Quartetto
by Alfredo Oriani · Italian · Gutenberg #46225 · 536,455 chars · public domain (US)
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Title: Quartetto
Author: Alfredo Oriani
Release date: July 8, 2014 [eBook #46225]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK QUARTETTO ***
ALFREDO ORIANI
(OTTONE DI BANZOLE)
QUARTETTO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1919
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tipi della S. T. E. B. Società Tipografica
Editrice Barese — Bari, 1919
DIAPASON
_Caro Bariè,_
Casola Valsenio 17 dicembre 1881.
Ho finito or ora il libro, e riprendo la penna per dedicartelo. Quando,
fra qualche mese o qualche anno sarà stampato, chissà quali avventure,
sorprendendo le nostre vite e divertendone la direzione apparente,
potrebbero impedirmi di farlo. Forse la malinconia che c'invade,
allorchè l'opera ancora tiepida della nostra mano, separandosi
improvvisamente da noi, ci abbandona come un emigrante mal in arnese, il
quale salpi verso ignote miserie, è uno dei sentimenti più amari ed
inesprimibili. La generazione ideale, poichè più alta nella vita della
generazione animale, è quasi sempre più lunga, sempre più dolorosa;
quindi se il bambino prosegue quasi nella esistenza del padre, e
sviluppandone i disegni, che la trascendono, vi si incorpora, il libro
appena nato si contrappone all'autore con una personalità già perfetta
ed indipendente. E, mentre quello sembra colla prova della nostra
virilità darci l'altra di una nuova ricchezza, questo ci lascia nella
lassitudine dell'esaurimento un senso più vivo della nostra debolezza.
Che egli muoia prima di noi o ci sopravviva, e la sua fortuna sia come
quella di un avventuriero, il quale diventa imperatore o portinaio; che
egli passi fra la gente come un'apparizione di bellezza e di gloria,
ovvero come un accattone, il quale mendica un'occhiata e riceve un
sogghigno; che le sue mille edizioni, o le sue mille copie lo diffondano
attraverso tutti i climi, al disopra dei monti e al di là dei mari,
ovvero avvizziscano nell'ombra muffosa di un magazzino di libreria per
finire sui banchi del commercio, come certi miserabili finiscono sul
banco delle assise, non ci appartiene più e non ci conosce. Sarà forse
ricevuto colla più nobile accoglienza dove nulla al mondo potrebbe
decidere quelle stesse persone a riceverci; discenderà fin dove, per
quanto intrepidi nella curiosità ed ottusi nel senso, non consentiremmo
giammai a discendere: libero come un trovatello non sentirà nè
riconoscenza, nè ingratitudine: avrà una patria ed una lingua, una
civiltà ed un popolo, ma come molti trovatelli, i quali ripetono la
sciagura donde nacquero, se avrà figli, saranno bastardi.
Il sentimento melanconico di cotesto abbandono ha probabilmente generato
fino dalla antichità la prefazione, questa parola di rimpianto e di
amore, che quasi tutti gli deponiamo sulla fronte, come l'ultimo bacio
per una partenza senza ritorno. E mentre egli si smarrisce nella
lontananza infinita dei casi, noi torniamo a rincantucciarci nel nostro
angolo, e se pensiamo ancora a lui in qualche ora di tristezza, o ci
voltiamo talvolta di soprassalto udendo pronunciare il suo nome; quando
passarono molti anni incontrandoci su qualche tavolo straniero, o la sua
idea parandocisi innanzi al pensiero come la prima volta che l'amammo e
fu nostra, stentiamo forse a riconoscerla, come molte delle donne, che
ci parvero belle un giorno e che credemmo di amare.
Già Pascal lo ha scritto da due secoli, che volendo giudicare l'opera
propria, appena fatta è troppo presto, dopo è troppo tardi: prima vi
siamo ancora dentro, dopo non possiamo più rientrarvi; laonde val meglio
seguire l'andazzo dei padri, che fatti i figli, lasciano a loro medesimi
la cura di vivere, e forse danno così alla società i suoi più robusti
individui. Perchè dunque vi è ancora chi scrive libri? Sono il bisogno
di un'espansione individuale, o l'espressione di un bisogno collettivo?
Se belli, forse l'uno e l'altro; se brutti, forse egualmente ancora; ma
infermi nati di una malattia saranno le più miserabili creature fra i
viventi, non avranno nemmeno la pietà, che consacra i deboli, la guerra,
che inorgoglisce i tristi.
E mentre nella solitudine del mio castellaccio, in mezzo a campi
coltivati da migliaia di anni, circondato dalle forme embrionali di una
civiltà, alla quale molte altre contribuirono, fra gente di contado e di
villa, e i giornali che recano la sera le notizie del mondo, e i
mercanti che il venerdì vi conducono la retroguardia dei suoi infiniti
interessi, mi isolo qualche mese e scrivo un libro; tu, spirito fine e
gentile, nato per vivere fra pareti rivestite di arazzi e respirare
l'aria profumata delle serre, sei lontano, nella antica Chersoneso. Il
vento, che ti arriva dalle lande superiori, è carico di indefinibili
sentori: le montagne, che laggiù asserragliano l'orizzonte, sono forse
del Caucaso, e hanno dato il nome alla nostra razza; la terra, che
mediti riabbellire coltivandola, fu già coltivata dai greci, che vi
mandarono le prime colonie, per cingere tutti i seni del Mediterraneo
colla passamanteria delicata della loro civiltà. Intorno a te la pianura
ha l'ondulazione sconfinata di un mare: gli alberi, la vegetazione tozza
o sregolata di una natura, che l'uomo non ha ancora epurato o contenuto;
il primo grano, che ti sei seminato fra i piedi, agiterà le spiche
all'altezza della tua testa fra sei mesi; i puledri, che già accorrono
al suono della tua voce di padrone, discendono da quei cavalli arabi,
che portarono trionfalmente per tutta l'Asia e fin dentro i confini
dell'Europa la religione voluttuosa ed austera del grande Maometto. Il
paesaggio, che circoscrive il tuo pensiero e contorna i tuoi sogni, è
quello stesso di tremila anni fa, quando i Greci vi discesero esuli di
una vita, che il pensiero rendeva già troppo grave, per rituffarsi nella
natura, e rifiorirvi nella sua eterna giovinezza.
Al pari di te avevano una fantasia popolata di statue, l'intelletto
carico come una trireme, il cuore educato da grandi sentimenti e
spossato da grandi passioni. Dotati di un genio indefettibile ripeterono
la Grecia su quei lidi, coprirono il mare di barche, le sponde di
templi, la terra di olivi e di viti; l'arte innamorata di loro non volle
abbandonarli, e decorò tutte le loro opere: la filosofia, che avevano
fuggita come un etèra di malvagie influenze, ma di seduzioni
irresistibili, venne a cercarli nell'esilio, e si assise nobilmente
superba, severamente ciarliera in mezzo ai loro circoli. Poi i Romani,
che avevano sconfitto gli ultimi Etoli, passarono per quei remoti
sobborghi di Atene, come un'orda brutale che distruggendo disciplinava,
e il sorriso, che l'uomo aveva dato alla natura sulle spiaggie
dell'Eusino, disparve. Più tardi un poeta innamorato ed infelice vi
ramingò condannato dall'ira di un imperatore e dalla civetteria di una
principessa; più tardi ancora, i Romani diventati Greci un'ora prima di
morire, abbandonarono la loro terribile città conquistatrice per venire
sull'Ellesponto, che i primi Greci avevano sentito così bello, e
spirarvi mollemente in una musica di profumi e di colori, di parole e di
baci. Quindi dall'Asia, che Milziade aveva respinto, ed Alessandro
invaso per il primo, ruppe un'onda incontenibile di cavalli e di
bandiere; la luna parve discesa dal cielo e procedere tremenda alla loro
testa: il grido delle battaglie echeggiò oltre Roma fino a Tule, oltre
Babilonia fino a Pechino; il fumo degli incendi si disciolse in pioggia
fino sulle steppe della Mongolia e sulle dune della Brittania. Poi un
immenso baleno, bianco come quello di una scimitarra, albeggiò sulla
cupola di Santa Sofia, quando la mezzaluna vi si rizzò nella sua fredda
gloria di pianeta, e la croce disparve dalle costellazioni di quel cielo
così azzurro.
Chersoneso era una baia, la Grecia una penisola; la prima era stata
dimenticata, la seconda era appena un ricordo.
Ma oltre quelle sponde, che i Greci avevano benedette della loro
presenza, e alle quali il mare diceva le novelle di tutte le altre
terre, si stendevano solitudini più grandi di tutti quegli avvenimenti,
più terribili allo sguardo che non tutte quelle tragedie al pensiero. La
fama raccontava di montagne, che la neve vi aveva alzate e che il
ghiaccio vi aveva rese eterne; qualche volta in un rombo lontano lontano
sembrava di ascoltare fracasso di fiumi, lunghi come una vita e vasti
come un pelago; talora un cavaliere, in costume irreconoscibile, si
affacciava al confine della landa come un'apparizione misteriosa,
gettava uno sguardo su quel mondo già vecchio due volte, e spariva in un
turbine di vento con un galoppo fantastico. Quel cavaliere, cui
l'immaginazione trepidante dava il nome di Sarmata, era l'avvenire, e
adesso è il presente. Il Sarmata si chiama Russo; ha sconfitto l'altro
ieri l'ultimo Cesare romano, che gli aveva mosso contro da Parigi, e si
è fermato ieri per la seconda volta sotto le mure di Bisanzio: egli è
l'ultimo vincitore nella storia dell'Europa, l'ultimo impero nella
geografia dell'Occidente.
Sgraziato come tutti i colossi e senza verginità di adolescenza come
tutti i mostri, egli è passato dalla infanzia alla virilità, dalla
crudeltà della selvatichezza alla ferocia della civiltà. Privo di
tradizione e quindi di ideale, la sua unità è un'agglomerazione, la sua
vita un istinto, la sua forma un embrione, la sua potenza una massa, la
sua difesa la natura, la sua ricchezza gli viene dalla atonia di ogni
sentimento e dalla brutalità di ogni bisogno. A volta a volta nomade e
contadino come l'arabo, il cielo gli negò coll'azzurro la bontà del
cuore, il sole non gli accese coi raggi la generosità nel pensiero:
quindi il freddo, che restringe tutti i pori, gli racchiuse per sempre
l'egoismo nell'anima, e la neve, che confonde tutte le fisonomie, gli
intorbidò le forme dell'intelletto. L'uniformità della natura pesò sulla
sua società: i gruppi umani apparvero disseminati nel suo impero come i
gruppi degli alberi per le sue steppe, poi come gli uccelli unirono gli
alberi col loro volo di landa in landa, i cavalli congiunsero gli uomini
colle loro corse di provincia in provincia; e lontano, al di là degli
occhi, al disopra del pensiero, come una montagna dalla vetta
invisibile, il trono e l'altare furono una visione bianca e fredda,
terrifica ed incompresa. Dalla sua cima la legge ruinò e si distese come
un vento, che inclina tutte le piante e rugge agli angoli di tutti i
tetti; sulla sua cima lo czar, fantasma sublime ed ignoto, aperse la
mano a benedire come un pontefice e la strinse per brandire la spada
come un imperatore: e d'allora la croce di Ivano il Grande sfolgorò
contro la luna falcata di Maometto secondo, e la lotta fra la
costellazione e il pianeta ricominciò più violenta ed implacabile.
Prevalse la croce, giacchè se una bufera d'inverno può prostrare le
forze della primavera, questa non potrà mai prevalere contro la rigidità
dell'inverno. Il Nord è invincibile nella sua corazza di ghiaccio, ma
sarà sempre torbido nella sua aureola di neve. Impero vasto forse più
che il romano, esso è un oceano di terra, nel quale qualche grossa città
pare un'isola e qualche bella provincia un arcipelago: come il romano,
racchiude molti popoli, ma in questo diverso, non ha nè detrito di
civiltà, avanzi di religione o macerie di storie, colle quali covare una
nuova èra mondiale. Cresciuto ai confini della vera Europa potè,
esercitando una specie di contrabbando sulla frontiera, impadronirsi di
qualche idea, ma la sua è una cultura artificiale, e prima che il sole
la schiuda naturalmente sulla sua immensa superficie, dovranno passare
altri secoli, nè forse il sole vi sarà mai caldo abbastanza. Se Pascal
ha avuto torto affermando che la giurisprudenza varia coi gradi del
meridiano, Bukle ha avuto ragione constatando che la civiltà è soggetta
alle leggi del calorico, e non può salire al disopra di un certo grado
di latitudine. Nullameno un fermento, ancora mal giudicato, fa oggi
gonfiare la crosta di questo impero, che la geografia misurando ha
trovato quasi pari al chinese, sebbene la statistica sommando lo
trovasse di tanto inferiore; si direbbe che i suoi frequenti terremoti
siano una palpitazione di vulcani i quali rompendo fra poco il loro
fragile coperchio, lanceranno fino al cielo una spuma di lava e di
fiamma. Lo squilibrio, che la differenza di popolo nella differenza di
clima deve arrecare alla regolarità delle sue funzioni, e l'antagonismo
tra la forma feudale della sua gerarchia e la forma democratica della
sua cultura; la sua stessa estensione, per la quale la volontà della
legge si rilassa inevitabilmente come una corda troppo lunga, e
l'altezza inaccessibile del trono, che diventa così il centro misterioso
di tutta la sua vita, ma il mistero responsabile di tutte le
contraddizioni: forse la miseria della minoranza più spirituale colata
sopra la povertà della maggioranza quasi bruta, come una putrefazione di
germi precoci sopra un marciume di germi serotini; e forse una
sofferenza, alla quale occorreva la uniformità di un tale impero per
diventare più forte di lui, essendovi egualmente uniforme, hanno
prodotto questo fermento sotterraneo per tutta la Russia, i terremoti
che subissano la reggia non potendo rovesciare il trono, i vulcani che
avventano bombe invece di lapilli, e questa rivolta, nella quale i
ribelli hanno la terribile ubiquità dei fantasmi, e il motto della quale
è il più incomprensibile nella storia, e il più assurdo nella vita —
NIKIL —. Forse Napoleone portando inconsciamente la rivoluzione francese
in tutta la Europa per stabilirvi il proprio impero, ve ne lasciò la
semenza in quella orribile ritirata, l'ultima epopea dell'Occidente, che
ha trovato un pittore ed aspetta ancora un poeta: forse l'impero russo
vi perirà, e dai suoi frammenti, come da quello dell'impero romano,
nasceranno tante nazioni. Ma a rovescio dell'altro, che aveva i nemici
alla periferia, esso li ha al centro; quelli erano barbari e questi sono
civili; i primi portavano un sangue giovane ad un cervello esausto, ad
un cuore caduco; i secondi infonderanno idee mature ad un cervello
adolescente, ad un cuore quasi animale.
E mentre nell'aria vibrano i fremiti della tempesta e la terra ti
sussulta sotto i piedi, tu alzi appena il capo, e guardando al nord, ti
stringi nelle spalle. Scettico, ma forte come un greco, tu sai che la
vita è ancora più piccola che breve, che le tue pianure sono fertili, i
tuoi cavalli veloci, i tuoi servi laboriosi. Sia che la croce e la
mezzaluna si urtino un'altra volta sui tuoi campi, o una rivoluzione te
ne cacci; che la tua provincia diventi un regno e il tuo villaggio una
capitale, e lo schiavo di oggi si faccia padrone di domani, tu, greco,
ammetti con Aristotile che vi saranno sempre degli schiavi, sai che la
vita è breve, e la necessità del mietere non deriva dall'aver seminato,
ma dal dover macinare. Uscito dalla società per rientrare nella natura
colla stessa facilità, onde leggendo si passa da Swinburne ad Esiodo, tu
vi hai recato la calma della ragione nella pace dell'istinto, la
semplicità di un raffinato nella innocenza di un ignaro: e quando tutta
l'Europa guarda verso l'America, tu, nipote di Colombo, hai guardato
verso la Russia. Ora la tua vita chiusa entro la rivoluzione dell'anno
agricolo non ha altra varietà che le stagioni, altro scopo che una
messe, altro avvenire che questo scopo medesimo. La terra coltivata
esprimerà il tuo pensiero, il benessere dei tuoi contadini attesterà il
tuo piccolo regno. Così ispirandoti ad un verso di Virgilio, il tuo
poeta antico prediletto, attui l'ultima scena del _Faust_, il tuo poema
moderno preferito, ed immergendoti nella vegetazione di una terra
vergine, purifichi il tuo spirito da tutte le malattie ereditarie delle
nostre vecchie civiltà.
Ed ora che la natura ti ha reso straniero al mondo, esule, nobile e
felice, non ti dolga se il migliore dei tuoi amici venga a parlarti di
battaglie ideali, ostinandosi nella guerra, alla quale ti sei sempre
rifiutato. Forse a qualche ora della notte o del meriggio, quando il tuo
spirito riposa, un'immagine del mondo abbandonato ti sovviene ancora e
svanisce; o nelle tue lunghe escursioni qualche fiore innominato o
qualche canzone selvaggia ti hanno già ricordato i nostri fiori dal nome
sapiente, le nostre romanze dal ritmo squisito. Che se migliaia di
miglia ci allontanano e due mondi diversi ci separano, la nostra
amicizia non ne sarà per questo meno intima, o il nostro commercio meno
stretto. Gettati dalla natura nel medesimo stampo, e condannati dal
destino alla medesima vita, sebbene tu abbia potuto eludere la condanna,
ci saremo pur sempre presenti; e mentre tu mi troverai spesso a
vagabondare pe' tuoi campi, io t'incontrerò sovente fra i miei libri,
nella luce di un pensiero o nel sorriso di una frase, nell'ombra di un
quadro o nelle pieghe di una statua.
Quando prima di partire per il tuo nuovo mondo mi scrivevi dissuadendomi
da questa inutile e crucciosa guerra letteraria, le condizioni della
nostra presente letteratura entravano forse per gran parte nel tuo
saggio e malinconico consiglio. Se è sempre triste il nascere, vi sono
epoche, nelle quali è tristissimo nascere uomo di pensiero o di azione.
Nei periodi di un fatto o d'un'idea ve ne sono alcuni che ci sollevano,
altri che ci lasciano affondare, finchè un nuovo gettito sotterraneo non
gonfi l'onda e l'innalzi fino al raggio del sole. La prima metà del
nostro secolo fu per l'Italia una delle più belle fioriture d'ingegni,
una delle messi più ricche di caratteri. La necessità sempre più
crescente della rivoluzione metteva negli eletti della vita una vera
forza di rappresentanza, che le finzioni parlamentari hanno poscia
cercato inutilmente d'imitare, e che non raggiungeranno giammai. Ognuno
di essi sentiva di riassumere qualche bisogno, o di esprimere un'idea
nazionale; quindi molti furono i grandi, moltissimi gli illustri. Come
se l'Italia volesse conquistarsi l'ammirazione dell'Europa per
strapparle in un applauso il permesso di risuscitare, profuse i
pensatori e gli artisti, i martiri e gli eroi; laonde dopo la rivolta
del '31, esplose la insurrezione del '48, scoppiò la rivoluzione del
'59. L'epopea fu così meravigliosa, che parve un miracolo, e resterà una
favola; ma nessuno ha ancora osato fare il computo di tutti i sacrifici,
che vi contribuirono, di tutti gli ingegni, che vi cooperarono. Vi
furono libri che valsero battaglie, battaglie che nessun libro saprà mai
narrare: si udirono motti che erano poemi, si fecero poemi, dei quali
nemmeno un motto fu scritto. Accanto ai colossi del pensiero si
drizzarono i giganti dell'azione, le corone dell'alloro furono posposte
alle ghirlande del martirio, il sangue fu scialacquato come il danaro,
le parole ebbero efficacia di fatti, i fatti prontezza di parole. E il
sogno colorato dalla luce di tante fantasie si solidificò, come per
incanto, sotto lo sforzo di tutte le volontà, mentre l'Europa guardava
attonita dalle Alpi, e Roma si levava trasognata sul Tevere. Ma appena
compiuto il prodigio, tutti si mirarono in faccia e nessuno più si
riconobbe; quasi tutti i caratteri si ritirarono, quasi tutti gl'ingegni
rimasero; gli eroi diventarono militari, i martiri si cangiarono in
impiegati. L'epopea finiva fatalmente alla commedia, dacchè l'idea si
era tradotta nel fatto, e il sentimento si riabbassava verso il senso.
Era una legge della vita e della storia. Ma allora quelli, che avevano
fatto l'Italia, cominciarono a sentirsi vecchi e ad essere riconosciuti
per tali dai sorvenienti, leggeri e rapaci come tutti i saccomanni dopo
la battaglia: l'arte e la filosofia, la politica e la milizia trionfanti
non piacquero più, e si chiese del nuovo. L'ingegno, che si era
manifestato così splendidamente nei padri, i figli se lo supposero
volentieri, e guardando ai rivali d'oltr'alpe, si accinsero a
sorpassarli nelle opere, come li avevano raggiunti nella vita. Ma la
nazione aveva esaurito creandosi forse l'ingegno di due età, e i
novatori d'Italia diventarono i plagiarii dello straniero. La
generazione del '49 mancò nella storia del nostro pensiero.
Fortunatamente l'ombra del monumento eretto sul suo confine lo nascose,
e i posteri non s'accorgeranno forse della lacuna. Ma poichè l'impotenza
rende malvagi e il sacrifizio ingrati, i nuovi scrittori risero dei
vecchi, Guerrazzi fu troppo asmatico, Manzoni troppo cristiano,
Niccolini troppo rettorico, Leopardi troppo classico. Il dualismo fra la
scuola toscana e la scuola lombarda divenne scisma, e le eresie
avvamparono nelle sue polemiche. Intanto nessun nuovo campione
discendeva bene in armi nell'agone a percuotere sugli scudi dei vecchi
tenitori di campo. Qualche paggio faceva bensì prova di destrezza
giocarellando con una mazza, o un catafratto, chiuso nell'armatura
pesante della erudizione, si pavoneggiava tutto solo; o un cavaliero,
montato sopra un magro cavallo, tentava un giro al galoppo e, cascando
ai primi passi col cavallo sul petto, giaceva. Finchè i tenitori di
campo rimasero, malgrado le vanterie dei torneadori e le grida della
folla, non vi fu nemmeno un duello, ma uno ad uno quegli scudi terribili
furono levati. Sul primo c'era scritto _Arnaldo da Brescia_, sul secondo
_Assedio di Firenze_, sul terzo _Promessi Sposi_. Uno solo, toscano alla
parola, vestito classicamente, con un elmo tedesco sulla testa, aveva
osato farsi largo fra la ressa e percuotere sprezzantemente col proprio
scudo, nel quale era scolpito un Satana, sullo scudo di Manzoni. Se non
che uno scudiero, dal volto smorto e gli occhi rossi, veniva in quello
stesso momento a levare lo scudo glorioso: il vecchio guerriero era
morto senza sapere della sfida. L'audace aveva troppo tardato.
Quindi egli rimase solo, e fu primo.
Ma questo illustre, per il quale ogni aggettivo comincia oggi a parer
piccolo, e che seguaci fanatici invocano col nome ridicolo di pontefice,
si era faticosamente educato alla stessa scuola degli antichi, fra le
ombre incappucciate del primo rinascimento. I suoi giovani canti erano
sembrati echi di perdute ballate; poi la rivoluzione, strappandolo a
quei sogni toscani, gli aveva insegnato, coll'eroico linguaggio dei
fatti, nuovi ritmi e nuove parole. Nullameno ignorato od incompreso per
molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne
continuasse un altro; mentre i giovani volontarii della letteratura, che
avevano forse lasciato allora le bandiere del Garibaldi, ne cercavano un
altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce,
che varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania, preludendo
alle teoriche ed ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una
profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione
per una grande arte. Naturalmente i giovani volontari non intesero, o
sdegnarono, e l'austero superbo rimase senza esercito.
Intanto due capitani di ventura levavano il campo a rumore: uno era
vestito da bardo, l'altro da menestrello. Il primo coi panni sciattati,
un mantello reale, ricamato di perle e schizzato di fango
neglicentemente gettato sulle spalle, coi capelli che gli svolazzavano
da un elmo fantastico, si abbandonava alla stupenda dolcezza del proprio
canto, e cantava di tutto. Aveva la voce maschia e molle, le note piene,
le cadenze quasi sempre leziose: ma le canzoni salivano dalle sue labbra
con un volo inesauribile di insetti in un raggio di sole, e la sua
fronte, sulla quale le visioni passavano come le nuvole in cielo, aveva
una ineffabile espressione di malinconia. Bardo e capitano fu troppo
l'uno per poter essere l'altro, nobile e bello non cercò d'ingrossare il
proprio seguito, e procedette combattendo e cantando come un eroe di
Ossian. La gente lo chiamava Prati, i giovani imparavano le sue canzoni,
i critici insultavano il poeta e la sua poesia. L'altro menestrello era
una figura femminea. Portava le scarpette scollate, le calze di seta, il
giustacuore a sbuffi con un cuore, trafitto da una freccia d'oro,
ricamato sul petto, e un berrettino con due penne di airone, che gli
ricadevano sui ricci profumati della capigliatura. I suoi occhi avevano
il languore spasimante di un paggio, le sue dita erano cerchiate di
anelli come quelle della sua dama; e toccando il mandolino con una
grazia piena di civetteria si avanzava occhieggiando ai balconi. Un
giorno, da una finestra inghirlandata di vasi, una mano bianca gli aveva
gettato un mazzo di viole, ed egli le portò sempre sul petto. Quelle
viole diventarono la sua poesia, il loro profumo fu tutto il suo
pensiero, ed il suo sentimento. La gente lo chiamava Aleardi, le donne
cantavano le sue romanze, i critici basivano di ammirazione in faccia
alla sua poesia ed al poeta.
