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Arrigo il savio

by Anton Giulio Barrili · Italian · Gutenberg #46466 · 318,363 chars · public domain (US)

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Title: Arrigo il savio

Author: Anton Giulio Barrili


        
Release date: August 1, 2014 [eBook #46466]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46466

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ARRIGO IL SAVIO ***

                            ARRIGO IL SAVIO


                               RACCONTO
                                  DI

                         ANTON GIULIO BARRILI


                           SECONDA EDIZIONE



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1886.




                         PROPRIETÀ LETTERARIA
                      RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
                         Tip. Fratelli Treves.




ARRIGO IL SAVIO




I.


L'ultimo giorno di gennaio dell'anno 1882, un signore, alto della
persona, dal volto abbronzato e dai baffi grigi, scendeva di carrozza,
sulle prime ore del mattino, come a dire fra le otto e le nove, davanti
ad un portone della via Nazionale, in Roma. Aveva l'aria assai nobile,
era vestito con severa eleganza e andava diritto, con soldatesca balìa,
come un colonnello in abito cittadino, che sotto le spoglie inusitate
lascia indovinare i suoi trent'anni di spallini. Entrato nell'androne, e
osservata non senza stupore la magnificenza delle scale, ascese al
secondo piano, dove era scritto, su d'una piastra di porcellana, “_Cav.
Arrigo Valenti._„

— Cavaliere! — esclamò il signore dai baffi grigi. — O che diavolo ha
fatto il mio signor nipote, per esser nominato cavaliere? Dei debiti,
m'immagino. E saranno certamente assai più di quelli che mi aveva
lasciati sospettare la sua lettera ad uno zio che non ha mai visto nè
conosciuto. Ahimè! Prevedo, — conchiuse egli, sospirando, — che pagherò
anche questa bella piastra di porcellana del Ginori. —

Tirò allora la maniglia del campanello, e un minuto dopo fu aperto
l'uscio da un servitore in mezza livrea.

— Chi cerca? — domandò questi.

— Il signor Arrigo Valenti.

— Il cavaliere, — ripigliò il servitore, battendo sul titolo, — non
riceve ancora.

— Ah, mi rincresce. Sono arrivato stamane col treno delle sette, e
credevo....

— Se il signore vuol lasciar detto il suo nome....

— Volentieri; ecco qua. —

Così dicendo, il signore dai baffi grigi aveva cavato di tasca il
portafogli, per prendere un biglietto di visita. Ma ci aveva troppi
biglietti di banca: e quelli di visita, o erano affogati nel mucchio dei
loro più degni fratelli, o erano stati dimenticati a casa.

— Bene! — esclamò il signore, facendo un atto di rassegnazione, dopo due
o tre d'impazienza. — Non ne trovo. Dite al vostro padrone che è passato
a cercarlo Cesare Gonzaga. —

Il servitore sgranò tanto d'occhi, a mala pena ebbe udito quel nome, e
s'inchinò per modo da far credere che volesse piegarsi in due.

— Perdoni, Eccellenza!... Si dia la pena d'entrare! —

Il signore sorrise sotto i baffi grigi ed entrò. Quell'altro, richiuso
prontamente l'uscio, corse a sollevare il lembo di una portiera in fondo
all'anticamera.

— Per di qua, signor marchese, per di qua! — diceva egli, frattanto,
inchinandosi da capo. — Questo è lo studio del padrone.

— Marchese! — brontolò il vecchio signore. — Per chi mi hai preso?

— Scusi, illustrissimo! Non è lei lo zio del cavaliere Valenti?

— Suo zio, certamente.

— O allora?

— Allora saprai, — disse gravemente il vecchio signore, — che si può
essere zii, senza essere marchesi.

— Ah, ah, sicuro! — rispose il servitore, facendo bocca da ridere. — Ma
egli è che i Gonzaga... scusi, illustrissimo! I Gonzaga sono... i
Gonzaga, e portano d'oro con tre fasce di nero. —

Il vecchio guardò con atto di stupore quel servo, che gli blasonava con
tanta sicurezza lo scudo.

— Come? — disse poi; — saresti un dilettante di araldica?

— Che vuole, illustrissimo! — replicò umilmente quell'altro. — Servendo
i gran signori, ci si piglia anche un'infarinatura di quest'arte.

— Di bene in meglio! Sentimi dunque. Hai tu veduto mai uno stemma come
questo: cuor d'oro in campo d'argento?

— Ella scherza, illustrissimo. Non si può metter mica metallo sopra
metallo.

— Neanche in tasca?

— Oh, questo poi sì.

— Ottimamente; vedo che la sai lunga, giovinotto! Ma il tuo padrone....

— Vado ad annunziarla subito. Vuol essere contento il cavaliere, quando
saprà che è arrivato suo zio. Da tre giorni l'aspetta con impazienza.

— Eh, lo credo; va dunque. —

Il servitore si avviò sollecito, con una gran voglia di fregarsi le
mani.

— Ecco uno strano capriccio; — pensava egli. — Non vuole esser chiamato
marchese. Capisco che potrebbe pretendere il titolo di duca. Ma infine,
certi nomi storici hanno il titolo sottinteso. —

Fatta questa peregrina scoperta, il signor Happy (pronunziate _Hèppi_)
si allontanò dallo studio. Rimasto solo, il signor Cesare Gonzaga, non
marchese, nè duca, si avvicinò alla finestra, tanto per fare qualche
cosa, aspettando.

— Chi conosce più Roma, specie da queste parti? — mormorò egli,
guardando la strada.

— Trentatrè anni! Ah, come passa il tempo, quando i più belli anni sono
sfumati! Ma che cosa è la vita? Le falde, i primi passi, i primi
giuochi, le panche del collegio... poi l'università, un paio di duelli,
quattro amori bugiardi e uno che si vorrebbe creder vero... qualche
follìa, molti disinganni, molte amarezze... e allora una forte
risoluzione! Nessuna via di mezzo; o il nuovo mondo, o l'antico; o
l'America, o l'Asia. E là il lavoro, il febbrile lavoro, gli stenti, le
privazioni, e qualche volta la fortuna, che un altro c'inghiottirà, come
noi abbiamo inghiottita quella dei padri! Ecco la mia vita. Ed ecco,
meno l'Asia e l'America, la vita del mio signor nipote; già l'ho
indovinato dal gran desiderio ch'egli ha di vedermi. Avevo giurato di
non rimetter piede in Roma, ed eccomi qua. Bei giuramenti! Ma come fare,
con questo ragazzo che prega, invocando la memoria di sua madre, della
mia povera sorella, che non dovevo più rivedere? Di certo le somiglia,
perchè i maschi tengono sempre della madre. Poveraccio! Purchè non le
abbia fatte troppo grosse! Qui, per altro, c'è lusso; ci si sente
agiatezza. Chi sa? Forse è un quartiere d'affitto. E ci hanno messa
anche la cassa forte. —

Il savio lettore avrà capito che Cesare Gonzaga si era già allontanato
dal vano della finestra, per dare una scorsa in giro e una guardata allo
studio del suo caro e sconosciuto nipote.

— Arnese di parata, la cassa forte! — borbottò egli, proseguendo. — Gli
strozzini le conoscevano, ai tempi miei, queste alzate d'ingegno degli
studenti di legge. Ma il mio signor nipote non è più studente; ha la sua
laurea da due anni, da tre... che so io? Gran legista! Grande
giureconsulto, ha da essere! Ci fosse almeno la libreria, per dar negli
occhi ai clienti! Ah, ecco un volume sulla scrivania. È il codice di
commercio; meno male! Ma se valesse dugento lire, come certi libri rari,
sarebbe ancor qui? —

Come vedete, il signor Cesare Gonzaga non si lasciava confondere da
tutta quella apparenza di lusso severo, e ci odorava il quartiere
ammobiliato, e il conto da pagare ad un troppo credulo fornitore;
fors'anco a più d'uno.

Le sue malinconiche osservazioni furono interrotte dal ritorno del
servitore.

— Or bene? — gli chiese.

— Mi duole, illustrissimo....

— Dorme, ho capito; — ripigliò il signor Cesare. — Infatti, sono appena
le nove del mattino. Che ora è questa mai, da venire in cerca di un
nipote?

— O che, le pare? S'è alzato anzi per tempo e, se non fosse stato un
certo negozio, sarebbe anche già andato a fare la sua solita trottata
mattutina fuori di porta Pia.

— Anche il cavallo pagheremo; — pensò lo zio, sospirando. — Purchè non
sia bolso, come certi cavalli che appoggiavano a noi! Ma allora, —
soggiunse ad alta voce, — che cos'è che lo trattiene? —

Il servitore nicchiava un pochettino, ma sorrideva anche, mostrando
negli occhi maliziosi il desiderio di farsi cavare i segreti di bocca.

— Veda, non so se debbo dire.... Infine, non ho neanche potuto giungere
fino a lui, perchè l'uscio di comunicazione è chiuso.

— Comunicazione! con che!

— Ecco, — ripigliò il servitore con aria di mistero, — con lei, che è
suo zio, si può dire. Dev'essere... in conferenza.

— Già, capisco, con qualche pezzo grosso, un avvocato, un collega....

— Non so, perchè, da un pezzo che viene, io non l'ho mai veduto.

— Non gli apri tu?

— No, mai; l'uscio che mette dall'altra parte, in via Sallustiana, lo
apre il signor cavaliere. —

Il vecchio stette alquanto sovra pensiero; quindi osservò con molto
giudizio:

— La scienza è arcana, ed ama nascondersi. Aggiungi che alle persone di
riguardo certe attenzioni bisogna usarle. Come ti chiami?

— Happy, secondo l'uso di casa; Felice, secondo il registro battesimale
della Mirandola.

— Concittadino del tuo padrone, dunque!

— Sì, illustrissimo, e ci siamo conosciuti, dirò così, da bambini.

— Ah, meglio così! Tu devi amarlo molto, e conoscerlo... egualmente.
Senti, Happy Felice, tu mi sembri un giovanotto d'ingegno svegliato.

— Se ella lo dice....

— I fatti lo dimostrano; la patria lo vuole; dovresti chiamarti Pico,
senz'altro. Ho già avuto un saggio delle tue cognizioni in araldica. Il
metallo che non si può mettere sopra un altro metallo.... A proposito,
scommetto che ti piacciono i marenghi. —

E il vecchio Gonzaga avvicinava, così dicendo, il pollice e l'indice
della mano destra al taschino della sottoveste, secondo la buona usanza
degli antichi.

— Scommetta pure, illustrissimo; — rispose Pico della Mirandola. —
Guadagna di certo; specialmente adesso.

— Perchè adesso?

— Eh, si figuri! C'è l'aggio sull'oro. Stamane il listino porta
novantaquattro centesimi, con tendenza spiccata a salire, essendoci
molta domanda per i pagamenti all'estero.

— Tu sai di cambio come d'araldica; — gridò il vecchio, ammirato. —
Bravo! Vedi questo, se gli è di peso.

— E di pregio, caspita! — rispose Happy, dopo avere osservato il marengo
che gli aveva offerto così liberalmente il Gonzaga. — Conio del 1849,
con l'Italia libera sull'esergo; questi si vendono cari per le raccolte.

— E di numismatica come di cambio! — esclamò il Gonzaga, ridendo. — Ma
già, che cos'è il cambio? Numismatica applicata al contante. Suvvia,
arca di scienza, io ti ho aperto; — proseguì, mettendosi a sedere; —
parla dunque, ti ascolto.

— Di che cosa debbo parlare, illustrissimo?

— Di tutto quello che sai. Sono lo zio, una specie di zio d'America,
quantunque venuto dall'Asia, e posso, e devo, e voglio sapere ogni cosa.
Il tuo padrone è in conferenza; ne avrà ancora per un pezzo; occupiamo
dunque il tempo a parlare di lui. Come vive mio nipote?

— Bene. — rispose il servitore.

— Ma, dico a te che lo conosci da bambino, ha debiti? —

Happy fece un gesto di meraviglia, e, se volete, anche di orrore.

— Debiti, il mio padrone? Ohibò! Queste cose si lasciano ai figli di
famiglia.

— Ah! tu dici?... Ma sai che mi levi un gran peso dallo stomaco? Sul
serio, non ha debiti?

— Neanche per sogno. E chi ha potuto darle ad intendere una simile
sciocch... Oh, scusi, illustrissimo!

— Dilla, dilla intiera; — replicò il vecchio giubilante. — E prendi
quest'altro, in ricompensa della tua buona notizia. È un Luigi XVIII;
servirà per la raccolta. Non ha debiti, dunque? Ma sai che è una
maraviglia?... —

Il servitore si strinse nelle spalle, dopo avere intascato
religiosamente la seconda moneta.

— Ma che debiti! — esclamò. — Roba d'un secolo fa. Chi è che fa debiti,
ora? Il mio padrone ha crediti, e molti; oserei dire fin troppi. —

Il Gonzaga fu per mettere la terza volta le mani al taschino, ma si
trattenne, per non dare nella caricatura,

— Con le tue buone notizie tu saresti capace di rovinarmi, — rispose. —
Dunque gli è un Creso?

— Eh, — disse il servitore, — se lo intende per ricco sfondato, metta
pure.

— E che fortuna gli fai? sentiamo.

— Così su due piedi, non saprei.

— Prendi una sedia; non far complimenti.

— Oh illustrissimo, le pare? Dicevo così per dire. Ma infine, calcolando
alla grossa, se sa liquidare a tempo, ha già un milione e mezzo, come è
certo che io ho, per grazia di Vossignoria, quarantuna lira e ottantotto
centesimi. —

Il signor Gonzaga non istette a fare i conti sull'aggio dell'oro.
All'annunzio del milione e mezzo aveva già dato un balzo sulla poltrona.

— Hai detto? — gridò, ficcando gli occhi addosso al servitore. — E se
non sa liquidare?

— Oh, non c'è questo pericolo, perchè il cavaliere conosce molto bene i
suoi interessi. Ma posto il caso....

— Sì, poniamo il caso; — disse il Gonzaga, che prendeva gusto alla
conversazione.

— Gli rimarrebbero sempre ottocento o che mila lire; — ripigliò il
servitore segretario. — Ecco qua: centomila lire di rendita, comperata a
ottantasei, rivenduta a novanta; veda un po' che affar d'oro.
Ventiquattro azioni della Banca; le aveva a duemila, e sono ora a
duemila trecento sedici. Buon titolo, perbacco; e crescerà, non dubiti,
crescerà. La Banca sostiene lo Stato; lo Stato sostiene la Banca. E il
Credito mobiliare? Il mio padrone è uno dei pochi che hanno creduto in
tempo, e potrei dire che ha fiutata l'aria. Ha comperato ducento azioni
a ottocento, ha rivenduto a novecento trentasei; ricavo netto... —

Il vecchio non volle saper altro.

— Va al diavolo! — gridò. — Ma come? Che zio d'America sono più io? Qui
si nuota, si naviga nell'oro. Mio nipote... il figlio di mia sorella
Cecilia... quel ragazzo che ancora tre anni fa, quando io ne ebbi le
prime notizie, studiava leggi a Bologna!... Ai miei tempi, l'oro, dagli
studenti, era ancora annoverato tra i metalli preziosi. Si parlava con
aria di mistero d'una miniera in Colco, custodita da un drago, che aveva
una faccia da strozzino. Basta, meglio così. Quei debiti non erano mica
la cosa più bella del mondo. Ci facevano anzi un po' di torto; senza
contare che ci obbligavano a certi studi di topografia! I nostri
successori, se Dio vuole, hanno mutata la faccia del mondo. Per altro,
amano ancora, come noi, — osservò il vecchio, sorridendo. — Qui c'è
discretezza e mistero. La conferenza lo dice chiaro. Anche di qua sento
l'ambrosia, indizio del Nume. Bravo il mio giovane Arrigo! — seguitò,
borbottando tra i denti, ed anche a volte mandando fuori le parole, alla
guisa degli uomini che son vissuti lungamente soli e pensano, come suol
dirsi, ad alta voce. — Amo chi ama la donna, e più ancora chi, amandola,
mostra di rispettarla. Quando ero giovane io... Ma che fai tu, Pico
della Mirandola? — diss'egli, interrompendo il monologo, per rivolgersi
al servitore, che s'era accostato e tendeva l'orecchio.

— Scusi, illustrissimo, stavo a sentirla; — rispose quell'altro, col suo
ossequio condito di malizia. — È così istruttivo, il suo discorso!

— Ah sì, vorresti anche imparare la storia antica, briccone? —

Una scampanellata all'uscio di casa mozzò le parole in bocca a Pico
della Mirandola, che già stava per rispondere alla celia del Gonzaga, e
fu invece costretto a correre in anticamera.

Il vecchio riprese la sua rassegna, ma questa volta con animo mutato e
intieramente propenso all'ottimismo. Ottocento mila lire! Fors'anche un
milione e mezzo! Che si canzona?

Poco stante, entrava nello studio un nuovo personaggio. Era un uomo non
vecchio, nè giovane, e aveva una di quelle facce asciutte a cui dareste
trenta o quarant'anni, magari venticinque, o cinquanta, tanto è
difficile raccapezzarsi, tra la barba fitta di color ferrigno e la poca
carne che apparisce alla vista. L'aspetto poi era severo, quasi triste;
gli abiti signorili, l'aria disinvolta, il passo franco dinotavano
l'amico di casa.

— Credo che si stia vestendo, perchè è tornato dianzi dalla sua
cavalcata; — gli aveva detto il servitore, pronto alle invenzioni, e
senza darsi pensiero della versione più esatta che s'era creduto in
obbligo di confidare allo zio del padrone. — Se vuole aspettarlo qui,
c'è anche suo zio, il signor marchese Gonzaga. —

Il nuovo venuto si avanzò con molta premura, appena ebbe udito quel
nome.

— Oh, fortunatissimo di fare la sua conoscenza, e di presentare i miei
rispetti, — soggiunse. — Arrigo, da parecchi giorni, non fa che parlare
di lei.

— Ottimo cuore; — mormorò il vecchio, inchinandosi.

— Ah sì, cuor d'oro! — rispose quell'altro. — E l'ama molto, creda; io,
che passo le intere giornate con lui, ne so qualche cosa. Ed anche da
tre giorni lo aspettava a Roma.

— Sì, lo so; — rispose Gonzaga. — Il suo Happy me lo stava dicendo per
l'appunto, prima che ella giungesse.

— Ieri sera siamo andati insieme alla stazione, — incominciò il nuovo
personaggio, — perchè Arrigo l'aspettava col treno serale. Ma ella non
c'era, e il mio amico ne fu dolentissimo. Si figuri! Egli, per solito
così calmo, era proprio fuori di sè. Ma io ora l'annoio, con questi
discorsi.

— No davvero; prosegua; mi fa anzi piacere, signor....

— Orazio Ceprani, per obbedirla.

— Onoratissimo! — ripigliò il Gonzaga, facendo l'inchino d'obbligo. — Mi
fa piacere sentire da lei che Arrigo mi ama. Non ho più che lui, di
parenti, e quando mi ha scritto che aveva bisogno di me, si figuri, mi
sono augurato un bel paio d'ali. Ma il vapore non è l'elettrico. Avevo
anche qualche faccenda di campagna da assestare, e mi passò la giornata.

— Ella abita sul Reggiano?

— Alle Carpinete, si figuri, nei dominii della contessa Matilde.
Ritornato da tre mesi in Italia, ho subito trovato da comperare un
podere. Un po' lontano da casa mia: ma che vuole? Laggiù a Mantova non
mi conosceva più nessuno. Siamo vecchi, ecco il guaio.

— Vecchio, poi! A cinquant'anni!...

— Sì, bravo, mi canzoni. Cinquant'otto, signor mio, e si potrebbe dir
anche cinquantanove, se in materia d'età avesse valore la massima
romana: _annus incoeptus pro integro habetur_.

— In verità, se non lo dicesse lei... Potrebbe anche tacerlo, e far
credere ai cinquanta.

— Non ci son dame e mi fo coraggio a confessarli tutti; — replicò
allegramente il Gonzaga. — Li porto bene, non dico di no, quantunque
venticinque o trenta li porterei anche meglio. Ma proprio, ritornando al
nostro discorso, ma proprio, signor Ceprani, ella non poteva darmi più
lieta notizia, e sono anche più contento di essermi mosso dal mio èremo.
Questa Roma che ho lasciata a venticinque anni, — qui il vecchio trasse
un sospiro e corrugò le ciglia, — mi pare più bella, ora che so di
averci qualcheduno che mi ama. A noi, vissuti le mille miglia lontani
dalla patria, invecchiati di là dai mari, in mezzo a genti barbare, come
canta nel _Belisario_ il tenore, queste cose hanno un pregio immenso, un
pregio che non lo può intendere chi è sempre vissuto all'ombra dei
campanili e delle torri italiane. Eccole dunque, signor Ceprani, una
bella fine di mese. —

La faccia del signor Ceprani si rabbruscò, a quel ricordo innocente del
calendario.

— Ahi, non per me! — diss'egli in cuor suo.

— I miei ringraziamenti, adunque, e la mia amicizia; — proseguì il
vecchio Gonzaga, stendendo la mano al signor Ceprani. — Già, gli amici
di mio nipote debbono essere i miei. E badi che il titolo di amico io
non lo dò per celia. Vengo dalle terre dei barbari, io! —

Orazio Ceprani s'inchinò e strinse la mano del vecchio, sforzandosi di
sorridere all'arguto discorso, ma non riuscendo che a fare una smorfia.

— Ah! — disse Happy, andando verso un uscio di rimpetto a quello
dell'anticamera. — Ecco il padrone. —

Aveva sentito scricchiolare i denti di una chiave nei congegni di una
certa toppa, il sapientissimo servitore.

Orazio si mosse, per andare incontro all'amico. Cesare Gonzaga si tirò
indietro; anzi, per dirvi tutto, si strinse forte, si puntellò alla
spalliera della poltrona, su cui era stato dianzi seduto. Era commosso,
il vecchio Gonzaga, tremava tutto, all'avvicinarsi di quel nipote che
amava tanto, senza averlo ancora veduto, che aveva giudicato da
principio un giovanotto carico di debiti, e che lì per lì, senz'altra
preparazione, fuor quella di un discorsetto di Happy, doveva salutar
milionario.




II.


L'uscio si era aperto, la portiera alzata, ed entrava nello studio un
giovane elegantemente vestito da mattina, non molto alto di statura, ma
ben fatto e assai sciolto della persona, biondo, un po' pallido, dai
lineamenti finissimi, dagli occhi perlati sfavillanti, sebbene per vezzo
tenesse le palpebre socchiuse, e dalle labbra sottili, leggermente
colorate, che sporgevano un tantino, in atto tra cortese ed ironico,
come quelle di un principe, di un piccolo potente della terra, che è
consapevole della propria grandezza, e vuole mostrarsi benevolo, sì, ma
in un certo modo e fino ad una certa misura.

Cesare Gonzaga non badò a queste inezie. Vide il giovanotto gentile e
gli bastò di aver riconosciute le sembianze di Cecilia, della sua amata
sorella. Ahimè, povera Cecilia! Cesare Gonzaga, nel 1849, abbattuto
dalle sventure della patria e percosso da un altro dolore tutto suo (Ugo
Foscolo li ha descritti, questi due sentimenti, associati nella persona
del suo _Ortis_), si era allontanato, non che da Roma, dai confini della
penisola. A Mantova, intanto, sotto il dominio dell'Austria, dopo la
parte ch'egli aveva presa nelle cospirazioni e nelle guerre recenti, non
poteva tornare; perciò, dopo la caduta di Roma, e dopo aver seguito il
generale Garibaldi nella sua marcia memorabile in mezzo a tante forze
nemiche, disperando oramai delle sorti italiane, si era rifugiato in
Grecia, donde, proseguendo la sua triste odissèa di fuoruscito, era
andato a cercare, non già la fortuna, ma la pace del cuore, sui lidi
estremi dell'Oriente. Solo alcuni anni dopo la sua partenza, Cecilia
Gonzaga era andata sposa alla Mirandola; e colà era vissuta nella
oscurità d'una famiglia non ricca nè povera, colà era rimasta vedova
dopo dieci anni di matrimonio, colà era morta dopo altri dieci o dodici
di vedovanza, lontana dal suo unico figlio, che studiava leggi a
Bologna, e senza aver potuto rivedere il fratello, di cui troppo scarse
erano giunte le notizie in famiglia. Cesare Gonzaga non era nato per la
mercatura; soldato, aveva fatto il soldato. Da principio si diceva che
col grado di colonnello tra i ribelli indiani avesse partecipato alla
epica impresa di Nana Sahib; più tardi, e dopo un mondo di notizie
contradittorie, si era venuto a sapere che militasse ai servigi di un
principe indipendente, nel centro dell'India. Una lettera sua era venuta
a confermare l'annunzio, e a rassicurare la famiglia (triste avanzo di
famiglia, poichè i vecchi erano morti da un pezzo) intorno alla sorte
del profugo. Uno scambio di notizie aveva potuto stabilirsi tra fratello
e sorella, e per tal modo Cesare Gonzaga, _rais_ e _gemadar_ del gran
signore di Revah, nel Bogelcund, seppe un giorno di avere un nipote,
Arrigo Valenti, avviato allo studio della giurisprudenza nella
università di Bologna. Qualche anno dopo, preso dal desiderio della
patria, era ritornato in Europa, ricco di una bella sostanza che gli
avevano fruttata i suoi lunghi servigi; da Brindisi era corso a Mantova,
per risalutare il suo duomo, da Mantova alla Mirandola, per abbracciar
la sorella, ma ohimè, per piangere invece sulla sua tomba. Aveva chiesto
notizie di Arrigo, e gli era stato detto che Arrigo, compiuti gli studi
legali, viveva a Roma, ove certamente a quell'ora aveva finite le
pratiche. Ora, di tutti i luoghi che Arrigo poteva scegliere per sua
residenza, Roma era l'unico in cui Cesare Gonzaga non sarebbe andato
volentieri a cercarlo.

Pensate ai dolori che lo avevano mandato esule volontario della patria,
e indovinerete la cagione di quella ripugnanza di Cesare. Arrigo, dal
canto suo, doveva pur sapere, per lettere dei Mirandolesi, che uno zio,
il suo unico zio materno, gli era ritornato dal centro dell'India; ma
sul principio pareva non averne fatto caso, lasciando che quello zio,
triste della solitudine che il tempo e l'assenza avevano fatto intorno a
lui, andasse a rinchiudersi, rovina d'uomo, tra i monti del Reggiano,
daccanto alla rovina di un antico castello della contessa Matilde. Da
tre mesi era il Gonzaga in Italia, da due spartiva il suo tempo tra
Reggio e la tenuta delle Carpinete, dove il freddo era rigido e dove
bisognava portare quasi tutto il necessario per allogarsi decentemente,
allorquando giunse la lettera di Arrigo. Era in singolar modo
affettuosa, chiedeva notizie, accennava al desiderio, che quel povero
giovanotto, rimasto solo della sua casa, aveva vivissimo nel cuore di
vedere il fratello di sua madre; e non pure accennava al desiderio, ma
all'urgente bisogno.

