La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
by Alberto P. Guglielmotti · Italian · Gutenberg #45565 · 845,922 chars · public domain (US)
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Title: La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Author: Alberto P. Guglielmotti
Release date: May 2, 2014 [eBook #45565]
Most recently updated: October 24, 2024
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA GUERRA DEI PIRATI E LA MARINA PONTIFICIA DAL 1500 AL 1560, VOL. 1 ***
LA GUERRA DEI PIRATI
E
LA MARINA PONTIFICIA
DAL 1500 AL 1560
PER IL
P. ALBERTO GUGLIELMOTTI
DELL'ORDINE DEI PREDICATORI,
TEOLOGO CASANATENSE.
VOLUME PRIMO.
FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.
1876.
PROEMIO.
Gli Storici latini hanno chiamato Piratica la guerra combattuta sul mare
da Pompeo il Grande contro gli schiavi della Cilicia, ribelli alle leggi
ed alla maestà del popolo romano; ed ora sono io che penso attagliarsi
dirittamente al mio proposito l'esempio e l'aggiunto medesimo per
distinguere il presente dagli altri miei lavori, e per compendiarne a un
tratto l'unità. All'epoca che ormai tocca la presente narrazione, tutto
il corpo dei nostri marini nella difesa della civiltà e della religione
dispiegano e mantengono costante e principale l'assunto di reprimere gli
attentati della grande pirateria musulmana, divenuta gigantesca a
pubblico danno del popolo cristiano, durante il periodo de'
sessant'anni, pe' quali adesso dovremo trascorrere: per ciò questa parte
della mia storia, come è singolarmente intesa a seguire passo passo i
fasti dei maggiori Capitani nel tempo e nello scopo prescritto, così
vuole starsene da sè; e insieme vuole mantenere il legame di prima
origine e di finale intendimento cogli altri miei volumi. In somma lo
scritto sulla guerra dei pirati, secondo sua entità individua, e, presso
che non dissi personale, tratta a nome suo dei fatti suoi; e come membro
di maggior famiglia prenderà il posto nell'ordine convenevole tra gli
antecessori e i susseguenti, e formerà insieme cogli altri volumi una
sola storia della Marina e del suo svolgimento in ogni parte, tenuto
sempre fermo l'addentellato sulla marina romana. Di questa, tra tutte a
me più nota e più vicina, ho potuto meglio da cima a fondo studiare le
vicende; ed essa, comecchè di ogni altra infino ad ora la più negletta,
continuerassi nel servigio delle più avventurose, e nella risoluzione
dei problemi storici, tecnici e filologici, dovunque occorra cessare
oscurità e dubbiezze pel vasto argomento. I nomi degli Orsini, dei
Salviati, degli Sforza, e di altrettali campioni, che daranno il titolo
agli otto libri seguenti, entrano mallevadori intorno alla importanza
del subbietto: il quale per questo non si resterà sempre circoscritto
negli angusti termini delle nostre spiagge, ma a buon diritto anderà
cercando anche da lungi le imprese navali di maggior momento più che
altri in genere non penserebbe oggidì, e certamente più che taluno non
vorrebbe consentire, se non fossevi condotto e ritenuto dalla pienezza
delle testimonianze, donde è la forza del mio discorso. Gli estratti
degli scrittori contemporanei, e i documenti degli archivi, non per
lusso, ma per necessità introdotti nel testo e nelle note, faranno di
scusare le altrui ricerche, di togliere le difficoltà, di chiarire i
fatti: e l'abbondanza delle prove mi confido di vedere dai lettori non
tanto menata buona, quanto efficace a sdebitarmi pur di qualche
negligenza nelle scritture mie per la distrazione perpetua della mente
verso le cifre e le citazioni delle altrui. Non mi dilungo nel
proemiare: ringrazio i benevoli, riconosco i favorevoli, osservo i
critici; e del resto nel corpo della storia, quando il destro me ne
verrà maggiormente spontaneo ed evidente, darò miglior conto delle mie
ragioni, e volgerò come si deve risposte proporzionali alla cortesia
delle domande.
_Di Roma, alla Minerva,
Casa generalizia dei Domenicani,
31 dicembre 1875._
P. ALBERTO GUGLIELMOTTI, O. P.
LIBRO PRIMO.
Capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano. [1500-1503.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Introduzione. — Origine della pirateria musulmana. — La grande
pirateria. — I maggiori pirati del cinquecento ammiragli dell'Impero e
sovrani nell'Africa. — Ragioni e titolo di questi due volumi.
II. — L'anno del giubileo (1500). — Disegni di crociate contro i Turchi.
— Il capitan Lodovico del Mosca e la guardia del mare. — Il capitano
Mutino. — Costruzione di galere in Civitavecchia (1501).
III. — Compra di artiglierie, e documento. — Durano le bombarde. — I
carri di munizione al triplo delle bocche da fuoco. — I tromboncini di
marina. — La Metraglia.
IV. — Sotto colore di crociata i Francesi a Metellino e gli Spagnuoli
alla Cefalonia (1501). — Lustre, non mine. — Le due armate danno in
Italia, cacciano re Federigo, pigliano il Regno, che resta alla Spagna.
V. — Cesare Borgia. — La marineria nelle guerre intestine (maggio 1501).
— Assedio di Piombino. — Il Mosca piglia l'Elba e la Pianosa. —
L'Appiano fugge. — Il Borgia, tornato da Capua, entra in Piombino e lo
fortifica (agosto 1501). — Suoi architetti, il Sangallo e Leonardo.
VI. — Viaggio di Papa Alessandro (febbrajo 1502). — Sei galèe, due
galeoni, ed altri legni. — La rôcca di Palo e di Civitavecchia. — Il
palazzo del Vitelleschi a Corneto. — Le provvigioni di Castro. —
Navigazione a Piombino (febbrajo 1502).
VII. — All'Elba per due giorni. — Ritorno, tempesta, e disagi per quelle
maremme. — All'Argentaro. — Il Deflusso alla spiaggia di Corneto, e la
Deriva. — Rifugio a Portercole. — Ritorno in Roma (marzo 1502).
VIII. — Morte del capitano Mosca (29 marzo 1502). — Funebri onori. —
Lapida. — Continuazione dell'anno e del libro sotto il nome dello stesso
Capitano.
IX. — Armamento contro i Turchi, sei galèe di Civitavecchia, due di
Ancona, altre assoldate in Venezia (aprile 1502). — Giacopo da Pesaro e
Angelo Leonini: Documenti. — Congiunzione dei nostri coi Veneziani.
X. — Il capitano Cintio Benincasa e i suoi antenati. — Portolani e
cartografi anconitani. — La declinazione della Bussola segnata
primamente da loro. — Lettere e risposte (luglio 1502).
XI. — L'isola e fortezza di Santamaura. — Il salto di Saffo. — Presidio
di milizia regolare e di pirati.
XII. — Piano di attacco. — La divisione romana nel canale. — Battute
dodici galeotte di pirati. — Occupato il ponte e il borgo. — Investita
la piazza (23 agosto).
XIII. — I Veneziani dall'altra parte a chiudere il circuito. — Il
soccorso ributtato da quattro galèe romane. — Proposizioni di resa, e
rotta di pirati. — Occupata la piazza e il castello (29 agosto).
XIV. — Lettera del nostro Commissario. — Ritorno del capitano Cintio. —
Dissidî dei principi cristiani. — Notizie dell'espugnazione. — Parte
principale sostenuta dai Romani (15 settembre).
XV. — Considerazioni sulla offensiva. — Sfratto dal mare all'armata
nimica. — Scelta del punto d'attacco in terra. — Divisioni convergenti.
— Marcia di fronte. — Vantaggio sui passi coll'artiglieria dal mare. —
Ciascuno al suo posto.
XVI. — Differenza tra corsaro e pirata. — E tra milizia regolare e
piratica. — La forca ai pirati.
XVII. — Le fortificazioni nuove di Santamaura. — Ingegneri di Roma e di
Venezia. — Fortezze di nuova forma nel principio dell'arte nuova.
XVIII. — Tutti contro il Turco, a parole. — Disegni sopra
Costantinopoli, resi vani dalle guerre dei Francesi e degli Spagnuoli
nel Regno. — La mina a Castel dell'Uovo: ripetizione dall'originale e
primitivo magisterio del Martini. — Morte di Alessandro VI, e precipizio
di Cesare Borgia (18 agosto 1503).
LIBRO PRIMO.
CAPITANO LODOVICO DEL MOSCA,
CAVALIERE ROMANO.
[1500-1503.]
I. — Facendomi a scrivere della guerra piratica, combattuta sul mare pel
continuato periodo di sessant'anni, anche dai nostri capitani, con
grande dimostrazione di virtù, ed altrettanto splendore di nobili
ammaestramenti, mi bisogna alla prima ricordare come per gli stessi
principî fondamentali del Corano gli Islamiti di ogni luogo e di ogni
tempo si sono messi alle guerre di invasione, ed alle guerre di
piraterìa. L'abominio contro la civiltà del Vangelo, la propagazione
della loro setta colla spada, e la cupidigia dell'altrui, dovevano
senz'altro menare i seguaci di Maometto nella Siria, nell'Egitto, nella
Grecia, nell'Ungheria, nella Polonia, sotto Buda e sotto Vienna, alle
battaglie campali ed agli assedî; e similmente gli stessi principî
avevano a spingere la bordaglia moslemica per tutti i mari
sbrigliatamente ai ladronecci. Costoro, contro dei quali adesso in
specialtà avremo a fare, sulle riviere marittime in privati conventicoli
adunavansi, sceglievano a libito i condottieri, costruivano legni da
corso, metteansi al remo e alle armi, entravano sui passi, ed ora
coll'arte, ora cogli inganni, ora colla violenza ghermivano quanto lor
si parava dinanzi, bastimenti, merci, danaro, persone, e tutto facevan
proprio e divideansi nei loro paesi, in parti proporzionali alla
ribalderia di ciascuno. Scendevano ancora soppiatti nelle nostre
campagne, tramavano insidie ai grandi personaggi; come a papa Leone per
le campagne Laurentine, al duca di Savoja sulle coste di Villafranca, al
grammaestro Lilladamo sulla via di Rodi, ed alla celebre Giulia Gonzaga
nella villa di Fondi. Ad ogni modo davano sul bestiame, sulla gente del
contado, massime se femmine o fanciulli. Di qua tra noi lacrime,
incendî, rovine mettevano; di là nei loro serragli prede sempre maggiori
menavano: tanto che non era nell'Africa così misera cittaduzza, che non
avesse tre, cinque e più migliaja di Cristiani in durissima schiavitù
condotti a mercato dai ladroni. I quali senza legge, senza patenti,
senza tribunali, senza pietà, contro il giure di natura e delle genti,
persecutori perpetui tanto dei nemici che degli amici, non erano
solamente corsari, come alcuni dicono adesso, sì veramente pirati e
ladroni di mare, come gli chiamavano i popoli e gli scrittori di allora;
se ne togli quei pochi di Francia e di Venezia, che per diversi rispetti
di pace o di alleanza, costretti talvolta a dissimulare, davan loro del
corsaro, e non intendevano di meno parlare di pirati, descrivendone le
opere ladre. L'evidenza dei fatti rimena al giusto il significato della
lusinghiera parola[1].
Non dico per questo che la piraterìa sia uscita improvvisa e tutta
armata dal centro del secolo decimosesto: anzi pei fatti e pei principî
che ho posti qui ed altrove, si può facilmente intendere quanto
pertinace e quasi congenita abbia a dirsi cotesta magagna in tutte le
razze musulmane, tanto che non si è mai potuta totalmente estirpare nel
Mediterraneo, se non di fresco colla presa di Algeri: nondimeno è pur
noto nella storia, e qui meglio si vedrà, che la principale epoca della
grande piraterìa corse terribile nel mezzo del secolo decimosesto,
quando ai ladroni fu dato salire sui troni di Barberia e diventare
ammiragli di Costantinopoli. Cotesta grandezza sul capo di coloro che
pubblicamente infestavano il mare per proprio mestiere, non si incontra
costante in verun altro tempo, nè prima, nè poi; ma solamente nel
periodo dove siamo per entrare col nostro discorso. Vedremo gli stessi
Imperatori ottomani, nella briga di sottomettere l'Africa
settentrionale, e di cacciarne le antiche dinastie degli Arabi, portare
innanzi costoro ugualmente rapaci e bugiardi a danno dei Cristiani, che
degli Islamiti. Pensate uomini arcigni e scalzi, colle mani incallite
sul remo e col dorso incurvato sotto al fardello, i quali nondimeno
levano lo sguardo e le speranze infino ai troni: essi si chiamano
Camalì, Curtògoli, Gaddalì, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli, Oruccio,
Barbarossa, Moràt, Dragutte, Scirocco, Luccialì; surti tra le brutture
della plebe, qualcuno rinnegato, altri fellone, e tutti schiume di
ribaldi, che nel secolo decimosesto avranno a essere sovrani di Algeri,
di Tunisi, di Tripoli, di Tagiora, di Alessandria, e delle isole
maggiori dallo Jonio alle Gerbe; ed oltracciò tutti ammiragli o
comandanti di squadra nell'armata dell'imperio ottomano. Pensate che
contro a costoro, sovente nelle piccole avvisaglie e talora nei grandi
fatti d'arme, coi nostri capitani ed alleati avremo a sostenere
durissima lotta per salvare la civiltà cristiana dalla barbarie
moslemica, e così farete ragione al titolo e all'argomento del presente
volume.
La fortuna nei sessant'anni non ci fu sempre propizia. Sei volte noi
affrontammo le maggiori forze dei nemici; e con tre splendide vittorie
ottenute presso alle muraglie di Corone, di Tunisi, e di Afrodisio,
toccammo tre grossi rovesci nelle acque della Prèvesa, di Algeri, e
delle Gerbe; e saremmo rimasti lì colla peggio, se non fosse venuta
dappoi la settima giornata di Lepanto a rilevarci. Dirò dei grandi e dei
piccoli successi, tirando fuori anzi tutto i particolari meno conosciuti
dei capitani di Roma, col nome dei quali divido in otto libri la mia
storia. Ma non intendo tanto strettamente tenermi contro i pirati, che
non abbia a riferire qua e là gli altri fatti attenenti alle nostre
marine, e allo svolgimento dell'arte nautica e militare, e similmente ai
viaggi lontani ed alle guerre vicine, sieno desse state gloriose o no.
Pesami l'incontro di nojose brighe, proprio nei primi decennali del mio
racconto: nè ciò tolgasi a mal grado il lettore, che io non potevo
cominciare dove mi tornasse meglio, ma donde ho lasciato nei miei libri
del Medio èvo; e non posso ora narrare a libito, ma devo mettere in
ordine gli avvenimenti come seguono, secondo il tempo. Andiamo innanzi
con franchezza, chè ogni cosa provvedutamente verrà al suo punto; e
l'argomento principale, a grado a grado rilevandosi, campeggerà tra gli
accessorî, che non si potevano omettere senza sconcio. Basta di ciò: e
per menomare il fastidio di chi legge e di chi scrive valga la varietà
intorno all'unico subbietto, e lo stile rispondente alla materia.
Andremo talora a basse vele sul margine del lido, e ci gitterem talvolta
in alto mare sulla cresta dei marosi, come ci menerà la fortuna,
seguendo sempre per filo il nostro cammino.
NOTE:
[1] LEO Pp. X, _Duci et decurionibus Genuen._ ext. ap. BEMBO, _Oper.
omn._, IV, 104: _«Appulisse ad Italiæ insulas et littora vobis vicina
punicam piratarum classem nunciatum est.... diripere, depopulari, etc.»_
ITEM, ibid. 110: _«Morte mulctandos piratas si capiantur.»_ et p. 142:
_«Piratæ pœni captivum fecerunt Paulum Victorium.»_
ISTHUANFIUS, _De rebus hungaricis_, lib. XI: _«Hariadenus princeps
piratarum, ac mauri turcique prædones littora Hispaniæ atque Italiæ
excursionibus atque rapinis reddunt infesta.»_
PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y hechos del emperador Carlos V_, in-fol.
Pamplona, 1634, t. II, p. 143, A, in fin.: _«Dragut no estava en las
treguas; y era un pubblico ladron que andava a toda ropa.»_
MALIPIERO DOMENICO, _Annali Veneti_, nell'_Arch. Stor. Ital._, VII, II,
648: _«È sta fatto più volte querela a Costantinopoli dei danni che fa'
i corsari alle cose nostre.... de può tutti quelli che sono andati a
portar presenti al signor Turco, tutti ha habù provision, et è stà fatti
so' capitani.»_
[1500.]
II. — Eccoci all'anno secolare del giubileo, quando gli spirituali
propositi, e i religiosi pensamenti, e le visite ai santuarî di Roma,
rinfocolavano in ogni parte del mondo cristiano gli antichi disegni
delle crociate, a propria difesa contro le perpetue infestazioni dei
Musulmani. I naviganti, i pellegrini, e chiunque andava e veniva da
lontane parti per le vie del mare, più frequentate allora delle vie di
terra, diceva lo sgomento e le molestie patite dai pirati; e tutti
speravano nell'alleanza proposta ai principi cristiani da papa
Alessandro.
Le speranze parevano toccare alla certezza, niuno potendosi persuadere
che non si dovesse venire ai ferri per una impresa tanto necessaria, e
da tutti desiderata, alla quale dicevano volersi mettere col massimo
delle forze i sovrani di Francia e di Spagna; oltre agli Ungheri ed ai
Polacchi, che già con grand'animo combattevano contro le orde di
Bajazet, ed oltre ai Veneziani che nei mari di Levante più che mai
valorosamente difendevano dal medesimo tiranno i loro possedimenti. Le
cose erano tanto innanzi nei congressi di Roma, che papa Alessandro
spediva il diploma di capitano generale dell'armata cristiana al
grammaestro di Rodi e cardinale di sant'Adriano, Pietro d'Aubusson, uomo
di gran valore e di sommo accorgimento[2]: ed il futuro maestro delle
cerimonie papali componeva la formola delle orazioni da recitare nella
distribuzione delle Croci, e nella benedizione del comune stendardo
della lega[3].
I trattati della spedizione generale contro i Turchi correvano per le
corti lontane e pei tempi futuri sopra quei fondamenti che in breve
vedremo; e insieme insieme crescevano le provvisioni vicine per
assicurare le spiagge e per reprimere le minute infestazioni dei pirati.
La squadra della guardia, ordinata fin dall'anno precedente con quei
capitoli che altrove ho pubblicati, pel concorso grandissimo dei
pellegrini in quest'anno, aveva ricevuto rilevante incremento: quanto al
numero era salita dai tre ai dodici legni; ciò è dire tre galèe, tre
brigantini, tre fuste, due galeoni, e una baleniera[4], la cui comparsa
vedremo tra poco nelle acque dell'Elba; e quanto alle persone, era
venuto al supremo comando, come uomo di maggior fiducia, il capitano
Lodovico del Mosca, cavaliere romano, di antica e nobile famiglia, ora
estinta: giovane di alti spiriti e di molta perizia nelle cose del mare,
cui nulla sarebbe mancato per farci rivedere in tutta la chiarezza il
pristino vigore del sangue romano, se avesse potuto vivere più
lungamente in tempi migliori[5]. Il Mosca col suo collega Lorenzo Mutino
si tenne tutto l'anno in crociera dall'Argentaro al Circèo, e per le
isole vicine di Toscana e di Napoli, ad assicurare i passi dei naviganti
verso Roma, quanto durò sulla spiaggia romana il movimento dei
pellegrini. Niun disastro nell'annata: anzi tutela dei viaggiatori, e
abbondanza delle cose necessarie alla vita nei porti dello Stato e negli
alberghi di Roma. Il nome del Mosca era temuto dai barbari; e la virtù
del Mutino onorata dai Romani, che vollero ascriverlo alla nobiltà, e
pareggiarlo al collega[6].
Oltracciò il capitano del Mosca davasi gran faccenda negli apprestamenti
della spedizione generale; e metteva in costruzione sul cantiere di
Civitavecchia sei galèe, come principio di quelle venti che papa
Alessandro aveva promesso mandare di sua parte nella guerra di Oriente.
Ecco in prova un documento inedito e breve[7]:
«Addì undici di gennajo mille cinquecento e uno. Avendo il Santissimo
padre e signor nostro comandato che si paghino mille ducati d'oro in oro
di Camera al signor Lodovico del Mosca ed a Mutino di Moneglia, prefetti
della guardia sulla spiaggia o marina romana, per metter mano alla
costruzione di alcune galèe da essere unite insieme coll'armata della
santa romana Chiesa contro i Turchi, come si ritrae dalla cedola di
nostro Signore, registrata nella cancelleria della Camera apostolica al
libro intitolato _Diversorum_, foglio cennovantasei; così i predetti
Lodovico e Mutino personalmente costituiti innanzi alla Camera
apostolica, spontaneamente ec., hanno promesso a nostro Signore, e alla
detta Camera, ed a me Notajo ec., di spendere i medesimi ducati mille
bene e diligentemente nell'opera delle galèe, e di darne buona ragione
al bisogno ogni volta che ne siano richiesti; ed hanno giurato secondo
la formola camerale, sotto le pene consuete, di eseguire ciò che nella
predetta cedola si contiene ec. Presenti nella detta Camera Pietro
Chioma, e Bernardo foriere di palazzo, insieme ai Cursori per testimonî.
Genesio di Fuligno.»
NOTE:
[2] ALEXANDER PAPA VI, _De expeditione contra Turcas_, anno MD. Mss.
Casanat., D, IV, 22, p. 227.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1501, n. 2: «_Magna classis parabatur a
Pontifice, Francorum Hispanorumque regibus, Venetis et Rhodiis, summo
imperatore Petro Aubussonio, Apostolicæ sedis Legato._»
[3] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cæremonialia_. Mss. Casanat., XX, III, 5.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1500, n. 10.
[4] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, in-fol. 1641, vol. II, p.
266: «_Il Papa.... con tre galèe, tre fuste, tre brigantini, due galeoni
e una baloniera._»
[5] TEODORO AMAYDEN, O AMIDENO, _Le famiglie romane nobili_. Mss.
autografo alla Bibl. Casanatense, segnato E, III, 11, n. 175.
PIER LUIGI GALLETTI, _Inscriptiones romanæ infimi ævi Romæ extantes_,
in-4, 1760, II, class. x, n. 10.
[6] UBERTUS FOLIETTA, _Clarorum Ligurum elogia_, in-fol. Roma, 1577, et
ap. BURMAN _in Thesaur._, I, parte I, p. 815: Leonis ep.
«_Amborum virtute olim tua littora, Tybris,_
_Intacta a Mauris tuta fuere diu._
_Quin Mauros Turcasque trahis per flumina Victor,_
_Dum properant fortes in fera bella duces._
_Nunc Mutinorum servas tu grata nepotes,_
_Roma memor: decorant hi nova sæcla viri._»
[7] ALEXANDRI PP. VI, _Instrumentorum Cameræ_, lib. XV, p. 5. — BIBL.
VATICANA, cod. 8046. — SCHEDE BORGIANE nel Museo di Propaganda in Roma:
«_Die XI januarii, MDI. Cum sit quod SSmus. D. N. mandaverit solvi
Domino Ludovico Mosca, et Mutino de Monilla præfectis custodiæ splagiæ
romanæ, seu maris romani, ducatos mille auri in auro de Camera pro
incipienda fabricatione certarum triremium pro classe S. R. E. contra
Turcas, prout per mandatum S. D. N. registratum in Camera Apostolica,
libri Diversorum, fol. 196; iccirco præfati Ludovicus et Mutinus
personaliter constituti etc. in C. A. præsentes, sponte etc. promiserunt
præfato S. D. N. et dictæ Cameræ, ac mihi Notario etc. dictos ducatos
mille exponere in dictam operam bene et diligenter, ac de illis totiens
quotiens opus fuerit et requirentur, bonum et fidele computum reddere,
et alia facere quæ in dicto mandato continentur, sub pœnis et in forma
Cameræ juraverunt etc. rogantes etc. Præsentibus in dicta Camera Petro
Coma et Bernardo.... S. D. N. Forerio et Cursoribus testibus. — Gen.
Fulginas._»
III. — E per non tornare a salti sopra questa materia delle costruzioni
e degli armamenti, qui adesso dirò che per la diligenza del capitan
Lodovico si ebbero prestamente le sei galèe fornite di tutto punto nel
porto di Civitavecchia[8]; e appresso furono comperate a vilissimo
prezzo per tredici mila ducati tutte le artiglierie che il re Federigo,
fuggendo dal Regno, aveva raccolte in Ischia; a dire che valevano più di
cinquanta mila. I due Capitani se le tirarono a bordo presso la riva
dell'isola, e le condussero su pel Tevere alla ripa di Roma, donde
poscia le avviarono per Campodifiore a Castel Santangelo. Gli spettatori
lungo il passaggio noverarono trentasei bombarde maggiori col seguito di
ottanta carri; alcuni tratti da cavalli, altri da bufali: tiri a
scempio, a coppia, a quattro, e a sei[9]. Due carri pieni di schioppetti
per le barche; nove carri con circa quaranta bombardelle, messe a tre,
quattro e sei per carro: dodici con ventiquattro bombarde ordinarie,
altrettanti carri per le dodici bombarde grosse; trentasette carri con
palle di ferro, tre con polvere; e cinque finalmente con nitro,
verrettoni, e pallette mescolatamente. Artiglieria bellissima, di lavoro
eccellente, e di gran forza, scortata da duemila uomini d'ordinanza,
oltre ai manipoli che andavano avanti, e tra carro e carro, e alla coda.
Dunque al principio del cinquecento si avevano pur care, e si stimavano
ancora ad alto prezzo le antiche bombarde e bombardelle; e questo sia
ricordo dell'ultimo periodo: da qui innanzi avremo cannoni calibrati al
peso della palla di ferro. Dunque i carri da trasporto sorpassavano del
triplo il numero delle bocche da fuoco di grosso e di mediocre calibro:
e quindi nel traino di guerra, anche al tempo di Carlo VIII, il numero
dei carri doveva superare due o tre volte quello delle artiglierie da
fazione: tanto che leggendo per quei tempi cencinquanta carri, si ha a
intendere una quarantina di pezzi, col seguito di tre carri di munizioni
per ciascuno, con qualche altro di rispetto. Valga il documento del
Burcardo a confermare le avvertenze del maggiore Angelucci.
