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La vita militare: bozzetti

by Edmondo De Amicis · Italian · Gutenberg #45647 · 846,343 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of La vita militare: bozzetti
    
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Title: La vita militare: bozzetti

Author: Edmondo De Amicis


        
Release date: May 14, 2014 [eBook #45647]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45647

Credits: Produced by Giovanni Fini, and the Online Distributed
        Proofreading Team at http://www.pgdp. net (This file was
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        Internet Archive)


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA MILITARE: BOZZETTI ***

                           LA VITA MILITARE.


                       Proprietà degli Editori.




                                  LA

                             VITA MILITARE


                               BOZZETTI

                                  DI

                           EDMONDO DE AMICIS

                       UFFIZIALE DELL'ESERCITO.

                               FIRENZE.

                        SUCCESSORI LE MONNIER.

                                 1869




                          INDICE DEL VOLUME.

  Una marcia d'estate                             Pag.   1

  L'ordinanza                                            9

  L'ufficiale di picchetto                              20

  L'ospitalità                                          29

  Una sassata                                           47

  La madre                                              61

  Il figlio del reggimento                              79

  Il coscritto                                         137

  Una marcia notturna                                  154

  Un mazzolino di fiori                                165

  Carmela                                              174

  Quel giorno                                          215

  La sentinella                                        228

  Il campo                                             239

  Il mutilato                                          258

  L'esercito italiano durante il colèra del 1867       283

  Una medaglia                                         349

  Partenza e ritorno. Ricordi del 1866                 367

  Una morte sul campo                                  422

  Il più bel giorno della vita                         443




                             A MIA MADRE

                      TERESA--BUSSETI--DE AMICIS

                          DEDICO QUESTO LIBRO

             DOLENTE DI NON POTER LEGARE IL SUO CARO NOME
                 A UN'OPERA GENTILE COME IL SUO CUORE
                       ELETTA COME LE SUE VIRTÙ
                        SANTA COME LA SUA VITA.




Tempo fa, parlando d'uno di questi bozzetti, due lettori molto facili
a commoversi hanno significato, senza volerlo, il doppio scopo che mi
sono proposto nello scrivere l'intero libro.

Un popolano disse:--«Finito di leggere, avrei stretto la mano al primo
soldato in cui mi fossi imbattuto per via.»

Un soldato disse:--«È un racconto che consola e mette un po' di buona
volontà.»

Che si voglia bene al soldato, e ch'egli faccia il soldato con cuore:
se io riuscissi a ottenere questi due effetti in qualcuno dei miei
lettori, stimerei largamente compensate le mie fatiche, e sarebbe pago
il mio desiderio più vivo e più caro.




UNA MARCIA D'ESTATE.


Era una bella giornata d'agosto; non una nuvola, non un soffio di
vento; l'aria immobile e infocata. La strada per cui il reggimento
camminava era larga diritta e lunga che non se ne vedeva la fine, e
coperta d'una polvere finissima che si sollevava a nuvoli, penetrando
negli occhi, nella bocca, sotto i panni, e imbiancando barbe e capelli.
A destra e a sinistra della strada non un albero, non un cespuglio, non
un palmo d'ombra, non una goccia d'acqua. La campagna era secca, nuda,
deserta; nelle poche case sparse qua e là, un silenzio, una quiete, che
parevano disabitate. Non si poteva fermar lo sguardo sulla via, nè sui
muri, nè sui campi, tanto vi batteva il sole. Si camminava a capo basso
e a occhi socchiusi. Insomma, una bellissima giornata d'agosto, una
pessima giornata di marcia.

Il reggimento camminava da poco più di un'ora. Malgrado quella polvere
e quel caldo soffocante, i soldati erano ancora vispi ed allegri
come al momento ch'eran partiti. Due file camminavano a destra e due
a sinistra della strada, e dall'una all'altra parte era un continuo
scoccare e incrociarsi e ricambiarsi di motti, di frizzi e di mille
voci lepide e strane; e di tratto in tratto una gran risata e un
batter clamoroso di mani, a cui seguiva sempre un:--Al posto, via, in
ordine!--che ristabiliva momentaneamente il silenzio e la quiete. A
tre, a quattro, a cinque voci assieme, si sentiva cantare qua l'allegro
stornello toscano, là la patetica romanza meridionale, più oltre la
canzone guerriera delle Alpi; ed altri smettere, ed altri cominciare,
e mille accenti e dialetti svariati succedersi e mescolarsi. La marcia
procedeva in tutto e per tutto a norma del regolamento; le file
serrate, il passo franco, gli ufficiali al posto; tutto in ordine,
tutto appuntino. Benone! E si andava, e si andava.................

Ma--oh vedete là il second'uomo della prima fila, che comincia a
perder la distanza! Adesso l'aggiusto io. Oh là! Volete serrare sì o
no?...--Ha serrato.

Altri dieci o dodici passi.--Un altro.--E dàgli! Volete marciare al
posto, sì o no?--Oh vedete come va quella coda! Corpo di.... Animo,
serriamo, laggiù; passo di corsa.--Una rapida corsa, un gran battere di
borraccie sui fianchi, un rumoroso ballar di cartucce nelle giberne,
una confusione, un polverio che tutto investe, che tutto copre.... La
coda ha serrato.--Bisogna sfiatarsi, non c'è che dire; ci vorrebbero
dei polmoni di ferro. Gli è un gran brutto marciare quest'oggi.... Un
sole che brucia il cervello.... una polvere che leva il respiro.... e
questa strada che non finisce mai... e questo cheppì.... Ci fosse un
albero almeno! un palmo d'ombra, un po' d'acqua! Ma niente.... È un
deserto questo.--

I canti che si udivano dianzi son già calati di una nota; il dialogo è
un po' meno vivo; le file un po' meno serrate. Il comandante del primo
pelottone è già alla testa della seconda squadra; il comandante del
secondo è alla coda della terza. Si vede che il reggimento è in marcia
da tre ore.

La via diritta è finita; comincia a serpeggiare. L'occhio non può
precorrere il cammino e confortarsi sui tetti di qualche lontano
villaggio, sul campanile di una chiesuola, su qualcosa che dia indizio
di abitazione e prometta una fermata, un po' di riposo, un po' di
respiro.... un momento di vita. Dio mio, che strada! Non si vede cento
passi innanzi. Coraggio, via; ancora cinque minuti, e saremo alla
voltata. Chi sa che, svoltando, non ci apparisca, lontano lontano, un
paesello o un folto d'alberi, dove ci facciano fermare! La speranza
rinvigorisce le forze; si studia il passo; siamo alla voltata; si
corre per mettersi presto sulla nuova direzione, si allunga il collo,
si spinge innanzi avidamente lo sguardo.... Case? Alberi? Villaggi?
Fermate? Niente! Strada, strada, e sempre strada. Oh disperazione! I
menti ripiombano sui petti, gli occhi ricadono a terra, le schiene si
ricurvano sotto gli zaini; le file, dalla momentanea pressa ristrette,
si riaprono; la coda segna il passo; il comandante del primo pelottone
è già alla testa del secondo, il comandante del secondo è già alla
testa della compagnia che vien dietro; il capitano.... dove sarà il
capitano?

I canti che si udivano due ore fa son già calati di due note. Si canta
perchè s'è cominciato a cantare; forse non si ricomincerebbe più. Il
dialogo è stentato; gli scherzi non hanno più sale. Ah! si vede che il
reggimento è in marcia da quattro ore.

E si va, e si va, e si va. I volti arsi dal sole, grondanti sudore,
neri, contratti, trasfigurati; il respiro affannoso; le labbra
pendenti; la lingua grossa; le mani gonfie, pesanti; le piante
indolenzite; in tutta la persona una cascaggine, un abbandono; gli
zaini vengon giù sulle reni, le giberne sulle natiche, i cappotti su
per la schiena raggrinzati e fradici; le cravatte sciolte; i cheppì
spinti all'indietro fin sulla nuca o colla tesa calata sul naso. Gli
occhi, offesi dalla luce soverchia, o si figgono immobili sull'orma
del compagno che precede, o errano qua e là avidamente in cerca di
un rigagnolo, di una fonte, di.... di un pantano, anco; purchè si
potesse mitigare questo foco infernale che ci brucia le viscere....
Oh la sete! E qui s'affacciano alla mente alterata immagini varie e
confuse di caffè altra volta (quando si era felici!) frequentati; si
vedon là gli avventori sorbire lentamente dei grandi bicchieri di
birra spumante, gelata; si vedono delle fonti d'acqua viva sgorgare,
spumeggiando, da una roccia; se ne sente il mormorio, se ne vede lo
splendore cristallino serpeggiare e perdersi fra l'erbe.... Oh poterlo
raggiungere!--Arrivato alla tappa, beverò tanto da morire! Volerò
subito al caffè, vuoterò una bottiglia di un fiato, due, e se non
basta, tre....

E si va, e si va. I canti sono cessati; il dialogo morto. Uno scherzo
forzato scocca qualche volta dalle labbra dei più vigorosi; indarno;
è accolto con glaciale silenzio. Si marcia taciti taciti. Molti che
erano alla testa, ora, zoppicando, si trovano alla coda. I più forti
che erano alla coda, eccoli, senza che se ne avvedano, alla testa. Le
compagnie si confondono--Al posto! per Dio! al posto! Gli è il modo
di marciare codesto?...--Non dan retta; è lo stesso che predicare ai
muri.--Ohe là! voi! perchè vi fermate? Avanti, animo, su.--Tenente,
non mi fido.--Niente, niente; levatevi; avanti.... Inutile; egli già
dorme.--Serrate, voi altri, laggiù. Animo. Oramai non c'è che poco.

--Oh sì, c'è poco!--Dicono sempre così.--Intanto non si fa mai alto.--E
il brodo di questa mattina era acqua.--E il prestito non l'hanno ancora
dato.--E con questo sole, ci potevano far partire un po' prima.--E alto
intanto non si fa mai,--e il brodo....-e il prestito....

Largo! largo!--Che c'è? Chi viene?... Un precipitoso scalpitìo di
cavali, un denso nuvolo di polvere.... è passato. Era un ufficiale di
stato maggiore.

Già, eccoli lì quelli che ci fanno correre.--Gli è comodo, da cavallo,
gridare avanti a quelli che vanno a piedi!--Se avesse lui lo zaino....
Ohe, tu, di'! alza quei piedi; non ce n'è abbastanza della polvere, non
è vero?--

Molti si arrestano. Molti, accorciando il passo, lasciano passare
innanzi la propria compagnia per fermarsi non visti. La voce dei
superiori suona stizzosa, non più autorevole. Gli ordini sono radi
radi.--Il comandante del primo pelottone.... Dov'è il comandante del
primo pelottone?--Ah, si vede che il reggimento è in marcia da cinque
ore!

O ch'è questo? S'udì uno squillo di tromba. Un oh! prolungato gli
fece eco dall'uno all'altro capo della colonna. Tutti si arrestano, e
qui comincia una confusione, un parapiglia, un rovesciarsi di zaini,
un cader di fucili, un rotolar di cheppì giù pei fossi della via,
un correre a destra e a sinistra.... In due minuti il reggimento è
sparito. Dentro i fossi, di qua e di là della strada, un serra serra,
un gridìo, un disputarsi a spintoni e a colpi di gomito un palmo
d'ombra, un palmo d'erba. Pei campi un va e vieni di assetati in
traccia d'acqua, che si cercano, si scontrano e si arrestano, come una
processione di formiche su per la scorza d'un albero; un chiedere da
bere con voce lamentevole, un negare di voci stizzite, o un concedere
a stento, uno strapparsi dalle mani i gamellini con rabbia gelosa....
A poco a poco il tumulto scema, il movimento diminuisce, la quiete
ritorna; tutti, o bene o male, giacciono a terra, tutti riposano, tutti
chiudono gli occhi.... Ancora un minuto e tutto il reggimento dormirà.

--Largo! largo, ragazzi! Un po' di passo. Di', tu, bada che ti passerà
addosso la ruota. E tu leva quello zaino di mezzo alla strada.... Un
po' di passo, via. Fatemi largo.--Oh eccolo l'apportatore della vita,
ecco l'amico dei galantuomini, ecco la provvidenza! Il vivandiere!--I
dormenti si scuotono, stirano le braccia, si fregano gli occhi, puntano
i gomiti in terra; su, su, su, eccoli in piedi; corrono e fanno
ressa intorno al carro, e vi si rimescolano e vi si addossano come
i cavalloni del mare attorno alla nave nel forte della tempesta. Al
disopra di tutta quella calca un tender di mani, un agitar di braccia,
un porgere e un ricevere quattrini, un lamentarsi cruccioso di esser
là da un'ora e di non aver ancora avuto niente, un insistere ora
minaccioso ora supplichevole.... Il pover uomo è ansante, suda, sbuffa,
domanda un po' di largo, un po' di fiato....

Un altro squillo di tromba; è l'_attenti_. Un lungo mormorio di
sorpresa e di malcontento gli fa eco.--Non c'è tempo di mandar
giù un boccone.--Era meglio non fermarsi, allora.--Ci vogliono
ammazzare.--Sicuro.--La folla si disperde lentamente; i giacenti si
levano faticosamente a sedere; parte si drizzano in piedi lemme lemme;
parte stan lì a godere l'ultimo minuto, l'ultimo istante; a poco a poco
tutti son saliti dai fossi sulla via, gli zaini sono sulle spalle, gli
ordini son ricomposti.--Un altro suono; la prima compagnia si muove....
la seconda, la terza.... tutto il reggimento è in moto.--Al posto, eh!
Non ripetiamo la babilonia di prima.

Per una mezz'ora le cose vanno un po' meno peggio che per l'addietro;
comunque le membra si risentano dolorosamente del breve riposo, e non
tutti abbiano sazia la sete.--Ma guardate come marcia quella coda! Ma
volete serrare una volta?--Per una mezz'ora, come si diceva, le cose
vanno un po' men peggio di prima; le file si sono serrate, chi stava
addietro ha raggiunto la sua compagnia, gli ufficiali sono tornati
al posto....--Ma questo sole brucia il cervello! Questo è un caldo
d'Africa! È impossibile resistere!.... I piedi non han più forza di
sollevarsi da terra, strisciano; le braccia cadono spenzoloni, il
cinturino scivola giù dai fianchi, le cinghie dello zaino segano le
spalle, il cappotto opprime lo stomaco.... E non si arriva mai! E dove
ci vogliono condurre?

--Una fontana! una fontana!--Un grido di gioia risponde all'avviso.
Gli ordini si rompono, tutti accorrono; a cinque, a sei, a dieci si
cacciano a corpo morto sull'acqua: urti, spintoni, litigi, grida,
percosse.--Al posto, al posto, per Dio!--tuona un ufficiale sdegnato.
La turba si rompe e si sperde in tutte le direzioni; molti, lo stomaco
gravato dall'acqua, tentano invano di raggiungere il proprio posto;
altri vi giungono dopo una corsa affannosa e sono costretti a fermarsi
poco dopo; altri restano là ancora per un sorso, per una goccia, un
minuto, un momento!... Le forze mancano, i vacui si allargano, i fossi
si popolano di estenuati; tutto vacilla, tutto cade.... All'improvviso,
allo svoltare della via, si vede un campanile, un villaggio.--È la
tappa! È la tappa!--Il grido si propaga in un istante dalla testa
alla coda; l'effetto è mirabile; le forze si rinfrancano, le file si
serrano, le compagnie si riformano, gli sbandati accorrono; tutto è
mutato. Echeggia la musica; siamo al villaggio; si entra. Le soglie
delle officine, le imboccature delle vie, le finestre, i balconi, si
riempiono di curiosi; qua e là ai davanzali si affacciano dei visini
atteggiati a pietosa curiosità.--Poveretti! come saranno stanchi!--Oh,
gli effetti di quegli occhi! Chi andava curvo si addirizza con
grande sforzo per l'ultima volta; chi zoppicava piglia un'andatura
più risoluta; chi stava per cadere, stremato di forze, si fa animo
e tira innanzi....--Olà, voi, dove andate?--Un sorso d'acqua,
tenente.--Niente, niente! al posto!--Oh, i crudeli!--si mormora
all'intorno dalle mamme compassionevoli;--come li trattano, poveri
ragazzi! Neppure un sorso d'acqua!--

Il reggimento è passato, ha posate le armi, ha spiegato le tende.... Oh
che campo animato ed allegro! E le fatiche e gli stenti della marcia
non si ricordano più?

Ah!.... nemmen per sogno.




L'ORDINANZA.


Erano quattro anni che vivevano assieme; nè mai un solo momento l'un
d'essi avea dimenticato di essere l'uffiziale, l'altro di essere
il soldato. L'uno soldatescamente austero, l'altro soldatescamente
sommesso. E si amavano; ma di quell'affetto duro, ruvido, muto, che non
fa pompa di sè, che non si palesa, che cela un trasporto di tenerezza
sotto un atto sgarbato; eloquente quando tace, inetto e barocco quando
parla; nemico delle blandizie e accostumato, quando lo assale il
bisogno di piangere, a stringer le labbra e a ribeversi le lagrime
per non parer fiacco e sdolcinato. Correva fra loro un linguaggio
costantemente laconico, rapido, rotto; si capivano a monosillabi, a
occhiate, a gesti: interprete comune l'orologio, che regolava tutto,
anco i passi e le parole, colla più stretta disciplina.--Tenente,
comanda altro?--Nulla.--Posso andare?--Va.--Era la formola quotidiana
di comiato; mai una parola di più. E così erano passati i giorni, i
mesi, gli anni--quattro anni--in quartiere, in casa, in campo, in
marcia, in guerra, ed era a poco a poco cresciuto nel cuor di entrambi
un affetto profondo, severo, e quasi sconosciuto a sè stesso. V'era in
quella inalterabile taciturnità, in quel parlar soldatesco, in quel
ricambiarsi fuggitivo di sguardi che volean dire, l'uno--fa questo,--e
l'altro--ho capito; v'era dico, per chi avesse conosciuta la natura
di entrambi, tanta cortesia, tanta amorevolezza, tanto cuore, che al
confronto la più espansiva corrispondenza di tenerezze ne avrebbe
scapitato.

Si erano trovati a fianco sul campo in momenti solenni, a poche
centinaia di passi dai cannoni nemici, e, ad ogni sibilar di granata,
l'uno avea girato rapidamente gli occhi in cerca dell'altro,
e, trovatolo, avea messo un sospiro, pensando:--Anche questa è
passata.--Aveano vegliato assieme agli avamposti più di una notte
gelida e piovosa, coi piedi nel pantano e il vento sulla faccia; e
il mattino, al giunger del battaglione di muta, s'erano scambiati
un sorriso, come per dirsi a vicenda:--Ora si ritorna al campo;
rallegrati; potrai riposare.--Molte volte, durante una lunga marcia
d'estate, s'erano tutti e due ad un tempo voltati in dietro a
riguardare le pietre miliari sulla proda della via, e molte volte,
ne avean contate meglio di quaranta, scambiandosi, quand'eran giunti
all'ultime, uno sguardo di conforto e di compiacenza che volea
dire:--Ancora due,--ancora una,--ci siamo.--Più di una sera, nei campi,
quando si prepara l'animo alle fucilate che ci verranno a svegliare la
notte, dopo che l'un d'essi si era adagiato sotto la tenda e l'altro
gli aveva disteso ed accomodato addosso il pastrano per difenderlo
dalle brezze notturne,--buona notte, signor tenente,--aveva detto
il soldato allontanandosi, e al tenente era parso che quella voce
avesse lievemente tremato e l'ultima parola non fosse uscita intera,
e con pari accento gli aveva rimandato il saluto. Qualche altra
volta, mentre l'uno porgeva all'altro una lettera e questi stendeva
avidamente la mano per prenderla, era passato sui due volti un
leggerissimo sorriso.--È una lettera di casa; ne riconobbi i caratteri;
è tua madre--l'uno avea voluto dire;--grazie, l'altro aveva voluto
rispondere, tu mi hai anticipato la gioia.--

Dopo tutto ciò ritornavano entrambi ai soliti modi taciturni e severi.
Nè mai una volta il fiero soldato, o presentandosi al suo uffiziale,
o pigliandone comiato, dimenticava di fissargli gli occhi in faccia,
alzando la testa, portando energicamente la mano al cheppì, ritto,
immobile e fiero. Partendo, il suo _fronte indietro_ era sempre fatto a
norma del regolamento.

Vivevano assieme da soli quattro anni; ma il soldato, che aveva
cominciato a far l'ordinanza dopo il primo anno di servizio, stava per
compiere la sua ferma.

Un giorno giunse al comandante del corpo l'ordine di congedar la sua
classe.

Quel giorno, fra l'uffiziale e il soldato passarono poche parole più
del consueto; ma i due cuori si favellarono lungamente.--Comanda
altro?--Nulla.... È giunto l'ordine di congedare la tua classe; fra
dieci giorni tu partirai.

Seguì un breve silenzio senza che i loro occhi
s'incontrassero....--Posso andare?--Va pure.--Questa volta si era
aggiunto un _pure_, ed era già un gran passo sulla via delle tenerezze.

Si strinse il cuore ad entrambi; non però ad entrambi ugualmente. L'uno
perdeva un amico, anzi, più che un amico, un fratello, che l'amava
d'un affetto reverente, religioso. L'altro perdeva del pari un amico,
un fratello; ma quegli restava, questi tornava a casa. E ciò gli
era un grande sollievo. Tornare a casa! Dopo tanti anni, dopo tanti
pericoli, dopo aver tante volte la sera, nel campo, quando squillano
le lunghe e melanconiche note _del silenzio_, e sotto le tende muoiono
i lumicini, e in tutta quella mobile città di tela, poc'anzi così
animata ed allegra, si sparge una quiete profonda; dopo aver tante
volte, in quei momenti di scorata malinconia, chinato la testa fra le
mani pensando alla madre e domandandosi:--Che farà in questo momento
quella povera donna?--tornare a casa! Dopo aver tante volte, sul far
della notte, al bivacco, udito qua e là fra i crocchi dei compaesani
suonare i noti ritornelli campestri, quei che si cantavano un giorno
laggiù, a casa, in estate, quando si vegliava sull'aia e vi batteva
quel bellissimo lume di luna, e, fra le tante voci degli amici e dei
congiunti, se ne sentiva una distinta, chiara, argentina, tremola, che
sapeva così bene le vie del cuore; dopo aver tante volte benedetto
quei canti come un saluto di nostra madre lontana.... tornare! Tornare
inaspettato! Rivedere quella campagna, quei casali; riconoscere da
lontano quel tetto, studiare il passo, giungere trafelati su quella
cara aiuola, vedersi comparir dinanzi la sorellina fatta adulta, il
fratello più piccolo ormai adolescente, alle loro grida sopraggiungere
tutti gli altri, lanciarsi in mezzo a loro, poi svincolarsi da tutti,
correre in casa, chiamare la vecchia madre, vedersela venire incontro
colle braccia aperte e gli occhi pieni di lagrime, gettarsele al collo
e sentirsi stretto da quelle care braccia e provar tutte le più sante
estasi umane, le son cose che, anche a pensarle soltanto, addolciscono
qualunque amarezza, sanano qualunque ferita.

Pur non di meno a quel buon giovanotto passava l'anima il pensiero
di aversi a separare dal suo uffiziale. E poi un soldato di cuore
non si spoglia mai del ruvido cappotto che gli ha servito per tanti
anni da coperta e da guanciale, e su cui egli ha fatto tanto lavoro
di spazzola, d'ago e di sapone, senza sentirsi dentro un certo
struggimento, una certa tenerezza dispettosa ed inquieta, come al
separarsi da un amico che ce ne ha fatta qualcuna delle grosse e con
cui si vorrebbe tener il broncio, ma che in fondo si è sempre stimato
ed amato. Quelle tasche di dietro, dove in prigione si nascondeva la
pipa all'apparire dell'uffiziale di picchetto, di tanto in tanto,
per isbaglio, e fin che non se ne sia affatto smessa l'abitudine, si
cercheranno ancora colle mani.... Che stizza non trovarle più!

Il buon uffiziale s'era fatto pensieroso, e non aveva più aggiunto
una parola alle formole consuete. E così il suo soldato. Ma i loro
sguardi s'incontravano più frequenti e più lunghi, e pareva che si
dicessero:--Tu soffri, lo so.--Il soldato faceva le sue cose più adagio
per trattenersi più a lungo in casa e compensarsi, in quegli ultimi
giorni, della separazione imminente. Dapprima procedeva con una certa
lentezza; poi con lentezza apertamente studiata; da ultimo faceva le
viste di levar via la polvere dai tavolini e dalle sedie; ma il più
delle volte, assorto nel suo triste pensiero, agitava ciecamente la
pezzuola senza nulla toccare. Intanto l'uffiziale ritto ed immobile
colle braccia incrociate davanti allo specchio, che rifletteva
l'immagine del suo soldato, ne seguiva attentamente i passi, gli
atti, i moti del viso, e ne scansava gli sguardi alzando prontamente
la faccia e gli occhi al soffitto in aria distratta.--Tenente, posso
andare?--Va pure.--E il soldato se ne andava. Non aveva ancora sceso
due scalini che dentro la stanza suonava un frettoloso:--vieni qua--ed
egli tornava.--Comanda altro?--Niente. Voleva dirti.... niente, niente;
lo farai domani; va pure.--E forse l'aveva richiamato per vederlo, e,
vedutolo un'altra volta partire, continuava a tener per qualche tempo
gli occhi fissi al limitare della porta da cui era uscito.

