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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12

by Edward Gibbon · Italian · Gutenberg #45226 · 897,266 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12
    
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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 12

Author: Edward Gibbon

Translator: Davide Bertolotti


        
Release date: March 26, 2014 [eBook #45226]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45226

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 12 ***

                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                          VOLUME DUODECIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                            M.DCCC.XXIII




STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO




CAPITOLO LX.

      _Scisma de' Greci e de' Latini. Stato di Costantinopoli.
      Ribellione de' Bulgari. Isacco l'Angelo scacciato dal trono per
      opera del suo fratello Alessio. Origine della quarta Crociata. I
      Francesi e i Veneziani collegati col figlio d'Isacco. Spedizione
      navale a Costantinopoli. I due assedj, e resa della città caduta
      in mano de' Latini._


Lo scisma delle Chiese greca e latina seguì d'appresso la restaurazione
dell'Impero d'Occidente da Carlomagno operata[1]. Una nimistà nazionale
e religiosa tiene tuttavia disgiunte le due più numerose comunioni del
mondo Cristiano; e lo Scisma di Costantinopoli, inimicando i più utili
confederati, irritando i più pericolosi nemici, l'invilimento e la
caduta dell'Impero romano d'Oriente affrettò.

Più d'una volta, e manifestamente, è apparsa nel corso di questa Storia
l'avversione de' Greci contra i Latini. Stata erane prima origine l'odio
che i secondi portavano alla servitù, odio vie più acceso, dopo il regno
di Costantino, dall'orgoglio della eguaglianza e dall'ambizione del
dominio, e invelenito in appresso dalla preferenza che alcuni sudditi
ribelli aveano data alla lega de' Franchi. In tutti i tempi, i Greci si
mostrarono vanagloriosi di primeggiare per la loro erudizione religiosa
e profana. Primi di fatto nel ricevere i lumi del Cristianesimo i Greci,
nel seno di lor nazioni i decreti di sette Concilj generali vennero
pronunziati[2]. La lingua de' medesimi era quella della Santa Scrittura
e della filosofia; nei popoli barbari,[3] immersi nelle tenebre
dell'Occidente[4], doveano a loro avviso, arrogarsi il diritto di
discutere le quistioni misteriose della teologica scienza. Ma questi
Barbari, a lor volta, l'incostanza e le sottigliezze degli Orientali,
autori di tutte le eresie, disprezzavano; e benedivano la propria
ignoranza che di seguire con docilità la tradizione della Chiesa
Appostolica si appagava. Ciò nulla meno nel settimo secolo, i Sinodi di
Spagna, e quelli indi di Francia, portarono a miglior perfezione, o
corruppero[5] il Simbolo di Nicea intorno al mistero della terza persona
della Trinità[6]. Nelle lunghe controversie dell'Oriente era stata
scrupolosamente definita la natura e la generazione di Gesù Cristo; e i
naturali modi per cui un figlio deriva dal padre sembravano offrire alla
mente qualche debole immagine di un tale mistero. Ma l'idea di nascita
parea men confacevole allo Spirito Santo, che invece di un dono o di un
attributo divino, veniva considerato dai Cattolici come una sostanza,
una persona, un Dio. Comunque non generato, secondo lo stile ortodosso
però, _procedea_. Procedeva egli solo dal padre, o fors'anche dal
figlio? Ovvero dal padre e dal figlio? I Greci la prima di queste
opinioni ammettevano, i Latini si chiarirono per la seconda; e
l'aggiunta della parola _filioque_[7] fatta al Simbolo di Nicea accese
la discordia fra le Chiese Gallicana e Orientale. Nei principj di una
tal controversia i Pontefici Romani fecero mostra di serbare la
neutralità ed un animo moderato[8]. Condannavano la novità, e nondimeno
all'opinione delle nazioni transalpine si mostraron propensi. Parea lor
desiderio il coprire questa inutil ricerca col manto del silenzio e
della carità; onde nella corrispondenza fra Carlomagno e Leone III,
vediamo il Pontefice tener linguaggio di assennato politico, il Monarca
abbandonarsi alle passioni e alle massime pregiudicate d'un prete[9]. Ma
i principi ortodossi di Roma agl'impulsi della sua temporale politica
naturalmente cedettero; e il _filioque_ che Leone desiderava
cancellato[10], venne aggiunto nel Simbolo e cantato nella Liturgia del
Vaticano. I simboli di Nicea e di S. Atanasio furono d'allora in poi
riguardati come parte della Fede cattolica, indispensabilmente
necessaria all'eterna salute, e tutti i Cristiani d'Occidente, sieno
Romani, sieno Protestanti, percossi dagli anatemi dei Greci, li
restituiscono a chiunque ricusa credere che lo Spirito Santo procede,
così dal padre come dal figlio. Tali articoli di fede non lasciano
possibilità d'accomodamento; bensì le regole di disciplina, nelle chiese
lontane e independenti, a variazioni debbono soggiacere: e perfin la
ragion de' Teologi potrebbe confessare che tai differenze sono
inevitabili e di poca entità. Sia effetto di politica o di
superstizione, Roma ha imposto a' suoi preti e diaconi il rigoroso
obbligo del celibato. Questo, appo i Greci, non si estende che ai
Vescovi ai quali la lor dignità offre il compenso di una privazione,
fatta anche men sensibile per essi dagli anni. Il Clero parrocchiale, i
Papassi, godono del consorzio della moglie che prima di assumere gli
Ordini Sacri sposarono. Nell'undicesimo secolo, fu agitata con calore
una quistione che riferivasi agli _Azzimi_, pretendendosi che l'essenza
della Eucaristia dependesse dall'uso del pane col lievito o senza
lievito. Mi è egli lecito in una storia grave il narrare i rimproveri
che venivano furiosamente scagliati contro i Latini, i quali lungo tempo
rimasero sulla difensiva? — Essi trascuravano di osservare il decreto
appostolico che proibisce il nudrirsi di sangue d'animali, o di questi
animali stessi affogati o strozzati: praticavano ogni sabbato il digiuno
mosaico; permetteano nella prima settimana di quaresima l'uso del
formaggio e del latte[11]; si concedeva ai monaci infermi il mangiar
carne; il grasso degli animali, talvolta alla mancanza d'olio suppliva;
riserbavasi all'Ordine episcopale l'amministrazione della Santa Cresima,
o dell'unzione battesimale. I Vescovi portavano al dito un anello, come
sposi spirituali della loro Chiesa; i preti si radevano la barba, e
battezzavano con una semplice immersione; tai sono i delitti che
infiammarono lo zelo dei Patriarchi di Costantinopoli, e de' quali collo
stesso fervore i dottori latini cercavano di scolparsi[12].

[A. D. 857-886]

La superstizione e l'odio nazionale contribuiscono in segnalata guisa ad
invelenire i dispareri, anche sulle cose più indifferenti; ma lo scisma
de' Greci ebbe per sua cagione immediata la gelosia de' due Pontefici.
Il Romano, sostenendo la supremazia dell'antica Metropoli, pretendea non
avere altro eguale nel mondo Cristiano; quello della Capitale regnante
voleva essergli eguale e ricusava di riconoscere un superiore. Verso la
metà del nono secolo, un laico, l'ambizioso Fozio[13], capitano delle
guardie, e primo segretario dell'Imperatore, ottenne, o fosse merito di
lui, o grazia del Principe, la molto più desiderabile dignità di
Patriarca di Costantinopoli. Fornito di cognizioni superiori al
rimanente del Clero, anche nella scienza ecclesiastica, immune da taccia
per la purezza dei suoi costumi, solamente la fretta posta nell'assumere
gli Ordini sacri, e l'irregolarità del suo innalzamento gli venivano
rimproverati. Ignazio predecessore di lui che era stato costretto a
rassegnare la cattedra, conservava tuttavia per sè la compassione
pubblica e l'ostinatezza de' suoi partigiani. Costoro portarono
appellazione a Nicolò I; uno de' più orgogliosi e ambiziosi Pontefici
Romani, che mai fossero stati, il quale accolse avidamente questo motivo
di giudicare e condannare il proprio rivale. Si arroge che la discordia
de' due prelati fu ancora inacerbita da un conflitto di giurisdizione,
perchè si disputavano entrambi il Re e la nazione dei Bulgari; e poco
rilevante cosa pareva all'uno e all'altro, che questi popoli si fossero
di recente al Cristianesimo convertiti, se non potevano fra i loro
sudditi spirituali questi nuovi proseliti noverare. Sostenuto dalla sua
Corte, il Patriarca Greco riportò la vittoria, ma in mezzo alla violenza
della disputa, scomunicò a sua volta il successor di S. Pietro,
avvolgendo tutta la Chiesa latina nel bando di scisma e d'eresia che
egli avea fulminato; col quale atto ad un regno breve e precario la pace
del mondo Fozio sagrificò. Il Cesare Bardas, protettore di Fozio, lo
trascinò seco nella sua caduta; e Basilio il Macedone, si mostrò giusto
nel restituire all'antica sede Ignazio, agli anni e alla dignità del
quale non erasi avuto bastante riguardo. Dal fondo del suo convento, o
del suo carcere, con patetiche lamentele, e con accorte adulazioni,
Fozio sollecitava il favore del nuovo monarca; onde appena ne fu morto
il rivale, risalì alla sedia patriarcale di Costantinopoli. Cessato di
vivere Basilio, sperimentò le vicissitudini delle Corti, e
l'ingratitudine del suo allievo asceso sul trono. Rimosso quindi una
seconda volta, nella solitudine che gli estremi momenti della sua vita
acerbò, dovette augurarsi le soavità dello studio e la libertà della
vita secolare che all'ambizione aveva posposte. Ad ogni politico
cambiamento, il clero cedea docilmente e senza perplessità al soffio
dell'aura di Corte, e ad ogni cenno del nuovo principe; onde un Sinodo
di trecento Vescovi teneasi sempre indifferentemente apparecchiato o a
celebrare il trionfo del Santo, o ad imprecare l'esecrabile Fozio caduto
dal seggio[14]; e i Papi, sedotti da promesse ingannevoli di soccorsi, o
di ricompense, si lasciavano condurre ad approvare questi atti
contraddittorj, e per via di lettere o di Legati, i Sinodi di
Costantinopoli ratificarono. Ma la Corte ed il popolo, Ignazio e Fozio,
in una cosa convenivano, nel non ammettere le pretensioni de' Papi. I
ministri di questi vennero insultati, o posti in carcere: la
_processione_ dello Spirito Santo dimenticata, la Bulgaria unita per
sempre al trono di Bisanzo; e lo scisma si fece più durevole per le
censure rigorose emanate dagli stessi Papi contro le moltiplicate
ordinanze che un Patriarca irregolare avea decretate. L'ignoranza e la
corruttela del decimo secolo sospesero le contestazioni fra i due
popoli, le nimistà loro non ammollì; ma allorchè, la spada de' Normanni
fece ritornare le chiese della Puglia sotto la giurisdizione di Roma, il
Patriarca nel congedarsi da questo perduto gregge, lo avvertì con una
lettera piena di fiele di evitare e abborrire le eresie de' Latini. La
nascente maestà del Romano Pontefice, non potè comportare questa
insolenza d'un ribelle; onde Michele Cerulario pubblicamente, e in mezzo
di Costantinopoli, si vide dai Legati Pontifizj scomunicato (A. D.
1054). Consegnarono questi sull'altare di S. Sofia il terribile anatema
che chiarendo[15] le sette mortali eresie dei Greci, condannava
all'eterna società del demonio, e degli angeli delle tenebre, i
colpevoli predicatori di queste eresie e i loro sfortunati settarj.
Sembrò talvolta che la concordia si rimettesse; perchè, giusta i bisogni
della Chiesa o dello Stato greco, or da una banda, or dall'altra, al
linguaggio della dolcezza e della carità si piegava; ma non mai i Greci
abbiurarono i proprj errori, non mai i Papi ritrattarono le lor
sentenze; talchè può quivi riguardarsi l'epoca del consumato scisma
dell'Oriente. Ciascun nuovo atto ardimentoso de' Romani Pontefici lo
ingrossò[16]. Le sventure, l'umiliazione de' Monarchi alemanni fecero
arrossire e tremare gl'Imperatori di Costantinopoli, la possanza
temporale e la vita militare del Clero latino il popolo Greco
scandalezzarono[17].

[A. D. 1000-1200]

L'avversione in cui mutuamente i Greci e i Latini si avevano, fu
confermata, e apparve più manifesta nelle tre prime spedizioni della
Palestina. Alessio Comneno non risparmiò artifizj, per allontanare, se
altro non poteasi, questi formidabili pellegrini. I successori di lui,
Manuele e Isacco l'Angelo, tramarono di concerto coi Musulmani la rovina
de' più illustri condottieri de' Franchi; insidiosa e perfida politica
in cui vennero ben secondati dalla volontaria obbedienza de' loro
sudditi d'ogni classe. Di sì fatta avversione vuol certamente darsi gran
colpa alla differenza d'idiomi, di vesti e di consuetudini, la quale
diversità fa discordanti fra loro, e contrarie le une dall'altre, presso
che tutte le nazioni del Globo. E l'amor proprio e la prudenza del
Sovrano ad un tempo soffrivano in veggendo queste invasioni di stranieri
eserciti che chiedeano imperiosamente il diritto di attraversare gli
Stati greci e di passare sotto le mura della loro capitale. Oltrechè, i
pusillanimi sudditi dell'Imperator greco venivano spogliati e insultati
da questi rozzi abitanti dell'Occidente, e l'odio dei primi contra i
secondi era anche nudrito da segreta gelosia, che le pie e coraggiose
imprese de' Crociati inspiravano. Un cieco zelo di religione ai motivi
profani di nazionale odio aggiugneasi; poichè i Cristiani d'Occidente,
in vece di ricevere amichevole accoglienza dai loro fratelli cristiani
d'Oriente, udiansi continuamente rintronare all'intorno i nomi di
scismatici e di eretici, nomi ad ortodosso orecchio più aspri che non
quelli stessi di Pagani o d'Infedeli. Laonde anzichè inspirare quella
fiducia che a conformità di culto e di Fede parea consentanea, i Franchi
erano abborriti dai Greci, per alcune regole di disciplina o quistioni
teologiche in cui le massime loro, o del Clero latino, da quelle della
Chiesa Orientale scostavansi. Nel tempo della Crociata di Luigi VII, i
preti greci lavarono e purificarono un altare, siccome profanato dal
divin sagrifizio celebratovi da un prete francese. I compagni di
Federico Barbarossa si dolsero d'insulti e cattivi trattamenti, che
soprattutto dai Vescovi e dai Monaci riceveano. Cotesti ecclesiastici,
nelle loro preci, e ne' loro sermoni, animavano il popolo contro gli
empj Barbari venuti fra loro. Viene anzi accusato il Patriarca di avere
promulgato che l'esterminare i scismatici era pei fedeli una via di
ottenere remissione plenaria di tutti i peccati[18]. Un entusiasta, di
nome Doroteo portò ad un tempo spavento e calma nell'animo
dell'Imperatore, col predirgli che gli eretici alemanni assalirebbero la
porta di Blacherna, ma ne riceverebbero tal castigo che diverrebbe
tremendo esempio della divina vendetta. I passaggi di questi grandi
eserciti erano avvenimenti rari e pericolosi: ma le Crociate diedero fra
i due popoli origine ad una corrispondenza che li fornì di nuove
cognizioni, senza però guarirli dai pregiudizj che le loro menti
viziavano. Il lusso e le ricchezze di Costantinopoli ivi attraevano le
produzioni di tutti i climi, intanto che il lavoro e l'industria de'
numerosi cittadini, contrabbilanciavano il bisogno d'introdurre cose
peregrine. Situata questa metropoli in modo che chiama a sè il commercio
di tutte le parti del Globo, questo commercio per lungo tempo fu nelle
sole mani degli stranieri. Venuta Amalfi a scadimento, i Veneziani, i
Pisani, e i Genovesi posero fattorie nella Capitale del greco impero: i
lor servigi ebbero guiderdoni di privilegi ed onori; comperarono poderi
e case: le famiglie di questi per via di maritaggi co' nativi
moltiplicaronsi; e dopo che fu tollerata una moschea maomettana divenne
impossibile il proibire chiese di rito romano[19]. Le due mogli di
Manuele Comneno[20] alla stirpe de' Franchi spettarono, cognata la prima
dell'Imperatore Corrado, figlia la seconda del principe di Antiochia. Lo
stesso Manuele ottenne in isposa al proprio figlio Alessio una figlia di
Filippo Augusto, re di Francia, ed una figlia maritò al Marchese di
Monferrato, che nella reggia di Costantinopoli avea ricevuta la sua
educazione, e delle dignità della Corte greca andava insignita. Questo
monarca aspirava alla conquista dell'Occidente dopo averne combattuti
gli eserciti; apprezzava il valore de' Franchi, della fedeltà loro non
dubitava[21], e in modo assai singolare compensava i loro meriti
guerrieri conferendo ad essi i lucrosi uffizj di giudici e di tesorieri.
La politica gli suggerì sollecitare una lega col Pontefice, onde la
pubblica voce lo accusò, siccome parziale alla nazione e al culto de'
Latini[22]: i quali e sotto il regno di Manuele, e sotto il successivo
di Alessio venivano indicati cogli odiosi nomi di estranei, di eretici,
di favoriti. Triplice delitto che fu severamente espiato nella sommossa
che annunziò il ritorno e l'innalzamento di Andronico[23]. Il Popolo
accorse all'armi; dalle coste dell'Asia il tiranno inviò e truppe e
galee che la vendetta pubblica favoreggiassero; onde l'impotente
resistere degli stranieri non divenne che un pretesto al raddoppiato
furore de' loro uccisori. Nè età, nè sesso, nè vincoli d'amicizia o di
parentado poterono salvar le vittime che l'odio, il fanatismo, e
l'avarizia aveano consagrate alla morte. Trucidati per le strade e nelle
lor case i Latini: ridotto in cenere il rione ove abitavano: arsi i
sacerdoti nelle proprie chiese, gl'infermi ne' loro ospitali.
Somministrerà un'idea di questa carnificina l'atto di clemenza che la
terminò. Furono venduti ai Turchi quattromila Cristiani, che
sopravvissero alla general proscrizione. I preti e i frati furono quelli
che più operosi e inviperiti alla distruzione de' scismatici si
dimostrarono, e fu cantato pietosamente un _Te Deum_, poichè il capo
d'un Cardinale romano, Legato pontifizio, videsi separato dal suo busto,
e trascinato a coda di cavallo per le strade della città fra i barbari
scherni d'un'inferocita ciurmaglia. I più prudenti Latini al primo
sentore della sommossa si erano riparati nelle proprie navi, e
attraversando l'Ellesponto, a questa scena d'orror si sottrassero. Nella
loro fuga però, portarono strage ed incendio sulla costa greca per una
estensione di dugento miglia, e usando crudel rappresaglia su que'
sudditi dell'Impero che erano innocenti, sfogarono soprattutto il
proprio furore sui preti ed i frati, e colle fatte prede si compensarono
delle ricchezze che essi e i loro amici aveano perdute. Di ritorno
nell'Occidente, divulgarono per tutta Italia ed Europa la debolezza,
l'opulenza, la perfidia, e il feroce astio de' Greci, i cui vizj, quai
conseguenze naturali dello scisma e dell'eresia venner dipinti. I
pellegrini della prima Crociata, mossi da scrupolo di coscienza, aveano
trascurata la più bella fra le occasioni di aprirsi per sempre la strada
di Gerusalemme coll'assicurarsi il possedimento di Costantinopoli; ma un
interno cambiamento politico allettò, e quasi costrinse i Francesi ed i
Veneziani ad accingersi alla conquista dell'Impero Orientale.

[A. D. 1185-1195]

Nel corso della storia di Bisanzo furono per me narrate l'ipocrisia,
l'ambizione, la tirannide e la caduta di Andronico, ultimo rampollo
della dinastia Comnena che in Costantinopoli abbia regnato. La tempesta
politica che balzò dal trono costui, salvò la vita, e fu cagione
d'innalzamento ad Isacco l'Angelo, che per linea femminina dalla stessa
stirpe scendea[24]. Al successore di un secondo Nerone non doveva esser
difficile il meritarsi l'affetto, e la stima de' sudditi; eppure qualche
volta i Greci il governo di Andronico ebbero ad augurarsi. Almeno questo
tiranno, fornito di molto ingegno e di fermo animo, seppe scorgere quai
vincoli il suo interesse a quello del popolo collegassero; e
solertissimo nel far tremare coloro che gli davano ombra, governò per
altro in modo che gli oscuri privati, e le lontane province benedivano
la rigorosa giustizia del loro sovrano. Ma il successore di Andronico,
vano e geloso del potere supremo acquistato, mancava e del coraggio e
dell'ingegno che ad adoprarlo erano nccessarj: i vizj di costui funesti
divennero ai sudditi; inutili, se pur ne ebbe qualcuna, le sue virtù. I
Greci che alla costui negligenza tutte le calamità dello Stato
apponeano, gli negarono persino il merito de' vantaggi passeggieri, o
accidentali che durante il suo regno godettero. Sonnacchioso sul trono,
la sola voce del piacere lo ridestava, consagrando tutte le sue veglie a
turbe di commedianti e buffoni, ai quali ancora oggetto di sprezzo
rendeasi. Il lusso delle feste da esso ordinate e de' suoi edifizj,
superava ogni pompa di cui altra Corte avesse sfoggiato giammai; aveva
eunuchi e domestici fino al numero di ventimila, e il mantenimento della
mensa e della casa, meno di quattromila lire d'argento, ossia di quattro
milioni sterlini annuali non gli costava; a soddisfare le proprie voglie
non conoscea che una via; opprimere il popolo, che irritavano egualmente
e le vessazioni operate nel riscotere le pubbliche rendite, e l'uso che
di queste rendite si faceva alla Corte. Intantochè i Greci numeravano i
giorni della loro schiavitù, un Profeta che in guiderdone del suo
profetare ottenne da Isacco il Patriarcato, gli predisse, che durante un
regno felice di trentadue anni avrebbe esteso sino al monte Libano i
confini dell'impero, le sue conquiste oltre l'Eufrate. Ma il solo atto
ch'ei fece per verificare una simile predizione, fu quello di spedire
un'ambasceria scandalosa quanto superba a Saladino[25], chiedendogli la
restituzione del Santo Sepolcro, e proponendo una lega offensiva e
difensiva a questo nemico del nome cristiano. Fra le indegne mani
d'Isacco, e del fratello di lui, gli avanzi del greco Impero ebbero
l'ultimo crollo. L'isola di Cipro, il cui nome ridesta le idee di
dolcezza e di voluttà fu invasa da un Principe della dinastia de'
Comneni; e per un singolare accordo di circostanze, il valore di
Riccardo d'Inghilterra trasportò nella Casa di Lusignano questo reame,
compenso ben abbondante della perduta Gerusalemme.

[A. D. 1186]

La ribellione de' Valacchi e de' Bulgari, quanto di ignominia alla
monarchia, altrettanto di inquietudine portò alla capitale. Dopo la
vittoria di Basilio II, questi popoli si erano serbati sommessi ai
principi di Bisanzo, sommessione per vero dire che non recava ai
vassalli grande molestia; ma niuno avea mai fatta la pruova di ridurre
efficacemente sotto il giogo de' costumi e delle leggi quelle selvagge
tribù. Per ordine di Isacco l'Angelo, vennero private del solo modo di
sussistenza che avessero, delle loro greggie, che vennero adoperate alla
pompa delle nozze dell'Imperatore. Indi il rifiuto di pareggiarli nello
stipendio e nel grado agli altri soldati dell'Impero, gli animi di que'
guerrieri indocili affatto irritò. Pietro e Asan, due possenti Capi
della stirpe degli antichi Re[26], si eressero in difensori de' proprj
diritti e della pubblica libertà: i fanatici, che ad essi prestarono
l'uffizio di predicatori, bandirono alle genti che il glorioso S.
Demetrio loro avvocato, avea sempre abbandonate le parti de' Greci:
laonde la ribellione dalle sponde del Danubio ai monti della Tracia e
della Macedonia si dilatò. Dopo alcuni sforzi inutili per sedarli,
Isacco e il fratello d'Isacco riconobbero la loro independenza; perchè
fin sulle prime, le truppe imperiali si scoraggiarono alla vista dei
teschi e de' brani de' lor confratelli, lungo le gole del monte Emo
dispersi. Il valore e la politica di Giovanni o Giovannizio, fondarono
sopra salde basi il secondo regno de' Bulgari. Questo accorto Barbaro
spedì un'ambasciata ad Innocenzo III, riconoscendosi per nascita e
religione figlio di Roma[27], e supplicando umilmente il Pontefice a
concedergli la facoltà di battere moneta, il titolo di Re, e un
arcivescovo o Patriarca latino. Nel quale intento essendo egli riuscito,
il Vaticano riportò il trionfo di una nuova conquista, che fu la prima
origine dello scisma; poichè, se ai Greci fosse rimasta la loro
preminenza sulla Chiesa di Bulgaria, alle pretensioni della sovranità
avrebbero, senza dolersene, rinunziato.