Il figlio di Cecilia scriveva; e Cesare Gonzaga, a mala pena collocato
nella sua tenuta, dove faceva conto di morire tra le sue memorie e con
gli occhi alla santa natura, amica e consolatrice di chi ha molto
sofferto, Cesare Gonzaga, dico, si era spiccato dal suo nido per andare
dal nipote, vincendo la ripugnanza che lo teneva lontano da Roma, dalla
eterna città che egli non aveva più veduta dopo l'eroica difesa del
Vascello, dopo la dolorosa morte di tanti compagni d'armi, e la
vergogna, più dolorosa a gran pezza, di nuovi stranieri entro le mura di
Camillo. Ed era là, il tardo reduce, era là, in quello studio,
appoggiato a quella poltrona, col cuore trepidante e gli occhi gonfi di
lagrime, davanti al giovanotto sorridente, che nei lineamenti gentili
del viso e più nei vividi occhi perlati gli ricordava la sua povera e
cara sorella. Come si sentiva destinato ad amarlo! Come disposto a
sacrificargli tutto sè stesso! E frattanto, quel biondo ragazzo che gli
aveva scritto con tanta premura: “Venite, ho gran bisogno di voi„ era un
milionario, in apparenza, e, secondo l'opinione dei più, anche nella
sostanza, un felice. Ma allora, che bisogno aveva Arrigo di lui? Certo
era il bisogno di un parente, di un amico vero, di un consolatore. Si è
tanto poveri, quando si è soli!

Orazio Ceprani si era fatto avanti, per stringere la mano di Arrigo.

— Veramente, — diss'egli, — non dovrei essere io il primo, quest'oggi.
Eccoti lo zio tanto aspettato. —

Arrigo Valenti si volse a guardare verso il fondo della camera, e un
lampo di gioia gli balenò dagli occhi, che, manco male, aveva finalmente
aperti e spalancati. Guardò un istante quel vecchio alto e severo, che
si faceva forza per vincere la sua commozione, e gli andò incontro col
sorriso sulle labbra.

— Zio, come ti son grato! — esclamò quindi, cadendogli nelle braccia.

Quell'altro non seppe più reggere alla piena degli affetti, e diede in
uno scoppio di pianto.

— Come son sciocco, non è vero? — diss'egli, con voce rotta dai
singhiozzi. — Per un soldato, è veramente troppo. Ma vedi, ragazzo mio,
tu somigli a tua madre... come una stella somiglia ad un'altra. Lasciati
abbracciare, Arrigo! Lasciami piangere! Sono i baci e le lagrime che non
ha avuto tua madre. —

E lo abbracciava ancora, e lo guardava e piangeva. Arrigo lasciava fare
e sorrideva, anch'egli intenerito da quella semplice e quasi epica
dimostrazione di affetto.

Finalmente, chetato un poco quell'ardore di abbracci, Arrigo provò di
avviare il discorso.

— Zio, — diss'egli, — che cosa avrai pensato di me, che ho fatto tanto a
fidanza col tuo buon cuore? Senza esser neanche conosciuto da te, ho
ardito pregarti....

— Che! che! — interruppe il Gonzaga. — Era naturale. C'era forse bisogno
di conoscerti, per accorrere alla tua chiamata? Infine, eccomi qua.

— Era di Cesare il venire, come il vedere ed il vincere; — osservò
modestamente Orazio Ceprani.

Arrigo ricordò allora il suo debito di padrone di casa.

— Permetti, — incominciò, — che io ti presenti il nostro Orazio Ceprani,
uomo di borsa, e di cappa e di spada, poichè è sopratutto un
compitissimo cavaliere.

— Ah, ci conosciamo da mezz'ora; — rispose il Gonzaga. — Ed io l'ho già
per amico, perchè egli mi ha detto un gran bene di te, mentre stavamo
aspettandoti.

— Perdonami, zio! Avevo un colloquio d'affari.... Non ti aspettavo, con
la corsa del mattino. Ier sera non eri giunto....

— Che vuoi? Appena ricevuta la tua lettera avrei fatto le valigie; —
rispose il Gonzaga. — Ma avevo anche un mondo di piccole faccende da
sbrigare laggiù. Speravo, veramente, di averti alle Carpinete; ma già,
con quel freddo!

— Oh, zio, il freddo mi avrebbe dato poca noia. Pensa piuttosto che mi
era impossibile di muovermi.

— Te lo credo, ora; ma laggiù, vedi, mi pareva che tu avresti dovuto
correre. Basta, non ne parliamo più a lungo. Ho fatto il miracolo di
Maometto. La montagna non volle venire a me; io venni alla montagna.

— Come si fa? — disse Arrigo, sospirando. — Tu eri anche il più libero
dei due. Per ciò sei venuto.... e perciò rimarrai.

— Non correr tanto! Vedremo, penseremo. Tu per ora fa i fatti tuoi.
Avrai forse da parlare col signor Ceprani. —

Il Ceprani, tirato in mezzo, cominciò con accento perplesso:

— Sì, ero venuto da te. Arrigo.... Ma ora che c'è tuo zio....

— Non badi a me; — interruppe il vecchio. — Io mi ritiro in buon ordine.
—

Orazio Ceprani era lì per lasciarlo andare; ma tosto cambiò di
proposito. Per quello che aveva da dire e da ottenere, la presenza di un
terzo non doveva guastare; che anzi!

— No, finalmente, perchè? — diss'egli, trattenendo il Gonzaga col gesto.
— Con lei si può parlare. Arrigo, — proseguì, rivolgendosi all'amico, —
ero venuto a chiederti un servizio. Oggi dovrei ritirare quelle duecento
Ausonie....

— E ci perdi ottomila lire; — notò Arrigo Valenti. — Te lo avevo pur
detto!

— Che vuoi? Promettevano così bene! Il Governo doveva assumere egli, da
un momento all'altro... Insomma, che farci? Tu hai veduto più lontano e
più giusto di me. Io m'inchino, e ti chieggo cinquemila lire in
prestito, per completare le mie differenze di questo mese.

— Ah! mi duole davvero! — esclamò Arrigo, levando i suoi begli occhi al
cielo. — Mi duole nel profondo dell'anima. Oggi è un cattivo giorno, per
gli affari. Non ne ho. —

Orazio Ceprani aveva chinato la testa, con un gesto tra incredulo e
rassegnato. Perchè, infine, non poteva credere che ad Arrigo Valenti
mancassero cinquemila lire da render servizio a un amico in un cattivo
quarto d'ora, e non poteva neanche, per le buone creanze, aver l'aria di
non crederlo.

Per altro, se Orazio Ceprani aveva chinata la testa, l'aveva in sua vece
rizzata il signor Cesare Gonzaga.

— Ma le ho io! — diss'egli, entrando terzo nella conversazione, e
facendo dare un balzo di maraviglia ai due giovani. — Non si sa mai, ho
detto tra me e me, nel partire da Reggio. Anzi, vedi, Arrigo mio, è
stata questa la ragione vera per cui ho ritardato un giorno a venire. Tu
mi perdonerai, Arrigo; — soggiunse, mentre metteva mano al suo
portafoglio, gonfio di biglietti di Banca e sprovveduto di biglietti di
visita; — credevo di aver a fare con un nipote.... d'altra specie, e
perciò ero venuto con molta munizione. Ho ventimila lire qua dentro, e
il resto in una tratta sul banco Manfredi. Eccole dunque, signor Ceprani
carissimo; questi son cinque da mille. —

Orazio Ceprani era rimasto interdetto; non sapeva se dovesse prender
subito, o rifiutare, almeno per cerimonia: intanto abbozzava un “ma io,
veramente...„ di un effetto assai comico.

— Non faccia complimenti, la prego; — ripigliò il Gonzaga. — Ella è
amico di mio nipote, e gli amici di mio nipote sono i miei. Alle corte,
non mi vuole per creditore?

— Oh, che dice ella mai? — mormorò il Ceprani, commosso. — La ringrazio,
ed accetto, perchè il bisogno era urgente, e sono ottantamila lire che
mi costerà questa liquidazione di gennaio. Grazie anche a te, Arrigo, —
soggiunse, mentre intascava i cinque biglietti, — perchè in casa tua ho
ricevuto il benefizio. Vado dunque a raccogliere tutte le mie forze, i
miei ottantamila franchi, ed ahimè non per condurli alla riscossa. Si
pranza insieme, quest'oggi?

— Perchè no? — disse Arrigo. — Si potrebbe anzi incominciare dalla
colazione, se hai tempo.

— Lo troverò. Per che ora?

— Ma, non saprei; bisognerà sentire mio zio.

— Oh, non badare a me; — disse il Gonzaga. — Io son vecchio, e i giovani
sentono forse più presto le voci dello stomaco.

— A mezzodì, allora? O alle undici?

— Sia pure per le undici.

— Tra un'ora, dunque; — conchiuse il Ceprani, guardando l'orologio. — Mi
diano il tempo di correre alla Borsa, e sono subito di ritorno. Vuoi
nulla, tu?

— No, — disse Arrigo, — ci ho il mio agente. A rivederci. E bada, non
più Ausonia, per ora! —

Orazio Ceprani rispose con gesto, che voleva dire: “ho capito„ e poi

    _si dileguò, come da corda cocca._

Arrigo fu molto soddisfatto di vederlo partire.

— Finalmente! — mormorò. — Il passo sarà libero, ora. Se permetti, zio,
vado a dare libertà a qualcheduno. Con questi amici, che ronzano sempre
ne' miei paraggi, bisogna sempre stare in vedetta.

— Fammi almeno sapere dove debbo ritirarmi, per lasciar passare i tuoi
misteri, — disse ridendo lo zio.

— Oh, non importa, c'è un'altra scala. Il guaio è che mette in una via
troppo vicina all'ingresso principale. Uno che esca di qua e svolti
nella strada di fianco... capirai!

— Capisco, può indovinare i tuoi segreti di Stato, o di Banca. Anzi,
diciamo addirittura di Banca, per restare nel genere femminile. —

Arrigo fece un gesto di ragazzo contrito, e andò nella camera attigua.
Due minuti dopo era di ritorno.

— Del resto, — disse il Gonzaga, tanto per riattaccare il discorso, — un
bravo giovanotto, quel Ceprani?

— Ah, sì, lascia che ti sgridi, caro zio! — rispose Arrigo, mettendosi
sul grave. — Che prodigalità son queste? Hai le mani bucate, a quanto
pare. Sei appena arrivato in Roma, e già ti adatti all'ufficio di
vittima. Caleranno i corvi, non dubitare, caleranno a centinaia, per
levarti i pezzi. Qui, dopo l'acqua, delle fontane, non c'è altra
abbondanza che di corvi.

— Non mi credere troppo stolido, via! — replicò il Gonzaga. — Una volta
non conta per uso. Ma non è tuo amico, questo Ceprani?

— Amico, sì, non lo nego. Ma gli amici non hanno da esser mica vampiri,
per succhiarci il nostro sangue. Caro zio, ci ho una massima, io: il
cielo per tutti, e ognuno per sè. A buon conto, io non ho mai chiesto
nulla a nessuno. —

E il viso di Arrigo aveva preso una espressione di durezza, che diede
nell'occhio, ma più ancora sui nervi, al vecchio Gonzaga. Non era più
quello, perbacco, il viso di sua sorella Cecilia.

— Ne sei ben sicuro? — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Ed anche
senza ricorrere alla borsa altrui, non ci sono servigi che ci è mestieri
qualche volta di fare, o di chiedere? Le amicizie, così belle nel loro
disinteresse, in certi momenti, e senza secondi fini, non sono esse un
capitale che si sfrutta?

— È un'altra cosa; — rispose Arrigo. — Il Ceprani è mio amico. Spenda la
mia amicizia, la faccia valere, ma non tocchi la mia borsa.

— Sei troppo rigoroso; — notò il vecchio. — Ma che uomo è costui?

— Un buon diavolo, ed anche onesto, per quel che fa la piazza; ma di
affari s'intende com'io di greco, che n'ho avuta una tintura al Liceo.
Aggiungi che ha una mano così disgraziata, da guastare tutto quello che
tocca. Ha sempre qualche preziosa notizia, per certe sue attinenze con
uomini di governo, ed io ne cavo profitto... facendo tutto il contrario
di ciò ch'egli fa.

— Vedi dunque che tu lo spendi; in qualche modo fai capitale di lui.

— Eh, se tu la intendi così, caro zio, tutti avranno diritto ad una
parte della mia sostanza, mentre io so di non doverla che a me.

— Ah, sì, parliamone un poco, — disse il vecchio, cui capitava la palla
al balzo. — Ti sei dunque fatto uomo di banca?

— Come vedi, lavoro, senza affaticarmi troppo.

— E la giurisprudenza?

— Da banda. Ho compiuti i miei studi; serviranno a tempo opportuno,
quando sarà il caso di pensare agli onori. Anche con l'avvocatura si
arriva; ma il mondo mormora. Si ha invidia degli avvocati, caro zio, e
non c'è politicante da caffè che non tiri la sua sassata ai ciarloni.
Per altra via, e più sicura, io fo conto di arrivare.

— Arrivare! E dove?

— Zio! — sclamò Arrigo, guardando il vecchio con aria di stupore. — Sei
tu che me lo domandi? Tu, che sei arrivato.... dall'India?

— Sì, dall'India a Brindisi, e via discorrendo, — rispose il Gonzaga. —
Ma tu, dove diamine vuoi arrivare?

— Alla fortuna, alla potenza, alla felicità.

— Egregiamente, e lo studio ti ci avrebbe condotto, per una via più
lunga, lo concedo, ma più sicura, e con miglior compagnia. Perdonami la
franchezza.

— È la tua opinione; — rispose Arrigo, inchinandosi, — ma non è
egualmente il tuo esempio. Sicuro: che cosa hai fatto tu, mio ottimo
zio? È forse lo studio delle leggi, son forse i libri, che ti hanno dato
ricchezze e buon nome per giunta?

— Non parliamo di me; io le ho fatte grosse.

— Parliamone, anzi. Ti sei accorto un giorno di avere sprecata la tua
giovinezza e le tue sostanze in parecchie follìe....

— Tra le quali un paio di guerre per l'indipendenza del mio paese; ti
prego di metterle in conto; — interruppe il Gonzaga.

— Ci venivo dopo, — replicò Arrigo prontamente, — e volevo anche
aggiungere una pena di cuore....

— Lascia stare, non frugar nelle ceneri! — gridò il vecchio, turbato.

— Perdonami, zio; me ne aveva fatto cenno mia madre. Infine, ecco qua:
io, ammaestrato dagli esempi della tua prima giovinezza e non avendo più
nobili follìe da commettere, poichè ho avuta la... disgrazia di nascere
troppo tardi, incomincio da dove tu hai cangiato sentiero. So bene quel
che vuoi dirmi; le gaie spensieratezze, il vivere conforme alla propria
età, l'aspettare la fortuna, facendo versi cattivi e abbaiando alla
luna! Il secolo invecchia, caro zio, e non vuol più saperne, di questi
perditempi. “Essere o non essere, ecco il punto.„ Vedi? Se tu non ami la
prosa, questa è poesia, e di un sommo. Il mondo è di chi se lo piglia; e
perchè lo lascerei afferrare da tanti, mentre anch'io sento di avere una
mano, che può far servizio come quella degli altri? Ogni cosa a suo
tempo, lo capisco; ma chi ha tempo non aspetti tempo. Fare e far subito:
e poichè il denaro è il nerbo della guerra, pensiamo al denaro. C'erano
degli uomini, sai, i quali si credevano ogni cosa al mondo, solo perchè
avevano il denaro, e, mentre gli altri guardavano fidenti all'orizzonte
lontano, essi vogavano sodo, alla galeotta, tirando bravamente a sè.
Anch'io ho imparato il loro giuoco, e _c'est pas plus malin que ça_. Non
sono io un savio ragazzo? Credevi di dover venire a frenarmi, fors'anche
a trattenermi sull'orlo del precipizio, ed ecco, tu trovi invece che io
vado di buon passo per la strada maestra. Non avrai che a lodarmi, zio,
e mi favorirai più volentieri in ciò che io sono per chiederti. Perchè,
vedi, di te ho bisogno davvero; non mi vergogno di ricorrere a te, e
sarò lieto di chiamarmi tuo debitore. —

Il discorso era stato brutto, o almeno poco simpatico; ma la chiusa era
molto migliore.

— C'è ancora qualche cosa, lì dentro; — pensò lo zio Cesare, che già
aveva incominciato a scandalizzarsi, fiutando l'egoista.

E rifacendosi la bocca in quella chiusa più garbata, rispose:

— Sì, per l'appunto, che cosa volevi da me? Se non ti occorrono consigli
di saviezza e non hai bisogno ch'io paghi i tuoi debiti, in che altro
può esserti utile uno zio? fammi il piacere di dirmelo.

— Ecco, in poche parole ti spiego ogni cosa; — replicò il giovinotto.

Ma proprio in quel punto, un'altra scampanellata all'uscio di casa ruppe
il filo del discorso di Arrigo.

— Diamine! — esclamò lo zio Cesare. — Ecco un altro importuno.

La maliziosa figura di Happy comparve poco stante sul limitare.

— Il signor conte Morati di Castelbianco; — disse il servitore,
tirandosi da un lato.

Arrigo si era prontamente alzato.

— Perdonami, zio; — diss'egli inquieto; — proseguiremo il nostro
discorso più tardi.

— O lo incominceremo; — commentò lo zio; — perchè finora non mi avevi
detto nulla. —




III.


Il nuovo venuto era un signore smilzo, dalla faccia scarna e dalla pelle
risecchita, che pareva di cartapecora; ma aveva i capelli e i baffi neri
morati, veramente degni del suo cognome. Gli occhi erano grigi, e non
dovevano vederci molto, perchè il conte, abbassando la testa con un atto
che pareva di consuetudine, e che lo aiutava a nascondere nella cravatta
le grinze del collo, si piantava, entrando nello studio di Arrigo
Valenti, una lente cerchiata d'oro nella cavità dell'occhiaia destra.
Era vestito all'ultima moda, d'un soprabito nero con le rivolte di seta,
la cravatta di colore, permessa soltanto di mattina ai moderni
cavalieri, i calzoni grigi, di stoffa e disegno autenticamente inglesi,
e finalmente un pastrano corto di panno chiaro, tra il verde oliva e il
lionato.

Arrigo gli era andato incontro con molta premura.

— Conte, — diss'egli, — che fortuna è questa per me!

— Caro Valenti, — rispose quell'altro, con una vocina di chioccia
infreddata e smozzicando l'erre, — dite il piacere di venire a vedervi.
Ci trascurate un pochino, sapete? Speravo di vedervi a cavallo,
quest'oggi, ma voi vi siete rintanato in casa, mio bel tenebroso! Perciò
sono venuto a scovarvi, e devo a questa amichevole risoluzione la vista
di un piedino meraviglioso. Finora, in parola d'onore, di piedini così
belli non ne avevo veduto che in casa mia.

— Che dite mai, conte? — esclamò Arrigo, sconcertato dal paragone.

— Sì, proprio; — continuò il Ganimede; — se non avessi veduto che il
piedino, avrei giurato che fosse quello di mia moglie. Ma la dama che ho
veduta qui presso, in via Sallustiana, era vestita di color marrone. Ora
la contessa odia i marroni; non può soffrire neanche il colore. —

Cesare Gonzaga osservò che suo nipote era sulle spine. Via Sallustiana,
la scala di là, il colloquio d'affari, gli si affacciarono alla mente
collegati per un filo arcano alla dama del piedino maraviglioso.

— Conte, — diceva frattanto Arrigo, per rompere quel discorso così poco
piacevole, — permettete che vi presenti mio zio, giunto a Roma stamane.

— Ah, l'aspettato, il desiderato marchese Gonzaga? Fortunatissimo di
conoscerla! — disse il conte Morati.

— Sì conte; — rispose il vecchio inchinandosi. — Cesare Gonzaga, per
obbedirla, ma senza il titolo che la sua bontà mi attribuisce.

— Zio, ci hai diritto; — entrò a dire Arrigo, che non poteva mandar giù
quella rinunzia alla corona marchionale. — Sei l'ultimo dei Gonzaga di
Luzzara, e questi sono sempre stati marchesi. In casa tua c'era anche
l'albero genealogico.

— Ah, l'albero! — rispose il vecchio ridendo. — Sì, c'era, in casa; ma
il giorno che non diede più frutto, mano alla scure, e ziffe! Ho
bruciato l'albero, signor conte, e mi son rifatto modestamente dal
ceppo.

— Ella è molto ricco, da quanto mi ha detto Arrigo; — notò il conte
Morati. — È un'altra bella cosa. Io, per dirle la verità, vado
allegramente in rovina. —

E sedette, il vecchio Ganimede, facendosi una spagnoletta.

— Diamine! — pensò Cesare Gonzaga. — Debbo io tirar fuori il portafogli,
o tenerlo ben chiuso in tasca?

— Ma intendiamoci, — proseguiva il conte, scherzando con le parole come
le sua dita scherzavano con la carta velina, — adagino, senza fretta.
Non ho figli, nè conto di averne per ora. E mi verrà forse il desiderio,
più tardi? Io già non li amo, i ragazzi. Quando sarò più avanti con gli
anni, chi lo sa? Basta, mio caro Valenti, — soggiunse il conte,
accostando la spagnoletta alla fiamma della candela, che Arrigo gli
aveva premurosamente accesa, — ho veduto, venendo da voi, il più bel
piede d'Italia. E poco dopo, davanti al vostro portone, i due più bei
cavalli d'Inghilterra. Vengono, nientedimeno, dalle scuderie del duca di
Blackborne. Li possiede il Meissner, che se ne va da Roma e vuol
venderli. Che stupendi animali! Il piedino mi è sfuggito, perchè entrava
allora in un brumme, che andò via di galoppo; ma i cavalli, perbacco,
non dovrebbero sfuggirmi. Appena uscito da voi, passo dal mio ministro
delle finanze, e se ha danari in cassa, mi slancio a conquistar la
pariglia.

— Conte, — disse Arrigo, che aveva frattanto ricuperata la sua calma, —
se il vostro ministro delle finanze tenesse fermo sulle economie,
ricordate che la mia cassa è ai vostri comandi.

— Grazie, Valenti, grazie infinite.

— Accettate, dunque?

— Accetterei, dato il caso; ma il caso non si darà. Il mio ministro è un
brav'uomo; mi rizza un po' il muso, quando mi vede dare certi strappi;
ma poi si rimette, e quando non ne ha più, è segno che ne ha ancora. È
un ministro prezioso, in fede mia! Venite a pranzo da noi, quest'oggi?
La cosa spiacerà un pochino a mia moglie, che non vi ha tra le sue
simpatie; ma non importa, rideremo. —

Cesare Gonzaga stava ascoltando a bocca aperta quello strano
personaggio, che sfringuellava con tanta leggerezza i fatti suoi. Ma
quando il signor conte venne a parlare delle antipatie della moglie, non
seppe più trattenere una piccola osservazione.

— Arrigo, ti fai dunque odiare a questo modo?

— Non badi; — rispose il conte. — Si tratta di capricci, di ubbìe
femminili. La contessa stima molto il mio amico Valenti, ma le pare
troppo serio, troppo asciutto, e che so io. Del resto, mio caro Arrigo,
penso anch'io che Giovanna abbia un po' di ragione. Siete troppo grave,
troppo asciutto, troppo savio, per la vostra età. Si direbbe che non
siate mai stato giovane.

— Proverò a diventarlo poi; — rispose Arrigo, sorridendo pacatamente,
come un dio dell'Olimpo.

— Ah, meno male! Venite dunque?

— Conte, quest'oggi è impossibile. Mio zio è arrivato stamane.

— È vero, non ci avevo pensato; bisogna star con lo zio. Ma più tardi,
almeno, per il tè? Presentiamo lo zio alla contessa, e son certo che le
piacerà più del nipote. Accetta, signor Gonzaga?

— La bandiera ha dunque da coprire la merce? — disse lo zio Cesare. —
Bandiera vecchia, ahimè! —

Il conte fece una spallucciata, a quelle parole del Gonzaga.

— Vecchia? Eh via! — esclamò. — C'è egli dei vecchi tra noi, se
escludiamo suo nipote? Badi, dunque, annunzio la sua visita. Ella
troverà molta gente, quel che ci vuole per esser più liberi. Avremo
parecchie tra le celebrità femminili di Roma, che, in punto di donne, ha
sempre l'impero del mondo; per esempio la Savelli, bellezza stagionata,
se vogliamo, ma solida; la Carini, che è sempre tanto carina; la
Manfredi, che è un fiore appena sbocciato.... —

Arrigo a quel punto interruppe la rassegna, che poteva diventar lunga
come quella delle navi, in Omero.

— Verranno i Manfredi? — diss'egli. — Senti, zio? Ecco una buona
occasione per te. —

Lo zio Cesare, che quel lieve accenno ad un fiore appena sbocciato aveva
già fatto fremere, sollevò lentamente il petto, come per chiuder la via
ad un sospiro; poi crollando la testa, rispose:

— Ti pare? Non ho ancora veduto Andrea.

— Conosce il senatore Manfredi? — gridò il conte Morati di Castelbianco.
— Un uomo d'oro, al proprio e al figurato!

— Se lo conosco! — rispose Cesare Gonzaga, mettendo quella volta
liberamente il sospiro che aveva trattenuto da prima. — Andrea Manfredi
fu il mio amico di gioventù, il mio compagno di studi, il mio fratello
d'armi. Abbiamo combattuto insieme, in questa Roma divina! Che direbbe
ella dei fatti miei, signor conte, se io, amico suo da tanti anni e
ritornato finalmente nella città dov'ella abita, la dovessi combinare in
casa d'altri, senza esser venuto direttamente, prontamente, a cercarla?

— Eh via, zio! — entrò a dir Arrigo. — Ci vai dopo colazione, e il colpo
è fatto.

— Arrigo consiglia bene, come sempre; — notò il conte. — È veramente
Arrigo il savio; lo ascolti. Siamo dunque intesi; a rivederla questa
sera, e lietissimo della fortunata occasione. Addio, Arrigo! Vado dal
ministro delle finanze, per quella pariglia che mi sta sul cuore....
come quel piedino di fata.

— Sempre? — disse Arrigo, ridendo per quella volta liberamente.

— Che ci volete fare? Sono un povero peccatore che il diavolo ha sempre
pigliato dai piedi. —

E se ne andò, ridendo della sua frase, che gli era parsa argutissima.

Rimasto solo con Arrigo, il vecchio Gonzaga si piantò davanti al nipote
e gli ficcò addosso gli occhi scrutatori.

— Dimmi, Arrigo.... il piedino di via Sallustiana....

— Non mi chieder nulla, zio; — rispose quell'altro. — Il Castelbianco mi
aveva fatto da principio una gran paura. E adesso, poi, adesso che son
vicino a ricogliere il fiato!... Se tu non fossi venuto quest'oggi,
direi che è un giorno nefasto.

— Ma lui.... il conte....

— Corteggia le ballerine, le mime, le cavallerizze. Ha sessant'anni e
tinge disperatamente. È una caricatura.

— Eh, l'ho veduto. E facendo ridere, il che è già brutto, va anche in
rovina?

— Non lo credere; — rispose Arrigo. — È un suo vezzo di parlare così, un
ticchio di gran signore. Ne ha spesi molti, in gioventù, ma ancora oggi
può valere un paio di milioni. Ed è conte.