Passando alle cose navali, abbiamo qui gli schioppetti per le barche,
che avevano a essere archibusi sulle forcelle, corti di canna e larghi
di bocca; come tuttavia si mettono alle bande dei piròscafi o delle
barche armate quelle minute armi da fuoco, che diciamo petrieri a coda,
o vero tromboncini di marina. Finalmente le pallette alla rinfusa, poste
mescolatamente negli ultimi carri delle munizioni, fannomi pensare alla
metraglia, di che ho dato il primo esempio nell'anno 1453[10]. Ripeto
Metraglia, termine tecnico, di comune uso e legittimo tra i nostri
soldati, i quali lasciano come stanno in altro senso le voci Scaglia,
Cartoccio, e simili. Le quali voci, tuttochè nitide ed eleganti, non
esprimono il concetto della voce Metraglia, cioè quella quantità
collettiva di pallette, di ferro battuto, di numero e peso determinato,
che si mettono insieme nel pezzo per battere il nemico con molti
projetti ad ogni tiro. La voce è registrata dal Grassi, e dal Fanfani;
ed ha esempî del Colletta, del Giordani, e di più altri. Il
Guerrazzi[11] ha voluto scrivere coll'_i_, _Mitraglia_; ed a punto per
questa mitra, calcata infino agli occhi, non ha potuto vederne
l'etimologia; ed ha lasciato che altri la supponesse di origine
francese; laddove il Gassendi e lo Jal (francesi ambedue), ce la
rimandano qua, facendola derivare dal latino _Mittere_[12]. Anzi meglio
(per la desinenza non latina, ma tutta propria della lingua italiana, in
_aglia_) possiamo noi ridurla al verbo Mettere, come a dire
_Metteraglia_; la qual voce, al pari delle nostrane Pedonaglia,
Nuvolaglia, ed altrettali, esprimono l'accozzaglia di più oggetti
simili, messi insieme a formare un tutto collettivo: e così Metraglia
per una certa quantità di projetti simili messi insieme, come se fossero
un projetto solo. L'Angelucci ha pubblicato un documento, dove è scritto
precisamente _Mettraglia_[13]. Dunque questa sarà etimologia
ragionevole, e voce necessaria per esprimere cosa diversa dalla Scaglia
in tritumi, dalle Ghiande allungate, dalle Pallette elementari, e dai
Grappoli tropologici; e così per distinguere il contenente dal
contenuto; cioè i projetti dalle Ceste, Lanterne, Cuffie, Cartocci,
Sacchetti, e Tonnelli che li contenevano, secondo le espressioni spesso
ricordate con lodevole proprietà anche dagli antichi bombardieri.
NOTE:
[8] BURCARDUS, _Diaria cæremonialia_, edita ab ECCHARDO JOAN. GEORG.
_Corpus hist. medii evi_, in-fol. Lipsia, 1723, II, 2137: _«Fuerunt pro
eo paratæ sex galeae.»_ ITEM, ex mss. Casanat., XX, III, 2.
[9] BURCARDUS cit., ap. ECCHARD. II, 2138: «_Sabato XXVIII maji MDII.
Post horam Vesperorum conducta fuit de Ripa per campum Floræ, ad castrum
Sancti Angeli artilleria olim Federici regis neopolitani quam habuit in
Hischia, et eam Papa emerat ab ipso Rege pro ducatis tresdecim millibus,
existimabatur autem esse valoris quinquaginta millium ducatorum. Fuerunt
carruccæ octuaginta, quarum singulæ trahebantur quædam per unum equum,
quædam per duos bufalos, aliæ per tres, aliæ per sex bufalos. In prima
et undecima carretta sclopeta pro barchis, et etiam materiales: in
sequentibus in qualibet tres vel quatuor aut sex bombardellæ. Successive
in aliis singulis carrettis, usque ad vigesimam tertiam carrettam
fuerunt una simul duæ bombardæ. Et successive in singulis usque ad
trigesimam quintam carrettam fuerunt una bombarda magna. Et plurimæ ex
eis fuerunt pulcherrimæ et fortis compositionis. Sequebantur pedestres
duo millia vel circa ordinate, et septem in quolibet membro incedentes
cum lanceis, alabardis et sclopetis. Et post illos trigintaseptem
carrucæ pallottis ferreis oneratæ; deinde tres cum barilibus pulveris,
tandem quinque aliæ cum salnitro, telis et palloctis mixtim. Quæ omnia
Papa, stans in castro sancti Angeli, vidit conduci._»
[10] P. A. GUGLIELMOTTI, _Storia della Marina pont. nel Medio èvo_. Le
Monnier, 1871, II, 185.
[11] F.-D. GUERRAZZI, _Vita di Andrea Doria_, in-8. Milano, 1864, I, 27:
«_I cartocci pieni di palle pigliarono nome di_ Mitraglia, _del qual
nome l'etimologia da noi s'ignora._»
[12] A. JAL, _Glossaire polyglotte nautique_, in-4. Parigi, 1848, p.
1010: «_Mitraille, fr. s. f._ (? _De_ mittere, _envoyer._)» e p. 1002:
_Nous pensons que_ Mittere, _envoyer, est le mot latin dont on a fait
Mitraille._»
[13] ANGELO ANGELUCCI, direttore del Museo di artiglieria a Torino,
_Documenti inediti per la Storia delle armi da fuoco italiane_, in-8.
Torino, 1870, vol. I, p. 211.
IV. — Con tanti armamenti, e con sì larghe promesse dei principali
sovrani della cristianità, pareva che si sarebbero fatte imprese
segnalate in Oriente contro i Turchi nell'anno presente. Luigi XII, re
di Francia e signore di Genova, aveva allestito grossa e bella armata di
galere e di navi, sotto la condotta del conte Filippo di Cleves
Ravenstein: ma costui senza intendersi nè coi Veneziani, nè col Legato
di Rodi, entrato nell'Arcipelago, fece soltanto le viste di mettersi in
guerra contro la casa ottomana; assaltò Metellino, dètte batteria senza
profitto, e rese il bordo a ponente, perdendo nel viaggio la nave
ammiraglia, dove esso stesso navigava; e poco dopo un altro de' suoi
maggiori vascelli, con quasi tutta la gente[14].
Similmente l'armata di Ferdinando, detto il Cattolico, re di Spagna,
prese le vie di levante sotto il governo di Consalvo di Cordova,
chiamato il gran Capitano. Questi si unì co' Veneziani alla Cefalonia,
dove l'armata di san Marco e le fanterie sbarcate in terra stringevano
di assedio il castello principale dell'isola; e là ostentò le stesse
apparenze, tiri di cannoni, scorrerie di soldati, assalti di marinari.
Se non che poco si trattenne, e sempre sur un'àncora di leva, pronto a
salpare e a volgersi indietro, secondo le secrete istruzioni della sua
corte. Perciò non mette conto confutare quei pochi che, seguendo il
Giovio, gli attribuiscono fatti stupendi e specialmente una mina colla
polvere da bombarda[15]. Piaggerie gioviali, di che non fanno motto i
contemporanei, nè gli storiografi ufficiali di Venezia e di Spagna[16].
Filippo e Consalvo sotto il vessillo della santa crociata coprivano
biechi intendimenti: non a danno dei Turchi, sì dei Cristiani, dei
parenti, degli amici, tramavano insidie[17]. Essi maneggiavano doppio
trattato: fingere la guerra contro i Turchi, distendere nello Jonio
grandi forze, addormentare Federigo re di Napoli, coglierlo alla
sprovvista, cacciarlo dal trono, e dividersi il Regno. Alla Francia,
Napoli, Terra di Lavoro ed Abbruzzi; alla Spagna, Calabria e Puglia. Le
due armate navali, nel momento convenuto, dettero dentro a sostenere gli
eserciti di terra, presero ogni cosa, cacciarono il Re, fecero gazzarra.
Ma poi, nata questione a chi dei due si dovesse la Capitanata, si
azzuffarono tra loro intorno alla preda: e dopo molti scontri finalmente
i Francesi colla peggio furono al tutto cacciati dal Regno, e le due
Sicilie per tre secoli restarono provincie di Spagna. Quando riscontro
nelle storie sì fatte vergogne, imposture, tradimenti e soperchierie,
resto allibbìto. Non dico di più: stimo i miei lettori, e son certo
della loro virtù nel patire e nel tacere[18]. Ne avrem bisogno, e
andiamo innanzi.
NOTE:
[14] AGOSTINO GIUSTINIANI, _Annali di Genova_, in-fol. 1537, p. 256, D.
BOSIO JACOPO, _Storia della sacra religione et illustrissima milizia di
San Giovanni Gerosolimitano_, in-fol. Roma, 1594-1602, II, 543, C, 548,
B.
[15] JOVIUS PAULUS, _Vitæ illustrium virorum_, in-fol. Basilea, 1578,
_Vita Gonsalvi a Corduba_.
IDEM, di _Consalvo Fernando da Cordova_, tradotta da LODOVICO DOMENICHI,
Firenze, 1550.
[16] PETRI BEMBI, _Rerum venetarum historiæ_, lib. V, in-4. Venezia,
1718, p. 174.
GERONIMO ZURITA, _Historia del rey don Fernando el catholico_, in-4.
Saragozza, 1610, lib. IV, cap. XXV, p. 194.
[17] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1500, n. 10: «_Decretum in Turcas sacrum
bellum, quam male confectum fuerit, turpe est referre._»
[Maggio 1501.]
V. — Per questi tempi era in Roma gonfaloniere della Chiesa, e supremo
governatore delle armi, Cesare Borgia; uomo già tanto conosciuto, che
non fa di mestieri spendere parole a ritrarre i lineamenti della sua
laida e crudele natura[19]. Congiunto a real principessa del sangue di
Francia, sostenuto dal suocero e dal padre, investito del ducato di
Romagna, sottomessa la plebe de' tirannetti sotto al giogo di maggior
tirannia, agognava a crescere sempre più di potenza e di stati. Esso
gittava le armi romane nel vortice incerto delle guerre intestine, donde
non avevano a uscire se non col sacco di Roma. Insomma il Borgia, sotto
certi pretesti, che a tali uomini non mancano mai, deliberò di fare
conquiste in Toscana; e di menarvi dall'altra parte il Capitano della
marineria, secondo la forma del capitolo decimoquinto, intorno alla
guardia del mare, già da me nei libri precedenti pubblicato[20].
L'impresa di Toscana io non per vanto, ma per necessità, devo inserire;
perchè nulla manchi alla storia mia, e al tempo stesso si veda come
all'ombra di tristo padrone intristisce la generazione dei servi.
Già prima di movere, il Valentino aveva dato voce anche esso di
apparecchiarsi per terra e per mare contro i Turchi; e la buona gente di
ogni paese tanto meglio aggiustavagli fede, quanto maggiormente tutti
desideravano la stessa cosa. Se non che Cesare da Faenza, valicato
l'Appennino alla uscita d'aprile con settemila fanti ed ottocento uomini
d'arme, scendeva in Toscana appresso a certi fuorusciti fiorentini, per
opera dei quali sperava che avessero a nascere novità nel paese, da
rivolgere poscia a suo profitto. Ma poichè Luigi XII, il quale per
l'acquisto di Milano e di Genova tanta parte aveva nelle cose d'Italia,
ebbe spiegata la protezione sua verso il popolar reggimento di Firenze,
e fatto divieto al Valentino di molestarlo, costui per non dire di
averci rimesso di riputazione passando di là senza niuno acquisto, se ne
andò a danni di Giacopo d'Appiano signore di Piombino. Prestamente
occupò Sughereto, Scarlino, Baratto, e le altre terre del contado: e
quindi pose il campo sotto alla piazza principale, dove il Signore si
era ridotto col nervo delle sue genti, risoluto ad ostinata difesa.
[Giugno 1501.]
Allora Cesare chiamò da Civitavecchia la squadra del Mosca per bloccare
Piombino dalla parte di mare, sì che ai difensori venisse meno ogni
speranza di soccorso[21]. All'entrante di giugno Lodovico uscì dal porto
di Civitavecchia con sei galere, tre brigantini, due galeoni, e duemila
fanti di sbarco; i quali prima di tutto si rivolsero all'Elba, isola di
molta importanza per le miniere e pei porti; isola di rifugio nel nostro
secolo a un imperatore spodestato. Di colà cacciò i ministri e le
guardie dell'Appiano, pose presidio nelle terre, e prese il castello e
l'isola della Pianosa: indi strinse più da presso Piombino. Saviamente
il celebre architetto Simone del Pollajolo agli otto di giugno scriveva
di Firenze a Lorenzo Strozzi, pel quale murava il notissimo palazzo,
dicendo[22]: «Il Valentino con duemila è ito nell'Elba; molti dichono
che fugge i Francesi, io per me credo che vada a pigliar l'isola,
considerato che Piombino non può aver soccorso se non dall'Elba.»
Sottile e giusta riflessione, schizzata di volo in una letterina, donde
si pare quanto stesse bene a Simone il nomignolo del Cronaca.
[Agosto 1501.]
Ciò non pertanto il signor Giacopo con gran cuore e con maggior bravura
tennesi più che due mesi a difendere la terra, e dall'altra parte i
Borgiani a batterla, e il cavalier Lodovico sempre innante col suo
naviglio a sforzarla. Nel qual tempo il Valentino, senza mai sciogliere
l'assedio nè per terra nè per mare, seguì con parte de' suoi l'esercito
francese alla conquista dì Napoli; e sfogate in Capua quelle sue tanto
conte crudeltà e libidini, tornò con Vitellozzo Vitelli e Giampaolo
Baglioni a stringere maggiormente l'espugnazione. Allora l'Appiano
persuaso di non potersi più lungamente sostenere, e abbandonato dai
vicini, che avrebbero potuto ajutarlo, pensò fuggirsi celatamente verso
la Francia per non venire a niun trattato con un uomo, cui la fama
pubblica e l'evidenza dei fatti davano taccia di solennissimo
traditore[23].
[Sett. dic. 1504.]
Uscitone il Signore, la guarnigione si arrese al duca Valentino; il
quale volse tutto lo studio a fornire il nuovo stato d'armi sufficienti
tanto a difenderlo, quanto ad accrescerlo, venendone il destro, con
qualche altro lembo di Toscana, specialmente dalla parte di Pisa: ed in
oltre fece ripararne le fortificazioni per opera (come si deve pensare)
del suo architetto ordinario, Antonio Giamberti da Sangallo[24]; e
certamente coll'assistenza di Leonardo da Vinci[25], che in quel
passaggio di Toscana era divenuto suo familiare, architetto, ed
ingegnere militare.
NOTE:
[18] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, in-fol. Firenze, 1641,
part. II, 264, E.
[19] RAYNALDUS, _Ann. eccl._ in indice: «_Cæsar Borgia filius nothus
Alex. VI.... Signifer rom. Eccl.... Barbaricam immanitatem exercet....
cæsis hominum millibus, fœminisque pollutis.... Thesaurum ecclesiasticum
expilat, etc._»
BEMBUS Cardinalis, S. R. E. cit., 216: «_Borgiæ perfidia et
crudelitas_.»
MURATORI, _Ann._, 1502 in princ.: «_Si rivolse l'iniquo Borgia ai
tradimenti,... l'iniquissimo Cesare Borgia._»
CATALANI GIUSEPPE, _Prefazioni critiche al Muratori_, (ufficiale censore
dell'edizione romana) in-8. Roma, 1788, t. X, part. I, n. 5: «_Del resto
quanto dice il Muratori in questo e nei due anni seguenti contro Cesare
Borgia, tutti glielo accordiamo._» Dunque impossibile lodarne i fautori.
— V. app. nota 26.
[20] P. A. G. cit., II, 501: «_Promisit habere et tenere amicos
Sanctitatis suæ præfatæ pro amicis et inimicos pro inimicis, cuiuscumque
status, gradus aut præminentiæ fuerint._»
[21] RAYNALDUS, _Ann._, 1501, n. 15, 20, 81: «_Alexander etiam, privatis
ductus comodis, in bellis italicis exercuit arma.... Plumbinum ad
deditionem compulit.... Inanes de classe pontificia in Oriente spes:
duas naves majoris alvei notho filio ad appugnandum Plumbinum
concessæ._»
BIAGIO BONACCORSI, _Diarî_, in-fol. Venezia, 1568, — e Mss. alla
Corsiniana di Roma, cod. 320, 321.
Vedi appresso la Lapida, nota 34.
[22] SIMONE DEL POLLAIOLO, detto il CRONACA, _Lettere tre inedite_,
pubblicate da Jodoco del Badia, in-8. Firenze, 1869.
[23] RAPHAEL VOLATERRANUS, _Comment. Urban._, in-fol. Basilea, 1530, p.
261.
AMMIRATO cit., II, 264.
FILIPPO NERLI, _Comment._, in-fol. Augusta, 1728, lib. V. princ.
GIO. CAMBI, _Stor._ (pubbl. da Idelf. s. Luigi), 168.
GUICCIARDINI, lib. V, post. init.
ANONIMO, _Vita di Rodrigo Borgia_, Mss. Casanat., E, IV, 22.
[17 febbrajo 1502.]
VI. — Nè a ciò contento, per quietare i popoli e per mostrare
grandiosità e fermezza, volle menare colà papa Alessandro; dove io,
costretto dalla evidenza e notorietà del fatto, devo seguirlo. Ma in
questo terrommi da parte colla mia navicella a vele basse e piombinando
del continuo, per non urtare in veruno scoglio, secondo le migliori
carte marine, e il parere di eccellenti e accreditati piloti[26].
Giovedì diciassette di febbrajo di buon mattino Alessandro uscì di Roma
a cavallo col Duca, e con quell'accompagnamento maggiore che loro si
conveniva: sei cardinali, Pallavicino, Orsino, Cosenza, Sanseverino,
D'Este e Borgia; sette vescovi, gli oratori dei principi, il tesoriero,
il secondo cirimoniere, sei cantori della cappella, e tutta la famiglia
così del Papa come dei cardinali, e di quegli altri signori,
cencinquanta persone. La prima notte si posarono a Palo nel castello di
casa Orsina. Dopo il desinare del dì seguente, tutti di nuovo a cavallo
per la via Aurelia, e la sera in Civitavecchia; dove Alessandro e il
Duca alloggiarono nella Rocca, e gli altri qua e là per le case della
terra.
[19 febbrajo 1502.]
Nel porto sorgeva pavesata a festa la squadra navale per scortare i
viaggiatori e per traghettarli all'Elba ed a Piombino: sei galèe nuove,
altrettanti legni minori, e due galeoni di alto bordo colle masserizie,
e co' cavalli. Alla testa il capitan Lodovico del Mosca, e sottesso
gentiluomini e cavalieri di paraggio, e gran rinforzo di fanterie
borgiane[27]. Per supplimento alle ciurme, ed a rinforzo del palamento,
non avendo schiavi maomettani, il Valentino aveva fatto mettere al remo
quasi tutti i carcerati di Roma, e una grossa brigata di oziosi e di
vagabondi tolti alle strade e alle bettole della città; di che venne
biasimo anche al Mosca. Il sabato seguente sull'ora di vespro le galèe
sfilavano in parata verso la fossa di Corneto, e la corte cavalcava alla
volta della stessa città, dove giugnevano la sera per riposare nel
palazzo del fu cardinale Giovanni Vitelleschi. Questo insigne capolavoro
di architettura, murato nella prima metà del quattrocento, esiste
ancora: e quantunque non mai condotto a compimento, fa di sè nobilissima
mostra per ricca magnificenza e squisita leggiadria. Chiunque sente il
bello dell'arte non può essere che non lo riguardi sempre con maggiore
ammirazione e diletto. Bellissima la fronte principale, grandiosa la
corte e il portico interno, ricca la decorazione delle finestre e delle
cornici, graziosi e delicati i fregi scolpiti di rilievo sul travertino.
Monumento importante per la storia delle arti, non conosciuto quanto si
merita, perchè fuor di mano in piccola città. Il capitano Sacchi ne'
suoi Ricordi determina l'epoca del lavoro nel 1439, tace il nome
dell'architetto[28], nè ho potuto saperne di più da quegli egregi
coltivatori delle memorie patrie che sono monsignor Domenico Sensi, e
conte Pietro Falzacappa.
Divisava Alessandro partirsi di Corneto la sera della domenica,
dirigendosi a Castro, città vescovile poscia distrutta, e voleva alla
spiaggia di Montalto imbarcarsi verso Piombino. Ne fa fede la lettera
seguente[29]: «Ai Toscanesi, salute ec. Essendoci noi partiti di Roma a
fine di pigliare alcun conforto per sollievo dello spirito affaticato, e
volendo visitare la città di Piombino, ci troviamo questa sera in
Corneto, e passeremo il prossimo lunedì per la nostra città di Castro.
Ma perchè sentiamo dire che colà patiscono carestia di biade, e che al
contrario la città vostra ne abbonda, noi per tenore delle presenti, e
per quanto avete cara la nostra grazia, ed evitar volete la nostra
indignazione, vi imponiamo che dobbiate con ogni cura e sollecitudine
mandare alla suddetta città di Castro orzo e fieno quanto si può; e
similmente pane e ogni altra maniera di vettovaglia, tanto che per le
ore antimeridiane del predetto giorno di lunedì tutto sia in punto nella
stessa città. Così voi sarete per fare a noi cosa grata, altrimente
grandissimo dispiacere. Di Corneto, 19 febbrajo 1502, del nostro
pontificato anno decimo.»
[21 febbrajo 1502.]
Le provvigioni di Toscanella saranno servite solamente al cardinal di
Cosenza, ai cerimonieri, ed a pochi altri, mandati avanti l'istesso
giorno per la via di terra a preparare splendido ricevimento nel punto
di arrivo; chè tutta la corte, dopo il vespro della domenica venti di
febbrajo, entrarono nelle galèe alla spiaggia di Corneto, e la mattina
seguente al tocco del mezzodì, sparando a festa le maggiori bombarde,
con gran gazzarra di trombe e di tamburi, discesero alla riva di
Piombino[30]. Pensate luminarie, giuochi, suoni, e danze menate dalle
genti di quel luogo; e pensate liberalità, grazie, e doni, ricevuti.
NOTE:
[24] VASARI, _Le Vite_, ecc. Le Monnier, VII, 218: «_Antonio contrasse
servitù col Papa, che gli mise grandissimo amore.... e l'opera di
castello Sant'Angelo gli die' credito grande appresso il Papa e col duca
Valentino suo figliuolo.... finchè quel pontefice visse, egli di
continuo attese a fabbricare._»
[25] VASARI cit., VII, 58, Commentario: «_Abbiamo nel 1502 la patente
del Valentino che nomina Leonardo da Vinci architetto e suo ingegnero
generale._»
AMORETTI, _Memorie storiche di Leonardo da Vinci_. Milano, 1804, p. 95.
MILANESI E PINI, _La scrittura degli artisti in fotografia_. Firenze,
1869. — Di Leonardo: «_Passando il duca Valentino di Toscana per andare
a Piombino.... ebbe a' suoi stipendi Leonardo._»
[26] RAYNALDUS, _Ann. Eccles._, 1502, n. 10; «_Serviebat imprimis
Alexander Pont. ambitioni Cæsaris Borgiæ filii sui, magno apostolicæ
majestatis dedecore._»
FERD. UGHELLI, BOVIO, CIACCONIO, BOLLANDISTI.
CIVILTÀ CATTOLICA, 15 marzo 1873, p. 726, 732.
E qui le note 19, 21.
[27] BURCARDUS cit., ap. ECCHARDVM, II, 2137; _«Sanctissimus Dominus
noster exivit Urbem, iturus Cerveterem, Cornetum, et per mare Plombinum.
Erant paratæ pro eo sex galeæ, pro quarum usu missi fuerant quasi omnes
carcerati Urbis,... et multi capti per plateas et tabernas.... prout
fieri potuit.»_
AMMIRATO cit., 265: _«Il Papa arrivato a Piombino a' ventisei di febrajo
con tre galere, tre fuste, tre brigantini, due galeoni, e un
baloniere.»_
[28] CRONACHE E STATUTI DI VITERBO, tra i Documenti pubblicati dalla
Società di Storia Patria per Toscana, Umbria e Marche, in-4. Firenze,
1872, p. 171. _Ricordi_ del cap. PIER GIAN PAOLO SACCHI giuniore:
_«1438. Io stei in Corneto fino ad otto di febraro del 1439 dove per
commissione di sua Signoria reverendissima di esso mio signore patriarca
Gio. Vitelleschi feci finire il palazzo suo in Corneto.... dalli
fondamenti che io ne ebbi particolar cura.»_
[29] ALEXANDER PP. VI, _Tuscaniensibus_, Datum Corneti die XIX februarii
MDII, pont. an. x, pubblicata nell'originale latino da Secondiano
Campanari. _Tuscania e i suoi Monumenti_, in-8. Montefiascone, tip. del
Seminario, 1856, t. II, p. 280, doc. 85.
[30] MARINO SANUDO, _Diarî Veneziani_, mss. alla Marciana, IV, 81: _«Si
have da Roma che il Papa è andato per mare a Piombino acquistato per suo
figliuolo.... In Roma dicevano questa fosse una fuga per non aspettare
il re di Francia, dubitando essere deposto dal papato.»_
SEBASTIANO BRANCA DE' TELLINI, _Diario romano dal 1497 al 1517_. Mss. —
COD. VATIC., 6388. — COD. CAPITOL. cred. XIV, 7. — COD. BARBER. XXVIII,
22, n. 1103. — Breve scrittura, tuttavia inedita, notizie di Roma, e
certezza di date.
[25 febbrajo 1502.]
VII. — Io seguo il Mosca, che a' venticinque di buon mattino si rimette
alla vela, e trasporta Alessandro, Cesare, e la corte all'Elba, distante
circa dieci miglia da Piombino[31]. Dopo un'ora, traversato il canale
co' venti di Levantescirocco a mezza nave, entra nel sicurissimo seno di
Portoferrajo, donde i viaggiatori passano quel giorno e il seguente in
feste e in visite, alle borgate e ai luoghi vicini, specialmente alle
inesauste miniere del ferro. La sera del sabato ventisei tornano tutti a
Piombino, e finalmente il martedì primo di marzo prendono congedo per
tornarsene a Roma. Alessandro coi sei cardinali, i prelati e la famiglia
sulla Capitana; Cesare per sua maggior comodità sulla Padrona, e gli
altri si allogano sui diversi legni, tra la consueta gazzarra degli
spari e dei suoni, pensandosi a gran diletto navigare.
[1-5 marzo 1502.]
Ma il mese di marzo, che tutti sappiamo stravagante più d'ogni altro
nell'anno, entrava proprio di quel giorno a confondere le vane speranze:
e lo Scirocco regnante nel Tirreno, che si era infino a lì tenuto
maneggevole, cresceva furioso, e più che mai contrario al ritorno. Gran
vento, grosso mare, dirotta pioggia; cielo scuro, orizzonte ristretto e
vergato per ogni parte dai fili spessi ed obbliqui dell'acqua a vento.
