Memorie di Giuda, vol. II
by Ferdinando Petruccelli della Gattina · Italian · Gutenberg #46495 · 459,042 chars · public domain (US)
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Title: Memorie di Giuda, vol. II
Author: Ferdinando Petruccelli della Gattina
Release date: August 3, 2014 [eBook #46495]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MEMORIE DI GIUDA, VOL. II ***
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
MEMORIE DI GIUDA
SECONDO VOLUME
Seconda Edizione Italiana
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Fratelli Treves.
MEMORIE DI GIUDA
XVIII.
Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine
d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun
dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più!
C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª
legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia;
ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e
fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato
la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte
dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli
andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva
rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura
di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile
angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il
delirio nei cuore.
Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata
l'immagine immergendola sempre più nel mio cuore durante un mese, e la
trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era
scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io
resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta
saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei?
Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso
proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era
idiota, ridicolo.
Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente
sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.
Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu
incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza
successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne
aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva
veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.
Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre
di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava
con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella
Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di
varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita,
chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:
— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra
tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide,
sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci
di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa
guadagneremo noi? Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo
agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i
nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza
Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che
vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo
vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che
potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli
ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione,
ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e
milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?
Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e
dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso.
Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente
imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli
si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora,
per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le
classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia
pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della
patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione
sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia
udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi
convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde
tentare il gran colpo nel prossimo paschah.
Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un
vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più
calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzarono più
forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione
alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era
impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra
lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera
Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava
al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre
solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da
circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella
principiava a sospettare che suo marito l'amasse.
Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire
questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:
— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?
— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.
— È egli morto ora?
— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so
se sia morto di poi.
— Conosci sua moglie?
— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la
più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per
fellatore l'affrancato Cerinthus.
— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?
— Che io sappia almeno, no.
— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in
Siria?
— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus
Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una
moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di
straordinario. Tutti i nostri legionari si maritano nelle provincie ove
stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove
desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non
dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta
nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali,
ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno,
in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.
Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era
ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu
completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando
punto del suo destino.
L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah.
Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.
— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque
riflettuto al mio consiglio?
— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare
alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una
donna, e che le è stato già teso.
— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.
— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere
per confidente in affare così delicato.
— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del
gran sacerdote.
— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.
— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che
chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la
tua impudenza. Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare
all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?
— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.
— Di che?
— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.
— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?
— La tua padrona non è vedova.
— Ella vuol esserlo.
— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame
mercato.
— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo
momento.
— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.
— E poi?
— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a
portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?
— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti
risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne
le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la
purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due
anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato,
forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa
esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono
tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello,
protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce
d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io
non comprendo la mia fede; non la discuto. La trovo crudele, insensata,
immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto
straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno.
Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un
seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la
durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la
difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma,
Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri:
una scintilla della putrefazione.
— T'inganni, Moab.
— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho
conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista;
che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo
al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida;
perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua
concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu
continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa
potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di
vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.
— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e
che conosco imperfettamente?....
— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci
tranquilli.
— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi
a tentarlo?
— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di
determinarla a tutto.
— Mi amerà essa?
— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si
prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un
giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.
— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora
una volta, non fosse altro per decidermi completamente.
— Cosa vuoi dirle?
— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?
— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che
volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha
salvata...
Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.
— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui
ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne
scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.
— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.
Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio
spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi
là. Il mio cuore mi soffocava.
Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suo
_tablinum_ (il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella
tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in
una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in
giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti
rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito
di vestirla e le porgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto
che i Romani chiamano _jentaculum_. Ella si mostrò molto sorpresa, e
sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.
In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio
imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta
nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.
— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che
mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui
Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La
presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.
— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo
nel suo scrigno.
E non lo guardò neppure.
— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so
a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho
moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle
sono ricche e maritate. Io sono solo.
— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in
questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.
— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a
qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.
— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!
Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:
— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.
Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.
— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di
parlare, avanti che io ti lasci.
Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.
— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato
conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me,
soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini
certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco
tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.
— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.
— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra
moglie a Roma.
Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi
cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.
— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la
vendetta.
— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.
Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.
— Ida, sei sola, e ricca, continuai.
— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera.
Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.
— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo
padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io
m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che
tu rifiuti d'udire?
— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?
— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo.
Ciò che io voglio, non oso dirtelo.
— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.
— Sei tu libera, Ida?
— Che t'importa ciò?
— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa
giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!
Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.
— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.
— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.
— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima,
come l'anima riempie la vita.
— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e
chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni.
Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?
— Hai tu giammai amato, Ida?
— Che t'importa ciò?
— Oh, se hai mai amato, grazia per me.
— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu
nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui
non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè
incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi
tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo
che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non
fossi stata sola!
— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai
ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei
proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per
illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io mi ritiro. Ma
ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti
padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si
dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di
chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza.
Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si
chiama il primo amore.
Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa
immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il
sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi,
di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano —
bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel
contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in
un istante.
— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!
La giovine schiava entrò.
— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma
di nuovo, e volgendomi le spalle.
— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte
per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho
meritato d'essere trattato come un galuppo.
Ida sembrò commossa.
— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar
l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi
domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto
questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse
minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non ho
nulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora,
ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la
morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita.
Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta
sopra.
— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!
— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.
Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:
— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.
— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.
I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia
esistenza.
Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto
giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi
una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi
credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il
delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio
per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella
mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:
— Giuda, un corriere da Gerusalemme.
— Che mi vuol egli?
— Porta una lettera.
— La dia....
— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.
— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la
lettera?
— Eccola.
L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:
«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo
messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di
consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.
«CLAUDIA.»
XIX.
Il Rabbì di Nazareth lasciò la Galilea la notte stessa che avemmo il
colloquio in casa di Maria.
In meno di dodici ore, egli aveva traversato la crisi fatale della sua
vita. L'attitudine del popolo nella sinagoga, l'aveva scosso la mattina;
la prospettiva dell'immenso orizzonte che io aveva spiegato innanzi ai
suoi occhi la sera, lo aveva deciso. La sua anima era tocca. In mezzo ad
un amaro disinganno, una folgoreggiante visione l'aveva consolato ed
esaltato. Ma egli aveva paura della tempesta che aveva scatenata, forse
con più precipitazione e più prematura ch'egli stesso non l'avesse
desiderato.
Ormai, egli non poteva restare più sotto il bel cielo del suo paese, ove
aveva tessuto tanti idillii nella prima fase della sua missione. Dopo
aver gettato la sua terribile parola, che lo tratteggiava a figlio di
Dio, egli non poteva più abbandonarsi ai dolci amori dell'infanzia, dei
fiori, della donna, dei profumi, alla sua morale gaia, alla sua sottile
ironia contro le bizzarre pratiche dei Farisei. Gli era mestieri ora
regnare nelle regioni della folgore. Ma nessuno lo comprendeva più. I
suoi discepoli stessi lo trovavano strano, lo credevano tal fiata
demente, si raffreddavano, o si allontanavano. Egli sentiva che doveva
arrischiare un colpo decisivo; ed io gli offriva una gran parte, in un
grande teatro. Nulla ostante, non credendo alle mie parole, volle
assicurarsi dello stato degli spiriti, e per sua propria prova.
Il Rabbì era un cattivo Ebreo. Egli accettava le nostre leggi, le nostre
tradizioni, i nostri patriarchi, i nostri profeti e le nostre dottrine,
ma tutto sotto benefizio di stretto inventario; e ben poco ne lasciava
in piedi dopo il suo esame.
Un abisso separava l'anima sua dall'anima nazionale.
L'Ebreo è materiale, formalista, rozzo, puntiglioso, orgoglioso,
crudele, superstizioso, di passioni affatto vive e palpabili. Il Rabbì
era dolce, semplice, tollerante, popolare; elevava lo spirito e l'ideale
su tutto, e lasciava alla materia una grande libertà di sviluppo. Egli
aveva sfiorato le dottrine di Sakya-Mouni, di Gesù figlio di Sirach, di
Gamaliel, d'Hillel, d'Antigone da Soco, pigliando da loro i principii di
eguaglianza sociale, di carità, di semplicità nel culto e nell'idea di
Dio, di fratellanza umana. Ma egli faceva buon mercato del resto dei
principii, presi sia nei libri di Mosè e dei profeti, sia nelle masores
o tradizioni che formavano il corpo della legge orale. Respingeva,
motteggiandola, la massa delle dottrine dei Farisei, come altresì quella
dei Sadducei e degli Esseniani. Si alzava solo contro tutti: era egli
perciò più alto di tutti? Al regno del popolo ebreo, opponeva quello di
Dio. All'aspettazione di un messia più grande di Erode e di Giuda di
Gamala, egli offriva un messia paradossale, addobbato ad iperboli
incomprensibili, traboccante di promesse che se non erano delle
assurdità, lambivano la mentecattaggine. Salomone, Giona, non
arrivavano, diceva egli, all'altezza del suo malleolo[1]. Nonostante, la
sua opera si riassumeva in un tessuto di frasi oscure, ed alcune
guarigioni di ammalati, quali i ciarlatani della piazza pubblica
compievano essi pure, e che i maghi egiziani sorpassavano. Non lo si
comprendeva, egli diceva, irritandosi sempre maggiormente. Gli era forse
vero, ma sta sempre, che avendo urtato profondamente le credenze degli
abitanti dei villaggi del lago, sgomentati i Farisei, gettato la
diffidenza nella Casa Dorata, egli non poteva più restare nella Galilea.
Lo avrebbero perseguitato, e preso in qualche agguato.
[1] S. MATTEO, Cap. XII. S. LUCA, Cap. XI.
Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le
mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli,
l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto
ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si
aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali,
d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un
ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di
palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi
il Rabbì ai colpi decisivi[2].
[2] La madre di Giovanni ed i fratelli di Gesù erano i più ingordi
al bottino, secondo i Vangeli.
Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella
pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino
alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica,
non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie
dei Farisei.
La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a
proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge
della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una
Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di
Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai
credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il
popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra
rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli
credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.
Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo
suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la
situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che
trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei
differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si
prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di
arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e
risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà
della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i
Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che
l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera
preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata
nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non
circonciso un impuro da evitare o da lapidare.
Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria
voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava
piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio
sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui
l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non
comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva
nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia
morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa
vertiginosa che trascinava Gesù.
Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La
Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva
nella sua esuberanza.
Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due
città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non
potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i
due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di
città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di
Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed
agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella,
Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.
Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la
dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio
della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.
Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di
piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le
relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed
alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli
Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto
desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e
di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal
costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale
stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria
febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre
ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui
Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli
trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri
bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.
Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde
scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua
patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum
ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi
piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo
Rabbì.
Gli è in quel sito che lo incontrò il messaggiero che io gli inviai da
Gerico dopo la lettera di Claudia, onde affrettare il suo viaggio a
Gerusalemme.
Se Gesù aveva per un momento azzannato all'avvenire splendido che io gli
aveva fatto intrasognare, e' si guariva ogni dì più delle sue speranze.
Sulle rive del Giordano, come nei piani e sulle spiaggie di Tiro e di
Sidon, egli comprendeva le terribili difficoltà della missione che io
gli proponeva, la ripugnanza che destava un messia politico. Magdala,
d'altronde, lo attraeva. Egli era come il Tantalo di quella casetta
linda e graziosa ove Maria lo circondava di cure, di carezze, di fede.
La tentazione lo vinse, prese il battello, e vi andò.
La voce del suo arrivo si sparse immediatamente. La gioja frenetica e
comunicativa di Maria lo tradiva. Poco alla volta, in quarant'ott'ore, i
cinque villaggi della costa orientale di Gennesarth furono commossi.
Coloro che credevano nel Rabbì ne aspettavano infine una manifestazione
che loro desse confidenza, e li ponesse in grado di respingere il
ridicolo di cui i loro nemici li coprivano. Questi nemici poi si misero
in posizione di tendergli nuovi agguati, per farlo esagerare nella sua
predicazione, e perderlo. Perocchè dessi non l'avevano nè dimenticato,
nè perduto mai di vista, nelle sue peregrinazioni.
La lotta principiava a divenire implacabile e il terreno si
circonscriveva sotto i piedi del Rabbì. Egli avrebbe voluto restare
nascosto per alcun tempo in quel ritiro, onde meditare, onde meglio
determinare la sua situazione, e poi decidersi sotto la pressione degli
avvenimenti. Non lo potè. E' non andò alla sinagoga; il popolo venne da
lui. La sua posizione era critica: eclissarsi e mostrarsi, egualmente
pericoloso. Del resto non gliene fu lasciata la scelta.
Gesù era sceso sulla spiaggia verso l'ora ottava per recarsi a
Cafarnaum, dalla moglie di Zebedeo che era ammalata. Alcuni Farisei ed
alcuni Erodiani che si trovarono là, lo circondarono, e il cerchio in
breve cominciò a farsi fitto. Gli agenti provocatori non mostrarono
nessuna disposizione ostile. Festeggiarono dapprima il ritorno del
Rabbì, perchè era corsa voce che avesse abbandonato il paese; poi
cominciarono ad interrogarlo, come gente che ha voglia d'illuminarsi.
Gesù comprese.
— Tu ci hai detto che sei il Messia, gli dissero, e noi siamo fortunati
di crederti. Ma mostraci almeno con un segno, che tu sei quell'inviato
di Dio che noi attendiamo.
Gesù sospirò profondamente. Capì la perfidia di questa domanda. Che cosa
doveva egli rispondere? che era il Messia, provandolo con delle cose
sorprendenti, e chiamando il popolo all'insurrezione? A pochi passi di
distanza, i soldati di Antipas lo spiavano. Rifiuterebbe di dare il
segno che gli si chiedeva? l'avrebbero beffato, bandito come un
impostore, posto alla berlina: ben felice se si fossero limitati ad
annegarlo nel lago. Gesù, le cui principali qualità erano la presenza di
spirito ed il sangue freddo, rispose:
— Quando la sera voi scorgete il cielo tutto rosso, voi pensate: domani
farà bello. Quando lo vedete rosso il mattino, voi sclamate: oggi farà
cattivo tempo. Ebbene, ipocriti, se voi potete indovinare i segni della
faccia del cielo, perchè non indovinate voi altresì i segni dei tempi?
Una generazione miserabile ed adultera domanda segni del cielo? Io non
ne ho alcuno a darle, eccetto quello del profeta Giona.
— Insultare non è rispondere, o Rabbì, gli gridarono da tutte le parti.
Se noi ti domandiamo il marchio del tuo apostolato di Messia, gli è
perchè tu ti presenti come tale, e la trinci da figlio di Dio. Se tu non
ti mostri così, sei un empio, e noi ti tratteremo come si trattano i
bestemmiatori.
I discepoli del Rabbì, che si trovarono presenti, intervennero. Gesù,
protetto da essi, indietreggiò di due passi e si gettò nella barca di
Simone che si dondolava sulla spiaggia. I suoi discepoli lo seguirono, e
fecero forza di remi. Era tempo: cominciavano già a lapidarli.
Questa scena imprevista sconcertò il piano dell'escursione di Gesù.
Invece di vogare verso Cafarnaum, a pochi minuti di distanza ove senza
dubbio si sarebbe rinnovata l'istessa scena, Gesù fece mettere la proda
verso la costa greca ove poteva trovare ricovero.
Sembrava scoraggiato, profondamente abbattuto. Egli vedeva che bisognava
rinunziare per sempre a questa contrada che gli parlava della sua
gioventù, della prima epoca della sua missione, profumata dalla memoria
della grande fede che vi aveva trovato, di tante belle opere fatte, di
tante belle parole dette. Un destino lo spingeva, e lo metteva
nell'impossibilità di resistere, di ricalcitrare.
Quando egli disse a Simone di dirigersi verso Bethsaida-Julia, questi
gli fece osservare che l'ora era avanzata, che la notte s'appressava e
che avendo lasciato precipitosamente Magdala, non avevano preso con loro
il pane.
— Che importa il pane? replicò Gesù.
— Bravo, osservò Giovanni indispettito, saremo obbligati d'impastare e
di mangiare il pane senza lievito.
Gesù l'intese e gli rispose seccamente:
— Come! ne siete ancora alla preoccupazione dei Farisei e dei Sadducei,
il lievito nel pane?
— Sta quieto, rispose Simone piano, toccando del gomito Giovanni; non
vedi che è in collera perchè non abbiamo preso il pane?
— Uomini di poca fede! interruppe il Rabbì, seduto alla poppa. Che
andate brontolando fra voi per non aver comperato il pane? Quante volte
ne avete mancato? Quando io vi parlava del lievito del pane dei Farisei,
è delle loro dottrine che io intendeva parlarvi.
Il Rabbì non si fermò a lungo a Bethsaida-Julia, alla sorgente del
Giordano. Quivi ancora, egli era troppo vicino; gli echi di Cafarnaum ve
lo inseguivano. Egli si sentiva eccitato da una forza invincibile che lo
spingeva avanti, a passare, come Cesare, il suo Rubicone. Si arrampicò
sulla collina e venne a Paneas, divenuta da poco Caesarea-Philippi.
Dominato dalla sua preoccupazione, credendosi assalito pure in questo
ritiro negli stati del Tetrarca della Golonotide — Filippo, un'altro
figlio di Erode — egli pensava nascondervisi per qualche tempo. Avrebbe
voluto sottrarsi alla fatalità che lo impelleva verso Gerusalemme ove io
lo attiravo. Chiese dunque ai suoi discepoli:
— Gli uomini di qui, dicono essi pure che io sono il figlio dell'uomo?
— Gli uni dicono, rispose Giovanni, che tu sei Johanan il Battista; gli
altri che sei Geremia; alcuni che sei Elija o un altro dei profeti.
— E voi, chi credete voi che io mi sia?
— Che tu sei il Cristo, figlio del Dio vivente, rispose Simone
bruscamente.
Gesù che si compiaceva molto di questo titolo il quale rispondeva
meglio, pel suo vago, alle sue aspirazioni ancora indecise e assai
complesse, lodò Simone della sua adulazione, e l'incoraggiò con
promesse. Credendosi pertanto traccheggiato anche a Caesarea-Philippi
dai suoi nemici, congedò una parte dei suoi discepoli, e con due o tre
di essi soltanto, s'avanzò nelle vallate del monte Hermon onde
raccogliersi per alcuni giorni. Raccogliersi solo; poichè ormai aveva
presa una risoluzione.
Il Rabbì di Nazareth rinunziava definitivamente alla parte di messia
politico, che aveva per qualche tempo accarezzata, dopo il quadro che io
gli aveva tracciato della situazione degli spiriti nell'antico regno
d'Erode. Io non avevo nulla esagerato nondimeno, come gli avvenimenti
più tardi lo provarono. Ma Gesù, avendo nelle sue peregrinazioni toccato
soltanto i paesi fenici, greci e romani, aveva creduto che il popolo
ebreo dividesse con loro il sentimento di tolleranza del giogo romano.
Avendo abdicato il titolo di figlio di David, cui alcuni mesi prima
aveva vagheggiato, egli si era deciso per la parte di figlio di Dio che
viene ad annunziare il regno di suo padre. Questo bisticcio, che non
significava nulla, poteva prendere tutte le forme che le circostanze
avrebbero indicate.
Il tipo di Rettore universale concepito da Gesù era quello di un gran
sacerdote-re, il quale nel nome di Dio governasse e conducesse in via
assoluta corpi ed anime — la monarchia teocratica la quale non conosce
altro padrone che Dio con cui s'identifica, nè altro limite che le
proprie aspirazioni — (il papato come è inteso oggidì al Vaticano).
Questo tipo non era realizzabile nei paesi misti, sotto la dominazione
degli eredi d'Erode. La mescolanza di razze, di popoli, di credenze che
s'incrociavano nelle provincie sotto la dominazione indiretta dei
Romani, si opponeva a questa feroce autocrazia, quand'anche quei
suscettibili figli di Erode fossero stati così dabbene da lasciarle
gettare le sue basi nella loro casa. Occorreva dunque emigrare, e tosto;
perchè i pericoli crescevano, si accumulavano dinanzi il Rabbì. Dove
andare?
Io gli aprivo le porte di Gerusalemme, preparandogli una calda
accoglienza. Io aveva bene specificato a quali condizioni. Gesù voleva
sottrarvisi, e trar partito del favore che io gli preparava.
I primi colpi della contraddizione l'avevano cangiato. Era divenuto
irascibile, assoluto, collerico, esigente più che mai, non tollerante
alcun ritardo, alcun consiglio, alcuna controversia, alcuna resistenza:
non discussioni, non dubbii. Era divenuto spaventevolmente assorbente.
Egli comprendeva tutto ciò che la sua posizione aveva di terribile. Non
vedeva nessuna maniera di sfuggirvi senza scadere, rientrare nell'ombra,
annichilirsi, e morire di crepacuore nel ridicolo. Comprendeva che in
situazioni simili l'ardire solo può esser salvezza. Cesare s'era salvato
così. Pompeo ed Antonio avevano soccombuto per aver mancato di codesta
prontezza necessaria a parare i colpi del destino. Egli non aveva più
nulla a sperare dal tempo che facendogli violenza. L'occasione che io
gli offriva non si presenta due volte nella vita dell'uomo che provoca
la sorte. Occorreva agire, ora, e nient'altro che agire, sorprendere,
forzare quelle decisioni dietro le quali si rizza o l'altare o il
patibolo. I suoi nemici l'avevano compreso. Essi l'avevano segnato,
avevano posto gli artigli sopra di lui, e parevano decisi a non più
lasciarlo, che soccombendo essi stessi, o annientandolo.
Gli antichi partiti non potevano più vivere insieme con lui. Egli li
aveva provocati; essi avrebbero creduto abdicare se non avessero
accettata la sfida, e schiacciato l'audace che li aveva sberteggiati.
Gesù veniva a disfare cinquemila anni di giudaismo. Si poteva
incrociarsi le braccia e lasciarlo fare? Il tuono da lui assunto non
poteva del resto durare più oltre. La dottrina, tale quale egli
l'esponeva, si oscurava e diminuiva spiegandola maggiormente: al che lo
si spingeva ogni giorno. Il figlio di Dio stava in equilibrio sopra un
filo, fra il sublime ed il ridicolo, fra il messia ed il ciarlatano. Un
soffio, e l'idolo ascendeva ai cieli, o si affondava nel fango. Già i
suoi discepoli lo credevano un pazzo, ed i suoi nemici un demoniaco[3].
Ed egli si vedeva obbligato ad accelerare la progressione
nell'entusiasmo, onde non precipitare dalle cime ove erasi innalzato.
[3] S. MARCO, cap. III. S. GIOVANNI, cap. VII, VIII, X.
Gesù aveva detto la sua prima parola: amore! Ora gridava freneticamente:
Io sono la spada, il disordine, il fuoco! Rinnegava la patria, la
famiglia, l'amicizia, la personalità: il sangue, il suo stesso sangue
l'inebbriava. Dichiarava guerra alla società, alla natura. Un uomo gli
disse: Io ti seguo, o Signore, ma lascia che prima io seppellisca mio
padre. «Lascia» gli rispose il Rabbì «lascia i morti seppellire i morti:
cammina». Ancora un passo, e questa fede, questa sicurezza, questa
confidenza in sè stesso, questo idealismo, questa visione, questa
fissità generavano la follia. Egli stesso me lo disse più tardi,
tratteggiandomi lo stato del suo spirito nella capanna della valle del
monte Hermon. Egli fe' violenza a queste riflessioni, tagliò corto
all'aspettare, ai nuovi progetti, sviluppo consecutivo della sua
dottrina e dei suoi piani, ed annunziò ai suoi discepoli che partiva per
Gerusalemme ove andrebbe ad attenderli pel paschah.
— Aspetta ancora, o Signore, gli suggerì Simone, non andare ad esporti
così presto.
— Indietro, Satana! gridò Gesù incollerito. Tu mi disgusti; perocchè tu
non assapori le cose di Dio, e ti inebbrii di quelle degli uomini.
Gesù partì effettivamente dalla Galilea un mese prima della carovana.
Andò a vedere sua madre a Cafarnaum — aveva rotto coi suoi fratelli che
lo spingevano a perdersi con dei colpi messianici avventurosi. Andò a
vedere Maria a Magdala, e le ordinò di unirsi alla carovana, e di
recarsi a Gerusalemme per la valle del Giordano. Egli prese in seguito,
solo ed a piedi, la via di Samaria, traversando Shichem, Shiloh e
Bethel, le tre città sacre che precedono Sion.
La sera del 13 Adar, giorno del digiuno di Esther, vigilia della festa
grottesca del Purim, le _saturnalia_ degli Ebrei (carnevale odierno), il
Rabbì di Nazareth, entrò a Gerusalemme pel sobborgo e la porta di
Beniamino, vedendo alla sua sinistra Bezetha colle sue case, le sue
sinagoghe, ed il nuovo palazzo di Antipas, alla diritta il Gareb coi
suoi giardini, le sue ville, la sua piazza per i supplizj, le sue grotte
e le sue tombe. Traversando la grande strada nella valle dei formaggiaj,
e voltando a sinistra a mezza via nella strada che conduce alla porta
delle Greggie, egli passò il letto disseccato del Cedron. Poi costeggiò
la china occidentale del monte degli olivi, ed a traverso una
piantagione di fichi e d'olivi arrivò a Bethany, villaggio a due miglia
di Gerusalemme, nella casa del suo amico Lazzaro.
