Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

by Carlo Botta · Italian · Gutenberg #45902 · 509,568 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II

Author: Carlo Botta


        
Release date: June 6, 2014 [eBook #45902]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45902

Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
        Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
        file was produced from images generously made available
        by The Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA D'ITALIA DAL 1789 AL 1814, TOMO II ***

                           STORIA D'ITALIA

                          DAL 1789 AL 1814


                               SCRITTA
                           DA CARLO BOTTA

                               TOMO II



                              CAPOLAGO
                         _presso Mendrisio_
                        Tipografia Elvetica

                            MDCCCXXXIII




STORIA D'ITALIA




LIBRO SETTIMO

SOMMARIO

      Pensieri di Buonaparte. Intenzioni del Direttorio circa le
      potenze d'Italia. Spoglio delle opere egregie delle belle
      arti: lusinghe ai dotti ed ai letterati. Tregua col duca di
      Parma. Come trattato il duca di Modena. Accidenti del
      Milanese; imposizioni e rapine; mala contentezza dei popoli.
      Moto pericoloso nel Pavese, massimamente a Binasco ed a Pavia.
      Sacco di questa città accaduto ai venticinque e ventisei di
      maggio del 1796. Buonaparte si volta contro Beaulieu, e dopo
      nuove battaglie, lo sforza a ritirarsi in Tirolo. Niccolò
      Foscarini nominato dai Veneziani provveditor generale in terra
      ferma. Sue paure. Minacce, che gli fa Buonaparte. Quel che
      restava a farsi dai Veneziani in sì pericoloso ed importante
      caso. Debolezza di Foscarini. Buonaparte in Verona. Minacce
      contro Verona per aver dato ricovero al conte di Lilla. Il
      castello di Milano si arrende alle armi Francesi. Rivoluzione
      di Bologna. Giuramento prestato dai Bolognesi in presenza di
      Buonaparte. Moto di Lugo, e suoi accidenti. Spavento in Roma.
      Tregua fra Buonaparte e il papa. Esortazioni del pontefice ai
      suoi sudditi ed ai Francesi. Sforzi e solenni protestazioni
      del re di Napoli. Tregua fra il re e Buonaparte. Occupazione
      di Livorno. Ree intenzioni di Buonaparte rispetto al gran duca
      di Toscana. Nuovo moto dell'Austria a ricuperazione delle sue
      possessioni d'Italia: vi manda il maresciallo Wurmser con un
      esercito assai grosso. Il maresciallo rompe le prime schiere
      di Buonaparte, fa risolvere l'assedio di Mantova, entra in
      questa piazza, e la rinfresca d'armi, di soldati e di
      vettovaglie. Buonaparte raduna i suoi troppo sparsi.
      Moltiplici battaglie fra i due valorosi emoli. Battaglia di
      Castiglione combattuta il dì cinque agosto. Wurmser si ritira
      ai passi del Tirolo; i Francesi lo seguitano. Battaglia di
      Roveredo succeduta ai quattro settembre. I Tedeschi si
      ritirano ai più alti passi. Disegni di Buonaparte sopra la
      Germania; Wurmser gli storna, calandosi di nuovo in Italia per
      la valle della Brenta. Buonaparte lo seguita. Battaglia di
      Primolano e di Bassano. Il maresciallo valorosamente
      combattendo arriva finalmente in Mantova, che è di nuovo cinta
      d'assedio dai Francesi. Descrizione di Mantova. La Corsica si
      aliena dall'obbedienza degl'Inglesi, e torna sotto quella di
      Francia.


Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede
nella città capitale degli stati Austriaci in Italia, si apparecchiava
Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il
Mincio, e cacciando le genti Tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare
all'imperatore, che non mandasse nuovi ajuti per ricuperare le Province
perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperto la occasione al governo
di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso le
potenze Italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e
nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darle in
preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio gli si convenisse,
o al re di Sardegna, e all'imperatore, si taglieggiassero i principi
d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre
ricchezze, che possibil fosse, si ricavasse. Nè in questo mostrava il
Direttorio maggior rispetto agli amici che al nemici. Nella quale
risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta, e l'amicizia
finta, e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto, che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito
Alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i
soldati, e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare, o
restituire. «Usate, scriveva il Direttorio a Buonaparte, la occasione
del primo terrore concetto dalle nostre armi, ed aggravate la mano sui
popoli Lombardi per cavarne denaro. I canali e le altre opere pubbliche
di quel paese siano anch'esse un po' tocche dalla guerra; ma si usi
prudenza».

Nè qui finivano le parole crude rispetto alla miseranda Italia: «Ite,
scrivevano, e correte contro il gran duca di Toscana, che è servo
degl'Inglesi in Livorno; ite, ed occupate Livorno; non aspettate che vi
consenta il gran duca; il sappia quando voi già sarete padrone di quel
porto; confiscatevi le navi e le proprietà Inglesi, Napolitane,
Portoghesi, e di altri stati nemici della repubblica; sequestrate le
proprietà dei sudditi loro; se il gran duca si opponesse, sarebbe
perfidia, e sì allora trattate la Toscana come se fosse alleata
dell'Inghilterra e dell'Austria; comandate a quel principe, che ordini
incontanente, che quanto ai nemici nostri si appartiene, sia in poter
nostro posto, e risponda egli del sequestro: pascete le genti della
repubblica in Toscana, e date in contraccambio polizze del ricevuto da
scontarsi alla pace generale. Fate poi le viste di voltarvi verso Roma e
Napoli per metter timore nel pontefice e nel re; assicurate Livorno con
un forte presidio, e fate che sia scala a muovere la Corsica per ritorla
al giogo della superba casa di Brunsvick-Luneburgo, e ridurla di nuovo
sotto il dominio della repubblica».

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè
se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra, o d'Inglesi e di altri
nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana,
che la Francia stessa aveva e riconosciuta, ed accordata col gran duca.
Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei
repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la
sincerità, e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati
d'Italia, e riconosciuta la repubblica, e fatta la pace con lei, e dato
lo scambio per instanza del Direttorio al suo ministro conte Carletti
per avere lui mostrato desiderio di visitare la reale figliuola di Luigi
decimosesto testè uscita dal carcere del Tempio per esser condotta in
Alemagna. Mandò il gran duca, in vece di Carletti, il principe don Neri
Corsini, giovane ingegnoso, di buona natura, e di non mediocre
aspettazione. Nè valsero a frastornare dalla felice Toscana la cupidigia
dei repubblicani le dolci parole usate dal Corsini medesimo, quando fece
il suo ingresso al direttorio, nè le parole magnifiche che gli furono
date in risposta dal presidente. Nè io voglio dare a chi mi leggerà il
fastidio, questi discorsi raccontando, di udire parole di adulazione
inutili da una parte, e promesse d'amicizia infedeli dall'altra.

Era Genova stata straziata dalle armi Francesi e dalle armi Tedesche, e
poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata
da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali, che
dove mancavano le cagioni, s'inventavano i pretesti, ed il fine era non
di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in
preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova,
s'incominciò ad insorgere contro il governo Genovese, con dire che le
turbazioni seguite contro i Francesi nei feudi imperiali confinanti con
lo stato Genovese, e le uccisioni, che pur troppo sui confini dei
territorj Piemontese e Genovese accadevano di soldati Francesi, se non
erano opera espressa della signorìa, erano almeno troppo più
rimessamente che si convenisse, da lei udite e tollerate; che le armi e
gli stimoli alla sedizione nei feudi imperiali erano venuti da Genova, e
che da Novi venivano le armi e gl'incentivi per assassinare i Francesi
ai confini. Per la qual cosa scriveva con una insolenza incredibile
Buonaparte al senato ch'era Genova il luogo, donde partivano gli uomini
scelerati, che datisi alle strade intraprendevano i carriaggi, ed
assassinavano i soldati Francesi, che da Genova un Girola mandava ai
feudi imperiali ribellanti armi, e munizioni da guerra pubblicamente, ed
ogni giorno i capi degli assassini accoglieva, ancor bruttati di sangue
Francese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio
della repubblica; che pareva, che essa col tacere e col tollerare
appruovasse opere tanto scelerate; che il governator di Novi proteggeva
i commettitori di tanti atti barbari, perciò arderebbe i comuni dove
sarebbe ucciso un Francese; voleva che il governatore di Novi dal suo
impiego si cacciasse, Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte
in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati
trasgressori della neutralità, osserverebbe bene e puntualmente la
neutralità, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di
gente malandrina. Allo stesso modo al governatore di Novi, persona
moderata e dabbene, scrivendo, lo accusava di essersi fatto ricovero di
assassini, e superbamente gli comandava, che arrestasse gli abitatori
dei feudi imperiali che fossero nel suo territorio, e se nol facesse,
avrebbe a far con lui; poscia vieppiù soldatescamente infiammandosi,
ripeteva, arderebbe terre e case, dove gli assassini si ricoverassero.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè
l'attribuire a se medesimi opere tanto nefande non era nè verità, nè
dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era
pericolo. Certo è bene, che per quelle strade si commisero contro i
Francesi opere di molta barbarie, e certo è altresì, che Buonaparte
doveva con quei più efficaci mezzi che potesse, aver cura de' suoi
soldati, e porre la vita loro in salvo: ma che queste tanto terribili
dimostrazioni ei facesse contro i Genovesi, meno per amor di salute
verso i suoi soldati, che per occasione di muover querela contro di loro
a fine di denaro, e forse di distruzione, sarà manifesto a chiunque farà
considerazione, che questi omicidj ed assassinamenti, di cui con tanta
ragione si querelava, non già solamente sul territorio Genovese
accadevano, ma ancora, e molto più sul territorio Piemontese;
imperciocchè i villici di quei confini tra Novi ed Alessandria, gente
allora pur troppo solita al gettarsi alla strada, erano quelli
massimamente, che, stando agli agguati, uccidevano i Francesi isolati:
nel che intendevano bensì al rubare, ma molto più ancora al saziare nel
sangue Francese l'odio che contro quella nazione avevano concetto.
Eppure non fece il generale di Francia che un leggiere risentimento, e
nissuna minaccia contro il re di Sardegna. La verità era, che nè il
governo Piemontese, nè il Genovese erano rei di sì brutti eccessi, ma
bensì la sfrenatezza di costume, che porta con se la guerra tanto nei
vinti quanto nei vincitori, e l'odio di quei popoli contro il nome
Francese. L'insolenza poi di accusare tutto un governo, composto di
persone dabbene e temperato per tanti secoli, di prezzolare ed incitar i
ladri ed assassini, non poteva procedere se non da un uomo sfrenato.

A queste minacce soldatesche succedevano le prepotenze Parigine.
Comandava il direttorio a Buonaparte, s'impadronisse o di queto, se i
Genovesi consentissero, o per forza, se ricusassero, di Gavi a fine di
assicurare l'esercito alle spalle, e di conservarsi la strada della
Bocchetta aperta da Genova a Tortona: col medesimo pensiero già si era
impadronito della fortezza di Vado; il che quale rispetto sia per la
neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia più oltre procedendo,
voleva il direttorio, che come prima avesse l'esercito repubblicano
occupato il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti
bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia, mettesse in
preda. Nè contento a questo, non dimenticato il denaro, nè risguardo
alcuno avendo che il fatto della Modesta fosse accaduto non solamente
senza saputa, ma ancora con sorpresa del senato di Genova, nè che già
fosse stato composto in quattro milioni col governo di Francia, nè che
la fermezza del senato nel contrastare alla prepotenza Inglese per
serbar la neutralità fosse stata non solo vera, ma anche lodata dal
consesso nazionale di Parigi, nè che finalmente molte fossero le
molestie che per la serbata neutralità avevano ricevuto i Genovesi
dagl'Inglesi, e tuttavìa ricevevano dai Corsi, comandava a Buonaparte,
che domandasse vendetta, e milioni di contanti per la straziata Modesta,
ed operasse che coloro, che si erano mescolati in tale fatto, fossero
come traditori della patria dannati: oltre a ciò voleva e comandava, che
si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le
proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si
sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici
spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorj tutti i fuorusciti
Francesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si
dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace
generale.

Questi comandamenti, che un governo civile avrebbe avuto vergogna di
fare ad una potenza del tutto serva, si era risoluto il direttorio di
fare ad uno stato, di cui protestava voler riconoscere e rispettare
l'indipendenza e la neutralità.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano,
repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la
cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire, che volevano
che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore
di certi pretesti vecchi, che già sussistevano, poichè non era cambiata
la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso
del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il
primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorj
Veneziani. Poi prosperando vieppiù la fortuna delle armi repubblicane in
Italia, insorse il direttorio con volere che Verona desse grossa somma
di denaro in presto, a motivo che ella aveva accolto nelle sue mura
Luigi XVIII, convertendo per tal modo in colpa un ufficio di pietà.
Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed
imperiosamente comandava, che Venezia desse in presto dodici milioni, e
si voltasse in ricompensa questa detta alla repubblica Batava, che era
debitrice di questa somma, a norma dei freschi trattati, alla Francia;
il che era un farsi far presto per forza, e pagar a modo suo. Voleva
oltre a ciò, e comandava, che si consegnassero alla repubblica tutti i
fondi dei potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli
che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero
alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di
nemici che stanziassero nel porti Veneziani. Quest'erano le domande
fatte dal direttorio alla repubblica Veneta, delle quali direi, ch'io
non so s'egli desiderasse che fossero piuttosto negate che concedute, se
non sapessi che neanco il concederle sarebbe stato salute per Venezia.

Quanto al papa, se volesse trattar d'accordo, si esigesse da lui,
imponeva il direttorio, per primo patto, ordinasse subito preci
pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che
faceva il direttorio gran fondamento per l'autorità che aveva la sedia
apostolica sulla opinione dei popoli sì Francesi, che Italiani. Si venne
quinci in sul toccar il solito tasto del denaro, intimando desse
venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli,
che se pace volesse, badasse a cacciar da' suoi stati gl'Inglesi e gli
altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro
che nei Napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse l'entrarvi,
nemmeno con bandiera neutrale. Sapesse poi il re, che col mantenimento
dei patti ne andava la salute del regno.

