Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
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Title: Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III
Author: Carlo Botta
Release date: June 6, 2014 [eBook #45903]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA D'ITALIA DAL 1789 AL 1814, TOMO III ***
STORIA D'ITALIA
DAL 1789 AL 1814
SCRITTA
DA CARLO BOTTA
TOMO III
CAPOLAGO
_presso Mendrisio_
Tipografia Elvetica
MDCCCXXXIII
STORIA D'ITALIA
LIBRO DECIMO
SOMMARIO
Pensieri di Buonaparte dopo le sue vittorie contro Alvinzi.
L'Austria manda nuove genti in Italia sotto la condotta
dell'arciduca Carlo. Qualità comparative di Buonaparte e
dell'arciduca, e lor modo di guerreggiare. S'incomincia una
nuova guerra. Contrasto dei due generali emoli al Tagliamento,
e passo di questo fiume eseguito dai repubblicani. L'arciduca
si ritira cauto e rannodato. Sollevazioni dei popoli del
Tirolo a favore dell'Austria: Joubert in pericolo; si ritira,
secondo gli ordini di Buonaparte, per la valle della Drava,
verso Villaco. Passi della Ponteba, e di Tarvisio. Speranze
dell'arciduca di vincere a Tarvisio: gli vengono rotte
dall'insufficiente difesa fattavi da un suo generale. I
Francesi entrano vittoriosi in Villaco, Lubiana, e Clagenfurt.
L'arciduca si ritira ai passi più montuosi a difesa della
metropoli dell'Austria. Modo diverso di guerreggiare dei
Francesi e degli Austriaci; e perchè i primi avessero il
vantaggio. Buonaparte in qualche pericolo: pure a Vienna
prevale la parte della pace; arrivano plenipotenziari al campo
Francese; tregua, e preliminari di Leoben. Buonaparte fatto
sicuro dell'Austria si volta contro la repubblica di Venezia;
opera rivoluzioni nella terraferma Veneta per aver occasione
di darla all'Austria. Rivoluzioni di Bergamo, Brescia, e
Crema. Insidie contro Verona. Manifesto supposto del
provveditor Battaglia. Minacce rabbiose di Buonaparte contro
Venezia: pacata, e grave risposta del doge. Terribile
sollevazione di Verona, chiamata le Pasque Veronesi, sue
cagioni, ed effetti. Predicazioni singolari di un frate
cappuccino. Verona soggiogata, e come trattata. Buonaparte
dichiara formalmente la guerra a Venezia. Insidie tese per
fare, che il maggior consiglio riformi l'antica constituzione.
Il senato non è propenso a questa innovazione. Consulta
particolare, ed insolita in casa del doge. Il maggior
consiglio autorizza i tre legati della repubblica mandati a
Buonaparte a consentire la riforma degli ordini antichi con
introduzione di qualche forma democratica. Minacce di
Buonaparte al patrizio Giustiniani, e generose risposte di
questo. Macchinazioni in Venezia; nuove insidie contro di lei.
I patrizi spaventati, e adunati in maggior consiglio
rinunziano alla sovranità, e consentono al governo
democratico; il che fu in quel punto la ruina
dell'antichissima repubblica. Trattato sottoscritto in Milano
il dì sedici maggio tra Buonaparte, ed i legati Veneziani.
Rivoluzione totale in Venezia, e nella terraferma.
Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di
Buonaparte, securo omai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo
governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era
dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i
pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo stato in Lombardia,
acciocchè egli fosse della sua potenza, e del suo nome testimonio
perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo
stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della
pace con l'imperatore. Così il capitano della repubblica andava
continuamente moltiplicando in Milano i segni del voler sottrarre dal
dominio dell'Austria il paese per crearne una repubblica, mentre i
deputati Milanesi mandati a Parigi per pregare libertà, riportavano dal
direttorio solamente parole grate senza effetti. Si proponeva oltre a
ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi
disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare
con tutto l'esercito le Alpi Giulie, e di far sentire le sue armi nel
cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperatore alla pace,
pensiero, che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie
in Italia, e che solo era stato interrotto dall'incredibile costanza
dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi.
Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità, e la
grandezza dell'impresa non più tentata dai Francesi dal secolo di
Carlomagno in poi, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello
dell'imperatore, che aveva recentemente combattuto vittoriosamente le
armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato
preposto, come ultima speranza, all'esercito Italico; il fare finalmente
quello, dall'Italia venendo, che non avevano potuto fare Moreau e
Jourdan, che avevano guerreggiato sulle terre stesse dell'Alemagna;
perciocchè o l'imperatore Francesco, sbigottito a quel suono tanto
insolito dei Francesi nel cuore degli stati ereditari avrebbe consentito
agli accordi, ed in tale caso acquistava Buonaparte un segnalato favore
in Francia; ovvero il sovrano Alemanno si ostinava nel voler usare le
armi, ed in tale caso il capitano di Francia distendeva i suoi pensieri
sino all'occupazione di Vienna, impresa anch'essa, che avrebbe fatto il
suo nome immortale. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì
perchè, credendo di poter fare da se, non voleva che Moreau, calandosi
per le rive del Danubio, lo ajutasse, e sì perchè aveva a cuore di
assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già
marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine
queste fazioni due cose principalmente abbisognavano, l'una il non
lasciarsi nissun sospetto alle spalle, l'altra il procacciarsi maggiori
compensi a dare all'imperatore, se questi fosse obbligato a rinunziare
alla Lombardia. L'uno e l'altro fine conseguiva col far rivoluzione nei
paesi Veneti.
Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna.
Reggeva cinquantamila soldati fioritissimi, e veterani tutti
dell'esercito Italico, ed a questi si erano congiunti ventimila venuti
dal Reno sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo
distribuiti nelle stanze, che l'ala sua sinistra governata da Joubert e
grossa di più di ventimila soldati molto agguerriti, guardava i passi
del Tirolo sulla sponda sinistra del Lavisio oltre al Trento,
distendendosi da una parte sino ai fonti dell'Adda verso Bormio,
dall'altra sino a quei della Brenta. La mezza schiera condotta da
Massena alloggiava Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva
Buonaparte stesso, e che aveva un novero di trentamila soldati,
alloggiava nel Trivigiano sino alle rive della Piave. Così con le tre
schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi, che dall'Italia danno
l'adito all'Alemagna, primamente a quello, che da Bolzano dà, a traverso
del monte Brenner, verso Inspruck, passo aspro e difficile; secondamente
a quello, che dalla Ponteba pei fonti del Tagliamento, e per Tarvisio si
apre verso Villaco; finalmente al terzo, che per cammino più facile e
più diritto porta da Gorizia a Clagenfurt, a Gratz, ed a Vienna. Ma
intenzione di Buonaparte era, poichè inoltrandosi verso Vienna aveva
bisogno di tutte le sue forze, che Massena, occupati prima Feltre e
Belluno sulla Piave, s'impadronisse del passo della Chiusa, e giunto per
tal via nella superior valle del Tagliamento viaggiasse per Ponteba e
Tarvisio alla volta di Villaco. Nè ciò bastando al suo disegno, aveva
ordinato a Joubert, che ove si fosse fatto padrone di Bolzano e di
Brissio, non istesse più a camminare oltre alla volta d'Inspruck, ma che
anzi, vinti i Tedeschi, e voltandosi a destra marciasse per Bruneca, e
Toblaco a Linzo sulle rive della Drava, e per tal modo accostasse le sue
genti a Villaco ed a Clagenfurt. Per tale guisa, rotta tutta la fronte
degli Austriaci, ed adunate tutte le sue genti sulla strada maestra per
a Vienna, sperava, che tra la forza ed il tenore, gli sarebbe venuto
fatto o di costringere alla pace l'imperatore, o di conquistare la
metropoli dell'Austria. Dava nuovo incentivo a questi pensieri il
sapere, che una parte forte in Vienna, fino negl'imperiali consigli,
inclinava alla pace, la quale parte più efficacemente operando, quando
più fosse imminente il pericolo, avrebbe fatto che l'opinione sua
restasse superiore. Questa parte era ajutata dai ministri di Spagna e di
Napoli, che speravano, per mezzo della pace coll'imperatore, veder
vantaggiata la condizione dei sovrani loro. Mescolavansi in questo
maneggio donne di alto legnaggio, alle quali piaceva o l'ambizione
d'intromettersi nelle faccende di stato, o le parole di libertà, o la
gloria di Buonaparte. Tutti questi umori e diligentemente saputi, e
studiosamente nutriti dai repubblicani, erano i fondamenti principali a
cui si appoggiavano le speranze del direttorio, quando mandava Clarke a
trattare gli accordi in Italia. A loro si opponeva per la rettitudine
dell'animo suo l'imperator Francesco. Opponevasi ancora, e molto
gagliardamente Thugut ministro, o che inclinasse alla parte
d'Inghilterra, come pubblicavano i repubblicani, o che credesse, come è
più verisimile, che la pace fosse più pericolosa della guerra. Per
cagione di questo era Thugut divenuto segno di ogni più vile ingiuria
nelle gazzette repubblicane di Francia; nè Buonaparte si ristava, solito
a vituperare chi meglio serviva alla patria, che a lui. Mandava anche
bandi agli Ungari, affinchè si ribellassero contro la casa d'Austria, e
si vendicassero in libertà. Così mescolando le seduzioni alle armi, e le
armi alle seduzioni, e niuna cosa santa ed inviolata avendo,
s'incamminava a sconvolgere la monarchia d'Austria, e il mondo.
Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove pruove:
badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie,
settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato
cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti,
si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato
trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato
quanto di più bello aveva penato trenta secoli l'antica e la moderna
Italia a produrre; le più belle contrade d'Europa essere in potestà
della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombarda, e la
Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le Francesi
insegne; là oltre, e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; il re
di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega,
avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da
Livorno, da Genova, da Corsica essere testimonj del loro valore; molto
essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero
l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo fra tanti
nemici stare in piè ed in armi l'imperatore, l'imperatore postosi agli
stipendi dei mercanti di Londra, dei perfidi isolani d'Inghilterra, che
non tocchi dai mali della guerra, non tocchi dai mali del continente
trionfavano; avere voluto il direttorio la pace a condizioni oneste;
averle rifiutate la venduta Vienna: gissero adunque, esortava, la pace
cercando nel cuore stesso degli stati ereditari d'Austria; vedrebbero
popoli valorosi fatti infelici dalla guerra col Turco, fatti infelici
dalla guerra con la repubblica; vedrebbero popoli sdegnati contro
ministri corrotti dall'oro d'Inghilterra; la religione onorassero, i
costumi rispettassero, le proprietà proteggessero, alla prode nazione
Ungara la libertà recassero; la casa d'Austria venuta in odio ai popoli
pei violati privilegi, sforzassero a quella pace, ch'essi stessi
volessero, e la riducessero, a quella condizione di seconda potenza, a
cui già si era da se medesima abbassata pei ricevuti salari
d'Inghilterra. Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati
valorosi, vincitori, e che non conoscendo qual fosse in tanta contesa il
dritto, il giusto, e l'onesto, non altro suono conoscevano, che quello
delle armi.
Dalla parte dell'Austria, che mal volentieri si disponeva a lasciare del
tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior
moderazione, ma non con maggior coraggio, se si guardano le risoluzioni
di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie dei soldati
vinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola, e del
Friuli circa trentamila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano
negli stati ereditari, la nazione Ungara volonterosamente accorreva in
ajuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi
alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si
ordinava a Neustadt, come antemurale alla capitale dell'impero. Tutto
ciò non si faceva senza necessità, perchè grande era la debolezza
dell'esercito Italico, nè era l'animo maggiore delle forze; cinque volte
vinto aveva perduto l'antico ardimento; le compagnìe sceme, i soldati
nuovi non usi all'armi, i vecchi sconfortati dalle sconfitte; nè ordine
stabile era fra loro, nè unità di consiglio; perchè mescolate le
compagnìe, mescolati i soldati, non era più fra loro abitudine comune,
sola madre dell'operare accordato, e della perfetta disciplina. Deboli
le fanterìe, ancora più debole la cavallerìa, nervo tanto principale
degli eserciti Austriaci, perchè il fiore era perito nella Mantovana
guerra. Nè i generali, o gli ufficiali fra di loro s'intendevano, perchè
lo sbigottimento dà luogo al voler provvedere alla salute sua ciascuno
da se, e perciò il disordine, ed eziandio i rimproveri reciproci, come
suole accadere nelle disgrazie, interrompevano l'armonìa. Non ostante in
mezzo a tanta depressione d'animi e di fortuna, riconfortava la sbattuta
oste il pensiero dello avere a guidatore e capo delle nuove imprese
l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni
di non mediocre perizia, e di singolare ardimento nelle guerre
d'Alemagna. Nondimeno non potevano gli Austriaci per avere ogni
provvedimento debole, perduta Mantova, il fiore della cavallerìa, e
tante battaglie, sperare di riconquistare i dominj loro in Italia. Solo
si confidavano di arrestare ai passi dell'Alpi verso la Germania i
Francesi tanto che, conservato il cuor dell'imperio, potesse Francesco
imperatore o difendersi con vantaggio, o convenire con onore.
Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre, e nella Marca
Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla
foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il
grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e
nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi
Liptay con una di esse a guardare lo spazio, che corre dalla frontiera
dei Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al
Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la
seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che
spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al
freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con quei soldati
rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con
settemila soldati custodiva il paese da Feltre, scendendo per la
sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il
suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè
sapeva, che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso
Gorizia.
Dipendevano gli animi degli uomini da espettazione di cose grandi nel
vedere due capitani eletti, l'uno negli occhi di tutto il mondo per le
guerre d'Italia, l'altro per quelle d'Alemagna, ed entrambi pari d'età,
entrambi pari di valore, vicini al venire fra di loro al cimento
dell'armi. Ma sebbene l'animo, e la perizia nelle cose di guerra nei due
emoli si pareggiassero, non era la medesima la natura in ambidue, nè la
stessa ancora la condizione dei tempi e dei luoghi, in cui si
ritrovavano. Era l'uno audace ed impetuoso, l'altro temperato e
prudente; guidava il primo genti vittoriose, il secondo genti quasi
tutte vinte; combatteva quegli con l'armi o con le suggestioni,
combatteva questi con l'armi e con l'antica fede; aveva il repubblicano
l'esercito più grosso, il principe minore; andava con la vittoria di
Buonaparte la conservazione dell'impero francese in Italia, andava con
la vittoria di Carlo la conservazione della monarchìa d'Austria, e la
messa di lui era maggiore di quella dell'avversario. Da un altro lato
erano tutto all'intorno, e dietro, più fedeli i popoli al capitano
Austriaco, più avversi al Francese, il che faceva le ritirate più sicure
al primo che al secondo; e se il ritirarsi era più necessario a quello,
era il vincere più necessario a questo. Per la qual cosa altra maniera
di guerra doveva seguitare Buonaparte, ed altra Carlo; perchè la
vittoria del primo consisteva nella celerità, quella del secondo
nell'indugio, ed il non vincere fra breve tempo era per quella parte un
perdere, sostenere per qualche tempo la guerra era per questa un
vincere. La natura adunque dei tempi conveniva alla natura d'ambi i
giovani emoli, e quello che per l'uno e per l'altro era necessità, era
anche inclinazione. Per questo elesse Buonaparte di spignersi
frettolosamente avanti per condurre alla giornata l'avversario ovunque
il trovasse, mentre prese l'arciduca partito di ritirarsi, di farsi
forte ai passi, di tagliare i ritorni, di non tentare senza necessità la
fortuna del combattere, e di operar per modo sì coi soldati che con le
popolazioni, che di altro spazio non fosse il Francese padrone, se non
di quello in cui i suoi soldati insistessero. A questa deliberazione era
anche costretto dal pensare, che, non essendo ancora giunti tutti,
quantunque già fossero in viaggio, i rinforzi che dal Reno,
dall'Ungheria, e dagli stati ereditari aspettava, il tirarsi indietro
era avvicinarsi ai medesimi, e perciò diventare ogni ora più grosso,
mentre a Buonaparte continuamente scemerebbono le forze in proporzione
dello avanzarsi, a cagione dei presidj che doveva e nei luoghi aperti e
nei chiusi lasciarsi alle spalle, per mantenere le strade sicure verso
l'Italia, donde gli venivano i sussidi di soldati e di munizioni.