[A. D. 1195-1203]

I Bulgari, odiando, come odiavano, l'Impero greco, doveano sopra ogni
cosa pregare il Cielo che durasse il regno d'Isacco l'Angelo, divenuto
il miglior mallevadore della loro prosperità o independenza. Nondimeno i
Capi de' Bulgari nella cecità del loro astio avevano egualmente a vile e
la nazione greca, e l'imperiale famiglia. «Non son nati in Grecia?
diceva Asan ai propri soldati. Il clima, l'animo, l'educazione sono
sempre i medesimi, e produrranno sempre i medesimi effetti. Vedete voi
in cima alla mia lancia queste lunghe banderuole che ondeggiano a grado
del vento; non differiscono che nel colore: composte di una seta stessa,
lavorate dalle stesse mani, quelle che sono tinte in color di porpora
non hanno maggior prezzo o valore dell'altre[28]». Il Regno di Isacco,
vide sorgere e cadere molti pretendenti all'Impero: un generale che avea
respinte le flotte dei Siciliani, dall'ingratitudine del Monarca venne
trascinato alla ribellione, indi alla propria rovina: sommosse e segrete
congiure, più d'una volta turbarono i sonni del principe voluttuoso. Per
più riprese salvato o dal caso, o dalla sollecitudine de' suoi
domestici, soggiacque finalmente alle trame d'un ambizioso fratello, che
per guadagnarsi il possedimento precario di un vacillante trono, i
sentimenti della fedeltà, della natura ed ogni riguardo d'affetto
dimenticò[29]. Intantochè Isacco si diportava pressochè solo cacciando
nelle ville della Tracia, Alessio, in mezzo al campo e fra gli applausi
di tutto l'esercito, vestì la porpora; scelta che la capitale e il clero
approvarono. Schifo per vanità del nome dei padri suoi, il nuovo Sovrano
assunse il più pomposo della famiglia real de' Comneni. Non mi restano
espressioni obbrobriose per contrassegnare Alessio dopo quelle che per
dipingere Isacco adoprai: unicamente aggiugnerò che l'indegno
usurpatore[30] durò otto anni sul trono, e ne dovette grazia ai meno
effeminati vizj della sua moglie Eufrosina. Solo al vedersi inseguito,
come un nemico, dalle infedeli sue guardie imperiali, del suo disastro
avvidesi Isacco: e corse fuggendo, all'aspetto de' suoi persecutori,
fino a Stagira in Macedonia, cammino di circa cinquanta miglia; ma
abbandonato a sè stesso e privo di soccorsi l'infelice Isacco, non potè
al suo destino sottrarsi. Arrestato, condotto a Costantinopoli, privato
degli occhi, e confinato in una solitaria torre, solo pane ed acqua ivi
furono il suo nudrimento. Nel tempo di tale catastrofe toccava soltanto
il dodicesimo anno Alessio figlio d'Isacco, che crescea nella speranza
di succedere al regno. La fanciullezza di lui trovò grazia presso il
tiranno, che lo serbò, e nella pace, e nella guerra, a decorare la pompa
del proprio corteggio. Essendo accampato in riva al mare l'esercito
greco, una nave italiana favorì la fuga del giovine principe, che, sotto
abito di marinaio, involatosi alle indagini de' nemici, passò
l'Ellesponto, nè tardò a trovarsi, immune da pericolo, sulle coste della
Sicilia. Dopo essersi indi condotto a salutare la dimora de' Santi
Appostoli e ad implorare la protezione di Papa Innocenzo III, cedè
Alessio agl'inviti della sua sorella, Irene moglie di Filippo di Svevia,
Re de' Romani. Ma attraversando l'Italia, intese come il fiore de'
cavalieri d'Occidente, nella città di Venezia assembrato, a veleggiare
alla Terra Santa accigneasi: onde gli nacque in cuore un raggio di
speranza, che l'armi invincibili de' Crociati tornassero il padre suo
sul trono che gli era stato rapito.

[A. D. 1198]

Dieci o dodici anni all'incirca dopo la perdita di Gerusalemme, i Nobili
della Francia vennero nuovamente alla guerra santa eccitati per la voce
di un terzo Profeta, meno stravagante di Piero l'Eremita, per vero dire,
ma che in politica ed eloquenza a S. Bernardo di gran lunga cedea. Un
prete ignorante nato ne' dintorni di Parigi, Folco di Neuilly[31]
abbandonò il servigio della sua parrocchia per sostenere la parte più
seducente di missionario ambulante e di predicatore del popolo: la fama
della sua santità e de' suoi miracoli si diffuse; veementemente
declamava contro i vizj del secolo, e i sermoni che per le pubbliche vie
di Parigi andava spacciando ebbero la fortuna di convertire ladri,
usurai, meretrici, e persino alcuni dottori e scolari dell'Università.
Appena Innocenzo III tenne la cattedra di San Pietro, bandì per
l'Italia, per l'Alemagna e per la Francia, la necessità, ossia il dovere
di una nuova Crociata[32]. L'eloquente Pontefice deplorava in patetico
stile la rovina di Gerusalemme, il trionfo dei Pagani, e l'obbrobrio
della Cristianità, liberalmente promettendo la remission de' peccati e
un'indulgenza plenaria a tutti coloro che presterebbero servigio alla
guerra di Palestina, o colla persona per un anno, o col ministerio di un
sostituto per due[33]. Fra i Legati, ed Oratori che intonarono la sacra
tromba, Folco di Neuilly ebbe la preminenza così per dimostrato zelo,
come per lo sfarzo de' buoni successi che ottenne. E certamente lo stato
in allora de' principali monarchi dell'Europa, tutt'altro che favorevole
ai voti del Santo Padre, si dimostrava; l'Imperatore Federico II,
tuttavia fanciullo, vedea dilacerati i suoi dominj dell'Alemagna dalle
discordie delle rivali Case di Svevia e Brunswik, e dalle fazioni
memorabili de' Guelfi e de' Ghibellini. Filippo Augusto di Francia aveva
il suo pericoloso voto adempiuto, nè troppo talentavagli di rinovarlo;
ma per altra parte, avido di lodi e di potenza questo monarca, assegnò
un fondo perpetuo al servigio militare di Terra Santa. Riccardo
d'Inghilterra, sazio di gloria, e acerbato dai disgustosi incidenti che
alla sua prima spedizione si univano, si prese la libertà di rispondere
con una facezia alle esortazioni di Folco di Neuilly, che, con egual
sicurezza, mandava i suoi rabbuffi ai popoli e ai Re. «Voi mi
consigliate, gli facea scrivere Plantageneto, di sciogliermi dalle mie
tre figlie, la superbia, l'avarizia e l'incontinenza. Ebbene! Per
metterle nelle mani di chi ne sappia far conto, consegno la mia superbia
ai Templarj, la mia avarizia ai frati di Citeaux, la mia incontinenza ai
Vescovi». Ciò non pertanto i grandi vassalli, e i Principi di secondo
ordine, alle voci del predicatore docilmente obbedirono. Il giovine
Tebaldo Conte di Sciampagna, in età di ventidue anni fu primo e de' più
zelanti a mettersi nella santa impresa; che, a ciò il confortavano gli
esempj del padre e del fratel primogenito, quegli stato condottiere
della seconda Crociata, questi morto in Palestina col titolo di Re di
Gerusalemme. Duemila dugento cavalieri doveano omaggio e servigio
militare al Conte di Sciampagna[34], e la Nobiltà di questo paese per
maestria nell'armi di altissima fama godea[35]. Oltrechè, Tebaldo,
divenuto sposo della erede della Casa di Navarra, poteva aggiugnere alle
sue truppe una coraggiosa banda di Guasconi tolti da entrambi i lati de'
Pirenei. Gli fu compagno d'armi, Luigi, conte di Blois e di Chartres,
venuto, come egli, di sangue reale; perchè questi due Principi erano,
l'uno e l'altro, nipote e del francese, e dell'inglese Monarca. Nella
moltitudine de' Baroni e Prelati che il fervore de' due Conti imitarono,
vogliono essere distinti Mattia di Montmorenci, chiaro per natali e per
merito, il famoso Simone di Montfort, flagello degli Albigesi, il
valente Goffredo di Villehardouin[36], maresciallo di Sciampagna[37],
che si è degnato scrivere nell'idioma[38] barbaro del suo secolo e del
suo paese[39] la narrazione de' consigli, e delle spedizioni, nelle
quali egli medesimo una delle primarie parti sostenne. Nel medesimo
tempo, Baldovino, conte di Fiandra, che avea sposata la sorella di
Tebaldo, prese la croce a Bruges non meno del proprio fratello Enrico, e
dei principali cavalieri e cittadini di questa ricca ed industriosa
provincia[40]. I Capi pronunziarono solennemente il lor voto nella
Chiesa, e lo ratificarono ne' tornei. Dopo che in parecchie assemblee
generali fu discusso intorno ai modi di accignersi alla grande impresa,
venne risoluto che, per liberare la Palestina, si dovea portar la guerra
in Egitto, paese che, dopo la morte di Saladino, la fame e le civili
guerre straziavano. Ma la ria ventura che aveano incontrata tanti
eserciti, condotti dai Sovrani in persona, mostravano pericolosissima
cosa l'imprendere per terra una sì lunga spedizione: e benchè i
Fiamminghi abitassero le coste dell'Oceano, i Baroni francesi mancavano
di navilio, nè avevano inoltre sull'arte del navigare nozioni di sorte
alcuna. In tal frangente, i Crociati saggiamente nominarono sei deputati
o rappresentanti, nel novero de' quali il Villehardouin si trovò, con
pieno potere di negoziare pel vantaggio della Confederazione, e di
regolare tutte le fazioni di questa impresa. Non essendovi che gli Stati
marittimi dell'Italia, atti a fornire quanto facea di mestieri per
trasportare i pellegrini, le armi loro e i cavalli, i sei deputati
cercarono Venezia, onde far valere e la divozione, e l'interesse allo
scopo di ritrar soccorsi da quella possente repubblica.

[A. D. 697-1200]

Nel narrare l'invasione fatta da Attila nell'Italia, non tacqui[41],
come i Veneziani fuggiti dalle città distrutte del Continente, si
fossero cercato uno oscuro asilo nella catena d'isolette che l'estremità
dell'Adriatico golfo fiancheggiano. Circondati per ogni lato dal mare,
liberi, indigenti, laboriosi, e padroni d'una inaccessibil dimora, a
mano a mano in repubblica si congregarono. Le prime fondamenta di
Venezia accolse l'isola di Rialto, e venne, in vece della elezione
annuale di dodici tribuni, l'uffizio di un Duca o Doge perpetuo, che
durava quanto la vita di chi lo assumea. Collocati fra due imperi, i
Veneziani vanno fastosi della fama di aver sempre mantenuta la primitiva
loro independenza[42], e sostenuta coll'armi la lor libertà, dai Latini
posta in pericolo, fama che, con testimonianze commesse allo scritto,
potrebbero di leggieri giustificare. Il medesimo Carlomagno abbandonò
tutte le sue pretensioni sulle isole del golfo Adriatico; Pipino, figlio
di lui, ebbe mal successo in volendo superare le lagune di Venezia,
troppo profonde, perchè la sua cavalleria potesse varcarle, ma non a
bastanza per offerire alle sue navi ricetto; e sotto il successivo regno
di tutti gli alemanni Imperatori, le terre della Repubblica veneta da
ogn'altro paese italiano sonosi contraddistinte. Ma quegli abitanti
imbevuti eransi dell'opinione generale dell'estranie nazioni, e de'
Greci loro sovrani, i quali siccome parte non alienabile dell'Impero
d'Oriente li riguardavano[43]. Il nono e il decimo secolo somministrano
prove e molte, e saldissime di tale dipendenza. Laonde i vani titoli e i
servili onori della Corte di Bisanzo, cotanto ambiti dai loro Dogi,
avrebbero invilite le magistrature di questo popolo libero, se
l'ambizione de' cittadini, e la debolezza di Costantinopoli non avessero
per insensibili gradi sciolte le catene di questa dependenza medesima,
che poi non era nè severissima, nè di soverchio assoluta. Convertiti
l'obbedienza in rispetto, i privilegi in prerogative, la libertà del
Governo politico quella del Governo civile affrancò. Le città marittime
dell'Istria e della Dalmazia obbedivano ai sovrani dell'Adriatico; e
quando questi armarono per Alessio contra i Normanni, l'Imperatore greco
non riguardò i soccorsi de' medesimi, qual tributo che il Sovrano può
aspettarsi dai sudditi, ma beneficenza di grati e fedeli confederati li
reputò. Retaggio fu di questo popolo il mare[44]. Certamente i Genovesi
e i Pisani, rivali de' Veneti, teneano la parte occidentale del
Mediterraneo, dalla Toscana a Gibilterra; ma avendo Venezia ottenuta di
buon'ora una grossa parte nel commercio vantaggiosissimo della Grecia e
dell'Egitto, le ricchezze di essa, a proporzione delle inchieste degli
Europei, si aumentarono; le sue manifatture di cristalli e di seta,
fors'anche l'instituzione della sua Banca ad una antichità la più rimota
risalgono, e i frutti della comune industria nella magnificenza della
Repubblica e de' privati ammiravansi. Facea mestieri di mantenere
l'onore della veneta bandiera, di vendicare ingiurie a questa inferite,
o proteggerne la marittima libertà? La Repubblica potea in brevissimo
tempo lanciar nell'acque, allestire una flotta di cento galee, ch'essa
adoperò a mano a mano contra i Greci, contra i Saracini, contra i
Normanni, o in soccorso, che grande fu, de' Francesi nelle loro
spedizioni alle coste della Sorìa. Ma questa solerzia de' Veneziani, nè
cieca, nè disinteressata mostravasi. Dopo la conquista di Tiro,
parteciparono al dominio sovrano di questa città, primo ricettacolo del
commercio di tutto il Globo; e già scorgeansi nella politica del veneto
Governo tutta l'avarizia di un popolo trafficante, e tutta l'audacia di
una potenza marittima. Ma non fu mai che il consiglio l'ambizione non ne
regolasse; e dimenticò rare volte, che, se la copia delle sue galee
armate era conseguenza e salvaguardia di sua grandezza, il suo navilio
mercantile le avea dato origine e la sostenea. Evitato lo scisma de'
Greci, non quindi Venezia un'obbedienza servile al Pontefice di Roma
prestò; e l'abito di corrispondere cogl'Infedeli di tutti i climi, le fu
schermo di buon'ora contra gl'influssi della superstizione. Il Governo
primitivo di Venezia presentava una mescolanza informe di democrazia e
di monarchia; pei suffragi di una generale assemblea eleggevasi il Doge;
e questi, sinchè piaceva al popolo la sua amministrazione, regnava con
fasto e con autorità ad un sovrano addicevoli; ma negli spessi
cambiamenti politici occorsi, cotesti maestrati vennero e rimossi, e
confinati in esilio, e talvolta anche morti per opera di una moltitudine
sempre violenta, spesse volte ingiusta. Col secolo dodicesimo solamente
incominciò quell'abile e vigilante aristocrazia, per le cui conseguenze
ai dì nostri il Doge non è più che un fantasma, il popolo un nulla[45].

[A. D. 1201]

Appena giunti a Venezia i sei ambasciatori francesi, vennero nel palagio
di S. Marco amichevolmente accolti dal Doge Enrico Dandolo, che,
pervenuto all'ultimo periodo dell'umana vita, fra gli uomini più chiari
del suo secolo risplendea[46]. Aggravato dagli anni, e divenuto
cieco[47], il Dandolo conservava tutto il vigore del suo coraggio e del
suo intendimento, il fervor d'un eroe bramoso di segnalare per qualche
memorabile impresa l'epoca del suo regno, la saggezza di un cittadino
infiammato dall'ardore di fondare la propria fama sulla gloria e la
possanza della sua patria. Il valore e la fiducia de' Baroni francesi e
de' lor deputati, ottennero da lui approvazione ed encomj: «S'io non
fossi che un privato, rispondea loro, nel sostenere una sì bella causa,
e in compagnia di tali campioni, bramerei terminare il corso della mia
vita.» Ma nella sua qualità di magistrato di una Repubblica, li chiese
di qualche indugio per consigliarsi in una bisogna di tanta importanza
co' suoi colleghi. La proposta de' Francesi venne primieramente discussa
nel consesso de' sei Savj nominati di recente per vegliare
all'amministrazione del Doge; indi portata ai quaranta Membri del
Consiglio di Stato, poi comunicata all'Assemblea legislativa, composta
di quattrocentocinquanta Membri, eletti ciascun anno ne' sei rioni della
città. E in pace, e in guerra, il Doge era sempre il Capo della
Repubblica; ma il credito personale goduto dal Dandolo, di maggior peso
l'autorità legale rendevane. Si ventilarono ed approvarono le ragioni da
esso addotte per favorire la confederazione; indi gli fu conferita
l'autorità di far note agli ambasciatori le condizioni del Trattato che
si volea stipulare[48]. Giusta le medesime, i Crociati, verso la festa
di S. Giovanni, del successivo anno sarebbersi adunati a Venezia, ove
avrebbero trovato barche piatte per contenere quattromila cinquecento
cavalli e novemila scudieri, e navi sufficienti per trasportare
quattromila cinquecento uomini a cavallo e ventimila fantaccini. I
Veneziani doveano inoltre per nove mesi mantenere di tutte le necessarie
vettovaglie la flotta, e condurle ovunque il servigio di Dio o della
Sovranità il richiedesse, scortandole inoltre con cinquanta galee
armate, e veleggianti colla bandiera della Repubblica. In corrispondenza
di tal carico che si assumeano i Veneziani, i pellegrini, prima del
partire, doveano sborsare ottantacinquemila marchi d'argento; e quanto
alle conquiste, sarebbersi in parti eguali divise fra i confederati.
Patti per vero alquanto aspri; ma la circostanza incalzava, e i Baroni
francesi non sapeano risparmiare nè il proprio sangue, nè le proprie
ricchezze. Fu tosto convocata un'assemblea generale per ratificare il
Trattato, e diecimila cittadini empieano la grande cappella e la piazza
di S. Marco. I Nobili francesi vidersi per la prima volta alla necessità
d'inchinare la maestà del popolo. «Illustri Veneziani, dicea il
maresciallo di Sciampagna, veniam deputati da' più grandi e più possenti
Baroni della Francia, per supplicare i Sovrani del mare a soccorrerci
nel liberare Gerusalemme. Questi nostri commettenti ci raccomandarono
prostrarci dinanzi a voi, nè ci rialzeremo, se prima non ne promettete
di vendicare con noi gli affronti fatti al Redentore del Mondo». Tali
parole accompagnate dal pianto[49], l'atteggiamento supplichevole, e in
un l'aspetto guerriero di coloro che le proferivano, eccitarono tal
grido universale di applauso, il cui rumore, dice Goffredo, a quel del
tremuoto rassomigliavasi. Il venerabile Doge salì il suo tribunale, ove
aringando favore dei supplicanti, spiegò quali siano i soli motivi
onorevoli e virtuosi che l'adunanza di tutto un popolo possono
giustificare. Copiatosi in pergamena il Trattato, munito di suggelli,
confermato da giuramenti, scambievolmente accettato con lagrime di gioia
dai rappresentanti delle due nazioni, venne tosto inviato a Roma per
ottenerne da Papa Innocenzo III l'approvazione. I mercatanti
somministrarono duemila marchi per le prime spese dell'armamento; e
intantochè due de' sei Deputati le Alpi rivalicavano per annunziare alla
lor gente il buon successo delle negoziate cose, gli altri quattro si
condussero, ma indarno a Genova e a Pisa, per indurre queste due
Repubbliche a prendere parte nella Santa Lega.

[A. D. 1202]

Indugi ed ostacoli non preveduti tardarono l'adempimento di questo
Trattato. Di ritorno a Troyes, il Maresciallo venne affettuosamente
accolto, e per le operate cose lodato da Teobaldo, conte di Sciampagna,
generale che ad unanime voto i pellegrini eransi scelto; ma la salute di
questo giovine valoroso incominciando a vacillare, non andò guari che
ogni speranza di salvarlo mancò. Deplorando il destino che lo dannava a
perire immaturo, non in mezzo al campo della battaglia, ma sopra un
letto d'angoscia, distribuì morendo i proprj tesori a' suoi prodi e
numerosi vassalli, dopo averli indotti a giurare alla sua presenza che
il voto di lui e di loro medesimi avrebber compiuto. Ma, prosegue il
Maresciallo, non tutti quelli che accettarono i donativi la lor parola
mantennero; i più risoluti campioni della Croce a Soissons si
assembrarono per la scelta di un nuovo generale, e fosse incapacità,
gelosia, o contraggenio, non trovarono alcuno tra i Principi francesi
fornito delle prerogative d'animo necessarie a condurre sì fatta
spedizione, e nemmeno del desiderio di questo comando. Laonde i voti si
unirono a favore di uno straniero, di Bonifazio, marchese di Monferrato,
rampollo di una stirpe d'eroi, e conosciuto egli medesimo per meriti
politici e militari[50]. Nè la pietà, nè la sua ambizione, gli
consigliavano ricusar l'offerta di comando fattagli dai Baroni francesi:
per lo che, dopo avere trascorsi alcuni giorni alla Corte di Francia,
ove trovò accoglienza ad un amico e ad un parente dovuta, accettò
solennemente nella chiesa di Soissons la croce di pellegrino, e il
bastone di generale, ripassando indi l'Alpi per prepararsi a questa
impresa di lunga durata. All'avvicinarsi della Pentecoste, Bonifazio,
dispiegato il proprio stendardo, prese la volta di Venezia a capo de'
suoi Italiani; colà il precedettero, o seguirono i Conti di Fiandra e di
Blois, ed alcuni più illustri Baroni di Francia, ai quali si aggiunse un
numeroso corpo di pellegrini alemanni, tutti compresi dagli stessi
motivi che i primi animavano[51]. Non solamente aveano compiuti, ma
oltrepassati i loro obblighi, i Veneziani: costrutte scuderie pe'
cavalli, baracche pe' soldati; magazzini abbondantemente forniti di
foraggi e di vettovaglie: i legni da trasporto, le navi e le galee, non
aspettavano per salpare che il pagamento della somma stipulata nel
Trattato per le spese di allestire la flotta. Ma tal somma era più forte
assai delle ricchezze insieme unite di tutti i pellegrini in Venezia
adunati. I Fiamminghi, che un'obbedienza volontaria e precaria al loro
Conte prestavano, aveano impresa sui proprj navigli la lunga navigazione
dell'Oceano e del Mediterraneo, e molta mano di Francesi e d'Italiani
preferito valersi per questa traversata dei modi meno dispendiosi e più
agiati che vennero offerti loro dai Marsigliesi e dai Pugliesi. I
pellegrini trasferitisi a Venezia avrebbero potuto dolersi in veggendo
che, dopo avere scontata la loro contribuzione personale, venivano
tenuti mallevadori pei compagni lontani; pur tutti i Capi di buon grado
le proprie suppellettili di oro e d'argento nel tesoro di S. Marco
deposero; ma un sì generoso sagrifizio non era ancora bastante, e ad
onta di tanti sforzi a compiere la pattuita somma trentaquattromila
marchi ancora mancavano.