Questa casa era bassa e nuda; aveva un tetto aperto, un solaio a calce e
sabbia, una piccola corte, e dominava la valle del Cedron, il mare
d'Asfalto, le montagne di Moab, e quel sentiero di pietre liscie e
sdrucciolanti sulle quali nè cavallo nè cammello possono tener piede, e
che da Gerusalemme conduce a Gerico. Fu lì, seduto fra le due sorelle di
Lazzaro, Marta e Maria, che rinvenni finalmente il Rabbì di Nazareth,
dopo esservi andato dieci volte per trovarlo.
Era tempo, imperciocchè ecco che cosa era accaduto.
XX.
Io non aveva mai compreso, nella nostra istoria, la violenza della
passione di Amnon per la sua sorella Tamar, e la sua indegna condotta.
La comprendevo adesso.
L'amore è sempre una malattia. In alcuni momenti, l'è una distruzione.
Durante quindici giorni la mia anima aveva dato un terribile
combattimento al mio cuore. Essa gli aveva presentato una ad una tutte
le impossibilità, le inconvenienze, gli oltraggi del mio amore per Ida.
Il cuore aveva sempre risposto: È vero, ma io l'amo. L'anima era restata
colle sue ragioni vittoriose; ma il cuore aveva trionfato. Partii dunque
da Gerico, risoluto di sposar Ida, checchè ne potesse accadere.
L'avvenire era armato da capo a piedi in mio favore, se mai mi
ripentissi. Poteva cacciarla, farla uccidere, ucciderla, se il delirio
della mia passione si fosse calmato. Nonpertanto, quantunque
assolutamente determinato al passo disperato di sposare l'abbandonata
favorita d'un ufficiale romano, volli, per giustificarmi ai miei propri
occhi, domandare un consiglio.
Arrivando a Gerusalemme andai a trovare Hannah.
Il sagan era uomo da darlo, questo consiglio.
Dopo la morte d'Erode, l'indomani stesso, due partiti si erano levati in
armi l'uno contro l'altro in Gerusalemme: il partito dei nobili,
depresso dai Maccabei; il partito dei separatisti, schiacciato da Erode:
i vecchi legittimisti[4], i quali sulla base della legge organica di
Mosè ambivano una grande libertà oligarchica; il partito democratico,
che mirava a monopolizzare e trar profitto del potere, oligarchico pure,
ma dal basso in sù. I due partiti erano ambo contrarii alla dinastia,
alle istituzioni di Erode, ed alla divisione ch'egli aveva fatto dei
suoi Stati. Il partito nobile aveva per iscopo di rovesciare l'etnarca
Archelao figlio di Erode, ed il gran sacerdote Joazar, della casa
Betusiana, e d'impadronirsi del governo civile e religioso. Il partito
popolare aveva per iscopo di rovesciare a qualunque costo Archelao,
figlio d'una regina Samaritana, quindi impuro, e di trattare con Joazar,
meno odiato, a causa delle sue maniere facili e nobili. Il capo del
partito nobile era questo Hannah, figlio di Seth, uomo di grande
nascita, di grandi ricchezze, dotato di coraggio, d'ambizione, di
perseveranza illimitata, quantunque d'intelligenza scarsa, e di costumi
depravati.
[4] I _tories_, come li chiama il signor W. H. Dixon nel suo
eccellente libro intitolato _The holy land_, che con molto frutto
ho consultato sovente.
I due partiti avevano trionfato della famiglia di Erode. Archelao era
stato chiamato a Roma per render conto della sua condotta. Accusato da
tutti i partiti e dai suoi stessi fratelli, Augusto l'aveva esiliato a
Vienna. In seguito l'Etnarchia era stata annessa alla Siria come
provincia romana, mentre le due tetrarchie restavano ai due altri figli
di Erode, che ambivano d'annettere la Giudea e la Samaria ai loro Stati.
L'accusa principale contro Archelao era questa: ch'egli aveva cacciato
sua moglie Mariamne, e sposato Glaphyra, figlia del re di Cappadocia, la
quale era stata prima moglie di suo fratello Alessandro. Quando Archelao
fu esiliato, la bella e giovine regina ne morì di dolore. Cyrenius,
governatore della Siria, fu incaricato di organizzare le nuove provincie
sotto un governatore speciale, chiamato procuratore. Caesarea, sulla
costa, fu destinata a capitale e residenza di questo funzionario.
Cyrenius venne a Gerusalemme. Dopo aver tasteggiato tutti i partiti,
destituì Joazar il gran sacerdote popolare, e mise al suo posto Hannah.
Mentre il primo procuratore, Coponius, risiedeva a Cesarea, Hannah
regnava in Gerusalemme. Durante quindici anni, quantunque i Giudei
fossero oppressi d'imposte, addolorati dalla perdita della loro
nazionalità e del loro governo nazionale, nulla turbò l'impero di Hannah
e del partito nobile che governava Gerusalemme in nome di Roma. Ma
Valerius Gratus, il governatore della Siria inviato da Tiberio, si
avvisò di dare un altro assetto al dominio romano, forse perchè egli
vide la marea dello scontento ingrossare, e perchè sperava scongiurare
il pericolo appoggiandosi al partito popolare. Fatto sta che Hannah fu
destituito, e Ismael elevato a grande sacerdote.
Gratus comprese presto l'importanza del fallo che aveva commesso, dallo
scontento più grave ancora che seguì la destituizione d'Hannah,
scontento fomentato dal partito nobile. Non volendo indietreggiare, e
pur volendo calmare gli spiriti, destituì alla sua volta Ismael, e
nominò gran sacerdote Eleazar figlio di Hannah, lasciando a
quest'ultimo, col titolo di sagan (deputato), le funzioni spirituali, ed
il regolamento dei riti inerenti alla carica di gran sacerdote.
Gratus non poteva però consolarsi di essere stato costretto a tutto ciò
da Hannah e dai nobili. Per cui appena il potè impunemente, depose anche
Eleazar, ed elesse in suo luogo Simone. Nuovo fallo; perchè in meno di
un anno fu obbligato di deporre anche Simone e di nominare Caifas,
genero del sagan. Da allora il trionfo del partito nobile fu definitivo,
almeno per un certo tempo.
Pilato se ne fece un appoggio. Ma non riuscì nè a neutralizzare nè a
vincere con questo partito quello popolare. Questo abbracciò i principii
d'una fazione — la galilea di Giuda, di Gamala — cioè l'odio contro i
Romani, e l'attesa d'un messia, il quale doveva vendicare i Giudei,
spezzandone il giogo. Hannah vide questo partito ascendere, crescere,
divenire ardito. Sentendosi in mezzo a due pericoli, piaggiò Pilato, e
cospirò meco.
Tale era il sagan — un bell'uomo d'una cinquantina d'anni, rotto a tutti
i vizii ed a tutte le astuzie, — che io stava per prendere a giudice
della mia condotta.
Gli raccontai tutto: i miei passi presso l'Ida, l'accoglimento che ne
aveva avuto, la mia lotta interiore, la risoluzione da me presa. Hannah
m'ascoltò seriamente, tranquillamente, poi mi chiese:
— Hai tu la forza di strappare codesta passione dal tuo cuore?
— No. Ho provato, e non ci sono riescito.
— Lo vedo. Il tuo viso porta le traccie della sua lotta. Allora che
vieni a domandarmi? Ogni transazione per mascherare la vergogna del tuo
matrimonio, sarebbe un'altra vergogna. La passione non ha logica, non
può quindi avere un codice. Agisci francamente, apertamente, altamente.
Sposa quella donna, e aspetta dal tempo il rimedio.
— Ella non ha alcun parente a cui dirigermi. Non oso presentarmi a lei
di nuovo, per paura di romper tutto. Vuoi tu andare a domandarle per me
la sua mano?
— Son pronto.
— Non ne arrossisci? Non indietreggi dinanzi il rimprovero di esser
entrato in una casa impura?
— Per nulla. Soltanto combineremo una storia, che allontani più ch'è
possibile di tali rimproveri.
— Ti lascio piena libertà d'azione.
— Quando devo andare a vederla?
— Aspetta. Bisogna che io parli prima con Moab onde prepararla alla tua
visita. Temo di non riescire.
— Allora m'avviserai quando potrò presentarmi.
— In che maniera pensi tu di diminuire dinanzi il mondo la mia follia, e
di mostrare mia moglie ai miei amici?
— Molto semplicemente. Noi non possiamo presentarla come la vedova di
Cajus Crispus, che tutta Gerusalemme conosce, e sa essere vivo a Sebaste
in questo momento, e che può capitar qui domani forse, alla testa della
sua cavalleria. Gli è mestieri dunque far passare Ida per la moglie di
quell'ufficiale, ripudiata da lui perchè la trovò invincibilmente
attaccata alla fede dei suoi padri. Così, tutto è salvo. La bellezza
d'Ida giustifica la passione del Romano che l'ha sposata, sperando
convertirla in seguito. Questa perseveranza nel culto delle leggi di
Mosè allontana da lei il rimprovero di avere sposato un pagano, e noi
possiamo, senza contaminarci, entrare nella sua casa. Qualunque
onest'uomo può sposare una donna divorziata per simile ragione. Ma gli è
d'uopo d'una cosa: che Ida abbia uno scritto di suo marito che confermi
codesto divorzio. Ella non l'ha, probabilmente. Occorre ad ogni costo
che ne abbia uno, dovesse ella falsificarlo. Io m'incarico, se c'è di
bisogno, di far domandare da Pilato questo attestato, se Cajus Crispus
lo rifiuta. Nella condizione eccezionale di quella giovane, possiamo
alterare il rito ordinario del matrimonio, accorciare le dilazioni,
semplificare le formalità. In una parola, noi siamo padroni di agire un
poco a nostro comodo, e preparare così dei motivi di nullità di
matrimonio nel caso che tu te ne penta, o che abbandoni la tua follia.
— Grazie, Hannah, tu mi salvi. Corro a Berachah.
Vi corsi infatti immediatamente e vidi Moab. Gli dichiarai che volevo
sposare la sua padrona, e gli spiegai il tutto.
Egli comprese. Promise di fare tutto ciò ch'era necessario, d'ottenere
l'atto di divorzio, e di venire da me fra due giorni, per annunziarmi il
risultato dei suoi passi. Ritornai più calmo, e, devo confessarlo?
scusando me stesso della mia viltà.
Moab non disse una parola ad Ida di tutti questi accordi. A sua insaputa
andò a vedere Pilato, nel giorno stesso, alla sua torre di Mariamne.
Ho saputo da Noah e da Moab, più tardi, i fatti che sto per raccontare,
e li racconto qui onde far meglio comprendere le scene dolorose che
stanno per svolgersi.
L'uomo che io aveva veduto uscire dalla casa di Ida, la notte in cui vi
cercai un ricovero, era propriamente Pilato. Cajus Crispus non aveva mai
veduto Ida. Colui che l'aveva comperata e fatta rapire era lo stesso
Pilato. Il suo amante era Pilato. Nessuno conosceva questo amore. Egli
andava a vederla la notte, e quasi tutte le notti. L'amore d'Ida era la
brezza di quella vita bruciata da tante cupidigie e da tante passioni.
Dopo la terribile scena però, ch'egli aveva avuto con sua moglie, Pilato
aveva tremato forse; aveva avuto rimorso; in ogni caso e' voleva
prepararsi il diritto d'essere d'ora in avanti severo con Claudia.
Ida l'aspettava come sempre. Quando ella udì il rumore dei cavalli, il
rumore dei passi nell'atrium, corse, il sorriso sul volto, i baci sulle
labbra, le braccia aperte. Ventidue ore della sua giornata erano un
desiderio ed un preparamento a quelle due ore di beatitudine che passava
col triste e cupo Romano. Ella cominciava a perder la speranza di
vederlo in quella notte; la tempesta sfrenata metteva a soqquadro il
cielo; l'ora ordinaria era scorsa. L'arrivo di Pilato le parve dunque
una doppia festa. Ma appena fu egli penetrato nei raggi di quella camera
da letto rischiarata vivamente, ella indietreggia colpita dall'aspetto
di lui. Era orribilmente pallido, aveva gli occhi stravolti, gli abiti
coperti di sangue, il braccio ferito, Ida gettò un grido. Pilato quella
volta non le rese le sue carezze; non la calmò. Sedette, o meglio si
lasciò cadere affranto sopra dei cuscini, e piegò la fronte fra le mani,
sulle ginocchia. Ida corse a lui.
— Dio mio, Dio mio, cos'hai? gridò essa.
Pilato si alzò d'uno sbalzo, e baciandola in fronte le disse:
— Tranquillizzati. Questa notte hai d'uopo di tutta la tua calma. Vengo
ad annunziarti una disgrazia.
— Che! non m'ami più? sclamò Ida tremante.
— Peggio ancora, Ida.
— Impossibile. Ma parla dunque, parla, Dio buono.
— Ida, non ho che alcuni istanti a darti, e darei la mia vita, per
diminuirti l'amarezza. Ma non posso più nasconderti il vero senza
disonore.
Ida gettò le braccia al collo del suo amante, e con voce soffocata,
balbettò:
— Parla.
— Ida, io ti lascio.
— Come? tu mi lasci?
— Ida, amo mia moglie.
Le braccia d'Ida si sciolsero a poco a poco, un gemito sordo si
sprigionò dal suo petto, e cadde al suolo fulminata. Pilato la prese fra
le sue braccia, la posò dolcemente sul letto, e s'inginocchiò al suo
capezzale, spiando, con gli occhi annegati di lagrime, il suo ritorno
alla vita. Scorse lungo tempo. Finalmente, poco a poco, le pallide
guancie, le labbra scolorite d'Ida si animarono, un soffio ardente
traversò la sua bocca, le sue diafane narici palpitarono, le palpebre si
aprirono dolcemente, smisuratamente, l'occhio ceruleo brillò come la
stella mattutina, le lunghe ciglia tremarono; poi alzandosi di un colpo
sul letto, gettando le braccia al collo dell'amante, e scoppiando in un
riso convulso, ella gridò:
— Oh! amico mio, che sogno infame ho io fatto.
Pilato diede in un lungo sospiro, e tacque.
— Indovina! continuò Ida, ho sognato che tu mi lasciavi, dicendomi con
voce breve e mortale: Amo mia moglie.
— Ida, non hai sognato.
— Non ho sognato, dici? gli è dunque vero! è vero che m'abbandoni e che
ami quella donna, bella.... oh! bella, che ho veduta nel circo?
— È vero.
— E l'amavi tu, quando m'hai presa? L'amavi tu durante quelle notti
lunghe e felici nelle quali mi hai mille volte ripetuto, che io era la
luce della tua vita? L'amavi, quando mi prendevi sulle tue ginocchia, e
la testa piegata sulle mie spalle, m'abbruciavi del tuo soffio, mi
compenetravi di un fuoco che ci faceva tremare insieme, come due foglie
sotto i buffi della tempesta? L'amavi tu, quando, qui, in questo posto,
dove tu sei, dove sono io, m'inondavi dei tuoi sguardi come d'un bagno
di fiamme, e che la tua anima si esalava in una cascata di baci? Dimmi,
dimmi, era a lei che tu pensavi quando eri così vinto di tristezza,
quando eri così fosco, quando sospiravi di così profondo, da sì lontano,
che quel sospiro pareva uscisse dalla tomba della tua anima?
— Ida, mia moglie non sa ancora che io l'amo, che l'amo da sei anni!
Ella non ha ancora ricevuto un solo bacio da me.
Ida balzò dal suo letto, e prendendo la testa di Pilato sul suo seno la
coperse di baci.
— È vero quello che mi dici? è proprio vero, amor mio?
— È vero, Ida. L'è la mia terribile storia. Ma non è meno vero,
figliuola mia, che io devo lasciarti per sempre, e che amai quella donna
fatale dal primo giorno che la vidi.
— Tu non m'hai dunque mai amata!
— Ho fatto meglio che amarti, Ida, io ti ho considerata come il riposo
della mia anima. I giorni felici della mia vita si contano con quelli
che ho passato vicino a te.
— Ah! me ne ricordo ora: tu non mi hai mai detto d'amarmi. Sì, almeno
non mi hai mentito. Ah! se tu sapessi, Ponzio, come io t'amo? Ma trovami
dunque un paragone perchè io possa esprimerti come io t'amo, perocchè
io, povera figlia del popolo, sono ignorante. Sì, ti sfido a trovare un
paragone che non sia pallido e mentitore. Ma perchè non m'ami tu? Sono
brutta forse? Sono cattiva? Mi vesto male, e non so dirti mille tenere
cose? Me ne passano tante nell'anima, pure; te ne dico tante, quando non
sei più là! Poi, non so come avvenga, dacchè tu arrivi, non so far altro
che guardarti, abbracciarti, e poi.... ecco tutto! Ebbene inventa
qualche cosa che valga un bacio tutto pregno di ciò che l'esistenza ha
di più ardente. Dimmi i miei difetti, Ponzio, me ne correggerò. La mia
testa, il mio corpo sono tuoi, fanne ciò che vuoi, col ferro e col
fuoco.
— Ida, tu sei la creatura la più bella, la più soave, che io m'abbia
vista in mia vita. Ma io amo mia moglie, che mi odia.
— Ma, io t'amo, io, Ponzio. Non sono così folgorantemente bella come tua
moglie; ma io t'amo, non amo che te, non ho mai amato che te. Questa
sera sono una stolida, vedi! Ho ricevuto un colpo troppo forte dalle tue
parole. Ma vedrai domani sera come ti dirò delle cose gentili, come mi
farò bella. M'adornerò dei bei giojelli che mi hai regalati. Il vecchio
Thorix mi coglierà dei fiori che metterò nei miei capelli. Vedrai come
Noah mi pettinerà bene. La povera ragazza ruberebbe la bellezza d'una
regina per adornarmene, e farti piacere. Ceneremo insieme domani sera.
Ti canterò quella bella canzone del tuo paese che m'hai insegnata.....
Vedi, Ponzio, ti parlerò in Iberiano.
— Ida, fanciulla mia, non c'è più «domani sera» per noi! Ti dico addio
per sempre.
— Oh! impossibile, impossibile, ti dico. Non si viene da una povera
ragazza che ti ama, che non ti ha mai fatto del male, e non le si dice
con quell'accento feroce che hai questa sera nella voce: Addio! addio,
sia pure: ma nel cielo. Uccidimi, ucciditi, ed andiamo a ritrovarci in
seno al Dio d'Abraham. Chi è dunque che ti ha consigliato di venirmi a
torturare così, stanotte, con codesto orribile scherzo? È tua moglie
forse. Ma di che sarebbe ella gelosa poichè la è così bella, più bella
di me?
Pilato si alzò. Questa specie di divagazione della giovinetta, lo
straziava.
— Ida, diss'egli, da alcune ore una nuova vita è principiata per noi.
Mia moglie ha un amante che io non ho il diritto di uccidere, ma ella ti
ucciderebbe se sapesse che tu sei mia. Eppure, Dio sa quanti rimorsi
m'hanno costato queste goccie di consolazione di cui tu hai sparso la
mia vita lugubre e disonorata. Io mi getto in un avvenire di tenebre,
cui non oso guardar di fronte, e nemmeno intravedere. Non so cosa
avverrà di me. So che non posso ormai continuare a vederti senza
insultarti, senza insultare me stesso, senza insultare la donna che
porta il mio nome. Tu ti consolerai, col tempo. Sei pura, sei restata
pura anche sotto i tristi baci strappati al mio dolore. Sei giovane,
l'avvenire è un abbagliante promettitore: confida in lui. Se sei stata
punta da un'ortica cogliendo delle mammole, i fiori che si schiudevano
nelle tue braccia non saranno men belli, quando il bruciore sarà
calmato. Ah! potessi dire altrettanto di me! Gli Dei mi hanno messo nel
cuore un amore per farne il mio carnefice....
— Cessa, o Ponzio, disse Ida, vedo che tu sei infelice, e che sei
determinato. Oh! come vorrei vedere tua moglie, e dirle quanto tu sei
buono, e supplicarla a ginocchio di amarti.
— Ida, Ida, sclamò Pilato abbracciandola in un accesso di delirio,
perchè non posso io dirti: t'amo! tu sei la più nobile di tutte le
creature!
Poi sciogliendosi ad un tratto da quella stretta, si precipitò fuori
della stanza gridando:
— Addio, mia gioja perduta, addio consolazione celeste, sii felice per
sempre!
— Pilato! Pilato! gridò Ida come risvegliandosi di un balzo, ancora una
parola, un ultimo bacio. Pilato! ascoltami, Pilato.....
Pilato era già nella corte ed usciva dalla cinta. Ida corse fino
all'atrio, e cadde svenuta nelle braccia del vecchio Thorix, il suo
giardiniere gallo.
Dopo quella notte, Pilato non uscì più dalla sua torre, consumato da una
implacabile malinconia.
Ida si strusse in lagrime, dopo due giorni di delirio, ed otto di
febbre. Noah, Febea, la vecchia moglie del giardiniere, vegliarono
giorno e notte su lei. Infine ella si alzò come dal fondo d'una tomba
ove aveva lasciato la sua gioja, la sua speranza, la sua gioventù. Il
giorno stesso in cui potè dare degli ordini, rese la libertà a tutti gli
schiavi di cui Pilato l'aveva circondata, come una piccola regina.
Thorix che da trent'anni abitava quella casa, passando di padrone in
padrone, attaccato a quella gleba di cui aveva fatto un piccolo
paradiso, a quelle piante, a quei fiori, a tutta la creazione che aveva
imposta a quelle nude roccie, non volle la libertà, onde non lasciare
quel mondo che era nato sotto le sue mani. Febea non abbandonò suo
marito. Noah rifiutò di separarsi dalla sua padrona.
Intanto, Ida — continuo a chiamarla così — avendo perduto l'amante, non
volle conservarne le reliquie. In questa casa, tutto le ricordava una
felicità svanita, un amore che aveva naufragato al primo volo. Ma dove
andare? Che divenire? Allora il pensiero di sua madre, della casa di suo
padre, brillò come un arcobaleno dinanzi ai suoi occhi. Bisognava far
loro conoscere la sua posizione. Chi inviare? Ella non aveva nessuno cui
confidarsi. Moab era ancora molto ammalato, malgrado le cure ed i
rimedii secreti di Febea che lo vegliava. Thorix non comprendeva quel
mondo di cose, che una donna sa, od indovina, e che Ida voleva far
conoscere a sua madre, per commuoverla. Prese una risoluzione, ed un
mattino fece montare Noah sopra un cammello, Thorix sopra un asino onde
accompagnarla, e li inviò a Nazareth.
Gesù conosceva da lungo tempo la dolorosa storia di sua sorella, dalla
sua vendita al suo destino finale. Non ne aveva detto nulla nè a sua
madre, nè ai suoi fratelli, nè a sua sorella. Noah trovò la famiglia
partita per Cafarnaum. Ida sapeva già la morte del padre. Gesù era
assente.
È impossibile descrivere il lutto che si abbattè sul cuore della povera
madre del Rabbì, al racconto misto di lagrime che le fece Noah. Ne parlò
ai suoi figli. Un grido di riprovazione sorse da tutta la famiglia.
I fratelli, l'altra sorella del Rabbì, erano gente di intelligenza
limitata, rozzi, senza cuore, pieni d'avidità, d'ambizione, d'invidia, e
di gelosia. La madre avrebbe voluto attendere a rispondere fino
all'arrivo di Gesù, che era allora il capo della famiglia, essendo il
primogenito. Ma gli altri figliuoli della moglie del carpentiere si
pronunziarono in forma chiara ed energica «Mirjam è una straniera per
noi, se la mette il piede in questa casa, noi la lasciamo tutti, ti
lasciamo tutti, madre, o l'anneghiamo nel lago.» Questa è la risposta
che la povera Noah udì tremante, e la sola che potè recare alla sua
padrona.
Ida aveva ricevuto questa comunicazione da due giorni, allorchè io
picchiai alla sua porta.
In questa situazione, si comprende la proposizione che mi venne fatta da
Moab. Occorreva a quella povera giovane un angolo per ricoverarsi,
poichè era decisa ad abbandonare la casa di marmo ed il delizioso
rifugio donato da Pilato.
Ida, nonpertanto, sperava ancora nel ritorno del suo amante. Non poteva
rendersi conto di ciò che era accaduto, e come in alcuni minuti avesse
potuto rompersi un legame tessuto d'oro e di raggi per due anni. Per
determinarla era mestieri un colpo decisivo.....
Moab stava per portarlo.
Egli si recò da Pilato.
Lo trovò in un piccolo appartamento nella torre Mariamna, molto poco ed
assai semplicemente ammobigliato. Dappertutto c'erano soldati romani,
cosicchè l'avresti detto alloggiato in un accampamento in tempo di
guerra. Moab fu introdotto appena fece dire qual era il suo nome, e che
veniva da Berachah.
