Vita di Andrea Doria, Volume I
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Title: Vita di Andrea Doria, Volume I
Author: Francesco Domenico Guerrazzi
Release date: June 26, 2014 [eBook #46100]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK VITA DI ANDREA DORIA, VOLUME I ***
[Illustrazione: Andrea Doria]
VITA
DI
ANDREA DORIA
DI
F. D. GUERRAZZI.
VOLUME PRIMO.
MILANO.
CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI.
1864.
Dritti di traduzione e riproduzione riservati.
NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore
verranno considerate come contraffatte._
M. Guigoni
Tip. Guigoni.
AL POPOLO LIGURE,
Questo libro della VITA DI ANDREA DORIA, come pegno di fratellanza,
testimonio di gratitudine per l'onesto ospizio, e augurio certo che i
popoli, esperti nelle moltiplici arti delle varie tirannidi,
s'incammineranno di ora in poi senza deviare nel sentiero della libertà,
dedica
F. D. GUERRAZZI.
ANDREA DORIA.
Ma il giudicio dei posteri severo
Fruga chi oprò col senno e con la spada,
E lo dimostra in suo sembiante intero.
CAPITOLO I.
Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di
lui.
Francesco Guicciardino, uomo nella pratica delle faccende umane
certamente a veruno secondo, lasciò scritto, essere, giusta l'opinione
sua, i contemporanei spositori di storie eccellentissimi, massime se,
oltre all'ingegno arguto, avvenisse loro di pigliarci parte o come
magistrati o come guerrieri; ed in questa sentenza si trova condotto dal
considerare che, le cause degli avvenimenti umani essendo moltiplici,
taluna ci opera a modo di principale, mentre tal altra ci fa officio di
accessoria: questa comparisce meno, quella più; nè tutte spettano alla
vita pubblica, anzi moltissime alla privata, e le seconde, per celarsi
meglio, non esercitano minore virtù: donde accade che, chi viene dopo,
ne ignori molte per necessità, avendole cancellate il tempo dalla mente
degli uomini, ed egli, costretto a servirsi delle uniche che rimangono,
le quali sono ordinariamente le più strepitose, il fatto gli si presenta
spesso o non bene intero, o alterato, e quindi il giudizio o manco o
fallace.
Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che
imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra
si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli
scrittori che vengono dopo.
Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo
non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua
intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri,
lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non
vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando
anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo
uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole non
lasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di
animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo
proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co'
quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua
mente.
E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei
assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste
alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per
via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a
questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il
personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato,
per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene
o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie
profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o
confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani
ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione
delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e,
trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si
costumava con gli schiavi, e tutti li venderono, tranne Gelone, come
quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli
stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.
Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa
opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a
discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si
onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.
Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu
seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte
degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e
veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai
da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza
uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad
antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile
condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa
necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre
d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento
ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle
e superbo, nemico ad ogni atto gentile.
Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto,
come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto
in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove
lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad
un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte
mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e
per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che
il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore;
effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza,
la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e
dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove
si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli
piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o
quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto,
venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano
Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i
conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti
discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria,
piacendo mantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria
dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si
potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a
questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla
di certo.
Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali
fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di
pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra
tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di
Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me
scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e
i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con
65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti
della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo
ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi.
Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le
recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e
Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di
Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore
delle torri di porto Pisano e di Ghio; Filippo conquistò Negroponte;
Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e
nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di
Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello
a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero
di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di
pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a
Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le
procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece
2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato,
compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea
averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non
espediente allo assunto.
Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo,
ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore,
con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria
gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni,
tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea,
quel desso di cui ho preso a discorrere. Questi uscì al mondo in Oneglia
la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.
Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le
sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un
argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli
abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia
se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità
è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia,
mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di
fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora
col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed
una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde
non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che
certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea,
dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua
eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in
cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva
legato.
Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandati i figliuoli giovanetti alle
cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno
sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la
natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine
commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di
affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si
avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi
giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una
femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai
nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che,
spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse
intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo
ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le
parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto
riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire
che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui
Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto
egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto
al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di
Ceva essere di un medesimo sangue con lui, e poveri, e da quella parte
di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.
Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la
donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette
su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di
bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con
animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei
gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse
nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato
ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta
sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non
visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella
stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente
il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a
sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:
«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è
presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno
l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa
esclama: io quanto voglio posso; e non è così: la esperienza della vita
t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo
acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che
chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano,
delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già
strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime
nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del
cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse
scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii
luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri
poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti
di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai
negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo,
volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di
questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna
fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci
ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà
amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi
risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non ti avvenga
rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie,
a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della
nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al
Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti?
O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma
credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco
la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia
quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non
inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in
avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e
giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale
dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi
costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo
incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la
superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili,
dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il
decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che
Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori
di Oneglia, e, quando ciò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre
basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute
ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli.
Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi
dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero
lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io
togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino
per diventare signore di Genova intera.»
Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto
nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che
seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe
affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia,
parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di
utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con
inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso
infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo,
piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i
sospiri estremi di lei.
Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza
esposta nel proemio, che dice, i contemporanei o per troppo amore o per
troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace.
Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria
nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci
racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei
sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua
parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del
suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora,
posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per
bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e
pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato
scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i
popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente
si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa
il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per
opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè
fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che
Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la
quale cosa non ci venendo dimostrata da documento alcuno che si parta da
lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse
abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.
A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma
ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel
mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria
capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio
d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè
officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse
a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad
altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era
messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese,
avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora
sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno
papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san
Pietro Alessandro VI Lenzuoli.
Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa
portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), o le immanità
di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della
nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò
prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da
Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la
storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare
fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse
tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia
verrà dichiarato.
Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il
vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo
pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però
pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi
le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro
la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del
regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla
fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con
buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel
Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in
Romagna a Carlo VIII. Il terrore delle armi Francesi, la ferocia loro
non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le
anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei
popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al
giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano,
a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle
sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie
ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si
disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo
molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al
quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.
Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra
cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare
esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo
fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si
rinnova in questi giorni.
Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo
figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare
quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re
Ferdinando a miserie ineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra
questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano,
messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella
guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in
armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali
passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì
per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò
combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi
l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi
come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse
a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non
avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto
spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo
mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto
traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere
anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma
nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di
terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli
comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando,
che con fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad
Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere
scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma
rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del
Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che
furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò
negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a
Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè
Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel
castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due
giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo
figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo,
fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra
roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si
ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella
solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano.
Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità
si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti
nel corpo di lui.
Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio
quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da
credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la
quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove
i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e
con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il
destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda
erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno
inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso
cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la
vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del
pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con
celeri passi tornava.
E' parve un momento, che la collera di Dio si fosse placata contro il
sangue di Arragona, e quella degli uomini altresì, però che il giovane
re Ferrandino, fiore di cortesia, strenuissimo in arme, sagace, industre
a tenersi bene edificati i popoli, molta parte del regno avesse ripreso,
e sovvenuto da Ferdinando e da Isabella di Spagna, prometteva
ricuperarlo intero, come gli successe di corto con sua gloria imperitura
ed esultanza degl'Italiani, i quali, sebbene inconsapevoli del come,
pure aspettavano refrigerio dei diuturni affanni da lui, nè forse
andavano le speranze fallite, se il giudicio eterno, contra le
apparenze, non istava sempre aperto sopra la sua stirpe, ond'egli
innocente ebbe pure a portare il peso della iniquità dei padri; ei fu un
baleno luminoso e fugace, e, al cessare di lui, crebbe l'orrore delle
tenebre ch'egli un momento rischiarava.
Federico di Arragona raccolse la eredità luttuosa del nipote, e
prometteva a posta sua assai comportabile regno: senonchè gli si
legarono contra i re di Francia e di Spagna per la malnata cupidità del
bene degli altri, ed il secondo, tuttochè prossimo congiunto di lui; per
la qual cosa Federico vinto dalla izza si commise in balía della
Francia, lasciando che cotesti due predoni, fattisi amici per acciuffare
la preda, si accapigliassero per ispartirsela, e così accadde. Ma questi
casi menò il processo dei tempi, e quando Andrea ripose il piede nel
regno durava la lotta tra Ferrandino e Carlo VIII: ora per affetto
antico, e per vantaggio nuovo, poteva giudicarsi, che Andrea avrebbe
seguitato le parti di Ferrandino, ma non fu così, e con maraviglia dei
presenti, come di quelli che vennero dopo, fu visto accostarsi alle
bandiere di Francia; anzi non mancano scrittori i quali affermano, che
assoldati venticinque balestrieri a cavallo, e pagatili per tre mesi di
suo, andasse ad offerirgli al Prefetto di Roma che teneva Sora, Arci,
Arpino e Rocca Guglielma con altre più castella in divozione della
corona di Francia su i confini del Regno; ma l'avventura si narra
altrimenti, e dicono come, dopo lunga esitanza, Andrea venisse tratto
alle parti di Francia dall'amicizia antica, che la famiglia Doria
professava per quella della Rovere, possedendo entrambi beni contigui in
riviera di ponente, e dalla memoria delle oneste accoglienze, ch'egli
ebbe in corte dal duca di Urbino suocero del Prefetto; lo mosse eziandio
la gratitudine a questo per avergli salvato il fratello Giovanni da
imminente pericolo di vita quando, sbattuto dalla tempesta, ruppe col
suo galeone su la costa di Ancona; e insieme a queste e forse sopra a
tutte queste cause valse lo affetto concepito da Andrea per la duchessa,
la quale egli, trattenendosi nella corte di Urbino, aveva conosciuto
fanciulla.
Non parve poi senza ragione discorrere con alquanto di lunghezza
cosiffatta materia; dacchè supremo scopo di cui detta storia sia per lo
appunto questo: con religioso studio purgare i personaggi dalle false
accuse, come apporre loro le vere, correggendo del pari la malignità e
la piaggeria antiche, e dispensando a ciascuno la debita lode, o la
meritata infamia. Andrea, un po' per tenere dell'asprezza delle rocce
liguri, un po' per elezione, si mostrò sempre nei suoi propositi
piuttosto ostinato, che tenace; poco voltò; e se mutava più tardi la
bandiera di Francia per quella dello Impero, esporrò com'egli ci si
trovasse condotto da molte ed onorevoli cause.
Avendo pertanto il Prefetto preposto Andrea alla guardia della rocca
Guglielma, gli raccomandò, con fervorose istanze, la difendesse
gagliardamente, dacchè ei la considerasse come la chiave delle difese di
frontiera, a cui Andrea rispose; stesse sicuro che farebbe il debito:
per la quale cosa avendo egli rinforzato il presidio con altri dugento
fanti, buona e cappata gente, prese a battere la campagna intercettando
vettovaglie e salmerie, e menando prigioni; insomma scorazzandola tutta
fino a Gaeta con infinita molestia del nemico: alla fine tante ei ne
fece, che il gran capitano statuì torsi via cotesto pruno dagli occhi,
anzi egli stesso si dispose recarsi sotto le mura della Rocca, ed
assaltarla con buon nerbo di milizia avvezza a cotesta maniera di
fazioni. Andrea, quantunque fosse di ciò informato ottimamente, pure,
sapendo come nella guerra chi si fa povero di spie diventa ricco di
vitupero, persuase, con disparecchie promesse, tre soldati guasconi a
girsene, in sembiante di disertori, a pigliare soldo nello esercito
spagnuolo, e quinci lo ragguagliassero del tempo in cui Consalvo si
sarebbe mosso, e quando fosse giunto a san Germano; per ultimo arrivato
sotto la Rocca, da qual parte pianterebbe le artiglierie: nè solo stava
all'erta per di fuori, ma sì e meglio dentro, dove, avendo preso lingua
di certi umori dei terrazzani, i quali, paurosi di andare a sacco,
avrebbero voluto rendersi a patti, egli con buone parole gl'indusse a
mettere nel cassero le donne, ed i fanciulli, affinchè ad ogni sinistra
ventura trovassero là dentro validissimo schermo: i quali poichè ebbe
accolto dentro, con parole oscure e nondimanco terribili fece intendere
che guai ad essi ed alle famiglie loro se si fossero attentati a tenere
occulte pratiche col nemico: sia che il proprio ingegno gli consigliasse
simile strattagemma, ovvero glielo suggerisse Polieno, che ne riporta
parecchi di somiglianti, posti in opera principalmente da Ciro nelle
guerre che sostenne contro ai Medi: non per questo però gli riuscì la
cosa appuntino come egli avrebbe desiderato, imperciocchè venendogli
agli orecchi che i terrazzani, solleciti delle masserizie troppo più che
delle famiglie, avessero spedito segreti messi al Consalvo, molto
raccomandandosegli, ed assicurandolo, che vigilati da vicino non
potevano movere un capello per ora, ma tostochè capitasse il destro gli
avrebbero senz'altro consegnato la terra, egli ordinò di corto i tapini
ambasciatori s'impiccassero per la gola; e furono due.
Muniti i luoghi, allestite le armi, confortate le soldatesche a fare
buona prova, egli oscuro milite attese a sostenere lo sforzo di Consalvo
salutato meritamente a quei tempi col nome di _gran capitano_. La
batteria fu data alla terra il dì di san Giorgio, e comecchè i tiri
percotessero meno efficaci assai di quello che Andrea dubitava, tuttavia
le mura dopo un lungo tempestare sfasciaronsi: aperta la breccia, le
fanterie spagnuole, uniche al mondo per intrepidezza, mossero strette
insieme ed unite, non altramente che fossero una massa di ferro, allo
assalto; nè la gente del Doria per quanto ci si travagliasse dintorno
potè impedire, che espugnassero la prima cinta: non per questo Andrea
sbigottì punto, o rimise dell'animo, sì perchè prode egli era molto, e
sì perchè deliberato a difendere anco cotesta prima cinta, non però ci
facesse sopra troppo assegnamento, onde la battaglia si rinfrescò sotto
le mura del cassero. Gli Spagnuoli, rifiniti dal diuturno menare delle
mani, avevano allentato dello ardore, ma, combattendo sotto gli occhi
del sommo loro capitano, è da credersi, che l'avrebbero spuntata anco in
cotesta seconda prova, se Andrea non avesse preso a fulminarli di fianco
con una bombarda di ferro che balestrava pietre.
Nè qui forse tornerà inopportuno notare come sul finire del secolo
decimoquinto si costumasse caricare le artiglierie con palle di pietra
condotte ad opera di scalpello, e di queste, ora non fa molti anni, se
ne mirava copia dentro le fosse della fortezza di Samminiato avanzate
allo assedio di Firenze; siccome poi dalle pietre, prima di ridurle alla
rotondità, si cavavano molte schegge, così immaginarono tirare partito
eziandio da queste: per la quale cosa, spartitele in sacchetti adattati
alla capacità del cannone, li caricavano dentro la tromba del pezzo
donde schizzavano fuori a bersagliare il nemico; questo si chiamava tiro
a scaglia: più tardi alle schegge di pietra sostituironsi pallottole,
chiodi, sferre, e per ultimo i cartocci pieni di palle, che pigliarono
nome di mitraglia, del qual nome la etimologia da noi s'ignora: però i
forbiti scrittori, che, in odio al miscuglio di sermoni stranieri col
nostro, discorrono di tiri a scaglia delle moderne artiglierie,
favellano senza esattezza, e con manco senno, imperciocchè nascendo cose
nuove, e ai padri nostri affatto sconosciute, e' faccia di mestieri
altresì che menino seco un nuovo nome per essere significate alla mente
degli uomini.
Tornando adesso alla storia, gli Spagnuoli non vollero saperne altro, e
si ritirarono dal muro malconci. Siccome però si dubitava, che il giorno
veniente con ogni sforzo supremo si sarebbe rinnovato l'assalto, Andrea,
tra le altre provvidenze prese nella notte, mandò fuori un manipolo di
soldati al fine che, per quanto potessero, s'industriassero indagare i
concetti del nemico: costoro, mentre procedono cauti, colsero alla
sprovvista il capitano don Pietro di Murcia, strenuo soldato tenuto in
pregio dal Consalvo, il quale, mosso dallo scopo medesimo di specolare,
e senza compagnia come colui che teneva dello spavaldo, si aggirava per
quelle vicinanze. Del quale successo afflitto il Consalvo, appena si
mise giorno, mandò un trombetto a proporre la tregua, ferme stanti le
condizioni come in cotesto punto si trovavano, ed il riscatto di don
Pietro di contro a convenevole taglia. Andrea, accettata senza farsi
pregare la tregua, studioso di procacciarsi la fama di cortese, dette
abilità al capitano di stare a sua posta, o andarsene; e poichè a lui
piacque partirsi, donatigli cappa di scarlatto, e palafreno, e fattegli
restituire tutte le sue anella, e la collana di oro, lo mandò con Dio.
Allora il Consalvo, che fu proprio fiore di cavalleria, non volendo
restare di sotto al Doria, gli rese la parte della rocca Guglielma che
aveva conquistato, dichiarando ciò fare non per riguardo al Prefetto,
bensì in onoranza della fedeltà e prodezza del giovane castellano.
Come per ordinario accade a cui usa cortesia, Andrea non iscapitò a
mostrarsi cortese, imperciocchè in quella parte del borgo che occupavano
gli Spagnuoli si trovassero le mulina, senza le quali, dove per poco si
fosse dovuto tirare innanzi lo assedio, egli si sarebbe trovato a
pessimo partito. Durante la tregua, Consalvo, quasi presentisse la
gloria futura di Andrea, lo mandò ad invitare nel campo, dove accoltolo
con ogni maniera di affettuosa dimostrazione, lo volle a mensa co'
principali dello esercito; tenendosi quivi molti e dotti ragionamenti
intorno all'arte della guerra, il gran Capitano di colta uscì fuori col
domandare al Doria se, nella batteria data alla rocca Guglielma, paresse
a lui, secondo il suo buon giudizio, che l'artiglieria fosse stata
piantata a dovere. Alla quale interrogazione Andrea rispondendo con
parole discrete disse: non saperlo per lo appunto decidere, quantunque
confessasse, che gli aveva nociuto troppo più che da lui non si
desiderava: ma l'altro insistendo, che per modestia non si schermisse
dallo aprire l'animo suo, che tanto egli quanto il suo luogotenente
avevano rimesso in lui il giudicare su quel punto, Andrea soggiunse:
poichè lo volete ad ogni modo, io vi dirò per mio avviso, che voi
avreste piantata meglio la vostra batteria impostandola nel boschetto
degli olivi di fronte alla cortina orientale, però che a quel modo i
colpi investendo meglio la terra nel mezzo, mi avrebbono tolto la
comodità di accorrere senza danno da una parte all'altra al soccorso,
come pure mi è riuscito di fare; di vero di questo fortemente dubitando,
ci aveva provveduto alla meglio abbattendo più che poteva piante,
affinchè almeno gli artiglieri spagnuoli rimanessero scoperti al tiro
dei nostri moschettieri.
