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Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1

by Alessandro Manzoni · Italian · Gutenberg #46031 · 652,463 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1
    
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Title: Brani inediti dei Promessi Sposi, vol. 1

Author: Alessandro Manzoni

Editor: Giovanni Sforza


        
Release date: June 19, 2014 [eBook #46031]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/46031

Credits: Produced by Giovanni Fini and the Online Distributed
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        Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK BRANI INEDITI DEI PROMESSI SPOSI, VOL. 1 ***

                      OPERE DI ALESSANDRO MANZONI

                           _EDIZIONE HOEPLI_

                               Vol. II.
                            (in due parti)




                             BRANI INEDITI
                                  DEI
                            PROMESSI SPOSI


                                  DI

                          ALESSANDRO MANZONI

                               PER CURA

                          DI GIOVANNI SFORZA

                               PARTE I.

                     SECONDA EDIZIONE ACCRESCIUTA


                    Milano——ULRICO HOEPLI——Editore




                             BRANI INEDITI

                                  DEI

                            PROMESSI SPOSI




                             BRANI INEDITI

                                  DEI

                            PROMESSI SPOSI

                                  DI

                          ALESSANDRO MANZONI

                               PER CURA

                          DI GIOVANNI SFORZA

                               PARTE I.

                     Seconda edizione accresciuta


                             ULRICO HOEPLI

                    EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA

                                MILANO

                                 1905




                         PROPRIETÀ LETTERARIA


        Milano, 1915——Tipografia Umberto Allegretti, Via Orti.




INDICE DELLA PRIMA PARTE


  I primi Romanzi storici in Italia e le minute autografe
      de' «Promessi Sposi», studio di GIOVANNI SFORZA             IX

   I.——Discussione sull'amore ne' romanzi                          1

  II.——Lucia e Agnese a Monza——Presentazione al
       monastero——Storia della Signora——Suo colloquio
       con Lucia                                                  13

   III.——Fermo perseguitato dal Podestà di Lecco a
         istigazione di Don Rodrigo                              141

    IV.——Visita di Don Rodrigo al Conte del Sagrato——Egidio
         e la Signora——Ravvedimento e fine di costei             155

     V.——Ratto di Lucia                                          221

    VI.——Conversione del Conte del Sagrato                       251

   VII.——Perchè non duri viva e grande la fama letteraria
         di Federigo Borromeo                                    263

  VIII.——Colloquio del Conte del Sagrato col Cardinal
         Federigo                                                275

    IX.——Liberazione di Lucia                                    301

     X.——Il Conte del Sagrato dopo la sua conversione            327

    XI.——Lucia a Chiuso                                          341




                                I PRIMI
                       ROMANZI STORICI IN ITALIA
                         E LE MINUTE AUTOGRAFE
                         DE' «PROMESSI SPOSI»




I.


È indescrivibile il rumore che levarono e la voga che ebbero dal 1814
in poi i romanzi storici di Walter Scott[1]. Si succedevano gli uni
agli altri con una rapidità addirittura maravigliosa, e i lettori
erano affascinati dalla sua inesauribile fantasia, dalla verità, dalla
vivezza e dalla bravura con la quale dipingeva un paese pittoresco
come la Scozia; facendone rivivere gli aspetti eroici, le tradizioni
poetiche e le antiche leggende. In questo genere di letteratura, che
non aveva riscontro nell'antica, il mondo d'allora vide un nuovo
sentiero aperto allo spirito umano, vi riconobbe l'invenzione d'una
maniera sconosciuta di scriver la storia degli uomini, con i loro
usi, i loro costumi ed i loro pregiudizi. I romanzi dello Scott si
tradussero in ogni lingua[2]; diventarono la lettura ambita e cercata,
desiderata e gradita di tutti[3]. Un'infinità di persone si dettero
a scriverne, tenendoli per modello. Nella stessa Edinburgh (la sua
città nativa) tra il '19 e il '23 comparvero dodici romanzi. Erano
di tre autori diversi, ognuno de' quali, imitando anche in questo
il caposcuola, nascondeva il proprio nome; uno di loro, Giovanni
Galt, rivaleggiò perfino con lui per la fecondità[4]. In Francia gli
imitatori e i seguaci di Walter Scott andarono moltiplicando ogni
giorno[5]; alcuni levarono talmente grido, che i loro romanzi finirono
con essere tradotti e stampati tra noi[6].

Il Manzoni, che chiama Walter Scott «l'Omero del romanzo storico», si
domanda: «mi sapreste indicare, tra l'opere moderne e antiche, molte
opere più lette, e con più piacere e ammirazione, de' romanzi storici
d'un certo Walter Scott?» E risponde: «Che quei romanzi siano piaciuti,
e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile»[7]. Il Cantù
afferma: «quei romanzi erano divorati dal bel mondo milanese; tutti
tradotti da amici del Manzoni; sulle scene, nei quadri, nella nuova
arte della litografia se ne riproducevano i fatti»[8]. Che gli amici
del Manzoni se ne facessero traduttori, fu negato, ma a torto[9]. Nel
1823 l'_Ape della letteratura italiana_[10] annunziando _La prigione di
Edimburgo_ dello Scott, tradotta in que' giorni a Milano e stampata,
in quattro volumi, da Vincenzo Ferrario (il tipografo dei romantici),
notava: «La raccolta dei romanzi di Walter Scott, volgarizzati da
vari dotti scrittori e posti in luce dal Ferrario, prosegue con
felici auspici. Dalla elegante versione di alcuni versi è facile il
conoscere che il traduttore di questo romanzo è il chiarissimo autore
dell'_Ildegonda_: in prova della qual nostra opinione ne trascriviamo
qui alcuni:

  Quando il falco dal nuvolo scende
  Cheto cheto il verdello s'appiatta;
  Oliando il veltro le macchie scoscende
  Trema il daino e non lascia la fratta.

Dettata pure da una facilissima vena è la quartina che si pone in bocca
a Magde:

  Oh che festi del mio anello,
  Dell'anel che mi sposò?
  Durerà fino all'avello
  Quell'amor che lo donò».

Degli amici del Manzoni, Tommaso Grossi non fu il solo traduttore;
parecchi ne voltò in italiano Gaetano Barbieri[11]; uno, Niccolò
Tommaseo.

Racconta Carlo Varese nella propria autobiografia: «Nel '22 o '23
comparvero i romanzi di Walter Scott, che levarono quel grido che
ognuno sa: subito me ne invaghii, nè basta: subito destarono in me
l'idea che a quel modo stesso si sarebbe potuto descrivere i casi
d'Italia nostra, della quale appena si poteva proferir il nome senza
pericolo; e in pochi mesi dettai il mio primo romanzo storico:
_Sibilla Odaleta_, episodio delle guerre d'Italia, cioè l'invasione
del Regno di Napoli per Carlo VIII: e mi determinai di preferenza
per quell'argomento unicamente in grazia della fiera risposta di Pier
Capponi: _Voi darete nelle vostre trombe, noi daremo nelle nostre
campane_. Mandai il manoscritto a Stella in Milano, sotto il velo
dell'anonimo; a Stella, solo perchè lo sapeva editore dei romanzi dello
Scott, tradotti dal Barbieri. Stella aveva allora per consigliere
in cose letterarie un Compagnoni di Lugo, cavaliere della Corona di
ferro, già membro della Consulta di Lione, uomo d'ingegno, di mente
e di cuore, autore di molte belle opere storiche e filologiche, alle
quali finora non fu fatta giustizia, perchè _habent sua fata libelli_.
Trasmise a lui il mio manoscritto per un parere; Compagnoni glielo
rimandò con queste parole: _è una massa d'oro colla scoria_, e lo
Stella a me; ed io mi diedi a ripulire, come seppi meglio, ma sapeva
poco, perchè l'educazione francese mi aveva guasta la lingua e lo
stile. Tuttavia, tal qual è, quel libraccio fu letto avidamente, perchè
d'un italiano e di tema italiano, ed anche per essere il primo in
siffatta maniera di letteratura. Ebbe dieci o dodici edizioni e l'onore
di due traduzioni[12]. Intanto non si sapeva il nome dell'autore,
ma Stella lo propalò, ed io scapitai molto nella mia qualità di
medico, chè un medico non deve scriver romanzi! Il successo doveva
naturalmente incoraggiarmi: dettai successivamente i sette od otto
miei romanzi; la maggior parte pubblicati dallo Stella, e sempre
senza nome d'autore, cioè coll'indicazione: _dell'Autore della Sibilla
Odaleta_»[13].

Osserva Giuseppe Rovani: «Il Varese colla _Sibilla Odaleta_ fu il
primo forse a farsi imitatore del grande scozzese, ma imitatore
più della novità e della fantasia sbrigliata, che delle bellezze
straordinarie e dei pregi di descrizione[14]. Tuttavia la novità,
che rende saporite anche le cose più comuni, fece che il libro del
Varese venisse letto da tutti gl'italiani, i quali credettero d'avere
anch'essi il loro Walter Scott a buon mercato. Con maggior diritto del
Varese ottenne molta voga Giambattista Bazzoni col suo _Castello di
Trezzo_[15], che fu stampato prima dei _Promessi Sposi_ e che parve
preconizzare la grande epoca romantica. Correva l'anno 1824; la musa
di Grossi non si era ancora effusa nella sua mestizia irresistibile; di
Manzoni non si conoscevano che gl'inni e le tragedie, lette da pochi,
dispregiate da molti[16]. Le lettere italiane erano dunque silenziose
e in istato di letargo, e chi avesse voluto cercare un passatempo
nelle produzioni del paese, veramente non avrebbe avuto con che
soddisfarsi. D'altra parte, le opere di lord Byron erano più celebrate
che conosciute, e di esse non correvano che poche e cattive traduzioni;
bene all'ozio dei lettori aveva provveduto la Stäel colla sua
_Corinna_, ma non era bastato. Gl'italiani andavano dunque guardandosi
intorno avidamente, come bachi che cercassero la loro foglia. Non è
dunque a maravigliare che al primo comparire dei romanzi di Varese e
di Bazzoni, tutti facessero una gran festa come se si trattasse di un
avvenimento memorabile»[17].

La _Sibilla Odaleta_ e il _Castello di Trezzo_ non vennero fuori
nel 1824, come sembra credere il Rovani; videro la luce nel 1827,
Tanno stesso della pubblicazione de' _Promessi Sposi_[18]. La
_Biblioteca italiana_ ebbe a confessare: «la sola notizia che
l'autore dell'_Adelchi_, il poeta degl'_Inni sacri_ scriveva un
romanzo, nobilitò la carriera e trasse alcuni chiari intelletti ad
entrarvi». _Il Nuovo Ricoglitore_, nel giugno del '27, annunziava
la comparsa del _Castello di Trezzo_ e de' _Promessi Sposi_.
«Questa novella» (scriveva di quella del Bazzoni) «è, a mia
notizia, il primo esperimento di romanzo storico, alla maniera
di Walter Scott, che venne offerto all'Italia. Negli ultimi anni
vennero pubblicati alcuni romanzi, più o meno lodevoli, attinti
alla storia, ma nessuno aveva ancora impreso a calcar l'orme del
maraviglioso Scozzese. Io trovo in questa circostanza un bel titolo
di lode per l'autore del _Castello di Trezzo_, e credo che in
grazia di essa dobbiamo andar paghi di quanto egli ha fatto, senza
pensar molto a quello che per avventura avrebbe potuto fare»[19].

La _Biblioteca italiana_ nel luglio annunziò la pubblicazione della
_Sibilla_ e de' _Promessi Sposi_, impegnandosi di tornarne a parlare
«distesamente a suo tempo». Della _Sibilla_ scriveva: «è nel genere
di Walter Scott, e l'imitazione dee dirsi felice»; chiamava «nuova e
importante» l'opera del Manzoni[20]. Discorse del romanzo del Varese
nel novembre, concludendo: «fra quanti ubbidirono al tacito invito del
Manzoni, il primo posto dee concedersi a questo sconosciuto autore
della _Sibilla Odaleta_». Fin dall'agosto aveva parlato con indulgenza
benevola di quello del Bazzoni. «Un giovane che ha saputo immaginare
e condurre la novella del _Castello di Trezzo_ sarà probabilmente uno
scrittor di romanzi, tosto che avrà fatta una più lunga esperienza
del cuore umano e coll'esercizio si sarà reso padrone di quello stile
che più si conviene a siffatti componimenti». Sentiva però una grande
predilezione per la _Sibilla_, la quale prima ancora di vedere la luce
aveva trovato un protettore potente in Paride Zaiotti, che era la
colonna più salda di quel giornale. N'è prova una sua curiosa lettera
al Salvotti, scritta il 4 d'agosto. «Un'altra apparizione» (egli dice)
«s'aspetta con impazienza ed è un nuovo romanzo italiano intitolato
_Sibilla Odaleta_. L'autore è anonimo, ma posso dirti che è un dott.
Varese di Novara[21], medico accreditato, di circa trentacinque
anni, che muove in questo modo i primi suoi passi nella carriera
delle lettere. Ei voleva tenersi occulto, e n'avea ben ragione, se
vuol continuare nella professione di medico e trovare ammalati che
s'adattino a morire di sua mano. Ma il secreto, che prima era tra due
sole persone, s'è ora allargato, e tutto mostra che all'uscire del
libro sarà il secreto del pubblico. A me fu comunicato il manoscritto
prima della stampa, e trovai il libro, sotto alcuni rapporti, superiore
a quello di Manzoni: certo che è un romanzo, cosa che non oserei dire
degli _Sposi Promessi_. Il difetto suo consiste nello stile, che
dovrebbesi rifondere per intero».

Lo Stella stampò la _Sibilla_ «in continuazione» alla _Biblioteca amena
ed istruttiva per le Dame gentili_ e la mise in commercio nell'agosto
del 1827. Il giornale _La Vespa_ prese subito a pungerla. «O donne,
ditemi sinceramente, vi par egli che _Sibilla Odaleta_ sia un romanzo
veramente _istruttivo ed ameno_? Esaminiamolo un poco fra noi». E
qui ne dava la tela; poi proseguiva: «tutte queste cose, innestate
insieme con un accorgimento tutto proprio dei Walter Scott italiani,
e preparate e condotte con un'arte egualmente tutta loro, formano il
bell'_episodio delle guerre d' Italia alla fine del sec. XV_, o romanzo
istorico, o come meglio volete chiamarlo, poichè è moda d'oggidì che i
nostri autori comincino dal titolo a imbarazzare ed essere imbarazzati.
Ora, ditemi, o donne gentili, ditemi per vostra fede, vi siete voi bene
istruite nei pochi cenni istorici di quella sciagurata spedizione di
Napoli? O donne mie! se la leggeste nel Guicciardini, se rifletteste
di che sventure è stata cagione, di che avvenimenti feconda, di che
tratti di virtù e di delitto, di eroismo e di barbarie, e più di tutto
come ha influito sul resto dell'Italia, gittereste il libro sdegnate,
che a tante e tali vicende siasi innestata una favola sì misera e in
nessun modo corrispondente ai sommi interessi di quell'epoca; una
favola che potea collocarsi in ogni tempo e in ogni nazione, senza
che per questo riuscisse o peggiore o migliore di quello ch'ell'è.
In che dunque vi siete istruite? Forse nei costumi di quei tempi?
Quando saprete che il Re conduceva seco un buffone; che gli Svizzeri
portavano un abito di scarlatto e dei _calzoni di bufalo_; che le donne
credevano all'astrologia; che i becchini avevano paura dei morti;
che gli ebrei falsavano le monete, rubavano le ragazze, faceano i
cerretani e detestavano cordialmente i battezzati, le peregrine cose
che avrete sapute! Forse apprendeste lo stato delle lettere e delle
scienze, della pace e della guerra, di tutto insomma che poteva aver
luogo opportunamente in un'azione collegata ad un'epoca istorica tanto
interessante le nostre patrie vicende? No, davvero. Eppure un bel campo
di osservazioni presentavano all'autore, e le perfidie del Duca di
Milano, e gli scaltrimenti del Pontefice, e la lentezza de' Veneziani,
e le discordie dei Baroni di Napoli, e l'una e l'altra fortuna, così
rapida, così capricciosa dei Francesi e degli Aragonesi! Eppure vi
erano tanti uomini illustri da mettere in iscena, tanti progetti
delusi da scoprire, tante speranze tradite da compiangere, tante mine
da deplorare! E vi erano.... Non la finirei più, se dovessi accennare
tutte le fila che un esperto scrittore avrebbe potuto comprendere
nel tessuto della sua storia. Se non vi siete istruite, vi sarete
almeno divertite, ossia, per servirmi della frase messa in fronte alla
vostra _Biblioteca_, avrete trovata qualche _amenità_ nella offertavi
lettura. Non saprei quale.... Finisco per non più trattenervi: e non
vi parlo dell'orditura, dello stile, della descrizione, dei dialoghi,
dell'estetica insomma di siffatto romanzo, poichè dovrei perdermi
in certe sottigliezze che vi verrebbero a noia, e correrei forse il
pericolo di non saperne io medesimo raccapezzare il costrutto. Questo
solo io dirò, che a malgrado dei difetti da me trovati in _Sibilla
Odaleta_, vi son pure sparse per entro alcune cose scritte con garbo
e con evidenza, dalle quali si può arguire che l'autore non sarebbe
digiuno dell'arte di ben raccontare, se conoscesse un po' meglio quella
di ben inventare»[22].

Benevola al nuovo romanzo fu invece la _Gazzetta di Milano_. Così ne
parlava il 13 di settembre: «Nel momento che sopra un romanzo, a cui
dà giustamente un grande sostegno la ben meritata fama dell'illustre
suo autore, si è per ogni banda assordati da cento dicerie, diverse
tra esse e sovente ancora contradittorie, ecco apparirne tacitamente
uno, avviluppato in modesto velo, non preconizzato, non predicato,
non fatto ancora soggetto di diffuso giudizio: la _Sibilla Odaleta_».
Espostone l'intreccio, finiva: «In mezzo a tanti variati fatti, che
questa accurata composizione contiene, niun carattere si presenta
che non sia vero in natura e proprio delle circostanze; niun tratto
che a proporzione non interessi; niuno che non esponga l'opportuna
relazione delle cose, E la narrazione poi cammina senza minutezze che
incaglino la curiosità del lettore, senza ricercatezza di stile e senza
pedantesca elocuzione. Nobili, mezzani, infimi che siano i personaggi,
che in questo quadro figurano, tutti hanno il loro natural colorito,
tutti il loro conveniente linguaggio». Il _Corriere delle Dame_, di
Milano, ne dava questo giudizio: «Parlando dei _Promessi Sposi_ abbiamo
notato che la storiella di Renzo e Lucia pareva troppo picciola cosa
in confronto di tutto il restante; sicchè potea dirsi episodio quello
che in buona regola dovrebbe essere parte principale del libro: qui, se
non erriamo, può dirsi il contrario, perchè la storia ha troppo deboli
relazioni col fatto. E veramente crediamo che la principale difficoltà
in questo genere consista appunto nel trovare un argomento in cui siano
bene equilibrate fra loro la parte storica e la parte immaginaria, e
l'una all'altra si leghi non già pel semplice arbitrio e per l'arte
dello scrittore, ma sì per la natura medesima delle cose. Del resto,
l'abbondanza de' casi non lascia che mai si raffreddi l'interesse del
leggitore; i tempi vi sono ben dipinti, in quella parte almeno che
l'autore ha voluto dipingere; i personaggi da lui posti in iscena
sono caratterizzati con evidenza e con verità, e così pure i costumi
dei tempi. Lo stile, considerato nella sua più ampia significazione
di questa parola, non manca di pregi; perchè tutto è rappresentato e
mosso, direm così, con vivacità e in modo da fare una forte impressione
sull'animo de' leggitori; ma se guardisi alle parole, alle frasi, al
suono de' periodi, potrebbe desiderarsi assai più. L'autore di questo
libro ha data tal prova d'ingegno, che l'Italia può ripromettersi da
lui, quando che sia, un romanzo che dir si possa perfetto»[23].

De' tanti altri giudizi dati allora sulla _Sibilla Odaleta_ è notevole
quello che si legge nella _Gazzetta di Genova_ del 27 ottobre 1827.
Dopo aver detto che il romanzo trovasi «da pochi giorni in Genova al
Gabinetto letterario di M. Gravier», soggiunge: «Benchè non manchi
al Genio italiano nè fervida immaginazione, nè lingua ricca, e, per
disgrazia nostra, ripiene sieno le patrie cronache di terribili
vicende adatte a smuovere ogni sorta di affetti, ci mancava ancora il
_Romanzo storico_, genere di letteratura in cui tanto si distinguono
i Francesi e gl'Inglesi e più di tutti l'immortale Scozzese, che,
sorto all'improvviso dalle montagne dell'antica Caledonia, sforzò
imperiosamente la colta Europa ad arrestarsi innanzi alla violenta
rappresentazione che in mille diverse maniere le affacciò di paesi,
d'uomini e di fatti barbari, temperandone ingegnosamente il ribrezzo
con opportuni contrapposti e giustificandoli coll'autorità della
storia. Ad occupare un seggio, che finora rimase vacante, è comparso
non ha guari un romanzo che sostiene la ben meritata fama del suo
illustre autore e di cui di giorno in giorno ognora più si apprezza il
merito, senza temere le critiche dell'invidia, nè l'aculeo importuno di
qualche _Vespa_, che risente forse un po' troppo lo stimolo del proprio
istinto. Il romanzo storico, che annunziamo, viene secondo: nè è poca
gloria l'aver nome dopo i sommi. L'autore, che modestamente cela il suo
nome, c'informa che son questi i suoi primi passi, e ben da questi può
argomentarsi quanto siano per esser grandi e felici i secondi».

Il 19 giugno del 1827, poco dopo la pubblicazione de' _Promessi Sposi_,
il Bazzoni, che subito era corso a leggerli, ricevendone un'impressione
profonda, inviò al Manzoni un esemplare del suo _Castello di Trezzo_,
scrivendogli: «Ella deve perdonarmi se le presento questo mio primo
tenuissimo lavoro, chiedendogli che si degni di leggerlo. Avendo io
in cuore di adoperarmi nel crearne qualche altro, che riuscirà forse
meno di questo difettoso[24], possedendone ora un ottimo modello nei
_Promessi Sposi_, ho vivo desiderio di saper quanto valgo e se il primo
saggio indica in me alcuna disposizione a pervenire collo studio al di
là del mediocre. Ella, siccome gentilissimo ed ammiratore della buona
volontà e l'uno dei pochissimi che ponno su ciò inappellabilmente
pronunciare, non vorrà rifiutarsi a soddisfare alle mie richieste e
ben anche indicarmi quali vie abbia a percorrere tendendo ad una meta
elevata. Tanto oso sperare dalla bontà sua, e riserbandomi a venire
qualche momento da Lei pel sovraddetto scopo, le offro colla massima
sincerità i miei più rispettosi sentimenti di stima ed amicizia».

Del _Castello di Trezzo_ furono esaurite in pochi mesi le due prime
edizioni; nel giugno del '28 già era in vendita la terza[25]. Questo
romanzo ha la priorità della stampa sulla _Sibilla_ del Varese[26].
Infatti fu messo in vendita tra il febbraio e il marzo del '27;
n'era però incominciata la pubblicazione a brani fin dall'anno
innanzi nel periodico _Il Nuovo Ricoglitore_, che ne dette il primo
capitolo nel fascicolo di maggio del 1826[27]. È una priorità
soltanto sulla _Sibilla_. Il primo romanzo storico dell'Italia, anche
cronologicamente, è quello del Manzoni, incominciato a scrivere (come
vedremo) il 24 aprile del 1821 e approvato dalla Censura il 3 luglio
del '24[28]. Il primo e il secondo volume dell'edizione originale
portano nel frontespizio la data del '25; il terzo e ultimo quella
del '26, ma non fu messo in commercio che o il 14 o il 15 giugno del
'27[29].


II.

Ferdinando Bosio, che fu in intimità col Guerrazzi, del quale dettò la
vita, mandandogliene a leggere manoscritti i capitoli a mano a mano
che gli uscivano dalla penna, afferma che la _Battaglia di Benevento_
«abbia preceduto i _Promessi Sposi_, benchè di poco tempo»[30].
Adolfo Albertazzi ripete che «era stata pubblicata pochi mesi prima
dei _Promessi Sposi_»[31]. Quando a ventidue anni Francesco Domenico
prese a scrivere quel romanzo, aveva già fatto le sue prime armi con
una tragedia, due prose e un dramma, che non incontrarono accoglienza
cortese. Allora in Toscana Giovanni Carmignani si arrogava il diritto
di farsi giudice di ogni nuova tragedia; diritto che trovava la
propria ragione nell'essere riuscito vincitore del premio assegnato
dall'Accademia Napoleone di Lucca alla più bella dissertazione sulle
tragedie d'Alfieri[32]. Singolare debolezza di un ingegno potente, che
spaziava sovrano e ammirato ne' campi del diritto criminale, dove ha
lasciato tante orme. Del _Priamo_ del Guerrazzi ne disse ogni male; e
altro non meritava: lo disse perfino «posto tra le tragedie come gli
antichi posero Priapo tra le divinità»; e fu un passare il segno. Il
ferito mandò un grido feroce e gli si avventò addosso con la rabbia e
la furia d'una belva; però con la maschera sulla faccia, cosa nè bella,
nè generosa[33]. Non contento di chiamarlo «più maligno della vipera»;
di accusarlo di «cercare la cenere de' padri per maledirla», gli fa
questa apostrofe: «Una fierissima tigna ha dato il guasto al vostro
capo: onde ho pensato che ella vi sia discesa nel cuore. Pover'uomo! E
che volete fare con un cuore tignoso?» Il dramma _I Bianchi e i Neri_
capitò per caso in mano al Mazzini, e, «di mezzo a forme bizzarre e
a una poesia che rinnegava ogni bellezza d'armonia», vi riconobbe
«un ingegno addolorato, potente e fremente di orgoglio italiano». Fu
rappresentato a Livorno nel teatro Carlo Lodovico, ma per confessione
stessa dell'autore, «ebbe plauso eguale a quello che fecero i demoni
all'orazione di Satana giù nello inferno quando egli riferì la caduta
dell'uomo». Non si perse ne' panni; e a Elia Benza, (che del dramma
disse parole gentili nell'_Indicatore Genovese_; come benevole furono
quelle di Giuseppe Montani nell'_Antologia_ di Firenze), scriveva: «Me
strinse il dolore (chè la speranza delusa non è piacere), ma non mi
vinse; assomiglievole a Calandrino colto di un ciottolo nel calcagno
dall'amico suo, levai la gamba soffiando e dissi: Ho urtato; poi, senza
piegar costa, nè mutare aspetto, continuai per l'incominciato cammino».

