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L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

by Paolo Prunas · Italian · Gutenberg #46663 · 895,403 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux
    
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Title: L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux

Author: Paolo Prunas


        
Release date: August 23, 2014 [eBook #46663]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46663

Credits: Produced by Maria Grazia Gentili, Barbara Magni and the
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX ***

            BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
       pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)

                             PAOLO PRUNAS


                             L'ANTOLOGIA

                                  DI
                        GIAN PIETRO VIEUSSEUX


                   STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA



                             ROMA — MILANO
                  SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                                  DI
                         ALBRIGHI, SEGATI & C.
                                 1906




                         PROPRIETÀ LETTERARIA
                DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                                  DI
                        ALBRIGHI, SEGATI & C.

            Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.




A ISIDORO DEL LUNGO


_Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché
potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere
io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri
molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la
prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella
critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta._

  _Firenze, 20 febbraio 1906._

                                                      _PAOLO PRUNAS._




AL LETTORE


In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona
rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si
asseriva che la storia dell'_Antologia_ non piú fosse da scriversi. E
l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran
cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel
quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal
fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto
lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'_Antologia_ ebbero nello svolgimento del
pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne'
quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come,
giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo
(dove spesso è discorso di una Casa d'_Est_, quasi avesse anche a
esserci una Casa d'_Ovest_), d'altre cose parlando si tocca
dell'_Antologia_; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato
di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„;
il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco
innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo
nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già
oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo,
amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé
stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua
gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel
primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli
facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile
del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il _Gabinetto_), scriveva
al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di
lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel
libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da
sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola
dell'_Antologia_, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche
epigramma, attinti all'_Archivio_ di Firenze e altrove. Ma vegga il
lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú
piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno
spiritoso epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre
cose non male, nel fare menzione dell'_Antologia_ i medesimi documenti
si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso),
perché quantunque si citi in esso non di rado l'_Archivio_, quel libro
piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci.
Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che
pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che
nell'_Antologia_ “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e
Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale
proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non
iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi
articoli„ diede il Mazzini all'_Antologia_; la quale il Vieusseux
diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De
Gubernatis afferma[2] che _un articolo del Montani_ fu “involontaria
cagione che l'_Antologia_ fosse obbligata a cessare le sue
pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri
libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore
avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a
mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di
cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali,
alla storia dell'_Antologia_.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale
fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da
far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse
cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per
lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua,
di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto
non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine
facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo
soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi
direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò
ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men
degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio)
aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro
fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo
crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà
corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di
concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere
quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'_Antologia_; la quale
in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del
Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'_Antologia_ tante cose
pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano
non restare) ignoti: di altri, affidandosi alla memoria, benché
tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore
tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello
spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di
lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'_Antologia_ non fosse da
scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre
gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie
parti, e le numerose _carte_ del Vieusseux, e i suoi _appunti_ non
pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le
tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila
lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono
passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho
attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo,
talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la
vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'_Indice generale_ che
dell'_Antologia_ nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi
che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si
rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o
segni diversi, o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli
scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de'
numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di
Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti.
Né _mai_ si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di
Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe
Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa,
quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori
solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non
per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse
rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni
diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il
dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro
Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e
Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani;
Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi
Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e
Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí
via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli
altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho
potuto rintracciare l'autore, ora tra le _carte_ del Vieusseux, ora
nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare
dell'_Antologia_ che insieme con le altre cose di lui si conserva nella
“Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è
dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo
quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su
l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro
compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

                                                                P. P.




L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX




CAP. I.[4]

Le origini dell'_Antologia_

  Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia
  dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il
  '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in
  Londra, e il suo _Progetto di giornale_. — Gian Pietro Vieusseux
  in Firenze, e il suo _Gabinetto scientifico-letterario_. — Gino
  Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. —
  Gian Pietro Vieusseux fonda l'_Antologia_. — Le prime difficoltà
  da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove
  difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian
  Pietro Vieusseux.


“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto
attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi....
Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a
Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a
Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila
co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri
di _Nostra Signora_: allora voi potrete mostrare con onore le vostre
cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella
grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di
Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle
spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il
piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de'
troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e
di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era
stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo
Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso,
promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e
dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per
rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era
stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza
prometteva molto di piú. O _paracarri_ che fuggite, se un poco di tempo
vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia
questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del
Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia
“non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un
Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa,
sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando
fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò
giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati
dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati
d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi
sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una
liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo
sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva
prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami
d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni
d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si
stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo
gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze,
risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi
_ristoratori dell'ordine_, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l
trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del
passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo
alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno
che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e
amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle
classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto
scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de'
secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de'
giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno
dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di
Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con
che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di
una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co'
re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono
spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle
instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano;
a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende
li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato
l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della
gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma
né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di
Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere
gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi
e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco,
da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel
'15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva,
senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e
vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia,
opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio
e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e
indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non
tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li
chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero.
Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria;
confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni
parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo;
molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del
'12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno
americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati
ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove
da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in
fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la
“sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di
Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la
duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello;
la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e
suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per
tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno
che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la
divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti
civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini
assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio
impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle
questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse
pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi
ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta
degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una
dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non
ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed
essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que'
polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il
Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare
che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati
di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo
vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava
contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati,
e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai
l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente
fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi
tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua
propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„.
Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano
guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima
occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta
che successe un giorno nella famosa _bottega_ di Demetrio? Entra un
incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino,
lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia
forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta
disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore,
non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia,
protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono
Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è
forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in
Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia
di chiamare co 'l nome di _forestiere_ chi non è nato e non vive dentro
il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e
cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la
stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva
stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e
superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria,
accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i
letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta,
alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie,
in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando
per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima.
Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di
cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che
l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della
loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non
fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava,
ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

                                  *
                                 * *

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di
contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno
sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del
Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di
lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la
vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli
artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro
desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario;
ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i
letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano,
e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in
luce nella penisola[18], fondava il Saurau la _Biblioteca_, rivista che
nelle idee come nel nome prometteva essere _italiana_. E ne facevano
fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19]
che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute
non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi
mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non
sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di
quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica
opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile
era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo
accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far
nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto
su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione,
confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione
pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo
conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo
giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano
promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a
poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede
al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio
spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai
— scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho
scritto l'Italia _sfortunata_, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso
doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva
la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore
di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non
un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé
stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar
pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti
stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi,
si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„.
Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi
la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo
Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca
notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che
l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza
qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire,
nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome,
quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore
contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or
no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi,
che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per
occupare degnamente l'officio di _direttore_: gli mancavano la
sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre
i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente
mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si
rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava
rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi
articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima
_Biblioteca_„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori
gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con
fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo
scritto gli elogi dell'_Iliade_ del Monti, e lui renitente spronava a
lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver
questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32].
Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli
fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli
uomini che primi avevano scritto nella _Biblioteca_, e davano speranza
di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva
costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con
pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l
sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario
di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla _Biblioteca italiana_, quelli che le avevano
dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il
cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34]
s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure
all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li
gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero
tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame
che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di
pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle
accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel
giornale che fosse “successore legittimo alla _Biblioteca italiana_„, e
la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era
“unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in
consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non
voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del
loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si
schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente
considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo
stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un
giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo
avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli
scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non
permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo
_Spettatore_; e si poneva quasi di fronte alla _Biblioteca_. Vi
comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani
ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai,
e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto
che parve[38] compromettere i buoni successi della _Biblioteca
italiana_. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin
l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è
naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi,
e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure
in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla _Biblioteca_,
irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco
si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che
vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo
_Spettatore_ gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure,
secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per
sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il
_foglio azzurro_. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal
di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale
farà assai male alla _Biblioteca italiana_, ma non durerà piú di un
anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu
cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale
filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî
della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a
vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere
il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che
accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale
l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando
affermava[44] che nella _Biblioteca italiana_ avevano combattuto le
nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora,
perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a
pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo
tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero
punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di
bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno
fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure
origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far
tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare,
e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora
Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena,
morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in
questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'_Amico d'Italia_
comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola
Bologna mensilmente dava una _Nuova collezione di opuscoli scientifici e
letterarî_, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le
inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e
tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio
nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il
governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze
sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi
con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma,
dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si
sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e
che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età
di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età
dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli
altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla
(anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si
pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato
dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi,
con ripugnanza accettò e “per creanza„ la _patente_ in cui era
dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree
campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa
al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto
ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il
_Giornale Arcadico_. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso
Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di _Arcadico_? Per
portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà
mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro
che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica,
avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo:
“battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già
non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla
luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non
poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse
permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne'
soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo
classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini
affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli
scriveva, de' compilatori del _Giornale Arcadico_ poteva dirsi con piú
ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro
articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne
alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