— Che cosa vuol dire?

— Vuol dire moltissimo, zio. Anzi, vedi, ti prego di non incocciarti
nella tua democrazia, che fa a pugni col tuo casato. Qui il disprezzo
dei titoli non è di moda. Chi ne ha uno lo inalbera; chi non l'ha lo
inventa. I titoli nobiliari son tutto, perfino negli affari, ove non
dovrebbero aver valore che quelli di banca. Non si fa un consiglio
d'amministrazione di miniere, di strade ferrate, di vapori e via
discorrendo, che non ci mettano una mezza dozzina di corone. Non fanno
nulla; ne ho sentiti io che dicevano cose... dell'altro mondo; ma non
importa, ci stanno bene, decorano. Ed anche nelle livree, senti, una
corona non guasta.

— Che follìe! — esclamò il Gonzaga.

— Follìe! — Lo dici tu, che ritorni dall'India. Ma il nostro mondo
occidentale è fatto così; prendiamolo com'è. —

Il vecchio Gonzaga stette alquanto sopra di sè; poi disse, con accento
malinconico:

— Arrigo, Arrigo, sei tu che parli così? La nobiltà del sentire e
dell'operare, quella è la vera. Anch'io amo i bei nomi.... quando sono
portati bene da non degeneri nipoti. Ma poi, vedi, la penso come
Isocrate. Ti parrà strano che io venga dall'India per citarti Isocrate;
ma non ti stupire, è un ricordo di scuola. Per Isocrate, adunque, la
nobiltà risiedendo tutta nel capostipite e derivando da lui, valeva
meglio che l'uomo fosse egli capostipite della propria. Chi erano gli
antenati di Pipino d'Heristal? Se ne conosce uno, uomo dappoco, e solo
da Pipino d'Heristal incomincia il lustro dalla casata. Aggiungi a
questo Pipino la gloria di altri due nomi, Carlo Martello e Carlo Magno,
perchè io ti ho voluto citare l'esempio più favorevole alla tua tesi; e
che cosa vien poi? che cosa rimane della stirpe nobilissima? Un branco
di sciocchi. Dunque, ragazzo mio, non ci vantiamo tanto di una nobiltà
che non è discesa “per li rami„ e cerchiamo invece di fabbricarcene una,
che sia ben nostra, e frutto di azioni virtuose. —

Arrigo Valenti non la intendeva così.

— Parole! — mormorò egli. — Ma nel fatto....

— Orvia, non voglio sentir altro! — gridò Cesare Gonzaga, che
incominciava a perdere la pazienza. — Vedi, Arrigo, se tu non amassi, la
qual cosa mi riconcilia un pochino con te, ti crederei diventato
cattivo.

— Amo, sì! — disse il giovane, — e appunto perciò ti ho pregato di
venire a Roma.

— Alla buon'ora! E in che modo potrei servirti io?

— Presentandomi in casa Manfredi.

— Oh! — disse lo zio, inarcando le ciglia. — E dovevo venir io a bella
posta dall'India?

— Come per citarmi Isocrate, sicuro. Ecco qua, zio, lo stato delle cose.
Il senatore Manfredi è molto sostenuto con me. Con tutte le mie
relazioni, con tutti i miei denari, non mi riesce di penetrare in quella
casa. Ci troviamo spesso insieme, ora in una conversazione, ora in una
festa da ballo; ma niente mi serve; il banchiere senatore è sempre di
ghiaccio con me, ed io non ho potuto ancora rompere quel ghiaccio. —

Cesare Gonzaga era stato a sentire attentamente il discorso di suo
nipote. Appena questi ebbe finita la sua esposizione, il vecchio rimase
un pochino sovra pensiero, masticando qualche frase, che stentava ad
uscirgli di bocca.

— Parliamoci schietto; — diss'egli finalmente. — Saresti in qualche cosa
venuto meno a certi principii?... Andrea, se è sempre l'uomo che io ho
conosciuto, su certe materie non ischerza.

— Zio, — rispose Arrigo con accento sicuro, — non ho mai fatto cosa di
cui debba arrossire. Ho imparato da ragazzo a meditare sulle mie azioni,
e se sono venuto al punto di non far mai se non quello che metteva conto
a me, credi pure che ci sono riuscito senza offendere il diritto degli
altri. Il Manfredi non mi ha in grazia. Perchè? Lo saprà lui; fors'anche
non lo saprà. Ci sono qualche volta delle antipatie irragionevoli. A
buon conto, egli non sa che io sia tuo nipote, nè io ho creduto prudente
di dirglielo, amando meglio di aspettare, per ferire un gran colpo. Una
sera, in casa Savelli, me presente, ricordando nomi ed uomini del
passato, egli venne a parlare di te, e il suo gelo si squagliò come per
incanto; ti citò come un esempio di alto carattere, come un modello di
amico; insomma, ne disse tante, che lasciò tutti maravigliati, non
solamente dei tuoi meriti, ma anche della sua eloquenza. In verità, non
ne aveva mai sfoderata tanta in Senato.

— E allora, — osservò il Gonzaga, ridendo — ti è venuto in mente di
chiamare a Roma quel fior di virtù? Guasti pur troppo la bella immagine
che io m'ero formata dell'amor tuo. Bene! bene! La gioventù è sempre un
pochino egoista. Già, per dirtela schietta, mio caro nipote, in
parecchie cose ti vorrei vedere, per la tua età, meno uomo. È una mia
idea, ed avremo tempo a discorrerne. Dimmi, invece, come e perchè ho da
servirti io, presso il banchiere Manfredi? Di credito non ne hai
bisogno, a quanto so. Vorresti forse entrare in qualche operazione
bancaria con lui?

— Ha una figlia; — rispose Arrigo.

— Ah! Il fiore appena sbocciato; — disse lo zio Cesare, sospirando da
capo. — E l'ami?

— La voglio.

— È un po' diverso, ma potrebb'essere, in certi casi, lo stesso. Ma,
scusami, e quell'altra? Povera donna....

— Oh, Dio mio! Ce ne son tante, di queste povere donne!

— E perchè ce ne son tante, tu vorresti aggiungerne un'altra?

— Infine, — disse Arrigo, vedendo che lo zio si rabbruscava, — non
credere che ella mi ami. Mi ha detto, anzi, che tutto ha da finire tra
noi.

— Giuramelo! che cos'hai di più sacro?

— Per la memoria di mia madre; — rispose Arrigo.

Il vecchio si rasserenò, udendo l'invocazione, che non poteva essere
bugiarda.

— Quand'è così; — riprese, — tanto meglio! In fondo, non mi mettevo io a
predicare la costanza.... nella illegalità? Bei consigli da vecchio! Or
dunque, mio bell'Arrigo, sebbene mi dispiaccia un pochino di rifar la
vita dei salotti e delle conversazioni, spendimi pure; sarò il tuo uomo.
E dimmi, ci sono già vincoli, in aria?

— No, — disse Arrigo, che aveva capito a volo, — ma potrebbero venire.
C'è un conte che mi dà noia.

— Sei amato?

— Credo.

— Ma bravo! E navighi così, tra questa e quella, tra la riva e gli
scogli?

— Credi, buon zio, che sono assai più vicino alla riva.

— Ehm! — rispose il Gonzaga. — Se debbo giudicarne da poco fa, tu
rasenti ancora troppo gli scogli. —

Arrigo diede in uno scoppio di risa. Passato il pericolo, anche un
marinaio può ridere così.

— Caro zio! — esclamò egli, abbracciando il vecchio cortese. — Sei
giovane, tu, pieno di fuoco. Ci scommetto che a te piacerebbe più lo
scoglio, anche a rischio di dare in secco.

— In secco, no! — rispose lo zio Cesare. — Ma via, non mi far parlare...
come il tuo conte di Castelbianco. —

Ridevano le due età, così lontane l'una dall'altra, che la voce del
sangue aveva ravvicinate. Arrigo Valenti intravvedeva la vittoria e già
gli pareva di metterle la mano nei capegli. Cesare Gonzaga era in fondo
un po' triste, perchè aveva trovato il suo nipote troppo savio, troppo
calcolatore, forse per eredità di esempi paterni; ma infine, ci aveva
trovato anche qualche sentimento gentile, soave eredità di sua madre,
che gli affari di banca e le vanità sociali non avevano intieramente
soffocato. Del resto, egli era venuto, e con la sua autorità di zio
sperava di richiamarlo sul retto sentiero. Arrigo, a buon conto, era
ancor giovane, e amava la figliuola di Andrea Manfredi, del suo amico,
del suo compagno di studi, del suo fratello d'armi, del suo....

Ma un'altra scampanellata all'uscio di casa interruppe la conversazione
dei due personaggi, ed è giusto che interrompa anche il periodo al
narratore.

Ritornava il signor Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di
spada, cavaliere compitissimo e disgraziato per giunta. In un'ora aveva
dato sesto alle cose sue, e giungeva trafelato, quantunque fosse andato
e tornato in carrozza.

— Sono allegri! — diss'egli, entrando nello studio e trovando zio e
nipote ancora in atto di ridere.

— Ma sì; — rispose Arrigo. — E tu, Orazio, hai una cera da funerale. —

Orazio Ceprani tentennò malinconicamente la testa.

— Eh, credi, caro mio, — rispose egli, — che ottantamila lire non sono
come un mucchio di soldi nella scodella di un cieco. Che liquidazione si
prepara! Anche tu, scusami, non hai mica da stare allegro!

— Perchè? — chiese Arrigo, chiudendo gli occhi a mezzo e allungando le
labbra, con quell'aria di cortese ironia che abbiamo già veduto, al suo
primo apparire nello studio.

— Perchè il Verni è fuggito, a quanto dicono, e credo ti levi di tasca
un ventimila lire.

— Una bella somma! — notò Cesare Gonzaga. — Una povera famiglia ci
camperebbe dieci anni.

— Pazienza! — rispose Arrigo, sorridendo ancora, sorridendo sempre. — Il
Verni, per tua norma, io lo avevo già calcolato tra i dubbi. Caro mio,
non ci ha da esser niente di impreveduto nella vita di un uomo. Si
studiano dapprima tutte le probabilità, favorevoli e contrarie, e poi si
giuoca la posta. Così, vedi, Orazio, questa perdita io l'avevo
preveduta. Ho venduto a lui, sapendo in anticipazione di perdere, per
non aver l'aria di un taccagno. Il Verni frequentava la migliore
società. Ora, ecco un uomo in mare. Me ne duole per lui; quanto alla
perdita.... —

In quel momento Happy era comparso sull'uscio per dire:

— Il signor cavaliere è servito.

— Sta bene, — ripigliò Arrigo Valenti. — Quanto alla perdita, essa non
c'impedirà di fare una buona colazione, se il cuoco non è fuggito, o non
ha perduta la testa. Zio, per farti strada! —

E passò avanti, il felice Arrigo, e gli altri due lo seguirono nella
sala da pranzo.




IV.


La contessa Giovanna Morati di Castelbianco, presso la quale andremo ad
aspettare i nostri personaggi, con la certezza di conoscerne altri
parecchi, fior di cavalieri e di dame, la contessa Giovanna, dico, era
una bella donna sui trentadue. È una brutta cosa, lo so, contar gli anni
alle donne; ma i narratori hanno dall'ufficio loro il triste obbligo di
essere più noiosi dei presidenti di tribunale; i quali, almeno,
procedendo all'interrogatorio di una bella testimone, possono
incominciare, quando sono galanti, press'a poco così:

— Signora, quanti anni ha? Ventidue, non è vero? —

Dunque, la contessa Giovanna ne aveva già trentadue; età, dopo tutto, in
cui la bellezza è giunta al suo pieno rigoglio, e può ancora aspettare
una lieta maturità. Una bell'alba, sicuramente, ha i suoi pregi, e
piacerebbe anche al re Saulle, che fu, come sapete, l'uomo più scontroso
e bisbetico della storia. Ma un sole al meriggio, Dei immortali! Un sole
al meriggio scotta. E la bellezza della contessa Giovanna era proprio
così, per testimonianza di molti, che s'erano argomentati di godere
accanto a lei d'un calor temperato; scottava senz'altro. Molto grave,
tuttavia, sotto le mostre di una conversazione arguta e di una
affabilità costante; più grave allora, quasi melanconica, e in certi
momenti anche triste. Pareva che la sorte, concedendole la ricchezza e
lo sfarzo di una condizione invidiata, le fosse stata avara di ciò
ch'ella avrebbe desiderato assai più, come a dire una felicità più
modesta e più ignota. E taceva, nondimeno, il suo intimo tormento; e si
padroneggiava, obbligata com'era a ricevere, a sorridere, a dir parole
garbate; ma in quell'ufficio di cortesia si indovinava lo sforzo, e
quella sera più che mai.

Povera donna, mal maritata! Sentite i discorsi che le faceva, dopo
tavola, il suo signore e padrone. Avevano pranzato un poco prima del
solito, perchè ella avesse tempo a disporre ogni cosa per il suo tè. Era
un tè semplice e semplicemente annunziato; ma diventava sempre, aiutando
il numero dei convitati e le voglie della gioventù, un tè danzante. Si
dice danzante, o danzato? Nè l'uno, nè l'altro, probabilmente; era
invece un tè, che quando c'eravate tutti voi, insieme con tutti noi e
con tutti loro, si tirava discretamente nell'ombra, e lasciava che da
una parte si ballasse, dall'altra si giuocasse, e più in là si trovasse
anche una succulenta imbandigione, la quale non so perchè non si
chiamasse cena a dirittura. I tè, chiamati anche _martedì_, della
contessa Giovanna, duravano dai primi di gennaio fino agli ultimi di
febbraio, e godevano di una riputazione straordinaria; ma non ci si era
ammessi molto facilmente, e il numero dei cavalieri non oltrepassava
d'ordinario i cinquanta, tra vecchi amici di casa ed altri, che, avendo
conosciuto i Castelbianco in qualche società e portato al palazzo della
contessa due biglietti di visita, erano stati ricambiati da un biglietto
di visita del conte. Le amiche e nemiche intime di Giovanna, quasi
sarebbe inutile il dirlo, accorrevano tutte, e, sebbene non ci fosse la
pretesa di un ballo, ci andavano in _grand décolleté_. Dico la cosa in
francese, perchè non c'è in italiano, e se c'è, non mi piace trovarla.

I Castelbianco si erano alzati da tavola, e la contessa si muoveva per
andare nelle sue camere ad abbigliarsi, mentre il conte aveva accennato
all'idea di dare una corsa fuori di casa.

— È sperabile, — notò la signora, — che non farete stasera come l'altro
martedì, e non andrete al vostro eterno circolo.

— Non andrò; — disse il conte, sospirando.

— Capisco, per voi è un sacrifizio rinunziarci; — replicò la signora.

— Che dite, mia dolce amica? Mi ci diverto, in casa, mi ci diverto un
mondo. Ma quando mi ci sarò ben divertito, — continuò il conte, mutando
il sospiro in un mezzo sbadiglio, — non saprò più che fare, nella mia
beatitudine. Ah, Giovanna, perchè non siete voi... la moglie di un
altro? Vi farei una corte spietata, e non senza qualche speranza.

— Vi ringrazio del buon concetto che avete di me.

— Si scherza. Ma, dopo tutto, essendo io l'aspirante.... Vedete che il
rischio non è tale da spaventarmi. Siete bella, Giovanna, avete una
testa da imperatrice, e, per andare fino in fondo, il primo piedino
dell'universo. Ma non siete più sola, badate!

— Che cos'è quest'altra stravaganza? — domandò la contessa, seccata da
quei discorsi sciocchi, ma non potendo tuttavia trattenersi dal ridere.

— Eh, vorrei che lo aveste veduto, come l'ho veduto io questa mattina,
in via Sallustiana. Un piedino, che pareva il vostro! Non andate in
collera, mia dolce amica. Ammirandolo come ho fatto, non son venuto meno
a nessuno dei miei doveri. Mi pareva tanto la stessa cosa, che a tutta
prima ho pensato a voi, e mi son chiesto quale delle vostre amiche
abitasse lassù.

— Bella! — esclamò la contessa. — Son forse andata a far visite?

— Capisco, ma che volete? Lì per lì, mi era parso che poteste esser voi.
Per fortuna, se non ho veduto il viso, ho veduto una veste color
marrone; e voi il marrone lo odiate.

— Esagerazione! Non mi piace tanto, ecco tutto; — rispose la contessa,
scuotendo la sua bella testa da imperatrice. — E che cosa andavate voi a
fare lassù?

— Volete saperlo? Andavo a trovare il mio amico Valenti; quel poveraccio
che voi non potete soffrire.

— Altra esagerazione! — ribattè la signora. — Mi è indifferente, e voi,
a furia di dire queste cose, finirete col fargli credere che qui si
parla molto di lui.

— Giustissima, l'osservazione! — disse il conte. — A proposito, stasera
vi presento suo zio, tornato dall'India, il signor Cesare Gonzaga, un
bell'uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di
non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non
essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo. È un carissimo
uomo, del resto, e metterà un po' di brio in questi vostri ricevimenti,
che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.

— Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; — osservò
la contessa.

— Ah, sì, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non
è male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che
è carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La
Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che è
stravecchia e oramai dovrebbe smettere.

— Smetter che? Di venire a vedere un'amica? — ripigliò la contessa. —
Del resto, le volete giovani e belle? C'è la Manfredi.

— Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete
dappertutto quel fiorellino appena sbocciato? A teatro con voi; in
carrozza con voi; a casa, non se ne parla neanche. E al solito capiterà
per la prima. Badate, Giovanna; una marchesa che amai, quando ero
giovane, cioè, quando ero più giovane, mi diceva....

— Qualche storiaccia delle solite!

— Bene, vi farò grazia della storia, vi riferirò soltanto la morale:
“Noi donne abbiamo il torto di non esser gelose delle ragazze; e queste,
frattanto, si prendono la nostra bellezza, si vestono della nostra
grazia, e ci rubano il posto.„

— A me, — disse Giovanna, — non ha da rubar nulla.

— E non parlo per voi, moralizzo in genere; — rispose il conte. — Ma io,
ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io
qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi
adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servirà. —

Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto
Alcibiade se ne andò a prendere una boccata d'aria, non senza
l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritirò
nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di
Castelbianco aveva avuto così poca voglia di mettersi in abito di
ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur
troppo, perchè la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di
casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi
dalla sua gente di servizio.

La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue
feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po'
d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna è
così lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser
felice. Ma l'uso, ahimè, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito
della società, e i balli e i lieti ritrovi non hanno più
quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene,
diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno
si gode lo spettacolo superficiale, tanto più s'incomincia ad osservare
molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si
paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti
esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di
ebbrezze profonde. Crediamo così volentieri alla felicità degli altri,
quando non ce n'è ombra per noi! Allora una povera donna, piena di
sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso è ancora
venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per sè. La
cosa non è neanche difficile, poichè è lei la cercata, è lei la
desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione,
dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.

Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non
dicono nulla, c'è il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei
nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di
madreperla; c'è il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i
trionfi di salotto coi _meets_, il _turf_ e lo _sport_; c'è l'uomo
illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai
posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c'è il
cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper
nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c'è,
infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del
servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e
lascia intorno a sè un profumo di modestia, che può farlo ricercare, in
un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta
de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento
ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti
dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e
giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si è travolti,
avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo
scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto
tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non
offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida
di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi
verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la
bontà serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosità
commovente, infine, che vi dirò? l'anima vestita a festa. Ma non è festa
ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le
ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si
scopre. Maschere geniali, addio; la commedia è finita. E v'hanno cuori
che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che
cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta è la sete del
vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste
prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri
cuori, alla meta!

Il cuore di Giovanna, non pervertito, nè sciocco, rifuggiva da queste
ricerche. La povera donna aveva creduto ed errato; non voleva
ricominciare. In verità, era così misero l'uomo, e così brutto il
pericolo! Turbata da vaghe paure, agitata dai rimorsi, voleva finirla, e
in un impeto di sincerità dolorosa lo aveva già detto a quell'uomo. A
lui toccava, a lui, di ribellarsi a quella sentenza in nome dell'amore,
onnipossente quando è vero. Ma poteva Arrigo Valenti far ciò? Aveva egli
trovata una di quelle frasi che escono dal profondo del cuore, e
possono, se non mutar nome alla colpa, nobilitarla almeno e renderla
cara come una eccelsa sventura? No, non l'aveva trovata: aveva detto:
intendo, sì, avete ragione, fummo pazzi. E non una lagrima, il vile, non
una lagrima, che temperasse quelle acerbe parole! Ah, povera donna! Un
giorno, forse, a quell'angoscia sarebbe sottentrata la calma, e con la
calma il pensiero di una vita nuova. Quante belle cose, nel mondo, senza
le febbri della passione per l'essere immeritevole! L'arte, per esempio,
a lei così cara! Infine, per qualche alta cagione passiamo noi
pellegrini su questa terra, che la medesima povertà delle nostre
cognizioni davanti all'infinito visibile ci ammonisce non esser altro
che una via. E perchè, intanto, sacrificare ad una fermata, ad un
errore, ad un rimorso, tutte le sublimi curiosità del viaggio? Quanta
gente non vive, e felice, senza le febbri maledette? Passare nella
gioventù belle e superbe, col cuore aperto a tutte le nobili commozioni,
a tutti i confessabili amori, guardando con serena alterezza dintorno a
sè, non costrette a temere lo sguardo indiscreto, ad arrossire davanti a
un testimone volgare; accostarsi alla vecchiezza, onorate e gloriose,
orgoglio ed esempio ai figliuoli, grato ricordo ai gentili compagni di
vita, condanna vivente ai rotti costumi del tempo; spegnersi benedette e
sacre, potendo dire con l'ultimo soffio di vita: “non vedrò là severo il
volto di mia madre;„ orbene, ecco la gran meta, l'ideale, il sogno
divino. La virtù, che è bella nel suo immacolato candore, il pentimento
che raggia a lei con intelletto d'amore, ecco i conforti, le gioie, il
viatico dell'esistenza; il resto è nulla.

Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi
più tardi da sè. Per oggi ella è triste, ferita nel suo amor proprio,
punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per
chi? La bella dama è vestita di tutto punto, per recitare la sua parte.
È l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce.
È lo sforzo della necessità. Intanto, nelle sale di ricevimento si è
lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si
accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri
di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni
cosa è all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona
di casa. Ora non mancano che i convitati, ed è naturale che manchino,
poichè non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. È
troppo presto, per la folla; non può esser che lei, la giovane amica, il
fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.




V.


Snella di forme ed aggraziata nella sua giusta statura, bianca di neve
la carnagione, il viso aperto, risolutamente modellato, ma di contorni
finamente accarezzati, Gabriella Manfredi prometteva a diciott'anni una
rigogliosa maturità di bellezza, ed era già, fin d'allora, un miracolo
di leggiadria, di freschezza giovanile. La fronte, nitida e breve, era
nascosta a mezzo da due ciocche increspate dei suoi capegli neri, che,
raccogliendosi dietro agli orecchi piccini, scendevano in abbondante
cascata di riccioli lungo il collo giunonio. Gli occhi grandi, profondi,
color di zaffiro cupo, splendevano di luccicori cristallini di sotto
agli archi prominenti delle sopracciglia nerissime. Ampia era la guancia
e piena; il naso diritto, sporgente alla radice, risentito nel classico
disegno delle nari; le labbra belle e carnose; il superiore alquanto più
tumido, che, rialzandosi col sorriso, rosseggiava vivace sulla
bianchezza luminosa dei denti; il mento, ovale e rilevato, completava
degnamente quel tipo maraviglioso di bellezza greca, con tocchi più
vigorosi di sentimento romano. Non fiori tra i capegli, o nel timido
scollo del seno: era lei, lo sapete, il fiore appena sbocciato. Vestita
di bianco e di nero, quasi per naturale richiamo alle due note
caratteristiche di colore della sua bellissima figura, portava al collo,
per unico ornamento, un sottil vezzo di perle. A vederla, quando volgeva
da un lato la magnifica testa, nobilmente rilevata in arco al sommo
della cervice, ricordava l'atteggiamento statuario di Diana, che par
muovere il capo ai rumori della selva, mentre leva la mano all'omero,
dove stanno raccolte le frecce infallibili. E forse accresceva
l'illusione quel suo aspetto sereno, ma non senza indizi di osservazione
precoce, di testolina forte, come sono generalmente le ragazze rimaste
per tempo senza madre e costrette a studiar molto da sè, timide ancora
nel soave candore della beata adolescenza, ma già salde di tempera ed
agguerrite oltre l'età.

Tale era, nello splendore dei suoi diciott'anni, Gabriella Manfredi.
L'accompagnava il senatore suo padre, e veniva con essi il conte di
Castelbianco, ritornato allora, e miracolosamente a tempo da quel suo
“eterno circolo.„

Giovanna accolse la fanciulla tra le sue braccia, e la baciò sulla
fronte. Quel bacio all'innocenza la rianimò; le parve per un istante di
non aver più nulla, e le fiorì sulle labbra il più lieto sorriso; poi
stese la mano al senatore, in atto di saluto e di ringraziamento ad un
tempo.

— Contessa, si arriva primi, secondo l'uso; — disse Andrea Manfredi,
ridendo. — Ma voi lo volete, Gabriella lo vuole, ed io, non avendo da
volere, obbedisco.

— Grazie, senatore. L'amo tanto, il vostro angelo! — rispose la
contessa. — Come sei carina! sembri una bella ninfa antica! — proseguì,
rivolgendosi alla fanciulla.

— E tu? — disse Gabriella. — Non c'è che l'antico paragone, per te. Sei
sempre bella come un sole.

— Al tramonto, bambina! Pochi anni di più, e potrei essere tua madre.

— Se Pompeo lo permette, contessa, — entrò a dire il Manfredi, — vi
costituisco tale, senz'altro, e corro via.

— Ve ne andate?

— Per una mezz'ora; il tempo di giungere all'Albergo di Roma, per
stringer la mano, o lasciare un biglietto di visita, ad un amico mio di
giovinezza, che oggi è stato da me e non mi ha trovato in casa.

— So chi è; — disse il conte. — Cesare Gonzaga.

— Per l'appunto. E chi t'ha fatto indovino a quel modo?

— Non c'è niente di maraviglioso. Per intanto puoi rimanere, perchè a
momenti egli sarà qui. Ci siamo conosciuti stamane. Che simpatico uomo!
È lo zio del Valenti.

— Del Valenti? — esclamò Andrea Manfredi. — Del giovane sodo?

— Sì, proprio lui: non lo sapevi?

— No, davvero. Cesare Gonzaga ha lasciato l'Italia trentatrè anni fa, e
col Valenti, sai, ci vediamo poco.

— Sei come mia moglie, tu! — osservò il Castelbianco, dando una
sbirciata alla contessa, che stava fortunatamente ragionando in disparte
con Gabriella. — Quel Valenti le è uggioso, direi quasi antipatico. Ma
perchè, dico io, perchè? Non è forse un savio ragazzo?