Ma dietro loro, nel corteo variopinto, più di una figura e di una testa
avrebbero dovuto attirare l'attenzione. Due vecchi, Mamiani e Tommaseo,
dalla fronte alta e serena, procedevano a braccetto dietro la medesima
idea e la medesima musa: il primo aveva pur trovato qualche canto, oggi
perduto, e che sarà forse rintracciato fra un secolo; il secondo aveva
dato il volo a qualche inno, che pochi avevano letto, ma che molti
avevano ammirato, come un anello, che tentava di congiungere filosofia e
religione, la tradizione dell'arte antica col sentimento dell'arte
moderna. Però l'Uberti, malgrado i grandi sforzi, non potè uscire dal
manipolo tumultuoso dei Tirtei da bivacco, i quali seguitavano le loro
storpie canzoni senza l'accompagnamento delle fanfare ed il rullo dei
tamburi: e quindi un levita ed un alfiere, irrompendo dalle file,
parvero raggiungere per un momento i due acclamati capitani. Il primo
era Zanella, il secondo Praga: questi morendo nominò eredi lo Stecchetti
ed il Boito, all'uno lasciando la sensualità famigliare, all'altro la
stramberia immaginosa. Zanella invecchiando sentì morirsi intorno quasi
tutte le proprie poesie. Eppure pensatore modesto aveva avuto qualche
nuovo ed elevato pensiero, cesellatore paziente aveva dato a qualche
strofa la solida eleganza di un bronzo, la finitezza squisita di una
orificeria. L'altro fu più una poesia che un poeta. Il tremito convulso
della mano gli guastò quasi sempre il disegno, o gli intorbidò il
colore, mentre il suo pensiero, che avrebbe avuto la grazia della
leggerezza, prendeva volentieri la goffaggine della gravità; e la
pretensione dell'orgoglio falsificava l'ingenua violenza o la mollezza
nervosa del suo sentimento. Nullameno egli fu nuovo, e più semplice
sarebbe stato originale.
Intanto Rovani, discendendo la parabola luminosa dei suoi _Cento Anni_,
arrivava fatalmente alla _Giovinezza di Cesare_, abbandonato da
Tarchetti e da Nievo, che gli si erano serrati attorno per un momento.
Ambedue erano morti presto, ambedue prima di spegnersi ebbero o parvero
avere un'ora di astro. Forse il raggio della pietà accresceva la luce
della loro gloria, e la morte incontrata all'avanguardia parve al resto
dell'esercito un segno di vittoria. Il primo scrisse perchè sentì, ed il
suo stile peccò come il suo sentimento; il secondo pensò e sentì ciò che
scrisse, ed il suo stile avrebbe forse potuto mantenere ciò che aveva
promesso. Tarchetti è diventato un martire nel martirologio della
boemia, Nievo è dimenticato persino dai cronisti dell'arte. E mentre il
romanzo si contorceva nella culla, il dramma e la commedia si
contorcevano nell'agonia. Giacometti, ingegno vasto, ma corroso dalla
rettorica, aveva ceduto il campo ai sorvenienti: Cicconi, sbocciato e
caduto come un fiore, non aveva lasciato dietro sè che alcune foglie
secche: Gherardi del Testa tentava ancora di celiare: Ferrari costruiva
impalcature, per le quali i personaggi salivano come manovali, la
schiena carica di tanti frammenti di una tesi: Torelli, un novizio, che
alla prima prova era parso un maestro, ridiventava mano mano uno
scolaro; Marenco imperversando pestava idillio e tragedia; Bersezio
credendo di dipingere qualche scena non si accorgeva di pitturare appena
una quinta, e il nostro teatro italiano era sempre uno scalo dell'arte
francese. Però la sua illusione abbacinava il pubblico, che intronato
dai critici gazzettieri, cominciava a credere nella nuova arte.
Allora due nuovi scrittori comparvero nell'arringo: un bozzettista, che
si fece poi viaggiatore: un novelliere, che salì fino al romanzo, De
Amicis e Verga. Al primo salto oltrepassarono tutti e nessuno li ha
ancora sorpassati. Quegli s'impossessò della fibra scossa dall'Aleardi,
ed ottenne un secondo trionfo di lagrime. Soldato formò dei soldatini di
piombo per il pubblico, che ne impazzì, perchè piangevano senza perdere
la vernice: li depose nel proprio libro come dentro a una scatola, e il
libro diventò una strenna. Tutti vollero averlo, la bottega dell'editore
fu messa a ruba. Ma nessuno di quei soldati era dell'esercito che aveva
fatto l'Italia, nessuno aveva la fibra dei veterani del trentuno,
nessuno l'impeto lirico dei ribelli del quarantotto, nessuno il
sentimento epico dei volontari del cinquantanove. Invano Garibaldi aveva
difeso Roma da tutta l'Europa, invano Lamarmora più tardi aveva salvata
la medesima Europa alla Cernaia, e le aveva per prezzo del servizio
dimandato l'Italia; invano tutti i villaggi erano clamorosi di soldati e
di racconti guerreschi, gli eroi ed i martiri caldi di entusiasmo e di
ferite: De Amicis invece di vedere e di ascoltare, aveva monturato i
versi dell'Aleardi, e ne avea fatti tanti soldati. Nullameno i paesaggi
salvarono le figure dei quadri, e la madre del figlio fu la più nobile e
fortunata risorsa dello scrittore. Verga più coraggioso e più acuto
sfiorò appena l'idillio e cercò il dramma. I suoi primi libri furono più
un ricordo che una scoperta, ma imitando gli altri finì per trovare se
stesso; e oggi, dopo un raccoglimento di qualche anno, ricompare più
severo e più italiano, mentre Fogazzaro tenta di oscurarlo colla sua
_Malombra_, Faldella vezzeggia ancora nei racconti, Barrili trova
lettori per le proprie immutabili favole, orlate della stessa immutabile
frangia di riflessioni; Capuana ne cerca per i suoi nuovi e piccoli
esperimenti naturalisti, e il Pratesi quasi ignorato ne merita.
Che se il romanzo aspetta ancora il proprio grand'uomo, il teatro ieri
ha perduto uno dei suoi migliori, che molti credevano tale, Cossa è
morto improvvisamente. I suoi primi saggi passarono inosservati, poi
diede il _Nerone_, e l'Italia che giustamente si era appena voltata
all'_Arduino_ del Morelli, ed avrebbe dovuto voltarsi al _San Paolo_ del
Gazzoletti, svenne quasi d'entusiasmo davanti a questo capolavoro di una
sera. I critici da giornale unirono in coro teorie ed applausi; si parlò
di arte nuova, di uomini, che sulla scena venivano dopo tanti secoli a
sostituire i personaggi, di una storia e di una vita, che uscirebbero
rinnovellate da quest'arte. I drammi successivi, per quanto poveri, non
valsero a smagare queste promesse, alle quali il poeta nella sua
contegnosa modestia non aveva forse mai pensato, e il nome e l'arte del
Cossa invasero pubblico e scena. Ingegno lirico senza profondità di
sentimento nè elevatezza di pensiero, invece di concepire un dramma
trovò spesso una scena, ve ne mise altre intorno, e lo fece; ma sempre
lirico ripetè le stesse figure o le stesse idee, sostituendo una
stampiglia ad un'altra, applicando alla storia la piccola pittura di
genere invece della grande pittura accademica. Se non che a forza di
impicciolire i personaggi, li fece quasi passare per uomini e credere
vivi, benchè campati nel vuoto e moventisi per una scena, nella quale
l'impero romano, reso con un processo di decalcomania, aveva appena il
valore di una ornamentazione da piatti. Come tutti i piccoli, che la
piccolezza inconsapevole rende temerari, affrontò tutte le epoche, si
attaccò a tutti i colossi, _Mario_ e _Nerone_, _Cleopatra_ e
_Messalina_, _Beethoven_ e _Ariosto_, _Giuliano l'Apostata_ e _il Duca
Valentino_, _alla repubblica di Rienzi_ e _a quella di Cirillo_,
mettendo sempre un'epoca intorno ad un individuo, come si mette la
paglia attorno ad un bicchiere, perchè non si rompa; poeta senza verso,
dopo che Foscolo e Manzoni avevano scritto i versi dell'_Aiace_ e
dell'_Adelchi_; drammaturgo senza potenza di evocazione; artista, che
del teatro aveva imparato la decorazione ed il macchinismo. Non avendo
fiato per le tragedie, credette di salvarsi chiamando drammi le proprie,
ma in questi drammi, ai quali la volgarità della forma avrebbe pur
sempre conteso l'esistenza, non seppe convenire le vere fisonomie
tragiche, le fatalità psicologiche o storiche, da cui solamente il
dramma si forma. Ma il pubblico ristufo dei gentiluomini apocrifi del
Ferrari si apprese ai romani falsi del Cossa, e contrapponendo per un
istante l'uno all'altro i due scrittori, li riunì come due amici nel
medesimo applauso. La fortuna di questi romani usuali ne attirò altri:
drammi e romanzi pullularono. _Tito Vezio e Spartaco_ tornarono col
Castellazzo e col Giovagnoli per mettersi il nostro sentimento moderno
sotto la loro tunica antica. Cavallotti, condannato dal destino alla
rivolta in politica ed alla imitazione in arte, per essere originale
seguendo il Cossa, andò in Grecia; ed egli, il poeta più sgraziato nella
forma, rappresentò il popolo più poetico della terra: non pensando che
scrivere una tragedia greca dopo Eschilo era una follia, e bisognava
chiamarsi Shakespeare o Goethe, perchè la follia potesse essere genio;
dopo Sofocle era un'imprudenza e bisognava essere un poeta come Foscolo,
perchè la profonda umanità del sentimento e la irresistibile bellezza
del verso la facessero perdonare. Ed invece parmi che a Milano l'_Aiace_
fosse fischiato la prima volta. Col Cavallotti si unì il Salmini,
ingegno rozzo, ma più forte; artista forse altrettanto scomposto, ma più
serio. Ed ora è morto egli pure. Poi fra tutti questi rantoli di
tragedie il Giacosa mise il riso gaio di una fiaba, che per un'ora
trionfò di tutto e di tutti; senonchè temperamento delicato e spirito
fine, salito trionfalmente dalla leggenda medioevale alla commedia
goldoniana, volle essere tragico, come i tragici, che aveva quasi fatto
dimenticare, ed allora il vincitore fu vinto. Ma col Giacosa avevano già
preluso il Martini ed il De Renzis tentando i proverbi; però, se il
primo valeva infinitamente più del secondo, nessuno dei due ricordò
nemmeno da lungi il Marivaux o il Musset: invece di cammei fecero delle
stampe, non furono abbastanza poeti per avere le perle, abbastanza
orefici per saperle legare. Quindi il Martini arrischiò il racconto, e
piacque; il De Renzis pretese al romanzo, e decadde.
E in questa catena di opere e di scrittori, che doveva legare il teatro
italiano moderno al teatro italiano antico, che l'Italia non ha mai
veramente avuto malgrado il Goldoni; nella quale Cossa colava il il
bronzo delle statue antiche, Ferrari la ghisa dei mascheroni moderni,
l'ultimo anello fu il solo, che non si rompesse sotto lo sforzo della
critica. Il teatro popolare, che colle radici piantate nel cuore del
popolo, fuori di ogni abitudine classica, prosperava più forse per un
rigoglio di natura, che per una coscienza artistica, trovò nel Gallina
il proprio instauratore. Il quale, giovandosi col tristo esempio del
Torelli, che aveva fatto accettare sulla scena il proprio dialetto
italiano, v'impose il vernacolo di Goldoni; il pubblico accorse,
applaudì, non osò sentenziare fra questo principiante e i decani, fra
quest'arte fresca e quell'arte decrepita, ma l'incertezza del pubblico
fu il maggiore dei trionfi, giacchè per la prima volta il pubblico si
trovava in faccia a del nuovo. Gallina aveva vinto, il teatro era nato:
ma siccome i bambini non divertono che per una mezz'ora, quelle sue
commedie, penetranti come un vagito e graziose come un sorriso, non
potevano, e non possono bastare alla vita di un teatro.
Nè questa guerra nell'arte fu solo di uomini, chè sull'orme di Sara e di
Ouida, due inglesi della colonia italiana, molte donne, che l'esempio
della principessa Trivulzio ed il più alto ancora della Lorenzi non
aveva scosso, entrarono in lizza. Ma siccome le donne, che pensano, sono
una rarità nel loro sesso; così le donne, che scrivono, debbono avere il
valore di una grande eccezione nel nostro: una scrittrice o è molto o è
nulla; le nostre non furono che troppe. In un secolo, al quale la Stäel
apre la soglia, George Sand illumina il meriggio, Giorgio Eliot
rinchiude le porte del sepolcro, la donna che vuol perdere il proprio
sesso, facendosi scrittrice, deve barattarlo con un'immensa gloria sotto
pena di fare un contratto altrettanto dannoso che ridicolo. Certamente
il pensiero non ha sesso, ma la sua è una fatica talmente maschia, che
le donne non possono sopportarla, o sopportandola, vi si snaturano.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta dirimpetto all'arte, che ha fatto
l'Italia.
Che cosa è il Nerone in faccia all'_Adelchi_? l'_Arduino di Ivrea_ in
faccia all'_Arnaldo da Brescia_? Che cosa sono i _Rossi ed i Neri_ del
Barrili in faccia all'_Assedio di Firenze_? Una volta i filosofi
italiani si chiamavano Rosmini, Gioberti, Romagnosi: l'ultimo scolaro di
quest'ultimo, grande quanto il maestro, il Ferrari, è morto ieri, e
nessuno se ne è avveduto. Come si chiamano oggi i filosofi d'Italia? Ho
letto Vera, e l'enormità di Hegel mi ha ispirato una calda ammirazione
per l'interpetre; Ausonio Franchi, che Michelet battezzò il primo logico
del secolo, si è ritirato dalla lotta; Augusto Conti, sentimento greve e
ragione leggera, scema l'imponenza dell'autorità e il prestigio della
poesia alla vecchia causa, che difende: Ardigò applica a se stesso la
teorica della evoluzione, e di canonico si trasforma in ateo; Bovio, una
nebulosa nella scuola, è diventato una nebbia nel Parlamento. E gli
altri? Messedaglia e Correnti hanno trovato per la loro scienza una
delle prose più belle del tempo; il Villari, spirito saldo ed acuto,
preludia vigorosamente nella critica e nella storia; il padre Tosti
mantiene il magnifico stile italiano di una volta, l'abate Fornari
incolla l'abate Cesari sull'abate Gioberti, il Minghetti risente del
Costa, il Tabarrini unisce al profumo dell'eleganza antica i sentori
della vita moderna, il Bonghi, mente vasta e profonda, prodiga
osservazioni e consigli talmente buoni, che nemmeno egli stesso sa
praticare. Chi dunque alza una bandiera, la quale raccogliendo tutti gli
sparsi manipoli, rannodi un esercito? Dov'è la lingua vera? quale è lo
stile vivo? Manzoni prima di morire si abboccò col Bonghi su questo: che
ne decisero dunque? Chi ha ragione, la piazza o la scuola, la tradizione
o la vita? Certo col linguaggio della scuola non si può esprimere tutto,
ma col linguaggio della piazza è altrettanto certo che non si è intesi
da tutti. E non per tanto lo stile è tutta l'arte, perchè in pari tempo
parola e frase, colore e disegno, ombra e luce, forma e sostanza. Quale
oggi di tutti questi giovani ribelli, che disprezzano il passato e i
passati, scrive una pagina come alcune del Tommaseo, o detta solamente
un periodo, che si riconosca fra centomila, e sia forse il più bello,
come uno qualunque del Mazzini? Profeta, apostolo e condottiero, la
missione e l'epopea della sua vita gli contesero di essere forse dei
primissimi fra gli scrittori del secolo, e non per tanto d'Italia fu il
più nuovo ed il migliore. Immaginoso come il Niccolini ebbe il calore
del Guerrazzi, colla fluidità del Manzoni e la precisione del Tommaseo:
italiano dei tempi futuri, sarebbe parso un contemporaneo agli italiani
del secolo d'oro, e nullameno le sue erano idee, alle quali egli primo
aveva dovuto trovare una formula italiana. Filosofo etico come Socrate,
non entra e non entrerà nella storia della filosofia del nostro secolo,
che si inizia con Kant, sale fino ad Hegel, ridiscende fino a Spencer;
ma se in lui la elevazione del sentimento superò quasi sempre l'altezza
del pensiero, la perfezione del suo linguaggio ispirerà sempre una
ammirazione malinconica, come se nella fiamma dello stile, col quale
doveva riscaldare tutto un popolo, egli gettasse, sacrificatore
disperato, colla sua vita di uomo la sua immortalità di artista. Ed oggi
il Saffi, modesto Aronne di questo Mosè, che ha potuto morire nella
terra promessa, conserva tuttavia nella devota interpetrazione del
recente evangelo un raggio di quella purezza, che l'anima sembra
comunicare alla parola, un residuo di quella efficacia nella frase, che
il maestro gli apprese scaturire dalla sincerità del pensiero e dalla
rettitudine della intenzione. Mazziniano meno ligio alla nuova legge, ma
che pagò col proprio esilio e col sangue dell'eroico fratello la fede
all'Italia, Giovanni Ruffini, del quale i giornali recano oggi la mesta
notizia della morte, dovette farsi inglese per vivere del proprio
ingegno e della propria gloria. La patria ingrata non lo conobbe che
tardi, e non mandò nessuna rappresentanza ai suoi funerali. Scrittore
del tempo eroico, quando lo scrivere era un combattere, egli parve dopo
artista altrettanto fine, ma la sua arte, sempre mazziniana
d'ispirazione, rimase ottimista, difendesse l'Italia o un'idea, sognasse
una patria od una virtù. E nullameno fu posposto al D'Azeglio ed al
Grossi, pei quali vi furono monumenti, oggi già più vecchi dei loro
libri già morti. L'_Ettore Fieramosca_ ed il _Marco Visconti_
contemporanei del _Dottor Antonio_ destarono un entusiasmo, che dura
tuttavia in rispetto, malgrado che il primo fosse una degenerazione dei
poemi guerrazziani, e il secondo rappresentasse la putrefazione del
genere Walter Scott, che Manzoni, con uno sforzo allora incompreso e
adesso ancora quasi incomprensibile, aveva alzato quasi sino alla
maniera del Balzac. Ed oggi, che i violenti attacchi del Carducci alla
lirica manzoniana hanno quasi reso di moda il disprezzo del grande poeta
e romanziere, che fu naturalista, per usare questa nuova parola, quando
solo Balzac lo era senza teorizzarne, e Zola sognava forse nell'utero
materno, si osano citare a modelli il D'Azeglio ed il Grossi, la nullità
del pensiero ed il lattime del sentimento: dai quali derivò la teorica
dei buoni libri, eretta a dogma dai manzoniani. Per essa la moralità
privata deve valere l'ingegno pubblico dell'autore, e la misericordia
delle intenzioni ogni altra qualità di fantasia e di sentimento, di
forma e di sostanza. Così la critica minuscola, ridotta dai giornali a
sacerdozio come l'arte, crea e distrugge le effimere riputazioni sui
giornali sbocciati. La grande critica tace: Settembrini, temperamento
storico ed ingegno sistematico, è morto: il De Sanctis, temperamento
poetico ed ingegno filosofico, dopo aver messo la psicologia a base
della critica, sostituì troppo spesso la intuizione all'analisi; quindi
i suoi ritratti diventarono teste, e le pretese lezioni di anatomia si
cangiarono troppo sovente in speculazioni metafisiche, nelle quali il
tempo storico era appena un colore, e il simbolismo dell'idea toglieva
quasi ogni significato alla varia composizione umana dell'individuo. Il
Carducci, lirico ed erudito, volle essere critico, e lo fu splendido e
forte come in tutto ciò, che ottiene sempre dalla sua volontà. Forse se
non il genio, poichè dei primi fra i primi del mondo, egli ha comune nel
secolo col Balzac la nobile ed incalcolabile energia della volontà,
colla quale coltivando instancabilmente il proprio terreno è arrivato a
farne un ricco giardino, sebbene la sua flora originaria non fosse nè
troppo varia, nè molto opulenta. Ma egli vi trasse semi da tutti i
climi, le palme dell'Africa e gli abeti della Germania, le rose della
Grecia ed i gazuma dell'America; vi educò la vite colla stessa
perfezione dei vignaiuoli francesi, amò l'edera e si compiacque ad
incoronarne le vecchie statue dissepolte, colle quali andava ornando i
viali. Ma nella critica preferì la necroscopia alla diagnostica, i morti
ai vivi, simile in questo al D'Ancona, che spinse la passione
dell'anticaglia fino alla ghiottornia dei più minuti particolari,
sprecando non si sa se più ingegno o dottrina; mentre il Zendrini, morto
da poco, scambiava la propria cultura per una capacità critica, e il
Massarani sdottrineggia ancora pigliando l'arte per la riprova di una
teoria morale, piuttosto che per una totale rappresentazione della vita:
il Trezza svapora in una fraseologia nebbiosa, il Franchetti
nell'Antologia oscilla fra il buon senso ed il buon gusto, il Nencioni
in articoli brevi e talvolta bulinati corregge l'influsso delle
letterature straniere sulla nostra, analizzando gli esempi che la più
parte invocano senza conoscere. Così, mentre la critica diventata
embriologia nel Bartoli studia con amore sapiente le origini della
nostra letteratura, e falsa o sdegna l'opera contemporanea, il verso che
tubava ieri coll'Aleardi, zirla adesso col Fontana, parla collo
Stecchetti, sorride col Panzacchi, stuona col Rapisardi, abbaia col
Cavallotti, novella col Giacosa, si libra col Zanella, esulta ancora col
Prati, crea col Carducci. Questi risuscita miracolosamente gli antichi
metri latini, e vince nella prosodia una battaglia combattuta
infelicemente da altri ingegni in altri secoli, ma il pubblico applaude
senza gustare: Rapisardi, invidioso della risurrezione, profana il
sepolcro dell'epopea, e ne trascina sulla piazza il cadavere purulento.
Quando alla vita scema lo splendore manca il rispetto alla morte: i
forti sono prudenti, i deboli sfacciati. E tra il Carducci e il
Rapisardi, un poeta ed un ingegno, Renato Fucini è ancora l'uno e
l'altro, sebbene il Porta gli sia ancora troppo al disopra e il Belli
ancora molto innanzi. Ma primo fra i nostri lirici viventi, il Carducci
pretende di essere l'ultimo nella storia e nella nostra lirica, poichè
essa muoia: e già la musica, questa lirica della lirica, agonizza.
Verdi, il superstite dell'immortale quadriglia, ricorregge colla mano
tremula le opere della giovinezza, come un vecchio capitano ama di
riforbire egli stesso la spada, che non può più cingere: il Boito ha
impiegato dieci anni a scrivere il _Mefistofele_ e riposa sugli allori
guadagnati contro il Gounod: il Gobatti, giovane e fortunato condottiero
dei _Goti_, ha d'uopo ancora di nuove battaglie e di nuovi trionfi. La
musica classica è quasi obliata malgrado il valore dei suoi tre ultimi
campioni, lo Sgambati, il Bazzini, il Rinaldi; nella piccola musica si
adora il Tosti, e si misconosce il Gordigiani, si chiedono romanze da
salone, le quali girino sulle casse dei pianoforti come tanti scarabei
luminosi, invece di libellule, che balzino nei raggi del sole e vi
scintillino. Così il canarino vince l'usignolo, e il profumo dei
fazzoletti copre l'olezzo dei fiori.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta alla sbarra del mondo e della storia.
Certo la grande questione pregiudiziale della lingua ha efficacemente
contribuito alla attuale miseria, epperò sorvolandola, penso collo Zola,
che la nuova lingua dovrà uscire dalla officina del giornale, se nella
scuola la tradizione contende il passo alla vita. Naturalmente occorrerà
un lungo processo, ma diggià sull'incudine dell'articolo quotidiano
qualche lamina viene superbamente battuta. La necessità di trovare un
nome per ogni nuovo oggetto ed una formula per ogni nuova idea,
egualmente compresa da tutti con uguale prontezza, ma specialmente uno
stile agile e nervoso, elegante nella semplicità della eleganza moderna,
colla fluidezza di un discorso e la correzione di un testo, predomina il
giornale. Fiume e cloaca, che raccoglie ogni rivo e ogni scolo, come
l'orchestra sognata da Berlioz, ha tutti gli strumenti e tutte le voci;
effimero ed immortale come la vita, ne ha la stessa unità multiforme; è
la forza più grande del nostro secolo, e ne sarà la gloria. Il giornale
è essenzialmente moderno. La lingua, che in fondo non è se non un
dialetto epurato, vi è in continua fusione; le parole vi si rompono e vi
si formano fra un rombo assordante, un lavoro minuscolo ed assiduo, al
quale cooperano migliaia di operai senza nome, mentre pochi direttori si
aggirano fra di loro, sorvegliando con orgoglio di padroni. Molti
articoli, che oggi si leggono già negligentemente, avrebbero fatto
strabiliare inserti nelle pagine di un libro di trent'anni fa. Nullameno
pochi sono ancora coloro, ai quali si possa riconoscere il merito vero
di stilisti, sebbene, come osserva giustamente il Martini, il
miglioramento nello scrivere comune italiano cominci ad essere
sensibile. Tra i primi il Martini stesso, il De Zerbi, il Panzacchi,
diversi di opinione e di indole; il primo forse ancora troppo toscano,
il secondo ancora scorretto, il terzo italiano veramente, più fino di
gusto e più forte di studi. Ingegno alato si posò dappertutto per
involarsi appena posatosi; nato oratore come pochi, poeta che potrebbe
tradurre nel verso più di una musica gentile, mentre tutti gli storpiano
in musica le sue delicate romanze; critico, pel quale nessuna musica ha
molti misteri, quella dei colori e delle note, della poesia e della
prosa. Egli è celebre ed avrebbe potuto essere glorioso, se la pagana
serenità del suo spirito, e l'ateniese indolenza del suo temperamento
fosse stata guasta da un solo vizio: la vanità. Intorno ad essi altri
molti vanno sorgendo, ma parlando di stilisti non posso citare nè il
Ferrigni, nè il Petruccelli della Gattina. Il primo, costretto ad una
moltiplicazione miracolosa di articoli, si sorregge collo spirito, come
gli operai estenuati si rinforzano coi liquori; il secondo discende
ancora nel giornale, come in un campo chiuso, a commettervi qualche
prodezza colla vanteria di un vecchio giostratore. Pensatore senza
sistema, dialettico senza metodo, artista senza forma, egli ha reso
quasi cosmopolita il proprio ingegno: conosce tutte le lingue, meno
l'italiana, ha difeso tutte le idee ed abbandonate tutte le opinioni. Ma
la sua fibra, che nè gli anni, nè le apoplessie poterono fiaccare, è
ancora della vecchia razza, che ha fatto l'Italia. Quando Petruccelli
della Gattina sarà morto, nessuno si accorgerà della sua perdita,
nullameno di tutti i giovani, oggi illustri, che piglieranno il suo
posto senza dirlo, nessuno vi porterà la stessa ricchezza di cognizioni
ed altrettanta forza d'ingegno.
