di ortiche, presso un mucchio
di cenere bollita, grigie della polvere muffosa caduta dall'intonaco,
aggiungevano la tetraggine di un altro verde al verde cupo della
mortella.

La fanciulla sospirò.

--Dorme?--chiese alla Ghita.

--Sono passata per la camera in punta di piedi, e non si è destata
nemmeno al rumore dei secchi. Poveretta! almeno adesso dorme.

--Vuoi andartene?

--Se non c'è più nulla da fare.

Ida andò alla madia, ne alzò il coperchio, che rattenne sopra
una spalla, trasse un grosso pane, un formaggio di pecora ed un
coltello. La Ghita, poichè si trattava della cena, si era appressata
premurosamente, e girava gli occhi dal coltello al formaggio
coll'ansietà male dissimulata della povera gente, la quale sa purtroppo
come sia facile tagliare da un piccolo formaggio una piccola fetta e
credere di averla tagliata anche troppo grossa. Ma Ida lasciò ricadere
il coperchio, vi posò sopra ogni cosa, e piantando la punta del
coltello nel mezzo del formaggio vi premè con tutto il peso del corpo
per romperlo.

--Verrà il dottore questa sera?

--Probabilmente.

--Quasi quasi, se non avessi da andare lontano, mi fermerei ad
aspettarlo: ho il bambino grande, che non vuol mangiare più nulla; non
gli piace nemmeno il pane bianco.

Ida levò il capo.

--Bisognerebbe esser signori e pagargli sempre del companatico; allora
forse... Ma già, i bambini dei poveri... se non mangiano! tanto peggio,
moriranno.

Però l'accento di quelle desolate parole era troppo smancerato, e la
Ghita ne sbirciava l'effetto sul volto della padrona, sempre sospesa
col manico del coltello nel pugno.

--Ehi? per me poi! Ognuno ha le proprie disgrazie;--e tese la mano per
ricevere quella porzione di cena, quasi nella fretta di andarsene; ma
Ida le accennò il pane sulla madia, presentandole il formaggio sulla
punta del coltello.

--E lei?

All'acuta ed involontaria ferita Ida drizzò fieramente la testa: fu un
lampo.

--Io te lo do.

--Grazie, grazie proprio, la mia signora. Ah! io già non posso dir
niente: il Signore le ne renda merito. Lo tengo tutto per lui!
poverino... Dica: non ha proprio bisogno di niente? Perchè... se ha
bisogno...

--No, andate pure.

--Vuole che accenda la candela?--insistè.

--Non importa.

--Allora...

--Ma no,--interruppe senza voltarsi la fanciulla, cacciando un sospiro
di noia.

La Ghita si guardò tuttavia attorno, riordinò due bicchieri presso una
boccia, schiacciò contro il muro il fascio della legna, si torse ancora
sull'uscio verso la fanciulla, ed augurandole la buona notte uscì.

Nella cucina era già buio, e fuori la sera si abbuiava. La fiammella
del focolare riappariva più rada e più piccola, i candelieri di ottone
si erano spenti, gli utensili di rame non esistevano più; appena appena
nell'oscurità un'ombra più densa faceva sospettare che in quel vuoto
tenebroso vi fossero dei corpi. Nel cortile la sera pigliava del
lividore, forse dalla terra e dai muri della casa, o forse i vetri
della finestra la rendevano ancora più triste. Era una sera meschina
come quel cortile; quel cortile non confinava con nessun mondo: non
monti dalle cime bianche ed azzurrine, non campi dai lunghi filari
denudati e col terreno pettinato dai denti del rastrello, non una
strada che conducesse persone o pensieri ad una meta, non una voce che
respingesse quel silenzio, non una forma di vita, che alterasse quella
piccola e smorta desolazione.

Ida pensava; la fronte contro la palma, il mento innanzi, la faccia
inverdita dal chiarore dei vetri, era fuggita dalla finestra di quella
cucina in un altro mondo lontano; ma improvvisamente tutta quell'ombra
le si infittì intorno e, fluttuando, la sommerse.

Quindi si mirò dappresso, quasi a riconoscere il luogo. Il buio si
poneva invano fra gli oggetti, giacchè l'anima riconoscendoli si urtava
in loro. Ella si rammentò ora l'aspetto del cortile, gli altri oggetti
nel giorno, quando il sole saliva la curva del meriggio e discendeva
la curva del tramonto; era sempre un cortile grande come un tavolone
d'osteria, brutto di gibbosità, col terreno troppo calpestato. La
siepe di mortella nella propria poetica miseria lo rendeva ancora più
miserabile, con quei due fichi, e in un canto quei due cespugli di
ortiche, i soli viventi, in un altro un fascio di legne racimolate
dalle donnicciuole e vendute per pochi soldi in piazza, i cadaveri
di quel cimitero. Si rammentò che non vi scendeva mai a passeggiare,
che non si era mai seduta sopra quei due sassi composti a panchina
presso il fico della finestra; poi la Ghita che portava nel cortile
tutte le immondizie, tutte; il disgusto degli occhi che la vinceva sul
disgusto del naso, certe forme, certe cose tutto il giorno sott'occhi,
e chiunque entrasse nella cucina, cacciando lo sguardo dalla finestra,
le vedeva in una specie di fossa poco imbottita di felci secche. Anzi
una volta, discendendo le scale, aveva inteso una grottesca allusione
del calzolaio colla Ghita: ella avrebbe voluto piangere e non lo potè,
perchè non si piange di umiliazione. Il pudore della morale ha ferite,
delle quali il solletico compensa lo spasimo, quello della vanità mai.

Quel cortile era la definizione di quella casa.

Ida gli voltò le spalle. Un guizzo della fiamma illuminò
istantaneamente la cucina, e tutto riapparì; la madia coi candelieri
lucenti, il vecchio armadio butterato, enfiato, coi quattro sportelli,
che senza la serratura sarebbero cascati come i petti di un soprabito
frusto, gli ornati della sua cimasa fracassati, quelli dei piedi
mangiati dai topi, dai gatti, forse dall'acqua, dalla scopa.

--Certi armadi conservano male la biancheria,--aveva detto un giorno la
Ghita colla Veronica, la moglie dell'oste, vendendole alcuni lenzuoli
fini per conto di Ida. La Ghita aveva ragione. In seguito aveva venduto
altre cose della cucina. Per esempio nella batteria dei vasi di rame
v'erano dei vuoti e molti; quelli rimasti avevano una brunitura (Ida
la vedeva al buio) appannata dal tempo e dall'ozio. E girando sempre
lo sguardo, lo fermò nel muro sopra il ceppo a treppiede; un filo
di ferro, rattenuto da due chiodi, vi sosteneva fra gli altri un
coltello lunghissimo e bianco. Una volta questo serviva ad ammazzare
i porci. Il pensiero della fanciulla si posò alquanto su quella lama,
vi si strofinò, ma il freddo del metallo brunito le diè i brividi,
costringendola a staccarsene.

Era caduta nella solita meditazione. Adesso si sentiva freddo. Si alzò:
quindi camminando al buio colla sicurezza del cieco, cui la memoria è
luce, si appressò al focolare, e si sedette sopra uno sgabello di legno
greggio.

--Le sei e un quarto!--mormorò con voce avvilita, consultando
l'orologio.

La sua immaginazione sfuggì di nuovo alla realtà di quella cucina, ma
il luccichio dei carboni l'attrasse ancora. Ella vi si affisò, e quasi
l'allegria di quei colori labili e dolci le si apprendesse all'anima,
schiuse le labbra, e tutto il volto le si schiarì di una bontà quasi
insolita. Allora, colle molle, pazientemente, levandoli ad uno ad uno,
cominciò ad alzare i carboni in un mucchio conico ed ardente, e si
disponeva a disegnare sotto di essi un terrapieno colla cenere, quando
due colpi battuti sopra il soffitto la sorpresero. Le sfuggì un moto
involontario di spalle. I colpi si ripeterono, si alzò, respinse il
gatto, rattenne un carbone, l'ultimo, sulla cima, che cadeva, e la
mente tuttavia preoccupata da quel giuoco irriflessivo, salì due rami
di scale, spinse una porta socchiusa.

--Non avevi inteso?

--Sì.

--Ahi!--esclamò l'ammalata portandosi violentemente la mano al costato
destro:--ma che cosa ho mai fatto io?--E, abbandonando il capo sulla
testiera del letto, chiuse gli occhi. Furono pochi secondi.

--Che ora è? dammi un po' da bere.

--Che cosa volete, mamma?

--Ah! lo so, non ce n'è più. Se invece di studiare tanto, avessi fatto
la sarta, a quest'ora potevi pagarmi di quel vino santo.

L'ammalata agitava smaniando la testa. Ida si sedette al capezzale,
ed appoggiando un gomito sulla sponda del letto, si premè la pezzuola
contro il viso. La stanza era piccola, l'ambiente tiepido ed umidiccio.
Un'afa nauseante, quasi che la viscosità del respiro dell'ammalata
pesasse nell'aria, sembrava umettare le pareti scalcinate negli zoccoli
ed illuminate fievolmente da una candela di sego per terra, in un
angolo, entro un imbuto di carta. Il letto restava al buio, ma sebbene
la sera fosse appena incominciata, la camera aveva già l'atmosfera
della notte. Ida, curva sulla coperta, colle spalle negli orecchi come
per resistere all'oppressione di quel puzzo, che il caldo sembrava
liquefare all'aria, aveva chiuso gli occhi respirando violentemente
nella pezzuola.

--Mi dà fastidio,--disse l'ammalata accennandole la pezzuola.--Ma non
ti si può dire più nulla! Non hai quattrini, e compri degli odori! Dove
vai adesso?--proruppe.

--Giù a cena.

--Torna, mangerai qui; mi lasciate sola tutto il giorno!

Questa volta la fanciulla si sentì barcollare, gli occhi le si
velarono, la ruga verticale della fronte le riapparve con severità
quasi minacciosa. L'ammalata continuò:

--Hai dato un quarto di formaggio alla Ghita? Puoi cenare coll'altro
quarto. Ma già, tu hai il palato fino di una signora, e il formaggio di
pecora... Che cosa fai lì, ritta?

Ida scosse una spalla.

--Sì, hai ragione che sono ammalata, se no... Vergogna! abbandonare la
propria madre vecchia... Disgraziata, pettegola!...

Ida giunse a mettere l'uscio fra sè stessa e quegli improperii, ma
scendendo le scale udiva sempre la voce fessa dell'inferma, adesso
stridula dalla stizza, che le lanciava dietro sconce ed inintelligibili
parole. Era stanca, insopportabilmente tediata. Cadde sulla prima
sedia, la fronte nelle mani, contraendo convulsivamente le dita come
per strangolarvi inutilmente una idea importuna; poi si levò di scatto,
e si riassise presso la candela di sego.

--Più il fumo che la luce, più il puzzo che il fumo, come la mia
vita!--mormorò.

Quindi chiamando il gatto dal focolare, dove dormiva, si dispose a
cenare. Andò alla madia, ne cavò un mezzo pesce, piccolo, ed un grosso
pane casalingo.

--È merluzzo, non ti piace?--disse al gatto, accarezzandolo sul
dosso;--non piace nemmeno a me. Io mangio il pane asciutto e bevo
l'acqua. Hai sete anche tu?--aggiunse riempiendogli dalla boccia un
secondo bicchiere.--Via, Atta Troll; la tua padrona te lo accomoda,
mangia, mangia!

Infatti il gatto cominciava a mangiare, ma a bocconi così piccini, e
fiutandoli talmente prima d'inghiottirli, che nessuna fra le persone
meglio educate del villaggio avrebbe saputo imitarlo, mentre tutti i
suoi pari avrebbero per un simile cibo commesso più di un furto e più
di un duello. Ella lo osservava col pane intatto nella mano: poi lo
ruppe, e ne ingoiò qualche briciola. Non andava giù. Era sola, ascoltò,
attese senza intendere alcuno, aperse quasi la finestra, ma si pentì.
Sul cortile, a che pro? Il gatto, trangugiata l'ultima spina, si era
disteso presso il pane smezzato, leccandosi il muso colla indolenza
di chi in fondo ha ben mangiato e si prepara ad una buona digestione.
I carboni del focolare nereggiavano spenti nella cenere; la cucina
appariva in tutta la propria sudiceria, piccola e muffosa. V'erano tre
sedie spagliate.

Ella si raccolse ancora, ma la tristezza le diventava così orribile,
che fortunatamente fece uno sforzo per vincersi; quindi afferrando
bruscamente Atta Troll, spense la candela di un soffio, risalì le
scale, e rientrò nella camera della ammalata.

--Dammi il gatto,--questa le chiese, vedendola aprire la porta
dell'altra camera.

--Non ci vuole stare con voi.

--Come te.

--Eccolo.

Ma Atta Troll, invece di saltare a terra come gli ordinava la
fanciulla, le montò sulle spalle sdraiandosele sul collo, così che
colle quattro zampe le batteva sul seno.

--Lo vedete.

E senza attendere altre parole, sparve dietro la propria porta.
Accese il lume a petrolio sul tavolo in mezzo, sedendosi entro una
vecchia poltrona di paglia. La camera, povera, era però assai meno
brutta delle altre. Aveva le tende bianche e un cortinaggio bianco al
lettino di legno, servito dinanzi da un piccolo tappeto di lana, con
due pantofole turche, due lavori di Ida fanciulletta. Nessun quadro
pendeva dalle pareti o sul letto, ma parecchi libri erano allineati
in due scansie portatili e molti ancora ingombravano una specie di
scrittoio nel mezzo. Tutti gli altri mobili erano miserabili, le
pietre del pavimento rotte qua e là, il soffitto a travicelli fiorati.
Ma quella camera, così povera, tuttavia sentiva la donna giovane cogli
istinti mondani e le abitudini del pensiero. Un forte odore di muschio,
svaporando da una lunga bottiglia azzurra sulla toeletta, formata da
un tavolo coperto da un paglioncino candido a fodera di mussola rosea,
profumava ogni cosa, mettendo come una blandizie di poesia in quella
indigenza, che la cura minuziosa e delicata del letto salvava da ogni
basso presentimento.

Ida era seduta al tavolo leggendo _Il Principe_ di Machiavelli in
una antica edizione. Ma la fredda sapienza del libro le venne presto
a noia, e mutò lettura, cacciandosi attraverso il _Conflitto fra la
Religione e la Scienza_ di Draper. Quelle vaste ed aride negazioni le
piacquero, sebbene già le conoscesse; poi aperse ancora le _Rivoluzioni
d'Italia_ del Ferrari, scorrendole a sbalzi, meditando qualche pagina,
postillando qualche pensiero. Pareva che volasse d'idea in idea
coll'agilità di un uccello di albero in albero.

Però in mezzo agli studi s'andava distraendo, e allora ricompariva la
fanciulla della cucina, dallo smorto pallore e dagli occhi fissi; una
smania forse male avvertita dalla coscienza le irritava tutti i nervi,
un vapore di sogni le bagnava la fronte illuminata come una vetta da
un astro misterioso. In una di queste distrazioni il rumore di un
passo sui ciottoli della strada le percosse l'orecchio. Il passo non
s'allontanava; era un passo insistente e solitario nella notte.

Ascoltò, poi levandosi prestamente andò a guardare per i vetri.

Un'ombra avvolta in un mantello passeggiava innanzi la sua casa allo
scarso lume di un fanale poco lontano; sembrava spiare la sua finestra,
poi scorgendovi forse la fanciulla si arrestò. La notte era così buia,
che la strada ancora umida dalla pioggia del mattino, si discerneva
appena per un cinquanta passi, aperta dal raggio del lampione, che vi
si acuminava in una punta indeterminabile. Quel solco radiante di luce
all'ingresso del villaggio, simile al ferro di un'immensa alabarda
corcata, della quale il tronco fosse la strada e che passasse fuori
fuori il paesello, attirò il pensiero della fanciulla. Dalle sue spesse
pozzanghere pareva guizzassero ogni tanto baleni, mentre una folla di
ombre vaganti nel silenzio delle tenebre si abbatteva lentamente sulla
sua sponda. Era un'immaginazione determinata da effetti ottici, facile
e seduttrice di mistero. Ella non vedeva il fanale, sapeva lì presso
il villaggio, e poi intorno tutto il mondo remoto, adesso tenebroso;
e nell'universo non rimaneva altra luce che quella coda di ruscello
all'ingresso del villaggio, nella quale si tuffava paradossalmente
lunga la figura immobile del passeggiero notturno.

--Imbecille!--ella susurrò, urtandolo colla fantasia tutta piena di
sogni.

Ma non lasciò la finestra, anzi si fisse in lui come se volesse
leggergli negli occhi malgrado la distanza e l'oscurità, così che
l'altro adoperandosi forse dal canto proprio nella stessa guisa, una
corrente di pensieri li congiunse. Ma il rumore di un passo, che si
avanzava dal villaggio, riscosse l'incognito, obbligandolo a riprendere
la passeggiata.

Ida intese lo stridìo dei grossi chiodi sui ciottoli, ed indovinò un
villano nell'ombra che passava; all'orologio della piazza suonarono le
dieci.

L'incognito ritornava, che ella si tolse dalla finestra. Quindi si fece
anche più scura, e consultò l'orologio nella speranza che quello del
comune si fosse sbagliato. Erano le dieci, l'ora terribile della sua
giornata. Sembrava non potervisi risolvere, quasi la lunga abitudine
non avesse ancora calmata la irritabile sensibilità della sua natura.

Poi il bastone di spino bianco percosse il pavimento, e la fanciulla si
slanciò nell'altra camera colla torva rassegnazione di chi si precipita
contro il male, per non poterlo altrimenti evitare. Lo stoppino
carbonizzato della candela lasciava la camera in una semi-oscurità
tetra; il fetore vi si era fatto più umido e più denso. Ida andò
diritta al letto. L'ammalata colla testa sopra una spalla come tutti
gli infermi, e le spalle appoggiate ad un cuscino, guardava col busto
mezzo fuori da un mucchio di coperte e di lenzuoli quasi dello stesso
colore. Aveva le mani incrociate sul ventre; le braccia come due
fragili e scure stazze le si perdevano sotto le maniche rappezzate.

Ida evitò di guardarla, dispose la pezzuola, le filacce, il barattolo
della pomata presso la piattellina verde con dentro la spugna, esaminò
le due foglie di cavolo, e si torse verso la malata.

--Proprio?!--questa domandò, vedendola prendere dalla sedia una
tovaglia sporca. La fanciulla non rispose.

--Oh Dio!--fe' l'altra, lamentandosi di una fitta.

Adesso era tutta rabbonita e guatava con occhio pietoso il viso severo
della fanciulla. La quale le portò la mano al collo riversandole la
camicia sulle spalle; le filacce aggrumate sotto il piccolo cencio
di tela lo seguirono, e si scoperse il seno. Non somigliava più a
nulla. Un'enorme macchia rossastra, stendendosi dalla mammella destra
scomparsa, aveva guadagnato tutto il costato insino alla clavicola,
sino all'altra mammella, inesprimibile rimasuglio, e giù sino alla
cintura. Le clavicole, come spostate da uno sforzo, erano salite
fra i tendini rattratti del collo; la pelle si era chiazzata nello
stiracchiamento, rigandosi di minimi solchi, finissimamente rugosi,
flaccidi ed incerti. Il resto non si vedeva più, ma sotto le ascelle e
sopra le ascelle, fra le spalle grugnose, si sprofondavano due buche,
sulle quali l'ammalata piegava ogni tanto la testa, così piccola nella
macilenza, che vi si sarebbe quasi nascosta. Anche gli uccelli ammalati
la nascondono sotto le ali.

Ida le adattò la tovaglia alla cintura, ed insinuandogliene una punta
sotto l'anca, con uno sforzo visibile su sè medesima staccò leggermente
quel groppo di filacce, che imboccava l'ulcera. Le quali avendo troppo
aderito alla carne viva si scissero. Le sue mani, quasi più belle in
quel momento, coi mignoli alzati e le unghie rosee, tremavano nella
disgustosa operazione, cercando uno per uno quei capi bianchi fra
il glutine della cancrena, mentre un odore rivoltante le batteva il
respiro e l'ammalata gemendo tentava di sottrarre la piaga.

--Coraggio!--mormorò la fanciulla, rialzandosi vivamente per non
soffocare. I loro sguardi s'incontrarono, quello della vecchia spento e
supplichevole, quello di Ida febbrile di animazione.

--Sporgete il petto,--le disse aiutandola con una mano al
dosso:--così...

--No, oh mio Dio!

Ida le stava già sopra colla spugna inzuppata d'acqua.

--Madonna mia! mi raccomando! datemi voi un po' di forza,--gemè
congiungendo le mani.

--Sì, sì, pregate.

L'acqua sgocciolò nel vano cavernoso battendone, strappandone i
filamenti imputriditi, trascinandoli giù per il rossastro del seno
fra un rigagnolo di marcia; ma alcuni non si spiccavano, lacerati
dall'urto dell'acqua, movendosi come cespi d'erba alla foce di un
fosso. L'ammalata, il labbro inferiore fra i denti, soffocava le grida
del dolore.

--Conduce, conduce?--balbettò con un timido accento di speranza.

--Sì.

--È meglio, non è vero?

L'altra non rispose.

--No, no, basta;--supplicò, vedendola bagnare un'altra volta la
spugna. Infatti la piaga era già lavata, e l'ulcera, larga quanto il
buco di una palla, appariva di un rosso anche più bruno, colle labbra
stracciate proprio dove altre volte sorgeva la punta della mammella. Un
pensiero commosse la fanciulla; ella vi si era sospesa bambina, e la
sua bocca, allora fresca come il calice di un fiore, aveva lungamente
baciato la punta di quel seno, sprofondatosi poi in un'ulcera.
Vent'anni fa! Adesso la donna inorridiva della delizia della bambina.

Ida era rimasta cogli occhi nel volto della madre.

--Perchè non ce la vuoi mettere un po' di carne? Intanto che si divora
quella, non mangia la mia.

--Pregiudizio! ve l'ho pur detto.

--Però fa bene: la piaga mangia pure. Ah!--strillò, sentendosi premere
nella piaga il groppo delle filacce asciutte. Ma Ida precipitò il resto
della medicatura; spalmò qualche grano di una bianca pomata intorno
al cratere, vi spianò sopra una grossa foglia di cavolo, la ricoperse
colla pezzuola, e, riaccomodandole al collo la camicia, la ricinse
col lenzuolo. L'inferma era di un pallore orribile, colla fisonomia
stravolta, quasi senza espressione sotto quella stretta; solo il labbro
inferiore, tremolo di spasimo, lasciava passare ancora un soffio di
vita.

Ida s'incantò in quell'ineffabile spettacolo di strazio. Non sentiva
più il puzzo, non aveva più schifo.

Quella donna era sua madre, sua madre moribonda, moritura di dolore. Un
impeto d'amore le irruppe dal cuore inondandoglielo di una tenerezza
refrigerante; e stava già per lanciarsele al collo, rattenuta solo dal
timore di farle male, quando l'altra agitò lievemente la testa, aprendo
gli occhi.

--Lì incantata a vedermi soffrire, invece di metterti in ginocchio e
pregare la Madonna, che mi passasse! Ho quasi fede che tu ne goda.

--Oh!--mormorò la fanciulla, sentendosi afferrare rabbiosamente la gola
da quel tumulto subitaneo di amore e palpitare le lagrime negli occhi.
Fu un attimo; quella esaltazione le rovinò sul cuore, e la abbattè.

--Disgraziata!--susurrò ancora l'inferma, questa volta riassalita dai
soliti dolori, ma con meno violenza.

Ida la considerò, e non riconobbe più la martire di poco prima.
Riabbassò il volto, si girò attorno un'occhiata di esame, e lenta,
sulle punte dei piedi, pallida, affranta, ritornò nella propria camera
senza darle nemmeno la buona notte.

Il gatto dormiva sul letto.

Andò a sedersi sulla sedia presso il capezzale, reclinandovi la
fronte. Avrebbe voluto piangere, ma la tempesta dei sentimenti era
così furiosa, che non lo poteva. L'amarezza dello sdegno vinceva in
lei la pietà del dolore. Di quando in quando un lamento angoscioso
sorgeva dall'altra camera, senza che la fanciulla lo avvertisse, poichè
si lagnava ella medesima. Il suo pensiero urlava in quella tempesta
colla disperazione del marinaio, che insulta l'uragano troppo tardo
ad ingoiarlo, la raddoppiava, la inferociva; le tenebre non erano
abbastanza nere, i lampi abbastanza sanguigni, e la folgore brontolava
appena come un cane da pagliaio. Avrebbe voluto che le onde fossero
state di piombo, che le raffiche avessero avuto la ruina delle onde,
per ruggire in quella procella, disperdervi il mondo, disperdendovi
sè stessa. Le nubi addensatesi nella lunga sera si squarciavano d'un
tratto, risolvendo tutto il temporale in uno scoppio. Quindi le pareva
che i giorni della sua vita le piovigginassero sull'anima come sopra un
cadavere, così che ella poteva contarne tutti i colpi, mentre un gran
volo di corvi dagli occhi gialli le passava sulla testa e, mozzandole
col vento delle lunghe ali il respiro, si allontanava.

