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Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

by Corrado Guidetti · Italian · Gutenberg #45807 · 670,376 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
    
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Title: Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Author: Corrado Guidetti


        
Release date: May 28, 2014 [eBook #45807]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45807

Credits: Produced by Enrico Segre and the Online Distributed
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK PRO JUDAEIS: RIFLESSIONI E DOCUMENTI ***

                                AVVISO


Chiunque avesse notizie o documenti sopra le questioni discusse nel
presente volume, farà cosa grata indirizzandoli al sig. Dottore Corrado
Guidetti presso la tipografia Roux e Favale.




                            CORRADO GUIDETTI
                           DOTTORE IN LETTERE
           ——————————————————————————————————————————————————

                               PRO JUDÆIS
                        RIFLESSIONI E DOCUMENTI

                              Das Aergste weiss die Welt von mir und ich
                              Kann sagen ich bin besser als mein Ruf.

                                              SCHILLER, _Maria Stuarda_.

                                 TORINO
                        TIPOGRAFIA ROUX e FAVALE
                                  1884.


                              ——————————
            _Diritto di riproduzione e traduzione riservato_
                              ——————————




                             INTRODUZIONE


Chi consideri superficialmente i fenomeni sociali, non può non essere
colpito dal risvegliarsi in molti Stati d'Europa di una agitazione più o
meno sorda contro gli Ebrei.

A primo aspetto, sembrerebbe che il soffio vigoroso della prima
rivoluzione francese avesse dovuto far sparire ogni distinzione fra
cittadini, basata sul semplice fatto della fede professata.

Sembrerebbe che il diritto di adorare Dio secondo la propria credenza,
fosse uno dei più saldi, dei più indiscutibili portati della moderna
civiltà.

Sembrerebbe, sopratutto, oltraggio alla umana ragione dover invocare
dagli scrittori discorrenti degli Ebrei, che applichino loro
quell'elementare principio di equità da Carlo V, Re di Francia, nel XIV
secolo sancito con apposita legge: non doversi l'intiera nazione ebrea
tener responsabile delle colpe di ogni singolo ebreo.

Eppure, non è così.

Non soltanto nell'Oriente di Europa, dove la questione si complica e si
innesta ad altre di svariata natura, si sveglia un movimento contro gli
Ebrei; ma da questo movimento non vanno immuni i paesi più civili
d'Europa.

In Germania, la terra classica della persecuzione contro gli Ebrei, come
sin dal diciassettesimo secolo avvertiva Basnage (1), si bandisce una
crociata contro di loro, ed a capo del movimento stanno un ateo,
dichiarato e riconosciuto, il signor Henrici (2), ed un ministro
protestante, il dott. Stöcker, predicatore di Corte a Berlino.

In Francia lo stesso movimento si accentua ed è già abbastanza vivo per
darsi il lusso di un organo speciale, l'_Antisémitique_, che vede la
luce in Montdidier, ed al quale ci sarà pur forza consacrare più innanzi
qualche parola, benchè ci sia noto che l'opera insensata dei redattori
di quel giornale non giova che ad ammassare sulle loro teste il generale
disprezzo.

Ed anche nella nostra Italia, dove, dal 1848 sino alla completa
unificazione della penisola, gli Ebrei sembrarono identificarsi col
resto della popolazione, colla quale avevano avuti comuni i patimenti
della oppressione ed i pericoli delle congiure e delle battaglie, oggi
non manca chi soffi nel fuoco, e libelli di propaganda antisemitica
vanno spargendosi a piene mani nelle campagne.

Se la guerra contro gli Ebrei avesse a ragione la differenza di fede; se
a capo di questo movimento fossero i Papi, i Vescovi, la Chiesa in una
parola; se agli Ebrei di oggi giorno si volesse far scontare la colpa
dei loro antenati, la pertinace convinzione con la quale, malgrado
persecuzioni d'ogni sorta, mantennero intatta la loro fede, noi non
avremmo che a constatare una nuova manifestazione di quel fanatismo di
cui tutti i secoli e tutte le credenze hanno dato numerosi esempî.

Le persecuzioni per ragione di fede non ci sorpresero mai. E se, mossi
da quello spirito di carità che è nel cuore di ogni uomo, quando l'alito
delle passioni non lo spegne, guardiamo inorriditi alle fiamme dei
roghi, li accenda, come in Ispagna, un domenicano fanatico, o, come in
Ginevra, il bieco Calvino, al nostro orrore non si mesce sorpresa.

La fede è il più nobile patrimonio dell'uomo, e per ciò appunto i suoi
eccessi generano il fanatismo più pericoloso. I più atroci delitti hanno
sovente origine dalla esagerazione delle più elevate passioni.

Ma sì, che i moderni antisemiti pensano proprio a tutto ciò! L'idea di
vendicare il Dio crocifisso è tanto lungi da loro, quanto lo era dalle
orde fanatiche che nell'XI secolo trucidarono gli Ebrei di Worms, che
affermavansi discendenti da una colonia giudaica, migrata da Palestina
ben prima della nascita di N. S. G. Cristo, e quindi ad ogni modo non
responsabili di quella morte, neppure se le colpe degli avi s'avessero a
vendicare sui tardi nepoti.

Guardiamoli in viso questi persecutori degli Ebrei, questi individui,
scarsi di numero e ricchi di audacia, che senza aver tampoco la scusa
del fanatismo religioso, vogliono ricondurci ai più tristi tempi del
medio evo; squarciamo il velo sotto cui si asconde questo movimento,
decorato del pomposo nome di _antisemitismo_, e vedremo che sotto di
esso si cela una nuova faccia di quel mostro che vuole avvolgere il
mondo nelle sue spire, e che, per usare una parola, oggi abusata,
chiamerò radicalismo (3).

L'ebreo è ricco, od almeno lo si crede tale — se lo sia, e perchè lo
sia, vedremo nel corso di queste pagine — ma è creduto tale, e per ciò
soltanto gli si muove guerra.

La sua ricchezza è e fu sempre il suo delitto.

L'industria, la coesione, la ricchezza degli Ebrei ebbero sempre il
triste privilegio di eccitare l'invidia e il malvolere. I Faraoni eran
gelosi di loro sin da quando i figli di Israele cominciarono ad
arricchire nella terra di Gessen, e gli idalghi ed i priori della Spagna
cattolica furono gelosi a loro volta, allorquando un Ebreo divenne
ministro delle finanze del Re Alfonso.

Ed oggi ancora i persecutori degli Ebrei appartengono a quel partito,
che potrebbe a buon dritto chiamarsi il partito dell'invidia.

Cerchiamo oggi gli agitatori delle passioni antisemitiche in quei paesi,
dove l'ignoranza dei più permette loro di mostrarsi a viso aperto, in
Ungheria per esempio, e li vedremo sedere in Parlamento sui banchi della
estrema sinistra (4).

In Francia, non son sei o sette anni, si combatteva dai radicali la
elezione a consigliere generale di un membro della famiglia Rothschild,
trattandolo da clericale!! Oggi che l'antisemitismo va facendo
progressi, lo si combatterebbe perchè ebreo!

Clericale od ebreo, è tutt'uno per coloro che mirano a scuotere la
società dalle sue basi, a distruggere la famiglia, la proprietà, la
religione.

E non è soltanto la ricchezza, vera o creduta tale, degli Ebrei che li
designa ai colpi dei loro avversarî.

L'ebreo, in qualsivoglia paese del mondo civile lo si consideri, è
essenzialmente liberale. — Mi sia concesso avvalorare questa mia
affermazione colle parole di uno dei più illustri scrittori del nostro
secolo, di Ernesto Rénan (5):

“Il giudaismo, scrisse il professore francese, che ha tanto giovato per
lo passato, gioverà anche in avvenire. Esso servirà la vera causa, la
causa del liberalismo, dello spirito moderno. Ogni ebreo è liberale. Lo
è per natura. I nemici del giudaismo, al contrario, guardateli da
vicino, e vedrete che sono generalmente i nemici dello spirito
moderno” (6).

In queste poche parole è mirabilmente riassunta la questione.

Sì; l'ebreo è liberale, essenzialmente liberale. Dalla sua lunga
persecuzione, dalle sue secolari tribolazioni, esso ha imparato una cosa
sola: ad odiare non i persecutori, ma la persecuzione, ad amare di vivo
affetto la libertà, ma la libertà vera, quella che come sole
fulgentissimo riluce per tutti gli uomini, qualunque sia la loro
opinione, qualunque l'abito che vestano.

E di questo spirito del giudaismo la letteratura, la storia offron prove
a bizzeffe. Ne addurremo soltanto due:

Uno dei più illustri fra gli scrittori ebrei, il più illustre forse dopo
il Maimonide, Abarbanello (7), che alla teoria dell'uomo di studî
congiungeva la pratica dell'uomo di Stato, ci lasciò nei suoi
_Commentarî_ delle dissertazioni di pubblico giure degnissime di studio.
In queste egli esamina le diverse forme di governo e dà la preferenza
alla forma repubblicana, od almeno alla monarchia temperata (notisi che
Abarbanello scriveva nel XV secolo!). Esaminando in seguito quale sia il
dovere dei sudditi, anche sotto un re malvagio e tiranno, insegna che il
popolo non ha nè il potere, nè il diritto di ribellarsi,
“contrariamente, dice egli, all'opinione dei saggi cristiani che
scrissero di questo argomento” (8).

Nè si creda che le teorie del dotto ebreo non siano seguite da coloro
che professano la religione mosaica. La rivoluzione francese fu per gli
Ebrei un'êra di redenzione; essa soltanto ha spezzato i ceppi in cui da
diciotto secoli gemeva la nazione ebraica; essa prima, dallo stato
vilissimo in cui vivevano, li ha elevati a dignità di uomini, di
cittadini. Nessuna meraviglia adunque che gli Ebrei favorissero quella
rivoluzione e ne sposassero con ardore i principî. Pure il filosofo
della storia non deve dimenticare che non un ebreo — non uno — si trova
fra gli uomini che bruttarono coi loro eccessi quella rivoluzione, non
uno fra i sicarî del 93 e fra coloro che colle più efferate licenze
coprirono di obbrobrio il sacro nome di libertà (9).

E ciò, ripetiamolo, perchè l'ebreo è assolutamente liberale, nel buono,
nel vero senso della parola.

Il radicalismo, invece, è essenzialmente nemico del liberalismo, perchè
è essenzialmente persecutore. E questa è una nuova ragione dell'odio che
il radicalismo nutre contro gli Ebrei.

Esso, che prova sempre il bisogno di nuove vittime, che oggi espelle i
RR. Padri della Compagnia di Gesù, che domani perseguita altri pel solo
fatto che nacquero da illustre prosapia, non può non esser nemico dello
Ebreo, il quale vuole per sè la libertà come la vuole per gli altri, e
combatte per essenza, per indole, per interesse, tutte le distinzioni
basate sulla nascita, sulla fede.

Ecco perchè, con mostruoso connubio, _Culturkampf_ ed antisemitismo
poterono nascere quasi ad un tempo e sulla stessa terra (10).

E qui ci si para spontanea dinanzi un'obbiezione.

Ci si dirà. Voi dipingete i radicali come i più feroci nemici degli
Ebrei; eppure noi tutti conosciamo radicali notissimi che sono ben lungi
dal partecipare a quest'odio, e vediamo invece assaliti tutto giorno gli
Ebrei da giornali e da uomini del partito che è notoriamente il più
avverso al radicalismo.

L'obbiezione è giusta, giustissima; ma è giusta solo per quanto
risguarda gli uomini, non per quanto risguarda il partito.

Spieghiamo il nostro concetto.

Se è vero che tutto si può pretendere dall'uomo fuorchè la logica, è
anche più vero che è specialmente nella politica che la logica si va
facendo ogni giorno più rara.

Tutto giorno udiamo uomini vantarsi conservatori, liberali, radicali, e
raramente li vediamo informare tutte le loro azioni ai principi di cui
si dicono seguaci.

Nei paesi specialmente, come l'Italia, da poco educati alla vita
politica, è accaduto che uomini appartenenti ad opposte scuole politiche
si trovarono per lungo tempo affratellati da un intento comune, la
liberazione della patria.

Questo intento comune, e l'azione comune che ne fu conseguenza, han
fatto sì che le idee degli uni esercitassero qualche influenza su quelle
degli altri, mitigassero la logica inflessibile dei principii, dessero
vita a quella specie di eccletismo politico di cui ogni giorno vediamo
prove in Italia.

Ecco perchè, sebbene il radicalismo sia per natura il peggior nemico
degli Ebrei, i radicali italiani si separano in ciò dalla maggioranza
del partito cui appartengono.

Se una serie di miracoli eguali a quelli, per cui l'Italia da ancella
divenne nazione, facesse domani risorgere la Polonia, l'Europa vedrebbe
uno spettacolo più singolare ancora; vedrebbe per alcun tempo i radicali
ed i clericali polacchi vivere assieme d'amore e d'accordo, tutti
assorti in un sol pensiero, la salute della patria (11).

Ma sarebbe tregua di anni, che nella storia dei popoli sono un momento,
e i due principî opposti non tarderebbero a darsi battaglia anche nella
terra degli Jagelloni.

La storia naturale ci insegna che animali, i quali allo stato selvaggio
sono nemici inconciliabili, possono allo stato di servitù vivere fra
loro d'accordo.

E se ciò avviene per animali di diversa razza, come non avverrebbe per
l'uomo?

Veniamo all'altra parte dell'obbiezione.

È vero del pari che gli Ebrei sono oggigiorno combattuti con violenza da
taluni giornaletti di provincia, che si dicono cattolici e si vantano
rappresentanti non già di Papi o di Vescovi, dinanzi ai quali ci
inchineremmo reverenti, ma di sodalizi più o meno ignorati ed in nessun
caso autorevoli.

Errerebbe di gran lunga chi credesse che quei giornali rappresentino lo
spirito, la parte pensante del loro partito (12).

È comune errore il credere alla disciplina della stampa cattolica, e
l'errore è tanto comune che i fatti i più lampanti, l'opposizione
accanita, per esempio, che taluni giornali sedicenti cattolici fanno ai
Presuli delle loro diocesi, non valgono a sradicarlo.

A provare che tutta la stampa non partecipa all'opinione dei suddetti
giornalucoli, addurrò quattro fatti quasi contemporanei.

1º Or sono due o tre anni, in occasione delle elezioni amministrative a
Roma, l'_Unione Romana_, associazione cattolica presieduta da S. E. il
signor Duca Scipione Salviati, venne ad accordi colla Associazione
Costituzionale. Quest'ultima portava un israelita siccome candidato al
Consiglio Provinciale.

Sarebbe stato impossibile, assurdo, pretendere che in Roma una
Associazione cattolica portasse fra i suoi candidati un non cattolico:
pure la lista fu concordata ed i giornali cattolici la sostennero,
togliendo, è vero, il nome del candidato israelita, ma sostituendolo con
una riga di punti. Se si ponga mente che ciò avveniva per una elezione
che aveva luogo su di un sol nome, si converrà, che il dichiarare
esplicitamente, che al candidato israelita non si opponeva nessuno,
equivaleva da parte dei giornali cattolici a dire: non possiamo
appoggiarlo, ma desideriamo vederlo eletto.

2º L'organo del partito cattolico di Genova, _Il Cittadino_, fu per
molto tempo, ed è ancora, arbitro assoluto delle elezioni amministrative
di quella città, e fra i suoi candidati fu sempre almeno un israelita.

3º La _Rassegna Nazionale_, importante rivista che vede da cinque anni
la luce in Firenze, che è l'organo della parte più liberale del partito
cattolico, ed in cui collaborano gli uomini più insigni di quel partito,
come il Cantù, lo Stoppani, ecc., ecc., pubblicava nel suo numero di
luglio u. s. una splendida difesa degli Israeliti dovuta a quel luminare
del giudaismo, che è il prof. Ad. Frank, dell'Istituto di Francia. E qui
cade in acconcio il ricordare che il signor Frank dettava, pregatone,
quel suo articolo per gli _Annales de philosophie chrétienne_ pubblicati
dal signor Roux con tanto zelo a Parigi (13).

4º Or son pochi mesi, infine, l'_Osservatore Romano_, il solo giornale,
ricordiamolo bene, che la Corte Pontificia riconosca come suo organo,
recava nel suo N. 165 del 21 luglio 1883 una corrispondenza da
Nyiregyhaza, 16 luglio, sull'iniquo processo di Tisza Eszlar, che ha
testè disonorato l'Ungheria, corrispondenza ispirata a sentimenti così
nobili ed elevati che non sappiamo resistere al desiderio di riferirne
un brano, per istruzione di coloro che della stampa cattolica giudicano
dagli ignobili giornali di provincia cui abbiamo testè accennato:

“Dopo l'ultima mia, che vi dava conto dell'8ª seduta, ebbe luogo una
pausa di tre giorni; quindi si continuò nell'audizione di testimonî a
carico e scarico, si aprì la discussione sul presunto trafugamento e
tentata sostituzione di cadavere, e furono uditi i periti medici
dell'università di Pest in contesto di quelli che esaminarono il
cadavere e stesero il _repertum facti_. Le varie scene a cui diedero
luogo queste diverse fasi dell'ormai sciaguratamente celebre processo
non valsero a portar miglior luce sui fatti, ma contribuirono purtroppo
a mettere in evidenza lo stato anormale dell'amministrazione della
giustizia in Ungheria, non che lo sfogo di passioni, crassa ignoranza,
corruzione, abbiezione di caratteri.

“Ester Solymossy è scomparsa. Questo è l'unico fatto certo.

“Fu dessa vittima d'un sacrifizio rituale?

“Ne manca ogni prova attendibile. Non si ha per base dell'accusa che _la
denuncia d'un figlio contro del proprio padre_.

“Accetti chi vuole una tal base; io la respingo con orrore.

“_Onorerai il padre tuo e la madre tua!_ proclamò Iddio dall'alto del
Sinai. Chi calpesta questa legge divina, a cui fecero omaggio tutti i
popoli della terra, sanzionando nei loro codici per ogni caso e senza
eccezione alcuna il diritto dei figli di non deporre in giudizio contro
dei genitori; chi, ripeto, calpesta questa legge, non è più uomo, è un
bruto; ed i bruti non meritano fede in giudizio.

“Ciò sia detto in risposta ai fanatici, ai dilettanti di casuistica, ed
agli stolti, _quorum infinitus est numerus_, che stimano non si possa
essere buon cattolico senza essere antisemita e giudeofobo.”

Abbiamo trascelto a caso questi esempî, e molti ne tralasciammo dei
tanti che ci si affacciavano alla memoria; perocchè questi siano più che
sufficienti a dimostrare che lo spirito animante la stampa cattolica,
degna di questo gran nome, verso gli Ebrei non vada cercato in quei
fogliucciacci di provincia che seguono le pedate dell'_Osservatore
Cattolico_ di Milano, giornale più volte riprovato dalla Autorità
Ecclesiastica.

E chiudiamo la lunga digressione.

Il radicalismo, abbiam detto, combatte l'Ebreo perchè ne invidia le
pretese ricchezze (14); lo combatte, perchè vede in lui incarnati quei
principî di libertà e di tolleranza politica e religiosa, che sono
l'antitesi la più perfetta delle dottrine radicali, basate sulla
violenza ed ispirate al detto del gran satirista di Roma: _Stat pro
ratione voluntas_.

E non senza un perchè il radicalismo ha scelto l'Ebreo a bersaglio dei
suoi strali.

La società posa su basi solide, e i radicali, malgrado la loro buona
volontà, non riescirebbero certamente a scuoterla d'un tratto.

Perciò volsero prima le loro armi contro la Chiesa cattolica, sicuri di
aver a compagni nella lotta molti liberali di buona fede che credevano
giovare alle idee di progresso intellettuale e sociale, combattendo la
Chiesa e privandola non soltanto di quei privilegi che contrastavano
all'ordine politico degli Stati moderni; ma ponendola eziandio fuori del
diritto comune, e violando a suo danno i più elementari principî del
giure naturale, siccome fu fatto in Francia, in Germania ed in
Isvizzera.

Se la lotta contro la Chiesa offriva ai radicali il vantaggio di aver ad
alleati molti liberali, la lotta contro gli Ebrei assicurava loro il
concorso dei più esagerati campioni del fanatismo religioso.

Ora un partito, che apre in America pubbliche scuole per insegnarvi ad
usufruire la dinamite per giungere al progresso sociale, non può essere
schifiltoso nella scelta dei mezzi. Dopo aver combattuto a fianco ai
liberali contro Ignazio di Loyola, esso si allea ad Arbues e a
Torquemada per combattere contro gli Ebrei, per rinnovare contro di loro
gli eccessi onde vanno disonorati nella storia i nomi di Ferdinando ed
Isabella di Spagna, di Emanuele di Portogallo e di tanti e tanti sovrani
delle età media e moderna.

E così, applicando il vecchio precetto, tanto caro ai tiranni, _divide
et impera_, viene il radicalismo man mano sgretolando il vecchio mondo,
pronto poi, siccome disse il poeta, a cogliere i frutti del mal di
tutti.

Questo abbiamo voluto dire per spiegare il perchè prendiamo oggi a
difendere gli Ebrei. Non ci muove interesse di casta, non spirito di
religione, ma convinzione profonda, immutabile, che in essi non si
osteggia la credenza religiosa, ma si combatte uno dei ripari della
moderna società.

Come oggi difendiamo gli Ebrei, avremmo ieri difeso le corporazioni
religiose espulse di Francia (15), difenderemmo domani qualsivoglia
setta, corporazione o sodalizio cui si volessero negare i beneficî del
diritto comune, e questo non per uno spirito alla Don Chisciotte, ma
perchè crediamo necessario mettere in guardia la società moderna contro
gli assalti del radicalismo, il quale rinnova precisamente la tattica
riuscita tanto bene ai precursori della prima rivoluzione francese.

Come costoro, prima di attaccare la monarchia di fronte, vennero man
mano scalzando tutti i principî su cui essa poggiava; così i radicali,
prima di assalire di fronte la società, la minano sotterra, e vellicando
stolte ed abbiette passioni, tentano inocularle l'odio per la libertà,
il disprezzo pel diritto, l'amore per le leggi di violenza partigiana,
di persecuzione ingiustificata.

A questo lavorìo deleterio bisogna tutti si oppongano: e per opporvisi
con frutto, per combattere vittoriosamente questa santa battaglia della
civiltà e del progresso, occorre stringersi intorno al labaro dei nuovi
tempi su cui sta scritto: Libertà per tutti.

    Recoaro, agosto 1883.

                                                 CORRADO GUIDETTI.
                                                _Dott. in lettere._

(1) _Hist. des Juifs_, p. 2852.

(2) _Rassegna Nazionale_, Firenze, 1º luglio 1883, p. 42.

(3) Per evitare una confusione altrettanto perniciosa quanto, ai tempi
nostri, comune, quella che proviene dal non intendersi sul significato
che si annette alle parole, spieghiamo qui ciò che intendiamo per
radicalismo.

Lungi da noi il pensiero di designare con questo nome coloro che
aspirano ad una piuttosto che ad un'altra forma di reggimento politico.

Radicale può essere tanto il monarchico quanto il repubblicano, e sì
l'uno che l'altro possono esser liberali. Per noi la distinzione fra
liberali e radicali sta in ciò soltanto: che il liberale vuole
raggiungere i più alti ideali dell'avvenire rispettando i diritti, la
libertà, la vita di ognuno; il radicale, invece, è disposto a violare ad
ogni momento la libertà ed i diritti altrui, per conseguire il suo
intento.

Posta così nettamente la questione, diremo subito che fra quel prototipo
leggendario di inquisitore che, dinanzi a un massacro in cui cadevano
egualmente vittime eretici e cattolici, avrebbe sclamato: _uccideteli
tutti, Dio riconoscerà i suoi_, e Barnave, il girondino, che di fronte
alle prime stragi che insozzarono la rivoluzione francese, sintetizzando
in una frase cinica e crudele i concetti del radicalismo, nella seduta
del 23 luglio 1789, chiede ironicamente dall'alto della tribuna: _Le
sang qui coule est-il donc si pur?_ non sentiamo preferenza alcuna.

(4) Appartenevano del pari all'estrema sinistra intransigente del
Parlamento romeno quei quattro deputati che nel 1878 escogitarono una
mozione intesa ad un tempo a inorpellare l'Europa, che insisteva perchè
agli Ebrei si accordasse l'eguaglianza civile, ed a rendere a questi
impossibile o quasi il conseguirla. V. MARCO ANTONIO CANINI. _La verità
sulla questione degli Israeliti in Rumania._ Roma, Barbera, 1879.

In Italia poi, uno dei rarissimi deputati che faccia pompa del suo
antisemitismo, e che si diverta a parlare nelle sue corrispondenze
giornalistiche di _Giornali della Sinagoga_ e di altre simili amenità da
medio evo, è quello stesso che in piena Camera dichiarò egli non
conoscere un Papa Pio IX, ma soltanto un conte Giovanni Mastai Ferretti
di _professione_ Vicario di Dio! ho nominato l'on. Petruccelli della
Gattina. Anche in Francia la questione semitica fu sollevata per la
prima volta, in questi anni, da un articolo, perfidamente abile,
intitolato: _Dieu des Juifs tu l'emportes!_ pubblicato dal noto
mangiapreti signor Francisque Sarcey, nel XIX _Siècle_ di Edmond About
nel maggio o giugno 1875.

(5) Errerebbero a gran partito coloro che credessero il signor Rénan un
amico degli Ebrei; egli, nel suo libro sull'_Ecclesiaste_, ne ha
ultimamente schizzato un ritratto dal quale risulterebbe che essi sono
oggi quello che erano or sono quattromila anni alle falde del Sinai: gli
adoratori del vitello d'oro. E nei suoi _Souvenirs d'enfance et de
jeunesse_ parla degli Ebrei in guisa da meritarsi che il primo numero
dello _Antisémitique_ di Montdidier gli consacri una colonna di elogi.
Ciò avvertiamo non per far colpa allo scienziato francese delle sue
tendenze; ma perchè gli avversari nostri, ogni qualvolta citiamo il
Rénan, non ci rinfaccino di appoggiarci all'autorità di chi ha negata la
divinità di N. S. Gesù Cristo. Il Rénan potrà essere anticristiano fin
che si vuole, ma non certo per filosemitismo.

(6) Ernest Rénan. _Le Judaïsme et le Christianisme._ Paris, Calmann
Levy, 1883, p. 24 e 25.

(7) Nacque a Lisbona nel 1437; fu intendente delle finanze di Alfonso V,
re di Portogallo, di Ferdinando il Cattolico, re di Castiglia, di
Ferdinando il Bastardo, re di Napoli, di Alfonso II suo successore che
non abbandonò quando i francesi lo cacciarono dal Regno. Abarbanello si
stabilì in Italia e fu preso per arbitro in una questione commerciale
fra il Re di Portogallo e la Repubblica di Venezia. Morì a Venezia nel
1508 e fu sepolto in Padova. Veggansi per maggiori notizie: Bartolocius,
_Bibl. Rabb._; Bayle, _Dict. Crit._; Boissi, _Dissert._, p. 2; Schwab,
_Abravanel et son époque_; S. Honel, _Lien d'Israel_, 5º anno, pag. 355
e segg.; e tutte le biografie.

