Racconti storici e morali
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Title: Racconti storici e morali
Author: Cesare Cantù
Release date: May 28, 2014 [eBook #45803]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45803
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI STORICI E MORALI ***
RACCONTI
STORICI E MORALI
DI
CESARE CANTÙ
TERZA EDIZIONE
MILANO
LIBRERIA EDITRICE DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE
DI PAOLO CARRARA
Via S. Margherita, 1104
1878
Proprietà Letteraria dell'Editore.
_Nel 1868 pregai Cesare Cantù di lasciarmi ristampare i suoi_ =Racconti=
_già comparsi in molte edizioni. Egli non solo vi annuì, ma varj ne
aggiunse, tutti riordinò e ritoccò: non credendo indegni di tal cura
lavori che, quantunque i minimi fra' suoi, erano sopravissuti a trenta
anni e a tante ruine di cose e di uomini._
_Consumate due edizioni, una nuova ne intraprendo, cominciando da questo
volume, che sta anche da sè, e che è abbastanza qualificato dal titolo:
al quale vanno compagni uno di_ =Paesaggi e Macchiette=, _e uno di_
=Novelle Lombarde=.
_La materia loro e il nome dell'autore mi dispensano dal raccomandarli._
Milano, ottobre 1877.
P. Carrara.
AVVENTURE GUERRESCHE D'UN UOMO DI PACE
CAPO I.
I trentanove anni.
Alli 6 ottobre anno 1806 compivo i trentanove anni, e abitavo in una
cameretta da studente a Berlino.
Quando mi svegliai, le campane sonavano della bella, che era domenica: e
un sudor freddo mi corse tra pelle e pelle al riflettere che, fra un
anno, questo sarebbe il mio quarantesimo giorno natalizio. — Il
quarantesimo!
A diciannove anni un giovane sospira il ventesimo, perchè fino a quello
non gli pare di trovarsi a livello del mondo: a ventinove comincia a far
il viso dell'armi al trentesimo anniversario che si avvicina: le
illusioni della vita sono ite in dileguo.
Ma il quarantesimo!... Ah, quarant'anni, e ancora senza impiego, senza
uno stato!
Era il mio caso nè più nè meno, eppure non era colpa mia.
Risolsi dunque tra me e me, finchè durassi nell'ordine de' celibatarj,
di non aver mai più di trentanove, nè meno di trentott'anni. Presa
questa disperata deliberazione, mi alzai, e mi posi a dosso gli abiti da
festa: ma l'anima era colma d'amaritudine...
Roba di chiodi! Fra poco quarant'anni sulle spalle, e ancora solo, e
niente più che un povero _candidatus theologiæ_ senza posto, senza
avvenire! Neppure un impieghetto di professorello in città avevo potuto
buscare; a che dunque tutto il mio sapere, l'instancabile zelo mio, la
mia vita esemplare?
Non ho parenti, non protettori,
Non amiche, non ville,
Che far mi possan mai
Nell'urna del favor preporre a mille:
passavo la giornata a correre le vie per bastare a' miei bisogni dando
lezioni al terzo e al quarto: poi nelle ore libere facevo il letterato,
scrivevo su pe' giornali e per le strenne: ma che pane salato vi so dir
io! I libraj salariavano le mie vergini muse non con altre monete che di
rame.
Eppure tutti in generale i conoscenti mi faceano una cera da non dire, e
portavano in palmo di mano il mio talento: ma dite mo se ci sarebbe
stato un cane che mi desse un bruscolo? Il più distinto favore onde mi
potessero onorare gli era un invito a pranzo.
E la mia buona Giulietta? ah! invano si sarà conservata fedele a' miei
destini. Anch'essa dovette appassire come un fiorellino delle Alpi nella
solitudine, ignorata dal mondo.
Giulietta m'era da nove anni promessa sposa, senza che mai avessimo tra
noi una parola a ridire: buona come il pane, ingenua come l'acqua, al
par di me povera e dimenticata, non avea che me solo. Nasceva da un
consigliere, che in grazia d'un fallimento era morto impoverito. La
vecchia madre sua che stava a casa in una città là su' confini della
Polonia, era in sì basse acque da non potersi tener a lato la Giulietta;
onde questa serviva in una casa a Berlino come compagna d'una dama, o, a
dirla più prosasticamente, come cameriera: e col tenue ritratto del suo
lavoro sostentava la madre.
Quante volte non sarei io soccombuto all'umor negro se la buona
Giulietta, Dio la benedica, non avesse sostenuto il mio coraggio! Ma ora
non eramo più fiori e baccelli: io entrava nel quarantesimo anno,
Giulietta toccava già i venticinque, ed io non era che un aspirante,
ella una cameriera!
CAPO II.
Fu il ciel che delle lettere il conforto
Certo inventò.
Così pensando e ruminando, non avea che finito di vestirmi, quando sento
bussare alla mia porta; entra il postino, e mi rimette una lettera, ma
molto grossa, che costava niente meno che trenta soldi. Prezzo enorme
per la borsa avizzita d'un teologhetto!
Abbandonatomi sul seggiolone, stetti un buon quarto d'ora esaminando la
soprascritta e il suggello, strologando da chi mi venisse.
Io ci ho un gusto matto a far così per combattere la mia curiosità; e
poi ghiribizzare co' più bei castelli in aria sul contenuto della
lettera.
Oggi poi la questione era se aprirla subito o aspettare domani. Non
volevo mettermi a rischio di leggere forse notizie sinistre, proprio il
mio giorno natalizio: sarebbe stato un cattivo pronostico per tutto
l'anno. L'infelice è superstizioso.
Tirai le buschette, e la sorte decise pel no. Cattivo segno! ma la mia
curiosità, animata da eroico coraggio, scosse il giogo della sorte e
delle ubbie; il suggello fu rotto, — lessi, ed i miei occhi s'empirono
di lacrime.
Dovetti deporre la lettera per calmarmi alquanto poi la rilessi. O
provvidenza eterna! o mia Giulietta! — strinsi al cuore la lettera, mi
posi in ginocchio colla fronte sino a terra, e sparsi le prime lacrime
di gioja che avessi versate in vita mia, ringraziando l'Onnipotente
della sua bontà.
La lettera veniva dal mio unico protettore, un negoziante di Francoforte
sul Meno, nella cui famiglia ero vissuto un pezzo come precettore. Per
un caso... No: dove c'è Dio non c'è caso!... Basta: per interposto del
mio mecenate, io era chiamato come capellano nelle terre d'un conte
dell'impero, ricco sfondato, con settecento scudi di paga, abitazione,
giardino e legna, e per giunta la speranza, quando andassi a genio al
signor conte, d'esser nominato precettore di suo figliuolo, con assegni
particolari. Doveva ai 19 ottobre trovarmi a Magdeburgo, ove il conte
faceva una scappata quel giorno, e desiderava vedermi.
Rimasi come stordito: tutti i miei voti erano compiuti. Lesto lesto
finii d'affazzonarmi, e colla lettera di nomina in tasca, non corsi no,
volai dalla Giulietta galluzzando. La sua padrona era per fortuna in
chiesa, onde la trovai sola soletta. Restò spaventata al vedermi com'ero
sfiatato, rosso come una brace, scintillante negli occhi; con angoscia
mi trasse nella sua cameretta, dove io voleva bene spiattellarle il
fatto, ma sì! non poteva formolar parole: piangevo, la stringevo fra le
braccia, appoggiava il mio viso ardente sulle spalle di lei, che tremava
di spavento.
— Cosa v'è accaduto di sinistro? Cosa potè abbattere tanto il vostro
nobil cuore?»
— Oh Giulietta! (esclamai io) il mio cuore è avvezzo ai patimenti,
sicchè vedrei il più acerbo destino col sorriso sulle labbra. Ma la
gioja è ospite sconosciuta per me, nè ho armi contro di essa. Me ne
vergogno: oppure, malgrado la mia filosofia, essa mi opprime.
— La gioja, signor dottore!» disse Giulietta stupefatta.
Nota bene, lettor cortese, che io aveva ottenuto all'Università soltanto
il grado di licenziato, ma, per adattarmi alla moda, mi sorbivo a tutto
pasto il titolo di dottore in filosofia.
— Vi ricorda (le risposi) quando nel giardino di Sans-Souci ci trovammo
insieme la prima volta? quanto eramo contenti! Nove anni scorsero
d'allora, o Giulietta, e noi serbammo il giuramento di amore e di
fedeltà che prestammo quel dì sotto la volta brillante de' cieli,
innanzi al Dio che è dappertutto: benchè senza speranza, lo serbammo
religiosamente. — Vuoi venir con me, Giulietta? (io seguitai in tono men
tragico, ed era la prima volta che le dava del tu.) Una bella casa, un
fior di giardino t'aspettano: vuoi tu dividere la mia felicità? Guarda
questa è la nomina: io sono capellano.»
Lesse la lettera, e mano mano che la scorreva, s'infocavano gli occhi
suoi, che mai non la m'era parsa così bella. Poi finito, lasciando
cascar le braccia, mi fissò un momento silenziosa, e le si gonfiavano
negli occhi care lagrimette,
Pari alle stille tremule brillanti,
Che alla nuova stagion gemendo vanno
Dai palmiti di Bacco entro agitati
Al tepido spirar delle prim'aure
Fecondatrici.
— Verrò teco dove tu vorrai, Giammaria», essa mormorò, e singhiozzando
gettommisi al collo.
Era il primo _tu_ che le usciva dalle labbra: era il primo _tu_ ch'io
udissi darmi dopo morta la mia mamma, pover'anima. Noi eramo felici come
angeli in paradiso. Pochi istanti dopo, si spiccò da me per gettarsi
ginocchioni, e pregare; poi sorse, mi volse uno sguardo ove scintillava
una tenera gioja, e la prima domanda fu: — Ma questo è proprio verità?
non è un sogno? Mostratemi la lettera: non mi ricordo più del suo
contenuto.»
CAPO III.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate tornanti all'addio.
— È naturale (diss'io a Giulietta) ch'io non entri alla mia parocchia
prima d'esser ammogliato. Come potrei ne' primi giorni occuparmi d'una
folla di minuzie e d'intersesi mondani? Dov'è lo studio? ove la stanza
da letto, e che so io? Tu, Giulietta, tu me le additerai: tu mi
tramuterai la casa straniera in patria deliziosa: noi staremo da papi.
Solo non ti scordare che il mio studiolo abbia una finestra che dia sul
tuo giardino, affinchè la primavera, mentre io lavorerò a tavolino,
possa vederti per le redole annaffiare e zappettar le ajuole. Oh che
goder di Dio che noi abbiamo a fare!
Ella arrossì, e disse cambiassimo discorso: pure fu lei la prima a
rattaccare del modo con cui volea disporre il suo orticello, e a
discutere se o no tornasse conto comprare a Francoforte ogni nostro
occorrente. Nè avemmo nulla a far di meglio che lavorare sul serio a
conchiudere la nostra unione, domandare il congedo di Giulietta alla sua
padrona, disdire la mia cameruccia, le mie lezioni, far fare le
pubblicazioni di nostre nozze, avere il sì, e tutto.
Ogni cosa andò al solito: mi rallegro e regalucci da tutte le bande;
onde mi trovai più ricco che non fossi stato da parecchi anni in qua. Un
altro amico di Berlino, di cui avevo allevato i figliuoli, mi offerse,
per far il viaggio di Magdeburgo, il suo calessino, ed io non dissi di
no, e mi fornii del passaporto necessario.
Per verità il tempo era disastroso; bolliva carne in pentola: la guerra
e i suoi guasti coprivano le campagne: il re s'era già avanzato
coll'esercito fino a Turingen incontro a Napoleone, sin allora invitto.
Noi però ci tenevamo sicuri, nella persuasione che fra un quindici
giorni i Francesi sarebbero cacciati di là dal Reno. Via gli stranieri:
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che patria non v'è.
Per qualche guadagno io aveva composto cinque odi pindariche sulle
vittorie de' Prussiani, ove descrivevo tutte le future battaglie,
lasciando in bianco solamente il luogo delle azioni. Erano il non plus
ultra della poesia classica, e potevo far conto di ricavarne cinque
bravi talleri d'argento dai libraj di Berlino. Per tutti i buoni conti
posi il manoscritto de' miei canti trionfali in saccoccia, per essere
pronto, all'occasione, a fare stampare le prime a Magdeburgo. Ahi, come
la speranza era diversa dall'effetto!
Il 14 ottobre, giorno che l'antica potenza prussiana restò annichilata a
Jena e ad Auerstedt, presi congedo da Giulietta: tornato appena da
Magdeburgo, si farebbe il matrimonio, poi si andrebbe alla parocchia.
Per quanto vago di lusinghe ci sorridesse innanzi l'avvenire, non
sapevamo consolarci di questo distacco: pareva non avessimo a rivederci
più. Per verità, come dottore in filosofia, io non dava retta ai
presentimenti; ma come sposo ci avevo una fede scrupolosa.
— Giammaria, Giammaria! Il Signore sia con te!... Vivi, vivi felice; ma
noi non ci rivedremo più — più», esclamò Giulietta singhiozzando. Povera
zitella!
CAPO IV.
Viaggio a Magdeburgo.
Il 15 ottobre uscii contento come una pasqua dalla porta di Brandeburgo,
portando in tasca la mia nomina e i miei cantici decasillabi di
vittoria.
Dovetti, per qualche faccenduola, pernottare a Potsdam; la sera
traversai Sans-Souci, e nel giardino e sulla classica piazza, ove la
Giulietta, fanciulla allora sui sedici anni, mi aveva promesso eterno
amore, rinnovai, dopo nove anni, il mio fedele giuramento.
La notte scrissi fin tardi all'amica mia un'idilio di mie speranze e di
mie immaginazioni, dipingendole la felicità del nostro viver futuro
nella parocchia, lungi dal trambusto del gran mondo. In mezzo ai quali
disegni attaccai della grossa: e deh che sogni dorati vennero a cullare
il mio sonno!
Al domani buon'ora ripresi via, conducendo meco la vettura mia ed un
cavallo de' buoni. Lungo il cammino, ripassava un ad uno i discorsi che
improvviserei al conte di Magdeburgo per mostrarmi a lui dal mio lato
più brillante, e quelli che volgerei a Giulietta nel menarla alla nostra
parocchia.
A Brandeburgo, nell'osteria, tutto era vita! Parlavasi di battaglie da
casa del diavolo che doveano essere successe tra Napoleone e il caro re
nostro, che Dio conservi: l'eroica morte del principe Luigi Ferdinando a
Saalfeld era stata, diceano, vendicata nella più splendida guisa: nelle
vallate della Turingia i cadaveri dei vinti ingorgavano il corso de'
fiumi, niente meno.
— E dell'imperatore Napoleone che n'è?» chiesi io.
— Mah!
— E il maresciallo Lannes?
— Morto.
— E Davoust?
— Morto.
— E Ney?
— Morto: tutti morti.
— Ma è proprio vero?
— È un vangelo».
Chi dubiterebbe di trionfi che si desiderano? Io non capivo più nella
pelle, e tutto fuoco porsi la mano alla saccoccia per cavarne i miei
inni trionfali: quando un vecchio sedutomi a spalla, trasse di bocca la
pipa e mi soffiò nell'orecchio, ma con bassissima voce: — Magaridio la
fosse così! ma io so che le sono sparampanate, e che ce n'è toccata una
grossa.»
Queste parole, potete immaginarlo, m'inchiodarono la mano nella tasca, e
lasciai i lirici canti in luogo e posto.
Una grossa! ed io vo a Magdeburgo. Non potrebbe succedere che Napoleone
e la grande armata venissero a situarsi fra Giulietta e me? Un brivido
febbrile mi cercò dal capo alle piante.
Ma, eccetto il vecchio, tutti faceano gavazza nella sala dell'albergo,
con un patassio, con un abbandono tale; ciascuno descriveva la pugna, la
vittoria, la fuga con tante particolarità che avresti detto, e' l'han
vista proprio cogli occhi loro. Ond'io, senza cercare se fosse verità o
buccia di porro, mi adagiai nel parere de' più, e andai a dormire con
tanto di cuore.
CAPO V.
Terribili presentimenti.
Il giorno appresso scontrai di molti corrieri, che pareano venire da
Magdeburgo o dall'esercito, difilandosi a Berlino a spron battuto. Il
diplomatico silenzio di questi messaggieri non mi pronosticava niente di
consolante, perchè la consolazione è naturalmente espansiva.
In non mi ricordo qual villaggio fra Ziesar e Burg un subisso di gente
stava raccolto; e quando io m'avvicinai, non s'insognavano di farsi da
banda. Allora solo distinsi, innanzi ad un gran casamento, de' cavalli
sellati, e alle finestre della casa molti ussari prussiani.
— Ohe, cosa c'è di nuovo?» chiesi a quelli che m'erano intorno, fermando
il calessino.
— Ah, cara lei! ah, Signor benedetto!» esclamò una vecchia paesana. —
Come, non sa? se non si discorre d'altro. Il re ha perduto tutto: e non
son ancora boccie ferme: i Francesi arrivano a gambe: fra un'ora forse
saranno qui.»
Naturalmente io non le aggiustava piena fede; pure volli informarmi
meglio, e fattomi verso il casamento, saltai di calesso, e v'entrai. Le
camere formicolavano di gente; ussari, paesani, impiegati alla rinfusa,
pipando, bevendo, narrando, ciaramellando: ma tutti col viso lungo,
buzzo buzzo. Ora parlavasi della disfatta de' Prussiani e
dell'avvicinare de' Francesi; ora d'un Maggiore che in grazia d'una
ferita non potea continuare la strada a cavallo, ed avea bisogno d'una
vettura: ne volevano una, e s'erano spediti messaggieri da tutte le
bande a cercarne.
Non sapendo quanto n'avessi in tasca dalla paura, più di là che di qua,
io mi sedetti ad un cantuccio della tavola, e feci portar una fiaschetta
di birra per aver comodo di sentire più giusto l'occorso, e a norma di
quello regolarmi.
Un dieci minuti dopo, gli ussari sgombrarono e salirono a cavallo: ed io
mi feci alla finestra a vederli partire. E li vidi in fatto sfumare, ma
che? nel bel mezzo di loro vidi andarsene il calessino mio, cioè
prestato a me dall'amico di Berlino. Ebbi un bel gridare dalla finestra
— Ohe! Alto là! Fermatevi! cotesta carrozza è mia di me;» fra un minuto
ogni cosa era ita in dileguo. A furia di spintoni m'apersi un varco tra
il pigio della folla, e uscii di là entro: ma il posto era vuoto; il mio
biroccino andato a Dio lo rivedi.
— Non la si sperpetui: la stia pure di buon animo,» mi disse uno
smingherlino; che davasi tutta l'importanza di un impiegato. — Il signor
Maggiore non ci andrà gran pezzo che rimanderà il calesso. E' non lo
prese che per condursi fino alla città più vicina. Quel povero signore
sdolorava delle sue ferite, e ha pigliato il miglior partito per
calmarle.
— Ma chi è questo Maggiore!» chies'io.
Nessuno lo conosceva.
— E dove diavolo va col mio biroccino?»
Nessuno lo sapeva.
Corsi al villaggio sulla direzione del calessino e della sua scorta;
prima d'arrivarvi, la strada si spartiva in tre o quattro altre, ma per
nessuna riuscii a trovare vestigia sicure de' fuggitivi: in nessuna
parte rinvenni chi me ne sapesse dire gallo nè gallina. Tornato, tutti
stavamo ancora dinanzi a quel casone, dove entrai anch'io scalmanato e
aggirandomi che parevo un terremoto: ma nessuno badava a me più che alla
terza gamba, tutti pensando all'avvicinarsi de' proprj malanni, al
sovrastare de' Francesi.
— La scriva; la rediga il processo verbale dell'ingiustizia fattami.»
diss'io all'impiegato. — Tutto il paese e lei stesso furone testimonj di
questo atto arbitrario. La scriva che, in conseguenza del sopruso del
signor Maggiore tal dei tali, io Giammaria mi vedo costretto a fermarmi
qua finchè torni il mio calessino, e che pretendo esser risarcito del
danno emergente e del lucro cessante.»
Lo scrivano fece il suo dovere a meraviglia; io ritirai copia del
processino, e la riposi coi canti trionfali. La notte passò; passò il
domani; l'impazienza mia era al colmo, ma il calesse non sapeva tornare.
Il 19 ottobre spuntò. Giusti Dei! e l'illustrissimo signor conte
dell'impero che mi aspettava a Magdeburgo? Chiesi a nome del Maggiore
una carrozza, o, almen che fosse, un cavallo per andarmene ai fatti
miei: ma il Maggiore innominato godea sì scarso credito, che nessuno
volle anticiparmi nulla a nome suo.
Che fare? Qui non c'è rimedio, e bisogna avere una buona pazienza.
Ringraziato Dio che io portava con me tutti i miei beni, e potevo
camparmela: ma la mia guardaroba se n'era andata col signor Maggiore. Ed
all'amico di Berlino cosa dare per la vettura ed il cavallo? come
comprare altri abiti, altra biancheria? dove prendere da far con
Giulietta il viaggio sino alla parocchia?
Certo la era una prova ben dura per la fede d'un capellano cristiano.
