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Ombre di occaso

by Alfredo Oriani · Italian · Gutenberg #46211 · 394,529 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Ombre di occaso
    
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Title: Ombre di occaso

Author: Alfredo Oriani


        
Release date: July 7, 2014 [eBook #46211]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46211

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
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        file was produced from images generously made available
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK OMBRE DI OCCASO ***

                             ALFREDO ORIANI


                            OMBRE DI OCCASO



                                 BARI
                         GIUS. LATERZA & FIGLI
                       TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                 1918




                         PROPRIETÀ LETTERARIA

                     _Riservati tutti i diritti_

                       MAGGIO MCMXVIII — 49101




                     AL BARONE GIUSEPPE BARATELLI
                     MORTO LA NOTTE DEL 12 AGOSTO
                   NEL DISASTRO DI CASTEL GIUBILEO.




_VOX CLAMANS_


Anch'egli è morto.

L'ultima volta, che lo salutai alla stazione di Bologna, la notte estiva
era cupa; grosse nuvole si spostavano grevi nel cielo senza stelle,
l'aria stagnava. Eravamo venuti a piedi per la nuova via della vecchia
città, quasi deserta a quell'ora ma vivamente illuminata sotto i portici
alti e sonori. Come sempre, egli parlava ammonendo, mentre a me pareva
di sentire nell'aria, al disopra delle nostre teste, avvicinarsi qualche
altra tristezza. Eppure la sua parola aveva la consueta limpidità quasi
di alba, quando nel chiarore del giorno nascente traspare come la luce
di un altro mondo lontano, e le prime voci della terra somigliano al
murmure di una preghiera.

— Bisogna credere, bisogna credere — ripetè due o tre volte, e il suo
largo gesto si appuntò dinanzi a noi nella notte, verso qualche cosa che
ci aspettava.

Infatti egli aveva sempre creduto la sua meta vicina, e la mia più alta
ma egualmente sicura attraverso tutti i pericoli e gl'inganni della via.
Una fede ardeva in lui col quieto splendore di una lampada, rischiarando
l'opera della vita già piena di risultati: aveva molto amato e pensato,
combattuto, sofferto e vinto per sè e per i suoi senza che dall'anima
una sola speranza gli si involasse per sempre. Come quei minatori che
sfondano un monte perchè le locomotive possano oltrepassarlo, ed
avanzano per le sue tenebre con una instancabile fiducia alla
luce, mentre gli ostacoli raddoppiano ad ogni passo le sfide
dell'impenetrabilità e le minacce della morte, era proceduto lentamente
e fortemente dissimulando nella calma della costanza la sicurezza del
pensiero. Perchè, in questa convulsa fretta della vita presente, egli
era ancora un gran signore di altri tempi, che sapeva già la propria
strada ed accettandone le inevitabili deviazioni moderne, serbava
intatto in se medesimo il privilegio di tale fortuna. Invano questa
sembrò sul principio compiacersi ad imporgli la prova della
degradazione, così difficile per coloro nei quali l'orgoglio antico
della famiglia accumulò le ripugnanze al lavoro volgare, che consuma il
tempo e l'ingegno nell'assidua conquista di tutti i piccoli modi della
vita, giacchè il suo spirito con mirabile modernità aveva prima della
prova scoperto il segreto di rinnovare l'avito primato nel carattere
stesso dell'epoca nuova. Così nel mezzo di ogni democrazia, nei
tribunali e nei comizi, egli apparve il nuovo signore, che accetta la
parità di ogni idea e di ogni funzione, sapendo di potere sempre in esse
superare il volgo ieri ammalato di odio, oggi triste d'invidia contro
qualunque virtù, dalla quale scenda il comando o si rilevi una qualche
bellezza.

Non ancora vidi in altri più pronto accordo di alterezza patrizia e di
facile consuetudine, mentre la sua opera medesima di avvocato, nel
dissidio degli interessi e nella gara della loro difesa, sembrava
renderne impossibile il modo. Ma egli non era nato a questo, nè vi
sarebbe a lungo rimasto, se la morte non avesse improvvisamente chiuso
nel proprio enigma profondo la conquistatrice, ancora segreta, potenza
del suo ingegno.

Io e pochi altri amici della prima giovinezza lo conoscemmo subito ed
intero: come alcuni di noi, egli aveva voltato le spalle a tragici
dolori della fanciullezza, ma camminava già sicuro nella esperienza
precoce, senza chiedere all'aurora più di quanto può dare: l'incanto
fresco dell'aria sotto il cielo sereno, coi profumi che salgono lievi
fra le canzoni della terra, dall'erbe e dall'acque sorridenti nel
brivido del sole. Egli non era triste al pari di me; non aveva la
nostalgia del passato e quell'impazienza dolorosa dell'avvenire, che
toglie ogni gioia al presente, consumando indarno le forze migliori
della sua preparazione. Mentre noi veleggiavamo nel sogno, stranieri e
superbi su la folla dentro la quale solamente è la via della vita, egli
ci ammoniva col fine sorriso di una ironia ancora piena di speranze, ed
esercitava sopra noi tutti l'impero di una guida. Il suo cuore,
diventato più largo nelle prime difficili prove, aveva perduto per
sempre ogni credulità, ma serbava intatta la fede; il suo ingegno,
invece di battere le ali verso le lontananze o le altezze senza cima del
pensiero, ascoltava e guardava dappresso colla acuta curiosità che
penetra e non dimentica più, accetta tutte le rivelazioni per scegliere
tra esse, indovina e compone, giudica, indulge e consola senza
arrestarsi lungo la via, perchè chiunque la trovi deve esservi seguito.

Ma nel suo spirito nato a signoreggiare non erano le impazienze della
vanità. Al pari di tutti gli eletti egli aveva il dono della simpatia,
senza la quale non vi può essere elezione; sapeva piegarsi dinanzi alle
cose e resistere agli uomini colla istintiva virtù, che misura in ogni
atto tutte le forze di un'anima per vincerla dove natura già l'inclina;
e quindi dalla sua parola fluiva una strana seduzione. Non era oratore
nè scrittore; intendeva le più recondite bellezze dell'arte, ma non
avrebbe potuto ripeterle; la sua parola lucida ed acuta passava
attraverso le più folte difficoltà come un raggio illuminando senza
ferire; la sua alta e massiccia figura pareva di atleta, e il suo
spirito aveva quella grazia lieve, che attenua la sconfitta e la
vittoria di un imprevidibile accordo. Ovunque, in mezzo al popolo, dove
più irritate ridono le passioni, nelle assemblee e nei comitati, fra gli
elettori e gli eletti; altrove, nei circoli mondani o politici, fra
principi del sangue o dell'ingegno, della finanza e del governo, alti
nella potenza o nella solitudine; dinanzi al moderno patriziato
femminile, così vario nella sua monotonia e difficile nell'effimera
superiorità della sua bellezza, egli era, come fra noi, il gran signore
moderno, che ha imparato tutta la vita oltrepassandone ogni classe, e
può colla stessa mirabile disinvoltura compierne le più dispari
funzioni.

Eppure quella, nella quale era cresciuta, non bastava a rivelarlo. Ma vi
è un profumo spirituale, cui è impossibile ingannarsi: vi è una
sovranità che attira gli omaggi anche senza alcuna decorazione d'impero;
vi sono nella folla i candidati alla gloria e che non vi arriveranno, le
guide che non saranno mai condottieri, uomini di arte, di scienza e di
politica, ai quali la vita ritarda o la morte tronca il cammino prima
che la loro opera medesima sia incominciata. Qualche cosa spesso li
avverte di questo inintelligibile destino, che strappa il fiore per non
avere il frutto: quindi nel loro occhio o nella loro voce ci sembra di
sentire talvolta come un'ombra, qualche sibilo passa nella loro ironia
simile ad un grido di angoscia repressa, mentre il loro pensiero
s'infiamma improvvisamente nell'orgoglio della propria grandezza
segreta. Ma più spesso non lo sanno: attendono nella calma della forza,
col sorriso sulle labbra, guardando tutti gli inetti, ai quali
soprastaranno domani; e allora l'incanto della loro conversazione si fa
più potente, come l'amore nel gaudio delle prime aspettazioni, e la loro
mano si tradisce ingenuamente nel gesto del comando.

Che importano veramente la gloria e l'impero? L'elezione non è che un
riconoscimento; adagio o all'improvviso la folla scopre il dominatore;
difficilmente essa s'inganna, ma bene s'ingannano coloro che immaginano
nella folla quell'unico. Come le onde sul mare, le teste si levano sulla
moltitudine agitata a guardare lungi le curve sinuose delle sue
correnti; il fiotto solo non la fronte è la misura della loro altezza,
poi la notte le copre, e di loro non resta che un'ombra nella memoria.

Adesso egli è morto soffocato, schiacciato, frantumato fra l'urto di due
treni lanciati ad una corsa vertiginosa, poco lungi da Roma, davanti a
Castel Giubileo; è morto improvvisamente sotto una valanga di ferro,
dentro un fracasso di tuono, fra le grida, il fumo, l'orrore, la morte
di una folla sorpresa nell'incanto della notte lunare, colla memoria
ancora piena di un'altra tragedia regale.

Umberto I, il re assassinato a Monza da un anarca fra una festa di
popolo, era entrato il giorno prima nel Pantheon come un vincitore
benedetto dal clero di Roma; il popolo d'Italia aveva riempito l'antica
città più solennemente pensosa, e ne ripartiva a tutte le ore, e nel
viaggio forse ogni pensiero si faceva più grande dinanzi alla tragica
maestà dell'agro muto su tante memorie. Come, perchè l'immensa
catastrofe?

Non lo sanno: le massime colpe al solito non hanno che vittime, la morte
diventa la loro assoluzione.

Un amico mi ha mostrato con un gesto tremolo la perizia scritta dai
medici su quello che era stato il corpo di lui, ma anche i miei occhi
hanno tremato, non ho potuto leggerla; egli non era nemmeno più un
cadavere, perchè il cadavere è ancora l'uomo, la sua forma, la sua
immagine muta ma eloquente nell'ultima fisonomia del suo spirito.

Lo hanno riconosciuto, non visto. Egli non seppe forse di morire: era
dentro gli ultimi vagoni, sui quali l'enorme macchina nera, sbuffante,
sibilante nello spasimo del terrore urtò: l'irresistibile impeto la
sollevò sulle quattro ruote, che li strinsero come le branchie di un
mostro, mentre le strida dei morenti guizzavano e si spegnevano come
dentro un rombo di tremoto, e il mostro ferito, rovesciato anch'esso,
ansava sinistramente immobile, col ventre rigato di fuoco sulla vivente
ruina.

No, egli non seppe di morire; ho bisogno di crederlo per lui, per la sua
anima di padre.

È morto, e basta: il dolore resta a noi.

E adesso a chi parlo?

Questo libro era finito, egli ne aspettava la pubblicazione perchè ne
conosceva già molte pagine: invece debbo riaprirlo per scrivere sulla
prima il suo nome come sopra una tomba.

Altri morti vi stavano già, amico mio, tristamente vissuti; il sepolcro
troppo pieno non è abbastanza bello per diventare l'asilo della tua
memoria. Chi ti ricorderà fra la gente, che non potè riconoscerti? A chi
scoprire il segreto morto con te? Il mondo non concede la gloria che
alle opere, e pur fra queste la distribuzione del dono ripete nella
propria ingiustizia tutte le altre; ma a coloro che erano e non poterono
apparire, al soldato morto prima della battaglia non toccano corone.
Perchè dire che sei morto sulla soglia del parlamento, che in te era
forse un ingegno di ministro, poderoso e tranquillo, largo ed agile, se
io stesso non lo dissi prima, quando interrogavo il tuo pensiero sui più
difficili problemi della nostra storia politica pel libro, che scrissi
poi e sul quale adesso vorrei incidere il tuo nome? Ma il libro è
anch'esso quasi ignoto: che aspetti, la verità deve essere paziente.

Noi siamo effimeri. Quando la nostra ombra si allunga dinanzi a noi nel
tramonto, l'anima si rivolge ostinatamente al passato già tutto pieno di
un'altra, forse più triste di quella che ci attende; e tu non vi sei
più, sei morto, amico mio, scomparso per me, per tutti, per sempre. Io
venivo spesso a te così lungi dalla mia vita solitaria; eri il fratello
della mia anima, colui che sapeva ascoltare anche quello che la parola
non può dire. Adesso sei solo. I tuoi figli si ricorderanno sempre di
te, ma sono troppo giovani per imparare anche nel futuro chi fosse il
padre sparito così: ti ameranno e si consoleranno, perchè ogni piaga si
chiude sulla fresca corteccia dei germogli, che saranno fiori domani.

Nessuna cicatrice invece si rimargina da lungo tempo nella mia vecchia
anima; non avevo che te; io pensavo dentro al tuo senno, e sentivo la
sicurezza del tuo cuore quando il mio tremava nello smarrimento del
deserto.

Ieri il tuo Aldo mi scriveva: «Credete voi, maestro, che potremo
rivederlo al di là?». Non lo so, fanciullo; coloro che pensano non sanno
nulla, il cuore solo ha le certezze sublimi, la fede delle cose sperate.
Se la morte non è un inizio, che cosa cominciò dunque in noi veramente?
Bisogna credere: ogni dolore è un richiamo, e la morte un appello
supremo.

Altrove! ecco la nostra ultima parola. Tuo padre è morto, ma credi, e la
fede lo farà rivivere dentro di te; credi al disopra della tua ragione,
contro di essa: credi al di là del pensiero che non può sapere, dietro
il cuore che indovina.

Dante scrisse anche per te nel _Paradiso_:

    Fede è sustanzia di cose sperate
    ed argomento delle non parventi.

                                                      ALFREDO ORIANI.




PROLOGO


  Signora,

                                    Casolavalsenio, 23 ottobre 1900.

Chiunque voi siate, straniera per sangue e per lingua, lontana al di là
dell'Alpi e del mare, o vicina in qualche città o campagna d'Italia, non
vi ho mai veduta e non vi vedrò. Non so nemmeno se siate bella, ma io
non lo sono più da quando le rughe si ammassarono sulla mia fronte, e i
capelli ne caddero lentamente come le foglie in autunno, quando l'aria
si raffredda e le notti allungano la tenebra triste.

Perchè dunque vi scrivo?

Anche questa è una contraddizione del nostro spirito, che nei troppo
lunghi soliloqui finisce col rivolgersi ad un fantasma pel bisogno
supremo di non essere solo, e di sentirsi almeno dinanzi il silenzio di
qualcuno, che ascoltando gli rattenga il pensiero nei limiti della
parola. Solamente coloro che sono soli, possono comprendere la necessità
di parlare e di scrivere ad un fantasma senza nemmeno fingersi il suo
aspetto.

Siete voi bionda o siete bruna? Nei vostri occhi la luce ride come
sull'azzurro dei laghi o lampeggia come dalle tenebre di una notte? La
vostra bellezza si manifesta col ritmo delle forme o erompe come un
comando da qualche loro dissonanza? Il vostro pensiero è di quelli, nei
quali si entra a riposare come in uno ospizio, o somiglia al muro alto e
inviolabile dell'ultimo confine, che arresta finalmente i pellegrini?

Nessuna immagine femminile mi risorge adesso nella memoria delle sue più
oscure lontananze, quando le carezze al bambino sono come l'ombra e la
rugiada che salvano i fiori troppo teneri: tutte le altre donne, che
conobbi più tardi, passarono invece senza avermi conosciuto per non
tornare mai più. Comunque ad altri apparissero belle, i miei occhi
sentirono allora così vivamente i difetti della loro bellezza che oggi
ancora per quelli soltanto potrei riconoscerle, mentre la mia anima ha
dimenticato per sempre i loro amori indarno caldi del raggio o frizzanti
dell'aroma primaverile. Che cosa avrei potuto chiedere loro, che non
chiedevano nulla credendo di concedere tutto in una breve ebbrezza,
sulla quale il pensiero s'innalzava come un vapore tosto disciolto dal
sole o disperso dal vento?

Il sogno rinnovato dai poeti nelle generazioni invocando la donna bella
ed amante alla quale tutto il cuore possa aprirsi e la mente piegare
nella stanchezza delle visioni troppo remote, non si formò mai nel mio
spirito. Forse questo sogno comincia nella culla coi sorrisi che la
circondano, forse si ripete nel primo aprile della giovinezza
dall'adorazione di quelle stesse donne ancora vigilanti sopra di noi, e
già gelose di altre donne; ma il sogno infiammandosi ascende allora per
un altro cielo pieno di stelle che cantano, di trasparenze che
abbagliano, sereno come la fede e tuttavia mutevole come la speranza,
che sorvola tutte le nuvole ed insegue in ogni fruscio un'altra ala
fuggente di sogno.

Per credere alla donna bisogna averle sempre creduto: quindi coloro, che
dovettero dubitare troppo presto, dubiteranno sempre, e gli altri, che
non credettero subito, non crederanno mai.

Che importa? La vita deve provare a se stessa di sapere resistere alla
propria contemplazione senza alcuno dei veli, nei quali si desta o si
corca; come la mente non soccombe al doppio mistero dell'origine e della
fine, così il cuore resiste al vuoto della culla e della tomba; mentre
il pensiero distende fra l'inconoscibile con superbo eroismo il proprio
impero, l'amore invece s'innalza dalla caduca miseria di tutti gli
affetti sino alla prodigalità del sole, che non chiese mai risposta di
altre fiamme alle sue, ma riscalda ed illumina inesausto ed imparziale.

Dalla sua amara domanda a Maria: — Donna, che cosa vi è di comune fra me
e te? — alla pietà dell'ultimo saluto additandole dalla croce Giovanni:
— Donna, ecco tuo figlio! — non una parola di amore verso una donna esce
dalla bocca di Gesù. Egli sa di essere solo. Marta e Maddalena lo
seguono e lo servono indarno; egli accetta l'offerta colla divina
condiscendenza di colui, che non accorda valore ad alcuna cosa;
accoglie, trae seco le loro anime femminili come le matrici di tutta la
vita umana, ma vi resta nel mezzo alto ed intangibile. La sua idea,
trionfatrice di ogni sapienza, sa che nelle donne i capelli sono più
lunghi dei pensieri, e il cuore troppo piccolo per capire la tragedia
dello spirito. Il loro amore ha bisogno di diminuire l'uomo, o almeno
non sente di lui se non quanto lo rende simile alla folla, e mentre
questa colla umiltà di una dedizione suprema può talvolta indovinare in
lui un Dio, le donne invece non sanno piangerlo che morto e, vivo, non
si sarebbero credute amate se non dopo averlo fatto piangere.

Che avviene di Maria dopo la morte di Cristo?

Che fu di Maddalena?

Le leggende evangeliche obliano madre ed innamorata; questa, avvolta di
così ineffabile poesia dall'annunciazione dell'angelo, dal matrimonio
spirituale di Giuseppe, dalle miserie del parto, dai terrori della fuga,
appena dal bambino spunta l'uomo e dall'uomo si annuncia il messia,
appare solamente come ogni altra madre, che vorrebbe padroneggiare
l'opera del figlio! Ma egli si allontana, evita d'incontrarla, indurisce
con lei la parola, non la rammenta mai nella breve atroce passione, sino
a quell'ultimo saluto dalla croce, a quella sostituzione con Giovanni,
il più femmineo dei propri discepoli: — Donna, ecco il tuo figlio. —

E dopo la morte di Cristo nessuno fra gli apostoli si preoccupa di lei:
Giovanni, che vecchio si vanterà di averla accolta nella propria casa,
non racconta altro; Matteo e Luca tacciono, eppure quale tragedia in
quella madre di un Dio morto per la umanità! Quale adorazione doveva
salire dalle loro anime verso questa donna! Cristo non tornerebbe, come
aveva promesso, e non visiterebbe per la prima sua madre?

Invece ella è dimenticata: poi una voce l'annunzia trasportata in cielo
dagli angeli, e così la leggenda si libera di questa madre rimasta un
imbarazzo nell'opera del figlio.

La fine di Maddalena è anche più oscura; ella, che aveva amato, dubita
della resurrezione come gli apostoli e non sa mescolarsi alla loro
predicazione affermando l'avvento della donna nella buona novella.

Cristo non fu veramente amato, Paolo non volle esserlo, Socrate non
aveva avuto che la moglie come i gladiatori avevano il lanista,
Napoleone non l'ebbe malgrado il doppio matrimonio, perchè la creola e
l'austriaca rimasero per lui e per la storia solamente due femmine.
Quella principessa Walesky, che il vecchio marito in un impeto di
passione polacca gli gettò lacrimosa ai piedi come una rosa umida di
rugiada, non lo amò: la fanciulla, che a Sant'Elena parve innamorarsi di
lui, e dovette subito andare lungi dall'isola, avrebbe potuto in quel
prigioniero vigilato dall'Oceano riconoscere il vinto, che aveva
conquistato l'Europa seminandola di vittorie, e da quello scoglio faceva
ancora tremare l'anima dei re e delle moltitudini? Su quella fronte
lucida, in quel volto pallido e levigato come il marmo di una statua
antica, che cosa avrebbe saputo ella leggere?

Quel prigioniero era infelice, ed ella ne sentì una pietà di amore, ma
un altro prigioniero più giovane e più bello le avrebbe indubbiamente
acceso nel cuore più intensa fiamma di passione: però il grande vinto
palpitò quando la seppe lontana come tutto quanto restava della sua vita
nel mondo.

Le sue ultime carezze furono per una bambina, alla quale insegnava la
geografia non mutata da tutte le vittorie di quegli ultimi anni. Quando
fu morto, i suoi invalidi non vollero crederlo; l'austriaca invece ne
profittò per sposare l'amante, conte di Neipperg.

L'amore che la donna sente, non somiglia a quello che inspira.

Dal lamento di Salomone al gemito di Heine, dalle Cantiche di Dante ai
sonetti di Shakespeare, dai ruggiti di Byron ai sospiri del Petrarca,
dal grido di Leopardi al singhiozzo di Musset, i poeti espressero sempre
l'amore indarno chiesto, offerto, accettato, grondante di lacrime e di
sangue, trasfigurato sino a non essere più che l'amore di Dio,
contaminato anche nella sua sincerità animale, senza che la donna ne
sospendesse mai il trastullo micidiale, o ne sentisse il soffio
creatore. Saffo, morta di amore, non amò che un imbecille; George Sand,
che non amò alcuno, salì a molti cuori illustri, come i monelli sulle
fontane monumentali ad insudiciare le acque.

Oggi il vanto femminile è mutato: invece che all'amore la donna pretende
alla stima dell'uomo vantandosi sua rivale nel pensiero e nell'opera:
proclama diritti e doveri uguali, indipendenza di figlia, di sposa, di
madre; libere tutte le carriere, aperti tutti gli agoni. E non lo furono
in ogni tempo? Come l'amore, il genio ruppe sempre ogni freno; torme di
anacoreti invasero provincie chiuse alle più invitte legioni, Cesare e
san Francesco compirono la stessa conquista. La mente dell'uno, il cuore
dell'altro ascrissero al mondo un'orbita, della quale resta ancora la
traccia. Cesare trafitto sotto la statua del rivale morto, al momento di
perdere tutto il mondo, nel dubbio forse di lasciarvi mal sicura l'opera
propria, non compiange che l'errore del figlio: — _Tu quoque, Brute,
fili mi._ — San Francesco, morente sulla barella, è vinto ancora una
volta dalla pietà del mondo, e si alza in un ultimo sforzo a benedirlo.

Ecco l'atto supremo del genio e dell'amore, un perdono superbo e
melanconico, che ricorda tutto senza offesa e senza rimpianto, perchè la
rivelazione comincia forse all'ultimo momento della vita. La morte
perdona.

Il genio e l'amore attingono soltanto da essa la forza irresistibile
della loro sovranità.

Chiunque teme la morte non giungerà all'amore o alla gloria, ma non
quella morte, che sorprende tutti i corpi e li trasforma, bensì l'altra
che uccide nello spirito ogni compagnia per lasciarlo solitario dinanzi
a se stesso e all'infinito. La gloria è la più alta delle solitudini;
Dante vi sta come Cesare, entrambi dovettero superare l'umanità per
dominarla dalla medesima altezza, incompresi ed incomprensibili senza il
commento dei secoli. L'amore è il più infocato dei deserti; Leopardi vi
arse come san Francesco, entrambi oltrepassarono l'umanità senza poter
sostare in alcun cuore, ma illuminano e riscaldano ancora le anime colla
propria fiamma.

La vera gloria non avrà conforto di amore, l'amore grande resterà senza
ristoro di altro amore, mentre la vita gioconda nel mistero della
propria bellezza canta, sorride, splende, innamora tutti i viventi, ai
quali il suo stesso tumulto impedisce d'interrogarla travolti dall'ora
fuggente, risollevati sempre dalla speranza, trasportati lontanamente
dalla morte che raccoglie tutti i feriti.

La morte si avanza adesso coll'autunno per la campagna.

Dalla mia finestra veggo la nebbia pascolare sulla cima dei monti, e le
foglie ingiallite staccarsi adagio dai rami. I canti dell'autunno sono
cessati. Il sole appare ad intervalli come un pellegrino stanco della
via troppo lunga, che si rialzi a fornirla e ricada tosto nell'ombra del
fossato; nubi nere spenzolano pigramente nell'aria umida e caldiccia,
che si rapprende a tutti gli oggetti come un triste sudore di malattia,
ma il pettirosso già arrivato canta ballonzolando sulla siepe. Ancora
pochi giorni, e questa squallida vecchiezza dell'anno si ravvolgerà
morta nel molle sudario della neve sotto il bianco silenzio
dell'inverno. Adesso i contadini arano taciturni gettando il grano nei
solchi, che il rastrello uguaglia e riga come un pettine. Tutto è stanco
in questa prima preparazione della semina per l'anno venturo, perchè la
speranza è ancora lontana, al di là dell'inverno, la stagione delle
lunghe veglie e dei lunghi dolori.

Il vento passando la notte sui campi brontola fra i rami sfogliati;
talvolta la bestemmia dei carrettieri, che il fango attarda per la
strada, batte alla mia finestra mentre scrivo. E pare anche a me di
essere in una via fangosa sotto un cielo nero, ma non ho come essi una
meta e un cavallo per compagno. I tordi zirlano rapidi ed invisibili
nella notte per arrestarsi forse nelle panie ai primi raggi del giorno,
se prima non si acquattino vinti all'incanto di un qualche fanale, come
nella memoria i ricordi s'incantano talora ad una lucida imagine.

