Annali d'Italia, vol. 3
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Title: Annali d'Italia, vol. 3
Author: Lodovico Antonio Muratori
Release date: July 22, 2014 [eBook #46355]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ANNALI D'ITALIA, VOL. 3 ***
Nota del Trascrittore
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_xxx_ : testo in _corsivo_
[=xxx]: testo [=sopralineato] (abbreviazioni latine nelle iscrizioni)
ANNALI D'ITALIA 3
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
_COMPILATI_
DA L. ANTONIO MURATORI
E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
_Quinta Edizione Veneta_
VOLUME TERZO
VENEZIA
DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1845
ANNALI D'ITALIA
DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
Anno di CRISTO DCLXIII. Indizione VI.
VITALIANO papa 7.
COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 23.
GRIMOALDO re 2.
Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[1], e dopo lui Camillo
Pellegrino[2], il principio del regno di _Grimoaldo_. Ma sapendo noi da
Paolo Diacono[3], che succedette l'assedio di Benevento prima che
l'imperador _Costante_ venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma
nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'_indizione sesta_,
dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da
Anastasio[4]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel
precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei
Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi
venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento.
Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli
nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua
navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso
come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze
Benevento, e al suo governo _Romoaldo_, giovane poco pratico nel mestier
della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar
di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi
presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati
potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di
Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[5] ch'egli volle
consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto
di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli
riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio
per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora
la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta
da straniero paese (cioè _Teodelinda_) avea nel regno longobardico
fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale
continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion
longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più
conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella
nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato
a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de'
Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente
in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa
sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma
solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo.
Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto,
ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de'
Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a _Luceria_ (oggidì
_Nocera_), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a
forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo
sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche
l'assedio di _Acheronzia_ (oggidì _Acerenza_), ma per la forte
situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed
assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico
imperadore, _Romoaldo_, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui
dichiarato _duca di Benevento_, inviò a Pavia _Sesualdo_ suo balio a
pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in
aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e
raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di
Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne
tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere
spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in
quelle contrade.
In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava
vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè
giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione
ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una
battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle
frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un
quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran
giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano,
spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente
penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla
sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in
mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far
loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante
trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar
con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a
Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome _Gisa_ (_Gisela_
o _Gisla_, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non
potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla
Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero;
ma sembra che si ricavi dalla vita di san _Barbato_ vescovo di quella
città, rapportata dall'Ughelli[6], che fosse pagata da Romoaldo a
Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo
la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata
qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di
tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece
condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far
sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa
ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in
fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte,
nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già
pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura
e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la
perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti
avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine
dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera
gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così.
Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui
ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere
come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace,
Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far
capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio
della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la
pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea
sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re
Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel
passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento
_Mittola_, ossia _Micola_ conte di Capua, che gli diede una buona pelata
in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la _Pugna_,
ossia la _Battaglia_. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le
ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè
governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo
_Trasimondo_ conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il
medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe
liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò
_duca di Spoleti Trasimondo_, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo
ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di _Attone_ era
restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede
per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a
quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per
anticipazione appellò Mittola conte di Capua.
Abbiamo poi dal medesimo storico[7] che, posta in sicuro la persona
dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato
_Saburro_, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a
combattere col duca _Romoaldo_, promettendosi una sicura vittoria di
lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non
sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in
persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il
duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che
l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò
ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da
ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che
portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani
percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo
capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero
incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò
Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al
re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è
accompagnato da Paolo Diacono con un _ut fertur_: segno che non n'era
ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella
galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei
fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua
longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco
fa mentovata di san _Barbato_ vescovo di Benevento. Professavano bene i
Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro
battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente
ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera,
di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro
una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a
cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai
suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo,
gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva
staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non
per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma
predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai
san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo
promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da
quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu
sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a
tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra.
Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in
un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli
andasse alla caccia, e portatosi a _Teodelinda_ moglie di esso duca,
principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece
consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un
calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente
il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san
Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e
solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di
Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte
Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè
saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si
truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di
ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[8], ed
indrizzata _reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae
episcopo_, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi.
Dicesi anche data _III kal. februarii, pontificatus anno primo,
Indictione XI_. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata
cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano:
nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come
ivi si osserva.
Passò di poi l'imperador _Costante_ da Napoli a Roma, e sappiamo da
Anastasio[9] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli
andò incontro papa _Vitaliano_ col clero sei miglia fuori della città, e
fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove
fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa
Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente
processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli
uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra
basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un
pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla
patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo
dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e
misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella
regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte
infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai
Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a
Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e
prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto
quest'anno Teofane[10]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi
sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i
Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in
ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[11],
_Agone_, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita
nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a _Lupo_. Ma il Sigonio
si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si
ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che _Agone_ molto prima
avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima
dell'anno presente.
NOTE:
[1] Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.
[2] Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.
[3] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.
[4] Anastas. Bibliothec., in Vitalian.
[5] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.
[6] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.
[7] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.
[8] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.
[9] Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.
[10] Theoph., in Chronogr.
[11] Sigon., de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCLXIV. Indizione VII.
VITALIANO papa 9.
COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 24.
GRIMOALDO re 3.
Tornato che fu il re _Grimoaldo_ a Pavia, ebbe finalmente notizia che il
fuggito re _Bertarido_ s'era rifugiato nella Pannonia, ossia
nell'Ungheria presso di _Cacano_, cioè presso il re degli Unni Avari,
signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere
ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo
regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora
portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con
Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli
piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi
Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia
il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che
merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san
_Vilfrido_, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore
contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone[12], quel prelato
cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per
Francia, ed arrivò _ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et
quietum, et trementem sermones Dei_. Acutamente avvertirono que'
valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di _Bercterit_,
ossia _Bertarido_ re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il
regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della
_Campania_, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura
e _campagna_ della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo
arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con
esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che
non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea
risposto: _In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai
ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di
setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si
obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi.
Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con
giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva
me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi
aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e
calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che
conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non
darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo._ Così un re longobardo,
il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona
scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679.
Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non
sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una
strana risoluzione[13], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso
suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse
un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar
il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita
privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi _Onolfo_, suo fidatissimo
servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le
necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente
rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male
gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo
abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che
sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un
palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma
seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini
continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone
maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di
perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non
cadde in terra il consiglio.
Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de'
preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente
bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta
festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente
avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di
bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua,
portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e
notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini
fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto
frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il
palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da
schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una
pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di
bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era
quella? _Eh_, rispose, _questo mascalzone m'avea preparato da dormire in
camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino.
Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia._ Il
lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla
parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli.
Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura,
su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città
d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia
felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito
Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò
il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo
Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il
guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche
un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe
potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non
tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere
andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e
cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non
trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era
fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe'
capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di
quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che
il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido
per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si
meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille
tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo,
allora replicò: _Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto
difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone._ Ed in fatti lo
arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo
padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e
promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse
divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella
basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece
venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò
forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il
godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo
passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la
passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido,
che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il
guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche
egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e
poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi,
cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa
licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute
buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il
loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di
essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo,
se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente
usurpato il regno altrui.
NOTE:
[12] Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.
[13] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXV. Indizione VIII.
VITALIANO papa 9.
COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 25.
GRIMOALDO re 4.
Raccogliesi da Beda[14] che nel presente anno infierì molto la
pestilenza in Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re
d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A
questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re
franchi al re _Grimoaldo_. Dovette _Bertarido_, fuggito in Francia, così
ben perorare la causa sua presso di _Clotario III_ re di Parigi e della
Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo,
e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran
numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua
protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a
muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della
Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto
Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici
in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le
furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò
all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e
buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi
e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di
lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di
mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in
maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non
fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando
men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne
fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il
luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a'
suoi dì si appellava _Rio_, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava
intanto l'imperadore _Costante_ in Siracusa. S'erano a tutta prima
immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in
mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono
ben tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo
cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare
da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso
suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei
popoli. Sì Anastasio[15] che Paolo Diacono[16] ci assicurano aver egli
talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di
_Calabria_, _Sicilia_, _Sardegna_ ed _Africa_ con gabelle, capitazioni e
viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello
giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai
genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non
restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i
luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le
chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane[17], tuttochè
autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere
stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando
andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe
sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città.
Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove
comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.
NOTE:
[14] Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.
[15] Anast., in Vitalian.
[16] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.
[17] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCLXVI. Indizione IX.
VITALIANO papa 10.
COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 26.
GRIMOALDO re 5.
Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i
fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono[18] circa questi tempi, mi
prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro
_Agone_ duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia
a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu
conferito siccome dicemmo, quel ducato a _Lupo_, uomo di pessimo
talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece
una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per
una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale
par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis[19]. Era
quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca
cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella
chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo
portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè
e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al
nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura
non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo
non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo
il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad
una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis
accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto
d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi,
perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse _Cacano_ re
degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A
man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito
giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che
disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il
duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono[20] alcuni vecchi
che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze
contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con
esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti
alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti,
ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti
Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso
esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i
Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo,
che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir
che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò
sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più
forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion
degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi
luoghi consumarono col fuoco.
Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo,
questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella
provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano
così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu
che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere
per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno;
tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti
potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone
più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per
parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben
prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma
l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli
ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere
varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì
sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que'
Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro
rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora
Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: _Or bene_, disse,
_riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta
questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò
tosto ad insegnargli la strada_. Di più non occorse. Cacano, avvertito
del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese.
Tentò dipoi _Varnefrido_, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del
padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da
contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire
Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si
figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello
di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani
perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del
Friuli _Vettari_, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande
benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.
Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno
presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta
sommessione e prontezza _Mauro_ arcivescovo di quella città intervenne
per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino
papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da
lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata
da tutti i suoi antecessori[21]. La permanenza degli esarchi d'Italia in
Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad
esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la _autocefalia_,
ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression
manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico
niceno. Racconta Agnello[22], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le
vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede
apostolica romana, che il papa (senza fallo _Vitaliano_) mandò a Ravenna
dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale
egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente
di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non
inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura
sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta,
scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava.
Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse
una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a
Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera
la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue
doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il
temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro
all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni.
Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle
dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa,
volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il
diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto
della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini
in favore di lui a _Gregorio_ suo esarco: il che ci fa conoscere che a
_Teodoro Calliopa_ ora succeduto questo nuovo esarco _Gregorio_. Poscia
dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da
ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca
di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'_autocefalia_. Il
diploma è dato _kalend. Mart. Syracusa_. _Imperantibus dominis nostris
pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore_ (il che fa
sempre più conoscere che il suo nome vero era _Costantino_ benchè l'uso
abbia ottenuto di chiamarlo _Costante_) _anno XXV_ (che tuttavia correa
nel marzo del presente anno), _et post consulatum ejus anno XIIII_ (si
ha da scrivere _XXIII_) _atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a
Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et
Tiberio anno VII_. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno
presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo
sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non
appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica
stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa
di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?
NOTE:
[18] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.
[19] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.
[20] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.
[21] Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat.,
lib. 4.
[22] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCLXVII. Indizione X.
VITALIANO papa 11.
COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 27.
GRIMOALDO re 6.
Circa questi tempi il re _Grimoaldo_ diede per moglie a _Romoaldo_ duca
di Benevento, suo figliuolo, _Teoderada_ figliuola di _Lupo_ già duca
del Friuli[23], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè _Grimoaldo II_ e
_Gisolfo_ (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed _Arichi_,
ossia _Arigiso_. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad
esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma
soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del _Foro di
Popilio_, oggidì _Forlimpopoli_, perchè quel popolo, sottoposto
all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel
viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi
nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la
via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse
egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato
santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che,
secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli
nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei
soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli.
Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che
pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà
degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai
Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero
tradito ed ucciso i suoi due fratelli _Tasone_ duca del Friuli, e
_Cacone_. E questa fu la cagione che, quantunque la città di
_Opitergio_, oggidì appellata _Oderzo_, fosse già ridotta sotto il
dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi
fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel
territorio, assegnandone una parte a _Cividal di Friuli_, un'altra a
_Trivigi_, e la terza a _Ceneda_.
NOTE:
[23] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.
Anno di CRISTO DCLXVIII. Indizione XI.
VITALIANO papa 12.
COSTANTINO Pogonato imp. 1.
GRIMOALDO re 7.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Costantino_, che noi sogliamo
appellare _Costante_ imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli
s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e
il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo
ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno
presente, essendo già incorso l'_indizione XII_, come abbiamo da
Anastasio bibliotecario[24], da Paolo Diacono[25] e da Teofane[26],
trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo
di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza
vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo _Mizizio_
(così lo chiama Teofane), oppur _Mecezio_ (come ha Paolo Diacono) si
fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere
l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno;
eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la
nuova di questo successo, _Costantino_ suo primogenito, dichiarato già
imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era
egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a
Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto[27], perciò ebbe
il soprannome di _Pogonato_ cioè _barbato_. Diedesi in quest'anno esso
giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la
morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e
nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa.
Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In
quest'anno ancora il re _Grimoaldo_ fece una giunta di alcune leggi a
quelle del re Rotari. Dal prologo[28] si veggono pubblicate _anno Deo
propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI_, e per conseguente
in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi
l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o
per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per
indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla
verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle
pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se
constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale,
non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione
che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo
adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà
durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra
molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver
posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre.
All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la
vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col
combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia
combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è
prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual
pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva:
oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie,
tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno _Teodoro_
monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu
inviato in Inghilterra da papa _Vitaliano_[29], ed è quel medesimo che
compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le
lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli,
con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese.
Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia _Romoaldo_
duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso _Costante_ Augusto, e
rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo
da Paolo Diacono[30] ch'egli, raunata una buona armata, si portò
all'assedio della città di _Taranto_, e cotanto la combattè, che la
forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di _Brindisi_: con che
aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo
ducato beneventano.
NOTE:
[24] Anastas., in Vitalian.
[25] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.
[26] Teoph., in Chronogr.
[27] Zonar., in Annal.
[28] Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.
[29] Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.
[30] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
Anno di CRISTO DCLXIX. Indizione XII.
VITALIANO papa 13.
COSTANTINO Pogonato imp. 2.
GRIMOALDO re 8.
Premendo all'imperador _Costantino_ Pogonato il fuoco nato in Sicilia
per la tirannia di _Mecezio_, ammassò quanta gente potè[31], facendone
venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè
essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane
Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque
presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli
di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò
estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga
che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro
vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza
di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse
addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni.
Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da
Anastasio[32] e da Paolo Diacono[33], che all'improvviso con molte navi
arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada
quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga.
Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti
della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per
attestato ancora del cardinal Baronio[34] e del padre Mabillone[35], non
son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci
benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una
lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima
delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville
della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni.
Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore
Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria.
Abbiamo da Teofane[36] che in questo medesimo anno l'imperador
Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi
nell'imperio i due suoi fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_. Privò di vita
_Giustiniano_ patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di
Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli
eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.
NOTE:
[31] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.
[32] Anastas. in Adeodat.
[33] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.
[34] Baron., Annal. Eccl.
[35] Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.
[36] Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.
Anno di CRISTO DCLXX. Indizione XIII.
VITALIANO papa 14.
COSTANTINO Pogonato imp. 3.
GRIMOALDO re 9.
Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza
specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire
qui un fatto di _Vettari_ duca del Friuli[37]. Avendo gli Schiavoni
dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia,
raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di
Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura
accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se
l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa
la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a
riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale
s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì
pochi compagni, motteggiato con dire: _Vedete là il patriarca che vien
contra di noi coi suoi cherici_. Il duca allora levatosi l'elmo di capo,
e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise
tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il
campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si
diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo
racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata
romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi
compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di
_cinquemila uomini_, appena pochi col favor delle gambe portarono alle
lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in
questo anno _Clotario III_ re de' Franchi nella Neustria e Borgogna
giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui
_Teoderico II_, il quale per forza prese la chericale tonsura.
_Childerico_ fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia
franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma
anche la vita. Allora il deposto _Teoderico_ ripigliò il regno. La
storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se
all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo
Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi
le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora,
laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi,
non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e
molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede,
oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di
antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i
Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia
sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in
ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto,
l'imperador _Costantino_ conferito il titolo imperiale ai due suoi
fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_; ma, per quanto si può conoscere,
consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e
il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli
vi furono più persone che pubblicamente gridarono: _Noi crediamo nelle
tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori_;
segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar
coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di
Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro
a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii,
li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto
dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il
sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel
sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima
barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome
lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli
solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che
se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero
tuttavia continuato nell'onore primiero.
Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono[38], _Alzeco_, ossia
_Alzecone_, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla
gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con
tutta pace a trovare il re _Grimoaldo_, esibendosi al suo servigio, e
pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi.
Grimoaldo l'inviò al figliuolo _Romoaldo_ duca di Benevento,
incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui
ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di
Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con
giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di
Benevento: con avergli mutato il nome di _duca_ in quello di _gastaldo_,
equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse
eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che
a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse
parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche
dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane[39] nell'anno XI di
Costantino Pogonato, e Niceforo[40] toccano questo punto anch'essi,
dicendo, che regnando l'imperador Costante, _Crovato_ re de' Bulgari
lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti
insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in
quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in
Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio
de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco
prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui
servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli
s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo.
Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci.
Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel
presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di
_Dagoberto II_, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in
grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo
franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il
perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli
ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da
ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in
bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi _Bertarido_, e temendo
degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole
dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi
addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di
Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare
nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli
Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno
all'anno in cui _Dagoberto II_ ricuperò il regno. Ne han trattato
Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi.
Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in
Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da
Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia
prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671,
tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal
informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel
critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il
quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e
massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia
in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che
mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo
insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al
rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto[41]
mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo
con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con
cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che
Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta
dell'Inghilterra.
NOTE:
[37] Theoph., in Chronogr.
[38] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.
[39] Theoph., in Chronogr.
[40] Niceph., in Chron.
[41] Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.
Anno di CRISTO DCLXXI. Indizione XIV.
VITALIANO papa 15.
COSTANTINO Pogonato imp. 4.
BERTARIDO re 1.
S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno[42]. Da lì
a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza
potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e
questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse
voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in
tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe
temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di
capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi
ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi
attribuiscono a _Giovanni_ vescovo santo di quella città la di lui
conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata
dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono,
egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che
fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon
cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo
Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della
figliuola del re _Ariberto_, già presa per moglie, un figliuolo
appellato _Garibaldo_, in età puerile. Questi fu proclamato re de'
Longobardi. Torniamo ora a _Bertarido_, da noi poco fa veduto fuggitivo,
per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di
Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la
nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era
Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: _Fategli sapere
che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito
di vivere._ Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e
ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la
persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol
avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando
essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di
venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo
stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai
confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto
Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti
gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento
di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con
lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove
anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da
maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì
perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e
che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono.
All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe
amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo
della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue
disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed
umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e
fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto
abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido
arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo
la morte di Grimoaldo, _Bertarido_ ossia _Pertarito_, figliuolo del re
Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul
trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare
a Pavia la regina _Rodelinda_ sua moglie col figliuolo _Cuniberto_, che
furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo
_Garibaldo_, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo,
se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon
trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia,
perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si
potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma
più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si
giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di
lui.
NOTE:
[42] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.
Anno di CRISTO DCLXXII. Indizione XV.
ADEODATO papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 5.
BERTARIDO re 2.
In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni
di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii
tutto l'imperio romano, secondo Teofane[43], prepararono una poderosa
armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal
città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano
dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli
animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì
al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi
nella primavera ventura. Intanto l'imperador _Costantino_, a cui non era
ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi
contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e
disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per
quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo
pontificato e alla sua vita il sommo pontefice _Vitaliano_, dopo aver
governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode.
Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san
Pietro _Adeodato_, di nazione romano, già monaco nel monistero di
sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo _Deusdedit_, il
cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato
di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente
compiè il corso di sua vita _Mauro arcivescovo di Ravenna_, perchè morì
scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello
storico ravennate[44] che questo ambizioso prelato prima di morire
adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore
per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a
dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli
esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si
eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della
provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il
diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato
negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere
l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla
quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella
superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel
marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero
passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo
ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando _Lotario_
imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola
levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse
mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano.
Ebbe commissione lo stesso Agnello da _Petronace_ arcivescovo di andar
colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la
rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria
delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette
_Reparato_, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia
abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece
consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne
saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò
all'ubbidienza del sommo pontefice.
NOTE:
[43] Teoph., in Chronogr.
[44] Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCLXXIII. Indizione I.
ADEODATO papa 2.
COSTANTINO Pogonato imp. 6.
BERTARIDO re 3.
Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile
stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò
l'assedio. L'imperador _Costantino_[45] s'accinse con tutto vigore alla
difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue
navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano
caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si
gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al
settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro
sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove.
Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In
quest'anno _Childeberto_ re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue
biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da
uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina
_Bilichilde_ sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi
tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'_iride_ ossia arco
celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della
Miscella[46], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del
mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma
quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e
disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano
ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno
nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì
è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva
a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche
oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed
inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.
NOTE:
[45] Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.
[46] Hist. Miscell. lib. 19.
Anno di CRISTO DCLXXIV. Indizione II.
ADEODATO papa 3.
COSTANTINO Pogonato imp. 7.
BERTARIDO re 4.
Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il
suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che
godevano allora sotto il pacifico governo del buon re _Bertarido_ i
popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a
reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi
esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di
Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de'
Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più
dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli
altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono
nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio
di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei
frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto
l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava
la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o
viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di
prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la
Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero
dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri
disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da _Vamba_ re
piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella
Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi
sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini
Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal
cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo[47]. La sola
Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne
aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei
suoi popoli.
NOTE:
[47] Julian. Toletanus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCLXXV. Indizione III.
ADEODATO papa 4.
COSTANTINO Pogonato imp. 8.
BERTARIDO re 5.
Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi _Bertarido_, fabbricò
in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume
Ticino[48], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira
e il mal pensiero del re _Grimoaldo_. Può essere che la sua fuga
succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia,
come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio
suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste
tuttavia esso monistero, appellato _Nuovo, e Monistero regio_, per più
secoli, ed oggidì _monastero di sant'Agata in Monte_, abitato già da
monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel
presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli,
ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla
profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci.
Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon
_Vamba_ re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di
dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna[49].
Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina
della flotta nemica. Dalla vita di sant'_Audoeno_ vescovo di Roano,
scritta da Fridegodo[50], noi impariamo quanta fosse la divozione de'
popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e
degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno
alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo
suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non
pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de'
santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne
anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le
loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le
lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto
della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran
rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro
oblazioni.
NOTE:
[48] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[49] Lucas Tudensis, in Chron.
[50] Fridegodus, in Vita S. Audoen.
Anno di CRISTO DCLXXVI. Indizione IV.
DONO papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 9.
BERTARIDO re 6.
Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa _Adeodato_,
pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i
poveri e liberale verso il clero, al quale diede la _roga_, cioè il
regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta
di molto la misura. Nota Anastasio[51] che dopo la sua morte vennero
tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai
provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si
poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne,
e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito
fece menzione Paolo Diacono[52] di questa medesima sciagura, e, quel che
è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee
attribuire; perciocchè scrive che _innumerabili migliaja di uomini e di
animali furono uccisi dai fulmini_. Avea tanto senno Paolo Diacono da
non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai
fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa
giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa
Adeodato[53] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo
esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che
_l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i
monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi_, e che intanto si è
indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo
stesso vescovo di Turs _Crodeberto_ ha accordato la libertà ed esenzione
ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della
legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi.
Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento,
osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa
indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza
monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare
i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco
d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo
disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma
della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero
negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio,
e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad
Adeodato succedette nella cattedra pontificia _Dono_ di nazione romano.
Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì
primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono
i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar
terreno.
NOTE:
[51] Anastas., in Adeodat.
[52] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[53] Labbe, Concilior., tom. 4.
Anno di CRISTO DCLXXVII. Indizione V.
DONO papa 2.
COSTANTINO Pogonato imp. 10.
BERTARIDO re 7.
Mal soffrendo il pontefice _Dono_ che la chiesa di Ravenna si fosse
sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno
finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere
quell'arcivescovo _Reparato_. Ne siamo assicurati da Anastasio
bibliotecario[54], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere
la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle
pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse
per questo affare all'imperador _Costantino_, il quale, siccome principe
veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar
l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello
ravennate nella vita di questo arcivescovo[55]: cioè ch'egli andò alla
corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare
dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero
dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le
terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero
esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e
sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che
l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a _Roma_ per essere quivi
consecrato _non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni_, segno
che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli
arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere
l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il
soggiugnere appresso, che Reparato _non si sottomise all'autorità del
papa_, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne
Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede
fine ai suoi giorni. Ebbe per successore _Teodoro_, il quale, perchè si
fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in
addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte
parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per
iscreditarlo. Anastasio notò[56] che questo Teodoro si presentò davanti
a papa _Agatone_ verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il
rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina
_Rodelinda_ moglie del re _Bertarido_ fuori di Pavia. Opera
maravigliosa, dice Paolo Diacono[57], e nobilitata da stupendi
ornamenti. Fu chiamata basilica di _santa Maria alle Pertiche_; e tal
denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo
storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi
amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno
de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche,
cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima,
tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico
era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei
sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico
pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse
fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse
agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo
fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo[58] veggo bastanti
ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col
monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.
In quest'anno crede Camillo Pellegrino[59] che finisse di vivere
_Romoaldo_ duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di
sedici anni quel ducato[60]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per
moglie _Teoderada_, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la
basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di
sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè
_Grimoaldo II_, _Gisolfo_ ed _Arichi_, ossia _Arigiso_. Il primo di essi
fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per
moglie _Vigilinda_, ossia _Vinilinda_, figliuola del re _Bertarido_ e
sorella di _Cuniberto_, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona
pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno
702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario.
Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono[61], dico che
circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di
san _Benedetto_ e di santa _Scolastica_. Era rimasto il monistero di
Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania,
preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben
sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella
solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per
far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri
depositi. Dicono che _Agiolfo_ monaco del monistero floriacense, ossia
di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che
andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte
estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia,
con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa
Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal
traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli,
non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a
credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de'
monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo
fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che
visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal
Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il
trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e
Pagi lo riferiscono ai tempi di _Clodoveo_ II, e però all'anno 653
oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di
sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a
monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i
Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che
non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo
tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro
la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e
difesa.