— Troppo savio; — rispose Andrea, — e la contessa, che ha rettitudine di
giudizio, lo avrà subito indovinato, come l'ho indovinato io. Quelli lì,
mio caro Pompeo, non sono giovani, e tu spendi male con essi il tuo bel
titolo di ragazzo. Hanno l'anima vuota di nobili idee, il cuore
risecchito: chiamali banchi ambulanti, orologi a pendolo, incapaci di un
errore, ma anche di un largo concepimento e di uno scatto generoso.

— Sì, hai ragione; — disse il conte. — Ma noi, con le nostre follìe, col
nostro cuore esaltato e con le nostre mani bucate, che guadagni abbiam
fatti? Parlo per me, si capisce. —

Andrea Manfredi sorrise, e, ficcando il suo braccio sotto quello del
conte Pompeo, soggiunse arguto:

— Tu, con tua buona pace, sei un vecchio impenitente.

— Vecchio? Oh, questa poi!... — rispose il conte. — È la prima volta che
me lo dicono; e per fortuna non è un giudizio di donne.

— Matto!... — replicò il Manfredi. — Sai che ho sessantacinque anni, io?
E che ai nostri tempi eravamo quasi coetanei?

— Quasi? — borbottò il conte. — Mettici quindici anni almeno, nel tuo
quasi.

— Via, contentati di cinque, e diciamo sessanta.

— T'inganni, oh t'inganni! — rispose il conte Pompeo, che non voleva
adattarcisi... — Vedi, Andrea; la mattina, quando non è ancora venuto il
parrucchiere, ho cinquant'anni: dopo che è venuto, ne ho quaranta: sul
Corso, a Villa Borghese e prima del pranzo, ne ho trenta....

— Ed ora ne hai venti, — conchiuse il senatore. — Se la va di questo
passo, mi diventi bambino tra le braccia, e dovrò portarti io a dormire,
in mancanza di balia. —

Mentre i due vecchi ridevano, avviandosi verso il salotto attiguo, le
due donne chiacchieravano sedute sopra un divano.

— Che vuol dir ciò, che ti amo tanto, Giovanna? — diceva la fanciulla. —
Vorrei star sempre con te. Sai che è una cosa triste, essere senza
madre? Anche tu, da qualche tempo sei triste. Oh, non lo negare, non sei
più quella di prima. C'è un dispiacere di mezzo. Vuoi confidarmelo?

— No, non ho nulla; — rispose Giovanna. — Contrarietà, forse, piccoli
malumori in famiglia, ed anche passeggeri; non mette conto parlarne.
Ragioniamo invece di te, mia bella fanciulla. Come va il cuore? Chi ami?

— Nessuno.

— Nessuno, è troppo poco. Neanche un principio? Tra tanti giovani che
vedi....

— Ah, troppi ne vedo, — interruppe Gabriella, — e tutti si
rassomigliano. Gravi, impettiti, inamidati, prepotenti, vengono in
società per dettar sentenze, come altrettanti consiglieri di Cassazione.
Sorridono di compassione ad ogni discorso un po' caldo, e sembrano
accusarti di vanità, di leggerezza, di poesia, tutti sinonimi, per loro!
Già, essi non parlano che di cavalli, come se fossero nati e allevati in
scuderia, o di affari bancarii, o di politica. La politica non mi
dispiace; anche il babbo ne parla, qualche volta, ma per paragonare i
bei tempi, i tempi dell'apostolato, della pugna, del sacrifizio, insomma
i tempi eroici... con questi! Essi ne parlano per fare i loro calcoli
sulla stabilità o sulla caduta del Ministero, senza badare se questo si
regge senza gloria, o cade con dignità. Non vedono che il fatto, essi,
non ragionano che sulle conseguenze bancarie di quello, e sulle
oscillazioni che potrà cagionare alla Borsa. Capisco che hanno da
guadagnare e da perdere. Anche il babbo è banchiere; ma, tranne un'ora,
ed anche meno, di conferenza col suo segretario, non c'è caso che tu lo
senta ragionare di queste miserie. Come è giovane, mio padre! E loro,
invece, è una pietà doverli sentire. Se ti parlano di musica, lo
ricordi? non fanno che sentenziare brevemente, asciuttamente, tra la
tedesca e l'italiana, come se ci fossero due musiche, separate e
distinte fin dalla nascita. Se ti parlano di letteratura, non li senti
far altro che condannare ogni idealità, bollandola con una parola di
disprezzo: retorica! Un nobile entusiasmo non è, infatti, che retorica;
un impeto di passione è falsità, poesia introdotta a forza nel
linguaggio comune, offesa alla serenità di quella lastra fotografica che
è l'arte. E se tu ardisci fare una piccola osservazione, ti lasciano
dire, perchè sei donna, ma ti guardano in viso con aria gentilmente
canzonatoria, come se fossi incapace d'intenderle, quelle nuove ragioni
dell'arte. E fumano, poi, come vulcani, e mangiano molto e ballano poco.
A teatro, i famosi giudici delle due scuole musicali, quando c'è
l'opera, sonnecchiano nelle loro poltrone, o vanno a chiacchierare nei
corridoi, fino all'ora del ballo, quando si tratta di ammirare le
capriole. Questo è l'unico momento di gioventù e d'entusiasmo per essi.
Infine, Giovanna mia, sono molto serii, e sotto quella vernice di
serietà s'indovina il materialismo. Mi fermo, per non entrare in
filosofia; ti dirò solo, per conchiudere, che appena uscita dal
conservatorio, con tante idee per la testa, li credevo migliori. Non
saranno cattivi a dirittura, gran che! Sono mediocri, e mi basta.

— Il ritratto non è abbellito, davvero; — osservò la contessa,
sorridendo, — ma nel complesso è abbastanza rassomigliante. Il conte
Guidi, per altro, non è così.

— Eh, non saprei; — disse Gabriella. — Lo studio.

— Tu, bambina?

— Io, sì; ti pare orgogliosa, la risposta? ma che cosa possiamo far noi,
obbligate a parlar poco e ad ascoltar molto, se non studiare un pochino
chi ci parla? Il conte Guidi mi pare uno dei migliori, qualche volta, e
qualche altra non me lo pare. Che ne so io? È un cavaliere tenebroso.

— Ti amerà, forse, e non ardirà parlare troppo chiaramente. Sai che non
è ricco?

— Oh, questo vorrebbe dir poco; non amo i ricchi.

— Perchè lo sei tu, birichina?

— No, sai, non ci penso neanche; e se ci penso... Vedi, Giovanna, — e
così dicendo la fanciulla si strinse al fianco della contessa, come per
parlarle all'orecchio, — ci sono dei momenti che, se non fosse per il
babbo, vorrei essere... la mia cameriera. Lei almeno è felice; ama tanto
sua madre, l'aiuta, e non ha altri pensieri. Se un uomo le dirà di
volerle bene, non glielo dirà mica per la sua dote. La poverina non ha
che la sua bellezza e il suo buon cuore; ma ci avrà la consolazione di
non essere amata per altro.

— Cara! — esclamò la contessa, baciando sui capegli la sua giovane
amica. — Ti passeranno, queste idee bizzarre, ti passeranno! Poichè tu
studi la vita, la vedrai tutta meno bella, e ti piacerà di essere nata
ricca, in una culla d'oro, come ha detto l'Aleardi. È già una bella
difesa, esser ricca! Ma ecco, bambina mia, incominciano ad arrivare i
nostri amici; ripigliamo la dignità del nostro ufficio.

— Io ti guardo ed imparo; — disse Gabriella. — Tu ricevi come
un'imperatrice. —




VI.


L'imperatrice sorrise e andò incontro alle nuove venute. Ce n'erano
parecchie, le quali entravano tutte insieme, facendo dire al conte
Pompeo che le belle donne, fedeli al costume della pianta di questo
nome, anche in casa Morati fiorivano a grappoli. La Savelli, la Carini,
la Santoro, la Franchi dal Melle, stupende creature, ognuna delle quali
rappresentava un diverso tipo di bellezza, si vedevano nel mazzo, e,
venuta forse con esse per ragione di contrasto, non mancava la
Gleisenthal. Facevano contorno (e forse sarebbe inutile il dirlo) otto o
dieci cavalieri, via via seguiti, quasi incalzati, da uno sciame di
eleganti compagni e rivali.

Son questi, non lo ignorate, i miracoli dell'orario, a cui deve sempre
corrispondere un orologio ben regolato. Io ho conosciuto dei
gentiluomini, i quali, per giungere in punto, nè un minuto prima, nè un
minuto dopo, ad un geniale ritrovo, si adattavano a far sosta nei
portoni delle case in cui erano invitati. Il bel mondo ha le sue leggi,
e riesce a farle rispettare, senz'altra sanzione, fuor quella del
ridicolo, che si rovescia sul capo ai miseri trasgressori. Si contraffà
spesso e volentieri alle leggi dello Stato, e s'incorre nella multa, e
si va anche in prigione; ma non c'è caso che con animo deliberato si
venga meno alle leggi del mondo elegante. Passare per ignoranti in
materia di consuetudini! Oh no; troppo grave è la pena.

In un quarto d'ora, sempre con l'orologio alla mano, le sale di casa
Morati erano piene di gente. Piene, intendiamoci, non già stipate per
modo da impedire il movimento dei gomiti. Questi pigia pigia si lasciano
volentieri ai balli prefettizi e di Corte, dove bisogna invitare tutto
il mondo ufficiale e titolato, senza pregiudizio di quei sollecitatori
di biglietti d'invito, che non appartengono a nessuna classe
particolarmente indicata. Un anfitrione privato deve cansare sopra tutto
il guaio di una calca soverchia, anche a risico di lasciar fuori qualche
dozzina di amici. Ne ha sempre tanti, colui che dà pasticcini da
mangiare, Pommard, Montrachet, Haut-Brion e Château-Lafite da bere!
Socrate, per verità, alloggiato in una casa ristretta, non si stimava
mai tanto felice, come quando poteva riempirla d'amici. Ma Socrate era
male ispirato, e la signora Santippe non partecipava al suo modo di
vedere; anzi è da credere che fosse questa una delle ragioni per cui
quel matrimonio celebre dell'antichità non riuscì troppo felice. L'altra
ragione si sa, è stata la filosofia. Un marito filosofo, bontà divina! e
che aspetta il suo sessantottesimo anno a ber la cicuta!...

Il conte di Castelbianco, che non era un filosofo, andava aliando di
fiore in fiore con una leggerezza giovanile, che era natura in lui e che
doveva accompagnarlo alla tomba. La Franchi dal Melle, ultimo fiore a
cui era venuto a ronzare dattorno, lo aveva lodato della sua presenza
così sollecita in casa, che non era, come sappiamo, nelle sue
consuetudini.

— E non lo indovinate, baronessa, il perchè? — disse il conte Pompeo,
piegandosi sulla vita e presentando la faccia in tre quarti. — Il cuore
mi diceva che questa sera voi sareste venuta delle prime, ed ho voluto
trovarmi subito al mio posto, per farvi una corte spietata.

— Zitto! — esclamò la baronessa. — Giovanna è vicina, e guai a me, se vi
sente!

— Eh via! Peggio sarebbe se mi sentisse il cavalier Giorgetti, che vedo
là in sentinella, come sempre. Il poveretto non ha occhi che per voi, e
prevedo che a furia di guardare il sole, sarà ben presto costretto a
usare le lenti turchine. —

Il colpo era forte e coglieva in pieno; ma la baronessa non ne fu
sconcertata.

— Come v'ingannate! — diss'ella, dando in una sonora risata. — Quel
povero cavaliere è un amico modesto e prezioso, che mi accompagna
regolarmente, e non parla. Se parlasse....

— Lo mettereste al bando dell'impero? Io non lo credo; — rispose il
conte.

— Avete torto a non crederlo, perchè sarebbe il primo dei miei doveri.

— Quand'è così, non insisto. Concludiamo dunque che il mio amico
Giorgetti, accompagnando e tacendo.... Mi permettete, baronessa di dire
tutto il mio pensiero?

— Bravo! Ne avete detto già tanto, e vi fate scrupolo di continuare?

— Ebbene, continuerò. Il mio amico Giorgetti, accompagnando e tacendo,
non si guasta con voi, e passa per un felice agli occhi del mondo.

— Che gusto ci si trova?

— Più che non pensiate. Si vive di apparenza, quando la sostanza non
c'è. Vedete? Se io potessi parere amato da voi, quasi quasi... non dico
già per sempre, ma per dieci anni almeno, mi consolerei di non esserlo.

— Ecco un ragionamento che mi darà da pensare; — conchiuse la baronessa.
— Vuol dire che congederemo il cavaliere.

— Per prender me, baronessa?

— Ah voi.... siete un bel capo, voi! Ma come fate ad essere così
capriccioso? Avete in casa una bellezza famosa. Ancora stamane,
vedendola, dicevo tra me: che uomo felice è Pompeo!

— Stamane! — esclamò il conte di Castelbianco. — Mia moglie! e dove? —

La baronessa si accorse di aver commesso un errore, e si provò ad
attenuarlo nei particolari, non potendo correggerlo nella sostanza.

— In via Condotti; — rispose.

— Da un'estremità all'altra! — borbottò il conte di Castelbianco, il cui
pensiero era già corso in via Sallustiana.

La contessa Giovanna, che stava ascoltando un discorso della marchesa
Savelli, e che frattanto tendeva l'orecchio alle chiacchiere di suo
marito con la Franchi dal Melle, si era mossa alla esclamazione del
conte, ed era venuta terza nel colloquio, in atto di chi, passando, si
fermi per dire una parola gentile. Aveva il sorriso sulle labbra, la
povera contessa, e, come potete immaginarvi, l'angoscia nel cuore.

— Ah, eccovi in buon punto; — disse il conte, vedendola giungere, e
facendo anche lui bocca da ridere. — Avete veduta stamane la baronessa,
bella e seducente come sempre, e non me ne avete detto nulla. Sapete
pure, Giovanna, che io sono un adoratore della baronessa!

— So questo; — rispose la contessa continuando a sorridere; — e potete
immaginarvi, Pompeo, che, se l'avessi incontrata, non avrei dimenticato
di accennarvelo, e di dirvi anche il colore della sua veste. Ma sono
forse escita stamane? —

Così dicendo la contessa Giovanna volgeva un'occhiata compassionevole
alla baronessa Franchi dal Melle.

— O allora? — disse il conte, guardando anche lui la baronessa. Ma
questa aveva avuto il tempo di pensare al rimedio.

— Allora, ecco qua; — rispose ella prontamente. — Non ho veduto il
volto, e la persona mi ha fatto credere che fosse Giovanna. Sicuro;
escivo da San Carlo e mi ero incamminata per via Condotti, quando vidi
entrare dal Berretta una bellissima persona. Come te, Giovanna! C'era la
tua statura, il tuo giro di vita, l'atteggiamento della tua testa;
insomma, che ti dirò? Anche senza vederti in viso, c'era da scommettere
che eri tu.

— Ed anche con la veste color marrone, probabilmente; — soggiunse il
conte.

— Lasciate che ci pensi; — rispose la baronessa, interrogando Giovanna
con lo sguardo.

— Pensateci pure; ma certamente era color marrone; — ripigliò il conte.
— Ecco una dama che avrà avuto l'onore d'ingannare più d'uno. Neanch'io,
quando l'ho intravveduta in via Sallustiana, ho potuto distinguere il
suo volto; ma il piede... il piede, vedete, era quello di Giovanna, e
anch'io avrei scommesso che la dama di color marrone era proprio mia
moglie.

— Guardate che stranezza! — esclamò la Franchi dal Melle, facendo le
viste di ricordarsi. — La dama che ho veduta io aveva una veste color
verde cupo.

— Ne siete ben certa?

— Certissima; e con una giacca di stoffa inglese ruvida... di colore
amaranto scurissimo.

— Che gusto!

— Eh, non tanto cattivo, conte! Del resto, era in abito di mattina.

— Ecco dunque già tre donne che si rassomigliano; — osservò il conte
Pompeo, mentre Giovanna incominciava a respirare, e mandava alla
baronessa un'occhiata di riconoscenza. — La mia cioè quella di via
Sallustiana, aveva il piede; la vostra di via Condotti aveva il
complesso, il personale. E chi sa quante altre, Giovanna, avranno
qualche cosa di voi. Ma già, ricordo di aver letto che Prassitele,
quando ebbe a fare la sua Venere per i fabbricieri della chiesa di
Gnido....

— Finitela, Pompeo! — disse Giovanna, interrompendolo. — Che discorsi
son questi?

Pompeo rideva di gusto, poichè gli avevano levata quella spina dal
cuore.

— Vedete, baronessa? — diss'egli. — Sempre così, mia moglie; non
gradisce i complimenti maritali. Ed io ho più fortuna dieci volte con le
altre. —

Ciò detto, il nostro Ganimede colse la prima occasione per aliare da
capo, cercando una di quelle altre che gradivano, a sentirlo, le sue
galanterie sessagenarie.

— Grazie! — mormorò Giovanna, rimasta sola con la Franchi dal Melle. —
Vedi che disdetta! Esco senza dir nulla, per andare nei quartieri alti,
a leticare con _Madame Duplessis_, che non vuole a nessun patto mandarmi
una veste, che doveva esser pronta ier l'altro, e bisogna che tutti mi
vedano. Ora, capirai, che una volta detto di no, il puntiglio....

— Non mi dir altro; — interruppe la Franchi dal Melle, donna
spensierata, ma buona. — Tu ora mi fai sentire troppo che ho commesso un
marrone, più marrone della tua veste. Io stessa ho avuto a ricordare più
volte a qualcheduno che non si deve dir mai in società, di aver visto
una persona per via, non solo nella giornata, ma per tutto il corso di
una settimana; ed ecco, io stessa dovevo cascarci, come una provinciale!
Basta, non lo farò più; sei contenta? —

Giovanna sorrise e si strinse amorevolmente al fianco della baronessa,
come se volesse abbracciarla; quindi si volse, per stendere la mano ad
un cavaliere elegantissimo, pallido, dai capegli neri e lucenti, dai
baffi lunghi e dagli occhi profondi, che si era avvicinato in quel punto
per farle riverenza.

— Bravo, Guidi! — gli disse la contessa Giovanna. — Ella è dei fedeli.

— C'è poco merito, signora; — rispose il giovanotto, inchinandosi. — Noi
siamo pianeti e descriviamo costantemente, fatalmente, la nostra orbita
intorno al sole.

— Ah, come è ben detto! — esclamò la Franchi dal Melle.

Il conte Guidi avrebbe potuto ricambiare la lode, soggiungendo che la
vicinanza di un astro chiomato poteva recare qualche perturbazione anche
nel giro d'un pianeta come lui. E sarebbe stata una immagine molto
appropriata, perchè la baronessa aveva una capigliatura stupenda e
notoriamente sua. Ma il conte Guidi oltre che non amava le metafore
continuate, era furbo parecchio, e, al cospetto di due donne, gli
metteva conto di restare qualche volta interdetto.

Egli rivolse perciò una timida occhiata alla baronessa e s'inchinò
modestamente; poi, fatte poche altre parole con la padrona di casa, andò
diritto dove lo chiamava per allora la legge di gravitazione, cioè a
dire verso Gabriella Manfredi. L'aveva veduta sola, non potendo chiamar
compagnia la presenza di un giovane ballerino (sapete che in società ci
sono i ballerini nati, non buoni ad altro ufficio, fuor questo) e
s'inoltrò risoluto. Il ballerino aveva chiesto l'onore di fare con lei
il primo giro di valzer, lo aveva ottenuto, non gli restava altro da
dire. Il conte Guidi incominciò a parlare del teatro Valle, dove la sera
innanzi aveva veduto Gabriella; lodò alcune scene della commedia, ma si
fermò più volentieri a criticare quel genere di composizione,
manifestando le sue predilezioni per il dramma della vecchia scuola,
dove erano nobili i sentimenti, alti i caratteri, e schietta e di gran
vena la poesia. Di lì al teatro dello Schiller non c'era che un passo, e
il conte Guidi trovò facilmente il modo di attaccare una conversazione
non frivola, da non finir così presto, e da permettergli anche di
prender posto accanto alla Manfredi.

I soliti frequentatori di casa Castelbianco erano quasi tutti arrivati,
quando il conte Pompeo si avvicinò alla moglie, accompagnandone tre
nuovi, Arrigo Valenti, Orazio Ceprani e un signore dai baffi grigi,
ch'ella non conosceva ancora.

— Mia cara, — incominciò il conte, — sono felice di presentarvi Cesare
Gonzaga, lo zio del nostro Valenti.

— È una vera fortuna per noi di conoscere un uomo come lei; — disse a
sua volta la contessa. — Si è già tanto parlato, in casa mia, del
marchese Gonzaga!

— E mi accadrà, contessa, — rispose il nuovo venuto, — di non
corrispondere a tanta gentile aspettazione. Così è, signora; — proseguì,
prendendo il posto che la contessa gli aveva cortesemente indicato al
suo fianco; — io sono oramai diventato un barbaro. Non avvezzo da
tant'anni ad altri ricevimenti che i _durbar_ dei principi indiani, mi
troverò molto impacciato nella società elegante di Roma.

— Che dice ella mai? Ci porterà almeno una freschezza di sentimenti, che
è divenuta troppo rara tra noi; — replicò la contessa.

Cesare Gonzaga ammirò quella bellissima testa da imperatrice, come
avrebbe potuto fare qualunque barbaro civilizzato, o qualunque europeo
imbarbarito. E mentre rispondeva alle cortesie della contessa, andava
dicendo tra sè:

— Che donna stupenda! E sarò io che dovrò darle il colpo di grazia, per
compiacere quel fortunato briccone di mio nipote? A proposito, dove va
egli? —

Arrigo Valenti, fatto alla padrona di casa un saluto molto cerimonioso e
freddo altrettanto, l'aveva lasciata con lo zio Gonzaga, per andar
oltre, verso una bella fanciulla dai classici contorni, vestita di
bianco a liste di nero, o di nero a liste di bianco, che veramente non
saprei dirvi con precisione, e che del resto importava poco allo zio
Gonzaga di rilevare, tanto lo avevano colpito i lineamenti di quel viso
verginale.

— La figlia di Lorenza! — mormorò egli dentro di sè, provando un gran
rimescolo nel sangue. — Per una volta tanto, ha torto la legge di
natura, e quella fanciulla è il ritratto parlante di sua madre. Ah, mio
povero cuore, i nostri venticinque anni son lungi, e noi siamo sempre
quelli d'allora! —

Gabriella Manfredi, dal momento che quel signore alto dai baffi grigi
era entrato nel salotto, annunziato col nome di Cesare Gonzaga, non
aveva più dato retta ai discorsi del conte Guidi. Il povero Schiller era
tradito, dimenticato là, come è pur troppo dimenticato o tradito sulle
scene. Il conte Guidi notò l'aria distratta di Gabriella, e a tutta
prima non ne indovinò la cagione. Infatti, non poteva essere che la
signorina Manfredi fosse rimasta incantata per la venuta di Arrigo
Valenti, cioè di un giovanotto che le faceva la corte anche lui, ma che
non pareva egualmente gradito. Ora, che altro poteva essere, perchè la
fanciulla guardasse tanto nel crocchio della contessa Giovanna? Anche
lui, giovane dai capegli neri e lucenti, dai baffi lunghi, sottili e
nerissimi, che spiccavano sul pallore fresco delle guance, contemplò
quel signore, alto e forte, dai baffi grigi, e dagli occhi scintillanti,
cui dava anche un risalto più vivo la sua carnagione abbronzata dai soli
indiani. Vestito in falda nera, col grande sparato bianco sul torace,
Cesare Gonzaga aveva ripigliata l'aria del gran signore, ma di un gran
signore che avesse fatto lungamente il soldato. Bell'aria marziale, che
col crescere degli anni acquista in serenità tutto quello che perde in
baldanza, e vi dà, florido ancora entro i confini della maturità, quel
nobile tipo soldatesco, il cui solo aspetto dice un mondo di cose, la
dignità della vita, la gagliardia virile dei propositi, le aspre fatiche
e i rischi memorandi! Ha grigi i capegli, ma li ha salutati il cannone e
incoronati la vittoria; ha gli occhi stanchi, ma in quelle bianche
pupille venate di rosso si sono specchiati i colli seminati di strage, e
il lampo delle batterie fulminatrici, e l'ondeggiar delle brigate al
sole delle battaglie, e l'impeto divino delle cariche e il mobile
luccichio delle cuspidi dorate sulle bandiere dei reggimenti, su quei
poveri brandelli dai colori sperduti, che nessuna pittura può rendere
più vivi allo sguardo, nessuna pompa cittadina sventolare più gloriosi
al pensiero, più efficaci sul sentimento delle moltitudini. Allora,
anche un viso brutto par bello; e il bello non conosce rivali. Vecchio
guerriero, che una forte virilità illumina e scalda de' suoi ultimi
raggi, il trionfo non è più cosa dei nostri giorni; non si passa più
sulla bianca quadriga attraverso la via Sacra; non si ascende più in
Campidoglio, e per molte ragioni, tristissime tutte! Ma c'è ancora un
lampo generoso negli occhi, ancora un sorriso amorevole sul labbro di
una donna; e quel lampo, quel sorriso della età nuova all'antica, è il
trionfo della dignità, del valore, della grandezza a cui l'uomo può
giungere, combattendo per l'onore della patria, o per la vittoria d'ogni
nobile idea. Effimero, sì, come tutti i trionfi! Eppure, per la gloria
di un giorno viviamo e combattiamo tante aspre battaglie; qualche volta
per la gioia di un'ora, per la ebbrezza di un attimo; e raccolti nella
soave memoria di quel giorno, di quell'ora, di quell'attimo celeste, ci
spegniamo in silenzio, povere stelle cadenti, ci sprofondiamo nella
immensità dello spazio sconosciuto.

Arrigo era venuto coi suoi complimenti, freddamente accolti, a
distogliere la signorina Manfredi dalla contemplazione del vecchio. Con
lui si era avvicinato anche il Ceprani, che il conte Guidi tirò presto
in disparte, per chiedergli:

— Chi è quel vecchio signore con cui siete entrati voi altri?

— Quello là? È Cesare Gonzaga, lo zio del Valenti; — rispose Orazio
Ceprani; — un marchese che non vuol essere chiamato marchese, e che ha
passato trent'anni della sua vita nel Bengala, facendo la guerra agli
Indiani e guadagnando molti _laks_ di rupìe.

— Non mi piace niente affatto; — sentenziò il giovinotto.

— Ah, bravo! Ecco un presentimento; — replicò Orazio Ceprani.

— Un presentimento! perchè?

— Vieni in qua, e te lo spiegherò. Bada che è un segreto, colto al volo
da me.

— Tu cogli tutto al volo!

— Dio buono! È l'arte di vivere in società. Guardare, udire,
raffrontare, trarre la conseguenza e regolarsi; tutto ciò è diritto e
facile come un sillogismo. Sappi dunque che Arrigo Valenti è innamorato
di Gabriella Manfredi.

— Che scoperta! — esclamò il conte Guidi, aggrottando le sopracciglia e
torcendosi i baffi.

— Non lo sarà; — rispose il Ceprani; — e forse non sarà neanche vero che
egli sia innamorato. Certo è che vorrebbe sposarla. È ricco, capisci, è
ricco, e può benissimo aspirare a questo matrimonio, che avrebbe per lui
il vantaggio inestimabile di collocarlo tra i pezzi grossi, tra i
Burgravi del ceto bancario.