                                  *
                                 * *

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in
Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il
popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di
buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la
rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto
destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini
rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di
Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno
all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon
principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato
assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del
pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una
diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del
governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma
l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar
fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito
e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza
dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e
naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi
per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio
quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie
come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e
delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino
Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e
morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in
avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono
di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo,
dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee
generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha
opere periodiche„, diceva la _Biblioteca_[53] di Milano; e diceva il
vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per
piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il
_nuovo_ di Pisa ancora non era sorto. A un _Giornale di letteratura e
belle arti_, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del
'16. Nel '16 un _Giornale di scienze ed arti_, che doveva servire di
“comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal
Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú
che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i
compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze
impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56]
“frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di
Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito
indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore
facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli
moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza
e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú
classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di
dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore
Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che
prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per
titolo al giornale _Il Saggiatore_, e fece il programma. Del tentativo,
come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini
gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà
pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del
concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i
Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per
discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola,
e dopo il pranzo. Cosí il nostro _Saggiatore_ sarà mangiato e digerito:
se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al
cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la
proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale
intitolato il _Parasito_ o l'_Assaggia minestre_. Io frequenterò poco
questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a'
letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel
manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare
cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„;
e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco
davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il
vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per
ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e
arcirettorico„; e quel che è peggio, la _Biblioteca italiana_
pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era
da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro
giornale intitolato il _Saggiatore_: e il Collini, dolente[63] che la
_Biblioteca_ avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche
_acerbità_, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al
Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga,
consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato.
Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la _Biblioteca italiana_ avesse
già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i
letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa
disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza
dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel
suo proposito di _rinvoltarsi nella toga_, senza aver fatto altro che
incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la _Biblioteca italiana_ chiamava
“ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro
giornaletto; e i compilatori[67] fecero al Collini il brutto servigio di
pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava
per nome il _Raccoglitore_; e il primo numero compariva nel 31 di marzo
del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto
dantesco: _tutte le raccoglie_. Non sarà male fermarci su queste cose,
che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e
insieme morali, della Toscana. I compilatori del _Raccoglitore_, in un
_Manifesto unico_ che voglio in parte riferire, annunciavano al
pubblico: “Saranno inserite nel _Raccoglitore_ tutte le notizie
mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti
nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà
l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí
indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti
sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa
emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di
avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi,
come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti....
Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come
l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle
latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni
del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri
dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú
sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio
quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione
popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di _libri nuovi_, il
Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i
nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva timore,
ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una
letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il _Raccoglitore_
“avesse a che fare col _Saggiatore_„; e se per chi scriveva vi fosse
“nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone,
si diceva[69]: “Signor _Raccoglitore_, ho sentito dire che voi siate un
vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco
eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per
intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete
compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali....,
m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„.
A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del
_Raccoglitore_ non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non
possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate
quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno
da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si
riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del _Raccoglitore_ sopra
i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si
risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver
dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di
compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione
del Cioni il primo numero del _Saggiatore_ venne al mondo con la data
del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel
becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; e il motto:
_Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic
animum perspicuis cedere_: doveva escire una volta per settimana, e i
compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„.
E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti
nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e
paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali
leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far
risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio;
come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro
nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro
nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al
cielo è nato il _Saggiatore_ — strideva la _granata_[73] — Vero è che a
chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e
dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò
nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si
devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue....,
e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il _Saggiatore_),
e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il
_Raccoglitore_ era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione
di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini
dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali
privati„[74], senza risparmiare neppur le donne[75]: ma con tutti i
propositi buoni, il _Saggiatore_ era anch'esso ben misera cosa. Ne sono
usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno
peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben
presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che
sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo
aver letto tutti i numeri del _Saggiatore_, diceva[77] che vi era
qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il _Saggiatore_ rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del
_Raccoglitore_ dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza
“abbassarsi a ribattere i colpi della _granata_„; ma in difesa del
_Saggiatore_ (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali
nascituri: il _Vagliatore_ e il _Volante_. “Al primo — dicevano quei
della _granata_[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al
secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci
mancherà una pertica per arrivarlo„. Il _Volante_ moriva prima ancora
che aprisse gli occhi alla luce: ma il _Vagliatore_ uscí nel 30 di
giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per
emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “_ti
conviene schiarar_„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di
rispondere al _Raccoglitore_ illustrandone il bello e il buono...., non
senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità
della sua spazzatura„. Quei della _granata_ potevano tuttavia stimarsi
felici; ché il _Vagliatore_ si agitava, con intenzioni tutt'altro che
buone pe 'l povero _Saggiatore_. “Ho letto il _Saggiatore_ — diceva[81]
— e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato
il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo
è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri
letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non
meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare
verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo
cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi
numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'_Uomo
di paglia_, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: _dare
pondus idonea fumo_. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non
cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva
primo di vita il _Raccoglitore_, che non aveva raccolto se non cattive
satire delle cose utili; e l'_Uomo di paglia_, facendogli esequie degne
del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima gravezza di stomaco, e
per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una
piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima
della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che,
fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino
ritrovato il _Saggiatore_, “tra i piú difficili a digerirsi„.

Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta,
fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú
d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi
avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che
aveva cancellato qualche frase, il _Saggiatore_ veniva fuori ogni volta
piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di
fondare un _Club_; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i
fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno.
Sperava tuttavia il Collini,[84] che il pentimento del cavaliere inglese
non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del
signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già
da qualche tempo comparire, quei dell'_Uomo di paglia_ dicevano[85] il
medico del _Saggiatore_ essere lo stesso che aveva curato il
_Raccoglitore_. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi
totalmente opposti a quelli che si manifestarono nel _Raccoglitore_, e
secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa
ripienezza, il povero _Saggiatore_ sembra che voglia terminare i suoi
giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.

Dopo non molto finiva anche l'_Uomo di paglia_, senza maggior decoro; e
con lui finivano i giornali, o piuttosto libelli, che dava allora
Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali
per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar
per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e
condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una
virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non si _sapeva_
fare un giornale„[86].

                                  *
                                 * *

Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux,
scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui
mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a
persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben
disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti,
la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico
di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e
tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo,
intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda
e la Russia.

Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in
Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al
Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini
diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito,
de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava
in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di
lavoro.

Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande
città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le
molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma
della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver
trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una
“miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva
inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a
quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già
vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che
con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i
librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose
stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza
toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli
ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la
speranza e la costanza sono frutto in germoglio.

Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al
progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa
dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la
vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione,
ritenendo per sé la direzione[89]: e per l'una cosa e per l'altra si
strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R.
concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suo _gabinetto_; co 'l
patto però non lo chiamasse _Ateneo_: ma il Vieusseux, che piú che al
nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in
uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli
alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico
palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un
primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del
dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di
retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e
l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno
stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti,
tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile
e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al
quale poneva nome di _Gabinetto scientifico e letterario_. E poco di
poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore
otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto il
_Gabinetto_; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la
lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che
venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e
fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue
giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e
altri libri di consultazione.

Com'era stabilito, il _Gabinetto_ nel giorno 25 di gennaio fu aperto al
pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro
scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni
d'Austria e di Russia vi leggevano il _Censore_ e la _Minerva_; ma
Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75
associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben
pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili
decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non
vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era
mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo
Gian Pietro Vieusseux.

Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva
proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause
della morte del _Saggiatore_, com'ei diceva[93], non erano nell'infante
ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire
innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero
cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per
articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene
diceva[94] che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra la
_Biblioteca Italiana_, egli non aveva piú voluto saper di giornali);
anche il Monti assentiva che nel _Saggiatore_, sotto quello del
Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli
auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la
distribuzione del secondo semestre del _Saggiatore_ riunito al
_Gabinetto_; pieno l'anima di speranza, scriveva[95] che il suo infante
“nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„
avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in
questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano
di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini,
doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e
quell'attesa fu tanta che il _Saggiatore_ non nacque mai piú.

Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono
venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può
affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto
per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere
né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le
membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle
intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita
breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî
meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre
immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: la _Biblioteca
Italiana_. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva
ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti
poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in
sostanza signore[97], un governatore austriaco che all'Austria obbediva.
Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98] che
mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un
giornale leggibile.

                                  *
                                 * *

Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini?
È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il
Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi,
di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e
in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si
erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e
di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra
nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo
giudicava[99] gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa,
cosí egli per molti rispetti li trovò[100] ammirabili su tutte le
nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque
l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse
quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101] “invasamento
d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che
dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa, stringeva relazioni co' piú
grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi
una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di
giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello
scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste
specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che
erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú
grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di
ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava
all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo
tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano,
tra l'altre, la _Quarterly Review_, e meglio ancora, l'_Edinburgh
Review_, ch'ei giudicava[102] il piú bel giornale che fosse mai stato
fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli,
ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo
plaudiva al disegno del suo _fratello_, e con la sua anima ardente
attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico
soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe
conosciuto il Foscolo.

“Mi diverto — scriveva[103] a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro
maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a
far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son
fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire
a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e
m'impegna. Ma _deficiunt vires_ per molte parti„. Guardiamo un poco a
questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per
molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire,
“tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quel _Parere sulla istituzione di un
giornale letterario_, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in
servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore
fondasse la _Biblioteca italiana_: e lo studiò e fece suoi que' pensieri
per modo, che chi legga il _Progetto di giornale_ steso dal Capponi, e
il _Parere_ del Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli
accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza,
nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A
ogni modo, la raccolta dei materiali e la corrispondenza dovevano essere
in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster,
e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano
l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il
Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere
la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori
italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di
un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro
animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa
tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati
articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella
nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni
periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le
personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare
de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne'
letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi
ristoro.

Alla stampa del giornale doveva provvedere la stamperia Fiesolana,
diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per
spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suo
_Gabinetto_ era cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di
consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108]
al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da
tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che
al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la
vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai
esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi
nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era: _Archivio di
letteratura_. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti:
_Letteratura_; _Scienze Naturali_; _Appendice o Parte bibliografica_: la
prima, suddivisa in tre parti, comprendeva la _letteratura estera_,
l'_italiana antica_, la _contemporanea_. Poco per vero stimava si
dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo
coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero,
dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani
lasciandole nell'oscurità. L'_antica_ voleva studiata senza pedanteria;
mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e
in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia:
soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due
contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando
l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo
i parolai, e raccomandando i filosofi„. Per la parte che toccava della
letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e
si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a
tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in
mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo
il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in
licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parola _Romanticismo_ dava
“bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con
l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà
nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.

Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della
filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre
potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che
“qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste
straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.

La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono il _Parere_,
dato dal Foscolo: ma il _Progetto_ del Capponi, non ostante la
simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore
ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza;
e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati,
è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della
patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale
all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore:
ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e
soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando
di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo,
avvezzandoli a non riguardarsi piú come individui isolati in mezzo alla
società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a'
piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il
cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da
“consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar
sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione
di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suo _Parere_: “Ogni
governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei
sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale
capponiano: _Patriae sit idoneus_, bene indicava la natura e lo scopo
dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva
pensato.

Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co
'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per
dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto
allora il Collini, promettendogli[109] sostenere, o almeno non
abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la
pubblicazione del _Saggiatore_.

                                  *
                                 * *

Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto
a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per
Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa
da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110] con lacrime. Da
Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di
raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che
tu creda che io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo
giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora
il _piccolo uomo_ nei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un
tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi
versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo)
avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel
tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale
non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112]
promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e
qualche altro articolo.

Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo
il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della
riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto
lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano
nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113] che i provvedimenti
di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire
non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il
Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni
di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente
vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle
attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra'
letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di
sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava
rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili erano i tempi, e
bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo
scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto
sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di un
_signore patriota_ (cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva
lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa,
scriveva[115] che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.

Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta
dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti
dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le
facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore,
avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili
dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi,
potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per
quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle
paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono
viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui
la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano
dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava.
“Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117] in un
istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i
sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il
pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una
massa di volgo, degno degli uni e degli altri„. E rimpiangendo
l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli
migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di
Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.

Ciò che piú _spaventava_ il Capponi era, a sua confessione[118], “il
Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la
Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta
“l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo
vinse che gli parve[119] né anco poter piú pensare al giornale; tanto
trovava mutata la situazion delle cose! Certo, la _presidenza del Buon
Governo_ aveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima:
oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e
penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle
carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere
illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che
Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio
Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita
l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della
gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil
corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si
rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le
condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la
politica, non erano davvero tali da _spaventare_ un animo che meno del
Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da far dimenticare: un
_alberetto della libertà_, presso la fonte della piazza non chiamata
allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi:
“_Piccolo son, ma crescerò sull'Arno_„[120]: e di giacobino ardente
convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando
a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú
tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie.
Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo, _segretarii di Stato_,
erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don
Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto
economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio
dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la
Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di
qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e
dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando,
spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in
Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma
perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue
convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della
rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo
toscano dormiva il suo sonno tranquillo.

Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del
narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva
il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122] il
toscano un governo “assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva
tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva
tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva
poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la
Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli
di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva
trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.

Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità
del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie,
chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni
dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa,
Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte
il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo
guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di
Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto
epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica
accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti
fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da
richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne
di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i
carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia
furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi
saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i
muscoli tra rivi di sangue[124].

Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in
possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta
chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel
giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato
d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace
del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria
obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di
“legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di
costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i
ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco
si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto
raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza,
non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e
instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di
proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di
pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo
toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî,
si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi
paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra
era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia
l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte
delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori
patiti e delle amarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel
cielo d'Italia.

Sotto quel cielo era permesso _pensare_ ed _agire_: vi si leggevano
libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri
luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si
dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo
stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e il _Gabinetto_ del
Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno
simile, non riusciva[127] in Piacenza a vincere gli ostacoli e le
calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di
voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per
l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini
viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che
era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli
spettacoli della _Pergola_, ma di politica. Bastava non gridar troppo
forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben
inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.

Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure
libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso
terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della
vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un
paradiso terrestre.

Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende
politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era
stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]
ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque
lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare,
e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa,
per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse,
si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che
nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa
veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci.
Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno
con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî
sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto
giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto
li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per
quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli
scriveva[131] dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine,
comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di
tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per
lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur
giudicando[132] la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non
lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„
che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„
di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur
ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola
si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone
opere straniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso
magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„.
“Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.