Che le importava di morire?

Da gran tempo vestiva sempre di nero, portando così il lutto della
propria giovinezza. Morire...; poi tutti i cancri non sono al petto,
ella ne aveva uno nell'anima.

--Morire,--ripetè levandosi nell'attonitaggine della prostrazione:--per
causa di lei?!

Invece andò alla finestra; il fanale apriva sempre nella strada quel
solco lucente, vi si incantò.

--Pare un pugnale piantato nelle tenebre.

A poco a poco il vento di quella tempesta si acquetava, ma,
riacquistando la coscienza della realtà, ella non conosceva quasi
più la propria camera. Le pareva più piccola e miserabile, una vera
prigione, nella quale l'avessero chiusa tutta la vita per rubarle
nel mondo la fortuna di un trono. E allora un orgoglio smisurato le
gonfiò il cuore, una nebbia di iridi le avvolse il pensiero, mentre il
pensiero le si drizzava come un serpente sulla coda. Pallida, le narici
frementi, guardò attraverso il muro di sassi il letto della mamma
atteggiata di sofferenza, poi dilatando le pupille passò oltre, si
spinse al di là, nel buio, come il raggio del fanale, alzandosi sempre,
crescendo di statura; e quando fu gigante, col fremito dell'onnipotenza
nei muscoli, col coraggio dell'infinito nel cuore, e i suoi occhi
ebbero sfondato il mistero della paura, vinta la paura del mistero,
erse la testa e, scrollandone poderosamente i ricci più neri della
notte, con un gesto pazzo, titanico, sublime, scagliò nell'avvenire,
invano minaccioso di oscurità, il guanto del duello:

--No.




II.

La mattina seguente Ida si alzò prima del solito. Poichè l'aria era
tiepida e il cielo del più bel sereno, volle uscire dalla camera, ove
passava la maggior parte della giornata sempre sola. Traversò sulla
punta dei piedi quella della mamma, buia ed ancora più fetida. La mamma
dormiva quietamente.

Scese, spalancò la finestra della cucina e rimase all'inferriata,
respirando con avidità l'aria e la luce mattinale. Il cortile era
sempre il medesimo, ma in quella ora mattinale, così chiuso da ogni
lato, meno all'angolo lambito da quel sentiero montanaro, sembrava come
un piccolo recesso, nell'ombra e nel silenzio del quale si attenuassero
gli echi e i riverberi dell'alba. Il terreno pareva bagnato, i muri
più lebbrosi; il fico curvava sempre i rami, simili a una capanna
sfrondata, sopra la panchina del muro.

Ida ne guardò lungamente le lastre di fiume, nerognole e pulite; il
muro della casa faceva loro da spalliera, l'aria era tiepida. La
fanciulla aveva in tasca una piccola edizione di Leopardi, aperse la
porta ed uscì. Ma sebbene l'alito del vento fosse caldo, la terra,
i muri della casa, i rami del fico, i sassi della panchina, l'ombra
del cortile trasudavano una frescura, che penetrava carezzevolmente
la fanciulla. Il pallore le si faceva più opaco, mentre i muscoli
le si irrobustivano nei primi brividi dell'irrigidimento, e di
sotto alle vesti, attraverso alle vesti, un refrigerio gelato le
si insinuava nelle vene a purificarle il sangue troppo ardente. Un
ronzio insensibile aliava fra le foglioline della mortella, lucenti
all'azzurro del cielo e incoronanti come di sorrisi l'astiosa lividezza
delle ortiche; la terra alitava il proprio profumo, e persino la
buca delle felci, in quel canto, sembrava soffocare ogni disgustosa
fiatosità sotto uno strato polveroso di spazzature.

La fanciulla era così immersa nella propria lettura, che non udì un
passo di cavallo scendere verso il cortile per quel sentiero nascosto
e fermarsi ad un vano della siepe. Cavallo e cavaliere guardavano
verso di lei, ma la testa dell'animale, leggiera e piena di fuoco,
sarebbe parsa anche ai meno intelligenti assai più bella della testa
dell'uomo. Il quale, aspettandosi ad ogni momento di essere sorpreso
in quella sorpresa, sembrava prepararsi già alla difficoltà dei
primi complimenti, colle labbra contratte ad un sorriso di bonomia
e lo sguardo acceso da una passione sanguigna, appena frenata da
una confusa coscienza d'inferiorità. Ma questa grave preoccupazione
non gli correggeva nè la posa sgarbata di cavallerizzo montanaro,
nè l'atteggiamento anche peggiore del cappello nero, a larghe tese,
rigettato sulla nuca e calcato sugli orecchi, così che la sua testa già
volgare diventava quasi ignobile.

Senonchè il cavallo rattenuto nella scesa, sopportando gran parte del
proprio peso e tutto l'altro del padrone sulle gambe davanti, alzò una
zampa ed urtò in un sasso. A quella percossa la fanciulla alzò il capo,
e trasalì impercettibilmente.

--Buon giorno,--disse.

--Buon giorno,--rispose l'altro, cavandosi il cappello e frenando il
cavallo che saliva per il vano della siepe.

--Turno!--esclamò Ida, guardando con ammirazione il bel cavallo
maremmano:--Lo lasci entrare.

--Ritorno adesso dalla Roccaccia, c'è la vecchia fattoressa che sta
male. Ih! me ne ha quasi fatta una delle sue, stamattina, Turno. Ha
troppo sangue, fortuna che è buono quanto un agnello, altrimenti ci
sarebbe da accopparsi con questo ragazzaccio. Non ha che sei anni, ed
è di una razza, che sono tutti più o meno mal sicuri; forti, ma mal
sicuri.

E si fermò a mezzo, indovinando nell'occhio della fanciulla un sorriso
d'ironia.

Ma la fanciulla accarezzava già colla mano libera il muso della bestia,
la quale, usa alle pallottole di zucchero, gliela lambiva colle lunghe
labbra nere.

--Non l'ho, ghiottone,--gli ripeteva percotendolo amabilmente sulle
narici, senza occuparsi del cavaliere.

Questi sentì finalmente la goffaggine del proprio imbarazzo, e le
chiese della mamma.

--Avrei potuto visitarla ora.

--In questo momento è forse di già desta.

Egli scese pesantemente, si accomodò senza un pensiero della fanciulla
i calzoni, rattrattiglisi all'inforcatura dal cavalcare, si stirò le
gambe, e legate con un nodo da contadino le redini alla inferriata:

--E fermi!--proruppe, abbassando sulla groppa di Turno, che s'impennò,
la bacchettina di siepe, che gli serviva di scudiscio. La fanciulla
ebbe appena il tempo di cansarsi, e ritornò alla panchina.

--Come stanca l'andare a cavallo!--egli disse sedendosi. Ida gli gettò
uno sguardo. Il dottore era sempre così impacciato, coi gomiti sulle
ginocchia e gli occhi alle punte delle scarpe, come per leggervi
le parole; taceva. Poi le sbirciò la testa abbandonata sul muro, e
correndole indiscretamente cogli occhi dal seno, ancor più gonfio in
quell'atteggiamento, su tutte le forme, le risalì d'improvviso al
volto. Ida guardava nel vuoto. Allora si sentì coraggioso; le posò
la mano sulle mani in grembo, e, pigliandole il libro, ne esaminò il
titolo.

--È di una tristezza! Lo leggeva da studente. Però è stato un
grand'uomo.

--Lo dicono.

--Non ne sarebbe persuasa? capisco che lei studia.

--Grande!--replicò la fanciulla coll'accento altero di chi sa di essere
incalcolabilmente superiore nella discussione e pretende di avere bene
approfondito il proprio soggetto.

Quindi raccogliendosi seco stessa in un'altra meditazione, si avventò
contro Leopardi. Lo aveva sempre giudicato antipatico, troppo più
piccolo della propria gloria. Egli aveva negato quanto non gli era
toccato, l'amore, la virtù, la gloria, ma rimpiangendole quali la
gente le desidera, pronto a venerarle incontrandole per caso. La sua
negazione valeva l'affermazione degli altri, due volgarità. Come i
pittori greci dipingevano solamente con quattro colori, egli aveva
appena due o tre note; de' suoi tempi e de' suoi contemporanei non
aveva conosciuto che Nerina e Silvia, due ragazze da nulla. La sua
infelicità tanto vantata non era più niente paragonandola con quelle
di Manfredi e di Faust, poichè l'uomo che si lamentava in Leopardi
era l'uomo di tutti i secoli, infastidito delle miserie ordinarie
della vita; mentre l'uomo di Byron e di Goethe era del nostro tempo,
un sovrano annoiato di tutti i piaceri, un dio nauseato della propria
potenza, che sentendosi più piccolo della propria creazione avrebbe
voluto nel medesimo tempo distruggerla, e non rimanere quindi solo. Ma
la fanciulla, che come Manfredi credeva di avere riportato dal fondo
della vita il sentimento della doppia impossibilità di vivere e di
morire, si imbrogliava seco stessa in questa muta e violenta analisi;
quindi per liberarsene scoppiò improvvisamente a dire:

--Non ha _humour_, guardate i _Paralipomeni_; non ha lirica, leggete
la _Ginestra_, prosa poetica e non filosofica; non ha passione,
passione vera, prepotente, esaminate il _Consalvo_, sentimentalismo
clorotico. È morto...

--È morto vergine,--interruppe con accento sornione il dottore,
barattandole il pensiero e guardandola nelle pupille per farla
arrossire; ma ella che capì la maligna intenzione, invece di evitarla
dilatò gli occhi neri, e rispose alla sua occhiata con uno sguardo così
audace, che toccò al medico di abbassarli. Però egli non era più così
impacciato dopo quelle ultime violente parole contro Leopardi che,
svelando le tendenze letterarie della fanciulla, la impicciolivano nel
suo concetto della vera donna, la quale non deve essere che madre ed
occuparsi dell'andamento della casa.--Fumi di scuola!--pensava:--al
primo arrosto ella lascia il fumo e si attacca alla carne.

Questo scherzo silenzioso lo fece sorridere, ma il silenzio troppo
prolungato di Ida lo avrebbe ancora imbrogliato, se un rumore interno
dalla cucina non veniva a destarli. Era la Ghita, che scorgendoli
seduti sulla panchina, così nascosti a tutti gli sguardi e vicini che
si toccavano colle vesti, non potè frenare un gesto malizioso.

--Ha fatto buone visite stamattina, signor dottore?--chiese appoggiando
la testa all'inferriata.

--Una.

--Lunga eh?

--Così, così:--rispose sullo stesso tono.

La fanciulla si alzò indispettita.

--A quest'ora la mamma è desta senza dubbio, se lei vuole vederla; ed
entrò per la prima. Egli la seguì, scambiando un sorriso colla Ghita
nel passarle davanti. Salirono le scale.

--Che puzza!--esclamò entrando nella camera:--bisogna aprire la
finestra. No, no, anderò io;--ma la fanciulla rossa in viso dalla
vergogna gli rispose fra i denti.

--La non s'incomodi, guardi pure alla mamma.

Questa, scorgendo il medico, aveva già cominciato a gemere colle
lagrime negli occhi, quasi per volerlo commuovere collo spettacolo
della propria infelicità e strappargli alla fine il rimedio. Egli
s'appressò sbadatamente al letto, come tutti i medici che, avendo già
dichiarato il caso fallito, vengono solo per mostra. Le fece le solite
domande inutili, cui ella rispose con voce piagnucolosa, lagnandosi
dell'aria fresca, che entrava dalla finestra e poteva farle male; ma il
dottore disse recisamente di no, e allora tacque.

--Guarirò?

--Col tempo.

--E tu?... dammi dunque il fazzoletto,--si rivolse alla
fanciulla.--Dio! come sei disadatta! Ti sei incantata nel signor
dottore?--proseguì barattando con lui un'occhiata.

Ida si chinò a raccogliere la pezzuola poco pulita, stentando a
piegarsi entro quell'abito troppo attillato, che era lo scandalo del
villaggio e la guantava superbamente dal seno sino sotto l'anca.

--Guardate come si vestono adesso! paiono dentro a un sacchetto. Lo
guardi, signor dottore, che oramai si rompe. Se ai miei tempi avessimo
vestito così, ci avrebbero tirato i pomidori. Adesso è tutto moda e
progresso.

--Bene, bene, ai vostri tempi!--egli entrò per proteggere Ida
visibilmente impallidita.

--Che cosa importa poi che tu diventi verde? Ci vorrebbe più giudizio
invece di studiar tanto.

Ma Ida, che soffocava dalla umiliazione, stentando a rattener le
lagrime, accennò di ritirarsi.

--Va pur là: tanto ho bisogno di dir due parole al signor dottore;--ed
appena scomparsa la ragazza:

--Faccio così, ma in fondo poi è una buona pasta. Se non era suo padre
con quei maledetti libri!

Il dottore sedette famigliarmente al capezzale col fazzoletto in mano.
Sembrava che aspettasse una parola favorevole e che, indovinandola di
già, nella superbia della riuscita non se ne preoccupasse quasi più.
L'ammalata tornò ai lamenti.

--Soffrite?

Ella non rispose, quindi:

--Ma è proprio vero, signor dottore?--me lo disse ieri sera la Ghita.

--Ne avete parlato coll'Ida?

--No; mio Dio! vi ringrazio, perchè è proprio una fortuna;--e seguitò
perdendosi in tali effusioni, che finirono per sconcertare anche lui,
all'apparenza non molto sensibile. Ma l'ammalata parlava sempre con
voce più affaticata, così che egli dovette ordinarle di tacere.

--Vuole che la chiami adesso?

--Per carità! credete che accetti?

--Accettare?... vorrei vedere io!

--Allora aspetterò la risposta dalla Ghita prima di mezzogiorno. Ho da
fare altre due visite!

L'inferma abbandonò stancamente la testa contro il muro, ed ammiccando
gli mormorò con accento di malinconioso rammarico:

--Bei tempi quando si aspettano certe risposte!

Il dottore si alzò.

--Andiamo, datemi la mano, oramai sono più che il medico.

--Aspetti, mi faccia il piacere, mi chiami lei Ida. Glielo dico subito,
che lei non è ancora fuori di casa. Povera ragazza, ne sarà tanto
allegra!

Egli bussò discretamente alla sua porta.

--La mamma chiama. Buon giorno, tornerò poi stasera,--si rivolse.

--Prima! prima!

Egli uscì così ilare, con un'aria così leggera malgrado la incipiente
convessità del ventre, lanciando una tale occhiata di superiorità alla
fanciulla, che questa rimase incantata sulla soglia a guardargli dietro:

--Ti piace? Vieni qui, te lo dico subito: ti ha domandata per sposa.

Ida si distrasse appena.

--Oh!--esclamò la madre ripetendo la frase:--Che cosa fai lì? Ti ha
domandata.

--Ebbene?

--Ebbene che cosa? È una fortuna: vieni qui, ti piace?

--No.

--È lo stesso.

Ma la fisonomia troppo seria della fanciulla all'annunzio di quella
grossa fortuna di sposare il dottore, che aveva tremila franchi di paga
e quarantamila lire del proprio, cominciava ad inquietarla; mentre Ida
collo sguardo sonnambulo, quasi non la intendesse, ed aveva inteso
benissimo, pareva intenta ai rumori di un altro sogno lontano.

--Sei imbecillita stamattina, che non capisci?

--Ho capito: no.

--No?!--e fece uno sforzo per levarsi sentoni, che le procacciò
un'acutissima ferita.

Ida si era seduta, osservandole in volto lo scoppio della tempesta,
ma questa volta s'ingannò. Il colpo era stato così forte, che l'altra
invece di resistervi ruppe in pianto, nascondendosi il viso nelle
palme. Piangeva a singhiozzi con tale evidente dolore, che la fanciulla
volle calmarla, e le disse queste strane parole:

--Vi comprendo: secondo voi sarebbe la fortuna, per me no. Vivrò
peggio: che cosa può importarvi il modo come io finisca?

--Ma sei matta?... il dottore?

--Il dottore, e poi? invecchiare in questo paese, non essere mai
capita, fargli le calze, fargli forse la minestra per dieci o
vent'anni... Ma allora è meglio gettare la propria vita dalla finestra,
gettarla nel nulla. Imbecille!--seguitava riscaldandosi:--doveva pure
aver compreso che un pari suo non poteva piacermi. Mamma, sentitemi
bene: è inutile che vi ostiniate; il dottore non lo sposerò mai,
dovessi cercare l'elemosina.

--Perchè? perchè?

--Perchè?! ve l'ho pur detto! non mi capireste.

--Sei matta,--insisteva con voce man mano più stizzosa: chi sei? che
cosa vuoi?

--Che cosa voglio?--proruppe:--Voglio la vita.

L'altra, che non comprese, tornò ad aprire gli occhi sospirando:

--La mia Madonna! come ho mai da fare? Sei già una disgraziata! E io
che gli ho promesso la risposta prima di mezzogiorno!

--Risponderete di no.

--Di no?

--Badate,--proseguì levandosi con un gesto risoluto.

--Che cosa farai al mondo... da te sola?

--Quando non si può vivere, si muore. Badate, vi ho detto: no. Sono
giovane, non sono bella, ma posso divenirlo,--e lo sguardo le corse
sprezzante sui poveri abiti:--vi parrò matta, e invece calcolo
benissimo, solamente voi non potete comprendermi. O la vita, o la
morte. Il dottore sarebbe la morte, e adesso, a vent'anni, col mondo
davanti, ve lo dico: no, no!

Quindi si volse per ritornare nella propria camera soffiando un'aria
del _Roberto il Diavolo_. Sull'uscio incontrò Atta Troll.

--Non è vero, amico? tu sei aristocratico, tu mi capisci.




III.

Quella mattina Ida la passò nella propria camera, anzi per non essere
disturbata, vi si era chiusa a chiave. Una violenta preoccupazione
esercitava il suo spirito. Quell'ultimo no, risposto alla mamma, era
stata la più seria parola della sua vita, e quindi la rimeditava
come un duellista ripensa nella notte l'audace alterezza della
propria sfida. Ma se la mamma non lo aveva compreso, ella medesima,
approfondendolo, sentiva annebbiarsi la fredda limpidezza della
ragione. A vent'anni, senza posizione, oramai orfana, rifiutava la mano
del più ricco signore del paese; e perchè? Lo capiva, ma non sapeva
darsene la formula.

Pensava, risaliva il corso della propria vita, per non discenderlo
verso l'avvenire brumoso di affascinanti e terribili incertezze.
Quel no lo aveva pronunciato con voce vibrante, il cuore grosso di
orgoglio, quasi avendo d'intorno tutto il mondo ad applaudire il
suo eroico coraggio di fanciulla; lo aveva mille volte ruminato nel
silenzio della propria camera, di notte, quando l'ombra si popolava
di larve e le tenebre si diradavano sulla soglia di un mondo lontano;
e nullameno le era sfuggito nella inconscia risoluzione di un momento
supremo. Aveva arrischiata la vita alla posta di un giuoco sconosciuto,
ma tanto più tremendo, che la posta poteva tardare di molto a
risolversi; quindi soffriva le prime febbri del dubbio in un tumulto di
affetti e di ragionamenti.

Tutte le energie della sua volontà e delle sue passioni battagliavano
intorno a questo no, che il buon senso batteva col flagello della
propria volgare ironia, mentre ella seguiva le vicende di quella
battaglia in sè medesima coll'ansia immemore dello spettatore, che si
perde in una troppo acuta attenzione.

Era sola. La mamma, il medico, il villaggio co' suoi costumi, i suoi
giudizi, erano scomparsi; nessun'eco la infastidiva, nessuna voce
la irritava. Era ben sola con sè medesima, in faccia alla propria
risoluzione, col sentimento tragico della sua grandezza e l'affanno
compresso di vere, indeterminate e forse invincibili difficoltà.
Si accorgeva che, pure fortificandosi in questa decisione, non
guadagnava nulla sul futuro, ma il cuore le si alzava sotto le
strette della paura, mentre il pensiero le si spingeva innanzi come
un segugio a cercare il nemico. Si esaltò ancora, prese quel no e,
considerandolo come lo scrittore rivoltola fra le mani la prima copia
del suo primo libro, lo ripetè sonoro ed aggressivo. No era stata
l'arma delle sue battaglie sempre perdute, ma dalle quali era uscita
sempre illesa, cosicchè nella propria vanitosa erudizione scolastica
usava paragonarsi ad Isada, lo spartano, che balzò nudo dal bagno a
combattere per le vie di Sparta la splendida ed inutile audacia di
Epaminonda.

No! Se quando bambina si affacciò al mondo dal ventre della madre
le avessero chiesto: Vuoi entrare? ecco forse il solo no, che non
avrebbe pronunziato. Ida amava la vita e, benchè l'avesse sortita in un
ambiente ingrato, vi si era abbarbicata colla incontrastabile tenacità
di quelle piante selvatiche, che spuntano fra le fessure delle rocce e
le allargano.

Era nata trovando un padre, una madre, un fratello. Così piccina la
dissero subito incomoda; la mamma le dava mal volentieri il latte
e, quando ella piangeva per la fame, la dichiarava la più cattiva
delle bambine del mondo. Il padre non la guardava mai senza accusarsi
dell'errore di esserle padre, e il fratello di quattro anni aveva già
per lei tutto il disprezzo di un primogenito.

Ida era secca e livida. Malattie o patimenti, aveva la pelle già
rugosa, orribile in quell'età che i bambini hanno la freschezza dei
fiori, e, strano particolare, due bellissime labbra, la meraviglia di
tutte le donne che bazzicavano per casa. Ida si era sempre ricordata
di questa sua sola bellezza di bambina; quindi un giorno, che la mamma
gliene parlava, scappò a dire:

--Era una promessa, la manterrò.

La mamma non le aveva badato; d'altronde non avrebbe capito.

In casa si diceva da tutti che la bambina morirebbe. Molte volte,
sospesa alla mammella della madre, Ida avrebbe potuto udirla, se la sua
intelligenza ne fosse stata capace, ripetere senza guardarla nemmeno:
È un cadavere, il Signore se la prenderà. Poi la mamma chiamava il
fratellino, incantevole fanciullo dalla testa bionda, e pazza d'amore
si chinava ad inondargli la fronte di baci. La piccina, perdendo così
la mammella, piangeva.

--È brutta, mamma!--esclamava Peppino, mezzo ridendo e mezzo
rabbrividendo alle boccacce di quel visino sozzo di lagrime e di bava.

--Non è già tua sorella.

Infatti non lo fu lungamente. Un giorno Peppino si ammalò, quell'altro
giorno la difterite lo aveva ucciso. Fu un intenso, uno spasimante
dolore. Il padre, che aveva concentrato in quella graziosa e fragile
vita tutte le speranze della propria, ne rimase per qualche tempo come
selvatico; evitava ogni contatto di persona, usciva il mattino di casa
alla campagna, e seduto sul parapetto di un ponte, al rezzo di una
quercia, alla poca ombra di una siepe, passava tutta la giornata nella
torbida fissazione del sogno svanito, per non ritornare a casa che la
sera, quasi sempre colle lagrime agli occhi, come se la malinconia del
crepuscolo intenerisse la sua disperazione. Era ancora più trasandato
negli abiti ed incolto nella barba, mentre la mamma, avendo pianto
maggiormente, cominciava già a consolarsi e lavorava per il Gesù
bambino dell'arciprete una bella veste di moerro. Poi anche il padre si
confortò, ma serbando sempre nell'anima la larga cicatrice di quella
morte.

La sua vita non era felice. Nato da una ricca famiglia del contado, da
lunghi secoli oziosa ed ignorante, fu educato prima in un seminario,
poi all'Università, dove si laureò ingegnere. Ma nelle vacanze di un
anno si era innamorato della vedova dell'usciere, bella donna, che
faceva allora da levatrice e da balia. Sulle prime la cosa non fece
rumore, e la si suppose un capriccio, molto più che la balia non
godeva una riputazione troppo illibata; poi si rivelò la passione, e
fu un subbuglio in casa. I genitori e i fratelli, che già astiavano
il nuovo ingegnere per le opinioni e fors'anco i vizi guadagnati
negli studi, a questa follia, che offriva loro la rivincita sulla sua
continua boria, minacciarono di espellerlo se non troncava la mala
pratica, ed avventarono parole oscene contro la balia; ne scoppiò una
scena orribile. L'altro, così attaccato di fronte, si rifugiò nella
ostinazione per vincere, esagerando a sè stesso il proprio affetto e
servendosi dell'ombra gettata intorno alla propria donna per vederla
più bella e più poetica; quindi volle sposarla per vendicarsi di loro
colla propria rovina. Il padre gli diè la legittima, illusoria, giacchè
in quattro poderi di nessun conto e stimati ad un prezzo assurdo;
l'ingegnere capì, ma rispose coll'alterigia di un muto disprezzo.
Quindi andò a stabilirsi nel villaggio, giurando (e mantenne poi il
giuramento) che per fortuna o disgrazia non avrebbe più rimesso il
piede nella casa avita, nè considerati per parenti coloro, che ne lo
scacciavano.