Certamente buon modo di guerra intraprendeva Carlo, e mancò piuttosto
l'animo in Vienna, che la prudenza nel difensore.
Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di
Francia: il dieci marzo si muoveva con la sua destra, e con la mezzana
schiera. Era suo primario intendimento di entrar fra mezzo agli Alemanni
per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò
aveva ordinato, che il principale sforzo in questa prima mossa fosse
fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a
Massena; perchè era evidente, che ove egli fosse riuscito ad
impadronirsi della Piave superiore, occupando il paese di Cadore, era
interrotta la strada dal Tirolo al Friuli. Conseguito questo intento
diveniva più facile a Joubert di cacciarsi avanti gl'imperiali fino
all'ultimo varco di Germania, per quindi condursi per la valle del
Puster e della Drava agli ulteriori disegni di Buonaparte. Nè mancava
Massena del debito suo: perchè non così tosto si mosse, che gli
Austriaci, abbandonata la fronte del Cardevolo, ed i luoghi più bassi,
andavano a porsi in sito forte oltre Belluno a fine di propulsare
l'inimico, se tentasse d'innoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavagli
tostamente il Francese, e quantunque Lusignano con grandissimo valore si
difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato,
non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo
alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù le armi con tutta
la sua schiera, e a darsi in potestà del vincitore. Per tal modo meglio
di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter dei Francesi;
ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato
conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a
Vidoro e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile si avvicinavano
al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo,
piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle
afforzate con artiglierie. Stanziavano anche numerose torme di
cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico, ove passasse. Ma queste
erano meglio dimostrazioni per ritardare, che per arrestare l'inimico,
perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolte le nevi sui monti,
si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Francesi,
schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi
qualche incontro di cavallerìa assai brava, ma i fanti Tedeschi fecero
sperienza di poca virtù, quando la cavallerìa dei repubblicani, varcato
il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti francesi che
avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavallerìa tedesca,
avevano contrastato con molta forza. Fu poco notabile in questo fatto la
perdita dei repubblicani. Mancarono degl'imperiali meglio di seicento
soldati tra uccisi e prigionieri: s'aggiunsero alle conquiste dei
vincitori sei cannoni. Venne prigione in mano loro il generale Schultz.
Passato il Tagliamento, ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la
vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave
a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla
Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il
Lisonzo le armi Austriache, che debolmente combattendo facilmente gli
cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già
Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra
s'impadroniva di Trieste abbandonato da' suoi difensori, e fatta una
subita correrìa sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento
vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso
sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e
s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel
carico, che questi aveva d'impossessarsi del passo importante della
Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiacchè se Massena
guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli
succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro
dell'arciduca, di separarlo da Kerpen, e da Laudon, d'impedire i
rinforzi, che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a
Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo
Austriaco vi arrivasse. Con ciò conseguiva anche l'altro intento di
assicurarsi la congiunzione delle genti di Joubert, che per la valle
della Drava dovevano venire dal Tirolo. Parte di questi pensieri recava
ad effetto, e parte no, perchè gli venne interrotta dalla celerità e
dalla prudenza dell'avversario.
Ma prima che raccontiamo le importanti fazioni che ne seguirono,
necessaria cosa è il descrivere, come le cose passassero tra Joubert da
un canto, e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro nel Tirolo. Come prima
ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva
all'ordine per eseguir le imprese, che alla fede, ed al valor suo aveva
Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì venti di marzo, non
ostante che i cacciatori Tirolesi posti ai passi, con ispessi tiri ogni
opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen, che aveva un forte campo
sulle alture di Cembra, tentando di accerchiarlo a sinistra per
Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano, e a destra
marciavano Delmas, e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la
difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della
sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde
gagliardamente anche combattuto dai Francesi viemmaggiormente
indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Grave danno
patirono in tutti questi fatti gli Austriaci, avendo perduto tra uccisi,
feriti e prigioni circa tre mila soldati. Entravano successivamente,
benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Francesi in Salorno,
in Peza, ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in
grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige,
perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i
Francesi trasandavano la occasione; anzi, varcato il fiume ai ponti di
Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen, e lo
rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni, e
parecchie artiglierìe prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a
Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio, che di
cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi
stette aspettando, che la fortuna gli offerisse nuova occasione di
risorgere.
Seguitavano i Francesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato
Kerpen che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevano
sloggiato e percosso di modo, che abbandonato anche Brissio, pensava a
ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile, e
posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove
si spartono le acque dell'Adige e dell'OEno, ultima difesa d'Alemagna
contro chi viene dalle terre d'Italia. I Francesi lo assaltavano
audacemente in quel fortissimo alloggiamento; fu dura e sanguinosa la
battaglia; furono costretti a tornarsene indietro, o che l'intoppo fosse
troppo forte, o, come pare più probabile, che l'intento loro fosse
solamente di assicurarsi, non di passare, perchè era pericoloso a
Joubert di condursi sino ad Inspruck, e non conveniente ai disegni di
Buonaparte, che voleva vicina a se, e non lontana, nè separata da alte e
disagevoli montagne quella schiera. Adunque Joubert si fermava a
Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo,
o marciare per Bruneca e Toblaco a Linzo, e di là fino a Villaco per
trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna, che quello, che
era elezione per lui, diventasse necessità.
Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, gli chiamava Kerpen: secondava con
ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di
grande autorità, e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi
abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano
all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro: nè il
sesso, nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi, e donne, e
fanciulli, dato di mano alle armi, che il caso od il furore parava loro
davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè
la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi
torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gl'impedivano.
Passava tant'oltre quest'improvviso tumulto, che sul principiar di
aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida
guerriere, meglio di venti mila combattenti erano in pronto contro
quella gente venuta da lontani paesi per conquistargli. Intanto i
generali Tedeschi, che sapevano, che le moltitudini disordinate sono
piuttosto preda, che danno ad un nemico bene ordinato, avevano
distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultuante, e
mescolatovi, per dar polso e regola, alcuni drappelli di regolari.
Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi
popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla
leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi
alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le
bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa avanti, a'
fianchi, e addietro sospetta e pericolosa.
Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati
anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si
consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con
questo pensiero Laudon, che aveva spogliato d'abitatori la valle di
Merano, ed ordinatigli sotto le insegne, calava minacciosamente da quei
luoghi alti e dirupati, ed andava a battere a mezza strada tra Brissio e
Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Francesi alle parti disottane
dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le
vanguardie Francesi, le faceva piegare, e s'impadroniva di Bolzano.
Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive
dell'Adige per congiungersi con Kerpen, e per istringere vieppiù
Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava
la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Francesi più in su, quanto
più s'avvicinava Laudon: già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava
neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti
miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani
fin sotto le mura di Brissio. Per questo modo a Joubert accerchiato da
tre parti, a tramontana da Kerpen, a ostro ed a ponente da Laudon, non
rimaneva più altro scampo, che a levante per la valle del Puster, poscia
per quella della Drava sino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì cinque
aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen, che lo voleva seguitare, con
aver rotto il ponte sull'Eisaco, arrivava il giorno otto a salvamento a
Linzo, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria, che il
generalissimo, geloso di quel passo, aveva mandati ad incontrarlo.
Poscia marciando sollecitamente in giù per le rive della Drava, e rotte
alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il
passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti.
Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dall'Adige i
Francesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo. S'allargava anche
sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva
sentir il romore delle armi Tedesche nella pianura frapposta fra l'Adige
e il Mincio, partoriva effetti importanti, e ne avrebbe partorito degli
estremi, se l'imperatore Francesco avesse mostrato, in quest'ultima
fine, maggiore costanza, ed il senato Veneziano maggiore ardimento.
La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di
Massena ad un evento terminativo, per quanto spetta alla difesa degli
stati ereditari d'Austria. Già si è da noi notato, di quanta importanza
fosse il passo della Ponteba. Per questo aveva comandato l'arciduca a
Ocskay, che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel
valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere improvvisamente con
forze superiori contro Massena, e di conculcarlo prima che Buonaparte
avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento, se avesse avuto il suo
effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello, che Buonaparte
voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del
Tirolo, che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il
generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e
comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch,
marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; gli seguitava di
pari passo, conducendo con se le artiglierie più grosse. L'accidente era
importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicuro
della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli
sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non
facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di
lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio; che anzi velocemente
seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più
che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece
precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava a Ocskay, che tornasse
incontanente, e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento
non ebbe effetto, perchè Ocskay, troppo accelerando il cammino, già era
arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perché ei
potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva d'animo per tanto
sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna,
pensava a ricuperar col valore quello, che la timidità aveva perduto. A
questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare,
e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio.
Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che,
valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio,
cacciavane i repubblicani, e perseguitandogli, gli respingeva sin oltre
al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare
per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento.
Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri, o dagl'impedimenti delle
artiglierìe che voleva condurre con se, non potè arrivare a tempo alla
fazione, per modo che il seguente giorno, che fu ai ventitre di marzo,
Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro
Gontreuil rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio,
e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di
Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che
combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era
accorso, e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto
capitano, che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna
contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu
cagione, che rotto ancora fosse poco dopo Bajalitsch che arrivava;
conciossiachè Massena vittorioso, rivoltatosi contro questa seconda
colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo
Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte
passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla
coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso,
ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei
monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.
Quattro generali, quattromila soldati, venticinque cannoni, quattrocento
carri carichi di bagaglie e di munizioni furono i cospicui segni delle
vittorie di Tarvisio e di Raibel. Tali furono i risultamenti della mal
difesa Ponteba, e per aver il nemico preso il vantaggio dei passi, restò
vana la fatica ed il desiderio dell'arciduca.
Perduta la speranza d'offendere, pensava il generale dell'Austria ad
ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto
abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia,
di Bosnia, d'Austria e di Ungherìa di ordinarsi, ed al campo di Neustadt
di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla
strada di Lubiana, città chiamata con vocabolo tedesco Laybach,
acciocchè intendesse alla difesa della Carniola, e delle rive della
Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin
sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza
schiera. Finalmente il principe di Reuss col generale Keim con l'ala
destra avevano fermato le loro genti a San Vito, e nella valle della
Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi, per cui si va
dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava
l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che
questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i
popoli che tumultuavano tutt'all'intorno, avrebbero dato cagione di
pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare
negli stati ereditari. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le
sue armi rumoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte
per isperanza, che chi parteggiava per la pace a Vienna, si mostrerebbe
tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi
spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso
in Villaco, Lobiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro
ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine
a Vienna facesse sentire l'impressione delle sue armi, che la falda
settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono,
debole impedimento per la facilità dei passi.
La guerra d'Italia, che prima era piccola parte dei disegni Francesi,
era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte
principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperatore, che si
sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera
certamente, che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna
persona al mondo, se non forse Buonaparte avrebbe potuto non che
credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva
nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto. Ma per gli
Austriaci combatteva solamente il valore, pei Francesi l'impeto, pei
primi un voler guadagnar i paesi a palmo a palmo, pei secondi un
conquistargli a dirittura, per quelli un guerreggiare pesato, per questi
un guerreggiare audacissimo, per gl'imperiali uno spandere l'esercito
per voler esser dappertutto, pei repubblicani un serrarsi in un luogo
solo per poter irrumpere grossi ed avventati. Si aggiunge, che gli
Austriaci non andavano alle fazioni se non provvisti di tutto punto,
mentre i Francesi vi andavano sprovvisti di ogni cosa, purchè quelle
armi avessero che con se portano i soldati: ciò faceva le mosse degli
Austriaci tarde, quelle dei Francesi preste. Molto ancora nocque ai
capitani d'Alemagna l'essere, secondo il solito, abborrenti dallo
spendere per aver le spie; nel che Buonaparte non guardava a quello che
si spendesse. Nè gran momento in questo non recò il procedere
independente di Buonaparte, perchè faceva da se, e poco si curava dei
disegni e dei comandamenti del direttorio, mentre i capitani Austriaci
erano astretti ai disegni ed agli ordini del consiglio di Vienna, lento
al deliberare, geloso dell'esecuzione: quindi per questi molte buone
occasioni, che la fortuna parava loro davanti, di vincere, si perdevano,
mentre il capitano Francese, che si stimava padrone di fare ciò che
voleva, non ne trasandava nissuna. Finalmente la celerità sua, veramente
mirabile, fu cagione principalissima delle sue vittorie, e bene si può
dire con l'esempio di Buonaparte; che se il mondo è di chi se lo piglia,
molto ancora più le vittorie sono di chi se le piglia. Errò egli qualche
volta, ma compensò con l'audacia il suo errare: errarono ancor essi i
capitani Tedeschi, e si sgomentarono al loro errare. Quindi ebbe
Buonaparte maggiore probabilità di vincere, perchè non solo vinceva
quando operava bene, ma anche quando operava male, e l'audacia sua,
congiunta con un'astuzia e con una perizia straordinaria, il fecero, per
la guerra offensiva, il più compiuto capitano che sia stato mai.
Giunto a Clagenfurt, ed avuto avviso per modo segreto, che i partigiani
della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro,
pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse
nelle consulte dell'imperatore. A questa deliberazione fu anche indotto
dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè,
sebbene il senato Veneziano fosse debole, erano i popoli della
terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai
repubblicani, e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano
anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per
instigazioni segrete e palesi dei Francesi, e dei loro partigiani. Da un
altro lato, aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e di
Laudon nel Tirolo; e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non
gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace
seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta
la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì trentuno
marzo all'arciduca, l'Europa sanguinosa desiderar la pace, desiderarla,
ed averne fatto dimostrazione il direttorio: solo l'Austria stare armata
sul continente per combattere; instigarla l'Inghilterra; dover forse
continuar ad uccidersi scambievolmente Francesi ed Austriaci, perchè si
facesse il piacer di una nazione non tocca dalle disgrazie della guerra?
«Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche
il benefattore dell'umanità: anche vincendo, non potrete fare che non ne
sia lacerata l'Alemagna: se questa mia proposta fosse per divenir
cagione, che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più
contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in
ulteriori vittorie».
Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per
inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei
popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di
tanta importanza, ed a se non competente; aspetterebbe i comandamenti
del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già
molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.
Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo
con la vittoria quello, che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si
era messo al fermo del voler temporeggiare, fuggendo la necessità del
combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del
retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da
Fraisach, da Newmarket: ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura, e da
Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti
le acque, che dall'estrema falda dei Norici monti se ne corrono per la
diritta nel Danubio; già le mura dell'antica ed invita Vienna erano
vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori; caso veramente di tanta
maraviglia, che da molti secoli addietro non era accaduto l'uguale.
Ma già a Vienna più aveva potuto il timore che la prudenza, ancorchè la
condizione di Buonaparte fosse diventata pericolosa per la subita
comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo di un
colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul
mezzo della fronte l'arciduca medesimo grosso e rannodato, e con tutte
le popolazioni all'intorno, che dimostravano animo stabile nella
divozione verso l'antico signore. Arrivavano all'alloggiamento di
Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le
offese, e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di
Francia, si accordarono, il giorno sette aprile, che si sospendessero da
ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più
inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con
offerire compensi nei territorj Veneti alla perdita dei Paesi Bassi e
del Milanese, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i
preliminari di pace, che secondo il corso di quei negoziati, si vedevano
non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si
venne fra i plenipotenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari
nella terra di Leoben il dì diciotto del medesimo mese. Alcuni dei
capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse
l'imperatore alla Francia i Paesi Bassi, riconoscesse le frontiere della
repubblica, quali le avevano le leggi Francesi definite, consentisse
alla creazione di una repubblica in Lombardia. Stipulavano i segreti,
desse la Francia in poter dell'imperatore l'Istria, la Dalmazia, il
Bresciano, il Bergamasco, parte del Veronese. A questo fine appunto, e
per compir questa fraude, aveva Clarke già molto avanti esortato
l'imperatore ad occupare coll'armi l'Istria e la Dalmazia, ed aveva
Buonaparte, pure molto prima, fatto rivoltar contro il senato Bergamo,
Brescia, e le Veronesi terre: promettevano peraltro i preliminari, che
la repubblica di Venezia si compenserebbe con le legazioni; il che
significava, che si destinavano, senza saputa e senza consenso del
senato Veneziano, ad altra potenza i suoi dominj, e che gli si
offerivano compensi, prima che si sapesse se a lui erano o convenienti
od onorevoli; perchè in questo, non solo si spogliava Venezia de' suoi
stati, ma le si voleva dar compenso con ispogliar di altri stati una
potenza con lei congiunta di amicizia: ed è anche da considerarsi in
queste rivolture schifose lo strazio, e lo scherno, che si faceva di
quella repubblica Cispadana, che appena nata già si voleva ridurre sotto
la sferza di un governo aristocratico, come dicevano, e tirannico, che
era una faccenda grave in quei tempi. Ma essendosi stipulato nei
preliminari, che Mantova si restituisse all'imperatore, il direttorio
non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in se
stessa, e per gli effetti che portava con se; conciossiachè il lasciare
un sì forte nido all'Austria in Italia era un fare perpetuamente incerta
la repubblica Lombarda, o Transpadana, che la vogliam nominare, ancora
tanto tenera in quei primi principj, ed un necessitare la presenza
continua di un grosso esercito Francese nell'Italia settentrionale.
Rendevansi anche per la medesima cagione incerte tutte le mutazioni di
stato, che in Italia avevano fatto i Francesi, e questi stati nuovi, ad
una prima presa d'armi, ad un primo romore, ad un primo sospetto, ad una
prima sollevazione d'animi, sarebbero iti tutti sossopra, nè mai
avrebbero potuto por radice, per quel segnale importuno dell'Austria
vicina e forte. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati,
pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica Transpadana,
ma nacque al tempo stesso la necessità di ricompensare quella piazza
all'imperatore col restante dello stato Veneto, colla città stessa di
Venezia, e colla distruzione totale dell'antico governo Veneziano.
Assunse l'opera barbara e frodolenta il direttorio; s'addossò Buonaparte
il carico di mandarla ad effetto, ambi sperando di colorire il
tradimento ordito contro i Veneziani con fingere tradimenti orditi dai
Veneziani contro di loro.
Già abbiamo in un precedente libro raccontato, che Bergamo era stato
occupato da Buonaparte, come istrumento potente a volgere a sua
divozione l'animo dei popoli della terraferma Veneta. Fu del tutto
violento il modo, e contrario a tutti gli usi della neutralità.
Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers gli guidava,
con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese,
s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierìe Veneziane,
intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le
truppe Venete; se nol facesse, userebbero la forza. In tale guisa
s'insignorirono di Bergamo coloro, che accusavano Venezia della violata
neutralità. Ma questo non era che il principio, ed il fondamento delle
trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano
una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i
repubblicani Italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel
paese Veneziano. Alcuni Francesi vi erano mescolati, che intendevano ai
medesimi fini. Tra questi un Landrieux, capo dello stato maggiore di
cavallerìa, era stato eletto dalla congregazione, qual operator
principale a turbare le cose Venete. Ma egli, o che avesse per onestà di
natura realmente in odio quest'opere pestifere, o che per motivo meno
sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con
gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere o per mezzo loro, o
immediatamente ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano
mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose, che massimamente
importavano alla salute della repubblica Veneziana. Mandava il
segretario Stefani: trovava in Milano un avvocato Serpieri Romano,
trovava Landrieux, alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava
Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le
rivoluzioni, già averne impedito una in Ispagna, volere impedire quella
dello stato Veneto; a ciò muoverlo l'onore della nazione Francese
calpestato da Buonaparte, dal direttorio, dai consigli, orrida tutta,
come diceva, e facinorosa gente; muoverlo ancora i benefizj fatti dalla
repubblica Veneziana all'esercito di Francia, muoverlo l'umanità,
muoverlo il desiderio della pace: avere fra un mese ad esser pace con
l'Austria, se fosse impedita la rivoluzione degli stati Veneti; nel caso
contrario non esservi più modo di conciliazione, non aver più freno
l'ambizione di Buonaparte; abbracciare nell'ambizione sua la sovranità
d'Italia. Soggiungeva poscia, che la rivoluzione dello stato Veneto era
opera della congregazione segreta di Milano, alla quale partecipavano
principalmente Porro Milanese, Lecchi, Gambara, Beccalosi da Brescia,
Alessandri, Caleppio, Adelasio da Bergamo; dovere lui stesso, Landrieux,
essere l'operator principale della rivoluzione, sapere i nomi, le forze,
le macchinazioni dei congiurati, dovere aver principio la rivoluzione in
Brescia, poi dilatarsi in Bergamo ed in Crema; uomini apposta,
seminatori di denaro di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle
valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o
dieci giorni: erano i nove di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano
Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia,
provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la
rivoluzione in Brescia, s'impedirebbe anche negli altri luoghi; intanto
non si facessero carcerazioni di persone, perchè per questo si
ritarderebbe, non s'impedirebbe l'esito della congiura: sapere il giorno
dell'unione di tutti i congiurati, ne avvertirebbe egli, acciocchè tutti
ad un tratto potessero arrestarsi, e così intieramente si renderebbe
vana la diabolica cospirazione. Protestatosi dallo Stefani, volersene
tornare a Bergamo, rispondeva Landrieux, non convenirsi, bensì andare a
Brescia. Toccatasi dal Veneziano la gratitudine della repubblica
rispondeva il Francese, premio non desiderare per allora, doversi il suo
nome tenere segreto, finchè l'esercito fosse ridotto sulle Alpi per
restituirsi in Francia; se Venezia allora si ricordasse di Landrieux,
ciò gli sarebbe a grado. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe
raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al
provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per aver
avuto sentore, o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più
presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.
Era la mattina dei dodici marzo, quando un moto insolito si manifestava
in Bergamo, i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano,
ajutare i Francesi l'impresa; divisi in varie squadre giravano per la
città; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo
marciavano; guardie Francesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti
dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il
comandante Francese dal podestà, che cosa volesse significar questo,
accusava pattuglie insolite di soldati Veneziani e della sbirraglia.
Erano in Bergamo due compagnìe di cavallerìa Croata, due di fanti
d'oltremare, tre d'Italiani, forse con tutto questo trenta sbirri; non
montavano fra tutti a quattrocento: i Francesi quattro mila, se non
mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la
provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie
in suo potere temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti
gli amatori dello stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo.
Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a se i deputati alle
provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la
libertà, ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol
facessero, ne anderebbe la vita. In questo mezzo due uffiziali
repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà,
ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano, alcuni per amore, molti per
forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile.
Scendeva la notte intanto, e rendeva più terribile l'aspetto delle cose.
In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo
stendardo Veneto, che ancora sventolava sulle mura del castello. Era
ancor libero Ottolini, instava presso a Lefevre comandante, della
santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera,
faceva udire questo suono, che il popolo di Bergamo era libero, che per
questo egli aveva fatto torre lo stendardo Veneto, ostacolo alla
libertà; che le intraprese lettere del podestà (quest'erano le lettere
con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei
congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli
servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrar tosto da
Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Cacciare dalla
propria sede sotto pena di esilio e di carcere un rappresentante
pubblico di un governo, è oltraggio tale, che niun altro può esser
maggiore, e solo avrebbe bastato, non solamente a giustificare, ma
ancora a necessitare qualunque presa d'armi, ed anzi una formale
dichiarazione di guerra da parte del senato Veneziano contro la Francia,
se questa non satisfacesse, come effettivamente non satisfece. Mentre il
comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e
con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa Francese. Di
bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito, o sarebbe mandato a
Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in
poter dei novatori, i soldati Veneti, prima disarmati, poi mandati a
Brescia.
Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare,
come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in
ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano
di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la
libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana;
l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo Cispadano.
«Viviamo, continuavano, combattiamo, e moriamo, se fia d'uopo, per la
causa medesima: al medesimo modo debbono vivere i popoli liberi: viviamo
adunque uniti per sempre voi, Francesi, e noi».
Pubblicavansi frequenti scritti, parte serj, parte faceti,
parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di
Venezia, sugl'inquisitori di stato, sulla tirannide d'Ottolini,
sull'aristocrazia, sull'oligarchia, e simili altre parole greche; strana
occupazione di menti del condannare in altri ciò che era in se, perchè
dei piombi, e degl'inquisitori si può domandare, che altra cosa fossero
i ministri di polizia del direttorio e di Buonaparte, se non inquisitori
di stato, e se non abbiano fatto arrestare, e tener prigione senza
processo più gente in quindici anni, che gl'inquisitori di Venezia in
tre secoli. Si può anche domandare, se i castelli di Vincenna, di Ham, e
di Pietra Castello non fossero piombi, e se il comandante di Milano non
esercitasse maggior tirannide contro coloro che non amavano lo stato
nuovo, che Ottolini contro quei che non amavano il vecchio. Quanto
all'aristocrazia ed all'oligarchia, gli uomini dritti, e che non si
lascian prendere alle grida, sapranno ben essi con qual nome chiamare
uno stato, come quello era di queste estemporanee repubbliche Italiane,
in cui un comandante militare comandava a pochi gridatori di libertà,
questi pochi molestavano con ischerni, con tasse, con prigionie, e con
esilj l'universale dei popoli. Io temo che da tutto questo chi mi legge
creda, ch'io non sia amico della libertà; ma queste cose io dico
appunto, perchè sono; imperciocchè il peggior male che si sia fatto alla
libertà, è l'aver chiamato col suo nome la tirannide. Trovomi in questo
concorde col generoso Parini: _ed ancor io_, diceva egli, _amo la
libertà, ma non la libertà fescennina_.
Intanto i novatori, non essendo senza sospetto sugli abitatori delle
campagne, mandavano uomini fidati a predicare la libertà, rizzavano
alberi, creavano municipali, gridavano contro l'aristocrazia: i popoli
aombravano, non sapendo che cosa queste strane fogge si volessero
significare. Non si muovevano in favor dello stato nuovo, perchè non
l'intendevano, e non vedevano qual bene avesse in se: neppur si
muovevano in favor del vecchio, perchè il caso improvviso di Bergamo gli
aveva fatti attoniti e temevano i Francesi che vi erano mescolati.
Arrivavano poscia Cispadani, Transpadani, Polacchi, ogni sorte di
patriotti, e facevano un predicare, uno scrivere, un festeggiare
incredibile.
Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana.
Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione in Brescia per vieppiù
stabilire nella divozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso
Ottolini, quando ancora era in ufficio, d'informare il provveditore
straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa
città e gli aveva mandato il nome dei congiurati, dei quali non si era
punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il
che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il ventuno del
mese, e ad arrestargli, e ad uccidergli. Inoltre il rappresentante
Veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore
straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver
effetto; si armasse, non si fidasse del comandante Francese del castello
di Brescia, perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose
turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso, perchè
l'uccidere i congiurati non gli pareva sicuro in tanta contaminazione di
spiriti, massimamente pensando ch'essi appartenevano alle più principali
famiglie di Brescia. Da un'altra parte il far venire soldati da Verona
gli pareva dar troppo sospetto, temendo dei Francesi; nè anco quei
soldati potevano esser molti. Ristringeva in Brescia le squadre di
cavallerìa sparse nel contado; ma erano poche genti. Chiamava a se i
Lecchi, i Gambara, i Fenaroli, e gli altri amatori di novità, e gli
accarezzava, ma senza frutto. Non sapeva a qual partito appigliarsi; le
artiglierìe in mano dei Francesi; il castello poteva fulminare la città.
Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura
d'amicizia, macchinarsi in Brescia contro lo stato da gente scellerata
sotto nome di protezione Francese; e stantechè tutte le artiglierìe
Venete erano in poter suo, richiederlo, che lo accomodasse di sei od
otto, perchè si potesse difendere: richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai
soldati Lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della
protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei
Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitar gli uomini in
grazia delle loro opinioni, non esser delitto se uno inclinava più ai
Francesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra
Francesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva
tolto i mezzi di difesa: e come se ancora si trattasse di opinioni e non
di fatti, e di congiure contro lo stato. Desiderava finalmente di veder
il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore la rivoluzione
di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.
Ecco la sera dei diciasette marzo arrivare improvvisamente le novelle,
essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali Francesi condotti da
un Antonio Nicolini, Bresciano, ajutante di Kilmaine, ed impedire il
passo ad una squadra di cavallerìa, che da Brescia mandava il
provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori,
perchè una massa di circa cinquecento tra Lombardi e Bergamaschi,
guidati da capi Francesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con
due cannoni, certamente avuti dai Francesi, perciocchè portavano lo
stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina dei
diciotto già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo
punto aprir le cannoniere del castello, che miravano al palazzo. Dei
congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi
andato all'incontro dei Lombardi, e chi sparso in varj luoghi eccitava
il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà, che si armassero i
soldati della repubblica, e con la forza si resistesse ai ribelli;
Battaglia titubava per paura dei Francesi, dei nobili, e di tutto:
certo, il minor male che si possa dire di lui, è, che ebbe paura: ma
forse l'amicizia che aveva con Buonaparte nocque alla repubblica.
Mandava due uffiziali ai ribelli per udire quello, che si volessero.