(8) I. Bedarride. _Les Juifs en France, en Italie et en Espagne._ Paris,
Michel Levy, 1861, p. 294. È appena necessario avvertire che, riferendo
l'opinione di Abarbanello, facciamo sulle ultime parole sue le più ampie
riserve. Nè S. Tommaso, nè scrittori approvati ed autorevoli, nè tanto
meno la Chiesa Cattolica si espressero nel senso della liceità di
ribellarsi o peggio di uccidere il tiranno, anzi la negarono
recisamente.

(9) Merita a questo proposito di esser riferito il giudizio che uno dei
più dotti Rabbini del nostro secolo, il professore S. D. Luzzatto di
Padova, dava della rivoluzione francese.

Trascriviamo un brano di una sua lettera inedita del 26 dicembre 1836
inserita nel _Vessillo Israelitico_ di Casale, ottobre 1876, p. 325.

“Nello scorso secolo gli spiriti della Francia, scatenandosi ad un tempo
con un diluvio di scritti religiosi e contro i Governi assoluti e contro
il Cristianesimo, produssero nelle menti quello stravolgimento, che poi
si sviluppò nella funestissima rivoluzione francese, la quale pose in
trambusto per tanti anni il mondo intero.”

(10) Vi sono taluni ingenui che si chieggono come il principe di
Bismarck tolleri il risvegliarsi dell'antisemitismo in Germania. A
questi ingenui osserviamo che il _non cade foglia che Dio non voglia_ si
avvera anco in politica, specialmente quando il Dio si chiama: il signor
di Bismarck. Le vere dottrine di libertà sociale ed economica che furono
la gloria dei quattordici primi lustri del nostro secolo non ebbero, non
hanno nemico più mortale del cancelliere di ferro. E chi è nemico di
libertà è nemico naturale degli Ebrei. Lo stesso Bismarck in una
conversazione avuta con un diplomatico straniero, telegrafata al
_Morning Post_ nell'agosto dello scorso anno, diceva per assicurarlo
delle sue intenzioni pacifiche: “La Germania non è nelle mie mani, come
crede la gente. La Germania è nelle mani degli Ebrei, _che hanno orrore
per la guerra_ in causa dei loro interessi e delle signore che hanno
orrore della guerra per la vita dei loro mariti e dei loro figli.” _Aver
orrore della guerra_ vuol dire esser fattori di civiltà, ma vuol dire ad
un tempo esser odiati a morte dal signor di Bismarck.

(11) Cade proprio in acconcio notar qui che lo stesso Governo russo, che
deportava in Siberia monsignor Felinsky, il venerando Arcivescovo di
Varsavia, puniva più volte colla carcere e coll'esilio il patriottismo
dell'illustre Michel B. Meisel, Rabbino di quella città.

(12) I nostri lettori troveranno fra i documenti un discorso
dell'eminentissimo cardinale Manning, il quale ci dà la vera opinione
della parte pensante del partito cattolico sulla questione semitica.

(13) Ci sia concessa una lieve digressione. È uno spettacolo che solleva
l'animo del pensatore quello che ci offrirono quasi contemporaneamente
gli _Annales de philosophie chrétienne_, invitando un ebreo a discutere
nelle loro colonne la questione semitica, e la _Société des Etudes
juives_ di Parigi, chiamando nel suo seno un non israelita a dissertare
“sul Giudaismo e sul Cristianesimo.” Malgrado i gufi, che tentano di
oscurare il sole, è d'uopo convenire che siamo assai lontani dai tempi
di San Luigi, Re di Francia (Cfr. _Joinville_, p. 11) quando un
cavaliere, trovandosi presente ad una di quelle discussioni che allora
frequentemente avvenivano fra sacerdoti cattolici e rabbini ebrei, sulla
prevalenza delle rispettive religioni, vedendo come gli ebrei avessero
il sopravvento nella discussione, stese morto ai suoi piedi con una
bastonata l'ultimo rabbino che aveva parlato, dicendo ai preti
cattolici, in atto di rampogna: “_Vous avez fait folie d'avoir occasioné
telle dispute d'erreur._”

(14) Queste linee erano già scritte, allorchè ci venne fatto di leggere
nella _Revue Britannique_ (luglio 1883) un dotto articolo, tolto
dall'_Edimburgh Review_, nel quale si accenna appunto allo spirito di
odio e di persecuzione che oggi si manifesta sotto il falso nome di
liberalismo repubblicano.

(15) Non faccia meraviglia se in questo nostro lavoro, ispirato, osiamo
vantarcene, ai principî della maggiore tolleranza, ci accada di
paragonare sovente i Gesuiti agli ebrei. Sì gli uni che gli altri furono
perseguitati da nemici, i quali, ben più che osteggiarne i principî,
miravano ad attribuirsene le ricchezze; contro gli uni come contro gli
altri si ripeterono le stesse accuse di usure, di accaparramenti, di
massime antisociali, sicchè non è raro vedere nelle opere antigesuitiche
del secolo scorso i Gesuiti paragonati agli Ebrei. Ho sott'occhi, per
esempio, i “_Lupi smascherati_, Ortignano, nell'officina di Tancredi e
Francescantonio padre e figlio Zaccheri di Strozzagriffi, MDCCLX”
libello antigesuitico, attribuito all'abate Capriata, ed a pag. 57
(nota) trovo: “_I principi l'hanno rigettati da loro_ [i gesuiti] _e
sono omai riguardati come Giudei._”

Che se qualcuno ci rammentasse le prediche di qualche gesuita contro gli
Ebrei, risponderemmo ricordando il _Qui gladio ferit_; e se ci si
obbiettassero certi articoli antisemitici della _Civiltà Cattolica_,
l'organo massimo della Compagnia, diremmo che ad essi la persecuzione
non ha nulla insegnato, e compiangeremmo quei perseguitati che dalle
violenze di cui furono vittima non appresero la sublime virtù della
tolleranza.




                                 I.

             Costituiscono gli Ebrei una razza speciale?


La tendenza scientifica cui si inspira il nostro secolo ha voluto
trovare una formola con cui giustificare la persecuzione contro gli
Ebrei, e si disse che essi costituivano tuttora una nazione speciale,
che quindi erano da considerarsi nei diversi Stati, in cui dimoravano,
come stranieri, e per poco non si propose di equipararli agli zingari ed
ai gitani. Ricacciare gli Ebrei in Palestina è la proposta la più
moderata che esca dalle labbra degli odierni antisemiti.

Sarebbe agevole rispondere a questa pretesa opinione scientifica con una
sola parola, dimostrando, cioè, come oggi tutte le legislazioni dei
paesi civili si affrettino a cancellare dai loro codici ogni differenza
fra cittadini e stranieri, progresso questo, in cui l'Italia fu, col suo
codice civile, vessillifera alle altre nazioni.

Ma questa difesa respingerebbero gli Ebrei, perocchè essi si sentano
italiani in Italia, francesi in Francia (16), inglesi in nghilterra (17)
ed Ebrei soltanto nei loro tempî (18).

Noi non abbiamo, d'altronde, ad avversarî nè filosofi, nè cristiani, nè
liberali: ognuno di questi, infatti, troverebbe, nelle proprie
convinzioni morali, religiose o scientifiche, argomenti per esserne
condotto alla pratica della più larga tolleranza. Abbiamo di fronte,
invece, quella fazione, oggi pur troppo numerosa, che vorrebbe la
legislazione sociale non inspirata a nessun principio superiore
all'uomo, e serva al più gretto utilitarismo; quella fazione che in
America, la terra classica della libertà, propone ed ottiene
provvedimenti straordinarî contro i Chinesi!!

Vinciamo quindi la naturale ripugnanza, e facciamoci a provare come gli
Ebrei differiscano dagli altri italiani per la religione soltanto, non
per l'amore al paese, non per la razza.

Non ricorderemo qui come ogni Ebreo di Roma abbia iscritto nel suo libro
di preghiera fra le date fauste della sua vita il 20 settembre 1870,
segnandovi persino l'ora precisa della liberazione: _dieci e mezza
antimeridiane_, come già un quarto di secolo prima vi aveva iscritto la
Pasqua del 1847, quando, per opera di Pio IX, caddero le mura e le porte
che chiudevano il ghetto (19). Ci sembra che, per dimostrare come gli
Ebrei in Italia si sentano italiani e non altro, basti, e ce ne sia di
avanzo, della nobile figura del martire di Mantova, di Giuseppe
Finzi (20)!

Se fra gli antisemiti italiani vi ha qualcuno cui scaldi il petto amor
di patria, si faccia innanzi ed osi contestare l'italianità a quel
monumento di patriottismo che è l'on. Finzi.

Ma ove al nome venerato del patriota lombardo noi aggiungessimo quelli
di Angelo Usigli, compagno di Ciro Menotti (21), del milanese Bachi, che
fu tra i precursori del movimento del 1848, di Daniele Manin cattolico
di religione, ma di famiglia ebrea (22), e se a questi nomi facessimo
seguire quelli dei numerosi Ebrei che accorsero volontarî sotto le
bandiere nelle diverse guerre della indipendenza (23), i nostri
avversarî ci risponderebbero sempre coll'adagio favorito dei sofisti:
_L'eccezione prova la regola_.

Attacchiamo dunque di fronte il pregiudizio, larvato a scienza, e
mostriamo che è tanto assurdo il credere che gli Ebrei sieno oggi i
discendenti di Abramo quanto sarebbe ridicolo il sostenere che il Kedive
d'Egitto sia l'erede diretto dei Faraoni, o che nelle vene degli odierni
Romani corra il sangue dei Bruti e degli Scevola.

Già sin da quando gli Ebrei abbandonarono l'Egitto, numerosi stranieri
si mescolarono a loro, sicchè ben può dirsi che da quel momento la razza
di Giacobbe cominci a fondersi colle altre (24).

Nei tempi biblici i progenitori delle dodici tribù non esitarono ad
imparentarsi con altre razze non esclusa la cananea pur tanto odiata.
Mosè sposò una madianita. Fra le proavole di Davide vi ha la cananea
Tamar e la moabita Rut. Nelle vene di Ezechiello corre il sangue di Raab
la cananea, nè egli è il solo profeta d'Israello che tragga origine da
idolatri. Più tardi i proseliti non solo non furono rigettati, ma
vennero accolti senza reluttanza in grembo alla fede. Lo provano le
leggi favorevolissime ai proseliti dimoranti nella Palestina, sparse in
tutto il Pentateuco: lo provano i Gabaoniti che, entrati nell'Ebraismo
mediante l'inganno e la frode, pure vi furono più che benignamente
trattati, allorchè, per vendicare un oltraggio ad essi fatto, fu versato
sangue di Re (25): lo provano le centinaia di migliaia di proseliti di
cui si fa menzione al tempo della monarchia degli Israeliti,
specialmente all'epoca di Salomone (26): lo provano i proseliti dei
tempi di Ester (27) e quelli dei popoli trapiantati dal conquistatore
Senacheribbo in Palestina (28), non che varie conversioni individuali
abbastanza notevoli, come quella di Naaman il supremo ministro del regno
siro (29) e quelle di Ebena regina di Adiabene e di suo figlio Izak, di
cui fa cenno Giuseppe (30). Nè gli Ebrei aveano a vile di mescolare il
sangue con questi proseliti; chè anzi il loro _Talmud_ ci ha tramandato,
quasi a titolo di gloria, che i principali maestri d'Israello, come
Hillel, Rabbi Jehudà il Santo, Akiva martire della crudeltà romana,
Rabbi Meir ed altri moltissimi discendevano da proseliti, e che
proselite era Onkelos, uno dei più grandi tra i parafrasti caldei.

Insomma, gli Ebrei di Palestina non furono, come volgarmente si crede,
un popolo segregato dal consorzio umano. Ecco come un autore non
sospetto e che, vivo, non si sarebbe mai immaginato di vedersi citato
nel secolo XIX a difesa degli Ebrei, scrive:

“Questi ultimi Ebrei [dopo la morte di Erode] erano un miscuglio di
parecchie nazioni. Se ne erano stabiliti in tutti i paesi che _sono
sotto il sole_, siccome dice la Scrittura. Parecchi venivano ad abitare
nella Giudea, od almeno vi facevano qualche devoto viaggio per poter
offrire sacrifizi a Dio nel solo tempio in cui fosse permesso di farlo.
Oltre a ciò vi erano sempre ad ogni qual tratto dei Gentili che si
convertivano, e divenivano proseliti. Così gli Ebrei, a parlar
propriamente, non eran più un popolo solo colla stessa lingua e gli
stessi costumi, ma parecchi popoli che si riunivano in una sola
religione. Persino quelli che abitavano la Terra Santa erano un
miscuglio di diverse nazioni, di Idumei e di altri Arabi, di Egiziani,
di Fenici, di Siriaci e di Greci.”

Fin qui il Fleury (31), ai cui Mani chiediamo umile venia se lo abbiamo
tratto a testimoniare in favore degli Ebrei, ciò che certamente egli non
avrebbe desiderato; ma non è proprio colpa nostra, se le accuse che si
muovono a questo disgraziato popolo sono tanto svariate e
contraddittorie, che quanto veniva scritto per far loro onta possa,
poche generazioni dopo, essere addotto ad argomento di difesa.

Ma se la nazione giudaica era già dopo Erode una mescolanza di diverse
nazioni, come ci insegna il Fleury, e come ci confermano gli _Atti degli
Apostoli_: “Or in Giudea dimoravano degli uomini religiosi d'ogni
nazione di sotto il cielo” (32), non bisogna neppur credere che, dopo la
dispersione seguita alla distruzione del secondo tempio, gli Ebrei
abbian cessato di fare proseliti fra genti di schiatte diverse.

Numerose colonie di Ebrei popolavano Roma e le altre città dell'impero.
A Roma soltanto ve v'erano 20,000 sotto Augusto, e narra Strabone che
v'erano numerosi Ebrei in quasi tutte le città d'Italia (33). E numerosi
eran pure in molti altri paesi non ancora sottoposti al giogo di Roma.
In ogni luogo, al dire di Filone, gli Ebrei esercitavano una salutare
influenza sulle credenze religiose e sui costumi; in ogni luogo avevano
stabilito sinagoghe, dove si riunivano nei giorni di sabato per pregare
e commentare la Bibbia. A queste riunioni partecipavano sovente molti
pagani, che aderivano poco a poco alle nuove dottrine udite proclamare,
e che, rigettando gli errori del politeismo, accettavano le pratiche più
essenziali del giudaismo, il riposo settimanale e l'annuo digiuno
dell'espiazione. In tutte le classi sociali del mondo romano abbondarono
i _giudaizzanti_, ben prima che sorgesse l'apostolato cristiano; sicchè
si può dire coll'Havet (34) che, se colle parole _l'avvento del
Cristianesimo_, deve intendersi la conquista del mondo greco e romano da
parte del Dio degli Ebrei, si può dire che questo avvento aveva avuto
luogo sin dai tempi di Augusto e di Tiberio, e che questa conquista era
in via di compiersi, ben prima che fosse questione di Cristo.

Ad Alessandria di Egitto, a Roma, in Siria la propaganda giudaica fu
sempre intensa ed efficace.

Giuseppe Flavio ci apprende come molti greci passassero in Antiochia al
Giudaismo (35).

A Roma il proselitismo ebraico, nascosto nelle vie adiacenti al Tevere,
forse in prossimità almeno dei luoghi dove oggi ancora sorge il ghetto,
guadagnò neofiti persino nelle famiglie patrizie, salendo dallo schiavo
al liberto, dal liberto al padrone (36).

E di questo spirito di proselitismo e della efficacia sua ci dà prova
Svetonio (37).

L'influenza delle idee giudaiche sul paganesimo preoccupava gli spiriti:
_Victoribus victi legem dederunt_ sclama Seneca nel _De Superstitione_,
ed il poeta Rutilio geme: _Atque utinam nunquam Judaea subacta fuisset._

Nè il legislatore se ne mostra meno impensierito. Al tempo di Domiziano
le conversioni al giudaismo erano così frequenti che parecchie leggi
furono fatte per impedirle (38). I convertiti erano puniti di morte e
colla confisca dei loro beni, e la stessa pena colpiva coloro che erano
accusati di aver cooperato alla loro apostasia.

Nè pare che queste leggi avessero risposto allo intento, perchè vediamo
Costantino obbligato a proibir di nuovo con severissime pene agli Ebrei
di far proseliti.

Ma a toglier ogni dubbio sull'efficacia dello spirito di propaganda che
animava gli Ebrei nella Roma pagana, ci piace recar qui un brano di
Dione Cassio (39). “Questo paese si chiama Giudea, e Giudei i suoi
abitanti. Non conosco l'origine di questo secondo nome, ma esso si
applica ad altri uomini che, quantunque di razza diversa, hanno adottate
le istituzioni di questo popolo. E fra i Romani sonvi molta gente di tal
fatta, e quanto si fece per porvi ostacoli, non giovò che ad aumentarli,
tanto che fu forza accordar loro la libertà di vivere secondo le loro
leggi.”

Altro modo, di cui gli Ebrei dovettero giovarsi per acquistar proseliti,
fu il possesso degli schiavi; e le numerose precauzioni, che per lunga
serie di secoli prendono le autorità spirituali e le temporali, per
impedire agli Ebrei di convertire alla loro religione gli schiavi da
essi posseduti, bastano a farci persuasi quanto zelo mettessero gli
Ebrei nel deluderle.

Ma anche senza tener conto di questo coefficiente pure importantissimo
per l'adulterazione della razza, la storia delle età di mezzo ci porge
non infrequenti esempi di conversioni al giudaismo.

Alla fine del IV secolo dell'èra nostra Abu-Karibba-Tabban re
dell'Yemen (40) e nel 740 Bulan re dei Kazari (41) abbracciano il
giudaismo.

All'epoca dell'imperatore Enrico II il cappellano di un Duca Corrado, di
nome Vecelino, passò al giudaismo, locchè fece adirare al massimo grado
l'imperatore, ma non produsse altro castigo che quello di una erudita
confutazione (42).

Un caso simile sotto Lodovico il Pio è narrato da Krabano Mauro (43).

In Francia le conversioni al giudaismo non sono senza esempio. Parecchi
cristiani lasciarono nel IX secolo la Chiesa per abbracciare il
giudaismo, e fra questi si citava un diacono palatino a nome Putho (44),
e sino ai tempi di Filippo il Bello (XIV secolo) si segnalano
conversioni (45).

Nel 1040 un celebre rabbino di Granata, Giuseppe Halevy, è accusato di
aver fatto proseliti alla fede mosaica in Ispagna e messo a morte (46).

Le conversioni al giudaismo erano, nel XIII secolo ancora, tanto
frequenti da meritare che Nicolò IV, appena assunto al Pontificato, se
ne occupasse con una lettera datata da Rieti, 5 settembre 1288; lettera
che non deve aver prodotto grande effetto, se Giovanni XXII è obbligato
a promulgarne una consimile il 13 agosto 1317.

Rainaldo ci assicura che nel XIV secolo molti fra i discepoli di
Giovanni Viclefo abbracciarono la _perfidia giudaica_.

Il primo di agosto 1603 sulla Piazza Ribeiro in Lisbona venne bruciato
fra Diego di Assunçao, monaco francescano, che, dopo aver abbracciato il
giudaismo, andava predicando ed insegnando questo solo doversi
considerare vera religione.

Ricorderò ancora quel Giovanni Mica, cristiano portoghese del XVI
secolo, che, fattosi ebreo, prese il nome di Giuseppe Nassi, visse in
Costantinopoli e pubblicò varie opere lodatissime (47).

Nel secolo scorso rimase celebre in Inghilterra la conversione di lord
Giorgio Gordon (48).

Molti altri esempî potremmo citare (49); ma crediamo che quelli da noi
portati sien più che sufficienti a provare che il Giudaismo devesi
considerare come una religione, non come una razza (50).

Come dubitare che gran parte degli Ebrei attuali non discenda da questi
nuovi convertiti (51)? Certamente, grazie alle persecuzioni che per
lunghi secoli afflissero i credenti nella legge di Mosè, non un Ebreo si
trova oggi nel luogo di origine della propria famiglia.

Cacciati or di qua, or di là, essi andavano concentrandosi nei paesi,
dove leggi, non più miti, ma meno crudeli permettevano loro di vivere
con una sicurezza relativa; sicchè, oggi, tanto varrebbe voler cercare i
veri discendenti dagli Ebrei di Palestina, per ricacciarli nella loro
terra, quanto il cercare in Italia i discendenti degli antichi barbari
per ricacciarli oltre Alpi.

Ma se si volesse adottare contro gli Ebrei un provvedimento qualsiasi,
ispirato a questa pretesa differenza di razza, come a noi italiani non
si affaccierebbe alla mente la testimonianza, già da noi invocata, di
Dione Cassio e come non ci tormenterebbe il dubbio che questi pretesi
stranieri, questi abborriti semiti sieno proprio figli di quei Romani
convertiti al Giudaismo, di cui parla lo storico latino, tornati fra
noi, dopo Dio sa quali peregrinazioni, mossi da quell'amore del paese di
origine che, come un istinto, sopravvive forse in noi alla memoria?

Nè gioverà spender molte altre parole intorno a siffatta questione di
razza, perchè, assurda dovunque, essa raggiunge fra noi l'apice della
assurdità.

Gettiamo uno sguardo sulla storia dei secoli scorsi, e vedremo, finchè
durò la potenza di Roma, accorrere fra noi stranieri d'ogni razza e
d'ogni lingua, e quando i destini d'Italia mutarono sì che da donna
divenne ancella, vedremo gli schiavi di ieri mutarsi in predoni, correre
sulle terre nostre e devastarle. Goti, Longobardi, Normanni, Saraceni
persino si impiantano fra noi, e vi spadroneggiano, e noi osiamo oggi
parlare di razza!

E poi cosa è la razza di fronte al grande principio del secolo nostro,
quello delle nazionalità? E caratteristica della nazionalità è la
lingua, non la religione, non l'origine.

Per riconoscere nome e qualità di italiano a chi è nato in Italia da
genitori italiani, a chi parla la nostra lingua, sarà forse d'uopo
aprirgli le vene per riconoscere quante goccie di sangue non italiano vi
corra?

Or via, l'Italia, che a buon dritto considera come fratelli i Valdesi
del Piemonte, i Cimbri dei Sette Comuni (52), gli Slavi del Molise, gli
Albanesi ed i Greci del Mezzodì, vorrà contestare nome e qualità di
italiani agli Ebrei, che nei tempi di schiavitù divisero la sorte degli
altri Italiani?

Un'ultima ragione infine, e potentissima, dovrebbe spingere i moderni
antisemiti a non insistere sulla questione di razza.

Essi, che non arrossiscono di farsi persecutori, ma che arrossirebbero
di giustificare la persecuzione colla sola causa che la renderebbe meno
odiosa, lo spirito di religione, verrebbero, ponendo innanzi tale
questione, a provocare una enorme ingiustizia.

Non vi ha dubbio che negli scorsi secoli o per convinzione, o per
sottrarsi a persecuzioni, o per ispirito di cupidigia, milioni di Ebrei
apostatarono per abbracciare il Cristianesimo.

Pel Cristiano che ripugna dall'Ebreo, perchè vede in lui l'ostinato
avversario della sua Fede, l'uccisore del suo Dio, l'acqua del Battesimo
lava queste colpe originali, sicchè egli a buon dritto considera eguali
a se stesso l'ebreo battezzato e i suoi discendenti.

Ma per l'antisemita moderno, ateo e materialista, che odia nell'ebreo
non la religione, ma la razza, l'acqua del Battesimo non lava nulla;
perocchè nessun teologo ha mai asserito che il Battesimo muti un semita
in un giapeto.

Sicchè, se il moderno antisemitismo non vuol commettere una enorme
ingiustizia, egli deve cercare, per avvolgerle nel suo odio, quelle
migliaia di famiglie cristiane che hanno nelle vene sangue di
ebreo (53).

Il dilemma è stringente: o gettare la maschera e confessare che non si
perseguitano gli Ebrei perchè semiti, ma unicamente perchè ebrei, od
intraprendere ricerche etnografiche e genealogiche, che sarebbero appena
possibili, se ogni uomo, da Adamo in poi, si fosse iscritto in un _stud
book_, come un cavallo di puro sangue.

Ma prevediamo sin da ora la risposta che si farà a questo dilemma. Ci si
dirà che gli Ebrei vanno perseguitati non soltanto perchè di razza
diversa, ma perchè la loro legge contribuisce a mantenere una barriera
fra essi ed i popoli fra cui vivono; perchè alla Santa massima del
Vangelo: _Amatevi scambievolmente_, l'esecrando Talmud ha sostituito
quest'altra: _Odiate quanto non è ebreo_.

A questa obbiezione vecchia quanto la malignità umana risponderemo nel
veniente capitolo, bastandoci per ora di riferire un ultimo fatto a
prova del modo con cui gli Ebrei intendono l'amor di patria. Allorquando
nel Sinedrio dei principali rabbini di Europa, convocato a Parigi
d'ordine di Napoleone I, i delegati imperiali chiesero fin dove
giungesse, secondo gli Ebrei, il dovere dell'amor di patria, tutti i
congregati e primi fra essi i rabbini Segrè, Zingheim e Worms, ortodossi
fin nel midollo e negli insegnamenti e nella pratica della vita, si
alzarono in piedi gridando: “Fino alla morte.”

(16) Nella predicazione [in Francia] nessun rabbino si lascierà sfuggire
l'occasione di rammentare ai suoi uditori quanto devono alla Francia che
li ha liberati dalla schiavitù (_Rassegna Naz._, loc. cit., pag. 47).
Non citiamo esempî italiani, perchè a tutti sarà accaduto di leggere nei
giornali politici le relazioni di solennità celebratesi nelle sinagoghe
in occasione di feste ed anniversarî patriottici.

(17) Gladstone, in una sua lettera 6 ottobre 1876, indirizzata al signor
Leopoldo Gluckstein e pubblicata negli _Archives Israélites_ di Parigi,
1º novembre 1876, così si esprime: “Ho sempre ammirato il contegno degli
Israeliti inglesi nell'adempimento dei loro doveri civici.”

(18) Una curiosa prova della assurdità dell'accusa che si muove agli
Ebrei di sentirsi estranei alla terra in cui nacquero ce la porge
l'_Antisémitique_ francese. Mentre in ogni numero scaglia questa
calunnia contro gli Ebrei, rinfaccia poi alla maggior parte degli Ebrei
francesi di esser di origine tedesca e si sforza di aizzare contro di
loro le passioni popolari, dipingendoli quasi altrettanti agenti del
governo germanico. O logica, proprio antisemitica!!

(19) _Sei mesi in Italia_, pel dott. A. BERLINER; versione dell'abate
prof. Pietro Perreau.

(20) Abbiamo citato a preferenza del nome di altri patrioti Ebrei quello
dell'on. Finzi, e perchè pochi possono a lui paragonarsi per inconcusso
patriottismo, e perchè rammentiamo d'aver letto nell'_Arena_ di Verona
del 10 novembre 1876 il seguente brano di una lettera che in occasione
delle elezioni generali l'illustre uomo scriveva a quel giornale.