NOTE:
[54] Anastas., in Vit. Don.
[55] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.
[56] Anastas., in Vita Agathonis.
[57] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[58] Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.
[59] Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.
[60] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
[61] Idem., ibid., cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXVIII. Indizione VI.
AGATONE papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 11.
BERTARIDO re 8.
CUNIBERTO re 1.
Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e
persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta
con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non
riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e
delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi
fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi.
Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco[62],
che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua.
Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da
Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar
simili fuochi. Cedreno scrive[63] che ai suoi dì vivea Lampro,
discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con
questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche
e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli
con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una
formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte
ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata
battaglia in terra dai capitani cesarei _Floro_, _Petrona_ e _Cipriano_;
e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste
percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un
principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero
felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine
_Muavia_ lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador
_Costantino_. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria
_Giovanni_ patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio
di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi
Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni
trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente
all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e
dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che _Cacano_ re
degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati
all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a
mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di
rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per
confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli
s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della
Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua
dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad
inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere
loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente
a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori
del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima
sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una
lettera a papa _Dono_, per seco concertare un general concilio da
tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo
piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a
miglior vita. In suo luogo succedette papa _Agatone_, già monaco, di
nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul
trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma _san Vilfrido_
arcivescovo di Jorch[64], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente
anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa,
decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione
che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a
Roma, fu sì onoratamente accolto dal re _Bertarido_ in Pavia, siccome
osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re
Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di
assicurare il regno a _Cuniberto_ suo figliuolo[65]. Però, convocata la
dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo
collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento
fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note:[66] _Sub die
tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima,
regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis
regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto_: cioè
nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non
avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di
Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò
all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a
leggere _Indictione undecima_, errore provenuto dalla vicinanza di _die
tertiodecimo_. Circa questi tempi a _Vettari_ duca del Friuli succedette
nel ducato _Laudari_, di cui Paolo Diacono[67] non rapporta azione
alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne,
ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del
Friuli _Rodoaldo_. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di _Dagoberto
II_ re dei Franchi ucciso per congiura di _Ebroino_ già maggiordomo e di
alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re
_Teoderico III_. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra,
mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.
NOTE:
[62] Teoph., in Chronogr.
[63] Cedren., in Annal.
[64] Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.
[65] Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.
[66] Antiq. Italic. Dissert. XLV.
[67] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.
Anno di CRISTO DCLXXIX. Indizione VII.
AGATONE papa 2.
COSTANTINO Pogonato imp. 12.
BERTARIDO re 9.
CUNIBERTO re 2.
Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per
mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i
vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano
intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono
d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da _Mansueto_ arcivescovo santo di
Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi
suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica
intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del
concilio sesto generale[68] la lettera scritta da esso santo arcivescovo
all'imperador Costantino a nome del sinodo, _quae in hac magna regia
urbe convenit_, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti
parole: _Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et
a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert,
praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus_ (vivimus)
_una cum eorum sancta devotione_, ec. Di qui intendiamo che già
_Cuniberto_ era stato proclamato re, e che egli, non meno che
_Bertarido_ suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo
per la custodia della medesima. Paolo Diacono[69], facendo menzione nel
concilio sesto ecumenico, scrive che _Damiano vescovo di Pavia_ sotto
nome di _Mansueto arcivescovo di Milano_ scrisse una lettera molto
utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il
cardinal Baronio[70], che essendo intervenuto _Anastasio vescovo di
Pavia_ in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per
conseguente esser allora _Damiano_ vescovo di Pavia. Saggiamente rispose
a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta
da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto
succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito
anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche
celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima
cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa
_Agatone_ nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in
cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto
ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del
medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a _Costantino
maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti_ di lui fratelli, in
cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese
dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo,
e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da
notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo
il _difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile_,
s'erano potuti trovare, cioè _Abondanzio vescovo di Paterno_, _Giovanni
vescovo di Porto_, _e Giovanni vescovo di Reggio_ in Calabria, _legati_
del concilio romano, e _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_
diacono, legati del medesimo papa. _Imperocchè_ (dice esso pontefice)
_qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone
poste in_ medio gentium, _e che colla fatica delle lor mani sono
astrette a procacciarsi il pane giornaliero?_ Il che ci fa intendere
l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in
Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo
che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana,
maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo.
Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e
le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano
gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure
studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto
intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per
impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre
da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e
colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di
cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera
sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto
apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla
quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare
nel general concilio il monotelismo.
Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e
Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era
allora arcivescovo di Ravenna _Teodoro_, di cui sparla forte nella di
lui vita Agnello ravennate, con dire[71] ch'egli tolse al suo clero la
quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della
Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei
sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì
ancora le consuetudini dell'arcivescovo _Ecclesio_, e fraudolentemente
abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo
mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a
Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più
riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per
tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla
cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito
che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì
colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti
e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per
questo scabroso avvenimento, ricorse a _Teodoro_ patrizio ed esarco,
pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto
alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più
risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare
non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova
all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi
buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona
portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece
tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole
e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a
ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno
seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al
suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi
antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono
sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico,
che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone
per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione
dell'_Autocefalia_, e che con papa _Leone_ successor d'Agatone fece un
accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non
si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro
consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a
Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo
pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello
storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la
memoria di questo arcivescovo _Teodoro_: ma forse egli non ebbe altro
reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede
apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico _Mauro_
suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che _Gregorio_
esarco d'Italia era succeduto a _Teodoro Calliopa_ in quell'impiego.
Girolamo Rossi[72], che non avvertì nella serie degli esarchi il
suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente _Teodoro_
esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro
arcivescovo, s'immaginò ch'esso _Teodoro Calliopa_ continuasse nel
governo fino a questi giorni. Ma questo _Teodoro_ fu diverso da
_Calliopa_, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico
Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino
alla chiesa di san Martino confessore, chiamata _Coelum aureum_, e già
fabbricata dal re _Teoderico_. Donò tre calici d'oro alla cattedrale.
Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era
divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle
Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava
effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar
questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con _Agata_ sua
consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello,
cominciò a farsi conoscere in Ravenna _Giovanniccio_, così chiamato per
la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed
essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona
eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati
indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran
sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un
bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza
e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili
ravennati che lo avevano introdotto: _È questi il suggetto che m'avete
proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera._ Gli
risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui
scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda
riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in
latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora
l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse
in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo
servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un
ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e
l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil
sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte
imperiale.
NOTE:
[68] Labbe, Concilior., tom. 6.
[69] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.
[70] Baron., in Martyrologio.
[71] Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.
[72] Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.
Anno di CRISTO DCLXXX. Indizione VIII.
AGATONE papa 3.
COSTANTINO Pogonato imp. 13.
BERTARIDO re 10.
CUNIBERTO re 3.
Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio
sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in
_Trullo_, cioè sotto la _cupola_ maestosa che era in quell'edifizio.
Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa _Agatone_ e del
concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e _Macario_
patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri
creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse
si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono
differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per
attestato di Anastasio bibliotecario[73], un'orrida pestilenza afflisse
di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in
Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti,
nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu
rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia
finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro _ad Vincula_ un
altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le
reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta
basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo
Diacono[74], le cui parole han data occasione ad una disputa,
pretendendo il Sigonio[75] e il cardinal Baronio[76] che nella basilica
romana di san Pietro _ad Vincula_ si ergesse quell'altare; e
all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa
parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro _ad Vincula_. E
veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano
furono portate _ab urbe Roma_, e non già _ad urbem Romam_, come immaginò
il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che
circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo[77], di
_Alachi_ ossia _Alachiso_ duca di Trento. Governava il buon re
_Bertarido_ col re _Cuniberto_ suo figliuolo il regno longobardico con
tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil
pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con
accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad
assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore
della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino
alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una
gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in
superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e
ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona
il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di
costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor
della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si
scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le
gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente
del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo
figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono
e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da
Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di
costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche
gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero
di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà
per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di
supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di
Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli
andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e
traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre
ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E
Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che
vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al
figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli
non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re
Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata
Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per
quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato
dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino,
diede fine ai suoi giorni in quest'anno _Grimoaldo II_ duca di
Benevento, e a lui succedette in quel ducato _Gisolfo_ suo minor
fratello, il qual ebbe per moglie _Viniberta_, ossia _Guiniberta_, che
gli partorì _Romoaldo II_. Scrive in fatti Paolo Diacono[78], ch'egli
tenne quel ducato solamente _tre anni_. Ma discordando questa cronologia
da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.
NOTE:
[73] Anast., in Agathone.
[74] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[75] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.
[76] Baron., Annal. Eccl.
[77] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.
[78] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXXI. Indizione IX.
AGATONE papa 4.
COSTANTINO Pogonato imp. 14.