Riamicatosi col Carmignani, che poi doveva maledire appena fu morto,
scrivendo e stampando: «La terra gli sia leggera, o pesa a sua posta,
che altre parole non merita»; in una lettera che gli indirizzò il 10
maggio del '27 gli dice: «Voi, se ben veggo, procedete avverso alle
nuove dottrine. Vere e diritte saranno le sentenze vostre; ma certo
non vorrete negarmi Shakespeare, Schiller, Goethe, Byron nulla aver di
comune coi teatri greco e francese, e non per tanto essere alti quanto
il volo dell'aquila di Bonaparte. L'italiano Manzoni si conduce sul
nuovo cammino, e, in percorrendolo, si mostra figlio d'avventuroso
padre; vi si accosta con meno ingegno di lui Niccolini, e ne deriva
un'opera, se non meravigliosa, certamente commendevole e commendata....
La mia stima per voi dimostrerò col domandarvi un consiglio. Gli amici
miei mi si son messi attorno e mi sollecitane a comporre un romanzo
storico, dicendomi di questo genere di componimenti andare difettosa
l'Italia, le altre nazioni onorate, questo esser fonte di fama, questa
opera importante, per la quale è concesso narrare quelle cose che la
storia non può; e già l'animo mio v'inchina, come quello che è vago di
casi misteriosi, intollerante di freno, e anelo di ordire lunga serie
di eventi; ma, innanzi che per me si ponga mano all'opera, siatemi
cortese... di vostro consiglio, e ditemi se stimate voi il romanzo
storico tal opera che vaglia la pena di essere scritta».

Ecco la prima idea della _Battaglia di Benevento_. Nell'ottobre dello
stesso anno 1827 è in cerca d'un editore, e si rivolge a Vincenzo
Batelli di Firenze, in grido a quel tempo. Il giorno 12 gli scrive:
«Ho da offrirgli un romanzo, diviso in 4 volumi, che gradirei fosse
pubblicato nella capitale. Il suo soggetto è: _La caduta della famiglia
di Svevia nel Regno di Napoli_; l'epoca il 1265; il merito, quello
sarà giudicato. Le condizioni della vendita del manoscritto sono: una
edizione piuttosto bella che brutta, la stampa del 1º tomo avanti
la metà di novembre, un numero di copie ch'Ella crederà conveniente
di mandarmi.... Si faccia coraggio a stampare romanzi, perchè gli
stessi Pievani della _Biblioteca italiana_ a poco a poco diventano
romanzieri, e nell'ultimo fascicolo lodano il _Castello di Trezzo_ e
promettono _meditate parole_ su i _Promessi Sposi_»[34]. L'offerta non
fu accolta. Il Guerrazzi allora si accordò con la tipografia Bertani,
Antonelli e C. di Livorno. Il 16 ottobre del '27 uscì il manifesto
di associazione. Questi i patti: quattro volumi, il primo da venire
in luce al più presto, gli altri ogni quaranta giorni; prezzo, due
lire toscane al volume. L'I. e R. Censore scriveva al Governatore di
Livorno il 29 dello stesso mese: «L'autore ha sottoposto solo il primo
tomo, che fu da me letto e approvato sotto dì 19 corrente. Mi è paruto
pregevole e per la vivacità e novità dei pensieri e per la nitidezza
dello stile col quale egli si sforza di emulare gli altri scrittori
recenti, che hanno assunto l'incarico di ridonare alla lingua nostra
il suo antico splendore; e son persuaso che, se il restante dell'opera
corrisponderà al principio, questo romanzo acquisterà fama presso le
persone di lettere»[35].

Il 26 di novembre un esemplare del primo volume, uscito allora di mano
al tipografo, pigliava la via di Pisa, accompagnato da questa lettera
al Carmignani: «Gli oltraggi che noi giovani scrittori facciamo alla
carta sono maggiori di quelli che un crocchio di vecchie femmine
possono fare al pudore. Questo volume, che la gentilezza vostra vorrà
ben farmi grazia di non rifiutare, è una nuova prova di quanto ho detto
poc'anzi.... Voi vedrete che ho fatto tesoro dei vostri consigli
intorno allo stile: riguardo a ciò che mi avvertiste sul tentare il
pubblico con piccoli racconti, non ho potuto». Un altro esemplare
fu dal Guerrazzi stesso portato a Firenze, e con le proprie mani lo
presentò a Leopoldo II Granduca di Toscana. «Si sappia» (così in una
lettera al Governatore) «com'io, terminato appena il primo volume della
_Battaglia di Benevento_, mi partii da Livorno, e andai ad offrirlo, in
segno di riverenza e di amore, al buon Sovrano, ed egli lo accettava
cortese, ed ogni qualvolta mediante il sig. cav. Giuseppe Sproni gli
feci presentare i volumi successivi, si degnò sempre parteciparmi la
sua paterna benevolenza»[36]. Il 31 gennaio del '28 pregò il Carmignani
«di accogliere cortese il secondo volume del romanzo»[37]. La lettera
con cui gli accompagnò il terzo è perduta; il quarto e ultimo glielo
mandò il 2 di maggio[38].

Il Guerrazzi dava lode a Carlo Leoni di Padova di avere lui solo côlto
«il vero spirito» de' suoi scritti; e il vero spirito era questo: «Io
non ho voluto fare romanzi, ma poemi in prosa». Il Leoni, peraltro,
sfondò una porta aperta. Fin dal primo apparire della _Battaglia_ lo
Zaiotti nella _Biblioteca italiana_[39] aveva scritto: «poesia vera è
la sua prosa»; notava Niccolò Tommaseo nell'_Antologia_: «L'importanza
dell'argomento, la novità del lavoro, meritano che il ch. A. si
consideri non come romanziere, ma come poeta e l'opera sua come una
nuova epopea»[40].

La _Battaglia_ (son parole del Guerrazzi) «incontrò fortuna oltre
il suo merito e fu il Beniamino della critica». Infatti lo Zaiotti
la chiama: «libro affatto singolare»; ne riconosce «gli ammirabili
pregi», le «nuove e somme bellezze»; e nell'autore «un ingegno sì
nobile». Il Tommaseo trova che «l'energia del disegno si svolge con
sempre nuovo calore ed impeto, nelle immagini e negli affetti»; per
lui la «sicurezza, con la quale il Poeta si lancia agli estremi
e li passeggia, a dir quasi, è mirabile». E soggiunge: «ci sarà
dell'avventato, dello strano, dell'esagerato; chi 'l nega? ma c'è del
vero; e profondo; e di quello che mostra verissima la presenza del
genio». Nota «la forza, la concisione, la disinvoltura e l'armonia
dello stile, che trasse dal trecento quel tanto che convenisse al
soggetto, e ve l'adattò con grand'arte e potenza»; non senza però «una
certa affettazione di forza, che tien del convulso; ma i difetti, la
lima e l'età posson torli; i pregi vengono dal fondo dell'anima».
Giuseppe Mazzini scrisse: «E moto e vita e genio sono in questa storia
della _Battaglia di Benevento_.... A qualunque leggerà i quattro
volumi che la compongono, non accecato da pregiudizi, non inaridito
dalla bassa invidia, sarà forza esclamare con noi: questi è chiamato a
grandi cose dalla natura.... Lo stile ha sempre un'impronta originale
di severità, sovente d'una profonda energia; v'hanno pagine intere
dove ogni vocabolo cova un'idea, e una di quelle idee, che, com'altri
disse, _abbrucian la carta_. È stile insomma d'uomo che tenta rompere
il sonno a' giacenti». De' difetti, sul più grave e dannoso, posò il
dito per il primo: «Bella suona la rampogna dei forti all'orecchio dei
neghittosi; bello è lo sdegno, quando cova nel petto d'un generoso un
nobile fine di miglioramento; ma non s'adegua un tal fine col gridare
ad una gente caduta in fondo:——travolgiti eternamente nel fango; non
v'ha speme di risorgimento per te——odio l'uomo, che può intuonare
sulle rovine l'inno della gioia; ma tra la gioia e la disperazione, la
natura pose lo sdegno e il dolore: lo sdegno, che non getta in fondo,
ma incita; il dolore, che geme e si lagna, ma lancia talora un guardo
di speme nell'avvenire, perchè anche sul terreno dei vinti germogliano
le rose della speranza. O giovane! tu hai possanza d'immaginazione e
di cuore e di mente.... Non offuscare queste tue doti colla nube della
disperazione, perchè essa fa del creato un deserto... Ricordati che il
fine d'ogni scrittore è d'illuminar commovendo; e che ogni scossa è
soverchia, dove non riveli un profondo vero; inutile ogni quadro, se
dal fondo non penetri il raggio della speranza»[41].

A queste parole fecero eco l'_Antologia_[42] e la _Biblioteca
italiana_. Il Guerrazzi, che prevedeva l'accusa, mettendo le mani
avanti, così aveva scritto al Carmignani: «Non so se le proteste che
principiano e conchiudono il libro vagliano a scusarmi degli amari
pensieri che vi ho sparso per entro; certo sono andato più oltre di
quello che soglio meditare su le condizioni umane; ma il dolore, che
mi ha lungo tempo travagliato, mi scusi——un amico diletto, giovane di
alte speranze, instruito in cinque lingue straniere all'età di venti
anni, Carlo Bini, ferito a tradimento di tre colpi mortali, stette
per quarantatre giorni in pericolo di vita.——In questo tempo[43]
fu scritta la maggior parte dell'opera:——passava il giorno al suo
capezzale, le notti a gittare _tumultuosamente_ su la carta ciò che
l'anima aveva sentito nelle pietose visite. D'altronde poi non v'è
scelleratezza descritta nel mio romanzo che non sia avvenuta nel
mio paese, che fatalmente, spogliando quell'indole mansueta, tanto
celebrata dai viaggiatori tra gli altri toscani, ha assunto la ferocia
per la quale una volta andavano detestati i genovesi.——Qui, cosa
incredibile, è diventato il ferire un diletto, le uccisioni un titolo
di gloria. Sperano i buoni nella severità del Governo, e insieme
con la _provvidenza_ pregano dal cielo un par di forche in piazza
grande——siano esauditi i loro voti».

Nella prefazione poi alla quindicesima ristampa, fatta a Firenze
nel '52, e curata da lui stesso con ritocchi di lingua e di stile,
confessa: «Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento parmi libro
ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro un certo
sgomento, per nulla naturale alla età in cui lo dettai.... e un alito
di dubbio, il quale appena si perdona agli uomini i quali, sviati dalle
decessioni, si sentono sazii di vita; fra tutti i tristi peccati,
pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente; i molti guai che me
fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli[44];
la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e
il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron[45]. Ma se
questo basta alla scusa, non basta alla lode». Con la stessa penna,
con la quale faceva questa nobile ammenda, stava allora scrivendo la
_Beatrice Cenci_. Fidatevi, se è possibile, degli atti di contrizione
de' romanzieri!

Un «gran schiccherar di romanzi» aveva fatto, prima del Manzoni, del
Varese, del Bazzoni e del Guerrazzi, Davide Bertolotti, «il redivivo
abate Chiari», come lo chiama la _Biblioteca italiana_[46]. Racconta
nella propria autobiografia, che «procacciata» a' suoi scritti «la
grazia del sesso gentile», corse «più risolutamente l'umana palestra»,
pubblicando «viaggi dilettevoli e romanzi d'amore». Di questi ricorda
l'_Isoletta dei Cipressi_, il _Ritorno dalla Russia_, il _Tappeto
nero_, l'_Amore infelice_, le _Due sorelle_ e «molte altre novelle»;
non che «la _Calata degli Ungheri in Italia_, romanzo storico, ed
_Amore e i Sepolcri_»; e soggiunge: «forse la ingrata dimenticanza
cuopre ora questi libri, e la presente generazione gl'ignora; ma chi
asserisse ch'essi fecero la delizia della generazione che ora si
spegne, non si dilungherebbe troppo dal vero. Giorni felici, in cui la
fortuna non aveva per me che sorrisi!»[47].

Inviando un esemplare della _Calata degli Ungheri_[48] a Giuseppe
Acerbi, direttore della _Biblioteca italiana_, gli scriveva il 5
febbraio del 1823: «Esso è il primo romanzo originale istorico che
sia comparso a luce in Italia. Questo è il solo titolo per cui mi
lice raccomandarlo alla tua benevolenza. Desidero che il libro si
raccomandi meglio da sè». Il Bertolotti, «attingendo al Muratori e
al Sigonio», volle esser de' primi a imitare lo Scozzese; però, come
nota l'Albertazzi, «si accosta già al Visconte d'Arlincourt, grande
inventore di sensazioni forti e di agitazioni sentimentali, il più
romantico seguace dello Scott»[49].

Uno dei romanzi pubblicati in Italia prima de' _Promessi Sposi_ attirò
l'attenzione del Manzoni, e tanto gli piacque, da copiarne perfino
di sua mano la recensione che n'era stata fatta: forse uscita dalla
penna del Grossi[50]. È la _Storia di Clarice Visconti, Duchessa di
Milano_, che Giovanni Agrati finse di aver tradotto dal francese[51].
La recensione diceva: «Que' che si sono addimesticati colla lettura
dei romanzi di Richardson e di Laclos, troveranno forse di soverchio
semplice la _Storia di Clarice Visconti_, tutto il cui merito consiste
appunto in tale semplicità di condotta, di stile, di accidenti, che
molto s'accosta a quella della natura, e quindi alla verità. Tale è
il destino, come delle belle arti, così delle belle lettere, che ove
audaci ingegni abbiano una volta spinto le produzioni di esse a certo
grado di artifizio e di raffinamento, più non lasciano all'inebriato
intelletto la facoltà di gustare le bellezze semplici e primitive della
natura, le sole per altro cui sia dato di lungamente e innocuamente
toccarci. Così a raffinatissimi ingegni, dopo le letture di Tasso,
o d'Ariosto, accade spesso che sfuggano le bellezze d'Omero. A'
giorni nostri un seguace di Mozart, che tutto dona all'armonia, trova
stucchevole quell'aria di Cimarosa, il cui bello riposa tutto nel
semplice della melodia, cioè a dire nella imitazione della natura. E
così un gotico architetto riderebbe oggidì della miseria dei nostri
palagi, come un palato avvezzo a cibi squisiti, sarebbe insensibile
al moderato salubre tocco di cibi più semplici. Che che sia però
della semplicità, o a meglio dire della naturalezza, della _Storia
di Clarice_, noi siam d'avviso che chi avrà letto le prime pagine,
difficilmente poserà il libro prima di aver raggiunta la fine. Questo è
almeno quanto a noi stessi è avvenuto, essendoci fatti a leggere questo
grazioso libretto senza prevenzione di sorta. Ma noi non anticiperemo
nulla sul contenuto di esso, nè molto meno ne daremo un'analisi; non
volendo defraudare i suoi lettori, di quella parte di piacere che in
fatto di romanzi risulta dalla novità. Solo per dare, fra i molti
che si potrebbero, un saggio di quella semplicità, di cui abbiamo
parlato, riferiremo la lettera in cui l'ammiraglio Bonnivet rivela
la sua passione a Clarice Visconti. Avendosi questa lasciato uscir
di bocca, in certa conversazione, che lo spirito, tanto decantato,
dell'ammiraglio, non le pareva corrispondere alla fama che n'era corsa,
e ciò pervenuto a di lui orecchio, così le scrive: _Sono lietissimo
che vi siate accorta ch'io manco di spirito. Anzichè disingannarvene,
vi scrivo per confermarlo; perchè tosto ch'io vi veggo, o penso a voi,
tutti i miei sensi si turbano, il mio cuore viene agitato da mille
pensieri diversi, e mi trovo sì imbarazzato e confuso, che non ho più
lena a parlarvi. Non mi biasimate dunque di un difetto, di cui siete
voi stessa cagione. Io sono deciso di non emendarmene mai più, amando
meglio mancar di spirito finchè vivo, che cessar d'amarvi._ In questa
lettera non vi sono disperazioni amorose, non frasi affettate, non
ricercate parole, con cui si maschera sì spesso la povertà delle idee,
e per questo lato può servire oggidì di lezione a molti scrittori.

«Ma perchè non si creda voler noi spacciare la produzione del signor
Prechac, come esente da ogni difetto, laddove ad altri non sarà
malagevole il rinvenirne, noi confesseremo di averne pur rinvenuti; e
citeremo il più grave a nostro avviso, quello ove l'autore dà in isposa
al Duca Sforza la nostra Clarice, contro ogni verità della storia. Vero
è che Prechac, il quale intitola _storia_ il suo libro, dà chiaramente
a divedere di aver voluto scrivere un romanzo. Ma noi dimandiamo, se
anco in romanzi sia poi lecito servirsi di nomi veri, per narrar fatti
dalla verità cotanto lontani.

«Ma chi è questo Prechac autore, del romanzo?——Noi abbiam consultato i
dizionari, scossa la polvere di qualche armadio nelle biblioteche, e
non trovammo Prechac. Sarebbe dunque autore il preteso traduttore? Ce
lo farebbero sospettare le note, cui il traduttore confessa per sue. Di
molta e schietta erudizione vanno adorne codeste note; di molte ardite
e il più delle volte giuste riflessioni sono piene; e assai rischiarano
la storia vera dei tempi cui si riferiscono; donde nascerebbe non
irragionevol dubbio, dopo averle ben lette, che il romanzo sia stato,
per così dire, un pretesto, e le note lo scopo. Se così è, noi ci
rallegriamo col signor Agrati, autor probabile del romanzo, ed autore
confesso delle note. Per giustificare, almeno in parte, il nostro
giudizio sul valore di queste note, noi ne citeremo due soli passi. Nel
primo si parla del magno Trivulzio. Ne_lla guerra egli era la perla
dei capitani del suo secolo, per usare l'espressione del sig. Thevet;
e il maestro di tutti i grandi uomini francesi che militarono con lui
e sotto di lui. Terribile in campo e in faccia al nemico, intrattabile
in pace, e inaccessibile agli amici e a quelli stessi che lo avevano
beneficato nell'avversa fortuna, imperterrito nei disastri, piccolo
e vile negli avvenimenti lieti; protettore degli uomini di lettere,
orgoglioso e inquieto, senza carattere, e chiamato da alcuni l'uomo a
tre faccie, per avere egli servito gli Sforza contro gli Aragonesi, gli
Aragonesi contro i Francesi, e i Francesi contro gli Aragonesi e gli
Sforza; tale è l'idea che ci possiamo formare del magno Trivulzio dalla
di lui vita, scritta dal signor cav. de Rosmini, con bellezza e fedeltà
storica degna di lode._ Nel secondo si parla dell'Italia. _Tale a un
dipresso era la condizione a cui venne ridotta in quel tempo l'Italia.
Gli stranieri, dopo varie vicende, poco dissimili da quelle dell'Italia
stessa, divennero saggi, e pensarono a fortificarsi e ad unirsi nel
loro paese... Gli stranieri, cui gl'Italiani volevano espellere dal
loro suolo, se ne impadronirono, e fecero sentir loro il torto di
averli chiamati barbari. I_ barbari, _che così venivano designati i
Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, salirono tant'alto, chi nel
sapere, chi nel vero essere di nazione, che si lasciarono, sotto questo
riguardo, molto al disotto la bella e troppo orgogliosa Italia; la
quale andava intanto, e va forse pur ora gridando essere stata la prima
nazione, la maestra del mondo. Credendosi gl'Italiani col pensiero
sempre là dov'erano un tempo, divennero di fatto più forestieri a loro
medesimi di quello che fossero i Milanesi cogli Spagnuoli, i Piemontesi
coi Francesi, e i Napoletani coi Greci, e oserei dire coi Turchi;
desiderando gli Spagnuoli quando avevano i Francesi, e desiderando i
Francesi e i Turchi quando avevano gli Spagnuoli o i Tedeschi_».

Il merito d'aver dato all'Italia il primo romanzo storico sarebbe
toccato a Cesare Balbo se tirava a fine la sua _Lega di Lombardia_[52],
incominciata tra il 1815 e il 1816[53].


III.


Come e perchè balenò alla mente del Manzoni il pensiero di scrivere un
romanzo, e di scriverlo pigliando per soggetto la Lombardia nel sec.
XVII?

Il Cantù ebbe a dire: «Se si ricordino i legami della famiglia Manzoni
colla Filangieri di Napoli, acquista alcuna probabilità l'ipotesi
lanciata da Camillo Ugoni, che Manzoni abbia tratto o il concetto o
l'impulso da un passo di Gaetano Filangieri, ove per l'educazione del
popolo raccomanda i romanzi storici»[54] Nella vita che di Camillo
Ugoni scrisse il fratello Filippo si legge: «Ci fa poi sapere nel suo
articolo su Filangieri che la prima idea dei _Promessi Sposi_ venne al
Manzoni, o crede venisse, dalla lettura ch'ei faceva con grande amore,
mentre era tuttavia giovane, della _Scienza della Legislazione_ e
precisamente del capo X articolo 3º intitolato: _Letture da proporsi
ai fanciulli_, ove il Filangieri esprime il voto di vedere scritto
un romanzo, quale è riuscito, e certo riuscì ben sopra ai desiderii
dell'illustre napoletano, quello dei _Promessi Sposi_»[55]. Peraltro,
Camillo Ugoni non si è mai sognato di scrivere ciò che il fratello
Filippo e il Cantù gli fanno dire. Quello che dice è questo: «il
Filangieri, parlando del sonno, e concedendolo lungo di ben dieci
ore alla infanzia che ne abbisogna, lo vien poi scemando per gradi
coll'età, e, tenendo ferma per tutta la vita l'ora della svegliata, lo
sottrae all'ora del porsi a letto. Per rimuovere poi dalla promulgata
vigilia insieme col sonno anche la noia, che vuol sempre fuggirsi in
una buona educazione, propone per quell'ora guadagnata sul sonno la
lettura piacevole di romanzi... Ma quali romanzi? Filangieri vuole che
siano storici, e che.... gli eroi ne sieno tolti dalle professioni de'
fanciulli stessi.... Siamo fortunati di poter stringere in due parole
la definizione che ne dà Filangieri, dicendo ch'egli avrebbe voluto de'
_Promessi Sposi_»[56].

Avrebbe invece voluto un romanzo storico adattato all'intelligenza dei
fanciulli, non de' _Promessi Sposi_; giacchè il Manzoni, «analizzatore
fino e profondo di caratteri originalmente sorpresi nella natura,
rappresentatore artisticamente immediato della realità, non è autor da
ragazzi», come nota con molta ragione Giosuè Carducci[57].

Del resto, che il desiderio del Filangieri desse al Manzoni «il
concetto o l'impulso» a scrivere il romanzo, è falso addirittura.
Quale realmente fosse questo concetto e questo impulso l'accennò
per il primo il prof. Antonio Buccellati in un libro, scritto e
incominciato a stampare vivente il Poeta; ma venuto fuori pochi mesi
dopo che fu morto. Ne trascrivo le parole: «Rattristato Manzoni per i
rovesci del 1821, la morte e la prigionìa degli amici, disse a Grossi
ch'egli, non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla
famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero del Manzoni, e
se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo romitaggio.
Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la Storia del
Ripamonti e l'_Economia e Statistica_ del Gioia[58], in cui si trovano
citate le gride contro i bravi e gli inconsulti decreti annonari.
Oh che tempi!——diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le
pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato——sarebbe bene porre
sott'occhio in modo evidente questa istoria.... Per allora a Manzoni
non brulicava in capo altra idea se non il consiglio dato da quella
furbacchiona di Agnese; a questa idea si univa quella delle gride e
dei bravi, di cui Gioia gli offriva la storia esposta dal Ripamonti,
quella dell'Innominato e della peste, nella quale la carità esercitata
da' Francescani gli suggeriva l'ideale di fra' Cristoforo. Ecco
l'origine genuina dei _Promessi Sposi_, come con tutta semplicità
esponeva Manzoni ad un suo intimo amico»[59]. Il nome di questo amico
è svelato da Niccolò Tommaseo in una lettera a Carlo Morbio. «Il
napoletano marchese Alfonso di Casanuova (della famiglia stessa di
quel Ventignano, autore tragico e duca), giovane d'eletto ingegno e
d'esemplare carità, esercitata insegnando a' bambini del popolo per
infino alla morte, mi diceva d'avere da don Alessandro Manzoni, che lo
pregiava e gli mostrava sin le minute dei suoi scritti immortali[60],
e gli indirizzò una lunga lettera intorno alla lingua[61], d'aver
sentito come gli fosse prima occasione a pensare i _Promessi Sposi_
la lettura del Ripamonti, del quale io gli intesi, negli anni che
stava componendo il romanzo, commendare il latino elegante, egli, che
anco dal linguaggio de' latini scrittori ebbe ispirazione a' suoi
versi. Questa lettura, che l'avrà forse più attratto co' pregi della
locuzione, per riscontro provvido s'abbattè accompagnarsi con quella
di un libro di Melchiorre Gioia, nel quale recavansi quelle _gride_ di
Governatori spagnuoli, che il romanzo con giustizia pia appose al collo
di costoro, mettendoli in gogna cospicua a tutta la terra»[62].