E scioccamente i giovani letterati si lagnano ora della loro fortuna nel
popolo, giacchè la sorte non fu mai più lieta ai novizi. Quelli che
battono il teatro si dolgono perchè la società non abbia ben contornata
la propria fisonomia come in Francia, dove il salone uniforma costumi e
linguaggio, quasichè la società dovesse esistere per l'arte, e non
questa per quella; mentre nella stessa Francia i grandi scrittori, da
Balzac a George Sand, da Zola a Flaubert, cercarono i loro modelli fuori
dell'ambiente falso del salone, falsato ancora peggio dal Dumas e dal
Feuillet. Tutti gli altri del romanzo e del melodramma, del canzoniere e
della tragedia guaiscono sulla indifferenza crudele del pubblico, mentre
questi, che teme istintivamente la miseria della nostra arte, ne ricusa
la coscienza, ed è pronto ad acclamare delirando ogni più vaga apparenza
di grandezza. Applaude ancora al Ferrari: per dieci anni ha messo Cossa
sugli altari, ed oggi paga una sottoscrizione per erigergli un
monumento; si sollevò come un sol uomo alla marcia trionfale dei Goti,
ha imparato a mente tutte le canzoni dello Stecchetti, batte perfino le
mani ai greci di Cavallotti. Giammai vi fu epoca nella quale la
celebrità fosse più pronta, e la gloria più facile. Tutti i grandi sono
morti, tutti i seggi sono vuoti. Lo Stecchetti oggi è a fianco del
Carducci, come il Leopardi trenta anni or sono era a fianco del Manzoni.
Che se malgrado queste eccellenti disposizioni, cui la storia dovrà un
giorno trovare piuttosto ridicole, nessun nuovo nome sorge dalla folla,
si è che nessuno arriva nemmeno ad essere la larva di uno scrittore; e
quando non si tocca la vita è più spregevole che pietoso il lagnarsi
della immortalità. Muoia domani il Carducci, e dovremo per decoro di
patria augurarci che le Alpi, le quali non poterono mai trattenere
gl'invasori, trattengano la nostra letteratura dal commercio europeo.
Che avrebbero dunque esclamato questi pigmei, i quali implorano
istantemente il pubblico di farli grandi, poichè la natura non volle, se
invece di capitare oggi, che il minimo della statura nella leva è
diventato il massimo della statura nell'arte, fossero nati ottanta anni
or sono fra i colossi, che hanno fatto l'Italia, ed ella avesse detto
loro, come disse a Rossini, a Leopardi, a Manzoni: siate la mia gloria
in Europa, poichè io debbo con questa ricomprarmi la libertà; mentre la
Francia aveva Balzac e Hugo, la Germania Gian Paolo Richter ed Heine,
l'Inghilterra Dikens e Thakeray, la Polonia Mickiewitz, la Russia Gogol
e Puskin, l'America Pöe e Longfellow?
Se domani avremo una guerra, Cavallotti potrà essere il Petöfi, come lo
è stato il Berchet? Non sanno dunque costoro, che dopo la Grecia
l'Italia è artisticamente la più grande nazione, che l'Europa è il
continente più piccolo per la geografia, ma il più grande per la storia,
che l'America passa già dall'industria all'arte attraverso la scienza, e
che per rappresentare il pensiero di un popolo anche in un solo e nel
più piccolo dei momenti, bisogna essere ben grande, e quando non si ha
questo onore doloroso non bisogna commettere la sciocchezza di
augurarselo, o peggio la viltà di mentirlo? Quando Castelar combattendo
la elezione di Amedeo di Savoia a re di Spagna opponeva la storia
spagnuola alla nostra, conchiudendo ad ogni periodo del discorso col
pesante ritornello: siete piccoli! aveva torto; ma noi eredi di una
rivoluzione, che non avremmo mai saputo compiere, possiamo e dobbiamo
ripetercelo amaramente sul volto, perchè la prima speranza di un
risorgimento sta nella coscienza della propria prostrazione.
E ora che la natura ti ha ripreso dalla società, e il vento della steppa
t'invola ad uno ad uno i ricordi d'Italia, t'immagini tu come sia la
nostra coscienza nazionale? Mentre Garibaldi è ancor vivo crederai che
in noi sia spento il senso epico della nostra rivoluzione? Nullameno,
sventura od infamia, è vero. Quando Vittorio Emanuele morì
all'improvviso, parve che il cuore della nazione desse un balzo, e da
tutte le labbra rompesse un tremendo singulto: egli era l'Agamennone
della nostra Iliade, il simbolo più sintetico della nostra idea.
L'individuo non montava, e fosse stato pur pazzo, nullo come suo nonno,
o inferiore come suo padre, poichè con lui si era trionfato e in lui
s'incontravano la tradizione romana e l'italiana, il concetto dei
pensatori e la visione dei poeti: poichè aveva riassunto tutte le forze,
quella di Garibaldi e di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo: poichè aveva
fuso il regno di Piemonte con quello di Napoli, la repubblica di Genova
con quella di Venezia, il ducato di Milano con quello di Firenze; poichè
aveva riaperto Roma, chiusa dai papi al mondo civile; poichè infine
tutto quello che si era voluto, e che si era fatto, aveva dovuto passare
attraverso lui, come per un perno, che intrecciando i fili, torce la
corda; tutti coloro, che la miseria di partito non abbassava sotto il
livello del cittadino, dovevano convenire in questo simbolo, che uscendo
dalla vita per entrare nella storia, prendeva la consacrazione della
irrevocabilità. Cattolici e repubblicani, conservatori e socialisti,
l'unità italiana doveva imporsi a tutti ed essere accettata da tutti
come un campo, dal quale si erano scacciati i barbari e che restava
libero ed aperto ad ogni coltura. E parve che fosse così. Quindi una
voce, alla quale tutti risposero, invocò un monumento, che fosse
testimone eterno di un'ora già passata, ma che resterà una stazione nel
viaggio della civiltà. Si apersero sottoscrizioni, e tutti
sottoscrissero, poveri e ricchi, vecchi e fanciulli. La mente raggiava,
il cuore batteva. Ma quando il monumento dovè uscire dal sentimento per
concretarsi nell'idea e tradursi nella forma, nessuno più si comprese.
Le opinioni irruppero, i disegni fioccarono, le commissioni
moltiplicarono i pareri e i dissensi. Nullameno vi era una idea vecchia
di migliaia di anni, destinata a viverne altre migliaia, che era tutto
il nostro passato, in nome della quale eravamo risorti, perchè con essa
eravamo vissuti, perchè per essa il mondo aveva vissuto con noi. E
questa idea era il Campidoglio. Come ora fosse sconciato non caleva; il
Campidoglio era pur sempre il Campidoglio, il vertice più alto della
civiltà antica, il primo centro della unità mondiale, che l'idea
cristiana non osò occupare, e fece bene, poichè essa era un'idea
religiosa, e il Campidoglio è un'idea civile. Roma era stata
saccheggiata molte volte, distrutto il suo impero, ma nessuno di quei
barbari trionfatori aveva osato fermarsi sul Campidoglio e diventarvi
una statua. Se Giulio Cesare, al quale l'Italia deve ancora un
monumento, che le consacrerebbe il primato fra le nazioni, l'avesse
occupato, nessuno avrebbe potuto porsi al suo fianco: ma l'imperatore
Marco Aurelio vi è appena una decorazione, incomparabile artisticamente,
e senza storico valore. Perchè dunque tutti non hanno gridato: in
Campidoglio, in Campidoglio!? Perchè quest'idea non venne ancora in
mente ad alcuno? Perchè non si è sentita la necessità di riannodare la
nostra storia all'antica, mantenendo la grande tradizione romana, che
pure è la sorgente di tutta la vita moderna? Perchè rompere la serie dei
periodi nella eterna idea dello stato, abbandonando il Campidoglio, che
la repubblica di America ha dovuto copiare per ingrandire con questo
simbolo il proprio fatto? Perchè lo stato moderno non risale il
Campidoglio per provare alla chiesa la propria indipendenza, e al mondo
la eternità del loro dualismo parallelo e fatale? Rienzi, che sognò
forse primo la nuova Italia, morì sui gradi della scalea capitolina;
perchè Vittorio Emanuele, che ha riparato la sconfitta di quel vinto
sublime, non la monta, e mettendosi sul piedestallo di Marco Aurelio,
calmo altrettanto, non mostra al mondo che tutte le epoche storiche si
verificano solamente in Campidoglio, e che la libertà moderna per essere
immortale deve prendere il posto dell'antica?
Forse metteranno Vittorio Emanuele in una piazza recente di Roma; così
il rappresentante di tutta la nostra epopea sarà trattato come i
rappresentanti delle sue fasi, poichè Cavour, Mazzini e Garibaldi
dovranno egualmente occupare una piazza romana, ed allora col sentimento
epico della rivoluzione avremo perduto la coscienza della nostra storia.
E poichè ad ogni errore di testa, ne segue fatalmente un altro di cuore,
e quando la testa si annebbia, il cuore marcisce, si sono invitati
perfino gli stranieri al concorso per questo monumento, che costerà nove
milioni, come se si trattasse di una grand'opera decorativa e non di un
simbolo, che l'unità monarchica del fatto costringe nell'unità
individuale del re; mentre avvenuto colla unità repubblicana, il simbolo
avrebbe avuto una unità allegorica; come se a questo monumento, che noi
facciamo a noi stessi, perfino i manovali e la sabbia non dovessero
essere italiani.
Ed ecco, mio nobile esule, come la letteratura è prostrata in Italia,
perchè, figli di ribelli conquistatori, noi abbiamo questa ciera da
domestici, accattiamo originali da copiare nei libri e nelle leggi, e
antesignani nelle scienze e nella filosofia, nell'arte e nell'industria,
anche quando eravamo servi dello straniero, oggi liberi ed italiani non
abbiamo nè l'orgoglio del passato, nè la dignità del presente. Forse non
si è osservato abbastanza come i figli dei grandi uomini siano quasi
sempre al disotto della media, in contraddizione con tutte le leggi
biologiche: ma forse questo fenomeno, che dipende dall'enorme consumo di
forze, onde si distinguono le grandi vite, si verifica egualmente nei
popoli. Dopo la rivoluzione dell'ottantanove e l'impero napoleonico, due
immense combustioni di pensiero, la Francia fu esausta e cadde sotto la
restaurazione, un governo anche più piccolo nelle idee, che nei fatti;
ma la decadenza fu effimera, e i bambini nati a quell'epoca, composero
quella splendida fioritura d'ingegni, che va oggi morendo. La vita è
immortale, e le giornate del tempo sono senza numero: però ogni giornata
è chiusa fra due crepuscoli, e il nostro meriggio durò dal quarantotto
al cinquantanove. Forse i grandi scrittori, che dovranno mantenere la
nostra gloriosa tradizione sono già nati e tempestano nelle scuole
elementari: fors'anche qualcuno dell'avanguardia a quest'ora si dibatte
nei primi dolori del genio e dubita di se stesso, come tutti i forti.
Coraggio, incognito infelice! Al pari di te noi tutti provammo le
angoscie del dubbio e le ebbrezze della fede, delirammo di orgoglio e di
umiltà, nel nostro secreto ci credemmo gli ultimi ed i primi. Come tu
fra poco, avventammo il nostro libro primo nato, quasi uno squillo di
fanfara in un mattino di battaglia; ma noi ci battevamo sotto l'eccelso
monumento eretto dai nostri padri e la sua ombra agghiacciò il nostro
entusiasmo. Ci sentimmo piccoli e deboli. Come gli egiziani moderni, che
guardando le piramidi millenarie non hanno più nemmeno il coraggio di
alzare una casipola, e spiegano lungo le vie le stuoie per dormirvi, noi
scrivemmo articoli e bozzetti, romanze e canzoni, radunammo parecchi
materiali e finimmo per servirci sopra. Invano gli stranieri ci
derisero, invano i superstiti di quell'epoca gloriosa ci incuorarono:
colle forze ci venne meno la fede, ed allora ridemmo, perchè il sorriso
della incredulità cela spesso il sogghigno della impotenza. Chiunque tu
sia, che applaudiranno domani, tu sarai fatale a noi tutti, giacchè i
nostri abbozzi spariranno nelle tue opere, e i nostri nomi si perderanno
dentro il fracasso del tuo. Larve del diluculo noi spariremo all'alba;
manovali innominati, che ammassammo la sabbia ed i mattoni, moriremo
appena arrivi l'architetto del nuovo monumento. Questo è il destino di
tutti i deboli, che la natura dispone a gradini nella sua scalea, sulla
cima della quale non arrivano che i forti; embrioni compassionevoli, noi
vivremo nella vita del genio, che realizzerà la nostra forma, come tutti
i malati e gli incompleti vivono della vita che i robusti fanno alla
umanità.
Non ridere, incognito superbo, del nostro sogno, che tu dovrai attuare;
il nostro dolore è comico, il tuo sarà tragico, ma pur sempre dolore.
Allorchè un contadino montato sopra uno dei tuoi puledri russi, che qui
vincono tutte le nostre corse, ti recherà dalla città più vicina questo
mio nuovo libro, parmi d'intendere fin d'ora il tuo malinconico ed
amichevole: ancora! e ancora un errore, giacchè non è nemmeno un vero
quartetto! Ma non ti dolga troppo dei tuoi saggi consigli, poichè
l'effetto oramai ne è maturo. Entrato, tu sai perchè, in questa guerra
letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi: concepii un
disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato come tutti i
vinti, non scesi mai, nè scenderò alla scempiaggine della replica, alla
bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri sarà più fortunato,
perchè più forte: pochi più sinceri ed intrepidi. Poichè ogni pompa
dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno, ebbi l'orgoglio
della nudità del mio pensiero; dissi tutto, forse dissi male, però
dissi. Nella società due sole persone possono essere senza riguardi, il
lazzarone ed il principe, ed essendo liberi, sono forse i meno
sfortunati: lazzarone del pensiero, io volli essere pari al principe
nella libertà, e se le mie parole dovevano andare perdute, non compresi
perchè avessero ad essere menzognere.
Questo libro è il principio della fine.
Domani comincerò il _Sì_, e sarà l'ultimo della serie concepita dieci
anni fa. Tu ne conosci le idee, e ne indovini meco la sorte. Sarà la
suprema battaglia perduta, dopo la quale, anche essendo buon patriota,
mi sarà permessa la ritirata; la coscrizione non dura adesso che tre
anni, io ne avrò passati dieci sotto le armi. Un proverbio dice che una
bella ragazza non può dare più di quello che abbia, e gli scrittori
buoni o cattivi non sono in migliori condizioni; laonde raggiungerò
forse la tua vita di coltivatore, lasciando ad altri lo sfracellarsi
inutilmente il cranio contro le porte bronzee della gloria, o l'aprirle
validamente coll'appoggiarvi solo un dito.
I deboli tentando la prova sono eroici, ostinandovisi diventano
ridicoli. Forse, anzi senza forse, la prova è già fallita, ma la
costanza non è composta altrimenti della caparbietà, e non è facile nè a
chi le ha, nè a chi le giudica, il distinguerle nettamente.
A rivederci dunque.
Quando il tuo cavallo russo ti sprofonderà galoppando dentro la steppa,
e il tuo occhio si riposerà nell'infinito della pianura, e il verde
della terra e l'azzurro del cielo si fonderanno in una sola sensazione
entro il tuo cuore, in una sola idea entro il tuo cervello, ricordati,
se puoi, l'amico lontano, del quale la fantasia prediletta è sempre
stata di partire dal mondo sopra un cavallo nero, stellato sulla fronte.
È una fantasia senza significato, ma che mi appare sempre al pensiero,
nella stanchezza di una meditazione, o nella noia di una distrazione. Mi
sembra di vedermi innanzi il cavallo sellato, e di avere agli occhi il
deserto. Il cavallo è alto e leggiero, la criniera gli tocca i ginocchi,
la coda gli batte i garretti: è senza testiera, la sella è piccola, il
deserto è sconfinato. In sella adunque e al galoppo:
_Allons, capitaine, appareillons pour l'infini_
come urlava il marinaio di Baudelaire alla morte.
In sella ed al galoppo, ecco adesso la tua vita: a rivederci dunque,
nobile esule, a rivederci forse nella steppa, nel silenzio della natura,
nel deserto del mondo, nella solitudine dell'infinito.
OTTONE DI BANZOLE.
VIOLINO
Annottava.
Egli andò lentamente verso la scranna, sulla quale aveva posato il
violino; lo prese, ne saggiò l'accordatura, ed avvicinandosi un altro
passo alla finestra, senza rivolgere il capo, incominciò a suonare così:
Poichè siamo soli in questo gabinetto, mettetevi là, su quella poltrona,
ed ascoltatemi. Fra poco sarà notte: adesso il cielo è opaco come un
mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto su quest'ora del
vespro, quando tutto sta per sparire, e nulla è ancora scomparso? Vi è
mai sembrato di perdere in quest'ora la coscienza del mondo, e di
sentirvici come un pellegrino, il quale cammina alla ventura, distratto
dalla curiosità del viaggio, ma rattristato dal mistero del proprio
pellegrinaggio? Guardatevi attorno. Tutto questo bel gabinetto, di cui
ogni mobile è come un capitolo di romanzo o un canto di poema, nel quale
avete accumulato tutti i comodi della vostra eleganza ed i capricci
della vostra fantasia, non lo si vede quasi più; i colori della
tappezzeria sono periti, le forme dei mobili si sono dileguate. I
quadretti, che rivestivano addirittura le pareti, hanno perduto i
personaggi delle loro scene, e le statuette di Sassonia se ne sono
andate lasciando sulle scarabattole un mucchio biancastro di ghiaia.
Un'ombra di sotterraneo è sorta a poco a poco dagli angoli, come dai
canti più inesplorati del vostro cuore si sono forse sollevati dei
ricordi, e ha occupato tutto l'ambiente: la grande specchiera si è
spenta, l'orologio non batte più. Perchè non l'avete caricato, signora?
È da un pezzo? A qual minuto della vostra vita si è arrestato? Ve lo
ricordate nemmeno? È stato al minuto, che Mefistofele aveva promesso a
Faust, e al quale Faust non credeva? e voi, signora, più fortunata di
Faust, e più bella di Margherita, ci avete creduto? Quando il cuore, che
è l'orologio della nostra vita, si ferma, perchè l'orologio del tempo
seguiterebbe? Io non lo so se il tempo sia una forma vacua o una realtà,
nella quale si muova la nostra vita; non so se, come fu detto
anticamente, sia la misura del moto; ma se lo fosse, perchè non si
arresterebbe, quando la nostra vita si arresta sul vertice di un minuto,
dal quale abbraccia tutto il proprio paesaggio? Amore e ragione hanno di
questi minuti, sui quali arriviamo qualche volta, e dai quali
discendiamo come dalla cima di uno scoglio nell'oceano, mentre i mostri
marini ci seguono colla gola spalancata e le rondini tessono sul nostro
capo cogli ultimi raggi del sole il velo ondeggiante del loro volo.
Cantare coll'usignolo o volare colla rondine, ecco un destino. Quando il
sole è partito per un altro mondo e la luna galleggiando per il cielo,
come un avanzo di naufragio sulle onde, dà una fisonomia di ammalato al
paesaggio, allora l'usignolo canta invisibile nel fogliame. Egli è solo.
Nel giorno tutti ciarlano e si muovono. Egli ha aspettato il silenzio di
tutti per il proprio monologo, al quale non chiede e non spera risposte.
Il suo canto vario ed inesauribile ha l'accento di tutte le passioni e
l'eco di tutti gli accenti. Fra gli accordi più pigri di una
fantasticheria, a volta a volta getta una invocazione così ardente ed
acuta, che traversa il silenzio della notte, come in fondo all'orizzonte
un lampo di calura solca la tenebra dell'infinito. Egli si ascolta e si
risponde: può darsi che ami, ma siate sicura, non ama che l'amore. Non è
vero che richiami la propria compagna e la inviti alle nozze notturne
sotto i raggi della luna e le esalazioni dei fiori. La sua è una poesia
più vasta e più alta, il suo canto un romancero, dove gl'inni svolazzano
fra le elegie, e lo strambotto interrompe spesso la modulazione
cadenzata di una saffica. Come un poeta seduto sulle macerie di una
morta città egli canta nel silenzio e nel deserto: attinge in se stesso
l'ispirazione, trova nel proprio cuore le ragioni di essere mesto od
allegro, e mentre la vita gli passa innanzi coi suoi mille problemi e le
sue mille contraddizioni, egli le coglie a volo, e le libera nuovamente
in un trillo o in una corona. Solo come tutti i grandi spiriti, non gli
basta la solitudine e cerca il secreto; si nasconde nell'albero più
foglioso, nella macchia più bruna, canta tutta la notte, e all'alba,
quando tutti si ridestano, cerca un fitto anche più cupo e si nasconde.
L'arte è così. Che cosa farebbero nel mondo dei lavoratori la poesia e
la musica? Avete mai osservata la luna a giorno alto? Invece di un astro
pare un cencio, un avanzo di quegli aquiloni di carta, che i fanciulli
lasciano di marzo salire nel cielo. Ma anche il giorno ha il suo poeta,
piccolo e a bruno come tutti i poeti del nostro secolo. Perchè mai nel
nostro secolo la poesia è così triste mentre la vita è così florida?
Forse l'usignolo ha ragione, o signora; la poesia ha bisogno della
notte, come la musica del silenzio. Guardate il poeta del giorno come
sta in alto. Ve l'ho detto; è vestito a bruno e non canta; appena appena
incontrandosi con qualcuno scambia un saluto sommesso, come gli avvisi
dei barcaiuoli pei canali di Venezia. Ma invece di cantare vola sempre.
Le sue ali sono come due remi, la sua coda come la barba di Mefistofele.
Non scende a terra, perchè se vi scendesse, non potrebbe più alzarsene:
ha le ali troppo lunghe. Vi sono molti, signora, che non possono stare
per terra, vi cresca la polvere od il fango, e una volta precipitativi,
debbono morirvi di fame guardando in alto. La rondine vola. Essa è
libera; il falco non è abbastanza agile per raggiungerla, il cacciatore
quasi sempre troppo superbo per tirarle contro. E la rondine vola dalla
mattina alla sera, quando l'aria è ancora umida dalla rugiada della
notte, quando bolle nel meriggio, quando ondula al vento del vespro:
vola sempre, s'innalza a picco, si abbandona strisciando, si libra e
volteggia, si arresta e si disserra, destreggia e precipita, si piega
sopra un'ala come una gondola, sopra un fianco, parte per lungo viaggio
e ritorna, leggiera ed instancabile, muta e bruna, a stormo e sempre
sola. Ed è sempre allegra. Come l'usignolo è inesauribile nel canto,
essa è infaticabile nel volo: l'usignolo canta perchè è il poeta della
notte e del pensiero, essa vola perchè è il poeta del giorno e
dell'azione. Solo il vespero è senza poeta. L'allodola, che trilla così
lieta al mattino, si è già riparata nel nido, la cicala ha mandato il
suo ultimo saluto al sole, e i grilli attendono forse le lucciole
nascoste nel grano. È l'ora dell'agonia, sentite la campana che
l'annuncia. La sua voce lenta e solenne si perde nell'ombra come la
vita, ma i suoi rintocchi sono contati come gli ultimi minuti del
morente. Fra poco cesserà, l'aria sarà più fosca, e i morenti saranno
morti. Avete mai pensato che questa stessa campana annunzierà forse la
nostra morte? Voi siete bella, siete bionda, siete fresca: i vostri
occhi scintillano come un lago, il vostro cuore olezza come un giardino:
non vi ricordate di quando eravate bambina, non vi rammentate più che un
giorno non sarete più donna? Eppure, signora, non vi è meriggio senza
ombra, per quanto intenso ed abbagliante: sul mare si disegna l'ombra
delle navi che viaggiano; sul deserto si stampa l'ombra degli uccelli
che migrano. Ma voi siete troppo felice nella vostra bellezza, e la
felicità è gemella dell'obblio. Quanti uomini di quelli, che passandovi
innanzi, si sono inginocchiati ai vostri piedi come ad una immagine
miracolosa, vi ricordate, signora? Molti forse vi hanno amato, e coloro,
che parlavano meno, vi amavano di più. Viandanti stracchi o scoraggiati
si accompagnarono con voi per qualche miglia; non so se tutti erano
belli, ma tutti avrebbero voluto esserlo per accompagnarvi sempre. La
loro anima era forse carica di speranze morte, il loro cuore un nido di
desiderii neonati: viaggiatori giovani o vecchi, col raggio dell'alba o
coll'ombra del vespero sulla fronte, guardavano verso di voi come al
sole, che è la guida di tutti i pellegrini, l'astro di tutti i viventi,
il focolare di tutti gli assiderati. Lungo la via senza meta e che
bisogna pure percorrere, il solo piacere è di fermarsi sopra una pietra
miliare all'ombra di un albero e barattare con un compagno i discorsi
lenti e malinconici del viaggio. Poi si prosegue per la strada
polverosa, nella quale il vento cancella le orme, e i passeggeri non
cessano mai. Dove vada tutta questa gente, nessuno lo sa, ma tutti fanno
la medesima strada per cadere ad un'ora misteriosa in uno dei suoi
fossi, e restarvi. Forse molti di coloro, che vi offersero il braccio,
vi sono già caduti, e voi non ricordate nemmeno il loro nome: molti
proseguiranno in gruppo per dimenticare nel chiasso di una conversazione
la faticosa necessità del cammino, o avranno a braccio un'altra donna e
le ripeteranno le stesse parole, che vi dissero un giorno. Il vento
della sera si è alzato e susurra fra gli alberi del giardino. Sentite
come i grilli canticchiano e i gelsomini odorano. Il gelsomino è il
fiore della notte; nel giorno o è chiuso o avvizzito, o morto o non
nato: aspetta l'ombra per schiudersi, il fresco per olezzare. Allora
tutti i suoi bottoni sbocciano e come l'usignolo apre il concerto dei
propri odori. Gl'insetti randagi del giorno dormono nell'erba, gli
uomini sono ricoverati nelle case. È per la delicatezza del suo odore, o
per la singolarità di non odorare se non la notte, che ne avete fatto il
vostro fiore prediletto?