Tagliai dalla siepe un bravo bastone di spino, e, così col cavallo di
san Francesco, mi posi tra le gambe la strada per Magdeburgo. Il signor
conte verrà in soccorso mio, pensavo tra me e me; e canterellavo
traversando una landa non coperta che di macchie e di cespugli.
CAPO VI.
Gran ritirata.
Mi abbattei in spizzichi di soldati prussiani di tutti i reggimenti, chi
con armi, chi senza; vivandiere, carri da bagagli, che zitti e chiotti
mi passavano allato: nè a me bastò il coraggio di volgere la parola a
questi prodi sfortunati.
— Ehi, sor dottore, dov'è ben avviato?» gridò una voce, in quella che,
nel giardino di Burg, io mi trovavo in mezzo ad una truppa di soldati.
Sebbene fossero anni domini che nol vedevo, pure lo ravvisai per un
tenente, che a Berlino stava nella stessa casa dove io, e che solevo
chiamarlo Carlomagno, perchè questo capameno faceva discendere la sua
famiglia in linea retta col gran conquistatore.
— A Magdeburgo, per servirla, signor tenente.
— A Magdeburgo? Eh! voglio dirle bravo se ci arriva, sor dottore; i
Francesi vi sono già accampati con una bagatella di cencinquantamila
uomini, sputi la voglia, e torni con noi, se mi vuol dar ascolto. Tutto
è perduto: Brunswich è morto; Mollendorf è prigioniero: del re non si sa
che diavolo ne sia: il corpo di riscossa del principe di Würtenberg fu
battuto jeri ad Alla.
— Ma tant'è, io devo essere dentro oggi a Magdeburgo.
— Sì? La corra dunque a gettarsi sulle bajonette de' Francesi. Buon
viaggio, sor dottore, e buona tornata.»
Mentre Carlomagno finiva con questo dire, due dragoni accorsero a spron
battuto gridando: — Il nemico è già a Wittenberg, sull'Elba.» Tosto la
fanteria raddoppiò il passo; ed io, non sentendomi di sostenere solo
soletto l'affrontata dei cencinquantamila accampati a Magdeburgo,
accettai la compagnia del tenente, e voltai tanto di spalle
all'illustrissimo signor conte dell'impero.
Addio, parocchia mia; addio, mie nozze; addio, paradiso di mie felicità!
Benchè fossi già innanzi cogli anni, la fortuna di simili non me n'avea
mai giocato. La battaglia di Jena scompaginava tutte le mie speranze
quand'erano più brillanti che mai, e mi faceva tornar dottore, celibe e
povero in canna.
Io non risolveva a quale tra me ed il re avessero recato danni maggiori
le vittorie di Napoleone. Ma la fortuna tiranna trovò in me la costanza
usata; finchè mi restava qualcosa a perdere, io era tutto inquietudine,
tutto paure. Ora che, spiantato di ramo e di radice, neppure a vender
l'abito che portavo indosso avrei potuto pagare all'amico il cavallo e
la carrozza, mi tornò il buon umore, e me n'impippavo dell'Olanda. S'è
fatto primiera con peggiori carte.
CAPITOLO VII.
Il Cappellano.
— Presto, avanti: io seguo la bandiera di Carlomagno,» dissi ridendo al
tenente; — e vada come la sa andare, sotto la generosa sua protezione
fuggo sino a Berlino.
— Potenzainterra! non la è poi così disperata. Ho meco ancor mezza
compagnia... tutti fior di Prussiani che fumano, e che non avrebbero
paura davanti a una legione dell'inferno. Uh, avessi solo un cannone!
non darei un passo indietro al cospetto di due reggimenti francesi. Se
fossi stato io al posto del duca di Brunswich a Jena, o che sì o che no
la battaglia sarebbe andata come è andata. Venite, dottore: io vi nomino
gran cappellano della mia mezza compagnia.»
Ogni volta che si traversasse un villaggio, il tenente faceva sfilare i
soldati, reliquie di tutti i reggimenti li disponeva per colonna, ed
orgoglioso del suo grado, stava diritto impalato come un i, finchè a
suon di trombe il suo esercito sfilava innanzi ai paesani. Quei che non
avevano armi seguitavano umilmente dietro a' bagagli; e me, come
cappellano quest'era il mio posto naturale.
Ben tosto legai un'amicizia da spartir colle pertiche con la vivandiera,
padrona d'un baroccio. Questa brava creatura camminava a piedi, traendo
per la cavezza una rôzza sfinita; e perchè non le moriva la lingua in
bocca, essa mi contò per filo e per segno la storia dei fatti di
Saalfeld e d'Auerstedt, censurando le posizioni e i movimenti dei
Prussiani su questi due campi: alle quali critiche di strategia io non
aveva a ridir nulla, io che mi sentivo capacissimo di perdere una
battaglia, fossi ben a capo di dugentomila soldati.
Questa commilitona si chiamava Elisabetta, e quel ch'è curioso,
acconciava il capo al modo che si vuol dipingere la regina d'Inghilterra
di questo nome: avea il viso e tutto contro tutte le tentazioni, ma umor
allegro, spiritosa, pizzicava di letteratura, e cantava canzoni
berlinesi con una voce da passare le orecchie. Il suo spirito e la sua
acquavite le davano non poca influenza sulla truppa nostra, e le
schiudevano l'accesso al consiglio di guerra, dove mettea fuori il suo
partito ogni qual volta si trattasse di determinar la marcia del nostro
convoglio.
Il lento passo della sua rôzza, le lusinghe dell'acquavite e il suo
ascendente sovra i soldati, la rendevano il vero capo nostro, tuttochè
marciasse alla coda: e per non isfaticar il suo ronzino, non facevamo
più di dieci o dodici miglia al giorno. La notte ci fermavamo nei
villaggi, dove i soldati godevano tutta la libertà: ogni due giorni si
teneva consiglio.
Per dire il vero, di questo passo non s'andava innanzi gran che: ma di
giorno in giorno l'esercito aumentava di alcuni soldati che
s'intruppavano con noi, in modo che arrivammo a contare dugento uomini,
fra i quali due dragoni e quattro trombetti.
CAPITOLO VIII.
L'Ajutante generale.
La sera del quarto giorno Carlomagno mi trasse in disparte: aveva capito
da un pezzo che in quel suo capaccio maturava qualche magnanimo disegno.
— Sor dottore (mi disse), alla guerra si fa passata. Io sono tenente già
da otto anni: oggi sarò generale, o mai più. Comando dugento uomini a un
bel circa: innanzi di arrivare all'Oder, ne avrò probabilmente uniti
duemila, che conduco al nostro re. Ma prima qualche eroica impresa.
Piombo colla mia truppa sulla Sassonia, e detto fatto prendo il nemico
alle spalle.
— Come, come, non volete andare a Berlino?» l'interruppi io, pensando
alla mia povera Giulietta.
— No: io volto a diritta, verso Mittenwalde. Dottore, il posto di
cappellano non vi sta bene: ho pensato che sareste un bravo soldato. Vi
do un cappello militare, un mantello turchino, una brava spada e un buon
puledro; e sarete mio ajutante generale. So che conoscete le matematiche
e disegnate a meraviglia: vi adopererò nelle ricognizioni ed a levare i
piani.»
Avrei io osato contraddirgli? Accettai il posto di ajutante generale,
perchè mi procurava il bene di sedere sul dosso di un cavallo, col cui
mezzo speravo veder più tosto la Giulietta: lodai la confidenza di
Carlomagno, e mutai il mio abito nero collo spadone di san Paolo. La
sera stessa il generale passò in rassegna il suo esercito, nominò nuovi
capitani, caporali, tenenti e tutto; mi presentò come suo ajutante
generale, e sviluppò il suo disegno ai Prussiani meravigliati.
— Sì, camerati miei, (gridò alzando ambe le braccia) il dado è gettato.
Noi colle imprese nostre faremo il nome prussiano terribile per sempre.
Lo spirito del gran Federico ci anima: la patria insanguinata e deserta
ci guarda... Camerati, e noi soffriremo d'essere ridotti ad un indegna
servitù? Quale sceglieremo? vittoria e fama nell'universo, od una
miserabile esistenza sottomessi a stranieri? Quelli che vogliono essermi
fedeli, che vogliono seguirmi per vendicar il loro Dio, il loro re, la
patria loro, ripetano con me: Vittoria o morte.»
Infiammati a questo discorso, sbolgettato con nobile ardore, i più
gridarono — Vittoria o morte.» Solo alcuni, ustolando gli alberghi di
Berlino, gridarono con un comico entusiasmo — Vittoria o pane.»
La regina Elisabetta era fra i malcontenti: tutta versata per questa
risoluzione presa senza consultarla, trasse fuori la tabacchiera, la
rotolò fra le dita, l'aperse, poi la guardò con aria cupa e minacciosa.
Il domattina eramo poco lontani da Brandeburgo: Carlomagno camminava
innanzi con una maestà proprio imperatoria; io dietrogli giù giù sopra
una rôzza che l'ultimo villaggio dove pernotammo era stato costretto a
fornirci. A mancina stendevasi la strada grossa di Berlino; a destra il
sentiero che dovea menarci alla gloria e all'immortalità.
Il generale e me, benchè il mio cuore sanguinasse, voltammo eroicamente
a dritta: l'esercito ne seguì: la vivandiera chiudeva la marcia
cantilenando sul suo baroccio, ma arrivata che fu al crocicchio infilò
bravamente la strada di Berlino.
Non appena la retroguardia vide il bariletto dell'acquavite in quella
direzione, voltò fronte, e lo seguitò senza proferire parola. L'esempio
trascinò poco a poco tutti i soldati, che rinunziarono all'immortalità
per l'attraente baroccio; sicchè alla fine ci trovammo soli il generale
e me, esso involto ne' fumi suoi e negli umor bravi, io struggendomi dal
desiderio della mia povera fidanzata.
Il dispetto di Carlomagno quando vide la sua truppa sparita, voglio
lasciarlo pensare a voi. Essa, volgendoci le spalle, camminava in coda
al diletto barile; a capo le stava Elisabetta, assisa sul suo botticino
come sur un trono, cantando in quilio: _Viva Bacco e l'allegria_.
L'imperatore mandava faville: corremmo dietro ai disertori, comandammo
con voce tonante, _Alto là!_ L'orgogliosa Elisabetta si compiacque di
fermar il baroccio, e i soldati obbedirono: allora l'eroico tenente
buttò fuori con energica voce la sua filippica. Oh, che ci hanno mai a
che fare le parlate degli eroi di Senofonte e del Guicciardini? I
commilitoni ascoltavano con tanto d'orecchi la pifferata: pure ebbi ad
osservare che poteano tenersi di gettare tratto tratto uno sguardo
amorevoluccio sulla carriola d'Elisabetta, temendo vederla sguisciar
via. Nè so bene a che sarebbe andata a riuscire l'eloquenza del nostro
generale, atteso che la regina Elisabetta rialzava la cresta con aria
disdegnosa; ma tutt'a un tratto un nuovo incidente trasse la nostra
curiosità.
CAPITOLO IX.
Marcia dell'esercito.
Un tenente di ussari, _sforza_, _sprona_, _divora la via_ venendo dalla
direzione di Berlino, e, senza altro preambolo ci dirige, le parole
seguenti dal più lungi che potè farsi ascoltare: — Corpo di tre legioni
di diavoli, dove andate per di qua, canaglia berrettina? I Francesi sono
entrati in Berlino con tanta gente che nulla è floge: noi abbiamo dato
volta: il re è a Kustrin nella Prussia occidentale, bisogna procurare di
salvarci in Slesia dietro l'Oder.»
— Viva Dio!» gridò Carlomagno con gran prosopopea; noi siamo Prussiani,
signor mio, e non scappiamo; no, perdinci: noi, piuttosto, noi passeremo
a traverso dei battaglioni.»
Tale risposta fece metter la berta in seno al tenente, che si carezzò la
barba corvina, e salutò con profondo rispetto il nostro generale. — Se
volete unirvi alle mie truppe che ho raccozzate per conservarle al re
(soggiunse Carlomagno maestosamente) sarete il benvenuto. Io vi do il
comando della cavalleria sotto i miei ordini. Guard'a voi! in riga! per
fianco destro! Il primo che parla di Berlino sarà trattato da disertore
ed appiccato. Marsc.»
L'esercito nostro così riprese il cammino di Mittinwald, senza che
alcuno volgesse la testa verso Berlino, non mica per paura d'essere
impiccato, ma per paura dei Francesi. Elisabetta stessa tenne dietro
mogia mogia, discesa dal suo trono, e cessati i suoi canti di trionfo.
Tutto l'esercito era preso da un certo terrore. I Francesi già a
Berlino! Ma per dove diavolo sono passati? Che sian fioccati dal cielo?
Io chinai anch'io la testa: Napoleone aveva in poter suo metà della
monarchia prussiana, la città capitale del regno del gran re, e la mia
Giulietta. Oh! l'aveva pur ragione la povera tosa quando, animata di
profetico spirito, m'aveva detto tra gli scapigliati congedi, —
Giammaria, non ci vedremo più!
Qual improvviso rovescio! Alquanti giorni bastarono a tutto sovvertire:
la Prussia, i cui eserciti erano testè lo sgomento dell'universo, un
regno così florido, distrutto da una sola battaglia: la mia sposa
prigioniera in potere del popolo più galante e più prode d'Europa: il
mio protettore conte dell'impero, in una città che era già stata
incendiata da Tilly: la mia parrocchia Dio sa dove; ed io pacifico
_dottor in filosofia_, io _magister bonarum artium_, di tutti i miei
titoli non mi restava più che quello di ajutante generale di Carlomagno.
Allorchè, galoppando fra questo e il suo comandante di cavalleria
Sparapane, mi abbandonavo alle illusioni, passando in rivista le mie
memorie antiche, l'immagine di Giulietta, la mia stanzuccia di Berlino,
eccettera, uno scapuccio del mio cavallo veniva a trarmi di botto dalle
dorate visioni: e volgendo attorno gli sguardi inquieti, quelle contrade
sconosciute che traversavamo, quelle strane figure che mi circondavano,
tutto pareami un sogno, ed era obbligato a stropicciarmi gli occhi per
assicurarmi che non dormivo.
Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a
fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia
volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei
canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei
fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei
canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono
spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a
pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle
armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di
generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai
che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo
colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.
Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in
faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non
si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non
aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo
che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate
considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso
facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad
audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e
ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce:
— Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte
sull'Oder.»
CAPITOLO X.
Fu il vincer sempre mai laudabil cosa.
— In somma delle somme (mi diceva il generale la seconda sera dopo
esserci spiccati dalla via di Berlino, intanto che prendevamo i
quartieri in un povero casale, e postavamo le guardie). In somma delle
somme ho condotta la cosa sì bene, che piglio Napoleone a rovescio.»
E sorrise con un'aria che dava a pensare; poi si mise a riflettere
ancora.
— Potrebbe anche essere (disse Sparapane), purchè egli non ci pigli noi
domani.»
Quest'objezione mi fe' raggricciare, perchè naturalmente io pensava al
figliuol di mio padre. Tutti e tre meditabondi serbammo il silenzio, poi
di scatto ci levammo dalle seggiole come sbigottiti, perchè nel
villaggio s'era intesa una fucilata di allarme, e tutti i soldati
esclamavano: — I Francesi! i nemici! all'armi!» La trombetta sonò il
tutti a cavallo; i tamburri batterono: Sparapane fecesi pallido come un
panno lavato, ed io, per mascherare la mia spaventosa agitazione, mi
gettai come forsennato nella sala dell'albergo, gridando a quanto me
n'usciva dalla gola: — Allò, bravi Prussiani, suvvia: presto all'armi.»
Cercai la porta, ma non la sapevo trovare, sì ero sgomentato; e battendo
il capo di qua, di là, rovesciai l'armadio della nostra vecchia ostessa
continuando: ad urlare — Prussiani, all'armi! Bravi Prussiani non mi
abbandonate.»
L'ostessa si lamentava: i bambini piangevano; cane e gatto saltarono, in
mezzo al trambusto sulla tavola. Il qual tramestìo crebbe viepeggio il
mio delirio, sicchè credendo i Francesi già in camera, supplicavo il
cielo d'avermi pietà, promettendo a me stesso, se la campavo, di non
esser mai più ajutante generale, mai più.
Il mio turbamento e le lagrime mie, che fortunatamente Carlomagno e
Sparapane interpretarono a mio favore, istillarono ad essi nuovo
coraggio; trassero fuori le durindane, e ci recammo al posto ov'erano
adunate le truppe. Deh qual fortuna fu il trovarmi al bujo! Nessuno mi
vedea, onde potevo, se caso occorresse, sgabellarmene, facendo incognito
una ritirata alla Moreau od alla Senofonte. Io non son vile no, pure
quel giorno un terror panico mi aveva preso: e poi in generale io sono
più inquieto di notte che di giorno. — Ajutante! avanti, con venti
uomini verso il cimitero: il nostro posto vi fu attaccato: se avete
bisogno di soccorsi, mandate, e vi condurremo dei rinforzi. Finora non è
che una scaramuccia dei posti avanzati.»
Così perorò Carlomagno: i venti uomini si difilarono dietro a me, ed io
li dovetti condurre. Povero _magister bonarum artium_, che cera facevi
tu nel cavar dal fodero la spada! — Al diavolo il tenente, pensava io.
Guarda mo'! non si ricorda più che a Berlino io abitavo al quinto
piano?»
Ma bastava che si fidavano del mio coraggio, e l'amor proprio me ne
dava. Quando fummo arrivati al cimitero, i miei occhi si copersero di
profonda tenebrìa, perchè ci avanzavamo verso un muro alto assai. Ma io
scambiai il muro per truppe francesi, e facendomi da una banda, gridai,
come se vedessi degli spettri! — Fuoco! fate fuoco!»
Al lampeggiare della polvere ci chiarimmo che s'attaccava battaglia con
un muro. Ma, indovinate un po'? sentimmo a un tratto molte voci gridare:
— Perdono! quartiere! la vita!» e sette uomini di fanteria leggera
francese, uscendo di dietro il muro, ove s'erano rannicchiati, vengono
al mio piede _gettan l'armi e si danno prigioni_. Balordi! se fossero
rimasti zitti e cheti noi non ce ne saremmo accorti per insogno. Così
vennero da sè in bocca al gatto: e come prigionieri furono disarmati e
condotti al quartier generale. Vi lascio pensare quanto mi pavoneggiassi
arrivando dinanzi a Carlomagno, come l'ammazzasette, fra lo splendore di
torchi e di fanali. Esso mi abbracciò al cospetto di tutto l'esercito,
dicendomi: — Ajutante, il coraggio e la prudenza vostra vi fanno un
immortale onore. Dirigerò un rapporto a Sua Maestà il Re, in cui gli
presenterò la vostra condotta in questo affare sotto l'aspetto più
favorevole.»
Dai prigionieri spillammo che una compagnia di fanteria leggera, mandata
a prendere i quartieri nel villaggio, avea avuto paura al sentire che
Prussiani v'erano in grosso numero; il gran batter delle casse, la gran
quantità delle sentinelle, i grandi strombettamenti nostri gli aveano
convinti, a non dubitarne che fossimo chi sa quanti. I sette prigionieri
s'erano avanzati un po' troppo nell'andar a scoprir paese. Io non
toccava terra dal piacere: erano i primi uomini in mia vita che facessi
prigionieri; i primi soldati di Napoleone che vedessi in muso. Li feci
refiziare di quel poco che si potè avere, e coloro non vi
s'addormentarono sopra. Alle mie domande sul numero dei Francesi che si
trovavano nei contorni, risposero che un intiero corpo, sotto gli ordini
di Davoust, era in cammino per Berlino.
Io tradussi questa risposta al mio degno generale, ed esso, inorgoglito
del primo esito delle sue armi, alzò le mani e gridò; — Corpo e sangue!
è dunque vero che piglio l'esercito francese alle spalle.» Sparapane al
contrario divenne smorto, cogli occhi invetriati.
CAPITOLO XI.
Secondo scontro e sue conseguenze.
Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la
persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero
che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie
come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più
spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia
d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono
più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti,
i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto,
siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie
di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo
filosofico da un testimonio ben informato.
Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza:
faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una
giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di
truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare
traverso alla foresta.
Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi,
sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si
sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala
sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. —
Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non
abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio
cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.
Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men
disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.
— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser
vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire
sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande,
invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»
Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi
a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre
parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe
mostravano di preferir i cavoli e le rape al _duro prandio_ e _alla
terribil cena_ dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di
Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta
l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.
Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a
rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava
alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e
tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le
sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari
più sicuro.
Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento,
Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di
spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi
all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in
battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo
battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel
cimitero.»
Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle
angoscie mie.
Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto
molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale
posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la
respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi
verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.
Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che
fosse cominciata.
CAPITOLO XII.
Già di mezzo sparito è il terreno,
Già le spade respingon le spade.
Mentre l'esercito nostro fissava occhi d'amore e di desiderio sul barile
amato, che gli rullava dinanzi, il primo colpo di cannone si fece
intendere, ed, ahi tenor d'inique stelle! la palla diede giusto nel
mezzo alla botte dell'acquavite, sicchè il néttare delizioso schizzò
d'ogni parte, mentre il cavallo sgomentito se ne portava il carretto.