Il Manzoni confidò anche a un altro degli intimi suoi il proprio
segreto, al figliastro Stefano Stampa. «Un giorno ch'io mi trovava
nel suo studio a terreno» (così racconta) «e ch'egli in piedi al suo
scrittoio sfogliava i suoi manoscritti, venne fuori a dirmi:——Sai cos'è
stato che mi diede l'idea di fare i _Promessi Sposi_? È stata quella
grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione e che faccio legger
per appunto dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo, dove si trovano, fra
le altre, quelle penali contro chi minaccia un parroco perchè non
faccia un matrimonio, ecc. E pensai, questo (un matrimonio contrastato)
sarebbe un buon soggetto da farne un romanzo, e per finale grandioso la
peste, che aggiusta ogni cosa»[63].

Il racconto del Buccellati, noto agli studiosi fin dal 1873, non
quello dello Stampa, comparso soltanto nel 1885, fu la fonte alla
quale attinsero i primi biografi del Manzoni morto, e prima di tutti
Giulio Carcano. Nella commemorazione del Poeta, che lesse all'Istituto
Lombardo il 27 novembre del 1873, scrive: «Chi a quel tempo, svoltando
dalla piazza de' Belgioioso nella via del Morone, fosse venuto alla
casa del Manzoni, la quale serbava ancora la sua negletta facciata
del secolo passato[64], attraversando il cortile e il portichetto di
fronte, per cercare il poeta, che la gloria salutava col primo sorriso,
l'avrebbe veduto nel suo studio a terreno, a manca dell'andito che
riesce in un piccolo giardino. Quello studio, le cui pareti si vedono
anche oggi coperte all'ingiro da un migliaio di volumi de' classici
antichi e moderni, e degli storici e filosofi d'ogni età e paese, e il
giardino, ombreggiato da qualche albero antico e sparso d'alcuni cespi
di fiori, furono dal principio del secolo l'asilo del poeta; e là corse
animosa e non mai stanca la vita del suo pensiero. L'altro studio, di
fronte al suo, egli lo aveva destinato al Grossi, che gli era come
fratello, e abitava nella stessa casa. Ma pur troppo, già da tre anni,
la piccola schiera, che l'amor delle lettere e della patria univa a
comuni studi e a ritrovo quotidiano, s'era assottigliata: morto, nel
gennaio del 1821, Carlo Porta, il poeta classico del nostro vernacolo;
sepolti nelle rocche dello Spielberg, il Confalonieri, il Pellico, il
Borsieri. Allo scrittore del _Cinque Maggio_, sospettato anche lui e
vigilato da abbietti delatori, non restavano che pochi e buoni amici,
il Grossi, il Torti, il Rossari. Un giorno era a Brusuglio, appunto col
Grossi, e leggeva dell'Innominato nel Ripamonti e delle grida contro
i bravi nel _Saggio d'Economia_ del Gioia: riflettendo sulle miserie
di que' tempi, gli balenò l'idea di ritrarli in un romanzo storico.
E mentre l'autore già invidiato dell'_Ildegonda_ stava per finire
una sua _diavoleria inedita di crociati e di lombardi_, il creatore
d'_Adelchi_, smessi i volumi di Liutprando e di Paolo Diacono, studiò
gli economisti, per discorrere da senno della questione' de' viveri;
cercò i ragguagli di tutte le pestilenze e le teorie mediche degli
epidemisti e dei contagionisti, per raccontare i la peste; rovistò gli
archivi ecclesiastici e civili, e le biblioteche, studiando codici e
leggi, e costituzioni di quel tempo infelice. Mise da parte il disegno
d'un'altra tragedia, _Spartaco_; e cominciò a scrivere il libro
immortale, a cui pose nome i _Promessi Sposi_»[65].

Una cosa è da notarsi. Nè il Tommaseo, che udì il racconto dalla
bocca del Casanova, nè lo Stampa, al quale lo confidò il Manzoni
stesso, parlano dell'anno in cui gliene balenò il primo pensiero.
Invece lo indicano il Buccellati e il Carcano; ma nell'indicarlo sono
tra loro discordi. Per il Buccellati è il 1821, dopo i primi arresti
de' Carbonari a Milano; per il Carcano è il 1823, quando già il
Gonfalonieri e il Pellico erano sepolti nello Spielberg. Fortunatamente
il Manzoni, di sua mano, prese ricordo del giorno in cui principiò
e del giorno in cui finì la prima minuta del romanzo. La incominciò
il 24 aprile del 1821; la condusse a termine il 17 settembre del
1823. Ha dunque torto il Carcano. Il quale poi, col restringere la
lettura del Ripamonti al solo episodio dell'Innominato, mentre il
Buccellati l'allarga alla peste e all'esempio invitto di carità dato
dai cappuccini in mezzo all'infuriar del flagello, fu cagione, certo
non volontaria, del formarsi la leggenda, che nella tela primitiva
del romanzo il soggetto principale fosse appunto l'Innominato e la
sua conversione, non il matrimonio di Renzo e Lucia e i contrasti che
quel matrimonio ebbe a soffrire. Lo accennò per il primo, non senza
qualche riserva e dubbiezza, Angelo De Gubernatis: «Il Ripamonti
gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar
modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di
tutta l'opera: l'episodio dell'Innominato.... L'Innominato, che si
convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il
Manzoni stesso che... confessava, anzi esagerava ai propri occhi ed
agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo
della Chiesa, la quale aveva avuto la virtù di attirarlo nel proprio
seno.... Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli
avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema, oltre allo
scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo
un'aria reazionaria.... Consoliamoci dunque che abbia voluto egli
stesso allargare il proprio soggetto»[66]. Più reciso nel sostener la
leggenda è il Cestaro. «Il voto è la catastrofe religiosa dei _Promessi
Sposi_. Forse n'era veramente la catastrofe, insieme con la conversione
dell'Innominato, che, nel primo abbozzo del romanzo, ne doveva essere
il protagonista. E forse allora i casi dei promessi non formarono che
l'azione secondaria; il ratto di Lucia doveva servire alla grande
opera della conversione; e l'Innominato un santo, Lucia votata alla
Madonna, Renzo, chi sa? converso nel convento di fra Cristoforo»[67].
L'Albertazzi scrive: «Pare che secondo un primo disegno, il romanzo,
in cui avrebbe avuta azione principale l'Innominato col rapimento di
Lucia, sarebbe finito col voto della Vergine; e Renzo si sarebbe fatto
soldato di ventura, portando il suo dolore, lontano, in Alemagna»[68].

Per buona fortuna il Manzoni conservò gelosamente la sua prima minuta;
tanto gelosamente che non distrusse nemmeno i fogli di scarto, che a
mano a mano vi andava stralciando[69]. La parte sostanziale della prima
minuta, cioè tutto quello che soppresse o mutò, si legge nel presente
volume, e mostra chiaro che il soggetto e il pernio del romanzo fu il
matrimonio contrastato: in una parola, la tela primitiva, salvo pochi
episodi secondari, è quella che poi è rimasta nel testo definitivo.

La storia genuina dunque dell'origine del romanzo è questa. Nella
primavera del 1821, il Manzoni, trovandosi a Brusuglio insieme col
Grossi, mentre stava leggendo il trattato di Melchiorre Gioia _Sul
commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto_, fu colpito da
una delle tante gride che esso riporta[70], quella del Governatore di
Milano, Gonzalo Fernandez de Cordova, del 15 ottobre 1627, nella quale
è detto: «mostrando l'esperienza che molti, così nelle città, come
nelle ville di questo Stato, con tirannide essercitano concussioni et
opprimono i più deboli in varij modi, come in operare che si facciano
contratti violenti di compre, d'affitti, di permute et simili, o non
si facciano; Che seguano, o non seguano matrimonij; Non si facciano,
o si facciano riuscire contra la voluntà de gli offesi; Non si diano,
o si diano querele; Si inuertano li processi; Si testifichi, o non si
testifichi; Che uno si parta dal luogo doue habita; Che si astenga da
far qualche contratto; Che quello paghi un debito; Quell'altro non lo
molesti; Quello vada al suo molino; Quel Prete non faccia quello che
è obbligato per l'officio suo, o faccia cose che non li toccano; Far
caccia riservata senza autorità; Minacciare ouero offendere quelli che
vanno a caccia; Che le Comunità eleggano, o non eleggano Officiali,
o siano tali che da gli Essattori non riscuotano li carichi; Che li
Officiali con la douuta libertà non essercitino o administrino la
giustitia; et altre simili violenze, quali seguono da Feudatarij,
nobili, mediocri, vili et plebei». Soprattutto attrassero la sua
attenzione due tra i tanti delitti ricordati in questa grida (che è
quella stessa che il dottor Azzecca-garbugli mostra e, in parte, legge
a Renzo): il procurare che «seguano, o non seguano matrimonij», e che
il prete «non faccia quello che è obbligato per l'officio suo, o faccia
cose che non li toccano». E subito gli balenò alla mente il pensiero di
scrivere un romanzo, che avesse per soggetto un matrimonio contrastato,
e come finale la peste del 1630 e '31, che aggiusta tutto. Accarezzando
poi questo pensiero, a mano a mano prese a fare uno studio diligente e
minuto delle vicende di que' tempi, della vita, degli usi e de' costumi
d'allora; studio che lo sforzò ad allargarne la tela, intrecciando alla
descrizione della peste, la guerra del Monferrato, il passaggio delle
soldatesche alemanne e gli untori; al matrimonio contrastato, i casi
della Signora di Monza, il cardinal Federigo Borromeo e la conversione
di Francesco Bernardino Visconti (l'innominato); casi e personaggi
de' quali aveva fatta particolareggiata menzione lo storico milanese
Giuseppe Ripamonti, da cui molto attinse il Manzoni, che lo stava
appunto leggendo; come non mancò di attingere, in parte, dal Rivola
e dal Tadino, dal Lampugnano e dal Somaglia, dal Ghirardelli e dal
Cinquanta, dal Settala e dal La Croce, da' manoscritti del Vezzoli e
del Cardinal Federigo, per accennare soltanto a' principali[71].

Il romanzo[72] ebbe prima il titolo di _Fermo e Lucia_; e poi, quando
Fermo Spelino divenne Renzo Tramaglino, e Lucia e Agnese, di Zarella si
mutarono in Mondella, quello di _Sposi promessi_; titolo che seguitò
a portare durante la stampa, e fu impresso sul frontespizio e sulla
copertina; ma che poi venne messo al bando, non so bene se mentre lo
rilegavano, o dopo[73]. Da principio, ciascuno de' capitoli ebbe un
titolo suo proprio. _Il Curato di_.... fu quello del primo, e Don
Abbondio vi scaturì fuori bello e vestito, proprio lui, con al fianco
la sua Perpetua, che prima chiamò Vittoria[74]; _Fermo_, quello del
secondo; il terzo, prima portò scritto in fronte: _Don Rodrigo_, poi:
_Il Causidico_; il dottor Azzecca-garbugli, ben inteso, che nacque come
visse e vive, ma con altri nomi, essendosi chiamato a vicenda Dottor
Pèttola e Dottor Duplica. Il quarto s'intitolava, prima _Il Padre
Galdino_, poi diventò _Il Padre Cristoforo_, quando il nome di fra'
Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, stato fra' Canziano.
Il titolo del quinto capitolo fu _Il tentativo_; del sesto, _Peggio
che peggio_; del settimo, _La sorpresa_; dell'ottavo, _La fuga_; del
nono, prima, _Digressione_, poi: _Digressione_——_La Signora_. E questo
ultimo, di capitolo nono divenne il primo del tomo secondo, quando
degli otto precedenti formò il tomo primo, divisando di spartire in
quattro tomi il romanzo, che finì coll'uscir fuori in tre soltanto. Il
secondo capitolo del tomo secondo ricevette per battesimo: _La Signora,
tuttavia_. Col terzo il Manzoni smise l'uso d'intestare i capitoli e
dette di frego all'intestature già fatte.

Il 3 novembre del '21 scriveva all'amico Fauriel: «mon roman à peine
commencé a été mis de côté, et j'ai, non pas achevé, mais fait le
dernier vers de ma tragédie» l'_Adelchi_[75]. Soggiungeva: «Pour vous
indiquer brièvement mon idée principale sur les romans historiques, et
vous mettre ainsi sur la voie de la rectifier, je vous dirai que je
les conçois comme une représentation d'un état donné de la société par
le moyen de faits, et de caractères si semblables a la réalité, qu'on
puisse les croire une histoire véritable qu'on viendrait de découvrir.
Lorsque des évènemens et des personnages historiques y sont mêlés,
je crois qu'il faut les représenter de la manière la plus strictement
historique: ainsi, par exemple, Richard Cœur-de-Lion me paraît
défectueux dans Ivanhoe». Data che ebbe l'ultima mano all'_Adelchi_,
riprese il romanzo, da più tempo rimasto interrotto e messo in
disparte; e vi lavorò con ardore sempre crescente. «Je suis enfoncé
dans mon roman, dont le sujet est placé en Lombardie, et l'époque de
1628 à 31»; scrisse al Fauriel il 29 maggio del '22. «Les mémoires qui
nous restent de cette époque» (prosegue) «présentent et font supposer
une situation de la société fort extraordinaire. Le gouvernement
le plus arbitraire, combiné avec l'anarchie féodale et l'anarchie
populaire; une législation étonnante, par ce qu'elle présente et par
ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte: une ignorance profonde,
féroce et prétentieuse; des classes ayant des intérêts et des maximes
opposées; quelques anecdotes peu connues, mais consignées dans des
écrits très-dignes de foi, et qui montrent un grand développement de
tout cela; enfin une peste, qui a donné de l'exercice à la scélératesse
la plus consommée et la plus déhontée, aux préjugés les plus absurdes,
et aux vertus les plus touchantes, etc. etc., voilà de quoi remplir
un canevas; ou plutôt voilà des matériaux, qui ne feront peut-être
que décéler la mal habilité de celui qui va les mettre en œuvre.
Mais, s'il faut périr, _pérons_; j'ose me flatter, (j'ai appris cette
phrase de mon tailleur a Paris), j'ose me flatter du moins d'éviter
le reproche d'imitation. A cet effet, je fais ce que je puis pour me
pénétrer de l'esprit du tems, que j'ai à décrire, pour y vivre; il
était si original, que ce sera bien ma faute, si cette qualité ne se
communique pas à la description. Quant à la marche des événements et
à l'intrigue, je crois que le meilleur moyen de ne pas faire comme
les autres, est de s'attacher a considérer dans la réalité la manière
d'agir des hommes, et de la considérer surtout dans ce qu'elle a
d'opposé à l'esprit romanesque. Dans tous les romans que j'ai lus, il
me semble de voir un travail pour établir des rapports intéressants et
inattendus entre les différens personnages, pour les ramener sur la
scène de compagnie, pour trouver des événements, qui influent à la fois
et en différentes manières sur la destinée de tous, enfin une unité
artificielle, que l'on ne trouve pas dans la vie réelle. Je sais que
cette unité fait plaisir au lecteur; mais je pense que c'est à cause
d'une ancienne habitude. Je sais qu'elle passe pour un mérite dans
quelques ouvrages, qui en ont un bien réel et du premier ordre; mais
je suis d'avis qu'un jour ce sera un objet de critique et qu'on citera
cette manière de nouer les événements comme un exemple de l'empire que
la coutume exerce sur les esprits les plus beaux et les plus élevés, ou
des sacrifices que l'ont fait au goût établi. Ah! si je vous tenais,
je vous ferais avaler toute mon histoire, et vous forcerais à m'aider
de vos conseils; mais on ne peut ennuyer un ami qu'avec mesure, à une
telle distance». Gli riscrisse il 12 settembre dell'anno stesso: «Je
ne suis qu'à la moitié du 2.ᵉ vol. de mon roman et j'aurais dû, selon
des calculs antécédens, être à la fin du 3.ᵉ; j'ai bien peur que je ne
pourrai m'en tirer à moins de 4; mais, s'il ne m'arrive pas des profits
extraordinaires d'imbécillité, je compie en être débarrassé avant la
fin de février prochain». Condusse a fine il nono e ultimo capitolo del
tomo terzo l'11 marzo del '23; egli stesso, per ricordo, ve lo lasciò
scritto. In un'altra lettera al Fauriel, che è del 21 di maggio, diceva
del romanzo: «J'en suis actuellement a la moitié du 4.ᵐᵉ et dernier
volume mais l'achèvement et la correction pourraient exiger encore
peut-être trois mois». Come già fu detto, soltanto il 17 di settembre
di quell'anno rimase ultimato; e il Manzoni, al solito, lo notò.


IV.

In margine alla prima minuta, Ermes Visconti fece di quando in quando
delle postille, che al Manzoni tornarono utili. Come gli tornarono
utili le osservazioni che gli fece a viva voce il Fauriel; il quale,
morta la vedova del Condorcet, Sofia Grouchy, che era la donna del
suo cuore, a conforto dell'animo desolato se ne venne in Italia per
riabbracciare il Manzoni, e rimase ospite suo più mesi[76]. Del romanzo
così scrive Donna Giulia a monsig. Luigi Tosi il 14 gennaio del '24:
«Sia detto fra noi, M.ͬ Fauriel, certamente uno dei più grandi
letterati, dice che è una cosa ammirabile, e si è incontrato con Lei
dicendo ad Alessandro di togliere affatto l'episodio della monaca». È
vero; nel consigliare questo taglio, il Fauriel e il Tosi si trovavano
d'accordo. Erano però guidati da fini diversi. Il Vescovo di Pavia,
stretto di maniche per sua natura, e fatto più rigido da uno spruzzo
di giansenismo, che si sforzava, ma non sempre gli riusciva di tener
celato, lo faceva perchè indotto da un male inteso zelo religioso; il
Fauriel, mente larga e senza pregiudizi, per ragioni di proporzioni e
di estetica[77].

De' tanti ammiratori de' _Promessi Sposi_, il più grande di tutti,
Goethe, diceva all'Eckermann: «il Manzoni ha sentimento, ma non mai
sentimentalismo: le situazioni sono pure e robuste. Il suo modo di
trattare i soggetti è chiaro e bello come il cielo della sua Italia.
Pure, a un tratto, a proposito della descrizione della guerra, della
fame e della peste, il Manzoni lascia a torto la veste di poeta e
mostra lo storico nella sua nudità. Allora le sue descrizioni di
cose, già per sè ributtanti, assumono la secchezza della cronaca e
divengono appena tollerabili. Ebbe troppo rispetto per la realtà, e
si vorrebbe accorciare quella guerra e quella fame d'un buon tratto e
d'un terzo la peste. Ma appena i personaggi del romanzo ricompaiono, il
Manzoni torna nella pienezza della sua gloria». Nella seconda minuta
il Manzoni tagliò e ritagliò senza misericordia, ma forse non quanto
l'unità del romanzo avrebbe richiesto; e ne dà egli stesso la ragione
in una sua lettera dell'11 giugno del '27, scritta mentre il Trognon,
auspice il Fauriel, vagheggiava tradurre in francese i _Promessi
Sposi_. «J'approuve d'avance» (così il Manzoni all'amico) «tous les
retranchemens qu'il aura crû devoir faire a ma _peste_: je sentais
moi-même que c'était trop long, généralment parlant; mais, pour ici,
c'est un caquetage de famille, qui peut avoir son prix».

Nella seconda minuta accorciò anche l'episodio della Signora di
Monza, che in sostanza è un romanzo dentro il romanzo, e che non dette
nel naso al Goethe, appunto perchè in esso ricompaiono i personaggi
e il Manzoni «torna nella pienezza della sua gloria». Non lo tolse e
fece bene. Esteticamente il Fauriel aveva ragione; ma se il romanzo
guadagnava dal lato della proporzione, se acquistava dal lato
dell'unità dell'insieme, che stupende pagine, che pittura insuperata e
insuperabile del cuore umano veniva a perdere!

La prima stesura di questo episodio, col brano che poi stralciò, si
legge nel presente volume e ne forma la parte più interessante e
curiosa[78]. La figura drammatica della Signora di Monza fin dal
primo apparire de' _Promessi Sposi_ attrasse e colpì, e subito si
fece strada il desiderio ardente di conoscerne le vicende «non velate
dalle smaglianti vernici del romanzo, ma fredde e limpide quali le
può offrire la storia»; desiderio che traeva principalmente origine
dalla «speranza di vedere confermati nei particolari i casi di quella
Gertrude che il Manzoni aveva confitto nel cuore de' suoi lettori quasi
ricordo de' più affannosi»[79]. Cesare Cantù, che per il primo commentò
i _Promessi Sposi_, altro non fece che tradurre liberamente» quello
che ne dice Giuseppe Ripamonti: la sorgente dalla quale il Manzoni
aveva attinto[80]. Svela, è vero, che la monaca colpevole e infelice
appartiene alla principesca famiglia dei de Leyva, feudatari di Monza
dal 1531 al 1648; fatto però già adombrato dal Ripamonti: «puellaribus
annis adolescentula, sicuti tunc ferebatur, virgo sanguisque Principum
in monasterium acta fuerat»[81]; e con più chiarezza dal Manzoni: «è
della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande,
venuta di Spagna, dove son quelli che comandano»[82]. Soltanto nel
'35 gli Archivi incominciarono a dare il proprio contributo per
scoprire la verità, e il primo a darlo fu quello del Conte Gilberto
Borromeo Arese. Il conoscersi il nome della famiglia di lei non faceva
che accrescere la curiosità; troppo «restava ancora a sapersi; e
domandavasi il nome di questa donna, il tempo dei suoi errori e quanto
fu lungo il castigo che la ricondusse a virtù». Il nome e il tempo
l'indicò Francesco Ambrosoli, con l'aiuto di Gioacchino Crivelli,
archivista appunto de' Borromeo Arese[83]; che fu largo d'aiuto anche
a Pietro Custodi, il quale tirò fuori l'intimazione a Gio. Paolo Osio
(l'Egidio del romanzo) di presentarsi, insieme co' suoi complici, al
tribunale criminale di Milano, per esservi giudicato[84], e così svelò
il vero nome dell'amante, taciuto esso pure dal Ripamonti. I documenti
scoperti porsero occasione al Cantù di scendere di nuovo in campo,
sia con aggiunte alle successive edizioni del suo commento, sia con
lo stralciare da quello la parte riguardante la Signora e farne una
pubblicazione a sè[85]; più volte ristampata[86]. Ma però, mentre
da un lato, si cerca e si scopre la verità, ecco Giovanni Resini a
ottenebrarla col suo romanzo, che ebbe voga e fortuna; poi il tempo ne
fece la giustizia che meritava[87]; ecco Michele Maggi che in versi
eleganti idealizza la Signora: ecco Francesco Mezzotti che ne fa una
delle tante monache del suo racconto: _Il Pozzo della Spagnuola_[88].

Nel 1854 il processo originale della Signora di Monza, che si
conservava gelosamente nell'Archivio della Curia arcivescovile di
Milano, fu, in parte, pubblicato dal conte Tullio Dandolo[89]. Scrive
nella prefazione: «ho praticato di questo manoscritto lo spoglio più
scrupoloso, copiando ciò che vi riscontrai di più caratteristico,
e riepilogando il resto... Attingendo ad autentiche fonti, ardii
svolgere un fascio di nequizie, rimaste fin oggi tenebrose; citai nel
suo testo originale una scellerata tragedia.... Io mi son uno de' più
caldi ammiratori delle istituzioni monastiche, uno de' più sinceri
zelatori dell'onore del cattolicismo: nè quelle istituzioni corrono
pericolo, a mio avviso, di subire intacco o crollo in conseguenza
d'un fatto isolato.... Che se con essersi messi sotto a' piè i voti
giurati, quelle, in pria sciagurate, caddero in ispaventevol abisso di
guai, come avvenne che n'uscissero salve, se non fu la efficacia di
quelle istituzioni medesime che le castigarono sì da non disperarle,
le percossero, ma per redimerle, e, da ultimo, le restituirono a Dio
purificate?». Terminata la stampa, il Dandolo s'affrettò a inviarne
un esemplare al Manzoni; il quale, scorsa che n'ebbe la prefazione,
perduta la pazienza (cosa affatto insolita in lui) scriveva al male
accorto editore: «Nel libro offertomi da Lei in dono questa mattina,
trovo un giudizio che non può riguardare altro che me. Chi _ha alzato
un lembo di tal dramma spaventoso, dianzi sconosciuto, che scambia un
monastero di vergini in caverna d'assassini_: cosa che _forse potè
parere a rigoristi un argomento fornito a' mali comentarii de' nemici
delle istituzioni monastiche_; chi ne ha fatta _clamorosa comunicazione
al pubblico_; chi ha _lanciata la fiera tragedia ad essere aggirata
nel vortice della opinione, derelitta in balìa ai contrarii parlari
degli uomini_; chi ne ha fatto un _tanto più facil ludibrio, e accetta
pastura d'oziosi, di tristi, in quanto che notevol parte ne rimase in
ombra, indefinito campo a comentarii sfrenati_, avrei a esser io. La
conclusione voluta dalle parole che ho dovuto citare, sarebbe che il
_rimovere del tutto la tenda insanguinata_, era una cosa necessaria a
riparare tutto quel male, al quale io avrei data occasione, e la più
comoda occasione. Sono ben lontano dal voler discutere, nè ora, nè mai
la giustizia d'una tale accusa; ma Ella non si maraviglierà che il
libro che la contiene non possa rimaner presso di me come un dono»[90].

Il colpo fu tremendo e inaspettato. Il Dandolo, peraltro, seppe
cavarsela, e bene, rispondendogli lo stesso giorno (era l'8 luglio
del '55): «Non ebbi intenzione di offenderla e assai m'incresce se
Le recai pena. Al ricevere del suo foglio son corso dallo stampatore
ed ho già presi con lui gli opportuni concerti acciò quanto Ella ha
notato sia tolto via dalla intera edizione, la quale, come Le dissi,
compiuta ieri, cominciava domani ad esser posta in vendita. Cessando
così d'avere uno scopo la lettera che m'indirizza, Ella mi permetta di
rinviarla».

La pubblicazione di questo singolare processo non mancò di levar
rumore; e in Francia ne formarono soggetto di un racconto Filarete
Chasles[91] ed A. Renzi[92]; in Italia ne trattò Agostino Verona[93].