Venne finalmente il giorno della partenza. L'ufficiale stava seduto in
casa, al tavolino, dirimpetto alla porta socchiusa. Di lì a mezz'ora
il suo soldato doveva venire a pigliare comiato da lui, e partire. Egli
fumava soffiando in alto i nuvoli del fumo, e ne seguiva sbadatamente
coll'occhio il viaggio lento e vorticoso fin che si dileguavano
nell'aria. Il fumo che gli passava sugli occhi glieli facea lagrimare,
ed egli a quando a quando se li asciugava col rovescio della mano,
pur maravigliandosi che le lacrime venissero giù così grosse da parer
ch'ei piangesse. Ne attribuiva tutta la causa al fumo, voleva illudersi
sulla sua commozione, dissimularla a sè stesso, attribuire al sigaro
ciò che spettava al cuore. E pensava:--....Già, c'era da aspettarselo.
Dunque, a che serve pigliarsela a cuore? Non lo sapeva io, quando l'ho
preso con me, che non l'avrei tenuto eternamente? Non lo sapeva che la
ferma è di cinque anni? E che quest'uomo ha una casa, un campo, una
famiglia, dove è nato, dove è cresciuto, da cui è partito con dolore
e a cui ritornerà con gioia? Pretenderei che continuasse a fare il
soldato per la mia bella faccia? Sarei un egoista.... Anzi lo sono.
Qual vincolo di gratitudine lo lega a me? Che cosa gli ho fatto io? Che
cosa mi deve costui?... Oh molto, davvero. Non gli ho mai fatto che
delle sgarbatezze, io. Gli sto sempre lì davanti con questo maladetto
muso da padre inquisitore.... Gli è il mio temperamento, già; che ci
posso fare? È inutile, io non le so trovare le parole per dir certe
cose. E poi.... non si debbono dire. Ma.... almeno fargli una faccia
un po' umana!... Adesso se ne va. Ritorna a casa a lavorare nei suoi
campi, a ripigliar la vita di prima; a poco a poco perderà tutte le
abitudini militari, dimenticherà tutto.... e il suo reggimento, e i
suoi compagni, e il suo uffiziale. Non importa; purchè viva contento.
Ma io potrò forse dimenticar lui? Quanto tempo dovrà passare prima
ch'io mi sia assuefatto ad una faccia nuova; prima che la mattina,
svegliandomi, non mi abbia più a parere di vedermelo davanti tutto
intento a sbrigar le sue faccende là in un canto della stanza, cheto
cheto, quasi senza muoversi, quasi senza alitare, per non destarmi
prima del tempo? Quante volte, appena desto, non lo chiamerò per
nome? Tanti anni di compagnia, di attaccamento devoto, di servizio
affettuoso, e poi.... vederselo andar via così.... da un giorno
all'altro.... Mah! è il nostro mestiere, non c'è che dire. Bisogna
rassegnarsi.... Che buon ragazzo! Che cuore! Se talora, marciando,
oppresso dalla fatica, riarso dal sole, affogato dal polverone, io mi
soffermava un istante e volgeva gli occhi attorno come per cercare un
po' d'acqua, subito mi appariva dinanzi una borraccia e mi suonava al
fianco una voce:--Tenente, vuol bere?--Era lui. Era uscito di nascosto
dalle file, era corso a pigliare dell'acqua.... lontano forse, chi
sa dove; era, in un batter d'occhio, tornato, ansante, grondante di
sudore, spossato, ed era venuto dietro a me ed avea aspettato che io
mostrassi desiderio di bere. Se talora, in campo, io pigliava sonno
all'ombra d'un albero, e il sole a poco a poco mi veniva a batter
sul viso, una mano sollecita mi rizzava al fianco una frasca, o
tendeva una tenda, o poneva l'un sull'altro tre o quattro zaini, o
allargava sopra un fascio d'armi un cappotto, e il sole non mi dava
più noia. Di chi era quella mano? Sua era, sempre sua. Appena giunti
alla tappa dopo sei, sette, otto ore di cammino, appena spiegate le
tende, egli spariva; ed io a cercarlo, a chiamarlo ad alta voce pel
campo, a stizzirmi: e dov'è, e chi sa dove siasi rintanato, e vedete
un po' che testa, e se questo gli è il modo di fare, e appena verrà
lo concerò io pel dì delle feste; e avanti di questo passo. Di lì a
un minuto lo vedeva giungere di lontano curvo curvo sotto un gran
carico di paglia, a passi ineguali, a sbalzelloni, urlando a destra
e a sinistra con chi gliene voleva portar via una manata, inciampando
nelle cordicelle delle tende, valicando siepi e fossi, calpestando
gli zaini e le camicie tese al sole, inciampando negli addormentati,
e tirandosi addosso una tempesta di bestemmie e d'imprecazioni. Mi
giungeva accanto, gettava la paglia in terra, metteva fuori un gran
sospirone, si asciugava la fronte e:--Signor tenente,--mi diceva tutto
peritoso--mi sono fatto aspettare, non è vero? Che vuole, ho dovuto
andare così lontano!--Distendeva la paglia sull'erba per tutta la
lunghezza d'una persona, ne ammontava una parte, vi poneva sotto il
suo zaino a mo' di guanciale, e poi volgendosi verso di me:--Tenente,
va bene così?--Buon ragazzo, io pensava, ho avuto torto a stizzirmi
con te;--va, gli diceva poi, va a riposare chè n'avrai bisogno.--Ma va
bene così? egli insisteva; se no ne vado a pigliar dell'altra.--Sì,
sì, va bene; va a riposarti, va; non perder più tempo.--Se talora, in
marcia, di notte, io mi sentiva pigliar dal sonno e camminava, come
suol farsi, vacillando e serpeggiando da un lato all'altro della via e
mi avvicinava di troppo alla proda di un fosso, una mano leggiera si
posava sul mio braccio e mi spingeva lentamente verso il mezzo della
strada, mentre una voce sommessa e premurosa mi mormorava:--Badi,
signor tenente, c'è il fosso.--E sempre lui!... Ma che cosa ho fatto
io a quest'uomo perch'e' mi debba circondar di cure e di tenerezze
come una madre? Che cos'ho, che cosa sono io perch'ei m'abbia ad amare
con tanta virtù, con tanta religione? Che merito ho io verso costui,
che non vive che per me, e che per me, ne son certo, darebbe la vita?
Per qual ragione, in qual maniera questo povero giovane dai lineamenti
rozzi, dalle mani incallite sulla vanga, dalle membra indurite nei
disagi e nelle fatiche, senza coltura, senza educazione, nato e
cresciuto in un romito abituro di campagna, ignaro d'ogni uso di vita
cittadina, s'è fatto peritoso e gentile come una fanciulla, e trattiene
il respiro per non destarmi dal sonno, e mi sfiora i panni colla mano
per rimuovermi da un fosso, e mi porge una lettera tenendola colla
punta delle dita quasi temesse di profanarla, e si sente felice d'un
mio sorriso benevolo, d'una mia parola garbata, d'un mio cenno, d'un
mio sguardo che voglia dire: Va bene?... Com'è questo? Ah! bisogna pur
dire che il cuore umano impari sotto questi panni dei palpiti nuovi
e sconosciuti a chi non è soldato o non fu. La gente non suppone in
noi altri affetti fuori di quelli che ci tempestano nell'anima nei
giorni di guerra; in verità che la gente ci conosce ben poco; essa
non sa che a fare il soldato il cuore non solo non invecchia mai, ma
ringiovanisce e si riapre alle tenerezze più soavi della prima età, e
in quelle vive e si esalta, assai più che nelle procellose e tremende
gioie della guerra.... Oh! chi non è soldato non comprenderà mai che
cosa sia l'affetto che mi lega a questo giovane! È impossibile. Bisogna
aver passato molte notti al bivacco, aver fatto molte marcie nel mese
di luglio, essere stato molte volte d'avamposto sotto una pioggia
dirotta, aver patito la fame e la sete tanto da svenirsi, e aver avuto
sempre al fianco un amico che vi ha steso addosso il suo cappotto per
ripararvi dal freddo, che vi ha asciugato i panni, che vi ha porto un
sorso d'acqua, che vi ha offerto un tozzo di pane, privando sè di quel
che porgeva a voi. Servitore! domestico! E v'è chi lo chiama così!
Oh (esclamava facendo un atto come di sdegno e di ribrezzo) è una
bestemmia! Sì...., perchè quando quest'uomo mi si affaccia là sulla
soglia, e mi saluta, e mi fissa in volto quel suo sguardo pieno di
sommessione timida e amorosa, sento che tanto è rispettoso il cenno
che gli faccio io perchè abbassi la mano quanto è rispettoso l'atto
che egli fa per alzarla.... E quest'uomo mi abbandona,--mi lascia
solo,--parte,--non tornerà più! Ma no! no! io lo andrò a trovare, io!
Lo andrò a cercare quando sarà in congedo; il nome del suo paesello lo
so, domanderò quello della sua parrocchia, quello del suo poderetto,
correrò là, lo sorprenderò a lavorare nei campi, lo chiamerò per
nome.--Non riconosci più il tuo uffiziale?--Chi vedo! Tenente! Lei qui!
egli mi dirà tutto commosso. Sì, sì! avevo bisogno di vederti! Vieni
qua, mio caro soldato, abbracciami.--

In questo punto sentì su per le scale un passo leggero, lento ed
ineguale, come di chi salga titubando e cerchi di indugiare la salita.
Tende l'orecchio senza volger la testa; il passo si avvicina; si sente
una stretta al cuore; si volge, eccolo,--è desso,--è il soldato.

Aveva la faccia turbata e gli occhi rossi; salutò, fece un passo
innanzi e stette guardando il suo uffiziale. Questi tenea la testa
rivolta dalla parte opposta.

--Signor tenente, io parto.

--A rivederci--gli rispose questi stringendo le labbra ad ogni parola
e continuando a guardar altrove.--A rivederci.... Fa buon viaggio....
torna a casa.... lavora.... continua a vivere da buon figliuolo....
come hai vissuto finora e.... a rivederci.

--Signor tenente!--sclamò il soldato con voce tremante e facendo un
passo verso di lui.

--Va, va, che non ti passi l'ora; va; è già tardi; sbrigati; presto.

E gli porse la mano; il soldato gliela strinse fortemente.

--Fa buon viaggio.... e ricordati di me, sai? Ricordati qualche volta
del tuo uffiziale.

Il buon giovanotto voleva rispondere, tentò di mandar fuori una parola
e mandò un gemito; serrò un'altra volta quella mano, si volse, guardò
la porta, guardò di nuovo l'uffiziale che continuava a tener la testa
vôlta dall'altra parte, fece un altro passo innanzi....--Ah! signor
tenente!--esclamò singhiozzando, e fuggì.

L'altro, rimasto solo, si guardò attorno, stette un po' di tempo
coll'occhio immobile sul limitare della porta, poi appuntellò i gomiti
sul tavolino, appoggiò la testa sulle mani, due grosse lacrime gli si
formarono nel cavo degli occhi, vi luccicarono dentro un istante e gli
scesero giù per le gote rapidamente come se temessero d'essere vedute.
Egli si passò la mano sugli occhi, guardò il sigaro, era spento; ah!
questa volta erano lacrime davvero; abbandonò la testa sull'un dei
gomiti, e le lasciò scorrere tutte, chè ne aveva proprio bisogno.




L'UFFICIALE DI PICCHETTO.


Dopo aver fatto battere i _colpi del silenzio_, l'ufficiale di
picchetto diede un'occhiata in giro al cortile del quartiere, non
c'era più nessuno; s'affacciò alle scale che mettono ai cameroni,
nessuno; alzò gli occhi ai terrazzini, nessuno; uno sguardo al portone,
chiuso; una sbirciata nel corpo di guardia, c'erano tutti; i lumi sui
pianerottoli e nei corridoi c'erano, le sentinelle c'erano, i piantoni
c'erano; tutto era in ordine, tutto era quieto, il reggimento dormiva.
Che restava da fare all'ufficiale di picchetto? Niente, dormire. E così
pensò di fare. Volse ancora una volta gli occhi intorno, di sopra,
di sotto; si avvicinò alla porta della cantina, la tentò colla mano,
era chiusa; tese l'orecchio, nessun rumore.--Ora me ne posso andare a
dormire,--disse fra sè, e si mosse verso la sua camera. Mormorò prima
qualche paroletta nell'orecchio al sergente di guardia:--Siamo intesi,
eh?--e avutone in risposta un rispettoso:--Non dubiti!--accompagnato
da un posar della mano sul petto in atto di coscienziosa promessa,
entrò, chiuse, si levò berretto, sciabola, sciarpa, si accostò al
letto, accomodò la rimboccatura delle lenzuola, portò la destra al
primo bottone della tunica.... Ma--e la ronda?--pensò facendo un lieve
cenno col capo come se movesse la domanda ad un altro; e, preso il
lume in atto dispettoso, si andò a piantare diritto come un palo
dinanzi alla tabella dell'orario, affissa ad una delle pareti sotto
il ritratto del Re. Puntò l'indice in fondo al foglio e cominciò a
farlo serpeggiare sotto le righe leggendo rapidamente e masticando le
parole in suono inarticolato e stizzoso, finchè si fermò ad un tratto
e pronunciò con voce distinta: Ronda nell'interno delle camerate, alle
undici.--Ih!--soggiunse tosto ritornando verso il letto e battendo con
forza il candeliere sopra il tavolino, n'ero ben certo io!--e stava lì
dritto, immobile, cogli occhi fissi sul guanciale, e le mani in atto di
sbottonare la tunica.

Ronda! Ronda!--prese a dir poi, facendo lentamente uscir dall'occhiello
bottone per bottone;--dopo essere stati in piedi tutto il giorno, dopo
aver corso di qua e di là e di su e di giù senza un minuto di requie,
ed essersi sfiatati a gridare dalla mattina alla sera, viene finalmente
l'ora di posar le ossa in un po' di letto e godere un momento di pace;
ma nossignori, c'è la ronda! la ronda alle undici. Voi dovete pigliare
in mano la vostra brava lanterna e da capo a girare, a frugare, a
strillare, e perchè tutti siano a letto, e perchè la cantina sia
chiusa, e perchè non aprano il portone, e perchè nessuno se la batta
dalle finestre, e dàgli e dàgli, che la durerà fin che la può durare.
Finalmente....

Intanto aveva gettata la tunica sopra una seggiola accanto al letto.

--Finalmente sono di carne anch'io come tutti gli altri, e la pelle pel
servizio non ce la voglio lasciare; oh no di sicuro. Già a questo modo
non si va più avanti; è impossibile. Senza burle, non c'è nemmeno tempo
per mangiare, non c'è; e la tabella è lì che lo può dire. Niente di più
facile...

E i calzoni erano andati a far compagnia alla tunica.

--Niente di più facile che metter fuori un orario, seduti a tavolino,
con un buon pranzo in corpo e un sigaro da sette in bocca; niente di
più facile. Il guaio è per i poveri diavoli che ci hanno da stare,
all'orario. Gli è sempre in basso che si sgobba. Che un povero
uffiziale di picchetto non abbia tempo a fare un po' di chilo, o che
importa a certi signori? Sgobbi, sgobbi; e se sgarra, dentro. In fin
dei conti....

E le mutande erano andate a riposar coi calzoni.

--In fin dei conti poi, chi ha da capitare qui a quest'ora, alle dieci?
Chi si piglierà la scesa di testa di venire a vedere se io faccio o non
faccio la ronda? Fuori, un freddo da cani, un vento che fa gelar la
faccia; una strada poi, che c'è da rompersi il collo ad ogni passo. Il
colonnello sta dall'altra parte della città, e poi non è solito a far
delle sorprese. Il maggior di servizio.... oh quello lì è ammogliato
e non c'è pericolo che si risolva a venire. Il capitano d'ispezione a
quest'ora è là che fa la sua partita a tarocchi e non gli salta certo
il ghiribizzo di trascinarsi fin qua. E poi, e quand'anco venisse?
Convien pure....

Intanto s'era ficcato nel letto, tutto tremante di freddo, e
rannicchiandosi e rivoltandosi mollemente sotto le coltri moveva le
labbra ad un risolino di voluttuosa poltroneria.

--Convien pure che picchi per farsi aprire. E prima che il caporale di
guardia l'abbia sentito, e si sia mosso, ed abbia trovato il buco della
serratura, ed abbia aperto, son cinque minuti che corrono ed io ho
tempo di vestirmi o bene o male, volare alla porta, aprirla, afferrar
la lanterna nel corpo di guardia e via nei cameroni a recitare la mia
parte....

E qui die' un gran soffio nel lume, si tirò le coperte sul capo, si
voltò sopra un fianco, cercò una comoda positura e chiuse gli occhi,
pensando:--e via nei cameroni a recitar la mia parte. Oh gli è pure un
gran gusto il cacciarsi in un letto dopo aver faticato tutto il giorno!
Che mestiere! E dire che con tutto il mio buon volere non ne indovino
mai una, con quel barbone di capitano. La carne è cruda? Di chi è la
colpa? Mia. Le scale son sudice? Chi ne ha il torto? Io, diavolo. I
cameroni sono in disordine? Chi se la piglia la parrucca? Io, io,
sempre io, non altri che io.--Oh che buon letto.--E a sentir certuni
noi siam gente che non ha altro da fare che empir di fumo i caffè e dar
dietro alle ragazze. Venite a provare, venite, ora che _tutto il mondo_
è in aspettativa.... e con quel fior di stipendio.... e le imposte....

A mano a mano, divagando in questa difesa di sè stesso, i pensieri e le
immagini gli si intorbidarono; il capitano, il maggiore, la moglie, le
aspettative, le imposte si confusero in una mescolanza bizzarra che si
dileguò a poco a poco, a poco a poco.... Sonno profondo.

Ma non s'era addormentato senza un po' di inquietudine, senza un po'
di rimorso. Ogni volta che gli veniva in capo l'idea della ronda ei si
sentiva dentro un po' di stringimento. Lo stesso accade al discoletto
che mancò alla scuola per andar coi compagni a far alle palle di neve:
l'immagine del maestro e della mamma lo assale a quando a quando e
l'inquieta, e più ei la scaccia da sè, più quella ritorna importuna e
piccosa come una mosca.

Sognò. Cominciarono a passargli per la mente l'un dopo l'altro, que'
dieci o dodici soldatacci indisciplinati che in tutti i reggimenti
salgono in fama per iscappate notturne e baraonde di bettola e
furfantesche imprese condotte a termine fortunatamente; altri celebri
per _farla franca_; altri famosi invece per consegne e per prigioni e
per lunghe appendici al _numero diciotto_; e gli pareva che ciascun
d'essi, passando, gli bisbigliasse a fior di labbra:--Dormi, dormi, chè
te la faccio.--E si dileguava. E gli passavano dinanzi, col sigaretto
in bocca e un mazzettino di fiori in mano, tutti i più eleganti e più
azzimati sott'uffiziali del reggimento, quelli che portano la divisa
sulla nuca e le scarpettine col tacco fatto a punta, ed hanno l'amorosa
in città, e quando se la possono svignare un momento al chiaro di luna
non ne aspettano l'ispirazione due volte. E gli pareva che ciascun
d'essi, passando, mormorasse sommessamente:--Dormi, dormi, chè te la
faccio.--Lo stesso sergente di guardia che poc'anzi gli aveva risposto
quel rispettoso:--Non dubiti,--e gli aveva fatto quel gesto così
rassicurante, ora, ricordandolo bene, parevagli di aver notato che gli
occhi gli scintillassero di malizia e sotto i baffi avesse atteggiato
le labbra ad una smorfia sospetta, come per dire:--Va pure a dormire,
chè te la faccio.

E d'una in altra cosa, gli pareva di trovarsi in mezzo alla via,
dietro la caserma, e guardava intorno attentamente se le sentinelle
vegliassero e stessero al posto. C'erano tutte. Anzi ne scorse una
che non gli era sconosciuta; un soldato della sua compagnia, il più
coscritto, il più tondo, e il più poltrone; per giunta di vista corta
e un po' duro d'orecchio.--Ma vedete, egli pensava, se non pare che me
l'abbian messo lì per dispetto un citrullo di quella sorte, che non è
buono a niente!--E lo spiava. La sentinella allungò il collo fuori del
suo casotto, guardò a destra e a sinistra se nessuno venisse, appoggiò
il fucile in un canto, si ravviluppò nel mantello, sedette, chinò la
testa sulle ginocchia e s'addormentò. Il povero sognatore si avventò
stizzito contro quel briccone, lo ghermì per una spalla, lo scrollò,
aperse la bocca ad un'imprecazione....

In quel punto gli parve di sentire un lieve rumore sopra il suo capo;
levò gli occhi in su alle finestre. Dall'un de' davanzali spunta e si
muove incertamente una cosa nera, si allunga, discende lenta lenta,
arriva a terra; è una corda. Dopo averla accompagnata cogli occhi fino
a terra, li rialza alla finestra; vede sporgere una testa, due spalle,
tutta una persona, girare guardinga sopra sè stessa, afferrare la fune,
discendere, sparire. Dietro subito, di corsa. Già gli è vicino, già lo
raggiunge, già stende le mani a ghermirlo pei panni....

In quel punto gli si para davanti una porta; la porta della cantina.
La tenta leggermente colla mano; essa cede. Uh! che baccano! Un
acciottolio di piatti, un tintinnio di bicchieri, un urlìo di voci
rauche e dissonanti, un sonar confuso di bestemmie e di canti e un
puzzo di fumo di pipa che lo respinge indietro. Si fermò un istante;
spinse un'altra volta la porta, e si spalancò. Quale spettacolo! La
stanza piena zeppa di soldati; chi vestito, chi in farsetto, chi col
cappotto sulle spalle a mo' di mantellina spagnola e il berretto
indietro alla bravaccia; chi seduto sulle tavole, chi a cavalcioni, chi
lungo disteso sulle panche, chi sdraiato sconciamente sul pavimento;
gli occhi lustri, vitrei, istupiditi; le faccie accese; altri brillo,
altri briaco affatto; altri sonnacchioso, altri dormente sonno
profondo; qualcuno tentava di rizzarsi in piedi e ricadeva pesantemente
sopra la panca; qualche altro, riuscito a levarsi su, barcollava per
la stanza urtando e facendo tentennare le tavole e tremar sonoramente
i bicchieri e le bottiglie; in ogni parte un gran moto di carte e
di quattrini, e un trinciar l'aria colle mani a modo di scongiuri
cabalistici, e grida e risate, e tutto avvolto in un denso nuvolo di
fumo da restarne soffocati in dieci minuti.--Fuori! fuori!--pareva di
gridare al povero sognatore;--sergente! sergente! mi noti il nome di
tutti, tutti dentro, tutti ai ferri, tutti....

In questo punto gli parve di sentirsi dietro un cigolìo come di
grossa porta che si muova lentamente sui cardini; si volse, guardò
attorno, e si accorse che era nel corridoio d'entrata, vicino alla
porta del quartiere. Un'ombra nera si avanzava sospettosa rasente il
muro, come una figura di bassorilievo ambulante; moveva due passi,
si fermava, si guardava attorno, ricominciava ad andare, si fermava
un'altra volta, come avesse paura; giunse alla porta, tossì, strisciò i
piedi, ed ecco sul limitare della porta del corpo di guardia un'altra
figura, come la prima, circospetta e guardinga. Si scambiarono
poche parole sommessamente; la porta s'aperse adagio adagio, uno di
que' due spari.--Ah! lo riconobbi,--pensò il sognatore, il sergente
dell'ottava.--E si volse e ne vide un altro. Dietro a questo un terzo.
E poi un quarto. Il sergente della quinta. Il furiere della sesta.
Il furiere della terza.--Ah! traditori!--sognò di gridare--alla sala
tutti! tutti alla sala! sergente di guardia! sergente....

In questo momento gli parve di dar della mano contro qualche cosa di
cedevole e di lanoso. Si volge; è un letto. Dietro a questo un altro,
e poi un altro, e un altro ancora, una lunga fila di letti. Guarda
intorno e s'accorge d'essere in un dormentorio; un lumicino in fondo
al camerone rischiarava velatamente gli oggetti; tutto taceva; si
sarebbe sentito volare una mosca. All'improvviso uno dei dormenti
comincia a russare, dapprima leggermente, poi più forte, poi in un modo
da farsi sentir nella strada. Qualcuno si sveglia. Un vicino tende le
braccia, sbadiglia, si frega gli occhi e scappa fuori a dire:--Ohè!
non potresti dormire un po' più da cristiano?--Niente, non se ne dà
per inteso.--Hai capito di dormire un po' più da cristiano?--gli urla
più forte il vicino. Niente; gli è come parlare al muro.--Corpo di una
bomba!--esclama questi saltando giù dal letto, ora t'aggiusto io.--Se
gli avvicina, lo afferra per ambe le braccia e gli dà una scossa così
gagliarda che ne trema il suo letto e quello dei vicini. Il russatore
si scuote, si desta, intravvede, comprende, un calcio alle coperte, un
grido, un salto, è in piedi col guanciale nelle mani, e giù sulla nuca
all'importuno una botta da orbo. Questi gli rende la pariglia; il primo
incalza; un terzo accorre in sostegno del più debole; un quarto vola in
difesa del primo; s'impegna la zuffa; tutti balzan dal letto; cresce il
baccano; il lume si spegne; le schiere si confondono; un vetro è andato
in pezzi; un altro; gli zaini vengon giù dalle assicelle, le lenzuola
giù dai letti, i fucili giù dalle rastrelliere.... Il povero sognatore
stordito, convulso, cieco d'ira, sta per mandar fuori un grido poderoso
che copra quel frastuono d'inferno e inarca la persona per slanciarsi
in mezzo alla mischia....

In quel punto sentì bussare gagliardamente alla porta, e gli parve
che una voce lo chiamasse per nome. Palpitante, esterrefatto,
tutto grondante di sudore, si levò faticosamente a sedere, tese
l'orecchio, trattenne il respiro.--Tenente! tenente! il capitano
d'ispezione,--disse un'altra volta quella voce.

--Dio mio! presto, le calze, le calze; dove sono le calze? No, non
importa; i calzoni.... dove sono? Ah! eccoli.... presto. Le scarpe, ih!
non possono entrare; su, su, su, ci sono. La tunica; un braccio, un
altro.... la tunica c'è. La sciabola.... Ma dov'è in nome di Dio questa
sciabola? La sciarpa, adesso, la sciarpa, va a trovare la sciarpa....
Eccola qui; ah! finalmente....

E così vestito alla carlona, colla tunica sbottonata, senza calze,
senza cravatta, senza mutande, s'avventò trafelando alla porta,
l'aperse, guardò intorno e lo vide.... Vide il capitano d'ispezione,
dritto, immobile, rigido, colle braccia incrociate sul petto e la tesa
del berretto calata sugli occhi e gli occhi scintillanti sotto le
sopracciglia aggrottate come due carboni roventi.

--Ha fatto la ronda?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ora io domando: è peggio fare un sogno di questa sorte, o buscarsi una
scalmana facendo la ronda, od anco dare una stincata in qualche letto
allo scuro? Io sono per la stincata e per l'infreddatura. E credo che
la più parte dei lettori siano con me.




L'OSPITALITÀ.


Una sera, sul cadere di ottobre del mille ottocento sessantasei, un
reggimento di fanteria venne colto a mezza marcia fra San Donnino e
Piacenza da un così furioso acquazzone, che in pochi minuti i soldati
furon fradici fino all'ossa, e la via diventò tutta un pantano.
Potevano essere le nove della sera. I soldati, ravvolti il capo e le
spalle nelle coperte da campo e nelle tele da tenda, tiravano innanzi
lentamente e stentatamente, e nessuno parlava. Dopo un breve tratto di
via il reggimento si fermò; la maggior parte dei soldati si coricarono
per le prode dei fossi e presero sonno; gli altri si ripararono sotto
gli alberi che fiancheggiavano la strada.

Tonava e lampeggiava maledettamente. Cessata la prima furia del
temporale, s'era levato un vento a folate che spingeva di traverso
una pioggia minuta e fredda da cui non v'era modo di schermirsi la
faccia per quanto la s'imbacuccasse colla coperta da campo e col bavero
del cappotto. A poca distanza dalla strada appariva tratto tratto,
rischiarata dai lampi, una bella e signorile villetta, e fra questa
e la via un piccolo giardino a scompartimenti e ad aiuole, sparso di
mortelle e di vasi di fiori. Fra lampo e lampo, si vedeva muovere
l'ombra di due persone sulle tendine di una finestra illuminata.