In somma tetra prospettiva, adombrata dal fosco colore che pigliano le
vele sempre che siano bagnate. Archeggiavano e prueggiavano di piccole
bordate: ma certi ormai di non avanzare nel viaggio, e risoluti di non
voler tornare indietro a Piombino, gittavansi stentatamente nei ridossi
deserti di quelle maremme: prima nel golfo della Follonica, poi alla
cala del Forno, dove passavano tre giorni senza riposo e senza conforto.
Intanto le provvigioni, che non erano fatte per sopperire a lungo,
cominciavano a mancare; nè si poteva far cucina. Di che smagati i
cortigiani, e conquisi dallo spavento, dal disagio e dal digiuno,
cadevano ammalati; e qualcuno in compendio ne moriva. Tutti soffrivano,
e più d'ogni altro il Mosca, non essendoci persona che da lui non
volesse qualcosa d'impossibile; ed egli di notte e di giorno, all'acqua
e al vento, in mezzo a tutti in faccenda. Finalmente senza dir verbo,
faceva risolutamente salpare i ferri, e con tutto lo sforzo dei remi, e
qualche scossa di vela nel momento opportuno, pigliava rifugio a
Santostefano sulla bocca dello stagno d'Orbetello la sera del cinque;
menandosi appresso la brigata tanto avvilita, che niuno si ardì toccare
tromba o tamburo, nè dar voce, nè ammettere visita o invito dei
terrazzani, per non lasciarsi vedere in quello stato.
Il dì seguente cedeva alquanto la furia del vento, ma non del mare: ed
Alessandro, smanioso di levarsi al più presto da tanto travaglio,
ordinava la partenza, e cresceva lo schianto. Imperciocchè doppiato
l'Argentaro, e venuti all'altura di Corneto, non potevano accostarsi a
terra: anzi per quanto incalzassero di remo, di vela, e di manovra, e
vie più facessero di spingere i legni a riva; di tanto il mare
fluttuante ricacciavali indietro[32]. Fenomeno non raro, nè ignoto ai
marini e agli idraulici, diverso dal tormentoso sussulto dei colpi
riverberati dalle risacche; e propriamente chiamato Deflusso: il quale
si produce in certe condizioni di lido, quando il mare gonfio, sollevato
sulle battigie, e incalzato continuamente dai flutti seguenti sotto un
angolo di obliquità (come nel caso nostro dalla furia sinistra dello
Scirocco), perduto l'equilibrio e l'oscillazione, ricade fuggendo dal
lato di minor resistenza; e indi in poi piglia natura di corrente
straordinaria, che mena i galleggianti nella sua direzione con violenza
proporzionale alla massa e velocità del deflusso medesimo. Entrati
adunque i nostri legni nella zona della detta corrente, dopo lunghi ed
inutili sforzi delle misere ciurme, vedendosi sempre più andar lungi in
deriva, presero il partito di rendere il bordo, e di poggiare per
rifugio a Portercole. Nel qual tragitto corsero come perduti, imbarcando
da poppa, e talvolta anche da prua, tanto mare, che non fu passeggiero
alcuno che non si tenesse spacciato. Solo il Valentino, prima di virare,
saltando sopra un grosso palischermo con quattordici robusti rematori,
riuscì ad afferrare la spiaggia: e solo Alessandro tornandosi addietro
mantenne l'aria intrepida, seduto in un seggiolone di scarlatto, e
segnandosi in fronte ad ogni colpo di mare.
A bello studio ho scritto Deriva, parlando qui avanti dei nostri
bastimenti, menati a ritroso dalla corrente del mare: e quando mi
accaderà altrimenti alcun trasporto violento per causa di vento
laterale, dirò Scarroccio. Vocaboli diversi di cose differenti: ambedue
tecnici, nostrani, e necessarî; che non si vogliono nè confondere per
sinonimi, nè rifiutare per forestieri, come taluno ha tentato. La Crusca
registra al mascolino il Derivo, esprimente il Derivare intransitivo,
cioè l'Andar giù come il rivo, il Discendere, il Deviare: però i
marinari chiamano con proprietà di lingua Deriva, quella Anomalia di
trasporto oltre o fuori del rombo assegnato che soffre nella navigazione
un bastimento menato dalla corrente del mare. L'etimologia sprizza
evidente dal Rivo, perchè le correnti marine vanno come i fiumi; e
l'effetto si pare quel desso, in ambedue i casi, di spingere in giù, di
ritardare in su, e di volgere da lato i galleggianti, o inerti o
semoventi, secondo la risultante delle diverse forze e direzioni. Il
fenomeno presso alle ripe è visibile pel rilievo dei punti fermi: ma in
alto mare, il flutto, la scia, il bastimento, e tutto va dalla stessa
parte; e non puoi addartene coi sensi, ma devi seguire l'invisibile
carro di Nettuno con risultamenti proporzionali alla direzione e
velocità della corrente e della rotta, sommate, sottratte o composte,
secondo l'angolo. Qui approdano gli studî del Maury in America, del
Cialdi in Italia, e di altri maestri a gara in ogni parte. Onde cresce a
maggior importanza l'intendimento di questa voce, alla quale mi ha
condotto la stessa corrente che respinse i reduci dal lido di Tarquinia,
e ricacciolli a Portercole.
[11 marzo 1502.]
Vi giunsero la sera dello stesso giorno sei di marzo: e non vedendo
segno vicino di miglior fortuna, volsero le spalle al mare. Tutti quelli
che sentivansi in forza di cavalcare seguirono Alessandro per le
medesime strade, donde erano venuti: gl'infermi in gran numero restarono
negli alberghi lungo la via, e i viaggiatori senza le consuete
accoglienze rientrarono in Roma agli undici del mese[33]. Navigazione
certamente straordinaria, che dette da dire alla gente: e non pochi si
fecero lecito di salire fino ai superni consigli, pensando e scrivendo
che in quel modo si fosse voluta ricordare la caducità delle cose
mondane a chiunque dimenticata l'avesse.
NOTE:
[31] BURCARDUS cit.: _«Die vigesima quinta februarii, feria sexta SSmus
D. N. et dux Valentinus intravit galeam quæ transfretavit ad insulam
Elbæ ubi mansit usque sabatum ad diem 26, quo die sero rediit
Plumbinum.»_
[32] BURCARDUS. Mss. Casanat. cit., XX, III, 2: _«Anno Christi MDII,
feria quarta, die prima martii usque sabatum.... Voluerunt solatium et
supervenit tempus contrarium, sive tempestas ingens, ex quo non
potuerunt secure navigare, neque voluerunt redire Plumbinum.... Die
quinta galeæ persequutæ sunt iter suum versus Cornetum, ad cujus
conspectum applicuerunt. Dux majus periculum timens descendit de galea
ad barchettam, e qua venit in terram. Papa vero cum galea sua non potuit
attingere portum, ex quo omnes commoti hinc et inde in galea sunt
prostrati, solo Papa dempto, qui in sede sua in puppi firmiter et
intrepide sedens prospexit omnia: et cum mare versus galeam fortiter
irrueret, Papa dicebat Jesus, et signo Crucis se signabat.... Nautæ
propter maris et venti turbationem nec cibum nec ignem facere posse se
excusabant... In sero venit in portum Herculis.»_
[29 marzo 1502.]
VIII. — Per conseguenza abbiamo ora a compiangere la immatura morte di
quegli che più d'ogni altro era stato messo a tortura. Il capitano del
Mosca, rimenata la squadra in Civitavecchia, se ne venne a Roma, e ai
ventinove dell'istesso mese sull'ora di terza morissi nella ancor fresca
età di anni trentasei, mesi dieci e giorni cinque. Uno scrittore
contemporaneo ci ricorda l'ultima sua comparsa, dicendo[34]: «Lodovico
del Mosca, cavaliero romano, e capitano delle galèe di Nostro Signore,
il quale aveva jeri sull'ora di terza terminato il corso di sua vita, fu
portato oggi in chiesa, vestito di una sopravveste nuova di broccato
sopra un farsetto di velluto violetto tutto di nuovo; una bella spada
sul petto, sproni d'oro alle calcagna, e quattro anelli gemmati nelle
dita. Innanzi alla bara sessanta doppieri di cera bianca, e appresso
molti amici e compagni d'arme in gramaglie. Passò il convoglio dalla sua
casa, che è presso al chiassetto della parrocchia di santo Stefano in
Piscinula, girando pel rione fino a Campodifiore, indi alle case de'
Capodiferro, e appresso per la Regola entrò nella parrocchiale, dove il
morto fu seppellito col farsetto, la sopravveste, la spada, gli speroni,
ed uno anello nel dito, toltine gli altri tre. Ebbe accompagnamento
onorevole più che alcun altro signore da molti anni a questa parte. Egli
aveva fatto testamento il giorno avanti, alla presenza dei suoi
genitori. Tra l'altre cose ordinando di essere sotterrato colle
vestimenta e distintivi predetti, e a lume di sessanta doppieri. Rogato
l'atto, chiamò il mercante presso al letto, e fecegli tagliare quattro
canne di velluto violetto pel suo vestire; ed una canna di broccato
d'oro per la sopravveste, da esser messa col suo corpo nella sepoltura.
Per memoria dei posteri i genitori vi posero una pietra colla iscrizione
che così riproduco, come si legge nel Galletti, e nell'autografo più
antico di Teodoro Amayden intorno alle nobili famiglie romane,
gelosamente conservato nella nostra Casanatense[35]:
«A Lodovico del Mosca, cavaliere romano, capitano della navale armata
pontificia, che dopo onorati servigi nella questura dell'erario pubblico
e nel dicastero della penitenzieria apostolica, mostrando a chiare prove
il pristino vigore del sangue romano, in quei durissimi tempi che
tutt'intorno per terra e per mare fremevano l'armi, da Alessandro sesto
pontefice massimo nominato comandante supremo della marina, espugnato
Piombino, sottomessa l'Elba, condotto in quei luoghi l'istesso
Pontefice, nel fiore delle speranze sue e di ogni altro, e specialmente
del Popolo romano, oppresso dall'avversità morissi li ventinove di marzo
dell'anno di salute 1502. Visse anni trentasei, mesi dieci, giorni
cinque. Evangelista e Francesca genitori infelicissimi al figlio
dolcissimo e benemerito posero.»
La mestizia, compagna indivisibile di qualunque dipartita, mi torna ora
più acerba nel dire l'estremo vale al primo Capitano venutomi innanzi
nel primo libro. E, poichè altrimenti non potrei crescergli onoranza, mi
sarà concesso dedicare al suo nome la continuazione del libro medesimo,
senza mutarne il titolo. Tanto più che le imprese migliori seguono nel
corso dell'istesso anno per opera dei compagni, dei navigli e degli
ufficiali addestrati da lui.
NOTE:
[33] BURCARDUS cit.: _«Feria sexta, die undecima martii MDII, SSmus
intravit palatium suum cum familia, demptis illis qui obierunt per
viam... infirmi manserunt per viam.... Nemo venit obviam eis.»_
MURATORI, _Ann._, 1502.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, MDII.
[34] BURCHARDUS cit., Sab. die 30 martii 1502.
SEBASTIANO BRANCA DEI TELLINI, _Diario romano dall'anno 1497 al 1517_,
citato sopra.
[35] TEODORO AMAYDEN, volgarmente L'AMIDENO, _Le famiglie romane
nobili_, in-fol. parvo. mss. autografo alla Casanatense, E, III, 11. —
N. 175, _Famiglia Mosca o dei Maroni_.
PETRUS ALOYSIUS GALLETTI, _Inscriptiones Romanæ infimi ævi Romæ
extantes_, in-4. Roma, 1760, class. X, n. 10:
D . O . M .
LUDOVICO . MUSCÆ . ÆQUITI . ROMANO
PONTIFICIÆ . CLASSIS . PRÆFECTO
QUI . CUM . A . LITTERIS . PŒNITENTIARIÆ . APOST.
QUÆSTURAQ . ROM . ÆRARII . EGREGIAM . OPERAM . PONT . NAVASSET
VIGOREMQ . PRISTINUM . ROM . SANGUINIS . PRÆSEFERRET
AB . ALEX . VI . P . M . DURIS . ILLIS . TEMPORIBUS
CUM . OMNIA . LATE . MARI . TERRAQ . ARMIS . FREMERENT
MARI . OMNI . QUAQUE . PONTIFICIA . DITIO . PATERET . PRÆPOSITUS
POPULINO . ILVAQ . QUO . ET . PONTIFICEM . IPSUM . VEXERAT . EXPUGNATIS
AC . MAXIMA . SPE . OMNIUM . PRÆSERTIM . POPULI . ROM.
AC . RERUM . ADPARATU . FLORERET
ADVERSO . INTERCEPTUS
OBIIT . ANNO . SALUT . MDII . DIE . XXIX . MENSIS . MARTII
VIXIT . ANN . XXXVI . MENS . X . D . V
EVANGELISTA . ET . FRANCISCA . INFŒLICISSIMI
FILIO . DULCISSIMO . AC . BENEMER.
POSS.
[Aprile 1502.]
IX. — Squilla dunque un'altra volta sulle marine del Tevere la tromba di
giusta guerra contro Turchi e pirati: ed io là mi volgo, dove i
cavalieri di Rodi e i Veneziani già combattono contro il nemico comune,
aspettando alle armi loro incremento di riputazione e di conforto dalle
armi di Roma. Papa Alessandro, memore delle promesse, intima la partenza
alle sei galere tornate dall'Elba col capitano Lorenzo Mutini, ne
spedisce altre due venute di Ancona col capitano Cintio Benincasa; e pel
compimento di maggior numero manda a Venezia quello stesso Angelo
Leonini, vescovo di Tivoli, che dalla prima gioventù erasi mostrato
destro e valente in simili maneggi, come altrove si è detto[36]. In
somma tredici galere, alcuni brigantini, dumila cinquecento fanti delle
bande borgiane, e per commissario straordinario Giacopo da Pesaro,
vescovo Pafense, infino a tanto che non ne desse il comando al cardinale
grammaestro di Rodi[37].
La corte di Roma, tenace delle antiche costumanze, ritorna all'antico: e
dopo la morte di un capitano laicale sostituisce due ecclesiastici. Un
vescovo per commissario, e un cardinale per comandante; come si usava
nel Medio èvo, massime nelle imprese contro infedeli. Era l'uso del
tempo, non solamente in Roma, ma in ogni altra parte d'Europa: e cesserà
la maraviglia chi sappia come in Francia infino ai tempi di Luigi XIV
v'avea vescovi e cardinali per capitani di vascelli e di galèe e di
armate navali, largamente ricordati sopra autentici documenti dello
storiografo più recente della marina francese[38].
Il vescovo Giacopo da Pesaro di gran nascita tra i Veneziani, e di non
minore esperienza nelle cose del mare, fresco di età, di bell'aspetto e
prode, a chi ne cerca si mostra tuttavia quasi vivo per mano di Tiziano
ritratto in una tavola di altare nella chiesa dei Frari a Venezia,
genuflesso innanzi a san Pietro, e da lui fisamente riguardato con
occhio affettuoso in grazia dei servigi resi alla causa del
cristianesimo[39]: si mostra altresì scolpito in bianco marmo nel
mausolèo della famiglia con una sentenziosa iscrizione che lo ricorda
vissuto per anni ottantuno, come si dice di Platone: e più anche al
nostro proposito si mostra negli annali ecclesiastici pel diploma di
papa Alessandro, che qui traduco nel nostro volgare dal testo latino
pubblicato nell'opera del Rainaldo[40]: «Al venerabile fratello, Giacopo
vescovo di Pafo, nuncio e commissario nostro, salute ec. Alessandro papa
sesto ec. — Avendo noi per difesa della cristianità deliberato di
mandare la nostra armata navale contro i Turchi oppressori e nemici del
nome cristiano, ci bisogna un prefetto che ne prenda il carico, e la
conduca al diletto figliuolo nostro Pietro di sant'Adriano, diacono
cardinale e grammaestro dell'ospedale di san Giovanni gerosolimitano;
personaggio già sopra questa guerra, per consiglio dei venerabili
fratelli nostri, Cardinali di santa romana Chiesa, eletto e costituito
Legato nostro e della Sede apostolica coll'autorità di governare e
provvedere alla detta armata. Or dunque, sperando bene di te e della tua
prudenza, destrezza e prontitudine nell'eseguire fedelmente gli ordini
nostri, ti abbiamo nominato nuncio e commissario della armata medesima
al fine di reggerla, e di condurla all'istesso cardinale Legato e di
rassegnargliela da parte nostra, e di seguirlo nelle spedizioni che
vorrà fare. Intanto tu avrai facoltà di comandare, di mettere e togliere
gli ufficiali, di punire i delinquenti, e di fare ogni altra cosa
necessaria ed opportuna al predetto fine, secondo che richiede l'onor
nostro e della santa Sede, e insieme il buon governo e condotta della
stessa armata. Laonde per autorità apostolica, a tenore delle presenti
ti facciamo, nominiamo, e deputiamo nuncio e commissario per eseguire i
già detti ordinamenti, ec. Dato a Roma, presso san Pietro, addì venti
d'aprile dell'anno 1502, del nostro pontificato anno decimo.»
[Luglio 1502.]
Prese le lettere, Giacopo navigò difilato all'isola del Cerigo, dove
erano ad aspettarlo cinquanta galèe di Venezia sotto Benedetto da Pesaro
suo fratello; più tre galere di Rodi, comandate dal cavalier di
Scalenghe; e quattro di Francia col capitano Prégeant de Bidoux,
cavaliere gerosolimitano, chiamato dai nostri Piergianni, uomo assai
noto nella storia del suo paese, per essere stato dei primi a rilevare
colà le arti marinaresche[41]. Piergianni voleva in breve tornarsene a
ponente, i Gerosolimitani dovevano proseguire verso Rodi, e i Veneti,
già padroni del mare per averne cacciato il nemico, divisavano
congiungersi coll'armata di Roma per gittarsi improvvisamente sull'isola
di Santamaura, e toglierla dalle mani dei Turchi. Avrebbe voluto
Giacopo, secondo gli ordini di papa Alessandro, condursi oltre fino a
Rodi, e rassegnare il naviglio e le genti al cardinale Legato: ma
stretto dalle preghiere e dalle ragioni dei Signori veneziani, ebbe per
bene di compiacerli e di restarsi con loro, non inviando altri al
Grammaestro che il capitano Cintio Benincasa con una sola galèa per fare
le sue scuse e portargli le lettere che da Roma e dal Cerigo gli si
mandavano.
NOTE:
[36] UGHELLUS, _Italia sacra, inter Tiburtin._, I, 1312.
P. A. G., _Marina del Medio èvo_, II, 397, 403.
[37] MARINO SANUDO, giuniore, _Diarî_, mss. alla Marciana, t. IV, p. 87,
88: _«Aprile 1502: El Papa vuole armar quatordici galìe.... più vuole
haver in campagna ottocento uomini d'arme.... vuole armar vinti galìe,
cinque in Venezia, l'altre in Ancona.»_
RAYNALDUS, _Ann._, 1502, n. 20: _«Pontificia classis.... Jacobo episcopo
paphensi præfecto, tresdecim tantum navium (cum viginti Alexander esset
pollicitus per apostolicas litteras) Venetis se conjunxit.»_
BOSIO cit., II, 559, e; 543, e; 544, ult.
[38] A. JAL, _Abraham Duquesne et la marine de son temps_. Parigi, in-8.
1873, Henry Plon., I, 61: _«Pour commander les armées du Roy.... Gabriel
de Beauveau de Rivarenne, évêque élu de Nantes....»_ p. 64: _«M. Henry
d'Esconbleau de Sourdis archevêque de Bordeaux, pour commander l'armée
navale.»_ p. 101: _«Le cardinal de la Vallette, bon soldat, avait bien
servi à la direction du corps d'armée.»_ p. 129: _«Galère ducale....
dont le cardinal était capitaine.»_ p. 594: _«Monseigneur de Sourdis
archevêque de Bordeaux a une esquadre, et va à Fontarabia.»_ ec.
[39] VASARI, ediz. Le Monnier, XIII, 26: _«Tiziano.... nella chiesa dei
frati Minori.... alla cappella di quelli ca da' Pesari, fece in una
tavola la Madonna col figliuolo in braccio, un san Piero e un san
Giorgio, ed attorno i padroni ginocchioni ritratti di naturale; infra i
quali è il vescovo di Baffo ed il fratello, tornati allora dalla
vittoria che ebbe detto vescovo contro i Turchi._»
A. EMMANUELE CICOGNA, _Le iscrizioni veneziane_, in-4. 1830, III,269:
JACOBUS . PISAURUS
PAPHI . EPISCOPUS
QUI . TURCAS . BELLO . SEIPSUM . PACE . VINCEBAT
EX . NOBILI . INTER . VENETOS . AD . NOBILIOREM . INTER . ANGELOS
FAMILIAM . DELATUS
NOBILISSIMAM . IN . ILLA . DIE . CORONAM
JUSTO . JUDICE . REDDENTE
HIC . SITUS . EXPECTAT
VIXIT . ANNOS . PLATONICOS
OBIIT . IX . KAL . APRILIS
MDXLVII
[40] RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1502, n. 19.
[41] ANSELME GUIBOURS, _Histoire généalogique de France_, in-fol.
Parigi, 1726-33, VII, 923.
LEON GUERIN, _Histoire maritime de France_, in-8. Parigi, 1843, II, 405.
V. appresso la nota 49.
X. — Cintio nobile anconitano, come tutti sanno, specialmente nella sua
patria, dove tuttavia si mantiene nell'antico splendore la famiglia dei
marchesi Benincasa, era cavaliero destro e valente tanto nelle armi
quanto nelle lettere; capitano, oratore e poeta di chiara fama; accetto
nelle corti dei principi, feudatario del re d'Ungheria; ed uomo (secondo
la tempra delle nostre città marittime) atto ad ogni cosa onorata e
forte. Nelle arti marinaresche poi eccellentissimo per tradizione dei
suoi maggiori, tra i quali primeggia Grazioso Benincasa, autore di un
_Portolano_ composto nel 1435, non sopra altre carte, ma (come egli
stesso scrive) tratto dal vero, toccato colle mani e veduto cogli occhi.
Portolano in dieci o dodici esemplari autografi tutti bellissimi, che si
conservano ancora negli scrigni di Ancona, e di altre biblioteche in
Europa; noverandoci anche quello di Andrea, figlio di Grazioso,
custodito nella biblioteca di Ginevra. Non mi dilungo, quantunque
richiesto, appresso agli antichi portolani, e molto meno appresso alle
carte marine dei secoli passati, perchè è impossibile trattarne a dovere
senza il sussidio delle figure e delle tavole, che non rilevano a' miei
editori. Valgami il desiderio di saperle una volta tutte raccolte e
riprodotte a facsimile in grandioso Atlante per soddisfare alle ricerche
degli studiosi ed alle citazioni degli scrittori. Allato alle tavole del
vecchio Torcello, e dell'Anonimo posseduto dal Luxoro; allato a tanti
altri cartografi genovesi e veneziani non disgraderà la comparsa del
Crescentio di Roma, e dei Benincasa d'Ancona; e con essi entrerà quel
Freduccio che primo segnò nel 1497 la declinazione della bussola; e quel
Bonomi, parimente anconitano, che offerì ai Colonnesi la carta portata
da Marcantonio vincitore a Lepanto[42].
Ma frattanto il capitano Cintio era giunto in Rodi, ed aveva presentato
al Grammaestro le lettere di papa Alessandro, del commissario Giacopo, e
del generale Benedetto. Le prime contenevano scuse per l'anno passato e
speranze pel presente. Il Commissario scriveva di essersi congiunto al
Cerigo coll'armata, e aver dovuto cedere alle pressantissime istanze del
Generale di restarsi con lui per dargli mano nell'impresa imminente,
come udirebbe a voce dal messaggiero. Finalmente il Generale con due
lettere, confermando le cose scritte dal Commissario, aggiugneva che
volendo questi a ogni modo andare a Rodi, non aveva altrimenti lasciato
di farlo che per le grandi preghiere dello stesso scrivente, cui non
sembrava nè onesto nè utile perdere il migliore tempo in distrazioni e
viaggi di complimenti, quando si avevano eccellenti opportunità di
combattere, come secretamente gli verrebbe riferito dal Capitano di
Ancona e dai suoi Cavalieri.
Il Grammaestro, udite le relazioni di Cintio, lodavane il bel garbo; e
ponendogli innanzi ricca collana di oro da portare sul petto per amor
suo, gli consegnava le risposte. Al Papa diceva di spedire forze
maggiori, e di procurare il concorso efficace delle grandi potenze: al
Commissario di attendere con buona licenza e di grande animo all'impresa
divisata: e al Generale, le stesse cose ripetendo, aggiungeva buoni
consigli, notizie recenti, e offerte amplissime di sè e dell'Ordine
suo[43].
NOTE:
[42] GRATIOSO BENINCASA, _Portulario_, 1435. Codice dell'Archivio di
Ancona, segnato n. LXVI, di carte novantacinque, alte m. 0,28; larghe m.
0,20. — Ne parla il CIAVARINI, nella _Collezione dei documenti
marchigiani_, I, LIX; il PARDESSUS, _Lois maritimes_ alterandone il nome
in _Benincosa_; W. E. SMITH, _The mediterranean_, in-8. Londra, 1854, e
ricorda l'esemplare conservato nel Museo britannico; C. DESIMONI,
Lettere e note.
BARTHOLOMÆUS DE BONIS HOMINIBUS _anconitanus faciebat Anconæ_ 1570.
Bellissima carta marina in pergamena, larga m. 0,93; alta m. 0,54,
nobilmente miniata e conservata nell'Archivio Colonna in Roma. Grazie
all'arch. Pressutti.
ATLANTE idrografico del Medio èvo, posseduto dal prof. Tammar Luxoro,
pubblicato a facsimile ed annotato egregiamente da C. Desimoni, e L. T.
Belgrano, in-8. Genova, 1867.
[Agosto 1502.]
XI. — Mentre queste lettere di andata e di ritorno solcavano il mare
Carpazio, Veneti e Romani movevano verso lo Jonio col disegno di
abbassare l'orgoglio del terribile pirata Camalì Aichio, che faceva da
principe nell'isola di Santamaura; e da quel centro con molti bastimenti
sottili infestava le riviere e i naviganti dell'Adriatico e dello Jonio.
