Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire
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Title: Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire
Author: Cristina Belgioioso
Release date: June 28, 2014 [eBook #46126]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK OSSERVAZIONI SULLO STATO ATTUALE DELL'ITALIA E SUL SUO AVVENIRE ***
OSSERVAZIONI
SULLO STATO ATTUALE DELL'ITALIA
E SUL SUO AVVENIRE
DI
CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO
MILANO
TIPOGRAFIA DEL DOTT. FRANCESCO VALLARDI.
1868.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
AL LETTORE
Queste pagine non sarebbero state, me vivente, pubblicate, se avessi
minor fiducia nella indulgenza e nella benevolenza de' miei lettori. —
Se le mie osservazioni sembrassero ad essi senza fondamento, male
esposte, inopportune o superflue, essi non sospetteranno almeno la
rettitudine delle mie intenzioni; e questa convinzione basta a
confortarmi, ed a farmi incontrare con mente serena e con animo saldo
qualunque critica, per acerba che sia.
Per la prima volta mi dirigo al pubblico nella mia lingua nativa, in un
momento in cui essa è l'oggetto di sapienti discussioni e di ardui
problemi. Su questo punto ancora debbo confidare nell'indulgenza di chi
mi legge. Nell'esporre i miei pensieri mi prefissi soltanto di essere
facilmente intesa. L'eleganza dello stile non è dote ch'io possegga, e
non ho mai preteso di aspirare a questo vanto. — Scrivo perchè parmi di
avere qualche cosa da dire, che possa per avventura riescire non inutile
al mio paese. — Se tacessi perchè so di non parlare con linguaggio
elegante e forbito, arrossirei di questa mia puerile vanità. — Se chi mi
legge m'intende senza durar fatica, mi terrò per pienamente soddisfatta.
— Se chi mi ha intesa rende giustizia alla rettitudine delle mie
intenzioni, e mi perdona la illimitata ed assoluta schiettezza del mio
dire, sarò sempre più convinta della bontà e della cortesia de' miei
compatriotti.
CAPITOLO PRIMO
SITUAZIONE POLITICA E MATERIALE D'ITALIA
L'Italia non è più una semplice astrazione geografica. — L'Italia esiste
come nazione, nel modo istesso nel quale esistono le altre nazioni
europee o per dir meglio le più potenti e le più incivilite dell'Europa.
— Ristretta intorno ad una sola bandiera, retta a monarchia da un re;
posta sotto l'egida di uno statuto costituzionale che il governo non
tentò mai di frangere, forte e superbo della propria indipendenza, dopo
che l'ultimo soldato straniero ne sgombrò, e voltava le spalle ai
confini di lei; difesa dagli italiani, da italiani amministrata,
governata e rappresentata; solcata in ogni direzione da numerose
ferrovie, corredata di una forte marina, proporzionatamente alla
estensione del di lei littorale; l'Italia coi suoi 26 milioni d'abitanti
e più, guarda con legittima soddisfazione a tuttociò ch'essa compiva nel
brevissimo spazio di sei anni, e si prepara ad eseguire nuovi progressi.
Questi 26 milioni di abitanti sono ripartiti inegualmente sopra una
estensione di circa 24,650,719 ettari quadri. Ognuno conosce la forma
esterna della nostra penisola. Terminata a settentrione da una vasta
catena di altissimi monti, dessa si allarga in ampie pianure, interrotte
da amene regioni di colli e di laghi, occupando così tutto lo spazio che
corre fra le provincie meridionali della Francia e la Dalmazia. — Questa
gran parte di sè, che vien detta l'Italia settentrionale, comprende il
Piemonte, la Lombardia, gli Stati Estensi e Parmigiani ed il Veneto e
conta ad oltre nove milioni di abitanti.
Queste provincie d'altronde possono dirsi le più ricche dell'intero
regno, e non ne sono certamente le meno incivilite. — Il Piemonte che fu
sempre reputato assai povero, si è di recente arricchito per la libertà
di cui godeva vari anni prima che il rimanente d'Italia dividesse tanta
ventura. — Ad arricchirlo concorsero pure altre circostanze; fralle
quali va numerata la cessione alla Francia della più povera fra le
antiche sue provincie, ed il progresso della grande agricoltura, ossia
dell'agricoltura irrigatoria, dei quali progressi vennero a fruire la
Lomellina ed il Novarese, altre provincie dell'antico Piemonte. La
Lombardia che fu sempre reputata assai ricca, perchè il suolo ne è
veramente feracissimo, non ebbe mai una ricchezza stabilita sopra solide
basi, mentre tutto il suo reddito provveniva da una fonte sola, la
agricoltura. — È bensì vero che questo reddito era assai maggiore che
non lo sono negli altri Stati Europei quella parte del pubblico reddito
proveniente dalla stessa sorgente. — Cosicchè l'osservatore superficiale
che metteva in raffronto il prodotto delle terre Lombarde con quello di
qualsifossero altre terre di dimensione eguale e non si informava della
condizione degli altri rami di pubblica prosperità, si formava uno
stupendo concetto delle ricchezze dei lombardi, e le andava poi sempre
magnificando e vantando come prodigiose. — Certo è però che in tutto il
corso del dominio austriaco sulle provincie Lombardo-Venete, sebbene la
Lombardia non avesse ancora soggiaciuto ai flagelli della criptogama e
della malattia dei bachi da seta, e tutte le sue terre fossero in istato
di pieno prodotto e valore; sebbene l'Austria non ristasse
dall'opprimerne con gravissime e sempre crescenti imposte, il governo
austriaco non riescì mai a pareggiare in queste sue provincie il dare
coll'avere, e si vide sempre costretto a spendere per mantenerne
soggetti più di quanto da noi riceveva.
Accadde poi ciò che naturalmente deve accadere di quelle ricchezze
zoppe, cioè squilibrate e dovute ad una unica sorgente. — Questa si
intorbidiva, cessava in parte, e l'intero edifizio della pubblica
prosperità crollava e rovinava. — Se la Lombardia avesse posseduto in
allora un sufficiente numero di stabilimenti industriali e di opificj,
le braccia rimaste oziose per la mancanza degli usati lavori agricoli si
sarebbero impiegate altrimenti, l'attività popolare si sarebbe rivolta
verso quelle vie ad essa aperte, ed i flagelli sopra di noi scatenati
non avrebbero avuto i fatali risultati che ebbero. — Nella condizione in
cui ci trovavamo, invece nessuna risorsa ne fu presentata. — Tutte le
terre situate al settentrione della città di Milano, i colli Euganej, e
Brianzej, il Varesotto, l'intere provincie di Bergamo e di Brescia, ecc.
ecc., sono come colpite di sterilità; cioè producono i loro soliti
frutti, ma questi si corrompono e muojono prima di essere giunti a
maturanza. — I possidenti privi con ciò del loro reddito usato, debbono
inoltre condonare ai contadini l'affitto delle loro case, e provvederli
almeno di grano turco, il che non facendo essi accadrebbe del contadino
Lombardo ciò che accade di tratto in tratto del contadino irlandese,
cioè di morire d'inedia, e di freddo sulle pubbliche strade o sul
limitare delle abbandonate e chiuse loro povere case. — Ciò prevengono i
nostri possidenti col prestare ai loro villici il pane ed il tetto; ma
così facendo scemano le proprie risorse, per essi v'ha lucro cessante e
danno emergente, e la totale loro rovina si fa ogni giorno più
verosimile e più prossima.
La bassa Lombardia sebbene assai meno estesa dell'alta, poichè non
comprende oltre la Lomellina ed il Novarese di cui abbiamo accennato più
su, che il Pavese, il Lodigiano e parte del Cremasco è divenuta oggi
pressochè la sola fonte del pubblico reddito in Lombardia. — I terreni
irrigatorj le case poste nell'interno della città, ed alcuni pochissimi
opifici appartenenti a famiglie plebee che lentamente, e copertamente vi
si arricchirono anche prima del 59 e che ora vanno comperando tutto ciò
che le nostre illustri e cospicue famiglie più non possono conservare,
formando così una nuova aristocrazia, più in armonia colle idee e coi
bisogni della moderna società: ecco le fonti da cui oggi scaturisce lo
scemato e smunto reddito della Lombardia. L'Italia centrale si compone
della Toscana e di una grande parte delle provincie che formavano prima
del 59 o del 60 gli Stati romani.
La Toscana conta presso a due milioni di abitanti; è paese gremito di
piccole, ma belle città, variato da colli ameni, da corsi d'acque, da
sontuose ville, palazzetti, parchi, giardini, e villaggi che nulla
presentano di quello squallore, che disadorna troppo sovente quelli del
rimanente d'Italia. — Nessun angolo della Toscana possiede un aspetto
grandioso e tetro, e le sue campagne fanno tutte presentire la vicinanza
di una città. — Per quanto alcune di esse sieno solitarie e silenziose,
vi si sente sempre che l'uomo è a pochi passi distante; ed il contadino
toscano che vive sobriamente, respira un'aria salubre, lavora
moderatamente ed è in frequente contatto cogli abitanti della città,
nulla ha di rozzo, e non risveglia in chi lo incontra il doloroso
pensiero di una ereditaria ed incurabile miseria. — Le donne o
intrecciano i cappelli di paglia, o coltivano e vendono fiori; due
mestieri che non affaticano le delicate membra, e non abusano delle
forze giovanili, cosicchè le contadine toscane rimangono giovani per
tutto il corso della loro gioventù, e per nulla rassomigliano quelle
altre a cui incombono i più ardui lavori dei campi, e che bellissime a
diciotto anni sembrano spesso decrepite appena passati i venti.
Tanta gentilezza, vaghezza di forme e di costumi, tanta agiatezza di
vita, ed una certa coltura che si estende alle infime classi della
popolazione, farebbe naturalmente supporre che la Toscana sia paese
ricco, e che i suoi abitanti sieno ampiamente dotati di operosità, di
intelligenza, di risoluzione e di perseveranza. — Chi formasse una
simile conclusione, commetterebbe però un gravissimo errore.
L'agiatezza di tutte le classi popolari, la gentilezza dei loro modi e
la durevole bellezza delle loro donne, provvengono da tutt'altra
cagione, cioè dalla proporzione ed armonia esistente fra i desideri o
diciam pure i bisogni, ed i mezzi di cui dispongono i popolani. — Il
toscano non è un popolo ardente ed impetuoso come lo sono gli altri
popoli d'Italia. Desso riflette alla condizione sua, sa che certe
soddisfazioni non si possono ottenere se non col rinunziare a certe
altre, e scieglie fra queste, quelle che più gli convengono,
abbandonando con animo rassegnato quelle che sarebbero un ostacolo alle
prime. — Tutto il sistema economico della Toscana è fondato sopra tale
scelta. — Tra i desiderj o i bisogni più urgenti del popolo Toscano; il
principale è il riposo; un riposo relativo s'intende e non assoluto. Il
popolano ed il contadino Toscano, lavorano quanto è necessario per
guadagnare ogni giorno i pochi bajocchi che bastano al sostentamento di
lui e della famiglia perchè tanto l'uno quanto l'altra sanno di ciò
accontentarsi. — La scarsità del denaro forma la ricchezza delle infime
classi della popolazione, mantenendo bassi i prezzi degli oggetti di
prima necessità. — Se un genio benefico versasse improvvisamente qualche
milione di lire sulla Toscana, desso non riceverebbe in ringraziamento
altro che maledizioni e busse, e produrrebbe in realtà un funesto
squilibrio nella esistenza di quelle popolazioni, poichè gli oggetti di
prima necessità aumenterebbero subito di prezzo. — Egli è ben vero che
la mano d'opera sarebbe rimunerata più largamente, ma la concorrenza
degli operai non toscani, si aggiungerebbe presto alle altre
complicazioni, ed il toscano non conserverebbe il suo posto se non
lavorando più o meglio che per lo passato. Ora il pensiero di lavorare
più e meglio ch'esso non lavora oggidì, è pensiero per lui
dolorosissimo, nè lo consolerebbe la prospettiva di un guadagno maggiore
poichè ha pesato nella mente sua i vantaggi del riposo e della ricchezza
ed ha preferito i primi ai secondi. Con tali sentimenti, e con siffatto
carattere i progressi verso la civiltà ch'è quanto dire nella industria
non possono essere che assai lenti se pure non sono nulli.
Nè vale il dire che la miseria non sentita nè rimpianta non può
considerarsi come vera miseria. — Se il contadino ed il popolano toscano
non deplorano la propria miseria, ma lo accettano come il prezzo del
riposo cui godono, le classi più elevate della toscana società, poste in
contatto coi pari loro di altre parti d'Italia e di Europa, sentono
amaramente la condizione direi quasi subalterna e parassita a cui le
condanna la loro povertà. — Firenze ebbe sempre una corte ed un corpo
diplomatico che traeva dietro di sè molte famiglie straniere illustri e
doviziose. — Queste esercitavano in Firenze la ospitalità, ed i
Fiorentini a cui spettava siffatta parte, la abbandonavano a quelli che
avrebbero dovuto ospitare, accettando invece per sè medesimi la parte
dell'ospitato senza neppur ricambiare le cortesie dagli stranieri
ricevute.
In nessuna provincia d'Italia il bisogno di aprire nuove vie alla
prosperità nazionale è così evidente come in Toscana; ed in nessuna la
introduzione di nuovi strumenti per la operosità della popolazione
sembra a primo aspetto dover incontrare minori difficoltà. Il gran
numero delle città ossia dei centri di popolazione, di operosità e di
civiltà, un certo grado di coltura e di modi civili distribuiti in tutte
le classi sociali, la circostanza che il popolo parla non già un
dialetto non intelligibile per chi nacque una trentina di miglia più in
su o più in giù, ma la lingua scritta leggermente alterata,
l'intelligenza ed il naturale docile e quieto degli abitanti, sono cose
che animar dovrebbero gli speculatori e gli spiriti intraprendenti a
tentare qualche nuovo stabilimento commerciale ed industriale. — Il
felice successo di un tale tentativo non sarebbe però così certo nè così
probabile, come può sembrarlo a prima vista. — Il grande, il formidabile
ostacolo sta appunto nel carattere della popolazione che nessun male
considera come più intollerabile, della fatica e che resiste
passivamente a qualunque sforzo si tenti per vincerne l'inerzia; e vi
resiste senza rimorsi perchè la sua resistenza non è accompagnata da
moti o da espressioni violenti, anzi direi quasi che il toscano
considera quella sua ostinata resistenza come una virtù, detta la
moderazione nei desiderj, la rassegnazione, ed il sapersi accontentare
di poco.
Il governo gran ducale toscano fu sempre il più mite fra i governi
dispotici che fecero per tanti secoli strazio dell'Italia. Il sovrano
che conosceva personalmente una grandissima parte dei suoi sudditi
conosceva e praticava con perfezione quelli artifizj di modi e di
espressioni che toccano il cuore dei semplici, e rivestono agli occhi
loro l'aspetto della benevolenza e della umiltà. Una passeggiata per le
vie della città in abito borghese, e senza seguito apparente; una parola
detta familiarmente ad un popolano, un soccorso largito in tempo
opportuno ad un bisognoso, erano i mezzi con cui si mascherava agli
occhi delle popolazioni il vicerè austriaco, il depositario delle
massime imperiali. Una penna toscana gli strappò la maschera e lo
presentò al popolo deluso in tutta la laidezza di un ipocrita tiranno,
ma il popolo toscano rise della strana figura che gli si mostrava per la
prima volta, ritenne nella memoria il mirabile ritratto di quello; _che
non è, nella lista dei tiranni, carne nè pesce_; ma non cavò
insegnamento alcuno dallo spettacolo, e forse noverò fra le virtù del
sovrano la indulgenza con cui si lasciava dipingere coronato di papaveri
e lattughe e permetteva a lui di ridere del dipinto.
Le popolazioni degli antichi stati romani, ammontano a circa due
milioni; sono povere come tutte le popolazioni italiane, non posseggono
industria di sorta, non si dedicano al commercio; e vivono su di un
suolo quasi interamente incolto. Una gran parte dei poderi rurali, ed il
terreno che circonda i villaggi, erano sino al 59 od al 60 posseduti
dalle manimorte, ossia dalle corporazioni religiose o dalla chiesa. Tali
possidenti non avendo nè molti bisogni, nè aspirazioni ambiziose, ma
accontentandosi per lo più di mangiar bene e di essere al coperto dalle
intemperie delle stagioni, al che provvedeva d'altronde la pietosa
generosità dei fedeli, l'agricoltura era da essi trascurata e negletta,
ed il viaggiatore che attraversava dieci anni sono le Romagne, le
Legazioni, ecc. ecc., vedeva con dolore e con raccapriccio i villaggi
situati nelle vicinanze degli innumerevoli conventi, o monasterj,
squallidi, in rovina, schifosamente sudici, ed abitati da infelici che
sembravano piuttosto cadaveri che viventi. — Piaghe di siffatta natura
non si medicano in pochi anni, e tutto, meno le strade, è tuttora da
farsi in quelle provincie. —
Il difetto principale dei governi costituzionali, è la debolezza della
loro iniziativa. In qualsiasi direzione quei governi intendino di
volgere le popolazioni, dessi trovansi ad ogni passo, o possono trovarsi
in urto colle individuali volontà; e la prospettiva stessa di tali
incontri basta a paralizzare le patriotiche intenzioni dei governi
costituzionali anco più energici. — Non dubito che il nostro il quale
non pretende ad una eccessiva energia, avrà risentito i frigidi effetti
di simili previsioni; ma forse ch'esso incontrerebbe minori ostacoli
fralle popolazioni degli antichi stati Romani che non fra quelle del
rimanente d'Italia. I già sudditi della chiesa hanno sofferto assai, non
solo moralmente, ma fisicamente eziandio e stanno ora aspettando
pazientemente il compenso del lungo passato. — Materialmente la sorte
loro deve aver peggiorato coll'acquisto della libertà poichè sono ora
gravate di forti imposte, e nessuna nuova via fu ad essi aperta per
guadagnare il denaro che pagano allo stato. — Eppure nessuno sintomo di
malcontento apparve mai in quelle provincie. — I Romagnuoli non hanno
speso nè in puerilità nè in frivolezze la esuberante gioja del loro
riscatto. — Se ne rallegrarono e se ne rallegrano tuttavia con maschia
gravità, come gente che non si crede in diritto di ottenere
gratuitamente i due più preziosi doni a cui un popolo possa aspirare, la
libertà e la indipendenza ma è preparato invece a pagarli a caro prezzo.
— Tali erano nel 60; tali sono oggi e gli Italiani tutti potrebbero
senza derogare prendere esempio dal contegno dei già sudditi della
Chiesa.
Delle provincie Napoletane e delle loro popolazioni si è parlato assai,
e parmi, dietro osservazioni troppo superficiali. — Il brigante feroce
superstizioso e stupido, ed il Lazzarone inerte più che mezzo ignudo, e
per tre quarti selvaggio, sono i due tipi dietro i quali ne raffiguriamo
generalmente i Napoletani, seppure non vi si aggiunge un Principe o un
Duca senza denaro, giuocatore, libertino, duellista e poco amante della
guerra. — Non nego che tali tipi si incontrino più frequentemente nelle
provincie Napoletane che altrove; ma in questi si spiegano ingranditi ed
esagerati i difetti di tutti i popoli meridionali, e di quelli in
particolar modo che non conobbero mai i vantaggi risultanti dalle virtù
a tali difetti opposte. — Ma siffatte esagerazioni dei difetti comuni ai
popoli meridionali, non sono da imputarsi al popolo Napoletano in massa.
— Se v'ha una provincia d'Italia in cui la libertà e la indipendenza
abbiano già prodotto dei risultati evidenti, oltre la costruzione di
nuove strade, di nuovi ponti e di nuovi edifizi, quella è la provincia o
per dir meglio lo stato Napoletano. Il tipo Lazzarone che viveva di
maccheroni e di angurie, e dormiva in un canestro, è quasi interamente
scomparso, trasformandosi e confondendosi nei pescatori. — L'immondezza
delle pubbliche vie di Napoli degli atrj, dei cortili e persino delle
scale dei più sontuosi palazzi scomparve anch'essa vinta dalle cure
della edilità municipale, e del concorso che la immensa maggioranza di
ogni classe di popolo gli prestava che se tale concorso non avesse
esistito, o nulla o a ben poca cosa avrebbero giovato le misure della
edilità.
Nel corso dei sei anni passati per Napoli sotto il benefico, ma talora
pericoloso regime della libertà, il popolo Napoletano non ha tentato una
sola volta di abusarne. — Desso ha accettato le leggi, i regolamenti, le
istituzioni, i decreti che gli furono imposti, sottomettendosi al peso
ed agli inconvenienti degli uni, e cavando vantaggi da altri con una
spontanea docilità, ed una costante prudenza che da lui non si
aspettava. — Si è sempre parlato della innata vigliaccheria del
Napoletano, ma qui ancora i vecchi motteggi, ed i rancidi pregiudizii
ebbero una solenne mentita. — La guerra del 66 fu combattuta dai
Napoletani quanto da tutte le altre popolazioni Italiane, e nessun
episodio fu narrato sin qui che testimoniasse della timidezza imputata
ai Napoletani. — Le nostre sventure durante quella guerra furono la
conseguenza della poca esperienza o della incapacità di alcuni capi, non
già del difetto di valore della bassa forza; e fra i generali di una
certa età e di un certo grado, quello che forse più d'ogni altro diede
di sè, del suo sapere del suo valore prove migliori, si fu un generale
Napoletano, il Nunziante, Duca di Mignano. — La classe che in Napoli si
è mostrata sin qui meno intelligente dei proprii interessi, e meno
tenera di quelli del paese, è la così detta aristocrazia. — In Napoli si
trovano meglio distinte che altrove le tre classi sociali che compongono
oggidì le nazioni civili; la aristocrazia cioè; la borghesia, o classe
di mezzo, ed il popolo. — Sotto il dominio dei Borboni, la prima e
l'ultima erano le predilette della corte; quella perchè rassomigliava e
conseguentemente simpatizzava di più coi membri della reale famiglia; sì
gli uni che gli altri ignoravano presso che tutto ciò che avrebbero
dovuto conoscere; consideravano questa loro ignoranza come un privilegio
della elevata loro condizione, e guardavano con ischerno e compassione
agli sforzi che le classi inferiori facevano per acquistare il sapere
ossia come quelli dicevano per guadagnarsi il pane. — La famiglia reale
e la aristocrazia avevano comuni gli interessi, le speranze, i
desiderii, i timori. — Il godimento materiale della vita, l'incremento
delle loro ricchezze; la soddisfazione della puerile loro vanità
componevano lo scopo della loro esistenza. — La nobiltà Napoletana stava
attaccata alla stirpe Borbonica, come a quella inesausta sorgente di
godimenti, e di onori che ne accarezzavano la vanità; mentre il sovrano
e la famiglia di lui si specchiavano nella nobiltà, come in quella
classe di persone che si divertiva dei divertimenti loro, nulla
desiderava di ciò ch'essi temevano, e dalla cui bocca non esciva parola
che contrastasse coi loro pensieri.
La classe infima della plebe Napoletana occupava il secondo posto nelle
reali affezioni. — Romorosa nelle sue dimostrazioni, ma inocua nelle sue
azioni, la plebe dei così detti Lazzari fanatica come presso che tutte
le ignoranti moltitudini, era assolutamente in balìa del clero e dei
frati che la volgevano e rivolgevano a loro capriccio. — Il re sapeva
qual uso facesse il clero di tanto dominio, e si maneggiava in modo da
tenerselo amico. — I Borboni d'altronde superstiziosi anch'essi non meno
della plebe, erano pure un docile strumento nelle mani del clero, la cui
ignoranza presso che eguale a quella dei principi e dei lazzaroni, gli
permetteva di prestar qualche fede ad alcune delle cose ch'esso
insegnava come dommi religiosi. — Tutte queste ignoranze erano fra di
esse alleate, e dirette ad un medesimo fine, il perpetuarsi della
società del medio evo, e l'impedire ogni progresso sì intellettuale,
come morale o materiale. — Perciò ottenere il clero aveva bisogno
dell'appoggio reale; ed il re non poteva sostenersi senza quello del
clero. — Consapevoli l'uno e l'altro di tale reciproca dipendenza, non
ad altro tendevano che a trarne vantaggio nel miglior modo possibile,
per difendersi da quel formidabile progresso che agli occhi loro
rappresentava il più orrendo cataclisma, la distruzione dell'edifizio
sociale, lo scatenamento di tutte le fiere del creato sotto nome di
filosofia, di diritto, di civiltà, di libertà, di indipendenza, di
eguaglianza, di tolleranza, di filantropia, ecc. ecc; e per catastrofe
finale, una guerra accanita contro il sacerdozio, cioè contro Dio e la
religione, un macello di frati e di monache, il saccheggio degli altari,
e le porte dell'inferno spalancate per inghiottire la moltitudine delle
anime feroci ed empie i cui corpi più non potevano contenerle. — Per
coloro che di buona fede vedono il moderno incivilimento sotto tale
aspetto non è da meravigliarsi se mettono tutto in opera per impedirne
il corso. — E non pochi fra i nemici della moderna civiltà, sono di
buona fede, o per lo meno credono ciò che venne loro insegnato, e
trovando in tale credenza il loro vantaggio non si sforzano di scoprire
se riposi quella sul vero o sul falso.
Pei Borboni, per la nobiltà e pel clero napoletano, il progresso era
personificato nel ceto di mezzo ossia nella borghesia. — Una certa somma
di coltura intellettuale è necessaria per formare degli avvocati, dei
medici, degli ingegneri, e persino dei militari; e sebbene i tre corpi
che governavano in Napoli avessero volontieri fatto di meno di tutte
quelle dotte professioni, e si fossero contentati di non avere sotto di
essi altri che lazzaroni, pure conoscendo che la totale soppressione del
ceto medico e della sua coltura intellettuale era cosa impossibile,
dessi si limitarono sebbene con rammarico, a combattere questi
rappresentanti del sociale progresso, perseguitandoli, ponendo ogni
sorta di ostacoli sulla loro strada, mantenendoli per quanto il potevano
nella condizione stessa in cui si erano trovati gli avvocati, i medici,
gli ingegneri, ecc. ecc. dei secoli passati, ed aizzando contro di essi
i pregiudizii e le passioni indomite della plebe.