Col liquore divino ogni coraggio disparve: e la retroguardia fece un
movimento addietro verso il villaggio.
Carlomagno urlò: — Avanti;» ma sì! ogni entusiasmo era sparito: neppure
un soldato s'avanzò. Tra la furia egli aveva dimenticato che la sua
penna bianca doveva indicare il cammino della gloria; e giusto quella
penna cascava al dietro della testa, onde i soldati si diedero a
intendere che il cammino della gloria conducesse al villaggio.
Un secondo colpo bombò: il mio cavallo, già rintronato dal primo tuono
di quelle artiglierie così malsane, cominciò a partecipare
all'inquietudine del suo cavaliere, che non potè lasciar di volgere la
testa per assicurarsi se il cammino del villaggio fosse libero tuttavia.
Allora i nemici cominciarono un fuoco di moschetteria, e tosto come un
pazzo io mi posi a gridare: — Fuoco! fate fuoco! sparate!:» calcai il
cappello sugli occhi, strinsi i denti, e pensando — Dio v'ajuti,» volli
battermela minchion minchione verso il villaggio. Ma prima di trovar via
nè verso di fare dar di volta alla mia rôzza capricciosa, i soldati
obbedienti fecero fuoco, il mio cavallo n'ebbe spavento non minore di
me, e mi portò in sua balìa dietro il noce. Tre cacciatori francesi mi
spararono contro, e non vedendomi cascare, ed avendo paura della
sciabola, che io teneva in mano, voltarono le spalle, e gambe. Il mio
Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava
il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: — Fermo là! — Brrr —
Quieto!»
[Illustrazione: Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col
capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere,
a gridare: Fermo là! — Brrr! — Quieto! (_Pag. 38_)]
Ma niente era del fermarsi. I cacciatori presero uno stradello tra due
fratte; e il mio bellicoso corridore dietro. Allenati, furono essi côlti
da un vero spavento, perchè io era loro senza posa alle coste:
spronavano i cavalli stanchi, ma il mio ronzino scaldato raddoppiava di
celerità. Sicuramente mi tolsero per un diavolo incarnato, che avesse
giurato di bevere il sangue loro; perchè tratto tratto si voltavano a
guatarmi con aria costernata. Ah se que' buoni cristiani avessero saputo
quanto questa vittoria mi pesava!
Sbucati da una foresta di abeti, ci trovammo in un vasto piano, dov'era
un campo di Francesi. Là perdetti le staffe, i miei fuggiaschi
svanirono, e alcuni soldati mi trassero delle fucilate, onde il cavallo
fece una capriola, e mi gettò là lungo e disteso come una pera cotta.
Addio, Giulietta! addio, conti senza l'oste! addio a chi resta! addio,
mondo ingannatore! io dicea fra i sospiri: giacchè la mia caduta fu sì
violenta che i soldati mi credettero morto, anzi sepolto e corsero a me
coi tre fuggitivi sghignazzando. Sorsi tremante come avessi la quartana;
mi domandarono la spada, ed io la cedetti: i tre fantaccini volevano
schioppettarmi lì per lì, ma i cacciatori mi tolsero in protezione,
giurando ch'ero uom d'onore e prode. Una lode sì poco meritata, in bocca
d'un nemico, mi fece andar in brodo, principalmente quando m'accorsi di
non essere ferito.
CAPITOLO XIII.
Me prigioniero.
Ora eccomi prigioniero di guerra. Mi condussero in una casa da paesani
isolata, e lungo il cammino feci penitenza cedendo l'orologio, la borsa
e l'anello d'oro che portavo, memoria della Giulietta.
Un capitano, che stava trincando e scuffiando a due palmenti con diversi
ufficiali in essa casa, mi domandò qual fosse il mio grado, dopo che fu
narrato come qualmente io aveva inseguito i cacciatori fino nel campo.
Cosa rispondere? Capellano? maestro d'arti? dottore in filosofia?
M'avrebbero riso sul muso. Carlomagno non m'avea sollevato al grado
d'ajutante generale? Senz'esitare adunque risposi: — Ajutante generale.»
L'abito fa il monaco; ed anche i titoli. Mi fecero prender posto a
tavola; c'era dell'arrosto rifreddo, del malaga, fior di rosolio; il
capitano mi drizzò parole di consolazione sul caso mio: — È il destino
della guerra. Cinquant'anni fa voi avevate Federico il Grande, e a noi
toccò Rosbach; oggi noi abbiamo Napoleone il Grande, e a voi tocca
Jena.»
Gli uffiziali montarono a cavallo, ed io fui messo in arresto nel campo.
Il brivido della paura non m'era passato ancora, onde il trovar fuoco al
corpo di guardia mi tornò da morte a vita.
Che ne sarà del tenente Leonida e de' suoi magnanimi? che sarà divenuta
la regina Elisabetta col suo barile traforato? che diverrò io stesso?
Questi pensieri m'invadevano lo spinto. M'era stato detto che sarei
condotto a Francoforte sull'Oder, e che là mi unirei ad un convoglio di
prigionieri per la Francia. Offrii di giurare sull'onor mio che non
porterei più le armi contro sua Maestà Imperiale e Reale l'Imperatore
de' Francesi, ma l'offerta non era stata accettata dal capitano, il
quale diceva che la mia sorte doveva essere decisa dalle autorità
superiori.
Eccoti dunque destinato per la Francia, povero dottore per esservi
inchiodato in una fortezza. Deh come tutto in un lampo si cangiò! Quando
stavi assettato nella tua soffitta da poeta, girando gli occhi sopra i
tetti vicini; quando leggevi Plutarco o la gazzetta, tirando quietamente
una presa di tabacco, che cosa mai poteva turbare la tua pace? Poi
finita la giornata, date le lezioni, tu andavi a fianco della tua
Giulietta, a ragionar con lei delle speranze e dell'avvenire, o nella
tua poetica solitudine scrivevi nuovi cantici guerrieri.
A ciò mi corsero in mente gl'inni delle vittorie prussiane, che tenevo
sempre in tasca: onde cacciai a mano lo scartafaccio, mi guardai attorno
per vedere se ero osservato, e lo gettai sul fuoco. Canti di trionfo,
canti pieni di rabbia e di spregio contro Napoleone e gli eserciti suoi,
poteano nella mia prigionia costarmi nientemeno che la pelle. Dunque li
vidi perir tra le fiamme, quasi col piacere stesso onde, in momenti più
felici, io gli aveva partoriti. Nè la mia gioja fu sminuita per avere
nella furia gettata con loro anche la mia nomina di capellano.
Alcuni soldati mi s'accostarono ben tosto; quelli appunto che mi avevano
fatto cascar di cavallo, e mi domandarono: — Cosa bruciate costì
furtivamente?» e parlavano di spionaggio, di moschettare. Io,
imbarazzato a rispondere, davo cartacce, il che non migliorò la mia
situazione. Que' mariuoli, me n'accorsi ben io, cercavano di attaccar
bega; m'insultarono, mi condussero in una camera del corpo di guardia,
ove dovetti deporre la giubba e gli stivali; essi se li presero e via,
nè più rividi i mariuoli nè la giubba.
Fuori pel giorno fui interrogato molte volte sulle carte bruciate; e
perchè io stava sul tirato, sostenendo che erano miserie, carte di
famiglia, lettere private, fui condotto al quartier generale da due
uomini, che in mia presenza caricarono il fucile.
Senza giubba, mal in arnese, e in una giornata brusca d'ottobre, dovetti
seguitar le mie guardie per una passeggiata di tre ore. Impillaccherato,
stracciato, mezzo svestito, stavo peggio d'un pitocco, perchè non aveva
la mia libertà: anzi la mia vita stessa non valeva in quel punto cinque
soldi, perchè i Francesi in campagna amano i processi spicciativi. Un
povero diavolo accusato di spionaggio essi l'impiccano e lo fucilano
caldo caldo, senza curare s'egli se l'abbia a male.
CAPITOLO XIV.
Le montagne stanno al posto, gli uomini si trovano.
Al cader della notte, una linea di fuochi mi si scoperse allo sguardo: a
avvicinandoci, trovammo un campo considerevole. Fui condotto in una
bella casa di campagna fuor del villaggio; dove stavano alla porta
guardie a piedi, guardie a cavallo: uffiziali d'ogni arma, in belle
divise, uscivano ed entravano continuamente. Condotto innanzi
all'uffizio militare si lesse il rapporto sopra di me, mi fu chiesto il
nome, il grado, e poi ordinato — Portatelo di là cogli altri
prigionieri.»
Uno de' primi uffiziali disse: — L'hanno spogliato in guisa, che è una
vergogna.»
Un altro volgendosi a me soggiunse: — Andate pure; sarà mio pensiero
procurarvi abiti decenti.»
Mi condussero nel campo, e là fui consegnato ad un uffiziale, incaricato
di custodire i prigionieri. Questi, seduti accanto al fuoco, godevano la
loro cena, ed io mi posi fra loro. Ma indovinereste quali furono le
prime faccie che distinsi? Sparapane, e allato a lui Carlomagno, che
mangiavano ambedue una minestra spessa in un badiale lavamano che la
regina Elisabetta reggeva sulle ginocchia, invece di tavola. —
Potenzinterra! gli è proprio il mio generale!» esclamai io, fuor di me
dal contento. «È cotesto il pasto che avevate a fare all'Eliso con
Ziethen, Schwerin, Winterfeld e Federico il Grande?»
Il tenente, al sentir la mia voce, alzossi tripudiante, e mi serrò
teneramente fra le braccia. — Come, signor ajutante? vivo ancora? sia
lodato Iddio! Rimane adunque ancora un eroe al nostro re. Deh quanto vi
piansi! Ma voi, perchè non saper moderare il vostro ardore? Ho ben visto
come cacciaste in fuga i tre cacciatori, e come essi vi trascinarono
dietro di sè. L'esempio vostro ravvivò la mia gente, un tantino
scoraggiata; incrociammo le bajonette contro il nemico; morti e feriti a
furia da ambe le parti: combattemmo come leoni una buona mezz'ora, poi
ci fu forza metter giù le armi. Venite, ajutante del cuor mio, venite a
parte della nostra cena.»
Il prode tenente m'abbracciò ancora dalle tre volte in su: il valoroso
Sparapane non sapea finire le fratellanze e i complimenti: la regina
Elisabetta m'offrì un cucchiajo di stagno, e così posi in oblìo _la noja
ed il mal della passata via_.
Forse mezz'ora dopo, l'uffiziale di guardia comparve con un caporale: —
Chi di lor signori è l'ajutante generale?»
Carlomagno sorrise di contentezza, e m'accennò col dito proteso, perchè
non era molto forte nel parlar francese.
— Signor ajutante, (aggiunse l'uffiziale) mi piange il cuore ch'ella sia
stata trattata sì indecorosamente. Le mandano dal quartier generale
questi vestiti da addossare, con due bottiglie di vino per rifocillarsi.
La stia sicura che i Francesi sanno stimare i loro nemici come uomini
d'onore, e che i mariuoli e i ladri sono eccezioni alla regola.»
Io feci al mio nobile nemico la più gentile risposta che sapessi
immaginare, ed è un vero peccato che non abbia potuto, lì sui due piedi,
trovar una frase migliore di questa: — I conquistatori dell'universo
oggi m'hanno vinto due volte.»
Noi tedeschi abbiamo un bel fare; ma, è forza dirlo, i Francesi sono il
popolo più ingegnoso del mondo: sono proprio i Greci del nostro tempo.
Fino i soldati semplici hanno un esteriore grazioso e amabile, che non
si trova da noi se non sul teatro: una battaglia animata li rapisce, un
buon pensiero li ricompensa, il sentimento dell'onore gl'infiamma: in
questo popolo v'è dello spirito; non solamente patate e birra.
CAPITOLO XV.
Un bel fuggir salva la vita ancora.
Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a
fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso
presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco
dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso
di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e
riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio
dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.
Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva
ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi;
mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a
prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare
del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io
coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il
papa colla Cina.
Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non
s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse
cercando fra noi un amico, un parente.
Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia
coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia
al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola
d'onore promettemmo di non fuggire.
Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me,
giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale
può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna
obbligazione pel signor dottore e _magister_.
Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici:
n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi
chiese, _Dove va?_ nessuno per le strade mi volse la parola; onde
vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori
della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.
CAPITOLO XVI.
Questi furo gli estremi onor renduti
Al domatore di cavalli.
Senza guardarmi ai piedi, corsi per forse un'ora a rotta di collo, poi
sfiatato m'accôrsi d'aver lasciate le strette e miserabili callaje de'
sobborghi: una sabbietta copriva la strada sotto gli stanchi miei piedi:
intorno a me nell'oscurità si stendeva un bosco di pini, e sovra il mio
capo la luna inargentata scintillava attraverso le nubi.
Trovai la situazione mia poeticissima: eppure, che volete? una prosaica
cena presso una cuccetta di paglia non mi sarebbe dispiaciuta.
Ed ora che fare? ove drizzarsi? Io non sapeva cosa rispondere a queste
mie domande. La fame non si fa mai sentire così viva come quando non si
sa come calmarla: nè la vita è mai sì cara come nel momento che è in
pericolo. Questi tristi pensieri ingombravano il mio spirito; onde
rimisi in moto i miei piedi a benefizio di fortuna, curioso di sapere
cosa diverrei, e dove infine mi condurrebbe la mia sorte avversa.
Sentii cani abbajare; qualche lume mi apparve da lontano, alla cui
scorta arrivai spedato ad un villaggio. Innanzi all'osteria stava un
carozzino di posta a tiro a due, voltato proprio verso la direzione
ch'io intendeva seguire. Guardai attorno: il sottopiede dietro al
cocchio non aveva nulla che mi impedisse di accomodarvimi d'incanto, e
di attaccar un sonnellino intanto che la vettura mi trascinerebbe
lontano assai. Il padrone era ancora nell'osteria: io, cercandomi nelle
tasche, non mi trovai allato nemmeno la croce d'un quattrino: eppure
avrei comprato sì volentieri una pagnottina, perchè la vedevo in aria.
In qualità d'uffiziale non potevo batter l'accattolica; potevo bensì
goder a isonne mettendo a contribuzione: onde risolsi di tentare la
fortuna, ed entrai nella casa.
Sopra un truogolo di avena erano posati un cappello rotondo, un
palandrane ed un frustino. Risoluto di cavarne le mani dal mestiero
dell'armi, senza esitare gettai in là il mio cappello gallonato, deposi
la giubba turchina sull'avena, e presi il palandrano: se avessi avuto la
sciabola, di tutto cuore l'avrei barattata col frustino, che non ostante
presi in mano per sicurezza, se non altro, contro i bottoli del
villaggio. Non occorre dire che in tale arnese non potevo più pensare a
cenar in quella casa onde attaccai la voglia ad un arpione: ma andava in
solluchero pensando che ormai potrei viaggiare incognito tra mezzo ai
Francesi.
Stavo ancor ritto e fermo come un termine a piè dell'uscio, cercando
cogli occhi un cantuccio, dove ripormi ad agguatar la vettura, che non
la se ne andasse senza me, quando a un tratto una voce francese mi sonò
dietro, che fece su me l'effetto di un fulmine. — Andiamo, ghiotto;
lesto, andiamo,» gridò il Francese, che mi aveva tolto pel suo
cocchiere, lo rimaneva lì intra due di cascar morto, o di darla alle
gambe come un ladro: ma il Francese non voleva nè l'uno nè l'altro: e
ghermitomi pel colletto con una forza prodigiosa, mi trasse presso il
cocchio, e mi intronò nell'orecchio: _Sitzen dich auf_: poi balzando
egli stesso nella carrozza, aggiunse: — Presto, frusta; avanti.»
Alla buon'ora: pensai io nel sedermi sulla cassetta: e sferzando i
cavalli uscimmo dal villaggio, tirando via di pratica.
CAPITOLO XVII.
Altre pugne, altre stragi.
Più io toccavo su, e più il degno mio padrone ripeteva; — Buono! bravo!»
Pareami arcifrettolosissimo, e a giudicar dalle parole che d'ora in ora
gli scappavano di bocca, la sua coscienza non era più netta della mia.
Al chiaro di luna credetti scorgere ch'ei fosse uno di quegli importanti
personaggi che in francese si chiamano _impiegati_; avendo abiti troppo
borghesi per un militare, e troppo militari per un borghese.
La nostra conversazione riducevasi a monosillabi, perchè egli non
parlava quasi punto il tedesco; io per restare in carattere, doveva
ignorare totalmente il francese. Mi domandò; — Quanto star da qui a
Posen?» ed io: — Molto ancora.» Egli aggiunse: — Essere molti Prussiani
là? — Oh molto,» rispos'io: al che egli come forsennato gridò: — Andare,
camminnare, sempre:» ed io faceva galloppar i cavalli colla pancia a
terra.
M'indussi poi a fargli intendere che avevo bisogno di mangiare col
domandargli se aveva de' viveri seco; intese che gli domandassi di viver
seco. Gli parlai di avermi compassione; credette che parlassi di
commissione. Dissi che avevo _hunger_, cioè fame, e pensò che parlassi
degli Ungheresi. Infine ripetei _brod_, e questa parola e il gesto onde
l'accompagnai fece l'effetto, sì che mi diede un bel quarto di pagnotta,
che fu meglio d'una sassata.
Contento come un giubileo, sbocconcellai pane e pane in sulla cassetta,
lodandomi del posto mio che mi forniva di tutto quanto potevo
desiderare. Capellano o palafarniere, ajutante generale o maestro,
dottore o vetturale, cos'importa? l'uomo sta sempre bene sotto qualunque
abito: peggio per lui se l'abito è il solo bene che possiede.
Io prendevo la strada di Polonia, dicendomi: Chi sa ch'io non vada in
riva alla Vistola a trovar il comando d'un corpo d'armata? E non ci
mettevo nè pepe nè sale, e per quanto oscura fosse la mia sorte, io la
vedevo chiara come un'ambra.
Mi sentiva nella migliore disposizione di spirito per comporre un
sermone, quando a chiaro di luna distinsi alcune sentinelle sulla
strada. Il mio commissario le vide al punto stesso, sfoderò la sciabola,
impugnò una pistola che inarcò. Lo scatto d'uno scodellino mi coprì d'un
sudor freddo da capo ai piedi.
— Corpo e sangue, lesto, presto, avvia, tocca su,» gridava lui.
— Fermo là. Chi viva! Alto là: chi viva?» gridarono alcuni soldati,
presentandomi al petto la punta delle bajonette.
A qual dei due obbedire? Io speravo che una bugia officiosa mi trarrebbe
d'imbarazzo: onde credendo che i soldati fossero Francesi, avviati a
raggiungere il loro reggimento, dissi loro: — Signori, il mio padrone è
un generale francese.»
— Alto là; rendetevi,» gridarono più voci ad un tratto.
— Un canchero che ti roda,» urlò il mio preteso generale, e balzando di
netto dal calesso, stramazzò due di costoro: sparò; gli risposero; di
qua, di là, _da destra da manca sentivo le palle fischiando volar_. I
miei cavalli furono spaventati anche più di me; onde, senza dire addio
nè a diavolo morsero, il freno, e presero un galoppo disperato. Ed io
certo non li teneva. Sentii ancora l'urtarsi delle sciabole e qualche
scoppio; poi non intesi più nulla. Io mi trovavo salvato, grazie alla
prudenza e alla velocità de' miei cavalli.
— Maledetto accidente,» pensava io tastandomi dal capo alle piante,
perchè dapprima mi credeva tutto crivellato dalle palle, e di perdere il
sangue a catinelle, ma in fatto non avea tocca neppure una scalfitura.
Tanto meglio. Ma del mio padrone che n'era? Doveva io tornar indietro a
cercarlo? Sì! a rischio di farmi sciabolare. Ah, la fedeltà e la
generosità mia non arrivavano a tanto. Quel che avvenne del commissario
di guerra, Dio vel dica; per me non n'ebbi nè nuova nè ambasciata.
Continuai pacificamente la mia strada, ma i cavalli erano spossati. Un
villaggio mi si scoperse dinanzi; cosa dovevo fare? passarvi la notte, o
tirar di lungo? Una voce mi diceva sommesso: — Va innanzi, va innanzi:
perchè, sai tu di chi erano la carrozza ed i cavalli?» È ben vero che
non gli avevo nè rubati, nè requisiti io, ma per questo dovevo tenermi
l'altrui?
In tale perplessità arrivai all'osteria, che già era un pezzo di là di
notte. Lo stalliere affacciossi; io smontai, chiesi avena pei cavalli,
birra per me, e mi accomodai nel salotto.
Non avevo neppure un bezzo: ma ad un bisogno io pensava dar in pagamento
il cappello e il palandrano: l'uno m'era troppo piccolo, l'altro troppo
grande.
CAPITOLO XVIII.
Compagnia compromettente.
L'ostessa, donna guarnita di ciccia in abbondanza, venne a sedermisi a
lato, appoggiò i gomiti sulla tavola, e domandò se intendevo passar la
notte sotto il suo tetto. Come risposi di no, mi chiese se voleva
continuare il viaggio, sta sera fino alla piccola città di ***.