In quella stanza, stava raccolta in quell'ora la famiglia d'un
ricco possidente piacentino, il quale soleva ogni anno protrarre la
villeggiatura fino alla fine d'ottobre, in compagnia dei suoi figli
e di una sua sorella vedova, attempata, bizzarra, e con certi fumi
di boria patrizia pel capo; ma, in fondo, di buona indole e di buon
cuore. Il salotto era mobiliato riccamente e illuminato da un'elegante
lampadario appeso alla vôlta. Due bei bimbi si baloccavano attorno
alla tavola da pranzo; un giovanetto leggeva un giornale in un canto;
dall'altro lato due ragazze di diciotto in vent'anni sedevano davanti
a un tavolino da lavoro discorrendo col fratello maggiore; il babbo
e la sorella in piedi accanto alla finestra erano assorti in una
conversazione animata.

--Con vostra buona pace--brontolava la sorella--io non partecipo nè
punto nè poco ai vostri sacri entusiasmi.

--Tanto peggio per voi; avrete molte consolazioni di meno.

--Belle consolazioni! Guardate la vostra campagna in che stato vi si
è ridotta con questo continuo passar di soldati. Ci siete stato nelle
vigne?

--Ci son stato; e per questo? Potevano fare assai peggio. Già, più d'un
grappolo per uno credo che non n'avranno preso, perchè da una mano
debbon tenere il fucile, e nello zaino l'uva non ce la possono mettere
senza sciuparla.

--Allora tanto valeva invitarli a rubare.

--A servirsi, volete dire; era inutile.

--Sarebbe stato più generoso.

--....È vero, e mi pento di non averlo fatto.

--Mi fate dispetto.--

Il fratello si mise a ridere.

--Sicuro che mi fate dispetto, perchè, scusatemi, avete una filosofia
senza sugo. Bene, sì, ammetto, sono soldati, difensori della patria,
martiri, eroi, tutto quel che vi piace, tutto quel che volete;
amiamoli, incensiamoli, idolatriamoli, passi anche questo; ma da
lontano, Dio mio! da lontano e in complesso. Tutto l'esercito insieme
lo rispetto anche io; ma i soldati uno per uno, poi.... In fin dei
conti non son altro che contadini vestiti tutti d'un colore. O che c'è
bisogno di andar loro incontro per la campagna, come fate voi, per
ringraziarli d'avervi rubato, e condurveli in casa a bere, e trattarli
a pasticcini, e accompagnarli al cancello come se fossero principi?

Il fratello continuava a ridere.

--Ridete, ridete. E ogni volta che passa un reggimento continuate a
scender giù voi e tutta la vostra famiglia a vederlo passare, e a star
là sulla porta con due ragazze di quell'età, e ne sentirete delle belle
da quei vostri guerrieri assuefatti a bazzicar le bettole, a ubriacarsi
di acquavite e a masticar tabacco. L'altro giorno intanto....

--Avete fatto un gran che d'un nonnulla. Se quella parola l'avesse
detta chiunque altro, che non fosse un soldato, non l'avreste nemmeno
avvertita. Bisogna condonar qualcosa alla gioventù. E poi son guerrieri
in fin dei conti, e non frati.

--Sì, sì, continuate pure a idolatrare il cappotto bigio, e un giorno o
l'altro vi toccherà qualche lezione.

--L'aspetto. Ma non volete capirla che non è il cappotto bigio che io
idolatro; ma proprio quei contadinacci che lo vestono, rozzi, come dite
voi, e beoni e scostumati, e quelle loro manaccie incallite, e quelle
loro faccie ossute e arse dal sole, e quelle loro fronti che per tanti
anni stettero curvate sui solchi ed ora....

--Ed ora mi fate più dispetto di prima.--

In quel punto s'udì picchiare alla porta di casa.--Dopo un minuto, un
servitore venne a dire che un soldato il quale avea smarrita la via
cercava ricovero.

--Stiamo a vedere che lo fate salir qui a ricevere i vostri
complimenti,--disse la sorella.

--Fatelo salir subito,--disse risolutamente il padrone.

--Oh!

--Subito; qui, in questa stanza.--

Il servitore scomparve.

Si sente un passo lento e strascicato venir su per le scale. Poi
un colpo come di corpo pesante lasciato cader sul pavimento;... ha
lasciato cader lo zaino. Poi il suono del fucile appoggiato alla
parete. Subito dopo la porta del salotto s'apre; eccolo sul limitare.
Pallido, cascante, grondante d'acqua, sordido di fango il viso e le
mani, e il capo inclinato languidamente sulla spalla, gira l'occhio
intorno peritoso e meravigliato.

Primo il padrone, e tutti gli altri dopo lui, gli si fanno intorno
sollecitamente.

--Avanti, avanti, giovinotto; avanti liberamente.--

Egli fa un passo innanzi, abbassa gli occhi, vede il tappeto e si
ritrae mormorando:

--Scusino.... io non avevo veduto.

--Ma che!--sclama il padrone, e lo piglia pel braccio e lo fa venire
avanti e lo costringe a sedere accanto al cammino. Egli si fa bianco
bianco nel viso, abbandona il capo all'indietro e lascia cadere le
braccia penzoloni.--Oh Dio mio!--gridano tutti insieme spaventati;
il padrone gli sorregge il capo, uno dei figliuoli gli asciuga la
fronte, l'altro gli sbottona il cappotto e gli fa odorare una boccetta
di aceto; le ragazze e le donne di servizio corrono di qua e di là,
confuse, affannate, senza saper che si fare. Finalmente ei rinvenne e
la sua prima parola fu un grazie detto con una voce trepida e fioca
che veniva schietta schietta dal cuore. In quel momento, facendogli
un po' di violenza, gli tolsero il cappotto e la cravatta, gli
fecero indossare una giacchetta, e gli avvolsero attorno al collo
un fazzoletto.--Grazie!--ripeteva il soldato opponendo una timida
resistenza;--grazie!--

--Oh che scena!--diceva intanto tra sè la sorella del padrone; ma non
diceva per l'appunto quel che sentiva. E mostrava alla figlia maggiore
le orme di fango rimaste sul tappeto; ma nell'atto stesso che le
mostrava sentiva quasi dispetto di non provare dispetto.

--O che v'è accaduto, buon giovane, che v'è accaduto?--dimandava con
viva sollecitudine il padrone di casa.--Siete malato? Siete caduto?
Eravate solo? D'onde venite?--

A voce bassa e lenta, e interrompendosi tratto tratto come se gli
venisse meno il respiro, il povero soldato raccontò tutto quel che
gli era seguìto. Era partito da San Donnino che già si trovava male
in arnese; lungo la via aveva molto sofferto di stomaco e di testa, e
ad ogni breve sosta che s'era fatta aveva temuto di non potersi più
rialzare. S'era però rialzato e avea tirato innanzi con grande sforzo
fino all'ultima fermata, in prossimità di quella casa. Quivi s'era
gettato in un fosso, s'era lasciato cogliere dal sonno, un torpore
profondo gli aveva invaso tutte le membra, non avea inteso lo squillo
delle trombe che davano il cenno dell'avanti, non aveva visto partire
il reggimento, s'era svegliato mezz'ora dopo, s'era trovato solo,
avea tentato di rimettersi in cammino ed era ricaduto per terra....
Che fare? dove andare? Vista là presso una casa, s'era diretto,
barcollando, alla porta, e avea picchiato, e avea pregato che lo
ricoverassero per un quarto d'ora nella stalla, o nel fienile, o dove
si fosse.

Questo racconto durò un buon quarto d'ora. Frattanto egli ritornò in
sè interamente e riprese una parte delle forze smarrite. Ma a misura
che la sua mente si rischiarava ed egli acquistava conoscenza viva e
distinta del luogo dov'era e delle persone che lo circondavano, vieppiù
s'accresceva il suo imbarazzo, la sua timidità e la sua confusione, e
rispondeva alle domande balbettando e arrossendo come un bambino.

Essendo ora di cena, la donna di casa, in quel frattempo, aveva
apparecchiato, senza che il povero ospite, confuso e sbalordito come
era, se ne fosse avveduto. Ad un tratto, il padrone fe' un cenno e
tutti s'alzarono e si accostarono alla tavola. Il soldato si alzò
anch'esso, diede una rapida occhiata alla mensa e alle persone, e si
rimise subito a sedere abbassando gli occhi e vergognandosi d'aver
guardato.

--Ci abbiamo a mettere a tavola?--gli disse amabilmente il padrone,
facendoglisi accanto.

--Ah! è vero!--pensò il soldato, e si rizzò in piedi di scatto, e
mormorando qualche parola di scusa si mosse per uscir dal salotto.

--Dove andate?--domandò vivamente il padrone. Tutti gli altri si
guardarono in atto di sorpresa: il soldato si fermò e si volse indietro.

--Dove andate?--ripetè il padrone.

--Mi hanno detto che si mettono a tavola....--quegli rispose
timidamente.

--Sì; ebbene, sedete a tavola con noi.--

La sorella del padrone allungò il labbro di sotto; il soldato rimase a
bocca aperta.

--Sicuro, a tavola. Sedete qui, se non vi spiace.--E con una mano
scostò una seggiola dalla tavola e coll'altra gli fece cenno che
sedesse.

--Ma.... domandò il soldato ripiegando ambe le mani coll'indice teso
contro il proprio petto,--a tavola, io?--E sorrise.

--Ma sicuro.

--....Con loro?

--Con noi, con noi.--

Il povero giovane non poteva credere a quel che sentiva. Tutti
gli altri lo guardavano con un'aria di curiosità e di compassione
affettuosa; anche la sorella del padron di casa.

--No.... senta, signore, (proruppe il soldato con voce dolce e tremante
e facendosi serio serio) io non merito.... io non son degno di
stare.... son tutto così (e si guardò i panni).... e poi io non saprei
stare come si deve, perchè.... Quindi risolutamente:--Mi faccia questo
piacere, mio buon signore; mi lasci andare di là, nella stanza vicina
alla porta; io sto più volentieri di là; aspetterò che loro abbiano
finito; non importa nemmeno che accendano il lume; aspetterò al buio,
per me è lo stesso....

--Ma no, ma no,--esclamarono ad una voce il padre e i figliuoli,
dopo averlo ascoltato con un'attenzione mista di sorpresa e di
tenerezza;--non permetteremo mai questo, non....

--Sì, sì, mi lascino andare, mi lascino andare; io non voglio
incomodarli....--e si mosse un'altra volta per andarsene.

--Ma sentite.... ripresero gli altri trattenendolo;--voi avrete bisogno
di mangiar qualcosa, è impossibile di no; restate, fateci questo
piacere....

--No, grazie, grazie; io non ho bisogno di nulla, io ho ancora tutto il
mio pane nello zaino, e mi basta....

--Ma sentite....

--Ma guardino.--

Volò di là, prese il pane, e tornò mostrandolo in atto di
compiacenza:--Vedono?--

Tutti tacquero e si guardarono l'un l'altro in viso.

--Qua!--gridò improvvisamente il padrone colla voce commossa,
strappando di mano al soldato il suo pane e battendolo forte sulla
tavola;--lo mangeremo assieme; sedete.--

Quell'atto, quella voce, quel volto erano improntati di un affetto e
d'un'emozione così viva e così risoluta, che al soldato non parve più
possibile di ricusare, e sedette.

Non sapeva dove metter le mani, non s'attentava a levar gli occhi
in volto a nessuno, non ardiva nemmeno di guardare sulla tavola;
guardava fisso il piatto che gli stava davanti, teneva le ginocchia
strette e i piedi indietro indietro sotto la seggiola, e gingillava
colle dita intorno ai bottoni del cappotto. Comunque ei nol guardasse,
pure tutto quel cristallame svariato e luccicante lo abbarbagliava;
quel bel tovagliolo fine, bianco, che odorava ancora di bucato, non
aveva il coraggio di toccarlo, con quelle sue mani ruvide e nere. E
gli si cominciarono a svegliare nella mente certi ricordi vaghi e
confusi e da lungo tempo sopiti, di certi modi, di certe consuetudini,
di certe norme di buona creanza e di cortesia, di cui molti anni
addietro, quand'egli era ancora ragazzo, sua sorella maggiore, che
avea soggiornato un pezzo in città, gli soleva fare in fretta un po'
di scuola su per le scale della casa del fattore, quei giorni di
festa solenne ch'essi erano invitati a desinare da lui. E cercava
di richiamarsele a memoria quelle norme, quelle consuetudini, e si
sforzava di metterle in pratica con quel miglior garbo che per lui si
potesse, e guardava tratto tratto colla coda dell'occhio il padrone di
casa che gli era seduto accanto per regolarsi da lui sul modo di tenere
il tovagliolo, e di spezzare il pane, e di maneggiare il coltello, e
via via. A ogni piatto che gli s'offerisse ei si credeva in dovere di
dire di no, e diceva no due o tre volte, e faceva atto di respingerlo
colla mano e torceva il capo dall'altra parte, finchè accettava a
stento, mormorando:--Grazie!--e facendo un certo viso compunto che
voleva dire:--È troppo. È troppo!--E tagliava certi bocconcini così
minuti che gli andavan giù senza farsi sentire; e ad ogni centellino
d'acqua o di vino che bevesse si forbiva due o tre volte la bocca
tenendo il tovagliolo, con tutt'e due le mani, e con gran sollecitudine
porgeva alla donna di servizio i piatti ch'essa andava intorno a
raccogliere, e si guardava bene dal gettar pure un'occhiata alle
pietanze recate in tavola prima che gli fosser messe dinanzi; e quando
il padrone gli offriva del vino egli non si contentava di dir di no, ma
turava il bicchiere colla palma di una mano, spingendo in là la boccia
coll'altra. Del pepe, del sale, dell'oliera, di tutto rendeva grazie
particolari, come se l'offrirgli ciascuna di quelle cose fosse una
particolare degnazione, un favore affatto distinto dagli altri.

Se egli avesse guardato qualche volta i suoi commensali, questi si
sarebbero astenuti dal guardar lui, per non metterlo in più suggezione,
per lasciarlo mangiare in pace, per non farlo penare. Ma come ei non
guardava nessuno, così tutti guardavano lui; ne notavano tutti i
moti, tutti gli atti; gli leggevano sulla fronte ciò che gli passava
nell'anima, e di quella sua rozzezza ingenua e peritosa, di quel suo
stupore, di quel suo sbalordimento, di quella tenera e reverente
gratitudine che tratto tratto gli lampeggiava in un lieve sorriso o
in uno sguardo fuggevole, provavan tutti un senso come di pietà e di
compiacimento soave. Il padrone di tempo in tempo l'interrogava delle
vicende della guerra, delle marcie, dei campi, del reggimento, ed egli
rispondeva con dei sì, con dei no, con dei sorrisi, con qualche gesto
cominciato e non saputo finire, e tra una domanda e l'altra, quando
supponeva che tutti gli occhi fossero volti sopra di lui, pigliava in
mano e fingeva di osservare attentamente il coltello o la forchetta.
In fin di tavola, sorbendo il caffè, ne lasciò cadere una goccia sulla
tovaglia.--Oh! Dio!--sclamò tutto turbato--scusi, sa: non l'ho fatto
apposta.--E volgendosi al padrone si mise una mano sul petto. Povero
giovane! disse tra sè la sorella; e portò il bicchiere alla bocca
per nascondere quel po' d'alterazione che quel senso fugace di pietà
avrebbe potuto produrre sull'altera gravità del suo volto.

S'alzarono da tavola.

--Adesso.... disse il soldato, e restò in asso.

--Adesso?... domandarono gli altri e stettero in atto di aspettare
ch'ei finisse.

--Mi rincresce....

--Che cosa?--interrogò amorevolmente il padrone.

--Mi rincresce; bisogna ch'io me ne vada.

--Oh!

--Per forza.

--Come! Come! E perchè? proruppero vivamente il padrone e i
figliuoli:--bisogna che restiate qui con noi questa notte; non siete
ancora in grado di rimettervi in strada; avete bisogno di dormire; e
poi con questo tempo è impossibile....

--Ma scusino....

--Ma con questo tempo è impossibile che voi vi rimettiate in cammino.
Sentite.--

E tutti tacquero. La pioggia veniva giù a catinelle; la si sentiva
batter forte contro i vetri delle finestre e tirava un vento d'inferno.

--Avete sentito? Come volete partire con cotesto diluvio? E con cotesto
buio che non ci si vede un palmo più in là del naso?...

--Ma sentano; io sono stato anche troppo qui con loro; sa il cielo se
non ci rimarrei ancora volentieri.... magari per sempre (e sorrise); ma
se domattina di buon'ora io non mi trovo a Piacenza, mi metteranno in
prigione.... e adesso, camminando di buon passo, sarei ancora in tempo
a raggiungere il reggimento...; se tardo anche un poco....

--Ma voi non vi sentite bene; vi si vede in viso....

--Sì che mi sento bene; davvero; mi sento proprio bene adesso; mi lasci
andare....

--Ma no, ma no; io farei molto male a lasciarvi andare, ve lo dico
schiettamente; e se smarriste la via? E se vi mancassero le forze a
mezza strada? E se vi venisse male? Restate; seguite il mio consiglio;
ve lo do pel vostro bene; se credessi che voi poteste partire senza
pericolo, sarei io il primo a consigliarvi di partire; ma stanco e
malato come siete, con questo tempo, a quest'ora, credetemelo, non vi
conviene d'uscire. Restate qui con noi, via; fateci questo piacere; ve
ne preghiamo pel vostro bene.--

Il soldato stette un momento sopra pensiero.

--No, no,--proruppe poi tutto ad un tratto;--non posso, mio buon
signore; domattina per tempo bisogna ch'io sia col mio reggimento; lo
posso ancora raggiungere; mi scusi, non posso, bisogna ch'io vada.--

E corse nella stanza d'ingresso; dietro a lui la famiglia co' lumi.
S'infilò il cappotto, si mise il cheppì, si allacciò il cinturino,
si gettò in spalla lo zaino...; ma all'improvviso le ginocchia gli
si piegarono sotto, lasciò cader lo zaino in terra e s'appoggiò alla
parete.

--Vedete? vedete?--s'affrettarono a dire tutti gli altri; vedete che
non vi sentite bene? che non siete ancora in grado di camminare? che
avete bisogno di dormire?--

Egli tacque.

--Restate, restate; riprese il padron di casa pigliandolo per un
braccio; dormite in casa nostra; domattina vi desteremo per tempo;
vi faremo noi una lettera pel colonnello per giustificare il vostro
ritardo....

Il soldato sorrise.

--Restate; ve ne preghiamo per la vostra salute; è necessario che
restiate. Non è vero che restate?--

Il soldato stette un po' di tempo sopra pensiero e poi, levandosi il
cheppì e il cinturino, mise un sospiro e disse:--Resterò!--

--Sia lodato il cielo!--esclamò il padrone; e gli strinse la mano.
Povero giovane! pensò la sorella, e, prevedendo uno sguardo del
fratello, volse il capo verso la finestra come per sentire se pioveva
ancora.

Pochi minuti dopo, il padrone di casa, precedendo il soldato con un
lume in mano, lo condusse alla porta d'un'elegante cameretta, l'aperse
e gli disse:--Entrate.--

Il soldato entrò e, girato attentamente lo sguardo intorno, si volse al
suo ospite e gli fissò gli occhi negli occhi in aria d'interrogarlo.

--Dormirete qui,--gli disse con un sorriso il buon vecchio.

--Qui?

--Già.--

Il soldato fece un atto di sorpresa e quasi di rincrescimento.--Qui non
è luogo per me, signor padrone; mi faccia dormire in un'altra camera;
qui, vede, io non potrei nemmeno prender sonno, me lo creda; io sono
assuefatto a dormir sulla terra; io le insudicerei tutto, qui.... Mi
lasci dormire in un altro luogo.--

E queste preghiere erano profferite con un accento così umile e soave,
che toccavano il cuore. Il padrone lo guardò un momento e poi,
dissimulando la commozione, gli rispose che non c'era altra stanza
disponibile, che bisognava ch'egli dormisse in quella.

--Mi metta a dormire in cucina.

--Ma vi pare! mettervi a dormire in cucina io che vi cederei il mio
letto se non n'avessi un altro da darvi, e che per voi dormirei anche
giù per le scale? E poi in cucina dorme la donna di servizio.

--Allora.... allora mi metta a dormir lì fuori.

--Dove lì fuori?

--Sul pianerottolo.

--Oh!

--Ci starei bene, sa? Prima di tutto mi troverei al coperto, e poi
ho la mia coperta da campo, e lo zaino per appoggiarvi la testa;
e poi, già, io ci sono assuefatto a dormire al fresco e.... e poi
domattina farei più presto a scendere giù; sì, sì, mi lasci dormire sul
pianerottolo, signor padrone; mi ci lasci dormire.--

E stette aspettando la risposta in un certo atteggiamento di timidità
e d'ansietà puerile, e con un sorriso pieno d'una così viva ed ingenua
espressione di preghiera, che il padrone ne fu tocco nel più vivo
dell'anima; lo guardò, s'intese battere il cuore forte forte, si sentì
un impulso come d'una mano gagliarda che lo spingesse verso il suo
ospite, allargò le braccia, le ritrasse, e, stringendo rapidamente la
mano al soldato.--Buona notte!--gridò con voce soffocata, e scomparve.

--Buona notte!--ripetè il soldato, e rimase attonito in mezzo alla
stanza coll'occhio fisso alla porta. Lo riscosse un lieve rumore alle
spalle; si volse, era un bell'orologio a pendolo accosto alla parete.
Lo guardò per un pezzo e poi rivolse gli occhi al letto; un bellissimo
letto con parato di percalle e coperta a fiorami e piumino. Guardò il
tavolino: c'era su un bel lume da notte che spandendo intorno sulle
pareti e sui mobili una languida luce, ne abbelliva d'un cotal velo di
mistero la splendidezza. Egli guardava or l'una or l'altra cosa colla
bocca aperta e le braccia penzoloni; gli pareva di sognare.

Tornato interamente in sè, riavutosi da quello stupore e da quella
confusione che gli avean pieno sino allora il cuore e la testa,
ripensò pacatamente ai suoi ospiti, si risovvenne distintamente di
tutte le garbatezze che gli avevano fatte, gli parve di udirsi risonar
di nuovo all'orecchio tutte le affettuose parole che gli avevano
dette, si ricordò del reggimento, della marcia, della pioggia, del
suo svenimento; si guardò un'altra volta intorno, giunse le mani con
impeto, mandò fuori una voce convulsa come tra il gemito e il riso....
Il suo cuore era già colmo di tenerezza; per farlo traboccare non ci
voleva più che un'idea; l'idea venne; pensò a un'altra casa, alla
sua, e il confronto gli suscitò nel cuore una così profonda e strana
emozione ch'egli si abbandonò sulla sponda del letto colla faccia nelle
mani.

Poco dopo era coricato e dormiva. Quel volto rozzo e abbronzato, e così
com'era rischiarato da quel fioco lume, faceva un singolare contrasto
colla bianchezza purissima dei lini su cui riposava; e quel cappottone
infangato e quegli altri poveri cenci spiccavano stranamente su quella
seggiola dorata e accanto a quel parato ampio e signorile. Egli dormiva
d'un sonno queto e pieno. Avea la fronte leggermente corrugata; forse
sognava il cipiglio irato con che il suo capitano l'avrebbe accolto il
domani; ma sulle labbra gli errava un lieve sorriso, e forse, intorno
al capitano, gli pareva di vedere i suoi ospiti in atto di chieder
grazia per lui.

Dormi in pace, povero soldato; non ti saran messi i ferri domani, no;
non fu tua colpa se mancasti,.... è stata una disgrazia; sì povero
soldato; sì, dormi in pace.

--Ebbene, che ve ne pare?--domandò il padrone di casa alla
sorella dopo averle fatta una descrizione enfatica della scena
accaduta poc'anzi. Essa si sforzò di sorridere e rispose:--Non c'è
male.--Solamente?--Solamente. Che cosa volete ch'io vi dica di più?--

Il padrone s'avviò alla sua camera da letto scrollando la testa in
segno di compatimento. Essa restò un po' pensierosa e poi scrollò la
testa anch'essa mormorando:--povero giovane!--E andò a dormire.

L'indomani mattina, mentre il grand'orologio del salotto da pranzo
scoccava le sette, il nostro soldato, vestito e armato di tutto punto,
pigliava comiato da' suoi ospiti che gli stavan tutti attorno nella
stanza d'ingresso.

--Dunque....

--Dunque, buon viaggio!--dissero ad una voce il padre e i figliuoli.

--Buon viaggio! ripetè macchinalmente il soldato, sospirando.

--E state sano; abbiate cura della vostra salute; e se ripasserete un
giorno per di qua, veniteci a fare una visita, chè per noi sarà sempre
un piacere. E se non ci ripasserete più.... allora, ricordatevi qualche
volta di noi.

--Se mi ricorderò!... Sempre mi ricorderò di loro!... Sempre....

--E se per caso aveste bisogno di qualcosa, se noi potessimo riuscirvi
utili in nulla, fate conto di noi come se fossimo la vostra famiglia,
in qualunque caso e per qualunque motivo, senza riguardi, senza
complimenti.--

Il soldato stava a sentire colla faccia attonita e convulsa.

--Avete inteso? Scrivete, quando vi occorra, o fateci scrivere un
rigo....

--Io un poco so scrivere--disse tutto contento il soldato.

--Benissimo; mi fa piacere; c'intenderemo più facilmente. Anzi....
vedete che smemorato! Io mi dimenticava di domandarvi il nome.--E
trasse di tasca un portafoglio.

--Lo scrivo io! Lo scrivo io!--proruppe il soldato, lieto e orgoglioso
di far vedere che sapeva scrivere. Posò il fucile in un canto, si
frugò in tasca, ne trasse un piccolo portafoglio unto e sdrucito, e un
pezzettino di lapis che appena si potea tenere fra le dita, appoggiò
i gomiti sull'angolo d'un tavolino e si mise a scrivere in grossi
caratteri il suo nome. Finito, staccò il foglio, e datogli un ultimo
sguardo allungando il braccio, lo porse al padrone.

--Benissimo, grazie,--questi rispose, e scrisse il nome suo e lo diede
al soldato. Egli si ripose il biglietto in tasca coll'atto e il volto
d'un divoto a cui si porga una reliquia di santo. E poi balbettò:

--Adesso....

Aveva qualcosa da dire; ma non se ne sentiva il coraggio.

--Dite, dite; dite pure liberamente.

--Io--sentano--loro che son tanto buoni mi scuseranno.... capisco
anch'io che sono uno sfacciato a domandare.... dopo tutto quello che
m'han fatto.... ma.... mi par quasi d'averne bisogno, che so io?...
perchè....--E sorrideva e abbassava la testa e si stropicciava le dita
e apriva la bocca per parlare e tosto la richiudeva, non soddisfatto
della espressione che ne sarebbe uscita, e ne cercava un'altra, e non
la trovava....