BERTARIDO re 11.
CUNIBERTO re 4.
Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni
del concilio sesto generale in Costantinopoli[79]. _Macario_ patriarca
d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui
avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare
una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati
di papa _Agatone_, cioè _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_
diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi,
perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà
competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio
incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi
prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri
in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e
però _Giorgio_ patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con
gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si
dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno
stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu
deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi
che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono _Ciro_ patriarca
d'Alessandria, _Sergio_, _Pirro_, _Pietro_ e _Paolo_ patriarchi di
Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre
antiche memorie, si truova ancora condannato papa _Onorio_, che mancò di
vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se
sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure
perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro
sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e
Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e
monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto
d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome
di papa _Onorio_ entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli
veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente
perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di
strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare
dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.
In questo medesimo anno abbiamo da Teofane[80], che scoperta da
_Costantino_ imperadore qualche trama d'_Eraclio_ e _Tiberio_ suoi
fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li
degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati
dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi
fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano
bensì del titolo di _Augusti_, ma non doveano impacciarsi nel governo.
Il solo _Costantino_ era considerato come _imperador maggiore_, ed essi
probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto
all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in
favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si
rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione
e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di
che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio
_Giustiniano II_ suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio
bibliotecario[81] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore
in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto
l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una
somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro.
Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa
utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non
mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa
indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno,
per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben
lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma
questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto
dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il
padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero
l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla
corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.
NOTE:
[79] Labbe, Concilior., tom. 4.
[80] Theoph., in Chronogr.
[81] Anastas., in Agathone.
Anno di CRISTO DCLXXXII. Indizione X.
LEONE II papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 15.
BERTARIDO re 12.
CUNIBERTO re 5.
Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa _Agatone_, sapendosi ch'egli
fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i
benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel
ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e
finalmente _Leone II_, di nazion siciliano, personaggio di non minori
doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di
agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato
più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che
s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota
Anastasio bibliotecario[82] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè
da _Andrea ostiense_, _Giovanni portuense_ e _Piacentino di Veletri_,
perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio
diedero ansa al Sigonio[83] di credere che in addietro l'uso fosse che
il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre
Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono
consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano
alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò credersi del
romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di
esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente
istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che
della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella
salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con
grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola
di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere;
amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura
continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di _Teodoro_
arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore _Teodosio_ dall'Ughelli), e
come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede
apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della
indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita
d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un
ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu
restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di
Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto
avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica
consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine
che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava
una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice
Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò
abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella
Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da
morto per l'arcivescovo _Mauro_, siccome persona che pertinace nello
scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli
scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo
diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador
Costantino, detto Costante, nimico della santa Sede.
NOTE:
[82] Anastas., in Leone II.
[83] Sigon. de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCLXXXIII. Indizione XI.
Sede vacante.
COSTANTINO Pogonato imp. 16.
BERTARIDO re 13.
CUNIBERTO re 6.
Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del
presente anno giunse al fine dei suoi giorni _Leone II_ papa. Intorno al
principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i
letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato;
ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere
aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua
festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al
suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla
gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di
s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii
testi d'Anastasio[84]: però all'anno susseguente appartiene la
consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre
l'origine dell'insigne monistero di santa _Maria di Farfa_ nella Sabina,
compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi
longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone[85] sarà lecito anche a me
il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin
prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse
edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi
ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi
tempi poi capitato colà _Tommaso_ prete di Morienna, uomo di gran
santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi
quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua
restaurazione, dacchè sappiamo che _Faroaldo II_ duca di Spoleti, il
quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal
protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese.
L'antica cronica[86] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata
nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi
tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro
non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del
Sannio, appellato di s. _Vincenzo di Volturno_. Tuttavia la fabbrica
ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo
susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me
parimente data alla luce[87]. Se non tutti, almeno la maggior parte de'
Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la
religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel
primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri,
e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di
pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina
monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono
quegli esempli a rinnovarla in Italia.
NOTE:
[84] Anastas., in Leone II.
[85] Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.
[86] Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[87] Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXIV. Indiz. XII.
BENEDETTO papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 17.
BERTARIDO re 14.
CUNIBERTO re 7.
Era stato eletto sommo pontefice _Benedetto II_ prete di nazione romano,
persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine
Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si
crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente.
Abbiamo da Anastasio bibliotecario[88] che l'imperador _Costantino_
mandò a Roma i _malloni_ (parola che tuttavia dura nel dialetto
modenese), cioè le ciocche _de' capelli_ de' suoi figliuoli
_Giustiniano_ ed _Eraclio_, che furono accolti con gran solennità dal
clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che
ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al
romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed
infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere
il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe
ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi
protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a'
quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi
la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera
loro servi. Lo stesso Anastasio altrove[89], scrive, tanta essere stata
la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un
giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si
dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo
vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del
Du-Cange[90]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil
contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana.
Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da
Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di
consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante
la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo
ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon
imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al
felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice
eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma
consolazione a quella gran città.
NOTE:
[88] Anastas., in Benedicto II.
[89] Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.
[90] Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.
Anno di CRISTO DCLXXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI V papa 1.
GIUSTINIANO II imperadore 1.
BERTARIDO re 15.
CUNIBERTO re 8.
Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador
_Costantino Pogonato_, ossia _barbato_, succeduta nel principio di
settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore
dell'imperio, ma non delle sue virtù, _Giustiniano II_ suo primogenito,
già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena
entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo
de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre,
e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede
parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa _Benedetto
II_ nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero
registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede
vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro _Giovanni V_,
nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue
azioni[91]. Egli è quel medesimo _Giovanni_ diacono che fu mandato da
papa _Agatone_ per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e
portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini
pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti
o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa
appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico
ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di
grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo
Pellegrino[92], in quest'anno _Gisolfo_ duca di Benevento mosse guerra
alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.
NOTE:
[91] Anastas. Bibliothec., in Johann. V.
[92] Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXVI. Indiz. XIV.
CONONE papa 1.
GIUSTINIANO II imperadore 2.
BERTARIDO re 16.
CUNIBERTO re 9.
Condusse papa _Giovanni V_ la sua vita fino al dì 2 di agosto di
quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la
maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti
que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la
sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo
imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero
romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il
nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte
imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse
approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo.
In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il
cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che
il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero
tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro
pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra
gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete,
l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie
alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse,
ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza.
E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere
andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di
eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi
voti a _Conone_ prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia,
vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e
lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore,
persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa
elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a
venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi
giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a
sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che
il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a _Teodoro_
esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome
apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che
accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca
un _Allonisino duca_, il quale verisimilmente era solamente governatore
di quella città, e non già della Toscana, come pretende il
Fiorentini[93].
In quest'anno, per attestato di Teofane[94] e di Anastasio[95], seguì
una pace di dieci anni fra l'imperadore _Giustiniano_ e _Abimelec_
califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[96] che in
questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella
nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il
forte popolo dei cristiani _mardaiti_, che si credono i _Maroniti_,
abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti
formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni
che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace
coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno
mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per
l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni
le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in
quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel
guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa,
che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella
pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè
più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare
a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti
colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil
pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce
popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea
ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche
da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei
Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si
scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio
bibliotecario[97] ed anche Paolo Diacono[98], che, in vigore di questa
pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni
avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne
egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo
senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre
risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi
ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un
certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al
vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta.
Pertanto spedì _Leonzio_ suo generale con un'armata, il quale uccise
quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche
l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di
tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore.
Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente
condotta del principe loro.
NOTE:
[93] Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.
[94] Theoph., in Chronogr.
[95] Anastas., in Johann. V.
[96] Elmacinus, Hist. Sarac.
[97] Anast., in Joan. V.
[98] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.
Anno di CRISTO DCLXXXVII. Indiz. XV.
SERGIO papa 1.
GIUSTINIANO II imperadore 3.
BERTARIDO re 17.
CUNIBERTO re 10.
Non più che undici mesi governò _Conone_ papa la Chiesa di Dio, essendo
anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita
nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da
Anastasio bibliotecario[99], per non essersi voluto consigliare col
clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto
_Teofane_ patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive
ordinò in suo luogo _Costantino_ diacono della Chiesa siracusana, e
rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con
inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo
rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu
cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la
Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di
Anastasio. Non ha quello storico scritto _ex immissione malorum hominum
Antiochiae ecclesiasticorum_, ma sì bene _et antipathia
ecclesiasticorum_. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i
patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone
costituì _rettore del patrimonio della Chiesa romana_ in Sicilia quel
Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva
eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno
ancora essendo mancato di vita in Ravenna _Teodoro_ esarco e quivi
seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo
storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador
_Giustiniano_ mandò ad esercitar quella carica _Giovanni_ patrizio per
soprannome _Platyn_. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone.