Fra le sette isole possedute lungamente dai Veneziani, che non ha guari
formavano stato indipendente sotto la protezione dell'Inghilterra, ed
ora stanno insieme col regno di Grecia, non ultima di grandezza e di
popolazione avvisiamo l'isola di Santamaura, chiamata altresì Leucade; e
specialmente ricordata nelle storie pel salto che dicono quindi abbia
fatto da una rupe nel mare la poetessa Saffo, tradita dal giovanetto
Faone: salto che per lungo tempo a gara ripetevano gli amanti disperati
della Grecia e di Roma, pensandosi di spegner pure nella scossa
repentina delle gelide acque il fuoco ardente della passione. L'isola si
prolunga da presso alle coste dell'Epiro, proprio rimpetto alla
provincia dell'Acarnania; non essendovi di mezzo altro che un canale di
dieci miglia, angusto altrettanto che lungo, e nella estremità superiore
verso borea tanto sottile, da farci supporre che nei secoli più remoti
sia stata congiunta da quella parte l'isola al continente. Ma nel tempo
della nostra impresa, come al presente, essa era ed è circondata per
ogni lato dal mare, quantunque nella parte più ristretta, sopra bassi
fondi, ed a cavaliere di alcune isolette o scogli vi sia stato gittato
un ponte che sbarra il canale, mette l'isola in comunicazione colla
terraferma, e mena di fronte alla metropoli, donde tutta l'istessa isola
piglia il nome. Questa città così posta, e con buoni sorgitori attorno,
è stata sempre piazza di molta importanza per chiunque guerreggia nello
Jonio, e più o meno fortificata secondo i tempi. Nel principio del
secolo decimosesto ell'era ricinta in giro di grossa e buona muraglia,
fiancheggiata da massicci torrioni, munita di molta artiglieria, e
maggiormente assicurata da un castello di pianta quadrilunga, protetto
da cinque grandi torri rotonde, e da quattro piccole torri quadrate.
Intorno alle scarpate della piazza e del castello fossi profondissimi,
allagati dal mare; e aperto alle spalle sur una penisola il borgo,
abitato da pescatori e da povera gente[44].
NOTE:
[43] JACOMO BOSIO, _Storia dei Cavalieri gerosolimitani_, in-fol. Roma,
1602, II, 560. Seconda edizione riveduta ed ampliata.
FRANCESCO FERRETTI, _La pietra di paragone della vera nobiltà_, in-4.
Ancona, 1685, p. 135.
GIULIANO SARACINI, _Notizie storiche della città di Ancona_, in-fol.
Roma, 1675, p. 506.
[44] P. VINCENZO CORONELLI, cosmografo della repubblica di Venezia,
_Atlante Veneto_, in-fol. magn., 1690, II, 27. _«Isola e fortezza di
Santamaura, dedicata al N. U. Matteo Sanudo, procur. di san Marco.»_
IDEM, _Città, fortezze, isole e porti principali d'Europa_, in-fol.
Venezia, 1689, tav. 155: _«Fortezze della Prevesa e Santamaura.»_ — T.
II, 238: _«Forte di Santamaura»_, e tav. 260, _«Santamaura.»_
TOMMASO PORCACCHI, _Le isole famose del mondo descritte_, in-4. figur.,
Venezia, 1604, p. 75.
ANONIMO, _Isole, fortezze e terre famose_, in-8. bislungo figurato.
Venezia, senza l'anno. Bibl. Casanat., Oa, XIII, 3, p. 33, 34, 36.
NICHOLAS BELLIN, _Atlas maritime_, in-4. figur. Parigi, 1764, IV, 116.
CAP. W. H. SMITH, _Jonian Sea, Santamaura Surveyed, an. 1825._ — Carte
dell'ammiragliato britannico: _«The strong castle of Santamaura.»_
BASSORILIEVO in Venezia, Chiesa di santa Maria gloriosa dei Frari; sulla
base del monumento, scolpito da Lorenzo Bregno e da Baccio di Montelupo
alla memoria del generale Benedetto Cappello, vedesi il prospetto della
fortezza di Santamaura.
[23 agosto 1502.]
XII. — Volendo pertanto il General veneziano, e il Commissario nostro,
da ogni lato circondare la piazza, dove per l'abbarramento del ponte non
potevano spiegare in giro l'armata, fermarono di procedere con due
divisioni convergenti da un lato e dall'altro al medesimo punto
obbiettivo: sì che la divisione romana colla prua a borea per didentro,
fin dove è più angusto il canale tra il continente e l'isola, tagliasse
le comunicazioni colla terraferma, e togliesse ogni via di sortita e di
soccorso al presidio: allo incontro la divisione veneziana, per di fuori
a largo mare, fino al porto di Demata, investisse la piazza e battessela
dall'altra banda.
Era il ventitrè d'agosto, e il Commissario nostro colle dodici galere
romane, favorito dai venti australi, infilava rapidamente tra la
terraferma e l'isola; oltrepassava lo Scorpione, il Drepano, la punta
delle Torrette, il forte Sangiorgio; ed entrava nel grande stagno presso
la estremità del canale, dove si tenevano in posta dodici galeotte di
pirati. Costoro, già sugli avvisi, speravano poter cogliere l'armata
nostra sprovveduta, o almeno conquidere i legni ad uno ad uno, come
venissero a sfilare dall'angusto passaggio. Ma i Romani altrettanto
animosi che guardinghi, sempre col piombino in acqua, tenendosi stretti
tra loro in due linee di fronte, al primo comparire dei nemici,
poggiarono tutti insieme sopra di loro, arrancando con tale impeto, e
fulminando con tanta furia di cannonate, che tutte le galeotte volsero
in fuga alla spiaggia; e i pirati gittandosi a guazzo fuggirono,
lasciando i dodici legni abbandonati in potere dei vincitori[45].
Non per questo i nostri marini indugiarono punto in festa o in bottino:
anzi provvidamente seguirono la vittoria. E poichè niuno più poteva
togliere dalle loro mani la preda, tirarono innanzi, ruppero il ponte,
appostarono quattro galèe alla terraferma per impedire i soccorsi; e
sbarcando sull'isola un migliajo di fanti, investirono la piazza dal
lato meridionale, e occuparono il borgo. La sera dello stesso giorno,
coperti dalle case, ponevano l'alloggiamento vicino al castello, e ne
tagliavano l'acquedotto. Prosperi successi per terra e per mare dove è
accertata la direzione.
NOTE:
[45] RAYNALDUS cit., 1502, n. 21.
PETRI BEMBI, _Rerum venetarum historiæ_, lib. VI, in-4. Venezia, 1718,
p. 212.
GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, in-fol. Venezia, 1738, p. 404.
BOSIO cit., II, 561.
DE HAMMER, _Storia dell'impero osmano_, versione ital., in-16. Venezia,
Antonelli, 1828, VII, 135: _«La flotta papale di venti galere, e la
veneziana assediarono e conquistarono S. Maura.... Gli storici osmani
passano perfino sotto silenzio la detta conquista.»_ Però anche il De
Hammer procede confuso colle persone, coi luoghi e co' tempi, cose
d'altronde chiarissime pei documenti che qui si citano.
[29 agosto 1502.]
XIII. — Il Generale dei Veneziani, che doveva dall'opposta banda
consentire all'assalto improvviso, giunse coi venti australi in capo
all'isola, fino alle piagge dei Pineti; ma non potè orzare tanto da
accostarsi alla piazza: però in tutto quel giorno fu costretto tenersi
largo sulle volte. Ma la dimane, favorito dalla brezza notturna, sbarcò
la fanteria con alcuni pezzi di grosso calibro, e prese a battere in
breccia il castello. Quindi da ogni parte più e più vigorosa
l'oppugnazione. Quei di dentro, quattrocento assappi, cento giannizzeri,
e duemila terrazzani, quasi tutti pirati, disperatamente rispondevano
all'urto e alle percosse sempre più incalzanti dei Cristiani. E dalla
parte dell'Epiro, affacciatosi il soccorso di mille cavalli con qualche
nervo di fanti, spediti dal governatore di terraferma, furono talmente
più volte frustati e rifrustati a metraglia dalle quattro galere romane,
che gran ventura ebbero di potersi salvare con disperatissima fuga, e di
non farsi più rivedere alla testa del ponte.
Questa cacciata abbassò l'orgoglio del presidio, composto di gente
riottosa e discorde. I quali vedendo di non potersi a lungo sostenere, e
sfiduciati omai del soccorso, dopo sette giorni di batteria, e già
aperta la breccia, uscirono tumultuariamente sulla porta per trattare la
capitolazione: chiedevano salva la vita e le sostanze di tutti,
dappoichè la piazza e il castello più salvare non potevano. Nondimeno in
quella che i capitani delle due parti dibattevano la forma dei capitoli,
volendo specialmente il Generale veneziano ricevere a giusti patti i
soldati regolari del presidio, e lasciare fuori della legge a sua
discrezione i pirati; costoro, infelloniti quasi più contro i compagni
che contro i nemici, presero ad altercare, mostrandosi pronti ad ogni
eccesso. Pensate le milizie borgiane e marcoline se potevano tollerare
in sul viso minacce e millanterie di pirati! Al primo lampo
d'indignazione sprizzato dalla mano d'un fante incollerito, tutti gli
altri dettero dentro, sforzarono il passo, ed ebbero di presente la
terra e il castello. Così addì ventinove d'agosto venne in poter dei
Cristiani la fortezza di Santamaura, dove il nostro Commissario
scioglieva le catene a gran numero d'infelici pugliesi, siciliani e
calabresi che gemevano in dura schiavitù; e il Generale veneziano di
presente faceva appiccare ai merli per la gola o tagliare a pezzi i più
tristi pirati di quel luogo; tra i quali l'istesso Camalì Aichio, detto
dai Turchi Kamàl-raìs[46]. Tal sia del primo.
[15 Settembre 1502.]
XIV. — Jacopo il commissario, scrivendo al cardinal Legato in Rodi,
narra distesamente questi successi: e perchè nella lettera si contengono
particolari importanti alla marineria, io non posso nè devo lasciare di
riprodurla qui per esteso, come si legge nelle colonne del Bosio:
avvertendo però che Sopraccomito era il titolo che si dava al comandante
di un naviglio, quando non si diceva Capitano se non di squadra, o di
armata. I Veneziani, più d'ogni altro tenaci, ne hanno mantenuto l'uso,
anche nel secolo decimosesto. La voce è formata da Comito, primo
ufficiale della marinaresca, e da Sopra in significato di eccellenza,
come dire superiore degli ufficiali e genti di una galèa o nave. La voce
Ammiraglio, derivata dall'arabo _Al-Emir_, principe dell'armata navale,
fecesi nostrana al tempo delle Crociate, colle varianti di Almirante,
Almiraglio, ed Armiraglio, che si leggono nei secoli decimoterzo e
decimoquarto: ma nel decimosesto niuno dei grandi in Italia ha avuto
questo titolo, nè anche Andrea Doria; e il grado supremo esprimevasi col
dire Capitan generale. Anzi in Venezia la voce Ammiraglio era venuta
tanto giù da non significare altro se non il primo Nostromo dell'armata,
o del porto, dell'arsenale[47]. Ecco la lettera[48]:
«Reverendissimo ecc. Hier sera che fu a' quattordici del presente
ritornò Francesco Cintio anconitano sopraccomito a salvamento con la
galera pontificia, e bacio le mani alla S. V. R.ma de' favori e delle
cortesie usategli. V. S. è prudentissima et haverà molto bene compreso
quanto grande sia il buon animo di Sua Santità, e quanto ella sia stata
defraudata delle speranze, delle promesse, e della fede datale dalli
potentati cristiani, che unitamente contro le cose turchesche intervenir
dovevano. Questo procede, Reverendissimo Signore, dalle differenze nate
tra loro, onde non può la Santità Sua adempiere ciò che a V. S. R.ma
significato haveva, in far concorrere et intervenire i potentati
suddetti, e tutti i fedeli popoli cristiani a questa santa speditione.
Ma poichè contro ogni speranza restano le cose dei Cristiani così fredde
et addormentate, come V. S. R.ma può molto bene comprendere; e che Sua
Beatitudine resta con infinito dispiacere e rammarico di non poter
adempire l'ardentissimo suo desiderio in reprimere le forze di questi
cani turchi, non vedo io in ciò altro rimedio che pregare la divina
clemenza, alla quale ogni creatura è sottoposta, che si degni illuminare
le menti e muovere i cuori dei Principi cristiani.
»Delle galèe apostoliche io non ne ho ricevute se non tredici; e siamo
già si può dire nel verno: nè tengo speranza alcuna delle altre che
mancano al compimento delle venti. Le tredici sono stipendiate solamente
per quattro mesi, che spirano per tutto ottobre; nè a me sarebbe lecito
preterire i limiti et il termine statuitomi da Sua Santità, senza altro
suo espresso comandamento.
»L'armata di Francia non è venuta: e si crede che, per le differenze
nate tra lui et il re di Spagna per conto del regno di Napoli, non verrà
altrimenti. Le quattro galere del capitan Prejanni francese[49] sono
partite tredici giorni sono da Santamaura, per andare al soccorso del re
di Francia; essendosi il detto Capitano partito subito che intese che i
Francesi erano in arme contro Spagnoli nel detto regno di Napoli.
»L'armata veneziana, ed io con essa, fummo ai ventitrè del passato a
Santamaura, nido di corsali turchi[50], che facevano mille danni: e con
l'ajuto di Dio ai ventinove del medesimo pigliammo la terra et il
castello con seicento Turchi, e molte femine et fanciulli. Il magnifico
Generale fece tagliare a pezzi i corsali, facendo prigioni i giannizzeri
ed altri soldati. Abbiamo liberati molti Cristiani schiavi.
»Questa felice vittoria in gran parte attribuir si deve all'armata
apostolica, la quale era dalla banda dove erano più di mille cavalli
turchi ben armati con buon numero d'infanteria turchesca, che più volte
tentarono di soccorrere Santamaura; e con le nostre artiglierie
pontificie glielo abbiamo proibito, con morte di molti di loro.
»E perchè il magnifico Generale ha risoluto di fortificare il castello
di Santamaura, non si potrà assentare di qua; anzi sarà necessario (dopo
che avrà fatto le debite provvisioni), che lasci qui da quindici galere
per ajutare la fabbrica e la fortificatione. Onde V. S. R.ma può
considerare che egli rimarrà con poche galere: e conseguentemente la S.
V. R.ma resta defraudata delle promesse e della fede datale, e della
speranza di vedere unite insieme e di comandare alle galere del Papa,
del re di Francia, e di questa repubblica veneziana. Oltrechè noi non
siamo in tale stato da fare l'onorata et utile impresa, alla quale V. S.
R.ma proposto havea di condurci. Resta solamente che Ella si degni
accettare il mio buon animo; e che mi favorisca di farne fede alla
Santità di Nostro Signore con sue lettere.
«Dall'isola di Santamaura, nella galera capitana del Sommo Pontefice, a'
15 settembre 1502. — Giacopo da Pesaro, Com.º»
NOTE:
[46] SANUDO, _Diarî citati_, mss. alla Marciana, IV, p. 108,109: _«Li
Janissari si arresero, ma i Asapi non vollero; e per questo tutti fece
tagliar a pezzi, e apichar.»_
ANONYMO, _Histoire de Pierre d'Aubusson grand Maître des chevaliers de
Rhodes_, mss. Casanat., X, VIII, 30, p. 463, 465.
PETRUS JUSTINIANUS, _Historia Venet._, lib. X, in-fol. Argentina, 1611,
p. 211.
GABRIELIS MAURI, _Oratio in funere Benedicti Pisauri ad Ducem senatumque
Reipub. Venetæ_, ext. ap. LUNIG, _Orationes procerum Europæ_, in-12.
Lipsia, 1713, p. 182.
CICOGNA, _Iscrizioni Veneziane_, in-4. 1830, III, 269. Sulla tomba di
Benedetto Pesaro: _«Leucade . Expugnata . Aichio . Sævissimo . Pirata .
Interfecto.»_
DE HAMMER cit., X, 444.
[47] MALIPIERO, _Annali Veneti_ cit., VII, ii, 624.
PARDESSUS, _Collection des Lois maritimes de tous les peuples_, V, 70,
72, etc.
P. A. G., _Marcantonio Colonna_, p. 197.
[48] GIACOPO PESARO, commissario sull'armata del Sommo Pontefice, al
Rev.mo signor cardinale di sant'Adriano legato dell'armata cristiana in
Oriente contro i Turchi. — Lettera data dall'isola di Santamaura nella
galera capitana del Sommo Pontefice ai 15 settembre 1502. — BOSIO cit.,
II, 561.
[49] Questi è il _Prejeant de Bidoux_, del quale si è detto alla nota
41, e vedi l'Indice pel resto: chè nei fatti di Santamaura non fece
altro che una breve comparsa.
[50] Qui dal contesto si intende pirati, come torna alla p. 49.
[Ottobre 1502.]
XV. — Non mi crederei di avere pienamente soddisfatto al mio debito, se
pei fatti ora narrati, e pei documenti prodotti non venissi alle
conseguenze, onde il magisterio della storia discende alla pratica
utilità. Però devo segnalare la tattica dei nostri antichi marini: i
quali senza gran fatto smarrirsi nelle astruserie dell'analisi, come
oggi dicono della scienza, risolvevano a colpo sicuro i più ardui
problemi della milizia navale, e non fallivano alla meta.
Eccoli pigliare guerra offensiva contro i Turchi sul mare; e primamente
volgere tutte le forze contro l'armata nemica per isbrattarla dal campo,
senza pensare sul principio nè ad isole nè a castelli. Questa è
semplicissima teoria, e di gran momento: tuttochè non sempre osservata
da altri. Col nemico vicino e grosso, le isole non si pigliano; ma in
quella vece si toccano le busse a doppio tra terra e mare: essendo
impossibile tentare piazza ben difesa e non patire avaria nell'armamento
e perdita nella gente, intanto che il navilio del nemico resta intatto,
e può sempre a suo vantaggio piombare improvvisamente e opprimerti
lacero e stanco.
Dunque gli antichi coi fatti e colle parole dicevano: prima di tutto
cerca l'armata nemica, e sfidala a battaglia. Se accetta, devi contare
di averla vinta, posto che tu imprenda a ragione guerra offensiva con
forze sufficienti. Se il nemico non accetta, suo peggio: chè dovrà
tenersi vituperato agli occhi propri ed altrui, con quell'effetto morale
di abbattimento, che pareggia e talvolta supera una disfatta. Nell'uno e
nell'altro caso ti rendi padrone del campo. Così nel fatto presente i
Veneziani fin dal principio della guerra avevano costretto l'armata
turchesca a sgombrare dallo Jonio, ed a ritirarsi dietro alle guardie
dei Dardanelli. Quindi divenuti padroni del mare potevano a scelta
tentare l'espugnazione di questo o di quel castello o isola, che loro
tornasse meglio, senza temere altro impaccio.
Sopraggiunta l'armata romana al Cerigo nel mese di luglio, i capitani
alleati appuntano tra tutte la piazza di Santamaura, la cui importanza
ancor si mantiene, come una delle chiavi dell'Adriatico e dello Jonio; e
dove tutti i dominatori, fino al primo Napoleone e al ultimo Palmerston,
han tenuto l'occhio e il presidio. Gli alleati formano due divisioni di
tutta l'armata, perchè non si può altrimenti circuire la piazza: ma
vanno spediti e convergenti allo stesso punto; corrono co' venti
medesimi a un tempo verso borea sulle due parallele; gli uni di dentro
per le coste orientali, gli altri di fuori per le occidentali; e
spargono da ogni parte lo sgomento nel cuore del presidio. Ben possono
andar sicuri, tanto congiunti che divisi, perchè non v'ha armata nemica
appresso per attaccarli a ritaglio.
Il nostro Commissario entra improvvisamente nel canale, procede serrato
in battaglia con ordine di fronte, secondo l'uso perpetuo dei legni
militari muniti di rostro e di artiglierie sulla testa: dico artiglierie
d'ogni genere, antiche o moderne, da corda o da fuoco. Alla vista delle
galeotte piratiche, egli non dispiega le file, nè si perde in giravolte
e ritortole (come altri farebbe, incaponito nel metodo eccezionale dei
vascelli a vela); ma dritto ed abbrivato corre a investire: con che
obbliga il nemico alla fuga, e piglia sulla spiaggia tutto il suo
navilio. Nè qui si arresta: anzi procede oltre allo scopo principale,
rompe le comunicazioni tra il continente e l'isola, occupa il ponte, si
alloggia nel borgo, investe dalla sua parte la piazza; e appostatosi dì
prua in terra colle artiglierie di quattro galèe, impedisce ogni
movimento dei nemici, e ricaccia sempre indietro le migliaja dei cavalli
e dei fanti che cercano rompere le linee dell'assedio. Dove è da notare
il gran vantaggio delle batterie navali per la difesa dei passi in
litorale aperto o di piano inclinato; perchè esse possono incrociare i
fuochi e spazzare da ogni parte la campagna, senza correre pericolo di
essere prese d'assalto, come non di raro avviene alle batterie, tuttochè
ben difese, sulle colline.
Dall'altra parte la prima divisione corre coi venti del secondo
quadrante fino all'altura della piazza, indi orza a raso, e non
potendosi prolungare contro vento, tanto da presso archeggia, che alla
prima brezza favorevole della notte mette in terra le genti e le
artiglierie, munisce le trincere, apre la breccia, e in pochi giorni
costringe alla resa il castello, e piglia tutta l'isola. Effetti sicuri
di cause ordinate, quando è posto l'uomo certo alla cosa certa, e quando
ciascuno fa a dovere la parte sua.
XVI. — Venendo ai capitoli, voglionsi distinguere le condizioni diverse
del presidio: altri i patti convenienti ai giannizzeri ed alle milizie
regolari; altri i patti ai pirati, contuttochè chiamati corsari. Dove
torna acconcio notare la enormità del confondere queste due voci,
capitalmente diverse, quantunque date per identiche, e diffinite l'una
per l'altra anche dalla Crusca, e dai seguaci. Non tutti i naviganti
sono corsari, nè tutti i corsari sono pirati: convengono nel genere
rimoto del correre; chè naviganti, pirati, e corsari tutti corrono sul
mare; ma si distinguono per le diverse ragioni de' corsi loro: e le
differenze si hanno a cavare non tanto dalle scritture private dei
letterati, quanto dalle sentenze dei pubblicisti e della giurisprudenza
marittima, cominciando dal classico Consolato del mare. Corsaro
propriamente dicesi Colui, che, quantunque privata persona, nondimeno
(autorizzato con lettere patenti dal suo governo) comanda un bastimento
armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a
suo rischio e guadagno. Per estensione dicesi pur corsaro o corsale il
bastimento e l'equipaggio. Essi portano la bandiera nazionale, sono
soggetti alle leggi dello stato, hanno tribunali che ne giudicano i
fatti e le prede: devono essere rispettati dai neutri, possono
rifugiarsi nei loro porti; vincitori o vinti godono sul mare le medesime
guarentigie che il diritto di natura e delle genti accorda ai comandanti
e persone dei corpi franchi in terra. Al contrario i pirati si
pareggiano in tutto cogli assassini: Compagnia di ribaldi senza altra
legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera,
o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza
patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei
mari.
Or di che tempra fossero quei cotali delle dodici galeotte e del
castello, si fa manifesto dalle forche, assegnate non a tutti i
prigionieri, ma a loro soltanto; perchè essi soli in ogni tempo, o di
guerra o di pace o di tregua, rubavano e infestavano i mari per mestiero
e pertinace costume ladronesco. Erano dunque veri pirati, e non corsari.
Per tali gli ebbero i giannizzeri, che nella difesa li provarono
riottosi; par tali i vincitori che, avutili prigioni, li fecero a pezzi;
per tali, senza equivoci, gli avranno i miei lettori.
XVII. — Presa l'isola, si pensa subito a mantenere e a fortificare il
castello della capitale: perciò un distaccamento di quindici galere,
come dire buon numero di gente ai lavori; di ufficiali a dirigerli, di
ciurme ad eseguirli, di soldati a difenderli. Duolmi non trovare nome di
ingegnere; perchè essendo già da cinque lustri inventata la nuova
maniera di fortificare, ed oltre alle due scuole del Sangallo e del
Martini surta pur la scuola mista con Basilio e con Leonardo, come
altrove ho detto e dirò, doveva naturalmente svolgersi l'arte medesima
nella guerra viva, nell'assedio e nella difesa delle piazze, e nei loro
risarcimenti. Indi si potrebbe forse dimostrare che le opere a cantoni
di nuova maniera, le teste del ponte, e i tre rivellini fiancheggiati
intorno al vecchio castello, tanto dalla parte dell'isola, che di
terraferma, come si vedono delineati nelle carte del cinquecento e del
seicento[51], sono stati primamente imbastiti di terra e di fascine nel
1502 dagli ingegneri che le armate di Venezia e di Roma in quel tempo
non lasciavano mai di aver con loro in qualsivoglia spedizione. Dovevano
probabilmente essere tra i Veneziani gli allievi Urbinati del Martini,
dell'Amoroso, di Ciro; perchè il Senato dalla Romagna e dalla Marca
traeva il nervo delle sue fanterie; e già sentivano della nuova maniera
i primi Savorgnani, Girolamo Genga, e quel Basilio della Scola che era
stato sopra l'artiglieria di Carlo VIII e dei Signori veneziani, e aveva
poco anzi fatto modelli di fortezza in nuova forma[52]. Tra le genti di
Roma dovevano essere ingegneri della scuola Sangallesca; perchè in quel
tempo di tanta ricchezza e concorrenza di maestri si raunava in Roma
attorno al Valentino per amore o per forza il fiore dei grandi artisti,
come Antonio Giamberti, Leonardo da Vinci e i loro seguaci; per opera
dei quali in questi tempi avevano a rafforzarsi con opera di nuova
maniera il castello di Santangelo, le rocche di Nettuno e di
Civitacastellana, e le due fortezze di Bologna e di Perugia. Qualcuno
degli allievi di cotesti maestri deve aver diretto i nuovi lavori a
Santamaura. Fia bene averlo notato per quei riscontri che col tempo e
con altri documenti potranno venirci innanzi.
Finalmente dal contesto e dalle esplicite dichiarazioni del nostro
Commissario, secondo la lettera diretta al Grammaestro, apertamente si
rileva come tutti allora volevano dare al Turco e ai pirati; e come pur
tutti si scusavano di non poterlo fare. Niuno taceva la necessità di
spegnere l'incendio, questi lo diceva a quello, e ciascuno ne lasciava
il carico all'altro. Il mondo sempre a un modo: ostacoli, impotenze, e
scuse non mancano mai a chi ne cerca; e la buona volontà sempre di
mezzo. Che dubbi? Tutti hanno ragione. E per tanta sovrabbondanza di
ragioni in ogni tempo sono cresciuti, durano e dureranno i disordini.
