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La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia

by Giovanni Pascoli · Italian · Gutenberg #46082 · 1,069,342 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia
    
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Title: La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia

Author: Giovanni Pascoli


        
Release date: June 23, 2014 [eBook #46082]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46082

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MIRABILE VISIONE: ABBOZZO D'UNA STORIA DELLA DIVINA COMEDIA ***

                          GIOVANNI PASCOLI


                                 LA

                          MIRABILE VISIONE


                        ABBOZZO D'UNA STORIA
                        DELLA DIVINA COMEDIA

                          SECONDA EDIZIONE



                               BOLOGNA
                          NICOLA ZANICHELLI
                               EDITORE




                     L'EDITORE ADEMPIUTI I DOVERI
               ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI

                Bologna — Tip. Cacciari — VIII — '913




                             A RAVENNA

                               PATRIA

                        DELLA DIVINA COMEDIA




_o Ravenna!_


_o mia città paterna, tu non sai forse nemmeno chi io mi sia; chi sia
questo tuo figlio che t'offre il suo umile libro. È un uomo esso, per
dirtene alcunchè, nè tristo ora nè lieto, nè noto nè ignoto, che soffrì,
nella prima e solo bella parte della vita, molta sventura, la quale ogni
tanto gli si fa sentire tuttavia, come appunto questo vento, avanzato a
una grande tempesta notturna, che, mentre egli scrive, passa a quando a
quando con alcuna sua raffica, e rugge. Chè egli adesso abita qui, di
fronte al lido che primo si chiamò Italia; tra l'Aspromonte e il Peloro,
tra l'Ionio e il Tirreno: ma ti nacque non così lontano, in un castello
di quei Malatesta ai quali tu fornisti una donna da amare e uccidere.
Nacque dunque in quel castello, e soffrì, e s'accomodò a vivere alla
meglio; e ha bell'e finito. Del resto l'uomo è tranquillo nel suo cuore:
non desidera ormai aver dalla fortuna più sorrisi di quelli che ha
avuti, pochi e sforzati; perchè invero non della ventura egli è ormai
amico, sì d'un'altra, dell'altra, di quella che bea ma vuol esser sola._

_A te, città silenziosa, questo libro: al quale che cosa posso e debbo
augurar di meglio, che il sacro silenzio, migliore, non solo delle
contumelie, ma anche, e specialmente, delle acclamazioni? Il libro parla
di Dante fiorentino e della Comedia sua ravennate; di quello spirito e
di quel poema i quali io sento che avrebbero a essere più vivi nella
nostra vita moderna, di quel che consentano coloro che pur li studiano e
cercano col solo grande amore che si ha per le grandi, o anche piccole,
rovine. Io, per esempio, ho imparato dal nostro Poeta, qual sia la
libertà che bisogna impetrare a sè e predicare agli altri, se si vuol
essere veramente ~liberali~: è la libertà del volere, che è inceppato,
per qual ragione si può discordare, ma che e il poema antico e tanti
libri nuovi affermano potersi riavere o avere con lungo e forte
esercizio sopra sè e dentro sè. Sia un'antica colpa, come Dante credeva,
sia la naturale origine, come si crede ai nostri tempi, è, però, in
questo e quel modo, un retaggio selvatico e bestiale, che noi portiamo
in noi. Ora io credo con Dante che dalla selva si possa uscire e che la
bestia si possa vincere._

_Credo io dunque nella mistica luna, bianca nera, che splende e non si
vede, che ci faccia trovare il passo; e nel mistico veltro, che pasce
sapienza e amore e virtù, che ricacci nell'inferno la lupa? Sì: ci
credo. La luna è la Grazia, il veltro è un Augusto;[1] e dunque io credo
alla Grazia e all'Augusto? Questa domanda è vana. Dante credeva a una
Grazia misteriosa, pari a una luna che fosse piena nella nostra notte, e
pur non fosse veduta, la quale faceva uscir l'uomo dal suo fatale
aggrovigliamento vegetativo, risvegliandone, nel suo torpor di pianta,
la volontà. Ora la scienza non ci dichiara, come l'uomo sia diventato
uomo, se non con una parola “evoluzione„, che ripete la domanda e non le
risponde; con una parola misteriosa quanto la Grazia, e con un'imagine
strana quanto la luna, che è tonda e non si vede, e quanto Lucia, che ci
porta in alto mentre dormiamo. Dante spiegava la nostra ~ascensione~
come la spieghiamo noi: ossia non la spiegava, ossia la dichiarava non
spiegabile. Quanto poi all'Augusto o al veltro o al cinquecento dieci
cinque, consideriamo: questo Messo doveva operare sulle coscienze degli
uomini; doveva far sì che gli uomini vincessero le tendenze ad abusar di
sè e degli altri, ossia doveva domare l'incontinenza e cacciare la
cupidità. Noi non riusciamo a comprendere come un Augusto potesse avere
cotesta efficacia, se non ripensiamo con qual mezzo egli doveva averla.
Questo mezzo è la libertà. Ebbene se io non credo all'Augusto, credo
però alla libertà; e credo che Dante abbia pronunziata la parola che, o
negli anni, o nei secoli, o nei secoli de' secoli, sarà l'ultima parola
della scienza e della sapienza. Egli ha detto: “Gli uomini lasciati a sè
stessi, liberi dalla tirannide dei loro simili e pari, limiteranno da
sè, in piena libertà, la libertà di abusare di sè e degli altri, e così
fiorirà la giustizia e regnerà la pace„. Che questo ~giogo soave della
libertà~ cui la cervice non sente, potesse o no imporlo un Augusto, non
monta ragionare: Dante poneva parallelo a questo concetto politico o
sociale, quest'altro concetto morale e psicologico: “L'uomo non sarà
felice se non quando, volendo volere, frenerà le passioni dannose a sè e
ad altrui, e se ne purificherà, e così sarà nel tempo stesso libero e
buono„._

_Ebbene se si fondono i due concetti, si avrà l'ultima parola
dell'umanità, parola così semplice che gli uomini la prendono a sdegno e
cercano affannosamente sistemi nuovi che non sono se non vecchi inganni,
creano fazioni nuove che non sono se non vecchi guai, sognano
illuminazioni nuove che non sono se non vecchi incendi, non mai spenti e
pronti sempre a divampare. Ma la parola, quanto si voglia semplice e
umile e senza raggi e senza scoppi, sarà l'ultima perchè è l'unica.
“L'umanità non sarà felice, nella giustizia e nella pace, se non quando
sarà libera; e l'umanità non sarà libera, se non quando l'uomo si
sentirà libero non facendo se non il bene„. Insomma Dante afferma che
non c'è questione politica o sociale al mondo, ma soltanto morale. E
così credo io. E credo con Dante che solvere la questione, quando che
sia, per questo verso, sia possibile; e non sia possibile se non per
questo verso: credo invero che l'uomo possa uscire dalla selva, tanto è
vero che in parte n'è uscito e ne esce; che possa vincer la bestia,
tanto è vero che l'ha qualche volta vinta e la vince; che possa
ascendere, tanto è vero che, poco o molto, è asceso e ascende. Ascende,
in virtù del suo discendere contemplando. Si fa sempre migliore l'uomo,
considerando con sempre più lucida e perciò più ritrosa e rattristata e
spaventata coscienza, l'abisso oscuro di crudeltà e cecità e infelicità
dal quale sempre più s'allontana ascendendo. Discende con la scienza,
ascende con la volontà. Questa progrediente volontà, nell'uomo,
d'umanarsi, è il fatto più certo che a noi sia visibile; ed è perciò la
base più sicura d'un sistema scientifico diretto a confortare e
consigliare il genere umano nella sua vita._

_Chè certo di conforto e consiglio l'umanità ha bisogno sempre. Gli
uomini sembrano anche oggi nella condizione in cui Dante li vedeva ai
suoi tempi: stanno sulla soglia del carcere e respingono chiunque ne
abbia pietà e voglia liberarli dalla loro prigionia e dalle catene che
ne legano i piedi e le mani.[2] E le menti e i cuori! O stolti, perchè
inceppate la vostra anima in un partito, nel partito di imporre, col
numero dei più o con la violenza dei meno, agli uomini un avvenire
forzato, a cui obbligate voi e loro, mentre per la comune felicità,
ossia per la giustizia e per la pace, non vi si chiede se non la vostra
libertà? Ma a voi si chiede una cosa piccola, e voi ne volete dare una
grande; vi si chiede di riformar voi soli, e voi volete riformar gli
altri, tutti, tutto. Perchè l'umanità sia un'umanità, gli uomini hanno a
essere uomini, cioè liberi; non piante legate dalle radiche, non bestie
assoggettate dal destino. Ecco la selva originaria, coi suoi alberi
quasi uniformi, che tendono tutti presso a poco a un modo i rami, come a
una approvazione o riprovazione uguale e immobile; ed ecco alla parola
soffiata dal vento tutto il fogliame commuoversi e ondeggiare e
plaudire, o tutta la ramaglia fremere e ripugnare e fischiare. Ecco la
bestia primitiva, nella piaggia diserta dell'avvenire, che aspetta al
varco la preda, e vorrà impedire il cammino all'umanità che vuol salire,
e la spegnerà nel sangue o la ripingerà nella selva oscura. Ma ecco
disegnarsi nel crepuscolo il veltro, che è l'Augusto che ognun di noi ha
dentro noi; ~l'impero~ di sè che è quanto dire la sua ~libertà~. Ecco la
selva della vita trasformarsi nella foresta divina, dove è un giudice
~longa cum veste~, il quale non ha nulla a fare, perchè esso è la
libertà nella virtù, la virtù nella libertà; e dove è una bella donna,
che, questa sì ha da fare, perchè è l'operazione; ma giocondamente opera
scaldandosi ai raggi d'amore, perchè è l'Arte pura innocente utile e
bella, perchè unisce l'intelletto all'azione, perchè in sè concilia la
carne e lo spirito, il lavoro e la gioia, la ghirlanda delle sue mani
col canto delle sue labbra. Ella è l'umanità futura, felice libera e
buona: umana! Oh! come è invecchiato questo poeta che presenta alle
nostre menti nuove l'imagine visibile degl'ideali novissimi! come è
vieto questo filosofo che ci dà la formula degli avveniri!_

_Matelda!... Sai tu, o Ravenna, ch'ella fu dal Poeta creata con molta
somiglianza tua? Tu fosti l'ultima sede dell'impero d'occidente, e poi,
quando questo cessò, dopo settant'anni, tornasti all'impero orientale di
Giustiniano. Dante ti sapeva dunque città imperiale per eccellenza, e
l'aquila di Polenta gli ricordava certo l'altra aquila che contra il
corso del cielo dall'espero era stata volta all'aurora. Dante ti sapeva
città imperiale, eppure ti vedeva piena di chiese e ricca di santi e
augusta di tradizioni religiose. L'impero e la chiesa, l'azione e la
contemplazione si conciliavano in te così come nella sua Matelda, che è
l'arte, abito operativo e virtù intellettuale, nel senso allegorico, e
l'impero e la chiesa conciliati insieme, nel senso anagogico. Onde,
forse, il nome interpretato, per il primo aspetto, da ~math-~ scienza o
arte, e ispirato per il secondo aspetto, dalla memoria della contessa
Matelda. La quale, per usare le parole dell'Anonimo comentatore di
Dante, “fu per madre nipote dello imperadore di Costantinopoli„, e nel
tempo stesso “due fiate in soccorso della chiesa potentemente venne„.[3]
Sì. E fu maritata e vergine, e fu Marta e Maria, e fu attiva e
contemplativa, e guerriera e religiosa, e fu insomma la grande ~arte
imperiale~[4] per cui si deve congiungere “la filosofica autorità colla
imperiale, a bene e perfettamente reggere„.[5] E fu figlia di ~Donna
Beatrice~; e nella divina foresta invero è a Beatrice come ancella
rispetto a signora, e come (è così nel Butense, II p. 823) ~“filliuola„~
rispetto a madre. Oh! non credo io che per Dante la giovine e bella
coglitrice di fiori e cantatrice di salmi[6] fosse la vecchia contessa,
più di quello che la sua Beatrice fosse colei che ~quamvis peccatrix est
domna vocata Beatrix~, più di quello ch'essa medesima, la Musa ossia la
propria arte e scienza di Dante, alla quale giunse con lo studio, sia il
~Musaeus~, del quale pur ella tiene il posto. Ella è una creatura
ispirata da questi ricordi etimologici, poetici, storici, che Dante ha
fusi insieme in un sincretismo così spontaneo che sembra miracoloso.
Pensò egli prima alla radice ~math-~ (e forse a ~eld-~ o a ~Eden~), o
alla persona storica di Matelda? Il fatto è che il Poeta volle, per il
~Musaeus~ di Virgilio, una Musa, cioè l'arte, cioè la propria scienza di
ognuno che, guidato dallo studio, arrivasse alla cima; la poesia
specialmente, per lui, perchè vi arrivava esso, poeta; e l'arte di
governare i popoli, specialmente per lui, perchè esso arrivava là, e
sarebbe salito anche più su, e sarebbe tornato, e avrebbe aperto la
bocca, ~in pro' del mondo che mal vive~. Ora vide egli al suo nome di
~Matelda~, arte gioconda, rispondere con tanta consonanza il ricordo
storico di Matelda, figlia appunto (e qui pare il miracolo!) d'una
~domna Beatrix~, e attiva insieme e contemplativa, e nipote d'imperatore
e protettrice della chiesa; o il nome storico della figlia di Beatrice
interpretò egli etimologicamente, in modo da farne il convenevole
appellativo della Musa? Il dubbio è lecito, sebbene più probabile sia
questa seconda vicenda._

_E così è tanto probabile che tu, o Ravenna, imperiale e chiesastica,
entri in qualche modo nella concezione della più geniale creatura di
Dante. “Qui sarai poco tempo silvano„ dice Beatrice a Dante: qui, cioè
nella vita, che è una selva, oscura e paurosa per i più, divina e viva
per Dante o per chi come lui s'è purificato e ha acquistato l'abito
dell'arte gioconda. Nella vita; ma la vita di Dante trascorreva allora,
e davvero per ~poco tempo~, a Ravenna; e la pineta in sul lido di
Chiassi fu il modello di quella divina e viva foresta. Dante fu
~silvano~ di Ravenna prima d'essere ~cive~ di Roma.[7] Nella Roma
celeste era per essere con Beatrice: nella terrena Ravenna era con
Matelda, con la Poesia, col suo poema, con l'~Arte~ o la ~Musa~, la
quale egli a Ravenna udì finalmente cantare ed iscegliere fior da
fiore._

_Chè la Comedia nacque nella tua selva, o Ravenna. La foresta dell'Eden
somiglia, esso dice, alla pineta di Classe. Ebbene la selva con cui
comincia il poema, è quella stessa foresta. L'una e l'altra sono antiche
come il mondo; sono la vita. Dire, come dice Dante, che l'uomo, breve
ora dopo la sua creazione, dalla foresta viva fu cacciato nella selva
morta, equivale a dire che l'uomo, da vivo alla grazia, morì per il
peccato. La sua vita era felice e facile; diventò oscura e paurosa:
l'Eden si trasformò in un bosco selvaggio. Per non saper come spiegare
codesta trasformazione, Dante ricorre all'idea del movimento: dalla
foresta l'uomo venne alla selva; agli antipodi; e l'uomo dalla selva
deve tornare alla foresta: ma si intende che resta sempre, guaggiù,
finchè è silvano, nella medesima selva che è la vita. Ora se Dante
s'ispirò alla tua pineta per descrivere la foresta, si ispirò anche alla
tua pineta per ideare la selva. Chi sa? Forse ci si trovò in quei primi
giorni dell'esilio divenuto allora definitivo, in un momento di
tempesta. Forse vi si indugiò, forse anche vi si smarrì, di notte. Egli
rabbrividì della sua nullità tra quelli enormi pini che squassavano le
nere teste e le mille braccia di giganti sopra il suo capo. La vide poi,
di giorno, un giorno d'autunno, quando le eriche a' piedi dei pini erano
gemmate dei loro bocciolini rosei, e fiorivano i colchici e i dianti e
le radicchielle, i vermigli e i gialli fioretti. E lo scirocco blando e
dolce piegava le fronde dei pini a ponente, ed esprimeva dalle loro
ombrelle un sibilo armonioso di pioggia, e non turbava gli uccelletti
che usavano la loro arte sui rami. E un canale gli toglieva di andar più
oltre, in quella limpida mattinata, ed egli, l'esule, sostava a guardare
le erbe che si stendevano sull'acqua corrente e pareva volessero andare
con lei.[8] E in quell'ombra, tra quel canto, tra quel murmure d'acqua e
di vento, Dante ~si ritrovò:~ trovò la sua Matelda, la sua arte, il suo
poema: il suo poema che va da una selva a una foresta, e dalla foresta
all'empireo; il suo poema di cui è centro quella foresta dove è quella
Matelda, che in sè unisce la vita attiva e contemplativa, mentre il
poema comincia dal concetto della vita attiva impossibile, e si conclude
con la visione del mistero ineffabile per cui la carne si unisce al
Verbo, lo spirito alla materia, il mondo a Dio._