Risposi di sì, stracontento che la curiosità di questa buona cristiana
contentasse la mia, insegnandomi in qual parte del mondo mi trovassi. Mi
domandò pure se non mi rincrescerebbe toglier meco una giovine che era
giunta a piedi, e che gustava un po' di riposo, resole necessario da
questa camminata.
Io accettai a bocca baciata, sì per la mancia che mi darebbe, e sì pel
piacere di sua compagnia.
L'ostessa aggiunse che farei bene ad aspettar la punta del giorno per
partire, giacchè la notte non era gran fatto sicura in questi tempi di
guerra: molti Francesi ronzavano là intorno e i Prussiani che cercavano
scappare, non erano un incontro meglio augurabile. Nessun giorno passava
che non si sentisse parlar d'assassinio o di furto. Queste notizie mi
fecero scrollar la testa con aria di malcontento e fu stabilito che
sveglierebbe me e la signorina un pajo d'ore avanti giorno: per me era
abbastanza presto, il mio padrone non c'era pericolo che mi rabbufasse;
e quel riposo tornerebbe utile a' miei cavalli, ed anche alla signorina.
Risolsi però di partire di buon mattino, atteso che, da bravo fisiologo,
calcolavo che le strade doveano in quell'ora essere meno pericolose,
perchè quelli che le rendono mal sicure durante la notte si ritirano o
stanchi o paurosi dell'avvicinarsi del chiarore; e quelli che vogliono
batterle di giorno, non si sono ancora messi in campagna.
Il letto, cioè una materassuccia fatta colle fedi di miserabilità, non
mi lusingò molto, e all'orologio scoccavono le quattro, ch'io stava
aggiogando i cavalli. Feci trambusto per la casa finchè lo stalliere si
svegliasse; esaminai colla lanterna il carrozzino, mia nuova proprietà.
Dentro v'era un fodero di sciabola, vuoto; una delle tasche conteneva
una bella pipa di schiuma, guarnita d'argento, una borsa da tabacco in
seta ricamata, con queste tenere parole, _souvenir d'amitié_. Era
senz'altro una galanteria di qualche giovinottina tedesca, conquista
dell'impiegato, mio riveritissimo padrone. Il baule della vettura era
chiuso, e l'impiegato avea tenuto seco la chiave.
L'ostessa venne a portarmi il conterello sì pei cavalli, sì pel mio. —
Madamigella pagherà per me,» le diss'io, e mi ribadii al posto, ove jeri
sedeva il mio padrone. Vi so dire che ci stavo più caldo e più agiato
che non a cassetta; oltre che speravo d'aver una amabile conversazione
colla mia compagna di viaggio.
Essa comparve al fine: salì nella carrozza al mio fianco; e detto addio
all'ostessa, partimmo.
Ma la nostra conversazione non fu sì piacevole quanto me l'ero
immaginata. La giovane si abbiosciò nell'angolo della vettura, il più
possibile discosto da me; e a tutte le mie riflessioni sulla frescura
del mattino, sull'oscurità del crepuscolo, e sulla noja del viaggiare,
ella non rispondeva che con un _sì_ o un _no_ secco secco. Rimasi
adunque immerso nelle mie riflessioni, che diventavano di più in più
curiose, mano mano che l'addormentata mia compagna veniva ravvicinata
dal trabalzare della vettura. Il bujo rendeva ancora più potenti
sull'immaginazione mia le sue invisibili attrattive. Poco a poco la
testa della mia compagna si trovò sulla mia spalla: io passai pian
pianino il mio braccio sinistro attorno allo svelto suo corpicciuolo, e
me la strinsi contro il seno. Ma i battiti accelerati del cuor mio non
la turbavano ne punto nè poco, mentre io tremava come un delinquente.
Per la prima volta un'addormentata giovinetta stavasi appoggiata al mio
seno; per la prima volta io teneva tra le braccia una creatura di quel
sesso incantevole... Ah! perdona, Giulietta, se in quell'istante... Ma
no, il cuor mio non fu infedele; anzi era con te. E mi immaginavo d'aver
te per compagna: a te era dedicato il delizioso bacio che deposi sulla
fronte della bella sconosciuta. Deh qual uomo resisterebbe ad una donna,
il cui cuore batte sul suo cuore, il cui respiro si mesce col suo?
Bisognerebbe esser di ghiaccio, non un celibatario di trentanove anni.
CAPITOLO XIX.
Sei pur bella cogli astri sul crine,
Porporina foriera del dì.
La vettura ruzzolava pianamente sulla sabbia, ed io lasciava andar i
cavalli al loro passo, stringendo l'innocente mia compagna fra le
braccia; e chiudendo gli occhi, m'abbandonai alle dolci visioni, che un
benefico sonno mi offeriva. Giulietta, la mia parocchia, la più intera
felicità, erano le fantasie tra cui il mio spirito andava rapito.
La fanciulla ed io ci svegliammo nel momento stesso, nel momento che la
vettura, lasciando la subbia, entrava sopra una strada ciottolata.
Già schiariva il giorno, e la più bella aurora spiegava all'orizzonte
dinanzi a me i suoi fuochi, _scintillanti tra i vivi zaffiri_. Gettai lo
sguardo prima su' miei bravi cavalli, poi sulla mia compagna. — Ci
guardammo per un po' l'un l'altro come stupefatti: ella fregò gli occhi,
io altrettanto, pensando che il sole levante m'avesse abbagliato. Ma no!
tornai a guardarla, e allora rimasi convinto ch'io sognava ancora della
Giulietta, perchè mi pareva che fosse lei, seduta al mio fianco in petto
e in persona.
— O buon Dio! signor dottore, siete proprio voi?» domandò essa colla sua
gentil voce argentina, esaminando ora il mio volto e i baffi, avanzo
della divisa d'ajutante generale, ora il mio vecchio pastrano tutto a
strambelli.
— Giulietta! (gridai io.) Come! voi qui? possibile che voi siate al mio
lato, voi?»
Ma le domande cessarono: lacrime di felicità ne oscurarono gli occhi, e
lasciai cascarmi le redini. Nell'eccesso della nostra gioja dimenticammo
il mondo, dimenticammo tutto quel che ne circondava, e chi sa fin quando
restavamo in quell'estasi deliziosa, vera beatitudine celeste, se una
violenta sciacca non fosse venuta a richiamarci sulla terra.
Ripresi le redini in mano, e allora fu una furia di bôtte e risposte.
Giulietta era più bella che mai, ed i primi raggi del sole la facevano
sfolgorare in tutta la sua gloria: sicchè lasciai cascare le briglie di
nuovo.
La informai delle mie avventure guerresche, già ben conosciute a voi, o
lettori; e che ella ascoltò con attenzione più grande di quella di voi,
o lettori. Molto più semplice era l'istoria dell'amica mia. La sua
padrona, sgomenta dall'avvicinarsi dei Francesi, le aveva dato il
congedo, lasciando Berlino per fuggire a Stettino, e per di là Dio sa
dove Giulietta rimase sulla croce nell'incertezza de' fatti miei, sinchè
ricevette da sua madre l'ordine di venirla a raggiungere. Da fanciulla
obbediente partì detto fatto, lasciando le opportune spiegazioni per me,
ove mai tornassi; e prese una vettura sino Francoforte. Di là, non
avendo potuto trovar una carrozza, o perchè i Francesi le avessero
requisite tutte, o perchè nessuno avesse voglia di muoversi in que'
tempi, erasi eroicamente avventurata a piedi L'jeri sera, morta di
fatica, era giunta nel villaggio, dov'ebbi la fortuna di scontrarla.
CAPITOLO XX.
E qui finì la dolorosa storia.
Ci fermammo a fare un boccon di colazione in un albergo, poco lontano
dal luogo ove la madre di Giulietta abitava. Là un bravo rasojo cancellò
le ultime vestigia del mio grado d'ajutante generale.
Giulietta mi comprò una bella giubba e un cappello, sicchè potei
risalire il cocchio rinfronzito, e in un arnese più degno d'una bella
giovinetta elegantemente vestita, e seguitammo la strada. Il sole ci
saettava co' suoi raggi, e il cuor nostro non era men giulivo che tutta
la natura. Da un pezzo erano state fatte le nostre pubblicazioni, sicchè
nulla più impediva di sposarci; e ben tosto ci accordammo sul giorno.
Nel frattempo io doveva scrivere a Francoforte per informarmi del conte
dell'impero e della capellania cui dovevo essere nominato, benchè avessi
bruciato la mia vocazione nel campo, insieme co' miei pindarici canti di
trionfo. Giulietta aveva messo da banda cento talleri fumanti, che, a
buoni conti, erano un bel principio. E poi, se la sventura ci
bersagliava, io poteva rizzar una scoletta; pane e acqua, noi lo
sentivamo, poteano bastare e anche troppo alla nostra felicità, purchè
non fossimo l'un dall'altro separati.
Mentre così abbellivamo la nostra povertà, Giulietta coll'immaginare de'
pasti economici, io parlando sul mio zelo come maestro di scuola, un
tintinno si fece sentire al fondo della vettura, come se qualche cosa ne
cascasse ai piedi. Cercammo, ed era un marengo d'oro lampante.
— T'è cascato a te?» chiesi alla Giulietta.
— A me no: io non ne ho dell'oro», mi rispose ella.
Prendemmo questo amabile dono come un avanzo del signor impiegato. Ma un
momento dopo non rotola un altro marengo a' nostri piedi?
— Da senno (diss'io) noi abbiamo qualche buon genio, o qualche fata
benigna, che intese la nostra conversazione.»
Allungai le mestole a levar anche questo; cercai minutamente se non
avesse altri compagni, ma non trovai nulla, il che m'increbbe al cuore.
Ma a poco andare, il fenomeno si rinnovò per la terza volta.
— Cattadedina, questo non viene dalla vettura!» gridai io, e rattenni i
cavalli.
Allora un quarto ruspo d'oro brillò a' miei occhi, traverso una
sfenditura del cofano, su cui stavamo seduti. La fonte aurea era dunque
scoperta. Forzai il cofano, e trovai che, quel che dapprima avevo
creduto il tintinno d'una catena, era un rotolo di marenghi che si era
sgruppato, e presso a quello un sacchetto d'argento meglio chiuso.
In che modo il mio impiegato fosse divenuto possessore di questo tesoro,
io nol so; e, appartenesse a lui o ad altri, poco m'importava. Ma sì io,
sì Giulietta conoscemmo che questa somma era troppo considerevole pei
nostri modesti desiderj; nè potevamo tenercela in coscienza. Riponemmo
dunque i tre marenghi presso gli altri, rinserrammo il cassetto, e
toccammo innanzi come se nulla fosse accaduto.
La vecchia madre di Giulietta, contentona di abbracciarci, ne ricevette
con mille benedizioni. Il nostro tesoro fu dato a lei in deposito; ma,
per quanti avvisi io facessi affigere sui cantoni e sulle gazzette, mesi
e mesi passarono senza che alcuno comparisse a reclamare sia il cavallo
e il calesso, sia il denaro.
Al termine dunque delle avventure mie, rimasi più ricco che mai non
l'avessi sperato, e con Giulietta per moglie.
Mandai al mio amico di Berlino un lauto compenso per quella tal vettura
che il signor Maggiore, m'avea menata via, senza tanti complimenti:
rinunziai alla cura d'anime; una bella campagna, in situazione
deliziosa, e all'ombra di tigli e di castani, una casetta grande
abbastanza per Giulietta, sua madre e me, ecco il mio paradiso.
1845.
UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI
Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno
nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia
non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di
essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti
belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi
sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà
raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non
farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è
incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.
E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo
mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere
dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in
dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo
sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un
grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello
formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e
Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte
più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?
Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta
tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo
riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di
candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e
circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti
potenti, esclamava, _Eppur si muove_.
È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di
matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero
monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria
Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere
nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe
nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi
e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.
Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui
la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore
ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a
tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con
quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a
ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di
sollecitudini mondane.
Dal convento di San Matteo in Arcetri,
10 maggio, 1623; a Bellosguardo.
Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima
sorella e nostra cara zia (_Virginia Landucci_). Ne abbiamo dico,
grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto
travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri
in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì
che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa
tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona
parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci
pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che
tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per
andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta
felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima
benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a
consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa
benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe
danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente
quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi
altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che
di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre
seco.
Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore
e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua
figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria
Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:
Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a
mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi
Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in
quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia
della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e
gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che
a suor Arcangela (_la sorella_), la quale insieme meco ha sentito
estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona
tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è
di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità,
acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e
anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia,
possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro
fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal
quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera,
purchè sia per il meglio.
Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a
Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della
dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se
gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio
infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi
gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a
scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le
altre solite.
Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della
lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a
Bellosguardo.
La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho
conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito
dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più
sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque
dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che
mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti
altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso
il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo
desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche
virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua
indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è
necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio,
la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e
serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e
quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le
rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri
leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose
ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine,
salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre
di camera.
Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette
giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli
scrive:
Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a
Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario
il partirsi di casa sua (_a Bellosguardo_) quando è travagliata
dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia
più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore
acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar
l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non
quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla
venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi
fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni
cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io
penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in
qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo
di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme
al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata
sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.
Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne
l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella
cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi
libri.
21 novembre 1623.
L'infinito amore ch'io porto a V. S., ed anche il timore che ho,
che questo subito freddo, ordinariamente a lei tanto contrario,
gli causi il risentimento dei suoi soliti dolori e d'altre sue
indisposizioni, non comportano ch'io possa star più senza aver
nuove da lei; mando adunque costì per intender qualcosa, sì
dell'esser suo, come anche quando V. S. pensi partire. Ho
sollecitato assai in lavorar i tovagliolini, e son quasi al fine;
ma nell'appiccare le frange trovo che, di questa sorte che gli
mando la mostra, me ne manca per due tovagliolini, che saranno
quattro braccia. Avrò caro che le mandi quanto prima, acciocchè
possa compirli avanti che si parta, che per questo ho preso
sollecitudine in finirli.
Per non aver io camera dove stare a dormire la notte, suor
Diamante, per sua cortesia mi tiene nella sua, privandosi della
propria sorella per tenervi me; ma a questi freddi è tanto
cattiva la stanza, che io, che ho la testa tanto infetta, non
credo poterci stare se V. S. non mi soccorre prestandomi uno de'
suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso non deve adoperare.
Avrò caro d'intender se può farmi questo servigio; e di più la
prego a farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato
adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di
vederlo.
Queste poche paste che le mando, l'aveva fatte pochi giorni sono
per dargliele quando veniva a darci addio: veggo che non sarà
presto, come temevo, tanto che gliele mando acciò non
induriscano. Suor Arcangela seguita ancora a purgarsi, e se ne
sta non troppo bene con due cauterj che se le son fatti nelle
coscie. Io ancora non sto molto bene, ma per essere omai tanto
assuefatta alla poca sanità, ne faccio poca stima; vedendo di più
che al Signore piace di visitarmi sempre con qualche poco di
travaglio, lo ringrazio e lo prego che a V. S. conceda il colmo
d'ogni maggior felicità. E per fine, di tutto cuore la saluto in
nome mio e di suor Arcangela.
_PS._ Se V. S. ha collari da imbiancare, potrà mandarceli.
19 dicembre 1625.
Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho
accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè
dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di
quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è
riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi
giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una
rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà
da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa,
potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba
passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che
significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione)
possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno
della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità
dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto
per sua misericordia.»
Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli
anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un
amorevole lamento.
Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in
parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e
questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne
dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando
quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi
dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a
visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua,
mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho
fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse
caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne
ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o
spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho
quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di
visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde
questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per
altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra
accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può
attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia
continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa
alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa
tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso
che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la
penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di
carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S.
si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo
permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono
state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate
parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I
berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (_figli di
Michelangelo fratello di Galileo_). Gli mando una lettera per
Vincenzo (_fratello_), acciò questo gli riduca in memoria che
siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè
non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di
tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.
Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e
che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone
la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non
rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non
quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa
gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:
Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente
giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io
sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a
visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma
siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa
suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale
non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder
ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti,
lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro
viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso
nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto
quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto.
Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S.
si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome
l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo
gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor
suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che
desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non
succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica,
perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce
alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?
Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò
otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S.,
se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina.
Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non
le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo
molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre
di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.
Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della _buona società_ i
regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi
godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo,
di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò
moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria
Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi
(oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse
che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle
figliuole.
Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto
affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il
conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che
sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse
permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra
inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al
Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come
figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci
mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio
concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non
l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia
amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se
non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio,
l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri
beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata
e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per
lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S.
mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta
l'affetto mi trasporta.
Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene
per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la
sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si
può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per
non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo
aggiustato, caso che n'abbia bisogno.
Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con
noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi
anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè
quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti
stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni
giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a
rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare
scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V.
S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto
ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi
fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa,
perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.
Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che
V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho
dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o
ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la
bottega.
Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la
lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza
non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della
religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra
amorevoli.
18 ottobre 1630, a Bellosguardo.
Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V.
S. si ritrovi molto disturbata mediante la repentina morte del
suo povero lavoratore. Suppongo eziandio ch'ella procurerà con
ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la
prego caldamente; e anco credo che non gli manchino i rimedj
difensivi, proporzionati alla presente necessità, onde non
predicherò altro intorno a questo. Bensì con ogni debita
riverenza e confidenza figliale l'esorterò a procurar l'ottimo
rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo di una
vera contrizione e penitenza. Questa senza dubbio è la più
efficace medicina, non solo per l'anima, ma pel corpo ancora;
poichè, se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo
stare allegramente, qual maggiore allegrezza può provarsi in
questa vita, di quello che ci apporta una buona e serena
coscienza? Certo che, quando possederemo questo tesoro, non
temeremo nè pericoli nè morte; e poichè il Signore giustamente ne
castiga con questi flagelli, cerchiamo noi con l'ajuto suo di
star preparati per ricevere il colpo da quella potente mano la
quale avendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di
privarcene come e quando gli piace.
Accetti V. S. queste poche parole proferite con uno
svisceratissimo affetto, e anco resti consapevole della
disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo,
cioè desiderosa di passarmene all'altra vita, poichè ogni giorno
veggo più chiaro la vanità e miseria della presente; oltrechè
finirei di offendere Dio benedetto, e spererei di poter con più
efficacia pregare per V. S. Non so se questo mio desiderio sia
troppo interessato; il Signore, che vede il tutto, supplisca per
sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, e a V. S. doni
vera consolazione. Noi qua siamo tutte sane del corpo, ma ben
siamo travagliate dalla penuria e povertà; non in maniera però
che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'ajuto del Signore.
Scrivo a ore sette; imperò V. S. mi scuserà se farò degli errori,
perchè il giorno non ho un'ora di tempo che sia mia, poichè
all'altre mie occupazioni s'aggiunse l'insegnare il canto fermo a
quattro giovinette, e per ordine di Madonna ordinare l'uffizio
del coro giorno per giorno: il che non mi è di poca fatica, per
non aver cognizione alcuna di lingua latina. È ben vero che
questi esercizj mi sono di molto gusto, s'io non avessi anco
necessità di lavorare; ma da questo ne cavo un bene non piccolo,
cioè il non stare in ozio un quarto d'ora mai mai; eccetto che mi
è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S.
m'insegnasse il secreto che usa per sè, che dorme così poco, lo
avrei molto caro, perchè finalmente sette ore di sonno, ch'io
mando a male, mi pajon pur troppo. Non dico altro per non
tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le
solite amiche.
E conforti la Maria Celeste inviava al padre in altri dispiaceri di
esso.
2 novembre 1630, a Bellosguardo.
So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra
del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio,
sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano,
tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste
ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di
questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non
resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per
tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura
conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con
vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le
cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte
queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di
figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera
contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in
Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera
quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo
fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo
gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci
restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove
parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta
strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e
particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la
ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha
più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa,
più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio,
poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno
offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti
benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior
nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio
prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra
povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del
soprastante pericolo, ci emendiamo.
V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare,
perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli
sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto
(per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti
i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e
trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti
i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più
necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà
intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per
tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la
persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da
V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale
vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una
semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non
l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in
carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io
che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se
è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè,
dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran
cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa
alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio
benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al
paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare
per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.
Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste.
Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi,
noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne
piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un
poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per
difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto,
perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di
assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone
nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare
dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.
18 febbraio 1631.
Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà
restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto
ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi
giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che
farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi
andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben
vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si
valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi
studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che
se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo
spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran
fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete;
altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco
l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa
avidità.
Non ringrazierò V. S. dei due scudi e altre amorevolezze
mandatemi, ma sibbene della prontezza e liberalità con la quale
ella si dimostra tanto e più desiderosa di sovvenirmi, quanto io
bisognosa di esser sovvenuta.
Resto confusa sentendo ch'ella conservi le mie lettere, e dubito
che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di
quello che sono; ma sia pure come si voglia, a me basta ch'ella
se ne soddisfaccia: con che gli dico a Dio, il quale sta sempre
con lei, e gli fo le solite raccomandazioni.