La politica e l'amor patrio del Doge tolsero di mezzo l'ostacolo. Ei
fece ai Baroni il partito di unirsi ai suoi concittadini per ridurre
alcune città ribellanti della Dalmazia; al qual patto promise condursi
in persona a combattere sulle coste della Palestina, e ottenere inoltre
dalla Repubblica che, quanto al rimanente debito de' Crociati,
aspettasse ad ottenerne il pagamento l'istante, in cui qualche ricca
conquista ne porgesse ai medesimi i modi. Non poco titubarono, mossi
anche da riguardi di coscienza, i Francesi; ma anzichè rinunziare
all'impresa, finalmente a questo partito si accomodarono. I primi atti
ostili della flotta, furono contro Zara[52], città forte sulle coste
della Schiavonia, che sottrattasi ai Veneziani, sotto la protezione del
Re ungarese erasi posta[53]. Rotta la catena, o sbarra che il porto ne
difendeva, sbarcati i loro cavalli, le loro truppe, le loro macchine da
guerra, costrinsero nel quinto giorno la città ad arrendersi a
discrezione. Gli abitanti ebbero salve la vite, ma per punirli d'aver
ribellato, vennero saccheggiate le loro case, spianate le mura della
città. Innoltrata essendo la stagione, i confederati risolvettero
scegliere un porto sicuro in fertile paese, per ivi trascorrere il verno
tranquillamente: ma ne turbaron la quiete le nimistà di nazione surte
fra i soldati e i marinai, e le frequenti lotte che da queste nimistà
conseguivano. La conquista di Zara era stata origine di discordie e di
scandali. Spiacea che la prima fazione de' confederati, non di sangue
infedele, ma del sangue medesimo de' Cristiani, avesse lordate le loro
armi; lo stesso Re di Ungheria e i suoi nuovi sudditi fra i campioni
della Croce si noveravano; il timore o la incostanza aumentava gli
scrupoli de' devoti. Il Pontefice avea scomunicati diversi spergiuri
Crociati che saccheggiavano e trucidavano i lor fratelli[54]: anatema
che risparmiò solamente il Marchese Bonifazio e Simone di Montfort, l'un
d'essi, perchè non si era trovato all'assedio, l'altro pel merito di
avere abbandonata del tutto la lega. Innocenzo avrebbe perdonato di buon
grado ai semplici e docili penitenti francesi, ma a maggiore sdegno lo
concitava l'ostinata ragione de' Veneziani, che ricusando di confessare
le loro colpe, non sapean che farsi di perdono, nè voleano, quanto alle
bisogne lor temporali, l'autorità d'un prete conoscere.

L'unione di una flotta e di un esercito sì poderoso, le speranze del
giovine Alessio avea rianimate[55]. Così a Venezia come a Zara, non
risparmiò vivissime istanze ai Crociati, perchè il riconducessero in
patria, e la liberazione del suo genitore operassero[56]. Le
raccomandazioni di Filippo, Re di Alemagna, la presenza e le preghiere
del giovine Greco a pietà mossero i pellegrini; e il marchese di
Monferrato, e il Doge di Venezia, la causa ne assunsero e perorarono. Un
doppio parentado e la dignità di Cesare aveano colla famiglia imperiale
congiunti i due fratelli primogeniti di Bonifazio[57], che sperava
acquistarsi, per l'importanza di un tanto servigio prestato, un reame.
Più generosa l'ambizione del Dandolo, inspiravagli ardente desiderio di
assicurare al suo paese gl'immensi vantaggi che una tale impresa al
commercio veneto promettea[58]. La prevalenza di questi due personaggi
ottenne buona accoglienza agli ambasciatori d'Alessio; e se per una
parte, la vastità delle offerte fattesi da questo giovane, era tale da
mettere in qualche diffidenza, per l'altra i motivi da esso addotti, e i
vantaggi ai quali per sè stesso agognava, poterono giustificare
l'indugio posto alla liberazione di Gerusalemme, e all'uso delle forze
che a tal fine esser doveano serbate. Promise pertanto Alessio per sè e
pel padre suo, che appena ricuperato il trono di Costantinopoli, al
lungo scisma de' Greci porrebbero termine, sottomettendosi eglino e i
loro sudditi, alla supremazia della Chiesa romana. Si obbligò
ricompensare le fatiche e i servigi de' Crociati coll'immediato sborso
di dugentomila marchi d'argento; seguire i pellegrini in Egitto; o, se
più espediente fossesi giudicato, mantenere durante un anno diecimila
soldati, e finchè vivea, cinquecento uomini a cavallo pel servigio di
Terra Santa. Patti così seducenti vennero dalla Repubblica di Venezia
accettati, e l'eloquenza del Doge e del Marchese indusse i Conti di
Blois, di Fiandra, di S. Paolo, ed altri otto Baroni a prender parte in
una impresa tanto gloriosa. Co' soliti giuramenti un Trattato di lega
offensiva e difensiva si confermò: ciascuno individuo, giusta lo stato
suo, o la sua indole, fu adescato da motivi di generale interesse, o da
quelli del proprio; dall'onore di restituire ad un Sovrano il trono
perduto, o dall'opinione assai fondata che tutti gli sforzi de' Crociati
per liberare la Palestina sarebbero vani, ogni qualvolta la conquista di
Costantinopoli, non precedesse e agevolasse quella di Gerusalemme. Ma i
ridetti Capi comandavano una truppa di guerrieri liberi e di volontarj,
alcuni di questi loro eguali, che ragionavano, e talvolta a proprio
talento operavano. Benchè una grande maggiorità per la nuova lega si
fosse chiarita, non immeritevoli di considerazione erano il numero e gli
argomenti di coloro che la ributtavano[59]. Anche gli animi i più
intrepidi abbrividivano al racconto udito delle forze navali di
Costantinopoli, e delle inaccessibili fortificazioni di questa città.
Pure non allegavano in pubblico i lor timori, e forse a sè stessi
palliandoli, più decorose obbiezioni, dedotte dal dovere e dalla
Religione, mettevano in campo. Citavano i dissidenti la santità del voto
che, unicamente per far libero il Santo Sepolcro, dalle lor famiglie e
case aveali allontanati; non essere lor pensamento che motivi oscuri ed
incerti di umana politica dovessero distoglierli da una santa impresa,
l'evento della quale nelle mani della Providenza si stava: le censure
pontificie e i rimproveri di lor coscienza averli assai severamente
puniti per la conquista di Zara, prima colpa che si rimprocciavano; non
volere aggiugnerne una seconda col lordare in avvenire le proprie armi
nel sangue cristiano: sullo Scisma dei Greci aver già l'Appostolo di
Roma pronunziata sentenza; non appartenerne ad essi la punizione; nè
tampoco il farsi vendicatori degl'incerti diritti dei Principi di
Bisanzo. Mossi da sì fatti principj, o pretesti, una gran parte di
pellegrini, per valore e pietà i più rinomati, abbandonarono il campo;
eppure nocquero meno all'impresa, che non quella fazione di mal contenti
che rimanendo, cercarono tutte le occasioni di spargere nell'esercito la
discordia, e con opposizioni, or manifeste, or segrete, il buon esito
dell'armi impacciarono.

[A. D. 1203]

Tale diffalta non fece che i Veneziani affrettassero meno gli apparecchi
della partenza, e forse, sotto apparenza di generosa sollecitudine
inspirata loro dal giovine Alessio, celavano il risentimento che contra
la nazioni di lui e la famiglia nudrivano. Oltrechè, la cupidigia loro
sentivasi offesa dalla preferenza che di recente i Greci aveano data
alla rivale Repubblica di Pisa; non dimenticavano antichi e tremendi
conti rimasti addietro tra essi e la Corte di Costantinopoli; fors'anche
il Dandolo non si dava, per lo meno, cura di dismentire la popolare
credenza che accusava l'Imperator Manuele, di avere violati nella
persona del veneto Doge i diritti delle nazioni e della umanità,
privandolo della facoltà della vista, nel tempo che il grado di
Ambasciatore la persona di lui rendea sacra. Da parecchi anni le onde
adriatiche d'un sì straordinario armamento non si ricordavano;
centoventi barche piatte, o _palandre_ per li cavalli; dugentoquaranta
vascelli carichi di soldati e d'armi, settanta di vettovaglie, protetti
da cinquanta galee ben munite, e pronte alla pugna, tal si era lo stato
di una sì formidabile flotta[60]. Propizio il vento, tranquillo il mare,
sereno il cielo mostravansi, e gli occhi d'ognuno con ammirazione a
questa scena guerriera e splendentissima stavano intenti. Gli scudi de'
cavalieri e degli scudieri, giovando parimente ad ornamento e a difesa,
vedeansi ad entrambe le sponde delle navi in bell'ordine collocati; e le
varie bandiere delle nazioni e delle famiglie, che sventolavano a prora,
uno spettacolo magnifico e decoroso offerivano. Le catapulte e le
macchine atte a lanciar sassi e a conquassare muraglie, allor l'ufizio
dell'artiglieria de' nostri giorni prestavano. Una musica militare
raddolciva i travagli e le noie della navigazione, intantochè que'
guerrieri affidati alla persuasione che quarantamila eroi cristiani
erano bastanti a conquistar l'Universo, scambievolmente
s'incoraggiavano[61]. Per l'abilità e l'esperienza de' veneti piloti,
giunta con prospero viaggio da Venezia a Zara la flotta cristiana, da
quest'ultimo lido a Durazzo, situato sul territorio greco, immune da
avversi casi pervenne. L'isola di Corfù le offerse reficiamenti e
riparo. Superato con fausta navigazione il pericoloso capo Maleo,
estremità australe della Morea, i confederati approdarono alle isole di
Negroponte e di Andros[62], gettando le áncore dinanzi ad Abido, riva
asiatica dell'Ellesponto. Nè difficili, o sanguinosi furono i preludj
della conquista. Privi di zelo patrio e di coraggio gli abitanti delle
greche province, nè solamente a resister pensarono. E per vero dire la
presenza del legittimo erede del trono potea questa loro docilità render
lodevole, e n'ebbero di fatto il compenso nella moderazione e nella
severa disciplina che gli occupatori mantennero. Nell'attraversare
l'Ellesponto questa flotta trovandosi entro canale angustissimo
rinserrata, il numero delle vele la superficie dell'acqua oscurò.
Postesi alla giusta distanza le navi in mezzo al vasto specchio della
Propontide, per queste quete onde solcarono fino agli scali della costa
europea, fermando l'áncore verso l'abbazia di S. Stefano, tre leghe
circa a ponente di Costantinopoli. Il Doge consigliò saggiamente i
Crociati a non isbandarsi sopra quella costa popolosa e nemica. Poi
accostandosi al termine le lor vettovaglie, e giunta la stagion delle
messi, deliberarono rinnovellarle nelle fertili isole della Propontide;
e a tal meta i confederati il loro corso indirissero. Ma un colpo di
vento, e l'impazienza de' naviganti, li spinsero verso levante, in tanta
vicinanza della spiaggia e della città, che quelli dei baluardi e quelli
dele navi con gittate di sassi e dardi scambievolmente si salutarono. In
questo passaggio, l'armata contemplò con ammirazione la capitale
dell'Oriente che ergendosi sulla cima de' sette suoi colli, e dominando
i continenti dell'Asia e dell'Europa, piuttosto la capitale sembrava
dell'Universo. Indorate le cupole de' palagi e delle Chiese dai raggi
del Sole, questi erano ripercossi dalla superficie dell'acque. Il
brulichio dei soldati e degli abitanti affoltatisi sulle mura sorprese
gli sguardi de' naviganti spettatori che la codardia di quella gente
ignoravano; onde un subitaneo terrore invase i petti d'ogni Crociato in
pensando che a memoria d'uomini una tanto pericolosa impresa da una sì
picciola mano di combattenti non erasi mai tentata. Ma il momentaneo
scoraggiamento dissiparono la speranza e la consuetudine del valore; per
lo che «ciascuno, narra il Maresciallo della Sciampagna, fisò il guardo
alla spada, o alla lancia, di cui fra poco avrebbe fatto un uso tanto
glorioso[63]». Innanzi al sobborgo di Calcedonia i Latini il navilio
fermarono. Rimasti soli entro le navi i marinai, e sbarcati senza
ostacolo i soldati e l'armi, il saccheggio di un palagio imperiale,
offerse anticipate ai Baroni le delizie del buon successo cui
aspiravano. Nel terzo giorno, la flotta e l'esercito si volsero a
Scutari, sobborgo asiatico di Costantinopoli. Sorpreso e messo in fuga
da ottanta cavalieri un corpo di cinquecento uomini di cavalleria greca,
una pausa di nove giorni bastò a provvedere lautamente il campo e di
foraggi e di ogni genere di vettovaglie.

Parrà forse cosa straordinaria che, imprendendo io a narrare l'invasione
di un grande Impero, non abbia fatta menzione degli ostacoli che al buon
successo de' conquistatori oppor si poteano. Perchè, comunque i Greci
difettasero di valore, erano ricchi ed industriosi, e obbedivano ad un
assoluto Monarca. Ma avrebbe fatto mestieri che a questo Monarca non
fossero mancati, l'antiveggenza, finchè i nemici erano lontani, il
coraggio, poichè gli ebbe alle coste dei suoi dominj. Avendo dimostrato
di accogliere in atto di scherno le prime notizie venutegli intorno alla
lega del proprio nipote co' Francesi e coi Veneziani, i cortigiani di
lui gli persuasero essere verace questo scherno e figlio del suo
coraggio. Non passava sera che al finir della mensa costui _non mettesse
per tre volte in rotta i Barbari dell'Occidente_. Questi _Barbari_ in
vece non disprezzavano, e ben a ragione, le forze navali de' Greci:
perchè i mille seicento navigli pescherecci di Costantinopoli[64]
avrebbero somministrati quanti marinai bastavano ad allestire una flotta
capace di sommergere le galee venete, o certamente di chiudere ad esse
l'ingresso dell'Ellesponto. Ma qual valevole difesa non diviene
impotente per la trascuratezza d'un Sovrano, per la corruttela de' suoi
Ministri? Il Gran Duca, o Ammiraglio, facea un traffico scandaloso, e
quasi pubblico, delle vele, degli alberi da nave, de' cordami. Le reali
foreste servivano soltanto alla caccia del Principe, il che aveasi per
bisogno ben più rilevante; e gli eunuchi, al dir di Niceta, stavano di
sentinella agli alberi, come se queste piante ad un culto religioso
fossero consacrate. L'assedio di Zara, il rapido avvicinar de' Latini
destarono finalmente Alessio dagli orgogliosi suoi sogni; ma quando la
sciagura gli parve reale, inevitabile la credè parimente. La presunzione
disparve, e all'abietta codardia, e alla disperazione die' luogo. Questi
spregevoli _Barbari_ accamparono impunemente a veggente della reggia di
chi li scherniva; e il tremebondo Monarca non seppe che ricorrere ad
un'ambasceria, il cui fasto, e minaccevole contegno, non velò agli occhi
de' Francesi la costernazione prodotta dal loro arrivo. Gli Ambasciatori
chiesero a nome di Cesare con quali mire i Latini avessero posto campo
sotto le mura imperiali; se a ciò sinceramente gli avea mossi la brama
di compiere il loro voto e far libera Gerusalemme, applaudire Alessio ai
lor pietosi disegni, ed essere pronto a secondarli co' proprj tesori; ma
se avessero ardito penetrare nel santuario dell'Impero, rendersi ad essi
noto, che il loro numero, fosse stato anche dieci volte maggiore, dal
giusto sdegno dell'Imperatore campar non poteali. Semplice e nobile si
fu la risposta del Doge veneto e de' Baroni, «L'obbligo che ci siamo
assunti, è difendere la causa della giustizia e dell'onore; disprezziamo
l'usurpatore della Grecia, le sue offerte, le sue minacce. Noi dobbiamo
amicizia, egli obbedienza, all'erede legittimo di Bisanzo, al giovine
Principe che sta in mezzo di noi, e al padre di esso, l'Imperatore
Isacco, a cui un fratello ingrato ha tolti il trono, la libertà, e
persino il godimento di vedere la luce. Questo colpevole fratello
confessi il suo delitto, implori la clemenza dell'uomo cui fece mortali
offese; noi intercederemo, onde gli sia permesso di vivere nella pace e
nell'abbondanza. Ma riguarderemo siccome insulto commesso contro di noi
una seconda ambasceria, alla quale il ferro e il fuoco portati di nostra
mano nel palagio di Costantinopoli, sarebbero la sola nostra
risposta[65].»

Dieci giorni dopo giunti a Scutari i Crociati, e come soldati, e come
Cattolici, al passaggio del Bosforo si prepararono. Pericolosa impresa!
Largo e rapido è questo canale; in tempo di bonaccia, la corrente
dell'Eussino, potea portare in mezzo alla flotta, quel fuoco formidabile
che si conosce sotto nome di fuoco greco; settantamila uomini schierati
in battaglia stavano difendendo l'opposta riva. In sì memorabile
giornata, che volle il caso contraddistinta da cheto aere e da cielo
sereno, i Latini in sei spartimenti distribuirono il loro ordine di
battaglia. Al primo, ossia all'antiguardo comandava il Conte di Fiandra,
uno fra' Principi cristiani de' più poderosi, e temuto pel numero e per
l'abilità de' suoi balestrai; il fratello di lui Enrico, i Conti di S.
Paolo e di Blois, Mattia di Montmorency guidavano i quattro altri corpi
alla pugna; e sotto il commando del Montmorency marciavano volontarj il
Maresciallo e i Nobili della Sciampagna. Al Marchese di Monferrato,
condottiero degli Alemanni e de' Lombardi, obbediva il sesto spartimento
militare, retroguardo e corpo di riserva di tutto l'esercito. I cavalli
di battaglia, sellati, e coperti delle lor gualdrappe che sino a terra
scendevano, nelle barche piatte vennero collocati[66]. Dietro il proprio
cavallo teneasi in piedi ciascun cavaliere, nascosto il capo nell'elmo,
brandendo la lancia, armato di tutto punto. I sergenti e gli arcieri si
posero entro i legni da trasporto, ognun de' quali era rimorchiato da
una ben armata ed agile galea; laonde tutti questi sei spartimenti,
senza incontrare nemici, nè ostacoli, il Bosforo attraversarono. Ciascun
corpo, ciascun soldato non faceva altro voto che di essere il primo a
sbarcare, altra deliberazione che di vincere o di morire. I cavalieri,
gelosi d'affrontar essi i rischi più grandi, appena il poterono, si
lanciarono armati nel mare, e coll'acqua che il loro fianco radea
raggiunsero il lido. I sergenti[67] e gli arcieri il loro esempio
seguirono, gli scudieri, abbassati i ponti delle _palandre_, posero a
terra i cavalli. I Cavalieri in arcione aveano appena incominciato ad
ordinare gli squadroni e a mettersi colle lance in resta, quando i
settantamila Greci che stavano ad essi a fronte, sparirono. Alessio
diede l'esempio di questo scoraggiamento ai soldati non lasciando altro
segnale di essersi trovato in quel campo, che una ricca tenda, dal cui
spoglio soltanto i Latini compresero che contro un Imperatore avean
combattuto. Fu risoluto giovarsi del primo terrore che comprese i nemici
per forzare con doppio impeto l'ingresso del porto. Di fatto i Francesi
presero d'assalto la torre di Galata[68]; intanto che i Veneziani si
assumeano il più arduo cimento di rompere la sbarra, ossia catena tesa
da questa torre alla riva bisantina. I primi sforzi a ciò parvero
inutili, ma l'intrepida loro perseveranza la vinse: venti legni da
guerra, quanto rimanea della greca marineria, vennero presi o mandati a
fondo. Gli speroni delle galee[69], o il loro peso, troncarono,
infransero gli enormi anelli di quella catena; per lo che la flotta
veneta vittoriosa, e senza scomporsi, gettò l'áncora nel porto di
Costantinopoli. Tai furono i primi fatti, per cui i Latini con ventimila
uomini che tuttavia ad essi avanzavano, si procacciarono i modi di
avvicinarsi, per assediarla, ad una città che racchiudeva
quattrocentomila uomini[70], cui solamente qualche coraggio per
difenderla avrebbe bastato. Un tale calcolo per vero dire suppone che la
popolazione di Costantinopoli, sommasse in circa a due milioni
d'abitanti; ma ammettendo ancora che il numero de' Greci in armi non
fosse sì sterminato, gli è certo che i Francesi il credeano, e tale
persuasione fa evidente prova di lor magnanima intrepidezza.

Sul modo dell'assalto, i Francesi e i Veneziani diversi furono
d'opinione, preferendo ognun d'essi quel genere di battaglia in cui avea
maggiore esperienza. I Veneziani, nè a torto, sostenevano essere
Costantinopoli più accessibile dal lato del mare e del porto; ma i
Francesi poteano, senza vergognarsene, protestare che bastantemente
cimentato avevano le loro vite e fortune entro un naviglio e sopra un
infido elemento; laonde chiesero ad alta voce prove degne della
cavalleria, fermo terreno, e combattimenti a tu per tu, fossero poi a
piedi o a cavallo. Prudentemente convennesi nell'adoperare le due
nazioni in quel servigio che meglio fosse a ciascuna di esse addicevole.
Protetta dalla flotta l'armata, si condusse fino al fondo del porto,
avutasi diligente cura di restaurare il ponte di pietra posto sul fiume:
e i sei spartimenti de' Francesi accamparono rimpetto alla capitale
sulla base del triangolo che tiene quattro miglia dal Ponto alla
Propontide[71]. Situati in riva ad una fossa larga e profonda, e a piè
d'un altissimo baloardo, ebbero tutto l'agio di meditare la difficoltà
dell'impresa. Dalle porte della città uscivano continuamente, a destra e
sinistra del loro picciolo campo, drappelli di cavalleria e di fanteria
leggiera che trucidavano i soldati lontani dagli altri, devastavano la
campagna per affamar gli assedianti, costringeano questi a prendere
l'armi cinque o sei volte al giorno: per lo che i Francesi dovettero
provvedere alla loro sicurezza coll'ergere un palizzato, e scavare una
fossa. O i Veneziani non avessero somministrate bastanti vettovaglie ai
Francesi, o i secondi le avessero dissipate, incominciarono questi, cosa
non insolita, a lamentarsi della penuria, e fors'anche a soffrirla. Non
rimanea farina che per tre settimane, e i soldati stanchi di mangiar
carni salate incominciarono a prevalersi de' loro cavalli. Se un codardo
era l'usurpatore, il difendea però Teodoro Lascaris divenutogli genero,
giovine valorosissimo che aspirava a rendersi liberatore e padrone del
suo paese. I Greci mostratisi fino allora indifferenti per la lor
patria, furon ridesti dal pericolo che la religione correa, ma ogni
propria speranza fondavano sul coraggio delle guardie varangie,
composte, al narrar degli storici, di Danesi e di Inglesi[72]. Dopo
dieci giorni di un lavoro che posa non ebbe, la fossa nemica fu colma,
gli assedianti si accinsero alle fazioni regolari dell'assalto, e
dugentocinquanta macchine inalzate contro il baloardo, continuamente
adopravansi a scacciarne i difensori, a batterne le mura, a smoverne le
fondamenta. Alla prima apparenza di breccia, i Francesi piantarono le
scale, ma il numero e il vantaggio di sito all'audacia prevalsero. I
Latini furon rispinti, benchè imprimesse terrore e ammirazione ne' Greci
l'intrepidezza di quindici cavalieri o sergenti, che saliti sulle mura,
si mantennero in quel posto pericoloso sintanto che fossero precipitati
abbasso, o fatti prigionieri dalle guardie imperiali. Dal lato del
porto, i Veneziani, più felicemente l'assedio loro condussero. Questi
industriosi marinai posero in opera tutti gl'ingegni conosciuti prima
della invenzion della polvere. Le galee e i vascelli si schierarono in
doppia linea, il cui fronte estendevasi per tre gittate di dardo
all'incirca. Erano lo galee, ne' rapidi loro moti, sostenute dalla forza
e dal peso de' vascelli, i cui ponti, le poppe e le torri fornirono
altrettanti pianerottoli alle macchine che lanciarono sassi al di sopra
della prima linea. Appena i soldati dalle galee si lanciavano sulla
riva, piantavano le scale, e le ascendeano, intanto che i grossi legni
avanzandosi più lentamente fra gli intervalli, e calando altrettanti
ponti levatoi, presentavano ai soldati un cammino per aria, paralello
alla cima degli alberi delle navi, che di lì sui baloardi li
trasportava. Nel fervor della mischia, il venerabile e maestoso Doge,
armato di tutto punto, teneasi in piedi sul ponte della sua galea; la
bandiera di S. Marco sventolavagli innanzi; usava giusta l'uopo minacce,
preghiere, promesse per animare la solerzia de' suoi remiganti; la galea
che il conducea prima arrivò, e il Dandolo precedè tutti i suoi sulla
riva. I popoli ammirarono la magnanimità del cieco vegliardo, senza per
altro considerare che gli anni appunto e le sue infermità scemavano agli
occhi di lui il prezzo della vita, e quello della gloria che non perisce
mai aumentavano. D'improvviso una mano invisibile (che forse il
Porta-stendardo era stato ucciso) piantò sul baloardo la bandiera della
Repubblica. Ratti furono i Veneziani nell'impadronirsi delle venticinque
torri, e l'espediente crudele dell'incendio scacciò i Greci da tutte le
abitazioni che all'intorno vi stavano. Il Doge avea mandata ai
confederati la notizia de' riportati buoni successi, allorchè l'altra
del pericolo in cui questi si stavano venne a sospendergli il corso
della vittoria. Con nobiltà degna di lui protestò amar meglio perdersi
in lor compagnia che ottener trionfo a costo di vederli sagrificati.
Abbandonando gli avuti vantaggi, richiamò le truppe, e in soccorso degli
amici affrettossi. Trovò gli estenuati avanzi di quell'esercito tolti in
mezzo da sessanta squadroni di cavalleria greca, un sol de' quali
superava di numero ciascuno de' sei corpi di truppa in cui s'erano
distribuiti i Francesi, perchè la vergogna e la disperazione aveano
finalmente spinto Alessio a tentare l'ultimo sforzo di una generale
sortita: ma il fermo contegno de' Latini la sua speranza e le sue
risoluzioni fe' vôte. Dopo avere scaramucciato in lontananza, sparve sul
tramontar del giorno co' suoi soldati. Il silenzio, o il tumulto della
notte i costui terrori aumentò: dai quali finalmente vinto, ordinò si
trasportassero in una barca diecimila libbre d'oro, e abbandonando
vilmente il trono, la moglie e i suoi sudditi, attraversò il Bosforo,
colla protezione dell'ombre cercandosi ad un picciolo porto della Tracia
obbrobrioso rifugio. Saputasi appena questa fuga dai cortigiani di
Alessio, corsero per implorar perdono e pace a quel carcere, ove il
cieco Imperatore palpitava aspettandosi ad ogni istante i carnefici che
affrettassero il termine dei suoi giorni. Dalle sole vicissitudini della
fortuna fatto salvo e ritornato all'antica grandezza Isacco, vestì di
nuovo l'imperiale porpora, risalendo il trono, in mezzo ad una turba di
prostrati schiavi, ne' cui volti non gli era dato il leggere nè la
realtà dello spavento, nè l'ostentazion della gioia. Allo schiarire del
giorno gli atti ostili furono sospesi, e i Latini stessi maravigliarono
in ricevendo un messaggio del legittimo Imperatore, che restituito ne'
proprj diritti mostravasi impaziente di abbracciare il figlio e di
rendere dovuto guiderdone ai suoi generosi benefattori[73].