Nella prefazione, scritta al Deserto tra' monti di Arcisate il 1º
giugno del 1854, il Dandolo, tra l'altre cose, aveva detto: «al
celebre autore dei _Promessi Sposi_ la Signora di Monza si rese nota
nelle Storie Milanesi del Ripamonti; ignorava, quando scrisse il suo
immortale romanzo, che il processo da quei tremendi casi provocato,
dal primo costituto all'ultima sentenza, ne' suoi manoscritti originali
ed autografi, giacea contenuto in dieci grossi fascicoli polverosi,
dimenticati in un tarlato scaffale d'un Archivio lombardo». Queste
parole ventun'anni dopo fecero avvampare dallo sdegno Francesco Cusani.
«Falso» (egli esclama) «che Manzoni ignorasse il processo. Questo non
_giaceva dimenticato in un Archivio lombardo_, ma era gelosamente
custodito in quello della Curia arcivescovile di Milano.... Uscito
il libro, il Manzoni si dolse co' suoi amici di trovarvi affermato
che il processo originale eragli ignoto allorchè trent'anni prima
scriveva i _Promessi Sposi_; ed a ragione, giacchè l'asserto era falso.
_Sappiate_, dicevami un giorno, _che il processo lo tenni mesi e mesi
su questo scrittoio, essendosi degnato l'arcivescovo Gaisruck di
affidarmelo_. Era la pura verità, nota da lungo tempo a me e ad altri;
il processo l'ebbe il Manzoni per intromissione dell'abate Gaetano
Giudici, che aveva molta entratura coll'Arcivescovo, trattando come
Consigliere del Governo gli affari ecclesiastici»[94].

È impossibile che il Manzoni si sia lamentato con gli amici «di
trovarvi affermato che il processo originale eragli ignoto allorchè
trent'anni prima scriveva i _Promessi Sposi_», giacchè il Manzoni
stesso impose al Dandolo di non manifestare che l'aveva avuto nelle
mani. Tra le carte sue, ho trovato la minuta autografa di questa
lettera, che il 17 giugno del '54 indirizzò al conte Tullio: «Essendomi
venuto all'orecchio che in un manifesto che deve precedere la
pubblicazione del di Lei scritto sul processo della Signora di Monza,
si faccia menzione dell'aver io avuta cognizione del processo medesimo,
profitto della bontà sua per rivolgermi direttamente a Lei, a fine di
venire in chiaro della verità. Se non fosse altro che una falsa voce,
confido in codesta bontà medesima per ottenere il perdono d'averla
importunata senza proposito; ma se fosse altrimenti, La pregherei con
ogni istanza di voler levare dal manifesto suddetto tutto ciò che si
riferisca a cose dette da me confidenzialmente, e che non avrei dette
di certo, se avessi potuto immaginarmi che fossero per esser rese
pubbliche». Del resto, quando il Manzoni diceva al Cusani: «Sappiate
che il processo lo tenni mesi e mesi su questo scrittoio», affermava
un fatto vero; come affermava un fatto vero il Dandolo quando scriveva
che il Manzoni ignorava l'esistenza del processo «quando scrisse il
suo immortale romanzo». Il Manzoni l'ebbe in prestito dall'arcivescovo
Gaisruck, col mezzo dell'abate Giudici, come asserisce il Cusani;
ma l'ebbe dopo che fu pubblicata l'edizione originale de' _Promessi
Sposi_; se ne valse, ma in piccolissima parte, per la seconda edizione
fatta da lui, quella illustrata del '40. Infatti nel capitolo X,
raccontando le colpe di Gertrude, accenna alla conversa, che aveva
minacciato di svelare il segreto, e venne fatta sparire. Nella prima
edizione si legge: «Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per
darle dietro e raggiungerla»; nella seconda invece: «Si fecero gran
ricerche in Monza e ne' contorni, e _principalmente a Meda, di dov'era
quella conversa_». Appunto dal processo aveva appreso che costei era
Caterina de' Cassini nativa di Meda. Quando il Manzoni tratteggiò la
figura della Signora di Monza ebbe per unica fonte il Ripamonti, e
gli fu ignoto perfino il Frisi[95], che non solo svela il nome e il
cognome di lei, ma quello pure dell'amante[96].

«Il Manzoni è un psicologo di primo ordine», ebbe a scrivere Eugenio
Camerini; «invece di analizzare, a modo di Jouffroy, i fatti interni,
ne pinge lo sviluppo, come nell'episodio della Signora di Monza, ove
ci parve sempre mirabile il processo della corruzione di quell'anima.
Nella _Religieuse_ di Diderot il processo è tutto materiale, il senso
si deprava e non conduce che a turpezze; qui si deprava l'anima e
conduce al delitto»[97]. Il Cantù affermava: «il Manzoni anche sulle
cose che toglieva da altri a prestanza metteva la sua impronta.
Diderot aveva rozzamente romanzato una, fatta monaca per forza; il
Manzoni il tema stesso elevò a quello stupendo studio del cuore umano
e a sapientissima morale»[98]. Alessandro Luzio dice: «Il Manzoni
studiosissimo, nella sua giovinezza, della letteratura francese,
imbevuto dello spirito filosofico, conobbe e ammirò senza dubbio il
romanzo di Diderot; e, più tardi, il ricordo di questo non poteva
essere estraneo a determinare l'episodio della Monaca di Monza. Nel
quale anzi dovett'essere intendimento del Manzoni di ripigliare sopra
un addentellato storico il motivo della _Religieuse_, la violenza
cioè fatta da' genitori a una figlia, ripigliarlo e svolgerlo alla
sua maniera, sceverando e dalla narrazione, o addebitando al secolo,
all'individuo, quanto il Diderot aveva prodotto di tristo e di odioso
all'istituzione, all'idea religiosa; cercando, assai visibilmente in
qualche punto, di contrapporre un'indiretta, ma efficace confutazione
al libro tendenzioso del filosofo»[99]. Il Luzio si sforza di provarlo;
v'impiega ingegno e acume, ma non riesce a persuadere[100].

In questi ultimi anni Carlo Casati mise in sodo che una figlia di
Tommaso Marini di Genova, Duca di Terranova, andata sposa a Don Martino
de Leyva, fu la madre della Gertrude de' _Promessi Sposi_[101]; Luca
Beltrami precisò la stanza del palazzo Marino dove nacque[102];
Giovanni Vidari prese a dimostrare come l'episodio di «Gertrude sia nel
romanzo, indipendentemente dal merito artistico, uno studio storico,
un'analisi psicologica, un alto avvertimento pedagogico-morale»[103];
Luigi Zerbi, non contento di averla rischiarata di nuova luce con la
monografia: _La Signora di Monza nella Storia_, volle studiare anche il
suo amante[104]; e di lei tornarono a occuparsi e a scrivere Damiano
Avancini[105] e Gentile Pagani[106].

Virginia (così si chiamava la madre) in prime nozze sposò Ercole Pio di
Savoia, Signore di Sassuolo; ed ebbe da lui Marco e Benedetta. Mortogli
ben presto, dopo un anno di vedovanza si rimaritò nel decembre del 1574
con Martino, secondogenito di Don Luigi de Leyva Principe d'Ascoli,
portandogli in dote cinquantamila scudi. Martino, gentiluomo di bocca
di Re Filippo II e cavaliere di Sant'Jago, aveva combattuto a Granata,
a Lepanto e alla Goletta, e teneva allora il comando d'una compagnia
di lance a Milano. Dal nuovo matrimonio, verso la fine del 1575,
nacque Marianna (la Signora di Monza); la quale, di appena un anno,
perdette la madre. Vittima della peste, Donna Virginia, con testamento
del 1º ottobre 1576 la fece erede a perfetta metà col fratello Marco
Pio di Savoia. Non legò che l'usufrutto della dote e un anello al
marito, che di lì a poco andò in Fiandra sotto le bandiere di Don
Giovanni d'Austria, lasciando sola la figlia. Il testamento di Donna
Virginia dette luogo a un lungo litigio, finito con una transazione nel
1580. L'asse ereditario venne diviso in dodici parti, delle quali ne
toccarono cinque a Don Martino e alla figlia; sette al Pio di Savoia.
Sulla parte destinata alla figlia il padre stese avidamente la mano.
Sposata in seconde nozze Anna Viquez de Moncada, aveva egli riposto
ogni cura e ogni affetto nella sua nuova famiglia, composta di tre
maschi e una femmina: Luigi, Antonio, Girolamo e Adriana.

Sembra che l'orfanella venisse affidata alla zia materna Marianna de
Leyva, moglie di Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Infatti
l'anno stesso della morte di lei venne portata a Monza e messa in
educazione nel monastero di S. Margherita. A tredici anni e tre mesi
prese il velo; dopo ventinove mesi e ventotto giorni di noviziato,
il 12 settembre del 1591 divenne monaca per sempre, col nome di Suor
Virginia Maria. Il padre nel costituirle la dote spirituale (pagata a
promesse e menzogne) finì con spogliarla del tutto. Se vi furono de'
motivi di nullità nel proferire i voti, «questi motivi» (a giudizio
dello Zerbi) «riducevansi a questione di giorni, giacchè è indubitato
che la professione avvenne nell'età canonica». La qual cosa però non
toglie «che dare il velo a una fanciulla di tredici anni e tre mesi,
e farle emettere voti solenni, incancellabili per tutta la vita, a
sedici, fu, è, e sarà sempre un delitto di lesa umanità».

De' congiunti di Suor Virginia Maria, il fratello Marco Pio di
Savoia, «potente per le sue aderenze e di carattere orgoglioso e
violento»[107], fu assassinato a Modena nel 1599, e qualcuno ci vide la
mano degli Estensi; Benedetta morì in carcere a Parma nel 1617, dopo
che il carnefice ebbe troncata la testa, prima al marito, Girolamo
Sanvitale, poi al suo figliuolo primogenito. L'altro fratello, Don
Luigi de Leyva, conte di Monza, barone di Trippi, di Racalmalma e
Sabuche, lasciò manoscritta la genealogia della propria famiglia, e in
essa afferma che il padre (uscito di vita a Valenza nel '99) si accasò
con Virginia Marini, ma da lei non ebbe prole: «no tuvo en ella hijos»;
aperta menzogna, che giustifica pienamente il Ripamonti, veritiero
sempre, il quale disse: Suor Virginia Maria «alienata «adhuc domo,
infensisque proximorum animis». Degli altri due fratelli, Don Antonio
morì combattendo contro i Mori nella giornata di Querquenez; Girolamo
fu governatore e capitano generale nel Perù; Adriana, vittima essa
pure dell'avarizia domestica, venne serrata a Madrid nelle Francescane
Scalze.

Ai figli di Martino de Leyva toccava a turno, di due anni in due anni,
la giurisdizione feudale di Monza; giurisdizione che alla propria volta
veniva esercitata anche da Suor Virginia Maria. Osserva con acume lo
Zerbi: «Vivente nella necessità di rimanere al cospetto di tutti la
_Signora del paese_, circondata da alcuni scellerati, per metà nel
chiostro e per metà in pieno tribunale, non poteva di certo conservare
la purezza di un sentimento innocente e ascendere da questo al _mistico
vaso di elezione_. Cotale impossibile accordo di monaca e di contessa
prova altresì che non fu l'ambizione di famiglia quella che lanciò
Suor Virginia Maria nell'abisso, bensì la più sordida avarizia: _non
tam sua sponte guani avaritiae stimulis_, come scrive il Ripamonti;
e che per essa sola videsi al diadema e al manto comitale sostituiti
il velo e il saio, accompagnati da un'autorità svestita d'ogni
prestigio. Fu per tal modo avvicinata alle noie del mondo materiale,
che toglie ogni freschezza di poetiche immaginazioni, per sostituirvi
le volgarità della vita pratica. Così Suor Virginia Maria rendeva in sè
stessa possibile il predominio della sensualità sulle astratte forme
dell'ascetismo monastico, in una parola doveva subire gli effetti di un
ambiente che erale pericoloso per ragione dirgli stessi suoi uffici».

Il Ripamonti, vissuto al fianco del Cardinal Federigo e partecipe de'
suoi segreti, ebbe modo di conoscere la verità e la conobbe nella sua
pienezza. Il racconto che lasciò degli amori di Suor Virginia Maria
con Giampaolo Osio e dei delitti che accompagnarono quegli amori, e
ne furono la conseguenza, trova conferma larghissima negli atti del
processo[108]; da' quali vengono anche rischiarate di nuova luce,
o messe in evidenza alcune particolarità, che il Ripamonti adombra
appena, o trascura. Una, tra le altre, è singolare. Mescolato in
quegli amori fu un sozzo prete, Paolo Arrigone, curato di S. Maurilio
a Monza, amicissimo dell'Osio, che più volte si valse di lui per
scrivere lettere e portare ambasciate all'amante[109]. Reso ardito
dalla gentilezza della Signora, osò volgere gli occhi fino a lei, ma fu
sdegnosamente scacciato. Furibondo e offeso, minaccia di svelare le sue
tresche coll'Osio. Essa gli scrive: «Sono informata che, da quell'huomo
infame e vituperoso che sej, la tua sfacciataggine è arrivata a tale
colmo, che haj messo in ordine le solite tue malvagità contra l'honor
mio; per il che stupischo de la clemenza di Dio, che avanti che tu ti
parta dall'altare, non ti faccia sfavillar focho et portarti via da
cento para di diavoli. E però sappi, per il battesimo santissimo che
porto in testa et da quella che sono, che ti voglio far conossere da
chi non ti conosse et mostrare perchè conto contro di me sij riparato
a questo modo: et ti farò conossere per quel perverso e sacrilegho che
sej, arrivato a tutte quelle insolentie che sa tutto il mondo, sino
alla presuntione di tentare anco qui dentro le spose di Gesù Cristo et
procurare in tutti li modi di macchiare l'honore di questo monastero,
come apare dalle lettere che, in testimonio di questo, tengho
rinserrate presso di me». Da' costituti suoi, da quelli delle sue
compiici, dalle deposizioni delle stesse monache che covavano contro di
lei astii e rancori non risulta nessuna prova che sia stata partecipe
de' delitti perpetrati da Giampaolo. «Ne fu testimone esterrefatta,
e nulla più», come nota lo Zerbi. Abbandonò sè stessa al delirio de'
sensi: è questa la sua vera, la sua unica colpa; ma le fu un tormento
per tutta la vita, e per tutta la vita la pianse.

Il Manzoni, condotta che ebbe a fine la prima minuta del romanzo——e
fu il 17 settembre del 1823, come s'è visto——prese a riscriverlo;
trasportando però nella nuova minuta alcuni de' vecchi brani:
quelli che riteneva bisognosi soltanto di qualche ritocco, non d'un
sostanziale rifacimento. Ma li tempestò talmente con la penna, mutando,
aggiungendo, correggendo, da non serbare più quasi nessuna delle
primitive fattezze. Rivide e corresse da per sè anche la copia, che di
su la seconda minuta fece fare, da altra mano, per la Censura; della
quale però non resta che il primo volume, essendo gli altri due andati
dispersi. Anche la revisione delle bozze di stampa fu una faccenda
seria, lunga, spinosa, fastidiosissima. Non era mai contento; mutava
e rimutava di continuo. A cagione de' tardi pentimenti, parecchi de'
fogli già stampati furon distrutti e di nuovo composti. L'aiutarono
gli amici Tommaso Grossi ed Ermes Visconti; molto l'aiutò l'abate
Giuseppe Pozzone di Trezzo, che fin dal 1819 insegnava belle lettere
nel Ginnasio di Brera.

Chi raffronti insieme la seconda minuta e la copia per la Censura con
l'edizione originale, fatta a Milano per i torchi di Vincenzo Ferrano,
non trova che differenze di forma. La seconda minuta e la copia per
la Censura, in sostanza, salvo ritocchi di lingua e di stile, sono il
testo definitivo; ma un testo che è il più radicale rifacimento della
prima minuta; la quale, dalle linee generali in fuori, in molte parti
par quasi un romanzo affatto diverso. Ho dunque trascritto dalla prima
minuta i brani soppressi, o rifatti nella seconda, e li stampo. Saranno
un utile studio del modo con cui si affacciò all'immaginazione del
Manzoni la tela primitiva del racconto.

Nel testo del volume do i tratti di maggiore interesse e importanza;
nelle appendici ho raccolto le bricciche, perchè nulla resti
dimenticato. E a queste bricciche della prima minuta ho unito, come
saggio della seconda minuta, il brano riguardante l'Innominato, che
poi stralciò dalla stessa seconda minuta e soppresse, sembrandogli
troppo lungo e particolareggiato. La figura di questo ribaldo, che a
un tratto si pente e muta vita; figura che è certo tra le più belle
creazioni manzoniane, è la sola di tutto il romanzo ch'egli abbia
rifatta tre volte. Il _Conte del Sagrato_ della prima minuta, si
trasmuta nell'_Innominato_ della seconda, con fattezze nuove. Ma anche
di questo rifacimento il Manzoni non si contenta; torna a tratteggiarlo
per la terza volta, e riesce quello che poi è rimasto.

  _Torino, 11 marzo 1905._

  GIOVANNI SFORZA.




I.

DISCUSSIONE SULL'AMORE NE' ROMANZI


Avendo posto in fronte a questo scritto il titolo di storia, e fatto
creder così al lettore ch'egli troverebbe una serie continua di
fatti, mi trovo in obbligo di avvertirlo qui, che la narrazione sarà
sospesa alquanto da una discussione sopra principj: discussione la
quale occuperà probabilmente un buon terzo di questo capitolo[110]. Il
lettore, che lo sa, potrà saltare alcune pagine, per riprendere il filo
della storia: e per me lo consiglio di far così, giacchè le ragioni che
mi sento sulla punta della penna sono tali da annojarlo, o anche da
fargli venir la muffa al naso.

La discussione viene all'occasione della osservazione seguente, che mi
fa un personaggio ideale.

——I protagonisti di questa storia, dic'egli, sono due innamorati,
promessi al punto di sposarsi, e quindi separati violentemente dalle
circostanze, condotte da una volontà perversa. La loro passione è
quindi passata per molti stadj, e per quelli principalmente che
le danno occasione di manifestarsi e di svolgersi nel modo più
interessante. E intanto non si vede nulla di tutto ciò: ho taciuto
finora, ma quando si arriva ad una separazione secca, digiuna, concisa,
come quella che si trova nella fine del capitolo passato[111], non
posso lasciare di farvi una inchiesta. Questa vostra storia non ricorda
nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i
principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li
dimostra innamorati.——

——Perdonatemi: trabocca invece di queste cose, e deggio confessare che
sono anzi la parte la più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e
nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere.——

——Bella idea! e perchè, se v'aggrada?——

——Perchè io sono del parere di coloro i quali dicono che non si deve
scrivere d'amore in modo da far consentire l'animo di chi legge a
questa passione.——

——Poffare! nel secolo decimonono ancora simili idee! Ma i vostri
riguardi sono tanto più strani, in quanto l'amore dei vostri eroi è il
più puro, il più legittimo, il più virtuoso; e se poteste descriverlo
in modo di eccitarne il consenso, non fareste che far comunicare altrui
ad un sentimento virtuoso.——

——Armatevi di pazienza ed ascoltate. Se io potessi fare in guisa che
questa storia non capitasse in mano ad altri che a sposi innamorati,
nel giorno che hanno detto e inteso in presenza del parroco un
sì delizioso, allora forse converrebbe mettervi quanto amore si
potesse, poichè per tali lettori non potrebbe certamente aver nulla
di pericoloso. Penso però, che sarebbe inutile per essi, e che
troverebbero tutto questo amore molto freddo, quand'anche fosse
trattato da tutt'altri che dal mio autore e da me; perchè quale è
lo scritto dove sia trasfuso l'amore quale il cuor dell'uomo può
sentirlo? Ma ponete il caso che questa storia venisse alle mani,
per esempio, d'una vergine non più acerba, più saggia che avvenente
(non mi direte che non se n'abbia), e di anguste fortune, la quale,
perduto già ogni pensiero di nozze, se ne va campucchiando quietamente,
e cerca di tenere occupato il cuor suo coll'idea dei suoi doveri,
colle consolazioni della innocenza e della pace, e colle speranze che
il mondo non può dare, nè torre; ditemi un po', che bell'acconcio
potrebbe fare a questa creatura una storia che le venisse a rimescolare
in cuore quei sentimenti, che molto saggiamente ella vi ha sopiti.
Ponete il caso, che un giovane prete, il quale coi gravi uficj del
suo ministero, colle fatiche della carità, con la preghiera, con lo
studio, attende a sdrucciolare sugli anni pericolosi che gli rimangono
da trascorrere, ponendo ogni cura di non cadere, e non guardando troppo
a dritta, nè a sinistra, per non dar qualche stramazzone in un momento
di distrazione; ponete il caso che questo giovane prete si ponga a
leggere questa storia: giacchè non vorreste che si pubblicasse un libro
che un prete non abbia da leggere: e ditemi un po' che vantaggio gli
farebbe una descrizione di quei sentimenti ch'egli debba soffocar ben
bene nel suo cuore, se non vuol mancare ad un impegno sacro ed assunto
volontariamente, se non vuole porre nella sua vita una contraddizione
che tutta la alteri. Vedete quanti simili casi si potrebber fare.
Concludo che l'amore è necessario a questo mondo: ma ve n'ha quanto
basta, e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e
che col volerlo coltivare non si fa altro che farne nascere dove non
fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno,
e che uno scrittore, secondo le sue forze, può diffondere un po' più
negli animi: come sarebbe la commiserazione, l'affetto al prossimo, la
dolcezza, l'indulgenza, il sacrificio di sè stesso: oh di questi non
v'ha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un
po' più nelle cose di questo mondo: ma dell'amore, come vi diceva, ve
n'ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quello che sia
necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo
dunque opera imprudente l'andarlo fomentando cogli scritti; e ne son
tanto persuaso, che se un bel giorno, per un prodigio, mi venissero
ispirate le pagine più eloquenti d'amore che un uomo abbia mai scritte,
non piglierei la penna per metterne una linea sulla carta: tanto son
certo che me ne pentirei.——

——Ma queste sono idee meschine, pinzocheresche, claustrali e peggio;
idee che tendono a soffocare ogni slancio d'ingegno, e ben diverse
dalle idee grandi della vera religione...——

——La religione ha avuto scrittori del genio il più ardito ed elevato,
pensatori profondi e pacati[112], ragionatori d'una esattezza
scrupolosa, e tutti questi, senza una eccezione, hanno disapprovate le
opere in cui l'amore è trattato nel modo che voi vorreste. Oh, ditemi
di grazia, come mai io posso persuadermi che tutti questi non han
saputo conoscere quel che si voglia la vera religione, e che voi avete
trovata senza fatica la verità, dov'essi, con uno studio di tutta la
vita, non hanno saputo pescare che un errore grossolano?——

——Così voi condannate tutti gli scritti....?——

——Sono i giudici che condannano: per me vi dico solo il perchè io
abbia esclusi tutti quei bei passi da questa storia. Ma se volete dei
giudizj e delle condanne, voi ne troverete nei casi in cui è lecito,
anzi bello il condannare, cioè quando uno giudica sè stesso. Vedete
quello che hanno pensato dei loro scritti amorosi quegli scrittori (del
cristianesimo intendo) i quali si sono acquistata fama di grandi, e
nello stesso tempo di più castigati. Vedete, per esempio, il Petrarca e
Racine.——

——Il Petrarca viveva in tempi...——

——Non parliamo del Petrarca, perchè io spero che leggeremo presto
intorno a lui il giudizio d'un uomo il quale ne dirà quello che nè
voi, nè io non giungeremmo a trovare. Vi tratto, conio vedete, senza
cerimonie, perchè siete un personaggio ideale.——

——Ebbene, Racine. Non è ella cosa convenuta fra tutti gli uomini che
hanno due dita di cervello, e che non sono un secolo indietro dagli
altri, che il pentimento che Racine provò per le sue tragedie è una
debolezza degli ultimi suoi anni, debolezza indegna di quel grande
intelletto, debolezza che fa compassione?——

——Vi sono stati due Giovanni Racine. Uno, per aver la grazia dei
potenti, adulò in essi apertamente il vizio, ch'egli conosceva per
tale, e per giustificare appunto le sue tragedie beffò degli uomini pei
quali aveva in cuor suo un rispetto sentito, e sostituì gli scherni
personali ai ragionamenti, per evitare la quistione; punse acerbamente
quanto potè ed umiliò con epigrammi stizzosi certi tali, che non la
natura certo, ma il giudizio di una gran parte del pubblico aveva fatti
suoi emoli; e nello stesso tempo si rose internamente, si accorò,
perdette la sua pace ad ogni critica che sentiva fare delle sue opere:
tormentato e tormentatore pei meschini interessi della letteratura, e
della sua letteratura. Questi è quel Giovanni Racine che scriveva rime
d'amore.