— La sposi; — disse il Guidi, seguitando a tormentare i suoi baffi. — Se
Gabriella si contenta.... Ma questo mi par più difficile. Qualche volta
le ricchezze non bastano, a strappare quel benedetto sì.

— Eccoci dunque al nodo dell'azione; — rispose il Ceprani. — Il marchese
Gonzaga è stato un grande amico di gioventù del senatore Manfredi.
Capisci ora perchè è venuto a Roma, lasciando il suo castello sul
Reggiano, dove stava godendosi i frutti dei suoi _laks_ di rupìe? Lo zio
Pilade parla in nome dell'antica amicizia ad Oreste; oppure, se ti piace
meglio un altro paragone, viene, vede e vince, da quel Cesare ch'egli è.
Questo ho scovato io, osservando, raffrontando, e traendo la
conseguenza. Ma bada, io non ti ho detto nulla.

— Non dubitare; — rispose il Guidi. — Ma che ne penserà la contessa? —

Orazio Ceprani si strinse nelle spalle e allungò il muso.

— Questo non l'ho indovinato; è uno dei tanti arcani che dovrò ancora
scoprire. Stamane, per esempio, uscendo di casa, per andare nei
quartieri alti, chi vedo! Lei, proprio lei, male nascosta dietro i
cristalli di una vettura da nolo, che andava... lassù. Dovevo vedere il
Valenti, per certe faccende di Borsa, e ho ritardato un'ora buona a
salire da lui; ma non l'ho veduta uscire, nè prima, nè poi. Di sicuro,
c'è un passaggio segreto, un'altra scala, e che so io.

— Come? Sei tanto intrinseco del cavaliere, e non hai pratica della
casa?

— Che cosa vuoi che ti dica? Il cavaliere ha il cuore chiuso come la
mano; è avaro dei suoi segreti, come dei suoi quattrini.

— Glie ne hai chiesti, per caso?

— Una volta, sì, per mettere la sua amicizia alla prova. Ed è
un'amicizia salda, la sua, a prova di bomba! Oh, ma aspetti, verrà anche
il mio giro e faremo a buon rendere. Infine, vedi che capricci di
fortuna! Si lavora tutti e due in Borsa, e il più delle volte con le
stesse notizie. Orbene, egli guadagna ed io perdo. Stamane ci ho
lasciato centomila lire, e sorrido; a denti stretti, ma sorrido. Lui,
intanto, ne ha guadagnate trecentomila; e guardalo là, ride a piena
bocca, il felice! —

Mentre questi bei ragionamenti si facevano tra il conte Guidi e
quell'esemplare di gratitudine del signor Orazio Ceprani, il re della
festa, accompagnato dalla contessa Giovanna, faceva il suo giro
trionfale nel salotto e giungeva davanti a Gabriella Manfredi.

Fu allora tra il vecchio soldato e la fanciulla una scena bellissima, un
dialogo commovente. Gabriella era diventata rossa, vedendolo venire
verso di lei, e si era perfino alzata dal divano, con gran meraviglia
del Guidi, che stava ad osservarla da lunge.

— Io non avevo più, questa sera, che da conoscere il suo nome; — disse
Gabriella, poichè la presentazione fu fatta. — Conosco da molti anni
Cesare Gonzaga; potrei anzi aggiungere che è la mia prima conoscenza.

— Che dice, signorina? — esclamò il Gonzaga, commosso alla voce della
fanciulla, che gli richiamava al pensiero i suoni e le inflessioni di
un'altra a lui cara. — Una fata benigna l'avrebbe condotta laggiù, nel
cuore dell'India?

— Una fata benigna e un buon genio, che l'amavano ambedue; — rispose la
fanciulla. — Ora, solo il mio genio è rimasto ad amarla. —

Cesare Gonzaga trasse un profondo sospiro, al malinconico accento di
Gabriella Manfredi.

— Incomincio a capire; — diss'egli.

— Sì, — proseguì la fanciulla, — mio padre parla sempre, con affetto e
con ammirazione, del suo migliore, del suo unico amico. Se oggi, quando
ella è venuta a casa nostra, avesse chiesto di me, sarei stata felice di
riceverla io, contro tutte le norme del cerimoniale. Ella è di casa
nostra, signor Cesare; appartiene alla nostra famiglia. Mia madre,
quando aveva da citare un tipo di cavalleria, ricordava sempre lei. Vuol
sapere quando fu che udii per la prima volta il suo nome? Mamma e babbo,
a tavola, parlavano di un caso che non ricordo più bene, ma in cui,
dicevano loro, sarebbe bisognato un uomo di cuore e di virtù singolare;
e mamma, allora, soggiunse una frase che non ho più dimenticata: “Senti,
Andrea, per far questo che tu dimandi, ci sarebbe voluto un uomo come
Cesare Gonzaga.„ —

Il vecchio soldato si recò una mano alla fronte, come per chetare un
dolore, o discacciare un molesto pensiero, ma nel fatto per rasciugare
con le ultime dita una lagrima.

— Ella vede adunque, — proseguì la fanciulla, provando una gioia
schietta e profonda a ragionare con quell'uomo, a dirgli tutti i
pensieri che fiorivano nella sua mente; — ella vede adunque che io la
conosco intimamente, come conosco l'anima e il cuore di mio padre. Per
una ragazza, che incomincia appena ora a vivere, sono abbastanza
fortunata; non le pare? —

Il vecchio sorrise malinconicamente, a qual vanto giovanile, e rispose,
tentennando la testa:

— Ah, signorina! La vita è piena d'ingrate novità. Gli uomini, creda a
me, non si rassomigliano tutti.

— Lo credo facilmente; — replicò Gabriella. — Anzi, veda fin dove
giungo, i due che conosco mi hanno resa molto difficile con gli altri.
Quando ne incontro uno, che vuol comparire un miracolo di uomo (e
l'hanno tutti, questa bella pretesa!) io dico subito tra me: sarà egli
un uomo di cuore, un nobile carattere, un cavaliere antico, come il
babbo, e come Cesare Gonzaga? —

La fanciulla parlava con una grazia ingenua, con un'anima, con una
effusione di cuore, che l'avreste abbracciata, divorata dai baci, se
fosse stata una bambina di sette anni. Davanti alla sua età, vi sarebbe
mancato il coraggio di far tanto (non la voglia, perbacco!) e vi sareste
inginocchiati. Cesare Gonzaga non fece nè l'una cosa nè l'altra; ma i
suoi occhi ebbero lampi di tenerezza infinita, che valevano i baci e le
genuflessioni.

— È bello, — diss'egli, — sentirsi parlare così; bellissimo sarebbe
meritarlo. Ma io ricorderò in buon punto, signorina, che nessuna età
dispensa l'uomo dalla modestia. Vedrei tanto volentieri suo padre! È
forse uscito?

— Non credo. Sarà forse di là, impegnato in qualche grave discorso.
Vuole che andiamo a cercarlo? —

Così dicendo, Gabriella si alzò e fece l'atto di prendere il braccio del
Gonzaga.

— Con questa guida, in capo al mondo! — diss'egli.

— Ed io con lei, anche più in là; — rispose ella, appoggiandosi
confidente a quel braccio che il Gonzaga le aveva finalmente profferto.

Proprio in quel punto, nella sala vicina, si attaccava sul pianoforte
uno dei soliti valzer dello Strauss, e sulla soglia del salotto appariva
il ballerino che sapete.

— Signorina, — diss'egli, — venivo per l'appunto a chiedere....

— Non chieda nulla, per ora; debbo far prima una presentazione; —
rispose Gabriella. — Non vorrà mica dolersene?

— Oh, le pare? S'immagini: rimango a' suoi ordini; — replicò il
ballerino, inchinandosi.

Gabriella, appoggiata al braccio del Gonzaga, proseguì la sua via. Il
ballerino seguitava a due passi di distanza, tutto mogio e contrito. Il
conte Guidi, piantato in un angolo, aveva notato ogni cosa, le tenerezze
maravigliose di Gabriella per quell'indiano baldanzoso, i discorsi
infiammati, gli atti vivaci, e finalmente quel loro andar via a
braccetto, come se ella si fosse legata per tutta la sera a quell'uomo.
E si morse le labbra, il conte Guidi, e si torse ancora i baffi,
masticando qualche cosa, che non doveva esser zucchero.




VII.


Andrea Manfredi stava rincantucciato, e non per sua elezione, credetelo,
nel fondo di una galleria, tutta messa a piante di stufa, e che sarebbe
parsa davvero una stufa, se non ci fossero state cinque o sei grandi
lastre di specchi, poste in fila e incorniciate da liste sottili, quasi
da nervature di bronzo dorato, dietro agli ombrelli diffusi delle felci
arboree e delle latanie borboniche. In quell'angolo di galleria, poco
lunge da una delle porte spalancate, donde veniva la luce viva e il
lieto rumore della sala da ballo, il senatore Manfredi era stato
sequestrato da un suo collega, chiamato non indegnamente il primo
seccatore del Regno; uno di quei molesti personaggi, così frequenti in
società, che hanno sempre qualche cosa da dirvi, e non vi lasciano,
nella terribile continuità del discorso, neanche il tempo di dire:
permettete, ho qualche cosa da fare. I dotti vogliono che sia una
malattia; gl'indotti si contentano di dire che è una seccatura enorme.
Certo è, lettori miei, che se tra i precetti cristiani v'ha quello di
assistere gl'infermi, non ci troverete la raccomandazione di ascoltare i
noiosi, mentre la scappatoia di farne un'offerta a Dio misericordioso
non sarebbe punto conforme a quel sentimento di gratitudine che lega la
creatura al suo creatore.

Il Manfredi stava là, come vi ho detto, dimenandosi invano fra le
strette di un ragionamento pazzo, che in venti minuti aveva toccato un
centinaio di punti, dalla legge per il riordinamento del Genio Civile,
che il ministro Baccarini aveva presentata quel giorno in Senato, fino
alla fabbricazione del solfato di chinina, e alle proprietà
fosforescenti di questo sale, quando sia scaldato a cento, e poscia
sfregato nel buio. Ma egli vide apparire la sua Gabriella, in compagnia
d'un signore alto, dai baffi grigi, e diede una rifiatata di
contentezza, poichè il suo martirio era sul punto di finire.

— Scusate! — diss'egli, interrompendo il discorso e mettendo avanti le
mani, per allontanare il noioso. — Vedo mia figlia, che mi cerca. Ah! —
soggiunse, osservando meglio il cavaliere di Gabriella. — Sei tu,
veramente?

E corse incontro a Cesare Gonzaga, che aveva riconosciuto, ad onta degli
anni molti, da cui erano abbastanza mutati ambedue.

— Qua, qua, tra le mia braccia! — proseguì il senatore Manfredi,
stringendo al petto l'amico della sua giovinezza. — Venivo, sai, venivo
questa sera all'albergo; ma il conte di Castelbianco mi ha detto che tu
dovevi capitare da lui, e sono rimasto qui ad aspettarti. Cesare... mio
buon Cesare! —

E lo abbracciava ancora, e lo ribaciava sulle gote.

— È un brutto momento, Andrea, un brutto momento! — disse, con voce
soffocata dalla commozione, il Gonzaga. — Ho fatto troppo a fidanza con
le mie forze. Era meglio che ci vedessimo altrove.

— Siamo quasi soli; — rispose il Manfredi. — Là dentro si balla, e noi,
qui in disparte... piangeremo come due ragazzi, non è vero?

— Eh, questo temevo, e ora si dà spettacolo, Andrea! Quanti anni
passati! Il meglio della nostra vita, senza vederci! E tua figlia, la
tua Gabriella, che angiolo!...

— Sua madre, vedi! Lo hai notato anche tu, che è tutta sua madre? Ed io
debbo amarla due volte, questa cara figliuola. —

La cara figliuola stava lì ritta, guardando quei due amici lagrimosi,
ch'ella era così felice di poter confondere in una sola ammirazione, in
una sola tenerezza. Ma essa, nella postura in cui era, aveva anche gli
occhi verso lo specchio, e quella perfida lastra le offerse l'immagine
del suo ballerino, ritto impalato dietro le sue spalle, come un
Mefistofele burlesco, venuto a rammentarle l'adempimento di un patto. E
si volse, la cara figliuola, non senza un pochino di stizza, quasi
volesse dirgli col gesto: — Ma ella vede, Dio buono, che ci ho altro da
fare?

— Signorina, — disse il ballerino, ossequioso nell'atto, ma inflessibile
nel proposito, sono sempre a' suoi ordini. Aspetterò, non s'incomodi. —

Gabriella fece un atto d'impazienza, ma tutto interiore, e, veduto che
non c'era verso di liberarsi, prese l'eroica risoluzione di vuotare il
calice amaro in un sorso.

— No, — rispose allora, — vengo subito. Badi, signor Cesare, — proseguì,
rivolgendosi al Gonzaga, — appena finito questo valzer, vengo a
discorrere con lei. Dev'essere questa sera il mio cavaliere.

— Antico; — rispose il Gonzaga. — Ma non dubiti, bella dama, non mi
muovo di qui, fino a tanto ella non venga a levarmi di sentinella.

— Perchè darle del lei? — disse il Manfredi.

— Che vuoi? Non l'ho mica vista bambina.

— Ragione di più per rifartene ora!

— Babbo dice benissimo; — disse Gabriella, prima di allontanarsi. — Ma
fra poco ne riparleremo. —

E andò, la cara fanciulla, andò nella sala da ballo, voltandosi ancora
una volta indietro, prima di lanciarsi nel vortice proverbiale della
danza. Il ballerino, di tanto in tanto, provò a collocare qualcheduna
delle solite frasi; ma Gabriella era distratta e rispondeva a
monosillabi. Finalmente, saltò in testa al ballerino di dirle:

— È ancora un bel cavaliere, quel marchese Gonzaga! —

Per quella volta la fanciulla si scosse, e rispose con una frase
intiera:

— È il re dei cavalieri, senza macchia e senza paura. —

Il ballerino non soggiunse più altro. Aveva da ballare e ballò
coscienziosamente, tanto da poter dire per una settimana, al caffè, nei
soliti ritrovi de' suoi giovani amici: — Il primo valzer della serata,
dai Castelbianco, l'ho ballato con la Manfredi, con la più bella ragazza
di Roma. —

I due amici erano rimasti nella galleria, finalmente soli, perchè il
primo seccatore del Regno, vedendo di non poter riattaccare il suo
discorso sulle proprietà del solfato di chinina, era andato a cercare
un'altra vittima; _sicut leo rugiens..._ con quello che segue.

— Lascia che io ti guardi ancora; — diceva il Manfredi; — così, nel
bianco degli occhi. Come sei sempre giovine e forte! Io, vedi, sono una
rovina.

— Eh, via! I capegli un tantino più bianchi de' miei, ecco tutto; —
rispose il Gonzaga.

— Aggiungi un'anima accasciata, Cesare mio. Dopo la morte di Lorenza...
avvenuta sei anni fa! e il mio dolore è acerbo ancora, come se l'avessi
perduta ieri. Ti rattristo, coi miei discorsi, lo so; ma oggi, che vuoi?
oggi è un lutto comune. Trentatrè anni fa, era un dolore tuo, che tu hai
sopportato virilmente, mio povero amico! Che fuga è stata la tua, e come
il tuo sacrifizio è stato inteso da noi! Perchè, infine, tu hai
rinunziato alla famiglia, alla patria, a tutte le soddisfazioni, a tutti
i conforti che potevi giustamente sperare. Ti amavo, lo sai, ti amavo
come un fratello! Ma ti ho amato anche di più, pensando che tu eri più
grande, più generoso di me, e che io non avrei saputo fare quello che
hai fatto tu, con tanta semplicità, con tanto eroismo. Sì, lasciami dire
tutto quello che io penso di te, e che ho dovuto tener chiuso qua
dentro, senza neanche sperare che avrei potuto dirtelo un giorno. Senti,
Cesare, amico e fratello mio, se mi fosse dato di versare per te fin
l'ultima goccia di sangue, ancora non mi parrebbe di averti pagato il
mio debito di riconoscenza.

— Sempre lo stesso entusiasmo! — esclamò Cesare Gonzaga. — E sei un
banchiere!

— Sì, un banchiere, ma che per ciò? Ho seguita la via de' miei vecchi;
ma il cuore non ha potuto mutarsi. Veramente, — soggiunse il Manfredi, —
per i tempi che corrono, mi sono ingegnato di nasconderlo, come si
nascondono i tesori e i difetti, o le virtù che fanno ridere. Che
giorni, amico mio! E come ce l'hanno barattata fra le mani, questa
patria, che avevamo immaginato di far così grande e così bella! Va tutto
alla peggio, sai, e la nuova generazione non ci affida di giorni
migliori. Penso spesso al vecchio di Orazio, per dar torto al mio
pessimismo; e non mi riesce, pur troppo! Noi brontoloni, forse, ma con
la fiamma dell'ideale nell'anima; i nostri successori, più ameni, più
graziosi, più dotti, anche più esperti; ma a conto loro e per le loro
ambizioni; ma senza il menomo pensiero di un gran debito morale e
politico nella coscienza. Vedo io troppo nero? Non so; ma questo è certo
e fuor di questione, che i giovani d'oggidì non mi aiutano punto a
vederci più chiaro. —

Cesare Gonzaga non poteva, per parte sua, dargli torto. Ma quella
intemerata del suo vecchio amico gli veniva proprio in mal punto, e
pareva fatta a posta per levargli il coraggio.

— E sia; — diss'egli, andando risoluto incontro alla difficoltà; — non
amiamo i giovani. Ma tu, almeno amerai mio nipote.

— Il Valenti? Questa sera soltanto, e dal conte di Castelbianco, ho
saputo che il cavalier Valenti è tuo nipote. È ricco, ed anche esperto
negli affari; farà molto cammino. È uno dei fortunati del giorno.

— Ma è anche un giovane d'onore; — disse il Gonzaga, che aveva colto a
volo il sarcasmo. — Non siamo noi troppo severi, Andrea? L'hai detto tu
stesso, ricordando il vecchio d'Orazio. Poveri giovani! Abbiamo fatto
tante sciocchezze noi altri, ed essi non vogliono imitarci. Via, non
esser troppo rigoroso coi giovani esperti e savi, se, un po' più presto
che non abbiamo fatto noi, si mettono a combattere con accortezza di
vecchi capitani la gran battaglia della vita.

— Senti, io ti parlo schietto; — rispose il Manfredi. — Amo la gente
seria, ma mi piace che ognuno abbia i pregi, e, se vuoi, anche i difetti
della sua età. Siano i vecchi temperati ed accorti, siano ardenti i
giovani, ed anche un pochettino ingenui. Ora, che cosa t'ho a dire di
più? Quel cavalier Valenti, per la sua età, mi pare un fenomeno, un
prodigio di vecchiaia. Tanta esperienza, con quel sorriso angelico, in
fede mia, è piuttosto fatta per allontanare, che non per attrarre la
simpatia di un uomo come me. Ti dispiace?

— Sì, e molto... perchè dianzi, tenendo a braccetto Gabriella,
vagheggiavo un certo disegno!...

— Un disegno? Così presto?

— Eh, caro mio, non me l'hai forse detto tu, proprio tu, che io debbo
rifarmi del tempo perduto? Stringere un po' più saldamente i vincoli che
ci uniscono, è oggi il mio desiderio più vivo, e, direi quasi, l'unico
desiderio ch'io mi abbia. Arrigo, che ti è sembrato così serio e
calcolatore, non è freddo che alla superficie. Io l'ho studiato, questa
mattina, e posso aggiungere che gli ho dato un esame in piena regola.
Non si nasce mica perfetti a questo mondo! Vedi, Andrea. Tu devi usarmi
la cortesia di rifare con me lo studio di quel carattere, spogliandoti
di tutte le tue antipatie....

— Antipatie, no; — interruppe il Manfredi; — l'uomo savio non ne ha mai,
e l'uomo non savio, quando è giunto alla mia età, non ne ha più.

— Diciamo dunque le tue idee prestabilite; — riprese il Gonzaga. — Tu
devi lasciarle un momento in disparte, per considerare con me la
giovinezza di Arrigo. Quel povero ragazzo si è trovato solo, nel mondo,
a combattere; più che imparare a custodirsi da certe intemperanze
dell'età, è stato costretto dal bisogno a moderarsi, ad osservare, a
scegliere la sua via. Ti è mai occorso di vedere dei saltatori, che per
aver calcolata troppo lunga una distanza, o anche per assicurarsi contro
i pericoli di una caduta nel vuoto, prendessero una rincorsa maggiore
del bisogno, e, nell'impeto, nello slancio del salto, varcassero il
segno? Così e non altrimenti il mio povero Arrigo; ha fatto maggior
provvista di forze che non bisognasse al caso suo. Doveva esser più
giovane, egli, che non aveva tempo da perdere nei giuochi e nelle follie
dell'età? meno accorto, egli, che dubitava d'inciampare ai primi passi?
Ha diffidato, ha temuto; ma era onesta la sua diffidenza, rispettabile
il suo timore. Quasi si potrebbe esclamare: _o felix culpa!_ poichè
questa esagerazione di sforzo lo ha condotto alla ricchezza: ma questo
ragionamento utilitario sarebbe indegno di me, che ti parlo, di te, che
mi ascolti, e finalmente di lui, che ha lavorato con coscienza, avendo
solamente il torto, lui giovane, di non aspettare la visita e i sorrisi
di madonna Fortuna. Egli le è andato incontro, l'ha circuita, vinta e
incatenata, sempre per eccesso di precauzioni, per esagerazione di
sforzo. Poveraccio! Ma egli è più giovane che tu non creda; ha una retta
coscienza ed un cuore ardente, sotto quell'apparenza di freddezza e di
calcolo. Ti basti questo: che egli mi ha confessato stamane di essere
fieramente innamorato di tua figlia.

— Fieramente! Dici da senno?

— Non ne dubitare, ti prego. Egli lo ha confessato a modo suo, senza
abbondanza di parole, con una di quelle frasi concise e risolute, con
uno di quegli scatti, di quei lampi, che ti fan leggere nei più riposti
segreti di un cuore. Riconosci, mio caro Andrea, che ti eri ingannato
sul conto suo. E non potresti anche ammettere che Arrigo avesse lavorato
con tanta accortezza a formarsi uno stato, per potersi presentare più
sicuramente a te, con più fondata speranza di essere accettato per
genero? Ah, vedi? Ti carico alla baionetta. Ma che vuoi? Amo quel
ragazzo, che somiglia tanto a sua madre, alla mia povera sorella... e
vorrei vederlo felice. Or dunque, amico, la tua risposta! Senatore, il
tuo voto!

— Sarà un voto condizionale, — rispose il Manfredi, che non potè
trattenersi dal ridere. — In questo caso io non vorrei far nulla, senza
avere udito il pensiero di mia figlia.

— È giusto. Ma se tu mi permettessi di parlarne frattanto a lei, con
garbo, si capisce, e con la debita prudenza....

— Sei padrone di farlo. Non subito, per altro; non alla baionetta, come
hai fatto con me.

— Oh, non aver timore; troverò il momento opportuno. E poi, si tratta di
un negozio delicatissimo; non ne parleremo una volta soltanto. Se il mio
Arrigo ha dei difetti, dovrà anche lavorare di buona voglia a levarseli.
Gabriella è una creatura divina: non si conquista come la fortuna;
bisognerà meritarla.

— Tu, ora, guasti il babbo, Cesare mio! — disse il Manfredi, afferrando
la mano del Gonzaga e stringendola fortemente tra le sue. — Non guastare
anche la figlia, con le tue lodi soverchie.

— Che lodi! Che soverchi... e che coperchi! Io l'adoro, — replicò il
Gonzaga, — e voglio, vedi che bella pretesa! voglio che mi ami, come ama
te.

— Mi pare che sia una cosa già fatta; — rispose il Manfredi. — Vedila
qua, che ritorna. —

Gabriella appariva in quel punto, classica figura biancheggiante tra il
verde delle felci e delle latanie borboniche, con le sue belle guance
imporporate dagli ardori della danza. Il ballerino (dobbiamo rendere
questo omaggio alla verità) possedeva la sua arte, corrispondeva
perfettamente a tutti gli obblighi dell'ufficio. Si poteva non trovar
nulla da rispondere ai suoi sciocchi discorsi, ma si doveva aver
confidenza in lui, quando incominciava a muover le gambe; bisognava
abbandonarsi al vortice, descrivere le curve più violente e più rapide,
trattenuti e lanciati ad un tempo da un polso d'acciaio, girando come un
eccentrico sopra un asse ideale di rotazione, e fuori del centro di
figura. Ricordi matematici, andate via! Il ballerino condusse la
signorina Manfredi dov'ella voleva, allargò il braccio, fece un inchino,
e via anche lui, mentre la fanciulla, resogli il saluto con un cenno del
capo, riprendeva il braccio di Cesare Gonzaga.

— L'avete veramente conquistata! — notò la contessa di Castelbianco, che
passava allora, al braccio del conte Guidi.

— Come vedete, contessa; — rispose il Gonzaga, accogliendo con un
sorriso la celia garbata. — E son venuto di lontano assai, come tutti i
grandi conquistatori. —

Cinque minuti dopo, una grande notizia si spandeva per tutto quel
piccolo mondo di dame frivole e di cavalierini leggieri. Il ballerino ne
aveva buttato là il germe, il nocciolo, l'embrione, senza dare
importanza alla cosa, più per vezzo di chiacchiera che per isfogo di
malumore, e tutti ci avevano lavorato intorno, aggiungendo, sottraendo,
lisciando, adattando. S'era formata come i diacciuoli, sospesi alle
gronde dei tetti, quando una goccia d'acqua si rappiglia, un'altra la
segue, e via via di goccia in goccia si forma il candelotto; poi l'aria
ci si trastulla dattorno, accarezzando, operando di ricamo, di
filettatura, di traforo, di cesello e di sbalzo, questo ottenendo coi
caldi e quello coi freddi, secondo i capricci e i bisogni, come farebbe
un orefice.