Però la vita era scabra in quella nuova posizione, perchè egli aveva
poco studiato e meno appreso all'Università, e, malato dell'orgoglio
della vecchia casa, ripugnava ad un lavoro pagato con grettezza da
quella gente montanara. La moglie, gonfiatasi nella superbia del
nuovo stato, era continuamente in sullo spendere, i denari pochi, la
noia dell'ozio intollerabile, i sarcasmi degli amici frequenti, le
cure minuziose ed acute. Si scoraggiò, guarì dalla passione, e fu
perduto; ma non mise un lamento, nemmeno quando la moglie, ghiotta di
qualche veste o di altra spesa, lo irritava di sollecitudini, affinchè
lavorasse. Allora gli nacque Peppino.

Lo stagno della sua vita ridivenne ruscello attraverso nuovi fiori,
giù verso la valle popolosa e sonora di vita. Egli medesimo, rinato
in questa nuova esistenza, vi si guardò bello, delicato, piccino,
preparandosi questa volta a conquistare l'avvenire contro tutti coloro,
che, tiratolo nel fosso, ne avevano alzate le risa e venivano tutti
i giorni ad impancarsi nella sua vita travagliata, siccome ad una
bettola, sminuzzandosi i suoi dolori. Peppino doveva studiare, divenire
un grand'uomo, mentre egli si condannerebbe alla più stretta economia
per preparargli in un modesto, ma netto capitale, il danaro d'ingresso
al mondo dell'aristocrazia e degli affari. Però questi non erano,
sebbene profondamente sinceri, che progetti; Peppino era troppo bimbo
ancora per studiare, quantunque al giudizio di tutti gli amici di casa
mostrasse di già una portentosa intelligenza; le economie ben stabilite
nel bilancio mentale della famiglia non si realizzavano per una folla
di piccoli inconvenienti, di minime spese, di più minimi danni, i quali
facevano sì che il passivo superasse sempre l'attivo.

E Ida entrò come una nuvola in questo cielo fulgido di speranza; poi
il sereno si fe' nero come un panno mortuale, il vezzoso bambino era
morto, e in quel cielo abbrunato la piccola nuvola fu ancora un rifugio
pei profughi dalle tenebre invadenti del sepolcro.

Ida fu più curata, più amata; ma quale differenza fra la sua testa
ancora stupida e la personcina pietosamente frale colla testa folle
di Peppino e quella sua attività battagliera, le movenze gaie, le
scappate irresistibili!

La piccina, a due anni, stentava ancora il passo, e mettendo così
tardi i denti piangeva tutto il giorno. La mamma poco paziente
l'abbandonava, ma egli se la pigliava in braccio e, coprendola di
baci, le parlava colla commovente insensatezza dell'affetto. La
bambina, incapace di comprendere le parole, doveva per un mistero
del sentimento capirne la bontà, giacchè in quelle carezze scordava
quasi i dolorini delle gengive, e, guardandogli negli occhi azzurri,
dolci dolci, gli sprofondava le impotenti manine nella barba. I denti
spuntarono, e coi denti si fortificarono le gambette, si rinfrescò
la pelle, crebbero i capelli, crebbe tutto il corpo. La bambina si
sviluppava, si trasformava, non era bella ed era già graziosa; e forse
un giorno avrebbe posseduto la più possente e continua delle bellezze,
quella simpatia indefinibile delle persone dal cuore gonfio e dalla
fantasia accesa, quella bellezza, che pare quasi l'avanzo di un'altra
più plastica, e che una passione o un mistero abbiano misteriosamente
scomposto.

Il padre lo sentiva, la mamma no.

A poco a poco Ida sostituì Peppino. Era sempre una donna, quindi
male atta alle grandi battaglie e alle grandi vittorie della vita,
ma l'intelligenza, pensava l'ingegnere, non ha sesso; non era bella
quanto quel morticino, e tuttavia l'espressione s'insinuava in quella
sua fisonomia e la animava. Il suo raccoglimento infantile imponeva un
rispetto involontario, le sue risposte fosforescenti abbarbagliavano.
Il buon uomo aprì ancora il cuore in faccia all'avvenire, perchè se
ne involassero tutte le speranze a riconoscerlo; e decise che Ida,
diventando di anno in anno più bella e più brava, possederebbe un
giorno le ricchezze preparate per Peppino, e potrebbe, rivelandosi
una gran donna, come il nostro secolo ne aveva vedute tante altre,
innamorare qualche gran signore e dominare in una casa principesca.
Egli la visiterebbe di rado, poichè si sentiva ancora addosso,
malgrado gli studii fatti, la ruggine avita; la seguirebbe da lontano,
scaldandosi a quel bel sole di primavera le vecchie membra assiderate.
E così, sognando tutta la vita, vivea di sogni, preparandosi altri
sogni.

Qualche volta ne parlava colla moglie, che gli rideva in faccia;
qualche volta con Ida, la quale afferrava qualche lembo di frase e la
ripeteva.

Però la loro fortuna, non soccorsa dai tonici delle economie,
intristiva. I poderi trascurati dimagrivano, le rendite si facevano
più incerte e più esigue, mentre la moglie seguitava a nuotare come
un'anitra nella voluttà di una grassa illusione. Egli, nell'inerzia
accorgendosi inutilmente di tutto, ne provava un grave malessere, dal
quale non usciva se non cacciandosi nel giardino dei sogni, colla
bambina sulle ginocchia, seduto sulla larga poltrona di percallo, solo
in casa, poichè l'altra era sempre da qualche vicina per una qualche
faccenda, che svaniva in un pettegolezzo.

A quattro anni Ida leggeva e scriveva, e l'ingegnere, che aveva
trovato in un giornale il nome di Froebel, parlava continuamente della
primissima istruzione, degli albori della intelligenza, della sintesi
tanto meravigliosa e tanto inavvertita di tutta la logica nel semplice
abbecedario. Ma sempre distraendosi, la moglie gli rimase ancora
incinta.

Questa volta la gravidanza fu soggetto di male parole, i due coniugi
se la rinfacciarono a vicenda; la nuova vita, che avrebbe dovuto
stringere più fortemente la loro, vi si cacciò in mezzo e li divise.
Egli riflettè che un'altra bambina sarebbe infelice nel mondo, rendendo
infelici loro stessi, che male potrebbero educarla, male dotarla; poi
contrasterebbe al cammino di Ida, ed essendo forse brutta e volgare
quanto la madre, riattaccherebbe la famiglia a quella ignobile
borghesia di villaggio, alla quale egli non avea mai appartenuto
e nella quale era scivolato colla follia del matrimonio. Un altro
maschio?... Ma dal giorno che Peppino era morto, egli non poteva
avere più figli! Un altro maschio rovinerebbe Ida, senza riempirgli
nell'anima la fredda lacuna di quella vita sbocciata e caduta come un
fiore.

Geltrude invece, sperando di rifare il suo bel bambino, per dispetto
del marito ne parlava assiduamente, massime a pranzo; così che
l'altro, malgrado una qualche bestemmia, dovea pure andarne battuto,
avendo piegato la prima volta il capo a quel matrimonio con una donna
inferiore, e non avendolo più rialzato, vergognoso della propria
debolezza, che gli alterchi avrebbero reso anche più ridicola. Taceva,
divorava la bizza, o la sfogava indirettamente. Ma più la gravidanza
inoltrava e più Geltrude la covava collo sguardo e col pensiero, tutta
superba perchè la contessa Monteno di Valdiffusa, ricchissima tenuta
di quel comune, ella medesima incinta, le aveva detto, passeggiando
nel bosco, un giorno che era andata a trovarla nella carrettella
dell'arciprete:

--Chissà se non partoriremo assieme, e tutte due un bambino.

La contessa gracile e malaticcia soffriva assai, e Geltrude, sebbene
robusta, cercava di imitarla in quei patimenti per deferenza alla
gran signora, che si degnava d'invitarla al proprio castello. Vi
era ritornata più volte, sempre più accetta, giacchè la contessa,
condannata in villa dai medici e noiata da morirne, sola col marito
cacciatore instancabile, si sentiva come sollevare lo spirito
conversando con qualche estraneo. Poi Geltrude, già levatrice ed una
volta anche balia, le parlava sempre di parti, di bambini; conosceva
a certi segni il sesso del feto, aveva rimedii per le nausee, una
suppellettile fra pregiudizi e cognizioni, che intrattenevano il cuore
della povera contessa, già etica, e dopo sei anni di matrimonio allora
solamente alla sua prima gravidanza. E voleva un bambino.

--Le donne sono troppo deboli per la vita.

--Anche l'ingegnere,--così ella chiamava fuori di casa il marito,--dice
sempre così.

Ma Geltrude partorì prima della contessa un maschio così esile e
doloroso a vedersi che pareva un cadavere; tutti dissero che non
sarebbe vissuto, e nessuno s'ingannò. Dopo quindici giorni lo portarono
al camposanto; il giorno dopo Geltrude, andata a trovare la contessa
malatissima dopo il parto, se ne portava a casa una bambina, bella
come un angelo. La povera contessa, che si sentiva soffocare sotto le
fredde spire della tisi, avea consentito quell'immane sacrificio perchè
la piccina non suggesse al suo seno, o non respirasse nel suo alito il
veleno della fatale malattia.

Era stata una scena atroce. Quando Geltrude, florida di salute, le
presentò Jela per l'ultimo bacio, la contessa nella sfinitezza del
proprio dolore avea ancora trovate due lagrime. Il marito, distrattosi
involontariamente ad ammirare il petto turgido della balia, non
avea trovato nè una parola, nè una carezza; la vecchia cameriera si
era nascosto il volto fra le palme scoppiando in singhiozzi, mentre
Geltrude stessa si commoveva suo malgrado, e la contessa fra quella
cornice di dolori, nella patetica sublimità del proprio pallore di
moribonda, pareva una martire.

Quella scena fece che Geltrude amasse Jela.

Infatti convenne con l'ingegnere che non avrebbe accettati salari o
regali, allattando la bambina per affezione e cortesia verso la madre.
Così il povero uomo salvava il suo orgoglio campagnuolo, mentre non
si era piegato a quest'altra follia della moglie se non per la idea
improvvisa che la fortuna, facendo di Jela la sorella di Ida, le unisse
senz'altro nel medesimo destino per il medesimo mondo.

Ida, ormai di cinque anni, si mise come una mamma intorno a Jela.

La contessa di Monteno morì raccomandando al conte Ida e Geltrude. Egli
ne fu scosso per qualche giorno, fece venire le piccine al castello,
poi si calmò, e poichè si conosceva inadatto a curare quell'infanzia e
sapeva Jela in mani che mai le migliori, lasciò andare le cose innanzi,
tirando innanzi egli medesimo secondo il solito.

Una volta mandò un grosso dono; l'ingegnere lo fece respingere da
Ida con una lettera scritta da lui e copiata dalla bambina, che lo
ubbriacò nel proprio amore di padre. Il conte non ripetè più l'errore,
limitandosi ad un complimento ben tornito, quando veniva a trovarle.
Così passarono degli anni.

Jela prosperava. I medici approvavano quella vita, e il conte approvava
i medici. Era una piccina bianca e rosea, coi capelli più biondi della
seta e gli occhi color di viola; avea le carni di una inesprimibile
finezza, i movimenti di un'eleganza e di una civetteria senza nome. Era
dolce e buona. Non piangeva, chiamava mamma Geltrude, zio l'ingegnere,
sorella Ida. A Geltrude quel nome di mamma facea talvolta sognare la
ricchissima tenuta di Valdiffusa, l'ingegnere sorrideva del proprio
come di un complimento, Ida esercitava l'autorità di sorella maggiore,
tiranneggiandola con abbastanza mitezza. Jela era pazza per Ida.

Anche il conte le diceva sorelle.

Quando Jela toccò i sei anni il conte pensò a ritirarla dal villaggio,
ma volle che Ida la seguisse; quindi cominciò per entrambe una nuova
vita. Avevano i medesimi maestri, uscivano nel medesimo calesse
sorvegliate dalla vecchia governante, vestivano i medesimi abiti,
cosicchè si sarebbero difficilmente distinte; anzi Ida aveva un'aria
ancora più fine ed altera. In quegli immensi appartamenti, arredati
con un vecchio e nobile lusso, ella si trovava ancora meglio che non a
casa propria; trattava i servi con maniera di piccola sultana, aveva
una dolcezza, che respingeva e soggiogava. Così fanciulla non usava
più dimestichezza con alcuno; ragionava e posava. Quasi tutto le
fosse dovuto, nulla la maravigliava, e tuttavia sapeva che un giorno
le converrebbe tornare al villaggio paterno. Quindi nelle lettere
all'ingegnere gli narrava la propria vita, anatomizzando inconsciamente
sè stessa, così che egli ne gongolava massime al racconto degli studii,
nei quali Ida ripeteva a Jela le lezioni facendogliene apprendere col
misterioso magistero dei fanciulli nel comunicarsi le idee.

Il conte la osservava stupito, i maestri ne alzavano gli elogi.

Ella cresceva bruna e slanciata, i capelli nerissimi le crescevano di
una lunghezza eccessiva, ondulati e pieni di riflessi azzurrognoli;
aveva gli occhi enormi, le estremità di una finezza rarissima. Parlava
già il francese e balbettava l'inglese. A dodici anni avea letto un
romanzo, a tredici un'opera di filosofia, avea ammonizioni per Jela,
disegni per sè stessa, risposte per tutti.

Un giorno il suo maestro di storia, lamentando la povera condizione
della donna in società, le chiese se desiderasse essere un uomo.

--No.

--Perchè?

--L'uomo non s'innamora della donna,--aveva risposto la fanciulla,
accomodandosi un riccio di capelli sul seno, che cominciava a gonfiarsi
delle seduzioni della donna. Avea la natura del lusso. Mentre Jela
ancora bambina ruzzava alle sottane della vecchia cameriera, ella
errava sola e pensierosa pei vasti appartamenti, movendosi come
un'ombra nella penombra dei cortinaggi, esaminando ogni mobile,
incantandosi dinanzi ai ritratti delle belle dame e degli eleganti
cavalieri. Quegli antenati erano come suoi e aveano vissuto la vita dei
suoi sogni, giacchè l'orgoglio della fanciulla provava già il bisogno
di avere un passato, intanto che i suoi desiderii si precipitavano
verso l'avvenire. La luce degli specchi e dei damaschi le piaceva già
meglio che la luce del sole e delle acque; la poesia di quelle stanze,
composte ad una ignota vita, la commoveva più che la poesia del bosco
coi decrepiti ippocastani e le elci melanconiche. Spesso sdraiata le
lunghe ore sopra un immenso divano dorato, la testa sopra un cuscino a
ricami, i piedi sulla seta, si smarriva di sogno in sogno. La lucida
levigatezza delle stoffe aveva per lei misteriose voluttà, i gracili
capolavori, che ingombravano i tavolini, incalcolabili ed arcane
significazioni; ognuno di essi non poteva occupare se non quel posto,
ognuno di essi era necessario, i fiori dei tappeti e le mitologie delle
volte, i paracamini e le poltrone, i vasi di maiolica e le porcellane
di Sassonia, i ritratti e gli specchi vuoti, che la riproducevano
all'infinito, spingendola per una fila interminata di saloni verso
il salone fatato, al quale le chimere della sua fantasia cercavano
inutilmente una porta aperta.

Più di una volta erano venuti a cercarla in quelle fantasticaggini, ma
vi ritornava appena potesse.

Un'altra volta il conte la sorprese abbandonata sopra una poltrona.
Avea le gote accese, l'abito le lasciava scoperte le caviglie, la posa
le ingrossava il seno. Egli s'incantò come un poeta dinanzi all'aurora
di quella donna. Una sottile seduzione, un profumo primaticcio
esalavano da quel corpo troppo tenero, ma coi contorni già molli e le
finezze indecise. Ella sorrideva nella penombra cogli occhi socchiusi,
e quella penombra, che la ingrandiva facendola forse sognare, la
rendeva un sogno per un altro.

Il conte ristette sulle punte dei piedi. La fanciulla lo vide, ma
s'infinse; forse dubitò, e la vita incomincia dal dubbio.

Ma la vecchia cameriera, d'accordo col prete, non era contenta di
Ida, la quale non le pareva una fanciulla come le altre, con quella
gentilezza intrattabile nelle proprie voglie e quelle risposte, quasi
dicesse sempre il pretesto e non la ragione di quello che faceva. Alla
sera, ripetendo le orazioni con Jela, pareva che Ida vi si prestasse
per giuoco, mentre evitava costantemente la compagnia del prete per
una ripugnanza istintiva. Quella figura servile, sempre in estasi
davanti al signor conte, irritava la fanciulla. Talora a pranzo, a
qualche dialogo, quando nella riconoscenza della ghiottoneria egli
si sprofondava in adulazioni del peggior gusto, Ida gli piantava
negli occhi i suoi occhi neri, audaci e profondi, che lo ardevano
scrutandolo. Il prete s'impigliava, perdeva il filo delle frasi, col
fremito di un solletico per le vene, cercando qualche rimprovero per
sacrificarla a Jela; ma Ida si sapeva troppo forte, e vi consentiva di
buon grado.

Però una volta egli toccò della sua cattiva posizione in società, e
Ida impallidì. Da quel momento la guerra fu dichiarata; la fanciulla,
spalleggiata dagli altri maestri, proruppe nella incredulità,
sostenendosi così bene colla vivacità dell'ingegno e la molteplicità
delle letture, che il prete uscì più di una volta confuso dalla
discussione. Jela rideva senza capire, il conte comprendendo, ma spesso
allontanava Jela. Eppure Ida aveva un vuoto nell'anima.

In quel ricco palazzo era sola, e non avea alcuno fuori del palazzo.
La sua casa al villaggio col babbo e la mamma non era più sua, giacchè
vi si sarebbe sentita ancora più straniera. Il padre, che vociava
sempre, la mamma, che girellava in pianelle; in tutta la casa non c'era
che una specchiera di noce e una poltrona di percallo. Nulla, nemmeno
quell'isolamento aristocratico del palazzo, dove i servitori non la
incontravano mai senza inchinarsi, e potea aggirarsi nel silenzio,
sola, sognando dei sogni da imperatrice, uscendone in carrozza scoperta
a farsi ammirare dalla gente. Si accorgeva che i suoi genitori vi
sarebbero stati anche più ridicoli, mentre ella vi stava a meraviglia.
E fra lei e loro s'insinuava un filo d'acqua che apriva il terreno
in fosso, lo allargava in ruscello, lo gonfiava in fiume, ruinava in
torrente, cresceva a lago, immenso, come un mare, più di un mare. Era
sola, non aveva nulla da lamentare o da desiderare, eppure un malessere
la sorprendeva di quando in quando, quasi un ribrezzo, un freddo, che
le si rifuggiva nel cuore.

Il conte avea con lei la più perfetta cortesia, non le usava differenza
colla figlia, ma nullameno tutti nel castello ne la distinguevano,
persino i sopramobili, che si lasciavano infrangere da Jela con una
muta ed inalterabile devozione.

Una mattina ella ruppe disgraziatamente un gruppetto di Sassonia,
tagliandosi un dito ad una scheggia. Jela dal canto proprio avea
fracassato un piccolo specchio di Murano, antichissimo. La cameriera,
che sopravvenne, sgridò Jela con una carezza, perchè avea corso
pericolo di ferirsi, e rivolgendosi secca secca all'altra:

--Quando la roba non è vostra, bisognerebbe andare più piano,--disse
nella sua lingua.

Quella notte Ida invece di dormire pianse.

Ma quella vita e quegli appartamenti la trattenevano. Ne conosceva
tutti gli angoli, tutti gli oggetti, tutte le figure; aveva
fantasticato su tutto, riempiendo tutto di sè stessa, giacchè gli
appartamenti vuoti dalla morte della contessa aspettavano una donna.
Ella non avrebbe domandato se non di occuparli per sempre, senza
uscirne mai e senza mutarli; ella sola, ma sola davvero come una
misteriosa prigioniera o una fata anche più misteriosa delle sue
leggende favorite, coi servi muti, il mistero intorno, profondendo
l'infinito in quella inutile esistenza senza fiori e senza musica,
senza genitori e senza Jela. Ella già donna, ma sempre colle sottane
corte, senza far nulla, nutrendosi di quel lusso, odorando i fiori del
tappeto, aggirandosi fra la folla dei ritratti, riposandosi ad immense
distanze sopra uno sgabello od una poltrona ricamata... finchè un
raggio di sole, illuminando l'occhio di un antico cavaliere, la faceva
rivolgere, e sotto quello sguardo di un uomo Ida sentiva interrompersi
il sogno.




IV.


Quando Jela ebbe nove anni, la misero in un convento di monache, e le
due fanciulle si divisero piangendo. Jela singhiozzava disperatamente,
supplicando la sorella ad accompagnarla, ma quantunque il conte avesse
potuto acconsentirlo, incaricandosi della spesa, non osò parlarne
coll'ingegnere. Nè Ida d'altronde si sarebbe piegata a quella esistenza
oppressa e malaticcia dei conventi, colla monotonia delle occupazioni
e la fastidiosità religiosa degli insegnamenti. Pianta robusta, ella
aveva d'uopo di vento e di sole; meglio la cima combattuta di una
roccia, che la calma tepente di una serra.

Ma per quanto si sforzasse a dissimularlo, Ida avea i goccioloni agli
occhi. L'ingegnere, il conte, una vecchia zia, la vecchia cameriera, il
domestico di confidenza del conte, erano tutti presenti agli addii nel
cortile, dove attendevano la solita superba carrozza e la carrettella
dell'arciprete, giacchè le due sorelle, e si capiva ai veicoli, si
dividevano per due mondi diversi.

Jela trasse Ida in disparte, la fece entrare in un salotto al
pianterreno, poi costringendola a sedersi sopra un divano le saltò
al collo, e facendosi così grave, che l'espressione dell'affetto le
ricomponeva il viso travagliato dal pianto:

--Mi vorrai sempre bene?--le chiese.

L'altra se la strinse al petto.

--Mi scriverai sempre, e dopo staremo insieme, sempre.

--Sempre!--e un melanconico sorriso contrasse le belle labbra della
donnina:--Tu non sai...

--Lo so, me lo ha detto la Nencia,--rispose coll'adorabile importanza
dei bambini, che sentono di fare qualche cosa di serio:--starai sempre
con me; giuralo.

Ida giurò sorridendo, e Jela, che indovinava a mezzo quel sorriso:

--Sì, vedrai: mi vuoi bene?--e tornò a piangere.

Quindi rientrarono nel cortile. Jela smontò ancora dalla carrozza
per salutare la sorella, ma la vecchia zia sbuffava, il conte
s'impazientiva, la cameriera faceva gli occhiacci a Ida, la quale se ne
accorse e disse all'altra con un bacio all'orecchio e il volto soffuso
di rossore:

--Basta, s'inquietano.