Rispondevano, Lecchi il primo, volere per amore o per forza liberare il
popolo Bresciano dalla tirannide Veneta, aspettare in ajuto loro
diecimila soldati, e molti Francesi: badasse bene il provveditore a
quello che si facesse, perchè se resistesse, andrebbe Brescia a fuoco ed
a sangue. A questo suono Battaglia, non so se mi debba dire intimorito,
o peggio, raccoglieva tutti i suoi soldati nei quartieri, e dava ordine
che non resistessero; licenziava al tempo stesso le guardie del palazzo,
e si metteva in tutto a discrezione di coloro che volevano spegnere il
dominio di quel principe, che aveva in lui collocato tanta fede.
Mocenigo, veduto la terra abbandonata da quello che poteva più di lui,
si fuggiva. Intanto il popolo stimolato dai congiurati, e già essendosi
avvicinati alle mura i novatori di fuori, tumultuava, gridando libertà.
Accresceva l'impeto l'apparire di un Pisani, stato molto tempo nei
piombi: le grida contro i Veneziani tiranni montavano al cielo.
Sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante,
dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei
repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto
a fulminare, poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche
Veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà dei novatori.
Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato. Arrestavano
Battaglia, e per poco stette che non Io uccidessero. Lo serravano poscia
in castello, dove era custodito da soldati Francesi, opera certamente
meritevole di ogni riprensione; perchè se era brutta cosa il secondare
la ribellione, bene era peggiore il farsi complice dei ribelli col tener
carcerato un magistrato principalissimo di una repubblica, alla quale la
Francia continuava a protestare amicizia.
Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a
Venezia. Scriveva il senato, di cui queste cose molto angustiavano
l'animo, le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile
Querini in Francia. Si rispondeva, che non si sapeva capire, che i
Francesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che
qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma
l'importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose
in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due Savj del collegio
Francesco Pesaro, e Gian Battista Corner, affinchè gli dimostrassero,
quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le
cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera dei comandanti
Francesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia, che
la repubblica di Francia continuamente, ed anche recentemente aveva
fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo, ed asseverantemente
protestassero dell'incorrotta fede, e della costante amicizia del senato
verso la Francia; stringesserlo a disappruovare pubblicamente la
condotta dei comandanti delle due città ribellate, ed a restituire i due
castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo in fine, che
consentisse, che il senato con le armi in mano rimettesse sotto
l'obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano,
espostogli il fatto dai legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere
sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica
i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado
per sottomettere i ribelli, purchè le genti Francesi, e gl'interessi
loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più
di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe,
fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato:
allegava essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando
poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i
novatori a divozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il
farebbe. Toccava finalmente, che sarebbe bene, che Venezia più
strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.
Covava in tutto questo una insidia: perchè mentre affermava Buonaparte,
essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per
ridurre all'ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse
volendo, per essersi effettuato quello che forse egli aveva voluto
impedire, ricoprire con mostrar severità i sospetti, che potevano
concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna
gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia, nè in Bergamo, e
che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico,
con tutte le sue forze. Ma le cose da più alta sede pendevano che da
Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque
del direttorio, e dettogli, che poichè i Francesi protestavano, non
volersi mescolare nel governo interno delle città Venete, doveva
riuscire cosa indifferente al direttorio, se il senato rimettesse nel
dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo
sperasse, e che finchè fossero in Bergamo truppe Francesi, non l'avrebbe
mai il direttorio permesso. Replicato dal Querini, che di tale divieto
non comprendeva la ragione, soggiungeva il quinqueviro, ciò esser
chiaro, perchè i Francesi essendo più forti dei Veneziani, a loro stava
a comandare in quei luoghi; le quali voci certamente sono da stimarsi
barbare; perchè bene si sa, e pur troppo, che queste cose spesso si sono
fatte; ma l'asseverare con tanta fronte, che sia diritto e giusto farle,
è nuovo del tutto. Terminava il quinqueviro dicendo, che infine non
toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Francese, e che
vedeva bene, che i discorsi del Quirini dimostravano, che il governo
Veneto non si fidava nella lealtà del direttorio, ma che se così fosse,
avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede, quale concetto si debba
fare della condiscendenza di Buonaparte. In tale modo si sollevavano dai
capi dell'esercito repubblicano i sudditi contro Venezia, ed a Venezia
si vietava che gli sottomettesse.
Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati,
parendo loro, come era veramente, cosa enorme, pericolosa, e di pessimo
esempio, che soldati forestieri si adoperassero per tornare a divozione
i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano la offerta,
restringendosi con dire, che poichè i castelli erano in mano dei
Francesi, e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico stato, ragion
voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche
dimostrazione pubblica per disappruovare i moti, che si erano suscitati.
Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle
nuove opinioni che molto avevano ajutato le sue armi, sarebbe certamente
incolpato, se ora si dimostrasse avverso a coloro, che si erano scoperti
fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si
sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente glie l'avesse
comandato. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia
colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava,
esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Le quali
esibizioni ed esortazioni, chi si farà a considerare fino a qual termine
già fossero trascorse le cose, e le offerte fatte all'imperatore
Francesco, saranno testimonio certo, ch'elle avevano tutt'altro fine,
che la salute di Venezia. Del resto, senza tanti giri di parole, e
serbando anche in sua potestà, per sicurezza del suo esercito, i
castelli di Bergamo e di Brescia, bastava bene che il generalissimo
ordinasse, o che con un cenno solo significasse, che Bergamo e Brescia
ritornassero all'obbedienza di Venezia, che i magistrati instituiti dai
novatori cessassero l'ufficio, e che quei del senato fossero restituiti
al loro, perchè tutte queste cose avessero incontanente la loro
esecuzione. Anzi il solo dichiarare, ch'egli disappruovava quelle due
rivoluzioni, e che contro la sua volontà erano state effettuate, avrebbe
rintegrato subitamente nelle due città ribelli il consueto dominio. Il
non averlo voluto fare dimostra viemaggiormente i disegni sinistri.
Strana esibizione di Buonaparte era questa di voler far tornare
all'obbedienza quelle terre, ch'egli stesso aveva incitato a ribellione;
imperciocchè, senza andar più vagando in questa materia, certa cosa è,
che per ordine espresso di lui furono fatte ribellare ai Veneziani le
città Veneziane, di cui si tratta. Rispondevano i legati della
repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia, dell'alleanza
risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine, e
ricomposta in quieto stato, potrebbe con sicurezza di consiglio
deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore; poi
tornando sull'antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il
ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver
ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava
voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava, quanto fosse in
lui lo sprezzo della neutralità.
Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava
a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine,
generale, che reggeva la Lombardia. Biasimava il comandante di Bergamo
del non averlo fatto consapevole degli accidenti seguiti, sperava, non
ne fosse partecipe, gli proibiva di mescolarsene; se il facesse, il
punirebbe, essere neutralità fra le due repubbliche, volere il
generalissimo, volere lui stesso, che se le portasse rispetto. Se questa
lettera di Kilmaine fosse vera o finta, non si sa, perchè è di data
incerta. Del resto l'opera del comandante nell'ajutare la ribellione di
Bergamo, era notoria, non solo in questa città, ma ancora in tutta
Lombardia, e metterla in dubbio era un'astuzia ridicola; nè il
comandante medesimo fu mai tradotto in giudizio.
Come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che
si fossero, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema,
opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Francesi; perchè il
giorno ventisette marzo, appresentatasi una squadra di cavallerìa di
Francia alla porta, chiedeva il comandante l'entrata, promettendo di non
inferire molestia, e sarebbe dimani partito per Soncino. Introdotti, si
portarono quietamente quel giorno. Ma il dì seguente comparivano due
compagnie armate della medesima nazione; una verso la porta Ombriano,
l'altra verso quella del Serio, nè così tosto si erano avvicinate alle
mura, che le truppe di dentro aprivano le porte, per modo che, dato il
varco, e per far più presto, scalando alcuni le mura, si facevano
padroni della terra. Correvano quindi a disarmare i soldati Veneziani:
s'impossessavano dei quartieri, occupavano il palazzo pubblico,
minacciavano nella vita con l'armi inarcate il podestà, e, disarmato,
costringevano a dismettere l'ufficio. Occupavano al tempo stesso la
camera, il monte, il fondaco, gli uffici, le cancellerie. Taciute tutte
le altre iniquità usate a Venezia, se questa sola della violenta
occupazione di Crema non bastasse per giustificare il senato a sorgere
subitamente con l'armi in mano contro i Buonapartiani, il diranno tutti
coloro, ai quali sta più a cuore la giustizia, che la forza.
Arrivava a Crema l'Hermite già partecipe del rivolgimento di Bergamo, e
si metteva all'atto di blandire il podestà con parole soavi,
dell'ufficio dolcemente esercitato lodandolo. Somiglianti parole usava
l'ufficiale del direttorio, che, distrutta per forza e per inganno
l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne giva affermando, che i
Francesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Mescolaronsi in
questo moto pochi uomini del paese, fra i quali principalmente
comparirono il marchese Gambazocca, ed i conti Asperti, Locatelli, e
Romini venuti da Bergamo. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero,
ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del lione di San
Marco, come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi
libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa. Così Crema per
opera dei soldati Buonapartiani fu ridotta a divozione dei novatori.
Kilmaine, che aveva scritto la bella lettera pel fatto di Bergamo, se ne
stette tacendo per quel di Crema.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi
pensieri tanto nei capi Francesi, quanto nel senato Veneziano, così come
ancora fra i sudditi, che si conservavano fedeli. Vedevano i primi, che
l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma
importanza ai loro ulteriori disegni; perchè oltre al più facile vivere
per la ricchezza di quei territorj, i novatori, che gli secondavano,
divenivano e più audaci e più numerosi. Faceva in questo loro esempio
grandissimo frutto, e nuova gente novatrice, siccome un nembo ne tira un
altro, si accostava. Principale fondamento a tutto questo moto era
Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi.
Quivi ancora gli ottimati, o che amassero la libertà, o che avessero
gelosia contro i patrizi Veneti, o che solamente si fossero lasciati
stravolgere dalla vertigine comune, favorivano la rivoluzione. Nel che
Brescia si diversificava da Bergamo, dove i più fra i ricchi si
mostravano avversi. Accorrevano poi a Brescia Dombrowski co' suoi
Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole,
animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani,
Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuamente, chi con
lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per
combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al
colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi, erano
incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse
andar sossopra tutta, ed a ruina la Veneziana repubblica. Lahoz,
Gambara, Lecchi, ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato
in questi moti, trionfavano. Queste cose vedevano con gli occhi loro i
capi dell'esercito Francese, e le passavano: se le sapeva Buonaparte, e
le passava con troppa più sopportazione, che si convenisse alla sincera
fede.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma
Veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della
potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose,
proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra
dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza,
e per essere passo del fiume. Questo era anche risolutamente l'intento
di Buonaparte; perciocchè più di un mese prima che sorgesse la
sollevazione di Verona, aveva dato ordine a' suoi comandanti in questa
città, che procurassero la rivoluzione medesima con tutte le forze, e
con tutte le arti loro. Nel che con maneggi, parte segreti, parte palesi
il secondavano. Mentre tutti quest'inganni si tramavano, non erano
ancora le cose sicure pei Francesi, che tuttavia si trovavano a fronte
dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva
anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in
Verona contro i Veneziani, gli rappresentava, che il moto in lei sarebbe
riuscito pericoloso, e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli
stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo
più propizio. Rispondeva, gisse pure, e sommuovesse Verona. Poi
soggiungeva, che se la sommossa andasse bene sarebbe libera l'Italia, se
male, la Cisalpina repubblica (con tal nome dopo la conquista di Mantova
aveva chiamato la Transpadana) almeno resterebbe. Dette queste parole,
accommiatava Pico, raccomandandogli, s'intendesse con Beaupoil e con
Kilmaine, e gli desse ragguaglio di tutto che accadesse: desse intanto
ricovero in Mantova ai patriotti che fossero in pericolo, e gli rendesse
sicuri, che sarebbero liberi. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori
rispetto a Verona; perchè colà mandavano agenti segreti, parte da
Brescia medesima, parte da Desenzano, parte da Lonato, affinchè
cooperassero alla sollevazione. Così Verona era insidiata da Buonaparte,
da' suoi capitani, dai novatori armati, dai novatori non armati,
Italiani, Polacchi, Svizzeri, e Francesi. Non ostante tutto questo il
canuto Lallemand, ed il giovane Buonaparte sempre protestavano a nome di
Francia dell'incontaminata fede, e della sincera amicizia verso la
repubblica Veneziana.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo
Veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani
sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quelli stessi che
macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi
mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi
reggimenti di Schiavoni: vi mandava due provveditori straordinari,
Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Niccolò Erizzo, uomo
di natura molto calda, ed amantissimo del nome Veneziano. Ma perchè le
radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte
Francesco degli Emilj, personaggio ricchissimo e di molto seguito,
acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni
e qualunque cosa, che in poter suo fosse, facesse, per isventare le
macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte
Emilio, e tra l'autorità del suo nome, e l'efficacia delle sue
ricchezze, faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi,
ammassando munizioni, traendo a se buoni e cattivi per tenere in piede
l'insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte
Verità, ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi
molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il
secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro,
alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e
lo spoglio di Loreto: gli animi già infieriti per tante ingiurie, di
maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo
sdegno l'orribile governo, che facevano delle province le truppe
repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano.
Vieppiù innaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli
rapiti dai Tedeschi in guerra, eran fatti pagare dai comuni. Quel dei
Due Castelli, situato sull'agro Veronese, e composto appena di
cinquecento abitatori, per esservi stato in una sortita da Mantova
rapito dai Tedeschi non so che carro di bagaglio di generali, fu posto
da Buonaparte ad una taglia di cencinquanta mila franchi, taglia tanto
esorbitante per quello piuttosto casale che villaggio, che era anche
ridicola. Perchè poi non la potevano pagare, vi mandava Junot con un
grosso di cavalleria a vivervi a discrezione. Queste enormità si
moltiplicavano; i popoli, che non vedevano altra cagione, che una
insolenza fantastica, od una sete di rapire insaziabile si riempivano di
sdegno. Giuravano di andar all'incontro di ogni più grave pericolo, di
sopportare ogni più crudele disgrazia piuttostochè non vendicarsi, e non
tentare di sottrarsi a sì orribile dominazione. Molto sangue Francese fu
certamente versato, e pur troppo barbaramente a Verona, e fu sangue, la
maggior parte, d'innocenti. Ma gli autori veri e primi di sì cruda
carnificina, non inganneranno punto la giustizia divina, nè il giudizio
dei posteri. Sa Dio, e sapranno i posteri, se contro il Veneziano
governo, o contro Buonaparte, se contro i conculcati o contro i
conculcatori, se contro il conte Francesco degli Emilj, o contro coloro,
che il generalissimo di Francia secondavano nell'opera rea prima di far
ribellar Verona contro il senato, poi di vendere Venezia, se contro chi
non voleva essere tradito, o contro chi voleva tradire sia quel sangue
sparso, e contro chi gridi vendetta.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò, perchè, andata contro
questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di
qualche Francese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani, aiutati
dagli abitatori della valle di Sabbia; i quali, siccome quelli che erano
molto affezionati al nome Veneziano, erano accorsi per conservare la
città sotto la divozione dell'antico principe. Quest'erano le masse
ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole
esempio di fedeltà e di ardire dava nella fazione di Salò il
provveditore Francesco Cicogna; dal che si può argomentare quale
mutazione avrebbero fatto le cose di Venezia, se il senato avesse
permesso, che Ottolini desse dentro, quando ancora era tempo, col suo
stormo, e se Battaglia tale fosse stato quali furono Ottolini e Cicogna.