Certo la donna non è mai più bella che nella notte, perchè l'amore cerca
le tenebre ed il riposo, l'olezzo e la voluttà. Una volta ho veduto un
gelsomino sul vostro tavolo da notte e non me lo sono più dimenticato.
Una folla di rapporti fantastici fra il suo colore ed il vostro, fra il
vostro alito ed il suo, mi occupò istantaneamente lo spirito; poi vi
chinaste a respirare il suo profumo, e mi parve che gli diceste qualche
cosa. Era una confidenza? Non lo so, e nullameno la compresi. Il
linguaggio non ha centomila espressioni, delle quali la migliore non è
certo la parola? Tutto non parla nel mondo? L'universo non è come un
discorso, nel quale ogni individuo rappresenta una sillaba? La
solidarietà misteriosa, che unisce tutti i viventi, non lega forse le
loro voci, e non sarebbe strano, che mentre tutti si scaldano al
medesimo sole e respirano la medesima aria, non parlassero un medesimo
linguaggio, e non componessero un coro? Se invece di restare in questo
gabinetto discendessimo in giardino, come voi udite senza avvertirla la
voce del grillo, egli udrebbe senza badarvi la mia, ascoltando la voce
di qualche sua compagna. Fra la moltitudine degli effluvii e dei
discorsi ciascuno sceglie quello che gli si indirizza, e vi risponde; ma
la sinfonia, che risulterà inevitabilmente dall'accordo di tutte le voci
e dalla innumerevole partitura di tutti gli strumenti noi non possiamo
sentirla più del moscerino, che ronza, o del bue, che mugge. Se vi fosse
una montagna, dalla cima della quale abbracciare tutto il paesaggio
della terra ed intenderne il concerto infinito, v'inviterei meco a
salirla, e fosse pure alta o scoscesa, vi terrei sempre per mano
ripetendovi: salite! Quando l'aria diventasse troppo rada, per impedirvi
di accorgervene, vi direi: guardate come la luce è pura! Se l'altezza vi
desse le vertigini, vi mostrerei la cima, ripetendovi: salite! Se il
freddo vi gelasse la fronte, allora forse, solamente allora oserei
dirvi: non sentite, signora, come la mia mano brucia nella vostra! E
saliremmo: l'aquila vi vedrebbe senza paura passare rasente il proprio
nido, perchè voi, signora, avete la più dolce fisonomia di questo mondo:
dalla vetta di un pinacolo il camoscio ci indicherebbe con un fischio il
sentiero più sicuro e più breve; la rosa delle alpi, questo mistico
fiore, che vive di neve e di sole, di bianco e di azzurro, tremerebbe di
confusione vedendovi, perchè voi siete più bianca della sua neve, perchè
i vostri occhi sono più azzurri del suo cielo, perchè i vostri capelli
sono più biondi del suo sole. E saliremmo sempre: gli abeti bruni come
la folla degli uomini ed egualmente clamorosi stormirebbero al basso; i
ghiacciai arderebbero in alto con un incendio di colori e di scintille,
di raggi e di baleni. Non vi pare che sarebbe una bella ascensione?
Talora guadagnando un monte si guadagna un cuore. Invano la montagna
sarebbe levigata come uno specchio o irta come una lima: le nostre mani
avrebbero una presa più fina di quella di una mosca, e più forte di
quella di un artiglio: io vi farei arco delle spalle e vi ripeterei
sempre: avanti, excelsior! Se ci siamo alzati più in su dell'aquila,
saliamo ancora, perchè i raggi della luna si posano dove non arrivano i
piedi dell'aquila, e i raggi discendono invece di salire: il sole passa
al disopra della luna, le stelle migrano al disopra del sole, il
pensiero vola al disopra delle stelle, Dio sta al disopra del pensiero.
Ormai tocchiamo la vetta; salite meco e fidatevi, perchè ho giurato di
riaccompagnarvi nel mondo quale ne siete uscita, e la mia parola è
sicura come voi siete bella.
Poi arrivati sulla vetta mi sederei ai vostri piedi e guardandovi negli
occhi vi direi: eccoci giunti, o signora; chinate pure lo sguardo ed
ascoltate la musica, che si innalza fino a noi coi vapori attratti dal
sole. I vapori ricadranno in pioggia, ma la musica svanirà lentamente
nel silenzio dell'azzurro. Benchè soli come Satana e Cristo, non temiate
che vi tenti. Il mondo non parve bello al Nazareno, poichè il mondo non
è bello se non da vicino come tutte le piccolezze: da questa cima i suoi
imperi fanno appena una macchia di paesaggio e le sue più enormi città
un mucchio di ghiaia. Siamo soli, signora, ma talmente in alto che non
ci resta più che l'orgoglio dei nostri cuori, e la serenità dei nostri
pensieri. Non vi sentite più grande così? Ma se credendo alla mia parola
e accettando la mia mano acconsentiste a seguirmi su questa cima così
perigliosa ed eterea: se almeno questa volta desideraste ciò che
desiderai, voleste ciò che volli, faceste ciò che feci, qui
nell'azzurro, che le nubi non hanno mai contaminato, dove l'aria non
svia più i raggi del sole, e nessuno ci ascolta, perchè gli uomini sono
troppo in basso e le stelle troppo in alto; questo secreto che porto da
lunghi anni come una luce nella mente, come un tesoro nel cuore, come
una catena alle mani, sul quale avete tante volte soffiato e non si è
spento, nel quale cacciaste tante volte le dita gettandone all'aria le
perle e non è scemato, sotto la quale i miei polsi hanno tante volte
sanguinato strappando, e non l'hanno rotta... ve lo dirò, qui, solo,
senza lagrime, senza parole, con uno strido acuto, supremo:
Ah!
Il cantino si è rotto, signora, ma un violino come una barca non si
arresta per la rottura di una corda. Poichè siamo soli in questo
gabinetto mettetevi là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. Oramai è
notte: il cielo è opaco come un mare e silenzioso come un deserto. Avete
mai riflettuto a questi due infiniti, che rinchiudono l'orizzonte
creandolo? Eppure l'orizzonte è la cornice di ogni quadro. Nella
indefinibile unità del suo colore trema una confusione di tinte
indefinibili. Da lui il zaffiro ha preso il turchino, lo smeraldo il
verde, l'ametista il violetto, il topazio il biondo, il rubino il lampo
sanguigno, la perla il pallore, l'opale le iridi; voi, signora, lo
splendore e la mobilità, la leggerezza e le nuvole. — Fatti un abito di
taffetà, poichè la tua anima è cangievole come i suoi colori — disse una
volta Shakespeare ad una donna, ed ella forse gli rispose con un sorriso
più ricco di espressioni, che non di tinte il taffetà. Riso e sorriso,
ecco la vita, signora. Se il sole fosse così bello, perchè gli uomini
avrebbero inventato gli ombrelli, e Dio ne avrebbe loro suggerita l'idea
colle nuvole? Se il cielo ci fosse destinato, perchè gli avrebbero
negato l'aria, rendendolo sordo? Se il genio non fosse una colpa, perchè
sarebbe costantemente infelice, e se l'amore non fosse una brutalità,
come tutti gli animali vi si accorderebbero? La poesia è una noiosa
menzogna, e la prova ne sta in questo, che le signore vi si annoiano.
Invano si è voluto spiegarlo col paragone del flauto, il quale della
musica, che gli fanno suonare, non sente se non la incomoda ripienezza
del soffio, giacchè nella poesia dell'amore, chi dei due sia
l'istrumento, se l'uomo o la donna, si debba ancora sapere. E poi gli
strumenti non si giudicano sempre con facilità. L'asino non è mai
passato per un eroe, e nullameno colla sua pelle si coprono i tamburi, e
coi tamburi si indicono le battaglie. Le pecore, che belano così poco,
benchè il belato sia uno dei linguaggi più facili, prestano le loro
viscere ai violini, che se ne fanno le corde. E quando un grande
suonatore vi suonerà un pezzo di Beethoven, o io stesso col singhiozzo
nell'anima vi parlerò col mio violino per dirvi così tutto quello, che
non oso; e voi forse cesserete per un istante di sorridere — le mie
lagrime saranno forse sincere, ma i miei lamenti saranno di un altro
povero morto: voi non potrete ancora comprendermi, ed io sarò un pazzo,
perchè bisogna essere pazzo per sperare che una budella esprima ciò cui
non basta una lingua, e una corda possa altrimenti giovare che ad
impiccarsi. Se i Romani avessero conosciuto il violino, forse vi
avrebbero fatto le corde con budella di schiava; e chissà se non fossero
stati migliori dei nostri, e la storia dell'arte non vantasse uno
Stradivarius di più. Come le lettere avevano gli schiavi per i
dizionari, la musica avrebbe avuto gli schiavi per gl'istrumenti; la
scienza, compiacente come sempre a tutte la tirannie, avrebbe forse
trovato nelle fanciulle circasse la fibra migliore per i cantini; e voi,
signora, ascoltandoli avreste sorriso come adesso col vostro bel sorriso
di corallo, perchè il corallo è colore di sangue. Riso e sorriso, ecco
la vita. Il sole fa sorridere le labbra delle nuvole, che avventano la
folgore, come le goccie di rugiada, che incoronano le rose: le stelle
sorridono di tutti i miopi, che le puntano coi telescopii, e ridono di
tutti i ciechi, che piangono non vedendole: i vecchi sorridono dei
giovani, che hanno la saggezza di essere folli, e i giovani ridono dei
vecchi, che hanno la follia di essere saggi: il credente sorride
dell'ateo, che ha la sventura di essere solo in questo mondo, e l'ateo
ride del credente, che avrà la disgrazia di essere male accompagnato
nell'altro. Riso e sorriso, che mostrano sempre i denti, perchè dopo il
bacio vi è quasi sempre il morso. E voi, signora, preferite mordere o
baciare? Forse l'uno e l'altro, forse baciare quando vi mordono, e
mordere quando vi baciano, per contraddire sempre, perchè la
contraddizione è il primo sintomo della forza e il primo beneficio della
libertà. Se così non fosse, perchè i piccoli negherebbero sempre i
grandi, e le donne avrebbero sempre ingannato gli uomini? Poichè la
contraddizione è l'essenza della vita individuale, l'amore, che la
perpetua, è costretta a servirsi egualmente del bacio e del morso. Solo
negli animali morde il maschio, e negli uomini la femmina: variante
misteriosa, che indica forse negli uni il pudore di quella, e negli
altri la debolezza di questo. E poichè la debolezza conduce spesso alla
tirannia, gli uomini dopo i ginecei inventarono gli harem, come dopo il
vino i liquori; invenzione sciagurata, che toglieva la conquista
all'amore, ed impediva il bacio per evitare il morso. L'amore ha d'uopo
di libertà, come la luce di ombra per produrre il colore; giacchè non è
vero che l'ombra sia nemica della luce, come afferma Mefistofele, e
dovesse appiattarsi nella profondità dei corpi, quando raggiò la rivale.
Non è vero che quando il sole discende dal suo carro di gloria, per
mescersi famigliarmente colle stelle, essa ricompaia e ricopra
astiosamente l'universo; e non è vero che nel principio fossero le
tenebre, e che alla fine saranno le tenebre. L'ombra invece è innamorata
della luce e la segue dappertutto. Mentre i colori si posano ovunque
scintillando, osservate come l'ombra si sdraia voluttuosamente sotto a
tutti i corpi, e col proprio contrasto raddoppia la loro vivezza: quando
il meriggio discende, l'ombra si allunga, sale per lo stelo dei fiori,
per il tronco degli alberi con una leggerezza amorosa, e li avvolge nel
proprio vapore; come voi, signora, avrete molte volte riposto negli
astucci i brillanti, che ad un ballo vi avevano fatto prendere per una
bella notte stellata. Non è vero che l'ombra detesti la luce, e la
menzogna sia nemica della verità, giacchè non si bacerebbero così spesso
sulla medesima bocca e con tanto trasporto. Avete mai veduto due gemelle
vestite con altrettale eguaglianza? Se la verità è il sole della vita,
la menzogna ne è l'ombra; e per la strada del pellegrinaggio, quando la
fatica ci ha affranti e la polvere riarsi, l'ombra di un albero è pure
la sola speranza ed il solo ristoro. Che sarebbe di noi tutti, se
costretti alla verità, dovessimo sollevare sempre il velo sulla cuna
delle nostre intenzioni, o alzare il coperchio sulla tomba dei nostri
ricordi? Se io dovessi confessarvi tutte le ragioni, perchè m'incanto a
guardarvi, e voi tutte le altre, perchè vi lasciate guardare? Poichè i
costumi sono la gentilezza delle nazioni, i complimenti sono la bontà
degli individui: ma, come il bello ideale nella pittura non è che la
correzione del brutto nel vero, il buono ideale nella vita non ci viene
che dall'oblio volontario del cattivo. Mentite dunque, signora, poichè
la misura della bontà consiste nel bene che si prodiga, e la natura
diede per noi alle donne la menzogna e la bellezza. Profondete gli
sguardi ed i sorrisi, i giorni e le notti; gettate a piene mani speranze
e soddisfazioni, ricordi ed oblii; sminuzzate l'amore per moltiplicare
gli amanti; invece di essere un sole immobile nella vanità della propria
mole, siate la cometa, che vaga per l'empireo, ed ha un saluto per tutte
le stelle. Bella come la primavera, siate così piena di grida e di
fiori, abbiate la foga dei suoi balli, dei suoi canti, la sua gioventù
eterna, che dà poco e si contenta di meno, ma che colora e profuma,
accorda e solleva, scorazza e non fugge. Poichè tutto è menzogna nella
vita, mentite voi pure, signora; mentite come mentono il pianto del
bambino, che finge di arrivare fra noi dal cielo degli angeli, e il
pianto del moribondo, che è sicuro di ritornarvi: come la povertà, che
ha il medesimo sole della ricchezza, la ricchezza, che ha le medesime
malattie della povertà; la scienza, che non sa nulla come la religione;
l'arte, che ha tutti i difetti della vita, la vita, che ha tutte le
impotenze dell'arte. Mentite pure se tutto mente; la gioia, che esagera
se stessa per affliggere l'invidia; il dolore, che si macera per
desolare la pietà; la pietà, che offrendosi ad ognuno, non si dà mai per
riserbarsi a tutti; l'imbecillità, che si arroga i diritti del genio; il
genio, che nell'amarezza della propria vanità si dichiara imbecille.
Bisogna pur mentire, signora, per essere amabili, e lasciarsi ingannare
per essere felici. Che importa la fine? Vi è forse una fine? Riso e
sorriso! ma sorridendo, aprite tanto le labbra, che vi si possa gettar
dentro un bacio, e spalancando le braccia, badate di chiudere gli occhi
come la carità, che è la prima di tutte le virtù. L'elemosina consola
più il ricco che il povero, perchè quegli non dà che il superfluo,
mentre questi non riceve nemmeno il necessario; la fede giova più
all'incredulo che al credente, poichè il primo vede sempre il secondo
nella pania delle sue stesse sciagure; la speranza frutta meglio a chi
la dà che a chi la raccoglie, giacchè l'uno ne è il padrone e l'altro ne
è il servo. Vedete bene, signora, che nella nostra divisione la
giustizia ha dato a voi tutto, e a me solamente il resto, a voi un
palchetto di prima fila, e a me un posto nell'orchestra. E quando voi
apparivate e tutte vi guardavano, io ero laggiù talmente lontano, che
nemmeno il vostro pensiero poteva raggiungermi. Allora non so cosa mi
accadesse nell'anima, ma, come se una bufera mi si scatenasse nel
cervello, mi sentivo dei lampi dentro gli occhi e dei sibili alle
orecchie. Quindi riafferravo disperatamente il violino, e mentre tutta
l'orchestra reboava, e la luce dei mille fanali sembrava incendiare le
decorazioni della scena, solo, senza più vedere nè intendere
ricominciavo delirando a suonare. Nella effimera onnipotenza di
quell'impeto, mi pareva che il mio violino coprisse tutti gli altri, e
le sue note mi turbinassero sulla testa come tante faville e sopra un
vulcano. Ogni crina del mio arco aveva la potenza di una corda, ogni
corda dell'istrumento la sensibilità di un viscere vivo. Io stesso
vibravo per ogni fibra, ma innalzandomi al disopra di tutta l'orchestra,
vedevo la vostra dolce figura salire sempre più in alto, come camminando
la notte per un bosco si vede la luna scavalcare ad una ad una tutte le
cime degli alberi. Poi la visione mi si cangiava: ero nella tenebra, un
vento gelato mi soffiava sulla fronte, le corde mi si irrigidivano sotto
le dita come le gomene di una nave. L'ultima raffica strappava la vela,
l'ultima onda di canto sommergeva il ponte, l'ultima stella spariva
dietro le nuvole, l'ultima speranza cadeva sul cassero come un gabbiano
sbattuto dalla tempesta nella alberatura: l'ultimo atto era finito, e la
gente se ne andava. Io solo era rimasto nell'orchestra, voi sola eravate
seduta nel palchetto. La lumiera salendo squarciava il zodiaco dorato.
Allora un'orribile tentazione di suonare, perchè vi voltaste, mi
artigliava il cuore: senonchè le dita, raggrinzite convulsivamente sulla
tastiera, non sapevano più scorrere; e voi mi rivolgevate indolentemente
le spalle. Finalmente ero rimasto ultimo nel teatro, io, che era
l'ultimo anche fuori. Essere solo non è forse essere l'ultimo, come
essere primo non significa essere solo? E questa giustizia mi faceva
ridere di un riso muto, di pazzo, che invece di muovere la bocca agita
le mani, e brancola, stritola, coi polmoni gonfi, il cervello in fiamme,
il cuore che gli urla, tutte le fibre tese, vibranti come tante corde,
che si romperanno ad ogni scoppio, perchè anche le corde si schiantano:
Ah!
La seconda corda si è rotta, ma una suonata come una impiccagione non si
sospende per la rottura di una corda. Poichè siamo soli in questo
gabinetto, restate là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. È notte. Il
cielo si è fatto buio come un mare, e silenzioso come un deserto. Avete
mai riflettuto, voi, che sarete stata per tanti il loro più grande
pericolo, ai pericoli del deserto e del mare, dei miraggi e delle
sirene? Eppure nessun miraggio ha il fascino dei vostri occhi, e nessuna
sirena la soavità della vostra voce. Quando tutti vi hanno detto che
siete bella, lo avete saputo solamente allora, e quindi troppo tardi per
ricordarvi dei primi, troppo tardi ancora per ringraziare gli ultimi?
Perchè, se il genio si ignora spesso, la bellezza si conoscerebbe
sempre! Volete che vi descriva col mio arco, come il pittore lo oserebbe
col pennello? Non ho più che due corde, ma noi pure siamo in due, e se
fallo, voi ne avrete sempre una per sferzarmi, io quell'altra per
punirmi. Lasciatemi provare, e se vi conosco più della gloria, che non
ho ancora raggiunto, non vi dispiaccia di ascoltarmi. I vostri capelli
d'oro, biondi come l'oro della sua aureola, sono più lunghi del mantello
incantato, sul quale essa vola sempre dinanzi agli avvenimenti.
Quantunque neri più che l'ombra di un sepolcro, i vostri occhi
risplendono come una fiamma; nessun fiore è più colorito del vostro
sorriso, nessun frutto forse più sapido della vostra bocca. Leggiera
come una rondine e forte come un falco, il vostro volo ha la grazia di
uno scherzo e l'impeto di una minaccia; ma come l'orizzonte, del quale
avete preso la leggerezza e le nuvole, siete inafferrabile e mutevole. I
profumi vi attirano, i colori vi innamorano: vi ho veduto sulle vesti
tutte le tinte dell'iride, vi ho odorato sulla testa tutte le fragranze
della terra, dai sentori acuti del tropico agli olezzi morbidi delle
serre, dalle essenze sapienti del lambicco agli olezzi morbidi del
deserto. Ho veduto la vostra testa sorgere da un abito di raso bianco,
coi capelli bagnati di stille, che erano perle, come una rosa delle alpi
spunta sulla neve: vi ho veduta più pallida nel rosso che eccita i tori,
più candida nel bruno che adombra la morte, più florida nel giallo che è
il colore della ricchezza. Ho veduto il vostro collo rifulgere come
quello di una colomba fra i bagliori dei brillanti, e sanguinare come
per un colpo di ghigliottina fra le gocce dei coralli. Talora i vostri
abiti avevano la fluidezza di un velo, tal'altra i panneggiamenti duri
del marmo; il velluto vi cadeva attorno colla pesantezza di un
cortinaggio; la seta vi rideva addosso con una gaiezza scoppiettante ad
ogni più piccolo moto: i merletti vi gettavano un'ombra diafana, come i
loro ricami, sul seno e sui polsi. Quando camminavate, tutta la vostra
persona si animava; i vestiti le si drappeggiavano sopra con un
discernimento da artista; seduta, avevate delle pose da regina e da
tigre, da statua e da sogno. Il vostro piede piccolo, ma fatto per
calpestare tutto ciò che gli altri ammirano, le pellicce e i mosaici, i
fiori e gli affetti, si posava dovunque egualmente imperioso; la vostra
mano, sempre molle e profumata, esprimeva il torpore terribile di un
agguato, come la stanchezza soave di una carezza: facevate dei dialoghi,
che parevano soliloqui: avevate dei silenzi, che somigliavano ai
dialoghi, distrazioni che occupavano tutti, attenzioni che distraevano
ognuno. Ricordo per gli uni e speranza per gli altri, lodata in pubblico
e calunniata in secreto, amata colla veemenza del corpo che esige e
coll'impeto dell'anima che invoca; secreto che tenta, contraddizione che
punge, mistero che arrovella, eravate allora, come adesso, una eccezione
senza regola; una signora bianca e bionda, nobile e fine, delicata ed
infrangibile, che essendo forse cattiva piaceva a tutti, o essendo forse
buona non soddisfaceva ad alcuno. Le onde della ammirazione rompendosi
incessantemente ai vostri piedi, non arrivavano mai ad appannarvi la
fronte colle proprie spume; l'alcione, che annunzia con profetica pietà
la tempesta, a farvela rivolgere verso i nuovi pericoli. Quando la
bufera di una dichiarazione vi soffiava sul volto, colla stessa furia
del vento lacerando una vela, i vostri capelli si alzavano appena colla
leggerezza di una nebbia dorata dal sole, e gli ignari credevano che
fosse l'alito del vostro ventaglio. Se la notte aggiungeva la poesia
delle proprie tenebre a quella della tempesta, e i naufraghi guardavano
verso di voi coll'ultimo raggio della speranza, nell'ultima luce del
pensiero, il vostro occhio diventava immobile come una stella, e gli
ingenui credevano che foste distratta. E all'alba, quando tutti questi
naufraghi della notte, che avrebbero dovuto galleggiare cadaveri sulle
onde, se ne andavano tranquillamente nelle lancie, salutandovi da lungi
sul ponte, un sorriso bianco come un lampo vi passava sulle labbra. La
festa era finita, amiche e innamorati dileguavano, e voi ritornavate
sola nel vostro appartamento. Simile agli esuli del genio chiusi nel
loro pensiero, voi passate per la società, velata nella vostra bellezza,
lasciandovi dietro una traccia di profumi e di desiderii. Tutto vi
appartiene. Come per gli idoli dei santuari più celebri, gli omaggi e i
tributi si ammassano sul vostro altare; i fiori della primavera e i
frutti dell'autunno, le primizie del cuore ed i capolavori dell'ingegno.
Ma forse nella vostra alterigia vi pare soverchia compiacenza lo
scegliere, ed accogliete collo stesso disprezzo l'offerta del povero e
del ricco, dell'inetto e del grande. Inettitudine e grandezza d'altronde
sono spesso sinonimi. Solo la bellezza sempre sentita è sempre ben
giudicata. Nell'immenso lavorio del mondo essa è lo scopo unanime, la
speranza di tutti, il premio di pochi. Per voi, signora, l'uomo, questo
lavoratore immortale, che soccombe sempre e non smette mai, allunga i
giorni e si accorcia all'opera la vita: per voi ha traversato i deserti,
o ha tolto i diamanti alle sabbie, le penne allo struzzo; o è salito
fino al polo e ha raggiunto una volpe turchina per farvene un manicotto.
Per voi nelle fabbriche si storpiano i fanciulli e si estenuano gli
adulti: per voi si tesse il vetro e si solidifica la canepa, si domano i
cavalli e il vapore, si inventano le navi e i palloni, si forbiscono le
parole e le spade, si cesellano le coppe e i pensieri, si verniciano le
carrozze e i sentimenti, si ricamano i metalli e le liriche. Per voi
l'oro diventa un talismano e le gemme tante goccie di vischio; le nuvole
si cambiano in un tulle, i fiori scompaiono nelle essenze e ricompaiono
nella cera; per voi si tempra l'acciaio e si stemprano i caratteri,
l'elefante si lascia sdentare perchè il suo avorio intarsi l'ebano del
vostro letto, le immagini schizzano dai marmi e si colorano sulle tele,
le visioni passano nei poemi e parlano nelle musiche, la scienza numera,
l'arte inventa, l'industria uccide, la pace snerva, la guerra diserta.