Sintanto che le cose rimanevano in quello stato, il Re si teneva per
certo di trovare, quando ne abbisognasse, il popolo armato in sua difesa
e nemico dei suoi nemici; e la nobiltà siccome il clero avendo gli
interessi comuni colla corte, fidavano anch'essi nelle armi che
avrebbero consegnate ai lazzari in un momento di crisi rivoluzionaria e
si confortavano pensando che il popolano così affezionato al suo Re e
così devoto al clero avrebbe resistito a tutte le seduzioni del partito
liberale.
Già sul finire dello scorso secolo, i lazzari si erano mostrati quali li
volevano il Re, la nobiltà ed il clero, e se nel Maggio del 48 il sangue
cittadino non fu sparso in tanta copia, quanto nei giorni di
Championnet, non fu quella parsimonia da attribuirsi alla clemenza del
popolo, ma bensì alla debolezza della resistenza che ad esso opposero i
liberali, che in picciol numero erano rimasti in Napoli, mentre
pressochè tutti correvano verso il Po ove speravano combattere e vincere
l'austriaco.
Intanto sì il Re che la nobiltà ed il clero si confortavano colle
dimostrazioni popolari che consideravano come sintomi importantissimi
dello stato della pubblica opinione. — Quando il Re compariva a Chiaja o
a S. Lucia era salutato con acclamazioni frenetiche dei
lazzari-pescatori, ed esso rientrava nel suo palazzo convinto che il suo
popolo lo adorava, e sicuro di trovar sempre una valida difesa contro il
liberalismo ed i liberali, in quei semplici, ma fedelissimi petti. — La
nobiltà divideva le illusioni del sovrano, e ben sapendo, che la
privilegiata di lei condizione si manterrebbe quanto il potere assoluto
del principe, dessa si stimava solidamente stabilita e secura. — Il
clero anch'esso vedeva sempre lo stesso concorso di popolo nella chiesa
di S. Gennaro il giorno del famoso miracolo; udiva le stesse preghiere,
le stesse promesse, improperi ed acclamazioni secondo che il sangue era
più o meno pronto a bollire, vedeva la stessa moltitudine seguirlo nelle
processioni, la stessa calca nelle chiese, ai confessionali, dinanzi
agli altari; vendeva lo stesso numero di reliquie, di messe,
benedizioni, indulgenze, candele o acqua benedetta, ecc. ecc., e si
confortava pensando che la fede non era scemata malgrado i tentativi e
gli sforzi dei liberali, e dicendosi che molti secoli passerebbero
ancora prima che si riescisse a trasformare il lazzaro napoletano, in un
cittadino civile, istruito e spregiudicato.
Erravamo tutti. — Nè il re, nè la nobiltà nè il clero distinguevano ciò
che vi era di semplicemente drammatico in quelle dimostrazioni popolari,
da ciò che vi era di veramente sentito. — Il popolo napoletano era
favorevolmente inclinato al suo re perchè ne riceveva qualche parola o
qualche tratto famigliare, e perchè il despotismo borbonico non pesava
direttamente sopra di lui. — Era disposto verso la nobiltà ad un
dipresso come verso il suo re ed il clero gli appariva come una
categoria di esseri qualche poco soprannaturali, capaci di operare
alcuni miracoli, ed in relazioni segrete ma dirette cogli abitanti del
paradiso.
Sapeva altresì che le sue acclamazioni, e le sue romorose dimostrazioni
riescivano assai gradite a quei tre ordini di persone, la corte cioè, la
nobiltà ed il clero, che le rimuneravano con qualche largizione o con
altri favori, e siccome il porsi in iscena facendo dimostrazioni,
acclamando, urlando e schiamazzando è cosa che nulla costa al popolo
napoletano, così tanto la corte quanto il clero e la nobiltà erano
sempre salutati dalla plebe con eguale entusiasmo.
Ma le società segrete e gli emissarii di esse non trascuravano allora la
educazione politica del lazzarone. — La classe media della popolazione
apparteneva quasi per intiero a quelle società segrete, ed andava
ispirando al popolo con cui mantenevasi in relazioni strette e
famigliari, l'odio dello straniero e dei suoi strumenti, l'amore della
libertà e della gloria, e l'entusiasmo per quel Garibaldi il cui valore
emulava la potenza del clero nel far miracoli, il che eccitava nel cuore
dei lazzaroni un ardente desiderio di vedere e di acclamare quel
prodigioso eroe, ed un certo raccapriccio al solo pensiero che il
Borbone imponesse loro di combatterlo.
I progressi delle istruzioni e delle intimazioni date dal ceto medio al
basso popolo, apparivano nella agitazione che subentrava alla naturale
indolenza del popolo napoletano. — Il governo borbonico confiscava i
giornali che trattavano delle cose d'Italia, e credeva con ciò di
mantenere il popolo in quella assoluta ignoranza di cui si era fatto uno
scudo; ma gli emissarii delle segrete associazioni spargevano a voce le
notizie meglio adatte all'umore ed al carattere di quelle plebi;
raccontavano i combattimenti e le vittorie conseguite sull'austriaco, la
confusione e lo spavento del nemico, le prodezze del re Vittorio e di
Garibaldi che apparivano come altrettanti Orlandi, presentavano alla
immaginazione di quel popolo, un quadro così seducente che al confronto
di questo impallidiva e si oscurava lo splendore delle cerimonie
religiose, i miracoli di S. Gennaro ed altri, ed il magico sfarzo delle
feste di corte.
Ognun sa come Garibaldi entrò a Napoli, accompagnato soltanto dal suo
stato maggiore, e come attraversasse le vie ingombre di popolo e di
soldati borbonici, salutato dalle entusiastiche acclamazioni di quelli
su di cui faceva appunto il re per combatterlo. — Non un colpo di fucile
fu tirato quel giorno a Napoli; e fu questo per noi grande ventura,
poichè cessato l'incanto che attraeva quelle moltitudini a Garibaldi,
troppo facile cosa sarebbe riescita l'impadronirsi di lui e lo
annientare tutti gli effetti della spedizione Siculo-Napoletana.
Fortunatamente però, l'incantesimo non fu rotto. — I soldati borbonici
si ritirarono a Gaeta ove li aspettava il re, ed il popolo lasciato in
balìa di sè medesimo, si abbandonò all'ebbrezza della sua gioja e della
sua ammirazione per quell'eroe ch'era venuto per così dire disarmato a
liberarlo.
Da quel momento sino ad oggi, Napoli ha subìto le varie peripezie che
subiva il rimanente d'Italia; ma non ha dato segno di essersi pentito di
quella sua rapida trasformazione. — Non camminò con passo veloce sulla
via del progresso e della civiltà; ivi, non meno che altrove va
deplorata la inerzia delle classi educate e colte; che poco o nulla
hanno tentato per riscattare la plebe dalla sua secolare ignoranza. —
Pure un certo quale progresso è evidente per chi visita oggi Napoli, e
si ricorda come lo aveva lasciato alcuni anni addietro. — Le vie
principali della città sono sgombre dalle immondezze e dai rottami che
le disonoravano altre volte; alcuni ampj ed eleganti magazzini di
stoffe, di ornamenti in oro o in corallo, adornano invece la città, e
gareggiano già in estensione ed in lusso coi principali magazzeni di
Parigi e di Londra, il popolo quasi ignudo che giaceva disteso in terra
sulla sponda del mare, e sul lastrico delle contrade, è pressochè
interamente scomparso. — I bambini di quei padri non istanno più li
interi giorni rotolati ed aggruppati sui marmi delle chiese per godere
un poco di fresco, intento favorito dal modo loro di vestire che
consisteva nella assenza completa di qualsiasi pezza di tela o di stoffa
che ne coprisse il corpo o le membra. — Da tutto ciò si vede che il
popolo Napoletano, non ignora da qual lato dell'orizzonte spunti il sole
del viver civile, e desidera uniformarsi anch'esso alle leggi della
civile società.
Diciamo ancora che il Napoletano sottoposto per la prima volta a gravose
imposte, condotto sul campo di battaglia per difendervi dei principii a
lui poco noti ed apparentemente estranei ai suoi interessi, non ha mai
dato segno di malcontento; e meno ancora di tendenza alla ribellione.
Tutto ciò ne dà liete speranze per l'avvenire, e poichè Napoli si mostra
così bene disposta a lasciarsi guidare ed a porre la sua fiducia nel
senno altrui, piuttosto che nei suoi naturali istinti, e nelle sue
proprie impressioni, tanto più deploriamo la lentezza con cui il nostro
governo e le classi più colte e più facoltose della popolazione si
occupano di fondare associazioni ed istituzioni dirette alla educazione
ed alla istruzione del popolo. Che cosa non siamo noi in diritto di
aspettare da un popolo che per tanti secoli corrotto e depravato di
proposito da un iniquo ed assurdo governo, acquistata in un giorno la
illimitata libertà che si compete soltanto alle più incivilite nazioni,
non abusa di così gran dono, e si sottopone di buona voglia a tutti i
sacrificii che sono come il prezzo della sua libertà!
Non possiamo tributare le medesime lodi alla Sicilia. — Ivi la
corruzione si mesce alla naturale ferocia di una popolazione derivata in
parte dall'Arabo, e quell'isola che fu un giorno popolare e ricca oltre
ogni credere, non ha fatto sin qui uso della acquistata libertà se non
per compiere atti che non si possono paragonare che alle carnificine del
medio evo, o dei popoli selvaggi. — La camorra che alleata al
brigantaggio nel Napoletano, ritardava il progresso di quelle
popolazioni verso la civiltà, opprime e disonora la Sicilia con una
impudente tirannide che non ha pari. — L'isola che per due terzi della
sua estensione è posseduta dalle corporazioni religiose e dalle
manimorte, è pressochè deserta, ed è del tutto incolta. — La legge si
sforza invano di ridurre sotto il suo scettro i Siciliani, che vi si
sottraggono colla più odiosa violenza, minacciando di morte, e non sono
le loro, vane minaccie, i magistrati, ed i testimonii che potrebbero
convincerli di innumerevoli delitti. — La missione della polizia non può
essere adempita poichè un sistema di falsificazione di tutti gli atti
civili, seguito da lunghissimi anni rende vana qualsiasi vigilanza della
autorità. — I depositarii degli atti civili di nascita, di morte, di
contratto, matrimonio, ecc. ecc. avevano per costume di riempire varii
fogli di carta per ogni uomo che temeva la luce del giorno, e l'esame
della sua condotta. — Sopra uno di quei fogli l'individuo di cui
trattavasi, era presentato come vivo; su di un altro come morto; sopra
un terzo figurava come del sesso femminile; e quando le nuove autorità
mandavano ispettori a verificare lo stato civile di un sospetto, gli si
presentava ora l'uno ora l'altro di quei fogli, secondo lo richiedevano
le circostanze. — La colonna mobile che durante gli scorsi anni ebbe per
missione di purgare la Sicilia dalle orde di briganti che la
infestavano, operò milaottocento catture, ed i catturati erano pressochè
tutti assassini di molte vittime, esseri che dell'umana natura
conservavano appena l'aspetto, e questo ancora corrotto e degradato. —
Non parlerò della strana ostinazione colla quale i Messinesi inviarono
per tre volte al Parlamento il contumace Mazzini sebbene dal Parlamento
stesso avvertiti della illegalità di tale elezione. — Non parlerò degli
ultimi fatti di Palermo in cui un popolo ferocemente fanatico ed
istigato dallo spirito di vendetta che disonora pur troppo una gran
parte di quel clero ignorante e sensuale, commise delle atrocità che non
mi regge il cuore di descrivere; ma osserverò soltanto che un popolo il
quale si vale della recentemente acquistata libertà, per assimilarsi
alle fiere, ha bisogno di una rigorosa tutela, e di severe repressioni.
Pure anche in mezzo a sì luttuose scene, ed a così colpevoli eccessi, il
naturale facile al progresso, e l'ingegno aperto agli insegnamenti
morali e civili, si scorge chiaramente nel popolo Siciliano. — La
vigliaccheria non è un vizio in cui lo trascinano gli altri molti vizii
di cui è preda. — Tutti gli uffiziali che ebbero sotto gli ordini loro
dei soldati Siciliani, li dichiarano valorosi, e riconoscono altresì che
l'indole loro, cupa dissimulata e crudele, si dirada e si emenda sotto
l'influenza della militare disciplina. — Dicono essi che il soldato
Siciliano tornando alle proprie case vi porta dei germi fecondi di
moralità, ed una certa quale inclinazione al bene a cui era affatto
estraneo quando rivestiva per la prima volta la divisa militare.
I soldati licenziati potranno diventare i primi maestri del vivere
civile pei loro concittadini, ma se ad essi è lasciata esclusivamente la
missione di civilizzare la Sicilia, l'ardua impresa non sarà compita in
un secolo. — Un uomo si è distinto in Sicilia per l'ingegno,
l'operosità, la moralità ed il patriottismo, e quest'uomo è oggi
Prefetto di Palermo. — Ciò dimostra che il governo è ansioso di
impiegare gli strumenti di civiltà che gli fornisce il paese. — Ma desso
non può crearli. — Ora spetta a tutti coloro che si sentono superiori
alle basse passioni del volgo e capaci di cooperare fosse pure
menomamente alla riforma di uno stato sociale così miserabile e
vergognoso, il concertarsi fra di essi, ed il dedicarsi a sì nobile e
così sacrosanta impresa.
Fondare delle scuole non solo pei fanciulli, ma per gli adulti altresì,
ed ivi invitarli colla seduzione di insegnamenti variati e dilettevoli a
cui non rimarranno a lungo indifferenti quelle nature curiose, e quelle
menti accessibili ad ogni raggio di luce. — Stabilire dei piccoli centri
di industrie, ove, sì gli uomini come le donne, trovino delle
occupazioni poco faticose ed un guadagno equamente ripartito. — Aprire
dei magazzini così detti cooperativi, in cui il compratore venga messo a
parte dei profitti del venditore, e che rendino impossibile le congiure
fra questi ultimi per ispogliare i primi, raddoppiando e triplicando il
prezzo degli oggetti di prima necessità. — Nè vorrei si trascurasse o si
sdegnasse di procurare a quelle popolazioni qualche opportuno
divertimento che avesse per effetto di rasserenarne gli animi, e di
ammansarne i costumi. — Insegnerei loro un po' di musica e le
addestrerei a cantare dei cori, che il pubblico si recherebbe volontieri
ad udire quando anche non si ammettesse se non pagando una frazione
qualunque di franco, che verrebbe poi distribuita ai cantanti. — Questi
tentativi, queste misure, debbono essere modificate in modo da adattarle
ai variati caratteri delle popolazioni; ma qualunque istituzione avente
per iscopo di occupare quelle genti, e di addolcirne i costumi senza
aggiungere nuovi vizii agli antichi, sarebbe benefica, e la esperienza
indicherebbe presto quali modificazioni convenisse introdurre nel piano
primitivo. — Vediamo ora quali sono i progressi già eseguiti in Italia,
dal 60 in poi, e quali mezzi impiegava il nostro governo per
realizzarli.
I due principali strumenti di civiltà, di cui dispone un governo posto
nelle condizioni in cui trovasi il nostro, sono la costruzione di nuove
strade e lo stabilimento di scuole popolari. — I governi che lo
precedettero, e che avevano per unico oggetto degli atti loro il
mantenersi nella autorità di cui facevano così deplorabile uso,
trascuravano di proposito quei due elementi del nazionale incivilimento,
e perchè avrebbero voluto circondare i loro Stati di un muro
inaccessibile come quello della China, e perchè tanto la costruzione di
nuove strade come lo stabilimento di nuove scuole popolari costano molto
denaro. — Nelle provincie meridionali del Napoletano, siccome nella
Sicilia, le strade esistevano soltanto nei conti del Ministero dei
lavori pubblici; ma in fatto, il percorrere la pittoresca Calabria, era
altrettanto difficile, faticoso e pericoloso, quanto il percorrere il
centro dell'Affrica o dell'Asia. — Nelle parti centrali e settentrionali
d'Italia la stessa condizione di cose non era possibile, e perchè non
poche strade vi erano state costrutte dai precedenti governi, ed in
ispecie dal Napoleonico, e perchè l'incessante concorso di forestieri,
che visitano ogni anno quelle contrade, avrebbe reso impraticabile
l'abbandono dei mezzi di comunicazione dai paesi loro all'Italia, o per
lo meno avrebbero trasformato quell'abbandono in uno scandalo europeo. —
Fu dunque mestieri che l'Austriaco si rassegnasse a lasciare alle sue
provincie d'Italia il benefizio che dalle opere dei suoi predecessori
ricavavano; e lo stesso fece per le scuole comunali, ch'erano
istituzioni dell'imperatrice Maria Teresa, e che ebbero per effetto di
mantenere i contadini lombardi in una condizione morale ed intellettuale
assai meschina per vero dire, ma superiore a quella delle popolazioni
rurali del rimanente d'Italia, tranne però delle toscane.
Le ragioni medesime, che avevano indotto i sovrani assoluti d'Italia a
non costruire nuove strade, e a non aprire nuove scuole, traevano il
governo nostro a dotare senza frapporre indugio il paese così delle une
come delle altre.
Una circostanza speciale rendeva vie più importante pel paese nostro,
che le lacune lasciate espressamente dall'Austriaco nel sistema delle
nostre strade fossero colme. — Voglio dire delle strade ferrate, che
cangiarono radicalmente la condizione materiale, morale, intellettuale
ed economica di tutte le nazioni che le adottarono, e di cui avevano
soltanto alcuni stralci, ed alcuni progetti, contro la cui esecuzione
tanti ostacoli andavano mano mano sorgendo, che un secolo non sarebbe
bastato ad appianarli. — La ferrovia da Milano a Venezia era terminata
nel 59, ma eransi impiegati più di venti anni a costruirla. — Del
rimanente, alcuni chilometri da Milano a Monza, a cui si erano aggiunti
coll'andar dei tempo altri non molti chilometri che mettono a Como: ecco
in che consistevano in quel tempo le ferrovie lombarde. — Il Piemonte
n'era assai meglio fornito; e la toscana, anch'essa, sebbene le sue
ferrovie fossero esclusivamente destinate a facilitare le relazioni e le
comunicazioni dall'una all'altra città toscana, e non importasse di
congiungerle con altre ferrovie delle varie provincie italiane. — Egli è
bensì vero che le ferrovie toscane avrebbero potuto congiungersi
soltanto con quelle dell'Italia settentrionale, o per meglio dire con
quelle del Piemonte; poichè nelle provincie situate al mezzodì della
Toscana le ferrovie erano tuttora limitate a pochi chilometri, i
dintorni di Napoli e gli Stati pontificii serbandosi mondi da quelle
abbominevoli invenzioni della scienza moderna.
Nel 1859 tutte le provincie che formarono il regno d'Italia possedevano
complessivamente 1,472 chilometri di strade ferrate, e fra queste erano
comprese le ferrovie del Piemonte che ammontavano ad una gran parte di
quella intera cifra. — Nel 1863 si erano aggiunti 1,287 chilometri di
nuove strade ai 1,472 del 59; e noverando quelle allora in via di
esecuzione, ammontavano a 4,464 chilometri; e quelle che debbono essere
terminate nel 1869 non saranno al di sotto di 8,057 chilometri, cioè un
terzo di più che non ne possiede la Francia e circa il triplo
dell'Austria, proporzionalmente alla estensione del loro e del nostro
territorio.
Giova poi osservare che la configurazione fisica dell'Italia presenta
molti ostacoli alla costruzione di ciò che chiamasi una rete di strade
di ferro. — Nelle vaste pianure del Belgio e dell'Olanda, come pure in
quelle della Francia, segnate unicamente da leggiere ineguaglianze del
terreno, i bisogni e la convenienza delle popolazioni sono le sole
circostanze che si debbono prendere in considerazione per volgere in
quella o in questa direzione una ferrovia. — Ma nella Italia, ossia su
quella sterminata catena di monti che si chiamano l'Apennino, e che
s'estendono sino a' suoi tre litorali, difficilissima riesce
l'introduzione di una ferrovia fra quelle cime e quelli abissi. — Prova
ne siano le strade da Torino e da Milano a Firenze, nella costruzione
delle quali, sebbene si arrischiassero salite e discese come nessuna
altra ferrovia le aveva prima tentate, si dovette percorrere per lungo
tratto il letto di un fiume o torrente che sia, di modo che i
costruttori medesimi confessavano, che le riparazioni della ferrovia la
toglierebbero per gran parte d'ogni anno alla pubblica circolazione.
Per le strade ferrate del Napoletano, per quelle principalmente che
debbono estendersi nelle Calabrie ed altre provincie situate al
mezzogiorno di Napoli, le difficoltà saranno fors'anche maggiori; e per
parlare soltanto di contrade a tutti ben note, ricorderò quanti ostacoli
incontrano i costruttori delle strade che legano a Genova le sue due
riviere.
Anche in Sicilia le ferrovie in gran parte non sono costrutte; e le
strade ordinarie sono in picciol numero, e senza un concetto che le
leghi fra di esse e le utilizzi. — Ora però si contano in quell'isola
chilometri 114,779 di strade aperte al carreggio, e se ne debbono
eseguire altri 166,840. — Quanto alle ferrovie, la Sicilia già ne
possiede la lunghezza di 708 chilometri: cioè 160 da Palermo a Trapani,
passando per Marsala; 280 da Palermo a Catania; 145 da Messina a Catania
e a Siracusa; 76 da Girgenti a Licata; e 46 da Caltanisetta a Girgenti.
Anche le provincie napoletane posseggono a quest'ora un ricco tesoro di
ferrovie; poichè queste comprendono poco meno di due mila chilometri,
che si legano alle ferrovie dell'Italia centrale e settentrionale, per
cui può dirsi che il problema di ravvicinare le funeste distanze che si
opposero mai sempre all'unificazione d'Italia è stato sciolto nel corso
degli ultimi sette anni. — Simili colossali imprese non si eseguiscono
senza adequati sagrifizii; e le strade italiane, le ferrovie in ispecial
modo, hanno costato e costano tuttora, in guarentigia d'interessi dei
capitali impiegati dalle società, ingenti somme di denaro.
V'ha chi biasima il nostro governo perchè si accinse senza frapporre
indugio ad opere di tale immensità, ed il cui costo oltrepassava i mezzi
dei quali disponeva allora. Ma vi sono delle circostanze in cui la
volgare prudenza è più pericolosa della massima temerità, e coloro, che
avrebbero consigliato al nostro governo di costruire lentamente ed
economicamente le nuove vie di comunicazione fra le varie e distanti
provincie italiane, non riflettono che tali opere dovevano
necessariamente essere compite prima che si pensasse a combattere
l'Austria, e a torle quella parte del nostro suolo ch'essa calpestava
tuttora dopo il nostro riscatto. Chi prese parte, o fu soltanto
spettatore della guerra del 66, può dire di quale vantaggio riescissero
quelle ferrovie, che da una estremità della penisola all'altra
portavano, in poche ore, notizie, reggimenti, artiglierìe, munizioni da
guerra, ecc. ecc. — La guerra fu breve; e sebbene il successo d'ogni
particolare fatto d'armi non fosse a noi favorevole, il successo finale
della guerra stessa oltrepassò le nostre speranze, cosicchè non
esperimentammo grandi rovesci. Ma se le cose fossero andate altrimenti,
se fossimo stati costretti a ritirate forzose e rapidissime dal campo di
battaglia, a cangiamenti repentini di piani, a cercare rifugio e
salvezza dietro le mura delle nostre fortezze, la mancanza di strade
avrebbe potuto cagionare la nostra rovina. Un governo posto a fronte di
eventualità di così gran momento, deve prevedere ogni possibile
accidente e star parato a combatterlo. La guerra dell'Italia contro
l'Austria, fatta prima che l'Italia possedesse i mezzi di comunicazione
fra le sue diverse parti, sarebbe stata una deplorabile follia, e poteva
recarne incalcolabili ed irremediabili pregiudizii.
L'Italia, sebbene abbondi di catene di altissimi monti, e possegga
conseguentemente molte sorgenti, ed i vasti serbatoi che sono le nevose
cime dei monti medesimi, non può comporsi un sistema conveniente di
navigazione interna. — Ciò dipende in gran parte dall'altezza de' suoi
monti, e dal poco spazio lasciato al declivio di essi per giungere al
mare ove tendono. — Per tal modo i nostri fiumi percorrono dalla
sorgente alla foce loro un breve e precipitoso cammino, spinti e
risospinti di balza in balza, senza potersi mai distendere nè
tranquillare le loro acque attraversando una vasta pianura, come avviene
dei fiumi della Francia, dell'Inghilterra, del Belgio e di tante altre
contrade; per cui questo utilissimo sostituto delle strade ordinarie e
delle ferrovie, per quanto almeno concerne il trasporto delle merci, la
navigazione interna dei fiumi o di canali che ne derivano, ne manca, e
probabilmente ne mancherà in perpetuo. — Un parziale compenso a tanta
mancanza possiamo trovarlo nella navigazione marina, detta di
cabotaggio, e che ha luogo lungo le coste del nostro litorale;
navigazione che presenta pochi pericoli, essendo le coste dei nostri
mari piuttosto basse e piane, ed offre grandi vantaggi, per la frequenza
dei porti, rade, ecc. seminati lungo le rive, che rendono l'approdo e lo
sbarco dei piccoli navigli, percorrenti quei mari, facili e securi.