I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di ducento, furono
condotti a trionfo per Verona, i sudditi carcerati, come rei di stato.
La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la
terraferma Veneta. Armavansi a gara i popoli, e protestavano della fede
loro verso il senato. Questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani da
Buonaparte, e dagli storici adulatori di lui, i quali per altro
confessano, che in quel momento stesso, e già da lungo tempo prima si
trattava di far indenne l'Austria a spese di Venezia. Adunque doveva
Venezia darsi di per se stessa vinta, e disarmata in mano di chi sotto
colore di amicizia la tradiva? Certamente doveva Venezia in
quell'estremo frangente, in cui era caduta, non per colpa propria, ma
d'altrui, difendersi: bene gli uomini generosi, gli amatori massimamente
del nome e del costume Italiano le daranno eterno biasimo del non
essersi abbastanza, ed a tempo difesa, e con dolore vedranno nei ricordi
delle storie scritto i posteri, che l'opera della sua distruzione sia
stata frutto, tanto della debolezza de' suoi reggitori, quanto della
malvagità di amici fraudolenti; poichè fuori di dubbio è, che, passando
anche sotto silenzio le passate occasioni, se dopo la vittoria dei
Salodiani, le disposizioni tanto incitate dei Veronesi, ed i
preparamenti fatti nell'estuario, in un con le vittorie di Laudon nel
Tirolo e con le masse Tirolesi e Croate, avesse il senato fatto una
forte risoluzione coll'unirsi all'Austria, e col dichiarare la guerra
alla repubblica di Francia, si sarebbe trovato Buonaparte in gravissimo
pericolo, e l'antico dominio dei Veneziani sarebbe stato preservato. Ma
l'aver voluto aspettare l'estrema ingiuria, quando già le ingiurie
avevano oltrepassato l'estremo, e l'aver abbandonato i sudditi, quando
volevano difenderla, fu cagione della ruina della repubblica.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti
della terraferma erano spontanei, e solo cagionati dalla rabbia concetta
dai popoli infastiditi delle insolenze, e sdegnati dalle ingiurie dei
forestieri. Perciò il senato gli poteva qualificare come opera non sua,
e sempre protestare, quanto spetta alla direzione del governo, della
perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando
il talento proprio, e credendo di far cosa grata al generalissimo,
pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno
dei magistrati più principali far in modo, che il governo Veneziano egli
medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Francesi; della
qual fraude nissuna si può immaginare nè più brutta, nè più diabolica.
Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto, attribuendolo a
Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terraferma,
col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Francesi, e ad
uccidergli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori,
novatore molto operativo di Milano, e rapportatore palese e segreto di
Buonaparte, che poscia creatosi imperatore, l'abbandonò in miseria tale,
che gittatosi in fiume a Parigi terminò con fine disperato una vita poco
onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale a
Milano, intitolato il Termometro politico, giornale che si scriveva in
casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor
essi dalla illusione e dalla vertigine di quell'età. Quantunque
astutamente gli sia stata apposta la data dei venti marzo, uscì
veramente ai cinque aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a
Judenburgo a questo tempo, già offeriva gli spogli della repubblica, e
già fatto sicuro della pace con l'imperatore, non aveva più timore delle
masse Veneziane. Così l'incitare contro i Francesi era pretesto di far
uccidere i Francesi dai Veneziani, i Veneziani dai Francesi, e per
trovar compensi all'imperatore a danni di Venezia. Il non aver fatto il
generalissimo alcun risentimento contro gli autori di un fatto tanto
grave, e che poteva e doveva costar la vita a tanti Francesi, pruova
ch'ei ne fosse soddisfatto.
Il manifesto era quest'esso:
«Noi Francesco Battaglia per la serenissima repubblica di Venezia
provveditore straordinario in terraferma.
«Un fanatico ardore di alcuni briganti nemici dell'ordine, e delle leggi
eccitò la facile nazione Bergamasca a divenir ribelle al proprio
legittimo sovrano, ed a far correre da una moltitudine di facinorosi
prezzolati altre città, e provincie dello stato per sommovere anche quei
popoli. Contro questi nemici del principato noi eccitiamo i fedelissimi
sudditi a prendere in massa le armi, e dissipargli, e distruggergli, non
dando quartiere o perdono a nissuno, ancorchè si rendesse prigioniero,
certo che sì tosto gli sarà dal governo data mano, e assistenza con
denaro, e truppe Schiavone regolate, che sono già al soldo della
repubblica, e preparate all'incontro.
«Non dubiti nissuno dell'esito felice di tale impresa, giacchè possiamo
assicurare i popoli, che l'esercito Austriaco ha inviluppato, e
compiutamente battuti i Francesi nel Tirolo e nel Friuli, e sono in
piena ritirata i pochi avanzi di quelle torme sanguinarie e irreligiose,
che sotto il pretesto di far la guerra ai nemici devastarono i paesi, e
concussero le nazioni della repubblica, che loro si è sempre dimostrata
amica sincera e neutrale, e vengono perciò i Francesi ad essere
impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo
il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di
necessità sono costretti.
«Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla
repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e
castelli, che contro ogni diritto hanno occupato, e a dirigersi ai
commissarj nostri Pier Girolamo Zanchi, e dottor fisico Pietro Locatelli
per avere le opportune instruzioni, e la paga di lire quattro al giorno
per ogni giornata in cui militassero.
«Verona, 20 marzo 1797.
«Francesco Battaglia, provveditore straordinario in terraferma,
«Gian-Maria Allegri, cancelliere di Sua Eccellenza. Per lo stampatore
camerale».
Questo manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi Francesi,
massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude,
che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero
fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, e che
mescolato in queste trame di rivoluzione ne conosceva bene il fondo, gli
avvertiva con bando pubblico, che la neutralità era stata rotta dai
tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, pazzamente si era
persuaso, che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare,
sareste i vincitori dei Francesi, la prima nazione dell'universo pel
coraggio, e la scienza della guerra. Sappiate adunque, che il generale
Buonaparte ha ordinato, che Battaglia sia messo in ferri, ed impiccato;
che saranno pure impiccati coloro, che v'inciteranno alla ribellione; le
vostre case saranno arse, le famiglie desolate: uscite d'errore, e
presto, deponete le armi, portatele al comandante di Brescia; mandategli
deputati; quando no, perirete tutti».
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del
manifesto per far credere ai popoli, ch'ei fosse vero; e quei ferri, e
quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi
allora in Venezia, non era in potestà di Buonaparte nè di farlo
arrestare, nè di farlo impiccare. La verità della storia richiede oltre
a ciò, che noi scriviamo, che il provveditore non era nemmeno per venire
in potestà del generale; perchè quando Buonaparte distrusse Venezia,
domandò la prigionia e la morte di tutt'altre persone che di quella di
Battaglia, ancorchè egli fosse il più colpevole di tutti verso i
Francesi, se opera sua fosse stato il manifesto: che anzi Buonaparte
accarezzò Battaglia, e se lo tenne molto caro. Noi sappiamo, che il
provveditore era partigiano di qualche riforma negli ordini dello stato;
ma che Buonaparte avesse altre cagioni di amarlo, noi non vogliamo nè
affermare nè negare, ancorchè troviamo scritto, che questo Veneziano
abbia servito ai disegni del generale Francese più di quanto la libertà,
e l'independenza della sua patria comportassero.
Allontanava da se Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo: lo
smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano
più forti delle protestazioni, ed era strana veramente, e
compassionevole cosa il vedere, che gl'innocenti cercassero di
giustificarsi appresso i rei di un delitto, che essi rei contro
gl'innocenti avevano commesso, e che a loro per distruggergli
imputavano; condizione unica per certo, che sia stata al mondo, e degna
veramente della malvagità di quei tempi.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio dei Veneziani,
era a Buonaparte spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed
innocente stato. Restava, che le sue condizioni divenissero tanto sicure
rispetto agli Austriaci, ch'ei potesse senza pericolo mandar fuori
quello, che già da lungo tempo si era nell'animo concetto. A questo gli
dava occasione la tregua sottoscritta coi legati dell'imperatore il dì
sette aprile a Judenburgo; alla quale conclusione non si venne nè da una
parte nè dall'altra, se non promessi, ed accettati i compensi a spese
della repubblica Veneziana. Solo restava all'Austria qualche residuo di
renitenza al consentire, per accomodar se, ad accettar le spoglie di un
governo, dal quale non aveva ricevuto alcuna ingiuria, col quale era
congiunta d'amicizia, e che anzi a motivo di questa sua amicizia si
trovava ridotto a tali compassionevoli strette. A questo rimediava
Buonaparte col far rivoltare lo stato dei Veneziani, anche sulla
sinistra del Mincio; perchè se ripugnava all'Austria il nuocere a
Venezia sotto il governo antico, bene sapeva che non le ripugnerebbe il
nuocerle sotto il nuovo, odioso a lei pei principj, non congiunto con
lei per alcun vincolo di amicizia. Non così tosto ebbe sottoscritto la
tregua coll'imperatore, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i
Veneziani; il che mandò ad esecuzione in vari modi, ma che tutti
tendevano al medesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot
con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza
grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot altieramente
richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in
pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi;
era il sabato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati,
intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri.
Avvertivanne Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane
impazientissimo, insisteva dicendo, o l'udissero subito, o appiccherebbe
le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri, che il derogare
all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere
quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabato. Introdotto
in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre
capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di
terraferma, ed i cinque agli ordini, leggeva, con parlare prima timoroso
per la sorpresa, poi superbissimo per la natura, una lettera, che
scriveva Buonaparte al doge il dì nove aprile da Judenburgo, ed era
quest'essa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia
è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai
Francesi, molte centinaja di soldati dell'esercito Italico già sono
stati uccisi; invano voi disappruovate le turbe raccolte pei vostri
ordini. Credete voi, che nel momento in cui mi trovo nel cuore della
Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo?
Credete voi, che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le
stragi, che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a
sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppi il coraggio ogni
battaglione, ogni soldato Francese. Con empia perfidia corrispose il
senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio
aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace, o di guerra.
Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate, e non date in
mia mano gli autori degli omicidj, la guerra è dichiarata. Non è già il
Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia; d'animo
deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate
contro l'esercito; ma ventiquattr'ore di tempo, e non saran più: non
siamo più ai tempi di Carlo Ottavo. Se, contro il chiaro intendimento
del governo Francese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per
questo, che ad esempio degli assassini, che voi avete armati, i soldati
Francesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e
sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un
giorno fino i delitti, che avranno obbligato l'esercito Francese a
liberarlo dal vostro tirannico governo».
Qui non è bisogno aggiungere discorsi per giudicare di così fatta
intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il
loro sovrano, non si sarebbero mossi, e non avrebbero ucciso i soldati
Francesi, se gl'insidiatori con mandato espresso del generale di Francia
non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono
uccisi, ma non a centinaia, come la solita buonapartiana gonfiezza ebbe
allegato. Taccio la villania di parlare con tali espressioni ad un
principe, in cui era raccolta tutta la nazione Veneziana. Se questa è
grandezza, come alcuni stimano, io non so che cosa sia piccolezza.
A tale vituperio ed a tanta indegnità una sola risposta era da farsi, se
pure la umanità e la civiltà l'avessero permessa, e quest'era di tuffar
in mare Junot, e di correre subitamente all'armi per veder quello, che
volessero i cieli definire. Bene dovevano i Veneziani, non tuffar Junot,
ma sì impugnar l'armi; ma nè i tempi nè gli uomini erano abbastanza
forti in Venezia. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a
condizione tanto abietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato;
avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione
Francese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le
disgrazie imminenti avevano riempito l'animo dei circostanti d'orrore e
di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo dei nove aprile il generalissimo
a Lallemand: non potersi più dubitare, che l'armarsi dei Veneziani non
avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver
mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre
degli stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui;
meno ancora aver potuto comprendere come per calmare quel piccolo
ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando
si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la
mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli
atti dei provveditori di Brescia, Bergamo, e Crema, in cui si affermava,
essere la sollevazione opera dei Francesi, essere bugie inventate a
disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato
Veneziano; avere il senato usato la occasione, in cui egli innoltratosi
nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar
ad effetto una fraude, che sarebbe prima d'esempio, se non fossero
quelle ordite contro Carlo Ottavo, ed i Vespri Siciliani; essere stati i
Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento, in cui i
soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i
Veneziani più fortunati di Roma: la fortuna della repubblica Francese
stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune
Veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una
nave Veneziana, a fine di tutelare una conserva Tedesca, combattuto la
fregata Francese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a
Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il
governatore; diecimila paesani armati, e pagati dal senato avere ucciso
tra Milano e Bergamo cinquanta Francesi; piene essere, malgrado delle
promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova, Treviso; arrestarsi in
ogni luogo gli amici della Francia; porsi a guida degli assassini gli
agenti dell'imperatore; gridarsi per ogni parte morte ai Francesi;
furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del
senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di
guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro
modo non trovava di giustificarsi, che il disappruovare con parole
quelle masse, che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque
Lallemand, concludeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse, se
avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se
pace, domandasse che i carcerati per opinione, e di non altro rei che di
amare i Francesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidj, salvo
gli ordinarj, quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di
terraferma; che tutti i paesani si disarmassero, e si riducessero alla
condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero
in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune;
gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si
ristorasse a spese della repubblica; il capitano che aveva combattuto la
Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica protetta contro i
patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di
Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di
nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato
rappresentando. Del quale chi vorrà considerare il tempo, e le
circostanze, non potrà non sentirsi commovere a grave sdegno contro chi
il moveva, ed a non poca compassione verso chi era mosso; perchè vi si
accusava la repubblica di Venezia di oltraggi, quando l'estremo
oltraggio già era stato, non solo da lungo tempo meditato, ma
recentemente concluso contro di lei, vogliam dire la vendita de' suoi
stati; si accusava il senato d'incendj, di omicidj, di tiri di cannone
commessi da particolari uomini, che il senato voleva e riparare e
compensare all'accusatore, se veramente egli avesse voluto essere
riparato e compensato: si offeriva la restituzione di Bergamo e di
Brescia, quando appunto Bergamo e Brescia erano state fatte ribellare
dall'offeritore, e nominatamente Bergamo e Brescia date in mano
all'imperatore; si comandava che si disarmassero i popoli Veneziani,
perchè amavano meglio esser Veneziani che Francesi ed Austriaci, ed
appunto si comandava che si disarmassero, perchè il comandatore potesse
meglio, e più comodamente dargli in preda ad un dominio forestiero;
muovevansi lagnanze sui predicatori, come se i predicatori avessero
dovuto inculcare piuttosto la tirannide forestiera che la signorìa
paesana, e non fosse loro lecito il difendere la patria contro un
tradimento; si voleva che il senato mantenesse la quiete nella
terraferma, non con masse incomposte, ma con genti regolari, e poi
quando mandava genti regolari, i comandanti Francesi negavano loro i
passi pei ponti, per le strade, per le fortezze, e gridavano volere
Venezia far guerra alla Francia; si domandava finalmente che il senato
non pensasse solamente alle lagune, ma avesse cura anche della
terraferma, quando già si era accusato, e minacciato il senato, solo
perchè aveva armato l'estuario, per modo che l'armare ed il non armare
era da Buonaparte imputato a delitto al senato. Insomma chi conosce i
patti di Leoben già offeriti molti mesi prima dal generale del
direttorio all'Austria, già concertati nella tregua dei sette, poi
solennemente stipulati nei preliminari dei diciotto, conoscerà
facilmente di che sapessero le parole di Buonaparte. Quel volere poi che
si liberassero i carcerati per opinione, fra i quali si annoveravano non
pochi Bresciani, Bergamaschi e Salodiani, e lo stesso Gambara, presi
combattendo con le armi in mano contro il proprio principe, era
oltraggio di sovranità, incentivo di ribellione.
Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma
amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere,
avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della
nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via
di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte.
Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la
repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare
solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente
una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da
accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la
fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre
Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre
spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di
respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono
esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto
turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione
inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo
attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare
anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai
sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non
nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti
a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene
conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventa necessario che
l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune
nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da
perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi
dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso
uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi
diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i
meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a
contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due
legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e
insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra
autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al
primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate.
Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la
sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la
molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».
Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere
Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e
Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste
novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di
ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador
Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda
all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornar la
tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e
desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio
col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in
cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti
intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non
aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze,
bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa
l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora
un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico
governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i
potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere
appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito
della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.
Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da
maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano
minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia,
ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre
l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama
contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per
consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse
alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu
provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di
salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al
nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica;
che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse
spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o
di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due
direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in
pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che
ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe
preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel
direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi
agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare
il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich,
che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che
se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della
repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione
verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi
sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè
non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte,
intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le
città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu
consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio
esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si
affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal
direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia:
mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè
obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore
di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma
andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione
dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a
Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato,
acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed
esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto
corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa;
perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non
andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte,
accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per
l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle
storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta
terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria
accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo
stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il
senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano
alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con
promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà,
con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato
all'incontro avendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona,
vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari,
uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi
arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state
messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le
parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle
sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati
dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano
pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a
prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che
uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta
concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e
dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva
il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai
Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in
Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla
all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che
farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera
vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.
Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole;
perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro
l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori,
ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di
Viotor mandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si
accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse
repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova
poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano
Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma
probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da
Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a
raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento
Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed
assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva
succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce,
mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i
sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi
isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o
arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati,
erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato
con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e
Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una
rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente
del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano
l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del
giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di
lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazioni già
tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce
tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra
Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe
con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a
chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e
tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani
accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero
persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava
tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto
d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati
a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo,
Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di
Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo
militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al
provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero.
Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma
toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per
sommuovere le province.
Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del
millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava
ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti
e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le
guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandante
Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi
sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa
stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre,
erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai
castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua
schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi
dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè
cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse
intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono
punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico,
che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le
creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto
della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro
i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare
di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla
cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli,
massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma
non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che
gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con
sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e
mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora
i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un
sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti dei Francesi in tal modo
fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito.
Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più
segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro
sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi
restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri
trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero
segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il
rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel
suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito,
molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi
furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che
pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le
ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui
contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di
terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi,
donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido
e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che
trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da
pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai
violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il
cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita
barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni
furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la
debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un
ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei
quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la
crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava
sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal
fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore,
tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un
Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa
condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi
maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più
diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i
più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli
passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu
barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il
conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti,
conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più
degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano
pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si
fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine
preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido
del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici
accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio
furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e
le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non
vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si
veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre
l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i
fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori
potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per
Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto
facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj,
dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per
le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti
al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si
erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel
Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed
il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti,
poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello
di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni,
avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli
animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma
frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente
confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero,
che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva,
posposta l'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto
l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che
tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio
era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che
alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone,
seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un
grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro
Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo
aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio,
recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi,
il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta
Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte
Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a
soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano
i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più
fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che
in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non
combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei
luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San
Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto
un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a
battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato
due cannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al
castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi
uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne
stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San
Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine
ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona,
pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto
più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando
intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di
volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come
abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a
mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in
soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire,
conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in
potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran
in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero
sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor
medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna
s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli,
considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque
Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e
di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale
però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per
prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi,
si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio
Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i
magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe
di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire,
che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che
rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa
della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli
scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli
occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e
poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare
con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed
orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta
Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori,
per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per
questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia
apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della
religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente;
uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi,
con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede;
nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai
governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno, che gli rattenga
nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino
coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli
oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per
opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.
Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo,
che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e
s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in
mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate
cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo
il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi
argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella
nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e
sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi,
erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari
tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e
morte. Preso per testo l'antico adagio, _patientia laesa fit furor_:
«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di
qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei
Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli
Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi,
e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi
siano, non siano cacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio,
che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non
son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano
questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il
vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio
imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano
gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere
ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice,
come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i
cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli
stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi
accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e
l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni
in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti
sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che
siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi?
Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi,
ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia
fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie
di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si
sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per
tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo
e di Crema fatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non
avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da
quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di
quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un
Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano?
Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato
da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia
tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno
il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a
liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di
tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i
popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non
ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per
prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani
vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a
contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo
d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in
segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio
questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati
valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne
poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai
barbari. Sono bruttati i tempii, sono spogliate le case, è ogni opera
dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche
sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i
Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i
testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè
il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti
ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in
prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque
portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato
frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei
bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è
perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi?
Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da
parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e
maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne,
scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad
insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna,
se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono
le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle
battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima
ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno
del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le
armi? E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare
Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a
tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle
Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è
Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta
indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana
dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento
alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano
una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa
Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta:
perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi
contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i
Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia?
Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti
Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa
terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i
dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti,
che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi
Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova
occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore
libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla
rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Ma io vi
veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che
sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il
sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue
s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo,
voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la
libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le
mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e
l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la
tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate,
l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate
battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita
impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che
l'armi non siano impugnate indarno».
Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già
tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi
gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro
furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva
in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele
risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come
da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni
contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un
antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna
nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il
quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze
estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli
altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a
tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse
turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco
la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno
armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto.
Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico
Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il
divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla
quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza
propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del
Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e
vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in
Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i
Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè
verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera
Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica
dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui
sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una
sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni
Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere
al comandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o
fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo
fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il
torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da
tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser
padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti
all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad
uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per
istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole
e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni,
nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione
degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra;
imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al
nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il
legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con
arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo
più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di
un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque
Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che
anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore
dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo
uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con
pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldo i
gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani,
acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione,
che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il
ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che
carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi,
risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si
soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si
avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione.
Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè
quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a
raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava
Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la
porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde
presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo
toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori
a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello
Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle
udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai
castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della
porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale
Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte
Giusti, ed un Merighi, personaggio molto amato dai San Zenati.
Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila
soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina,
aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve
campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava
Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo
Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente;
che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i
Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il
lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi
erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli
allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo
essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai
ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione
dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò,
che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale
Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere
contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per
questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il
loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai
risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran
sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e
saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che
assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di
San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza.
Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e
dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina
dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le
turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della
Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi
corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del
Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale
accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo
esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta
delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce
Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico.
Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora
combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni
modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le
armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi
e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello,
come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari,
Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i
due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si
rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo,
che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e
dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo.
E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona
quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si
deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati
municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei
provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento
dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele
al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma
udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della
repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno
più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la
repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici
secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata
alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo
arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del
generale Buonaparte.
Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba
raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che
pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro,
cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di
Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati,
gli davano loro in mano, perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio.
Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai
percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva
scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva
attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di
predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo.
Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza.
Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con
la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte
Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte
piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi
Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa
dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica
costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj,
Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della
Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei
vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le
cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla
tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le
armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai
soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose
gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto
sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor
prezzo; ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto
alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava
alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei
rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il
monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non
si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato
per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse
Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai
soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i
cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa;
ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati
in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che
del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli
erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor
essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di
esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata
mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei
poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori
avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di
Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili,
e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza)
essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti
all'indugio dello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu,
quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi
sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare
il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che
se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso
cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le
campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le
rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità
avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare
disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che
ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di
piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia,
l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli
arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi
state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le
ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il
terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni
ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto
colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare
il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau,
odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue
Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione;
se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui
toccare il consolare i Veneziani, a lui toccar fare, ch'essi
dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi
compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte,
moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate,
sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi
alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi.
Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo
Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano
una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor
potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora
l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti
di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma
perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui
quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento,
era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che
con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un
grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue
Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo,
che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al
ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i
colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano
i Francesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non
voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre
inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi
venite a trovarmi».
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre
inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole
delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il
processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i
carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di
Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne
i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come
agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo
Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono
in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia
amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei
inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il
riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai
confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli
eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato,
come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue
fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a
somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere
dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser
probabile, affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi,
consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante
città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva
obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la
pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano
nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni:
da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false,
come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi,
l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover
querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che
s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta
pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri,
e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il
senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei
fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar
la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a
disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni
sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Non valsero le escusazioni, e le profferte a vincere la durezza del
generalissimo. Rispose, che voleva, che tutti i carcerati si
liberassero, anche quei di Verona perchè erano addetti a Francia, che
non voleva più piombi, ed andrebbe egli a rompergli; che non voleva più
inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser
libere; che i Francesi erano stati assassinati in Venezia, e nella
terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i
soldati gridavano vendetta, e ch'ei la voleva fare; che bene aveva il
senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il
senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille, e non doveva
più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia, nè progetti; che
voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in
Dalmazia; che insomma, se il senato non puniva i rei, non cacciava il
ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigioni,
non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egl'intimerebbe la guerra a
Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare
nell'autorità suprema; che il governo Veneziano era vecchio, e doveva
cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato Veneto; se non avevano
altro a dire, se n'andassero.
Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le
novelle del fatto del Lido, e con accomodate parole il rappresentarono a
Buonaparte. Rispondeva, che non gli voleva vedere, che non gli voleva
udire, bruttati com'erano di sangue Francese, se prima non gli davano in
mano l'ammiraglio, il comandante del Lido, e gl'inquisitori di stato.
Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne
un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla
terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.
Adunque l'antico insidiatore della Veneziana repubblica dichiarava, il
dì secondo di maggio, la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo
Veneto usato l'occasione della settimana santa, mentre l'esercito
Francese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi, e
col fine di tagliargli le strade, quarantamila Schiavoni; mandar Venezia
armi, e commissari straordinari in terraferma, arrestare gli amici di
Francia, fomentare i nemici; risuonare le piazze, i caffè, ogni luogo
pubblico di male parole, e di mali fatti contro i Francesi; chiamarvisi
giacobini, regicidi, atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza, e
Verona di armarsi a stormo per rinnovare i vespri Siciliani: gridare gli
ufficiali Veneti, che si apparteneva al Lione Veneto di verificare il
proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Francesi; predicare i preti
dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi i
Francesi in Padova, assassinarsi in Castiglione dei Mori, assassinarsi
sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire
i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia, suonarsi
campana a martello a Verona, trucidarvisi i convalescenti; assaltare i
Veronesi con l'armi in mano i presidj Francesi ritirati ai castelli;
ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave Veneta contro la
fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva Austriaca; fumare
il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier. Per tutte queste cose
voleva, ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che
gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma;
che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe Veneziane, ed
atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.
A tutte queste querele chi dritto mirava, ed amava la giustizia,
rispondeva pei Veneziani, che, eccettuati gli assassinj non mai
escusabili, opera dei particolari, non del governo, e frutto in gran
parte delle insolenze soldatesche, essendo la vendetta passione innata
all'uomo, Venezia, tacendo anche le ribellioni suscitate a posta nella
terraferma, era autorizzata a far peggio dal dritto delle genti a
cagione dei patti di Leoben, venditori della repubblica. Aggiungevano,
che solo era da biasimarsi del non aver dichiarato, e fatto la guerra
con tutte le sue forze alla Francia, guerra della quale aveva tante, e
sì giuste cagioni. Gli autori, cui muove piuttosto la parzialità che la
giustizia, scrivono, che Venezia fu traditrice; certo ella fu, ma di se
stessa, non d'altrui.
La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte, non pareva a lui poter
bastare per arrivare al suo fine del cambiar la forma del governo
Veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i
legati Veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a
questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers, che si
accostasse coi soldati alle rive dell'estuario, e d'ogni intorno
tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della
repubblica: a questo fine ancora Villetard, e gli altri repubblicani
rimasti in Venezia, menavano un romore incredibile contro
l'aristocrazìa, come se ella fosse la maggior peste che sia al mondo,
esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo
sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo alla democrazìa: a questo
fine altresì dai medesimi continuamente si animavano, e si concitavano
contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino confortati
dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più
apertamente insidiavano, e minacciavano lo stato: al medesimo intento
finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure
occulte, di armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i
malvagi trionfavano; dei buoni, i più si ristavano per timor
dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento, che si vedeva in
aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.
Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel
senato, in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era o per
prudenza, o per consuetudine, o per ostinazione risoluto a voler
perseverare nelle massime dell'antico stato; già aveva ordinato, che
diligentemente, e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i
novatori, che ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli
antichi ordini della constituzione al consiglio grande, in cui si era
investita la sovranità, e dal quale solo simili alterazioni dipendevano,
non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro, che
indirizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar
modo per evitare l'autorità del senato, allegando, che ad accidenti
straordinari abbisognavano rimedj straordinari. I savi attuali, dei
quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in
modo che si facesse un'adunanza illegale, e contraria agli ordini della
repubblica nelle stanze private del doge, la sera dei trenta aprile.
Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle
quarantie, i savi attuali, i savi di terraferma, i savi usciti, ed i tre
capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in quest'adunanza di ciò, che
si convenisse fare in sì luttuosa occorrenza per la salute della
repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera,
che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.