Questi superbi comandamenti, che potevano bensì fare i potentati
Italiani amici in sembiante di Francia, ma non veri, perchè mescolavano
l'oltraggio alla forza, gli rendevano disprezzabili agli occhi del
mondo, e davano timore di danni ancor maggiori, quando, distrutta
intieramente la potenza dell'Austria, le armi repubblicane avessero
inondato tutta l'Italia.

Vengo ora ad alcuni potentati minori, che non avevano fatto guerra con
le armi alla Francia, perchè non ne avevano, e nemmeno avevano fatto
pace, perchè la Francia essendo lontana e l'Austria vicina, temevano di
ricevere o ingiuria o danno dai Tedeschi. Non ostante correndo la fama
che avessero ricchezze, coloro che reggevano le faccende della
repubblica sempre pronti ad abbracciare ogni apparente colore per
involare quel d'altrui, avevano a loro volto le proprie cupidità. In
conformità di questo voleva il repubblicano governo, che si scuotessero
bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del
secondo per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di
sangue. Quanto al duca di Modena, intenzione dei repubblicani era, che
si aggravasse la mano sopra di lui per fargli sborsar denaro in copia,
perchè aveva voce di averne, e perchè, avendo sposata l'unica sua
figliuola ad un principe Austriaco, si presumeva, o si supponeva, che
dipendesse molto dall'Austria. Lallemand, ministro di Francia a Venezia
(a questo era serbata dai cieli la sua canuta testa) esortava, che si
conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il Modenese
duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto ed era avaro; e più si
scuoterebbe, e più contanti darebbe. I frutti della lunga parsimonia di
un principe non solamente ordinato allo spendere, buono, e previdente,
ma ancora non nemico alla Francia nè per uso, nè per costume, nè per
massima, erano destinati a cadere in mano di gente capace a dissipargli
in poco d'ora.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia
dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal
sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci
parole di umanità e di libertà, che dai repubblicani di quei tempi si
andavano fino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione
di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo ai principi vinti,
dessero in poter dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero
condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti,
usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando, esser venuto
il tempo, in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia, e
servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu
questa dello avere spogliato l'Italia di tanti preziosi ornamenti; che
se il rapire l'oro, l'argento e le sostanze dei campi era uso di guerra,
non dirò comportabile, ma utile a nutrire i conquistatori, l'aggiungere
alla preda statue e quadri, non poteva essere se non atto di superbia
eccessiva, e disegno di vieppiù avvilire i vinti. Rispettarono i
Francesi ai tempi andati nelle guerre loro in Italia questi frutti
eccellenti dell'umano ingegno: Francesco primo re accarezzava con
munificenza veramente reale gli operai, non rapiva le opere. Gli
rispettarono nei tempi andati, e gli rispettarono nei moderni i
Tedeschi. I repubblicani che allora reggevano la Francia, e che non
avevano altro in bocca che parole di umanità, di civiltà, di rispetto
verso le proprietà, d'amicizia verso i popoli, fecero quello, che uomini
meno parlatori e meno ostentatori di dolci discorsi non avevano fatto.
Ma lo spoglio piaceva loro, ad alcuni per l'amore della gloria, ad altri
perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura
abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in
Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed
ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempj Italiani: con
questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le
opere preziose da rapirsi, i più dolci andavansi confortando con la
speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe
prodotto delle altre ugualmente preziose: i più severi poi, trasportando
nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano
predicando, che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che
pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse. Così questi
buoni utopisti condotti da una inremediabile illusione, in mezzo agli
ori e le gemme, di cui già risplendevano i capi repubblicani di Francia,
ed al gran lusso in cui vivevano, andavano continuamente sognando
Sparta, e conservandosi austeri ed inflessibili, facevano fede di quanto
possa in animi forti e buoni una fissazione, che abbia in se l'immagine
del bene.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buouaparte, che sapeva quel
che si faceva, voleva, che se le opere più insigni delle arti servivano
d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri gli
lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se
coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più
lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno
ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente, ed imponeva al suo
generale, che ricercasse, e con ogni modo di migliore dimostrazione
accarezzasse gli scienziati, ed i letterati d'Italia. Indicava
nominatamente l'astronomo Oriani, uomo certamente non degno per bontà e
per dottrina di essere accarezzato da un governo e da un capitano, che
spogliavano la sua patria. Recava il generale ad effetto l'intento del
direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala
alle future ambizioni. Degli accarezzati alcuni adulavano parlando,
altri sprezzavano tacendo, chi mostrò più forza fu l'eunuco Marchesi,
che non volle cantare.

Egli è tempo oramai di esporre come i raccontati comandamenti, che
finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto. Non così
tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una
trepidazione nella corte di Parma, tanto maggiore quanto il duca aveva
rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli
era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i
Francesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una
parte del ducato era venuta sotto la divozione dei repubblicani, ma
ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il
volessero, a venire in poter loro. Così il duca si trovava del tutto a
discrezione dei repubblicani, nè sapeva a quali patti questa gente
vittoriosa consentirebbe ad accettarlo in amicizia. Nè stava senza
timore, che per opera dei Gallizzanti seguisse qualche turbazione, non
già ch'essi fossero o numerosi o potenti, ma il terrore rappresentava
alle menti commosse questo pericolo più grave assai, che realmente non
era. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo
gli restava aperto, del tentare di assicurar gli stati con un accordo,
che quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe ciò non ostante
men grave, che la perdita di tutto il dominio. Tentò il ministro di
Spagna di mitigare l'animo del vincitore; ma egli, che era assai meno
sdegnato che avido, non voleva udire le proposte che gli si facevano, e
non ammetteva che il duca avesse avuto luogo nel trattato di Spagna.
Perciò domandava superbamente l'accordo, che ponesse fine alla guerra, e
con l'accordo denari, vettovaglie, e tavole dipinte di estremo valore.
Adunque come si suol fare nei casi estremi da coloro che non sono più
padroni di loro medesimi, fece il duca mandato amplissimo ai marchesi
Pallavicini e della Rosa di trattare, accettando tutte le domande,
quantunque immoderate, che si facessero dal vincitore.

In primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di
Spagna il dì nove maggio in Piacenza. Non aveva il duca nè fucili, nè
cannoni, nè altre armi, nè fortezze da dare, ma si obbligava a pagar in
pochi giorni sei milioni di lire Parmigiane, che sono a un di presso un
milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di
viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava oltre a ciò ad
allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso
dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più
preziosi, fra i quali il San Girolamo del Coreggio. Questi furono i
patti che per la intercessione di Spagna ottenne il duca di Parma, i
quali di quale natura siano, ognuno per se potrà giudicare. Nientedimeno
trovo scritto, che il cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma,
opinava che e' fossero molto moderati. Mandava intanto Buonaparte
Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde
le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca
da tanta necessità mandava le ducali argenterìe alla zecca, perchè vi si
coniassero, ed il vescovo le sue. Così usato ogni estremo rimedio, e
raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle
condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti Parmigiani e Piacentini,
ritiratisi in Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal
che riceveva grandissima molestia. Rappresentavansi spesso questi
fuorusciti al generalissimo nelle sue stanze di Milano, ed ei gli
accoglieva benignamente, e profferiva loro favori ed impieghi. Di questi
alcuni accettavano, ed adulavano; altri repubblicanamente rifiutavano,
affermando non volere altro che la libertà della patria loro: questi
Buonaparte aveva per pazzi.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di
Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte de' suoi tesori;
il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come
se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per
servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza, che disposto per
la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il
vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace
Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le
instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì
nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse,
oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di
altri due milioni: di più fra quarantott'ore rispondessero del sì, o del
no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale
governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi, e
dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri
dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a
contanti quanto abbisognasse loro passando per gli stati del duca.

A questo modo fu trattato il duca di Modena, che non aveva mai commesso
ostilità contro la Francia, sotto titolo ch'ei fosse feudatario
dell'impero d'Alemagna; qualità assai vana, che a niuna soggezione verso
il corpo germanico obbligandolo, il lasciava intieramente libero di
accostarsi a quale potenza più gli venisse a grado. Di questo non fu mai
imputato, e solo si mise in campo questo pretesto, quando giunse il
momento dello spoglio.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e
donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta
l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e
queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima
che partisse, con surrogar loro magistrati, e uomini o partigiani, o
dipendenti da Francia, e di procacciar denaro e fornimenti, che
l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual
cosa, in luogo della giunta di stato, creava la congregazione generale
di Lombardìa, ed al consiglio dei Decurioni surrogava un magistrato
municipale, in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di
grande stato. Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini,
Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato, ed a lui si
riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte
sulla conquistata Lombardìa una gravezza di venti milioni di franchi, e
faceva abilità ai commissarj, e capi di soldati di torre per forza i
generi necessari, con ciò però che dessero polizze del ricevuto
accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua
era, ch'ella cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati, e sul
corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa
dall'intenzione la esecuzione: ma i ricchi, sì perchè si sentivano
gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con
sinistre insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti, e
licenziavano i servitori, che, poco bene disposti in se per natura
vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel
popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle
il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente
abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni
dovessero continuar a pagare i salarj ai servitori. Ma fu il rimedio
insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo,
perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate
di generi di ogni spezie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai
generali, ai commissarj, ai comandanti, agli uffiziali talmente il
costringevano, che non era più padrone di se medesimo, stanziava una
imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari
quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi Milanesi. Non
parlo dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i
padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse
diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare,
consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè
a grandi e replicate vittorie era congiunta una opinione politica
ardentissima, e molto diversa da quella dei popoli, fra i quali egli
vivea. Dico questo generalmente, e massime dei primi, perchè degli
uffiziali subalterni, molti o per gentile educazione, o per bontà di
natura in tale guisa si portavano e dentro e fuori delle case del popolo
conquistato, che si conciliavano la benevolenza di ognuno, e si era, per
consuonanza, talmente addomesticata la natura di questi con quella dei
Milanesi, che aveva superato l'impressione prodotta dal terrore delle
armi, e dalle molestie di coloro, che in vece di servir di freno, come
era richiesto ai gradi loro, con l'esempio e coi comandamenti, servivano
di sprone alle male opere che si commettevano. Ma cagione gravissima di
esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi, che per uso
dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei
villarecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva
ed a chi non aveva, e così agli amici, come ai nemici del nome Francese.
Aggiungevansi le minacce e le insolenti parole, più potenti assai al far
infierire l'uomo, che i cattivi fatti. Le quali cose molto
imprudentemente si facevano: perchè oltre all'indegnazione dei popoli si
consumava malamente in pochi giorni quello, che avrebbe potuto bastare
per molti mesi, ed un paese fioritissimo inclinava rapidamente ad una
estrema squallidezza. Ciò rendeva i Francesi odiosi, ma più ancora
odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi, o per le opinioni
parteggiavano pei Francesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi,
anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti
ajutavano l'impresa di una gente, che venuta per forza nel loro paese,
aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Certamente gridavano, e
più assai che non sarebbe stato conveniente, i patriotti Italiani il
nome di libertà; ma vana cosa era sperare, che nell'animo dei popoli
consumati, ed offesi dall'insolenza militare prevalesse un nome astratto
sopra un male pur troppo reale: detestavano una libertà che si
appresentava loro mista d'improperj, e di ruberìe. Adunque lo sdegno era
grande, la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle
sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli. A questi
si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca, e gli
ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel
contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio
Francese in Italia; che quella terra era pur tomba ai Francesi, che
sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro
cacciate, o gli eccidj; nè permetterebbe Iddio, che gente nemica al nome
suo stanziasse lungamente in quell'Italia, sede propria del suo santo
vicario; già sventolar di nuovo le insegne d'Austria tra l'Adda ed il
Ticino, già calar grossi imperiali eserciti dalle Tirolesi rupi, e già
vacillare le armi in mano all'insolente Francese. Ora esser tempo di
armarsi, ora di sorgere a difensione di quanto ha l'uomo di più sacro,
di più caro e di più reverendo; gradire Iddio, e premiar coloro che
hanno la patria più che la vita a cuore: nè doversi dubitar dell'evento,
perchè già le repubblicane insegne fuggivano cacciate dalle imperiali
aquile. Cresceva il mal contento, se ne aspettavano effetti
funestissimi. Portò la fama in quei tempi, che principal autore di
queste insinuazioni fosse il conte di Gambarana, uomo attivo e molto
avverso ai Francesi. Andava egli seminando e le voci suddette, e di più,
che i Francesi volevano far per forza una leva di gioventù Lombarda per
mandarla, con le genti Francesi incorporandola, alla guerra contro
l'imperatore. Quando gli animi sono sollevati, è pronta la credenza ad
ogni cosa: e per quanto i magistrati eletti, e gli altri aderenti dei
Francesi si sforzassero di persuadere ai popoli il contrario, non
dimettevano punto la concetta opinione, anzi vieppiù vi si confermavano.
In mezzo a tutti questi mali umori successe in Milano un fatto veramente
enorme che gli fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.
Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano o
gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti, e
gioje di grandissimo valore. S'aggiungevano, come si usa, capi di minor
pregio, e fra tutti non pochi appartenevano, secondo l'uso d'Italia, a
doti di fanciulle povere, e nel monte dai parenti depositate si
serbavano al tempo dei maritaggi loro. Sacro era presso a tutti il nome
di monte di pietà, non solo perchè era segno di fede pubblica, che
sempre incontaminata si dee serbare, ma ancora perchè le cose
depositate, la maggior parte, appartenevano a persone o per condizione o
per accidente bisognose.

Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si
presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le
robe più preziose che si trovavano riposte nel monte, e le avviarono
alla volta di Genova, avvisando il direttorio, che là erano condotte
acciò ne disponesse a grado suo. Di ciò si sparse tosto la fama,
magnificandosi con dire, che non si fosse portato più rispetto alle
proprietà dei poveri, che a quelle dei ricchi; il che in parte era anche
vero. Le quali cose giunte all'insolenza militare, allo strazio che si
faceva delle campagne, alle improntitudini dei patriotti, dei quali chi
predicava una cosa che il popolo non intendeva, e chi dava materia a
credere con l'esempio che la libertà fosse il mal costume, partorirono
una indegnazione tale, che dall'un canto prestandosi fede a nuove
incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si
accese la volontà di far un moto contro i Francesi. Nè fu la città
stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè facendo i
repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà,
incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e
lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda
di cavalli, il quale frenando l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a
sbaraglio. Ma le cose non passarono sì di queto nei contorni di Milano,
massimamente verso Porta Ticinese; perchè viaggiando e Francesi e
patriotti Italiani, o soli o con poca compagnìa per quelle campagne, e
non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservargli, furono
da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano
uccisioni ancor maggiori, ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più
grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In
Binasco principalmente l'ardore contro i Francesi, e contro i giacobini,
come gli chiamavano, era giunto agli estremi: e credendo i Binaschesi,
con tutti coloro che dai vicini luoghi erano concorsi in quella terra
posta sulla strada maestra a mezzo cammino fra Milano e Pavia, che ogni
più crudele fatto fosse lecito contro chi spogliava i monti di pietà, e
secondo l'opinione loro conculcava la religione, ammazzavano quanti
Francesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo
l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Francesi,
furono barbaramente trucidati da quella gente, in cui più poteva un
intemperante furore, che un desiderio giusto di difendere la patria
contro i forestieri, e contro chi gli favoriva.

A questo moto dei Binaschesi, moltiplicando sempre più la fama dello
avvicinarsi dei Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero
le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della
provincia, essendo ciascuno armato di fucili vecchi, di pistole, di
sciabole, di scuri, di bastoni, o di qualunque altra arma che il caso,
od il furore avesse posto loro innanzi. Chi poi non accorreva per la
speranza dei soccorsi Tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il
facevano per la voce che si era levata fra la gente tumultuaria, che i
Francesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi
medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, che
dagli amatori del nome Francese si era fatto sulla piazza, con atterrare
anche nel fatto medesimo una statua equestre di bronzo, che si credeva
antica e di un imperator Romano, si erano sollevati la mattina dei
ventitre maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa
grandissima sulla piazza. Fra le grida, lo schiamazzo e le risa della
sfrenata moltitudine, i fanciulli intorno all'albero affollatisi,
facevano pruova d'atterrarlo. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le
turbe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a
martello, rispondevano con grandissimo terrore di tutti quelle della
campagna. Nascondevansi i patriotti nelle parti più segrete delle case,
perchè il popolo gli chiamava a morte: pure più temperato in fatti che
in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a
furia le porte, ed attendevano trepidamente a quello che in un caso
tanto pericoloso avesse a portar la fortuna per salute, o per
esterminio. I soldati di Francia segregati erano presi: i rimanenti, non
erano più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati
o malaticci, a grave stento si ricoveravano nel castello, dove per
mancanza di vitto era certamente impossibile che si potessero difendere
lungo tempo. Arrivavano in questo punto i contadini, e congiuntisi coi
cittadini aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che
temessero per se, perchè sapevano che il popolo infuriato dà ugualmente
contro gli amici e contro i nemici, e più volentieri contro chi ha
ricchezze che contro chi non ne ha, o che volessero ajutare quel moto,
mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in
quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi
trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con
giusta lance le cose, non vedendo comparire da parte alcuna soccorsi in
favore degli avversarj, davansi in preda all'allegrezza, e concependo
speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la
liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardìa, e di tutta
l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale Francese Haquin,
il quale non sapendo di quel moto, se ne viaggiava a sicurtà verso
l'alloggiamento principale di Buonaparte; nè così tosto ebbe posto il
piede dentro le mura, che minacciato nella persona, fu condotto per
forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati
Francesi, che disarmati ed incerti della vita o della morte se ne
stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto
dai municipali nella parte più rimota del palazzo, e facevano ogni
sforzo per sedare quel cieco impeto, che fremeva loro intorno. Ma ogni
parola era vana, perchè il furore aveva cacciato la ragione. Finalmente
il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e trovato Haquin lo
voleva ammazzare; ma i municipali, facendogli scudo dei corpi loro, il
preservavano. Nondimeno, ferito da bajonetta in mezzo alle spalle, il
traevano per le contrade fra una calca immensa, e chi si avventava, come
bestia feroce, contro di lui con orribili minacce, e chi con gli
archibusi inarcati il voleva uccidere. Pure prevalse contro tanta furia
la virtù dei municipali, che con memorabile esempio, e degno di essere
raccontato nelle storie come caso meritevole di grandissima
commendazione, amarono meglio esporsi al morir essi, che sofferire che
avanti al cospetto loro il generale Francese morisse. Mentre alcuni si
adoperavano per la salute di Haquin, altri s'ingegnavano di salvar la
vita dei Francesi presi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Così
non pochi Francesi, riscossi da un gravissimo pericolo, restarono
obbligati della vita alla umanità di magistrati Italiani, che privi di
armi altro mezzo non avevano per frenare un popolo fuor di se, che le
esortazioni, e l'autorità del nome loro. Bene fece poi Haquin ufficio di
gratitudine, a Buonaparte, che ritornata Pavia a sua divozione, gli
voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli, e
con le più instanti parole pregandolo, perdonasse a uomini già vecchi, a
uomini più abili a pregare il popolo concitato, che a concitar il
quieto, a uomini non usi a casi tanto strani, e che per una generosità
molto insigne, e con pericolo proprio, erano cagione ch'egli e più di
cencinquanta soldati Francesi superstiti pregare il potessero di dar la
vita a coloro, ai quali erano della vita obbligati. Gran conforto è
stato il nostro del poter raccontare l'atto pietoso di questo buono e
valoroso Francese in mezzo a tante ruine, a tante stragi, a tante
devastazioni, ed a tanti vicendevoli rimprocci, sempre condannabili,
perchè sempre esagerati, della perfidia Italiana, e della immanità
Francese.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia, non già perchè vi
si temessero dai più i Francesi, avendo la rabbia tolto il lume
dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano, che quella furia, per
trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della
misera città. I giorni spaventevoli, le notti più spaventevoli ancora,
ridotta quella sede nobilissima a dover perire o per furore degli amici,
o per vendetta dei nemici. Così passarono le due notti dei ventitre ai
venticinque: ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata
impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio
ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il
giorno venticinque maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di
cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più
spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si
avvicinasse dalle parti di Binasco. Spargevano, fossero i Tedeschi; ma i
più nol credevano, ed incominciavano a trepidar dell'avvenire. I Pavesi
soprattutto stavano molto atterriti, perchè all'estremo punto i villani
non conosciuti, e di domicilio incerto, se ne sarebbero fuggiti; ma la
città, bersaglio certo ad un nemico sdegnato, sarebbe stata sola
percossa da quel nembo terribile.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a
Lodi con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu,
quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia.
Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè
quest'incendj più presto si spandono che non si estinguono, tornossene
subitamente indietro, conducendo con se una squadra eletta di cavalli,
ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in Milano,
considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione
uguale alla rabbia, o forse volendo risparmiare il sangue, si deliberava
a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con
l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a
sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto applicando l'animo a far
sicuro con la forza quello, che le esortazioni non avrebbero per
avventura potuto operare, rannodava soldati, e gli teneva pronti a
marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i
Binaschesi, facilmente gli rompevano, facendone una grande uccisione.
Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco,
l'arsero tutto: il funesto incendio indicava al mondo, che strage chiama
strage, fuoco chiama fuoco, e che male con forche, e con bastoni, e da
gente tumultuaria si resiste a bajonette, a cannoni, a battaglioni
ordinati. Rimasero lungo tempo in essere le ruine affumicate e le ceneri
accumulate dell'infelice Binasco, terribili segni a chi stava ed a chi
passava.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e fattosi al balcone del
municipale palazzo orava instantemente alle genti, che si erano
affollate per ascoltarla. Rappresentava la disfatta intiera dei
Tedeschi, la vittoria piena dei Francesi, la soggezione universale,
l'incendio di Binasco, le repubblicane schiere avvicinantisi pregne di
vendetta, Buonaparte già vicino, vincitore di tanti eserciti, e solito
piuttosto a compatire a chi s'arrende, che a perdonare a chi resiste.
Pensassero a Dio, che condanna ogni eccesso; pensassero alle mogli ed ai
figliuoli loro oramai vicini a divenir orfani dei mariti e dei padri
condotti al precipizio da un insensato furore; avessero risguardo a
quell'antichissima città, sedia di tanti artifizj preziosi, di tanti
palazzi magnifici, la quale nè munita, nè difesa da esercito guerriero,
sarebbe tosto preda di gente forestiera chiamata a vendetta da un
capitano invitto: già fumare Binasco, presto aver a fumare anche Pavia,
se più prestassero fede ad una illusione manifesta, che alle parole vere
di chi per costume, per grado e per età aveva l'ingannare più in odio,
che la morte.

Così parlava l'arcivescovo desiderosissimo di salvar la città; ma più
poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno, che le persuasive parole.
Gridarono, non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai
Francesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie
offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più
speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe,
accortesi oggimai che lo sperare nei Tedeschi era vano, e che i Francesi
già stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono
tutto all'intorno le mura di armi e di armati. Ma ecco arrivare a
precipizio il vincitor Buonaparte, ed atterrare a suon di cannoni le mal
sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra
breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano
frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si
davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna: si
nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il
vincitor disponesse: aspettava Pavia l'ultimo eccidio.

Entrava la cavallerìa della repubblica, correva precipitosamente,
trucidava quanti incontrava: cento sollevati in questo primo
abbattimento perirono. Entrava per la Milanese porta Buonaparte, e
postovisi accanto con le artiglierìe volte contro la contrada
principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei
cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestìo dei
cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei
soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo
spaventevole e miserando. Ma se periva chi andava per le vie, non era
salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco, dava
Pavia in preda ai soldati. Come prima si sparse fra i miseri cittadini
il grido del dover andare a sacco, vi sorse tale un pianto, tale un
terrore, tale una miseria, che avrebbe dovuto aver forza di piegare a
pietà ogni cuor più duro. Ma le soldatesche, avventate di natura ed
irritate alla morte dei compagni non si ristavano, e vi commisero opere
non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo
le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed
intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati
saccheggiatori. Le stanze poco innanzi seggio sì gradito di domestica
felicità, divenivano campo di dolore e di terrore. I padri e le madri
vedevano in cospetto loro contaminate quelle vite, che con tanta cura
nodrite avevano illibate e caste; ed il minor dolore che si avessero
erano le perdute sostanze. Funesti vestigj si stampavano nei penetrali
più santi, della forestiera rabbia. Quanti nobili palazzi desolati!
quanti ricchi arredi spersi! quanti utili arnesi fracassati! ma più
periva il povero che il ricco; perciocchè perdeva questi il mobile,
piccola parte del suo avere, perdeva quello l'uniche sostanze che si
avesse. Quest'erano le primizie della libertà. Al che se per Buonaparte
si rispondesse, che il sangue de' suoi soldati trucidati, e la sicurtà
del suo esercito queste esorbitanze necessitavano, nissuno sarà per
negare ciò esser vero; ma ognuno aggiungerà dall'altro lato, che non era
stato punto necessario che si espilasse il monte di pietà, nè che
s'insultassero le persone, nè che si rubassero le campagne. Perlochè
ragion vuole, che questi atti barbari siano dagli uomini imputati alla
vera origine loro, siccome le imputa certamente il sommo Iddio, giusto
estimatore delle opere dei mortali.

Scese intanto la notte del venticinque maggio, e coperse i fatti
abbominevoli da una parte, il dolore e la disperazione dall'altra.
L'oscurità accresceva il terrore; le miserabili grida che uscivano da
luoghi reconditi e bui, facevano segno che vi si venisse ad ogni
estremo, di cui più la umanità ha ribrezzo, e terrore. Così fra mezzo ad
un confuso tramestio di voci disperate, alle minacce di chi, avuto già
molto, voleva ancora aver di vantaggio, all'andar e venire di soldati
correnti con preda, od a preda, ai lumi incerti, che di quando in quando
splendevano funestamente fra le tenebre, si trapassava quella notte
orribile. Nè pose l'alba del seguente giorno fine al pianto ed alle
ingiurie. Solo la cupidigia del rapire, che non mai si sazia, continuava
più intensa della cupidigia del contaminare, che si sazia, e se il sacco
era tuttavìa avaro, non era più lascivo. Ma la luce rendeva più
miserabile agli occhi dei risguardanti il guasto che era seguìto la
notte; potevano i padroni giudicare di vista quale e quanta fosse stata
la ruina loro. Piangevano: la soldatesca intanto od adunatasi nelle
vuotate case, od assembratasi nelle riempiute piazze con esultazioni
romorose, e con risa smoderate, e col bere, e col tracannare, e col
raccontare, e col vantare come suole, con soldatesco piglio quello che
aveva fatto, e quello che non aveva fatto, mandava fuori l'allegrezza
concetta per una immensa ingiuria vendicatrice di una immensa ingiuria.
Tal era l'universale dei soldati: ma noi non vogliamo che lo sdegno, e
la compassione da noi sentita per opere tanto enormi, ci faccia
dimenticare i pietosi uffici fatti da molti soldati Francesi in mezzo a
confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che abborrendo
dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro
saccheggiare; altri più oltre procedendo, fecero scudo delle persone
loro ai miserandi uomini, ed alle miserande donne, chiamate a preda od a
vituperio dai compagni loro. Sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli
altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scelerata; ed io ho
udito raccontare, non senza lagrime di tenerezza, a fanciulle
castissime, come della illibatezza loro in sì estrema sventura state
fossero a Francesi soldati obbligate. Alcuni così operarono per buona
natura, altri tirati da compassione; poichè entrati nelle desolate case
con animo di far sacco, visto lo spavento ed il dolore degli abitatori,
si ristavano, e da infuriati nemici ad un tratto diventavano generosi
guardiani e difenditori. Nè mancarono di quelli, i quali vedendo le
donne svenute alle immagini atroci che agli occhi loro si
appresentavano, posto in obblìo il primo intento di far preda, intorno
ad esse si affaticavano per farle risensare, e riconfortarle, potendo in
loro più la compassione che l'avarizia. Altri finalmente furono visti, i
quali trasportati dall'impeto comune, e già poste a ruba le magioni
altrui se ne venivano carichi di bottino, tornarsene subitamente
indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili, solo perchè
soccorreva loro in mente la miseria di coloro ai quali rapite le
avevano. Così, se in mezzo a tanta concitazione alcuni Francesi di
perduta natura non si rimasero nè alle preghiere nè alle grida
compassionevoli dei saccheggiati, si scoverse in altri od una bontà
intemerata, od una compassione più forte dell'ira e della cupidigia: nel
che tanto maggior lode loro si debbe, che ebbero a superar l'esempio. Nè
si dee passar sotto silenzio, che se si fece ingiuria alle robe ed alla
continenza, non si pose però mano nel sangue. Il che non oserò già dire
che mi rechi maraviglia; ma bene dirò, che mi par degno di grandissima
commendazione, perchè il soldato poteva uccidere non solo impunemente,
ma ancora utilmente. Parte anche essenziale di questo fatto fu
l'immunità data alle case dell'università, le quali furono da quel
turbine preservate, quantunque in se avessero, massimamente il museo di
storia naturale, molti capi di pregio, anche per soldati. Questo benigno
risguardo si ebbe per comandamento dei capi; e certamente le generazioni
debbono con gratitudine riconoscere Buonaparte dello aver fatto in modo
che il rispetto verso gli studj e verso i sussidj loro trovasse luogo
fra tanti sdegni. Più mirabile ancora fu la temperanza dei capi
subalterni, od anche dei gregarj medesimi, che portando rispetto al nome
di Spallanzani, e di altri professori di grido, si astennero o pregati
leggermente, od anche non pregati dal por mano nelle robe loro. Tanto è
potente il nome di scienza, e di virtù, anche negli uomini dati
all'armi, ed al sangue!