“Ebreo realmente, mi trovai iscritto nei registri di popolazione dove
nacqui: ma nè per religione, nè per abitudini mi sono sentito ebreo in
tutta la vita. Ho una religione anch'io vivida e pura che mi affratella
a tutta l'umanità senza distinzione d'ebrei, di cristiani, di cattolici,
di turchi, che mi è inspiratrice di nobili e delicati sentimenti, che mi
insegna il volontario sacrifizio e mi dà vigore e conforto nelle ore
perplesse della sventura.”

Questa lettera, fatta per attirare sul capo dell'on. Finzi i fulmini
degli intolleranti di tutte le religioni, giova mirabilmente all'assunto
nostro, perchè dimostra — e ce n'era bisogno? — che il fatto di esser
nati ebrei piuttosto che cristiani o turchi non ha proprio nulla a
vedere coi sentimenti patriottici.

(21) Angelo Usigli, nato nel 1803 a Modena, morto a Londra, nel 1875, fu
congiurato con Ciro Menotti, anzi dei pochi che collo stesso Menotti
furono nella costui casa circondati dalle truppe estensi. L'Usigli
propose di dar fuoco alla casa piuttosto che arrendersi, ma, dissentendo
i compagni, fu con loro arrestato e condannato a morte. Commutatagli la
pena in esiglio perpetuo, si rifugiò a Londra e collaborò nella Giovane
Italia. V. _Gazzetta d'Italia_, 15 aprile 1875.

(22) L'avo di Daniele Manin era ebreo. Il comm. Pincherle lo seppe dalla
sua bocca stessa. V. _La vita ed i tempi di Daniele Manin_ per Errera e
Finzi, Venezia, 1872. Cfr. Rudolph Gottschill, _Un mois d'automne en
Italie_.

(23) Ci limiteremo a riferire qui l'elenco degli Ebrei che fecero parte
della gloriosa schiera dei Mille; sono otto e cioè: Alpron Giacomo, da
Padova; Colombo Donato da Ceva; D'Ancona Giuseppe da Venezia; Donati
Angelo da Padova; Luzzatto Riccardo da Udine; Ravà Eugenio da Reggio
Emilia; Uziel Davide Cesare da Venezia. Calcolato a venticinque milioni
il numero degli italiani nel 1860, ed a quarantamila il numero degli
ebrei, si vedrà di leggieri quanto sproporzionatamente numeroso sia
stato il concorso degli Ebrei in quella spedizione. I nomi che precedono
abbiam desunto dal n. 21 dell'anno 1864 del _Bollettino delle nomine e
promozioni_. _Giornale Ufficiale militare_, pag. 169 e seg.

(24) ESODO, XII, 38.

(25) GIOSUÈ, IX, X. — II. SAM. XXI.

(26) I. RE.

(27) ESTER, VIII, 17.

(28) II. RE, XVII, 24 e seg.

(29) II. RE, V, 17, 18.

(30) _Antiq._, l. XX, cap. 2 a 4.

(31) _Mœurs des Israélites_, cap. V. In _Œuvres de l'abbé Fleury_,
Paris, Michel Desaiz, 1837, pag. 183, col. I. Cfr. FRANK, _De l'état
politique, religieux et moral de la Judée dans les derniers temps de sa
nationalité_. In _Vérité Israélite_, tomo II, pag. 7 e segg.

(32) ATTI DEGLI APOSTOLI, II, 5.

(33) Cfr. DEGUBERNATIS, _Matériaux pour servir a l'histoire des études
orientales en Italie_.

(34) HAVET, _Le Christianisme et ses origines. L'ellénisme_, t. II, pag.
248. Cfr.: DELAUNAY, _Philon d'Alexandrie. Les écrits historiques_, pag.
123 e 124; NICOLAS, _Des doctrines des Juifs, pendant les deux siècles
antérieurs a l'êre chrétienne_, pag. 113; BEUSS, _Hist. de la Théologie
chrétienne au siècle apostolique_, v. 1, pag. 107 e 109.

(35) Avendo condotto al loro culto un gran numero di Greci, ne fecero
una parte della loro comunità. (_De bello jud._, libro VII, cap. III, §
3).

(36) _Les philosophes du siècle d'Auguste_ in _Revue contemporaine_.
Tomo V, prima dispensa.

(37) _Judaeorum juventutem per speciem sacramenti in provincias
gravioris cœli distribuit, reliquos gentis ejusdem vel similia sectantes
urbe summovit._ (SVETONIO, _in Tiber._, § 36).

(38) _Judaeus qui eum qui judaicae religionis non esset contraria
doctrina ad suam religionem traducere praesumpserit, bonorum
proscriptione damnetur, miserumque in modum puniatur._ (Leg. 7, Cod.,
_de Jud._; DIONE CASSIO, _Hist. rom._; SPENCER, _In orig._, p. 33).

(39) _Hist. rom._, XXXVIII, 17.

(40) Oggi ancora, secondo una corrispondenza della _Presse_ di Vienna,
riferita nel n. 20 dell'_Israelit_ di Magonza dell'anno 1875, esistono
nell'Yemen più di 500 mila ebrei.

(41) A quest'epoca, il giudaismo salì nuovamente sopra un trono regio,
sopra quello dei Cazari, popolo della Tartaria, ai quali eransi
mischiati alcuni ebrei, cristiani e mussulmani. Fu senza dubbio per
effetto del commercio crescente in quel regno, così favorevole
all'industria e situato vicino il mar Caspio, che Balan, capo dei Cazari
(o Cozari) si lasciò convertire al giudaismo. Da quell'istante un ebreo
regnò costantemente per meglio di tre secoli. (SCHWAB, _Storia degli
Ebrei_, tradotta dal prof. Pugliese. Venezia, Longo, 1870, pag. 95.
_Cfr._ AD. NEUBAUER, Relazione al Ministro ed osservazioni del sig. Munk
in _Journal Asiatique_, 1865, tomo I).

(42) _Monumenta Histor. German. Scriptores_, VI, p. 704 e 720.

(43) WÜRDTWEIN, _Nova subsidia diplomatica_, I, p. 125.

(44) BEDARRIDE. Op. cit., pag. 84.

(45) BASNAGE. Op. cit., libro VII, cap. 18.

(46) BARTHOLOCCIUS. _Bibl. rabb._, t. III. — SALOMON BEN VIRGA, _Scevet
Jehudà_, 5 excidium.

(47) _Cfr._ DE ROSSI, _Diz. storico degli Autori Ebrei_, Parma, 1802, a.
v. _Nassi_ e STEINSCHNEIDER, _Catalogus Libr. Hebr. in Bibl. Bodleiana_,
col. 1515.

(48) Cfr. MACAULAY, _Speeches_, vol. 6, pag. 141, 2ª ediz. Tauchnitz.

(49) È innegabile che nell'età moderna lo spirito di propaganda degli
Ebrei è completamente cessata. Pare che ora abbiano preso alla lettera
l'insegnamento del Talmud: _Son perniciosi i proseliti agli Israeliti
come la lebbra o come la calvizie_ (TALM. BAB., capo IV, folio 47 b. et
alibi) sicchè si può oggi asserire che la religione mosaica è la sola,
fra quelle professate nel mondo civile, che non si occupi di far
proseliti. Pure oggi ancora non mancano esempî, benchè rarissimi, di
Cristiani che abbracciano volontariamente il Giudaismo. Cooper, nelle
sue lettere sugli Stati Uniti, parla di una società di Ebrei
costituitasi nello Stato di Nuova York per provocare la conversione dei
Cristiani. Se la notizia, che non vedemmo mai confermata da altre fonti,
non è un _humbug_ americano, la fondazione di questa società è una prova
che gli Ebrei di America non si sentono, per quanto almeno concerne
l'eccentricità, estranei alla terra in cui vivono; perocchè possiamo
affermare che non vi ha in Europa oggigiorno fra gli Ebrei la più
leggiera traccia di spirito di proselitismo.

(50) Anche il Rénan si è testè occupato di questo argomento in una
conferenza da lui tenuta il 27 gennaio 1883 al Cercle Saint-Simon ed
edita poi dal celebre editore parigino Calmann Lévy col titolo: _Le
Judaïsme comme race et comme religion._ In questa conferenza, cui
rimandiamo coloro che fossero vaghi di maggiori particolari
sull'argomento, il dotto francese, dopo aver spiegato come la scienza
delle religioni le divida in due grandi classi, _universali_ (il
buddismo, il cristianesimo, il maomettismo) e _nazionali_ o _locali_ cui
devono ascriversi tutte le altre, viene a mostrare come tutte le
religioni nazionali sieno perite e come la religione ebraica,
precorrendo per opera dei suoi profeti al Cristianesimo, abbia assunto,
col monoteismo che ne è la caratteristica la più spiccata, forma appunto
di religione universale. Gli Ebrei, che dalle loro profezie eran fatti
persuasi tutti i popoli dovere col tempo convertirsi alla loro Fede,
cercavano affrettarne la realizzazione cercando proseliti fuori della
loro nazione. E di questo spirito di propaganda del giudaismo antico
molti esempî reca il Rénan. Nessuno poi potrà dire di aver un'idea
completa dell'argomento, ove non abbia letto l'importantissimo opuscolo
del cav. Marco Mortara: _Le prosélytisme juif_. Paris, Witt. Hersheim,
1875.

(51) È innegabile che la segregazione forzata in cui gli Ebrei vennero
tenuti fino a pochi anni addietro impedì loro sempre di confondersi
colle popolazioni in mezzo alle quali vivevano; sicchè si può asserire
con qualche certezza che esiste un tipo speciale al quale si possono
conoscere gli Ebrei. Ma questo tipo è egli il tipo semita puro? Quale
antropologo potrebbe asserirlo? Non è più ovvio il ritenere che esso sia
più che il carattere di una razza, la risultante di speciali abitudini
di vita, che si sarebbe perpetuata per eredità fisiologica? Ed infatti,
non vediamo questo stesso tipo andar man mano cancellandosi negli Ebrei,
che, vivendo nei paesi civili, finiscono coll'adottare le abitudini
delle popolazioni fra cui si trovano, mentre si mantiene inalterato in
Ungheria, in Polonia ed in tutti i paesi dove la minor civiltà delle
popolazioni e la conseguente rozzezza dell'ebreo rende difficile ogni
contatto, ogni assimilazione?

(52) Usiamo la denominazione la più comunemente accettata, pur
conoscendone l'inesattezza, per non ingolfarci in una questione
etnografica affatto estranea al nostro argomento.

(53) Ricordiamo che il Conte di Molé, famoso ministro francese dei tempi
di Luigi Filippo, discendeva da una ebrea, la figlia di Samuel Bernard
il banchiere di Luigi XIV, che si era battezzata per isposare il
cancelliere Molé. Nè questa dei Molé è la sola nobile famiglia europea
nelle cui vene sia frammisto qualche gocciolina di sangue giudaico; e,
per non moltiplicare gli esempi, ricorderò come da famiglia ebrea
discendesse Pier di Leone, noto antipapa del secolo XII, e come
discendesse pure da una ebrea — la figlia del celebre generale Ventura,
modenese — quel marchese di Trazignies, belga, che, spinto da fanatismo
religioso e politico, venne in Italia a combattere il movimento
nazionale nelle file dei briganti, e fatto prigioniero colle armi alla
mano, fu, da un picchetto del 43º reggimento fanteria, fucilato in
Isoletta li 11 novembre 1861.




                                 II.

                              Il Talmud


Tutti hanno udito menzionare, ed anche maledire, il _Talmud_, questo
libro che lo storico Milman (54) chiamava: “monumento straordinario
dell'attività umana, della intelligenza umana, e dell'umana pazzia;”
molti certamente ignorano cosa esso sia, o ne hanno nozioni assai
incomplete; e non vi sarebbe troppo da meravigliarsi se qualche
semidotto credesse ancora che il _Talmud_ fosse un uomo, siccome avvenne
a quel buon Cappuccino d'Henry de Seyne che ebbe con tutta tranquillità
a scrivere: _Ut narrat Rabbinus Talmud_.

Cercheremo, in brevi parole, di dirne quel tanto che sarà necessario per
far chiaro ciò che dovremo dire in appresso.

Fintanto che gli Ebrei rimasero nella Terra Promessa, la Legge scritta,
il Pentateuco, fu, per essi, solo codice religioso, morale, politico.

Coloro che eran chiamati ad insegnarlo ed a curarne l'osservanza, ne
conoscevano ed applicavano, caso per caso, l'interpretazione
tradizionale.

Essi erano, a sentirli, depositari di una tradizione orale trasmessa in
buona parte da Dio stesso a Moisè sul Sinai (_alachà lemoscè
Missinai_) (55), da Mosè trasmessa a Giosuè, da questo agli anziani,
dagli anziani ai profeti e dai profeti agli uomini della Grande
Sinagoga (56).

Agli Ebrei però era allora vietato di raccogliere per iscritto tale
tradizione. Il motivo di questo divieto non è noto. Chi crede ne fosse
causa il desiderio connaturale ai popoli orientali, siccome ci mostrano
la storia dell'India e dell'Egitto, di concentrare in poche mani il
monopolio della scienza (57); chi ne cerca ragione nel timore che errori
di copisti o volontarie falsificazioni (58) producessero nuovi scismi;
chi nel desiderio di impedire che la legge tradizionale acquistasse
eguale autorità della scritta; S. D. Luzzatto (59) infine, pensa che
tale divieto provenisse dall'aver, gli antichissimi dottori, voluto che
la teoria e la pratica della religione rimanessero in buona parte
modificabili, giusta i bisogni dei tempi, ragione per cui nulla
scrissero e nulla permisero si scrivesse per non scemare ai posteri la
libertà di modificare gli insegnamenti dei predecessori (60).

Per quanto incredibile possa ciò sembrare a' giorni nostri, non è meno
certo che questi insegnamenti passavano per tradizione orale dall'una
all'altra generazione. La memoria sviluppatissima, come è noto, presso i
popoli orientali, dovette aver parte grandissima nelle scuole
ebraiche (61).

Caduto il secondo tempio e venutane la gran dispersione degli Ebrei, i
loro dottori compresero che ove si fosse continuato nell'antico sistema,
la tradizione avrebbe molto probabilmente finito coll'andar dispersa.

Pensarono quindi di ridurla in iscritto, e Giuda di Tiberiade,
soprannominato il Santo, a causa della sua scienza e della purezza dei
suoi costumi, e conosciuto anche sotto il semplice nome di _Rabbì_,
quasi il maestro per antonomasia, compilò, nel primo quarto del terzo
secolo, la _Mischnà_ o seconda legge (62).

Che egli poi la scrivesse, come afferma il Maimonide e con lui
moltissimi altri, o che invece egli si limitasse ad insegnarla ai suoi
numerosi uditori, sicchè essa si tramandasse inalterata per molte
generazioni e venisse soltanto dopo lungo tempo posta in iscritto,
siccome vogliono con S. D. Luzzatto, il Graetz e molti altri moderni, è
questione sulla quale non ci sentiamo da tanto di pronunciarci. Ciò che
è certo è che la _Mischnà_ sta al Pentateuco, come il Mitri ai Veda, la
Sunnah al Corano e che è qualche cosa di analogo alle Ῥήτραι greche,
alla _lex non scripta_ dei Romani ed alla _Common Law_ degli Inglesi.

Nella _Mischnà_ Giuda raccolse tutti i decreti, gli statuti, le sentenze
pronunciate dai saggi, diverse massime religiose e morali, tutto ciò che
era stato adottato durante l'epoca dei profeti dai membri della grande
Sinagoga, tutte le ordinazioni del Sahnedrin e dei _tanaim_ (63), cioè
dei dottori più celebri vissuti durante i due secoli anteriori, e ne
fece un'opera divisa in sei parti principali, dette _ordini_.

Ogni ordine è diviso in trattati (letteralmente: _contesti_), ogni
trattato in capi, ogni capo in paragrafi (detti _mischnà_, nel senso più
ristretto della parola). La prima parte od _ordine_ che dir si voglia
intitolata _delle sementi_ tratta delle leggi dell'agricoltura e delle
decime (64). Vi è premesso un trattato sulle benedizioni quotidiane e su
quelle che devonsi pronunciare in varie circostanze. La seconda parte
_delle Feste_ tratta delle cerimonie da compiersi nei giorni feriali e
solenni. La terza: _della Donna_ o del matrimonio e dei doveri della
famiglia. La quarta: _dei danni_, si occupa della indennità dovuta pei
danni che si occasionano altrui ed in generale di tutto quanto si
riferisce al giure civile ed al punitivo. Questa parte offre in
moltissimi punti una grande analogia col diritto romano (65). A questa
parte è aggiunto un trattato di morale che contiene una raccolta di
sentenze morali dei padri della Sinagoga. La quinta parte tratta _della
Santità_ e dei sacrifizi che si offrivano nel Tempio, che vi è
minutamente descritto, e contiene inoltre i precetti sui cibi. La sesta
verte _sulle purificazioni_ e sulla purità ed impurità legale.

Lo spirito generale della _Mischnà_ trova la sua migliore espressione
nelle parole del suo stesso redattore, che servono quasi di epigrafe
alla intiera raccolta: “Siate tanto coscienziosi nell'adempimento dei
piccoli precetti quanto dei grandi perchè ignorate la ricompensa che va
annessa ad ognuno di essi. Paragonate la perdita temporale che vi
occasiona l'adempimento di una legge, colla ricompensa celeste che vi è
congiunta, ed il beneficio che risulta dalla trasgressione della legge
colla pena che deve seguirla. Per evitare il peccato abbiate sempre
presente tre cose: che al dissopra di voi vi ha un occhio che tutto
vede, un orecchio che tutto intende, e che tutte le vostre opere sono
scritte in un libro” (66).

La _Mischnà_ ha più carattere di codice che di trattato di metafisica.
Però essa non trascura l'occasione di inculcare quegli alti principii
morali cui deve informarsi la stretta lettera della legge.
Nell'esecuzione di un fatto guarda più all'intenzione che all'atto in sè
stesso. Chi reclama un diritto, basandosi sulla lettera della legge, ma
senza tener conto del sentimento di umanità, che dovrebbe spingerlo a
non insistere nelle sue pretese, non è amato nè da Dio nè dagli uomini.
Quegli invece che spontaneamente fa buon diritto agli altrui reclami,
anche quando la legge non gliene impone l'obbligo, colui, in una parola,
che non si ferma alla _porta della giustizia_, ma che varca la linea
della misericordia, guadagna l'approvazione del saggio. “Gerusalemme, vi
è detto, non andò distrutta se non perchè in essa si giudicava col rigor
della legge” (67). Certi doveri, come, ad esempio, il rispetto ai
genitori, la carità, l'applicazione precoce allo studio, l'ospitalità,
il metter pace fra nemici traggono seco (68) la loro ricompensa in
questo mondo, ma questa non è che un interesse; la vera ricompensa, il
capitale, viene pagato nella vita futura. Nella _Mischnà_ non è parola
dell'inferno. Oltre le pene sancite dalla legge la _Mischnà_ non
minaccia ai peccatori che un solo castigo misterioso e formidabile
mandato da Dio, “lo sradicamento;” è lo sterminio (_cared_) di cui già
parla la Scrittura. Le colpe si riscattano generalmente o col
pentimento, o colla carità, o col sagrifizio e nel giorno della
espiazione; se gravissime, il pentimento giova soltanto a sospendere gli
effetti dell'ira divina, ed ove esso continui sino alla morte, questa
tutto espia. I peccati commessi contro gli uomini non sono perdonati se
la parte offesa non riceve piena riparazione, e non si dichiari
soddisfatta. La virtù la più alta consiste nello studio della legge,
siccome quello che conduce all'esercizio della virtù (69). Un bastardo
istrutto è più onorevole di un gran sacerdote che non lo sia (70).

Esistono due redazioni della _Mischnà_, le quali non presentano per
altro notevoli differenze.

La _Mischnà_, la quale non contiene generalmente che la decisione finale
della tradizione, secondo i pareri dei diversi dottori, fu naturalmente
argomento di note, di scolii, di discussioni, nelle due accademie
religiose di Palestina e di Babilonia. In ciascuna di queste due
accademie si fece più tardi una raccolta di queste discussioni: queste
raccolte, molto più voluminose della _Mischnà_ che serve loro di testo,
presero il nome di _Ghemarà_ o complemento. La _Mischnà_ e la _Ghemarà_
insieme unite formano il _Talmud_ (71).

Per conseguenza si hanno due _Talmud_; uno frutto degli studi
dell'Accademia di Palestina chiamato _Ghemarà_ di Gerusalemme, l'altro
dovuto all'Accademia di Babilonia e detto _Ghemarà_ di Babilonia.

La _Ghemarà_ di Gerusalemme venne redatta a Tiberiade ed ultimata
probabilmente verso la fine del IV secolo dell'èra nostra, sotto la
direzione di rabbi Iochanan, detto anche _bar nappachà_, ossia, figlio
del fabbroferraio (72). Conteneva i commentarii sulle cinque prime parti
della _Mischnà_, ma quelli risguardanti la quarta parte andarono
perduti.

Anche le altre quattro parti contengono taluni trattati incompleti.
Questa _Ghemarà_ venne negletta, negli studii delle scuole ebree del
medio evo. Essa subì la sorte delle Accademie, da cui aveva avuto
origine, e che vennero ecclissate da quelle di Babilonia. Se le edizioni
del _Talmud_ gerosolimitano sono meno buone, è perchè ancora non se ne è
scoperto un esemplare manoscritto colla cui scorta si possano
ristabilire i differenti brani mutilati dai copisti. Inoltre questo
_Talmud_ offre molta difficoltà, grazie alla lingua, in cui è scritto,
imbarbarita dalla mescolanza di molte voci greche e siriache.

La _Ghemarà_ di Babilonia, la cui autorità prevalse fra gli Ebrei, venne
redatta, in una lingua mescolata d'ebraico e d'aramaico, nel corso del
quinto secolo, da Aschè, celebre dottore dell'Accademia di Sora (73), da
_Ravenà_ suo discepolo e terminata l'anno 500 da rabbi Jossè. Essa è
almeno quattro volte più voluminosa dell'altra, quantunque a noi non
sian giunti che i commenti a trentasei dei sessantatre trattati, di cui
si compone la _Mischnà_. Le discussioni vi sono più sviluppate, essendo
stato chiuso più tardi. Contiene, oltre alle dispute di numerose scuole
babilonesi, anche quelle di talune scuole di Palestina.

Questa _Ghemarà_, al paro della Gerosolimitana, è composta di due parti
principali: la parte rituale, detta _Alachà_, in cui si discorre anco
dei riti che divennero impraticabili dopo la distruzione del tempio e
una parte non rituale, detta _Agadà_ che contiene narrazioni, leggende,
allegorie, proverbi, regole di vita sociale, dottrine morali e
sentenze (74). Morale, metafisica, giurisprudenza, astronomia, medicina,
tutte le scienze trovano luogo nel _Talmud_ (75).

Le nozioni, che sopra ognuna di esse vi si leggono, sono certamente ben
lungi dal raggiungere la perfezione, ma, a traverso gli errori
moltissimi che danno a quel libro l'impronta dell'epoca in cui fu
scritto, appare che, sin da allora, esisteva presso gli Ebrei il germe
della Enciclopedia umana. E ciò è tanto vero che l'Etheridge, scrittore
certamente non favorevole al giudaismo, si lascia scappare questa
confessione: “Quando il Talmudismo come sistema religioso sarà
scomparso, il _Talmud_ non cesserà perciò di essere una preziosa miniera
di leggende divertenti e di lezioni inapprezzabili che resteranno vere
per tutti i tempi futuri” (76).

Quanti scrissero del _Talmud_ notarono il disordine con cui è redatto.
L'_Alachà_ e l'_Agadà_ vi si incontrano promiscuamente, senza sistema nè
ordine, sicchè un illustre scrittore disse sembrar quasi che i dottori,
minacciati dalla dispersione, agissero come uomini che in un incendio
salvano tutto quanto loro viene sotto mano, lasciando ad altri la cura
di tirare più tardi il miglior partito da quanto venne sottratto alle
fiamme (77).

Questo disordine non deve recar meraviglia. Chi non sa che, malgrado gli
sforzi di Triboniano, il Digesto abbonda in _germinationes, leges
fugitivae, errativae?_ Gli stessi famosi capitolari di Carlo Magno, o
meglio dei Re Franchi (_Capitula Regum Francorum_), non sono, se si
considerano colle idee dei nostri tempi anzichè con quelle dell'epoca in
cui vennero scritti, che una indigesta e disordinata farraggine (78).
Eppure i Capitolari son di vari secoli posteriori al _Talmud_.

Una questione importante a risolversi sarebbe quella di conoscere, se il
disordine che tanto si lamenta nel _Talmud_, sia una ripercussione di
quello che avrebbe sistematicamente regnato nelle discussioni delle
accademie ebraiche; ma l'esame di tale questione ci porterebbe fuori del
ristretto campo di questo modestissimo libercolo, sicchè contentiamoci
di averla accennata.

Il miscuglio però dell'_Agadà_ coll'_Alachà_ ci viene spiegato da un
aneddoto che troviamo narrato nel Talmud stesso, e che ci piace riferire
anche perchè vale a render ragione delle iperboli esagerate che spesso
si riscontrano nel Talmud, e di cui si fecero un'arme coloro che vollero
denigrarlo, senza tener presente l'aureo consiglio di Goëthe, che chi
vuole comprendere un poeta deve recarsi nel paese dove egli visse. Un
vecchio maestro, narra adunque il Talmud, accorgendosi un giorno che i
suoi scolari sonnecchiavano durante la lezione, si interruppe d'un
tratto per dire: “Vi fu una volta in Egitto una donna, che diede alla
luce seicentomila uomini.” Si può di leggieri immaginare l'effetto
prodotto da questo meraviglioso racconto. “Era, continuò tranquillamente
il maestro, Jochebed, la madre di Mosè, il quale valeva da solo i
seicento mila uomini d'arme che uscirono dall'Egitto”; e rieccitata in
tal guisa l'attenzione dell'uditorio, continuò la sua lezione. Chi
conosce l'indole immaginosa degli Orientali comprenderà come i maestri,
per tener desta l'attenzione degli uditori, dovessero spesso ricorrere a
tale sistema, mescolare la leggenda divertente e fantastica col precetto
rigido e positivo.

L'_Agadà_ fu spesso segno a motteggi, ed è sempre o quasi sempre di essa
che si parla, allorquando si discorre di fantasticherie rabbiniche, o si
scaglia contro gli Ebrei il vecchio insulto: _Lex Judaeorum, lex
puerorum_ (79).

Niun miglior giudice però dell'importanza che devesi annettere ad
un'opera, dello stesso autore; ora nel _Talmud_ stesso troviamo questo
giudizio che può fare apprezzare l'importanza che gli stessi rabbini
annettevano all'_Agadà_: “Colui che la trascrive non avrà la sua parte
nell'altro mondo, colui che la spiega sarà bruciato e colui che
l'ascolta non riceverà ricompensa” (80).