Tutte le cure del nostro governo per far progredire le popolazioni
italiane verso la civiltà, non furono assorte dallo stabilimento dei
nuovi mezzi di comunicazione. — Le scuole popolari sono un potente
istrumento di civiltà, e queste sono ora numerosissime in tutta Italia.
— Già nel 1863 ne esistevano circa 30,000; e sebbene buon numero di esse
fossero di creazione anteriore al 59, nelle provincie meridionali però,
ed in Sicilia particolarmente, quasi tutte le scuole elementari pei due
sessi sono dovute al nostro governo; e gli sono dovute in due modi: e
perchè istituite da lui, e perchè sostenute quasi per intero a spese
dell'erario, mentre nelle altre provincie del regno molte scuole
elementari stanno a carico dei Comuni, ed altre non poche sono sostenute
da doni o da lasciti privati.
Se occorressero prove di fatto per dimostrare che tanta diffusione di
luce intellettuale è cosa assai recente, basterebbe il porre a confronto
di quelle 30 mila scuole il numero di analfabeti, che offuscano tanto
splendore. Fra un 1,397,924 di giovinetti dai 12 ai 19 anni, cioè della
età in cui dovrebbero avere terminati gli studi primarii, ed essere in
grado di passare alle scuole tecniche o alle scuole secondarie, 938,637
di essi sono tuttora analfabeti, mentre 61,800 sanno leggere soltanto, e
361,725 sanno leggere e scrivere. — Speriamo che questi infelici 938,637
siano fra i nati prima del 50, ed avessero per conseguenza oltrepassata
l'età in cui sogliono i fanciulli essere ammessi alle scuole primarie o
comunali, quando il benefizio di codeste scuole fu largito al paese; e
speriamo altresì che codesta enorme e vergognosa macchia nel nostro sole
vada rapidamente impicciolendosi, e venga in breve coperta dai raggi
sempre più splendidi che da esso si diffondono.
Oltre quel numero di scuole primarie, l'Italia contava già nel 63, 81
corpi scientifici ed accademie di scienze, lettere ed arti; 200
biblioteche; 10 osservatorii astronomici; 26 osservatorii meteorologici;
13 musei di archeologia; 13 società per la conservazione e
l'illustrazione dei monumenti; 12 deputazioni di storia patria; 20
istituti speciali di belle arti e di musica; 5 alte scuole di
perfezionamento; 19 università col corredo di 123 licei; 452 ginnasii
pubblici; 177 scuole tecniche; e 65 scuole magistrali pei due sessi;
tralasciando ancora di parlare delle scuole serali e delle festive,
aperte recentemente in pressochè tutti i Comuni rurali di Lombardia,
alle quali concorrono spontaneamente uomini di ogni età, e dove sono
loro gratuitamente insegnate dagli uomini più colti del villaggio, come
sarebbero il medico, il sindaco, il maestro ed il segretario comunale,
le prime nozioni di storia, di geografia, di storia naturale, ecc. ecc.
Giova osservare che alcune delle cifre testè accennate non hanno tutta
l'importanza che sembrano avere a primo aspetto. Quel gran numero di
università non significa precisamente che il numero degli aspiranti
all'insegnamento, che ivi si riceve, sia tale, che non bastino a
contenerlo meno di 19 Università. — Questo numero, veramente smisurato,
provviene dallo sminuzzamento che fece dell'Italia una agglomerazione di
tanti piccoli Stati, gli uni degli altri gelosi e discordi; ognuno dei
quali pretendeva di essere completo e perfetto nella sua picciolezza,
possedendo ogni forma esterna di istituzioni scientifiche e letterarie,
corpi insegnanti, ecc. Il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, la
Venezia, i due Ducati, il Bolognese, l'Umbria, la Toscana, e se non
m'inganno il Principato di Lucca, la Sardegna, il Napoletano, la
Sicilia, e non so se la repubblica di S. Marino, avevano ciascuna non
meno di una Università; ed i riguardi con che il governo nostro
nazionale ha creduto di dover trattare i pregiudizii autonomici delle
provincie italiane sono tali, che non si è peranco accinto a ridurre
questo superfluo numero di Università. — Lo stesso può dirsi
verosimilmente di alcuni degli osservatorii astronomici e delle
accademie letterarie, che erano considerate come un adornamento
distintivo di una capitale; ed ora non si tolgono per non far sentire
agli abitanti di coteste già capitali ch'essi sono decaduti da ciò che
ad essi o ad alcuno di essi può sembrare una situazione assai elevata.
Ma tali riguardi eccessivi non possono essere perpetuati, ed il numero
degli istituti scientifici o insegnanti sarà messo in armonia coi
bisogni del paese, cioè col numero degli studenti di esso.
Certo è però che se quel prodigioso numero di Università non ha tutto il
favorevole significato che gli si potrebbe attribuire, ciò non significa
per nulla che debba o possa farne arrossire; e se il numero dei nostri
corpi insegnanti oltrepassa i nostri bisogni, questo difetto di
proporzione non è cagionato dal recente scemarsi del numero degli
studenti, bensì dalle cangiate circostanze del paese, dal concentramento
nazionale, dalla distruzione di pressochè tutti i confini interni
d'Italia, e dal rapido accrescimento delle vie di comunicazione fra le
varie Provincie. Il numero delle Università italiane sarà
indubitatamente ridotto; dubito però che possa mai esserlo nella misura
della Francia e dell'Inghilterra, perchè la topografia e la figura
stessa della nostra Italia osta ad un sistema troppo assoluto di
concentramento. Se le provincie meridionali d'Italia come le Calabrie,
gli Abruzzi, Terra di Bari e di Otranto, la Sicilia, ecc. dovessero
mandarci i loro studenti a Pavia o a Padova, temo che finirebbero col
rinunziare ai vantaggi di una educazione universitaria.
Prima di procedere alla soppressione di alcune delle nostre Università,
conviene ponderare accuratamente quali fra di esse possono essere
impunemente tolte, cioè senza che si interrompano e facciano sosta i
progressi della pubblica e nazionale istruzione, che è quanto dire del
nazionale incivilimento.
Questo rapido esame dell'incremento, ch'ebbero negli ultimi pochissimi
anni i mezzi di comunicazione e d'istruzione popolare nel nostro paese,
ne presenta in vero molte sorgenti di conforto. Una considerazione però
tempra la soddisfazione, che vorremmo ritrarne; ed è questa la
influenza, anzi la ingerenza piuttosto accresciuta che scemata del clero
negli stabilimenti della pubblica istruzione. Eravamo preparati a
codesta preponderanza nelle provincie meridionali; ma i dati statistici,
ai quali mi riferisco per questo lavoro, non la mostrano minore nel
Piemonte, nella Liguria, nella Lombardia e nella Toscana, che nel
Napoletano e nella Sicilia stessa. — Se di tale scoperta non solo mi
meraviglio, ma mi rammarico, ciò non proviene da avversione al clero
cattolico, e molto meno poi da dispregio per la religione, di cui è
detto il ministro; ma soltanto perchè il clero può essere considerato a
buon diritto, meno qualche eccezione, irremissibilmente ostile
all'ordinamento oggi in vigore in Italia, e perchè tale essendo, i
nostri giovanetti a lui affidati non possono ispirarsi ai sentimenti di
lealtà, di gratitudine e di rispettosa fiducia verso il nazionale
governo, che si richiedono dai cittadini di un paese libero. — Il clero
cattolico è naturalmente avverso alle libertà civili, ch'esso confonde
talora colla libertà di pensiero e di coscienza, e che in ogni caso esso
tiene per indissolubilmente legate fra di loro, e non a torto. Io non
discuterò quì se più felice sia il popolo soggiogato civilmente e
intellettualmente, ma che non sente il peso del giogo a cui è avvezzo,
ed al quale si rassegna confortato da una cieca fede in tutto ciò che
gli insegna il suo clero; o il popolo liberale ed indipendente,
conquistatore dei proprii diritti e di essi pienamente conscio, ma a cui
fu tolto l'intimo conforto, ed il forte sostegno di quella cieca fede. —
Sono queste quistioni le mille volte discusse, senza ricevere una
soluzione che ponesse fine ad ulteriori dibattimenti. — Ma il nostro
popolo ha risoluto il quesito col fatto della sua scelta. Il popolo
schiavo ha voluto essere libero ed indipendente a qualsiasi costo; ed ha
realizzato diffatti questo suo ardentissimo desiderio. Oggi non si
tratta di decidere se a lui convenga di acquistare la libertà, o se sia
meglio per lui di rimanere qual era nel medio evo. — Trattasi d'imparare
a far buon uso dell'acquistata libertà; di preparare la vegnente
generazione al pieno godimento di quei beni che i padri suoi non seppero
che imperfettamente sviluppare. Trattasi di riunire, di fondere tutti
gli Italiani in un pensiero concorde di gratitudine pei singolari
benefizi ricevuti, e nella invariabile risoluzione di sottoporsi ai
maggiori sagrifizi, piuttosto che rinunziare alle conquiste fatte, o che
mostrarsene poco degni. Tale essendo la parte che spetta all'attuale e
alla futura generazione di Italiani, vorrei mi si dicesse che cosa
pensano e quale scopo si prefiggono i parenti che affidano la educazione
dei loro figli al clero, ed al clero regolare in particolar modo, cioè
al nemico delle nostre istituzioni, a quello che vorrebbe ricondurne
indietro sino alla servitù materiale ed intellettuale del medio evo, e
che ha missione dal suo capo spirituale e temporale, da quel capo
riverito e temuto, a cui nessun membro del clero cattolico può sottrarre
la menoma parte di sè stesso, ha missione, dico, di non transigere mai
coll'attuale ordine di cose in Italia, ma di creargli quanti ostacoli e
quanti nemici può. — Molti sono i padri che così pensano e che così
parlano del clero; eppure non pochi fra questi affidano i figli loro ai
Barnabiti, o a qualche altra corporazione religiosa, specialmente dedita
alla istruzione dei giovani. — Di tale singolarità essi si scusano
coll'asserire che i collegi tenuti dai laici sono così male diretti, e
la istruzione dispensatavi così meschina, che nulla può aspettarsi da
educazioni così condotte. Forse non sono senza fondamento tali critiche,
e tali osservazioni: tutto il sistema che ne diresse per tanti secoli, e
che era basato sul più rigido assolutismo, cadde in un'ora, e diede
luogo ad una illimitata libertà ossia ad una generale rilasciatezza. — I
primi effetti di così repentino cangiamento non ponno essere che tristi.
— Ma se invece di condannarli come tali, e di volgersi a ciò che rimane
dell'antico sistema, come se questo potesse convenire ad una nazione
libera, i padri di famiglia delle classi educate si applicassero ad
emendare i difetti dei collegi tenuti da laici, essi non andrebbero
incontro, e non esporrebbero i figli loro ad una serie d'incalcolabili
danni, col risospingerli nel passato; e ciò nel momento appunto che
questo passato crollò, e che ad esso subentrava un avvenire interamente
opposto a quello.
Che che ne sia delle molte imperfezioni ed incapacità nostre, delle
nostre impazienze, diffidenze ed inerzia, ecc. abbiamo fondate speranze
di un felice e glorioso avvenire. — Mettendo a confronto ciò che abbiamo
operato in questi ultimi sette anni, con ciò che operarono durante uno
spazio di tempo assai più lungo, cioè dal 1821 e dal 1831 sino ad oggi,
altri due popoli meridionali, repentinamente usciti di servitù ed
assunti all'onorato seggio di libere nazioni, voglio dire dei Greci e
delli Spagnuoli, troviamo occasione di confortarci, e di rinfrancarci
nelle nostre speranze. — L'Europa tutta parla dell'Italia come di una
nuova potenza di primo ordine, e chi ne avesse predetto dieci anni
indietro che di noi si sarebbe oggi portato siffatto giudizio, sarebbe
stato tenuto o per pazzo o pel più impudente degli adulatori.
Possano realizzarsi così le nostre speranze, come fu di gran lunga
superata sin qui la nostra aspettativa. Poche parole aggiungeremo ancora
sulla situazione d'Italia in quanto concerne la sua politica esterna,
ossia le sue relazioni colle potenze estere.
Nata o, per meglio dire, rinata, per opera della Francia, col concorso
di questa grande e generosa nazione, le altre potenze potevano
considerarla come di lei satellite, e trattarla conseguentemente. con
poco rispetto e poca benevolenza. Così non accade; e di ciò dobbiamo
rendere infinite grazie al nostro governo, e specialmente agli uomini di
stato che diressero la nostra rappresentanza diplomatica, e che seppero
fare all'Italia un posto nuovo negli annali della storia di Europa, un
posto onorevole e degno. Le amicizie politiche sono per lo più di
fragile tessitura, mentre le nimicizie, che ad esse corrispondono, hanno
profonde e saldissime radici. — Era dunque assai da temere che dopo il
59, o nel corso degli anni che gli succedettero, si allentassero, anzi
si rompessero i legami della nostra alleanza colla Francia, e che la
vendetta austriaca, trovandoci spogliati della protezione francese, ne
perseguitasse sin che ne avesse ridotto nel pristino stato di suoi
schiavi. — Se così fosse accaduto, potevamo lottare, e lottare con
gloria, ma presto o tardi avremmo dovuto soccombere.
Accadde appunto tutto all'opposto. — Sebbene noi non tenessimo conto
alcuno degli impegni assunti in nome nostro dall'Imperatore Napoleone
nella pace di Villafranca, la protezione di lui non ne venne mai meno, e
per conseguenza la nostra alleanza colla Francia non subì alterazione di
sorta. — E tale persistenza non ebbe per effetto di indisporre contro di
noi le altre potenze poco benevole verso la Francia o di essa gelose. —
L'Inghilterra si manteneva nostra amica nei limiti da essa tracciati
sino dal 48, vale a dire in tutto ciò che non implicava il di lei
concorso a mano armata. — La Russia, che si astenne dal partecipare ad
impresa alcuna che avesse per oggetto il danno nostro, non indugiò
lungamente a riconoscere la nostra esistenza come nazione indipendente
di diritto e di fatto; la Prussia, versando in gravi emergenze, cercava
la nostra alleanza; e quell'Austria stessa che, un anno fa, sosteneva
colle armi i pretesi o sognati suoi diritti sopra di noi, oggi costretta
a rinunziarvi, li confessa non fondati in ragione, ma protesta di volere
in avvenire farsi un'amica di quella Italia che pretendeva testè ridurre
in ischiavitù. — Forse non si esprimono così apertamente nè l'Imperator
d'Austria, nè i suoi ministri; ma se si leggono i vari periodici
austriaci, si vedranno tali sentimenti e tali concetti espressi nei modi
per noi più lusinghieri. — Insomma l'Europa intera ne porge oggi la
mano. — Quell'Italia soggetta sempre ora dell'uno ora dell'altro, sempre
discorde fra le varie sue parti, da tutti derisa e schernita per la sua
frivolezza, per le sue vane iattanze, e per la sua impotenza a fare ciò
che fecero da moltissimi secoli tutte le altre nazioni, quell'Italia
dall'Europa perseguitata e tenuta come un semenzaio di rivoluzionarii
assassini ciecamente avversi ad ogni idea di ordine e di autorità,
superstiziosi ed empii allo stesso tempo, oggi non solo ha acquistato la
libertà e l'indipendenza, cioè la vita, ma ha ottenuto la benevolenza di
tutte le civili nazioni, che la accolgono nel loro consesso, e con lei
si congratulano delle tante sue venture. Non è guari che l'Europa si
credeva vicina ad una guerra che sarebbe stata generale, ed alla quale
l'Italia avrebbe avuto verosimilmente a prender parte. — In tale
occasione non traspirava in alcuna delle nazioni europee un sentimento
di odio o di disprezzo verso l'Italia, e da qualsiasi parte si fosse
rivolta coll'offerta della propria alleanza, essa non avrebbe certamente
incontrata fredda accoglienza.
Dobbiamo rendere di ciò infinite grazie alla prudenza, alla lealtà e
all'abilità del nostro governo, ed in particolar modo ai nostri ministri
degli affari esteri; ma esaminando la cosa accuratamente in tutte le sue
particolarità, essa ne sembra così portentosa, da doverla attribuire
allo speciale intervento di una benefica Provvidenza che volle, in
compenso dei tanti mali sofferti, dotarne di tutti quei beni che non
abbiamo mostrato di disconoscere, e che non ci siamo resi incapaci di
apprezzare e di serbare. Quanto alla parte che a noi stessi possiamo
attribuire nell'acquisto di codeste generali simpatie, essa si riduce ad
una sola virtù, colla quale abbiamo sorpreso l'Europa che ce ne
supponeva intieramente privi. — Intendo parlare della moderazione. —
L'Europa era stanca delle enfatiche esagerazioni di molti fra i nostri
rifugiati politici; e credeva che gli Italiani tutti parlassero in
quello stile, e dividessero quelle opinioni che non avevano per essa
neppure il pregio della novità, mentre per molti anni le aveva lette ed
udite dalla bocca o negli scritti dei rivoluzionarii francesi del 89, e
poscia da quella di tutti i loro imitatori.
Quando le vittorie del 59 resero alle popolazioni italiane la facoltà di
esprimere i loro pensieri, e di eseguire le loro volontà, l'Europa vide
non senza stupore una nazione sorgere dalle sue stesse ceneri,
confessare ed abiurare, aborrendoli, i proprii errori, ripudiare gli odi
e le gelosie intestine, le esagerate od impraticabili utopie, e
stringersi unanime e concorde sotto una monarchia costituzionale; e
sotto tale monarchia rimanersene costante e soddisfatta per tutto quel
tempo che è già caduto nel dominio della storia, cioè per tutto il tempo
decorso dal 59 sino ad oggi. — L'Europa conobbe allora che gli emigrati
italiani non erano tutta la nazione italiana; che l'Italia poteva godere
di una saggia libertà, ed assumere l'importanza a cui il numero delle
sue popolazioni, l'antica sua storia, ed il carattere de' suoi abitanti
le danno diritto, senza che perciò un'orda di rossi sovvertitori si
scatenasse sulle vicine contrade e togliesse loro la pace e la civiltà;
conobbe che l'Italia riscattata ad un tempo dalla schiavitù, e dalle
viete e funeste assurdità rivoluzionarie, doveva sorgere rapidamente al
livello delle più colte ed incivilite nazioni; e ciascuna delle nazioni
europee pensò di farsela amica, per poi trovarla tale quando il bisogno
se ne facesse sentire.
Oggi l'Italia è senza nemici, e possiamo sperare che così rimanga per
lungo tempo, imperocchè non v'ha occasione per essa di lottare o di
competere colle altre potenze europee. — La nazione italiana non avendo
esistito, come nazione, nel passato, non ha assunto impegni nè con sè
stessa, nè con altre, che oggi le sieno d'inciampo al consolidamento
della pace con l'Europa tutta. — La sola Inghilterra potrebbe vedere in
un lontano avvenire l'Italia sua emula e sua rivale sul Mediterraneo; ma
la potenza marittima dell'Inghilterra è talmente superiore a quella che
noi potremmo acquistare, diciam pure, in un secolo, quand'anche nostra
unica cura fosse appunto l'emularla nel mediterraneo, ch'essa può senza
imprudenza aspettare almeno un mezzo secolo ad ingelosirsi di noi. —
Quanto alle altre potenze europee, l'Italia non scenderà nell'arena per
competere con esse. — Non contesterà alla Russia la signoria sopra
l'Asia, nè alla Francia la signoria sopra l'Africa settentrionale, nè
quella sul Belgio o sulle provincie situate sulla sponda sinistra del
Reno, nè alla Prussia il progressivo assorbimento degli Stati germanici;
nè all'Austria finalmente contesterà il compenso ch'essa tenterà di
ottenere alle molte sue perdite, all'epoca dello smembramento
dell'Impero d'Oriente, in alcuna delle provincie più occidentali di
questo. E neppure al gran Signore si presenta minacciosa ed ansiosa di
affrettare quello smembramento, dal quale nulla spera e nulla ambisce.
Solo la Corte di Roma ne considera con timore, sospetto ed avversione; e
n'ha ben d'onde, poichè essa e il Regno d'Italia non possono convivere
pacificamente sul suolo italiano. Quindi la Spagna ciecamente divota,
non dirò solo alla Chiesa di Roma, al suo pontefice ed alla religione
cattolica, ma al potere temporale altresì, ne guarda anch'essa di mal
occhio, e vorrebbe ricacciarne nel nulla. — Noi non affrettiamo con atti
la caduta del potere temporale, ma lo prevediamo non molto distante, e
non cospireremo certamente per prolungarne l'agonia.
Da ogni lato vediamo segni di futura pace per la patria nostra; nessun
pericolo sembra minacciarla per parte dell'Europa. — Se non fabbrichiamo
a noi stessi pericoli, nemici e catastrofi, abbiamo davanti a noi molti
anni di tranquillità, nel corso dei quali possiamo procedere al nostro
sviluppo e a quello delle nostre libertà.
CAPITOLO SECONDO
INFLUENZA DEL PASSATO
Pressochè tutti gli Stati, e tutte le nazioni europee camminarono sopra
linee parallele, e durante un numero quasi identico di secoli, dalla
barbarie cioè dei bassi tempi alla odierna civiltà. — Alcune camminarono
con più celere passo di altre, aiutate o dalla propria loro indole, o da
circostanze favorevoli, alcune rimasero e tuttora rimangono qualche poco
addietro: ma tutte hanno la faccia volta verso la stessa meta; tutte
incontrarono ostacoli pressochè identici e della medesima natura, li
combatterono con armi simili, e ne trionfarono in modo più o meno
completo, a prezzo di maggiori o minori sacrifizi. Quelle nazioni o
quelli Stati, che ancora non raggiunsero il punto in cui trovasi il più
gran numero delle nazioni e degli stati di Europa, sono però assicurate
di raggiungerlo esse pure in breve, seguendo i passi delle prime, cioè
delle più celeri. Le tappe sono per così dire segnate dalla storia, che
ne addita come i popoli si aggrupparono componendo gli Stati, e tendendo
per prima cosa ad ingrandirsi a dispendio dei vicini; i piccoli gruppi,
essendo come stati assorbiti e trangugiati dai maggiori, scomparvero
dalla scena, e come i capi delle nazioni deposero di quando in quando la
spada per assestare i loro possessi ed afforzare la loro autorità. Tutti
ebbero a combattere il medesimo avversario, il feudalismo. — Quei
potenti baroni dell'età media, che avevano aiutato uno dei loro ad
accumulare armati e ricchezze sufficienti per mantenersi al di sopra
delle altre picciole nazioni, o per incorporarsele, diventarono ben
presto rivali del capo da essi scelto e creato. — Allora cominciò la
interna lotta delle monarchie contro i feudatarii, lotta lunghissima e
tremenda, nella quale le monarchie trionfarono mediante l'abuso della
forza unita alla perfidia e alla crudeltà, e di cui, se non tutte, buon
numero almeno delle Case regnanti di Europa, porta la pena, nella
diffidenza e nella secreta avversione che la loro autorità, e qualche
volta il solo nome di Re desta nei popoli che loro obbediscono.
L'Italia sola ha tenuto altre vie; l'Italia sola ha una storia tutta
propria. — Mentre le altre nazioni europee, formate di elementi
barbarici e di pochi avanzi degli antichi popoli soggetti dell'Impero
Romano, muovevano i primi passi verso la civiltà, l'Italia, già signora
del mondo allora conosciuto, decadeva e deperiva. — Culla di quel popolo
straordinario, che si era fatto una civiltà anzi tempo e prematura, ma
grande e bella, l'Italia fu sempre una eccezione nella storia. — Essa
non ha mai nè dimenticata nè intieramente abbandonata la romana civiltà;
anzi ne serba tuttora quei brani che non contrastano al cristianesimo e
alle moderne nozioni del diritto e della morale.
Le arti e le scienze, che le nazioni barbare versate dal Nord e
dall'Oriente sulla intera Europa ignoravano assolutamente, furono sempre
onorate e coltivate dagli Italiani. — I popoli della nostra penisola non
caddero mai in quel profondo abisso d'ignoranza e di servitù necessario
alla formazione di un potere assoluto ed iniquo nell'esercizio suo, ma
che solo poteva farsi rispettare ed obbedire dalle orde germaniche,
elemento predominante delle moderne nazioni. — Agli Italiani mancò la
barbarie e le sue sfrenatezze, ma loro fecero difetto altresì la cieca
obbedienza a capi avveduti ed ambiziosi, la brutale energia degli odi e
della rapacità, la ignoranza dei propri diritti, tutte quelle passioni e
quei vizi insomma che la Provvidenza volgeva ad uno scopo benefico, e di
cui oggi vediamo e conosciamo i definitivi risultati.
Mentre le nazioni europee si sdegnavano e spogliavano di tutto ciò che
non era virtù guerriera, e guerriere come erano divenute, tremavano
sotto il giogo dei loro capi, più esperti, più accorti, più crudeli e
snaturati delle nazioni stesse; gli Italiani, superbi della loro civiltà
e della loro supremazia intellettuale e civile, guardavano ai barbari
con disprezzo, e credevano annichilarli con beffe e motteggi.
Più tardi, quando impararono a temerli, impararono altresì a volgerli ai
loro fini; e il sentimento nazionale, ai nostri dì sì possente, non
essendo ancora svegliato, accadde che gli abitanti di una città italiana
invocarono le armi dei nuovi popoli europei, per castigare un'altra
delle città italiane, o per trarne vendetta, o per ridurla a non potersi
sostenere da sè. — Quella civiltà così generalmente sparsa ed egualmente
ripartita in tutta la nostra penisola, e in tutte le classi de' suoi
abitanti, si oppose sino da quei primi tempi all'ingrandimento di una
parte di esse a prezzo della indipendenza delle altre parti; ed appena
un cittadino predominava nella città sua e minacciava le città rivali,
queste si riunivano per debellare l'ambizioso; e se a ciò non bastavano
da sole, chiamavano le nazioni guerriere dal di là delle Alpi,
adescandole con promesse di ricca paga o speranze di bottino e di
accresciuto potere. — Il feudalismo stesso, che ebbe sulle prime una
così gran parte nella formazione della nuova società politica
dell'Europa, non potè svilupparsi in Italia fra quelle numerosissime
città, che assorbivano ogni prosperità ed ogni operosità popolare, e
riducevano ad inferiori condizioni i comuni rurali, vera e natural sede
del potere feudale.