Avea il cuore oppresso; in quella carrettella le pareva di soffocare,
ma la carrozza non partiva. Vi era sempre qualche fagotto da
accomodare, qualche oggetto di Jela dimenticato negli appartamenti che
i servi portavano correndo, poi una ressa di persone, i domestici,
i fattori, i due giardinieri, alcuni contadini, i più antichi della
casa. Uno, che avea portato un bel paniere di mele fatto da lui stesso,
inghirlandato di edera e di alloro, piangeva come Jela, baciandole
la mano; era un bellissimo vecchio, che tutti guardavano ancora più
commossi dalla sua commozione che dalla partenza della signorina. Il
cagnuolo chiuso su nel salone uggiolava dolorosamente, mentre Jela
sbirciava ogni tanto verso la finestra, non potendo rispondere a tutti,
piangendo, inorgogliendo di quel movimento prodotto da lei sola,
lanciando tratto tratto una occhiata a Ida, che attendeva di dietro,
sola col babbo, nella carrettella dell'arciprete. La carrettella, molto
più vecchia dell'arciprete, era sverniciata, a cinghioni, coi cuscini
scompagnati di percallo, trapunti a fiocchetti di lana. Sul sedile
posticcio, di contro e dietro la cassa, fra le ruote, due cestoni
legati con una infinità di corde le davano l'aria di servire ad uno
sgombero; mentre una farragine di fagotti a fazzoletti colorati le si
alzava dentro in un monte, che avea già avvilito la povera rozza colle
orecchie spelate e le gambe dinanzi ancora sanguinolenti di una caduta.
Ma l'ingegnere non era molto più vivace del cavallo, preoccupato di
nascondersi le scarpe di vacchetta bianca, vestito di quella giacca
verdognola, logora ai gomiti ed abbottonata all'ultimo bottone come
usavano gli eleganti del villaggio, senza un pensiero di Ida, la quale
si sentiva man mano più straniera in quel ricco cortile, dove avea
tanto giuocato e donde usciva per sempre senza lasciarvi tracce e senza
che nessuno le badasse. Allora un avvilimento le ruinò sull'animo, una
voglia subitanea la bruciò di fuggire subito al di sopra dei tetti
col vento, che nessuno la vedesse, per dissolversi ancora profumata di
quella signorile esistenza. Ma un'occhiata al padre col mozzicone della
frusta in mano, il capo basso come il ronzino, evitando gli sguardi
di tutti per non impacciarsi maggiormente, la richiamò alla orribile
realtà di quella scena d'addio, dietro la carrozza di Jela, che non si
moveva ancora, dentro la carrettella dell'arciprete ancora più immobile
della carrozza, e nella quale non poteva nemmeno prendere la posa
elegante delle solite trottate.

Fu un quarto d'ora infernale, il primo della sua vita.

Finalmente!

Giunsero al villaggio che suonava mezzogiorno, l'ora del pranzo. Le
pareva di entrare in un mondo sconosciuto di persone che la salutavano,
pieno di piccole case e di piccola gente; poi smontò, parlarono,
nessuno la comprese, e dichiararono che facea la signorina per aver
fatto mezzo la serva per quattro anni a dei signori. La mamma fu la
prima a confermare quel sopranome.

Qui i ricordi della fanciulla incalzavano.

Si ricordava la dolorosa esumazione delle antiche abitudini della sua
casa, la mamma e il babbo che si bisticciavano sempre, le ragazze del
paese che la sfuggivano per le sue nobili maniere; quindi si trovava
sempre sola, coglieva uno spino ad ogni passo, si sentiva attorno
un'atmosfera frigida di ridicolo dovuta ad una superiorità morale,
che, malgrado l'eccellenza della propria natura, stentava in quella
fanciullezza a ben precisare. Si rammentava la difficoltà delle ore
solitarie, le peggiori di un linguaggio, del quale avea perduto
l'anima. Parlando in casa o fuori, non s'incontrava più in opinioni
simpatiche, anzi non la capivano e la deridevano; si rammentava di un
bel ragazzo falegname, che lavorava sotto la sua finestra e si era
innamorato di lei. Allora ella stava sempre alla finestra con un libro
in mano, si guardavano; poi si erano parlati, poi il giovinetto, messo
su dai compagni, le avea usato uno sgarbo. Quindi una rottura, e poi
sola nuovamente, e studiava, studiava.

Il babbo era sempre malinconico. A pranzo erano insistenti discorsi
d'interessi, che andavano in malora; non si mangiava una pietanza che
il suo costo non trascinasse seco osservazioni spiacevoli o qualche
profetica lamentazione della mamma sull'avvenire della famiglia. Così
la fanciulla smetteva di mangiare. Aveva ormai quindici anni, cresceva
sempre più bella, di quella sua speciale bellezza.

L'ingegnere la volea sempre ben vestita, la meglio vestita del
villaggio, ma la mamma contrastava ad insolenze, così che Ida finiva
per vergognarsi di quei rimbrotti e di quei vestiti ancora più goffi,
senza osare un'osservazione, ripiegandosi su sè medesima e pensando al
destino di Jela, contessa milionaria.

--E io?!--le accadeva spesso di mormorare.

Poi fu presa la grande risoluzione; Ida anderebbe all'Istituto
superiore femminile.

--In ogni caso sarà una maestra,--aveva risposto l'ingegnere a
Geltrude, che si opponeva furiosamente.

La fanciulla aveva pianto di nascosto quel giorno.

Partì per la città.

Viveva a pensione con una modesta famigliuola di sarti, i quali le
avevano assegnato la loro camera più bella e le servivano a tavola per
la prima i migliori bocconi. Erano piuttosto buona gente, con idee più
basse della propria condizione, che lesinavano il soldo e parlavano
dell'avvenire delle maestre come di una mostruosa fortuna.

Ella vivea nella propria camera non uscendone quasi mai, studiando
o sognando, ma soffrendo ancora più, giacchè per quanti quattrini
le mandasse il povero ingegnere, erano sempre troppo pochi ai suoi
nuovi bisogni di città. La superiorità della sua natura, che la
spingeva verso il lusso, come le piante si spingono verso la luce,
le facea provare una strana voluttà ad ogni camicia bianca, ad ogni
stivaletto ben serrato. Il bello per lei era il primo aspetto delle
cose, l'estetica una religione. Teneva quella cameretta con una decenza
patrizia, sè medesima con una divinità. Si bagnava, si pettinava
sovente nel medesimo giorno, usava sempre dei manichini irreprensibili
come il buon gusto delle sue frasi e la sceltezza delle sue maniere.

--Chissà mai!--diceva la Lucia col marito.

Ma le rade volte che uscivano a passeggiare, questa le facea da
serva, ed andavano nei luoghi meno frequentati, perchè Ida, vestita
come nessuna delle sue pari, si vergognava tuttavia dei propri
abbigliamenti, quasi tutti dovessero notarla e farne commenti. Quindi
avviluppava ogni signora, cui s'imbatteva, di un lungo sguardo, al
quale nulla sfuggiva; indovinava le sottane sotto le vesti, la camicia
sotto le sottane, le calze sotto la camicia; i guanti, il cappellino,
l'acconciatura dei capelli, la finezza di una trina, i ricami di un
tulle l'occupavano per tutta una passeggiata; quindi la sera a casa li
ripensava, distraendosi dagli studii. Una sete, un'invidia di lusso,
la torturavano; provava le lacerazioni d'un insulto ad ogni occhiata
lanciata dietro una donna meglio vestita di lei, avrebbe volentieri
dato un anno di vita per passare un giorno in carrozza.

Il cuore inaridito lasciava libera la testa, ma la sua testa era un
vortice, che ingoiava tutto il mondo.

Essendosi ingannata col nascere nella propria famiglia e nel proprio
villaggio, si accorgeva di essere povera ed infelice per sempre; ma
il malessere di questa preoccupazione incessante s'accresceva ancora
in quella abitudine di mutismo e di isolamento. Quando il dispetto
lungamente accumulato volea erompere in dolore, ella lo comprimeva
tuttavia; i lamenti così soffocati morivano in maledizioni, che le
lasciavano sulle labbra la schiuma di una convulsione, mentre per
sopportare lo spasimo di tale piaga era costretta ad aprirsene un'altra
colle unghie, rimedio feroce dei grandi ammalati. Quindi passeggiava
febbrilmente per la camera o si buttava sul letto, perchè non avea
poltrona; gettava via i libri, singhiozzava senza piangere, ruggiva
senza gridare, finchè il pensiero che nessuno se ne accorgeva la
scoraggiasse. Allora le tempeste si quetavano, la fanciulla ripigliava
i libri, si accomodava i vestiti si stirava un colletto. Però se la
lividezza del suo viso perdeva le chiazze del pianto, l'anima le
incancreniva.

La fanciulla peggiorava tuttodì. Quella lotta impotente col destino
la corrompeva, gli studi affrettavano quella corruzione. Siccome il
mondo la opprimeva, ella studiava il mondo per combatterlo. Scrutava
le sue leggi, i suoi pregiudizi, i suoi dogmi; rifaceva la sua storia
e ne ricercava i confini. Ad ogni sosta un miraggio che svaniva, una
grandezza che sfumava in una parvenza, una virtù che si risolveva
in una ipocrisia: la scienza era impotente, la religione bugiarda,
l'umanità affannata a sostentarsi la vita materiale e morale, l'una
aiutando di fantasie, l'altra di delitti, perchè i forti divoravano
sempre i deboli. La storia era una leggenda di dolori, la vita una
marcia demente. Avea cercato un momento la formula della felicità senza
trovarla; allora si ribellò nuovamente.

Disprezzò la religione senza oltrepassarla, personificandola nei preti,
rise della filosofia senza averla approfondita; quindi lo scetticismo
le parve il trionfo della ragione, l'aristocrazia dei forti, e vi si
tuffò ingordamente. Sua madre non l'avea mai amata, suo padre non la
capiva, giacchè l'avevano rovinata a forza di volerle giovare, ambedue
preoccupati del proprio egoismo, aspettandosi da lei per un giorno,
forse prossimo, il pane della vecchiaia, dopo avere in gioventù goduto
allegramente tutte le proprie sostanze. Ma allora che cosa era più la
famiglia e il suo amore? Ella avrebbe preteso, per credervi, un affetto
di poeta, squisito, sconfinato, anelante al sacrificio. Secondo lei la
madre non era perfetta nemmeno nel poema cristiano di Maria, e Pierre
Leroux aveva ragione quando accusava Cristo di non aver conosciuto
abbastanza l'amore dell'umanità. L'uomo essendo quindi un animale,
l'egoismo era necessariamente la sola legge e la sola verità della
natura; l'anima era una chimera uccisa dagli scienziati, cui i poeti
cristiani avevano imbalsamato il cadavere negli ammirabili scritti.
Libera ogni avarizia dell'istinto, insensatezza ogni immaterialità.

Questa era la sua tesi favorita, nella quale s'incaponiva quanto meno
ne era persuasa; ma negava, perchè la negazione supponeva un orizzonte
più vasto e una energia più acuta dell'ordinaria affermazione. Laonde
non andò più a messa e staccò persino di sopra del letto l'immagine
della Madonna. Forse di notte l'aveva più volte pregata col delirio
della disperazione che ridiventa speranza; ma siccome la dolce immagine
litografata non avea distolti gli occhi dal proprio paffuto bambino,
ella si vendicava così della sua sordità sottraendosi alla sua
protezione. La Lucia fu tutta stordita il mattino, trovando il quadro
sul tavolo da lavoro.

--Non lo voglio:--aveva risposto Ida di malumore.

--La Madonna?!

--Una donna...--e un sorriso fremente d'infinita empietà commentò
quella parola:--una donna!

Ida si arrovellava; non credeva, non ammetteva più nulla di ciò che
credevano ed ammettevano le altre fanciulle sue pari, ma, struggendolo,
non si era potuta liberare da quel vecchio mondo. Ogni tanto si sentiva
addosso una ruina, che non riusciva a spostare. La sua vita dovrebbe
passarvi sempre frammezzo.

Vedeva le altre fanciulle felici, e le disprezzava senza volersi
confessare d'invidiarle, perchè erano buone, ignoranti, si attiravano
tutte le simpatie, facevano o avrebbero fatto all'amore, avrebbero
vissuto sempre contente, mentre con tutta la sua superiorità essa non
poteva nemmeno umiliarle. Anzi se il mondo avesse penetrate quelle sue
opinioni, l'avrebbe presa in orrore. Ciò soventi la tentava, ma sebbene
audace, aveva paura di mostrarsi a nudo; quindi interrompeva le
conversazioni, o le riassumeva in un motto troppo profondo per essere
capito da quelle fanciulle. Ida, natura violenta d'ingegno, aveva forse
per le discussioni il celebre talento di madamigella d'Espinasse per le
lettere.

Allora si era data ai romanzi.

Sue più di ogni altro la sedusse, urtandola direttamente nel carattere.
Quella continua intenzione al bene e quella inconcussa speranza nella
redenzione dei poveri, le sorrisero come una soluzione del proprio
accorante scetticismo. A poco a poco i quadri della vita laboriosa le
acquetarono le smanie del lusso, così povero di significato morale,
mentre dalle calde pagine del grande socialista le usciva una nuova
vita più luminosa e più feconda. Il suo cuore chiuso come un fiore
sinistro si aperse alla rugiada; quindi nata cogli umili, condannata
cogli umili, che l'avevano tanto nauseata nei bozzetti sentimentali del
Coppée, sentì che in essi solamente era la grandezza della civiltà.
Essa, che non credeva più alla religione di Dio, credette alla
religione dell'umanità per amare tutti gli infelici. Gli entusiasmi
primaverili le sbocciarono dal cuore col profumo delle viole, e l'onda
fulgida della fede li coperse nuovamente di sorrisi. Tutte le sue
ingordigie erano appagate, la poesia le aveva ubbriacato la ragione.

Ma neppure quella credenza durò. La Lucia, donna d'esperienza e
di buon senso, che osava spesso deridernela, la vide ben presto
rinsavire, poichè partecipando, per soccorrerli, alla vita d'alcuni
poveri, dovette accorgersi di quanto differissero dai modelli di Sue
e ne fossero anzi una terribile antitesi. Erano ancora più abbietti
che lagrimevoli, più perversi che ignoranti, senza decoro sdegnoso
di passato, senza aspirazioni nobili di avvenire, accattoni, perchè
non abbastanza grotteschi per essere parassiti, o audaci per farsi
assassini. La vanità di non essersi ingannata la fece resistere
qualche tempo nel romantico apostolato, come aspettando da quell'anime
corrotte di miseria qualche rivelazione di grandezza; ma alla fine
dovette persuadersi, e capitandole fra mano l'opera di Malthus, ammise
volentieri con lui la morbosa superfluità dei poveri.

Aveva sperato con Sue che fossero anime cadute da rialzare, ed invece
erano nature brutali da umanizzare.

L'ultima opera di beneficenza verso una madre, alla quale dava gli
abiti e gli stivalini usati per salvarle la figlia, la disgustò per
sempre, mentre costei si serviva di questi avanzi di un piccolo lusso
per abbigliare la piccina e cavarne un migliore guadagno. Ida lo aveva
indovinato senza stento, giacchè se il suo cuore era adolescente e i
suoi sensi bambini, la sua ragione era adulta. Ma l'apostolato aveva
appena consistito nella conoscenza di due o tre famiglie, che per
ragioni di lavoro facevano capo a quella del sarto.

Intanto essa diventava sempre più donna. L'anno scolastico volgeva
al termine, mentre la primavera moriva nell'estate. Lo sviluppo
della persona essendosele arrestato nello sviluppo eccessivo
dell'intelligenza, rimaneva con una testa di donna sopra un corpo
quasi di fanciulla, stranamente allungato, e con una delicatezza di
forme, che intratteneva il bisogno di una più sensuale efflorescenza.
Ed era una contraddizione non meno fisica che morale, poichè i sensi
le sonnecchiavano ancora, fremendo tratto tratto alle fredde temerità
del pensiero, mentre una nebbia le passava per il sereno adamantino
della ragione, e la fanciulla si sentiva avvolgere come in un calore
di aliti, con certe strette al collo e un'inquietudine d'invisibili
carezze per tutti i muscoli.

Ma ciò avveniva raramente, perocchè studiava molto e ambiva troppo;
d'altronde non conosceva ancora l'uomo.

Quel ragazzetto falegname, il solo sul quale il suo pensiero si fosse
fermato un istante, non le aveva ispirato che una forte simpatia
di camerata, cui non erano forse rimaste estranee le contrarietà
della sua vita casalinga e le confuse necessità di espansione, che
travagliano l'adolescenza; poi lo avea dimenticato. Adesso non pativa
bisogno dell'uomo, giacchè la differenza con lui le sfuggiva. Faceva
la medesima strada, scorazzava nei medesimi campi, scalava le medesime
vette gloriose, scandagliava i medesimi abissi, ostinandosi nella
stessa lotta contro il destino, estenuandosi negli stessi sforzi
contro il mistero; ma avendo in comune la scienza e la incredulità, si
trovava superiore all'uomo nella bellezza del corpo e nella finezza del
sentimento.

Talora le pareva persino impossibile che uomini come il suo maestro
o come il sarto potessero comunicare all'anima qualche emozione
passionata; quindi un abbagliante romanzo di Gauthier ed alcuni altri
di George Sand, che rilesse più volte meditandoli, la confermarono in
questa opinione. Ma poichè la Lucia aveva in quel tempo un bambino alla
mammella, che allattava per casa senza soggezione della gente, Ida
per cortesia verso la buona donna doveva nelle urgenti necessità di
lavoro o delle faccende domestiche consentire talvolta a divertirlo.
Quindi lo cullava, lo vestiva nella loro camera buia, la più povera
dell'appartamento. Il letto vi era quasi sempre disfatto, i lenzuoli
poco bianchi, le coperte di cotone, a uncino, rammendate, di un bianco
ancora più ambiguo che nei lenzuoli. Ma quantunque da sposi, il letto
non aveva se non un cuscino senza fodera, dalla parte della Lucia e
bisunto, poichè il sarto dormiva più basso, colla testa sul capezzale.

Allora Ida pensava all'amore di un uomo e si sentiva nauseata.

Un sucido odore umano esalava da tutta la camera, l'ombra vi era
oleosa, i mobili abbietti.

Una sedia fra la culla ed il letto faceva da comodino, ed aveva sempre
un mozzicone di candeliere con dentro un mozzicone di candela per la
notte; il sego era colato sulla paglia, incollandovi i zolfanelli
sparpagliati, squagliandovisi a macchie fetide di verde rame. Bisognava
che fossero ben bassi nella scala degli animali coloro, che potevano
amarsi in un simile ambiente; ma nonostante tutto quel ribrezzo una
ignobile curiosità la spingeva fatalmente verso il letto. I lenzuoli
lanugginosi avevano la nauseante morbidezza delle carni non use ai
bagni, e si affondavano in due lunghe buche, entro le quali i corpi
degli sposi parevano aver lasciato le loro ombre. Quindi Ida pensava
a quei due corpi, di notte, abbracciati, mentre ella dormiva sola
nel proprio lettino bianco. Un odore viscoso le penetrava tutti i
sensi, un calore, quasi rimasuglio del calore di quei due corpi, le
saliva dai materassi per le reni, una scappata lubrica del sarto
colla moglie, udita nel giorno, le passava sferzando agli orecchi,
una stanchezza morbosa le si aggravava sulle spalle. Quella camera
pigliava l'aspetto di un antro, il suo tanfo si mutava in un sito
terroso di spelonca, tutti gli altri mobili sparivano, mentre il letto
rimasto solo l'attirava talmente, che una volta avea dovuto sdraiarvisi
abbracciandolo con le mani distese. Poi il falegname, il sarto,
qualcuno dei suoi maestri le si presentavano con un'inesplicabile
confidenza, intanto che le vesti le davano incomodi, ai quali non
avrebbe saputo trovare un nome, e la scienza del pensiero le si
nascondeva volontaria dietro l'ignoranza de' sensi.

Una volta assistette, nella stanza che fungeva da bottega, alla prova
di due calzoni, e provò un turpe piacere nella discussione dei loro
difetti, trovando strano, ella che si stimava così scettica, che
nessuno le badasse. E a poco a poco l'animalità si destava nella
sua natura colla sgarbatezza di un avvinazzato. Erano contorsioni e
fiatosità, che la soffocavano svanendo, poi subito dopo una grande idea
o il morso di una passione la ritornavano la solita Ida dall'intelletto
sereno e il cuore sanguinante di orgoglio. A forza di sognare talora
perdeva così il senso della realtà, che le pareva impossibile di
non essere almeno duchessa e milionaria. Un disprezzo inesauribile
le traboccava dal cuore su ogni persona e ogni cosa; disprezzava i
poveri e i ricchi, tutti coloro che non la capivano o almeno non la
indovinavano, mentre guardandosi allo specchio scopriva tanta evidenza
di pensieri e tanta luce di passione nel sorriso dei propri occhi.
Davvero che il mondo doveva essere composto d'imbecilli, i quali
passavano la vita lavorando per un boccone di pane, come gli asini per
una manciata di fieno, ed erano egualmente imbecilli, sebbene più
belli, i fortunati che non lavoravano. Ella invece si sentiva degna di
tutto, capace di tutto come Napoleone dal lido di S. Elena; ma come il
grande, cui idolatrava per la fredda onnipotenza della volontà, era
lontana dal mondo, sulla soglia di una prigione aperta, nella smorta
solitudine di un oceano senza tempeste.

Povera Ida!

Aveva scritta una bella poesia con questo titolo e poi l'avea
stracciata.

L'anno finì, e ritornò al villaggio in apparenza la stessa, ma nello
spirito profondamente cangiata. Quindi riprese le antiche abitudini,
accompagnando la mamma a messa o a spasso, rispondendo rispettosa a
tutte le sue domande, ma in fondo al cuore irridendola. Alle compagne,
che le correvano incontro, rese appena un saluto di sussiego e parlò
col più elegante italiano; quelle sulle prime risero e si prepararono
a canzonarla, ma Ida le imbrogliò con tali complimenti, che la beffa
plebea cessò in una attonitaggine di meraviglia. Nullameno scoppiò dopo
le spalle più violenta.

Però quel suo contegno superbo e cortese in casa cominciava a trionfare
perfino della mamma, la quale, a forza di tagliarsi nell'acutezza di
quella ragione, la evitava involontariamente e non facea più certi
discorsi e non pronunciava più certe parole.

Spesso un'occhiata della fanciulla bastava a frenarla, ma come la sua
non era natura da sollevarsi ad una vita più intelligente, ogni tanto
si vendicava di quella soggezione con una scenata eccessiva. Ida si
trincerava dietro un'aspra indifferenza, quindi tutto l'impeto di
quella collera vi si frangeva come ad una scogliera.

Adesso un altro cielo le si era schiuso.

Benchè superasse di poco i sedici anni, lo sviluppo precoce
dell'intelligenza la offriva a tutte le seduzioni del pensiero. George
Sand l'ammaliò coi propri trionfi di scrittrice. La fanciulla, cui la
divinità dell'arte aveva sferzato il cuore con un sorriso, soffriva
già tutti i delirii della gloria. Una luce nuova le aveva invaso
lo spirito, una lena inaspettata le rinvigoriva tutti i muscoli;
nell'ardore delle imminenti battaglie le sue stesse spavalde impazienze
la ubbriacavano. La modestia quasi pitocca de' suoi natali le parve
allora bella di un significato glorioso in antitesi coll'apoteosi della
meta, mentre i posteri li avrebbero cercati con religiosa emozione,
e forse più di un poeta dell'avvenire avrebbe fatto colla sua povera
cuna il nido ad una canzone immortale. Tutte le asperitudini della sua
vita si levigavano perdendo del loro carattere umiliante, quasi tante
prove, per le quali il suo spirito dovesse passare purificandosi, tante
battaglie che il destino nemico desse al suo genio per contendergli la
suprema conquista di un nome. Laonde si fortificò nello scetticismo,
perchè l'artista, il quale studia per riprodurle tutte le fisonomie
della vita, deve essere al disopra di ogni affermazione o negazione
volgare, luminoso come un astro, limpido come uno specchio, sonoro
come l'eco della montagna. Vizi e virtù, grandezze e bassezze, non
sono che colori di tavolozza; vedere per vedere, ritrarre per umiliare
i miopi coll'acutezza della propria vista: Goethe! Ida s'innamorò di
Goethe, inabissandosi nel Faust. In fondo alla scienza il mistero, in
fondo alla vita il nulla, giacchè lo sentiva fin troppo, il quinto
atto del dramma, la redenzione di Faust nel bene era la massima
ironia del poeta verso la borghesia inzaccherata d'ignoranza e di
morale cristiana. Ma in fondo all'arte la gloria di gittare un ponte
magico fra il mistero della scienza ed il nulla della vita, il trionfo
dell'individuo sulla massa, la supremazia invincibile dell'ingegno
sulle forze coalizzate della imbecillità, delle ricchezze e delle
gerarchie.

Incanti di giovinezza, iridi di una bolla di sapone!

Ma lavorava sul serio. Concepiva più di uno studio alla volta, e lo
cominciava per piantarlo subito dietro un altro più ampio e più bello,
avendone appena come Murger scritto il titolo sopra un quaderno nuovo.
Poi mutava ancora, aprendo cento porte e non entrandone alcuna, qualche
volta precipitandosi nello studio per lo studio e ritornando ancora
alla velleità delle rivendicazioni, drizzando i suoi futuri volumi
contro i muri della società per aprirvi una breccia, sulla quale
passare raggiante di superbia.

Persino la gente del villaggio cominciava a sospettare qualche mistero
in quella fanciulla sempre pallida, col viso sempre aggrondato. Non
sorrideva mai; e, per un capriccio inesplicabile, aveva adottato il
nero pel solo colore de' propri abiti.