Dette le quali parole, Consalvo, con maggiore vivezza che la gravità
spagnuola gli consentisse, ed egli costumasse, battuta la spalla a certo
_gentiluomo di artiglieria_[1] esclamò: — Viva Dio, adesso continuerete
a perfidiare? Dite su a questo signore castellano da qual parte
intendessi io piantare le artiglierie per battere la rôcca. — Piacciono
le lodi anco ai Celicoli, almeno lo affermano, pensate dunque se agli
uomini, massime quando vengono profferte a quel modo, che non lascia
dubbio sopra la loro sincerità; però Consalvo si sentì preso da subita
propensione pel giovane capitano; della quale ebbe a dargli prova di
corto, imperciocchè, per inavvertenza di Andrea o per propria iattanza,
uno dei guasconi, spie dei moti del nemico, si mescolò con la comitiva
del capitano, donde accadde che, essendo stato riconosciuto dal suo
superiore, che aveva nome Valentiano, o perchè così veramente si
appellasse, ovvero fosse della provincia di Valenza, questi, messa mano
all'arme, intendeva ad ogni costo sfregiargli la faccia come a
traditore: nè l'altro parve rassegnarcisi di quieto, onde ne nacque un
suono di urli e di minaccie misto con uno incioccamento di arme da
parere il finimondo; però Consalvo, levatosi da mensa, trasse
prestamente al rumore, ed informato del caso, dopo avere ripreso il
Valentiano con acerbe parole, senza volergli dar luogo a scuse, lo
licenziò di presente dalla milizia; però che, egli disse, gentiluomo
essendo e spagnuolo, doveva rammentarsi come tutti quelli che vengono
coll'ospite, tanto per chi gli accoglie, quanto per tutti quelli che lo
circondano, essi non devono mostrare che una faccia sola, cioè quella
dell'ospite.
Forse con maggiore lunghezza, che non paiono meritare, abbiamo esposto
questi fatti, conciossiachè per essi Andrea Doria salisse subito in fama
di prestante e gentile cavaliere, avendogli dato la fortuna abilità di
far di arme col più illustre capitano del tempo, e di avernela cavata
con onore.
Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di
minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede
prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando
spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli
dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge,
essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto
solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non
fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlo
fatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che,
avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste
parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La
natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col
suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito
per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo
ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba
mai non cede niente. —
Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo
condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento
uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con
parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai
tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno
che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra,
conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai
di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di
Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma
con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi
a giusti accordi, che il cuore di Stoldo se ne sentì vivamente commosso,
onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero
d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con
soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.
CAPITOLO II.
Condizioni d'Italia sul finire del decimoquinto secolo. — Andrea
Doria è fatto tutore del duca Francesco Maria della Rovere. —
Quali i concetti di Cesare Borgia. — Imola presa, e di Caterina
Sforza. — Tradimento fatto al duca di Urbino. — Insidie di
Alessandro VI al cardinale di san Pietro in Vincoli riuscite
invano. — Strage del duca di Camerino e dei figliuoli suoi. —
Pietosissimo caso di Astorre Manfredi. — Congresso dei Baroni
Romani alla Magione. — Andrea Doria scansa le mortali insidie del
duca Valentino, e salva il duca e la duchessa di Urbino. — Maria
manda a vuoto le trame del cardinale Giuliano della Rovere per le
castella del nipote.
Chiunque piglia a narrare dei casi umani, poca contentezza si riprometta
per sè e per altrui, però che perpetua gli si svolga dinanzi agli occhi
una tela di dolori, a cui appena si può contrapporre qualche gioia rada
ed annebbiata; le baldorie del popolo non contano; il più delle volte
provano, che o egli ha perduto, o che gli vogliono far perdere il senno;
e nondimanco, tra i tempi cattivi, pessimi per la Italia correvano
quelli: per insania di uno sciagurato, che fama ebbe di astuto, e della
quale a preferenza di ogni altra si dilettava, da un lato era schiusa la
Italia ai Francesi, mentre dalla parte opposta si chiamavano gli
Spagnuoli, e così gl'Italiani, nella fiducia di rivendicarsi in libertà
co' soccorsi stranieri, si trovavano oppressi da doppia servitù;
eserciti ladri e affamati, discorrendo su e giù del continuo per le
terre d'Italia, come se le volessero arare per seminarvi dopo la fame,
la peste e la guerra: viluppo stranamente mutabile di uomini e di cose,
di leghe e di nimicizie: avverso oggi chi ti si professava amico, ed
aveva combattuto al tuo fianco ieri; da ogni dove nobilissimi ribaldi, i
quali non erano fatti impiccare dai giudici per la sola ragione che essi
erano potenti a impiccare loro; per converso però bene spesso dai
famigliari, dai fratelli, dalle mogli, dai figli perfino, o dai padri
avvelenati o spenti a ghiado: nulla venerato, nè sacro; non sangue, non
sesso, nè età; tiberiesche libidini, ma più sfrontate assai,
conciossiachè Tiberio, per non so quale rimasuglio di pudore, si
nascondesse fra gli scogli di Capri, mentre ora, lasciando degli altri,
a Roma, nel Vaticano, il papa stesso con la madre, e con la figliuola
generata da lui si mescolasse; a questa, prima provvedeva mariti; poi
gli ammazzava: negl'incestuosi amori aveva concorrenti due fratelli e
figliuoli suoi, un duca di Gandia e un Cardinale, e questi era Cesare
Borgia, che, geloso del fratello, una notte gli tese insidie, ed,
ammazzatolo, lo gettò nel Tevere. Non mai l'umano consorzio rassomigliò
come allora in Italia ad un bosco di assassini, e bisogna dire che la
necessità del vivere insieme stringa gli uomini prepotente davvero, se a
cotesta prova la società non si disfece tornando a vivere ognuno vita
bestiale.
Dopo ciò, pensate qual cuore avesse ad essere quello del Prefetto,
quando si sentì sorpreso dal male di morte, con la moglie anco giovane,
e il figliuolo, il quale poi col nome di Francesco Maria della Rovere
salì in fama, tuttavia infante! Acconciate le cose dell'anima, dettò il
suo testamento, dove elesse tutori al figliuolo pupillo il Senato
veneziano, il cardinale Giuliano della Rovere, che più tardi fu papa
Giulio II, e Andrea Doria; ma presso alle ultime recato, stringendo la
mano di Andrea, gli bisbigliò sommesso dentro le orecchie, rammentasse
stargli il Senato lontano e il Borgia vicino; il fratello innanzi tratto
prete, di cui è natura, morendo, lasciare ai nepoti, ma, vivi, i beni di
Dio volersi godere tutti per loro; in lui porre unicamente fede; a lui
solo con tutte le viscere raccomandare il figliuolo e la donna; nè in
migliori mani, come vedremo, li poteva fidare.
Molti, secondochè ci porge la Storia, furono quelli, che fecero disegno
di ridurre la Italia a nobile e grande stato, costituendolo a monarchia
ovvero a repubblica; ma ora i tempi mancarono agli uomini, ora gli
uomini ai tempi: talora la facoltà apparve impari troppo allo ardimento;
e spesso la cupidità, disgiunta dai magnanimi concetti, demeritò (come
si ha da credere) l'assistenza di Dio. Oggi sembra che i tempi sieno
venuti conformi agli uomini e viceversa: pare che finalmente ci abbia
chi sappia, e voglia, e possa: si confida nell'altezza del proposito,
nella prestanza delle armi, nella generosità dello animo: insomma si
tiene per certo, che adesso concorrano in copia tutte le condizioni più
capaci a restituire la Italia alla vetusta dignità sua, ed anco noi
speriamo così, troppo angustiandoci il pensiero di chiudere gli occhi
senza una dolcezza al mondo: pure la mente, usa alla sventura, si perita
a commettersi intera alla lusinga.
Fra quanti concepirono il concetto magnanimo, il più indegno di condurlo
a fine comparve, senza dubbio, Cesare Borgia duca di Valentino,
imperciocchè s'egli fece mai disegno (e sembra che lo facesse) di
restaurare la potenza d'Italia, e' fu col bramito della belva, che vuole
per sè la preda, ossa e carne, intera. Costui, sostenuto da una parte
dal Papa, dall'altra dal re di Francia, s'ingolava i signori di Romagna
ad uno ad uno; tentò anche Firenze, ma ci trovò l'osso duro, chè la
repubblica teneva la barba sopra la spalla, e poi, per guardargli alle
mani, gli spedì Niccolò Machiavelli, sicchè, andando tra loro la cosa
fra galeotto e marinaro, e' non ci corsero, che i barili vuoti.
Arti del Valentino furono: un mentire ferreo, una sfrontatezza da levare
l'alito, e lusinghe continue, ed un mostrarsi in vista più mansueto di
Gabrielle, che dica: _ave_; su le labbra la fede sempre, il tradimento
sempre nel cuore: una mano stesa ad amichevele stretta, nell'altra
lacci, veleno e stile: nè più, nè meno di ciò che si costuma in questo
secolo di schiavi tremanti, e dai carnefici salutato civile, con questa
discrepanza però, che allora si adoperavano più i sicarii, oggi più i
giudici: ancora, a cotesti tempi, per via degli assassinamenti, il
sangue si versava a spizzico, ai nostri, con le guerre, a fiumane: e poi
nei secoli decimoquinto e decimosesto la rabbia era tra i cani;
l'ucciso, più iniquo due cotanti dell'uccisore, sicchè il popolo, per
ogni morte successa, ripigliava fiato; nel secolo diciannovesimo, ai
nostri Dei infernali il sangue tanto più accetto, quanto più puro.
Maraviglia è però, come, di tutti gli animali, il meno educando appaia
l'uomo, sicchè la esperienza dal seminare i suoi insegnamenti sul
granito ne caverebbe maggiore costrutto che predicandoli a lui. Di
questo avendo ricercato un sapiente, ci rispose; che come dai tempi di
Adamo in poi i pesci pigliansi con gli ami e non se ne sono anche
accorti, così gli uomini si pigliano e piglieranno sempre con le bugie e
co' giuramenti falsi, e a questo modo pensarla anco Lisandro, per quello
che ne riporta Plutarco; e questo perchè o la ignavia, o lo interesse
mettono le mani loro su gli orecchi e su gli occhi degli uomini, sicchè
essi non possano vedere, nè udire.
Con ingrato animo pertanto pigliamo a narrare così per iscorcio alcune
sanguinose fraudolenze del Valentino, come quelle che si riferiscono al
nostro soggetto. Per mandare a compimento il disegno di sottoporsi la
Italia, pensò incominciare da quelle cose, che gli parve avessero da
riuscirgli più facili, e tra queste, per suo giudizio, era la
ricuperazione delle terre di Romagna; imperciocchè un possesso lungo, e
la pertinacia della corte Romana a sostenere, che le furono o da
Costantino, o da Carlomagno, o dalla contessa Matilda donate, facessero
considerare ch'ella a giusto titolo le tenesse, ed i signori che poi vi
s'introdussero gliele avessero usurpate. Vero è bene, che la Chiesa, se
usurpazione ci era, l'aveva in certo modo purificata, conferendo le
terre in enfiteusi, e risquotendone solertissima ai tempi debiti i
censi; ma se ai potenti di ugna non fu mai penuria di pretesti per
pigliare l'altrui, pensate se possano venir meno quando si tratti di
ripigliare quello, che credono proprio, e col tempo sieno tornati a
crescere loro gli ugnoli!
Il Valentino, sotto colore di ricuperare alla Chiesa le terre rapite,
comincia da Imola, come quella che, per essere tenuta da una vedova, lo
assicurava di sollecita riuscita: senonchè cotesta donna essendo
Caterina Sforza, egli si trovò ad avere fatto male i suoi conti: invero,
messi prima in salvo i suoi figliuoli, ci si difese con prestanza rara
anco negli uomini; per femmina, unica. Espugnata che l'ebbe, il
Valentino mandò la duchessa a Roma, donde la trasse co' suoi prieghi Ivo
d'Allegry capitano di Francia; e tutti sanno come, tolto Giovanni dei
Medici a secondo marito, a lei toccasse suprema fortuna, e suprema
disdetta; la prima fu diventare madre a Giovanni delle _Bande nere_
terrore dei Tedeschi, la seconda essere ava di quel Cosimo, primo gran
duca di Firenze, a ragione detto _Tiberio toscano_.
Su Ravenna e su Cervia gittò il Valentino uno sguardo di straforo, ma le
lasciò stare, chè, dai Polenta, erano venute in potestà dei Veneziani,
e, per allora, gli ugnoli suoi, comecchè allungati, non reggevano il
paragone con quelli del lione di san Marco; una tentennata la dette a
Bologna, e faceva frutto, se non che il re di Francia gli mandò dicendo:
lasciasse stare i Bentivoglio, se aveva cara la grazia sua, e il
Valentino, per quella volta, appiccò la voglia allo arpione.
Sortirono ottimo fine le insidie di lui con Guidobaldo duca di Urbino,
col quale non piacque romperla alla scoperta, come quello che,
benemerente dei popoli, si prevedeva, lo avrebbono difeso a spada
tratta: per tranquillarlo, gli menarono buone le pretensioni di certi
censi con la Camera apostolica: nella carica di prefetto di Roma,
vacante per la morte di Giovanni della Rovere, il figliuol suo Francesco
Maria, quantunque fanciullo, confermarono; non gli si contrastò
l'adozione a figlio di questo nepote; per di più si mise innanzi un
trattato di nozze future tra il garzone, giunto che fosse a convenevole
età, con donna Angiola Borgia nepote del Papa. Così, dopo averlo per
tante guise abbindolato, il Valentino finge l'assedio di Camerino, e
chiede aiuto al duca Guidobaldo di artiglierie, di somieri e di gente;
il duca, volendoselo gratificare, lo compiacque di ogni cosa, onde il
Valentino gli mandò a dire: da lui in fuori non conoscere altri per
fratello in Italia. Licenziato il messo, ordina che movansi subito le
fanterie con celeri passi da Fano; egli, dalla parte di Romagna, in
compagnia di buon nervo di cavalli, vola per la strada del Sigillo e
della Scheggia, imperciocchè non si tenesse contento dove, con lo stato,
non arrivasse a torre al tradito Duca anco la vita, e gliela toglieva di
certo, se nel mentre, ch'egli stava allestendo i regali da inviarsi al
Valentino, i popoli devoti non l'avessero, quasi nella medesima ora, da
Cagli, da Fano, da Fossombrone, da Montefeltro, e da altre più parti
avvisato della rovina, che stava per cascargli addosso, ond'egli, colto
così alla sprovvista, ebbe a somma ventura se, vestito da villano, per
calli obliqui potè ridursi a salvamento su quel di Mantova.
Per dare rincalzo al figliuolo, e cogliere, come suol dirsi, due colombi
a una fava, il Papa in quel punto medesimo tirava l'aiuolo al cardinale
Giuliano che dimorava a Savona, concertandosi col cardinale di Albret,
che, nel passare in Francia, sorgesse a Savona, e quivi con suoi
accorgimenti tentasse condurlo su la nave: sopra la quale venuto,
ritorto il cammino, con voga arrancata lo menasse a Roma. Certo, se il
Cardinale di san Pietro in Vincoli a cotesto modo tornava in Roma, era
difficile che diventasse papa, come poi gli successe; ma egli, che prete
era e genovese, fece il formicone di sorbo, e lasciò che il cardinale
d'Albret se ne partisse insalutato, parendogli che, bene avvertita ogni
cosa, gli tornasse meglio passare da villano, che trovarsi un bel giorno
strangolato.
Preso a tradimento Urbino, si volse il Duca contro Camerino con tutto lo
sforzo del suo esercito, e pieno di rabbia; male incolse a Giulio Cesare
da Varano a non procedere o più animoso o più cauto, imperciocchè,
caduto nelle mani del duca Valentino co' due suoi figliuoli Venanzio ed
Annibale, fu fatto indi a poco con esso loro strangolare: Giovanni
Maria, scansato per miracolo a Venezia, sopravvisse a rimettere in piedi
la casa.
Pietosissimo caso fu quello di Astorre Manfredi, giovane diciottenne, di
forme a meraviglia belle, e prestante in armi; lo riveriva per suo
signore Faenza; tentato da prima co' suoi tranelli dal Valentino, non si
lasciò scarrucolare. Allora costui ricorse alle sorprese, ma anco qui
gli tornarono corti i disegni, chè adoperatosi a scalare notte tempo la
città dalla parte del Borgo, ne rilevò un carpiccio dei solenni; così
sciupato il tempo atto alla guerra per cotesto anno, impadronitosi di
Russi, e di altre castella del contado, vi svernò: a primavera,
rifornito di poderosissimo esercito composto di tre nazioni, spagnuola,
francese e italiana, tornava allo assalto. Sotto pretesto di onore,
l'astuto capitano spinse primi alla espugnazione della terra i Francesi
e gli Spagnuoli, ma procedendo essi con poco riguardo, anzi con qualche
disordine, vennero agevolmente respinti: dopo tre giorni si rinnovò la
battaglia, e questa volta primi a salire furono gli Italiani; li
conduceva lo stesso Valentino, il quale tempestando per bollore di
sangue innanzi ad ogni altro pose il piede sopra la muraglia: da ambe le
parti si fece prova piuttosto di rabbia, che di virtù. Raccontano le
storie, che pigliarono parte alla zuffa le donne, e perfino i fanciulli,
sicchè il Valentino, per quanto ci s'infellonisse dintorno, non la potè
sgarare; al contrario in ultimo fu respinto con la perdita di oltre
duemila soldati, tra i quali Ferdinando Farnese, ed altri uomini di
conto. Quello però che non poterono le armi lo fecero la disperazione di
ogni aiuto e la penuria dei viveri. Le soldatesche allora mercenarie
mantenevano fama di fedeli se, astenendosi dal consegnare legato il
proprio capitano al nemico, come fra gli antichi gli Argiraspidi
costumarono con Eumene, e fra i moderni gli Svizzeri con Ludovico il
Moro, combattessero quanto imponeva l'onore della bandiera. Le pertinaci
difese rare; gli sforzi disperati si fanno unicamente per la patria e
per la famiglia; le milizie del Manfredi avevano adempito oltre misura
il debito; nè si stimavano, nè forse erano traditrici se in cotesto
frangente provvedevano ai casi loro. Quando esse vennero a favellare di
patti, il Valentino non istette sul tirato: veramente non chiesero
troppo, ma avessero preteso di più, e più egli avrebbe concesso; col
Valentino il nodo non giaceva mai nel farsi promettere, bensì nel farsi
osservare. I patti furono questi: ai cittadini le persone, e le sostanze
salve; ad Astorre la libertà di girsene dove gli garbasse, conservando
le proprie possessioni.