_Ma codesti sarebbero sogni, per quanto non di infermi, se non
soccorressero i dati storici della realtà. E questi dati li fornì per
gran parte un tuo figlio, o Ravenna, degno di te: Corrado Ricci. Ma
egli, come tuo tenero figlio, non osando (mi par di leggere nel suo
cuore) credere a tanta gloria, a tanta fortuna tua, sua, nostra;
sembrando a sè di presumere troppo, se avesse rivendicata a te e alla
forte Romagna, che ha la tomba del Poeta, anche la culla del poema;
moltiplicava ed esagerava al suo limpido ragionamento le obbiezioni, e
ricusava di trarre le conclusioni dalle sue sicure premesse. Il
Boccaccio afferma che Dante dopo la morte di Arrigo si recò senz'altro a
Ravenna. Ebbene, perchè non credergli? Il Ricci stesso conforta la
credibilità del Boccaccio in ben più difficile racconto; in quello degli
ultimi tredici canti che non si trovarono, alla morte di Dante. Ma no:
egli si pone avanti gli occhi, per non vedere, il debole ostacolo della
giunta che fa il Boccaccio alla sua notizia: che Guido Novello era
allora, nel 1313_, signore _di Ravenna, mentre ne fu ~podestà~ solo nel
'15. Eppure il Ricci stesso aveva osservato che l'autorità di Guido
Novello era già preponderante nel 1314![9] Il Ricci stesso ci fornisce
gli argomenti per dimostrare che, se per aver la Romagna parte così
grande nella Comedia, Dante nella Romagna deve aver vissuto e usato a
lungo, dunque Dante nella Romagna si trovava anche quando scriveva
l'episodio di Guido Montefeltrano e di Francesca da Rimini.[10] Il Ricci
stesso ci fornisce la prova che quest'ultimo episodio, che è il più
soave e ardente della divina Comedia, non poteva essere scritto se non
per compiacerne l'ospite.[11] Il Ricci stesso, insistendo sulla vecchia
e sempre indubitabile interpretazione dell'~ovis gratissima~, richiamava
il nostro pensiero a considerare che, se nel 1319 mancavano ancora i
dieci primi canti del paradiso, non era meraviglia che la Comedia fosse
cominciata nel 1313 o anche a principio dell'anno seguente. In vero, a
tacer del resto che si legge in questo volume, l'~ovis gratissima~ che
ha molto latte, e che è molto e facilmente munta dal suo divino pastore,
il quale, così, ~decem vascula~ promette di quel latte al mandriano
bolognese; non può essere la poesia latina o bucolica, il cui primo
latte sarebbe l'~ecloga~ che ne parla; e i ~decem vascula~ non possono
essere dieci ecloghe di tale che appunto allora fa la prima, e dovrebbe
invece averla fatta precedere da tanti altri ~vascula~, da tante altre
ecloghe! E dunque i ~decem vascula~ che voleva mandare (e non mandò
subito, chè l'altro rispose fraintendendo l'offerta), sono i primi dieci
canti del paradiso in cui, a capo del primo, suona, per non dir
altro,[12] appunto il ~peana~ che il Poeta nell'ecloga annunzia, e freme
l'~indignatio~ contro le umane voglie, la quale nell'ecloga lo fa
prorompere in quell'annunzio glorioso._

_E non voglio tacere pur qui che il Boccaccio è, dall'Alighieri stesso,
confermato verace in un'altra delle sue pretese novelle. La prima radice
dell'amore di Paolo e Francesca è quale il Boccaccio racconta. Sì: fu un
inganno, fu una sostituzione di persona, che innamorò e poi perdè
Francesca, come accese e trasse a morte Dido, nella cui schiera è la
seconda e simile Elissa. Come Dido fu, inconsapevole, infiammata da
Amore che aveva prese le sembianze d'un altro, da Amore che prima di
venire a lei si era appeso al collo di Enea, da Amore che condusse lei e
poi anche lui (per le imprecazioni di lei, però) alla morte; così
l'Elissa novella proclama irresistibile l'Amore che prima s'apprese a
lui, l'Amore che poi prese lei, l'Amore che infine perdè tutti e due:
irresistibile a quello stesso modo: per qual ragione se non quella
stessa, d'uno scambio di persona? Chè tutto, nei due fatti, corrisponde:
le due coppie furono vinte da un punto in consimili circostanze: soli,
in una spelonca, i due primi; soli, gli altri due, in luogo appartato.
~Ille dies!~... quel giorno!... Oh!... non fu in una caccia ~la prima
causa della morte e del mal perverso~ per Francesca: la caccia Dante la
serbò per il dramma dell'odio che rassomiglia pur tanto a questo
dell'amore!_[13]

_O Ravenna, è un sublime vanto il tuo! La tua natura, la tua storia, la
tua tradizione, le tue chiese e la tua selva, tra, giova credere, la
delicata ospitalità del tuo signore e, come è certo, la affettuosa
familiarità di tuoi abitanti, indigeni e forestieri, aiutarono (e
sarebbe stato assai non impedire) la grandissima opera. Persino la tua
postura “sulla marina dove il Po discende„ fu precipua nell'ispirazione
del poema. Dante in esso è un ~pius vates~ (sesto del canone del limbo
che diverrà nel gran dì un Elisio), elevato dallo studio all'etere puro,
dove è Matelda, ossia la ~Musa~ invece di ~Musaeus~; è di quei ~pii
vates et Phoebo digna locuti~ (esso afferma d'esser di questo novero,
nel proemio del paradiso), i quali abitano in boschi ombrosi, presso a
ruscelli che rinfrescano l'erba della loro ripa, in una grande boscaglia
che aulisce ~(inter odoratum lauri nemus)~, cantando il peana là dove,
per la selva, ricco di acqua si svolge l'Eridano. E alla foce
dell'Eridano, l'esule cantava il suo peana, sperando che poi egli
l'avrebbe cantato alla fonte (non dello Eridano, ma del battesimo: oh! i
mistici congiungono insieme idee ben più disparate), alla fonte, come
quei grandi, cinto ~nivea... tempora vitta:~[14] “In sul fonte del mio
battesmo prenderò il cappello„._

_La selva odorata in tanto lo circondava. La divina Comedia è là, nella
pineta di Chiassi. È là, ammirabile e venerabile come la tua basilica di
Santo Apollinare in Classe... Ah! che io mi avvedo di aver fatto un
paragone che molta gente noterà con un sogghigno! E dirà: Sappiamo, sì,
che tu riduci la divina Comedia a una basilica bizantina! Ebbene,
rispondo io, voi, dunque, in codeste basiliche non entrate? voi a
Ravenna non ci venite? Poveretti! Voi portate nell'anima un marchio di
quelli che soli restano a molti italiani, della scuola, la quale,
languida e stinta in altri insegnamenti, usa per due o tre parole il
fuoco, e quelle, sì, le imprime: ~Secentismo! Arcadia! Bizantinismo!~
Poveretti! E poichè io trovo e noto in Dante il lume che non è lume ma è
tenebra, e la Speranza che non è in cielo ma in terra, e la morte che è
vita, e la vita che è morte, e simili, voi dite: ~Codesto è
bizantinismo;~ e siete lesti. All'interprete lanciate la ingiuria (che
tale è nel vostro pensiero) o al Poeta? Badate; chè il sasso può passare
sul mio capo e andare a ferire colui che aspetta a Trento!_

_Ma che discorsi sono codesti? Sì: Dante è un poeta mistico e teologico;
sì: Dante è il Poeta del Cristianesimo, e sebbene faccia, anzi perchè fa
capo a S. Paolo, non del Cristianesimo primitivo, sì di quello che
chiamò a sua difesa Aristotile e Plato, e S. Agostino e S. Bernardo e S.
Tomaso. Se voi per questo volete levar di seggio il signifero
dell'italianità, provatevi: non ci riuscirete. Perchè Dante in ciò
appunto è grande e grandissimo, in quanto è l'Omero d'un mondo che fu;
sebbene anch'esso possa insegnare al mondo non più suo, come insegnava
Omero alla Grecia di Platone, alla Roma di Orazio, e ai tempi anche di
Darwin, tante cose, oltre ~quid sit pulcrum, quid turpe, quid utile,
quid non!~ Ma lasciamo quel che Dante possa ancora insegnar di buono:
Dante, io vi dico, in ciò è bello in cui voi lo chiamate (rivolgendovi a
me) bizantino. E voi continuerete per poco, io spero, a passare avanti
S. Vitale e S. Apollinare, senza gittar loro un'occhiata, perchè voi vi
siete figurate quelle basiliche come due Partenoni, e non vi volete
sciupare le linee doriche con le quali ve le siete costrutte; cesserete
voi di dire che tutto al più v'è dentro il tal monogramma che ha una
importanza storica, perchè può stabilire la parte che ebbe nella
costruzione ~Ecclesius episcopus;~ la finirete di ripetere che non c'è
di bello che il musaico di Francesca e d'Ugolino, e i capitelli a foglie
di loto della Squilla serale e della Foresta divina. Il bello di queste
basiliche è l'insieme, è il tutto, è il complesso di oro vecchio e di
legno putre, è il sentor d'umido e di sepolcro, è l'aria di mistero e di
sogno: e di queste basiliche quale è più alta, quale è più profonda,
quale è più misteriosa, quale è più, ricca d'oro mezzo scomparso, di
musaici mezzo rotti, di strani geroglifici, di marmi, di alabastri, di
madreperle d'ogni parte venute, che il Poema Sacro? E sì, tutte quelle
figure, o contorte o estatiche, che un'arte ormai tramontata vi colorì
con pietre varie, urlano e pregano e cantano: il tempio è invaso da un
murmure inestinguibile. È là, nella Pineta di Chiassi, la Basilica del
pensiero scolastico e mistico, presso l'antica selva, che nella notte è
la ~miseria~ indiscrivibile e nel mattino è la ~beatitudine~ ineffabile
della vita umana. C'è: se anche non si vede ancora sorgere, come io
sogno che sorga, di vera pietra, con le pareti istoriate di tutte le
antiche figurazioni della divina Comedia, con incisi nel pavimento, con
dipinti nelle volte tutti i simboli, tutte le sigle, tutti i rabeschi
dell'evo medio._

_Oh! erigilo, Ravenna, il monumento alle ossa di Dante e al suo poema e
al pensiero dei misteriosi secoli di mezzo, là in quella Pineta. Le
genti ti aiuteranno, perchè esse vogliono per certo consacrare, in
qualche unica guisa, la gloria del Poeta universale che in sè riassume
l'evo che per qualche millennio sarà considerato come centrale nella
storia del genere umano; perchè questo non mai tanto cercò d'elevarsi
quanto allora, che più basso era caduto. La barbarie, che aveva dietro
sè il paganesimo elegante e feroce, parve allora disdegnare quella
civiltà, volle, per così dire, oltrepassare d'un salto, anzi d'un volo,
quella umanità, ed essere puro spirito. L'anima degli uomini mise l'ali
in quella età. E perciò gli uomini a quella età guarderanno sempre con
l'amore con cui si guardano i primordi. Così, quando tu avrai edificato
il monumento della divina Comedia, nella selva dov'ella nacque, non ci
sarà uomo pensante che non creda dover suo peregrinare, una volta in sua
vita, al tempio di Dante, ed essere sensibilmente nell'oltremondo del
suo pensiero. I grandi pini col sussurro incessante ripeteranno al nuovo
pellegrino il poema dell'esule; e quand'anche tutto ciò che Dante vide e
pensò e cantò, fosse già scomparso, l'ultima campana che ancora
rimanesse su una torre, da Sant'Apollinare, l'unica ultima squilla,
sonerebbe sulla sera, e inviterebbe quel solitario uomo dell'avvenire a
piangere su tutto ciò che muore, che poi è sempre così bello così buono,
così pieno d'incanto così pieno di rimpianto._

                                                  GIOVANNI PASCOLI.

        _Messina_
  _nel novembre del MCMI_




PROEMIO


Il lettore deve tener presente la dichiarazione mistica delle nozze di
Giacobbe, quale è in Aurelio Agostino, _contra Faustum_, XXII 52-58.[15]
Eccola in breve. Giacobbe _serve_ Laban, che s'interpreta _Dealbatio_.
Così Dante è _fedele_, cioè servo, di Lucia, chiamata appunto Lucia,
perchè “_bianchezza_ è un colore pieno di _luce_...„. (Co. 4,22)
_Dealbatio_ s'interpreta poi _Grazia della remission dei peccati_. Lucia
invero è chiesta dalla Donna gentile, quando Dante è in pericolo, e
Lucia prega Beatrice per la salvezza di lui, e Lucia agevola Dante per
la sua via e lo trasporta nel sonno alla porta del purgatorio. Giacobbe
ama Rachele, che s'interpreta, oltre che in modi analoghi, _sapienza_, e
_speranza dell'eterna contemplazione_. Dante ama Beatrice, che siede con
Rachele. Dante, come attestano gli angeli nell'Eden, (Pur. 30, 83) fu
salvo per la _speranza_, a dirla a un modo, per l'aiuto di Beatrice che
mandò a lui Virgilio, per dirla a un altro.[16] Dunque Beatrice è la
_speranza_, e perciò la _sapienza_. Giacobbe non può impetrar subito le
nozze di Rachele; deve servire sette anni, dopo i quali ha Lia, non
Rachele. Lia si interpreta _laborans_, e ha gli occhi deboli, e
significa la _tolleranza della fatica_, la _giustizia laboriosa_, e
simili. Per aver Rachele, Giacobbe deve servire altri sette anni. Questi
ultimi sette anni s'interpretano per i sette precetti inclusi nelle
sette beatitudini. Ora Dante giunge alla sua Rachele, dopo esser salito
per le sette cornici del purgatorio e aver udita in ognuna di esse una
delle sette beatitudini. Le sette beatitudini sono come opposte ai sette
peccati. Ma codeste figurano i secondi sette anni del servaggio di
Giacobbe a Laban o di Dante a Lucia, la quale porta il suo fedele alla
porta delle sette cornici. I primi sette? Quelli di Giacobbe
s'interpretano come i sette comandamenti di giustizia: Onora tuo padre
etc. Quelli di Dante? Dante nell'inferno ha veduti sette peccati, ai
quali Virgilio riduce tutto l'inferno: lussuria, gola, avarizia, peccato
di color cui vinse l'ira e che portarono accidioso fummo, malizia con
forza o violenza o bestialità, malizia con frode, malizia che trade.
Questi tre ultimi appellativi appartengono a una divisione filosofica
delle reità infernali, in incontinenza e malizia. Ora come
l'incontinenza comprende lussuria, gola, avarizia e quel quarto peccato
detto più sopra, così la malizia comprende, io ho dimostrato, i tre
ultimi dei peccati capitali: ira, invidia e superbia. E quel di mezzo è
l'accidia. Così Dante ha sostituito ai sette precetti di giustizia (che
sono, salvo il primo, divieti di peccare, _Non... Non..._), i sette
peccati capitali che sono contro i dieci comandamenti o precetti, i
sette peccati che ha opposti nel purgatorio alle sette beatitudini.

Queste coincidenze che non possono essere casuali, tra la dichiarazione
Agostiniana e lo schema Dantesco, ci licenziano a ricavare, con le
debite cautele critiche, dal passo di Agostino altri lumi per
l'interpretazione del poema sacro. E così noi, trovando mirabile
concordanza con altre opere del Poeta, Virgilio lo dobbiamo interpretare
come _studium_, cioè _studio_ o _amore_ che con un lungo esercizio
morale (per l'inferno e per il purgatorio, per due settennati), movendo
dalla fede (egli è mandato da tre donne del cielo), conduce Dante avanti
Beatrice, cioè alla sapienza. Così “Dante va con Virgilio a Beatrice„,
significa “Dante diviene e poi è _filosofo_„. Ma prima è addotto a
Matelda. Questa significa _arte_, e andar con Virgilio a Matelda o
all'arte, che per Dante è la poesia, significa, diventare e poi essere
_poeta_.

Ne esce ancora limpidamente il concetto generale della divina Comedia,
che è l'abbandono della vita attiva, provata invano nella piaggia
diserta, e l'adozione della vita contemplativa, le quale consiste prima
in un esercizio di vita attiva che _disponga_ all'altra. Così Dante,
dopo il suo doppio esercizio settennale, è puro, e perciò _disposto_
alla contemplazione.

E sale con Beatrice.

Il lettore non mi creda mai di leggeri, ma nemmeno mi condanni e mi
respinga senza pensarci su, senza rileggere i passi a cui lo rimando, di
Dante o di Virgilio, senza dar sulla voce, se è un _Dantista_,
all'irrequieto amor proprio che vuol sempre ragion lui. Pensi alla
concordia dei singoli dati con l'intiera costruzione. Sopra tutto
rinunzi ai pregiudizi (che spero di mostrare al tutto mal fondati)
estetici, e non dica: Ma così Dante non sarebbe bello! ma così Dante
sarebbe mero teologo! ma queste sono vere sciarade! questi sono propri
indovinelli! Non dica codeste e simili cose. Può darsi, ripeto, che,
quando che sia, trovi (e per un uomo d'intelletto non so qual rammarico
possa esser maggiore) d'aver fatto un gratuito oltraggio non a me, pover
uomo davvero, ma proprio proprio proprio a DANTE ALIGHIERI!




LA MIRABILE VISIONE




I.

LA PRIMA VISIONE


La vita poetica di Dante comincia con un sogno.

Nel mezzo quasi della sua adolescenza, Dante incontrò per una via la
giovinetta che gli era piaciuta bambina, e poi aveva veduta sovente.
Egli stava molto pauroso; ed ella si volse a lui e gli mandò una parola
di saluto. Dante ne fu inebriato e sentì il bisogno di essere solo e di
pensare a lei. E rientrò in casa e si appartò nella sua camera, e
s'addormì e sognò di lei. La sognò involta in un drappo, che dormiva, e
non aveva altra veste che quel drappo (VN. 1-3).[17] Era (come si
dovrebbe credere seguendo il Boccaccio) il primo dì di maggio? e il
sogno dell'adolescente era avvenuto tra quella dolcezza del cielo e tra
quella varietà dei fiori, nella sera d'una festa? Dante, dal suo
deboletto sonno, si svegliò innamorato; ma gli parve, come avviene, che
l'amore fosse cominciato da un pezzo, sin da quando egli conosceva la
gentile persona di che aveva sognato; e che il sogno gli desse soltanto,
di quell'amore che cominciava in quel punto, la consapevolezza dopo
tanto tempo che durava (VN. 4)[18]. Questo io leggo in quel libello che
ognuno ha con sè, e può trovarvi scritte le parole che io vi trovo; e si
chiama il libro dell'anima, e si legge con la memoria. Ricordiamo,
dunque. Che cosa più spesso fu che trasformò d'un subito, nella nostra
anima ancor pura, la fanciulla che ieri ci indugiavamo a guardare,
nell'angiola che oggi non possiamo guardar più senza tremito e rossore?
E quasi fuggiamo per non vederla più quel giorno, quasi vederla fosse
fatica e dolore, e invece è gioia troppo viva, che va goduta a poco a
poco; se no, fa male al cuore. Che cosa fu, se non qualche meteora che
passò senza rumore sulla nostra anima sveglia, mentre il corpo dormiva?
Bisogna, io penso talvolta, che la coscienza del nostro essere sia
assopita, perchè noi concepiamo quella cosa soave e terribile che è
l'amore.