Una certa emozione si dipinse sul viso di Pilato. L'aspetto di
quell'uomo gli faceva ricordare tante cose, tanti giorni felici,
irrevocabilmente tramontati! Imperciocchè Pilato era davvero cupamente
triste, pallido più del solito, e come consunto da una febbre che non
gli dava tregua. Lo si sarebbe detto convalescente. Aveva ancora il
braccio avvolto in un pezzo di stoffa.
— È accaduta qualche disgrazia? gli chiese Pilato ansiosamente.
— La disgrazia sta di casa da noi, rispose Moab, non può dunque più
arrivare.
— Parla, allora. È Ida che t'invia?
— No. Ella non conosce il passo che io faccio. Agisco di mia propria
ispirazione.
Pilato prese un'aria più fredda, e soggiunse:
— Cosa vuoi dunque?
— Ecco, in due parole: m'occorre una tua lettera ad Ida, nella quale tu,
nella maniera più definitiva e più formale, le dichiari che la non debba
più pensare a te, perchè tu sei felice con tua moglie.
— Proprio! sclamò Pilato.
— Che la debba maritarsi, se trova uno sposo, e dimenticare il passato.
— È tutto?
— Non ancora. Mi farai poi uno scritto, in nome di Cajus Crispus, che
dica ch'egli l'ha ripudiata, e che Ida è libera di convolare a nuove
nozze.
— Quante nozze nelle tue parole! Stanno esse soltanto nel tuo discorso?
— No.
— Come no! Ida si mariterebbe dunque di già?
— Non è lei che si marita, sono io che la marito.
— Tu? ma, fulmini di Giove! parla dunque chiaro e presto.
— Io procedo per ordine. Non posso principiare dalla fine.
— Allora?
— Ebbene! Tu sai che Ida non vuole nulla da te, che ti ha rinviato i
tuoi schiavi, e che si apparecchia a lasciare la casa che le hai data.
Ella inviò Noah presso sua madre a Cafarnaum. N'ebbe in risposta: che
non la conoscono più, e che se si arrischia a por piede in quella casa,
i suoi fratelli la annegheranno nel lago di Gennezareth.
— Bestie brutali.'
— Cosa vuoi? ci sono dei bruti simili, i quali considerano che l'onore è
ancora qualche cosa in questo mondo. Non sei dell'istessa opinione tu,
marito di Claudia Paolilla?
Pilato fulminò di uno sguardo il suo insultatore, e non rispose. Moab
continuò:
— Tu sai inoltre che Ida è povera, che è giovine e bella, e che,
malgrado il tuo contatto, la è una delle più pure figlie d'Israello. Che
diverrà ella quando sia uscita da quella casa, ove tutto le ricorda una
gioja estinta, un amore oltraggiato, l'onore perduto? La sua vita è
nelle lagrime; se non lascia quella casa, ella morrà.
— Che posso io fare?
— Quello che ti ho chiesto.
— Con quale scopo?
— Tel dico subito. Ti ricordi di quel giovane Giuda bar Simone da
Kariot, che nel circo salvò la vita di tua moglie, che tu facesti
arrestare, e ch'ella fece porre in libertà?
— Me ne ricordo.
— Ebbene questo giovane vide Ida nel circo, e ne fu colpito nel cuore.
Egli la cercò, mi cercò, ma non potè allora trovarci. Per uno strano
caso, una notte di tempesta, quella stessa in cui egli uscì dal palazzo
d'Erode ed andava a Betlemme onde veder sua madre, egli si ricoverò a
Berachah.
— Lo incontrai per via.
— Quindici giorni dopo, egli venne a ringraziar Ida; la rivide, la
riconobbe, e la sua pazzia scoppiò. Lo misi alla porta, dichiarandogli
che la vedova di Cajus Crispus non riceverebbe ormai che quegli che
venisse a domandare la sua mano.
— Ed è ritornato?
— Mi ha domandato, quindici giorni dopo, di sposare Ida. Non l'ha
riveduta. Non le ha nulla domandato. Vuole ora inviare il sagan a
portare il suo messaggio.
— E Ida non ne sa nulla?
— Assolutamente nulla.
— Tu dunque non vieni in suo nome?
— Te l'ho già detto.
— Ebbene, io respingo la tua dimanda.
— E perchè la respingi tu?
— Dapprima, perchè così mi piace; poi, perchè sei tu che me la fai;
finalmente, perchè non credo alla tua storia, e che essa deve coprire
qualche vergognoso mercato.
— Pilato, non abbiamo l'abitudine, noi, di comperare le nipoti a degli
zii infami, e di farle rapire. Io ti ho detto il vero. Tu puoi
assicurartene come meglio vorrai.
— Non ho d'uopo di verificare nulla; i vostri nomi me lo dicono
abbastanza.
— Non so quale obbjezione hai contro i nostri nomi, e non vengo a
spiegarmi a questo proposito. Si tratta d'altro.
— Di che dunque?
— Di che? disse Moab principiando a torcersi le mani e a respirare più
violentemente, di che? Tu hai disonorato una povera fanciulla che non
aveva nulla fatto per provocare una simile sventura. Questa fanciulla ti
ha amato, è ancora onesta abbastanza per rifiutare il prezzo dell'amore
ch'ella ti ha dato, e non venduto. Ora questa povera creatura, che ti
ama ancora, ha qualcuno che s'interessa a lei, e che l'ama, l'ama al
punto di dimenticare che la è stata gualcita....
— Sarebbe dunque ben felice, quel giovane, ottenendo Ida?
— Il passo ch'egli fa, lo dice ad esuberanza.
— Non la sposerebbe senza questi scritti che mi domandi?
— L'uno serve a decidere Ida; l'altro a redimerla, e rendere la sua
disgrazia dignitosa.
— Ed egli si riputerebbe ben infelice, codesto Giuda, se dovesse
rinunziare a lei?
— Lo credo. Io m'intendo poco d'amore, ma e' mi pare colpito da demenza.
— Ebbene, io rifiuto reciso di cooperare a codeste nozze.
— Ma rifletti, Pilato, che qui non si tratta di Giuda, ma d'Ida,
continuò Moab con grande calma nella voce mentre che i colori si
alternavano sul suo sembiante. Dimentica Giuda, e le ragioni che puoi
avere contro di lui, se tuttavia ne hai alcuna. Ma potrai tu riposar
tranquillo le tue notti, quando avrai gettato questa povera figlia sul
lastrico, forse in mezzo a quelle disgraziate che portano la testa
coperta ed il corpo nudo, agli angoli delle strade? Se io avessi un
ricovero, io non sarei qui, non ti parlerei supplicante come fo. Ma il
mio covo, il mio, gli è quello da cui scaccio nel deserto la tigre ed il
leopardo. Posso io condurre quella povera creatura in quell'inferno? Non
ho un pezzo di pane, vivo di radici, di locuste, di qualche lappata di
mele che disputo alle vespe. Posso nutrire quell'essere delicato di
queste immondizie? Non so lavorare. Il mio mestiere è di pregare, di far
del bene, di fulminare il vizio, d'amare il mio paese, di detestare e
combattere lo straniero. Varrebbe meglio forse coltivare la terra. Nol
so. Ma è troppo tardi per tornare a ciò. E poi non è di questo che ora
si tratta. Pensaci! cosa diverrà Ida una volta partita da Berachah?
Pilato non ascoltava più Moab, forse non lo vedeva più. Passeggiava a
passi concitati, e parlava a se stesso.
— Ecco gli amori eterni! L'eternità d'una donna, della più innamorata,
non è dunque che quindici giorni? Come! il suo viso è ancora rosso
dell'alito mio! i miei baci aleggiano ancora sulle sue labbra, le sue
pupille riflettono ancora il mio viso, e già, già! ella apre le sue
braccia ad un altro uomo! Puh! Ebbene, no; io non coopererò a questa
infamia. La prostituzione di questa ragazza principierebbe nel giorno
delle sue nozze.
— Pilato, non dir ciò. Gli è male ciò che tu pensi, e ciò che vuoi fare.
Tu non hai mai amato Ida; donde ti viene codesta gelosia?
— Non è gelosia, è nausea. Io vendico la morale.
— Marito di Claudia, ti proibisco di pronunziare codesta parola,
parlando d'Ida.
— Che! tu....
— Sei stato un infame, non esser vile.
— Va fuori.... fuori da qui, miserabile furfante
— Sì, uscirò, rispose Moab, ma quando l'avrò vendicata codesta morale,
l'onore, il mio paese, ed Ida....
E così dicendo Moab cavò un pugnale e si scagliò su Pilato.
Pilato gettò un grido: cinque o sei soldati si precipitarono nella
stanza.
XXI.
Io attesi Moab tre giorni. Non sapevo ch'egli era stato arrestato dopo
aver ferito Pilato alla spalla. Non osavo andare a Berachah. Una
inquietudine febbrile non mi lasciava decidere sopra alcuna risoluzione.
Percorrevo le vie di Gerusalemme dalla mattina alla sera, e dalla sera
alla mattina. Justus, che mi aveva evitato fino allora, credendomi
istrutto delle sue infamie, ora, più tranquillo, mi seguiva dovunque.
Avevo già visitato Lazzaro quattro o cinque volte, dopo il mio ritorno,
per aver notizie del Rabbì di Nazareth. Volevo inviarlo da sua sorella
onde intercedere per me; giacchè, certamente, il Rabbì non poteva
sperare uno scioglimento più fortunato dalla fatale posizione in cui Ida
si trovava. Finalmente, in una corsa fatta un mattino a Bethania, Marta,
sorella di Lazzaro, m'annunziò che il Nazareno arriverebbe per le feste
del _Purim_. Mi sovvenni allora della lettera sì pressante di Claudia,
ed andai al palazzo di Erode per dargliene notizia.
Ricorderò qui che io non conosceva nulla allora di tutto ciò che ho
raccontato di Pilato e d'Ida, e che io credeva sempre che ella fosse
stata l'amante di Crispus.
Claudia m'aspettava con impazienza da diversi giorni. Cento pazzie
fermentavano nel suo capo.
— E il tuo messia? — mi domandò avanti che io neppure avessi passato la
soglia della sua porta, — ove l'hai tu lasciato, il tuo messia? Perchè
non entra?
— È per istrada, Claudia; arriva fra pochi giorni, al quindici di questo
mese.
— Gli piacerebbero le mascherate, per avventura?
— Credo che non n'esca giammai, risposi ridendo. Hai dunque molta fretta
d'interrogarlo?
— È desso almeno del calibro di Simone di Samaria?
— Non posso compararli; non lavorano nell'istesso genere. Ma il mio
Rabbì, Claudia, mi sembra un compare non comune. È serio; è severo;
difficile a maneggiare, come un giovine mulo; non ha passioni che diano
presa su di lui; è ostinato e disinteressato; e vaneggia come dieci
profeti.
— È dunque la perfezione che sei ito a dissotterrare in quella
provincia! osservò Claudia. Mi dai la febbre dal desiderio di vederlo.
— Non potrei surrogarlo io, per un momento?
— Sei curioso? Ebbene non ti dirò nulla. Quando una donna ha una piaga,
è già molto se la mostra al suo medico.
— Preferisco vedere le tue belle spalle, o Claudia, ed i tuoi occhi
tumultuosi, che le tue piaghe. Ne ho abbastanza delle mie.
— Dimmi anzitutto a che punto sono i nostri affari più serii.
— Non potrebbero progredire più prosperamente. La Galilea e la Samaria
non attendono che una parola per insorgere. In quei paesi, gli Erodiani
ed i Zeloti che seguono i figli di Giuda di Gamala, sono animati d'uno
spirito irresistibile. Antipas arriverà per la festa del paschah con un
seguito numeroso, il quale prenderà le armi al momento della sommossa.
Un migliajo di giovani del suo Stato lo precedono in occasione della
festa, ed i sotterranei del palazzo d'Antipas si riempiono già di ciò
che occorre per armarli. Il popolo di Gerusalemme è molto eccitato. I
Farisei ed i Sadducei che si odiano fra loro, convengono in questo: che
val meglio, cacciati i Romani, che uno dei due partiti resti padrone,
dopo la distruzione dell'altro, anzi che lasciar dominare lo straniero,
il quale li schiaccia tutti, anche quando favorisce il Sadduceo. Gli
Esseniani, che professano principii contrarii a quelli dei due altri
partiti, s'accordano in questo con loro: che occorre purificare il suolo
d'Israello dalla presenza degli infedeli. Noi, Sadducei, vogliamo un
governo oligarchico che soggioghi il partito del Tempio, una repubblica
con gli efori come in Grecia. I Farisei vogliono una monarchia popolare,
ma sacerdotale: il prete ed il re, confusi nell'istessa persona. Gli
Esseniani vogliono una monarchia, o piuttosto una repubblica teocratica,
ma tutta del popolo, tutta per il popolo, e fatta dal popolo. I Zeloti
sono comunisti come gli Esseniani. Ma tutto ciò detesta Roma e vuole
frangere la potenza. Infine, il Rabbì che io conduco vuole
l'assorbimento del popolo e della nazione in un sol uomo, che emani
direttamente da Dio, che abbia potere illimitato sulle anime e sugli
individui, che confonda il trono e l'altare, che confonda le nazioni
nell'istessa abdicazione in favore di questo eletto di Dio, luogotenente
di Dio, onnipossente come Dio, arbitrario come Dio, figlio di Dio, e
dell'istessa sua essenza.
— Che abbominevole garbuglio!
— Questo garbuglio però, forma un massa contro Roma. Hanno delle armi,
del cuore, della disperazione e della costanza, sono irriflessivi ed
atroci.
— Il tuo Rabbì entra dunque egli pure nella politica?
— Per la porta di dietro, ma vi s'impianta come un pilastro.
— Legge egli nel pensiero?
— Io non l'ho veduto leggere che l'ebraico nel Torah, e molto bene.
— Indovina il futuro?
— Non è ciò che è difficile: il difficile è decifrare il passato.
— Compone dei filtri, dei veleni, degli incanti?
— Cosa non si farebbe per te, o Claudia? Chiedimi di servirti una stella
stemperata in una coppa d'acqua, ed io te l'appresto.
— E se ti chiedessi di uccidere un uomo?
— E che bisogno hai tu di me, mentre puoi ucciderlo con un solo tuo
sguardo? I tuoi occhi sono come quel piccolo pesce del mar indiano, che
d'un colpo di pinna sprofonda un naviglio.
Io principiava a dimenticare, in questi scherzi, la mia cupa
preoccupazione, quando il nostro conversare fu interrotto dall'arrivo di
Pilato. Eccetto il suo pallore, nulla tradiva la ferita che aveva
ricevuto da Moab. Avanzò lentamente nella stanza, ed i suoi occhi
s'animarono d'una subita luce, vedendomi e riconoscendomi.
Egli credeva sempre che io fossi l'amante di sua moglie. Claudia non
fece a lui maggior attenzione che se fosse stato uno dei suoi schiavi.
Pilato le porse una lettera dicendole:
— È di Cesare.
Claudia la prese, la guardò, la riconobbe e la gettò da parte,
domandandomi:
— L'è dunque burlesca la vostra festa del _Purim_?
— Valgono meglio le _bacchanalia_, risposi, alzandomi e salutando Pilato
come per partire.
— A proposito, Claudia, disse Pilato, bisogna che tu faccia un regalo di
nozze alla fidanzata di codesto giovine. Egli si ammoglia.
— È vero? mi domandò Claudia, con aria allegra.
— Pel momento, io risposi sull'istesso tuono, non è vero che per metà.
Sposo una donna che non lo sa ancora.
Claudia si alzò, entrò nella stanza vicina, e ritornò immediatamente con
un pugno di gioielli, dicendomi:
— Prendi, Giuda: per la tua fidanzata.
Pilato sembrava stupidito. Non comprendeva nulla a quell'indifferenza di
Claudia ad una notizia ch'egli le dava per atterrarla. Credette quindi
che noi fingessimo la calma.
— Ti ringrazio, risposi. Accetterò il tuo regalo quando il matrimonio
sarà deciso.
— Mi condurrai tua moglie, Giuda, riprese Claudia, se la non teme
contaminarsi entrando in una casa di pagani. Non dubito che la tua
compagna non sia una nobile, bella e pura fanciulla, che io sarò felice
di vedere.
— Sua moglie è tutto ciò, Claudia, rispose Pilato; io la conosco.
— Tu la conosci! sclamò Claudia rizzandosi sulla persona e fissando suo
marito negli occhi.
— Si, ho avuto diverse occasioni di portarle i messaggi di suo marito,
il mio amico Cajus Crispus.
— Che mi vai bisticciando?
— Sì, codesto giovane sposa la donna cui Cajus Crispus ha or ora
divorziato.
— Capisco, disse Claudia tristemente. Poi, dopo un istante di silenzio,
soggiunse: Avrei preferito ch'egli avesse sposato una giovinetta
conosciuta da lui, cui lo sguardo della madre non avesse abbandonata
giammai, e che fosse sempre restata sotto la protezione di suo padre.
— Hai ragione, Claudia, risposi sospirando; ma di tutti i tiranni, il
cuore è il più inesorabile.
— Ahimè! è vero! fece Pilato.
— L'è dunque assai bella, codesta giovine donna? chiese Claudia.
— Non come te, Minerva romana.
— È stupendamente bella, rispose Pilato. E fui anch'io sul punto di
diventarne innamorato, aggiunse sorridendo.
Claudia ed io lo guardammo con uno sguardo differente, ma egualmente
feroce.
— Mi permetterai tu, il mio giovine, disse Pilato con tuono
sdegnosamente sarcastico, di porgere un regalo di nozze alla dama, che
ebbi, non ha guari, ancora il piacere di vedere?
— Grazie, risposi freddamente: io non conosco nulla di più costoso d'un
regalo; ed io sono troppo povero per pagarlo, troppo orgoglioso per
riceverlo.
— Orgoglioso! disse Pilato sorridendo: difatti. Credo che Ida sia molto
ricca. Gli è vero?
— È falso. La donna che io prendo ha per unico adornamento i suoi
capelli, per tutta ricchezza la sua bellezza. Ella non ne porta
alcun'altra nella mia casa.
Pilato sorrise, e non rispose.
— Cajus Crispus sarebbe dunque così taccagno e così ignobile, osservò
Claudia, di riprendere alla moglie ch'egli rinvia, i doni che le fece?
— A proposito, disse Pilato, tre o quattro giorni fa, Ida m'inviò un
uomo per pregarmi di ottenere da Crispus l'atto del divorzio. Ho
ricevuto questa mattina codesto atto e mi disponevo a portarglielo. Ma
poichè il suo fidanzato è qui...
Feci un movimento di gioia, e arrossii.
— Vuoi tu incaricarti di questa piccola missione, giovinotto? fece
Pilato sorridendo sardonicamente.
— Volentieri.
— Dirai a Ida che il ritardo non proviene da colpa mia. Deve proprio
contar le ore, quella bella figliuola, dopo una separazione di due mesi
circa da Crispus, di passare in altre braccia più giovani, e più
carezzanti.
C'era in tutte le parole di Pilato un motteggio e un'amarezza, che mi
davano i brividi di collera e di sospetto. Gli risposi:
— Noi altri, rozzi ebrei, non siamo esperti nel ripetere di sì squisiti
complimenti iberici; lascio quindi cader qui le tue parole, e vi passo
sopra.
— Come vuoi. Questo complimento, portato al suo indirizzo e balbettato
da te o da uno schiavo, ha per me sempre l'istesso valore. Io parlo in
nome di Cajus Crispus.
— Cajus Crispus è, credo, in Antiochia.
— In Samaria.
— Ho letto in un libro egiziano, che le montagne talvolta s'incontrano.
Ci credi tu, Pilato?
— Più facilmente che gli uomini, quando l'uno è posto così alto e
l'altro così basso.
— Scusa! c'è un tratto di unione in acciajo che avvicina le distanze.
— E' può sopprimerle, piccino mio, non mai ravvicinarle. Del resto Cajus
Crispus è maestro in fatto di conoscenze di montagne che camminano, e
può darti migliori spiegazioni delle mie.
— Non capisco nulla a tutte codeste chiacchiere, disse Claudia. Io so
soltanto che Crispus è stato un uomo indegno ripudiando questa ragazza
ebrea, che è, dite voi, oscura, povera e modesta, e conservando la sua
moglie di Roma, che è ricca, infame, nella bocca di tutti i giovani
effeminati e di tutti i vecchi impuri della via Sacra.
— Lasso! fece Pilato, gli uomini non hanno sempre il coraggio di
uccidersi, quando contraggono la lebbra di certi amori, che divengono
come la tonaca di Nesso. Ho imparato a perdonare.
— Gli è che hanno dessi nell'anima una lebbra più sordida ancora di
quella del cuore, la quale li rende vili, fe' di rimando Claudia,
fissando sopra suo marito un tale sguardo di sprezzo, che avrebbe
sepolto a cento braccia sotto terra la statua di Giove Capitolino.
Pilato s'accorse che la conversazione prendeva una piega doppiamente
pericolosa; ma volle lanciarmi un altra freccia prima di partire. Io non
compresi la malignità di questa scena che più tardi, quando seppi che
Ida era stata sua ganza. Pilato mi odiava come amante di sua moglie,
come colui che gli rubava le ultime memorie di quella ganza, e gongolava
nello stesso tempo che la fatalità riparatrice gettasse fra le mie
braccia, come moglie, quella che egli aveva posseduto come favorita.
— Giovane, diss'egli, tu hai avuto fretta d'entrare in quel paradiso ove
i libri sacri del tuo paese nicchiano il serpente. Se ve lo trovi
ancora, se ti morde, ricordati che Ida, la quale conosce così bene il
valore del tempo, sa pure che ella conserva, anche dopo il divorzio,
quel diritto di cittadina romana che le aveva conferito suo marito, e
che v'è a Gerusalemme un procuratore di Roma per renderle giustizia.
Non attese la mia risposta e partì. Io era impaziente d'inviare ad Ida i
documenti ed il messaggio che dovevano decidere della mia sorte. Il
sagan si condusse lo stesso giorno a Berachah.
Una grande costernazione regnava nella casa, in causa della scomparsa di
Moab. Si passava in rivista ogni sorta di congetture, tutte lontane dal
vero. Ciò che Moab aveva fatto, era per induzione e per determinazione
personale. Ida non ne sapeva nulla.
Il sagan poco poteva apprenderle.
L'arrivo di questo personaggio, il più considerevole dopo Pilato ed il
governatore della Siria, accrebbe lo scompiglio. Noah lo introdusse
subito nel tablinum, e lo annunziò alla sua padrona.
Ida uscì immediatamente per ricevere Hannah. Come Pilato, come Moab,
come io stesso, egli fu colpito al cuore dalla bellezza fatale di quella
fanciulla. Appena trovò da biascicare qualche parola, porgendole il
pacco di lettere di Pilato. Ella tremò in tutta la persona, a questo
nome, e l'aprì precipitosamente.
L'involto conteneva un atto di divorzio di Cajus Crispus, ch'egli aveva
fatto redigere, ed una lettera ch'egli stesso scriveva ad Ida. La
giovinetta vide prima l'atto del divorzio, cui lesse, mostrandosene
sorpresa, e non comprendendone nulla. Poi ella lesse la lettera. Io
seppi più tardi tutto ciò. Ecco ciò che Pilato le scriveva:
«Ponzio Pilato a Ida, salute!
«Ida, il ritardo di questa lettera è involontario.
«Ne sono causa una ferita che ho ricevuto alla spalla dal tuo
messaggero, e la lentezza del corriere che ho inviato al mio amico Cajus
Crispus, ritornato soltanto questa mane.
«Ecco la risposta di Crispus.
«Così, tu puoi ora maritarti. Ti avevo detto addio per sempre. Te lo
ripeto ancora una volta. Amo mia moglie. Ti lasciai con rammarico il
giorno che mi separai da te. Mi parve che il tuo dolore avesse l'aria
della disperazione. Mi parve che tu mi amassi ancora. Questo rammarico è
ora cessato.
«Il tuo dolore, non ha avuto indomani.
«Il tuo amore, che si era svenuto nelle lagrime, si è risvegliato poche
ore dopo nelle braccia di un marito. Hai fatto bene. Grazie. Tu mi
guarisci dai rimorsi. Tu alleggerisci le mie memorie del passato dalle
preoccupazioni dell'avvenire. Il disinganno al postutto è un grande
beneficio: brucia le vecchie piaghe per guarirle. Io non aveva alcun
dritto ad una affezione di cui tu sola avevi formato il capitale. Non ho
dunque a rivolgerti alcun rimprovero, e, ne avessi anche il diritto, non
lo farei. Sii felice, se lo puoi, se la felicità può esistere in codeste
affezioni apopletiche che scattan di botto e muoiono all'istante. Però,
se un giorno fossi visitata dalla disgrazia, ricordati di me, che non
dimenticherò mai di qual balsamo tu hai profumato le ore del mio
spaventevole dolore. Addio.»
Ida lesse questa lettera cogli occhi acciecati dalle lagrime, il
singhiozzo nella gola, il rantolo nel petto. Alla parola «addio» cadde
al suolo svenuta. Il sagan che non sapeva nulla, nè dell'istoria di
Pilato, nè del contenuto della lettera, corse a chiamare Noah, che prese
fra le braccia la sua padrona, e la trasportò priva di sensi nella sua
stanza da letto.