Questa lettera oramai troppo lunga diventa ai miei occhi uno di quei
raggi, dai quali le pupille non sanno staccarsi: il mio pensiero lo
solca verso di voi dentro un abbarbaglio, mentre le parole mi echeggiano
lungamente nell'anima stanca del proprio silenzio. Ho aperto la
finestra: il cielo è tornato sereno, la luna brilla sulla cima di Monte
Mauro, illuminando di un tacito chiarore la collina gessosa allo sbocco
della valle: laggiù il fiume borbotta malcontento, ma un sogno di pace è
già entrato nel sonno della campagna.

Quante anime innamorate si levano a volo nel lume di questa notte
autunnale dalla terra assopita nella lunga fatica dei frutti?

Fra poco il vento ricomincerà a soffiare, perchè lassù in cima della
valle, ove i colli dell'Appennino si addossano come un muraglione,
alcuni crocchi di nuvole sono rimaste in vedetta.

Adesso, nel silenzio, s'intendono dei murmuri: sono forse i pipistrelli
che incontrandosi scambiano un avviso, forse gli ultimi saluti delle
foglie che si staccano dagli alberi, forse i fremiti delle gramigne
sradicate dai campi, gettate a mucchi, non morte ancora. Molte anime
attendono i messaggi dalla notte e le rivelazioni dal silenzio:
ascoltate, signora, le confidenze che esalano dai solchi inargentati
dalla rugiada, il dialogo sommesso degli insetti svegliati dalla luna:
qualcuno luccica come una gemma o vola lieve come un sogno. Che cosa
dicono gli alberi, i quali serberanno il verde mantello nell'inverno,
agli altri già nudi in una miseria di scheletri? Che cosa ne pensa la
luna uscita senza il solito zendado dell'alone, essa che guarda tutta
bianca e pare stupefatta?

I suoi raggi pendono a gocce dai ragnateli sospesi tra albero e albero,
perchè i silfi possano berle nel loro volo, sono piuttosto i lampadari
di una festa, che piccoli, invisibili, felici, si danno questa notte nel
mio orto?

Ecco che il vento ricomincia soffiandosi innanzi le nubi come cenci.

Fra cinque o sei ore l'alba dovrà passare certamente sotto la pioggia
come la diligenza, che ogni mattina scende sotto la mia finestra sino a
Riolo: un viaggio di spola, breve e monotono, eppure il vetturino è
sempre allegro.

Ogni qualvolta m'incontra, agita la frusta e con un largo sorriso mi
grida inevitabilmente:

— Arrivederci! —

Vi saluto anch'io così.




IL MELODRAMMA


— _Qu'est-ce que ça prouve?_ —

Domandava un abate uscendo dall'Opera dopo avervi udito l'_Orfeo_ di
Gluck.

E siccome egli era uno studente di matematica, tutti gli uomini di
spirito si credettero in diritto di sbertarlo: quindi gli artisti, nel
loro orgoglio di anime incomprese, consacrano quella sua interrogazione
alla gloria di esprimere tutto il ridicolo della pedanteria scolastica.

Eppure non è così.

Da oltre mezzo secolo le teoriche della musica drammatica hanno
cambiato. Confondendo dramma e musica, si volle che questa dovesse
significare l'epoca, il carattere, l'azione, tutti i moti di quello: non
si riconobbero più differenze tra la frase scritta e la frase fonica,
anzi si giudicò l'una meno viva dell'altra. La musica diventava così il
linguaggio delle passioni e delle idee, precisandone i gradi,
distinguendone le contradizioni, anche nel loro più repentino coagularsi
o nella loro più lenta dissoluzione.

La musica invece non può rendere nè una idea, nè un uomo, nè un'epoca;
il suo linguaggio non oltrepassa l'espressione di sentimenti rudimentali
ed universali, vaghi sempre, perchè la sua è appunto una voce
dell'indefinito. Aprite qualunque spartito senza leggerne il titolo, e
provatevi dalla musica ad indovinarlo: scegliete un melodramma, mutatene
l'epoca, i personaggi, l'azione, e nullameno seguiterà ad essere bello,
se in questa mutazione avrete rispettato il rapporto primordiale dei
sentimenti e delle sensazioni, non gettando un gruppo di frasi
melanconiche su parole allegre, o adagiando una scena nella concitazione
di un crescendo.

Quell'abate, uscendo da uno dei nostri teatri lirici, avrebbe ancora
ragione di ripetere la stessa domanda a tutti i melomani, che parlano di
ambiente, di color locale, di dramma storico e mitico, di commedia
antica e di idillio moderno, di musica sacra e profana: _qu'est-ce que
ça prouve?_

Invece l'idillio, la commedia, il dramma, la tragedia diventano davvero
una prova, rivelando tutta l'anima umana in pace o in guerra contro il
destino nell'immutabile carattere della propria individualità, nel
giudizio supremo della coscienza sulle opere, che vi si compiono. Ma che
cosa prova la musica, dopo tanta vanteria di teoriche ed esplicazione di
critici e credulità di pubblico cogli ultimi melodrammi, pei quali le
spese di rappresentazione sorpassarono i limiti più lontani della
fantasia? Tutta l'opera e tutti i personaggi sono nella esteriorità del
costume e della scena: chi potrebbe davvero, chiudendo gli occhi,
distinguere nel canto la gelosia di un baritono mascherato da generale
egiziano da quella di un altro baritono vestito da crociato o da
gentiluomo del rinascimento? Come indovinare la collera della gelosia
fra tutte le altre della superbia o dell'avarizia, se il baritono non la
spieghi colle parole? Poichè in ogni amore vi sono momenti di purità
divina, come riconoscere l'invocazione alla fanciulla adorata da una
preghiera alla mamma? Come la musica potrebbe non confondere nella
propria espressione la gioia suprema di un ritorno con quella di un
riconoscimento?

Il finale della _Norma_ rimane ancora il più bello dopo l'altro del
_Tristano e Isotta_, ma nessuno dei tanti letterati, che hanno scoperto
nella musica di Wagner così profonde significazioni filosofiche e
drammatiche, ignorando i due libretti, indovinerebbe la differenza della
morte fra le due coppie egualmente tragiche di amanti.

La musica fu e sarà sempre lirica e non esprimerà mai nè caratteri, nè
situazioni, nè epoche, nè figure, nè la coscienza, nè la intelligenza,
nè la religione di Dio o una qualunque altra. La sua qualità,
contradittoria a tutte le arti, sta appunto nella espressione senza
imagine; laddove architettura, scultura, pittura non esistono che per
questa, e la poesia stessa colle parole la riconduce nella memoria o la
suscita nella fantasia. Mentre i segni si aggiungono ai segni e le
parole alle parole dinanzi ai nostri occhi, che dalla loro permanenza
finiscono coll'accoglierne la intera visione, le note invece cessano una
dopo l'altra al nostro orecchio, che non può intenderne la frase se non
dal loro successivo dileguarsi. La musica si rivela morendo in ognuno
dei propri suoni: ed ecco perchè ci appare immateriale ed indefinita.

Il suo linguaggio subisce le leggi dei numeri, ma la sua significazione
non può essere tradotta da alcun altro. L'orecchio, più spirituale
dell'occhio poichè non vi passano le imagini delle cose, ripercuotendo i
suoni nell'anima, lascia che ella vi si libri leggera; e l'anima,
sospinta da una voce senza parole e senza idee, si sente come dissolvere
nell'incantesimo di una rivelazione misteriosa. Già qualche cosa manca
ad ogni linguaggio. Quello dell'architettura, il più povero, non esprime
che una categoria dell'intelletto, l'ordine nella misura; la scultura è
senza colore e senza ambiente; la pittura non ha che una superficie; la
poesia è costretta a richiamare l'imagine colla parola, lasciando fuori
di questa i pensieri troppo grandi e le sensazioni troppo piccole;
mentre la musica aiuta di se stessa tutti i linguaggi, ma parla
solamente sul confine, ove questi si arrestano.

Ascoltatela nella solitudine, magari evocandola dal pianoforte, il più
odioso degli strumenti che la perversione dell'arte abbia concesso ai
dilettanti. Il pianoforte è la cassa mortuaria dell'arpa; coloro, che vi
martellano sopra, mi fanno pensare alle commemorazioni dei grandi morti
declamate da piccoli vivi sulla folla scempia dei partiti.

Una musica dorme in tutte le parole: sollevatele, disponetele secondo la
prosodia, e ne uscirà una vibrazione tenue e possente, lunga come un'eco
o improvvisa come uno scoppio. I poeti lo sanno bene quando dicono che
il verso è tutto, ed invece è solamente quella musica che la poesia può
contenere, mentre questa è ben altro. Infatti il dramma, una delle sue
forme più vive e profonde, si attenua nel verso e vanisce nel canto,
perchè basta appena il linguaggio reale per rivelare colla più ricca
molteplicità di espressioni le antitesi morali dei caratteri.
Shakespeare alternava prosa e verso, quasi trattando questo come quella,
ma il suo _Otello_ e il suo _Amleto_ messi in musica non sono più che
due manichini, dal ventre dei quali qualcuno canta. Non avendo letto
Shakespeare, chi indovinerebbe le due tragedie dai due melodrammi? Che
cosa è diventato il _Faust_ di Goethe in quello di Gounod o nel
_Mefistofele_ di Boito o nella _Cantata_ di Berlioz, pur superiore ad
entrambi nell'impeto della passione e nella originalità dell'ingegno?

I grandi poeti non amano la musica.

Essi pensano inconsciamente per imagini, e l'eccellenza deriva in loro
dal vedere ciò che gli altri non veggono dal vederlo più intensamente.
Tutto si personifica nella loro fantasia, le idee più astratte e le cose
più morte: prestano un'anima alla materia, i caratteri umani a tutte le
anime, quindi cercando l'essenza s'indugiano nella scoperta e
nell'adorazione di ogni forma. La musica non è per loro che una
vibrazione della parola, come pei pittori l'ombra è un prolungamento dei
corpi. La musica vera, che canta sopra sillabe slegate, effondendosi in
un infinito vuoto e palpitante, finisce per irritarli: il loro occhio
cerca involontariamente i contorni di una figura, la loro passione si
condensa in un carattere, le loro idee si atteggiano in una scena.

I grandi poeti hanno la precisione dei grandi scultori; i grandi retori
invece prediligono le apparenze capziose del colore nel labile incanto
della visione: ecco la prima differenza fra Dante e Victor Hugo. Per i
poeti il canto non può oltrepassare mai la parola: essi vivono nel
verbo, e gli chiedono ad ogni istante una resurrezione.

Non credete quindi, signora, ai poeti che vi dicono di amare la musica,
e sopratutto guardatevi dallo stimare Wagner un poeta per avere
raffazzonato nei propri libretti alcune vecchie saghe.

Un poeta vero sentirà sempre che un melodramma non può essere un dramma:
avvolgere questo nella musica sarà per lui come immergere un quadro
nell'acqua: i colori si squagliano e le figure si confondono. L'anima
nel canto si abbandona ad una esultanza di liberazione da tutti i
vincoli della vita reale; nel dramma invece i caratteri debbono
irrigidirsi disciplinando le forze nella necessità della lotta, e poichè
la morte vi diviene la prova suprema della vita collo spezzare coloro
che questa non sa mutare, uno spietato egoismo di naufragio rivela dalla
scena l'ultima verità delle anime.

Se il canto sale spesso dal dramma, non può esserne il linguaggio
continuo: qualcuno avrà forse cantato anche nelle mischie più atroci, ma
nessuna musica espresse mai il tumulto della loro strage. Leggete una
battaglia di Erodoto o di Tolstoi, e confrontatene in voi stessa le
sensazioni con quelle del famoso coro delle Walkirie; dalle pagine dei
due grandi scrittori vi verrà il freddo della morte, nelle voci delle
nordiche amazzoni non sentirete che una minaccia festante e spavalda.

Ma il pubblico, dimentico di ogni altra arte, diserta tutti i teatri per
quello dell'opera.

Nel nostro tempo la poesia e la scultura non sono più intelligibili che
a pochi iniziati, la pittura non lusinga in noi che un bisogno di
decorazione: le esposizioni si ripetono come mercati di privilegi e
privilegiati, pellegrinaggi di piacere, un affare politico o
industriale, quasi sempre losco, raramente fortunato. Il lusso effimero
e volgare della nostra vita non ci consente la passione dei capolavori;
il nostro spirito, saturo di scienza, d'incredulità, di noia, di vizi e
di dolori, non si contempla più che nella prosa, e non chiede alla
musica che una distrazione. Quella vera, che canta sul confine della
poesia, sarà sempre solitaria ed individuale: sul teatro invece diventa
come la folla, si confonde colla pittura e col ballo, rende
inintelligibile la parola sopraffacendo la voce del cantore cogli
istrumenti dell'orchestra, mentre il pubblico, sedotto dalla verità dei
costumi, crede di riconoscere i personaggi ed applaude a se stesso per
aver saputo riunire così facilmente la magìa dell'indefinito alla
bellezza plastica del verso e alle evocazioni del dramma.

L'opera condensa oggi tutte le arti nel teatro come il romanzo riassume
tutta la letteratura; ma se il romanzo può essere talvolta vero, nessuna
sua falsità di fatto o di scuola uguaglierà mai quella di un melodramma.
Beethoven non scrisse che il _Fidelio_, e prima e poi non mise che un
numero per titolo alle proprie opere: Wagner invece pretese di rinnovare
tutta l'arte moderna col più mostruoso adulterio della poesia colla
musica, immolando questa ultima alla tortura di significare resurrezioni
storiche e mitiche, dogmi di teologia e di morale, espiazioni di re e di
penitenti, eroismi pagani e cristiani, passioni di bruti e di arcangeli,
bufere di oceani e catastrofi di paradisi, olocausti di eroi e suicidii
di dèi. Evidentemente era troppo. Il suo teatro per vivere avrà, come
certi alberi, bisogno di una scapezzatura; ma poichè in lui il musicista
riscattava le follie del drammaturgo e le insensatezze del critico,
resterà grande fra i più grandi nella memoria della moltitudine per le
ineffabili canzoni salienti dall'intrico della sua coreografia.

Mentre il dramma, così vivo nel romanzo, non ha saputo ancora rioccupare
la scena, l'opera invece potrà per il diletto del pubblico restarvi
eternamente. Oggi la musica è quasi sempre la poesia di chi non ne ha
altra: sono poche le signore che non suonino il pianoforte, credendo
così di avere nell'anima qualche cosa d'indicibile da esprimere. In
fondo al gusto musicale del pubblico non vi è che un pianoforte, e
questo insopportabile strumento è nullameno quanto di più spirituale si
è potuto persuadere alla volgarità della gente. Peggio quindi se non vi
fosse.

La musica vera si è fatta più rara.

Nemmeno le anime capaci di sentirla arrivano spesso ad indovinare quelle
capaci di esprimerla. Parrebbe quasi che queste vivano dentro un vapore,
ascoltando al di là dei sogni, al disopra di ogni parola, le lunghe
sillabe di un'altra rivelazione: ma se intendono e ripetono, non sanno.
Qui comincia l'espiazione della loro superiorità. Trovano una bellezza
pura dei suoni come già lo scultore trovò quella delle forme, e mettono
una spiegazione nell'accento di una vocale come egli pose lo sguardo
nell'occhio vuoto e bianco della propria statua. Talvolta invece
esprimono cogli acuti e coi bassi le contradizioni della nostra
sensibilità come il pittore imprigiona nei colori e nelle ombre la
mobilità di tutte le apparenze; raggruppando le note nella frase, come
il poeta fa colle parole nel verso, dominano la nostra memoria col
fremito di sonorità simile all'abbarbaglio di una visione.

La poesia declama quanto il suo occhio temerario ha potuto vedere nel
mistero, la musica canta tutto ciò che il suo orecchio indiscreto è
riuscito a sorprendervi; ma le indiscrezioni dell'una turbano spesso più
che le temerità dell'altra.

E tuttavia la musica non sa quello che dice.

Le sue frasi più cupe possono diventare allegre solamente allargandone o
stringendone il tempo, i suoi impeti più diritti piegarsi a qualunque
ritornello, perchè nella musica l'efficacia consolatrice deriva appunto
dalla sua facilità a subire qualunque alterazione. I suoi motivi nella
nostra memoria, come le ombre nel sole, si fanno gravi o leggieri,
mentre le figure di un quadro o le parole di una scena resistono invece
nella immutabilità della loro espressione. La musica contenta tutti
perchè ognuno la riempie di se stesso: non vi è quindi vera differenza
fra quella profana e quella sacra. Tutti gli oratorii sulla morte di
Cristo sembrerebbero egualmente belli per la morte di Adone, i canti
famosi di certi salmi biblici commetterebbero non meno bene molte strofe
del _Ramayana_ o altri versetti del Corano: siamo noi, sono le nostre
idee poetiche e filosofiche che fanno il loro contenuto. Certamente uno
spirito arido di scienziato come il Lalande non avrebbe nella
_Creazione_ di Haydn saputo trovare le idee religiose, che questi
credeva di avervi messo, mentre uno spirito panteista come Hugo vi
avrebbe udito le voci di tutte le mitologie, e un'anima mistica come
Gerson non vi avrebbe sentito che l'estasi di una unica adorazione.

Ma se la musica è uno dei bisogni più insaziabili dell'anima, alla quale
toglie colla ondulazione dei ritmi e l'indistinto significato delle
voci, la coscienza dei limiti, quando l'idea fiammeggia e la passione
scoppia, questa brama si muta quasi in ripugnanza. Nelle grandi tragedie
la rivelazione è al tempo stesso così profonda e precisa che ogni musica
la falserebbe, giacchè, nel momento di spezzarsi la vita, condensa tutti
i ricordi in una visione, mentre il cuore si restringe nello sforzo di
riunire le speranze dinanzi alla suprema interrogazione del pensiero.

Allora la musica non basta più.

Quali note potrebbero davvero esprimere le ultime due parole di Gesù:
_Consummatum est?_

Quale romanza significare il dolore di Napoleone immobile colle braccia
conserte guardando dal lido di Sant'Elena oltre l'Oceano?

E poichè si volle trascinare sul teatro la _Bohème_ di Murger, come
avrebbero potuto Puccini e Leoncavallo tradurre quel ritratto così breve
e così vivo di Musette: «Ella appena nata domandò certamente uno
specchio»? Come pretendere ad una nuova commedia musicale dopo il
_Barbiere di Siviglia_, che nemmeno esso è una commedia, se la musica
non può nè ridere nè piangere? Come ridere delle sue figure fatalmente
indistinte, mentre il riso non erompe che dalla evidenza di un difetto
senza dolore? Nel _Barbiere di Siviglia_ il riso scatta dai lazzi della
favola non dai motivi del canto, che vi passa attraverso con una
andatura da ballo e la solita prosodia dei recitativi.

Che cosa vi è da capire nella musica? Nulla.

Da sentire? Tutto.

E voi, signora, che ne pensate?

Le donne amano quasi sempre nella musica una poesia, che dispensa dalla
azione, una raffinatezza ottenuta senza nè disciplina nè epurazione del
pensiero: e così possono credersi superiori alla gente, che si dibatte
nella vita come in una tragedia grondante di lagrime e di sangue.

Conosceste mai qualche illustre maestro o suonatore? Studiaste mai il
loro carattere? Una sensibilità pronta e labile, una inconsistenza
timida ed inetta. La poesia ebbe dei forti, la musica non avrà mai che
dei delicati.

Nella nostra vita moderna essa rappresenta quindi un ideale di sensi e
di fantasia, senza efficacia sul carattere e senza attrazione sul
pensiero. I teatri lirici hanno oramai esaurito i temi di tutti gli
altri teatri, senza che l'arte drammatica abbia potuto arrestarsi sulla
lubrica parabola della propria decadenza; la musica popolare invece non
ha trovato per la grande rivoluzione francese e per la bella rivoluzione
italiana che la Marsigliese e l'inno di Garibaldi, due marcie da
saltimbanchi.

Oggi la originalità della musica pare esausta come quella della
architettura. Verdi, ingegno dispari, grossolano e malinconico, violento
e monotono, promosso dalla vecchiaia agli onori del genio, ha voluto
mostrarsi anch'egli capace di significare tutta la vita, e si è
attaccato a Falstaff, uno dei tipi più bassamente comici, perchè di una
comicità tutta istintiva e sensuale. Mancava la commedia al suo
repertorio, ma troppo altro mancava alla sua arte. Quindi ne uscì una
musica scolastica fra una resurrezione di vecchie forme, senza fremito
di riso, senza freschezza e senza colore. Per essere felice a Falstaff
bastava di accarezzare il contorno di un'anca femminile o di una mezzina
da bettola; ma se la sua giocondità di bruto sarebbe rimasta un mistero
per Verdi giovane, più elegiaco che tragico come tutti i romantici, a
Verdi vecchio doveva parere una mostruosità ripugnante. E così, nel suo
spartito, Falstaff non è più che uno sciocco noioso, tuffato in una
favola opaca come una nebbia, fra personaggi che sembrano cantando
assoggettarsi ad un saggio di concorso.

Tutte le aristocrazie d'Europa sursero ad applaudire l'ultima opera del
vecchio grande maestro, mentre il popolo, più sincero, non ne imparò
invece alcun motivo, e seguita a cantare le proprie canzoni anonime.

_Qu'est ce que ça prouve?_




IL MISTERO DELL'ANARCA

                                E Dio ha scelto le cose pazze del
                            mondo per svergognare le savie, e le
                            cose spregevoli e le cose che non sono
                            per ridurre al niente quelle che sono.

                                          SAN PAOLO, _Ai Corinti_.


Vi ricordate, signora?

La donna imperiale cadde sulla banchina del lago dinanzi al lungo
sorriso delle acque, che raccontano spesso i segreti delle Alpi, come lo
specchio tradisce quelli della bellezza. Un impeto di orgoglio le gonfiò
il cuore ferito, rialzandola nel fulgore di una minaccia, mentre sul
volto pallido le calava già l'ombra della morte, ed il murmure della
folla stupefatta cresceva come un susurro di foglie sotto il soffio
corrucciato del vento. Con gesto rigido e lieve indicò il vascello, che
l'aspettava, perchè l'aiutassero a salirvi; cento braccia si protesero
in silenzio, e rimasero alzate verso di lei, quando a barella sparve
sulla tolda, e il vascello oscillò. Viaggiatrice senza meta, che fuggiva
dalle ombre della propria casa, cercando ai monti ed ai mari un refugio
contro le memorie, ebbe forse paura di ritornare nella prigione di una
camera fra il cerimonioso cordoglio degli indifferenti adunati, dal
tristissimo caso senza poterne intendere la tragica rivelazione. Ma il
lago stesso parve forse troppo piccolo alla morente, e troppo affollato
il vascello e troppo vicino alla riva e troppo lento a salpare, mentre
gli occhi le si chiudevano sotto le carezze pesanti del gran sonno, e la
sua anima si levava nell'ansia di quel viaggio lungamente invocato. Come
tutti gli infelici rattenuti senza motivo dalla vita, ella guardava da
anni all'altra riva invisibile, sulla quale aspettano coloro che amammo:
guardava e vagava ingannando il lungo desiderio colla finzione di una
fuga troppo breve attraverso paesi sconosciuti, nell'abbarbaglio di
visioni salienti dal fondo verde delle valli e dalle cerule distese del
mare. Forse alla fissità del suo sogno era necessaria una cornice di
ondeggianti orizzonti e di mutevoli moltitudini, coi ritmi delle parole
incomprese e il vanire della opera tumultuosa come nel dissolversi di un
miraggio.

Oramai della imperatrice nessuno più si ricordava.

La bionda Valchirie, che aveva stupito l'Europa, non era più che una
signora vestita di nero, ancora bella, costretta a mutare spesso di nome
per meglio serbare l'incognito, pallida, che non sorrideva più. Fra i
poeti amava Heine, fra le terre la Ionia, fra i laghi il Lemano, e al
disopra di tutto e di tutti il mare. Ella lo aveva interrogato ad ogni
riva e ad ogni ora, sentendo a poco a poco il pensiero addormentarsi
sulla ondulazione della sua musica profonda; e quando una improvvisa,
stridula voce della memoria la destava davanti alle acque rutilanti di
sole, o scure e roche sotto gli sguardi lontani delle stelle, avrebbe
voluto essere sola sopra una nave nera, come l'olandese cantato dal suo
poeta, per trascorrervi lontano, oltre i confini delle tempeste, alle
estreme solitudini, dalle quali Dio ascolta finalmente chi piange.
Perchè ella credeva nessun dolore pari al suo di madre e di imperatrice,
sempre inseguita dalla follìa e dalla morte, colpita nei genitori, nei
figli, nei fratelli, nel regno donde era uscita, nell'impero al quale
era stata assunta, in tutto quello che aveva sperato, in tutto quello
che aveva amato, sino ad invocare la morte come un compenso e ad errare
come un fantasma.

Passata quasi, nella rapida magìa del desiderio, da una festa di ballo
al trono degli Asburgo ancora vacillante per gli ultimi tremoti
rivoluzionari, ebbe appena il tempo di apparirvi leggiadramente nella
spensieratezza giovanile, che un'altra bufera si destava e l'imperatore
doveva accorrere indarno da Vienna sui piani lombardi contro le vittorie
italiane; quindi la regina di Napoli ramingava anch'essa dietro il
caduco marito giovanile, nè regina più ne donna, a nascondere nell'ombra
di un appartamento parigino l'ultima dissoluzione di una maestà, che
nemmeno la morte avrebbe potuto nobilitare. Ma l'antico impero, ferito
al cuore dall'Italia, soccombeva poco dopo al giovane regno prussiano,
costringendo l'ultimo re bavarese ad uscire dall'incanto, nel quale
Wagner cullava il suo sogno d'invitta verginità, per offrire a
Guglielmo, il lungo nemico, la vecchia corona del sacro romano impero.
Egli compì la prova col sonnambulo eroismo dei cavalieri scendenti
insino a lui dal San Graal, coll'anima tesa al dolore dei sacrifici
ininterrotti sulla terra; e forse dalla umiltà di quella sottomissione,
come dall'atto estremo di una rinuncia a tutte le realtà della vita,
sentì di risalire per sempre nel proprio sogno di una bellezza senza
amore, dentro un mistero insaziabilmente melodioso, vagando di lago in
lago, di castello in castello, fino alla notte prefissa, nella quale le
acque gli avrebbero rivolto il funebre invito.