NOTE:
[51] PIANTE, INCISIONI E SCULTURE, come alla nota 44.
[52] MARIN SANUDO, _Annali Veneti_, Mss. alla Marciana, I, 70, b.
BART. CARTARI, _Lettera al duca di Ferrara_. — CAMPORI, _Letter. Art._,
p. 1.
LUIGI DA PORTO, _Lettere storiche_, 1.
[1503.]
XVIII. — Nel vero l'acquisto di Santamaura avrebbe potuto riscaldare le
pratiche della lega, e dar campo al Grammaestro, almeno nell'anno
seguente, di eseguire il suo divisamento: ciò era condurre l'armata del
Papa, di Francia, di Venezia, e di Spagna a Costantinopoli, mentre
Bajazet era impigliato ai confini estremi ed opposti del suo imperio
nelle guerre cogli Ungheresi e co' Persiani. Poteasi a un tratto cessare
dal cristianesimo la calamitosissima peste e il vituperosissimo
servaggio. Ma Consalvo di Cordova allora allora rompeva la tregua e
assaltava i Francesi, volendo cacciarli al tutto dal Regno; allora
l'Italia da un capo all'altro andava sossopra, e allora volavano le
famose mine contro il castello dell'Uovo, condotte secondo i principî
del nostro Francesco di Giorgio Martini, ingegnere sanese; alle quali,
checchè ne abbia altri congetturato[53], è impossibile assegnare lui
stesso come direttore, perchè era già morto l'anno avanti del mese di
gennajo, nella sua villetta della Volta a Fighille, come pur da venti
anni sopra sicuri documenti il Milanesi ha dimostrato[54].
Bisogna tuttavia notare che delle mine al castello dell'Uovo nel 1503 si
è fatto gran rumore di maraviglie e di scritture, perchè eseguite dagli
stranieri, tuttochè non fossero altro che copie: al contrario tanto poco
si è detto della prima mina originale, allumata quivi stesso in Napoli
otto anni avanti contro Castelnovo da un italiano, che infino a jeri si
dubitava dell'inventore e dell'esecutore. Sorte comune di tutti quasi i
nostri successi domestici. Ma ora gli è tempo di mettere la cosa a
certezza colla testimonianza dei contemporanei: essendo oramai evidente
che la prima mina, condotta con principî tecnici, e di efficace
operazione, e con pieno successo, brillò il venerdì ventisette novembre
1495 contro la cittadella o mastio di Castelnovo in Napoli, tenuto dai
Francesi di Carlo VIII, ed assalito da Ferdinandino di Aragona, durante
il breve risorgimento della sua Casa[55]. Certo altresì l'ingegnere
nella persona del celebre Francesco di Giorgio Martini, scrittore di
quell'importantissimo _Trattato di architettura civile e militare_ che
fu pubblicato dal professor Carlo Promis. Il quale Martini più volte era
stato richiesto dell'opera sua dai principi Aragonesi, e certamente
nell'assedio di Castelnuovo serviva di ingegnere maggiore al giovane re
Ferdinando, come ne fa fede lo Spannocchi, oratore dei Senesi in corte
di Roma, per una lettera pubblicata dall'Angelucci[56]; e per lungo
discorso il contemporaneo Vannoccio, ed altri[57]. Dunque il Narciso
toscano del Giovio, celebre macchinatore di opere ammirabili, maestro di
lavori sotterranei, che offerì l'opera sua al re Ferdinandino per
espugnare Castelnovo di Napoli, fu senza dubbio il nostro Francesco[58];
il quale oltracciò nelle sue tavole lasciò disegni bellissimi delle
mine, certamente finiti prima del cinquecento tre.
[18 agosto 1503.]
In mezzo ai rumori delle mine e delle armi, nazionali e straniere,
morissi a' diciotto d'agosto papa Alessandro, precipitò Cesare Borgia,
Giacopo d'Appiano riprese Piombino, tutti gli altri tornarono alle case
loro: e per quel che riguarda i successi della nostra marina devo
chiudere il primo libro dicendo che i Veneziani, costretti a fare la
pace col Turco, seppero dare buon conto di Santamaura per ricuperare in
cambio la Cefalonia che avevano perduta[59].
NOTE:
[53] CARLO PROMIS, _Architettura civile e militare di Francesco di
Giorgio Martini_ con dissertazioni e note, in-4. Torino, 1841, II, 344,
e segg.: _«A Francesco di Giorgio autori gravissimi rivendicarono le
mine di Napoli del 1503.... Vannoccio Biringuccio.... Francesco de
Marchi meglio istrutto nelle rettificazioni.... Girolamo Cardano.... il
Folard. — E veramente in quell'anno 1503, benchè non esista alcun
documento che lo indichi in Napoli, pure nessuno ve n'è che lo dica
soggiornante altrove: rimane però la difficoltà che si fosse per allora
allontanato da Siena, egli che contava ottant'anni di vita.»_
[54] CAV. GAETANO MILANESI, direttore dell'Archivio Mediceo in Firenze,
_Documenti per la Storia dell'arte Sanese_, in-8. Siena, tip. Porri,
1854, II, 466, produce documenti del dì 9 febbrajo e del 5 marzo 1502,
nei quali i giudici e notaj di Siena parlano della vedova e dei pupilli
_«Magistri Francisci Georgii.... olim magistri Francisci Georgii
pictoris et magistri ingegneris de Senis.»_
CARLO PINI, _La Scrittura degli artisti italiani riprodotta con la
fotografia_, in-4. Firenze, 1870. Dispensa quinta. Autografo di
Francesco di Giorgio e notizie della sua vita: _«Nato in Siena addì 23
settembre 1439.... morto nel mese di gennaio 1502.»_ Dunque di anni
sessantadue, e non ottanta di vita.
[55] SILVESTRO GUARINO, _Diario napoletano_, ex. ap. PELLICCIA,
_Raccolte di Cronache e Diari napol._, I, 223: «_A dì 27 novembre 1495,
de venerdì, ad ore 23 la cittadella del Castello fo pigliata, perchè ce
erano state fatte chiù tagliate nella fabrica e fosso, con fascine e
polvere de bombarde, in modo che tutta cascao insieme._»
[56] M. ANTONIO SPANNOCCHI, Lettera data da Roma addì 7 dicembre 1495,
accennata nelle note del Vasari, ediz. Le Monnier, IV, 206, e pubblicata
dall'ANGELUCCI, _Ricordi e documenti di Uomini e trovati italiani_,
in-8. Torino, 1866, p. 14: «_D'intorno al Castello è il nostro M.
Francesco di Giorgio, et con cave ed altre materie non attende che a
stregnerlo di modo che in brevissimi giorni, o per amore o per forza, si
existima sarà del Re, chè sotto con cave, et di fuora le bombarde, assai
l'hanno offeso._»
[57] VANNOCCIO BIRINGUCCI, _La Pirotecnia_. Venezia, 1540, lib. X, cap.
IV: «_Fu il primo inventore (delle mine) Francesco di Giorgio....
ancorchè tal gloria si desse e dia da chi non lo sa (come io) al capitan
Pietro Navarra.... advenendo in questo, come sempre adviene, che la fama
delle cose grandi è data alli più degni. Ma l'inventor vero, come v'ho
detto, ne fu il sopradetto Francesco, il quale con grande stipendio per
le sue virtù stava in Napoli in quelli tempi che il re di Spagna lo
tolse dalle mani del re di Francia.... Fece tre di queste mine et con
polvere; a un tratto, quando tempo li parve, offese sotto la cappella
della chiesa del Castello._» Intendi Nuovo, del quale parla, non
dell'Uovo.
[58] PAULUS JOVIUS, _Historiar._, lib. III, 92.
[59] BEMBO cit., lib. VIII. — PIETRO GIUSTINIANI cit., lib. X. —
GUICCIARDINI cit., lib. VI.
DE HAMMER cit., VII, 138: «_La principal condizione della pace era la
restituzione di S. Maura, ritenendo in cambio i Veneziani Cefalonia._» e
p. 264: «_Aloisio Segundino, segretario di Venezia, mandato alla Porta
per la pace, con istruzioni del 20 luglio 1503._»
LIBRO SECONDO.
Capitano Baldassarre da Biassa, gentiluomo genovese. [1503-1513.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Giulio II, e i suoi capitani di mare. — Baldassarre, Giovanni e
Antonio da Biassa (novembre 1503).
II. — Disegni di Giulio e accentramento. — Il sistema feudale, i baroni,
e le città libere. — Mossa contro i Bentivogli e i Baglioni. — Le due
fortezze di Bramante e del Sangallo (1506).
III. — Le città di Romagna in mano ai Veneziani. — Ingegneri e capitani
di papa Giulio (1507). — Gita a Civitavecchia per la pietra angolare
della fortezza (dicembre 1508). — Propositi colà coll'Ambasciatore
veneziano.
IV. — Costruzione di sei galere in Ancona. — Capitani anconitani. —
Breve di Giulio (15 gennaio 1509). — Altro Breve, e termine della
costruzione nell'anno medesimo.
V. — Mosse e intendimenti diversi degli alleati di Cambrè (giugno 1509).
— Molestie dei pirati nella Liguria. — Ruine nel Tirreno. — Una delle
nostre galèe presa dai pirati (agosto 1509). — Trofei di bandiere in
Africa. — La sorte delle sei galere perdute.
VI. — La guerra di Ferrara. — L'armata navale dei Veneziani sul Po. —
Ponte di barche e ridotti alle due teste. — Scorrerie nel ducato, e
pericolo di Ferrara (21 dicem. 1509). — Provvisioni del duca e batterie
coperte dietro gli argini.
VII. — Si apre il fuoco la mattina (22 dicembre 1509). — Rotta
dell'armata veneziana. — Acquisto di quindici galèe e di altri legni e
prigioni. — Il ritorno militare, e i palischermi.
VIII. — I Veneziani chiedono la pace. — Capitoli e convenzioni sulla
libertà del mare (20 febbrajo 1510).
IX. — Rottura coi Francesi. — Fatti d'arme in Lombardia e alla
Mirandola. — Condizioni di Genova sotto i Francesi. — Giulio move l'armi
per cacciarli (giugno 1510).
X. — Armamenti e fuorusciti in Civitavecchia. — Sei galèe romane, e
diciassette veneziane. — I nostri bloccano Genova. — Le Caracche. —
Posizioni del blocco (luglio 1510).
XI. — Ordinanza del capitano Piergianni per rompere il blocco. — Giuoco
delle barche armate e dei legami. — Ritirata dei nostri. — L'arte antica
e i suoi pregi. — La tattica secondo gli emergenti. — Vantaggi degli
assalitori. — Discapito di chi non può muovere in ordine di battaglia.
XII. — Le artiglierie usate in queste fazioni (luglio 1510). — Origine
del cannone, e perchè chiamato Pezzo. — Nomi arbitrarî delle artiglierie
nei primi tempi. — Forme e composti diversi, ed a più canne. —
Magnificenza degli ornati. — Criterio logico del nuovo ordinamento a
multipli. — I tre generi, e le specie subalterne delle artiglierie.
XIII. — Ritorno e armamento maggiore sopra Genova. — Rassegna alla foce
del Tevere. — Donativo. — Giulio s'imbarca ad Ostia, scende in
Civitavecchia, e va in Lombardia. — Le due armate a Portovenere. —
Combattimento sotto vela su due linee parallele. — Ardimento di Giano
Fregosi. — Ritirata (settembre 1510). — Genova caccia i Francesi.
XIV. — Capitoli col capitan Giovanni da Biassa per la guardia del mare
contro i pirati (15 settembre 1511).
XV. — Considerazioni sui capitoli. — Forza delle galèe e dei brigantini.
— Soldi, razioni, specchio.
XVI. — Tassa del due per cento. — Servigio di guerra, di dogana, e di
polizia. — Freno alle rappresaglie. — Metodo per duplicare la forza
dell'armamento. — Rifacimento dei danni. — Proibizione dei noli. — Amici
e nemici. — Malfattori al remo. — Missioni straordinarie.
XVII. — Concilio di Laterano. — Richieste dei padri, e trattati di lega
contro i Turchi. — Documento (3 maggio 1512). — Apparecchi per la
spedizione. — Morte di papa Giulio (21 febbraio 1513). — Fine del
Biassa.
LIBRO SECONDO.
CAPITANO BALDASSARRE DA BIASSA,
GENTILUOMO GENOVESE.
[1503-1513.]
[Novembre 1503.]
I. — Morto papa Alessandro Borgia, e in men d'un mese andatogli appresso
Pio III dei Piccolomini, salì al supremo seggio nel primo giorno di
novembre dell'anno medesimo il cardinal Giuliano della Rovere, nipote di
Sisto IV, e vescovo Ostiense, che si fece chiamare Giulio II. Più volte
nei libri precedenti ho parlato di lui: e senza ripetere a sazietà ciò
che tutti sanno, mi terrò ora contento a considerare l'applicazione del
marzial suo genio alle cose del mare.
Fin dal principio chiamò capitano dell'armata navale, ed intimo
consigliere nelle marittime bisogne, Baldassarre da Biassa, prode uomo,
di antica famiglia genovese, della quale ora non resta discendenza; ma
soltanto nella riviera occidentale della Spezia, tra Marinasco e
Pegazzano, il castello di originaria pertinenza chiamato Biassa; e nel
blasone ligure presso a quel nome resta lo stemma segnato con un lione
rampante in campo d'azzurro, sotto corona di marchese. Baldassarre,
veterano della naval milizia, affine dei Fregosi, discendente di
valorosi marini, e benemerito del cardinal Giuliano della Rovere per
averlo trafugato da Ostia a Savona, quando pericolosi frullavano i
risentimenti borgiani, fu da lui medesimo (divenuto papa) largamente
riconosciuto e nominato capitano del mare[60]. Modesto titolo, che in
quei tempi scusava i più sonanti dei moderni ammiragli, e portava pari
grandezza e maggiore autorità. Il capitano del mare, comandante supremo,
nominava e toglieva gli ufficiali, faceva giustizia, a niuno cedeva
eccetto al sovrano, e intorno alla sua persona adunava cinquanta o
sessanta gentiluomini o capitani veterani, che formavano la sua casa
militare. Insieme con questi mettete Giovanni, figlio e successore di
Baldassarre, come vedremo[61]; metteteci Antonio della stessa
famiglia[62]; e poi Lorenzo degli Egidi, gentiluomo civitavecchiese[63];
e tre nobili anconitani, Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, Melchiorre
Acquieri[64]; e i due Mutini, Lorenzo e Girolamo[65]; e avrete in
compendio, secondo il tempo, lo stato maggiore della marina.
Con questi campioni papa Giulio si andava preparando alle imprese già di
lunga mano meditate, infino a tanto che duravano i fastidî continui dei
segni e contrassegni per ricuperare le rôcche del Valentino; e più anche
i fastidî delle guerre ancor vive tra Francesi e Spagnoli nel Regno. Col
suo da Biassa, ora sulle galèe, ora sul bucintoro, navigava
all'occasione pel Tevere e pel Tirreno ad Ostia e a Civitavecchia:
mirava a Genova, attendeva il tempo opportuno, e faceva grande
assegnamento sulla marina per venire a capo dei suoi divisamenti. Il
Bembo, solenne conoscitore del Papa e delle sue tendenze, con un solo
tratto di penna e da gran maestro scolpisce uno dei principali caratteri
dell'animo di lui, non avvertito da altri: ciò è dire che l'unico
diletto di Giulio, per riposo di stanchezza, era spaziare sur una barca
pel mare[66]. Paride de Grassi, prefetto delle cirimonie, non ha omesso
alcune volte di registrarne le navigazioni, specialmente quando si
terminavano sul Tevere alla basilica di san Paolo, e gli andavano
all'incontro i Cardinali[67].
NOTE:
[60] UBERTUS FOLIETTA, _Clarorum Ligurum elogia_, ap. BURMANN _in
Thesaur._ I, i, 816: «_Balthassar de Biassia complures annos, magna cum
rerum gestarum gloria, sub Julio II meruit, summæ navalium rerum
præfectus; quem Ioannes filius, duarum triremium dominus, æmulatus
est._»
GUICCIARDINI, _Stor._, lib. X, ediz. di Ginevra, in-4. 1645, p. 594:
«_Papa Giulio aveva fatto venire da Civitavecchia il Biascia, capitano
delle sue galere._»
FEDERICI, _Abecedario delle famiglie nobili di Genova._ Mss. consultato
per favore dal ch. cav. Cornelio Desimoni.
DIVERSORUM, _Codice dell'Arch. Genovese._ Nominato: «_Pellegrino da
Blasia custode della darsena circa il 1432._»
[61] BARTHOL. SENAREGA, _De reb. genuen._, S. R. I, XXIV, 602, c:
«_Triremis pontificia, cui Joannes Blaxia, præerat._»
DOCUMENTO qui appresso, cap. XIV: «_Johannes de Blaxia, nobilis
januensis, præfectus et capitaneus generalis classis, S. R. E._»
AGOSTINO GIUSTINIANI, _Annali di Genova_, in-4, 1537, p. 266, M: «_Et
una galera del Papa, capitano Giovanni di Biassia._»
[62] GIUSTINIANI cit., p. 272, Q: «_Et due gallere del Papa, le quali
comandava Antonio de Biassia della Spezza._»
[63] JULII II, _Introitus et Exitus Camer. Aplcæ. ann._ 1507-8. — ARCH.
SECR. VAT., codice segnato C, 1664, p. 214: «_Die trigesimo primo
augusti ducatos sexcentum auri de Camera magnifico domino Laurentio de
Ægidiis, capitaneo triremium ad stipendia S. D. N., pro sua provisione
duorum mensium._»
ITEM, C. 1666, p. 146: «_Die secundo decembris magnifico Laurentio de
Ægidiis, capitaneo triremium, ducatos 900, pro ejus provisione trium
mensium._»
ARCHIVIO Municipale di Civitavecchia. V. Indice, voce _Egidi_.
[64] JULII PP. II, _brevia Anconitanis_, V. appresso nota 15, e 18.
[65] JULII PP. II, _Introitus et Exitus_ cit, Codice segnato C, 1666, p.
166: «_Prima die Martii Laurentio Mutino, cap. triremium SSmi D. N. pro
ejus provisione duorum mensium ducatos 600._»
CATASTO _ad Sancta Sanctorum_. MSS. p. 203, anno 1510: «_Hyeronimus
Mutinus capitaneus trium remium, pro quo solvit Hyeronymus de Picchis
florenos quinquaginta pro anniversario animæ ejus, sepultus in Ecclesia
S. Augustini._»
GALLETTI, _Inscript. Rom._, Class. X, n. 7: «_Laurentio Mutino.... in
eamdem triremium præfecturam ab Julio II suffecto._»
[66] BEMBUS, _Histor._ cit., 261: «_Julius tranquillo mari navicula
exhilaratus, qua una ille re magnopere delectabatur._»
[1506.]
II. — L'ardente animo di papa Giulio, in quelle traversate, grandiosi e
forti disegni mulinava: ed anzi tutto ricuperare gli stati della Chiesa
romana, sbrattare dalle grandi città gli ostinati ribelli, e ridurre le
provincie a più stretto legame colla capitale.
Ciò che Cesare Borgia aveva principiato con frode ed a privato
vantaggio, voleva Giulio alla scoperta e per pubblico beneficio
compiere. Trent'anni di cardinalato, e lunga esperienza nei grandi
affari veduti, uditi, e trattati, davangli convincimento di giustizia
nelle sue intenzioni: e per la dignità dello Stato, e per la quiete de'
popoli, pensava non dover più oltre tollerare l'oltracotanza dei baroni.
Allora gli Estensi di Ferrara, i Bentivogli di Bologna, gli Ordelaffi di
Forlì, i Manfredi di Faenza, i Riari di Cesena, i Malatesta di Rimini,
gli Sforzeschi di Pesaro, gli Uffreducci di Fermo, i Varani di Camerino,
i Vitelli di Castello, i Baglioni di Perugia, i Feltreschi di Urbino, i
Colonnesi, gli Orsini, i Conti, i Savelli, i Gaetani, i Capizzucchi, i
Cesarini, i Farnesi per tutta la campagna romana, erano in continui
tafferugli tra loro e cogli altri, a pubblico danno. Principati, ducati,
baronie, repubbliche, comuni, quel che volete: ma sempre più o meno
dipendenti da Roma, sempre attenenti a quello Stato che era venuto nel
dominio dei Pontefici. Errore sofistico sarebbe chiamare assolutamente
indipendenti le predette o qualunque altra città o provincia dal Tronto
al Po, e dall'Argentaro al Circèo: errore il non volerle comprese nel
dominio della storia pontificia. Impossibile distruggere il fatto, in
quanto tale. Sarebbe pure ingiustizia chiamare indistintamente tiranni
tutti i baroni o cittadini che vi dominavano. La maggior parte non erano
tali di origine, avendo ricevuto dagli stessi Pontefici dei tempi
passati le investiture a titolo di feudo o di vicariato; e spesso la
condotta militare, includente la ricognizione baronale e il
consentimento dei popoli, donde traevano le milizie: e in quanto al modo
del governare, essi procedevano come gli altri principi maggiori e
minori del tempo loro. Ma il sistema feudale aveva ormai finito il
corso, e doveva dar luogo alle esagerazioni del biasimo, seguace
perpetuo d'ogni forma dismessa: doveva esser seguìto dalla monarchia
assoluta, di che Ferdinando spagnuolo aveva fatto piantare il primo tipo
nel Regno per mezzo di Consalvo; tipo perfezionato dappoi per gli studî
di Carlo V in ogni altra parte del vecchio e del nuovo mondo.
I tempi dunque volgevano propizî ai disegni di Giulio: il quale come
ebbe veduto quietare le armi di Francia e di Spagna, mosse da Roma per
l'impresa di Perugia e di Bologna, contro ai Baglioni e ai Bentivogli.
Occupò fortemente le due città, riformò lo stato, e fece disegnare due
fortezze per mantenerlo. Alla Bolognese, presso porta Galliera, pensò il
Bramante, che ne fece il disegno, e ne commise l'esecuzione a Giulian
Leno, architetto romano, suo domestico ed erede[68]. Se ne ignora la
forma: ma deve essere stata solamente imbastita di fascine e di terra,
perchè non guari dopo i Bolognesi la distrussero in due giorni.
Per la fortezza di Perugia fu chiamato da Arezzo Antonio, il vecchio, da
Sangallo, ingegnere militare dei Fiorentini; il quale sull'altipiano
rimpetto alla cattedrale, alla piazza, e al corso, molto acconciamente
pel sito di quei dirupi, disegnò la pianta secondo le regole dell'arte
nuova, già da lui stesso osservate in Roma, in Nettuno, e in
Civitacastellana. Secondo il primitivo disegno del primo Antonio la
rôcca fu condotta a compimento dal secondo Antonio, detto il giovane,
nel pontificato di Paolo III[69]. I cartoni dell'uno e dell'altro, che
ho visti nella Galleria di Firenze, potranno supplire alle memorie del
tempo futuro: perchè la fortezza dopo il 1860 è stata totalmente
disfatta e rasata. Antonio il giovane prese nome più dello zio, come
questi superò la fama del fratello, perchè l'uno e l'altro vissero più
tempo dopo Giuliano, quando l'arte della fortificazione, per tante
occasioni propizie, e per tanti ingegni eccellentissimi, ogni giorno
progrediva; ma quanto al merito dell'invenzione, Giuliano è stato e sarà
sempre il maestro del fratello e dei nipoti e di quanti altri vennero
dappoi.
NOTE:
[67] PARIS DE GRASSIS, _Diar. Cærem._, Mss. Bibliot. Casanat., XX, III,
3, 4, 5. Tom. primo, ad diem XVIII octobris, MDV: «_SSmus D. N. ivit....
ad Civitatem veterem et Ostiam, tandem hodie decimaoctava octobris, quæ
est dies sancti Lucæ, rediit ad Urbem per flumen Tyberis usque ad s.
Paulum, ubi discendens ex navi obviaverunt ei duo reverendissimi domini
Cardinales._»
IDEM, Mense augusti et novembris MDVII.
IDEM, Mense decembris, die XVII, MDVIII.
[68] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._, MSS. _Itinerarium_, S. D. N.,
_Julii_, Pp. II, anno. MDVI. — BIBL. CASANAT., XX, III, 4: «_De
positione primarii lapidis in arce bononien. per Legatum, Papa præsente.
Die XX februarii MDVII, sabati, mane; hora XVI, Papa æquitavit ad locum
Arcis fiendæ.... Cardinalis sancti Vitalis legatus cum magna populi
turba, viso horologio solari.... Lapidem primum benedixit et posuit._»
ARCHIVIO SECR. VAT., _Memorie di artisti_, estratte da ALBERTO ZAHN, e
inserite nell'_Arch. St. It._, ann. 1867, VI, i, 180: «_Die XXIX
decembris, Magistro Bramanti architectori, S. D. N. pro expensis per eum
cum suis sociis factis et faciendis Bononiæ et in reditu ad Urbem._»
VASARI, ed. Le Monnier, VII, 133: «_Andò Bramante ne' servizi di Giulio
II a Bologna, quando ella tornò alla Chiesa.... Fece molti disegni di
piante e di edifizi...._» 139: «_Lasciò suo domestico ed amico Giulian
Leno, che molto valse nelle fabbriche de' suoi tempi._»
[69] VASARI, ed. Le Monnier, _Vita di Giuliano ed Antonio da Sangallo_,
VII, 219; X, 15.
[1507.]
III. — Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in
Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre
nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e
Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di
mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in
molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo
servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come
Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino;
ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore,
Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da
Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e
Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali
uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le
particolari vedute sue.
[Dicembre 1508.]
E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul
bucintoro[70], e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una
buona fortezza per la difesa del porto e della città[71]. Pose esso
stesso colle sue mani la prima pietra addì quattordici dicembre del
1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da
Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo
discorso.
Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in
Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia,
il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a
tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai
maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle
quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed
ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile,
finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da
Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del
consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed
alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire
l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in
quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento[72].
Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse
lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e
Faenza: e volendone mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come
già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal
crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle
agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva
tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia,
contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace
fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una
volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri;
conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso
(toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia,
specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si
lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo
a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che
la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa
almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non
esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini,
rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega
Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per
negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò
Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come
uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci
secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno
essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè
pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro
Venezia[73].
NOTE:
[70] P. A. G., _Medio èvo_, II, 467, 473.