--Non vi pigliate suggezione di noi, caro amico; non v'ho detto che ci
dovete riguardare come vostra famiglia?

--Ecco.... io vorrei domandarle un piacere (e guardò il padrone....)
se me lo potesse fare.... un piacere che.... lei si metterà a ridere,
e a ragione; ma pure, che cosa vuole?... non posso fare a meno di
domandarglielo. Io non lo guasterei mica, sa! Lo metterei nello zaino
in mezzo alla biancheria, lo terrei con tutte le cure, non lo mostrerei
a nessuno, mi contenterei di guardarlo da me....

--Ma che cosa?--

Il soldato stese la mano verso il padrone, e ritraendola tosto dietro
la schiena e abbassando la faccia come fanno i bambini quando domandano
qualche balocco prezioso colla certezza che si dirà loro di no, mormorò
rapidamente:

--Il suo ritratto.

--Oh subito! subito!--esclamò il padrone; volò di là; tornò col
ritratto, e glie lo porse. Il povero soldato pareva fuor di sè; tutti
gli altri lo guardavano inteneriti.

S'accomiatò esclamando qualche parola rotta e senza senso, scese
velocemente le scale, traversò il giardino, giunse al cancello, si
fermò, si volse per dare un ultimo sguardo a quella casa benedetta,
e vide.... Tutti i suoi ospiti affacciati alle finestre e appoggiati
alla ringhiera del terrazzino lo guardavano e lo salutavano colla mano
gridando:--Buon viaggio! A rivederci presto! Addio! Addio!--

Egli restò un istante immobile, come stordito e sopraffatto dalla
tenerezza; poi si riscosse, cercò un modo di rispondere a quell'ultimo
e inatteso saluto, pensò, pensò....

--Ah!--gridò poi con un trasporto di gioia; cacciò le mani in tasca,
ne trasse il ritratto, lo mostrò, stendendo il braccio, al padrone, lo
baciò tre volte e disparve.

--Ebbene, sorella?--dimandò il padrone col sorriso sulle labbra, ma
colla voce mal ferma.

La sorella trasse di tasca il fazzoletto.

--L'avrei giurato!--esclamò il vecchio percuotendosi col pugno la palma
della mano.




UNA SASSATA


Cominciava a farsi buio. Le vie della città formicolavano di gente.
Quelle botteghe che di sera sogliono restar aperte erano in gran parte
già chiuse, e l'altre si andavano a mano a mano chiudendo. Qua e là,
sui crocicchi, nelle piazze, davanti ai caffè, sulle gradinate delle
chiese, v'eran molti capannelli d'uomini e di ragazzi che parlavano
fra loro a voce bassa e concitata, volgendosi di tratto in tratto a
guardare intorno se nessuna faccia sospetta li stesse ad ascoltare.
Era un continuo scendere di gente dalle case nella strada; sostavano
un momento sulla soglia, guardavano a destra e a sinistra come incerti
del dove dirigersi, e poi s'internavano nella folla. Era un insolito
moto, un insolito brulichìo; ma pure nel bisbiglio della moltitudine,
comunque più continuo e più forte del consueto, si sentiva un non so
che di sommesso e quasi di peritoso. Di quando in quando, una frotta
di persone attraversava la via a passo frettoloso, e dietro a loro un
lungo codazzo di monelli che si facevano strada fra le gambe della
gente a pugni e a spallate, mettendo gridi e sibili acuti. Ad ogni
voce che s'udisse un po' distintamente tra il bisbiglio generale,
molte persone si soffermavano e si voltavano indietro domandando che
fosse. Era uno che avea detto una parola un po' più forte dell'altre,
ecco tutto; dopo che la gente lo aveva un po' guardato ed egli
aveva un po' guardato la gente, ognuno ripigliava la sua strada. Di
lì a un momento s'udiva un gran colpo da una parte della via: tutti
si voltavano da quella parte:--Chi è? cosa c'è? cos'è stato?--Era
un bottegaio che aveva chiuso e sprangato la porta della bottega.
Le carrozze procedevano lente lente, e i cocchieri pregavano che si
facesse largo con un sorriso insolitamente gentile e un cenno della
frusta insolitamente garbato. Sugli angoli delle vie, al chiarore dei
lampioni, si vedevano que' poveri rivenditori di giornali assaliti ad
un tempo da cinque, sette, dieci persone, che porgendo il soldo con
una mano strappavan coll'altra il foglio sgualcito, e si ritraevan poi
in disparte, lo spiegavano in fretta, e cercavan qua e là coll'avido
sguardo se vi fosse la notizia di qualche gran cosa. Qualche passante
si fermava e faceva crocchio intorno al possessore del giornale; questi
leggeva a bassa voce, gli altri ascoltavano attenti.

All'improvviso, si vede correre tutta la gente verso l'imboccatura
d'una strada; vi si fa subito un gran serra serra, un gran gridìo,
un gran rimescolamento; al di sopra delle teste si vedono quattro o
cinque canne di fucile sbattute di qua e di là, s'ode uno scoppio
di battimani, la folla ondeggia, dà indietro, si apre da una parte;
n'escono a passi concitati quattro o cinque figuri sinistri con un
fucile fra le mani, danno un'occhiata intorno in aria di trionfo,
imboccano la prima viuzza e via di corsa. Uno sciame di ragazzi,
urlando e fischiando, li segue--Che fu? Che è accaduto?--Niente,
niente; è stata disarmata una pattuglia di guardia nazionale. Di lì a
un momento, la folla si apre da un'altra parte, e n'escono quattro o
cinque disgraziati, col volto pallido, col capo scoperto, coi capelli
rabbuffati, colla cravatta e coi panni laceri e scomposti; intorno
intorno si leva un mormorio di compassione; qualche pietoso se li
piglia a braccetto, li conduce fuori della calca, e gli accompagna a
casa esortandoli con atti e con parole a farsi coraggio.

Intanto fra la moltitudine s'è destato un vivo fermento, un'agitazione
convulsa, uno strepito assordante.--Largo! Largo!--si grida
improvvisamente da una parte della via. Tutti si voltano da quella
parte:--Chi è? Che c'è? Chi viene?--Largo! Largo!--La folla si divide,
indietreggia rapidamente, fa siepe ai lati della strada, e una
compagnia di bersaglieri l'attraversa a passo di corsa. Una ragazzaglia
cenciosa e schiamazzante le tien dietro. La folla si richiude.

Di repente, si leva in un altro punto un rumore confuso di molte voci
sdegnate e minacciose; la gente accorre e si accalca in quel punto; al
di sopra delle teste si vedono due o tre volte apparire e sparire due
cappelli da carabiniere, poi scoppia una salva d'applausi, la folla
si divide, n'esce correndo un uomo tutto lacero, pallido, ansante, la
gente gli fa largo, è sparito.--E' volevano mettergli le manette--si
mormora da qualcuno in accento di viva soddisfazione--ma non ci son
mica riusciti, veh! E' c'eran dei musi duri che si son messi frammezzo.
Oh le vorremo veder belle! Glieli leveremo via noi i ghiribizzi dal
capo!--

La folla procede lentamente tutta in una direzione; ancora pochi passi
e la via svolta: ad un tratto, la gente che è innanzi si ferma, la
gente che le vien dietro le si serra addosso, quella retrocede di
alcuni passi, questa è respinta addietro violentemente; poi ritorna
a spingere innanzi e poi daccapo retrocede, e ne nasce un parapiglia
infinito.--Che c'è? Chi impedisce d'andare avanti? Avanti, avanti--Oh
sì, avanti! C'è nientemeno che una compagnia di soldati colla
baionetta in canna che sbarra il passaggio.--Urli, fischi, bestemmie,
imprecazioni;--abbasso i prepotenti--non vogliamo prepotenze--giù
quei fucili--libero il passo--via di lì.--Ad un tratto la folla volge
le spalle a' soldati, si dà a una fuga precipitosa lasciando il suolo
ingombro di caduti, e invade in men d'un istante le vie laterali, i
caffè, i vestiboli e i cortili delle case vicine. I soldati banno
abbassato le baionette.

--Largo! Largo!--si urla da un'altra parte. Da una delle viuzze
laterali s'ode uno scalpitare di cavalli e un suonar di sciabole
rumoroso; è uno squadrone di cavalleria che s'avanza; ecco, si veggono
luccicare i primi elmi; ecco i primi cavalli; tutto lo squadrone è
nella strada; la folla si getta a destra e a sinistra contro i muri
delle case; lo squadrone passa, silenzio generale; è già quasi passato,
qua e là si leva qualche fischio e qualche voce; è passato, urli,
sibili, improperi, e una pioggia di torsi di cavolo e di buccie di
limone sopra gli ultimi cavalli. Lo squadrone si ferma, gli ultimi
cavalli indietreggiano di pochi passi, la folla volge le spalle e
sgombra per un cento passi di strada.

Dal crocicchio più vicino si sente tutto ad un tratto uno scoppio
rabbioso di bestemmie, un picchiare di bastoni, un grido acuto,
un lamento fioco, e poi un lungo bisbiglio, e poi un pauroso
silenzio.--Che è stato? che fu?--Niente, niente; non si tratta che di
quattro dita di lama cacciate nella schiena a una guardia di pubblica
sicurezza.--La folla si ritira a destra e a sinistra, e un carabiniere
col capo scoperto e con ambe le mani nei capelli attraversa la via
tentennando e barcollando a mo' d'un ubriaco.--Che cos'ha? Che gli
hanno fatto?--Niente, niente, non gli han dato che una bastonata
sul capo.--In piazza! In piazza!--grida all'improvviso una voce
poderosa.--In piazza!--si risponde concordemente da tutte le parti. E
la moltitudine irrompe tumultuando nella via più vicina, e si dirige
alla piazza.

Tutto questo accadeva non sono molti anni in una delle principali città
d'Italia, mentre in una strada vicina al centro del tumulto passava
un drappello di otto soldati, un caporale e un sergente di fanteria
di linea, per recarsi a dare il cambio a un altro drappello, che
stava alla guardia di un edifizio pubblico in una piazzetta vicina.
Il drappello andava innanzi a passo lento, e i soldati guardavano
curiosamente di qua e di là. Appunto in quella strada appariva più viva
che altrove l'effervescenza degli animi e più risoluto e più fiero il
contegno della gente.

La pattuglia passò vicino ad un folto crocchio di que' tali figuri che
vengono a galla solamente in codeste sere, i quali colle faccie torve
ed accese discorrevano molto clamorosamente in mezzo a un circolo di
monellacci adulti, intorno a cui s'era affollata una quantità d'altri
monelli piccini. Uno del crocchio vede la pattuglia, si volta, e
appuntando il dito verso i soldati esclama a mezza voce:--Guardateli
là.--Tutto il crocchio si volta da quella parte, e l'un dopo l'altro
alzando gradatamente la voce cominciano a dire:--Già; eccoli là quei
che non mancan mai di venir fuori quando il popolo vuol far valere le
sue ragioni.--Loro? Se la fanno col calcio del fucile la ragione.--Le
baionette son fatte per forar la pancia a quelli che hanno fame.--A
loro la pagnotta non manca, capite; crepino di fame gli altri; che
importa a loro? E per chi grida ci son delle buone cartucce nella
giberna.--

I soldati si allontanavano senza voltarsi indietro. Il gruppo si mosse
e, preceduto da un'avanguardia di monelli, li seguì. In un momento li
raggiunse, e tenne loro dietro a qualche passo di distanza. I soldati
continuavano a camminare senza volger la testa. Uno del gruppo
comincia a tossire; un altro starnuta; un terzo tosse più forte; un
quarto tira su dai precordi un gran sputo e, volgendosi verso il
drappello, lo butta fuori con un gridaccio rantoloso che termina in uno
scoppio di risa sguaiate; tutti gli altri battono le mani. I ragazzi
fischiano, strillano, e, istigati e sospinti dagli adulti, si vanno
adagio adagio avvicinando ai soldati. Questi continuano a camminare
senza dar segno d'avvedersi di nulla. Quelli si avvicinano ancora e
camminano accanto a' soldati guardandoli in faccia con un muso di
me-ne-rido. Uno di loro comincia ad imitare grottescamente il passo di
scuola gridando con voce nasale:--Uno, due! Uno, due!--Un altro prende
a contraffare la stanca andatura dei soldati curvi e zoppicanti sotto
il peso dello zaino. Un terzo, messo su da uno di quegli sciagurati di
dietro, afferra la falda del cappotto del caporale, dà una tirata e
via. Il caporale si volta ed alza una mano in atto di dargli un ceffone.

--Eh! Eh!--si grida tosto intorno.--Stiamo un po' a vedere, adesso.--A
un ragazzo! vergogna!--È passato il tempo dei croati.--Si vogliono
usare altri modi, adesso!--A un ragazzo! Si provi un'altra volta.--

Uno di que' soldati, a sentir quelle parole, si morse un dito, vi
confisse i denti profondamente, e mise un gemito di rabbia e di dolore.
In quel punto, si sentì percuotere il gamellino da un pugno impetuoso,
il sangue gli salì violentemente alla testa, si voltò, allungò il
braccio e die' una manata nella spalla al monello che l'aveva percosso,
cacciandolo indietro di alcuni passi.

--Ecco! Ecco!--proruppe minacciosamente la turba.--Eccoli i
prepotenti!--Peggio dei croati! Peggio dei birri!--Oh n'avremo a veder
delle belle!--Te la faremo pagare, sai, razza di cane!--Prepotenti!
Peggio dei croati! Vergogna, percuotere un ragazzo inerme!--

E i monelli, imbaldanziti dall'ira della turba e dalla sicurezza
dell'impunità, andavan proprio a cacciar la testa tra soldato
e soldato, bisbigliando con voce rauca e invelenita:--Brutto
soldato--Prepotente--Birro--Mangia-pane a tradimento--Aguzzino--Crepa,
crepa.--

E la turba intorno:--Vergogna! Percuotere un ragazzo inerme!--

--Vigliacchi!--diceva intanto fra sè e sè il povero soldato mordendosi
or l'uno or l'altro labbro in modo che il sangue ne schizzava
fuori:--Vigliacchi! Un ragazzo inerme! Ma non sapete che ci son delle
parole che uccidono? Birro! Croato! A me! A me! Oh!--E si addentava
un'altra volta la mano scrollando la testa in atto disperato.

Dopo pochi minuti, sempre seguìto da quella gente, il drappello
giungeva nella piazza ed entrava nel suo corpo di guardia: una
stanzaccia bassa e squallida, illuminata debolmente da una lanterna. Fu
subito mutata la sentinella alla porta del palazzo, a un venti o trenta
passi dalla guardia, il drappello che v'era prima se n'andò, e i nuovi
arrivati si misero ad assestare gli zaini sui tavolacci e ad appendere
le sacche e le borraccie agli uncini.

Giunta a una cinquantina di passi dal corpo di guardia, la gente che
tenea dietro al drappello si era fermata e di là andava provocando i
soldati con atti e con parole di scherno, a cui essi facevano le viste
di non badare. Vedendo che non c'era modo nè verso di suscitare uno
scandalo, stavano già per allontanarsi quando uno di loro osservò che
il soldato in sentinella era appunto quel tale che poco prima avea
percosso il ragazzo nella spalla.

--È proprio lui?--Proprio lui.--Ma davvero?--Ma sì vi dico, è quello
stesso.--Ah, razza di cane, adesso t'aggiustiamo noi pel dì delle
feste. Aspetta, aspetta.--

E si mossero tutti verso la sentinella. A una trentina di passi, si
fermarono, si schierarono, e la stettero guardando in cagnesco. Il
soldato stava là, accanto al suo casotto immobile, rigido, colla testa
alta e gli occhi fissi in quelle bieche figure che gli si erano parate
dinanzi. Ad un tratto, si stacca dal gruppo un giovanastro cencioso,
col cappello schiacciato sur un orecchio e un mozzicone di sigaro in
bocca, si fa innanzi colle mani in tasca canterellando in aria di
corbellatura, e si viene a piantare a un quindici passi di fronte alla
sentinella, figgendole in faccia uno sguardo insolente, e incrociando
le braccia e atteggiando tutta la persona ad una sprezzante spavalderia.

Il soldato lo guardò.

Allora quel giovanastro girò improvvisamente sui tacchi e gli voltò
le spalle, dando in una gran risata di concerto cogli altri, che lo
stavano a guardare istigandolo co' cenni a farsi onore e a dar qualche
bella prova di sè.

Il soldato scrollò due o tre volte la testa, strinse le labbra e mandò
fuori un lungo sospiro, battendo ripetutamente il piede in terra come
per dire:--Ah la pazienza! la pazienza!... è una cosa dura!--

Il monello si voltò un'altra volta di fronte al soldato e, dopo un
istante di esitazione, si tolse di bocca il mozzicone di sigaro e
glielo gettò ai piedi, indietreggiando di otto o dieci passi per
mettersi al sicuro da uno scoppio d'ira e da un assalto improvviso.

Il soldato tremò, impallidì e alzò gli occhi al cielo stringendo i
pugni e arrotando i denti; gli si cominciava a offuscar la ragione.--Ma
perchè mi fate così?--diceva poi dolorosamente tra sè volgendo gli
occhi e sporgendo la faccia verso quella gente come se in realtà
parlasse con loro;--perchè mi fate così? che cos'avete con me tutti
voi altri? v'ho fatto forse qualche cosa di male? Io non vi ho fatto
niente, io. Gli è perchè ho dato un pugno a un ragazzo? Ma e lui
perchè mi è venuto a insultare? chi l'aveva provocato, lui? E chi
vi aveva cercati tutti voi altri? Che cosa volete da me? Io non ho
offeso nessuno; io non vi conosco nemmeno; io sono un povero soldato,
e faccio il mio dovere, e sto qui perchè me l'han comandato. Sì sì,
sbeffeggiatemi, fischiatemi, vi fate un bell'onore a trattare i vostri
soldati in quel modo.... come se fossero briganti, come se....

In quel punto, un torso di cavolo lanciato con gran violenza rasente
la terra, saltellando, sibilando, gli venne a cadere ai piedi.--Dio!
Dio!--egli gridò disperatamente, coprendosi con una mano la faccia e
chinando la fronte sull'altra che teneva appoggiata sopra la bocca del
fucile.--Io perdo la testa! Io non posso più resistere! Io mi brucio
il cervello!... Ma allora è inutile,--gridò poi con voce soffocata
e tremante dall'ira e dal dolore--è inutile che ci facciano portare
queste....--e die' una forte manata di sotto in su nelle due medaglie
che portava sul petto facendole urtare fra loro e risonare;--è inutile
che ci diano le medaglie perchè abbiamo fatto la guerra pel nostro
paese, se poi ci gettano in faccia i mozziconi di sigaro e i torsi di
cavolo! Ah voi volete farmi abbandonare il mio posto? Voi volete che
io tradisca la consegna? Ci foste anche cinquanta, vedete, ci foste
anche cento, non mi fareste movere di qui; mi saltaste pure addosso
tutti in una volta; io mi farei sventrare come un cane; ma al primo
venuto, almeno al primo, una palla nel petto e a due altri, almeno a
due, la baionetta nel ventre. Venite avanti, vigliacchi. Non insultate
da lontano. Sì, sì, lo capisco, è inutile che mi facciate segno, lo so
bene io che avete i coltelli nelle tasche; ma non siete mica da tanto
da piantarceli nello stomaco e alla luce del sole! Voi ce li volete
piantare nella schiena e di notte e....

Ad un tratto ruppe in un altissimo grido, lasciò cadere il fucile,
portò tutt'e due le mani alla faccia, vacillò e cadde ai piedi del
casotto: aveva toccato una sassata nella fronte.

Tutti gli altri soldati accorsero; la turba si disperse e scomparve;
il ferito fu trasportato nel corpo di guardia col viso e le mani e i
panni sanguinosi; gli fu subito lavata la ferita, fasciata la fronte,
dato da bere, e preparato un po' di letto sul tavolaccio colle coperte
da campo degli altri soldati. Mentre tutti gli si fanno attorno, e
l'affollano di domande e di conforti, e il sergente lo rimprovera
perchè non ha chiesto soccorso al primo insolentire di quella gente,
entra all'improvviso un uffiziale, e dietro a lui le prime file d'un
pelottone di soldati, e nello stesso punto, cacciato innanzi da un
vigoroso spintone, balza in mezzo alla stanza un uomo colla faccia
livida di terrore, i capelli rovesciati sulla fronte, i vestiti e la
camicia ridotti un informe stracciume. Lo avevano arrestato poc'anzi su
quella stessa piazzetta i soldati del pelottone allora arrivato: egli
aveva opposto una resistenza accanita.

Al primo apparire del prigioniero, il soldato ferito balzò dal
tavolaccio, fe' un salto verso di lui, gli si pose dinanzi faccia
contro faccia, lo fissò un momento cogli occhi stralunati ed accesi,
mise un grido che gli uscì tronco e rauco fra i denti digrignati, die'
un passo indietro, e appoggiandosi fieramente sopra il piede destro e
levando la mano sinistra coll'indice teso sul volto a quel miserabile
che lo guardava atterrito:--Ah sei tu!--urlò con una voce che gli
agghiacciò il sangue;--sei tu! ti riconosco! Tu m'hai dato del birro
nella via, m'hai rotto la testa con un sasso sulla piazza; birro! birro
a me! a un soldato! Ah!--Gli si avventò contro, lo afferrò al collo per
la giacchetta e per la camicia, lo inchiodò con una spinta alla parete,
sollevò un pugno nocchiuto, convulso, gli pigliò la mira del capo
coll'occhio bieco e sanguigno.... Tutto questo in un lampo; i presenti
s'interposero, li divisero, due soldati afferrarono e trattennero per
le braccia il ferito, un caporale sorresse quell'altro disgraziato
che stava per cadere, e tutti e due stettero così qualche momento a
guardarsi negli occhi ansando e sbuffando; l'uno, bianco dalla paura,
le braccia penzoloni e il capo abbandonato sopra una spalla; l'altro
colla faccia alta ed accesa, i pugni serrati e tutta la persona agitata
da un tremito violento. Intanto una folla di curiosi s'era radunata
davanti alla porta del corpo di guardia.

L'uffiziale guardava attonito gli uni e gli altri, e collo sguardo e
col gesto dimandava al sergente e al caporale la cagione dell'accaduto.
Il sergente, in mezzo a un silenzio generale, raccontò tutto quel
che sapeva. L'uffiziale ascoltò attentamente, stette un minuto sopra
pensiero, diede uno sguardo ai cittadini che s'erano avanzati fino alla
soglia della stanza, come per dire:--Sentite,--e poi volgendosi al
prigioniero:--Cosa faresti tu--gli domandò--a un soldato che t'avesse
tirato una pietra nella testa?... Non temere; per parte nostra non
ti sarà torto un capello; i soldati non si vendicano; stanne pur
sicuro. Lo vedi questo qui?--E indicò il soldato ferito.--Se adesso
i tuoi compagni se la pigliassero con te e ti volessero ammazzare,
egli si getterebbe fra te e loro e si buscherebbe un'altra sassata per
difenderti. Ma tienti bene a mente, e questo lo dico per tutti quelli
che mi sentono (e accennò la porta); tenetevi bene a mente questa
verità: che c'è qualcuno ancor più scellerato, più vigliacco e più
spregevole dell'assassino che salta dal cespuglio sulla strada e pianta
il coltello nelle reni al viandante senza sospetto e senza difesa; e
questo qualcuno è colui che tira un sasso nella testa a un soldato e
poi fugge a nascondersi nella folla dei curiosi e degli onesti, dove sa
che la sua baionetta non può penetrare. E poi se quella baionetta lo
raggiunge.... eravamo inermi! si grida, eravamo inermi! e s'incrociano
le braccia sul petto e si abbassa la testa e si fa le vittime!...
Eravamo inermi! È una menzogna! Voi lo sapete che vi son degl'insulti
che ci straziano l'anima, che ci offuscano la ragione, e che per noi i
vostri torsi di cavolo sono punte di coltello nel cuore.... Credetelo;
perchè i soldati si facciano rompere coraggiosamente il petto dalle
palle dei nemici bisogna che essi vadano alla guerra senza il cappotto
macchiato dalle buccie di limone dei loro concittadini; il soldato
assuefatto ai fischi del suo popolo non si assuefarà mai ai fischi
delle palle sul campo di battaglia.... Non crediate per questo che
egli serbi rancore contro di voi, e che le vostre offese possan mai
fargli intiepidire nel cuore l'affetto pel suo paese. Se domani il
paese lo manda alla guerra, egli ci va allegramente colle cicatrici
delle vostre sassate sul viso, e in mezzo agli applausi e ai saluti
dimentica i fischi del giorno innanzi, e stringe le mani che lo hanno
percosso. Ma pensate però che questo soldato che pone il suo petto
fra voi e i vostri nemici, che accorre al vostro capezzale nei giorni
delle epidemie, che spegne gl'incendi delle vostre case, che veglia le
notti alla campagna per difendere le vostre terre e le vostre famiglie
dalle bande degli assassini; pensate che questo soldato non ha che un
solo conforto, un solo compenso a tante fatiche, a tanti pericoli, a
tanti sacrifizi, e questo compenso è la stima e l'affetto dei suoi
concittadini.... Guai se glielo torrete! Le fatiche gli diventeranno
insopportabili, i pericoli gli faranno paura, la virtù del sacrifizio
troverà il suo cuore chiuso e ghiacciato, e allora.... allora pensate
che in quest'esercito avete i vostri fratelli, i vostri amici, che
domani ci sarete forse voi stessi, che un giorno ci manderete i vostri
figliuoli.... Basta così; alzati, sciagurato.--

Il prigioniero era caduto ai piedi dell'uffiziale.

--Bravo! Sicuro! Giustissimo!--esclamò con voce commossa la gente che
era sulla soglia, e a poco a poco entrò nella stanza.

--Alzati!--ripetè l'uffiziale. Quegli si alzò.--Scusi, signor
tenente--disse uno della folla facendosi innanzi e ponendosi una
mano sul petto;--quest'uomo deve domandar perdono al soldato che ha
ferito.--Tutti approvarono.

L'uffiziale interrogò collo sguardo il soldato; questi scrollò una
spalla. La gente insistè; l'uffiziale e il soldato dissero un'altra
volta di no. La folla, più vivamente commossa dalla generosità di
entrambi, ripetè con molto calore le sue istanze. Allora il prigioniero
si prostrò spontaneamente ai piedi del soldato. Metteva pietà: era
tutto stravolto e tremante; ansava forte colla faccia nascosta nelle
mani e tentava e non poteva profferire quella parola, che più che dal
volere degli astanti, gli era forse imposta dal cuore. Il soldato lo
guardò un istante in aria di compassione.

--Perdonagli!--gli disse l'uffiziale.

--Per me,--rispose il soldato con un accento che volea parer noncurante
e non l'era,--per me.... gli ho già bell'e perdonato.

--Bravo!--dissero ad una voce i soldati, i cittadini e l'uffiziale.