I giovanotti più depravati del paese, che passeggiavano a tarda ora
cantando stornelli da osteria o storpiando qualche duetto di opera
imparato dalla banda, guardavano la finestra sempre illuminata di Ida,
diventando seri loro malgrado nello sparlare di lei. Era l'ammirazione
e l'incubo di tutti.

Ma di notte l'assalivano fiere malinconie.

Tutti quei bei sogni di gloria, quasi foglie scrollate da un vento
freddo intorno ad una rovina, le cadevano mutamente intorno. Si
sentiva ancora più inutile che sola, più piccola che inutile, nata
in un villaggio, condannata forse a fare la maestra in un villaggio,
costeggiando sempre le rive del mondo senza approdarvi, intendendo
dei brani di musica, odorando delle folate di profumi, ma senza che
nessuno si rivolgesse a guardarla confusa fra le immondizie addensatevi
dal riflusso del mare. Quindi riviveva in un minuto di spasimo
tutta la propria vita di oramai diciassette anni, riassaporandone
tutte le umiliazioni, succhiandone tutto il veleno, e dopo questa
ineffabile agonia di dolori si adagiava in un tedio infinito, smorto
come il crepuscolo, umido quanto la nebbia. Vedeva il mondo in una
visione fumosa, nella quale la vita perdeva ogni significato e tutti
gli oggetti la loro individualità, onde non le rimaneva più se non
aspettare una piega della bruma, che avviluppandola la togliesse alla
funerea scena. E Ida l'aspettava colla lugubre indifferenza della
disperazione. A diciassette anni provava il peso della esistenza e il
vuoto del lavoro senza aver troppo esercitato nè l'uno nè l'altro; la
morte perciò era il supremo trionfo del vinto, la sua vendetta contro
il mondo. Questa idea, che ha sedotto tanti poeti infelici, sedusse
lei pure. La studiò, la vestì, le diede la posa più scultoria; si
compiacque nell'immagine della torva fanciulla sempre bruno-vestita,
che una notte, col cielo plumbeo, senza nè luna nè stelle, si alzava
dal largo tavolo ingombro di libri lungamente compulsati e pur troppo
capiti, si levava bianca di una tragica serenità, i capelli disciolti,
e guatando un'ultima volta il mondo dalla guglia del proprio sublime
dolore, si precipitava nella tacita immensità della morte, come una
spenta meteora tramonta nel baratro della notte, senza gittare un
grido o lasciare una parola, che potesse rivelare ai villani della
terra il segreto della sua eroica sciagura. Morire, e che gli altri la
piangessero poscia inutilmente, come inutilmente essa avea vissuto!

Ma la sua testa era troppo forte per cedere a questa tentazione;
quindi bastava il ricordo del castello cogli appartamenti della morta
contessa, perchè la vita la riattirasse con tutto il fascino delle sue
speranze battagliere e la magia delle sue gioie vanitose. Allora sicura
di una nuova energia scrollava il capo mormorando:

--No.

Ora le difficoltà finanziarie della famiglia si erano moltiplicate da
non dare più requie. Tre dei quattro poderi della legittima avevano
mutato padrone, il quarto stava per seguire il cattivo esempio; laonde
fra la mamma e il padre si allargava l'abisso, sul quale le liti non
gettavano più il loro ponte d'insolenze. Forse essendosi finalmente
conosciuti, temevano di andare troppo oltre nel cedere all'intimo
corruccio. Ma, allontanandosi l'uno dall'altra, si erano separati dalla
fanciulla.

L'ingegnere, da qualche tempo uso alla bettola coi peggiori soggetti
del paese (nè i migliori valevano gran cosa), non si ricordava quasi
più della sua idolatria per la bambina; anzi il sogno della sua vita,
essendo ormai sulla soglia della realtà, poichè Ida aveva mantenuto
le promesse intellettuali dell'infanzia, sembrava come dispettarlo,
ostinandovisi solamente per smentire le insolenze degli amici, i quali
gli dicevano fra un boccale e l'altro:

--Quando spiccioliamo l'ultimo podere?

Ma in fondo era lacerato da un rimorso. Avea buttato la sua bella vita
nel grembiale di una trista donna, sacrificando a' suoi capricci
l'avvenire della figlia; la quale chi sa come finirebbe, costretta
a battere alle porte del mondo come una mendicante. Il suo orgoglio
si rivoltava, diventava odio verso tutti, verso la sua famiglia,
che lo aveva scacciato, e pur troppo con ragione, verso la balia,
verso Ida, che aveva l'immenso torto di essere una natura superiore,
forse un ingegno potente, un carattere luminoso, e per colpa della
povertà dovrebbe vivere e morire nel buio. Quindi non parlava più
in casa o, se parlava, solamente a monosillabi, avventandoli come
sassate rabbiose; mentre la moglie, che aveva sempre avuto su lui la
supremazia dell'amata sull'amante, alzava le spalle con una tale aria
di superiorità, che gli faceva perdere la testa.

Quel disprezzo invincibile di una donna, una... (e l'ingegnere trovava
nomi sempre più osceni), era il colmo della miseria. Ida si accorgeva
di tutto, ma si ritraeva in sè medesima non volendo, sebbene la
sospettasse, conoscere ancora la vera posizione della propria famiglia.
Fino allora i dolori della sua vita erano stati nobili, facilmente
poetici all'immaginazione; i nuovi sarebbero dolori avvilenti. Ida
ricusava. Ma poichè l'ingegnere non aveva trovato migliore rimedio che
di ubbriacarsi tutti i giorni, ella non usciva quasi più dalla propria
camera.

E una notte, che egli era rimasto per le scale e loro due donne
dovettero portarlo di peso sul letto, Geltrude, dopo avere insultato
lungamente quel corpo quasi inanime, invelenita ad un moto sgarbato
della sua testa, gli diè uno schiaffo violento sulla bocca.

--Vigliacco! guarda come si riduce.

Ida invece mormorò quei versi di Byron:

--Poichè l'uomo ha la disgrazia di essere ragionevole, si
ubbriachi!--e nel suo sguardo passò un lampo di compassione per
l'infelice, di cui comprendeva la condotta.

Ma la vita peggiorava ogni dì, finchè ella lasciò il villaggio
all'apertura delle scuole; si divise freddamente dai genitori,
l'ingegnere piangeva.

Allora Ida scriveva un poema su Nerone, in lui personificando sè
stessa. Aveva ottenuto dai maestri di essere poco assidua alle
lezioni per non muoversi quasi mai di casa; nullameno vestiva colla
stessa cura, smarrendosi ogni giorno in un mondo ideale, dal quale la
distoglievano appena i fastidi della miseria e le insubordinazioni dei
sensi.

La fanciulla perfettamente sviluppata aveva assunto la bellezza del
proprio tipo. Aveva la pelle bruna ed ombrata di macchie, la fronte
ripida e la bocca grande, ma la candidezza dei suoi denti aveva dei
fulgoramenti di cristallo e le sue labbra, piuttosto grosse, si
rialzavano agli angoli con una espressione irresistibile di sensualità
e di sarcasmo. Il naso troppo piccolo fra gli occhi enormi e sotto le
sopracciglie moltissimo arcuate, era il suo maggiore difetto, giacchè
dal collo sino ai piedi il suo corpo era un capolavoro, una figura di
Mieris allungata dal Parmeggianino. La grazia del suo portamento era
ancora superata dalla provocazione inconscia dei suoi gesti e delle
sue attitudini; aveva la voce velata come lo sguardo, quasi come
la pelle. Poi la sua figura quasi avvolta nel mistero, odorante di
voluttà, pareva tratto tratto ingrandirsi nella serietà di un grande
pensiero. Ida si capiva. Sapeva tutti i propri difetti e tutte le
proprie forze, studiandosi più dei libri prediletti e considerando la
toeletta di ogni mattina come gli schermidori la visita quotidiana
alla sala di scherma. Che se Leonardo impiegò due o tre anni a copiare
la _Gioconda_, seguendo ad uno ad uno gli errori de' suoi capelli e de'
suoi sopraccigli, ella faceva altrettanto con sè medesima all'ampio
specchio, che il sarto le aveva messo nella camera e che ella usava
quasi da consumarlo, se un'ombra potesse consumare un corpo. Inventava
o si adattava gli abiti alla moda senza mutarne il colore, tagliandoli
e cucendoli spesso da sè, colla mano ricoperta dal guanto per non
sforacchiarsi le dita.

La donna nuda è la donna armata, ha scritto Victor Hugo.

Ida aveva corretto la formula: la donna bella è la donna forte; ma
sapeva benissimo, quantunque giovane, che la bellezza della espressione
vince così l'altra della plastica, che l'arte stessa ha sempre faticato
a raggiungerla. Un pittore le avrebbe trovata una testa brutta, un
poeta una testa fatale, ma ella non l'avrebbe cangiata con quella
d'una Venere o di una Madonna. Senza averne la bruna caldezza e la
incalcolabile sensualità somigliava quasi alla _Femme Fellah_ di
Landelle; il medesimo infinito del deserto negli occhi meno avvampante
e più profondo, la luce che vi ondulava ad immense pieghe, e i baleni
che folleggiavano per quella luce. Però doveva essere una donna brutta
per la maggioranza degli uomini e delle donne; solamente colui o colei,
che le badasse, sarebbe perduto.

Quindi coltivava questa bellezza segreta per renderla sempre più fine,
affilandola come il taglio della spada, aguzzandola come la punta del
pugnale. E poichè la bellezza dovea essere l'arma delle sue battaglie,
la fanciulla che aveva tanto sofferto e tanto desiderato, aspettando
da tanti anni in un silenzio grosso di tempesta, in una calma fremente
di lotta il segnale dell'attacco, si guardava sovente nuda allo
specchio; e nel provare a sè medesima tutte le pose dell'amore quasi in
una rivista de' propri vezzi, agitava i lampi delle pupille come una
lama di fioretto nel braccio tragicamente proteso.

Era donna.

Le sue malinconie pigliavano un carattere più serio, i suoi bisogni
alzavano la voce; non erano più desiderii ma bramosie, non voglie
ma appetiti. Aveva il calore ed invocava la luce. Talora, parendole
di aver fin troppo aspettato, si allentava, discendeva dalla roccia
scoscesa del proprio isolamento per mischiarsi fra gli abitanti della
pianura, dalla quale le arrivavano esalazioni tepenti e voci giocose.
Le sue passioni ruinavano al basso quasi a ritemprarsi nella prova, o
a scagliarsi sopra una preda imprudente e come uno stormo di aquile
riguadagnare le cime azzurrine.

Allora si guardava attorno esaminando gli uomini. Il suo sguardo
profondo penetrava i loro abiti, oltre gli abiti la loro vita,
impudente come lo sguardo della scienza ed acceso come quello
dell'arte. Quindi spremeva il significato di tutte le forme, il
piccante di tutti i difetti; animalità, brutalità e bruttezza in quelle
ore di febbre avevano la maggior seduzione, un prestigio idealmente
satanico, poichè sentendo di degradarsi in quella scesa, avrebbe voluto
conservare la propria superiorità collo scendere più profondamente
degli altri, che non sospettavano nemmeno le altezze della sua vita
quotidiana.

E la sua anima fiutava.

Una volta...

Dirimpetto alla casa di Ida abitava una famiglia di due donnicciuole,
due beghine, che si tenevano un nipote, povero gobbo malaticcio, dalla
fisonomia livida e gli occhi verdi ed intelligenti. Le due vecchie
zitellone, le quali passavano la vita lavorando dei fiori da chiesa e
nelle ore d'ozio ripetendo le orazioni, adoravano quel ragazzo, cui
avevano tardi insegnato a leggere e scrivere. Il ragazzo aveva quindici
anni. Non conosceva compagni, non usciva quasi mai per il pudore
ombroso della sua malattia; ma era amico di un vecchio cane e leggeva
dei romanzi.

Le zie, che lo credevano sempre un ragazzo, nella loro ingenuità glie
li permettevano siccome giocattoli.

Ida le conosceva appena. Le aveva incontrate più d'una volta
nella bottega del sarto, si salutavano, anzi meglio la salutavano
rispettosamente dalla finestra; invece conosceva quel ragazzo, e la
loro conoscenza era nata di compassione. La fanciulla, che soffriva per
il fermento delle vergini forze, si era impietosita allo spettacolo di
quel povero ragazzo colle spalle nelle orecchie e le gambe contorte
da uno scherzo feroce, lì sul margine dell'esistenza come un rifiuto
immondo all'uscio di un'osteria.

Questa ultima immagine le tornava spesso nella mente come una insolenza
contro la natura.

Il gobbo, comprendendo forse per l'arcana intuizione degli infelici
la potente malinconia di quella testa, guardava sempre alla finestra
di Ida, aspettando che ne cadesse uno sguardo o un sorriso. I loro
più lunghi discorsi non aveano durato più di tre minuti, senza
maggiore significato di un'elemosina che ella gli gettasse o di un
gioco che la divertisse; nullameno, dacchè il gobbo stava tuttodì
alla finestra, qualche cosa era passato fra di loro. Ida veniva più
spesso al davanzale e vi si fermava col libro in mano, mentre l'altro,
fingendo di ruzzare colle orecchie del cane, sbirciava in alto. Ma i
loro sguardi s'incontravano, e dall'urto degli sguardi sprizzavano
scintille di pensieri comuni. Nella fatica delle proprie febbri Ida
più di una volta, addossata alla finestra, aveva avventato sul ragazzo
la fiamma tigrina della propria pupilla. Ma sebbene per la età e per
la sua natura fosse già iniziato a tutti i vizi dell'adolescenza,
indietreggiava sotto quelle occhiate, egli che non potendo avere
aspirazioni, aveva tutte le ritrosie e tutti i timori di una deformità.

Ella lo discuteva.

Una mattina le zie lo mandarono dal sarto per certa seta. Ida, in quel
momento a discorrere coi padroni di casa, gli aperse la porta. Il
ragazzo impallidì e si turbò talmente, che incespicando cadde. Ella lo
prese sotto le ascelle e, sollevandolo robustamente, lo adagiò sopra
una poltrona; poi seguitò ad interrogarlo accarezzandolo, quasi che fra
loro corresse una immensa differenza di età ed egli fosse davvero un
piccino.

Il ragazzo si rinfrancò, espose il suo incarico e rimase qualche minuto
ciarlando. Avea la voce dolce, e vi era tanta confusione ne' suoi
gesti, che diventavano amabili.

--Non mi dai la mano?--gli chiese Ida gaiamente, vedendolo rizzarsi.

Egli arrossì, ma l'altra comprese, e piegando le gambe per farsi della
sua statura:

--Così, così, non è vero?

Il ragazzo sorrise tutto contento.

--Devi essere buono,--soggiunse pensierosa.

--Le mie zie mi vogliono bene.

--Esse sole?

L'altro rimase guardando.

--E tu vuoi bene a loro sole?

--Non ti piacerebbe la signorina, Rocco?--interloquì la Lucia.

Rocco aprì gli occhi, fissando la fanciulla con una ammirazione così
intensa ed ingenua, che tutti risero.

--Quanti anni hai?

--Ormai quindici.

--Vuoi che facciamo all'amore... dalla finestra? vuoi? Devi essere
tanto buono! Ma tu leggi spesso, che cosa leggi?

--Il _Conte di Montecristo_.

--Se vorrai dei libri domandamene, ne ho anch'io. Addio, Leopardi.

Il ragazzo non comprese quel nome ed uscì tutto ilare, ricomparendo
subito alla finestra col cane.

Ida gli fe' un cenno amichevole con la mano, egli sorrise. D'allora non
passò giorno che non si parlassero.

Era una domenica di febbraio, calda di sole. A quando a quando tepide
ed indefinibili esalazioni passavano sulle vie della città formicolanti
di gente in abiti da festa, che pareva più allegra in quella stupenda
giornata a mezzo di un inverno troppo rigido di ghiaccio e frequente
di nevi. Ida si appoggiava stanca al davanzale. Invano la Lucia avea
messo tutto in opera per trarre seco ad una passeggiata la signorina,
la sua dozzinante, come la chiamava colle amiche, giacchè per le
stesse ragioni di vanità Ida rifiutava quasi sempre, e quel giorno
vi si era ricusata anche più seccamente del solito. Le pareva di non
poter camminare; piuttosto che vestirsi si sarebbe mille volte meglio
spogliata in faccia a quel sole, che le allagava la camera prima di
tramontare. Era sola in casa, aveva quasi caldo. Spalancò tutte le
finestre, rigironzò per le stanze, fermandosi più lungamente nella
bottega ad osservare gli abiti incominciati e quei due grandi figurini
insinuati negli sportelli della credenziera. Ma quelle figure di uomini
la indispettirono, tornò allo specchio. Le parve di essere più pallida
e più bella; si sedette, girò ancora, andò alla finestra.

Rocco l'aspettava: non lo salutò nemmeno.

Il suo sguardo correva sull'azzurro colla fuga di una meteora; si
sentiva battere il cuore e tratto tratto come il vellico di una carezza
sul collo, che glielo stringeva al pari di un laccio. Poi il respiro se
le ingrossò così che dovette rizzarsi, incolpandone tacitamente la posa
sul davanzale. Il sole le batteva in faccia.

Ma siccome le gambe cominciavano a tremarle, abbandonò barcollando
la finestra per tornare allo specchio. L'enorme volume dei capelli,
raccolti capricciosamente sulla nuca, le ripiegava la testa; aveva il
corsetto troppo attillato, allentò un bottone, poi un altro, respirava
a stento, ne allentò ancora, li allentò tutti. La camicia non più
compressa dal busto le si allargò e, nella violenta tempesta che lo
scuoteva, il seno soverchiolla con un bianco sorriso. Ida tremava. Le
pareva di avere una camicia di piombo, di essere ammalata, agitava
la testa e le mani. Avrebbe quasi voluto torsi dallo specchio senza
quell'irresistibile bisogno di esservi come in due, seminuda e morente.
Un immenso desiderio, caldo come il respiro di un cane, le saliva dai
piedi alla testa; si sentiva come delle dita che le scherzavano nei
ricciolini della nuca, dei soffi che le passavano sulle labbra, mentre
il sole impallidiva esso pure guardandola, librato nel vano della
finestra, smorto nella voluttà di un'altrettale agonia.

Soffocava. Le palpebre abbassate, le mani frementi di carezze, tentò
inutilmente un migliore atteggiamento e, sempre più violentata da
quella smania, mormorò qualche accento colle labbra dischiuse dalla
sete. Non vedeva, non udiva: vedeva solamente il sorriso dei propri
denti nella lastra, provava il peso dei capelli, intanto che quel
calore impotente la fasciava e l'incomodo della sedia le si acuiva
in tormento. Ma le sue fibre compresse da quella attesa tropicale
scattarono. Una treccia le cadde sferzando sulla schiena. Scinta,
fremente, si cacciò in quel raggio di sole, e venne alla finestra.

Rocco la dovette vedere come una apparizione. Con quella fiamma nelle
pupille la fanciulla lo discerneva confusamente; gli fe' un cenno, egli
rispose.

--Vieni,--sussurrò con un gesto demente ma irresistibile, lo
ripetè, poi come una pazza corse per le altre stanze alla porta
dell'appartamento, e si appoggiò alla maniglia per non cadere. Ansava.
Poco appresso intese per le scale lo strascicare di un passo, quindi
dilatando gli occhi si alzò sulle punte dei piedi per non far rumore.
Il passo si arrestò incerto alla porta.

--Sei tu?--sibilò spiando per la fessura.

Poi:

--Entra.

Entrò. Ida socchiuse, abbandonandosi sopra una sedia, ma si rialzò
istantaneamente, lo prese per mano, lo trascinò nella propria camera.

--Sei solo?

--Sì.

Si fermò.

Rocco era verde, le arrivava appena all'anca; ella si sedette.

--Sei solo?--ripetè.

L'altro non rispose; le stava innanzi al seno scomposto. A poco a poco
la sua lividezza s'imbruniva; un sorriso infantile gli sfiorò a volo
le labbra. Poi le abbassò una mano sulla veste e gliela strinse; la
camicia non difendeva più il seno della fanciulla, nudo come quello di
una Madonna, ma ben altrimenti espressivo, con una bianchezza odorosa
ed una inesprimibile follia di vita. Il ragazzo si allungò, ma gli
occhi sbarrati della fanciulla lo trattenevano, e allora col petto
contro a quelle ginocchia, sotto a quel volto, a quel seno, col mento
su quelle ginocchia, titubò anch'egli senza volere, senza capire; e
non sostenendo più quegli sguardi nè quel volto grave su lui come su
una ruina, quel seno più misterioso adesso che era nudo, titubò ancora
e, la gola stretta da quel sogno, scrollando spasmodicamente la testa,
gliela nascose in grembo con uno scoppio di pianto.

--Eh!--mormorò la fanciulla, premendosi la sua fronte contro il seno
come quella di un bambino; si levò, lo portò sul letto, vi si sedette.

Allora il torrente ruppe le dighe, e la febbre della strana vergine
dalla mente più depravata di Messalina e dal cuore secco investì quel
frale corpicciattolo, come la tigre addomesticata investe ruzzando
il cagnuolo. Lo rivoltolò, lo mordeva coi baci, lo spogliava colle
mani senza amore e peggio senza compassione, ella medesima seminuda
in un gruppo ammirabile ed assurdo. V'era dell'aggressione in quella
furia. Ella, che non rispettava più nulla e sapeva tutto, era quasi
feroce; mentre egli, stordito, trovava appena il tempo o il coraggio
di una carezza, difendendosi inutilmente, poi abbandonandosi con una
disperazione voluttuosa a quell'impeto di felicità lungamente agognato,
senza nemmeno la potenza di sognarlo.

Ella lo respinse dolcemente giù dal petto, più basso, perdendolo quasi
nella sommossa delle sottane. Le sottane sottilmente profumate gli
lambirono con un alito soave tutti i sensi della faccia, fasciandolo
in una nuvola, nella quale la sua deformità non avea più vergogna e la
libertà era tutto un mistero. Egli vi si accovacciò come una scimmia
nel covo, buono e del pari animalesco, con tutte le sue malizie e le
ingenuità ancora più maliziose, i vizi che gli strillavano in capo come
una nidiata di pulcini, e l'anima assordata da quegli strilli.

Quando il sole si staccò dalla finestra Rocco era uscito da quella
nuvola sdraiandosi ai piedi di Ida come un cane. Ella era immobile; poi
si portò una mano al viso, stropicciandosi gli occhi, e non vide più
il sole. Discese prestamente, andò allo specchio, si ravviò i capelli,
rindossò l'abito, ricomponendosi la faccia con tanta facilità, che
Rocco, il mento sulla sponda del letto, la guardava incantato senza
comprendere. Era ridivenuta calma e severa.

Rocco si nascose il volto nelle mani.

Ida gli si appressò, lo posò per terra: ma il ragazzo le si aggrappò
alle sottane.

--Piangi?

Infatti singhiozzava.

Gli staccò le dita, quindi pigliandolo per mano lo condusse senza dire
una parola alla porta dell'appartamento.

--Tieni,--fe' chinandosi a baciarlo sulla fronte.

Rocco non rispose, infilò l'apertura tutto sbalordito, sentendo appena
di essere spinto e rinchiudersi la porta; ma Ida, ritornando nella
propria camera, intese i latrati del cane, che saltellava intorno
all'amico per la casa deserta. Quei latrati la fecero pensare.

Quindi si appressò alla finestra senza mostrarsi, e vide Rocco colla
testa forse ardente sul marmo del davanzale, e il cane che colle gambe
anteriori sulla sua schiena era salito a leccargli gli orecchi.

Un empio sorriso sfiorò le labbra della fanciulla:

--Rocco rifà la mia parte.

Da quel giorno una sfacciataggine serena le brillò negli sguardi, ma
a scuola parlando colle compagne usò come una sprezzante castigatezza
di linguaggio. Non sentiva nè rimorso nè avvilimento; aveva voluto
conoscere l'uomo, ed avea fatto un esperimento in _anima vili_.
D'altronde con Rocco non correvano impegni.

Egli non si staccava più dalla finestra nemmeno la notte. Le buone zie
gli dicevano scherzando che si era innamorato della signorina, ma non
badavano alle lacrime, che gli gonfiavano gli occhi e cadevano talvolta
sui loro fiori finti. Ida manteneva quel solito contegno: veniva
raramente alla finestra, salutava Rocco senza curarsi delle occhiate
affannose, che le figgeva in faccia, nè del suo aspetto ancora più
macilento. Pareva impossibile che un corpo tale potesse dimagrire, e
nullameno dimagriva. La pelle gli si facea addirittura verde, gli occhi
gli lucevano di una luce sinistra, senza che niuno se ne accorgesse
all'infuori del cane. La povera bestia, che amava il proprio padroncino
con tutto il trasporto di un egoismo animale, adesso che Rocco non
mangiava più e per vuotarsi il piatto gli gettava nascostamente gran
parte delle pietanze, raddoppiava di carezze e d'insistenze. Non si
lasciavano una mezz'ora se non di notte, quando egli saliva alla casa
di Ida.