Hannah attese più d'un'ora, solo, nel tablinum, prima d'aver notizie
dell'ammalata. Mille pensieri l'assalivano. Fu sul punto di partire per
ritornare un altro giorno; ma la curiosità, l'interesse ch'egli prendeva
per quella bella creatura, lo trattennero. Attese. Alla fine Noah venne
a dirgli che la sua padrona era in istato di riceverlo.
Entrò infatti nel piccolo gabinetto vicino al _tablinum_, ove trovò Ida,
stesa sopra un letto di cuscini, più calma, ma spaventevolmente pallida.
— Perdonami, o principe, diss'ella. Mi sono sentita morire, malgrado gli
sforzi che ho fatto per non mancarti di rispetto.
— Sei tu in grado d'ascoltarmi? Ho a farti un grave messaggio. Se sei
ancora debole, ritornerò domani.
— Oh! no; parla; io posso udir tutto, adesso. Ho subito la grande prova.
— Allora sarò corto e preciso.
— Occorre rinviare Noah? Ella conosce tutta la mia vita, tutta la mia
anima.
— Che resti dunque, disse il sagan. Ecco di che si tratta. Tu hai veduto
qui due volte un giovine mio amico, Giuda di Kariot.
— Credo di si.
— Egli ti ama.
— Disgraziato!
— Vengo in suo nome a chiederti in matrimonio.
Ida rimase come attonita.
— In matrimonio?
— Vengo a supplicarti a nome suo di non rifiutarlo.
— Questo scherno è crudele, mormorò Ida, sciogliendosi in lagrime.
— Non è uno scherno, Ida; io non son uomo da prestarmi a simili cose.
— Ma egli non mi conosce punto.
— Egli ti ama. E ti conosce abbastanza per condurti come sua moglie
sotto il tetto ove suo padre è morto, ove sua madre dorme, ed ove sua
sorella vive.
Ida dette di nuovo in singhiozzi.
— Dio mio! perchè sono io indegna della felicità, che è serbata alle
altre fanciulle della mia età!
— Consolati, Ida; tu non sei la prima donna ripudiata, la quale passi
dal letto desolato d'un marito che la respinge a quello di un marito che
l'attende come una benedizione.
— Io non sono una donna ripudiata, io.
— Che importa se il mondo lo crede, dacchè l'uomo che ti vuole sua
dimentica cosa sei!
— Ma io amo, amo ancora, non posso obbliare, io. Io ho l'anima, il
cuore, la bocca, gli occhi, tutta la mia esistenza, la notte come il
giorno, desta o sognando, pregni di quell'uomo che ha avuto il mio primo
bacio, che ha soffiato sulla bianca nuvola della mia infanzia.
— Giuda ti amerà per due.
— Oh! no; ciò è impossibile. Non aggiungiamo il rimorso al dolore. Non
aggiungiamo ai ricordi d'un cuore gualcito, la ripugnanza alle carezze
che sono sante dinanzi a Dio, e che diverrebbero infamia per me. Io non
posso accettare l'offerta di cui mi parli. Mi sprezzereste se lo
facessi.
— Se per mio conto io dovessi sprezzarti non sarei venuto a portarti la
parola supplichevole del mio amico. Puoi accettare senza timore.
— Ma io non l'amo. Non si può darsi senza amare.
— Credi che sia più difficile il darsi ad un uomo che non si ama, che il
prendere una donna che ne ama un altro?
Ida restò silenziosa per un istante.
— È impossibile, obiettò ella di nuovo. Non posso farmi a questa idea.
Lasciatemi respirare. Se sapeste sopra quali rovine voi camminate. Un
momento fa ho creduto morire. Mi si sospetta; mi si dice: Maritati! si
dubita del passato, mi si sprezza forse... Maritati! Ma egli crederebbe
tutto questo; riterrebbe certo che io non l'ho mai amato, che non l'amo
più: sarei infame ai suoi occhi! No, no. Che m'importa che egli ami sua
moglie, e che mi percuota le gote con codesto amore? Cosa sono io per
essere orgogliosa? Capisci, principe? Direbbe: ella si marita, eccola
lì. Ieri diceva ancora: ritorna! ieri ella sperava ancora, si
abbiosciava nella desolazione: oggi sorride al primo giovinotto che le
sorride, e lo segue. Ella mentiva. Che importa che codest'uomo si chiami
marito o amante? Ella lo segue. Il cuore non conosce nozze. Ebbene,
principe, vuoi tu che io sia disonorata agli occhi d'uno d'essi e
peccatrice dinanzi gli occhi dell'altro: indegna per entrambi? Ma non
senti tu dunque che quest'aria palpita ancora dei baci di un altro?
— Calmati. Tu entrerai in un altro mondo.
— Non ce n'è che uno di possibile per me: quello della tomba. Ovunque,
fuori di là, v'è il rimprovero e l'obbrobrio.
— Ascolta, figlia mia, disse il sagan prendendole le mani agghiacciate:
prima di vederti e di ascoltarti, nel mio cuore io condannava il mio
amico. Io mi diceva: Perchè far violenza ad una donna che ne ama un
altro? perchè urtare contro una passione che brucia di fiamme così cupe?
Ora io comprendo il mio amico. Non lo biasimo più, lo scuso. Lo
compiangerei, al contrario, se il mio messaggio non riescisse. Io peso
tutte le tue ragioni; e ti stimo. Ma rifletti d'altra parte, figliuola
mia, al tuo avvenire. Dico di più; rifletti all'attuale tua posizione.
Chi sei tu? Cosa sei tu? Ogni cosa che ti circonda è una creazione della
tua vergogna. Ogni soffio d'aria che respiri è pregno di disprezzo. Tu
trovi un uomo il cui possente amore ti attrae in una più pura atmosfera.
Non vuoi seguirlo perchè non lo ami, perchè ne ami un altro. Ti ama egli
dunque ancora, colui che ti respinge? Comprende egli dunque il tuo
sacrifizio? Che cosa ti consiglia egli?
— Mi disprezza, mi deride, mi crede già infedele alla sua memoria. Mi
spinge a maritarmi. Mi percuote sempre e poi sempre colla sua
confessione, ch'egli ama sua moglie.
— Vedi dunque; tu non sei più una donna per codestui. Tu sei una cui
egli ha beneficata, e ti accusa già d'ingratitudine. L'altro invece...
— Ma gli è precisamente perchè io stimo il tuo amico e ne ho
compassione, che io indietreggio, o principe. Fuggirò appena sia Moab di
ritorno. Non so cosa diverrò, ma non resterò più qui, ove io soffoco in
mezzo a tanti testimoni della mia defunta felicità.
— Cessa allora di resistere. L'amore che dimentica il fallo, saprà
addolcire il rimorso, consolare il dolore, e perdonare l'indifferenza.
Ida lottò ancora, ripetendo quanto aveva detto, trovando nuove ragioni.
Hannah trionfò di tutto. Finalmente ella sclamò:
— Tu lo vuoi, o principe? Egli lo vuole? Sia. Mi abbandono a voi tale
quale sono, prendetemi come raccogliereste un cadavere che chiede una
tomba ed un ricovero contro gli avoltoj e le jene. Non mi appartengo
più; dunque non posso più nulla dare in cambio di questo atto generoso.
Non mi resta che la riconoscenza.
— Ciò basta, rispose il sagan, tagliando corto al colloquio ed alleviato
dal dubbio se avrebbe o no vinta la resistenza di quella nobile
creatura.
All'indomani io andai a trovarla. Pianse vedendomi. Evitai la minima
allusione al suo passato: stornai sempre la conversazione da questo
soggetto, se ella v'entrava. Ella mi ripetè ancora che amava un altro, e
che non mi amava. Le risposi che io saprei farmi amare un giorno. La
lasciai non più tranquilla, ma più rassegnata.
XXII.
Era stato convenuto fra Hannah ed Ida, dopo la mia visita, che avremmo
prestato il giuramento del matrimonio, e che io le avrei dato il mohar
(regalo di nozze) la sera della festa del Purim. Era stato pure
convenuto che l'_anno della vergine_, che doveva, secondo il rito,
scorrere fra questo giuramento e quella sera fortunata in cui io
squarcierei il suo velo, la bacerei sulla bocca e la condurrei nella mia
casa, che quest'anno, dico, sarebbe accorciato — la qualità di donna
divorziata il permetteva, — e che l'ultima cerimonia avrebbe luogo la
sera della festa del paschah. Ahimè! come l'uomo, che è fatto, dicono,
ad imagine di Dio, è giuoco degli avvenimenti e delle vicende del caso!
La festa di Purim è appo di noi un'orgia celebrata alla più grande
gloria di Dio.
Fu istituita a Babilonia onde perpetuare la commemorazione della morte
d'Aman, e l'esaltazione di Ester. Ottantacinque anziani si opposero
all'adozione di questa festa persiana, quando Mordecai la propose la
prima volta; ma fu adottata malgrado ciò. Il popolo ebreo la celebrava
dovunque. A Gerusalemme la diveniva un delirio, dopo esser stata il
sospiro di tutto l'anno. Io aveva ora l'anima traboccante di gioia,
seguii quindi l'esempio degli altri.
All'alba, Bar Abbas batteva alla mia porta. Egli ritornava appositamente
per la festa. Più tardi arrivò Justus, e andammo insieme alla sinagoga.
La sinagoga era zeppa. Una folla immensa vi aveva fatto irruzione,
uomini, donne, fanciulli, vecchi, ciechi e zoppi, senza eccezione,
perfino i sordi. Queglino che non trovavano più posto dentro, passavano
la testa dalle finestre, o s'accalcavano alle porte. Un Giudeo si
sarebbe creduto disonorato, se non avesse in questo giorno lanciato la
sua maledizioncella postuma ad Aman, e data la sua avvinazzata
benedizione a Mordecai.
Il paraschà del giorno conteneva la storia che dette origine alla festa.
Il sheliach andò al suo posto, e principiò il seguente racconto:
«Allorchè Artaserse Longimano succedette a suo padre Serse, diede una
gran festa al suo popolo, sotto delle tende di porpora sostenute da
colonne d'argento ed oro. A mezzo il banchetto, riscaldato un tantinello
dal vino, il re giurò che non c'era in tutto il regno una donna più
bella della regina Vastiti. Un principe tributario del suo regno
dimostrò una tal quale incredulità. Il re andò in collera, s'ostinò
nella sua idea, e volendo provare al popolo che aveva detto il vero,
imaginò di far comparire la regina ignuda dinanzi ai suoi convitati.
Vastiti fu chiamata. Avendone appreso il perchè, rifiutò di obbedire.
Artaserse la fece chiamare di nuovo, poi di nuovo ancora: in tutto sette
volte. La regina rifiutò sempre. Il re si credette offeso da questa
disobbedienza. Uno dei grandi della corte, Memunean, dichiarò al re che
occorreva un esempio, senza che, incoraggiate dall'impunità della
regina, nessuna donna persiana avrebbe più obbedito al suo marito. Il re
comprese questa ragione di Stato, e Vastiti fu condannata ad essere
espulsa e surrogata da un'altra regina. Ma Artaserse l'amava. E' divenne
triste. I suoi amici lo consigliarono di neutralizzare questo amore con
un altro amore e di elevare al suo letto la più bella vergine della
terra abitata. Il re si rassegnò al rimedio, trovandolo dolce».
— Il povero uomo! esclamò Bar Abbas.
«Una caccia di vergini fu messa in campo, continuò il sheliach. I
differenti ufficiali che percorsero l'Asia a quest'oggetto ne riunirono
quattrocento.
— Soltanto? chiese Bar Abbas.
— Ahimè! sì, continuò il sheliach.
«Le vergini erano rare e le belle ancora più rare. Fra queste si trovò
Esther, la nipote unica d'un Ebreo di Babilonia. Era la più bella di
tutte. Quando gli eunuchi ebbero preparato per sei mesi queste vergini
con delle abluzioni, delle unzioni, e dei profumi, il re ne prese una
tutti i giorni nel suo letto, onde scegliere alla prova, e non sul
rapporto d'un eunuco. Allorchè giunse la volta di Esther, il re se ne
innamorò e la sposò. Ella non aveva detto a quale nazione appartenesse.
Allora Mordecai lasciò Babilonia e venne a Shushan. Una cospirazione
d'eunuchi essendo stata ordita contro il re, Mordecai la scoprì ad
Esther, e questa salvò il re. Mordecai fu autorizzato a dimorare alla
corte. Ora il re aveva un amico, un Amalecita chiamato Aman.
«Maledetto Aman! gridarono tutti da tutti gli angoli.
«Il re aveva ordinato che lo si adorasse come un altro lui stesso. I
Persiani, i Medi obbedirono. Mordecai, no.
«Bravo, Mordecai! gridò ancora il popolo, noi andremo a bere alla tua
salute.
— Bere e mangiare, se vi piace, interloquì Bar Abbas, e ancora qualche
cos'altro. Non si fa mai abbastanza per un grand'uomo.
«La nostra legge ingiungeva a Mordecai di non adorare che Dio, continuò
il sheliach. Aman si credette offeso: tanto più che l'audace refrattario
era un Ebreo, un prigioniero, quasi uno schiavo. Egli se ne lagnò al re.
Dipinse la nostra nazione come perversa, insocievole, nemica di tutti
gli altri popoli e di tutti gli altri culti; e lo persuase di
sterminarla per la maggior prosperità dei suoi sudditi. — Ma essi pagano
un tributo, osservò il re. — Ebbene, rispose Aman, io pagherò
quarantamila talenti a vostra divinità. — Il re rifiutò il denaro, e
sacrificò gli uomini. Aman decretò, in nome di Artaserse, sovrano di
cento ventisette provincie dall'India all'Etiopia, che al
quattordicesimo giorno del dodicesimo mese di quell'anno tutti gli Ebrei
del suo Stato, uomini, donne, e fanciulli, fossero distrutti.
«Oh l'infame manigoldo di re! urlò la folla.
— Ohe, disse Bar Abbas, rispetto ai re, dunque! Senza di essi, chi
potrebbe strozzarvi un poco, eh?
«Il popolo ebreo, tutto intero, stracciò i suoi abiti, si vestì di
sacco, si coprì di cenere, proseguì il sheliach. Mordecai parti dalla
corte, e si conformò al dolore dei suoi compatriotti. Esther ne venne a
cognizione. Ella ordinò agli Ebrei tre giorni di preghiera. Gli Ebrei, a
cui ella diede l'esempio, obbedirono e le inviarono una supplica pel re.
Ora Artaserse aveva fatto una legge, che chiunque gli si presentasse
senza essere chiamato, sarebbe ucciso. Esther sfidò il pericolo. Si
affusolò splendidamente di porpora e di pietre preziose: una schiava
sollevava lo strascico della lunga sua veste con la cima delle sue dita,
mentre un'altra la sosteneva sulle sue braccia. Abbagliante di vesti e
di bellezza, rossa d'emozione, Esther si recò così dinanzi al re senza
esserne dimandata. Artaserse, seduto sul suo trono, la corona sul capo,
lo scettro d'oro nelle mani, tutto ricoperto di giojelli, di tela d'oro
e di porpora, la squadrò corrucciato. Esther tremò, e cadde svenuta ai
piedi del trono. Il re, vedendola così bella, pieno d'amore scese dal
trono, la prese fra le braccia, e la richiamò alla vita coi suoi baci.
Le chiese poi cosa desiderasse, promettendole d'esaudirla. Esther lo
invitò nei suoi appartamenti, in una al suo amico Aman, ad una cena
preparata colle sue stesse mani. Il re ed Aman accettarono il banchetto,
si divertirono molto alla festa, e bevettero enormemente. Il re le
domandò quale grazia ella chiedesse. — Te lo dirò domani, giacchè io
v'invito di nuovo a cena, rispose Esther.
— Oh! il caro briciolo di tosa! sclamò Bar Abbas. Perchè mai non si
trovano ogni giorno di gioje simili nelle strade, come si trovano dei
cani e dei leviti!
«Aman ritornò allegro alla sua dimora. Sua moglie gli consigliò di far
rizzare nella sua corte una forca alta cinquanta cubiti per impiccarvi
Mordecai.
— Le donne danno sempre dei buoni consigli, osservò Bar Abbas.
«Il re, esaltato dalla bellezza della regina, non dormì in tutta la
notte, ma si fece leggere le cronache del suo regno. Si lesse fino
all'alba. Arrivato alla storia della cospirazione scoperta da Mordecai,
il gran sire domandò: Che ricompensa gli fu data?
— Che! che! l'è una fiaba codesta, osservò Bar Abbas: i re non si
ricordano mai i servigi ricevuti, e meno ancora le ricompense che
restano a darsi.
«Non gli si è dato nulla, rispose lo scriba del re. — Sta bene, disse
Artaserse. Ecco il giorno. Se v'è qualche amico arrivato nella mia
anticamera, fallo entrare. — Aman era di già lì. S'era alzato di
buon'ora per ottenere dal re il permesso d'impiccare Mordecai.
— Impiccare? corbezzoli! ciò non si ritarda giammai! sclamò Bar Abbas.
«Arrivi in punto, rispose il re. Consigliami come potrei onorare in
maniera degna di me una persona che io amo assai. — Autorizzandolo, Dio
mio, a passeggiare a cavallo cogli stessi emblemi della tua Divinità,
una catena d'oro al collo, e ordinando a tutto il tuo popolo di onorarlo
come tu lo onori.
— Va bene, rispose il re; cerca allora Mordecai, e fa tu stesso quanto
mi hai consigliato.
«Benissimo, bravo, viva il re! gridò il popolo.
«Aman che aspettava tale onore per sè stesso, parve confuso, abbattuto.
Pure obbedì. Mordecai ritornò alla corte. Aman andò a lagnarsi con sua
moglie. Fu chiamato alla cena per ordine della regina. Al banchetto, il
re domandò nuovamente ad Esther quale grazia desiderasse. Esther
principiò allora ad esporre, piangendo, le miserie del suo popolo, e
supplicò che l'ordine della sua distruzione fosse rivocato. — Chi ha
cagionato questo dolore alla mia regina? chiese il re. — Aman, rispose
Esther. — Artaserse lasciò il banchetto, ed uscì nei giardini molto
turbato. Aman cominciò allora ad intercedere la sua grazia presso la
regina, e cadde sul suo letto. Il re entrò in quel momento, e vedendolo
in quella postura, gridò: — Miserabile creatura, la più vile della
terra, osi anche fare violenza alla mia regina? — Un eunuco raccontò
allora al re la storia della forca destinata da Aman a Mordecai. Il re
ordinò che Aman fosse appeso al patibolo che aveva egli stesso
innalzato[5].
[5] GIUSEPPE, _Antich._ XI, cap. VI.
«Viva il re, viva il re, dannazione ad Aman! vociò il popolo.
— Cara quell'Esther, giojello vero! sclamava Bar Abbas più forte degli
altri; ti nomino mia regina a vita.... dopo l'anfora del vino!
«Ed ecco come Dio liberò il suo popolo, come Mordecai scrisse a tutti
gli Ebrei di celebrare con una festa perpetua questo giorno della
liberazione. Andate dunque, figliuoli miei, e glorificate il Signore.»
— Ah! perchè questo popolo non è stato liberato tutti i giorni
dell'anno? osservò Bar Abbas.
Il popolo si precipitò fuori della sinagoga.
Il baccanale nella città principiò.
Gerusalemme era una mischianza d'individui di tutte le nazioni, in cui
gli Ebrei erano forse in minoranza. Il popolo di Dio era stato in ogni
tempo il focolare di vizii vergognosi e bestiali. Gli stranieri, che
l'avevano conquistato successivamente, gliene avevano inoculati
d'infami, e di empii. L'innesto s'era fatto con rigoglio. Alle
dissolutezze che avevamo apprese dall'Egitto, dalla Siria, dalla Persia
e dalla Fenicia, Alessandro aggiunse quelle della Grecia, Pompeo quelle
di Roma, Erode quelle del mondo intero. Il giorno del purim era quello
in cui tutte codeste dissolutezze sguazzavano in pompa reale.
In quel giorno, si sarebbe creduto trovarsi a Roma nella via Sacra,
verso l'ora nona. Nulla mancava. Nulla si mascherava, eccetto la virtù
per accatastare le briciole delle delizie del vizio. Gli uomini si
travestivano da donne, e le donne da uomini, le ragazze da cortigiane, e
queste da matrone. Chi aveva qualche cosa da mostrare, la metteva fuori.
Chi non aveva di che affusolarsi, si svestiva. Gerusalemme riboccava
tutta nelle strade: neppure le madri oneste, e le fanciulle pure
restavano a casa. Il pudore diveniva un'impertinenza, un'offesa a Dio.
Il Tempio si dava allo sciopero; poichè preti e leviti, membri del Gran
Consiglio e del sanhedrin, Simeon, Gamaliel, Caifa stessi, lo stesso
Hannah, potevano mascherarsi senza infamia da giocolieri, da istrioni,
da maghi, da pontefici idolatri, da becchi, o da buoi, a loro talento.
I bagni pubblici, le stufe, le osterie, gli alberghi, le botteghe dei
fornaj, dei beccaj, dei rosticciaj, dei barbieri, dei profumieri,
residenze ordinarie della prostituzione, issarono, dall'ora nona,
l'insegna di orribili Priapi, e misero delle lanterne a forma di
mostruosi phallus. Le cortigiane non erano in tal giorno obbligate a
mostrarsi in parrucca bionda, in coculla, o con un pezzo di stoffa di
oro sul seno — secondo l'editto degli edili romani, portatoci dai
procuratori. Potevano, se loro piaceva, adornarsi della stola, delle
bende bianche, e degli stivaletti rossi delle matrone romane. Ma non lo
facevano neppur per idea.
Le vie formicolavano di cantoniere venute da tutte le parti della Siria,
dall'Assiria, dalla Grecia, da Roma, dall'istessa Gallia. Esse si
pavoneggiavano. Talune attillate nelle loro tuniche gialle o verdi, con
sandali gialli legati al collo del piede da coreggie dorate, mostravano
i piedi nudi, bianchi e provocanti, tenevano il capo avvilupato in un
piccolo mantello di stoffa di color vivo, i capelli tinti in giallo con
dello zafferano, o in rosso col succo della barbabietola, o in celeste
con del pastello, o semplicemente spolverati con polvere d'oro, di
lapis, di guado, o stropicciati con cenere profumata. Altre, con vesti
babiloniche, o in tuniche di seta, trascinavano delle dalmatiche
abbottonate sul davanti, fatte di stoffe dipinte, variate di fiori e
ricami, ed avevano sul capo una mitra a colori, o una tiara scarlatta, o
un nimbo d'oro. Le _preziose_, le _meravigliose_, le _famose_, che ci
venivano dal superfluo di Roma, dietro le legioni, erano vestite di
quella stoffa di seta chiamata _Tiriana_ cui un poeta latino (Petronio)
addimanda _vento tessuto_, o di quella garza detta indiana, che era
trasparente come una nuvola d'estate, e rendeva più provocante la
nudità. Le _etere_ greche col loro grazioso camiciotto di lino aperto
sotto le braccia e scendente fino alla vita, in coturni dorati,
passeggiavano in lettighe aperte, portate da Abissinii. Alcune, coricate
sopra cuscini di porpora, tenendo in mano uno specchio d'argento
lisciato, delle palle d'ambra o di cristallo, un ventaglio od un
parasole, sporgevano un viso leggermente imbellettato, costellato di
piccoli nei onde rialzarne la tinta, mentre una bella schiava le
rinfrescava daccanto con delle penne di pavone, precedute e seguite da
eunuchi, da fanciulli, da suonatori di flauti, e da nani buffoni. Altre
ancora, in toga verde, guidavano esse stesse un carro leggiero. Poi
questa a cavallo, quell'altra sopra una mula di Spagna condotta a mano
da un negro.
Dietro questo corteggio seguiva un'appendice inevitabile: il libertino,
il bertone, vestiti di una clamide scarlatta, celeste, o verde; i
suonatori d'arpa, di flauto, e di tamburo venuti dalla Siria;
l'auletride jonia — cantante che si scritturava per le feste
particolari; — le fellatrici di Lesbos; gli effeminati, i delicati della
Frigia — giovani schiavi dai capelli lunghi ed ondeggianti, dai grandi
orecchini, dalle tuniche a larghe maniche e dagli stivaletti verdi. Poi
i bei giovanotti di Sibaris e di Taranto dalla pelle profumata, i membri
epilati, il corpo ricoperto di stoffe trasparenti, come le ninfe. Poi i
leziosi e le tribadi di Sparta, che _pytismate lubricant orbem_
(Giovenale), e sono rinomate nelle lotte femminili. V'erano ancora i
Marsigliesi dalle dita vellutate, e gli emigranti da Capua e da Opicus,
che si prestavano ai piaceri mostruosi. Intorno ed in mezzo a questo
nuvolo profumato, scintillante d'oro, di pietre preziose, di seta, di
colori vivi, svolazzava quella gioventù d'Alcinous di cui io era il capo
— assente in quel giorno — adornata, arricciata, profumata, azzimata di
_chiridata_ — la tunica siriaca a maniche lunghe e larghe color
ciliegia.