E questa vada in contraddizione al dottor Faust, poichè vediamo che
quest'austero Galileo, occupato de' pianeti e in lotta con tanti
avversarj e invidiosi, siccome è la sorte degli uomini grandi, non è
vero che abbia sagrificato alla testa il cuore; e siane prova il
conservar che fa le lettere della sua monacella.
Frugando nelle quali, procediamo, e vediam come ella si condolga della
morte dello zio Michelangelo.
11 marzo 1631.
La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più
ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del
quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per
l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non
credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche
soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio
benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di
facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella
spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne
è padrone.
Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella
soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia,
alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento
e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono
dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per
monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del
convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da
viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene
dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il
comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di
ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che
provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo
poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.
Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca
sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei
sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco
almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così
piaccia al Signore di esaudirla!
Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con
speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli
pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle
già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando
insieme con suor Arcangela e le amiche.
Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei
scriveva il 12 agosto:
Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio
sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi,
comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche
pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di
qualcuno per questi prossimi giorni magri.
Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a
Bellosguardo.
Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è
la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in
dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta
confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che
non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e
tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova
aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto
volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia
altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di
pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che
molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi,
per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi
quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che
comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo
all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi
raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un
fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor
Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in
questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta
scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei
che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le
raccomando.
Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di
una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di
lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato
a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui
protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per
quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle
raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso:
ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano,
l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor
Celeste.
Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:
L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per
sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come
anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice
esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il
desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in
questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno,
reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie
proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da
ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da
me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa
ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti
eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima
ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se
avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che
sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può
immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io
non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il
tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che
stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in
ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.
Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto
bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo
moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a
male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non
ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il
più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando
Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima,
poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.
Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la
tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto
quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto
l'affetto insieme con le solite.
Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo
consolava:
20 aprile 1633.
Dal signor Gerri mi viene avvisato in qual termine ella si
ritrovi per causa del suo negozio, cioè ritirato nelle stanze del
Sant'Uffizio; il che per una parte mi dà molto disgusto,
persuadendomi ch'ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e
fors'anco non con tutte le comodità del corpo; dall'altra banda,
considerando io la necessità del venire a questi particolari per
la sua spedizione, e la benignità colla quale fino a qui si è
costà proceduto verso la persona sua, e sopratutto la giustizia
della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo
e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'ajuto di
Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai di esclamare e
raccomandarla con ogni affetto e confidenza possibile.
Resta solo ch'ella stia di buon animo, procurando di non
pregiudicare alla sanità con il soverchiamente affliggersi,
rivolgendo il pensiero e la speranza in Dio, il quale, come padre
amorevolissimo, non mai abbandona chi in lui confida e a lui
ricorre. Carissimo signor padre, ho voluto scrivergli adesso,
acciò ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a
lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento, ma non ne ho già
dato indizio ad alcun altro, volendo che queste cose di poco
gusto sieno tutte mie, e quelle di contento e soddisfazione sieno
comuni a tutti. Che però tutti stiamo aspettando il suo ritorno,
con desiderio di goder la sua conversazione con allegrezza. E chi
sa, che, mentre adesso sto scrivendo, V. S. non si ritrovi fuori
d'ogni frangente e di ogni pensiero? Così piaccia al Signore, il
quale sia quello che la consoli, e con il quale la lascio.
Quanta delicatezza! E che stacco fanno questi sentimenti dagli irosi di
coloro, che, contro ogni testimonianza e probabilità, si ostinano a
ripetere che Galileo dal Sant'Uffizio fu sottoposto alla tortura!
Codardie, degne di que' materialoni, che computano solo i gusti come i
tormenti del corpo, ed hanno bisogno d'aggiungere nuovi torti a questa
patria, ch'essi poi ostentano di amare sviscerati.
Suor Celeste si rallegrò quando intese vôlto in meglio l'affare, e al
padre scriveva a' 7 maggio:
L'allegrezza che mi apportò l'ultima sua amorevolissima lettera
fu tale, e tale alterazione mi causò, che con questo e con
l'essermi convenuto più volte leggere e rileggere la medesima
lettera a queste monache, che tutte giubilavano sentendo i proprj
successi di V. S., fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi
durò dalle ore quattordici della mattina fino a notte, cosa
veramente fuori del mio solito. Ho voluto dirgli questo
particolare, non per rimproverargli questo poco mio patimento, ma
sibbene perchè ella maggiormente possane conoscere quanto mi
siano a cuore, e mi premano le cose sue, poichè causano in me
tali effetti; effetti che, sebbene generalmente parlando pare che
l'amor figliale possa e deva causare in tutti i figli, in me
ardirò di dire che abbiamo maggior forza, come quella che mi do
tanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri
dell'amare e riverire il mio carissimo padre; siccome
all'incontro chiaramente veggo ch'egli supera la maggior parte
de' padri in amare me sua figlia, e di ciò basti.
Rendo infinite grazie a Dio benedetto per tutti i favori che fino
a qui V. S. ha ricevuti, e per l'avvenire spero riceverà, poichè
tutti principalmente derivano da quella pietosa mano, siccome V.
S. giustamente riconosce. E sebbene ella attribuisce in gran
parte questi benefizj al merito delle mie orazioni, questo
veramente è poco o nulla; ma è bene assai l'affetto con il quale
io li domando a S. D. M., la quale avendo riguardo a quello,
tanto benignamente prosperando V. S. mi esaudisce, e noi tanto
maggiormente gli restiamo obbligati: siccome anco grandemente
siamo debitori a tutte quelle persone che a V. S. sono in favore
ed ajuto, e particolarmente a cotesti eccellentissimi signori
suoi ospiti[1]. Io volevo scrivere all'eccellentissima signora
ambasciatrice, ma sono restata per non la infastidire con
replicarle sempre le medesime cose, cioè rendimenti di grazie e
confessioni di obblighi infiniti. V. S. supplirà per me con farle
reverenza in mio nome: e veramente, carissimo signor padre, la
grazia, che V. S. ha avuta del favore della protezione di questi
signori e tale essa sola, che è bastante a mitigare, anzi
annullare tutti i travagli che ha sofferti.
Mi è capitata alle mani una ricetta eccellentissima contro la
peste, della quale ho fatto una copia, e gliela mando non perchè
io creda che costà vi sia sospizione alcuna di questo male, ma
perchè è buona ad ogni altra cattiva disposizione. Degli
ingredienti io ne sono tanto scarsa, anzi mendica per me, che non
gliene posso far parte di nessuno, ma bisogna che V. S. procuri
di ottener quelli, che per avventura gli mancheranno, dalla
fonderia della Misericordia del Signor Iddio, con il quale la
lascio.
La peste in fatto durava per la Toscana, e suor Maria Celeste ne
riferiva a suo padre in questo tenore:
18 giugno 1633, a Roma.
Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato
in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni
sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza
sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera
sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua
in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è
più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male
andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar
libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla
e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli
scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio,
come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero
grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua
conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del
Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà
più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè,
sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così
irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi
pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando,
e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro
monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della
sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due
monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione,
e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo
dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto
giorno che demmo principio.
Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla
colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi,
ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche
animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra
una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per
questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli
altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a
dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.
Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati,
e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando
sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo
che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera
vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e
similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior
parte, avendo già cominciato a levarli via.
Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per
colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che
non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti
mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto
male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per
andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non
avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse
innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri
trovandosi senza il suo vero padrone.
Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene,
non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono
di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di
V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se
ne seccherà qualcuno.
In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando
buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno
per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor
Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa
settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a
desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di
potergli dare...
Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo
l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor
meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli
spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il
Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la
nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio
venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già
d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non
trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla
a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria
Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in
Dio.
2 luglio 1633, Roma.
Quanto mi è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio
di V. S. tanto maggiormente mi ha trafitto l'animo di estremo
dolore il sentir la risoluzione, che finalmente si è presa tanto
sopra il libro quanto nella persona di V. S.; il che dal signor
Gerri mi è significato per la mia importunità, perchè, non
tenendo sue lettere in questa settimana, non potevo quietarmi,
quasi presaga di quanto era accaduto. Carissimo signor padre,
adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza
che gli ha concessa il Signore Iddio, sostenendo questi colpi con
quella fortezza d'animo, che la religione, professione ed età sua
ricercano. E giacchè ella per molta esperienza può aver piena
cognizione della fallacia ed instabilità di tutte le cose di
questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche,
anzi sperar che presto sieno per quietarsi e cangiarsi in
altrettanta sua soddisfazione. Dico quel tanto che mi somministra
il desiderio, e che mi pare ne prometta la clemenza che Sua
Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la
sua carcere luogo così delizioso, onde mi par ch'io possa sperar
anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che
piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego
a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio
dell'esser suo quanto al corpo, e molto più quanto all'animo; e
io finisco di scrivere, ma non giammai d'accompagnarla con il
pensiero e con le orazioni, pregando S. D. M. che le conceda vera
quiete e consolazione.
Cotesto luogo delizioso era la villa Medici sul monte Pincio: dove pure
rimase pochissimo, e giacchè non potevasi restituirlo a Firenze ove
durava la peste, fu lasciato andar a Siena presso l'arcivescovo
Piccolomini suo amico. Colà gli scriveva la figlia; e per intender
quanto segue, è a saper che la penitenza inflitta a Galileo dalla feroce
Inquisizione fu di recitare una volta per settimana i salmi
penitenziali. La buona Maria Celeste si consola di poter alleviare il
grand'uomo di questo peso col recitarli ella stessa in sua vece.
3 ottobre 1633.
Sabato scrissi a V. S.; e domenica, per parte del signor
Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza
che ha del suo ritorno, tutta mi consolo, parendomi un'ora
mill'anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e
in sentire ch'ella si ritrovi in buona salute accresce e non
diminuisce questo desiderio di avere duplicato contento e
soddisfazione di vederla tornare in casa sua, e di più con
sanità. Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno
io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a
Dio benedetto, perchè questo mi è troppo a cuore, e troppo mi
preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene
qualche contrassegno, gli dico, che ho procurato e ottenuto
grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, sebbene
da una parte mi dette qualche travaglio, per l'altra ebbi caro di
averla veduta, per aver trovato in essa materia di poter giovare
a V. S. un qualche pocolino. Il che è con l'addossarmi l'obbligo
che ella ha di recitare una volta per settimana li sette salmi,
ed è già un pezzo che comincia a soddisfarlo, e lo fo con mio
gusto, prima perchè mi persuado che l'orazione, accompagnata da
quel titolo di obbedire a Santa Chiesa, sia assai efficace; e poi
per levare a V. S. questo pensiero. Così avessi io potuto
supplire nel resto, che molto volontieri mi sarei eletta una
carcere più stretta di questa in che mi trovo per liberarne lei.
Adesso siamo qui e le tante grazie già ricevute ci danno speranza
di riceverne delle altre, purchè la nostra fede sia accompagnata
dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, _fides sine
operibus mortua est_.[2]
22 ottobre 1633.
Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel
sentire ch'ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con
dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non
solamente perchè l'amo quanto me medesima, ma perchè vo
considerando che, se io mi trovassi oppressa da infermità, oppure
fossi levata dal mondo, poco o nulla importerebbe, perchè a poco
o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto
l'opposto per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che
giova e può giovare a molti) perchè con il grande intelletto e
sapere che gli ha concesso il Signore Iddio, può servirlo ed
onorarlo infinitamente più di quello che non posso io: sì che con
questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene
più che pel mio proprio.
9 dicembre, a Siena.
Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto;
ma fino che io non l'intendo da lei medesimo, non credo altro, se
non che gli amici suoi cari dican quel tanto che l'affetto e il
desiderio lor detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V.
S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino, che
mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può
riconoscere, dopo l'ajuto di Dio benedetto, da quella dolcissima
conversazione ch'ella continuamente gode di quell'illustrissimo
monsignor arcivescovo, e dal non si strapazzare nè disordinare,
com'ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signore Iddio
sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in
sua grazia.
10 dicembre 1633, a Siena.
Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S.,
avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora
ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo
io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno,
sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più
inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste
monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome
molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con
grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto
tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per
Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna
qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato
parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non
gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà
ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre
allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.
Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci
raccomandiamo affettuosamente.
In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa
d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi
cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla
figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura
tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa
sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi
biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto
frà Fulgenzio Micanzio:
Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote,
la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile
successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la
madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che
avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor
fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto.
Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che
debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni
giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia
solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di
notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi
pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta
innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.
In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:
Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione
in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in
tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al
possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi
sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e
cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in
alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua
per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti
monache e fanciulle secolari.
Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola _The
hero-worship_, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il
divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve
che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole
della stima, disputatagli da falsi testimonj.
Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la
solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo _facendo la carità_
insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi
XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal
turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido
scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne
una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.
1856.
TECLA
— Tecla! Tecla!» Ode il grido, dal letto
Balza Tecla, al verone s'affaccia.
È l'oggetto d'adultero affetto
Cui promise fra l'armi seguir.
— Vieni, o bella, d'amor fra le braccia;
Vieni, e godi del lungo desir».
Sciagurata! al marito le ciglia
Volge; ei dorme nel talamo in calma.
Un bambino, una tenera figlia
Nella cuna baciò, ribaciò.
Move, ondeggia, ristà; nella palma
Cela il viso che il pianto inondò.
— Tecla! Tecla!» Si spicca: la porta
Zitta schiude: un saluto, un amplesso
Di novello vigor la conforta;
Addio tutti! a cavallo salì.
Egli sprona, ella il segue d'appresso;
Mezzanotte in quel punto s'udì.
Via per campi, per ville galoppa,
Ma ai lasciati suoi cari sospira.
Sta su lieta: d'amore la coppa
Lene obblio ti diffonda nel sen.
Dell'amor nell'ebbrezza delira,
Ti prometti un perpetuo seren.
S'apre l'alba. — In quest'ora la mano
Il marito a cercarmi protende,
Nè mi trova: i miei pargoli invano
Mi chiamâr». Sgombra l'ansia dal cor:
Non se' in grembo al guerrier che t'accende?
Sta su lieta, e t'inebbria d'amor.
Mezzo un anno varcò. Dall'amante
Repudiata, confusa, avvilita,
Tecla, fuor d'una tenda festante,
Lagrimando, ululando si sta;
Dal guerrier, traditrice tradita,
Invan chiede mercede, pietà.
Senti, senti un urtar di bicchieri,
Gavazzare un tripudio d'evviva.
Senti; un brindisi ai fausti piaceri
D'un'amica novella si fè.
Dall'ambascia cascò semiviva;
Mezzanotte in quel punto battè.
Scarna, atrita, cenciosa, al soggiorno
De' suoi primi innocenti contenti
Sconosciuta fa Tecla ritorno,
Là seduta rimpetto a soffrir
Di mendica in aspetto i tormenti
D'un atroce ma tardo pentir.
Chi rimira la squallida, avvolta
D'irto vel, la sovviene d'un tozzo,
Ma addoppiare i suoi gemiti ascolta.
Non è pane che all'egra fallì:
Non di fame è il profondo singhiozzo;
D'altro cibo sostenta i suoi dì.
Ferve un denso tumulto di genti,
È un volar di cavalli, di cocchi;
Tutt'intorno festive o gementi
Squille e trombe le alternano il suon:
Nulla ascolta la misera, gli occhi
Sempre intesi all'offesa magion.
Note voci là dentro ella ha udito,
Ma nessuna più suona per lei.
Mesto uscir dalla casa il marito,
Mesto il vede rivolgervi il piè.
Del suo core l'ambascia tu sei,
Alla gioja egli è morto per te.
Fra i cancelli una bimba, un fanciullo
Folleggiar nel giardino ha veduti,
Che, sospeso l'ingenuo trastullo,
Vispi incontro del padre si fan:
A lui baci e carezze e saluti;
Per te vezzi e lusinghe non han.
Come trista del verno la sera
Piove il gel dalle stelle serene!
Insistente un'algenta bufera
Fischia a Tecla fra l'ispido crin,
Che disfoga le acerbe sue pene
Gemebonda sul trito cammin.
Al suo sguardo fra i vetri scintilla
Una vampa di fuoco vivace
Dalla sala, ove cara, tranquilla
Collo sposo, tra i figli sedè.
— O bei giorni! o miei gaudj! o mia pace!
Più per me quel contento non è.»
Ecco un lume alla stanza procede,
Stanza un tempo a sereno riposo.
È il marito: gli sguardi lo vede
Verso il ciel, sopra i figli girar,
Poi sul vedovo letto pensoso
Affisarli, e dal cor sospirar.
Tutti dormon. Soave bambina
Rompe il sonno, esclamando fra i pianti
— Mamma! mamma!» L'udì la tapina,
— O mia figlia, o mia figlia!» gridò.
Sorse, cadde alla soglia davanti;
Mezzanotte in quel punto sonò.
Al mattin, di traverso alla soglia,
Mercenaria pietade ritolse
D'un'ignota l'esanime spoglia
Che la fame, che il freddo sfinir;
Indistinta una fossa l'accolse
Senza un pianto, un suffragio, un sospir.
1834.
[Illustrazione: Al mattin, di traverso alla soglia... (_Pag. 97_).]
UNA BUONA FAMIGLIA
Hai tu ancora a mente quel Baldassare, nostro compagno di scuola,
insieme col quale, nei giorni sì belli e sì mal conosciuti
dell'adolescenza, noi si discorreva spesso, spesso si passeggiava? Era
pur buono! ma ci conveniva dissimulare il bene che gli si voleva, perchè
l'amicizia riusciva sospetta ai superiori; — sospetta quell'affezione
ch'è il ristoro migliore fra i travagli della vita, ed alla quale io
devo tutto quel poco di dolce che si mescolò fra l'assenzio onde fu
satollo. Particolarmente con questo mal gradivano essi di vederci uniti,
perchè lo giudicavano un perditempo, stante che era debole nel latino,
non sapea figgersi a mente la prosodia, non traccheggiava sonori i
periodi, e non accozzava bene negli esametri i dattili cogli spondei.
Dopo quel tempo, balestrato lontano di qua, io non l'avevo più veduto, e
neppur mai intesone notizie, benchè assai me lo ricordassi, come ricordo
quelli tutti che una volta ebbero poco o assai del mio affetto. Or fa
pochi giorni, mentre andavo, come soglio, scorrendo pedestre nuovi
paesi, una mattina capitai a ***, e fermatomi un tratto sul piazzuolo a
guardare certi devoti dipinti antichi della chiesa e cert'altri moderni
strillanti e vani, ecco venirmi incontro uno, ed — Oh, sonate campane»;
abbracciarmi, baciarmi: era Baldassare.
Io paragonava le sue cortesie alle gelate accoglienze che mi usarono
tant'altri condiscepoli dopo che si trovarono più elevati di me: tanto
più gelate quanto la sventura mi gettò più sotto. Mi domandò de' casi
miei; glieli esposi in poche parole; — sono così semplici quelli che
posso narrare, come sono lunghi e complicati quelli che si ascondono,
che devono ascondersi, e rodermi dentro, e accelerarmi la tomba, ove
saranno sepolti con me. E quando seppe che io andava così girellone per
cercare divagamento ed oblio, — Dunque oggi almeno devi restare con me:
sì, se mi ami»: ed aggiunse parole di tale spontanea cortesia, che non
seppi ricusare l'invito. E deh se me ne trovai soddisfatto! Quando Dio
volle premiare il buon figliuolo d'un buon padre, che cosa gli mandò? un
fedele amico pel viaggio, che lo condusse a ospitare presso una buona
famiglia.
Ed una buona famiglia veramente era quella del nostro Baldassare. —
Appena mio padre (dicevami egli) s'accorse ch'io non era fatto per gli
studj, persuaso che, anche senza di questi, uno possa riuscire
galantuomo, mi tenne in casa, e m'avviò negli affari, dove, trovandomi
nel mio elemento, non gli cagionava più que' disgusti che provava egli
qualora, addomandandone i nostri precettori, s'udiva rispondersi che non
profittavo, che scaldavo le panche e nulla più. Eppure a me parea di
valere quanto altri, se non nel loro latino, almeno in altre cose. Menai
moglie, accudii alle campagne, ed il Signore mi prosperò.»
Fra questo parlare, entravamo in casa: una casa di quella semplice
pulitezza che usa in campagna; e il primo aspetto che noi si offerse fu
la moglie di lui, con un bambino al seno.
Cittadine, i vostri adorni gabinetti, ove su comodi lettucci, tutte
linde, svolgete libri d'eleganti vanità o di profumata corruzione,
ovvero intendete ad opere oziose, mentre date ascolto agli studiati
nonnulla di chi strascina la sua noja di visita in visita, porgono essi
veruna immagine tanto bella quanto la vista d'una madre che allatta il
proprio bambino? Tanto bella che, quando la religione vuol esporre alla
devozione l'effigie di Colei che è più vicina a Dio, ed ispirarcene
amore e confidenza, non sa meglio rappresentarla che in questo atto.
Come l'amico a lei mi nominò, ella sorse al mio incontro tutta festosa,
e — L'ho inteso ricordare delle volte assai dal mio Baldassare, siccome
un giovane studioso....»
— E non un giovane buono?» la interruppi io.
— Sì, anche questo,» ella soggiungeva.