  [Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX
  (da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)]

Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano
in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché
dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e
tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo —
scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in
Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete
prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo
seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo
s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134] — e amate il
vostro paese _Italia_...., e date mano a rendergli tutti quei servigi
che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135] che si
era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi
quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita;
assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a
lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani,
promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136] con lui da
Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la
pubblicazione, e lo incitava all'impresa.

Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo
l'ostacolo che i professori dell'Università di Pisa, co 'l titolo di
Nuovo ridavano la vita al vecchio _Giornale dei letterati_: eppure, il
conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino
Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le
cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a
lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava
la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Io
_era_ volonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137] — ma
“venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé
stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú
nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e
modestamente affermava[138] che per sua buona ventura un “insigne
personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore;
e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una
“pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel
mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un
pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella
potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma
l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità
letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.

Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo
equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e
l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio
alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è
carattere piú proprio alle razze del nord. Non aveva grandi studî su
libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le
fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della
sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni
diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza
l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però
toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E
spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per
sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139] che il Cioni, accolto il
Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un
tratto a sedere su 'l letto, e _Lei vuol fare un giornale a Firenze?_,
esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare
la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché
dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon
d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa,
giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.

Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche,
creava la sua _Rivista Enciclopedica_, qualche difficoltà pure a lui
senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee
dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e
rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e
uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi
tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi
necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da
riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il
Vieusseux si accinse all'opera sua, quante prevenzioni trovava da
soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far
tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la
questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie
grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le
meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le
comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l
Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le
vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare
gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men
facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a
tutto questo.

                                  *
                                 * *

Con una _circolare_[140] nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux,
ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava
ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti
articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani;
raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:
_Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in
italiano_. E pochi giorni dopo, un _manifesto_ indicava la natura e lo
scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del
Cioni, che finanziariamente si era, con un contratto[142], fatto socio
al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti
giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto;
che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che
rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo
intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica
italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far
conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano
scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre
produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte
della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.

Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux
al suo giornale il titolo di _Antologia_; forse non gli era ignoto che,
co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro
giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un
elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il
progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era
strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte
trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata.
L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il
giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole
traduzioni, senza accennare che neppur _qualche volta_ avrebbe accolto
articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella
letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quel
_manifesto_ affermava, ch'ei non avesse _mai_ avuta l'intenzione di fare
un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria
opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi,
fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare
in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva
innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del
pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]
avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano
permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a
raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali
stranieri.

L'_Antologia_, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con un
_Proemio_ di otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le
restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo
svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote
alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del
giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori,
senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con
che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i
compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli
stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori della _Rivista
enciclopedica_. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro
giornale[145], que' dell'_Antologia_ dichiaravano preferire quelli
scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale,
per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole, paragonarle tra
loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.

Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la
prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la
seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e
letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele
Leoni, il _Discorso_ all'Accademia francese, e le _Riflessioni_ intorno
all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier;
alcune lettere[147] su l'Italia di Castellan, e un carme[148] di Alfonso
De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dalla _Rivista enciclopedica_,
traduceva[149] l'articolo su la _Raccolta_ di elogi storici dal Cuvier
detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni il _Discorso_[150] del
prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un
giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151] su l'isola di Ceylan:
Ferdinando Orlandini le _Lettere_ su l'economia[152] di S. James, e i
ragguagli bibliografici[153] dalla _Rivista enciclopedica_. E dalla
stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione della
_Maria Stuarda_ dello Schiller.[154]

Come ben si vede, il fonte principale a cui l'_Antologia_ attingeva, era
la _Rivista_ parigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie
parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante
nell'_Antologia_ perché comprendeva gli articoli originali. Anche in
questo dunque il Vieusseux avviava il giornale per via diversa da quella
tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi;
quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le
migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla
natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la sua
_Rivista enciclopedica_; questa, a sua volta venuta in fama, il
Vieusseux tolse a modello per fondare la sua _Antologia_.

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                                 * *

Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli
entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe
bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare
il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155] egli stesso, e non
con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale
giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il
giudizio della _Biblioteca italiana_[156]. Dopo avere affermato che in
Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora
aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché
niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile
ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente
maligno, diceva bensí che il _Gabinetto letterario_ era “il piú
ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi,
“veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente
carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un
giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma
convien dire — subito dopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le
persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo
trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era
“pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine
proporzioni). In una nota poi biasimava il _Proemio_, “di 9 (_sic_)
meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso
accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157] nella _Biblioteca_:
“l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno
dormito questi ultimi cinque anni„.

Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel
discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione
maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non
recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto
nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri
giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'_Antologia_,
sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.

Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può
mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra
provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano,
di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava
anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi
facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per
molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per
essere quello a cui mirava.

“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato
il Capponi[158] — e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo
onorevolmente per me, io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella
sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo
annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli
ostacoli — com'egli stesso diceva[159] — non facevano se non accrescere
la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui
invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero
veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura
in que' due uomini profondamente diversa.

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                                 * *

Nel secondo quaderno, dal _Giornale d'educazione_ di Francia l'Orlandini
traduceva un _discorso_[161] del duca di Doudeauville su l'istruzione
elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162] su lo Châteaubriand, dalle
_Lettere normanne_. Ma la parte maggiore era data alla _Rivista
enciclopedica_: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi una _notizia_[163]
su 'l signor di Volney; il Giovannini, un _ragguaglio_[164] su la
Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165] su l'Egitto. Il secondo
fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una
parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del
Benci che incominciava tradurre[166] dal giornale tedesco _Kunstblatt_,
di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo,
composto tutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.

Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167] al Capponi
dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva
impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti
già noti: tanto piú essendo sua fonte principale la _Rivista
enciclopedica_, giornale notissimo. E consigliava servirsi
principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il
vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'_Antologia_
venisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi
scriveva[168] al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal
tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese,
intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi
mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era
veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva
un _avvertimento_[169] non firmato (scritto però dal Niccolini), nel
quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni
zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la
massima adottata in su 'l nascere dell'_Antologia_, e a dar luogo anche
ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori:
“incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima,
pervenutaci da una città di questo granducato„.

La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele
Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto
volume della _Proposta_; e pur notando che il libro era “sparso di
paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi
dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato
accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro
si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„.
Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico
potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma
“senza veleno„; e terminava con l'affermare[171] che se il sostenere la
causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi
sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a
ricambiarli„.

Cosí l'_Antologia_ levava la prima voce in una controversia tanto
agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti
irrompenti, era voce dignitosa e serena.

Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le
facevano bella compagnia un articolo del Benci[172] su 'l _Viaggio in
Italia_ di G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui
non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i
fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però
occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il
Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174] egli a'
lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva
aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era
pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articoli
originali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali
di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché
dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.

L'_Antologia_ pigliava ardire: simile in questo all'infante che già
sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e
cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese
Cosimo Ridolfi, con alcuni _Pensieri intorno ai fenomeni
elettromagnetici_, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause
nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago
magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175] ch'era davvero, come
disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di
disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177] su la musica del
Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178] su la
legislazione criminale: il Benci varie lettere[179] non senza grazia su
le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle
Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo di _Ellenofilo_,
alcune considerazioni[180] su la lingua de' greci moderni.

Né solo delle nostre produzioni l'_Antologia_ giudicava, ma già delle
straniere: in un articolo[181], il Niccolini diceva franco il suo
pensiero su' _Rudimenti di filosofia morale_ dello Stewart, né
favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare
qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura
italiana[182] intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi
compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione alla _Storia dei
Francesi_[183].

Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del
Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti
morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla
giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure
l'_Antologia_ s'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto
dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185]
su la _Proposta_ del Monti. “Io fui — scriveva[186] egli stesso — che
volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'_Antologia_, tanto
piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo
quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E
vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con
tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli
argomenti„.

La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed
era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il
Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a
scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e
diffusione de' _lumi_, prima che il suo giornale godesse generalmente di
buona riputazione, e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de'
governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare,
prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.

Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe
riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto,
erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi
compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187] tra l'_I_ e l'_O_,
leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero
nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano
Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato due
_errata-corrige_ sopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli,
si levava difensore[188] degli accademici della Crusca, che morti e vivi
il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli
accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli
imaginava, co 'l Monti.

Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava
tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose
filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto
nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò
che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la
prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal
principio, essere quello che fu piú tardi; ma aveva in sé tutte le
promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.

Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi
de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di
Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni
Rosini, tra gli altri, pregava[190] il Vieusseux accettasse la proposta.
Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de'
suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i
nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti
imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano,
rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova
direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si
serbasse il nome di _Antologia_, cui si aggiungerebbe quello di
_giornale italiano di lettere scienze ed arti_, e a lui si serbasse
piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero
fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux
accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di
conciliazione; perché risposero[192] non voler essi “rinunciare al
guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio
di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il
tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del
Vieusseux.

E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí
innanzi venisse catturato, scriveva[193] facondo al direttore
complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma
Dio voglia — esclamava[194] — che possa proseguire„: e il Foscolo
stesso, da Londra, sinceramente confessava[195] al Capponi: “La tua
_Antologia_ mi piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il
migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'_Antologia_ non
solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e
fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se
nel mese di giugno del 1821 nella _Rivista enciclopedica_ era
scritto[196] che l'_Antologia_, traducendo e pubblicando articoli
stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era
detto[197] che l'_Antologia_ conteneva articoli interessantissimi, e che
dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre
nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.

Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se
l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né
il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva,
né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi
sufficiente compenso. L'_Antologia_ giungeva, è pur vero, in molti
luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle
comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî
postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí
la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e
ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da
Modena, prometteva[198] al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro
paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono
quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi
profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di
libri, ed anche della sua _Antologia_, ove io pure sono associato„. E
piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199] da Vicenza al Capponi:
“.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò
pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di
cento erano allora gli associati, e l'_Antologia_ costava all'anno 36
lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano
giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux:
e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta
due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli
affari, in somma, andavano cosí male, che il Vieusseux sentí in
coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il
Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella
pubblicazione dell'_Antologia_; non parendogli giusto che questi
sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto
tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di
ricavare un utile qualsiasi[200].

Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le
difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo
nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle
condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux
persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e
di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201] addolorato
all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato
il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era
come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice,
e tra le lacrime le sorride.

Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di
pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava
nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non
sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse
pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie
conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno
un francese, Samadet de Holoré[202] — amico mio, voi vi siete in tal
modo identificato co' vostri affari, che siete l'_Antologia_
personificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a
trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze
il Direttore dell'_Antologia_„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il
Vieusseux stesso confessava:[203] “io non vedo piú che l'_Antologia_, e
posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole,
meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta
piú poesia che non in versi parecchi.




CAP. II.

Lo sviluppo dell'_Antologia_

  Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'_Antologia_. — Le
  grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via
  superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in
  Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. —
  G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.


Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza
operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi
all'_Antologia_ traduzioni da giornali stranieri, poi scritti suoi
originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni
d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale
tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria,
poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il
trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore
pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità
elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima la
_Pulzella d'Orléans_ e presentare a' Georgofili un nuovo modello
d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio
Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208] _il cosmopolita_.
Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre
Mauro, — scriveva[209] al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad
esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si
mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in
numero da farne piú che un volume ha l'_Antologia_ scritti suoi (benché
assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri
piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non
fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con
ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e
commedie, meglio che attendere con tutto l'ardore agli studî di critica
e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni
meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni.
Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210] ancora: “.... vorrei
stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie
non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede
all'_Antologia_ Michele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso;
ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte:
cosí che il Foscolo poteva dire[212] di lui, ch'ei traduceva un poeta in
meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto.
Non molto, invece, scrisse per l'_Antologia_ il Niccolini[213]; ma fu
tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne'
primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto
di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi
suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande
diceva[214] al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostra
_Antologia_? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso su
_Michelangelo_ viverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia
parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l non
dare piú nulla[215]; a torto pensando[216] che poco egli fosse stimato
dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto
soffriva[217] del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il
professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de'
lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi
ragionamenti lodato[219] dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220]
diligente compilatore del _Bollettino scientifico_, da lui fino al '31
continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del
governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i
lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i
progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e
agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale
l'essere nato marchese e di antica famiglia fu non freno ma sprone a
farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi,
che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo
introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222] in
una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il
Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il
De Candolle parlava[223] al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„,
diede anch'egli tra' primi all'_Antologia_ la sua scienza. E ne' primi
numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge
il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione
del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224] com'egli chiamato
ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un
atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle
millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila
ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista
Zannoni[225] scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le
eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel
trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava
rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú
spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226] di
Castelsalvi; amico al Cuvier, che gli concesse in Parigi aprire un corso
di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne
corregge[227] l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che
desiderato, nell'_Antologia_ non appare se non solo una volta[228]. Né a
lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere:
“manda una volta — scrivevagli[229] Gino Capponi — manda una volta
qualche cosa per l'_Antologia_, che non è un cattivo giornale, e per
certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza
amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere
italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una
volta la sua; l'_Antologia_, che si pubblica qui, non è indegna che
l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani,
per stimolarlo, diceva[231] ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi,
“obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per
compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione
d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232] al Capponi:
“.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei, e me
ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le
vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233] già vecchio mandò al
Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi
numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi
e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non
inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e
conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi della _Proposta_
con que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte
intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo
dell'_Antologia_ ma del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234] su 'l finire del 1821 diede il primo
suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al
Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non
pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di
proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive
necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via
per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui
augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore
Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'_Antologia_; e
delle altrui innovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne
propose.

Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età
già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed
ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani
que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande:
e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236] i toscani,
che _soli_ avevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non
gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo
giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che
quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo
degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che
quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una
città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di
municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto
l'_Antologia_ si levasse.