Dante sognò e così amò la fanciulla che sino ad allora gli era piaciuta.
Questa prima visione di Dante fu da lui veramente veduta, fu proprio un
sogno vero, sebbene qualcosa aggiungesse o accomodasse o interpretasse
nel racconto ch'e' ne fece ai fedeli d'amore. Nel fatto è verosimile che
la fanciulla gli apparisse involta in quel drappo solo; e ch'e' ne
sognasse la notte avendola veduta nel giorno. Il sonno era deboletto, e
fu pensamento che si trasmutò in sogno, (Pur. 18, 145) passando per
quella zona intermedia in cui errano, a fior del sonno, le imagini
conduttrici. Dante era in letto per dormire; e la fanciulla gli pareva
che fosse in letto e dormisse. Ed è verosimile che mentre nel giorno gli
s'era mostrata vestita di bianco, nella notte avesse il drappo di colore
_sanguigno leggeramente_ simile all'_umile e onesto sanguigno_ della
veste che aveva nel giorno ormai lontano della prima apparizione; e che
ella fosse nelle braccia d'alcuno; e che ella dormisse, e pur mangiasse.
Sì: che pur mangiasse; se ricordiamo il racconto del Boccaccio; “avvenne
che quivi mescolata tra gli altri della sua etade (de' quali così maschi
come femine erano molti nella casa del festeggiante), _servite le prime
mense_, di ciò che la sua piccola età poteva operare puerilmente, si
diede con gli altri a trastullare„. Come il drappo è del color d'allora,
così ritorna, nel sogno di Dante, anche l'atteggiamento d'allora, della
gentil bocca che si pasce. Ma la gentil bocca si pasce ora di ben altro
cibo; del cuore ardente del suo amatore. E anche questo è verosimile,
date le novelle allora diffuse de' cuori mangiati,[19] e dato il fatto
che, con la fanciulla così involta nel solo drappo e tra le braccia
d'alcuno, il cuore del sognatore batteva forte e diceva d'esserci, e
così chiedeva di entrare nell'inconsapevole costruirsi della visione.
Nei sogni (leggiamo quel nostro libello!), nei sogni ciò che sente la
nostra psiche incosciente si proietta su questa o quell'imagine; ma
tutto torna a lei. È il nostro io che si sdoppia e fa tra sè e sè di
grandi drammi con molte persone. Così chiunque avesse nelle braccia la
fanciulla assopita, e chiunque le desse quel cibo da lei ricevuto con
ispavento, chiunque paresse essere quello che prima era allegro e poi
piangeva, era l'anima di Dante che provava la delizia di quel peso e di
quella stretta, e prima allegria e poi dolore.

E Dante propose di far sentir il suo sogno a tutti i servi d'amore, e
fece un sonetto nel quale raccontava la sua visione. “Salute, o cuori
innamorati, e ditemi il vostro parvente. Erano passate tre ore della
notte stellata, e a me apparve Amore. Rabbrividisco nel ripensare come
era! Era allegro, e teneva il mio cuore in mano, e nelle braccia aveva
la donna che amo, involta in un drappo. E la donna dormiva, e Amore la
destava, e le dava a mangiare questo cuore che ardeva. E poi se ne
andava piangendo„. Il giovinetto poeta introducendo quest'Amore... Ecco,
lasciamo parlar lui. “Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle
ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò ch'io dico d'Amore, come se
fosse una cosa per sè, e non solamente sustanzia intelligente, ma sì
come fosse sustanzia corporale. La qual cosa, secondo la verità, è
falsa; chè Amore non è per sè sì come sustanzia, ma è uno accidente in
sustanzia. E che io dica di lui come se fosse corpo, e ancora sì come
fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui. Dico che lo vidi
venire... Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava... e però
appare ch'io ponga lui essere uomo. A cotal cosa dichiarare...„ il poeta
(a proposito del s. XIV, non di questo) dice che ai rimatori è conceduto
di parlare alle “cose inanimate sì come avessero senso o ragione„ e
farle “parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere„
(VN. 25). Ora che Dante vedesse in sogno[20] “uno accidente in
sustanzia„ così come fosse un uomo allegro e poi piangente, non lo
crederei così facilmente. Egli cominciò, col chiamare Amore sè o altra
persona, a interpretare il suo sogno; ma che non ci mettesse, di sè
cosciente, se non questo principio d'interpretazione, riesce chiaro dal
fatto che il sogno non è costruito in modo da prestarsi a una
interpretazione compiuta. Nel fatto che significava per Dante il sogno?
che la fanciulla s'era innamorata di lui, avendo mangiato il suo cuore?
così, dunque, come interpretò Cino, o qual fosse l'autore del sonetto
_Naturalmente chere_? Questi dice:

    Allegro si mostrava Amor venendo
    a te per darti ciò che 'l cor chiedea,
    insieme due coraggi comprendendo;

    e l'amorosa pena conoscendo
    che nella donna conceputo avea,
    per pietà di lei pianse partendo.
Amore si mostrava allegro, perchè concedeva così mercede all'amorosa
pena di Dante, e poi piangeva, perchè la donna avrebbe avuta lei
quest'amorosa pena? Dante dunque si sarebbe poi dinegato a lei? Sarebbe
stata la favola delle due fontane, alle quali si beve, a vicenda,
l'amore e il disamore? Dante avrebbe detto: “Io sarò libero della mia
pena, e quella che sino ad ora è stata — dormente, involta in drappo,
d'ogni pena fuore — la soffrirà lei„? Non è possibile. Il libello non
contiene, nè è impostato per contenere, gli affanni della donna, sì
quelli di Dante. O vogliam dire che a lui fosse manifesto “lo verace
giudicio del detto sogno„ qual fu manifestissimo dopo, che, cioè, esso
preannunziasse la morte della gentilissima? Checchè si voglia dire dei
presentimenti di Dante, è però impossibile ch'egli fabbricasse un sogno
o una visione, e la esponesse in un sonetto, per dire che la sua donna
sarebbe morta; e, di più, che ciò significasse col pianto d'Amore dopo
quel fiero cibo, quasi che l'amor di Dante la uccidesse. Guido
Cavalcanti interpretò meglio il sonetto (se bene interpretiamo lui), e
riuscì non ad altro che a mostrare che il sogno non dà senso
ragionevole, e perciò è vero sogno nel suo fondo.

    Di voi lo core ne portò, veggiendo
    che vostra donna la morte chedea:
    nodrì la d'esto cor di ciò temendo.

    Quando t'apparve che sen già dogliendo,
    fu dolce sonno ch'allor si compiea,
    che 'l su' contraro la venia vincendo.

Il che vuol dire:[21] “Amore prese il tuo cuore, di cui la tua donna
voleva la morte. Le lo diede a mangiare, perchè non lo facesse morire;
ossia ti concedesse mercede, rimeritasse d'amore il tuo cuore, ossia te.
Il dolor d'Amore poi venne dal fatto che la donna si svegliò, appunto
per il ministrare di quel cibo, dal suo dolce sonno, vinta dal contrario
del sonno; e così non avrebbe continuato a pascersi del tuo cuore„.
Ebbene quest'interpretazione non sta, perchè Amore non pasceva qui la
donna addormentata pian piano che non si svegliasse, bensì la svegliava
per pascerla. Guido per dare un giudicio ragionevole faceva forza alla
lettera del sonetto. Interpretava in vero che Amore involontariamente
svegliasse la donna, nel pascerla.

Il sonetto, dunque, contiene un vero sogno di Dante, sogno che appunto
perchè è vero, non si presta a interpretazioni; ma ha inoltre una
circostanza inventata, la quale, ripeto, è un principio di
interpretazione che non poteva essere compiuta. Sembra che Dante volesse
esprimere il comune concetto dell'amore che comincia con canti e suoni e
finisce con lagrime, dell'amore che è gioia e dolore, che è dolce amaro.
Il qual concetto è spesso in lui, come:

    di fuor mostro allegranza,
    e dentro da lo core struggo e ploro;
                             (VN. s. 2)

e anche:

    altro sperando m'apporta dolzore,
    altro pianger mi fa spesse fiate;
                             (VN. s. 6)

e va dicendo. E c'è, esposto in prosa e in versetti latini, subito nel
primo capitolo dove “lo spirito de la vita„ trema avanti il dio più
forte di lui, e “lo spirito animale„ maraviglia avanti l'apparizion
della beatitudine, e “lo spirito naturale„ comincia a piangere e dice
piangendo: Misero me! Ora perchè tal concetto nel sogno potesse
riferirsi a Dante che aveva sognato, bisognava che il cuore non lo
avesse mangiato la donna, sì esso; o meglio, che la donna non volesse
mangiarlo, sì che Dante restasse innamorato solo, senza speranza di
mercede. Ma sì; lo mangiava, sebbene con qualche ribrezzo, _paventosa_;
e Amore si studiava di vincerne la ritrosia pascendola con atti più
propri di servo, che di signore qual egli è: _umilmente_. Che così mi
par d'intendere. Or dunque Dante giovinetto del suo sogno vero volle
fare, con suoi versi alquanto impacciati, una visione che avesse senso,
e non ci riuscì. Ma se il sogno è vero, vera è anche la donna che
involta in un drappo pasce il cuor di Dante sul bel principio della vita
poetica, quasi in sul mezzo della adolescenza di lui.[22]




II.

L'ANGIOLA


Quella vera donna si chiamava Bice:

    Guido, vorrei, che tu e Lapo ed io
    fossimo presi per incantamento,
    e messi ad un vascel, ch'ad ogni vento
    per mare andasse a voler vostro e mio;

    sicchè fortuna od altro tempo rio
    non ci potesse dare impedimento,
    anzi, vivendo sempre in un talento,
    di stare insieme crescesse il disio.

    E monna Vanna e monna Bice poi[23]
    con quella ch'è sul numero del trenta,
    con noi ponesse il buono incantatore;

    e quivi ragionar sempre d'amore:
    e ciascuna di lor fosse contenta,
    siccome io credo che sariamo noi.
                            (Ca. s. 2)

Con quello cui egli chiamava primo de' suoi amici e che fu risponditore
al primo sonetto, Dante parla di monna Bice; e del caro segreto è
partecipe un terzo gentile rimatore: non altri. L'anima del giovinetto
“era tutta data nel pensare di _quella_ gentilissima„. (VN. 4) Egli
intristiva e “a molti amici pesava de la _sua_ vista, e molti pieni
d'invidia già si procacciavano di sapere di _lui_ quello ch'_e'_ volea
del tutto celare ad altrui„. Del qual tempo è forse il sonetto di Guido
a lui:[24]

    I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte.

Leggiamolo in vero interpretando: “Io ti vengo a trovare (senza che tu
mi vegga: v. 11) in ispirito, io penso a te a ogni momento del giorno, e
ti trovo _pensar troppo vilmente_„. O che è questa viltà? Può ben
essere, mi pare, tale, quale Guido altrove[25] dice di sè:

    L'anima mia vilment'è sbigottita
    dalla battaglia ch'ell'ave dal core,
    · · · · · · · · · · · · · ·
    Sta come quella che non à valore
    ch'è per temenza dallo cor partita:
    e chi vedesse com'ell'è fuggita
    dirìa per certo: questi non à vita.
    Per li occhi venne la battaglia in pria
    che ruppe ogni valore...

Può ben, mi pare, riferirsi a quella “sì fraile e debole condizione„ di
che era divenuto Dante in picciol tempo. Continua Guido: “Allora mi
duole della gentil tua mente„ (nel sonetto decimo è: _sì che del colpo
fu structa la mente_), “e d'assai tue vertù, che ti son tolte„; le quali
vertù non son cose troppo differenti dal “valore„ che fu rotto in Guido,
come “distrutto„ appariva Dante dall'amore e dalla sua donna. Nè
pensiamo certo a male quando altrove (VN. 15) Dante stesso dice: “S'io
non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto ch'io le potessi
rispondere, io le direi...„ Ancora: “Già prima schivavi la moltitudine e
l'_annoiosa gente_; ma di me parlavi con tanto affetto, perchè io aveva
inteso parola per parola il tuo sonetto primo.[26] Ora non ardisco più
mostrare[27] che le tue rime mi piacciano, e ti vengo a trovare solo in
ispirito, con questi rimproveri, con questo sonetto che tu devi leggere
e rileggere per guarire„.

Checchè sia di ciò, a Guido dunque e a Lapo, se non ad altri, rispose
qualcosa di più di ciò che rispondeva a molti amici, quando “si
procacciavano di sapere di _lui_ quello ch'_e'_ volea del tutto celare
ad altrui„. A questi rispondeva “che Amore era quelli che così _l'_avea
governato„; a Guido aveva detto che era monna Bice. Ma per gli altri
questo nome andava confuso in mezzo ai nomi “di sessanta le
più belle donne de la cittade„, nel serventese che Dante compose
“specialmente„[28] in onore della gentile donna dello schermo. Al qual
serventese Dante allude nel sonetto, _Guido, vorrei_. Ora in esso il
nome di Bice era _in sul nove_. Addivenne ciò per deliberato pensiero
del poeta o meravigliosamente, come esso dice? Certo, o fosse caso o
proposito, questo ritrovarsi di Bice in sul nove fu causa o effetto di
quelle considerazioni che Dante aveva fatte o doveva fare sull'età di
lei quando prima gli apparve, e sull'intervallo d'anni tra
quell'apparizione e il saluto, e sull'ora della notte in cui sognò di
lei. Più probabile fosse causa, poichè, quanto alla età, sarebbe stato
per il senso che dal nove traeva Dante, miglior avviamento, che nove
anni avesse Bice, non Dante, e, quanto all'ora, ch'ella fosse l'ora nona
delle dodici notturne, già piccole, se era di Maggio (Co. 3, 6; 4, 23);
sì che le ultime due o tre di poco avrebbero preceduto il tempo

                    che comincia i tristi lai
    la rondinella presso alla mattina,

tempo, “nell'alba che precede il giorno„, proprio al sognar verace. Chi
non sente invero l'impaccio e lo sforzo in quel pensamento sull'ora
quarta della notte? “Trovai che l'ora... era stata la quarta della
notte: sì che appare manifestamente ch'ella fu la prima ora delle nove
ultime ore della notte„. Ma sì il tempo della prima apparizione, sì
l'ora della prima visione, sono veri, e Dante ci si dovè ingegnare
attorno per riconoscervi un qualche segno divino.[29] Invece il
collocamento di Bice in sul nove del serventese, o fosse caso o fosse
proposito, fermò l'attenzione del giovinetto, che o determinò prima o
ravvisò poi in quel nove qualcosa di significativo. E forse tal fantasia
fu suggerita dai nove anni nei quali S. Agostino dice d'aver sedotto ed
essere stato sedotto.[30] A ogni modo, questo nove si sa che è. “Più
sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu
ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del
tre è la radice del nove, però che senza numero altro alcuno, per sè
medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove.
Dunque se 'l tre è fattore per sè medesimo del nove, e così il fattore
de' miracoli è tre, ciò è Padre e Figliolo e Spirito santo, li quali
sono tre ed uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove
a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno miracolo, la cui
radice, ciò è del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade„.[31]

Bice era dunque un miracolo di Dio, nè per ciò s'ha a credere ch'ella
fosse per Dante altro da quel ch'ell'era: (VN. 26 s. 7)

                  una cosa venuta
    di cielo in terra a miracol mostrare;

una “pargoletta bella e nuova„ che dice di sè: (Ca. b. 8)

      son venuta per mostrarmi a vui
    delle bellezze e loco, dond'io fui.

    Io fui del cielo e tornerovvi ancora
    per dar della mia luce altrui diletto;
    e chi mi vede, e non se n'innamora,
    d'Amor non averà mai intelletto.

    · · · · · · · · · · · · · ·
    Le mie bellezze sono al mondo nuove,
    perocchè di lassù mi son venute

    · · · · · · · · · · · · · ·
    Queste parole si leggon nel viso
    d'un'Angioletta che ci è apparita;

sì; un'angiola giovanissima, quando non aveva ancor nove anni, e si
conservò angiola, anche quando non fu più bambina, e “diceano molti, poi
che passata era: — Questa non è femina, anzi è uno de li bellissimi
angeli del cielo — „ (VN. 1 e 26); e fu più angiola che mai, quando nel
cielo tornò, sì che Dante “ricordandosi di lei disegnava uno angelo
sopra certe tavolette„ (VN. 34). Ma quest'angelo e questa maraviglia
celeste aveva un genitore terreno e aveva alcuno, quando il padre morì,
a lei “tanto distretto di sanguinitade... che nullo più presso l'era„ e
si aggirava visibilmente per le vie di Fiorenza con sue amiche visibili,
e si trovava talora non molto discosto da quella monna Vanna, chiamata
Primavera, (VN. 22, 32, 24) con la quale Dante già avrebbe voluto che
fosse nel vascello incantato. E angiola pareva a Dante, non solo per ciò
che a ognuno la donna amata par angiola, ma anche perchè era devota
della Madonna, “di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fu in
grandissima reverenzia ne le parole„ di lei; “di quella reina della
gloria„ di cui ella ascoltava le laudi in chiesa, (VN. 28 e 5); e
l'amatore frattanto in estasi, la sguardava, pauroso d'esser veduto
sguardarla. Ella era una giovanetta pia, che suscitava buoni pensieri
nel cuore di Dante. Egli diveniva nobil cosa nel vederla, e nasceva in
lui ogni dolcezza nel sentirla parlare (VN. 26 e 21), e seguendo gli
occhi giovinetti di lei era “in dritta parte volto„ (Pur. 30, 121).




III.

LA SPERANZA DE' BEATI


E un giorno (VN. 19) “passando _egli_ per un cammino„ lungo un rivo
chiaro molto, venne in volontà di dire, e la sua lingua parlò quasi come
per sè stessa mossa e disse:

    Donne ch'avete intelletto d'amore!

Quel giorno fu un gran giorno per Dante, perchè la canzone che egli dopo
“alquanti dì„ cominciò “con quel cominciamento„, è tale che per essa
egli può essere, a suo avviso, designato così: (Pur. 24, 49).

                  colui che fuore
    trasse le nuove rime _cominciando_,
    Donne ch'avete intelletto d'amore.

E fu solenne cominciamento davvero, se quella canzone è posta da lui ad
esempio dopo la nobile definizione del genere poetico a cui appartiene,
così (VE. 2, 8, 7): “_Dicimus ergo quod cantio, in quantum per
superexcellentiam dicitur, ut et nos quaerimus, est aequalium stantiarum
sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos
ostendimus cum dicimus_, Donne, che avete intellecto d'amore„. E in
questa medesima opera la reca per esempio anche altrove (2, 12, 3). Di
più: nel libello della Vita Nova, dopo averla divisa per aprirne
l'intendimento, aggiunge: “io temo d'avere a troppi comunicato lo suo
intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s'ella avvenisse
che molti lo potessero udire„. Ora di questa canzone, che nacque da uno
spirar subito e che fu cominciata — dopo giorni di studio, e che è
dichiarata dall'autore stesso piena d'un misterioso senso, ch'egli vuole
e non vuole sia aperto; di questa canzone che è, in cotal guisa, la
canzone tipica, la tipica _aequalium stantiarum... tragica coniugatio_,
e che è il cominciamento delle nuove rime che Dante trasse fuori,
scotendo i vecchi rimatori; di questa canzone che è la prima ad aver per
materia la loda della gentilissima (nova materia dilettevole a udire), e
che, come dopo il subito cominciamento volle alquanti giorni di
meditazione, così prima d'esso fu causa di molti dubbi e di poco ardire
e d'una dimora pur “d'alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di
cominciare„ (VN. 17 e 18); di questa canzone bisogna indagare il senso
con tanto studio con quanto l'autore la fece, e con tanta aspettazione
quanta egli ci fa nascere con le sue parole. Perchè in vero il suo
intendimento, ch'egli temeva si fosse comunicato a troppi, pare non si
sia comunicato a nessuno.