Per voi la storia è una serie di drammi, dove si mutano le parole e
durano le scene, si alternano le decorazioni e si ripetono le
catastrofi; per voi i desiderii piangono come i ricordi, e le loro
lagrime grandi come gli occhi sono più amare di un veleno; per voi le
speranze sono azzurre come il cielo ed agitate come il mare; per voi le
gioie sono più vaste di un desiderio e più labili di una rimembranza,
iridate come una lagrima, pronte come un veleno, piene di canti come il
cielo e di naufragi come il mare. Nella tenda del deserto e nella
casetta di ghiaccio, nel wighwam del selvaggio e nel palazzo
dell'incivilito, nelle foreste dove l'uomo è ancora un animale, e nelle
città dove non è più che una cifra; nella piroga del cannibale e sul
vascello dello scienziato; sulle vette dell'Imalaya, dove non pascolano
che i vapori, e nei cimiteri della storia, dove non vegliano che le
rovine; sotto le fronti contuse dal diadema, circoncise dalle cesoie,
scalpate dal coltello; dentro i cuori che ignorano, i cuori che
apprendono, i cuori che rammentano; sulle stuoie d'oriente e sui
guanciali di occidente, dove l'uomo pensa e sente, crea e distrugge, voi
siete la prima idea e il bisogno supremo, la voluttà nella vita e
l'aspirazione oltre la tomba; perchè siete la bellezza, e la donna, che
è la bellezza della bellezza, come Dio, è il pensiero del pensiero. E
voi siete dappertutto, vi troviamo dovunque: chine sulla nostra culla o
sul nostro feretro per gettarvi un sorriso; sul nostro cuore ad
origliare, sul nostro pensiero ad aizzarlo; eravate dietro a noi come
una sorgente dietro a un ruscello, ci siete dintorno come la luce,
dinanzi come un mare. Se vi scacciamo per un momento dal cervello, vi
troviamo subito nel cuore; se vi esiliamo dal futuro, vi incontriamo nel
passato; se ci cadete dai sensi come un peso troppo greve, ci salite
nella mente colla leggerezza di un sogno. Il nomade del deserto scorge i
vostri occhi nel miraggio delle sabbie, il marinaio travede la vostra
figura nella bruma dell'oceano, il modesto vi cerca nella quiete del
proprio riposo, l'ambizioso nell'orgia dei propri trionfi; siete sopra
tutti i golgota, a piedi di tutte le croci, per ricevere il saluto
estremo dei santi; in tutti i circhi ad insultare dai gradini le ultime
convulsioni dei martiri. Voi riempite le Tebaidi di anacoreti e le
biblioteche di libri, la notte di ombre, e i giorni di sogni; vi
sdraiate su tutti i troni e per tutti i fanghi, coprite egualmente di
baci tutte le mani ruvide che eseguiscono e le delicate che ordinano, le
forti che abbattono e le più forti che elevano; abbandonate egualmente
coloro che partono e coloro che restano; generose e crudeli pei
vincitori e pei vinti; lievi come il nevischio e gravi come la valanga,
farfalle nell'aria, lombrichi sulla terra, istinto nel sangue, amore nel
cuore, ideale nella mente. La vostra parvenza azzurreggia nelle fiamme
sulla fucina del fabbro e sul fornello dell'alchimista; passa come una
larva sulla carta, dove il geografo ritrae i lineamenti del mondo, e
dove il generale segna le tappe delle sue vittorie: per quanto il poeta
s'innalzi nel proprio volo oltre i calcoli sublimi dell'astronomo, è
sicuro di rinvenirvi ritta sull'orlo di una stella coricata
indolentemente sullo strascico di una cometa. Perfino il filosofo, che
oltrepassa il poeta di più ancora che non egli lo scienziato;
quest'incompreso che sta nell'incomprensibile, ed è un'idea che vive
nell'idea; che di lassù vede gli avvenimenti della nostra storia, come
di quaggiù l'astronomo vede le stelle; quest'uomo, che ha obliato tutto
il mondo per impararne le leggi, e non ha voluto sentir nulla per poter
pensar tutto, egli pure vi trova lassù nel sesso di una parola, nella
desinenza di un nome, e riprecipita sulla terra per prosternare ai
vostri piedi, che lasciano l'orma sulla polvere, una fronte, sulla quale
le stelle sarebbero superbe dì comporsi in corona. Voi conoscete il
vecchio emblema del drago che uccide il leone, dell'astuzia che vince la
forza, poichè ve l'ho veduto spesso al dito sopra un anello: e voi avete
sempre vinto, poco importa se la vostra vittoria di donna fu
nell'impedire ad un uomo una nuova conquista del pensiero. Gli imperi
ideali non crollano come gli imperi storici? La tirannide di una teorica
dura forse più che quella di una dinastia, i sistemi della filosofia più
che i trattati della politica, i monumenti della poesia più che i templi
della religione? Se ogni popolo ha il proprio dio, quante divinità
mancano allora nel pantheon delle mitologie? Se ogni generazione ha un
grande poeta, quanti poeti mancano nella storia della letteratura? Tutto
passa, anche il passato, tutto muore anche i cadaveri: il tempo spiana
le ruine, il vento dissipa la polvere dei sepolcri meglio chiusi, e non
resta che il presente, questo minuto, che cade incessantemente
dall'orologio della eternità, e si colora cadendo come una bolla di
sapone nel sole. Invano chini sull'orlo del mondo tentiamo talora di
sorprendere il suo tuffo nell'oceano delle età, o rientrando
precipitosamente in noi stessi cerchiamo la sua traccia nella nostra
vita; giacchè le ombre non lasciano vestigia, ma l'ombra continua
imputridisce e corrode. Ad ogni attimo, che ci scivola addosso, gli
atomi della nostra esistenza si disgregano, e si separano come tanti
pellegrini ad un crocicchio, alcuni portando seco, attraverso infinite
migrazioni, una scintilla, colla quale comporranno nuove vite. Avete mai
riflettuto come ci salgono nella mente le passioni, o come ci discendono
nel cuore le memorie? Non so, ma parmi che le passioni sorgano in noi
dagli abissi della animalità, mentre le idee ci colano nel sangue dagli
abissi dello spirito. Il cielo non è un abisso come il mare? E talvolta
mi sembrava che il dio misterioso della creazione mi avesse dalla
eternità seppellito nel profondo della vostra anima, e che a certe ore
mi levassi, e per un filo più sottile del più sottile fra tutti i fili
cominciassi la più strana salita. Nell'ombra cieca di quelle latebre
sentivo muoversi una infinità di ombre, fantasmi forse di vite passate,
larve forse di vite future; ma sulla bocca del pozzo, più lungo che
nella più profonda miniera, la vostra bella testa rutilava in un nimbo
di luce. Salivo. Le mie mani stringevano con una energia inesprimibile
quel filo, che non avrebbero nemmeno dovuto sentire; il respiro mi si
faceva affannoso, gli occhi mi si dilatavano come quelli di un felino.
Le ombre sfiorandomi come per guardare il fortunato, che montava alle
regioni della vita, mi gettavano nell'anima un raccapriccio senza nome:
la vostra luce attirava colla stessa forza del sole, che raggira i
pianeti. Avete mai provato in fondo al cuore una ondulazione
insensibile, un moto lento di spirale, che s'innalzava sempre colla
continuità e colla leggerezza di un'ombra? Ero io. Alle volte giungevo
talmente in alto, che le ombre mi restavano laggiù sotto i piedi, e
passavo fra gli ospiti del vostro cuore. Erano molti, alcuni li ho poi
riconosciuti nella vostra società. In cima la luce cresceva, e cresceva
la bellezza del vostro viso; l'aria cominciava a discendere satura di
profumi, trepida di suoni. Ma a quella luce la mia corda diventava
bionda come un filo di sole: una volta, che salii fino quasi al cratere,
la riconobbi per uno dei vostri capelli. Però senza che le forze mi
mancassero, quando già ricevevo il bacio dell'aria sulla fronte, e
sentivo gli ospiti del vostro cuore bisbigliare sotto di me come una
platea di spettatori, e colla testa sotto alla vostra stavo per
chiedervi in un altro bacio il battesimo della vita, improvvisamente il
vostro capello si rompeva:
Ah!
La terza corda si è rotta, signora, ma il suicidio è ancora possibile
quando ne resta una. È notte: il cielo è bruno come un mare e silenzioso
come un deserto. Avete mai riflettuto che il silenzio è nero e l'ombra è
silenziosa, e quando si riuniscono sul mondo fanno la notte, quando si
congiungono sopra un uomo fanno la morte? Il vento della sera non soffia
più, le stelle hanno naufragato nelle tenebre, le voci sono sprofondate
nel silenzio. Poichè il mondo si è dileguato, e siamo soli in questo
gabinetto, rimanete ancora per pochi istanti su quella poltrona, ed
ascoltatemi. L'infinito e la eternità ci circondano; il primo è buio, la
seconda immobile. La luce è un moto nella tenebra, il tempo un moto
nella eternità; furono e quindi non saranno, l'infinito e l'eternità
sono. Noi passiamo, voi proseguirete, io mi fermo. Ascoltatemi. Non ho
più che una corda per esprimermi, ma non ho più che una parola da dire,
l'estrema e l'unica, e quando l'avrò detta, il silenzio non sarà per
questo più profondo, nè l'oscurità più fitta. Non è forse la sola
consolazione per chi parte di non abbandonare alcuno, e per chi muore di
non lasciare infelici? Se così non fosse, il mondo non sarebbe sempre un
ululato di funerale, poichè la morte vi è incessante? Vedete bene che
potete ascoltarmi, signora, se la vostra memoria non sarà nemmeno
costretta alla gentile pietà dell'eco. Sono solo, la mia cuna fu
deserta, come sarà dimenticato il mio sepolcro: non ho che il violino
per parlare e il violino per vivere. Ignoro le sillabe, non so comporre
una parola; le mie sillabe sono le note, le mie parole le battute; i
miei periodi scritti in cifra, come tutti quelli che contengono un
secreto, sono una varietà del linguaggio. L'aristocrazia non è una
varietà in un popolo? Però di tutte le arti la mia è la più infelice,
perchè la più mortale; e mentre di un terremoto restano almeno le ruine,
non un'eco rimane di una grande suonata. Soli di tutti gli uomini, la
nostra vita è un sopravvivere a noi stessi e alla nostra gloria, che
muore posandoci sulla fronte una corona, della quale i fiori
avvizziscono al contatto dei nostri capelli. Quindi nessun artista desta
il nostro entusiasmo, e soccombe più disperatamente sotto la lapidazione
dell'applauso. Io sono solo, non come voi, signora, che siete sola,
perchè siete al disopra, ma perchè ho il nulla sulla testa e il vuoto
sotto i piedi; perchè cammino e non proseguo, sono partito e non arrivo,
creo e non formo. Il sole della mia vita illumina, ma non riscalda;
l'orezzo dei miei meriggi è senza riposo, come l'ombra delle mie notti
senza sonno. Fra coloro che possono, coloro che vogliono e coloro che
sanno, io solo vorrei quello che non posso, e non so quello che voglio:
quando desidero non mi è lecito sperare, quando spero non desidero più.
Il mio passato non si dilegua, il mio futuro non giunge. Il sorriso
scivola sulle mie labbra, come sulla superficie di un vetro; i dolori
passano dentro il mio cuore invisibili, come i mostri nella profondità
del mare. Le prime illusioni della giovinezza svanirono come i vapori
iridati dell'alba, le ultime illusioni della mia virilità come le nuvole
nella notte. Ma se nella serie drammatica l'egloga è il vagito,
l'idillio il sorriso, la commedia il riso, la tragedia il rantolo;
quattro forme che comprendono tutta la vita, come le quattro corde del
mio violino esprimono tutta la musica: osservate come il vagito ed il
rantolo, il cantino ed il basso, la corda dello strido e la corda del
gemito siano gli estremi della gamma. L'egloga è il vagito che cerca,
l'idillio il sorriso che trova, la commedia il riso che prende, la
tragedia il rantolo che lascia. Nella commedia la coscienza si eleva
sugli altri, e li ferisce: nella tragedia supera se stessa e si suicida.
Così voi, signora, siete al disopra del mondo, e ne ridete; ma siete al
disotto di voi stessa, e v'ignorate. Ah! non vi lusinghi l'altezza dello
scoglio, e contentatevi della vostra magnifica terrazza piena di aranci
e di magnolie. Sulla cima dell'Etna Empedocle è più alto di Aristofane
sul palco del proprio teatro, ma per discenderne non gli resta più che
gettarsi dentro al vulcano. E vi è una vetta ancora più alta dell'Etna,
alla quale pochi potranno salire, e dalla quale nessuno può discendere.
Di là si scorge la carovana della umanità passare per il panorama
dell'infinito, come una carovana di camelli nel deserto, atteggiando una
labile coreografia di fatti e di sogni. Quella è la cima del Nirvana, un
monte di dolori più alto del Davalaghiri gettato sul Everest, del
Chimborazo gettato sul Davalaghiri, sul quale la indifferenza sta
eternamente. Un uomo solo vi è arrivato e si chiamava Bouddha; ma noi
spiriamo tutti sui gioghi più bassi della tragedia, mentre egli ci
guarda sublime di insensibilità dibatterci nelle spirali della vita,
bambini col riso convulso di un solletico, uomini col riso straziante di
una convulsione. Egli vede la rivolta di tutti e la rissa di ognuno
contro il medesimo problema; la folla che stramazza nel piano, i pochi
che rotolano dai dirupi, l'arte che soccombe di angoscia, la scienza che
muore d'inanizione, la filosofia che s'inerpica e si arresta morente ad
ogni minuto, la religione che precipita agonizzante di scheggia in
scheggia: mira la rivelazione del nulla, suprema verità, nelle anime;
quelle che si contraggono nello strazio, che si gelano nell'orrore, che
si frantumano nella disperazione, che si dissolvono nella coscienza del
dolore universale: guata la santa indignazione dei martiri e la collera
virile degli eroi, l'avvilimento contenuto dei buoni e il motteggio
funebre dei tristi, la desolazione incredula di quelli che pregano e lo
spavento credulo di quelli che bestemmiano, quelli che uccidono e quelli
che generano, quelli che nascono e quelli che muoiono; ma di lassù,
dalla cima del Nirvana, nella indifferenza dell'infinito, dell'assoluto,
della insensibilità. Discendiamo, signora, o se ci è fatalmente conteso,
restiamo, voi sul carro di Tespi, io sul Caucaso di Eschilo: là almeno
si ride, qua almeno si piange; ma più in alto, fra il Caucaso ed il
Nirvana, vi è ancora meno aria che fra la luna ed il sole; un etere
sottile, che impedisce la vita e non produce la morte. Poichè la nostra
esistenza è una scala, alla quale rompiamo giornalmente i gradini,
montandoli; e quindi la commedia non può più discendere fino
all'idillio, nè l'idillio sino all'egloga: poichè non mi è dato
invitarvi sulla mia tragica balza, lasciate almeno che vi miri laggiù in
tutta la vostra bellezza di donna, e la vostra festività di commedia.
Sgranate le perle del vostro riso, lanciate i trilli del vostro canto,
vibrate i raggi dei vostri occhi; moltiplicate il numero delle vostre
feste ed aumentatene la pompa; mettetevi la corona d'oro sulla testa e
il manto di porpora sulle spalle; togliete all'alba i colori e al mare i
riverberi, e fatevene una bellezza, la quale stordisca il desiderio e
confuti il paragone, accechi la memoria ed aromatizzi il pensiero. Solo
sul mio dirupo vi guarderò non visto e non cercato. Nel silenzio della
notte, quando i venti dormivano negli antri e le stelle vegliavano nel
cielo, le oceanidi venivano a frotte sotto lo scoglio, i capelli verdi
fluenti sulle spalle bianche del candore della perla, ed offrivano a
Prometeo il ristoro del loro compianto, la distrazione del loro
chiacchierio. Ma nessuno degli spensierati, che solcano, cantando, il
mare, ha mai diretto la prora verso il mio Acrocerauno. Da molti anni vi
sono solo e ignorato, come le ceneri di Biorn lo scandinavo, il primo
che scoperse l'America, e che i compagni seppellirono sopra un
promontorio di Vinland. Egli il primo era partito per un nuovo mondo
senza sapere quale si fosse l'antico, nè dove giungessero i suoi
confini; la sua barca bruna come il mistero, che affrontava, aveva tre
vele come sono tre le virtù: era leggiera come la poesia, e piccola come
la fortuna di tutti coloro che inventano. Nessuno sapeva forse del
viaggio, nessuno sospettava l'impresa: forse il capitano non volle
nemmeno confessarla, e, issando la vela, credette di salpare per
l'infinito. Ora egli dorme sulla cima di un promontorio sconosciuto, e
l'amante del poeta scandinavo porta il nome di un mercante fiorentino. E
che importa la gloria? Quando le brezze del mare porteranno su quella
cima il fumo delle vaporiere e le canzoni dei naviganti, il vecchio
marinaio non alzerà nemmeno la testa per rispondere con un sorriso:
perchè egli sa da molti secoli che tutte le navi arrivano al medesimo
porto, la morte, e che tutte le gioie di una traversata non valgono la
quiete di un sepolcro. Rimanti dunque sul tuo scoglio, sublime marinaio!
La tua conquista fu più vasta di quella di Cesare, e ben maggiore il tuo
coraggio. Invano gli uragani, che ti strapparono la vela, volevano farti
piegare la fronte; o i mostri, che addentavano meravigliati la carena
della tua nave, tentavano rattenerla nel suo viaggio fatale. Ma quando
la terra del mistero, lacerando i veli di un mattino, sfolgorò ai tuoi
occhi di profeta, il tuo cuore, che aveva resistito a tutti i colpi
della fortuna, fu percosso mortalmente, e, guardando la cima più alta di
una scogliera, l'additasti ai tuoi compagni di eroismo: là. E là ignoto
così alla patria, che avevi abbandonato, come all'altra che hai
scoperto, senza poesia e senza storia, tu sei il più grande fra i
grandi, se la grandezza di un imperatore si misura a quella del suo
impero, e la statura di un cadavere a quella della sua fossa. Non hai tu
l'America per regno, e l'America per sepolcro? Io non ho nulla, un
violino ed una corda; la ricchezza di ogni impiccato, un legno ed un
laccio. Il vento della notte si è quetato: sentite come il silenzio pesa
nell'ombra, e come l'aria si è fatta densa. Avete mai pianto, signora?
Avete mai fatto piangere? La ferita che sanguina e il dolore che
lagrima, non essendo mortali, sono quasi sempre curati; ma la scienza
non ha rimedi per le ferite incruente, nè la pietà consolazioni per i
dolori muti. Non vi sono ospedali per i malati dell'anima, non vi sono
ricoveri per gli invalidi del pensiero. Voi siete bella e ricca, nobile
e giovane. Nata nell'accampamento dei conquistatori, sotto una tenda di
seta, siete sempre passata per il mondo nei carri della vittoria. Le
livree dei vostri servitori sono più splendide del mio abito di rapsodo;
i cavalli della vostra calesse avrebbero potuto servire per la biga di
Cesare. Quando, sola o a braccio di qualche principe, vi chinate a
cogliere un fiore del vostro giardino, non avete mai pensato che
centomila povere donne errano pei campi cercando un filo di gramigna, o
frugano coll'unghia la terra per scovarvi una patata. Buona come tutti
quelli, che ignorano, siete naturalmente insensibile come tutti quelli,
che non hanno sofferto. Il vostro appartamento è ammobigliato come la
più doviziosa fantasia di poeta: il vostro cuore è gremito di una folla
sfarzosa come un teatro. Qualche volta vi sono entrato, ma come uno
straniero, al quale la volgarità dell'abito non attirava nemmeno
l'attenzione; e ne sono uscito poco dopo come uno straniero che non
aveva amici fra quella folla. Sempre che v'incontro, mi pare che voi
passeggiate per il mondo, ed io vi viaggio col violino sul dorso,
facendomene il giorno un istrumento per vivere, la notte un guanciale
per dormire. Nato fra gli schiavi, mi toccò l'ufficio anche più
miserabile di divertire i padroni con la musica, come le schiave mie
sorelle con la loro bellezza. Esse mi ammirano e mi disprezzano, io non
li disprezzo e non li ammiro. Fra lo scoppio degli applausi non sento
mai una voce che mi parli, nelle sospensioni più anelanti del silenzio
non veggo nessun volto, che mi comprenda; i fantasmi delle mie musiche
traversano invisibili le sale, e si perdono al di fuori, nella notte,
come una processione di defunti. Quanti ne avete contato, signora,
questa sera? Forse uno, forse meglio nessuno. Un solitario non è forse
un incompreso, altrimenti perchè sarebbe solitario? Nullameno il mio
braccio non fu mai più potente, nè la mia anima più commossa. Avevo
ancora una speranza nel cuore, povera ammalata, alla quale non aveva
giovato il sole di nessun clima e la brezza di nessun mare, e che è
morta di freddo, come muoiono tutti gli ammalati. Avete sentito l'ultimo
rantolo della sua voce, l'ultimo sguardo dei suoi occhi? Essa è morta in
questo gabinetto, mentre voi non l'ascoltavate nemmeno morire!
Ascoltatemi dunque — Addio, ultimo vapore del mare disseccato, ultimo
rumore della terra deserta. Figlia della fede, che illumina, e della
carità, che riscalda, tu sei morta nelle tenebre, come la fede che è una
luce, e nell'acqua, come la carità che è un fuoco. Che avresti tu fatto
nella solitudine del mio pensiero, che avresti tu detto nel silenzio del
mio cuore? Addio dunque, figlia primogenita dell'ideale, sorella cadetta
del dolore. Il cielo è nero, il tempo è freddo. Dove vuoi tu che ti
seppellisca? Nel deserto, il Simoum verrebbe a scoprirti, dopo che le
sabbie avrebbero corrosa la tua bellezza di morta: nel mare, sei troppo
leggiera, e galleggeresti eternamente alle pioggie ed al sole. Poichè
non ami più il canto degli uccelli e il profumo dei fiori, l'oasis non
ti è sepolcro conveniente: e giacchè sei morta per tutti, il mausoleo
dell'arte coi suoi cadaveri di marmo non potrebbe ricordarti a nessuno.
Nullameno mi bisogna pur seppellirti. Se il cielo non può ricevere il
tuo spirito, perchè tu eri una virtù della terra, e la terra non può
ricevere il tuo corpo di vapore e di luce, ti depongo sotto questo
baobab antico, e ti abbandono. Dormi adunque in pace, tu, che vegliavi
anche nelle mie notti; riposa dunque nel sonno, tu, che non eri mai
stanca. Addio per sempre. Addio, speranza, che salisti per tutte le
sfere della vita; addio, granito, che diventasti terra; terra, che
diventasti fiore; fiore, che diventasti colomba; colomba, che diventasti
donna: addio, donna, che fosti rassegnazione; addio, uomo, che fosti
costanza; addio, amore, che fosti generazione; addio, generazione, che
volevi essere immortalità; addio, speranza, che sei vissuta e sei morta,
sei morta e non risorgerai. Senza lagrime, perchè le lagrime sono dei
fanciulli, e tu sola in me sapevi piangere: senza lamenti, perchè i
lamenti non erano che l'espressione della tua impazienza, e adesso sei
paziente, perchè sei morta, ti depongo qui nell'abbandono. Addio,
passato, che dilegui; futuro, che dissipi; presente, che ti risolvi.
Addio, speranza; addio, mamma della mia morte; addio, figlia della mia
vita. — Adesso il mio strumento non ha più che una corda, e la mia vita
un giorno; però se si romperanno ad un tempo, la corda farà forse più
rumore della vita. Tutto è finito, vi ho detto tutto; e voi non potete
aver compreso. Forse se sapeste che la mia vita è sospesa a questa
corda, e che io stesso col coraggio del giustiziato, il quale accelera
il proprio supplizio, l'ho tentata con tutti gli sforzi; se poteste
sentire come cede, e cosa dicono i suoi stridori, e cosa tace il mio
silenzio: se in quest'ultimo minuto, coll'audacia di chi ha davanti a se
stesso l'eternità, solo, nell'ombra che è già la morte, e nel silenzio
che è già l'oblio, vi urlassi la mia indicibile parola, rompendo nel suo
singulto la corda:
Ah!
E la corda si ruppe con uno schiocco violento. Egli alzò la testa, che
teneva piegata sulla tastiera, e lasciandosi cadere l'arco con un gesto
trasognato, andò lentamente ad abbattersi sopra una poltrona.
La notte era buia, il gabinetto era nero.
Allora la signora, levandosi adagio, venne ad appoggiarsi come una
visione alla spalliera della poltrona. Una pallidissima aureola bionda
parve tremarle sulla testa. Poi si chinò sopra di lui colla lentezza di
un'ombra, s'intese un soffio, e l'aureola si spense.
VIOLA
Ero solo.
Nel salone, immenso come tutti quelli dei palazzi antichi ed illuminato
da tre lumiere di Murano vecchio, cento fiammelle di gas, al posto delle
candele, aprivano le grandi ali di farfalle riempiendo tutto l'ambiente
di un chiarore bianco e crudo. Le spalle delle signore e le camicie
degli uomini avevano un riverbero marmoreo, una tinta unita e fredda,
che respingeva gli sguardi. Il salone era rosso, i mobili dorati. Un
odore sottile, che le sottane delle signore agitavano come un vento,
pareva alzarsi dai fiori del tappeto, che lo scalpiccio di tutti quei
piedi non poteva avvizzire. Benchè animatissima, la festa non era che al
principio; molte bellezze nubili vi sfolgoravano, ma si notava ancora
l'assenza di due o tre glorie del matrimonio, solite ad arrivare sempre
le ultime, o per un calcolo sapiente di civetteria, o per quell'orgoglio
dei sovrani di non apparire tra la folla, se non quando questa prova
finalmente il bisogno di un capo, e di andarsene quando comincia a
perderne la coscienza. Il valtzer, precipitando in una ripresa piena di
scoppi, aggirava tutta quella massa silenziosa di ballerini, che
abbracciati senza guardarsi nemmeno, si parlavano forse con una quantità
di piccole strette. E solo, sopra un divano dominato da una mensola
carica di fiori ed avvolto quasi fra il panneggiamento di una tenda
damascata, la quale sdraiava sul tappeto una magnifica frangia tutta ad
ovoli e a fiocchi, io guardavo.
Donna Augusta lasciò il proprio ballerino ad un'altra signora, e venne a
cadere quasi stancamente sul mio divano. Era vestita di nero, nuda le
spalle, con uno strascico leggiero come una nuvola e lungo come quello
di una cometa. Alcuni grappoli di bacche rosse, colti come lì per lì ad
una siepe, le disegnavano le pieghe dell'abito, stirandolo alle
ginocchia e rialzandolo ai fianchi per formare la caduta della coda,
dalla quale spuntava la trina di una sottana, diafana e bianca come un
merletto di galaverna; mentre un grossissimo corallo brillantato le
faceva sulla nuca da capocchia all'anellone delle treccie nere, e
un'altra collana di coralli della più bella tinta sanguigna, un rosario
di sangue, le ravvivavano il candore del seno, umido in quel momento
come il marmo di una chiesa. Ella s'abbandonò sulla spalliera,
percuotendosi il mento colle piume nere del ventaglio, sospeso alla
cintura per una minima catenella d'oro. I monili delle sue braccia,
formati da tante pallottole di corallo infilate in un cordoncino di
seta, si urtarono con un suono sordo di gragnuola; e il brillante, che
incappellava il perno del ventaglio, le gettò nell'ombra della mano un
balenio labile ed acuto.