Astorre, ritenuto prigioniero, dopo poco tempo fu chiuso in castello
Santo Angiolo a Roma. Storici contemporanei, reputati in pregio di
prudentissimi nello affermare, raccontano come al corpo del giovane
venusto fosse fatta violenza per opera di tale, che, pure adombrando con
parole oscure, danno a divedere fosse colui che ardiva chiamarsi vicario
di Cristo in terra: certo poi è questo altro: un anno dopo la sua
prigionia fu rinvenuto il cadavere di Astorre nel Tevere con la corda di
una balestra stretta al collo, ed appresso di lui due giovani legati
insieme per una mano; uno mostrava avere quindici, l'altro venticinque
anni, che fu detto essere suo fratello bastardo; oltre a questi, altri
corpi, uno dei quali di femmina, ed era di giovane amantissima compagna
così della buona come della rea fortuna di Astorre. Quanto tesoro di
amicizia e di amore spento ad un tratto!
I signori della Romagna, dal comune pericolo commossi, convennero
assieme ad altri loro amici alla Magione, luogo nel contado di Perugia
per trovare riparo agl'imminenti pericoli: furonvi Gianpagolo Baglioni,
Annibale Bentivoglio, Antonio da Venafro per Pandolfo Petrucci; se il
Doria ci si trovasse non è ricordato, ma è certo, che la Duchessa ci si
facesse rappresentare dai suoi oratori; oltre a questi (e parve gran
che) si accozzarono alla Magione il cardinale Pagolo, e Carlo con tutti
gli altri di casa Orsina, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo;
difatti costoro avevano sempre tenuto il sacco al Valentino, e co'
rilievi di lui si erano ingrassati. Al consiglio audace tenne dietro lo
incerto e lento eseguire, imperciocchè lega sincera, epperò efficace,
non possa durare, tranne fra i buoni, e costoro erano la più parte
pessimi, ed ognuno di essi intendeva starsi a vedere, che cosa sarebbe
capitato all'altro se si scopriva (come se non si fossero scoperti
tutti), ed anco era pronto a comporsi col Valentino, per suo conto, a
danno degli altri compagni: disegnavano altresì godere il benefizio del
tempo, per conoscere come l'avrebbero pensata i Veneziani, ed i
Veneziani all'opposto aspettavano a conoscere come la penserebbero essi,
e con miglior fondamento, però che, essendo troppo più poderosi di loro,
e punto sbilanciati, potevano senza pericolo aspettare: inoltre
immemori, che quale si pone allo sbaraglio deve contare sopra l'anima
sua e sopra il suo braccio, eccoli a battere le ale intorno alla candela
di tutte le farfalle italiane, la Francia; questa poi in quello scorcio
di tempo beveva grosso, e se non chiamava le opere del Valentino
preordinate a civiltà, chè di coteste parole non ci correva per anco la
usanza, pure trovava il suo conto a sostenerlo; onde il Valentino tra
per sua industria, con la quale seppe in breve spazio di tempo mettere
insieme buona massa di gente, e tra per l'ordine venuto di Francia al
Ciamonte capitano del Re d'inviargli speditamente quattrocento lance, e
di far opera di sostenere con ogni maggiore reputazione le cose sue, si
trovò di corto tanto forte su l'arme da non temere lo sforzo dei nemici:
nondimanco al Borgia più della guerra talentavano le frodi: epperò,
negli atti e nelle parole rimesso, incominciò a mettere male biette per
disunirli; e ad ognuno dei baroni romani, massime a Pagolo Orsini,
faceva susurrare negli orecchi: Perchè quei subiti sospetti? A che la
diffidenza improvvisa? Come all'antica amicizia sostituito l'odio? A cui
mirava egli? A disfarlo? Troppo duro osso per lui, imperciocchè lo
sovvenissero il re di Francia e Roma. Potere egli, e forse dovere
mettere in oblio l'antica benevolenza, chè la ingratitudine offende Dio
e gli uomini, potere e forse dovere pel suo meglio offenderli tutti ad
un tratto adesso, ch'ei teneva il coltello pel manico ed era vano
resistergli; nondimeno alle nuove cause d'ira anteporre le antiche di
affetto; tornassero a migliori consigli; lui proverebbero Cesare non
solo di nome, ma eziandio di fatti.
Senza dubbio le Storie, e Niccolò Machiavello, che se ne intendeva, ci
ragguagliano come il Valentino fosse maestro di agguindolamento solenne;
tuttavolta non si comprende il modo col quale egli, così screditato,
arrivasse a condurre alla mazza uomini mascagni quanto lui, dove non si
avverta da un lato la incredibile presunzione nostra che c'inganna
sempre dandoci ad intendere, che il fraudolento o per reverenza, o per
paura non ci vorrà mettere in combutta con altrui, e dall'altro le
nostre sorti governare un fato meno difficile a negare, che a sfuggire,
il quale guida gli uomini volenti; i repugnanti strascina. E poichè
l'argomento nostro non ci concede allungarci troppo nel racconto di
questi maneggi, basti tanto che al Valentino non solo riuscì in breve
disfare quel fascio di nemici, ma ne persuase taluno a continuargli
compagno nella opera di disertare i novelli confederati; al quale scopo,
dopo avere messo in ordine le soldatesche a Cesena, che fingeva
artatamente minori di quello che in vero si fossero, e per colorire
meglio la cosa, aveva licenziato le quattrocento lance del Ciamonte, che
se ne tornarono su quel di Milano, comandò a Pagolo Orsino, al duca di
Gravina, a Oliverotto, e a Vitellozzo si trovassero alla posta sotto
Sinigaglia, donde aveva fatto disegno di cacciare via la Prefettessa e
il duca Francesco Maria.
Essendo stato di ciò avvertito Andrea Doria col mezzo di solertissime
spie, egli stimò ben fatto non aspettare le risposte di Francia, dove
aveva spedito lettere ortatorie al re, con le quali gli raccomandava di
prendere in protezione la vedova e l'orfano di Giovanni della Rovere,
persuadendo di leggieri la prefettessa Giovanna a cansare il figliuolo a
Venezia. Affermano all'opposto taluni storici, che lo zio Giuliano lo
inviasse in Francia, ma commettono errore, però che, mostrandosi il re
Luigi XII, fuori del giusto, tenero per Valentino, ciò non sarebbe stato
conforme alla prudenza del Cardinale; e il tiro che i Francesi gli
tentarono a Savona di già abbiamo narrato; dall'altro canto se i
Veneziani studiavano conservarsi benevolo il Valentino, avendolo perfino
scritto per segno di onore sul libro d'oro, ch'era l'albo della nobiltà
veneta, si sapeva ch'elleno erano lustre per parere, e allora, e prima
di allora coteste mostre si costumavano per celare meglio il concepito
rancore, e, come suole, qualche volta attecchivano, qualche volta no. Le
risposte di Francia vennero mentre il Valentino si trovava già sul
contado di Sinigaglia, e provarono quanto bene avesse argomentato Andrea
ad armarsi di previdenza, imperciocchè con esse il re, dopo avere
rampognata acremente la Prefettessa per essere convenuta all'assemblea
della Magione ai danni del duca Valentino (come se colpa fosse
premunirsi contra le mortali insidie di lui), conchiudeva
coll'abbandonarla alla sua fortuna: però Andrea, comecchè gli rimanesse
un filo di speranza sopra la protezione di Francia, prima di mandare le
lettere, nel presagio che gli potesse venire meno, commise, che da
Venezia gl'inviassero una nave, la quale, ferma su le ancore in Ancona,
aspettasse il comandamento di quanto avesse da fare; ma la tempesta
avendogliela spinta a secco gli ruppe i disegni, ed il giorno stesso che
gliene giungeva la notizia, un trombetto per la parte del Valentino si
presentava al ponte levatoio per intimargli la resa della rocca.
La duchessa Giovanna e Andrea, accolto con serena fronte il trombetto,
risposero, che per non mandare a male sangue cristiano volentieri
avrebbero sgombrato la terra, purchè fosse a patti, e dissero quali:
precipuo tra questi la facoltà al duca, alla duchessa, e al Doria di
condursi dove meglio desiderassero, trasportando con esso loro quanto si
trovavano a possedere di gioie e di danaro e le masserizie più care. Il
trombetto, presa la carta, promise tornerebbe il veniente giorno con la
risposta, ed in vero non mancò, ma il Doria gli disse come la
Prefettessa, travagliata tutta notte da subita infermità di corpo,
frutto senza dubbio dell'angoscia dell'animo per aversi a spogliare di
cotesto nobile arnese di Sinigaglia, riposarsi adesso sul letto, a cui
il trombetto contrapponeva, che a scrudelire l'amarezza della
Prefettessa avrebbe giovato vedere che il suo signore delle condizioni
apposte alla resa non ne avesse tocca pure una; e di rimando il Doria:
certo gioverà, e mi proverò consolarla subito; così dicendo aperse la
porta della camera lasciando vedere il letto dove giaceva la
Prefettessa, a lato del quale essendosi accostato in punta di piedi fece
atto di chinarsi per ispecolare se vegliasse; poichè alquanto si fu così
rimasto, si drizzò da capo e col dito traverso ai labbri rifece i passi;
giunto sul limitare, additata la giacente, con voce sommessa diceva al
trombetto: — ella dorme; deh! non le invidiamo questo po' di refrigerio,
che la natura manda ai suoi dolori; sarà per domani. — Al trombetto
parendo ostico lo indugio insisteva, ma il Doria rifiutò recisamente
destarla. Il giorno dopo tornò il trombetto per tempissimo, e ammesso
dentro la rocca domandò della Prefettessa, e fugli risposto, che se
n'era ita; volle vedere il Doria, e seppe come anch'egli se ne fosse
andato con Dio; il giovane Duca come gli altri, anzi prima degli altri
già fu esposto come si fosse cansato a Venezia. Ecco come per gli altri
erano passate le cose. La Prefettessa, notte tempo, con una donzella ed
un gentiluomo tutti in ispoglie da villani, saliti su tre cavalli, che
fulminavano, a traverso del campo dei nemici, i quali non se ne
accorsero, si ridussero in Firenze a salvamento; Andrea si rimase per
accertarne meglio la fuga, e levare via ogni suspicione al Valentino; al
quale intento egli mostrò al trombetto un simulacro di donna giacente,
dandogli ad intendere, che fosse la Prefettessa: strattagemma con ottima
riuscita praticato nell'antichità da Tito quando, caduto prigioniero di
Cleonimo, questi gli chiese pel riscatto la città di Epidauro, e di
Apollonia, e ai tempi nostri da Luigi Buonaparte, quando gli accadde
scampare dal castello di Ham. Rispetto al Doria hassi a credere gli
facesse spalla alla fuga qualche soldato del Valentino amorevole suo.
A Cesare Borgia, si narra, come dolesse meno la perdita di una
battaglia, che vedersi vinto nei suoi artifizii, e a diritto,
imperciocchè la naturale prosunzione dell'uomo poteva persuaderlo a dare
altrui la colpa della fazione perduta, mentre il tranello spettata a lui
solo; tuttavolta non se ne mostrò crucciato, e questo senza dubbio
perchè molinava nella mente più cupo disegno. Quale questo disegno si
fosse, come l'ordinasse, ed in qual guisa lo conducesse a compimento, lo
narrò il Machiavello nel modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare
Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo, e il duca di
Gravina entrambi Orsini, e non importa spenderci altre parole per ora:
forse ci torneremo sopra se, Dio concedendoci salute, potremo dettare la
vita del nostro sommo politico Niccolò Machiavello.
I versi che Omero pone su le labbra di Andromaca che piange sul corpo
del defunto marito durano immortali, perchè del pari sono immortali le
sciagure dell'orfano in essi lamentate; però non sembrerà cosa strana nè
forte se Andrea, salvato appena Francesco Maria dalle mani del
Valentino, lo avesse a sottrarre da quelle non meno rapaci dello zio
cardinale. Certo nei petti sacerdotali l'amore dei nipoti molto può, ma
troppo più prepuote l'agonia di acquistare le somme chiavi; di fatti il
cardinale Giuliano, mirando a farsi poderoso di stati per crescere di
credito nel sacro collegio, comecchè in apparenza non omettesse officio
veruno di buona parentela verso la cognata, ed anzi mandatala a levare
da Firenze l'albergasse a Genova in certo suo palagio, che possedeva
fuori della porta di san Tommaso, in sostanza poi ciò operava per
poterla serpentare più da vicino, al fine che da lei si commettessero in
sua balía le fortezze e le castella del nipote su quel di Napoli, sotto
colore, che con la sua autorità meglio si sarieno potute tenere.
Quantunque la duchessa, con alterazione non piccola dell'animo suo,
udisse moversi la impronta richiesta, pure quanto più seppe mansueta
rispose: coteste castella avere ricevuto dal marito in fede di
restituirle al figliuolo, ed a questo volerle in tempo debito
restituire. Il Cardinale non si tenne mica vinto per tanto, che indi a
breve rimandava allo assalto il suo camerario Casteldebrio (quel desso
che poi salito alla porpora prese nome di cardinale di Pavia), affinchè
con parole sforzevoli la spuntasse; a cui la donna in sensi succinti
rispose: — parerle di fare bene a tenerle, perchè da coteste possessioni
in fuori non le avanzava altra sicurtà per le sue doti, onde lasciarle
senza cauzione non intendeva. — Così fu rinviato senza conchiusione il
camerario, ma Andrea, ristrettosi subito dopo con la Prefettessa, le
insinuò: badasse bene; tenace la natura dei preti; quello che vogliono
vogliono: tenacissima poi quella del cardinale Giuliano. La ressa
disonesta significare una voglia accesissima, la quale non si sarebbe
così di leggieri attutita; anello forse di qualche occulto disegno
concepito nell'animo di cotesto uomo violento; però confortarla ad
armarsi di subita provvidenza. Alla donna esperta nei casi della vita
piacque il consiglio, onde senza porre tempo fra mezzo pensò ai fatti
suoi; e veramente bene le incolse della diligente sollecitudine
adoperata, imperciocchè il cardinale della Rovere, personaggio, come
ogni uomo sa, violentissimo, di cui la collera si accendeva alla stregua
degli ostacoli che incontrava, postergato qualunque rispetto spedì lo
stesso camerario Casteldebrio nel regno con due brigantini e copia di
danari per corrompere i Castellani ed entrare in possesso delle
castella. Il Camerario, arrivato con celere viaggio alla rocca
Guglielma, chiese libero ingresso per sè e pei seguaci suoi; domandato
se avesse il segno, rispose di no, ma portare seco cosa troppo più
importante del segno, la quale era un chirografo in virtù di cui la
Prefettessa investiva il Cardinale del possesso delle castella, ed
ordinava ai Castellani obbedirgli liberamente. La guardia notò, che la
cosa poteva andare in regola, però essergli vietato immettere gente in
castello senza licenza del Castellano, nè a lui spettare il giudizio
intorno alla autorità del chirografo; entrasse solo il Camerario a
conferirne col Castellano; quegli rispose, che molto volentieri l'avria
fatto, sicchè due soldati, toltolo in mezzo, il condussero alle stanze
del Castellano, le quali aperte, la prima cosa, che gli comparve davanti
fu la Prefettessa, che tutta aggrondata gli disse: — Orsù, via,
porgetemi il mio chirografo; — e siccome il Camerario, tuttochè prete,
vergognandosi non fiatava, ella soggiunse: — Andate, e a cui vi manda
dite, che così non costumano i sacerdoti, nè i parenti, anzi nè manco
chi desidera mantenersi in fama di uomo dabbene. —
Dopo tante e tante varie fortune, Andrea, giunto ormai al suo
trentasettesimo anno, si trovava ad essere più povero di prima, onde
sperto, che di rado accade procurarti fuori la comodità, che non sai
rinvenire in casa, deliberò ritornarci, confidando che Niccolò Doria, il
quale in cotesto tempo militava in Corsica condotto al soldo dello
Uffizio di san Giorgio, gli avrebbe aperto qualche via per migliorare le
sue sorti.
Che fosse l'Uffizio di san Giorgio, per quale diritto, e come governasse
l'isola di Corsica, non torna spediente raccontare adesso: basti sapere
per ora, che Niccolò, in procinto di partire, aveva deciso di menarlo
seco, ma essendo nel frattempo accaduto uno stupendo rivolgimento di
cose per la morte di due papi, Alessandro VI e Pio III, e l'assunzione
al pontificato di Giulio II, egli, come assai domestico del Papa,
reputò, che gli verrebbe fatto di avvantaggiare le cose sue meglio a
Roma che in Corsica, però, chiesta ed ottenuta licenza dall'Uffizio di
san Giorgio, gli designò Andrea capace a succedergli, e degno in tutto
della fede la quale fin lì avevano riposto in lui, e di fatto era.
Coloro che hanno scritto dei gesti di Andrea Doria per adularlo vivo, e
per piaggiare, morto, la famiglia di lui, scivolano assai lestamente
sopra questa parte della sua vita, stringendosi a dire, che in breve
tempo egli seppe con la sua virtù assettare le faccende scomposte
dell'isola; ma la storia ricorda come Andrea vi si comportasse avaro e
spietato. Che nelle storie della Corsica, scritte dal Filippini, un po'
di passione ci si sia intromessa, potrebbe darsi, pure ei le dettò
mentre Genova dominava l'isola, nè sembra, ch'egli odiasse la repubblica
o fosse odiato da lei; e fama ha di verace pei fatti accaduti ai suoi
tempi; ed anco, posto questo da parte, i Genovesi, massime quelli
dell'Uffizio di san Giorgio, mercanti erano, i quali governavano come
trafficavano, voglio dire col fine di cavare dal proprio danaro il
maggiore pro, che per essi si fosse potuto, e l'interesse della moneta a
quei tempi batteva tra il diciotto e il venti per centinaio, donde
accadeva che, non curate onestà e carità, anzi neppure efferatezza e
tradimenti, si estimassero ottimi i partiti più spicci e meno costosi;
ora, siccome le guerre, oltre a tirare in lungo e costare un tesoro,
compaiono anco di esito incerto, così preferivano gli assassinamenti
come più sicuri e di maggiore risparmio.
Arte di governo dei Genovesi in Corsica fu questa: spiantare la stirpe
dei baroni, fiera gente, e a maneggiarsi difficile, ma generosa, e ciò
si ottenne suscitando scisme tra loro, e poi sovvenendo i deboli per
opprimere i potenti; anco talora pigliarono le parti del popolo contro i
baroni, e sperarono venire a capo eziandio con questo come di belva, che
la perdita del sangue rende tutta mansueta. Certo alla Corsica non so se
molta pecunia, ma senza fallo molto sangue costò la dominazione di
Genova; questa però nello uccidere altrui ferì sè stessa, e, resa la
Corsica cadavere, ebbe a consegnarla alla Francia perchè la seppellisse.