Allora Rocco si vestiva chetamente, pigliava le scarpe in mano, faceva
un cenno a Toto, un cenno che esprimeva un mondo di cose e che questo
capiva subito, perchè si rincantucciava sotto il letto. Poi sulle
punte dei piedi traversava la camera delle zie, l'uscio della quale
era sempre socchiuso; e trattenendo il respiro, trattenendo quasi con
un conato supremo di volontà il battito del cuore, moveva un passo al
minuto, ascoltando il russo di quei due nasi devoti, al buio come i
gatti, tremando sempre di essere scoperto ed imbrogliandosi già per
trovare una scusa. Finalmente arrivava alla porta dell'appartamento, si
arrampicava sopra uno sgabello, che vi teneva appositamente di fianco,
tirava il catenaccio, alzava il saliscendi, socchiudeva maliziosamente,
insinuando fra il pavimento ed il battente aperto una scheggia di
legno, perchè la porta urtata a caso resistesse, calzava le scarpe, e
giù frettoloso, ma leggero.

Ida dalla finestra lo vedeva traversare a corsa la strada dopo aver
spiato guardingamente se fosse deserta. Allora dalla propria camera,
lambendo l'altra dei padroni che russavano egualmente, veniva ad
aprirgli l'uscio della bottega, lo pigliava in braccio, e mentre Rocco
le baciava il collo come ad una mamma, ritornava pian piano nella
camera e lo posava per terra.

Ella non aveva mai un trasporto per lui.

Era stata la prima a proporgli quei convegni notturni una volta che
Rocco era tornato su dal sarto, proprio dopo di averlo veduto uscire e
la Lucia era di là dal bambino. Ella gli aveva detto che verrebbe alla
finestra col candeliere, quando lo vorrebbe.

Rocco, che da letto vedeva la sua finestra, non chiudeva più la
griglia, non dormiva più, perchè Ida si coricava tardi ed era capace di
chiamarlo assai dopo la mezzanotte. Una volta mancò, e dovette piangere
leccandole i piedi come un cane per ottenere il perdono. Erano notti
stravaganti le loro, facevano di tutto.

Ida colla fantasia sboccata d'un poeta e la depravazione di una reclusa
si abbandonava a tutti i capricci, mischiando idealismo e brutalità,
spremendo la più pura essenza del sentimento dal fango di una parola
o di uno scherzo. Rocco consentiva tutto, ma fra tutte quelle gioie,
che lo soffocavano e forse lo uccidevano, una invincibile tristezza lo
rendeva a quando a quando distratto, curvandogli la testa sul petto con
un moto cadaverico.

Il piccolo cuore di quel martire della natura avrebbe avuto bisogno
di un amore quasi materno, ed invece si accorgeva di non essere che
un giocattolo, carino appunto perchè deforme, fra le mani di quella
pallida superba, bella come la natura, e per lui egualmente insensibile.

Una volta nella esaltazione dell'orgoglio ella gli lesse un brano del
suo poema.

--Lo sai tu di chi sei l'amante?--gli avea chiesto cogli occhi
luccicanti.--Senti.

Rocco ascoltava senza capire gran cosa, ma le guardava intensamente
la faccia illuminata nell'entusiasmo dell'arte. Ida era diventata
Nerone; gli occhi le si erano dilatati, le narici le palpitavano, il
seno disordinato nelle irruenze di poco dianzi le si alzava fremebondo,
mentre il ragazzo, incantato in quello spettacolo così nuovo e
misterioso, le si avvicinava mano mano, come sapendo che la grandezza
vera è quasi sempre buona.

Ma la fanciulla, che all'ultimo razzo di un'esplosione lirica aspettava
un urlo di ammirazione, e si era rivolta per sorprenderglielo, vedutolo
così stupidamente attonito, gittò sdegnosa il manoscritto.

Quei convegni duravano sempre due o tre ore, e lo lasciavano affranto.

Ma Ida non aveva mai perduto la ragione nel tumulto più violento dei
sensi. Anzi una notte che l'ambiente era tepido, invasa da una delle
solite vanità si era spogliata ignuda allo specchio, imponendo a Rocco
di fare altrettanto. Rocco vergognoso si era invece accasciato ai
piedi del letto. Ella gli si volse camminando a fronte alta, col passo
olimpico di una dea, le trecce nere che le sferzavano gli stinchi, lo
prese lentamente per un braccio e lo portò allo specchio. Due candele
lo illuminavano abbastanza vivamente.

--Non sei contento?--gli disse, mostrandoglisi entro il chiarore
limpido della lastra.

Rocco le gittò le braccia al collo e si mise a piangere
silenziosamente. Allora col cuore rabbonito dal trionfo, ella lo
ricondusse dallo specchio al letto, ripetendogli con soave solletico:

--Non sei contento, Rocco? Che cosa vuoi?

Il ragazzo sollevò il viso lagrimoso e, guardandola arditamente, fe' un
gesto.

--Tu?!

Il ragazzo insistè, ma Ida lo respinse brutalmente, schizzando dagli
occhi una fiamma gialla.

--Tu?! no.

Quella notte fu l'ultima del loro stranissimo amore. Poco dopo Rocco si
ammalò gravemente.

Le zie, che lo amavano con tutto il trasporto della loro vita sterile
ed abbandonata, ne furono inquietissime e si dettero lo scambio di
notte per vegliarlo. Rocco non parlava: era mesto e rassegnato. Si
accorgeva di tutto quel bene delle zie, ma l'occhio gli correva
ostinatamente alla finestra chiusa di Ida con un affetto calmo di
moribondo, perchè Rocco sapeva di morire.

Quel corpicciattolo avea resistito fin troppo.

Il medico non ordinò che del vino generoso, il solo olio che potesse
ardere ancora qualche giorno in quella lucerna. Le vecchie piangevano,
avevano staccato di sopra al loro letto il gran quadro di san Giuseppe,
drizzandolo sul canterano di Rocco con quattro candele benedette
appositamente dal parroco, sempre accese. Poi fecero scoprire la
Madonna delle Grazie e benedire una camicia. Quando gliela misero, una
zia stava in ginocchio mormorando una speciale orazione. Rocco lasciava
fare, ma una volta disse con un triste sorriso:

--Muoio!--poi guardò la finestra.

Le zie credettero che fosse davvero innamorato, lo dissero col curato,
colle vicine, così che la Lucia corse dopo dieci minuti a dirlo
scherzando con Ida intenta al suo poema.

--Proprio?!

--Povero ragazzo!--aggiunse la Lucia.

Ma la sera del giorno seguente la Lucia le tornò in camera con un
contegno metà ilare e metà imbarazzato per dirle che c'era di là la
signora Marcella, una zia di Rocco, la quale era venuta a supplicarla
di un favore e non si arrischiava, perchè lei, la signorina... Insomma
quel povero gobbo era innamorato sul serio e aveva tanto pregato il
parroco, che questi gli aveva ottenuto dalle zie di vedere un'ultima
volta la signorina.

--Si è confessato?!

--Già,--e la Lucia aprì tanto d'occhi.

Ida si alzò.

--Faccio entrare la signora Marcella? Se vedesse come piange, gli
volevano tanto bene...

--È inutile, non vado;--e un turbamento mal suo grado visibile
l'agitava, desto da quelle parole: si è confessato.

--Vada là... se vedesse...

--È impossibile,--ripetè la fanciulla con voce più dolce:--certe
scene mi fanno male, non dormirei per un mese. Povero ragazzo! me ne
dispiace, ma sarà una fantasia da malato, che gli passerà. Non posso,
dite alla signora Marcella che sono dolentissima, ella pure mi capirà,
non posso.

Rocco smunto, sfinito, attendeva col parroco al capezzale, ma sentendo
muovere la gruccia dell'uscio alzò vivamente la testa. La zia Marcella
entrò sola. Un pallore cinereo si diffuse sulla faccia del morente,
che stette fiso, poi chiuse gli occhi e ricadde sul cuscino. Il prete
gli si chinò sopra prendendogli il polso. Due lagrime gli scesero
lentamente per le guance sciogliendoglisi sulle labbra. Erano l'ultima
amarezza della sua vita; le bevve e svenne.

La mattina, quando il sole venne curiosamente a guardare con un raggio
nella sua camera, il curato se n'era ito allora allora per dire la
messa e dimandare un'ultima volta al Signore quella vita sciagurata.
Rocco aperse gli occhi indeboliti.

--Come ti senti?--gli domandò piano la zia Marcella:--Eh! Rocco!

E gli posò una mano sulla fronte.

--Aprite la finestra.

--Eh?

Rocco non ripetè la domanda, ma la guardò con un'aria così patetica che
la zia si sentì vicina a cedere.

--Che cosa vuoi? L'aria...

E gli carezzava affettuosamente il volto, ma Rocco levò una mano
scheletrale e, pigliandole l'altra, se la portò alla bocca. Quella
muta ed ineffabile preghiera la sconvolse; deviò gli sguardi, poi li
incontrò ancora più insistenti, pieni di lagrime che non potevano più
sgorgare, coll'ultima luce del pensiero, coll'ultimo calore del cuore,
e non li potè sostenere.

Ritirò soavemente la mano, andò alla finestra, spalancò gli scuri.
Rocco pregava. Ella titubò, aperse i vetri. Il sole inondò la camera
della sua onda dorata, e una parola armoniosa di Ida percotendo sul
pavimento rimbalzò sul letto di Rocco. La fanciulla canticchiava
un'aria della _Traviata_, pettinandosi i magnifici capelli. Una lunga
treccia caduta sul davanzale vi si dibatteva come un serpente nel muro.
Al rumore della finestra la fanciulla s'interruppe.

Ella non scorgeva se non le coperte del letto, ma Rocco la vedeva bene.

--Oh!--mormorò la zia, sedendosi sopra una sedia, così che la fanciulla
non potesse scorgerla.

Rocco guardava. Tutta l'anima, ritirandoglisi dal corpo, gli saliva
alle pupille e vi bruciava. Era come una fiamma pallida e dolce di
gemma, la quale si sciogliesse al sole e che, sprizzando sottile per
la camera, traversava la strada, giungeva sino alla finestra della
fanciulla a turbarle gli occhi colla moina di un invisibile riverbero.
Ella li apriva involontariamente. Una metà dei capelli le pendeva
come un velo sopra una spalla; avea il viso fresco, il seno male
abbottonato; poi istantaneamente fremè, e quella fiamma le scese al
seno. Quindi un'altra le si accese dentro, come un bruciore di rimorso,
che cresceva sempre; le tempia le martellavano, il viso le ardeva e il
seno le balzava con tale tumulto, che dovette appoggiare anche le mani
al davanzale, chinandosi verso quella camera.

Allora la fiamma dal seno le tornò agli occhi, vi rimase, si alzò, le
lambì sferzando la fronte e si spense.

--Ah!--sclamò la zia Marcella, vedendo che Rocco non si moveva più; e
si appressò paurosamente al letto. Rocco avea gli occhi vitrei.

--Ma no!...




V.


I suoi esami di quell'anno si chiusero così trionfalmente, che tutti i
giornali della città ne parlarono colle frasi più lusinghiere senza che
alla fanciulla, già malata del grande orgoglio di autore, battesse il
cuore più vivamente. Al villaggio l'ingegnere, che si era ubbriacato
una volta di più, leggeva per tutte le bettole gli articoli sopra
sua figlia, frammischiandovi molti lamenti verso Geltrude, messa su
dall'arciprete contro quell'istruzione delle donne, la quale toglieva
loro ogni bontà religiosa e casalinga.

--Vedrete!--aveva detto con sprezzante rammarico il vecchio prete.

Ma per non farsi vedere, Ida aveva ottenuto di passare le vacanze in
città e guadagnare così un anno di corso, un nuovo trionfo ed una
considerevole economia, perchè la miseria era già entrata in casa. Ida
stessa se ne accorgeva ai ritardi della pensione, la quale non arrivava
più intera. Ma una volta, avendo chiesto denaro per un abito, il padre
le rispose in una lettera piena di dolorosa rettorica che non aveva
proprio un soldo.

Ida sanguinò, e non scrisse più.

Invano giunse l'estate ed arroventò i muri delle case; Ida, chiusa
ostinatamente nella propria camera, non uscì nemmeno di notte, quando
l'aria s'inumidiva e la campagna invitava col mistero delle ombre.
Invano l'autunno ebbe le mattinate lucenti e i vespri pallidi di
malinconia, giacchè la fanciulla non vi badò, tutta intesa allo studio
coll'accanimento di un interno corruccio, fosca in un mutismo di mal
augurio.

Ora che la meta si avvicinava, il suo miraggio rutilante di sorrisi
come un diadema brillantato si dissolveva, e la meta compariva volgare
quanto un banco da lotto.

Allora s'indispettì contro sè medesima. Le parve impossibile di aver
tanto studiato per finire in un camerone, dalle pareti bianche,
insegnando la grammatica ad una torma stridente di bambini, senza
contare più nulla nel mondo e nessuno che si ricordasse più de'
suoi esami o del suo ingegno. Il solo pensiero di vivere fra povere
donnicciuole, in una povera casetta, vestendo miserabilmente,
insudiciandosi in immondi discorsi e in più immondi contatti, le
rivoltava il cuore.

Non volle. Nello sdegno di quella rivelazione si cercò inutilmente
attorno un aiuto, ma il bel labirinto della sua vita non avea se non
un'uscita, la scuola, colle siepi così alte che nemmeno un daino
avrebbe potuto saltarle, e forti come quelle degli antichi Galli contro
gli eserciti di Cesare.

A giorni si sentiva impazzire.

Allora gettava i libri giurando di uccidersi, ma li ripigliava subito
dopo, costretta dal disegno di guadagnare un anno e trovando mal
suo grado in loro soltanto un sollievo al suo tormento. Se non che
il carattere le peggiorava, si faceva più aspra, rispondeva quasi
malamente alla Lucia; le sembrava che la sua camera fosse più povera,
il pranzo addirittura disgustoso.

In casa non osavano interrogarla, sopportando fin troppo amaramente il
rimprovero dei suo silenzio.

Una notte bruciò il poema sul davanzale della finestra e, come
evocata da quelle fiamme dolorose, le parve vedere la figura di Rocco
moribondo, coi grandi occhi verdi, in atto di sommessa e desolata
preghiera. Il povero gobbo l'amava ancora da morto, ma ella era ancora
lì, pallida di feroce inquietudine, colla fronte aggrottata come tante
volte nelle brevi notti del loro amore.

Un rimorso addentò il cuore della fanciulla, che sollevò subito la
fronte, scuotendola cinicamente in faccia a quella apparizione e
mormorando a sè stessa:

--Guai ai deboli!

Eppure si sentiva debole.

A forza di studiare s'accorse che il sorriso di gloria, balenatole su
quei primi gradini del tempio, era stato un sarcasmo di riverbero; ella
resterebbe fuori colla moltitudine dei chiamati, mentre gli eletti
entrerebbero le porte della immortalità fra l'urlo delle ovazioni.
George Sand era nel tempio, ma Ida non sarebbe che una maestra, cui
tutti potrebbero disprezzare e che guadagnerebbe forse tre lire al
giorno come una ricamatrice, e forse per questo un impiegato a cento
lire consentirebbe di farle la corte. Quindi abiterebbero un quinto
piano, formando una famigliuola, che uscirebbe la domenica coi bambini
per mano a passeggiare lungo le mura, beandosi al passaggio di un
legno signorile, ma badando bene di non infangarsi il vestito o di non
farselo rodere dalla polvere.

--No!--ruggiva la fanciulla colle lagrime agli occhi.

Poi cercava di sognare per consolarsi.

Le pareva strano che nessun principe, di coloro ai quali supponeva
colla felicità del lusso il gusto della raffinatezza, incontrandola a
caso per le vie, non avesse indovinato quale affascinante principessa
si potesse fare di lei, e non si fosse da uomo superiore innamorato.
Si sentiva così dotta di seduzione, così capace di ammaliare un uomo,
assaporava con tale avidità l'ebbrezza che avrebbe versato sul loro
capo, che li compiangeva quasi di avere sottomano tutto un harem in
una donna e di non sapersene impadronire.

Laonde il suo cuore si ubbriacava in questi sogni, nei quali tutti i
mobili erano di palissandro e i cavalli inglesi scalpitavano sotto
carrozze così splendide e così comode per sognare e i doppieri
d'argento massiccio illuminavano tavole brillanti di cristalli e di
rarità e i fiori profumavano gli appartamenti come i giardini, quando
la primavera tripudia nelle proprie orgie: tutto era ricco, tutto era
bello. Quindi un'aristocrazia di persone la circondava come una regina,
mentre il mondo lontano, buio come lo sfondo di un teatro nel giorno,
guardava per mille pupille invidiose il magico lume del suo palazzo ed
ella scuoteva insensibilmente la testa sotto una rugiada di adulazioni.

Così la sua fantasia inesauribile si prestava a tutte le esigenze dei
desiderii, mentre la ragione trovava argomenti per tutte le passioni;
ma il tempo incalzava e la realtà allungava la propria ombra sul
luminoso paesaggio del sogno.

Oramai non era quistione se non di mesi.

Una mattina le giunse una lettera tutta sgrammaticata della mamma,
che l'ingegnere stava male e che, essendosi rivolta in queste
strettezze alla famiglia di lui per averne un soccorso, avea sentito
insolentemente negarselo. Nell'amarezza di questa nuova umiliazione Ida
rispose:

--Hanno fatto benissimo.

Queste sole parole, senza un cenno per le raccomandazioni di studiare
ed ottenere subito un posto di maestra, nè una domanda sulla triste
condizione del padre.

Ma finalmente arrivò l'estate, improvvisa e violenta, che le tolse gli
ultimi rimasugli di attività. Non si alzò più che a mezzogiorno, e per
occupare il tempo rilesse dei romanzi. Invano il suo maestro, che la
prediligeva, accortosi del cambiamento volle ammonirla con lusinghiere
parole sul suo bell'avvenire e il nobile ufficio che ella, donna,
eserciterebbe nella società, mentre tutte le altre sue pari erano
bruti o giocattoli; la fanciulla non gli rispose nemmeno, seguitando
a guardare il soffitto colla insolente disattenzione delle persone
superiori all'improvvido consiglio di un ingenuo.

Il maestro scosse la testa.

--Ma che cosa fai tutto il giorno?--Egli solo era arrivato a forza di
bontà a poterle dare del tu.

--Fumo sigarette... fumo!--ripetè, scherzando sulla parola.

--Sei diventata pessimista?

--Lo sono sempre stata.

--Non mi pareva.

--Fumo!

Egli si piccò.

--Il tuo poema?

--L'ho bruciato, fumo!

--Dunque non lavori più?

--L'ho pur detto, fumo.

Questa volta egli sorrise, la fanciulla gli tese amichevolmente la mano.

--Però gli esami saranno meravigliosi, ne sono sicuro, altrimenti come
faccio io?

--Fumi, fumi,--insistè ironicamente, ma rassicurandolo con una stretta.
Quando la ragazza gli ebbe voltate le spalle, il vecchio le guardò
dietro con simpatica ammirazione.

--Peccato che non sia bella!

Ed era vero. Ida non faceva più che fumare, anche in letto, a grande
scandalo della Lucia, la quale temeva per i propri lenzuoli di cotone;
ma pareva che tutte le preoccupazioni del futuro le svanissero fra le
spire odorose del fumo, mentre i libri dormivano impolverati sul tavolo
e il calamaio si era persino disseccato.

Quando Ida se ne avvide sorrise, e fu un mattino che la Lucia le era
venuta in camera per una nuova commissione della zia Marcella, la quale
faceva una lapide a Rocco e non sapeva a chi domandarne l'iscrizione,
poichè il parroco si era onestamente scusato, dichiarandosi incapace.

--Non c'è nemmeno inchiostro,--disse la Lucia con accento di
rimprovero, vedendo la fanciulla colla penna alzata in atto di voler
scrivere subito:--Vado a prendere il calamaio di Giacomo.

--Non serve,--ed afferrando una matita, còlta da una subita
ispirazione, scrisse sopra un cencio di carta==FORSAN.==

--Così poco?--esclamò la Lucia, guardando curiosamente la carta.

--Tenete; e se la signora Marcella non la capirà, ditele,--soggiunse
con voce stridente,--che non ho mai scritto niente di più bello; è
tutto il mio lavoro letterario di quest'anno.

Gli esami si avvicinavano.

--A quando?--domandò Giacomo, che l'avea confortata dell'ultima lettera
dell'ingegnere, nella quale, mandandole l'ultima rata di pensione, egli
diceva di sentirsi sempre più male e che morrebbe presto.

--Lunedì.

--Dunque, signora maestra...

--Non mi date questo titolo, non sarò mai una maestra,--rispose
brevemente la fanciulla.

--Ma allora?--ribattè il sarto, che da lungo tempo covava una rivolta.

--Allora datemelo, se vi fa piacere, così questo titolo sarà almeno la
consolazione di qualcuno.

Giacomo si vergognò della propria asprezza, e non seppe più che pensare
in faccia a quel muto e misterioso dolore. Quel giorno a pranzo non
pronunziarono una parola, ma la Lucia, che s'era anche più intenerita,
la domenica mattina le entrò per tempo in camera per trarla seco a
messa in quell'occasione degli ultimi esami.

--Anche Giacomo, che non ci va quasi mai, ha detto che facciamo bene
questa volta.

E la pregò tanto, che dovette accondiscendere. La Lucia, gioiosa di
quel trionfo, avrebbe quasi arrischiato una parola di confessione,
ma temette di compromettere la partita, e per quel giorno tacque.
Uscirono. In chiesa alcune compagne di Ida strabiliarono scorgendola, e
la fanciulla, vedendosi attribuire il pensiero della Lucia, si morse le
labbra.

--Usciamo!--le disse a bassa voce.

L'altra la guardò e non rispose nemmeno.

Allora Ida assunse il contegno più irreligioso, esaminando i quadri
degli altari, sorridendo della compunzione della gente quando il
chierico suonò il campanello e tutti s'inginocchiarono, ed ella
rimase in piedi, sola delle donne, perchè era forse la sola donna là
dentro. Quindi attese con impazienza l'_ite missa est_, per avviarsi
malgrado i cenni della Lucia, che voleva aspettare le ultime avemarie
e risparmiarsi di scavalcare con fatica tutta quella gente ancora
inginocchiata. Ida passò innanzi la pila dell'acqua santa senza
intingervi il dito, infilò la porta, ed appena fuori mise un respiro.
L'altra spaventata dell'aria fremente del suo viso, non arrischiò
d'interrogarla; ma tornarono a casa di malumore.

Quel giorno Ida non comparve che a cena. Avea gli occhi rossi, nessuno
aperse bocca.

Ritornò nella propria camera e vi si chiuse; era l'ultima tempesta.

Il mattino dopo Ida uscì tutta vestita per l'esame, ma così pallida
che la Lucia, incontrandola sulla porta, le chiese sbigottita se stava
male; ella sorrise tristamente.

Era un magnifico giorno. Malgrado la temperatura cocente Ida camminava
frettolosa per le vie gremite, cogli occhi bassi, in un torpore
senza pensiero. Era fuori del mondo. Entrò il portone dell'Istituto
senza guardare le compagne, e seguì il vecchio professore venuto ad
incontrarla. Toccava a lei.

--Hai paura?--le chiese a quel suo convulso il buon uomo.

--No, ho ribrezzo.

I professori l'attendevano col più benigno sorriso. Lo stanzone
degli esami, una vasta scuola colle pareti bianche e la cattedra in
fondo, aveva due finestre senza tende. I banchi lunghi, insudiciati
d'inchiostro, tagliuzzati dai temperini, lasciavano un passaggio nel
mezzo come nei teatri. Sotto l'alta cattedra dipinta di un giallo
sbiadito i professori sedevano ad un tavolo ricoperto da un panno
verde, sul quale le due urne delle votazioni, in legno nero, sembravano
un emblema di morte. Ella si guardò attorno come se fosse nuova in quel
luogo. Le finestre avevano l'inferriate. Quello stanzone avrebbe potuto
essere tanto una sala di tribunale che un granaio o una prigione. Ella
si sentì un raccapriccio per tutte le membra; poi un'onda di pianto le
si ruppe con tale violenza alle pupille, che dovette fare uno sforzo
sovrumano per rattenerlo.

Si passò una mano sugli occhi. Allora l'interrogarono.