Ed io: — Or bene: questa è la lode che più mi lusinga.»
Una bimba in sui cinque anni, che trescava giuliva per casa, mi fece la
festa più ingenua, facilmente allettata da qualche zuccherino onde la
regalai. Ma come, avviandomi a veder la casa, passai nello stanzone
vicino, ecco la fanciulletta che era corsa a far parte del dono a suo
fratello, garzonetto su gli otto anni, il quale aveva interrotto lo
scrivere per dare ascolto alla sorella.
Visitammo un orto non così piccolo, che l'amico mio coltiva di propria
mano, e vi fa i suoi esperimenti prima di proporli ai contadini, a
ragione cautissimi in ciò che non hanno provato, e che riguarda la
propria sussistenza. Le camere erano da campagna, ma pulitamente
addobbate, le più con mobili vecchi, una o due con nuovi, che al loro
tempo cederanno il luogo ad altri più nuovi d'un'altra coppia di sposi.
Uno scaffale custodiva pochi libri, ch'esso mi mostrò con compiacenza,
dicendo, — Che tu non creda ch'io abbia fatto voto d'ignoranza.» Erano
pochi ma buoni, come si vorrebbero gli amici, ed oltre la Bibbia e
diversi di religione, vi notai le opere di Franklin, il Robinson, Paolo
e Virginia, i Promessi Sposi, qualche giornale di cognizioni utili,
alcune storie, alcune novelle, e qualche composizione d'amici suoi.
Mi portò quindi a salutare sua madre, vecchierella rubizza, sulla cui
fronte leggeasi la serenità di chi passò bene la gioventù. Colla
schietta cordialità che rimane soffocata fra le convenienze ed i garbi
cittadineschi, ella accolse il vecchio camerata del suo Baldassare, poi
cominciò le lodi di questo.... Ah! le lodi in bocca de' proprj genitori
vagliono ben più di qualunque incenso sappia tributare la vanità. Ma
poichè la modestia di lui l'interruppe, ella si volse ad encomiare la
nuora, così caritativa, così amorevole, così rispettosa, così casalinga,
che fa tutti contenti, perchè ella è contenta di sè stessa. Baldassare
se ne mostrava commosso, e le stringeva la mano colla schiettezza
d'affetto che traspira dagli atti, non suona nelle parole.
— Se io verrò da te (così egli), tu mi mostrerai libri, edizioni,
stampe, lavori tuoi: io, vuole ragione che ti mostri quelle che sono
faccende mie.»
E così mi trasse ai campi, dove, colla compiacenza d'un autore che
rilegge l'ultima sua composizione, mi designava qua prati ridotti, là
fossi cavati, più lungi migliaia di pioppi, d'altra parte gelsi, filari
di viti, novali. Indi, condottici là dove una brigata di contadini stava
mietendo sotto la sferza del sole, eppur cantando allegra, ci sedemmo al
rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la
spensierata contentezza d'allora, i condiscepoli che poi la fortuna
balzò uno qua, uno là, chi al bene, chi al male; i maestri, gli studj. —
Or dimmi in tua fede (così esso), da quegli studj come fosti tu
avvantaggiato? Al pensar mio, al pensar d'un uomo che s'intende di grano
e di fieni, e non punto dei vostri Ciceroni, gli studj dovrebbero
versare su cose che importino poi nella vita, che formino il carattere.
Caspita! Sono gli anni più belli, è un campo allor allora dissodato; non
farei io stranezza col seminarvi soltanto erbe che poi deva sbarbare
quando ne vorrò frutti degni? Or che monta per la vita il vagliare e
rivagliare le regole da parlar bene come parlavasi duemila anni fa, da
gente che non c'è più? Ci abborravano poi la mente con tanti nomi di
paesi, di monti, di fiumi, con tanta geografia che in molti anni io non
ne ho mai compreso tanto, quanto un bel giorno che salii in cima di
quella montagna là, e stetti a vedervi il sole dal nascere al
tramontare. Veniva poi la storia a esporci quel che fece il tal re, poi
il tale imperatore e il tal capitano: le guerre, le paci, la politica,
come se noi fossimo stoffa da far ministri o sovrani o generali: erano
Pelopidi, Epaminonda, Timoleoni, che uccidono o cacciano i signori dalla
patria loro, quasi fossero esempi a poter imitare. Da quella storia poi,
da que' loro autori mi veniva una certa morale che non so come
accordarla col Vangelo e colla pratica società. Que' loro eroi famosi
per uccidere gente, non li chiameremmo noi a buona ragione assassini? Ed
ecco qua Spartani, per cui sono un obbrobrio le arti e l'industria; che
non hanno contanti; vanno a vedere le fanciulle a combattere ignude; si
ricambiano le mogli, e per divertimento od esercizio danno la caccia
agli Iloti. Ecco un continuo declamare contro l'oro; i poeti venirci a
dire che bisogna buttarlo giù nel mare che fu sacrilegio l'inventare la
navigazione, che è un depravamento il volere che i ragazzi imparino l'un
via uno... Ma sono queste massime d'accordo collo stato della società
presente, cui base è la proprietà? e al levar delle tende, qual pro
faranno a chi ha da vivere nella società qual è adesso, che certo non è
peggiore di quel che fosse? Non dico altro dei precetti che ci davano
per fare i periodi o per legarli in bel discorso. Ed io non sono mai
stato sul loro calendario perchè scrivevo naturale e come mi veniva alla
penna. — Ma guardate zucca! mi dicevano. Cotesto non si direbbe nè più
nè manco parlando: è triviale: non v'è dignità.» Io per contentarli,
m'ingegnavo di far diverso, ma allora sbagliavo le concordanze,
storpiava il senso, azzoppavo il periodo, e tra quelle ambiziose vanità
dicevo più o meno di quello che avevo in cuore. Lascio a parte che i
soggetti di quegli esercizj erano ancora i soliti: guerre, aringhe di
persone le quali chi sa come la pensavano tutt'altro da noi? mentre a
noi toccava di lambiccare il cervello per indovinare come avrebbe
ragionato Veturia per dissuadere Coriolano dal devastare la patria, o
Annibale per esortare i suoi soldati a venire a depredar il paese delle
uve e degli aranci. Io, che di studj non mi son più impacciato,
qualunque volta ora m'occorre di parlare per interessi miei o del nostro
Comune, nel mio studio o nel convocato, credi mi manchino in bocca le
parole? o che commetta nello scrivere que' peccatacci da staffile? o che
il mio scrivere sappia di ribollito? Ma qui conosco la materia che ho
fra le mani; possiedo a fondo questi affari; mi formo in capo un'idea
chiara di quello che ho ad esporre. E però ti confesso ingenuamente e,
se non senza rossore, almeno senza rimorsi, che di quanto imparai con
tanta fatica in otto anni di scuola, se togli il leggere e lo scrivere,
mi son dimenticato di tutto, nè m'è fin qua accaduta occasione dove io
mi compiangessi d'avere disimparato. E tu, che n'hai tu ritratto?
[Illustrazione: .... ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e
rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza
d'allora.... (_Pag. 103_).]
— Io? (gli rispondeva): Oh quanto a me, la cosa andò d'altro passo; e
dopo esser rimasto una dozzina d'anni su per le scuole abballottando
quanto te, mi dovetti rifare da capo a studiarle, come non ne avessi mai
inteso parlare, affine di impancarmi a insegnarle, e potermene buscare
pane prima, e poi dispiaceri.»
E sospiravo. Egli, mi comprese, strinsemi la mano, s'attese un poco,
indi continuò: — Ma dimmi in verità: ti ricorda che mai si curassero
que' gran maestri nostri d'ispirare onoratezza, lealtà, quel franco
obbedire che non avvilisce, quella cortesia che non fiacca l'anima?[3]
di farci conoscere il mondo fra il quale dovevamo vivere un giorno?
d'insegnarmi quel che è l'uomo, donde viene, ove va? come è veramente
questo garbuglio della società? e che non si trova bene se non a far il
bene? Or senza di ciò, cos'è ella, se quando si passa alla educazione
sociale, devesi, per lo meno, disfare tutta quella ricevuta nelle
scuole? Ora qui nei campi, come vedi, spendo meglio il tempo e il
denaro. Pativo di salute, e adesso non so che sia male: dallo studiar me
stesso e quei pochi che mi son d'attorno, parmi ritrarre assai più che
dalla conoscenza degli eroi di Cornelio e di Plutarco. L'accordi?»
Di questo e d'altro discorrendo, ci eramo rivolti verso casa, dove
c'invitavano le squille del mezzogiorno, e mentre approvavo il suo dire
colle riserve che dee sempre fare chi vive di lettere, senza riserve
lodavo in cuor mio i genitori di esso, che non si fossero, come
tant'altri, ostinati a voler torcere a studj liberali chi era nato per
le arti d'industria. N'avrebbero avuto un tristo legulejo, o un
letterato dappoco, o un basso aspirante a impieghi affollati, quando
così ne trassero un vero ed assennato galantuomo.
Vedendo quel gioverreccio fanciulletto correrci festivo all'incontro, —
E questo fanciullo (gli chiesi), come l'educherai tu?»
— I suo primi anni (rispose) sono commessi a persona che non potrà se
non ispargervi semi eccellenti: sua madre. Oh, le ginocchia d'una madre!
avvi pedagogica finezza che agguagli gl'insegnamenti ottenute su quelle?
Quanto sarà da me, l'educherò alla vita, alla probità, all'amor de' suoi
simili. L'abitare in campagna mi agevola il modo di farlo trovare più
spesso con coloro ai quali potrà giovare, che non con quelli da cui egli
aspetti giovamento e puntelli: e di fare che nessun'altra ambizione in
lui si sviluppi, se non quella della bontà che fece nominare mio padre e
mio nonno. L'istruzione poi non gli costi una lacrima. Quando saprà
leggere, scrivere, far di conto, parlar la lingua della nostra nazione,
imparerà le altre che sempre giovano; imparerà le matematiche, la fisica
e quelle cognizioni che tornano utili in qualunque stato, finchè potrà
da se determinarsi ad una via, per la quale lo dirigerà un'educazione
speciale. Ma ti dico il cuore, non ho premura di metterlo sotto maestri,
perchè mi pare che i primi anni sono da abbandonare allo sviluppo del
corpo, senza la cui sanità, che può mai una mente colta? Imparerà poi,
non ne temo, imparerà di voglia in un anno quello che avrebbe appena in
tre imparato con noja. Intanto il tempo che egli passa fra noi non lo
credo perduto.»
E di questo m'ebbi a convincere per alcune sensate risposte che il
fanciulletto fece a domande, postegli da me innanzi come a caso.
Entrati nel salotto, noi discorrevamo ancora, quando fummo interrotti da
un canto semplice, affettuoso, di voci infantili. Erano i due
fanciulletti, che sopra un'aria popolare modulavano una canzonetta,
composta da una loro amica, e diceva così:
Da chi nacqui? e il nutrimento
Chi mi diede pargoletto?
Fu la mamma. Oh quanto affetto
Alla mamma porterò!
Chi mi fa carezze e baci?
Chi mi stringe sul suo cuore?
È la mamma. Oh quanto amore
Alla mamma sempre avrò!
Chi per me tanto s'affanna?
Chi per me veglia e lavora?
È la mamma. Quanto ognora
Grato, o mamma a te sarò!
Chi sospesa sta fra il sonno,
Ed accorre al pianto mio?
È la mamma. Oh un giorno anch'io
Il tuo pianto asciugherò!
Quand'io grande sarò fatto,
Tu dagli anni indebolita
Già sarai; ma a te la vita,
Cara mamma, io sosterrò.
Non fia mai che in abbandono
Io ti lasci e a te sia ingrato;
E così d'essere amato
Dal mio Dio meriterò.
Intenerito sin al fondo dell'anima, io baciai con immenso affetto quei
due bambini, invidiando i genitori, nel cui amore crescono alla
benevolenza fraterna.
In tale compagnia ben puoi credere che il minor piacere furono le
vivande, imbanditeci dalla buona nonna, la quale esultava nel ridirmi
come fossero frutti, questo della sua bassa corte, quello del suo orto,
ma il cui condimento più squisito erano gl'ingenui ragionamenti e gli
atti di schietta bontà.
Avevo, tra il desinare, osservato che il fanciullo riponeva una parte di
sua pietanza, senza che i genitori mostrassero farvi mente. Poi quando
si fu allo sparecchio, egli si levò; susurrò non sapevo che cosa
all'orecchio della madre; ond'ella — Se il signore lo permette, va
pure.» E come io glielo consentii, involse nel tovagliuolo quel che
aveva risparmiato del suo mangiare, e andossene saltellando.
— Ove va?» chiesi io alla madre. «Forse ai trastulli? ad una merendina
coi camerata?»
— Non già» mi rispos'ella. «Abbiamo qui d'accanto una povera vedova
inferma, per la quale esso avanza ogni dì alcuna cosa del suo piatto, e
ogni sabato il vino.»
Ed ecco fra poco egli ritornò tutto gajo, tutto vivace, come un angelo
che riporta al cielo l'anima, stata commessa alla sua tutela nel
pellegrinaggio della vita.
Io sentiva di diventar migliore fra tanta bontà abbracciai l'amico, e —
Te beato! ma lo meriti.»
Se quella fu una delle liete giornate, non me lo domandare. Ed ho voluto
serbarne memoria, e mandartela, perchè tu la riponga fra le altre che
conserviamo a vicenda delle semplici avventure, il cui ricordo ci
consoli in anni più tardi e forse più desolati. Al leggere questa, ti
correrà per avventura al labbro la domanda, se io trovai solamente dei
buoni? Oh se de' cattivi ho pur trovato! e tanti, e tali, che qualche
volta, nell'amarezza dell'anima mia, discredetti la bontà dell'uomo, e
correvo ad esclamare, — No! l'uomo è veramente la peggior fattura del
Creatore; superbo insieme e vigliacco, raggirato e fraudolento,
invidioso e calunniatore, razza d'odio, d'egoismo, di perfidia».
Se non che allora io mi richiamava a mente le tante anime benefiche,
amorevoli, sante, scontrate sul cammino di mia vita, e la bestemmia
convertivasi in inno al Creatore, di cui tutte le opere sono buone. Di
questo ben ti posso accertare, che i cattivi non gli ho trovati mai fra
coloro che stavano lungi dalle irrequiete ambizioni, dagli avidi
interessi, dalle arroganti vanità; mai fra i poveri, fra i laboriosi;
mai fra coloro che patiscono.
Dunque benedetto Iddio nella povertà, benedetto nella sventura!
Al soggetto della precedente novella si riferisce il seguente brano d'un
lungo lavoro sull'educazione.
LA MADRE
.... Deh, che non ho io potente ispirazione quanta basti a dipingere una
madre quale la conobbi e la conosco?
Ai bambini suoi non soffrì che un seno venale porgesse il primo
nutrimento; gelosa che una mercenaria vigilanza non dovesse usurpare
qualche parte della tenerezza materna e dell'amor figliale. E perchè io
l'ammirava del suo abbandonare, così giovane, così bella, gli spassi e
le pompe del mondo, per badare al suo lattante, — Non fu nulla più che
il mio dovere,» mi rispondeva con semplicità. «La natura mi avvisò del
voler suo col colmarmi il seno e colle malattie che, altrimenti, mi
potrebbero sopravvenire, quand'anche poi fosse vero che costasse noje
l'adempiere le intenzioni della provvidenza, e il nutrire da noi stesse
quella vita che noi abbiamo data, oh quanti compensi non le
alleggeriscono! Quante dolcezze! Può trovare la donna diporto migliore
che l'osservare la tenera innocente gioja del suo bambino? v'ha gusti
preferibili alle sue carezze? o musiche più soavi che il primo suo
cianciugliare? o fantasie più lusinghevoli che le speranze che danzano
alla culla d'un fantolino? Le tenerezze che insieme prodighiamo al
frutto del nostro amore crescono il reciproco affetto e la stima fra me
e lo sposo, riempiono que' momenti di vacuo che lascia l'amore anche più
sentito. I figlioletti già cresciuti s'adunano intorno al nuovo
fratellino con sollecita cura, avvezzandosi, già così piccini, ad
avvincersi un l'altro col legame del benefizio, de' reciproci bisogni e
sussidj, e aprendo il cuore a quell'amicizia franca e sincera che,
crescendo cogli anni, sarà loro di tanto ristoro ne' casi avversi e che,
mostrandoli buoni fratelli, sarà alla società un pegno come essi
riusciranno pure buoni cittadini[4]. E poi, e poi, — oh voi non sapete
tutte le tempeste che passano qui, dentro il cuore d'un donna. E allora,
oh allora, stringersi al seno un suo bambolino, è il sorriso dell'angelo
che calma ogni procella, che sostenta e raddoppia la virtù.»
Non la vidi mai, questa buona madre, indispettirsi pel tafferuglio de'
suoi pargoletti, pel disordine chiassoso dei loro trastulli! anzi li
guarda come altrettante prove dello sviluppo progressivo di loro forze,
un elemento di quella età così vitale: e tanto le parrebbe strano
l'esigere dal bimbo la tranquillità matura, come il cercare in un
vecchio l'irrequieta agitazione del fanciullo. Contenta dunque di
dirigere e vegliare questa vivacità, ben si guarda dal comprimerla
coll'insistenza di uggiosi rimproveri, nè coi gravi precetti, i quali
fomentano l'ipocrisia, come tutto ciò che contrasta all'ordine della
natura.
Conformandosi dunque a ciò che conviene a ciascuna età, rimuove i
pericoli, ma più la paura de' pericoli; reprime gli eccessi, abitua a
vita frugale e, se non disagiata, non dilicata però, e quale torna bene
a rinforzar la costituzione, a prevenire i tanti mali cagionati dalla
mollezza, a rendere più libero perchè con minori bisogni. L'ho sovente
sorpresa mentre pigliava parte ai giocherelli de' suoi bambini collo
spasso dell'innocenza, a guidarli col proprio esempio a fruttuosi
trastulli, come a educare un par di tortore, nutrire un canarino,
coltivar fiori, seminare un quadro del giardino, piantare ed innestare
un albero che crescerà con essi; arte eccellente, ella diceva, per
avvezzarli a non pretendere domani il frutto della fatica d'oggi, ad
avere pazienza nell'aspettare il meglio.
Tanto maggior cura essa pone a formar l'intelletto ed il carattere di
que' suoi bambini, in ognun de' quali non vede un balocco de' genitori,
ma rispetta un membro della società, destinato a divenire cittadino,
sposo, padre, magistrato; a camminare, per la via delle prove, ad una
sublime destinazione. Sarà illustre od oscuro? sarà tra i felici o tra
gli sventurati? Questo, ella dice, sta nelle mani della provvidenza:
dover mio è formarne un galantuomo.
Conseguentemente si farebbe coscienza di dire ai figlioletti la più
leggiera, la più innocente bugia, se bugia e innocente possono mai
concordarsi. Chi sa se quell'errore non possa diventar seme di torti
giudizj nella ricerca del vero, nella pratica della vita? Bisognoso di
tutto sapere, il fanciullo vorrebbe saper tutto; ma incapace insieme di
apprendere per sè quanto vorrebbe, è agitato da un'insaziabile
curiosità, è pieno di memoria quanto scarso di raziocinio; e ne' primi
cinque anni impara, chi ben vi guardi, più di quello che imparerà poi in
tutta la vita. Uopo è dunque coltivarne molto la memoria[5], sobriamente
il giudizio. Quante volte io mi trattenni con diletto e con frutto a
udir la madre di cui parlo appagare le domande de' suoi bambini in modi
semplici, piani; osservare con loro, far da idea germogliare idea;
sollecitarne i giudizi, cui applaudire poi se conformi al retto senso,
raddrizzare se difettivi; interrogare precisamente, rispondere, ma
lasciando pur sempre alcuna cosa a desiderare, per aver sempre alcuna
cosa da insegnare! Quel bisogno di conoscer la verità sa essa dirigere
in modo che, senza soverchiamente stancarli colle discussioni, ne
eserciti quanto basti il buon giudizio, qualità essenziale in qualunque
stato, in qualunque occorrenza della vita. La curiosità portò più d'una
volta quei cari fanciulli a questioni che li toccano ben da vicino, ma
che non è opportuno il soddisfare[6]. Ben si guarda essa però dal
rinviarle con ciance, nelle quali il fanciullo, che riflette più di quel
che crediamo, ravvisa la bugia, e quindi è stimolato a cercare il vero
di cui gli si fa mistero. Semplicemente ella risponde: — Queste le sono
cose che tu non potresti ora intendere, e le capirai quando, cresciuto,
profitterai negli studj»[7]. Il fanciullo, pago d'una soddisfazione
datagli da colei che ama e stima, ritorna a' balocchi suoi, alle sue
occupazioni, portandovi inoltre il desiderio di crescere e di profittar
negli studj, per esser in grado di scoprire queste verità bramate.