La Francia tentò prima di venderla, e ciò nè manco dopo due anni dal
tanto appetito acquisto, ma, non trovando compratore, se l'ebbe a
tenere; adesso finalmente dopo tanto secolo la va ravvivando; però non
ispero ch'ella possa mai più rifiorire a quella prosperità di cui ci
porgono testimonianza credibili storici: se poi più tardi mi avesse a
smentire il successo, l'avrò per grazia.
Dispersi prima i baroni da Leca toccava adesso a quei della Rocca a
sparire; per metterli a segno l'Uffizio di San Giorgio aveva mandato
Niccolò Doria commosso dal pericolo di perdere la isola per virtù di
Ranuccio, il quale, tentando rientrare nel possesso dei suoi beni, ne
aveva messo sottosopra le parti occidentali; Niccolò incomincia col
citare Francesco e Giudice della Rocca, congiunti di Ranuccio, a
comparirgli davanti: andava Francesco, più cauto; se ne astenne Giudice;
ma se al primo nocque la fiducia, all'altro non valse la prudenza,
imperciocchè a Francesco egli facesse mozzare la testa, e Giudice
trafiggere con ferro assassino; giunse eziandio a mettere le mani
addosso ad un fanciullo figliuolo di Ranuccio, ed anco questo spense a
fine di empire l'anima paterna di terrore e di sgomento. A tale cognato,
ad opere siffatte subentrava Andrea, nè tralignò. Ludovico XII re di
Francia, diventato signore di Genova, sia che per naturale inclinazione
sentisse pietà per cotesto gentiluomo, sia, come credo piuttosto, che lo
movessero i conforti del Cattaneo consorte del Ranuccio, intendendo
salvare cotesto sciagurato dalla estrema rovina, spedì in Corsica due
uomini a posta per offerirgli l'ordine cavalleresco di san Michele con
buona provvisione, a patto che, deposte le armi, si riducesse a vivere
in Francia. Ora Andrea avendo considerato, che se la guerra terminava a
quel modo veniva a cessare la sua condotta coll'Uffizio, e certo perduti
i premi della vittoria, finse credere falsa la commissione dei messi, e
le patenti regie, comecchè apparissero munite del suggello del re, e
sotto pretesto di chiarire il vero ritenuti i messaggeri, mandò il suo
cancelliere a Genova perchè maneggiasse a stornare il trattato, come di
vero gli accadde. Allora così ferocemente attese a perseguitare
Ranuccio, che questi, derelitto da tutti, si ridusse, solo, a vivere
vita ferina su pei gioghi di un'aspra montagna, dove lo affetto di
qualche suo vecchio vassallo lo andava aiutando, con mortalissimo
pericolo, di un tozzo di pane. Andrea, contati i giorni che bisognavano
per farlo morire di fame, avendo saputo, che in capo a quelli durava
sempre vivo, nè per quanta diligenza vi adoperasse riuscendogli scoprire
da quale dei villaggi circostanti si partisse il suo soccorritore, li
distrusse tutti, ardendone le case, tagliando gli alberi, disertando i
vigneti, e disperdendone gli abitatori; così fece prigione Ranuccio, e
come a morte certa lo mandava a Genova, dove, se il governatore del re
di Francia non era, avrebbe miseramente finito sotto la scure. Come ai
tempi dei Romani, così a quelli dei Genovesi, e così sempre quando i
tiranni prevalgono, pace ed ordine chiamano la solitudine e la morte.
CAPITOLO III.
Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei
governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori
di popolo; _castiga villano_; due Doria ammazzati; nuova
spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi
politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e
ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove
tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di
Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma
vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e
squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di
Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia;
il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno
mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla
Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di
Andrea sotto la _Briglia_ dove rimane ferito. — Prosperando le
cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. —
Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge
in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo
di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di
prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e
alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando
prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non
riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. —
Tragedia di Monaco non senza sospetto di partecipazione del
Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e
invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione
degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di
Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di
Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal
consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue
galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si
proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal
soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col
Papa. Lega _santa_ per frenare lo Imperatore. — Andrea contro la
patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno
a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a
Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la
disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo
dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone
non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale
del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra.
Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria
sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco
a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro
Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. —
Codicilli singolari del suo testamento.
Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come
causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero
i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla
uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza come con
gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono
ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la
democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali:
opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in
apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini
stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente
l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le
violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli
esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al
contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa
maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro,
con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte
i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o
forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente,
accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono
refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.
Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un
proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio
del nostro, il quale è questo: male comune, mezzo gaudio. Parve, e pare
tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli
avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani
raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma
studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e
giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai;
pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa
di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il
destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo
Stato.
La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni
altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta,
sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro
disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di
giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi
e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino
graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la
lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della
aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli
spiriti cupidi si offre abilità di rimestare le faccende per modo, che
conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.
Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii
ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai
nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere
i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto
chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più
copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti
esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle;
allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio,
ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne
menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare
averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti,
arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i
tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la
prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi
su _castiga villano_, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se
la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono
di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori
gridando: _addosso ai nobili_; e trovati per via un Visconte Doria ed un
altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un
bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnale _castiga villano_, e più
che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe
pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o
piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare
esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto,
onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si
rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei
voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due
terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.
Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando
questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede
diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce,
però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi
già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì
da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello
adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il
popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averi dei
nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi
di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro
a vivere in Savona.
Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del
governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto
stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo;
creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi,
di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro
iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra
tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo,
spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi
Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a
danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e
disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di
Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando
dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non
provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il
Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del
Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero
venuti a capo della plebe piaggiandola; egli dovrebbe prevenire il
pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei
presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di
piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e
plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma
approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.
Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni,
Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si
restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a
conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei
diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani;
causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi,
dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la
quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in
procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di
fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto
Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo
considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere
che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si
accorresse gagliardi alle difese: tre partiti, per suo avviso,
profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso
dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto
altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro
del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta;
per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano
Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo
attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della
plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti
piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa.
Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò
assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe
avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli
trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova,
se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere
ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro,
e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati
patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i
quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte
del palazzo regale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè
il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di
Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione:
abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed
oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava
ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non
possono, aiutatori della tirannide altrui.
Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro
di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si
arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia
malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi
tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono
con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo
raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e
retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè
ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a
Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima
passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia
attaccata al ballatoio della torre dogale, insegnamento non nuovo, e
replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a
rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche
ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure
sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia
dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche
lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si
rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella
in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii)
multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi
doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per
aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed
erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per
mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani,
fabbricassero la fortezza del _Faro_, volgarmente detta la _Briglia_, e
tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i
Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta
avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono
entrambe ridotte in servitù.
Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dove quel Giulio II, che gode
presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera
dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei
Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con
Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che,
registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne,
dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia
con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia,
Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e
gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono
i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che
ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi
con la Francia, adesso voltandogli faccia, tempesta avvampato a
cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e
liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le
ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da
chiamare addirittura papa Giulio _briacone_: di vero costui del bere si
compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a
qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè
s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la
Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo
scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore
assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima
un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi
della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto
per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano
spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo
appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per
la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi,
spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino
e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato la prosperità
francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava
irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con
infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente,
calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla
Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra
mezzo a sè ed ai suoi nemici.
Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua
patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla
democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una
parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i
maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi
quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno
della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per
buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato
inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni
Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del
Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè
nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso
poi, soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si
adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di
cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con
celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si
cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in
vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato,
intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato
tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere
impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il
Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto
s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e
neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le
fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il
trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si
sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con
questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la
patria.
Ma il tratto alla bilancia lo diede sempre, secondo il solito, non il
consultare dei Padri, bensì il tumulto, e per questa volta nè manco
cittadinesco, bensì straniero: chè gli Svizzeri, lasciati dal vicario
del re a custodia del palazzo, dubitando, che se il Fregoso entrava in
città per isforzo di armi sarebbero stati messi a pezzi, vennero a patto
con lui, e gli aprirono le porte: poi procedendo più oltre gli offersero
in compra la fede e il sangue loro, ed egli comprò fede e sangue
svizzeri tutto a taccio pel prezzo di dodicimila ducati. Queste cose
facevano gli Svizzeri allora, e tuttavia fanno e reggonsi a repubblica,
sicchè, loro mercede, dubitano parecchi che sotto veruna forma di
reggimento la stirpe umana possa condursi a vivere in pace e in dignità.
Giano Fregoso eletto doge creò in quel torno Andrea Doria prefetto
dell'armata, capitano di terra che era stato fin lì; egli contava allora
quarantasei anni, e sarà sempre mirabile, quanto di onore per Andrea,
pensare come in età così avanzata mutasse abito di milizia riuscendo a
salire per le faccende marinaresche in fama due cotanti più gloriosa,
che nelle terrestri. Ora il Doge, attendendo ad assodarsi nel
principato, deliberò espugnare le fortezze: del Castelletto venne a capo
in breve un po' per virtù di palle e molto di scudi: dicono, il
Castellano dopo alquanto di mostra di difesa per parere, lo rendesse
mediante lo ingoffo di dodicimila ducati.
Osso più duro a rodere presentava la _Briglia_, che, fabbricata su di
una roccia, si teneva soggetta Genova: da tre parti la circuiva il mare;
a tramontana stava attaccata al lembo di una rupe irta di scogli:
volerla superare a forza di arme compariva folle al pari che vano; si
disposero a vincerla con la fame. Niccolò Doria, capitano generale del
naviglio di Genova, la vigilava solertissimo dalla parte del mare,
impedendo che veruna nave venuta di Provenza scivolasse a soccorrerla;
ma il re di Francia, che a ragione faceva assegnamento grande sopra
cotesto valido arnese di guerra, statuì ad ogni modo sovvenirla.
Allestita segretamente a questo scopo una grossa nave, la commise alla
condotta di un audacissimo provenzale, di cui la storia a torto tace il
nome, al quale bastò l'animo, finta bandiera, di attraversare con essa
l'armata genovese e girsene a rifornire la fortezza di munizioni così da
guerra come da bocca. La salvò l'audacia, e nulla eccetto l'audacia
poteva salvarla; lasciata facilmente passare, la nave accennò volere con
diritto corso andare a surgere in porto, quando di un tratto girato il
timone, tra il fulminare delle artiglierie dei nemici, tardi accorti
dello inganno, si aggrappava agli scogli sottostanti alla fortezza.
Per questo fatto la città venne a sentire inestimabile angustia, però
che non le paresse essere libera se non le si toglieva quel calcio di
gola. Allora Andrea, raccolta una squadra di uomini usi a mettere allo
sbaraglio la vita, e scelto altresì tra molti un legno sparvierato, di
cui, come si legge, era padrone Emanuele Cavallo, si accinse a rinnovare
uno di quei gesti, i quali, soperchiando l'ordinario ardimento degli
uomini, soglionsi chiamare eroici; e siccome prevedeva, che molti
sarebbero stati i morti, così prima di entrare nella mischia egli ordinò
ad alcuni fidatissimi suoi, che li buttassero in mare, affinchè i
superstiti non si sbigottissero. Munito di provvedimenti siffatti, e
secondandolo il vento, si spinse a piene vele contro la nave nemica,
epperò proprio sotto le batterie dei Francesi; non curato lo sfolgorare
dei cannoni e dei moschetti, all'improvviso diè volta cacciandosi tra la
nave e la fortezza; giunto a un pelo dagli scogli dove la nave stava
raccomandata, la uncina, e con supremo sforzo la tira alla spiaggia di
San Piero di Arena. Molti pur troppo, secondo il presagio di Andrea, si
ebbero a lamentare morti, e per poco stette ch'ei non rimanesse fra
questi, percosso malamente da una scheggia nel petto, e fu ventura, che
a forma degli ordini suoi non lo gittassero via, imperciocchè lunga
pezza lo tennero ito, nè ripigliò i sensi prima, che il gesto fosse
stato interamente condotto a fine. Siccome Emanuele Cavallo prese il
comando della nave subito dopo il caso avvenuto al Doria, impedendo che
l'audacissima impresa sinistrasse, così non mancarono storici, che tutto
il merito attribuissero a lui; e poichè la gloria non sia cosa, la quale
per largirsi ad uno si deva togliere all'altro, giustizia vuole, che il
Cavallo popolano e il Doria patrizio si abbiano a giudicare in virtù di
cotesto fatto parimente gloriosi. E fu in simile congiuntura che accadde
l'altra prova del giovane Benedetto Giustiniano, il quale, avendo
avvertito come il capitano della nave nemica tuffatosi in mare tentasse
sottrarsi notando, egli, spiccato un salto dal ponte, gli si cacciò
dietro con tanta furia, che di corto ghermitolo pel collo, se lo trasse
dietro prigione. Audace e pertinace sangue è il ligure e in onta ai
tempi e agli uomini non passò secolo, che non ne porgesse buona
testimonianza; Colombo, i Doria, Spinola, Balilla, Pittamuli, Garibaldi
e gl'imperterriti che lo seguitarono sopra la terra sicula, più oscuri
di lui, non però meno benemeriti della patria, sono manifestazioni
diverse di un medesimo spirito; tra questi metto Giuseppe Mazzini
indomato cultore di libertà: oggi il volgo di ogni maniera, ma più il
patrizio, gli bandisce la croce addosso; non importa, e' muterà in
breve; dove non mutasse, la verità è una, ed io detto, libero,
liberissime storie, non pagato diarii, infamia del secolo.
La lunga vita di Andrea Doria comparisce quasi un filo della trama
storica del secolo decimosesto, nè si potrebbe raccontare utilmente là
dove non si desse contezza dei fatti ai quali s'innesta, se non che,
favellando dei casi dell'uomo, a noi conviene mutare le parti facendo
servire la storia d'Italia come di filo nella trama della vita del
Doria.
Laonde qui si accenna come Francia, acerbamente comportando vedersi
sbassata in Italia, si accorda negoziando con la Spagna e con la
Svizzera comprando; con Venezia mette pratica: la morte, che taglia a
mezzo nella gola di Giulio II il grido: _fuori i barbari!_ cui egli ci
aveva altra volta chiamato, ne agevola i disegni, e, poi che in questo
modo ebbe ammannito il terreno, manda Giangiacomo Trivulzio, e la
Tremoglia a riconquistare le terre perdute. E' sembra, almanco per lo
sperimento che ne abbiamo fatto fin qui, come la fortuna ordinasse, si
possano i Francesi di leggieri allargarsi nella Italia, ma a patto
ch'essi devano con pari agevolezza abbandonarla. Ormai al duca di Milano
non avanzava altra terra, eccetto Novara, di funesta memoria, pel
tradimento svizzero ai danni di Lodovico suo padre. Adesso il medesimo
luogo, i medesimi Svizzeri, da un lato, i medesimi Francesi dall'altro,
empivano l'animo dello Sforza di trepidazione; quello dei regii di
baldanza: anzi la Tremoglia assicurava spacciatamente il re, avrebbe
fatto prigione il figliuolo, per lo appunto colà dove tredici anni prima
avevano preso il padre.
Per queste vicende gli umori non quietavano a Genova, ma era da credersi
che non avrebbono rotto, se i fratelli del Doge, sospettando di Girolamo
Fiesco, non lo avessero ammazzato alla traditora; quale l'animo dei
Fieschi e dei consorti Adorni per questo omicidio non importa dire;
accorsero alle castella loro, e, cavatane la gente alla rinfusa, si
avventarono contro il Doge. I Genovesi non si mossero; Fregosi, Fieschi
e Adorni acciuffaronsi; quegli rimase vinto, questi, vincitori,
entrarono in città; e i Genovesi sempre stettero a vedere, imperciocchè
avessero preso in uggia per la mala signoria, e pel truce omicidio, i
Fregoso, e dagli Adorni e Fregosi come parziali della Francia
aborrissero.
Niccolò Doria capitano generale e Andrea prefetto del porto,
considerando che il serbarsi interi sul mare approdava alla patria
molto, e moltissimo a loro, scansata la flotta regia, si ridussero con
le galere della Repubblica alla Spezia, aspettando gli eventi; i quali
oltre alla aspettazione loro riuscirono prosperi, imperciocchè paia che,
come ai polsi, così avvenga alle coscienze degli uomini, voglio dire
sieno intermittenti: di vero quei dessi Svizzeri che tradirono il padre,
ora combattono ferocissimamente pel figliuolo. La fortuna di Francia
giacque sui campi di Novara, e al maresciallo Triulzio, combattendo per
gli stranieri, toccò l'onta della disfatta nei poderi paterni della
Riotta. Gl'Italiani non ricordano battaglia più micidiale, nè i Francesi
ne soffersero mai più vergognosa di questa: i morti sommarono a
dodicimila, altri affermano più; gittarono via le armi per paura; non
uno dei fuggenti francesi valicò la Sesia conservata la spada. Questa
vicenda alterna di disdette e di fortune pare che la Provvidenza mandi a
tutti i popoli, perchè si ricordino che a veruno è concesso farsi
perpetuamente oppressore dell'altro; ma la lezione frutta poco con
tutti, massime co' Francesi, che, felici, non ci pensano, infelici sì,
ma allora non giova. Quanto a civiltà ci consumiamo troppo ad esaltarla
con le parole, perchè ci rimanga animo di praticarla coi fatti.
Per questi rivolgimenti le cose degli Adorni e dei Fieschi declinando,
tornarono a rifiorire quelle dei Fregosi e dei Doria. La lega mise
Ottaviano Fregoso doge a Genova, ma escluse Giano perchè esoso
all'universale. Taluni storici affermarono Ottaviano generosissimo uomo,
altri gli danno taccia di sospettoso; tuttavia maggiori riscontri ci
persuadono la bontà di lui, ed anco la tradizione li conferma; e poi il
sospetto negli uomini di Stato non si può reputare vizio: fatto sta,
ch'egli da prima prepose Giano al governo di Savona, ma ragguagliato poi
come costui, inuzzolito dell'antico comando, tentasse ridurre
tirannicamente le cose della città in sue mani per suscitare tumulti a
Genova (e si dice altresì, ch'ei venisse in cognizione di certa pratica
tra Giano, gli Adorni e i Fieschi ordita ai danni suoi), ordinò lo
sostenessero; se non che egli che stava su l'avvisato, avendone preso
fumo, salito subito sopra un brigantino, si salvò.
Adesso il Papa e i principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che
avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era
la pirateria con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste
dell'Affrica, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una
selva infestata da assassini, e nabissavano le sponde disertando i
paesi, le sostanze arraffando e gli abitatori promiscuamente: onde, dopo
parecchie pratiche, trovatisi all'ultimo d'accordo, impresero la guerra
dei pirati con diciotto galee, nove del Papa, di Genova e di Francia, e
nove fornite da privati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso,
arcivescovo di Palermo, fratello del Doge: coll'Arcivescovo andò Andrea.