L'altro, viveva ritirato tranquillamente nel seno della sua famiglia:
se non si allontanò affatto dai potenti, almeno parlò ad essi (caso
raro, quasi unico in quei tempi) delle miserie degli uomini, che essi
avrebbero dovuto sollevare, o non creare: non solo non cercava più gli
applausi, non solo non provocava le lodi degli amici, ma le sentiva con
dolore; non solo non arrovellava ad ogni critica, ma quando un uomo
non provocato lo fece segno ad un pubblico insulto non se ne lagnò,
e invece di ricevere scuse, rispose con ringraziamenti[113]. Egli,
che era stato cortigiano nella sua giovinezza, rifiutò di sedere alla
mensa di un principe, per non privare i suoi figli della sua compagnia.
In pace con sè, col genere umano, e coi letterati, egli trascorse
libero da quelle passioni che avevano agitata la sua prima età: e non
si può proprio dire per questo che fosse rimbambito, poichè scrisse
Atalia. Questi è quel Giovanni Racine, che si pentiva di avere scritte
rime d'amore. Che di questi due uomini il debole fosse il secondo,
si può certamente dire, se ne dicono tante! ma per me, non posso
persuadermene.——

——Dunque, secondo voi, aveva ragione di pentirsi: dunque se non
fosse rimasto che un esemplare delle tragedie amorose di Racine, se
questo esemplare fosse stato in vostra mano, se Racine ve lo avesse
chiesto per abbruciarlo, per privare la posterità d'un tale monumento
d'ingegno, voi avreste?... non ardisco quasi interrogarvi.——

——Io glielo avrei dato subito, perchè quel brav'uomo potesse aver la
soddisfazione di gettarlo sul fuoco. Come! voi credete che si sarebbe
dovuto esitare a toglierli dal cuore questa spina? Gliel'avrei dato
subito, perchè il dispiacere ragionato, serio, riflessivo, nobile di
Racine era un sentimento più importante che non sia stato e non sia per
essere il piacere che hanno dato e che sono per dare le sue tragedie
fino alla consumazione dei secoli.——

——Queste sono ciarle; ma avete pensato che con questi stralci voi vi
andate scemando sempre più il numero de' lettori; e che se avrebbero
potuto essere centinaia, sa il cielo se li conterete a dozzine?——

——Voi mi ci fate pensare; ma, a dir vero, non arrivo a sentire la forza
di questo inconveniente.——

——Ma voi volete privarvi volontariamente dei mezzi più potenti di
dilettare, di quei mezzi che, anche in mano della mediocrità, possono
talvolta produrre un grande effetto?——

——Se le lettere dovessero aver per fine di divertire quella classe
d'uomini che non fa quasi altro che divertirsi, sarebbero la più
frivola, la più servile, l'ultima delle professioni. E vi confesso che
troverei qualche cosa di più ragionevole, di più umano e di più degno
nelle occupazioni di un montambanco, che in una fiera trattiene con sue
storie una folla di contadini: costui almeno può aver fatti passare
qualche momenti gaj a quelli che vivono di stenti e di malinconie;
ed è qualche cosa. Ma, per non ingannarvi, avvertite che in tutte
queste ciarle, che abbiam fatte finora, non abbiam detto nulla o quasi
nulla sul fondo della quistione. Voi non lo avete toccato; ed io sono
rimasto, rispondendovi, in quella sfera dove vi siete posto; abbiam
ciarlato di fuori, come si usa. Che se volete veder qualche cosa sul
fondo della quistione, andate di grazia a quegli scrittori di cui
abbiam fatto cenno: o pure pensateci un po' seriamente voi stesso.——

——Pensarci? Per giungere a queste belle conseguenze? Sappiate che, a
porre insieme le idee di un Vandalo e d'una donnicciola...——[114].

——Sparisci; e torniamo alla storia.[115]——




II.

LUCIA E AGNESE A MONZA——PRESENTAZIONE AL MONASTERO——STORIA DELLA
SIGNORA——SUO COLLOQUIO CON LUCIA.


Dove siamo? Il nostro autore non lo dice, anzi protesta di non volerlo
dire. Abbiam già avvertito che delle due classi fra le quali era
divisa la società al suo tempo, di circospetti cioè e di facinorosi,
d'uomini che avevano, e d'uomini che facevano paura, egli apparteneva
alla prima. La sua timida discrezione raddoppia però a questo punto
della narrazione: e il progresso della narrazione stessa ne fa vedere
il motivo. Le avventure di Lucia nel suo novello soggiorno si trovano
implicate con intrighi tenebrosi, misteriosi, terribili, di persone,
che deggiono essere state potenti, e imparentate assai: e l'autore
si scopre impacciato tra il desiderio di raccontare quello che sa,
e il terrore di offendere di quelle famiglie, il mormorare contra
le quali era un peccato punito in questo mondo. Quindi egli va col
calzare del piombo, e, narrando i fatti, sopprime tutte le indicazioni
che potrebbero servir di filo a trovar le persone, e fra queste
indicazioni anche quella del luogo. Ma in questa parte almeno egli
non è stato destro abbastanza, e noi possiamo annunziare, senza timore
d'ingannarci, il luogo dove si è fermata Lucia: poichè l'autore, senza
avvedersene, ci ha dato un filo, che condurrebbe alla scoperta anche un
ragazzo. Egli dice, in un passo del suo racconto, che Lucia giunse ad
un borgo nobile ed antico, al quale di città non mancava che il nome;
altrove parla del Lambro, che vi scorre; altrove ancora dice che v'era
un arciprete: con queste indicazioni non v'ha in Europa uomo che sappia
leggere e scrivere, il quale tosto non esclami: Monza.

La madre e la figlia si trovavano dunque, dopo la partenza di Fermo,
solette in una osteria di Monza, senza alcuna pratica del paese,
senza alcuna conoscenza, non avendo in così alto mare altra bussola
che la lettera del Padre Cristoforo. La lettera era diretta al Padre
Guardiano dei Cappuccini. Agnese chiese conto del convento alla moglie
dell'albergatore; la quale non lo diede che dopo aver tentata ogni
via per avere un pagamento anticipato di un così picciol servizio, in
tante informazioni sul nome e sulla qualità delle donne, sui motivi
del loro viaggio, sugli affari che potevano avere col Padre Guardiano.
Ma le donne, alle quali era stato dal loro protettore raccomandata
la discrezione, seppero ingannare le ciarle della ostessa, la quale
fu obbligata di insegnar loro gratuitamente la via del convento.
Si mossero quindi tosto, benchè dovessero risentirsi del travaglio
della notte e del giorno antecedente; la lepre cacciata non sente la
stanchezza che quando ha trovato un ricovero.

Agnese, a cui l'aspetto di Monza non era nuovo, perchè v'era passata
molti anni addietro, nè imponente, perchè aveva soggiornato a Milano,
camminava francamente, guidando e incoraggiando Lucia, la quale andava
rasente il muro tutta sospettosa. Girando di via in via, e ad ogni
rivolta di canto trovando ancora vie e case, era Lucia colpita da
una maraviglia mista di non so quale afa, come chi vede una brutta
grandiosità. Ma il sentimento predominante di accoramento e di
terrore non le dava campo di esprimere quello che allora provava, nè
provarlo distintamente e con forza. Giunte alla porta del convento,
tirarono il campanello, e al portinajo, che sopravvenne, chiesero
del Padre Guardiano, al quale avevano una lettera da consegnare.
Quando Lucia vide una tonaca[116] cappuccinesca le parve di essere
in paese conosciuto, e si riebbe alquanto. Il Padre Guardiano non
si fece aspettare, salutò le donne, prese la lettera dalle mani di
Agnese, e veduta la soprascritta, disse con una voce che annunziava la
compiacenza: Oh! il mio Padre Cristoforo. Il Padre Cristoforo era stato
suo collega nel noviziato, e d'allora in poi essi avevano contratta una
amicizia da chiostro, voglio dire una amicizia cordiale, intima più
che fraterna, simile a quelle che si narrano di qualche pajo d'uomini
dell'antichità, di quelle che si formano in tutte le società separate
con vincoli particolari dalla società universale degli uomini. Queste
frazioni, questi crocchj creano fra tutti i membri che li compongono
un vincolo particolare d'interessi, di amor proprio comune e di
benevolenza, vincolo talvolta debole assai e che non basta ad impedire
odj accaniti e mortali, ma forte però abbastanza per contenere gli odj
nell'interno della picciola società, e per dare a quegli stessi che
si odiano una apparenza e una condotta da amici ogni volta che essi
si trovino in contrasto cogli estranei. Quando poi una conformità di
patimenti e di inclinazioni, crea fra due individui di queste società
una benevolenza particolare, essa è tanto più forte, quanto più essi si
sono scelti in un picciol numero già separato dal resto degli uomini.

Il Padre Guardiano aperse la lettera, e di tempo in tempo alzava gli
occhi dal foglio e guardava Lucia e la madre con aria di compassione e
d'interessamento. Quand'ebbe terminato, crollò alquanto il capo, pensò,
passò la mano sul mento barbuto, e quindi sulla fronte, e disse, come
chi[117] spera di aver trovato quello di che aveva bisogno:——Non c'è
altri che la Signora: se la Signora vuol pigliarsi l'impegno....——Fece
quindi a bassa voce ad Agnese alcune interrogazioni, alle quali essa
soddisfece, indi domandò:——Volete seguirmi? Io spero di aver trovato
ove collocare in sicuro questa buona ragazza.——Le donne si disser
pronte a far tutto ciò che sarebbe da lui suggerito: e il Padre——venite
con me, disse; statemi soltanto alcuni passi addietro; perchè, vedete,
il paese è maligno, e Dio sa quante storie si farebbero se si vedesse
il Padre Guardiano con una bella giovane, voglio dire con donne per
la via.——Lucia arrossì, e con la madre tenne dietro al Guardiano alla
distanza ch'egli aveva indicata. Giunti al monastero, il Guardiano
si fermò sulla soglia, le aspettò, e raccomandatele alla moglie del
fattore, la quale le introdusse in una stanzetta che dava sulla via,
progredì nel cortile, promettendo di tornare a momenti.

L'interrogatorio della _fattora_ fu, come doveva essere, più
imperioso, più astuto, più pressante d'assai che non fosse stato
quello dell'albergatrice; e Agnese, schermendosi a stento, andava
già componendo una filastrocca nella sua mente, perchè vedeva di non
potersi sbrigare senza raccontar qualche cosa, quando, per buona
sorte, ritornò il Padre Guardiano, con faccia giuliva, ad annunziare
alle donne che la Signora si degnava riceverle. La fattora le lasciò
partire, guardando con dispetto il Guardiano ch'era venuto a farle
fuggir di mano una preda che stava per cadere nel laccio.

Attraversando il cortile, il Guardiano addottrinò le donne sul modo da
tenersi colla Signora.——Siate umili e riverenti, raccomandatevi alla
sua protezione, rispondete con semplicità alle interrogazioni ch'ella
sarà per farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare a me.——

Agnese e Lucia stavano in grande aspettazione, mista di speranza e di
pensiero, di questa Signora: ma non ardirono nemmeno domandare al Padre
chi ella fosse. Probabilmente un lettore di questi tempi non sarà così
modesto, e per prevenire la sua impazienza è forza dirgli chi fosse la
Signora; ma, come si usa con chi vuol troppo pressare, si potrà dargli
una risposta, la quale, sembrando soddisfare a tutta la sua inchiesta,
contenga però solo quel tanto che non si potrebbe tacere.

Era la Signora una giovane donna, uscita di sangue principesco, che
era stata posta dall'adolescenza in quel monastero, e vi aveva assunto
il velo, e fatta la professione. Aveva essa l'incarico di vegliare
sulle fanciulle che erano nel monastero per educazione, e il suo titolo
sarebbe stato maestra delle educande, ma per la sua nascita, per le
parentele, e per la superiorità che queste le davano sulle altre
sorelle, non era chiamata con altro nome che di Signora; ed era da
tutte riguardata come la protettrice, la donna principe del monastero;
e, con una distinzione unica, due suore erano destinate ai suoi servizi
ed abitavano seco lei in un picciolo quartiere ch'ella teneva invece
di cella. La sua protezione e la sua influenza si estendeva fuori
delle mura del monastero; e i cappuccini, i quali di generazione in
generazione, o per meglio dire di vestizione in vestizione, erano ab
immemorabili in rapporto di amicizia col monastero, godevano essi
pure di questa protezione. Ecco perchè il Padre Guardiano fece tosto
assegnamento su la Signora, ed ecco perchè Lucia è condotta ora dinanzi
a lei.

Dal cortile si entrò in una stanza terrena, e da questa si passava al
parlatorio; prima di porvi il piede, il Guardiano, accennando la porta
aperta, disse sottovoce alle donne:——qui è la Signora,——come per farle
rissovenire di tutti gli avvertimenti che dovevano seguire. Lucia
non aveva mai veduto un monastero; ponendo, tutta timorosa, il piede
sulla soglia del parlatorio, si guardò intorno, per vedere dove fosse
la Signora, a cui si doveva fare l'inchino, e non iscorgendo persona,
stava come smemorata, quando, osservando il Padre, che andava ritto
verso una parte, e Agnese che lo seguiva, guatò, e vide un pertugio,
alto la metà d'una finestra e largo quasi il doppio, con una doppia
grata, la quale, togliendo ogni passaggio alla stanza vicina, la
lasciava però quasi tutta vedere, e presso alla grata vide la Signora
in piedi, e le s'inchinò profondamente, come avevano già fatto gli
altri due. L'aspetto della Signora, d'una bellezza sbattuta, sfiorita
alquanto, e direi quasi un po' conturbata, ma singolare[118], poteva
mostrare venticinque anni[119]. Un velo nero, teso orizzontalmente
sopra la testa, scendeva a dritta e a manca dietro il volto, sotto
il velo una benda di lino stringeva la fronte, al mezzo; e la parte
che si vedeva diversamente, ma non meno bianca della benda, sembrava
un candido avorio posato in un nitido foglio di carta: ma quella
fronte, liscia ed elevata, si corrugava di tratto in tratto quando
due nerissimi sopracigli si riavvicinavano per tosto separarsi con
un rapido movimento. Due occhi, pur nerissimi, si fissavano talvolta
nel volto altrui con una investigazione dominatrice, e talvolta si
rivolgevano ad un tratto come per fuggire: v'era in quegli occhi un
non so che d'inquieto e di erratico[120], una espressione istantanea,
che annunziava qualche cosa di più vivo, di più recondito, talvolta
di opposto a quello che suonavano le parole che quegli sguardi
accompagnavano. Le guancie[121] pallidissime, ma delicate, scendevano
con una curva dolce ed eguale ad un mento rilevato appena come
quello d'una statua greca. Le labbra[122] regolarissime, dolcemente
prominenti, benchè colorate appena d'un roseo tenue, spiccavano pure
fra quel pallore, e i loro moti, come quelli degli occhi, vivi,
inaspettati, pieni di espressione e di mistero. Una gorgiera bianca,
increspata, lasciava intravedere una striscia di collo bianco e
tornito. La nera cocolla[123] copriva il rimanente dell'alta persona,
ma un portamento disinvolto, risoluto, rivelava o indicava, ad ogni
rivolgimento, forme di alta e regolare proporzione[124]. Nel vestire
stesso v'era qua e là qualche cosa di studiato, o di negletto, di
strano insomma, che, osservato in uno colla espressione del volto,
dava alla Signora l'aspetto di una monaca singolare. La stoffa della
cocolla e dei veli era più fine che non s'usasse a monache, il seno era
succinto con un certo garbo secolaresco, e dalla benda usciva sulla
tempia manca l'estremità d'una ciocchetta di nerissimi capegli: il che
dimostrava o dimenticanza o trascuraggine di tener, secondo la regola,
sempre mozze le chiome, già recise nella cerimonia solenne della
vestizione. Questa stessa singolarità si faceva osservare nei moti, nel
discorso, nei gesti della Signora. S'alzava ella talora con impeto a
mezzo il discorso, come se temesse in quel momento di esser tenuta, e
passeggiava pel parlatorio; talvolta dava in risa smoderate, talvolta
levando gli occhi, senza che se ne intendesse una cagione, prorompeva
in sospiri; talvolta, dopo una lunga e manifesta distrazione, si
risentiva, ed approvava con negligenza ragionamenti che la sua mente
non aveva avvertiti. Queste cose non si facevano scorgere a Lucia, non
avvezza a scernere monaca da monaca, e neppure ad Agnese: l'occhio
del Padre Guardiano era certamente più esercitato, ma perciò appunto
era avvezzo ad osservare senza maraviglia nei grandi sempre qualche
cosa di straordinario; e quindi s'era già da molto tempo addomesticato
all'abito e ai modi della Signora. Ma ad un viaggiatore, che l'avesse
veduta per la prima volta, ella avrebbe potuto parere non molto
dissimile da una attrice ardimentosa, di quelle che nei paesi separati
dalla comunione cattolica facevano le parti di monaca in quelle
commedie dove i riti cattolici erano soggetto di beffa e di parodia
caricata.

In quel momento ella ora, come abbiamo detto, ritta in piedi presso la
grata, appoggiata ad essa mollemente con una mano, intrecciando le
bianchissime dita nei fori di quella, e colla faccia alquanto curvata
osservando quelli che si presentavano, e specialmente Lucia.

——Reverenda madre, e signora illustrissima, disse il Padre Guardiano,
colla fronte bassa e colla destra tesa sul petto; ecco quella innocente
derelitta, per la quale imploro la sua valida protezione.——E sulle
ultime parole accennava alle donne che accompagnassero con atti e con
inchini la sua supplicazione; la povera Agnese, dopo d'aver fatto
al Padre un cenno del volto, che voleva dire: so quel che va fatto,
raddoppiava gl'inchini, rannicchiandosi e risorgendo come se una molla
interna la facesse muovere, e Lucia s'inchinò pure, da inesperta,
ma con una certa grazia, che la bellezza, la giovinezza e la purità
dell'animo danno a tutti i movimenti. La Signora curvò leggermente il
capo verso il Padre Guardiano, fece alle donne cenno della mano che
bastava, e ch'ella gradiva i loro complimenti, fece a tutti cenno di
sedersi, sedette, e sempre rivolta al Padre, rispose:——Ho appreso dai
miei antenati a non negare la mia protezione a chiunque la meriti: io
non ho da essi ereditato che il nome; e son lieta che anche questo
possa almeno essere buono a qualche cosa. È una buona ventura per me il
poter render servizio a' nostri buoni amici i padri cappuccini.——Queste
parole furono accompagnate da un sorriso, che ad altri avrebbe potuto
parere di compiacenza, ad altri di scherno. Il Padre Guardiano
si faceva a render grazie, ma la Signora lo interruppe:——Non mica
complimenti, Padre Guardiano; i servizj fatti agli amici hanno con
sè il loro guiderdone; e del resto, ad ogni evento, io non dubiterei
di far conto sul ricambio dei nostri buoni padri. Il mondo è pieno
di tristi e d'invidiosi: e nessuno può assicurarsi che non venga
un momento in cui possa aver bisogno di una buona testimonianza, e
d'aiuto.——Il Guardiano rispose premurosamente con una frase di gesti:
la prima parte della quale significava che la Signora non avrebbe
mai bisogno di nessuno, e la seconda che i padri avrebbero tenuto a
ventura[125] ogni occasione di far cosa grata alla Signora. Questa
proseguì:——Ma via, mi dica un po' più particolarmente il caso di questa
giovane, e così si vedrà meglio che si possa fare per essa.——

Lucia arrossò tutta e chinò la faccia sul seno.

——Deve sapere, reverenda madre, cominciò Agnese, che questa mia povera
figliuola, perchè io sono sua madre....——

Il Guardiano le gittò un'occhiata e interruppe:——Questa giovane,
signora illustrissima, mi è raccomandata da un mio confratello:
essa ha bisogno per qualche tempo di un asilo nel quale possa stare
sconosciuta, o nel quale nessuno ardisca toccarla; e questo per
sottrarsi a dei[126] gravi pericoli.——

——Pericoli! disse la Signora. Quali pericoli? di grazia, Padre
Guardiano. Mi dica la cosa per minuto: ella sa che noi altre monache
siamo vaghe di intendere storie.——

——Sono, rispose il Padre, pericoli dei quali la reverenda madre non
conosce nemmeno il nome, beata lei! e parlarne più distintamente
sarebbe offendere le purissime vostre orecchie e contaminare[127]
l'illibatezza dei vostri pensieri[128], Signora illustrissima.——

——Oh certamente!——rispose precipitosamente la Signora, senza molto
badare all'aggiustatezza della risposta, e si fece tutta di porpora.
Era verecondia? Chi avesse osservata una subitanea, ma viva espressione
di scherno e di dispetto, che accompagnò quel rossore, avrebbe potuto
dubitarne; e tanto più se lo avesse paragonato con quello che di tratto
in tratto saliva sulle guance di Lucia.

La Signora si alzò in fretta, come per avvicinarsi più alle donne, e
stava per rivolgere il discorso a Lucia, quando il Guardiano, temendo
di non aver mal detto, ripigliò così il discorso:——Non tutti i grandi
del mondo si servono dei doni di Dio a gloria di lui e a vantaggio del
prossimo, come fa la Signora illustrissima. Un cavaliere, prepotente
e senza timor di Dio, ha tentato ogni via, giacchè deggio pur dirlo,
per insidiare la castità di questa creatura, e dopo d'aver veduto che i
mezzi di lusinga gli andavano falliti, non temè di ricorrere alla forza
aperta, tentando insomma di farla rapire. Ma Dio[129] non l'ha lasciata
cadere in quei sozzi artigli, e le ha invece preparato un ricovero
sotto le ali incontaminate...——

——Ma voi, disse la Signora, rivolta repentinamente a Lucia,——voi
che dite di codesto signore? A voi tocca a dirci se egli era un
persecutore, e se aveva gli artigli sozzi.——

——Signora, madre, illustrissima, balbettò Lucia, che sarebbe stata
confusa a dover rispondere su questa materia, quando pure l'inchiesta
le fosse venuta da una persona sua pari e conosciuta. Ma Agnese venne
in soccorso,——Illustrissima signora, diss'ella, ella parla troppo
_alto_ per questa povera figliuola. Ma io posso far testimonio che la
mia Lucia aveva in orrore colui, come il diavolo l'acqua santa; voglio
dire, il diavolo era egli; ma ella mi compatirà se parlo male, perchè
noi siam gente come Dio vuole; del resto, questa povera ragazza aveva
un giovane che le _parlava_, un nostro pari, timorato di Dio, e bene
avviato, e se il signor curato avesse avuto un po' più di giudizio;
so che parlo d'un religioso, ma il Padre Cristoforo, amico intrinseco
qui del Padre Guardiano, è religioso al pari di lui e davvantaggio, e
potrà attestare...

——Voi siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata, disse la
Signora, dando sulla voce ad Agnese.——Non so che fare dei parenti
che rispondono pei loro figliuoli.——Agnese voleva aprir bocca, ma
la Signora, con tuono ancor più brusco, riprese:——Zitto, zitto; le
vostre parole non servono a nulla.——Così dicendo, il suo aspetto
prendeva sempre più un non so che di sinistro, di feroce, che quasi
faceva scomparire ogni bellezza, o almeno la alterava, di modo che chi
avesse osservato quel volto in quel punto ne avrebbe conservata una
immagine disgustosa per sempre. I suoi guardi erano fissi sopra Agnese,
torvi e sospettosi, come se cercassero a raffigurare un nemico. E
continuò:——Voi fate conto forse, che perchè io son qui rinchiusa, fuori
del mondo, senza esperienza, mi si possa dare ad intendere qualunque
cosa. Povera donna! Appunto perchè son qui, sono men facile ad essere
ingannata su certe materie. Certo lo sposo che i parenti destinano ad
una figlia è sempre un uomo compito, e il monastero dove la vogliono
rinchiudere è così allegro! in così bella situazione! così tranquillo!
è un paradiso! Poveretti! portano invidia alla loro figlia; vorrebbero
anch'essi ritirarsi in quel porto di pace, ah! a far vita beata,
ma..... pur troppo son legati nel mondo. Scusi il mio caldo, Padre, ma
ella sa meglio di me, almeno ella deve saper troppo bene come vanno
queste cose, la menzogna la più imperterrita, la più persistente, la
più solenne è quella che sta sul labbro di colui che vuole sagrificare
i suoi figli, e far loro violenza. Questi sono i peccati contra i quali
si dovrebbe predicare: a costoro bisognerebbe minacciare l'inferno.——

A queste parole, la Signora si pose a sedere, tutta turbata, ed ognuno
si sarebbe avveduto che un pensiero, che i discorsi di Agnese avevan
fatto nascere, dominava allora la sua mente, e che gli affari di Lucia
non erano che un oggetto di considerazione secondaria.

Agnese intanto rimproverava alla figlia che il suo non saper parlare le
avesse tirata addosso questa tempesta; il Guardiano voleva pure animar
Lucia a parlare, ma questa, animata già dalla circostanza, si avvicinò
alla grata e in tuono modesto, ma sicuro, disse:——Reverenda signora,
quanto le ha detto la mia buona madre è la pura verità. Il giovane che
mi parlava, e qui arrossò, lo sposava io... di mio genio; mi perdoni
se parlo da sfacciata, ma è per difendere mia madre: e quanto a quel
signore...

——Buona fanciulla, interruppe la Signora, con voce raddolcita——credo
un po' più a voi, ma non vi credo ancora del tutto[130]. Vi ha due
linguaggi che si somigliano; quello che parte dal fondo del cuore,
e quello d'una figlia oppressa, che dice il falso per terrore, e
protesta di amare ciò ch'ella abborre più al mondo. Voglio sentirvi
da sola a sola. Padre Guardiano, se ella conoscesse per testimonianza
degli occhi suoi i casi di questa giovane, certo ch'io non istarei
ora in dubbio: ma ella non li conosce che per relazione: e per me,
piuttosto che servire alla violenza fatta ad una povera giovane...

——Il Padre Cristoforo, disse il Guardiano, che mi ha posto nelle mani
questo affare, è uomo tanto oculato, quanto lontano dal favorire una
violenza, ed alla sua asserzione io credo quanto ai miei occhi. Stimo
però cosa molto savia, che la Signora illustrissima esamini col suo
senno consumato questa faccenda, e spero che l'esame, mostrandole la
verità dell'esposto, la determinerà ad accordare il suo appoggio a
questa famiglia perseguitata.

——Lo spero, rispose la Signora, con una placidezza garbata, e come
desiderosa di far dimenticare il trasporto passato: lo spero, e quel
poco ch'io potrò fare prego il Padre Guardiano di attribuirlo in gran
parte alla sua intromissione. Per ora ecco quello che mi sovviene di
poter fare. La fattora del monastero ha collocata da pochi giorni
l'ultima sua figliuola. Questa giovane potrà occupare la stanza
abbandonata da quella, e supplire ai pochi servizi ch'ella faceva.
Ne parlerò colla madre Badessa, ma da quest'ora le do la cosa per
fatta, sempre che Lucia ne sia contenta.——Il Guardiano proruppe in
ringraziamenti, che la Signora troncò gentilmente, ma lasciando però
capire ch'ella faceva assegnamento sulla riconoscenza dei cappuccini.
Chiamò quindi una delle monache che le facevano da damigelle, e datole
le opportune istruzioni, disse ad Agnese che andasse alla porta del
chiostro, per intendersi colla monaca e colla fattora, e per andar
quindi a disporre l'alloggio che sarebbe destinato a lei ed a Lucia.
Il Padre si congedò, promettendo di ritornare ad informarsi della
decisione: le tre donne furono tosto a consulta, e Lucia rimase sola
con la Signora a subire l'esame[131].