Quanto però è meglio un uom dabbene che un uomo d'ingegno, tanto più
importa il coltivare il cuore che l'intelletto. E chi a ciò più
opportuno della madre, la quale, sin dai primi momenti avendo avuto
sott'occhio il proprio pargoletto, ne conosce il carattere, e sa quindi
eccitarne le virtù che più proprie gli sono, ovviare i vizj a cui lo
vede inclinare? Quella di cui io parlo, intenta a conoscere le
gradazioni del carattere di ciascun suo figliuolo, non lasciasi entrare
la pretensione di cangiarlo, il che suole e non riuscire e far perdere,
nel carattere fittizio, tutti i vantaggi del naturale; atteso che
nessuno rappresenta bene un personaggio se non è il suo proprio. Col
contradire ai gusti, nel che alcuni genitori sembrano riporre la teorica
di tutta l'educazione, a qual cosa si riesce se non a stancare e sviar
il genio, porre ostacoli all'ingegno e all'attività, fare d'uno che
poteva elevarsi grande, un mediocre al più?
Per dare poi a conoscere al fanciullo i suoi doveri, in ogni azione essa
lo abitua a ragionare del perchè, delle convenienze con sè, con altrui,
singolarmente poi coi precetti del supremo legislatore. L'idea di Dio
viene associata a tutta la vita; naturata, direi quasi, col cuore e
collo spirito in modo da non abbandonar più quell'uomo. L'ho intesa
alcune volte, allorchè la sera aduna attorno a sè i suoi bambini per
sollevare la preghiera a quel Padre che è ne' cieli. Già qualche
discorso precedente, o lo spettacolo additato del firmamento, o il
ricordo d'una bella azione dispose que' teneri cuori ad innalzarsi al
sommo vero, al sommo bello. La preghiera è breve, è semplice, è tutta
unzione, aumentandone l'effetto la pietà, di cui si mostra compresa la
madre; ma in quella preghiera non manca mai una commemorazione delle
persone più care, dei cari estinti, dei cari lontani e della cara
patria; dei sofferenti, dei poveri, che sono i fratelli prediletti di
Cristo. Oh! queste prime idee, questi primi religiosi sentimenti possono
ben essere repressi dal frastuono del mondo, dal cozzo delle passioni,
dal viluppo degli interessi, dall'ebbrezza della fortuna, ma svelti non
mai. E traverso alle vicende della vita, e nei momenti della sventura, e
quando l'anima trova necessario il rientrare in sè stessa, parlano
altamente, affidano il buono alla virtù, risvegliano i rimorsi nel
traviato.
Sui primi momenti ch'io la conosceva, volli sfoggiare alquanto della
presunzione che ispirano la lettura e il crederci di sapere; e le
ragionai sulla poca convenienza del parlar di Dio a fanciulli teneri
ancora, i quali non possono formarsi se non un'idea materiale dell'esser
suo, falsa ed incompleta de' suoi attributi. — Non fo questo» mi rispose
ella: «a' miei bambini insegno amar Dio più che a conoscerlo; e a farlo
amare serve ogni cosa che hanno intorno; serve il dono della vita ch'ei
diede, ch'ei conserva loro; serve la tenerezza dei parenti. Quando amino
Dio, sono ben certa che potrò senza errori guidarli facilmente a
conoscerlo.» E poichè io voleva rinfiancar il mio sentimento con
quell'appoggio, che non manca neppure alle più assurde dottrine,
l'autorità, e parlavo dell'_Emilio_, e ne citavo qualche passo, ella
tolse d'in su la tavola un libriccino dove suol notare quel che più la
tocca nelle letture, e mi additò queste parole di un autore, come diceva
essa, amicissimo degli uomini, e perciò degno d'essere amato. — Sono i
casi personali di nostra infanzia, accompagnati dalle materne lezioni,
che più profondamente si scolpiscono nella memoria, perchè penetrano
fino nel nostro cuore; son le lezioni delle madri che danno tanto vigore
alle nostre operazioni religiose durante tutta la vita. Istillate col
latte, si perfezionano colla nostra ragione; e dopo aver giovato intorno
alla cuna nell'età dell'innocenza, ci sostengono nell'età delle
passioni. Per ciò vorrei che il sentimento della divinità, innato
nell'uomo, vi fosse sviluppato prima non da un precettore, ma da una
madre. Il Dio d'una madre è sempre indulgente e buono come quello della
natura: un precettore insegna, una madre fa amare. E vorrei che questa
porgesse le sue lezioni non in una città, ma alla campagna, non in una
chiesa, ma sotto la volta del cielo, non sopra libri, ma sopra i fiori e
i frutti»[8].
Mal s'apporrebbe chi in una madre tale temesse quella austerità, che
nasce dall'intolleranza e dall'aspirare alla perfezione, e che il vulgo
crede propria della virtù, mentre invece è miserabile retaggio di chi
vuole affettarne le apparenze. Reprime ella i vizj, compatisce ai
difetti; sa che la perfezione non è dell'uomo, meno ancora del
fanciullo. In quell'età, che il simulare è affatto ignoto, agevole
riesce a tutti, tanto più ad una madre, il conoscere al vero le torte
inclinazioni de' bambini; quindi prontezza ad accorrere al rimedio, con
fermezza disposta a rompere i capricci del fanciullo, senza neppur
lasciargli balenare la possibilità che l'ostinazione soggioghi il
materno volere, fondato sulla giustizia. Ai castighi ricorre tardi e
pacatamente: non la tema della punizione, ma sì l'amore della virtù deve
formar l'uomo onesto. Questo solo potrà perfezionare l'educazione,
mentre l'altro rende pusillanime, simulato, irrita e scoraggia, e lascia
senza freno il giovane, non sì tosto uscì di soggezione.
Un punto però dove la sua austerità è irremovibile si è la veracità. Il
suo trattare franco ed aperto coi figliuoli gli avvezza a considerarla
come una confidente, un'amica, agevolandole così il modo di dar loro de'
consigli: ad un fallo confessato mai non manca il perdono, come non
manca mai il castigo ad una menzogna. Il castigo, l'ammonizione però non
recano mai sembiante di escandescenza, di rabbia; è la ragione che
illumina, è l'amicizia che persuade. Il secreto vi presiede sempre,
sollecita troppo di non abituare il fanciullo allo svergognamento, col
vituperarlo in faccia ai parenti, ai visitanti. Una parola di
disapprovazione, un escludere il tristanzuolo dall'ascoltare un
racconto, un collocarlo ad un deschetto apparato, sono castighi che a
lei pajono più opportuni che non il negare l'abitino nuovo, od il privar
d'un lacchezzo: questi possono essere fomenti dell'ambizione e della
leccornia; quelli stimolano l'onore, e riescono all'effetto, perchè la
madre è amata, è stimata. Applicato il castigo, la madre è la prima a
dimenticarlo: troppo premendole d'accorciare que' momenti terribili per
un ragazzo, in cui sono sospese le amorose cure materne.
Le prime amicizie, così candide e verginali, eppure così strette e
decisive dell'avvenire, sono attentamente invigilate da essa; sebbene il
tenore di sua educazione ha fatto sì che ciascun de' suoi figliuoli
prescegliesse per amici quelli che la natura stessa esibì, voglio dire i
fratelli, coi quali si hanno comuni gli affetti, i desiderj, le
speranze, le vicende. O madri, o madri, stringete, rassodate al più
possibile questi domestici affetti, chè come la famiglia è il nocciolo
della politica convenienza, così le casalinghe affezioni sono la fonte e
il suggello delle cittadine virtù. Ma per questo è duopo sbandir le
predilezioni, stabilire una perfetta uguaglianza, sulla quale soltanto
può fondarsi il reciproco amore, uno studio reciproco di meritare la
tenerezza de' genitori, un coraggio ad operare di conserva. Sciagurata
quella che predilige uno dei figliuoli; che a quell'uno perdona ogni
cosa, ogni cosa concede, a differenza e scapito degli altri! Gli altri
nel cucco della mamma non vedono che un emulo; il malavvezzo già
fantastica una distinzione indipendente dai meriti, una ingiustizia che
giova; e così finisce odiato dagli altri, vano, capricioso, indolente,
presuntuoso, ostinato, e quindi infallibilmente infelice.
«Non è forse,» riflette bene il Tommaseo[9], «non è forse uffizio al
mondo più delicato e più difficile dell'educazione del cuore di una
donna. Chiunque per istinto e per obbligo vi si accinge, dovrebbe
tremare di sè stesso; e, considerando la buona riuscita come un vero
miracolo, non la sperare che da Dio. Per ben educare una donna,
converrebbe poter comandare a tutte quelle circostanze che possono
operare sull'animo di lei, molle a riceverle, e a conservarle tenace;
circostanze innumerabili, non previsibili, minutissime e sempre varie.
Chi giungerà a calcolare gli effetti che una parola, uno sguardo, un
cenno, una conseguenza, un'abitudine posson fare sull'animo femminile?
Egli è un piccolo mondo, dove le lontane e menome cagioni, in modo
invisibile concatenate, producono sempre nuovi effetti, come gli
elementi stessi, in varia proporzione uniti, diventano o l'aria
animatrice del fiore nascente, o l'acqua che scende con impeto a
corromperne la bellezza.
Non domandatemi dunque se la madre ond'io parlo abbia un solo momento
affidata altrui una cura sì dilicata, ove il minimo errore può
trascinare il disordine e il disonore su chi trascurò di prevenirlo; se,
buona, ella stessa e d'incolpato esempio, e quindi sempre consentanea
con sè stessa, sappia coll'esperienza propria avvertire le sue
fanciullette dei lacciuoli preparati al sesso, che noi chiamiamo debole
per discolparlo in anticipazione del suo soccombere; avvertirle, dico,
con quel modo che solo in mano delle imprudenti può divenire un
pericolo, può sfiorare la squisitezza del pudore mentre intende a
conservarla; e come le passioni più sfrenate e ribalde nascano sovente
da nulla più che da un impeto d'immaginazione, dall'amor delle inezie,
dalla prurigine di piacere e di primeggiare; se attenda ai discorsi
degli estranei e dei domestici, alle confidenze dell'amicizia; se
calcoli sull'impressione che fanno nel giovine cuore la novità, lo
spettacolo. Ai teatri non conduce mai nè maschi nè bambine, non perchè
essa creda il teatro cattivo in sè, ma lo crede cattivo nel modo che ora
si fa. E perchè io mi meravigliavo di non sentire da essa quello ch'è un
luogo comune nell'educazione materna, cioè il dipinger alle figliuole il
mondo siccome una tristizia, siccome un continuo inganno; gli uomini
come pessime creature, nei quali non possono le fanciulle trovare che
perfidi, che ingrati, che mostri. — Il così operare (mi diss'ella)
equivarrebbe al modo di chi, temendo l'indigestione, parlasse male a'
suoi figliuoli de' cibi in generale. Lasciamo là i sentimenti che
s'ispirano così alle fanciulle contro questo mondo, fra il quale son pur
destinate a vivere. Giunge l'età delle passioni: un uomo, e voglio
supporre un uomo non cattivo, avvicina l'inesperta, già da natura
inclinata a non trovar in esso che bello e bene; se veramente è persuasa
che tutti gli altri siano ribaldi, guarderà quest'uno come un'eccezione,
come un non so che di mirabile, di straordinario, una fortuna, un
privilegio donatole dal cielo: ovvie sono le conseguenze.»
Opportuno dunque le sembra, anzi che alle fanciulle ispirar paura degli
uomini, educarle a diffidar di sè stesse, pensare all'avvilimento cui
può condurle un istante solo di obliata modestia; alla poca fede che gli
uomini hanno nella femminile virtù, ed allo studio con che osservano
l'impressione che la loro presenza produce sulle donne, per trarne
partito.
Avendo ella accostumato i suoi figliuoli sin dalla prima età a tenere
cura ciascuna del proprio armadiuolo e della pulitezza degli abiti, ed
assistere alle compre, informarsi del domestico avviamento, crescono
all'amor dell'ordine, della lindura, dell'economia.
Qualora, poi, angelo di consolazione, ella scende al tugurio del
poveretto, a risparmiare alla vedova decaduta la vergogna del chiedere,
ad asciugare le malide gote dell'agonia, a ristorare di pane gli orfani
abbandonati, a mescere il vino alla sfinita nutrice, chi potrebbe altri
venirle compagno e testimonio migliore che i suoi figlioletti? _Meglio è
andare alla casa del lutto che non a quella dell'esultazione_, lo dice
la Sapienza istessa. Oh! quando que' bambini hanno veduto serenarsi una
fronte desolata; la mano della benefattrice, stretta in silenzio ed in
silenzio baciata dal ristorato poverello; sopra una pupilla ove il
pianto era inaridito ricomparire la stilla, ma simile alla pioggia sugli
arsi campi in agosto; e quell'occhio, dapprima sbattuto e nella calma
della disperazione chinato a terra volgersi ravvivato al cielo,
benedicendolo d'aver eletta la donna a ministra di sua bontà; quando ciò
avranno veduto, che altro non sarà di mestieri per infondere nei loro
teneri cuori la soavità dell'amore, la dolcezza della generosità, il
desiderare le incomparabili gioje del consolare altrui?
«Sa abbastanza quella donna che sa contare le camicie di suo marito.» È
un pezzo che tali massime sono invecchiate, e si è compreso quanto giovi
che la donna sia colta, sì per occupare viepiù e contentare di sè lo
sposo, sì per dirigere l'istruzione de' proprj bambini, e non arrossire
in faccia ad essi. Quella di cui io ragiono, educata sufficientemente in
sua casa, ma più educatasi da sè stessa, è la maestra unica de'
fanciulli sinchè piccini; ne è la direttrice quando deve pure
sottometterli a maestri. E qui conviene che confessi d'aver per lei
sentito più che mai un vuoto nella nostra letteratura. Perchè, richiesto
più volte a suggerirle libri adatti alla tenera età, libri di morale
sana e di facile intelligenza, che piacessero all'intelletto e
migliorassero il cuore di fanciulli, di giovinette, pur troppo a stento
ne trovava, e tanto meno in quei che si professano scritti per la
gioventù[10]; pur troppo in quei pochi che mi parevano da ciò, essa, che
non darebbe mai un libro a' suoi figliuoli senza averlo dapprima
scrutinato, ritrovava in abbondanza cose superiori alla capacità, o
vane, o storte. La letteratura italiana ha altro a fare che occuparsi di
preparare al bene coloro che per altre vie adempiranno le speranze,
ch'ella forse sa seminare, ma non condurre a maturanza.
L'associare ai giuochi l'istruzione è sua pratica[11]; giocando insegnò
loro a leggere, a numerare, le prime linee del disegno, i primi passi
della geografia. Veramente a poco più in là si spinge l'istruzione
ch'essa fu in grado di dare da sè ai suoi figliuoli, nel che vi prego, o
colte signore, a non volerla troppo agevolmente disistimare.
Ella si agevola anche la fatica col fare che i suoi bambini
s'istruiscano uno con l'altro, i maggiorelli insegnino ai minori,
saldando così meglio nei primi le cognizioni acquistate, giovando a'
secondi col dar loro maestri, i quali conoscano quel linguaggio più
opportuno all'età puerile, che nell'ingrandire si disimpara; in fine
collegando gli uni cogli altri per via del benefizio e dell'utile
reciproco. Que' figlioletti, non avendo migliori amici che i proprj
fratelli, miglior confidente che la madre, potrebbero crescere
altrimenti che a dolci e retti sentimenti? E perchè si amano, essi sono
tutta cura di evitare ciascuno quel che possa all'altro dispiacere, e la
docilità nasce dalla tenerezza. Oh se una madre riesce a dare alla
società i suoi figliuoli buoni, quanto bene ha compita la propria
missione!
Una madre così fatta, perchè non poss'io nominarla all'ammirazione de'
suoi concittadini?
Sebbene... no, è inutile: il mondo non bada, non applaude che alle virtù
rumorose, quand'anche tornino a suo disastro: le tranquille ed utili
devono crescere inosservate; lontane da ogni ricerca di trionfo, paghe
di sè e d'un Dio che vede e ricompensa. Il mondo ha dato un nome ai
torrenti e ai fiumi, che in loro pena recano il guasto alle fertili
campagne e alle popolose borgate: ignora il ruscelletto che lambisce ed
educa i fiori sul suo margine, e diffonde sui prati la fertilità e la
vita. Tutt'altro che la donna politica, tutt'altro che la donna libera
de' filosofi, che la donna emancipata di coloro che vogliono assocciarla
alla sovranità maschile per farle perdere l'impero che ora possiede, la
donna ch'io dico è signora soltanto nel sacrario domestico; il marito la
onora quanto la ama, la consulta ne' casi difficili: i figliuoli la
guardano con amorevole sommessione; concilia pace tra i vicini; colle
limosine e le consolazioni sparge avvisi salutari, da pochi è
conosciuta, da pochissimi nominata. Ma fortunati i figliuoli che
incontrano una madre tale, degna che le cure sue vengano benedette dalla
provvidenza, senza di cui qualunque fatica dell'uomo è nulla. In verità
io vi dico che una nazione dove sieno frequenti tali madri, non è bene
che non possa promettere a sè stessa. Ma perchè dunque la società nulla
adopera per formarne? dirò di più, perchè adopera ogni modo a formarle
affatto differenti?
CONFORTI D'UN VECCHIO AI VECCHI
«Per corta che sia la vita, la è sempre lunga abbastanza purchè buona e
onesta.» Così filosofava Cicerone: ma fra i vecchi saranno sempre il
maggior numero quelli che esclameranno umanamente col vecchio Goethe:
«Amabile vita, dolce e cara abitudine d'esistere e di operare, dovrò
rinunziarti?»
Mentre è di moda affettarsi già logori a 20 anni, sazj dei godimenti,
disingannati dagli affetti, spogli delle illusioni: allorchè si
avvicinano i 50 anni, tutti vorremo ricominciare, o almeno allungare il
tempo tanto più, quanto più si sente che «giunta in sul pendio precipita
l'età.»
Ebbene, consoliamoci al pensare che il nostro corso non è finito; che
restiamo ancora in capitale d'alquanto di vita avvenire. «Quando uno ha
40 in 50 anni, faccia conto d'essere a mezzo del suo cammino.» Lo diceva
il famoso longevo veneziano Luigi Cornaro; lo ripeterono Buffon e
Haller; lo sostenne testè con raziocinj e con argomenti il signor
Fleurens, segretario dell'Accademia delle Scienze di Parigi, in un
curioso, se non profondo libro, _Della longevità umana e della quantità
di vita sul globo_ (Paris 1855), «Son quindici anni (dic'egli) ch'io
continuo ricerche sulla legge filosofica della durata della vita
dell'uomo e in alcuni animali domestici, e la risultanza più precisa è,
che normalmente essa va ad un secolo.»
Così fosse! ma per intenderci bisogna distinguere la vita media, la vita
ordinaria, la naturale, la straordinaria.
La durata media della vita si ottiene (chi nol sa?) sommando gli anni di
molti individui, e dividendo la somma pel numero di questi; sicchè vi
vanno comprese tutte le malattie, tutte le accidentalità.
Benoiston de Chateauneuf per 14 anni calcolò la durata della vita sopra
14 milioni di persone, morte fra le rive del Mediterraneo e il mar
Glaciale; e trascurando l'infanzia, in cui ne perisce il maggior numero,
trovò che, ogni cento persone, più di 44 giungono a 30 anni; dai 30 anni
ai 60 se ne perde un poco meno della metà: a 70 anni trovò ridotti a un
terzo quelli che avevano tocco i 30; un decimo agli 80; ai 90 ne restava
appena uno ogni 63.
Prendendo tutti i nati, anche quelli che respirarono un solo istante, si
riconosce la vita media di 39 anni e 8 mesi: era di 28 anni e 9 mesi
all'uscire del secolo passato: di 26 nel 600; di 17 nel 1400, chi voglia
fidarsi delle statistiche: i legislatori romani, sopra il ruolo di
popolazione tenuto per mille anni da Servio Tullio fin a Giustiniano,
stabilirono la durata media a 30 anni.
Le probabilità del vivere sono dunque di 39 anni e 8 mesi pel bambino;
ma crescono rapidamente: e a quattro anni già arrivano a 49 anni e 4
mesi: poi decrescono: ai venti sono di 40 e 3 mesi: ai trenta di 34 e un
mese; ai quaranta di 27 e mezzo; ai cinquanta di 20 e 5 mesi; ai
sessanta di 14 e 3 mesi; chi ha settant'anni può sperarne ancora 8 e 8
mesi; chi ottanta, 4 anni e 8 mesi; chi novanta, 21 mesi.
A ciò riescono i calcoli del Deparcieux, sopra i quali si stabiliscono i
contratti vitalizj e le tontine. Cosa mortificante il doverci riportare
ai computi dei Belgi e dei Francesi; perocchè non possediamo nessuno
studio siffatto in Italia, benchè non pochi si ostentino cultori della
statistica e, ciò che farebbe più al caso, della statistica medica.
Eppure tale studio sarebbe più desiderabile, perchè varia la durata
secondo i paesi, e mentre la media in Inghilterra supera i 38 anni, in
Francia sta ai 30, a Napoli a 31 anno e 7 mesi, in Sassonia appena a 29.
La varietà sentesi ben maggiore quanto ai longevi, e mentre in Francia,
sopra mille nati, 364 toccano i 60 anni, soli 272 nel Belgio e 91 a
Vienna, ove poi soli 14 giungono agli 80, mentre in Inghilterra vi
giungono 74, in Francia 80. Quei che compiono i 60 anni, per lo più
raggiungono i 65, e in generale vi ha un centenario ogni diecimila nati.