Una notte l'ondina chiamò ed egli la seguì.

Ma sul morto re l'imperatrice non potè piangere, perchè altri pazzi
dalla vecchia casa le erano accorsi d'intorno, ed ella tremò che
potessero comprendere quel pianto.

Non si sentiva forse pazza essa medesima? Non era pazza Carlotta, la
vedova dell'arciduca bello, fucilato a Queretaro come un bandito, egli
che aveva sognato una gloria di paladino e d'imperatore? La sua donna
entrava ancora per tutte le corti d'Europa a cercare la sua traccia con
un sibilo di lontane paure negli orecchi, che la facevano chiedere e
singhiozzare come un bambino. Ma nemmeno per essa vi era pietà. Poi un
altro arciduca doveva fuggire per sempre, incognito sopra una nave, e
l'Erede, l'estremo della lunga dinastia, sparire in un mistero di sangue
e di amore, vittima forse ed assassino, colla fanciulla del suo peccato;
ed ancora un'altra arciduchessa fra le fiamme e domani forse l'ultima
regina di Spagna in una rivoluzione.

Quindi la sua ragione e il suo cuore vagavano.

S'incantava nei mari che ondulano, nei fiumi che scorrono, nelle nubi
che veleggiano, nei vascelli che salpano, nelle vaporiere che
scompaiono: ascoltava le musiche profonde delle foreste e le sommesse
cantilene dei laghi: talvolta i versi del suo poeta le passavano fra le
memorie, come d'autunno gli uccelli migrano affrettando le ali, sola
sopra un cavallo lo avventava ancora in una furia improvvisa di
Valchirie, ma il sangue non le balzava più sotto le sferzate del vento,
e l'anelito della nobile bestia, la bava bianca del suo morso dispersa
nell'aria come una piuma, non le richiamavano più sulle labbra pallide
il sorriso della vittoria.

Perchè fuggire?

I vecchi, coloro che rimasero soli, non sanno più dove andare.

Amava il mare, ma non amava il popolo che gli somiglia.

Nata troppo in alto, aveva vissuto sempre tutta chiusa nell'orgoglio
della propria originale magnificenza, che la rendeva straniera fra la
folla moderna così uniforme e così bassa nella uniformità; ed ella,
l'Errante, non vi aveva mai guardato, sentendo dalla sua vastità salire
come un brivido la voce delle anime abbandonate.

Così non sapeva forse che altri vi erravano come lei, più poveri e più
soli. Non era di costoro quello zingaro che un giorno, senza
riconoscerla, lesse nella sua mano la morte prefissale dal destino? Ella
sorrise con mesta incredulità al cencioso profeta ricusante la ricca
elemosina; ma l'anarca, che compì la profezia piantandole una lima nel
cuore coll'impassibile precisione di chi non discute il proprio mandato,
non era anch'esso un Errante fra la folla?

Un altro sogno di dolore e di odio rompeva così quel sogno d'amore e di
dolore.

Lo sconosciuto, subito arrestato, si chiamava Lucheni. Era italiano, ma
nato a Parigi da un uomo e da una donna forse ignoti l'uno all'altra e
congiunti da un qualche vizio più urgente della fame: poi la madre lo
abbandonò ad un ospizio, che gli diede il pane e le scarpe,
insegnandogli a mezzo un mestiere col quale non avrebbe potuto vivere.
Appena diventato un ragazzo, l'ospizio gli chiuse dietro le porte per
sempre.

Il ragazzo non sapeva dove andare. Ovunque arrivasse, il luogo non
mutava: era sempre la stessa diffidenza ad ogni domanda, il medesimo
silenzio in tutti gli occhi, ai quali salivano gli appelli de' suoi
sguardi stanchi; quando aveva fame, quando aveva freddo, nessuno se ne
accorgeva; i poveri lo guardavano anche più duramente dei ricchi, che
gli negavano l'elemosina. Ma siccome voleva vivere, cercava sempre;
d'estate come le mosche cercano le immondizie, d'inverno come gli
uccelli anche quando il ghiaccio ha indurito la neve sulla campagna. E
tuttavia il suo caso non era nuovo. Migliaia di anni prima altre
migliaia di bambini nati, come lui, avevano dovuto andare e morire così.
Poi qualcuno gli disse: — Tu odii; — e allora capì di avere sempre
odiato, anche all'ospizio, nelle sale di lavoro sotto le occhiate gelide
dei prefetti, e nei corridoi, ove tante notti non aveva potuto dormire
come gli altri, dentro l'oscurità rotta appena dal lucignolo fumoso di
una lanterna. Ma siccome l'odio sa ascoltare e rispondere meglio
dell'amore, ascoltava e rispondeva. Che cosa aveva egli fatto a quella
donna perchè lo mettesse al mondo? Perchè doveva vivere così, niente
altro che vivere, lavorare per lavorare, chiedendo quasi sempre indarno
un lavoro, senza poterne mai trarre una speranza o un significato?
Perchè tanti altri non lavoravano? Perchè erano amati? Perchè avevano
tutto?

La società gli aveva insegnato un catechismo che essa medesima non
riusciva ad applicare, e tutto era egualmente ingiustizia contro i
poveri, persino la morte, poichè la religione insinuava nei loro cuori
il dubbio di un altro inferno. Come un atomo dimenticato nel disegno
misterioso della creazione, egli vagava urtandosi a tutti i corpi,
sempre respinto e sempre solo; il silenzio l'opprimeva; ma se cominciava
a parlare, sentiva subito di non potere essere compreso che da un
qualche solitario al pari di lui, mentre tutti gli altri erano come i
prefetti nell'ospizio e più tardi gli ufficiali nella caserma, i
superiori e i nemici che comandavano sempre, senza spiegare mai la
ragione del proprio comando.

Dovevano quindi bastare pochi discorsi e poche letture, giacchè sapeva
leggere, per alzare quell'istinto di odio a passione, e questa passione
nel sogno torbido di un sistema. La caserma compì l'opera dell'ospizio,
mutando il trovatello nel soldato, e il soldato in un anarca
febbricitante di orgoglio nella prima conquista di se medesimo. Dentro
al suo cervello, fosco come un giorno di temporale in un angusto
paesaggio vallivo, rare parole e rare idee si urtavano scrosciando,
mentre da tutte le lontananze della solitudine gli giungevano voci di
altri derelitti, morti e vivi, uomini, donne, vecchi, bambini, adoperati
e dimenticati come cose. La schiavitù di ieri era dunque la medesima
servitù di oggi, la stessa condanna colpiva ancora i bambini nel ventre
delle donne, che il parto non bastava a rendere madri; ogni giorno
ancora la vita saliva a un più alto privilegio sulle moltitudini, che
l'alimentavano come i concimi fanno coi fiori; lasciandosi suggere dalle
loro radici. Tutti i catechismi erano falsi, nessun messia era mai
venuto. I governi di oggi, come i più antichi, somigliavano alle
testudini, formate cogli scudi delle più vecchie legioni e che nessun
urto poteva scomporre; gli imperi sovrastavano, le nazioni si guatavano
colla insidiosa compostezza dei lottatori nei circhi. Ora e sempre
l'unico libero era il danaro. Tutto il dolore umano non aveva potuto
creare nè la giustizia, nè la pietà umana: anche adesso il popolo non
sapeva di che cosa nutrirebbe la propria vecchiezza, dopo aver seminato
e mietuto, forati i monti, distese le strade, sospinte le navi, alzati i
palazzi, adunate colle proprie mani tutte le ricchezze, dato col proprio
sangue il battesimo a tutte le vittorie.

Quindi coll'entusiasmo degli ignari egli aveva tentato di offrire il
proprio pensiero sui giornali anarchici, che lo ricusarono perchè
ravvolto nei cenci del linguaggio comune; e questo nuovo silenzio
imposto alla sua miseria gli pesò sul cuore più dell'altro, dinanzi a
coloro che gli domandavano: — Chi è tua madre? — Chi dunque fra i poveri
può dire veramente di averne una, se le madri non s'inginocchiano ancora
davanti ai bambini domandando loro perdono di averli partoriti? Egli
invece era solo; ma, non avendo nè madre, nè figli, poteva almeno
preferire la fame alla schiavitù, o morire cacciandosi innanzi, come un
araldo nel mistero della morte, qualunque imperatore. Quindi un orgoglio
senza nome gli rialzava talvolta la testa quasi ad una minaccia lontana,
della quale nessuno fra i più grandi avrebbe potuto sottrarsi al muto
decreto. Egli pure era un re.

La sua sovranità, creata dal nuovo diritto di eleggere e di essere
eletto, si mutava così in una ribellione alla volontà della legge, nella
quale il pensiero dell'individuo dovrebbe confondersi come la goccia
nell'onda. Mentre tutte le monarchie, diventate egualmente anonime nel
popolo, si abbassavano ogni giorno sotto le ondulazioni del suo numero,
una anarchia vi drizzava già le proprie punte, come gli antichi
guerrieri levavano più alta l'asta sul campo a farla riconoscere nella
assemblea. La legge, che una volta era una violenza dei forti, adesso
ingannava; nessuna giustizia era possibile in una libertà che non
ammetteva l'uguaglianza; la verità non poteva essere proclamata, finchè
qualcuno conservava il diritto di nutrire la propria vita colla morte di
un altro. Una guerra senza battaglie si preparava dunque in una
ribellione di tutti contro tutti per distruggere le ultime differenze,
indarno condannate dalla rivoluzione della libertà, che aveva pareggiato
eletto ed elettore.

All'eroismo dei grandi, che saliva come un vapore purpureo dalla fusione
della folla, doveva quindi seguire quello dei piccoli, che prorompe come
una scintilla dai suoi distacchi; dopo la parola del genio, che aduna
dalla moltitudine le sillabe della vita, il grido solitario dello ignaro
che annunzia l'inespressibile e attraversa tutte le anime come una
rivelazione della morte. Ma una sinistra poesia, piena di lampi e di
brividi, avvolgerebbe questi interpreti della estrema negazione, che
dalla solitudine dell'orgoglio, espandendosi ovunque coll'irresistibile
penetrazione di un contagio, dileguerebbero subitamente incomprensibili
ed incompresi. Invano qualcuno si vanterebbe poi di averli conosciuti, o
nella ultima stretta del dramma essi medesimi, ingannandosi come tutti i
messaggieri, pretenderebbero di spiegare il segreto della loro missione
simile a quella degli uragani, che passano, devastano, fecondano, e al
loro passaggio le anime hanno oscillato nell'infinito.

Poi la gente ciarla del danno o del beneficio fra i nuovi sorrisi
dell'aria, senza ricordarsi che una medesima legge governa le
rivoluzioni e le tempeste, dalle quali la folgore erompe come un ordine
misterioso.

Quell'anarca cencioso, che la vita non aveva potuto ospitare,
l'attraversava dentro a una muta bufera di collere e di pietà. Come la
solinga imperatrice anche egli non aveva più nulla, nemmeno quei ricordi
di cui si nutre il dolore, o quella commiserazione di se stesso che
consola tutti i decaduti. Mentre ella errava di villa in villa, ove più
pacificatrice sorride la bellezza della natura, l'altro passava per
tutte le vie dell'esiglio, nutrendosi di un pensiero di odio quando non
aveva pane, soccombendo alla stanchezza dei giorni lunghi come una
assenza, alla vacuità delle notti senza riposo, coll'anima che gli
strideva dentro come un cane chiuso in una casa deserta.

Nella sua miseria di abbandonato si era mescolato ad ogni miseria: aveva
veduti uomini gagliardi tremare per la viltà della fame davanti alla
debolezza dei padroni, che negavano loro persino l'elemosina di una
promessa; madri colle mammelle secche, abbandonate sul viso sparuto di
un bambino, e nessuno dei due piangeva più; vecchi derelitti, che non
osavano accostarsi ad alcuno nella vergogna di essere ancora vivi; poi
tutte le altre miserie del lavoro micidiale anche quando nutre,
accordato pari ad una grazia, invocato e maledetto come la morte; mentre
fioriva intorno, dappertutto, la felicità dei ricchi invano creati dalla
natura uguali ai poveri, se la volontà di Dio in tutte le religioni
permetteva loro di diventare così diversi. Essi avevano la scienza, la
libertà, la forza; potevano pesare la vita dei loro fratelli sulle
bilance del proprio egoismo senza che nessuna giustizia li vigilasse, e
la loro misericordia era come la rugiada nel deserto, che ne rimane
ugualmente arido. Allora, sul silenzio violento della sua anima, quelle
voci profonde di morti e di viventi, adoperati e dimenticati come cose,
salivano simili ad un coro funebre sollevato da urli improvvisi,
percorso da gemiti aspri come minacce. Perchè la morte non avrebbe
finalmente vinta l'ingiustizia della vita? La morte sola sapeva il
segreto della redenzione indarno proclamata da tanti messia, che avevano
voluto consolare il dolore umano senza distruggere chi lo aumentava.
Quante vittime sarebbero ancora indispensabili alla morte, perchè la
vita potesse finalmente mutare? Tutti quei morti, che la terra sembrava
aver disciolto nelle proprie viscere, si agitavano dentro le anime nate
dalla loro, sospingendole sempre più in alto col grido dell'ultima
resurrezione. Essi volevano risorgere nei figli contro i figli dei
propri sacrificatori per cancellare colle fiamme dell'estremo olocausto
le vestigia di tutte le ingiustizie; ma non vi sarebbe più alcun giusto
nel giorno della espiazione finale, nè fra coloro che colpirebbero, nè
fra coloro che sarebbero colpiti, giacchè l'eredità aveva macchiata ogni
innocenza colla trasmissione del privilegio.

Forse l'innocenza salvò mai qualcuno?

Non poteva egli pure vantarsi innocente? Il suo odio non era una
invocazione del dolore alla giustizia?

Come quei penitenti, che fuggivano dal mondo per nascondersi a pregare
da Dio la pietà del perdono, egli era rimasto solo fra la moltitudine.
Anarchi ed anacoreti possono trovare chi loro somigli, ma sono sempre
egualmente solitari nell'eremo e nel partito, finchè il loro sogno non
si dissipi, e la vita li riattivi nella minuta vicenda delle lotte
quotidiane. Così egli non aveva forse cercato talvolta fra compagni che
qualche soffio per la propria fiamma o un nuovo argomento contro un
dubbio, mentre, contrapponendosi al mondo come un giudice, l'orgoglio
stesso del proprio odio doveva renderlo incapace di comprenderne le
leggi e di esservi compreso. Quindi ridotto all'unica misura di se
medesimo, vi aveva sottoposto nella facilità di un sogno tutto quanto
non consente a misura, la vita coi suoi istinti e la storia colle sue
trasformazioni. Lungamente il suo dolore aveva creduto di divorare tutti
i dolori, e il suo odio tutti gli odii, e la sua negazione tutte le
negazioni.

Quanto più piccolo lo aveva fatto la natura o in basso respinto la
società, e più alto egli si levava sopra entrambe, stringendo la propria
vita in pugno come un'arma per colpire lassù, dove l'individuo è
simbolo, cui la folla si prosterna, e morire così al disopra di ogni
giustizia. Che importano le sentenze della legge o del costume, se
qualunque atto, salga da troppa profondità o attinga troppo in alto,
deve sempre essere falsamente misurato, e chi lo compie ha in se stesso
l'indiscutibile ragione della morte?

Non vi può essere delitto quando l'egoismo non ne sperò alcun frutto.

Una superbia lucida come i ghiacci delle cime più inaccesse illumina
allora di spettrali chiarori la lunga vigilia dell'azione. Ebbrezze mute
di un segreto superiore a tutte le curiosità, inesprimibili melanconie
della dedizione suprema, amaritudini della morte lungamente assaporata
nella fatica febbrile della volontà, entusiasmi di eroe che sconfigge e
di martire che perdona, ondeggiamenti di tempesta e impeti di folgore,
l'anima solitaria sopporta tutto, delira di tutto. Il sogno diventa
incantesimo, che si dilata tra vampe e vapori entro una scena immobile,
per la quale una forza arcana ci spinge direttamente.

Quel Caserio, che pugnalò il secondo presidente della repubblica
francese, non compì forse l'atto ferale colla impassibile precisione di
un sonnambulo, e non si destò gettando quel grido che lo scoperse già
salvo tra la folla? Quell'Angiolillo, che uccise Canovas, ministro
presidente di Spagna, non rimase assorto nel proprio atteggiamento di
cavaliere sino sulla sedia della garotta? Quell'Henry, che gettò una
bomba in un caffè parigino massacrandone la folla, non serbò la faccia
opaca di un allucinato dinanzi alla lunga processione dei feriti, e non
rispose con un gesto di statua alla madre piangente, la quale tendeva le
braccia verso di lui?

Tutti costoro oltrepassarono il delitto o guardandolo dalle regioni
della morte non lo riconobbero più. Che se l'incantesimo vanì prima di
essa e ricaddero nelle perplessità del rimorso davanti al patibolo, non
capirono egualmente il proprio atto, come il poeta non può risalire
nell'ode già caduta dal cielo della sua ispirazione.

E trascurabili sono le differenze intellettuali fra questi messi del
dolore, che la follia conduce per mano alla morte, e la morte non può
rilevare a se stessi. Precursori di un messia, che evochi dalla
distruzione del nostro mondo un'altra umanità, essi ne annunziano
l'avvento coll'orrore degli antichi olocausti: quindi la vittima
prescelta è sempre simbolica o anonima, un re o una folla, che il
sacrificio deve consumare col sacrificatore. Delitto? certamente per la
legge. Errore? senza dubbio per la scienza; ma la vita e la storia
poterono mai fare a meno dell'errore?

Invincibile come tutti i solitari, l'anarca non ha partito.

Coloro adunati in tale nome sono sofisti, i quali non sanno che
l'anarchia nella propria suprema negazione prova appunto la stessa
insufficienza in tutti i partiti, o saccomanni che impazienza
dell'imminente battaglia disfrena già negli accampamenti.

Contro gli uni e gli altri basta il grido delle sentinelle o l'impeto
disciplinato di qualche manipolo; quegli sovrasta a giudici e a
patiboli.

Caserio non conosceva Carnot, Angiolillo non conosceva Canovas, Henry
non conosceva alcuno nella folla di quel caffè parigino, Lucheni non
conosceva l'imperatrice Elisabetta, come uccisero dunque? Le loro
spiegazioni non valgono meglio dell'altre, che la gente si baratta per
sottrarsi al peso del mistero: l'arte sola potrà forse un giorno
spiegarlo, perchè l'arte sola crea attingendo alle profondità
dell'inconscio, e come la natura accettando tutti i modi della morte.

Adesso Lucheni e l'imperatrice Elisabetta, questa nella cripta imperiale
di Vienna, quello in un carcere di Ginevra si lagnano egualmente del
proprio sepolcro. Ella lo aveva chiesto fra la quiete di grandi alberi,
inghirlandato di edere e di rose, perchè le lucertole e gli usignoli
potessero visitarlo nella primavera; o forse lo sognò talvolta davanti
al mare Ionio, sul gran sasso di Leucade, dal quale Saffo cantò l'ultima
volta e sparve volando sotto le acque. Egli aveva preteso alla gloria
del patibolo nei primi chiarori dell'alba, quando pel sereno si diffonde
la gioia di una nuova promessa alla vita: pallido, scamiciato, la testa
nuda, si sarebbe fermato un istante sotto la mannaia, guardando al cielo
e alla folla per respingerli entrambi col medesimo sorriso prima di
piegare il collo e di chiudere gli occhi per sempre.

Invece li hanno seppelliti così: la morte non fu loro meno crudele della
vita.

Perchè compiangerli, signora, se lo sguardo della pietà è quasi sempre
come quello del naufrago, che si volge sulla riva a guatare l'acqua
perigliosa, dalla quale potè uscire?




ANDRÉE


Anche questa sera nel piccolo caffè del villaggio un vignaiolo mi
domandava, vedendomi gettare il giornale:

— Nessuna notizia di Andrée? —

Molti altri cuori, frementi nella trionfale esultanza del suo eroismo,
aspettano ancora come la buona novella un dispaccio, che lo narri in
viaggio dal deserto polare verso di noi.

Il mondo invece lo perdette già nell'oblio profondo del proprio passato,
dal quale emergono solamente le figure illuminate dal riflesso perenne
di una idea. Tutti gli altri, che una virtù erse per qualche momento
sulla vita, attirando loro gli sguardi ed i cuori, diminuirono a grado a
grado nella morte, come ombre del crepuscolo nella tenebra imminente
della notte. Appena qualcuno dei viaggiatori, che rimontano curiosamente
il corso della storia, ritrovando sopra una carta il loro nome, si ferma
a leggerla per dimenticarla nuovamente fra le troppe, delle quali è
ingombra la via. Eppure da queste escono talora mirabili rivelazioni di
bellezza, e sono pensieri simili a diamanti tralucenti dalle sabbie,
figure che balzano vive dalla loro opera consunta, quasi nel miracolo di
una risurrezione; ma il cuore troppo stanco non può incamminarsi sulla
loro traccia, e salutiamo quindi con un sorriso di dolce riconoscimento,
come in un incontro fuggevole ed improvviso con amici di altri giorni,
mentre la lunghezza della strada e gli appelli lontani del tempo ci
sospingono irresistibilmente.

La poesia sola alza i magnifici sepolcri sulla via Appia della storia, e
serba intatte dentro la propria luce le figure della bellezza.

Andrée aspetta ancora l'ode.

Non mai il desiderio di essere poeta mi vinse come nel giorno che lessi
il dispaccio dallo Spitzberg: «Andrée è partito». Tutta l'antica odissea
non aveva nei lunghi canti, così pieni delle parole della notte e del
mare, tanta poesia come quella breve notizia incisa sopra una colonna di
giornale, fra l'indifferente promiscuità di cento altre.

Egli era partito finalmente.

Da anni perseguiva quell'impresa di sogno colla tenacia nostalgica delle
grandi passioni contro ogni difficoltà della vita, e quelle ancora della
fede che ci abbacina col suo miraggio, e della incredulità che lo
dissipa col riso come il vento spazza i vapori. Che cosa vi era al polo?
Dei ghiacci, forse delle terre come dappertutto, una solitudine
inabitata ed inabitabile, senza interesse per la vita, senza importanza
per la scienza. Questa ha potuto egualmente risolvere i massimi problemi
della sfera terrestre, quella non vi cerca e non ne attende rivelazioni.
Il polo è inaccessibile, ecco la sua forza magnetica sulle anime che,
guardatolo una volta attraverso il mistero della sua lontananza, vi
rimangono fise e trepide come l'ago della calamita. Non è un altro
mistero quest'ago ostinatamente immoto ad un punto, come se lo spazio, a
rovescio del tempo, non avesse che un'ora sola? Questa linea invisibile
che un ago può egualmente segnare attraverso la terra, in ogni sua
posizione, malgrado le scosse e i tremoti, che la sconvolgono? Tutti i
nostri viaggi non sono che una distanza da questo ago; la nostra
geometria non ha una linea meno inestesa e più sicura della sua, la
nostra metafisica un simbolo più astratto e preciso.

Al di sopra delle conquiste consacrate dalla storia, certamente quella
della terra fu la più antica e la più grande.

Ovunque uomini assalirono uomini, non la terra fu l'oggetto della
conquista ma gli uomini stessi; padroni che cercano dei servi, servi che
ricacciano dei padroni, non altra è la spiegazione di tutte le vittorie.
Ma l'uomo dovette prima cercare la terra. La nostra poesia nacque in
questo viaggio, esprimendone l'emozioni profonde fra le terribili
meraviglie dell'ignoto, dentro la bellezza delle solitudini che non
aspettavano l'uomo, dinanzi ai monti che non erano ancora confini, sui
lidi dai quali la mobile distesa delle acque si allontanava a toccare la
curva dei cieli nella vacuità trasparente della luce. I primi uomini
andavano sempre, senza fermarsi, perchè la terra era ancora troppo
grande ed essi troppo piccoli per concepire l'idea di possederla; si
nutrivano ovunque, morivano ovunque.

Nulla è rimasto della nostra vita in quei giorni, che possa parlarne
adesso al nostro spirito: appena qualche eco ne trema forse nei poemi,
che diciamo antichi e son anch'essi moderni dell'epoca letteraria,
quando la poesia cantava già per ascoltarsi. Allora invece l'uomo
cantava come gli uccelli, senza intenzione o memoria di arte: la sua
poesia era una esaltazione dello spirito nella verginità mattinale della
coscienza che si ignora, nell'impeto inconsapevole degli istinti non
anco stancati dalla riflessione. Correre sulla terra o sul mare, quando
non si sa ancora che cosa vi sia, senza ricordo di altre vite, nella
differenza degli animali per la morte, trovando un nuovo panorama per
ogni giorno, pensando ove non fu mai pensato, creando i primi fantasmi
fra le cose, annunziando le prime idee alla natura, gridando sul
silenzio del mondo la profezia dell'ideale, ecco la poesia che nessun
poeta potrebbe oggi rinnovare. «Navigare necesse est, vivere non necesse
est» — fu il motto eroico di Ulisse che salpò da Itaca verso la morte
oltre i confini di Ercole, la parola segreta di Colombo che cercò sino
quasi alla vecchiaia una nave, il grido impaziente di Andrée che attese
quasi due anni il vento; perchè di questa poesia, sepolta sotto tanta
rovina di memorie nell'anima umana, qualche fiamma guizza ancora,
ripetendovi i barbagli della luce, dentro la quale la bellezza del mondo
apparve già nella sua stupefacente novità.

Oggi esso è vecchio al pari di noi, lo abitiamo come una casa, lo
possediamo come un campo; tutti i suoi luoghi portano le nostre tracce,
tutte le solitudini furono attraversate e salite tutte le vette. Quei
viaggiatori, che si avventurano ancora nei deserti, vi cercano qualche
nascosta ricchezza o la prova di una ipotesi scientifica, per la quale
tornare fra gli applausi della gloria. Essi troppo sanno anche prima. Il
deserto a loro sconosciuto è abitato da selvaggi primitivi dinanzi
all'orgoglio della nostra civiltà, e tuttavia lontani quanto noi da quei
primissimi giorni. Certamente il pericoloso viaggio esige l'anima
grande, perchè la morte vi moltiplica tutte le proprie paure, ma non è
il viaggio di Ulisse.