Donde accadde che, mentre il grosso dell'armata condotto dal Fregoso non
faceva frutto o poco, imperciocchè dalla scorreria su le coste
dell'Affrica in fuori non ne ritrassero altro, che il ricupero di
qualche schiavo e di un corpo di galera predato l'anno antecedente ai
Genovesi, Andrea con una squadra staccata proseguendo con ardore pari la
gloria e il guadagno, pigliò ai pirati due galeotte e quattro
brigantini. L'arcivescovo, punto da invidia, allora si adoperò perchè il
Senato togliesse al Doria l'ufficio di prefetto del porto, nè questo
venendogli fatto di conseguire, egli lo licenziò dalla condotta delle
sue galee; ma gli amici di Andrea, operando in essi l'amicizia ad un
punto e l'accerto del buon negozio, misero insieme danari, co' quali
comperarono quattro galere per Andrea, ed egli n'empì due di schiavi,
onde chiamaronsi _forzate_, e due di gente proffertasi a soldo; da ciò
il nome di _buona voglia_, che, entrato come sostantivo nella lingua con
diversa significazione, indica, che se uomo non è galeotto, ci manca
poco. Il Senato poi, non solo confermava Andrea nello ufficio di
prefetto del porto, ma pigliava altresì al suo servizio le quattro galee
del Doria, assegnandogli stipendio sottilissimo, con facoltà di
sopperire al mancamento corseggiando, e s'intendeva contro ai Turchi, ma
se veramente fossero sempre Turchi coloro che Andrea e gli altri
Genovesi predarono prima o poi, od anche in quei medesimi tempi, la è
una faccenda seria a chiarirsi, nè forse eglino stessi l'arieno potuto,
così di colta, deciferare.
In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo
gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare
con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso
tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai
prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto
fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X,
succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro
due galere governate da uomini di _buona voglia_, che la Repubblica li
licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla
Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due
galere delle proprie, però che le altre due soggette ai comandi di
Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica,
che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto
spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri
adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal
principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio
sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal
ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì
abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente,
tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto
a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se
non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si
versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva
con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo
rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere;
all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere
arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei
nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde
prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero
spenti. Se togli l'onore, che veramente per Andrea fu grandissimo,
quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata,
perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.
Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua
patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri
discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto
di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti
bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei
capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente
tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.
Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di
Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il
ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza
venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così
conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria,
massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del
mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non
paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli
s'ingegnò da prima coglierla alla sprovvista, e se non riuscì, la città
n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva
d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il
1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta
che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di
avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea
opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini.
Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della
Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco
Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati
sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e
Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando
come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo
quella della Repubblica.
L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la
spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare,
bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava
i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la
pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano
tracotanti, questi cominciarono a trarre con le artiglierie contro il
bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di
Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più
onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi
eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa
interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera
di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè
nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo
ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più
magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per
tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai
nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali
intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si
arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita
considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo
si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella
Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio
di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a
sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volessero perire
affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.
Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe,
la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o
per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò,
respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde
ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova
gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi:
vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a
gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta
che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la
vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte
a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai.
Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi,
ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo
prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo
suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le
quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed
onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli
stipendii di Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la
patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.
Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia
nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si
ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo
aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie
e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa
pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta
moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli
uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino
tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai
sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto,
tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse;
imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli
disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il
fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo
sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette
retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così
ebbe a credere che il santo uomo non fosse, secondochè presumevasi,
interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in
fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo
Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in
corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala
morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione
dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi
assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli
Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste
antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da
scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la
cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad
incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose
italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece
tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla
vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a
fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello
del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima
considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a
tenersi, non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose
supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato
Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non
aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli
avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non
essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che
Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la
morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben
prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena
commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per
entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama
era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere.
Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio
sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io
confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la
rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].
Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non
piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a
predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò
persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e
la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto
virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi;
pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini,
come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li
conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia:
ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad
uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore,
metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva
parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle
cose che contribuivano a scoprirlo.
E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a
Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo
al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di
mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i
servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non
una volta ma due, attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne
provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di
Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali
dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che
fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano
illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i
Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e
la riconoscenza loro.
Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a
spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che
più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla
battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia
che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse
Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese,
questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non
ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la
taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale
lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila
ducati, che non gli dette mai.
Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona, e s'impadronì di
Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli
prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso
se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel
tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera.
A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto
di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se
in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare
cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne
stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla
sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si
trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a
non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e
meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il
presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia.
Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che
le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di
strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito,
invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandolo il
vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le
galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada
sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco
il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre
galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le
costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le
lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di
gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se
per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale,
che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al
mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato
per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio
Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.
In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in
Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti
capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera
battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e
veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto
nelle mani del Principe di Borbone e del Marchese di Pescara,
somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria
cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo
come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare
novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di
sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in
questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col
Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del
Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il
figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la
pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di
mandarla ad esecuzione.
I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel
trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero
ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa.
Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le
sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re
a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro:
dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con
le quali sarebbe ito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove
uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla
squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla
sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo
subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee
rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di
condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime
alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in
cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a
capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare
in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della
Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale
è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il
suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno
quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie,
od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in
corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed
agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea
dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificasse
i ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro
pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se
volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui
mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla
Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse
capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente,
assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non
di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa
aggiunte due altre della Chiesa.
Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia,
imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per
tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore,
liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re
(dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto
di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni,
le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si
chiamò _Santa_.
I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde
la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500
fanti; le flotte loro essendosi riunite si trovarono in tutto sommare a
quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro
Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto:
allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di
sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne
impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde
scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova,
si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco
marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova,
scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria
della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi
dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa,
ch'era dei Medici, non li chiuse.
Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora
irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino;
nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari.
Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e
Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta
massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di
Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto, ma lo ributtarono,
mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della
sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.
Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che
Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che
Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano,
capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don
Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro.
Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si
condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava,
imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa
timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi
contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il
progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della
Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale
di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio
Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che
per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S.
Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova: di tanto fu
porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al
Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso
stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però
gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli;
ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva,
senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni
modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono
ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe
lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie,
imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando
trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque
fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non
mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno
disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi
in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne
sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un
tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo;
la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di
Francia, perchè tra breve custodisse prigione il Papa Clemente. Dei
legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e
forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento
mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee
spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro
potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata
persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.
Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII,
irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che
udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere
capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il quale portava
appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di
seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i
Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per
anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti,
a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di
Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei
Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse
ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in
virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.
Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le
armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea,
il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo
assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero
navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero
vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena,
imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la
morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte
per traghettarle nel regno.
Dove da prima le cose procederono prosperamente, ed oggimai le forze dei
collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di
repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con
insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi
s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si
ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a
sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di
Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di
concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non
volere osservare.
Chi fosse questo duca di Borbone raccontano tutte le storie dei tempi:
ribelle si fece al suo re forse per mente torbida, ma grande parte di
colpa si vuole attribuire a Luisa di Savoia, che prima con ogni maniera
di angustie, sia nella persona, sia negli averi, vessò il duca, poi di
un tratto secondo la voltabile indole delle femmine, di lui (comecchè di
quarantasei anni attempata) fieramente si accese, e, non potendo tirarlo
alle sue voglie, con odio due cotanti più fervido dello amore prese a
perseguitarlo da capo. Essendosi il Borbone riparato in corte di Carlo
V, questi lo accolse come costumano i principi quando hanno bisogno di
qualcheduno, e gli promise prima la Provenza e il Delfinato, quando si
pigliassero; poi, per giunta, la propria sorella, vedova del re di
Portogallo, in isposa; ma la Provenza e il Delfinato non si poterono
pigliare; quanto alla giunta (vo' dire la moglie) non so se l'Imperatore
volesse dargli, o se il Borbone si cansasse a pigliare. A tutto questo
arrogi, che, essendo il duca di Borbone uomo di alti spiriti, sentiva
che per ordinanza di principe non avrebbe ricuperato mai il suo onore,
donde lo aveva casso la pubblica coscienza; e quando pure avesse voluto
fare inganno a sè stesso, a rompergli la illusione dalla testa sarebbe
venuto il fatto del marchese di Villena, il quale, richiesto dallo
imperatore fosse contento ospitare il Duca nel proprio palazzo finchè la
Corte dimorasse a Toledo, rispose: — quanto piaceva allo imperatore suo
signore piacere a lui: però non gli facesse specie, se, appena uscito il
duca dal suo palazzo, egli lo avesse dato alle fiamme, però che casa
turpe per la presenza di un traditore non fosse più degna di albergare
leale cavaliero spagnuolo. Ora parve al Borbone, che a fare rifiorire il
suo onore non gli si parasse davanti altra via, eccetto quella di
acquistare stato: veramente il silenzio per forza o per corruzione
ottenuto non giustifica la colpa; ma in difetto di meglio a molti sembra
così: ad ogni modo la bocca muta rincresce meno della lingua
esprobatrice.
Pertanto il Borbone lasciato il Milanese aocchiava Firenze, ma siccome
allora la custodivano cittadini pur dianzi rivendicati in libertà,
reputò prudente scansarla; e raccoltosi col Frandesberg mossero di
conserva contro Roma. L'assalì; la vinse; ma nello espugnarla rimase
morto: il Cellini vantatore narra ch'egli cadde di un colpo tratto per
avventura da lui; le sono baie; lo ammazzò un prete con un tiro di
falconetto dentro ad un fianco, come prete fu quegli, che nel medesimo
tempo spense il principe di Orange a San Desiderio. Il capitano Giona, a
richiesta del Duca moribondo, lo coperse col suo mantello perchè i
soldati non si smarrissero di animo vedendolo morto; e poi, trattolo
fuori delle terre di Roma, da quello sviscerato amico che gli era, gli
dette onorevole sepoltura a Gaeta. Certo se uomo visse al mondo
infelice, il duca di Borbone fu quegli: perse uno stato antico, e il
nuovo non acquistò, da Francesco di Francia aborrito; detestato da Carlo
di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che quanto meno possiedono
virtù tanto maggiore la fingono, lacerato. E forse la nimicizia aperta
dei gentiluomini francesi gli coceva meno del cerimonioso disprezzo
degli spagnuoli: in vita gli tinsero in giallo la porta e la soglia del
palazzo come in Francia costumavano allora co' traditori; l'acerbo
insulto del marchese di Villena ho narrato; ed in morte altresì non ebbe
perdono nè tregua. Il Brantôme viaggiando in compagnia di monsignore di
Quelus, padre di colui che poi fu mignone di Enrico III, avendo visitato
la sua tomba a Gaeta, la trovò negletta e coperta di semplice panno nero
senza fregio alcuno, della quale cosa avendo egli chiesta la cagione,
quegli che la teneva in custodia gli disse: tale sembrava avesse
desiderato il morto, imperciocchè, quando il Cristianissimo lo intimò a
restituirgli la spada di Contestabile e le insegne di San Michele, egli
rispondesse: quanto a spada non dovergli rendere niente, imperciocchè se
la fosse ripresa il dì, che commise al duca di Alanzone la condotta
della vanguardia a Valensienne, e rispetto all'ordine di San Michele, lo
cercasse a Ciantelle dietro il capezzale del suo letto, e ce lo
troverebbe. Il tosone imperiale non volle portare mai. Nè tanto, eppure
non era poco, bastò alla miseria di cotesto uomo, che veruna terra si
rimase da esecrarlo, anzi fecero a gara Milano e Roma, e soldati non
meno che borghesi; nella Lombardia impose balzelli così incomportabili,
e così duramente li fece riscotere, che molti con vario genere di morte,
presi dalla disperazione, si finirono: di Roma non parlo: colà i
nabissamenti barbarici dirimpetto a quelli dello esercito di Sua Maestà
apostolica parvero pietosi: intorno agli uomini illustri capitati male,
e alle opere loro perdute, basti leggere il Valeriano nel suo libro
_Della infelicità dei letterati_. A Cristoforo Marcello, arcivescovo di
Corfù, i Bisogni spagnuoli attorsero intorno alla vita una catena di
ferro; poi lo sospesero ad un arbore strappandogli ogni giorno un'unghia
per fargli palesare il nascondiglio dell'oro che supponevano egli
possedesse: morì di fame, di veglia e di dolore; tra il supplizio di lui
antico, e quello dello Zima impeciato ed arso modernamente in Brescia
dai Tedeschi, quale diversità ci corre? Spagnuoli e Tedeschi allora come
ora soldati dello impero austriaco: gravi mali fecero sempre alla Italia
gli stranieri di qualunque generazione si fossero; ma i Tedeschi più
lunghi. A perdonarli, non basta ch'escano d'Italia; usciti, cominceremo
a disporci al perdono; ma se potremo vendicarci sarà anco meglio. La
copia della preda fu tanta, che gli stessi Spagnuoli avvezzi alle rapine
americane ne rimasero a un punto maravigliati e soddisfatti, sicchè
vedendo passare i poveri cittadini male in arnese facevano loro di
berretta, ed al danno aggiungendo lo strazio favellavano: — addio veraci
padri nostri, che tale noi dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel
bene che ci avete fatto, epperò pregheremo sempre Dio per voi[5]. — Non
mancarono nè anco i soldati a credere, o forse lo finsero, perchè ci
trovavano il conto, che il Borbone fosse di mala morte rimasto spento a
cagione di certo spergiuro; perchè avendo egli messo sopra Milano la
taglia di trentamila ducati, giurò che ei ci si trovava costretto per
pagare le milizie; e se non lo faceva si contentava fin d'ora che Dio
gli mandasse la prima archibugiata del nemico nel capo; la moneta per sè
tenne, e l'archibugiata l'ebbe, se non nella testa, nel fianco; ma ciò
non fa caso. A questo modo giudicavano i soldati la morte del Duca.
Voglia il lettore darmi venia se ho largheggiato in questa faccenda del
Borbone, perchè le cose che ho scritte ritrassi con molto studio da
libri che ormai non si leggono più se non da pochissimi.
La morte del Duca non avvantaggiò punto le cose del Papa, che, rifugiato
in Castello Sant'Angiolo, di colta dispose partirsi da Roma e avrebbe
fatto bene, ma poi avviluppandosi nelle solite ambagi, o male fidente,
ovvero con i suoi nuovi amici intorato, si rimase, e calò ad accordi
vergognosi con lo Imperatore. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora
della potestà temporale dei papi, imperciocchè, quantunque lo Imperatore
co' soliti infingimenti, che celebransi parte principale della politica,
si sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era successa
senza saputa di lui, e, quello che forse appariva più forte, senza la
volontà de' suoi capitani: avrebbe anteposto mille volte perdere al
vincere in cotesto modo, e per mostra di dolore ne vestisse gramaglie:
anzi, per non lasciare indietro modo alcuno di ipocrisia, decretasse
processioni, preghiere solenni, e la esposizione del Sacramento,
affinchè il Pontefice ricuperasse la libertà; cosa che senza tante
invenie poteva compirsi in un attimo, solo che ne scrivesse un motto a
Ferrando d'Alarcone, che lo teneva in custodia per lui: pure da molti e
credibili riscontri storici abbiamo come sicuro, fosse suo intendimento,
sotto colore di restituire il papato alla sua antica semplicità, torre
al Papa la via di ingerirsi mai più nelle faccende di governo: che se
cotesto disegno non ebbe esecuzione, ciò avvenne per cause affatto
estranee alla sua volontà, di cui principali furono, le minacce di
Enrico VIII, che allora vantava il nome di _difensore della fede_, e
poco dopo spinse la Inghilterra allo scisma con Roma, e la paura, che,
lasciata senza contrasto, la riforma non pigliasse il sopravvento così
nel temporale come nello spirituale per tutta Lamagna; e più che altro
smosse lo Imperatore la calata del Lautrecco in Italia, il quale
procedendo di bene in meglio già si accostava a Bologna, e nondimanco
quando inviò frate Angelio suo confessore a Roma, con la commissione di
liberare il Papa, lo fece con modi così pieni di ambagi, che assai di
leggieri davano ad intendere come ci s'inducesse molestamente, e quanto
sarebbe andato lieto di non trovarsi obbedito: onde il Papa, che forse
n'ebbe lingua, elesse mettersi in libertà da sè scappando di Castello
sotto mentite vesti di ortolano, fidato su le zampe celeri di un
cavallo, che gli donò Luigi Gonzaga; per questa guisa riparava a
salvamento in Orvieto.
Gli storici in generale non riportano, che Andrea in cotesta congiuntura
operasse cosa che poco od assai valesse; solo in qualcheduno si trova,
che appena egli ebbe odore della mossa del Borbone contro Roma, non
mancò di levare i presidii delle galere, e sotto la condotta di
Filippino spingerli alla difesa del Papa; senonchè, aggiungesi, tanto
assillava gl'imperiali l'agonia del saccheggio, che stracorrendo con
passi frettolosi avevano chiuso da per tutto le vie; ond'ebbe Filippino
a ripiegarsi, e fu ventura, perchè essendo la sua buona e cappata
milizia, ma non bastevole all'uopo, correva risico di rimanere spento
senza pro. Dopo questo successo, considerando Andrea come prima che il
Papa avesse a rimettersi in fiore da mantenere a' suoi stipendii galere,
e' ci sarebbe corso un bel tratto, gli fece intendere che, seguitando il
suo esempio, avrebbe riputato spediente accordarsi con Cesare,
quantunque questo gli paresse ostico, però che il sacco dato a Genova
dagli Spagnuoli non aveva ancora potuto mandar giù: ma il Papa, che
tuttavia in prigione, non aveva smesso il vezzo di abbacare novità, gli
mandò persona, a posta, che gli dicesse: badasse bene a farlo, che a
questo modo egli avrebbe buttato la pietra nel pozzo senza speranza di
ripescarla: provvedesse ad accomodarsi a tutti i modi con la Francia.
Così il Papa consigliava accesamente, non già per benevolenza che
sentisse verso la Francia, bensì perchè temeva che la potenza di Carlo,
rimasta sola in Italia, di eccessiva diventasse strabocchevole, e lui
senza ritegno facesse trasferire in Ispagna od a Napoli: epperò
importava oltre modo a Clemente tenere sempre tesi i suoi archetti per
pigliare al varco la occasione di migliore fortuna. Andrea, o per
obbedire al Papa, o per cotesta sua ruggine vecchia contro gli
Spagnuoli, o per vaghezza di riprovare co' Francesi, o per tutte queste
cause insieme, chiuse per allora le orecchie alle profferte dei ministri
imperiali, si riacconciò al soldo di Francesco, che lo accolse a braccia
quadre assegnandogli di presente scudi trentaseimila all'anno per la
condotta di otto galee: conchiusa la pratica, Andrea navigò da
Civitavecchia a Savona, la quale teneva tuttavia il Re a sua devozione.