Questi generosi liberatori però non aveano in animo di lasciarsi sfuggir
di mano il giovine, loro ostaggio, prima di aver ottenuto dal padre il
pagamento, o almeno la formale promessa delle ricompense pattuite col
figlio. Elessero quattro ambasciatori, Mattia di Montmorenci, il nostro
storico Maresciallo della Sciampagna, e due Veneziani per portare le
loro congratulazioni all'Imperatore. Al loro avvicinare si apersero le
porte della città, una doppia schiera di guardie inglesi e danesi, colla
loro azza da guerra fra le mani, fiancheggiava entrambi i lati delle
strade; nella sala del trono abbagliava gli sguardi lo splendore
dell'oro e dello gemme preziose che mal teneano vece di perduta possanza
e virtù. La moglie di Isacco figlia del Re d'Ungheria, sedeasi a fianco
del marito, circondata da tutte le nobili matrone della Grecia,
convenute ivi alla prima notizia del nuovo esaltamento della sovrana, e
confuse in mezzo a molta mano di senatori, e soldati che facean cerchio
al trono. I Francesi, col ministero del Maresciallo favellarono, siccome
uomini persuasi di quanto ai loro servigi doveasi, ma che però
rispettavano l'opera delle lor mani, onde Isacco chiaramente comprese
come gli convenisse adempire senza titubazione, od indugio gli obblighi
che il figlio suo coi Veneziani e co' pellegrini aveva contratti. Dopo
aver fatto introdurre i quattro messaggeri in una stanza interna, ove si
trasferì, accompagnato dall'Imperatrice, da un ciamberlano, e da un
interprete, il padre del giovine Alessio chiese con inquietezza in che
si stessero le cose promesse dal figlio suo. Il maresciallo di
Sciampagna avendogli fatto noto che l'Imperatore greco dovea impor fine
allo scisma col sottomettersi egli e i suoi popoli alla supremazia del
Papa, contribuire coi proprj soccorsi alla liberazione di Terra Santa,
sborsare in contanti una contribuzione di dugentomila marchi d'argento:
«Questi patti son gravi, rispose accortamente il Monarca, duri da
accettare, difficili da adempire; nondimeno, non vi è cosa che possa
superare i vostri meriti e i vostri servigi». Soddisfatti di questa
risposta, i Baroni montarono a cavallo, e accompagnarono sino alla
reggia l'erede del trono, al quale la giovinezza e il tenore delle sue
avventure cattivavano tutti i cuori; insieme al padre fu coronato nella
Chiesa di S. Sofia. Nei primi giorni del nuovo regno, il popolo
esultante pel ritorno della pace e dell'abbondanza, godea che tal fosse
stato lo scioglimento della catastrofe. I Nobili nascondeano sotto la
maschera di giubilo e di fedeltà, il rincrescimento, l'astio, i timori.
Ad evitare gl'inconvenienti che avrebbe potuto produrre nella città la
mescolanza delle due nazioni, vennero assegnate ai Veneziani e ai
Francesi le stanze ne' sobborghi di Pera e di Galata, lasciata però ad
essi ogni libertà di diportarsi a trafficare entro le mura di
Costantinopoli. La divozione e la curiosità conducea ogni giorno un gran
numero di pellegrini a visitarne le chiese e i palagi. Non mossi forse
dalla perfezione dell'arti che in questi edifizj signoreggiava, i nostri
ruvidi antenati sentivano però il prezzo della magnificenza che in essi
ammiravasi. La povertà delle città ove erano nati, rendea più splendente
ai loro sguardi il fasto e la popolazione della prima metropoli della
Cristianità[74]. Abbandonandosi, non con bastante cautela ai sentimenti
della giustizia e della gratitudine, il giovine Alessio dimenticava
spesse fiate l'imperiale dignità rendendo visite famigliari ai suoi
benefattori, e in mezzo alla libertà della mensa i Francesi, spinti da
leggiera vivacità, non pensavano sempre che si trovavano a petto
dell'imperator d'Oriente[75]. In più gravi parlamenti, ognuno era
rimasto d'accordo che l'unione delle due Chiese poteva essere l'opera
unicamente del tempo, e che tornava l'aspettar questo tempo
pazientemente. Ma l'avarizia fu men maneggevole dello zelo religioso, nè
l'Imperator greco trovò modi per dispensarsi dal pagare una fortissima
somma che i bisogni e i gridori de' Crociati sedasse[76]. Alessio vedea
però mal volentieri avvicinarsi il momento della partenza di questi
ospiti; perchè, se per una parte la lontananza de' medesimi lo avrebbe
sciolto da molesti pensieri sopra un debito che per allora non era abile
a soddisfare, ei si vedea per essa esposto, senza chi il soccorresse, ai
capricci di una nazione dedita al tradimento. Quindi Alessio si offerse
di compensarli d'ogni spesa, e pagare anche quanto essi dovevano ai
Veneziani pel somministrato navilio, sempre che la partenza da
Costantinopoli differissero ancor per un anno. La proposta fu nel
consiglio dei Baroni agitata: dopo nuove discussioni e nuovi scrupoli, i
Capi de' Francesi all'opinione del Doge e alle preghiere del giovine
Imperatore una seconda volta cedettero. Il Marchese di Monferrato,
mediante lo sborso di mille seicento libbre d'oro, acconsentì a condurre
il figlio d'Isacco con un esercito in tutte le province europee, onde
far più salda su di quelle la sua autorità ed inseguire lo zio; nel qual
tempo la presenza di Baldovino, e degli altri confederati terrebbe in
dovere gli abitanti di Costantinopoli. La spedizione sortì buon esito; e
gli adulatori che stavansi attorno al trono, non mancarono di predire al
cieco monarca che la Providenza, poichè era giunta a trarlo dal carcere,
lo guarirebbe dalla gotta, gli restituirebbe la vista, e veglierebbe
alla prosperità del suo impero. Il padre di Alessio superbendo del buon
successo delle proprie armi, con fiducia ascoltavali; però la gloria
sempre crescente del figlio, incominciò a crucciargli l'animo, proclive
per solito al sospetto ne' vecchi: nè tutto il suo orgoglio bastava per
nascondere a questo padre invidioso, che gli encomj i più universali, i
più sinceri erano per Alessio, per lui qualche debole plauso di
formalità, a stento ancor conceduto[77].

L'invasione de' Francesi dissipò un prestigio che durava da nove secoli.
I Greci attoniti videro non essere la capitale dell'Impero romano
inaccessibile ad un esercito di nemici. Gli Occidentali dopo averne
presa per forza la città, arbitrarono sul trono di Costantino; ed i
sovrani che per la protezione degli estranei vi tornarono, divennero
odiosi al popolo non meno di chi ve gli avea collocati. Le infermità
d'Isacco cresceano il disprezzo che i suoi vizj gli meritavano; e la
nazione non riguardava nel giovine Alessio che un apostata de' costumi e
della religione de' suoi antenati; perchè noti erano, o almeno si
supponevano, i patti che avea promessi ai Latini. Sempre tenerissimo del
culto e delle patrie superstizioni il popolo Greco, e gli ecclesiastici
soprattutto, i conventi, le case, le officine sol rintronavano della
tirannide del Papa, e de' pericoli della Chiesa[78]. L'esausto erario al
fasto della Corte, e alle pretensioni de' confederati mal rispondea.
Tutte le classi di abitanti manifestavano la ritrosia loro ad un
generale tributo, siccome unica via per evitare gl'imminenti pericoli
del saccheggio e della schiavitù. Col far cadere il peso delle tasse su
i ricchi temeasi eccitare astj più pericolosi e personali; traendo
soccorsi dal fondere gli argenti delle Chiese paventavansi i rimproveri
di eresia e di sacrilegio. Nel tempo della lontananza di Bonifazio e del
giovine Imperatore, Costantinopoli fu afflitta da una calamità, di cui
giustamente potè accagionarsi l'imprudente zelo de' pellegrini
fiamminghi[79]. Costoro, trascorrendo un giorno la capitale, rimasero
scandalezzati all'aspetto di una moschea o sinagoga, ove naturalmente
prestavasi alla divinità un culto che non poteva essere il loro; e
poichè non aveano altro metodo di argomentare contra gl'Infedeli, che
brandendo la spada, e mettendo in cenere le case di chi professava
diversa credenza da essi, si attennero a questo espediente che feriva
anche i fedeli cristiani di quelle vicinanze, alcuni de' quali si
armarono in difesa delle loro proprietà e delle lor vite. Ma le fiamme
accese dal fanatismo consunsero indistintamente i più ortodossi edifizj.
Otto giorni e otto notti durò l'incendio, per cui rimase consunta quanta
parte di città (ed era la più popolata di Costantinopoli) pel tratto di
una lega dal porto alla Propontide si estendea. Non fu sì agevole cosa
calcolare il numero delle chiese e de' palagi inceneriti, il valore
delle merci consunte o saccheggiate, la moltitudine delle famiglie ad
indigenza ridotte. Cotale oltraggio che invano il Doge e i Baroni con
ostentata solennità riprovarono, crebbe nel popolo l'esecrazione del
nome latino; laonde una colonia di Occidentali stanziatasi nella città,
e composta di oltre quindicimila uomini si credè in necessità di
provvedere alla propria sicurezza col ripararsi prestamente al sobborgo
di Pera, sotto la protezione delle bandiere confederate. Il giovine
Imperatore vittorioso tornava; ma il più fermo e antiveggente politico
avrebbe naufragato allo scoppio della tempesta che a lui e al suo
governo portò rovina. E per propria inclinazione, e pe' consigli del
padre, affezionato ai proprj benefattori, ciò nullameno perplesso
stavasi fra la gratitudine e l'amore di patria, fra il timore che gli
davano i sudditi, e quello inspiratogli dai confederati[80]. Questo
contegno debole ed irresoluto gli tolse la stima di entrambe le parti.
Intantochè sollecitato da lui medesimo, il marchese di Monferrato
abitava la reggia, comportava che i Nobili cospirassero, che il popolo
si mettesse in armi per discacciar gli stranieri. Senza far qualche
grazia allo stato in cui si trovava, i Latini insistevano presso di lui,
onde i patti del Trattato adempisse; e irritatisi degl'indugi, ne
presero le intenzioni in sospetto, talchè gl'intimarono si chiarisse con
una risposta decisiva, se volea la pace, o la guerra. Questo superbo
messaggio gli fu arrecato da tre Cavalieri francesi, e da tre Nobili
veneziani, che apertosi il varco su i lor cavalli e cignendo le spade
per mezzo alle minaccevoli turbe, pervennero in risoluto atteggiamento
al cospetto dell'Imperatore. Ivi in perentorio tuono recapitolati e i
servigi ch'essi gli aveano prestati, e le obbligazioni ch'egli avea
contratte con essi, con alterigia gli notificarono; che se immantinente
e compiutamente non venivano soddisfatte le giuste loro domande, nè per
un amico, nè per un sovrano, d'allora in poi lo avrebbero avuto. Dopo sì
fatta intimazione, la prima di tal genere da cui gli orecchi
degl'imperatori fossero mai stati feriti, sen partirono senza che si
scorgesse il menomo sintomo di timore in essi, ma veramente maravigliati
di avere potuto uscir dal palagio di un despota in tal guisa offeso, e
da una città concitata a furore. La tornata de' Cavalieri al campo
latino fu per entrambe le parti segnale di guerra.

[A. D. 1204]

In mezzo ai Greci, la prudenza e l'autorità vedeansi costrette a cedere
all'impeto di un popolo che tenea in conto di valore la propria rabbia,
di forza il proprio numero, di celeste ispirazione gl'impulsi del
fanatismo. E Latini e Greci, Alessio sprezzavano, e nel divulgarlo
spergiuro si univano. Il popolo che soprattutto facea sonar alto il
vilipendio in cui avea una dinastia, da esso chiamata vile e bastarda,
accerchiò il Senato, chiedendo fra le grida che un più degno sovrano
venisse eletto. Tutti i Senatori più ragguardevoli per nascita, o per
dignità, si videro uno per uno offerta la porpora, nè fuvvi tra loro chi
questo mortale onore volesse accettare. Per tre giorni le sollecitazioni
durarono, e lo storico Niceta, membro di quell'assemblea, ne fa
conoscere che la debolezza e lo spavento sostennero la fedeltà de' suoi
confratelli. La plebaglia a viva forza acclamò un fantasma d'Imperatore,
poi ben tosto lo abbandonò[81]; ma un Alessio, principe della famiglia
di Duca, era il vero autor del tumulto e il fomite della guerra. Gli
Storici lo contraddistinguono col soprannome di _Murzuflo_[82], che nel
volgare linguaggio indicavane le sopracciglia nere, folte nè disgiunte
fra loro. Ostentando ad un tempo popolarità e cortigianeria, artifizioso
e in un coraggioso, il perfido Murzuflo oppose la sua eloquenza e la sua
spada ai Latini, si guadagnò la confidenza di Alessio e ne ottenne
l'uffizio di ciamberlano, e le insegne della sovranità. Nel silenzio
della notte, cercò precipitosamente la stanza del giovine Imperatore, e
con tuono spaventato gli diede a credere che i nemici avean sedotte le
guardie e forzati i ricinti del palagio. Di nulla diffidando il misero
Alessio, e commettendosi nelle mani dell'iniquo che gli tramava rovina,
discese in compagnia del medesimo per una scala segreta, e questa
metteva ad un carcere: colà impadronitisi del principe gli scherani, lo
spogliarono e caricarono di catene: poi dopo avergli fatte provare per
più giorni tutte le possibili angosce, il barbaro Murzuflo volle essere
spettatore di una morte che assicurarono le percosse, il laccio, o il
veleno. Alla morte del figlio non tardò a succedere la morte naturale
del padre. La fortuna risparmiò a Murzuflo l'inutil delitto di
affrettarla ad un vecchio cieco e privo di modi per farsi temere.

La morte degl'Imperatori e l'usurpazione di Murzuflo aveano cambiato la
natura della contesa, che non era più contesa di confederati, una parte
de' quali esagerasse i prestati servigi, un'altra mancasse alle
promesse. Così i Francesi come i Veneziani, dimenticati i dispareri che
ebbero con Alessio, deplorarono la funesta sorte del loro amico, e
giurarono vendicarlo sulla perfida nazione che l'assassino di lui avea
coronato. Pure l'avvisato Dandolo al negoziare ancor propendea. Pose ai
Greci il partito di sborsare, la riguardassero poi come sussidio, o come
pagamento di debito, o come ammenda, ai Latini una somma equivalente a
cinquantamila libbre d'oro, due milioni sterlini all'incirca; nè la
negoziazione sarebbe stata sì precipitosamente sciolta, se Murzuflo,
mosso da politica, o da zelo, non avesse ricusato di sagrificare la
Chiesa greca, e anteposto alla salvezza l'onore de' suoi
concittadini[83]. Di mezzo alle invettive che i nemici stranieri e
domestici di Murzuflo non gli risparmiarono, apparisce costui non essere
stato affatto indegno del personaggio di difensore del suo paese. Il
secondo assedio di Costantinopoli molto maggiori difficoltà offerse del
primo. Mercè un severo sindacato sugli abusi del precedente regno,
l'usurpatore avea colmato l'erario e ricondotto l'ordine
nell'amministrazione. Armata la mano di una mazza di ferro, visitava in
persona i posti militari, e assunto andamento e contegno di guerriero,
ebbe almeno la virtù di farsi rispettare da' suoi soldati e da' suoi
concittadini. E prima e dopo la morte di Alessio, i Greci aveano con
vigorose e ben concertate imprese tentato per due volte di ardere la
flotta latina nel porto; ma i Veneziani, sostenuti da intelligenza e
valore, allontanarono le navicelle incendiarie, che senza arrecare ai
loro legni il minimo danno in pieno mare abbruciarono[84]. Enrico,
fratello del Conte di Fiandra, respinse in una sortita notturna
l'Imperator greco, che avendo per sè il vantaggio del numero e della
sorpresa fatta al nemico, tanto maggior vergogna dalla sconfitta
ritrasse. Si trovarono sul campo di battaglia lo scudo di Murzuflo e lo
stendardo imperiale, che presentando una immagine miracolosa della
Vergine, venne di poi come trofeo e come reliquia consegnato nelle mani
de' monaci di Citeaux, discepoli di S. Bernardo[85]. Circa tre mesi
trascorsero in apparecchi e scaramucce, che l'esser tempo di quaresima
non sospese, senza che i Latini pensassero a venire ad un assalto
generale. La città era stata conosciuta inespugnabile dal lato di terra.
I piloti veneziani rimostravano che non essendovi luogo sicuro per
gettar le ancore verso le rive della Propontide, la corrente avrebbe
potuto trascinar le navi fino allo stretto dell'Ellesponto, difficoltà
che oltre modo piaceano ad una parte di que' pellegrini, desiderosi di
un pretesto per abbandonare l'armata. Ciò nullameno un assalto fu
risoluto dalla banda del porto; assalto cui si aspettavano gli
assediati; laonde l'Imperatore avea posta la sua tenda color di
scarlatto sopra una vicina eminenza d'onde regolava e animava gli sforzi
de' suoi soldati. Uno spettatore intrepido e capace di gustare in tale
momento la bellezza e la magnificenza di quella vista, avrebbe ammirato
il vasto apparato di questi due eserciti ordinati in battaglia, ciascun
de' quali offeriva un fronte di una mezza lega all'incirca, formato da
una banda dalle navi e dalle galee, dall'altra dai baloardi e dalle alte
torri, il cui numero era aumentato da nuove torri di legno anche più
alte e di molti piani composte. Incominciò l'assalto da scambievoli
gittate di fuoco, di sassi, di dardi; profonde erano l'acque; i Francesi
audaci; abili i Veneziani; i Latini furono sotto le mura, e sui ponti
tremolanti, che univano le batterie mobili de' Francesi alle batterie
ferme de' Greci, accadde terribil battaglia colla spada, coll'azza,
colla lancia. Seguivano in un medesimo punto cento assalti diversi,
tutti sostenuti con egual vigore fino al momento che, il vantaggio del
sito e la superiorità del numero decidendo della vittoria, i Latini si
videro alla ritirata costretti. Alla domane con egual valore e sfortuna
di successo rinovarono l'assalto. Nella vegnente notte, il Doge e i
Baroni tenner consiglio, unicamente dal pericolo pubblico spaventati; ma
una voce non si innalzò che proferisse la parola di negoziazione, o di
ritirata. Ciascun guerriero, giusta l'indole sua, non si fondò sopra
altra speranza che di vincere o di gloriosamente morire[86]. Se
l'esperienza del primo assedio aveva istrutti i Greci, di altrettanto
maggior coraggio accendeva i Latini, pe' quali la certezza che
Costantinopoli poteva essere presa, diveniva un più forte vantaggio di
quanti ne somministrasse al nemico l'acquistata conoscenza di nuove
cautele locali di difesa da porsi in pratica. Al terzo assalto vennero
incatenate insieme due navi onde raddoppiarne la forza: mandate queste
all'antiguardo cui comandavano i Vescovi di Troyes e Soissons, i nomi
delle due navi, il _Pellegrino_ e il _Paradiso_, come favorevole augurio
risonavano lungo la linea della battaglia[87]. Le bandiere episcopali
finalmente sventolarono sulle mura, la cui scalata assicurava un premio
di cento marchi d'argento ai primi che la eseguivano; e se la morte
privò questi campioni del lor guiderdone, s'ebbero invece quel della
gloria che fece i loro nomi immortali. Furono indi scalate quattro
torri, atterrate le porte: e i cavalieri francesi, che sull'Oceano forse
non si tenean troppo sicuri, si credettero invincibili sugli arcioni de'
loro cavalli, e liberi di dispiegare in terra ferma il proprio valore.
Racconterò io le migliaia di soldati che circondavano l'Imperatore, e
che all'avvicinarsi d'un sol guerriero si diedero a fuga? Una tal fuga
obbrobriosa viene attestata da Niceta concittadino de' fuggitivi; un
esercito di spettri, all'udir lui, accompagnava l'eroe francese; egli
apparve al guardo de' Greci un gigante[88]. Intanto che i vinti
abbandonavano, gettando l'armi, i lor posti, i Latini sotto le bandiere
de' loro Capi penetravano nella città. Allora tutti gli ostacoli per
questi si dileguarono, e, fosse a disegno, o a caso, un terzo incendio
consumò in brev'ora una parte di città, eguale in estensione a tre delle
maggiori città della Francia[89]. Sul far della sera, i Baroni,
richiamate le truppe, ne' varj lor campi si trincearono, spaventandoli
la vastità e la popolazione di questa capitale, i cui templi e palagi,
se i cittadini ne avessero conosciuta l'importanza, poteano per un mese
dar briga ai Latini e tardar loro il vanto di aver compiutamente ridotta
Costantinopoli. Ma innoltratosi il mattino del successivo giorno, una
processione di supplicanti, che portando croci ed immagini, imploravano
la clemenza dei vincitori, fu il segnale dell'assoluta sommessione de'
Greci. L'usurpatore prese per la Porta d'Oro la fuga, il Marchese di
Monferrato e il Conte di Fiandra occuparono i palagi di Blacherna di
Bucoleone e le armi de' Pellegrini rovesciarono un impero, che portava
tuttavia il titolo d'Impero Romano e il nome di Costantino[90].