Il Laertiade non sapeva.

Dopo aver attraversato l'Iliade e l'Odissea, il vecchio eroe udi la voce
del mare chiamarlo dentro la rustica reggia nelle lunghe notti senza
sonno: egli aveva tutto veduto e tutto provato fra gli uomini. Quindi si
levò cercando nelle case i più soli fra coloro, che gli erano rimasti
fedeli; andarono alla nave, batterono i remi sull'acqua per non più
ritornare. Navigavano, perchè il navigare è necessario non il vivere,
verso il mondo senza gente, nel quale il sole discendeva ogni sera; ma
quello che vi avrebbero veduto e dove sarebbero morti, doveva egualmente
restare un mistero. Non portavano seco che l'acqua e il cibo di poche
settimane: la loro anima anche più leggera della barca aveva lasciato
sulla spiaggia tutto il carico della vita per quest'ultimo viaggio della
morte.

Il mare delle terre, che li conosceva, mormorò sotto la loro carena un
lungo saluto, quando dallo stretto sboccarono nell'alto mare tenebroso;
i venti li seguirono ancora fremendo al loro orecchio, il sole li
riconobbe prima di sparire: poi la notte delle tenebre e delle acque li
sommerse.

E non sarebbero morti egualmente sulla rocciosa Itaca nella fatica dei
vincoli rotti uno ad uno, giorno per giorno, invece di partire così,
lievi come ombre, coll'estrema curiosità del pensiero che guarda sempre
finchè la luce gli arriva?

Ogni sera le ombre risalgono ai monti, e il mare mormora, il vento
freme, il sole guarda questa ascensione di fantasmi dalla terra greve di
tutto il peso della vita; è la sera di Ulisse, passano le ombre dei
morti.

_Navigare necesse est_, poco importa sul mare o nel cielo o nel deserto
sul dorso del cammello, che ha il medesimo rullio della nave. Oggi la
terra è così piccola che basta quasi un mese a percorrere la sua fascia
equatoriale: tutto è noto, l'uomo si urta dovunque all'uomo. Quindi gli
spiriti, nei quali sopravvive la primissima poesia della scoperta, si
affisano al cielo cercandone le vie per la sua trasparente leggerezza.
Nessun problema pare più vano che quello della navigazione aerea, e
nessuno sommuove più profondamente le anime. Ricordo come l'inverno
scorso a Milano, passando per un viottolo, vidi sopra una piccola porta
sucida un cartiglio con questa scritta «Società areostatica, residenza
secondo piano». Il cuore mi battè. La casa era di aspetto povero, dalla
porta un andito stretto e fangoso si perdeva nella sinuosità di una
scaletta scura. Chi erano dunque i poeti, che vivevano lassù? Poveri,
come i poeti, furono sempre, vivevano certamente di oblazioni carpite
chissà con quale incanto di arte o di passione al tardo buon senso o
alla ignorante vanità della gente affaccendata nei guadagni, ma alla
quale quel sogno di un volo nell'azzurro, al disopra delle nuvole,
rinnovava la gioia delle favole udite da bambini.

Mi fermai dubbioso di salire a riconoscerli: piovigginava, il cielo si
era abbassato così che sembrava radere i tetti. Una tristezza mi
sospinse oltre.

Sapevo e voi pure, signora, lo saprete, che i poeti sono sempre meno
belli della poesia, specialmente se questa sia la ganza del loro
pensiero anzichè la dama della loro vita.

Ma quel cartiglio mi ricondusse nell'anima idee e imagini dimenticate da
molto tempo. Se al pari di me non siete più giovane, dovete ricordare
con melanconico rimpianto la stretta quasi soffocatrice del vostro
cuore, quando la prima volta dinanzi ai vostri occhi, che guardavano
attoniti i lunghi preparativi, improvvisamente il pallone come liberato
da uno strappo furioso oscillò nell'aria forandola con incredibili
rapidità; e vedeste al disotto, sospeso entro una fragile cesta di
giunchi, un uomo già irreconoscibile agitare il fazzoletto bianco ad un
estremo saluto. La vostra anima si tese verso di lui in una ansietà, che
non avreste voluto mostrare, e nemmeno oggi sapreste spiegarvi: non era
la paura della sua morte, mentre avevate veduto molte altre volte
morire; non un voto istintivo e convulso per la sua salvezza; non la
pietà talora così severa ammonitrice dinanzi a coloro, che per strappare
pochi soldi al nostro egoismo gli offrono come un piacere lo spettacolo
di un qualche rischio o di una tortura: ma la trepidazione di una
invidia spaurita ed entusiastica come nel subito rivelarsi di una
bellezza, qualche cosa d'ineffabile, che vi penetrava sino al fondo del
cuore con la folgorazione della grazia. Quell'uomo trascorreva pel
cielo, al quale voi salivate solamente coll'anima sull'ali della fede o
di un sogno; e lassù era più solo dei morti sotto terra, che hanno pur
troppo dei vicini.

Ve ne ricordate, signora?

Abbiamo tutti provato questa emozione, che poi la frequenza stessa degli
aeronauti e la loro volgarità d'istrioni, attraverso l'esperienza ogni
giorno in noi più tragica della vita, hanno così logorato che giacque
nella memoria sotto il peso di tante altre. Ma in qualche ora di
solitudine, quando il cuore ricanta come gli uccelli nei mattini di
maggio, o muto e affannato cerca in una più remota solitudine un più
sicuro rifugio, se improvvisamente ci ricompaia la visione di quell'uomo
già irreconoscibile che saluta ancora col fazzoletto, mentre il pallone
sempre più piccolo s'invola per l'azzurro libero del cielo, il nostro
cuore risente ancora quella stretta, e i nostri occhi involontariamente
si affisano in alto. Vivere non è necessario, ma navigare «di retro al
sol, nel mondo senza gente», come l'ombra di Ulisse ripetè a Dante, che
errava egli pure dietro un'altra ombra grande dell'arte per il mondo del
dolore eterno.

Solo il cielo è davvero senza gente, o se vi è un luogo sulla terra, ove
sia sperabile di non trovarne, la poesia e la scienza lo suppongono
egualmente al polo.

Un baluardo di gelo precinge quella solitudine indarno tentata dai più
intrepidi viaggiatori. Tutti gli anni una qualche nave salpa alla stessa
conquista polare per arrestarsi bloccata presso a poco al medesimo
grado, e la stessa tragedia si rinnova fra il vitreo scenario
dell'immenso teatro silenzioso: pochi muoiono, molti ritornano per
raccontare a poeti, che non cantano più poemi, questa nuova bianca
Odissea.

L'altro anno Nansen, un ignoto temerario, aveva giurato a se stesso di
arrivarvi a piedi, varcando quelle giogaie di ghiaccio, scivolando nelle
loro valli, vivendo come gli altri animali, che vi avrebbe certamente
trovati. Egli stesso, accolto al ritorno da tutta la Scandinavia come un
trionfatore benchè fosse un vinto, ha poi cantato la propria impresa,
moderno aedo, pellegrinando alle regge dei popoli sovrani, di capitale
in capitale, dinanzi ad una folla curiosa e svogliata, che voleva
piuttosto vederlo che ascoltarlo. Quel milione così raccolto in cento
conferenze era sicuramente meglio guadagnato che nei teatri lirici dai
più acclamati tenori; ma parve a molti che la bella figura dell'eroe
fosse rimasta lassù fra i ghiacci, e un'altra, non simile a lui che nel
volto, ingannasse il mondo con quel racconto. Ripugnava al cuore vedere
l'uomo, capace di avere tanto osato, così sottomesso ai medesimi
impresari dei saltimbanchi, che lo mostravano alla gente misurandogli
l'ora e la voce perchè la prodiga curiosità non si stancasse, mentre,
chino a raccogliere quei pubblici suffragi, egli narrava di aver sempre
pregato Dio ginocchioni prima di addormentarsi nel lucido orrore della
immensa solitudine, sulla quale nè la notte ne il giorno scandivano più
le ore. Pensava egli anche allora alle conferenze, che farebbero di lui
un milionario? Aveva egli cercato al polo quel milione, che tutti
cercano nella vita e, trovato, non la rende più grande?

Se fossi donna come voi, non amerei quell'uomo.

Per quanto il suo libro sia sincero e bella la costanza nell'impresa e
commovente quel rinnovarsi dei primi espedienti umani, egli nè poteva,
nè meritava di riuscire.

Mancava in lui la dedizione incondizionata all'ideale, quel primo
suicidio della persona mondana, che alza al miracolo della vittoria il
pensatore e l'artista, l'inventore e l'apostolo. Un grand'uomo, che
fallì una grande impresa non va ramingando di teatro in teatro a vendere
la propria presenza come le moderne cantatrici di Citera da caffè in
caffè: o quando affronti tale degradazione, quel danaro deve essere già
purificato nell'olocausto della sua idea. Ma egli non accattò, magnifico
mendico, per un nuovo viaggio al polo, come altri maggiori di lui
avevano fatto per imprese egualmente perigliose, senza che la mano
tremasse mai loro o la fronte dovesse abbassarsi all'umiltà di un
guadagno. La più insultante delle fantasie satiriche non oserebbe
presentarci Colombo nascosto dietro una tenda aspettando per mostrarsi
al pubblico, pigiato entro una qualche antica piazza di Europa, che i
bacili dell'impresario siano pieni di monete. Invece quel veggente
dell'Oceano non sognava che la liberazione del Santo Sepolcro, e voleva
vestire il rude saio dei monaci.

Certamente altri illustri, poeti come Lamartine o romanzieri come
Dickens, poterono accettare sottoscrizioni o girare l'America leggendo
sempre il medesimo capitolo ad un diverso pubblico e facendoselo sempre
egualmente pagare, perchè qualche cosa dell'istrione resta nell'artista,
che gli impedisce di essere un eroe. Infatti egli non deve che
raffigurarlo.

L'arte non è tutta la vita se non nei più grandi; Eschilo che esula da
Atene piuttosto che domandarle perdono, Dante che ricusa di ritornare
perdonato a Firenze; e nè l'uno nè l'altro avrebbero sicuramente
permesso la sottoscrizione di Lamartine o consentito alle letture di
Dickens.

Invece avrebbero già scritto il canto per Andrée.

Ecco l'eroe.

A che pro ritentare il polo come tanti, che vi perirono troppo lontani
perchè il loro viaggio potesse accennarne almeno la strada? Perchè
ricercare il passaggio di Nordenskiold, che non potrebbe essere
praticabile se non nella fortuna di un giuoco? Perchè inventare una nave
munita di un rostro, così più forte che nelle antiche triremi, da
frangere per forza di vapore gli enormi ghiacci galleggianti? Nessuno sa
ancora quali siano le barriere che il freddo costrusse coll'acqua, nè
come i canali vi si insinuino, nè che altro possa dopo raddoppiare il
loro ostacolo. Ma il polo stesso non è una meta. Ulisse, penetrando
nell'Oceano tenebroso, sapeva di trovarvi la morte, ma cercava le terre
di quell'altro mondo senza gente, perchè alla sua anima ogni limite
diveniva doloroso. Non era quindi il suicidio di chi vinto cerca nella
morte un rifugio, bensì l'instancabile necessità di vittoria, che
affatica lo spirito nella sua conquista di scoperte: quel mondo senza
gente era per Ulisse, come per Dante il mondo degli spiriti, un mistero
nel quale bisognava penetrare.

Oggi il polo è l'ultimo enigma della terra, e il pallone diventò il
primo problema di tutti i futuri viaggi.

Concepito come un giocattolo, si mutò subito in una angoscia senza
requie, nella quale grandi e piccini, retori e poeti dell'invenzione
soccombono indarno da quasi un secolo. Per Mongolfier la soluzione era
facile: costrurre un corpo più leggiero dell'aria perchè vi si
innalzasse, e gli bastò quindi trarne l'aria stessa invertendo così la
difficoltà della nave, nella quale bisogna impedire che l'acqua entri.
Ma in tal modo si ascende, non si naviga: per dirigersi attraverso
l'aria occorre invece una forza capace di respingerla, o profittare del
vento o crearlo. Un corpo più pesante dell'aria può reggervisi se spinto
ad una velocità, che vinca la forza centripeta della terra; ma il
problema allora diventa altro.

Andrée pensò al vento.

La scienza studiando le sue correnti ha potuto spiegarne la genesi,
tracciarne la carta, stabilirne l'orario, esse sono costanti come i
fiumi, ubbidiscono al moto della terra come il flusso del mare.
Bisognava quindi entrare in quella che attraversava il polo per
discendervi e risalirne, sapendo tuttavia che vi è fra i venti un
disordine di tempesta, al quale la scienza non ha potuto imporre i
propri calcoli, che il gas fugge dal pallone meglio chiuso, che si
possono aprire delle falle nei suoi fianchi, produrre degli scoppi
dentro la sua vacuità.

Ed è sempre la stessa morte lassù.

Che importa, se il pallone almeno non deviasse prima!

Andrée non accettò che due compagni, dei quali il nome è già tramontato
nel suo, perchè il rischio e la morte non parificano i soldati al
generale. Molti si lagnano di questa giustizia nella moderna democrazia,
che vorrebbe livellare coll'invidia l'altezza dei grandi uomini al piano
vallivo delle moltitudini, senza pensare che ogni opera di queste è
appunto dovuta ad una iniziativa di quelli, e che l'idea solamente ha
ragione. Il grand'uomo è colui che impone una grande idea, liberandola
dalle oscurità dell'istinto nell'anima del popolo: a lui solo deve
toccare la gloria, poichè il vantaggio ne resta intero alla gente.

Una nave portò sopra una riva dello Spitzberg quintali e quintali di
ferro per poterne trarre l'idrogeno versandovi sopra botti di acido
solforico, e gonfiare così il pallone: nella navicella erano viveri per
tre mesi, gli istrumenti della scienza, la tenda di accampamento,
qualche arme ed arnese per il ritorno. Ma come sperarlo? Che il vento
fedele come l'acqua di un canale portasse il pallone in poche ore al
polo e ne lo riconducesse prima che il gas fuggendo da tutti i pori
della seta la rendesse troppo pesante, era uno sperare che l'impresa non
fosse una impresa. Nessun scienziato credeva alla fortuna della
temeraria avventura. Anzi il vento fu così infedele la prima volta, che
non si potè nemmeno gonfiare il pallone, bisognò aspettare per altri sei
mesi il ritorno della corrente.

Questa attesa fu certamente la più lunga e dolorosa fra quante sofferte
da un'anima eroica. Intorno a lui la vita ordinaria seguitava a
gorgogliare come l'acqua di un torrente, nel quale tutti pescano ed
arraffano, mentre collo spirito teso al di là della morte egli doveva
sopportare le importunità dei pochi che lo amavano, e degli altri sempre
increduli per saggezza e di coloro, nei quali il riso è simile al
gracidare delle rane. Ma l'eroe non pensava al ritorno. La sua anima
come quella di Ulisse ripeteva a se stessa: «Navigare necesse est, non
vivere» alta sulla vita del mondo, che le si era distaccata come una
scorie iemale dall'albero riverdeggiante in aprile, o la tela impura
dalla crisalide già libera coll'ali nel sole primaverile.

Morire nel cielo sarebbe stata la morte di Ulisse nel mare; morire al
polo sul pallone sgonfio accanto ai cadaveri dei due compagni era la
morte di Cristo sul Golgota, ma senza tutto il mondo ai piedi e che
domani avrebbe creduto alla sua rivelazione.

Nansen accettava ancora scritture da nuovi teatri per farsi vedere in
altre conferenze, quando il vento tornò e Andrée si slanciò col pallone
sulla sua corrente; qualcuno dall'isola deserta sarà accorso a vederlo,
poi nessuno lo vide più.

Non mi chiedete, signora, che cosa io pensi, o come la mia anima abbia
imaginato la sua morte.

Se ho potuto trarre alcune figure dalla storia, altre rappresentare
dalla vita, io non sono il poeta di Andrée, ma quel poeta verrà.

Egli solo potrà nel poema rivelare il segreto, che affatica ancora tanti
cuori: io non ho forse ancora sofferto abbastanza per intendere le mute
parole di Andrée alla terra nel momento di perderla, e ciò che disse
subito dopo ai compagni. Lassù, in quella navicella non più lunga delle
ali aperte di un eider, la tragedia umana svolse la sua scena più
sublime in un silenzio e in un deserto, dai quali solamente Dio
ascoltava. Ciò che spesso ne susurra la fantasia di romanziere al mio
cuore solitario, il cuore lo ricusa sdegnosamente come il solito
racconto volgare della gente per ogni più magnifico eroismo: quello che
la mia anima sente dinanzi a quei tre cadaveri cristallizzati,
incorruttibili fra un lembo del pallone come fra le pieghe di una
bandiera, cogli occhi aperti nella eterna vigilia del polo, la mia penna
non saprebbe scriverlo.

Io non sono il poeta di Andrée, ma se fossi donna come voi, avrei amato
quell'uomo, al quale nessun amore poteva bastare.




AL MARE, AL MARE


Scrivo dal lido.

In questa monotona solitudine campestre spesso la visione del mare mi
scuote con sì brusco risveglio che guardo vivamente d'intorno, e la
memoria mi tremola dentro come la marina sull'alba.

Da vari giorni le nebbie vagolavano stancamente sui monti senza che il
vento vi passasse mai attraverso, ma ieri il sole riapparve festante di
orgoglio: qualche vapore fumava ancora verso di lui dalla cima di monte
Battaglia come un incenso di olocausto: udii gli uccelli cantare e gli
uomini parlare più alto.

In sella dunque, e al trotto.

Pensavo a voi.

Perchè non avreste potuto davvero corrermi dinanzi lievemente curva sul
manubrio della bicicletta, quasi vestita da uomo con quell'abito da
ciclista, che confonde i sessi in una prima promessa di voluttà? I
vostri capelli biondi come il sole, sfuggendo dal molle berrettino
inclinato sull'orecchio, si accendevano di lampi: l'oscillare delle
ruote metteva tratto tratto come un fremito nella posa elegante del
vostro fantasma volante sul nuovo cavallo di acciaio. Avanti dunque nel
mattino che sorride, fra la gente in festa che si avvia verso la chiesa,
mentre le campane squillano e i campi tacciono! Il sole è tornato nel
cielo sereno, sul mare violaceo, che ci aspetta dietro Ravenna intenta a
ripulire i propri monumenti come certi giorni le vecchie signore vanno a
guardare nell'armadio i vestiti della loro gioventù, e sorridono
spolverandoli guardingamente. Non sono più di sessanta chilometri,
quelli che ci dividono da Porto Corsini, un porto solamente noto ai
pescatori perchè è appena un canale: la città degli esarchi non ha più
flotta da secoli, e la sua pineta bruciata a mezzo dal ghiaccio di un
terribile inverno, quindi ripiantata, non è più un bosco antico.

Il viaggio è breve, l'ora incantevole, venite meco e guardiamo.

Quel prete sulla strada, fra un crocchio di contadine, non vi pare un
grosso tacchino dai coralli rossi fra una torma di gallinelle faraone,
che lo spiano scuotendo la testina bianca? Forse è il parroco, che
sapendo tutti i loro peccati seguita a parlare di penitenza, quantunque
abbia stretto tutti i loro matrimoni: perchè mai non bastò questa?
Fanciulle e fanciulli ascoltano quel chiacchierio alle sottane delle
mamme come pulcini dietro la chioccia, pronti a sbandarsi nel fosso;
passano ronzini trottarellando, pedoni che ogni tanto abbassano gli
occhi per guardarsi le scarpe domenicali, uccelli che non sanno che cosa
sia la domenica. Eppure il loro canto è più lieto. Chi può dire
artificiale la nostra divisione dei giorni per settimane colle feste,
che la punteggiano luminosamente? Forse anche questo fu un suggerimento
della natura. Udite come raglia quell'asino, che dalla lunga cavedagna
sta per imboccare la strada: ha le orecchie rigide come antenne sulla
testa eretta superbamente, quasi nell'impeto di un inno. Deve essere
festa anche per lui, benchè tiri il solito biroccino sgangherato, con
quei due vecchi che ciarlano e nello sballottamento assentono a tutto
quanto dicono. Raglia e si guarda innanzi al pari di me. Forse i suoi
occhi seguono il fantasma di una asina dal collo sottile e le zampe
fini, che si dondola ad un trotto graziosamente signorile senza
voltarsi, come voi stessa non rivolgeste ancora il viso.

Noi siamo tutti così.

Perchè l'inno ci erompa dalle labbra dobbiamo vederci davanti qualche
figura che ci preceda e non fugga, che inseguiamo senza raggiungere,
mentre i profumi vaporanti dalla terra ci paiono il suo profumo, e i
palpiti dell'aria diventano la luce del suo sorriso, la molle
ondulazione del suo respiro. Allora inno e raglio salgono ai medesimi
squilli, tremano nella medesima ebbrezza, allungandosi nel complimento
di un appello, che finisce quasi sempre in un lamento.

Al trotto, al trotto, poichè bisogna attraversare il villaggio tutto
pieno di gente!

Ah! un amico mi ferma per chiedermi un consiglio di avvocato: lo
improvviso come un brindisi, e riparto; tanto peggio per lui se il vino
non sarà migliore del brindisi. Ma l'incanto del mattino si è rotto, e
non resta più che la solita domenica colla gente vestita a nuovo, la
quale pare tutta di forestieri incerti di parlarsi. Infatti si guatano
prima, gli uomini con uno sguardo corto e greve, le donne con occhiate
lunghe come un pettegolezzo e acute come un dubbio. Tutti si passano
reciprocamente in rivista: l'abito e il contegno della domenica sono la
confessione degli altri giorni, se il lavoro vi fu avvelenato dalla
miseria o confortato dal guadagno. Osservate i poveri, che non possono
mutare vestito, come sono squallidi: gli altri invece hanno sul viso una
nuova durezza, come un segreto disdegno pei vinti, ai quali faranno
forse l'elemosina, ma sentendosi da loro anche più dissimili di ieri.

Purtroppo nelle feste non bisogna ricordarsi coloro, che non possono
prendervi parte, altrimenti la gioia dilegua.

Stamane la festa è ilare perchè fatta di sole, questa sera diventerà
torbida nel vino: quindi la notte si aggraverà sulla pesante ostinatezza
delle ultime crapule, e se il sole non torni radioso all'alba, il
risveglio sarà anche più triste, come da un male ad un altro, dalle
nausee dello stravizio alle ripugnanze per il lavoro.

Al mare dunque, sul quale la notte ed il giorno sono fra loro meno
diversi che sulla terra!

Il marinaio passa senza traccia sulle acque, mentre il contadino deve
mutare la terra coltivandola; l'uno è un viaggiatore, cui la vita
diviene leggiera nella labile poesia del viaggio malgrado i pericoli
delle tempeste, l'altro un avaro costretto a seppellire il proprio
tesoro in un campo e a tremare sempre di perderlo.

Il canto del contadino è uno stornello breve come una sosta, quello del
marinaio invece si allunga come il murmure e l'oscillazione delle onde.

Dovetti fermarmi a Faenza per una vecchia briga intricata e pungente
come un rovo; anche la città era in festa, colla gente parata dei nuovi
abiti invernali, ma gli uomini non vi sono più belli come una volta, e
le donne non lo sono diventate ancora. Finalmente ripresi la bicicletta
dall'atrio del caffè, e spiccavo già il balzo, quando il più giovane fra
i miei amici mi percosse colla mano sulla spalla.

— Dove vai?

— Alla Pineta.

— Vengo anch'io. —

Balzammo in sella fuggendo.

Egli ha vent'anni ed è solo: può ancora tutto sperare, vivere egualmente
bene dappertutto. L'inconsapevole poesia della giovinezza lo sospinge al
volo, accendendogli una fiamma negli occhi ad ogni incontro di donna non
brutta, mentre l'esultanza di una libertà fosforescente di tutte le
promesse rende più viva la ciarla della sua spensieratezza.

Filammo al mare, perchè qualcuno ci disse sulla piazza di Ravenna di
entrare nella Pineta dal capanno di Garibaldi, distante appena qualche
chilometro da Porto Corsini.

Pel sinuoso canale del Candiano non vedemmo che alcune barche cariche di
mattoni e di travi, altre più lungi, colla vela chiusa, parevano
abbandonate sull'acqua livida e muta. Dinnanzi e d'intorno si allargava
una distesa di stoppie arsicce e fosche in quell'ora del tramonto.
L'aria rimaneva tiepida, la strada bianca fuggiva come per incanto sotto
le ruote della bicicletta, le case diventavano sempre più rade; poi
apparivano crocchi di pini e di cavalli bradi, liberi nella solitudine,
immobili anch'essi. E davanti al deserto delle acque quel deserto
vallivo dileguava all'orizzonte nella tenuità dell'ombra,
silenziosamente. Di quando in quando un falco passava alto, colle ali
stanche dalla lunga caccia, verso la Pineta, simile ad una lunga riga
nera sul nostro fianco fin dove l'occhio poteva giungere.

Il mio compagno taceva.

Improvvisamente brillò una fiamma: era il grande occhio del faro che si
apriva.

Giungemmo al porto, ma non vedemmo il mare.

Perchè porto? A quell'ora non vi si scorgevano che poche alberature,
nessuno passava per la piazza formata da un gomito del canale davanti ad
una lunga casa di un solo piano; più in là un palazzotto pretensioso
alzava dal mezzo del tetto la lanterna del faro come un grosso tubo; tre
capanne illuminate si aprivano sulla riva, voci e ombre erravano sulla
banchina.

Tesi indarno l'orecchio al murmure del mare.

— Bonaccia anche questa notte! — mormorò stizzosamente un pescatore
rasentandoci per entrare in una di quelle capanne.

Ma noi volevamo passare la notte sul mare.

Lo seguii e combinammo di salire sulla sua barca _Il Giglio_, se a
qualche ora della notte il vento si fosse levato.

Infatti verso le undici qualche soffio cominciava.