Le campagne italiane ebbero sempre poca parte nella vita politica, e
quei signori stessi che dominarono in alcune città, e che corrispondono
fra noi ai feudatari del Nord, erano cittadini, vivevano nelle città,
dovevano assicurarsi il favore de' loro concittadini; e se fallivano in
ciò, erano quasi sempre rovesciati e distrutti, i loro beni confiscati,
e le loro famiglie e i loro aderenti mandati in esilio.
Dalla dissoluzione dell'Impero d'Occidente sino ai giorni nostri
l'Italia tenne sempre le stesse vie, e non ebbe mai pace. — I suoi
popoli vissero costantemente stimolati ed accecati da passioni cupide o
ambiziose, rivaleggiando fra di essi, e vendendo la propria indipendenza
a chi distruggeva quella dei loro vicini. — L'Italia possedeva
ricchezze, energia, operosità, intelligenza, genio per le arti e le
scienze, monumenti, biblioteche, cognizioni, tesori insomma, quanto e
forse più che il rimanente dell'Europa presa in massa a quei tempi. —
Ciò di che difettava l'Italia, non era solo l'elemento di barbara
vigorìa, ma lo spazio. — Gli Stati, che in essa si formavano, non
potevano svilupparsi ed estendersi a seconda dei loro bisogni; perchè a
poche miglia del centro loro incontravano altri Stati, altre popolazioni
egualmente ambiziose, egualmente operose ed intelligenti, spinte dalle
stesse passioni e dagli stessi interessi, che disponevano dei mezzi
medesimi, contro le quali si accendevano d'ira. — Tali infausti e
ripetuti o, per dir meglio, perenni scontri e contatti, erano la cosa
più opposta alla formazione e allo sviluppo di quel naturale istinto di
nazionalità, che sì di buon'ora animò e fra di esse strinse le
popolazioni provenienti da un tronco comune, ricoverate sotto il
medesimo capo; e sebbene non distruggessero quell'altro sentimento ch'è
l'amor di patria, e che si compone di tanti diversi elementi, lo
falsavano, e lo diminuivano, riducendolo a ciò che ora chiamasi
patriotismo di campanile, o municipalismo.
Queste disgraziate tendenze furono da noi seguite sino al principio del
presente secolo. — Il popolo italiano, dotato d'intelligenza così pronta
e così estesa, attraversò l'età di mezzo e l'êra moderna, senza
comprendere ciò che accadeva in ogni dove, e senza scoprire il motivo
delle proprie sventure. — Maestro della intiera Europa in tutto ciò che
si riferisce alle arti ed alle scienze, esso era rimasto ingolfato nella
più profonda ignoranza di tutto ciò che compone la scienza politica. —
Il carattere italiano aveva subíto poche modificazioni. — In esso si
ritrovava tuttora, nei primi anni del secolo decimottavo, quella
pigrizia effeminata ch'è propria delle classi privilegiate, e di quelle
nazioni che si sono innalzate al dominio delle altre, non colla sola
violenza, ma con l'aiuto di una superiore civiltà.
I mirabili fatti dei Romani e del Romano Impero non erano da noi
dimenticati, e li opponevamo con alterigia ai fatti moderni delle altre
nazioni. — L'orgoglio umano è sempre destro nell'accomodarsi agli
istinti ed alle circostanze di chi lo nutre e ad esso si appoggia. —
Avvezzi da tanti secoli ad affidare alle altre nazioni tutta quella
parte dei nostri interessi che richiedeva energia guerriera e materiale
operosità, avevamo serbato il vecchio abito di considerare i fasti
militari e la forza materiale come cose troppo basse e grossolane per
noi, ed andavamo illudendoci col supporre che gli armati, da noi
chiamati a vincere i nostri nemici, fossero tuttora le squadre
mercenarie dei condottieri che ne servivano mediante rimunerazione
pecuniaria, e di cui disponevamo a nostro capriccio, e secondo ne
dettava la nostra avvedutezza e il nostro superiore ingegno. Gli effetti
di una troppo prolungata civiltà pesavano sopra di noi. La giovine
vigoría delle nazioni germaniche non ci aveva rinnovata la tempra
qualche poco sdruscita. — Verso il finire dello scorso secolo, la
coltura italiana abbondava nelle classi superiori della società, ma la
qualità di essa non ne eguagliava la quantità. Le arti e le lettere non
brillavano nè per originalità, nè per profondità o gravità. Si credeva
supplire a questi esausti pregi coll'imitazione degli stranieri, e con
puerilità. — La fede religiosa aveva subíto molti assalti, e non li
aveva sostenuti degnamente, almeno fra la gente colta. — Ma la
superstizione popolare nulla aveva deposto della sua intrinseca
fierezza, nè della proverbiale sua cecità. — Insomma gli effetti di
tanti secoli, vissuti senza che gli Italiani si proponessero un oggetto
degno dell'operosità e dei sacrifizi di una nazione, cominciavano ad
essere sentiti dagli Italiani stessi, che si erano insensibilmente
ridotti ad occupare una situazione inferiore fra le nazioni dell'Europa,
e questa situazione andava sempre più declinando. — Il legame che
stringeva assieme gli abitanti di uno Stato e li costituiva in nazioni
non era mai stato stretto da noi. — I Veneziani vedevano nei Genovesi i
loro più fieri nemici e i loro più intollerabili rivali. — I Lombardi
temevano la rapacità dei Savoiardi e Piemontesi; ed il famoso detto
dell'articiocco li spingeva a cercare ora nel Tedesco ed ora nel
Francese un difensore contro il temuto conquistatore. — La piccola
Toscana, lungamente spezzata in tanti Stati quante erano le sue città,
non aveva cominciato a fondersi in uno Stato solo se non dopo
l'installazione di un arciduca austriaco come suo sovrano. — Il papa
aveva in ogni tempo dato agli Italiani il letale esempio di chiamare lo
straniero a sostenere le sue pretensioni e a difenderlo dai signori
romagnuoli. — Il regno di Napoli, invaso dai Normanni e dagli Angiovini,
non aveva mai conosciuto indipendenze, e non sapeva ancora di far parte
d'Italia. — La Sicilia, greca sulle prime poi saracena, aveva avuto una
monarchia normanna separata dalla napoletana, ed adottava le memorie di
quell'epoca come monumenti della propria indipendenza, ribellandosi
costantemente contro la nuova Corte borbonica che imperava a Napoli. —
Le abitudini e le virtù guerriere non erano mai state nè onorate nè
seguite in Italia; e a poco a poco la molle influenza del nostro clima
aggiungendosi alla effeminatezza che naturalmente risulta dal viver
sempre negli agi, negli ozii, nel lusso, e lunge da ogni pericolo, la
società italiana era diventata oggetto di sarcasmi e di motteggi per gli
stranieri, e per quei pochi virili ingegni che di quando in quando
sorgevano ancora fra noi. — Le gare letterarie e gli intrighi domestici,
che sono i frutti della scostumatezza e della immoralità, simulavano
tuttora in noi come un fantasma di energia, e davano alcune scintille di
passione. Ma l'osservatore avveduto, che avesse percorso l'Italia nella
seconda metà del secolo decimottavo, per conoscere il carattere de' suoi
abitanti e prevederne le future sorti, ne avrebbe fatto i più sinistri
pronostici. — La società italiana sembrava giunta all'ultimo stadio
della decrepitezza; e si poteva crederla destinata a presto scomparire
dalla scena delle moderne società, abbandonando il ferace suolo e i
tesori dei monumenti e delle memorie storiche, accumulati da tanti
secoli, alle nazioni conquistatrici e vigorose che la circondavano. — Il
nome d'Italiano sarebbe diventato pei posteri ciò che sono per noi i
nomi dei Celti, degli Etruschi, degli Armeni, e di tanti popoli un dì
forti e civili, ma che non seppero rinnovarsi e rattemprarsi, accettando
le nuove circostanze che richiedevano nuove doti e nuove facoltà.
A tal punto trovavasi l'Italia quando le prime idee di libertà civile e
politica spuntarono in Europa. Gli abusi del potere assoluto, e gli
eccessi delle aristocrazie, che persistevano a trattare i cittadini ed i
villici come i feudatarii dell'età media avevano trattato i servi della
gleba, vantando impudentemente gli stessi diritti e la stessa
superiorità di natura, avevano, col lungo andare del tempo e il costante
ripetere delle offese, acceso nel cuore delle classi oppresse un
profondo ed indomabile sdegno. — I cittadini ed i popoli delle campagne
non possedevano diritti confessati e riconosciuti nè dalla legge nè
dall'aristocrazia. — La coltura di alcune arti ed industrie avevano
sparso nei cittadini un certo grado di civiltà, che più non tollerava un
trattamento adattato soltanto alle nature brutali ed incolte degli
antichi servi. La riforma religiosa, già da qualche tempo vittoriosa in
Germania, in Inghilterra e nella Svizzera, aveva combattuto e trionfato
della ignoranza dei popolani, e sosteneva la santità dei loro diritti,
promettendo ad essi una completa vittoria sui loro tiranni. — In
Francia, la terra delle novità, la riforma religiosa non aveva goduto
che di un momentaneo favore, e la mano pesante, spietata e mal destra di
Luigi XIV aveva schiacciato i novatori, e condannate le loro dottrine. —
Questo re, che fu chiamato grande perchè il suo regno durò lungamente,
credeva di acquistare la divina indulgenza alla sua scostumatezza,
vendicando il Signore delle pretese offese che gli facevano i
riformisti, e costringendoli, coi supplizi e le torture, a fingere delle
credenze che ad essi ripugnavano. — Ma quando la luce ha penetrato nelle
menti umane, non v'ha nè forza nè violenza che valga a spegnerla. — La
Francia sembrava tranquilla e sommessa; ma quella non fu che una breve
tregua, e la resistenza, che si credeva soffocata per sempre, ricomparve
a suo tempo e fu invincibile.
I governi della Germania non erano molto avversi alle nuove dottrine,
per le quali speravano trovare nelle moltitudini un elemento di difesa
contro i discendenti e gli eredi dei feudatarii e della loro autorità. —
Giuseppe secondo e Leopoldo, furono certamente i più liberali fra gli
uomini che sedettero sopra di un trono. — L'Italia ricevette
regolarmente da essi le prime nozioni della civile libertà, e dei comuni
diritti; e li ricevette come vanno ricevute le idee perchè producano i
loro salutari e legittimi effetti, cioè senza il miscuglio di violenti e
brutali passioni, senza lo sprone della vendetta, dell'ira e della
crudeltà, che spingevano quasi in pari tempo i popoli della Francia ad
adottare, o realizzare ed esagerare quelle nuove dottrine. — E credo sia
stata nostra somma ventura che le idee, dette poi rivoluzionarie, ne
giungessero per quella regolare e pacifica via; poichè non so se la
sempre crescente dissolutezza dei costumi, lo scetticismo dei culti e la
superstizione degli ignoranti, se la smunta e paralizzata energia, che
andava vieppiù spegnendosi negli animi nostri, ne avrebbero concesso di
conquistarle, come fecero i Francesi, e se, supposta pure tale nostra
conquista, non saremmo divenuti preda di una breve frenesia di libertà,
che ne avrebbe lasciato, dopo il febbrile suo eccitamento, più prostrati
ed impotenti di prima.
Che che ne sia, la Provvidenza volle risparmiarci questo pericolo.
Quando l'eco della rivoluzione francese, e delle dottrine che ne
decisero lo scoppio, ebbe varcato le Alpi, esse non portarono a noi,
sudditi di Giuseppe primo, di Leopoldo e di Carlo Borbone, gran che di
nuovo nè d'ignoto. — La parità delle nature e dei diritti, i doveri dei
sovrani verso i popoli, la santità e la inviolabilità della legge,
quando accettata e non imposta, la libertà religiosa e l'assurda
tirannide di chi pretende comandare alle coscienze, i nuovi e svariati
sistemi di pubblica economia e di finanze, tutte queste dottrine e gli
innumerevoli loro corollarii, che piombarono come irresistibili
proiettili sulla società europea, schiacciando e scompigliando e
riducendo al nulla le antiche massime, le viete leggi e le guaste
credenze, eransi gradatamente introdotte in Italia, ed avevano passo
passo educato le classi colte. Il popolo poco vi badava, e rimaneva
all'incirca quale era stato per l'addietro; ma la maggior parte di esso
abitando le città, e le popolazioni della campagna essendo sempre
rimaste al di fuori dei moti politici, nessuno si opponeva, e nessuno
abbracciava impetuosamente le dottrine del secolo decimottavo.
Le passioni rivoluzionarie, che mettevano tutto a soqquadro in Francia,
trassero su quel paese l'ira dei sovrani d'Europa, che consentivano
bensì ad illuminare lentamente le classi più elevate dei sudditi loro,
dalle quali non temevano eccessi rovinosi pel loro potere, ma che
temevano il contagio della ribellione per le classi inferiori sempre
inclinate alla violenza. — Le potenze del nord, del mezzodì e
dell'oriente di Europa si allearono contro il popolo regicida, che dava
agli altri popoli così terribili e così seducenti esempi; ed allora
incominciò la importazione delle dottrine rivoluzionarie in tutta
l'Europa, mediante le armi francesi. — Stretti e minacciati da ogni
banda i Francesi, che tutto stavano distruggendo della loro secolare
società, furono repentemente chiamati alla difesa del loro suolo,
minacciato di pronta invasione da forze infinitamente superiori alle
loro, da nemici collegati con tutte le vittime della rivoluzione
dell'89. A quella notizia, a quell'appello alle armi, raddoppiarono le
crudeltà contro i cittadini sospetti di non applaudire alla rivoluzione,
e giunse al colmo il regno del così detto terrorismo. — Ma al tempo
stesso, ed in pochi giorni, corsero sotto le armi moltitudini di ogni
età e di ogni classe, risolute d'impedire ad ogni costo che la patria
loro diventasse ciò che era divenuta l'Italia, preda dello straniero ed
appannaggio di principi stranieri. — Il popolo francese era a
quell'epoca in tale eccitamento di spirito e di passione, da tentare ed
eseguire prodigi. — Legioni di cittadini mal vestiti ed in parte scalzi,
quasi senza paga, perchè le finanze della rivoluzione francese erano per
così dire rovinate, marciavano piene di entusiasmo e di ardore verso il
confine, ne cacciavano i nemici, sbaragliavano e distruggevano interi
eserciti di Austriaci, di Prussiani, di Inglesi, di Spagnuoli, ecc. e li
inseguivano furibondi nei loro Stati. I soldati della repubblica
francese erano consci di due missioni: vincere le armate della
coalizione, assicurando con ciò la indipendenza, che è quanto dire la
esistenza della patria loro; e chiamare alla riscossa colla sola loro
presenza, colle loro parole e coll'esempio loro i popoli tuttora servi
ed acciecati, che riempivano e componevano le schiere nemiche. — Tale
duplice missione i Francesi la compirono, se non intieramente, in gran
parte almeno. — I combattimenti si succedettero per molti anni, e le
armi francesi trionfarono da per tutto e costantemente. — E sembrò
propriamente che la Provvidenza considerasse allora la Francia come suo
strumento pe' suoi fini futuri, poichè in quel momento appunto vi
suscitò un giovane dell'isola di Corsica, che fu posto al comando di un
esercito e che diventò in breve un colosso di gloria e di potenza. —
Napoleone Bonaparte tornava dall'Egitto, dove avea conquistato i primi
allori, e ne tornava al rimbombo delle prime vittorie delle truppe
rivoluzionarie sull'Europa coalizzata; si tratteneva pochi giorni a
Parigi, e quei pochi giorni gli bastavano per distruggere gli ultimi
avanzi di un governo odiato e sprezzato dagli onesti cittadini, e a
stabilire in sua vece un'autorità regolare che servisse ai bisogni della
guerra e lasciasse respirare il paese; indi si partiva acclamato
freneticamente dai popoli, ed andava ad incominciare contro l'Europa la
sua meravigliosa epopea.
Durante il primo Impero francese, l'Italia fu conquistata e tolta alle
potenze che ne avevano fatto una provincia loro; ma nessuno pensò, nè
l'Imperatore dei Francesi, nè l'Italia stessa, ch'essa potesse o volesse
far altro che cangiar padrone un'altra volta, come già tante volte aveva
fatto. — La parte più illuminata della nostra penisola oscillava da
qualche tempo fra il dominio francese e l'austriaco, mentre il mezzodì
seguiva tuttora le sorti della Spagna, cioè formava come l'appannaggio
del principe ereditario della Casa borbonica seduto sul trono spagnuolo.
— La rivoluzione francese non ebbe in Italia grandi effetti; e non vi
produsse quella commozione che si vide in altre contrade. — Gli ingegni
più svegliati, arditi, ed amanti di cose nuove ripetevano enfaticamente
gli assiomi e le massime rivoluzionarie, ch'erano state messe in così
terribile pratica dai Francesi; ma le accettavano come dottrine
filosofiche o legali, e non con quella entusiastica e robusta fede con
cui le avevano concepite, confessate ed insegnate i Francesi. — Gli
ingegni elevati, colti e profondi avevano scoperte e formulate quelle
stesse verità prima ancora che la Francia le proclamasse; ma le
consideravano come superiori alla intelligenza dei popoli, e pericolose
alla salute sociale. — Le idee rivoluzionarie insomma, che formavano in
Francia la regola imprescrittibile del vivere di ognuno, degli atti
quotidiani, e di ogni umano sentimento, erano pei liberali italiani idee
giuste, vere, ma astratte. — Il Francese voleva praticarle tutte, sempre
e ad ogni costo; gli Italiani le credevano impraticabili. Per gli
Italiani (mi si perdoni il ripeterlo) la principale conseguenza della
rivoluzione e dell'Impero francese era il cangiamento di dominio, la
ritirata dell'Austria, e la occupazione francese; e questi fatti già si
erano prodotti altre volte.
Quando ebbero luogo le prime vittorie dei Francesi in Italia, la
repubblica non si era per anco trasformata in Impero, e i conquistatori
vestivano tuttora la foggia e parlavano il linguaggio di liberatori. — I
liberali italiani composero dunque il partito francese, e gli amici
delle viete cose, quelli che oggi chiameremmo conservatori, si strinsero
intorno all'austriaco vessillo. Tale divisione degli animi durò sino al
1814 e 15, non per altra cagione, se non perchè era nata sotto
l'impressione delle massime rivoluzionarie, che proferivano i
conquistatori dell'anno primo e secondo di questo secolo.
In breve però tacquero quelle massime: cessarono le dimostrazioni
repubblicane; i nomi, gli abbigliamenti, e le mobiglie che i Francesi
avevano raccolto nelle memorie greche, latine, fenicie, frigie,
galliche, ecc. fecero nuovamente luogo a nomi ed oggetti che meglio
convenivano ai costumi moderni. L'Italia non assistette se non al
tramonto di quella rivoluzione, che sembrava dovere svellere dalle
radici il vecchio universo per sostituirvi un altro universo da essa
creato. Le cose condannate come vecchie a scomparire dalla superficie
del nostro globo rientrarono in breve sulla scena sociale, e nei luoghi
da esse anteriormente occupati. L'osservatore superficiale che fosse
giunto dal 5 al 15 di questo secolo in Europa, e l'avesse percorsa senza
conoscerne la recente storia, altro non avrebbe veduto ed inteso, se non
che una nazione belligera e potente si provava a conquistare le altre
nazioni tutte, e sembrava vicina a raggiungerne l'intento. — Non avrebbe
esso certamente sognato che quella nazione conquistatrice aveva giurato
poc'anzi di distruggere il culto, la nobiltà, l'eredità delle ricchezze,
la ineguaglianza delle condizioni sociali, la guerra stessa, e
proclamata la legge agraria, e versato a torrenti il proprio sangue per
raggiungere quell'intento.
Egli è fuor di dubbio che nè la Francia dell'Impero, nè i paesi da essa
conquistati e ad essa incorporati, nulla godevano di quella libertà, che
pochi anni innanzi i Francesi tenevano come altrettanto necessaria alla
loro esistenza, quanto lo era l'aria che respiravano. — I trionfi delle
armi loro li distraevano dalle perdite fatte, ed erano il loro solo
compenso. — Gli Italiani poi, che non avevano partecipato alla febbre
rivoluzionaria dei Francesi, nè divise le loro infinite speranze, non
erano caduti dalla medesima altezza. Quando erano diventati Francesi,
essi avevano inteso soltanto che più non erano Austriaci, e non avevano
prestata molta fede alle promesse di libertà illimitata che ad essi
portavano i conquistatori. — Perciò accettavano il potere imperiale
francese a un dipresso come avevano accettato l'austriaco. — I novatori
o liberali e i conservatori non erano però più così precisamente
ripartiti fra la Francia e l'Austria, come lo erano stati al primo
apparire dei tre colori francesi. Partigiani dei Francesi erano quelli
che amavano le novità, gli ambiziosi di titoli, di autorità e di fama,
le imaginazioni fervide, che inclinano al lusso, allo sfarzo e a tutto
ciò che abbaglia il volgo; gli amatori di conversazioni, di piaceri e di
eleganze, fra i quali si possono noverare un gran numero di giovani e
colte donne; gli animi guerrieri e le menti affette di scetticismo che
vedevano con dolore la superstizione popolare e la suprema influenza
posseduta da un clero ignorante e scostumato; infine tutti coloro che
amavano veramente lo studio e le scienze, e che rifuggivano al tutto da
quello spirito di aristocrazia austriaca, il quale non tiene in alcun
conto il valore morale ed intellettuale dell'uomo, e non gli permette di
contendere coll'antichità della prosapia, nè di pretendere ai privilegi
a quella concessi.
Erano Austriaci i timidi che vedevano nella plebe un serraglio di belve
pronte a divorarli, per poco si allegerisse il giogo che su di essa
pesava. Codesto giogo essendo assestato sul collo mediante il chiodo
della ignoranza, quei paurosi abborrivano dalle nuove dottrine, che
insegnavano essere la istruzione primaria un bene a cui tutti i popoli
avevano un imprescrittibile diritto, ed il distribuirlo un sacrosanto
dovere delle classi educate e colte; i superstiziosi, che attribuivano
alle scienze ed ai scienziati la funesta azione di accendere l'ira
divina, la quale poi non meno cieca a parer loro della collera umana, si
riverserebbe per certo anche sugli innocenti, confondendoli tutti nella
sodisfazione di una barbara vendetta. — Partigiani degli Austriaci
altresì erano coloro che, ricolmi essendo di titoli e di onori, non
sofferivano il pensiero di rinunziare ad essi, o di vederli ottenuti da
chi non li aveva ricevuti nascendo. — Certa classe di ambiziosi, che
adoravano il potere assoluto perchè ne avevano esercitata qualche
frazione, o speravano di esercitarla un giorno. — Gli animi chiusi ad
ogni dolcezza come ad ogni altezza di sentimenti, insensibili alle
altrui sofferenze; duri, egoisti, intolleranti d'ogni verità, e
principalmente di quelle che hanno per oggetto il sollievo e il lento
perfezionamento delle plebi. — E per ultimo ai partigiani degli
Austriaci ora annoverati si unirono a poco a poco tutti quelli ambiziosi
della opposta parte, la cui ambizione non era stata sufficientemente
accarezzata e soddisfatta.
Questi furono in gran numero. Ad essi si strinsero pure tutti i
malcontenti del governo francese. I parenti di tante vittime che avevano
versato il sangue loro per gonfiar maggiormente la insaziabile ambizione
di un uomo. I cittadini smunti dalle ingenti e sempre crescenti tasse;
gli artigiani respinti in una umiliante e rovinosa inferiorità dai
rivali artigiani di Francia; i capi delle famiglie che attribuivano la
rilasciatezza dei costumi della giovane generazione al cattivo esempio e
alla comoda moralità dei Francesi. Per dirla in breve tutti quei
malcontenti che ogni governo, ogni regime produce inevitabilmente, per
la semplicissima ragione che è impossibile contentar tutti, e che tutti
vogliono e pretendono essere contentati. Questo accumularsi del
malcontento italiano contro il governo francese, era un continuo
rinforzo al partito austriaco. Al primo apparire dei Francesi, molti li
avevano accolti con entusiasmo e favore, perchè la pesante monotonia del
governo austriaco li aveva stancati. Ma tutti, o pressochè tutti coloro
che non si erano accostati ai Francesi per altra più seria e più degna
ragione, erano di nuovo arruolati fra i partigiani dell'Austria, e più
non aspettavano se non un'occasione propizia per dichiararsi tali, e per
ricondurre al di quà delle Alpi gli antichi padroni. Se io scrivessi la
storia degli anni 1814 e 15, mostrerei quali e quante misere passioni,
quanti stolidi interessi, e quanti bassi intrighi contribuirono a
procurarci quell'ultima rovina. La guerra di Russia portò all'estremo il
malcontento degli Italiani. E la infausta campagna, che terminò colla
quasi intera disfatta delle armate francesi e con una leva in massa
dell'Europa contro l'esausta Francia, offriva agli Italiani la sospirata
occasione di rientrare sotto il dominio austriaco.