Costantinopoli era già presa d'assalto, nè le leggi della guerra
imponevano ai vincitori più di quanto la religione e l'umanità potessero
loro inspirare. Questi continuarono a riconoscere per generale il
marchese di Monferrato; e i Greci che credeano vedere in esso il lor
futuro Sovrano gridavano in lamentevole tuono. «_Santo Marchese Re_
abbiate misericordia di noi». Fosse prudenza o compassione, ordinò si
aprissero ai fuggitivi le porte della città, esortando i soldati della
Croce a risparmiare la vita de' Cristiani. I fiumi di sangue che fa
sgorgare Niceta, possono ridursi alla strage di duemila Greci uccisi
senza che opponessero resistenza[91]; nè di tale strage medesima possono
in tutto venire accusati i conquistatori; la maggior parte di que'
meschini fu immolata dalla colonia latina che i Greci avevano scacciata
dalla città, e che disfogava il proprio risentimento, come a ciò le
fazioni trionfanti son solite. Nondimeno alcuni di questi esuli si
mostrarono più memori delle beneficenze che degli oltraggi, perchè lo
stesso Niceta per la generosità di un mercatante veneto ebbe salva la
vita. Papa Innocenzo rampogna i Pellegrini per non avere,
nell'accecamento delle loro sregolatezze, rispettato nè sesso, nè età,
nè professioni religiose; deplora amaramente che stupri, adulterj,
incesti, e altre opere delle tenebre sieno state in pieno giorno
commesse: si duole di nobili matrone, e di sante monache disonorate
dagli staffieri e dai villani di cui l'armata cattolica ringorgava[92].
Certamente egli è probabile che la licenza della vittoria servisse a
molti peccati e di occasione, e di scusa. Ma la capitale dell'Oriente
contenea senza dubbio un numero di beltà venali, o compiacenti che
bastavano ad appagare le voglie di ventimila Pellegrini, e il diritto, o
l'abuso della schiavitù, in quei giorni, sulle femmine non si estendea.
Il marchese di Monferrato mostravasi il modello della disciplina e della
decenza; il Conte di Fiandra venia chiamato specchio della castità. Che
anzi questi due guerrieri decretarono pena di morte contra i violatori
di donne maritate, o vergini, o religiose; e accadde talvolta che i
vinti implorassero la protezione di un tale decreto[93], e che i
vincitori lo rispettassero. La dissolutezza e la crudeltà trovarono un
freno nell'autorità de' Capi ed anche ne' sentimenti naturali de'
soldati. Questi per ultimo non erano più i Selvaggi del Settentrione, e
comunque feroci in quella età potessero ancora sembrar gli Europei, il
tempo, la politica e la religione aveano le costumanze de' Francesi e
soprattutto degli Italiani addolcite. Ma la loro avarizia ebbe libero
campo a disbramarsi nel saccheggio di Costantinopoli, senza riguardo che
corresse allora la Settimana Santa. Tutte le ricchezze pubbliche e
private appartenevano ai Latini pel diritto di guerra, non temperato in
tal circostanza da veruna promessa o Trattato; e ciascun braccio giusta
la propria potestà e forza, aveva eguale facoltà per eseguire la
sentenza, o appropiarsi le cose in confiscazione cadute. L'oro e
l'argento, monetati e non monetati, somministravano materia di
universale baratto; ed essendo cose portatili, ciascuno poteva, o nel
medesimo luogo, o altrove, convertirle nella guisa al suo stato e al suo
carattere meglio addicevole. Fra le ricchezze che il lusso e il
commercio avevano accumulate nella capitale, i drappi di seta, i
velluti, le pellicce, e gli aromi, erano le più preziose, perchè nelle
parti meno ingentilite dell'Europa il danaro stesso non le potea
procacciare. Fu prescritto un ordine da serbarsi nel saccheggio; nè
lasciavasi al caso, o alla destrezza de' singoli vincitori il regolare
la parte che a ciascuno competea; tre chiese vennero scelte a
ricettacoli degli spogli, ove fu ingiunto ai pellegrini di portar per
intero le loro prede, senza alienarne parte veruna sotto quelle stesse
terribili pene in cui cadeano gli spergiuri, gli omicidi, o quelli che
dall'anatema eran percossi. Divisa in porzioni eguali la somma del
bottino, ne toccavano una al semplice soldato, due al sergente, o
soldato a cavallo, quattro al cavaliere, e questo numero di parti a
proporzione dei gradi e de' meriti de' Baroni e de' principi si
aumentava. Un cavaliere del conte di S. Paolo, convinto di aver
trasgredito questo sacro dovere appropiandosi parte indebita dello
spoglio, colla sua armadura e col suo scudo al collo venne appiccato. Un
esempio tanto severo dovea rendere più circospetti gli altri, benchè
sovente l'avidità al timor prevalesse; onde, giusta la generale
opinione, fu il bottino segreto di gran lunga superiore a quello che
venne pubblicamente distribuito[94]. Dopo un eguale parteggiamento tra i
Francesi ed i Veneziani, i primi scemarono di cinquantamila marchi la
propria parte generale per soddisfare il debito che aveano tuttavia
colla repubblica di Venezia, rimanendo nullameno ad essi
quattrocentomila marchi d'argento[95] (circa ottocentomila lire
sterline). Non mi soccorre miglior modo d'indicare il valore
corrispondente in quel secolo ad una sì fatta somma del dire che
pareggiava sette anni della rendita del regno d'Inghilterra[96].

In questa grande vicissitudine politica, abbiamo il vantaggio di poter
confrontare fra loro le relazioni di Villehardouin e di Niceta, i
giudizj opposti che il Maresciallo di Sciampagna e il Senatore di
Bisanzo portavano[97]. Parrebbe a primo aspetto che le ricchezze di
Costantinopoli non avessero fatto altro cambiamento fuor quello di
passare da una nazione ad un'altra, e che il danno e il cordoglio de'
Greci dal vantaggio e dalla gioia de' Latini stati fossero pareggiati;
ma nel funesto giuoco della guerra non è mai eguale alla perdita il
guadagno, e a petto delle calamità sono deboli i godimenti. Illusorio e
passeggiero fu il giubilo de' Latini. Intanto che i Greci deplorando
l'irreparabile scempio della loro patria, vedeano rincalzati i loro
affanni dallo scherno e dal sacrilegio de' vincitori. Ma di qual
profitto furono a questi i tre incendj che una sì gran parte de' tesori
e degli edifizj di Bisanzo distrussero? Qual vantaggio ebbero dalle cose
che infransero, o fecero tronche perchè non le potevano trasportare? Che
fruttò ad essi l'oro nel giuoco e nelle crapule prodigalizzato? Quante
preziose suppellettili i soldati vendettero a vile prezzo per non
conoscerne il valore, o perchè impazienti di spacciarsene; talchè
sovente il più abbietto mariuolo greco tolse ad essi il prezzo della
vittoria! Fra i Greci di fatto sol quella classe di gente che non potea
perdere nulla, vantaggiò alcun poco nella pubblica calamità. Tutti gli
altri a deplorabilissimo stato furon ridotti. Le sventure di Niceta ce
ne porgono un saggio. Incenerito, per effetto del secondo incendio, il
magnifico palagio ove dianzi dimorava, questo misero Senatore, seguìto
dalla famiglia e dagli amici, si riparò ad una picciola casa che in
vicinanza alla chiesa di S. Sofia tuttora rimanevagli. Fu alla porta di
questa casa, ove il mercatante veneziano, vestito da soldato, diede a
Niceta il modo di salvare con una precipitosa fuga la castità della
figlia, e i miseri avanzi de' posseduti tesori. Questi sciagurati
fuggitivi già avvezzi a nuotare nella abbondanza, partirono a piedi nel
cuore del verno. La moglie di Niceta era incinta; pur furono costretti,
essendone disertati gli schiavi, ella e il marito a portar sugli omeri
le proprie bagaglie. Le donne di questa famiglia poste in mezzo alla
comitiva, venivano esortate a nascondere la propria avvenenza, col
bruttar di fango il volto, che dianzi erano use ad imbellettarsi; perchè
ciascun passo le avventurava ad insulti e pericoli; ma le minacce degli
stranieri, lor pareano anche meno insopportabili dell'insolenza de'
plebei, che divenuti eguali ad essi si riguardavano. Finalmente
respirarono con più sicurezza a Selimbria, città lontana quaranta miglia
da Costantinopoli, e che fu termine di quel doloroso pellegrinaggio.
Cammin facendo, incontrarono il Patriarca, solo, mezzo ignudo, a cavallo
ad un asino, e ridotto a quell'appostolica indigenza, che se fosse stata
volontaria, avrebbe potuto non andar priva di merito. In questo medesimo
tempo i Latini, trascinati da licenza e spirito di fazione, spogliavano
e profanavano le sue chiese, e strappate dai calici le perle e le gemme
che li fregiavano, ad uso di nappi convivali sen valsero. Giocavano e
gavazzavano, seduti a quelle tavole, ove effigiato vedeasi Cristo co'
suoi appostoli: calpestavano co' piedi i più venerabili arredi del culto
cristiano. Nella chiesa di S. Sofia, i soldati fecero in brani il velo
del Santuario, per torgli la frangia d'oro; buttarono in pezzi, e se lo
spartirono, l'altar maggiore monumento dell'arte e della ricchezza de'
Greci; stavano in mezzo alle chiese i muli e i cavalli per caricare
sovr'essi i fregi d'oro e d'argento che staccavano dalle porte e dalla
cattedra del Patriarca; e quando questi animali si curvavano sotto il
peso, gl'impazienti conduttori ne li punivano coi lor pugnali, e di quel
sangue rosseggiava il pavimento del tempio. Una meretrice andò ad
assidersi sullo scanno del Patriarca, e questa figlia di Belial, dice lo
Storico, cantò e ballò nella chiesa per porre in derisione gl'inni e le
processioni degli Orientali: l'avidità condusse indi costoro nella
chiesa degli Appostoli, ove stavano le tombe de' Sovrani; al qual
proposito si vuol far credere, che il corpo di Giustiniano, sepolto dopo
sei secoli, venne trovato intatto e senza dare alcun segno di
putrefazione. I Francesi e i Fiamminghi correvano le strade della città,
avvolti i capi in cuffie di veli ondeggianti, e vestiti di abiti
sacerdotali variamente dipinti, e de' quali persin bardamentavano i
proprj cavalli: la selvaggia intemperanza delle loro orgie[98],
insultava la fastosa sobrietà degli Orientali, e per deridere le armi
più adatte ad un popolo di scribacchini e studenti, si trastullavano con
penne, calamai, carta alla mano; nè s'accorgevano certo che gli
strumenti della Scienza, adoperati dai moderni Greci, divenivano per
essi deboli ed inutili quanto quelli del valore lo erano stati.

Nondimeno l'idioma che parlavano i Greci e l'antica rinomanza,
sembravano attribuir loro un qualche diritto di schernire l'ignoranza
dei Latini e i deboli progressi del loro ingegno[99], e quanto ad amore
e rispetto per le Belle Arti, la diversità fra le due nazioni più
manifesta ancor si mostrava. I Greci serbavano tuttavia con venerazione
i monumenti de' loro antenati che imitar non sapevano; nè noi possiamo
starci dal partecipare al dolore e all'ira di Niceta, a quella parte di
racconto ove narra la distruzione delle statue di Costantinopoli[100].
Abbiam già veduto nel corso della presente opera come il dispotismo e
l'orgoglio di Costantino, avessero incessantemente contribuito ad
abbellire la sua nascente Metropoli. E Dei ed Eroi sopravvissuti alla
rovina del Paganesimo, e molti resti di un secolo più fiorente, ornavano
ancora il Foro e l'Ippodromo. Dalla descrizione pomposa e
ricercatissima, che di parecchi fra questi monumenti ne ha lasciata
Niceta[101], sonomi studiato di ritrarre il seguente specchio delle cose
più meritevoli d'intertenere una erudita curiosità. I. Le immagini de'
condottieri dei carri, che aveano riportato il premio, venivano, a spese
loro, o del pubblico, scolpite in bronzo, e nell'Ippodromo collocate.
Vedeansi questi in piedi sul loro carro nella postura di correre ancora
alla lizza; e gli spettatori, ammirandone l'attegiamento, poteano
giudicare della somiglianza fra le statue e gli originali. Le più
preziose fra queste immagini erano state, giusta ogni apparenza,
trasportate dallo stadio olimpico. II. La sfinge, il cavallo marino, e
il coccodrillo, si annunziavano, per sè medesimi, lavori egiziani e
prede fatte in Egitto. III. La lupa che allattò Romolo e Remo, soggetto
egualmente piacevole ai Romani antichi e moderni, non potea però essere
stato trattato, prima del declinare della greca scoltura. IV. Un'aquila
che tenea fra gli artigli e straziava un serpente, monumento particolare
alla città di Bisanzo, veniva dai Greci attribuito alla potenza magica
del filosofo Apollonio, che, giusta la lor tradizione, adoperò questo
talismano per liberare da velenosi rettili la città. V. Un asino e il
suo conduttore, monumento posto da Augusto nella sua colonia di
Nicopoli, rammemorava il presagio che aveva annunziata la vittoria di
Azio al dominatore del Mondo. VI. Una statua equestre rappresentava
giusta la credenza del popolo, il capitano degli Ebrei, Giosuè, nel
momento di stendere il braccio per fermare il corso del sole; ma una più
classica tradizione soccorreva a scorgere in questo gruppo, Bellerofonte
e il caval Pegaseo: e di fatto il libero atteggiamento del corridore, lo
mostrava più inclinato a spingersi nell'aere, che a camminare per terra.
VII. Un obelisco di forma quadrata, colle sue superficie scolpite in
rilievo, offeriva una varietà di scene pittoresche e campestri; augelli
che cantavano; villani intenti alle rustiche loro fatiche, o in atto di
sonare la cornamusa; pecore che belavano, saltellanti agnelli, il mare,
un paese, una pesca, e moltitudine di pesci diversi; amorini ignudi che
ridevano, folleggiavano, e gettavansi l'un l'altro le pome; sulla cima
dell'obelisco una immagine di donna, che il menomo fiato di vento facea
volgere, nominata perciò la Seguace del Vento. VII. Il pastore di Frigia
presentava a Venere il premio della beltà, ossia la poma della
discordia. IX. Veniva indi l'incomparabile statua di Elena. Niceta
descrive col tuono della ammirazione e dell'amore, il piè di lei
delicato, le braccia d'alabastro, il labbro di rosa, l'incantatore
sorriso, il languore degli occhi, la bellezza delle arcate sopracciglia,
la perfetta armonia delle forme, la leggerezza del panneggiamento, la
capigliatura che ondeggiar sembrava a grado de' venti. Tanti pregi di
avvenenza congiunti insieme, avrebbero dovuto destar pietà o rimorso nel
cuore de' Barbari che la distrussero. X. La figura virile, o piuttosto
divina di Ercole[102], animata dalla dotta mano di Lisippo, avea sì
sterminata dimensione, che il pollice era grosso, la gamba alta, quanto
è grosso ed alto un uomo di ordinaria statura[103]. Larghissimi ne erano
il petto e le spalle, nerborute le membra, increspati i capelli,
imperioso l'aspetto; non gli si vedea nè clava, nè arco, o turcasso, sol
la pelle di lione gli ammantava negligentemente le spalle; egli era
assiso; stavasi seduto colla gamba e col braccio destri, stesi quanto
eran lunghi; il ginocchio sinistro piegato ne sosteneva il gomito, e la
testa appoggiata alla mano sinistra: i suoi sguardi pensierosi
annunziavano indignazione. XI. Vi si vedeva un'altra statua colossale di
Giunone, antico monumento del Tempio samio di questa Dea; solo a
trasportarne l'enorme testa sino al palagio, vi vollero quattro paia di
buoi. XII. Eravi un terzo colosso di Pallade, o Minerva, alto trenta
piedi, che con ammirabile energia, l'indole e gli attributi di questa
vergine marziale esprimea. Ragion di giustizia vuole che qui non si
tacia, essere stati i Greci medesimi, i quali dopo il primo assedio,
mossi da timore e da superstizione, questo monumento distrussero[104]. I
Crociati nella lor cupidigia, incapaci d'ogni gentil sentimento,
infransero o fusero le altre statue che ho qui descritte, e il prezzo e
il merito lor di lavoro in un momento disparvero. L'ingegno postovi
dagli artisti svaporò in fumo, e la materia metallica, convertita in
moneta, servì a pagare i soldati. I monumenti di bronzo non sono mai i
più durevoli. Di fatto i Latini ben distolsero con stupido disprezzo i
loro sguardi, dai marmi animati da Fidia e da Prassitele[105]; ma
eccetto il caso di straordinarj avvenimenti, questi massi inutili alla
barbarie sui lor piedestalli rimasero[106]. I più ingentiliti fra que'
pellegrini, quelli che ai diletti affatto barbari de' lor compagni non
parteciparono, fecero pietoso uso del diritto conquistato sulle reliquie
de' Santi[107]; laonde cotesta guerra procurò alle chiese d'Europa, una
immensità di teste, di ossa, di croci, e d'immagini, e pel numero de'
pellegrinaggi ed offerte che queste reliquie produssero, divennero forse
la parte più lucrosa dell'orientale bottino[108]. Molta parte d'antichi
scritti, perduti ai dì nostri, eranvi ancora nel dodicesimo secolo; ma
poca vaghezza aveano i Latini di conservare, o trasportar volumi in
idioma straniero composti. La sola moltiplicità delle copie, può
perpetuare carte o pergamene, che ogni eventualità la più lieve basta a
distruggere. La letteratura de' Greci racchiudeasi quasi per intero
entro i recinti della Capitale[109]; onde, comunque non conosciamo tutta
l'estensione della nostra perdita, certamente non sarebbe fuor di
ragioni per noi, il versar qualche lagrima sulle biblioteche, che i tre
incendj di Bisanzo distrussero.


  _Il primo Concilio_ (V. p. 7) _generale di Nicea, l'anno 325,
  adunato per ordine di Costantino, sostenendo contro i Vescovi
  Ariani, e contro tutti i loro numerosissimi seguaci la negata
  divinità di Gesù Cristo, e volendo esprimerla, e determinarla
  (dopo avere lungamente discussi e sostenuti i motivi di
  credibilità, contenuti sì nell'antica, che nella nuova
  Scrittura) col vocabolo_ consubstantialem _da porsi in una
  solenne, e scritta professione di Fede, fu questa nel Concilio
  medesimo distesa alla presenza del potentissimo Imperator
  Costantino, avverso agli Ariani, per dover essere, siccome fu,
  ed è la regola di fede de' Cristiani di retta regione, vale a
  dire ortodossi, e che leggesi in Greco, e tradotta in Latino
  nella grande Collezione de' Concilj del Lebbe, T. 2, p. 31,
  edizione Veneta del Coletti: eccola._

  Credimus in unum Deum patrem omnipotentem, omnium visibilium, et
  invisibilium factorem: et in unum dominum Jesum Christum filium
  Dei, ex patre natum unigenitum, idest ex substantia patris, Deum
  ex Deo, lumen de lumine, Deum verum ex Deo vero; natum non
  factum, _consubstantialem_ patri, per quem omnia facta sunt, et
  quae in coelo, et quae in terra. Qui propter nos homines, et
  propter nostram salutem descendit, et incarnatus est, et homo
  factus est; passus est, et resurrexit tertia die, et ascendit in
  coelos, et iterum venturus est judicare vivos, et mortuos: et in
  Spiritum Sanctum.

  _Circa quarant'anni dopo, cioè intorno all'anno 365, il greco
  vescovo Basilio (nel suo libro dello Spirito Santo scritto al
  vescovo Anfilochio) disse:_ Primum igitur, quis auditis spiritus
  appellationibus, animo non erigitur, et ad supremam naturam
  cogitationem non attulit? Nam spiritus Dei dictus est, et
  spiritus veritatis, qui ex patre procedit (Joan. cap. 15),
  spiritus rectus etc., (Ps. 50). _E lo stesso Basilio, che così
  scrisse al cap. 9 del libro suddetto, ne intitola il cap. 19._
  Adversus eos qui dicunt non esse glorificandum; _e sostiene, che
  lo Spirito Santo è da glorificarsi. E nell'anno 372, essendo
  Papa Damaso nel provinciale Concilio Romano II, trattandosi_ de
  explanatione fidei, _fu scritto;_ nominato itaque patre et
  filio, intelligitur Spiritus Sanctus, de quo ipse filius in
  evangelio dicit «quia Spiritus Sanctus a patre procedit; et de
  meo accipiet, et annunciabit vobis» (Jo. 15) Collect. Conc.
  Labbe.

  _E nel Concilio provinciale d'Iconio, l'anno 379_ (Labbe, ediz.
  Coletti t. 2, p. 1076-1080), _Ansilochio vescovo appunto
  d'Iconio, ed amico dell'altro vescovo Basilio, disse e scrisse
  in una lettera sinodale, vale a dire fatta a nome del Concilio,
  ed approvata, che per malattia Basilio non era venuto al
  Concilio, e soggiunge:_ Neque vero sanctam nostram ecclesiam
  passi sumus etiam illius vocis carere, sed habentes Librum
  ipsius (De Spiritu Sancto), quem de hoc peculiariter argumento
  elaboravit, ipsum pariter nobiscum in scripto loquentem
  obtinemus; _e venendo a professare il_ Credimus etc. _di Nicea,
  e indi a sostenere i detti di Basilio intorno lo Spirito Santo,
  dice:_ Docuerunt enim (cioè i vescovi del Concilio di Nicea
  nell'anno 325), sicut credi debet in patrem, et filium, ita
  etiam credendum esse in Spiritum: Quaenam ergo est nostrae fidei
  perfectio? Domini traditio, quam postquam resurrexisset a
  mortuis mandavit sanctis suis discipulis praecipiens: euntes
  docete omnes gentes, baptizantes in nomine Patris, et Filii, et
  Spiritus Sancti; _e da queste parole Ansilochio poscia deduce;_
  sed et oportet in doxologiis Spiritum una cum Patre et Filio
  conglorificare.

  _Indi l'anno 381, s'adunò il Concilio generale II in
  Costantinopoli particolarmente contro i Vescovi, preti, e
  secolari Macedoniani (così detti da Macedonio loro Capo ed
  Arcivescovo di quella Città, allora sede degl'Imperatori, e del
  Senato) che negavano la divinità dello Spirito Santo. Volevano i
  Vescovi cattolici, che i Vescovi Macedoniani confermassero il_
  Credimus ec. _di Nicea, ma i Macedoniani, ch'erano anche
  semi-Ariani, dichiaravano fermamente, ch'essi non ammettevano la
  parola_ consubstantialem _contenuta nel_ Credimus etc., _di
  Nicea, e quindi venivano a negare la divinità di Gesù Cristo, e
  si ritirarono dal Concilio, e dalla Città. Questo Concilio di
  cento e cinquanta Vescovi, confermò il_ Credimus etc. _di Nicea,
  e v'aggiunse molte altre espressioni per dilucidare e
  determinare quella credenza che dovevasi avere, siccome si può
  rilevare paragonando parola per parola il_ Credimus etc., _di
  Nicea, col seguente scritto in questo Concilio di
  Costantinopoli._

  Credimus in unum Deum patrem omnipotentem factorem coeli, et
  terrae, visibilium omnium, et invisibilium: Et in unum dominum
  Jesum Christum, filium Dei unigenitum, ex patre natum, ante
  omnia saecula, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum ex Deo
  vero natum non factum homousion (_parola greca che vuol dire_
  consubstantialem) patri, hoc est ejusdem cum patre substantiae,
  per quem omnia facta sunt, qui propter nos homines, et propter
  nostram salutem descendit de coelis, et incarnatus est ex
  Spiritu Sancto, ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus
  etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus, ac sepultus, et
  tertia die resurrexit secundum scripturas, ascendit in coelus,
  sedet ad dexteram patris inde venturus est cum gloria judicare
  vivos, et mortuos; cujus regnum non erit finis. Credimus in
  Spiritum Sanctum dominum, et vivificantem ex patre procedentem,
  et cum Patre, et Filio adorandum, et conglorificandum qui
  locutus est per prophetas: et unam sanctam catholicam, et
  apostolicam ecclesiam. Confitemur unum baptisma in remissionem
  peccatorum; expectamus resurectionem mortuorum et vitam venturi
  saeculi. Amen.

  _Confermando il_ Credimus _di Nicea e ripigliandolo,
  v'aggiunsero i Vescovi del Concilio alcune espressioni intorno
  l'incarnazione,_ ex Spiritu Sancto, ex Maria Virgine _contro gli
  Apolinaristi; ed alcune altre, spiegando più ampiamente
  l'articolo dello Spirito Santo,_ dominum et vivificantem ex
  patre procedentem, et cum patre, et filio adorandum, et
  conglorificandum, qui locutus est per prophetas, _contro i
  Macedoniani, e poi v'aggiunsero tutte l'altre cose fino al fine.
  Ed il Concilio poscia ordinò che nessuno poteva rifiutare il_
  Credimus etc. _di Nicea, e ch'egli rimaneva nella sua autorità,
  e che si diceva anatema a tutti gli errori specialmente degli
  Eunomiani, degli Ariani, dei Semi-Ariani, dei Sabelliani, dei
  Fotiniani, e degli Apolinaristi; trattò poi d'altre materie, e
  fece alcuni canoni di giurisdizione, e di disciplina._

  _Prima, o intorno all'epoca del Concilio suddetto di
  Costantinopoli, molti scrittori ecclesiastici, detti SS. Padri,
  che moltissimo influivano a determinare la credenza, così si
  espressero intorno lo Spirito Santo, indicando proceder egli dal
  Padre, e dal Figlio._

  Tam vero cum Christus ex patre credatur Deus ex Deo, et Spiritus
  ex Christo, sive ab ambobus; ut Christus his verbis asserit;
  «qui a patre procedit, et hic de meo accipiet etc.» (Jo: c. 15.
  16) Epifane in Ancor. n. 71.

  Spiritus Sanctus, Spiritus veritatis est lumen tertium a Patre,
  et filio. _Epifane Haeres. n. 74, e nello stesso libro:_ Porro
  Spiritus Sanctus ex ambobus: Spiritus e Spiritu; Deus enim est
  Spiritus.

  Nam ut patri conjunctus est filius, et cum ex illo esse debeat
  non tamen posterius existit; sic etiam Spiritus Sanctus proximo
  haeret filio, qui sola cogitatione, secundum rationem principii,
  prius consideratur productione Spiritus. Greg. lib. I. con.
  Canom.