Le parole della Signora nel colloquio che abbiamo trascritto non
annunciavano certamente un animo ordinato e tranquillo; eppure ella
s'era studiata in tutto quel colloquio per comparire una monaca come
le altre. Ma quando ella si trovò sola con Lucia, ella si studiava
tanto meno, quanto meno temeva le osservazioni di una giovane forese,
di quelle d'un vecchio cappuccino. Quindi i suoi discorsi divennero
sì stranj, per una monaca singolarmente, che prima di riferirli è
necessario raccontare la storia di questa Signora, e rivelare le
passioni e i fatti che renderanno tale il suo linguaggio.

Questi fatti sono tristi e straordinarj, e per quanto a quei tempi, di
funesta memoria, fossero comuni, molte cose che sarebbero portentose
ai nostri, l'autorità di un anonimo non avrebbe bastato a farci
prestar fede a quello che siam per narrare: frugando quindi, per
vedere se altrove si trovasse qualche traccia di questa storia, ci
siamo abbattuti in una testimonianza, la quale non ci lascia alcun
dubbio. Giuseppe Ripamonti, canonico della Scala, cronista di Milano,
etc. scrittore di quel tempo, che per le sue circostanze doveva essere
informatissimo, e negli scritti del quale si scorge una attenzione
di osservatore non comune, e un candore quale non si può simulare,
il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle
che sieno nella nostra storia; e noi ci serviremo anzi delle notizie
ch'egli ci ha lasciate per render più compiuta la storia particolare
della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da
una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro
racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto il
racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in progresso un tale
mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce
l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora,
ma deve crear una impressione d'opposto genere e consolante. Avremmo,
dico, lasciato di pubblicare tutta questa storia, e ciò per non
offendere coloro ai quali il rimettere nella memoria degli uomini certe
colpe già pubbliche, ma dimenticate, quando non siano terminate con un
grande esempio, o con un gran pentimento, sembra uno scandalo inutile,
comunque uno le esponga. Senza esaminare il valore di questo modo di
sentire, noi lo avremmo rispettato, quando ciò non costava altro che
di sopprimere un libro. Che se poi altri volesse censurare queste
scuse come inutili, e ci accusasse di cader sempre in digressioni, che
rompono il filo della matassa e fermano l'arcolajo ad ogni tratto, egli
obbligherebbe chi scrive a fare una altra digressione, e a rispondergli
così: Il manoscritto unico, in cui è registrata questa bella storia
degli sposi promessi, è in mia mano: se la volete sapere, bisogna
lasciarmela contare a modo mio: se poi non vi curaste più che tanto di
sentirla, se il modo con cui è raccontata vi annojasse, giacchè dagli
uomini si può aspettar qualunque eccesso; in questo caso chiudete il
libro, e Dio vi benedica.

Il padre della infelice, di cui siamo per narrare i casi, era, per
sua sventura e di altri molti, un ricco signore, avaro, superbo e
ignorante. Avaro, egli non avrebbe mai potuto persuadersi che una
figlia dovesse costargli una parte delle sue ricchezze: questo gli
sarebbe sembrato un tratto di nemico giurato, e non di figlia sommessa
ed amorosa; superbo, non avrebbe creduto che nemmeno il risparmio fosse
una ragione bastante per collocare una figlia in luogo men degno della
nobiltà della famiglia; ignorante, egli credeva che tutto ciò che
potesse mettere in salvo nello stesso tempo i danari e la convenienza
fosse lecito, anzi doveroso; giacchè riguardava come il primo dovere
del suo stato il conservare l'opulenza e lo splendore: erano questi
nelle sue idee i talenti che gli erano stati dati da trafficare, e
dei quali gli sarebbe un giorno domandato ragione. Una figlia, nata
in tali circostanze, e destinata a dover salvare una tal capra e
tali cavoli, era ben felice se si sentiva naturalmente inclinata a
chiudersi in un chiostro, perchè il chiostro non lo poteva fuggire.
Tale fu il destino della Signora dal primo momento della sua vita; e
quando una donzella della signora Marchesa venne, con l'aria confusa
di chi confessa un fallo, a dire al signor Marchese: è una femmina;
il signor Marchese rispose mentalmente: è una monaca. Si pose quindi
a frugare il Leggendario, per cercarvi alla sua figlia un nome che
fosse stato portato da una santa, la quale avesse sortito natali
nobilissimi e fosse stata monaca; e un nome nello stesso tempo che,
senza essere volgare, richiamasse al solo esser proferito l'idea di
chiostro; e quello di Geltrude gli parve fatto apposta per la sua
neonata. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le
furono posti fra le mani, e il padre, facendola saltare talvolta sulle
ginocchia, la chiamava per vezzo: madre badessa. A misura ch'ella
si avanzava nella puerizia, le sue forme si svolgevano in modo che
prometteva una avvenenza non comune agli anni della giovanezza, e
nello stesso tempo ne' suoi modi e nelle sue parole si manifestava
molta vivacità, una grande avversione all'obbedienza, e una grande
inclinazione al comando, un vivo trasporto pei piaceri e pel fasto.
Di tutte queste disposizioni il padre favoriva quelle soltanto che
venivano dall'orgoglio, perchè, come abbiam detto, lo considerava come
una virtù della sua condizione; egli era superbo della sua figlia, come
era superbo di tutto ciò che gli apparteneva, e lodava in essa gli
alti spiriti, la dignità, il sussiego, qualità tutte che manifestavano
un'anima nata a governare qualunque monastero. Della bellezza nè egli,
nè la madre, nè un fratello, destinato a mantenere il decoro della
famiglia, non parlavano mai[132]; e la Signora ne fu informata dalle
donzelle, alle quali prestò fede immediatamente. Benchè la condizione
alla quale il padre l'aveva destinata fosse conosciuta da tutta la
famiglia, e da tutti approvata, nessuno le disse però mai: tu devi
esser monaca. Era questa come una idea innata; e quando veniva il caso
di parlare dei destini futuri della fanciulla, questa idea si dava per
sottintesa. Accadde, per esempio, che alcuno della casa, correggendola
di qualche aria d'impero troppo oltracotante, le diceva: tu sei una
ragazzina, questi modi non ti convengono; quando sarai la madre
badessa, allora comanderai, farai alto e basso. Talvolta il padre le
diceva: tu non sarai una monaca come le altre, perchè il sangue si
porta da per tutto dove si va; e simili discorsi, nei quali la Signora
apprendeva implicitamente ch'ella aveva ad esser monaca.

Confusa con questa idea entrava però a poco a poco nella sua mente
un'altra, che per essere monaca era mestieri del suo assenso
volontario[133]; e che questa cosa, tanto certa, non era però fatta, e
che il farla, o non farla, sarebbe dipenduto da una sua determinazione:
ma queste due idee, un po' repugnanti, si acconciavano nella sua
mente come potevano: perchè se un uomo non dovesse star tranquillo
che dopo d'aver messe d'accordo tutte le sue idee, non vi sarebbe più
tranquillità. A sei anni fu posta in un monastero e per educazione
e per istradamento alla carriera che le era prefissa. Quale coltura
d'ingegno potesse riceversi a quei tempi in un monastero è facile
argomentarlo dalla coltura universale, e questa si può argomentare
dai libri che ci rimangono di quell'epoca. Ora, basti il dire che
nella prima metà del secolo decimosettimo non uscì, ch'io sappia, in
Milano[134] un libro, non dico insigne di pensiero[135], ma scritto
grammaticalmente[136]: di modo che dalla ignoranza universale si
può francamente supporre che alle giovani di quel tempo non si
sarà pensato ad insegnare nemmeno ciò che v'è di più chiaro, di
più liquido, di meglio digerito nelle cognizioni umane, la storia
romana. Ma quello che più importa di dire nel caso nostro si è, che
quella parte di educazione, che i fanciulli riuniti in comunità si
danno sempre fra di loro, operò nella Signora un effetto, contrario
direttamente alla intenzione ed ai disegni dei suoi. Fra le giovanette
educande, colle quali ella fu posta a vivere, erano alcune destinate
a splendidi matrimonj, perchè così voleva l'interesse delle famiglie
loro. Geltrudina, nutrita nelle idee della sua superiorità, parlava
magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, e a quello
splendido, che la fantasia dei fanciulli vede sempre nella condizione
di quelli che comandano loro, la sua fantasia aggiungeva qualche cosa
di più[137], perchè le era stato detto tante volte: tu non sarai una
monaca come le altre. Ma ella s'accorse con maraviglia, e non senza
confusione, che alcune delle sue compagne non sentivano punto d'invidia
di questo suo avvenire, e alle immagini circoscritte e scarse che
può somministrare anche ad una fantasia adolescente il primato in
un monastero, opponevano le immagini varie e luccicanti di sposo, di
palagi, di conviti, di villeggiature, di veglie, di tornei, di abiti,
di carrozze, di livree, di braccieri, di paggi.

Queste immagini produssero nel cervello di Geltrudina quel movimento,
quel ronzìo, quel bollore che produrrebbe un gran paniere di fiori
appena colti collocati davanti ad un'arnia. Sulle prime ella volle
competere colle compagne, e sostenere la superiorità della condizione
che le era destinata; ma quanto più ella cercava di magnificare le
sue dignità future, tanto più le esponeva ad un terribile genere di
offesa, il ridicolo; sentimento che quelle spavalducce applicavano più
naturalmente e più saporitamente alle dignità che vantava Geltrude,
appunto perchè le vedevano esercitate dalle loro superiore, sorta di
persone per le quali la puerizia prova così facilmente l'ammirazione,
come lo scherno[138]. E quel che è peggio, Geltrudina non poteva
rivolgere le stesse armi contro le avversarie, perchè le ricchezze
e la voluttà non sono di quelle cose delle quali si ride in questo
mondo: si ride bensì di chi le desidera senza poterle ottenere, e di
chi ne usa sgraziatamente; e questo ridere mostra l'alta estimazione
in cui sono tenute le cose stesse: quei pochi che non le stimano, non
esprimono il loro giudizio con la derisione. Geltrudina quindi, per
non restare al di sotto, non aveva altro a rispondere se non che, ella
pure avrebbe potuto pigliarsi uno sposo, abitare un palagio, essere
strascinata, servita, corteggiata, che lo avrebbe potuto, se lo avesse
voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva; e lo voleva infatti[139].
Quell'idea che le stava rannicchiata in un angolo della mente, che
il suo assenso era necessario perch'ella fosse monaca, e che questo
assenso dipendeva da lei, si svolse allora e divenne perspicua e
predominante[140]. Con questo pensiero ella si teneva bastantemente
sicura, ma non senza covare un sentimento d'invidia e di rancore
contra quelle sue compagne, le quali erano ben altrimenti sicure, e
ch'ella avrebbe amate, se la loro condizione non le fosse stata ad
ogni momento un confronto doloroso. Perchè questa sventurata non aveva
un animo ostile, non si dilettava naturalmente nell'odio; ma le sue
passioni erano tanto violente e tanto delicate, ella le idolatrava
tanto, che tutto ciò che poteva essere ad esse di ostacolo, offenderle,
contristarle, diveniva per lei oggetto di avversione, e sarebbe stato
vittima del suo furore quand'ella avesse potuto impunemente sfogarlo.
In questo stato di guerra mentale giunse Geltrudina a quell'età
così perigliosa, che separa l'adolescenza dalla giovinezza[141]; a
quella età, in cui una potenza misteriosa entra nell'animo, solleva,
ingrandisce, adorna, rinvigorisce, raddoppia di forza tutte le
inclinazioni e tutte le idee che vi trova, sovente aggiungendovene una
nuova, tutta in nebbia; e che talvolta fa sì che quella nuova e tutta
in nebbia trasmuti tutto l'essere morale[142]. Assoluta innocenza
di pensiero, massime e pratiche di Religione ragionata, occupazioni
utili e interessanti, esercizj frequenti e dilettevoli del corpo,
confidenza rispettosa e libera nei parenti e negli educatori, sono i
mezzi sicuri per trascorrere impunemente quella età perigliosa, e per
formare una mente tranquilla, saggia e forte contra i pericoli della
giovinezza e di tutta la vita[143]. Pochissimi lavori, e lo studio
del canto sopra parole d'una lingua sconosciuta, non erano esercizj
che potessero impadronirsi della mente di Geltrude, e trattenerla
dal vagare in un mondo ideale. Gli esercizj corporali consistevano
in un giro quotidiano dell'orto claustrale[144]. La confidenza e la
comunicazione delle idee era quale può trovarsi con persone le quali
non pensano a conoscere un animo per dirigerlo nella sua scelta, ma
a fissarlo in una scelta già destinata. E quanto alla Religione, ciò
che è in essa di più essenziale, di più intimo, ciò che fa resistere
alle passioni e vincerle con una dolcezza superiore d'assai a quella
che le passioni soddisfatte possono arrecare, ciò che preserva
dalla corruttela, e mette in avvertenza anche contra i pericoli non
conosciuti, non era stato mai istillato, nè meno insegnato, alla
picciola Geltrude; anzi il suo intelletto era stato nodrito di pensieri
opposti affatto alla Religione. Non vogliamo qui parlare d'alcuni
pregiudizj[145], che a quei tempi principalmente si ritenevano per
verità sacrosante, e s'insegnavano insieme con la verità; pregiudizj
non del tutto estirpati, e Dio sa quando lo saranno; pregiudizj
dannosi, principalmente perchè nella mente di molti associano all'idea
della Religione quella della credulità e della sciocchezza, e dei quali
perciò ogni onesto deve desiderare e promuovere la distruzione, ma
pregiudizj che in gran parte non tolgono l'essenziale, e si possono
conciliare con un sentimento di pietà, profonda e sincera, e con una
vita non solo innocente, ma operosa nel bene, e sagrificata all'utile
altrui, del che tanti esempj hanno lasciati i tempi trascorsi, e ne
offrono fors'anche i presenti. Ma, come abbiamo veduto, i parenti
di Geltrude l'avevano educata all'orgoglio, a quel sentimento cioè
che chiude i primi aditi del cuore ad ogni sentimento cristiano,
e gli apre tutte le passioni. Il padre principalmente, che aveva
destinata questa poveretta al chiostro prima di sapere s'ella sarebbe
stata inclinata a chiudervisi, aveva talvolta pur fatta tra sè e sè
questa obbiezione, che forse Geltrude non vi sarebbe stata inclinata:
caso difficile, ma non impossibile; e contra il quale era d'uopo
premunirsi. Supponendo adunque che Geltrude, allettata dalla vita del
secolo, avesse voluto rimanervi, bisognava trovar qualche cosa che
la allettasse ad abbandonarlo, per non usare della semplice forza,
mezzo di esito incerto, sempre odioso e che poteva lasciar qualche
dispiacere nell'animo del padre, il quale alla fine non desiderava che
la sua figlia fosse infelice, ma semplicemente ch'ella fosse monaca. Il
marchese Matteo non era uomo di teorie metafisiche, di disegni aerei:
non aveva perduto il suo tempo sui libri, ma conosceva il mondo, era
un uomo di pratica, quel che si chiama un uomo di buon senso; teneva
che bisogna prendere gli uomini come sono, e non pretendere da essi gli
effetti di una perfezione ideale; e che senza l'interesse l'uomo non
si determina a nulla in questo mondo. Così, per venire all'interesse
che il secolo poteva offrire a Geltrude, egli si era studiato di far
nascere nel suo cuore quello della potenza e del dominio claustrale.
Egli aveva pensato ed operato colla dirittura e colla sapienza squisita
d'un uomo il quale desse il fuoco alla casa di un nimico, posta
accanto alla sua, con la intenzione che quella sola dovesse andare in
fuoco ed in faville. Ma il fuoco, appiccato ch'ei sia, non si lascia
guidare dalle intenzioni dell'incendiario, va dove il vento lo spinge,
e si trattiene a divorare dove trova materia combustibile; e le
passioni, svegliate una volta, non ricevono più la legge di chi le ha
ispirate, ma si volgono agli oggetti che la mente apprende come più
desiderabili. L'orgoglio di giovane, vagheggiata, adorata, supplicata
con umili sospiri, di sposa ricca e fastosa, di padrona che comanda a
damigelle ed a paggi, ben vestiti, era ben più dolce che l'orgoglio
di madre badessa, e in quello tutta s'immerse la fantasia orgogliosa
di Geltrudina. Cominciò dunque a far castelli in aria, a figurarsi un
giovane ai piedi, a levarsi spaventata e fuggire, dicendo: come ha
ella ardito di venir qui? e non ricordava più che il giovane senza
una sua chiamata non sarebbe certo venuto a disturbarla. Ma quella
fuga e quell'asprezza non erano a fine di scacciarlo daddovero: il
giovane non perdeva coraggio; nascevano nuovi casi, e tutto finiva col
matrimonio, come la più parte delle commedie. Richiamava alla memoria
quel poco che aveva veduto dei passeggi della città, e vi girava in
carrozza, innanzi indietro; ripensava la casa domestica, le anticamere,
le livree, il comando, e rifaceva tutto per suo uso, ma in un modo
più splendido. Questi pensieri l'assediavano nel dormitorio, nel
refettorio, nell'orto, nel coro[146]; ella confrontava col brillante
di essi, lo squallido che aveva sottocchio, e si confermava sempre più
nel proposito di non dire quel sì, che si aspettava da lei. Le monache
si accorsero di questa sua risoluzione, ch'ella non cercava nemmeno di
nascondere affatto; poichè, malgrado la fermezza di questa risoluzione,
Geltrudina rifuggiva con tremito dall'idea di manifestarla al padre
di sua bocca, e desiderava ch'egli ne fosse prevenuto d'altra parte:
poichè in quel caso non le restava che di sopportare la collera e le
minacce del padre; operazione passiva, che le pareva molto più facile,
che di pronunziare quelle parole: non voglio. La poverina faceva come
colui che avendo da dire qualche cosa di spiacevole a qualcheduno,
piglia la penna e gli manda le sue idee in un bel foglio di carta.
Ma se la determinazione traspariva, i motivi erano celati alle
monache. Geltrude li nascondeva sotto quell'aspetto di indifferenza,
che la faccia dei giovanotti presenta quasi sempre all'occhio di chi
comanda loro; essa li nascondeva con quella dissimulazione profonda
che è data a quell'età, e che forse non ritorna più in nessuna altra
epoca della vita, e che appena appena potrà aver riconquistata un
diplomatico di ottant'anni, se, come si dice, gli uomini di questa
professione sono i più esercitati a nascondere i loro pensieri[147].
Con le compagne Geltrude era manco coperta, e se esse avessero voluto
o saputo osservare, dalle materie più frequenti del suo discorso,
dall'entusiasmo al quale si abbandonava talvolta, dalla sua picciola
stizza, se non altro, nella quale l'invidia era trasparente, avrebbero
potuto conoscere qualche cosa dell'animo suo; qualche cosa, perchè
nei sogni caldi ed arditi della pubertà v'è una parte di stranio, di
fantastico, di individuale, che non si confida, nè s'indovina, a quel
che dice il manoscritto.

Venne finalmente il momento di levare Geltrude dal monastero, e di
ritenerla per qualche tempo nella casa e nel mondo. Il passo era
spiacevole assai pel marchese Matteo, ma inevitabile, perchè una
ragazza allevata in un monastero non poteva far la domanda di esservi
ammessa ai voti, se non dopo esserne stata fuori per qualche tempo. Era
questa una formalità, destinata ad assicurare alle figlie la libera
scelta dello stato; giacchè ognuno vede che sarebbe stato troppo facile
di fare abbracciare il monastero ad una giovane che, rinchiusa nel
chiostro dall'infanzia, non avesse mai avuta idea di altro modo di
vivere.

Nessuno ignora che le formalità sono state inventate dagli uomini per
accertare la validità di un atto qualunque, assegnando anticipatamente
i caratteri che quell'atto deve avere per essere un atto daddovero.
Invenzione che mostra affè molto ingegno: invenzione utile, anzi
necessaria, perchè la più parte delle quistioni che si fanno a questo
mondo sono appunto per decidere se una cosa sia fatta, o non fatta.
Ma tutte le invenzioni dell'ingegno umano, partecipando della sua
debolezza, non sono senza qualche inconveniente: e le formalità ne
hanno due. Accade talvolta che dove gli uomini hanno deciso che una
cosa non può esser realmente fatta che nei tali e tali modi, la cosa si
fa realmente in modi tutti diversi e che non erano stati preveduti. In
questo caso, la cosa non vale, anzi non è fatta. E non andate a farvi
compatire da un sapiente col volergli dimostrare che la è fatta; egli
lo sa quanto voi; ma sa qualche cosa di più, vede nella cosa stessa una
distinzione profonda; vede, e vi insegna, che la cosa materialmente è
fatta, legalmente non è. Dall'altra parte, accade pure, che dopo essere
stato dagli uomini predetto, deciso, statuito che dove si trovino i
tali e tali caratteri esiste certamente il tal fatto, si sono trovati
altri uomini più accorti dei primi (cosa che pare impossibile, eppure
è vera) i quali hanno saputo far nascere tutti quei caratteri senza
fare la cosa stessa. In questo secondo caso bisogna riguardare la
cosa come fatta; e darebbe segno di mente ben leggiera e non avvezza
a riflettere, o di semplicità rustica affatto, colui che, ostinandosi
ad esaminare il merito, volesse dimostrare che la cosa non è. Guai se
si desse retta a queste chiacchiere, non si finirebbe mai nulla, e si
andrebbe a pericolo di turbare il bell'ordine che si ammira in questo
mondo. Ma questi caratteri, se non infallibili, sono almeno stati
scelti dopo accurate osservazioni, senza passioni, nè secondi fini, in
tempi nei quali gli uomini fossero abbastanza esercitati nel riflettere
su quello che vedevano, per circostanziare i fatti che dovevano essere
dopo di loro? Ah! qui è la quistione; ma, per trattarla con qualche
fondamento, converrebbe fare la storia del genere umano; dal che ci
asteniamo, e perchè, a dir vero, non l'abbiamo tutta sulle dita, e
perchè siamo per ora impegnati a raccontare quella di Geltrude, in
quanto essa è necessaria a conoscere la storia ancor più vasta degli
sposi promessi.

Per accertare adunque la libera e reale vocazione d'una figlia al
chiostro, era prescritto che ella ne stesse assente per qualche tempo;
ed era consuetudine che in questo tempo ella dovesse esser condotta a
vedere spettacoli, ad assaggiare divertimenti, per conoscere ben bene
quello a cui doveva rinunziare per farsi monaca. E prima di vestir
l'abito, doveva essere esaminata da un ecclesiastico, il quale con
interrogazioni opportune ricavasse se non le era fatta forza, e se
ella non si faceva illusione, se il suo proposito era insomma libero
e ragionato. Queste formalità però avevano certamente il secondo
inconveniente di cui abbiamo parlato; tutto poteva andare in regola,
e la giovinetta infelice chiudersi contra sua voglia. La cosa poteva
accadere in molti modi: che essa sia talvolta accaduta è un fatto
troppo noto, e troppo vero: chi volesse ostinatamente negarlo, abbia
almeno la discrezione di non affermar mai di quelle verità che sono
contrastate, perchè la sua affermazione diverrebbe un argomento di più
contra di esse[148].

Benchè Geltrudina sapesse benissimo ch'ella andava ad un combattimento,
pure il giorno della uscita dal monastero, fu un giorno ben lieto per
lei. Oltrepassare quelle mura, trovarsi in carrozza, veder l'aperta
campagna, e, quel ch'è più, entrare nella città, furono sensazioni più
forti che non fosse il pensiero dei contrasti che aveva a sopportare.
Per uscirne vittoriosa, aveva la poveretta composto un piano nella sua
mente. O vorranno ottenere il loro intento colle buone, diceva ella
tra sè, o mi parleranno brusco. Nel primo caso, io sarò più buona di
essi, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non domando altro
che di non essere sagrificata. Nel secondo caso, io starò ferma; il
sì lo debbo dire io, e non lo dirò. Ma, come accade talvolta anche ai
comandanti di eserciti, non avvenne nè l'una, nè l'altra cosa ch'ella
aveva pensata. I parenti, avvertiti dalle monache delle disposizioni
di Geltrude, furono serj, tristi, burberi; e non le fecero per
qualche tempo nessuna proposizione nè con vezzi, nè con minacce.
Solo dal contegno di tutti traspariva che tutti la riguardavano
come rea, e da qualche parola sfuggita qua e là s'intravedeva che
la riguardavano come rea, non già di ricusarsi al chiostro, delitto
che non poteva nemmeno venire in capo ad alcuno della famiglia, ma
di non avviarvisi con buona grazia. Così ella non trovava mai un
varco per venire alla dichiarazione che era pure indispensabile; e
i modi secchi, laconici, altieri, che si usavano con lei, non le
davano nemmeno il campo di potere avviare un discorso fiduciale ed
amichevole, il quale di passo in passo la conducesse a toccare il
punto sul quale ella ardeva di spiegarsi, o almeno di farsi intendere.
Che s'ella, sofferendo pazientemente qualche sgarbo, si ostinava
pure a volere famigliarizzarsi con alcuno della famiglia, se senza
lamentarsi implorava velatamente un po' di amore, se si abbandonava
ad espressioni confidenziali e affettuose, ella si udiva tosto gittar
qualche motto più diretto e più chiaro intorno alla elezione dello
stato: le si faceva sentire che l'amore della famiglia non era cessato
per lei, ma sospeso, e che da lei dipendeva l'esser trattata come
una figlia di predilezione. Allora ella era costretta a ritirarsi,
a schermirsi da quelle tenerezze, che aveva tanto ricercate, e si
rimaneva coll'apparenza del torto. Si accorava e si andava sempre
più perdendo d'animo: il suo sogno era scompaginato, e non sapeva a
qual altro appigliarsi, pure aspettava. Ma il non veder mai un volto
amico, ma le immagini tristi, e, direi quasi, terribili, delle quali
era circondata, la rendevano sempre più inclinata a ritirarsi in quel
cantuccio ameno e splendido, che ognuno, e i giovani particolarmente,
si formano nella fantasia, per fuggire dalle considerazioni di oggetti
che attristano. Ritornava ella dunque più che mai a quei suoi sogni
del monastero[149], e si creava fantasmi giocondi coi quali conversare.
Ma i fantasmi non acquistavano forma reale; ella era tenuta ritirata
quanto nel monastero, perchè il tempo dei divertimenti doveva venir
dopo quella domanda ch'ella non aveva fatta e che era risoluta di
non fare. Rinchiusa per una gran parte del giorno con le donzelle,
allontanata dalla sala ogni volta che una visita vi si presentasse,
non mai condotta in altre case, come avrebb'ella mai potuto vedersi ai
piedi quel tal giovane del monastero, che, senza contare tutte le altre
difficoltà, non era a questo mondo? Era questo il suo maggiore, anzi
l'unico suo difetto, giacchè, del resto, bellezza, grazia, ricchezza,
nobiltà, eloquenza, sincerità, costanza, e sopra tutto appassionatezza,
nulla gli mancava. V'era rischio, peraltro, che s'egli tardava troppo
ad esistere, l'immaginazione di Geltrude, stanca di aggirarsi nel
vuoto, trasferisse la bontà, che aveva per lui, al primo ente reale che
non fosse troppo diverso da questo immaginato da rendere impossibile
lo scambio. L'occasione si presentò in fatti, e fu fatale a Geltrude.
Noi ommettiamo i particolari di questo sciagurato affare; diremo
soltanto che la prima lettera di risposta ch'ella aveva scritta ad un
paggio della Marchesa, cadde in mano di questa, fu tosto consegnata al
marchese Matteo, e che il trambusto in casa fu, come era da aspettarsi,
strepitoso.