Or dunque, ecco qua: il ballerino aveva dovuto conquistare la sua dama,
seguendola pazientemente qua e là per le sale, e finalmente strapparla
reluttante dal braccio dell'indiano; dopo averla conquistata, non era
riescito a farla parlare che in grazia di una lode accortamente data
all'indiano, da lei subito battezzato, con insolita energia d'accento,
il cavalier senza macchia e senza paura. Ma il valzer era finito, e la
dama, che aveva data la posta al suo Baiardo dai baffi grigi, era corsa
a cercarlo, a riprendere il suo braccio. Baiardo non era poi vecchio, e
ad onta di quei baffi grigi poteva sostenere il paragone con molti
giovani, forte, fiorente e maestoso come appariva agli occhi di tutti.
Aggiungete che ritornava dal Bengala, dove si era arricchito (insinuava
destramente il Ceprani) facendo la guerra agli Indù; che doveva aver
posseduto il cuore di qualche improvvida Rani, ottenendone i diamanti e
cedendone il principato agli Inglesi; ragione per cui aveva potuto
ritornarsene parecchie volte milionario in Europa. Il riccone, il
_nabab_, appena giunto in Roma, conquistava tutti i cuori, faceva girare
tutte le teste; oramai non aveva da far altro che gittare il fazzoletto,
poichè tutte le dame si erano invaghite di lui, incominciando da quella
stupenda ragazza, il cui babbo, uomo serio e di salda riputazione, era
addirittura incantato, e copriva coi ricordi di un'antica amicizia il
desiderio smanioso d'imparentarsi con lui. Ed anche era facile intendere
la preferenza dell'indiano. Questi vecchi gagliardi, per solito,
s'innamorano delle fanciulle, e non apprezzano la bellezza se non è
fresca, come la rosa, delle sue prime rugiade. La fanciulla, dal canto
suo, aveva sentito il fàscino e gradito l'omaggio del principe indiano;
egli aveva gittato il fazzoletto, ed essa aveva lasciato cadere il
tulipano, indizio e promessa di un amore violento. E poc'anzi, dopo il
valzer ballato di mala voglia, non aveva essa rifiutato di ballare una
polca con un altro fra i più brillanti cavalieri della festa, adducendo
a sua scusa che si sentiva un po' stanca? Stanca una fanciulla ai primi
balli, eh via! I _lanciers_, almeno, non l'avrebbero affaticata: ma i
_lanciers_ (vedete che caso!) li aveva già impegnati con Cesare Gonzaga.
Immaginate i commenti! Si sarebbe veduto il sultano eseguire le
riverenze, l'avanti e indietro, le diagonali e tutti gli altri passi a
contrattempo, che fanno dei _lanciers_ la confusione più amena e la cosa
più buffa del mondo.

Immaginate altresì lo stupore, dapprima, e poi la stizza del conte
Guidi. Era un tipo curioso, quel conte senza contea. Egli regolarmente
andava in tutte le conversazioni, in tutte le feste, dove il suo titolo
e la sua eleganza potevano renderlo accetto, e amava ogni stagione un
paio di ragazze, con preferenza spiccata per le più ricche borghesi, e,
tra queste, per le figlie uniche. Il bel giovane serio, gran cavaliere,
parlatore discreto ed efficace a quattr'occhi, non amante delle arguzie,
nè dei discorsi chiassosi, solamente disposto a sorrider breve quando
sentiva le arguzie e i motti festosi degli altri, faceva allora il suo
giuoco doppio. O vinceva la partita, e collocava la sua corona di nove
perle sopra un sacco di napoleoni; o la perdeva, e restava con l'aureola
di amante sfortunato, ma rispettabile e degno di consolazioni. Qual
donna non doveva essergli riconoscente, sapendo di essere stata la sua
prima e infelicissima fiamma? Ci sono tanti tesori di pietà, nel cuore
di una donna, e si spargono così facilmente, quando la donna è
inesperta! Perchè non crederebbe ella, infine, alla sincerità di un
affetto che si manifestò nelle forme più nobili quando ella era libera,
e che non ebbe esito felice per colpa di circostanze malaugurate, non
imputabili a lui?

E Arrigo, frattanto? Arrigo non sentiva nulla, non si accorgeva, non si
dava pensiero di nulla. Era andato nella sala di lettura a fumare una
spagnoletta e a leggere gli ultimi telegrammi e il listino della Borsa,
pronta cagione di parecchie operazioni aritmetiche mentali. Era fastidio
delle piccole vanità della festa, o sicurezza del fatto suo? Ci è
permesso di accogliere quest'ultima supposizione, senza rinunziare
intieramente alla prima. Arrigo si era avvicinato una volta sola, nel
corso della serata, alla gentil Gabriella, e aveva anche ottenuta la
ricompensa di un sorriso, forse il primo sorriso aperto e sincero, del
quale egli poteva chiamarsi debitore alla notizia, saputa quella
medesima sera da Gabriella, ch'egli era il nipote di suo zio. Ma egli
era un nipote così amato, e così pienamente consapevole di essere
aiutato, che potè rispondere con una cert'aria trionfale a quel sorriso
amorevole, ritenendosi dal chieder l'onore del solito giro di valzer, di
polca, o d'altra figura e tempo di ballo. Già, egli aveva sempre ballato
poco, e quell'anno, poi, non ballava più affatto. Un cavaliere,
figuratevi! Inoltre, quella sera, mentre un forte guerriero teneva il
campo per lui, egli doveva stare più che mai riguardoso. Era fresca la
scena in cui una povera donna confusa, amante ancora e pentita, più
bisognosa forse di essere consolata che esaudita, era rimasta colpita
dalla sua insigne freddezza, e, senza avere ottenuto da lui il conforto
di una parola calda, di una lagrima generosa, aveva dovuto riprendere la
sua via, in mezzo alle solite ansietà, ai soliti pericoli, sdegnata con
lui, ma più ancora con sè medesima!

Dopo i famosi _lanciers_, in cui Cesare Gonzaga non si era mostrato
niente più impacciato di tanti altri personaggi eminenti, che qualche
volta debbono pure mescolarsi in queste difficili imprese della
frivolezza elegante, la povera contessa entrò nella sala di lettura, e
trovò modo, passando, di gittare alcune parole all'orecchio di Arrigo,
mentre negli atti e nel sorriso mostrava di dirgli una frase gentile,
come è l'uso e l'obbligo delle padrone di casa.

— Egli sospetta, badate. Sono stata veduta per via, e devo solamente al
caso....

— Lo so; — rispose Arrigo, imitando la sua mimica prudente. — Non vi
esponete, vi prego. —

E fatto un inchino, riprese a leggere il giornale che aveva tra le mani.

Ferita al cuore da quel freddo “lo so„ la contessa era andata più oltre,
nel vano di una finestra, dove un altro de' suoi convitati, uomo maturo
e stracco, tirava le ultime boccate di fumo da un autentico e profumato
Manilla. A tempo, fortunatamente, poichè, a farlo apposta, il conte
Pompeo entrava allora, insieme col Gonzaga, nella sala di lettura.

— Ah, bene; benissimo! — esclamò il conte Pompeo. — Ecco qui il nostro
cavaliere, che legge il listino della Borsa. Quando lo dico, io, che non
ci sono più giovani! Abbiamo dovuto ballar noi. Due bei lancieri per
altro! —

Arrigo sorrise, approvando, e rimase a discorrere con lo zio, mentre il
conte Pompeo, cutrettola eterna, saltellava verso sua moglie, che aveva
preso il braccio del fumatore solitario, e lo trascinava con sè, molto
maravigliato, anzi a dirittura rintontito, dai suoi graziosi discorsi.

— Perchè ti nascondi, Arrigo? — disse il Gonzaga al nipote. — Io ho
fatto finora tutto quanto ho potuto, passeggiando, tenendo a braccetto,
perfino ballando, per essere fedele alla consegna. Ma ogni bel giuoco,
lo sai, dura poco, ed io ho dovuto lasciare, per un quarto d'ora almeno,
la divina Gabriella.

— Ah! ti piace?

— Moltissimo; e perciò, vincendo un certo rimorso che mi aveva preso per
una povera donna, approvo pienamente la tua scelta. Vi voglio alle
Carpinete per questa primavera.

— Come corri! — esclamò il giovane. — Tu ti fai già in tasca il
contratto.

— In tasca, no; — rispose lo zio, rabbruscato; — in tasca io ci ho
solamente le cose che mi dispiacciono. Bada, Arrigo, mentre tu stai qui
a ragionare con tanta povertà di linguaggio, un altro si è fatto avanti.
E pareva non aspettasse altro che di vedermi muovere, il bellimbusto! Un
elegante, un tenebroso, tutto languori con le dame, e occhiate spavalde
coi cavalieri! A me, anzi, ne ha date parecchie, che volevano passarmi
fuor fuori.

— Ah, capisco, il conte Guidi.

— Sarà lui. Stamane, infatti, mi hai detto che quello che ti dava noia
era un conte.

— Noia, sì e no. Il fatto è questo, che io non lo temo. È uno di quei
vanerelli, tutti infatuati di sè, che sgallettano intorno a tutte le
ragazze ben dotate, e non possono sperar nulla, perchè non hanno la
croce d'un quattrino.

— Temili, ragazzo mio, questi cavalieri disperati. Chi li distingue ora
dai ricchi? Essi rimediano alla mancanza del milioncino con le belle
maniere, col sentimento, con la poesia, imparaticcia se vuoi, ma
egualmente pericolosa. Questi rivali bisogna batterli nel loro campo.

— Fammi Gonzaga, e trionfo senza combattere.

— Farti Gonzaga! Eh, vedo la coda del tuo ragionamento. Un'adozione?

— Non sono io il tuo unico parente? — disse Arrigo, incalzando. — Non mi
ami tu come un figlio? E i Gonzaga di Luzzara hanno da spegnersi anche
nel nome?

— Senti! mi ci fai pensare; — rispose lo zio. — Ma questo è anche un
curioso momento, per dirmelo!

— Si dice una cosa quando viene in taglio; — rispose Arrigo, niente
sconcertato dalla osservazione dello zio. — Quanto al Guidi, io dormo
tra due guanciali. Le ragazze, al dì d'oggi, vogliono ben altro che
sospiri e grullerie da medio evo!

— Lo vedi? Io ne ho una opinione diversa; almeno di Gabriella; — replicò
gravemente il Gonzaga.

— Ebbene, ecco che lei, per intanto, ti dà una graziosa mentita; — disse
Arrigo, ridendo. — Gabriella non è stata a sentire i madrigali del conte
Guidi.

— Come lo sai, stando qua?

— Stando qua, vedo il temuto rivale che s'avanza, dietro a te, in
compagnia di due altri sciocchi suoi pari.

— Tanto meglio; — disse il Gonzaga. — Allora fammi una giravolta sui
tacchi, da bravo soldatino, e va in sentinella un po' tu. Finalmente, si
tratta della tua felicità.

— Non è conveniente, ora; — rispose Arrigo. — Se quell'altra mi
vede!...

— Quell'altra, ahimè! — disse il Gonzaga in cuor suo. — Così le
chiamiamo, quando tutto è finito. —

E sospirò, il povero filosofo, che dei suoi nobili insegnamenti non
vedeva alcun frutto.




VIII.


Come mai il conte Guidi era venuto via da un colloquio, così lungamente
sospirato? La cosa, che parrà strana ai lettori, dev'esser chiarita da
noi.

Il conte Guidi si era avvicinato a Gabriella Manfredi, approfittando
dell'obbligo di cortesia in cui aveva posto il Gonzaga l'avvicinarsi
della baronessa di Gleisenthal, pur dianzi sua vicina di sinistra nei
famosi lanciers. Anche il Guidi, come altri parecchi, aveva chiesto a
Gabriella il solito onore del solito giro di non so qual ballo che
doveva seguire, ed anche a lui quell'altissimo onore era stato negato.
Gabriella, per quella sera, non ballava più. La signorina Manfredi era
in una insolita e bizzarra condizione di spirito, nella quale un
osservatore della “scuola ereditaria„ avrebbe trovato una eccellente
occasione per dimostrare che in lei operava il sangue di sua madre. Noi,
più timidi in materia di asserzioni, vi diremo semplicemente che
Gabriella Manfredi era commossa, turbata, soggiogata da quel fiero e
nobile uomo, il quale da tanti anni era tipico in casa sua, e quasi
leggendario per lei.

Nelle famiglie qualche volta ci sono, questi numi tutelari e viventi,
immagini rispettate e care di amici lontani nello spazio e nel tempo, a
cui si ricorre col pensiero nei momenti solenni, di cui si citano i
detti memorabili e le azioni virtuose, come se già si trattasse di
uomini che la morte ha consacrati e la storia circondati di una aureola
luminosa. “Questo egli disse, questo egli fece; conformatevi all'esempio
di valor singolare, di onestà incomparabile, di sacrificio sublime„;
ecco l'ammonimento dei vecchi, che nel ricordo dell'amico venerato si
sentono riviver essi medesimi con la loro fiorente giovinezza, e si
dànno con lui in gradito spettacolo alla ammirazione dei figli.

Di Cesare Gonzaga, nelle sue prime relazioni coi Manfredi, noi sappiamo
ancora troppo poco. Gabriella non ne sapeva quasi nulla; ma lo aveva
sentito citar sempre come un eroe, e quell'eroe, che ella vedeva
finalmente, corrispondeva nell'aspetto e nei modi al tipo ch'ella, fin
da bambina, se ne era foggiata nell'anima. Egli era anche bello di una
forte bellezza, e perfino quei capegli grigi tagliati corti, tirati
indietro alla soldatesca, non riescivano a farlo parer vecchio, poichè
il bronzeo color della pelle, prendendo risalto da essi, mostrava la
pienezza e la maestà della forza. Gli occhi di Cesare Gonzaga, azzurri
nella pupilla, biancheggiavano vivaci nel globo, con riflessi e
luccicori di madreperla. A guardarli, ci si vedeva la dolcezza e la
serenità di un bambino; ma quando li girava intorno, luminosi,
iridescenti sul fosco della carnagione, parevano metter faville, ed
erano gli occhi di un forte. Gabriella Manfredi ne fu soggiogata. La
bontà nella forza è sempre piaciuta in singolar modo alle donne; e
Gabriella amava già in quell'uomo forte e buono il primo amico di suo
padre, il tipo di cavaliere perfetto ricordato da sua madre.

Il conte Guidi, come vedete, capitava in mal punto anche lui. Alla
contessa Giovanna, la signorina Manfredi aveva confessato di studiare
quel giovanotto, che le era parso un po' diverso dagli altri; ma in
verità aveva confessato più del vero. Per allora non lo studiava più. Si
studia volentieri quando si ha libero lo spirito, e questo lo sanno
benissimo tutti coloro che non hanno perduta quella onesta consuetudine.
E non solo ella aveva smesso di studiare il conte Guidi; ma egli le era
diventato di punto in bianco.... Come s'ha a dire? Via, diciamo
schiettamente noioso. Nella sua mente, incapace di due contemplazioni,
il pensare ancora ad uno studio così vano come quello del carattere di
un giovanotto già troppo a lungo veduto e non mai cresciuto nella sua
estimazione per grandi fatti, o accenni di magnanime idee, le parve
un'offesa, sì, proprio così, un'offesa a quel nobile uomo, che aveva la
doppia aureola del soldato di Roma e del cavaliere mondiale. Cesare
Gonzaga le arrideva infatti come una luminosa figura d'altri tempi, di
quei tempi che hanno sempre l'obbligo di parere e spesso anche la
fortuna di essere migliori dei nostri. Anche gli antichi Romani erano
fatti così: alle falde del Campidoglio per respingere i Galli e
rovesciare le superbe bilance di Brenno; tra i Persi e i Medi, nel
lontano Oriente, con le aquile infaticabili e coi prodigi del valore
latino.

Il conte Guidi, per altro, non si poteva mandarlo via come il primo
venuto. Quel malinconico cavaliere le aveva dette tante cose leggiadre,
ed ella le aveva già tanto ascoltate, anche senza commuoversi troppo,
che la consuetudine e la cortesia dovevano associarsi a consigliarle un
riguardo particolare di benevola attenzione per lui. Lo ascoltò dunque
ancora, mentre Cesare Gonzaga si allontanava, discorrendo con altri. Ma
il conte Guidi non fu troppo felice, quella volta; anzi, non lo fu
niente affatto. Figuratevi che ebbe il torto d'incominciare così:

— Signorina, ahimè, noi non ci siamo più, questa sera.

— O come? — diss'ella, guardandolo con aria di stupore. — Sarebbe
forse... altrove?

— Eh? — ripigliò il giovanotto. — Un triste presentimento mi dice che
potrei esser cacciato molto lontano.

— Perchè?

— Perchè, — rispose egli, sospirando, — io non sono, come vorrei, un
principe orientale, un personaggio delle _Mille e una notte_, un
Sindbad, un Aladino, un Arun el Rascid.

— Non so chi siano tutti questi signori, perchè non ho letto il libro; —
replicò freddamente Gabriella, che aveva capita l'allusione, — ma mi
pare che ella voglia essere troppe persone ad un tempo. —

Il conte Guidi si accorse di essere andato troppo oltre, e ripigliò
tutto confuso:

— Perdoni, signorina; in questo momento non so più quel che dico. —

Era ancora un bel modo di escire dal ronco; ma per quella volta non gli
valse. Gabriella Manfredi, non avvezza a tanta confidenza di discorso,
si chiuse nella sua severità di dea scorrucciata, e l'imprudente
assalitore levò tosto l'assedio.

Due amici lo presero subito in mezzo, per chiedergli notizie di una
quistione d'onore nella quale egli era mescolato come arbitro. Dovete
sapere che il conte era una specie di Possevino, versatissimo in materia
cavalleresca, padrino nato di tutti i duelli fatti e da farsi. Irritato
com'era in quel punto, avrebbe volentieri parlato di affettar mezzo
mondo e d'infilzare l'altra metà; ma la quistione di quel giorno era
invece finita con un verbale ed una stretta di mano, e perciò il conte
Guidi dovette restringersi a spiegare quel lieto fine, da lui stesso
consigliato, poichè si trattava di due figli di famiglia e a lui non
piaceva d'incorrere nello sdegno delle mamme. Così discorrendo, era
giunto all'ingresso della sala di lettura, dove il conte di Castelbianco
gli si avvicinò e prese parte alla conversazione cavalleresca. Prendeva
parte a tutte le cose dei giovani, il giovane conte Pompeo!

Anche il Manfredi entrava da un altro lato: tirandosi dietro, ahimè,
l'eterno collega, il primo seccatore del regno, che lo aveva una seconda
volta agguantato. Ed altri vennero dopo loro, tra perchè c'era tregua di
danze, e perchè... debbo dirvelo? Veramente mi dispiace un pochino,
poichè si tratta di una cosa brutta, che accade in tutte le feste da
ballo. “Era in quell'ora che volge il disìo„ dei cavalieri più galanti a
piantar lì le dame; quasi altrettante Olimpie sullo scoglio, per
andarsene a dare una sbirciatina alla credenza, o a far crocchio nel
fumatoio. Già, gli uomini saranno sempre uomini, e, quantunque tirati a
pulimento da tanti secoli (si dice da trenta, per gli Europei
meridionali) faranno sempre come i selvaggi loro antenati, e
dimenticheranno le donne qua e là, per starsene a parlamento, occupati a
gestire e gridare. Che gusto ci trovassero gli antichi, e che gusto ci
trovino i moderni selvaggi, sa Iddio. Le dame, allora, consumati a mano
a mano gli ultimi argomenti di conversazione particolare, si avvedono
della mancanza, assoluta o quasi assoluta, del sesso forte; vorrebbero
dolersene, come di una grossa scortesia; ma tra i primi scortesi c'è il
marito, il babbo, il fratello, il cugino; e allora si prende la cosa in
burletta, e si fa, per proposta della dama più allegra, una levata in
massa. Le belle abbandonate vanno attorno per le sale, contente di fare
un po' di chiasso anche loro; e qualcheduna più ardita, penetrando nel
fumatoio, non dubita, ad onta della sua abbigliatura di raso color
crema, o di stoffa argentata, non dubita, dico, di prendere una
spagnoletta e di fumare, non già come un Mongibello, che sarebbe troppo,
ma come un grazioso vulcanetto delle isole Lipari.

— In fondo, hai fatto bene; — diceva il conte di Castelbianco al conte
Guidi. — Erano due ragazzi; e se per caso si facevano male, che strilli!

— Che è stato? Una disgrazia? — chiese il tormentatore di Andrea
Manfredi.

— No, un duello; ma il nostro Guidi, gran cavaliere e mastro di campo,
ha tutto accomodato, con soddisfazione universale.

— Meglio così; bisogna finirla, coi duelli. I Romani....

— Ah, che cervelli esaltati! — esclamò, interrompendo la citazione del
seccatore, la signora Robusti, quella bella che era senza spalle e
voleva farlo sapere.

— Esaltati! — disse il Guidi, inchinandosi con molta galanteria. — E se
lo fossero stati... per la bellezza?

— Allora... non dico più nulla; — rispose la signora, accettando il
complimento per sè, e provando a farcisi rossa.

— Il duello è sempre una pazzia, filosoficamente parlando; — ripigliò il
seccatore. — I Romani non lo conoscevano, e i Romani....

— Che ne pensi tu, Cesare? — chiese il Manfredi al Gonzaga, che stava
zitto, sostenendo le guardate superbe del conte Guidi.

Doveva rispondere il Gonzaga, il re della festa, l'uomo ragguardevole, a
cui l'esilio, i viaggi e le avventure indiane avevano dato come una
velatura di personaggio misterioso. Tutti gli occhi si volsero a lui,
tutti gli orecchi si tesero per udir la risposta.

— Il signore ha invocata la filosofia; — disse il Gonzaga, accennando
con gli occhi e con un breve saluto il collega di Andrea. — In nome
della morale, che è tanta parte della filosofia, il duello si potrebbe
anche chiamare una cattiva azione.

— Proprio, in genere? — disse il Guidi.

— Numero e caso; — rispose il Gonzaga. — È la mia opinione, e,
rispettando l'altrui, dico sinceramente la mia.

— E neanche vorrà tener conto del coraggio che ci vuole, per
commetterla?

— Il coraggio mi piace, ma quando non sia usato malamente, nè a sfogo di
privati rancori, nè a mostra di vanità.

— Il giudizio è molto severo; — notò il Guidi, con amarezza. — E la
guerra? Che altro è la guerra, se non lo sfogo e la mostra di una somma
di rancori e di vanità?

— Ella, mi perdoni, rimpicciolisce la guerra; — rispose imperturbato il
Gonzaga. — Non c'è più vanità, nè rancori, quando si combatte per
l'onore del proprio paese e per il trionfo di una nobile causa.

— Ah, perdonami, zio! — entrò a dire il Valenti. — M'inscrivo per parlar
contro la guerra. È un controsenso, che il progresso ha oramai
condannato; senza contare che le industrie ne soffrono.

— Che argomenti, cavaliere! — esclamò la signora Robusti.

— Ma sai, Arrigo, — disse a sua volta il conte Pompeo, — che tu affoghi
nella prosa? Ti farai odiar dalle dame, che sono già in molte a
sentirti.

— Ah, sì, — rispose Arrigo, spronato anzi che rattenuto da quel mezzo
rimprovero, — un tempo... era assai poetica, la guerra. In primo luogo
la partenza, con la sciarpa trapunta, e i colori della dama sul cimiero;
da ultimo, il ritorno, con un occhio di meno.

— Ma anche con un occhio di meno!... — esclamò la baronessa di
Gleisenthal, quella che, a detta del conte di Castelbianco, avrebbe
oramai dovuto smettere.

— Ah, sì! — pensò Orazio Ceprani, che stava in un angolo, ascoltando. —
Per quella lì bisognerebbe averli perduti tutti e due.

— E lei, marchese, — entrò a dire la bella Carini, — è mai stato alla
guerra?

— Sì, signora, — rispose il Gonzaga, — ed ho fortunatamente salvato gli
occhi... per ammirar la bellezza. —

Non si poteva esser più galanti. Le parole del Gonzaga destarono un
bisbiglio di approvazione, e la bella Carini si fece rossa davvero.

Il conte Guidi, che era messo di punto in bianco da parte, il conte
Guidi, che aveva veduto comparire Gabriella in compagnia della contessa
Giovanna, e che a lei aveva veduto andare, insieme col complimento, lo
sguardo di Cesare Gonzaga, il conte Guidi perdette la tramontana
senz'altro.

— Ed ottenerne il premio! — soggiunse egli, con la sua solita amarezza.

— Chi sa? Fors'anche; — replicò il Gonzaga, sorridendo ironicamente e
rizzando con piglio altero la testa.

Qui proprio avvenne che il conte Guidi non ci vedesse più lume.

— Ma questo sia detto, — riprese egli, imbrogliandosi nel giuoco
dell'avversario, — per le guerre in cui si difende l'onore del proprio
paese....

— Avanti, avanti! — ebbe l'aria di dirgli col gesto il Gonzaga.

— Sì, queste, — continuò il Guidi, — e le altre che si combattono, come
diceva lei, per una nobile causa, e giusta, aggiungo io, son quelle che
fruttano il premio.

— Correggo quel “giusta„; — rispose il Gonzaga. — Non s'intendono cause
nobili, se non sono intimamente giuste. La nobiltà è la bellezza
estrinseca della giustizia. Ma chi le dice che le cause per cui io posso
aver combattuto non fossero giuste? —

Così dicendo, il Gonzaga aveva l'aria di soggiungere dentro di sè: — Ci
sei, bel figurino, non mi scappi più.

— Ma... — replicò il Guidi, oramai trascinato a tutta corsa, come un
povero cavaliere staffato. — Perchè in India, dov'ella è stata
trent'anni, come ho sentito dire, non erano che guerre d'aggressione e
di spogliazione.

— Che ne sa lei? Dato il fatto delle razze sovrapposte dopo la conquista
maomettana, potevano anche esser guerre per la liberazione degli
oppressi.

— Sì, che facevano guerre d'imboscate, guerre di coltelli!...

— E anche di lame più lunghe, signor conte; — ribattè il Gonzaga,
avanzandosi verso il suo interlocutore e fissandolo negli occhi, mentre
con l'accento pacato, quasi dolce, pareva volesse dire la cosa più
naturale del mondo. — Potrei fargliene conoscere la misura... poichè ne
ho portata una bella e interessantissima collezione con me.

— Vedrò volentieri; — rispose, sorridendo a denti stretti, quell'altro.

Queste cose erano state dette rapidamente, a mezza voce, col sorriso
sulle labbra. Gli stessi vicini, a cui era parso che i due interlocutori
si dovessero riscaldare fino a staccare i bollori, videro con piacere
che la quistione finiva in una risata. La contessa Giovanna, rimasta
lontana dal crocchio degli uomini, in compagnia di Gabriella e delle
altre dame che si erano riaccostate a lei, alzò la voce per dire:

— Ma, signori, parlino almeno più alto, che noi lontane possiamo udire e
giudicare, come le dame degli antichi tornei. —

I cavalieri si tirarono da banda, per allargare il cerchio: e Cesare
Gonzaga rispose:

— Bella dama, non eravamo ancora in giostra. Il signor conte Guidi mi
chiedeva notizie dell'India e delle guerre di laggiù. Che guerre,
contessa! Da un lato la conquista, ma con la civiltà; dall'altra il
diritto, ossia una specie di diritto acquisito, ma con la barbarie per
giunta. Quistioni complesse, e perciò guerre brutte; — conchiuse il
Gonzaga, — ma come son brutte tante altre guerre in Europa, che il
signor conte Guidi ha ben definite, guerre di rancori e di vanità.
Belle, quantunque infelici, le nostre, mio caro Andrea, quando
combattevamo, l'uno a fianco dell'altro, per il diritto dell'Italia e di
Roma! La fortuna non ci sorrise; nemici stranieri e nemici domestici
congiurati strinsero ancora una volta le catene ai polsi della patria, e
noi, rincorsi come fiere, abbiamo dovuto disperderci sulla faccia della
terra. Onore a chi ci ha vendicati, risollevando il nostro vessillo;
onore a chi sostiene il diritto e la maestà della patria risorta! Anche
noi, se non sarà troppo tardi, anche noi, quando la bellica tromba... la
rammenti, Andrea, la bellica tromba cantata da Gabriele Rossetti?...
Anche noi, quando la bellica tromba chiamasse un'altra volta alle armi i
figli d'Italia, proveremmo un gusto matto a rifarci la mano, a rivivere
un'ora di gioventù!...