Colà non istette guari Andrea, che gli giunse ordine da Lautrecco
vedesse mo' di tentare Genova con qualche assalto, mentr'egli gli
avrebbe porta una mano dai gioghi: crudo ufficio cotesto; però non
sembra che facesse specie ad Andrea, quantunque si trattasse di portare
adesso non solo le mani violente contro la patria, bensì affliggerla in
mezzo a desolate fortune: di fatto la fame e la peste disertavano a
cotesti tempi la Italia, solita accompagnatura dolorosa, non però la più
trista, della invasione straniera. Genova poi, oltre la generale
diffalta, pativa per giunta i mali del blocco; solo a qualche
mercadante, in cui la cupidità del guadagno troppo più poteva della
paura del capestro, aliando per coteste spiagge dirupate, riusciva
scivolare con alcuna saettia carica di granaglia la quale pagavano un
occhio: refrigerio ai ricchi soltanto, e scarso; i poveri languivano un
pezzo, poi traballavano per inedia, e cadevano per non rilevarsi più.
Andrea, nello approssimarsi a Genova, ebbe avviso come sei grosse navi
fossero giunte allora allora a Portofino, cinque cariche di grano, ed
una di varia ragione mercanzie, per convogliare le quali il governo
aveva spedito sette galee, due del porto, due di Fabrizio Giustiniano, e
tre imperiali dell'armata di Sicilia.
Andrea in tutta la sua vita che incominciava ad essere troppa, non si
era mai visto offerire dalla fortuna occasione più opportuna di questa
per avvantaggiare di un tratto con sì lieve pericolo sè e il suo
principe: però arrancava velocissimo a Portofino, dove, afferrata appena
la spiaggia, buttò in terra milledugento fanti, commettendone il comando
a Filippino; e più non volle che scendessero, sia perchè credeva che
questi bastassero, sia perchè avendo pochi compagni al pericolo, gli
sarebbe toccato a spartire con meno la preda. Il doge Adorno, non so se
antivedendo provvedesse prima, ovvero avvisato sovvenisse, rinforzò il
presidio di Portofino con ottocento soldati condotti da Agostino Spinola
capitano non meno ardito di Filippino Doria, sicchè appena vide
comparire la gente di Andrea, con baldanzoso animo le si spinse addosso:
da una parte, e dall'altra combatterono con prodezza pari: Agostino
prevalse; chè lo rincalzarono il presidio sortito dalla Rocca, e gli
uomini del contado calati dai monti, mentre a Filippino non potè
sovvenire Andrea respinto dal vento di tramontana, che allo improvviso
si mise a imperversare: la gente, parte andò dispersa, parte ci rimase
ammazzata: Filippino cadde prigione dello Spinola, il quale avvezzo alla
voltabilità della fortuna, massime soldatesca, non gli fece ingiuria, e
bene gl'incolse.
Bene gl'incolse conciossiachè mentre il Doge tutto lieto menava vanto
della riportata vittoria, ecco giungergli avviso, come Cesare Fregoso,
figliuolo di Giano, scendesse giù dai gioghi con molta mano di fanti
traendo ai danni di Genova; a crescergli lo sgomento gli susurrano
dentro gli orecchi il popolo più diverso del mare, in riva al quale ei
nasce, per impazienza di miseria, tedio della vecchia signoria e
vaghezza della nuova già già balenare: allora il Doge con accesi comandi
richiama lo Spinola, come con accesi comandi lo aveva spinto prima; e
certo se diligenza bastava a riparare il danno, egli lo avrebbe
riparato: però tutte queste cose concitate non potevano accadere senza
che la fama se ne spargesse, e come suole le magnificasse, onde ai
capitani delle sette galere parve prudente tornarsene a Genova per non
rimanerne tagliati fuori, molto più che taluni delle ciurme davano a
divedere spiriti inquieti, e come disegnarono fecero; senonchè trovarono
la ruina nel partito, che speravano avere ad essere la loro salute, e ne
fu colpa il vento, il quale mutatosi da capo concesse abilità al Doria
di abbrivarsi loro addosso e catturarli tutti, e con essi le galere,
eccetto una sola, e subito dopo con pari agevolezza s'impadronì dei
legni carichi di grano e di merci preziose. Ricordano le storie, che, a
facilitargli la vittoria, si mise sopra le galere nemiche lo scompiglio,
avendo preso parte dei galeotti a gridare: viva la libertà! ed
acconigliato i remi; e sarà come la contano: tuttavia, schierando Andrea
diciassette galere contro sette, e' sembra che questo solo bastasse a
fare smettere ogni pensiero di resistenza, non potendo essere in ogni
caso mai valida nè lunga.
Il doge Adorno ridotto a questo passo considerava stargli ora su gli
occhi il Doria, e il Fregoso in procinto di assaltarlo, quegli con
ventitrè galee, contando le nuove conquistate, dalla parte del mare,
questi dal lato di terra con gente usa per lungo esercizio alle fazioni
di guerra; lui, come tutti i signori vecchi, massime se sfortunati,
fastidioso, il popolo oltre il naturale talento, per angustie di fame e
per paura di peste, più che mai movitivo[6]: percotevano altresì la
mente dei cittadini, e la sua, gli strazii successi di brevi anni
addietro quando Genova fu presa di assalto: gli è vero, che quelli
commisero gli Spagnuoli e ora si trattava di Francesi, ma nelle mani non
occorre differenza di lingua, e tutte arraffano al medesimo modo:
inoltre la città a tempi più antichi aveva gustato eziandio le mani
francesi di che cosa sapessero: queste le difficoltà del vincere, e
comparivano troppe, e pure non erano tutte. Però, non potendo resistere,
mandò Vincenzo Pallavicino al Lautrecco, per gli accordi, che glieli
concesse presto, e tutti, premendogli forse di trovarsi subito altrove;
uno solo si eccettui, e fu quello di rimettere Savona sotto la podestà
della Repubblica. Per cui considera attentamente la storia, apparirà
questa cosa che sto per esporre degna di nota: il Doge sul punto di
risegnare lo ufficio, anzi pure di uscire fuori di patria, attendeva a
rimettere le mani addosso a Savona, bruscolo perpetuo negli occhi di
Genova: e starà dubbio se ciò deva attribuire con biasimo all'indole
sempre procacciante dei Genovesi, o se piuttosto con lode a tenace amore
di patria: certo oggi questo amore s'intende diversamente, nè ti
acquisterai merito di studioso della prosperità della tua patria
togliendola altrui; ma, a quei tempi, s'intendeva così, e sembrava
intenderla bene: anche la morale conosce i suoi andazzi. Ma poichè gli
affetti si devono giudicare a prova di Etica, epperò non già dal modo di
manifestarsi, bensì dalle origini, penso, che Antoniotto Adorno, quando
sul punto di andarsene in esilio procurava la emula Savona tornasse
nella podestà di Genova, dava alla patria buona testimonianza del suo
amore filiale per lei.
Il Lautrecco, non giudicando la negata condizione di Savona d'importanza
tale da mandare a monte il trattato, commesso prima al Fregoso di
ricevere la città a patti, si affrettava a Pavia, e s'ingannò,
imperciocchè l'Adorno tenesse fermo, e nella nuova ostinazione si ha da
credere, che contribuisse non poco la notizia dello allontanamento del
Lautrecco. Allora il Fregoso mandò dietro al Lautrecco per significargli
il successo, e richiamarlo, ma questi, ormai non si potendo più fermare,
gli spedì in soccorso mille e quattrocento fanti tra svizzeri e
francesi, ordinandogli, che aggiunti ai quattrocento, i quali gli aveva
di già lasciati, e valendosi altresì dell'opera del Doria,
s'industriasse espugnare la città. Cesare, comecchè gli paresse poca
gente, pure facendo maggior capitale sopra le difese inferme, che sopra
le valide offese, si spinse oltre occupando San Piero di Arena, e poi il
convento di San Benigno, dove mise presidio, rimandando l'assalto al
giorno dipoi; il quale non riputarono spediente aspettare Agostino
Spinola e Sinibaldo Fiesco, che giovandosi del buio della notte,
condussero con essoseco le compagnie del palazzo, sorpresero e di
leggeri sbarattarono il presidio del Fregoso a San Benigno: sul far del
giorno si avventarono giù dal balzo con buona speranza di vittoria;
senonchè Cesare, vista la mala parata, si trasse indietro sopra la
spiaggia, dove con opportuno consiglio si fece parapetto di due navi,
che vi stavano costruendo, e delle barche che in copia avevano tirato
fuori dell'acqua sul lido: quivi fermò da prima l'ardore del nemico, poi
lo sbigottì con le spesse morti, con le quali come da luogo sicuro lo
funestava; per ultimo proruppe fuori ricacciandolo a furia verso la
città in cui entrarono assieme tumultuariamente amici e nemici: nel
punto stesso il Doria con le galere surgeva nel porto. Il Doge si chiuse
in Castelletto; la città si versava in pericolo presentissimo. Allora i
deputati della città si fecero a trovare il Fregoso, dal quale accolti
benignamente, ottennero dopo la vittoria i medesimi patti proposti prima
di combattere: aggiunsero, che trattando con cittadino generoso
avrebbono riputato inane e peggio mettere per condizione che le vite e
le sostanze dei cittadini si rispettassero; nondimanco per debito di
ufficio ce la mettevano: di vero col Fregoso, uomo d'indole magnanima,
ne potevano fare a meno. Di lì a breve, intimato il doge Adorno a
restituire il Castelletto, ci s'induceva senza farsi di troppo pregare,
ottenendogli patti onorati Filippino Doria, il quale, trovandocisi
prigioniero, con modestia e zelo lodevoli ci si adoperò. Il Senato,
composti in pace cotesti viluppi, con pubblico decreto rese grazie così
ai vinti come ai vincitori, perchè, esercitando cristiana carità, si
fossero astenuti da funestare la patria con le vendette: furono coteste
grazie decretate ed a ragione, imperciocchè dopo la concordia, che è il
primo bene il quale possano godere gli Stati, la maggiore benedizione
mandata loro da Dio consista nel frenare gli animi da trascorrere ad
offese, che rendano gli uni contro gli altri implacabili i cittadini.
Cacciato via di Genova un Adorno, egli era come di regola si sostituisse
un Fregoso; e Cesare faceva sembiante desiderarlo; Francesco di Francia
non si mostrava alieno: dicono, lo dissuadesse Andrea, facendogli
toccare con mano come, per cotesta altalena fra le due famiglie emule,
le parti in Genova non avrebbono quietato mai: consiglio che il Re
giudicava prudente quanto onesto, e che per avventura moveva da un
riposto concetto non onesto del pari, ed era, che bisognava sgombrare il
terreno di Genova dalle piante degli Adorni e dei Fregosi, se pure si
voleva che la pianta Doria vi germogliasse principale.
Cesare Fregoso, liberata Genova, ebbe a consegnarla a Teodoro Trivulzio
mandatoci governatore dal re Francesco; imperciocchè se dal Doria egli
imparò non essere savio confidarla al Fregoso, altri o il suo giudizio
gli fece conoscere, che sarebbe stato anco meno porla in balía del
Doria: a questo mandò le insegne dell'ordine di San Michele. Se Andrea
le avesse care, non so, ma forse è da credersi, conciossiachè gli
uomini, fanciulli o adulti, pei balocchi tripudino, e nè per ora sembra
ne vogliano smettere il vezzo.
Andrea era giunto con gli anni a quella parte della vita in cui il
comune degli uomini desidera riposare; ed ai Romani, i quali pur furono
tanto operosi, parve, che dopo i sessanta anni entrasse il _senio_, o
vogliamo dire il periodo di tempo in cui il cittadino, cessando a mano a
mano dallo agitarsi, importa si apparecchi alla quiete suprema; epperò,
non che essi biasimassero il ritirarsi a cotesta età indietro dai
negozii, lo commendavano come onesto: nel Doria nostro, così doveva
procedere in tutto la faccenda diversa, che a sessantuno anno condusse
moglie: affermano alcuni, ed hassi a credere, ch'egli segretamente
l'avesse sposata avanti, sendo la donna in età pari alla sua; si chiamò
Peretta, ed era figlia a Gherardo Usodimare, nobilissima schiatta, e
nipote d'Innocenzio VIII; dicono ch'ella fosse molto sufficiente donna,
e può darsi; ma di lei non ci avanzano memorie, perchè noi possiamo o
negare od affermare con verità cotesta sentenza; se lo universale
menasse buona la sentenza di Teofrasto, che giudicò degna di lode la
donna, la quale non dà a dire di sè bene nè male, dovremmo predicare
ottima la Peretta; forse ella gli recò dote ricca; questo altro poi
sappiamo di certo, ch'ella col figliuol suo (essendo rimasta vedova di
Alfonso del Carretto marchese di Finale), e con la parentela di casa
Cybo, gli fu cagione di scapito negli averi e di pericolo nella vita. La
storia generale, nè le scritture, che ci rimangono della vita di Andrea,
ricordano i suoi amori; ch'ei non ne avesse ci pare difficile; nè quel
continuo esercitarsi di lui nelle armi fa ostacolo, imperciocchè il
tumulto dello spirito e il commovimento del corpo, piuttosto che
dissuadere, pare che persuadano le cose amatorie: neppure ci condurremo
a credere, che gli scrittori ne tacessero per verecondia, dacchè il
secolo non fu per niente verecondo, e chiunque dettò la storia di uomini
illustri si fece in certo modo debito di raccontare gli affetti del suo
eroe, quasi tributo a sensi gentili generatori di opere magnanime: forse
Andrea, se non casto, fu cauto; e di vero l'amor suo verso la duchessa
di Urbino si ha piuttosto per conghiettura, che per riscontro storico:
con maggiore fondamento può credersi, ch'egli amasse una certa Chiara,
dacchè nel suo testamento leggo lasciarle il frutto di settanta luoghi
delle compre di San Giorgio[7], che le aveva assegnato per lo tempo
antecedente, e nel suo quinto codicillo glielo conferma; nè per le
stampe si pone il cognome della donna, bensì si surroga co' soliti
discreti puntolini. E qui forse non cade inopportuno avvertire, come
Andrea si mostrasse, nelle cose sue, piuttosto sottile, che scarso: di
questo porge testimonianza il suo testamento in parecchi luoghi; nel
primo, dove il Notaio attesta se voglia lasciare qualche elemosina allo
Albergo dei Poveri, ed egli riciso risponde: no; nel secondo, quando
dichiara essere rimasta una figliuola naturale di Giannettino, e
commette al suo erede di maritarla stanziandole di dote _quanto a lui
piacerà_; singolare è il terzo, nel quale espone, che gli eredi di
Erasmo Doria vantano crediti sopra di lui, ma egli ricorda, che Erasmo
ebbe perle per 900 fino a 1200 scudi per vendere, e le vendè di fatti;
ma se ne appropriò il ricavato, e poi riscosse paghe di cui non rese mai
conto; onde nel sottosopra egli giudica, che gli eredi di Erasmo devano
resultare piuttosto debitori, che creditori della sua eredità; per
ultimo dichiara, che bene tolse in presto da Cristoforo Pallavicino
scudi mille, ma che, avendo commesso al medesimo costruire un Galeone,
col quale corseggiando si fecero prede di cui il terzo per patto
spettava al Testatore, che non ebbe mai, così anco in questo punto
giudica, che, rivedute le ragioni, si troverà in credito, e non in
debito. Oltre quelli che ho riferito, degli amori di Andrea Doria non mi
è venuto fatto di rinvenire ricordo.
CAPITOLO IV.
Andrea raccoglie gente in Toscana per aiutare il Lautrecco nella
impresa di Napoli. A cagione dei tardi provvedimenti va in
Sardegna; e capita male. — Renzo da Ceri e gli altri mettono male
biette in corte contro Andrea. — Nobile vittoria navale riportata
dal conte Filippino Doria contro la flotta imperiale a Capri.
Andrea osserva la fede data agli schiavi di liberarli se si
fossero comportati virtuosamente. — Strano mutamento di fortuna
nella Francia. — Cause per le quali Andrea lascia le parti di
Francia. — Se sia vero che la battaglia di Capri vincessero le
fanterie francesi. Insidie dei Barbesì contro la vita del Doria
fatte vane dalla sagacia di lui. Colloquio di Andrea col Barbesì
a Lerici, e suo prudente discorso. — Il Barbesì tenta sorprendere
l'armata di Andrea e non riesce. — Smaniose pratiche per tenere
saldo Andrea in devozione di Francia; si fanno più accese, e ci
s'intromette anco il Papa il quale tira l'acqua al suo mulino.
Ribalderie del Re e dello Imperatore per avvantaggiarsi uno a
danno dell'altro. In quanta stima i Francesi tenessero il Doria.
Opinione del Guicciardino, che da molto tempo Andrea avesse
statuito abbandonare la Francia, del tutto maligna. Conto che
facevano gl'Imperiali di Andrea. Condizioni della condotta di
Andrea prima stabilite a Milano, poi confermate a Madrid: quali
fossero. Andrea inalbera bandiera imperiale. A torto tacciato di
tradimento dai Francesi. Giudizio dei Fiorentini intorno questo
atto del Doria, e se giusto.