Il doge venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi
termini: «La gravità, e l'angustia delle presenti circostanze chiama
tutte elle a proponer el miglior mezzo possibile per presentar al
supremo maggior conseio el stato, nel qual se trovemo per le notizie,
che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima
peraltro, ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de
raccoglier brevemente quel che xe per esponerghe el cavalier Dolfin».
Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava, che fosse molto a
proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli
aveva amicizia, ed era, secondo che egli opinava, molto innanzi
nell'animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta
dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica, e gloriosa
repubblica; poichè era parere di uno dei principali statuali, già
ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso
momento dall'intercessione di un pubblicano.
Non erano ancora gli animi dei circostanti tanto abietti, che non
deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi
pareri. Voleva Francesco Pesaro, generosamente opinando, che non si
alterasse a modo alcuno la constituzione, e si facessero le più efficaci
risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della
potenza Veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si
desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione
degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per
Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese dell'estuario, arrivar
novelle, che già i Francesi dalle rive dell'estuario tentavano di
avvicinarsi a Venezia. Parve, s'udisse il romor dei cannoni. Si
suscitava gran terrore fra gli adunati: il serenissimo principe, tutto
paventoso più volte su e giù per la camera passeggiando, lasciava
intendere queste parole: _sta notte no semo sicuri nè anche nel nostro
letto_. Per poco stava, che per suggerimento di Pietro Donato, e di
Antonio Ruzzini, non si cedesse, e non si trattasse della dedizione;
cosa, che farebbe credere, che i Veneziani fossero divenuti meno che
uomini, se veramente in questo fatto solo operava la paura. Vinceva
peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè
opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli, e Niccolò Erizzo,
si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante,
operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito, che il
doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della
repubblica; proponesse la facoltà di alterar la constituzione, si
convocasse il maggior consiglio il dì seguente primo di maggio. Fatta
questa risoluzione, desiderio principale di Buonaparte, e mentre ella
tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator
Pesaro lagrimando disse in dialetto Veneziano queste memorande parole:
_vedo, che per la mia patria le xe finìa: mi non posso sicuramente
prestarghe verun ajuto: ogni paese per un galantuomo xe patria, nei
Svizzeri se pol facilmente occuparse_. Poi cesse da Venezia, sapendo,
che Buonaparte domandava la sua morte. Felice Francesco Pesaro, se, come
disse, così avesse fatto, e se trapassando ritirato e dolente la
restante sua vita nell'Elvetiche montagne, avesse lasciato al mondo
l'esempio di un amore di patria, scevro da ambizione, che se stesso,
Venezia, Italia avrebbe perpetuamente onorato!
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica Veneziana doveva
cadere da per se stessa nell'agguato, che le era teso. Era il palazzo
pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le
micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta
repubblica. Custodivano per antico rito gli arsenalotti le interiori
stanze del palazzo: i capi di strada pieni d'uomini in armi. Si
maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco;
la città tutta occupava un grandissimo terrore: quei luoghi medesimi,
che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di
sito erano stati sempre pieni di gente allegrissima per natura,
civilissima per costumi, ora risuonavano d'armi e d'armati, e quelle
armi, e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione
della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane (non senza lagrime io
queste cose racconto) e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava
con gravissime parole il doge la funesta condizione, a cui era ridotta
la repubblica, infelicissima, ma innocente; avere ella sempre, dappoichè
la rivoluzione Francese aveva spaventato il mondo, vissuto in uguali
termini d'amicizia con tutti; nè mai aver voluto pendere più da questa
parte, che da quella; ciò aver richiesto da lei l'antica sua
consuetudine; ciò gl'interessi suoi più preziosi, perchè se si fosse
fatta aderente ai principi confederati contro la Francia, le navi
Francesi avrebbero messo a ruba il commercio tanto florido dei
Veneziani, e se avesse prestato le orecchie alle proposte Francesi, la
potentissima casa d'Austria confinante con Venezia per terra e per mare,
da Crema fino all'Albanìa, avrebbe potuto occupar gli stati
dell'imprudente repubblica, sarebbesi in ambi i casi turbata quella
quiete, per cui tanto fiorivano l'agricoltura ed il commercio: essersi
avuto speranza, che le forze unite dell'Austria stessa, del re di
Sardegna, e degli ausiliari Napolitani impedissero la venuta dei
Francesi in Italia, e però non essersi seguitati gli esempi dei maggiori
dell'apprestar armi ed armati per allontanar dalle province Venete
perturbazioni, che non si mostravano probabili. A questa medesima
risoluzione aver dato forza lo stato dell'erario, ancor consunto dalla
guerra col Turco, dalle tre neutralità armate in Italia, dai contagi di
Dalmazia, dalle riparazioni dei fiumi, dalla spedizione contro Tunisi:
essersi creduto pericoloso l'impor nuove gravezze in un tempo
massimamente, in cui ognuno si faceva lecito di esaminare, e di
censurare ogni azione di chi comanda: da questi fondamenti essere
derivate le risoluzioni fatte, la blandizie usata, il riconoscimento
della repubblica Francese, l'avere accolto un suo ministro a Venezia, e
mandato un ministro Veneziano a Parigi, le provvisioni apprestate agli
eserciti d'ambe le parti; dai medesimi essere anche proceduta la
moderazione raccomandata ai sudditi, anche in mezzo a tante cagioni di
sdegno, quando già i Francesi, rotta ogni barriera, avevano inondato le
terre della repubblica: per questo avere mandato sovente al supremo
comandante dei Francesi ragguardevoli cittadini, acciocchè il tenessero
bene edificato, e difendessero la repubblica presso a lui contro le
accuse, e le minacce continue de' suoi soldati. Qui, alteratasi dal
dolore la voce del serenissimo principe, fu da lui continuato a dirsi,
essere oramai giunto il fatale momento, in cui la Francia, cacciati con
replicate vittorie gli Austriaci dall'Italia, e costrettigli alla pace,
chiusi i porti del Mediterraneo agl'Inglesi per mezzo della pace con
Napoli, trionfato sul Reno, avendo per alleate la Olanda e la Spagna,
poteva senza risguardo alcuno, e senza diversione usare tutte le sue
forze contro i Veneziani: debole, ed umile nazione essere i Veneziani a
paragone di tante altre nazioni vinte, e soggiogate dalla Francia:
quando bene il profondo segreto, in cui si tenevano i preliminari di
Leoben, non desse giusta cagione di sospettare di qualche grande
calamità contro gli stati della repubblica, non potere lei ingannar se
stessa a segno di sperare potersi difendere o contro assalti vivi, o
contro lungo assedio; già stringersi per mare Venezia, già legni armati
Francesi correre l'Adriatico; invano credersi, le difese apprestate
nell'estuario, avutosi anche riguardo al sito naturale di Venezia,
quando ogni sussidio, ogni soccorso da ogni parte mancasse, potessero
durar lungo tempo contro un nemico tanto audace e tanto fortunato; una
resa inevitabile dover concludere un assedio lungo, e misto di mali
estremi per un popolo avvezzo ad abbondar di tutto. Tale essere la
condizione della repubblica, combattuta da un amico divenuto nemico dopo
tanta ospitalità usata verso di lui, appetita da un amico, per cui si
erano sofferte tante disgrazie, insidiata forse da cittadini perversi,
per cui il sovvertire era uso, piacere, massima, e speranza; essersi
abbattuta in un secolo, in cui l'innocenza è derisa, la fede non
creduta, i diritti nulla, la forza tutto; solo le stragi e le vittorie
aversi in onore; la virtù non attendersi, se non per contaminarla. Che
potere Venezia, a cui solo erano scudo l'innocenza e la virtù? Cedessero
adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè
l'estremo dei tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero, che
meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero
tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si
conservasse la repubblica; che bisognava a guisa di provvidi marinari
far getto di una parte del carico per salvar la nave. Gli pregava
pertanto, e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto
avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e
tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto
aveva in se di dolce, d'augusto, e di reverendo un'antica congiunzione
d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello, che erano per
proporre alla sapienza loro i savi a fine di far abilità ai zelanti
legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose Francesi in
Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della
repubblica.
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore, e
pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro
Antonio Bembo, che fu poi uno dei municipali eletti da Villetard. Posto
il partito, e raccolti i voti, fu appruovato con cinquecento novantotto
favorevoli, e ventuno contrari. Lodava il doge la virtù del maggior
consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica,
a tener credenza del partito deliberato: poscia tra il dolore, la
mestizia, ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il
consiglio.
Il crudo capitano intanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte
furibondo dalle noriche Alpi, e la circuiva d'ogni intorno. Villetard,
ed i suoi aderenti l'insidiavano dentro. Piacemi in tanta depressione di
spiriti e viltà d'animi, il raccontare, la costanza mostrata in Treviso
in cospetto del generalissimo da Angelo Giustiniani, provveditore di
quella provincia. Sdegnato il generalissimo accusava i Veneziani di
perfidie, di tradimenti, di assassinj; minacciava sterminio, domandava
il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.
Rispondeva Giustiniani, le enormità d'oltremincio e di Verona essere
state provocate dalle insolenze de' suoi soldati, sempre essere stata
passiva Venezia, e con somma generosità, e con insopportabile dispendio
avere mantenuto per sì lungo tempo l'esercito di Francia; amico fedele,
non avere mai usato tante occasioni propizie per congiungersi con gli
eserciti dell'imperatore a danno dei Francesi; non che avesse concitato
i sudditi contro i soldati di Francia, avergli anzi sempre tenuti in
freno, anche quando la fortuna si mostrava favorevole alle armi
Tedesche; di ciò far fede la esperienza, di ciò gli ordini del senato
inculcatori sempre di pazienza, di moderazione, di assistenza verso le
genti Francesi; del fatto del Lido essere stata cagione la impertinenza
dell'armatore, rompitore superbo delle municipali leggi, la resistenza
medesima si sarebbe usata contro un armatore di qualunque altra nazione,
che a disprezzo tanto insolente della sovranità fosse trascorso.
A queste risposte Buonaparte, in atto di furioso Giustiniani guardando,
gl'intimava, se gli togliesse davanti, sgombrasse dalla terraferma; se
no, l'avrebbe fatto ammazzare.
Replicava Giustiniani, il senato avere commesso alla sua fede Treviso,
non potere, nè volere partir da Treviso, se non per ordine del senato;
che non lo spaventava il morire; che, poichè egli aveva sete di
Veneziano sangue, pigliassesi il suo, ed il restante risparmiasse. Tanta
fermezza faceva, secondo il solito, piegare Buonaparte. Entrava in
sull'accarezzarlo, dicendogli, che sapeva, ch'egli aveva governato con
integrità e dolcezza il Trivigiano: veniva finalmente sul promettergli,
che nella ordinata distruzione delle proprietà, e delle case dei nobili
Veneziani, le sue sarebbero preservate, offerta certamente vile in
un'occorrenza tanto miserabile della patria Veneziana, e degna di chi la
faceva. Non si rimaneva per questo il Veneziano, imputandosi ad ingiuria
la promessa mansuetudine. Generosamente pertanto al capitano di Francia
parlando, gli dichiarava, che, poichè egli trovava lui e la sua condotta
immune di colpa, confessasse ancora, essere innocente il senato, dai
comandamenti del quale, qual riverente figliuolo, riconosceva quanto
aveva fatto; ch'egli era stato amico dei Francesi, perchè il senato era;
che se loro fosse stato nemico il senato, anch'egli sarebbe stato;
conciossiachè egli era sempre stato, e sarebbe fedele esecutore dei
voleri della sua patria, per pruovare l'innocenza della quale con
documenti irrefragabili, gli si offeriva in ostaggio in qualunque luogo
gli piacesse mandarlo. Aggiungeva, che non sarebbe eroe Buonaparte, se
non l'accettasse. Quanto alla immunità offerta de' suoi beni: rifiutare
sdegnosamente l'infame dono, poichè, perduta la patria, tutto era
perduto per lui, ed eterno rossore avrebbe, se le proprietà sue fra le
ceneri fumanti de' suoi concittadini illese restassero. Quivi
scignendosi la spada, la metteva a' piè del conquistatore. Buonaparte
già fin d'allora uso ad avere intorno adulatori, nè sapendo che cosa
volesse dir Giustiniani con quel suo amor di giustizia e di patria, tra
attonito, beffardo e dispettoso, lo lasciava andare. Atto, e parlare
generoso fu questo di Angelo Giustiniani, e degno che trapassi alla
posterità mediante l'instrumento delle lettere. Pure il secolo vile
griderà Buonaparte grande, Giustiniani matto.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al
cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci
insidiose, non potersi resistere, dovere lo stato accomodarsi al secolo
con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere
ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune
inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere;
non patriziato, non aristocrazia; la ragione avere a governar gli stati;
i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità;
nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non
di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani
comandanti a nissuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia:
detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i
molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano,
gl'inquisitori di stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni
Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e come trovo
scritto da alcuni, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori,
ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma
più celatamente, e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un
Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù,
finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per
dottrina, per eloquenza, e per un certo splendore d'animo e di corpo,
che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire,
donne amatrici di una politica libertà, che non intendevano; ma siccome
elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie
loro una immagine di libertà, piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro, che tenevano lo stato, alcuni per debolezza non
erano capaci di risoluzione generosa, ed obbedivano al tempo: tal era il
doge Manin, fievole per natura, perduto di consiglio. Altri per
ambizione, o per opinione secondavano il moto. Notavansi principalmente
fra costoro Pietro Donato, conferente eletto ad abboccarsi coi ministri
esteri dopo la partenza di Pesaro, e Francesco Battaglia, stato
provveditore in terraferma, e uno degli avogadori del comune. Quale pro
sperasse quest'ultimo poter derivare da coloro, che gli avevano usato
quel tratto del manifesto, io non lo so. Andavano con Donato e
Battaglia, Alessandro Marcello, Antonio Ruzzini, Zaccaria Vallaresso,
Alvise Pisani, Giacomo Grimani, Pietro Bembo, Daniel Dolfino, ed altri
fra i savi attuali ed usciti. Nè da loro dissentiva Tommaso Condulmer,
sopraintendente alle difese delle lagune, grande fondamento alle
macchinazioni loro, perchè aveva la forza in mano, e le chiavi di
Venezia. S'accostavano a tutti questi promotori di novità, parte
ingannati, parte ingannatori, non pochi altri che credevano, che una
mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da
quell'abisso in cui era precipitata; gente sincera e semplice, che non
aveva giudicato ciò che significassero gli avvenimenti dati da Vienna e
da Parigi per gli ambasciadori Grimani e Querini, le ribellioni di
terraferma, la necessità di compensar l'Austria, le fraudi non troppo
coperte di coloro che governavano lo stato in Francia, le armi in
Italia. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco
Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria
stessa, e che Battaglia per piacere a Buonaparte domandava il suo
sangue, contrastavano la maggior parte dei savj di terraferma. Fra di
loro più animosi si mostravano, e più vivi Giuseppe Priuli e Niccolò
Erizzo, i cui nomi saranno sempre cari a chi sono care la patria e la
indipendenza.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard,
segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal
generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a
starsene, come persona pubblica, a Venezia; ed anzi teneva alzato alla
sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile
della rotta irregolarità di quei tempi, e della debolezza del governo
Veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei
tempi, ma d'animo integerrimo, ed amico vero della libertà: i suoi
maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente, che da
perversità di cuore procedevano; perciocchè certo è, ch'ei si muoveva a
voler cambiare il governo Veneto, perchè credeva in ciò servire alla
libertà, in una forma collocandola, con la quale non poteva sussistere:
le geometrie politiche gli avevano stravolto l'intelletto; ma
certamente, s'egli avesse penetrato, o per meglio dire creduto o vero o
possibile il disegno di Buonaparte di cambiar Venezia per poterla dare
in preda all'imperatore, ne sarebbe stato abborrente, come abborrenti ne
sarebbero anche stati i novatori Italiani, che si adoperavano nel
procurar queste mutazioni.