Finalmente il mezzodì del giorno ventisei, siccome era stato ordinato da
Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva
fatto, non incrudelì di soverchio contro a coloro, che presi con le armi
in mano ancora grondanti di sangue Francese, meritavano, secondo le
leggi, come le chiamano, della guerra, che i repubblicani facessero a
loro quello, che essi avevano fatto ai repubblicani. Un solo fu fatto
passar per le armi in sul primo fervore a Pavia; poi altri tre, che
portati all'ospedale, già vi stavano per le ferite avute, con mal di
morte. Raccontarono falsamente le gazzette e le storie dei tempi, che i
municipali, uomini tutti nobili, fossero stati castigati con la morte,
perchè solo furono tolti d'ufficio, e con altri cittadini di maggior
credito, in qualità di ostaggi, condotti in Antibo. Calaronsi dai
campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la
prima terra che strepitasse, sacco, ferro, e fuoco avrebbe.

Pavia percossa da tanta tempesta, se ne stette occupata molto tempo da
uno stupore misto tuttavìa di spavento. Ma finalmente un vivere più
regolato, quantunque non fosse senza molestia, le maniere piacevoli dei
Francesi, soprattutto la mansuetudine di Haquin fecero di modo, che
succedendo la sicurezza al terrore, ognuno tornasse all'opere consuete.
Cominciavano intanto i Pavesi ad addomesticarsi con quei soldati, che
avevano creduto tanto terribili per fama, e pruovato vieppiù terribili
per atto. Siccome poi il primo e principale ornamento di Pavia era
l'università, così il nuovo reggimento poneva cura, che ed ella si
aprisse, ed i professori si accarezzassero. Secondavano il buon volere
di chi governava i Francesi medesimi, particolarmente quelli, che non
nuovi essendo nelle scienze e nelle lettere, onoravano e con ogni gentil
modo accarezzavano Spallanzani, Scarpa, Volta, Mascheroni, Presciani,
Brugnatelli, ed altri celebrati uomini, lume e splendore d'Italia. Fra
il romore dell'armi sorgeva l'università di Pavia, e l'opera più bella
di Giuseppe II imperatore era fomentata ed ajutata da coloro, che
avevano cacciato i suoi successori da quelle loro antiche possessioni.
Solo dispiacque la elezione procurata e fatta di Rasori alla carica di
professore, perchè camminava, come giovane, con soverchio affetto nelle
nuove cose, e quei professori, uomini gravi, prudenti e pratichi del
mondo, amavano meglio chi si mostrava inclinato al conservare uno stato
già pruovato, di coloro ai quali piacevano innovazioni d'effetto
incerto.

Buonaparte, posato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi
pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni
contro Beaulieu, che, come già fu per noi narrato, alloggiava con le
reliquie delle sue genti sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che
essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva
facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi
della repubblica Veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana
da' suoi territorj, doveva fra breve scagliarvisi, e due nemici
adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie,
che ogni cosa presagiva aver a riuscire ostinate e micidiali. Vedeva il
senato, che la terraferma quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe
presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva, che i Francesi si erano
risoluti ad andar ad assalire il loro nemico, dovunque il trovassero.
Impossibile era il prevedere quali avessero ad essere precisamente gli
effetti del duro contrasto, che sulle terre Venete si preparava, ma
certo era, che avrebbe portato con se accidenti di somma pernicie,
perchè non più si trattava del semplice passo di un esercito che va ad
altro destino, e che non avendo alcun timore, non occupa con stanze
stabili le terre grosse, nè i luoghi forti; ma bene si era giunto a tale
che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e
l'altra per primo pensiero il procacciarsi i proprj vantaggi, anche a
pregiudizio della neutralità Veneziana; perciocchè la salute propria, e
la necessità di vincere sono più forti del rispetto, che si dee portare
alla dignità ed ai diritti altrui.

Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di
Bergamo, principalmente quest'ultimo, cittadino zelantissimo,
d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini; e
del pericolo che ogni giorno si faceva più grave: ma le instanze loro
restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava, ed i partigiani
della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della
repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato, che in
un caso di tanta, anzi di totale importanza, le cose di terraferma
fossero rette con unità di consiglj aveva tratto a provveditor generale
in essa Niccolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo
amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente
non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè
nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di
spaventi, e di pensieri sinistri. Sperava il senato che Foscarini
avrebbe potuto con la sua destrezza intrattenere convenevolmente i due
capi nemici, e dimostrando loro la sincerità della repubblica, ottenere
che inferissero il minor male che possibil fosse, a quelle terre
innocenti. Confidava altresì che i popoli della terraferma, vedendo in
una persona sola un tanto grado e tanta autorità, si confermerebbero
vieppiù nella divozion loro verso la repubblica; perchè il mandare un
provveditor a posta, affinchè vigilasse sulla salute loro, era
testimonio che la repubblica non gli abbandonava. Diessi, come
moderatore a Foscarini, il conte Rocco San-Fermo, con quale prudenza non
si vede, perchè San-Fermo parteggiava piuttosto pei Francesi, ed era in
cattivo concetto presso ai Tedeschi per essere stata la sua casa in
Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di
Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave
mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in
Verona, città grossa, posta sul fiume Adige, e vicina ai luoghi dove
aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i
Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, confidando che la
sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non
conoscevano i tempi: il senato medesimo non gli conosceva: perchè lo
sperare in tanta sfrenatezza di principj politici, ed in un affare in
cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello stato, che si
sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato
privo di armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.
Bene il predicava il procurator Pesaro, armi chiedendo ed armati; ma
impedirono così salutifero consiglio le fascinazioni della parte
avversaria, ed abbandonossi inerme la repubblica nella fede di coloro,
che non ne avevano.

Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero,
per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu, ch'egli
volesse, correndo per la occidentale sponda del lago di Garda, occupare
Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada, che
dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva
gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti
più leggieri verso Desenzano; anzi procedendo più oltre, mandava una
grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla
sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza, che
sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre
verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada
agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le
sue genti indietro per guisa, che in vece di star minacciose sulla
destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume
nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva
quiete negli alloggiamenti loro.

Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte
giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè
gli Austriaci avevano passato pei territorj Veneti, ma non occupato le
terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia il dì ventinove di
maggio un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non
aveva in animo di attenere, avere, diceva, l'esercito Francese superato
ostacoli difficilissimi per venire a torre il grave giogo dell'Austria
superba dal collo della più bella parte d'Europa: vittoria, e giustizia
congiunte avere compito il suo intento; le reliquie del nemico essersi
ritratte oltre Mincio; passare, a fine di seguitarle, i Francesi per le
terre della Veneziana repubblica; ma non essere per dimenticare l'antica
amicizia, da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il
popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i
costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto;
pregare i magistrati ed i preti, informassero di questi suoi sentimenti
i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia,
che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore,
fedeli nella vittoria. A questo modo Buonaparte, il dì ventinove di
maggio del novantasei, chiamava amica di Francia quella repubblica, che
il direttorio, e Buonaparte medesimo già avevano accusato, come di gran
reità, dello aver dato ricovero al conte di Lilla; qualificava fedele
nell'onore quella nazione, che già avevano accagionato di aver dato il
passo alle genti Tedesche. La forza della verità operava da un lato, la
cupidigia del rapire e del distruggere dall'altro.

Come prima Beaulieu ebbe avviso, avere i repubblicani occupato Brescia,
valendosi del pretesto, pose presidio in Peschiera, fortezza Veneziana
situata all'origine dell'emissario del lago di Garda, e che altro non è,
se non il fiume Mincio. Temeva, che Buonaparte non portasse più rispetto
a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita,
principale difesa del passo del fiume. Era Peschiera piazza forte, ma il
senato, o, per meglio dire, i Savj, persistendo in quella loro eccessiva
neutralità, nè sospettando di un turbine tanto impetuoso, l'avevano
lasciata senza difesa. Solo sessanta invalidi la presidiavano: aveva
bene ottanta cannoni, ma senza carretti, e per munizioni, cento libbre
di polvere, ma cattiva; fortificazioni in rovina, ponti levatoj
impossibili a levarsi, difese esteriori senza palizzate, strada coperta
ingombra d'alberi, non una bandiera da rizzarsi sulle mura per far segno
a qual sovrano la fortezza appartenesse. Bene aveva il colonnello
Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione
della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo
dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma
Foscarini, che aveva più paura del difendersi, che del non difendersi,
aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva
continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da coloro, in favor dei
quali ei l'aveva usata, perciocchè Buonaparte affermava, che se il
provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona
a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata; il che era vero: ma se
Foscarini non l'aveva fatto, ciò era stato per non offendere il capitano
Francese, non per compiacere al capitano Tedesco.

Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle
fortificazioni che per la brevità del tempo poterono, rassettando i
bastioni e le altre difese cadute in rovina per la vetustà. Intanto
Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico con dargli concetto che
volesse spingersi verso la punta superiore del lago, si apparecchiava a
mettere ad esecuzione il suo disegno. Era questo di sforzare il passo
del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale Austriaco senza
sospetto, quantunque per le dimostrazioni del suo avversario avesse
ritirato parte delle sue genti ai luoghi superiori, che il vero pensiero
di Buonaparte fosse di assaltarlo a Borghetto. Però aveva munito il
ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattromila soldati
eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla
sponda medesima diciotto centinaja di cavalli stessero pronti a spazzare
all'intorno la campagna, ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto
delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in
ajuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente la
mattina i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta e s'indirizzavano
al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli
Austriaci già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi
valorosamente combattendo sostenevano l'impeto dei Francesi. Restavano
superiori sulla prima giunta, perchè non essendo ancora arrivate tutte
le genti di Francia, che dovevano dar dentro, la vanguardia, che prima
aveva ingaggiato la battaglia, fortemente pressata dalla cavallerìa
Tedesca, cominciava a crollare ed a ritirarsi. Ma sopraggiungendo
squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierìe, furono gli
Austriaci risospinti, nè potendo più resistere alla moltitudine che gli
assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra
del fiume, si ricoverarono sulla sinistra. Guastarono un arco del ponte,
acciocchè il nemico non gli potesse seguitare. Qui succedeva un tirar di
cannoni molto fiero da una parte e dall'altra del fiume, ma senza
frutto, perchè nè i Francesi potevano passare per la natura del ponte,
nè i Tedeschi si volevano ritirare. Ma erano le battaglie dei Francesi
di quei tempi più che d'uomini, e con più costanza e' le sostennero che
i loro antichi. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a
guida di una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non
curando nè la profondità di lui, perciocchè l'acqua gli arrivava insino
a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si
scagliavano: già varcava, ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta
audacia il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di
Lodi, rallentarono le difese, fu fatto abilità ai repubblicani, non solo
di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa
diede la vittoria compita ai Francesi: e come l'ebbero, così l'usarono;
perchè avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per
romperlo intieramente, e sì per impedire, se possibil fosse, che
gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma
Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar
la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau
contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo
della fortezza, e corresse a Castelnuovo ed a Verona. Così
impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo,
gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva
pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo
che poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più
avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al
ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare,
perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di
dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra,
s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor
fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa, e sostenere
una stretta battaglia tra Valleggio e Villafranca, sulla sponda di un
canale largo e profondo, che congiunge le acque del Mincio con quelle
del Tartaro. Infatti mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu
faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e per tal modo,
raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la
notte interrotto la battaglia del canale verso l'Adige: quindi passato
questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau
trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.

Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da
cui si rende manifesto, che se le armi Francesi di tanto riuscirono
superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore nei soldati
dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare,
per cui il giovane generale di Francia di sì gran lunga superò il
vecchio generale d'Alemagna. Del resto fu Beaulieu capitano pratico e
risoluto, e la perdita della battaglia di Montenotte, che aperse i passi
d'Italia ai Francesi, hassi unicamente a riconoscere da un accidente
straordinario; le disposizioni prese da lui innanzi, e durante il fatto
furono per ogni guisa eccellenti, e senza l'impensato intoppo di Rampon,
è verisimile che la fortuna si sarebbe scoperta favorevole a Beaulieu
piuttosto che a Buonaparte. Certamente per poco stette, che il cattivo
consiglio di quest'ultimo, nel quale ebbe anche contrarj i suoi migliori
generali, dello aver corso a Voltri e fortificato debolmente Montenotte,
non fosse cagione della sconfitta dei repubblicani.