Nella notte profonda il mare mormorava sommessamente. I pescatori
avevano issata la vela ad un sottile grecale, poi erano tutti discesi
nella stiva, meno il più giovane, rimasto in piedi colla mano poggiata
sul timone. La vela floscia batteva seccamente sull'albero, non una
stella brillava nel cielo, non una luce sul mare. Solamente la lanterna
del faro lanciava, tratto tratto, un fascio più luminoso come un occhio
che si aprisse improvviso e violento, mentre il grande disco rosso del
semaforo pareva poco più lungi una immota luna sanguigna.

L'altra barca, poichè quella compagnia di pescatori ne aveva due, ci
accompagnava di fronte, così dappresso che si udivano i battiti della
sua vela nell'albero e le voci ciarlare ancora. Poi tutto tacque: anche
il mio amico si era addormentato nella stiva.

Seduto sulla punta di prora, reggendomi con una mano alla grossa ancora,
io guardavo.

Nella notte bruna un vapore sembrava alzarsi dalle acque come una
trasparenza luminosa fra due ombre, attraverso la quale l'occhio si
allontanava nella solitudine. Ma la barca quasi immobile si cingeva sui
fianchi di una luce cilestrina, mentre per la scia le si spegneva dietro
una silenziosa fiammata di piccole stelle, e la bianchezza delle vele
appariva vaga nell'alto. Improvvisamente mi sentii dentro un impeto di
fuga, come se avessi potuto io solo gonfiare le vele, sospingendole per
quella vacuità così piena di murmuri, con una violenza di tempesta,
verso un buio senza fine. E invece la calma era così profonda che
intendevo nel frangersi dell'acqua sotto la prora quel gorgoglio di un
armento che beva, secondo la bella parola dell'antico poeta greco.

In quel momento mi parve di rivedervi fra le pieghe dell'ombra, col
volto smorto dentro un pallore di luce bionda: anche voi guardavate sul
mare.

La sua mobile linea seguitava come il suo murmure oltre il raggio di
quel faro acceso sul lido da una pietà spaurita per coloro, che le
tempeste della notte sorprendono con tutti i terrori dell'invisibile.
Ignoro il mare e le sue procelle. Non ancora vidi in una fiera burrasca
notturna tralucere subitamente la pupilla di un faro, e non so come le
mie le risponderebbero; ma parmi che se in tale istante la paura della
morte mi avesse vinto, quel tremulo lucignolo mi aggiungerebbe
nell'anima un'altra tristezza di agonia. Laggiù, dalla terra, ecco tutta
la luce che può raggiarne! Appena quanta la natura per un capriccio
gentile ne mise sotto le ali della lucciola nelle prime sere di giugno,
quando i grani ondulando imitano il fruscio della seta e i grilli
ripetono instancabili la loro sottile nota di amore.

Ogni lanterna di faro mi ha fatto sempre pensare a quella di Diogene; il
mare è troppo grande e la maschera dell'uomo troppo grossa perchè un
raggio possa attraversarla. Ma solo nel deserto del mare, dinanzi
all'infinita mobilità delle sue forme, l'anima s'innalza veramente alla
impassibilità del pensiero. Che la notte distenda la propria ombra sulla
oscurità delle acque o il sole vi rompa tutti i raggi in un incendio di
baleni; che una indolenza vi attenui le onde sino alla piega di un
sorriso o l'uragano le sollevi precipitandole collo strepito della
valanga, l'anima umana soltanto può levarsi sul mare, a dominarlo con
una serenità più profonda della sua calma, o con una furia più violenta
delle sue bufere.

Una voce dall'altra barca cantò:

      — Sono io che batto, dèstati.
    — Chi sei? — Sono l'amore.
    — Che vuoi? — Solo un cantuccio,
    nel letto e nel tuo cuore.

      — Vattene, il letto è piccolo...
    — Apri, mi basta il cuore.
    — Il cuore è morto; vattene:
    tu l'uccidesti, amore.

      — Apri, che io lo resusciti,
    io son la vita eterna,
    col soffio, che può spegnerla,
    raccendo ogni lucerna.

      — Finchè il tuo petto è un giglio
    non dirvi morto il cuore,
    dorme, e nel sogno i palpiti
    sente del nuovo albore.

      — Aprimi: io sono l'ospite,
    che aspetti, ormai raggiorna...
    — Vattene: amor che torna,
    è amor che se ne va. —

— Vattene; amor che torna, è amor che se ne va — ripetè parecchie volte
la voce tremando, mentre intorno alla mia barca quel fuoco cilestrino si
era spento.

Qual poeta disse dunque pel primo che il mare è buono? Si era egli
sentito un'altra volta cullare sul suo immenso petto come un bambino?
Perchè il cielo è così bello pur non essendo che un colore? Perchè il
mare è sempre nuovo pur non essendo che acqua? Entrambi sono per noi un
velario, alla cui misteriosa bellezza bastano le pieghe delle nuvole e
delle onde, e tutto quanto vi sappiamo al di là non muta l'incanto delle
nostre sensazioni.

— Oh! su — gridò Beppe, il gigantesco pescatore, cacciando la testa dal
boccaporto.

Intesi un tramestio nella stiva, quindi cinque o sei ombre riapparirono
agitandosi con atti bruschi e sicuri. Beppe legò la corda della rete
all'antenna di prora, altri rotoli di corda percossero con tonfo pesante
il mare, che si accese e si spense quasi subito. Solamente lungo le
corde delle antenne brillavano ancora nell'acqua quei sorrisi gemmei.

— Cattiva notte, signore — mi disse Beppe.

— Perchè?

— Poco vento, poca pesca.

— E adesso torni a dormire?

— No, resto qui per i delfini.

— Ah! temi che straccino la rete per mangiarvi il pesce.

— Già! anche ieri notte erano venuti: sono i nostri ladri. —

Gli offersi mezzo zigaro.

— Le piace il mare, signore? — mi chiese dopo una lunga pausa. — Vada a
dormire come il suo compagno, fra poco sarà freddo.

— Si farà sereno?

— Non lo vedremo stanotte. —

Tacemmo: egli origliava intento sul mare, io entravo nel sogno.

Colla mano sull'àncora, che non ho mai saputo gettare in alcun fondo
della mia traversata, udivo la voce sempre più lontana delle acque
tumultuare nel mistero. La notte era mutata, il mare si rotolava dinanzi
ai miei sguardi immenso e sconosciuto come nei primi giorni della vita.
Schiume bianche erravano simili ad armenti, e sparivano nelle sinuosità
di un'onda fuggiasca per la infinita distesa sotto gli urli del vento.
Ancora una volta bisognava passarvi spiegando la propria anima come una
vela davanti alla morte, cogli occhi ardenti di orgoglio. Allora le
stelle nella notte, quasi fari accesi sull'altro mare celeste, segnavano
la strada, o gli uccelli nel giorno, migrando a lunghe file ne
tracciavano un'altra, che la barca seguiva col medesimo istinto. Invano
le tempeste calavano dalle nubi ad urtarla nei fianchi colle grandi ali
nere, o i banchi di sabbia aprendo la gola si acquattavano insidiosi nel
vederla volare simile ad un alcione, mentre dal mezzo delle vele gonfie
di vento e di speranza la canzone dei naviganti saliva a spandere il
prodigio della loro vittoria.

Essi passavano, magnificamente soli, fra le due immensità senza confini
e senza ombra. Talvolta nell'incanto di un sogno pareva loro di udire
sulle fluttuanti praterie il canto delle sirene, o lungi fra la fuga
degli equorei cavalli vedevano Venere ritta sulla conca stellante
torcersi i capelli nel sole. Anch'essa, l'Iddia, errava sul mare
stupefatto, che si copriva di fiori luminosi sotto il suo sguardo.
Frotte di delfini le balzavano intorno pazzi di gioia, scuotendo il
glauco paludamento delle onde, sul quale cadevano insieme i sorrisi del
cielo e le sillabe misteriose del vento. Ma ella, nata dall'onde, volle
seguire i naviganti sino dentro le terre, apparendovi nuda e bianca alla
adorazione delle genti. La sua bellezza di donna era quella medesima del
mare: il suo candore aveva l'opacità della perla, la sua testa
s'inclinava come un'alga, i suoi capelli erano sinuosi come i lidi, la
sua bocca ardeva nel rossore del corallo, i suoi occhi balenavano come
le onde.

Come la marea, il suo piccolo seno si alzava e si abbassava nella tacita
lusinga di un invito; come l'acqua, le sue mani erano piene di carezze.

Il suo amore, dissolvendosi nel proprio prodigio, fra la mordacità dei
baci e il crepitio delle parole, somigliava alla spuma del mare, mentre
dalla sua anima, meglio ancora che dal cinto rimastole sui fianchi,
salivano tutti gli altri misteri, gl'incanti delle lontananze e gli
enigmi delle tempeste, le tentazioni violente dei vortici e la lucida
insensibilità degli scogli.

— I delfini! — esclamò Beppe levandosi per metter la nave in panna.

Ma io tesi indarno gli orecchi.

Tacevamo come nell'emozione di un agguato; la barca oscillava appena, le
sue vele frusciavano come sottane Passarono così forse venti minuti, poi
Beppe sterzò nuovamente la vela; e ci allontanammo adagio sul vento che
cominciava ad alitare più freddo.

— Scenda, scenda. —

Ubbidii.

Nella stiva, così bassa che nemmeno seduto potevo tenermi col busto
eretto, gli altri dormivano: un lucernino a petrolio sospeso sulla cassa
del focolare illuminava fiocamente quell'interno pieno di ceste e di
coperte. Ma stesi presso il mio giovane amico, che russava
tranquillamente sull'assito colla testa in giù e i piedi alti sopra un
mucchio di corde: il suo grosso viso di fanciullo esprimeva una pace
profonda in quel sonno dei venti anni non ancora turbato dalle tristi
figure del passato. I pescatori gli stavano d'intorno, ma uno solo, il
più vecchio, russava. Le loro facce energiche uscivano e rientravano
nell'ombra ad ogni oscillazione del lanternino rossastro e fumigante;
l'aria scendeva a buffi dal boccaporto, il rullio della nave era
monotono.

Perchè una tempesta non avrebbe potuto scatenarsi improvvisamente? Che
avremmo fatto noi tutti? Ma la notte dormiva anch'essa avvolta nelle
tenebre: e il pesce dorme? Ecco una delle tante cose che non so. Invece
mi addormentai pesantemente per non destarmi che a giorno alto nel
rumore della manovra lunga per ritrarre la rete. Il mare era sempre così
tranquillo, il cielo opaco: vedevamo il porto alla distanza di due
miglia.

Le corde si arrotolavano come serpenti dietro i pescatori piantati sui
piedi scalzi, scorrendo fra le loro mani e le loro gambe con una
prestezza meravigliosa: tutte le facce splendevano. Poi la rete apparve
infangando l'acqua, le braccia si tesero nel medesimo sforzo, le voci si
alzarono e la rete ricadde entro la barca come un enorme sacco sudicio,
nel fondo del quale una fanghiglia vivente trabalzava e balenava.

— Buona pesca! — gridai ingenuamente, poichè quel mucchio mi pareva
grosso.

— Eh! no, signore, — mi rispose Beppe, che tenendolo sollevato già lo
rovesciava.

Parve che una moltitudine piccina convulsionaria, quasi pazza, ne
sboccasse, battendo duramente sull'assito in una sorpresa e in uno
spasimo muto; le sogliole simili a grosse lame di argento sporco si
ripiegavano e scattavano con le larghe bocche piatte, disperatamente
aperte; una torpedine rossa come un gran cuore vibrava difendendosi
ancora fra un gruppo di canocchie, che si muovevano adagio, quasi
indifferenti nella sicurezza della loro armatura perlacea, colle
branchie mostruosamente uncinate. Nessun pesce grosso, ma invece troppi
di quei pesciolini, che nel mare sono come gli insetti nell'aria, il
pasto per tutti.

Rapidamente i pescatori facevano la cerna nel mucchio, gittandolo in
vari canestri, sui quali il timoniere della notte rovesciava secchi
d'acqua, attingendola con moti silenziosi di automa, mentre i rigagnoli
del fango scorrevano su coperta, e tutto quel tremulo argenteo si faceva
più terso nell'aria e nella morte. Centinaia di agonie avevano già
cessato, ma qualche sogliola balzava ancora nel canestro, o una
canocchia ne usciva abbrancandosi ai vimini, come se avesse potuto
vivere bene anche fuori dell'acqua. Alcuni polipi si gonfiavano negli
ultimi sforzi del vomito nero. La loro coda di topo, dimenandosi
languidamente, esprimeva un dolore diverso da tutti gli altri: poi un
grande cefalo bronzeo cadde loro sopra pesantemente, e un ventaglio
largo biancastro coprì mezzo il canestro.

— Che cosa è? — domandò il mio amico.

— Un San Pietro.

— Perchè San Pietro? —

Tutti risero senza rispondere.

— Questo lo taglieremo nel brodetto, sentirà che cosa buona, perchè
nessuno sa cuocere il pesce come noi. —

Infatti fu vero.

Non avevamo che un piatto e un gotto in undici. Sulla piccola cassa del
focolare entro una pentola nera bolliva il brodetto, in lunghe stecche
appoggiato alla pentola si arrostiva alla stessa fiamma l'altro pesce:
bastarono due soldi di olio, due spicchi di aglio e pochi grani di pepe
a condire tutto. Mangiavamo sdraiati ciarlando come vecchi amici, che si
amano da anni nel travaglio e nella libertà del mare: il mio giovane
amico non era più un milionario, io non avevo mai scritto libri; non una
parola italiana, non una vanità o un rispetto signorile guastarono
quella intimità. Naturalmente l'oste del porto dovè mandare dei fiaschi,
ma le posate, i tovaglioli e i bicchieri furono ricusati.

Martino, il solo vecchio fra i pescatori, aveva fatto due volte il giro
del mondo: sembrava il più povero, eppure tatti lo trattavano come un
ammiraglio.

A un'ora dopo mezzo giorno giù nella stiva la nebbia del vino si era
fatta così densa che qualcuno cominciava a confondere le fisonomie.
Tonio, il tenore della notte, colle mani dietro la testa e la testa sul
fianco della nave, canticchiava fra i denti «Vattene, amor che torna è
amor che se ne va», mentre il gigantesco Beppe rideva silenziosamente,
stringendo un fiasco di Chianti fra le cosce, e tutti gli altri
parlavano insieme di canzoni e di donne. Martino si levò di bocca la
bottiglia del cognac per offrirmela, ma chinandosi mormorò
confidenzialmente:

— Le donne, io lo so bene, quando ero di guardia nella stiva, ne
venivano sempre tre o quattro intorno al mio letto. Accade sempre così,
passando la linea; allora le donne diventano come pecore, vengono a
strofinarvi colla testa i calzoni. E il mare, è il mare che le rende
così.

— Il mare?

— Sì, la donna e il mare, non c'è altro al mondo.

— Meglio il vino — si volse Tonio che aveva udito.

Martino parve incerto, poi succhiò una sorsata di cognac e, passandosi
le mani sulla faccia rugosa, ripetè colla fissazione dell'ubbriaco:

— Le donne e il vino non c'è altro. La terra, che cosa? Si carica il
vino, e bisogna andarsene un'altra volta. Invece la donna è come il
mare, gli si vuol bene senza credergli perchè sono così, ci mutano sotto
ad ogni momento. E si beve: ecco.

— Naufragasti mai?

— Tre volte.

— Hai moglie? —

Negò alzando le spalle:

— Si beve, si beve. —

Infatti tutti bevevano fra il fumo degli zigari toscani, che usciva dal
boccaporto come se il brodetto cuocesse ancora; ma un altro fumo più
denso avvolgeva le parole, che si smarrivano.

Mezza ora dopo, tre o quattro dormivano, e noi uscivamo promettendo di
tornare la sera a cena.

In questo momento sono ancora tutti giù nella osteria cantando col mio
giovane amico, che si diverte ad ubbriacarli. Io finisco di scrivere
colla testa pesante per buttarmi sul grande letto matrimoniale della
ostessa, alla quale tutto quel vino bevuto e pagato ai pescatori ha
ispirato per noi un profondo rispetto.

La camera ha il soffitto a travate come una vecchia chiesa e non è molto
più piccola: fuori la stessa bonaccia di ieri sera, sotto un cielo scuro
e silenzioso.

Buona notte, signora.




DALLA LAGUNA


Appena il passatore toccò colla zattera la ripa della strada, alta come
una banchina nel mezzo della palude, la piccola Venezia mi apparve nel
tramonto su tutto quel bianco tremulo delle acque silenziose.

Eravamo affranti da quei dodici chilometri a piedi nelle sabbie del
relitto marino, squallido e deserto malgrado le lunghe vigne che tratto
tratto vi rosseggiavano ancora.

Quell'altro passatore del Reno ci aveva ingannati, assicurando che
avremmo potuto percorrerli in bicicletta, mentre la strada, se può
nemmeno chiamarsi così, non vi era tracciata che dai solchi profondi
delle ruote nell'arena ammonticchiata dagli ultimi capricci del mare. La
forza antica dei flutti rimaneva segnata nelle ondulazioni della vasta
sodaglia, sparsa di ciuffi spinosi fra praterie quasi gialle, sulle
quali erravano gruppi di vacche bianche.

Un fanciullo anch'esso giallo di febbre le guardava, e si accostò
stupito vedendoci affrettare violentemente il passo colle biciclette a
mano. Ogni tanto uno stormo di allodole si levava nel sole, poi appariva
un tugurio, e sulla sua porta una donna colle sottane corte e il viso
macilento.

Ma ci mettevamo appena in sella che le ruote si sprofondavano dentro una
rotaia senza poterne più uscire, mentre la sabbia vi cadeva dentro
slabbrando, e l'arrestava.

Eravamo partiti sulle nove da Porto Corsini sopra un battello, infilando
il lungo canale, che conduce alla Pineta. Il cielo nebbioso pareva
mettersi all'acqua, poi si rischiarò; approdammo ad una brughiera, e ci
apparve subito il capanno, nel quale Garibaldi, fuggendo dopo l'epica
ritirata da Roma, potè riparare dalle pattuglie tedesche.

È un capanno come tutti gli altri di quel luogo, coi muri di mattoni e
il tetto di canne palustri marezzato da licheni e da liquipodi. Adesso
per farne una cappella democratica vi hanno murato a fianco della porta
tre o quattro lapidi, che raccontano il tragico episodio colla più
scempia rettorica. Solamente una stela bianca, proprio dove Garibaldi
pose il piede dal battello, dice degnamente: «Qui approdò Garibaldi 2
agosto 1849».

La serratura rugginosa stride lamentevolmente sotto lo sforzo della
chiave, e un tanfo erompe dalla porta. Corone secche, sfogliate pendono
dalle pareti, nastri neri ed ammuffiti spenzolano da altre ghirlande
intorno ad una statuina dell'eroe reso idiota dallo scultore e dalla
iscrizione incisa a grandi lettere sul plinto per ricordare la
magnificenza di chi pagò quel minuscolo monumento. Appoggiato al petto
dell'eroe un cartoncino rivela subito i nomi illustri dei commissari
vigilanti il capanno: in un'altra cornice, scritti colla penna e
sbiaditi dalla umidità, si possono leggere ancora quelli dei generosi
che li hanno nominati; e di fronte sopra il camino, dentro un quadro più
largo, un canto di Garibaldi copiato da un maestro di calligrafia, il
solo abbastanza altero per serbarsi incognito, sembra voler ricordare un
difetto del grande uomo, che, degno di essere cantato da Omero, volle
talvolta scrivere versi.

Il battelliere lungo e scarno ci racconta, con quell'accento così triste
del dialetto romagnolo nelle ultime valli, che tutti gli anni la Società
del capanno viene a farvi una merenda e una commemorazione: si mangia,
si beve, qualcuno recita il discorso, un altro tira agli uccelli col
fucile, poi si ritorna nei battelli, e qualche soldo della gozzoviglia
resta anche a lui.

Meno male.

Ma egli non sa nulla della leggenda cresciuta come una cuscuta della
Pineta intorno a Garibaldi errante nel bosco colla moglie gravida e
morente, assistito, salvato veramente da alcuni, che poi crebbero di
numero, inventarono, mentirono, si vilipesero accusandosi reciprocamente
di pretendere soli all'onore di non averlo vilmente abbandonato.

Dentro quel capanno deserto e muffoso egli sopportò l'ora più terribile
della vita. Forse la sua anima, non mai spaurita da naufragi e da
battaglie, tremò nella sicurezza di quel nascondiglio, piangendo la
prima volta dinanzi a se stessa.

Anche Anita era morta. Tutto era stato inutile in quella guerra,
entusiasmi di moltitudini, promesse di re, benedizioni del papa, poi le
rivolte contro i tradimenti, le evocazioni delle antiche repubbliche, le
ire dei vecchi comuni risorgenti dalle catastrofi, le difese supreme
nell'ebbrezza della morte contro la crociata europea discesa dalle alpi
e sui litorali a riconquistare contro la nuova Italia il Sepolcro dei
Santi Apostoli. Il popolo non voleva battersi, non sapeva morire. Le
campane di Roma richiamavano già il pontefice, rispondendo con lunghi
rintocchi allo scoppio dei cannoni sotto le mura di Venezia, mentre per
le città e per le campagne echeggiavano le ultime fucilate, e per tutte
le strade altri esuli come lui erravano nella stanchezza dell'agonia.
Finalmente era solo, senza Anita, senza l'Italia, senza bandiera, senza
spada: la sua gloria stessa finiva di disonorare la sua patria, che lo
avrebbe lasciato moschettare dagli austriaci come un brigante. Uscendo
da Roma per subirne la capitolazione, egli aveva sognato di riapparire
con quella piccola truppa alle porte di tutte le città come
l'invincibile messo di un'altra rivoluzione; e invece non era più
nemmeno un soldato. Adesso sulla sua anima l'ombra di quel sogno cadeva
come l'ombra del tramonto sulla squallida palude a risvegliarvi le
febbri e le paure della notte.

Gli ultimi sguardi di Anita gli erano rimasti negli occhi come spilli
roventi.

Essa lo aveva guardato silenziosamente, disperata di lasciarlo così
sotto i fucili della prima pattuglia tedesca, amandolo ancora come il
primo giorno, quando le apparve nell'abbarbaglio di una visione, che
dieci anni di battaglie avevano riempito di fantasmi fra le vampe e le
sonorità di una gloria simile all'incendio di una foresta. Già nel
proprio cuore geloso aveva sentito che l'Italia non lo amava. Quindi il
suo orgoglio si era alzato sdegnosamente sulla viltà del popolo, per lei
doppiamente straniero, nel quale le donne la guatavano con ritrosa
meraviglia senza intendere la sua passione di creola fuggita per lui dal
marito, e sempre con lui nella guerra, dimenticando di essere madre e di
essere incinta.

Anche quella Pineta indarno cantata da Dante e da Byron doveva essere
sembrata ben meschina ai suoi occhi memori delle immense foreste
americane, impenetrabili al sole come l'oceano. Ed era morta come una
zingara estenuata dalla miseria e dal viaggio, cercando gli occhi del
suo uomo, con un bambino forse già morto nel ventre dolorosamente teso.

La tragedia diventando sublime era rimasta naturalmente inintelligibile
a quella gente troppo sopraffatta dall'egoismo nel pericolo, ma
Garibaldi ed Anita avevano anch'essi vacillato nella fede? L'infinita
amarezza della disillusione era rifluita al loro cuore in quella
improvvisa degradazione dell'eroe, che non sente più la fatalità della
propria missione e si sveglia dinanzi alla morte come un uomo ordinario,
mentre la storia prosegue dimenticando l'opera della illusione e
dell'illuso? Davanti al cadavere di Anita quale altra morte vide egli?

Si ricordò nemmeno dei figli lasciati a Nizza colla vecchia madre?

Come Gesù nell'orto di Getsemani, forse gridò, pianse, poi si levò solo.

L'Italia aveva finalmente il proprio cavaliere fatato, ma intorno a lui
nessuna donna sarebbe più la sua donna, e i suoi figli non sarebbero i
figli della sua anima; tutte le sue vittorie apparterrebbero ad altri,
un re lo fucilerebbe dopo aver accettato da lui un trono, una repubblica
gli rinfaccerebbe il vecchio mantello, ricevendo dalle sue mani nell'ora
della più tremenda fra tutte le disfatte la sola bandiera presa al
nemico: non avrebbe patria, perchè quella da lui liberata venderebbe la
sua città allo straniero, e morrebbe sopra uno scoglio vigilato da una
ingratitudine più profonda del mare, preparandosi indarno colle vecchie
mani il rogo per sottrarre il proprio cadavere alla ipocrisia di una
postuma venerazione.

— Tu pensi a Garibaldi — disse il mio giovane amico, stringendomi la
mano, mentre il battello scorreva silenzioso fra le cannucce del canale.

— Eh! deve averla passata bella — si volse il batteliere — quando da
questa finestra vide una pattuglia di tedeschi portare via Luraghi; — e
col remo accennò la strada bianca, che orlava la Pineta.

— Credi che Garibaldi avesse paura? — l'altro rispose.

— Chi lo sa? si muore una volta sola, però quella non sarebbe stata una
morte da pari suo. —

Guardavo di fianco il suo viso scarno dal lungo naso e la bocca pallida,
aperta nello sforzo della respirazione: la sua fisonomia era sparuta.

— Che cosa farebbe oggi Garibaldi se avesse la tua o la mia età? —
chiese improvvisamente Enrico.

— Nessuno può dirtelo. Il popolo, che non si batte oggi più che non si
battesse ieri, se lo immagina generale dei socialisti alla testa di una
seconda rivoluzione per ottenere così da un nuovo prodigio delle sue
vittorie la giustizia, per la quale non vuole sagrificarsi: ma che cosa
farebbe egli davvero coll'infallibile istinto degli eroi? Tu sollevi
ingenuamente il maggior problema della nostra vita politica: sapere che
cosa farebbe Garibaldi equivale a sapere che cosa dovremmo fare noi.
Forse non farebbe nulla, se nessuna cosa grande è ancora possibile:
sarebbe uno sconosciuto divorato dalla febbre della propria
inesplicabile grandezza, uno squilibrato per il buon senso dei più, uno
stravagante ridicolo per il popolo, che indovina l'idea solamente
attraverso i fatti. Credi tu che altre anime come la sua non sognino
adesso come egli sognerebbe, sentendosi capaci di rinnovare le sue
imprese? Eppure non si può credere loro!

— Bisognerebbe credere a troppi.