Ogni popolo ha le sue leggende, ma non accade sovente di vedere i
contemporanei giudicarle coll'indipendenza d'opinione di cui dà prova
questo rabbino.

Ed è veramente strano il vedere che, malgrado siffatta indipendenza di
giudizio, si sia potuto da taluno asserire che gli Ebrei di ogni paese
si sarebbero obbligati con patto solenne ad accettare il Talmud nella
sua integrità, a non aggiungervi ed a non togliervi una sola parola. Con
ben maggiore ragione un illustre professore tedesco scrisse: “che i
Talmud non hanno essenza dogmatica, che persino i risultati
scientifico-legali sono soltanto opinioni individuali e provvisoriamente
valevoli, che la sinagoga non li sanzionò mai, e non riconobbe mai in
essi l'autorità di decretali riconosciute e generalmente
valevoli.” (81).

Infatti il Talmud non fu mai accettato dalla nazione, in assemblea
generale o speciale. Le sue decisioni legali, come quelle che emanavano
dalle più alte autorità teologiche del Giudaismo, formarono certamente
la base della legge religiosa, la norma di tutte le decisioni future. Ma
è probabile, per non dir certo, che egli non deve la autorità di cui
gode, che ad una causa non prevista dai suoi stessi autori. Durante le
persecuzioni contro gli Ebrei, che ebbero luogo nell'impero persiano
sotto Ysdegerd II (440 d. G. C.), Peroze e Cobade, le scuole furono
chiuse per quasi ottant'anni. Lo sviluppo permanente, continuo, della
legge che era lo spirito del Giudaismo fu violentemente interrotto; ed
il libro ottenne una autorità suprema, che era ben lungi dalla mente dei
suoi autori.

Ma qual sia questa autorità, ce lo dice Samuel Naghid, il dottissimo
ebreo spagnuolo che fu nell'XI secolo segretario di un re di Granata, e
che è autore di una introduzione al Talmud, tenuta in tanto conto dagli
Ebrei, che forma oggidì parte integrante di tutte le edizioni del Talmud
stesso:

“Tutto quanto si trova nel Talmud, e che non abbia rapporto con la legge
rituale dicesi _Agadà_; nè da questa devesi trarre altro insegnamento se
non quello che persuade. È da notarsi eziandio che quello che i dottori
fissarono essere dottrina rivelata a Mosè sul Sinai deve ritenersi come
legge fissa ed immutabile, mentre le deduzioni da essi fatte
coll'appoggio di commenti a testi biblici, son cose fatte a seconda
delle esigenze, delle circostanze e delle proprie idee; per cui mentre
devesi ritenere quanto in questi ultimi insegnamenti vi ha di
persuadente, il resto non è cosa su cui si abbia l'obbligo di
appoggiarsi.” Se così scrivevano gli antichi non meraviglia che con
eguale indipendenza il rabbino Hurwiz di Londra abbia scritto nella sua
opera _Hebrew Tales_: “Sono lungi dal sostenere che il Talmud sia un
libro irreprensibile, sono disposto ad ammettere che contiene molte
cose, che ogni spirito illuminato, ogni israelita pio desidererebbe non
vi fossero mai state o vi fossero, almeno, state tolte da molto
tempo.” (82).

Se piacque dunque a taluno, dice, ben a ragione, il dottissimo
Bedarride (83) di porre a paro le prescrizioni del _Talmud_ con quelle
della legge di Mosè, questa dottrina non è mai stata ammessa dagli Ebrei
siccome articolo di fede. Nelle cerimonie del culto giudaico è il
Pentateuco che il ministro della religione presenta ai fedeli dicendo:
“Ecco la legge che portò Mosè ai figliuoli di Israello.” Se il Talmud
avesse formato un tutto colla legge di Mosè non si sarebbe mancato di
unirlo a quella in siffatte funzioni.

“Negli articoli di fede del Maimonide, che ottennero l'approvazione di
tutti gli Ebrei, si legge: “Tutta la legge che è oggi nelle nostre mani
ci è stata trasmessa da Mosè.” Anche qui evidentemente non può trattarsi
che del solo Pentateuco.

“Infine, in tutte le epoche, i più dotti rabbini si sono espressi
liberamente sul conto del Talmud, ciò che non avrebbero osato fare se
fosse stato parte della legge rivelata.

“Così Judas Levy, che fiorì nell'undecimo secolo, dichiara nel _Cozri_,
che vi sono nel Talmud cose che già ai suoi tempi non si sarebbero
scritte (84).

“Maimonide, nel _Morè hanevohim_, critica numerosi brani del Talmud, ed
allorquando taluni zelanti vollero scomunicarlo, una folla di dotti
ebrei alzò la voce per adottarne e difenderne le opinioni.

“Così Aben Ezra, Giuseppe Albo, e gran numero di altri dottori che
meritarono il nome di sapienti, pur rendendo alle tradizioni, che si
trovano nel Talmud, il tributo di rispetto che meritano, non hanno
esitato a dichiarare che vi si contengono cose che non è possibile
ammettere.”

Non si creda però che noi intendiamo invocare quanto siamo venuti finora
dicendo per sostenere che dal Talmud non si può desumere un sicuro
criterio per giudicare della moralità degli Ebrei. Lungi da noi siffatta
idea.

Volemmo soltanto dire che coloro i quali asseriscono avere gli Ebrei
egualmente autorevole il Pentateuco ed il Talmud sono in grande errore,
siccome errerebbe chi asserisse che, pei Cristiani, il Vangelo e la
_Summa_ di San Tommaso hanno eguale valore.

Certamente non mancan Cristiani che non curano o non comprendono i sacri
misteri della loro fede per correr dietro alle stupide fole di Maria
Lateau (85) come non mancano Ebrei che trascurarono quasi il Pentateuco
e le opere sublimi dei loro filosofi, dei loro pensatori per perdersi
nelle quisquilie del Talmud.

Ma questo, ci si permetta dirlo, non prova nè contro gli Ebrei, nè
contro i Cristiani, prova soltanto, per la millesima volta, una verità
antica quanto il mondo: che ogni religione, come ogni nazione, come ogni
partito conta infinito numero di... spiriti deboli.

Nè gli Ebrei potrebbero non aver in gran conto questo libro, che non
soltanto fu il legame che li tenne uniti, durante le secolari
persecuzioni di cui furono vittime, ma che giovò eziandio a conservare
intatta la loro fede. Nessuno infatti potrà negare che questo commento
minuziosissimo della legge fosse incontrastabilmente utile al Giudaismo,
come quello che lo preservò da quelle grandi discussioni religiose che
furono cagione di tanti scismi nelle altre credenze. Le religioni che, o
non hanno, come il Giudaismo, un codice particolareggiato, o non
obbediscono, come il Cattolicismo, all'autorità indiscutibile di un
Supremo Gerarca, sono naturalmente soggette a suddividersi in un numero
infinito di chiesuole, come avvenne del Protestantesimo, e come sarebbe
avvenuto del Giudaismo, se il Talmud non vi avesse posto riparo, a tutto
provvedendo, e realizzando, sin dal V secolo, l'ideale di moderni
filosofi: la libertà nell'unità. Sicchè, in questo senso, ben può dirsi
giusta e veritiera la parola del Talmud stesso: “Dio non ingiunse ad
Israello tante leggi e tanti precetti che per renderlo felice” (86).

Il Talmud, ripetiamolo, è di somma autorità presso gli Ebrei, e noi,
dopo aver mostrato che essi, pur avendolo e dovendolo avere in gran
conto, apportarono nel suo studio quello spirito di libero esame, innato
nel Giudaismo e da esso reso obbligatorio (87), che permette di
sceverare il grano dal loglio, vogliamo ancora dimostrare due cose: che
il Talmud non è legge di iniquità, siccome pretendono gli stolti, ma
legge di amore, di carità, di tolleranza, e che se vi sono nel Talmud
dei passi non pochi che contraddicono ed all'intonazione generale
dell'opera, ed alla vera morale, ciò è facilmente spiegabile e
giustificabile.

Prima per altro di entrare nello spinoso argomento, ci si conceda una
dichiarazione. La Chiesa Cattolica ha condannato a parecchie riprese il
Talmud (88). Nulla di più naturale che siffatta condanna.

Il Talmud, codice di una fede non cristiana, deve contenere e contiene
massime, precetti, argomentazioni contrarie al Cristianesimo. Se
altrimenti fosse, gli Ebrei sarebbero Cristiani e la questione sarebbe
bella e terminata. A buon dritto adunque la Chiesa Cattolica condannava
il Talmud siccome libro pernicioso alla Fede e noi faremmo opera stolta
pretendendo scagionarlo da questo addebito.

Ciò che vogliamo provare è che la morale del Talmud non è punto diversa,
nè sopratutto peggiore di quella che può trovarsi in qualsivoglia opera
umana scritta nelle identiche condizioni di tempi, di luoghi, di
costumi; ciò che ci preme constatare, non per artificio di polemica, ma
per omaggio alla verità è che la legge talmudica non è legge di odio
come volgarmente si crede, e che l'Ebreo non soltanto può restarvi
fedele rimanendo in pari tempo ottimo cittadino (89), ma attinge da esso
quelle virtù domestiche e sociali che sono base di ogni civile
consorzio (90).

E questa avvertenza che qui facciamo, desideriamo che il signor lettore
applichi a tutto il contesto di questo lavoruccio. Difendendo l'Ebreo,
compiamo opera sociale, non religiosa, non sopratutto anticristiana.

Fra le principalissime accuse che si vanno continuamente movendo al
Talmud vi è quella di eccitare l'animo degli Ebrei contro i Cristiani.

Chi si è fatto banditore di queste accuse? Il _Talmud_, lo sanno anche i
bimbi, non venne mai sinora completamente tradotto, i numerosi estratti
che se ne hanno sono per la maggior parte opere polemiche e quindi da
accogliersi con prudente riserbo.

I traduttori erano in generale o ebrei rinnegati (91) o feroci nemici
dell'Ebraismo da una parte, o dall'altra rabbini e dotti israeliti. Una
traduzione imparziale non abbiamo e non si avrà mai, perchè nessun
dotto, non mosso da spirito di parte o da sentimento religioso, potrebbe
accingersi all'improba e semi-inutile fatica.

Aggiungasi a ciò che le diverse edizioni del Talmud sia per imperizia
degli amanuensi, sia per ostacoli ed impedimenti frapposti dalle censure
politiche ed ecclesiastiche, presentano notevoli differenze e varianti,
sicchè il volere ristabilire il testo primitivo sembrò sino ai giorni
nostri opera quasi impossibile (92).

Infine lo stile del _Talmud_ è lungi dall'esser sempre piano e facile;
le iperboli vi abbondano e se vi si leggono pensieri squisitamente
gentili siccome quando per dimostrare come l'uomo sia cosmopolita dice
che “la polve con cui fu plasmato conteneva gli atomi più delicati della
polvere di tutto il mondo” (93) vi si trovano eziandio frasi
siffattamente oscure da doversi ritenere inesplicabili. Queste per
esempio: _La migliore fra le donne è una maliarda_ (94), _il miglior
medico_ (ebreo) _va all'Inferno_ (95).

Questo linguaggio figurato che domina sovente nel Talmud, e la
confusione grandissima nella redazione di cui abbiamo tenuto parola,
furon causa che il Talmud fosse spesse volte frainteso.

Si avverta altresì che il Talmud è in gran parte composto di discussioni
fra dottori, ognuno dei quali sostiene opposte dottrine (96). Per
mostrare quanto sia facile per avversari di mala fede snaturare il
concetto di un libro di siffatta natura addurrò un esempio.

Nel 1879, alla Camera francese, il noto radicale Paul Bert sostenne che
un celebre teologo e casuista francese, il padre Gury, appoggiandosi
alla dottrina cattolica giustificava il furto.

Naturalmente l'asserzione fece chiasso. Il deputato Granier di Cassagnac
padre volle andare a fondo della cosa, e cercato il passo incriminato
dal Bert trovò che il padre Gury, risolvendo un caso di coscienza, ha
proposto il seguente esempio.

Il pastorello Titiro credendosi condannato ingiustamente dal Tribunale
ad una indennità verso il suo padrone, ha cercato di indennizzarsi con
un furto segreto.

Il padre Gury espone dapprima la tesi di Titiro, conchiudente alla
liceità del compenso. Dopo ciò reca la soluzione teologica, decidendo
che quella compensazione è illecita, e che Titiro è obbligato alla
restituzione. Nulla di più semplice, di più retto, di più naturale. Ma
il signor Bert si era limitato a leggere dalla tribuna testualmente la
tesi di Titiro, tacendo la soluzione del teologo, ed attribuendo al
padre Gury precisamente la dottrina, che il dabben prete condannava.

Se questo fu possibile ai giorni nostri con un libro che come quello del
padre Gury è scritto in una lingua accessibile a tutti e che è
effettivamente diffusissimo, quanto più facile non sarà falsificare
qualche brano del Talmud e fargli dire proprio il contrario di quanto
era nell'intenzione dei compilatori?

Due esempi fra mille.

Si pretende che nel Talmud vi sia questo precetto: “Il migliore degli
idolatri uccidilo.” Che il precetto manchi di carità e di tolleranza non
vorremmo certamente negare, e dato proprio che lo si trovasse allo stato
di precetto nel Talmud, non saremmo noi gli ultimi ad invocare i fulmini
dell'opinione pubblica contro l'empio libro. Ma esiste proprio questa
frase nel Talmud? Possiamo accertare che sì, e che essa si trova nel
_Talmud_ gerosolimitano alla fine del trattato dei Kidduscin, accanto
proprio a quella testè citata che manda i medici all'inferno, ed a molte
altre egualmente strane e bizzarre. Molte ipotesi furono messe innanzi
per spiegare questa frase, e l'illustre Zunz concluse che il passo debba
intendersi così: “Il migliore degli idolatri (parlando di un ebreo) dice
uccidilo.” Ciò che sarebbe stata semplicemente una constatazione delle
persecuzioni di cui gli Ebrei erano fatti segno da parte dei gentili,
divenne in bocca ai nemici del Giudaismo, un feroce appello
all'assassinio ed allo sterminio, fatto da quello stesso libro dove è
invece sancita la massima: “Chi alza la mano contro il prossimo,
quand'anche non lo batta, è chiamato colpevole (97).” Del resto volere
basare una conclusione qualsiasi su qualche brano staccato del Talmud
sarebbe cosa impossibile. Nessun uomo imparziale vorrà dire si debba
interpretare alla lettera un libro in cui si trovano massime come
questa: “Chiunque pronuncia una decisione al cospetto del suo maestro
merita la morte (98).”

Un'altra accusa che si muove al _Talmud_ e che è ripetuta, con non
ammirabile unanimità, da tutti gli scrittori antisemitici a cominciare
dal Wolf nella sua _Biblioteca_ (99) e venendo giù giù fino agli ultimi
libellisti, è che il Talmud insegni agli Ebrei: “Voi, voi siete degli
uomini, ma gli altri popoli non sono tali.” Senza essere atroce come
quello di cui ci siamo testè occupati, anche quest'altro passo sarebbe
sufficientemente antisociale e ridicolo, sicchè si sarebbe non poco
sorpresi di trovarlo in quello stesso libro dove sono pur scritte queste
massime di assoluta tolleranza (100): “Un non israelita il quale si
governi dietro la legge di Dio, acquistasi merito, niente meno di un
sommo pontefice; imperciocchè la legge dice (101): L'uomo eseguendo le
mie leggi si procura la vita; nè dice già i Sacerdoti, i Leviti, gli
Israeliti, ma dice _Adam_ l'uomo.”

“Benefica, o Signore, i buoni. I buoni è scritto e non gli Israeliti, i
buoni quindi di tutte le nazioni (102).”

Per chiunque sia in buona fede, basta la citazione di questi passi tanto
chiari, tanto espliciti, per far comprendere che in quello che nega la
qualità di uomini ai non Israeliti deve essere incorso qualche errore di
interpretazione; e l'errore c'è, ed evidente.

La proposizione che i non Israeliti non si chiamano uomini, si trova
effettivamente nel Talmud (103), ma, isolandola dal suo contesto, la si
riduce ad un senso che mai non ebbe nella mente di chi la dettava. Si sa
che la legge mosaica (104) colpisce di impurità per sette giorni
chiunque sia entrato in una abitazione ove si trovi un uomo morto. Ora
un talmudista, volendo alleggerire questa prescrizione, disse che la era
da ritenersi unicamente applicabile ai morti israeliti, i quali soltanto
generavano impurità col loro contatto; i morti non israeliti non
avendosi per gli effetti di siffatta legge a considerare siccome uomini.
Questa opinione, tutta individuale, a proposito di una questione affatto
bizantina, e rigettata, lo si noti, da tutti gli altri talmudisti (105),
bastò, perchè da secoli si vada ripetendo che gli Ebrei, per obbedire al
Talmud, devono considerare sè soli uomini ed avere in conto di bestie
tutti i non ebrei (106).

Accusa altrettanto assurda e ridicola, quanto quella che si muove al
Cristianesimo di aver negata l'anima alle donne, per ciò solo che
Gregorio da Tours lasciò scritto nella sua _Historia ecclesiastica_,
come nel concilio di Macon (a. 525) un Vescovo facesse la proposta,
respinta dai suoi colleghi, non potersi la donna chiamar uomo, nè formar
essa parte del genere umano!

Il Cristianesimo, che ha tra i suoi potissimi vanti di aver dato alla
donna la parte che le spetta nel civile consorzio, è accusato di averle
negata l'anima, il Talmudismo che eleva a massima il precetto: “Amato è
l'uomo perchè fu creato ad immagine di Dio, amore straordinario gli fu
manifestato perchè fu creato ad immagine di Dio” (107) è accusato di
aver assimilato alle bestie la quasi totalità del genere umano.

Aberrazioni dell'odio e dell'intolleranza. Per aggiungere poi un'altra
prova della spudorata mala fede di taluni avversari degli Ebrei, e della
supina ignoranza di altri, dirò, che allorquando oggi ancora, si
vogliono citare i due passi del Talmud, dei quali siamo venuti sinora
discorrendo, si suole in entrambi tradurre la parola _goim_ che vale
idolatri o gentili, coll'altra _cristiani_, siccome fece anche poche
settimane or sono un sedicente abate Chabauty nelle colonne
dell'_Antisémitique_ (108). Dimostreremo ora che la parola _goim_ non
deve mai intendersi applicata ai Cristiani ma, prima di farlo, vogliamo
avvisare il signor Chabauty che i due passi incriminati, di cui ci siamo
venuti sinora occupando, sono scritti entrambi nella prima metà del
secondo secolo dell'èra nostra, in una epoca, cioè nella quale non si
parlava ancora nè di Cristiani, nè di Cristianesimo, ed in cui le due
religioni di Mosè e di Cristo confondevansi quasi ancora in una sola; e
sono scritti appunto da quel Simeon ben Johai che, condannato a morte
dalla tirannia pagana, si tenne per quattordici anni nascosto in una
caverna, nutrendosi di erbe e di radice.

Se questo sapeva il signor Chabauty, traducendo _goim_ per cristiani
die' prova di impudente mala fede; se non lo sapeva, di supina
ignoranza, perocchè, lasciando anche in disparte l'osservazione, certo
non trascurabile, della poca importanza che in quell'epoca aveva il
Cristianesimo, non occorre davvero grande acume per comprendere che se
Simeon ben Johai si lasciò trasportare dall'odio, è ben naturale che i
suoi strali fossero diretti agli atroci suoi persecutori e non a coloro
che in quei tempi dividevano cogli Ebrei i dolori del martirio.

Parrebbe quindi sprecata ogni parola per dimostrare che, egli almeno,
colla parola _goim_ non potè alludere ai Cristiani (109).

Siccome però questa parola, che alla lettera significa _stranieri_,
viene usata nel Talmud, anche da scrittori ben più moderni che non sia
Rabbi Simeon ben Johai, e non mai in senso di benevolenza, così ci
converrà soffermarvici sopra alquanto, per dimostrare falsa e calunniosa
l'opinione di quei nemici degli Ebrei che sostennero doversi questa
parola tradurre con quella di cristiano.

Se si ammettesse questa interpretazione sarebbe facile scavare nel
Talmud non poche massime e sentenze dove si parla del _goi_, e farsene
un'arma per dimostrare l'ebreo nemico delle popolazioni in mezzo a cui
vive.

Sventuratamente pei sobillatori l'interpretazione che essi vorrebbero
dare alla parola _goi_ (plur. _goim_) non regge alla critica.

Il Talmud, considerato nello spirito che lo informa, non è intollerante,
neppur verso la idolatria: “Gli stranieri fuori di Palestina non sono
idolatri, ma essi seguono semplicemente i costumi de' padri
loro.” (110), e, come corollario di questa massima, l'altra:
“L'esercizio della carità e della giustizia son le uniche condizioni che
il Giudaismo impone per l'eterna salute” (111). Tanto meno quindi esso
può essere intollerante verso i monoteisti a qualunque religione
appartengano, ed effettivamente i dottori del Talmud fanno enorme
differenza fra idolatri e monoteisti. È idolatra chiunque non rispetti i
sette precetti imposti da Dio ai figliuoli di Mosè (112):

1. Costituirsi tribunali.

2. Non bestemmiare.

3. Non servire ad idoli.

4. Non fornicare.

5. Non versare sangue.

6. Non rubare.

7. Non mangiar carne strappata da un animale ancora vivente.

Chiunque invece ottempera a questi precetti si chiama giudeo: “Chi
rinnega l'idolatria si chiama giudeo” (113). Precetto questo che
basterebbe a far chiaro qual concetto di alta tolleranza abbia il
Giudaismo per tutte le religioni monoteistiche. Basta non essere
idolatra per meritarsi quel nome di giudeo, di cui la stolta malignità
delle plebi fece una ingiuria, ma che è, naturalmente, la più grande
espressione di benevolenza che si possa trovare nel Talmud. E tanto
differenziano gli Ebrei fra idolatri e monoteisti che Maimonide, il
massimo fra i loro filosofi, potè ridurre ad assioma il principio,
essere il Cristianesimo e l'Islamismo mezzo di preparazione all'êra
messiaca.

Da quanto si è fin qui detto parrebbe già evidente non doversi mai in
nessun caso la parola _goi_ applicare ai Cristiani, ma ne piace far più
chiara siffatta dimostrazione, esaminando la questione sotto un altro
aspetto.

La _Mischnà_ annovera tra le feste dei _Goim_ le Calende ed i Saturnali.
Ci volle davvero nel Bustorfio singolar mala fede, per tradurre nel suo
_Lessico Talmudico_ (colonna 2043), in questa guisa le parole della
_Mischnà_. _Haec autem sunt festa Christianorum_ (!) _Calendæ,
Saturnalia, Quadragesima._ Che le Calende ed i Saturnali non siano state
mai feste cristiane sanno anche i bimbi, nè vi ha chi ignori come i
primi scrittori cristiani stigmatizzassero con santo zelo gli osceni
riti dei saturnali pagani.

Come adunque supporre che la Mischnà abbia potuto dire essere feste dei
Cristiani quelle che notoriamente erano dai Cristiani riprovate? _Goim_,
in questo caso come sempre, non può tradursi con _Cristiani_, ma con
_Pagani_ o _Gentili_.

Nè si obbietti che se i Saturnali o le Calende sono feste pagane, è la
Quaresima essenzialmente cristiana; poichè a questa obbiezione si
risponde che l'introduzione della parola _Quaresima_ in questo passo è
un parto della immaginazione del Bustorfio, il quale non seppe, o non
volle, trovare nella lingua greca il vocabolo misnico _Kratesein_.
Questa festa è ritenuto dai Talmudisti essere la solennizzazione
anniversaria del giorno in cui Roma ha preso l'impero e l'antico lessico
talmudico, detto _Aruch_, dice essere voce greca. La voce è accorciata
da Κρατησίμαχος vincitore in battaglia, ed indica la festa istituita in
commemorazione di qualche solenne vittoria, qual era, per es., presso i
Romani il giorno degli Idi di aprile, consecrato a Giove vincitore od
alla libertà. E ben a ragione il Perengero tradusse questo vocabolo:
_Dies_ Κρατησίμαχος, _sive memoria subjugati alicujus imperii._

Spiegato per tal guisa che nel passo, citato dal Bustorfio, non si parla
di alcuna festa cristiana, ma bensì di tre feste pagane, sarà d'uopo
convenire che allorquando nel _Talmud_ si incontra la parola _goim_
converrà renderla con quelle di _gentili_, _pagani_, _idolatri_, ma non
mai con quella di _cristiani_.

Ma, si dirà, sien pure gli idolatri quelli che il Talmud designa col
nome di _goim_, non è però men vero che egli inculca l'odio ed il
disprezzo verso di loro, ciò che è sempre contrario ai precetti di
carità e di tolleranza.

Obbiezione questa giustissima in bocca di coloro che, conoscendo i santi
precetti del Vangelo, vorrebbero che ogni libro di ogni religione a
quelli si informasse.

Ma il Talmud non è il Vangelo, ed errerebbe a partito chi volesse
confrontare l'uno coll'altro. Il Vangelo è, come il Pentateuco legge
rivelata, il Talmud è legge tradizionale. Nei primi è Dio che parla, nel
secondo è l'uomo, con tutte le sue debolezze, con tutti i suoi difetti.

Ed il Talmud, non dimentichiamolo, fu composto, quando le persecuzioni,
atroci, efferate dei Romani contro gli Ebrei, imperversavano ancora. Il
Talmud è il libro di una gente oltraggiata nella sua fede, cacciata
dalla sua patria, conculcata nella sua nazionalità, libro umano e non
divino, sicchè se lascia talvolta trapelare l'odio dell'oppresso contro
l'oppressore, non si può biasimarlo, senza involgere nello stesso
biasimo ogni grido di dolore, ogni imprecazione che esca dal petto di
una nazione oltraggiata, vilipesa, martirizzata.

Leggiamo le opere dei primi Cristiani che ebbero comuni cogli Ebrei i
patimenti e le sofferenze, e vediamo se, malgrado le massime di sublime
carità, bandite dal Vangelo, non rivelano l'odio verso il Pagano
oppressore e tiranno.

Perdonare agli oppressori, lambire la mano che vi schiaccia, sono atti
di virtù eroica, ma appunto perchè tali sarebbe assurdo il far colpa a
chi non se ne sente capace.

Ciò che importa notare è che la legge giudaica non fa espressa
distinzione dallo israelita al non israelita (_nochrì_) in alcuna di
quelle leggi che la giustizia e l'umanità hanno suggerite a tutti i
popoli civilizzati. Per esempio i precetti: _Non commettere omicidio_,
_non commettere adulterio_, _non rubare_, sono espressi in modo
illimitato ed assoluto; e questi misfatti sono indistintamente proibiti,
sia che si tratti di commetterli a danno di un israelita o di un non
israelita. Ciò fu chiaramente enunciato dal rabbino Eliezer figlio di
Natan, vivente in Magonza verso il 1140, e fratello ad un genero di
Rascì (114).

Ed anche i Talmudisti, se talvolta si lasciarono sfuggire qualche
espressione di ira verso gli oppressori, non mancarono però di inculcare
il perdono delle offese, una delle più sublimi fra le virtù evangeliche.