S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno,
che il direttorio e Buonaparte nutrivano contro la repubblica di
Venezia, meno forse per odio che per utile; il che peraltro è più
odioso. Due erano i principali fini a cui tendevano, dei quali uno
accidentale e temporaneo, l'altro da lungo tempo premeditato e perpetuo.
Si conteneva il primo in questo, che l'esercito acquistasse per se tutti
i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno. Era il
secondo di turbare lo stato quieto della repubblica Veneta, perchè pel
presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per
l'avvenire sorgessero pretesti per darla in preda, secondochè pei tempi
si convenisse, a chi l'accetterebbe, come prezzo di pace con la Francia.
All'uno ed all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di
Verona, perchè il suo sito, dove sono tre punti, è padrone del passo
dell'Adige, ed è a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a
superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale
non poteva farsi dai Francesi senza un grande sollevamento d'animi in
quelle provincie.

Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indirizzò, dopo la vittoria di
Borghetto e la presa di Peschiera, Buonaparte i suoi pensieri: e però,
siccome quegli che era maestro perfetto d'inganni, incominciò a levare
un romore grandissimo, e ad imperversare sclamando, che Venezia per aver
dato ricovero ne' suoi stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica
alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali
dimostrava la parzialità del governo Veneto verso di loro. E così
tempestando, e moltiplicando ogni ora più nello sdegno e nelle minacce,
affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con
dire, che non sapeva quello che il tenesse, che non ardesse da capo in
fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria, che si era creduta
capitale dell'impero Francese. In questo alludeva al soggiorno fattovi
dal conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia. La quale
intemperanza ed assurdità di Buonaparte, sebbene sia raccontata come se
fosse un giojello da alcuni scrittori di storie dei nostri tempi, ai
quali più piacciono le giattanze di lui che la verità e la ragione, non
so se sia o più indegna del grado del capo di un esercito grande, o più
ridicola in se stessa; perchè, la Dio mercè, non fu mai nessuno in
Verona, nemmeno credo, i matti, se qualcuno ve n'era, che abbia creduto
che la città loro fosse diventata capitale dell'impero Francese. Solo
credettero aver fatto un'opera pietosa, coll'aver dato ricovero dentro
le loro mura ad un principe perseguitato ed infelice.

Quanto al fatto di Peschiera, da quello che abbiam narrato di sopra si
può giudicare, se posciachè i Veneziani, per non dar sospetto ai due
nemici, massime ai Francesi, non avevano voluto munire quella fortezza,
fosse la medesima difendevole, e se potessero impedire in un caso tanto
improvviso, che i Tedeschi vi entrassero; e poichè Buonaparte si
lamentava di questo fatto, saria bene a sapersi, se Peschiera in quello
stato in cui era, quando i Tedeschi l'occuparono, più fosse fortezza,
che Crema, o Brescia, quando furono occupate dal capitano di Francia.
Bene sapeva egli che cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè
scriveva al direttorio il dì sette giugno, che la verità dell'affare di
Peschiera era, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani,
avendo loro solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che
con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma il vero od il
falso non arrestavano Buonaparte, e queste querele faceva in primo luogo
per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser
munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni,
non poteva entrar di queto senza il consenso dei Veneziani; in secondo
luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al
direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di
Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè se
volessero cavar cinque o sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.
Così ad una brutta sete dell'oro soggettava il capitano repubblicano la
verità, il giusto e l'onesto.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie
del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore.
E però per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni,
che dalla sua bocca propria, e non da quella d'altrui voleva udire, si
mise in viaggio col segretario San Fermo per andarlo a visitare in
Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con
esso lui e con Berthier, che è da lodarsi per la umanità mostrata in
tutte queste occorrenze, se però non era un concerto alla soldatesca tra
lui e Buonaparte, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica
Veneziana, ed in ogni accidente seguitato i principj della più illibata
neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, che non voleva esser
convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia
all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle
parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar dai
Tedeschi Peschiera; il che era stato cagione ch'egli avesse perduto mila
e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la
neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani
non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le
sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che insomma erano
i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi trascorrendo dalle
minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani
l'aver dato asilo negli stati loro ai fuorusciti francesi, ed al conte
di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo
finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava, che prima del suo
partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e
che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai
Massena, che già forse le artiglierìe di Francia la fulminavano, e che
già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel
ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da
Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era
sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose
aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque,
aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto,
acciocchè il senato ne ragguagliasse. Così Buonaparte, che sapeva di
certo, e lo scrisse al direttorio, che per fraude, e contro la volontà
dei Veneziani erano gli Austriaci entrati in possessione di Peschiera,
questo fatto attribuiva a tradimento dei Veneziani.

Spaventato in tale modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un
poco sopra di se; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse,
che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal
direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il
seguente s'appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi
fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe
salva la città, ed avrebbero i Veneti la custodia delle porte, i
magistrati il governo dello stato; ma che se gli fosse contrastato
l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.

Queste arti usava Buonaparte il dì trentuno maggio per ottenere
pacificamente il possesso di Verona. Dal che si vede qual fede prestar
si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì ventinove del mese
medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse. Così quella
repubblica di Venezia, che due giorni prima era stata chiamata amica
della Francese, e dichiarata aver sempre camminato nelle vie dell'onore,
era il dì trentuno del mese medesimo divenuta, e già da lungo tempo, non
solo infedele, ma perfida e nemica alla Francia, ed il direttorio aveva
comandato a Buonaparte, che ostilmente contro una delle città più
eminenti del suo dominio e di tutta Italia corresse. Certamente non era
questo un procedere degno di un generale di una nazione civile, e che ha
nel nemico in odio più la perfidia che la guerra. Tale sarà il giudizio
che ne faranno le generazioni sì presenti che future, in cui la virtù
sarà sempre più potente che il vizio.

Da questa insidia, e da queste minacce si rendeva chiaro, quali
dovessero essere le deliberazioni del provveditor Veneto; posciachè,
prescindendo anche dagl'indegni oltraggi, quel dire di voler arder sul
fatto una città nobilissima del territorio Veneto, quell'affermare che
fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la
guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non
poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta,
ma ancora necessaria una subita presa di armi dal canto dei Veneziani.
Quello era il momento fatale della Veneziana repubblica, quello il
momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo
e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto
dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non
piangerebbe il mondo tante vite infelicemente sparse per fondare il
dispotismo di un capitano barbaro. Che se Foscarini non aveva questo
mandato dal senato, l'aveva dal cielo, favoreggiatore delle cause pie, e
nemico dei tiranni, l'aveva dalla sua nobil patria, l'aveva dal
consentimento di tutti i buoni gonfi di sdegno all'aspetto di sì inudita
empietà. Non con le umili protestazioni, non col privar Verona delle sue
difese doveva Foscarini rispondere a Buonaparte, ma con un suonar di
campana a martello continuo, con un predicar alto di preti contro i
conculcatori della sua innocente patria, con un dar armi in mano a
uomini, a donne, a fanciulli, con un fracasso di cannoni incessabile
dalle lagune all'Adige, dalle bocche del Timavo all'emissario di Lecco.
Certamente in un moto tanto universale molte vite sarebbero mancate,
molte città distrutte, Verona forse data alle fiamme, ma la repubblica
fora stata salva. Forse alcuni sentiranno raccapriccio all'udir
rammentare di queste battaglie di popoli. Pure le usarono contro i
Francesi gli Austriaci, sebbene non prosperamente, nell'ottocentonove, e
furono lodati: le usarono contro i Francesi medesimi prosperamente gli
Spagnuoli nell'ottocentodieci, i Prussiani nell'ottocentotredici, e
furono lodati; le vollero usare i Francesi contro gli Europei
nell'ottocentoquindici, e se non furono lodati, non furono neanco
biasimati. Ora non si vede perchè non sarebbe stato lodevole ai
Veneziani di usarle: che se gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Prussiani,
ed i Francesi hanno qualche privilegio, quando ne va la indipendenza,
anzi l'essere, od il non essere dello stato, di difendersi a stormo,
sarìa bene che il mostrassero, affinchè gl'Italiani si acquetino a tanto
diseredamento.

So che alcuni diranno, che il governo di Venezia era cattivo; ma si
risponderà dagli uomini savj, che non tocca ai forestieri il giudicare
della natura del governo, e meno ancora il correggerla; nè so se muova
più a sdegno che a compassione il pensare, che queste querele
dottoresche sulla mala natura del governo Veneto vengono principalmente
da quelli, che hanno trovato ottimo il governo del direttorio, che
voleva far tagliar la testa ai naufragati, e quello di Buonaparte, che
teneva prigioni per corso d'anni, ed anche in vita senza forma di
processo gl'innocenti. Fatto sta, che poichè si voleva rendere i popoli
Veneziani servi dei forestieri, e' bisognava con risoluzione magnanima
fare, che i popoli Veneziani si salvassero da se; ma Niccolò Foscarini,
in vece di gridar campane, come Piero Capponi, corse, pieno di paura, a
Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la
principale difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i
cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte. Il non aver
usato il rimedio dei popoli non solo fu fatale per l'effetto, ma fu
anche inutile per la fama; imperciocchè ed i partigiani e gli storici
pubblicarono a quei tempi, e tuttavìa pubblicano, sebbene bugiardamente,
ma per giustificare la sceleraggine commessa contro Venezia, che se
Venezia non fece, volle fare lo stormo contro i Francesi, già prima che
succedesse la sollevazione di Verona del novantasette, che racconteremo
a suo luogo. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto veramente è falsa,
non si sa che si volesse significare il manifesto di Brescia. So che
dagli adulatori di Buonaparte viene, sebbene con la solita falsità,
accagionato di aver macchinato questo stormo Alessandro Ottolini,
podestà di Bergamo a quei tempi, uomo meritevole di ogni lode per la
fedeltà e la sincerità sua verso la patria; ma egli solamente
s'ingegnava di mantenere le popolazioni Bergamasche affezionate al nome
Veneziano; e se quando s'impadronirono i Francesi di Verona, divenne
Ottolini più vigilante e più attivo, e fece opera che le popolazioni si
ordinassero, il fece perchè le minacce ed i fatti di guerra del capitano
del direttorio a ciò lo sforzarono. Quell'ordinarsi accennava, non un
voler nuocere altrui, ma un impedire che altri nuocesse a lui, e se
Ottolini si armava, avrebbe fatto meglio l'armarsi molto più. Certamente
avrebbe egli mancato del suo dovere verso la patria, se in tanto romore
di guerra, non solo imminente, ma presente negli stati di Venezia, non
avesse procurato di serbarsi padrone di se medesimo, e capace di
mantenere con buoni ordinamenti salva la provincia commessa alla sua
fede rispetto ai due nemici, che venivano a rapire le sostanze
Veneziane, e ad ammazzarsi tra di loro sulle terre della repubblica. Ma
nei tempi scorretti che abbiamo veduto, fu costume il chiamar traditori,
ed il perseguitare con ogni sorte di pubblico improperio coloro, che più
sono stati fedeli alle loro patrie, come se fosse stato debito loro il
servire piuttosto a Buonaparte nemico, che ai principi proprj ed alla
patria, ed a quanto ha la patria in se di caro e di giocondo. Così fu
infamata la virtù di Alessandro Ottolini e di Francesco Pesaro in
Italia, di Stadion in Austria, di Stein in Prussia: così anche furono
condotti a morte Palmer di Baviera, Hofer di Tirolo: così finalmente i
magnanimi Spagnuoli furono chiamati col nome di briganti. Queste cose
chi generoso scrittore fosse, dovrebbe con disdegnosa e riprenditrice
penna altamente dannare, non cercar di scusare, ora con le parole ed ora
col silenzio, l'inganno, l'ingiustizia, e la tirannide.

Come prima si sparse in Verona, per la venuta del Foscarini, che i
Francesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone
di ogni condizione e grado uno spavento tale, che pareva che la città
avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè
sapevano che i repubblicani gli perseguitavano. Il popolo raccolto in
gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e
di terrore accusava la debolezza di Foscarini, e le perdute sorti della
repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il
pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in
un subito la strada da Verona a Venezia impedita da un lungo ingombro di
carrozze, di carri e di carrette, che le atterrite famiglie
trasportavano con quelle suppellettili, che in tanta affoltata avevano a
molta fretta potuto raccorre. Facevano miserabile spettacolo le donne
coi fanciulli loro in braccio od a mano, che piangendo abbandonavano una
sede gradita per amenità di sito, graditissima per una lunga stanza. Nè
minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi
occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più
preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarj dei poveri: navigavano
intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le
acque del mare terre non ancora percosse dalla furia della guerra.

Entrarono il dì primo giugno i Francesi in Verona. Quivi Buonaparte
lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose
piazze, i tempj, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto, per
indurre opinione ch'egli elevasse l'animo alla grandezza Romana,
l'Arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche
padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti,
ma ancora le porte e le fortificazioni. Così si verificava, secondo il
solito, la promessa di Buonaparte del voler solo occupare i ponti. Al
medesimo modo, pure secondo il solito, mantenne le promissioni da lui
fatte nel manifesto di Brescia del voler pagare in contanti tutto ch'ei
richiedesse in servigio dei soldati; imperciocchè essendosi sparsi nelle
campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del
Veronese, vi facevano tolte incredibili, che, non che si pagassero, non
si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le
cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con
quella prestezza medesima, con cui si rapivano. Quindi era desolato il
paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto
alla umana generazione è necessario, così grave e così stolto, come in
questa terribil guerra si fece. I popoli intanto vessati in molte forme,
e cadendo da una lunga agiatezza in improvvisa miseria, entravano in
grandissimo sdegno, e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor
più gravi.

A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di
Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di
Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì ventinove
giugno, salve le robe, e le persone, eccettuati solo i fuorusciti
Francesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Trovarono
dentro la fortezza cencinquanta cannoni grossi, sei mila fucili, polvere
e palle in proporzione, con molto bestiame vivo. Fu questo acquisto di
grande importanza ai Francesi, perchè era il castello come un freno ai
Milanesi, e molto assicurava le spalle dei repubblicani. Per
solennizzare questa vittoria, si fecero molte feste, balli e conviti,
dai repubblicani Francesi meritamente, dai repubblicani Italiani per
imitazione.