— Pensate forse all'ode di Byron sul ballo, voi, che non ballate come
lui? — mi si rivolse improvvisamente con uno dei suoi moti più vivaci,
che parevano sempre seguitare un discorso.
— No.
— Siete funebre: davvero che il vostro abito nero, come dice Musset,
pare un abito da lutto.
— In questo caso le bacche del vostro potrebbero essere goccie di
sangue. Avete ucciso qualcuno con una parola o con un sorriso?
— Ah! — esclamò — passarono quei tempi. La tragedia è stata espulsa
contemporaneamente dal teatro e dalla vita; la commedia trionfa
dapertutto. Le passioni oggi sono ridicole, i capricci appena tollerati,
purchè brevi. Voi altri uomini non amate più, cercate di scegliere:
noi...
— Di preferire.
— Se fosse possibile, benchè sia quasi sempre troppo faticoso.
E si gettò addietro in una posa, che diede una mollezza di più alla sua
lassitudine. Poi girò l'occhio sulla folla, e, cogliendo a volo
l'attitudine goffa di un ballerino, me l'accennò con un sorriso. Era
allegra; le spalle, alzandosele ancora nelle ultime violenze del
respiro, le facevano aprire la bocca e mostrare due file di denti,
bianchi come quelli di un cagnuolo. Ad un tratto mi si appressò, e
piantandomi negli occhi i suoi occhi verde-mare, pieni di ombre e di
guizzi:
— Se indovino me lo confesserete? datemi la vostra parola. Voi cercate
un romanzo.
— Piccolo.
— Una novella allora.
— Ma che lo fosse davvero.
Ella alzò le spalle alla freddura.
— L'avete trovata?
— Sapete bene che cercando non accade mai.
— Lo so — rispose con un'inflessione quasi grave nella voce. Quindi: —
Lieta o malinconica?
— Mi è indifferente.
— E il titolo l'avete?
— Sì.
— Quale?
— La Viola.
— Mio Dio, è un po' fuori di stagione: mutiamo fiore.
— Impossibile, perchè è un istrumento.
— Ma se non conoscete la musica!
— E quindi me ne occupo per non essere un'eccezione.
— Come la volete lunga?
— Quanto un capriccio.
— Bella?
— Altrettanto.
— Allora vi contentate di poco: i capricci non sono belli che prima e
dopo.
— A rovescio delle commedie, che non divertono se non negl'intervalli:
la solita differenza fra l'arte e la vita.
— Quanti personaggi?
— Pochi, uno per corda basterà.
Ella sorrise.
— Sapete che mi divertite!
Io m'inchinai al complimento, ed ella proseguì:
— Ditemi almeno che cosa ne farete?
— La metterò fra altre tre, Violino, Violoncello e Contrabbasso, dentro
un libro.
— Che naturalmente chiamerete Quartetto.
E si distrasse ancora.
— Voi, che ve ne occupate come romanziere — mi si rivolse gravemente
dopo qualche minuto — avete ancora trovato un amore vero, di quelli, che
uccidono per forza propria, e non per una circostanza drammatica ed
esterna? Nel nostro secolo si ama poco, nella nostra classe non si ama
più. Guardate questa folla; le signore sono slavate, gli uomini volgari.
Se, ripetendo il celebre scherzo di Locke, applicassimo il fonografo a
questo salone, e potessimo leggere domattina le conversazioni di questa
notte, forse capiremmo anche meglio il perchè di questa osservazione,
diventata quasi impossibile a forza di essere comune, che nella nostra
classe non si ama più.
— Di chi la colpa?
— D'entrambi; di noi signore, che non sappiamo più ispirare; di voi
altri signori, che non sapete più sentire. La nostra bellezza, che era
delicata, si è fatta fievole; la nostra anima leggiera divenne futile.
L'estrema volubilità della moda ci assorbe tutto il tempo, giacchè
usciamo di casa due o tre volte al giorno, e dobbiamo improvvisare
almeno sei abiti per stagione. Quindi la nostra vanità è senza requie,
ed oramai senza soddisfazione. Vedete: oggi non vi è quasi più
differenza di classe; la moglie dell'affittaiuolo veste come la moglie
del principe che affitta; sono state educate nel medesimo convento, si
servono della medesima sarta e delle stesse beneficenze. Le carrozze
cominciano ad essere senza stemma, come le carte da visita, come le
livree senza galloni, i guardaportoni senza mazza. I saloni per
riempirsi hanno dovuto spalancare porte ed usci alla folla promiscua dei
teatri; quindi nessuno vi dominò più. Le grandi dame ricusarono di
sgrossare gl'invitati ben ricevuti e mal graditi, e trovarono più
superbo il deriderli segretamente, subendoli in pubblico; le piccole
signore vi continuarono le intimità del collegio, i borghesi vi
raccolsero i rimasugli delle antiche buone maniere, e se ne decorarono;
i popolani arricchiti, più rozzi e più forti, vi perdettero la loro
forza originale ed il loro danaro acquisito. Le loro figlie sposarono i
nobili decaduti o derubati; i loro figli si abbeverarono di umiliazioni,
ed impararono a scrivere firmando le cambiali di coloro, che sulla
onorabilità già offuscata del proprio nome li introducevano nelle case
patrizie, dorate dall'oro antico ridorate dall'oro moderno. Una volta il
salone era come una scuola superiore di buon gusto, l'anticamera
dell'accademia per i letterati, o del parlamento per i politici: gli
artisti vi arrivavano trionfando, il danaro redento da una prodigalità
sontuosa e benefica. Oggi non è più nulla: vi si parla poco, vi si ama
punto. Guardate: in tutti i saloni si giuoca; ma non ai giuochi
d'azzardo, dove le maniere si formerebbero ancora nella necessità di
mentire la propria forza o la propria fortuna, sibbene a _bezigue_ o a
picchetto. La bigotteria legittimista o mazziniana ha tolto lo spirito
di una volta alla galanteria, la sincerità alla frivolezza: non si
confessano più gli amanti, ma si palesano; lo scandalo, che spesso era
la rivelazione di una bella originalità, e quindi accolto col sorriso,
oggi è implacabilmente scacciato: e nel secolo, dove il matrimonio fu
proclamato un contratto, e i principi del sangue in esilio sposano le
figlie dei biscazzieri, non si permette più ad una signora di darsi per
nulla, ad un uomo di offrirsi per intero.
E un sorriso di leggiera ironia chiuse questa maschia invettiva. Donna
Augusta si raccolse un momento, quindi seguitò senza darmi tempo di
rispondere:
— Che cosa venite a fare nella nostra società? Voi non avete le qualità
necessarie per descriverla: non vedete come tutto vi è senza fisonomia,
faccie e discorsi, azioni e sentimenti? Non vi è più nè una bella donna,
nè un gran gentiluomo. Ieri un duca ricusava di battersi con un
deputato, adducendo per pretesto la religione, come se il duello,
invenzione cristiana, non fosse sempre stato un privilegio
dell'aristocrazia. A questa festa non si è osato d'invitare la marchesa
***, perchè fuggita dal marito, e i giornali ne hanno parlato. Guardate
in tutta questa folla; non vi è nè un poeta, nè un artista, nè un
filosofo, nè un uomo di stato. Individui senza nome proprio, nè di
famiglia, sono ammessi e fanno la legge; perchè oggi col suffragio
universale la legge è il numero; l'aristocrazia non osa più essere se
stessa, la borghesia, che ha conquistato il pensiero e il denaro, non è
ancora arrivata a preferire quello a questo; invidia i nobili, che ha
sconfitto e li scimmieggia; ne questua le parentele, ne mendica
gl'inviti. Se domani la plebe facesse una rivoluzione, i banchieri del
nostro secolo non saprebbero morire come i baroni del secolo passato; la
religione non ha più nè un apostolo, nè un pensatore; la politica un
riformatore od un tiranno. Non sorridete: bisogna bene che anche noi
donne impariamo a fare un discorso, adesso che si sta discutendo la
nostra capacità elettorale in parlamento. Sapete perchè l'aristocrazia
non ama e non lavora, la borghesia lavora e non ama, la plebe ama e
lavora? Perchè l'aristocrazia è morta, la borghesia è moribonda, la
plebe è giovane, ed ha ancora davanti a sè un avvenire.
— Siete anche voi del partito di Schopenhauer come le signore tedesche:
l'amore è il veicolo della vita?
— Forse meglio, la vita stessa: chi non vive non può amare, perchè non
ha nulla da trasmettere.
— Così votereste per la repubblica.
— Giammai, è una forma antiquata. Tutte le repubbliche, che hanno
vissuto, furono oligarchiche, le moderne non vivranno. In America,
osservate, è appena l'amministrazione di un'immensa colonia; in Francia,
un interregno; in Isvizzera, una parrocchia. Roma ha conquistato il
mondo, Venezia raccolse la tradizione di Roma: Victor Hugo con tutta la
enormità del proprio ingegno non ha potuto nemmeno rendere commovente
l'agonia della seconda repubblica francese: Gambetta colle sue spalle da
Ercole non sosterrà la terza. Solo la Comune ha saputo morire come
Sardanapalo; e, quando si muore così, si rinasce.
— Forse.
— Perchè in basso, al disotto di noi, che viviamo di tradizione e di
etichetta, di lusso e di incredulità, la plebe crea ad ogni attimo il
proprio presente, lavora per tutti e crede in se stessa. Come non
crederebbe nel moto essa, che è il vapore? Talvolta, sola in carrozza,
mi diverto a confrontare le figure che incontro. Quale differenza fra
coloro, che ordinano, e coloro, che ubbidiscono! Noi signore, colla
personcina esile e la pelle bianca per difetto di sangue, non avremo mai
figli capaci di lottare coi discendenti delle popolane dalle carni
bronzine e le spalle poderose. I nostri figli non montano nemmeno più a
cavallo, non tirano di scherma. Evitano l'università, perchè vi
troverebbero negati i loro privilegi, mentre i borghesi vi studiano
tutte le scienze per dominare fra il popolo. Ma neppur essi vinceranno.
Noi avevamo un principio ed eravamo un tipo: accampati sulle rovine
dell'impero romano, dovevamo mantenere la disciplina nei barbari
vittoriosi, e ripigliare la civiltà dai vinti: e l'abbiamo fatto. Quando
l'aristocrazia sentì scemare la propria efficacia nel popolo, si
condensò e produsse la monarchia: noi abbiamo durato qualche cosa come
una dozzina di secoli, il mondo moderno è l'opera nostra. Ma la
borghesia nata nell'ottantanove è un assurdo. Noi avevamo diviso il
mondo in due classi, ufficiali e soldati: essi vi hanno aggiunto quella
dei fornitori, e vorrebbero che il loro denaro valesse come il sudore
dei soldati e il sangue dei generali. Perchè terzo stato? Perchè non il
quarto, il quinto, tutti gli altri, sino a tornare nell'antica
divisione, da un canto i lavoratori delle braccia, dall'altro quelli
della testa? Se noi fummo qualche volta la rapina, essi sono il furto;
se noi fummo la violenza, essi sono la frode; se noi fummo la
distruzione, essi sono la fame. Ma noi almeno eravamo belli. Paragonate,
voi artista, i nostri palazzi colle loro case, le nostre chiese coi loro
teatri, il nostro onore colla loro probità. Voi sapete che il genio non
può mentire, perchè la menzogna è un'infermità. Ebbene, confrontate le
nostre letterature: per i nostri ritratti occorrevano dei Dante e degli
Shakespeare, mentre per loro oggi bastano dei Flaubert e dei Zola. La
superiorità dell'artista non è solo nell'ingegno, ma nel modello: la
scultura greca è più bella della nostra, perchè i Greci erano più belli
di noi come popolo.
Ma in quel momento cominciava una quadriglia, e il ballerino venne ad
inchinarsi davanti a Donna Augusta. Era un bel giovane biondo, dalla
fisonomia signorile e macilenta. Donna Augusta me lo mostrò con
un'occhiata, quasi a commento delle proprie osservazioni, e levandosi
con grazia inimitabile mi gettò in un sorriso la promessa di ritornare.
Rimasi solo, ancora nel turbine di quella sua conversazione. Non era
strana, perchè conoscevo Donna Augusta da due anni, e le avevo già
scoperto sotto l'apparente frivolezza della vita un colto ed originale
talento di pensatore. Come si facesse a legger tanto, e ad aver tanto
imparato, era un mistero: ma ella era al corrente di tutto, dell'ultima
moda e dell'ultimo libro. Fra gl'inglesi preferiva Carlyle, fra i
tedeschi Stirne. Però nei circoli eleganti nessuno lo sospettava
nemmeno: ricordavano ancora la sua celebre avventura, un romanzo a mille
variazioni, con un illustre defunto, al quale era mancato il tempo per
diventare un grand'uomo, un deputato morto alla sua prima campagna come
Hoche; ma i più la credevano una delle solite signore, che hanno
imparato le lingue estere dalla governante, e sanno suonare
passabilmente il pianoforte. D'altronde un piccolo difetto confermava il
pubblico in questo giudizio. Donna Augusta rideva sempre. Era un sorriso
nervoso, che le increspava la piccola bocca ad ogni minuto, dinanzi a
tutti: un sorriso, che era forse una timidezza sopra tutta
quell'audacia, un impaccio invincibile nella sua insuperabile
disinvoltura.
In quel momento Donna Augusta ballava la quadriglia con tutta la foga di
una giovinetta e la voluttà educata di una gran signora. Il ballerino,
porgendole la mano, le diceva sempre qualche motto, al quale ella
rispondeva con un sorriso, torcendosi lo strascico intorno agli
stivalini, alzandosi sopra la sua onda nera colla grazia di un'ondina e
gli atteggiamenti labili di una visione. Quindi, incrociandosi colle
amiche, alitava una parola nel loro cicalio profumato, o coglieva a volo
tutte le risorse di una posa, distribuendo i favori di un gesto,
accettando gli omaggi di uno sguardo. Il suo abito nero fra tutti quei
cilestri e quei rosa era di un effetto quasi eccessivo, di un risalto,
che le attirava involontariamente tutte le occhiate e il peso di tutte
le osservazioni. Poi mi distrassi, e le sue ultime parole mi risuonarono
ancora all'orecchio nella loro stravagante verità. Era forse la prima
volta in un salone, che una signora osasse non solo pensarle, ma dirle.
Infatti quella festa, colla sua allegria di veglione e la sua
famigliarità di club, era brutta: le signore parevano tanti figurini di
moda, gli uomini tanti camerieri. Il salone enorme colla volta dipinta
dagli Zuccari, i cornicioni frastagliati, i mobili dorati, le porte
scolpite, faceva pensare ad un'altra gente, ad altri costumi, quando le
dame erano in guardinfante, ed i cavalieri in cappa. Pochi ufficiali
facevano tintinnire le rotelle degli speroni, poche gemme rutilavano fra
quella confusione di colori. Gli uomini vestiti di nero formavano una
cintura funebre intorno al gran quadrato della quadriglia, come intorno
ad un catafalco: le signore stecchite, come tanti manichini entro le
loro corazze di seta, non agitavano che la testa, un viso di bambola,
cogli occhi lucidi, la bocca rosea, le spalle acute, il seno pallido. E
movendosi con una compostezza automatica formavano certe figurazioni
incomprensibili, aggruppandosi e sciogliendosi mutamente, in un ballo
senza musica e senza danza, l'ultima goffaggine del sussiego, l'ultima
creazione dell'impotenza.
Donna Augusta mi passò vicino.
— Ceneremo assieme: fate preparare.
Ubbidii.
Quando la quadriglia fu terminata, un cameriere ci aveva già disposto
dinanzi un tavolino nero, grande quanto un bacile, con due piatti.
— Portatemi dunque dell'acqua — ella ordinò. — Ancora un sintomo; io
sono astemia, il vino è troppo forte per noi.
— Ecco che negherete pure il vino dell'aristocrazia.
— Sicuro! — insistè con uno scoppio del suo sorriso.
— Ad un'aristocrazia, che ha avuto una parte così brillante nella nostra
rivoluzione!
— Ricasoli ha inventato il Chianti.
— Siamo giusti: contiamo, sono molti: Cavour, Manzoni, Niccolini,
Leopardi, Mamiani, Cibrario, Sclopis, Manin, D'Azeglio, Lamarmora,
Pallavicini, Capponi, Dandolo.
— Questi sono i nobili: potreste contarne altri, ma sarebbero ancora
individui. Anzitutto la nostra non fu una rivoluzione: una rivoluzione è
un'idea nella storia della umanità, la nostra fu un fatto. Per parlare
di aristocrazia, l'Italia ne aveva tre: una a Torino, una a Napoli, una
a Roma. Quella di Torino si è battuta per il re, come se si trattasse di
una conquista, e non era che una egemonia; quella di Napoli lo ha
abbandonato nella sconfitta, come ha fatto quasi sempre per tutti i
propri re; quella di Roma, la più grande, che avrebbe potuto essere
un'oligarchia, perchè in ogni famiglia vi è ancora una tradizione di
regno, non ha capito nulla, e non si è mossa. Nessuno dei nobili, che mi
avete citato, rappresenta la propria classe, come da Chateaubriand a
Montalambert in Francia gli scrittori aristocratici rappresentano la
propria. Solitari nello studio, volontari nella rivoluzione, come la
chiamate voi. L'aristocrazia è morta, osservatevi intorno.
— Questo è il suo funerale — dissi ripreso dalla mia idea.
— I perduti non ne hanno: essa è rimasta addietro nella storia, come un
reggimento di veterani in una grande marcia sforzata. Almeno avesse
avuto una Beresina!
— Le occorreva un Napoleone.
— Ogni avvenimento si proporziona i propri uomini. L'aristocrazia non ha
avuto un generale, perchè non era un esercito; un uomo politico, perchè
non era una classe; un oratore, perchè non era un sentimento. Se
l'aristocrazia non fosse stata morta, avrebbe dovuto capitanare il moto
della penisola, essa, che avanti di ogni altro poteva avere il senso
dell'unità. Prima che Mazzini predicasse la fratellanza fra le provincie
italiane e la insegnasse nelle congiure, un marchese di Napoli e un
barone di Torino erano già fratelli, perchè erano uguali. Il privilegio
serviva loro di unità. Bisognava che l'aristocrazia italiana dopo il
primo regno italico avesse aperto gli occhi, e, presentendo i nuovi
tempi, vi si fosse acconciata, acconciandoseli. In nessuna nazione del
mondo la nobiltà è numerosa e storicamente importante come in Italia:
ogni città di provincia conta ancora la propria dinastia. Tutto era
possibile ad una classe, che avrebbe avuto per sè le campagne, e non
avrebbe avuto contro nessuna altra forza di ricchezza, perchè la gente
industriale non era ancora organizzata. La borghesia rivoluzionaria, una
avanguardia di scienziati e di poeti, affamata di libertà, febbricitante
di entusiasmo, ma in fondo ammalata di vanità come tutti gli eroi, si
sarebbe battuta furiosamente sotto la nostra bandiera, perchè non
avremmo avuto che ad aprire le nostre fila, e a decorare coi nostri
titoli i suoi più illustri capitani per mantenerle la disciplina, e
toglierle ogni voglia di ribellione. Allora non vi sarebbero stati che
due soli interessi in azione: quello del popolo, che è il benessere
materiale: quello dell'aristocrazia, che è il benessere intellettuale.
Invece si unì coi preti, e credette di impedire la rivoluzione
disprezzandola: doppio errore, che produsse due deformità: il
clericalismo, che si batte oltre i confini della religione; il
legittimismo, che si batte entro la piccola cerchia monarchica per
difendere nel re i propri minimi privilegi di cortigiano. Ah! è sempre
stato il mio sogno.
— Il vostro sogno di gloria e di amore.
— Noi avremmo oggi un senato più numeroso della camera, pieno di grandi
nomi e di uomini superiori; amministreremmo tutto il paese, e non vi
sarebbero ladri nell'amministrazione; serviremmo nell'esercito, e i
nostri contadini si batterebbero come leoni col loro signore alla testa.
Avremmo un re, che sarebbe nostro pari, come un presidente repubblicano
è pari con tutti i cittadini; tutte le glorie e tutte le grandezze,
anche il papato, che avremmo subordinato alla patria, come fece sempre
Venezia. Ma Venezia era un'oligarchia, e l'oligarchia è la nobiltà nel
patriziato. Invece abbiamo degli ufficiali, che si arruolano per trenta
scudi al mese; dei deputati, che speculano sul loro mandato; dei
consigli comunali, che sono camorre; dei saloni, i nostri saloni, che
paiono sale d'ospedale, dove si raccolgono tutte le anemie del corpo e
le tisi dell'anima. Confessate, voi, che non avete la goffaggine di
essere uno dei soliti liberali, che era un bel sogno!
— Bello come l'impossibile, che è la grande tentazione dei tiranni e
delle donne. E voi adesso, invece di essere qui, sareste a Roma, nel
vostro palazzo che sarebbe una reggia, più regina della moglie del re,
perchè l'impero della donna è di inspirazione e di influenza, e bisogna
essere unicamente donna per averlo. Madame Recamier ebbe un impero ben
più vasto di madama Staël. Come le principesse del rinascimento avreste
la vostra corona di poeti e di scienziati, di politici e di capitani;
sareste un idolo ed un oracolo; gentile come Lucrezia Borgia e terribile
come Caterina Medici, riverita come Vittoria Colonna e amata come
Imperia. Il vostro salone sarebbe un olimpo, il pantheon di tutte le
grandezze, il tempio di tutte le glorie. Avreste le spade di Vittorio e
di Garibaldi nella stessa panoplia, le bandiere della Cernaia e di
Montevideo, di Goito e di Calatafimi nello stesso trofeo. Nel vostro
circolo avrebbero discusso Curci e Gioberti, Cavour e Mazzini, e
verrebbero adesso a stringersi la mano papa Pecci e re Umberto, mentre
Morelli vi cercherebbe una testa di madonna, Boito penserebbe al suo
Nerone, Carducci ad un'ode pagana, e Vera, il grande hegeliano,
mostrerebbe ad Ardigò, il nuovo positivista, il trionfo del proprio
sistema sul vostro, la necessità dei contrari e la loro fusione.
Ma ella non mi ascoltava nemmeno. Si era abbandonata nuovamente sul
divano, la faccia immobile in un pensiero. La eletta e delicata vigoria
del suo corpo si esprimeva in quell'attitudine con una potenza, che
faceva ricordare il sublime ritratto di Agrippina; ma il suo viso più
corretto nelle linee si dilatava alla fronte per una più vasta vita
cerebrale. I suoi occhi, grandi e tagliati a mandorla, avevano una
profondità dolcemente appannata, come a certe ore del mattino l'aria
vela tremolando la cavità di una forra. Le sue spalle erano larghe e il
suo seno ampio, benchè la cintura le serrasse troppo la vita, divenuta
eccessivamente sottile sotto la pressione continua della moda. A che
pensava in quel momento donna Augusta? Le dicerie sulla sua relazione
con quell'illustre defunto, che l'Italia ha già dimenticato, e che passò
attraverso il Parlamento come una cometa fra una folla di astri minori,
mi ritornarono allora nella memoria. Quelle idee, frammenti di un antico
mondo, colle quali uno spirito audace aveva forse sognato di
ricostruirne un altro, e che ella gettava alla rinfusa contro la società
moderna, come un grande artista si divertirebbe amaramente a scagliare
negli ornati gessosi dei nostri edificii i rottami di un antico
cornicione in terra cotta, mi parvero come le reminiscenze di un amore
sconosciuto fra due grandi anime, le strofe mutilate di un poema rimasto
inedito in un secolo, che non sente più l'epopea. Ella me ne aveva
discorso altre volte, ma come per incidente, vibrando il bagliore di
un'osservazione nel crepuscolo brumoso delle solite conversazioni. In
quel momento ella aveva forse abbandonato la festa, e vagava come uno
spirito, che non ha ancora potuto morire, per un cimitero silenzioso. La
sua fronte troppo vasta per una donna, e che ella, malgrado le esigenze
della moda, mostrava sempre nella sua orgogliosa nudità, aveva
l'arditezza di una cupola gettata sopra un tempio; mentre il suo
candore, che aveva resistito a tutto, pareva come la casta ragione del
suo orgoglio.
Gli invitati sparpagliati per l'immenso salone, a gruppi, presso un
divano, intorno a una poltrona; le signore sedute, gli uomini quasi
tutti in piedi rumoreggiavano fra un tintinnio di piatti e di bicchieri,
di posate e di risa; intanto che i camerieri, superbamente gallonati,
passavano e ripassavano fra di loro come tanti dignitarii in mezzo ad un
popolo. Per un momento, colle signore nascoste da tante cinture di
uomini e che non mostravano se non una macchia stuonata dell'abito, il
salone mi parve come una enorme tavolozza, sulla quale aspettassero dei
mucchi giganteschi di colori. Sebbene il vento circolasse liberamente
dalle finestre aperte, l'aria troppo satura di profumi s'aggravava sul
respiro, e le cento fiammelle a gas vibravano un calore accecante di
meriggio. L'animazione della festa era al colmo, i fiori cominciavano ad
avvizzire, la musica taceva, i discorsi si alzavano stormendo con un
suono secco di pioppi. Lo scoppio di una bottiglia di champagne tuonò.
Donna Augusta mi guardò. Mi affrettai ad alzarmi, e, inchinandomele
senza dir altro, le offersi il braccio. Ella mi guardò ancora, e si
levò. Traversammo quasi inosservati il salone: nell'anticamera le
avvolsi intorno al petto uno scialle chinese, miracolo di un'industria,
che vanta forse trenta secoli di studii e di progressi; ella mi lasciò
fare, se ne accomodò i capi sulle braccia, stringendoselo con una sola
ondulazione su tutta la persona. Si assicurò in una mano il mazzo dei
gelsomini, il ventaglio nell'altra, quindi rivolgendomi il capo respirò
potentemente l'aria più fresca dell'anticamera.