In mezzo a questa folla, la quale assorbiva, incantava, abbagliava la
gente onesta di tutti i giorni, si distingueva il mio ipocrita amico
Justus, mascherato da _saga_, che vendeva degli istrumenti infami, messi
in mostra su delle ceste portate da schiavi. Quel monellaccio offriva ad
un grave membro del Collegio un _phallus_ ad uso della famiglia; ad una
matrona, un _subliaculum_, o arnese della maternità, onde non
sopraccaricare di troppi bimbi la famiglia; ad una giovane sposa, una
serratura di castità; ad una ragazza una fibula; alle vecchie un enorme
_fascinum_ (phallus fittizio in cuojo, tela o seta).
Bar Abbas, a cavallo sopra un asino, era imbacuccato d'un immenso priapo
in cartone che gli si rizzava sopra come un astuccio. Portava dinanzi a
sè una sporta ripiena di quelle ciambelle di frumento a forme impudiche,
che i Romani chiamano _coliphia_ o _cunni siliginei_, e ne offriva alle
donne, che le accettavano senza sembrarne offese. Poi dispensava delle
gerse di escremento di coccodrillo, di cerussa, o di gesso, delle fiale
piene di non so qual ingrediente, ch'egli indicava agli uomini per quel
terribile filtro che le venditrici di profumi dicevano venire da Roma, e
chiamavano coppe del desiderio, acqua d'amante, _satyricon_, _bulbus_, o
_hippomane_.
Ahimè! avevamo mandato a Roma circa due secoli fa (187 anni av. G. C.)
con Lucius Montius, il vincitore di Antioco il Grande, tutto questo
mondo di danzatrici, di suonatrici di flauto, di cortigiane, d'eunuchi,
d'effeminati, di bertoni, e con essi la lebbra, la terribile
elefantiasi, il mal di Venere delle nostre donne, ed il _morbus
indecens_ sotto tutte le sue orribili forme. Roma aveva innalzato tutto
ciò alla sua grandezza, aggiungendovi le infamie spigolate nel resto del
mondo, e ce lo rimandava trionfante, orgoglioso e risplendente.
I nostri Ebrei si contentavano di bere: i poveri, i nostri buoni vini
della Siria; i ricchi, i vini della Grecia o di Roma, il cecubo, il
falerno, il metimnese, con o senza aromi, e di berne fino al punto,
sempre maledicendo, di non più sapere se maledicessero Aman o Mordecai.
Alcuni anni avanti, due pii anziani, Rabba e Zira, avevano bevuto
insieme, e si erano altercati, cadendo sotto il tavolo, in tal guisa che
Rabba aveva ucciso Zira. All'indomani, quando il vino fu digerito,
Rabba, disperato d'aver ucciso il suo amico, pregò Iddio di
risuscitarlo, e Dio l'aveva compiacentemente esaudito. L'anno dopo,
Rabba propose a Zira di bere ancora insieme; ma Zira rifiutò, pel
ridicolo pretesto che Dio potrebbe non voler incomodarsi ogni anno a
fare un miracolo.
Mentre l'orgia s'impadroniva della città, all'ora nona, i miei amici ed
io, ci preparavamo ad andare a Berachah. Avevo invitato a dividere la
nostra festa e ad essere testimonii della mia gioja, Hannah che era
stato il mio ambasciatore, i suoi figli, Gamaliel, il suo vecchio padre
Simeone, direttore del grande collegio, Justus, che si divertiva
attendendo l'ora della partenza, Lazzaro, alcuni altri amici, ed il
Rabbì di Nazareth, cui io era andato a snidare dal Tempio ove fin dal
mattino predicava ed insegnava.
Traversammo la città, nel momento in cui la gioja era nel suo più grande
fermento. In ogni via, degli ubbriachi; in ogni piazza, della musica e
dei danzatori; in ogni luogo pubblico, la debolezza; le case pavesate di
fiori o di rami d'albero; ad ogni finestra degli spettatori; sopra ogni
tetto, delle bandiere, dei preparativi per l'illuminazione della sera.
Dapertutto lo schiamazzo; canti a tutti gli angoli delle strade; dei
motti allegri o lubrici in tutte le bocche; dei desiderii in tutti gli
sguardi, ma anche l'elemosina in tutte le mani. C'incontrammo con Bar
Abbas, che arringava in mezzo ad una folla immensa.
— Non vi spaventate, ragazze mie; io sono modesto; venite da me, gravi
mamme, io sono discreto; avvicinatevi, le mie vecchie, se la vostra
borsa è pregna e ha voglia di partorire, io sono un gaio compare; e voi
altri, branco di canaglie, vecchi libertini, preti modesti, gravi
farisei, dissoluti avariati, baldracche da elefanti, avanzate pure, io
non aggrotto le ciglia, sono un buon diavolo; pennone al vento, ma
silenzioso e perseverante. Cosa vi occorre? via, adoratemi un po', io
sono quegli che crea e quegli che disfà.
Vedendoci passare, Bar Abbas interruppe la sua allocuzione che io ho
resa più modesta. Gli si gittavano degli aranci, della poma, dei torsoli
di cavolo. I ragazzi mettevano dell'esca accesa sotto la coda del suo
asino, e lo facevano sgambettare come cinquanta istrioni.
— Figli della prostituzione, continuava, lasciate dunque che mi avvicini
a quella compagnia di scapati che va non so dove, a papparsi una festa
senza di me. Senza di me! e ci sarebbe una festa a Gerusalemme, senza
Bar Abbas? Tò! tò! anche mio nipote? Orsù! mucchio di botoli, lasciatemi
passare.
Ma essi s'erano attaccati alle sue gambe, alle orecchie ed alla coda del
suo asino.
— Dammi una chicca, barbiere della regina Saba, l'apostrofava una ganza
dalla gialla mitra persiana.
— Va a farti impiccare, confettiera di sterco di vacca alla crema;
rimbeccava Bar Abbas.
— Lascia dunque che ti abbracci, bardassa leccato dai dromedarii
d'Abramo, grugniva una vecchia, civettando e tendendogli le braccia.
— Abbraccia il mio asino sulla sua bocca senza denti, urlava Bar Abbas
percuotendola sulle mani col suo scudiscio.
— Se hai dei ninnoli, vieni da me, ciabattino delle volpi di Sansone,
mormorava una donzella, passando sul suo cammello.
— Del denaro! bellettatrice di giovani balene, replicò Bar Abbas, m'hai
tu preso per un ladro?
— Professore di lingua dell'asina di Balaam, hai tu cenato? gli chiese
dalla sua lettiga una _preziosa_.
— Ceni tu di un mercante di Tiro disossato, o di un prete cotto nel
miele, levatrice delle cagne di Jezabele?
— Pfuah! gridò una voce nella folla, ti sputo in faccia, venditore di
fanciulle.
— In fede mia, se mi fate dei complimenti, non ci sto più, e che il
diavolo vi prenda tutti, replicò Bar Abbas.
Nell'istesso tempo, gettando da parte l'infame astuccio che faceva di
lui un mostruoso phallus, si slanciò fuori della folla, nella direzione
ove eravamo scomparsi, e principiò a correrci dietro.
Quando arrivammo a Berachah, il giorno cadeva. Il cielo era tigrato di
rosse nuvole; un vento lamentoso tormentava i rami degli alberi, e
rendeva l'aria pungente. Degli avvoltoi si slanciavano dai crepacci
delle roccie al rumore dei nostri passi, e la jena squittiva di lontano.
Camminavamo silenziosi e preoccupati: nessuno avrebbe detto che andavamo
a nozze. Il più sereno di tutti era il Rabbì Galileo, che non sapeva
nulla della fidanzata, avendogli detto semplicemente che stavo per
maritarmi e che desideravo averlo fra i miei amici. Il più assorto era
il sagan. I servi che portavano i regali per la sposa ci seguivano.
La porta della casa di Berachah era chiusa. Il silenzio più completo
regnava in quell'abitazione che si sarebbe detta deserta. Thorix ci
aprì, ed i miei servi l'aiutarono a ricoverare sotto la tettoja le
nostre bestie. Quella corte così bene ordinata, quella fontana il cui
getto risuonava nella vasca di marmo, quei vasi di fiori, rigogliosi
come se fossimo stati nel mese di maggio, quei verdi arbusti, tutto
contrastava con la casa silenziosa di cui Febea ci apriva la porta.
Evidentemente non eravamo aspettati. Si era dimenticata la cerimonia che
doveva aver luogo, cerimonia pertanto che fissa un'êra nella vita di una
donna.
— C'è qual cosa di nuovo? domandai a Febea.
— Niente, mi rispose la vecchia Galla; Moab non è ancor ritornato.
Di guisa che, l'avvenimento più considerevole per quella casa, era
l'assenza misteriosa del custode fedele.
— E Ida? chiesi con ansietà.
— Ah! replicò la vecchia, non so. Credo che pianga.
Entrammo nel _tablinum_. E siccome la notte avanzava, Febea vi accese i
lumi. Noah aveva fatto preparare diverse lampade. Questa giovine, bella
e fedele schiava, era la sola che s'interessasse a me, e comprendesse il
mio amore. Il _tablinum_ fu dunque vivamente rischiarato. Thorix l'aveva
profumato con dei vasi di fiori, pei quali egli faceva nelle sue stanze
una temperatura tropicale. Riuniti in quella camera, ravvicinati, la
conversazione si animò un poco più. I miei servi deposero sulle tavole i
regali che avevo portati alla fidanzata. Erano delle pezze di tela di
lino di Egitto, delle stoffe tessute di porpora e d'oro nell'isola di
Cos, dei tappeti di Mesopotamia, delle garze dell'India, delle stoffe di
seta di Tiro e di Babilonia, delle belle tuniche siriache, due
magnifiche insista ornate di porpora, delle stoffe ricamate, bianchi
veli rigati d'oro e violetto, stivaletti di pelle rossa adornati con
oro, una veste galbanata per le feste, delle clamidi turchine ed oro,
alcune _amicola_ di lino sottile come un raggio di sole. Poi dei
giojelli, orecchini, collane, braccialetti, spilli, _fibulae_,
scheggiali. Poi profumi squisiti di tutte le qualità; la _nicerontina_,
quell'odore soporifero inventato dall'eunuco Nicerontas; il nardo di
Persia preparato dalla saga Folia, detto _foliatum_; il balsamo di
Mendes, gli unguenti di Cipro; il nardo Achaemenium, degli olii di
Arabia e di Siria, del malobathrum di Sidone; l'olio arabico pei
capelli, e quello di mirabolano pel corpo, l'opobalsamum di Gerico,
l'amone dell'Assiria, la mirra di Oronte, il timo di Cipro, il cinnamomo
dell'India, le pastiglie diapasmate inventate da Cosmos per profumare e
rinfrescare l'alito nelle ore dell'amore, l'unguento reale della
Partia.... Infine, tutto ciò che l'arte della profumeria di tutti i
climi e di tutti i paesi aveva inventato di più soave e di più
inebbriante.
Tutto ciò fu posto in bell'ordine su canestrine che stavano sul tavolo,
e risplendeva alla luce, deliziando la vista e l'odorato.
Il sagan ed io entrammo in una stanza laterale ove Noah venne a
raggiungerci e dirci che Ida fra qualche istante sarebbe pronta.
Infrattanto i miei servi, Thorix e Febea presentavano sopra bacini dei
frutti canditi, delle bibite agghiacciate, dei vini d'ogni paese,
profumati e puri, dell'idromele, ed una quantità di dolciumi che io
aveva inviati alcune ore prima.
Non ebbi il coraggio di veder Ida da sola. Ebbi paura di qualche
esplosione di dolore, di un nuovo accesso di pentimento. Lasciai ad
aspettarla il sagan, il quale, non avendo io parenti, faceva l'ufficio
di padre o di fratello.
Ida aveva pianto tutto il giorno. Venti volte aveva ordinato a Noah, di
mandarmi a dire che dovessi rinunziare definitivamente a lei. Dieci
volte ella aveva allontanato questa giovine schiava che voleva dar
principio all'opera della pettinatura e dell'abbigliamento. Poi s'era
rassegnata, affranta della persona e nel cuore.
Noah l'aveva consolata, aveva asciugato le di lei lagrime, rinfrescato
le guancie e gli occhi con dell'acqua di rosa; ma la non aveva potuto
far sparire il pallore, nè ottenere di correggerlo con qualche
cosmetico. Finalmente la teletta s'era terminata come Noah aveva voluto,
poichè Ida non aveva consentito a guardarsi una sola volta nello
specchio, a dar un consiglio, ad esprimere un'idea od un desiderio, ad
ajutarla per nulla. Si lasciava fare come se si fosse vestito il
cadavere d'una fanciulla che si conduce alla tomba. Impiegava tutta
l'energia del suo animo a contenere le sue lagrime, ed a mantenersi
nella risoluzione che le si era strappata. Quando fu pronta, Noah la
mise fra le mani di Hannah, il quale doveva introdurla nel _tablinum_, e
le si pose dietro, onde ripeterle incessantemente una parola fantastica,
preparata d'accordo prima, e che voleva significare: coraggio!
attenzione!
In quel momento si udì nell'_atrium_ la voce di Jesu Bar Abbas.
— Come, come? per le corna di Mosè! ci si marita qui senza informarmene!
Ah, ah! l'è proprio squisita questa; si fanno nozze senza di me!
Bar Abbas fece irruzione così nel _tablinum_, e si trovò di faccia a
faccia col Rabbì di Nazareth.
— To', brontolò desso, mio nipote! Oh! grazioso! Ci farai qualche
miracoletto come a Cana, non è vero, mio bel nipote? Non potreste mai
imaginarvi ciò che questo bell'imbusto di galantuomo seppe far credere
ad un branco d'ubbriachi, alla fine d'un pranzo di nozze? Che ei
bevevano del vino, nè più nè meno! mentre si riempivano i loro bicchieri
con dell'acqua arrossata alla barbabietola! Non andar dunque a far
sparire la sposa, almeno, nipote mio! Parola da Cesare! e' sarebbe ben
capace di cangiarla in una nuvola come l'angelo che precedeva gli
Israeliti, o in una bolla di sapone.
Mentre Bar Abbas snocciolava questo discorso, tenendo il Rabbì per la
sua tonaca violetta, questi indietreggiava, lanciandogli a voce bassa la
sua terribile parola: Infame! infame! Alla fine, addossato alla porta,
sempre spinto dall'impudente Bar Abbas, Gesù gridò ad alta voce:
Indietro, infame!
— Capperi! e' sembra che mi riconosca alla fine, sclamò Bar Abbas senza
scomporsi.
Nel medesimo tempo, l'uscio del _tablinum_, a cui era stato dietrospinto
il Rabbì, si aperse a due battenti, e comparvero il sagan ed Ida. Il
Rabbì di Nazareth si voltò, e tutti si posero in cerchio. M'avanzai, e
presi la mano sinistra d'Ida che tremava come una foglia.
Era vestita d'una lunga stola porpora — le vergini sole la portavano
bianca in tale circostanza. — Il suo capo era coperto d'un velo bianco
ed argento. I capelli, rialzati da un nimbo d'oro, ricadevano in ricci
sulle spalle insieme alle bende. Il collo s'intravedeva appena, e la sua
bianchezza sorpassava quella del lino.
Un silenzio profondo seguì questa apparizione, di cui le forme del
corpo, l'elevazione della taglia, la sveltezza, la molle e soave posa,
eccitavano una curiosità ansiosa. Io mi sentiva soffocare. Finalmente,
dopo alcune parole di presentazione dette dal sagan, egli mi fece segno
che io poteva sollevare il velo della fidanzata, avanti di prestare il
nostro reciproco giuramento.
Ahimè! quarant'anni sono scorsi da quel giorno fatale, ed io tremo
ancora scrivendo queste linee.
Senza abbandonare la mano di Ida, sollevai il velo con la mia mano
sinistra. Due gridi scoppiarono nel medesimo tempo nella sala, di cui
l'uno soffocò l'altro.
Un grido di meraviglia, sfuggì da tutte le bocche alla vista di quella
bellezza celeste, di cui l'aria infantile raddolciva lo splendore della
donna. Quella pelle diafana che sembrava imbevuta dei raggi del giorno;
quelle labbra rosse come gli spicchi del melagrano, mezzo aperte per
lasciar intravedere dei denti bianchi come il marmo di Paros, per
lanciar un soffio pari al respiro della viola; quei grandi occhi azzurri
nascosti sotto delle palpebre di latte, sormontati da due archi di
sopracciglia castagne; quel naso diritto, fino, dalle narici rosee, che
tradivano l'emozione; tutto l'insieme, in una parola, di quell'armonia
vivente strappò un'esclamazione di sorpresa e d'ammirazione. Ma nello
stesso tempo un altro grido risuonò al disopra di tutte le voci, quello
del Rabbì di Nazareth, che indietreggiando come spaventato fino al fondo
del _tablinum_, esclamò:
— Come! noi siamo qui in casa della ganza di Pilato! L'amante di Pilato
è la sposa!
Il sagan ed io sapevamo soltanto che Ida era stata l'amante di Cajus
Crispus, il quale consentiva finalmente a riconoscerla come moglie per
ripudiarla. Nessuno sospettava che Ida fosse qualcosa di peggio:
l'amante di Pilato.
S'imagini quindi l'effetto di questo grido del Rabbì, la portata di
questa accusa.
Tutti quegli Ebrei, che per la loro posizione dovevano mostrarsi
zelanti, si trovavano in una casa considerata come impura, e pel
carattere della donna, e per la frequentazione dello straniero. Impuro!
era la folgore sul capo dell'Ebreo!
La parola del Nazareno fu in effetto come il fulmine.
Le mani protese nell'attitudine della maledizione, gli occhi spalancali,
tutta quella gente principiò ad indietreggiare, rinculando, non potendo
staccare lo sguardo da quella magica figura.
Alla voce di Gesù, Ida alzò gli occhi, e riconoscendo il Rabbì, cadde in
ginocchio, fissò il suo sguardo divaricato ed ardente su di lui, gli
tese le braccia, e mormorò:
— Fratello, fratello, abbi pietà di me.
— Terremoto del Sinai! gridò Bar Abbas, non ci mancava altro; ecco mia
nipote! Sono in famiglia alla fine.
La mano d'Ida era caduta dalla mia, ed io mi copriva il viso. L'anatema
era sceso sul mio capo.
Dopo un simile scandalo, l'unione con Ida diveniva impossibile. Gamaliel
e Simeone mi presero per le braccia e mi trascinarono con loro. Io era
istupidito; non mi sentiva più vivere. Noah s'inginocchiò dietro la sua
padrona e la ricevette fra le sue braccia.
Il sagan solo restò come pietrificato, impassibile, assorto in un
turbine di idee. Noah aveva già trasportato fuori Ida, spezzata in due e
svenuta, ed Hannah era ancora al suo posto. In questa sala non ha guari
tutta gremita di gente, non restavano più che il sagan e Bar Abbas posti
alle due estremità. Hannah corse verso Bar Abbas, che se ne stava
egualmente indeciso fra il seguire gli altri o restare per parlare a sua
nipote, lo prese pel braccio e lo scosse.
— Ben m'avvisavo, brontolò Bar Abbas, che quel rabbioso di mio nipote ce
ne avrebbe fatta una delle sue.
— Hai detto «mia nipote?» susurrò Hannah.
— Sì, mia nipote.
— Quella che vendesti a Cajus Crispus?
— Disgraziatamente non ho avuto che una sola nipote da vendere.
— Devo parlarti.
— Parla.
— Vieni questa sera da me. Qui non posso.
Cinque minuti dopo, Thorix chiudeva la porta della corte, e la casa di
Berachah ricadeva nelle lagrime, nella disperazione e nel silenzio.
Chi ha mai detto che il dolore uccide?
Insensato!
E nondimeno la coppa era appena sfiorata.
XXIII.
Bar Abbas andò a cenare dal sagan.
— Poichè questo onorevole funzionario, si disse egli, vuol godere della
mia conversazione, e poichè la sua non mi diverte gran fatto, e' mi deve
un compenso. Mi rassegno ad accettare quello della sua tavola, che non è
gran che. Vi servono degli intingoli allo zafferano! se fossero
all'aglio almeno! E poi dell'aceto che si dà l'aria di vino, o una
bevanda che non vi resta tre minuti nel corpo. Ma, non fa niente, ciò
val sempre meglio che i manicaretti equivoci della vecchia Phlogis, la
quale principia sempre dal posare i suoi denti sul piatto, per timore
d'inghiottirli. Poi si chiacchiera bene quando lo stomaco è
convenientemente soppannato. Si può permettersi di sbadigliare
piacevolmente se la conversazione vi annoja. L'arguzia sbuccia sola se
la cicalata vi garba. Infine, sta sempre bene il premunirsi contro
l'incertezza del domani.
Ordinariamente, Hannah faceva pranzare Bar Abbas con i suoi famigliari.
Quella sera, l'ammise alla propria tavola; soltanto lo si relegò al
posto dei parossiti, che prendevano a volo ciò che restava delle vivande
servite agli altri convitati. Bar Abbas, difatti, brontolò durante tutta
la cena, altercò col servo che gli versava da bere, perchè non gli
riempiva mai interamente la coppa. La cena finita, il sagan gli fece
cenno di seguirlo, e lo condusse in una stanza remota, ove egli si
ritirava quando aveva bisogno di raccogliersi. Bar Abbas, già
malcontento della parte che gli era toccata a tavola, promise a sè
stesso di tener sodo e di giocar forte, poichè Hannah aveva bisogno di
lui, e di rifarsi. Hannah, dal suo canto, sapendo con qual uomo avesse a
fare, non perdette tempo in preliminari. D'altronde sembrava vivamente
eccitato.
— Ida, diss'egli, è proprio quella nipote che vendesti un dì a Cajus
Crispus, o a Pilato?
— La stessa, appuntino, salvo i cangiamenti causati dall'uso e dal
tempo, rispose quel cinico.
— Quanto ti dette Pilato, allorchè gliela consegnasti?
— Anzi tutto, egli la prese, e non fui io che gliela consegnai, perocchè
ciò avrebbe aumentato il prezzo. Ma quel furfante non si fece vedere
nell'affare, perchè ciò altresì avrebbe rincarito il mercato. Fece
comparire un ufficiale di non so qual legione, ciò che mi rese più alla
mano. So che quei ribaldacci non sono mai ricchi, neppur dopo un
saccheggio.
— Insomma?
— Insomma.... Bisogna dirti proprio la verità, eh!
— Senza dubbio, non siamo mica al mercato qui.
— Nè al Tempio. Ebbene, egli mi diede trenta mila sesterzii. Ed ancora,
quel mariuolo di Cneus Crispus, sono sicuro, me ne rubò dieci o quindici
mila.
— Te ne do altrettanti: conducimi qui tua nipote.
— Pubblicamente?
— Imbecille!
— Allora, principe mio, non ci siamo mica ancora.
— In che?
— Nel prezzo, per Dio!
— Sei tu che l'hai fatto.
— A quel tempo, sì: ma adesso la cosa è differente. Prima di tutto tu
non calcoli i miglioramenti: due anni d'educazione e di esperienza che
la tosa ha ricevuto da uno degli eleganti della corte di Tiberio, di cui
un poeta cantava: _tergo foemina, pube vir est_. Ciò si paga. Tu sei un
principe. L'altro era un soldataccio. A quell'epoca, Ida dimorava nella
mia casa, ora sta nella sua, è libera. Può chiudermi la porta sul viso,
se le aggrada.
— Quanto vuoi dunque?
— Ida ora si è sviluppata, ed è più bella che mai. Hai veduto le sue
labbra, eh? Se Dio le vedesse, farebbe piovere baci.
— Quanto dunque?
— Da due anni, questo genere è caro sul mercato. Si è obbligati di farne
venire dalla Campania, dall'Etruria, dalle Gallie; Sparta dà poco; Atene
è esaurita; Tiro spedisce robaccia; Babilonia de' brutti grugni.
— Quanto dunque?
— Poi, se vedesti che piede ha quella piccina; potrebbe ficcarlo nel tuo
naso senza farti starnutare. E che vita! fulmine d'un fulmine!
passerebbe per l'anello del tuo auricolare. Non parlo del suo se....
— Quanto, quanto?
— Oh! quell'effeminato di Giuda è di buon gusto, va! Aveva fiutato un
pezzo da imperatore. Darebbe venticinque anni a Matusalem.
— Quanto, quanto?
— Ma! poichè pranzo spesso da te, voglio andarci alla buona e lavorare a
questo affare per quaranta mila sesterzii.
— Canaglia! tu mi spennacchi, eh!
— Ebbene, prova se puoi averla a meno da un altro. Ah! dimenticavo il
Rabbì che potrebbe ora ficcare il naso negli affari di sua sorella. Ed è
un fiero compare, sai, il Rabbì: te lo giuro! È il solo uomo di cui io
mi abbia paura a Gerusalemme. Poi, ho delle spese di viaggio per recarmi
fino lì in fondo. Devo dare delle mancie alle persone che la contornano;
forse far anco un po' la corte alla sua giovine schiava, ciò che
m'imporrebbe la spesa per lo meno di una tunica nuova.... Non importa, è
graziosa quella schiava.... vi aggiungerò un mantello....