Ma a poco a poco ritrovò la propria presenza di spirito e, spingendosi
nella lotta, aggredì ella stessa i professori, che colla più cortese
deferenza le lasciavano ogni maggiore libertà di divagazione.
Trattavano di filosofia. Quindi la fanciulla alzò la bianca bandiera
dello scetticismo, bianca perchè composta di tutti i colori, sintesi
di tutti i sistemi e di tutte le opinioni: e la sua parola sprizzò
scintillando. Sapeva di dare la sua ultima battaglia, quindi la
volle degna delle Termopili. Sola contro tutti, contro quei cinque
professori, contro il mondo, lottò col coraggio del disperato e
l'incredulo eroismo del gladiatore; le sue risposte avevano delle
nervosità da giaguaro, dei balzi da serpente, degl'impeti da leone,
mentre le grazie più voluttuose della donna temperavano di un morbido
fascino le violenze crude del suo pensiero. Forse era la prima volta
che quelle pareti ascoltavano da un labbro femminile così grandi
parole. Ella se ne accorgeva alla faccia dei professori e più ancora
all'orgoglio, che le ingigantiva il cuore e l'atteggiava scultoriamente
nell'ingegno e nella persona. All'ultima parata di un colpo tiratole
dal Rettore, gli esaminatori commossi scoppiarono in un «brava!». Ida
si alzò senza sapere il perchè.

Il Rettore prese la parola e, ripetendo la grande frase di Victor Hugo
a George Sand: «Vi ringrazio di essere così grande»:

--Vi ringrazio,--disse,--di avere tanto ingegno e di avere tanto
studiato. Il vostro esame è stato fin qui senza esempio. Sono superbo
che sia toccata a me la ventura di accogliervi in questo tempio della
scienza e di aprirvi adesso le porte del mondo, nel quale siete
chiamata ad esercitare la più nobile e la più santa delle missioni,
quella di istruire e di educare le generazioni avvenire. Il compito è
grande, ma voi sarete alla sua altezza, voi donna, perchè la donna sola
può fare gli uomini, l'anima come il corpo.

E si fermò. La fanciulla si era incantata parendo non udirlo, immobile
nel pallore di una statua.

--Signorina Ida De Sinis, eccovi il vostro diploma d'onore.--Era già
preparato.--Conservatelo orgogliosa, è la croce di una battaglia che
non vi costa nè cicatrici nè rimorsi, l'emblema di una vittoria,
nella quale non vi sono vinti, perchè le vittorie dell'intelligenza
appartengono a tutti.

Ida accettò quel foglio lucente di oro senza scuotersi, poi figgendo
gli occhi imbambolati in chi glielo porgeva.

--Il vostro diploma di onore, di maestra,--ripetè giulivo il Rettore.

--Brava Ida, proprio brava!--insistè il vecchio maestro tutto superbo.

Le compagne, che avevano dischiusa appena la porta e bisbigliavano
sommesse di quella scena impreveduta, si guardarono fra loro cogli
occhi luccicanti e i volti sospesi. Ida ebbe un moto di testa, si
raddrizzò e, mormorando inintelligibilmente:

--No,--coll'occhio arido e la mano convulsa stracciò in quattro il
diploma, lo lasciò cadere, fe' un inchino, e, prima ancora che i
professori avessero il tempo di rimettersi, si volse, passò fra le
compagne, discese le scale.

--Buon giorno, signora maestra,--le gridò il portinaio, avvicinandosele
per la mancia.

Ella si trasse un anello di dito, glielo gittò ed uscì dall'Istituto
per non rimettervi più il piede, colla fronte corrugata di sdegno e le
labbra contratte da uno straziante sarcasmo.

--Via Sant'Agostino,--disse ad un fiacchero, che passava.

Quando vi fu salita, tutte le sue energie l'abbandonarono e dovette
mettersi il fazzoletto sugli occhi per non mostrare che piangeva.

Qui i ricordi della fanciulla precipitavano. Ritornando al villaggio,
trovò l'ingegnere già morto di un malore improvviso il giorno dopo
l'esame senza saperne nemmeno l'esito bizzarramente glorioso. Ida
capitò nella casa desolata. La mamma di un umore intrattabile le usò
ogni cattiveria, e volle che andasse seco lei, per tempissimo, tutte le
mattine alla parrocchia per suffragare l'anima del padre morto senza
prete.

Poi tutto era a soqquadro; un creditore s'impadronì dell'ultimo podere,
lasciandole senza beni. La mamma ne dava la colpa a lei, per le spese
dell'educazione, con parole così ingiuste, che una volta la fanciulla
dovette risentirsene, e allora l'altra le applicò due schiaffi sonori
sulle guance. Ida divenne livida come un cadavere, barcollando più per
la meraviglia dello sdegno che per l'urto della percossa, ma siccome
la mamma sembrava insistere, protese le braccia e la respinse con tale
forza, che la mandò a rovesciarsi contro il muro.

La Ghita era presente.

L'altra cominciò a gemere, ed avrebbe certo replicato, se gli sguardi
di Ida non fossero stati così duri e fiammeggianti. Da quel giorno la
guerra fu dichiarata a grande scandalo del villaggio, che aveva subito
imparato la triste scena della dottoressa, come la chiamava la mamma.
Il vecchio arciprete ne gongolava.

--Ve lo aveva pur detto,--proruppe orgogliosamente colla balia.

Era una vita d'inferno. Ida non usciva più dalla propria camera, e non
era ancora comparsa nel villaggio, giacchè la parrocchia stava oltre;
non avea riveduta nessuna delle amiche. Fuori sentiva nell'aria una
frigidezza di odio, un'afa di disprezzo, che le toglieva il respiro.
Tutti si occupavano di lei, mentre ella per un'altra affettazione non
voleva occuparsi di alcuno; ma quando Savelli, il vecchio maestro
sempre buono, scrisse alla mamma di aver trovato per Ida un posto di
Direttrice in un istituto con mille e cinquecento franchi di stipendio,
ed ella, alla mamma quasi dimentica di tutto nella gioia, ebbe risposto
recisamente:

--No,--fu uno scoppio di bestemmie e di improperii. Sembrava che Ida
avesse con quel no danneggiate tutte le famiglie del villaggio, mentre
se avesse accettato, tutti si sarebbero rammaricati della sua buona
fortuna. Poi la mamma ricorse all'arciprete perchè le dissuadesse la
figlia. E questi si era presentato fiducioso nella propria autorità,
ma Ida lo aveva trattato con un'alterigia così gentile, che il prete
imbrogliato oramai si pentiva della propria audacia, più confuso ancora
a quel pentimento impreveduto.

Quindi uscì senza aver nulla concluso, e alla mamma, che lo
interrogava, per non sapere che rispondere voltò le spalle, borbottando
un versetto latino. Ma Geltrude, piegando sotto la ferrea volontà di
Ida, sparlava orribilmente della figlia colle vicine. Questa era un
mostro; tutte le madri la citavano come un esempio spaventevole alle
figlie, congratulandosi seco medesime di averle solamente mandate a
scuola dalle monache. Certo tutte quelle ragazze facevano all'amore,
e qualcuna ogni tanto era gravida, ma ciò era ancora meglio che
mancare alla parrocchia e non lasciarsi bastonare ingiustamente dai
genitori. Solo qualche giovanotto liberale del paese, che non andava a
messa, voleva tuttavia difenderla, ma questa difesa le peggiorava la
riputazione, conchiudendosi sempre con queste parole:

--Già mi piace più di quelle altre che sono sempre in chiesa.

--Bella ragione!

--Se ti pigliasse... tanto i preti sono un branco di carogne.

Una volta Ida aveva inteso quella disputa sotto le proprie finestre.

Però la vanità di quei giovani era offesa dal suo contegno
indifferente; la dicevano brutta, ma piaceva a quasi tutti, e
pochissimi l'avevano veduta. Questa fortuna non era toccata che al
calzolaio, il quale era uscito entusiasmato.

--Se vi dico che pare proprio una gran signora.

--Che cosa vuoi capire tu, con quei quattro che hai?... una gran
signora?

Questa volta era finita a pugni. Quando gli stivaletti furono
terminati, egli si vestì da festa e glieli portò. Ida, che conosceva
l'alterco accaduto, gli guardò con un'aria così nobile una contusione
scura sotto l'occhio destro, che il calzolaio si sentì rimescolare il
sangue e, se non fosse stata la soggezione, chissà che cosa le avrebbe
detto.

Sulla fine dell'estate alla mamma si manifestò il cancro nel petto.
Ida, capendo di restar sola, ne fu scossa per qualche giorno. Aveva
giurato di non fare mai la maestra, ma non vedeva nessun rimedio alla
indigenza di ogni giorno, ed aspettava come dal caso la soluzione del
suo fantastico problema. Al pari di Goethe, che si sentiva capace di
tutto e non si sarebbe punto meravigliato all'offerta di una corona,
era pronta a tutti gli estremi, acquattandosi in quell'ombra silenziosa
della propria casa ad aspettare colle pupille dilatate il passaggio
immaginario di una vittima.

Nessun dramma della storia o dell'arte avrebbe potuto vantarsi più
denso di peripezie e di catastrofi che quel dramma così semplice ed
ignorato della sua vita casalinga. Tutte le passioni vi si erano
dato convegno, tutte le contraddizioni vi si tenevano la posta come
in un trivio, nel quale le speranze della reggia si urtassero coi
dolori delle soffitte; era come una bisca, ove la brutalità popolana
ringhiasse collo spavaldo cinismo e l'astuta bravura dei cavalieri
d'industria.

Quella mattina Ida era più calma del solito. Svanito il subbuglio di
quella offerta del dottore, una grande speranza le era entrata in cuore
di essere vicina alla terra promessa. Finalmente il mondo cedeva al
fascino della sua superbia. Il dottore non s'era forse innamorato se
non perchè ella differiva dalle altre fanciulle del villaggio? trionfo
tanto più bello, che egli medesimo non poteva apprezzare la superiorità
della dottoressa.

Il sole era già alto, che ella sedeva ancora al largo tavolo, quando la
Ghita le entrò in camera.

--Che cosa vuoi?--le si rivolse col malumore di chi è disturbato.

La Ghita non rispose subito, anzi finse di non sentire l'asprezza di
quelle parole, e venne in mezzo alla camera a guardare per la finestra.
Le imposte erano socchiuse.

--Eccolo là.

--Chi?

--Il dottore. Mi ha voluto mandare per forza, non lo vuole credere che
lei rifiuti.

--Ti dispiacerebbe molto se accettassi?--rispose la fanciulla,
levandosi e guardandole negli occhi lucidi di malignità.

--A me!--rispose la Ghita, abbassando la voce di un tono e tornando a
spiare dalla finestra per sottrarsi al suo sguardo;--mi fa stizza la
ragione. Dunque perchè lei è povera dovrebbe poi sposarlo dopo la sua
brutta figura colla Giovanna? S'immagini che me lo ha detto lui stesso:
ah non mi vuole? con quella dote! E poi mi ha pregato di tornare qui a
persuaderla meglio. Ma che cosa crede di essere quel mobile coi suoi
due centesimi?--esclamò stendendo un braccio verso di lui.

Il dottore, solo nel mezzo del mercato, guardava la loro finestra, come
se ne aspettasse un segnale, ma, attendendo forse da un pezzo, fe' due
o tre passi verso la casa. La sua tozza figura sotto quel cappellaccio
disegnava una specie di grosso fungo sul suolo. Teneva gli occhi alzati.

--Guardi,--ripetè la Ghita alla fanciulla, mostrandoglielo del dito con
una smorfia indescrivibile:--non lo crede!

Ida, che era venuta alla finestra, lo urtò con una occhiata, ed alzando
le spalle:

--Lo scetticismo degli uomini!--mormorò.




VI.


Nei giorni seguenti la malata peggiorò, così che la Ghita, trattenuta
da Ida a vegliarla, si aspettava ad ogni momento di vederla morire. Da
quell'ultima scena nè Ida nè il medico si erano più mostrati al suo
capezzale, quegli chiuso nel proprio dispetto d'essere la favola del
paese ed assaporando nella cessazione di quelle visite inutili una
specie di vendetta, questa avendo già da lungo tempo esaurito ogni
pazienza di decoro e di amore.

La Ghita regnava sola in casa. Giù nella cucina i suoi bambini
giuocavano e rubacchiavano, le vicine entravano ad ogni momento, e
quindi erano lunghi discorsi e confidenze sul triste destino della
mamma e della figlia, sole, senz'altro appoggio nel mondo che la
Ghita. Le vicine la complimentavano sul suo buon cuore ed ella se ne
schermiva appena, mentre in mezzo a tutti quei complimenti gli ultimi
arnesi della cucina si andavano sempre più rarefacendo. Un giorno la
fanciulla se ne accorse senza dire parola. Un altro giorno trovò la
Giovanna giù al focolare in colloquio colla Ghita. Ida si arrestò sulla
soglia. La Ghita, che parlava a bassa voce, trasalì, ma l'altra, venuta
solo per conoscere la signorina e ringraziarla, chinò la larga faccia
arrossendo. Ida capì.

Andò dritta alla Ghita e le diede un ordine con quel suo occhio
penetrante ed altero. La Giovanna scambiò un'occhiata furtiva colla
Ghita come per domandarle coraggio, e appena la fanciulla si mosse
voltandole le spalle, coll'impeto di un cane le saltò all'abito ed
afferrandogliene un lembo lo baciò. La immensa distanza, che le
separava, era scomparsa. Ida rivolse la testa, guardò quella donna
ginocchioni in atteggiamento di preghiera, e per la prima volta dopo
molti anni la compiacenza della sua vanità fu senza acredine. La
Giovanna singhiozzava. Ella si torse, la prese per mano e la rialzò; ma
la donna abbassò gli occhi in faccia alla vergine.

La Ghita aveva due lagrime alle ciglia; poi la Giovanna giunse a
baciarle una mano, mentre Ida si liberava sparendo dietro l'uscio.
Allora le due donne si osservarono mutamente, poichè quella scena
subitanea era stata un enigma per tutte e tre, incontratesi come a caso
nel trivio soleggiato d'un affetto cristiano.

La Ghita fu la prima.

--Ma è matta!--disse guardando il soffitto, sopra al quale era la
camera della fanciulla, e come rispondendo ad un lungo ragionamento.

--Proprio?--ribattè la Giovanna aprendo gli occhi, nei quali si
spegneva già il baleno dell'ammirazione.

--Ghita!--chiamò con accento angoscioso la fanciulla dalla
scala:--Ghita!

--Che?--e corse all'uscio. L'altra la seguì.

La fanciulla era sul pianerottolo, aveva il volto bianco e sconvolto.

Salirono, si precipitarono nella camera della ammalata. Così alla poca
luce delle imposte socchiuse si distingueva appena, ma si udiva un
rantolo fievole fievole.

La Giovanna corse a spalancare un'imposta, ed allora apparve la faccia
della morente. Era deperita in un'ora più che in tutta la malattia.

--Muore!--balbettò la Ghita:--bisogna chiamare il dottore.

La Giovanna alzò la testa.

--Troppo tardi!--rispose Ida, fissa negli occhi velati della mamma e
travolta nel suo rantolo.

L'altra non replicò. Ida pareva estatica, gli occhi sbarrati, le
tempia ventilate da un freddo terrore. Le due donne si distrassero a
guardarla; poi la Ghita mormorò una parola all'orecchio della Giovanna
ed uscì frettolosamente. La fanciulla non se ne avvide. Non perdeva una
contrazione di quell'aspetto, una fisonomia di quella morte, costretta
da un fascino misterioso, nel quale il dolore perdeva ogni coscienza e
lo spavento ogni nervosità.

Tratto tratto la moribonda muoveva insensibilmente la testa, percotendo
le dita sulle lenzuola gialle. La camicia, chiusa al collo ed ai polsi,
pareva aumentarle inesprimibilmente l'orrore della magrezza. Moriva.
Aveva ancora l'anello nuziale e i bottoncini alle orecchie. Il raggio
di quell'oro traversò la fissazione della fanciulla, che le si riunì
immediatamente nello scavo angoloso delle gote, entro una delle quali
si arricciava un ciuffo di capelli grigiastri. Quella faccia era di una
piccolezza impossibile, senza espressione.

Infatti la Giovanna se n'era distolta per guardare sopra il canterano
un magnifico Gesù bambino sotto un'urna di vetro, sdraiato fra i
fiori, tutto roseo nella sua vestina di seta. Non pareva vivo, ma
l'esagerazione della sua lucidezza attirava come una vivacità di vita.
E a poco a poco gli si era appressata, passando dietro Ida; ma fa
pronta a rivolgersi, vedendola come destarsi al rumore, che saliva per
le scale.

La fanciulla corse all'uscio; in quel momento l'ammalata scosse il capo
quasi per disapprovarla. Era l'arciprete col barattolo dell'olio santo
in mano, seguito dalla Ghita con due candele accese e da altre due
vicine accorse per assistere devotamente l'agonia. La Ghita le fe' un
cenno di interrogazione, se era morta, che l'altra non colse.

--Siamo in tempo?--domandò l'arciprete, che non aveva osservato il viso
della fanciulla.

Ma Ida sbarrava la soglia.

L'altro si fermò.

Lo sguardo della fanciulla era sfolgorante di disprezzo.

--Mi lasci passare.

--No; non vi ho fatto chiamare e non permetto che si turbi l'agonia di
mia madre.

Il prete fu così meravigliato, che parve quasi non avere inteso; poi
avanzò un passo. Ida stese la mano per respingerlo, ma l'altro gliela
afferrò brutalmente.

--Siete matta! Quella disgraziata non si è voluta confessare credendo
di guarire, e volete rubarle l'ultima grazia, che il Signore le
concede! Vergognatevi; andiamo dunque, che mi faccio proprio imporre
dalle vostre pari io...

E respingendola con forza da un lato passò oltre, verso il letto.
Le tre donne, che avevano susurrato, lo seguirono, guardandola
nel passarle davanti con un ribrezzo pieno di dileggio, e si
inginocchiarono intorno alla sponda del letto. Alla prima occhiata
il prete s'accorse che l'agonia era innanzi; quindi confidando il
barattolo alla Ghita, profferì le preghiere d'introduzione, così belle
di poesia:

--_Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor, lavabis me et super nivem
dealbabor._

La sua voce nel pronunziare questo versetto aveva la solita cantilena
rituale, mentre la Ghita rispondeva alla meglio da chierico. Poi egli
aperse il barattolo, ma accorgendosi di avere dimenticata la bambagia:

--Come si fa? Ne avete in casa?

--Credo di sì; nel canterano.

--Spicciati.

L'ammalata rantolava sempre più fiocamente.

--Badi alla stola,--arrischiò confidenzialmente la Ghita, vedendolo
schiacciarsi contro una macchia del letto.

--Hai ragione, ma sta attenta; mi hai assistito un'altra volta;--e
composto il volto ad una espressione più grave, con un gesto quasi
elegante intinse il pollice nell'olio; quindi mormorando l'analoga
preghiera segnò una croce sugli occhi velati della moribonda, la
terse, e dagli occhi, che avevano forse troppo veduto, seguì agli
orecchi, che avevano forse troppo udito, poi alle narici ghiotte delle
esalazioni voluttuose, poi alla bocca, comprimendone le labbra mal
bianche, che avevano inghiottiti i baci della lussuria ed emesse le
parole della mormorazione, poi alle mani, che unse sul dosso, poi ai
piedi e si arrestò incerto sui lombi. L'ammalata non si poteva muovere.
Allora pensò di omettere questa unzione purificatrice, forse la più
importante, perchè sulla oasi del peccato.

La morente agitò le labbra.

--Prega...--pensò Ida fremendo, e cadde ginocchioni presso l'uscio,
confusa in un dolore, del quale poco prima non si sarebbe creduta
capace. Le orazioni proseguirono a bassa voce, quasi smorzandosi come
quella vita, che imbalsamavano per la eternità; ma l'accento delle
parole, talvolta sublimi, era così chioccio che ne scemava al suo
spirito in gran parte l'effetto.

  --_Domine, exaudi orationem meam:
  Et clamor meus ad te veniat._

A questo punto Ida rialzò il capo, e vide la mamma con un crocifisso
sul collo muovere straziantemente la testa, mentre il prete
s'interrompeva come per sorprenderle l'istante supremo. Scattò in
piedi, tutti la guardarono.

Le aveva preso una mano già fredda e gliela stringeva interrogandola
negli occhi; ma l'altra si quetò. Allora Ida sentì un fetore di
sepolcro, come una protesta nauseabonda della materia contro
l'immortalità dello spirito, passarle sulla faccia ed arrivarle sino
all'anima. Resistè, anzi piegandosi sull'ammalata colle pupille piene
di fulgoramenti notturni, l'attirò con tanta forza, che le fece volgere
la testa. Aveva gli occhi appannati come un vetro dal freddo; poi
abbassò lentamente le palpebre.

La testa della morta era abbandonata sulla spalla sinistra come nel
sonno, colla medesima fisonomia e la bocca socchiusa. Il prete scambiò
un'occhiata d'intelligenza colla Ghita. Allora le quattro donne
allungarono il collo, e la Giovanna disse all'orecchio della vicina:

--È morta.

--Se non scappo muoio anch'io dal puzzo.

Il prete appressò un bicchiere alla bocca del cadavere, ve lo tenne
qualche istante, poi scosse la testa e, posandolo sul comodino,
mormorò:--_Subvenite, Sancti Dei_,--col solito accento, chiamando i
santi del cielo incontro a quell'anima pellegrina per le pianure della
eternità, intanto che nel mondo i viventi si scostavano inorriditi dal
suo corpo.

Ida aveva lasciato cadere quella mano sul letto, stette ancora fissa
nella madre non battendo palpebra, poscia volse lo sguardo in giro
sulle donne, che lo evitarono, ed incontrò quello del prete. Questi si
mosse come per dirle qualche parola di consolazione, ma la fanciulla
alzò la mano ad un gesto imperativo di diniego, e con passo lento,
quasi solenne nella tragica gravità di quel momento, entrò nella
propria camera.

Appena uscita fu un bisbiglio. La Giovanna corse ad aprire la finestra,
il prete ripiegava la stola ripetendo alla Ghita di bruciare la
bambagia intinta di olio santo, rispondendo con un sorriso di bonomia
alle altre donne, che ammiccavano con una smorfia verso l'uscio della
fanciulla.

--Non volere l'Olio Santo!

--Sì, ma è rimasta male: vedremo come farà a vivere senza far nulla.

--Il Signore è giusto,--disse una, che non aveva aperto bocca.

--È giusto,--ripetè il prete.--Adesso, Ghita, vado via. A lei le dirai
poi... cerca di consolarla, se ne ha bisogno,--aggiunse con un cattivo
sorriso.--Oh! come sei tu qui?--si volse alla Giovanna:--bada...

--Adesso!--ribattè schernevolmente la Ghita.

L'arciprete si strinse nelle spalle biascicando un testo latino, quindi
facendo alla colpevole, che non arrossì nemmeno, un gesto paterno
d'indulgenza, si avviò veramente per uscire. La Ghita lo accompagnò
insino alla porta e lo trattenne ciarlando. Quando tornò nella camera
le donne erano ancora lì a chiacchierare, anzi una aveva tirato il
cassetto della bambagia per provare di non avere mal veduto, in fondo,
nell'angolo, vedendo una cassetta dorata.

--Cosa ci sarà mai lì dentro?--chiesero alla Ghita.

Ella non lo sapeva. Ma la Nunziata del muratore si esibì di fare la
veglia.

--No, la faccio io,--ribattè la Ghita.

--Facciamola insieme, mangeremo un po' di costola di porco con un
boccale di vino nuovo.

Allora tutte le altre si offrirono.

--Anzi figuriamoci... basta, vedrò per la Nunziata. Ora andate via; se
torna fuori la signorina mi faccio strapazzare.

--Sì, va pur là, un buon capo.

Ma rimasero, poi la Giovanna uscì colle altre due, e restò la Nunziata.
Discesero in cucina, era l'ora del pranzo.

--Come si fa,--domandò la Ghita,--a dirle se vuol mangiare?

--Credi che le dispiaccia della mamma?

Il sole era alto, la cucina abbastanza illuminata. Le due donne si
occuparono dei preparativi del pranzo colla alacrità di chi prepara
per sè medesimo, ciarlando del passato della morta, quando era balia
e levatrice, quindi moglie dell'ingegnere e per un momento la signora
più sfarzosa del villaggio. Le date, i particolari si affollavano;
poi il pranzo le riattirava, e riflettevano alla condizione di Ida
nell'inverno vicino, sempre terribile pei poveri. Anche esse non
avrebbero nulla, sempre povere prima e dopo la gioventù. Almeno la
balia aveva fatto la signora per una volta.

--Chi godè una volta non stentò sempre,--conchiuse la Nunziata col
proverbio popolare.