Intanto questi aveva acceso un sigaro alla lanterna e lo teneva fra le
dita. Il prigioniero uscì, scortato dal sergente e da quattro soldati,
asciugandosi gli occhi colla manica della giacchetta; tutta l'altra
gente, mormorando, lo seguì.

--E tu sta allegro, veh!--disse l'uffiziale al ferito battendogli una
mano sulla spalla e ponendogli coll'altra il sigaro in bocca.

Il soldato addentò il sigaro sorridendo, mandò fuori due o tre boccate
di fumo, e poi, premendone la punta tra l'indice e il pollice per farlo
meglio fumare, rispose con una faccia perfettamente serena:

--Sicuro che sto allegro.... ma capirà bene, signor tenente, che, in
fin dei conti, le son cose che annoiano.

--Oh! te lo credo!--esclamò l'uffiziale ridendo.

Tutti i soldati risero, rise anch'esso il povero ferito, e si continuò
a chiacchierar di bubbole per un altro paio d'ore, tanto che, in fin
dei conti, la fu una delle più allegre serate.... che si possano
passare in un corpo di guardia.




LA MADRE.


Allorchè l'inverno muore lentamente nella primavera, nelle sere di que'
bei giorni limpidi, queti, senza vento, in cui si tennero spalancate
per le prime volte le porte e le finestre, e si stesero fuori dei
davanzali i vestiti da estate, e si portarono sulle terrazze i vasi dei
fiori, in codeste belle sere chiare e stellate, anche le città,--non
solamente quell'eterna campagna de' poeti,--offrono uno spettacolo
vago, gentile, pieno di allegrezza e di vita. A passeggiar per le
vie, si sente di tratto in tratto nel viso un'ondata d'aria tepida,
odorosa, di che? di quai fiori? di quali erbe? non si sa; son profumi
indistinti, ignoti, che sentono di freschezza, di gioventù, di vita.
E quell'aria si aspira con voluttà aprendo la bocca e dilatando le
narici, e pare che ci rinfreschi il sangue e ci rinnuovi la vita.--Oh,
che buon'aria!--esclamiamo di tratto in tratto, e, quasi senza volerlo,
quasi senza addarcene, di cantonata in cantonata, di via in via, ci
troviamo fuori delle mura, lungo i viali circostanti alla città, nei
giardini, e scopriamo e solleviamo la testa per sentirci alitare su
tutta la fronte e scorrere fra mezzo ai capelli quella buon'aria soave.

Quelle sere non si può stare in casa, o, se ci si ha da stare, si
sta affacciati alla finestra a guardar giù nella strada la insolita
frequenza e l'insolito moto, e a rodersi del non poter discendere
in mezzo a quella gente; che andare a letto per tempo e non godere,
neppure dalla finestra, una così bella serata, ci parrebbe un peccato.

Nelle vie principali è un vero formicolìo. Le case son vote. Le
famigliuole, anche le più casalinghe, si decisero ad uscire dal
guscio; il babbo si affacciò alla finestra, guardò giù, guardò il
cielo:--Bel tempo!--esclamò, e voltosi alla famiglia che gli stava
dietro aspettando un cenno:--usciamo--disse allegramente, e dopo molto
correre e vociare di qua e di là per tutte le stanze battendo palma a
palma e mettendo sossopra la casa per cercare le vestine e i cappelli
al buio, i ragazzi son pronti e la brigatella si mette in moto. Anche
la nonna, povera vecchia, si sente quella sera fuggire qualche anno
d'addosso e, malgrado i malanni abituali, esce anch'essa, appoggiata
al braccio del nipote più savio. La comitiva si allunga giù per la
via, due a due; i ragazzi innanzi salterellano e sfringuellano tra
loro dando colla testa e colle mani nelle gambe a chi passa; i vecchi
indietro, zoppicando e tossendo, badano a scansare le carrozze e a non
perder d'occhio i fanciulli. Gli sposi di fresco e i fidanzati girano,
due a due, e rigirano per le vie più quiete e pei viali dei giardini,
stretti pel braccio, appiccicati, le teste che si toccano, le dita
che si stropicciano, le gambe che si rasentano, e lì a dire e a dire
e a dire, e a scambiarsi delle lunghe occhiate, e dei lunghi sospiri,
e delle lunghe strette di mano, esclamando di tratto in tratto cogli
occhi volti al cielo:--Com'è bella, questa sera, la luna!--La sartina
torna dalla bottega alla casa dondolando rasente i muri la personcina
leggera, e facendo le viste di non accorgersi di un cappello cilindrico
che le tien dietro passo per passo, e le si parerà dinanzi alla svolta
di quella tal cantonata, buia che è un piacere. Le fanciulle più
poverelle, che hanno lavorato in casa dal levar del sole al tramonto,
scendono, saltellando, le scale, incontrano sulla soglia della porta le
vicine che stavano ad aspettare, fan crocchio e levano un cicaleggio
garrulo e vivace, aggruppando le testoline come i fiori di un mazzetto,
e facendo rotare attorno all'indice teso il nastro delle forbici
attaccato alla cintola, e rispondendo alle parolette bisbigliate dai
giovani che passano:--Grazioso! col cuore, e colla bocca: sfacciato!--E
volgon loro, con un moto dispettoso, le spalle, non tanto però che
colla coda dell'occhio non arrivi a squadrarli dalla testa ai piedi
per veder chi sono e come sono. Altre, schierate in quattro o cinque
a braccetto, col capo scoperto, giungono fino in fondo alla via,
toccandosi nei gomiti al passar dell'uno e dell'altro, e parlandosi
nell'orecchio e ridendo forte, e volgendosi di quando in quando a
garrire con un piglio materno alle più piccine che scorrazzano attorno.
Intanto i garzonetti vengon via dalle fabbriche e dalle officine col
cappello schiacciato sur un orecchio, la giacchetta gettata a casaccio
sopra una spalla, un mozzicone di sigaro sprezzatamente addentato
e volto e rivolto fra le labbra nere; vengon giù a stormi per la
via, dimenando le spalle con quel certo vezzo sgarbato e vociando lo
stornello di moda; s'imbattono in quelle fanciulle, si accostano, dan
del gomito nel gomito, del ginocchio nei cerchi, una gran boccata di
fumo nel viso; le poverette si sparpagliano strillando, tossendo,
passando le mani sugli occhi lagrimosi. I monelli staccano coll'unghie
e tiran giù dai muri gli avvisi de' teatri; i fanciulletti fanno il
chiasso nelle piazze, e le madri, ritte in crocchio sulle porte coi
bimbi in collo, indugiano il grido consueto:--A letto!--grazie alla
tepidezza inconsueta dell'aria e alla serenità purissima del cielo.
Lungo le vie, dalle botteghe a dritta e a sinistra, si sente uno
sbatter continuo d'imposte, un suonar violento di spranghe e uno
scorrere rumoroso de' paletti negli anelli, e un darsi e un ricevere
la buona notte dagli operai che vanno a casa. Rimangono aperte le
botteghe signorili, illuminate, lucenti, dalle ampie vetrine, dalla
soglia affollata di curiosi; notevoli, fra le altre, quelle de' librai,
per quei concistori di letteratoni antiquati, tabaccosi, colle chiome
lunghe e scarmigliate, rincantucciati là in fondo a brontolar di
politica barbogia o di cartapecore dissotterrate; i caffè pieni zeppi
di avventori avvolti in una gran nebbia di fumo, e un cicalìo rumoroso
che, ad ogni aprire e chiudere della vetrata, risuona a ondate nella
via. Nelle piazze, come dissi, e nelle strade un vero formicolìo, e un
andirivieni di carrozze veloci.

Era una di codeste belle sere, quando il mio reggimento, giunto
la mattina in una delle più cospicue città d'Italia, si trovava
sparpagliato per le vie aspettando che si sgombrasse la caserma ch'ei
doveva occupare, e si desse nei tamburi per la ritirata.

I soldati erano tuttora in pieno assetto di marcia, le ghette
abbottonate sopra i calzoni, la giberna alla cintura, la sacca del pane
e la borraccia a tracolla. Stanchi della marcia e tuttora bianchi di
polvere i panni e i capelli, stavan fermi a gruppi sulle cantonate,
le spalle al muro, le braccia incrociate sul petto, l'una gamba
piegata sull'altra; o immobili dinanzi alle botteghe degli orefici a
contemplare a bocca aperta quelle vetrine tappezzate di medaglie e
di croci d'ogni forma e d'ogni colore, a cui gl'impiegati vecchi e
i maggiori anziani sogliono, passando, lanciare un'amorosa occhiata
di traverso, e un sospiro. Molti s'erano impancati nelle osterie a
rifocillarsi con un sorso di vino; altri, i meno rifiniti, vagavano per
le vie. Tutti però, o quasi tutti, avevano la cera seria, ingrognata,
e parlavano rado, sommesso e svogliato; un po' per la spossatezza e
la sonnolenza, e più per quell'attonitaggine, quello stordimento da
cui suol esser presa la mente quando ci troviamo per la prima volta in
mezzo a una città sconosciuta e rumorosa.

In mezzo alla serietà taciturna d'un piccolo gruppo di soldati che
stavan seduti sulla gradinata d'una chiesa accanto alla caserma,
spiccava in singolar modo la gaiezza irrequieta e l'incessante
parlantina di uno di loro, bassetto della persona, di forme esili
e snelle e di volto imberbe e simpatico per due grand'occhi color
del cielo, il quale saliva e scendeva e risaliva continuamente la
gradinata, saltellando a mo' di un ragazzo; e si fermava ora accanto
all'uno, ora accanto all'altro, ed empiva l'orecchio di chiacchiere a
tutti, e a questi tirava le falde del cappotto, a quell'altro levava
dal cheppì la nappina per posargliela sulle ginocchia, a un terzo
metteva le mani sugli occhi dicendogli. Indovina!--Insomma, pareva che
avesse l'argento vivo addosso. Passando davanti a quella chiesa, lo
notai; mi fermai rasente al muro opposto della via, e stetti qualche
minuto a guardarlo, pensando quale potesse mai essere la cagione di
quella tanta e così strana festività. La fisonomia aperta e piacevole
di quel soldato mi si scolpì nella memoria. Mi allontanai.

Il dì dopo mi venne fatto di sapere, per mero accidente, ciò che
avevo dimandato a me stesso la sera. Quel soldato era soldato da
quattr'anni; per una serie fortuita di casi che non importa narrare,
dal dì della sua partenza da casa fino a quel giorno, egli non aveva
ancora ottenuto un congedo, nemmeno brevissimo, per ritornare al suo
paese e rivedere la sua famiglia. Quattr'anni! A un soldato, come seppi
ch'egli era, di cuore, svisceratissimo dei suoi parenti e del luogo
ov'era nato e cresciuto, d'indole mite e pacata e abborrente da ogni
maniera di stravizzo (gli stravizzi, fatti abituali, addormentano, o,
almeno, illanguidiscono gli affetti più vivi e le memorie più care),
a un soldato siffatto quattro anni passati senza vedere la famiglia
e il paese natìo dovevano esser parsi assai lunghi! E gli eran parsi
tali davvero; si era sempre mostrato un po' malinconico; in caserma,
taciturno; fuori, per lo più, solo. Nelle ore di libertà, mentre i
suoi compagni gironzavano pei giardini pubblici facendo delle carezze
interessate ai bimbi condotti per mano dalle belle ragazze, egli soleva
misurare in lungo e in largo la piazza d'armi col mento inchiodato
sul petto, o stava seduto sur un sedile di pietra all'estremità d'un
viale solitario a disegnar dei fantocci nell'arena colla punta dei
piedi. E pensava sempre ai parenti, agli amici, ai luoghi che non
aveva più visti da quattro anni; e sopra tutti e sopra tutto pensava a
sua madre. Sua madre era una povera contadina, vecchia, infermiccia,
ma di natura gioviale e intensamente amorosa; un cuor d'angiolo. Dei
suoi figli, quel ch'ell'amava con più viva tenerezza ed anche con un
cotal sentimento particolare di sollecitudine e di pietà gentile,
era il figlio soldato; cosa naturale. E gli scriveva o gli faceva
scrivere di frequente, e le sue lettere lette, rilette e baciate e
ribaciate e portate lungamente in seno come una reliquia di santo,
avevano virtù di mitigarle d'assai l'amarezza di quella lontananza.
E così al figlio le lettere della madre. Ma sì! ci vuol altro! La
carta, alla fin fine, è carta, e le madri amorose li voglion vedere,
i figliuoli, li vogliono aver sotto gli occhi, vogliono toccarseli
colle mani e baciarseli in fronte dieci e dieci volte d'un fiato; e ai
figliuoli non basta il saper che quella cara testa dai capelli bianchi
è a casa e pensa a loro; vogliono stringersela fra le braccia, quella
testa; voglion posarci la bocca sopra, a quei capelli bianchi. E
però, così la buona vecchia come il suo caro soldato avean vissuto,
in quei quattr'anni, una vita di continue speranze e di continue
aspettazioni deluse, di malinconie, di ansietà, di batticuori. Il
figliuolo, partito da un paesello del settentrione d'Italia, era
stato condotto, col suo reggimento, in Sicilia e vi s'era trattenuto
due anni (in Sicilia, povera mamma, con quel mare così lungo fra
mezzo); dalla Sicilia era passato nelle Calabrie e v'era stato un
anno, un altr'anno nell'Italia centrale. Finalmente, un bel giorno,
si sparse nel reggimento una voce di partenza.--Dove si va?--domandò
il nostro soldato al suo sergente di squadra, e stette ad aspettar la
risposta col respiro sospeso e colla mano sul cuore che gli batteva
da rompersi.--Nell'Italia settentrionale--gli fu risposto. Gli si
rimescolò il sangue.--Dove?--domandò un'altra volta mutandosi in volto
dalla gioia; il sergente gli disse la città; era la più prossima al suo
paese; pianse. La sera stessa, appena potè, scrisse a casa.

Ecco la ragione della sua allegrezza di quella sera; quella città era a
poche miglia dal suo villaggio.

Ora, con quel ch'io seppi dappoi e quel ch'io vidi e quel ch'io non
potei che immaginare o supporre, ma che può e dev'essere accaduto tal
quale, voglio farvi un racconto che forse vi farà venir la voglia di
dare un bacio un po' più forte del solito a vostra madre.

Eran trascorsi due giorni da quel dell'arrivo. Il nostro soldato stava
ancora ventilando il disegno di chiedere un congedo di pochi giorni
per volare a casa, quand'ecco, una bella sera, nel dormentorio della
compagnia, il furiere cerca di lui, e, trovatolo:--To'--gli dice
porgendogli una lettera--vien di vicino.--Glie l'avea porta appena,
ch'era già dissigillata e spiegata al chiarore d'una lucerna, in
un cantuccio del camerone fra due mani malferme e sotto due occhi
dilatati e luccicanti di due belle goccie di pianto. Lesse la lettera
rapidissimamente seguendo col moto della testa il serpeggiamento
dell'occhio e borbottando affollatamente le parole; lettala, la strinse
fra i pugni e lasciò cadere ambe le braccia alzando i grandi occhi al
cielo, e quelle due grosse goccie, dopo aver tremolato incerte sulla
palpebra, caddero, gli corsero le guancie senza disfarsi, e gli si
vennero a sciogliere calde calde sulle mani. La lettera era di sua
madre e diceva: «Domani verrò in città, a piedi; sono quattro anni che
non ti vedo! Oh, figliuolo, io non posso più stare; ho tanto bisogno di
gettarti le braccia al collo!»

Quella notte non potè chiuder occhio. Si cacciò sotto le coltri
irrequieto, e non trovò posa, e non fece che scontorcersi e voltarsi
ora sull'uno, ora sull'altro fianco, ora supino, ora bocconi; sempre
invano, chè la coperta gli parea grave grave, e si sentiva addosso
una gran caldura, un gran peso sul petto, una irrequietezza, una
smania di moto, un'avidità tormentosa d'aria aperta. Afferrava ogni
momento la rimboccatura della coperta e la spingeva in giù fino al
ginocchio, sospirando, soffiando, chè gli pareva di giacere accanto
ad una fornace. Di tratto in tratto si metteva a sedere sul letto e
guardava intorno i compagni: dormivano tutti un sonno quieto e pieno,
quale si suol dormire in primavera. Guardava quel po' di cielo stellato
che appariva per un'angusta finestra della parete opposta, e pensava:
oh, se fossi in campagna a respirare quell'aria! Guardava una lucerna
posta in un angolo lontano, la quale mandava intorno una luce tremola
che appariva e spariva a vicenda, e gli pareva che quella luce gli
crescesse l'affanno e facesse il tempo più lungo. Poi si stendeva di
nuovo nel letto e si metteva a pensare al dimani, chiudendo gli occhi
e stando immobile per vedere d'addormentarsi in quel dolce pensiero; ma
sempre invano. Quel dolce pensiero non gli dava pace; la persona era
immobile, gli occhi erano chiusi; ma il cuore batteva batteva come gli
dicesse: non dormirai, non dormirai; e dopo un po' di tempo gli era
forza riaprire gli occhi, e guardare intorno da capo. E molte e lunghe
ore passarono così. Finalmente la stanchezza lo vinse, il cuore tacque,
la fantasia ardente si quetò. Egli dormì; sognò il dimani; sognò sua
madre. Gli pareva di vedersela là, ritta accanto al suo capezzale,
sorridente; gli pareva di sentirsi passare sulla fronte la sua mano, e
sognava di afferrarla e posarvi le labbra su. Poi d'un tratto gli parve
di essere tornato fanciullo, in casa, e gli rivennero in mente, una ad
una, cento piccole scene della vita domestica dei suoi primi anni, e
in quelle scene sempre sua madre in atto di confortarlo, piangente; o
di difenderlo, minacciato dal padre; o di curarlo, ferito per caduta;
o di assisterlo, malato; e sempre ansante di pietà e di sollecitudine,
sempre amorosa, sempre madre! Poi si sognò adulto; si risovvenne del dì
della partenza, il pianto materno, i lunghi e rinnovati abbracciamenti,
le date e ricevute parole di addio e di conforto, e si sentì stringere
il cuore proprio come quel giorno; si sentì attorno alla vita le
braccia di sua madre che non voleva lasciarlo partire; tentò di
sciogliersi, non potè; mise un gemito.... Era desto. Guardò attorno,
pensò, si ravvide, e quello fu un momento di gioia che si può forse
immaginare; ma non si potrà esprimere mai.

Giù nel cortile della caserma scoppiò un fragoroso rullo di tamburi.
Tutti balzarono dal letto. Egli si vestì in fretta e fece cogli altri
le solite cose della mattina, ilare e sereno in volto; ma colla febbre
addosso e col cuore violentemente agitato. Andava soffregando coi
piedi il pavimento, si morsicava or l'uno or l'altro labbro, si passava
e ripassava la mano sulla fronte calda calda, e chiedeva tratto tratto
ai vicini che ora fosse, e si guardava ogni momento dal petto ai piedi
s'era pulito e se aveva ogni cosa al suo punto. Finalmente giunse quel
sospirato mezzogiorno. Sospirato, però che sua madre, partendo da casa,
come era detto nella lettera, intorno alle nove del mattino, avrebbe
dovuto giungere in città fra il mezzogiorno e il tocco, tenuto conto
della via ch'ella aveva a percorrere e della lentezza con cui, povera
vecchia, l'avrebbe percorsa. Appunto in quell'ora i soldati doveano
uscir di quartiere per attendere alla scuola del bastone. Il nostro
buon figliuolo, facendo valere la lettera di sua madre, ottenne la
dispensa da quella scuola. I soldati uscirono; i cameroni rimasero
deserti; egli salì di corsa le scale, volò al suo letto, vi si appoggiò
colla mano, e stette un istante fermo, chè gli pareva non potersi
reggere sulle gambe, e il petto gli ansava forte forte.

Di lì a un poco, sedette sul letto; appuntellò i gomiti sulle
ginocchia, appoggiò la faccia sulle palme, fissò gli occhi sul
pavimento, e pensò:--Essa verrà. Verrà qui; proprio qui; in questa
caserma. Oh Dio!--E ridendo in suoni tronchi e repressi si grattava
con le mani la fronte.--Quattro anni che non la vedo! Quattro anni!--E
faceva cenno colle quattro dita della mano.--Come sono stati lunghi!--E
riandava colla mente le malinconie, gli scoraggiamenti e le ambasce
patite.--Oh!--esclamava poi con un accento soave e tremante di amorosa
pietà, giungendo le mani e scuotendo lievemente la testa cogli occhi
fissi sur un punto del muro, come in atto di dire: povera mamma! e
diceva infatti:--Povera mamma! E tu parti di così lontano per venirmi
a vedere, e vieni sola sola, e a piedi, e fai tante ore di cammino
sotto il sole, e arriverai qui in questa città così grande, in mezzo
a tanta gente, senza saper dov'io mi sia, e dovrai domandare qua e là
dov'è la mia caserma, e stare ancora in piedi per tanto tempo, tu,
sola, vecchia, malaticcia, spossata, e forse ti perderai per le vie
della città e vagherai senza saper dove e ti piangerà il cuore di non
trovarmi.... Oh povera vecchia!--E seguitava a tener le mani giunte e
gli occhi fissi sul muro, e andava serrando con rapida vicenda fra i
denti ora un labbro ora l'altro e battendo celere celere le palpebre
come per ricacciar giù il pianto ch'era in procinto di uscire. E
ripeteva di tratto in tratto:--Povera vecchia!--

Poi si passava tutt'e due le mani sul viso, scuoteva la testa,
mandava un sospiro, si rizzava in piedi impetuosamente e passeggiava
per la stanza col passo d'un viaggiatore frettoloso. Dopo un po'
s'arrestava tutt'ad un tratto:--Sarà ora?--Correva alla finestra che
dava sulla strada, si sporgeva fuori del parapetto, guardava a destra
e a sinistra, una, due, tre volte:--nessuno. Gli saliva il sangue
alla testa.--Pensiamo ad altro!--diceva a sè stesso; e si metteva di
proposito a scacciar dalla mente l'immagine di sua madre per ingannare
così il tempo dell'aspettazione penosa. Scacciar quell'immagine!
Poveretto! Era impossibile; vi rinunziò.

--Guarda, mamma,--diceva poi a viva voce scuotendo dinanzi al viso
le due mani aperte, io ti voglio un bene, sai, un bene....--Guardò
attorno; non c'era alcuno; proseguì:--Un bene che a questo mondo
non si può volerne di più!--E lasciando cader le mani giunte sul
letto, seguitava a scrollar dolcemente la testa come per significare
più chiaramente coll'atto il senso delle sue ultime parole:--Non
si può volerne di più.--Poi, all'improvviso, si scuoteva e:--Sarà
ora?--domandavasi un'altra volta, e un'altra volta si lanciava verso
la finestra, e, giuntovi presso, si fermava ad un tratto e le volgeva
le spalle:--no--dicendo a sè stesso--non devi guardare. E batteva
col piede il pavimento come per ripetere:--no.--Ma sorrideva, e quel
sorriso voleva dire: Eh, non ci riesco! E difatti, dopo un istante, si
riaffacciava alla finestra e guardava:--nessuno.

Ritornava accanto al letto e studiava un modo di ingannare il tempo.
Piegava un braccio coll'indice teso contro il mento, sorreggeva il
gomito di quel braccio colla palma dell'altro, e, figgendo gli occhi
sul letto e appoggiando sulla sponda un ginocchio, correva colla mente
a casa, vedeva sua madre fare un involto di camicie e di fazzoletti
per portarlo a lui, la vedeva pigliar comiato dai suoi, mettersi in
strada; l'accompagnava cogli occhi della mente lungo la via, quella via
così lunga! sotto la sferza del sole, in mezzo ai nuvoli di polvere
sollevati dai carri e dalle carrozze trascorrenti rapidamente. Quei
carri, ei li vedeva rasentare le gonnelle della povera donna, toccarle,
scoterle; ella, vecchia e stanca e mal ferma sulle gambe, non faceva in
tempo a scansarli, quei carri; ecco, uno ne sopraggiunge di gran corsa,
le è vicino, sta per urtarla.--Ah! scansati--esclamava a fior di labbra
il figliuolo, facendo, senza addarsene, un cenno della mano come per
afferrarla pel braccio e trarla da un lato. E le indicava col dito i
paracarri da evitare, e i punti della via ingombri di pietre e i tratti
sdrucciolevoli delle sponde; e, dopo molto andare e andare, gli pareva
di vedere la povera vecchia camminar vacillando, curva sotto il peso
dell'involto, stremata di forze, assetata, ed ei se ne struggeva in
cuore e ne gemeva e andava dicendo fra sè:--Oh, povera donna, dammelo
a me quell'involto; lascia che io te lo porti; dammi il braccio.--E
scostava il gomito destro e gli pareva di sentirsi entrare fra il
braccio e la vita un braccio tremante, e colla mano manca, sempre
tenendo gli occhi attonitamente immoti, andava tastando l'aria verso
destra, all'altezza del fianco, in cerca della mano di sua madre.

Poi ritornava in sè; il pensiero che indi a pochi minuti avrebbe
abbracciato sua madre gli ritornava limpido nella mente, e ne sentiva,
come per la prima volta, tutta la dolcezza; gli occhi gli si animavano,
le labbra gli fremevano, tutti i tratti del viso gli si tramutavano
dalla gioja. Un lieve sorriso, poi un sorriso aperto, poi gli veniva su
un singhiozzo di riso convulso, il petto e le spalle gli si andavano
alzando e abbassando come per l'affanno di una corsa; un altro
singhiozzo, un altro più forte, un altro ancora, uno scoppio di pianto,
e si lasciava cadere sul letto colla faccia nelle mani e soffocava
contro le coltri quel misto violento di pianto e di riso, scrollando
ancora la testa come se dicesse:--Povera mamma!--

--Diventi imbecille?--urlò un caporale attraversando il camerone e
soffermandosi sulla soglia della porta per cui doveva uscire.

Il soldato si scosse, si rizzò in piedi, si voltò e lo guardò cogli
occhi molli di lagrime e la bocca aperta a un sorriso; non aveva
capito. Il caporale sparì mormorando:--Che stupido!--

Rimasto solo, stette un minuto sopra pensiero; quindi, come spinto dal
sorgere improvviso d'un'idea, afferrò lo zaino appoggiato sull'asse del
pane, lo trasse giù sul letto, lo aperse dopo aver gingillato un pezzo
colle dita tremanti intorno alle fibbie delle cigne, vi frugò dentro in
furia con ambe le mani e ne trasse frettolosamente spazzole, pettini,
scatolette, cencerelli; ordinò tutte queste cose sulla coperta; afferrò
una spazzola, appoggiò il piede sull'estremità d'un'asse del letto,
si chinò e cominciò a lustrare a tutta forza le scarpe fermandosi
tratto tratto a guardare se luccicassero per bene.--Voglio farmi
pulito--diceva a se stesso facendo un viso serio serio e seguitando a
dar di spazzola.--Sicuro; lustro come uno specchio voglio farmi. Voglio
farmi un bel soldato, voglio piacerle.--Lustrate le scarpe, afferrò
la spazzola da panni, poi il pettine, poi frugò un'altra volta nello
zaino, ne trasse uno specchietto rotondo, l'aperse, si guardò....
Quando l'anima è profondamente agitata da un affetto forte e gentile,
e la mente è tutta piena di pensieri e d'immagini ridenti, gli occhi
e il sorriso s'improntano così della gentilezza di quell'affetto e
della serenità di quei pensieri, che anche il viso men bello, in quei
momenti, s'illumina d'un raggio di bellezza; ond'è che quel buon
soldato, guardandosi nello specchio e vedendosi brillar l'anima sul
viso, sorrise d'ingenuo compiacimento....