                                  *
                                 * *

Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237]
aver egli speranza che in breve l'_Antologia_ diverrebbe “tutta
nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a
inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„;
pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'_Antologia_
come “una collezione nazionale„. Primo rispose all'invito con un
giudizio[238] su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che
anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai
letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e
recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la
lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà
dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che,
fin dal gennaio del '22, diede all'_Antologia_ Emmanuele Repetti[240];
ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche
discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto,
tra le altre cose, racconta[241] ammontare a trenta milioni di lire il
valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non
creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242].
Di pratiche agrarie scrisse nell'_Antologia_, anch'egli tra' primi,
Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo
colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e
d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa,
per cui, fin dal principio, fieramente si stizzí co 'l Vieusseux, che
pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per
vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'_Antologia_ in
Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e
recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la
prima volta mandò una lettera[245] su 'l gruppo di Marte e Venere del
Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro
Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre
cose. “Mi compiaccio — scriveva[247] al Vieusseux nel mandargli una
_memoria_ diretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire
possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il
migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede
di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il
nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248] in
quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere,
rimprovera[249] al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava
infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi
fu sempre non dirò il piú operoso, certo però il piú gradito a'
leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il
Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in
Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi,
divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250],
che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in
quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da
potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere,
si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove
scriverebbe per l'_Antologia_, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251] su cose
geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano
nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú
lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore
per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze.
“Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il
Vieusseux[252] — d'aver potuto mercè sua strappare dalle mani della
polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il
permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi
giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé
solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo
cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva
Mario Pieri[253] — mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo
dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui,
sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava
tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a
vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'_Antologia_. Fin
da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254] — delle “nuove
tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne
cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva
a piene mani raccolto nel _Conciliatore_ lombardo. “A' miei occhi — egli
scriveva[255] — il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano
Lampredi poteva ben dire[256] che i romantici avevano acquistato in
quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso
propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio
e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel
terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente —
disse di lui Mario Pieri[257] — giungeva a Firenze una di quelle teste
avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de'
vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i
fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della
gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine
l'_Antologia_„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli,
che il Pieri diceva _testa avventata_, si dava interamente allo studio
della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle
eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era
che dell'_Antologia_ il Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché
questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi
scritti[258], e che la fortuna dell'_Antologia_ dovevasi a lui in buona
parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era
ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di
verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua
lettera[259] — si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In
quelle sue _riviste_ egli scorreva dieci, venti scritti per volta,
venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti
cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante,
indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano.
Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se
non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260] “quel
povero _Paul Louis_ Vignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere da
giudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente:
diceva[261] egli stesso: “amo la conversazione, anziché la
dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse.
Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un
pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento
nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da
tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché
lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli
antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262],
postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il
filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da
porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non
tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]
certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni
corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265] gli scritti del cremonese; non
dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266] “pur troppo pochi„; e
scrivendo al Vieusseux gli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i
tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora
mia sorella, la quale, ricevendo qui l'_Antologia_, è molto contenta
ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri
altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi
ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268] Enrico Beyle al
Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto
nell'_Antologia_, e vorrei che su le _Passeggiate_, senza complimenti,
dicesse _tutta la verità_....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani,
vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli
non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non
so dove questo diavolo d'uomo (_ce diable d'homme_) vada a pescare tutto
ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sue
_riviste letterarie_„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose
che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi
all'_Antologia_ alla quale aveva dato le sue forze piú vive, il
Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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                                 * *

Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'_Antologia_ Tommaso
Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio,
Federico Del Rosso[271], professore di pandette e gius canonico in Pisa.
Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti
domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui detta _de' padri e delle
madri di famiglia_, meritamente lodata[272] dal Benci. E l'avvocato
Giovanni Castinelli[273] di Pisa vi diede saggi non brevi di
un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto
commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e
avvertiva[275] come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra
l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di
Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del
Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di
Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di
cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere
gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca
libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui
privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon
punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual
cosa Luigi Fornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il
Lucchesini non a tutte assentisse[278] le massime dell'_Antologia_, e di
talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e
antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di
Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero
certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non
convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che
pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279] al giornalista
pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il
Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nel _Saggio di una storia
universale_ dice irregolare e scritta in versi sciolti la canzone
_Chiare fresche e dolci acque_.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano
Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo
scritto, la lettera soscriveva[281] co 'l titolo di “corrispondente in
Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica
nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche
discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe
vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni di
lui, che il De Potter sinceramente lodava[282] per le sue “dotte
fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de'
vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'_Antologia_ il
maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno
stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico
della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le
conosceva senza neppur riguardarle[283].

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                                 * *

Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran
numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e
dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato,
e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il
lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me —
scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284] — per me, lo dico aperto,
non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, la
_imboccatura_ degli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui
non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse
gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di
lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la
testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla
lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle
differenze d'origine di condizioni e di idee: se in altri scorgeva
comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e
facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità
sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e
l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí
scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era
possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al
giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un
innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che
circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde
nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la
sua _Storia_ lodato[285] dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò
le altre volte: ma il suo nome nell'_Antologia_ rincontrasi raro. Piú
operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che
scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu
aiutato da lui: e operoso per l'_Antologia_, fin dal marzo, fu il
dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]
trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux
li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse
Raffaello.[289] Piú sollecito l'altro ogni due o tre mesi diede notizie
copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e
tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al
Canova, la quale raccontava[290] come egli senza invidia notando un
giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente
esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'_Antologia_ nel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri
non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze
fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione
rivendica[292] all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle
altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi
che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli
stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo
conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione
delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo
volontario, Bartolommeo Borghesi[294] di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati,
i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché,
senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295] che
ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe
nell'agosto il primo scritto di Pietro Capei[296], che sempre trattò le
cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per
mezzo dell'_Antologia_ fece conoscere all'Italia quanto di piú notevole
per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre
scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando
Paolini, che rese onore[297] a Girolamo Poggi, il quale non toccò la
vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore
Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e
dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il
Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i
conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo
fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il
Romagnosi nell'_Antologia_ amicamente indirizza cinque lettere[299], ove
espone le idee capitali della sua _Introduzione allo studio del Diritto
pubblico universale_; idee ch'egli voleva[300] fossero riguardate come
l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto
nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il
Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301] come
“esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle
cose umane„.

                                  *
                                 * *

Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare
“all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei
“dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima
sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con
desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, _quando ego te aspiciam!_„.
E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati
dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare,
vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro!
Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe,
si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di
lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'_Antologia_ il decimo
volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo
lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si
era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il
prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo
farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal
Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri
l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che
lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente,
anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del _suo_ Pindemonte,
e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro
articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non
sanno, è che _gratis_ usava de' libri del _Gabinetto_, e _gratis_
riceveva l'_Antologia_. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro
ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente
libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte
egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima
tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era,
forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe
opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del
maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da
Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo
vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli
chiamava[313] _complimento_ a Monsignor Toschi: e anch'egli come il
Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il
principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia,
“nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli
trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici
e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero
paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux
lo pregò di onorare del suo nome l'_Antologia_, nel primo suo scritto
pubblicamente chiamava[316] _felice_ e _fortunatissima_ la Toscana. Piú
o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in
questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle
lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In
essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e
senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra
di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]
dell'_Antologia_ e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta
di prosatori italiani, e per l'_Antologia_ molte cose prometteva di suo.
“Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene —
scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'_Antologia_. Vorrei
che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior
giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un
bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al
Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per
l'_Antologia_ e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo
lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse
godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al
Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'_Antologia_ di
Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si
conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una
lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani,
discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la
robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu
messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]
miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra
gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o
cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche
dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui
tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„,
derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani,
non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per
compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio
universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel
“puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso,
diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del
Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto
nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana
dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al
pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran
peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli
diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché
fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici
ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco
diede all'_Antologia_, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori.
Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo
breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi
perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era
tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare
l'_imprimatur_ censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche
altra cosa al Vieusseux: una _memoria_ su lo _Spasimo_ di Raffaello, che
fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]
al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto
la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa
ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era
“disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la
censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la _Salve regina_, non volle
al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome
nell'_Antologia_ non comparve mai piú.

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                                 * *

Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia
piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e
inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è
tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché
piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza
mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte.
Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e
cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla
natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de'
tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano,
trovava l'_Antologia_ insieme con gli ostacoli da superare molti
elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani,
fu donato all'_Antologia_ e al Vieusseux il generale Pietro
Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse
posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci
viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333]
com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad
un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'_Antologia_ trattò
da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno
stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né
questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le
coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un
continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime
isole„; né avrebbe scritto che “l'_antropogonia_ fu l'opera piú
momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338].
Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi
“virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non
negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„
e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori
questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi:
“ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo
conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici
scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'_Antologia_, e
però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„.
Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta
lire per l'associazione di un anno al _Gabinetto_, che l'amico con
gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse
ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse
sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta —
scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue
nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure
il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le
sole cicatrici„.

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                                 * *

Prima che scritti del Pepe, ebbe l'_Antologia_ dall'ottobre del '24
scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al
vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo
Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E
Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di
mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346]
all'_Antologia_ che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine
erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio
Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno
scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla
Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria
tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la
deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come
altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci
il patrimonio dell'ingegno„.

Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a
incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo
lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti
diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi
dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti
dell'_Antologia_ notavasi certa servile docilità verso i potenti; come
quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi,
imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni
coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di
lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori
dell'apoteosi.

Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi
de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349]
in quel tempo scrivere per l'_Antologia_. Prometteva “volentieri„,
purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si
levasse; tanto piú che l'_Antologia_, a parer suo, se ne andava “per
certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio
maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del
rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue
opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un
giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici
italiani, la censura vietò. E di lui nell'_Antologia_ comparve quella
famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo
contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354]
intorno al _Salvator Rosa_, opera di lady Morgan, a proposito della
Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme
d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di
“sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di
briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola
non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú
poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni
intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo
compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle
debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse
stesse.

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                                 * *

Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella
quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza,
scriveva[355] al suo _adorato Giacomino_ per parlargli di uno de' piú
bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse
che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E _voleva_ ch'egli
desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui.
“Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca....
potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e
all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima
consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux,
desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima
per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti
ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli
proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità
scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al
quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo
com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli
uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto
inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e
dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece
qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il
Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative,
quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle
_Operette morali_, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso
e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su
l'_Antologia_; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina
(che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per
saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo
inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel
fascicolo dell'_Antologia_, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In
questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza
affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro
dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.

Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio:
avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose
morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un
_hermite des apenins_, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i
pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata,
e la stessa _Antologia_: e poi un _cittadino dell'Arno_, lepido,
epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino,
il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il
solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti
insieme i loro scritti avrebbero formato lo _Spettatore italiano_. Per
queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi
e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ —
scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio
conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che
l'_Antologia_ sia letta con frutto da questa generazione, che va
crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma
suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo
dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui
mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle
cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro
fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea
dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo,
ritornato nel suo _deserto_, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364]
al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io
scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo,
non fo cosa alcuna„. E cosí quell'_Antologia_, ch'egli stimava[365] tale
da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con
tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.

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                                 * *

Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i
lettori dell'_Antologia_ trovarono per la prima volta in fondo a un
articolo[366] le tre lettere _K. X. Y._ “Il mio nome nell'_Antologia_
non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi
scrissi la sigla _K. X. Y._[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto
italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor
dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto
dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe
miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non
male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'_Antologia_,
da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva
profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito
felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito
indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e
non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma
per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in
Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia.
“Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le
bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di
lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe,
né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a
sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo —
egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me
altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere,
né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime
espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere
solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo
spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua,
piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per
cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia,
rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'_onagro_; e
il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú
preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú _bue_ del Montani ed
affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui,
scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre
un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava
davvero.

E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'_Antologia_,
ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né
romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione;
perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il
sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo
delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con
piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la
mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura
popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto,
come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta
sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'_Antologia_„,
scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte
viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il
Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si
era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il
Tommaséo„[379].

Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli
argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son
quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle
regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di
poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva
non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta
seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non
ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente
propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati
svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú
viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il
pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro,
arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati:
e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il
principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di
pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva
d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche,
politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e'
trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva
magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose
occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi —
scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la
versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e
cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che
sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi
arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai
bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una
giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che
il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.

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                                 * *

Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il
Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'_Antologia_. E il
professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile,
tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui.
Capitategli infatti tra mano _le Lettere su l'Inghilterra_, di Augusto
De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero
piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano
le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne
notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza
usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo
dell'_Antologia_ era non tanto il far risaltare i difetti di un libro,
quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori
dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E
intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo
comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra
volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al
Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva
davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco
poter egli per le sue occupazioni giovare all'_Antologia_, che pur
riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire
di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la
tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di
Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme
Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas
point„.

  [Illustrazione: G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
  (da un quadro ad olio anteriore al 1819)]

Piú operoso del Carmignani fu per l'_Antologia_ Silvestro
Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a
lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto
ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha
l'_Antologia_ dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi
non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria:
scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di
letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un
articolo[390] su la _Teoria delle leggi della sicurezza sociale_, vólto
a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391]
procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu
inteso da molti[392].

Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il
Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse
dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del
Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux
indirizzò egli la lettera[394] su 'l _Giornale dei contadini_, piena di
quella _mite sapienza_ che è frutto della virtú illuminata
dall'esperienza e dal senno. Poi nell'_Antologia_ scrisse di cose
agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con
quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia
l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno
scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non
dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395]
— s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e
l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente
da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa.
Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi,
egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.

                                  *
                                 * *

Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini,
che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco
Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane.
Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto
meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto
potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e
il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti
che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di
argomenti storici e civili. _Sensista_ in filosofia, voleva[401]
“dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e
pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una
filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici,
cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di
scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava
la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo
svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero
quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe
che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta
si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma
questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi
scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito:
disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute
letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e
perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure,
l'_Antologia_ ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura;
quello famoso, tra gli altri, su' _Dubbi ai romantici_[407], che parve a
torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero,
non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere
doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed
eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la
giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi
imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento
però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili;
e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri
stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse
alla natura e a' bisogni del popolo italiano.

Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del
Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe
risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'_Antologia_ però lo
pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti
bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu
grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'_Antologia_; il
Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle _Instituzioni
civili_ provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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                                 * *

Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto
la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú
innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da
sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se
non uno _spillatico_ che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva
molto al _nome_ e bastava a poco piú che alle _spille_„. Costretto a
campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo
primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi
nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per
l'_Antologia_: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e
de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti
filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva
fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza
fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora
scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi
parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione
dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome
governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e
foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú
“religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non
lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare —
com'egli diceva[411] — _il brutto traviamento_, è l'elogio migliore che
dell'_Antologia_ e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò
nell'_Antologia_ anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra
l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi
aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su
la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il
quale vi parlò poi[414] di quel _Nuovo dizionario militare_, costato a
lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della
lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra
gli scrittori dell'_Antologia_ il professore Celso Marzucchi, cui dopo
breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la
cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili;
e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della _Biblioteca
italiana_ il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva
nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella
scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'_Antologia_ il primo scritto[417]
Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come
quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose
ragiona della navigazione a vapore e de' _velociferi_.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe
Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le
sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non
furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta,
che piacque, fu riprodotto[420] nell'_Antologia_, e all'_Antologia_ il
Mazzini inviò allora quell'articolo famoso _D'una letteratura europea_,
scritto per combattere “i _Monarchici_ delle lettere„[421]. Il Giordani
e il Montani _non volevano sentirne parlare_[422]; ma il Vieusseux, al
quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva
dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi
l'_universo concentrico_; l'articolo vale meglio che non promette questo
principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale
il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso,
chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative
Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu
ammesso nell'_Antologia_„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel
“giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni
incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l _Giornale Ligustico_,
che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]
“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee
chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui
parve[429] che il Mazzini _onorasse_ l'_Antologia_; meglio Michele
Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi
e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già
il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva
annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da
lui ebbe ancora uno scritto su 'l _Dramma storico_[432]; e Urbano
Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al
Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e
terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe'
suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida
parve, benché di sensi italiani, l'_Antologia_; e corse per altre vie al
suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno
incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che
dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi
un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che
il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io
dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e
dello svolgersi dell'_Antologia_. Che numero grande di scrittori, e
quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera
sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e
sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra
questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne'
primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte
quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran
tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano
ancora dato risposta.