— Così non si crede ad alcuno: il poema resta inedito e il poeta
attraversa la vita mascherato chi sa come. I santi, poeti anch'essi,
erano meno infelici; invece di una maschera sul pensiero, si mettevano
un cilicio alle reni. —

Passavamo per un largo canale fra pini piccoli e radi sopra sponde verdi
e ondulate: si poteva credere di essere nel parco di una villa. Non un
uccello cantava, non un rumore nel bosco: era dunque questa la Pineta
così celebre, la selva vantata in tutti i discorsi di Romagna? Forse non
passavamo che sul suo orlo, però ne rimanemmo melanconici. Il cielo era
sempre così nebbioso, l'aria greve, l'acqua torbida ed inerte, e
all'orizzonte quella stessa linea grigia come saliente dalle praterie
vallive si perdeva nel vuoto.

Uscimmo sopra un immenso campo arato, nel quale un gruppo di donne
zappava cantando: il canale si restringeva, poi apparve la strada di
Sant'Alberto. Sciaguratamente era ghiaiata così da parere un
acciottolato: non importa, in sella e al trotto, correndo sui margini a
rischio di precipitarne. Adesso il paesaggio si allargava su campi e
prati deserti: torme di allodole vagavano, qualche cornacchia passava in
alto remigando verso la Pineta. Ma dopo venti minuti la ghiaia cessò.
Un'altra strada di un bianco latteo, orlata di pioppi, si allungava
dritta lontanamente; abbassammo entrambi la testa sul manubrio ed
entrammo in Sant'Alberto come dentro un tubo, cercando fra le sue
commessure l'insegna di una bettola.

C'era.

Quando ripartimmo, un sole giallo stendeva una scialba doratura su
tutto, e non sparve che dietro i campanili di Comacchio scura sulla
argentea vastità della laguna.

Le prime vie della città sono deserte, ma vi si passa come fra un
martellàre di nacchere, perchè uomini e donne vi girano su piccoli
zoccoli di legno, dentro i quali sono appena al coperto le punte dei
piedi: le donne sgonnellano con un grazia di ballo, gli uomini invece
appaiono mal fermi e ridicoli, quasi nella imitazione di quella
civetteria. Tutti si fermano a guardarci: ecco la piazza non più vasta
di un cortile, la torre dell'orologio poco più alta delle case, cinta
alla base da una frangia di uccelli vallivi, spennati, che aspettano
ancora il compratore: il canale è così stretto che un ragazzo potrebbe
saltarlo e così poco profondo che un suicida dovrebbe stentare troppo ad
affogarvi. Un puzzo grasso e greve, di anguille arrostite pesa nell'aria
già scura come un fumo; la strada sudicia, le case sembrano lebbrose,
una umidità trasuda dai ciottoli, mentre l'ombra della sera si addensa
ad ogni minuto sul brusio della gente.

Improvvisamente è buio.

Ma quel fetore di anguille c'insegue dappertutto, lo si sente sulla
bocca, sui vestiti, è un alito che esce da tutte le finestre ancora
aperte, dalle porte tenebrose, sale nel fumo dei camini, ridiscende
colla nebbia. L'acqua nel canale si è fatta nera: non pare più acqua, è
immota, silenziosa. La strada non ha nemmeno il parapetto, passa poca
gente.

— Ho fame — proruppe Enrico.

— Consòlati, siamo nella cucina di Venezia: Comacchio non è altro.

— Ma io detesto l'anguilla.

— Ebbene, le donne di Comacchio sono belle: almeno lo si dice. —

Vidi i suoi occhi brillare dietro gli occhiali.

— Guarda! — esclamò.

Un'ombra veniva verso di noi battendo gli zoccoli e ondulando
lievemente: i capelli biondi le facevano una chiarezza sul capo. Ci
passò fra mezzo, colle braccia sotto lo scialle stretto sui fianchi, e
la testina in alto come annusando.

Quando mi fermai sull'uscio dell'albergo, non avevo più Enrico vicino.

Ma quel puzzo era anche lì dentro.

Alle nove della notte la piccola città è vuota; le tenebre vi sono così
nere che le vie paiono androni, e i fanali troppo radi sempre sul punto
di spegnersi.

Una tristezza mi veniva da tutti quei viottoli, che si profondavano
nell'ombra e nel silenzio egualmente immemori, perchè io non sapevo e
non so nulla di questa piccola capitale lacustre, per tanti secoli
vissuta di polenta e di anguille. Essa ignora la passione ardente e
tumultuosa delle messi, sulle quali gli insetti ronzano e gli uccelli
cantano. L'acqua della sua laguna sembra uno di quegli immensi specchi a
lastre macchiate dagli anni e penetrate dalla nebbia; i suoi battelli
sono ancora più miseri che piccini, e alzano un cencio per vela.

Tutti i giorni, tutte le notti, specialmente le notti, perchè solo
rubando nei bacini del municipio si può vivere, la povera gente erra
sulla laguna tacitamente, tentandone il fondo con una fiocina per
ritrarne fitte nelle punte del suo ventaglio le anguille dal lungo
ventre d'argento. La sua vita, la sua anima è in questa pesca: i suoi
sogni in un soldo di acquavite o di tabacco. Una madonna dal capo
estremo della città veglia sulla laguna e la feconda: hanno costruito
dinanzi alla sua chiesa un portico lungo mezzo miglio senza nè una
imagine nè una parola. Ma la madonna avrà voluto così: ella regna sola.
Il vento più furioso non basta a sollevare una tempesta su questa
laguna, dalla quale un ragazzo può emergere superbamente col petto nudo:
talvolta il ghiaccio la rapprende, e allora la sua vitrea pianura, nei
giorni belli incendiata dal sole, aspetta indarno qualcuno, che vi
scorra volando sui pattini dentro l'incanto di un nordico sogno.

Pattinate voi, signora? Provaste mai l'ebbrezza di quell'impeto muto,
fra un candore di cristallo, che ci fa sentire così stranamente di
essere bruni e leggieri, mentre l'aria sembra piena d'invisibili labbra
che ci mordono, e il cielo diventa più lucido sopra il puro immenso
riverbero?

Scivolare senza cadere, ecco forse il grande segreto di tutti i trionfi.

Ma anche allora bisognerebbe non ricordarsi troppo che sotto al
magnifico specchio gelato, così terso che le nostre imagini vi si
ripetono e ci precedono, l'erba è imputridita e le anguille si
divincolano vischiosamente negli spasimi dell'agonia.

Odo un gallo cantare, certamente da una stia: forse è il primo
prigioniero desto nella città.

È tardi.

Cercate di sognare, signora; io mi contenterei di dormire.




LA BANCAROTTA DELLA SCIENZA


_Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._

Questo motto della vecchia arme inglese, composto della più grande fra
le affermazioni e di un complimento galante, che la erudizione solamente
può rendere intelligibile, è divenuto nella tragica incredulità moderna
la divisa di molte anime. Dio e il mio diritto, o meglio Dio è il mio
diritto, _honny soit qui mal y pense_. La frase ironicamente pudica di
Edoardo III, raccogliendo sul tappeto il legaccio di una contessa per
riaffibbiarlo alla bella gamba, si muta così in una minaccia di altero
disprezzo a coloro, che nel nome falso della critica contendono il
diritto di credere ai fantasmi salienti dalle sue rovine.

Qualcuno ha proclamato ieri la bancarotta della scienza, richiamando le
anime intorno alla dolorosa figura del Nazareno diventato un Dio morendo
sulla croce fra due ladri. Il libro parve un grido di naufrago, che le
onde tardano a sommergere, mentre credenti ed increduli gli rispondevano
col medesimo sorriso, e coloro che dubitano perchè sanno, e sanno così
di non sapere, si rivolgevano silenziosi.

Perchè queste anime indugiano sempre la risposta.

Lungamente provate dalla passione della fede, esse ne sentono
l'ineffabile melanconia come quegli innamorati che non possono più
credere all'amore; per gli altri invece, che il dogma rivestì di una
corazza imperforabile, la certezza delle soluzioni essenziali si venne
cangiando nella inconsapevole comodità di una abitudine. Credono senza
conoscere, giacchè non si avanzarono mai per l'ombra, che si distende
tumultuosa da ogni punto raggiante della fede; o non discesero alle
profondità, dalle quali salgono voci stridenti intorno ai suoi inni,
coprendoli come in certe notti le nuvole fanno alla luna.

E voi, signora, credete?

Amate voi ancora? Se la fede nella donna è la certezza dell'amore meglio
che quella della speranza, secondo la vecchia definizione di Dante,
negli uomini invece sale ad una necessità di giustizia. Solamente per la
dolcezza dell'amare voi credete forse ad un'altra vita, che diventa così
la bellezza di questa nei suoi momenti migliori, mentre noi vorremmo
piuttosto credere per risolvere il problema inintelligibile del male. Il
vostro pensiero si adagia come quello dei fanciulli nelle favole della
creazione, il nostro invece si dibatte angosciosamente nella critica di
tutte le ipotesi sulle origini e sulla fine. Nella nostra storia i
secoli della fede succedono a quelli della incredulità, la passione
struggitrice dell'analisi alla passione poetica, che inventa invece di
spiegare, ed erge sulle invarcabili barriere come sopra un altare
qualche radiosa figura, cui si prosterna adorando. Ma, negando o
credendo, in ogni tempo e in ogni modo, non possiamo mai quietarci nella
fede o nella negazione, mentre la fede si ribella in noi alla ragione
colla forza indomabile di un istinto, e la ragione si rivolta contro la
fede colla logica medesima, della quale questa ha bisogno per
affermarsi.

Una critica di cinquemila anni non è ancora riuscita ad impedire
l'erezione di un tempio, la credulità alimentata da tutte le religioni
non bastò ad assicurare una qualsiasi credenza. Le divinità appaiono nel
mondo come gli amanti nel cuore della donna; ma Dio e l'amore restano?
Sono una verità che l'incertezza medesima delle sue manifestazioni
conferma, o fantasmi che il pensiero suscita dalla natura, e la natura
ignorerà sempre?

Affermando la bancarotta della scienza in un libro breve e concitato
come un proclama, l'altero critico francese espresse certamente il
tormento di molte anime vaganti nelle tenebre del dubbio, così diacce
che gli occhi ed il cuore ne piangono ugualmente. Quindi rapido e
violento egli ricalcò tutti i sentieri della investigazione moderna per
arrestarsi sempre nel fondo al medesimo muro, non avendo constatato in
ogni legge più certa che la costanza di alcuni fenomeni, mentre il loro
perchè rimaneva pur sempre un mistero. L'occhio della scienza, miope e
presbite nel medesimo tempo, non poteva andare al di là del microscopio
e del telescopio: tutta la verità rimaneva dunque chiusa per essa in
questa parentesi, della quale il pensiero indarno allargava ogni giorno
le pareti senza uscire egli stesso dal proprio enigma. Come potrebbe
infatti definire se medesimo, se per analizzarsi davvero deve diventare,
colui che analizza, l'istrumento e l'oggetto dell'analisi? La scienza
prigioniera dell'ignoto finiva così a non conoscere più nulla, giacchè
la sua spiegazione frammentaria, per alzarsi a certezza, avrebbe avuto
appunto bisogno della riprova nell'inconoscibile: essa era come una
capanna in un deserto, un avanzo di nave sul mare, che nessun vento
porterebbe mai ad una riva. Le sue vanterie contro il mistero avevano
concluso alla più dolorosa disfatta: soluzioni e scoperte non facevano
che raddoppiare i problemi e prolungare la discendenza delle ipotesi,
anzi la stessa natura pareva compiacersi femminilmente a smentire ogni
teorica con sempre nuove rivelazioni, mentre la coscienza avvallava
nello sgomento, aspettando indarno la risposta alle proprie interrotte
domande; Che cosa è la vita? Perchè il pensiero? Perchè l'amore, il
male, la morte? Come agire colle altre coscienze? Come giudicare noi
stessi?

La scienza non sapeva rispondere.

Per lei non vi erano spiriti: la morale esprimeva anch'essa la lotta per
la vita, nella quale il bene ed il male sorgevano come una illusione
dell'egoismo: il pensiero non era nel mondo ma nell'uomo come un'eco
moltiplicata delle sue sensazioni, e moriva nell'uomo, che nondimeno
pretendeva di capire il mondo, quasi il pensiero potesse capire qualche
cosa fuori del pensiero.

A che rifarvi, signora, tutte le critiche del libro e la sua critica?

Il dibattito fra scienza e religione, fra il pensiero che afferma e il
pensiero che nega, è troppo antico perchè possa mai comporsi; nacque con
noi, e la morte dell'ultimo uomo non lo chiuderà. Ognuno vi ascende per
una, scala, donde sa di precipitare prima che il suo occhio mortale
abbia riconosciuto le prode dei fuggenti orizzonti; eppure coloro che
affermano e coloro che negano, gettano tratto tratto il medesimo grido
di scoperta.

Questi come i marinai di Colombo, ad ogni volo di uccello, gridano: —
Terra! —

Quelli coll'occhio intento nel cielo, ad ogni lampo che lo squarcia,
mormorano: — Dio! —

Ma tutti gli altri esausti dal dubbio, sentendo ad ogni grido farsi più
profondo il silenzio fra cielo e terra, soccombono alla sconsolata
inutilità di qualunque affermazione, mentre gli echi della terra non
potrebbero mai essere una risposta, e il vuoto diafano del cielo non
consente speranza di altri echi.

Solamente per costoro, senza accorgersene, l'altero critico francese ha
proclamato la bancarotta della scienza.

Il suo libro è involontariamente una riscossa della libertà contro i
nuovi dogmi positivi, più grevi degli antichi dogmi religiosi: i suoi
argomenti non provano la verità di alcuna fede, ma il diritto di averne
una, dacchè la scienza anch'essa è senza certezza, e l'edifizio alzato
dalla sua logica sulle più costanti apparenze non può diventare un
ricovero per l'anima umana. Egli vorrebbe indarno dal fallimento di
tutta la scienza moderna trarre una nuova ideale ricchezza per il
cristianesimo, dimenticando l'impossibilità di giustificare tale
preferenza contro le accuse del cuore, che vorrebbe una sola religione,
e le critiche della mente contro tutte le altre.

La scienza, così ridicola nella pretesa di rispondere ai quesiti della
religione, diventa invincibile assalendo le sue risposte: al pari
dell'amore, la fede deriva dal mistero, e nel tentativo di spiegarlo
deve subire la confutazione di tutte le proprie prove: ecco perchè il
cristianesimo dichiarò con profonda sapienza che la fede è una grazia
come l'amore. Quella si compiace nell'assurdo, questo nel difetto: la
fede si raffina nella contraddizione, l'amore cresce dai disinganni: la
bellezza perfetta, la certezza assoluta, stancano ugualmente fede ed
amore.

— Mi cercheresti tu se non mi avessi già trovato? — mormora Dio
all'orecchio di Pascal.

— Mi amerebbe egli se fossi davvero quale gli sembro? — si chiede ogni
donna davanti all'uomo innamorato.

La fede cerca Dio in Dio, penetrando con più ardente passione nel suo
pensiero, appunto perchè un primo raggio le aperse gli occhi ciechi:
l'amore trasfigura l'immagine, che lo attrasse, e più vi si appunta e
più essa resiste alla trasfigurazione. Non vi è quindi amore senza
inganno. Chi giudica innamorati e credenti colla misura della propria
ragione non sa certamente che per essi l'idea e la persona si mutarono
in un fantasma visibile soltanto ai loro occhi, e così fulgido che il
pensiero può perdervisi come una fiammella nel sole. Ma credenti ed
innamorati non lo attinsero che in alto, sopra una erta scala di dolori,
dopo averlo lungamente cercato di porta in porta come gli affamati,
abbassando il capo sotto le percosse di tutte le ripulse, bevendo
l'aceto di tutte le false ospitalità, cedendo agli abbandoni di tutti
gli ipocriti consensi, estenuandosi dietro l'ultima speranza, cogli
occhi arsi dalle lacrime prima che la visione vi si accendesse e dal suo
mezzo sorgesse la divina figura. Saulo non incontrò Dio che sulla strada
di Damasco dopo un lungo e furente pellegrinaggio; Dante non conobbe
Beatrice che in paradiso, nella luce bianca della suprema rivelazione: e
ad entrambi il fantasma non disparve più dagli occhi, che, posandosi
sopra altri occhi, li abbacinavano. Ecco perchè la gente vide forse in
loro il maggior apostolo e il più alto poeta di tutte le religioni.

Ma oggi serberebbero essi intatta la loro fede?

La scienza ha potuto da lungo tempo sorridere del paradiso, al quale
Dante e san Paolo salirono viventi, ma non potè sostituirlo. Adesso noi
cerchiamo Dio e la donna in un pellegrinaggio ben più doloroso, per un
cielo ben più spirituale delle sfere mobili immaginate da Tolomeo. Il
nostro mondo è così maggiore dell'antico, che il cristianesimo non vi
appare più che una religione fra le religioni, un canto nel loro poema;
la nostra terra così antica, che le sue epoche sorpassano i calcoli di
tutte le cronologie; la nostra umanità così profonda, che attinge le
ultime sorgive della vita al disotto degli animali e delle piante; il
nostro pensiero così largo, che vi erriamo sperduti come una nuvola nel
cielo. Il regno dell'uomo sulla terra finì coll'impero di Dio
sull'universo nel giorno che questa non fu più il centro di quello. Che
cosa importa oggi l'uomo alla terra e la terra agli altri mondi?

Se domani l'umanità sparisse sul nostro pianeta, che cosa vi mancherebbe
davvero? Il nostro bene e il nostro male non la toccano, e poichè ogni
altro astro fu o sarà una terra, dove dunque questo bene o questo male
avranno un significato? Lungamente con appassionata pazienza tentammo la
vita di forma in forma, di grado in grado, sino dove non è più che un
punto, il quale si muove sopra se stesso, una identità che movendo si
diversifica, senza che nella genesi ascendente degli organismi il
mistero ci apparisse meno buio che nella genesi dell'antica creazione.
Per Mosè questa era il capriccio di un enorme fanciullo, che si
divertiva a plasmare la creta e a soffiare sui vapori; per la scienza è
una fucina senza artefice, nella quale gli inutili prodotti debbono
distruggersi l'un l'altro in un ritmo incessante di apparizioni.

Ma il nostro pensiero, cresciuto in questa fucina, ricusa di esserne
l'opera. Egli oppone l'infinito della propria astrazione all'infinito
organizzarsi degli esseri: la nostra coscienza nell'alternarsi della
vita e della morte crea le leggi della giustizia e il dramma della
libertà, cercando con indomata passione il perchè della nostra anomalia.
La natura non ci presenta che dei limiti e noi pensiamo l'infinito, non
si rivela che coi corpi e noi li interpretiamo colla linea e col numero
egualmente senza estensione, non ha che delle forme e noi le imponiamo
dei principii, non mostra che dei mutamenti e noi le fissiamo dei
rapporti; noi sappiamo immaginarla nè creata nè eterna, e noi, senza un
passato prima di nascere, pretendiamo, morti, ad un avvenire senza fini.

Tutta l'opera nostra è fede d'immortalità.

L'amore e il pensiero non sanno concepire se stessi che eterni, pur non
trovando prove a questa necessità. Inventammo Dio e non giungemmo ad
immaginare la nostra vita nella sua: per Dante il paradiso è una
girandola di cerchi luminosi, al sommo dei quali Dio raggia come un
lampione: ecco a quanto è riuscita la più potente delle fantasie. In un
romanzo recente Flammarion suppone che le anime ingannino la lunghezza
della eternità percorrendo l'infinito di stella in stella: ma siccome
queste appaiono già all'esame spettrale chimicamente composte come la
terra, a che può mai ridursi la gioia e la novità di un simile viaggio?

Ecco tutta la poesia della scienza: il paradiso pagano era un banchetto,
quello cristiano un concerto.

Non pertanto la nostra anima esige l'immortalità.

Adesso ci accorgiamo tristamente di non sapere più spiegare col Dio
della creazione l'infinito vivente. Se egli lo avesse creato, come
concepire prima il vuoto e comprendere poi il momento e il perchè della
creazione? Dio e il nulla, l'uno di fronte all'altro, sono per noi
inintelligibili: se il mondo non è infinito, Dio e il nulla, oltre i
confini di questo, formano una diade anche più impossibile. Se Dio non è
che il mondo, dove ha la coscienza, poichè noi sentiamo la nostra? Che
cosa siamo allora nel mondo? Che cosa significa questa idea di
giustizia, questa tragedia di spiriti buoni e cattivi, che soffrono nel
bene e nel male, dal momento che l'uno e l'altro sono identici nella
coscienza dell'universo? Che cosa pensare di questa logica della vita,
la quale conclude all'assurdo? Tutte le nostre cognizioni scientifiche
sono inutili per intendere la natura, e ciò poco importa; ma la nostra
spiritualità vi perde il significato, e allora la catastrofe della
intelligenza diventa il risultato di tutta l'ascensione della vita.

Coloro, i quali affermano che la scienza sfonderà un giorno il mistero,
mostrano di sperare che il pensiero possa diventare diverso da se
stesso, senza dirne nè il quanto nè il come: gli altri, che consolano la
propria sconfitta d'individui colla vittoria finale della umanità,
mentono a se medesimi ed a lei, perchè l'umanità non può andare oltre
gli individui. Poi gli uni e l'altra spariranno: e allora? Che cosa sarà
la gloria per coloro, che l'avranno preferita all'amore? che cosa sarà
l'amore, quando la vita sarà morta? Ricomincerà altrove, rispondono; ma
il problema dei morti sarà risolto solamente perchè dimenticato?

Siete desta, signora?

Queste domande, le più importanti appunto perchè le più inutili, non vi
hanno ancora prodotto sul cervello l'intorbidimento del sonno?

Io non miravo che a questo per sognare con voi.

Risogniamo insieme l'anima di Gesù la prima volta che uscì dalla povera
casa di Nazaret per diventare un nuovo Dio. Egli è solo, scarno, povero:
nè la sua famiglia, nè il suo borgo lo sospettano; intorno a lui nessuna
leggenda è ancora incominciata, non ha studiato ad alcuna scuola, non si
è ancora confidato nè ad un amico nè ad una donna.

Certo ha pensato e sofferto. Molte delle domande, che vi rivolgevo or
ora, hanno lungamente battuto come pietre sul suo cuore; ma il suo
spirito giudeo, chiuso nella goccia mosaica, non ha dubitato un istante.
L'infinito non esiste davvero per lui nè dentro la natura nè in Dio;
questo è l'onnipossente, quella la materia sulla quale verifica la
propria volontà. Per Gesù il mare segna ancora i confini della terra,
gli astri sono lampade accese sovra di essa nella notte; il mondo creato
per l'uomo come un paradiso, benchè diventato una landa di lavoro e di
espiazione, non mutò, e l'uomo vi opera sempre sotto Dio o contro Dio.
Gesù non potè pensare che la terra fosse un astro fra gli astri, e che
in tutti si ripetesse il medesimo problema del bene e del male, la
stessa lotta fra il pensiero realizzato nella natura e il pensiero
astratto dello spirito. L'idea mosaica si sarebbe allora rotta in lui
come una nicchia col proprio Dio: egli invece credeva.

Intelletto ebreo, egli non si preoccupava della natura più che del
teatro gli antichi tragedi: il corpo era una maschera, la natura uno
scenario senza importanza nel dramma. Il problema della vita per lui era
la giustizia di Dio coll'uomo e dell'uomo con se stesso: la sua passione
erompeva da quell'amore che la vita non può soddisfare, e che oltrepassa
la morte. Forse aveva già provato in se stesso la doglia mondiale,
gridando nella solitudine del proprio cuore al disopra di tutte le
invocazioni: forse anche aveva anticipatamente spremuto l'amaritudine di
tutti i beni, pesando sull'infallibili bilance del proprio disinteresse
le ingiustizie dei grandi e dei piccoli, degli oppressori e degli
oppressi. Ah, era sempre il peccato, che rendeva così tragica la vita!
Quel piccolo popolo ignaro, povero, cocciuto, con un tempio solo, un
solo Dio, una sola legge, diviso, nemico a tutto il mondo, era bene il
popolo messianico, il prediletto divino, malgrado la ingratitudine delle
sue frequenti ricadute e le indomabili rivolte della sua impazienza!

Una lunga fila di profeti aveva al disopra di esso ripetute le promesse
della redenzione e del trionfo: qualcuno di loro era stato rapito
vivente da un carro di fuoco sino al trono di Dio, e non era più
ridisceso.

Egli sognava su quella terra arida, fra quei monti calvi, lungi dal mare
che fa pensare all'infinito, in una profonda ignoranza del mondo, che
colla varietà delle proprie genti confonde le loro idee, e dalla
promiscuità dei sistemi solleva la nebbia del dubbio ad intorbidare le
intuizioni dei solitari. Qualcuno lo avrà certamente interrogato, e le
sue risposte uscenti dal sogno ne comunicavano le vibrazioni misteriose:
nessuno l'amava, egli non prediligeva alcuno. Nella sua mente piena nel
pensiero di Dio, nel suo cuore gonfio di tutto l'amore umano, non vi era
posto nè per altro pensiero nè per altro amore. Ma siccome l'umanità
errava sotto la maledizione di Dio, e Dio pentito dell'opera propria era
rimasto solo, la redenzione promessa si doveva compiere nella
riconciliazione dell'uomo con Dio, che la volontà aveva divisi e il
pensiero riunirebbe nuovamente al disopra del dolore.

Questo sogno antico era così necessario che oggi ancora prosegue.

Gesù non sognò altro.

Tutto era già sparito ai suoi occhi, persino il tempio e la sua legge;
tutto era già in lui perdonato, le vecchie colpe di Adamo e le sentenze
di Iehova: quindi, figlio dello spirito, egli non può avere che la
madre, e deve essere mondo dal peccato originale. La sua generazione
spirituale lo innalza sopra l'antagonismo dei sessi, il suo amore è
senza voluttà appunto perchè egli ha vinto il dolore, mutandolo in una
prova per un gaudio immortale. La sua predicazione continua quella dei
profeti, ma la chiude: il suo avvento concorda colle profezie, ma le
oltrepassa: egli è il figlio dell'Uomo e il figlio di Dio, che promette
la vita a chi crederà in lui, solamente a lui. Ma la sua parola, simile
a quella dei semplici, non viene compresa nemmeno da loro, e si ripete
colla monotonia di un soliloquio dentro il quale tratto tratto si ode un
arcano prolungarsi di echi: il suo occhio è così calmo che nessuno può
sopportarne lo sguardo; la sua bocca pura non ha ancora sorriso.