— L'ultima parola, insomma?
— Lo vedi.... Ah! bisogna poi condurla qui, e di nascosto ancora. Quanta
eloquenza mi farà d'uopo per persuaderla; quante bugie dovrò spippolare!
Ciò mi umilia! mancarmi di rispetto così! Devo quindi darle a
credere.... che cosa? che hai sposato sua madre e suo padre forse!
Diavolo! non si vende così facilmente il proprio sangue, quando si ha
della coscienza.
— Sia! quaranta mila sesterzi (10,000 lire). Quando me la conduci?
— Ah! ecco ancora una difficoltà! Non piglio nessun impegno prima di
averla veduta domani. Fortunatamente che so come si prendono le
fortezze: poichè, o sagan, se non sono stato generale, all'esercito, non
è colpa mia. M'è d'uopo comperare l'eloquenza di tutte le mezzane, e di
tutti i poeti di Gerusalemme.
— Basta così. Vattene, e vieni domani a dirmi cosa avrai fatto.
— Non ti lusingare però di giungere senza forse romper per via il tuo
bagattello. Tu vedi che io non ti dimando neppure caparra. Se per altro
vuoi darmi....
— Va via, e vieni domani.
All'indomani, il giorno non era ancora chiaro, che Bar Abbas si acculava
alla porta di sua nipote, attendendo che si aprisse. Egli comprendeva
che era mestieri presentarsi con un convenevole pretesto, e non lo
trovava. Non sapeva più a quale corda il cuore sanguinante di Ida
risuonasse ancora, in nome di chi parlare, e che speranza far brillare.
Egli ci era su a riflettere, allorchè Thorix aprì. Bar Abbas finse di
arrivare in quel momento.
— È alzata la tua padrona? diss'egli.
— Non so se la riceva. Chi sei tu?
— Un messaggero del sagan Hannah, e porto gravi notizie.
— Dalla parte di chi?
— Ohe! saresti tu incaricato di udire ciò che si ha a dire alla tua
padrona? Se la è così, a rivederci.
— Hai tu un nome in vita tua? Chi devo annunziare? Imperciocchè,
all'aria, puoi forse essere un re travestito, ma nulla tradisce il tuo
incognito. Sei tu il re di Persia, od uno schiavo del sagan che vuol
parlare alla mia padrona, o semplicemente un ladro?
— Tocco di birbo! saresti bene in trappola se io mi fossi un re, poichè
ti farei appiccare come un gufo alla soglia della porta. Va, di' alla
tua padrona che un amico del sagan deve parlarle a nome del Rabbì di
Nazareth.
Bar Abbas aveva trovato il suo _eureka_. Con questi due nomi, era sicuro
sfondare la porta, benchè il vecchio Gallo non ne sembrasse per nulla
ammaliato. Fu d'uopo però attendere che Ida, ancora spossata, si
levasse.
Quando Noah vide il grugno del messaggiero, la fece una smorfia che
diede a riflettere a Bar Abbas.
— I miei quaranta mila sesterzii sono in pericolo, con questa volpe
piccina, pensò egli.
Ida lo fece entrare nulla ostante.
Bar Abbas si atteggiò a modi di non dubbia autorità, quasi di parente
che ha diritto di occuparsi della sorte del suo parente minore. Ida
gettò un grido vedendolo e riconoscendolo. Ordinò quindi a Noah di
restare presso di lei.
— Che vieni a far qui? sclamò essa.
— Dopo la scena di ieri, avresti dovuto stupirti piuttosto se io non
fossi venuto, io, il marito vedovo ed inconsolabile della sorella di tua
madre.
— Non invocare quei nomi, gli ordinò Ida. Tu! tu non sei che l'infame
venditore di tua nipote. Vieni forse a vendermi di nuovo?
— Cominci male, figliuola, e non m'incoraggi certo a renderti servigio,
ingiuriandomi.
— Tu non hai che un solo servigio a rendermi, ripetè Ida con disprezzo;
uscire di qui.
— Potrei stabilirmi qui, fino a che tu ci resti, o condurti con me, fino
a che i tuoi fratelli o tua madre ti reclamassero. Ma non voglio
contrariarti. Non è per mia volontà che vengo qui, non è nè per me, nè
per te.
— Per chi dunque? perchè dunque?
— Gli è per tuo fratello il Rabbì.
— Che Dio gli perdoni, mormorò Ida.
— Egli si lascia sempre andare a delle violenze. Ma questa volta, a
quanto pare, corre dei veri pericoli.
— Quali pericoli? Che menzogna vieni a raccontarmi, ora?
— Tu sei bene la degna sorella di quel fratello, va! Sappi dunque che
Gesù attacca ora a Gerusalemme tutti i partiti. Egli carica d'ingiurie i
Farisei; colma di rimproveri i Sadducei; non risparmia nè gli Esseniani,
nè gli Erodiani; pungiglia i ricchi, i preti, gli scribi, i
pubblicani.... non so infine chi mai risparmia. Non parlo di me che egli
perseguita più degli altri, come se avessi messo fuoco al Tempio, o se
gli avessi rubato Dio, suo padre.
— Hai fatto ancora peggio di codesto, osservò Ida con disgusto; hai
accettato il prezzo del sangue di tua nipote.
— Sono malinconie codeste! Ricordati il covo sporco, cupo, e freddo ove
stavamo. Mosè non si sarebbe data la pena di grattare la terra, per
compiere da noi il miracolo dello sprazzo dei pidocchi. Ebbene guardati
intorno, ove sei di presente. È forse tuo padre il carpentiere che ti ha
somministrato quei cuscini di porpora ove riposi, queste sedie d'avorio,
queste tavole di madreperla o di tartaruga, questi vasi d'argento pieni
di fiori, queste ricche tonache che ti rendon sì bella? Non sarebbe
certo stato un marito artigiano — il solo al quale tu potevi ambire, che
ti avrebbe data questa casa, questo giardino, questi servi, questa bella
giovane schiava, che avrebbe diritto di esser regina.... Tu non
comprendi tutto ciò ora; sei giovane, fantastica, contenta. Il giorno in
cui avrai fame, quando coperta di stracci mendicherai un pezzo di pane
per non importa che, da non importa chi, comprenderai l'amore che ebbe
per te tuo zio, che conosce il mondo. Adesso insultami, disprezzami e
sospettami. Il genere umano è cattivo.
— Tu parlavi di mio fratello, disse Ida, finisci.
— Egli dunque ha posto fuoco ai quattro canti di Gerusalemme. Ora, ciò
non si fa senza provocare una terribile reazione. Egli l'ha provocata; e
tutti queglino che furono attaccati, l'attaccano a loro volta. Si sono
indirizzati al sagan, il più generoso, il più virtuoso, e l'uomo più
elevato della Giudea. Hanno accusato Gesù. Il sagan ha conversato con
tuo fratello qui, e si è preso di simpatia per lui. T'ha veduta, fu
testimonio della catastrofe a cui tuo fratello ti sospinse, ed ha avuto
pietà di te. Sa, che l'ultimo appoggio che ti resti omai, è questo
fanatico Rabbì. Vorrebbe stornare dai vostri capi, il fulmine da cui
sono minacciati. Ma non può rivolgersi direttamente al Rabbì, dapprima
perchè questi forse non l'ascolterebbe, poi perchè il sagan non può
urtare la suscettività dei suoi propri partigiani.
— Lasci dunque che la volontà del Signore si compia.
— Gli è precisamente ciò che gli ho detto io, io che preferisco sempre
compiere la mia volontà. Conosco il temperamento della famiglia, e trovo
la sorella calcata a pelo sul fratello. Ma il sagan non ha voluto
credermi. Mi ha anzi maltrattato, dicendomi, che non vi amo, che odio
Gesù. Allora mi son sobbarcato a tentare quest'opera di salvezza di
nipote maschio e femmina, a cui sentomi così poco attagliato. Non ho
voluto però vedere Gesù, che mi manca assolutamente di rispetto. Ho
promesso di vederti, ma ad una condizione....
— Quale, di grazia, affettuosissimo zio?
— Che sia egli stesso, il sagan, che ti dica ciò che ha detto a me;
poichè tu forse crederai a lui, meglio che a me.
— Difatti, io ho di che non crederti senza garanzia, e ancora...
— E ancora, che cosa?
— Ho ancora ad aggiungere, che in questo momento stesso tu menti, e che
questa storia che mi racconti è un nuovo tranello.
— Sei una sciocca figliuola, va, cara nipote. Non t'ho forse detto che
sono indifferentissimo alle disgrazie che cadranno sul capo di tuo
fratello, cui abbomino? Non t'ho detto che puoi andare tu stessa, quando
vorrai, ad informarti dal sagan, il quale è l'uomo il più saggio, il più
probo, il più stimato della Siria? Aggiungo di più: il sagan m'ha
confidato, che fra qualche giorno avrà luogo, in sua casa, una riunione
dei nemici di tuo fratello. Ebbene va a domandargli, se non mi credi, di
assistere, nascosta, a quella riunione. Questa domanda sarebbe, te ne
avverto, un insulto per l'uomo che ti previene a tempo del pericolo del
Rabbì, ond'e' si metta in guardia. Ma puoi dire al sagan, che il suo
messaggio pervenendoti da uno spezzaforche come tuo zio, il quale ti ha
già fatto delle monellate, non vi ti fidi, e che vuoi vedere ed udire da
te stessa. Quell'uomo tanto buono, che non ha rifiutato di andare a
domandare in isposa la ganza di Pilato per un suo amico, sarà tocco
dalle tue ragioni, e ti soddisferà; avvegnacchè, al postutto, e' non
prenda lo scorruccio se tuo fratello rovina nell'abisso cui scava sotto
i piedi dei nemici della nazione.
C'era nel discorso di Bar Abbas un tal misto abbominevole di sentimenti
di odio, d'indifferenza, di franchezza, di probabilità, di evidenza
possibile, di prove, e d'inverosimiglianze, che Ida ne rimase confusa e
perplessa. Non era impossibile che il nobile carattere di suo fratello
avesse colpito il sagan e ch'egli si fosse interessato alla sua sorte.
Il sagan non aveva forse mostrato per lei un affettuoso interesse? Bar
Abbas non parlava in suo nome, poichè confessava di abborrire Gesù.
Perchè Ida non andrebbe ad interrogare il sagan direttamente? Quale
sospetto poteva destare un uomo che era, dopo Pilato, il più grande
della Galilea e della Giudea? Che v'era d'impossibile che il sagan si
astenesse di agire direttamente in favore di Gesù, il quale l'attaccava,
attaccava il suo partito ed il suo genero Caifas? Ida restò quindi
silenziosa. Bar Abbas continuò.
— Ho adempita la mia commissione, contro mia voglia, lo confesso;
perocchè sarei beato che dessero una piccola lezione di convenienza e di
umiltà a tuo fratello. Egli si atteggia nè più nè meno che a figlio di
Dio! La tua povera madre è dunque non so cosa, e tu non gli sei niente;
ciò che ti ha del resto dimostrato ieri sera colla sua stupida
interruzione. Alla fin fine, io non ho nulla a rimproverarmi; poichè
tutte le volte che ho voluto farvi del bene — ammettiamo che io mi sia
ingannato nei modi, ma infine la mia intenzione era buona... — voi mi
avete colmo di calunnie e d'oltraggi. Non voglio più impacciarmene. Alla
mia età, vecchio soldato, la è davvero ridicola di essere sempre
ingiuriato... anche da te, miccina, non ancora sgusciata di chiocciola.
Dunque, riassumo: ecco di che si tratta. Tuo fratello corre un grave
pericolo. Il sagan te ne previene. Va a prenderne conto più minuto da
lui; va a domandargli, se vuoi, di verificare tu stessa la cospirazione
che si ordisce contro il Rabbì; fa quello che vuoi; non stare a
credermi; non dir nulla a tuo fratello, al sagan. Per me mi levo
d'imbarazzo, e me ne vado.
Ida era scossa. In quel punto arrivò Justus, il quale, secondo il suo
solito, cacciava sempre sulle mie peste. Era stato anch'egli colpito
dalla bellezza fulminante di Ida; più degli altri forse, fatalmente per
lui, come vedremo. Veniva ora, come amico mio, a domandare a quella
giovine donna che io aveva dovuto sposare, se avesse d'uopo di un
qualche servigio. Justus fu contrariato della presenza di Bar Abbas in
quel sito; questi, dall'arrivo di Justus che calcolava inopportuno. Ma
con la sua solita prontezza di spirito, volle profittare dell'intrusione
di quell'importuno. Gli si rivolse dunque e gli chiese:
— A proposito, Ida non vuol credere che suo fratello ha offeso tutti i
partiti a Gerusalemme, e solleva contro di sè una reazione viva e
pericolosa.
— È verissimo, Ida, fece Justus, interrogando dello sguardo Bar Abbas,
onde comprendere ciò che significasse la domanda che gli dirigeva. È
verissimo; ieri ancora, il Rabbì ha fatto uno scandalo al Tempio, ove
non ha alcun diritto di levarsi a padrone, ed ha suscitato una gran
collera nel capitano.
Ida non conosceva punto quell'intruso. Principiava a credere a Bar
Abbas; ma l'attestato che egli chiedeva ad uno sconosciuto le fece
l'effetto di una commedia tra compare e ciarlatano. Li sospettò ambedue.
Gli era proprio ciò che voleva Bar Abbas onde deciderla a rivolgersi al
sagan per sapere la verità. In fatti, Ida gli disse:
— Vi ringrazio dell'interesse che prendete per mio fratello. Io sono una
povera donna isolata, e non posso nulla fare per lui. Dio lo proteggerà,
se cammina nella sua strada. Addio.
Così dicendo Ida si alzò ed uscì. Noah indicò la porta a Justus ed a Bar
Abbas che non se lo fecero ripetere due volte. Però, quando furono sulla
strada, Justus si fermò, e guardando fisso negli occhi Bar Abbas gli
chiese:
— Per chi lavori tu?
— E tu? rispose Bar Abbas.
— Io? pel meglio del mio amico Giuda.
— Nobile cuore! sclamò Bar Abbas; ed io per tuo zio Hannah.
Justus tacque, e lasciò Bar Abbas ammirare tranquillamente da solo le
singolarità del paesaggio durante il cammino.
Ida, dal canto suo, appena rientrata nella sua stanza da letto,
raggiunta da Noah, non si fermò a lungo a riflettere. S'avviluppò in
ampia stola che la coprì da capo a piedi, e facendo segno a Noah di
seguirla, uscì. Ma prima di partire, diede ordine a Thorix di riportarmi
i regali che le avevo mandati la vigilia, poi di aspettarla sulla
strada, ai piedi del monte degli Ulivi.
Precediamola.
XXIV.
Il Rabbì di Nazareth era venuto a Gerusalemme in una disposizione di
spirito diametralmente opposta a quella in cui l'avevo lasciato a
Cafarnaum. Il rapido giro ch'egli aveva fatto nelle Provincie non ebree,
gli aveva aperto gli occhi su quell'orrore pei Romani, di cui io credeva
animato il popolo Israelita. La sua missione perdeva dunque la base
politica, sulla quale egli non avrebbe sdegnato di appoggiarla.
Egli riconosceva bene l'esistenza del sentimento ebreo che sospirava un
liberatore, un messia, il quale lo francasse dallo straniero. Ma egli
aveva riconosciuto altresì che questo sentimento non era abbastanza
intenso da farsene una leva di sovversione politica, e di elevazione
personale. Occorreva dunque rinunziare a quel mezzo di attrarre il
popolo dietro a sè. Egli attribuiva la tiepidezza della plebe alla
soddisfazione dei Sadducei, alla interessata rassegnazione dei Farisei.
In realtà, per gli uni, il dominio romano era la pace; per gli altri,
una tregua, durante la quale lavorerebbero a scalzare la supremazia dei
loro rivali. Il Rabbì detestava gli uni e gli altri come traditori verso
Dio, di cui egli si era proclamato figlio, e traditori verso il popolo
di cui egli si faceva sgabello. La sua grande parola pronunciata, la sua
missione dichiarata, esposte le sue dottrine, i suoi discepoli inquieti,
ma all'erta, — che poteva ormai fare il Rabbì? Il cielo stesso della sua
provincia rotolava tuoni contro di lui. Di tutte le mie insinuazioni,
non aveva ascoltato che il consiglio, appoggiato dall'evidenza
quotidiana, di cangiare il teatro delle sue prediche, e di venire a
spiegare la sua attività a Gerusalemme. Colpito il capo, il corpo
cadrebbe da sè. Era dunque arrivato a Bethania, la vigilia del Purim,
con un piano stabilito di condotta: confondere i suoi nemici, trionfare
o soccombere.
Il Rabbì non mi disse verbo pertanto nè del suo cangiamento interno, nè
delle sue disposizioni aggressive. Non lo seppi che troppo tardi, ahimè!
quando un seguito d'imprudenze aveva reso il male irreparabile, ed il
rimedio impossibile. Poi, altre complicazioni vennero a precipitare la
catastrofe.
Così, dall'indomani del suo arrivo, il giorno stesso del Purim, mentre
Gerusalemme guazzava nelle orgie dei suoi saturnali, il Rabbì di Galilea
principiava la sua gran battaglia sotto il portico di Salomone nel
Tempio. Quando arrivai per vederlo ed invitarlo alle mie nozze, lo
trovai circondato da popolo, da leviti, da scribi, sofisticando con un
astuto rabbino che gli aveva chiesto:
— Cosa devo fare per avere una particella nell'eredità della vita
eterna?
— Ciò che è scritto nella legge, rispose Gesù; l'hai tu letta?
— È il mio mestiere.
— E cosa vi hai letto?
— Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il
tuo spirito, ed il tuo prossimo come te stesso.
— Ebbene, replicò il Rabbì, fa tutto ciò e vivrai.
— Facile a dire, e ad ordinare, riprese il rabbino; ma in pratica la
cosa s'imbroglia. Chi è il mio prossimo?
— Ascolta, rispose il Rabbì. Un certo uomo, scendendo da Gerusalemme a
Gerico, cadde in mezzo a dei ladri, che lo spogliarono di tutti i suoi
vestiti, lo ferirono, e partendo, lo lasciarono mezzo morto.
— Ciò avviene sovente, interruppe il rabbino. La colpa è dei nostri
padroni, che ci mettono delle taglie pesanti per difenderci, e ci
lasciano in balia degli assassini.
— Ciò non mi riguarda, riprese il Rabbì. Ora avvenne che un prete per
caso passasse per quella strada.
— Tanto meglio pel ferito, sclamò il rabbino.
— Credi? ebbene, t'inganni. Il prete guardò, vide l'uomo moribondo, e si
tirò dall'altra parte della strada.
— Ebbe paura, osservò il rabbino.
— Sia, continuò il Rabbì, ma un levita passò pure per di là alcuni
minuti dopo. Si fermò, guardò alla sua volta, si assicurò dello stato
del ferito come aveva fatto il prete, poi alzò le spalle e proseguì la
sua strada.
— Temette l'istessa sorte, disse il rabbino, o forse anco, d'esser preso
per l'assassino.
— Forse fu così. Ma un altro non ebbe le stesse paure, e non si spaventò
d'esser confuso con dei ladri. Sai tu, ora, chi era quest'altro?
— Uno scriba, un uomo della legge senza dubbio, esclamò il rabbino.
— T'inganni: un Samaritano, — uno di quegli uomini che voi disprezzate,
considerandoli come impuri, e sui quali invocate tutti i malanni e tutte
le maledizioni. Sì, un buon Samaritano viaggiava anch'egli da quella
parte. Quando arrivò presso il ferito, e lo vide in quello stato, e'
scese dal suo asino. Poi, tocco da compassione, s'avvicinò, fasciò le
ferite del moribondo, vi versò dell'olio e del vino, lo accomodò sulla
sua cavalcatura, lo condusse in un albergo vicino e gli prodigò le sue
cure. All'indomani e' partì; ma prima, prese due monete, e dandole
all'oste gli disse: Abbi cura di questo disgraziato, e quanto spenderai
di più, te lo pagherò, ripassando per qui.
— Un Samaritano! esclamò il rabbino.
— Sì, affermò Gesù, un Samaritano. Io ti chiedo adesso, a te uomo della
legge, quale dei tre viaggiatori fu il _prossimo_ della vittima dei
ladri.
— Hum, brontolò il rabbino, quello che ne ebbe compassione.
— Allora, osservò il Rabbì, va e fa altrettanto[6].
[6] S. LUCA, Cap. X.
— Come il Samaritano, non come i ladri, gridò una voce fra gli
spettatori. Manasse sarebbe capace d'ingannarsi.
Questo ripicco non diminuì punto l'impressione fatta da questa bella
parabola, che offendeva mortalmente i signori del tempio.
Abbassare il prete ed il levita al disotto di quello scomunicato, di
quel disprezzato Samaritano cui gli Ebrei detestavano peggio dei pagani,
al punto di dire che il pane dei Samaritani era come la carne del
maiale; glorificare quel lebbroso dell'anima a spese dei ministri di
Dio, parve il colmo dell'audacia, dell'impertinenza e dell'insulto: una
bestemmia, una violazione della legge. Ma Gesù non si fermò a mezza via;
e poichè aveva un così bell'uditorio intorno a sè, sguainò tutta la sua
collera contro i Farisei, chiamandoli: razza di vipere, ipocriti,
sepolcri imbiancati, mentitori, impuri dell'anima, intelligenze limitate
e false, vasi d'immondizia. Un sordo mormorio circolava nella folla,
taluni applaudendo, altri corrucciandosi. Allora il Rabbì vide un
mendicante cieco che entrava per la porta. Corse a quell'uomo e lo prese
per le mani.
— Maestro, dissero allora i suoi discepoli, chi è che ha peccato,
quest'uomo o i suoi parenti, perchè egli sia cieco?
— Nè lui, nè gli altri, rispose il Rabbì. Quest'uomo è in quello stato,
perchè io possa manifestare il mio potere.
Allora egli sputò per terra e compose una specie di pasta, mescolando la
sua saliva alla polvere. Lo vidi in seguito spalancare le palpebre del
cieco, con una punta brillante d'acciajo, toccare l'occhio infermo, e
cavarne come una pietruzza. L'uomo gettò un grido di dolore, che si
cangiò in gioia, poichè esclamò:
— Dio mio, vedo la luce.
Il Rabbì toccò nell'istessa maniera l'altro occhio e ne fece pure
spiccare una piccola rena. Il mendicante gittò un secondo grido:
— Dio mio; vedo le cose e gli uomini.
Il Rabbì applicò allora la sua belletta sopra i due occhi, impedendo
loro di vedere, e disse al cieco:
— Va. Fra tre giorni o quattro, lavati alle sorgenti di Siloam e credi
nell'inviato di Dio[7].
[7] SAN MARCO, Cap. VIII, S. GIO., Cap. IX.
Questa guarigione era stata operata dal Rabbì in modo così pronto, abile
e rapido, che i suoi discepoli gridarono al miracolo! ed egualmente la
plebe. Ma i farisei, gli Scribi, e le altre persone istrutte se ne
spassarono come di una gherminella da cerretano.
I più coscienziosi fra loro lo chiamarono pazzo e demonio, e
principiarono ad interrogare il mendicante cui sospettavano forte di
essere un discepolo addestrato od un compare d'accordo.
Io vidi che la tempesta ingrossava, ed avvicinandomi al Rabbì lo
condussi meco.
L'ora della nostra partenza per Berachah s'appressava.
Dopo aver lanciato la terribile apostrofe che abbattè e schiacciò sua
sorella, Gesù scappò via da Berachah come da una fornace che l'avesse
bruciato.
Passioni e pensieri d'ogni fatta lo turbavano. Gli avvenimenti lo
mettevano da ogni parte alla prova; alle angoscie della vita pubblica si
aggiungevano gli spasimi del cuore. Quando arrivò a Bethania, la notte
era molto avanzata, il freddo intenso, il cielo puro e profondo. Sedette
sopra un banco di pietra nella corte e s'immerse nell'abisso dei suoi
pensieri. Tutti dormivano sotto quel tetto tranquillo, anche le due
sorelle affettuose che vegliavano alla sorte del Rabbì con tale
inquietudine di amore che cangiava in grazia la loro bruttezza. Il Rabbì
non risvegliò nessuno, s'avvolse nel suo mantello, e spiò il giorno.
Appena spuntò l'alba e' si rimise in via per Gerusalemme, pel Tempio.
Ormai ogni esitazione era cessata: il destino lo travolgeva nei suoi
fiotti. Adescato dal successo del giorno precedente, più focoso e più
incocciato all'opera che mai, entrò di buon'ora nel Tempio, e s'installò
sotto il portico di Salomone.