La situazione politica dell'Italia non era però esattamente la medesima
di quelle tante altre volte, in cui l'Italia era passata da un dominio
straniero ad un altro, durante i molti secoli scorsi dalla caduta
dell'Impero di Occidente ai dì nostri. — Le nuove dottrine inoculate
nelle popolazioni dai principi della Casa d'Austria, e da Carlo di
Borbone, non erano rimaste assolutamente sterili ed inoperose. Molti
ingegni studiosi, ed inclinati alle speculazioni astratte, le avevano
ricevute come dottrine filosofiche, di cui cominciavano a travedere la
possibile applicazione. — Nelle file del nostro esercito non pochi erano
saliti a condizione elevata, e dubitavano che l'Austria li conservasse
in quella. Tutti riconoscevano che le promesse di libertà, portate in
Italia dalle legioni repubblicane francesi, non erano state mantenute;
ma le promesse medesime, fatte al popolo francese dal successore del
governo repubblicano, avevano avuto la stessa sorte; e di ciò tanto gli
Italiani quanto i Francesi davano la colpa alla smisurata ambizione
dell'imperatore Napoleone. — Nacque da tale convinzione l'episodio dei
cento giorni in Francia, e in Italia diversi tentativi per sottrarsi
alla tirannide imperiale, mediante la conquista di alcune istituzioni
liberali, e senza ricadere sotto la tirannide austriaca. — Si voleva
ringiovanire e vivificare il governo napoleonico e quello dei suoi
congiunti in Italia coll'introdurvi l'elemento animatore della libertà.
— Questo desiderio, da pochi diviso perchè da pochi inteso, diede
origine alle imprese di Gioachino Murat, e del vicerè Eugenio
Beauharnais, siccome aveva dato origine in Francia alle esigenze
liberali di Beniamino Cousbaut, Lafayette ed altri, che si sforzarono di
conservare Napoleone togliendogli la illimitata autorità, mentre in
Italia cercavasi di mantenere i luogotenenti dell'Imperatore, ma
separandoli da lui e ponendoli alla testa di un governo costituzionale,
altrettanto nuovo o sconosciuto ai proposti principi, quanto ai sudditi
loro. — Ma nessuno, tranne l'Imperatore stesso, intendeva che il regime
imperiale era una cosa sola colla persona dell'Imperatore, e che
togliendogli l'assoluto potere il Napoleone degli anni trascorsi più non
esisteva. — Non si sapeva neppure quanto fossero piccoli i luogotenenti
imperiali, e che a nulla potrebbero giovare quando diventassero
dall'Imperatore indipendenti. — Ciò apparve troppo chiaramente dopo la
battaglia di Waterloo, in cui Napoleone, spogliato di ogni assoluta
autorità, si trovò per la prima volta diffidare di sè stesso e de' suoi,
e fu vinto dall'Europa coalizzata a vendetta.
In quel mentre l'Italia ricadeva sotto l'antico giogo. Ma qui pure debbo
notare una circostanza che non si era manifestata in altre simili
situazioni. Gli Austriaci avevano ripetute le promesse di libertà fatte
dai Francesi agli Italiani nei primi anni di questo secolo. — Le libertà
promesse nel 14 e nel 15 dagli Austriaci non erano le libertà
rivoluzionarie dei Francesi, ma erano tuttavia libertà, libertà
moderate, e perciò appunto dovevano essere più salutari e più durevoli.
— Ebbimo promessa di un governo separato, e fino ad un certo punto
indipendente da quello di Vienna: la Lombardia e la Venezia non
sarebbero più provincie dell'Impero austriaco, ma un regno (il regno
Lombardo-Veneto) annesso all'Impero. — Le nostre imposte dovevano essere
misurate secondo i bisogni del regno e non secondo quelli dell'Impero.
Il nostro esercito difenderebbe i nostri confini, e manterrebbe l'ordine
e la tranquillità interna.
Queste promesse fatte dalla Casa di Absburgo ai deputati dell'alta
Italia, ch'eransi recati tanto a Vienna quanto a Parigi al tempo dei
celebri congressi radunati per dare un conveniente assetto alle cose di
Europa, furono proclamate in Italia dai partigiani del dominio
austriaco, non già come parole e lusinghe che potevano essere realizzate
e potevano altresì non esserlo, ma come benefizi già ricevuti, sicuri,
impossibili a distruggersi, che stabilivano sopra salde basi quella
libertà vanamente promessa dai Francesi. — Nulla si farebbe nell'alta
Italia senza il consenso degli Italiani, e gli Italiani esausti di
ricchezze e di sangue, che facilmente si stancano di ogni giogo, e che
non conoscevano ancora altra forma di reggimento se non il giogo,
accettavano volonterosi un giogo nuovo, purchè fosse loro levato il
vecchio, di cui sentivano il peso e le ammaccature. Nel rimanente
d'Italia, i principi ch'erano stati cacciati dai Francesi mandavano le
stesse promesse, ed ottenevano il medesimo facile successo. — In breve
tutto fu combinato; e l'anno 1815, che vedeva Napoleone a sant'Elena,
lasciava l'Italia nella identica condizione politica in cui trovavasi
prima delle invasioni francesi. La Casa di Savoja, signora assoluta del
Piemonte, del Genovesato, e dell'isola di Sardegna, il cui nome
diventava quello dell'intero regno. — La Lombardia e la Venezia sotto il
diretto dominio dell'imperator d'Austria, che vi teneva un arciduca col
titolo di vicerè. Parma e Piacenza composte a ducato, per dare una
corona alla figlia dell'imperatore d'Austria, che aveva tradito il
marito quando lo tradirono la fortuna e gli alleati. — Modena e Reggio
formarono un altro ducato, che fu presentato in dono ad un arciduca del
ramo d'Este. — La Toscana rientrò sotto il comando de' suoi antichi
padroni, anch'essi austriaci. — Roma cessava di essere un dipartimento
francese, e si ritrovava nuovamente l'ovile del sacerdote re, del
successore di s. Pietro, e di tanti sovrani che nulla avevano avuto di
santo. — Napoli dopo di avere barbaramente ucciso il re napoleonico, che
tentava difendere il suo trono contro i Borboni, aveva tese le
insanguinate sue mani alla real coppia di Ferdinando e Carolina; coppia
degnissima in vero di quel lurido omaggio. — L'Italia era ridiscesa nel
sepolcro. Fra tutte le promesse fatte agli Italiani dai loro antichi
padroni, non una fu mantenuta. — Non so se gl'ingannati partigiani
dell'Austria reclamarono e protestarono; ma suppongo il facessero sulle
prime, poichè non andò guari che diventarono sospetti ed odiosi a quei
principi ch'essi avevano riposti in seggio. — Dopo pochi mesi di
assoluto dominio dall'una parte, e di simulata e cupa obbedienza
dall'altra, ricominciarono i così detti liberali, ossia i malcontenti
del francese dominio, a tramar congiure contro gli Austriaci. — Le prime
congiure ebbero per autori alcuni soldati e generali del disciolto
esercito italiano, che non potevano tollerare la vista dei reggimenti
austriaci (da essi posti tante volte in fuga,) e si vedevano delusi
nella speranza di comandare di nuovo a truppe italiane. — Queste più non
esistevano, nè si vedeva nell'alta Italia altro uniforme che il bianco.
— I generali Lecchi, Demeester ed altri furono scoperti, ed espiarono
nelle carceri di Mantova il fallo di avere prestato fede alle parole
della Casa di Absburgo. — E da quel punto in poi, la storia d'Italia non
ebbe più da raccogliere altri fatti che congiure e supplizi.
La libertà civile e politica è tal bene, che basta averlo traveduto
nell'avvenire o sperato soltanto, perchè non sia possibile il
dimenticarlo e il rinunziarvi. — Di quella libertà gli Italiani non
avevano provato che la speranza; il solo parlarne era stato loro qualche
volta concesso; e perciò quando i regnanti austriaci e i borbonici ne
proscrissero il magico nome, e si mostrarono gli incurabili despoti che
erano, sono e saranno mai sempre, gli Italiani sentirono forse per la
prima volta l'intollerabile peso delle catene, le maledirono, e si
trovarono pronti ai più fieri sacrifici, purchè fosse loro dato di
spezzarle.
Un pensiero balenò allora nella mente di quelli Italiani ch'erano stati
traditi dall'Austria e dalle proprie loro passioni. La Casa di Savoia
nulla aveva di comune nè coll'Austria, nè coi Borboni. — I tre fratelli
che si succedettero rapidamente sul trono sardo non avevano prole
maschile, ed il presuntivo loro erede era un giovane principe del ramo
di Carignano, cresciuto lungi dalle Corti, educato in Francia come un
semplice cittadino ed in mezzo ai figli dei cittadini, colto, di mente
elevata, ed imbevuto delle moderne dottrine civili e politiche. — Se gli
Italiani liberali di quell'epoca fossero stati meno impazienti,
avrebbero aspettato per accostarsi a lui e spingerlo ad alte imprese,
che il corso naturale degli avvenimenti lo avesse portato sul trono di
Savoja. — Ma i cospiratori credono sempre che il tempo sia loro nemico,
che il momento in cui cospirano sia il solo propizio alla realizzazione
dei loro progetti, e che chi non opera presto, non opera bene. — Coloro
che avevano prestato fede alle menzogne dell'Austria, e che mal celavano
l'ira da cui si sentivano divorati contro i menzogneri, fissarono l'anno
ventesimo primo di questo secolo per l'epoca del nostro risorgimento e
della loro vendetta. — Napoli, ch'era stata tradita non meno di noi,
aveva aderito al loro divisamento, e promesso d'insorgere un dato
giorno. — Il principe di Carignano esitava. — I suoi principii politici
erano saldi e retti; ma la condizione sua era dilicata di troppo, e il
suo carattere irresoluto.
I suoi migliori amici, gli uomini per ogni conto più considerevoli del
Piemonte, l'illustre Santa Rosa, il principe della Cisterna, il marchese
di S. Marsano, ed altri molti, insistevano perchè egli si dichiarasse
apertamente il protettore delle libertà italiane; e incapace di
resistere a tali istanze ed al suo proprio cuore, il principe di
Carignano si arrendeva, e valendosi dell'assenza del re suo zio che
avevagli affidato in parte il potere governativo, diede il segnale della
insurrezione, e concesse agli insorti una costituzione; vale a dire
promise loro che l'avrebbero. — Io non iscrivo la storia delle nostre
congiure e delle nostre rivoluzioni dal 14 sino al 59. Faccio solo un
cenno di questa, perchè fu il primo accordo stretto fra i liberali
italiani, e la Casa di Savoja, e perchè dal 1821 in poi tutti gli
Italiani che si sforzarono di dare al nostro paese la libertà e la vita
si volsero con maggiore o minore insistenza, con maggiore o minor
fiducia e successo ai rappresentanti di quella antica e reale stirpe.
La rivoluzione del 21 fu vinta come tutte le altre, perchè erano frutto
di congiure, e perchè le congiure che debbono per natura essere limitate
fra pochi individui, non hanno il carattere che le rivoluzioni debbono
avere per trionfare; cioè la pubblicità e la universalità. — Le congiure
ebbero felice ventura quando i popoli e le passioni loro obbedivano al
comando di pochi, ed erano disposti a servire le cause che non
intendevano. — Ai nostri giorni i popoli non si interessano e non si
muovono se non per idee che essi intendono e per cose che evidentemente
li concernano. — Ma una lunga e crudele esperienza poteva solo
convincere i cospiratori della verità di questa sentenza; e sino a tanto
che tale convincimento non ebbe penetrato tutti gli animi, si volle
imputare ad alcuno la colpa dell'infelice esito di ciascuna di esse. —
La rivoluzione del 21 fallì, e la colpa ne fu data al principe di
Carignano. — Forse difatto egli fu cagione ch'essa fallisse in quel
giorno ed in quel modo. — Egli si era arreso alle istanze de' suoi
amici, ben sapendo che con ciò giuocava la sua corona e l'avvenire
d'Italia, che egli si proponeva di liberare quando fosse assunto al
potere. — Appena scoppiata la rivoluzione, chiaro gli apparve ch'essa
sarebbe repressa. — Due vie gli erano aperte. — Persistere nella
condannata impresa, e cadere, perdendo ogni speranza di succedere allo
zio, e di redimere l'Italia col potere che da quello egli doveva
ereditare; oppure ritirarsi prontamente, abbandonando gli amici e
maneggiandosi in modo che lo zio rimanesse incerto s'egli era stato con
cognizione di causa ribelle, o s'era stato invece vittima della naturale
debolezza del suo carattere e dell'audacia dei liberali. — Quest'ultimo
partito poteva mantenerlo nel posto ch'egli occupava e gli lasciava
qualche speranza di succedere al trono de' suoi avi; ed a questo egli si
attenne, traendo sopra di sè medesimo la diffidenza universale, cioè la
diffidenza dei conservatori, della Corte, dell'Austria, e dei liberali.
— Carlo Felice non gli perdonò mai il suo contegno nel 21, e lo trattò
da quel tempo in poi come un uomo ch'ei tollerava per ragioni sue
proprie, ma pel quale non aveva nè affezione nè rispetto. — La sua
avversione al nipote era così evidente, che nessuno ardiva mostrargli
quella considerazione ch'è dovuta ad un principe ereditario. Sarebbe
esso escluso dalla reale successione? Tutti ne dubitavano, e molti ne
erano convinti. — Ma Carlo Felice era anch'esso della Casa di Savoja. —
Avverso alle nuove dottrine, superstizioso, bigotto e ligio al Papa ed
al clero cattolico, di cuor duro e vendicativo, quasi sempre sordo alle
voci della pietà, Carlo Felice abborriva l'Austria, e il dominio di essa
in Italia. — L'Austria non risparmiò nè lusinghe nè promesse per indurlo
a diseredare il nepote, ed a far suo erede il duca di Modena; un
arciduca austriaco.
Essa ottenne ancora, per quanto si è detto, che il Papa unisse le
proprie istanze alle sue; ma quanto più si mostrava ansiosa di escludere
il principe di Carignano dalla successione dello zio, tanto più questo
rifuggiva dal pensiero di dare all'Austria quella soddisfazione. — La
lotta non fu lunga, ma accanitissima. — Pochi anni dopo il tentativo
infelice del 21, Carlo Felice fu colpito da morbo letale. — Prevedendo
il prossimo suo fine, egli chiamava intorno al suo letto gli uomini più
rispettati della sua Corte e del Piemonte, e loro dichiarava che il
principe di Carignano doveva succedergli, e che tale era l'ultima, la
irremovibile sua volontà. — Carlo Felice morendo, compì un atto che
doveva col tempo mutare le sorti d'Italia.
Un nuovo elemento, che contribuir doveva al risorgimento d'Italia,
comparve in quel tempo sulla scena politica di questa nazione. Verso la
Casa di Savoja cominciavano a volgersi gli sguardi dei liberali delle
classi elevate e colte, che anelavano alla libertà e alla indipendenza
del loro paese, ma che non avrebbero voluto comperarla a prezzo del
disordine, del pazzo furore, e delle miserie che oscurarono il primo
splendore della rivoluzione francese dell'89 e del 93. — In Italia non
erano a temersi gli eccessi di furor popolare che la sete di libertà
aveva svegliato in Francia. — La nostra plebe era pressochè indifferente
alle generose nozioni della libertà e del patriottismo, e le classi
educate, che avevano assistito alle sanguinose scene della repubblica
francese, non ardivano scuotere dal suo letargo il nostro popolo, e
preferivano vederlo indifferente, piuttosto che feroce o frenetico. — Ma
all'epoca nostra non si compiono grandi rivolgimenti politici senza il
popolare concorso. — Sebbene indifferenti alle idee di libertà, di
diritto, di dignità e di onor nazionale, le nostre plebi conoscevano i
loro materiali bisogni, e non si abbandonavano ciecamente fiduciose a
chi non si mostrava capace e volonteroso di soddisfarli. — Chi
prometteva ad esse l'alleviamento delle imposte e della coscrizione, e
l'allargamento delle vie di lucro, ne disponeva a piacer suo; e i
liberali italiani nulla potevano operare senza involgere il paese in
momentanee, ma gravi difficoltà. — Erano dunque, per così dire, certi di
non trovar favore nelle plebi, e di accendere la guerra civile
insorgendo contro gli ultramontani oppressori, che avrebbero trascinate
nelle fila dei loro armati le infime classi delle popolazioni. — Non so
come i liberali italiani di quel tempo avrebbero trionfato di tale
ostacolo, se il nuovo elemento di cui feci testè cenno non fosse
felicemente intervenuto.
Primo a scoprirlo ed a valersene fu un avvocato genovese chiamato
Giuseppe Mazzini. — Chi gli insegnasse il linguaggio del popolo, nol so;
ma certo si è ch'egli seppe farsi intendere dalle masse popolari, e
svegliare in esse sentimenti e passioni ch'erano rimaste intorpidite
sino a lui. — Egli cominciò col volgere le sue parole al solo popolo,
come alla sola classe degna della libertà, e capace di energici sforzi
per ottenerla, lusingando così le passioni popolari, sempre pronte ad
accendersi contro tutti quelli che per ricchezze e per natali stanno in
una sfera più elevata, e godono piaceri ad esso inaccessibili. — I suoi
scritti, che il Mazzini seppe spargere fra le plebi, contenevano poche
idee, ma chiare, ed espresse con enfasi e calore. — Lo stile n'era
talvolta ampolloso e poetico, troppo poetico per essere pienamente
inteso dai suoi lettori; ma vi è un linguaggio che anche imperfettamente
inteso possiede direi quasi un magico potere, e si fa accettare da
uditori già accesi di entusiasmo. — Codesto linguaggio è cosparso di
parole, il cui suono basta a svegliare le appassionate simpatie del
popolo; e questo linguaggio era quello di Mazzini. — Egli parlava al
popolo ch'ei chiamava gli oppressi; sebbene a quel tempo le classi
popolari fossero quelle appunto sulle quali pesava meno ruvidamente
l'oppressione straniera. — Egli parlava altresì ai giovani, agli
ambiziosi, accertandoli che mediante un solo atto di coraggio o di
audacia potevano acquistar fama, autorità, ed emergere dalla folla agli
onori ed al potere; condannava tutto il passato, e chi al passato
apparteneva o il passato studiava. — Egli chiamava la prudenza viltà, la
moderazione debolezza. — Il titolo di Re costituiva un tiranno, e la
sola forma di governo che convenisse ad un popolo degno della libertà
era la repubblica. — Le imposte erano un furto legale mediante il quale
si empivano le tasche dei re e dei cortigiani, alle spese e colla rovina
dei popoli. — I nobili erano altrettanti piccioli tiranni, servilmente
divoti al Sovrano, ed erano oltrecciò ridicoli, ignoranti, boriosi,
deboli di corpo e crudeli. — E così mischiando e confondendo quelle cose
e quelli uomini che il popolo abborriva, con quelle altre cose e quelli
altri uomini su di cui voleva egli rivolgere lo sdegno e l'avversione
popolare, faceva un gran fascio di ogni cosa e buona e pessima purchè
avesse le radici nel passato. — L'universo secondo il Mazzini di quel
tempo aveva sempre camminato per empie vie, progredendo di iniquità in
iniquità. — Nel 89 e nel 93 dello scorso secolo, la nazione francese
erasi ribellata contro l'universo e lo aveva vinto, dando per la prima
volta alla umana famiglia insegnamenti ed esempi salutari e conformi
alla giustizia ed alla verità. — Seguire le orme dei rivoluzionarii
francesi era d'ora in poi il solo dovere che avessero i popoli.
Mazzini al suo primo apparire cercava di farsi un alleato di Dio; ma il
suo Dio era quello dei rivoluzionarii francesi, e non quello che adorano
i popoli d'Italia; era un Dio senza culto, senza ministri, senza tempii,
e quasi senza leggi. Tutto il rimanente era una stupida e perfida
superstizione, gettata sui popoli per accecarli, e renderli obbedienti
ad un clero che si era fatto il primo strumento della tirannide dei re.
Mi si farà osservare forse che tali dottrine nulla hanno di pellegrino
nè di squisito; e sottoscrivo pienamente a tale giudizio. Mazzini però
sapeva con chi parlava, e quale scopo egli si proponeva di raggiungere.
Si è parlato molto di Giuseppe Mazzini, e di lui furono portati i più
opposti ed esagerati giudizi. Fu portato alle stelle come il salvatore e
il liberatore d'Italia; come lo scopritore o l'inventore di nuove
dottrine politiche atte a produrre la rigenerazione italiana; come un
eroe capace e pronto a tutti i sagrifici di cui potesse abbisognare il
suo paese; un uomo dotato di tale potenza di azione sovra i popoli, che
la sola sua presenza, e una sola parola ch'egli ad essi volgesse dovea
bastare a trasformarli, infondendo in essi il suo meraviglioso coraggio
e la sua energica risoluzione.
Altri non videro in Giuseppe Mazzini che un fanatico ambizioso e di
limitato ingegno. Dissero le sue dottrine politiche false e viete, e lo
accusarono di lusingare i popoli per renderli a sè stesso ligi, e per
farli docili e ciechi strumenti della sua ambizione. Alcuni arrivarono
sino a pensare, se pure nol dissero, che qualora il popolo italiano
s'imbevesse realmente delle idee mazziniane, e imprendesse di
realizzarle, minor male sarebbe per le classi colte e civili stringersi
intorno al dominatore straniero, piuttosto che lasciarsi trascinare da
una furibonda plebe in tutte le follie sanguinose che la rivoluzione
francese non seppe evitare.
A me non ispetta di pronunziare fra così variati giudizi. Credo che le
intenzioni di Giuseppe Mazzini fossero pure e rette, principalmente in
quei primi tempi di ciò ch'esso chiama il suo apostolato. E credo
altresì che le sue dottrine altro non sieno che un'eco delle dottrine
rivoluzionarie francesi, ridotte a semplice teoria, e spoglie di quella
violenza che l'azione e la resistenza degli oppositori sono atte a
generare. Ma con queste dottrine false e viete, ma con questo suo
parlare enfatico, ampolloso ed intralciato, Giuseppe Mazzini riescì nel
corso di pochissimi anni a trasformare il popolo italiano, e ad
ispirargli l'odio del dominio straniero, e l'amore della libertà e della
indipendenza e quello della patria. Non so se Mazzini avesse la
coscienza dell'opera sua; ma quest'opera fu da esso condotta al suo fine
con mirabile rapidità ed ordinamento. Quelle popolazioni, che per tanti
secoli non avevano avuto altro oggetto che di procurarsi i comodi della
vita, nè altro furore, se non contro coloro ch'erano favoriti dalla
sorte, abiurarono repentinamente gli odi antichi e le antiche
aspirazioni, per confondersi tutte in un solo amore ed un solo odio:
amor di patria ed abborrimento dello straniero dominatore.
Chi avesse visitata l'Italia negli anni che seguirono dal 40 al 48
avrebbe creduto di sognare. Quelle popolazioni, sepolte nella secolare
ignoranza, che è il più prezioso strumento di qualsiasi tirannide,
quelle popolazioni indifferenti a tutto ciò che non toccava direttamente
i loro materiali e ristrettissimi bisogni o interessi, quelle
popolazioni molli ed effeminate, amanti dei loro comodi, dei loro ozi, e
dei loro personali piaceri o passioni, sorde ad ogni voce che tentasse
ispirar loro l'amore di un bene non tangibile, quali sarebbero la
libertà, l'indipendenza, la gloria; quelle popolazioni erano
trasformate. Un non so che di fiero nobilitava quelle fisionomie pur
sempre belle, ma per lo addietro troppo sensuali e piuttosto accorte che
intelligenti. Gli ozi e gli amori più non assorbivano tutti i desideri
della gioventù. Le proscritte parole di patria e di libertà, erano sopra
tutte le labbra, e si vedeva che ivi erano spinte dai cuori.
L'ignoranza, quella piaga letale imposta dal dispotismo agli schiavi, e
così poco conforme al naturale degli Italiani, l'ignoranza, non era
stata nè combattuta nè vinta regolarmente e scolasticamente; ma alcune
idee fondamentali e chiaramente espresse dai discepoli del Mazzini erano
bastate a distruggerne i più perniciosi effetti e a mettere questa
stessa ignoranza in sospetto di mala cosa. Quasi in tutte le provincie
italiane, e da tutte le classi sociali, si sapeva oramai quali erano a
un dipresso i confini naturali d'Italia, e quali i diritti ed i doveri
di tutti coloro ch'erano nati fra codesti confini. Si sapeva che il
mondo abitato si divide in nazioni; che i popoli componenti queste
nazioni sono fra di loro stretti da comuni interessi, diritti e doveri;
che la sventura d'Italia era stata la ignoranza di queste verità, e
l'aver sempre scambiato l'amore del luogo natio per l'amore di patria,
nutrendo come legittimi e doverosi sentimenti la gelosia e la rivalità
fra Italiani di diverse provincie, e una rispettosa fiducia negli
stranieri che opprimevano una parte qual si fosse d'Italia. — Si sapeva
che la ignoranza di codesti fatti era stata imposta e rigorosamente
mantenuta dallo straniero, onde impedire all'Italia di vivere la vita
delle nazioni indipendenti, e frazionarla in diverse greggie di schiavi.
— Si sapeva che a cangiare simile stato di cose erano mestieri sagrifizi
numerosissimi di ogni genere, e si sapeva che il rimanere nella
condizione presente, piuttosto che esporsi a maggiori sventure o
sottoporsi a costosi sagrifizi era vergogna e disonore. — Si sapeva che
il maggior bene a cui debba aspirare un popolo è l'onore; la maggiore
sciagura che a lui sovrasta, la perdita di quello. — Tutto ciò si sapeva
e si teneva religiosamente per vero; e tali nozioni avevano
siffattamente accese le passioni popolari, che ogni altro eccitamento
era diventato inefficace e vano. Il pensiero del poco conto in cui il
carattere degli Italiani era tenuto all'estero, era come una sferza che
lacerava costantemente i nostri cuori, e il bisogno di riscattare il
nostro buon nome riscattando la nostra libertà, diveniva di giorno in
giorno più imperioso, e non ne lasciava più posa.
Tutto ciò era stato operato da alcune parole di Giuseppe Mazzini; e
quando l'Italia avrà veramente riconquistato il seggio cui ha diritto
fra le grandi nazioni europee, i nostri posteri dovranno scrivere quel
nome sopra tavole di marmo, e ricordarsi sempre di quanto a lui si deve.