Egli è il sognatore della salvazione.

Non tentiamo destarlo: d'altronde chi lo potrebbe?

Perchè rinfacciargli che altri prima di lui si proclamarono figli di Dio
per risolvere il medesimo problema, e che altrove il pensiero era già
salito al disopra di Iehova, trovando leggi più umane di quelle di Mosè?
Perchè dirgli che la sua redenzione sarebbe parziale come tutte le
altre, lasciando fuori di se stessa i morti e tutti coloro che
morrebbero senza averla conosciuta? che dopo di essa l'incredulità
diventerebbe anche più dolorosa davanti alla superiorità di altre umane
evidenze su questa nuova fede, mentre la giustizia subirebbe un'altra
più intollerabile smentita dalla condanna eterna dei reprobi colpevoli
soltanto nel tempo? Perchè avvertirlo che la sua maschera umana,
inevitabile in ogni incarnazione, indurrebbe nella sua opera divina
gl'inganni inseparabili dall'apparenza, esponendo la sua parola agli
equivoci di tutti i linguaggi? Egli sogna, ma forse lo sa. Infatti i
suoi precetti sono orali e le sue risposte spesso ambigue; talvolta uno
spasimo d'incertezza sembra torcere la sua bocca pura nelle improvvise
invocazioni al padre, che lo ha mandato. Un silenzio pesa sulla sua
anima. La crudele diffidenza delle turbe reclamanti il miracolo ha messo
la verità della sua buona novella a una prova mortale: egli ha potuto
uscirne, ma il suo miracolo non diverso da tanti altri provò solamente
la poca forza della sua parola. Certamente non si può essere Dio essendo
uomo, senza che la contraddizione fra le due nature paia una menzogna.

Ebbene lasciatelo sognare, perchè solamente la menzogna consola.

Egli mente come le madri mentono sorridendo ai bambini che sanno di
avere partorito al dolore, come l'amore mente alla felicità, l'arte alla
bellezza, la scienza spiegando i segreti della natura, la filosofia
risolvendo gli enigmi del pensiero: lasciatelo mentire per consolare il
dolore che non può essere consolato, per vincere l'ingiustizia che è
invincibile, per mutare questa ridda dolorosa della vita in un
pellegrinaggio ad un altro paradiso. Egli non ama che gli afflitti e
perdona a quelli che fanno soffrire, accetta tutte l'esigenze della
carne per sottometterle a quelle dello spirito, annunzia l'alleanza
dell'uomo con Dio perchè senza Dio l'uomo ripiomba nella servitù della
natura. Qualunque siano il suo sogno e la sua menzogna, egli è sempre la
prima vittima di se stesso. Ha rinunziato a tutto, non ha madre,
fratelli, amante, figli, patria, ricchezza, gloria: la sua stessa
redenzione lo rende straniero al mondo ed incomprensibile ai discepoli,
che lo abbandoneranno nel processo e dubiteranno della sua resurrezione.

Ma egli non si affermerà Dio che dinanzi a Pilato, e morente sulla croce
non pronunzierà che due parole: — _Consummatum est._ —

Che importa dunque se la sua passione diventerà una menzogna nei
vangeli, se le leggende cresciute dalla sua morte guasteranno la sua
vita, e il mosaismo e la filosofia dei gentili si uniranno nel suo nome
a mutare così la sua opera che egli stesso non saprebbe più
riconoscerla? Il suo sogno di Dio, l'originalità della sua parola,
l'anomalìa della sua figura faranno sempre di lui il figliuolo
dell'Uomo. Che se invece egli non visse mai, e il suo fantasma è una
risposta del sogno alla realtà; tanto peggio per noi, che non sappiamo
più rinnovare nella nostra anima tale simbolo, suscitare dal nostro
dolore e dal nostro amore un altro mito come il suo.

Adesso la bancarotta della scienza ridà al nostro spirito divenuto
sterile il diritto di risognare i vecchi sogni, di riamare le figure
rimaste belle. Gli atei hanno abbastanza meritato di fantasticare
sull'esistenza di Dio come i prigionieri sulla beatitudine della
libertà: aprite le carceri, e nessun prigioniero diventerà felice
rientrando nella vita, dalla quale era stato respinto; presentate una
nuova divinità al mondo, e tutti gli atei si precipiteranno a guardarla,
tornando indietro desolati di averla riconosciuta.

— Morire, dormire, forse sognare! — la divisa di Amleto — più antica
dell'altra:

— _Dieu et mon droit, honny soit qui mal y pense._ —

Povero Gesù! Se la sua passione non si compì come nel tardo racconto dei
discepoli, quella caduta sopra il suo sogno non poteva essere più
crudele. La sublime menzogna della sua coscienza per ricondurre Dio nel
mondo divenne nella religione del suo nome matrice di nuovi dolori. Una
nostalgia del cielo si apprese alle anime: quelle assorte nel sogno, e
che non ne caddero più, furono salve, mentre la moltitudine delle altre
invece ne risentirono più tragicamente la contraddizione colla realtà, e
con più disperata violenza si spezzarono nel mistero, maledicendo al
rivelatore. Ma forse egli stesso nell'orto di Getsemani, quando lungi da
tutti i discepoli pianse perchè l'orribile calice gli venisse
risparmiato, in quello sforzo supremo di confondersi con Dio, credette
d'intendere le bestemmie di coloro, che la sua redenzione non avrebbe
salvato, e allora un sudore di sangue gli uscì dalla carne indarno
vinta.

Questo fu probabilmente il dubbio che lo prostrò, giacchè nessun'altra
visione di torture avrebbe potuto strappargli dalle labbra tali grida.

E se più tardi, dall'alto della croce guardando sul mondo, non potè più
credere a se stesso, ben gli fu amico quel centurione romano, che vinto
dalla pietà gli trapassò il cuore con la lancia e interruppe così il più
grande dei dolori sulla terra.

Leggeste mai, signora, un romanzo italiano dal titolo bizzarro _Memorie
di Giuda Iscariota_, uscito in Francia fra i molti libri provocati dai
primi mirabili scandali di Renan intorno a Cristo e al cristianesimo?
L'autore era uno spirito ignorante ma non senza originalità, scrittore
scorretto, artista mediocre: nondimeno il suo libro, concepito
nell'arditezza di una vera incredulità pagana, fra scene volgarmente
romantiche e anacronismi di storia, finiva al più tragico epilogo, che
io mi conosca nella letteratura moderna. Sciaguratamente anche per
questo epilogo non bastò l'idea a farne un capolavoro.

Eccolo.

Cristo non è morto sulla croce. Giuda, capo del partito patriottico
contro i romani, amante della moglie di Pilato, una figlia di Tiberio, e
amico di Gesù, ha potuto salvarlo subornando parte della scorta
designata a vigilare la sua crocefissione sul Golgota. Quindi non gli
spezzarono le gambe come a tutti i condannati, e si mescolò un narcotico
a quella bevanda di fiele e di assenzio, che la pietà dei carnefici
soleva porgere a tutti i giustiziati con una spugna piantata sopra una
canna: poi, essendo sabato l'indomani, perchè gli occhi della città non
fossero rattristati dalla vista dei cadaveri, poche ore dopo, nelle
prime ombre del crepuscolo, Cristo così addormentato fu deposto dalla
croce e chiuso in una di quelle grotte del monte, che servivano da
tombe. Nella notte Giuda tornò, risospinse il sasso, che otturava la
porta, destò Cristo e lo nascose poco lungi in una sua casa sicura; ma
la notizia della tomba vuota, diffondendosi tosto per Gerusalemme,
ricordò a qualche discepolo le parole di Cristo sulla sua resurrezione.

Qualche mese dopo, Giuda, vinto finalmente dall'impossibilità di
ricostituire il regno antico di Gerusalemme col partito patriottico, se
ne va, manda innanzi Cristo mezzo guarito a Cesarea, e vi si imbarcano
assieme, quasi egualmente sconosciuti, per Roma, l'immensa metropoli.

Sono passati degli anni.

Un giorno Pilato, reduce dalla Spagna, incontrando Giuda per una via di
Roma, fra un discorso e l'altro, ad un ricordo di Gerusalemme gli chiede
notizie di Cristo, il giovane Rabbi, che egli stesso, malgrado la moglie
e il Sinedrio, aveva aiutato Giuda a salvare.

Triste notizie! Cristo sempre in casa di Giuda, guarito dalla
crocefissione, è diventato tisico, non parla, non esce più dalla propria
camera, fisso in un pensiero, che gli ha fatto diventare gli occhi
troppo grandi e la carne di un giallore cereo.

Il Redentore risorto non crede più a se stesso.

Sentite voi, signora, la tragedia di questo risveglio, che lo ha
lasciato solo dinanzi al vuoto della più grande idea e della più grande
passione cresciuta in anima umana? A Roma egli ha scoperto finalmente il
mondo dentro quell'immenso impero, pieno di tutte le leggi e di tutte le
religioni, il quale ignora ancora il suo nome. Infatti la sua condanna
vi passò inosservata: egli è ben morto per tutti, anche per pochi
discepoli rimasti nella Galilea a predicarlo sommessamente un Dio: ma
egli non lo sa, non può saperlo e sopratutto non potrebbe credere loro.
Incontrandoli, dovrebbe nascondersi, come colui che ha truffato, per
paura di essere riconosciuto: nessuno può vincere l'impero, nessuno
essere consolato nel mondo, nemmeno colui che si era creduto il suo
redentore. Rammentatevi le più illustri catastrofi: Saulle a Gelboè,
Cesare sotto il pugnale di Bruto, Carlo V nel convento di San Giusto,
Napoleone a Sant'Elena, Colombo cui si vieta di scoprire un mondo,
Galileo al quale s'impone di negare la rivelazione dei cieli: salite nel
mito di Prometeo, discendete la tragedia di Edipo sino all'abisso di
Colono, cercate ovunque il dolore si è mostrato, ovunque si è nascosto,
rammentatevi Maria sotto la croce, lui medesimo crocifisso, e non ne
troverete un'altra come questa.

Egli è l'uomo che sopravvive al Dio.

Cereo, già coll'ombra della lunga solitudine dentro le carni, e gli
occhi troppo grandi aperti sull'infinito, muore tisico, silenziosamente.

Solo questo dolore avrebbe potuto riscattare l'anima umana, che dopo
duemila anni sogna ancora dentro il sogno di Gesù, gridando sempre, come
lui nel momento della morte:

— Dio, Dio! perchè mi hai abbandonato? —

Ma perchè tutti ci abbandonano anche prima? Voi stessa, che non potete
rispondermi, siete anche voi una di quelle figure inconoscibili, che
appaiono agli abbandonati dentro l'ombra lunga di un sogno; essi
guatano, cominciano a parlare sommessamente, e la figura oscilla, non è
più.




IL DUCA DI REICHSTADT


Nemmeno Victor Hugo seppe cantarlo, giacchè, ravvolgendolo con lirica
furia dentro le immense pieghe del dramma napoleonico, ve lo perdette
come il vento finisce col perdere attraverso la foresta i fiori che vi
aveva strappato. In quell'ode più concitata che la più incalzante fra le
_Olimpie_ di Pindaro, Napoleone solo appariva, mentre il duca di
Reichstadt non era più che l'ombra pallida del suo ultimo sogno,
costretta a seguirlo nella fantasia del mondo lungamente stupefatta
dalla ruina imperiale.

Ma Napoleone aveva creduto veramente all'impero di quel fanciullo? Sentì
mai per lui la tenerezza di Ettore per Astianatte in quel meraviglioso
libro sesto dell'_Iliade_, quando nel lucido improvviso presentimento
della morte al Priamite pareva già di vedere Andromaca ritta presso una
fonte greca a riempirvi un vaso con disperata umiltà di schiava? Allora
traendosi il grande elmo dalla fronte per non spaventare il bambino,
egli si chinava a baciarlo per l'ultima volta; la madre piangeva, ma
l'eroe, sollevando sulla forte palma il figliuolo, lo sacrava con nuova
speranza a Giove datore di vittoria, quindi chiuso nell'arma scendeva
procelloso verso il campo dei greci. L'ignoto rapsodo di quel canto
omerico fu certamente uno dei più profondi e drammatici poeti di tutte
le letterature, degno di uguagliarsi a Tolstoi, che nel campo di
Borodino ci dipinge Napoleone studiante una posa di padre davanti al
ritratto del piccolo re di Roma mandatogli dalla lontana Parigi. Meglio
di Victor Hugo Tolstoi comprese l'uomo in Napoleone, non d'altri mai
preoccupato che di se stesso, dentro un sogno di gloria, pel quale
dileguava egualmente ogni realtà della vita e della storia, come nel
luminoso sonnambulismo del filosofo le ombre delle cose si accendono in
fantasmi ideali.

Certo egli non fu mai nè amante nè sposo nè padre. Le tarde rivelazioni
degli ultimi fra i suoi biografi non bastano a mutargli l'impassibile
maschera di egoista, nato solamente a comandare e a distruggere. Dopo i
lugubri eroi della rivoluzione Napoleone doveva vivere più lungamente di
loro nella loro stessa insensibilità della morte, tracciando l'orbita
dei nuovi regni come le trincee dei suoi accampamenti, senza altro
motivo che di guerra, in un molteplice assurdo disegno d'impero. La sua
non è la città mobile di Attila rotolante sul vecchio mondo romano, ma
l'orda medesima della rivoluzione, stretta intorno all'ultimo fantasma
imperiale contro tutti i re. Per venti anni gli eserciti si rinnovano
senza tregua intorno a quel fantasma in una guerra senza nome, fra
battaglie che lo perdono nella memoria sopraffatta della moltitudine; ma
se per rinnovare la Francia monarchica la rivoluzione aveva massacrato
quasi un milione di uomini, per mutare l'Europa dovranno morirne altri
tre, e sparire le generazioni rivoluzionarie ed imperiali prima che
appariscano i segni della nuova storia.

Napoleone è la rivoluzione chiusa nell'impero, l'impero chiuso
nell'accampamento, che cangia confini col cangiare di vittoria: l'opera
di Cesare e di Carlo Magno diventa sogno in lui, perchè solo dentro di
esso qualcuno avrebbe potuto disciplinare la rivoluzione portandola da
Roma a Berlino, da Lisbona a Mosca. Quindi una prodigiosa coreografia
abbacina tutti gli sguardi, vincitori e vinti ignorano egualmente il
proprio motivo e credono anch'essi di aver sognato, mentre l'imperatore
si desta a Sant'Elena, e il popolo, sentendo di essere nato ad una nuova
epoca, si leva ad interrogarne il pensiero fra le rovine.

Invece Victor Hugo non vide mai Napoleone che dentro un pensiero
biblico, come un altro Figliuolo dell'Uomo mandato a rinnovare il mondo
colla spada, quantunque pochi uomini vi abbiano compito con maggiore
inconsapevolezza l'opera propria, nella quale le più belle qualità umane
non potevano entrare. Nulla infatti ne rimase, perchè tutto vi era
personale. Capitano di un esercito di guastatori, le sue distruzioni
sono irresistibili e tutte le sue ricostruzioni effimere; ha una
sicurezza di sonnambulo in una visione di allucinato; improvvisa come i
retori, e al pari di questi è intrattabile nell'orgoglio e pronto
all'oblio delle proprie improvvisazioni; si sente più alto di tutte le
grandezze abbattute, ma, solitario fra le scene lacerate dell'immenso
teatro, finirà col drappeggiarsi come un attore nei loro brandelli, e
morirà rammaricando il vano titolo imperiale.

Egli non ebbe eroica nè la mente, nè il cuore: non credette, non amò,
non volle che se stesso. Però nessuna fantasia di poeta si creerà mai un
sogno più grande del suo, nessun'altra volontà umana saprà imporlo così:
quindi l'uomo parve indarno mostruoso in lui, e il genio falso perchè
solamente negativo. Oggi ancora che la storia, disegnando l'orbita del
suo ciclone, dissipò intorno alla sua fronte tutti i vapori, la vita
moderna, da lui fecondata quasi in uno stupro, sembra ricordarlo con
gratitudine lasciva ogni qualvolta nel sangue fatto più acre le tornano
desiderii di nuove violenze.

E lascive furono le due mogli di Napoleone, la creola rimasta
un'avventuriera anche sul trono, l'austriaca sempre null'altro che
arciduchessa anche nell'impero; entrambe ugualmente incapaci di sentire
i profondi turbamenti dell'anima femminile, quando lo spirito sta per
passare sopra di essa. Mancava a Napoleone la segreta irresistibile
grandezza dell'uomo, o piuttosto a Giuseppina e a Maria Luisa la
sensibilità dell'ideale? Certo egli non s'ingannò giudicandole dalla
solitudine di Sant'Elena, ma nemmeno in quella lunga agonia il suo cuore
pianse mai sul fanciullo già orfano e al quale la gloria di una immensa
ruina preparava un più lungo e muto martirio nei castelli della corte di
Vienna.

Il figlio dell'aquila non aveva più nido.

Invece lo allevavano col becchime dei pulcini, tagliandogli
prudentemente il rostro e le ali, perchè in un volo improvviso non
avessero a rompere le vetrate sempre chiuse delle finestre: ma era così
piccino e così debole che si reggeva appena dritto.

Nullameno si ritraeva con lungo ribrezzo da ogni mano, che si allungasse
per accarezzarlo. Ricordava egli le tempeste ruggenti intorno al suo
nido? Il suo orecchio si tendeva qualche volta istintivamente ad
ascoltare lo strido dell'aquila rovesciata dagli uragani sopra uno
scoglio dell'oceano, e alla quale i corvi allargavano ancora col becco
le ferite? Che cosa tremava nei suoi occhi limpidi come il cielo delle
vette più alte?

Chi può capire un bambino?

Forse egli soffriva già di essere solo fra tutti quei cortigiani, che lo
sorvegliavano come un prigioniero, del quale mezza Europa avrebbe dovuto
essere il riscatto. Qualche ricordo gli ondeggiava nella memoria di
un'altra grande città tumultuante, di qualcuno che veniva a guardarlo
nella cuna ravvolta entro una nube di merletti; ed era un uomo dal volto
pensoso di statua, cogli occhi che lucevano nella penombra della camera
come una fiamma. Ma di lui si ricordava solamente che il sorriso era
diverso da quello delle donne, così dolce per ogni bambino. Egli però
non era un bambino come gli altri.

Venti guerre, duecento battaglie, una tragedia nella quale popoli
numerosi e gagliardi salivano ancora cantando eroicamente, un impero
vasto come un desiderio, una gloria sfolgorante come un sole, e al
disotto, d'intorno, più lontano, dovunque un brivido continuo di
tempesta, una trepidazione di terremoto, una muta incertezza di
catastrofe, avevano fatto tremare la sua culla nella mano della nutrice,
mentre lo addormentava nel ritmo sommesso della ninna-nanna.

Così piccolo occupava già troppo posto nel mondo.

Tutte le corone, destinate alla sua testina quasi calva, non avrebbero
potuto capire nella sua culla; il suo cuore, non sapendo ancora di
battere, regolava la vita a centinaia di milioni di popoli nemici l'un
l'altro e costretti a tacere intorno a lui, nato da un pensiero di
conquista e da una voluttà senza amore. Suo padre non era un uomo ma
l'imperatore, sua madre era una imperatrice, che se ne scorderebbe
presto per diventare una duchessa in un ducato allora piccolo come una
perla sul suo manto imperiale. Egli nominato, prima ancora che sapesse
parlare, re di Roma, una città così grande che nemmeno il genio
dell'imperatore avrebbe potuto riempire, doveva come i fratelli e le
sorelle del padre diventare subito un istrumento del suo pensiero, che
deformava colla stessa violenza presente ed avvenire in una continua
vittoria, dentro un turbine di morte e di follia.

Quindi intorno al bambino si era fatto un freddo e un silenzio. Egli non
era bello: i suoi capelli biondi, i suoi occhi azzurri, il suo viso
gracile non ricordavano ad alcuno l'uomo pallido dal profilo di aquila,
che con un gesto sollevava all'ultimo assalto tutto un esercito, come
l'uragano gonfia ed avventa l'oceano alle scogliere. E neppure
somigliava alla mamma, nata sopra un trono come certi fiori spuntano a
caso in un vaso anzichè in un prato: infatti ella pareva tranquilla,
colla fronte leggiera sotto l'enorme diadema, e il sorriso indifferente
fra i brividi e i rombi, che passavano nell'aria. Chi era quel bambino?
Che sarebbe di lui un giorno? Per quel mezzo milione di uomini, stretti
intorno a Napoleone sulla via di Mosca, nessun dubbio era possibile:
egli era l'imperatore piccino, il loro primogenito, al quale
conquisterebbero il resto del mondo, solamente perchè sorrideva loro
mentre gli sfilavano davanti, vedendo confusamente il suo volto come un
gran fiore bianco.

Ma nessuno di coloro rimasti nel palazzo imperiale credeva veramente che
egli fosse il figlio di Napoleone, e potesse mai divenire re di Roma.

La stella del conquistatore, così radiosa per tanti anni, era
improvvisamente impallidita, mentre il segreto del suo matrimonio dalle
anticamere della corte scivolava insudiciandosi per le vie. La folla
devota ricusava di crederlo; ma quell'impassibile, che livellava col
medesimo dispregio popoli e re, era già diventato piccolo e vile davanti
all'arciduchessa nata sopra un trono antico. Ella ne rideva e lo
spregiava trattandolo come un avventuriero brutale, cui bisognava
persino insegnare il valtzer per non dovere arrossire di lui nella
solennità delle feste: egli si piegava umiliato ed iracondo, senza amare
la donna ma superbo che l'imperatrice fosse nipote di Maria Antonietta,
l'ultima regina di Francia. Poi si era saputo che Maria Luisa amava un
bel gentiluomo tedesco prima ancora di essere offerta pegno di pace al
vincitore, il quale per diventare padre voleva imparentarsi coi vecchi
monarchi. Il matrimonio trattato da diplomatici si era compíto fra
lagrime di sacrificio: quindi il bel gentiluomo aveva seguito
l'arciduchessa in Francia, rimanendo qualche tempo nella casa del
marito.

Indarno una pompa fantastica di feste aveva abbacinato la moltitudine,
che da quel matrimonio vedeva già cominciare una nuova dinastia al
disopra di quante regnavano in Europa, giacchè la sùbita inaspettata
degradazione del grand'uomo davanti alla arciduchessa raddoppiava i
dubbi provocati dalla improvvisazione della sua opera. Egli riappariva
l'avventuriero dei primi giorni, diventato successivamente generale,
console, imperatore attraverso una fantasmagoria di scene troppo labili
per imprimersi nella coscienza del mondo. La vanità aveva nel suo cuore
troppo spesso vinto l'orgoglio, e nella sua mente l'impero non era mai
stato che una decorazione dell'imperatore.

Ma un vento di catastrofe ne faceva già oscillare l'immenso scenario.

Intorno al re di Roma crescevano il freddo e il silenzio.

Tutti sapevano che Maria Luisa aspettava la rovina dell'impero per
tornare a Vienna, fuggendo dalla Francia, che aveva decapitata Maria
Antonietta. Come nei primi giorni le pareva ancora di essere prigioniera
del vincitore in una reggia rubata agli antichi re e incancellabilmente
rossa del sangue sparso per la sua parente: ella non comprendeva nè la
Francia, nè l'impero, nè l'imperatore. Il suo cuore di donna non batteva
che per il bel gentiluomo tedesco, la sua anima di madre rimaneva chiusa
davanti a quel bambino francese, uscito dal suo ventre e fatto subito re
di Roma. Sapeva ella davvero che fosse figlio di Napoleone? Le donne non
distinguono sempre il padre dei propri figli, ma quasi sempre non amano
che quello in questi. Ella invece non amava. Quel bambino non era il
figlio del suo cuore, rampollato dalle profondità della sua vita di
donna e di regina: il suo titolo di re di Roma era per lei cattolica una
bestemmia, quell'impero dilatato da un ultimo sforzo per abbracciare
tutta l'Europa non le appariva che nella terribilità di un castigo
imposto da Dio ai popoli ed ai re dopo il peccato della rivoluzione, e
che cesserebbe, lasciando il mondo ricomporsi come prima. La sua
alterigia di arciduchessa trionfatrice di Napoleone le toglieva di
sentire in lui l'epica grandezza di un conquistatore non anco fermato da
un popolo o da una idea. Ingenuamente ella credeva di averlo nobilitato,
sposandolo per ubbidienza di figlia e devozione di austriaca: quindi in
quella corte composta di sergenti vestiti da marescialli, di serve
mascherate da duchesse, sanculotti trasformati in ciambellani, le sue
ripugnanze si acuivano sino all'asprezza dell'odio.

Poi la catastrofe finì di confonderla: si trovò nel piccolo ducato di
Parma come in una grande villeggiatura, seppe Napoleone a Sant'Elena e
dimenticò il re di Roma, mutato in duca di Reichstadt a Vienna.

Il fanciullo adesso doveva parlare tedesco.

Nessuno gli diceva nulla nè del padre, nè della mamma, nè di lui stesso.
Per quanto vinto e prigioniero sopra uno scoglio dell'Atlantico,
Napoleone spaventava ancora tutte le corti; la sua fantastica
riapparizione dei cento giorni era bastata a rivelare l'inanità di tutte
le restaurazioni, e i suoi soldati raggruppati sotto altre bandiere lo
sognavano ancora fremendo d'impazienza. Quel fanciullo pallido, tremante
dinanzi a tutti i servitori, diventava nei racconti delle veglie
notturne fra contadini, nei ricordi delle caserme, negli inni dei nuovi
poeti, nella muta tenerezza dei vecchi, il figlio del Titano, l'erede
dell'impero non anco cancellato nella geografia delle scuole. Un vuoto
era rimasto nella coscienza del mondo. Nessuno credeva più che Napoleone
potesse fuggire da Sant'Elena, ma nessuno si fidava nemmeno alla
stabilità delle nuove monarchie davanti alla rivoluzione, che stava per
ricominciare.