Trovavasi infermo questo pontefice, e _Pasquale_ arcidiacono, che ansava
dietro al papato[100], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò
incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo
favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto
dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più
perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al
governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono
venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per
eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella
persona di _Pasquale_, ma quelli d'un'altra voleano papa _Teodoro_
arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro,
ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense:
Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava
la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè
i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior
parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo
questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al
sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di
provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.
Però tutti d'accordo elessero _Sergio_, oriondo da Antiochia, e nato in
Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e
presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario
martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni
per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli
entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed
a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per
forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore.
Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva
all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si
lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui,
per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco
a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo
d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il
vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di
tutti gli ordini nella persona di _Sergio_, ne restò non poco
amareggiato, perchè perdeva _cento libbre d'oro_ che gli erano state
promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il
ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta
somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure
bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di
san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega
avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da
lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e
deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente
morì. In questo anno l'imperador _Giustiniano_ portatosi nell'Armenia,
quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi
d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio
contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le
imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si
figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità
sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo
fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue
idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi
nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di
quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per
non morire di fame. In quest'anno parimente _Pippino_ chiamato il
_Grosso_, oppur d'_Eristallo_, dopo una gran rotta data a _Teoderico II_
re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di
_maggiordomo_, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e
ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente
delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si
prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè
un altro _Pippino_, nipote di questo Pippino, passò dall'essere
maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.
NOTE:
[99] Anastas., in Conone.
[100] Anastas., in Conone.
Anno di CRISTO DCLXXXVIII. Indiz. I.
SERGIO papa 2.
GIUSTINIANO II imperadore 4.
CUNIBERTO re 11.
Benchè Paolo Diacono[101] scriva che _Bertarido_ re de' Longobardi
regnasse _dieciotto anni_, parte solo e parte col figliuolo _Cuniberto_;
pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per
_sette anni_, e che _nell'ottavo_ prese per collega nel regno esso
Cuniberto, e con esso lui regnò _dieci anni_. Per conseguente,
_diecisette_ pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe
egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui
per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte
succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re
susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca
si conserva un diploma del re _Cuniberto_ suo figliuolo in favore del
monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini[102], e distesamente
portato dal padre Mabillone[103] colle seguenti note: _Datum Ticini in
palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono
per Indictione quintadecima_. Nel novembre dell'anno 686 correva
l'_Indictione XV_ cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se
Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio _Cuniberto_ avesse
fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale
era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante.
Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre
dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima
cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce[104], e composta
circa l'anno 885, si legge che _Bertari regnò anni XVI_, e non già
_diecisette_, o _dieciotto_, come hanno i testi di Paolo Diacono; e
conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686.
Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette
nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che
gli par meglio, dico che _Bertarido_ morì, e gli fu data sepoltura nella
basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re _Ariberto_ suo
padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri,
per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la
mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli
un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo
pieno. Rimase solo al governo del regno _Cuniberto_ suo figliuolo, già
dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì
non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del
vino. Egli prese per moglie _Ermelinda_ figliuola d'uno dei re
anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari,
uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti
i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di
paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua
dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che _Costantino_ Pogonato
Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo
donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador _Giustiniano_,
pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara
ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio[105]. Pertanto con un
poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno.
Sigeberto[106], seguitato dal padre Pagi[107], riferisce questa impresa
all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono
ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con
raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima
della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza
furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo
dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia
di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano
combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle
montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito
cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente,
che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo.
Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di _Abimelec_, principe
dei Saraceni.
NOTE:
[101] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.
[102] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.
[103] Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.
[104] Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.
[105] Theoph., in Chronogr.
[106] Sigebertus, in Chron.
[107] Pagius, Crit. Baron.
Anno di CRISTO DCLXXXIX. Indizione II.
SERGIO papa 3.
GIUSTINIANO II imperadore 5.
CUNIBERTO re 12.
Venne in questi tempi a Roma _Ceadvalla_ re degli Anglo-Sassoni
nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e
d'abbracciare la santa religione di Cristo. Per attestato di Paolo
Diacono[108], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza
accolto dal re _Cuniberto_. Già dicemmo che _Ermelinda_ figliuola d'uno
dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa
avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico
e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure
quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato
Paolo dal Pagi, perchè chiamasse _Teodaldo_ questo re _Ceadvalla_. Ma
s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo,
dove quel re è appellato _Cedoaldus_. Beda[109] il chiama _Ceduald_, e
nel suo epitafio è detto _Ceadual_, e più sotto _Cedoald_, che è lo
stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re,
arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa
_Sergio_ nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di _Pietro_. Ma
infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20
d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa
conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.
NOTE:
[108] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.
[109] Beda, Histor., lib 5, cap. 7.
Anno di CRISTO DCXC. Indizione III.
SERGIO papa 4.
GIUSTINIANO II imperadore 6.
CUNIBERTO re 13.
Si può rapportare a quest'anno la ribellione di _Alachi_ duca di Trento
e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[110]. Costui, mostro
d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti
dal re _Cuniberto_, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui
prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale.
Congiurato perciò con _Aldone_ e _Grausone_, due de' più potenti
cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse
fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di
quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a
Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi
nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori
fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di
chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone
ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero.
Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia _Damiano_ vescovo, insigne
per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti
liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese
occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non
venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo
diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo
_la benedizione della sua santa Chiesa_, cioè l'eulogia, ossia il pan
benedetto. Dura questo nome di _benedizione_ nel suddetto significato
nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e
dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di _bendesón_.
Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo
pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una
sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente
fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti
ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo
indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno,
e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In
fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele
usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola
dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il
figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e
probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò
allora detto ad Alachi verso il fanciullo: _Oh tuo padre ne ha ben
parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà_.
Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole
avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che
bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage
dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne
concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar
Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo
tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto,
abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia
per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con
gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con
promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu
la rete indarno.
Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del
castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel
tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e,
presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e
prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il
pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato
per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul
trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno
in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte
le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e
portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un
batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e
massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a
gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil
allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo
ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non
tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano
mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto
il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi
saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne
a Piacenza, e di là se ne tornò nell'_Austria_ e non già nell'_Istria_,
come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di
questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra
settentrione e levante era chiamata allora _Austria_, a differenza della
parti occidentale della Lombardia, che si chiamava _Neustria_: nella
qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria,
ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e
l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[111] noi troviamo la
_Neustria_ e l'_Austria_, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle
annotazioni alle medesime leggi.
Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte
colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I
Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare
pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre
città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si
diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe
che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso
Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia
da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a
giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse
indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In
una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò
alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli
veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata
amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito
era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni
scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama _Cornà_. Cuniberto, che
voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un
duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su
uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un
signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi
rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che
nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo
di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali
Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava
in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli
disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli
intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a
trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della
general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma,
prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia,
custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina
_Gundiberga_, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e
temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che
essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi
giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo
mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere
a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si
perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col
mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio,
ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi,
che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale,
dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità,
comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del
re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con
gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la
certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto,
scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a
terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo
sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e
indiavolato sclamò: _Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà
vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici_.
Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona,
allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di
Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua
cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando
Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli
rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario,
perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar
le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar
le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non
permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con
lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida;
ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di
san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento
di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: _Signore, voi
per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste
riflessioni_. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da
ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più
colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede
alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle
spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo
Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di
Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad
Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed
allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la
felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a
Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono
Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.
NOTE:
[110] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.
[111] Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCI. Indizione IV.
SERGIO papa 5.
GIUSTINIANO II imperadore 7.
CUNIBERTO re 14.
Cominciò in quest'anno l'imperador _Giustiniano_ col suo leggier
cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e
vantaggio del romano imperio coi Saraceni. _Abimelec_ loro califa, ossia
principe, per attestato di Teofane[112], avea già atterrati tutti i suoi
ribelli; ed abbiamo da Elmacino[113] che nell'ottobre dell'anno
precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia
Felice, dove, se crediamo al padre Pagi[114], si vede il sepolcro di
Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo,
essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore
nacque bensì nella Mecca: motivo, per cui quella città è in tanta
venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra
città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla
calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec
inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur
romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di
nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di
riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la
pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più
alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese
anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli
dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni,
gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di
essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono
posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne
tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla
discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno
terminasse i giorni del suo vivere _Teodoro_ arcivescovo di Ravenna, che
ebbe successore _Damiano_, il quale fu consacrato in Roma. Agnello,
scrittore ravennate[115], novecento anni sono, cel descrive per uomo di
grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un
fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse,
pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè
dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel
_Giovanniccio_, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai
primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua
sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno
_Teoderico III_ re de' Franchi di nome, perchè la regale autorità era
occupata da _Pippino_ il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in
questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano,
perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove
furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina
ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali
quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla
disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati
apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque
Anastasio[116] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero,
e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto
nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali,
o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte
imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di
rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di
Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che
inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato
lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore,
acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle
sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa _Sergio_,
pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto
pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que'
canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e
principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a
chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre
simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo
nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto
il cardinal Baronio[117]. Certo può dirsi strana cosa, che non si sappia
ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente
si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a'
tempi di Anastasio bibliotecario[118] si dubitava infino, se veramente
tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo
difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei
Saraceni.