Che vuol dire, in verità, la stanza seconda?[32]

    Angelo chiama in divino intelletto,
    e dice: “Sire, nel mondo si vede
    meraviglia ne l'atto, che procede
    da un'anima, che fin quassù risplende.„
    Lo cielo, che non ha altro difetto
    che d'aver lei, al suo Signor la chiede,
    e ciascun santo ne grida merzede.
    Sola pietà nostra parte difende;
    chè parla Dio, che di madonna intende:
    “Diletti miei, or sofferite in pace,
    che vostra speme sia quanto mi piace
    là, dov'è alcun che perder lei s'attende,
    e che dirà ne lo inferno a' malnati:
    Io vidi la speranza dei beati.

Il nostro pensiero per un minuto non stia pago al solito garrulo buon
senso dei Dantisti, ma si degni di trasportarsi a' tempi di Dante. Ecco:
il nostro pensiero è subito sorpreso da un accoppiamento tra acuto e
stolto di parole, di quelli che fanno maravigliar prima e appagar dopo:
_oxymoron_, che quel solito buon senso non può da sè avvertire.
L'accoppiamento strano è “la speranza de' beati„. Invero “la speranza
non è nei beati„ come “non è nei dannati„.[33] È trita sentenza questa;
onde la frase di Dante, se non a noi, certo ai lettori un po'
addottrinati del suo tempo, faceva l'effetto che dissi, di motto prima
strano e poi ingegnoso. Il qual effetto è accresciuto da quel _vidi_,
poichè quel verbo è nella frase di San Paolo che il Dottore riporta, e
che è il fondamento di tutta quella dottrina della speranza.

La quale dottrina indubbiamente è riflessa in quella stanza. Per vero
sono in essa nominati i due ordini di esseri, ne' quali non può aver
luogo la speranza: i beati del cielo e i malnati dello inferno. È in
essa un chiedere, un gridar merzede, un chiamare che specchia questo
concetto: i beati sperano per gli altri la beatitudine. E vi è una pietà
che difende la parte di qualcuno, la nostra, quella degli uomini; e
questa pietà non è dissimile dall'amor di carità, che si dice dal
Dottore essere la virtù, per la quale i beati sperano la beatitudine per
gli altri. E Dio dice: La vostra speme stia laggiù; ossia non stia nel
cielo. È lo stesso concetto che in Par. 33, 10:

    Qui se' a noi meridiana face
    di caritade e giuso, intra i mortali,
    se' di speranza fontana vivace.

E il Dottore dice che nel cielo non è la speranza e dice che c'è l'amor
di carità; che la carità è sì nel cielo, mentre la speme dimora là,
dove... da noi, insomma, viatori della vita, non in cielo non tra i
beati. E aggiungo, per sommergere ogni dubitare, che il passo di San
Paolo, di cui una frase è citata dal Dottore, suona così nella sua
interezza: “_Spe enim salvi acti sumus._ Spes autem quae videtur, non
est spes: _nam quod videt quis, quid sperat?_„ Nel qual passo si osservi
per ora la locuzione, soltanto la locuzione: “la _speranza_ che si
_vede_, non è speranza„. E Dante dice, al contrario “_io vidi la
speranza!_„.

Ma traduciamo in nostro umile linguaggio il _mito teologico_,[34] quale
da questi raffronti sospettiamo subito che ci sia, come del resto, anche
senza raffronti, ognuno pensava che ci fosse. È un dramma in cielo. Il
Poeta dice: “Donne voglio dirvi in che modo lassù non ci sia la virtù
della speranza. Questa virtù sapete chi è? È madonna. Gli angeli e i
santi la vorrebbero con loro in cielo. Ma l'amor di carità che là
fiammeggia, parla per bocca di Dio, e dice che la speranza ha da rimaner
nel mondo, a ciò che il suo amatore, che è per perder l'una cioè anche
l'altra (poichè la donna è anche la speranza), possa dire nell'inferno
ai dannati: O voi che non avete speranza di bene, io non son come voi:
io vidi la speranza la quale i beati (a cui ella non fa mestieri)
lasciarono in terra...„; e, soggiungo io, PERCIÒ FUI SALVO. Lo aggiungo
io, ma è nel pensier di Dante che aveva in mente il passo di S. Paolo:
_spe... salvi facti sumus_.

Questo mito non ha soltanto un senso particolare rispetto a Dante, ma
generale rispetto a tutti. Il poeta dice: “La virtù della speranza, che
nei beati, in cielo, non può aver luogo, _evacuatur_; rimane, per voler
di Dio pietoso, in terra tra noi, perchè noi possiamo salvarci„. Quanto
a sè, Dante afferma ch'essa speranza è come incarnata nella sua donna,
la quale è duce e via alla sua salvazione. Il che, per Dante e per
tutti, nel senso particolare e generale, è chiaramente espresso nei
versi 41-2:

    Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato,
    che non può mal finir chi l'ha parlato;

cioè _spe salvi facti sumus_: chi ha speranza, non finisce male, non è
malnato; non incorre, cioè, nella finale disperazione; è salvo.[35]

Ma Dante, pur teologizzando, è poeta, e intrecciando miti e ragioni,
riesce con apparente assurdità a quell'effetto della poesia che è la
maraviglia. Qui egli ha nel pensiero due dati: uno, teologico: in cielo
non è la virtù di speranza, ma solo ardor di carità per il quale (e non
per la virtù di speranza) i beati sperano la beatitudine ai viatori di
questo mondo; l'altro, poetico: Dante e la sua donna sono due viatori
(come sovente il Poeta si raffigura in cammino!) di questo mondo, e
Dante in quella donna che ama, vede (cosa assurda, e pur vera!) vede,
sì, la speranza. Co' due dati, che cosa nasce? Gli angeli e i santi, nel
loro ardor di carità, sperano la beatitudine della gentile viatrice; ma
essa viatrice è la speranza della contemplazione di Dio per alcuno; e se
è la speranza, deve rimanere col viatore; anzi coi viatori; che se è la
speranza d'alcuno, è la speranza, dunque è la speranza di tutti; e deve
rimanere in terra appunto per effetto di quell'ardor di carità o pietà,
per il quale gli angeli e i santi sperano che venga in cielo. Come
donna, è aspettata in cielo, come speranza, deve rimanere in terra; e
l'una cosa e l'altra sono parimenti ragionevoli. Onde la maraviglia del
lettore, se intende. Ma intendere è difficile. Sicuro: non lo dice il
Poeta?

E ora qual simbolo è nella Beatrice della Divina Comedia? Beatrice è[36]
“la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e
dilettevole intelligenza di verità„.[37] Non ci par possibile dubitare
che codesta “speranza de' beati„ che dimora in terra, e che è una donna
amata da Dante, non sia qualcosa di simile a quell'altra speranza della
contemplazione di Dio, che anch'essa è una donna, Rachele, amata,
desiderata, portata in cuore, bella, chiara, piena di diletto e gioia e
luce.

Dante ha dunque in questa canzone trasfigurata l'angiola in una speranza
di contemplazione, che non è poi altro che “sapienza„ bella e perfetta,
desiderata e sperata. Bice è propriamente trasfigurata; e il concetto
che una giovinetta pia conduce al bene col suo dolce amore l'amante, non
ispirandogli se non buoni pensieri, si è mutato in un dramma mistico in
cui entrano Dio e Santi e Angeli e dannati; e Dante, che dirà... E Bice
non sarebbe più chiamata, se il Poeta la nominasse qui ne' suoi versi,
se non col suo nome intero, Beatrice; e già più che alla giovinetta
dormente nelle braccia d'Amore, rassomiglia alla Sapienza di cui un
ispirato scrittore, sotto il nome di Salomone, diceva:[38] “Io l'ho
amata e cercata sin dalla mia giovinezza e procacciato di prenderla per
isposa, e son divenuto amatore della sua bellezza„.




IV.

MENTIS EXCESSUS


Ne lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai
malnati quelle parole che suonano: “_Spe salvus factus sum_; per la
speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra,
e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero
alla Comedia. Ivi Dante perde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a
bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e
va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà
all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115,
119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo:
“Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida
all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri
d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo,
e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta.
(Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto
in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo
della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui
ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel
fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La
“speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a
togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in
questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.

Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la
Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto
fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non
direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile
testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela.
Un'altra tela, anzi.

Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi
morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai
persona viva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che
in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi
ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro
viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e
mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto
amara che _poco_ è _più_ morte), passa un fiume, morendo; lo passa coi
segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39]
L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una
donna morta.

Ebbene la canzone seconda della Vita Nova contiene una visione in cui
queste idee di morte si rincorrono e s'intrecciano come in quella più
alta visione della Comedia. (VN. 23, c. 2). Dante era infermo e
“chiamava spesso morte„. Una donna pietosa si mise a piangere. Altre
donne fecero partir via quella, e si diedero a consolar lui, che si
riscuote dalla sua “fantasia„ col nome di Beatrice più nel core che
sulle labbra. E riscosso, narrò alle donne ciò che aveva veduto e udito
in sogno o in delirio. Egli pensava alla brevità della sua vita, quando
Amore gli pianse nel cuore: “ben converrà che la mia donna mora„. Chiuse
gli occhi “vilmente gravati„, e allora delirando vide

    visi di donne... crucciati
    chè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]

Poi vide nel vano imaginare “cose dubitose molte„. Gli parea d'essere
non sapeva “in qual loco„. Nella prosa egli spiega in qual loco gli
pareva d'essere, perchè dice: “M'apparvero certi visi diversi e orribili
a vedere, li quali mi diceano — Tu sei morto! — Così cominciando ad
errare la mia fantasia, venni a quello, che non sapea ov'io mi fossi„.
Io ricordo il viatore oltremondano che dopo aver patita la morte
mistica, _l'alto sonno_, tra il terremoto della redenzione, e il vento e
il lampo battesimale, si riscuote e guarda e riguarda dritto levato “per
conoscer lo loco„ dov'era. Era nella gran tomba.[41] Non anche nella sua
“nova fantasia„ d'infermo? E anche qui sente lagrimare e tragger guai in
foco di tristizia, come là, non appena fu dentro alle segrete cose. E
poi qui vide oscurarsi il sole ed apparire i segni del grande
sconvolgimento, quali sono nell'Apocalissi e in parte alla morte di
Gesù: la terra trema qui, come nel passaggio dell'Acheronte; qui
s'oscura il sole, là buia è la campagna; qui piangono sole e stelle, là
lagrimosa è la terra (nè sole nè stelle sono laggiù). Un “omo„ appare
“scolorito e fioco„ tra quell'oscurarsi, piangere, cadere, tremare; e
non si può non pensare a colui che “per lungo silenzio parea fioco„ e
disse: — Non uomo, uomo già fui — . E quest'“omo„ annunzia la morte
della donna “che era sì bella„, mentre l'altro che uomo non era ma era
stato, ed era pur fioco anch'esso, viene da parte d'una donna beata e
bella, di quella donna medesima ch'era più bella che mai, poichè, sì,
era morta. E qui Dante invero la vede tornar su con gli angeli nella sua
patria celeste:

    Levava gli occhi miei bagnati in pianti
    e vedea, che parean pioggia di manna,
    li angeli che tornavan suso in cielo,
    ed una nuvoletta avean davanti,
    dopo la qual gridavan tutti — Osanna.

Gli angeli avevano da Dio impetrato ciò che chiamavano. Dante si trovava
(ma nel fantasticare vano d'un delirio) nella condizione prevista da
Dio: egli ha perduto “lei„. Amore in fatti (e chi è quest'Amore se non
quell'_omo scolorito e fioco_?, ma Dante, nella prosa, dice prima
_alcuno amico_ e poi _il cuore ov'era tanto amore_) parla a Dante ed
esclama:

    Vieni a veder nostra donna che giace.

E io ricordo che nella Comedia quel non uomo ma che fu uomo, ed è fioco
al suo apparire, conduce Dante a veder la sua donna, che non giace no,
ma trionfa nella sua seconda vita; e che egli lo chiama sì, Virgilio, ma
intende “studio cioè amore„. Nella canzone, Dante va a vedere la donna
morta cui le donne ricoprono d'un velo (non quel medesimo, candido, su
cui era la ghirlanda d'oliva là nella divina foresta?), e sente
desiderio della morte alla quale esso assomiglia nel colore. E solo
rimasto, guarda verso il cielo, ed esclama:

    Beato, anima bella, chi ti vede!

Nella qual esclamazione è espressa più fortemente che prima, la bramosia
di morire e di essere di quei beati che vedono quella donna, che è ormai
pura anima, beata e bella.

Dunque Dante è infermo, e invoca la morte e sembra morto, e presentisce
la morte della donna amata; ed ecco si sente dire: Morrai! morrai! e sì,
è morto: è in non sa qual luogo dove ascolta lagrime e guai di
tristizia, e tra segni di morte impara da un uomo scolorito e fioco che
la sua donna è morta; e la vede invero salire al cielo, e poi con Amore
va a vederla morta; e invoca la morte, vuol morire anch'esso per veder
lei ed essere beato.

In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del
poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella
precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli
vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono,
come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che
attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in
faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero
e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di
segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si
scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente
l'equivalenza della donna che è speme, alla _spes aeternae
contemplationis_ di S. Agostino, la quale è istessamente luminosa
sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il
santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e
perfetta sapienza; “ma ciò non è possibile _in terra morientium_„. Dante
nella canzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la
sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal
corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo
padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo
corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a
troppe cose ha da pensare„.[42] Morire, dunque, bisogna, se si vuol
vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna
di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa?
Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e'
voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare
morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può
avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che
Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San
Vittore, nello imaginarla morta.[43] Invero questi così discorre: “Per
Beniamino propriamente s'intende _l'atto della intelligenza pura_, la
intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza
mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera,
sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo
desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore;
imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i
limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume
divino, la umana ragione soccombe. Questo è il morir di Rachele dando a
vita Beniamino.

Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana
ragione, quando diceva: _Scio hominem, sive in corpore, sive extra
corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium
caelum!_[44]

... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione,
non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a'
cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la
partita della mente (_per mentis excessum_), sono rapiti sopra se
stessi„.

Dunque la morte di Rachele è dichiarata come _mentis excessus_. E mentre
tale _mentis excessus_ si può dichiarare come una morte di sè, in quanto
l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato
in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche
dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale
già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di
Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzone _Donne che avete_ con
la canzone _Donna pietosa_, faccia di sognare e che esso muoia e che
muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce
e parte, cioè muore la sua donna.

Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamo concludere, non che scrivendo
la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la
prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la
seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che
trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla
natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un
delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla
sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse
veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono
impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua
donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur
viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della
contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe
finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di
cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè
Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e
ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà
dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che
poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era
intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e
non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.




V.

I SIMULACRI D'AMORE


Dante dunque preparava avanti la morte di Bice una, se non comedia,
divina tragedia in canzoni? Delle quali, due sole fece; e in esse la
donna amata è trasformata già, come nel poema sacro, a significare la
sapienza che è speranza dell'eterna contemplazione, e che fa beato chi
la vede. Ci è a noi lecito entrare talmente nel pensiero di Dante, da
trarne qualche altra notizia di questa “tragedia„ che cominciò e non
finì? Qualche altra notizia, sì forse, studiando quali erano i concetti
e le imagini che passavano a quel tempo per la sua anima.

La canzone _Donne che avete_ fu composta dopo che, come Dante in seguito
scrisse, “quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i
vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte _gli_ negò lo suo
dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la beatitudine _di lui_„.[45]
Or, poichè gli fu negata tale beatitudine, cadde in grande dolore e si
partì dalle genti e solingo bagnava la terra di lagrime. E si chiuse
nella sua camera e “chiamando misericordia a la donna de la cortesia e
dicendo — Amore, aiuta il tuo fedele — „ s'addormentò “come un
pargoletto battuto lagrimando„. E nel mezzo al suo dormire, gli apparve
seduto lungo lui un giovane vestito di bianchissime vestimenta. E io
ricordo qui subito l'apparizione di quell'Ombra che nella Comedia è
simbolo di studio o amore. Virgilio si mostra a Dante, quando questi ha
perduto “la speranza dell'altezza„. Appena Dante lo vide nel gran
deserto, gridò a lui, _Miserere di me_; come in questa visione
giovanile, dice prima d'addormentarsi, dice in una camera solitaria, ad
Amore: Aiuta il tuo fedele! Prima però di questa esclamazione, egli ne
ha diretta un'altra “a la donna della cortesia„, chiamando misericordia.
E nella Comedia si legge d'una donna gentile che si compiangeva di Dante
smarrito, e chiamava Lucia, di cui Dante era fedele, la qual Lucia si
volgeva a Beatrice, di cui Dante era amico. La donna della cortesia, cui
prima d'addormentarsi il giovine innamorato chiamò misericordia, è forse
Beatrice stessa? o non forse quella Donna Gentile, la cui (Par. 33, 16)

      benignità non pur soccorre
    a chi domanda, ma molte fiate
    liberamente al domandar precorre?

quella in cui è misericordia? quella che è tra i mortali fontana vivace
di speranza? Mi pare verosimile che Dante chiamasse misericordia, non
all'assente sua donna, ma a quest'altra ognor presente, e che è sì
cortese che anche non chiamata, risponde; e chiamasse misericordia a
quella in cui è misericordia.