Quelle nozioni erano accompagnate, come già dissi, da non poche idee
esagerate o radicalmente false. — L'odio o il disprezzo per tutto ciò
che altre volte era tenuto in grande onore, siccome la nobiltà, la
religione, e la monarchia. — Nessun governo tranne il repubblicano
poteva rispettare la libertà dei popoli, ed ogni re era naturalmente e
necessariamente un tiranno. — A chi si provava di richiamare al vero
questi fervorosi ed inesorabili repubblicani, si rispondeva con degli
squarci di Alfieri o delle strofe di Berchet. — L'idea dominante sopra
tutte le altre in quell'epoca era la necessità della espiazione ed il
valore del sacrifizio, sicchè se uno spirito benefico fosse venuto ad
offrirci in grazioso dono la libertà e la indipendenza, senza chiedere
da noi altro concorso che la nostra accettazione, credo che avremmo
respinto il dono, e certamente avremmo sentito rancore verso il
donatore. — Volevamo la indipendenza e la libertà, ma volevamo più
ancora mostrarcene degni.
Un'altra scuola di liberalismo italiano era sorta contemporaneamente a
quella di Giuseppe Mazzini. I fondatori, e le dottrine di essa in nulla
rassomigliavano nè a Mazzini, nè a' suoi insegnamenti, se non se nel
concetto fondamentale e generale di tutti, ch'era la liberazione
d'Italia, la di lei concentrazione in un solo Stato, e la
imprescrittibile legittimità de' suoi diritti alla indipendenza e alla
libertà. — La scuola di cui parlo non si volgeva al popolo, e non
sarebbe stata da questo ascoltata nè intesa. — Era una scuola di
filosofia applicata alla speciale condizione d'Italia ed al suo
avvenire. — Nata in Piemonte, da piemontesi, dispiegava essa quella
saggia moderazione, quel rispetto per le cose del passato, che non
impedisce di sostituire ad esse le cose del presente e del futuro, che
sono più conformi agli attuali bisogni, quella fermezza e quel
patriottismo che distinsero per tanti anni il liberalismo piemontese da
quello di quasi tutto il rimanente d'Italia. Capi di questa scuola erano
Gioberti, Rosmini, Balbo, e molti altri di minor fama, ma forse di non
minore ingegno e di non minore virtù.
Non so quali frutti avrebbe prodotto quella scuola, se fosse stata sola
a scuotere gli Italiani dal loro letargo; ma contemporanea e per così
dire parallela a quella di Mazzini, essa si trovò riempire un vuoto che
il Mazzini non poteva colmare, e che al momento dell'azione non sarebbe
stato trascurato senza gravi danni del paese. — La scuola filosofica
liberale di cui parlo ebbe d'altronde per effetto di persuadere alla
gente colta e prudente d'Italia, che la liberazione della patria non era
un sogno di fanatici repubblicani, ai quali nulla si poteva togliere
perchè nulla possedevano; bensì l'oggetto delle speranze, delle
aspirazioni, degli sforzi di uomini che meritavano il titolo di _maestri
di color che sanno_. — Così si riconciliava colle idee rivoluzionarie
quella classe di Italiani che vi era stata sino allora invincibilmente
avversa, ossia i timidi, che avevano sempre tenuto come impossibile il
buon successo di una sollevazione popolare a mano armata contro
l'esercito regolare e la tirannide dell'Austria, e di amici quasi
esclusivi dell'ordine e della pace.
Con ciò cessava l'ultimo ostacolo alla perfetta concordia e alla
unanimità delle volontà italiane.
Così disposti ci avvicinavamo al 48. — Le nostre classi elevate non
avevano piena conoscenza della trasformazione accaduta nelle classi
inferiori, o per dir meglio ne ignoravano tutta la estensione e la
importanza. — I più giovani rampolli delle nobili famiglie italiane
erano in gran parte scritti nei ruoli della _Giovane Italia_; ma,
siccome accader doveva, essi erano alieni da quelle esagerazioni che
esercitano una irresistibile azione sulle immaginazioni non assistite da
un'intelligenza coltivata. — Questi membri del nostro patriziato e della
_Giovane Italia_ ad un tempo erano come l'anello che univa quelle due
frazioni dei liberali italiani. — Il loro concorso però non era dubbio
in tutto ciò che i loro congiunti volessero intraprendere in favore
della patria. — Da un capo all'altro della nostra penisola si sognava un
sogno solo: l'indipendenza e la libertà. Del 31 al 48 si erano tentate
molte insurrezioni, parziali e popolari, alle quali avevano cooperato
varii dei giovani discendenti delle nostre più nobili famiglie. — Tutte
queste insurrezioni, figlie di congiure ordite all'estero dai nostri
profughi, il cui capo era sempre Giuseppe Mazzini, avevano avuto il più
infelice successo, e il sangue dei nostri patrioti aveva cosperso tutti
i patiboli d'Italia. — I primi rivi versati avevano accresciuto l'ira
dei popoli contro i principi, e reso più che mai inaccessibile l'abisso
che divideva questi da quelli. — Ma passo passo la disperata natura di
quei tentativi apparve ai cospiratori ed agli insorgenti, e il buon
senso degli Italiani insegnò loro che persistendo su quella via essi
servivano le inique mire dei loro padroni, camminando ad una completa ed
assoluta distruzione, che lascerebbe quelli nell'incontestato esercizio
del loro odiato potere. — Era necessario trovare altri mezzi, altre vie,
era necessario giungere allo scopo.
In quel frattempo i liberali che accostavano le Corti, si sforzavano di
eccitare nel cuore dei principi una generosa ambizione, che trovasse
alimento nell'operare o per lo meno nel contribuire al risorgimento ed
alla esaltazione della comune patria. — Si diceva ad essi: che cosa è un
trono di secondo o di terzo ordine mantenuto colla forza straniera, e
sul quale siete costretti ad obbedire i comandi di chi dispone di quella
forza, a fronte della gloria di essere veramente il liberatore, il
salvatore, il padre insomma della vostra patria? — Se bene vi riflettete
vi sentirete preso dalla nobile ambizione di abdicare una corona che non
portate se non a prezzo dell'onore del paese, e non consentirete a
conservarla, a riprenderla, se non quando vi sarà presentata dagli
Italiani rinati alla indipendenza ed alla libertà, e che sapranno essere
a voi dovuto questo loro risorgimento.
Così per certo due lombardi, Ciro Menotti ed il Misley, avevano parlato
al duca di Modena nel 1830 e nel 31. — Il duca era ambizioso, crudele, e
di nulla curante tranne degli interessi suoi. — Esso aveva creduto
scorgere nella via additatagli dai due imprudenti giovani un mezzo di
allargare i suoi confini e di accrescere la propria importanza. —
D'altronde, mostrandosi inclinato ai consigli di quei due, il duca era
quasi certo di conoscere le trame che ordivano i liberali; e siccome la
finzione non gli costava, finse, e trasse nell'agguato i nuovi suoi
amici. — Ognuno conosce il risultato di quelle mene. — Menotti espiò sul
patibolo il fallo di aver prestato fede ad una creatura dell'Austria; e
Misley con molti altri andarono ad ingrossare le fila di quelli
emigrati, a cui la Francia e l'Inghilterra furono per tanti anni larghe
di ospitalità. —
Ma all'avvicinarsi del 48, l'aspetto delle cose era qualche poco
emendato. — Nel prender possesso delle sacre chiavi, Pio IX aveva
pronunziato parole che risuonarono in tutti i cuori italiani e li
scossero profondamente. Pio IX si dichiarava italiano, amico della
libertà e della indipendenza di tutti i popoli, ed alieno da ogni
violenza. — Ciò bastò perchè gli Italiani vedessero in lui un nuovo
Messia da Dio mandato pel loro riscatto. — Vi fu chi pensò a dargli su
l'Italia intera il poter temporale ch'egli esercitava sovra picciola
parte di essa. — Alcuni membri del clero, chiari per ingegno e per
dottrina, scrissero libri di filosofia e di politica, in cui splendeva
il più puro e il più razionale liberalismo. — Il solo difetto di quei
libri era il non essere scritti in modo da farsi leggere da molti. —
Carlo Alberto era tuttora sul trono di Piemonte, e già da vari anni
aveva manifestato l'animo suo tutto italiano e liberale. — Leopoldo
regnava in Toscana, mentre Lucca era tuttora sotto il dominio del
giovanetto che ivi aspettava la morte della arciduchessa Maria Luisa
alla quale doveva succedere, lasciando Lucca a Leopoldo. A Napoli
Ferdinando di Borbone, assorto dagli amori della famiglia, dai piaceri
della tavola, e dagli scrupoli religiosi, sembrava incapace di
partecipare attivamente in nessuna intrapresa, sia per coadiuvarla, sia
per opporvisi, e lasciava supporre che la naturale indolenza, ed il peso
degli anni avessero spento in lui quella innata crudeltà e
scelleraggine, che mai non aveva abbandonato nessun membro della iniqua
sua razza.
I liberali si divisero gli animi di quei sovrani, e si accinsero a
muoverli verso la nobile passione del patriotismo. — Il popolo italiano
poca parte poteva prendere a tali tentativi, e vi sarebbe rimasto
completamente indifferente qualora fosse stato tuttora ciò ch'era al
principio di questo secolo. — Ma Mazzini lo aveva destato, e i liberali
delle classi colte lo sapevano desto, sicchè non dubitavano che il primo
grido di _fuori lo straniero_ metterebbe a tutti in mano le armi.
E così si andava innanzi, lavorando ed aspettando una occasione per
operare.
A persuadere Carlo Alberto di consacrarsi alla salute ed alla
liberazione d'Italia, non era mestieri nè degli sforzi, nè delle istanze
dei liberali. — Il re di Piemonte non aveva avuto durante la vita sua
altro desiderio, altro scopo alla sua ambizione. — Appena gli fu svelato
l'accordo stretto fra i liberali delle varie provincie d'Italia, ch'egli
abbracciò con trasporto le loro viste, le loro speranze, e pose sè
stesso, la sua famiglia, la sua casa e la sua corona, al servigio
dell'indipendenza italiana.
Dinanzi a lui si apriva un nuovo orizzonte; ed era quello stesso dei
sogni di sua gioventù. — Egli vi si precipitò baldanzoso, senza dare al
passato un ultimo sguardo.
Gli Austriaci, sempre pronti a chiamare su di essi i colpi della avversa
fortuna, nulla avevano imparato di quanto si leggeva a chiare note nel
contegno degli Italiani. — Gli Italiani gemevano da più di 30 anni sotto
il ferreo giogo della Casa di Absburgo; vi obbedivano perchè non era
loro possibile la resistenza. — Dunque sin tanto che il giogo della Casa
di Absburgo non scemerebbe nè di peso, nè di rigore, la obbedienza degli
Italiani non poteva venir meno. — E per accertarsi che il giogo della
Casa di Absburgo non diventava più leggiero, l'Imperatore ed i suoi
ministri vi aggiunsero nuove catene. I pieni poteri delle polizie e dei
loro agenti, i tribunali militari, dinanzi a cui erano condotte persino
le donne, la esorbitanza delle imposte, tasse, multe, prestiti
volontarii o forzosi, che in nulla differivano gli uni dagli altri, i
sequestri, le prigionie, gli ostacoli sempre crescenti allo sviluppo del
commercio e della industria in Italia, quel trattar sempre l'Italia come
paese conquistato, cioè come si trattavano i paesi conquistati quando la
Casa di Absburgo era salita sul trono imperiale, senza riconoscere nè
rispettare in essi alcuno dei diritti da Dio concessi a tutte le umane
incivilite creature: componeva ciò che chiamavasi il sistema del governo
imperiale, e gli Italiani tutti intendevano omai quanto era odioso,
iniquo, inumano quel sistema. — Ma gli Austriaci si ridevano delle
nozioni che gli Italiani avevano sì di recente acquistate. — I nostri
argomenti sono le palle dei nostri cannoni, dicevano a chi tentava far
loro intendere che gli Italiani del 40 non erano più quelli del 15 e del
20; e con questi argomenti metteremo in iscompiglio tutto il sapere di
questi nuovi dottrinarii, rivoluzionarii, ecc. E così andarono diffatti
calcando sempre la via che conduce gli oppressori al precipizio, sino
all'anno 47, quando l'iniquità della tirannide austriaca aveva raggiunto
il culmine della sfacciata sua forza, e non poteva andare più in là. — I
liberali sparsi nelle varie contrade d'Italia, sicuri del concorso
popolare, fiduciosi nella simpatia e nell'appoggio del Pontefice,
soddisfatti delle disposizioni in cui credevano che l'esempio di Pio IX
avesse posto gli animi del gran duca di Toscana e del re di Napoli,
istrutti della prontezza e dello zelo con cui Carlo Alberto
risponderebbe al primo appello degli Italiani, i nostri liberali, dico,
decisero di tentare la sorte senza aspettare nuovi insulti e nuovi
danni.
Le cinque giornate del marzo 1848 in Milano furono il primo colpo
portato alla grandezza della Casa di Absburgo, e ad esse rispose
l'Italia tutta con applausi, con offerte di aiuto, e con dichiarazioni
energiche in favore della libertà e della indipendenza italiana. —
Leopoldo di Toscana e Ferdinando di Napoli proclamarono subito una
costituzione, che solennemente giurarono di conservare e di rispettare
in ogni caso; e Carlo Alberto, che già da qualche tempo li avea
preceduti su quella via, si accinse a compire l'opera gloriosa dei
Milanesi, cacciando colle armi sue, e come si sperava con quelle di
tutta Italia, l'Austriaco dalla intera penisola. — Carlo Alberto soleva
dire: _l'Italia farà da sè_; e noi tutti ripetevamo quelle nobili
parole, senza esaminare se esse fossero l'espressione di un patriottico
desiderio, o di una ben fondata convinzione.
Ognuno conosce la dolorosa storia del 48 e del 49; ma pochi la giudicano
con mente posata e scevra da pregiudizii, come da spirito di parte. —
V'ha chi imputa i nostri rovesci alla perfidia e al tradimento dei
principi; chi, più moderato, li incolpa soltanto di imperizia e di
stoltezza. — I soli Milanesi, disarmati e senza capi, avevano trionfato
degli Austriaci; come mai si può concepire che gli Austriaci vincessero,
pochi mesi più tardi, l'intera Italia? Con questa domanda si credette di
aver provato la esistenza di almeno un tradimento, e molti ripeterono
quella domanda come irrefragabile prova di questo.
Ma le catastrofi pari a quella del 48 e del 49 non accadono mai, se non
per un numeroso concorso di circostanze le quali tendono tutte ad un
medesimo risultato.
In questo nostro particolar caso le circostanze che ne procacciarono la
rovina sono evidenti; ma perchè numerose e richiedenti, da chi le
considera, certa quale tensione dell'intelletto, riescono poco gradite
alle moltitudini, che preferiscono attribuire le sventure nazionali al
tradimento di chi le regge; appunto come vedono ciò accadere sulle scene
teatrali.
Gli Italiani non avevano in comune che una sola passione o due al più:
l'odio dello straniero dominio, e l'amore ossia il desiderio della
libertà. — Ma non erano punto fissati intorno alla condotta da tenersi
per assicurarsi il possesso di un tanto bene, quando lo avessero
ottenuto. — Sembrava difatti che lo avessero afferrato, e con quella
inclinazione alle illusioni, che forma gran parte del carattere
italiano, noi tutti credemmo di aver conquistata l'indipendenza e la
libertà, quando vedemmo i soldati austriaci abbandonare umiliati ed
impauriti la città di Milano, ed i principi satelliti dell'Austria
prodigarne le costituzioni ed i parlamenti, mentre stavano pronti alla
fuga per poco che i sudditi loro non si mostrassero soddisfatti delle
concedute istituzioni. — Gli Italiani si tennero sicuri della loro
libertà, ma si sentivano disorganizzati, e desideravano di costituirsi
nel modo migliore. — Non si pensava allora a contentarsi del possibile,
dell'eseguibile, del praticabile; si voleva giungere col primo passo
alla costituzione più perfetta, a quella cioè che presentava maggiori
garanzie di libertà, di uguaglianza civile e sociale, di prosperità, di
gloria, e di una vita comoda. — Si voleva una costituzione che
trasformasse questa nostra terra in un paradiso, non riflettendo che il
paradiso è la patria degli angeli, e che non v'hanno molti di questi sul
nostro globo. — Chi voleva una federazione, e fra i federalisti, chi
voleva una federazione sul modello della germanica, chi la voleva a modo
della elvetica. — Nel settentrione d'Italia una imponente maggioranza
voleva mantenere la Casa di Savoja e Carlo Alberto sul trono, che si
ambiva soltanto di far più grande. — Altri ricordavano il 21, o ciò che
ne avevano udito raccontare; e dando le loro interpretazioni di quei
fatti misteriosi, come verità storiche documentate ed accettate dal
mondo intero, sognavano tradimenti e gridavano: non vi fidate dei
traditori. — V'era chi ripeteva le viete massime del Mazzini, e credeva
di vincere il mondo e la sorte con poche parolone alto-sonanti, e vuote
di significato; v'era chi sognava l'Italia del medio evo, le repubbliche
di Venezia e di Genova, il vestire alla foggia del 500, e le parlate
degli eroi di Alfieri. — V'era chi sognava la repubblica francese del
93, e protestava che nulla di grande si fonderebbe in Italia, se non si
aprivano certe arterie, dalle quali doveva sgorgare molto sangue
corrotto. — V'era chi sognava il primato di Gioberti, ed un papato
universale politico sotto Pio IX. — Insomma varii ed innumerevoli erano
in quel tempo i pensieri e i voleri degli Italiani; ma fra tanti e sì
svariati pensieri e sistemi nulla vi era di eseguibile, e sembrava che
gli Italiani si fossero spogliati di ogni senso pratico.
Se loro si additavano gli ostacoli, che dovevano necessariamente opporsi
alla realizzazione delle loro utopie, vi rispondevano che la parola
ostacolo era per essi vuota di senso, che non vi era cosa impossibile
per chi voleva fortemente, ecc. — Se loro si chiedeva che cosa avrebbero
fatto quando l'Europa tutta si fosse dichiarata risoluta a finirla con
una nazione che si suppone sempre intenta ad introdurre novità
pericolose per la civile società, essi stringevansi nelle spalle, e
dicevano in tuono di compatimento, che la nazione italiana si componeva
di circa 26 milioni di esseri, che si alzerebbero come un sol uomo
quando fosse mestieri dare all'Europa una salutare lezioncina, e che ad
un popolo così unanime, così valoroso e risoluto in favore di una idea,
non v'era esercito, nè associazione di eserciti che potesse resistere. —
Si pronunziavano sentenze in tuono cattedratico ed entusiastico, e si
credeva aver profferito verità sacrosante, argomenti irresistibili. — Ai
pericoli che ne circondavano, alla rovina che stava per piombare su di
noi, nessuno pensava. — Gli Austriaci avevano abbandonate quasi tutte le
città dell'alta Italia, e quelli fra i principi delle altre parti
d'Italia che non li avevano seguiti sembravano trasformati in
altrettanti liberali, smaniosi di sagrificare sè stessi e le loro
dinastie per contribuire al risorgimento d'Italia. — Tutto ciò era stato
operato dagli Italiani, dalla loro risolutezza o dal loro valore. — Che
più v'era da temere? Come avevano già vinto, vincerebbero ogni volta che
il bisogno della vittoria fosse loro dimostrato.
Intanto gli Austriaci si concertavano coi principi loro satelliti, si
riavvicinavano al Pontefice, e ne guadagnavano l'animo incerto e
titubante; ed intanto l'Europa assisteva al nostro dramma senza neppure
fingere di interessarsi in favor nostro, e simulava ne' suoi fogli
periodici di considerarne come impazziti per l'inaspettato apparente
trionfo, ch'essa non avrebbe permesso qualora lo avesse considerato come
vero e reale. — Presto si vedrebbe a che cosa si ridurrebbero questi
nostri trionfi; ma qualora gli Italiani acquistassero veramente la
libertà e la indipendenza, toccherebbe alle savie e bene ordinate
nazioni dell'Europa il porli in tutela, e l'impedire che le loro pazze
teorie e la loro tracotanza ponessero a soqquadro la civiltà e la quiete
di questa parte del mondo.
Nessuno pensava di prestarci aiuto; nessuno desiderava vederci liberi e
contenti; ma forse meritavamo questa generale malevolenza, poichè ne
andavamo superbi e soddisfatti. — Non abbiamo bisogno nè di amici nè di
alleati. — Bastiamo a noi stessi; ed insegneremo all'Europa ciò che
siamo e ciò che possiamo. — Così parlavamo; e mi ricordo di un tempo in
cui la maggiore nostra paura era quella di essere aiutati a nostro
dispetto da qualche potenza educata alla scuola di Don Quisciotte.
Suonava l'ora dei rovesci. — Con mirabile valore e con deplorabile
spensieratezza, la piccola armata piemontese ed alcune improvvisate
legioni di volontarii, a cui si unirono i corpi universitarii, si
cimentavano contro l'intera forza dell'impero austriaco, accresciuta
ancora da non pochi Russi, che vestivano per obbedienza al loro Czar
l'uniforme bianco. — Già il Borbone aveva deposto la maschera, e
richiamate le truppe, che la paura di una rivoluzione lo aveva costretto
a mandare nell'alta Italia. Già il Pontefice aveva fatto riflessione che
gli Austriaci essendo cattolici erano suoi figli non meno degli
Italiani, e che la nostra guerra essendo per conseguenza una guerra
fratricida, egli non poteva parteciparvi, e richiamava pure le sue
truppe. — Il gran duca di Toscana o non ne mandava, o ne mandava così
parcamente, che non potevano recare gran danno al nemico nostro. —
Attoniti e scorati per sì sfacciato ed inaspettato abbandono, i
difensori che ne rimanevano, combattevano eroicamente, ma sentendosi già
vinti. — In pochi giorni l'Austriaco toccava le porte di Milano, e
dinanzi a lui andavano ritirandosi i nostri soldati umiliati ed
impotenti.
I Lombardi fremevano, ed avrebbero preferito seppellirsi sotto le rovine
delle loro città, piuttosto che vederle nuovamente occupate dall'odiato
oppressore. — L'Italia tutta fremeva; ma i suoi fremiti erano vani. — I
popoli non improvvisano le grandi risoluzioni. — Di nulla erano
convenuti gli Italiani, se non di combattere e di vincere per prima
cosa, e di pensar poi al modo di mettere la vittoria a profitto. La
sorte delle armi ne era stata avversa, e non sapevamo far altro che
fremere, sognare tradimenti, e maledire i traditori. — Chi voleva
cacciare il Borbone, il Pontefice, il gran Duca, e persino Carlo
Alberto, e costituirsi in republica. — Chi voleva ricondurre o per amore
o per forza i principi sulla via del dovere; e rifuggivano dal pensiero
della repubblica. — Mazzini imputava le nostre sventure alla fiducia che
avevamo riposta nei Principi, e li dichiarava tutti, o traditori, o
condannati ad incessanti disfatte per le colpe loro e per quelle dei
padri.
L'ira contro le potenze europee, che ci vedevano cadere sotto la
insanguinata scure dell'Austria senza stenderci la mano e salvarci;
l'ira contro Carlo Alberto, al quale si attribuiva in quei giorni di
avere pel primo profferite le mal augurate parole, _l'Italia farà da
sè_, era generale, e si sarebbe potuto credere che il paese non avesse
mai divisa l'erronea credenza nelle proprie sue forze.
Poniamo fine a queste dolorose ricordanze. — L'Italia non compianta
ricadde sotto gli antichi ed abborriti dominatori, che si prefissero di
opprimerla con sì pesante giogo, che più non potesse neppur sognare
nuove rivoluzioni. L'Italia non cadeva tutta in un giorno stesso. Due
città resistettero più a lungo delle altre, e in queste due città, che
Mazzini o i suoi discepoli reggevano con forma popolare, la diplomazia
esercitava poca influenza, e forse non ambiva di esercitarne una più
grande. Voglio parlare di Roma e di Venezia: esse non caddero nel 48, ma
bensì nel 49; ed in esse l'Italia diede per quella volta almeno gli
ultimi aneliti di vita civile e libera.
Anche Brescia, lasciata in balìa del suo municipio, che è quanto dire di
sè stessa, chiuse le sue porte agli Austriaci, armò tutti i suoi
cittadini, senza eccezione di sesso o di età, e si preparò ad una eroica
ma disperata resistenza. Per ben tre giorni gli Austriaci irrompevano
dalle porte nelle strade della città, ed appena impegnati in queste le
ingombravano dei loro cadaveri, da tutte le case, da tutte le finestre,
dai tetti rovinando su di loro micidiali proiettili d'ogni sorta. Ma
Brescia dovette cessare dalla pugna quando non ebbe più munizioni con
cui tenere a distanza il nemico, e quando non ebbe più difensori che non
grondassero del proprio sangue.
Gli Italiani diedero cospicua prova di animo valoroso e divoto alla
patria; ma ciò non basta a costituire ed a fondare una nazione. — I
Polacchi furono sempre ammirati pel singolare loro valore, ma non col
solo valor militare si acquista un seggio fra le nazioni civili, libere
ed indipendenti; e la storia del popolo polacco basterebbe a convincerne
di ciò quando nol fossimo già a sufficienza.
Per undici anni ancora gli Italiani furono trattati come gli Iloti
dell'antichità. — Derisa e non curata dall'Europa, martoriata, oppressa,
straziata, e munta da' suoi padroni, l'Italia sembrava oramai condannata
ad eterna ed ignominiosa servitù; e gli stranieri così opinavano. — Deve
esservi, dicevano essi, qualche nascosto difetto, qualche pecca
originale nel carattere degli Italiani; poichè ogni loro sforzo per
diventare indipendenti e per ricostituirsi in nazione riesce vano; e
sappiamo oggidì che non si cade se non perchè si difetta della forza
necessaria per reggersi. È inutile tentar nuove prove, soggiungevano
talvolta, e dovete rassegnarvi ad uno stato di cose ch'è evidentemente
il solo cui siate propri.