La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè
trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così
per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e
sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro; quivi
ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano oltre a ciò a domarsi il
papa, ed il re di Napoli, e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual
cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena,
s'incamminava alla volta di Bologna, città, forse più di ogni altra
d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che conoscendo bene la
libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forestiero.

Aveva il senato di Bologna anticonosciuto, che per la vittoria di Lodi
diveniva il generale Francese signore di tutta la Lombardìa, quanto ella
si distende dall'Alpi agli Apennini. Però desiderando di preservare il
Bolognese, e massimamente la capitale, dalle calamità che accompagnano
la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creato un'arrota d'uomini
eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e
Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò veduto il generalissimo, il
pregassero di aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il
sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli, che
nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo
stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione,
specialmente se come nemici allo stato pontificio si accostassero, aveva
commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era
intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano, e
procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della
repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da
Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli
era stato raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori
di Bologna: parlaronsi nei colloquj secreti di molti gravi discorsi, il
fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità
pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita già fin
dai tempi della lega Lombarda, e ad impetrare che i soldati
repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente.
Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio:
Buonaparte che sel sapeva, promise ogni cosa, e più di quanto i deputati
avevano domandato: partironsi molto bene edificati di lui, e se ne
tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciavano. Comparivano il
diciotto giugno in bella mostra, e con aria molto militare poco distante
da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di
cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e
schieratasi avanti al palazzo pubblico faceva sembiante d'uomini amici e
liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta
al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico
dell'arrivo dei Francesi, e della buona volontà mostrata dai capi.
Esortava che attendessero quietamente ai negozj; comandava che
rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo
i casi, a chi o con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il
seguente giorno la retroguardia: arrivavano la notte Saliceti, e
Buonaparte.

Era costume di Buonaparte, per fare che i popoli si muovessero più
facilmente contro i governi loro, e sentissero meno acerbamente il suo
dominio, di dare loro speranza di liberargli, e spesso anche gli
liberava da quanto essi governi avevano o di più odioso o di più
gravoso; perchè in tutti i reggimenti sono sempre di questi tasti, che
fanno mal suono ai popoli. Aveva Bologna perduto la sua libertà, od
almeno quello che stimava libertà, dappoichè la somma delle faccende
dello stato era venuta in mano della chiesa; la qual cosa i Bolognesi
sopportavano molto di mala voglia. Oltre a questo era Bologna stata
spogliata dai pontefici del dominio di Castel Bolognese, terra grossa
situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi
di ricuperare quell'antica colonia. Nè ripugnavano a questa
ricongiunzione i castellani medesimi, ricordevoli tuttavìa del dolce
freno col quale erano stati retti. Buonaparte, informato dai deputati di
questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di
Castel Bolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i
Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed independente. Nè
mettendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato, se ne
partisse immantinente da Bologna. Indi chiamato a se il senato, a cui
era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che essendo informato
delle antiche prerogative e privilegi della città e della provincia,
quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e
lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico
governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e
piena ritornasse: darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione,
quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica
si assomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui
giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la
dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei
corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.

Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un
particolare seggio riceveva Buonaparte il giuramento dei senatori in
questa forma: «A laude dell'onnipotente Iddio, della Beata Vergine, e di
tutti i Santi, ad onore eziandìo, e riverenza della invitta repubblica
di Francia, noi gonfaloniere e senatori del comune e popolo di Bologna
giuriamo al signor generale Buonaparte, comandante generalissimo
dell'esercito Francese in Italia, che non faremo mai cosa contraria
agl'interessi della stessa invitta repubblica, ed eserciremo l'ufficio
nostro, come buoni cittadini, rimosso ogni qualunque odio o favore, e
tanto giuriamo nella forma patria, toccando gli Evangeli».

Prestatosi dal senato il giuramento, si accostarono a prestarlo,
presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che
ecclesiastici; il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al
popolo, perchè nuova, e con qualche speranza grata al senato, perchè da
servo si persuadeva di esser divenuto padrone, non badando che se era
grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi
signori.

Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro.
Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i
popoli, parendo loro che le contribuzioni fossero opera piuttosto da
nemico, che da alleato; conciossiachè con questo nome aveva il
generalissimo chiamato la repubblica di Bologna. Pure se ne acquetavano,
perchè sapevano che bisogna bene, che i soldati vivano del paese che
hanno. Solo si sdegnavano dello scialacquo, perchè conformandosi
quietamente al fornire le cose necessarie, non potevano tollerare di dar
materia ai depredatori, che i soldati, e gl'Italiani ugualmente
rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che
dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto, che Saliceti e Buonaparte, ai
quali il direttorio aveva dato in preda l'Italia, portavano alle
proprietà ed alla religione. Imperciocchè, poste violentemente le mani
nel monte di pietà, lo espilarono per far provvisioni, come affermavano,
all'esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di
lire ducento, come se fosse lecito rapire o non rapire, secondo le
maggiori o minori facoltà dei rapiti. Ma temendo gli autori di tanto
scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante
schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero
le armi ai cittadini.

I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto
prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni,
il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio,
finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli,
ambasciadore di Bologna. Creato dai vincitori a Ferrara un municipio
d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di
scudi romani in contanti, e di trecento mila in generi. Queste angherìe
sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè
tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè
concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si
sollevarono, gridando guerra contro i Francesi. Pretendevano alle parole
loro, e ne fecero anche fede con un manifesto, perchè si accorgevano che
soli, e senza un moto generale, non potevano sperare di far effetto
d'importanza, la religione, la salvezza delle persone e delle proprietà,
la libertà e l'indipendenza d'Italia. Concorsero nel medesimo moto coi
Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto
concitata, e risoluta al combattere. I preti gli secondavano, dando a
questa moltitudine il nome di oste cattolica e papale. Augereau, come
ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di fanti
e di cavalli, alla quale era preposto il colonnello Pourailler.
Comandava intanto pubblicamente, avessero i Lughesi a deporre le armi e
ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse, fosse ucciso. Aveva in
questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposto la
sua mediazione, perchè da una parte i Francesi perdonassero, dall'altra
i Lughesi, deposte le armi, si quietassero. Ma fu l'intercessione
sdegnosamente rifiutata da quei popoli, più confidenti di quanto fosse
il dovere, in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi
venire, per la ostinazione loro, al cimento dell'armi, i Francesi si
avvicinavano a Lugo, partiti in due bande, delle quali una doveva far
impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La
vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in una imboscata,
in cui restarono morti alcuni soldati. Non ostante, volendo il capitano
Francese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a
Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta;
narrasi anzi da Buonaparte, che i sollevati, fatto prima segno
all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione
dei messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i
Francesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le
parti con molto valore. Finalmente i Lughesi rotti e dispersi furono
tagliati a pezzi con morte di un migliajo di loro, avendo anche perduto
la vita in questa fazione ducento Francesi. Fu quindi Lugo dato al
sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni
cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato; rimasero per lungo
tempo visibili i vestigi della rabbia con cui si combattè, e della
vendetta che seguitò. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai
sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono.
Comandava Augereau, che tutti i comuni si disarmassero, che le armi a
Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore, fosse
ucciso; ogni città, o villaggio, dove restasse ucciso un Francese, fosse
arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Francese, fosse ucciso, e
la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse
adunanze di gente armata, o disarmata, fosse ucciso. Tali furono gli
estremi della guerra Italica, giusti per la conservazione dell'esercito
di Francia, ingiusti per le cagioni ch'egli stesso aveva indotte; perchè
il volere che i popoli ingiuriati non si risentano, è voler cosa
contraria alla natura dell'uomo.

Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto nei feudi imperiali prossimi
al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Francesi.
Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il
rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale
Lannes con un buon nervo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì
Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce, e pel
terrore dei supplizj.

Le vittorie dei repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia,
l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo
spavento Roma. Ognuno vedeva che il resistere era impossibile, e
l'accordare pareva contrario non solo allo stato, ma ancora alla
religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si
poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni, che
un vincitore acerbo per se, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe
dal pontefice richiesto. Nè meglio si poteva antivedere, se avrebbe
portato rispetto alla città stessa di Roma, parendo, che siccome sarebbe
stato un gran fatto l'occupazione di lei, così Buonaparte cupidissimo di
gloria l'avrebbe mandata ad effetto. E quale disordine, quale
conculcazione delle cose sacre e profane prodotto avrebbe la presenza
d'uomini poco continenti dalle cose altrui, e poco aderenti alla
religione, di cui era Roma seggio principale? Per la qual cosa, come in
tanto pericolo i privati uomini non avevano più consiglio, così poco
ancora ne aveva il governo, perchè le armi temporali mancavano, le
spirituali non valevano, il nome di Roma era più sprone che freno, e la
dignità papale, che pure aveva frenato ai tempi antichi un capitano
barbaro, era venuta in derisione. I ricchi pensavano alla fuga, come se
il nemico già fosse alle porte. Gran tumulto, gran folla e gran concorso
erano, principalmente a porta Celimontana di gente di ogni sesso, di
ogni grado e di ogni condizione, che fuggendo dal minacciato
Campidoglio, s'incamminava spaventata verso Napoli. Temevasi la
cupidigia del nemico, temevasi la temerità dei cittadini.

Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore dei suoi consiglieri e del
popolo, serbava tuttavìa la solita costanza, aveva commesso al cavaliere
Azara ed al marchese Gnudi, andassero a rappresentarsi a Buonaparte, e
procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo
loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte,
in nome per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo
ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà, perchè non gli
era nascosto che l'imperatore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso
di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi stati in Italia, e che
però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia
inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto
delle sue armi contro lo stato pontificio. Laonde concludeva, il dì
ventitrè giugno, una tregua coi due plenipotenziarj del papa, in cui fu
stipulato, che il generalissimo di Francia, e i due commissarj del
direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo
Francese aveva verso Sua Maestà il re di Spagna, concedevano una tregua
a Sua Santità, la quale tregua avesse a durare insino a cinque giorni
dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi
fra i due stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un
plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse a nome
del pontefice gli oltraggi e i danni fatti a' Francesi negli stati della
Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi
alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche
si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si
chiudessero, ai Francesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse
in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella
di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierìe, munizioni e
vettovaglie si consegnasse ai Francesi; la città continuasse ad esser
retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi,
statue ad elezione dei commissarj, che sarebbero mandati a Roma;
specialmente, poichè i repubblicanuzzi di quel tempo la volevano far da
Bruti, i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si
dessero; oltre a questo cinquecento manoscritti ad elezione pure dei
commissarj medesimi cedessero in potestà della repubblica; pagasse il
papa ventun milioni di lire tornesi, dei quali quindici milioni e
cinquecento mila in oro, od argento coniato o vergato, e cinque milioni
e cinquecentomila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno
milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle
tre legazioni; il papa desse il passo ai Francesi ogni qualvolta che ne
fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.

Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra
Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto
gravi, parve nondimeno un gran fatto, che si fosse potuto distornar da
Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata
città. Intanto non lieve difficoltà s'incontrava per mandar ad effetto
il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto
consumato dalla guerra sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e
degli argenti, sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè
raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo, che insino dai
tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Sant'Angelo, fu
dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli,
vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi stati, aveva ritirato settemila
scudi di camera, che erano depositati nel tesoro pontificio, come
rappresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non
aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al
tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta della pecunia coniata
produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei
privati, il quale fu, che le cedole, che già molto scapitavano,
perdettero viemaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo
romore di guerra, e sul bel principio di una speranza di pace, le cose
pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si pruovavano gli
estremi di una guerra lunga e disastrosa.

Tutto questo risguardava alle facoltà sì pubbliche che private, ma il
governo di Francia, spaventando il papa, non solamente aveva in animo di
cavar denaro pei soldati, ma ancora di tirare il pontefice a far qualche
dimostrazione, acciocchè i cattolici di Francia accettassero volentieri
le cose fatte, e con la opinione favorevole della maggior parte dei
popoli il nuovo stato si confermasse. Era questo motivo di grande
importanza in tutta la Francia, ma molto più sulle rive della Loira,
dove coloro che avevano l'armi in mano contro il reggimento nuovo,
pretendevano alla impresa loro parole di religione. Conseguì Buonaparte
questo fine. Il pontefice mandava fuori il cinque luglio un breve
indiritto ai fedeli di Francia, col quale paternamente, ma fortemente
gli esortava a sottomettersi, e ad obbedire ai magistrati, che il paese
loro governavano; affermava essere principio della religione cattolica,
che le potestà temporali siano opere della Sapienza divina, che le
prepose ai popoli, affinchè le faccende umane non fossero governate
dalla temeraria fortuna, o dalla volontà del caso, e le nazioni agitate
da onde contrarie; avere perciò Paolo apostolo, non particolarmente di
uno special principe, ma generalmente di questa materia parlando,
statuito, che ogni potestà da Dio procede, e che chi alle potestà
resiste, alla volontà di Dio resiste. Badassero dunque bene, sclamava il
pontefice, a non lasciarsi traviare, ed a non dare, sotto nome di pietà,
occasione agli autori di novità, di calunniare la religione cattolica,
il che sarebbe peccato, che non solo gli uomini, ma Dio stesso con pene
severissime punirebbe; poichè sono, continuava, dannati coloro che alla
potestà resistono. «Vi esorto adunque, terminava il pontefice, figliuoli
carissimi, e vi prego per Gesù Cristo nostro Signore, ad essere
obbedienti, ed a servire con ogni affezione, con ogni ardore e con ogni
sforzo a coloro che vi reggono, perchè a loro obbedendo, renderete a Dio
medesimo quell'obbedienza, di cui gli siete obbligati; ed essi vedendo
vieppiù, che la religione ortodossa non è sovvertitrice delle leggi
civili, le presteran favore e la difenderanno, in adempimento dei
precetti divini, ed in confermazione dell'ecclesiastica disciplina:
infine desiderio nostro è che sappiate, figliuoli carissimi, che voi non
abbiate nissuna fede in coloro che vanno pubblicando, come se dalla
santa sede emanassero, dottrine contrarie a questa».