A ogni modo, anche se si deve intendere che Dante s'addormenti dopo
l'invocazione angosciosa alla sua donna e ad Amore, e addormentato abbia
la visione d'Amore, ciò si riscontra con la Comedia, non meno di quello
che si riscontrerebbe, se la donna della cortesia fosse la Donna
Gentile. Poichè se, nella Comedia, la Donna Gentile chiede Lucia cioè la
Grazia, e questa ricorre a Beatrice, e Beatrice invia Virgilio a colui
che aveva perduta la speranza e piangeva e s'attristava in tutti i suoi
pensieri; in tale dramma è implicito un grido mandato dall'anima di
Dante. La Donna Gentile può aver precorso il domandar di Dante; sta
bene, poichè è di lei consueto; ma come? Chiedendo Lucia, cioè la
Grazia; e la Grazia opera appunto nel cuore di quegli cui è data,
sebbene gratuitamente data, cioè data per suggerimento di una che
precorre il domandare. E questa Grazia operò richiamando, nel cuor del
suo fedele, Beatrice, cioè la già tanto amata Sapienza, la quale gli
suggerì lo studio, o amore di lei, per qualche anno dismesso. La volontà
di Dante entra dunque, a ogni modo, in questo affannarsi di donne
celesti e in questo accorrer dell'Ombra a lui. Volle, egli, esser salvo,
e d'esser salvo chiese; chiese per una grazia che gli fece la Madonna di
cui era devoto. Per essere anche più chiari ed esatti, nel tempo che
perdeva la speranza dell'altezza, lo soccorse “la speranza dell'eterna
contemplazione„, la quale, per essere personificata in una Beatrice, non
è però meno un fatto intimo dell'anima di Dante: Dante sperò, dunque. E
ciò è tanto vero che subito dopo i primi rimproveri di Beatrice, gli
angeli, quand'ella tace, cantano: _In te, domine, speravi_. (Pur. 30,
83). E dunque, si rivolgesse egli a Maria o a Beatrice, alla fonte della
speranza o alla speranza stessa, Dante fece allora, con quella
invocazione, un atto di speranza tal quale fece poi nel perdere la
speranza dell'altezza.

Se nella Comedia è fedele, oltre che di Beatrice, anche di Lucia, nella
Vita Nova è fedele d'Amore. Fedele d'alcuno è sì qui e sì là, dunque; e
se giovasse insistere, si potrebbe dimostrare che non c'è molto divario
tra esser servo della Grazia di Dio e di Beatrice, ed essere servo del
“Signore de la nobilitade„. Ma, in fine, io non voglio se non trovare le
traccie della Comedia nella Vita Nova; le traccie prime, non il disegno
perfetto. E quali sono in vero queste traccie! Virgilio è studio e
amore, ed è “del magnanimo quell'ombra„, che caccia ogni viltà dal cuore
del suo discepolo. E lo Amore della Vita Nova, non è il signore della
nobilitade? cioè non viltà, cioè magnanimità? E Virgilio dice sovente,
Figliuolo, a Dante, e Dante dice, Padre, a Virgilio; e nella Vita Nova
Amore chiama sospirando il “pargoletto battuto,„ e gli dice: _Fili mi_.
E Dante è nella Vita Nova figlio e anche servo o fedele d'Amore, come
nella Comedia è di Virgilio, oltre figlio, anche servo, se Virgilio è
suo signore. E poi questo giovane vestito di bianchissime vestimenta
dice di Beatrice, _Quella nostra_, e professa di poter ragionare a lei:
— “e di ciò chiama testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che
gli le dica: ed io, che son quelli, volentieri le ne ragionerò„ onde il
poeta dice alla sua Ballata; (VN. 12 b. 1)

    Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore,
    e con lui vadi a madonna davanti...

Ebbene anche Virgilio parla con Beatrice e a Beatrice riconduce Dante.
Ma c'è di più. Dante “per altro viaggio„ è giunto al cospetto di
Beatrice. Ella è adirata con lui. Perchè? Perchè aveva volti (Pur. 30,
130)

            i passi suoi per via non vera
    imagini di ben seguendo false.

E poi ella si spiega più particolarmente, accennando a pargolette e
altre vanità. (Pur. 31, 58) E Dante ascolta i rimproveri con sospiri e
pianti d'angoscia, confuso, pauroso e con nuove lagrime e sospiri, e poi
con un sospiro amaro, e sempre e tuttavia piangendo; e infine (Pur. 31,
64)

    quali i fanciulli vergognando muti,
    con gli occhi a terra, stannosi ascoltando,
    e sè riconoscendo, e ripentuti.

E nella Vita Nova egli racconta (12): “poi che la mia beatitudine mi fu
negata, mi giunse tanto dolore, che, partito me dalle genti, in solinga
parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime: e poi che alquanto
mi fue sollenato questo lagrimare, misimi ne la mia camera là ov'io
potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia a la
donna de la cortesia, e dicendo: — Amore, aiuta il tuo fedele, —
m'addormentai, come un pargoletto battuto lagrimando„. Le stesse lagrime
e lo stesso pentimento, poichè il dolore di Dante era, come si vede
dall'ultimo paragone, un pentimento. Il fanciullo ha, nella Comedia,
solo rimproveri; nella Vita Nova il pargoletto tocca anche delle busse.
Or quale era stata la colpa del pargoletto battuto? Assomiglia molto a
quella del fanciullo ripentuto. Questi aveva seguito _false imagini di
bene_; quegli doveva smettere, gli dice Amore, _simulacra nostra_, cioè
“le finte„ se non volete dir, false “imagini d'amore„. E Dante, sempre
per consiglio d'Amore, invia a madonna una ballata “adorna di soave
armonia, ne la quale„ Amore dice d'esser per essere “tutte le volte che
sarà mestiere„, una ballata, nella quale dice che madonna è adirata ver
lui, per aver esso guardata “altra„ donna che lei. E Beatrice al suo
amatore, lassù nella divina foresta, quando, si direbbe, fu sollenato
quel tanto lagrimare, dolcemente (31, 58) rimprovera (ripetiamolo),

    Non ti dovean gravar le penne in giuso,
    ad aspettar più colpi, o pargoletta,
    o altra vanità con sì breve uso.

Ma (si dirà) nella Vita Nova Dante poteva dire che il suo cuore non
mutò; il che non poteva ripetere nella Comedia. In verità tutti i
rimproveri di Beatrice s'accentrano in quello d'incostanza, in quello di
manco di prudenza per aver preferito donne sia pur gentili a lei
gentilissima[46]. Ora qui, in questo antico episodio, non si tratta
d'incostanza (s'insisterà), poichè le donne che Dante passava per aver
amate preferendole alla gentilissima, non erano più che schermi e difese
dell'amor suo. (VN. 5, 7, 9, 10). E tuttavia, che vuol dir egli Amore
con quelle sue parole pronunziate piangendo (12): “_Ego tamquam centrum
circuli, cui simili modo se habent circumferentiae partes; tu autem non
sic_„? che vuol dir egli, se non che l'amatore era incostante?[47]

Ma qui noi chiediamo: In che modo Amore poteva far tale o tal altro
rimprovero a Dante, s'era stato lui a suggerirgli il secondo schermo,
approvando così implicitamente anche il primo? Il che riconosce da sè,
quando appare nella camera, dicendo, _simulacra nostra_. Invero questo
dolcissimo signore gli era per via apparso nell'imaginazione (VN. 9)
“come peregrino leggeramente vestito, di vil drappi. Elli _gli_ parea
sbigottito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi _gli_
parea che si volgessero ad un fiume bello e corrente e chiarissimo, lo
quale sen gìa lungo questo cammino là ov'_egli_ era„. O, per usare (che
è più sicuro) i versi, più antichi e sinceri della prosa, egli trovò
Amore

            nel mezzo della via,
    in abito legger di peregrino.

    Nella sembianza _gli_ parea meschino
    come avesse perduto signoria;
    e sospirando pensoso venia,
    per non veder la gente, a capo chino.

E gli dice di venir dalla donna della difesa, che non tornerà così
presto; “e però„ aggiunge “quello cuore, ch'io ti facea avere a lei io
l'ho meco e portolo a donna, la qual sarà tua difensione, come questa
era... Ma tuttavia di queste parole, ch'io t'ho ragionate, se alcuna
cosa ne dicessi, dillo nel modo che per loro non si discernesse il
_simulato amore_...„. O come simulato, chiediamo noi, se va in volta il
cuor di Dante? e se è Amore che lo porta qua e colà? Se Amore stesso gli
dice:

        io vegno di lontana parte
    _ov'era lo tuo cor per mio volere_,
    e recolo a servir nuovo _piacere_?

E spieghiamoci un po' queste parole della prosa: “disparve tutta questa
mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte che mi parve
ch'Amore mi desse di sè„. E spieghiamoci le parole corrispondenti del
sonetto:

    Allora presi di lui sì gran parte,
    ch'egli disparve, e non m'accorsi come.

Che voglion dire? Voglion dire che Dante si innamorò, cioè concepì
amore, cioè l'amore gli entrò dentro, e perciò e' non poteva più esser
fuori di lui in figura estrasoggettiva di peregrino[48]. Così parla coi
simboli Dante!

Così Dante ubbidì al consiglio che l'Amore gli avea dato “nel cammino
de' sospiri„, e trovò la donna indicatagli e in poco tempo “la fece
_sua_ difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini de la
cortesia„. E così la gentilissima gli negò il saluto “per questa
cagione, cioè di questa soverchievole voce, che parea che l'infamassi
viziosamente„.

La gentilissima (pensiamo noi) se invece d'esser viva e poter negare il
saluto, fosse già morta e accogliesse Dante sulla vetta del purgatorio,
gli farebbe ora un rimprovero non troppo dissimile di quel che gli fece
poi, e che leggiamo nella Comedia. Ma ella era viva e gli negava il
saluto, dunque, per questa infamia di vizio che adombrava il nome di
Dante. E gli manda a fare, per mezzo d'Amore, anche una riprensione.
Qual è essa? (12) “Questa nostra Beatrice udio da certe persone, di te
ragionando, che la donna la quale io ti nominai„ è Amore che parla “nel
cammino de li sospiri, ricevea da te alcuna noia; e però questa
gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare
la tua persona, temendo non fosse noiosa„. O Beatrice temesse d'esser
lei noiosa o molesta, o temesse che fosse noiosa o molesta o vile la
persona di Dante, questa riprensione non è intonata a quel che precede,
cioè alla soverchievole voce che infamava viziosamente il suo coperto
amatore, e a quel che segue, cioè a quell'_umil preghero_ della Ballata:

    lo perdonare se le fosse a noia,
    che mi comandi per messo ch'io moia;
    e vedrassi ubidir ben servidore;

e a tutto il complesso di quel gentil componimento che è una protesta
d'amore che fu, contro le apparenze, sempre costante.

Dunque? Dunque, anzitutto, dobbiamo interpretar meglio i consigli di
Amore. Amore si presenta a Dante ora coperto di vil drappi, ora vestito
di bianchissime vestimenta, come, insomma, “sustanzia corporale„; ma è
in verità “uno accidente in sustanzia„. Perciò aver dal “peregrino„ e
“leggeramente vestito e di vil drappi„ e “nella sembianza meschino„ e
che viene “per non veder la gente a capo chino„, come vergognando; avere
da tale quel consiglio che doveva procacciare quella tal soverchievole
voce, vuol dire incapriccirsi, innamorarsi, diremo così, _leggeramente_;
poichè il fatto narrato “sotto vesta di figura o di colore retorico„, è
pur un fatto psichico, di quell'accidente in sustanzia che è Amore[49].
E così noi spieghiamo _simulacra nostra_ in relazione col _simulato
amore_ che il peregrino vestito di vil drappi consiglia a Dante. I
_simulacra nostra_, cioè le finte o false imagini nostre, cioè dello
amor tuo, o Dante, sono dette in senso proprio, e valgono quel che “le
imagini di ben... false„ che Beatrice rimprovera a Dante di là del fiume
sacro; e l'_amor simulato_ è la traduzione di quella frase propria in
allegorica. Le imagini false di bene sono un consiglio che ci dà
l'irrequieto desiderio, che abbiam dentro noi, di simulare l'amore, e
questo irrequieto desiderio si può allora ben rappresentare con la
figura d'un uomo errante, d'un mendico, d'un malvestito. Cioè: si può
rappresentar così, quando all'ebbrezza passeggiera, nell'anima pensosa
d'un più dolce e grave e non mai svanito sebben lontano amore, è
succeduto il pentimento: allora sono vil drappi attorno al nostro
capriccio, che sembra un tradimento; prima egli non aveva che un

    abito legger di peregrino,

ma pareva tuttavia un servo o meschino, meglio che signore, come prima e
poi; signore della nobiltà. E, insomma, era il cuore di Dante che si
trovava prima in una parte, cioè presso una donna, e poi fu recato in
un'altra, cioè presso altra donna, “a servir novo piacere„. Il cuore! Il
cuore, o, come Dante stesso spiega altrove, l'appetito (VN. 38).

E possiamo ora spiegare l'enigma d'Amore? _Ego tamquam centrum circuli._
Come mai? Dante era incostante perchè amava, sia pur leggeramente,
questa e quella; e l'Amore, il suo amore, il quale pure era come un
peregrino, no? In verità è così: Dante era incostante, Amore no. Questa
è la spiegazione; la spiegazione che Dante doveva chiedere poi a
Virgilio (allo studio) nella quarta cornice del santo monte: (Pur. 18,
13).

    Però ti prego, dolce Padre caro,
    che mi dimostri amore, a cui riduci
    ogni buono operare e il suo contraro.

L'amore è sempre quello, sia egli diretto e misurato, sia errante

                    per malo obietto,
    o per troppo o per poco di vigore.
                             (Pur. 17, 97)

E la sua _matera_ è sempre buona, sebben la _forma_ possa non esser
buona; cioè l'amor in genere, che è la _matera_, è una cera sempre
buona; ma noi possiamo imprimervi un segno, la _forma_, il nostro amor
particolare, non buono. (Pur. 18, 37). Ora Dante, nella sua vita nuova,
già aveva assai di studio, che gli dimostrasse amore; poichè esprimeva
allora il medesimo concetto che si fece poi dimostrare da Virgilio nel
suo viaggio. In questo glielo dimostrava Virgilio, che è pure studio e
amore; in quella Amore, vestito di bianchissime vestimenta, gli parlava
“molto oscuramente„, ma gli diceva la stessa cosa, e col paragone del
circolo, di cui amore è il centro a cui le parti della circonferenza
_simili modo se habent_, gli significava che l'amore è in sè una cera,
che qualunque impronta riceva, è rispetto a quelle impronte come il
centro del circolo ai punti della circonferenza; equidistante, siano
essi, per così dire, buoni o cattivi, siano esse belle o brutte;
equidistante, come a dire, indifferente, sempre esso[50]. Ma l'amante
_non sic_: egli è “forma sustanziale unita con matera„, ed ha una virtù
che consiglia; non è una passione, come lo amore.

E dunque, tornando al primo detto, noi vediamo come l'Amore stesso possa
rimproverare o compiangere l'amante, di ciò che proprio esso gli
consigliò o gli approvò. Noi troviamo la cosa inverosimile e strana,
pensando a queste due persone, il peregrino e il giovine, che sono la
stessa persona, ora male ora ben vestita; ma questa persona, non è un di
noi; è un simbolo; non è un uomo ma uno accidente in sustanzia, una
passione, l'amore. E il suo consigliare o approvare, come il suo
rimproverare o compiangere, sono rappresentati come parole, ora in
volgare ora in latino, d'una persona, ora in vil drappi ora in bianche
vesti, ora peregrino, cioè errante (che sbaglia, tradurrei io, non che
va da questa a quella), ora seduto, cioè, forse, costante; ma sono fatti
intimi dello stesso Dante, il quale dalla stessa impeccabile passione ha
avuti ora cattivi ora buoni suggerimenti. In verità Virgilio lo dice
chiaramente: (Pur. 17, 103)

      esser conviene
    Amor sementa in voi d'ogni virtude,
    e d'ogni operazion che merta pene.

E questi due fatti intimi, che Dante adolescente racconta di sè, sono
dunque simili a quelli ch'egli racconta come avvenuti nel mezzo del
cammino di sua vita. La Comedia s'impernia su tali due fatti: uno
smarrimento e un ritrovamento; un peccare e un pentire. E il peccare, in
essa, non è meno, che nella narrazione giovanile, un suggerimento
d'amore. Beatrice parlando di lui come d'amico suo, e pure, al sommo del
monte, rimproverandogli d'essersi dato altrui, riconosce quel che Dante
esprime nella sua Ballata, che sebbene abbia “altra guardata„, tuttavia
“e' non mutò 'l core„. Sì: pargolette e altre vanità della Comedia non
sono disformi dagli schermi e difese della Vita Nova, _simulacra_,
imagini di ben false, suggerite dall'amore: il quale in verità era
sempre fisso nell'unica Beatrice, cioè, come spiega nella Comedia, nel
bene del suo soggetto (Pur. 17, 106).

Appresso la visione, donde uscì la ballata “de lo perdonare„, e dopo
“una battaglia de' diversi pensieri„, un'amica persona conduce Dante in
parte “dove molte gentili donne erano raunate„. (VN. 13 e 14) Queste
donne “ragionando si gabbavano di _lui_ con _la_ gentilissima„ perchè
dell'amatore non essendo rimasti “in vita più che gli spiriti del viso„,
egli era come trasfigurato. Ora in ciò che il poeta dice “che Amore
uccide tutti li _suoi_ spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che
fuori de li strumenti loro„, sono, a confessione del poeta stesso,
dubbiose parole. “E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non
fosse in simile grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono è
manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me
di dichiarare tale dubitazione, acciò che 'l mio parlare dichiarando
sarebbe indarno, o vero di soperchio„. Possiam noi solvere le dubitose
parole? Sì; ricordando quello ch'egli dice di aver detto al suo amico,
quando fu fuori della veduta di quelle donne: “Io tenni li piedi in
quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per
intendimento di ritornare„. Egli fu, cioè, sul confine tra la vita e la
morte. Ebbene Dante non può voler accennar altro se non quell'_excessus
mentis_ che dà la visione. Il restar in vita gli spiriti del viso o
visivi, e l'essere morti tutti gli altri, vuol dire essere fuori della
sua vita consueta, e contemplare. E in questi effetti s'indugia ancora
in due altri sonetti, finchè al poeta “convenne ripigliare materia nova
e più nobile che la passata„. E così s'avvia alla canzone che comincia
le rime nuove o la tragedia giovanile, come io volli chiamarla; la quale
tragedia è solo composta di due canzoni, ma doveva esser di più, e
contenere, ragionevolmente, concetti, quali abbiamo già veduti e vedremo
essersi aggirati nella mente di Dante allora, e quindi vediamo
ricomparire nella Divina Comedia.




VI.