Che troppo più uomini che non si vorrebbe appaiano non sai se
maggiormente matti, o maggiormente codardi, questa è volgare sentenza,
nè meriterebbe che qui si rammentasse, se non ci venisse spinta fuori
dal considerare come il Cappelloni scrittore della vita di Andrea,
adulando Giovannandrea erede di lui al quale la dedicava, tacque del
tutto la impresa infelice della Sardegna, che in quel torno condusse
Andrea; e fu pessimo consiglio, imperciocchè con la notizia di quella si
chiariscono molte cose, che rimarrebbero oscure, e forse non senza
carico dell'uomo, ch'egli intende sollevare al cielo. Movendo il
Lautrecco per Napoli, mandava al Doria radunasse le forze marittime del
Re in Toscana, e quinci di conserva con l'armata veneta, e le milizie di
Lorenzo Orsini, noto nelle storie col nome di Renzo da Ceri, la sua
impresa sul mare, ed, occorrendo, in terra sovvenisse. Andrea surse al
monte Argentaro, aspettando le milizie francesi per imbarcarle, ma, o
che il re di Francia intendesse piuttosto levare rumore per ricuperare i
figliuoli, ostaggi di Carlo, che impegnarsi in fortune difficili, od
altra più riposta causa lo consigliasse, fatto sta, che le milizie a
cotesta parte inviò tardi, e con esso loro i fuorusciti siciliani, i
quali, assembrati nei porti di Provenza, smaniavano tornarsene a casa:
nè così egli procedeva improvvido, per arte o per colpa, col Doria solo,
ma bene anco col Lautrecco, lasciato senza paghe e senza gente inscritta
a compimento dell'esercito, avventurarsi in guerre lontane e piene di
pericolo. All'ultimo la gente venne, e fu un tremila fanti, non contati
i fuorusciti. Andrea, il signor Renzo, e messere Giovanni Moro
provveditore dell'armata veneziana, ristrettisi insieme a Livorno,
consultavano quello che fosse spediente. L'Orsino mal pratico del mare,
e messo su dai fuorusciti siciliani, intollerante d'indugi, tempestava;
il Doria, e il Moro, esperti, mettevano innanzi la stagione inoltrata,
il navigare accosto alla terra perniciosissimo; co' venti, che durante
il verno imperversano nel Mediterraneo, quasi sicuro trovarsi sbattuti
sopra le spiaggie; tanto bastare, e tuttavia aggiungersi la diffalta dei
viveri, nè sapere donde cavarli: perchè poi, da cotesto apparecchio di
forze riuscito invano non pigliasse il nemico incentivo a crescere di
baldanza, opinavano si tentasse la Sardegna contigua alla Corsica,
portuosa, e di gente amica abbondevole, non meno che di cose al vivere
necessarie. L'Orsino e i fuorusciti, quantunque molestamente, piegarono;
e appena surti in Sardegna misero assedio intorno a Castello aragonese
pensando averlo ad un tratto, e pensarono male, chè alla scioperaggine
del Vicerè sopperì la diligenza di un Serra e dei fratelli Manca,
sicchè, mentre logoravano tempo e vite in cotesta impresa, si levò un
furiosissimo fortunale, che respinse tutto il naviglio, così legni
sottili, come galee, tranne una sola, e fu francese, la quale,
sbatacchiata dalla furia della tempesta in alto mare, si perse. Poco
rileva a noi cercare le cause per cui la impresa capitò male; basti
sapere, che l'Orsino, disperato di espugnare Castello aragonese, si
volse a Sassari, e lo pigliava; ma gli ozi, gli stravizi, come suole, e
l'aere perverso generarono la moría fra i suoi soldati, i quali, alla
stregua che smarrivano l'animo, lo crescevano negl'isolani, ormai, per
indizii manifesti, prossimi a un pelo di levarsi a furia, quando
all'Orsino parve di cansare la mala parata; e forse non era a tempo, se
Andrea, accostandosi alla spiaggia, non avesse messo a terra una forte
squadra di uomini avvezzi alle fazioni terrestri del pari che alle
marittime, e così liberatolo dalle mani di diecimila sardi, che,
recintolo attorno, volevano vederne la fine. I capitani da capo si
ristrinsero a consulta; e, come suole, quando le cose vanno per la
peggio, finirono in contrasti. Il Veneziano diceva: avere avuto il fatto
suo; volersi ad ogni modo partire; molto più, che, avendogli la tempesta
malconce quattro galee, si era trovato costretto a mandarle pel rattoppo
a Livorno, e, come disse, fece, volgendo a dirittura le prore verso la
Puglia. Rimasero Andrea, l'Orsino, e monsignore Lange a contrastare fra
loro, però che gli ultimi intendessero Andrea andasse a Tunisi, e
quinci, rifatte prima le ciurme delle galee, come in luogo amico alla
Francia, movesse per la Sicilia. Al Doria pareva, che di questa maniera
consigli non potessero capire in cervelli sani, sapendo ben egli, a
cagione delle sue correrie, quali e quanti conti tenesse aperti con lui
il bey di Tunisi, e ad ogni modo commettere in balía di gente infedele
il naviglio di Francia e il proprio repugnava alla sua natura piuttosto
sospettosa, che cauta; però rotte le consulte, come capo della flotta
fece sapere l'avrebbe incamminata verso la Italia, e quivi, rifornitala
di ciurme, condotta a dare spalla a Lautrecco nel regno. L'Orsino, con i
Francesi, ed i fuorusciti siciliani, tornarono in Provenza, donde
parecchi di loro recatisi a corte, empirono l'animo del Re di accuse
contro il Doria, o per maltalento, o per voglia di sgabellare le proprie
colpe a carico altrui, o per superbia, che nel signore Renzo da Ceri,
fra molte qualità di capitano eccellente, fu, per quanto ce ne
tramandarono gli storici, menda capitalissima. Andrea, commesso al
comando di sette delle sue galee il conte Filippino Doria, andò con la
ottava a Genova; allora dissero, per ragguagliare il Senato dei fatti
suoi, e sarà stato, ma i successi futuri diedero a divedere, che molte
altre furono le cause di cotesta andata, e la narrazione le chiarirà.
Qui ora accade che per noi si abbia a raccontare la famosa battaglia di
Capri combattuta non già da Andrea, bensì da Filippino Doria, il quale
fu come il braccio destro di lui, e con le sue galee.
Le faccende di Francia nel regno di Napoli andavano bene: sarebbero ite
anco meglio, se non mancava la pecunia, onde il Lautrecco, per
racimolarne un poco, si trattenne nella Puglia a riscuotere la gabella
su i montoni, che gittava un cento mila scudi all'anno: quindi,
partitosi, si ammanniva allo assedio di Napoli, per condurre a buon fine
il quale, avvisò gli ammiragli lo sovvenissero dal mare. Pietro Landi,
provveditore dei Veneziani successo al Moro, faceva orecchio di
mercante, attendendo a guadagnare Brindisi, ed altri luoghi marittimi
nella Puglia, a profitto della Repubblica: vizio irremediabile di ogni
Lega, di cui è indole non imparare mai, che col badare troppo a sè,
perdono tutti: all'opposto Andrea spedì sollecito Filippino, a cui
aggiunse Antonio Doria con un'altra galera. Filippino, gettate le ancore
nel golfo di Salerno, stava specolando gli eventi. Il vicerè di Napoli
Ugo Moncada, ignaro della ripugnanza del Provveditore veneziano di
sovvenire il Lautrecco, ed all'opposto temendo, ch'ei fosse per riunirsi
di corto col Doria, importandogli frastornare cotesta congiunzione,
deliberò senz'altro assalirlo: a questo scopo, allestiti a Napoli
ventidue legni, dei quali sei galee, due galeotte (vi ha chi rammenta
anco quattro fuste) e gli altri tra brigantini, fregate e barche, ci
mise sopra in buon dato artiglierie, e il fiore degli archibugieri. Sul
punto però di movere, stette a un pelo, che la impresa non andasse a
monte, imperciocchè saltasse su il Principe di Oranges a pretendere il
comando dell'armata, come capitano generale, sostituito al Borbone; gli
contrastava, e non senza ragione don Ugo, come quello, che vicerè era,
ed ammiraglio; la milizia a sua volta si divise seguitando la parte del
Principe, o quella di don Ugo, onde, per aggiustare lo screzio capitato
in mal punto, accordaronsi col conferire il comando al marchese del
Vasto e al Gobbo Giustiniano. Don Ugo ci volle andare come soldato. Le
storie ricordano ci si trovasse Giovanni d'Urbino (quel desso che di
umilissimo stato giunto ai primi gradi della milizia, movendo due anni
dopo all'assedio di Fiorenza rimase ucciso a Spelle) con seicento
Spagnuoli dei vecchi; fosse vaghezza, o debito, ci andarono altresì il
capitano Giomo con duecento Tedeschi, Ascanio e Cammillo Colonna, Ettore
Fieramosca, e quel capitano Gionas, sviscerato del Borbone, che lui,
ferito a morte sotto le mura di Roma, ricoperse del suo mantello.
Era intendimento dei capitani imperiali cogliere Filippino alla
sprovvista, e Fabrizio Giustiniano, vocato il Gobbo, il quale conosceva
quanto valessero i suoi compatriotti, assai gli andava confortando in
questo disegno, e ci riusciva se il Moncada che, nonostante il comando
in apparenza deposto, pure ordinava le cose a modo suo, non avesse
raccolto, per incorarli, capitani e soldati a intempestive commessazioni
in Capri, e poi, quasi che i nemici si vincessero con gl'improperii, non
si fosse letiziato ad ascoltare certo Consalvo Baretto eremita
portoghese, o, come altri dice, spagnuolo, che soldato prima, ed ora
renduto a Dio, era in voce di santo, che ne versava a bocca di barile
contro i Genovesi, e, facendo crocioni che pigliavano un miglio di
paese, profetava andassero franchi: avrebbero riportato vittoria
senz'altro ammazzando, ardendo, affondando i nemici e l'armata loro,
donde sarebbe uscita la liberazione di Napoli: di tanto stessero sicuri;
egli saperlo di certo, averglielo rivelato proprio Dio la notte passata
mentre dormiva. Da tutto questo accadde, che il Moncada, invece di
sorprendere fu sorpreso, imperciocchè un Biondo Agnese napolitano,
incontrata certa galera di Filippino, che andava a macinare grano a capo
di Orso, gli porse avviso della procella, che stava per iscoppiargli
sopra; di botto il conte Doria si allestiva, e recatosi a bordo certe
compagnie guascone (chi afferma duecento, chi trecento fanti),
capitanate dai signori di Croy, e di San Remy, sferrò dalla spiaggia,
andando contro il nemico: lo scoperse il 28 Maggio verso sera,
veleggiante nel golfo di Salerno, e, parendogli troppo più duro scontro
che forse non aveva immaginato prima, ricorse agli estremi partiti:
quanti Spagnuoli si trovò avere sopra le galere, tanti fece ammanettare:
i galeotti, che la più parte barbareschi erano, sciolse, promettendo
loro restituirli in libertà se avessero menate le mani virtuosamente in
pro suo. A Niccolò Lomellino commise pigliasse due galere (ma questi o
perchè male intendesse, o per altra ragione a noi ignota ne pigliò tre)
e si allargasse nel mare per avventarsi poi spedito alla riscossa delle
galee pericolanti dopo ingaggiata la battaglia. Il Moncada, un cotal
poco conquiso al subito aspetto dell'armata nemica, domandava al Gobbo
Giustiniano, che si avesse a fare, a cui il Gobbo alquanto acerbo
rispose, che a Capri era tempo di consulte, qui di combattere: e così
sia, soggiunse il Moncada, e allora cominciò la battaglia, la quale fu
combattuta nel felicissimo sito della costa di Malfi detto la Cava,
anticamente seno pestano. Però non vuolsi pretermettere, come altri
storici non solo tacciano su lo sgomento del Moncada, bensì all'opposto
dicano, ch'egli si mise dentro alla battaglia tempestando, nella
speranza di ottenere agevole vittoria delle cinque galee rimaste con
Filippino.
Aveva questi sopra la Capitana un grossissimo pezzo di artiglieria, di
quelli che allora chiamavansi _basilischi_, i quali tiravano fino a
duecento libbre di palla. Lo sparo di questi incominciò la battaglia con
augurio buono, non meno che con profitto notabile pei Genovesi, essendo
ricordato come di colta spazzasse via quaranta Spagnuoli col capitano di
su la galea del Vicerè, i quali sul cassero con cenni e con voci
facevano prova di spavalderia: poi e' fu un trarre continuo di
moschetti, ma con poco danno dei Genovesi, che cauti si andavano
riparando tra i palvesi; ed all'opposto gravissimo degli Spagnuoli, meno
usi alle fazioni di mare, e quasi a tumulto stipati su legni. Se
gl'Imperiali, tra cui accorreva pur troppo il fiore della cavalleria
italiana, ne arrovellassero non è da dirsi: con furiosi gridi chiedevano
battaglia manesca, la quale, appunto perchè essi desideravano,
industriavasi di evitare il Doria, e per un tempo ci riuscì; all'ultimo
cinque galere nemiche abbordarono tre delle sue: nè virtù, nè furore
valsero contro il numero e la prodezza dei cavalieri imperiali, sicchè
le galee del Doria balenavano per arrendersi, quando ecco, a golfo
lanciato, sopraggiunge il Lomellino con la riserva. Narrano come la
galera condotta da lui, chiamata la _Nettuna_, con tanto impeto
investisse la Capitana del Moncada, che in un punto stesso gli ruppe
l'albero maestro, e gli sfondò la fasciatura; subito dopo (tanto nei
petti umani possono l'amore della libertà e l'odio antico) gli schiavi
sferrati, parte tuffandosi in mare con le scimitarre strette fra i denti
si appressavano, notando, alle galee di Spagna; sul ponte delle quali,
arrampicandosi pel sartiame, arrivati, il terrore spargevano e la morte:
parte rimasti sopra le galee vibravano fuochi lavorati, e pietre, e
ferri, tutto quello insomma che la rabbia per arme ministra. Non mai
battaglia fu combattuta più ferocemente di questa, che il pensiero di
avere a cedere a mercadanti, ed a schiavi sferrati, metteva in furore
quella cerna di cavalieri spagnuoli, tedeschi ed italiani; i ricordi del
tempo testimoniano come degli ottocento archibusieri saliti su le navi
ne rimanesse in vita solo un cento, e questi tutti feriti; e vi ebbe
tale capitano spagnuolo, che mutò fino a sette volte alfiere, essendosi
vie via fatti ammazzare con la bandiera in mano: ma i Genovesi appunto
la dovevano sgarare a cagione degli schiavi sferrati; però che gli altri
fossero uomini di grande e nondimanco ordinaria virtù, guerreggianti da
entrambe parti per Francia, o per Ispagna, ma i Mori e i Turchi
combattevano per sè, per la libertà, per rivedere la patria, e le
carissime cose, che venerata e santa rendono la patria, onde una forza
quasi divina ne ingagliardiva le braccia; e fulmini parevano nelle
costoro mani i ferri, ed erano. Il Cappelloni, per crescere terrore alla
narrazione, afferma come alla ira degli uomini si mescesse quella degli
elementi: ma questo altrove non occorre scritto. E perchè più oltre io
non dica, narrerò come la Capitana del Moncada combattuta dal destro
lato dalla _Nettuna_, e dal manco da un'altra galea chiamata la _Mora_,
cigolando affondasse: quella del Gobbo Giustiniani, che appunto da lui
si chiamava la _Gobba_, scema di timone, di albero e di tagliamare,
aggiravasi intorno a sè, quasi cane che si morda la coda; ardevano le
galee del marchese del Vasto e dei Colonna, che soli superstiti fra i
compagni furono salvi per cupidità, avendoli palesati uomini di alto
affare le armi d'oro. Eccetto due galee tutto il navilio imperiale cadde
in potestà di Filippino; anzi, indi a pochi giorni, anco una di queste
galee, scampate fuggendo, tornò indietro con bandiere calate, e si
arrese a Filippino; la conduceva un marchese Doria napolitano sgomento
pel caso avvenuto al capitano dell'altra galea, che il Principe
d'Oranges appena ebbe nelle mani fece strozzare per sospetto di
tradimento. Non comparendo il vicerè Moncada, si misero a cercarne, e lo
trovarono sotto la tolda, morto per ferite tocche nel capo di sasso, e
di palla nel braccio. A testimonianza di codesti tempi, ricordo come
allora corresse voce quella fine avere meritato il Moncada, perchè primo
mise mano al saccheggio degli arredi sacri nella sacrestia di San Pietro
dopo la presa di Roma. Vi rimase morto altresì Ettore Fieramosca,
fratello di Cesare, quel sì famoso per la sfida di Barletta, il quale
non vuolsi equiparare non che confondere con Francesco Ferruccio; però
che quegli conducesse a termine fortunato un'opera di valore assai
comune negli uomini militari, massime a quei tempi pel commercio con gli
Spagnuoli puntigliosissimi; questi consacrò anima e sangue alla libertà
di Firenze, forse d'Italia. Con più miserabile ventura ci cadde
prigioniero il capitano Gionas, che, guascone essendo, con accesissime
istanze fu chiesto dal sire di Croy, e lo ebbe: mandato a Parigi lo
condannarono nel capo, perchè i principi, l'amicizia pei loro nemici,
quanto più eroica, tanto reputano maggiore delitto. Le storie fra i
morti degni di memoria ricordano un Marin Diaz, un Pietro Urias,
Giovanni Biscaglino, il Boredo, l'Icardo, Annibale Genaio e Serone
spagnuoli, Gaspare di Aquino, Pietro Cardona, il Santa Croce, il
Principe di Salerno, il Zambrone e Giovanni di Varra siciliani. Co'
rammentati altri mille cessarono la vita.
L'esultanze dei Francesi furono infinite, sicchè in quelle prime
caldezze non sapevano trovare modo alle lodi nè alle promesse: a
Filippino assegnarono non so nemmeno io quante castella nel regno, e
pensioni ed entrate che sommarono un tesoro; senonchè dalle parole in
fuori non se ne vide altro effetto. Però ci hanno storici, i quali ci
raccontano, che Filippino non vestiva di panni diversi, dacchè egli a
sua posta facesse provare agli schiavi la verità del proverbio, che
dice: passata la festa si leva l'alloro. Quello che Filippino si
mulinasse pel capo, adesso ed anco allora, difficile sapere; questo è
sicuro, che mandati tutti gli schiavi a Genova, e non poteva fare a
meno, senza le ciurme non navigando galee, Andrea tenne puntualmente la
promessa di Filippino, imperciocchè donato agli schiavi una galeotta, e
con essa una insegna coll'arme dei Doria, gli lasciasse in potestà di
tornarsene a casa a patto che, per cotesto viaggio, imbattendosi con
legno cristiano, non lo avrebbono molestato, e, ridotti in patria, arso
la fusta: questo largamente essi promisero; se poi l'attennero, Dio sa.
Dimostra la esperienza queste nostre cose umane non essere mai tanto
prossime a pigliare una via diversa, come quando hanno troppo camminato
per la via contraria, sebbene la vicenda dal male al bene si operi meno
frequente di quella dal bene al male; però Filippo macedonio fece prova
non pure di modestia, ma di arguzia grande, quando, annunziategli tre
prospere venture, pregò i Numi, che gli mandassero adesso qualche
infortunio comportabile. La vittoria di Capri metteva i Francesi in
isperanza di fornire tosto la guerra, molto più che, dieci giorni dopo
di quella, il Provveditore veneziano conobbe la necessità di mostrare,
che per qualche cosa Venezia erasi collegata con la Francia, ond'ei
venne a spazzare il Mediterraneo con ventidue galee. All'opposto la
vittoria di Capri segnò il termine della prospera fortuna pei Francesi
ed il principio dell'avversa. Colpa di ciò lo abbandono, che Andrea
Doria fece delle parti di Francia per seguitare quelle di Cesare.
Gravi dovevano essere le cause per le quali Andrea, tenace odiatore, di
nemico agli Spagnuoli diventò loro ad un tratto compagno, e grandi
furono: già vedemmo com'egli in corte di Francia non ci potesse
attecchire, e se ci tornò lo fece piuttosto per prova, che per isperanza
di metterci radici. Di vero il soldo gli stintignavano sempre, e come
tardo così veniva a spizzico per modo che per lui, al quale bisognava
fornire le paghe e le panatiche alle ciurme delle galee, questa era una
disperazione. Di siffatta sottigliezza francese, o nascesse da
impotenza, o piuttosto da mala volontà, ne abbiamo testimonio nelle
lettere, che scriveva Teodoro Trivulzio, allora pel re di Francia
governatore a Genova, dove si lamenta, che sendo creditore di 20 mesi di
pensione, non gli avessero di presente stanziato più di duemila franchi;
massime da quella che scrisse l'8 Agosto 1528 a monsignore Montmorency
gran maestro di Francia, nella quale dichiara ch'egli: _non saperia fare
di questi miracoli de possermi intratener qua con niente_, e minaccia di
lasciarne ad altri la prova[8].