  _E Didimo, spiegando le parole di Cristo, disse._ «Non enim
  loquetur a semetipso»: hoc est non sine me, et patris arbitrio,
  quia inseparabilis a mea et patris est voluntate, quia non ex
  se, sed ex Patre, et me est. Lib. 2, de S. Sancto.

  _E lo stesso altrove;_ neque alia substantia est Spiritus Sancti
  praeter id quod datur ei a Filio.

  Cum ergo Spiritus Sanctus in nobis existens conformes nos
  efficiat Deo, procedat autem ex Patre, et Filio; perspicuum est
  divinae ipsum esse substantiae, substantialiter in ipsa, et ex
  ipsa procedentem; quemadmodum utique flatus ille, qui ex ore
  hominis excurrit. _S. Cyrillo in Thesauro. lib. 34. E lo
  stesso:_ Si quidem est Dei, et Patris, et Filii ille, qui,
  substantialiter ex utroque, nimirum ex Patre per Filium,
  profluit Spiritus. _Lib. I._

  _Da questi, e da altri passi più, o meno chiari di scrittori
  ecclesiastici, si dedusse in quel tempo, e si continuò sempre a
  sostenere, ed a credere specialmente da' teologi Latini, fra i
  quali il P. Petavio, che ne ricava il senso,_ (Dogmata
  theologica, lib. 7, c. 3) _che lo Spirito Santo procede non solo
  dal Padre, come già era nel_ Credimus _di Costantinopoli, ma
  anche dal figlio, cioè da Gesù Cristo, contro i teologi Greci,
  che quasi tutti sostennero sempre, e sostengono a torto, che lo
  Spirito Santo procede soltanto dal Padre, per mezzo del figlio:
  ecco la differenza che costituì, e costituisce principalmente lo
  scisma fra i Cristiani Greci, ed i Latini._

  _A' passi de' Greci scrittori favorevoli al dogma della prima e
  della seconda procedenza bisogna aggiugnere anche quelli dei
  Latini, fra' quali leggonsi:_ Spiritus quoque Sanctus cum
  procedit a patre, et filio, non separatur a patre, non separatur
  a filio. _Così verso la fine del quarto secolo scrisse S.
  Ambrogio._ Liber de Spir. San. c. 10.

  Non possumus dicere quod Spiritus Sanctus et a filio non
  procedat, neque enim frustra idem Spiritus et Patris et filii
  Spiritus dicitur. _S. August. de Trinitate._

  _Per altro v'erano alcuni S. Padri da eccettuarsi, per esempio
  Teodoreto. Avendo S. Cirillo Patriarca d'Alessandria detto
  anatema a Nestorio Patriarca di Costantinopoli, ed a tutti
  quelli che dicessero, aver Gesù Cristo usato dello Spirito
  Santo, come di una forza altrui, per far i miracoli, e non
  riconoscessero essergli quello proprio, Teodoreto affermollo,
  (Teod. in confut. Anath.) se s'intendeva procedere lo Spirito
  dal Padre; ma disse esser cosa empia, se s'intendesse avere lo
  Spirito Santo l'eccellenza sua dal Figlio, o pel Figlio. Cirillo
  che credeva appunto averla, dissimulò questa risposta, perchè
  bastavagli in quel momento lo stabilire contro Nestorio, non
  essere lo Spirito Santo avventizio al figlio, ma proprio (Petav.
  ibid)._

  _Intorno all'anno 400, i Cristiani-Priscillianisti, così detti
  da Priscilliano Vescovo, e principal loro Capo, unito ai
  Vescovi, Instanzio e Salviano, sorsero e prosperarono in
  Ispagna. Professavano l'antichissimo dogma orientale dei due
  Principj, ossia delle due Divinità, una origine del bene,
  l'altra del male morale e fisico, dogma detto anche Manicheismo,
  ed inoltre sostenevano, come prima avevano fatto co' loro
  seguaci, Prasea, Nocto, Sabellio, Fotino, ec. che il Padre, il
  Figlio e lo Spirito Santo erano la medesima cosa e sostanza;
  senza alcuna distinzione reale di persone credevano, che Gesù
  Cristo fosse risuscitato in apparenza, ed avevano altri errori.
  Molti altri Vescovi di Spagna fra' quali Igino (che divenne
  poscia priscillianista), Idacio e Turibio si mossero fieramente
  contro di loro; ed il persecutore Idacio non si ristette che
  allor ch'ebbe, coll'autorità del tiranno Massimo, fatto mozzar
  il capo a Priscilliano, uomo per altro disinteressato, sobrio,
  umile, di bel naturale, ed eloquente; la sua morte, e la
  persecuzione sanguinaria de' suoi seguaci, fatta da' Cattolici,
  fecero, accesosi il fanatismo, quasi tutta la Gallizia
  priscillianista, provincia allora molto più estesa d'oggidì._

  _Furono condannati i Priscillianisti da alcun Concilio
  provinciale. Indi Turibio scrisse al Papa Leone I una lettera in
  cui condannava i Priscillianisti, e Leone poco dopo gli risponde
  con un'altra colla quale riassumendola, e confermandola, così si
  esprime: Leone Vescovo a Turibio Vescovo d'Astorga._

  Capo I. «_Perciò nel primo capitolo si dimostra quanto
  empiamente pensino_ (i Priscillianisti) _intorno la Divina
  Trinità, asserendo essere il Padre, il Figlio, e lo Spirito
  Santo una medesima persona, nominando lo stesso Dio ora Padre,
  ora Figlio, ora Spirito Santo; e quindi altra cosa non sia colui
  che generò, altra chi è generato, altra colui che da ambedue
  procede; e dicono doversi intendere bensì la sola Unità con tre
  vocaboli, ma non in tre persone; il qual genere di bestemmia
  presero da Sabellio ec.» (Labbe, T. 4, p. 658 e Fleury, Hist.
  eccl. T. 6). Ricevuta, questa Lettera, si tennero tosto in
  Ispagna uno, o due Concilj provinciali; uno di 19 Vescovi, in
  cui si condannarono ancora i Priscillianisti, ed i Vescovi
  dichiararono, che lo Spirito Santo procede dal Padre ed anche
  dal Figlio, prendendo ciò dalla lettera di Leone, scritta a
  Turibio. Il P. Quesnel pensa che quei Vescovi abbiano ricevuta
  cotale credenza cioè filioque, da S. Agostino, ma ciò non sembra
  (Tillemont, Hist. t. 15, p. 455). Quei Vescovi non ordinarono
  per altro che si cantasse nelle chiese il_ Credimus etc. _di
  Costantinopoli coll'aggiunta del_ filioque, _la quale allora non
  vi si fece; soltanto era creduta, e s'insegnava al popolo.
  (Petavius, Dogm. theol. lib. 7)._

  _Ma il Concilio generale di Calcedonia tenutovi l'anno 451,
  avendo confermato il_ Credimus etc. _di Nicea e di
  Costantinopoli e le decisioni ancora del Concilio generale
  d'Efeso contro Nestorio, ed avendo approvato gli scritti del
  Papa Leone I contro Nestorio, e contro Eutiche, e condannate
  anche le opinioni teologiche di quest'ultimo decretò per mezzo
  de' suoi Presidenti: «il vero e santo Concilio tiene questa Fede
  e la segue; non vi si può nè aggiungere, nè togliere cosa
  alcuna» e letto questo decreto i Vescovi esclamavano: »così
  crediamo; così siamo battezzati; così battezziamo; così
  crediamo, così crediamo; si scriva che Santa Maria è Madre di
  Dio, e ciò s'aggiunga al simbolo, siano discacciati i Cristiani
  Nestoriani, che ciò non credono, anatema a chi pensa
  diversamente«. I consiglieri di Stato dissero, le vostre
  approvazioni ed acclamazioni saranno recate all'Imperatore
  (Tillemont, Histoire etc.)._

  _Ma insorse ancora contrarietà, intorno alla Fede; si convenne
  di trattare per mezzo di Commissarj la definizione di essa; e
  questi furono ventidue Metropolitani, ossia Arcivescovi, che
  esaminate le cose che dovevansi proporre da credere, ne
  scrissero finalmente la definizione, che letta dall'Arcidiacono
  di Costantinopoli, così veniva a conchiudere:_

  «_Secondo i SS. Padri, noi dichiariamo d'una voce, che si deve
  confessare un solo e stesso Gesù Cristo, nostro Signore, lo
  stesso perfetto nella Divinità e perfetto nella umanità,
  veramente Dio e veramente uomo; lo stesso composto d'un'anima
  ragionevole, e di un corpo consustanziale al Padre, secondo la
  Divinità, e consustanziale a noi, secondo l'umanità; in tutto
  simile a noi, eccettuato il peccato; generato dal Padre, avanti
  tutti i secoli, secondo la Divinità, e negli ultimi tempi nato
  dalla Vergine Maria, Madre di Dio, secondo l'umanità, per noi, e
  per nostra salute; un solo e stesso Gesù Cristo, figlio unico,
  Signore in due nature (contro i Cristiani Eutichiani), senza
  confusione, senza cangiamento, senza divisione, senza
  separazione, senza che l'unione tolga la differenza delle
  nature; al contrario la proprietà di ciascuna è conservata, e
  concorre in una sola persona, (contro i Cristiani Nestoriani) e
  in una sola ipostasi, di modo ch'egli non è diviso, o separato
  in due persone (contro pure i Cristiani Nestoriani) ma egli è un
  solo e stesso figlio unico, Dio Verbo, nostro Signor Gesù
  Cristo». Il Concilio proibisce a chiunque d'insegnare, e pensare
  altrimenti, sotto pena ai Vescovi e preti d'esser deposti, ai
  monaci e laici d'essere scomunicati, vale a dire scacciati dalla
  società cristiana cattolica. I Vescovi gridarono: «questa è la
  fede; che i Metropolitani la sottoscrivano»; e così fu fatto.
  (Labbe Actio IV, et V. Concil. Chalched., e Fleury Hist.
  Eccles.)._

  _Le cose intorno la credenza della procedenza anche filioque
  rimasero nel medesimo stato per quasi quattro secoli nei paesi
  cristiani occidentali, che già i cristiani dei paesi orientali
  s'attenevano strettamente alla veduta, decisione del Concilio
  generale di Calcedonia, che non si dovesse nè levare, nè
  aggiungere cosa alcuna alla credenza espressa nel_ Credimus _di
  Costantinopoli, e ciò costituiva separazione, o scisma fra le
  due Chiese orientale, ed occidentale._

  _Dal fatto seguente, avvenuto l'anno 809 si rileva, che si
  cantava nelle Chiese delle Gallie, ed in altre, prima che nella
  romana, il_ Credimus etc. _di Costantinopoli e coll'aggiunta
  del_ filioque; _nè si sa quando, ed in che occasione abbiasi
  cominciato a cantare il_ Credimus etc. _con quell'aggiunta,
  nella Chiesa romana, quantunque, almeno fino dalla Lettera di
  Leone I a Turibio, debbasi pensare che cotale aggiunta fosse
  credenza dogmatica._

  _Il Concilio d'Aquisgrana, dell'anno 809 (Concilia gallicana t.
  2, p. 256, e Labbe t. 9, p. 277, an. 809), regnando Carlomagno,
  mandò alcuni Vescovi, come Legati al Papa Leone III per udir il
  suo parere intorno l'aggiunta già introdotta del_ filioque. _Il
  Baronio (Annales ad an. 809, t. 13) dice, che non si dubitò, e
  trattò in questo Concilio, se lo Spirito Santo procedesse, o no
  oltre dal Padre anche dal Figlio; ma che avendo gli Spagnuoli,
  ed i Francesi aggiunto al_ Credimus etc. _le quattro sillabe_
  filioque, additae fuerunt symbolo illae syllabae filioque,
  _(Baronio, ivi) disputossi se fosse bene che il_ Credimus etc.
  _con quell'aggiunta si continuasse a cantare, o no nelle chiese;
  ma egli ciò dice contro le espressioni degli atti del Concilio
  medesimo, che ci dicono chiaramente: «nel qual Concilio si
  trattò la questione della processione dello Spirito Santo; cioè,
  se siccome procede dal Padre, così proceda anche dal Figlio»
  (Labbe t. 9, p. 277;_ in qua Synodo de processione etc._). Ed a
  maggior dimostrazione, che nel Concilio d'Aquisgrana dell'anno
  809, si discusse precisamente la questione della procedenza_
  filioque, _e non solo di continuare a cantare, o no l'aggiunta,
  il dotto P. Pagi adduce altre prove storiche, come leggasi nella
  sua_ Critica, _al luogo suddetto dagli Annali del Baronio._

  _Vedasi in Labbe (t. 9, p. 277), ed anche in Baronio, (Annales
  an. 809) il dialogo fra i Legati, e Leone III. Questi disse, che
  si deve credere alla procedenza dello Spirito Santo anche_
  filioque _se non si vuole esser dannato eternamente: i Legati
  dissero; se la cosa è così, domandiamo se sia lecito o no
  cantare nelle chiese il_ Credimus etc. _di Costantinopoli
  coll'aggiunta del_ filioque, _onde sia da tutti udita: il Papa
  disse che non tutte le cose, che si credono si cantano nel_
  Credimus etc., _non accordando con ciò il canto dall'aggiunta
  del_ filioque: _i Legati, (cui sembrava doversi cantare il_
  filioque, _posto, che dalla credenza in queste quattro sillabe,
  dipendeva la salvezza eterna) ripigliano, per qual ragione non
  si potrà cantare il_ filioque, _e cantando insegnarlo al popolo,
  se ciascuno è obbligato a crederlo, e se il crederlo è di fede?
  ed il Papa risponde: noi qui in Roma non lo cantiamo, ma
  soltanto lo leggiamo e leggendolo lo insegniamo, ma leggendolo,
  e insegnandolo, non osiamo aggiungere alcuna cosa al_ Credimus
  etc. _di Costantinopoli: i Legati riconoscendo la proibizione
  d'aggiungere, o levare fatta dal Concilio generale di
  Calcedonia, insistono a domandare definitivamente se si possa
  cantare l'aggiunta_ filioque, _o no; ma il Papa ripete di non
  cantarla, conchiudendo:_ «Si prius quam ita cantaretur etc., ut
  quod jam nunc a quibusque prius nescientibus recte creditur,
  credatur, et tamen illicita cantandi cousuetudo, cujusque fidei
  laesione, tollatur.»

  _Leggesi poi tanto in Baronio, che in Pagi, che Leone III fece
  porre due tavole d'argento nella Chiesa di S. Pietro, in una
  delle quali in greco, e nell'altra in latino, era scritto il_
  Credimus etc., _senza il_ filioque. _Per le cose seguite e
  riferite l'erudito Vescovo Mansi pose una picciola nota al
  Baronio, dicendo: «non voglio disputare se Leone III abbia o no
  disapprovato l'aggiunta del_ filioque; _è certo per altro, che
  Leone stesso inviò a' Vescovi delle province d'Asia una
  professione di fede in cui si legge, che lo Spirito Santo
  procede dal Padre, ed anche dal Figlio»._

  Eccola (Baronio anno 809, e Baluzio Miscell., t. 7, p. 18).

  Simbolo di ortodossa fede di Leone III Papa alle Chiese
  orientali.

               LEONE VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO
                   A TUTTE LE CHIESE ORIENTALI.

  _Vi mandiamo questo simbolo di fede ortodossa, acciocchè da voi,
  e da tutti i credenti sia tenuta retta, ed inviolata fede,
  secondo la santa romana cattolica, ed appostolica Chiesa._

  «_Crediamo la Santa Trinità, cioè Padre, Figlio, e Spirito
  Santo, solo Dio onnipotenti, di una sola sostanza, di una sola
  essenza, di una sola potenza, creatore di tutte le creature, da
  cui, per cui ed in cui sono tutte la cose; il Padre da se
  stesso, e non da altro, il figlio generato dal padre, Dio vero
  da Dio vero, lume vero da lume vero, non però due lumi, ma un
  solo lume; lo Spirito Santo dal Padre, e dal Figlio egualmente
  procedente, consustanziale, coeterno al Padre, ed al Figlio. Il
  Padre è pieno Dio in sè, il figlio è pieno Dio, generato dal
  Padre, lo Spirito Santo è pieno Dio procedente dal Padre, e dal
  Figlio. Non però sono tre Dei» ec._

  _Deposto Ignazio Patriarca di Costantinopoli, l'anno 858, per
  disposizione della Corte Imperiale, fu eletto a lui successore
  Fozio d'illustre nascimento, di grande ingegno, e di sapere
  superiore a qualunque altro, che allora fosse in Europa. Siccome
  era laico, gli furon dati tutti gli Ordini, ed in sei giorni fu
  fatto Patriarca. Il deposto Patriarca Ignazio aveva grande
  partito, ma un Concilio di trecento vescovi in Costantinopoli
  confermò la deposizione d'Ignazio e l'elezione di Fozio. Nicolò
  I papa, uomo intraprendente e fiero, in un Concilio provinciale
  di Roma, annullò la sentenza del Concilio di Costantinopoli di
  gran lunga più numeroso del romano, scomunicò Fozio_ per
  l'autorità di Dio, degli Appostoli, di tutti i Santi, delli sei
  Concilj generali e del giudizio che lo Spirito Santo pronunzia
  per bocca del Papa romano, _vale a dire di sè medesimo. Fozio
  uomo pure non meno fiero, che avveduto, sdegnatosi di un atto
  poco considerato, adunò un Concilio a Costantinopoli, scomunicò
  e depose Nicolò I, e preso il titolo di Patriarca universale, e
  pretendendo, secondo le idee ricevute da lungo tempo, che col
  trasferimento della sede dell'Impero da Roma a Costantinopoli,
  fosse stato anche trasferito il Primato nella Chiesa, concepì il
  grande progetto di rendere indipendente la Chiesa greca
  orientale dalla romana occidentale. E da uomo avvedutissimo,
  conformandosi al pensare, ed al credere del popolo, fa accuse a'
  Papi ed alla Chiesa di Roma, acconce a far grande impressione
  sugli spiriti; loro rimprovera acerbamente d'aggiungere
  illecitamente al_ Credimus etc. _del Concilio ecumenico, ossia
  generale di Costantinopoli dell'anno 481 e contro il decreto del
  Concilio pure ecumenico di Calcedonia dell'anno 451, la parola_
  filioque, _di sostenere, di prescrivere, d'insegnare cotale
  aggiunta, di permettere il cacio ed il latte in quaresima,
  d'imporre a' preti il celibato, seguitando in ciò il
  Manicheismo: condanna il digiuno del Sabbato, ed il costume de'
  Cherici di radersi la barba, e nomina empietà mostruosa,
  distruggitrice del Cristianesimo, l'aggiunta_ filioque.

  _Fozio avendo coraggiosamente rimproverato Basilio di aver
  ucciso l'Imperatore Michele III, e d'essersi per tal modo fatto
  di lui successore, fu da Basilio discacciato. Un altro Concilio
  di Costantinopoli, essendo Adriano II Papa, ed essendovi
  presenti tre suoi Procuratori, o Legati, condannò Fozio e
  ristabilì Ignazio. Sembrava il grande contrasto finito, ma
  l'interesse e la superbia lo fecero risorgere. Il Re de'
  Bulgari, la cui moglie era cristiana, erasi fatto cristiano, e
  molta parte de' sudditi aveva seguito l'esempio del Re, siccome
  suole avvenire, o la Storia ci mostra, tanto a favore che contro
  il Cattolicismo, specialmente de' fatti della Germania
  protestante, e de' re Gustavo Vasa, di Svezia, ed Enrico VIII
  d'Inghilterra. Pretendeva Adriano II papa, che la Bulgaria
  dovesse essere sotto la sua giurisdizione, e non sotto quella
  del Patriarca di Costantinopoli Ignazio. Ma un Concilio di
  Costantinopoli decise a favore del Patriarca; ed i Legati di
  Adriano reclamarono contro la decisione del Concilio, e contro
  Ignazio, (del Papa stesso prima sostenuto contro Fozio) ed il
  Papa Giovanni VIII successore, minacciò di scomunicarlo e di
  deporlo. Morì Ignazio; e Fozio avendo riavuto il credito alla
  Corte, ed avendo Giovanni molto bisogno dell'Imperator Basilio
  contro gli Arabi, che lo avevano obbligato ad un grosso tributo,
  si determinò a riconoscere Fozio, per mezzo de' suoi Legati,
  lusingandosi che questo Patriarca avrebbe per cotale
  riconoscimento, rinunciato alla giurisdizioni della Bulgaria; ed
  un Concilio di Costantinopoli di quasi quattrocento Vescovi,
  nell'anno 879, ristabilì Fozio, annullando tutti gli atti fatti
  contro di lui negli anteriori Concilj, composti dei medesimi
  vescovi di quest'ultimo, il che non è senza ragionevole
  maraviglia. Ma Fozio non rinunciò alla Bulgaria perchè riputava,
  che il suo ristabilimento gli fosse dovuto; ed allora il Papa
  Giovanni mutò condotta, adoperò le sue solite armi; scomunicò
  Fozio, ed i successori di Giovanni, pel dominio della Bulgaria,
  non lo vollero riconoscere; e poscia cacciato in bando
  dall'Imperatore Leone, lasciò morendo il fondamento dello
  scisma, che cento e cinquant'anni dopo assodossi sotto il
  Patriarca Michele Cerulario, che aggiunse nuove accuse a' Papi
  ed al Clero occidentale, fra le quali l'uso del pane azzimo
  nella Messa, e sosteneva, negando il purgatorio, che i beati non
  godono della presenza di Dio prima del Giudizio universale. Una
  lettera molto forte del Papa Leone IX, accrebbe l'odio di
  Cerulario contro i Papi, ed il loro Clero; Leone rimproverava
  alla Chiesa cristiana d'Oriente più di novanta eresie, cioè
  opinioni erronee, condannate dalla Chiesa occidentale, fra le
  quali il permettere il matrimonio ai preti, che non è un'eresia,
  e provava la sovranità temporale de' Papi colla falsa donazione
  dell'imperator Costantino, allora creduta vera: un atto di
  scomunica del Papa, portato da' suoi Legati a Costantinopoli,
  diceva:_ che Michele ed i suoi seguaci siano anatemi, co'
  simoniaci, cogli eretici, col Diavolo e cogli Angeli suoi, se
  non si convertono: _ed il Patriarca Michele Cerulario con questo
  esordio cominciò la sua risposta._ Uomini empj, usciti dalle
  tenebre dell'Occidente, sono venuti in questa divota città, da
  cui la Fede ortodossa s'è diffusa per tutto il Mondo; hanno
  tentato di corrompere la Fede ortodossa colla diversità dei loro
  dogmi ec. _I Greci disprezzavano in quel tempo grandemente i
  Romani, trattavanli da ignoranti, erano presi da sdegno per le
  pretese de' Papi di generale dominazione. Gli odj per motivi
  veri, o falsi di religione vera, o falsa, sono pur troppo
  eterni, ed atroci perchè v'è chi ha interesse a fomentarli. Le
  ragioni di Cerulario, per la natura della quistione non erano
  niente più valide di quelle di Leone IX. ed il filosofo
  discuopre che le passioni, piuttosto che le prevenzioni,
  animavano le loro penne e dirigevano le loro azioni
  disapprovabili._

  _Gl'Imperatori greci ridotti a stato tristissimo, e povero da'
  Turchi vittoriosi, proposero poscia alcune volte a' Papi (allora
  per sè stessi ridondanti d'oro e d'ogni assoluta possanza, e
  signori ancora delle armate e dei tesori dei popoli, e de'
  sovrani d'Europa, de' quali disponevano) di riconoscere il loro
  Primato, di ammettere il_ filioque, _e di convenire intorno agli
  altri articoli di controversia, per avere soccorsi in danari ed
  in armate: e ciò specialmente avvenne nelle due seguenti
  epoche._

  _Cominciò circa l'anno 1204, tempo in cui i Crociati cacciarono
  dal trono imperiale di Costantinopoli Alessio III Comneno, e vi
  posero Baldovino I latino, ad esservi comunione fra le due
  Chiese greca e latina, e si costrinsero a fuggire quegli
  ecclesiastici e laici greci, che non vollero acconsentirvi; ma
  avendo indi Michele III Paleologo scacciato da Costantinopoli
  l'ultimo Imperatore latino Baldovino II, e messosi in trono
  intorno l'anno 1260, coll'aver fatto cavare gli occhi al
  giovanetto Imperator greco Giovanni Lascari, di cui era tutore,
  si rinovò lo scisma. E vedendo Michele, che il potente Carlo
  d'Angiò, impadronitosi del Regno di Napoli, voleva rimettere sul
  trono di Costantinopoli Baldovino fuggito in Italia, mostrò
  accortamente disposizione al papa Clemente IV, che aveva
  ordinato un gran numero di crociate, e donato il regno di Napoli
  a Carlo, di riconoscere il primato de' Papi, e di accomodarsi
  intorno le altre cose di dogma, e di disciplina, affinchè
  distornasse Carlo dal divisamento; e Gregorio X, successo a
  Clemente, colta la bella occasione, adunò a Lione un Concilio
  generale nell'anno 1274. Michele Paleologo vi mandò ambasciatori
  con lettere sue, e de' vescovi greci, nelle quali era ammesso
  il_ filioque, _in un col primato de' Papi in tutto, e
  s'accordavano le altre cose credute e praticate in occidente; il
  Papa disse la Messa, e quando si venne al passo del_ Credimus
  etc., _o_ Credo ec. _di Costantinopoli, il Papa, e tutti i
  vescovi e preti greci e latini cantarono ad alta voce per tre
  volte il_ filioque, _che il papa Leone III non aveva voluto, che
  si cantasse cinque secoli prima. Si accordò anche al Papa il
  diritto di giudicare in appellazione, ciò ch'era stato tanto
  fortemente negato dalla Chiesa cattolica della province
  d'Affrica nel quinto secolo, prima d'essere distrutta dai
  Vandali a dagli Arabi._

  _Cessati i bisogni di Michele a de' Vescovi greci, lo scisma
  ritornò come prima. Poscia nell'anno 1438, il Papa Eugenio IV
  veneziano, combattendo col Concilio generale di Basilea, adunò
  l'altro Concilio generale di Firenze, e l'imperator Giovanni
  Paleologo, ridotto a misero stato in un co' suoi vescovi, dalle
  vittoriose armate de' Turchi, chiedendo soccorsi al Papa, ed ai
  Principi latini, propose ad Eugenio di aderire ad ogni cosa.
  Venne a Firenze col Patriarca di Costantinopoli, e con vent'un
  vescovi, e dopo lunghi contrasti per le espressioni del Decreto
  d'unione, fu esso scritto e sottoscritto ammettendo il_
  filioque, _il Primato, il Purgatorio, e le altre cose volute da
  Eugenio, che manteneva l'Imperatore, il Patriarca, i Vescovi
  greci; dava loro mensualmente danari, secondo il grado, e pagò
  il viaggio di venuta, e di ritorno. Il Vescovo greco Bessarione,
  che fu poi Cardinale, scrisse il Decreto, ed accortamente rimase
  in Italia. Eugenio diede anche all'Imperatore i soccorsi
  promessi. Il solo Marca vescovo d'Efeso, non volle sottoscrivere
  il Decreto. Tornati in Grecia i vescovi greci ripigliarono le
  loro prime opinioni direttamente contrarie al Decreto, e Marco
  scrisse lettera circolare a' Vescovi greci ed orientali contro
  il Concilio di Firenze; si mostrarono frodi fatte da' latini
  nell'estendere il Decreto._ Vedi Pietro de Marca De Concordia
  ec. _Lo scisma ritornò interamente come prima, e dura tutt'ora,
  e l'imperatore Giovanni timoroso de' suoi sudditi, e bisognoso
  de' Latini stette perplesso, morì poco dopo, e Costantinopoli
  poi fu presa da' Turchi l'anno 1453._

NOTE:

[1] Il Mosheim narra la storia dello scisma de' Greci incominciando dal
nono secolo e venendo sino al decimo ottavo, con erudizione, chiarezza
ed imparzialità. _V._ intorno al _filioque_ (_Inst._, _Hist. eccl._, p.
277), Leone III (pag. 303), Fozio (p. 307, 308), Michele Cerulario (p.
370, 371).