Si sente giù per le scale il rumore d'un passo accelerato; il soldato
tende l'orecchio; il rumore s'appressa; si sente il passo nella stanza
vicina; è il caporale di guardia; entra, guarda intorno, scorge il
nostro buon giovane.--Di'--esclama chiamandolo a nome--c'è una donna
alla porta che ti cerca.--

--Mia madre!--gridò con subito slancio il figliuolo, e prese la corsa;
traversò, volando, i cameroni; si precipitò giù per le scale, divorò
il cortile, si gettò nell'androne, intravvide una figura di donna, si
slanciò verso di lei, essa gli aperse le braccia, egli le cadde sul
seno, e tutti e due gettarono un grido. Il figliuolo posò le palme
aperte sulle tempie alla mamma, gliele fe' scorrere dentro i capelli
grigi, le piegò indietro la testa, la guardò, guardato, negli occhi;
poi si serrò quel caro capo contro la spalla, lo coprì colle braccia
e le inchiodò la bocca sui capelli, rimasti scoperti per la pezzuola
caduta. La buona donna soffocava i singhiozzi contro la spalla
del figlio e, strettolo attorno alla vita, gli faceva scorrere le
scarne mani sul ruvido cappotto, che per lei, in quei momenti, valeva
cento volte il più bel manto di re. I soldati di guardia, trattisi
rispettosamente in disparte, guardavano, immobili e silenziosi, quel
santo amplesso, col volto atteggiato a una commozione profonda. Io, che
quel giorno era di picchetto al quartiere, stavo là presso ritto sulla
porta della mia stanza, e guardavo.

--Via, rimettiti, mamma; fatti coraggio; non pianger così. Oh, Dio
buono, o che c'è ragione di piangere?--andava dicendo con voce
carezzevole il figliuolo, e con ambe le mani le rimetteva dietro gli
orecchi i capelli che le s'erano scarmigliati e sparsi sulla fronte
nell'impeto di quel primo abbraccio. La vecchia seguitava a singhiozzar
forte, senza pianto e senza parola; finchè, alzati gli occhi in volto
al figliuolo, sorrise, mise un respiro aperto come le fosse tolto un
peso dal cuore, e mormorando:--mio figlio!--lo abbracciò un'altra
volta.--Sei stanca?--domandò premurosamente il soldato svincolandosi
delle sue braccia.--Un po'--rispose sorridendo la donna. E girò gli
occhi attorno in cerca d'un luogo ove posare il grosso involto che avea
recato con sè.--Entrate qua--diss'io spalancando la porta della mia
stanza.--Oh! l'ufficiale--diss'ella volgendosi verso di me e facendomi
un inchino.--Grazie, signor ufficiale.--Suo figlio restò un po'
confuso.--Entrate,--io ripetei--entrate pure.--Entrarono timidamente
e s'avvicinarono al tavolino; la vecchia vi posò su l'involto; io mi
ritrassi in disparte.

--Fatti vedere, figliuolo; voltati indietro; lasciati guardare.--Il
soldato, sorridendo, si rigirava per essere osservato da ogni parte. E
la madre traendosi indietro, squadrandolo da capo a piedi, e giungendo
le palme esclamava affettuosamente:--Come sei bello così!--E si
sentiva ringiovanire, la poveretta; e le veniva quasi voglia di
mettersegli a saltellare intorno. Gli si accostava, si riallontanava,
ritornava a farsegli presso, e se lo divorava cogli occhi; gli posava
le mani sulle spalle e gliele faceva scorrer giù lungo le braccia fino
a prendergli le mani; gli appressava il volto al petto per guardargli
i bottoni; poi, accortasi di avergli appannato coll'alito la croce del
cinturino, gliela soffregava colla cocca del grembiale; finalmente,
dopo averlo guardato e riguardato un pezzo, gli gettò ancora una volta
le braccia al collo chiamandolo amorosamente per nome. Poi si staccò
ad un tratto da lui e gli domandò sollecitamente: E la guerra?--Il
figliuolo sorrise; essa ripetè:--E la guerra, dimmelo figliuolo,
quando la fate la guerra?--Oh, Dio benedetto! Ma chi ha mai parlato
di guerra, buona donna che sei?--Dunque non c'è la guerra?--domandò
tutta contenta;--non la farete mai più, non è vero?--Mai più? Mai più
non si può dire, mia cara....--Ah! dunque la fate! Dimmi la verità,
figliuolo.--Oh buona donna, e che cosa vuoi che se ne sappia, noi
soldati?--Ma se non lo sapete voi altri che la fate,--rispose con un
accento di convinzione profonda la madre--se non lo sapete voi altri,
poveri ragazzi, e chi l'ha da sapere?--

E dette queste parole, rimase immobile ad aspettare la risposta in un
atteggiamento di volto e di persona così caramente curioso, con un
sorriso così affettuosamente piacevole sulla bocca, e con un certo
lume ineffabile negli occhi, che suo figlio, sorridendo anch'esso,
rimase quasi estatico a mirarla, e gli piacque tanto in quel momento,
si sentì nel cuore un nuovo e così veemente impulso verso di lei, che
le fu sopra d'un salto, le strinse la testa fra le mani, gliela baciò,
gliela scosse scherzevolmente come si fa ai bambini, e, posatale
un'altra volta la bocca sulla fronte, mormorò sorridendo:--Povera la
mia vecchierella!--

Ed io, sempre là fermo, colle spalle appoggiate al muro e le braccia
incrociate sul petto, pensava:

--Ecco, quello là è un uomo che adora sua madre! Non può non essere un
buon soldato, rispettoso, docile, pieno di amor proprio, e di coraggio.
Sì, anche di coraggio, perchè le anime che sentono profondamente e
fortemente l'amore non possono essere anime codarde. Quel soldato
là, condotto sul campo, si farà ammazzare senza paura e morirà col
nome di sua madre sul labbro. Insegnategli che cosa è patria, fategli
capire che la patria son centomila madri e centomila famiglie come
la sua, ed egli amerà la patria con entusiasmo. Ma bisogna cominciar
dalla madre. Oh! se di tutti gli affetti gentili e di tutte le azioni
oneste e generose di cui andiamo superbi si potesse scoprire il primo
e vero germe, noi lo scopriremmo quasi sempre nel cuore di nostra
madre. Quante medaglie al valor militare dovrebbero splendere sul
petto, invece che ai figli, alle madri, e quante corone d'alloro
invece che su una testa giovane e chiomata si dovrebbero posare sopra
una vecchia testa calva! Ah madri, voi non dovreste mai morire! O
dovreste almeno star al fianco de' vostri figliuoli e accompagnarli
fino al termine del cammino della vita. Davanti a voi, anche vecchi,
noi saremmo sempre fanciulli, e v'ameremmo sempre dello stesso amore.
Voi, invece, ci lasciate soli.... Oh no, no! non soli; la vostra soave
memoria ci resta, la vostra diletta immagine sempre viva dinanzi agli
occhi, i vostri amorosi consigli sempre presenti allo spirito. E
questo ci basta. Ogni volta che ci assalga l'anima un tedio sconsolato
della vita e qualche duro disinganno ci faccia nascere nel cuore un
sentimento d'odio o di avversione per gli uomini fra questi uomini e
noi sorgeranno le vostre immagini sante, benigne, pacificatrici; ne
parrà di sentirci chiamare per nome da quella vostra cara voce con cui
ci ammonivate quando eravamo bambini, e piegheremo irresistibilmente
i ginocchi e giungeremo le palme dinanzi alle vostre immagini, e vi
chiederemo perdono!--

In quel punto capitò in quartiere brontolando il capitano
d'ispezione.--Dov'è l'ufficiale di picchetto?--domandò a qualcuno fuori
della porta. Intesi, mi scossi, uscii, me gli piantai davanti ritto,
impalato, colla mano alla visiera:--Presente!--

Egli mi guardò fiso e fece una certa faccia come per domandarmi:--Che
diavolo ha?--




IL FIGLIO DEL REGGIMENTO.


I.


Tra i fanciulli dell'uno e dell'altro sesso, fin che non v'è differenza
apparente nelle forme, v'è comunanza di giocattoli e di sollazzi; ma
quando, rimanendo alle bambine la soavità e la mollezza dei contorni
infantili, cominciano nei fanciulli a pronunciarsi le forme dell'uomo,
allora quella comunanza a poco a poco si rompe; l'un sesso si volge e
si attiene definitivamente alle bambole; l'altro agli schioppi, alle
trombette e ai tamburi. Insieme alla passione delle armi suol nascere
nei fanciulli la passione dei soldati; in alcuni temperata e fugace; in
altri violenta, irresistibile e duratura. Ed è in ciò appunto che prima
e più notabilmente si manifestano diverse le due nature, chè, mentre la
donna cerca ed ama tutto ciò che significa pace, debolezza ed amore,
l'uomo si slancia con trasporto verso tutto ciò che rappresenta la
forza, la potenza e la gloria.

Dopo le persone della famiglia e della casa, il nostro primo affetto,
il nostro primo palpito d'entusiasmo è il soldato. Soldati sono i primi
fantocci che rabeschiamo sulle pareti della scuola e sulla coperta dei
libri; soldati le prime persone che ci voltiamo indietro a guardar per
la via, fermandoci ed obbligando a fermarsi chi ci conduce per mano;
il primo soldo che ci si regala lo spendiamo da un libraio per una
stampa di soldatini coloriti; e tutto ciò che ai soldati appartiene,
armi, assise, galloni, pennacchi, ciondoli, ciarpe, tutto diventa
oggetto dei nostri desiderii più ardenti, dei nostri sogni, delle
nostre speranze più care; a tal segno da farci fermar nell'animo che a
prezzo di qualunque sacrificio e malgrado qualunque contrarietà, appena
giunti all'età voluta, ci arroleremo soldati; sì, sì, soldati, soldati,
assolutamente, a qualunque costo; la mamma piangerà, il babbo manderà
fuori quel certo vocione che tiene in serbo per le scappatelle più
ardite: non importa; la è decisa, soldati.

E qui comincia la manìa delle armi; e cerca, e fruga, e rimugina, non
vi sarà in casa tua una canna, un bastone, o una gamba di tavola rotta,
che, risparmiata dalla lama del tuo temperino, non t'abbia a fare per
molto o per poco il suo servizio di stocco o di daga o di fucile. Chi
di noi non passò lunghe ore a cavalcioni d'una seggiola, col petto
contro la spalliera, dimenando le gambe come per ispronare un cavallo,
agitando in alto il manico d'una granata, e mandando fuori certe voci
lente, profonde, solenni come d'un generale che comandi una divisione?
Chi non si ricorda della prima sciabola che ci regalò lo zio o il
compare o qualche ufficiale in riposo, vecchio amico di casa, il giorno
del nostro nome, o in premio dell'esserci fatti onore alla scuola? E
intendiamoci, veh! non mica di quelle solite sciabole di legno, che
si fasciano di carta argentata, roba da ragazzi piccini che non serve
neppure a uccidere una mosca; chè! proprio una sciabola vera, una vera
lama, di quelle che si adoperano alla guerra.... Oh! la prima sciabola
è una grande felicità.

E quelle belle mattinate di primavera, (che fanno uscir la voglia dei
libri, come dice il Giusti, e mettono la smania nelle gambe) quando,
seduti a tavolino, sbadigliando e sonnecchiando sopra una favola di
Fedro da voltare in italiano, sentivamo prorompere all'improvviso giù
nella via un gran frastuono di tamburi o di trombe, e noi subito al
diavolo quaderni e libri, e via a rompicollo giù per le scale, dietro
ai soldati, fino alla piazza d'armi, a contemplare estatici quel
vivo sfolgorìo delle baionette che appare e dispare come un lampo al
di sopra delle teste dei battaglioni, e a sentire quel clamoroso e
prolungato urrà degli attacchi, che già fin d'allora ci rimescolava il
sangue e facea sì che stringendo involontariamente i nostri piccoli
pugni ci sentissimo raddoppiate le forze; chi non le ricorda quelle
belle mattinate? È vero che, tornati a casa, c'era da subire gli
occhiacci del babbo o anche di peggio; ma quel poter dire:--sono stato
in piazza d'armi--ah! gli era pure un grande sgravio di coscienza, e
una ragione che si poteva addurre e s'adduceva in fatti senza umiltà e
senza paura.

E il primo soldato con cui, a forza di ronzargli attorno, riuscimmo a
stringere un po' d'amicizia, chi non se lo ricorda? E chi non ricorda
la prima volta che, in piazza d'armi o al tiro al bersaglio, abbiamo
avuto l'onore di andargli ad attingere un po' d'acqua alla fonte vicina
colla sua stessa gamella? Noi gliela portavamo piena, ricolma, lì lì
per traboccare al menomo moto; eppure non se ne versava una goccia,
così attentamente cogli occhi, colle braccia, con tutta la persona,
con tutta l'anima ci sforzavamo di riuscire degnamente nell'onorevole
incarico! E poi, farsi vedere al passeggio con un caporale, per
esempio, dei bersaglieri! Ma è una di quelle felicità, vedete, che
quando io mi metto a pensarci su, vorrei ritornare fanciullo per
poterla riprovare, o provarla, pur rimanendo un uomo, anche a costo
di parer rimbambito. E noi, la sera, all'ora della ritirata, si
accompagnava il nostro caporalotto sino alla porta del quartiere, e
gli si dava e se ne riceveva la buona notte o la promessa d'un convegno
pel domani, ad alta voce, perchè sentissero gli altri ragazzi ch'erano
là attorno; e il domani si faceva assieme una bella passeggiata fuori
di città, e giunti in un luogo solitario, pregavamo il nostro amico
che ci facesse veder la daga, ed egli rispondeva che è proibito, e noi
continuavamo a pregare ed egli:--no,--e noi:--sì, mi faccia il piacere,
bravo, un momento solo, appena un momento;--e il povero caporale,
data un'occhiata intorno se nessuno venisse, tirava fuori la daga dal
fodero con una cert'aria di mistero, e la vista di quella bella lama
nuda e luccicante ci metteva un fremito nelle vene, e ne toccavamo
leggermente la punta col dito, e domandavamo se fosse affilata e se con
un colpo avrebbe ammazzato un uomo.... Oh poi, l'amicizia d'un caporale
vi porta di gran bei frutti! Quello, fra gli altri, di aver sempre in
tasca qualche capsula bella e nuova, qualche volta anche della polvere,
e fors'anco una bella croce d'una piastra vecchia, o dei bottoni di
stagno ammaccati, e persino,--ma son fortune che capitan di rado,--è
possibile persino che diventiate possessore d'un paio di galloni, un
po' logori forse, ma sempre tali da fare una stupenda figura sulle
maniche della vostra giacchetta da casa. E tutta la ragazzaglia del
vicinato vi porterà rispetto.

Il concetto che s'ha da fanciulli dell'autorità e della prevalenza
fisica e morale dei soldati sugli altri cittadini è un concetto
smisurato. Soldati che non siano prodigi di coraggio non ce ne
può essere; soldati meno forti d'uno qualunque dei cittadini più
forti, assolutamente non ve n'è; nessuno al mondo può correre quanto
un bersagliere; le più belle barbe della città son quelle degli
zappatori; nulla v'ha di più terribile in terra che un ufficiale
colla sciabola sguainata, tanto più se la sia uscita poco prima
dalle mani dell'arrotino. E di fatti, quando si facevano ballar le
marionette e s'improvvisavano le commedie, ci poteva ben essere sul
palco scenico una lotta accanita di dieci individui armati, potevano
ben esserci anco dei principi e dei re a fare il chiasso colla spada in
pugno; ma al solo apparire di due soldati collo schioppo a tracolla,
tutte le altre teste di legno mettevan giudizio ad un tratto, e si
quetavano, e qualche volta anche i re, sì signori, anche le corone
s'inchinavano dinanzi ai cheppì. E quando la sera, a ora tarda,
sentivamo tutto ad un tratto giù nella strada, presso alla porta d'una
osteria, un gridìo confuso di voci irate e minacciose, e un risuonare
di bestemmie, di pugni e di bastonate, e un pianger di donne e di
bambini, e affacciatici alla finestra e vedute luccicar delle daghe,
capivamo che s'era impegnata una rissa fra soldati e operai, non
abbiamo noi sempre fatto voto che questi ne buscassero di molte, e
quelli ne uscissero immuni? E se accadeva il contrario, oh che stizza,
che rodimento! Quanto ad autorità poi, i fanciulli non ne suppongono
alcuna al di sopra del colonnello o del generale comandante il presidio
della città. È ben naturale. Una volta, non mi ricordo in occasione
di che festa cittadina, mentre passavano per la via l'intendente e
un luogotenente-colonnello dei bersaglieri con un lungo codazzo di
impiegati e di ufficiali d'ogni grado, mio fratello che conosceva il
mio debole e voleva pungermi sul vivo:--Guarda--mi disse indicandomi
l'intendente--quell'uomo là vestito di nero comanda assai più
dell'altro che ha tutto quell'oro addosso.--Chè!--io risposi scotendo
sgarbatamente una spalla,--non è vero, è impossibile.--

E questo vivissimo affetto dei fanciulli è ricambiato dai soldati
con un affetto meno entusiastico, ma non meno profondo. Coscritti,
appena arrivati al corpo, o puranco vecchi soldati, appena giunti
in una città sconosciuta, dove li cercano, dove li trovano i loro
primi amici, i loro primi conforti, i loro primi diletti? In quello
sciame di monellucci che scorrazzano intorno ai tamburini quando il
reggimento va in piazza d'armi. Da loro i primi sorrisi, le prime
strette di mano; con loro i primi convegni, i primi colloqui confidenti
e geniali, le prime passeggiate solitarie in campagna, i primi sfoghi
di rancore contro i superiori prepotenti, e i primi lamenti sulle
durezze della disciplina, e da loro le prime parole di conforto e le
prime consolazioni. Si fanno scrivere e leggere le lettere di casa da
loro, e raccontare tutte le particolarità più insignificanti della
vita di famiglia, e le ascoltano con gran piacere, e tal volta con
una certa tenerezza melanconica, perchè, lontani, come e' sono, dai
proprii parenti, quei discorsi ravvivano nel loro cuore un cotal
sentimento, direi quasi, di casa, un sentimento delicato, soave,
quale non si prova sempre nelle rumorose camerate della caserma. Per
mezzo di quei fanciulli, essi a poco a poco stringono amicizia col
portinaio, e per mezzo di questi riescono in breve tempo ad allargar
la rete delle relazioni amichevoli, così che, a un bisogno, sanno a
cui ricorrere, e, in ogni caso, con chi scambiare due chiacchiere alla
buona, tanto più se fra le loro amiche vi sia qualche buona donna che
abbia un figliuolo soldato. Quindi, nel loro cuore, alla simpatia e
all'affetto pei fanciulli s'aggiunge la gratitudine; e per mezzo loro,
anche i loro piccoli amici stringon nuove amicizie; a poco a poco in
quella tal compagnia, in quel tal battaglione non v'ha più per essi
una faccia ignota o indifferente, e il loro affetto, cessato il primo
bollore dell'entusiasmo, mette radici profonde e tenaci. E quando il
reggimento se ne va.... io l'ho provato; quando il reggimento se ne
va, allora cerchiamo la mamma, ce le andiamo a mettere accanto e stiamo
lì con un viso serio serio per farci fare una domanda, che provocherà
uno sfogo al nostro dolore.--Che cos'hai, bambino?--Non si risponde; si
stringon le labbra.--Che cos'hai? parla, bambino; diglielo che cos'hai
a tua madre.--Non si risponde; vien giù una lagrima.--Oh in nome del
cielo, non mi tenere in ansietà! Che cosa ti è accaduto? che cosa è
stato?--Allora si scoppia in pianto e ci si getta nelle sue braccia e
le si dice la cosa com'è, e la madre, commossa, ci passa la mano sulla
fronte esclamando:--Oh povero ragazzo! Datti pace, ne verranno degli
altri;--e allora noi sentiamo il nostro dolore tramutarsi a poco a poco
in un sentimento di mestizia calma e rassegnata.

O madri, lasciateli venir con noi i vostri ragazzi; noi li ameremo come
fratelli, come figliuoli; usciti di mezzo a noi essi ritorneranno al
vostro seno più amorosi e più forti, perchè fra i soldati s'impara ad
amare, e di un affetto che fortifica precocemente la tempra dell'animo
e del cuore.

In prova di ciò racconterò un fatto che seguì qualche anno fa in un
reggimento del nostro esercito, e che mi fu narrato da un amico il
quale v'ebbe molta parte; cercherò di richiamarmi alla memoria le sue
stesse parole. Sentite dunque; ma, intendiamoci, è il mio amico che
parla, non son'io.


II.

Una delle ultime sere di luglio del 1866, la nostra divisione, partita
nel pomeriggio da Battaglia, grosso borgo situato alle falde orientali
dei colli Euganei, entrava per porta Santa Croce nella città di
Padova, che doveva attraversare per proseguire il suo cammino verso
Venezia. Quantunque vari altri corpi dell'esercito fossero già passati
per quella città e le vie da noi traversate fossero le più remote dal
centro e d'ordinario le meno frequenti di gente, pure l'accoglienza
che ci fece il popolo fu oltre ogni fede stupenda. Io però non me ne
ricordo che come d'un sogno; ne serbo una memoria confusa come s'ha dei
primi colloqui coll'innamorata, da giovinetti, quando tremano le gambe
e si diventa bianchi nel viso come un cencio uscito di bucato e intorno
intorno ci si fa buio. Già, nell'avvicinarmi a Padova, la prima grande
città del Veneto che incontravamo sul cammino, il cuore mi batteva
forte e i pensieri mi si cominciavano un po' a confondere. Quando poi
entrammo, e una moltitudine immensa, prorompendo in altissime grida, si
precipitò fra le nostre file e le ruppe e ci avvolse e ci sparpagliò in
men di un istante da tutte le parti, per modo che non rimase traccia
dell'ordine di colonna in cui eravamo disposti, allora la mia vista
si annebbiò e, più della vista, la mente. Ricordo d'essermi sentito
stringere molte volte al collo e alla vita da due braccia convulse, e
palpar le spalle e le braccia da due mani tremanti; d'essermi sentito
baciar nel viso da molte bocche ardenti, con quella stessa furia che
porrebbe una madre nel baciare il suo figliuolo al primo rivederlo
dopo una lunga assenza; d'aver sentito il contatto di molte guancie
umide di pianto; d'essermi fermato più d'una volta per liberare
la mia sciabola dalle manine d'un fanciullo che me la scoteva con
violenza perch'io mi volgessi ed avvertissi anche il suo umile evviva;
d'aver camminato per un pezzo con una mezza serqua di mazzettini di
fiori negli occhielli della tunica che parevo uno sposo di campagna;
infine di essermi sentito sonare intorno un continuo ed altissimo
evviva.... Ma che! Non erano evviva, erano grida inarticolate, rotte
dai singhiozzi, soffocate dagli amplessi; erano gemiti come di petti
oppressi e spossati dalla foga della gioia; voci di un tal accento
che il mio orecchio non aveva inteso mai prima d'allora, ma che molte
volte m'eran sonate nella mente, immaginando meco stesso l'espressione
d'una gioia superiore alle forze umane. La folla si rimescolava con una
rapidità vertiginosa, e ondeggiando ondeggiando portava i soldati di
qua, di là, sempre però avanzando nella direzione che aveva presa la
colonna in sull'entrare; e al di sopra delle teste della moltitudine
si vedeva un grande agitarsi di braccia, di fucili e di bandiere,
e quelli e queste raggrupparsi ed urtarsi con impeto e dividersi e
sparpagliarsi subitamente a seconda dell'impetuoso abbracciarsi e
del rapido svincolarsi che facevano cittadini e soldati; e i ragazzi
afferravano i soldati per le falde del cappotto o pel fodero della
baionetta e se ne disputavano gelosamente le mani per piantarvi sopra
la bocca; e le donne anch'esse, giovani, vecchie, povere e signore
alla rinfusa, stringevan la mano ai soldati e mettevan loro dei fiori
negli occhielli del cappotto e domandavano soavemente se fossero
venuti di molto lontano e si sentissero stracchi, e porgevano sigari
e frutta, e offerivano la mensa e la casa, sdegnandosi con amabile
affettazione dei rifiuti e rinnovando calorosamente inviti e preghiere;
e non si vedeva in tanta moltitudine una faccia che dalla profonda
emozione non fosse trasfigurata; occhi dilatati ed accesi, guancie
pallide e rigate di lacrime, labbra frementi; e in ogni atto poi, in
ogni cenno, in ogni movenza un che di convulso, di febbrile, che ti
si trasfondeva nel sangue mettendoti un tremito violento per tutte le
membra; tantochè ai saluti e alle benedizioni della gente tentavi più
volte di rispondere e non potevi articolare una parola. Le case eran
coperte di bandiere; ad ogni finestra un gruppo di persone addossate
le une alle altre, le ultime ritte sopra una seggiola colle mani sulle
spalle delle prime, queste pigiate contro il parapetto da averne rotto
lo stomaco; e chi sventolava fazzoletti, e chi agitava le mani in
segno di saluto, e chi gettava giù fiori; tutti poi col collo teso e
la bocca splancata ad un continuo grido a somiglianza degli uccelletti
nel nido all'apparir della madre. Certi bambini tenuti in braccio dalla
mamma agitavano anch'essi le manine verso di noi e mandavano fuori di
tanto in tanto qualche gridetto, che si perdeva a mezz'aria negli alti
clamori della folla. Le imboccature delle vie a destra e a sinistra,
le soglie delle officine, delle botteghe, delle case erano piene di
gente. Vidi molti di quei buoni operai porre un sigaro nelle mani a
uno dei propri ragazzi e accennargli un soldato e spingerlo verso di
quello; vidi certe buone donne sporgere i bambini agli ufficiali perchè
li abbracciassero come se quell'abbraccio fosse una benedizione del
cielo; vidi qualche vecchio cadente stringersi contro il petto la testa
d'un soldato e tenersela lì ferma come volendo che non se ne staccasse
mai più.... In mezzo a tante e tali dimostrazioni di gratitudine,
di affetto, d'entusiasmo, i soldati, poveri giovani, restavano come
istupiditi e ridevano e lagrimavano ad un tempo e non trovavan parole
a render grazie; o se pur le trovavano, non le potean mandar fuori, e
s'ingegnavano a dire coi gesti:--È troppo! è troppo! Il nostro cuore
non regge; voi volete farci morire di gioia.--

A misura che ci avvicinavamo alla porta per cui si doveva uscire,
la folla si faceva men fitta e i soldati si andavano lentamente
riordinando.