Il paggio fu sfrattato immediatamente, com'era giusto; ma il marchese
Matteo, che aveva idee molto larghe sul giusto in ciò che toccava
il decoro della sua famiglia, intimando di sua bocca la partenza al
ragazzaccio, per non aumentare il numero dei confidenti, gl'intimò
nello stesso tempo che se egli si fosse in alcun tempo lasciato
sfuggire una paroluzza sulla debolezza di donna Geltrude, la sua vita
avrebbe scontato questo secondo delitto, e che non ci sarebbe stato
asilo per lui. Queste minacce erano a quei tempi molto frequenti, e
facevano pure colpo assai[150], perchè ognuno era avvezzo a vederne
molte ridotte ad effetto. Ciò non di meno, per esser più certo della
segretezza del paggio, il marchese Matteo, nel forte del rabbuffo, gli
appoggiò due solennissimi schiaffi, pensando a ragione che il paggio
sarebbe stato meno tentato di raccontare un'avventura, la quale, per
una parte, poteva lusingare la sua vanità, quando essa avesse finito
con un incidente doloroso e umiliante. Alla donna di casa, che aveva
intercettato il corpo del delitto, furono date molte lodi, e nello
stesso tempo una prescrizione di segretezza, non accompagnata da
minacce, ma in termini che le fecero comprendere che questa segretezza
era del massimo interesse anche per lei.

Ma il temporale più scuro, più lungo, più terribile venne a scendere
sul capo di Geltrude. Il marchese Matteo, dopo d'averla caricata di
strapazzi, ch'ella intese con tanto più di tremore, quanto si sentiva
veramente colpevole, le annunziò una prigione indeterminata nella sua
stanza, e per sopra più le parlò d'un castigo proporzionato alla colpa,
senza specificarlo[151], e così la lasciò in guardia alla stessa donna
che aveva scoperti gli affari.

Geltrude, aspreggiata, rinchiusa, minacciata, in una situazione che
sarebbe stata dolorosa anche alla coscienza più illibata, si trovava
anche la memoria del fallo, che basta a rattristare la situazione la
più gioconda, e l'animo suo fu prostrato. Non sapeva prevedere come,
nè quando, la cosa sarebbe finita, si aspettava ad ogni momento il
castigo incognito e per ciò più terribile; l'essere come sbandita
dalla famiglia le era un peso insopportabile, e nello stesso tempo
l'idea di rivedere il padre, o di vedere la madre, il fratello la
prima volta dopo il suo fallo, la faceva trasalire di spavento. In
questa agitazione continua si svolse e si accrebbe nell'animo suo un
sentimento nativo in tutti, ma più forte in lei per indole e reso
ancor più forte dalla educazione, il timore della vergogna: sentimento
non solo onesto, ma bello, ma essenziale; sentimento però che, come
tutti gli altri, può diventare passione violenta e perniciosa quando
non sia diretto dalla ragione, ma nutrito di orgoglio. La sola idea
del pericolo che la sua debolezza, la sua debolezza per un paggio,
per una persona meccanica, fosse risaputa da alcuna delle sue antiche
superiore, da una sua compagna, da un congiunto della casa. Questa idea
le era più terribile, più odiosa, della prigione, dell'ira dei parenti,
del fallo stesso. Ella sentiva che con la minaccia di svergognarla
così, si sarebbe potuto ottener da lei quello che si fosse voluto. E
sentiva nello stesso tempo quanto fosse peggiorata la sua condizione
per la scelta dello stato: giacchè il primo requisito per poter
resistere alle lusinghe e alle violenze era, avrebbe dovuto essere, di
non aver nulla da rimproverarsi.

La compagnia della sua guardiana non le era certo di alcun sollievo
nella sua ritiratezza angosciosa. Ella vedeva in quella donna il
testimonio della sua colpa e la cagione della sua disgrazia, e la
odiava. E la donna non amava la fumosetta, per cui era costretta a
far vita da carceriera, poco dissimile da quella di carcerata, e che
l'aveva resa depositaria d'un segreto pericoloso. La conversazione era
quindi fra di esse quale può risultare dall'odio reciproco. Non restava
a Geltrude la trista e funesta consolazione dei sogni splendidi della
fantasia, perchè questi sogni erano tanto in opposizione col suo stato
reale, e con l'avvenire il più probabile, e quelle immagini erano tanto
legate con la sua sciagura, che la mente li respingeva con incredula
avversione, e ricadeva, come peso abbandonato, nella considerazione
delle circostanze reali. Cominciò quindi a dolersi davvero di ciò
che aveva fatto, a paragonare la vita che menava prima del suo fallo
con quella che strascinava in allora, e a trovare la prima soave, a
rammaricarsi di non averla saputa conoscere. L'immagine di colui, al
quale il suo cuore sgraziato e leggiero si era abbandonato un momento,
gli compariva accompagnata di tanti dispiaceri, che aveva perduta ogni
forza sulla sua fantasia. Tanto è vero che all'amore, per signoreggiare
un animo, bisogna un poco di buon tempo, e che le faccende gravi e le
grandi sciagure gli spennacchiano le ali e gli spezzano i dardi, se
ci si permette una frase, invero troppo poetica, ma che spiega tanto
bene ciò che accade realmente nell'animo[152]. Scacciato questo nimico
dal cuore, il quale, a dir vero, non vi aveva preso gran piede,
raffreddata alquanto l'ira dalla tristezza e dal timore di peggio,
e dal pensare che al fine il castigo era meritato, il pentimento di
Geltrude cominciò ad essere più dolce, divenne un sollievo. Pensò ella
al perdono che si ottiene con quello, e si rallegrò; pensò che ciò
ch'ella soffriva poteva essere una espiazione, e tutto le parve più
leggiero. Si diede quindi tutta ad una divozione, la quale in parte
era un sentimento intimo e retto dell'animo, in parte un fervore della
fantasia. Le tornava allora alla mente il chiostro; e una vita quieta,
onorata, lontana dai pericoli, la dignità di monaca, e quella benedetta
pompa di badessa, e quella benedetta boria di essere la più nobile del
monastero, ultimo rifugio della sua superbiuzza, le parve uno zucchero
al paragone dello stato di umiliazione, di prigionìa, di disprezzo
nel quale si trovava. L'avversione, nutrita per tanto tempo a quella
condizione, le risorgeva pure con tutte le sue immagini, ma ella le
pigliava per tentazioni, e le combatteva[153]. In questa incertezza
ella desiderava di rivedere il padre, di rivederlo con una faccia
diversa da quella di cui le rimaneva una immagine terribile e dolorosa,
di avere il suo perdono, di essere riammessa nella famiglia. Dopo
molto combattimento, prese la penna, e scrisse al padre una lettera,
piena di entusiasmo e di abbattimento, di afflizione e di speranza,
nella quale chiedeva istantemente ch'egli la visitasse, e gli lasciava
intravedere ch'egli rimarrebbe contento di lei. Non già ch'ella avesse
presa una risoluzione, ma non poteva più reggere alla solitudine e
alla proscrizione, e sperava confusamente che in quel colloquio la
risoluzione si sarebbe fatta per lo meglio[154].

V'ha dei momenti in cui l'animo, massimamente dei giovani, è, o crede
di essere, talmente disposto ad ogni più bella e più perfetta cosa,
che la più piccola spinta basta ad ottenere da esso ciò che abbia
un'apparenza di bene, di sacrificio, di perfezione come un fiore appena
sbocciato, che riposa[155] mollemente sul suo fragile stelo, pronto a
concedere le sue fragranze all'aura più leggiera che gli asoli punto
d'attorno.

L'animo vorrebbe perpetuare questi momenti, e diffidando della sua
costanza, corre con alacrità a formar disegni irrevocabili: felice se
la tarda riflessione non gli rivela col tempo, che ciò che gli era
sembrato una ferma e pura volontà, non era altro che una illusione
della fantasia. Questi momenti, che si dovrebbero ammirare dagli altri
con un timido rispetto, e coltivare dal prudente consiglio in modo che
si maturassero colla prova e col tempo, nei quali tanto più si dovrebbe
tremar e vergognarsi di chiedere, quanto più grande è la disposizione
ad accordare, questi momenti sono quelli appunto che la speculazione
fredda o ardente dell'interesse agguata e stima preziosi per legare una
volontà, che non si guarda, e per venire ai turpi suoi fini.

Il marchese Matteo, il quale, passato il primo caldo dell'ira, era
tosto corso a fantasticare nella sua mente se da quel disordine avesse
potuto cavar qualche profitto per vincere la risoluzione di Geltrude,
e che non era mai ristato dal ruminarvi sopra da poi, s'accorse,
al leggere di quella lettera, che la figlia gli dava essa stessa
l'occasione desiderata, e stabilì tosto di battere il ferro mentre
ch'egli era caldo. Mandò quindi a dire a Geltrude[156] ch'ella dovesse
venire nella sua stanza, ov'egli si trovava solo. Geltrude v'andò di
corsa, che innanzi o indietro è il passo della paura; giunse senza
alzar gli occhi dinanzi al Marchese, si gittò ai suoi piedi, ed ebbe
appena il fiato per dire: perdono. Il Marchese, con una voce poco atta
a rincorare, le rispose, che il perdono non bastava desiderarlo, che
questo lo sa fare chiunque è colto in fallo e teme il castigo, che
bisognava insomma meritarlo. Geltrude intanto, più turbata ed atterrita
in quanto ella era venuta colla speranza di tosto ottenerlo, chiese
che dovesse fare per rendersene degna, e si disse pronta a tutto. Il
Marchese non rispose direttamente, ma cominciò a parlare lungamente
del fallo di Geltrude, e del torto ch'ella s'era posta in pericolo di
fare alla famiglia. Questo discorso era al cuore di Geltrude come lo
scorrere di una mano ruvida sur una piaga[157]. Aggiunse che quando mai
egli avesse avuto alcun pensiero di collocare la sua figlia nel secolo,
questo fatto sarebbe stato un ostacolo invincibile, perchè egli avrebbe
creduto suo dovere di rivelare la debolezza della sua figlia a chi
l'avesse richiesta, non essendo tratto da cavalier d'onore il vender
gatta in sacco[158]. Finalmente, raddolcendo alquanto il tuono della
voce e le parole, disse a Geltrude, che questi eran falli da piangersi
per tutta la vita, e che ella doveva vedere in questo tristo accidente
un avviso del cielo che le dava ad intendere che la vita del secolo
era troppo piena di peicoli per lei, e che non v'era asilo, riposo,
sicurezza...[159].

Ah! sì, interruppe incontanente Geltrude, mossa ad un punto dal timore,
dal ravvedimento, e da una certa tenerezza, e sopra tutto dalla
corrività della sua fantasia. Il Marchese——ci ripugna dargli in questo
momento il titolo di padre——la prese in parola, le annunzio il più
ampio perdono, si congratulò con lei del partito ch'ella aveva preso,
della vita riposata e felice ch'ella avrebbe menata, e la oppresse di
quelle lodi che fanno paura, perchè danno a sentire a quali improperj
esporrebbe il cangiar di risoluzione. Geltrude si stava stordita fra
i diversi affetti che si succedevano nel suo cuore, non sapeva che
dire, non sapeva che si avesse detto: dubitava di essersi troppo
avanzata[160], o d'essere stata strascinata più innanzi che non avrebbe
voluto; questo pensiero era però dubbio e confuso nella sua mente;
ma foss'egli stato limpido e spiegato perfettamente, manifestarlo,
accennarlo, dire una parola che contraddicesse all'entusiasmo del
Marchese sarebbe stato uno sforzo quasi impossibile.

Il Marchese fece tosto chiamare la madre e il fratello di Geltrude,
per metterli, diceva egli, a parte della sua consolazione, per riporre
Geltrude nella stima e nell'affetto della famiglia. L'una e l'altro
accorsero immediatamente. La Marchesa era avvezza dai primi giorni a
non avere altra volontà che quella del marito, fuorchè in due o tre
capi, pei quali aveva combattuto, e ne era uscita vittoriosa. Questa
condiscendenza non veniva già da un sentimento del suo dovere, nè da
stima pel Marchese, ma dall'aver veduto chiaramente da principio che
il resistergli sarebbe stato un cozzar coi muricciuoli. S'era ella
quindi renduta indifferente su tutto ciò che riguardava il governo
della famiglia, contenta di fare a modo suo nei due o tre articoli che
abbiamo accennati. Del resto, i disegni del Marchese sul collocamento
di Geltrude erano così conformi a quello che si chiamava interesse
della famiglia, e alle mire avare e ambiziose[161], in allora tanto
universali, che quel poco di opinione che la Marchesa aveva a sua
disposizione non poteva non approvarli. L'affezione materna però le
faceva desiderare che Geltrude si facesse monaca di buona voglia, come
una buona madre che abbia una figlia tanto scrignata e contraffatta,
da non poter esser chiesta da nessuno, desidera ch'ella preferisca il
celibato al matrimonio. Al giovane Marchesino era stato detto[162]
fino dall'infanzia, che l'entrate della casa erano appena appena
proporzionate alla nobiltà, e che detrarne anche una picciola parte
sarebbe stato un decadere, se non nella sostanza, almeno nell'esterno;
egli riguardava quindi assolutamente come un dovere di Geltrude di
chiudersi in un chiostro: modo il più economico di collocarsi: quindi
l'aderire ch'egli faceva ai progetti del padre era una docilità poco
costosa. Il Marchese fece cuore a Geltrude, e la presentò con volto
lieto alla madre e al fratello. Ecco, disse, la pecora smarrita, e sia
questa l'ultima parola che richiami tristi memorie. Ecco, aggiunse,
la consolazione della famiglia; Geltrude ha scelto ella medesima,
spontaneamente, quello che noi desideravamo per suo bene; e non ha
più bisogno di consigli. È risoluta, ed ha promesso..... qui Geltrude
alzò gli occhi, tra lo spavento e la preghiera, al padre, come per
supplicarlo di sostare un momento, ma egli ripetè francamente, ha
promesso di prendere il velo. Le lodi e gli abbracciamenti furono
senza fine, e Geltrude riceveva le une e gli altri con lagrime che
furono credute di consolazione. Il marchese Matteo si diffuse allora
a magnificare le disposizioni che aveva già fatte di lunga mano per
rendere lieta e splendida la sorte della sua figlia. Parlò delle
distinzioni ch'essa avrebbe avute nel monastero, e del desiderio che
le madri avevano di possederla, e di osservarla come la prima, la
principessa, donna del monastero, dal momento in cui vi avrebbe riposto
il piede. La madre e il fratello applaudivano; Geltrude era come
posseduta da un sogno.

——Oh! s'interruppe il Marchese; noi stiamo qui facendo chiacchiere,
e si dimentica il principale; bisogna fare una domanda in forma
al Vicario delle monache, altrimenti non si conclude nulla. Detto
questo, fece chiamare tosto il segretario. Questi giunse ritto ritto,
intirizzato quanto poteva comportare la fretta di obbedire al signor
Marchese, il quale tosto gli diede ordine di stendere la supplica.
Il segretario, rivolto a Geltrude, disse, ah! ah! per pigliar tempo
a studiare un complimento di congratulazione: ma il Marchese lo
interruppe, dicendo: presto, presto, scrivete alla buona, senza
concetti; già conosciamo la vostra abilità. Il segretario scrisse, e
il foglio fu dato a Geltrude da ricopiare, la quale ricopiò e appose
il suo nome, come le comandò il Marchese. Il quale, preso il foglio
e consegnatolo al segretario perchè lo portasse addirittura cui era
indiritto, comandò che si preparasse per Geltrude il suo appartamento
ordinario, che si dicesse ch'ella era guarita dalla sua indisposizione;
era il pretesto preso per dar ragione della sua assenza continua;
e che tosto le si facessero apprestare abiti più sontuosi. Quindi,
rivolto sorridendo a Geltrude, le chiese quando ella sarebbe stata
disposta a fare una trottata a Monza, per richiedere alla badessa di
esser ricevuta. Anzi, riprese, dopo aver pensato un momento, perchè
non v'andiamo oggi stesso? Geltrude ha bisogno di pigliar aria, e sarà
ancor più contenta quando il primo asso sia fatto. Andiamo, andiamo,
rispose la Marchesa, la giornata è bellissima. Vado a dar gli ordini,
disse il Marchesino, e stava per partire. Ma.... cominciò Geltrude, e
non potè continuare. Piano, piano, cervellino, ripigliò il Marchese,
rivolto al figlio; forse Geltrude è stanca e vuole aspettare fino a
domani. Volete voi che andiamo domani? domandò a Geltrude, con uno
sguardo, che nello stesso tempo mostrava il sereno e minacciava il
temporale.——Domani, rispose con debole voce Geltrude, alla quale non
parve vero di avere qualche ora di rispitto, e che nel profferire
quelle parole si sovvenne che finalmente quel passo non era l'ultimo,
il decisivo; e che si poteva ancora darne uno indietro. Domani, disse
solennemente il Marchese: domani è il giorno ch'ella ha stabilito.

Il resto della giornata fu occupatissimo. Geltrude avrebbe voluto
raccogliere i suoi pensieri, riposarsi da tante commozioni, rendersi
conto di quello che aveva fatto, di quello che era da farsi, sapere
distintamente che cosa; voleva trovare il modo di rallentare un po'
quella macchina che, mossa, andava con tanta celerità, per vedere
almeno come ne era condotta, e per arrestarla affatto, se si fosse
accorta che la conduceva ad un pentimento; ma non ci fu verso. Le
distrazioni si tenevano dietro senza interruzione, e la mente di
Geltrude era come il lavorìo d'una povera fante, che serva ad una
numerosa famiglia e che in un giorno di faccende, chiamata di qua,
di là, non può venire a capo di nulla. Mentre s'apparecchiava il
quartiere ch'ella doveva abitare, ella fu condotta nella stanza
stessa della Marchesa, per essere acconciata, adornata, vestita del
suo più bell'abito; operazione che in quel giorno le recò una noia
intollerabile. La Marchesa presiedeva all'acconciamento, e parte
lodando, parte riprendendo, parte consigliando, parte interrogando
Geltrude di cose estranee, non le lasciò il tempo di raccozzar
due idee. Del resto, a misura che l'opera procedeva verso la sua
perfezione, Geltrude stessa vi prese un po' d'affetto, e vi occupò quel
poco di pensiero che le rimaneva. L'acconciatura era appena finita,
che venne l'ora del pranzo. I servi la inchinavano umilmente sul suo
passaggio, accennando di congratularsi per la ricuperata salute; con
una serietà che non avrebbe lasciato supporre che essi sapessero
qualche cosa del vero motivo della assenza di Geltrude. A tavola
Geltrude fu la regina; servita la prima, trattenuta, corteggiata,
ella doveva corrispondere a tante gentilezze, e faceva ogni sforzo
per riuscirvi. Il Marchese aveva fatto avvertire alcuni parenti più
prossimi del ristabilimento della figlia, e della sua risoluzione: le
due liete nuove si sparsero, e come la famiglia del Marchese spandeva
un lustro grande su tutta la parentela, comparvero dopo il pranzo
visite di congratulazione. I complimenti erano per la sposina: così
si chiamavano le giovani che erano per farsi monache: e la sposina
doveva rispondere a quei complimenti; e ogni risposta era una conferma.
S'avvedeva ben ella che ad ogni momento andava tessendo ella stessa
una maglia di più alla sua rete; ma, oltre ch'ella non vedeva ben
chiaro se quella era una rete, fare altrimenti le pareva impossibile;
poichè come mai, in presenza del padre, a chi si rallegrava di una
risoluzione presa da lei, ed annunziata da quello, avrebbe ella potuto
dare una risposta dubbiosa? Partite le visite, Geltrude entrò con la
famiglia nel cocchio, dal quale era stata esclusa per tanto tempo; e
si andò a fare la solenne trottata. Lo spettacolo e il rumore delle
carrozze e dei passeggiatori, i discorsi incessanti del padre, della
madre e del fratello, che per cortesia rivolgevano sempre la parola a
Geltrude, si contendevano l'attenzione della sua mente; e i pensieri
sulla sua situazione vi apparivano istantaneamente come lampi in un
povero cielo. Rientrato il cocchio in casa, e fermato sotto le volte
rimbombanti dell'atrio, i servi, che scendevano in fretta coi doppieri,
annunziarono che gran parte della conversazione era già ragunata. Si
montò con tutta la fretta che poteva conciliarsi con una certa gravità,
e di sala in sala si giunse a quella della conversazione. La sposina ne
fu il soggetto, l'idolo e la vittima. Chi si faceva prometter da lei,
chi prometteva visite, chi parlava della madre tale, sua parente, chi
della madre tal altra, sua conoscente; chi lodava il cielo di Monza,
chi la regola del monastero. Se alcuno, non potendo avvicinarsi a
Geltrude, assediata da altri, o trovandosi distratto a ciarlare in un
crocchio, non le aveva detto nulla, si sentiva tutto ad un tratto preso
come da un rimorso, temeva di averle fatta una offesa, e studiava il
momento di farle il suo complimento. Finalmente la brigata si sciolse,
tutti partirono senza rimorso, e Geltrude, stordita, intronata, si
rimase sola con la famiglia, dalla quale ricevette altri complimenti
sui complimenti che aveva ricevuti. Ho finalmente, disse il marchese
Matteo, avuto la consolazione di veder mia figlia trattata e distinta
da sua pari. Domani mattina, soggiunse, converrà esser presti di
buon'ora per andare a Monza, come ha stabilito Geltrude. Geltrude,
condotta finalmente dalla Marchesa nella stanza che le era preparata,
vi rimase con una donna che era stata quel giorno destinata ai suoi
servigi, invece di quella che aveva fatto presso di lei il tristo
uficio di carceriera.

Questo cangiamento era stato provocato da Geltrude. Vedendo ella in
quel giorno il padre così disposto a compiacerla in tutto, fuor che
in una cosa, fu tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per
soddisfare almeno una delle passioni che si univano a tormentarla. Si
è detto ch'ella vedeva di mal occhio la donna che le era stata spia e
guardiana; e che vi era fra esse un ricambio continuo, una gara di
sgarbi. Geltrude in cento momenti di devozione le aveva perdonato,
ma cento perdoni non ne vagliono un solo. Vedersi in quel giorno
trattata con tanta importanza, quasi con tanto rispetto, da tutta la
famiglia, le dava un po' di superbia, e nello stesso tempo il sentire
che con queste lusinghe le si faceva fare quello che forse ella non
avrebbe voluto, le dava stizza; mentre il suo animo si trovava fra
questi due tristi sentimenti, le sovvenne dei modi rozzi, famigliari,
insolenti che quella donna le aveva usati nella sua prigionìa, e
volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lamentò al padre. Questi ne
fu, e se ne mostrò sdegnato, non istette a domandarle come ella pure
avesse trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di
capo a colei, e fissò immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra
donna di casa. Era questa la vecchia governante del Marchesino: e
Geltrude faceva poco guadagno nel cambio. La vecchia, alla quale il
Marchesino era stato dato in guardia quando fu tolto dalla nutrice,
aveva per lui una falsa affezione di madre; in lui aveva poste tutte
le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Dopo il Marchese
ella era stata la prima a dire che Geltrude aveva ad esser monaca per
non rubare una parte d'entrata al Marchesino. Quel giorno ella era e si
mostrava tanto soddisfatta, che aveva ricevute le congratulazioni dei
suoi compari, tra i quali era un personaggio d'importanza; e parlava
con molta bontà della signorina, che aveva conosciuto il suo dovere.
Geltrude, a compimento di quella giornata, dovette sentire le lodi e i
consigli della vecchia che, spogliandola e ponendola a letto, le fece
la storia di sue zie e di sue prozie, le quali s'eran fatte monache
per non intaccare il patrimonio della casa, e che se n'erano trovate
ben contente, perchè i monasteri dove s'erano chiuse avevan saputo
tener conto dell'onore che arrecava loro l'aver dame di quella casa. Le
raccontò che si era ricorso ad esse per protezione e che esse dal loro
parlatorio avevano ottenuto ciò ch'era stato invano domandato dalle
prime dame nella loro gran sala di ricevimento; parlò degli affari
d'onore imbrogliatissimi, ch'esse avevano conciliati, delle visite di
grandi personaggi forestieri, che avevano ricevute, di che tutta la
città aveva parlato. Ma, soggiungeva, erano donne che sapevano fare; e
qui intrometteva qualche consiglio sulla condotta da tenersi a Monza.
Prediceva gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti, le distinzioni,
le visite. Verrebbe poi il signor Marchesino colla sua sposa, la quale
doveva esser certo una gran dama, e allora non solo il monastero, ma
tutto il borgo sarebbe in movimento. Geltrude ascoltava con una noja
mista di qualche curiosità, poichè si trattava probabilmente del suo
avvenire, e, benchè stanca e stordita, non diceva finitela, per quella
stessa curiosità che impedisce uno di lasciare a mezzo una storia mal
pensata e male scritta. La vecchia aveva parlato mentre spogliava
Geltrude, quando Geltrude era già coricata: parlava ancora che Geltrude
dormiva. Le cure di rado tolgono il sonno alla giovinezza; e sono
tutt'altre cure che quelle onde era oppressa Geltrude. Il suo sonno fu
affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla
voce agra della vecchia, che venne di buon mattino a riscuoterla perchè
si preparasse alla gita di Monza.