Ancora gli stava per la gola avere consegnato il principe di Oranges a
Francesco I, donde dopo la promessa di ventimila ducati di premio non
aveva potuto cavare nè manco uno scudo; di fatti che questa pure fosse
causa di discordia, gli uomini, i quali negoziavano le faccende
politiche a quei tempi, lo crederono, e corse voce, che il Re, al fine
di torre via cotesta gozzaia gli mandasse in acconto sul finire di
giugno 1400 ducati; ma di questo fu niente[9]. Trovo eziandio, che
quando il Re fermò la condotta col Doria, oltre il cordone di San
Michele gli promise in feudo la terra di Martega in Provenza, e questa
promessa pure andò vuota: oltre questi, e forse più potenti di questi
furono incentivi pel Doria il sospetto, che ormai sapeva radicato nel
cuore del Re sul conto suo, e la ferma deliberazione di promovere Savona
a danni di Genova come luogo più prossimo alla Francia, e destro a
penetrare nella valle del Po: in fatti a cotesti giorni ingegneri
francesi con molta mano di muratori e marraioli si affaticavano intorno
a Savona alla scoperta per metterla in termini di buona difesa, ed il
Trivulzio, ai Genovesi che ne movevano acerba querela, dava parole, nè
forse di più poteva, sebbene oggi per la notizia, che abbiamo delle sue
lettere, si conosce come i modi praticati dai Francesi disapprovasse,
parendo a lui, che disperare i cittadini di Genova fosse un disservire
le cose del Re in Italia[10]: e tuttavia non sembra, che da quello per
lui ripreso negli altri, sapesse o astenersi, o impedire egli medesimo,
imperciocchè venendo in quel torno il Visconte di Turena per imporre
nuove gravezze a Genova, lo lasciò fare, e se non era Andrea, che surse
in pieno consiglio a dire, che i cittadini stremati da tante guerre non
potevano dare danari, e potendolo non avrebbono voluto, perchè immuni
per patto da straordinario sussidio, e perchè male si pretendeva
larghezza da quelli, che delle cose promesse si frustravano. Il Turena
s'inalberò e forse rimbeccava; più cauto il Trivulzio, esperto degli
umori, entrò di mezzo con buone parole, e persuase il Visconte, pel suo
meglio, a cansarsi: al quale consiglio questi si attenne incamminandosi
verso Firenze con isperanza di migliore costrutto.
Ma da veruno documento si possono, per mio avviso, argomentare meglio
gli umori della corte di Francia contro Andrea Doria e Genova, come
dalla lettera del signor Renzo da Ceri, scritta dall'Aquila il 14 Agosto
1528, però che in essa si dichiari aperto com'egli avesse presagito da
un pezzo che il Doria si saria levato dalla devozione del Re, ed ora per
rimediare al male proporrebbe Genova si smantellasse, un cento delle
famiglie primarie se ne cavassero, e mandassero a Parigi con le donne ed
i figliuoli per mostrare, che il Re non istima _quattro mercanti_, e
dare esempio _perchè nè essi, nè altri burlassero S. M._ Non facendo
questo, Genova si volterà col Doria, e lo Imperatore ci può fare
assegnamento sopra fino a 500 mila scudi per valersene nelle guerre
d'Italia: non le dando Savona, Genova si può tenere spacciata: e se Sua
Maestà la si volesse rendere nelle mani obbediente al pari della più
piccola terra di Francia, non avrebbe a fare altro, che ordinarle
rifabbricasse a sue spese la fortezza della Lanterna, e toglierle la
Corsica, alla quale impresa basterebbe, che l'armata passando per di là
buttasse a terra un diecimila picche, e un duemila archibugi e ce ne
avanzerebbe; e per ultimo, occupate le fortezze di ponente e di levante,
metterci uomini suoi a guardarle, e così prosegue di questo gusto, per
modo che Genova in caso di sinistro avrebbe provato più pii a sè un
Dragutte, un Barbarossa o quale altro pirata di peggior fama
corseggiasse allora pel Mediterraneo, che questo Lorenzo Orsino
cavaliere cristiano. Che poi queste male biette partorissero frutto, non
è a dubitare; nè lo stesso Re tanto si padroneggiava da sapere simulare
lo interno cruccio; anzi, scrivendogli il Doria, non gli rispose nè
manco, ed avendogli mandato prima un suo uomo per definire certe
faccende, a stento lo accolse alla sua presenza, e gli dette tarda e
cattiva spedizione.
I Genovesi cui pareva pur troppo di avere a rimanere disfatti, dove,
invece di torsi dagli occhi cotesta spina di Savona, la si avesse ad
ingrandire, mandarono dodici ambasciatori a Parigi per persuadere il Re
a restituirla: avevano per istruzione s'industriassero ottenerla con
parole e promesse quanto più larghe sapessero: all'ultimo profferissero
comperarla a rate: non si potendo fare a meno, con danari alla mano fino
a 40,000 ducati. Il Sigonio afferma, che Andrea ci aggiungesse di suo la
renunzia alle paghe, ma non lo trovo altrove, e non ci credo. Il
Cappelloni, contemporaneo e segretario di Giovannandrea suo erede, ne
tace, e siccome egli piuttostochè storie dettava panegirici, così è da
credersi, che lo avrebbe dovuto sapere, e saputo non lo aría omesso di
certo. Col Re fu tempo perso, ch'ei s'intorò contro Genova: i
cortigiani, come suole, ne lo lodavano, chiamando costanza quella che
era ostinazione superba ed ignorante: così i principi si sono visti non
concedere mai in tempo graziosi o assennati quello, che poi lasciansi
strappare inopportunamente codardi o castroni.
La condotta del Doria cessava col mese di Giugno, ed i contratti
finiscono legalmente con la decorrenza del termine contemplato; pure
egli volle mandarne formale disdetta. In Francia gli uomini più che mai
infellonirono per questo, usi come sono a dire empietà, quanto loro non
garbi; però chiesero superbamente consegnasse i prigioni; al tempo
stesso tentarono la fede di Filippino, il quale rispose col fatto di
mandare i prigioni a Genova; Andrea quando gli ebbe nelle mani, pacato
chiarì come innanzi tratto non gli paresse giusto chiedergli i prigioni
prima di saldarlo delle paghe, e sborsargli il riscatto del Principe di
Oranges, ed anco dopo questo non corrergli debito di sorte, imperciocchè
le prede, ed il riscatto dei prigioni, per patto della condotta,
dovessero andare in pro suo.
Il Brantôme che visse in quei tempi alla corte di Francia, ed è
testimone credibile, ci racconta come fosse giudicato Andrea avere
torto, o almeno ragione per metà, dacchè la battaglia di Capri restasse
vinta in virtù delle fanterie francesi. Questa è mera iattanza, dacchè,
come fu notato, i fanti non oltrepassarono i 300, e qualcheduno afferma
i 200: lo sforzo, bisogna pur dirlo, fecero gli schiavi nella speranza
della libertà, la quale ottennero dal Doria con grandissimo scapito
delle cose sue. Il Brantôme ci avverte altresì, che il Re, preso dalla
collera, prepose capitano generale delle galee il signor di Barbeziù
(che altri chiama eziandio Barbesi), uomo, _che non sapeva che fosse un
mare, un porto, anzi neppure una galea, nè una fusta_, e gli commise con
parole insidiose tranquillare il Doria tanto, che gli venisse nelle mani
per potergli _mozzare il capo come fece poco tempo dopo col capitano
Giona_.
Il Barbeziù sferrava dai porti di Provenza con dodici galee fornite di
fanti eletti, e se avesse voluto poteva con tante forze combattere a
viso aperto: ma questo non gli garbava: preferì adoperare la lancia con
la quale giostrò Giuda, ma nè anco questa gli valse, chè Andrea fu uomo,
come volgarmente si dice, da bosco e da riviera; e dopo avere vinto in
giovanezza i tranelli di un Borgia, non era tale da rimanere da vecchio
nelle panie francesi: infatti, subodorata la cosa per la diligenza di
Giovambattista Lasagna fermatosi in Parigi a sollecitare le faccende di
Savona, Andrea si mise in nave coi prigioni, con una cerna di soldati
vecchi, vettovaglie ed armi, ed entrato nel castello di Lerici, dopo
averlo con ogni cura munito, si buttò infermo; prima però aveva mandato
con celere corso una fregata al conte Filippino perchè l'ultimo giorno
di Giugno, senza pure trattenersi un minuto, venisse via da Napoli a
furia di remi, ed alla Spezia si riducesse. Il Barbeziù navigando giunse
a Villafranca, dove trovata una galea del Doria in riparazione si
astenne da toccarla, nella speranza, che cotesta sua mansuetudine
avrebbe gettato polvere negli occhi al genovese Doria: onde, quando
surto a Genova conobbe come l'uccello da parecchio tempo erasi tirato al
largo, non è da dire s'ei facesse greppo: pertanto ei non si sgomentava,
e spediva un barone di San Blancato a Lerici per pregare Andrea, che
fosse contento di condursi a Genova, volendo negoziare con esso lui cose
di grandissima importanza. Rispondeva Andrea, lo avrebbe già fatto e Dio
sa con quale cuore; la maladetta infermità trattenerlo; gli fosse
cortese il Barbeziù di andarlo a trovare fino a Lerici. Per qualunque
uomo, che se ne intendesse, tanto avrebbe dovuto bastare; ma al
Barbeziù, che si teneva per furbo, non bastò; venne a Lerici, dove,
sempre filando sottile, mandava a invitare Andrea andasse a trovarlo su
la Capitana, e Andrea da capo: se la malaugurata infermità gli avesse
conceduto balía di movere passo, si sarebbe tratto fino a Genova per
onorare come doveva l'ammiraglio del Cristianissimo, ma la sua malattia
essere di qualità da non lasciargli forza di levare il fianco di letto:
insomma, se il Barbeziù lo volle vedere, gli fu mestieri andarlo a
trovare a casa.
Introdotto ch'ei fu in camera al Doria, di promesse gliene fece un
subbisso, a cui Andrea, cauto com'era nel dire, rispose con
prudentissimo discorso: — contro ogni mio buon volere la mia sorte
vuole, ch'io mi parta dal servizio di S. M. essendo più presto state
esaudite, e credute le false parole di altri servitori, che le mie buone
e vere opere, e mi persuadeva ancora, che non solamente dovessi essere
soddisfatto di quello che mi era dovuto, ma di potere ottenere una
grazia tanto giusta e pia, com'era quella di restituire Genova nel
primiero suo stato, e torle via cotesto pruno dagli occhi di Savona, e
poichè dell'una cosa e dell'altra ebbi ripetuta e pertinace repulsa, mi
è parso di non fare più lunga esperienza del mio servizio: finchè starò
in mio potere mi guarderò bene di operare cosa, che torni in pregiudizio
di S. M., quando poi mi sarò accomodato con altri farò il debito
secondochè richiederà l'onor mio[11]. —
Non ci fu verso cavarne altro; il Barbeziù uscendo notò come gli
artiglieri con le miccie accese vigilassero intorno alle bombarde, donde
conobbe che a continuare gli artificii era tempo perso; però disegnava
avacciarsi per le acque di Napoli nella speranza, che la fortuna gli
parasse dinanzi la occasione di sorprendere le galee di Filippino: ma
anco qui rimase presto tolto d'inganno, perchè costeggiando la Liguria
vide un'armata di galee ferma su le ancore e protetta dai cannoni del
Tino e del Tinello, che sono forti della Spezia, costruiti a destra e a
sinistra su le rupi della imboccatura del golfo. Tirava di lungo per
Napoli: con quali concetti, ignoro, ma dal successo dei suoi tranelli
avrebbe dovuto giudicare, come vuolsi tenere da poco il capitano, il
quale si confida più nello artifizio, che nella virtù; pessimo poi
quello, che dalla fraude in fuori non conosce altra arte di guerra.
Intanto cominciavano a farsi palesi gl'indizi di prossima ruina nelle
fortune di Francia su quel di Napoli. Il Lautrecco aveva già tentato
ogni via blanda per trattenere Filippino, e poi le acerbe fino a
levargli i remi, e a negargli le vettovaglie; onde questi ebbe ricorso
al cardinale Colonna governatore di Gaeta per lo Imperatore, che gli uni
e le altre gli provvide. Allora il Lautrecco, presago dei mali, spedì
sollecito in Francia Guglielmo di Bellay, perchè se il Re aveva a cuore
la impresa di Napoli, tenesse bene edificato il Doria, ma il Re, non
riputando il pericolo imminente nè tanto grave, ordinava a Pier
Francesco Nocetto conte di Pontremoli, si recasse con diligenza al
Doria, e facesse opera di svolgerlo promettendogli ventimila ducati pel
riscatto dell'Orange; altri ventimila a saldo delle paghe; dei prigioni
di Capri gli pagherebbe la taglia, o lascerebbe ne disponesse a sua
posta; ai Genovesi cederebbe Savona. Egli erano pannicelli caldi;
tuttavia il Doria per non lo disperare diceva: ci penserebbe su; ma
quando fossimo stati in tempo di riparare, il Doria non aveva vissuto
sessantadue anni, quanti allora ne contava, per ignorare, che i principi
se offesi non perdonano, e se offensori perdonano anco meno, e le
promesse larghe senza pegno di mandarle ad esecuzione tornavano a un
darti erba trastulla. Il Lautrecco, informato come la pratica non
attecchisse, si affannava rafforzarla mettendoci di mezzo il Papa, il
quale doveva sodare Andrea del pagamento a giorno fisso con tante tratte
sopra mercanti genovesi, sanesi e lucchesi.
Il Papa, considerato come il Doria nel 21 Luglio avesse promesso ai
Dodici di Balia, non innoverebbe niente contro il Cristianissimo prima
che decorressero quindici giorni dal dì dello avviso, il qual termine
poi scrivendo nel 6 Agosto al Trivulzio aveva protratto a venti, giudicò
poterne cavare partito a suo profitto; onde proponeva: condurrebbe egli
stesso il Doria, ma impotente a tollerarne la spesa, vi sopperisse il
Re, e diceva per quanto, e giusta la discrezione pretesca dallo intero a
quello ch'egli pretendeva la scattava di poco: poi aggiungeva, che,
parendogli essere _stato uccellato_ fin lì dai principi, non si fidava a
parole, però fino da ora gli consegnassero Cervia e Ravenna. Erano
intemperanze a quei tempi, ma così il bisogno stringeva, che sembra gli
commettessero di negoziare; invero ei non rimase da fare l'ufficio, che
mandò uno dopo l'altro ad Andrea monsignore Jacopo Salviati, Sebastiano
da Urbino, e il Sanga suo segretario[12]. Ma o ch'egli secondo il
vecchio costume nei propri accorgimenti s'irretisse, o per soverchie
ambagi perdesse la opportunità, e non sapesse nè anch'egli in qual modo
conchiudere la pratica senza rincrescere a Cesare, e con accerto di
guadagno per parte di Francia, o Andrea si schermisse dallo stringere (e
questo credo più che tutto), fatto sta, che non si venne a conclusione
di nulla.
Si ricava eziandio dalle memorie dei tempi, che i Francesi, smaniando
adesso per Napoli e pel Doria, commettessero in quel torno due cose fra
loro contrarie, e la prima fu di porre in libertà Serrenone, segretario
del Doria, sostenuto avanti dal Lautrecco, per cavarne lume dei suoi
intendimenti segreti, e certo spagnuolo (se pure merita fede in questo
il Guicciardino che lo racconta), il quale, arrestato per via,
rinvennero portatore di lettere credenziali del Doria; la seconda di
mettere in prigione Gismondo di Este messaggero di facultà grandi dalla
parte di Cesare al Principe di Oranges, per acquistare partigiani alle
fortune di lui; cattura, che si trova operata da un Giorgio Casale,
fermo in Viterbo, presso il Papa, a nome di Francia. Costui non aveva
giurisdizione alcuna per questo, e commise atto addirittura ingiurioso
al diritto delle genti; tuttavia, scrivendo ad Ambrogio Talenti vescovo
di Asti, ed al gran maestro di Francia signore di Montmorency, se ne
vantava come di una _santa et bona opera_; ma dalla parte di Cesare, si
faceva anco peggio, chè i suoi ministri, lui certo, se non consenziente,
almeno consapevole, non si tenevano a imprigionare, ma assassinavano,
come successe a Cesare Fregoso, e ad Antonio Rincone ambasciatori del Re
di Francia al Gransignore di Costantinopoli. Per ultimo il Lautrecco,
onde nulla d'intentato si lasciasse indietro, con maggiori e larghissime
offerte, mandava un Giovanni Joachim e un Lionardo Romolo al Doria, e
sempre invano, non avvertendo, che due cose animate od inanimate che
sieno, quando non possono più stare insieme, più le tentenni, più le
stacchi.
Forse in questa febbre per mantenersi in devozione il Doria altri
crederà, che ci fosse o eccesso di desiderio nei Francesi, o eccesso di
piaggeria negli scrittori nel riferirlo: ma gli storici fiorentini,
severamente imparziali verso Andrea, dicono espresso, ch'egli
accostandosi a Cesare gli _dette vinta l'Italia_. Il Brantôme, in
parecchi luoghi, parlando del Doria, afferma come tra i buoni ammiragli
dello Imperatore ottimo fosse Andrea, che da prima servì fedelmente il
Re, ed in processo con pari affetto lo Imperatore, e forse meglio, però
che (egli aggiunge) male può tenere in suo dominio la Italia chi non
imperi Genova e il mare; che se il signore Andrea non si fosse dipartito
da noi, veruno poteva torci Napoli; ma il Re se lo alienò, e Andrea,
ch'era altero, vedendosi straziare, mutò parte, nè dopo il suo commiato
ci fu verso, che le cose della marina del Re andassero a segno; e mentre
prima con la diligenza e prestanza sue poteva dirsi che Francia fosse
quasimente signora del mare, cessò di esserlo, e tanto scadde, che per
ultimo, ebbe a ricorrere, costretta, al sultano Solimano: la quale cosa
ci fu d'ignominia non piccola, sembrando enorme (come dissero allora)
chiamare un cane per disertare un cristiano; invece che prima, quando la
guerra andava fra cristiano e cristiano, procedeva in modo meno barbaro.
Il Guicciardini assevera, che coteste esitanze di Andrea erano lustre
per parere; dacchè per suo avviso Andrea da parecchi mesi avesse fermo
di voltare casacca; di ciò egli non riporta pr
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