LE NOVE RIME


Prima del 1290[51] Dante propose di prendere “per materia del _suo_
parlare sempre mai quello che fosse loda di _quella_ gentilissima„; e
questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come
nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò,
tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo
libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e
con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la
divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime
parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si
deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di
lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore,
poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra
matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento in
_sè_ di quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare
le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa
che avessero verace intendimento„.[52] Certo è che già la prima canzone
di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la
donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è
posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna
contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella
Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè
fa cantare agli angeli, _in te Domine speravi_, poichè chi lo soccorse,
nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di
quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e
speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale
sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque
egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e
non ci si sarebbe fermato, poichè era salvo e appunto proclamava
d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella
Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto
Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della
contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo
poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è
salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al
sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso
nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno
sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella
Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda
canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima,
morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente;
vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli.
Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi
scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte
di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia.
Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E
qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle
donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata
morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la
parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella
prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo,
indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio:
riscosso dal suo letargo, avrebbe detto alla sua donna: “Oh! dolore, io
vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che
nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva
già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre
meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha
annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei,
che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti,
sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in
seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse
narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli
aveva parlato, il dire, _Voi mi diceste_, oltre recare imbarazzo al
dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della
cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa
aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che
Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in
chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre
la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente,
la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può
arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo
viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era
alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un
indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile.
Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante
ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il
cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicere lo dì che
io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una
gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era
sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primo _suo_
amico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile
Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo
per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a
chiamarla così Primavera, _ciò è prima verrà_, lo die che Beatrice si
mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione?
Quella _vana imaginazione_ che è raccontata nella canzone seconda, nella
canzone dell'_excessus mentis_. Continua Dante: “E se anco vuoli
considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire _prima verrà_, però
che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la
verace luce, dicendo: _Ego vox clamans in deserto: parate viam domini_„.
E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'_excessus_ o vana
imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in
una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si
sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere,
avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di
vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per
questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non
avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa
Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non
l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„?
non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e
cantare, (cantare la precorritrice, in una divina foresta; come
_clamare_ il precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli
era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè
ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso
qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la
verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e
monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro,
quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una
gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla
destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra?
Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale
“tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata
nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone
ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di
quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di
essere come morto, e di _excedere_, e di veder perciò lei, che era
perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa
tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che è
_scientia_ rispetto a _sapientia_, quel che è il fiore della vita attiva
rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]

Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo
rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di
ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da
Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore;
aveva seguito dei _simulacra_ d'amore, ma in verità ella doveva sapere
ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire
colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua
vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come
peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio;
no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi
rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe
guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il
medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe
concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la
colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di
soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il
suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto
non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella
parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento
di ritornare„. (VN. 14).

La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non
avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne
sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua
vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra
altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in
su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la
festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire
uno mirabile tremore... “nel _suo_ petto da la sinistra parte, e
distendersi di subito per tutte le parti del _suo_ corpo„, e dovè
poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come
morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così
prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)

                che già cotanto
    tempo era stato, ch'alla sua presenza
    non era di stupor tremando affranto,

(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)

    sanza degli occhi aver più conoscenza,
    per occulta virtù che da lei mosse,
    d'antico amor sentì la gran potenza.

E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla
all'amico:

                men che dramma
    di sangue m'è rimasa, che non tremi...

Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto
d'amore avrebbero inteso da Dante che la gentilissima gli aveva rivolto;
e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di
lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)

    Questi fu tal nella sua vita nuova
    virtualmente, ch'ogni abito destro
    fatto averebbe in lui mirabil prova...

Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita
Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello
scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non
ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e
incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni
cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di
questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol
tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò
“alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo
partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e
vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella
“soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la
gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si
propone di pretermettere i _simulacra_ d'amore, e poco stante concepisce
le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date
(e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio
d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una
divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella
che poi fece nella Comedia.

Nella Comedia egli distingue un tempo di bontà e virtù e dirittura: il
tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e
poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e
d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla
soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche
mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei.
Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè
l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di
Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo,
disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo
dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima,
egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole
aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non
molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) di _simulacra_,
di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in
questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa
proporzione:[54] in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte
maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di
cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza
tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza;
nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della
metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il
primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere
fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco è chiamato
_hormen_: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona
consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere
seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo
dell'_Etica_, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue
passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine
induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e
del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21)
Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e
rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta
e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il
centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia
nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di
Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva
guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che
reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della
Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o
si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più
nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la
barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55] Or come
sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia
giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così
dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza,
quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante,
la cui anima semplicetta, il cui cuore fu subito ingannato e non
pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè,
infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante,
riconoscendo sè, ripudiava i _simulacri_ e gl'inganni e tornava alla
sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva
fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo,
non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era
virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla
retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si
presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè
stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva,
come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.

Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo
necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle
personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì
anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò
consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.




VII.

LO STIL NUOVO


Chiede Bonagiunta da Lucca:

    Ma dì s'io veggo qui colui che fuore
    trasse le _nove rime_, cominciando:
    Donne, ch'avete intelletto d'amore.

E Dante risponde:

                Io mi son un che, quando
    Amore spira, noto, ed a quel modo
    ch'ei ditta dentro, vo significando.

E Bonagiunta replica:

    O frate, issa vegg'io... il nodo
    che il Notaro e Guittone e me ritenne
    di qua dal dolce stil nuovo ch'i' odo.
                                (Pur. 24, 49 segg.).

Dante fa vedere con la sua risposta d'avere sentita nella domanda “Sei
tu quel Dante?„ un'altra domanda implicita: “come facesti a trarle
fuori, quelle rime così nuove per me e per quelli che rimavano come me?„
Questa domanda Bonagiunta non l'aveva espressamente formulata, ma si
leggeva in quell'aggiunto di nuove alle rime, si leggeva in
quell'accento di ricordevole ammirazione (siamo nel Purgatorio, e
l'invidia consueta dei pitocchi e dei poeti non ha più luogo), col quale
ripeteva a memoria il grande _cominciamento, Donne ch'avete_. Perciò
risponde Dante a quel modo che altrimenti sarebbe sembrato deviar dalla
domanda, e invece sembra a Bonagiunta echeggiarle bene e breve, sì che
esclama; Issa vegg'io! Dunque Dante rispose implicitamente alla prima
domanda espressa; ed espressamente alla seconda sottintesa. “Sì: ma la
novità, codesta gran novità (Dante non si pavoneggia mica avanti il suo
modesto fratello! chi può crederlo?) sta in questo, che io noto quando
Amore spira e vo significando a quel modo che detta„. E questa è tutta
la novità, e così intende Bonagiunta: “ecco in che consisteva il dolce
stil novo, di cui non mi rendevo ragione quando vivevo, e m'impediva
d'assemprarlo un nodo, che ora vedo!„ Ma questo nodo che Bonagiunta,
sebben tardi, vide, lo vediam noi? Noi diciamo: il nodo era che il
Notaro e Guittone e lor seguaci non notavano la spirazione d'amore: ed
erano invece imitatori di provenzali; e non significavano nel modo
schietto che Dante e altri sapevano fare, anzi erano goffi e impacciati.
Per essere esatti bisognerebbe ripetere la spiegazione che dà Bonagiunta
stesso:

    Io veggio ben, come le vostre penne
    diretro al dittator sen vanno strette;
    che delle nostre certo non avvenne.

E questa spiegazione si riferisce appunto a ciò che Dante ha risposto:

                ed a quel modo
    che ditta dentro, vo significando.

Il nodo era dunque, secondo Bonagiunta, l'impaccio delle loro povere
penne che non avevano quel dittatore, e (e qui sta il punto) dovevano
far da sè. Ora quel dittatore è propriamente l'Amore come e quale
intendiam noi? e il buon lucchese ha voluto dire, che il difetto del suo
stile proveniva da un difetto d'amore? ch'esso, voglio dire, e gli altri
scrivevano goffo e impacciato, perchè cantavano, poniamo il caso, amori
non veri?

In primo luogo osserviamo che nelle parole di Bonagiunta è sottinteso
che quel nodo essi avrebbero potuto scioglierlo, cioè correggersi di
quel difetto. “Issa vegg'io!„ dice egli intendendo: “Troppo tardi!
l'avessi saputo prima!„. E dunque egli dice che, se fosse stato vivo, si
sarebbe procurato un amor vero qualunque, che, si nota quando spira, e
allora si significa bene? Non pare che egli dica così. E vediamo come
intende il Giuliani. Egli commenta questo passo: “Allora dico che la mia
lingua parlò quasi come per sè stessa mossa, e disse _Donne che avete
intelletto d'amore_„; che è appunto il verso ricordato da Bonagiunta. E
il Giuliani dice: “Dante qui _nota_ l'ispirazione d'amore; poscia
sovr'essa pensando, ecco che dopo alquanti dì Amore gli _detta_ di nuovo
in cuore ed egli, secondo che ode, scrive„. (VN 19). Ora in verità Dante
non dice che il seguito glielo dettasse Amore; sì, che “pensando
alquanti dì, cominciò una canzone con questo cominciamento„.[56] Bene:
dunque Bonagiunta intende che, se avesse voluto, si sarebbe potuto
fornire di tale spirazione, che fa che la lingua di per sè mossa parli?
di tale spirazione, che non solo aveva quel frate suo ch'egli vede là
nel purgatorio, ma anche altri cui appartenevano quelle penne andanti
diretro al dittatore? Non pare. So bene che ci si può ragionar sopra e
frullare attorno con le parole; ma è come nel più delle particolari
questioni dantesche: ci vuole qualche dato nuovo! Senz'esso, si può
ottenere il consenso di questo o quello a qualche suo ritrovato; ma la
verità non risplende: si ottiene per qualche tempo un po' di silenzio;
ma poi si ricomincia a chiacchierare.

E qui c'è il dato nuovo. Amore nella Comedia è personificato in
Virgilio, che è studio cioè amore, che è studio e amore; studio, più in
particolare, in quanto conduce all'arte, cioè a Matelda, amore, più
specialmente in quanto conduce alla sapienza, cioè a Beatrice. Ora qui,
dove il poeta dice “quando Amore spira„, si ha a intendere appunto di
quell'amore che è anche studio, e che è raffigurato nell'Ombra che ode i
ragionamenti de' due rimatori. E allora quale è il concetto di Dante?
Questo. Bonagiunta: “Sei tu quello che uscisti fuori con quella tal
novità di rime, cominciando da quella tal canzone?„ Dante: “Sì: l'amore
della sapienza e lo studio dell'arte mi posero in grado di compiere tali
novità; novità nella sostanza, che è filosofica, novità nella forma, che
è adeguata alla sostanza„. Bonagiunta: “Ora vedo l'impaccio che legava
le nostre penne: ci mancava appunto quell'amor di sapienza e quello
studio d'arte!„. Dante avrebbe potuto dire: “Ho uno, io, che mi detta:
colui che attende là„; e Bonagiunta avrebbe potuto dire: “Ora vedo:
bisognava ci procurassimo anche noi, un tal dittatore!„; e l'uno e
l'altro avrebbero espresso il medesimo concetto che con quelle parole
che invece usarono.

Il qual concetto Dante esprime anche altrove. A proposito appunto della
personificazione d'Amore che non è corpo, eppure egli pone che rida e
parli, dice: “Conciosiacosachè a' poeti sia conceduta maggiore licenza
di parlare che alli prosaici dicitori, e questi dicitori per rima non
sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole, che a loro sia
maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari:
onde se alcuna figura o colore rettorico è conceduto alli poeti,
conceduto è a' rimatori... E acciocchè non ne pigli alcuna baldanza
persona grossa, dico che nè li poeti parlavano così senza ragione, nè
que' che rimano deono parlare così, non avendo alcuno ragionamento in
loro di quello che dicono; perocchè grande vergogna sarebbe a colui, che
rimasse cosa sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia
domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa
ch'avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io sapemo
bene di quelli che così rimano stoltamente„. (VN. 25) Ho già osservato
che non si tratta di poveri rimatori che dicendo “la terra ride„ cioè
facendo una metafora; o “la mia donna è un'angiola„ cioè facendo
un'iperbole; o “Amore m'ha detto„, cioè facendo una personificazione;
non sapessero poi spiegare che la terra non ride, ma fiorisce, e che la
donna non è un'angiola, ma una femina bella e pura, e che non c'è una
persona di nome Amore, che abbia parlato, sì un sentimento chiamato
amore, che ha commosso.[57] Si tratta di rimatori stolti, che adoperano
tal veste di figura o di colore rettorico, per coprire un bel nulla; chè
i dicitori per rima sono pur poeti, sebben volgari, e devono avere, come
quelli hanno, un verace intendimento sotto la loro veste poetica. Or
dunque che cosa non hanno questi che così rimano stoltamente, che Dante
e il suo primo amico hanno? L'intendimento che è altro dalla vesta, la
quale sebbene assomigli, in alcuna figura e colore retorico, a quella
dei letterati poeti, deve tuttavia essere di una sola foggia sempre,
poichè non è lecito rimare sopra altra materia che amorosa: un
intendimento, insomma, filosofico. L'intendimento che il Poeta teme
d'avere a troppi comunicato, della prima canzone, chi crederà sia non
altro che il senso letterale? (VN. 19). È possibile che un autore
invidii questo al suo lettore? Il dubbio che il Poeta non stima a sè
bene di dichiarare nel settimo sonetto, chi crederà sia intorno a
interpretare Amore che uccide come amore che fa morire? (14)
L'intendimento è là nel far della donna la _spes quae videtur_, e qua il
dubbio è intorno all'_excessus_ che dà la visione. Quanto poi ciò
consuoni col fatto di Guido, suo primo amico, che fece la canzone _Donna
mi prega_, ognun vede. E dunque questo biasimo ai rimatori stolti, è il
medesimo nodo che ritenne il Notaro e Guittone e Bonagiunta; nodo che
veniva da non avere per dettatore, essi pur poeti d'amore, l'Amore della
sapienza, cioè la filosofia.

E altrove Dante parla dei rimatori volgari in confronto ai poeti
antichi. (VE. 2, 4) Il pensiero di Dante s'è sviluppato, e noi lo vediam
meglio ma non lo troviamo dissimile. I rimatori volgari egli chiama
poeti, e dice “ben a ragione, se rettamente consideriamo la poesia, la
quale null'altro è che una finzione retorica musicamente composta„. E
aggiunge: “Differiscono tuttavia dai poeti grandi cioè regolari, in
quanto che i grandi poetarono con stile (_sermone_) e arte regolare; e
questi qui invece a caso, come dicemmo„. Aveva detto invero, a proposito
del modo delle canzoni, il quale molti a caso piuttosto che con arte
sembrano usare, che egli vuol aprire il magistero dell'arte di quel modo
che fino allora era stato assunto casualmente; nel che si vede che
quando scriveva il trattato dell'eloquenza volgare negava il cosciente
modo dell'arte al primo suo amico della Vita Nova. Nel fatto dovendo
recare esempi di rimatori che avessero trattato in volgare dei soli tre
grandi argomenti propri del volgare illustre, _Salus Venus Virtus_,
trova di illustri uomini che avessero cantato l'amore e la rettitudine,
cioè la direzione della volontà, non Guido dei primi, ma Cino, non Guido
dei secondi, ma sè; per l'armi, nessuno. Guido dunque è taciuto come
poeta sì d'amore e sì di filosofia morale: chè non più come nella Vita
Nova Dante afferma che il rimatore volgare non deve cantare se non
d'amore; anzi a lui propone tre soggetti, sebbene il suo esempio di
canzone materiata di rettitudine non contradica del tutto la teorica
giovanile, trattando ella di _directio voluntatis_ quanto si voglia, ma
essendo diretta a donne innamorate. Diremo ch'ella di quella teorica
serba alcuna traccia.

Continuando il discorso sui poeti grandi e poeti volgari, Dante
proclama: “Pertanto accade che quanto quei (grandi) più da vicino
imitiamo, tanto più rettamente poetiamo. Di che noi, dando opera
all'opera della dottrina, dobbiamo emulare le loro dottrine poetiche.
Sicchè avanti tutto diciamo che ognuno deve ai propri omeri agguagliare
il peso della materia, non per avventura la virtù degli omeri essendo
troppo aggravata, sia di mestieri sdrucciolar nel fango„. Dunque, come
poi spiega, quando s'hanno a cantare Salute, Amore e Virtù, bisogna
adoperare il volgare illustre e lo stilo tragico. Ciò, a imitazione dei
_poetae magni_, e con lo studio delle loro dottrine poetiche. Or egli in
questo libro reca ad esempio tipico della canzone, che è appunto una
_tragica coniugatio_ di stanze uguali, la stessa canzone che Bonagiunta
ricorda: _Donne che avete intelletto d'amore_. (VE. 2, 8) Dunque
implicitamente ammette che in essa canzone giovanile era appunto quella
conoscenza e coscienza dell'arte, quella imitazione dei poeti grandi o
regolari, quell'emulazione delle loro dottrine poetiche, che ha detto
richiedersi a quelli che rimano in volgare. O sarebbe ella nella Comedia
invece l'esempio di poesia fatta, così, senza meditazione, con
estemporale facilità? Oh! nella Vita Nova afferma ben egli che il
cominciamento lo pronunziò la lingua di per sè mossa, ma aggiunge che
esso durò “pensando alquanti dì„ prima di cominciarla con quel
cominciamento. Ora se quel pensare alquanti dì prima di cominciarla,
vuol dire significarla a dettatura d'Amore (se mai, codesta dettatura
cominciò quand'egli cominciava a scrivere), ebbene dobbiamo credere che
quest'Amore che detta sia appunto lo studio; quello studio che è amore,
quell'amore che è studio.

Ma leggiamo ancora: “Badi adunque ognuno e discerna ciò che diciamo; e
quando questi tre argomenti puramente intende cantare o quelli altri che
a questi tre direttamente e puramente seguono, prima beva all'Elicona,
tenda le corde, e prenda sicuramente il plettro e cominci a moverlo„.
Che vuol dire “bere all'Elicona„? forse quell'ispirazione inconsapevole
che mosse la lingua a pronunziare il cominciamento di quella canzone?
Vediamo.

    O sacrosante Vergini, se fami,
    freddi o vigilie mai per voi soffersi,
    ragion mi sprona ch'io mercè ne chiami.

    Or convien ch'Elicona per me versi
    ed Urania m'aiuti col suo coro,
    forti cose a pensar, mettere in versi.
                               (Pur. 29, 37)

Il poeta domanda alle Muse che gli concedano dell'acqua che da quel
monte scaturisce, ossia la potenza di pensare e mettere in versi cose
forti cioè difficili. E le Muse invita a concedergli tale potenza, per
quelle fami e quei freddi e vigilie che sofferse per loro: per quel
molto soffrire e fare e sudare e gelare e il resto, oraziani. Si tratta
dunque di studio e di meditazione, d'arte e di scienza, chè quest'ultima
parola “scienza„ è appunto dichiarata dal poeta uguale a Musa: (VN. 25)
“Per Orazio parla l'uomo alla sua _scienza_ medesima, siccome ad altra
persona... _Dic mihi, Musa, virum_„. Dunque, in quella sua canzone
augurale, Dante bevve all'Elicona, non quando la lingua da sè parlò, ma
quando pensò alquanti dì prima di cominciarla. E leggiamo ancora: “Ma
badare e discernere a quel modo che si deve, _hoc opus et labor est_,
poichè non mai, senza valentia di ingegno e assiduità d'arte e abito
delle scienze (le quali sono tutte membra di sapienza — Co. 3, 11), è
ciò possibile. E tali sono quelli che il Poeta, nel sesto delle Eneidi,
chiama diletti di Dio e dall'ardente virtù sublimati all'etere, e figli
degli Dei, sebbene e' parli figuratamente. E perciò confessino la loro
stoltezza (tornano in volta quelli che rimano _stoltamente_) coloro che
immuni d'arte e scienza (la quale richiama le scienze di più su ed
equivale perciò a sapienza), confidando nell'ingegno solo, prorompono a
cantare di tali altissimi soggetti nell'altissimo stile (_summe summa_);
e desistano da tanta prosunzione; e se sono oche per loro naturale
ignavia, non vogliano imitare l'aquila che va alle stelle„.