“Perdona a chi ti ha maltrattato, e dà a quello che a te ha rifiutato;
se tu cerchi di vendicarti lo rattristerai e ti pentirai del male che
avrai fatto. Se invece tu perdoni e ti mostri liberale, te ne
rallegrerai in ogni tempo ed in ogni momento” (115).

Ed altrove:

“Sii sempre pieghevole come giunco (benigno con tutti), nè essere mai
inflessibile come un cedro (inesorabile verso chi ti offese)” (116).

E più chiaramente:

“Coloro che umiliati da altri non ne anelano la rivincita, che
ingiuriati non hanno un pensiero di vendetta, la di cui religione è
amore di Dio, che con tacita rassegnazione soffrono le sventure di
questa vita, vengono dalla sacra scrittura designati lorchè leggiamo
(GIUDICI, v. 31): _Quelli che amano il Signore, sieno come quando il
sole esce fuori nella sua forza_” (117).

Oppure:

“Se offendesti il tuo prossimo ti sembri grave l'offesa; se facesti il
bene, lieve il beneficio. All'incontro se il tuo prossimo ti rese un
servizio stimalo grandissimo; se verso te si permise una ingiustizia
dimenticala come di poco momento.

“Apprendi a soffrire paziente e perdonare le ingiurie” (118).

Molti poi fra i precetti talmudici, che i nemici del Giudaismo
interpretarono come eccitamento all'odio verso i gentili, non erano in
fatto che precetti precauzionali intesi a guarentire la vita e gli averi
degli Ebrei, dalle popolazioni, loro infestissime, frammezzo alle quali
vivevano.

Si leggano taluni di questi precetti e si dia torto agli Ebrei di averli
inscritti nelle loro leggi, quando si sappia, per dirne una sola, che
una legge dei Franchi Ripuarii, non abrogata che qualche secolo dopo, da
Lodovico il Pio, vietava, si procedesse contro un cristiano per
qualunque delitto, l'assassinio compreso, che avesse commesso contro un
ebreo (119)!

“Non si fermi solo un israelita con un idolatra perchè sono sospetti di
versar sangue. — Se viene a trovarsi per via, insieme ad un idolatra che
cinga spada, se lo metta a destra; se ha il bastone in mano, se lo metta
a sinistra. — Se salgono o scendono non sia l'idolatra di sopra e
l'israelita sotto, e ad ogni modo se lo metta un po' a destra, mai poi
non gli si abbassi davanti. Se gli domanda: dove vai? quando abbia
bisogno di andare un miglio, gli dica due miglia” (120).

Un esame particolareggiato del Talmud non è nell'indole di questo nostro
lavoro, sicchè mentre non possiamo, nell'interesse degli Ebrei, che far
voti perchè siffatto esame sia eseguito da uno scrittore veramente
imparziale, ci limiteremo a darne qui taluni brevissimi estratti per far
chiaro lo spirito che anima quello, che a buon diritto potrebbesi
chiamare, il _corpus juris_ degli Ebrei.

Fu detto, ed a ragione, che tutte le verità del Vangelo potrebbero
riassumersi nel precetto: _Amate il vostro prossimo come voi stessi._

Nè il fatto che questo precetto che Rabi Akivà diceva essere il più bel
precetto della religione (121), trovisi nell'Antico Testamento (LEV.
XIX, 20), attenua il merito grandissimo del Cristianesimo che,
sostituendosi al Paganesimo, mise in pratica il precetto della
scambievole benevolenza, in scala ben più larga che non avesse fatto
prima il Giudaismo e gli diede la sanzione di un dovere religioso. Ma il
merito del Cristianesimo non deve renderci ingiusti verso gli Ebrei che
seppero mostrarsi degni del sacro deposito della legge che avevano
ricevuto da Dio.

Infatti nel Talmud troviamo:

“Amerai il tuo prossimo come te stesso. È questa la gran legge di tutta
la legge. Guai a chi dice: _Sono avvilito, sia avvilito anche il mio
prossimo, sono maladetto, sia maladetto anche il mio prossimo._ Pensi
costui chi avvilisce, chi maledice; egli avvilisce e maledice chi porta
in sè l'immagine divina” (122).

Ed altrove:

“Un pagano si presentò ad Hillel (123) e gli disse:

“_Io sarò ebreo, ma a questo patto; voglio che tu mi insegni tutta la
legge in tanto tempo quanto posso tenermi ritto su d'un piede solo._
Hillel sorride, accetta la prova, e incomincia in questo modo: Ama il
tuo prossimo; non fare ad altri quello che a te spiacerebbe. Ecco, amico
mio, tutta la legge. Tutte le altre prescrizioni sono una conseguenza di
queste: va e studiale” (124).

In altro luogo due rabbini discutendo sulla base della morale, e sul
vero criterio della religione esprimono le seguenti opinioni. L'uno dice
che tutto è fondato sul precetto dell'amore del prossimo, l'altro invece
sulla unità della razza umana (125).

Nè l'amore del prossimo, tanto filosoficamente espresso in questa ultima
massima, è, pei Talmudisti, soltanto un precetto scritto sulla carta e
non applicato.

Ognun sa che gli odii religiosi, sempre vivi ed accaniti, lo sono tanto
più fra differenti sètte della stessa religione; e sono pur note le
dissensioni fra la scuola di Hillel e quella di Shamai, dissensioni che,
per dirla colla espressione rabbinica, d'una legge sola ne facevan due.

Ora ecco cosa leggiamo nel Talmud a questo proposito:

“La scuola di Shamai e la scuola di Hillel, in perpetue disputazioni
religiose l'una contro l'altra dividevano Israello in due grandi
partiti, di cui uno parteggiava pel primo e l'altro per l'altro. Una
scuola dichiarava immonde molte cose che l'altra voleva pure; quella
dichiarava illegittimi i matrimoni in certi gradi di parentela, che
questa credeva permessi. E tuttavia i due partiti e le due scuole
vivevano comodamente insieme; non si astenevano dal mangiare l'uno in
casa dell'altro, e legavano maritaggi gli uni cogli altri” (126).

Nè questo spirito di tolleranza vien meno, allorquando si tratta di
altre religioni. Le prove che potremmo addurre sono tali e tante che ci
troviamo obbligati a scegliere.

“La giustizia non è un retaggio particolare, non è di discendenza; solo
i sacerdoti sono sacerdoti, solo i leviti sono leviti; chi volesse
divenire o sacerdote o levita, non può: tutti che vogliono, possono
divenire giusti, anche il pagano” (127).

Ed a confermare il precetto coll'esempio non mancano nel Talmud leggende
e racconti, nelle quali, idolatri sono rappresentati come specchio
d'ogni virtù! Si legga, a cagion d'esempio, la leggenda del pagano Damo
d'Ascalona che riferiamo fra i documenti, giovandoci della bella
traduzione datane dal Levi, e ci si dica se, in tutte le letterature
antiche, esiste una pagina dove un nemico, un infedele, sia ritratto con
così splendidi colori (128).

Ma la tolleranza è, checchè se ne sia detto, virtù essenzialmente
giudaica, ed un sereno pensatore, anche ignorando il Talmud, dovrebbe
convenire che un popolo non avrebbe potuto sopportare per secoli e
secoli, senza trascendere a vendette e ad eccessi quella lunga serie di
persecuzioni di cui Milman ebbe a dire “che furono le più schifose e le
più continue che possano citarsi fra le nazioni al dissopra dello stato
selvaggio” (129), se non avesse trovato nella propria legge il
fondamento di ogni virtù, e non avesse succhiato col sangue il precetto
dei suoi maestri: “Scopo principale dei religiosi precetti si e
l'avvicinamento fra Israello e tutti gli esseri creati” (130).

La carità verso i peccatori è spesso raccomandata dal Talmud. “Non
giudicate gli altri senza mettervi al loro posto.” (131).

Ed altrove:

“Tre cose conducono, anzi trascinano l'uomo malgrado suo al
male, — l'errore della idolatria, la passione e la povertà.

“Meritano perciò grande compassione gl'infelici che ne sono trascinati,
ed è dovere nostro di pregare Iddio per loro” (132).

E come moralità di uno dei tanti apologhi che formicolano nel Talmud:

“Il giusto non deve mai provocare la punizione di Dio sul
colpevole” (133).

Nè il Dio degli Ebrei è animato da quello spirito di crudeltà e di
intolleranza che i nemici del Giudaismo gli prestano, per poi torcere
contro gli Ebrei il noto detto che non Dio ha fatto l'uomo a sua
immagine, ma che ogni uomo si foggia un Dio ad immagine sua. Mentre i
pagani sono vinti dagli Ebrei, Dio geme e sclama:

“Ebrei e pagani sono opera delle mie mani, potrei io annientare gli uni
per far trionfare gli altri?” (134).

Ed altrove:

“Il Signore così protestava a Mosè: Ebreo o gentile, uomo o donna, servo
o libero, tutti sono eguali per me; ogni buona opera è accompagnata dal
premio” (135).

E questo principio si riscontra, ad ogni pie' sospinto, nel Talmud.

“Giuro pel cielo e per la terra, risponde un dottore, che ebreo od
idolatra, uomo o donna, schiavo o ancella, tutti sono giudicati secondo
le loro opere e su tutti può scendere lo spirito divino” (136).

E questo giuramento, monumento insigne di tolleranza, e quale
difficilmente si troverebbe nei codici religiosi di altre nazioni,
trovasi ripetuto nel _Tanà Devè Eliau_, libro antichissimo dei tempi
talmudici, e così autorevole presso gli Ebrei che la pietosa leggenda lo
attribuisce al profeta Elia.

Nè, checchè siasi preteso in contrario, questo spirito di tolleranza
venne meno negli Ebrei moderni.

Un illustre rabbino italiano del secolo XVII scrive:

“..... E dicono i Rabbini che honorar similmente si deve ogni Vecchio,
ben che non sia Hebreo, come Cittadino del mondo di molto tempo, che ha
passato molti avenimenti et in conseguenza per esperienza saggio; da
Giobbe, cap. 12. _In antiquis est sapientia et in multo tempore
prudentia_” (137).

Un altro italiano, S. D. Luzzatto, è autore di queste parole che noi
vorremmo seriamente meditate da coloro, che, non sappiamo per quali
satanici intenti, si sforzano a metter zizzania fra Cristiani ed Ebrei:
“Chi volesse confutarli [gli scrittori che presero a difendere il
Cristianesimo], quand'anche lo facesse per difendere il Giudaismo,
commetterebbe una immorale azione, poichè contribuirebbe ad immergere
molta parte dell'umana società nella irreligione, essendo quasi
impossibile che le nazioni nate fuori dal Giudaismo lo abbraccino... Che
se taluno poi pensasse a confutare gli apologisti del Cristianesimo
coll'idea di guarentire i suoi correligionari dalla seduzione dei loro
scritti, il suo procedere non cesserebbe di esser men che onesto,
siccome quello che nuocerebbe a milioni per giovare ad uno o due” (138).

A queste parole di stragrande importanza, e pel valore dell'uomo che le
dettava, che fu può dirsi il maestro di tutti i Rabbini oggi viventi in
Italia, e per essere scritte in una lettera particolare, non destinata a
veder la luce, tanto che rimase inedita per ben quarant'anni, fanno
degno riscontro le seguenti del venerando M. Isidore, gran Rabbino di
Francia.

“La Religione..... non ha che una missione, quella di raccomandare la
concordia e la giustizia e benedire gli uomini di cuore a qualunque
culto appartengano, nessuno essa eccettua ed a tutti richiede
annegazione e sincerità” (139).

Ad un accanito nemico degli Ebrei, a Paolo Medici, autore di un libro
scritto espressamente per provocare l'odio ed il disprezzo contro gli
Ebrei (140), la verità strappa queste due preziose confessioni che
mostrano, al paro dei passi da noi citati, lo spirito di tolleranza del
Giudaismo.

“Nella formola della confessione degli Ebrei in cui chiedono
l'assoluzione dei loro peccati è fra gli altri annoverato il seguente:
abbiamo altri in abbominazione” (141).

Locchè ci pare provi che se gli Ebrei nutrono odio contro chicchessia, e
questo accade naturalmente anche a loro, perchè non sono migliori degli
altri uomini, la loro religione però li obbliga ad accusarsene come di
un peccato.

E lo stesso Medici ci reca la seguente prova dello spirito di tolleranza
de' Rabbini:

“Nel trattato Tahamit, cap. 4 (142), prescrivono i Rabbini e dicono che
se alcuno vuol digiunare, digiuni il lunedì, il martedì, il mercoledì o
il giovedì, non mai però il venerdì, il sabbato o la domenica... La
causa perchè non digiunano la Domenica, dice nello stesso luogo Rabbi
Jochanan, per amor di Cristiani” (143).

Ogni spirito imparziale converrà, che non è possibile dar prova maggiore
di tolleranza che vietare ai seguaci di una religione di far penitenza
in un dato giorno, per ciò soltanto che, in quel giorno, i seguaci di
un'altra religione celebrano la loro festa.

Se il _Talmud_ è, come abbiamo dimostrato, legge di tolleranza, esso,
seguendo il precetto del salmista (XXXIV, 15) “_Ritratti dal male e fa
il bene_” è anche legge di carità e si informa a quella universale pietà
ed umanità che formarono in ogni secolo la gloria degli Israeliti. I
Siri dopo una battaglia perduta, dicono al proprio Re: _noi abbiamo
udito dire che i Re della casa d'Israele sono Re benigni_ (144). I
Talmudisti dicono: “Gli Ebrei si distinguono per tre caratteri: essi,
cioè, sono pietosi, verecondi e beneficienti” (145); ed altrove: “Chi
non ha pietà non è della stirpe d'Abramo” (146).

Ed in altro luogo: “Caratteristica dei discendenti di Abramo è la pietà
verso tutti gli esseri creati” (147).

Ed estendendo lo spirito di beneficenza anche ai non israeliti: “Per
conservare l'unione e l'armonia che devono regnare fra tutti i membri
della famiglia umana è prescritto di nutrire i poveri idolatri al paro
dei poveri israeliti, di visitare i malati idolatri al pari dei malati
israeliti, di rendere gli estremi uffici tanto agli idolatri morti,
quanto agli israeliti” (148).

Ed il Modena constata come questo spirito di carità fosse ancor vivo
negli Ebrei dei suoi tempi: “Hanno anco tanto per opera pia il dare
elemosina, e sovvenir ogni misero, benchè non sia Hebreo; in particolare
a quelli delle città, e luoghi dove abitano; come cosa propria della
pietà humana indifferentemente et espressamente lo raccontano i
Rabini” (149).

Di questo spirito di carità presso gli Ebrei rende splendida
testimonianza un autore non sospetto, l'illustre De-Gerando con queste
parole: “Tanta è la forza della legislazione biblica sulla carità, che
essa ha conservato tutti i suoi effetti attraverso alle vicissitudini
che ha subito questo popolo da tanti secoli. Qualunque siano state le
sue disgrazie, fuggitivo, sparpagliato, perseguitato, non si è punto
visto i suoi figli ricorrere alla carità pubblica. Anche là dove i
diritti civili gli sono stati negati, là dove egli si trovava escluso
dai principali rami di industria e dalla facoltà di possedere degli
immobili, egli ha trovato nella comunità religiosa e morale, che unisce
tutti i membri, dei mezzi sufficienti per sovvenire a' bisogni di quelli
fra essi che non poterono sussistere coi loro proprii mezzi” (150).

Ed oggi ancora uno dei più illustri letterati e pensatori francesi,
Maxime du Camp, in un notevole lavoro sulla carità (151) può scrivere
senza tema di essere smentito queste parole:

“Ho molto viaggiato, e molto osservato, e non ho trovato in nessun luogo
razza più benefaciente e più soccorrevole della razza ebraica.”

Dopo un pensatore un romanziere, ed un romanziere alla moda, Ernest
Dandet che nel suo _Jack_ scrive:

“Quando un ebreo si mette ad esser generoso la sua carità è
inesauribile.”

Se dal frutto si giudica l'albero, da questi concordi giudizi sarà
agevole argomentare quali sieno le dottrine giudaiche in materia di
beneficenza. Ci piace però raccogliere anche su questo argomento talune
sentenze talmudiche e non ci sarà difficile raccoglierne nelle opere di
quei dottori che avevan per massima: “Fine della sapienza, esser la
penitenza e le buone opere” (152), e che dicevano “lo stesso povero che
vive di elemosina non esser dispensato dalle opere di carità” (153), e
che insegnavano “principio della divina legge esser la carità; fine la
carità” (154).

Ed ecco taluni precetti sull'argomento: “Tieni la tua casa a chiunque
aperta e sien i poveri tuoi famigliari” (155). — “Val più la carità che
la beneficenza” (156). — “Amare l'umanità equivale ad amar
Dio (157).” — “Quattro caratteri vi sono nella beneficenza. Chi dà
volentieri, ma non vuole che altri dia, è geloso de' meriti altrui. Chi
vuol ch'altri dieno, ma egli stesso non dà, è avaro. Chi dà del suo e
vuole ch'altri dieno, è uomo pio. Chi non dà, nè vuole ch'altri dieno, è
malvagio” (158).

Si noti però che mentre il Talmud eccita il ricco alla beneficenza,
eccita il povero al lavoro dicendogli: “L'uomo che è mantenuto
foss'anche dal padre, fosse anche dalla madre e dai figliuoli suoi, non
prova mai l'ineffabile compiacenza di chi si mantiene colle proprie
fatiche” (159) e dipingendogli la sorte dell'uomo che vive dell'altrui
beneficenza usa queste parole che rammentano i famosi versi del nostro
Dante:

“Quand'uno trovasi costretto a ricorrere all'altrui beneficenza, egli è
come fosse condannato a due supplizi, a quello del fuoco e a quello
dell'acqua” (160).

E perciò il Talmud contiene consigli di previdenza così saggia, che
nessun economista moderno sdegnerebbe di firmare; questo, per esempio:
“Ti costruisci prima una casa, acquista qualche terreno, coltivalo e
quindi pensa ad ammogliarti” (161).

Ma ogni legge sulla beneficenza sarebbe incompleta e manchevole, se non
consigliasse più il soccorso che permette all'infelice di rialzarsi,
mercè la propria attività, che la elemosina pura e semplice, che abbassa
il carattere di chi la riceve. Come non plaudire quindi a questo
precetto talmudico: “Ha maggior merito chi presta che chi dona”? (162).

E dopo essersi dato tanto pensiero per inculcare la beneficenza,
provvedono i dottori del Talmud ad impedire, per quanto sta in loro, che
i malvagi sfruttino la beneficenza dei pii: “Chi non abbisognando di
vivere di elemosina, pur la riceve, non morrà di vecchiaia se pria non
sia stato ridotto alla stringente necessità d'implorare l'altrui
beneficenza. D'altro canto, chi oppresso dalla miseria fa ogni onorato
sforzo per non accattare il suo pane, perverrà prima di morire a nutrire
egli stesso degli sventurati co' suoi averi. È di lui che disse Geremia
(XVII, 7) _Benedetto l'uomo che si confida nel Signore e la cui
confidenza è il Signore_” (163).

In questo stesso Talmud, tanto calunniato, si trovano, con grandissima
meraviglia, trattate e risolute questioni che nel XIX secolo preoccupano
ancora lo spirito pubblico.

La questione della pena di morte vi è esaminata (164).

“Se un tribunale, vi si legge, pronunzia ogni sette anni una sentenza
capitale, si ha il diritto di chiamarlo crudele. Esso merita questo
rimprovero, dice Rabi Eleazzaro, anche se pronuncia una condanna di
morte ogni settanta anni. Se noi avessimo fatto parte del gran tribunale
(aggiungono Rabbi Tarfon e Akivà), mai nessun uomo sarebbe stato
condannato a morte.

“Questo sarebbe, dice un ultimo rabbino, causa che i delitti di sangue
si farebbero frequenti in Israello” (165). È a questo stesso Talmud, a
questo stesso libro ove sta scritto _anche al reo scegli una morte
dolce_ (166) che si è ispirato uno scrittore ebreo dell'XI secolo, Giuda
Levi, per scrivere queste parole che nessun moderno criminalista
respingerebbe.

L'opera è in forma di dialogo tra un re _Cosri_ ed un Ebreo che
rappresenta le opinioni dell'autore:

“_Cosri._ Le pene imposte pei reati sono forse fissate dalla legge dove
è detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ciò che un uomo ha fatto di
male ad un altro, deve a sua volta soffrirlo?

“_L'Ebreo._ Non è detto nello stesso luogo: Chi avrà ucciso una giumenta
la pagherà o la compenserà. Vita per vita. Chi colpirà un animale lo
prenderà e lo pagherà?

“Questi due casi intendonsi del pagamento del prezzo, perchè ciò non
vuol dire: Se qualcheduno ha ferito il tuo cavallo, tu ferisci il suo;
ma bensì: Prendi il suo cavallo e pagati. Difatti non vi sarebbe per te
nessun vantaggio a colpire il cavallo. Così se qualcuno ti taglia la
mano, non è detto tagliagli a tua volta la mano, perchè non vi sarebbe
per te nessun vantaggio a tagliargli la mano. È inutile far notare tutto
ciò che vi sarebbe di contrario alla giustizia ed alla sana ragione in
sentenze pronunziate sulla base del principio: frattura per frattura,
ferita per ferita, cattiveria per cattiveria. Difatti come potremmo noi
misurare, graduare esattamente tali cose; uno, per caso, muore in
conseguenza d'una ferita ed un altro no. Possiamo noi essere giudici
esatti del più e del meno? Strapperemo noi un occhio tanto a chi ne ha
uno solo come a chi ne ha due? Così uno diverrebbe cieco, l'altro
soltanto monocolo. La legge dice: l'uomo sopporterà le conseguenze del
male che ha fatto” (167).

Le dottrine giuridiche del Talmud meriterebbero, del resto, da sole,
l'onore di uno speciale volume. “Quando è, dice un dottore, che
giustizia e benevolenza s'incontrano? Allorquando due litiganti vengono
ad un accomodamento pacifico.” Legislatori che tanto prediligevano la
conciliazione, non potevano dimenticarsi di reprimere l'avidità di
coloro che, troppo spesso, spiegano dinanzi ai tribunali azioni
temerarie. “Chi esige ciò che non gli spetta, nonchè veder frustrate le
ingiuste sue richieste perde pure ciò che di fatto possiede” (168). Le
più minuziose raccomandazioni sono fatte ai giudici, perchè non si
lascino in nessun modo influenzare da nessuna delle due parti
contendenti: “Non ti costituir giudice, nè del tuo amico, nè del tuo
nemico, poichè nel primo non sapresti ravvisare la colpa, nel secondo
l'innocenza” (169). Il precetto del Levitico (XIX, 15): _Non aver
riguardo alla qualità del povero_, vi è ampiamente sviluppato, e, mentre
da un lato si impiega ogni mezzo per impedire che il giudice faccia
traboccare la bilancia della giustizia a pro del ricco, gli si
raccomanda poi di non lasciarsi vincere dalla compassione verso il
povero a scapito della giustizia.

Si direbbe che il motto di Lessing “bisogna esser giusti anche col
diavolo,” sia il compendio delle dottrine talmudiche; e se,
sventuratamente per la magistratura francese, il famoso motto: _“La Cour
rend des arrêts et non des services”_ non venne mai pronunciato (170), i
giudici del Talmud si ispirano ad un principio di giustizia ancor più
completo: _I Tribunali non rendono servigio ai potenti e non beneficano
gl'indigenti_. Il fatto solo del resto che il legislatore abbia creduto
necessario moltiplicare i precetti per mettere in guardia i giudici
contro gli impulsi del cuore, troppo facile a favorire l'indigente a
danno del ricco ed a scapito della giustizia, mostra di qual tempra
fossero, in quei tempi, i giudici in Israello.

Nè men bella è la disposizione talmudica che mentre eccettua talune
classi di persone dal deporre in giudizio, dispone poi che tutti
indistintamente possano esser sentiti nelle cause criminali, ma
unicamente come testi a difesa. Le stesse formalità di cui è circondata
la pena di morte, che vedemmo del resto eseguirsi assai di rado,
mostrano quanto rispetto, anco in quelle epoche di ferrea
giurisprudenza, avessero i dottori del Talmud per la vita umana.

Prima di lasciare questo argomento ci si permetta notare un'altra
disposizione del Talmud, che mostra quanto quei dottori avessero
nettamente tracciata la distinzione tra la legge religiosa e la civile.
I Tribunali non potranno costringere chicchessia all'osservanza di un
precetto affermativo, quando la legge divina abbia sancito un premio per
l'osservanza di tale precetto.

E, come nelle dottrine giuridiche, così anche nelle sociali, il _Talmud_
precorreva i tempi. Nessun libro, crediamo, del medio-evo, inculca ed
esalta tanto i beneficii dell'istruzione quanto il _Talmud_.

Se la bella massima del Salmista, che la sapienza cristiana volle sempre
sotto gli occhi degli studiosi: _Initium sapientiae timor Domini_ non è
espressamente scritta nel _Talmud_ vi è in compenso quest'altra, prova
dell'infinita tolleranza dei Talmudisti anche in materia di dottrina;
“Chiunque pronuncia qualche sapiente parola, anche se idolatra, è sempre
savio” (171).

Frequentissime sono nel _Talmud_ massime come questa: “Chi istruisce il
compagno sarà ben accolto nel cielo. — Chi istruisce la plebe, la sua
preghiera sarà sì potente, da volgere in suo favore i divini
giudizi” (172).

Oppure: “Chi istruisce le masse ha ugual merito di chi offre
sacrifizi” (173).

E quest'altra, in cui all'amore dell'istruzione si congiunge il
sentimento della vera democrazia: “Curate l'istruzione dei poveri, che
da essi sorgeranno i veri cultori della scienza. Perchè ordinariamente i
dotti escono di mezzo a loro? Perchè non si creda che la scienza sia
un'eredità” (174).

Nè l'istruzione deve essere soltanto religiosa, ma anco professionale.
“Come è dovere del padre di istruire il figlio nella religione, così
egli è obbligato a fargli apprendere una professione. Chi non fa
apprendere a suo figlio una professione è come se lo indirizzasse per la
via dell'assassinio” (175).

E, cosa strana, pel libro di una religione che fu accusata di trascurare
la donna, non mancano nemmeno, nel _Talmud_, precetti per raccomandare
l'istruzione della donna: “Ogni uomo è obbligato ad insegnare la legge a
sua figlia” (176).

Del resto se la parte assegnata alla donna nel mondo giudaico non è al
tutto conforme alle idee del nostro secolo, sarebbe ingiustizia il
negare che il Talmud curò con ogni mezzo di rinserrare i vincoli di
famiglia, di innalzare la dignità morale della donna. Valgano queste
massime a dimostrarlo.

“Dicono i savii, chi ama la propria moglie come se stesso, e la onora
più che se stesso, e chi indirizza i suoi figli e le sue figlie nella
via retta, e colloca questi quando sono giunti all'età del matrimonio,
di lui è detto: e riconoscerai che è pace nella sua tenda” (177).