La porta per cui dovevamo uscire era quella che i Padovani chiamano il
Portello. Fummo accompagnati fin sul limitare da moltissimi cittadini,
la più parte di ceto signorile, frammisti ai soldati, stretti con loro
a braccetto, e tutti assorti in un conversar vivo, clamoroso, rapido,
rotto, poichè alla foga del primo entusiasmo, il quale non trovava che
lagrime e grida, era seguito un gran bisogno di sfogarsi a parole,
di farsi mille domande, mille proteste di affetto e di gratitudine,
interrompendosi tratto tratto per guardarsi ben bene l'un l'altro nel
volto, con un sorriso che voleva dire:--Dunque gli è proprio un soldato
italiano che ho a braccetto!--Dunque ci siamo proprio in mezzo a
questi benedetti Padovani!--e lì una gran stretta di mano e una scossa
reciproca al braccio che significava:--Sei qui; ti sento; non ti lascio
scappare.--In quella mezz'ora che si era impiegata ad attraversar la
città, si eran già strette molte amicizie, s'eran già scambiate molte
promesse di scriversi, s'eran già fatti molti proponimenti di rivedersi
al ritorno, e stabiliti i convegni, e notati sul portafoglio i nomi
e gli indirizzi.--Mi scriverà lei il primo!--Io il primo.--Appena
arrivato al campo!--Appena arrivato al campo.--Me lo promette?--Non
dubiti.--Grazie!--E un'altra gagliarda stretta di mano e un'altra
scossetta al braccio. E a misura che il reggimento s'avvicinava alla
porta, i dialoghi si facean sempre più rapidi, più caldi, più rumorosi,
e i gesti più concitati, e più animata l'espressione dei volti, e
si rinnuovavano gli evviva e le grida che già erano cessate da un
po' di tempo, e i soldati ricominciavano a sparpagliarsi, finchè,
giunti che fummo alla porta, il grosso della folla si fermò. E lì di
nuovo, figuratevi, una confusione e un gridìo da non potersi dire;
un abbracciarsi, un baciarsi, uno sciogliersi dalle braccia dell'uno
per gettarsi in quelle d'un altro, e da questi ad un terzo, e via
via, ricambiandosi affollatamente augurii e saluti e benedizioni.
Finalmente il reggimento fu fuor della porta, e si dispose in ordine di
marcia, due file a destra e due file a sinistra della via. Per un po'
di tempo i soldati si volsero di tanto in tanto verso la porta, dove
la folla, tuttavia ferma, andava agitando i fazzoletti e mettendo alte
e lunghe grida di saluto; ma a poco a poco, cominciando a farsi buio,
la folla non si vide più, le grida, che già giungean fioche fioche,
tacquero affatto, i soldati ripresero a camminare in ordine, e gli
ufficiali, che prima andavano a gruppi, ritornarono al proprio posto.

Eravamo in cammino da molte ore; prima di giungere a Padova si era
già stanchi e si andava già lenti e disordinati; eppure, usciti dalla
città, camminavamo come se pur allora ci fossimo mossi dal campo dopo
un lungo riposo. I soldati procedevano ritti, sciolti, spediti; gli
ordini erano serrati, e ferveva da ogni parte un vivissimo cicaleccio.
Naturale; c'eran tante cose da dirsi!

Io stetti ancora un pezzo come trasognato. Ma quando ritornai
interamente in me stesso, allora mi sentii crescere nel cuore una
gioia, per dir così, pura, limpida, scevra di quella impressione di
sorpresa e di meraviglia che prima me ne attutiva il sentimento; era
la vera gioia, e piansi. Piansi tre volte in tutta la durata della
guerra. La prima, e furon lagrime d'entusiasmo, il giorno che si
passò il Mincio, il ventitrè giugno, quando, essendo ancora il mio
reggimento sulla sinistra del fiume, presso al ponte di Ferri, già si
vedevano lampeggiare sull'opposta sponda le baionette della settima
divisione, e io mi sentiva fremere intorno i soldati impazienti e sonar
nell'orecchio il rumor cupo del ponte tremante sotto il peso delle
nostre artiglierie. La seconda volta piansi a Villafranca, e furon
lagrime d'ira e di dolore. La terza volta piansi per te, o Padova cara,
Padova illustre e generosa, e furono lagrime di gioia e di gratitudine;
di gioia divina, di gratitudine eterna.--Oh perchè le città non si
possono abbracciare!--pensai, fra le tante altre stranezze, quella sera.

Essendo oramai buio fitto, si accessero le lanterne. L'apparire della
luce richiamò a ciò che mi circondava la mia mente, che fino allora non
era per anche uscita da Padova, e, guardando subitamente qua e là cogli
occhi dilatati, come quando ci si sveglia in una stanza di albergo e
non si raccapezza sull'istante nè dove si sia nè perchè nè come, vidi
al dubbio lume d'una lanterna due ragazzini condotti per mano da due
soldati. Mi volsi dalla parte opposta, ne vidi un altro. Guardai più in
là, altri due, e via via, ve n'era di molti; e tutti venivan condotti
per mano dai soldati e parlavan basso basso e si nascondevano, quanto
era possibile, nell'ombre, per non essere scorti dagli ufficiali, che
forse, chi lo sa? avrebbero potuto rimandarli a casa, e bruscamente,
chè quella non era ora d'allontanarsi dalla città e di tenere in
pensiero la mamma. La più parte di quei ragazzi, si vedeva ai panni,
erano poverelli; ma ve n'era pure, e non pochi, di condizione agiata,
e si conoscevano alla cera e ai modi peritosi e ai vestitini puliti.
Ad ogni dieci o dodici passi se ne fermava qualcuno, e data e ricevuta
qualche stretta di mano e qualche saluto affettuoso, se ne tornava.
È impossibile significare quanta dolcezza, quanta effusione di cuore
e che delicato senso di mestizia si sentiva in que' comiati. E poi,
l'accento particolare del dialetto che si presta tanto all'espressione
degli affetti soavi, e poi la commozione profonda di poco prima, e
poi la notte, e il silenzio che si cominciava a diffondere nelle
file;... insomma, ogni parola di quei ragazzi mi toccava nel più
vivo dell'anima. Ho sempre in mente uno di essi che, accomiatandosi
e salutando intorno intorno tutti i soldati, esclamò con una certa
vocina sottile e tremola, in cui si sentiva proprio il cuore:--_Dio ve
salva, fioi, tuti!_

--Oh grazie, caro!--io dissi tra me;--possa tu essere benedetto da
Dio d'ogni bene; possa non morirti mai la madre; possa tu godere ogni
giorno della vita una felicità com'è questa di cui mi trabocca l'anima
questa sera. Addio, buon ragazzo.--

Ma a poco a poco tutti que' ragazzi se ne tornarono a casa, primi i
più piccini e più timidi, ultimi i già grandicelli e più arditi, e nel
reggimento rimasto solo si diffuse un silenzio profondo; unico rumore
quello dei passi stanchi e strascicati e il monotono ticcheticche dei
puntali delle baionette contro i puntali delle daghe. E si cominciava
a sonnecchiare e a camminare barcollando di qua e di là urtandosi l'un
l'altro violentemente come segue agli ubriachi che vanno a braccetto.
Ed io sonnecchiava e barcollava più di tutti.

Tutto ad un tratto, mi sentii urtare in un braccio, mi voltai, era
un ragazzo.--Chi sei?--gli chiesi, fermandomi, con una voce piena di
sonno. Esitò a rispondere, dormicchiava anch'egli.--Carluccio,--rispose
poi con voce bassa e tremante.--D'onde vieni?--Da Padova.--E dove vuoi
andare?--Coi soldati.--Coi soldati! E sai tu dove vadano i soldati?--

Non rispose; io ripigliai:--Torna a casa, via, torna a casa; te ne
sei dilungato già troppo. Chi sa tuo padre e tua madre come staranno
in pensiero per te, a quest'ora. Da' retta a me, torna a casa.--Non
rispose e non si mosse.--Non vuoi tornare?--No.--E perchè?--Non
rispose.--Hai sonno?--Un poco....--Qua la mano, dunque.--

Lo presi per mano, raggiunsi la mia compagnia che era già passata oltre
un buon tratto, e, pensando che il rimandarlo a casa per forza e fargli
rifare tutto quel cammino di notte e solo gli era un esporlo a qualche
grossa paura, decisi di condurlo meco fino alla tappa. Quivi giunto,
avrei trovato modo di farlo ritornare.

--Abbiamo una recluta--dissi a un mio compagno, passandogli accanto.
Egli mi si accostò, e dopo lui alcuni altri che avevano intese le mie
parole; e mentre si facevan tutti intorno al ragazzo e mi domandavano
chi fosse e dove l'avessi trovato, s'udì uno squillo di tromba e il
reggimento si fermò. Mentre le file si rompono e i soldati si mettono
a giacere, io, traendomi dietro il piccolo fuggitivo, passo nel prato
a destra della strada, e gli altri mi seguono. Giunti a un dieci passi
dal fosso, ci fermammo; sopraggiunse un soldato con una lanterna, ci
stringemmo attorno al ragazzo, e facendogli batter la luce sul viso,
ci chinammo a guardarlo. Era bello; ma smunto, pallido, e avea negli
occhi,--un par di begli occhi grandi e scuri,--una espressione di
mestizia assai strana per un fanciullo della sua età che non poteva
passare i dodici anni. Col suo aspetto dilicato e gentile facevano
un brutto contrasto i panni logori, rappezzati e male adatti. Un
cappelluccio di paglia cui mancava gran parte della tesa, un fazzoletto
turchino attorno al collo, una giacchetta di frustagno fatta al dosso
d'un uomo, un par di calzoni che non gli arrivavano fino alla noce del
piede, due grandi scarpaccie allacciate collo spago: così era vestito.
Ma lindo, e senza stracciature; il fazzoletto che portava al collo era
annodato con un certo garbo; e aveva i capelli ravviati, e il viso, le
mani e la camicia, tutto pulito. L'osservammo in silenzio per qualche
momento. Egli guardava in faccia ora l'uno ora l'altro cogli occhi
spalancati ed immobili.

--Ma non sai che sei solo?--io gli domandai.

Mi guardò fiso e non rispose.

--Tutti gli altri ragazzi se ne sono già andati,--gli disse un mio
amico,--e tu perchè non sei tornato con loro?--

E un altro:--Che cosa vuoi fare qui con noi? Dove vuoi andare?--

Egli guardò prima l'uno e poi l'altro, sempre con un par d'occhioni
stralunati; poi chinò lo sguardo e tacque.

--Parla, su, di' qualche cosa,--ripigliò un di noi scotendogli
leggermente la spalla;--o che hai perso la lingua?--

Ed egli zitto, e sempre cogli occhi fissi a terra, duro e cocciuto
che metteva dispetto. Tentai ancora una prova: gli presi il mento tra
l'indice e il pollice, e, sollevandogli la testa dolcemente, gli chiesi:

--Che cosa dirà tua madre che non ti vede tornare?--

Alzò gli occhi e mi guardò, non più con quella cera attonita e quasi
stupidita di prima, ma colle sopracciglia aggrottate e la bocca aperta
come se in quel punto soltanto ei cominciasse a capire le nostre parole
e aspettasse che, interrogandolo ancora, gli facessimo dire quel che
aveva bisogno, e non coraggio, di dire.

--Perchè sei fuggito da casa?--gli domandai di nuovo.

Strinse le labbra, battè celere celere le palpebre, fece un moto della
testa e del collo come se trangugiasse qualcosa, e mi ripiantò gli
occhi nel viso.

--Ma via, ma parla una volta, dicci la cosa com'è, fatti coraggio. O
che hai paura di noi? Perchè sei fuggito da casa?--

Stette muto un momento, e poi diede in uno scroscio di pianto, e tra
singhiozzo e singhiozzo mormorò:

--Mi.... pic.... chia.... no!

--Oh povero bambino!--esclamammo tutti a una voce ponendogli le mani
sul capo e sulle spalle e accarezzandogli il mento e le guancie;--oh
povero bambino! E chi ti picchia?

--La.... mamma.

--La mamma?--gli chiedemmo tutti insieme guardandoci in volto
meravigliati.--O come mai?

--Ma.... non è.... la mia mamma.

Qui il povero ragazzo, pregato e ripregato ancora, ci disse che
suo padre era morto da un pezzo, ch'egli non aveva più altri che
la matrigna, la quale voleva bene soltanto ai suoi bimbi, e non
poteva veder lui, e lo trattava male, molto male, e ch'era un pezzo
ch'egli soffriva, e che era fuggito da casa per venire con noi. Non
aveva ancora finito di parlare, che noi l'affollammo di carezze e di
conforti:--Verrai con noi, buon ragazzo; non ti dar pensiero di nulla.
Avrai tanti babbi quanti sono i soldati. Ti vorremo bene per tua madre,
per tuo padre, per tutti; sta' tranquillo.--E volendo rasserenarlo
e farlo sorridere, io gli soggiunsi:--E a chi ti domanderà di chi
sei figliolo e donde sei venuto, tu risponderai che sei figlio del
reggimento, e che noi ti abbiamo trovato nel fodero della bandiera; hai
inteso?--

Egli, sorridendo lievemente, fe' cenno di sì.

--E intanto,--io continuai,--appena ci metteremo in cammino, tu verrai
con me o con un altro qualunque di noi, e gli starai sempre accanto, e
camminerai fino che le gambe ti reggano, e quando ti sentirai stanco lo
dirai, hai inteso? e noi ti faremo salire sopra un carro.--

Il povero Carluccio, che non potea credere a tante dimostrazioni di
benevolenza e temea di sognare, accennava di sì abbassando e rialzando
la testa e guardandoci cogli occhi pieni di stupore.

--E adesso come stai?--Ti senti stanco?--Hai sete?--Hai bisogno di
mangiare?--Vuoi un po' di caffè?--Vuoi un po' di rosolio? Di', amico,
dove hai messo la fiaschetta del rosolio?--Eccola,--To', bevine un
sorso.

--No, grazie, non ho sete;--e faceva atto di respingere la fiaschetta
colla mano.

--Bevi, bevi; ti farà bene, ti ridarà un po' di forza.--Bevve.

--Vuoi mangiare? Per ora non c'è altro che un po' di pane.--Oh!
lanterna, porgi un pezzo di pane.--

Il soldato che tenea la lanterna trasse premurosamente un pezzo di pane
dalla tasca e glie lo porse.

--No, grazie.... non ho mica fame.

--Mangia, mangia; è molto tempo che cammini; hai bisogno di
rinvigorirti lo stomaco, mangia.--

Esitò un momento; poi afferrò il pane con tutte e due le mani e lo
addentò coll'avidità d'un affamato.

Ci guardammo tutti in faccia.--Di' la verità: quanto tempo è che non
mangi?

--È da questa mattina di buon'ora.

--Oh!--

In quel punto s'udì uno squillo di tromba; ci rimettemmo in via. Dopo
poco più d'una mezz'ora Carluccio fu colto un'altra volta dal sonno.
Gli domandammo ripetutamente s'ei volesse coricarsi sur uno dei carri
del vivandiere, ed egli ripetutamente ricusò dicendo:--Non son mica
stanco io.... non ho mica sonno.--Ma tratto tratto gli si chiudevan
gli occhi irresistibilmente, e si soffermava, e, rimasto un istante
immobile come una statua, ripigliava poi l'andare a passi ineguali,
descrivendo sulla strada dei lunghi zig-zag e andando talvolta a dar
colla testa nel gomito dei soldati....--Animo, Carluccio, vieni con
me.--Lo presi per mano e lo condussi alla coda della colonna, dove,
scambiata una parola col vivandiere, lo feci coricare sopra un carro,
mentre ei mi andava tuttavia ripetendo:--Non sono mica stanco, io....
non ho mica sonno.... voglio camminare ancora.... voglio....--E
s'addormentò d'un sonno profondo mormorando che non aveva bisogno di
dormire e che voleva camminare. Poco più di un'ora dopo il reggimento
si fermò di nuovo per qualche minuto. Appena sonata la tromba, i
soldati dell'ultima compagnia, che mi avevano veduto condurre Carluccio
dal vivandiere, accorsero e si affollarono intorno al carro. Un d'essi
staccò la lanterna dal fucile e l'avvicinò al volto del ragazzo; gli
altri si chinarono a guardarlo. Seguitava a dormire placidamente;
teneva la testa appoggiata sopra un sacco di pane, ed aveva ancora gli
occhi rossi e la guancia molle di lagrime.--Che bel bambino!--disse
sottovoce un soldato.--Come dorme di gusto!--mormorò un altro.--Un
terzo allungò la mano e gli strinse una guancia tra l'indice e il
medio.--Giù quelle manaccie!--gridarono tutti gli altri.--Lascialo
stare.--Lascialo dormire.--Carluccio si svegliò, e lì sul momento,
a vedersi tutti quei soldati davanti, ebbe un po' di paura; ma si
tranquillò tosto, e sorrise.--Di chi sei figlio?--gli domandò un
soldato. Carluccio esitò un istante e poi, sovvenendosi del mio
consiglio, rispose serio serio:--Sono il figlio del reggimento.

Tutti i soldati si misero a ridere.--Chi ti ha condotto con noi? Dove
fosti trovato?

Altra esitazione, e poi colla più gran serietà:--Mi hanno trovato nel
fodero della bandiera.--

I soldati diedero in una risata più forte di prima.--Qua la mano,
camerata!--gridò un caporale porgendogli la mano. Carluccio gli porse
la sua e se la strinsero.--Anche a me!--disse un altro soldato, e
Carluccio strinse la mano anche a lui. E così l'un dopo l'altro
tutti gliela porsero ed egli la strinse a tutti. L'ultimo gli disse
forte:--Amici per la pelle, non è vero, bambino?--Ed egli rispose
gravemente:--Amici per la pelle.--In quel momento sonò la tromba, i
soldati s'allontanarono ridendo, ed io, comparso tutto ad un tratto
dinanzi a Carluccio, gli domandai:--Ebbene? Che cosa m'hai da dire di
bello?--Mi guardò, sorrise, e rispose:--I soldati mi vogliono bene.--


III.

Arrivammo al campo intorno alla mezzanotte; non mi ricordo quante
miglia si fossero fatte da Padova in poi, nè in che punto, presso a
poco, si spiegassero le tende. Qualche villaggio, in vicinanza del
campo, v'era di sicuro; ma per quanto si guardasse in giro non appariva
cima di campanile nè vicino nè lontano. Il cielo, già nuvoloso e scuro
che non ci si vedeva una stella, si era fatto sereno. Il prato dove il
reggimento doveva piantar le tende era tutto rischiarato dalla luna e
circondato d'alberi grandi e folti, che gli facevano intorno intorno
un'ombra scurissima; vi regnava un silenzio e una quiete di cimitero;
era un luogo pieno di bellezza cupa e severa; e l'animo nostro ne fu in
tal modo colpito che si entrò nel campo tacitamente, e tacitamente ci
si schierò, guardando attoniti di qua e di là, come se ci trovassimo in
un giardino incantato.

In poco d'ora si piantò il campo, si condussero i carri al loro posto,
si posero le sentinelle; le compagnie si riordinarono, senz'armi, in
mezzo alle proprie tende; e i sedici furieri cominciarono ad alta voce
l'appello, ciascuno ritto dinanzi alla sua compagnia, con da un lato
gli ufficiali e dall'altro un soldato colla lanterna a illuminargli il
taccuino. Intanto Carluccio, ricondottomi dal vivandiere, era corso a
nascondersi in mezzo a due tende e stava là tra impaurito ed attonito
a contemplare quello stupendo spettacolo che è un campo illuminato
dalla luna. Quella moltitudine di tende biancheggianti in lunghe file
fino a perdersi nell'ombra degli alberi lontani; quei cinquecento fasci
di baionette luccicanti; tutta quella gente e pur quella sì profonda
quiete; e quelle voci monotone dei furieri gradatamente men distinte
e più fioche, dalla compagnia li accosto giù giù fino all'ultima, là
in fondo, dove la lanterna appare appena appena come una lucciola;
e poi il tacersi successivo anche di queste voci, e il misterioso
silenzio, e, a un segno di tromba, il subito rompersi delle file e lo
sparpagliarsi rumoroso; e sotto le tende, al buio, quel confuso gridìo
e quell'affaccendarsi frettoloso a comporre i letti co' cappotti, le
coperte e gli zaini, finchè a poco a poco in tutto il vasto campo si
ristabilisce la quiete e una tromba non vista impone con prolungati e
quasi lamentevoli squilli il silenzio.... è uno spettacolo che commove.
Carluccio non aveva mai veduto un campo, e ne rimase profondamente
ammirato e quasi intenerito. E ci sarebbe di che intenerirsi davvero,
chi potesse vedere dentro tutte quelle tende! Quanti moccolini accesi
segretamente in mezzo a due zaini, accanto a un foglio di carta da
lettere sgualcito, dinanzi a una faccia in cui si palesano ad un tempo
e la fatica del lungo cammino e la paura dell'ufficiale di guardia,
che pover'a noi se si avvede del lume, e la lotta penosa fra l'affetto
che prorompe impaziente e la parola che s'ostina a non venir fuori!
Quello è il luogo e quella è l'ora dei ricordi melanconici. Là, sotto
quelle tende, quando tutto tace all'intorno, là s'affollano le immagini
dei parenti lontani e degli amici del proprio paese, immagini vive e
parlanti; care, su tutte, quelle delle madri che vengono ad accomodar
lo zaino sotto la testa al figliuolo pregando dentro al core:--Dio mio!
fate che non sia questo il suo ultimo sonno!--Chi non ha versato una
lagrima, la sera, sotto la tenda, a quell'ora?

--Vieni qua, Carluccio.--

Venne, e io lo condussi sotto la tenda conica della mia compagnia, dove
m'avevano preceduto gli altri due ufficiali subalterni (il capitano era
malato); due di que' giovani pieni di cuore, che, sotto l'apparenza
d'un'indole dolce e mansueta, racchiudono un'anima capace di grandi
cose; di quei bravi soldati che, ignorati o indistinti dai più nelle
congiunture della vita ordinaria, giganteggiano improvvisamente sul
campo di battaglia, e si rivelano eroi, e fanno dire dalla gente:--chi
l'avrebbe mai detto!--Gente che ama la vita soltanto per questo, che,
quando occorre, si può spenderla a un buon fine.

La tenda era illuminata da una candela confitta in terra, e i miei
due amici stavan seduti uno di qua e l'altro di là, colle gambe
incrociate sopra uno strato di paglia che le nostre ordinanze aveano
frettolosamente raccolta in una scappatella dal campo. Appena entrati,
ci sedemmo anche noi e si cominciò a chiacchierare.

Carluccio teneva gli sguardi bassi e appena appena, quand'era
interrogato, osava levarceli in volto un momento per riabbassarli
subito dopo. Aveva ancora gli occhi gonfi e rossi dal gran piangere,
e gli tremavano le mani e la voce, e quelle non sapea come muovere o
dove tenere, e questa gli usciva rauca e fioca, che era una pietà a
sentirlo; imbarazzato e confuso come un colpevole, povero ragazzo! A
forza d'interrogarlo e di pregarlo e di fargli coraggio a parlare,
riuscimmo a snodargli la lingua e a cavargli di bocca qualcosa di più
particolare intorno alla sua famiglia. Poi a poco a poco egli pigliò
animo e s'infervorò nel discorso, confortato dagli atti d'assentimento
e di pietà che andavamo continuamente facendo alle sue parole, per modo
che, a un certo punto, noi pendevamo dal suo labbro, meravigliati e
commossi.

--Non è mia madre vera--egli diceva--ecco perchè non mi vuol bene.
L'altra che era mia madre vera e che è morta, l'altra mi voleva bene,
e molto; ma questa che ho adesso.... È lo stesso come se non ci fossi,
io, in casa; mi dà da mangiare, questo sì, e anche da dormire; ma non
mi guarda quasi mai, e quando mi parla mi parla sempre come se fossi
un.... come se avessi fatto qualche gran male; e io invece non faccio
mai niente di male a nessuno, e tutti possono dirlo, e i vicini di
casa mi vogliono più bene di lei.... Gli altri due ragazzi che sono
più piccoli di me, oh quelli lì non c'è caso che li faccia piangere!
Sono sempre ben vestiti, ed io paio uno di quelli che vanno a domandare
l'elemosina....

--Poverino!--gli disse uno dei miei amici facendogli una carezza.

--E poi essa non mi conduceva mai a passeggiare cogli altri due. Certe
volte mi lasciava chiuso in casa, solo, quelle sere di domenica che
si vede passare tanta gente nella strada, e io stava alla finestra ad
aspettare che essi ritornassero, ed essi non tornavano mai e io mi
addormentavo colla testa sopra il davanzale. Poi, quando tornavano,
essa mi sgridava; io era rimasto chiuso in casa, e loro erano andati
al teatro o al caffè, e gli altri due ragazzi me lo venivano a dire
nell'orecchio:--Noi siamo andati, e tu no, e tu no,--e poi mi facevano
anche le corna perchè io mi arrabbiassi, e se io mi metteva a piangere,
essi mi burlavano e la mamma non diceva niente. E a me quelle cose lì
mi facevano dispiacere, ecco, perchè io a loro non avevo mai fatto
niente di male, e tutte le volte che l'uno o l'altro mi veniva a far
le belle e mi pigliava la voglia di lasciargli andar giù qualche....
mi trattenevo sempre e avevo pazienza. V'era delle volte che la mamma,
quando avevano finito di mangiare, mi faceva portar via i piatti, e
mentre li portavo via i ragazzi mi dicevano:--Guattero.--Oh Dio! Se mi
avessero dato un pugno sulla testa non mi sarebbe rincresciuto tanto
come sentirmi dire quella parola.... Una volta, la sera d'un giorno
di festa, la mamma tornò a casa tardi tardi e aveva il viso tutto
rosso e gli occhi tutti lustri lustri e parlava e rideva forte cogli
altri due, e tutti e tre si posero a cenare e la mamma bevve tutta la
bottiglia del vino. E dopo che ebbero finito, mi chiamò, mi pose tutti
i piatti tra le mani, e mi disse:--To', porta via, mariuolo; è il tuo
mestiere.--E mi diede un calcio e si misero a ridere tutti e tre. Io
non dissi niente; ma quando fui in cucina posai i piatti e mi gettai
sopra una seggiola e stetti lì a piangere come un disperato, al bujo,
fin che se ne andarono a dormire. Se non era Giovannina, una giovane
che stava di casa vicino a noi e faceva la sarta e mi voleva bene, io
sarei stato sempre tutto stracciato....

--Povero bambino! ripetè il mio amico. Io gli domandai in che modo
s'era risoluto a fuggire.