Appena fu visto, gli oziosi che venivano in quel sito per veder gente e
spigolar novelle, i devoti che ci venivano pel sacrifizio, le persone
del culto, lo circondarono. Nessuno ignorava come l'insegnamento del
Rabbì fosse originale, piccante, ed elevato. Quel giorno, il domani
della mia catastrofe, il Rabbì si lasciò andare al suo umore mistico,
cioè a quella parte della sua dottrina che urtava di più, a causa della
sua oscurità, la quale le dava l'impronta dell'assurdo. In fatti il
Rabbì assicurò ch'egli era la _porta del pecorile_, che egli era la
_buona gregge_, il _buon pastore_, che egli entrava solo da padrone in
quel sito, mentre gli altri vi si insinuavano come ladri per _uccidere_
e _distruggere_. Affermò che «suo Padre lo conosceva, e ch'egli
conosceva suo Padre, ed era pronto a dare la vita pel suo gregge,
ragione per cui suo Padre l'amava; che egli aveva il potere di dare e di
riprendere la sua vita; che egli si era attribuita questa missione ma
che suo Padre altresì gliela aveva imposta....» ed altre cose simili.
— È egli pazzo, od è osesso? chiedeva la folla. Ma altri che si
annojavano di quel garbuglio di parole, misero la questione in termini
chiari, dimandandogli:
— Per quanto tempo ancora ci lascerai brancolare nel dubbio? Se sei il
Cristo, dichiaralo senza ambagi.
— Ve l'ho già detto, rispose il Rabbì con voce ferma, e non senza
collera; ve l'ho detto e voi non avete voluto credermi. Le opere
pertanto che fo io in nome di mio Padre non sono esse sufficienti per
attestarvi il mio potere? Ma voi non credete, perchè voi non siete del
mio ovile, a cui solo do la vita eterna, perchè mi è stato affidato da
mio Padre, e mio Padre ed io non facciamo che uno[8].
[8] S. GIO., cap. X.
Un grido d'orrore scoppiò in mezzo alla folla. Alcuni vollero lapidarlo,
altri l'accusarono di bestemmia. I Farisei, ingiuriati, fuggirono, verso
il Lishcathha Gazith (camera selciata) ove il sanhedrin sedeva fino dal
mattino, precisamente per giudicare il Rabbì.
Il Rabbì di Nazareth aveva dichiarato la guerra al dogma ebreo ed a
tutti i partiti della Giudea, senza formulare ancora la sua dottrina, o
ravvolgendola in una fraseologia che offendeva il gusto e non
rischiarava le intelligenze. I Sadducei, i quali, se non potevano
migliorare la loro situazione politica, preferivano conservare la pace
al conservare le dottrine giudaiche, s'erano mostrati più tolleranti
dinanzi gli attacchi del Rabbì. Gli Esseniani, che vedevano nel suo
insegnamento un primo passo verso la effettuazione delle loro idee, si
rassegnavano alle ferite che il Rabbì portava loro. Ma i Farisei non
sapevano restar impassibili sotto quella doccia incessante di motteggi,
di rimproveri, di censure, di villanie, di cui si sentivano sempre più
caricati. Avrebbero accettato di transigere con lui, se il Rabbì avesse
consentito a piantarsi a dirittura come un principe della loro casa
reale maccabea, sostegno della polizia separatista, ammiratore della
legge rivelata, ristauratore del regolamento indipendente, e
dell'indipendenza; in una parola: re degli Ebrei. Il Rabbì me l'aveva
fatto sperare. Io aveva portato a Gerusalemme tale speranza. Adesso,
egli mi scattava fra le mani, insistendo, con una pertinacia piena di
collera, sopra la necessità d'adottare una nuova legge, un nuovo
comandamento, una nuova forma di preghiere, una nuova vita religiosa.
Egli profanava il sabato. Faceva buon mercato di ciò che i Farisei
credevano impuro. Aboliva i loro riti, ed attaccava la loro rettitudine.
Il giorno prima aveva tocco il colmo delle sue invettive. I Farisei
avevano portato contro di lui, dinanzi al sanhedrin, l'accusa di cui Bar
Abbas aveva inteso parlare alla tavola del sagan, e che aveva raccontata
ad Ida.
Il sanhedrin si era radunato alla mattina nella sua sala di discussione,
detta Lishcath-ha-Gazith, sul grande bastione della parte occidentale,
rimpetto Sion, presso l'entrata principale del Tempio, che dava sulla
corte degli Israeliti e su quella dei pagani, per permettere l'entrata
agli Ebrei ed ai Greci.
Il sanhedrin si componeva di settanta a settantadue membri, scelti a
suffragio, fra gli Ebrei più considerevoli, più ricchi e più vecchi, non
solo di Gerusalemme, ma anche dell'Egitto, della Grecia e di Babilonia.
Prima di Erode, questo consiglio aveva un potere regio, temporale e
spirituale, essendo nell'istesso tempo corte d'appello e corte
giurisdizionale, civile e criminale, potendo nominare e deporre i re,
nominare i consigli provinciali, decidere delle questioni di pace e di
guerra, giudicare le tribù, il gran sacerdote, i falsi profeti, metter
in movimento gli eserciti. In breve, questo consiglio aveva diritto
assoluto sulle fortune, la vita, la morte, la coscienza dei cittadini,
eleggeva i suoi membri, pubblicava sentenze di morte, interpretava la
legge ed i libri sacri: Dio ed il sanhedrin non facevano che una cosa
sola[9]. Erode condannò a morte tutti i membri di questo corpo — due
eccettuati, Hillel e Shammai — e diminuì di molto i poteri del sanhedrin
cui riunì intorno a questi due illustri membri. Pilato diminuì ancora i
poteri che Erode aveva loro lasciati; ma ciò nondimeno, quelli che loro
restavano erano ancora considerevoli. Il governo romano però, si
riserbava la legalizzazione dei decreti del sanhedrin avanti la loro
esecuzione, eccettuati quelli che riguardavano l'educazione, la
liturgia, la fede ed il culto. Dopo gli errori di Gratus, Pilato aveva
compreso che questo corpo poteva essere un eccellente alleato, o un
nemico terribile.
[9] Un sanhedrin che pronunciava la pena di morte una volta in
sette anni meritava di passare per sanguinario. Rabbì Eliezer
aggiunge: «Egli meriterebbe questa qualificazione condannando una
volta in 70 anni.» Rabbì Tarfon e Rabbì Akiba dicono: «Se noi
fossimo stati membri del Senato non avremmo giammai condannato a
morte nessuno.» Ma Simon figlio di Gamaliel, rispose: «Non sarebbe
ciò un abuso, e non avreste voi temuto di moltiplicare i delitti
in Israello?» MISCHNÀ, _Trattato delle pene_, cap. I.
Il sanhedrin era scelto fra i preti, i leviti e la classe laica degli
Ebrei. L'elemento sacerdotale vi dominava. Il gran sacerdote lo
presiedeva, o in sua vece, il rettore del gran Collegio, assistito da
due segretarii.
Un atto d'accusa contro il Rabbì di Nazareth essendo stato portato il
giorno prima, Caifas aveva radunato il sanhedrin, che sedeva in
semicerchio intorno a lui. Dopo che l'atto fu letto, siccome occorreva
l'unanimità dei membri presenti del consiglio per pronunziare la
colpabilità e poi la pena, Caifas domandò se c'era nessuno che volesse
presentare delle osservazioni. Nicodemus, un sacerdote della famiglia di
Hillel, si alzò e disse:
— Padri della camera del giudizio, la nostra legge ci comanda di non
condannare alcuno prima di averlo udito. Ora, ci vien fatta un'accusa
contro questo Rabbì, ma le prove mancano. Possiamo noi procedere sopra
questo quaderno d'imputazioni soltanto? Possiamo inviare dinanzi al
giudice romano una sentenza senza base?
Gli altri membri del sanhedrin, preparati a lanciare un mandato
d'arresto contro il Rabbì, tennero conto di questa osservazione, e
l'assemblea era per isciogliersi, quando un gran numero di Scribi,
leviti, e Farisei irruppero nella sala del consiglio gridando: allo
scandalo, alla bestemmia! Raccontarono allora aver udito il Rabbì
proclamarsi figlio di Dio, e che egli era lì ancora, sotto il portico di
Salomone, per ripeterlo a chi volesse interrogarlo. Questa volta le
testimonianze erano concludenti, irrefragabili. Il mandato di arrestare
il Rabbì fu spedito all'istante. Gli ufficiali del Tempio ricevettero
l'ordine di eseguirlo.
Gesù predicava ancora ed insisteva, colla sua ordinaria tenacità, sopra
la sua asserzione.
— Voi dite che io bestemmio perchè ho annunziato che io sono il figlio
di Dio? Se io non fo le opere di mio Padre, non mi credete. Ma se le fo,
se non volete credere in me, credete in esse; giacchè allora voi potrete
conoscere e convincervi che mio Padre è in me, ed io sono in lui[10].
[10] S. GIO., cap, X.
A queste parole gli ufficiali del Tempio si avanzarono per impadronirsi
di lui; ma nel medesimo momento, Gneus Priscus entrò sotto il portico, e
rivolgendosi a Gesù, gli domandò:
— Non sei tu il Rabbì di Nazareth?
— Sì, son io.
— Vieni con me allora; Claudia, la moglie del procuratore, t'invita alla
sua presenza.
Gli ufficiali del Tempio si ritirarono, accompagnati da uno sguardo
ironico del Rabbì, mentre Gneus Priscus lo afferrava senza troppe
cerimonie pel braccio, e lo conduceva seco.
Era l'ora quinta.
Claudia s'era risvegliata all'ora quarta (dieci ore del mattino), il
viso simile ad una maschera di creta, a causa della mollica di pane
bagnata nel latte d'asina che vi applicava durante la notte onde
conservarsi fresca e bianca la pelle, e che disseccava e si screpolava
la notte. Battè ad un timballetto d'oro posto sul tavolo dinanzi il suo
letto, e Nomas, che stava alla porta, coll'orecchia tesa, si presentò.
Claudia ordinò che venissero ad alzarla; e Nomas avendo aperto le
finestre, cinque o sei schiave si precipitarono nella stanza, per
aiutare la loro padrona a scendere dal letto ed a venire nel vicino
gabinetto, ove andava a principiare la grand'opera della teletta[11].
[11] Vedi BÖTTIGER, _La teletta di una dama romana_.
Il gabinetto ove Claudia entrava era quello stesso ch'Erode aveva fatto
costruire per la regina Mariamne. Era un ottagono abbastanza grande per
contenere quell'esercito di giovani e belle schiave, nude fino alla
cintura, che dovevano compiere i sapienti misteri della trasformazione,
della creazione qualche volta, del culto della bellezza. Dai muri di
questo gabinetto pendevano delle stoffe di seta color di giacinto
rilevate di porpora [12] e ricamate in oro e in perso. Due intermedii di
finestre erano coverti di specchi dal su in giù. Il soffitto, di cedro
d'Africa scolpito, sembrava un pergolato dalle foglie d'oro, e dai
grappoli d'argento e di pietre preziose. Un magnifico tappeto di Smirne
ricopriva il mosaico del suolo in lazulite, agate e smeraldi, poichè la
stagione era fredda, benchè il sole entrasse a iosa dalle due finestre
aperte sui giardini. Alcuni dipinti poco modesti ornavano gli assiti
delle finestre, ed alcuni quadri, anche questi poco decenti, pendevano
dalle pareti; finalmente alcuni seggi coperti di cuscini ricamati.
[12] Parietes tyriis et hyacintinis et illis regiis velis quæ vos
operose resoluta transfiguratis, pro pictura abutuntur. TERTULL.,
_de Hab. mul._, cap. V.
La schiava che attendeva alla porta chiese a Claudia, chi doveva lasciar
entrare durante la teletta.
— Il Rabbì di Nazareth soltanto, rispose Claudia, se si presenta. L'ho
fatto domandare fin da ieri sera.
L'opera delle schiave addimandate _cosmetes_ non durava a lungo con
Claudia, la quale non metteva che di rado un po' di rosso sulle labbra.
Chi legge ricorderà la funzione ch'ella esercitava a Capri presso di
Tiberio. Un poeta aveva cantato di lei, sotto il nome di Tais: _Tam
casta est rogo Thais? Immo fellat_: Perchè mai Tais è così casta? perchè
la sua bocca non lo è punto.
Del resto, nè capelli posticci, tagliati ad una fanciulla d'oltre Reno,
ed intrecciati da un'artista del Velabro: nè capelli tinti in biondo,
dopo essere stati lavati alla calce, colla pomata del Gallo del circo
Massimo; e neppure denti falsi, nè false sopracciglia.
Cinzia portò una coppa d'oro colma di latte d'asina munto in quel
momento, ed umettò con esso la crosta di mollica di pane della notte in
maniera da farla cadere. Poi Cinzia lavò la pelle prima con dell'acqua
tepida, poi con della fredda, in cui durante la notte era restato in
fusione del nardo d'Etiopia. Cloe si presentò con una conchiglia d'oro,
e dopo aver respirato sopra uno specchio, per mostrare alla sua padrona
che il suo alito era puro, e convenientemente profumato dalle pastiglie
di Cosmos, umettò con della saliva un pizzico di rosso molto allungato
cui distese leggermente sulle labbra di lei. Delia aveva già lavati i
denti di Claudia, con una dolce spugna di Bretagna.
Licenziata la coorte delle _cosmetes_, vennero le acconciatrici dei
capelli.
Claudia aveva una ricchezza imbarazzante di capelli neri, soffici,
lunghi fino alle ginocchia. Questa parte della teletta era la più
molesta; e le accadeva sovente, per impazienza, di mordere, di pungere
colla sua spilla, di pizzicare i seni delle sue schiave. Neera teneva lo
specchio mobile cui presentava alla sua padrona in tutte le posizioni.
Questo specchio non era altro che una piastra d'argento levigata,
contornata d'un rilievo d'oro riccamente cesellato ed ornato di perle.
Fiale sfece la pettinatura notturna, e diede dell'aria a quelle
splendide treccie. Ostilia le profumò di pomate preziose. Nape rotolò
con un ferro caldo i piccoli ricci delle tempie e della fronte.
Cypassis, una bella negra, intrecciò, annodò ed avvolse in forma di
torre le treccie di dietro. Galla le traversò di quel terribile spillone
di cui Claudia faceva un uso così omicida nella sua ira.
La fioraia egiziana Nemesis entrò di poi, seguita da due fanciulli
etiopi con due corbelli ripieni di fiori, e di rami colti nello stufe.
Claudia scelse un ramo di verbena ed alcuni narcisi, cui Phlogis le
piantò nelle treccie. Claudia, l'ho già detto, non portava mai gioielli.
Acconciata la testa, toccò la volta alle mani.
Fabulla le lavò con del latte tepido. Lilla le sciacquò all'acqua di
rose. Vetustilla le asciugò con una pasta di mandorle profumata, poi con
un lino d'Egitto fino come una tela di ragno. Sabina, che aveva tolto il
famoso anello di Tiberio, lo rimise all'annulare. Polla tagliò le
unghie, e le lucidò con un cosmetico oleoso e profumato. In quel
momento, mentre Chione, Clio, Calamide ed Eunoe si occupavano dei piedi
di Claudia, d'una bianchezza abbagliante, — quei piedi che davano il
batticuore alla gioventù d'Alcinous di Roma, quando ella passava per la
Via Sacra, — mentre Glicera le calzava degli stivaletti rossi dai
talloni dorati, e che Marcella li annodava con dei cordoni di seta ed
oro a quelle caviglie ed a quelle gambe tanto cantate dai poeti, due
adolescenti Galli, dai capelli castagni arricciati, e dalla schiappa
corta e bianca, portarono lo asciolvere di Claudia.
Uno d'essi teneva sopra un bacino una coppa di murrina che aveva il
valore d'una provincia, l'altro un vassoio d'oro con dei frutti. Nella
coppa fumava quel brodo squisito di succo di selvaggiume, allungato con
della crema, del mele e alcune goccie di vecchio Pollio di Siracusa,
inventato da Eumolpe, cuoco, o meglio medico di Claudia. Cleopatra le
presentò un pezzo di porpora per asciugarsi le mani, ma Claudia preferì
tuffarle nei capelli dei due giovani schiavi.
In quell'istante, venne la volta delle ornatrici. Ma nell'istesso tempo
Drusilla, la schiava della porta, annunziò Filottete, Curculio, ed il
Rabbì di Nazareth.
Claudia rinviò Curculio, lo schiavo che ogni mattina le raccontava gli
avvenimenti della città, ed ordinò di lasciar passare il Rabbì e
Filottete.
Questi era il filosofo di Claudia, il cui mestiere consisteva nel
recitarle dei versi greci e latini — i più liberi erano i meglio
accolti. Filottete doveva altresì pigliar cura delle piccole cagne,
insegnare a chiacchierare ai papagalli, ritrovare delle nuove pomate,
lavare i cagnolini quando avevano caldo, pettinarli ed uccidere i loro
insetti. Questo filosofo era calvo. Aveva una barba che gli scendeva
fino alla cintura, un mantello spelato e sordido, una tunica di lana
rozza che non gli copriva neppure le gambe nude e vellute, e dei sandali
grossolani. Era ghiottone a dar dei punti ad una _preziosa_; e siccome
Claudia nutriva le sue cagne in puerperio di fegati d'oca e di cialdelle
di sesamo, il filosofo le faceva partorire sovente, troppo sovente, le
condannava ad una dieta salutare, e ne divorava egli le leccornie.
Filottete veniva a presentare a Claudia la sua favorita Febea, la
cagnetta maltese che abbaiava a Pilato più delle altre, e che aveva dato
alla luce sei piccoli cui egli recava in un lembo del suo mantello.
Claudia accarezzò la cagna, e la rimandò col suo aio. Poi, volgendosi
verso Gesù, gli chiese in greco:
— Rabbì, che lingua devo parlarti? io non so l'ebraico; conosci tu il
greco od il latino?
— Parla il linguaggio che traduce meglio la voce del tuo cuore, rispose
il Rabbì.
Claudia aveva tutto il busto ignudo. La candidezza, la bellezza,
l'eleganza di quel corpo davano i brividi. Tiberio l'aveva temuto, e,
per gelosia d'imperio, era stato contento di allontanare Claudia di cui
temeva l'irresistibile influenza, ch'ella andava prendendo su di lui. Il
Rabbì la guardò come se i suoi occhi fossero stati di cristallo. Marcia,
la direttrice della guardaroba, venne a chiedere a Claudia che tunica
volesse.
— Una tunica a frange azzurre, ordinò Claudia, la damascata.
Mentre Marcia traversava un'infilata di stanze piene di schiave: nella
prima quelle che filavano e tessevano le stoffe; nella seconda le sarte;
nella terza, le ricamatrici; nelle altre le piegatrici, le stiratrici,
quelle che facevano gli ornamenti; mentre Marcia domandava alle schiave
la tunica disegnata, Claudia diceva al Rabbì:
— È molto tempo che ho dato l'ordine di farti venire. Non sei dunque
stato avvertito del mio desiderio? Non ti hanno trovato? Pure, se avessi
chiesto a Roma che mi si conducesse l'istrione Pilade, l'avrebbero
trovato all'istante.
— Sono arrivato a Gerusalemme soltanto avant'ieri sera, rispose Gesù.
Lo sguardo del Rabbì diveniva severo. Egli non sapeva che le dame
romane, anche le più austere, non avevano la castità degli occhi. Esse
si bagnavano nude nelle Terme miste cogli uomini. Claudia nondimeno
osservò il pudore del Nazareno, e come se quello sguardo fisso, acuto
come la lama d'un pugnale, la bruciasse o la pungesse, arrossì, e
sollecitò Paula a metterle la camicia di cotone a maniche corte.
Pyrallis le sostenne il seno, cura inutile, con una cintura.
— Che tempo fa, Rabbì? chiese Claudia per stornarne lo sguardo.
— Quando si vedono i tuoi occhi, o Claudia, rispose il Rabbì con
semplicità, non si cura di sapere se il sole brilla, o se si nasconde.
Claudia sorrise. Ella ignorava che quest'uomo, un momento fa così duro,
così brutale, così amaro contro i Farisei, si trasfigurava da che
scorgeva un fiore, un fanciullo, od una donna. Gesù sprezzava l'uomo.
L'uomo feriva la sua squisita sensibilità, il tatto voluttuoso dei suoi
nervi. Per contro il fiore lo incantava, il fanciullo lo inteneriva, la
donna riempiva la sua anima di ineffabile soavità. Il profeta si
cangiava allora in poeta; la voce si mutava in un canto; l'uomo che
brancolava sulla terra, navigava per i cieli. Il Rabbì colla forza della
sua volontà, aveva infranto la sua ruvida corteccia di Ebreo, e pulendo
la sua anima, le aveva dato uno splendore dolce e squisito.
— Sei tu ammogliato, Rabbì?
— No, rispose Gesù. La donna è troppo elevata per me, perchè io possa
innalzarmi fino a lei.
— Rabbì, riprese Claudia, non allogarla però così alto che la si trovi
relegata nella solitudine.
Marcia arrivò colla tunica e la porse a Polla. Questa prese quel vestito
di lana di Mileto, tessuto di cotone, dalle maniche serrate nell'alto,
aperte dal gomito ai polsi ove un braccialetto od un cordone di seta le
serra, tutta ricamata in azzurro, al collo, al petto e nei lembi.
— Hai mai assistito alla toeletta d'una donna, Rabbì? chiese ridendo
Claudia.
— Sovente?
— Sovente!
— Sì: a quella delle tigri nel deserto. E ti assicuro, bella signora,
che desse non sono meno lente, meno ricercate, meno difficili,
quantunque meno civettuole, che la moglie d'un procuratore della Giudea.
— Hanno esse specchi ed unguenti?
— Altro che! hanno il ruscello e la saliva, e quelle piote terribili
come i vostri spilletti, che sono ad un tempo un oggetto di ornamento ed
un'arma.
In quel punto Drosa presentava la _palla_ o mantello che finiva
l'abbigliamento. Il panneggiamento di questo vestito è la parte più
difficile della teletta d'una donna. L'è tutta una scienza, che esige la
conoscenza dell'architettura, della pittura, del gioco delle ombre e
della luce, che deve arrotondire, armonizzare, rilevare, rivelare tutte
le membra della donna, non nascondere alcun movimento del corpo e
fonderli tutti dolcemente. Claudia prese la _palla_ dalle mani della
schiava, e presentandola al Rabbì, gli disse sorridendo:
— Poichè sei così esperto nella civetteria delle tigri, io, che sono
pure civetta, sarei ben lieta vedere come desse t'hanno insegnato ad
aggiustare questo arnese.
Il Rabbì, con una condiscendenza squisita e delicata, prese il mantello,
lo posò sulla spalla dritta di Claudia, ne fece passare un lembo sotto
il braccio sinistro, lasciando nuda la spalla ed il braccio, e mentre le
due estremità scendevano fino ai garetti, diede per di dietro un tal
giro di pieghe al corpo del mantello, che provocò un grido di sorpresa
di Claudia, la quale si guardava negli specchi. La si sarebbe detta
nuda, talmente il busto, il basso dei reni, le anche erano soavemente
disegnate.
— Affè di Dio! Rabbì, disse Claudia ridendo, mi comprerai una tigre, per
aggiustarmi la stola. Sono divenuta difficile.
E fece segno alle sue schiave, che la lasciarono sola col Rabbì.
Allora la scena cangiò. Nè Claudia, nè Gesù, non erano più gli stessi.
XXV.
Claudia indicò un seggio al Rabbì e principiò a passeggiare per la
stanza d'un passo agitato.
— Sai perchè t'ho fatto chiamare? sclamò ella.
— Quando si domanda del medico, rispose tranquillamente il Rabbì, è
segno che si è ammalati.
— Potresti forse aver ragione. Ma dov'è il mio male?
— Dove tutte le donne han male: al cuore.
— Quando c'è un cuore! Sì, tutte le donne sono prese di là, ora perchè
non le si amano, ora perchè le si amano poco o troppo, talvolta perchè
esse amano. È malattia d'amore la mia? in quale categoria mi poni tu?
— Quando si è bella come sei tu, giovane, ricca, possente come sei tu,
di rado una donna si lagna dell'altrui amore. Che la si ami o no, ognuno
s'affretta a circondarla d'un'atmosfera d'amore alla temperatura ch'ella
desidera. Dunque, Claudia, tu ami.
— Io amo. Che vuoi tu che faccia una donna a ventiquattro anni se non
ama?
— Ami, e sei gelosa.
Claudia s'arrestò, e prendendo le mani del Rabbì gridò:
— Sì, sono gelosa, gelosa da morirne.
Il Rabbì afferrò le mani che Claudia gli presentava e le serrò,
quantunque ella a quel contatto ardente volesse ritirarle. In pari
tempo, il Rabbì inchiodò su di lei le sue larghe, calde, penetranti
pupille, simili a due raggi di fiamma, e Claudia accasciandosi sulla
persona cadde sopra un seggio. Il Rabbì si avvicinò ancora alla sua
fronte e chinandosi su di lei, la guardò con maggiore intensità ancora.
Claudia chiuse gli occhi. Dopo un istante, il Rabbì si allontanò.
Claudia si rialzò. Questa scena non durò che alcuni minuti.
— Che ho io dunque? disse Claudia, allungando le braccia, — sono
affranta, ho creduto di morire.
— L'aria di questa stanza è troppo calda, osservò il Rabbì aprendo la
finestra; la tua emozione ti ha dominata.
— Che ti diceva io or ora?... Ah! M'è stato parlato della tua potenza.
Ti credono un Messia, e tu ti spacci per figlio di Dio.