[71] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._, ad diem xiv decembris MDVIII:
«_Ad Centumcellas pro lapide angulari Arcis novæ._» — Et XVII dicti:
«_Heri sero Papa ex Civitate veteri per mare reversus est in Urbem._»
[72] BEMBO cit., 261: «_Cum Julio Centumcellas petente Georgius Pisanus
in comitatu fuit.... Ibi cum Julium tranquillo mari navicula exhilaratum
videret, qua una ille re magnopere delectabatur, Pisanus de eo ipso
reipublicæ in Flaminia negotio alloqueretur, Quin tu (inquit Julius) non
cum Senatu tuo agis ut is aliquem ex suis civibus mihi proponat cui ego
dem Ariminum Faventianaque romanæ reipublicæ nomine obtinenda?... Ita et
habebitis re vos a me oppida illa, et ego ad speciem non amisero._»
[73] LÜNIG JOANNES CHRISTIANUS, _Codex Italiæ diplomaticus_, in-fol.
Lipsia, 1725-35, t. I, p. 134; t. II, p. 1995; t. IV, 1827.
DU MONT, _Corps universel diplomatique du droit des gens, contenant un
recueil des traités d'alliance, de paix, de trève, de neutralité, de
commerce, etc._ in-fol. Amsterdam, IV, i, 113. — La Lega fu sottoscritta
in Cambray tra Cesare, Spagna e Francia a' 10 dicembre 1508.
[15 gennajo 1509.]
IV. — Giulio tornato in Roma sul bucintoro per la via del mare e del
fiume; aspettandosi di lunghe e fortunose guerre, anche nell'Adriatico,
considerate le brighe dei Veneziani; e volendo tenersi pronto alla
spedizione contro i Turchi, di che esso pure ed ogni altro sentiva la
necessità; indusse gli Anconitani a costruire sei galèe, promettendo di
mettere per capitani sopra tre delle medesime gli ambasciatori della
città che allora stavano in corte, cioè Gabrio Bonarelli, Galeazzo
Fanelli, e Melchiorre Acquieri. Il Breve di papa Giulio, che per essere
inedito volgarizzo col testo latino a fronte, diceva così:[74] «Ai figli
diletti, Anziani e Consiglieri, della nostra città d'Ancona, Giulio papa
II. — Diletti figliuoli salute ecc. Dappoichè ci è stato concesso dalla
divina bontà quello che noi sempre abbiamo desiderato e ricerco; ed
oramai i principi cristiani, tolto via ogni fomite di contenzione, sono
venuti tra loro a concordia, tanto che finalmente possiamo sperare di
poterci volgere più che mai forti e con possente armata contro la
perfidia dei Turchi e degli altri nemici del nome cristiano; volendo noi
andare innanzi a ogni altro coll'opera e coll'esempio, quando si tratta
di spedizione pietosa altrettanto che necessaria, abbiamo deliberato di
apparecchiare poderosa armata navale. Sapendo per tanto che in cotesta
città nostra di Ancona, specialmente diletta, si possono costruire
eccellenti galèe, vogliamo che intanto ne siano cominciate sei sotto la
vostra direzione. Il governo delle tre prime galèe abbiamo già assegnato
di nostra spontanea volontà ai diletti figliuoli, oratori vostri appo
noi, Gabriele de' Bonarelli cavaliere, Galeazzo de' Fanelli, e Melchior
Acquieri, uomini prodi e che ci sembrano attissimi a tale ufficio. Vi
esortiamo dunque con paterno affetto a mettere tutta la vostra cura e
diligenza nella predetta costruzione, e noi penseremo alle spese. Perchè
intanto l'opera proceda spedita e voi abbiate il danaro occorrente al
taglio dei legnami, vogliamo e comandiamo al diletto figlio Niccolò
Calcagni, tesoriero in cotesta provincia nostra della Marca, che di
presente vi conti cinquecento ducati d'oro. Di più espressamente
comandando, ordiniamo ai diletti figli, uomini e popoli delle nostre
terre di Montesanto, di Santelpidio, di Civitanova, e di Castelfidardo,
che a voi ed ai vostri ministri benignamente permettano tagliare e
trasportare pei loro territorî e distretti il legname necessario alla
costruzione delle nominate galèe; messa onninamente da parte ogni scusa
e contradizione.»
«Dato a Roma addì quindici di gennajo 1509, del nostro pontificato anno
sesto. — Sigismondo»[75].
Gli Anconitani pigliarono a volo la bella occasione che loro s'offriva:
ed istruiti altresì dalle lettere private degli ambasciatori capirono il
gran conto dell'armamento e della fabbrica, secondo l'interesse della
città, del porto, del commercio e della navigazione, come tra poco
vedremo. Nell'anno medesimo le sei galèe erano fatte, varate, e in punto
di ogni cosa, tranne il corredo mobile; di che non avevano ricevuto nè
istruzione nè danaro[76]. Perciò l'istesso Giulio alla fine dell'anno,
di nuovo encomiando la diligenza degli Anconitani, ordinava il
fornimento degli attrezzi e del corredo; e spediva danaro, come dalla
lettera seguente, che per la sua importanza nell'istesso modo qui
pubblico[77]:
«Ai figli diletti, eccetera. Pei discorsi del diletto figliuolo Galeazzo
Fanelli, concittadino ed oratore vostro (più volte e sempre volentieri
da noi veduto ed udito), e insieme per le relazioni del venerabile
fratello Antonio arcivescovo Sipontino, generale uditore della Camera,
testè tornato d'Ancona, abbiamo inteso il procedere delle fortificazioni
di cotesta città nostra, e delle galèe da voi per ordine nostro
costruite. Gratissime le notizie dell'uno e dell'altro: e noi approviamo
pienamente e lodiamo la vostra diligenza e sollecitudine. Ma perchè poco
sarebbe l'avere ben cominciato opere degne, se non si facesse di
condurle poscia a perfezione con pari diligenza e premura, noi
confidando sempre nella vostra prontezza e sollecitudine vi commettiamo
di provvedere al fornimento delle dette galèe con tutti quegli attrezzi
e corredi che fanno al navigare; cioè vele, remi, áncore, antenne,
alberi, ed armamenti; e tutto col minor dispendio e la maggiore celerità
possibile; perchè, come il bisogno ne venga, noi ce ne possiamo
immediatamente servire. Sarà nostro pensiero somministrarvi il danaro: e
intanto, perchè possiate meglio eseguire le nostre commissioni, abbiamo
già scritto al diletto figlio Tesoriero di cotesta nostra provincia che
vi paghi a vista mille ducati d'oro della nostra Camera a conto delle
spese; e appresso liberalmente vi manderemo quel che sarà necessario.
«Dato a Roma, presso san Pietro sotto l'anello del Pescatore, addì
quattro dicembre 1509, del nostro pontificato anno settimo. —
Sigismondo.»
NOTE:
[74] JULIVS PP. II, classem adversus Turcas paraturus, Anconitanis
mandat ut sumptibus Sedis Apostolicæ sex triremes construant. ARCH. MUN.
ANCON. — COD. VATICANO, n. 8046. — SCHEDE BORGIANE in Propaganda. —
SARACINI, _Storie di Ancona_, lo accenna senza pubblicarlo, 301.
«_Dilectis filiis antianis et consiliariis civitatis nostræ Anconæ. —
Julius II, Dilecti filii salutem, etc. — Quando id quod semper optavimus
et quæsivimus Dei benignitate est factum ut Reges et Principes
christiani, sublato omnis discordiæ fomite, in mutuam pacem
concordiamque convenirent, spesque major quam antheac unquam affluxerit
valida expeditione contra perfidos Turchos et alios christiani nominis
hostes arma sumendi, nosque ad tam sanctum et necessarium opus, opere et
exemplo reliquos anteire velimus, et propterea statuerimus validam
classem parare, sciamusque civitatem nostram istam peculiarem et
dilectissimam opportunissimam esse triremibus fabricandis; idcirco sex
triremes apud vos fieri volumus, quarum curam vos suscipere debeatis. Et
trium ex sex triremium hujusmodi gubernationem et patronatum dilectis
filiis Gabrieli de Bonarellis equiti, et Galeatio de Fanellis, el
Melchiori Aquerio, oratoribus apud nos vestris, nam ii nobis peridonei
visi sunt, motu proprio demandavimus. Hortamur igitur vos charitate
paterna ut fabricandis hujusmodi triremibus exactissimam curam et
diligentiam adhibeatis. Nos enim pro fabrica dictarum triremium vobis
satisfieri curabimus; et insuper ut triremes ipsæ celeriter confici
possint, pro incisione lignorum pro dicta fabrica facienda per dilectum
filium Nicolaum Calcaneum istius provinciæ nostræ thesaurarium summam
quingentorum ducatorum auri ad præsens vobis persolvendam volumus et
mandamus. Dilectisque filiis, comunitatibus et hominibus Montis sancti,
Sancti Elpidii, Civitenovæ, et castri Ficardi, terrarum nostrarum,
expresse præcipiendo mandamus quatenus vobis et commissariis vestris in
earum territoriis et districtu ligna, quæ fabricandis hujusmodi
triremibus necessaria fuerint, cedere et inde asportare benigne
permittant, omni excusatione et contradictione cessante._»
«_Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XV januarii, MDIX.
Pont. Nost. Ann. VI. — Sigismondus._»
[75] Questi è il celebre Sigismondo de' Conti da Foligno, segretario di
Giulio II, ritratto da Raffaello nel notissimo dipinto della Madonna di
detta città, e autore dei _Commentari storici_ del suo tempo, come ho
notato nella mia _Storia del Medio èvo_, II, 426.
[76] ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE cit., Medio èvo, I, 403: «_Fabbricasi
la galea, se vi si attende con diligenza.... in giorni sessanta, havendo
però tutto il legname pronto.... benchè dichino che il principe Doria ne
fece fare una in ventisette giorni._»
[77] Archivio ut sup.: «_Dilectis filiis etc. Intelleximus non solum a
dilecto filio Galeatio Fanello, concive et oratore vestro, quem pluries
et vidimus et audivimus libenter, sed etiam a ven. fratre Antonio
archiepo Sipontino, Cameræ Aplcæ generali auditore, qui proximis diebus
isthic fuit, quo in statu esset fabrica iam murorum istius nostræ
civitatis, quam triremium quæ apud vos jussu nostro construuntur:
fuerunt nobis gratissima omnia quæ illi retulerunt, et vestram in
omnibus diligentiam et studium probamus atque laudamus. Verum quia parum
esset rem aliquam strenue cœpisse, nisi illa pari diligentia
perficeretur et perduceretur ad optatum exitum, de eadem diligentia et
sedulitate vestra confisi committimus vobis ut dictas triremes de
oportunis omnibus remis, ancoris, velis, antennis, arboribus,
armamentis, et aliis rebus necessariis ad navigandum ea qua fieri
poterit majori celeritate, et quo minori potest sumptu provideatis; ita
ut cum necesse fuerit nihil obstet quo minus illis uti possimus. Nos
providebimus de pecuniis ad id necessariis; et interim ut ea comodius
exequi possitis scripsimus dilecto filio istius provinciæ nostræ
Thesaurario ut solvat statim vobis ducatorum auri de Camera mille pro
parte sumptus dictarum triremium, successiveque benigne præbebimus
reliqua necessaria._»
«_Datum Romæ apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris die IV decembris,
MDIX. Pont. Nri. Anno VII. — Sigismundus._»
[Giugno 1509.]
V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona,
altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia,
come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa
indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo
solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più
parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi
dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire
all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di
Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona,
Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani,
Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro;
il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini
per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare
i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con
intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i
Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per
sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo
da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un
tratto quasi tutto lo stato di terraferma.
Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda,
nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a
Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque
dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti
assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio
dal primo.
[Agosto 1509.]
I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine
crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da
padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato
la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte,
specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli
abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a
sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè
persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa
che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei
prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle
maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere
presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte
fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di
Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il
numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei
molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i
particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non
dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una
fuggita, e l'altra presa[79].
Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e
incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le
bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità,
poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi,
aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare
che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della
guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo
perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la
capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile
del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due
conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime
due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate.
Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea
Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo
tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni
per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.
NOTE:
[78] PETRUS BIZARUS, _Historia genuensis_, in-fol. Anversa, 1579, p.
425: «_Anno 1508 aliqui turcici myoparones sinum Lugusticum mirifice
inquietarunt, et descensione in continentem facta, justa Dianum oppidum,
duobus mille pass. a mari distans, haud pænitendam prædam abegerant....
Sed indigenarum viribus, male mulctatis hostibus, ut reprimerentur
factum fuit._»
RAYNALDUS, an. 1508, n. 27.
[79] SENAREGA, _De rebus genuens._ S. R. I., XXIV, 600: «_Anno 1509
Mauri hac æstate admixti Turcis littus Romanum et mare Tuscum
infestarunt: duæque biremes maurorum unam Pontificis triremem cæperunt,
altera in fugam versa._»
BIZARUS cit., 426: «_Non procul ab Ostia iidem Piratæ alteram triremem
pontificiam facili negotio intercepere.... alteram vero in fugam
conjecerunt._»
GIUSTINIANI cit., 265, F.: «_Mori e Turchi rovinarono in quest'anno 1509
la navigazione et in spiaggia romana pigliarono una delle due galere
dalla guardia del Papa, l'altra se ne fuggitte._»
RAYNALDUS, Anno 1508, n. 27 (per errore di anticipazione come avverte il
Manzi): «_Id in anni sequentis æstatem 1509 referendum esse:_»
[21 dicembre 1509.]
VI. — Intanto i Veneziani, da ogni parte compressi, sdrucivano con tutto
l'impeto della indignazione contro il duca di Ferrara: nemico più
vicino, debole, ed odioso[80]. Avendogli già preso ed arso Comacchio,
divisavano percuoterlo della stessa o peggior rovina dentro Ferrara, col
concorso dell'esercito dalla parte di terra, e dell'armata di galere, di
navi e di barche pel Po. E quantunque alcuni senatori volessero
dissuadere la intramessa dei navigli nelle acque interne; e tra gli
altri si dichiarasse contrario il capitano Angelo Trevisani, dicendo che
per le molte fortificazioni piantate dal Duca sulle ripe del fiume, e
per la magrezza delle acque non si poteva rimontarlo tanto addentro
senza grave pericolo; nondimeno prevalendo negli altri l'opinione della
propria possanza navale, e non avendo altrove come impiegarla, il Senato
ordinò allo stesso Trevisano di eseguire gli ordini, e di assalire gli
stati del Duca pel fiume con diciotto galere, sei navette, ed altri
legni minori.
Il Trevisano venne nel Po per la bocca delle Fornaci; ed abbruciata
Còrbola, predando il paese intorno, salì il fiume infino al Lagoscuro; e
mandò oltre un grosso corpo di cavalleggieri, che per terra lo
accompagnavano, a scorrere le campagne sulla riva sinistra
dall'Occhiobello al Ficheruolo. Esso coll'armata, non potendo passare
avanti, si fermò in mezzo al fiume dietro l'isoletta di qua della
Polesella; luogo distante undici miglia da Ferrara, e molto acconcio a
travagliarla; dove voleva aspettare l'esercito di terra che
prosperamente procedeva da quella parte, ricuperata Montagnana, e quasi
tutto il Polesine di Rovigo. Intanto allestiva il bisognevole ai
vegnenti: gittava un ponte di barche per assicurare il passo ai fanti e
ai cavalli, e con grandissima prestezza muniva le teste del ponte
medesimo con due ridotti molto forti sulle opposte ripe del Po.
Erasi il Duca adoperato inutilmente ad impedire la costruzione e
l'afforzamento del ponte: e di ciò esso, e i capitani suoi, e i Romani e
i Francesi venutigli di soccorso, stavano in gran pensiero; parendo a
ciascuno che la città di Ferrara non fosse in quel modo senza
pericolo[81]. E chi un partito, chi un altro proponendo, finalmente gli
stessi Ferraresi per la perizia loro dei luoghi e del fiume facilmente
ponevano il modo di sgominare l'armata, il ponte, e i ridotti dei
nemici: cose da principio sembrate difficilissime.
Pertanto il ventuno di dicembre il duca Alfonso, e con lui il fratello
Ippolito cardinale da Este, i Trotti, i Mori, i Guidi, i Bagni, gli
Ariosti, i Tassoni, la nobiltà e il popolo ferrarese, e insieme i
capitani di Roma e di Francia, assaltarono a furia il ridotto bastionato
di verso Ferrara. Non che pensassero di poterlo espugnare al primo
attacco, ma solamente volevano costringere i Veneziani a chiudervisi
dentro, ed a lasciare sgombro l'argine circostante del fiume, per
coprire liberamente gli agguati dietro certe risvolte che non potevano
essere dal ridotto nè battute, nè viste. Poi nella notte, forato
l'argine a fior d'acqua in più luoghi, secondo il divisamento del
Cardinale (molto ingegnoso e intendente di queste faccende), distesivi
buoni panconi d'olmo e di rovere, e fatte a dovere le piatteforme e le
troniere, vi condussero celatamente le migliori artiglierie della
munizione ducale, che n'avea di bellissime, gittate da' più eccellenti
fonditori di quel tempo, massime dagli Alberghetti[82]; e stettervi
quieti apparecchiandosi alla fazione della dimane.
NOTE:
[80] ANDREAS MOCENIGUS, _Bellum cameracense_, in-12. Venezia, 1525, p.
44: «_Dux Ferrariæ rhodiginum Pollesinem cœperat, et amplius terra
marique infestus erat._»
[81] MOCENIGUS cit., 46: «_Interea Ferrarienses, aucti gallicis
pontificiisque auxiliaribus... castellum summa ope oppugnare aggressi
sunt._»
[22 dicembre 1509.]
VII. — Il giorno del ventidue, per tempissimo, stavano le genti e le
batterie dagli alleati, sopra e sotto all'armata nemica, coperti dagli
argini, coi pezzi studiosamente livellati, e le munizioni pronte: nè i
Veneziani sospettavano punto di quanto nella notte si era apparecchiato
contro di loro, quando a un cenno del Duca, smascherate le trombe delle
cannoniere, si aprì il fuoco. Piombò l'attacco tanto improvviso, e con
tal vigore crebbe via via, che (quantunque i Veneziani subitamente
riscossi non cessassero di rispondere) in men d'un'ora l'armata nemica
fu rotta. Alcuni legni in fiamme, altri in fondo, il Trevisano sur un
palischermo in fuga, la capitana tutta forata in deriva e indi a tre
miglia sommersa; il presidio dei ridotti in precipitosa ritirata, il
ponte distrutto; quindici galèe, tre navi grosse, e molte minori
sottomesse; duemila morti, tremila prigioni: perdita di soli quaranta
collegati[83].
Così terminossi in una giornata d'inverno la guerra di Ferrara per
battaglia anfibia in terra e in acqua, fluviale e marina; donde Giulio
seppe cavare gran frutto a beneficio degli stessi Veneziani, e riuscì
finalmente a diffinire la intricata e strana questione della libertà del
mare. Per questo mi sono fermato sul Po, e mi ci trattengo ancora infino
a compiuto racconto, spettatore del marzial trionfo dei Ferraresi e del
Duca. Di che Lodovico Ariosto, quantunque assente in quel giorno
correndo per le poste ambasciatore straordinario del Duca a chiedere i
soccorsi di Roma, ci ha lasciato ricordo nel classico poema, dove canta
le glorie della sua patria innanzi all'istesso sovrano, cui dirige il
discorso[84]. Procedevano a remo sul fiume otto galèe, prescelte tra le
meno guaste, colle armi in mostra, e le bandiere nemiche in forma di
trofeo: seguivano appresso i barconi del ponte disfatto, tutti pieni di
prigionieri disarmati, e attorno fuste e brigantini di guardia colle
milizie vittoriose. Il duca Alfonso vestito di tutt'arme, e sopravi lo
strascico della clamide sovrana, sfoggiava dalla poppa della galèa dei
Marcelli; e il cardinale Ippolito modestamente sopra una barchetta
ordinaria, senza intromettersi negli onori della vittoria, dimostrava
coi fatti di cederla tutta al fratello. Le trombe squillavano marziali
armonie, e l'artiglieria rinforzava il concerto della pubblica esultanza
vivamente espressa dalle altissime acclamazioni dei popoli accalcati
sulle due ripe, o concorrenti appresso ai vincitori sopra burchi, scafe,
gondole, battelli, lancioni, caicchi, sandali, schifi, in somma sopra
palischermi d'ogni maniera.
Ritorno volontieri alla voce Palischermo, perchè mi credo onorato di
parlare e di scrivere la lingua di Dante e di Colombo, anzichè accattare
stranezze dalla Senna e dall'Ebro. I documenti del secolo decimoterzo, i
classici, i giurisperiti, i viaggiatori, l'Ariosto, il Pulci, il Botta,
il Carena, tutti ripetono Palischermo: tanto che se v'ha nella lingua
d'Italia tecnico vocabolo di marineria da ogni uomo ricevuto, gli è
proprio desso. Bel termine e vivo nella nostra lingua soltanto; la quale
ci conserva, specialmente nelle cose del mare, le originali tradizioni
dei Pelasghi. Secondo le radici arcaiche esprime la pluralità degli
scalmi (πολύς σχαλμός); e secondo le italiche esprime pala e
scalmo, cioè remo e caviglia. In somma risponde al supremo concetto di
genere universale, tanto necessario nel discorso ordinato e diffinitivo:
e comprende con una sola voce ogni maniera di piccoli legni assegnati
principalmente a camminare coi remi, e a non dilungarsi troppo dal lido
o dai navili grandi, pel servigio dei quali sono fatti e condotti. Sotto
questo supremo genere entrano i subalterni, come dire palischermi
marini, lacustri, e fluviali; e le diverse specie da caccia, da pesca,
da lavori idraulici; e le diverse qualità di lusso, di salvamento, di
milizia, con tutti i loro nomi particolari e distinti, come altrove ho
notato, perchè si vegga la ricchezza e proprietà della marinaresca
nomenclatura italiana, onde siam francati dalla miseria e dalla vergogna
di accattare altrove[85]. Mi hanno risposto dicendo, che oggidì i
marinari non costumano più la voce Palischermo; e in vece usano dire
_Imbarcazione_. Grammercè di tali novelle, Signore, chiunque tu sii
ostinato a stravolgere le voci con manifesto neologismo, e servile
imitazione straniera, in senso non mai conosciuto dai nostri scrittori
accreditati. Fa senno, vieni alla prova, rimetti in onore i termini
nostrani; e presto presto vedrai i marinari averli più cari e ripeterli
meglio che non le stranezze puntellate dall'abuso. Tutti sanno
facilmente acconciarsi al bene, anche nel parlare: e gli stessi marinari
ne forniscono luminosa prova, dismessa alla buon'ora tutta una congerie
di vociacce, come tutti sappiamo. Essi han lasciato in specie il barbaro
_Canotto_; tu in genere di' altrettanto della stravolta _Imbarcazione_,
e vivi contento[86].
NOTE:
[82] Cap. ANGELO ANGELUCCI, _Documenti inediti per servire alla storia
delle armi da fuoco italiane_, in-8. Torino, 1869, p. 278.
[83] CŒLIUS CALCAGNINUS, _Comment. de venetæ classis expugnatione_,
in-fol. Basilea, 1544, p. 484.
BELCAIRUS, _Comment._, lib. XI, in-fol. Lione, 1625, p. 332.
BEMBUS cit., lib. IX, prop. fin.
GUICCIARDINI cit., lib. VIII.
PAOLO GIOVIO, _Vita di Alfonso da Este_, in-12. Venezia, 1597, p. 25.
[84] LODOVICO ARIOSTO, _Orlando furioso_, XL, 2:
«_Ebbe lungo spettacolo il fedele_
_Vostro popol la notte e il dì che stette,_
_Come in teatro, le inimiche vele_
_Mirando in Po tra ferro e fuoco astrette:_
_Che gridi udir si possono e querele,_
_Ch'onde veder di umano sangue infette,_
_Per quanti modi in tal pugna si mora_
_Vedeste, e a molti dimostraste allora._
«_Nol vidi io già, ch'ero sei giorni innanti,_
_Mutando ogni ora altre vetture, corso_
_Con molta fretta e molta ai piedi santi_
_Del gran Pastore a domandar soccorso._
_Poi nè cavalli bisognâr nè fanti,_
_Ch'in tanto al leon d'or l'artiglio e il morso_
_Fu da voi rotto, sì che più molesto_
_Non l'ho sentito da quel giorno a questo._
«_Ma Alfonsin Trotti, il qual si trovò al fatto,_
_Annibale e Pier Moro, e Ascanio, e Alberto,_
_E tre Arïosti, e il Bagno, e il Zerbinatto,_
_Tanto me ne contâr ch'io ne fui certo._
_Me ne chiarîr poi le bandiere affatto,_
_Vistone al tempio in gran numero offerto;_
_E quindici galèe che a queste rive_
_Con mille legni star vidi captive._»
[85] P.A.G., _Medio èvo_, II, 347.
[20 febbrajo 1510.]
VIII. — Per la giornata di Ferrara (nella quale di poco o di nulla
s'intromise) crebbe tanto la riputazione di Giulio, che i Veneziani
deliberarono volersi a ogni patto e subito pacificare con lui. Egli
altresì da sua parte, chè in fondo non amava l'intramessa degli
stranieri nelle cose d'Italia, e non voleva il totale abbassamento di
quei Signori, volentieri dètte orecchio alle proposte; le quali
immantinente tennero occupati i negoziatori dell'una e dell'altra parte:
tanto che un mese dopo la battaglia tutto era fatto. Il Pontefice
riceveva nella sua grazia i Veneziani, questi restituivano le città di
Romagna, e insieme pubblicavano i capitoli della loro concordia. Ne'
quali capitoli Giulio, tenendo conto di ciò che doveva aver promesso
agli Anconitani, cavava fuori solenne dichiarazione, sommamente
importante alla storia marinaresca, onde a gran trionfo della giustizia,
anche per mutuo consenso delle parti, finalmente era riconosciuta la
libertà del mare. Questo accordo, come troncò il corso a tante miserie e
a tante guerre, così sia di compimento al largo discorso che ne ho fatto
nella mia storia del Medio èvo; e venga qui volgarizzato alla lettera,
dall'originale latino. Nojoso documento nella forma, nel contesto e
nelle continue minutissime riprese, impugnazioni e riserve: dalle quali
tuttavia ciascuno può meglio comprendere le cavillazioni con che tale
libertà era impugnata a discapito pubblico, specialmente delle città
marittime della Marca e della Romagna. Eccone il tenore[87]:
«Capitolo decimo. Similmente gli Oratori veneti a nome del Doge e del
Senato, come sopra, hanno promesso e si sono obbligati per tutto il
tempo futuro in perpetuo di non impedire mai più nè frastornare
direttamente o indirettamente, sotto qualunque pretesto o ragione, i
sudditi tutti e singoli immediatamente soggetti della santa romana
Chiesa, o vero delle città, castella, terre e luoghi di ogni
denominazione della stessa romana Chiesa, insieme coi loro cittadini,
abitatori, e popoli: similmente dicono di non impedire i sudditi
mediatamente soggetti alla medesima Chiesa che tengono città, castella e
luoghi d'ogni maniera in feudo o in vicariato, insieme coi loro
vassalli, cittadini, contadini, abitatori e popoli delle già dette
città, terre, castelli e luoghi, tanto della Marca d'Ancona, che della
Romagna, compresa eziandio la città di Ferrara col suo territorio e
distretto, così che le persone di tutti i predetti luoghi, e i navigli
d'ogni maniera, e le merci d'ogni specie possano navigare liberamente,
speditamente, e senza niuna gabella, pedaggio, imposizione, spesa,
estorsione, esigenza, o pagamento; ma in quella vece al tutto franchi
possano andare per acqua in qualsivoglia parte così dell'Adriatico, come
di ogni altro mare, e per le acque dolci. Anzi più gli Oratori veneti,
come sopra, hanno promesso di lasciar sempre a tutti i predetti la
navigazione libera, senza mai mettere impedimento alle persone, alle
merci, alle sostanze in niun modo nè sotto alcun colore o causa, nè
anche sotto il pretesto della guardia e custodia del mare, alla quale
(in quanto si oppone alle predette promesse) hanno specialmente ed
espressamente rinunciato; nè pure sotto pretesto di visitare le merci, o
di rivedere i registri e le scritture in qualunque modo esistenti nei
predetti navigli o presso gli stessi naviganti, ancorchè si allegasse il
sospetto che le merci, le sostanze e ogni altra cosa espressa avanti
potesse appartenere in tutto o in parte ad altre persone che non fossero
soggette al Pontefice romano.»