Oh! l'_aquila astripeta_ è l'ingegno sì, ma che s'unisce all'arte e alle
scienze! Pensiamo: Pindaro[58] figurava il poeta grande nell'aquila che
non va come i corvi predando terra terra nei solchi un facile cibo;
Dante lo figura, anch'esso nell'aquila che vola verso le stelle, e a lei
oppone un altro animale che ama gli stagni se non i solchi. Ebbene
quest'animale, che è l'oca, è a rappresentare coloro che non hanno arte
e scienza, cioè confidano nel solo ingegno. Può parere che le due aquile
abbiano molto differente natura; può parere che l'aquila di Dante si
levi tant'alto in virtù del cibo che amavano i corvi di Pindaro, e che
l'aquila Dircea diventi, nel pensier di Dante, un'oca italica. Può
parere e non è: Dante s'è incontrato, senza saperlo, con Pindaro; perchè
ciò che leva agli astri la sua aquila è l'ingegno che studia e ama,
ossia l'ingegno che è ingegno. L'ingegno delle oche non è che un vano
starnazzare, un pesante desiderio di levità, un alzare verso le stelle
il solo collo, che è lungo sì, ma non arriva alle stelle.

E diciamo dunque che il dolce stil nuovo di che udiva Bonagiunta,
consiste nel fatto che le penne andavano strette diretro a un dettatore
che si chiama studio; studio dell'arte. E lo studio dell'arte per Dante
consisteva nell'intento d'imitare il più da presso possibile i poeti
grandi cioè regolari. E tale studio gli diede la potenza,
riconosciutagli subito dal buon lucchese, di significare a quel modo che
l'Amore dettava. Dante viene a dire che in lui “forma... s'accorda...
all'intenzion dell'arte„, perchè non è sorda, “a risponder la materia„.
(Par. 1, 127) E ciò ottenne per quel lungo studio e grande amore, che è
adombrato in Virgilio studio e amore. Questa sublime facoltà di
scrivere, poetando, come sotto dettatura, è espressa per tutte le due
prime cantiche della Comedia in altro modo: con andare insieme a
Virgilio e udirne di presenza le parole e notarle. Ma con questa
facoltà, diremo, stilistica, nelle parole a Bonagiunta egli indica,
ripeto, un altro effetto della sua imitazione prossima de' poeti grandi.
Nella sua invettiva giovanile contro i rimatori stolti, parla d'un
verace intendimento che ha da essere sotto la bella vesta di figure o
colore, e d'un ragionamento che ha a giustificare un tal uso; e nel suo
trattato teorico non disgiunge mai dall'arte le scienze, cioè la
filosofia. La frase “quando Amore spira noto„ vale a indicare, mi
sembra, codesto _scientiarum habitus_, codest'abito filosofico, che è
appunto un consueto spirare dell'amore di sapienza, cioè filosofia. Al
che gioverà meditare questo passo: “Per amore io intendo lo studio il
quale io metteva per acquistare l'amore di questa donna (la sapienzia o
filosofia)... È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e
della scienzia; e un altro studio, il quale nell'abito acquistato
adopera, usando quello: e questo primo è quello, ch'io chiamo qui Amore,
il quale _nella mia mente informava continue nuove e altissime
considerazioni di questa donna_ (quella _primaia_ scienza che _è vera
filosofia in suo essere_ — 2)„. (Co, 3, 12) Sì, questo informare di
continue, nuove e altissime considerazioni nella mente è quello che
Dante chiama spirar d'amore. E insomma nel suo terzetto Dante dice a
Bonagiunta: Lo studio che mi mena all'abito delle scienze, cioè della
filosofia, e all'abito dell'arte, mi fornisce “continue, _nuove_ e
altissime„ considerazioni, e mi dà la facoltà d'esprimerle. Questo,
s'intenda, aiutato da un po' d'ingegno...




VIII.

GUIDO E IL SUO DISDEGNO


Ma no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono
professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante
dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che
in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è
possibile poetare “_sine strenuitate ~ingenii~ et ~artis~ assiduitate
~scientiarumque~ habitu_„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo
riconosce e lo dice _alto_; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche
a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro
ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era
entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'_egli_ avea, e un poco
di _suo_ ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come
sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„. _L'arte_ di
gramatica e un poco _d'ingegno_, allora; ora l'abito delle scienze e
l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel
conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più
sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia
(che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur
s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben
consideri, dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che
altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella
realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della
lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di
modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di
quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è
da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come
sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di
noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che
appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui
vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota,
se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non
l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40):
“Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno...
m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta
teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci
vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con
l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai
vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta,
cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli
stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “_arte
scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes_„ si buttano ai grandi
soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima
cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)

    o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!

o Muse, cioè, “tu, o _scienza medesima_ del poeta„. (VN. 25) Dunque
_scienza_ del poeta o _arte_ poetica, e ingegno. E a capo della seconda
cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e
chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:

    O sante Muse, poichè vostro sono:

come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine,
della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha
l'intelletto che “si profonda„,[59] e oltre le Muse dell'un giogo di
Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque,
ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima
cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che
scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di
qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può
ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di
Beatrice: (Par. 5, 40).

    Apri la mente a quel ch'io ti paleso,
    e fermalvi entro, chè non fa scienza,
    senza lo ritenere, aver inteso.

Or come le cose che Dante nella sua visione vide e udì, appartengono
tutte ora all'una ora all'altre di quelle _scientiae_ che sono le membra
della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì,
è tutt'uno con quello _scientiarum habitus_ che con l'ingegno strenuo e
con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto.
(VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co.
3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma
ritenere.[60] E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che
s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso
(Par. 10, 43)

    perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,

ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno,
l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto,
quando noi possiamo usarne.

Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua
visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze,
ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle
cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice;
ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo
riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che
egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse:
un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il
libello della Vita Nova, circola[61] questa frase del libro della
Sapienza: “Puer... eram _ingeniosus_ et sortitus sum animam bonam„;
frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).

    Questi fu tal nella sua vita nuova
    virtualmente, ch'ogni abito destro
    fatto averebbe in lui mirabil prova.

In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva:
che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel
proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella
Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'_arte_;
fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e con _arte_ (Pur. 9,
125; 27, 130); dice: La gente con ingegno ed _arte_ acquista. (Par. 14,
117) Facilmente questa parola, _arte_, avrebbe egli detta, come quegli
che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che
non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito
come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter
trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo
conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e
uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di
libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle
disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con
acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi,
quello _scientiarum_. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale
svolgimento, sì che a dir l'uno si dice anche l'altro; e noi non
crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con
ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito
delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così
leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca
gli eccellenti _ingenio et scientia_, e che gli ottimi concetti non
possono essere se non dove è _scientia et ingenium_, e che l'ottima
loquela non conviene se non a quelli in cui è _ingenium et scientia_
(VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parola _scientia_
sia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre
l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo,
quella; sia che _scientia_ crediamo stia qui per arte, come parrebbe dal
raffronto con la locuzione _casu magis quam arte_ (VE. 2, 4, 1), sia che
valga per _scientiae_, come supporrebbesi col raffronto a _arte
scientiaque immunes_ (ib. 7). La frase _excellentes ingenio et
scientia_, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi
uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità
d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo
il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si
chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il
quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè
sapienza)„;[62] “quello studio e quella affezione che suole precedere
negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è
nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).

Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore
un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf.
X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia
avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse
vedere s'_altri_ era col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo
un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è
teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da
qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del
sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri
elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita
da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la
buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da
polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo;
intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E
dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che
l'alto ingegno (che riconosce a sè e riconosce al primo amico suo) non
basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e
dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno;
o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria,
nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò
che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è
la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è
simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni
avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par.
18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con
ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da
solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel
trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso,
ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si
dice, ricapitolando, in questo ultimo passo, _l'arte e la scienza_. E
Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò
che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante
aggiunge: Mi _mena_ per il cieco carcere quell'Ombra che attende là.
Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò
solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del
Convivio 3, 12) “il quale _mena_ l'uomo all'abito _dell'arte e della
scienza_„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno
“che onora ogni _scienza ed arte_„. E Dante conclude:

    forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era
cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in
Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera
Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84)
“Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta
dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste
medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io
mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non,
_ebbe_; quell'_ebbe_ che non sta con alcun'altra interpretazione.
L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui
proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come,
sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o
studio; ossia è _seguace_ delle _parole_ di codestui, che attende là: se
non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive
questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la
stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„
non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i
grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]

Così Dante non dice di Guido filosofo e autore d'una nobile canzone
filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe
con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro
Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che
Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in
vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono
implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche:
(VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al
padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando
m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece:
Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il
pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità.
Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in
volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di
scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo
mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in
volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che
Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel
trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le
parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal
consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è
assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla
fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che
attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che
Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la
ragione; come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di
Virgilio: (Pur. 18, 46)

            Quanto ragion qui vede
    dirti poss'io, da indi in là t'aspetta
    pure a Beatrice ch'è opra di fede.

Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato
sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la
risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me
stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma
poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro
se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo
assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se
non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale
sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un
viaggio di contemplazione, con la sua _altezza d'ingegno_, e che la
contemplazione è di Dio.

Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno
bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64] È
indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di
Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace,
servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò
non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non
istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltanto che questi non si
diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò
l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte
che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di
Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un
appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto,
indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a
scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di
Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi
preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se
l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di
quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non
averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non
l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio
di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno,
di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di
non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice
l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe
ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi
acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando
si voglia e da chi si voglia. E poi, _forse_! poi, non del tutto!
Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno
studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil
che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante
dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai
dicendo, vuol dire avere studiato storia, mitologia, filosofia,
teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso
e ritenuto.[65]

Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che
lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e
della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito
stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via
via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già;
possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale
egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo
l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel
momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo
studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli
stesso, che non comincia d'allora!

    vagliami il lungo studio e il grande amore
    che m'han fatto cercar lo tuo volume!

Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la
lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe
pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il verace
intendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte
e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o
tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con
parole sue proprie.

Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è
simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno
tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici
procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò,
vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo
studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante
non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le
vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del
vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la
pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita
Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel
Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma
nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè.
Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse
all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo
studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar
che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima
delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene
invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante,
quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra
due volte. La prima: “Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi
cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino
a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a
ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo,
la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio
nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato
avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da
molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un
altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di
consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli
d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle
scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in
picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai
addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in
quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e
quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da
un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la prima
_Incipit Vita Nova_, la seconda, le rime nuove o la lauda della
gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova
che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta.
_Quomodo sedet sola_... Dante aveva concepita la terza canzone delle
rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe
la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un
momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va
riferito, se mai, il consiglio di Guido; e non al primo principio del
libello. _Quomodo sedet sola civitas_... E aggiunge: “E questo dico,
acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra,
quasi come entrata de la _nova_ materia che appresso viene„. Questa nova
materia comincia alla morte della gentilissima.




IX.

BEATRICE BEATA


Bice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella
narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima
sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia...
di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN.
22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrare
_veracemente_ alla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi
rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può
aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì?
specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la
quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile
che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue
amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di
quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane
imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè
stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo
dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento, che alcuni trovano
così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66]
mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con
ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e
sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade,
come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre;
e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì
come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto
è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un
ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata,
distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la
morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di
vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliava
_l'excessus mentis_ alla morte, e in cui non parlava più con la sua
donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in
quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per
intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato
a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire,
scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e
scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e
balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una
partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenze sono sempre
dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover
raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.

Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la
giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di
quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia
ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero
transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta?
Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato
volentieri di lei mentre era viva,

    e dicer_à_ di lei piangendo, pui
    che sì n'è gita in ciel subitamente.
                            (VN. 31 c. 3)

Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne,
parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa
da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di
tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte
grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa
era coverta del velo funebre, quelle canzoni

    erano usate di portar letizia

alle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno
nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore;
eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la
medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)

    Levava gli occhi miei bagnati in pianti,
    e vedea (che parean pioggia di manna),
    li angeli che tornavan suso in cielo,
    ed una nuvoletta avean davanti...
    · · · · · · · · · · · · · ·
    Lo imaginar fallace
    mi condusse a veder madonna morta;
    · · · · · · · · · · · · · ·
    ed avea seco umilità verace,
    che parea che dicesse: Io sono in pace.
    Io divenia nel dolor sì umile...

In questa: (c. 3)

    ed è sì gloriosa in loco degno.
    Chi no la piange, quando ne ragiona
    core ha di pietra...

Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle
due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia.
Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di
quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma
senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio,
dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la
gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una
partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato,
ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero
avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime
nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e
ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova
della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in
cui era incarnata la speranza e la sapienza; e comincia una “nova
materia„. (VN. 30)

La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha
per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice:
_Quomodo sedet sola_„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone,
che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è
detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel
subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le
quali e' dicess_e_ come _gli_ parea essere disposto a la sua (cioè della
donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27)
Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza,
che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza
“che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna.
L'argomento è sempre un _mentis excessus_, come nella canzone seconda.
Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la
canzone, _Morte poich'io non truovo_ (Ca. c. 5), nella infermità mortale
della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di
questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa
desolata cittade, scriss_e_, a li principi de la terra alquanto de la
sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia: _Quomodo sedet sola
civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium._ Tale
epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimento
_suo_ non fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa
vedere, a parer mio, insieme con la canzone terza _Li occhi dolenti_,
che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due il suo
proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo
dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di
contemplazion di Dio e di sapienza.

In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o
della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a
principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro
scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E
d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che
scriveva?

Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si
vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto
probabile che ad un libro della Bibbia, al _Liber Sapientiae_, già
s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che
fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67] E leggiamo ora in quel libro.
“Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli
che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che
la bramano, sì ch'ella si mostra loro per _prima_. Chi dal far del
giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue
porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le
vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68] È ben possibile che da
questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua
donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta
sapienza. Egli racconta d'averne avuto il saluto la prima volta mentre
ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto
virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non
raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna
volta “alcun che degno _era_ di veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s.
11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e
si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone
correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chi _prima_
la vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si
tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere
significa essere o essere per essere sapienti.[69] E non s'intende che
Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esser
_lui_ laudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale,
che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse
detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.

Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il
Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni
dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza,
che andava per le vie, e si mostrava per prima o era _prima veduta_ da
quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la
bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gente _hilariter_, cioè
così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era
rimasta vedova la città. Non è possibile si tratti d'altro, perchè quali
sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non
fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del
libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel
libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici
de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le
moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole,
affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete
intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è
veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo
nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile
biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella
non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice
a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo
affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le
parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano
fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91)
DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM.

Ma anche questo proponimento di fare, per una parte, trasformando una
donna amata nella amata sapienza, un latino libro di Sapienza, nel
quale, forse, s'insegnava rettitudine ai principi; e per l'altra,
conservando alla donna morta le sue sembianze, ahimè, svanite per
sempre, altre rime volgari d'amore; anche questo proponimento dileguò in
breve. Apparisce a Dante (egli racconta) il viso d'“una gentile donna„.




X.

LA DONNA GENTILE


Dante era “in parte, ne la quale _si_ ricordava del passato tempo„ e
“molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che _gli_ faceano
parere di fare una vista di terribile sbigottimento„. (VN. 35) Ed ecco,
da una finestra, lo riguardava una gentile donna giovane e bella molto.
Egli s'accorse ch'ella pensava alla sua “vita oscura„ ed egli “temendo
di non mostrare la _sua_ vile vita„ o “di dimostrar con gli occhi _sua_
viltate„, si tolse dinanzi a lei, chè sentiva che gli veniva da piangere
nel veder lei compatire. Ritrattosi pensava: “E' non puote essere, che
con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„, oppure:

    ben è con quella donna quello Amore
    lo qual mi fece andar così piangendo.
                                     (s. 19)

L'amore di Beatrice morta era, dunque, nella donna gentile viva: Sì:
l'amore stesso. L'amore è la cera, e l'una e l'altra donna, la morta e
la viva, la gentilissima e la gentile, sono due impronte. L'amore è il
centro del circolo alla cui circonferenza sono quei due punti, questo
buono, quello men buono, l'uno qua, l'altro colà,[70] ma tutti e due
alla stessa distanza dal centro. Non è un amore; è l'amore; dunque il
nuovo è come l'antico. Così pensa il Poeta, o a dir meglio, torna a
pensare. Amore potrebbe apparir nuovamente a lui e dirgli: _Ego tamquam
centrum circuli_... La differenza è, a quel che pare, solo in ciò che
ora la gentilissima è morta e allora era viva; e ora quindi, il
traviamento o smarrimento di Dante e il suo cacciare _simulacra_ o
imagini false, non è più necessario, anzi non è più concesso, figurarli
come schermi o difese per salvare il segreto.

Oltre che in questa mossa, dirò così, psicologica, dell'amore centro di
circolo, che era ed è; l'episodio della donna gentile si riscontra con
quello della difesa già da principio nel cominciamento, dirò, esterno.
In quello della difesa, Dante “era in luogo, dal quale vedea la _sua_
beatitudine„; egli sguardava, mirava, era pieno della vista di lei. Il
suo atteggiamento era di dolore, sì ch'egli si sentì dire appresso:
“Vedi come la cotale donna distrugge la persona di costui„. (VN. 5) E
quest'altra volta, Dante “molto stava pensoso, e con dolorosi
pensamenti„, e “travagliare„ poteva chiamarsi il suo stato; e pensava e
travagliava per la gentilissima. Sin qui, salvo che la gentilissima era
allora visibile e ora no, è a un di presso la stessa cosa. E poi, nel
primo fatto, “nel mezzo di lei e di _lui_, per la retta linea, sedea una
gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale _lo_ mirava spesse
volte„; nel secondo, “vide una gentile donna giovane e bella molto, la
quale da una finestra _lo_ riguardava... pietosamente„. A un di presso,
la stessa cosa, nel suo principio.