NOTE:
[112] Teoph., in Chronogr.
[113] Elmacinus, Histor. Saracen.
[114] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[115] Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[116] Anastas., in Vit. Sergii I.
[117] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.
[118] Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.
Anno di CRISTO DCXCII. Indizione V.
SERGIO papa 6.
GIUSTINIANO II imperador 8.
CUNIBERTO re 15.
Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor
dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in
quest'anno finalmente la ruppe con loro[119]. Di quegli Schiavoni
ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben
trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar
principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace,
protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta
de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque
all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto,
appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir
di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio
ai Saraceni (Niceforo[120] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro
lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso
pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo
indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate
le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso
che il romano pontefice[121] avea negato di prestare il suo assenso ai
decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non
mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa _Sergio_,
e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate
dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque
del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che
preso _Giovanni_ vescovo di Porto e _Bonifazio_ consigliere della Sede
apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa
dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli.
Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie,
che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso
papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire
sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri
l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo
mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in
favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e
dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli.
Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava,
che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però
temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa,
e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui,
nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito
ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense,
ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato
preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le
porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per
terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a
nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che
il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata
molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi
vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e
sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa;
ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente
pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè
non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e
sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere
che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno
seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello
stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del
regno; del che parleremo fra poco.
NOTE:
[119] Theoph., in Chronogr.
[120] Niceph., in Chron.
[121] Anast., in Sergio I.
Anno di CRISTO DCXCIII. Indizione VI.
SERGIO papa 7.
GIUSTINIANO II imperadore 9.
CUNIBERTO re 16.
Nella guerra succeduta fra il re _Cuniberto_ e il tiranno _Alachi_,
quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo
Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato _Rodoaldo_ duca di
quella contrada. Abbiamo bensì da lui[122] che dopo quella guerra,
trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza,
_Ansfrido del castello Reunia_ occupò quella città col suo ducato senza
licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura
Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna,
andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido,
ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar
cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò
ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in
Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e
cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli
ad un fratello di Rodoaldo, per nome _Adone_, ossia _Aldone_, ma col
solo titolo di _conservatore del luogo_, cioè di _luogotenente_, senza
sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni
ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e
crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano
imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per
attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[123], fiorì in Pavia
_Felice_, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano,
che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re
Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche
l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto
lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi;
ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva
per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua
latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva
la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori
autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane.
Arrivò parimente a questi tempi _Giovanni_ vescovo di Bergamo con odore
di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679,
e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere
assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo
Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito,
gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo
egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e
feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma
questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì
piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il
condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì
innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo
stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.
NOTE:
[122] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.
[123] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.
Anno di CRISTO DCXCIV. Indizione VII.
SERGIO papa 8.
GIUSTINIANO II imperad. 10.
CUNIBERTO re 17.
Secondo Teofane[124] e Niceforo[125], in quest'anno fece quanto potè
l'imprudente e malvagio imperador _Giustiniano_ per tirarsi addosso
l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel
palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il
soprintendente alla fabbrica era _Stefano_ persiano, presidente del
fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che
adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri
operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia
bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di
staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa _Anastasia_ Augusta, madre
d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale
Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi
monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar
danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo,
martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di
sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un
prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con
lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè _Callinico_
patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio
contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto,
servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese,
condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e
nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani
hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato
il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono[126]
un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo
di Pavia col suo cavallerizzo (_Marpais_ nella lingua germanica
longobarda) di tor la vita a _Grausone_ ed _Aldone_, potenti fratelli
bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione
d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne
una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso
cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo
uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a
corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e
trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo,
s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli
avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita.
Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta
basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il
solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e
saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra
del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma
questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non
s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere
che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere
da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro.
Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la
loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto
avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono
d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re
Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno
spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò
immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real
parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da
lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto,
come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e
credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco
per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente
soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere
le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam
seguitare Camillo Pellegrino, a _Gisolfo I_ duca di Benevento defunto
succedette _Romoaldo II_ nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi
rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo.
Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa
questi medesimi tempi, essendo mancato di vita _Adone_ o _Aldone_
luogotenente del ducato del Friuli[127], fu creato duca di quella
contrada _Ferdolfo_, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di
lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando
in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.
NOTE:
[124] Theoph., in Chronogr.
[125] Nicef., in Chron.
[126] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.
[127] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.
Anno di CRISTO DCXCV. Indizione VIII.
SERGIO papa 9.
LEONZIO imperadore 1.
CUNIBERTO re 18.
La mala condotta di _Giustiniano_ imperadore giunse finalmente in questo
anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se
crediamo a Teofane[128], aveva egli ordinato a _Stefano_ patrizio e suo
generale, di fare una notte un gran macello della plebe di
Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca _Callinico_.
Niceforo[129] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa
dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era
stato detenuto nelle carceri _Leonzio_, generale una volta dell'armata
d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il
liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle
armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò
Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai
suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon
viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia,
amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più
volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in
breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero
terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da
Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero
che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor
dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice
lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici,
coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se
l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto
corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato
dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le
carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier
della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con
questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio
alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece
proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini
colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca
_Callinico_, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava;
pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: _Questo è il
giorno fatto dal Signore_. Tutto fu eseguito. Fu preso _Giustiniano_, e
condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già
la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica
determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città
della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali
s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della
plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato
imperadore lo stesso _Leonzio_ promotor del tumulto. Per sentimento del
Pagi[130], morì in quest'anno _Clodoveo III_ re de' Franchi, e gli
succedette _Childeberto III_ suo fratello, governando intanto la
monarchia franzese _Pippino_ d'Eristallo suo maggiordomo.
NOTE:
[128] Theoph., in Chronogr.
[129] Niceph., in Chron.
[130] Pagius, Critic. Baron.
Anno di CRISTO DCXCVI. Indizione IX.
SERGIO papa 10.
LEONZIO imperadore 2.
CUNIBERTO re 19.
Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta
avventura, narrata da Agnello storico[131] di quella città, che fioriva
circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e
festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie
porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e
fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La
battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un
dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia
picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in
fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne
uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma
giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si
ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da
quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a
lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e
spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve
ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar
quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di
lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si
raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per
anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali
si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli.
Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa
vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo
alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per
andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a
desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra
loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella
casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor
cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si
videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la
città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore,
perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo
arcivescovo _Damiano_ intimò per tre giorni il digiuno e una processione
di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci,
tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi.
Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di
cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini
e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente
i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano
separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando
salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo
racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che
tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono
scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i
traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel
rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito,
nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor
masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto
_Leonzio_ Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente.
Non minore fu quella in Italia sotto il buon re _Cuniberto_.
NOTE:
[131] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCXCVII. Indizione X.
SERGIO papa 11.
LEONZIO imperadore 3.
CUNIBERTO re 20.
Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato
dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad _Abdulmelic_ ossia _Abimelec_, califa
de' Saraceni, riuscì per mezzo di _Asano_ suo generale di occupare dopo
un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura furono
smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi
un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo
d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale
maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni,
finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e
superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della
provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico
arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor
d'Erbelot[132], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300
dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè
Teofane[133], nè Niceforo[134], scrittori più antichi di lui, conobbero
invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e
solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è
detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace
coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che
in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi
sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a
Costantinopoli, non mancò lo imperador _Leonzio_ di spedire colà
_Giovanni_ patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di
navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava
il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella
primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o
trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo
spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò
in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di
Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra
ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle controversie coi
Longobardi confinanti; però adunatisi _Cristoforo_, patriarca di Grado,
i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe
nella città d'Eraclea[135], quivi concordemente crearono il primo duca
oggidì appellato Doge; e questi fu _Paoluccio_, al quale conferirono
l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni
della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del
loro popolo.
NOTE:
[132] Erbelot, Bibliothec. Oriental.
[133] Theoph., in Chronogr.
[134] Niceph., in Chron.
[135] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCVIII. Indizione XI.
SERGIO papa 12.
TIBERIO Absimero imp. 1.
CUNIBERTO re 21.
Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir
l'Africa[136], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne
lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine _Giovanni_ patrizio e la
sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di
Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di
Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo
di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli
affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man
salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita
lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo
in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto,
la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo
passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare
sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli
Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi
Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di
Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella
degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di
Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e
finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto,
coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni
patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a
Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una
risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e
questi fu _Absimero_ Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al
quale posero il nome di _Tiberio_. Faceva allora la peste un gran
flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata
navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare,
perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di
alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco.
V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador
Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il
relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato
Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue
_Eraclio_ suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti
de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto
all'anno 638 che a papa _Onorio_ riuscì di smorzare lo scisma della
Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V
generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei.
Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella
divisione; ma certo è, per attestato di Beda[137] e d'Anastasio[138] e
di Paolo Diacono[139], che verso questi tempi si tenne un concilio in
Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo
operato tanto il saggio papa _Sergio_ con paterne ammonizioni e con
istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi
suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose
interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due
patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi
patriarca d'Aquileia _Pietro_, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo'
lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion
delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri.
Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che
insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle
ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi
in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua
volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi
erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu
che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che,
se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine
resterebbe la storia italiana di quei tempi.
NOTE:
[136] Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.
[137] Beda, de sex Ætat., lib. 6.
[138] Anastas., in Sergio I.
[139] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.
Anno di CRISTO DCXCIX. Indiz. XII.
SERGIO papa 13.
TIBERIO Absimero imper. 2.
CUNIBERTO re 22.
L'armata di _Tiberio_ Augusto, per relazione di Teofane[140], in
quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a
Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero
dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un
fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e
di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello,
scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna[141], dice accaduta
circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre
più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad
inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità
contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s.
Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna,
_Giovanni_ abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si
fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia
dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la
finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de'
versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle
guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in
udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia.
Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della
sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la
sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò
di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva
il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo
avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador
gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e
dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera
al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o
almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava
egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli
davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse
quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli
dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si
troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e
quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con
essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e
nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si
posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di
udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori
d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse
il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a
sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare
di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli
sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo
monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di
là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno
disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu
ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si
battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a
dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e
portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco,
che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera
scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non
v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli.
Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della
lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la
rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo
_Damiano_, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi
alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa
favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia
ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti
falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a
Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de'
susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte
Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di
mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone
sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a
que' soli che son di grosso legname.
NOTE:
[140] Theoph., in Chronogr.
[141] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCC. Indizione XIII.
SERGIO papa 14.
TIBERIO Absimero imper. 3.
LIUTBERTO re 1.
Scrive Paolo Diacono[142] che _Cuniberto_ re dei Longobardi dopo la
morte del padre regnò _dodici anni_. Per conseguente, se _Bertarido_ suo
genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno
presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno
Contratto[143] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche
parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti:
al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo
storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta
bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che
egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non
Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno
_Alachi_, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone[144] che
questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia
esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data
questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea
dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè
chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in
vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome
accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al
luogo di _Cornà_, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla
riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove
anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo[145] juniore
storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse
diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di
Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche
autore _Desiderio_ re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia,
ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re
Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e
riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il _monastero di
santa Teodota_, o piuttosto _di santa Maria di Teodota_. Oggidì si
appella _della Posterla_, perchè anticamente quivi era una picciola
porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono[146] nel
riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo
i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i
bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil
donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar
bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le
leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in
questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e
nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più
belli e più lunghi. _Intonsae_ credo io che fossero appellate per
questo; e che da questa parola corrotta venisse _tosa_, nome adoperato
dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a
marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa
giovane per nome _Teodota_, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina
_Ermelinda_, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la
bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di
lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente
s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo.
Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata
Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta
notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire
a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a
ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che
per ciò cominciò a chiamarsi di _Teodota_.
Rapporta il padre Romoaldo[147] da santa Maria agostiniano scalzo, un
antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che
quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che
conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato
ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli
esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio,
a formare il dattilo e spondeo sul fine di _prosapiam texam, di nimium
plures_, ec.
CAELICOLAE[148] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM
MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES,
IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO;
QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT
INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM
FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA;
CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS,
IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT.
MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA,
PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA.
DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET
B....OLEO EX NOVILLI[149] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE
...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA.
SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI
TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI.
PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM,
AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA;
NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT
VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA.
NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM.
NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO
ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.
(forse _Quae Turoni_, per significare che son pari alla basilica e
monistero di san Martino Turonense)
HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE,
CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM,
NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA
LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS
DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS....
EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT.....
D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.
È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D.
P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi,
quelle lettere altro non significano se non _deposita_. Aggiugne, essere
la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però
egli la tiene per _Teodorata_ moglie del re Liutprando, il cui nome
abbreviato fosse _Teodota_. Finalmente dice esser qui nominate tre
diverse _Teodote_; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re
Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la
terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di
badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se
non la sepolcrale posta alla medesima _Teodota_, di cui fa menzion Paolo
Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima.
Paolo altro non dice, se non che la mandò _in monasterium, quod de
illius nomine intra Ticinum appellatum est_. Essa colle ricchezze seco
portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel
tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero
gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa
_annos nimium plures_, e finalmente morì nell'_indizione terza_ (forse
nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con lasciare il suo nome e la
dignità di badessa a _donna Teodota_ sua alunna, da cui le fu posta
l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse _Romuleo_, come
ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo
Diacono scrive essere nata Teodota _ex nobilissimo Romanorum genere_.
Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si
mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un
tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e
re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili
religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro
luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare
in questo anno il re _Cuniberto_, e il suo corpo ebbe sepoltura presso
alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia,
dove parimente _Ariberto_ re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e
_Bertarido_ re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce[150]
un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia
presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono
quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla
ancora qui di nuovo:
AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES
AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE
CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX
QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM.
INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA
ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS,
REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI,
MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS,
MIRANDA....................
Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo _Liutberto_ in età
assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore
_Ansprando_, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma
saviezza. In quest'anno _Abdela_, generale de' Saraceni, fece una
irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già _Taranto_, come ha
un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città
è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma
bensì la città d'_Antarado_, come notò Cedreno[151]. Non potendola
avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si
fortificò.
NOTE:
[142] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.
[143] Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.
[144] Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.
[145] Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.
[146] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.
[147] Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.
[148] _Forse_ Caelicam.
[149] _Forse_ Romuleo ex Ovili.
[150] Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.
[151] Cedren., in Annal.
Anno di CRISTO DCCI. Indizione XIV.
GIOVANNI VI papa 1.
TIBERIO Absimero imp. 4.
RAGIMBERTO re 1.
ARIBERTO II re 1.
Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni
_Sergio I_ papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre
Pagi[152]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità
verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura
si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In
somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si
legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette
nella cattedra di san Pietro _Giovanni_, VI di questo nome, greco di
nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di
sopra all'anno 662 che il re _Godeberto_ tradito ed ucciso in Pavia dal
re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera _Ragimberto_, ossia
_Ragumberto_ che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo
in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re _Bertarido_ fu
risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò
duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di
costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò
_Cuniberto_ suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo
Liutberto[153]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla
volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le
ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze
di Novara con una altra armata _Ansprando_ tutore del giovine re,
spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto
di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto
essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del
regno longobardico. Per conto di _Ansprando_ e del re _Liutberto_, essi
ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe
lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse
l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette _Ariberto II_
suo figliuolo, che seguitò a disputare del regno col giovinetto
Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero
Augusto[154], che _Filippico_ figliuolo di Niceforo patrizio s'era
sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere
un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con
più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il
cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo
tempo sul trono imperiale.
NOTE:
[152] Pagius, ad Annal. Baron.
[153] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.
[154] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCII. Indizione XV.
GIOVANNI VI papa 2.
TIBERIO Absimero imper. 5.
ARIBERTO II re 2.
Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia
_Teofilatto_ patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla
Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per
attestato di Anastasio[155] bibliotecario, concorsero a quella volta con
gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa
bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al
sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a
dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni
immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed
oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non
entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa
città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che
restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle
persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini
romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei
d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui
calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono[156] che _Gisolfo II_, duca
di Benevento ai tempi di papa _Giovanni_ con tutte le sue forze entrò
nella Campania romana, prese _Sora_, _Arpino_ ed _Arce_; bruciò e
saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi
col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato
_Horrea_, cioè i _Granai_. Noi abbiamo _Morrea_, luogo notato nelle
tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura
il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare
al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e
riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro
colle sue genti. Camillo Pellegrino[157] portò opinione che questo fatto
accadesse sotto papa _Giovanni V_, nell'anno 685. Ma Anastasio
bibliotecario[158] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa
_Giovanni VI_; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo
avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più
probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da
altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso
_Gisolfo_, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il
cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo
Pellegrino, che _Romoaldo I_ fosse creato duca di Benevento lo stesso
anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè,
secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato _sedici
anni_, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia _Grimoaldo II_
governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed
essendo a lui succeduto _Gisolfo_, che per _diciassett'anni_ stette nel
ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694,
perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato
duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa
Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole
Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e
che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono[158a],
il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo
papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando[159]
che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla
morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra
poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a
Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di
farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci
occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è
certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento[160], gli
succedette in quegli stati _Romoaldo II_ suo figliuolo. Il dottor
Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II
succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re _Liutberto_
col suo aio Ansprando[161] si studiava di ricuperare il regno
occupatogli dal re _Ariberto II_. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari,
duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a
Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di
Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal
padre Bollando[162], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in
tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto
re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo
armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito,
che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì,
combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re
Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce
l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì
facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi
aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà
verso del medesimo
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