[2] _È vero, che i primi sei o sette Concilj generali sono stati adunati
in Asia minore, o a Costantinopoli nell'Impero greco, e che la massima
parte de' Vescovi erano Greci, ovvero delle province d'Asia, e d'Egitto,
ma v'erano anche alcuni Vescovi Latini, cioè Occidentali, ad il
Pontefice romano vi fu rappresentato da' suoi due procuratori._ (Nota di
N. N.)

[3] _Se Fozio Patriarca di Costantinopoli e della Chiesa Orientale, così
diceva della Chiesa Occidentale, è altresì vero, che questa riteneva le
stesse interpretazioni, e decisioni de' primi sei o sette Concilj
generali intorno la Divinità, la persona, la natura, la volontà di Gesù
Cristo, tenuta pura dalla Chiesa Orientale. I Greci, ed in generale i
Cristiani Orientali, furono i primi ad avere erronee opinioni cioè
eresie; ma oltre a' Priscillianisti, che sorsero in Ispagna intorno al
principio del quarto secolo, si manifestarono anche nella Chiesa
Occidentale, nel decimo secolo, altri errori, che sebbene repressi dalla
forza dei Cattolici ricomparvero, e crebbero grandemente per opera de'
Protestanti, che li ridussero a sistema, e ad insegnamento metodico, e
ne persuasero, malgrado le persecuzioni de' Cattolici, prestamente
intere nazioni d'Europa, siccome sappiamo._ (Nota di N. N.)

[4] Ανδρες δυσσεβεις και αποτροποι, ανδρεε επ σκοτους, αναδυντες, της
γαρ ’Εσπεριου μοιρας ύπηρχον γεννηματα, _uomini empj ed abbominevoli,
uomini emersi dalle tenebre, poichè sono razza delle regioni esperie_,
(Fozio Epistola, p. 47, edizione di Montacut). _Il patriarca d'Oriente
continua ad adoperare le immagini del tuono, de' tremuoti, della
grandine, precursori dell'Anticristo ec._

[5] _Vedi_ la Nota di N. N. alla fine del presente Capitolo.

[6] Il Gesuita Petavio discute sul soggetto misterioso della
_processione_ del Santo Spirito e sul significato che esso presenta alla
Storia, alla Teologia, alla controversia (_Dogmata theologica_, tom. II,
lib. VII, p. 362-440).

[7] _Rifletta il lettore a ciò che diciamo nella nota posta alla fine
del Capitolo. È vero poi che la Chiesa Greca Orientale non volle mai
aggiungere, siccome fece l'occidentale Latina, la parola _filioque_,
ritenendo, che lo Spirito Santo proceda da Dio Padre soltanto, e non
anche dal figlio, siccome noi crediamo._ (Nota di N. N.)

[8] Leone III pose sulla cattedra di s. Pietro due scudi di fino argento
pesanti ciascuno novantaquattro libbre e mezzo, su i quali inscrisse il
testo dei due Simboli (_utroque symbolo_) _pro amore et_ cautela
_orthodoxae fidei_ (Anastas., in Leon. III, nel Muratori, t. III, part.
I, p. 208). Il linguaggio[*] tenuto da esso prova evidentemente che nè
il _filioque_, nè il Simbolo di Atanasio, erano riconosciuti a Roma
verso l'anno 830.

* _È certo, che il Simbolo, ossia professione di Fede d'Atanasio, era
riconosciuto a Roma, ed approvato, perchè egli già comprende gli stessi
sentimenti, più sviluppati, che sono nel _Credo ec._ del Concilio di
Nicea, dei quali il Papa Silvestro, ch'ebbe i suoi procuratori a quel
Concilio, ed i di lui successori, furono sempre sostenitori contro gli
Ariani, e contro i Semiariani. Sappiamo per altro da tutti gli Storici
ecclesiastici, che alcuni anni dopo, il Papa legittimo Liberio, stanco
dell'esilio e dolente della perdita della luminosa Sede Romana, cui
l'aveva condannato l'Imperatore Costanzo figlio di Costantino,
sostenitore degli Ariani contro gli Atanasiani, ossia Cattolici,
sottoscrisse una formula di Fede Ariana, contraria a quella del Concilio
di Nicea, non ammettendo il _consubstantialem_, scritto nel _Credimus
ec._, di Nicea, e che il frutto ne fu il ricuperare il ricchissimo, e
potente Vescovato di Roma: ma sappiamo altresì, che poscia fu egli
dolente del suo fallo nella materia dogmatica, e ritornò a credere la
divinità di Gesù Cristo, ammettendo la parola _consubstantialem_;
siccome era stata dichiarata dal Concilio di Nicea nel _Credimus ec._
coll'espressione _Jesum Christum Filium ejus consubstantialem Patri_. Il
fumoso Osio Vescovo di Cordova presidente del Concilio di Nicea,
principale sostenitore della divinità di Gesù Cristo, e
dell'espressione, _consubstantialem Patri_ che la significava, e
confidente di Costantino che fu con pompa imperiale, e con soldatesche
al Concilio stesso, sottoscrisse pure la formula Ariana, negante la
divinità di Cristo, sotto lo stesso Imperatore Costanzo, per evitare
l'esilio, e per conservare l'immense ricchezze procacciatesi col favore
dell'antecessore Imperator Costantino. Liberio cedette alle
insinuazioni, e agli argomenti di due Vescovi Ariani, Arsacio e Valente:
abbiamo già le lettere e le risposte. Vedi_ Lebbe, Collectio
Conciliorum. (Nota di N. N.).

[9] I _Missi_ di Carlomagno sollecitarono vivamente il Pontefice,
affinchè chiarisse dannati senza remissione tutti coloro che rifiutavano
il _filioque_, o almeno la sua dottrina. Tutti, rispose il Papa, non
hanno la capacità di raggiugnere colla mente _altiora mysteria; qui
potuerit et non voluerit, salvus esse non potest_ (Collect., Concil. t.
IX, pag. 277-286). Il _potuerit_ lasciava grandi aiuti alla salute delle
anime.

[10] _Non può dirsi che Leone III, che viveva nel principio del secolo
nono, volesse precisamente cancellare il_ filioque _ammesso dai Concilj
provinciali di Spagna, e da Leone I Vescovo di Roma; egli solamente non
voleva, che si aggiugnesse il_ filioque _al_ Credimus ec. _di
Costantinopoli, e che si cantasse nelle chiese. In conclusione, comunque
egli abbia creduto la procedenza dello Spirito Santo dal Padre ed anche
dal figlio, fu ammessa, creduta dalla Chiesa, Latina, ed integrata al
popolo, fino dal quinto secolo, ed il Concilio generale di Lione l'anno
1274 finalmente aggiunse il_ filioque _al_ Credimus ec., _del Concilio
generale di Costantinopoli, e perciò ogni buon credente della Chiesa
Latina, crede anche nella ultima aggiunta del_ filioque. (Nota di N. N.)

[11] La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in
Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni
regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti
nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso
delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di
un'indulgenza perpetua (_Vie privée des Français_, t. II, p. 27, 38).

[12] I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci
contra i Latini trovansi nelle _Lettere_ di Fozio (_Epist. Encyclica_,
II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t.
III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del
Cardinale Umberto).

[13] L'opera _i Concilj_ (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de'
Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano
leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.

[14] Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i
Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa
romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli
degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si
mostrarono favorevoli a Fozio.

[15] _V._ questo anatema nell'opera _I Concilj_ (tom. XI, p. 1457-1460).

[16] _Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei
Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e
trasportava tanto una parte, che l'altra._ (Nota di N. N.)

[17] Anna Comnena (_Alexiad._, l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che
concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte,
contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor
lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto
comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce
degli Storici!

[18] Lo Storico anonimo di Barbarossa (_De expedit. Asiat. Fred._ I, _in
Canisii Lection. antiq._ t. III. part. II, p. 511, ediz. di Basnage)
cita i Sermoni del Patriarca greco: _Quomodo Graecis injunxerat in
remissionem peccatorum Peregrinos occidere et delere de terra_. Taginone
osserva (_in Scriptores Freher_, t. I, pag. 409, ediz. di Struv.)
_Graeci haereticos nos appellant: clerici et monachi dictis et factis
persequuntur_. Noi possiamo aggiugnere la dichiarazione dell'Imperatore
Baldovino quindici anni dopo: _Haec est (gens) quae Latinos omnes non
hominum nomine, sed canum dignabatur, quorum sanguinem effundere pene
inter merita reputabant_. (_Gesta Innocent. III._ cap. 92, in Muratori,
_Script. rerum Italicar._ t. III: part. I, p. 536). Può esservi in tutto
ciò qualche esagerazione; ma non quindi contribuì con minore efficacia
alla azione e alla reazione dell'odio che era reale.

[19] _V._ Anna Comnena (_Alex._ l. VI, pag. 161-162) e un passo
singolare di Niceta sopra Manuele, l. V, cap. IX, che intorno ai
Veneziani osserva che κατα σμηνη και φρατριας την Κωνσταντινου πολιν της
οικειας ηλλαξαντο ec., _a sciami e per famiglie abbandonarono la patria
per Costantinopoli_.

[20] Ducange, _Fam. Byzant._ p. 186, 187.

[21] _Nicetas_, in Manuele l. VII, cap. 2, _Regnante enim_ (Manuele)
_.... apud eum tantum Latinus populus repererat gratiam, ut neglectis
Graeculis suis tanquam viris mollibus, effoeminatis.... solis Latinis
grandia committeret negotia..... erga eos profusa liberalitate
abundabat..... ex omni orbe ad eum tanquam ad benefactorem nobiles et
ignobiles concurrebant_ (Guglielmo di Tiro XXII, c. 10).

[22] Ben si sarebbero confermati ne' loro sospetti i Greci, se avessero
vedute le lettere politiche che Manuele scriveva al papa Alessandro III,
nemico del suo nemico Federico I, manifestandogli desiderio di unire i
Greci e i Latini in un sol gregge sotto i pastori medesimi (_V._ Fleury,
_Hist. ecclés._ t. XV, p. 187, 213-243).

[23] _V._ le relazioni de' Greci e de' Latini in Niceta (Alessio Comneno
c. 10) e in Guglielmo di Tiro (l. XXII; c. 10, 11, 12, 13); moderata e
concisa la prima, verbosa, veemente e tragica la seconda.

[24] Il senatore Niceta ha composta in tre libri la storia del regno
d'Isacco l'Angelo, p. 228-290, e pensando che ei fu _Logoteto_ ossia
primo _Segretario e Giudice del Velo_, o del palagio, grande
imparzialità non ci possiamo aspettare da lui. Gli è però vero che sol
dopo la caduta e la morte del suo benefattore, questa storia avea
scritta.

[25] _V._ Boadino (_Vit. Saladin_, pag. 129-131-226, traduzione dello
Sculthens). L'ambasciadore d'Isacco parlava indifferentemente il
francese, il greco e l'arabo, cosa che in quel secolo può riguardarsi
come un fenomeno. Il messaggio del Greco trovò alla Corte del Sultano
accoglienza onorevole, ma il molto scandalo che produsse nell'Occidente
ne fu il solo effetto.

[26] Ducange, _Fam. Dalmat._ p. 318, 319, 320. La corrispondenza tra il
Pontefice romano e il Re de' Bulgari, leggesi nell'Opera _Gesta
Innocentii III_, c. 66-82, p. 513-525.

[27] Il Papa riconobbe questa origine italiana di Giovannizio. _A nobili
urbis Romae prosapia genitores tui originem traxerunt_. Il d'Anville
(_Etats de l'Europe_, p. 258-262) spiega questa tradizione, e la grande
somiglianza che si ravvisa fra la lingua latina e l'idioma de' Valacchi.
Il torrente delle migrazioni avea trasportate dalle rive del Danubio a
quelle del Volga le colonie poste da Traiano nella Dacia; e una seconda
ondata dal Volga al Danubio, giusta il d'Anville, le avea ricondotte. La
cosa è possibile, ma si toglie molto dall'ordinario.

[28] Questa parabola non disdice, per vero dire, allo stil di un
Selvaggio; ma piaciuto sarebbemi che il Valacco non vi avesse frammessi
il nome classico de' Misj, le esperienze della calamita, e la citazione
di un antico poeta comico (Niceta, in _Alex. Com._ l. 1, p. 299-300).

[29] I Latini aggravano l'ingratitudine di Alessio supponendo che Isacco
lo avesse liberato dalla schiavitù in cui lo tenevano i Turchi. So che
questo patetico racconto è stato spacciato a Venezia ed a Zara, e non ne
trovo orma in alcuno degli Storici greci.

[30] _V._ il regno d'Alessio l'Angelo o Comneno ne' tre libri di Niceta,
p. 291-352.

[31] _V._ Fleury, _Hist. eccles._ t. XVI, p. 26 ec., e Villehardouin n.
1, colle osservazioni del Ducange, non mai disgiunte dal testo originale
di cui mi valgo.

[32] _La vita contemporanea del Papa Innocenzo III_, pubblicata dal
Ballazio e dal Muratori, (_Script. rer. Ital._ t. III, part. I, p.
486-568) è preziosa per l'importanza delle istruzioni inserite nel
testo: ivi si può leggere ancora la Bolla della Crociata, c. 84-85.

[33] _Porce cil pardon fut issi gran, se s'en esmeurent mult li cuers
des genz, et mult s'en croisièrent, porce que li pardons ere si gran._
Villehardouin n. 1. I nostri filosofi possono sottilizzare a lor grado
sulle cagioni delle crociate, ma tali erano i veraci sentimenti di un
cavaliere francese.

[34] Questo numero di feudi, mille e ottocento de' quali, doveano ligio
omaggio, trovavasi registrato nella Chiesa di S. Stefano di Troyes, e
venne attestato nel 1213 dal maresciallo della Sciampagna (Ducange,
_Observ._ p. 254).

[35] _Campania.... militiae privilegio singularis excellit.... in
tyrociniis... prolusione armorum_, etc. (Ducange, p. 249), tratto
dall'antica Cronaca di Gerusalemme A. D. 1177-1199.

[36] Il nome di Villehardouin trae la sua origine da un villaggio o
castello della diocesi di Troyes fra Bar e Arcy. Nobile ed antica era
questa famiglia; il cui ramo primogenito durò sino al 1400: il ramo
secondogenito divenuto possessore del principato d'Acaia, andò a
terminarsi nella Casa di Savoia (Ducange, p. 235-245).

[37] Il padre di questo Goffredo e i suoi discendenti possedettero tale
carica; ma il Ducange non ha seguito il corso delle cose colla sua
diligenza ordinaria. Trovo che nel 1356 la stessa carica passò nella
Casa di Conflans. Questi marescialli di provincia sono, è lungo tempo,
ecclissati dai marescialli di Francia.

[38] Questo idioma del quale presenterò alcuni saggi, è stato spiegato
dal Vigenere e dal Ducange in una Versione e in un Glossario. Il
presidente Brosses (_Mechanisme des langues_, t. II, p. 83) lo vuole un
modello di una lingua che ha perduta l'essenza di lingua francese, e che
i soli grammatici possono intendere.

[39] L'età in cui visse e l'espressione, _moi qui ceste oeuvre dicta_
(n. 62, ec.) possono far nascere un sospetto, più fondato di quello del
Wood intorno ad Omero, che il predetto maresciallo non sapesse nè
leggere, nè scrivere. Nondimeno la Sciampagna può gloriarsi di avere
prodotti i due primi Storici, i nobili padri della prosa francese,
Villehardouin e Joinville.

[40] La Crociata, i regni del Conte di Fiandra, di Baldovino e di Enrico
suo fratello, formano il particolare argomento di una storia composta
dal Doutremens, gesuita (_Constantinopolis belgica_, Tournai, 1638, in
4); Opera che io conosco solamente da quanto ne ha detto il Ducange.

[41] T. VI di questa storia.

[42] Il Pagi (_Critica_, t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla
fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino (_V._
la _diss._ del Beretti, _Cron. It. medii aevi_, in Muratori, _Script._
t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese
contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa.

[43] Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità,
i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του
Ρομαιων βασιλεως, _perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei
Romani_ (Costantino Porfirogeneta, _De admin. imper._ part. II, c. 28,
p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del
decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo
annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai
Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla;
ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno
827 (Laugier, _Hist. de Venise_, t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli
_subditi_ o _fideles_.

[44] _V._ la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità
del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson
non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che
nell'anno 1323. L'Abate Dubos (_Hist. da la ligue de Cambrai_, t. II, p.
443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro
commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV.

[45] I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro
storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta,
come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si
dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia
più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la
prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di
Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di
merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che
alla costituzione della Repubblica si riferisce.

[46] Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto
Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D.
1205. _V._ le _osservazioni_ del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma
gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria
lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe
pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio
di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα _novanta_
(_Prooem. ad Character._) sarei piuttosto inclinato a leggere
επδομεκοντα _settanta_ come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto,
il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto
avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore.

[47] I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità
del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e
dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza
d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange).

[48] _V._ il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p.
323-326.

[49] Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che
questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto
spesso. «_Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié_ (n. 17): _mult
plorant_ (ibid.); _mainte lerme plorée_ (n. 34) _si orent mult pitié et
plorérent mult durement_ (n. 60); _i ot maint lerme plorée de pitié_ (n.
202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione,
ora per gioia, e se non altro per divozione.

[50] Questo Marchese di Monferrato, segnalato erasi per una vittoria
contro gli Astigiani (A. D. 1191), per una crociata in Palestina, per
una legazione pontificia presso gli alemanni principi sostenuta
(Muratori, _Annali d'Italia_, t. X, p. 163-202).

[51] _V._ la Crociata degli Alemanni nella _Historia C. P._ di Gunther
(_Can. Antiq. lect._ t. IV, p. V-VIII) che celebra il pellegrinaggio di
Martino, uno fra i predicatori rivali di Folco di Neuilly. Apparteneva
all'Ordine di Citeaux, e il suo monastero era situato nella diocesi di
Basilea.

[52] Indera, oggidì Zara, colonia romana che riconosce Augusto per suo
fondatore, ai dì nostri ha un circuito di due miglia, e contiene fra i
cinque e i seimila abitanti; ottimamente fortificata, un ponte la
congiunge alla terra ferma (_V._ _i viaggi_ di Spon e di Wheeler,
_viaggi di Dalmazia_, _di Grecia_, ec. t. I, p. 64-70; _viaggio in
Grecia_ p. 8-14). L'ultimo di questi viaggiatori, confondendo _Sestertia
e Sestertii_, valuta dodici lire sterline un arco di trionfo decorato di
colonne e di statue. Se a que' giorni non v'erano alberi nei dintorni di
Zara, convien dire che quegli abitanti non avessero ancora pensato a
piantare i ciliegi, dai quali oggidì si ritrae il famoso maraschino di
Zara.

[53] Il Katona (_Hist. crit. reg. Hungar. Stirpis Arpad._ t. IV, p.
536-558) unisce fatti e testimonianze, oltre ogni dire, sfavorevoli ai
conquistatori di Zara.

[54] _V._ tutta la transazione e i sentimenti del Papa nelle _Epistole
di Innocenzo III_, _Gesta_, c. 86, 87, 88.

[55] Un leggitore moderno farà le maraviglie nel veder dato il nome di
_valletto di Costantinopoli_ al giovine Alessio. Questo titolo degli
eredi del trono corrispondeva all'_Infante_ degli Spagnuoli, al
_nobilissimus puer_ de' Romani. I paggi o valletti de' Cavalieri non
erano men nobili de' loro padroni (_Villehar. e Duc._ n. 36).

[56] Il Villehardouin (n. 38) chiama l'Imperatore Isacco Sarsach forse
dalla voce francese Sire, o dalla greca Κυρ, κυριος, _Sire_, _Signore_,
formata colla terminazione del nome proprio: le denominazioni corrotte
di Tursac e di Conserac che troveremo in appresso, ne forniranno un'idea
della libertà che in ordine a ciò si prendeano le antiche dinastie della
Sorìa e dell'Egitto.

[57] Ranieri e Corrado: l'uno sposò Maria, figlia dell'Imperatore
Manuele Comneno, l'altro Teodora Angela sorella degli Imperatori Isacco
ed Alessio. Corrado abbandonò la Corte di Bisanzo e la moglie per
accorrere in difesa di Tiro minacciata da Saladino (Ducange, _Fam.
Byzant._, p. 187-203).

[58] Niceta in _Alex. Comn._, (l. III, c. IX), accusa il Doge e i
Veneziani, come autori della guerra mossa a Costantinopoli, e riguarda
come κυμα υπερ κυματι, _procella sopra procella_, l'arrivo e le
ignominiose offerte del Principe esigliato.

[59] Il Villehardouin e il Gunther spiegano i sentimenti dell'una e
dell'altra fazione. L'Abate Martino, che abbandonando l'esercito a Zara
si trasferì in Palestina, venne inviato come ambasciatore a
Costantinopoli, trovatosi a proprio dispetto spettatore del secondo
assedio.

[60] La nascita e le dignità che si univano in Andrea Dandolo gli
somministravano e modi e motivi di cercare negli archivj di Venezia la
storia del suo illustre antenato. Il laconismo ch'ei serba ne' proprj
racconti rende alquanto sospette le moderne e verbose relazioni di
Sanuto (Muratori _script. rer. it._ t. XXII), del Sabellico e del
Ramnusio.