— Il tempo di questi sacrifizi è passato; — sentenziò Arrigo Valenti. —
Paghiamo già tanto, per le nostre difese! Duecento venticinque milioni,
e qualche cosa di più, ci assorbe ogni anno il bilancio della guerra;
cinquanta, o poco meno, il bilancio della marina.

— Finiscila, computista! — disse il Gonzaga, prendendo a braccetto il
nipote e tirandolo fuori, con atto di paterna autorità.

E sottovoce, aggiunse, poichè si fu allontanato dal crocchio:

— Le tue cifre ti guasteranno con Gabriella. Pensa piuttosto a farmi da
padrino.

— Oh, diamine! — disse Arrigo, fissando gli occhi nel volto dello zio. —
Dici da senno?

— Sicuro; o lui manda a me, o io mando a lui. Signor Ceprani, —
soggiunse, vedendo quell'altro, che si accostava, — vorreste servirmi in
una faccenda che vi dirà mio nipote?

— Marchese, son cosa vostra, da ieri mattina.

— Non parliamo di queste piccolezze, e mettetevi d'accordo con Arrigo. —

La contessa Giovanna pensò che fosse tempo di condurre i suoi convitati
alla credenza.

— Gonzaga, — diss'ella, avvicinandosi, — ella mi offrirà il braccio. Si
va all'assalto della cena.

— Volentieri, contessa; — rispose il Gonzaga, mettendosi tosto a' suoi
ordini, ma non senza aver dato un'occhiata di intelligenza a quei due.

E sorridente si avviò, con la contessa Giovanna al braccio, verso la
sala della credenza.

Il conte Guidi non fu così pronto nelle sue ricerche cavalleresche, e
perdette una stupenda occasione di offrire il braccio a Gabriella. Il
fortunato fu presso di lei il loquace collega di suo padre, quello degli
antichi Romani, non potuti smaltire.

Pochi minuti dopo, due amici del conte Guidi, il baroncino di
Gleisenthal e un duchino di Roccastillosa, si accostarono con molta
circospezione ad Arrigo Valenti e gli dissero:

— Cavaliere, siamo stati incaricati dal conte Guidi di una commissione
poco lieta, ma necessaria, presso vostro zio, il marchese Gonzaga. E voi
probabilmente....

— Sì, ho capito; — rispose Arrigo con aria infastidita. — Son io
l'incaricato di mio zio; e Orazio Ceprani, qui presente, è il mio
collega. Domani, cioè quest'oggi, perchè oramai siamo al tocco, ci
vedremo dove e quando vorrete.

— Al caffè di Venezia, verso lo tre, vi fa comodo?

— Ottimamente.

— E chi arriva primo, aspetta: non ci metteremo mica troppa furia, con
una notte perduta?

— Benissimo, chi arriverà primo aspetterà. Ed ora, non ci facciamo
vedere a conciliabolo.

— È giusto; queste cose non si hanno a sapere. Anzi, diciamo pure, che
non è avvenuto nulla.

— Nulla di nulla, è naturale; — disse Arrigo, salutando.

Rimasto solo con Orazio Ceprani, Arrigo diede la stura al suo malumore.

— Ma lo capisci, mio zio!

— Già, parla contro il duello, e se ne procaccia subito uno.

— E così, in un giorno solo, due pazzìe!

— Questa, la capisco; — disse il Ceprani; ma l'altra?

— L'altra! — ripetè Arrigo, guardando il compagno. — Mi domandi l'altra,
tu? L'altra... la so io.




IX.


Un colloquio di quattro persone incaricate di risolvere una quistione
d'onore, di stabilire il grado delle offese e le condizioni d'uno
scontro, è sempre un argomento degno di studio, non solamente perchè c'è
di mezzo la vita di un uomo, o di due, ma anche perchè ci si conosce,
meglio che in ogni altra circostanza, il vero carattere di quelle
quattro persone: le quali, insieme col così detto punto d'onore, mandano
spesso avanti il loro medesimo puntiglio. Ma io suppongo i miei lettori
abbastanza istruiti di queste miserie umane, e vado ad aspettar l'esito
dei negoziati cavallereschi accanto al signor Cesare Gonzaga, uomo con
cui si sta molto bene. perchè, viva l'anima sua, è vissuto a lungo tra i
barbari.

Non crediate che io voglia rifarvi la tesi di Gian Giacomo Rousseau
contro la civiltà e in favore dello stato selvaggio, tesi che ha pure il
suo lato buono, poichè tra i selvaggi e tra i barbari, loro stretti
congiunti, non si vive poi tanto male, come generalmente si crede.
“Tutto sta nell'adattarsi alla cucina„ mi diceva a questo proposito un
gran viaggiatore, amicissimo mio. Vedete dunque che si tratta di un
piccolo guaio, a cui rimedia oramai facilmente il signor Cirio, con le
sue brave conserve alimentari. Del resto, lasciando la cucina da parte,
io ho sempre pensato che un uomo incivilito guadagni due tanti a vivere
un po' di tempo tra i barbari. In primo luogo, ci ha il vantaggio non
lieve di sfuggire per tutto quel tempo la società degli uomini
inciviliti; secondariamente egli si spoglia colà di molti pregiudizi,
scioccherie, invidie, rancori, vanità puerili ed altre somiglianti
piccolezze, che qui rendono la vita infelice ai mortali: e poi, quando
ritorna finalmente a casa, si sente per un pezzo più franco, più sano,
più semplice, più forte, resistente agli attriti, inattaccabile, per
dirla sì e no chimicamente, dagli acidi.

Il nostro semplice e forte uomo era in casa del nipote, dove quella
stessa mattina aveva fatto trasportare le sue valigie, allogandosi in
quella parte del quartiere, che guardava sulla via Sallustiana.

— Sarà per questi pochi giorni il mio nido; — aveva detto egli,
occupandola. — Tanto, non ci ha più da venire nessuno in conferenza, non
è vero?

— Sicuramente; — aveva risposto Arrigo; e mi rendi anche un servizio,
liberandomi....

— Zitto lì; questo, poi, non lo voglio sentire da te; — gridò Cesare
Gonzaga. — Si può cambiar d'umore, ma non si deve mancar mai di rispetto
alla memoria di una donna, a cui si è detto un giorno che era un angelo.
Hai capito? Non voglio di queste... che dovrei chiamare birbanterie, se
non sapessi che sono smargiassate. —

Arrigo aveva masticata male la lezione; ma chi la dava era suo zio, ed
egli dovette mandarla giù in santa pace. Pochi minuti dopo egli esciva,
per andare con Orazio Ceprani al caffè di Venezia.

Come si trovasse il Ceprani a far da padrino in quella quistione di
Cesare Gonzaga, avete veduto poc'anzi. Forse, dopo certi discorsi da lui
fatti al conte Guidi, il signor Ceprani avrebbe dovuto, per la decenza
almeno, tirarsi in disparte. Ma questo e tutto il resto degli atti di
Orazio Ceprani è affar suo; e noi lo lasceremo con la mala compagnia
della sua propria coscienza.

Cesare Gonzaga, dopo aver messe in ordine tutte le cose sue nel nuovo
domicilio, si pose a tavolino per scrivere una lettera al suo fattore.
Capiva che avrebbe dovuto fermarsi a Roma più giorni che non fosse a
tutta prima risoluto di restare, e provvedeva con le sue istruzioni a
parecchi lavori che aveva lasciati sospesi. Quanto al duello, non ci
pensava neppure. La cattiva azione (perchè infatti la credeva tale) gli
aveva dato da principio un pochino di noia: ma oramai s'era imbarcato e
non guardava più a terra. Il fatto, poi, considerato nella sua sostanza,
non aveva nulla di piacevole nè di dispiacevole per un vecchio soldato
come lui; diremo anzi che egli lo metteva in quel certo numero di cose
sciocche o bestiali, che gli uomini di buon senso fanno qualche volta
per conformarsi alle usanze del mondo, ed anche semplicemente per mo' di
esperienza, _comme étude_. Egli aveva conosciuto anni prima un vecchio e
strano olandese, che, sotto la coperta di questa frase burlesca, faceva
passare ogni maniera di pazzie. _Comme étude!_

Ora, mentre egli stava chiudendo la lettera, venne Happy, in punta di
piedi e con aria misteriosa, a dargli un annunzio.

— Illustrissimo, sente? Hanno bussato.... di là.

— Ebbene? E tu apri.

— Scusi; il cavaliere non c'è; favorisca di andar lei. Da quella parte,
a certe ore del giorno, io non ardisco.

— Caspita! Sei discreto. Sarà poi qualche mendicante... magari uno
spazzaturaio.

— Tutte persone che conoscono la scala, e a quell'uscio non bussano più
da un pezzo; — rispose il furbo servitore.

— Ho capito; — borbottò Cesare Gonzaga, — sarà il personaggio delle
conferenze. Va pure per i fatti tuoi; aprirò io. —

E andò, aperse l'uscio, e si vide davanti la contessa Giovanna.

Ella era tanto turbata, che non badò punto a ciò che quell'uomo avrebbe
potuto pensare di lei, nè al bisogno di giustificare con un pretesto la
sua presenza colà. Infine, se anco ci avesse pensato, non era egli lo
zio di Arrigo, ed anche e soprattutto un uomo d'onore?

— Lei, contessa? — esclamò invece il Gonzaga, credendo necessario di
manifestare un tantino di maraviglia.

Giovanna chinò la testa, balbettando poche parole confuse.

— Si calmi, ed entri, la prego. Dio come arde! Si sente male? —
diss'egli, che aveva dovuto prenderla per la mano.

— Dica, per carità, non mi nasconda nulla; — mormorò la bella smarrita.
— C'è un duello? Non mi risponde? La supplico, signor Cesare, non mi
faccia morire di ansietà. Arrigo si batte?

— E chi gliel'ha detto?

— Mio marito, stamane... due ore fa. Ed io, appena ho potuto, son corsa.

— Che imprudenza! Ma come può aver detto il conte una cosa che non è
vera, o che, se è vera, non riguarda punto mio nipote?

— Come? non si tratta di lui?

— No. C'è un duello in aria... forse nulla; — soggiunse il Gonzaga, che
la vedeva sempre turbata, — e tutto potrà accomodarsi. Ad ogni modo,
Arrigo non è che padrino. Ma, le ripeto, chi può aver data al conte una
falsa notizia, mentre, essendo rimasto tutto fra quattro persone
d'onore, non c'era tempo nè modo di conoscer la vera?

— Che so io? Deve averlo letto in una lettera, ricevuta dopo colazione.

— Anche una lettera! — esclamò egli stupito.

— Sì, e che lo ha messo molto in pensiero, tanto che io volevo
sapere.... Da ieri vivo in mezzo a continui terrori, e c'è voluta una
gran forza, che io non avrei più creduto di possedere, per trascinarmi
fin qua. Infine, signor Cesare, egli non ha neanche risposto alla mia
curiosità, certamente indiscreta. Pochi minuti dopo, fatti molti passi
avanti e indietro per la stanza, mi ha detto: Arrigo Valenti quest'oggi
ha un duello; me ne rincresce davvero. Son queste, lo ricordo, le sue
precise parole. La notizia era dunque nella lettera.

— Notizia falsa, data per lettera! — borbottò il Gonzaga. — E veniva
dalla posta, la lettera?

— Non so. Era con quelle della posta; ma poteva anche essere stata
lasciata al portiere, che la mandò con le altre.

— Notizia falsa, — ripetè il Gonzaga, meditando, — data per lettera, a
quell'ora!... E la lettera, forse, sarà anche anonima.

— Dio! — gridò Giovanna, rabbrividendo. — Sono dunque perduta? —

E si nascose il volto tra le palme, poichè allora soltanto pensava alla
condizione in cui si era posta davanti a quell'uomo.

— Contessa, — disse allora il Gonzaga, — non farò il moralista, io, nè a
quest'ora. Sia sincera con me, che desidero giovarle. Come ha potuto
fidarsi di venire anche oggi? Non temeva di essere spiata?

— Sì, e ne temo ancora. Ma dopo quella notizia, non so come, ho perduta
la testa. Non son più io, signor Cesare; non mi riconosco più. E
ieri.... Dio mio!... ieri avevo creduto di venire per l'ultima volta!...

— Si calmi, si calmi, e vediamo di provvedere al caso suo; — disse il
Gonzaga. — Parleremo poi, povera donna, dei giuramenti e delle nobili
intenzioni! Come ha potuto, ripeto, fidarsi di venire... in via
Sallustiana?

— Al pian di sopra, — balbettò Giovanna, abbassando gli occhi, — è
venuta ad abitare una _madame Duplessis_, mercantessa di mode. Sono anzi
salita poc'anzi, con un pretesto, da lei.

— C'è stata anche ieri?

— Sì.

— Ed ha corso rischio di essere scoperta; — soggiunse il Gonzaga. —
Ieri, il conte ha fatto qui, mezz'ora dopo la sua partenza, un certo
discorso!... Ma non ci perdiamo in chiacchiere inutili. Qui bisogna
provvedere.

— Come?

— L'uscio per cui ella è entrata, non deve più mettere al quartiere di
mio nipote. Questo è l'essenziale. Che donna è la signora Duplessis?
Giovane? Vecchia?

— Giovane, ed anche bella abbastanza. È una francese, come le dice il
cognome.

— Bella e francese? È sicuramente una donna di spirito; — disse il
Gonzaga. — Mi faccia il favore di restar qui una quindicina di minuti.

— Dove va?

— Ho da sbrigare una piccola faccenda. Non tema di nulla, per ora. Da
questa parte non si apre a nessuno, e ad ogni modo in questa camera
nessuno entrerà. Lasci fare a me. Quella lettera, certamente anonima, mi
dà molto da pensare. Ma sono un vecchio soldato ed ho imparata la guerra
delle imboscate. Astuzia per astuzia, ed agguato per agguato. —

Escito a furia, senza voler rispondere alle domande di Giovanna, il
Gonzaga richiuse l'uscio della camera, diede la consegna ad Happy e salì
sveltamente al piano di sopra. Quindici minuti passarono, quindici
minuti di ansietà per la contessa; ma dopo quei quindici minuti,
puntuale come aveva promesso, il vecchio gentiluomo, l'esperto soldato,
era di ritorno nella camera.

— Ebbene? — diss'ella, andandogli incontro a mani giunte.

— È fatto il più importante, e si sta facendo il resto.

— Ma che cosa, signor Cesare?

— Ho vergogna, a parlarle di sciocchezze, in questi momenti. Ma poichè
ella vuol saper tutto... le dirò che parecchie scatole scendono dal
piano di sopra. Le due prime le ho portate io stesso. _Madame Duplessis_
è quaggiù, ed Happy, con due bullettine, sta piantando sull'uscio il
biglietto di visita della gentile mercantessa francese.

— Come è riescito?

— Dicendo poche parole, come venivano dal cuore. È una donna di spirito,
ed ha capito subito; ha posto mano alle prime scatole ed è discesa.
L'idea di mettere il biglietto di visita sull'uscio è sua. A me, lì per
lì, non era venuta; ed è un lampo di genio! Ella dirà, se occorre, che
abita qui da un mese, e che occupa i due quartierini, del secondo piano
e del terzo. Avevo accennato, discretamente, a fare il mio dovere con
lei; ma non ha voluto lasciarmi proseguire. “Questo è un servizio molto
grande, e non ha prezzo„ mi rispose ella argutamente; “vi rivolgerete a
me per l'abbigliatura di nozze, ecco tutto.„ Perchè, debbo confessarle
una mia bugia, signora contessa, — soggiunse il Gonzaga. — Era
necessario darle una spiegazione del fatto, ed io, non trovando niente
di meglio, ho accennato confusamente ad una gelosia di donne, e al mio
desiderio di sposar quella a cui la pregavo di render servizio,
scendendo al secondo piano con una parte delle sue mercanzie. Mi
perdona?

— Ottimo signor Cesare! E suo nipote che dirà?

— Che è stato un solenne imprudente, e che io dovevo esser savio per
lui. Adesso, signora mia, siamo salvi contro ogni imboscata possibile.
Venga da _madame Duplessis_; concerteremo con lei il modo di farla
escire.

— Ma... — disse la contessa, che incominciava a sentirsi più raffidata.
— Credeva ella proprio che qualcheduno potesse venire da questa
parte?... Al più, mettersi in agguato per via....

— Temo tutto, io; — rispose il Gonzaga. — E poi, chi provvede al più, ha
provveduto al meno. —

In quel mentre, si udì una forte scampanellata. Giovanna ne tremò tutta.

— Niente paura; — disse il Gonzaga. — Se suonano di qua, c'è madama
Duplessis, con la sua cameriera. Se suonano di là, c'è Happy. —

Ciò detto, andò in ascolto dietro all'uscio della camera. Poco dopo
giungeva Happy, per dirgli:

— Illustrissimo, è giunto il padrone.

— Solo?

— Col signor Ceprani.

— Ah diavolo! Ma già, si capisce, doveva venire insieme. Signora, io
esco, per andare a sentire questi due, ed anche per tirarli in un'altra
camera, più lontana di qui. Ella esca liberamente, e vada ad aspettarmi
da _madame Duplessis_.

— Signor Cesare, come le dimostrerò io la mia gratitudine?

— Le risponderò come _madame Duplessis_; — disse il Gonzaga, sorridendo.
— Questo è un servizio molto grande, e non ha prezzo. Piuttosto non mi
tradisca... non mi rinneghi, con la mercantessa di mode, dopo che io ho
dovuto inventare quella frottola... e ne arrossisco tuttavia. —

Quando il signor Cesare Gonzaga escì dalla camera, Arrigo, seguito dal
Ceprani, stava per entrare nella sala vicina, non badando alle occhiate
di Happy, che voleva trattenerlo. Il Gonzaga giunse in tempo per
costringerlo a ritornare indietro, impedendogli di sentire il rumore che
nelle stanze attigue faceva _madame Duplessis_, con le sue scatole e
casse di mercanzia.

Orazio Ceprani diede una lunga occhiata di curiosità a quella parte del
quartiere di Arrigo, nella quale non era mai penetrato, ma ritornò
anch'egli indietro, precedendo il Gonzaga, che faceva per allora da
padrone di casa, e voleva ad ogni costo esser l'ultimo.

Come fu nella stanza vicina, che era la sala da pranzo, il vecchio
soldato diede una rifiatata di contentezza.

— Dunque, zio, eccoci qua; — disse Arrigo. — Torniamo ora dalla nostra
missione.

— Scusami, ora ne parleremo; — rispose il Gonzaga. — Ho dimenticato una
lettera incominciata.

— Lasciala pure; Happy è un uomo scrupolosissimo.

— Sì, ma le lettere non suggellate debbono ad ogni modo essere chiuse.
Vado e torno. —

Ed escì, ma non per andare a chiudere la lettera, bensì per aver modo di
ritornare indietro, e chiuder l'uscio di comunicazione, senza aver
l'aria di usar precauzioni davanti ad un terzo.

— Vedi che uomo è mio zio! — disse Arrigo al Ceprani. — Ha una quistione
d'onore, non sa ancora che cosa gli abbiamo combinato, e, scambio di
domandarci notizie, va a chiudere una lettera dimenticata sul tavolino.

— Tuo zio opera da uomo prudente; — rispose il Ceprani, che non
immaginava neanche lui di parlar così giusto.

Il Gonzaga ritornò, richiuse dietro a sè l'uscio di comunicazione con
l'aria più naturale del mondo, e venne incontro ai due giovani.

— Eccomi qua; — diss'egli; — parlate. A che ora si parte per il campo
della gloria?




X.


Arrigo, lì per lì, non avrebbe saputo da qual parte incominciare; ma la
domanda dello zio gli dettò la risposta.

— Non si parte; — diss'egli.

Cesare Gonzaga, che si era seduto allora allora, balzò dalla scranna,
ficcando gli occhi addosso al nipote.

— Che? Come? Che hai detto?

— Che non si parte, per ora, e molto probabilmente non si partirà più.
Per noi, vediamo la faccenda accomodata.

— Ac... co....

— ....modata, sicuro. È la mia opinione, ed anche quella di Orazio, come
degli altri padrini.

— Sarei curioso di sapere in che modo.

— È troppo giusto; — rispose Arrigo. — E tu vedrai che le cose sono
precedute nei termini della più stretta cavalleria. Ci siamo abboccati
coi signori barone di Gleisenthal e duca di Roccastillosa; due bravi
giovani, che a tutta prima stavano molto tirati, ma, quando noi abbiamo
detto loro di esser pronti a scendere sul terreno, ci son divenuti di
pasta frolla. Si era venuti alla scelta delle armi. “Chi è lo
sfidatore?„ ci siamo domandati a vicenda.

— Io, perbacco! — interruppe il Gonzaga.

— E questa tesi sostenemmo noi. Ma essi dimostravano di essersi avanzati
primi a cercare di noi. Ad ogni modo, perchè noi volevamo essere gli
sfidatori, ma lasciavamo a loro la scelta delle armi, essi dovettero
riconoscere la delicatezza nostra, di voler vincere un punto, ma senza
trarne veruna conseguenza a noi vantaggiosa. Per altro, ci han detto, e
non senza ragione: “Si può egli accettare un simile atto di cortesia?
non sarebbe meglio che, lasciando da parte sfidati e sfidatori,
mettessimo la quistione sul vero terreno suo, tra provocati e
provocatori? Stabiliamo chi ha provocato; e se tutti e due i nostri
primi hanno avuto in questo la parte loro, stabiliamo da qual lato fosse
la provocazione più grave.„

— E allora? — chiese il Gonzaga.

— Allora venne il battibecco, e non fu possibile, con tutta la miglior
volontà di questo mondo, non fu possibile intenderci sul maggiore o
minor grado imputabile all'uno dei due.

— Ma io lasciavo al mio avversario la scelta delle armi.

— È vero, ma essi notarono e noi non potemmo negare, che questo era un
regalo. Ora, i regali si possono accettare e non accettare. Ricusando il
nostro, e con parole molto gentili, obbligavano noi a molta cortesia di
contraccambio. A fartela breve, non si stabilì chi fosse il provocatore,
e si passò all'esame coscienzioso delle parole che erano state dette da
una parte e dall'altra. Orazio Ceprani le aveva udite; e anch'io, che ti
ero vicino, ma che, come parente, non volli neanche aggiungere la mia
testimonianza. Dal canto loro, le aveva udite il duchino, e lui e Orazio
trovandosi d'accordo nelle frasi, furono anche d'accordo nel trovare che
c'era ben poco; donde la conseguenza, onestamente ammessa da tutti, che
il duello nasceva da un malinteso. Il conte Guidi, del resto, non aveva
nessuna intenzione di offenderti, ed essi lo hanno lasciato capire.

— Avranno allora ritirato in nome suo le parole offensive, o, secondo la
vostra comune ermeneutica, di dubbio significato.

— Non ci parve necessario di chiederlo, dopo che essi, investiti del
mandato più largo, avevano creduto opportuno di riferirci il pensiero,
la convinzione intima del conte Guidi. Riferire il suo discorso e
ritirare le parole offensive, o dubbie, non era forse tutt'uno?

— Non lo era, e non lo è; — disse il Gonzaga.

— Onestamente sì; — rispose Arrigo.

— Cavallerescamente no; — ribattè il Gonzaga.

— Zio, e sei tu che fai distinzione tra onestà e cavalleria? —

Cesare Gonzaga fece una spallucciata, vedendo da che pulpito gli veniva
la predica.

— Continua il tuo discorso; — soggiunse. — E voi altri?

— E noi dicemmo allora: siccome le parole del marchese Gonzaga si
riferivano ad una offesa, che non c'era; siccome, quando egli si rivolse
a parlare con le signore, fu il primo a dire ridendo che si era fatto
tra lui e il conte Guidi un semplice scambio di notizie indiane:
potremmo costituirci, salva la condizione _ad referendum_, in una specie
d'arbitrato, e, trovandoci d'accordo nelle testimonianze come nei
giudizi, ritener cancellata ogni offesa possibile e composta la
quistione nel modo più onorevole.

— A questo siete venuti?

— Zio!... da uomini calmi ed onesti. Si ha la vita di due uomini in
mano, e di questa autorità terribile bisogna farne buon uso.

— Buon uso! buon uso! — brontolò il Gonzaga. — E chi vi ha detto di
farne un uso piuttosto che un altro? Vi avevo detto semplicemente e
chiaramente di condurmi sul terreno. Per fortuna, — riprese egli, — c'è
di mezzo la condizione _ad referendum_.

— Ahimè! — rispose Arrigo. — Non ti ci fidar troppo! È stata detta, ma
poi non ci si è molto insistito. Anzi, vedi, abbiamo preso impegno di
usare tutta la nostra autorità presso i nostri primi, per vincere ogni
loro resistenza. Ricordo che il duchino di Roccastillosa ha soggiunto:
per il nostro rispondiamo; se non accettasse, avrebbe da fare con noi.

— Cosicchè, se da parte mia non accettassi....

— Potresti... bastonar me; — rispose Arrigo, sciogliendo la reticenza
dello zio.

Cesare Gonzaga rimase un istante pensoso; poi disse:

— Capisco; sono stato imprudente, scegliendo te per padrino. —

Allora, anche il Ceprani credette necessario di entrare in discorso.

— Signor Cesare, — incominciò egli, — potrei dirle che in luogo di suo
nipote sono qua io a pagare; ma, schiettamente, amerei meglio essere
bastonato, insieme con lui. Pensi almeno che noi siamo stati guidati da
un altro sentimento delicatissimo, fin qui taciuto da Arrigo.

— E quale, signor Ceprani?

— Un sentimento di riguardo verso la casa amica, e rispettabile tanto,
in cui era avvenuto quello scambio di parole vivaci.

— È vero, signor Ceprani; — disse allora il Gonzaga. — Ella mi accenna
una cosa che ha pure il suo valore. Quantunque, con un po' di buona
volontà, si sarebbe potuta trovare la gretola.

— Domanderò anch'io, alla mia volta: e quale?

— Questa, per esempio, che lo scambio delle parole... vivaci era
avvenuto dopo la festa, in un caffè, in un circolo, per istrada,
dovunque, tranne in casa di persone amiche. Ma oramai è fatta; —
soggiunse il Gonzaga, sospirando, — e del senno di poi ne son piene le
fosse. Io ringrazierò lei, ad ogni modo, del delicato pensiero. E
adesso, vediamo come se n'esce.

— Non ne siamo esciti? — chiese timidamente Orazio Ceprani. — Resta che
nel verbale noi dichiariamo tutti e quattro sul nostro onore di non aver
trovati gli estremi di un duello.

— Di una cattiva azione; — soggiunse Arrigo. — Sono le tue parole di
ieri.

— Taci, tu! — gridò il Gonzaga, stizzito.

— Ma infine, zio, che ti fa, di avere un duello?