— Grazie — mi disse poi, infilandomi da se stessa il braccio per
discendere lo scalone.
Io non risposi.
Il servitore gallonato, che aspettava all'ultimo pianerottolo, ci
riconobbe e corse a chiamare la carrozza. Era scoperta: non dovemmo
attendere neanche un minuto. Ella vi salì colla leggerezza di un
levriero e per risparmiarmene il giro si sdraiò a sinistra: montai. Ella
ordinò al cameriere, che chiudeva lo sportello:
— Al lago.
La notte era tiepida, la luna sorgeva allora. Traversammo la città senza
dire una parola. I cavalli, due superbi trottatori, battevano
sonoramente l'unghia sul ciottolato, trasportandoci colla rapidità di
una visione: ma appena fuori delle mura il vento della campagna ci
richiamò colla sua dolce sensazione. Ella cangiò posa, scambiò meco
un'occhiata, e seguitò a tacere. Io aspettavo. Il nostro silenzio,
leggero come il venticello, aveva la medesima mitezza della campagna e
la stessa soavità del crepuscolo lunare. Ella pensava sempre. La
tappezzeria bruna della carrozza e l'abito nero davano alla sua testa
come una sembianza di statua, alla quale i riflessi dorati dello scialle
chinese parevano tessere un'aureola evanescente. La campagna era bruna e
profonda. L'ombre frastagliate degli alberi cominciavano a ricamare la
strada aperta dal solco raggiante dei fanali: i domestici in serpa
stavano immobili. Il suo mazzo di gelsomini avvizzito dal bollore della
festa esalava un odore più acuto ed insieme delicato, che mi distrasse.
Era l'aroma del suo pensiero femminile, o il preludio di ciò, che forse
mi avrebbe detto fra poco? Infatti si raddrizzò leggermente sul cuscino,
mosse la testa, e con quell'accento trasognato, che in lei sembrava
uscire da un lungo soliloquio, mi domandò:
— Ci pensate ancora?
Non compresi.
— Allora ecco la vostra novella.
Involontariamente mi sfuggì un atto troppo vivo di curiosità, ella lo
represse con un sorriso, e chinò il capo colla civetteria dei grandi
oratori, che preparano una improvvisazione. Il trotto dei cavalli,
cadenzato e poderoso come un rullo, avvolgeva la carrozza e dava il
prestigio di una confidenza a quanto ella stava per narrarmi. La luna
tardava a sorgere: ella incominciò nell'ombra a bassa voce:
— Vi ricordate la prima volta, che vi presentai alla duchessa di
Campiano? fu ad una festa di ballo nelle sale dell'ambasciatore di
Germania: quella sera la duchessa era anche più bella del solito, era
vestita di bianco, stellata di diamanti. Mi pare che poco dopo veniste a
dirmi molto bene della duchessa come donna e come dama; ma non mi
sovvengo che me ne abbiate più parlato. Voi partiste, ella morì dopo tre
mesi. Nessuna meglio di lei incarnava il tipo tanto studiato e così poco
capito della gran dama moderna: ne aveva tutte le qualità e tutti i
difetti, i caratteri tradizionali e le espressioni contemporanee. Nata
in una delle famiglie più nobili e più ricche di provincia, era
cresciuta a Firenze in mezzo agli splendori delle ricchezze, alle
sontuosità dell'eleganza. La conobbi maritata, ed ignoro la sua
infanzia; ma so che, essendo figlia unica, non fu posta in convento, e
che sua madre in gioventù non era stata meno bella, nè meno elegante. Il
suo fisico ve lo rammentate senza dubbio, il suo morale non lo avete
certamente nè indovinato, nè studiato. Ella aveva ventitre anni, due
bambine, sei milioni di dote, un marito. Educata in un ambiente
aristocratico al disopra del mondo, come il suo palazzo antico era al
disopra di tutte le case circostanti, ella non ne sapeva nulla; sembrava
istruita ed era ignorante, non aveva letto nessun libro forte, nè
riflettuto ad alcun problema umano: non sapeva la storia di nessun
popolo e di nessuna idea. Dolce nel carattere come tutti quelli, che non
incontrarono mai difficoltà; nervosa fino alle lagrime e all'entusiasmo,
non aveva mai provato una qualsivoglia profonda emozione di pietà o di
ribrezzo, di odio o di amore. Però aveva un'affabilità irresistibile ed
una insolenza incantevole, le maniere morbide e i sentimenti duri:
credeva nella religione senza sentirla, accettava i giudizi della
propria classe al momento che imperavamo, come ne aveva appreso i modi,
e li avrebbe forse istintivamente cercati per la delicatezza innata del
suo organismo. Superba fino ad infrangere le leggi dell'etichetta per
affermarsi più vivacemente, ma umile e tremante davanti ad ogni
pregiudizio; colla freschezza di tutti i bisogni e la decrepitudine di
tutte le idee; di una storditaggine, che andava fino alla poesia, e di
una osservanza, che oltrepassava la meticolosità; mettendosi
naturalmente al centro di tutto senz'altra attrazione che quella delle
rose, il colore e il profumo; adorando le feste e i ricevimenti,
nutrendosi di occhiate e di sorrisi, non concependo nulla al disopra di
se stessa, e non curando quanto poteva essere al disotto; sapendo di
essere bella e ricca, nobile e giovane, di possedere tutto e di potere
esigere il resto, di essere un'arbitra in casa ed una sovrana fuori; era
felice. Il suo egoismo, che aveva la profondità dell'inconscio e la
ingenuità dell'esperienza, essendo una grazia, poteva parere un diritto:
la sua bellezza aveva una gracilità, che la rendeva più poetica, e dalla
quale il mondo interpetrava facilmente la delicatezza dell'anima. Del
resto l'avete veduta. Ma quello, che tutti sentivano e nessuno
formulava, era la sua coscienza di gran dama, di unicamente dama:
vergine senza lirica, sposa senza passione, madre senza fanatismo. Le
sue bambine non erano per lei che due gioielli, i più carini, fors'anche
i più preziosi, ma solamente una decorazione; suo marito nient'altro che
il suo stesso nome e la sua posizione sociale. La vita vera per lei si
componeva del palazzo e della villa, del salone e della carrozza, di
tutte quelle compiacenze minime e quotidiane, che attirano i privilegi
della ricchezza e dell'aristocrazia, dalla servilità dei domestici alle
deferenze dei signori più cospicui, delle persone più illustri. La sua
vanità, sempre tesa come quella di una cantante, le faceva subordinare
tutta la propria esistenza all'approvazione del pubblico, che affettava
di non curare; ma il pubblico era per lei di due sorta: quello della
piazza, al quale faceva la corte, perchè lo temeva; quello dei saloni,
che le faceva la corte, perchè la desiderava. Come le sue eleganze
sorpassando la moda non arrivavano mai all'arte, il suo gusto, raffinato
senza cultura e senza elevatezza, avrebbe preferito un sopramobile ad un
quadro, uno scialle ad un arazzo. Il carattere dominante della sua
eleganza e l'ultimo verbo della sua coscienza era la distinzione; questa
parola tutta moderna, che vale da sola un dizionario, e contiene tutte
le nostre malattie e le nostre superiorità, i nostri sentimenti secreti
e le nostre preferenze confessate. Che cosa è davvero questa
distinzione, la quale si applica indifferentemente al colore di una
stoffa e alla punta di una scarpa, al portamento di una donna e alle
forme di un cavallo? Nè Baiardo, nè Vittoria Colonna, che mi avete
citato, sarebbero oggi distinti per gente di salone: forse Olimpia
Pamphili, se si occupasse meno di politica; ma Paolina Borghese col suo
bel corpo di marmo e la sua bell'anima di ferro, no certamente. La
bellezza distinta deve essere gracile o almeno angolosa, ma senza
idealità nella delicatezza, nè vigore nella angolosità; il profilo di
Napoleone primo parrebbe troppo arcigno, la testa della principessa di
Lamballe troppo vaporosa. L'affermazione, comune oggi, che le statue
greche vestite sarebbero brutte, esprime tutto il contenuto della
distinzione moderna; la quale non vuole più il nudo e non sente più il
forte, preferisce la decorazione alla semplicità, la mortificazione
della fisonomia alla sua calma olimpica o alla sua maestà eroica. I
gentiluomini emigrati a Coblenza, che trovavano ridicolo Charette, il
quale si batteva e vinceva per loro. La duchessa di Campiano, che
accusava Garibaldi di non avere un aspetto signorile, non osando più
rinfacciargli la umiltà della nascita! Così ogni vera originalità viene
condannata, poichè attesta una superiorità; mentre la distinzione non è
che una supremazia collettiva come un marchio effimero di grandi
decaduti fra la folla dei sorgenti. Quando i Greci non ebbero più nè
potenza, nè libertà, nè arte, nè filosofia, rimasero il secreto della
eleganza; sbertarono i Romani, loro padroni, col nome di barbari, e i
Romani risposero chiamandoli greculi. Forse allora fu inventata la
distinzione, come una rivincita dei vinti contro i vincitori, l'ultimo
orgoglio di una razza moribonda, l'estremo vanto di una impotenza, nella
quale sopravvivevano i ricordi e svanivano i residui di un'êra
immortale. Oggi noi siamo greculi fra il popolo, che ritorna romano.
Castellani nel medio evo, potentotti all'alba del rinascimento, principi
al suo meriggio, signori al suo tramonto, perimmo nella rivoluzione
francese. Fino all'ultimo, quando cessammo a poco a poco di essere noi
la civiltà, la proteggemmo; e l'arte e la scienza, l'industria ed il
commercio, tutto fu nostra clientela. Adesso una immedicabile incapacità
ci condanna al più ignobile dei parassitismi, siamo senza testa e senza
cuore, senza funzione nello stato e senza carattere nella nazione. Il
disprezzo del denaro, che era stata la nostra ultima virtù, è perito
colla nostra ricchezza; accattiamo gli impieghi e vendiamo i blasoni:
sopprimete la monarchia, che ci dà ancora qualche onorificenza nei balli
di corte, e saremo senza prestigio. Solo l'aristocrazia inglese, sorta
l'ultima, quando la nostra, la più antica, cominciava a decadere, ha
ancora una qualche coscienza di se stessa; ma la rivalità di opulenza
coi grandi industriali la costringe alle stesse avare cupidigie, alle
ferocie della grande cultura contro i poveri contadini; e mentre i
mercanti uccidono gli operai nelle fabbriche, i lordi disertano la
Scozia e l'Irlanda. Però la nobiltà inglese ha un orgoglio, e noi non
abbiamo che una vanità. Essa crede alla propria superiorità naturale, e
quindi empie le proprie fila di tutti gli aristocratici del caso, nati
nelle soffitte e che giganteggiano fra la plebe; giacchè l'aristocrazia
o è un fatto naturale o è nulla: noi invece ci siamo chiusi nella sua
forma storica, e vi ci siamo incadaveriti, rinnegando il principio, che
l'aveva creata, e faceva la sua forza. Quando il cristianesimo bambino
si contrappose alla filosofia greca, Tertulliano gli salvò la vita nel
terribile confronto con una sola parola: tutto ciò che vi era in essa
d'immortale era un prodromo del cristianesimo: l'aristocrazia doveva ad
ogni generazione ripetere il motto di Tertulliano alla plebe, e
strappandole ad uno ad uno i suoi grandi, dire loro: voi mi appartenete.
Invece la nostra vanità li ha respinti; mentre essi erano belli, noi
volemmo essere distinti; mentre essi erano forti, noi ci vantammo di
essere eleganti; mentre essi lavoravano, noi dichiarammo umiliante ogni
lavoro. Essi inventarono il vapore, e noi perdemmo il coraggio di domare
un puledro; svilupparono le scienze, e noi abbandonammo le scuole;
mantennero l'arte, e noi abbassammo gli artisti al livello degli
artigiani. Andammo ancora a teatro, ma unicamente per far pompa di una
indifferenza insultante, arrivando infallibilmente dopo il primo atto e
partendo al penultimo: leggemmo i loro libri, ma senza spremerne il
significato, come si odorano i fiori in certi momenti di distrazione, o
li accettammo come un omaggio dovuto alla nostra regalità, un passatempo
prodigato alla nostra noia. E per l'illusione logica di tutti coloro che
sopravvivendo a se stessi si credono i soli a vivere, battezzammo la
nostra congregazione col nome di alta società, il nostro mondo
coll'aggettivo di grande. Poi costretti all'appariscenza del lusso, non
avendo più alcuna apparenza di grandezza, fummo più condiscendenti verso
il danaro che verso l'ingegno; non dimandammo la fedina criminale
all'usura, e chiedemmo al genio il suo blasone. Le signore presero per
propri i colori della tisi, non ispirarono più passioni e non ne
sentirono; bandirono dalla vita l'idillio ed il dramma per lasciarvi una
commedia senza spirito, una satira senza profondità. Per essere
veramente dame cessarono di essere donne: ebbero una religione senza
pietà, una fede senza luce; furono senza patria, perchè non avevano più
famiglia; senza poesia, perchè erano senza vita. Ah! me ne dimenticavo
quasi, la duchessa di Campiano era così.
E donna Augusta si raccolse un istante.
— Quando conobbi la duchessa di Campiano la sua bellezza era in fiore, e
la sua celebrità cittadina nel massimo frastuono. La sua vita, vuota di
sentimenti e di azioni, era occupata febbrilmente dalle visite e dai
balli, da tutte le necessità mondane delle sue innumerevoli relazioni e
dei suoi trionfi. Colla casa piena delle più abili cameriere, non
pensava mai che alle eleganze della toletta, alle soddisfazioni delle
più minuscole vanità. La duchessa di Campiano non aveva salone. Dava due
o tre grandi balli nell'inverno, qualche mattinata, qualche rarissima
serata, se qualcuno o qualche cosa gliene fornivano il pretesto, perchè
non sentiva nè il raccoglimento della famiglia, nè l'intimità di una
corte. Le occorreva la folla sempre e dappertutto. I suoi trionfi di
decorazione avevano d'uopo di una luce da palcoscenico, del fracasso di
una grande orchestra, dell'applauso di una platea; e quindi le conveniva
mutare spesso di pubblico per non stancarne la sensibilità di spettatore
e permettere a se stessa il _bis_ di qualche abito o di qualche piccolo
motto. Come una prima donna nella retroscena di un teatro fra la folla
degli inservienti e degli istrioni senza nome, la duchessa di Campiano
era sempre sola nel suo palazzo e fuori, camminando circonfusa di una
superbia indefinibile, passando come una visione che non scaldava i
cuori e non ottenebrava le menti; leggiera ma inconsistente, profumata
ma insipida, insensibile ma non sentita. Tutti la vantavano, e nessuno
l'ammirava. Aveva dello spirito, e i suoi motti non restavano; era
bella, e non aveva ancora destata una passione.
Ma ella non se ne accorgeva. La necessità di questa prova, che è una
tentazione degli spiriti elevati, ella non la sospettava nemmeno; la
unanimità dei complimenti le attestava la propria eccellenza, le
temerità di qualche uomo, che come baleni da una nuvola troppo carica di
elettrico le scattavano attorno, le provavano la sua onnipotenza di
donna. Non avendo mai riflettuto, non aveva mai dubitato: invece di
osservare, guardava; invece di cercare, accoglieva. Ella era
dappertutto; non avrebbe permesso ad un ballo di essere citata senza
avervi fatta una apparizione; ai bagni, non si sarebbe lasciata passare
un'onda al di sotto senza sollevarvisi. Come una regina, aveva nominato
le proprie dame di corte, quattro o cinque signore, alle quali gettava
gli avanzi dei propri trionfi, e che la decantavano dovunque per
dichiarare la propria intimità con lei e col suo genere di vita. Una
sola volta disse meco di volersi comporre un salone, ma le difficoltà ne
la spaventarono; e non vi sarebbe riuscita. La povera duchessa avrebbe
dovuto far ballare tutte le sere per divertirsi e per far divertire.
Ella non lo voleva, e il duca non glielo avrebbe permesso malgrado la
sua grande condiscendenza. Essi vivevano quasi separati in un commercio
molto amabile ed insieme molto freddo. Il loro matrimonio, determinato
da mille ragioni di interessi, non aveva avuto naturalmente che il
significato di una associazione, nella quale la galanteria era potuta
arrivare sino alle conseguenze dell'amore. Del resto il duca era un
gentiluomo molto distinto, che sapeva dirigere un ballo come guidare un
tiro a quattro, e avrebbe disimpegnato nobilmente qualunque carica a
corte. Non aveva voluto essere deputato; ma, appena l'età glielo
permettesse, sarebbe senatore. Che cosa egli medesimo facesse e di che
vivesse, era un mistero: era non so cosa in municipio, qualche cos'altro
in molte banche, presidente di una società operaia o simile, per quella
solita contraddizione del popolo, che odia i signori, e non sa far
niente, se non sono almeno in apparenza alla sua testa; ed ecco un
sintomo della legittimità dell'aristocrazia. Ma il duca lasciava la
massima libertà alla duchessa. La conobbi e mi piacque: ella mi preferì
per un certo tempo, perchè con tutte le smanie secrete di sovranità,
aveva un bisogno ancora più secreto di essere dominata e di obbedire.
Come a tutti i satelliti le occorreva un astro, intorno al quale
gravitare; e prima che entrassi nella sua intimità, era quasi a
discrezione di una cameriera. La duchessa, che parlava moltissimo come
tutte le signore senza spirito, mi raccontò presto tutta la sua vita e
le sue idee, con la ingenuità di chi non può nemmeno sospettare di aver
torto, perchè non vede il contrario. Non era nè felice nè infelice, ma
era contenta senza volerlo ammettere, per quella condiscendenza volgare
verso il dolore, che è in tutti i discorsi sulla vita. Forse qualche
volta si annoiava, ma era una lassitudine dei nervi, più che una
stanchezza dello spirito, una disoccupazione della testa, piuttosto che
un vuoto nel cuore. Siccome si afferma che il cervello di noi altre
donne è più piccolo di quello degli uomini, avrei voluto vedere quello
della duchessa, perchè fra il cervello di noi signore e quello delle
altre donne ci deve essere altrettanta differenza. Benchè facciate il
romanziere, non saprete mai misurare il cervellino di una dama, e farne
la nomenclatura delle idee. Un uomo solo, il più gran genio del nostro
secolo, Balzac, ci ha ritratte con una verità insuperabile ed
insultante, impassibile ed immortale. Voi, mio caro Di Banzole,
perderete dieci volte la vita prima di apprendere a decomporre la più
semplice delle nostre fisonomie, a risolvere la più facile delle nostre
contraddizioni. Forse il piccolo è più difficile del grande, forse il
microscopio ha più secreti del telescopio. Nemmeno le grandi donne vi
riescono: guardate la Stäel, George Sand, Giorgio Eliot, Elisabetta
Browning, e paragonatele a Balzac. Le loro analisi femminili sono le più
monche e le più false della letteratura moderna: o romanticismo tragico
della prima maniera, o romanticismo casalingo della seconda; analisi
vera mai. Quante volte Balzac deve aver sorriso dall'alto della sua
immensa opera di titano, osservando le grandi scrittrici del nostro
secolo salire sulle montagnuole dei giardini per imitarlo, e credere
così di riuscirvi. Non si giudica se non ciò che si è oltrepassato; non
si ritrae se non quello che ci è sottoposto: noi donne non possiamo
comprenderci, e gli uomini non lo possono del pari, se non alzandosi al
disopra del rapporto, che li unisce con noi. Dante, Shakespeare, Goethe,
Balzac... Anche voi altri siete in pochi. Ma se i primi tre sorpresero i
generi e le specie, il quarto fece ancora meglio, e sorprese le famiglie
e gli individui. Oggi si vorrebbe fare di più, e Zola studia le
malattie; ma ciò è molto meno, perchè le eccezioni sono più facili della
regola, ed hanno fatalmente minore estensione e minore profondità. E
voi, Di Banzole, dove tendete col vostro povero lirismo filosofico, che
non riscalda e non rischiara, che ha tutti i difetti della lirica e
della filosofia, quando vogliono diventare drammatica? Voi, che siete
sempre al di là del vero, e al disotto del bello: povero romanziere di
una nazione, che non ne ha avuto che uno, e non ne ha più; che credete
alla necessità di scrivere, mentre potreste fare come me, che racconto
solamente...
— Raccontate dunque.
— È vero. Quasi rimpetto al palazzo della duchessa di Campiano,
all'angolo di una casetta antica colle bifore, appoggiato ad un pilastro
di granito rosso, stava sempre un povero zoppo. I suoi cenci pieni di
colori e di buchi avrebbero entusiasmato un pittore, la sua testa fatto
fantasticare più di un poeta. Una gran barba, che cominciava a
brizzolarsi anzi tempo, gli saliva fino agli occhi, e gli scendeva sul
petto. I capelli gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, e quando si
traeva il berrettone per tenderlo col gesto umile del mendicante, gli si
vedevano incollati sulla fronte, come a certe figure delle stampe
antiche. Era zoppo da una gamba, pallido e sofferente. L'enormità del
suo piede infermo, tutto fasciato di stracci, spiegava forse
l'espressione macilenta del suo viso, e la malinconia del suo sguardo.
Aveva gli occhi neri, oblunghi, di un taglio squisito e di una
profondità mistica. S'appoggiava su due gruccie; una lunga, imbottita,
che gli sorreggeva l'ascella; l'altra piccola, a bastone, sulla quale la
sua mano si era deformata nella lunga e faticosa pressione. Da qualunque
finestra del palazzo Campiano vi affacciaste, eravate sicuro di trovarlo
accanto al suo pilastro, la fronte china, le spalle curve. Quando
pioveva, si riparava sotto l'arco della porta più vicina, e vi restava
invariabilmente sino all'ora di notte. Quindi se ne andava a passo
lento, e mi ricordo di aver sentito più di una volta dall'appartamento
della duchessa la percossa cadenzata delle sue stampelle, che nella
notte rimbalzava sino ai vetri delle nostre finestre. La mattina tardi,
mai prima delle nove, ricompariva al suo posto. Non chiedeva l'elemosina
che alla gente ben vestita, ma la dimandava col gesto: si spiccava
appena dal pilastro, allungando uno dei bastoni, si protendeva,
abbassava la testa, alzava gli occhi con una attitudine da martire. Il
suo berrettone, scuro e senza fiocco, era di quelli, che usano i
carrettieri nella campagna romana. Ma non ringraziava altrimenti che
battendo gli occhi e non invocava mai il nome di Dio. Forse la
distinzione delle sue maniere, Donna Augusta ebbe un sorriso, e la sua
poca importunità gli valevano la tolleranza delle guardie, e un ricolto
quotidiano abbastanza abbondante. Però egli non mutava mai vestito;
solamente nell'inverno si ravvoltolava in un mantello vecchio, a doppio
bavero, con un grosso fermaglio a catenella di ottone, e si metteva due
guanti a maglia senza dita. Il pallore di quel po' di faccia scoperta
gli si faceva livido, e l'occhio gli si velava di una lagrima diacciata.
Ma nemmeno allora, sotto il peso di quella nuova miseria, apriva la
bocca, o faceva un gesto di più. Per una di quelle solite
contraddizioni, che sono quasi sempre un'insolente ironia, si chiamava
Prospero; e i monelli, che qualche volta avevano cercato inutilmente
irritarlo, lo avevano battezzato Prosperaccio. A pochi passi, svoltando,
v'era la chiesetta di santa Barnaba, nella quale la duchessa andava
quasi sempre la domenica a messa. La messa era alle undici e mezzo.
Appena ella usciva a piedi del portone, Prospero, che spiava chissà da
quanto tempo, si raddrizzava alla meglio, tirava indietro il piede
ammalato, e si cavava il berrettone come i devoti all'avvicinarsi del
viatico. La duchessa ne sorrideva nel suo interno, e gli dava
invariabilmente mezza lira. Ma neanche a lei Prospero aveva mai detto
grazie colla voce. Se fra giorno la duchessa usciva a piedi, sola, e
passava dall'altro canto della strada, Prospero non le andava incontro
ad importunarla; restava addossato al proprio pilastro, dritto nella
posa più composta, e si cavava il berrettone senza curarsi che la
duchessa lo vedesse o no, e gli rispondesse con uno dei suoi invisibili
cenni del capo. Se la duchessa gli passava vicino in compagnia di
qualche amica, Prospero si traeva rispettosamente il berrettone, ma non
lo allungava. La duchessa colpita da questa discrezione piena di buon
gusto lo aveva elevato a suo primo povero, e ne aveva parlato colle
signore. Qualcuna era passata apposta di lì per conoscere Prospero, gli
aveva fatto l'elemosina, ricevendo lo stesso ringraziamento muto, e
riportandone la stessa buona impressione. Ma a poco a poco Prospero era
entrato nel palazzo di Campiano. Non che vi avesse mai posto il piede,
ma aveva attirato l'attenzione dei domestici, sempre pronti a
sorvegliare le preferenze dei padroni; e la sua sorte se ne era ancora
avvantaggiata. Le cameriere gli davano qualche soldo, gli sguatteri
qualche avanzo. Egli accettava tutto cogli stessi buoni modi, ma non
parlava che con una vecchia guardarobiera, la quale, passandogli
innanzi, si fermava sempre a dirgli qualche cosa. Non so qual genere di
amicizia fosse la loro, ma ella se ne vantava cogli altri servitori, e
aveva potuto parlarne anche colla duchessa, che aveva sorriso. Prospero,
raccontava la vecchia, le dimandava sempre nuove della salute della
signora duchessa, parlava di lei come di una santa, e le augurava tutte
le felicità; una volta aveva persino chiesto se era contenta al mondo, e
se andava bene in famiglia.
— Figuratevi, tutti l'adorano.
— Lo credo bene — aveva risposto Prospero; poi aveva strizzato gli occhi
soggiungendo: — e col signor duca?!
— Ma si adorano: non vi è mai stato marito e moglie che si amino di più.
La duchessa sorrideva sempre di questo racconto, che l'altra le ripeteva
ad ogni caso, con intenzione maligna, mentre invece chissà cosa aveva
raccontato a Prospero sulle relazioni intime della duchessa col duca.