Un'altra epoca si apriva: un'altra volta le aquile striderebbero
chiamando le vecchie legioni, e la bandiera tricolore sventolerebbe su
nuovi campi. Napoleone lontano era presente dappertutto. Ma il duca di
Reichstadt non lo sapeva.

Egli solo rimaneva fuori del mondo, che suo padre aveva riempito di se
stesso senza poterne serbare neppure la poca terra necessaria alla
propria fossa. Come quegli orfani, ai quali l'ospizio può dare una
camera ma non mutarsi in casa, si sentiva abbandonato fra la gente, che
lo vigilava con rispetto taciturno: nessuno gli diceva mai una di quelle
parole così necessarie ai piccoli cuori; e quindi egli non seppe che
molto dopo come il padre morisse e la madre sposasse il conte di
Neipperg. Al fanciullo non era permesso di mescolarsi cogli altri
principi per la paura che dal loro chiacchierio un lampo della gloria
paterna si accendesse attraversandogli l'anima: fors'anco si temevano le
sue interrogazioni, quella curiosità così terribile nei fanciulli,
quando non si può rispondere una bugia e il silenzio diventa una
risposta. Che dirgli infatti se avesse chiesto chi fosse suo padre?
Napoleone a Sant'Elena non era più un uomo, appunto perchè tutto il
mondo creato dal suo pensiero finiva in lui: la sua conquista si
trasformava in una epopea e quello scoglio in un piedestallo, dal quale
come l'antico Prometeo dominava sul mondo. Era difficile spiegare al
figlio chi era quel padre, e perchè la moglie lo avesse abbandonato,
dimenticando il bambino. Tutte le ipocrisie e le contraddizioni
della vita, così agili ad insinuarsi per ogni varco, si arrestano
interdette davanti alla innocenza di un fanciullo, che le giudica
coll'infallibilità dell'istinto.

Forse avrebbero potuto dirgli che suo padre era un soldato prigioniero
in un'isola per la colpa di aver vinto tutti i re di Europa; ma il nonno
imperatore avrebbe indarno chiesto al proprio ministro, così fine
diplomatico, una formula per giustificare l'assenza della madre da
Sant'Elena e da Vienna.

Invece il fanciullo l'apprese a poco a poco dalle reticenze ancora più
che dai discorsi di tutti.

Più tardi la vedova di un veterano di Wagram gli narrò nella propria
capanna, poco lungi dal villaggio di Suwembrünn, la presa di Vienna, e
il matrimonio di Maria Luisa col vincitore, dinanzi al quale anche i
vinti s'inginocchiavano applaudendo; poi lettere, giornali, libri gli
giungevano nascostamente, rivelando l'immensa storia, che si dilatava
dietro la sua infanzia come un panorama luminoso scosso ancora da
vibrazioni oceaniche. Ma allora i suoi occhi s'incantarono e la sua
anima si chiuse. Egli era troppo piccolo e troppo solo per resistere
alla fatica di quella visione, la più grande apertasi in tutti i secoli
agli occhi di un fanciullo. Nato di un'aquila e di un'anitra, non aveva
nel rostro e nell'ali nè la passione del volo nè quella della rapina; ma
timido e quieto frugava fra le aiuole del giardino alzando spaurito la
testa ad ogni brontolìo lontano di tuono.

Al pari di sua madre, egli non sentiva e non capiva l'imperatore.

Invano una nuova ammirazione gli si addensava intorno, dacchè la morte
di Napoleone aveva tragicamente raddoppiata la sua eredità: più invano
ancora le recenti monarchie apparivano ogni giorno più tremule ai crolli
delle impazienze rivoluzionarie, mentre da tutti gli angoli d'Europa,
dalla vita e dalla storia, salivano i soffi di un'altra immensa
passione. In quel primo tepore della giovinezza egli non soffriva che
per l'isolamento e la vacuità della propria esistenza misteriosa ed
inutile, senza nè famiglia, nè danaro, nè libertà. La gloria di un mondo
dileguato gli toglieva ogni posto fra quei parenti costretti a trattarlo
come un estraneo per non temerlo come un nemico. Ma se la mortificazione
di qualche ingenua simpatia o la paura di un rimprovero lo ritraevano in
se stesso, quel grande sogno napoleonico lo risollevava improvvisamente
fra le proprie spire di turbine, come il vento straccia talvolta
nell'aria i veli delle spume marine, per lasciarlo ricadere più
tristamente dentro il confronto di quella vita di cadetto alla corte e
nell'esercito. Per lui non vi erano funzioni, non diritti, non doveri.
La sua educazione, ordinata con crudele sapienza a ridurlo mezzo uomo e
mezzo principe, gli nascondeva quanto sanno anche i giovinetti più
poveri, ai quali il mondo si rivela colle sue stesse difficoltà.

Dentro le sue vene impallidite nell'ombra troppo lunga fervevano
soltanto alcune acredini del sangue materno, quelle bramosìe del senso e
del sesso, che le vampe dell'anima non alzano ancora e non purificano:
la sua fronte era stretta, i suoi occhi opachi, il suo volto
insignificante. Se quei soldati, che sognavano ancora di lui
prigioniero, avessero potuto vederlo così scialbo dentro quella tunica
di ufficialetto austriaco abbassare gli sguardi ad ogni parola con una
trepidazione di paggio mal sicuro del proprio ufficio, tutte le
cicatrici dei loro cuori si sarebbero riaperte, e i loro occhi non
avrebbero potuto più piangere. Non così, non così vedevano essi da tanti
anni il figlio dell'imperatore; non così lo aveva veduto l'ultimo
granatiere della leggenda, che, coricandosi in un fosso per morire,
diceva al compagno: — Torna in Francia, io non posso più camminare
adesso che l'imperatore è prigioniero. Se mia moglie ha fame, le dirai
che vada a mendicare coi bambini; ma appena sarò morto, mettimi bene il
fucile fra le mani, perchè possa subito alzarmi e presentare l'arma,
quando l'imperatore ripasserà! — Ma era il figlio, che avrebbe dovuto
ritornare; al figlio certamente pensava quel granatiere nel delirio
delle ultime parole!

L'imperatore, morto da pochi anni a Sant'Elena, aveva invece ottenuto da
Dio la misericordia di non vedere lo spettacolo di quel giovinetto, che
le dame guardavano con un sorriso di sprezzo enigmatico. Esse sapevano
che si struggeva per loro di una fiamma segreta come una candela
dimenticata in qualche angolo; quindi i loro occhi si accendevano di
piccole fiamme dinanzi al figlio di quel Napoleone vinto da Maria Luisa
e così presto rinato ad un'altra degradazione. Più infelice del Narciso
greco, morto di amore al proprio volto riflesso nell'acqua di un
ruscello, egli non osava ascendere verso la bellezza, ma si nascondeva
colla sua immagine a singhiozzarle davanti nelle convulsioni e nei
crolli di uno spasimo voluttuoso.

Forse la stessa anima adamantina di Napoleone si sarebbe spezzata
dinanzi alla viltà di questa miseria.

Non altro erede, non altro dimani aveva Dio preparato alla sua vita! Che
cosa significavano dunque tutte le sue battaglie, quella corsa
vertiginosa dai deserti della neve ai deserti delle sabbie, gli eserciti
sconfitti, le capitali violate, le corone infrante, l'aver dominato
l'Europa, l'esser apparso sui confini dell'Asia come un fantasma
trionfale balzato dalla immaginazione di un poeta nel campo della
storia, se di lui non restava che quell'ufficialetto austriaco dalle
mani tremule, che non avrebbero mai saputo sollevare nè una spada, nè
una gonna?

Per chi aveva egli vinto?

Cesare potè ravvolgersi alteramente il capo nella toga per morire,
perchè Roma sarebbe stata nei secoli magnifico guanciale alla sua testa
d'imperatore, e la sua vita e la sua opera avrebbero attinto dalla morte
la suprema verità. Così il nome oggi ancora è cornice, dentro la quale
ogni imperatore si riaffaccia sulle moltitudini, mentre Napoleone ci
appare appena sul confine dell'altro secolo come uno straniero
misterioso, che attraversa a grandi passi l'Europa per sparire
nell'oscurità dell'oceano, silenziosamente.

Sua moglie a Parma non era invece che la moglie grassa di un colonnello,
la quale lasciava il governo della fattoria al parroco per preoccuparsi
più comodamente di ogni festa in chiesa o in teatro; suo figlio a Vienna
amava finalmente una ballerina, che lo rivoltolava scherzosamente sui
divani battendogli colle nacchere sulla testa bionda. Egli sorrideva,
contento di essere preso, senza intendere nemmeno la poesia di tale
capriccio donnesco. Forse quell'anima di farfalla, stanca di danzare sui
fuochi della ribalta fra nimbi di fiori e di sorrisi, si era
improvvisamente lasciata vincere da quella delicata magrezza di arbusto
in fiore. Nei primi giorni di aprile le farfalle si posano lungamente
sui rami odoranti di gemme, e allora il sole al meriggio ha appena un
tepore di alba estiva, il vento è un sospiro, il profumo una carezza. La
danzatrice era piccola, colle gonne tenui come ali di falena, col gesto
lieve come un tremito di ombra, col sorriso lucido come un raggio. Se
l'avessero proclamata regina, mentre tutti gli occhi della folla
brillavano e la musica, stringendo il ritmo, sembrava finire in un
singhiozzo, ella non vi aveva sbattuto che più lievemente i propri veli,
ondeggiando inafferrabile sul tumulto delle note e degli applausi.

Qualcuno disse poi che un ministro scarno e freddo si era servito di lei
per abbreviare l'agonia del duca di Reichstadt, mentre nuove rivoluzioni
minacciavano le monarchie di Francia e d'Italia; ma forse non fu vero.
La piccola regina, che aveva per trono un palcoscenico, amò di un amore
di farfalla quel re di Roma, al quale non restavano che le spalline di
ufficiale austriaco. Ella rideva, egli s'inebriava di quel sorriso.

Ma l'ufficialetto soffriva; quindi pianse quando la seppe lontana. Nella
nuova solitudine gli parve di essere più abbandonato di prima, più
povero degli altri parassiti, che in quella corte ricevevano come lui
l'elemosina di un piatto principesco. Si ricordava delle occhiate tristi
dei vecchi soldati, e talvolta le parole scherzose di lei su quel titolo
di re di Roma datogli da Napoleone. Allora la paura lo faceva piangere
come se quel padre morto lo guardasse da Sant'Elena con le braccia
conserte, e l'occhio fisso in un pensiero insopportabile. Egli avrebbe
voluto, ma che cosa doveva volere? Quali erano i suoi consiglieri? Chi
gli darebbe un esercito? Ove dirigere la prima marcia? Su tutte le
grandi strade d'Europa rimanevano le orme di Napoleone, tutte le
capitali erano state per qualche giorno la nuova capitale del suo
impero.

Una volta, visitando il campo di Wagram col principe Carlo, cadde quasi
di sella al suo gesto, che gl'indicava il terreno, sul quale il
maresciallo Lannes era stato abbattuto da una palla di cannone: ma il
principe non seppe mai se fosse dolore o paura; il duca tornò a casa
colla febbre.

Da quel giorno non chiese più di tornare su altri campi. Come tutti i
tisici ebbe ancora degli impeti, dopo i quali ricadeva in profonde
melanconie; la febbre gli gettava dei lampi nel pensiero e delle vampe
nel cuore; poi si fece più muto, perchè la vita sembra appunto
rinchiudersi nelle anime, dalle quali sta per fuggire. La sua giovinezza
passò per tutti i capricci effimeri, le ansie improvvise, le caparbietà
deboli e violente della paura dinanzi alla morte, che sale
misteriosamente come un freddo di sotterraneo.

Allora una arciduchessa, maggiore di lui almeno di un lustro, cupida e
lubrica, lo amò. In lei rivivevano l'anima superba di Maria Antonietta e
quella crudele di Maria Carolina: non era bella, ma il suo sorriso aveva
talvolta dei rossori di fiamma e la sua parola dei soffi di follia. Più
tardi fu madre d'imperatore, imperatrice e finalmente amante di un bano
croato.

Ella gualcì il fiore, che la farfalla aveva appena accarezzato. Un'altra
rivoluzione minacciava la Francia; altri Borboni dovevano andare per
sempre raminghi: nuovi congiurati, veterani della vecchia armata,
vennero segretamente al duca di Reichstadt nel nome di Napoleone, ma il
poema era già chiuso.

Nessun poeta vi aggiungerebbe più un verso, poichè il re di Roma non
poteva entrarvi nemmeno per morire: egli non era più che un bianco
fantasma fra le mani tormentose di una donna.

Dicono che negli ultimi giorni la sua anima si rischiarò. Come se la
morte gli rivelasse finalmente il segreto della vita, rivide dentro una
luce purpurea di tramonto l'epopea napoleonica, parlò degli eserciti che
avevano sfilato dinanzi a lui bambino. Da quel letto, già abbandonato
come una tomba, chiamò la mamma, e chiese la culla d'argento, nella
quale era stato re: dentro quella cuna, offerta dalla città di Parigi,
Napoleone l'aveva cento volte covato col suo sguardo d'imperatore. Potè
avere l'una e l'altra e vide la madre piangere decentemente. Qualcuno
gli suggerì di lasciare un ricordo al reggimento assegnatogli, forse per
scherno, perchè portava il nome di un altro eroe, Gustavo Wasa; sotto il
più bello dei propri ritratti scrisse per l'arciduchessa Sofia «Memoria
eterna di un moribondo», chiamò il prete, parlò di Napoleone.

Quel nome l'avvolgeva.

I suoi occhi lucevano, la sua bocca pallida e chiusa somigliò allora a
quella del padre.

Adesso egli non è più che l'ombra del suo ultimo sogno, una misteriosa
figura incisa da Dio sul fermaglio dell'ultimo poema concesso
all'Europa.

Sulla tomba di Napoleone non vi è che una lettera sola, nera, muta: si
legge, non si pronunzia. La tomba del duca di Reichstadt non ricordo ove
sia, nè che cosa vi abbiano scritto; ma nessun poeta nell'orgoglio del
proprio genio avrebbe potuto accettare l'onore di dettarne
l'inscrizione.

Solamente Maria Luisa, se fosse stata davvero la moglie dell'uno e la
madre dell'altro, l'avrebbe trovata nel proprio cuore.

Era vuoto.




PASQUA


Ho aperto la finestra.

Un chiarore trema in alto ai primi raggi del sole nascosto dietro Monte
Mauro, mentre un vento freddo passa silenzioso fra gli alberi ancora
seminudi.

Pel vano della finestra senza tende guardo a questa alba pallida e
lieve, che sembra ridare al mondo l'effimera infanzia della propria ora;
non una nube nell'aria, non un moto sulla terra.

— _Quivit, quivit!_ —

È un grido di rondine, come lo traduceva Anderseen in quelle favole da
bambini, così delicate e profonde di passione anche per gli uomini.

Le ultime viole scomparvero già sotto l'erba alta dei prati, dacchè una
brina avvizzì tutti i fiori dei peschi, che ne rimasero freddolosi e
rabbrividiscono ancora in questa pura aria mattinale. Fiori e illusioni,
cadendo, lasciano sempre lo stesso freddo ai rami ed ai cuori, ma quelli
si vestono prontamente di foglie, questi non si coprono più che di
muffe.

Eccola.

È risalita sotto la grondaia ad esaminare il vecchio nido e garrisce di
gioia nel riconoscerlo intatto, perchè l'amore non le costerà quest'anno
la fatica di costruire un altro. Sempre così: la voluttà è pigra nelle
rondini come nelle donne, che vorrebbero anch'esse sempre pronto il
nido, riscaldato dal soffio delle stufe nell'inverno, profumato di fiori
in ogni stagione.

Un freddo d'insonnia mi sorprende invece dopo questa lunga notte allo
scrittoio, solo, dinanzi a me stesso. Dove si sarà fermata ieri sera
questa bruna pellegrina in viaggio verso la mia casa? Era sola? Perchè
sola e prima? Sotto la grondaia vi è sempre il medesimo villaggio
pensile di nidi, e non ricordo sino da fanciullo di averne mai veduto
cadere alcuno, mentre i calcinacci si staccano ad ogni impeto di pioggia
o di vento. Forse che il mastice, formato dalle rondini colla saliva, è
più tenace della calce usata da questi muratori montanari, o la forma
tonda dei nidi, così simile ad una mammella virginale, attenua le
scosse, e li salva?

— _Quivit, quivit!_ —

Eccola ancora che si è posata colle zampine lanuginose sulla punta dello
scuro, scuotendo la testina lucida nera. Ha il petto bianco, e dietro il
becco corto ed acuto le sue labbra sembrano una sottile striscia d'oro.

Involontariamente sorrido salutando.

— Ancora qui — mi pare che essa risponda.

Ancora, ancora, e chissà per quanto tempo. Tu non sai, piccola
viaggiatrice trascorsa su tanti mari e su tante contrade, perchè la mia
finestra senza inferriate sia anch'essa di una prigione. Sei tu giovane?
Sei tu vecchia? A quante stagioni si misurano la tua giovinezza e la tua
vita? La tua patria è davvero sotto la grondaia di questa mia antica
casa? Non lo so, ma posso darti egualmente una buona notizia: Toto, il
magnifico gatto rosso, che si ostinava lunghe ore sul prato alla vostra
caccia, è morto. Forse tu stessa hai sentito qualche volta sull'ultima
punta delle ali la percossa delle sue unghie, e ti salvasti con un
guizzo rapido ed imprevedibile. Te ne ricordi? Molte tue compagne
morirono invece così nei giorni umidi, quando gli insetti abbattuti
dalla pioggia tornavano coi primi raggi del sole a turbinare sui fili
più alti dell'erba dentro un tenue velo di nebbia. Io, che non ho mai
sparato uno schioppo sul mio prato, nè permisi ad altri di farlo,
assistei più volte a questa caccia senza interromperla: perchè? Eppure
mi dispiaceva se nelle sconce prodigiose contorsioni del suo balzo egli
atterrava la rondine addentandola viva, per andare a testa alta, colla
coda che batteva orgogliosamente sull'erba, a seppellirla in qualche
canto, giacchè, abituato signorilmente, Toto non mangiava nè topi nè
uccelli. E adesso è morto; tanto meglio! La mia casa non ha più pericoli
per te: lo dirai subito alle tue compagne, che arriveranno certamente
nel mattino, se le hai soltanto precedute nel viaggio.

O invece sei giunta qui più presto, sfuggendo da qualche sventura? Il
tuo compagno è morto, e tornasti come noi andiamo spesso, di nascosto, a
guardare la casa dove soffrimmo ed amammo? Allora vattene. Se non
aspetti più alcuno, e ti posasti sullo scuro della finestra a guardarmi
ancora qui solo, come gli anni passati, come sempre, perchè anche tu
adesso sei sola, vattene, fuggi dal nido, che altri riempirà. Quando
tutto è morto dentro di noi bisogna andare lontano, non importa dove,
lungi da coloro, che potevano e non vollero impedire alla nostra anima
di morire. Chi non ama non ha più nulla da fare: la sua presenza è
inutile, perchè ogni opera gli è diventata impossibile. Vattene, piccola
vedova: le campane del villaggio annunzieranno fra poco la resurrezione
solamente ai felici che amano, e agli infelici che credono.

Pasqua.

Aprile che torna. Gesù che risorge: nel suo sepolcro vuoto le colombe
faranno il nido, o spunteranno piccoli fiori sulla polvere depostavi dal
vento. L'amore ha vinto un'altra volta la morte, la fede trionfa
nell'amore.

— _Quivit, quivit!_ —

Vuoi tu barattare le tue ali col mio pensiero? Tu avesti un nido, io no;
tu potesti amare la mia grondaia, alla quale l'inverno sospende così
lunghe lagrime di ghiaccio, quando dentro la casa un altro freddo vi
rende la solitudine anche più tetra, perchè trascorrevi allora libera
sui paesi della giovinezza e del sole. Se il mio pensiero, che non
domanda più nulla alla vita, vale le tue ali, che nessun viaggio può
stancare, adesso il mio cuore non è meno vuoto del tuo nido. Indarno le
campane gettano nel mattino gli appelli di Pasqua per svegliare i morti
dal sogno, nel quale si acquetò finalmente la loro vita; l'alba rutila,
il cielo è sereno, le campane si rispondono da ogni cima di monte, ma vi
sono molti morti laggiù che non vogliono risorgere, e altri vivi sulla
terra che vorrebbero morire!

Questa Pasqua di resurrezione come diventerebbe triste, se i morti
risorgessero davvero per rientrare nelle proprie case!

Gesù non promise infatti la resurrezione che dopo la fine del mondo, nel
quale non volle egli stesso più ridiscendere, sebbene non vi avesse
davvero patiti i dolori inconsolabili. Come avrebbe egli potuto
soffrirli, non essendo nè figlio, nè fratello, nè amante, nè padre?
Perchè il suo cuore sotto il bacio di Giuda avrebbe tremato più di
quello di Cesare sotto il pugnale di Bruto? Gesù fu venduto forse alla
prostituzione come oggi ancora tanti fanciulli? Le donne, che lo
seguivano, in qual modo avrebbero potuto tradirlo, se egli non amava? Il
popolo, abbandonandolo nel processo, difese mai altri messia? Perchè si
dice dunque ancora che Gesù sofferse per tutti, più di tutti, per
riscattarci dal peccato e vincere la morte, mentre passò invece sulla
superficie della vita in un sogno di paradiso? A tale vittoria sarebbe
stata necessaria ben altra passione che la sua, nella quale persino
l'ultimo supplizio fu senza tragica originalità. Bisogna avere avuto una
di quelle madri, che ci rimangono per sempre nell'anima come un coltello
in una ferita, per essere stato infelice da bambino, quando non si
capisce ancora; o aver gridato nell'agonia verso l'ultima sorella,
sentendo nella sua indifferenza un silenzio di cosa, per sapere come
l'inutilità di un lamento divenga talora la più ineffabile delle
torture; bisogna aver dato la propria anima ad una donna senza poterla
più riprendere, perchè diventata una sozzura, per conoscere davvero che
cosa vi sia nello spasimo di una degradazione: bisogna essere un eroe e
non poter nulla fare, essere un genio e non poter nulla dire, avere
chiesto tutto alla vita ed incontrando la morte non aver più d'affidarle
nè un rimpianto nè una speranza, per vantarsi di risorgere come un
Figlio dell'Uomo in tutti i secoli dentro il sogno consolatore di una
Pasqua.

— _Quivit, quivit!_ —

Arrivano forse le tue compagne?

Adesso le campane squillano troppo violentemente perchè sia possibile a
te pure d'intendere da lungi il garrito delle viaggiatrici distratte
forse nell'incanto dell'alba e delle memorie. Il viaggio è così facile e
il ritorno così gaio, quando si ha la primavera nel cuore e un nido per
meta! Quante volte d'inverno, colla fronte ai vetri della finestra,
guardando sul bianco deserto della neve il saltellare inquieto dei
passeri, ho pensato all'angoscia delle tue traversate al disopra degli
oceani, nell'immensità dei cieli, ai primi soffi della tempesta! Allora
le tue ali, che tagliano così rapide il vento, sentirono uno spasimo
improvviso, mentre coi piccoli occhi tremanti cercavi lontano qualche
punta immobile sulla livida distesa delle acque, per la quale fuggivano
scrosciando le giogaie dei flutti. Poi nella oscurità le nuvole si
accendono di lampi e le voragini urlano di spavento. Soltanto una nave,
se non sprofondi essa medesima, potrebbe fra le vele e le corde offrire
un ricovero; ma dove è allora una nave? Vi riparasti tu mai, piccola
pellegrina? E che intendesti allora fra le preghiere e le bestemmie dei
naviganti, rapite dalla tempesta fra i brandelli delle schiume così
simili a penne bianche di uccelli naufragati?

La nostra anima urla dinanzi alla morte, mentre la tua forse ha sempre
taciuto, non sentendovi alcun mistero.

Un ricordo mi risale nella memoria e l'attrista.

Molti anni or sono, in un'alba come questa, guardavo dall'inferriata
della mia camera, l'ultima a sinistra nell'angolo, sotto il cornicione.
Ero stato messo nella terza camerata lassù da venti giorni: il collegio
aveva nome da san Luigi, un santo pallido e giovane, che i fanciulli non
possono amare, perchè non intendono ancora la recondita delicatezza
della sua castità. Nemmeno io l'amavo. Allora, come adesso, il mio eroe
era san Francesco, il poeta inebriato di tutti i dolori, che parlava con
tutte le cose. In quella mattina dovevo essere ammesso per la prima
volta alla Pasqua. Quasi tutti i miei compagni di altare attendevano i
genitori, mentre io non avevo voluto nemmeno scrivere a casa per
annunziare la festa della mia comunione nella divina tragedia. Ma dopo
una notte insonne ero balzato dal letto ai primi chiarori,
arrampicandomi sull'inferriata a guardare da lungi il primo trionfo
dell'alba. La mia finestra dava sopra un vicolo contro finestre
egualmente sbarrate di ferro, con una buffa saliente a mezzo della loro
apertura, perchè i prigionieri non potessero guardare in basso sulla
strada. Era anche quello un collegio, ma più triste, e si chiamava di
san Giovanni.

Così scalzo e scamiciato nell'aria frigida, che mi pizzicava sottilmente
le carni, sentivo dal fondo dell'anima salire come un gruppo di canzoni,
quando improvvisamente, un'ombra mi fermò le prime note sulle labbra.
Dietro di essa l'ombra della prigione era profonda: il prigioniero si
reggeva con ambe le mani congiunte sul medesimo pezzo di sbarra, e il
mento appoggiato sulle mani con uno sforzo penoso. Tutta quella faccia
era rasa sino al disopra della fronte, ma i suoi occhi infossati
lucevano come certi vetri nella notte.

Ebbi un freddo di dolore.

Allora egli mi scorse, volle farmi un cenno colla mano, e le forze lo
tradirono, sparì.

Dopo tanti anni veggo ancora quel suo sorriso. Così seminudo ed
arrampicato sull'inferriata in una impazienza di fanciullo, come gli ero
io sembrato? Aveva egli intravisto la mia piccola anima simile ad
un'altra alba, che salisse verso quella del giorno? Perchè mi aveva
salutato? Rimasi ancora alla finestra, ma tutta la mia gioia era caduta
in un'ombra improvvisa; sentivo di essere anch'io

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