“Chi ripudia la sua prima moglie, persino l'altare versa su di lui
lagrime” (178).

“Sempre dee esser l'uomo attento di non addolorar sua moglie perchè le
sue lagrime essendo pronte, anche la pena è pronta.

“Sempre deve essere l'uomo attento di onorare sua moglie, perchè la
benedizione non si trova in casa dell'uomo che in grazia della
moglie” (179).

“Per merito delle donne pie furon liberati gli Ebrei dall'Egitto” (180).

“Augusta ricompensa serba Dio alla donna. Rav diceva a Rabì Hiyà, grande
è il merito della donna, comecchè dessa sparga i primi più efficaci semi
della religiosa educazione nei teneri petti de' fanciulli, dessa
accuratamente veglia alle domestiche cose, mentre il marito s'occupa
degli affari e degli studi religiosi” (181).

“L'uomo deve nutrirsi d'alimenti che sieno al dissotto della sua
fortuna, vestirsi come la sua fortuna gli consente, ma provvedere ai
bisogni di sua moglie e dei suoi figli al dissopra della sua fortuna,
perocchè questi ultimi dipendano da lui, egli dal Creatore
dell'Universo” (182).

“Se la tua sposa è di bassa statura, e tu ti china per udirne il
parere” (183).

“Ogni perdita può ripararsi, eccetto che quella della donna del nostro
cuore. Il marito non muore che per sua moglie, e la donna che per suo
marito” (184).

Il Talmud del resto non è estraneo a nessuno di quei gentili sentimenti
dei quali la età nostra sembra reclamare il privilegio.

Fin dal XVI secolo il già citato Modena scriveva:

“Per effetto di pietà si guardano molto anco di non tormentare, nè
maltrattare, nè far morire crudelmente niun animale irrationale, e da
che tutte son cose create da Dio, dalle parole del Salm. 144. _Et
miserationes eius super omnia opera eius_” (185).

Ed infatti non mancano nel Talmud precetti che sembrano articoli
staccati dal regolamento di qualche moderna società zoofila, e che
farebbero balzare dalla gioia il cuore di qualunque vecchia pulzellona
protestante di Londra e di Boston:

“È proibito all'uomo di prendere alcun cibo, sino a che non abbia dato
da mangiare ai suoi animali” (186).

“Il divieto di maltrattare gli animali è divieto della divina
legge” (187).

“Deve l'uomo tenere per buon augurio, il vedere le proprie bestie
mangiare e saziarsi” (188).

E chiudo questa, troppo lunga, serie di citazioni con questa altra, che
basta da sola a provare, il concetto dell'uguaglianza degli uomini
dinanzi a Dio non essere monopolio esclusivo di nessuna religione:

“Presso di noi, il povero è spesso respinto mentre il ricco è ascoltato.
Ma dinanzi a Dio tutti gli uomini sono eguali; egli ascolta i ricchi ed
i poveri, le donne e gli schiavi” (189).

Altre citazioni non faremo, perchè queste bastano a dare un'idea esatta
del _Talmud_ a quelli che non apportano nessuna idea preconcetta
nell'esame delle questioni.

Quanto agli altri, anco se moltiplicassimo queste citazioni
all'infinito, non mancherebbero di opporci che abbiam citato i brani del
_Talmud_ che fanno onore a chi li scrisse, ed abbiamo taciuto gli altri.

E certamente, lo abbiamo già detto, lo ripeteremo, e lo grideremmo,
occorrendo, anche sopra i muricciuoli, vi sono nel _Talmud_ dei brani
che sono lungi dal deporre in favore di coloro che li dettarono.

Ma prima di tutto convien osservare che essi si trovano in quella parte
del _Talmud_ che dicesi _Agadà_ e che non è obbligatoria per gli
Ebrei (190).

Ma, dato pure e non concesso, che l'_Halahà_, cioè quella parte del
_Talmud_ che racchiude le prescrizioni rituali, contenesse qualche
precetto che non fosse intieramente in armonia colle idee larghe e
liberali del secolo, ogni uomo veramente imparziale dovrebbe incolparne,
più che gli autori del _Talmud_, i tempi e le condizioni, in cui
scrissero.

Ciò che ogni Cristiano, ogni uomo ha il diritto di conoscere, sono i
criteri coi quali gli Ebrei d'oggigiorno applicano il _Talmud_, e questi
criteri ce li dà il più illustre Rabbino italiano del nostro secolo, il
più volte citato prof. S. D. Luzzatto, di Padova.

“Del resto qualunque proposizione e qualunque racconto, che potessero
trovarsi nel _Talmud_ o negli altri scritti talmudici, i quali fossero
in opposizione coi sentimenti di universale umanità e giustizia,
insinuati dalla natura egualmente e dalla Sacra Scrittura, debbono
riguardarsi non già come dettami della Religione, e nemmeno della
Tradizione, ma siccome sgraziati suggerimenti delle calamitose
circostanze e delle pubbliche e private vessazioni e sevizie cui gli
Ebrei andavano esposti nei secoli di barbarie” (191).

Riassumendo tutto quanto siam venuti dicendo, concluderemo:

1º Il complesso delle dottrine del _Talmud_ è ispirato a principii di
tolleranza, carità ed amore;

2º Vi si riscontrano per altro dei brani, frutto di opinioni
individuali, che ripugnano ai principii moderni.

3º Questi brani sono rigettati dagli Ebrei moderni, siccome il portato
naturale delle condizioni di altri tempi; sicchè sarebbe altrettanto
vano ed odioso far colpa ad essi di siffatte teorie, che solennemente
ripudiano, quanto far colpa alla Chiesa Cattolica di certi brani del
Molina, dell'Escobar e del Sanchez o delle espettorazioni stupide e
calunniose di quel sacerdote Rohling, di cui, sormontando il ribrezzo
che ispirano i rettili, dovremo occuparci più tardi.

Non faccia poi meraviglia il vedere che non abbiamo parlato dell'accusa
che si muove al _Talmud_ di eccitare gli Ebrei a frodare coloro che non
professano la fede mosaica, questo argomento si connette tanto
strettamente all'altro dell'usura che assieme li verremo svolgendo nel
futuro capitolo; paghi per ora di por fine a questo, con un'ultima
citazione, che ci pare abbastanza espressiva: “Chi commette ingiustizia
verso il forestiero è come la commettesse verso Dio” (192).

(54) _History of cristianyty from the birt of Christ to the extinction
of paganism by Dan H.H. Milmann._

(55) Lo stesso fatto si ripete per le tradizioni che servono di
spiegazione al Zend-Avesta e che si fanno risalire allo stesso
Zoroastro. (Cfr. SPIEGEL, _Erân_, pag. 365). Nella letteratura indiana i
nomi degli autori dei principali _Upanishads_ sono del paro sconosciuti.
“E deve essere così, nota l'illustre Max Müller, per questa sorta di
opere; perocchè contengono trattati sulle più elevate questioni, i quali
perderebbero ogni autorità se fossero presentati agli occhi del popolo
come opera dell'immaginazione di un uomo.” (_History of ancient sanskrit
literature_, ed. 2, pag. 327).

(56) AVOD, capo I, § 1.

(57) Questi, a nostro subordinato parere, dimenticano che il monopolio
dello studio della legge non è, e non fu mai nell'indole della religione
mosaica. Nei tempi biblici, sacerdoti e leviti non formarono mai una
casta privilegiata — _Lex major sacerdotio_ — ma costituivano la parte
più dipendente e meno provveduta di tutta la nazione: “_Tu non avrai
alcuna eredità nella terra loro e non avrai parte fra loro_” (NUM.
XVIII, 20). Moltissimi profeti e dottori non appartenevano a caste
sacerdotali o levitiche ma uscivano dalle infime classi del popolo. Nei
tempi talmudici poi, la maggior parte dei più eminenti dottori non
furono che umili artigiani: fabbricanti di tende o di sandali,
tessitori, falegnami, conciatori, fornai, cuochi. Un presidente
dell'accademia nominato in luogo di un altro, che era stato deposto per
la sua insolenza, venne trovato da coloro che si recavano ad
annunziargli la sua elezione, nero e sudicio fra i suoi mucchi di
carbone; nè di ciò potrà meravigliarsi chi sappia essere scritto nel
Talmud: “_È bella la scienza religiosa accoppiata al lavoro; congiunti
insieme salvano dal peccato. Scienza religiosa senza lavoro si perde e
mena al male._”

(58) Gli Ebrei non sarebbero stati i soli fra i popoli orientali a
diffidare dei commentatori. È notevolissimo su di essi, questo giudizio
che ci vien proprio dalla terra classica dei commentatori: “Quello che è
troppo oscuro lo tralasciano, e ti dicono: è cosa chiara; nelle cose
chiare si perdono in infinite lungaggini, con gran paroloni, con molte
chiacchiere che non fanno al caso, causano confusione a chi li sente:
insomma tutti i commentatori imbrogliano le cose.” Così Bhojatâjâ nel
commento al Pâtanjalam yogasutram (_The yoga aphorisms_, Calcutta, 1851,
Bibl. Indica).

(59) _Israelitischen Annalen_ del dott. JOST, anno 3º, vol. I, pag. 143
et _alibi_.

(60) È un fatto costante l'antipatia degli Ebrei per le leggi
codificate. Anche il Talmud, come vedremo, è ben lungi dall'aver forma
di legge; è una raccolta di discussioni e non più, sicchè si può dire
che il primo a dar forma di codice alla tradizione presso gli Ebrei,
fosse il Maimonide, che del resto fu perciò aspramente criticato da
molti ed anche ai nostri giorni da S. D. Luzzatto. (V. _Israelitischen
Annalen_ di JOST, Francoforte s. M. Anno III, 1841, pag. 21 e 22). Se un
giorno potrà stabilirsi che il divieto di scrivere la tradizione presso
gli Ebrei, proveniva dal desiderio di lasciar aperta la porta a continue
modificazioni della legge orale, senza scemarne il prestigio, sarà
curioso trovare, in tanta differenza di tempi e di costumi, presso gli
Ebrei, lo stesso sentimento che impedisce agli inglesi di codificare la
loro costituzione, sicchè mantenendosi fedeli al loro vecchio adagio
_Nolimus leges Angliae mutari_ camminano pur sempre alla testa di ogni
_vero_ progresso politico. Ed a questo proposito giovi, per completare
il parallelo, far notare che l'assioma talmudico, _la consuetudine
sradica la legge_, (TALMUD GEROSOL., _Bavà Mezià_, capo VII in
principio) è massima sempre viva in Inghilterra.

(61) Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non
fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice
Max Müller (_Op. cit._, pag. 501), delle potenti facoltà che acquista la
memoria in un organismo sociale tanto differente dal nostro, quanto i
_Parishad_ indiani lo sono dalle nostre Università. La forza della
memoria, quale noi la vediamo e l'intendiamo, mostra come le nozioni che
noi abbiamo dei limiti di questa facoltà siano del tutto arbitrarie. La
nostra memoria fu da tempo remotissimo sistematicamente indebolita. Oggi
ancora che i manoscritti non sono nè rari, nè cari, i giovani bramini
non apprendono i canti dei Veda, i Brâhmana ed i Sutra se non per
tradizione orale e mandandoli a memoria.” A queste osservazioni
dell'illustre professore di Oxford aggiungeremo che oggi ancora nei
paesi dove gli Ebrei studiano il Talmud non è difficile trovare
giovanetti che lo sanno quasi intieramente a memoria, sicchè possono a
prima vista trovare, in quella immensa e disordinata farraggine, il
brano che da loro si richiede; sei o sette anni or sono tutti i giornali
parlarono di un giovane ebreo di 25 anni, David Rosenfeld, di Minsk in
Russia, che non soltanto sapeva tutto il _Talmud_ a memoria e poteva
indicare in qual pagina si trovasse ogni frase che gli si accennava, ma
aveva nello stesso modo presenti alla memoria i due vasti commentarii di
quell'opera: _Rascì_ e _Tossafot_. Ciò del resto non deve far meraviglia
allorquando si pensa che nella Legge di Mosè sta scritto: “Tu li
ripeterai ai tuoi figliuoli, e ne parlerai con essi, stando in casa,
camminando per la via e coricandoti ed alzandoti.”

(62) La _Mischnà_ venne pubblicata con una versione latina del testo e
dei commentari di Maimonide e di Bartenora ed accompagnata da note di
parecchi dotti, per opera del Surenusio in Amsterdam 1698–1703, volumi 6
in folio. Se ne ha pure cogli stessi commenti una versione spagnuola,
Venezia, 1601, ed una tedesca ne pubblicò il Rabe in Anspach nel 1761.

(63) _Tanà_ è verbo caldaico, corrispondente all'ebraico _Scianà_ che
vale _insegnare_, sicchè _Tanaim_ varrebbe _maestri_ come _Mischnà_
significa _insegnamento_.

(64) Voglia, signor lettore, notare che la legge orale di un popolo che
vedremo più tardi accusato di disprezzare i lavori della campagna, si
apre appunto con un trattato sull'agricoltura.

(65) Nelle novelle di Giustiniano la _Mischnà_ è designata sotto il nome
di δευτέρωσις (Cfr. NOVELLA 146, 1 e SANT'AGOSTINO, _Contra adversar.
legis et prophetarum_, II, 1). Questa parola greca che significa
_seconda legge_, non traduce esattamente la parola _mischnà_. L'errore
proviene dall'avere il verbo _scianà_ due significati, _insegnare_ e
_ripetere_, e dall'avere taluni creduto che in questo secondo
significato anzichè nel primo si dovesse cercare l'origine della parola
_mischnà_.

(66) ABOT, capo II.

(67) BAVÀ METZIÀ, 30, 6.

(68) PEÀ, cap. I.

(69) CHIDUSCIM, 40, 6.

(70) GHITTIN, cap. 5, Mischnà, 8.

(71) Il nome di _talmud_ deriva dal verbo _lamad_ apprendere, insegnare,
quasi a dire: dottrina, insegnamento.

(72) I professori S. D. Luzzatto e Graetz opinano, contro l'autorità del
Maimonide, che tanto la _Ghemarà_ di Gerusalemme, quanto l'altra di
Babilonia non sieno state poste in iscritto che molti anni dopo la morte
dei rispettivi compilatori. Come già osservammo a proposito della
_Mischnà_ è questione controversa assai, ed a noi basti averla
accennata.

(73) Sora, città della Mesopotamia, posta in una regione fertilissima,
sui laghi formati dall'Eufrate, e di cui uno appunto era chiamato Sora.
Rab, detto anche Abbà Areckha, vi stabilì una scuola importante, quella
di Neardeà non potendo bastare per tutta la popolazione ebraica fra il
Tigri e l'Eufrate. V. NEUBAUER, _La Géographie et le Talmud_, Parigi,
1868, p. 343.

(74) Heine giudicando, col suo istinto di poeta, il Talmud, che non
aveva mai letto, definisce nel _Romancero_, l'_Agadà_ un giardino, e
l'_Alachà_ una sala di scherma.

(75) La lettura del Talmud, dice STERN (_Ueber den Talmud_, Wurzbourg,
1875, p. 21), prova che i suoi compilatori sono a giorno della scienza
contemporanea e che accolgono la verità dovunque si trovi. L'osteologia
del corpo umano è spiegata nel Talmud in un modo quasi conforme ai
portati della scienza attuale. Il Talmud spiega diverse asserzioni della
_Mischnà_ mercè proposizioni geometriche che a quell'epoca dovevano
essere note soltanto ad un piccolissimo numero di matematici. Il
calendario elaborato da' dottori del Talmud può dirsi relativamente al
tempo in cui venne compiuto, un vero capolavoro per l'abilità con cui
seppero risolvere la duplice difficoltà che si parava loro dinanzi,
evitare che alcune date feste non avessero a cadere in alcuni dati
giorni della settimana, senza incorrere nell'altro gravissimo
inconveniente di una soverchia disuguaglianza nella lunghezza degli
anni. (Cfr. S. D. LUZZATTO, _Discorsi storico-religiosi_, Padova,
Crescini, 1870, pag. 16 e 17 in nota).

(76) _Jerusalem and Tiberias, Sora and Cordova, an Introduction to the
study of Hebrew, Literature by J. W. Etheridge M. A. Ph. D._

(77) J. SALVADOR. _Hist. des Institut. de Moise et du peuple Hebreu._
Paris, Levy, 1862, tome II, p. 311.

(78) BLANQUI, _Hist. de l'Ec. Pol._ Paris, 1860, vol. I, pagina 143.

(79) Imparziali sempre, non negheremo che vi siano nel Talmud
sciocchezze puerili. Vi si discute quanti peli bianchi può avere una
giovenca rossa, perchè si possa chiamar rossa; se il gran sacerdote
doveva indossare prima una od altra parte dei suoi indumenti; se è
lecito di sabato uccidere una pulce od un pidocchio; quando e come si
possa mangiare un uovo fatto da una gallina in giorno festivo; ed altre
simili insanità. Ma, di grazia, coloro che a siffatte questioni legarono
il nome di _bizantine_ erano ebrei? Passiam oltre dunque ridendo, perchè
c'è di che ridere, ma ripetendo con Terenzio: _Homo sum umani nihil a me
alienum puto._

(80) Trattato SOFERIM.

(81) FRANZ DELITSCH, _Gesch. der jüd. Poesie_, p. IX.

(82) _Revue Britannique_, 1868, tomo I, pag. 424.

(83) _Op. cit._, p. 451, nota n. 8 al cap. II.

(84) _Cozri_, discorso III.

(85) Non a caso, fra le stupide fole con cui si tentò, da fanatici
imbecilli, disonorare la religione di Cristo, cito questa di Maria
Lateau. Nel corso di questo lavoro dovremo occuparci di un tale
professore dell'Università di Praga che colla stessa penna con cui
sciolse anni sono un peana alla ciurmatrice belga va ora accatastando
calunnie e menzogne contro gli Ebrei; ho nominato il famigerato prof.
Rohling.

(86) MACCOT, cap. III.

(87) Saadia ben Josef, capo dell'Accademia di Sora, ed il più illustre
fra gli ebrei del X secolo, nella sua opera _Haemunoth Vehadeoth_
riconosce assieme alla scrittura ed alla tradizione l'autorità della
ragione, proclama non soltanto il diritto, ma il dovere di esaminare la
credenza religiosa, e dimostra come la religione, ben lungi dall'avere a
temer la ragione, possa trovarvi un solido appoggio. MUNK _Melanges de
phil. juive_, p. 478.

(88) Nulla, più della storia del Talmud, giova a provare come la
violenza sia impotente a combattere le idee. Il Talmud fu proibito in
epoche nelle quali il divieto della Chiesa non si limitava, come ora, ad
una platonica iscrizione nell'_Index librorum prohibitorum_.
Giustiniano, nel 553 dell'êra nostra, lo proscrive, consacrandogli una
intiera novella, la CXLVI. Il re di Francia, San Luigi, fece bruciare,
nelle vie di Parigi, 24 carrettate di scritti talmudici. A Cremona, un
monaco fanatico vantò di averne bruciato dodici mila esemplari. In un
periodo di meno di cinquanta anni, durante la ultima metà del secolo
XVI, il Talmud venne bruciato non meno di sei differenti volte e non ad
esemplari isolati, ma in massa, a carra. Giulio III pronunciò il suo
bando, contro quello che egli chiama erroneamente il _Talmud Gemaroth_,
nel 1553 e nel 1555; Paolo IV nel 1559; Pio V nel 1566; Clemente VIII
nel 1592 e nel 1599. Pio IV autorizzandone una nuova edizione stipulava
espressamente che sarebbe pubblicato col nome di Talmud. _Si tamen
prodierit sine nomine Talmud tolerari deberet._ Ai tempi di Massimiliano
imperatore, il dottissimo Reuchlin potè, soltanto dopo fierissima lotta,
ottenere che non si assecondassero i voti di un Pfefferckorn, fanatico
ebreo rinnegato, che eccitava l'imperatore a far bruciare tutti gli
esemplari di questo libro. I particolari di questa strana contesa, che
divise il mondo dotto di allora in due grandi partiti si possono leggere
nelle _Epistolae obscurorum virorum_. Fino al principio del
decimosettimo secolo la persecuzione verso i detentori di libri ebraici
era spinta al punto che una famiglia di ebrei portoghesi stabilitasi a
Londra, conserva tuttora preziosamente come una rarità ereditaria un
esemplare della scrittura, stampato in caratteri romani anzichè in
ebraici, perchè nei giorni oscuri della persecuzione bisognava ingannare
i domestici cattolici sulla natura ed il contenuto del libro. Eppure
malgrado tutto ciò le edizioni ed i manoscritti del Talmud ci pervennero
in tanta copia, che una sola descrizione bibliografica di essi ci
occuperebbe molte e molte pagine! È proprio il caso di esclamare, con
Terenziano Mauro: _Habent sua fata libelli_.

(89) Gli Arabi, al tempo della loro dominazione in Ispagna non avevano
del Talmud il triste concetto che ne hanno molti cristiani, e ciò per
una buona ragione, che essi cioè lo conoscevano nella sua integrità,
Rabi Joseph avendone, verso la fine del X secolo, compiuta una
traduzione in arabo per ordine del califo Haschem II. Fu forse per ciò
che due secoli dopo molti fra gli Ebrei di Spagna avendo preteso negare
ogni autorità al Talmud, e la questione essendo stata portata dinanzi al
Re Alfonso VII, questi proscrisse quelli fra gli Ebrei che non volevano
osservare le leggi talmudiche.

Il Talmud era ancora troppo noto in Ispagna perchè lo si potesse
calunniare impunemente! (Cfr. BASNAGE, _Hist. des Juifs_, libro VII,
cap. VIII, t. 4, pag. 1611; BARTOLOCCIUS, _Bibl. Rabb._, t. III; DAVIDE,
_Ganz Tzemach David._, p. 130; JOCHASSIM, p. 126).

(90) Il celebre Alfonso de Candolle nella sua _Histoire de la science et
des savants_ così parla degli Ebrei: “Se l'Europa fosse abitata da soli
Ebrei, avremmo uno spettacolo stupendo. Non più guerre, non più leso il
sentimento morale, nè milioni d'uomini strappati alle industrie ed agli
studi. I debiti degli Stati sarebbero minimi e quasi sconosciute le
contribuzioni. Il culto fiorirebbe altamente. L'industria ed il
commercio prenderebbero sviluppo assai maggiore. Pochi delitti. La forza
non si impiegherebbe quasi mai. La ricchezza del popolo in generale si
eleverebbe immensamente, mercè un intelligente e moderato lavoro
congiunto a sana economia. Queste ricchezze servirebbero a spandere una
carità senza limiti. La potestà religiosa, i ministri del culto non
verrebbero mai a conflitto collo Stato.”

(91) Usiamo espressamente in questo caso la parola rinnegato anzichè
quella di convertito, perocchè altrettanto ci sembrano degni di rispetto
e di venerazione coloro che, mossi da profonda convinzione, abbandonano
la fede avita per abbracciare quella che credono migliore, e si adoperan
poi con mezzi di carità a procacciare ciò che essi reputano la salvezza
morale dei loro antichi correligionari, altrettanto sentiamo disprezzo
ed esecrazione per coloro che, da qualsivoglia sentimento mossi,
scagliano calunnie contro la fede in cui sono nati ed in cui vissero i
loro genitori. Ai convertiti come i Lehmann, i Ratisbonne, i Pasquali
ogni onesto deve rispetto; ai rinnegati come il Medici, come il Padre
Alfonso Spina, rettore dell'Università di Salamanca, il quale nel
_Fortalitium fidei_ afferma — e niuno più di lui sapeva di mentire — che
gli Ebrei perdono ogni mese una certa quantità di sangue, a tutti coloro
infine dei quali il Talmud ha detto: _Tal fiata si toglie dalla foresta
un tronco per farlo manico a scure che ne abbatta tutti gli altri_
(SANHEDRIN IV), sia condegna mercede il fico di Giuda.

(92) Il dotto talmudista signor R. N. Rabinowitz di Monaco sta
pubblicando un lungo lavoro intitolato _Dikdukè soferim_ in cui riduce
alla vera lezione i passi del _Talmud_ di cui si hanno varianti. Questo
lavoro è il frutto del confronto da lui fatto non soltanto di infinite
edizioni del Talmud, ma di quanti mss. gli fu dato confrontare nelle
diverse biblioteche d'Europa. Il compimento di questa opera paziente è
tanto più ardentemente atteso che il Talmud è ormai reso irriconoscibile
dalle continue e spesso inintelligenti mutilazioni che vi introdussero i
censori. La stessa edizione di Basilea 1578 che è fra le antiche la più
nota e la più facile a trovarsi fu in siffatta guisa mutilata e
snaturata per opera del censore Marco Marino da Brescia, da divenire in
varii punti grottesca. Più integra, ma difficilissima a rinvenirsi, è
l'edizione che ne diede il Bamberg a Venezia (1520–3) e che è la prima,
dopo quella dei celebri Soncino, di cui non rimangono che pochi
trattati. Chi volesse farsi un'idea di ciò che era negli scorsi secoli
la censura dei libri ebraici, legga un articolo di Emanuele Deutsch,
l'eminente conservatore del _British Museum_, nella _Quarterly Rewiew_
di ottobre 1867, ed un altro _Un curiosissimo incidente storico_ del
cav. Mortara a pag. 161 dell'_Educatore Israelita_ di Vercelli, anno
1862.

(93) SANHEDRIN, fol. 38.

(94) SOFERIM, fol. 15, 10.

(95) Malgrado questo odio inesplicabile contro i medici il Talmud
contiene nozioni preziose di medicina. (Cfr. GINSBURGER, _Medicina ex
thalmudicis_; HALLER, _Bibl. medica_, lib. 2); questa scienza era da
lungo tempo praticata dagli Ebrei. Oltre i precetti di igiene che
occupano tanta parte nella legge di Mosè, l'Esodo pare accenni proprio
in vari punti (XV, 26 — XXI, 19) all'esistenza di medici. Sotto i re,
medicina e chirurgia fanno progressi. Salomone si occupa della ricerca
delle virtù delle piante, e il libro dei Re ci mostra Isaia curare e
guarire il re Ezecchia. L'uso del balsamo ed i medici son noti a Geremia
(VIII, 22): “Non vi è egli alcun balsamo in Galaad? non vi è egli alcun
medico?” E ad Ezechiele (XXX, 21): “Figliuol d'uomo, io ho rotto il
braccio di Faraone re d'Egitto; ed ecco non è stato curato applicandovi
de' medicamenti, e ponendovi delle fascie per fasciarlo e per
fortificarlo per poter tenere in mano la spada.” [Cfr. PRUNELLE,
_Discours sur l'influence de la médecine sur la renaissance des lettres_
(nota 3, p. 92); SALVADOR, _Op. cit._, p. 264; PASQUALIGO, _Della
condizione delle mediche scienze presso il popolo Ebreo_, Piacenza,
Mancherotto, 1870]. Quanto poi gli Ebrei, malgrado lo strano anatema
talmudico, coltivassero con profitto la medicina, è a tutti noto, come
del paro è noto che nei primi secoli del Medio Evo, e prima che
venissero in fiore le scuole di Salerno e di Montpellier, che del resto
furono fondate principalmente da Ebrei, (cfr. PRUNELLE, _Op. cit._, p.
44 e 60, e AUSTRUC, _Hist. de la fac. de méd. de Montpellier_, p. 14),
essi furono quasi i soli ad esercitare l'arte salutare nel mondo allora
conosciuto.