Tante parole per togliere gli abusi, per troncare le dispute, e per
stabilire il gran teorema della libertà del mare[88]!
NOTE:
[86] ARIOSTO, I cinque canti che seguono il _Furioso_, IV, 18:
«_Gittar fa in acqua i palischermi; e gente_
_A salutar lo manda umanamente._»
[87] JULII PP. II, _Capitula et conventiones cum illustri dominio
Venetorum sub die XX februarii_ MDX. in-4. Roma, 1510. — Foglio volante
alla Biblioteca Casanat. Miscell. in-4, volume 216.
JULII PP. II, _Capitula et conventiones in tractatu inscripto. Copia
capitulorum factorum de anno MDX inter S. D. N. Julium secundum et
Dominium Venetorum._ — Mss. Casanat., X, IV, 47, p. 160.
RAYNALDUS, _Ann._, 1510, n. 2 et segg.
SENAREGA, S. R. I., XXIV, 601, e.
BELCAIRUS cit., 329.
GUICCIARDINI cit., 567.
[Maggio 1510.]
IX. — In quella che papa Giulio si pacificava coi Veneziani, rompevasi
coi Francesi e co' Tedeschi; non essendosi costoro collegati con lui,
come ho detto, se non per togliere alla Repubblica ogni possedimento di
terraferma, e per allargare ciascuno le sue fimbrie in Italia: quindi nè
gli uni nè gli altri potevano adesso patire di vedere in qualche modo
assicurato il dominio veneto all'ombra e sotto la protezione della
possanza papale. I quali umori, ingrossati da altre non meno torbide
sorgenti, quest'anno medesimo ruppero in aperte ostilità, volsero a
rovescio lo scacchiero, e presto furono veduti gli alleati di Giulio
pigliare l'armi contro di lui.
In questo secondo periodo della guerra si rialzò la fortuna di Venezia:
i popoli di terraferma, stanchi dell'insolenza straniera, richiamarono
san Marco; e le milizie papali, condotte dal celebre Francesco Maria
della Rovere duca d'Urbino e nipote di Giulio, insieme con Marcantonio
Colonna, antenato del Trionfatore, congiuntesi alle milizie veneziane
capitanate dal notissimo Lorenzo Orsini, detto comunemente dai soldati,
per ragione del feudo, Renzo da Ceri, affrontarono le schiere di Francia
guidate da Carlo d'Amboisa e da Giangiacopo Trivulzio. I Papalini
espugnarono per ingegno di Bramante la Mirandola, i Veneziani toccarono
sul Po qualche altro rovescio, e più cose notevoli successero, secondo
la grandezza dei prodi capitani che ho qui avanti nominati. Ma tutto
questo, come negozio dal mio divisamento troppo lontano, metto da parte;
dovendomi rivolgere al mare insieme coll'armata verso Genova.
Era la città di Genova da lungo tempo in gran turbamento per civili
discordie, ora commosse dai popolani contro i nobili, ora dagli stessi
nobili tra loro divisi; i quali tutti per sostenersi gli uni contro gli
altri avean perduto insieme la libertà, chiamando padroni di fuori.
Prima si eran posti all'obbedienza del duca di Milano, poi del re di
Francia: ed avendo Lodovico XII per questi tempi in dominio anche il
maggior ducato di Lombardia, si trovavano i Genovesi aggiogati insieme
all'istesso carro di Parigi e di Milano. Ora sembrando dalla parte di
terra troppo ristrette le ostilità contro i Francesi, Giulio papa ligure
divisò portar loro la guerra anche sul mare; non solo per diversione, ma
più colla speranza di prosciogliere la sua patria dal giogo straniero.
Laonde spinse dalla Macra alla Spezia Marcantonio Colonna con grosso
nervo di fanti e di cavalli; e chiamò da Varese un corpo di quasi
diecimila Svizzeri, perchè urtando alle spalle i Francesi dalla parte di
Milano, corressero difilati a congiungersi al Colonna sotto Genova.
NOTE:
[88] P. A. G., _La marina del medio èvo_. Le Monnier, 1871, I, 446, 451,
453, 458, 462, 463; II, 398.
[Luglio 1510.]
X. — Principalissimo fondamento per ottenere il fine aveva ad essere
l'armata navale dal capitan da Biassa allestita nel porto di
Civitavecchia, intorno alla quale si raccoglievano le migliori milizie
di Roma, e quasi tutti i fuorusciti genovesi con Ottaviano e Giano
Fregosi, con Girolamo e Niccolò Doria, ed altrettali uomini di quella
potenza e seguito che tutti sanno. Costoro montavano tutti insieme sopra
le sei galèe di papa Giulio; e appresso ne traevano undici di Venezia
sotto il governo di Girolamo Contarini, sopracchiamato il Grillo[89].
Qui adesso mi si offrono diversi successi, e belli esempi di tattica
navale, tutti del caso nostro, che narrerò con quei particolari che ci
han conservato le scritture dei contemporanei.
Il Biassa a prima giunta occupò Chiavari, Rapallo, e Sestri che sono le
migliori città e terre della Liguria orientale; poi condusse l'armata
innanzi al porto di Genova, promettendosi che i partigiani di dentro
farebbero rumore, secondo la consueta lusinga dei fuorusciti. Ma in
quella vece cupo silenzio nell'interno della città, e gente desta alle
difese e alle batterie intorno alle mura era a vedere; perchè al primo
annunzio degli armamenti di Civitavecchia, i Francesi ed i loro
partigiani (come poi si seppe) avevano introdotte molte milizie, ed
altre continuamente ne chiamavano di Lombardia, e gran gente dalla
riviera occidentale. Oltracciò era entrato nel porto Piergianni,
cavalier di Rodi e capitano del re con sei galèe, e sei di quelle grosse
navi che, per lo più usate nel traffico, prima dai Genovesi, poi dagli
Spagnoli e Portoghesi, chiamavansi Caracche[90]. La voce deriva dal
Càrabo dei Pelasghi: e rimenata dai nostri cronisti antichi, trapassa
nel diminutivo a Caravella[91]. Con questi presidî, imbrigliata la città
contro ogni movimento interno, non restava agli assalitori altro partito
se non bloccarla dalla parte del mare ed affamarla: chè essendo in luogo
sterile, e difficile a ricevere altronde che dal mare le vittuaglie,
contavano trenta giorni di blocco per costringere la piazza alla resa.
Perciò il Biassa, praticissimo di quella riviera, persuase al Grillo di
mettersi seco alla guardia presso il porto dal lato orientale in un
senetto, chiamato allora la Fossa di Villamarina, dove era buon
sorgitore, riparato dalle tempeste e dai nemici per un lungo ed ampio
scanno di bassi quasi a fior d'acqua, innanzi al quale dovevano
necessariamente frangere le onde, e dovevano arrestarsi i navigli
vegnenti dal largo. Dunque le sei galèe di Roma e le undici di Venezia
entrarono in quella insenata dalla banda di levante, dieron fondo,
posero le vedette sui monti, e si tennero presti a uscir fuori per
ghermire qualunque naviglio si fosse voluto avvicinare al porto. Questa
stallìa non saprei dire con qual nome sia oggidì espressa dai Genovesi;
nè posso dalla mia memoria, nè dalle relazioni degli amici dedurre la
permanenza del seno e del banco[92]: ma rispetto al fatto che narro non
è possibile nè a me ne ad altri il dubitare, perchè espressamente
descritto da quel gran capitano e sommo tattico del suo tempo, nipote di
papa Giulio, che aveva mano in queste faccende e ne sapeva tutto il filo
e tutti i punti; dico di Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, dal
quale ricavo le qualità e i nomi dei luoghi, come stavano allora[93].
NOTE:
[89] BIZARUS cit., lib. XVIII, p. 428.
BEMBUS cit., lib. X, p. 376.
GUICCIARDINI cit., lib. IX, p. 590.
BELCAIRUS cit., lib. XII, p. 343.
[90] ARIOSTO, _Orlando furioso_, XVIII, 35:
«_E quivi una Caracca ritrovâro,_
_Che per Ponente mercanzie raguna:_
_Per loro e pe' cavalli s'accordâro_
_Con un vecchio padron ch'era da Luna._»
[91] CAFFARO, _La Cronichetta di Gerusalemme_, p. 37 e più volte negli
_Annali_, ediz. del Pertz; ed indice del medesimo che scrive talvolta
_Gorabus_. — Noto il passaggio della _Bi_ in _Vu_.
ISIDORUS, XIX, i, fin. citato dal FORCELLINO; _Carabus_, _i_, m. e i
Greci Κάραβος, ου, ό: «_Navigii genus._»
BARTOLOMMEO CRESCENTIO, _La nautica mediterranea_, in-4. Roma, 1602, p.
526: «_I Greci di oggi chiamano alla nave Caravi._» Dunque dal Pelasgo,
comune ai Greci e ai Latini, _Carabo_; indi _Caracca_, e il diminutivo
_Caravella_, senza bisogno di aspettare col chiarissimo AMARI gli Arabi
in Sicilia, I, 302, che singhiozzando ci dicano _Karra-ka_ per nave
incendiaria, fuor di proposito.
BOSIO cit., III, 7, 22, 25, 88, 99, 108. Parla della nuova e della
vecchia Caracca di Rodi, la prima delle quali costruita a Nizza.
[92] CARTA di Genova e suoi contorni. Superba incisione in-fol. massimo
alla Bibl. Casanat. Q. I, 4, in CC. (Niuno indizio di questa posizione).
CARTA idrografica della Liguria per gli ufficiali e piloti della marina
sotto la direzione del viceammiraglio cav. Giuseppe Albini. Incisa nello
stabilimento di Niccolò Armanno, gran fol. Genova, 1854. — (Mette un
seno dietro lo scoglio della Campana, ma non al caso nostro, perchè
troppo vicino e soggetto alla piazza, e di poco o niun fondo. I Genovesi
da me interrogati non conoscono questo seno, nè il nome di Villamarina.)
[93] FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, _Discorsi militari_, in-12. Ferrara,
1583, p. 30: «_Come fece Piergianni francese poco lontano da Genova
verso levante ad un luogo chiamato la Fossa di Villamarino con misier
Hieronimo Contarino detto Grillo, il quale haveva diciassette galèe,
undici venetiane et sei di Papa Giulio, il quale era stato in spiaggia
aperta, con uno scagno però dinanzi coperto d acqua che lo faceva sicuro
dalle barze, et voleva assediar Genova._»
XI. — Se non che il capitano Piergianni coi Genovesi del suo partito,
non volendo perdere la città, nè lasciarsi bloccare, uscì fuori alla
testa delle sei galèe e delle sei caracche, risoluto di sloggiare il
Biassa dalla formidabile posizione e levare sè stesso di angustia. E
sapendo egli pure dello scanno e degli ostacoli al suo procedimento,
tenne questo modo. Innanzi alle caracche pose le galèe per rimburchio, e
innanzi alle galèe mandò le sei barche maggiori per attacco; ciascuna
barca con un pezzo da trenta sulla prua: caracche, galèe, e barche a sei
righe, in tre file, tutte legate tra loro con lunghissimi gherlini
intugliati, tanto che ogni legno potesse condurre, ed essere a un
bisogno condotto dagli altri[94]. Ciò fatto Liguri e Francesi sulle
barche con buon remeggio e il piombino alla mano, si accostarono fin
quasi sullo scanno, e aprirono il fuoco co' sei pezzi da trenta contro
il gruppo delle galèe ormeggiate, facendo loro gran danno, specialmente
nei posticci e nel palamento.
Non mica che il Grillo e il Biassa e quegli altri caporioni stessero
colle mani alla cintola, che anzi rispondevano a cannonate furiosamente.
Ma presto si avvidero che per essere le barche piccoli legni, e sempre
in moto sul mare, difficilmente si poteva offenderli. Provaronsi allora
ad uscir fuori per fianco: ma le caracche a cavaliere sul callone
dell'acqua piena, tempestando con lunghe colubrine e con doppi cannoni
da cento libbre di palla, vittoriosamente difendevano le barche: nè a
petto di quella grossa artiglieria potevano contrastare le galere nostre
uscendo ad una ad una coi corsieri comuni da cinquanta[95]. In somma il
Grillo e il Biassa dovettero filare costa costa per tirarsi fuori dal
pozzo; e dovettero tornare indietro senza conchiudere nulla, anzi
afflitti da molti danni. Il capitano di Francia assai rispettosamente
seguilli alla coda. Toccaron gli uni e gli altri all'Elba: il Biassa a
Lungone, Piergianni al Ferrajo. Poi dalla punta diforana dell'Argentaro
questi rese il bordo verso Genova, e gli altri continuando la bordata
ripararono nel porto di Civitavecchia[96].
Quando udirai contar maraviglie dell'arte moderna, mettiti in guardia: e
senza misconoscere i miglioramenti che a grado a grado si svolgono,
ripensa al passato, cercane le notizie, e troverai sempre più che
comunemente non pensano i prosuntuosi del tempo presente. Le Piramidi,
il Colossèo, il Partenone, il Panteon non si fanno più; e le opere
d'arte degli Etruschi e dei Greci si studiano ancora. Ma senza andar
tanto lungi, eccoti nel principio del cinquecento dalla parte di
Piergianni e de' Genovesi tali palischermi che efficacemente entravano
in lizza con pezzi da trenta, cioè di quell'istesso calibro, del quale
si compone l'armamento ordinario nelle batterie dei vascelli a tre ponti
che ancora restano negli arsenali d'Inghilterra e di Francia. Pensa
altresì la grandezza e forza delle caracche che issavano a bordo que'
cotali palischermi, e metteanli in coverta presso a cannoni doppi da
cento libbre di palla in ferro, di che dirò a parte qui appresso.
Intanto vedi artifizio nella distribuzione delle forze sopra tre linee,
secondo la pescagione dei legni, per accostarli sicuramente al
bersaglio; e vedi teoria di convergenza e di unione per mezzo di quei
cánapi che tenevano diciotto navigli di specie diversa in un sol corpo
atto a offendere alla testa e alla coda; ed a resistere compatto da sè;
e a portar soccorso in ogni membro quantunque lontano, secondo gli
eventi. Vedi pur quei gherlini distesi tra le file a grande distanza, i
quali impedivano ancora al nemico l'entrar di mezzo e il tagliar fuori
una partita dall'altra: sistema di legami che in alcuna circostanza
potrebbe tornare con molto vantaggio anche adesso.
Dalla parte del Grillo e del Biassa possiamo notare la scelta di
eccellente posizione pel blocco: vicino alla città, rimpetto alla bocca
del porto, dietro allo scanno, al riparo delle tempeste del mare e degli
insulti dei grossi navigli. Ciò non pertanto tornarono colla peggio, e
ciò per due precipui difetti. Primo, perchè nella insenata falliva loro
il maggiore requisito di stazione militare, ciò è dire lo spazio
sufficiente da uscir fuori in ordine di battaglia. Secondo, perchè
accettarono il combattimento fermi sull'àncora, non curando i vantaggi
che naturalmente secondano l'impeto dell'assalitore, e gli mettono quasi
la metà della vittoria nelle mani. Dovevano uscir subito al largo, e non
fidare troppo nei ripari, e nella inerzia della massa immobile. Chi sta
sciolto e libero può andare dove e quando vuole, e da quella parte e in
quel modo che più gli talenta confondere l'avversario accoccolato e
poltro.
NOTE:
[94] DELLA ROVERE cit., 30, b: «_Le barche haveano una corda che
giungeva fino alle caracche; et quando havevano tirato, quelli delle
caracche tiravano a sè la barca, et havea tempo di cargar il pezzo._»
[95] DELLA ROVERE cit., 30: _«Piergianni andò a trovar Grillo.... et
armò le barze delle caracche, et poseli sopra sei cannoni da trenta
l'uno.... et li cannoni di cinquanta delle galere non tiravano quanto le
colobrine et cannoni da cento delle caracche.»_
[96] BEMBO cit., 394.
MOCENIGO cit., 63.
GIUSTINIANI cit., 266, 267.
SENAREGA, _S. R. I._, XXIV, 602, 605.
XII. — Ora non posso passarmi dei progressi dell'artiglieria, per quel
che ne dice a proposito di questi fatti marinareschi il nostro autore.
Parlando del Biassa, del Grillo e di Piergianni egli distingue cannoni
da trenta, da cinquanta, e da cento; e indica il calibro ragguagliato al
peso della palla di ferro. Dunque non più bombarde o bombardelle,
secondo ciò che ho detto nel Medioèvo. Veniamo al cannone.
In principio il cannone era la parte posteriore della bombarda, dove si
metteva la polvere e il coccone: poscia allungato diveniva artiglieria
compiuta, e manteneva il nome di Pezzo. Se ne facevano dei grandi e dei
piccoli d'ogni maniera, e li chiamavano basilischi, aspidi, dragoni,
sagri, falconi: nomi spaventevoli di uccelli rapaci, di bestie
imaginarie, di mostri favolosi. In somma più che trenta tra specie e
varietà che ricordo qui in ordine di grandezza: basilisco, dragone,
possavolante, serpentino, colubrina, cacciacornacchi, aspido, girifalco,
sagro, pernice, pellicano, sagretto, falcone, falconetto, smeriglio,
ribadocchino, cerbottana, saltamartino: oltracciò le artiglierie di
canna corta; cioè bastardi, rebuffi, crepanti, veratti, aquile, mojane,
cortane, vugleri, tarabusti; e le molte varietà denominate dagli uffici
speciali, onde dicevansi spacciafossi, spazzacampagne, traditori,
trabucchi, redèni, forlini, e più altri nomi che uscivano dall'arbitrio
dei fonditori, e dei capitani, come ne dice per questi tempi
l'Ariosto[97].
Arrogi il composto di ciascuna di queste forme coll'altra; e più le
artiglierie di molte canne unite insieme, che chiamavano organi: pezzi
fusi con due o tre anime, o con più camere giranti attorno a una tromba
sola per moltiplicare i colpi, e si dicevano cannoni composti o
compagni; di che abbiamo i disegni nel Valturio di Rimini, e nelle
cartelle di Leonardo all'Ambrosiana; e abbiamo i campioni nei musei di
Europa. Tra i quali niuno ch'io sappia novera un vecchio cannone da
ventiquattro che ho veduto all'arsenale di Tophanè in Costantinopoli, di
tromba aperta ad entrambe le estremità, e alla culatta una gran ruota
massiccia e girante dietro la tromba, in guisa da presentarle
successivamente dodici incamerature cavate nell'istesso massiccio della
gran ruota, capaci di altrettante cariche, e però di dodici colpi in
punto.
Intanto le arti belle, già risorte, piaceansi adornare di nobili disegni
le terribili bocche da fuoco: fiori, fogliami, festoni, corone, delfini,
figure d'uomini e di animali, stemmi e imprese di squisito lavoro si
spiegano e s'intrecciano sulle maniglie, sulle gioje, sulle fascie, e
sui bottoni de' pezzi; tanto da renderli preziosi anche come monumenti
delle arti del disegno, e degni di stare nei musei allato alle statue e
alle sculture.
Appresso il criterio filosofico si applica, a toglier via la confusione,
i ghiribizzi, e l'arbitrio; e forma ordinatamente sopra norme stabili i
generi e le specie. Primo genere il cannon prototipo, lungo venti bocche
a palla di ferro da libbre cinquanta; e gli si dà l'aggiunto di Cannone
intiero, ordinario, comune: tutti gli altri a un bel circa multipli o
summultipli del primo. Onde cannon doppio da cento, mezzocannone da
ventiquattro, quarto cannone da dodici, ottavo cannone da sei. Neglette
le piccole differenze, come si usa delle frazioni.
Secondo genere i cannoni di canna lunga, che pigliano nome di Colubrine:
e tra queste l'ordinaria o comune di trentadue bocche, traente palla da
libbre trentadue. Indi coi multipli la doppia da sessantaquattro, la
mezza da sedici, la terza da dieci, e la quarta da otto; senza contare
le straordinarie di bocche quaranta, e le bastarde di ventisei.
Terzo genere i cannoni di canna corta, da due a otto bocche, che
pigliano nome di mortaj e di petrieri per scaraventare palle cariche,
carcasse, scaglie, ferracci, e catene.
Le specie subalterne e le varietà traevano dalle forme e condizioni
accessorie, e le esprimevano con aggiunti diversi: onde cannoni
colubrinati o serpentini dicevano i più lunghi di canna al di sopra
delle venti bocche in calibro di misura. Gli altri dicevano bastardi,
sottili, rinforzati, poveri o ricchi di metallo, reali, seguenti,
incamerati, lisci o rigati. Davano altresì aggiunti diversi secondo
l'ufficio: e nomavano cannoni da campo che ora diciamo da campagna;
cannoni da batteria, che ora diciamo da breccia; e cannoni da muro, che
ora diciamo da piazza e costa.
Questo valga per chiarire tutta insieme la nuova nomenclatura che mano
mano ci verrà innanzi nella storia e nei documenti, secondo il metodo
fin qui tenuto. Penso di spiegare da me le ragioni del mio racconto, e
di scusare le altrui postille. Penso a Tito Livio (mi si perdoni
l'altezza del paragone) che se avesse creduti necessarî i discorsi degli
altri sopra le sue _Deche_, egli avrebbe fatti da se i commentarî; e
certamente meglio, rispetto alle sue intenzioni.
NOTE:
[97] LODOVICO ARIOSTO, _Orlando furioso_, XI, 24:
«_E qual bombarda e qual nomina scoppio,_
_Qual semplice cannon, qual cannon doppio._
«_Qual sagro, qual falcon, qual colubrina_
_Sento nomar, come al suo autor più aggrada,_
_Che il ferro spezza e i marmi apre e ruina_
_E ovunqe passa si fa dar la strada._»
[Agosto 1510.]
XIII. — Intanto il capitano di Roma e quel di Venezia, rimenando indietro
Marcantonio Colonna, i due Fregosi, i due Doria e gli altri, venivano in
Roma con lieta faccia accolti da Giulio, il quale volle averli tutti
insieme alla mensa, e farli partecipi de' suoi disegni; dimostrando loro
come senza perdersi d'animo fermato aveva di ripigliar subito subito e
con maggior gagliardìa quella impresa medesima. Imperocchè niente
avvilito, anzi più ardente e sdegnoso per la repulsa, armava anche esso
in Civitavecchia cinque caracche e una galeazza da contrapporre alle
nemiche di alto bordo; e faceva racconciare le galèe, e scriveva soldati
per opera di Francesco Ghiberti, allora chierico di Camera e commissario
dell'armata. In somma a mezzo agosto chiamò tutti alla mostra sulla foce
del Tevere, dove esso stesso montato sul suo bucintoro volle
personalmente rassegnar le caracche ad una ad una, e poi la galeazza, e
appresso nove galere del Biassa, e diciassette di Venezia. Indi per
dimostrazione di contentezza fece distribuire alle genti in donativo
straordinario sedici botti di vino, trentadue buoi, settantaquattro
montoni, e pan fresco in buon dato. Finalmente imbarcatosi sulla
capitana del Biassa al centro di tutto lo squadrone romano e veneziano,
colle navi grosse appresso, navigò sino all'altura di Civitavecchia[98].
Di là licenziò l'armata con molti augurii all'impresa di Genova, verso
la quale al tempo stesso scendevano dall'Appennino le fanterie del
Sassatelli, spintevi in fretta da Bologna: ed esso, venuto in terra,
montava a cavallo dirigendosi verso Viterbo, ed oltre per Bologna e pel
campo, dove si combatteva ugualmente contro i Francesi, e si preparava
l'espugnazione della Mirandola[99].
[Sett. 1510.]
Altresì i ministri di Francia, consapevoli dei movimenti che da terra
che da mare facevano i Papalini e i Veneziani, non lasciavano cosa
alcuna opportuna alla difesa per mare e per terra. E già Piergianni
colle sue caracche e colle galèe de' Genovesi era uscito al confine
incontro ai vegnenti, aspettandoli nelle acque di Portovenere. Le due
armate si incontrarono sotto vela con venti maneggevoli, e presero
subito a combattere da lungi con grande strepito di cannonate: ma sempre
da lungi, perchè si temevano a vicenda, nè l'uno ardiva investire
l'altro. Anzi il Biassa e il Grillo avevano fermo di non avventurarsi a
battaglia di esito incerto, per non perdere il frutto che speravano più
facilmente conseguire dalle pratiche dentro alla città. Perciò
continuarono la rotta sempre innanzi, e sempre sparando dalla destra
contro Piergianni che seguiva costeggiando verso terra, e continuamente
rispondeva dalla banda sinistra, tanto, che giunsero insieme alla vista
di Genova. Colà il Biassa principalmente voleva dimostrare la costanza
nella impresa, e far sentire a quel popolo lo strepito delle
artiglierie, e riscuoterlo, e dargli a vedere qualche tratto di bravura.