--Da principio--egli rispose--io volevo scappare con una compagnia
di ciarlatani, di quei che fanno i giuochi e che quando trovano dei
ragazzi che nessuno li vuole, se li pigliano con sè; ma poi mi hanno
detto che c'è dei giuochi che per insegnarli a fare i ciarlatani
bisogna che sloghino le ossa delle spalle, e che bisogna averle
slogate fin da piccoli, e io era già troppo grande, e non sono
scappato. La mamma intanto continuava a trattarmi male e a darmi
poco da mangiare. Ma un bel giorno cominciarono a passare i soldati
dell'Italia, e tutta la gente faceva una gran festa a quei soldati,
e i ragazzi li accompagnavano fuori di città e ce n'era di quelli che
li accompagnavano anche per molte miglia; e anzi io ho saputo che
ce n'erano scappati da casa due o tre, ed erano stati via due o tre
giorni, e poi se n'erano tornati, e dicevano di aver mangiato del pane
dei soldati e dormito sotto le tende. Io pensai subito a scappare.
Mi ci provai due o tre volte; ma quando cominciava a farsi buio, mi
pigliava un po' di paura, e tornavo a casa. Ma ieri mattina mia madre
mi picchiò con una verga e mi fece molto male; guardino qui i segni
nelle mani, e poi me ne ha date anche nel viso, e tutto questo perchè
io avevo risposto:--Crepa,--a uno dei ragazzi che mi burlava dicendo
che ho le scarpe che sembrano barche; e non mi diedero nemmeno un
pezzo di pane, e po' la sera mi lasciarono solo in casa. Io stava alla
finestra colle lagrime agli occhi ed ero proprio disperato, quando
tutto ad un tratto ho sentito suonar la musica, sono uscito subito di
casa e appena vidi che erano i soldati del re che c'è adesso, di quello
che è venuto a liberare, mi sono gettato in mezzo a loro, e non li ho
più lasciati... Poi lei mi parlò.... (e mi guardava). Poi mi hanno
detto che non avessi paura, mi hanno dato da mangiare... Io avevo una
fame! E mi dissero poi ancora che mi volevano tenere con loro.... Ma io
non voglio mica star qui come un povero a mangiare il pane per niente;
io voglio lavorare.... spazzolerò i panni.... (e mi toccava la tunica),
porterò da bere, andrò a prendere la paglia per dor....--

Ci alzò gli occhi in volto, fece un atto di sorpresa e rimase attonito
a guardarci. Uno dei miei amici gli gettò le braccia al collo e se lo
strinse sul petto, mormorando:--Povero ragazzo!--

E stettero tutti e due immobili così.


IV.

Sul far del giorno, prima ancora che si sonasse la sveglia, ci destò il
rumore d'una pioggia fittissima e un violento scoppio di tuono. Misi
io pel primo la testa fuori della tenda. Nel campo, all'infuori delle
sentinelle, non si vedeva anima viva; ma tutti o quasi tutti i soldati
eran già desti. Di fatti, allo sfolgorar d'ogni lampo, sonava da tutte
le parti dell'accampamento un acutissimo e prolungatissimo brrr, come
fanno i burattinai per annunziar l'apparire e lo sparire del diavolo;
e ad ogni scoppio di tuono un altro fragoroso e prolungato grido ad
imitazione di quello scoppio. Indi a poco fu sonata la sveglia, e il
capitano di guardia chiamò gli ufficiali di settimana al rapporto per
annunziare che dentro tre ore ci saremmo rimessi in cammino. Questo
annunzio mi fece subito pensare a Carluccio. Io non m'ero ancora
domandato che cosa alla fin fine avremmo fatto di quel ragazzo.--Il
figlio del reggimento! Son due belle parole e presto dette; ma
avevamo noi il diritto di tenerlo lontano da casa? E chi si sarebbe
addossata questa responsabilità, poichè qualcuno avrebbe pur dovuto
addossarsela?--Parlai di questo agli amici e tutti convennero ch'era
necessario provvedere al rinvio di Carluccio, scrivendo al Sindaco
di Padova e rivolgendosi alle Autorità del villaggio più vicino. Era
una decisione dolorosa codesta; ma come farne a meno? Mi restava però
una speranza: e se da Padova non rispondessero? E se la matrigna non
rivolesse più il suo figliastro? L'incarico di scrivere a Padova me lo
assunsi io stesso e a gran malincuore e a stento, scrissi; ma l'altro
incarico, quello di condur Carluccio al villaggio e di consegnarlo
alle Autorità, oh questo poi non me lo volli proprio addossare.--Ci
pensino gli altri--dissi tra me;--io la mia parte l'ho fatta.--E cercai
e pregai uno per uno i miei amici perchè facessero quel che restava
da farsi.--Che c'entro io?--mi fu risposto da ognuno di loro.--Ed
io?--domandavo alla mia volta.--Ebbene, non c'entriamo nessun dei
due.--E il dialogo si troncava così. Tornai alla tenda indispettito.

--Carluccio!

--Che cosa vuole, signor ufficiale?

Bisogna che tu venga con me fino al villaggio, a pochi passi di qua.--

Un subito sospetto gli attraversò la mente; si fece serio serio, e mi
guardò fiso negli occhi. Io non aveva saputo dissimulare il mio disegno
nè col suono della voce nè coll'espressione del viso; mi voltai da
un'altra parte, e finsi di cercar qualcosa nella mia borsa da viaggio.

--Mi vogliono mandare a casa!--egli gridò tutt'ad un tratto; ruppe
in un pianto disperato, si gettò in ginocchio ai miei piedi, e ora
giungendo le mani, ora afferrandomi per la tunica, cominciò a dire con
impeto vivissimo di passione:--No, no, signor ufficiale, non mi mandino
a casa, per pietà, per pietà; io non posso tornare a casa, io piuttosto
vorrei morire; mi tengano qui, mi diano da fare tutto quello che
vogliono chè io farò tutto, e al mangiare ci penserò io.... Per pietà,
signor ufficiale, non mi facciano tornare a casa....

Io mi sentiva straziare il cuore; mi contenni un istante e poi proruppi
anch'io:--No, no, datti pace, Carluccio, non piangere, non aver paura,
non ti rimanderemo a casa, no; resterai con noi, sempre con noi, ti
vorremo sempre bene...; te lo prometto, stanne sicuro, non piangere,
povero ragazzo; non pianger più....

A poco a poco si quietò.

--Non sono proprio nato per far le parti terribili, via,--dissi tra
me uscendo dalla tenda;--non c'è altro che aspettare la risposta da
Padova, e poi.... e poi vedremo ciò che sarà da fare.--

Due giorni dopo ci accampavamo in vicinanza di Mestre, dove restammo
fermi quasi un mese, fino alla stipulazione dell'ultimo armistizio,
vale a dire fino a quando ritornammo indietro verso Ferrara.

Passano cinque giorni, ne passano sette, ne passano dieci, e la
risposta da Padova non arriva. Si scrive un'altra volta, s'aspetta
altri cinque giorni, altri sette, altri dieci, e nessuna risposta.--Che
si siano smarrite le lettere? io pensava. Niente di più facile con
questo bel servizio di posta! O che l'abbiano ricevute e, assorti
in cure più gravi, non se ne sian dati per intesi? Anche questo
è possibile. O che, bandita la voce del fatto, la matrigna, pur
riconoscendo dai contrassegni che il ragazzo in quistione era il suo,
abbia fatto orecchie da mercante, contentona che l'esercito liberatore
abbia liberato anche lei da un ospite importuno? Ah! questa è la più
probabile. Anzi la dev'essere andata così di sicuro. E in questa
certezza non si scrisse più nè a Padova nè altrove. E con che pro
si sarebbe scritto se non eravamo riusciti nè colle buone, nè colle
cattive a strappar dalla bocca di Carluccio nè il cognome suo, nè
quello della matrigna, nè la casa, nè il mestiere, nè qualsivoglia
altro indizio per cui riuscisse possibile di scuoprire la sua famiglia?


V.

Carluccio continuò a restare con noi. Si provvide subito a rinnovargli
i vestiti, perchè i suoi, già dapprima ricisi e rattoppati da tutte
le parti, oramai gli si erano sciupati del tutto in quei due o tre
giorni di marcia, e gli cadevano a brani. Un cappelletto di paglia,
una giacchettina e un par di calzoni di tela, una bella cravatta
rossa, due scarpette ben adatte al suo piccolo piede: oh povero
ragazzo, come fu contento quando gli presentammo tutta codesta roba!
Pareva che non credesse ai suoi occhi; si fece rosso, voltò la testa
da un'altra parte, aveva quasi il sospetto che gli si volesse fare
una burla, fece molte volte col gomito l'atto di respingere da sè
quell'insperato regalo, e tenne lungamente il mento sul petto. Ma
quando vide che noi cominciavamo a stizzirci un poco di quella sua
restìa incredulità e facevamo l'atto di andarcene dicendo:--Vestiremo
un altro ragazzo;--allora alzò all'improvviso la testa, fece un passo
verso di noi, accennò colla mano che ci fermassimo ed esclamò con
voce di pianto:--No! no!--Ma si vergognò tosto di quel suo pregare, e
chinò un'altra volta la testa e stette là immobile cogli occhi bassi
e pieni di lagrime. Quando poi ebbe i suoi panni in dosso ne fu tanto
imbarazzato che non sapea più nè camminare, nè gestire, nè parlare.

--Cospetto, Carluccio!--gli dicevano i soldati facendogli largo quando
passava furtivamente in mezzo a loro;--cospetto che lusso!--Ed egli
diventava rosso, e via di corsa.

Ma in capo a poco più d'una settimana si fe' vispo, disinvolto e
arditello come un tamburino; divenne amico di tutti i soldati della
nostra compagnia e di gran parte dei soldati delle altre, e di tutti
gli ufficiali del reggimento, e d'allora in poi prese a condurre una
vita continuamente operosa e utile a sè ed agli altri. Dormiva sotto
la nostra tenda. La mattina, al primo rullo di tamburo, era in piedi
e spariva. Non eravamo ancora ben desti, che già egli era tornato
dalla cucina del nostro battaglione col caffè, col rum, o con altro
che fossimo assuefatti a pigliare, e:--Signor ufficiale,--diceva con
quella sua vocina rispettosa,--è ora....--Ora di che?--si brontolava
noi con voce aspra e arrantolata, soffregandoci gli occhi.--Ora che si
levino.--Ah! sei tu Carluccio? Qua la mano.--E gli davamo una stretta
di mano che lo metteva di buon umore per tutto il giorno.

Contendeva il compito alle nostre ordinanze, voleva spazzolar panni,
lustrar bottoni e sciabole e stivali, lavar camicie e pezzuole: volea
far tutto lui, e pregava umilmente ora l'uno ora l'altro soldato che
per piacere gli dessero qualcosa da fare, che lui avrebbe fatto tanto
volentieri, e che si sarebbe anco ingegnato di far bene, e che a ogni
modo bisognava ch'egli imparasse, che aveva bisogno d'imparare, che
voleva imparare. Qualche volta noi eravamo costretti a levargli gli
oggetti di mano, e a dirgli con una certa severità:--Fa quel che ti
si dice di fare, e non cercare più in là.--E bisognava fare i severi
perchè in buona coscienza non potevamo permettere ch'ei pigliasse
l'uso di farci il servitore. Perchè, povero ragazzo? L'avevamo forse
condotto con noi a tal condizione? Egli aveva un gran timore che a
poco a poco lo pigliassimo in uggia, comunque non si facesse che
colmarlo di carezze e circondarlo di cure e di cortesie; gli pareva
che, a non lavorare, ei dovesse finire col parerci un aggravio inutile,
e però si sforzava di mostrarci ch'era pur buono a far qualcosa o
che, se non altro, aveva del buon volere. Pure il timore di parerci
importuno qualche volta lo assaliva e gli dava pena. Tratto tratto,
mentre mangiava con noi seduto in terra attorno a un tovagliolo steso
sull'erba, accorgendosi improvvisamente d'esser guardato, si vergognava
di mangiare, diventava un po' rosso, abbassava gli occhi, faceva
dei bocconi piccini piccini, e se non si badava noi ad empirgli il
bicchiere, egli non ardiva di farlo, e stava a bocca asciutta magari
per tutto il tempo del desinare. Talvolta sotto la tenda, mentre si
stava pigliando sonno, egli, all'improvviso, si vergognava di occupar
tanto spazio e di giacere sopra tanto strame, e si levava a sedere e
lo sparpagliava di qua e di là verso i nostri posti, riserbandone una
piccola parte per sè, e coricandosi poi tutto rannicchiato rasente la
tela della tenda, a rischio di pigliar qualche malanno per causa della
brezza. Non mi sfuggiva pur uno di tutti questi suoi atti, nè uno de'
suoi pensieri, e mi affrettavo sempre a dissipare le sue vergogne o
apostrofandolo allegramente:--Ebbene, Carluccio?--o stringendoli la
guancia fra l'indice e il medio con quel fare che significa:--Vivi in
pace, ti proteggo io.--Ed egli subito si rassicurava. Oh che mesta e
amorosa pietà mi metteva in cuore quella sua delicata vergogna!--Povero
Carluccio,--pensavo io, quando, ardendo ancora il lume sotto la
tenda, lo vedevo dormire quieto e tranquillo, tutto ravvolto nel mio
cappotto e colla faccia nascosta per metà dentro il berretto d'un
soldato;--povero Carluccio! Perchè non hai più madre, tu ti credevi
solo sopra la terra, e non ti immaginavi che alcuno ti potesse voler
bene! No, Carluccio; pei fanciulli senza madre e senza padre ci sono i
soldati; essi non hanno che un pezzo di pane in tasca; ma in compenso
chiudono molto tesoro d'affetto nel cuore, e dispensano generosamente
l'una e l'altra cosa a chi n'ha bisogno. Dormi tranquillo, Carluccio, e
sogna tua madre; ella certo ti guarda di lassù, ed è ben lieta che tu
sia fra noi, perchè sa che sotto i nostri ruvidi cappotti batte il suo
cuore.

Di giorno era continuamente in faccende. Andava fuori del campo a
prender acqua pei soldati quando era proibito d'uscire; e lo si vedeva
in giro in mezzo alle tende tutto carico di borraccie e di gamelle,
rosso in viso, sudante, accompagnato da una folla di assetati, che
gli si stringevano ai panni e gli facevano ressa.--Carluccio, la mia
gamella;--la mia borraccia, Carluccio;--voglio prima la mia;--no, la
mia, te l'ho data prima di lui;--e no,--e sì.--Ed egli a far cenno che
si quetassero e a sospingerli indietro:--Uno alla volta, da bravi;
fatemi il piacere; tiratevi un po' in là; lasciatemi respirare.--E
si asciugava la fronte e pigliava fiato, chè proprio gli era stanco
e sfinito da non poterne più. Di quando in quando qualche soldato lo
ricercava per farsi scrivere una lettera a casa, o per farsene leggere
e spiegare una ricevuta. Questo favore ei lo faceva con molta gravità.
Stava un momento sopra pensiero e poi diceva serio serio:--Vediamo.--Si
sedevano sotto la tenda e, dopo aver molto ragionato tutti e due
coll'indice teso verso il foglio scritto o da scriversi, finalmente
Carluccio, rimboccate le maniche della giacchetta, si metteva all'opera
agrottando le sopracciglia, stringendo le labbra e mandando fuori un
suono inarticolato che voleva dire:--È un affar serio; ma via, farò
tutto quel che potrò.--

Aiutava poi ora l'uno ora l'altro ad accomodare le tende, e ci aveva un
garbo a tirare quelle cordicelle e a conficcare in terra quei piuoli,
da far credere ch'ei non avesse fatto mai altro in vita sua.

Quando si facevano gli esercizi egli si ritraeva in un angolo del
campo, e di là ci guardava estaticamente per tutto il tempo che gli
esercizii duravano. Quando tutto il reggimento era schierato e faceva
il maneggio dell'armi, quel povero ragazzo andava in visibilio. Quel
battere sulla terra di mille e cinquecento fucili, in un colpo solo,
come un solo fucile; quel lungo ed acuto tintinnìo di mille cinquecento
baionette inastate, tolte, rimesse e ringuainate in un momento; quel
poderoso tonar dei comandi, e quel profondo silenzio delle file e
tutte quelle faccie immobili ed intente come statue; lo spettacolo di
tutte queste novità lo accendeva d'entusiasmo, gli metteva addosso una
irrequietezza, una smania di fare, di gridare, di correre, di saltare,
e tutto questo egli faceva sempre e subito appena il reggimento aveva
rotto le righe; prima no. Prima si contentava di pigliare degli
atteggiamenti eroici e di guardarci colla testa alta e l'occhio
fiero, senza accorgerssene, notate; assecondava inconsapevolmente i
moti dell'animo, come quando qualcuno, narrando, ci commove, e noi
esprimiamo coi moti del volto intento il senso e gli affetti delle cose
narrate.

Quando poi sentiva la musica del reggimento, pareva matto.

Quelle sere che qualcuno di noi doveva andare agli avamposti, egli si
mostrava di un umore un po' men gajo del consueto.--Buona notte, signor
ufficiale!--ci diceva, con un lungo sguardo, quando partivamo; e,
uscito fuor della tenda, stava a guardarci fin che non eravamo spariti.

Questi modi affettuosi e così spontaneamente gentili ei li usava con
tutti, ufficiali e soldati; e però tutti lo amavano. Quando passava
in mezzo alle tende d'una compagnia qual si fosse, era un chiamarlo
da tutte le parti, un tender di braccia per trattenerlo, un alzarsi e
un corrergli dietro dei soldati con le lettere in mano:--Carluccio,
un momento, un momento solo, una parola, solamente una parola.--Gli
ufficiali li salutava militarmente e con un'espressione di più o meno
profondo rispetto a seconda de' gradi, che egli aveva imparato a
distinguere fin dai primi giorni. Aveva una gran paura del colonnello.
Quando lo vedeva di lontano o se la dava a gambe o si rannicchiava
dietro una tenda; il perchè non lo sapeva neanco lui. Ma un giorno,
mentre egli stava a chiacchiera con due o tre soldati presso alla tenda
d'un aiutante maggiore, eccoti sbucare all'improvviso il colonnello.
Tremò da capo a piedi; non era più in tempo a nascondersi; bisognava
guardarlo e salutarlo; alzò gli occhi timidamente e portò la mano
al cappello. Il colonnello lo guardò, gli passò la mano sotto il
mento e gli disse:--Addio, buon ragazzo.--Carluccio andò a un pelo
dall'impazzare; volò subito da noi, e, ansando e balbettando, narrò
l'accaduto.

Cosa strana in un ragazzo della sua età, egli non abusò mai menomamente
della famigliarità con cui si trattava. Sempre docile, umile,
rispettoso, come il primo giorno in cui lo raccogliemmo sulla via. E
di quel fortunato giorno tratto tratto ei ce ne soleva parlare; non
mai però senza che gli luccicasse qualche lagrima negli occhi. Aveva
anche le sue ore melanconiche, specialmente i giorni di pioggia,
quando tutti i soldati stanno raccolti sotto le tende, e il campo
è tacito e deserto. In quell'ore egli stava seduto sotto la tenda
colla faccia verso l'apertura e gli occhi immobili a terra come se
contasse le goccie di pioggia che venivano dentro.--Carluccio a che
cosa pensi?--gli domandavo.--Io? a niente.--Non è vero, vieni qua,
povero Carluccio, vieni qui accanto a me; io non sono che uno fra
i tanti che ti vogliono bene; ma ti voglio bene per tutti. Siediti
qua; discorriamocela fra noi altri due, e via dal cuore tutte le
malinconie.--Egli piangeva. Ma eran malinconie che svanivano presto.


VI.

In un angolo del campo v'erano due piccole case, abitate da una buona
famigliola di contadini, nelle quali si era stabilito il quartier
generale delle cucine di tutti gli ufficiali dei quattro battaglioni.
Figuratevi che confusione! V'erano da sei a otto soldati, tra cuochi
e guatteri, per ogni cucina; un continuo litigarsi dei primi che non
sapevano far niente e volevano insegnarsi l'un l'altro a far tutto;
un continuo bisticciarsi degli altri che rivaleggiavano per diventar
cuochi; un continuo va e vieni di ordinanze a prendere il desinare per
gli ufficiali agli avamposti, e contadini, e venditori, e ragazzaglia
dei dintorni: una babilonia.

In una nuda stanzaccia di quelle case fu ricoverato Carluccio quando
lo colse la febbre. La quale da molti giorni infieriva nel reggimento
a tal segno che, ogni giorno, n'eran colti da tre a cinque a sette
soldati per ogni compagnia. Carluccio l'ebbe tanto forte che si temeva
ne morisse. Il medico del reggimento lo curò con una sollecitudine
che non si poteva maggiore; tutti noi gli femmo un'assistenza più che
paterna.

Fra le tende e la porta della sua stanza era un incessante andirivieni
di soldati. Entravano in punta di piedi, s'avvicinavano adagio adagio
al suo letticciuolo, lo guardavano negli occhi ch'ei moveva intorno
gravi e socchiusi o teneva lungamente immobili sul volto delle
persone senza dar segno di conoscerle; lo chiamavano per nome, gli
posavano una mano sulla fronte, si facevano l'un l'altro certi cenni
per dirsi il proprio parere sullo stato del piccolo infermo; poi si
allontanavano tacitamente, si soffermavano sul limitare della porta
per guardarlo ancora una volta, e uscivano scotendo la testa in atto
di dire:--Poveretto!

--Carluccio, come stai?--gli chiesi un giorno quand'ei cominciava a
star meglio.

--Mi rincresce.... egli rispose, e lasciò la risposta a mezzo.

--Che cosa ti rincresce?

--Non posso....

--Ma che cosa non puoi?

--.... Far qualche cosa.--E abbassò gli occhi e mi guardò le scarpe e i
calzoni, e soggiunse:--.... Fanno tutto gli altri....

Voleva dire delle ordinanze che ripulivano tutta la nostra roba esse
sole, senza che egli le potesse aiutare.

--E io son qui...., disse ancora con voce di pianto,... son qui.... a
non far niente.... d'imbarazzo.... Voglio....--E fece uno sforzo per
levarsi a sedere; non ci riuscì e ricadde colla testa sul guanciale
e si mise a piangere.--Che bell'anima!--io esclamai, e dissi e feci
quanto seppi per consolarlo.


VII.

--Come si fa a far le ritirate i giorni delle battaglie? È vero che
i soldati non camminano più al loro posto e vanno ognuno dove gli
pare?--Questa domanda dirigeva Carluccio, una sera, ad uno degli
ufficiali della mia compagnia, il quale, seduto accanto al suo letto,
lo svagava con que' fantastici racconti di guerre e di battaglie,
che si soglion fare ai fanciulli. L'interrogato sorrise, certamente
pensando quanto una tale domanda avrebbe potuto parer sottile e
furbesca dove non l'avesse fatta un fanciullo di quell'età, ed anco
beffarda se non l'avesse fatta un amico.

E sorrisero pure altre due persone che si trovavano là, sedute
anch'esse accanto al letticciuolo; l'una delle quali era un consigliere
comunale d'un paesello vicino; l'altra il proprietario di quegli stessi
terreni che il nostro reggimento occupava; due ometti di mezza età,
molto gioviali, molto panciuti e, ben inteso, molto sviscerati della
causa italiana; soliti a venir la sera in quella stanzuccia per istare
un po' a chiacchiera coi «valorosi» ufficiali dell'esercito italiano;
gente di campagna, alla buona, cui si leggeva il buon cuore sul viso,
e che ogni giorno, prima di accomiatarsi da noi, non tralasciavan mai
di ripetere molto enfaticamente che con de' soldati come i nostri la
fortezza di Malghera si poteva pigliarla addirittura con un assalto
alla baionetta.--Ma credano,--dicevamo noi;--la cosa non è poi tanto
facile come pare a loro!--Oh!--rispondevano sorridendo con molta
dignità,--lo slancio del soldato italiano....--E compivano la frase con
un gesto che voleva dire:--Eh, eh, ben altri miracoli può fare.

--Come si fa a far le ritirate?--domandò alla sua volta l'uffiziale
interrogato.--È una domanda un po'....

--Vaga,--suggerì il consigliere.

--Appunto.--

Carluccio tacque e si diede a pensare qualcos'altro da domandare.
Intanto il Consigliere, che era stato un momento sopra pensiero, uscì
fuori a dire:

--Eppure, a pensarci su, ha da essere un gran doloroso spettacolo
quello d'una ritirata.

E tacque in atto di aspettare una risposta.

--Sentano,--rispose l'ufficiale facendosi tutto ad un tratto pensieroso.

Gli altri due, presentendo un discorso lungo, avvicinarono le loro
seggiole a quella del mio amico, e composero anch'essi la faccia a
un'intenta serietà.

--Sentano,--ripigliò l'ufficiale con voce vibrata;--v'è un dolore
appetto al quale la morte dei nostri più cari, la perdita delle
nostre più belle speranze e i più inattesi e più fieri disinganni
della vita non sono che una mestizia sfuggevole, un turbamento
leggero, un nonnulla; e questo dolore è quello che ci strinse l'anima
quella sera.... Il mattino felici, ebbri di gioia, ardenti di un
entusiasmo che ci cavava le lagrime e ci faceva prorompere in grida
da forsennati, impazienti della battaglia, certi, si può dire, della
vittoria; e poche ore dopo.... ecco quell'esercito tanto fresco di
gioventù, tanto pieno di vita, tanto forte di ardimento e di fede,
quell'esercito idolatrato dalla patria, frutto di tanti sacrifici,
oggetto di tante cure, argomento di tante trepidazioni e di tante
speranze; eccolo, poche ore dopo, vinto, disordinato e sparpagliato
per la campagna, rifar mestamente le vie percorse il mattino quasi
in sembianza di vincitore.... Ah! gli è uno spettacolo che strazia
l'anima, che atterra, che schiaccia; è un dolore che nessuna parola
umana basta a significare.--Chi ci renderà,--domandavamo desolatamente
a noi stessi,--chi ci renderà il nostro cuore di stamane, il nostro
orgoglio, la nostra fede, la nostra forza? Chi ci richiamerà negli
occhi quelle lagrime d'entusiasmo? Chi rialzerà l'edifizio su queste
dolorose rovine? E che dirà il paese?... Oh, il paese!--Il pensiero ne
rifuggiva atterrito; ci pareva di risentire le grida e gli applausi
con cui le popolazioni delle città ci avevano accompagnati alle porte,
e quegli applausi e quelle grida ci scendevano nel cuore e gli davan
delle strette terribilmente dolorose.--Oh tacete!--dicevamo dentro di
noi--tacete, siamo soldati, e il nostro povero cuore si spezza!--

Seguì un minuto di silenzio. Il consigliere esclamò mestamente:

--E che scompiglio, figuriamoci, dev'esservi stato quella sera!...--

L'ufficiale rispose con un cenno del capo. Altro minuto di silenzio.

--E la sua divisione--interrogò con molta dolcezza il padrone di
casa--a che ora, presso a poco, cominciò a ritirarsi?--

L'accento della domanda e l'atteggiamento del volto esprimevano
ap

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