(96) Il Talmud stesso deplora talvolta queste discussioni interminabili
che fanno considerare la legge come due leggi, ed altrove attribuisce
queste controversie all'orgoglio dei dottori (_Archives Israélites de
France_, anno I, 1840, pag. 586–587). A parer nostro queste controversie
non sono che la conseguenza naturale dell'opinione che i rabbini
esprimono con una delle solite iperboli, dicendo che la legge ha
settanta faccie, ciò che vuol dire che ogni parola uscita dalla bocca di
Dio è suscettibile di almeno settanta interpretazioni diverse; dottrina
questa che il Santo Vescovo di Ippona accetta nelle sue confessioni;
dove dice varii e numerosi essere i sensi della Scrittura. Se poniam
mente oltre a ciò che i dottori del Talmud furono duemila e duecento
otto, c'è da meravigliare che i trentasei trattati del Talmud che
pervennero soli sino a noi, abbraccino soltanto (coi due commentarii più
importanti; il Rascì e Tossafot) 2947 fogli, ripartiti in 12 vol. in
foglio.

(97) SANHEDRIN, fol. 58.

(98) _Hiruvim_, fol. 63.

(99) Tomo 2, pag. 903.

(100) KAMÀ, fol. 38.

(101) Si allude qui al passo del Levitico (XVIII, 5) dove è scritto:
Osservate, dico, i miei statuti e le mie leggi, le quali chiunque
metterà in opera vivrà per essi.

(102) SIFRÀ, sez. _Acharè-Mod_ verso la fine.

(103) JEVAMOT, 61 a.

(104) NUMERI XIX, 14.

(105) Veggansi TOSSAFOD, JEVAMOD, fol. 61. _Smemagheâgn_ e l'opera del
rabbino MOSÈ KUNCHYED, intitolata _Ben Jochai_, pag. 27.

(106) Credo aver provato la falsità della accusa mossa al Talmud, ma se
qualcuno riescisse proprio a convincermi, locchè non credo, che gli
Ebrei consideravano gli altri popoli siccome bestie, risponderei che chi
è senza peccato lanci la prima pietra, certo che non potrebbero
lanciarla neppure i Cristiani. Trovo infatti nel dottissimo libro del
signor Dumont: _Justice criminelle des Duchés de Lorraine et de Bar, de
Bassigny et des Trois Evêchés_ (Nancy, 1848, 2 vol. in 8º), questa
curiosissima notizia. Dopo aver parlato delle leggi criminali contro
coloro che si rendevano colpevoli di atti di libidine contro natura
sulle bestie, soggiunge (p. 184, v. II): “Ciò che si durerà fatica a
credere è che a questa categoria di delitti venivano ascritti anche i
rapporti naturali dei due sessi cogli infedeli, come per esempio Turchi
ed Ebrei, per la ragione che la nostra santa religione LI CONSIDERA COME
BESTIE, non per natura, ma per la loro durissima malizia, la Fede
proibendo di conversare con loro ed a maggior ragione di giacere e di
conversare carnalmente con essi loro.” Si noti che mentre la frase del
Talmud rimaneva nella peggior ipotesi _telum imbelle sine ictu_, la
disposizione benignissima che ho testè riferito conduceva a questa
pratica applicazione. Siccome nel caso di bestialità, la bestia,
strumento passivo, veniva bruciata assieme al colpevole, perchè,
dicevano, bisognava annientare tutto quanto poteva rammentare un così
orribile scandalo, così un'ebrea od una mussulmana anche se
violentemente stuprata da un cristiano, doveva venir con esso bruciata!
E dire che noi Europei, con questi esempi in casa nostra, osiamo tuttodì
calunniare l'Islam e parlare di giustizia turca!

(107) AVOD, 3, 19.

(108) N. 3 del 16 giugno 1883.

(109) Veggasi quanto su questo argomento scriveva tre secoli or sono il
dottore Davide de Pomis (_De Medico Ebreo_, _sectio septima_): Cfr.
LAMPRONTI, _Dizionario Rituale_ e BENEDETTO, _Apologetica_. Mantova,
1775.

(110) HOLIN, fol. 13 b.

(111) TALMUD PERCK HELEK, pag. 105. — TOSSAFTÀ, cap. XIII.

(112) SANHEDRIN, 56 a.

(113) HAGHIGÀ, 13, 1.

(114) LUZZATTO, _Teol. morale israelitica_. Padova, Bianchi, pag. 27.

(115) PLANTAVITIUS, _Florilegium rabbinicum_, pag. 216, n. 1428.

(116) TALMUD, _Tahanid_, cap. 3. Chi ne avesse agio legga in _Parabole,
leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici_ dal prof. Giuseppe
Levi, Firenze, Le Monnier, 1861, la novella di cui questa massima non è
che la morale, e legga l'intiero libro chi vuol formarsi del Talmud un
esatto concetto.

(117) SABAT, I.

(118) ABOT di Rabbi Natan, XLI.

(119) Leggi Ripuarie, tit. XLVI; MONTESQUIEU, _Esprit des lois_, libro
XXX, cap. 20.

(120) BARAIDÀ DERIBBI ISMAEL.

(121) TALMUD JERUSALMÌ, _Nedarim_, IX.

(122) RABOT, pag. 28, a.

(123) Hillel fu, siccome è noto, illustre caposcuola del tempo di Erode.

(124) TALMUD, _Trattato Sciabad_, pag. 31. Cfr. PLANTAVITIUS, _Flor._,
p. 261, n. 1393.

(125) BERESCID RABBÀ, cap. 24, Cfr. GENESI, V, 1.

(126) TALMUD, _Jevamot_, pag. 13.

(127) TALMUD, _Hiruvim_, fol. 41.

(128) Vedi fra i documenti.

(129) _Op. cit._

(130) TANHUMÀ, Sez. _Scimini_.

(131) AVOD, II. 5.

(132) RABOT, fol. 225, a.

(133) TALMUD, _Berahot_, fol. 2.

(134) TALMUD, _Sanhedrin_, 98 b. Cfr., ib. 396 e _Meguillà_ 106.

(135) JALKUT, pag. 20, 2.

(136) JALKUT, _Jeossua_, fol. 9, 2.

(137) LEON MODENA, RABI ebreo da Venezia. _Historia dei riti ebraici_,
Venetia, MDCLXIX. Appresso li Prodotti, p. IV e XI, 109 e 110.

(138) Lettera inedita di S. D. LUZZATTO, Padova, 26 dicembre 1836; in
_Vessillo Israelitico_, ottobre 1876, p. 325.

(139) Da una circolare con cui ordina le preghiere d'uso per
l'inaugurazione dei lavori parlamentari nell'anno 1876.

(140) PAOLO MEDICI, _Riti e costumi degli Ebrei confutati_. Venezia,
Bartoli, MDCCXLVI.

(141) MEDICI, _op. cit._, pag. 101–102.

(142) Più esattamente _Tahanid_, 27, 2.

(143) _Op. cit._, pag. 129.

(144) I. RE, XX, 31.

(145) JEVAMOD, fol. 79.

(146) JOM TOV, fol. 32.

(147) TALMUD _Betzà_, 32, 6.

(148) GHITTIN, 61, a. Nello stesso trattato è raccomandato agli
israeliti di non impedire agli stranieri idolatri di prendere la loro
parte di quanto avanza dopo la mietitura e la vendemmia. Cfr. MAIMONIDE,
_De jure peregrini_, V. 12.

(149) MODENA, _op. cit._, parte 1ª, cap. 14, pag. 33.

(150) DE GERANDO. _Della beneficenza pubblica_, in Bibl. dell'Econ.,
serie II, vol. 13, pag. 1599.

(151) _Revue des deux Mondes_, 1º luglio 1883.

(152) BERACHOD, 59.

(153) GHITTIN, capo I.

(154) SOTÀ, 14, a.

(155) AVOT, capo I.

(156) SMÀ, 49 b.

(157) TALMUD SOTÀ, 14 a.

(158) AVOT, V.

(159) HAVOD DERIBI NADAN, cap. 31.

(160) SOTHÀ, fol. 6.

(161) SOTHÀ, VIII.

(162) SCIABBAD, 39.

(163) PEÀ V, Cfr. AVOT DE R. NATHAN, III.

(164) Ecco sulle leggi ebraiche un non sospetto giudizio: _Patres
christiani summopere jura hebraeorum commendarunt et apud Grecos
philosophos placita juris Hebraici plurima reperire licet._ UGOLINI,
tomo X, pag. 513 e 514, ex SELDENO, _De jure naturali et gentium_, cap.
X.

(165) MISCHNÀ MACOD, capo I, § 10.

(166) SANHEDRIN, fol. 45, a.

(167) GIUDA LEVI, _Cosri_.

(168) SOTHÀ, I.

(169) CHEDUVOD, capo XIII.

(170) FOURNIER, _l'Esprit dans l'Histoire_, Paris, Dentu, 1852, pag.
425.

(171) MEGHILÀ, 16, 1.

(172) BAVÀ MEZIÀ, 85 a.

(173) HAVOD DERIBI NATAN, capo 4.

(174) NEDARIM, 81.

(175) KIDDUSCIM, I.

(176) SOTHÀ, cap. 3. — _Mischnà_ 4 al nome di _Ben Azai_.

(177) JEVAMOD, capo V.

(178) GHITTIN, capo IX.

(179) BAVÀ MEZIÀ, capo 4.

(180) SOTHÀ, II.

(181) BERAHOT, 2.

(182) HOLIN, VI.

(183) BAVÀ MEZIÀ, capo IV.

(184) SANHEDRIN, II.

(185) _Op. cit._, parte I, capo 14, pag. 33.

(186) GHITTIN, 62 a.

(187) BAVÀ MAZIÀ, 118 b.

(188) SIFRI Sez. Ekev, capo 43.

(189) RABOD, fol. 139.

(190) ISAAC LEVY, _Défense du Judaïsme_. Paris, Librairie
Internationale, 1867, pag. 56.

(191) LUZZATTO, _Lezioni di teol. morale Israel._ Padova, Bianchi, 1862,
pag. 33 e 34.

(192) HAGHIGÀ, 5.




                                III.

                  Attitudini economiche dell'Ebreo.


L'Ebreo è essenzialmente commerciante ed usuraio, egli non è e non vuol
essere agricoltore, operaio; non vuol partecipare alla vita dei popoli
frammezzo a cui vive, ma si tiene accampato in mezzo ad essi pronto a
sugger loro il sangue dalle vene coi suoi raggiri commerciali. Il
_Talmud_, sempre l'esecrando Talmud, gli impone il dovere di derubare,
di spogliare il Cristiano.

Ecco le accuse che un tempo si muovevano agli Ebrei, e che loro si
muovono ancora nei paesi meno civili.

L'Ebreo si accaparra i più lauti impieghi, le funzioni cui sono annessi
maggiori stipendi e maggiore influenza. In Francia, in Italia, in
Germania si è reso padrone della stampa; il numero dei deputati e dei
senatori ebrei, nei paesi, ove, infrante tutte le barriere, godono della
pienezza dei loro diritti, è strabocchevole in confronto del loro esiguo
numero.

Ecco le accuse che oggi si muovono agli Ebrei nei paesi più civili
d'Europa.

E su questi temi si ricama a sazietà, e non mancano i belli spiriti per
far notare la mirabile duttilità di questo popolo, che sempre intento al
proprio interesse, si piega ai varii tempi, ed ai varii paesi; usuraio
nell'evo medio, ed oggi ancora in Polonia, in Ungheria, in Rumenia,
dovunque insomma le condizioni generali della società di poco
differiscono da quelle del medio evo; legislatore, pubblicista, uomo di
lettere, avvocato, in Inghilterra, in Francia, in Italia, nell'Europa
civile insomma; ma sempre, dovunque, inteso soltanto ad arricchirsi.

Se i frizzi fossero argomenti, noi potremmo chiedere ai nostri
contraddittori quale sia l'uomo, quale il popolo, che non cerchi di
migliorare la propria condizione economica e sociale.

Ma preferiamo argomenti più serii.

Prima della ruina di Gerusalemme il popolo ebreo non dovette essere
estraneo a nessuna professione. Vi erano in Giudea pubblici edifizi, la
cui manutenzione esigeva la presenza di operai abili. Una nazione, che
nelle sue lunghe emigrazioni e durante la cattività, era stata in grado
di attingere, nei varî paesi dove aveva stabilito la sua dimora, l'idea
di molti e nuovi bisogni, non mancava certamente di uomini capaci di
procurarle gli oggetti che le erano necessari: non vi può quindi esser
dubbio che gli Ebrei si consacrassero nella loro patria all'esercizio
delle arti meccaniche.

La pastorizia e l'agricoltura — le due industrie che Sully, il grande
ministro di Enrico IV, chiamava le due mammelle dello Stato — erano in
favore appo loro. Mosè, lo dice il signor de Segur, e chiunque abbia
letto la Bibbia non può negarlo, aveva fatto degli Ebrei un popolo di
agricoltori.

Una sola industria pare non attecchisse fra gli Ebrei di Palestina: il
commercio.

“Il popolo ebreo, dice Roscher, per ciò che riguarda le sue doti morali
non secondo ad alcuno altro popolo della terra, durante la sua
indipendenza politica, per la rigorosa disciplina però della legge
mosaica, s'era lasciato circoscrivere all'agricoltura ed alla pastorizia
con esclusione di tutte le altre parti dello sviluppo economico.
Dispregiavasi allora tanto più il commercio, in quanto che lo spirituale
contatto con vicini dediti al paganesimo era grandemente temuto” (193).
Nè poteva esser commerciante un popolo come l'ebreo dedito alla vita
campestre e siffattamente avverso ai pericoli marittimi ed alle
peregrinazioni, che, costretto per forza alla vita girovaga nelle sue
prime cattività, serba però l'amore della sua terra, vi ritorna
numeroso, e sforzato a mutar paese, preferisce all'esilio la
morte (194).

Come va dunque che questo popolo essenzialmente agricolo, questo popolo
che, come ebbimo già occasione di notare, pone, a capo delle sue leggi
tradizionali, un trattato di legislazione agricola, questo popolo, cui
nessuna industria, tranne il commercio, era estranea, divenisse a poco a
poco esclusivamente commerciante e concentrasse per secoli la miglior
parte della sua attività in quella industria appunto da cui maggiormente
abborrivano i suoi antenati?

A Roma, dove, come già vedemmo, gli Ebrei erano numerosissimi, essi,
vivendo sullo stesso piede dei cittadini romani, si consacravano ad ogni
genere di industria.

Vennero i tempi delle persecuzioni, e delle numerose interdizioni
economiche di cui gli Ebrei furono vittima, e prima fra queste
interdizioni fu quella che proibiva loro l'acquisto di beni stabili. Da
qui l'impossibilità per l'ebreo agiato di consacrarsi all'agricoltura. È
vero che questo divieto di possedere beni stabili non fu sempre e
dovunque osservato con uguale rigidezza, ma anche là dove la legge
avrebbe forse permesso loro l'acquisto di qualche pezzo di terra, come
mai avrebbe potuto risolversi un ebreo a comperarlo, se sempre e
dovunque essi non erano che tollerati e continuamente minacciati di
espulsione? Chi non sa la sicurezza essere la prima condizione della
proprietà fondiaria? Tolta agli Ebrei agiati la possibilità di divenir
proprietari, ne veniva per conseguenza che gli Ebrei poveri rifuggissero
dall'agricoltura. Chi è mai quell'uomo che abbraccia spontaneamente
un'arte, un mestiere qualsiasi, quando sa già da prima che in
quell'arte, in quel mestiere, gli sarà vietato ogni progresso? Chi
entrerebbe volontario nelle milizie, quando avesse la certezza assoluta
di non divenir mai tampoco caporale? e chi vorrebbe darsi ai lavori
agricoli sapendo di non poter mai divenir proprietario del più modesto
pezzo di terra? E d'altronde l'odio cui eran fatti segno gli Ebrei
avrebbe loro permesso di trovar lavoro sui campi altrui, quando ai loro
correligionari ricchi era vietato di possederne? È almeno lecito il
dubitarne.

E se ad essi era vietata l'agricoltura, lo era del pari l'esercizio
delle arti, delle manifatture.

Il regime delle corporazioni di arti e mestieri, che fu la forma quasi
esclusiva dell'ordinamento del lavoro, dall'età di mezzo fino a Turgot
ed a Luigi XVI, bastava da solo a togliere agli Ebrei ogni possibilità
di esercitare qualsivoglia industria.

Tenuto a vile, dispregiato, odiato, l'Ebreo è costretto ad abbracciare
l'unica professione che gli si lascia libera, e questa professione è
quella che fin dai tempi di Cicerone era ritenuta sordida (195): il
commercio.

Sarà gloria dell'Ebreo aver rialzato questa professione, e se stesso con
essa, ed aver sempre lottato e reagito contro il pregiudizio castigliano
che aveva infettato l'Europa intiera: la nobiltà consistere nell'ozio.

Ma già udiamo obbiettarci che ciò che si rimprovera agli Ebrei non è
soltanto l'abbandono dell'agricoltura e delle altre industrie, ma
specialmente l'esercizio dell'usura e la disonestà nel commercio.

Veniamo quindi all'usura.

Fra le molte accuse lanciate contro gli Ebrei dei tempi di Augusto a
Roma non troviamo questa di usura.

Ma sarebbe un voler negare la luce del sole, negare che essi abbiano nei
tempi posteriori esercitato l'esosa industria.

Sarà però opportuno intendersi subito sul significato vero di questa
brutta parola.

“L'interesse dei capitali prestati, dice il principe degli Economisti
francesi, chiamato mal a proposito _interesse del danaro_, chiamavasi
anticamente _usura_ (fitto dell'uso, del godimento), ed era la parola
propria, poichè l'interesse è un prezzo, un fitto che si paga per avere
il godimento di un valore. Ma questa parola è diventata odiosa, essa non
desta più se non l'idea di un interesse illegale, esorbitante, talchè se
ne è a lei sostituita un'altra più onesta e meno espressiva secondo il
solito” (196).

Allorquando noi troviamo quindi impiegata dagli storici la parola
_usura_, non dobbiamo prenderla nel senso che oggi vi si annette.

Oggi che le leggi, informandosi ai canoni della scienza economica,
riconoscono la libertà dell'interesse, oggi che il negoziante,
l'industriale, trova facilmente, ad equo interesse, i capitali di cui
abbisogna, oggi infine che il denaro è a buon diritto considerato una
merce come qualsivoglia altra, oggi l'usuraio è quel vilissimo
trafficante che specula sulle dissipazioni della gioventù, o sui bisogni
di quegli infelici che ridotti alla estrema miseria non potrebbero
procurarsi altrimenti il denaro di cui abbisognano.

Nei tempi andati ben diversamente procedevano le cose.

Tutti sanno quanto odiosi si fossero resi nell'antica Roma i prestatori
di denaro.

Bruto, Cassio, Antonio, Silla, persino il gran Pompeo ed il severo
Catone prestano ad usura e non arrossiscono di esigere interessi che
variano dal 48 al 70 per cento all'anno.

Cicerone, governatore della Cilicia, si crede il benefattore della
provincia per aver abbassato il saggio dell'interesse al 12 % annuo, più
un diritto di commissione in caso di ritardo o di rinnovamento.

Il Cristianesimo, venuto a bandire al mondo una parola d'amore, doveva
reagire in senso opposto.

Da ciò negli antichi dottori della Chiesa, a cominciare da San Giovanni
Grisostomo, quella tendenza a riguardare come illecito il prestito ad
interesse, tendenza che diveniva tanto più pronunciata quanto più
l'abuso, contro cui volevasi reagire, era più frequente e radicale; e
che questo abuso si mantenesse tale nei primi secoli dell'età di mezzo,
ce lo provano i capitolari di Carlo Magno, che più di venti volte
tornano sull'argomento e non cessano di biasimare l'usura in ogni modo,
lasciando intendere che era allora colpa comune così al clero come agli
altri abitanti (197).

San Tomaso d'Aquino, per dir d'un solo, fondandosi sul principio che le
cose fungibili, che formano la materia del prestito, non hanno guari un
uso che sia distinto dalla cosa stessa, ne conclude che vendere questo
uso esigendone un prezzo è vendere una cosa che non esiste (198), ovvero
esigere due volte il prezzo della medesima cosa, poichè la sorte
principale restituita è esattamente l'equivalente della cosa prestata, e
che non avendo niun dato valore al di là della cosa prestata,
l'interesse che se ne riceverebbe in dippiù sarebbe un prezzo
doppio (199).

Sarebbe sfoggio di erudizione altrettanto facile quanto impertinente
riunire qui centinaia di decisioni di Concilii, di bolle pontificie, di
passi di autori i più ortodossi, che, tutti ad una voce, condannano
l'usura, designando con tal nome, non l'usura quale oggi si intende, ma
il semplice prestito ad interesse.

Verso la metà del secolo scorso, un papa, ed un gran papa, Benedetto
XIV, esortava ancora i vescovi a dimostrare ai popoli quanto sia grave
il peccato di usura, reprimendo i discorsi di quelli che lo spacciavano
come indifferente (200).

Non è còmpito nostro indagare quale influenza siffatto divieto
esercitasse sui progressi della ricchezza nei paesi cattolici. Sismondi,
storico ed economista valentissimo, ma alla Chiesa cattolica punto
benevolo, ne fa risultare “nel popolo assai più grande abitudine di
dissipazione, perchè l'economia non conduceva all'agiatezza, e un
capitale ammassato non era se non una occasione di più a peccare qualora
si avesse voluto farlo fruttare” (201). Non è possibile non convenire in
questo giudizio dello scrittore protestante, ma l'imparziale filosofo
della storia potrebbe esprimere il proprio rammarico che il Sismondi non
abbia tenuto conto di due cose; e cioè della reazione necessaria che il
Cristianesimo doveva portare contro i feneratori di Roma pagana, e delle
condizioni della società nell'evo medio, che rendevano assai raro il
bisogno del mutuo veramente ed economicamente utile, cioè del mutuo
contratto per dar vita a traffichi e ad industrie, e frequentissimo
invece il mutuo dannoso ed antieconomico, quello cioè contratto per far
fronte ai bisogni della vita, o peggio, della dissipazione.

Non ci eleveremo dunque noi a giudici dell'opinione che vietava ai
cattolici di dar denaro ad interesse, paghi di far notare che siffatta
opinione, benchè in altri tempi universalmente adottata, non venne mai
ritenuta come essenzialmente legata alla Fede; e ce lo prova,
incontestabilmente, il diritto romano, che, compilato quando il
Cristianesimo già era la sola religione dell'impero, autorizza,
esplicitamente, il prestito ad interesse (202).

Vietato ai Cristiani il dar denaro ad interesse (203), vietata agli
Ebrei ogni altra industria, era naturale, era forzato che gli Ebrei
dovessero dedicarsi tutti, o quasi tutti, all'arte feneratizia, nella
quale però ebbero predecessori e compagni i lombardi ed i caorsini.

Nè si potrebbe negare che gli Ebrei, specialmente nell'età di mezzo,
esigessero interessi tanto esorbitanti da sembrarci oggi impossibili.

Ma i fenomeni economici hanno questo di comune coi poemi, che non
possono essere apprezzati al loro giusto valore se non si pon mente alle
condizioni di tempo e di luogo in cui si producono.

Poche parole di Giambattista Say ritrarranno queste condizioni meglio
che noi non potremmo fare in un intiero volume: “Quando il bisogno di
pigliare a prestanza ne faceva tollerare l'uso presso gli Ebrei, questi
erano esposti a tante umiliazioni, avarie, estorsioni, ora sotto un
pretesto, ora sotto un altro, che solo un interesse considerabile era
capace di contrappesare vilipendii e perdite tanto moltiplicate. Lettere
patenti del re Giovanni dell'anno 1360 autorizzano gli Ebrei a prestare
sopra pegno _ritirando per ciascuna lira, ossia venti soldi, quattro
denari di interesse per settimana_, il che fa più di OTTANTASEI PER
CENTO l'anno; ma nell'anno successivo quel principe, il quale non di
meno passa per uno dei più fedeli alla propria parola, di quanti ne
abbiamo avuti, fece segretamente diminuire la quantità di metallo fino
contenuto nelle medesime monete (204), talchè i prestatori non
ricevettero più in rimborso un valore eguale a quello che avevano
prestato. Basta ciò per spiegare e giustificare i grossi interessi che
essi esigevano” (205).

Se a noi fosse lecito tessere in queste pagine la storia cruenta delle
persecuzioni di Israello, e studiare i rapporti tra questa storia e le
condizioni economiche dei varî paesi d'Europa, noi vedremmo un fenomeno
singolare. Vedremmo i feudatarî, i principi, talvolta, ma più raramente;
anche i Comuni, accordare agli Ebrei privilegi esorbitanti, facilitare
loro con ogni modo l'esercizio dell'usura, servirsene quindi come di
stromento per suggere tutto l'oro del paese e poi vessarli,
imprigionarli, martoriarli in ogni guisa, per togliere loro sino
all'ultimo obolo il denaro ammassato. I principi e i governi si valgono
degli Ebrei come di una macchina di drenaggio, e praticano verso di loro
il sistema che un ministro belga opponeva anni sono, con raro cinismo,
dall'alto della tribuna, a coloro che gli rimproveravano di permettere
che le corporazioni religiose venissero costituendosi dei patrimonî.
“Lasciatele arricchire, un giorno o l'altro una nuova legge di
incameramento farà ricadere tutti quei beni così laboriosamente
accumulati in proprietà dello Stato. _C'est une poire pour la soif._” E
gli Ebrei furono, per secoli intieri, _la poire pour la soif_ di
principi, di baroni, di Comuni.

L'interesse che essi esigevano dagli infelici, che avevano ricorso a
loro per denaro, doveva quindi esser esorbitante; e un osservatore
imparziale può di una sola cosa meravigliarsi, che esso non fosse anche
maggiore di quello che fu. Chi ha studiato le leggi più elementari della
economia sociale, non ignora infatti che il saggio dell'interesse, come
il prezzo di ogni derrata, non dipende dalla volontà del legislatore, ma
da determinate circostanze di luogo e di fatto, alle cui conseguenze
nessuna forza umana può sottrarsi. Queste circostanze costituiscono ciò
che, nel linguaggio dei moderni uomini d'affari, si chiama la situazione
del mercato. Abbondano i capitali, l'orizzonte politico, scevro di nubi,
promette lunghi anni di pace e di tranquillità, ed il saggio
dell'interesse si riduce a bassissimo livello. Scarseggiano invece i
capitali, le condizioni politiche fanno presagire rivoluzioni o guerre,
il denaro si rimpiatta, ed il saggio dell'interesse sale, con altezza
vertiginosa, e ciò per due ragioni. E perchè il numerario obbedisce,
come ogni altra derrata, alla legge della offerta e della domanda, ed è
tanto più caro quanto più è domandato, tanto più a buon mercato quanto
più offerto; e perchè in questo contratto speciale del mutuo entra un
elemento specialissimo, che non entra in nessun altro contratto. Per
quanto rara sia una derrata, la sola legge dell'offerta e della domanda
basta a determinarne il prezzo. Nel contratto di mutuo invece, chi dà a
prestito deve tener conto della maggiore o minor probabilità cui va
incontro di non aver più restituito il capitale che dà a mutuo. Questa è
la ragione per cui, mentre oggi il saggio dell'interesse è del 3 per
cento per gli effetti di primo ordine, è del cinquanta e del sessanta
pei figli di famiglia e per gli impiegati. Questa è la ragione, per cui
chi investe i suoi denari in consolidato inglese ne ricava appena il tre
per cento, chi li investe in carte turche o spagnuole, ne ottiene, sulla
carta, il sessanta ed il settanta per cento.