L'Italia sola non aveva accettata la crudele sentenza; e protestava
contro di essa con parole e con atti ogni qual volta le se ne presentava
la opportunità. In quelli undici anni l'odio dell'oppresso per
l'oppressore, e viceversa, giunse all'apice della violenza. Ma se a ciò
si fossero limitati i nostri progressi, saremmo tuttora schiavi. Un
genio benefico sorse presso ad un principe veramente liberale e
patriota, nel tempo stesso che un amico d'Italia saliva al supremo
potere e prendeva a reggere la più possente e la più energica fra le
nazioni europee. — Una segreta alleanza fu giurata fra l'imperatore dei
Francesi, e il re Vittorio Emanuele, sotto la ispirazione del conte
Camillo di Cavour. — Ma ciò non sarebbe bastato, se una radicale
alleanza non avesse composto in un sol corpo e in una sola volontà gli
Italiani tutti. — Cavour si fece capo di una nuova scuola politica in
Italia. — Egli fece brillare agli occhi degli Italiani queste verità
semplici ed incontestabili: per conquistare la indipendenza e la libertà
è necessario esser forti; e la unione può solo creare la forza.
Questa così ovvia verità fu prontamente afferrata dagli Italiani, che
l'accettarono e la confessarono da quel momento in poi come un dogma,
cioè con fede religiosa. — Tutto il passato apparve allora agli occhi
nostri sotto un aspetto tutto nuovo. Le nostre sventure più non furono
da noi imputate nè ad una sorte avversa e capricciosa, nè al tradimento
di chi doveva guidarci. — La vera e patente origine delle nostre
incessanti sciagure era appunto il difetto di unione e di unità di
vedute, di scopo e di azione. — Sembrava che la segreta cagione dei
nostri rovesci ne fosse stata tutto ad un tratto rivelata; e da quel
momento in poi ogni gara, ogni rivalità, ogni differenza di opinioni, di
tendenze, di gare politiche, fu condannata come delitto verso la comune
patria. — Nessuno tentò più di volgere a suo talento gli avvenimenti che
si succedevano, e una cosa sola si volle considerare: quale fosse la
volontà della maggioranza degli Italiani. — Questa volontà non trovò più
oppositori. — Anche i partigiani dell'assolutismo repubblicano di
Mazzini sospesero la crociata bandita dal loro maestro contro ogni forma
di governo che non fosse repubblicana. — La forma di governo che sarebbe
più accetta al maggior numero degli Italiani, quella che sembrerebbe più
atta a tenerli tutti uniti, e a crear loro interessi comuni, quella che
all'Italia susciterebbe il minor numero di nemici possibile: quella
sarebbe la forma di governo contro cui nessuno ardirebbe protestare. — E
quando si parlava in tal modo, già si sapeva che la forma di governo
necessaria al dì d'oggi era la monarchica. — Alcune città delle Romagne
e della Lombardia avrebbero accettata la repubblica di buona voglia,
quando questa fosse stata l'oggetto della preferenza di tutta Italia; ma
i due principali Stati italiani, quelli che disponevano di eserciti,
senza i quali sarebbe stata follìa l'intraprendere cosa alcuna contro la
dominazione straniera, il napoletano ed il sardo erano affezionatissimi
alla forma monarchica, e non l'avrebbero scambiata colla repubblicana,
se non vi fossero stati costretti. — L'Europa d'altronde non lo avrebbe
concesso; e gli italiani cominciarono a travedere, che le dichiarazioni
e le proteste repubblicane dei nostri emigrati politici erano in gran
parte la cagione della diffidenza che l'Europa manifestava verso di noi,
e del poco conto in cui ne teneva. L'unico scopo a cui tendevano tutti
gli italiani, era il costituirsi in nazione indipendente; e tutto ciò
che facilitava il compimento di questo voto era da tutti accettato senza
discussione e con trasporto.
Un fortunatissimo concorso di circostanze contribuì alla nostra
salvezza. — L'avere sul trono di Francia un amico fedele, che conosceva
l'Italia, e sapeva che cosa si poteva sperare, anzi aspettarsi da essa
quando fosse pervenuta a rompere le sue catene e a costituirsi in
nazione. — Questo amico sapeva altresì che l'Italia, ridotta al misero
stato in cui l'avevano precipitata, e la mantenevano i suoi dominatori,
non poteva muovere il primo passo verso l'indipendenza senza l'aiuto di
una nazione già costituita, sviluppata e forte. — Questo aiuto
iniziatore egli era in grado di darnelo, ed avea deciso che non ne
mancherebbe. — L'avere alla testa di buona parte dell'alta Italia un re
liberale, irremovibilmente schiavo della propria parola, animoso,
risoluto ed onesto. — L'avere questo re alla direzione de' suoi consigli
un ministro come il conte di Cavour, sagace e destro maneggiatore delle
cose politiche, divoto alla salute della patria italiana, che seppe
apprezzare le generose intenzioni ed il genio politico dell'imperatore
Napoleone, come aveva saputo apprezzare il sincero amor patrio del re
Vittorio Emanuele, e come egli medesimo era apprezzato da quei due; che
sapeva persuadere e dirigere gli italiani di tutte le provincie d'Italia
e di tutti i partiti. Intorno a Cavour si stendeva un'atmosfera di
fiducia, tutta nuova per gli italiani, che da tanti secoli erano avvezzi
a diffidare e a sospettare di ognuno. — Cavour fu l'anello che legò
vicendevolmente Napoleone e Vittorio Emanuele, e questo all'Italia;
Cavour fu l'iniziatore della spedizione sarda in Crimea, l'inspiratore
del congresso di Parigi, ove per la prima volta i diritti degli italiani
furono discussi seriamente, e finalmente riconosciuti. — Cavour aveva
fuso gli italiani in un solo pensiero: quello di cacciare al di là delle
Alpi lo straniero, e di costituirsi in nazione; e quando l'Austria,
insospettita di quanto macchinavasi contro di essa tra la Francia e
l'Italia, si accinse a distruggere, cioè a conquistare quel piccolo
Piemonte che aveva l'audacia di dichiararsi protettore dell'Italia
tutta, e suo nemico, Cavour, che aspettava una occasione propizia, si
volse ad un tratto a Napoleone e all'Italia. — Tutti risposero alla sua
voce. Napoleone condusse immediatamente i suoi eserciti nell'alta
Italia, e gli italiani tutti insorsero contro i loro signori, e
protestarono di voler essere italiani liberi ed indipendenti sotto il
governo della Casa di Savoja. — Mentre ancora si combattevano gli
austriaci, le principali città d'Italia, e gli stati italiani, mandavano
deputazioni al re Vittorio Emanuele e al suo ministro, per chiedere di
essere annessi al regno dell'alta Italia.
La pace di Villafranca sembrò sulle prime porsi come insuperabile
ostacolo all'adempimento dei voti degli italiani; ma in breve quella
infausta illusione si dissipava. — Mentre la diplomazia stabiliva a
Villafranca e a Zurigo, che l'Italia rimarrebbe a un dipresso qual era
prima del 59, che la Lombardia sola sarebbe annessa al Piemonte, che la
Venezia sarebbe lasciata all'Austria, che i duchi e i principi scacciati
rientrerebbero al possesso dei loro stati, e che tutti i sovrani
d'Italia compreso l'imperatore d'Austria, formerebbero una
confederazione sotto la presidenza del romano Pontefice; mentre
Napoleone dettava tali condizioni, ed il nuovo ministero di Vittorio
Emanuele le accettava, le annessioni dei ducati, della Toscana, delle
Legazioni si compivano, e si rendeva impossibile il ritorno dei
principi. — Si temeva che l'imperatore dei Francesi si adirasse contro
questa audace resistenza a' suoi voleri; ma tale resistenza sanzionata
dai plebesciti delle provincie, che volevano l'annessione, fu giudicata
legittima e giusta.
Più tardi l'Umbria, la Sicilia e il napoletano invocarono l'annessione;
e Garibaldi co' suoi mille andò a mettere in fuga i soldati borbonici,
che impedivano l'aperta manifestazione della volontà popolare.
L'imperatore Napoleone aveva proclamato due principii, ch'egli imponeva
all'Europa di rispettare. Eran questi, la onnipotenza del suffragio
universale, ed il non intervento. — Tutto ciò ch'erasi operato in Italia
era stato sancito dai plebisciti, ossia dal suffragio universale, ed il
principio del non intervento non permetteva all'Europa di opporvisi. —
Questi principii, che furono la nostra egida, Napoleone li proclamò in
favor nostro; e ciò solo dovrebbe bastare ad assicurargli la nostra
indelebile riconoscenza.
Ma la cessione della Savoja e del contado di Nizza fu per gli italiani
un seme di discordia e di malcontento. — Col tempo impareremo a benedire
quel sacrifizio come il vero fondamento della nostra indipendenza.
Gli italiani vogliono innanzi tutto, ed è ben naturale che così sia,
vogliono, dico, ottenere l'intento loro; ma le loro forze non essendo
sempre adequate alla grandezza dei loro concetti, essi o implorano o
accettano l'aiuto di chi si dice loro amico; e questo aiuto gli italiani
sognano sempre che abbia ad essere gratuito. — Se loro si chiede
schiettamente un compenso, essi si sdegnano, e si tengono per sciolti da
qualsiasi obbligo di gratitudine. — Essi non vedono essere il puntuale
pagamento del compenso richiesto e convenuto la sola via per raggiungere
e per conservare la loro indipendenza. — Dio ne liberi dal peso di un
debito non definito e non pagato! Quel peso è come un fantasma
minaccioso, che si frappone in perpetuo fra il beneficato e ogni atto di
indipendenza ch'egli sta per compiere. Benedetto invece quel benefattore
che fissa il prezzo dell'opera sua, e che ricevutolo, si tiene per
soddisfatto, e dichiara il beneficato sciolto da ogni debito verso di
lui! Ciò pattuiva il conte di Cavour coll'imperatore Napoleone, perchè
l'imperatore doveva alla Francia di non sottoporla a sacrifizi senza
compenso, e perchè il conte di Cavour voleva che l'indipendenza italiana
non fosse più illusoria, ma vera e durevole, non quale era stata tante
volte, il passaggio da una ad un'altra dominazione. — Abbiamo saldato il
nostro debito verso la Francia; e sebbene dobbiamo ad essa i più sinceri
sentimenti di gratitudine, non dobbiamo nè ad essa, nè ad altra potenza
non italiana, il sacrifizio della benchè menoma frazione della nostra
indipendenza.
La nostra nazionalità conta oggi sette anni di vita; e questi sette anni
di goduta libertà, di pubblica tranquillità e di moderazione ne hanno
fruttato il riconoscimento di tutte le potenze europee. — Ne hanno
fruttato un bellissimo esercito, una marina considerevole, un sistema di
ferrovie che rilega fra loro tutte le parti d'Italia, e facilita
l'accomunarsi delle varie popolazioni e dei loro interessi: cospicui
abbellimenti nelle principali città, e la universale simpatia
dell'Europa, a tal segno che quando all'aprirsi della penultima stagione
estiva chiedevamo all'Austria di cederne quella parte della patria
nostra ch'essa teneva tuttora schiava, l'Europa tutta sclamò essere la
nostra domanda giusta e legittima, e dovere la Venezia esser ceduta
all'Italia. Chi ne avrebbe detto dieci anni sono, che i nostri diritti
sarebbero oggi così spontaneamente confessati e sostenuti da quelle
potenze, che per lo addietro dileggiavano le nostre pretese, i nostri
sforzi sempre vani?
La sorte delle armi non ne fu, quanto lo avevamo sperato, propizia, e
l'imperizia e l'inesperienza dei grandi comandi, e delle grandi
battaglie, tanto dei capi militari di terra, quanto di quelli di mare,
ne costò molto sangue, e ne fruttò poca gloria. — Ma nessuno si ingannò
sulle cagioni di cotesti nostri problematici successi; e il valore
dell'esercito intero, l'eroismo dei nostri soldati di marina,
risplendettero così straordinariamente durante la guerra, che gli
stranieri ne rispettarono dopo questa assai più che nol facevano per lo
passato, e ne tributarono meritate, ma non aspettate lodi. — La Venezia
è omai nostra col consenso dell'Austria stessa; e quel formidabile
quadrilatero, perenne minaccia alla nostra libertà ed indipendenza,
diventa ora per noi un baluardo quasi inespugnabile contro qualsiasi
futuro tentativo d'invasione.
Tale è il passato che ne condusse, attraverso tante catastrofi e
peripezie, al felice e glorioso nostro presente. — Ma il carattere dei
popoli si compone delle passioni e dei costumi acquistati sotto
l'influenza del loro passato. — Il passato può essere completamente
distrutto, e trasformato in un presente tutto opposto a quello; ma le
traccie del passato esistono nel carattere e nelle abitudini popolari
che in esso si formarono. — Quando il passato più non esiste, ed ha dato
luogo ad un presente che in nulla gli somiglia, le tendenze morali ed
intellettuali create da quello più non convengono a questo. — Per noi
del resto la necessità di spogliarci di quegli avanzi del passato è
singolarmente evidente, in quanto che siamo stati educati dai nostri
dominatori per compiacerci negli ozi della schiavitù, e per essere
indegni della libertà. — Siamo stati educati a diffidare e a sospettare
di tutto e di tutti; a stancarci di tutto ciò che dura da qualche tempo,
a biasimare e criticare ogni cosa, a giudicare degli uomini e delle cose
colla nostra imaginazione piuttosto che col freddo criterio; ad
esaltarci fuor di misura per tutto ciò che riveste un aspetto drammatico
di sublimità e di eroismo, senza esaminare se la sostanza corrisponde
all'apparenza. — Siamo stati educati ad impiegare parole ampollose ed
enfatiche, e a prenderle per l'espressione di sublimi concetti, a
confondere l'enfiagione della vanità colla coscienza della nostra
irresistibile forza, e non dubitare della nostra superiorità, e dei
trionfi ch'essa ne assicura; e quando invece di trionfi raccogliamo
rovesci, ad esagerarli, a darci in preda all'abbattimento e alla
disperazione, e ad imputare altrui le sventure che la nostra imperizia e
la nostra inesperienza ne hanno procurato. — Siamo stati educati a
disprezzare la scienza e gli studi necessari ad acquistarla, e a
vantarci del nostro ingegno svegliato, che conosce ogni cosa per
intuizione, senza condannarsi alla noia dell'imparare. — Siamo stati
educati da chi voleva mantenerci schiavi, in modo tale da renderne
incapaci di costituirci in nazione libera ed indipendente; incapaci di
compiere i doveri del cittadino, come di sacrificare le private
ambizioni e i privati interessi alla salvezza e alla prosperità della
comune patria.
Il nostro principale studio deve essere omai di spogliarci di tutte le
letali influenze del passato.
Ricordiamoci che il nostro passato fu un'era di schiavitù, e che il
popolo educato alla schiavitù deve trasformare sè stesso, se vuol
diventare atto a godere della libertà e della indipendenza.
CAPITOLO TERZO
CARATTERE DELL'ITALIANO,
SUE VARIETÀ E SUE CONSEGUENZE
L'Italia può oggidì considerarsi come fatta e compiuta. Lo scopo di
tanti sforzi, di tanti sacrifizi, l'oggetto di tante aspirazioni e
speranze, può dirsi raggiunto. — L'Italia ha veduto l'ultimo di quei
soldati stranieri che la tennero sì a lungo soggetta rivarcare le Alpi,
lasciandola erede dell'inespugnabile quadrilatero; e l'Europa tutta
proclama la santità de' suoi diritti, e si dichiara stanca di vederli
conculcati.
Un certo sentimento di orgoglio può essere scusato in noi, quando
pensiamo alle cangiate nostre sorti, alla simpatia acquistata, al nostro
rapido innalzamento al grado di potenza di primo ordine; in noi che otto
anni indietro eravamo considerati come una mandra di servi austriaci. Ma
l'ebbrezza della gioia e dell'ambizione soddisfatta riesce pericolosa a
chi troppo vi si abbandona. — Abbiamo altro da fare che congratularci
vicendevolmente per le conquiste ultimate. — Dobbiamo costituirci
fortemente, e vincere quelle abitudini e quelle tendenze del nostro
carattere, che si oppongono al nostro sviluppo morale, intellettuale e
nazionale.
L'Italia fu sempre riputata ricchissimo paese, e fu questo un equivoco.
Il suolo italiano è certamente il più ferace di Europa, e l'agricoltura
vi è giunta, parzialmente almeno, ad un certo grado di perfezione che
mal si accorda col limitato sviluppo delle scienze e dell'industria. —
Il motivo di tale difetto di armonia è evidente. L'Italia non ha vissuto
sin quì di sua vita propria, nè conformemente ai propri bisogni, ai
propri interessi; ma fu diretta da' suoi padroni, secondo ad essi
conveniva, e secondo risultava più confacente all'insieme di quei corpi
politici mostruosi e diformi, di cui le provincie italiane erano parte.
La frazione d'Italia che dipendeva direttamente dall'Austria (e l'Italia
presso che tutta ne dipendeva indirettamente) fu detta paese agricolo, e
tale è difatto; ma i tempi in cui la ricchezza pubblica delle nazioni si
misurava dalla fecondità del terreno, e dalla salubrità del clima, sono
lungi da noi. La ricchezza degli Stati è oramai la conseguenza dello
sviluppo dell'umana operosità nell'industria e nel commercio, non meno
che dello sviluppo dell'agricoltura.
L'impero austriaco, che si componeva di tante provincie e di popolazioni
fra loro eterogenee ed avverse, considerava le sue provincie italiane
come il suo giardino e il suo granaio. E di fatti nè la Boemia, nè
l'Ungheria, nè la Gallizia, nè la Stiria, nè alcuna di quelle nordiche
contrade possono competere coll'Italia per la feracità del suolo e per
la mitezza del clima. L'Italia fu dunque dall'Austria destinata, o per
dir meglio condannata a fornire all'impero i prodotti agricoli, e a
consumare i prodotti dell'industria delle altre provincie. L'industria
fu interdetta all'Italia, perchè all'impero conveniva di averla
inoperosa ed incapace di sovvenire ai propri bisogni. Nel lungo corso
del dominio austriaco in Italia, più d'una prova fu tentata da
capitalisti italiani, per introdurre nel paese qualche industria che
valesse ad arrestarne il rapido impoverimento. — Il governo austriaco
conosceva la iniquità del suo procedere, e sentiva la necessità di
mascherarlo. Per ciò non si opponeva apertamente a tali esperimenti; ma
ben sapeva renderli vani, ed ottenerne l'abbandono. I capitalisti autori
di quelle prove si vedevano subitamente decaduti dal favore del governo;
incontravano non preveduti ostacoli ad ogni loro mossa; il prezzo degli
oggetti necessari al progredire della industria loro cresceva ad un
tratto smisuratamente. Se ad essi occorrevano macchine che non si
potessero avere che dall'Inghilterra o dalla Francia, l'importazione di
tali macchine era sottoposta a tasse e a difficoltà siffatte, che la
nascente industria non poteva sostenerle, e il tentativo andava fallito.
Certo che un simile procedere non avrebbe ottenuto in Inghilterra il
successo che ottenne in Italia; ma gli italiani sono per natura poco
inclinati al lavoro, e la fredda e pacata resistenza ad una mascherata
persecuzione li stanca. — Essi resistono a qualsiasi costo quando l'ira
li sprona; e in tal caso sdegnano i consigli della prudenza, si
slanciano ad aperto combattimento, e spesse volte sono vinti
dall'avveduto nemico che si era da lungo tempo preparato alla lotta. —
Ma la costante e misurata resistenza ad una coperta persecuzione, il
combattere nascostamente, nelle tenebre, e lungi da ogni spettatore,
lascia l'italiano freddo, e gli toglie coll'ardore della pugna in campo
aperto la forza materiale e l'energia morale. — Gli italiani accettarono
dunque la parte che il governo austriaco loro destinava nella commedia
politica di un impero, e questa parte era quella del compratore di
oggetti manufatturati nelle provincie germaniche e slave. — Gli italiani
ricuperarono in compenso la facoltà di abbandonarsi all'ozio; compenso
fatale, perchè troppo conforme all'indole nostra e dei popoli
meridionali in generale, cosicchè abbandonandosi all'ozio per necessità,
vi si adagiarono senza rimorso, nè vergogna, e ne contrassero
rapidamente l'abito. — Che la parte imposta agli italiani nella
costituzione economica dell'impero dovesse condurli in breve ad una
inevitabile rovina, era cosa preveduta da chiunque rifletteva alle
condizioni finanziarie dell'Italia, e a quelle che i moderni progressi
delle scienze e dell'industria hanno creato in Europa. — Non è da
supporsi neppure che gli uomini di Stato austriaci ignorassero ove
conduceva la via imposta agli italiani; ma al governo austriaco, come a
tutti i governi dispotici, poco importa de' suoi amministrati, e se un
sistema di governo o di amministrazione gli sembra conveniente, esso lo
addotta, quand'anche lo sappia ingiusto, rovinoso e mortale per una
parte qualunque de' suoi sudditi.
L'Italia possedeva tesori in oggetti di belle arti e di antichità, come
sarebbero intagli, avori, smalti, cesellature in metalli, ecc. Le sue
principali città vantavano famiglie nobili di smisurata ricchezza. Le
repubbliche di Genova e di Venezia avevano creato, mediante il
commercio, delle ricchezze private come non se ne conoscevano altrove in
quei tempi, cioè sul principiare del secolo decimonono. Ma tutte queste
dovizie, erano tesori accumulati da lungo tempo, e nessuna nuova
sorgente erasi aperta per riacquistare il denaro che si spendeva con
prodigalità più pazza che altro. — I tesori italiani dovevano dunque
esaurirsi in un dato tempo; ma varie circostanze concorsero ad
abbreviare quel tempo e ad affrettare il compimento della inevitabile
rovina. — La rendita che rimaneva agli italiani traevasi, come ho già
detto, dall'agricoltura; ed era prodotta in gran parte dai bachi da seta
e dalle viti. Ognuno conosce la dolorosa storia di questi due prodotti
agricoli, durante gli ultimi dodici anni. — Un morbo speciale e
misterioso in quanto alla sua origine piombava sui bachi e sulle viti,
nè ha per anco ceduto ad alcuno dei rimedi tentati. E non si vede nè
come nè quando nell'avvenire l'industria sericola riprenderà il suo
corso, e ridonerà qualche valore al suolo, da cui si traeva. — Parecchi
possidenti, che godevano di un'annua rendita di circa cento mila
franchi, cavati dalla coltura dei bachi, si sono trovati subitamente
ridotti ad una pressochè assoluta povertà. — I bachi prosperavano e
sembravano promettere un abbondante raccolto, quando tutto ad un tratto,
mentre stavano avviandosi al bosco, o disponendosi a formare la loro
buccia, cadevano morti, quasi colpiti da morbo pestilenziale. Da dodici
anni queste scene si ripetono ogni primavera, ad onta dei lunghi e
pericolosi viaggi intrapresi da giovani avventurosi nelle più remote e
barbare contrade dell'estremo oriente, per procurare agli allevatori di
bachi da seta, una semente più sana, e non ancora tocca dal morbo
europeo. — Nulla valgono questi generosi tentativi; che dopo due o tre
anni di mediocre raccolto, e di cure indefesse, la semente straniera
risente l'azione della morbosa influenza, ed i bachi che ne nascono
muoiono, come morivano dapprima gl'indigeni. — Si sono fatti studi
variati ed estesi per conoscere la cagione del male, e per trovarvi un
rimedio; ma dopo tanti anni, ancora non si giunse a stabilire con
certezza se il germe infetto sia quello del baco, ovvero quello del
gelso.
La crittogama della vite non è così misteriosa come la malattia dei
bachi; ma è tenace non meno di quella, e la distruzione di quei due
prodotti della nostra industria agricola sembra farsi di giorno in
giorno più probabile. E quei due generi erano veramente e
considerevolmente i due più ricchi prodotti della nostra agricoltura;
quelli che le davano una certa importanza come sorgente della pubblica
ricchezza, ed una certa superiorità sull'agricoltura delle altre
contrade d'Europa. — A noi lombardi rimangono i terreni inaffiati o
paludosi, le praterie a marcite, le risaie, ecc.; ma questi terreni sono
necessariamente assai ristretti, e tutto il rimanente del suolo italiano
è limitato attualmente alla produzione dei cereali, cioè alla produzione
medesima delle altre parti d'Europa; alla produzione di cereali che
possono bene bastare al nutrimento del contadino, ma che a nulla montano
come oggetti commerciabili, destinati ad impedire che il tesoro pubblico
si esaurisca intieramente.