E la stessa cosa, nel suo seguito, se consideriamo come un fatto unico
gli amori delle due donne dello schermo, dopo i quali avviene il diniego
del saluto. In verità i due amori hanno un pernio unico in
quell'apparizione di Amore peregrino che consiglia, cioè fa sostituire
l'uno all'altro. Or bene tale sostituzione si opera col recare il cuore
di Dante da una parte all'altra, da un vecchio a un novo piacere. (VN.
9, s.) E questo cuore è trasportato da Amore peregrino, meschino, a capo
chino. Leggiamo ora il contrasto tra gli occhi e il cuore (s. 21) e
l'altro tra l'anima e il cuore (s. 22); contrasti che sono tutti e due
tra l'anima e il cuore, ossia tra la ragione e l'appetito, (38) con
questo che il primo è piuttosto tra appetito ragionevole o ben diretto,
e appetito irragionevole o mal diretto, e il secondo, più recisamente
tra ragione cioè anima, e appetito cioè cuore. Il che è manifesto dalle
parole di Dante: “In questo sonetto (s. 22) fo due parti di me... L'una
parte chiamo _cuore_, ciò è l'appetito; l'altra chiamo _anima_, ciò è la
ragione... Vero è che nel precedente sonetto io fo la parte del cuore
(cioè propriamente della ragione) contro quella de li occhi, e ciò pare
contrario di quel che io dico nel presente (in cui fa la parte della
ragione o anima); e però dico, che ivi lo cuore anche intendo per lo
appetito, però che maggiore desiderio era il mio ancora di ricordarmi de
la gentilissima donna mia, che di vedere costei (e perciò l'appetito era
guidato ancora dalla ragione), avvegna che alcuno appetito n'avessi già,
(di vedere costei), ma leggero parea: onde appare che l'un detto non è
contrario a l'altro„. Così è: levando gli impacci scolastici, nei due
sonetti Dante esprimeva il contrasto tra un amore nobilissimo e un altro
non nobile, cioè vile. Si tratta anche qui d'amore malvestito che
predomina su un altro vestito di bianco. E per inganno; chè sulle prime
nobilissimo è detto il primo, e dal secondo è fatta “vile„ la vita.
Anche quando si struggeva per l'amor di Bice, sì che pensò poi alla
difesa, Dante, a giudizio di Guido, pensava vilmente![71]

Ma ecco, i drammi in simil modo impostati, si conchiudono in simil modo.
Nel primo, Dante, per una “soverchievole voce che parea che l'infamasse
viziosamente„ patisce il diniego del saluto della gentilissima, e gli
giunge tanto dolore che si apparta dalla gente, e piange e chiede
misericordia, s'addormenta e ha nella nona ora del dì la visione del
giovane biancovestito. (VN. 10 e 12) Nel secondo, “contra questo
avversario de la ragione si levò un die, quasi ne l'ora de la nona, una
forte imaginazione in _lui_„. (39) Non gli appare, a dir vero. Amore
biancovestito, sì la “gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne,
co le quali apparve prima a li occhi _suoi_„. Ma perchè tale
abbigliamento della prima fanciullezza, se non a dichiarare il concetto
“ch'_egli fu_ suo tostamente dalla sua puerizia„? (12) “Pareami giovane
in simile etade ne la quale io primieramente sì la vidi„: dice il Poeta
di lei, nella forte imaginazione. “Voglio che tu dichi certe parole per
rima, nelle quali tu comprendi la forza ch'io tengo sopra te per lei, e
come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia„: dice Amore al Poeta,
nella sua apparizione. E Dante dice allora quelle certe parole che si
assommano nella protesta: _e' non mutò 'l core!_ (b. 1, 24) E ora
“cominciò a pensare di lei; e ricordando_si_ di lei secondo l'ordine del
tempo passato, lo _suo_ cuore si cominciò dolorosamente a pentère de lo
desiderio, a cui vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra
la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio
desiderio, sì si rivolsero tutti li _suoi_ pensamenti a la loro
gentilissima Beatrice„. E qui sospira e lagrima e incierchia gli occhi
di corona di martìri. Il pentimento nel primo dramma vien prima
dell'apparizione; nel secondo, vien dopo; ma è per la medesima cagione
ed espresso quasi con le medesime parole: “in solinga parte andai a
bagnare la terra d'amarissime lagrime, e poi che alquanto mi fue
sollenato (_al._ sollevato) questo lagrimare, misimi nella mia camera„:
(12) “per questo raccendimento de' sospiri si raccese lo sollenato
(_al._ sollevato) lagrimare„. (39) E il pentimento è nell'un dramma e
nell'altro, sebbene nel primo, per via di quell'allegorizzare di schermo
e difesa, non sia espressamente dichiarato; ma il pargoletto battuto
lagrima forse per ira? E, dov'è il pentimento dovendo essere anche la
colpa, la colpa è nell'uno e nell'altro dramma, sebbene nel primo sia
espressa, al solito, per allegoria. In esso è mostrata con i vil drappi,
col sembiante di servo che ha l'amor peregrino che diede il mal
consiglio; nel secondo, l'amore stesso, non personificato, ma lasciato
quel ch'è, uno accidente in sustanzia, è detto “pensiero che in così vil
modo vuole consolar_lo_„ (38), è detto “desiderio a cui sì vilmente il
cuore s'avea lasciato possedere„, (39) e “per vile assai„ Dante se ne
teneva. (37) E se quella prima colpa era stata un consiglio d'Amore,
anche questa seconda era “uno spiramento di amore„. (38) E ambedue erano
“contro la costanzia della ragione„ (39), se nelle parole del giovane
biancovestito, _Ego tamquam centrum circuli_, è incluso il concetto
d'incostanza. E sì, sì. Quando il Poeta, nel primo fatto, protesta di
non aver mutato il cuore, dice appunto d'essere stato costante; e dunque
la colpa che gli si poteva addebitare era d'incostanza. E colpa era,
perchè se allegorizzando egli poteva dire che il suo amore per le donne
dello schermo era _simulato amore_, parlando proprio doveva dire che
quelli erano simulacri d'amore, cioè false imagini di bene.

Dopo il primo pentimento, con l'intervallo di alcuni capitoli e rime, è
espresso il proposito di prendere nova materia dilettevole a udire, (17)
troppo alta materia quanto _a lui_: la “loda di quella gentilissima„, e
non altro che questa. (18) Dopo il secondo pentimento, con l'intervallo
pur di alcuni capitoli e rime, egli si propone “di non dire più di
questa benedetta (era morta), infino a tanto che _e'_ potess_e_ più
degnamente trattare di lei„. (42) Allora non ardia cominciare e dimorò
alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare o mistica
per vederla; passaggio per l'inferno, con tale morte mistica, al fine di
raggiungere lei, adirata, perchè l'amatore ha seguito vani simulacri
d'amore, credendo seguir lei cioè il bene; visione della precorritrice,
di Giovanna, della Primavera, nel luogo, forse, dell'eterna primavera;
visione appresso lei della Beatrice; rimproveri d'incostanza; ascesa,
forse, con lei al cielo, dove era dileguata come una nebuletta, sebben
fosse ancor viva: dannati e beati, insomma, scienza e sapienza, o
primavera e luce, Giovanna e Beatrice. Cominciò.

Ora, no, non comincia. Egli afferma: “di venire a ciò (di trattare più
degnamente di lei, di dirne una nuova _loda_ più degna) io studio quanto
posso„. Per alquanti anni occorre che gli duri la vita. Or a questa
promessa di più degno trattato o loda fa precedere un episodio che è,
sostanzialmente, la ripetizione degli altri due, che ne formano un solo,
dopo il quale viene il proposito della materia più alta, della loda,
delle rime nove, delle canzoni con intendimento difficile e nascosto ai
più e da non aprirsi a tutti, chiaro soltanto a chi ha ingegno, (19) e a
chi è “in simil grado fedele d'Amore„, ossia, secondo la figurazione che
farà poi di questo concetto, a chi è servo o fedele di quel signore che
è lo studio e si chiama Virgilio. E se l'episodio che precede è la
ripetizione di quell'antico, il proposito che segue sarà pure una
ripetizione, sia quanto si voglia modificata, di quell'antico. Onde noi
dobbiamo ammettere come provato ciò che si affermava prima da molti
dubitando, che la MIRABIL VISIONE, nella quale Dante “vide cose, che
_gli_ fecero proporre di non dir più di _quella_ benedetta, infino a
tanto che _e'_ non potesse più degnamente trattare di lei„ è tutt'uno
con la visione ch'egli fece manifesta nella grande Comedia.

E ne sèguita un corollario. La donna gentile è, molto facilmente,
inventata. In vero come è probabile, se pure è possibile, che nella vita
di Dante avessero luogo due fatti così simili ed uguali? Nel mezzo della
sua adolescenza, ha il saluto e poi la visione d'una giovinetta, e
l'ama; ma dopo qualche tempo prende per difesa un'altra donna e poi per
ischermo un'altra ancora, ossia ama, d'amor non nobile, altre; e così
perde il saluto di quella, e si pente, e rinunzia a tali simulacri
d'amore, e si prepara a trattare la nova e più alta materia della loda.
Al fine della sua adolescenza, muore la sua donna, ossia diventa più
bella, anima bella, e più degna d'amore; ed egli s'innamora d'un'altra
donna, e si dice perciò vile e incostante; che poi si pente e poi si
prepara a più degnamente trattare della donna morta e amata. Da questo
fine poetico e filosofico, è molto probabile sia stata determinata
l'introduzione della donna gentile, poichè quel primo duplice episodio
non poteva valer più; c'era di mezzo il primo pentimento e poi la morte
vera della gentilissima. E così riprendendo, con altra forma, il
medesimo concetto, e lasciando a mezzo le rime nove interrotte da quella
morte, crea questo nuovo smarrimento o traviamento. E si veda con quanto
identico sentimento e fine. Egli vuol trattare dell'inganno che subisce
l'anima fanciulletta nella sua adolescenza, quando il tallo ha da essere
“bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine„, se no, “poco
vale la sementa„ (Co. 4, 21); dell'inganno; e così, nel primo caso è
Amore stesso che consiglia e approva i simulacri o false imagini, nel
secondo, oh! è così pietosa la donna gentile, e si faceva d'un color
pallido “quasi come d'amore„, (36) ed egli si ricordava della sua
nobilissima donna “che di simile colore si mostrava tuttavia„, (VN. 36)
e dicea tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa
donna non sia nobilissimo amore„, (35) e per quanto se ne crucciasse
molte volte nel suo cuore e se ne avesse per vile assai (37), pure
pensava di lei: “Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, e
apparita forse per volontà d'Amore, acciò che la mia vita si riposi„!
(36)

Un inganno anch'esso d'amore, o del cuore o dell'animo o dell'_hormen_ o
dell'appettito sensitivo. Ma la donna, che serve a Dante per preparare
la favola di questo dramma filosofico, è così vana parvenza, che nel
Convivio Dante la dichiara un simbolo; (Co. 2, 13) nella Comedia
Beatrice non ne parla, come avrebbe dovuto, o se ne parla, non ne parla
come avrebbe dovuto, in particolare; bensì, se mai, l'accomuna con le
altre vanità che hanno sì breve uso. (Purg. 30, 31)




XI.

LA VITA NOVA


I due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello
che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è
ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni
dopo la nascita; perchè il libro della memoria “dinanzi a la quale poco
si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice:
INCIPIT VITA NOVA. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole,
_vita nova_: (Pur. 30, 115)

    questi fu tal nella sua vita nuova
    virtualmente, ch'ogni abito destro
    fatto averebbe in lui mirabil prova.

La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può
cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.

E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la
disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la
sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli
avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù
sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in
lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi
si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever
può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante
(dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù
bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo
concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„,
mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si
può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la
sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne
mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio
consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cui
primo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come
già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72] Or questo tallo
s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si
può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata
nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come
“alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli
quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui
“l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde
molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che
si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata di _sua_
gioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamar
_nova_, come in latino _novum_ si aggiunge a _ver_, e in volgare si dice
di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„. _Nova_
dunque questa _vita_, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno,
gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto,
non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o
male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa
gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è
quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita
che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non
come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di
lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la
“perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4,
26) Insomma nell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è
bell'e fatto. Dunque Dante dice, _incipit vita nova_, cioè l'età dei
molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole
appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo,
che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si
vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a
metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo
argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultima

    Nel mezzo del cammin di nostra vita.

E poi _quasi_ a metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del
Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel
Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E
a ogni modo, sappiamo qual valore ha il _quasi_ in certi computi di lui.
“Si può comprendere per quello _quasi_ (dice Luca che quando Gesù morì,
era _quasi_ ora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il
colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel
trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel
trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere
che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo
dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse
l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o
vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita
Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due
novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta, dal saluto e dalla
visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a
ventisette anni?

In vero quando fu scritto il libello?[73] Non nell'anno milletrecento,
sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la
visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel
trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio,
e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per
descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che
cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare
la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominci_ò_
ad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura
di _donna gentile_), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni
de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi,
cominci_ò_ tanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava
e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che,
intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a
Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e
morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo
studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o
giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve
agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in
quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due
diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co.
2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74] apparve poco
meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno
del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si
lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39);
e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di
studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio
dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo
anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto
quasi tre novene d'anni.

E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75]
Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come
si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette
della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che non _si_
ricord_a_ d'aver vissuto, e di cui cred_è_ ad altrui„. Dice: “mi
rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo...
Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da far io con ciò di cui non
ritrovo alcuna traccia?„[76] È impossibile non ricordare “quella parte
del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe
leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però
che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun
parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di
seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo
Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo
ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e
legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli
aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o
Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto
mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile
del cuore l'immortalità della _sapienza_„.[77] Ciò a diciott'anni. E a
diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo
sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che
rappresentava la speranza vera, non _vana_, e la sapienza immortale. E
come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto
e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito
preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E
con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo
notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e
contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.

Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la
conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane
splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita
dal dolore„.[78] Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le
quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già
ricordati.[79]

Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo.
Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di
Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno
lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva
prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano
tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle
Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto;
anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in
volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo
studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio
stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido
rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non
diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere
la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e
doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non
però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè
che, in pochi giorni o in un istante diventò degno di trattar di
Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti
anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal
libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante
essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in
quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici
non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza
d'ingegno, quel che l'altro faceva.

Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se
le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa
però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto
espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a
credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la
prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più
degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già
le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può
supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto
anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si
può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno.
Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna,
soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico
(tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che
ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„.
(VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che
difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimento di quel che
v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto
vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera
gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchè _prima verrà_,
e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la
verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine
precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a
dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale,
più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce
spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di
Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando
scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in
questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice
o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva?
Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava
più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione,
ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che
credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò;
e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa
esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse
un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque
che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido
non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della
Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a
disdegno colui che conduceva prima a Matelda e poi Beatrice. Non tutto
torna così?[80] Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce
Dante con quell'_ebbe_? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi
misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per
acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè
all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della
composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere
troppo lontano dalla morte di Beatrice?

Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del
malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere
quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio
de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di
codici meno autorevoli, si legge: che molta gente _andava_; e s'induce
che quei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81] Per
quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione
della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de'
cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a
quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri
centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio
ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza,
non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si
dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali
pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso
parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto,
che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più
autorevoli reca _va_ e non _andava_. E pur tenendo _andava_, si potrebbe
sempre intendere che _quel tempo_ indichi la stagione, o che
l'imperfetto sia per attrazione del verbo principale _avvenne_, e ciò
anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o
recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di
un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è
questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della
gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che
non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo
prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di
data più antica, e fosse scritto non dopo il pentère di Dante, ma dopo
il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale
ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo
spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E
lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei
peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur
confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai
peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e
aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più
paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che
Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere
più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi
della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi
di quella consueta formula _cives et peregrini_, e ponendola a confronto
con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli
poneva sulle labbra le lugubri parole: _Quomodo sedet sola civitas plena
populo! facta est quasi vidua domina gentium!_ (VN. 28) E nel sonetto
echeggiavano, quelle medesime:

    che non piangete quando voi passate
    per lo suo mezzo la città dolente,
    come quelle persone che neente
    par che 'ntendesser la sua gravitate.

Sì: ell'è _quasi vidua_ o quasi orba:

    Ell'ha perduta la sua Beatrice.

Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva
in quella medesima lamentazione? _O vos omnes qui transitis per viam,
attendite...._ Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima
dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta: _Viae Sion
lugent...._ Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via;
fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo:
Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il
pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono
nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di
Beatrice; certo; però l'attraversano

    come quelle persone che neente
    par che 'ntendesser la sua gravitate...

Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le
prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano
divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82] in quel momento
della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più
antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che
credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di
dolore.

Nel principio dell'anno 1292, quand'egli aveva compiuto i ventisei anni
della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„
perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'_annoale_, 34, e
poi _alquanto tempo_, 35, e _alquanti die_, 39, dopo la morte di
Beatrice: l'annoale, _un anno_; l'alquanto tempo e gli alquanti die,
_quasi_), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello
dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della
benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva
cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato
dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda
lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza,
propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse
l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del
libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime
Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò
dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva
nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna
gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa,
se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della
contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se
non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere,
se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita
dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora,
dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere
la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E
agli argomenti di tanti valentuomini,[83] che hanno voluto dimostrare
che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano
amata in questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non
era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si
mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da
quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se
non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non
avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione,
in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la
morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il
presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna
amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli,
morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella
spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale
finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la
morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e
tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla
più alla morta?

La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma
bambina; e poi “_gli_ parve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui
un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì, _una
donna_; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante
non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende
bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi,
ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in
quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di
lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questa ultima
dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e
specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino
ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di
più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni;
per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che
dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era
stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo
anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che
non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò
che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie
(e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri
più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me,
gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore
della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva
aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita.
_I principi della terra_ non amano la giustizia!„




XII.

PER VIA NON VERA


Dante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua
arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo
studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passava da
un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava
oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de'
filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del
sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo
studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).

Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di
quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto
insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto
contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città
toscane. Fu questo tempo[84] un bel tempo prima per i grandi, poi per il
popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a
Campaldino, che aveva c

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