— Che mi fa? Che mi fa? Or ora me la fai dir grossa. Tu, caro mio, per
certe cose, hai ricevuto l'ottavo dono dello Spirito Santo. Ma basta;
c'è una condizione _ad referendum_ e un verbale da estendere; ci avrete
tutti gli appigli per rifarvi da capo. Sicuro; nel vostro caso, io direi
press'a poco così: “Signori! voi, molto cortesemente, ci avete
dichiarato di poter rispondere del vostro primo; ma noi, per ragioni che
intenderete, non abbiamo potuto dirvi lo stesso. L'aver noi citato al
signor Gonzaga la clausola _ad referendum_ gli ha dato molto da pensare.
Quale delle due parti incomincierà, per dire che il suo primo... si è
contentato? E l'essersi egli contentato per primo, non lo metterà
rispetto all'altro in una condizione di debolezza? Or dunque, non
dichiariamo nulla, e consideriamo ancora un pochino il caso delicato.
Possiamo noi consegnare nel verbale quelle ragioni intime che ci hanno
persuasi a non vedere gli estremi di un duello? In altri termini,
possiamo scrivere, sulla fede nostra, che non avendo avuto il conte
Guidi intenzione di offendere, il signor Cesare Gonzaga non l'aveva
neppur lui? Se lo possiamo, il secondo considerando s'innesta
naturalmente col primo; resteranno le parole vivaci e noi le
cancelleremo d'accordo, come conseguenza di un malinteso. Ma se a voi
non paresse....„

— E non parrà; — interruppe Arrigo.

— Tanto meglio; — aggiunse il Gonzaga. — “Se a voi non paresse,
facciamone una, che salverà le ragioni dell'uno e dell'altro;
ritiriamoci tutti e quattro, lasciando che nuovi padrini sottentrino.„ —

Arrigo tentennava la testa; ma Orazio Ceprani s'intromise, e sciolse lui
la quistione.

— Il signor Cesare ha ragione; — diss'egli. — Non dovevamo noi vederci
ancora, per estendere il nostro verbale, ed anche per discutere, o per
dichiararci a vicenda, se i nostri primi potevano stringersi la mano?
L'appiglio c'è, anche senza obbligarci in anticipazione al discorso
proposto dal signor Cesare Gonzaga. Lascia fare a me, Arrigo; troverò io
il modo di escirne, contentando un po' meglio tuo zio.

— Ah, bravo, Ceprani! Ella mi ha inteso; — gridò il Gonzaga. — Vadano
dunque. O il verbale, coi due considerandi, nel loro ordine logico e
naturale, o il duello. Ma ella vedrà che avremo il duello, e vivaddio,
cattiva azione o no, mi piace più del verbale. —

Arrigo chinò la testa e non rispose parola. Quell'ottavo dono dello
Spirito Santo, appioppatogli dallo zio, gli era rimasto sullo stomaco.

Mentre si disponevano ad uscire, fu annunziato il conte di Castelbianco.

— Che cosa vuole quest'altro? — scappò detto ad Arrigo.

— Eh, lo so io, quel che vuole; — fu per rispondere il Gonzaga.

Ma egli si tenne la sua risposta fra i denti e si contentò di guardare
suo nipote, con aria di rimprovero, che, per muto che fosse, non era
meno significante.

Il conte Pompeo entrò, e rimase un po' sconcertato alla vista di quei
personaggi riuniti, due dei quali tenevano il cappello in mano, ed erano
in procinto di andarsene.

— Buon giorno, conte; — disse Arrigo.

— Buon giorno: — rispose freddo il Castelbianco, guardandolo un po' di
sbieco. — Non hai un duello?

— Io? — rispose Arrigo. — Neanche per sogno. —

Il conte Pompeo rimase sovra pensiero, e non disse più altro.

Orazio Ceprani era sulle spine; tanto gli premeva di correre al caffè di
Venezia, per far servizio al signor Cesare Gonzaga!

— Se permettete, conte, ci ritiriamo; — diss'egli. — Abbiamo qualche
cosa da fare. —

Il conte rispose con un cenno del capo, che poteva passare per un
saluto; indi si volse al Gonzaga.

— Resterò un pochino, se non la incomodo, a discorrere con lei.

— S'immagini! — disse il Gonzaga. — Se vuol passare nel salotto.

— No, non occorre; ho poche parole da dirle. Possiamo restare anche qua.

— Come vuole; — rispose quell'altro.

Ma in verità, avrebbe desiderato di condurlo altrove, lontano da un
certo uscio di comunicazione, davanti al quale lo aveva confinato la
leggerezza del suo signor nipote. Non già che temesse una violazione di
domicilio, avendo braccia abbastanza forti, non solamente per trattenere
un uomo come il conte Pompeo, ma anche, all'occorrenza, per metterlo
gentilmente fuori della finestra; ma egli temeva il rumor delle scatole
di madama Duplessis, ospite comodissima, sì, ma per allora un po'
molesta vicina.

Frattanto, quegli altri due se n'erano andati, e Cesare Gonzaga rimaneva
a tu per tu col conte di Castelbianco.

— Sentiamo che cosa avrà da dirmi questo qua; — pensò egli in cuor suo.
— Ha un'aria, in fede mia, che non promette niente di buono. Ah, per
tutti i diavoli! Era ben meglio restare un altro paio di giorni alle
Carpinete, e lasciare che questi sapienti di città sbrigassero le loro
faccende da sè. Basta, qui bisogna stare in cervello, avere un occhio al
cane e l'altro alla macchia. —

Con questi proponimenti Cesare Gonzaga stette ad aspettare i discorsi
del conte di Castelbianco, dopo avergli cortesemente additata una
scranna.




XI.


Il conte Pompeo si lasciò cadere, più che non sedesse, sulla scranna che
gli aveva offerta il Gonzaga. Era mezzo disfatto, quel povero conte.

— Sono lieto di trovarmi solo con lei; — mormorò egli poscia. — Ella è
un uomo con cui si può parlare a fede, e sfogarsi anche un pochino. —

Reclinò, così dicendo, il mento sullo spillone della cravatta, come se
avesse fatto uno sforzo sovrumano.

— Che ha? si sente male? — domandò il Gonzaga. — Infatti, ha la cera
alterata.

— Sfido io! M'hanno avvelenata l'esistenza.

— Oh diamine! E chi mai?

— Veda qua, si dia la pena di leggere. —

E trasse dalla tasca interna del soprabito una lettera, che porse al
Gonzaga. Era la lettera anonima, di cui aveva parlato dianzi la contessa
Giovanna. Aprendola, il Gonzaga vide che era scritta con un bel
caratterino di donna, segno evidente che l'aveva scritta, o fatta
scrivere, un uomo. La lesse, o, per dire più veramente, la scorse; indi,
con un gesto di ripugnanza, la rese al conte Pompeo.

— Ci possono essere al mondo dei vigliacchi come costui? — esclamò.

— Lasciamo stare i vigliacchi; — rispose il conte. — La natura ha
fabbricato animali per tutti i gusti e per tutti gli uffizi; gli uni per
essere utili, e son pochi! gli altri infine per nuocere. Ma è il fatto,
il fatto in sè, quello che dobbiamo considerare. —

Il Gonzaga non sapeva che pesci pigliare. La lettera, fra le altre cose,
accennava al conte di Castelbianco la possibilità che il quartiere del
Valenti avesse un'escita sulle scale del portone di via Sallustiana.
Ora, che cosa voleva il conte? A che mirava, facendogli leggere quella
lettera?

— Conte, — diss'egli, vedendo la necessità di ridere, anche a rischio di
farlo stizzire, — lei, così allegro gentiluomo per solito, si butta oggi
alla filosofia?

— Mi hanno mutato, Gonzaga, mi hanno mutato in un giorno. Infine, sì,
sono sempre stato un buontempone, uno sbadato, e se si vuole, diciamo
pure un uomo leggero. Ancora ieri seguivo il precetto del quinto
Evangelio: “Non voler fatto a sè quel che si farebbe agli altri.„ È
questa la massima che ha più credito nel mondo.

— Pur troppo! — esclamò il Gonzaga. — Ma ella, per uno, si corregge?

— Per forza. Mi mettono tra le vittime! Ma vivaddio, qui c'è un'infame
calunnia.

— Ah, meno male! Lo vede anche lei, che questa letteraccia è un tessuto
di bugie?

— Per metà ne ho avuto la prova.

— Come?

— Andando a vedere coi miei occhi. A farlo apposta, nella scala che mi è
stata indicata abitano persone conosciute. Sono salito al secondo piano,
quello che dovrebbe corrispondere al quartiere del signor Valenti, e ci
ho trovato, occupata a sciorinare abbigliature parigine, una mercantessa
di mode che ci ha anche il suo nome sull'uscio: _Madame Duplessis_. Di
che comunicazione è venuto a gonfiarmi la testa l'anonimo
corrispondente? —

Cesare Gonzaga pensò all'uscio lì presso, senza osare di levar gli occhi
a guardarlo. E quasi (vedete un po' le allucinazioni della paura!) quasi
gli parve di sentir premere un battente sull'altro.

— Che cosa mi dice mai! — esclamò, come per soverchiare con la voce quel
lievissimo suono. — È andato a visitare la scala che le indicava un
anonimo?

— Sì, sono stato vile a questo segno. Veda dove può giungere un uomo,
che ha perduta la testa! Ma almeno ne ho veduta l'acqua chiara, e questo
è tanto di guadagnato.

— E allora, scusi, perchè s'inquieta? Non possiede oramai la certezza?

— Per metà; — disse il conte. — Rimangono altri punti oscuri. Ma, mi
perdoni, Gonzaga! A lei, amico di ieri, io son venuto a dar noia, come
se la conoscessi da anni.

— Non badi a queste inezie. Se sono un amico, poco importa la data.

— È giusto; ed io, vede, ho bisogno di parlare con qualcheduno che mi
capisca, che possa mettermi un po' di calma nello spirito. C'è stato un
momento quest'oggi, che avrei dato del capo nei muri.

— Povero conte! La intendo; — disse il Gonzaga. — La gelosia è l'inferno
dell'anima.

— L'ha provata anche lei?

— In altri tempi, sicuro; bisognerebbe non esser uomini, per non esser
passati di lì. Ma sentiamo, mi dica... che cos'altro la turba?

— Una passeggiata mattutina della contessa. Perchè oramai non c'è
dubbio, — disse il conte, — Giovanna è uscita di casa, quantunque
m'abbia detto di no. E veda, a farlo apposta, la lettera mi dice che
Giovanna veniva... dove? proprio dove anch'io avevo creduto di vederla.

— E questo, per l'appunto, — chiese il Gonzaga, — non dimostra la bugia
del corrispondente?

— In che modo?

— Sicuramente. Non l'ho sentito dir io, in questa medesima casa, che le
era parso, in via Sallustiana, di riconoscere sua moglie? E questo che
ha detto qui, scherzando, a proposito di un bel piede, che Dio guardi e
conservi, — soggiunse galantemente il Gonzaga, — non può averlo detto
anche altrove?

— Non mi rammento.

— Ma c'è chi li rammenta, i discorsi fatti per chiasso, e si diverte a
tesserci sopra le più infami supposizioni. —

Il conte di Castelbianco fu colpito da quella supposizione del Gonzaga.

— Mi dice bene; — esclamò. — Per altro, quella mattina, la contessa
doveva essere escita di casa.

— Glielo aveva forse proibito lei?

— No; mi dispiace soltanto che m'abbia detto di essere rimasta in casa.

— E chi le assicura che non ci sia rimasta davvero? Del resto, senta,
Castelbianco mio; una dama può escire per cose da nulla, come ce ne
hanno tante le dame; non se ne ricorda, e dice di essere rimasta in
casa; l'ha detto, e non le piace disdirsi. C'è da farle un processo, per
questo? Abbia fede nelle donne, signor conte; è ancora il miglior modo
per vivere in pace con loro e con sè. Quando non abbia questa fede,
sospetterà di ogni cosa; e a questo giuoco anche una Genovieffa di
Brabante ne andrebbe di mezzo.

— Verissimo! verissimo, quel ch'ella dice! — gridò il conte Pompeo,
rianimandosi. — Ed è anche un consiglio da gentiluomo. Ritornerò a casa,
e non domanderò a mia moglie se è uscita quest'oggi.

— Perchè quest'oggi? Ci sarebbe qualche altro sospetto?

— C'è di peggio, e quasi mi vergogno di confessarglielo. Consigliato
dalla lettera anonima, avevo teso una trappola, dicendo, prima di
escire: il cavalier Valenti, quest'oggi, ha un duello. A proposito, e
questo duello? Suo nipote mi ha detto che non c'è nulla di vero. S'ha a
credere? Anche questa sarà un'invenzione?

— Come tutte le altre. Il duello, l'ho io.

— Ah, diamine! E con chi?

— Perdoni; è un mio segreto... per ora. Le basti, che sono invenzioni,
le notizie che hanno scritte a lei.

— Se la cosa è in questi termini, ecco un famoso inventore, che può dar
dei punti all'Edison! — disse il conte Pompeo. — Ma che proprio non ci
sia neanche l'ombra del vero? Dice un proverbio che non c'è fumo senza
fuoco.

— Orsù, — disse il Gonzaga, a sua volta, — sentiamo che cos'altro le
sussurra all'orecchio il suo demone interno.

— Ah, sì, dice bene, un demone interno!

— Ci sono ancora dei punti oscuri? Bisogna chiarirli.

— Ecco qua, Gonzaga mio. La contessa non poteva soffrire il Valenti. Sa
che gliel'ho detto io medesimo? Ora ricordo di aver letto in un libro
che queste antipatie dichiarate sono artifizi di donne, per nascondere
la verità, che è tutt'altra. —

Qui Cesare Gonzaga fu ad un pelo di perdere la pazienza.

— Ah, senta! — gridò. — Ne troverà molte, sui libri. Solo a leggerne uno
del Balzac, c'è da rinunziare per sempre alla vita matrimoniale. La
contessa, che io ho imparato a stimar tanto, può benissimo non
apprezzare il carattere di mio nipote, troppo compassato, troppo serio,
troppo calcolatore; e in ciò potrebbe aver ragione, per bacco! C'è
altro?

— Ella non ammette niente; — rispose il Castelbianco, mezzo raffidato e
mezzo dubbioso; — ella ha una risposta di trionfo per tutto. Ci sarebbe
ancora, a voler cercare il pel nell'uovo, ci sarebbe ancora da
informarsi se il padrone di questo stabile è anche il padrone dell'altro
di via Sallustiana, e se a qualche altro piano c'è comunicazione fra
due.

— Non ci mancherebbe altro! — pensò il Gonzaga, fremendo.

In ogni altra circostanza, e trattandosi di dare l'ultima prova palmare
ad un geloso feroce, si sarebbe potuto dire: “Venga qua, e visitiamo il
quartiere, dalla prima all'ultima stanza. Veda, non c'è una porta falsa,
e le pareti dànno tutte buon suono. Guardi anche i mobili; specialmente
gli armadi; non c'è traccia di doppio fondo, per nascondere un uscio.
Vuol venir sopra, o sotto? Chiederemo scusa ai casigliani, e leveremo a
lei anche questo dubbio dal capo; vedrà, toccherà, tasterà da ogni
parte, e poi andrà a farsi benedire.„ Ma per allora, e davanti a
quell'uscio, non si poteva parlare, nè, sopra tutto, operare così.
Cesare Gonzaga credette anzi necessario di sviare il sospetto, nella
speranza di guadagnar tempo, e rimediare a quell'altro pericolo. Ora, il
miglior modo di sviare il sospetto, era di fargli una confessione tale,
che mostrasse Arrigo le mille miglia lontano da un ripesco amoroso.

— Creda a me, — incominciò, fingendo una calma che non aveva nel cuore,
— non si fermi in queste idee, che, mandate ad effetto, potrebbero
nuocere alla riputazione della donna rispettabile che porta il suo nome.
Intanto, vuole una prova convincente, una prova solenne dell'errore in
cui è caduto, per opera di un birbaccione, che sarà, se Dio vuole, anche
un amico di casa? Ella è gentiluomo, Castelbianco. Ha avuto piena
fiducia in me, ed io debbo averla in lei, confidandole un segreto, che
ella custodirà gelosamente.

— Non dubiti! — disse il conte Pompeo. — Segreto per segreto.

— Orbene, vuol sapere perchè sono io a Roma? Perchè, stia bene a
sentirmi, perchè Arrigo Valenti, mio nipote, ha il desiderio di sposare
una bella e cara fanciulla: la signorina Manfredi. —

Per quella volta, davvero, Cesare Gonzaga sentì gemer l'uscio. E pensò
dentro di sè, mentre batteva l'ultima sillaba del cognome:

— Ah diavolo, diavolo! Ora c'è madama Duplessis che sta a sentire i
nostri discorsi. Benedette donne! —

E tossì, per coprire il rumore, tossì come un quaresimalista, quando ha
finito l'esordio, con la proposizione del tema.

— Ah! — fece il conte Pompeo, che era tutto scosso dalla grande novità.
— Ed io non me ne sono accorto! Ed egli non me ne ha mai fatto parola!

— Non era lei, perdoni, non era lei che potesse servirgli, in questa
circostanza; ero io, suo unico parente, io, vecchio amico del senatore
Manfredi. Ed io, pregato, scongiurato, sollecitato da parecchie sue
lettere, ho dovuto lasciare il mio dolce èremo delle Carpinete, per
venire in Roma, a far la domanda formale.

— Che cosa mi dice! Io casco dalle nuvole. E il nostro Arrigo è
innamorato di Gabriella?

— Ne è perdutamente innamorato. E non ha torto, perbacco.

— Lo credo: oh, se lo credo! — esclamò il Castelbianco. — Gabriella
diventerà una stupenda signora. Peccato, non aver dieci anni di meno,
per farle una corte spietata!

— Ah, ecco, — disse ridendo il Gonzaga. — Ritorna in scena il Don
Giovanni, col suo quinto Evangelio?

— Scusi, Gonzaga, è la natura che ripiglia il sopravvento. Son fatto
così, e porterò il mio difetto alla tomba. Ma sa che ella mi confonde,
con le sue belle notizie? E da quando il nostro bel cavaliere ha
incominciato a perdere la pace del cuore?

— Che ne so io? — disse il Gonzaga. — Per passare dall'ammirazione
all'amore, e da questo a una risoluzione matrimoniale, ci sarà pur
voluto il suo tempo. Se mi ha chiamato dieci giorni fa, mettiamo pure
che da quaranta ha lo spirito afflitto. Quaranta giorni, come a dire una
quaresima!

— Gli auguro buona Pasqua; — rispose il conte Pompeo. — Fortunato
briccone! Ma badi, Gonzaga mio, badi bene! Ora capisco una cosa.

— Ahi! — pensò Cesare Gonzaga. — Questo qui mi capisce troppe cose,
quest'oggi!

— Sì, veda, pensando alla lettera anonima...

— Che ella mi regalerà per la mia collezione.

— Oh volentieri! Eccola. Pensando dunque alla lettera anonima, mi viene
in mente che sia da vederci la mano di un nemico di Arrigo.

— Eh, lo avevo pensato ancor io.

— Scusi; — ripigliò il conte; — ella ha l'aria di dirmi: bella scoperta!
Ma ella non sa che razza di nemico.

— E lei lo ha scoperto?

— Mi pare di sì: nemico di Arrigo, perchè suo rivale, ed amante di
Gabriella.

— Amante!

— Sì, diciamo innamorato, pretendente. Non è della mia opinione?

— Ma... che debbo dirle? Bisognerebbe conoscere le persone. E poi, come
c'entrerebbe una calunnia contro la contessa?

— Ecco: per mandare a monte le nozze, senza aver l'aria di agire
direttamente, e perciò senza scoprirsi; — rispose il conte Pompeo. — Uno
scandalo fuori via, è di buona guerra. — Eh, io le capisco, queste cose.
Il colpo, non lo nego, è un po' forte; ma è di alta scuola, bisogna
convenirne.

— E questo rivale, sarebbe?...

— Non ne conosco che uno, per ora: il conte Guidi.

— Ah! — gridò Cesare. — Il conte Guidi? Ci ho gusto. Gli darò un par di
schiaffi alla prima occasione.

— Calma, Gonzaga! È finora una mia supposizione. Non vorrei che per un
semplice sospetto....

— Allora, — disse il Gonzaga, — cercheremo ancora.

— Non cerchiamo più nulla; — rispose il conte. — Lasciamo spegnere
questa miccia male accesa. Volevano far scoppiare una bomba, e non ci
sono riesciti. Ne saranno mortificati, e noi rideremo. Ella mi ha
proprio sollevato, caro amico, con la sua bella notizia. Questa, poi,
taglia la testa al toro. Ed io dubitavo del cavaliere! Ah, ne arrossisco
davvero.

— Bravo, conte! Ecco un bel movimento dell'anima!

— Che vuole? Siamo ancora giovani; — disse il Castelbianco,
pavoneggiandosi. — A proposito di movimento, abbiamo fatto una lunga
seduta, ed io me ne andrò. Lei avrà da fare. Il duello di cui mi
parlava....

— Ah, non ci penso neanche. Son cose che risguardano i miei padrini.
Quando è l'ora, si parte: alla guerra col piè destro, al “singolar
certame„ col piè sinistro.

— Non conoscevo questa distinzione. È indiana, forse?

— Non so, ma potrebbe anche darsi; — disse il Gonzaga, ridendo. — È
tutto indiano, in Europa: lingua, civiltà, superstizioni, sciocchezze.

— Ella è di buon umore; — ripigliò il conte Pompeo. — Ecco un augurio
che val quello del piè sinistro. Aggiungo i miei, e caldissimi.

— Grazie, e a rivederci.

— Dove? Quando? Va dai Manfredi, stasera?

— Forse... anzi, senza il forse.

— Bene! Ci darò una capatina ancor io. Buon giorno, Gonzaga. —

E se ne andò finalmente, saltellando nel modo che sapete. Era leggero
sempre, il conte Pompeo; ma dopo quella conversazione, che fu una
particolare fatica di Cesare Gonzaga, era anche più leggero del solito.




XII.


— Una grande ispirazione è stata la mia — esclamò il Gonzaga, appena fu
solo. — Come è vero che, quando si ha una cosa da fare, bisogna farla
subito! Si era teso un bell'agguato! Ah, bisogna accoppare questo conte
Guidi. Arrigo non capisce nulla; ma vivaddio, questa volta si rimedia a
tutto. Ora andiamo a vedere madama Duplessis. Happy! —

Il servitore, chiamato, apparve sulla soglia.

— Illustrissimo, comandi.

— Siamo soli in casa?

— Solissimi; anche il cuoco è uscito per le sue faccende.

— Bada, per cinque minuti non deve entrare nessuno. Se suonano, vieni
prima ad avvertirmi, bussando a quell'uscio; hai capito?

— Non dubiti. —

Appena fu escito il servitore, Cesare Gonzaga andò ad aprir l'uscio di
comunicazione. Immaginate la sua maraviglia, quando trovò là dietro,
appoggiata allo stipite, pallida, contraffatta nel viso, la contessa
Giovanna.

— Lei qui!... — esclamò egli. — Ancora!...

— Sì; — esclamò la contessa, restando immobile al suo posto, con gli
occhi spalancati e fissi, ma senza guardare il Gonzaga.

— Signora, si sente male? Mio Dio! — gridò egli. — Che cosa posso fare
per lei?

— No, non badi a me! — ripigliò la contessa. — La rabbia mi soffoca. Da
un'ora son qua, e senza potermi sfogare in un grido.

— Ma perchè rimanere? Io la credevo già fuori da un pezzo.

— Volevo, ma mentre stavo parlando con la signora Duplessis, per
colorire la mia presenza in questo luogo, mettendo il mio racconto
d'accordo con quello che aveva fatto lei.... Quante parole sprecate! —
gridò ella, interrompendo la frase e dando in un riso amaro che sapeva
di lagrime. — Mentre ero là, hanno suonato all'uscio. Era il conte. Ho
fatto in tempo a rifugiarmi qua, pronta a venire da lei, chiunque ci
fosse in sua compagnia, nel caso che egli, insospettito, avesse voluto a
forza visitar tutto il quartiere.

— Ma con qual pretesto è egli entrato dalla signora Duplessis?

— Cercando il signor Valenti. Fingeva di avere sbagliato, di non aver
visto il cartellino. Maravigliato, anche interdetto per le risposte
della signora, se ne andò, facendo le sue scuse.

— E qualche minuto dopo, perchè non uscire anche lei?

— Temevo fosse appostato nella strada. Aspettavo lei, che mi aveva detto
di venire. Non vedendolo, ritornai fin qua. Egli, appunto allora,
giungeva in questa camera. Ho creduto necessario di fermarmi, per udire
ciò ch'egli diceva.... Mio Dio! Ed ho udito tutto, ho udito troppo. È
orribile, sa, è orribile, quello che ho dovuto sentire dalle sue labbra!

— La necessità mi ha costretto, signora; — rispose il Gonzaga. — Qualche
cosa bisognava pur dire, per convincere quell'uomo infuriato.

— Sì, mi lasci credere ora che non ha detto il vero! — replicò la
contessa. — Ella non è uomo da mentire, signor Gonzaga!

— Ho pure mentito per tutto il tempo che ho dovuto ragionare con lui! —
notò egli, sospirando.

— Ma per gli altri, per una donna, e non per sè; — rispose la contessa.
— Non avrebbe certamente gittato là il nome di una fanciulla, se non
fosse stato per dire la verità. —

Cesare Gonzaga chinò la fronte e non rispose parola.

— Il suo Arrigo è un infame; — proseguì la contessa. — E non aspettò
nemmeno che io, povera donna, lo pregassi di lasciarmi coi miei rimorsi.
E mentre io mi perdevo per lui, egli.... Perchè infine, una donna avrà
torto, meriterà il biasimo degli uomini come lei, ma ella è sempre una
povera disgraziata, che la passione accieca; mentre l'uomo che accanto a
quella donna medita un tradimento, e ordisce freddamente un intrigo per
liberarsi da lei, per volgersi ad un'altra, quell'uomo è un vile.

— Contessa, la supplico; — disse il Gonzaga, costringendola con atti
amorevoli a sedersi, poichè la vedeva così fieramente turbata e
convulsa; — pensi che troppo male è accaduto; pensi che io ho fatto
quanto era umanamente possibile per iscongiurare un grande pericolo;
pensi che, se io non ero, se perdevo anch'io la testa come tutti gli
altri, ella sarebbe stata scoperta, e una famiglia rispettata e
rispettabile sarebbe divenuta la favola di tutta Roma; pensi infine....
Lo so, è difficile; — soggiunse egli, notando gli atti di diniego della
donna esacerbata; — ma bisogna vincersi, perdio, bisogna sforzar la
mente a pensare, a considerar le cose, e tanto più attentamente, quanto
più sono gravi. Ciò che oggi le sembra un gran male, un male
irrimediabile, un mal da morire, è forse un bene, la liberazione, la
salvezza.

— Oh, non dubiti, non ne morrò; — non voglio morirne! — rispose la
contessa. — Ben altro mi resta da fare. Ma ella sappia, signor
Gonzaga.... Questo matrimonio è impossibile; è una follìa, a cui bisogna
rinunziare. Ella è amico del senatore Manfredi, ed ha certamente molto
potere sull'animo suo. Ma se ella abusasse di un tanto potere per
strappargli un consenso a queste nozze, avrebbe cagionata la rovina 

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