Fu poc'anzi pubblicata, in superba edizione, la statistica della
Francia, e ne raccogliamo, per ciò che concerne il nostro argomento, che
sopra i 35,783,170 abitanti di quello Stato si hanno:
Uomini Donne In tutto
fino ai 25 anni 8,316,651 8,195,052 16,511,703
dai 25 ai 55 anni 7,265,630 7,208,780 14,474,410
dopo i 56 anni 2,194,731 2,572,683 4,767,414
d'età non provata 17,952 11,691 29,643
Dal che risulta che, di 100 persone, 46 appartengono all'età
dell'incremento: 41 all'adulta: 13 al decremento, al quale meno di un
settimo della popolazione arriverebbe.
Fra questi le femmine stanno agli uomini come 14,30 a 12,33; e in
generale la vita media delle donne è alquanto più protratta da per
tutto, ma sono di più i maschi che raggiungono età straordinarie.
Secondo il censo della popolazione della Gran Bretagna nel 1851, dei 21
milioni d'abitanti del regno unito, mezzo milione oltrepassarono i
sessant'anni; più di 129,000 raggiunsero gli ottanta: circa diecimila di
novanta: 319 passarono i cento.
La longevità dei patriarchi appartiene al miracolo: nè qui è il luogo
d'esporre i sistemi con cui vuolsi ragionarla o spiegarla. Certo dopo
Abramo, vissuto 175 anni, entriamo in vite più normali; Giacobbe ha 145
anni, Sara 127; Mosè 120; Giosuè 110 anni, poi Eliseo 100; 90 Elia,
Antioco Epifane compare con 149 anni, ma sull'età di questo straniero
può revocarsi in dubbio la fede del libro dei Macabei.
Molti illustri greci vissero assai: Epimenide di Creta 153 anni, Gorgia
Leontino 107, Democrito 109, Xenofilo musicante 105, Isocrate retore e
Zenone stoico quasi un secolo, come il panteista Xenofane, e Apollonio
Tianeo taumaturgo, e Terenzio Varrone storico a Roma e quivi.
Ctesibio avea 124 anni quando passeggiando morì: 103 la Terenzia di
Cicerone: 115 Claudia moglie di Ofilio; di 100 l'attrice Luceja recitò:
di 104 Galeria Copiola salì la scena per la guarigione d'Augusto, 91
anno dopo la prima comparsa.
Nel censimento fatto sotto Claudio imperatore, un tal Fullonio di
Bologna attestò d'avere 130 anni; e in quello sotto Vespasiano si
trovarono a Parma tre uomini di 120 anni, uno di 130: a Piacenza uno di
150, uno di 131, quattro di 120, sei di 110; e nella Gallia Cisalpina,
cioè fra l'Appennino e il Po, cinquantaquattro di 100, due di 125,
quattro di 130 o 137, tre di 140; a Faenza una donna di 132, a Rimini un
Marco Aponio di 150.
È bizzarro; ma il vediamo tuttodì, come campino a lungo i guerrieri, e
l'antichità abbonda d'esempi; Perpenna giunse ai 98 anni, Valerio
Corvino ai 100, e ne corsero 49 fra il primo e il secondo suo consolato.
Ognuno ricorda la longevità degli eremiti del medioevo, in mezzo alle
astinenze, ma con quella calma che tutto rimette al Signor Iddio.
Chi crollasse il capo sopra i numeri antichi, gli ricorderemo che il
celebre medico e filosofo Haller raccolse copiosi esempj di vite
diuturne, e ne conta più di mille di là dai 110 anni; sessanta dai 110
ai 120: ventinove dai 120 ai 130: quindici dai 130 ai 140: sei dai 140
ai 150: uno di 169. Tommaso Giannotti Rangoni nel 1550 dedicò a Giulio
III un'opera _Dell'allungar la vita oltre i 120 anni_, dove molti
annovera che a quell'età pervennero, fra quali san Romualdo anacoreta
ravegnano; l'autore non ne visse che 84, Lejuncourt fece una _Gallerie
de Centenaires_, poco esatta come sogliono essere tali compilazioni
sistematiche, dando la vita di 120 persone che oltrepassarono i 120
anni.
Harvey il famoso scopritore o divulgatore della circolazione del sangue,
attesta che Carlo II re d'Inghilterra nel 1635 chiamò a sè Tommaso
Parre, povero paesano di Alberbury, ch'era nato nel 1483, e aveva veduto
dieci re. Venuto, mangiò più del solito, e morì: morì dunque di malattia
accidentale a 152 anni, e l'autopsia mostrò sani tutti i suoi visceri, e
non ossificate le cartilagini sternali.
Al 19 gennajo 1710 moriva nella diocesi di Bruges il contadino Giovanni
Mansard di 110 anni: aveva avuto dieci mogli: l'ultima sposò di 99 anni,
e due anni dopo n'ebbe un figliuolo.
Nel 1750 Carlo Czartin ungherese morì di 172 anni e poco prima di sua
moglie di 164: il loro figlio ne visse 158: Pietro Rogwin, 185: Giuseppe
Sarrington in Norvegia del 1795 moriva di 160 anni, avendo il figlio
maggiore di 105 anni, e il minore di 45: cioè potè generare per 60 anni.
Nel secolo scorso in Inghilterra morirono 49 dai 130 ai 175 anni: 4 a
138, 7 a 134, 2 a 146, 4 a 155, 1 a 159, 1 a 160, 1 a 168. 1 a 169, 1 a
175, 1338 passarono i 120.
Draper, nel recente lavoro _Duration of human life_, recava dalle
recenti statistiche inglesi, una Margherita Patten di 130, un Tommaso
Parr di 152, un Giovanni Room di 172, un Pietro Torton di 185.
Al congresso delle scienze morali a Edimburgo nel 1863 fu annunziato
che, nel secolo corrente, in Iscozia da 1800 a 2000 persone erano
campate centenarie. Nel 1862 morirono più che centenari la vedova
Villart e Neofito Metaxas arcivescovo d'Atene; una Maria Viassenga
italiana in Algeria di 103 anni, a Urrugue Manuella Suhasti di 108, un
altro dell'età stessa a Prats, nell'ospizio dove viveva un uomo di 110,
e un Pietro Merville morì di 116: tutti questi presso Bajona; a Biaritz
Maria Biella nata nel 1754, nel Calvados Maria Tesson di 107 anni, a
Pantou nelle Lande Maria Castelnau di 110, in Irlanda un contadino di
112.
Ne' conti del 1861, Madrid appare come la capitale che ha più vecchi,
contando sol fra le donne una di 116, una di 111, una di 108, due di
102, una di 101, una di 100.
Negli Stati Uniti si decretò una pensione a quei avevano combattuto
nella guerra dell'indipendenza, finita nel 1782. Or bene, nel censimento
del 1865 se ne trovarono vivi ancora 24, di cui il più giovane avea 94
anni, tre ne aveano 100, uno 112, e tra tutti sommavano a 2439 anni.
Nel 1867 a Costantinopoli moriva la sultana di 130 anni: e presso
Macerata, Santa Colombini di 109 anni. Oggi in Francia contano più di
500 persone nate prima del 1774. C'è una famiglia nel Cantone della Ferè
ove padre, madre, il suocero e una zia sommano 401 anno: e i due vecchi
presero quest'anno la licenza di caccia.
Nel febbrajo 1868 morì a Napoli un cacciatore dei Borboni di 102 anni,
padre di 20 figliuoli, uno dei quali ha 80 anni.
La Svizzera contava dieci centenarj alla fine del 1860, sur una
popolazione di 2,310,494 anime, dai 100 ai 102 anni, di cui 3 uomini e 7
donne; 547 persone dai 90 ai 100 anni, fra cui 256 uomini e 291 donne;
11,092 dagli 80 ai 90 anni, di cui 30,164 uomini e 30,598 donne, infine
738,989 dai 60 ai 70 anni, di cui 68,046 uomini e 70,943 donne. È dunque
un totale di 211,400 rappresentanti del secolo scorso, in cui predomina
per numero il sesso femminile.
E cento anni appunto sarebbero la vita completa, secondo Fleurens, il
quale si fonda sull'analogia degli altri animali, la cui durata è il
quintuplo dell'età dell'incremento, e questo è proporzionato alla
gestione, e la gestione alla grandezza del corpo. Che se non tutti vi
arrivano, si pensi che i più muojono di malattie, e pochissimi di
vecchiaja. In quel tenore artificiale di vita che l'uomo si è fatto, ove
il morale è più spesso malato che non il fisico, e il fisico malato più
spesso che non sarebbe in abitudini serene, calme, costantemente e
giudiziosamente laboriose, qual meraviglia se la sanità va scompigliata?
se una vita di timori, di rancori, di litigi, mena a morir d'amarezza?
Però la vita normale non procede tutta omogenea e seguente, come il moto
d'un oriuolo; ha le sue accelerazioni e le sue pose; le epoche organiche
e le critiche, come direbbero i Sansimoniani.
Ippocrate stabiliva i periodi della vita di 7 in 7 anni fino ai 70; di
là dei quali un filosofo ne aggiunse due altri fino agli 84, dopo di che
non se ne terrebbe più conto, come al guidatore di cocchi quando
oltrepassa la meta nel circo.
Varrone distinse la vita in cinque periodi, terminati ai 15, 30, 45, 60
e 75 anni, da essi deducendo i nomi de' _pueri_, _adolescentes_,
_juvenes_, _seniores_, _senes_.
Al censimento della Gran Bretagna testè accennato è anteposta una
relazione, dove si fissa la vita a cent'anni, divisa in 5 periodi di 20.
Il primo comprende l'infanzia e l'adolescenza: il corpo cresce, lo
spirito si forma, i costumi si regolano, s'acquistano il linguaggio e le
cognizioni e le tradizioni dell'umanità; verso la fine appajono
sentimenti generosi, la passione, l'entusiasmo; talvolta il delitto.
Il secondo è dell'età matura, avente il colmo ai 30 anni: età della
forza, della poesia, dell'invenzione, del bello; si va soldati, si
diviene operaj, si mette casa, e si ottiene il dolce nome di padre;
mentre i malvagi rompono alla passione, al delitto, alle follie più
terribili, alle malattie più perniciose.
Nel terzo ventennio, dai 40 ai 60, gli uomini diventano eminenti,
ciascuno nella propria professione: le spese sostenute per l'istruzione
recano frutto; il carattere d'uomo fatto ci procaccia confidenza:
l'esperienza come l'ingegno permettono di trattare gli interessi più
vivi della società. I figliuoli nostri son già uomini; ci crescono
attorno gli edifizj da noi fondati, gli alberi da noi piantati, le vigne
e i campi da noi dissodati; l'operajo diviene capo di fabbrica, e dirige
gli stabilimenti ove prima era apprendista: è l'età della maggiore
intelligenza, in cui si fanno le leggi, si pronunziano i giudizj, si
scrivono opere per l'immortalità.
Dai 60 agli 80 può considerarsi come il periodo della vita completa. Il
soldato lasciò per sempre il campo; l'operajo e il contadino lavorano
parcamente; passò il tempo della forza, ma a misura che la civiltà
cresce, questi uomini non vengono più rejetti, anzi espettano onori e
ricompense. Il negoziante arricchì; il manufattore diede il proprio nome
alla fabbrica; il campagnuolo coglie i frutti de' suoi miglioramenti: il
dotto, il medico, il giudice, il prete esercitano alte dignità;
l'esperienza corona l'integrità: il merito viene inchinato senza
invidia; il padrefamiglia è circondato dall'omaggio de' suoi figliuoli,
divenuti padri anch'essi. Come la vita buona allora s'attornia di
qualcosa di divino, così la malvagia merita gli epiteti che la paura e
l'orror popolare crearono per disprezzarla.
Fra gli 80 e i 100 i sensi divengono ottusi; i colori ci si sbiadiscono:
le forme, i contorni non si scorgono più nettamente: la voce umana
prende somiglianza d'un roco mormorare: il sentimento della vita, le
memorie degli anni trascorsi dileguano per sempre. Come una lampada al
mancar dell'alimento, la vita dell'uomo arde incerta e singhiozzante,
finchè si estingue.
Così lo statista inglese. Al contrario il suddetto Fleurens divide la
vita in due stadj eguali: di aumento l'una, di decremento l'altra; e
ciascuna in due altri; donde le quattro età dell'infanzia, della
gioventù, della virilità, della vecchiaja: ognuna delle quali ancora
partesi in due, essendovi una prima e una seconda infanzia, e così via.
La prima infanzia va dalla nascita ai 10 anni, la seconda o adolescenza,
dai 10 ai 20; la prima gioventù fino ai 30, la seconda ai 40: dai 40 ai
55 la prima virilità, la seconda da 55 ai 65: allora comincia la prima
vecchiaja che stendesi fino agli 85, cui segue la seconda ed estrema.
La prima infanzia è il periodo della dentizione. L'incremento delle ossa
dura fino ai 20 anni, quando si congiungono alle loro epifesi, onde si
finisce di ingrandire. Tiriamo la gioventù fino ai 40, quando il corpo
cessa di crescere in grossezza; grossezza organica io dico, non già
l'accumulamento di adipe, ch'è indipendente dall'età. Pure prosegue
ancora un lavoro interno profondo, sopra il tessuto intimo delle parti,
che le rende più sode, più compiute; e questo si fa dai 40 ai 50, e più
o meno si protrae fino ai 65 o 70.
Qui comincia la vecchiaja; ma qual è il carattere che la rivela
fisiologicamente?
Gli antichi fisiologi non aveano torto di distinguere nei nostri organi,
per dir così, due provisioni di forza: l'una in potenza, l'altra in
atto; questa adoperata, quella tenuta in riserva.
Nella gioventù abbondano le forze in riserva, e appunto la diminuzione
di queste caratterizza la vecchiaja. Fin tanto che i vecchi adoperano
soltanto le forze attive, poco si accorgono d'aver nulla perduto;
oltrepassano quel limite? eccoli stracchi, esausti; si avvedono di non
aver più la riserva soprabbondante.
L'uomo vuole anzi tutto la sanità; giacchè _Non vivere est vita, sed
valere_: dappoi una lunga vita: e giacchè desidera questi beni, giova
persuadergli che in parte dipendono da lui.
Gli antichi cercarono la longevità coll'esercizio ginnastico; nel
medioevo, cogli elisir di lunga vita, e il più insigne alchimista,
Paracelso, proponeva che lunga fosse quella soltanto che va dai 900 ai
1000 anni.
A canto ad un vecchio collocar qualche persona robusta, dalla cui
vitalità si rifornisca, fu una cura praticata da David re, e suggerita
non solo da Galeno e da Paolo d'Egina, ma fin da Boerhaave. Altri, con
crudeltà meno mascherata, proposero di trasfondere nelle vene dei vecchi
un sangue men depauperato: Bacone, il legislatore dell'esperienza,
prescriveva un composto di oro, perle, gemme, ambra, bezoar, Hufeland,
un regime abituale, secondo cui istituiva come scienza particolare la
macrobiotica. Nell'età filosofistica, ove non si credeva più a Dio,
trovarono dei creduli e Mesmer col suo tinozzo magnetico, e Cagliostro
col suo elisir di lunga vita, e il conte di Saint-Germain che si
ricordava d'aver assistito alle nozze di Cana, traversato Roncisvalle
con Carlo Magno, anzi conosciuti di vista il peloso Esaù e la rejetta
Agar.
Oggi ai farmachi non si pensa più; nulla si ripromette da specifici;
molto si crede ai metodi, e massime se questi non si ostentino con
ciarlanteria. Nè ciarlanteria sarà il dire che la prima cosa per
arrivare ben innanzi nella vecchiaja è il non averne paura.
Invecchiare senza che il fisico ne scapiti è impossibile; ma ne
vantaggia il morale, e questo è il lato bello della vecchiezza. Dicesi
che i vecchi perdono il gusto dell'occuparsi; non sarà duopo andar
lontano per trovare esempi del contrario, per rimontare a quel vecchio
imperator romano che, la notte che morì, alle sentinelle diede per
parola d'ordine, _Lavoriamo_.
Consola il leggere in Cicerone celebrati i vantaggi della vecchiaja con
sentimento vero, con abbondanza, con splendore. Luigi Cornaro, che
diceva, «La miglior medicina è la vita ordinata,» a 95 anni scriveva: —
Io son così sano, allegro e contento, che mangio con appettito, dormo
quietamente; i miei sensi son tutti nella loro bontà e perfezione:» e
godeva ancora di potere giovar alla sua Venezia, insegnandole a frenar
il mare cogli argini, e ridurre a coltivazione campagne paludose, e
fortificarsi contro i nemici.
Quant'altre belle cose potrebbero trarsi dal Lessio e da altri che
filosofarono intorno alla vecchiaja!
Al dotto Fontenelle, di 95 anni, taluno domandava quali fossero i venti
anni di sua vita che più ribramava: rispose che poche cose ribramava,
però l'età dov'era stato più felice era dai 55 ai 75 anni; a 55 anni la
fortuna è stabilita, fatta la reputazione, ottenuta la considerazione,
fisso lo stato della vita, svanite o contentate le pretensioni,
incarnati o dissipati i progetti, soddisfatte o raffreddite le passioni;
quasi compiuto l'ordito dei lavori che ciascuno deve alla società; meno
nemici, o piuttosto meno individui nocevoli, perchè il contrappeso del
merito è imposto dalla voce pubblica.
Buffon, che qualche volta irrorava l'aridità di filosofista con
assecondare il cuore, a 70 anni scriveva: — La vecchiezza è un
pregiudizio, dovuto all'aritmetica; gli animali che non san computare,
non s'accorgono d'invecchiare.» E prosegue: — Ogni giorno che io mi alzo
in buona salute, non ho il godimento di questa giornata pieno e presente
quanto il vostro? Se conformo i moti, gli appettiti, i desiderj miei ai
soli impulsi della sapiente natura, non son io savio al pari, e meglio
contento di voi? La vista del passato, che cagiona rammarico ai vecchi
insensati, non mi offre ella godimenti di reminiscenze, quadri giocondi,
immagini graziose, da valer ben più che gli oggetti di piacere? Perocchè
dolci sono tali immaginazioni; son pure; nè recano all'anima che un
soave ricordo; le irrequietudini, le amarezze, tutta la funesta coorte
che accompagna i vostri godimenti di gioventù spariscono dal quadro che
me li riproduce; sparir deve anche il repetìo, ch'è l'ultimo lancio di
quella pazza vanità che mai non invecchia.»
Dicesi che i vecchi pensano solo al presente e a sè stessi: ma quanti
invece s'affaticano a «inserir piante, di cui i nipoti corranno i
frutti!» Dicesi che mancano d'immaginativa. Se fosse anche vero, ne li
redime la ragione. — Il vecchio (dice il medico filosofo Reveillé-Paris
in un libro sulla vecchiaja che, insieme con quello di Cicerone, merita
di divenir il manuale di noi vecchi) sorride talora, ride ben di rado.
La bontà, che è la grazia della vecchiaja, trovasi spesso sotto
apparenze gravi e severe: giacchè la prima vien dal cuore, e le seconde
dall'essere fisico, ch'è indebolito. La pazienza è il privilegio della
vecchiaja. Un gran vantaggio dell'uomo che visse è il saper aspettare.
Nel vecchio ogni cosa è sottomessa alla riflessione.»
Ben detto! e in fatto lo spirito ha due moventi: l'attenzione e la
riflessione. Ne' giovani l'attenzione viva, mobile, sempre affrettata,
diffondesi su tutto; ma la riflessione difetta. Negli uomini maturi
l'attenzione e la riflessione si dan mano, donde la forza loro. Nei
vecchi l'attenzione sfugge, cresce la riflessione; il cuore umano si
ritorce sopra sè stesso, e si conosce meglio; alla freschezza, alla
grazia, allo slancio si surrogano la solidità, l'elevazione, la
ponderatezza: perdonsi le illusioni ottiche, s'acquista la verità;
s'impara a conoscere il pregio del tempo e a meno esigere dalla vita.
Ma la vecchiaja ha bisogno anch'essa di regole: e un dottore filosofo mi
detta le seguenti, ancor più filosofiche che mediche:
I. Sapere invecchiare, e saper che s'invecchia.
II. Ben conoscere sè stessi, e non pretendere dal corpo e dallo spirito
più di quel che possono dare.
III. Disporre convenientemente la vita abituale. Il corpo, non men dello
spirito, obbedisce alla legge suprema dell'abitudine. Convien dunque
conservare le abitudini che si contrassero, per quanto il comporta la
natura. L'accordo delle buone abitudini fisiche forma la salute, come
forma la felicità l'accordo delle buone abitudini morali: e i vecchi,
che fanno tutti giorni la stessa cosa, colla stessa moderazione, collo
stesso gusto, vivono sempre.
IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette
Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per
riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di
astinenza rimediano a tre giorni di disordini.
V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi,
perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.
VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che
bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina;
tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri
proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. —
Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni
fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo
consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto:
procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler
cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»
VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita.
Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di
vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di
morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con
ardire e serenità.
VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere
l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo
fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia.
Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un
paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza.
La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non
solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il
contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non
è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna
sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui
ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e
in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato
della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo
non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che
d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La
solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre
da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano
alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per
mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare
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