A un suo cenno Giano Fregosi, il più caldo dei fuorusciti, con una
saettìa di gran remeggio e piena di gente scorse due volte innanzi alla
città, fecesi sempre più presso al porto, e col suo ardire costrinse i
nemici a crescergli la fiducia di entrarvi dentro. E in sul fatto
cacciovvisi di mezzo, correndo lunghesso il molo e tentando a gran voce
gli animi dei Genovesi; finchè preso di mira dai castelli tra un nembo
di fuoco e di ferro, assicurato nondimeno dalla velocità del suo legno,
potè ritirarsi senza danno. Allora soltanto il Biassa virò di bordo, e
volse verso Civitavecchia senza che il nemico osasse più
molestarlo[100].
[Ottobre 1510.]
Piegando oramai la stagione al verno, i Veneziani presero congedo, e ne
andarono afflitti dalle tempeste per l'Adriatico, dopo perdute cinque
galèe nello stretto di Messina. Ma Giulio e il Biassa restarono tanto
minacciosi, e dieron sì lungamente da fare ai Francesi, e tanta parte
del loro fuoco posero in petto ai partigiani, che finalmente ai venti di
giugno del 1512 i Genovesi levato il rumore, e cacciato il presidio
straniero, ripigliarono le forme consuete del loro governo, e chiamarono
Giano Fregosi doge della patria.
NOTE:
[98] FOLIETTA cit., ap. BURMANN, I, 1, 707.
BIZARUS cit, lib. XVIII, 427, 430.
BELCAIRUS cit., lib. XII, 343.
GUICCIARDINI cit., lib. IX, 598.
P. A. G., _Medio èvo_, II, 467.
[99] PARIS DE GRASSIS cit.: _«Die XVIII octobris in festa s. Lucæ, MDX.
Ad meas sacras cæremonias numquam pertinere videtur bellorum hostilium
apparatus.... verum affectus patriæ.... me cogit ut aliquid de iis
tantum quæ ad rem Pontificis faciunt dicam.... Die prima mensis
septembris SSmus D. N. cum apud Faliscos ageret, ex causis novis animum
ejus moventibus.... Statuit versus Bononiam proficisci, et eadem die
incœpit iter suum.... Die jovis nona januarii MDXI SSmus ex Bononia
recessit profecturus ad exercitum militiæ suæ,intellecturus causam
quare.... non procederent contra Gallos, et ad expugnationem Mirandulæ
et Ferrariæ.... et licet ab omnibus et universis tam Patribus et
Prælatis de Curia, quam etiam Bononiensibus, profectio ipsa
damnaretur.... Tamen ipse, omnibus prædictis non obstantibus.... statuit
proficisci.»_
[15 settembre 1511.]
XIV. — Ora ripigliando l'argomento principale e la difesa della spiaggia
romana contro i pirati, passiamo a considerare i fatti di papa Giulio
anche intorno a questa necessità sempre crescente nel suo tempo. Tutto
inteso a mantenere l'alleanza dei Veneziani, e la fiducia dei Genovesi,
non licenziò le galèe già costruite in Ancona, nè le altre trovate in
Civitavecchia; anzi aggiunsevi più due galèe e due brigantini in
isquadra specialmente deputata alla guardia del Tirreno con certi
capitoli che gli rendevano facile la duplicazione del numero e lieve la
spesa. I quattro legni dovevano formare squadra permanente in arme per
la guardia delle marine, senza escludere i legni maggiori, tenuti di
riserva al bisogno straordinario, come si usa anche adesso. Pei meriti
del capitan Baldassarre chiamò a questo speciale servigio Giovanni suo
figlio, il quale, tuttochè giovane, godeva riputazione di esperto e
valoroso marino. Il tenore delle convenzioni risulta dall'istrumento
della condotta, che ora pubblico nel nostro volgare col testo originale
a fronte, come fo sempre che mi si offrono documenti importanti ed
inediti[101].
«Capitoli del Capitano delle galèe. In nome di Dio, così sia. — Anno
mille cinquecento undici, indizione decimaquarta, giorno quindici di
settembre, e del pontificato del santissimo in Cristo padre e signor
nostro Giulio per divina provvidenza papa secondo, anno ottavo. A tutti
sia manifesto e palese pel presente istrumento pubblico che
gl'infrascritti sono patti, convenzioni e capitoli, fatti, fermati,
contratti e stabiliti, tra il reverendo padre e signore Lorenzo Fieschi,
vescovo Ascolano, vicecamerlengo, nella reverenda Camera apostolica
luogotenente del reverendissimo signor cardinale di san Giorgio,
Raffaele vescovo Ostiense, camerlengo; coll'intervento presenza e
volontà dei reverendi padri P. Orlandi, vescovo eletto di Mazara e
tesorier generale di nostro Signore; e più Ferdinando Ponzetti, decano
dei seguenti chierici di Camera, cioè dire Filippo di Siena
protonotario, Lorenzo Pinzi datario, Francesco Armellini, e Giovanni
Botonti da Viterbo, insieme nel luogo dell'udienza congregati, e sugli
interessi della Camera consultanti e deliberanti in nome e vece del
prefato santissimo Padre e della sua Camera, per ordine speciale
dell'istesso nostro Signore, espresso coll'oracolo della viva voce
intorno a questo contratto: stando essi tutti i predetti da una parte,
ed il signor Giovanni da Biassa dall'altra parte, ciascuno per sè stesso
agente stipulante e capitolante intorno e sopra la guardia del mare e
della spiaggia romana e per solenne contratto convenuti nei singoli
capitoli che seguono, cioè:
«1. Il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e luogotenente, per
volontà consenso e nome, come sopra, ha condotto il prefato signor
Giovanni da Biassa alla guardia di tutta la spiaggia romana, da
Terracina a monte Argentaro, con due galèe ciascuna di venticinque
banchi, e due brigantini ciascuno di quindici banchi, con che in cadauna
galèa abbiano a essere almeno cinquanta, e in ogni brigantino almeno
trenta uomini liberi, atti a naval combattimento, oltre ai marinari ed
oltre alla ciurma necessaria: e questa condotta avrà a durare due anni
prossimi futuri, e poscia a beneplacito di nostro Signore, da cominciare
il giorno della mostra alla foce d'Ostia, o dove ordinerà la Santità
sua: il qual beneplacito non si intenderà rinnovato altrimenti che per
quattro mesi, se prima le parti non avranno manifestato la volontà di
recedere dal contratto.
»2. Similmente il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e
luogotenente, nel nome come sopra, ha promesso all'istesso Giovanni per
lo stipendio suo e della sua gente dare e consegnare tutti gli
emolumenti del Dritto, cioè la riscossione del due per cento imposto già
per la medesima guardia nel modo che al presente sempre si riscuote, e
secondo gli ordinamenti fatti dalla Camera sopra questa materia, il qual
Diritto fin da ora ha rassegnato al medesimo, perchè decorra in suo
favore dal dì che farà la mostra, tanto che possa riscuoterlo a suo
piacimento: oltre al quale stipendio non potrà mai chiedere altra
mercede.
»3. Similmente il predetto reverendo Signore vicecamerlengo e
luogotenente, per volontà e nome come sopra, ha concesso all'istesso
Giovanni, qualora egli possa avere nelle mani alcun frodatore che trae
grano dai luoghi o porti soggetti mediate ed immediatamente alla Chiesa
senza la bolletta e senza la permissione del doganiero sopra le tratte,
o del suo legittimo sostituto, così che apparisca non avere egli pagato
la tratta medesima secondo le leggi della dogana, in tal caso sia lecito
all'istesso Prefetto toglier via il detto grano e l'una metà ritenerla
per sè, l'altra fedelmente consegnare alla Camera: e questo valga
similmente per ogni altra cosa, sostanza o merce che mai troverà
trafugata di contrabbando.
»4. Similmente ha promesso e conceduto al nominato Prefetto in sua balìa
tutti e singoli pirati, ladroni e infestatori del mare, con tutti i loro
navigli, beni e sostanze dovunque li potrà trovare, assalire,
sottomettere, e tenere. E se per avventura alcun di loro inseguito
dall'istesso Prefetto verrà a rifugiarsi nei porti o luoghi dello Stato,
dovranno gli ufficiali ed uomini di quei luoghi pigliarli e rimettergli
al Prefetto, sì che gli abbia in sua potestà ed arbitrio.
»5. Similmente il predetto r. Sig., come sopra, ha offerto e promesso al
Prefetto ogni conveniente soccorso e favore per tutte le terre e per
tutti i luoghi soggetti alla santa romana Chiesa contro chiunque ardisse
molestare lui e la sua gente: ordinando fino da ora a tutti e singoli
ufficiali e persone dei detti luoghi che ad ogni richiesta del Prefetto
medesimo debbano assisterlo coi favori e soccorsi convenienti.
»6. Similmente il nominato reverendo Signore vicecamerlengo e
locotenente come sopra, ha concesso allo stesso Prefetto che se egli
darà la caccia ad alcun pirata, ladrone o infestatore, e se costoro
fuggendo troveranno ricetto in alcun porto o luogo fuori dello Stato,
così che egli non possa avergli in mano, anzi gli sia fatta resistenza
dalla gente di quel luogo, allora sia lecito a lui mettersi alle
rappresaglie, che fin d'ora gli sono concesse tanto che sia fatta la
restituzione compensativa ai naviganti lesi dagli stessi pirati e
infestatori. Nondimeno dovrà prima dare le prove del ricetto concesso a
coloro, e dell'impedimento opposto al suo procedere; e non potrà in
effetto esercitare le rappresaglie se non gliene venga dalla Camera
apostolica concessa la facoltà pel caso speciale. In ogni modo tutto
quello che il Prefetto in forza di rappresaglia avrà toccato o sarà
venuto in sue mani, che in mare che in terra, dovrà fedelmente
rassegnare alla Camera per rifarne i danni a chi li ha patiti.
»7. Dall'altra parte il nominato signor Giovanni prefetto ha promesso
custodire, difendere e guarentire la detta spiaggia romana dalla detta
città di Terracina fino al detto monte Argentaro con due galere e due
brigantini di sua proprietà, ben armati come sopra, contro tutti e
singoli pirati, ladroni, invasori e malviventi; e difendere insieme le
persone tutte e singole coi loro navigli, legni, beni, roba, e merci,
nell'accesso e nel recesso, sia dell'alma città di Roma, sia di ogni
altro luogo mediate o immediate a lei soggetto.
»8. Similmente ha promesso lo stesso Prefetto pagare del suo ogni danno
o ruberia che potrà succedere mai in qualunque parte del predetto mare,
eziandio che esso non fosse presente in quel luogo, posto che sia nei
termini e confini prefissi da qualunque lato: qualora però i pirati e
ladroni non abbiano maggior numero di galere, di brigantini e di gente,
così che a punto per la inferiorità sua non possa il Prefetto
prudentemente assaltarli, combatterli e perseguitarli. In somma circa la
riparazione dei danni egli non potrà presumere altra scusa, meno quella
della forza maggiore; la quale eccezione tuttavia dovrà essere provata
innanzi alla Camera, al cui giudizio sarà lasciata la deliberazione e
decisione sopra la verità del caso eccezionale.
»9. Similmente il prenominato Prefetto ha promesso a questo effetto
mantenere due galèe ciascuna di venticinque banchi, e due brigantini
ciascuno di quindici banchi, tutto di sua proprietà, pognamo da lui
costruiti o comprati; nelle quali galèe, oltre alla ciurma necessaria
hanno a essere cinquanta uomini, e in ciascun brigantino trenta uomini
bene armati ad uso di mare, con cannoni, balestre, partigiane, ronconi,
spuntoni, ramponi, rotelle, targoni, ed ogni altro armamento, arme e
munizione necessaria ed opportuna ad offesa e a difesa: ed il numero dei
detti uomini almeno sempre pieno, e le persone ben armate, ed atte,
sperimentate e pratiche del mestiero.
»10. Similmente ha promesso e si è obbligato a dare la mostra dei legni
e delle genti in ogni luogo e quantunque volte sia richiesto da sua
Santità o dalla Camera.
»11. Similmente ha promesso mettere in terra cinquanta uomini o più ad
ogni richiesta di nostro Signore o della Camera.
»12. Similmente egli ha promesso e si è obbligato che se alcuno dei
naviganti nel predetto mare resterà mai per mala sorte preso o depredato
dai pirati corsali o malviventi, o dai medesimi in qualunque modo
offeso, depredato o impedito, sia nella persona o nelle sostanze o nei
bastimenti, esso Prefetto piglierà con ogni diligenza il carico di
perseguitare i nemici, e sarà suo debito strappar loro dalle mani la
preda, ricuperare le cose perdute, renderle ai padroni, e scortarli a
luogo sicuro, senza pretensione di prezzo o di mercede. Altrimenti se
così non facesse, salvo il legittimo impedimento, ha promesso e si è
solennemente obbligato a favore di chiunque abbia patito danno dai
predetti pirati o da altri invasori, di rilevarli senza danno di suo
danaro, e di soddisfarli fino ad intiera compensazione delle perdite
sofferte. Perciò la Camera apostolica resterà immune e onninamente
libera dal detto peso, eccettuato il caso della forza maggiore, come
negli altri capitoli addietro si contiene, e della quale si deve dare la
prova innanzi alla congregazione Camerale.
»13. Similmente il Prefetto si è obbligato sotto pena di due mila
ducati, durante la condotta, di non far traffico colle galere nè co'
brigantini; e di non trasportare derrate o mercanzie di qualunque specie
e da qualunque luogo a qualsivoglia parte; e di non pattuire mai dei
predetti legni alcun nolo.
»14. Similmente ha promesso e si è obbligato, tanto di estate che
d'inverno, avere per sua stazione il porto di Civitavecchia, o le foci
del Tevere, o gli altri porti e luoghi dello Stato nel mare predetto,
cioè intra Terracina e l'Argentaro, perchè sempre più pronto abbia a
trovarsi, dovendo resistere agli invasori dei detti luoghi, e difendere
chiunque concorre all'alma città di Roma, o da quella e dagli altri
luoghi predetti si parte.
»15. Similmente sarà tenuto il detto Capitano ad ogni richiesta di
nostro Signore, o della Camera, mostrare le sue galere e brigantini
presso alle foci del Tevere, dove indicherà sua Beatitudine, così armati
e corredati come li ebbe, sotto pena di ducati diecimila, alla quale
saranno obbligati espressamente anche i suoi mallevadori.
»16. Similmente ha promesso e si è obbligato di non togliere cosa alcuna
ai naviganti, nè esso, nè alcuno della sua gente e brigata, quantunque
offerta in dono, altrimenti sia punito ad arbitrio della Camera.
»17. Similmente ha promesso e si è obbligato di tenere gli amici di sua
Santità e della santa romana Chiesa per amici suoi, ed i nemici per
inimici di qualunque stato, grado e preminenza essi siano.
»18. Similmente sua Santità ha promesso al Prefetto di fargli consegnare
gli uomini condannati a morte dai tribunali dello Stato ecclesiastico; e
la scelta nel modo che ordinerà nostro Signore. Costoro presi e
consegnati saranno messi al remo per un anno soltanto nelle predette
galèe, se pure non fosse altrimenti prescritto dalla volontà di nostro
Signore.
»19. Similmente il predetto Capitano o sia Prefetto, nel caso che a lui
fossero prestate le galèe e i brigantini dalla santità di nostro Signore
o dalla Camera predetta, ha promesso e si è obbligato di doverli
restituire ogni volta che gli verranno richiesti da sua Santità o dalla
Camera, sì veramente che li renda integri ed illesi nello stato medesimo
che esso li avrà ricevuti per la detta guardia in prestanza. Ciò non
pertanto, se nel tempo della restituzione, come sopra, durerà tuttavia
la sua condotta, si è obbligato ed ha promesso sostituire subito due
altre galèe e due brigantini di sua proprietà, comprati o costruiti da
lui, atti sempre, armati, e corredati come sopra è detto.
»20. Similmente il predetto Capitano ha promesso e si è obbligato di
dare sufficiente malleveria sopra banchieri per la somma di mille
cinquecento ducati d'oro; e quelli esauriti, dovrà rinnovare e ripetere
la malleveria a giudizio della Camera per la stessa somma, che resterà
sempre in deposito per l'osservanza degli obblighi suoi, e pel
rifacimento dei danni a chi ne ha patiti, secondo la sentenza della
Camera in forma spedita e stragiudiziale.
»21. Similmente se durante la condotta avverrà mai che il Prefetto
sopraddetto sia spedito con ordini della santità di nostro Signore in
altra parte fuori dei confini della spiaggia romana, allora egli non
sarà tenuto a risarcire danni di niuno, ancorchè succedessero per causa
della assenza del medesimo Prefetto o Capitano e della missione
straordinaria: purchè il Capitano chiaramente dimostri alla Camera il
mandato della predetta destinazione.
»22. Similmente i nominati signori, Vicecamerlengo e Chierici
presidenti, per compiere l'armamento di una delle due galèe, fiacca di
palamento, hanno promesso al lodato Capitano centoquaranta ducati d'oro
di Camera per lo stipendio di un sol mese a settanta marinari o rematori
da essere uniti cogli altri ottanta ch'egli ha già pronti; e ciò infino
a che sia fatta la permutazione del sostituire ai medesimi i condannati
a morte, o vero infino a che egli abbia preso pirati come sopra da
metterli al remo; i quali come saranno sottentrati dovrà cessare lo
stipendio a proporzione del numero delle persone riformate.
»Che.... eccetera. — Fatto in Roma nella casa del reverendo padre e
signore Ferdinando Ponzetti, decano della predetta Camera, nell'anno,
mese, giorno, indizione, e pontificato come sopra. Presenti i venerabili
uomini signori Giovanni Falèt e Giovanni Emerich, chierici della diocesi
di Albi e Tolosa, testimonî.
»Melchior di Campagna, notajo rogato.
»Giovanni da Biassa, nobile genovese, prefetto e capitano generale
dell'armata di galèe e brigantini della S. R. C. per la guardia della
spiaggia romana.
»Sicurtà per ducati cinquecento, Bart. Doria.
»Per altri cinquecento, Sebastiano Sauli, genovese.
»Per altri cinquecento, Agostino Chigi di Siena.»
NOTE:
[100] FOLIETTA cit., 816, e gli altri delle note precedenti.
[101] JULII PP. II, _Capitulor._, anno 1503-1512. — ARCH. SECR. VAT., t.
LXII, p. 252. — SCHEDE BORGIANE. — COD. VATICANO, segnato n. 8046:
_«Capitula Capitanei triremium. — In nomine Domini, amen. Anno millesimo
quingentesimo undecimo, indictione XIV, die vero decimoquinto mensis
septembris pontificatus, SSmi in Xto patris et domini nostri, domini
Julii divina providentia papæ secundi anno octavo. Cunctis pateat
evidenter et sit notum per hoc præsens publicum instrumentum, quod
infrascripta sunt pacta conventiones et capitula, inita facta firmata et
stabilita inter rev. in Xto patrem et dominum Laurentium de Flisco epum
Escalon. vicecamerarium, et in Camera aplica remi in Xto patris ad dni
Raphaelis epi Ostien. car. s. Georgii dni Papæ camerarii locumtenentem,
cum præsentia consensu et voluntate revm. patrum P. Orlandi electi
Mazaren. præfati S. D. N. thesaurarii generalis, Ferdinandi Ponzetti
decani, Philippi de Senis prothonotarii, Laurentii Pintii ejusdem S. D.
N. datarii, Francisci Armellini, et Johanis de Viterbio, Cameræ aplicæ
clericorum præsidentium, simul in uno loco audientiæ congregatorum et
super rebus Cameræ aplicæ consultantium, et deliberantium, vice et
nomine præfati S. D. N. et Cameræ aplicæ, speciali mandato ipsis a S. D.
N. vivæ vocis oraculo super hoc facto, inter eos ex una, ac dominum
Joannem de Blasia partibus ex altera, pro seipsis agentes stipulantes et
capitulantes de et super custodia maris et splagiæ romanæ, solemni
stipulatione interveniente per singula capitula repetita, videlicet._
»I. _In primis quia præfatus rev. Dominus vicecamerarius et locumtenens
de consensu et voluntate ac nomine supradictis conduxit præfatum dominum
Joannem de Blasia custodiæ prcedictæ, scilicet a Terracina ad montem
Argentarium, totam splagiam romanam includentibus et comprehendentibus,
cum duabus galeis, qualibet vigintinque banchorum, et cum duobus
brigantinis quolibet quindecim banchorum, in quibus sint homines ad
minus quinquaginta pro qualibet galea, et triginta pro qualibet
brigantino, liberi et expediti ad bellum navale, una cum nautis et
ciurma ad id necessariis: et hoc pro duobus annis proxime futuris et
deinde ad beneplacitum S. D. N. inchoandis a die qua faciet monstram in
faucibus Ostiæ, seu ubi prefata Sanctitas sua voluerit, quod
beneplacitum renovatum non censeatur nisi per quatuor menses posteaquam
aliqua pars prædictarum a prædicta conducta discedere velle
declarverit._
»II. _Item prefatus Dnus vicecamerarius et locumtenens, quo supra
nomine, promisit eidem Joanni pro ejus et prædictorum hominum et
nautarum stipendio dare et consignare, durante dicta conducta, omnia
emolumenta et introitus Directi, videlicet duorum pro centenario, quod
impositum fuit et colligitur pro hujusmodi custodia, juxta consuetudinem
et ordinationem desuper factam per Cameram aplicam, et ex nunc dictum
Directum assignavit ei, currendum a die monstræ per eum faciendæ, quod
possit exigere ad ejus voluntatem et petitionem, ultra quod pro dicto
stipendio nihil aliud petere possit._
»III. _Item præfatus R. D. vicecamerarius et locumtenens, de voluntate
et nomine quibus supra, concessit eidem Joanni quod quandocumque
contingat ipsum comprehendere aliquem conducentem granum extractum ex
portubus et locis S. R. E. mediate vel immediate subjectis sine bulletta
et licentia dohanerii tractarum aut ejus legitimi substituti per quam
non indicaverit solvisse dohanerio vel substituto prædictis jura dohanæ,
eo caso ipse Præfectus possit et sibi liceat levare et auferre dictum
granum, et illius medietatem retinere pro se, et aliam medietatem
fideliter consignare Cameræ apostolicæ et similiter et omnibus et
singulis rebus bonis et mercantiis, quos in fraudem et contra
prohibitionem ac contra bandum asportari deprehenderit._
»IV. _Item promisit et concessit præfato Præfecto in predam omnes et
singulos piratas, turbatores et alios mare ipsum infestantes cum eorum
navigiis rebus et bonis ubicumque illos reperire invadere capere et
habere poterit. Et si forte aliqui ex ipsis piratis et turbatoribus ad
portus terras et loca prædicta S. R. E., ipso Præfecto eos persequente,
et fugati ab eo, diffugerent, officiales et homines locorum eos capere
et consignare debeant et teneantur in manibus ipsius Præfecti, et ad
ejus arbitrium et potestatem._
»V. _Item præfatus R. D. vicecamerarius et locumtenens, de volontate et
nomine quibus supra, obtulit et promisit ei omne oportunum auxilium et
favorem per quascumque terras et loca S. R. E. subjecta contra
quoscumque ei et ejus genti adversantes; mandans ex nunc omnibus et
singulis officialibus et personis dictorum locorum ut ad omnem ipsius
Præfecti requisitionem oportunis sibi favoribus et auxiliis assistant._
»VI. _Item præfatus R. D. vicecam. et locumt. ut supra concessit dicto
Præfecto, quod si ipse insequeretur aliquem piratam, perturbatorem, et
infestatorem predictum, qui receptarentur in aliquo portu seu loco extra
terras et loca præfatæ S. R. E. ita quod eos capere non posset, et
incolæ portus et loci illius ei consignare nollent, liceat ei exercere
contra eos represalias, quas ex nunc eidem Præfecto concedit, donec
illis qui a dictis piratis et infestatoribus damnum passi fuerint prius
fuerit satisfactum, et de receptione et impedimento hujusmodi constare
fecerit. Sed ipsas represalias exequi non possit, nisi prius ab eadem
Camera apostolica concessum fuerit. Et quidquid ipse Præfectus vigore
dictarum represaliarum cœperit et ad ejus manus pervenerit tam per
mare quam per terram fideliter assignet in Camera apostolica pro
satisfactione eorum qui damnum passi fuerint._
»VII. _Et e converso supradictus dominus Johannes præfectus promisit cum
duabus galeis et brigantinis duobus ad eum pertinentibus, ut præfertur
bene armatis, custodire, tueri et defendere dictam splagiam, a prædicta
civitate Terracinæ usque ad dictum montem Argentarium, ab omnibus et
singulis piratis, latronibus, invasoribus et perturbatoribus, omnesque
et singulos tam ad almam Urbem quam ad alia loca S. R. E. mediate vel
immediate subjecta venientes, indeque recedentes cum eorum navigiis
lignis bonis rebus et mercibus._
»VIII. _Item promisit idem Præfectus solvere de suo omne damnum et
robariam quæ in aliquo loco maris præfati quomodocumque evenerit,
etiamsi ipse Præfectus in eo loco non adesset, dummodo locus ipse in
terminis et finibus prædictis ex quacumque parte comprehensis existat;
si piratæ et prædatores hujusmodi majorem numerum galearum et
brigantinorum et armatorum in eis existentium non habuerint, ita quod
ipse Præfectus propter majores vires ipsorum piratarum et depredatorum
majorem numerum galearum et brigantinorum habentium eos invadere et
aggredi rationabiliter non valuerit, ut cum illis congrediatur eo usque
confligendo aut cum effectu insequendo: ita quod super hujusmodi
damnorum refectione nullam aliam habeat excusationem nisi quod damna
ipsa habentes majorem numerum galearum et brigantinorum perpetraverint,
de quo constare debeat in præfata Camera, cujus judicio præmissa in
eventu decidentur et determinentur._
»IX. _Item promisit prænominatus Præfectus ad præmissum effectum
retinere duas galeas, quamlibet vigintiquinque banchorum; et duos
brigantinos quemlibet quindecim banchorum ad se pertinentes et de suo
emptos sive fabricatos, in quibus, absque ciurma necessaria, sint ad
minus quinquaginta homines in qualibet galea, et triginta, in quolibet
brigantino, bene armati ad usum classis, videlicet cum bombardis,
balistis, partesanis, ronchonibus, lanceis longis, ramponibus, rotellis,
targonibus, cœterisque armis et armamentis ac munitionibus
necessariis et opportunis tam ad defendendum quam ad offendendum, ac
numerum dictorum hominum ad minus, qui sint et bene armati et in
hujusmodi expeditione assueti, apti, et practici._
»X. _Item promisit et se obligavit facere monstram toties quoties per
præfatam Sanctitatem
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