Alto, alto, signora sposina; è giorno fatto; e prima ch'ella sia
vestita, rivestita, in pronto, ci vorrà anche un'ora almeno. La
signora Marchesa si sta alzando, e l'hanno svegliata quattr'ore prima
del solito. Il Marchesino è già disceso alla scuderia e risalito; e
si trova in ordine di partire quando che sia. Vispo come un leprotto
quel diavoletto: ma! egli era tale fin da bambino: io posso ben dirlo,
che l'ho tenuto nelle mie braccia. Ma quando è all'ordine non bisogna
farlo aspettare, perchè, quantunque sia della miglior pasta del mondo,
allora egli strepita, fa il diavolo: e questa volta avrebbe anche un
po' di ragione, perchè egli s'incomoda per accompagnar lei. Quando è
in quei momenti, non ha tema di nessuno, fuorchè del signor Marchese;
ma poi finalmente egli non ha sopra di sè che il signor Marchese; e un
giorno il signor Marchese sarà egli. Poveretto! con due paroline però
s'acqueta subito. Lesta, lesta, signorina; perchè mi sta guardando così
come incantata? a quest'ora ella dovrebb'esser fuori del nido.

Geltrude infatti, desta per forza, non ancor ben certa di vegliare,
assalita ad un punto dalle memorie del giorno trascorso, dal pensiero
di ciò che si doveva fare in quello che cominciava, e dal cinguettìo
della governante, stava cogli occhi socchiusi ed intenti, come
trasognata: quel destarsi era per la sua mente come il fioco barlume
di un mattino tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre
appena annunzia che il sole è sull'orizzonte, e a chi guarda più
attentamente il sole stesso appare come un disco bianco, sfumato e
leggiero, sospeso dietro le nuvole trasparenti. Quelle esortazioni
però fecero colpo assai, perchè la vecchia aveva toccato un tasto del
quale ella stessa non conosceva tutta la forza. Il nome del Marchesino
aveva già fermata l'attenzione di Geltrude, ma quando dalle parole
della governante l'immagine del Marchesino in collera passò alla mente
di Geltrude, tutti i pensieri, onde questa era affollata, si lavarono
a volo come uno stormo di passere alla vista d'uno spauracchio, e non
restò più a Geltrude che la voglia di sbrigarsi e di schivare quella
collera. Geltrude, bisogna confessarlo, non amava molto il fratello: e
pei suoi modi aspri, sprezzanti e imperiosi, e perchè di tutta la casa
il Marchesino era quegli che più sovente aveva il monastero in bocca:
e perchè le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di lui la
tenevano in uno stato continuo di paragone umiliante. Lo temeva essa
però, ma fino ad un certo tempo, non quanto egli avrebbe voluto: e come
di lingua e d'ingegno ella era meglio fornita di lui, di quando ella
si vendicava con un motto, di molti giorni di una pesante persecuzione.
Era quindi tra loro come un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la
sua prigionìa Geltrude comparve davanti al fratello carica d'un fallo e
d'un perdono, alzando timidamente gli occhi sulla faccia del fratello,
vi scorse una superiorità dalla quale non ebbe pure il pensiero di
potersi ribellar mai; si sentì soggiogata per sempre. Ed ora il solo
pensare che il fratello in un momento d'impazienza potesse profittare
del vantaggio che ella le aveva dato col suo fallo, per gittarle un
motto, un rimprovero, che alludesse a quello, la faceva tremare.
Si pose ella quindi a sedere in fretta e pure in fretta cominciò a
vestirsi. Avrebbe potuto la poverina riflettere che quel pericolo era
troppo lontano; che il fratello in un momento in cui sperava da lei un
tal sacrificio, era ben lontano dal dir cosa che potesse offenderla; e
che, alla fine, per grossolano e sventato ch'egli fosse, non avrebbe
scherzato così di leggieri con l'onore di sua sorella, al quale il
suo proprio era tanto vicino: ma un effetto dei falli si è appunto di
render l'animo più soggetto a timori non ragionevoli.

Geltrude si vestì dunque in fretta, si lasciò acconciare e comparve
nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla. Il Marchesino,
al quale corsero dapprima i suoi occhi, si mostrava tranquillo, senza
dar segno d'impazienza: la Marchesa, la quale aveva sagrificate tre
ore di letto, mostrava nell'aspetto quel misto di sentimenti che
nasce dalla consolazione di aver fatta una impresa, e dal dispetto
degli incomodi sostenuti per venirne a capo. Il Marchese con lieto
viso si fece incontro a Geltrude e le disse: avete scelto una bella
giornata: buon augurio. Buon augurio, ripeterono la Marchesa e il
Marchesino. Era preparata una sedia a bracciuoli, e il Marchese accennò
amorevolmente a Geltrude che vi sedesse, e perch'ella, confusa,
stava alquanto in forse: qui, qui, diss'egli, certamente: dopo la
risoluzione che avete fatta non siete più una ragazzetta: siete come un
di noi. Appena Geltrude si fu seduta, venne un servo che le presentò
rispettosamente una tazza di cioccolatte. Prendere il cioccolatte a
quei tempi, era, dice il nostro manoscritto, quello che presso i romani
assumere la veste virile; e tutte queste cerimonie erano piccioli fili
che legavano sempre più la povera Geltrude. Essa non confermava con
parole la risoluzione che tutte quelle dimostrazioni supponevano: non
diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ciò che si faceva dintorno a
lei, la poneva in una situazione nella quale il disdirsi, appena il
mover dubbio sulla sua risoluzione, il fermarsi un momento avrebbe
avuto sempre più apparenza di stranezza scandalosa. Preso il fatal
cioccolatte, il Marchese si alzò, pigliò Geltrude in disparte, e con
aria di consiglio amorevole le disse: Orsù, figlia mia, diportatevi
bene: scioltezza e buon garbo. E qui le diede le istruzioni su quello
che doveva fare e dire, e le fece ripetere la formola della domanda.
Benissimo, a maraviglia, esclamò quindi, e continuò: Quelle buone
suore vi aspettano a braccia aperte; e non sanno nulla, nulla....
Non mi date in fanciullaggini, in pianti; non mi fate la Maddalena
penitente; guardatevi da un contegno che lasci sospettar qualche cosa:
siate franca, e mostrate di che sangue uscite. La vostra risoluzione
vi ha meritato il perdono della famiglia; il vostro fallo è cancellato
e dimenticato. Quand'anche Geltrude avesse avuto il coraggio, che
non aveva, di porre qualche ostacolo, questo discorso, che le faceva
sentire dove si sarebbe tosto portata la quistione, l'avrebbe
immediatamente disposta ad obbedire senz'altre osservazioni. Ella
arrossò, non rispose nulla, chinò il capo, gli occhi le si gonfiarono;
ma un: via! via! detto risolutamente dal Marchese e l'apparire d'un
servo che annunziava che il cocchio era pronto, la costrinsero a farsi
forza e a ricomporsi. Nello scender le scale, Geltrude fu servita da
un bracciere, si montò in cocchio e si partì. Gl'impicci, le noje e
i pericoli del mondo, e la vita beata del chiostro, principalmente
per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema del discorso
durante il tragitto. All'entrare nel borgo, al vedere la porta del
chiostro, Geltrude si sentì stringere il cuore, ma gli occhi della
famiglia erano sopra di lei; quando il cocchio si fermò, Geltrude,
guardando alla porta, la vide già piena di curiosi; e lo studio di
non far nulla di sconvenevole la occupava tanto, ch'ella scese, e
s'avviò quasi senz'altro pensiero. Attraversando il cortile si vide
la porta del chiostro aperta, e tutta occupata dalle monache. In prima
fila alcune anziane, colla badessa nel mezzo; dietro, le altre alla
rinfusa; quelle, che erano immediatamente dopo le prime, cacciavano
il volto tra l'una e l'altra; altre dietro, ritte sulla punta dei
piedi; e, per non tacer nulla, le converse, in ultimo, sollevate sopra
sgabelletti. Si vedevano pure qua e là luccicare più basso qualche
paja di occhi avidissimi, ed apparire, come al buco della chiave,
qua e là un po' di volto mezzo ascoso: erano le più destre e le più
animose delle educande, che serpendo tra una monaca e l'altre, s'eran
trovate un cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era in
verità troppo giusto. Geltrude, come incantata, giunse in faccia a
tanto teatro, condotta ed animata dai parenti, e si fermò nel bel mezzo
davanti alla madre badessa. È inutile dire che questa era stata dal
Marchese avvertita per un messo straordinario della visita che avrebbe
ricevuta e del perchè. Geltrude fu accolta dalla badessa e da tutte le
suore con acclamazioni. Dopo i primi saluti, la badessa, nel modo con
cui si fa per formalità una domanda della quale è certa la risposta,
le domandò che cosa ella desiderava in quel luogo dove non v'era chi
potesse nulla rifiutarle.

Son qui.... cominciò a rispondere Geltrude, ma nel momento in cui
ella doveva manifestare con certezza un desiderio che era tutt'altro
che certo nel suo cuore, nel momento in cui le sue parole dovevano
decidere quasi irrevocabilmente del suo destino, il combattimento
interno fu sì forte ch'ella non potè proseguire, e rifletteva un
istante, guardando come incantata la badessa e la folla che la
circondava. Così guatando, ella vide distintamente alcune delle sue
compagne, e sulla parte che appariva di quelle faccette, e più agli
occhi, una espressione mista di malizia e di compassione, che diceva
chiaramente: Ah! c'è incappata la brava! Questa vista le risvegliò in
cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la violenza che
l'era fatta, e con questi sentimenti un lampo di coraggio. E già ella
stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava da lei;
cosa troppo difficile a trovarsi in quella circostanza. Alzò un momento
gli occhi verso il padre, che le stava di fianco, per indovinare che
effetto avrebbe prodotto la sua resistenza, e come per esperimentare le
proprie forze, ma vide negli sguardi del Marchese una espressione sì
minacciosa, che tutto il suo coraggio svanì. Pensò che la resistenza,
che il ritardo, l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un oggetto di
scandalo, di stupore e di derisione, pensò al padre, al fratello, al
mondo, al paggio: si consolò, riflettendo che dopo quella formalità
le rimaneva ancora una porta aperta per tornare indietro, che poteva
guadagnar tempo, e che avrebbe saputo approfittarne; e il partito il
più facile, il più sicuro, il meno terribile in quel momento le parve
di proseguire, come fece: Son qui a domandare d'essere ammessa a
vestir l'abito. Nel breve momento d'indugio che ella aveva posto a
finir la sua frase, un silenzio solenne aveva regnato fra gli astanti:
le parole di Geltrude furono seguite da una acclamazione generale.
Chetato il tumulto, la badessa, tutta sorridente, a memoria porse
questa risposta, che le era stata data in iscritto da un bell'ingegno
di Monza, uomo dotto, che aveva letti i celebri romanzi del Pasta:
Se il rispetto non ponesse un freno agli affetti, io accuserei in
questa circostanza di troppo rigore quelle regole sapientissime che ci
proibiscono di dare alcuna risposta a domande di questa natura, prima
di averne ottenuta la licenza. Bensì, senza riguardi, accuseremo il
tempo, che coi suoi lenti passi ci ritarda il momento di dare questa
risposta, desiderosa non meno che desiderata. E voi, carissima figlia,
con l'acume del vostro ingegno potrete intanto, dai segni esterni,
farvi indovina della decisione che potete aspettarvi da tutte le nostre
suore, e da me umilissima superiora. Le acclamazioni incominciarono: e
le suore sorrisero di compiacenza, e non a torto, perchè la gloria del
capo si diffonde sugli inferiori.

La badessa, alla quale non era spiaciuto di aver molti uditori, pensò
allora che la folla poteva essere incomoda e si rivolse ad una suora
e disse: Ehi, suor Eusebia, date un po' la voce alla fattora, perchè
faccia sgombrare tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di
strada. L'ordine fu dato ed eseguito: e il minuto popolo partì con
dispiacere, ma con ammirazione. Geltrude passava intanto dalle braccia
della badessa a quelle d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un
complimento, il quale aveva in tutte a un dipresso lo stesso senso:
l'avevam sempre detto che sareste nostra. Passato quel primo impeto,
la badessa pregò Geltrude e la famiglia di passare nel parlatorio.
A questa preghiera le converse scesero dagli sgabelli, la folla si
diradò e la badessa con alcune delle anziane si avviò al parlatorio per
l'interno del chiostro, mentre la famiglia milanese vi andava pel di
fuori.

V'ha due modi di scendere il pendìo della sventura: l'uno è di
capitombolare ad un tratto nel precipizio, l'altro d'andarvi come
saltelloni in più riprese; in questo secondo caso, ogni fermata è una
specie di riposo, e l'intervallo che passa tra una caduta e l'altra
è talvolta tutto occupato dalla speranza. Geltrude sentì un certo
sollievo d'essere uscita di quella stretta, comunque ne fosse uscita, e
corse tosto col pensiero a proporsi di volere, prima di fare un altro
passo, meditar ben bene se le conveniva o no di progredire, e di non
lasciarsi cogliere così alla sprovveduta. Con questo pensiero ella fu
condotta nel parlatorio. Qui rinnovati i complimenti, la badessa pregò
gli ospiti di gradire alcune cosuccie, ch'ella faceva porre nella ruota
da una conversa; la quale dette il moto alla ruota e ne rivolse la
bocca verso il parlatorio esteriore.

Due secoli e più sono passati dopo quel giorno memorabile: così che
noi crediamo di poter omai senza indiscrezione[163] manifestare che la
ruota, rivolgendosi, offerse agli sguardi ed alle mani degli ospiti un
gran bacile di dolci squisiti, fabbricati di propria mano dalle suore,
malgrado gli ordini ecclesiastici, in allora recenti, che proibivano
loro assolutamente un tale esercizio. È da credersi che questi ordini
non ottenessero un più grande effetto in progresso di tempo, giacchè
questa fabbricazione durò fino ai nostri giorni; il che non si accenna
qui per censurare con indiscreta severità tutte le monache che si
succedettero in questi due secoli; una tale censura sarebbe anzi, a dir
vero, non solo indiscreta, ma perfidamente ipocrita, perchè chi scrive
ha mangiato egli stesso i dolci squisiti di fabbrica monastica, quando
ha potuto averne. Si parla soltanto di questo fatto, perchè può dar
luogo ad una osservazione piccante: che vi ha talvolta delle leggi che
non sono eseguite.

Dopo un oh! come di sorpresa, dopo alquanto schermirsi, e lagnarsi
d'esser trattati in cerimonia, il bacile fu manomesso, i dolci furono
gustati con atti che esprimevano l'ammirazione, somme lodi furon date
con sentimento molto sincero, e respinte con molta modestia. Mentre la
Marchesa e il Marchesino si abbandonavano con alcune suore alle varie
riflessioni che può far nascere un bacile di dolci, e Geltrude era
costretta di rispondere come poteva ai complimenti che altre suore le
facevano, la madre badessa chiamò in disparte il Marchese ad un'altra
grata.

——Signor Marchese... per adempire alle regole... per una pura
formalità... debbo dirle... che ogni volta che una figlia domanda
d'essere ammessa... la Superiora, quale io sono indegnamente... tiene
obbligo di avvertire i parenti che se mai essi forzassero la volontà
della figlia incorrerebbero nella scomunica... Mi scuserà...

——Benissimo, benissimo, reverenda madre; troppo giusto: lodo la sua
esattezza. Ma già ella non può dubitare...

——Oh! Pensi, signor Marchese; non sono pur cose da dirsi; ho parlato
per mio dovere; ma s'immagini...

——Certo, certo, madre badessa.——Finito il qual breve dialogo, i due
interlocutori si separarono in fretta, come se fosse incomodo ad
entrambi il continuarlo, e andarono a mescersi ognuno alla sua brigata.
Dopo alcuni altri complimenti, il Marchese si accomiatò, e Geltrude,
colle tenere espressioni della badessa, con le istanze delle suore di
venir presto, fu rimessa in cocchio, più stordita, più incerta, più
sopra pensiero di quello che fosse partita la mattina, ma con un anello
di più alla sua catena; e che anello!

Ma la badessa aveva ella qualche dubbio sulla libera elezione di
Geltrude, o prestava fede intera alle parole materiali ch'erano
uscite dalla bocca di lei? Il manoscritto non ne dice nulla; si perde
invece a raccontare lunghissimamente dei particolari nojosi, che noi
ommettiamo, intorno ad alcune brighe del monastero, ad alcune rivalità,
ad alcuni impegni, nei quali l'aver fra le suore una figlia di famiglia
potentissima poteva essere un gran soccorso[164].

Appena cessati gl'inchini che dalla carrozza si dovevano fare in
risposta alle riverenze delle suore, che stavano sulla soglia a veder
partire i signori e la nuova sorella, appena messo in moto il cigolante
carrozzone, Geltrude fu assalita da nuovi complimenti sul modo con cui
si era portata, sul suo contegno, sull'ammirazione che aveva eccitato
nelle monache, sul giubilo di queste per l'acquisto che facevano, e
per conseguenza sulla felicità di che Geltrude avrebbe goduto in loro
compagnia.

Ma tutti gli elogj non furono per Geltrude. La Marchesa, sbadigliando,
parlò con ammirazione della badessa. Come s'è portata! diss'ella,
non mi aspettava tanto; ah! che contegno! aah! che dignità! aah! che
disinvoltura!

Sì, sì, rispose il Marchese, ma! Geltrude sarà altra cosa. Il discorso
sarebbe durato fino all'arrivo in città, se il Marchesino, che ne
era nojato, non l'avesse troncato per parlare dei divertimenti che
Geltrude doveva godere nell'intervallo fra la domanda e l'accettazione.
E qui, come conoscitore espertissimo di tutto ciò che nella città e
nei contorni era degno da vedersi, egli ne anticipò a Geltrude larghe
e variate descrizioni, e le parlò di molte sposine ch'egli aveva
incontrate nelle brigate, senza risparmiare la storia di qualche grossa
semplicità di taluna di esse, che aveva molto dato da ridere. Il
Marchese lasciava chiacchierare il figlio, perchè in questa faccenda
egli aveva più da fare che da dire, e tutto ciò che gli risparmiava
una occasione di discorso, lo toglieva da un impaccio: quanto alla
Marchesa, malgrado i trabalzi che una carrozza di quei tempi, dava in
una strada di quei tempi, ella dormiva saporitamente: cosa che non
sorprenderà chi sappia che cosa vuol dire essere svegliato tre ore
prima del solito e per occuparsi in cosa indifferente.

La Marchesa fu desta dal rimbombo dell'atrio di casa e dall'improvviso
fermarsi della carrozza. Scesi e salite le scale, il Marchese intimò
alla madre e alla figlia che prima del pranzo dovessero porsi in
assetto per andar subito dopo a restituire la visita alle dame che
avevano favorito la sera antecedente.

Detto e fatto; l'acconciatura, il pranzo, le visite si succedettero
senza interruzione; e la solita conversazione terminò la giornata.
Dopo cena il Marchese pose in campo il discorso dei divertimenti che
si dovevano dare a Geltrude, e delle conversazioni dove ella aveva
ad esser presentata come sposina. Bisognerà pensare senza ritardo,
soggiunse egli, a scegliere per Geltrude una madrina degna della nostra
casa. La madrina, mio giovane lettore, era una dama incaricata di
condurre la sposina ai divertimenti, alle conversazioni, di presentarla
e di vegliare sovr'essa. Siccome il Marchese, proferendo quelle ultime
parole, s'era voltato verso la Marchesa, come invitandola a proporre la
dama che le fosse paruta più a proposito (atto, per parentesi, che il
Marchese faceva rarissimo) la Marchesa cominciò tosto: Vi sarebbe... No
no, interruppe il Marchese, la prima condizione d'una madrina è ch'ella
vada a genio della sposina, e benchè l'uso universale e ragionevole dia
questa scelta ai parenti, pure Geltrude ha tanto giudizio che merita
che si faccia una eccezione per lei. E qui, rivolto a Geltrude, col
piglio di chi fa una grazia singolare, continuò: Ognuna delle dame che
avete visitate questa mattina, e di quelle che si sono trovate questa
sera alla conversazione ha le condizioni necessarie per esser madrina
d'una figlia della nostra casa, e ognuna si terrà onorata di esser
preferita: scegliete.

Geltrude, incerta, com'era, e stanca e indispettita dei passi che
le si facevano fare sulla via del chiostro, non avrebbe voluto far
nulla: ma la grazia era offerta con tanto apparato, ch'ella s'avvide
che il rifiuto sarebbe stato preso per un disprezzo; e nello stesso
tempo non volle perdere quel qualunque vantaggio che le dava il
potere scegliere. Nominò dunque la dama che in quel giorno le era più
dell'altre piaciuta, quella cioè che le aveva fatte più carezze d'ogni
altra, che l'aveva lodata più d'ogni altra, che nell'accoglierla e nel
conversare con lei le aveva mostrato tutto quell'aggradimento, quella
famigliarità, quell'affetto, che alle volte in una prima conoscenza
imita i modi d'una antica amicizia. La dama scelta da Geltrude aveva da
lungo tempo fatto assegnamento sul fratello di Geltrude per farne il
marito d'una sua figlia, ch'ella amava assai. Ben scelto, ben scelto,
disse il Marchese; e lei, proseguì verso la Marchesa, andrà domani a
farne la domanda alla dama, e si ricordi di dire che la scelta è stata
fatta da Geltrude; che son certo che la dama aggradirà doppiamente la
domanda.

Noi non terremo dietro a Geltrude nei divertimenti e nelle
conversazioni a cui fu condotta o strascinata, nè racconteremo tutte
le impressioni e i sentimenti dell'animo suo in queste spedizioni;
poichè dovremmo ripetere tante volte la stessa cosa, quante furono
le fluttuazioni, le risoluzioni, i pentimenti, i sì e i no della sua
mente, che furono infiniti.

Talvolta la pompa degli addobbi, lo splendore delle feste, la musica
che non esprime alcuna idea, e ne fa nascere a migliaja, quella
esaltazione di gioia, che appare negli uomini radunati per divertirsi,
e, per dir tutto, le qualità auree di qualche giovane cavaliere, che
s'indovinavano al solo vederlo, le comunicava una certa ebbrezza, una
specie di entusiasmo, che le faceva proporre di soffrire ogni cosa,
piuttosto che di tornare all'ombra trista e fredda del chiostro.
Talvolta lo stordimento, la fatica, la seccaggine dell'udire e la
contenzione del rispondere le faceva parer dolce quel silenzio e quella
pace. Si destava talvolta piena ancora delle immagini splendide del
giorno trascorso; pensava al passo irrevocabile che stava per dare,
e diceva tra sè: Oh che sproposito! si sentiva un coraggio a tutta
prova, e prometteva di tornare indietro. La presenza del padre, o del
Marchesino, una cosa qualunque da farsi, raffreddavano quel primo
impeto; il quale alla sera si trovava talvolta cangiato in un pieno
scoraggiamento. Tornavano allora alla mente le difficoltà, si pensava
allora che se anche resistendo si avrebbe potuto schivare il chiostro,
non era da sperarsi il viver lieto del quale allora si gustava una
parte, perchè si era in colpa, perchè tutta la bonaccia presente non
era assicurata che da un perdono, e il perdono dalla risoluzione di
pigliare il velo. Come sarebbero andate le cose, se la risoluzione si
fosse ritrattata? e con quali parole ritrattarla? come cominciare?
da che? Geltrude ritirava lo sguardo da questo mare in tempesta, e
rivolgendolo allora al chiostro, il chiostro le parava un porto.
Coltivava ella allora i sentimenti pii che potevano far piacere il
chiostro a chi l'avesse scelto volontariamente, e in quelli cercava di
riposare. Quando dopo questi momenti ella si trovava con la famiglia,
o con altri, diceva spontaneamente, e con aria di posata fermezza,
parole che dovevano far credere che la sua scelta era liberissima.
Tutte le volte poi ch'ella era posta in una circostanza nella quale ciò
ch'ella doveva fare o dire doveva essere un nuovo attestato di questa
sua scelta, ella faceva e diceva ciò che lo poteva far credere, ciò
che la impegnava sempre più. Benchè alcune volte in quelle circostanze
ella sentisse una manifesta ripugnanza all'impegnarsi davantaggio,
quantunque ella vedesse chiaramente che ciò ch'ella stava per fare le
rendeva più e più difficile il retrocedere, pure il dire o fare il
contrario l'avrebbe posta tutt'ad un tratto in una situazione così
dura e così difficile, ch'ella non poteva nè pure pensare di farlo.
Ella era come chi, trovandosi sur un ripido pendìo, vedesse all'ingiù
sotto di sè un picciol passo da farsi, e quindi un luogo di riposo, e
volgendosi indietro, per guard

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