— Tu non mi credi?
— Figlio di Dio? perchè no. Enea lo era, Alessandro, Cesare lo erano;
non so quanti altri re, conquistatori, e maghi lo sono stati. Siilo tu
pure. L'opera che vuoi compire lo esige. Ti è egli stato detto, che io
vi do' aiuto?
— L'opera alla quale io lavoro, o Claudia, mi è stata ordinata da mio
Padre.
— Io non mi occupo di colui che ordina, ma di colui che deve obbedire.
Tu vieni per rovesciare Roma. In nome di chi vieni tu a tentare
un'impresa nella quale Alessandro e Cesare soccomberebbero? Quali sono
le tue forze? Con chi e con che vuoi tu surrogarle?
— Claudia, ti hanno male informata sul mio conto. Il mio regno non è di
questo mondo. Io non vengo a rovesciar Roma. Io vengo a dare al mondo ed
a Roma stessa ciò che alcuni Romani gli rifiutano: l'eguaglianza dinanzi
Dio[13]. Alessandro, Cesare, Augusto, Tiberio fallirebbero in questa
impresa, perchè vorrebbero imporla, mentre occorre indicarla, e
lasciarla compiersi da sè sola. La mia forza, è la verità; è questo
popolo, di cui si è fatto finora una cosa, e di cui io desidero fare un
uomo. Io pongo Dio al posto di Roma.
[13] «Quale vita sarebbe sufficiente per narrare tutti i benefizii
dell'eguaglianza?... Nell'universo, essa produce l'insieme; nelle
città, la democrazia ben regolata, sì differente dall'oclocrazia
ove la moltitudine ignorante ed appassionata vorrebbe comandare;
nel corpo, è la salute; nelle anime, l'onestà e la virtù.
L'ineguaglianza invece, è la causa prima del male che si fa
quaggiù». FILONE. _Della creazione del principe_, ecc. Il precetto
dell'eguaglianza non era quindi stato evocato e predicato da Gesù
pel primo.
— Se questo è tutto ciò che tu proponi, puoi ritornartene in Galilea:
Pilato non ha d'uopo di chiamare nuove legioni. Rabbì, sai che sei qui
con una complice?
— Io non conosco complici; conosco dei messaggieri della mia parola, dei
credenti nella mia missione.
— Rabbì, tu parli già da padrone. Ciò non basta. Che hai tu fatto, che
puoi tu fare? M'è stato detto che hai guarito degli ammalati, e dato del
pane a degli affamati. Rabbì, per sollevare il popolo ebreo come una
marea spaventevole, e sommergere questo pugno di Romani che lo
schiacciano, Esculapio stesso sarebbe impossente. Occorre un Gracco, un
Cesare, un Mario, un Silla, od un Dio: perfino un Catilina.
— Donna, non affrettarti a giudicare l'operaio prima di veder l'opera.
Tu non hai la fede.
— La fede si prova, Rabbì: giacchè io non conosco nulla di così
incredulo, che la credulità. Manifesta il tuo potere, ed allora....
— Allora il figlio di Dio sarà disceso al livello di Simone, il mago di
Sichem. Gli è per domandarmi dei miracoli, come la plebe, che m'hai
chiamato?
— Non hai detto tu stesso che io era ammalata? Ebbene, tutte le azioni
della mia vita non tendono che ad uno scopo. Se io ti domando dei
miracoli, è che non ti considero come un mio schiavo, il filosofo
Filottete.
— Claudia, tu hai d'uopo di una spiegazione e non d'un miracolo. Tu
nascondi un segreto nel fondo della tua anima. Tu ami tuo marito, ma lo
disprezzi; e ti fai violenza e ti torturi per non farti indovinare. Tu
credi che Pilato t'abbia sposata per ambizione, e non per amore. Non
puoi comprendere che egli abbia potuto amarti, conoscendo le tue
costumanze alla corte di Tiberio, ma non sapendo che tu ti disonoravi
per ottenere la libertà di tua madre.
— Rabbì, Rabbì, gridò Claudia, chi ti ha detto tutto ciò?
— Tu stessa.
— Mai, mai io non te n'ho confidato una parola.
— La parola non apprende nulla a coloro che leggono nel cuore.
— Se tu hai questo potere spaventevole, Rabbì, sei più di Dio.
— Mio Padre, che mi ha inviato, m'illumina. Tu sei dunque gelosa.
— Allora dimmelo, mio marito mi ama egli?
— Hai tu un amante, Claudia?
— No.
— Se tu avessi un amante, ameresti tuo marito?
— Certo che no.
— Ebbene...
— Ebbene?
— Pilato ha una ganza.
— Tu menti, gridò Claudia, balzando come una tigre sul Rabbì,
scuotendolo pel braccio.
— Sai tu chi è la sua amante, Claudia?
— Lo saprò, e la ucciderò.
— Io te la denunzio: è mia sorella.
— Che!
— Pilato l'ha comperata da un miserabile parente la fece portar via, e
la nascose agli occhi del mondo. Ella lo ha amato.
— Ah! Disgrazia su loro. È essa bella?
— Non so. Ma non vi sono donne belle, ove sei tu.
— Allora ella si è servita d'un filtro. Conosci tu i filtri, Rabbì?
— Ne conosco uno che è irresistibile: il candore.
— Rabbì, disse Claudia con ansietà, tu leggi nella mia anima; tu mi
denunzii Pilato; mi denunzii tua sorella: chi sei tu? che cosa vuoi tu?
— Io sono l'inviato di mio Padre, quello che porta la luce. Voglio
insegnarti a perdonare. Poichè, se tuo marito ti amasse, cosa farebbe?
perdonerebbe le tue colpe. Ove eri tu? che facevi tu, quando tuo marito
trovava il suo letto vedovo, e sognava di sua moglie riposante in un
talamo adultero?
— È vero.
— Ebbene, ecco ciò che io vengo ad insegnare al mondo. Roma ti dice:
Uccidi tuo marito, uccidi la sua amante: io dico: Perdona, come desideri
di essere perdonata.
— Io non perdonerò mai.
— Ah! tu mi chiedevi qual'è la forza che sommergerà Roma? Eccola: il
rifiuto del perdono. I popoli la misureranno come ella li ha misurati.
— Che importa a me di Roma? Non vieni tu dunque per dire a questo popolo
vile: insorgi e schiaccia questi insolenti stranieri che ti schiacciano?
Non te li do io forse in mano? Rinunzi tu già al mandato accettato di
chiamare alle armi gli ebrei? Io non vedo che una cosa io, e non voglio
che una cosa: quella donna. L'uomo, lo tengo.
— Io non rinunzio a nulla, rispose il Rabbì; attendo la mia ora.
— Rabbì, ov'è tua sorella? Voglio vederla.
— Claudia, io non ti ho svelato un delitto: ti ho indicato una sventura.
Soffoca la tua sete di sangue. Se uccidi tuo marito, il tuo amore per
lui si cangierà in una veste di fuoco che ti consumerà per tutta la
vita. Se fai perire la povera vittima, l'amore di tuo marito per lei,
diviene immortale. Vuoi tu punirli? Dimentica e perdona.
— Rabbì, sono Romana, io. Mi vendico delle ingiurie che mi vengono
fatte. Questa religione del perdono è la religione degli schiavi, i
quali non hanno diritto ad avere dell'onore. Rabbì, tu che leggi negli
animi, devi leggere nella natura: indicami un filtro. Io voglio che egli
mi ami. Fino ad ora, ho sofferto in silenzio, pensando ch'egli pure
soffrirebbe del mio disprezzo, della sua solitudine, del vedovaggio al
quale io lo condannava. Poichè io sperava, lavoravo a soddisfare la sua
ambizione, e vederlo allora ai miei piedi. Tu hai posto un aspide nel
mio cuore. Egli ama altrove. Egli si rifà altrove del mio disprezzo. La
vittima dunque sono io. La condannata alla solitudine, sono io; egli mi
deride forse. Si delizia nella braccia d'un'altra. Impossibile. Bisogna
ch'egli m'ami: bisogna che quella donna sparisca dal mondo.
— Ne prenderà un'altra; ne ha di già forse un'altra.
— Taci; vuoi dunque rendermi pazza? Che vuol egli? Vuol essere prefetto
della Siria, delle Gallie, della Spagna, imperatore forse, che so io?
Ebbene Rabbì, all'opera. Poni fuoco ai quattro angoli di Gerusalemme;
incendia la Giudea; sii re degli Ebrei.... e dammi di che comperargli
Cesare, che vende perfino se stesso. Va, predica, tuona, fulmina; l'ora
è propizia. Pilato è assente. Io ti do tutto in mano, comando, palazzi,
torri, fortezze, legioni; consegnami tua sorella. Tu esiti?
— Ti compiango.
— Rifiuti? allora saprò ben trovarla da me. Cneus Priscus è riescito in
cose più difficili di codesto. Indicami almeno un filtro per
addormentare il mio cuore. Che Messia sei tu dunque? Canidia, la saga
del monte Esquilino, m'avrebbe di già soddisfatta. Vuoi dell'oro?
— Claudia, la pace non è nel delitto, ma nella verità. Hai mai chiesto a
tuo marito se egli ti amasse?
— Quel miserabile sarebbe capace di dirmi che mi adora. Non mi ha egli
sposata, togliendomi dal bagno di Tiberio? Arrossirei di rivolgergli una
domanda simile.
— Gli hai mai detto che lo amavi?
— Vorrei piuttosto mozzarmi la lingua coi denti.
— Come vuoi tu dunque conoscere il vero, se fai a te d'intorno le
tenebre?
— Rabbì, va, tu sei un povero allocco! Io ti chiedo un filtro, e tu mi
porgi dei consigli; ti domando una malìa, e tu mi dai delle parole; ti
dico, solleva il tuo paese! e mi rispondi che attendi la tua ora;
domando di veder tua sorella, e mi consigli di assicurarmi se Pilato mi
ami.... Donde vieni tu dunque, vaneggiatore? Non basta di aver scoperto,
Dio sa come, uno dei miei secreti. Non basta proclamarti figlio di Dio:
bisogna provarlo.
— Claudia, Dio non fa i miracoli per soddisfare la curiosità degli
oziosi, come il tuo cuoco fa delle leccornie per solleticare il tuo
palato, ma per manifestare i suoi eletti, ed indicare ai popoli la
giustizia e la verità. Tu mi vorresti complice d'un'atrocità; io vorrei
innalzarti alla luce della carità. Tu mi hai chiamato, io sono venuto:
ma per consolarti per illuminarti, per ricordarti il tuo dovere di donna
che solo può ricondurti il marito, e sottrarti all'infamia. Tu sei
sorda, e domandi dei miracoli, e mi spingi alla ribellione. Io non opero
pegli uni o pegli altri, Claudia; io mi voto e sacrifico per tutti. Nè
il tuo aiuto, nè la tua opposizione, non possono influire sopra i passi
del figlio dell'uomo: io sono l'eletto, io sono la volontà di mio Padre.
Tu ardi dal desiderio di vedere Gerusalemme nel sangue. Ahimè! la
vedrai.
— Rabbì, tu farnetichi. Un'ultima parola ancora, perchè, fin qui,
abbiamo divagato. Ecco la situazione. Amo mio marito. Sono gelosa e
dubito. Io cospiro contro il mio proprio paese per saziare l'ambizione
di Pilato. Ti ho chiamato per conoscerti, dopo che hai accettato di
divenire il capo dell'insurrezione della Giudea; per vedere colui che si
addimanda figlio di Dio, e fa dei miracoli; per conoscere da te, se i
miei dubbii e la mia gelosia sono fondati; per avere da te, uomo dei
prodigi, un qualche cosa, onde farmi amare, o cessare di amare. Tu non
m'hai soddisfatta in nulla.
— Me ne dispiace.
— Ciò m'importa poco. Sono stata maturata dalla disgrazia, in mezzo alle
feste ed ai piaceri, alla corte dell'imperatore del mondo. Non mi pasco
di frasi, che il mio _lorarium_[14] farebbe rientrare a colpi di verghe
nella gola del mio filosofo, se per caso ei se ne permettesse di simili.
Voglio delle risposte categoriche a domande precise. Pilato m'ama egli?
[14] Schiavo che infliggeva i castighi del padrone agli altri
schiavi.
— Non gli ho mai parlato. Nol so.
— Perchè dunque m'hai svelato che tua sorella era la sua amante?
— Perchè, a quest'ora tutta Gerusalemme forse lo sa; perchè iersera,
dinanzi un gran numero di persone, ho denunziato ciò; e perchè io non
mentisco giammai.
— E perchè in questo caso, rifiuti tu la tua opera per soddisfare il mio
amore?
— Perchè io insegno la parola di Dio, e non sono nè un'infame
profumiera, nè una saga, nè un giuocoliere.
— Perchè mi nascondi tua sorella, poichè tutti la conoscono?
— Perchè uccideresti una vittima e non una colpevole, e perchè mio Padre
mi ha ordinato di stigmatizzare il peccato e perdonare al peccatore.
— Sta bene. Ed ora, accetti tu la parte di messia che ti fu offerta?
— Io non accetto una parte come un istrione; io compio la volontà di mio
Padre. Se gli altri cooperano meco, tanto meglio; io non sono strumento
di alcun partito. Io sono ciò che voglio, ed ignoro ciò che altri
vogliano.
— Basta così, replicò Claudia dopo alcuni istanti di silenzio. Io saprò
ciò che ora tu mi taci. Tu poi saprai ciò che si vuole da te, e tu dirai
ciò che io voglio. Ma rifletti bene a questo: in cima di tutto ciò havvi
un abisso.
— L'ho compreso fin dal primo momento.
— Tu sai dunque che ti sei cacciato in una trama le cui braccia t'hanno
serrato, le cui ruote t'hanno afferrato. Bisogna ora andar avanti, o
essere stritolato. Tu sai troppe cose. Hai promesso. Hai principiato.
Una parte della strada ti fu appianata; non t'appartieni più: sei
nostro, o devi perire. Lascia lì codesto Padre la di cui missione
affermi di compire, e la cui voce dici di ascoltare. La voce che tu devi
ascoltare è la nostra: è la mia. Tu sei un porta-voce e non una voce.
Hai principiato a spacciarti per messia, e per figlio di Dio, per tuo
proprio conto; devi finire pel conto nostro. Se dei miracoli sono
necessarii, te ne appresteremo dei belli e pronti, e tu li farai. Se si
crede conveniente di dichiararti figlio di Davide o di Giove, troverai
la tua genealogia tutta in ordine. Hannah ti farà discendere dal cielo
sopra un carro di fulmini, se gli pare opportuno. Non inquietarti di
nulla. Se hai del Messia, del tuo, usane; se no, te ne daremo del
nostro. Ma sta in guardia contro le velleità intempestive. Resistere,
gli è perire. Addio.
— Claudia, mio Padre ti perdonerà poichè tu non sai ciò che tu dici, nè
ciò che insulti. Ma tu hai parlato di tutto, tranne del tuo secreto.
— Quale?
— Eccolo; tu tradisci i traditori.
— Cosa intendi tu di dire?
— Tu spingi alla rivolta, per ischiacciarla. Hai tutto preparato a
questo scopo; e quando la sarà domata dirai a Cesare: Pilato ti ha
salvato una grande provincia dell'impero, merita una ricompensa; dagli
il governo della Siria. Sejano ti ha dato questo consiglio in prezzo di
ciò ch'io non voglio dire, la vigilia della tua partenza da Roma.
— Tu sai tutto ciò? gridò Claudia impallidendo.
— Di più ancora, continuò il Rabbì. Tu desideri i tesori del Tempio e
della tomba di Davide, di cui la sommossa t'offre l'occasione
d'impadronirti, onde comperare l'assenso di Tiberio se egli resiste;
corrompere le legioni, se lo puoi, e in qualità di nipote d'Augusto,
rovesciare l'infame di Capri.
— Rabbì, disse freddamente Claudia dopo aver riflettuto, tu ne sai
troppo, troppo. Ne sono però contenta; poichè tu devi comprendere, che
chi ha penetrati misteri simili, deve per forza o per elezione, esser
complice e partecipare ai benefici, o morire. Or ora ti credevo un
ciarlatano; adesso ti credo un mago. M'hai tenuta un momento in tuo
potere, poco fa, quando m'hai annientata sotto il tuo sguardo. Ho
sentito che mi strappavi qualcosa dall'anima[15]. Sia pure. Se hai osato
tanto, gli è che pensavi di servirmi, e che io t'avrei aiutato. Il patto
è suggellato: silenzio, e va avanti. Mi dirai dopo il prezzo che esigi:
è già accordato. Hai compreso?
[15] HERDER: _Del redentore degli uomini secondo i nostri tre
primi Evangelii; Del figlio di Dio, salvatore del mondo, secondo
l'Evangelio di San Giovanni_; PAULUS: _Commentario degli
Evangelii; Vita di Gesù_; SCHLEIERMARCHER: _Dogmatica Lezioni
sulla vita di Gesù_: — citate da STRAUSS; — HASE: _La vita di
Gesù_, — e diversi altri scienziati tedeschi spiegano la parte
taumaturga della vita del Nazareno mediante mezzi naturali, Paulus
sopratutto. Hase invoca anche il magnetismo «questa forza
misteriosa che si svolge dalle viscere della natura per agire
sulla vita ammalata.» Giuda non ne sapeva tanto; egli racconta
senza spiegare.
— Il mio premio è nel cielo; la terra non ha per me che una croce.
Addio.
Così dicendo, Gesù escì.
Prese la via di Bethania.
Una folla di pensieri d'ogni natura lo opprimeva. Si sarebbe potuto
crederlo imprudente nella sua conversazione con Claudia. E non pertanto,
tutte le parole avevano una ragione ed un intento.
Il Rabbì aveva rimarcato che l'ufficiale di Claudia aveva impedito agli
ufficiali del Tempio di arrestarlo. Sapeva che con i preti, i farisei,
il sanhedrin, era impossibile ogni riconciliazione, e che per lui non
c'era più grazia. Gli restava una sola probabilità di salute e di
resistenza: farsi scudo della moglie del procuratore. Lo tentò. Colpì lo
spirito di Claudia, strappandole prima, svelandole poi, il suo secreto.
Ma egli non domò punto quel carattere temprato negli intrighi della
corte di Tiberio. Il Rabbì si trovò più che mai preso nella
cospirazione, e più che mai minacciato. Questo sopraccarico di peso lo
minacciava. Egli aveva chiuse tutte le porte dietro di sè, e dinanzi a
sè: l'abisso lo assorbiva.
Il giorno era molto avanzato quando giunse a Bethania. Egli camminava
col dosso curvo, la testa bassa, lo spirito distratto, quando sulla
soglia della casa di Lazzaro, sentì le sue ginocchia avvolte fra due
braccia, e vide ai suoi piedi una donna che gridava:
— Pietà, fratello! pietà.
Riconobbe Ida.
Questa vista finì di abbatterlo, poichè sapeva il terribile pericolo che
minacciava quella giovine disgraziata.
— Cosa vuoi da me? sclamò il Rabbì. Fuggi, sparisci dalla terra,
infelice, se la terra ha ancora un angolo da ricoverarti.
Ida s'ingannò sul senso delle parole di suo fratello, che pensava alle
minaccie di Claudia.
— Fratello, rispose, io non vengo a chiederti una misericordia che non
puoi avere per me. Io vengo a dirti alla mia volta: fuggi, fratello,
lascia questa città maledetta ove si cospira la tua morte.
— Lo so e ci resto, replicò il Rabbì. Che vuoi, allora?
— Ciò che io voglio? ma io son dunque meno di una straniera per te? Tu
che hai avuto una parola di grazia per la donna adultera, una parola di
tenerezza per la donna di Samaria, una parola di perdono per la
peccatrice di Magdala, una parola di pietà per la fanciulla pagana di
Tiro, non hai dunque nulla per la figlia di tua madre, che peccò perchè
amava? Fratello, se sono nell'abisso, a chi il compito di farmene
uscire? Fratello, nel mio ritiro, ho seguito tutti i tuoi passi, mi son
fatta ripetere tutte le tue parole; io credo in te: salvami. Tutti
m'hanno abbandonata.
— Che posso io fare per te, figlia del dolore? L'avvoltoio ha il suo
nido, la volpe la sua tana, il sciacallo il suo buco, la tigre la sua
caverna; il figlio dell'uomo non ha un sito ove riposare il suo capo.
Posso io domandare l'ospitalità nella casa dell'onore, per la figlia
della colpa?
— Devo dunque perdermi, od uccidermi?
— Non c'è in tutto il mondo per te, che un solo rifugio: le braccia di
tua madre. Ch'ella ti perdoni, ed io t'assolvo. Ma il pericolo è
imminente.
— Che venga dunque, che ricada su me; ma tu, salvati, o fratello.
Il Rabbì rialzò sua sorella, sempre alle sue ginocchia, e baciandola in
fronte, le disse con voce molto commossa:
— Va, povera fanciulla, va e non peccar più.... Dio conterà le tue
lagrime, se piangi; e ti sarà molto perdonato perchè hai molto amato.
Ida gettò le braccia al collo del Rabbì, e gli coprì il viso di lagrime
e di baci. Una grossa lagrima navigò negli occhi di quell'uomo severo,
cui la disgrazia provava, e, come una perla d'una corona, la lasciò
cadere su quella bella giovine testa condannata.
— Nasconditi, figliuola, soggiunse il Rabbì; domani ti cercherò un
ricovero, e che Iddio ti dia pace. Fra due settimane tua madre arriva
pel paschah.
Ida abbracciò di nuovo suo fratello, e ritornò a Berachac ove io
l'attendeva fin dal mattino.
XXVI.
Non tenterò di descrivere lo stato del mio animo. Se non divenni pazzo,
gli è forse perchè il destino sapeva che la mia ragione doveva ancora
essere utile a qualcuno. Dopo che il Rabbì ebbe colpito sua sorella
dello stigmata indelebile di ganza di Pilato, Gamalial mi trascinò via
da Berachah, ed io seguii gli altri come trasportato da un uragano. Mi
ritrovai nella mia dimora, nel mio letto, senza avere coscienza di
nulla, e, cosa strana, m'addormentai d'un sonno stupido e pesante, come
se fossi stato affranto dalla fatica. Ma all'indomani, i primi raggi
dell'alba versarono nella mia stanza tutti gli spasimi che possono
straziare un cuore agitato da cento diverse passioni. La vergogna, il
rimorso, l'amore, il desiderio, il pentimento, il dispiacere,
l'orgoglio, un inferno, il caos, mi mordevano da qualunque parte mi
volgessi. Presi, e rigettai venti risoluzioni una dopo l'altra; volevo
uccider Ida, uccider me, sfidare la società, sposarla, assassinare
Pilato, violare Claudia per vendicarmi del marito, gettarmi ai piedi
d'Ida, supplicarla di perdonarmi, di accettar la mia mano. Le perdonavo
tutto, e tutto dimenticavo.
Avvolto in questo turbine d'idee, senza volerlo, senza saperlo, mi
ritrovai a Berachah. Il mio turbamento aumentò quando Febea mi disse che
Ida era uscita con Noah, e che suo marito mi aveva riportato tutti i
regali che io le aveva dati. Eravamo passati forse gomito a gomito sulla
via, senza che me ne fossi accorto. Mi lasciai cadere sull'orlo della
vasca della fontana, nel cortile, ed attesi. Attesi fino alla notte, e
tutto questo giorno scorse come un'ora. Febea mi offrì da bere, da
mangiare; io non le chiedeva altro che: Ida è ritornata? Ma passò l'ora
ottava, passò la nona. Febea stessa cominciò ad essere inquieta. Alla
decima, ascese sulla torre. Nessuno sulla strada, nè da vicino, nè da
lontano. All'undecima, vi salì ancora. Mi trascinò seco dubitando della
serenità della sua vista. Nessuno. Ella ora mi domandava cosa poteva
esser avvenuto della sua padrona, di suo marito, di Noah, in questa
lunga lunga giornata, dopo la tempesta del dì innanzi. Io era come
istupidito. Non so neppure se non sorrisi. Finalmente all'ora
dodicesima, quando il sole era già tramontato, Febea mi gridò dall'alto
della torre, che arrivavano. Ella li scorgeva appena, lontano, lontano,
ma il suo cuore li indovinava. Il mio li sentiva avvicinarsi; perocchè
galoppava a soprassalti, come un cavallo vizioso. La notte era scesa,
quando Ida entrò nella corte. Noah la seguiva, Febea la precedeva con
una lanterna, Thorix chiudeva la porta.
Ida mi passò vicino. La luce della lanterna mi rischiarava pienamente.
Mi guardò, impallidì anzi, e tremò, ma non volle vedermi. Restai
inchiodato al mio posto. Non un suono si potè articolare nella mia gola.
La seguii degli occhi, la vidi sparire nella casa, e restai nelle
tenebre. Credetti di sognare. Io mi chiedeva se era una visione che
traversava il mio spirito. Potei restare così durante un quarto d'ora.
Finalmente, sentii una mano di donna che mi guidava sotto il portico.
Era Noah. Nel vestibolo c'era una luce, e vidi nel fondo Ida traversare
per passare nella sua stanza da letto.
— Giuda, mi d
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