Ma un pensiero attraversò la testa della Ghita.

--Aspetta, vado su.

La porta era chiusa; ella girò la chiave. Ida seduta al tavolo
piangeva, ma le lagrime le dovevano uscire a stento, perchè aveva gli
occhi troppo gonfi.

--Oh, è orribile!--esclamò, percossa da un brivido alla proposta della
Ghita.

--Come vuole dunque fare? non ci si sta in casa.

Ida si levò convulsamente; il volto della Ghita era così calmo,
che dovette comprendere di aver torto, e cedette con un gesto di
raccapriccio. La Ghita discese e mandò la Nunziata dal marito, che
lavorava in una casa vicina; senonchè gli era capitata un'altra
incombenza ed era partito dicendo di tornare a notte. Allora la
Nunziata era salita sino a casa propria ed aveva trovata una mezza
grembiulata di gesso ed una cazzuola vecchia, la quale ciurlava nel
manico. La Ghita si grattò la testa.

--Tonio è in casa?

--Ma no, non c'è nessuno. Gigetto è andato a zappare: pare proprio
impossibile!

Si consigliarono ancora, finendo poi a canzonarsi scambievolmente del
proprio ribrezzo, che in fin fine era una fanciullaggine da signorina.
Ne avevano veduta morir tanta della gente. Era presto fatto.

--Non hai murato mai il buco di un topo? è lo stesso.

--Glieli muriamo tutti, tanto già non ci passa più nessuno a quest'ora.
Tu ammorta il gesso nella casseruola, poi andiamo su.

Ma appena sull'uscio diventarono serie. Il cadavere immobile, rigido,
guardava colle pupille vitree fra un puzzo veramente insopportabile.
Si appressarono. La Nunziata rimestava il gesso nella casseruola,
ma la Ghita fece evidentemente uno sforzo di coraggio per aprire la
camicia della morta. Il letto male rifatto lì per lì, subito dopo la
morte, dava una serietà di più a quel cadavere lungo disteso, le mani
incrociate sul grembo, digrignante i denti bianchi di una bianchezza
fantastica nell'ultima contorsione. Poi la Ghita le alzò la pezzuola
infradiciata dal petto, e prendendo in fretta una cazzuolata di gesso,
la tirò mal destramente sull'ulcere.

Ida apparve sulla soglia. I due strani muratori seguirono l'opera alla
meglio sotto quello sguardo della fanciulla immobilmente severo ed
attonito. Le pareva quasi di assistere in immaginazione ad una tetra
fola, vedendo sua madre in quello stato ed in quelle mani. Quindi
quel lembo aperto delle pupille, nel quale come in un gorgo opaco si
era annegato lo sguardo della morta, le fece correre un brivido per
le vene, e si avanzò per chiudere pianamente gli occhi a colei, che
vent'anni fa glieli avea aperti alla luce.

--Dov'è l'anello?

--Ecco,--rispose la Ghita:--le ho cavati pure gli orecchini.

La fanciulla tese la mano, ma l'altra la guardò stupita, barattando
un'occhiata colla Nunziata.

--Datemeli.

La Ghita spalancò la bocca.

--Debbo ripeterlo?--insistè con voce, nella quale fremeva già la
collera.

--Ma sono miei; glieli ho tratti io!

--E per questo?

Allora la Ghita le spiegò il proprio diritto nel costume del paese,
che i gioielli dei morti appartenevano a chi li cavava loro, invocando
il testimonio della Nunziata e tutto il villaggio; lo dimandasse anche
all'arciprete, al dottore, perchè non era già una ladra e non voleva
portarle via nulla, ma questa volta era bene nel proprio diritto,
perchè aveva sempre amata la povera signora e l'aveva servita sino
in ultimo. Anche adesso serviva il suo cadavere; e qui le lacrime
facendole groppo alla gola, non potè seguitare.

--Quanto volete di tutto?--la interruppe la fanciulla, niente commossa
da quel dolore.

--Non lo so, bisognerebbe farli stimare.

--Stimateli.

--Vado fuori dallo schioppettaio, egli se ne intende: ha la pietra di
paragone.

--No, stimateli subito.

La Ghita pensò un pezzetto. Intanto Ida si sentiva struggere di sdegno
al solo guardarla, mentre il freddo del cadavere della mamma presente
al mercato le saliva sottilmente per le reni. Finalmente la Ghita parve
decidersi, ma doveva essere una grossa domanda.

--Andiamo,--fe' Ida collo sguardo.

--Il letto e la madia,--disse precipitosamente.

Ida allungò la mano.

--Il letto compito colle materasse.

La fanciulla annuì col capo e, prendendo i gioielli, andò verso la
propria camera.

La Ghita si volse tutta ilare all'altra quasi imbronciata di quella sua
buona fortuna, poi correndole dietro con voce melliflua:

--Bisognerà che prenda qualche cosa, è tardi; sono già le due. Ho uno
stufato giù, che mi è proprio venuto bene, dia mente a me.

--Non ho fame.

--Che cosa vuol farci? le darà fastidio.

--Basta: mangiate voi per me,--rispose senza voltarsi.

Intanto fuori il sole d'autunno faceva le ultime carezze alla campagna,
mentre i pettirossi cantavano, tutte le finestre del villaggio erano
aperte e i tetti bruni parevano avvampare in un incendio di razzi e di
scintille. Giù nella piazza i ragazzi, che non avevano forse pranzato,
folleggiavano correndo, molti giovanotti passavano a gruppi, una lunga
fila di donne novellavano filando lungo il muro dell'ospedale, a
sinistra della parrocchia.

Per la finestra Ida partecipava a tutto ciò immersa in quell'onda
placida di vita così repugnante al suo carattere e alla sciagura di
quei momenti.

Un raggio di sole volato sul tavolo vi scherzava come un passero. E a
poco a poco una quiete lenta s'insinuava nell'anima della fanciulla.
Era sola, più sola dell'uccellino nel nido dopo che il cacciatore gli
ha ucciso la madre, più sola del falco sulla rupe dopo una caccia
inutile ed ostinata; ma non poteva pensare più a nulla, non soffriva
più e non viveva. Sognava.

La sua coscienza somigliava alla campagna desolata nello squallore
dell'autunno, in una luce bella ma inutile, nella quale rammarichi e
speranze si perdevano abbacinati. Dal suo tavolo guardò lungamente al
di fuori, cadendo di pensiero in pensiero come il pettirosso di ramo
in ramo; fremè vagamente colle foglie secche, guizzò sulla rifrazione
di un sorriso, fu quasi stupida e serena come quella gioia. Se non che
la luce illanguidendosi divenne fredda. I passeri si rarefecero con
pigolii più acuti, i sorrisi s'involarono come i passeri dai tetti
e le voci si quetarono ad una ad una, mentre le foglie inaridite
alzavano al vento della sera l'ironico canto dei morti. Gli alberi,
rimasti nell'atteggiamento entusiasta di un saluto al sole, parvero
immobili nella disperazione della loro secchezza scheletrale, il
cielo si abbassò come un coperchio sempre più greve. Allora anche
il sole, sdraiato sull'ultima montagna colla stanchezza fantasiosa
del pellegrino, che ha tutto veduto e se lo ricorda, dovette levarsi
lentamente per discendere la montagna. Si videro ancora i suoi capelli
biondi come quelli di una donna agitarsi ad un moto della fronte,
poi la testa era già scomparsa che si vedevano ancora; il pellegrino
s'inabissò, e l'ombra si abbattè nella sua traccia.

La sera trionfava. Ida era nel buio, aveva buio.

Le tende di mussolina imbiancavano l'ombra della camera, un umidore
frizzante arrivava sino alla fanciulla. I suoi occhi guardavano ancora
senza vedere, il suo orecchio non ascoltava più nulla.

Quindi la solitudine le si restrinse intorno; non si poteva più
muovere. Il mondo era dileguato.

Le tenebre atterrirono la sua immaginazione e la sua ragione allibì.
Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Intendeva indistintamente queste
domande, come di gente che gliele profferisse intorno.

Il cadavere della mamma era nella camera vicina, ma per poco: e poi?
Quel cadavere, la sola corda, cui si rattenesse ancora sul dirupo della
vita, la morte l'aveva tagliata. Ida si sentiva precipitare giù in un
buio freddo, senza voce e senz'aria. Non si ricordava più nessuno dei
propri sogni prediletti, non trovava nessuna delle proprie energie. Era
notte; nessuno la vedeva, nessuno poteva soccorrerla.

Ma inabissandosi si accorgeva solamente di avere vent'anni. Non era più
malinconica; la disperazione aveva ucciso la malinconia, come l'ombra
aveva spento la luce e il nulla inghiottito la vita.

La fanciulla pensava senza la forza di riflettere, soffocata da un
peso, contro il quale non giungeva a rivoltarsi. Una biroccia, che
scricchiolando sonoramente passò sotto la finestra, la riscosse da
quel torpore. Le sembrò di destarsi, si strofinò gli occhi, si levò,
passeggiò per la camera. Il primo risveglio alla realtà fu un vagito
dell'egoismo: sola e miserabile! Quindi il cadavere vicino le attrasse
il pensiero; e la triste fine di colei, che le era stata madre, la
commosse profondamente come una lezione alla sua follia di volere che
il mondo le gettasse fra i piedi la fortuna di un re, mentre ella
non era nulla e non aveva fatto nulla per meritarla, se non gonfiare
quotidianamente, ad ogni ora, ad ogni minuto un immenso desiderio,
gonfiarlo come un pallone, che l'aveva trasportata nel cielo dei sogni
senza nome, delle larve senza significato. Desiderare, nulla più che
desiderare per vent'anni! Ella non sapeva altro della vita, malgrado le
molteplici passioni e i lunghi studi. Il mondo avrebbe dovuto esistere
per lei sola, la società per lei sola essere costituita, la civiltà per
lei sola essere giunta a questo periodo. Desiderare, null'altro che
desiderare, coll'ardore della febbre, coll'insistenza dell'ebetismo,
colla fantasmagoria del delirio. Lei, sempre lei, unicamente lei, con
un orgoglio ingigantito dalla vanità, con una raffinatezza ottenuta
colla malattia, con un egoismo butterato di tutti i vizi e drappeggiato
nella clamide dell'eroismo. Desiderare, null'altro che desiderare,
spezzando la scala della vita, e dopo averla spezzata voler saltare
a piè pari dal primo all'ultimo scalino, non poterlo, ed accusarne
gli altri disprezzandoli, disprezzando sè stessa, eppure facendosi
una superiorità della propria impotenza sovr'essi, che invece di
saltare si contentavano di salire. In tutti quei vent'anni non aveva
saputo che desiderare, aprirsi un abisso nell'anima, allargarlo con
una ostinazione demente, gettarvi tutto dentro, Dio e la famiglia,
la patria e l'amore, il passato e l'avvenire, per errare poi come
uno spirito maledetto intorno all'abisso affamato e senza fondo. Sua
madre era morta costeggiando senza vederle le rive del mondo, ma senza
rammaricarsene; ella come vivrebbe?

Sola, in un villaggio, a vent'anni, con quattro mobili in casa,
senza denaro, senza speranza! La solitudine si univa al freddo, e la
pigliava ai ginocchi, alla gola. Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Le
domande si distinguevano meglio, ma erano come fumi, che si addensavano
nelle tenebre, e non fiaccole, che le diradassero. Il passato le si
destava confuso nella memoria, il presente era buio, l'avvenire era
nulla. Provava rimorsi di non so che cosa, paure guizzanti; respirava
e sospirava, era tuttavia stordita. Gli occhi non usi all'ombra
stentavano a sorprendervi il profilo di un oggetto, il muoversi di
una massa, mentre avrebbe avuto bisogno di misurare esattamente tutta
la propria sciagura per impadronirsene. Vi si provò un istante senza
riuscirvi.

Il turbine soffiava da ogni lato, la muraglia delle tenebre sembrava
compatta come di ferro, Ida si era riseduta al tavolo, sostenendosi
colle mani incrociate la fronte. Il freddo la sferzava con uno
scudiscio, che pareva fatto di capelli; aveva le mani intorpidite e le
si intirizzivano le gengive. Allora le parve che le si aprisse innanzi
la landa de' suoi giorni umidi e neri come quella sera, immensa landa,
che si rimpiccioliva di un tratto, così che la fanciulla non aveva più
giorni da vivere. Vivere dove? con che? Si ricordava di aver ceduto per
quegli ultimi gioielli il letto della morta e la madia della cucina, la
metà delle proprie ricchezze; non ci volle pensare.

--Tanto è inutile!

Nullameno il pensiero vi ritornava fatalmente, sbattendovisi come un
uccello nel vetro di un fanale. E tutte le follie della sua giovinezza
l'assalsero dileggiandola, adesso che non vi era più scampo e per
discendere dalla cima combattuta del suo orgoglio romantico doveva
atteggiarsi così goffamente da provocare le risa di tutti gl'imbecilli.
Ida era sempre sola, ma il mondo riappariva con tutto il corteo
delle sue necessità e delle sue leggi inesorabili; il mondo immenso,
infinito, nel quale gl'individui erano nulla e la massa appena qualche
cosa, che non le farebbe nè un anticipo, nè un complimento, che non si
rivolgerebbe nemmeno a guardarla, quando ella volesse chiudere con un
suicidio la immaginaria ed infantile tragedia della sua vita! Bastava
questa riflessione per disarmarle la mente e la mano. E non pertanto
una risoluzione era fatale ed era egualmente impossibile.

Ma così sbattuta, invece d'impazzire la sua ragione si andava
rischiarando. Una calma tetra, gelida come l'alba di un ghiacciaio,
sorgeva da quella tempesta. Vedeva il suo villaggio senza un cuore
simpatico, la sua casa fra poche ore deserta, sè stessa deserta in casa
ad aspettare incredulamente una fantasia già morta. Ma vivrebbe; di che?

Dopo una lunga e lenta alternativa si trovò come prima, non avendo
nulla deciso. Allora il vecchio orgoglio volle drizzarsi, ma il freddo
l'aveva intorpidito come un serpente.

In quel punto la Ghita bussò discretamente all'uscio.

--L'abbiamo già vestita,--le disse,--domani mattina debbo andare dalla
Virginia; così non ci pensiamo più. Le ho messo quell'ultimo vestito,
che portava prima di allettarsi. Poi ho comprato un po' di carne dal
lardarolo per la veglia di questa notte colla Nunziata, a credito. Non
avevo quattrini.

Ida sembrava ascoltare attentamente.

--Anzi le debbo dire da parte dell'arciprete, che ho incontrato ora...
Già lei forse non lo sa: i beccamorti verranno domani dopo mezzogiorno,
e vogliono bere; dopo ci vuole un fiasco. Ecco: l'arciprete (noi in
casa non ce n'è) lo darebbe: è nero, buono. Eppoi se lei vuole, le fa
tutto un conto col mortorio. Il vino l'ho sentito. Adesso, sfido io,
bisogna pensarci, tocca a lei.

Così parlando erano venute nella camera della morta, illuminata
fiocamente da una candela di sego sul comodino. La morta riposava sul
letto rifatto, sopra le coperte, vestita di un abito nero, con una
cuffia nera in testa. Un crocifisso le dormiva sul petto.

--Guardi,--proseguì la Ghita, vedendola approssimarsi per una dolorosa
attrazione al cadavere:--le ho dovuto mettere la mia corona in mano,
la sua era di vetro, e non si può.

Ida considerava il cadavere con una stretta di cuore, poi lo studiò
come avrebbe fatto di un proprio abbigliamento. L'abito abbastanza
nuovo faceva una buona impressione, la cuffia, malamente stirata ma
fresca, le incorniciava con una nobiltà malinconica la piccola testa
macilenta, mentre la camicia, orlata al collo di un pizzo bianchissimo,
dissipava con felice contrasto i ricordi della malattia. Ma sotto
quelle ampie vesti il corpo si tradiva di una magrezza di spettro.
La Ghita, che per una civetteria di brava donna aveva spinto la cura
fino a pulirle le unghie, vi gettava tratto tratto uno sguardo di
soddisfazione, quando la fanciulla le mostrò con un'occhiata fulminante
le scarpe vecchie, scalcagnate, colle punte rosse.

La Ghita gliele aveva calzate per tenersi gli ultimi stivaletti.

--Per il viaggio che deve fare!--rispose in aria di scherzo per
attenuare il furto.

Ida si sentì strozzare. E quella era la gente, fra la quale doveva
vivere! Questa idea fu così greve, che non ebbe forza di sopportarla,
e si tolse dal letto, mentre l'altra la tempestava di domande sul
mortorio dell'indomani, al quale interverrebbe tutto il villaggio, e
quindi non bisognava farsi guardar dietro, molto più che la gente era
cattiva ed alcuni dicevano già che sarebbe senza preti.

Allora la fanciulla ebbe il pensiero di venderle tutte le mobilie,
meno quelle della propria camera, perchè pensasse lei ad ogni spesa
del funerale, parendole di morire a tutte quelle cure inevitabili, che
le sorgevano innanzi come tanti pruni laceranti. Ma la Ghita si fece
pregare un bel pezzo prima di acconsentire, e non cedette che sicura
di aver tutto compreso nel contratto. Poi non voleva darle il denaro,
pretendendo che per lei era una somma esorbitante quattrocento lire,
duecento per il funerale, duecento per la signorina; la quale poteva
bene aspettare, da lei, una povera donna con due bambini sulle braccia,
adesso quasi nell'inverno. Ida sapeva benissimo di aver fatto un
pessimo affare, ma quella somma così meschina le pareva una soluzione.
Erano qualche mese di vita.

Ritornò nella propria camera alquanto sollevata, ma tosto pensò che
la malattia aveva dovuto costare più d'un soldo, e che le duecento
lire svanirebbero nei debiti della mamma. Fu un nuovo colpo che non
la prostrò; la sua forte natura avea infine preso il sopravvento,
scagliandosi nell'avvenire colla riottosa spavalderia della
disperazione.

Non sapeva nulla e, peggio, non vi era nulla a sapere, ma la sua
volontà, ritta nell'atteggiamento di Cambronne in faccia ai cannoni
inglesi, eruttava contro il destino la parola sublimemente oscena di
quell'invincibile vinto. Quindi il mondo ricomparve con tutta la magia
de' suoi piaceri, le fronti s'inchinarono lontane, le gemme sorrisero
il loro sorriso cortigiano, e la fanciulla si sentì grandeggiare
nell'animo la implacabile ambizione del vizio. I forti non potevano
fuggire la vita, perchè la volontà era la suprema delle forze: Balzac e
Schopenhauer lo avevano provato.

Che importava, se la mamma era morta come aveva vissuto?

La vita degli individui come quella dei popoli ha il governo che si
merita. Sua madre aveva nonpertanto accalappiato l'ingegnere, ella di
valore più che decuplo accalappierebbe un principe e saprebbe imporsi
al mondo legale, appena la ricchezza incorniciasse dei propri splendori
il suo carattere ribelle e tirannico ad un tempo. Oramai la sua
soluzione era presa: o maestra o cortigiana. Cortigiana dunque, perchè,
almeno là capitavano i signori del mondo, e nel lupanare riuscivano
le porticine secrete dei saloni. Il varcarle poteva essere difficile,
ma non impossibile alla donna che si sentisse abbastanza forte per
dominarvi. Ida aveva troppo studiato per credere alla morale ordinaria,
ed avea troppa esperienza del mondo per non sapere che la vittoria è
sempre una legittimità, quando il trionfatore sappia mentire le proprie
origini. Quindi ruminava come gittarsi fra le perdute senza subirne le
abbiette apparenze, ma non lo trovava per ora, abitando un villaggio
e non avendo conoscenze per una capitale; però era fiduciosa in sè
medesima come il viaggiatore, che parte per un mondo sconosciuto.

Invano la sua giovinezza e le idee della gente fra la quale era
vissuta, si opposero all'empio progetto: una forza cieca ed inesorabile
(i poeti greci l'avrebbero chiamata fato) la spingeva per quel viottolo
forse più breve, sucido, forse dritto all'abisso infame della Tarpea.
La sua miseria era per lei un'ingiustizia del mondo, il quale dovrebbe
un giorno pagargliela, poichè soffriva da quattr'anni come i dannati
dell'eternità, e non voleva più inutilmente soffrire. Adesso l'ora
della battaglia suonava alla campana da morto di sua madre, coincidenza
terribile che avrebbe spaventato un romano, mentre la fanciulla non
avea finito d'indossare l'armatura ed erano quindi più probabili le
ferite e difficile la vittoria. Ma ella si alzava bruna nelle tenebre,
livida come quel cadavere, fredda forse altrettanto, non facendosi
più un'illusione. Era sola e miserabile in faccia al mondo ricco e
spietato, senza altre armi che il corpo, altra forza che la testa:
tutti contro di lei, ed ella contro tutti. Non importa. Meno fanciulla
di Annibale si ripeteva il suo giuramento, la mano stesa nell'ombra
verso il cadavere della madre, giurando contro il mondo di essere un
giorno bella, ricca, spietata come il mondo, scrollando gli ultimi
rimasugli delle idee casalinghe, della fede religiosa, dei sentimenti
giusti. Le passioni le suonavano nell'anima una fanfara piena di
strilli e di scoppi, il vento di una corsa frenetica le fasciava la
fronte, l'orgoglio delle sue ore più folli spiccava volate da stallone.
Le narici palpitanti, l'occhio fulgido, coll'entusiasmo irresistibile
della febbre, colla confidenza della disperazione, ella stracciava
tutto il lembo della propria vita vissuta, per scagliarlo come un
cencio in faccia al mondo dei lavoratori, al mondo degli onesti, al
mondo dei borghesi, al mondo dei ragionevoli, ruggendo ancora una volta
il vecchio urlo di battaglia, acuto, squillante, mordente, urlo di
maniaco e di agonizzante, di suicida e di omicida:

--No.

PARTE SECONDA




I.


Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi
viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina
era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito
nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta.
Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva
condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli
studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo
abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida
fu doppiamente lieta di accondiscendervi.

Il viaggio non fu lungo.

Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono
nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda,
che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto,
Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò
sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare
quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di
consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e
gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbe
quasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise
abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare
tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza
frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura
entusiasmata.

Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la
madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva
anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe
scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva
abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una
gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col
medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un
appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il
mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di
tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi
sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro,
scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò
servile, e dopo tutto questo armeggio:

--Oh! senti Ida, facciamo i conti.

L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò
esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e
nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un
orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di
bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:

--Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini.
Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è
orribile, papà ha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è
che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento
serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette?
Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,--guaì
rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia
dell'amica.

--Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?

--No.

--No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi
piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai,
ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.

E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla
offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per
strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.

E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un
sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo,
che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se
lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia
di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti
gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere.
Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue
idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte
il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca
freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici
anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva
interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non
indovinava affatto.

La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati
riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra
rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del
mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle
di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si
tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse
qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di
follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva
allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che
non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie
più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia
giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che
ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come
una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del
proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria
soavità di gemma.

Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e
sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi
vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al
pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a
fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe
ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse
dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava
verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e
l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma
senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava la cagnina,
il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le
pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo
dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo
di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava
equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini.
Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese;
ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa
e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si
conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava
nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti
imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano
trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.

Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante
chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un
problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la
soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di
tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica
tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua
testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si
assimilava lo spirito della sorella di latte.

Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto;
adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice
brillante di un libro poderoso.

Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe
potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo
palazzo senza far parte della famiglia nè dei famigliari, se vi
resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo
nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela
sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina.
Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la
vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della
padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era
vezzosamente inferocita.

--Ida,--aveva esclamato,--è Ida.

Non ne sapeva oltre.

Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che
cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa
sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per
lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora
prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo
con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia
con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida
ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena
il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava
incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli
spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di
tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del
suo corpo.

Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane
per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena
compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e
correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a
farsi vedere. Allora era un esame minuzioso e profondo: le stoffe e
i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le
pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze,
tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni
curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una
scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza
uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle
carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa
bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla
sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola
improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la
fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle
cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù
nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo
immaginato. L'ignoto era l'uomo.

Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a
quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito.
Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di
ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava
bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente
birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava
nell'animo.

Le due fanciulle non si lasciavano.

La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma
Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in
nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi
ritornavano nel loro appartamento, e Jela le insegnava il pianoforte,
nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida
imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile
delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo,
vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso
inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico
d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano
il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso
di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla
gridandole:

--Se non si ferma, le farò saltare la barriera.

Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.

Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si
raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava
ferocemente il cavallo.

Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro
e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto,
dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero
nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro
passi rattrappita sulle ginocchia.

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