Altre cagioni di rapido impoverimento si sono aggiunte a quelle già
accennate. Il mostruoso incremento del lusso, e il disgraziato abito,
contratto dalla gioventù d'ogni classe, di fuggire qualsiasi occupazione
che non sia di puro divertimento. E siccome il vigore giovanile vuole
uno sfogo, i giovani che hanno imparato a considerare le occupazioni
dello studio o di un impiego, in una parola quelle occupazioni che
compongono una professione, ossia una carriera amministrativa, militare,
magistrale, scientifica o artistica, come un mezzo per guadagnar denaro,
come una necessità per chi non ne ereditava dalla propria famiglia; i
giovani, dico, disgraziatamente imbevuti di tali falsissimi concetti,
non trovano altro pascolo alla loro operosità che nell'imitare
servilmente i costumi dei giovani della aristocrazia inglese, francese e
russa, i quali disponendo di beni di fortuna assai superiori ai nostri,
ne porgono rovinosi esempi. I nostri giovani, i quali ereditarono dai
padri loro una rendita che i padri non riescivano a spendere, la
ricevettero già ridotta dalla parte che la legge garantisce ai fratelli
e dalla dote delle sorelle, gravata inoltre d'imposte che non pesavano
sui padri loro; e si credono tenuti di far onore alla nobiltà della
stirpe coll'eseguire in Italia tutto ciò che i loro pari inglesi,
francesi e russi, eseguiscono a Londra, a Parigi e a Pietroburgo. I
nostri giovani rappresentanti le antiche famiglie della nostra storia,
non sono contenti di possedere dei buoni e bei cavalli, delle carrozze
comode ed eleganti, e tutto ciò che costituisce dei ricchi e convenienti
equipaggi; ma vogliono essere ammirati come gli esatti _fac simili_ dei
giovani inglesi di alto grado; e siccome tanto le importazioni quanto le
imitazioni inglesi non si ottengono in Italia se non si pagano a peso
d'oro, così la soddisfazione degli innocenti e puerili desideri dei
nostri giovani basta talora a mandarli in rovina. Non uno forse degli
eredi delle nostre più cospicue e più doviziose famiglie ha saputo
conservare intatti i suoi beni e la condizione elevata che essi gli
procuravano. Con una rendita ridotta e frazionata, i nostri giovani, a
nulla intenti se non all'esatta riproduzione dei costumi oltramontani,
spendono assai più che non spendevano i loro padri. Nel secolo passato
l'anglomania spuntava appena, e gli uomini di qualche valore morale,
intellettuale o anche soltanto sociale, avrebbero arrossito di scendere
dalla loro elevata condizione per cambiarla con quella d'imitatori delle
straniere singolarità. — Quando gli animali o gli oggetti qualsifossero,
che servivano ai loro comodi o ai loro divertimenti, riempivano di fatto
la missione loro imposta, i nostri antenati non si tormentavano lo
spirito a ricercare se i lord inglesi non avrebbero richiesto di più:
possedevano dei magnifici palazzi, delle ville pressochè reali; ma non
trasformavano queste loro sontuose dimore in una perenne occasione
d'ingenti spese. L'addobbamento dei loro palazzi era in armonia coi
palazzi medesimi, e si componeva in gran parte di oggetti d'arte,
pitture, sculture, bronzi, porcellane e sete; ma nessuno pensava a
rinnovarli prima che il tempo li avesse contaminati e distrutti, perchè
in altri paesi le case dei ricchi si ammobigliano in diverso modo.
Non mi tratterrei così lungamente sopra queste apparenti inezie, se non
si traessero dietro gravi e tristissime conseguenze. Non credo,
ripeterò, siavi nell'Italia del nord un solo dei rappresentanti delle
nostre famiglie illustri, che non abbia più o meno sciupato l'ereditato
patrimonio, e che non sia avviato verso una maggiore rovina; e ciò senza
aver imparato cosa alcuna, senza avere acquistato nè oggetti preziosi,
nè introdotto o tentato d'introdurre nel proprio paese altre novità,
fuorchè le stranezze di oziosi stranieri, che non formano nei paesi loro
che una derisa minoranza. Poichè nè in Inghilterra, nè in Francia, nè
tampoco in Russia prevale quella assurda opinione, che lo studio o la
scelta di una professione o di una pubblica carriera sieno cose
riservate ai poveri, che hanno bisogno di lavorare per guadagnarsi il
vitto. Fatale errore! Il lavoro non è soltanto il mezzo più onesto di
guadagnar denaro, è il dovere di ogni cittadino, o, diciam meglio, di
ogni essere dotato di ragione, che possiede un'anima intelligente, di
cui dovrà un giorno render conto al creatore. Lo studio e il lavoro sono
il mezzo che una benefica provvidenza ne largisce per sviluppare e
perfezionare l'intelletto nostro; sono il mezzo col quale ciascuno può
servire il proprio paese; sono la scala per cui la creatura umana sale
dalla terra al cielo, dalla vita materiale, che ha comune coi bruti,
alla vita spirituale a cui può sola aspirare.
L'avversione al lavoro, e il disprezzo per chi è costretto a
dedicarvisi, sono una inesauribile sorgente di danni pel paese nostro. —
Il popolo, e particolarmente gli abitanti della campagna, inclinano per
la naturale loro pigrizia all'ozio, e non potendo abbandonarvisi
interamente (chè ad essi lo vieta la necessità di procurarsi vitto, casa
e vestimenta), si contentano del puro necessario; e, questo ottenuto,
nessuno al mondo li saprebbe indurre a prolungare di un'ora l'opera
loro. Perciò avviene che ogni nuova imposta, o tassa, per poco gravosa e
per equa che siasi, pare al nostro contadino una misura vessatoria,
iniqua ed intollerabile; solo perchè essa lo toglie momentaneamente a
quell'ozio ch'egli considera come suo privilegio e suo diritto. Come
potrebb'egli giudicare altrimenti, circondato qual è da altri contadini
che la pensano come lui, da un clero che si studia di mantenerlo
nell'ignoranza, e quindi nella soggezione e nella dipendenza de' suoi
voleri, ed alla presenza di un padrone, che lungi dall'inspirargli
l'energia e l'amore al lavoro, come alla unica fonte di ogni prosperità,
gli dà il deplorabile esempio di sprezzare il lavoro e di astenersene
ogni qual volta lo può?
D'altra parte nè l'abilità al lavoro, nè l'attitudine all'applicazione,
non s'acquistano in un giorno. — Un'intera generazione non basta a
formare una nazione laboriosa ed energica, nè ad imprimerle quel
carattere di creatrice, che distingue così eminentemente fra tutte le
altre la inglese, e fa sì che un'impresa industriale da essa tentata, è
giustamente considerata dalle altre nazioni, come una impresa
felicemente compita. — Io pure vorrei che gli italiani prendessero gli
inglesi per modelli; ma non per imitare le puerili stravaganze di alcuni
ricchissimi oziosi, bensì per emulare la maravigliosa operosità delle
moltitudini. E si osservi altresì che quegli stessi ricchissimi oziosi
cui la nostra gioventù tributa tanta ammirazione, non sono poi così
oziosi come lo crediamo, e lo sono in tutt'altro modo di noi. I loro
passatempi, i viaggi, le caccie, le corse e gli esercizi equestri, nulla
hanno per certo di effeminato; anzi allo sviluppo delle forze
intellettuali unendosi così lo sviluppo delle forze fisiche, come a
concepire essi riescono atti a compiere le più ardue imprese. I viaggi
più pericolosi di questo secolo, le scoperte di nuove terre, e di nuovi
passi per recarvisi, sono dovuti in gran parte ai rampolli della inglese
aristocrazia; e quelli poi che non hanno acquistato fama di
grandi viaggiatori, non si sono però addormentati nell'ozio e
nell'effeminatezza; ma o proseguono nei maschi diporti della caccia e
del cavalcare, o si dedicano all'agricoltura, all'industria, al
commercio, o a qualche dotta professione, impiegando così nell'età
matura quell'eccesso di energia che li aveva traviati nella primissima
gioventù. In Inghilterra gli uomini che non si consacrano ad una
occupazione, o ad uno studio, o ad uno scopo di pubblica beneficenza,
insomma che non impieghino la esistenza loro al servizio del loro paese,
formano una impercettibile minoranza; mentre da noi, i giovani forniti
di beni di fortuna, che si dedicano ad un proposito patriottico, formano
la volta loro, rarissime eccezioni. Abbiamo veduto che il numero dei
rappresentanti delle nostre più illustri e più ricche famiglie i quali
abbiano conservato intatto il patrimonio loro, non è superiore a quello
dei giovani che si dedicano ad una virile occupazione; e di ciò siamo
oltremodo dolenti, perchè il rapido deperimento di una classe di
cittadini così importante come la nobiltà italiana, in cui erano
concentrate le maggiori ricchezze del paese e tutta l'autorità e
l'influenza che sono come i corollari delle ricchezze, non può decadere
senza produrre un adequato e funesto squilibrio in ogni classe della
società.
Parlerò meno diffusamente del carattere e dei costumi delle popolazioni
dell'Italia centrale e meridionale, perchè non sono spettatrice costante
dei fatti loro, come lo sono dei nostri. Pure quel poco che ne so non mi
mostra gli italiani di quelle provincie più esperti e più intelligenti
di noi in materia di libertà e di governo costituzionale. Il fatto, per
citarne uno a tutti noto, che la città di Messina, la seconda città
della Sicilia e in realtà eguale alla prima in estensione, in ricchezza,
in coltura e in civiltà, deputò ripetutamente a rappresentarla al
parlamento l'esule Mazzini, prova sufficientemente che i suoi elettori
nulla intendono del sistema di governo detto costituzionale. Se la
Sicilia avesse inteso di protestare contro il governo attuale, doveva
mandare al parlamento insieme con Giuseppe Mazzini altri uomini di fama
repubblicana; e soddisfatta di avere con ciò espresse le proprie
aspirazioni, non ostinarsi in quella espressione dopo che il parlamento
l'avea respinta come incostituzionale. — I messinesi si condussero
altrimenti. Nominarono un solo repubblicano, Giuseppe Mazzini, insieme
con altri molti che avevano protestato della loro divota adesione alla
nostra monarchia; e quegli elettori medesimi che avevano votato con
entusiasmo per Mazzini, facevano pochi giorni dopo una rumorosa
dimostrazione in onore di Vittorio Emanuele, più non ricordo in quale
particolare occasione, togliendo con ciò ogni possibile significato al
singolare loro voto. Poi quando il parlamento, condannando la illegalità
della elezione, la cassò, i messinesi la rinnovarono, mettendosi così in
urto ed in ostilità non più col governo, ma colla rappresentanza
nazionale, che è quanto dire colla nazione e con sè medesimi.
Lo stesso ha fatto più recentemente Palermo, nell'occasione della legge
votata dal parlamento per l'abolizione degli ordini religiosi. Tutti
conoscono le orribili scene che scaturirono dalla fanatica superstizione
dei palermitani, ad istigazione evidente dei frati e delle monache,
inferociti per l'abolizione dei loro privilegi. Nessuno vorrà dire che
un popolo capace di simili eccessi sia maturo per godere di una regolare
libertà; e i più indulgenti confessarono che un poco di educazione
civile e politica, non sarebbe superflua pei siciliani. Ora, questa
educazione chi pensa a darla, e come sarà data?
I napolitani hanno l'aspetto e le forme più civili dei siciliani. Oltre
ciò hanno una intelligenza così aperta ed una fantasia così svegliata,
che prontamente imparano, e si fan proprie le cose, o almeno l'apparenza
delle cose che loro passano sotto gli occhi. Aggiungiamo pure che se non
le idee, le parole di costituzione, di parlamento, ecc. non giungono ad
essi nuove, mentre ebbero un principio di effettuazione nel 21, ed un
altro ne avevano avuto sul finire dello scorso secolo. La presenza di
cospicue famiglie straniere che a Napoli accorrevano, ivi attratte dalla
bellezza del cielo e dalla mitezza del clima, vi avevano introdotto
alcune abitudini civili, e sparso una certa gentilezza di modi sopra una
popolazione naturalmente alla gentilezza inclinata, quando non sia
trasportata da passioni violenti e sfrenate. Napoli diffatto ed il suo
popolo hanno progredito verso la vita civile dal 60 in poi. Certe
immondezze scomparvero dalle pubbliche vie: certe nudità permesse dal
clima, ma vietate dalla civiltà, più non si incontrano per le strade,
sulle piazze e nelle chiese; le scuole normali e popolari sono
frequentate dai figli di padri e di madri analfabetici.
I napolitani non si mostrano avversi alle leggi della vita civile[1]. Ma
tutto ciò non significa ch'essi sieno in grado d'intendere e di
apprezzare i benefizi di un governo costituzionale, nè di compierne i
corrispondenti doveri: ed in varie occorrenze gli antichi sudditi dei
Borboni mostrarono invece di avere inteso soltanto che la dinastia dei
loro re era mutata. Si ricordino i miei lettori certe elezioni avvenute
nel 65, e confesseranno meco che i napolitani anch'essi hanno bisogno di
essere educati alla libertà. Le doti che la natura ha loro compartito
serviranno a rendere la educazione loro più facile e più pronta; ma
converrebbe invero supporre ch'essi possedessero la così detta scienza
infusa, per ammettere che i diritti ed i doveri dei popoli liberi e
civili potessero essere noti a chi non ha mai goduto gli uni, nè avuto
chi gli insegnasse gli altri, ad un popolo che fu sempre retto da un
despota e da un clero fomentatore della superstizione e della ignoranza,
che non conosce insomma via di mezzo fra una cieca obbedienza ed una
sfrenata libertà.
Questa educazione civile e politica, chi pensa a darla ai napoletani? Si
pubblicano giornali, o quotidiani o settimanali o mensili, accessibili
per ogni conto al povero, e in cui si esponga il significato delle nuove
istituzioni ad esso largite? Si sono aperti corsi pubblici e gratuiti in
convenienti locali, ove il povero possa ricoverarsi, imparando a
benedire la Provvidenza per la libertà acquistata ed intesa? Io non
avrei scritte queste pagine, se avessi udito che una sola delle tante
cose da farsi fosse stata fatta. Ma vedo gli anni succedersi
rapidamente; vedo gli effetti della generale ignoranza rallentare e
talvolta impedire il progresso del nostro nazionale sviluppo; e non vedo
che si tenti rimediare a tale ignoranza dell'attuale generazione. Si
insegna a leggere alla generazione futura, e si spera forse che questi
nuovi letterati faranno buon uso della scienza acquisita per istruirsi
in ciò che loro spetta di sapere. Ma parmi questa una vana speranza. I
contadini lombardi hanno tutti, o pressochè tutti, frequentato,
nell'infanzia loro, le scuole comunali; ma sino a che in codeste scuole
non si acquista altro che uno strumento per imparare ciò che veramente è
necessario sapersi, non si può sperare che il giovanetto, licenziato
dalla scuola perchè ha raggiunto il duodecimo anno di sua vita, e
rimandato alle fatiche ed alle sofferenze domestiche col solo vantaggio
di poter leggere, scarabocchiare il proprio nome, ed eseguire le due
prime operazioni dell'aritmetica; non si può sperare, dico, ch'esso
impieghi utilmente il suo magro corredo di cognizioni per acquistarne
altre indispensabili ad un popolo che vuol essere libero. Ciò che deve
invece accadere, e che accade diffatto, si è che il giovinetto stesso
che sapeva leggere a dodici anni più non lo sappia passati i venti.
Della Toscana, e delle provincie che componevano prima del 59 e del 60
gli stati romani, non posso parlare in modo assai diverso da quello con
cui ho parlato sin qui delle altre parti d'Italia. Il toscano ad altro
non aspira che ad un dolce ed innocente riposo. Si accontenta di una
mediocre agiatezza; si accontenta ben anco del puro necessario, purchè
gli si conceda di goderne pacificamente e senza sforzi nè fatiche. Così
ci figuriamo ad un dipresso la vita dei pastori arcadici; ma nulla v'ha
al mondo di meno arcadico dell'attuale società. Già lo dissi più sopra:
chi non lavora, chi non tende ad uno scopo che non può raggiungere senza
sudori, chi si compiace nell'ozio, e soltanto nell'ozio, non trova
spazio ove adagiarsi nel trambusto del perpetuo progresso, e viene
schiacciato sotto il pesante carro di _Zaggernaught_ delle scienze,
dell'industria, del commercio, della civiltà e della ricchezza.
La Toscana è un piccolo e povero paese, abitato da un popolo gentile ed
intelligente, ma pigro, inerte, che non mosse mai passo sulla via che
percorrono oggidì le nazioni libere e civili. — Tutto rimanevagli a fare
quando fu annessa all'Italia, che si veniva allora costituendo. Sono ora
due anni, se non più, che una combinazione per essa fortunata trasportò
sul suo territorio la sede del governo italiano. Firenze fu prescelta
per succedere a Torino; e siccome Torino erasi amaramente risentita di
ciò ch'essa considerava come una sciagura, era naturale che Firenze se
ne rallegrasse come di un acquisto. Ma Firenze prese la cosa in
tutt'altro modo. — Che la sua popolazione si raddoppiasse numericamente
in pochi giorni, che molti nuovi edifizi s'innalzassero nelle sue mura,
che il denaro circolasse in quantità e con rapidità assai maggiore che
per lo passato, che nessun forastiere distinto e ricco che visitasse
l'Italia potesse d'ora in poi trascurare di visitare anche Firenze;
tutto ciò poco ad essa importava, anzi le cagionava rammarico ed
inquietudine. E perchè? Perchè una cosa sola le apparve fra tutte le
altre; e fu che tanta affluenza di nuovi abitanti farebbe crescere il
prezzo degli affitti, ed il prezzo corrente altresì degli oggetti
indispensabili alla vita di ognuno. Egli è pur vero che se le case di
Firenze crescevano di valore, queste essendo proprietà dei fiorentini,
il vantaggio era loro altresì; e lo stesso poteva dirsi degli oggetti
necessari alla vita di tutti, come le farine, le carni, gli ortaggi, i
latticinii, ecc., ecc. I fiorentini non sono punto gonzi, e intendono
tutto ciò come lo intenderebbe l'uomo più versato negli studi economici.
Ma un'altra cosa intendevano pure; ed era, che il cresciuto consumo dei
viveri, ed il cresciuto bisogno di abitazioni, sola cagione dell'aumento
dei prezzi, renderebbe necessario un accrescimento di produzione, e per
conseguenza di lavoro e di fatica. Nè valse far loro osservare, che
insieme coi consumatori verrebbero dal di fuori, cioè dalle altre parti
d'Italia e dallo stesso toscano contado, dei produttori, cioè degli
operai, che si assumerebbero con lieto animo quell'eccesso di lavoro,
che essi fiorentini non potrebbero o non vorrebbero eseguire. — In tal
caso, rispondevano i fiorentini, nascerà la concorrenza: dovremo
contendere coi nuovi arrivati per ottenere quel poco di lavoro che ne
bastava sin quì; l'opera nostra non sarà più così gradita a chi la
riceve; i nuovi arrivati faranno altrimenti, e si dirà che fanno meglio
di noi; dovremo studiare, esercitarci, ecc. E piuttosto che esporsi ad
un accrescimento di occupazione, che produrrebbe loro un sicuro aumento
di guadagno, i fiorentini hanno in gran numero emigrato dalla capitale,
per ritirarsi sui territorii di Pescia, di Prato, di Pistoia, di Lucca,
ecc., come in oasi non ancora invase dalla moltitudine e dalla civiltà,
e dove si può tuttora vegetare placidamente in un ozio decente e
dolcissimo. Il sagrifizio costò loro assai, e non poche maledizioni
salutarono l'arrivo di quelli irrequieti, cupidi ed ambiziosi che nulla
rispettano, e che sconvolgono senza rimorsi il placido andamento degli
affari in Toscana. Ma per amaro ch'ei fosse, il sagrifizio si compì, ed
oggi un certo numero degli opifici più prosperosi della capitale sono
nelle mani di piemontesi o di lombardi; chè a fronte dei fiorentini noi
lombardi siamo prodigi di energia e di ambizione.
Io non mi maraviglio punto che ciò accada in Italia; e saremmo invero
esseri di una tempra più che umana, se la perpetua servitù in cui
vivemmo non avesse lasciato traccia alcuna nel nostro carattere. Nè
suppongo un solo istante che tale nostra piaga sia incurabile. Anzi sono
convinta ch'essa cederà tosto ad una cura conveniente, e che la seguente
generazione sarà fors'anco perfettamente sana e robusta. Ciò che mi
accora si è il non vedere che alcuno si accinga a medicare quella piaga;
e neppure in Toscana, ove la capitale raduna in sè le forze vive della
nazione, ove tanta coltura fu sempre onorata, nessun farmaco fu ancora
proposto e discusso.
Di ciò mi lagno, e non del bisogno che abbiamo del farmaco; il quale
bisogno è la cosa più naturale del mondo.
Le provincie che componevano prima del 59 e del 60 gli stati romani,
come le Legazioni, l'Umbria, ecc., ecc. non hanno dato sin qui segni
manifesti di non intendere i diritti e i doveri di un popolo libero, o
le leggi della moderna civile società. Quelle popolazioni, rette e
tiranneggiate dal clero, non diedero sin qui un solo indizio di
fanatismo o di superstizione: hanno accettato ed eseguito tutti i
sacrifici richiesti, senza dare mai segno di malcontento, e vanno
gradatamente migliorando le loro condizioni coll'apertura di nuove
strade e ferrovie, colla applicazione di un discreto governo comunale,
collo stabilimento di nuove scuole e di nuovi tribunali rispettabili, e
coll'esercitarsi nelle cose della guerra. Quelle popolazioni dovrebbero
in vero servire a tutte le altre di esempio e di modello; ma v'hanno
alcuni passi che i popoli non possono dare, se l'iniziativa non è presa
da qualche individuo o da qualche associazione più di loro esperti e più
ricchi. Le popolazioni degli antichi stati romani sono ad un tempo
maschie e prudenti. — Sanno soffrire, sanno tacere, sanno combattere; e
credo che saprebbero anche studiare ed imparare. — Ma non furono mai ciò
che volgarmente si chiama popolazioni industriali, ossia dedite alla
industria ed al commercio. Debbono però diventar tali e diventarlo in
breve tempo, poichè l'agricoltura non vi si può sviluppare in vaste
proporzioni, per la natura del suolo. Sino al 59 e al 60 quelle
popolazioni vivevano in gran parte della elemosina degli innumerevoli
conventi d'ambo i sessi; ma ora quella è una fonte disseccata ed
esausta. Se alcuno tentasse di fondare stabilimenti industriali,
opifici, ecc., non vedo quali ostacoli incontrerebbe, e sono convinta
che la popolazione andrebbe a gara per prestarvi l'opera sua. Nulla si
ottiene senza lavoro e senza fatica. Ma la buona volontà e l'attitudine
non bastano quando manca la direzione; e la direzione non appartiene
alle moltitudini, bensì all'individuo.
L'Italia può dirsi materialmente fatta, in quanto che la intera o
pressochè intera penisola è raccolta sotto un unico reggimento, e più
non vi sono padroni stranieri. L'Europa tutta ha riconosciuto il diritto
che noi abbiamo di esistere come nazione indipendente. Nel corso dei
sette anni, che compongono l'età nostra come nazione, abbiamo ottenuto
dei mirabili risultati: la distruzione del brigantaggio; l'abolizione
dei conventi; il nuovo assetto che sta per darsi all'asse ecclesiastico;
il traslocamento del governo e della rappresentanza nazionale da Torino
a Firenze; la riunione delle provincie venete al rimanente d'Italia; e
la probabilità di trovarci fra poco in condizione di trattare
direttamente col Santo Padre; la cessione del potere temporale, e i
compensi che può meritare simile cessione. E l'avere ottenuto tutto ciò
senza attraversare quelle tristissime e sanguinose crisi di rivoluzioni,
di reazioni e di guerre civili, che lasciano indelebili tracce e
dolorose memorie nelle popolazioni che vi soggiacquero, sono benefizi di
cui non possiamo mai essere abbastanza grati alla Provvidenza ed agli
uomini che la Provvidenza scelse per suoi strumenti. Ma appunto perchè
siamo stati così evidentemente e gratuitamente protetti sin quì,
dobbiamo mostrarci degni di tale protezione, porci arditamente e
devotamente all'opera, e nulla lasciare intentato, nè stancarci, nè
disgustarci od annoiarci di ciò che può contribuire a porre il nostro
paese fra i più inciviliti e i più rispettati del mondo.
Quali sono gli ostacoli che si oppongono al nostro progresso? Due sono i
principali.
1.º La depravazione lasciata nel carattere delle popolazioni da una
tirannide di tanti secoli, astuta ed iniqua, che non contenta di ridurci
colla violenza e coi mali trattamenti ad una cieca obbedienza, lavorava
a renderci incapaci di usare, senza però abusarne, di una saggia
libertà.
2.º La scarsezza del denaro, mentre avremmo così ingente bisogno di
abbondanti ricchezze, per dotare il nostro paese di tutte quelle
conquiste della scienza e della industria moderna, strade ferrate,
canali navigabili, opifici, macchine, ponti, per mantenere un poderoso
esercito, una forte marina: cose tutte che i nostri antichi padroni non
si curarono di procurarci.
Il primo di questi due ostacoli, è certamente il più grave e il più
difficile a superarsi; potendo il secondo considerarsi come conseguenza
del primo.
Ma per trovare la via di vincere questi ostacoli è primieramente
necessario di studiarne attentamente la natura, il carattere, la potenza
e l'azione sull'indole e sui costumi delle popolazioni italiane. Abbiamo
veduto come la secolare oppressione, sotto cui visse l'Italia sino al
59, ne ha spogliati della energica operosità, che è forse la prima delle
condizioni indispensabili alla vita di una nazione, ed è propriamente
ciò che corrisponde alla forza vitale dell'individuo. Ma questo difetto
di vitalità si strascina dietro di sè una deplorabile sequela d'infiniti
danni. Il despotismo ha fra gli altri effetti quello di offuscare e di
traviare il sano giudizio delle sue vittime. I fatti e gli avvenimenti
non portano più con essi le naturali loro conseguenze, che sono altri
fatti ed altri avvenimenti. L'uomo ignorante non aspetta di veder
succedersi i futuri eventi, a seconda della tendenza degli eventi
anteriori. Le nozioni di causa e di effetto si confondono nella mente di
lui, poichè a sconvolgere il corso regolare delle cose, sempre
interviene la capricciosa volontà del despota, che di nulla tien conto,
fuorchè della soddisfazione delle private sue mire. Un uomo tenta una
pazza speculazione, e la tenta senza possedere alcuni di quei mezzi che
potrebbero renderla meno rovinosa; ed il pubblico argomenta
accuratamente che una terr
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