Infatti la loro freddezza non poteva essere un secreto nel palazzo. Il
duca allora aveva una ballerina celebre, che gli costava più di uno
scandalo. E poco a poco io stessa mi ero interessata a quel povero
zoppo. Qualche frase della duchessa, la miseria pittoresca degli abiti
di lui, l'espressione quasi mistica della sua faccia, il suo contegno,
la immobilità della sua vita, lì, all'angolo di quella casa, mentre
tutta Firenze gli si agitava incessantemente intorno, me lo richiamavano
tratto tratto alla mente con una di quelle insistenze inesplicabili, le
quali ci producono la sensazione indefinibile di qualche cosa, che stia
per aggiungersi alla nostra vita, di un altro filo, che entri nella
nostra trama. Ma quando gli passavamo innanzi colla duchessa, siccome
gli guardavo nella faccia, egli evitava costantemente, e con una specie
di paura, il mio sguardo. La duchessa invece arrivava qualche volta
perfino a sorridergli. Una domenica di primavera, che ritornavamo da una
visita, la duchessa aveva un mazzo di viole bianche ad un bottone del
cappotto: quella mattina ella era di una gaiezza eccessiva: appena vide
Prospero si cercò in tasca il portamonete, ma non trovandoselo, si
sbottonò il cappotto:
— Poveraccio! — esclamò col suo riso inimitabile — dammelo tu, Augusta.
Gli eravamo già davanti. Prospero, che si era tratto rispettosamente il
berrettone vedendoci spuntare all'angolo della strada, si curvava già
per il suo inchino, quando la duchessa nel riabbottonarsi il cappotto
perdette una viola. Malgrado la difficoltà di quell'attitudine e della
gruccia, colla quale si sorreggeva, Prospero si precipitò per
raccoglierla con tale violenza, che gli strappò un urlo sommesso di
dolore; si rialzò pallido come uno spettro, e mentre stavo per aprire il
mio portabiglietti, ci disse con accento cavernoso:
— Se la mi permette, tengo questa.
La preghiera andava alla duchessa, ma era rivolta a me. Lo sentii, e
sentii che Prospero mi temeva. La duchessa soffocò una risata al
complimento, lo ringraziò con un moto di testa come avrebbe risposto in
un salone alla galanteria di un principe del sangue, e passammo oltre.
Ne scherzò meco lungo tutta la strada, poscia non ne parlammo più. Poco
dopo io partii per Ostenda. Quando ritornai, qualche cosa era accaduto
fra il duca e la duchessa. Una sera d'estate, che uscendo dal Niccolini
si erano fermati a prendere un sorbetto al Bottegone, una ragazza ed un
vecchio vennero a piantarsi davanti al loro tavolino. Il vecchio suonava
la viola, la ragazza cantava accompagnandosi sulla chitarra. Quella
ragazza, l'ho poi vista molte volte, era di una rara bellezza, sebbene
già avvizzita. Si diceva spagnuola, e vestiva il costume andaluso come
lo acconciano in teatro, ma forse non era che siciliana. I capelli di un
nero senza nome, pieni di ondulazione e di lampi, le incorniciavano con
civetteria di ritratto il volto livido ed ovale. Aveva una fronte molto
alta, con due sopracciglie troppo sottili, ma di una grande purezza di
disegno, sopra due occhi, dei quali era impossibile immaginare gli
eguali. Erano così profondi, che di primo tempo non se ne sentiva la
grandezza: avevano le palpebre quasi lunghe come la frangia della
gonnella, e una luce che teneva dell'abbarbaglio. Il naso leggermente
ricurvo colle narici palpitanti le dava un profilo da uccello di rapina,
mentre le labbra, rientrando, le lasciavano trasparire la bianchezza
stridula dei denti di porcellana. Era di mezza statura, le spalle
piuttosto curve, i fianchi arcuati, le braccia lunghe; ma il busto, a
colori sotto la baschina nera, le rialzava il seno con una temerità, che
aveva quasi della violenza, e dava al difetto delle sue spalle e dei
fianchi tutta la provocazione, che possono contenere questi due
deliziosi difetti. Infatti il suo collo era curvo come le sue spalle;
pareva tutta un po' curva, col seno troppo alto come le donne, che
sapendone profittare, vi mettono col piccante di una sincerità la
tentazione di tutte le interpetrazioni. Quindi camminava quasi sempre a
testa china, appoggiandosi naturalmente la chitarra sul grembo turgido
come il seno. Spesso pure si guardava i piedini, i più piccoli che io
abbia visto, calzati invariabilmente di una scarpetta scollata, di pelle
bronzina, sopra le calze di una tinta molto pallida. Ma quando guardava
era un'impressione di luce come il muoversi di uno specchio, dentro al
quale mille lingue di fiamme vampeggiassero e svanissero. Però la sua
voce stridula sarebbe stata insopportabile senza la stravaganza di quel
costume, e la poesia della sua figura. A Firenze le avevano messo nome
la Gitana, ed era l'avvenimento di tutti i caffè. Una folla di ragazzi e
di donne la seguivano di uno in altro più per vederla che per udirla.
Ella cantava una romanza spagnuola, o togliendo di mano al vecchio, un
insipido figurante, la viola, vi suonava alla meglio un fandango. Quando
aveva finito si traeva di tasca un piattino bianco, e andava
disinvoltamente in giro, destreggiandosi tra le frasi e le occhiate. La
prima sera il duca e la duchessa si erano fermati ad udirla quasi con
piacere; ma, tornandosi a casa la sera dopo, allo svoltare di una strada
avevano trovato la Gitana. Il duca, pretestando di essere aspettato
altrove, aveva lasciato la duchessa al portone, ed ella si era
naturalmente immaginato che ritornasse sulle orme della Gitana. Infatti
era stato così. La duchessa, che non poteva essere gelosa, non si
sarebbe occupata di questa nuova avventura, se il duca non si fosse
imprudentemente mostrato la notte in ogni caffè di Firenze dietro la
Gitana, come un novellino. Le amiche della duchessa si affrettarono
quindi a pungerla con nuove malignità; e, malgrado che ella ne ridesse
con una gaiezza fino ad un certo punto sincera, la sua indifferenza non
giunse a togliere ogni alimento alla loro cattiveria. O il duca
impazzisse davvero, o qualche cosa di funesto dovesse cadere sulla
famiglia Campiano, il suo carattere si era fatto piuttosto chiuso,
perdendo così col bell'umore la sua sola grazia. Un'altra sera, al
Bottegone, che la marchesa Erminia d'Armillara era colla duchessa e col
duca, la Gitana venne a postarsi davanti al loro tavolino. Io ero a
pochi passi col povero Rattazzi. La Gitana aveva rinnovellato il proprio
abito, conservandone ed arricchendone il costume. La baschina nera
ricamata in oro sfolgorava, il busto aveva un balenio d'iride, le calze
erano di seta, e un magnifico fornimento di corallo rosa le ornava la
testa ed il collo, i polsi e gli orecchi. M'ingannai o mi parve che ella
mettesse una speciale intenzione nel prescegliere il tavolino della
duchessa, la quale naturalmente finse di non accorgersene.
Quella sera i tavolini erano più affollati, la gente gremiva il
marciapiede: sarà stata circa un'ora; non passava più alcuno per la
strada. Tutta quella gente che si era fermata al caffè veniva da teatro.
La Gitana cantò una romanza napoletana, come un complimento, che ella
spagnuola facesse all'Italia, e che la goffaggine del suo accento
straniero rendeva più grazioso. La canzone aveva il colore e la nudità
del mezzogiorno. Il pubblico, in quell'ora per la maggior parte di
giovanotti eleganti, l'accolse con una simpatia clamorosa: e quindi
s'intesero dei bisbigli, che scoppiarono al finale in un motteggio di
applausi. Ma tutta quella folla aveva penetrata la oltraggiosa
intenzione della Gitana; la presenza della duchessa atteggiava quasi
drammaticamente la volgarità della scena. Il duca, che non poteva non
provare quella tensione, profittando del cicalio della duchessa colla
marchesa D'Armillara, per una delle sue morbose vanità di scandalo, si
mise francamente a guardare la Gitana. La quale cantò la romanza più
malamente del solito. Si volle il _bis_, la replicò, la dovette
replicare ancora, e andò in giro. La duchessa, che non perdevo d'occhio,
ebbe un'occhiata sublime di indifferenza quando la Gitana le si presentò
col piattello: mi sembrò che l'altra trasalisse, ma certo trasalì la
folla, che passò istantaneamente dalla parte della duchessa. La Gitana
proseguì la questua sotto il nuovo peso di tutti gli sguardi e la
percossa di tutte le parole, e si fermò davanti a noi. Il povero
Rattazzi la guardò attraverso i suoi occhiali usi a scrutare
dappertutto, la prese, la gittò dentro uno dei suoi motti, profondi e
freddi come un pozzo. In quel momento alla luce di un fanale scorsi
Prospero appoggiato all'angolo del Duomo, che seguiva collo sguardo la
Gitana. Non so perchè fremetti. Poi la Gitana prese dal vecchio la viola
e suonò la nuova canzone di Piedigrotta con una posa più corretta di
artista: salutò, partì, gran parte del pubblico fece altrettanto. Allora
me ne andai io pure senza parlare alla duchessa. L'indomani ricevetti un
suo biglietto pressante; risposi che non avrei potuto sull'atto, e che a
sera sarei passata al suo palazzo. Mi aspettava: era agitata, una
collera fredda le balenava dagli occhi. Senza darmi nemmeno il tempo di
interrogarla, mi raccontò come il duca volesse invitare la Gitana per la
loro ultima serata d'addio agli amici, prima di partire per Sesto
Fiorentino. La duchessa aveva sulle prime creduto ad uno scherzo di
cattivo genere, ma egli si era fatto serio, mettendosi a spiegarle tutte
le ragioni in favore della propria proposta. Certo la Gitana era
tutt'altro che una buona cantante, ma essendo spagnuola, col costume
spagnuolo, suonando dei balli di Spagna, offrendo così l'occasione di
improvvisarne qualcuno colle nacchere, diventava più che possibile in
una serata di amici, che l'avrebbero presa come un anticipo sui
divertimenti della campagna. E il duca tornava sullo scherzo con quella
persuasione dei propositi deliberati, che fanno sentire sotto la gaiezza
dell'accento l'irritazione di uno sforzo. La duchessa offesa più nel suo
orgoglio di dama, che nella sua dignità di donna, si era opposta con
risolutezza sprezzante, senza degnarsi neppure di cercare se sotto
quella sconvenienza si nascondesse una abbiezione. La discussione, lunga
e difficile per se stessa, si era finalmente conchiusa in un alterco; ma
siccome il duca non poteva addurre altre spiegazioni a questo capriccio
che la propria volontà, la duchessa aveva allora dovuto provarne la
percossa come donna. La sua testa ne aveva rintronato, immaginandosi
subito che quello fosse un proposito della Gitana per mettersi meglio in
voga, una condizione infame che gli avesse messo ai propri favori.
Qualunque altra donna al posto della duchessa avrebbe trovato nello
sdegno o nel dolore della propria coscienza la forza di umiliare o di
convincere quell'uomo: sarebbe stata solenne nel silenzio, e eloquente
nelle parole; avrebbe avuto di quelle frasi che tolgono il respiro, di
quelle osservazioni che dissolvono ogni pertinacia. Ella non trovò
nulla. Non contrappose che la propria vanità di dama, non invocò che le
convenienze dell'etichetta: poi gittandosi nell'ironia, senza osare di
strappargli il secreto, volle flagellarlo col ridicolo di ricevere
condizioni chissà da chi e a che prezzo, mentre tutta Firenze ne rideva.
Il duca, che non mancava al tutto di spirito, l'aveva rimbeccata; i
sarcasmi erano arrivati fino alle insolenze, le insolenze quasi alle
minaccie. Ella già impaurita aveva allora dichiarato che ritirerebbe
gl'inviti: egli l'aveva guardata freddamente negli occhi, e l'aveva
sfidata a questo coraggio. Quello sguardo l'aveva atterrata. Il duca se
n'era andato intanto che ella scoppiava a piangere; e in quel momento,
raccontandomelo, le lagrime le tornavano nuovamente agli occhi. Sulle
prime aveva pensato di dare la serata, e di mancarvi con un pretesto
qualunque; ma poi aveva riflettuto che la sua assenza renderebbe anche
più viva l'ingiuriosa presenza della Gitana nel suo salone. Era pallida,
cogli occhi gonfi, la testina arruffata e spiritata. La inanità della
sua natura si rivelava tutta in quel frangente, guadagnandovi quasi una
grazia di bambino. Le idee più strane, i divisamenti più inconcepibili
le si affaccendavano nel discorso; poi ne smarriva il filo, e si
abbandonava a lagnanze di un comico irritante. L'ascoltai pazientemente.
Però siccome non le rispondevo, alla fine s'inciprignì anche meco. Le
amiche l'abbandonavano. Invece non volevo che vedere a qual partito si
appiglierebbe; ma non ne trovando, conchiuse quasi sbadatamente di
avermi mandato a chiamare perchè le dissuadessi il marito. Allora le
feci notare la sconvenienza di invocare un estraneo in questo loro
pericoloso dissenso; se non che mi interruppe, e passandosi la mano
sulla fronte con un gesto carino, inesprimibile di superbia, disse:
parliamo d'altro. Quindi si mise per altri argomenti senza però diventar
più calma. Eravamo nel suo salotto favorito, una scatola di raso, un
astuccio delicato per una preziosa pupattola. Malgrado il turbamento di
quella giornata, ella aveva trovato il tempo per una toletta dolcissima,
di un buon gusto minuzioso, che finiva di togliere alla sua figura ogni
supposizione di forza, per lasciarla come dentro un vapore bianco,
un'aria profumata. Nessuno dei suoi lineamenti esprimeva un pensiero,
nessuna delle sue contrazioni tradiva una passione. Allora la richiamai
al primo discorso, promettendole di fare ogni possibile per distogliere
il duca dal suo tristo capriccio, se le circostanze me ne porgessero il
destro. Ella mi enumerò quindi tutte le necessità dei riguardi mondani,
il rispetto del nome, del salone, degli invitati, e conchiuse:
— Infine anch'io sono donna.
Quando uscii dal palazzo rividi Prospero non più appoggiato al suo
pilastro, ma dirimpetto al portone. Erano le dieci. L'osservai
meravigliata di quella sua ora insolita, e mi parve che egli pure mi
esaminasse; ma i miei cavalli partirono rapidamente, e lo perdei.
L'indomani mi fu impossibile vedere il duca; assunsi qualche
informazione, e seppi che tutte le sere andava dalla Gitana, la quale
abitava il pianterreno di una casipola a S. Spirito. Recandomi quindi
dalla duchessa, per strada, vidi la guardarobiera stretta in colloquio
con Prospero al solito pilastro. Credetti che si trattasse di una
confidenza, perchè parlavano in fretta, a bassa voce, Prospero cogli
occhi fissi al suolo, come chi stia per prendere una risoluzione,
l'altra con gesti concitati, guardandosi spesso intorno. Quando mi
scorse, sussultò, ne diede l'avviso a Prospero, che levò repentinamente
la testa, scambiarono ancora una parola, e si separarono. Ma la vecchia
forse temendo che la interrogassi, invece di entrare a palazzo, tirò
oltre. La duchessa non era in casa. Ripassando dinanzi a Prospero mi
sembrò che fosse più pallido e sofferente, si trasse rispettosamente il
berrettone, ma non me lo tese. Io stessa ero nervosa: nella sera
Rattazzi venne a vedermi, e mi distrasse. Eravamo alla vigilia
dell'ultima spedizione di Garibaldi a Roma, vi basti questo. Rattazzi mi
espose il proprio piano, nel quale il pubblico non doveva capir nulla,
come infatti avvenne, e che doveva attirargli, sulla sua piccola testa
di grand'uomo, la esecrazione temporanea di tutto il paese. In quel
momento Rattazzi era persino bello: i suoi occhi bruni ed acuti come la
punta di un succhiello avevano attraverso gli occhiali un dardeggiamento
assiduo ed insopportabile; le sue frasi scattavano, la sua ossuta figura
di scheletro pareva slogarsi a certi gesti terribili ed imprevisti. Il
duca e la duchessa colla miserabilità dei loro dissidii mi passarono
quindi di mente; ma all'indomani la _Gazzetta d'Italia_ annunziava che
la Gitana era stata uccisa nella notte, tornandosi a casa, per un
viottolo presso S. Spirito, da un accattone zoppo, che si chiamava
Prospero. Compresi subito che doveva essere lui. Il giornale raccontava
tutti i particolari della tragedia. Pareva che da qualche notte lo zoppo
pedinasse instancabilmente la Gitana; e più d'una volta, fermandola per
chiederle l'elemosina, avesse tentato di parlarle: ella gli aveva badato
poco o punto, finchè l'ultima sera aormandola sempre a poca distanza,
Prospero l'aveva raggiunta per quel viottolo deserto. Era oltre
mezzanotte, non passava anima viva. Prospero si era levato il berrettone
colla sinistra, tenendolo umilmente; ma la Gitana, importunata, gli si
era rivolta di mal garbo, e il vecchio suonatore lo aveva minacciato. In
quello stesso punto Prospero si era allungato improvvisamente vibrandole
una orribile coltellata nel seno: la Gitana era caduta gittando un urlo
straziante, il vecchio si era slanciato; ma, vedendo l'altro col
coltello fumante, aveva pensato meglio di darsela a gambe, mentre
Prospero, che, perduto l'equilibrio, si reggeva a stento sul bastone,
traboccava egli pure sul corpo insanguinato della Gitana. La strada era
deserta, il vecchio suonatore scomparso cacciando stridi da spiritato.
Che cosa si fossero detti quei due in quel momento nessuno lo sapeva; ma
quando sopravvennero le guardie, e fu prontamente, la Gitana era morta.
Due seconde coltellate, una alla gola e l'altra al cuore l'avevano quasi
dissanguata; Prospero, che le aveva lasciato il coltello nell'ultima
ferita, tentava di rialzarsi sulla gruccia. Alle interrogazioni violente
delle guardie, e a tutte le irruenze dell'altro vecchio, che vedendolo
disarmato voleva finirlo, non aveva risposto una sola parola; solamente
aveva osservato che ammanettandolo non avrebbe potuto camminare; e si
era lasciato condurre al primo corpo di guardia. I questurini avevano
raccolto la chitarra rotta ed insanguinata; il coltellaccio omicida era
terribile, un'arma da beccaio perfezionata da un assassino. Vi ho
ripetuto tutti questi particolari perchè mi si sono fissati uno ad uno
nella mente. Ma quale era la causa di un simile delitto? La _Gazzetta_,
che vi consacrava un lungo articolo colla compiacenza propria dei
giornali per i delitti misteriosi, moltiplicava le congetture più
drammatiche, finendo per attaccarsi all'ultima, che Prospero fosse
disperatamente innamorato della Gitana. Intanto prometteva per
l'indomani altri dati sulla vittima, che pareva una signora napoletana,
costretta da una passione infelice a quel povero e tristo mestiere.
Tutta Firenze non parlò che del trucissimo caso, e del lungo articolo
della _Gazzetta_; la curiosità cittadina fu eccitata, gli altri giornali
intervennero, e allora le ipotesi e le spiegazioni si urtarono. Ognuno
conosceva qualche lembo del secreto, qualche circostanza decisiva; fu un
pettegolezzo assordante e feroce. Quel dopo pranzo la duchessa era
venuta a trovarmi e non aveva dissimulato la propria allegria. Mi
assicurò che Prospero era proprio lui, e che era innamorato della
Gitana. Siccome lo aveva letto nella _Gazzetta_, lo aveva già creduto.
Avrebbe desiderato parlarmi del duca, ma voleva essere interrogata, e
non lo feci. Allora l'inconscia brutalità del suo egoismo, che in quella
tragedia, forse degna di un grande poeta, non vedeva se non il trionfo
legittimo di un'etichetta, mi irritava contro di lei. Domenica sera la
sua ultima serata non avrebbe una stonatura! Ma fossi troppo aggrondata,
o ella sentisse confusamente in me la cattiva impressione dei suoi
discorsi, e ne temesse qualche scoppio, mi fece ancora un complimento, e
se ne andò. Seppi che la sera di quel giorno il duca partì per Sesto
Fiorentino. L'avventura ben altrimenti sanguinosa di Mentana mi fece
presto scordare di Prospero; quando, molti mesi dopo leggendo nella
stessa _Gazzetta_ il resoconto del discorso di Rattazzi, quel capolavoro
che durò tre giorni e che io andavo religiosamente ad ascoltare dalla
tribuna diplomatica, mi cadde sott'occhio l'annunzio della causa di
Prospero. Era per l'indomani. Difendeva un avvocato di nome ignoto come
accade sempre per i poveri; un giovane, che adesso è una piccola
celebrità ed un piccolo talento. L'indomani Rattazzi non parlerebbe.
Decisi quindi che sarei andata alle Assise. La sera m'incontrai da Gino
Capponi colla duchessa, la quale aveva pure letto l'annunzio, e si
sentiva la medesima voglia: concertammo di esservi insieme. Era una
magnifica giornata. Andando a prendere la duchessa nella mia carrozza,
rividi il pilastro abbandonato di Prospero, e tutti i particolari e le
congetture della catastrofe mi si affollarono torbidamente nell'anima.
Un mistero così profondo, che nessuno l'aveva ancora penetrato e che non
si scoprirebbe nemmeno al processo, stava forse in fondo a quella
tragedia di strada. Perchè Prospero aveva ucciso la Gitana? La
supposizione che fosse innamorato mi pareva, non so perchè, assurda: ma
ero altrettanto sicura che Prospero l'aveva uccisa per conto proprio, e
per una ragione non vile. In quel momento la sua fisonomia mistica e
indolorita di martire, condannato a vivere del proprio martirio, mi
riappariva al pilastro, e mi commoveva. La duchessa, vestita con
un'audacia piena di colori, abbottonandosi in quell'istante un
lunghissimo guanto, mi si rivolse, e col suo accento leggero:
— Ti ricordi, Augusta — proruppe — la mattina della viola?
Quando entrammo alle Assise la folla ingombrava i pressi e lo scalone:
era un viavai, un romorio confuso e crescente. I ricordi si
risvegliavano, la causa minacciava di farsi grossa. Potemmo a stento
aprirci il passo, e coi biglietti d'invito essere introdotte nella
tribuna. La sala era così gremita che le teste vi formavano un
ciottolato; le signore abbondavano, alcuni avvocati illustri erano nei
posti distinti e nelle tribune. Guardai Prospero. Nè la sua faccia, nè i
suoi abiti erano cangiati. Stava seduto sulla ignobile panchina, la
gruccia distesa lungo la gamba, e l'altro bastone fra i piedi: non
pareva nè turbato, nè avvilito. Col berrettone a fianco e la testa nuda
conservava il solito contegno rispettoso; solamente quella depressione
dei capelli, che gli cadevano sulla fronte, lasciandogli quasi calva la
nuca, gli dava un'aria anche più mistica. Il suo giovane avvocato in
toga era più pallido e più nervoso di lui. Naturalmente egli dubitava di
se stesso, mentre l'altro era sicuro della propria condanna. L'arrivo
della duchessa, una delle glorie mondane di Firenze, produsse un
movimento nella folla: le teste si agitarono e si volsero; quindi corse
un bisbiglio insensibile, che ella colse a volo come un profumo. Il suo
volto sfavillò. In quel momento Prospero si torse verso di noi e vide la
duchessa, che innanzi a me coll'abito vivacissimo attirava tutti gli
sguardi. Una vampa di rossore gli bruciò istantaneamente sulla faccia,
poi si fe' pallido, e rimase su lei coll'occhio sbarrato. La duchessa,
che guardava giù nel pubblico col canocchiale, non aveva ancora
osservato il reo. Il cancelliere seguitava a leggere l'atto d'accusa,
mentre sul tavolo, dinanzi al presidente, il coltellaccio omicida
gettava qualche bianco riverbero, che finì per attrarre gli occhi della
duchessa. Ella me lo indicò con un gesto di orrore, riportando
istintivamente lo sguardo sull'accusato. Quando il presidente, un
vecchio in capelli bianchi, cominciò l'interrogatorio, si fece nel
pubblico un silenzio di statua: Prospero tentò di sollevarsi sulle
gruccie, il presidente lo invitò con parole gentili a rimaner seduto, ma
egli volle alzarsi egualmente, e si atteggiò come al pilastro. La sua
figura di mendicante impietosiva, il suo piede enorme entro quel fagotto
di stracci sembrava rendere impossibile tutto il racconto dell'accusa.
Nessun lineamento della sua fisonomia, nessuna attitudine del suo corpo
tradiva lo sforzo di un'ipocrisia, o una qualunque tendenza sanguinaria.
Un fremito di pietà e di simpatia corse nel pubblico. Prospero disse
nettamente, con voce cavernosa di malato, il proprio nome, e quando il
presidente gli domandò se ammetteva di aver ucciso la Gitana, alzò gli
occhi verso di noi, e rispose:
— Sì.
— E la ragione?
Prospero abbassò la testa, come allorchè ringraziava dell'elemosina, e
non disse altro, solamente fece un gesto di stanchezza. Il presidente se
ne avvide, e gli ripetè l'invito di sedere, che questa volta egli
accettò. Quindi non aperse più bocca. Invano il presidente mise tutto in
opera, esortazioni, consigli, minacce, spiegandogli come quel mutismo
potesse nuocere alla giustizia, e a lui stesso nell'animo dei giurati.
Prospero sembrava ascoltarlo attentamente, ripeteva ogni tanto quel
cenno, che poteva parere ad un tempo di ringraziamento e di scusa, ma
non parlava, non si muoveva. Tutti gli occhi della gente erano conversi
in lui, tutti i pensieri, e tutte le volontà di quella massa gli
pesavano addosso. Furono cinque minuti drammatici e febbrili. Prospero
vinse. Il suo avvocato, il Pubblico Ministero stesso lo esortarono con
parole, nelle quali vibrava una persuasione sincera, una benevolenza
quasi eccessiva: ma egli ripetè ad entrambi il suo cenno umile, quasi di
rammarico, e non parlò. Il pubblico affaticato da quella tensione ruppe
in un chiacchierio fragoroso, mentre il presidente dava la parola
all'accusa. Il magistrato fu limpido e tagliente; riassunse con sobrietà
di grande oratore il fatto,
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