Queste esortazioni del pontefice non partorirono effetto alcuno in
Francia, perchè da una parte non rimise punto il direttorio del suo
rigore contro i preti cattolici, che non avevano voluto giurare la
constituzione del clero, dall'altra i Vendeesi, e coloro che in
compagnìa loro combattevano nelle province occidentali della Francia, od
in altri luoghi impugnavano o palesemente o segretamente il governo di
Parigi, non davano luogo ad alcuna inclinazione alla pace. Nè alcun
frutto buono sorse da quest'atto di Pio. Gli uni dicevano che l'aveva
fatto per forza, gli altri per debolezza, e nissuno obbediva. Allegavano
poi la fermezza dei principj non poter essere scossa, nemmeno
dall'autorità del papa. Così gli uomini obbediscono all'autorità delle
sentenze, quando è favorevole alle loro opinioni od interessi, non
obbediscono quando è contraria. Quindi nasce che il genere umano è più
ancor pieno di contraddizioni, che di enormità.

La presenza dei Francesi negli stati pontificj aveva bensì atterrito i
sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto
nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa esortato dal generale
repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con
pubblico manifesto, e comandava ai sudditi, trattassero con tutta
benignità i Francesi, come richiedevano i precetti della religione, le
leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli, e la volontà espressa del
sovrano.

Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello stato.
Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace
definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di
conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di
risorgere, s'inviava dal pontefice a Parigi l'abbate Pieracchi con
mandato di negoziare, e di stipulare la pace. Tanta variazione avevano
fatto in pochi giorni le sorti di Roma, che quel pontefice, il quale
poco innanzi esortava con tutta l'autorità del suo grado i principi ed i
popoli a correre contro i Francesi partigiani del nuovo governo, come
gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna
comandava con parole contrarie alle precedenti ai fedeli di Francia ed
ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai
Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione
dell'autorità del Romano seggio.

Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato
dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti
di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero
partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza.
Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie
dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il
terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro
ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i
soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando
che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto
all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad
estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi
imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che
trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato
ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti
con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a
marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si
ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe
aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che
consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava
loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire
anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali,
scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui
gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra
che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue
e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di
religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che
volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per
questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo
ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine:
saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città
illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse
dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i
popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il
diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere
principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il
suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo
tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il
coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per
gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad
impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna
proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro
un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,
profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti,
calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei
suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua
Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli
accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire,
che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de'
suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha
in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti
consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe
dato favore in così santa, in così generosa impresa.

Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi
poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo
sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere
se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i
figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà
contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della
religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno
prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di
popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la
riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste
parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete
constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi
piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima
volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia,
che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo,
ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal
capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del
vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in
Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate
ad essere il custode».

Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo
dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto
pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero
veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.

Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti
di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto
con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle
occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice,
avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare
fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il
papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli
accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di
Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una
sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a
concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova
si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta
piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel
valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto
pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava,
considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza
dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si
concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di
tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la
repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si
trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero
alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero
le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle
armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri
rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica,
quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani,
lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo
lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva
mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza
che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi
aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole
scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma
eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva
combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva
combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il
toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe
di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi
stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto
solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno
una provincia prima di stipulare.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue,
di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia
naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva
mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi,
Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed
allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro,
non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre
ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la
umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi
richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con
molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico,
che era stato loro imposto dalla repubblica.

Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di
Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati
in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di
Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si
cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei
neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina
Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare
con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto
potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per
frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con
ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera
della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi
Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di
Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno
per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per
liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.

Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse
verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò
fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che
sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era
stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar
Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e
confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di
correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo
intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel
papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il
marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè
s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo
impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per
quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la
prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi
punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere
improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con
parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava
il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il
gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa
alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia
sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal
direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere
informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato
facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni
dell'ingresso.

Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal
generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con
una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero
avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza
Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state
trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani
arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta
bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate,
salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col
solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte
medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno
gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio
dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per
voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per
continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di
guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in
tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane
sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe;
s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i
popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si
arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo
stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei
nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di
riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro
che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica
conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i
ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi
querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura,
Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto
ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte
era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come
di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno,
ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la
virtù di Vaubois e di Belleville.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano
al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al
direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa
Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato
della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che
in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità
di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran
duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al
direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che
potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di
cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al
direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo
del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato
un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il
principe di Toscana.

Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi
alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo
sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione
del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che
avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non
avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro
generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il
re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato
che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la
medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano,
furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia
l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che
fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto
veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il
diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità,
ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se
Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da
Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva
in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da
quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani
Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per
suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani
le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare,
serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente
e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità,
invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana,
chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di
denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli
possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata
all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di
San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e
Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico.
Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla
potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra,
non andò ora esente dalle comuni calamità.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma
parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio,
stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati
Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a
Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola
non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori
indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per
ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome,
e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e
dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere
all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte,
unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non
distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava,
non che del lodevole, anco del biasimevole.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi,
le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti,
ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era
riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o
spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la
repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti
s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per
uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe
stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era
sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che
macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i
pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi
spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era
uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei
principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di
distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a
calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più
speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la
condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa.
Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche
sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi
dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in
quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per
passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo,
tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler
ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza
dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora
era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè
l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non
sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al
Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I
Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una
subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera;
nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte
sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia
alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente
eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero
velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle
genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla
Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi
ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non
mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a
governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle
guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello
che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di
guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto
e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la
costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese
aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati
gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili
dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e
tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata
commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è
quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è
stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia.
Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il
principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un
capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le
opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente
contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi
corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in
breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i
suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich,
doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva
e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e
Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era
pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per
la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano
ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la
destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso
Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra
dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava
dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le
battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in
odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero
per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste
genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter
opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e
tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia
condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per
potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra
Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich,
insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce,
dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da
vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala
sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la
sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea,
secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non
discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti
dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti
a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior
pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze
Austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati
marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime
scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi
loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora
fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova
inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione
non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per
verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo
in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo
preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente
l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era
ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa
contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei
forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena
velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona.
Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella
celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario
avessero fatto, avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi
passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata
da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual
cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè
Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei
Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non
probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che
custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza,
quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto
peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi
risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni
banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro
una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che
da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò,
correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i
Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra
morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato
e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e
già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose
Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave
pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a
tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di
Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau,
che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in
tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella,
rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più
grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse.
Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione
mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale
Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con
parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato
Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna
commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse.
Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che
anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito
Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente
Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti
in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi
che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la
speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.

Favoriva questo pensiero l'essere la mezzana e la destra degl'imperiali
separate di largo spazio per mezzo del lago, del quale elleno non
avevano la signorìa sicura, stantechè i repubblicani lo correvano con
barche armate e leggiere. Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale
delle due parti dei Tedeschi ei dovesse assaltare; perciocchè intenzione
primaria di Wurmser fosse di far allargare l'assedio di Mantova, nel
qual fine insistendo, non sarebbe così facilmente corso in ajuto di
un'altra parte de' suoi che pericolasse. Importava anche assai
l'assalire la parte meno grossa, e nel tempo medesimo quella, che in un
caso sinistro gli avrebbe potuto troncar la strada verso Milano. Fatte
tutte queste considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto col
grosso de' suoi contro di Quosnadowich, che vincitore di Salò e di
Brescia turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a
Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che, se
gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina dei repubblicani.
Perlochè chiamava a se tutte le sue genti, anche quelle che stavano a
campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le
artiglierìe, che servivano alla oppugnazione della piazza, al perdere
l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbe credere per
la incredibile celerità dei soldati, tutte queste mosse, mandava a corsa
considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò, e liberasse
Guyeux che tuttavìa si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne,
assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo
rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e verso Salò voltandosi,
ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich.
Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci,
che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti,
ancorachè fossero molto sanguinosi, massimamente quello di Desenzano,
dove il reggimento di Klebeck, che sostenne con grandissimo valore quasi
tutto il peso della giornata, perdè più di mille soldati, quel fine che
Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori, Sauret in Salò,
Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in
Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte
degli avversarj, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo
ajuto, e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il
ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per
tal modo Buonaparte co' suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati,
sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già
fatto molto male, ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse
allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese.
Intanto per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava
Massena con tutto il suo corpo di truppe.

Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro,
gli Austriaci s'impossessavano di Verona, e Wurmser, difilandosi per la
sinistra del Mincio, entrava con un grosso corpo, ed in sembianza di
vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte
dai Francesi, e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di
grosse artiglierìe, che, trovati nella cittadella di Ancona, nel forte
Urbano e nel castello di Ferrara, o presi per forza, o dati loro in mano
dal papa in virtù della tregua, vi avevano condotto per battere la
piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi
successi di Quosnadowich, ed ignorando i sinistri, dava opera
securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero
necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza;
conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle dei disastri
accaduti a Quosnadowich; il che lo fece accorgere, che la fortuna
Francese era ancora in istato, e tuttavìa più dubbio ciò, ch'ei credeva
già sicuro. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, ed
avendo ancora forze sufficienti per affrontarsi, con isperanza di
vittoria, col nemico, usciva da Mantova, e se ne giva alle stanze di
Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era
stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale
Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza
d'animo inescusabile, abbandonava il posto, ed andava con la sua squadra
fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di
Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a
Buonaparte, che, deponendo il pensiero di più volere assaltar il nemico,
voleva ritirarsi sul Po, deliberazione veramente perniciosissima, e che
sarebbe stata la rovina di tutta la guerra Italica: l'avrebbe anche
mandata ad effetto, se Augereau più animoso di lui non l'avesse impedita
confortandolo a rientrare nella sua solita magnanimità, ed a mostrare il
viso alla fortuna. Debbe perciò la Francia restar obbligata della gloria
acquistata nei campi di Castiglione più che a Buonaparte, ai consiglj di
Augereau avanti il fatto, ed al suo valore nel fatto. Ma Buonaparte non
ancora ripreso l'animo, e la mente ancor piena del grave pericolo in cui
si trovava, stava tuttavìa dubbio e spaventoso, nè sapeva risolversi nè
al combattere, nè al ritirarsi. Augereau, che il conosceva, lo esortava
ad appresentarsi ad una mostra di soldati. Quando eglino videro il
capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo, e di estro Francese, con
lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a non aver
timore, a fidarsi in loro: gli conducesse pure alla battaglia; e
sclamando, viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano echeggiare i
colli di Castiglione di quel romore festivo. Or bene sia, disse
Buonaparte, accetto il felice augurio, domani vedrete in viso il nemico.

In questo mezzo Quosnadowich, che era capitano ardito e pratico,
ricevuti alcuni rinforzi alle sue stanze di Gavardo, ed avute le novelle
dello avanzarsi di Wurmser verso Castiglione, conoscendo di quanta
importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con esso lui ad un
impeto comune, od almeno il consuonarvi per una diversione, usciva di
nuovo in campagna, e prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi
signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato.
L'antiguardo di Quosnadowich condotto dal generale Ocskay già si era
impossessato di Lonato; le cose divenivano pericolosissime pei
repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo
vicino a Lonato, e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva la
somma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si
difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser,
mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare
Ocskay. Fu durissimo l'incontro. Pigeon non solamente fu rotto e vinto,
ma perdè tre pezzi d'artiglierìe leggieri, e venne prigioniero in mano
del nemico. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per
rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso
squadrone assai fitto, e lo mandava a serrarsi addosso al centro del
nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria, e credendo, non solo
di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano,
distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte.
Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la
vittoria ai Francesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto
dell'ali estreme degl'Imperiali con mandar loro incontro quanti feritori
alla leggiera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava
dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa, non senza grave
uccisione dei repubblicani; ma finalmente non potendo più reggere a sì
impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il
lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si racquistarono
le perdute artiglierìe. I Francesi seguitavano gli Austriaci a
Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultima fine, se non era che,
sopravvenendo con ajuti mandati da Quosnadowich il principe di Reuss,
gli metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò. In tutte
queste zuffe tanto miste ebbe più parte la fortuna che l'arte, e sebbene
i disegni dei generali Tedesco e Francese fossero certi, del primo di
calare, del secondo d'impedire che calasse, pare a noi, che Quosnadowich
abbia meglio eseguito il suo intento, che Buonaparte, perchè quegli calò
quando volle, e questi non l'impedì quando volle; ed anche si può
argomentare da tutti i fatti successi sulla destra del lago, che il
generale repubblicano abbia più operato a caso, o per necessità, che con
proposito deliberato, dominato piuttosto, che dominatore della fortuna.

Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Francesi, Augereau,
che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il
principale impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito
Tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi
l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della
terra, con farvi alloggiare una forte banda di soldati, che era
l'antiguardo di Wurmser governato dal generale Liptay. Il castello, i
colli vicini, ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati, tanto
più confidenti in se medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo,
si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi,
che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e
per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert,
facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni. Verdier
con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il
castello medesimo di Castiglione, e nella parte superiore il generale
Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma per
provveder meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte, che la
schiera di ultima salute condotta dal generale Kilmaine andasse ad
unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia.
S'incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il
dì tre d'agosto; animava gli uni la memoria delle vittorie fresche, e la
presenza dei loro generali Buonaparte ed Augereau, gli altri il vicino
soccorso del maresciallo. Dopo una ostinatissima difesa Liptay, non
potendo più reggere, si ritirava: anzi scrivono alcuni, che disperando
affatto della giornata, già si fosse risoluto di arrendersi. Ma o che in
questo punto si fosse accorto, che i repubblicani non erano tanto
numerosi quanto a prima giunta si era persuaso, come si narra da qualche
storico, o che, come altri credono, avesse veduto un grosso di
cavallerìa Tedesca, che accorreva galoppando in suo ajuto, ripreso
animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già con
incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando
Robert, uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia lo assaliva. Questo
urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano,
lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Francesi. Ebbe in
questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che
arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte, che non aveva ancor
perduto, e continuava a tempestare con costanza veramente Austriaca. Il
contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su
tutta la fronte. Finalmente i Francesi, spintisi avanti con la solita
concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul
ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste Tedesca fosse arrivata,
conquistarono il ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i
Francesi seguitando il favor della fortuna, rompevano, tanta era la
pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli
Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto, se una batterìa
posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato
l'impeto loro. Ciò fu cagione, che tenendo ancora gli Austriaci la
posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Francesi l'inoltrarsi
nella pianura, che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali,
e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo,
un'altra ostinata battaglia. In questa fazione combattuta con
grandissimo valore da ambe le parti, perdettero gli Austriaci fra morti,
feriti, e prigionieri quattro mila soldati con venti bocche da fuoco. Nè
fu lieta la vittoria ai Francesi; perchè mancarono di loro più di mila
soldati eletti, fra i quali a molto onore si nominano Beyrand,
Pourailler, Bourgon, e Marmet.

Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente: Wurmser, nel
quale si possono lodare una attività ed un vigor d'animo superiori
all'età, aveva raccolto tutte le sue genti, e si apparecchiava ad
ingaggiare una nuova battaglia, che doveva por fine a quell'acerbissima
contesa, ed a quelle pugne sparse, che da più giorni duravano, più
sanguinose che terminative. Aveva un novero di venticinque mila soldati
di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si
appoggiasse all'eminenza di Medolano, che si erge fra Guidizzolo e
Castiglione, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor
egli aveva fatto opera, che tutti i suoi venissero a congiungersi
insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte
era raccolta fra la terra di Castiglione, e la fronte dei Tedeschi, e
per tal modo l'ordinava, che l'ala sinistra guidata da Massena potesse
assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al
mezzo, e finalmente Verdier con le fanterìe, e Beaumont coi cavalli
urtassero la sinistra. Ma il generale della repubblica, che non aveva
usato nel raccorre i suoi la medesima celerità che l'emolo suo,
quantunque vecchio, usato aveva; e volendo in giornata di tanta
importanza rendere per lui sicuro per tutti i mezzi l'esito del
conflitto, aveva comandato alla schiera di Serrurier, che era sotto la
cura di Fiorella, e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo ed a
Marcarìa, camminasse celeremente verso Castiglione, e ferisse di fianco
la punta sinistra degl'imperiali. Il quale consiglio fu molto a
proposito, come si vedrà dal progresso dei fatti che seguirono. Nè
parendo per la sagacità sua a Buonaparte, che questi preparamenti
bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere, se fosse possibile di far
venire altre genti da quella terra al tempo principale. Quivi successe
un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte, e ripeterono tutti
gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questo fu, che il
generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i
suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaja
di soldati, vi trovasse in vece un corpo Tedesco grosso di quattromila
combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglierìa. Era
Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante Alemanno
gl'intimava, si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto
improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al
Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei
tanto presumesse di se medesimo, che si ardisse chiamar a resa
Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso, e cinto da tutto
il suo esercito: andasse, e da parte sua al suo generale recasse, che se
subito non s'arrendesse, ed in poter suo disarmato non si desse,
pagherebbe colla morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli
storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti
di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di
Desenzano, che, avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o
andasse errando a casa, o si sforzasse di raggiungere il corpo
principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le
armi, si arrendessero a discrezione.

Questo fatto abbellito da graziose parole si rende credibile, se si
considera l'audacia Francese, soprattutto quella di Buonaparte, capace
di questo, ed anche di molto più; ma si stimerà incredibile, se si pon
mente, che qualunque si voglia supporre la bonarietà Tedesca, non può
ella però esser tale che scenda all'estremo della semplicità, quale la
dimostrerebbe la narrazione di Buonaparte. Pure esso è affermato da
tanti storici degni di fede, che noi saremmo disposti a prestarvi
credenza, se nell'animo nostro nol rendesse dubbio il considerare, che
niuna fama primitiva del medesimo ne suonò a Lonato, che mai non si
disse, nè si seppe chi fosse il generale Tedesco che governava la
squadra fatta captiva, e il nominarlo avrebbe tolto ogni dubbio; che gli
Austriaci in tutte le mosse ed in tutti i combattimenti di quei giorni,
non che abbiano mostrato o semplicità, o viltà, diedero segni di somma
avvedutezza e di sommo valore; che la colonna ritiratasi a Desenzano
dopo l'aspra battaglia di Lonato obbediva ad Ocskai ed al principe di
Reuss, l'uno e l'altro soldati da non lasciarsi ingannare nè intimorire
così alla prima, e uomini di tal nome, che portava pure il pregio che si
nominassero, se in quell'accidente maraviglioso avessero ornato
disarmati e vinti il trionfo di Buonaparte; che un grosso di quattromila
Austriaci congiunto a quel corpo, che già signore di Ponte-San-Marco, e
della strada per a Brescia, non erano tali che non potessero sforzare il
passo di Salò, e che avessero paura della piccola quadriglia di Guyeux,
che occupava questa terra, considerato massimamente che una non debole
mano di Tedeschi alloggiava ancora a Gavardo; che finalmente quel
correre liberamente la strada da Brescia a Lonato, quell'occupare
fortemente quest'ultima terra e quell'intimare così fiero e così
replicato a Buonaparte, che si arrendesse, non dimostrano uomini
fuggiaschi e timorosi. Certamente o è falsa la dedizione dei Tedeschi, o
sono false le circostanze narrate dagli storici. Ma se il fatto è vero,
non so come si possa scusare un generalissimo, che dà dentro alla cieca
in una schiera nemica tanto grossa, che l'uscirle di mano fu piuttosto
cosa miracolosa che maravigliosa. Adunque Buonaparte non aveva spie?
adunque non correva la campagna con gli esploratori? adunque viaggiava
così alla sicura in un paese, dove le truppe ed Austriache e Francesi, e
le zuffe loro erano tanto miste, e verso quella parte, donde sapeva che
Quosnadowich voleva sboccare per unirsi con Wurmser? Certamente una tale
sicurezza era molto impertinente al tempo presente, e Buonaparte non era
uomo da commettere questi errori; perciò si rende molto dubbio il fatto.
Che se poi ad ogni modo è vero, dovrassi il capitano di Francia tanto
biasimare dell'imprudenza che lo condusse in poter del nemico, quanto
lodare dell'audacia con la quale se ne liberò.

Tutte queste fazioni, quantunque di gran momento fossero, non avevano
ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti
emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale, se le
speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser, e
tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia avessero a riuscire o
fruttuosi, o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo Austriaco
accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la
quale terra e le sue genti se ne stavano schierati i Francesi. Erano i
soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti
battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni degli altri già si
trovassero il giorno quattro agosto, nissun motivo fecero per
affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune
genti fresche, e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era
posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo, donde
potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente,
appena aggiornava, essendo giunto il tempo, che Buonaparte si era
prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi
gl'imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica,
comandava ad Augereau, ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma
essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si
tentasse perancora di sforzar l'inimico, ordinava loro, che, dato il
primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per
seguitargli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano Francese
l'aveva ordinata; perchè, non così tosto si era incominciato a menar le
mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli
alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Francesi, che, fatto un po' di
resistenza, per ubbidire ai comandamenti del capitano generale, si
tiravano indietro. Dalla quale mossa molto a proposito fatta prendendo
animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago
con intenzione di circuire la sinistra dei Francesi retta da Massena, e
di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva le rotte. Quest'era
appunto il desiderio di Buonaparte, conciossiachè suo pensiero fosse di
urtare piuttosto e sbaragliare la sinistra di Wurmser, perchè conosceva
i sinistri casi di Quosnadowich; la fortezza di Peschiera, che era in
suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in
procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei
Tedeschi. A questo fine, mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto
degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier con un
forte polso di granatieri, e con un reggimento di cavallerìa ad
assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo
assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto, e più felice nel fine,
ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le
artiglierìe, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole,
fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di
Medolano le artiglierìe Austriache, e ne seguitava un sanguinoso
combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar
valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al
ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue, se ne impadroniva.
Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di
San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già
vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del
ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi, e lo dava ai contrastanti. Nè
questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva
Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati
di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se
l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.

Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta
declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e
Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto
che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo
di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva
altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava
nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste
indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia
generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato,
sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano
dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai
soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di
Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse
infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con
vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino,
Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e
disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto,
parte intiero si ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a
Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior
danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte
mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa
medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte
creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio
di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni,
di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non
arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome
mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e
sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e
Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa
quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei
repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi
imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio
di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.

La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza
dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè
Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria,
ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo
dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei
combattenti, o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa
vittoria, si risolveva a perseguitar celeremente le reliquie del suo
avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in
aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto
tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare,
valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi
del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano
sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore
concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione
favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto
passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla
sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva
trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per
dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi
avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo
virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli.
Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a
ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in
viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena,
Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona
con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro,
sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a
partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si
aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto
sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fatti recenti
si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande
sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo
era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non
diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le
porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe
coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero
stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma
i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte
nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati
di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con
ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva
alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige,
contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando
all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich
e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di
Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo
Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul
lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai
luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena
e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di
Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si
alloggiava in Torbole, compariva con mostra vittoriosa in cospetto di
Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso
assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra
con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della
Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è
una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a
sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal
monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un
grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa
strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di
grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di
Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico
in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero
mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a
sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci
ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto
superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del
nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate,
con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo
innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori
alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i
Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo
sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto
furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose,
comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla
forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in
fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto
fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello
sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe,
passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e
rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la
strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento.
Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa
preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla
strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo,
combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù
chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti
fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in
quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi
mancarono, per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti
il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo,
principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi,
prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli
occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di
morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato
al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle
lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di
Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in
libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero
germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con
eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più
amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco
importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini:
bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina
Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero
facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da
Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la
Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo
pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i
pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente
e per lo stimolo delle vittorie.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco
considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per
difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi
della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse
confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva
probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette
di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del
Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che
combattendo di fronte non avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per
modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato
consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua
presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che
testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche
variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque
avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene
era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di
stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa
Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo
di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano,
luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e
del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la
più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin
quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo
a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi
in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei
generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in
quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada
presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la
Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per
andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della
prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente
Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso
l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la
destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava
frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano
guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei
due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece
Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che
lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di
salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di
ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far
opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i
repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con
presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è
un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a
Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già
quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo
principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra.
Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da
se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di
Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla
sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al
maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i
Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le
sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando, e
velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a
Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed
entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la
vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso
esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la
Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che
l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente
espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un
nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde
dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume
Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti
si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore,
da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici
apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana;
l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di
questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del
fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta,
chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due
ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal
ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nome di
lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque
libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella
precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di
poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne
palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura,
cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a
Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena.
Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta
Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta
dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa,
è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di
terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta
Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per
singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto.
Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la
battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno,
nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per
parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due
suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli
argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la
palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene
alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul
lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa, di San Niccolò,
degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la
palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le
barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il
lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi
venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse
andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non
ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là
sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di
terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate
con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza
munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel
mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di
Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna.
Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta
Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un
alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con
terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il
Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di
Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni
di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da
luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e
finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria
pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per
le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime,
principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo.
Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia
una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio
sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che
validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di
questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della
piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male
altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè
per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si
possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città.
La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più
diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è
un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del
corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi,
stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non
bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di
artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi
non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte.
Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e
perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero
è che per rimediare a questa debolezza, sono state sospinte oltre il
pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo
e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più
ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco
volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per
quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente
servirle di difesa.

Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta
Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un
debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre
piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo
i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa
parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia,
stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era
venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si
potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza,
quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per
un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche,
che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita
di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche.
Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto
malagevole, quanto porta la fama.

A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il
principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e
questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemico debbe
necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i
più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la
difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano
le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più
difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e
passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli
assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi
che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a
Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono
agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le
novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può
fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il
nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza,
ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli
argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di
capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito
dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se
ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede,
che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce
ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di
sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli
assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal
progresso di queste storie.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con
un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di
Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già
stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva
nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava
particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano,
rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano
Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di
cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse
cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva
fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San
Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere
le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose
infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria,
malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati
in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in
mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo
giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi,
andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale
sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale
Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci,
e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi
disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la
cavallerìa, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se
non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che
sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a
Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San
Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le
genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo
da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna
contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente
dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi
viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza
nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di
tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la
occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare
all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati,
coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla
Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di
questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero,
aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo,
salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco
destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San
Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico
potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si
accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar
la strada fra San Giorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito
della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non
potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano,
imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo
il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di
Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di
soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di
congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati
luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta
degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu
tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva
forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo
soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna
favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal
sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi,
parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si
ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco.
Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più
opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse
molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio,
condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per
fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue
sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la
campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori;
perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già
sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star
vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con
trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima
confidenza d'entrar presto in Mantova.

Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in
imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo
medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte
pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar
Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e
principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola
maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei
Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto
più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva
quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che
quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato
e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie
di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo
alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e
un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle
insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le
cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando
nuove forze e nuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di
forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava.
Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e
violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro
aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate,
poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio
d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli
che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in
Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma
ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza
di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva
mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un
colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e
provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in
Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di
maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi
Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando
nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il
carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi
principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a
Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e
Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro
ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera
fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di
Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una
compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere
il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni
pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle.
Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di
Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi
preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè
parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto
Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra
forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo
tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva
instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di
Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente
agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio
sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero
duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe,
scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge
fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e
confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar
nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò
eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che
perciò non era in sua facoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo
presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver
domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo
governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole
intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo
fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le
minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i
mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza,
quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava,
continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder
sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale
generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano
andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo
spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione
illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di
Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in
durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta
tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.

Intanto non portarono gl'Ing

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/45902