                                  *
                                 * *

Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'_Antologia_ accoglieva in
sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali
scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre
innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il
Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né
fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama.
Già nel 1824 la _Rivista Enciclopedica_ affermava[434] che per il senno
e le sollecitudini del Vieusseux l'_Antologia_ acquistava “ogni mese piú
e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella
_Rivista Europea_ giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli
editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a
lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il _Giornale
Arcadico_, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare
all'_Antologia_ i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al
Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'_Antologia_ avesse
preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani
ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i
giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i
giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú
sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del
De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]
desideroso che nell'_Antologia_ fossero giudicate con tutta la sincerità
e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'_Amore_,
“avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia
nell'_Antologia_„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni
mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene
assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana
l'_Antologia_; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno
sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua
fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di
stampare _egli_ solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono
dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e
l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa
perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che
varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti
sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco
né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente
sapesse dire, farebbe la storia dell'_Antologia_ in modo degno.

Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il
Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere
le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e
dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse
italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali
sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del
Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale
straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi:
asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati
alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza
avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare
certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia,
commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano
i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque
lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí
grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il
suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un
anno[445].

Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento
ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E
io qui non penso all'_Edinburgh Review_ o alla _Quarterly Review_,
ricche di dodici mila associati; né al _Blackwood's Edinburgh Magazine_,
del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla
_Biblioteca italiana_, che nel primo suo anno di vita contava già
millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748
lire: penso al _Giornale arcadico_, che già ne' primi tempi aveva 240
associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma
l'_Antologia_ ne' tempi suoi piú felici non raggiunse _mai_ un'edizione
di ottocento esemplari, non contò _mai_ piú di 530 associati.
“L'_Antologia_ — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti —
l'_Antologia_, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi
mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor
della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso
io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno
Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli
copie 5!!„.

Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli
articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi
fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti
incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le
prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale.
Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo
il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per
l'interesse, ma _per amore della sua creazione, per amor della patria_.

                                  *
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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux)
per cui sempre pochi furono all'_Antologia_ i soscrittori, era il
doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere
certi _mai_ di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú
severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo —
pur troppo è vero che l'_Antologia_, nell'Italia Austriaca, non prende.
È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In
prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e
quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni
secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' _fiori_
che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano
ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto
che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono,
dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in
me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non
vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'_Antologia_
s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non
paga, è per voi come se leggere non sapesse„.

Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie
d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra
le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al
Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che
l'_Antologia_ è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà
inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere,
i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni;
ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli
esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che
nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu
riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in
questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto
al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'_Antologia_
ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto
il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il
giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha
fatto sequestrare il primo trimestre dell'_Antologia_ — annunciava[454]
al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto
coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il
censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è
questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione
e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo
giornale....„.

Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di
Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di
governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò
sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza
delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco
giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di
lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in
Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo
Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova,
il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú
bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il
Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra'
quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già
pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la
dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi,
parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di
salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua
verga censoria io _lo amo_ e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga
ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non
imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a
Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo
del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli
riprodurlo nell'_Indicatore Lombardo_, la censura aveva creduto
opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua
mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia,
liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a
inganni[463].

Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e
in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi
assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in
Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da
credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre
cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili
erano quelle che toccavano di politica e di _diffusione dei lumi_) il
buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del
Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero
burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a
troppi padroni usare riguardi.

Già nel primo anno dell'_Antologia_, ristampando il Piatti la _Storia
Civile del Regno di Napoli_ di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux
proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma
su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il
Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo
e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a
Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'_imprimatur_ al
_Ditirambo_ del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in
risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non
avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí
“morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e
sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando
III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che
paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello
che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto
mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di
questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono
guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne
sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della
censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo,
prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux
parlare con lode de' lavori per _motuproprio_ del granduca intrapresi
nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il
Vieusseux diceva che nell'_Antologia_ si parlerebbe di quanto poteva
giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore
Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'_Antologia_ nel _publico_
insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.

Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste)
creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con
trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa
sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di
nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i
nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si
potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux
scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere
pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si
tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai
sconsolante„.

                                  *
                                 * *

Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva
sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le
spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura
(il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne'
fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui);
quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni,
consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare,
senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il
tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze
insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a
loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita
Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con
Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le
superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi
rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti
suoi non diede all'_Antologia_ se non poche cose, ma non creò fastidî al
Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel
sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che
precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú
ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al
Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti
all'_Antologia_, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di
quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni
col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come
il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse
invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo,
piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto
della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava
“sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le
guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il
Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco
la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi
d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la
eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui
che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora
intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora
sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza
magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla
irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che
corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non
credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con
lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo
innanzi, pubblicare un articolo su 'l _San Benedetto_ del Ricci; e
sdegnato gli parlava[475] dell'_indovinare_ le voglie di chi dirigeva il
giornale, o del _mestiere buffo_ dell'indovino, e della _servitú_
dell'intelletto. E il Benci stimava[476] _giustissima_ la collera del
professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere,
innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato,
era una _imprudenza grandissima_; facendo, tra l'altre cose, sapere che
il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche
rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux
proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo
amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con
gli articoli suoi non pagati _peggiorato_ il giornale: e accusava il
Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi,
e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo
stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella
ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il
Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî
mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento
li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il
Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno
scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi
gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832
voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete
esiliato dall'_Antologia_ come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In
ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a'
suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata
benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente
trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si
dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue
circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi
ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà
incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano
un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il
sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli
e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso
di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non
desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de'
varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici
latini; l'_Antologia_ non ne parla con tanta sollecitudine quanta
l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio,
e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i _Discorsi
sullo scrittore_, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si
lagna[482] che l'_Antologia_ “quantunque si occupi spesso con molta
prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo
di alcune inezie nostre, non _abbia_ creduto di farne ancora parola né
in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte
del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma
non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per
queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un
grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel _Caffè di Petronio_[484]
un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'_Antologia_ è il
giornale “piú _grosso_ d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà
di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito
se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino.
Il Cesari stampa i suoi _Commentarî della vita di Tommaso Chersa_ (il
buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in
perpetua pace con tutti i suoi perch'era _il cappio e il concio di tutti
loro_); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente
questi vivrebbe _in aeternitate temporum fama rerum_, il Cesari vuol
preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale
si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un
cotale che si sogna _K. X. Y._„, e contro quel “giovine abbastanza
istruito ma sventato, che aspira a _clarescere magnis inimicitiis_, e
che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato
il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi
dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto
prudentemente sotto le tre lettere _K. X. Y._„, che tanto sa di latino
da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il
Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua
“religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non
cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si
vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito _K. X. Y._
per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non
leggere l'_Antologia_. “Voi avrete letto nell'_Antologia_ —
scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io
l'abbia lette (_che non tantum abs re mea mihi est otii_); ma e' mi fu
detto„.

Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come
quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle
poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821
l'università di Modena era stata chiusa _per sempre_, Geminiano
Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva
protestare nell'_Antologia_: ma perché il Vieusseux gli rispose che
stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che
piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493],
dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza
dell'_Antologia_ consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„,
e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge
provvisioni di un ottimo principe„.

E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del
discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente
moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del
Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia,
quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo
Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo
all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava
“mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un
opuscolo[496] avente per motto “_non opus est verbis sed fustibus_„,
ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore
dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo
campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che
calunnia “viene da _calutum_ supino di _calvo_„; perché calvo era il
Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini
stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al
Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di
propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il
Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole
insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò
le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva
inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano
altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “_poema
romantico_„[500] si fece poi bello miseramente.

Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma
perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da
questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente
abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio,
sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella
_Rivista_ un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti
libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la
importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad
uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte
le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di
esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad
un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di
vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai
vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i
Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse
si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non
pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux
ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co
'l Grassi, che “_per amicizia_„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor
suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva
cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di
lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e
giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il
pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli
con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di
novamente scrivere nell'_Antologia_, il Pieri rispose[507] con un
rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî
dell'_Antologia_, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura
italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate
passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli
usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato
gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri,
_suoi_ dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú vo

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