Adunati, ed ordinati per tal modo tutti gli amminicoli di distruzione,
restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto
proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard,
Donato e Battaglia continuamente instavano presso il governo, acciocchè,
riformando gli ordini, e riducendogli alla forma democratica, pensasse
finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando, che il numero
degli scontenti, e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì
più, che già erano sedicimila, e che già si congiurava a rovina dello
stato. Di ciò d'ogni intorno apparire segni; già vedersi girare le nappe
tricolorite; già udirsi voci e nascoste, e palesi di libertà; già dal
vicino continente, da Padova massimamente, arrivare gli scritti
incitatori, ed annunziatori di sinistri eventi; cambiate già essere in
fondo da una fortuna insuperabile le parti estreme, e circonvicine della
Veneta repubblica; doversi ancora, gridavano, cambiare il cuore, ed agli
ordini nuovi delle parti estreme uniformarlo.
Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi
ammolliti da lunga pace, ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I
raggiratori, veduto il tempo propizio, e temendo che la riforma si
arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non
scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori
spaventi, ed in sul volere, che del tutto il patriziato si abolisse; tal
era la mossa data dal generalissimo. Di questo negozio arrivavano cenni
da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati Veneti, ai
quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi
novelle, la salute della repubblica consistere nell'abolizione del
patriziato, e nella creazione della democrazia pura. Di questo
scrivevano, come di volontà assoluta di Buonaparte, i Veneti legati; di
questo quell'Haller, che si era fatto da pubblicano uomo di stato.
Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio,
si dava voce, che seimila zecchini di beveraggio, senza dir per chi,
avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra
le minacce e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il
maggior consiglio ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero
consentire all'annullamento del patriziato, ed alla creazione della
democrazia. Fu anche fatto abilità al Savio cassiere di rimettere
all'ebreo Vivante, perchè gli trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini
in tante paste d'oro e d'argento, che ancora si ritrovavano nella zecca.
Se tutte queste insidie, e rapine fatte a Venezia nell'ultima fine della
sua vita da uomini fraudolenti ed avari, non muovono a sdegno ed a
compassione, bisognerà confessare, che la natura nostra sia del tutto
diversa da quella, di cui si vanta.
Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgeva Buonaparte. Non si soddisfaceva
del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento
totale della forma del governo: desiderava, che il maggior consiglio di
per se stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziato, e
creasse la democrazìa. Gli pareva questa mutazione più solenne, e più
sicura. Desiderava al tempo stesso di occupare co' suoi soldati Venezia,
e far apparire, che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto
importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non
violentemente prodotta da fuori. In questo si proponeva anche altri fini
di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed
intatto l'arsenale, e tutto, che fosse del pubblico, il poter volgere
tutte le forze del territorio Veneto contro l'imperatore, se la pace non
si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in
condizione ostile; finalmente il poter trafficare della città stessa con
l'Austria, dandogliela in vece di Mantova e di Magonza, che ad ogni modo
la Francia voleva conservare in sua possessione. Per la qual cosa,
mentre Villetard, e chi operava con lui tendevano insidie al governo in
Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i
conviti e le feste, un trattato coi legati della repubblica in Milano.
All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del
governo, ed all'introduzione di un presidio Francese indirizzavano
Villetard, ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per
questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con
disarmare i legni, e con allontanare gli Schiavoni, che vi alloggiavano
in numero circa di dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico
di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva, che i
congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano
più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone a posta
si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro far un
moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer,
affermando, non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad
arrestar i Francesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar
Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fucina minacciare, già
Brondolo, e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo dei patrizi il terrore, parendo ai
congiurati, che fosse il momento propizio, si appresentavano, per
suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo
una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava
alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirgli Pietro Donato,
e Francesco Battaglia. Quest'era un concerto, perchè Donato, e Battaglia
avevano avuto colloquio con Villetard al tempo medesimo dei due
congiurati Spada e Zorzi, e sapevano quanto a narrare avessero.
Rapportavano, essere stati con Villetard, avere udito da lui, che niun
altro rimedio restava alla repubblica, che quello di cambiare
incontanente la forma del governo con l'abolizione del patriziato. Si
ordinava dal consesso, contrastanti però Erizzo e Priuli, e la maggior
parte dei Savi di terraferma, a Donato, ed a Battaglia, visitassero il
segretario di Francia, e intendessero da lui quello, che vero fosse dei
detti di Spada, e di Zorzi. Tornati, riferivano, Villetard, non per modo
di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute
della repubblica, come intenzione espressa di Buonaparte, che si
abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazìa, e
di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte
d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in
mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli
Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si
pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio
di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma, e
dell'isole Venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di
comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti
politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che
del passato nè quanto alle persone, nè quanto al governo non si
parlasse; si chiamassero i Francesi a presidiar la città con quattromila
soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chiozza, e
tutte le isole circonvicine, che fossero a grado del generalissimo; con
questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la
camera, ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del
municipio, Andrea Spada vice-presidente; Querini si richiamasse da
Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma
del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava,
Cispadana, Transpadana, e Genovese.
A questi capitoli aveva voluto aggiungere Villetard l'abolizione della
pena di morte; ma contrastato da Battaglia, se ne rimase. Altre
condizioni aveva anche proposto Villetard, come giovane, e molto vivo in
queste faccende, si aprissero i piombi a vista di popolo, l'albero di
libertà si piantasse in piazza San Marco, si ardessero ai suoi piedi le
insegne dell'antico governo. Ma Battaglia più prudente, e meglio
avveduto delle cose del mondo, considerato che l'importanza del fatto
consisteva nel ridurre il governo alla democrazìa, e nell'occupazione di
Venezia dai Francesi, e che le dimostrazioni proposte più futili che
utili, avrebbero potuto contrariare la deliberazione nel maggior
consiglio, lo dissuase.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge,
ed il segretario di Francia, restava, che il maggior consiglio gli
approvasse. Per questo Donato, e Battaglia avevano persuaso a Villetard,
il quale voleva, che senza soprastamento si mettesse mano all'opera,
aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche
necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione.
Incominciavano il maneggio con le solite promesse, e coi soliti
spaventi: fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller,
apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i dritti
ereditarj, che si creasse la democrazìa, che si fondasse il governo
rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo
per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia
(quest'era una macchina concertata) gli mostrava la lettera, la mattina
molto per tempo la recava alla signorìa. Il perchè la signorìa non abbia
fatto gettar in canale lo Spada, che contro le leggi della repubblica
andava, e veniva da un ministro estero, fu perchè la signorìa, e la
consulta straordinaria del doge era parte debole, parte ingannata, parte
d'accordo coi novatori. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli
assalti e forestieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se
ne stavano sulle navi, aspettando il vento prospero per alla volta di
Zara; le lagune disarmate da Condulmer. Così Venezia, che aveva
conquistato Costantinopoli, cacciato d'Italia un re di Francia, ed un
imperatore d'Alemagna, ridotta ora inerme, ed abbandonata, collocava la
sua fede, e la sua speranza in un nemico, che sotto spezie di amicizia
la tradiva.
Era il giorno dodici di maggio destinato da chi regge queste umane cose
alla distruzione della Veneziana repubblica. Era adunato il maggior
consiglio, gli arsenalotti, ma pochi li custodivano; le navi
difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al Lido; si
vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni, che s'imbarcavano; il
popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero quei sinistri
presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di
dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico
governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi
loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche
forme. La setta democratica trionfava.
Orava il doge pallido, e tremante sui pericoli presenti: parlava delle
congiure, dei desiderj di Buonaparte, dell'inutile resistenza e delle
promesse date, se si riformasse: proponeva infine il governo
rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi
improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa, e per forma
di saluto nell'atto del partire degli Schiavoni, che nel sottoposto
canale s'imbarcavano; rispondevano, ugualmente per festa, e per forma di
saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a san Zaccaria. Un subito
spavento prendeva gli adunati padri; credettero, che fossero i
congiurati intenti ad ammazzare il doge, e tutto il ceto patrizio,
siccome n'era corsa la fama per le congiure; si aggiravano per la sala
privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente, e con gran pressa,
_parte parte_, che in lingua Veneziana significava, _squittinisi,
squittinisi_. Posto il partito, si vinceva con cinquecento dodici voti
favorevoli, venti contrari, cinque non sinceri. A fine di preservare
incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite, e le sostanze degli
amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente
pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede, che fossero i giusti
riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello
stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse
guarentita, conforme ai partiti già presi il primo, e quarto giorno di
maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo,
purchè a questo fossero conformi i desiderj del generalissimo di
Francia; ed importando, che in nissun momento senza tutela la patria
comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo
modo i patrizi Veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono,
non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi
d'oscuro nome, ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi
perirono, ma per insidie; non per imprudenza animosa, ma per imprudenza
debole; non per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di un amico
disleale. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e
morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta, nè
ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo stato per virtù
soperchiata, perchè coraggio non mostrarono, e la cautela fu vizio.
Epperò, se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la
biasimarono per la debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente
esempio terribile fu, e di funestissimi presagi pieno, quel tradire gli
stati per prepararne la rapina. Il lagrimevole caso di Venezia turbò
tutto il gius pubblico d'Europa, e fu peggiore di quel di Polonia,
perchè in questo fu più violenza che fraude, in quello più fraude che
violenza. I popoli presteranno difficilmente fede ai principi, quando ei
dicono di essere i restitutori dei dritti, e degli stati legittimi, se
prima non restituiscono Venezia. Forse alcuno dirà, che conviene
all'Austria l'avere Venezia, ed al re dei Paesi Bassi l'avere il
Brabante Austriaco: a questo sto cheto. Quanto all'Italia, perì con
Venezia il principale fondamento della sua indipendenza, ed il più forte
propugnacolo contro la potenza Alemanna. Era Venezia contro l'Alemagna
quello, che era il re di Sardegna contro la Francia. Quella perì per
fraude, questo per forza: si perdè l'indipendenza, non s'acquistò la
libertà, l'Italia fu serva.
Poichè i patrizi ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità
propria, e di rimettere lo stato nelle mani di Buonaparte, tale un
timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini dei
loro forti antenati, e di quanto fu da essi fatto di grande, e di
glorioso sì in pace che in guerra, che non sapendo più nè dove
restassero, nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti, ad ogni
affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del
doge, che tutto smarrito aveva dato ordine, che di tutti i ducali segni
si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro,
lagrimando, e gridando, _non è più Venezia, non è più san Marco_,
facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che
ancora non ben sapevano, quale e quanta sciagura sovrastasse alla patria
loro. I novatori, che pensavano, essere avvenuto quello che aspettavano,
e tra questi un vecchio generale Salimbeni, soldato della repubblica,
trepidando dall'allegrezza gridavano: _viva la libertà_. Ma il popolo,
che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta
abbiezione dalla parte dei patrizi, saputo il fatto, si accendeva di una
furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran
tumultuazione, chiamando unitamente il nome di san Marco. Cresceva la
folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati.
Accorrevano le donne, i vecchi, ed i fanciulli, e con le voci davano gli
ultimi segni del loro amore verso l'antica, e veneranda patria.
Sventolavansi dalle finestre le bandiere di san Marco; tre si rizzavano
sulle antenne piantate in cospetto alla chiesa di san Marco.
Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando, e schiamazzando, e
dove passavano, mettevansi a grado a grado fuori delle finestre le
dilette bandiere. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui
generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore, o d'odio. Avvertito,
che in una delle contrade per alla piazza abitava un pizzicagnolo, che
aveva fatto certe dimostrazioni a favor di un uscito dai piombi, correva
alle sue case, ed in men che non si dice, sperdeva, o rompeva ogni
mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso, gliela
conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il
capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di
palesare i rei delle congiure. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il
nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la
casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada,
Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi dei ministri, anche a quello
di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse
trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna.
Là scriveva a quel governo, ch'egli medesimo aveva distrutto, che
frenasse quell'impeto; là scriveva, la sollevazione essere opera degli
agenti d'Inghilterra e di Russia, massimamente di Entraigues, quantunque
nè l'Inghilterra, nè la Russia, nè Entraigues non vi avessero a fare
cosa del mondo: la cagione era la distruzione del governo Veneziano
procurata da Villetard medesimo; e bastavano bene le ingiurie fatte ai
Veneziani, senza che vi fosse bisogno degli stimoli di Russia e
d'Inghilterra. Villetard e Donato, ai quali più di ogni altro importava
il calmar quel furore, facevano opera, che si adunassero alcune
compagnie di soldati Italiani, e presidiavanne il ponte di Rialto. Vi
conduceva Bernardino Reynier due cannoni, coi quali tratto, ed ucciso
tre o quattro popolani, poneva fine a quell'incomposto accidente.
Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e preparato e
mandato il navilio a Mestre la notte dal sedici al diciassette maggio,
levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattromila
soldati Francesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati
sulla piazza di san Marco: soldati ed armi forestiere non mai viste in
Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose, che
non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e
tanto si continuò l'inganno, che la ricca e potente Venezia fu data,
spogliata ed inerme, in preda all'imperator d'Alemagna. Da questo
imparino i popoli, che la giustizia non è più fra gli uomini, che gli
stati non si possono preservare che con le armi, e che il credere alle
lusingherie ed alle promesse dei forestieri è un volere ingannarsi da
se, per essere non solo preda, ma ancora scherno e segno di calunnie da
parte dei forestieri medesimi.
Avevano Buonaparte, ed i legati Veneziani, ai quali, come abbiam
narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste
novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta
nel giorno dodici dai patrizi, e della dissoluzione dell'antico governo
aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi
aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati, nè a
conclusione di trattato. Ciò non di meno le pratiche si continuarono,
dal canto dei Veneziani, perchè pareva loro, che una solenne
asseverazione di Buonaparte di voler confermare la repubblica non
potesse essere senza qualche effetto, dal canto del generale, perchè
paresse del tutto volontaria, anzi richiesta la occupazione di Venezia.
Adunque con questi due diversi fini si stipulava da ambe le parti il
giorno sedici maggio in Milano un trattato di pace e d'amicizia, tra la
repubblica Francese e la Veneziana; cessassero tra di loro tutte le
offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di
sovranità, ordinasse l'annullazione dell'aristocrazìa ereditaria,
riconoscesse la sovranità dello stato consistere nell'universalità dei
cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo
governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le
provvisioni a vita: la repubblica Francese concedesse, siccome ne era
stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi
conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e
le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del
governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia, tostochè il nuovo
governo dichiarasse no
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