In fatto di investimento di capitali è sempre vero l'assioma di quel
banchiere: chi vuoi mangiar molto, dorme poco, e chi si contenta di
mangiar poco, dorme molto; ciò che equivale a dire che nell'arte
feneratizia è impossibile conciliare la sicurezza del capitale impiegato
col largo profitto degli interessi.

Si giudichi, al lume di queste premesse, quale doveva essere il saggio
generale degli interessi negli scorsi secoli. La storia ci insegna come,
per lunga serie di anni, i capitali fossero così scarsi da essere impari
agli scarsissimi bisogni, e ci apprende come gli annali di Europa altro
non fossero che una serie non interrotta di guerre, di rapine, di
pestilenze, di carestie.

Ma quasi tutto ciò non bastasse a rendere elevatissimo il saggio
generale dell'interesse nei tempi scorsi, un altro elemento vi
concorreva potentemente.

Il fondatore della moderna scienza economica, Adamo Smith, annoverando
le ragioni che contribuiscono a rendere più o meno elevato il salario di
talune professioni, vi comprese, a grandissima ragione, la maggiore o
minore stima da cui sono circondate.

L'asserzione dell'immortale scozzese non ha d'uopo di essere dimostrata.
_Non de solo pane vivit homo_ è verità incontestabile, ed ognuno si
acconcierà più volontieri a ricevere un più modesto salario in una
professione, che lo faccia segno alla pubblica considerazione, di quello
che riceverne uno più elevato per vedersi oggetto della generale
animaversione.

Ora, quale era il concetto che nei tempi andati avevasi dei feneratori?
Ce lo dica il buon ministro di Luigi XVI, Turgot, l'uomo di cui fu
detto, che avrebbe salvato la monarchia in Francia, se la monarchia
avesse potuto essere allora salvata:

“Piace prendere a prestito, ma è duro essere obbligati a restituire. La
soddisfazione che si prova nel trovare ciò di cui si ha bisogno
allorquando si è stretti dalla necessità, svanisce assieme al bisogno
appagato, che invece rinasce ben presto. Il debito resta, ed il peso se
ne fa sentire ad ogni momento sino a che siasi potuto pagarlo. Si crede
che colui che presta non dia che il suo superfluo, superfluo che è il
necessario per colui che riceve. Quantunque la giustizia rigorosa sia
intieramente a favore del prestatore che non reclama che quanto gli è
dovuto, la commiserazione, la simpatia sono sempre dal lato del
debitore. Si sente che questi restituendo sarà ridotto all'ultima
miseria, mentre il creditore può vivere anche senza ciò che gli è
dovuto. Questo sentimento si verifica anche allorquando il prestito è
puramente gratuito; a maggior ragione allorquando il prestito non fu
pattuito che contro un interesse; il debitore, che in questo caso si
tiene sgravato da ogni gratitudine, soffre con indignazione le
persecuzioni del creditore.”

Ed ecco quindi la disistima, la antipatia universale perseguitare il
creditore, e tanto più acerbamente in quei tempi nei quali l'opinione
pubblica vede, in chi dà denaro a mutuo, uno spregiatore di ogni legge
divina ed umana.

E questa disistima, questa pubblica antipatia costituiscono un nuovo
elemento che viene ad accrescere il saggio dell'interesse, perchè chi ne
è vittima vuole trovare un indennizzo a questa impopolarità nella
larghezza dei profitti.

Queste erano le condizioni generali dell'industria feneratizia nei
secoli scorsi, e se l'indole del nostro lavoro non ci consente di
seguirne le differenti fasi da Carlo Magno sino alla Rivoluzione
francese, possiamo però dire che se le condizioni, che abbiamo visto
influire a mantener sempre elevatissimo il saggio dell'interesse,
aumentarono o scemarono d'intensità in diversi tempi, ed in diversi
paesi, esse sussistettero però sempre, dalla caduta dell'impero romano
sino alla rivoluzione francese.

I lombardi, i caorsini che precedettero gli Ebrei nell'esercizio
dell'arte feneratizia (206), e che la esercitarono poi per lungo tempo
assieme ed in concorrenza con loro, non isfuggirono certamente a queste
leggi generali e le poche notizie che abbiamo sul saggio dell'interesse
da essi prelevato bastano a far chiaro come questo raggiungesse altezze
mostruose, che le leggi proibitive della usura non giovavano,
naturalmente, che ad accrescere.

Nessuno ha mai detto che gli Ebrei esigessero un interesse maggiore di
quello che esigevano Lombardi e Caorsini (207); nè avrebbero potuto
farlo, perchè se è pur vero che l'industria feneratizia è, fra tutte,
quella in cui il fenomeno della concorrenza si esplica meno palesemente,
è anche vero, che nessuno avrebbe consentito a pagare, ad un Ebreo, un
interesse maggiore di quello che avrebbe potuto pattuire con altri.

Eppure abbondano argomenti per dimostrare che se Ebrei e Lombardi
esigevano eguale interesse, ciò che per i secondi era lauto profitto,
diveniva interesse meno che rimuneratore per gli Ebrei.

Ad ogni momento leggi ed editti di principi li cacciavano dai paesi dove
avevano dimora; ad ogni momento altre leggi esoneravano i Cristiani
dall'obbligo di pagare i loro debiti verso gli Ebrei; o, ciò che per
questi infelici tornava esattamente lo stesso, obbligava i debitori
cristiani a pagare al principe, al signore, le somme che loro erano
state mutuate dagli Ebrei.

Nell'impossibilità assoluta di dare neppure un breve quadro delle
sofferenze della nazione giudaica, piglieremo a prestito dal Blanqui
poche linee, che se si riferiscono ad un sol paese e ad un solo regno,
sono però l'esatta dipintura di quanto avveniva sempre e dovunque:

“Di tutti i Re che occuparono il trono [di Francia] durante circa due
secoli [1180–1328], non ve ne fu uno che trascurasse di dar prova della
sua potenza e della sua ortodossia con provvedimenti severi contro gli
Ebrei; ad ogni istante si vedono pubblicate ordinanze contro questi
paria del medio-evo, considerati siccome la materia imponibile per
eccellenza. Filippo Augusto ne promulgò quattro rimasti celebri: nella
prima li minaccia, nella seconda li spoglia, nella terza li scaccia, e
nella quarta proscioglie i loro debiti. Luigi VIII pubblicò del pari la
sua: soppresse ogni specie d'interesse, ed ordinò si pagassero ai
signori le somme che erano dovute agli Ebrei. Abbiamo già veduto San
Luigi non essersi mostrato meno severo con loro (208); Filippo _il
Bello_, Luigi _il Protervo_, continuarono il sistema dei loro
predecessori (209).”

Si vede, da quanto precede, che allorquando un Ebreo si toglieva una
moneta di tasca, per darla a prestito, egli doveva calcolare che
novantanove volte sopra cento non l'avrebbe mai più riveduta.

Ed in fatti quando i pubblici poteri non erano autori delle spogliazioni
commesse a danno degli Ebrei, i debitori trovavano un modo spiccio assai
di pagare i loro debiti.

Si accusava un ebreo di qualsivoglia più pazza ed impossibile
scelleraggine; di aver avvelenato i pozzi, di aver diffuse le
pestilenze, di aver vituperato il Santissimo Sacramento o che so io; e
senza altra forma di processo, si dava mano alle armi, si massacravano
gli Ebrei, si spogliavano le loro case, e soprattutto si distruggevano i
titoli di credito che esistevano presso di loro.

Fu notato, che, in certi paesi, le rivoluzioni cominciano sempre col dar
fuoco agli archivi criminali, tanto importa a certi rivoluzionari di far
sparire le traccie del loro passato, e le sommosse contro gli Ebrei si
manifestavan sempre, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, col
distruggerne i registri ed i titoli di credito.

Questa verità non è sfuggita agli storici ed il Roscher, l'illustre
professore dell'Università di Lipsia, l'esponeva con queste parole:
“Molte persecuzioni del più tardo medio-evo, nelle quali soprattutto si
trattava di annullare le obbligazioni di debito verso gli Ebrei, sono a
considerarsi quali crisi di credito in foggia barbarica, quale una forma
medio-evale di quelle che oggi si chiamano _rivoluzioni
socialistiche_ (210).”

Anche il Beugnot riconosce che più d'una volta gli Ebrei vennero
massacrati, ben più come creditori che come eretici (211).

Meno scientificamente, ma più efficacemente forse, un brioso giornale
cittadino, il _Pasquino_, definiva testè l'_antisemitismo_ altro non
essere che un _anticreditorismo_.

Se a queste persecuzioni sistematiche, a questi massacri periodici,
aggiungiamo il fatto che, anche nei paesi dove erano meglio trattati,
gli Ebrei erano soggetti a gravissime tasse speciali, per ciò soltanto
che erano Ebrei; se poniam mente che i loro poveri essendo esclusi dalla
pubblica beneficenza, toccava ai ricchi ebrei di provvedere ai loro
bisogni, si comprenderà di leggieri che essi erano costretti a gravare
la mano sugli infelici loro debitori.

È un circolo vizioso cui non si sfugge: le persecuzioni, i massacri
contro gli Ebrei, obbligano questi a mostrarsi più avidi, più duri coi
loro debitori; e questa avidità e questa durezza generano nuove
persecuzioni, nuovi massacri.

Qui si presenta naturale una domanda: come mai malgrado tante e così
violente persecuzioni, malgrado il continuo timore in cui dovevano
vivere, di vedersi frustrati ad un tempo e dello sperato beneficio e del
loro stesso capitale, continuavano essi ad esercitare l'industria
feneratizia? La risposta è semplice. Davan danaro a prestito perchè non
era loro permesso di impiegare in altro modo quella parte dei loro
capitali che era esuberante ai loro commerci; perchè non potevano
acquistare o coltivar terre, nè divenir proprietari di edifizi urbani,
perchè erano, come vedemmo, sopracarichi di imposte e di spese di
beneficenza, e perchè occorreva loro spender molto denaro per soddisfare
l'avidità dei sovrani e dei principi che vendevan loro a caro prezzo il
diritto di soggiornare nei loro paesi, e quella dei cortigiani che
intercedevano per loro, presso il governo, protezione che era sempre ben
lungi dall'essere gratuita.

Sarebbe del resto singolare contraddizione del secolo nostro, che
esalta, forse oltre il dovere, i beneficî del credito, dimenticare che
all'esercizio dell'arte feneratizia praticata dagli Ebrei, devono
ascriversi quei grandi progressi economici di cui oggi si mena tanto
vanto e che i nuovi popoli devono agli Ebrei del medio evo:

1º L'introduzione degli _interessi del capitale_, senza cui non sarebbe
neppur pensabile uno sviluppo superiore del credito, ed anzi nemmeno
della formazione del capitale e della divisione del lavoro. Se questo
progresso era in parte soltanto una ristorazione di quanto aveva
conosciuto l'epoca, altamente incivilita, dei Greci e dei Romani, non è
così del

2º Dell'invenzione, cioè, della cambiale, la quale è innovazione di un
valore storico mondiale, essendo quella di uno stromento che ha per il
commercio del danaro, presso a poco la stessa importanza della ferrovia
per la industria dei trasporti, e del telegrafo per lo scambio delle
notizie (212).

Nè l'azione benefica esercitata dagli Ebrei sul progresso economico, nei
tempi più caliginosi del medio evo, si limita all'industria feneratizia;
soli, concentrando, sul commercio dell'oro e dell'argento, una
attenzione che i pregiudizi dei loro contemporanei li impedivano di
occupare altrove, prepararono la grande rivoluzione monetaria, che la
scoperta delle miniere d'America e l'impianto delle banche europee
dovevano compiere nel mondo; e quasi ciò non bastasse, ogni qual volta
le leggi non lo vietavano loro, e spesso anche malgrado il divieto delle
leggi, essi esercitavano ogni specie di commercio.

“Allorquando la moltiplicità dei pedaggi e la tirannide dei signori
feudali rendevano impossibile ogni speculazione che non fosse quella dei
piccoli mercanti dei borghi e delle città, gli Ebrei, più arditi, più
facili a muoversi, volgevano l'animo a più vaste operazioni e lavoravano
in silenzio ad avvicinare continenti ed a riannodare i regni. Essi
evitavano le barriere ed i fortilizi, nascondendo accuratamente, sotto
miserabile apparenza, la loro reale ricchezza ed il segreto delle loro
transazioni. Andavano a cercare a grandi distanze e mettevano a portata
dei consumatori meno poveri, i prodotti poco conosciuti dei paesi i più
remoti. A forza di errare e di correre di paese in paese, avevano
acquistato una conoscenza esatta dei bisogni di tutte le piazze
commerciali; sapevano dove si doveva comperare e dove si poteva vendere:
pochi campioni ed un libriccino di note bastavano per le loro operazioni
le più importanti. Corrispondevano fra loro sotto la fede di impegni che
il loro interesse li obbligava a rispettare (213), circondati come erano
da nemici di ogni specie. Il commercio ha perduto la traccia delle
ingegnose invenzioni che furono il risultato dei loro sforzi, ma è alla
loro influenza che sono dovuti i progressi rapidi di cui la storia ci ha
segnalato il brillante fenomeno in mezzo agli orrori della notte
feudale (214).”

Il valore economico degli Ebrei non può del resto esser revocato in
dubbio da nessuno storico imparziale; è ad esso, ad esso soltanto, che
questo popolo va debitore della sua conservazione, malgrado le atroci,
inaudite persecuzioni di cui fu vittima; senza il loro valore economico,
gli Ebrei sarebbero stati distrutti, ed il loro nome, come quello di
molte sètte del Cristianesimo, non sarebbe più che una memoria storica.

Questo valore economico fu spesso riconosciuto dai loro stessi più
acerbi nemici, che or proscrivendoli, or richiamandoli, attestavano
l'importanza che ha la ricchezza mobiliare creata dal lavoro e
dall'industria. Egiza, re visigoto di Spagna, uno dei loro più crudeli
persecutori, mentre li bandisce dai suoi Stati, fa eccezione per quelli
della Settimania, “allo scopo, diceva, di riparare le sventure che
questa provincia aveva provato, e perchè gli Ebrei potessero
ristabilirne le finanze sia per via dei tributi che pagavano al fisco,
sia colla loro attività ed industria” (215). Luigi III e Filippo
l'Ardito dissero nelle loro lettere di richiamo agli Ebrei, nei loro
Stati, che non trovavano altro mezzo per ristabilire le decadute
finanze, che il richiamare gente propria a far fiorire il commercio e
circolare il denaro (216).

San Pio V, uno dei pochissimi Papi che perseguitarono gli Ebrei,
dichiara, nelle sue bolle, che mantiene gli Ebrei in Ancona per non
distruggere il commercio col Levante.

Quasi contemporaneamente il glorioso restauratore della Dinastia
Sabauda, l'eroe di San Quintino, Emanuele Filiberto, accordando con un
decreto del 1572, che è, per quei tempi, monumento insigne di
tolleranza, facoltà agli Ebrei di stabilirsi nei suoi Stati, dichiara
espressamente esservisi indotto “per commodo delli nostri sudditi et
beneficio del paese” (217).

Altri esempi potremmo addurre, ma bastino questi, come basti l'accennare
che il declinare della grandezza spagnuola comincia positivamente dal
giorno in cui 300,000 israeliti, scuotendo dai loro calzari la polvere
della terra di Torquemada, trasportarono e sparsero sulla superficie
dell'Europa le ricchezze, l'istruzione e la industria loro. E ben lo sa
Livorno, che deve il suo porto agli Ebrei portoghesi, come Ancona che
riconosce la sua floridezza da certo dott. Fermo, ebreo, che fu il primo
ad avanzare le sue imprese per l'ampliazione di esso (218).

Da quanto abbiamo detto finora risulta, chiaramente provato, che gli
Ebrei furono, nei secoli scorsi, altamente benemeriti del traffico e
delle industrie; è però innegabile che oggi ancora in certi paesi
d'Europa, che di civile hanno poco più che il nome, sorgono serie
lagnanze contro gli Ebrei che vengono accusati di essere i
monopolizzatori di ogni commercio. E questo avviene specialmente in
Polonia.

In altri tempi i sovrani di quel paese reputarono sana politica
proteggere gli Ebrei, tanto che Boleslao e Casimiro, due re di quella
contrada, per difenderli contro il fanatismo religioso delle
popolazioni, affermarono in pubblici atti che la popolazione di
Gerusalemme, essendo stata sterminata dalla conquista romana, è
difficile rendere gli Ebrei moderni responsabili del sangue di Cristo.
In grazia di questa protezione gli Ebrei si accrebbero siffattamente in
quelle regioni che non è esagerazione affermare che oltre un sesto degli
Ebrei di tutto il mondo è ripartito fra la Polonia russa, la Galizia e
la Posnania. Il governo russo è troppo parco di documenti statistici,
perchè si possa conoscere con precisione qual sia la parte degli Ebrei
nel movimento economico del paese, ma non abbiamo difficoltà ad
ammettere, che essi abbiano concentrato nelle loro mani tutto il
commercio di quelle contrade, e non abbiamo difficoltà ad ammetterlo,
perchè sappiamo come i polacchi non abbiano mai avuto indole
commerciale.

Un insigne scrittore di cose economiche scrive di loro il seguente
giudizio, che si potrà forse chiamare severo ma non certamente
immeritato.

“L'ufficio della Polonia nella storia del Commercio è intieramente
passivo. Nessuna altra nazione in Europa si è mostrata così poco atta e
chiamata al traffico ed alle industrie. Anche ai tempi della sua
grandezza, quando confinava al Sud col Mar Nero ed al Nord col Baltico,
quando perciò riuniva le più favorevoli condizioni per l'esercizio del
Commercio internazionale, la Polonia non seppe trar alcun partito da
simili vantaggi. Non ebbe mai navigazione; non seppe neanche giovarsi
nell'interesse del suo dominio, del commercio marittimo dell'Asia che le
conquiste della Russia occidentale nel 1460 e quelle della Livonia nel
1583 avevano messo in suo potere, o per lo meno crearsi sul Baltico una
posizione uguale a quella degli altri paesi di riviera. Che cosa non
sarebbero divenuti in altre mani i porti di Riga e di Danzica come
emporio di un paese simile a quello che si estendeva dietro a loro! Col
suo mirabile sistema di corsi d'acqua, e con la varietà delle sue
naturali ricchezze, la Polonia fu ai tempi del suo splendore uno dei
paesi più felicemente collocati per isvolgere un attivo commercio. Ma la
sua deplorevole costituzione, l'amore delle conquiste, l'indole
bellicosa, il poco gusto per le arti pacifiche, per il lavoro, ridussero
i polacchi ad un ufficio molto subalterno come popolo
commerciante” (219).

Ciò che lo Scherer scrive dei polacchi, può dirsi a buon dritto di tutta
la razza slava, ed è perciò appunto che dai paesi slavi giungono
continue lagnanze contro il monopolio degli Ebrei e dei tedeschi,
lagnanze inspirate da quel sentimento di invidia connaturale all'uomo
che suole muovere alti lamenti quando vede altri cogliere abbondanti
frutti da un albero che egli ha sdegnato. E che questo, e non altro, sia
il movente dell'agitazione vivissima che nell'Oriente d'Europa si
manifesta contro gli Ebrei, lo proclamava recentemente l'ex-dittatore
dell'Ungheria, Kossut, in una lettera da lui diretta al deputato Mezey
per combattere l'antisemitismo:

“L'agiatezza degli Ebrei, dice Kossut, dipende dalla loro attività e dal
loro spirito di risparmio, e del regresso generale non sono colpa gli
Ebrei, ma coloro, che per gli errori antichi, non sanno rivaleggiare con
quelli.

“Ricordo ai magiari, che tra i Cresi americani non v'ha neppure un
Ebreo, perchè l'Ebreo non può rivaleggiare con l'Americano” (220).

Del resto anche la pretesa ricchezza degli Ebrei venne assai esagerata,
e noi, che ci siamo prefissi di avvalorare sempre le nostre parole
coll'autorità degli uomini più eminenti di tutti i tempi e di tutti i
paesi, lasciamo, anche su questo proposito, la parola ad un valentissimo
economista inglese, il Mac Culloch, e gliela lasciamo tanto più
volentieri in quanto che il brano che stiamo per riferire, riassume
maestrevolmente quanto siamo venuti finora dicendo.

“Si è detto che gli Ebrei erano un esempio di un popolo la cui proprietà
era stata lungo tempo esposta a una serie quasi non interrotta di
assalti, e che nondimeno avevano continuato ad essere ricchi e
industriosi. Ma allorchè lo si esamini rettamente, si troverà che gli
Ebrei non fanno eccezione alla regola generale. I fortissimi pregiudizi
che si sono quasi universalmente nudriti contro di loro, ebbero per
lungo tempo l'effetto di impedir loro di acquistare nessuna proprietà in
terra, e li esclusero dal partecipare ai fondi delle istituzioni pie dei
varî paesi in cui erano sparsi. Non avendo perciò sussidi avventizi su
cui basarsi, caso che divenissero infermi o poveri, provavano un bisogno
fortissimo di risparmiare e di accumulare, ed essendo banditi
dall'agricoltura erano per necessità costretti a coltivare il commercio
e le arti. In un'età in cui la professione mercantile era guardata
generalmente come cosa sordida, e in cui per conseguenza avevano pochi
competitori, devono aver fatti grandi guadagni, sebbene questi si siano
assai esagerati. Ma era naturale che quelli che si erano indebitati
cogli Ebrei, dicessero che i loro profitti erano enormi: perchè così si
infiammavano i pregiudizi che vi erano contro di loro, e si offriva un
pretesto miserabile per defraudarli dei loro giusti diritti. Vi sono
alcuni Ebrei ricchi nella massima parte delle vaste città dell'Europa,
ma la gran maggioranza di quel popolo fu sempre ed è anche ora
poverissimo” (221).

A queste parole del Mac Culloch ci sia permesso aggiungere due ultime
considerazioni.

I nemici del nome giudaico, e non son pochi, se da un lato fanno colpa
agli Ebrei delle ricchezze di taluni loro correligionari, irridono poi
all'umile professione di molti dei più poveri e dei più avviliti tra
essi; quella del rivenditore di abiti e masserizie usate, del
rigattiere.

Eppure l'economista non isdegna quell'umile mestiere, e gli riconosce la
sua larga parte di utilità economica; è il povero rigattiere che, colla
industria sua, colla sua mano d'opera, ridà un valore a quanto lo aveva
perduto, ed offre alle classi povere il mezzo di acquistare a poco
prezzo le cose più necessarie alla vita. _Le Temple_ (222) _est la
providence du peuple_, ha detto, e con ragione, un gran romanziere, che
era nello stesso tempo uno degli apostoli del socialismo: Eugenio Sue.

Questo pei poveri; quanto ai ricchi è pur d'uopo convenire che se essi
sono tali è perchè le interdizioni di cui erano vittima nei tempi
andati, non soltanto li spingevano forzatamente verso le professioni le
più lucrative, ma li costringevano loro malgrado a tesaurizzare.

Vietato agli Ebrei il conseguire gradi accademici, era tolto loro ogni
incentivo agli studi letterali e cavallereschi, studi, che come ognun
sa, non hanno mai arricchito nessuno. _Litterae non dant panem._

Vietato agli Ebrei, da numerose leggi suntuarie, l'uso di vesti fastose
ed obbligati se non dalla legge, dalla prudenza, a dissimulare sotto
sordide vesti la loro agiatezza, per non esporsi a rapine ed a violenze.

Vietato il possedere case, il fabbricarne, e costretti a dimorare nei
sordidi ghetti, atti soltanto a far fuggire ogni idea di adornare e di
abbellire anco l'interno della propria dimora.

Vietata ogni sontuosità nei loro tempî, nei loro cimiteri, in tutte le
pratiche di culto dove la pia munificenza dei Cristiani profondeva,
negli scorsi secoli, tesori a dovizie.

Vietata ad essi ogni ingerenza nei pubblici affari.

Vietato ad essi l'aver domestici cristiani, e, persino, l'aver commercio
con femmine da conio.

Voglia il signor lettore esaminare questo breve elenco di interdizioni,
che molte e molte ne ommette per brevità, voglia compararlo col bilancio
della propria azienda domestica, e poi dovrà convenire con noi che il
popolo ebreo, obbligato a consacrarsi alle industrie che maggiormente
arricchiscono, e costretto a star lontano da quelle, che sono, per ogni
uomo civile, le maggiori cause di dispendio, avrebbe finito
coll'assorbire tutte le ricchezze del mondo, se le persecuzioni, i
massacri, le rapine non gli avessero tolto colla violenza, quanto la
violenza lo aveva costretto ad ammassare.

Perchè gli Ebrei dovessero divenire ricchi ed usurai abbiamo veduto; i
loro nemici però non paghi di averli costretti ad esercitare un traffico
ignominioso, non paghi di rinfacciar loro come una colpa, quello che era
necessaria conseguenza della condizione ad essi creata, vennero dicendo
che il _Talmud_ non soltanto autorizza gli Ebrei ad opprimere i
Cristiani con usure, ma ne fa loro espresso obbligo, permettendo ad essi
di esercitare ogni maniera di frode verso i non Ebrei.

Il _Talmud_, lo abbiamo detto a sazietà, non è per gli Ebrei che il
complemento della legge, e la legge dà agli Ebrei precetti ben diversi.

Quali sieno i precetti biblici in questo argomento tutti sanno, ma a noi
piace ricordarli colle parole stesse di uno dei più accaniti nemici del
nome giudaico:

“Secondo la legge mosaica non possono ingannare, nè defraudare alcuno,
che con essi contratti. So bene che ciò veniva espressamente loro
vietato nel Levitico al capo 19, v. 11, con queste parole: _Non
mentiemini, nec decipiat unusquisque proximum suum._ In molti altri
versi del medesimo capitolo e in più luoghi è replicato un tale
comandamento. Ed essendo egli morale, e non cerimoniale, non è cessato,
ma va in vigore, e nella prima osservanza” (223).

Ed il Talmud che ha per scopo di spiegare la Bibbia, non di cambiarla,
non sopratutto di stabilire precetti che a quella ripugnino, conferma
questi principii di elementare onestà.

I Talmudisti dicono:

_a_) che non è permesso di fare altrui illusione, nemmeno ad un _Goi_,
per esempio, di fargli regalo di alcun

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