[61] _V._ Villehardouin, n. 62. In cotest'uomo, originali appaiono i
sentimenti quanto il modo di esprimerli. Proclive alle lagrime, non
quindi meno allegrasi della gloria e del pericolo delle pugne con tale
entusiasmo, che ad uno scrittore sedentario non può appartenere.

[62] In questo viaggio, quasi tutti i nomi geografici trovansi svisati
dai Latini: il nome moderno di Calcide, e di tutta l'Eubea deriva
dall'_Euripus_ d'onde _Evripo_, _Negripo_, _Negroponte_, che alle nostre
carte geografiche fanno disdoro. (D'Anville, _Geogr. anc._ t. I, p.
263).

[63] _Et Sachiez que il ne ot si hardi cui le cuer ne fremist_ (c. 67)
... _Chascuns regardoit ses armes... que par tems en arunt mestier_ (c.
68). Tale è l'ingenuità caratteristica del vero coraggio.

[64] «_Eandem urbem plus in solis navibus piscatorum abundare, quam
illos in toto navigio. Habebat enim mille et sexcentas piscatorias
naves.... Bellicas autem sive mercatorias habebat infinitae multitudinis
et portum tutissimum_». Gunther, _Hist C. P._, c. 8, p. 10.

[65] Καθαπερ ιεερω, ειπειν δε και θεοψυτευτων παραδεισων εφειδοντο
τουτωνι, _come ad un sacro bosco parlavano_, _e risparmiavanlo quasi un
giardino piantato da Dio_. Niceta, _in Alex. Comn._, l. III, c. 9, p.
348.

[66] Seguendo la traduzione del Vigenere, mi valgo del sonoro vocabolo
di _palandra_, usato credo tuttavia lungo il littorale del mediterraneo.
Se però scrivessi in Francese, adoprerei la parola originaria ed
espressiva di _vessiery_ o _huissiers_, tolta da _huis_, voce vieta che
significava una porta atta a sbassarsi a guisa de' ponti levatoi, ma che
per gli usi di mare collo stesso meccanismo si alzava nella parte
interna del navilio. (Ducange, Villehardouin, n. 14, e Joinville, p.
27-28, ediz. del Louvre).

[67] Per evitare l'espressione vaga di seguito o seguaci ec., ho
adoperata, seguendo il Villehardouin la voce _sergente_, per indicare
tutti gli uomini a cavallo che non erano cavalieri. Vi erano sergenti
d'armi e sergenti di toga. Assistendo alla _parata_ e alle adunate di
Westminster può vedersi la bizzarra conseguenza di una tal distinzione
(_Ducange_, _Gloss. lat. Servientes_ etc. t. VI, p. 226-231).

[68] È inutile l'annotare che intorno a Galata, alla catena del porto
ec., il racconto del Ducange è compiuto e minutamente esatto. _V._ anche
i capitoli particolari dell'opera _C. P. Christiana_ dello stesso
autore. L'ignoranza o la vanità degli abitanti di Galata era sì grande,
che appropiavano a sè medesimi l'Epistola di S. Paolo ai Galati.

[69] La galea che ruppe la catena chiamavasi l'Aquila (_Dandolo_,
_Chron._, p. 322), che il Biondi (_de Gestis Venet._) ha trasformata in
_Aquilo_, vento boreale. Il Ducange (n. 83) ammette la seconda
sposizione; ma egli non conosceva il testo autentico del Dandolo, e
trascurò inoltre di esaminare la topografia del porto. Avrebbe veduto
allora che il vento di scilocco era infinitamente più favorevole del
vento di tramontana a questa spedizione dei Crociati.

[70] _Quatre cent mille hommes ou plus_ (Villehardouin, n. 134) vuole
intendersi d'uomini in istato di portar l'armi. _Il Le Beau_ (_Hist. du
Bas-Empire_, t. XX, p. 417), concede a Costantinopoli un milione
d'abitanti, sessantamila uomini di cavalleria e una moltitudine
innumerabile di soldati. Nel suo stato d'invilimento la capitale
dell'Impero ottomano contiene oggidì quattrocentomila abitanti.
(_Voyages de Bell_, vol. II, p. 401-402). Ma non tenendo i Turchi alcun
registro nè de' morti, nè delle nascite, ed essendo intorno a ciò
sospette tutte le relazioni che abbiamo, egli è impossibile il
verificare la vera loro popolazione (Niebuhr, _Voyag. en Arab._, t. I,
p. 18, 19).

[71] Regolandomi colle piante più esatte di Costantinopoli, non posso
ammettere un'estensione maggiore di quattromila passi; nondimeno il
Villehardouin (n. 86) la fa di tre leghe. Se i suoi occhi non lo hanno
ingannato, è duopo credere che ei contasse a leghe degli antichi Galli,
di mille cinquecento passi l'una, colle quali forse anche oggidì si
regolano le misure de' terreni nella Sciampagna.

[72] Il Villehardouin (n. 89-95) indica le guardie imperiali o i Varangi
coi nomi di _Anglais et Danois avec leurs haches_. Qualunque si fosse la
loro origine, un pellegrino francese non potea fare sbaglio sulla
qualità delle nazioni che formavano questa guardia.

[73] Intorno al primo assedio e alla conquista di Costantinopoli giova
consultare la lettera originale de' Crociati ad Innocenzo III,
Villehardouin (n. 75-99), Niceta (_in Alex. Com._ l. III c. X, p.
349-352), Dandolo (_Chron._, p. 322). Gunther e l'Abate Martino non
erano anche tornati dal lor primo pellegrinaggio a Gerusalemme o a S.
Giovanni d'Acri, ove ostinatamente fermaronsi, benchè la maggior parte
de' loro compagni vi fosse morta di peste.

[74] Il Villehardouin colla sua grossolana eloquenza, n. 66-100, ne fa
comprendere, quale impressione provassero i Crociati al vedere
Costantinopoli e i suoi dintorni: _cette ville_, dic'egli, _que de
toutes les autres ere Souveraine_. _V._ i tratti di questa descrizione
in Foulcher di Chartres (_Hist. Hieros._, t. I, c. 4), e in Guglielmo di
Tiro (II, 5, XX, 26).

[75] Giocando ai dadi, i Latini gli tolsero il suo diadema, mettendogli
in capo un berrettone di lana o di pelo. Το μεγαλοπρεπες κς παγκλειστον
κατερρυπινεν ονομα, _infamavano un nome dignitoso e gloriosissimo_
(Nicetas, p. 358). Se un tale scherzo gli fu fatto dai Veneziani, vi si
vedeva la conseguenza dell'audacia naturale ai repubblicani e ai
trafficanti.

[76] _V._ Villehardouin, n. 181; Dandolo, p. 322. Il Doge afferma che i
Veneziani furono pagati più lentamente de' Francesi, osservando però che
la storia delle due nazioni in ordine a ciò non si trova d'accordo.
Aveva egli letti gli scritti del Villehardouin? I Greci si lamentarono
_quod totius Graeciae opes transtulisset_ (_Gunther_, _Hist._, C. P. c.
13). _V._ le querimonie e le invettive di Niceta (p. 355).

[77] Il regno di Alessio Comneno occupa tre interi libri di Niceta, che
impiega solo cinque capitoli a narrare la corta restaurazione d'Isacco e
del giovine Alessio (p. 352-362).

[78] Mentre Niceta rimprovera ad Alessio l'empia lega che questi avea
co' Latini contratta, insulta con termini ingiuriosi la religione del
romano Pontefice, μειζον και ατοσοπτόν.... παρεκτροπμν σιρτεως.... των
του παπα προνομιων καινιεμον.... γεταθεειο τε και μεταποιμεν των πσλαιων
φωμαιοις εθων, _deviò grandemente e in modo indegno dalla fede.... la
novità delle massime del Papa.... mandava ai Romani cangiate e
trasfigurate le massime antiche_, (p. 348). Così tutti i Greci si
espressero fino al punto della compiuta sovversione di questo impero.

[79] Niceta (pag. 355) non esita nell'accusare particolarmente i
Fiaminghi (φλαμιονες) _Flamiones_; ma a torto riguarda siccome antico il
lor nome. Il Villehardouin (n. 107) difende i Baroni, e ignora o mostra
ignorare i nomi de' colpevoli.

[80] Si paragonino le lamentele e i sospetti di Niceta (p. 359-362)
colle accuse positive di Baldovino di Fiandra. (_Gesta Innocentii III_,
cap. 92, p. 534) _cum pathriarca et mole nobilium_, _nobis promissis
perjurus et mendax_.

[81] Nicolao Canabo era questo fantasma. Niceta ne fa encomj; Murzuflo
alla propria vendetta lo sagrificò p. 362.

[82] Il Villehardouin (n. 116) parla di questo Murzuflo come di un
favorito, e sembra ignorare che egli fosse principe del sangue
imperiale, e pertenente alla casa di Duca. Il Ducange celebre nel
razzolare ogni genere di erudizione, crede che questo Alessio fosse
figlio d'Isacco Duca Sebastocrator, e cugino germano del giovine
imperatore Alessio.

[83] Niceta accerta il fatto di una tale negoziazione che sembra per
altra parte molto probabile (p. 365): ma il Villehardouin e il Dandolo
la riguardano come obbrobriosa, e non ne fanno parola.

[84] Baldovino commemora questi due tentativi contro la flotta (_Gesta_,
c. 92, p. 534-535): il Villehardouin (n. 113-115) non accenna che il
primo. È cosa degna d'osservazione che nessuno di questi guerrieri si
ferma a descrivere qualche particolare proprietà del fuoco greco.

[85] Il Ducange (n. 119) ne inonda di un torrente di erudizione intorno
al gonfalone imperiale. Ella è cosa singolare che questa bandiera della
Madonna è parimente un trofeo e una reliquia che fanno vedere i
Veneziani. Se essi possedono la vera, convien dire che il pietoso
Dandolo abbia ingannati i monaci di Citeaux.

[86] Il Villehardouin (n. 126) confessa che _mult ere grant péril_: e il
Gunther (_Hist._ C. P. cap. 13) afferma che _nulla spes victoriae
arridere poterat_. Però e il Cavaliere parla con disprezzo di coloro che
pensavano alla ritirata, e il monaco loda que' suoi compatriotti che
erano risoluti di morire coll'armi alla mano.

[87] Baldovino e tutti gli Storici cristiani onorano il nome di quelle
due galee coll'aggiunto _felici auspicio_.

[88] Facendo allusione ad Omero, Niceta lo chiama εννεα οργυιας, alto
nove orgie, ossia diciotto verghe inglesi, circa cinquanta piedi. Una
tale statura difatti sarebbe stata una scusa molto legittima al terrore
de' Greci. In questa occasione l'autore si mostra più dominato dalla
passione di contar maraviglie che dall'interesse del suo paese, o
dall'amore della storica verità. Baldovino sclama colla parole del
Salmista, _Persequitur unus ex nobis centum alienos_.

[89] Il Villehardouin (n. 130) ignora ancora gli autori di un tale
incendio men condannevole del primo, e del quale secondo il Gunther è
reo, _quidam comes Theutonicus_ (cap. 14). Sembra che gl'incendiarj
arrossiscano di confessarlo.

[90] Intorno al secondo assedio, o alla conquista di Costantinopoli _V._
Villehardouin (n. 113-132), la seconda lettera di Baldovino ad Innocenzo
III (_Gesta_, cap. 92, p. 534-537), e l'intero regno di Murzuflo in
Niceta (p. 363-375). Possono ancora consultarsi alcuni passi del Dandolo
(_Chron. venet._, p. 323-330) e _Gunther_, _Hist._ (C. P. cap. 14-18), i
quali aggiungono ai loro racconti il maraviglioso delle visioni e delle
profezie. Il primo di essi cita un oracolo della Sibilla Eritrea, che
annunzia un grande armamento sull'Adriatico, condotto da un generale
greco, spedito contro Bisanzo ec., maravigliosissima predizione, se non
fosse posteriore all'avvenimento.

[91] _Ceciderunt tamen eo die civium quasi duo millia_. Gunther (c. 18).
L'aritmetica è una pietra di paragone per valutare le passioni e
l'ampollosità delle figure rettoriche.

[92] _Quidam_ (dice Innocenzo III, Gesta, c. 94, p. 538) _nec religioni,
nec aetati, nec sexui pepercerunt, sed fornicationes, adulteria, et
incestus in oculis omnium exercentes, non solum maritatas et viduas, sed
et matronas et virgines deoque dicatas exposuerunt spurcitiis
garcionum_. Il Villehardouin non fa parola di questi fatti troppo soliti
ad accadere nelle guerre.

[93] Niceta salvò, indi sposò una nobile vergine, che un soldato, επι
μαρτυτι πολλοις ονηδον επιβρωμωμενος, _lascivamente smanioso in faccia a
molti testimonj_, quasi violò senza riguardo a εντολαι, ενταλματα ευ
γεγονοτων, _alle massime od ai precetti delle persone ben nate_.

[94] Intorno al valor generale di tutto lo spoglio il Gunther lo
riguarda tale, _ut de pauperibus et advenis cives ditissimi redderentur_
(_Hist. C. P._ c. 18); il Villehardouin (n. 132) osserva che dopo la
creazione del mondo _ne fu tant gaignié dans une ville_, e Baldovino
(_Gesta_, c. 92) _ut tantum tota non videatur possidere Latinitas_.

[95] _V._ Villehardouin (n. 133-135). Evvi una variante nel testo, per
cui può leggersi e _cinquecentomila_ e _quattrocentomila_. I Veneziani
aveano fatta la profferta di prendersi per sè tutto lo spoglio, indi
sborsare quattrocento marchi a cadaun cavaliere, dugento a cadaun
sergente, cento a cadaun soldato; contratto che non sarebbe stato
vantaggioso per la Repubblica (Le Beau, _Hist. du bas-Empire_, l. XX, p.
506, non so poi su qual fondamento).

[96] Nel Concilio di Lione (A. D. 1295) gli ambasciatori d'Inghilterra
valutarono la rendita della Corona, inferiore a quella del clero
straniero, che ascendeva a sessantamila marchi annuali (Mattia Paris, p.
451; Hume _Storia d'Inghilterra_, vol. II).

[97] Niceta descrive in patetica guisa il saccheggio di Costantinopoli e
le sciagure che personalmente il percossero (p. 367-369, e _Status
urbis_ C. P., p. 375-384). Innocenzo III, _Gesta_, c. 92 conferma
perfino la realtà de' sacrilegj deplorati da Niceta: ma Villehardouin
non lascia scorgere nè pietà, nè rimorsi.

[98] Se ho ben inteso il testo greco di Niceta, le loro vivande
predilette eran cosce di manzo a lesso, maiale salato condito coi ceci,
zuppa con aglio ed erbe forti, o acide (p. 582).

[99] Niceta si vale di espressioni durissime αγραμματοις βαρβαροις, και
τελεον αναλφαβητοις _Barbari illetterati, e totalmente ignari
dell'abbicì_. (Fragm. _apud_ Fabricium, _Bibl. Graec._, t. VI, p. 414).
Vero è che questo rimprovero si riferisce principalmente alla loro
ignoranza della lingua greca e delle sublimi opere di Omero. I Latini
del dodicesimo e tredicesimo secolo non mancavano di opere di
letteratura nella propria lingua. _V._ le _Ricerche filologiche_ di
Harris, p. 3, c. IX, X, XI.

[100] Niceta, nativo di Cona in Frigia (antico Colosso di S. Paolo) era
pervenuto al grado di Senatore, di Giudice del Velo e di gran Logoteta.
Dopo la rovina dell'Impero, di cui fu vittima e testimonio, si ritrasse
a Nicea, ove compose una compiuta e accurata storia che procede dalla
morte di Alessio Comneno insino al regno di Enrico.

[101] Un manoscritto di Niceta (nella biblioteca Bodleana) contiene
questo singolare frammento che riguarda lo stato di Costantinopoli, e
che o ad arte, o per vergogna, o piuttosto per trascuratezza è stato
ommesso nelle precedenti edizioni. Lo ha pubblicato il Fabrizio (_Bibl.
graec._, t. VI, p. 405-416), e l'ingegnoso Harris di Salisbury non ha
limiti nel lodarlo (_Ricerche filologiche_ part. III, cap. V).

[102] Per darne un'idea della statua di Ercole il sig. Harris ha citato
un epigramma, e presentata la figura scolpita in una bella pietra; ma
questa non offre l'atteggiamento di un Ercole, senza clava, col braccio
e la gamba stesa siccome di questa statua vien detto.

[103] Ho trascritte letteralmente le proporzioni indicate da Niceta, le
quali mi sembrano oltre modo ridicole, e forse ne condurranno a
giudicare che il preteso buon gusto di questo senatore ad ostentazione e
vanità riducensi.

[104] _V._ Niceta, ove parla d'Isacco l'Angelo e di Alessio (cap. 3, p.
339). L'Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico
greco coll'enfasi del suo stile suol fare _ex pulice elephantem_.

[105] Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408)
rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανεραστοι Βαρβαροι, _Barbari
nemici del bello_, e indica in precisi termini quanto fossero avidi del
bronzo. Non può però negarsi ai Veneziani il merito di avere trasportati
quattro cavalli di bronzo da Costantinopoli alla piazza di S. Marco
(Sanuto, _Vite dei Dogi_, Muratori, _Script. rer. ital._ t. XX, pag.
534).

[106] Winkelmann, Storia dell'arti, t. III, p. 269-270.

[107] _V._ nel Gunther (_Hist. C. P._ c. 19-23, 24) il pietoso furto
dell'abate Martino, che trasportò un ricco fardello di questi tesori
religiosi nel suo convento. Nondimeno il Santo non andò immune dalla
scomunica, e forse dalla taccia di avere violato un giuramento.

[108] Fleury, _Hist. eccles._ t. XVI, p. 139-145.

[109] Conchiuderò questo capitolo con alcuni cenni sopra una Storia
moderna che descrive colle sue particolarità la presa di Costantinopoli
per opera dei Latini; ma venutami fra le mani alquanto tardi. Paolo
Ramusio figlio del Compilatore de' Viaggi, ebbe dal Senato di Venezia la
commissione di scrivere questa Storia: ma ricevè un tal ordine in
gioventù e lo eseguì solamente anni dopo, pubblicando un'opera
ingegnosamente scritta che ha per titolo, _De bello Constantinopolitano
et imperatoribus Comnenis per Gallos et Venetos restitutis_ (Venezia
1635 in folio). Il Ramusio o Ramnusio, trascrive e traduce, _seguitur ad
unguem_, un manoscritto che ei possedeva del Villehardouin; ma ha
inoltre arricchito il suo racconto di materiali greci e latini, e gli
andiamo pur debitori della descrizione esatta della flotta, dei nomi di
cinquanta nobili Veneziani che comandavano le galee della Repubblica, e
per lui sappiamo le circostanze delle opposizioni che, spinto da amore
di patria, mosse Pantaleone Barbi contro la scelta del Doge a Imperatore
di Costantinopoli.




CAPITOLO LXI.

      _I Francesi e i Veneziani si dividono fra loro l'Impero. Cinque
      Imperatori latini delle Case di Fiandra e di Courtenai. Loro
      guerre contro i Bulgari e i Greci. Debolezza e povertà
      dell'Impero latino. Costantinopoli ripresa dai Greci.
      Conseguenza generale delle Crociate._


Dopo la morte de' Principi legittimi di Bisanzo, i Francesi e i
Veneziani credettero abbastanza giustificati e la loro causa, e i
prosperi successi ottenuti, per ripartirsi anticipatamente fra loro le
province del greco Impero[110]. Mediante un Trattato, accordaronsi a
nominare dodici Elettori, sei per nazione, e a riconoscere Imperator
d'Oriente quell'individuo che accoglierebbe in sè un maggior numero di
suffragi. Stipularono inoltre i confederati che accadendo parità nel
numero de' voti, la sorte deciderebbe fra i due candidati; e
concedettero a quello che sarebbe eletto, i titoli e le prerogative de'
precedenti Imperatori, i due palagi di Blacherna e di Bucoleone, e la
quarta parte di tutti i possedimenti che la monarchia de' Greci
formavano. Le tre altre parti divise in due porzioni eguali, vennero
tenute da banda per essere divise fra i Veneziani e i Baroni francesi.
Fu risoluto che tutti i feudatarj, dai quali, per una distinzione
d'onore venne eccettuato il Doge, presterebbero al nuovo Sovrano,
omaggio di fedeltà e giuramento di servigio militare, come a Capo
supremo dell'Impero; che quella fra le due nazioni cui toccherebbe la
sorte di dare all'Oriente un Imperatore, cederebbe all'altra la nomina
del Patriarca; che per ultimo tutti i Pellegrini, comunque impazienti
fossero di visitar Terra Santa, dovessero consagrare anche un anno a
conquistare e difendere le province del greco Impero. Appena
impadronitisi di Bisanzo i Latini, un tale Trattato confermarono e
misero ad effetto, divenuta prima e più rilevante fra le loro cure
l'elezione di un Imperatore. Tutti ecclesiastici erano i sei Elettori
francesi: l'Abate di Loces, l'Arcivescovo eletto di Acri in Palestina, e
i Vescovi di Soissons, di Troyes, di Halberstadt e di Betlemme; l'ultimo
de' quali Prelati gli uffizj di Legato del Papa adempiea. Rispettabili
per sapere e per santità del loro carattere, tanto più idonei a tale
scelta mostravansi che su di essi non poteva cadere. Fra i primarj
ministri dello Stato, vennero creati i sei Elettori Veneti, onde le
illustri famiglie de' Querini e de' Contarini, s'inorgogliscono tuttavia
di trovare in quell'Assemblea i nomi de' loro antenati. Radunatisi nella
cappella del palagio i dodici Elettori, procedettero alla elezione, dopo
avere invocato solennemente lo Spirito Santo. Ragioni di rispetto e di
gratitudine unirono primieramente i voti di tutti i congregati a favore
del Doge. Autore egli stesso di quell'impresa, per tali azioni erasi
segnalato, che, a malgrado degli anni e della cecità, poteano renderlo
ammirazione ed invidia de' più giovani cavalieri. Ma il Dandolo non mai
abbastanza per virtù cittadine lodato, e disdegnando tutto ciò che a
personale ambizione si riferiva, fu pago dell'onor de' suffragi, che
degno il promulgavano di regnare. I suoi concittadini, e fors'anche i
suoi amici si opposero eglino stessi a questa nomina[111], facendo
coll'eloquenza della verità, manifesti i danni che alla libertà di
Venezia e alla causa comune doveano temersi dall'incompatibile
collegamento della prima magistratura della Repubblica, e della
Sovranità dell'Oriente. L'esclusione del Doge lasciò libero il campo a
Bonifazio ed a Baldovino. I meriti di questi due candidati si
contrabbilanciavano scambievolmente, ma tanto sovrastavano a quello
degli altri, che a questi due cedettero rispettosamente le loro
pretensioni. Maturità di anni, splendida rinomanza, l'opinione più
generale de' Pellegrini, il voto dei Greci, stavano soprattutto pel
Marchese di Monferrato; nè mi è sì agevole il credere che i piccioli
possedimenti di questo Principe, posti a piedi dell'Alpi[112], dessero
inquietudine alla Repubblica di Venezia padrona del mare. Ma il Conte di
Fiandra, in età di trentadue anni, valoroso, pio e casto, Capo d'un
popolo ricco e bellicoso, discendente da Carlomagno, cugino del Re di
Francia, contava fra i suoi Pari, Baroni e Prelati, che avrebbero mal
tollerato di sottomettersi all'Impero di uno straniero. Questi Baroni,
il Doge, e a capo d'essi il Marchese di Monferrato, stavansi alla porta
della cappella, aspettando la risoluzione degli Elettori. Venne
finalmente a nome de' suoi colleghi annunziandolo il Vescovo di
Soissons. «Voi avete giurato, disse egli, obbedire al Principe che
avremmo scelto. Per l'unanimità de' nostri suffragi, Baldovino Conte di
Fiandra e di Hainaut, è vostro Sovrano ed Imperator d'Oriente». Il nuovo
Monarca venne salutato fra romorose acclamazioni, che la gioia de'
Latini e la tremante adulazione de' Greci per tutta la città ripeterono.
Primo fu Bonifazio a baciar la mano al rivale e ad innalzarlo sul
proprio scudo. Baldovino fu trasportato nella Cattedrale ove
solennemente calzò i coturni di porpora. Tre settimane dopo l'elezione,
il Legato del Papa che gli uffizj di Patriarca adempiea, lo coronò; ma
prestamente s'impadronì del coro di S. Sofia il Clero veneziano, che fu
sollecito a porre sul trono ecclesiastico Tommaso Morosini, nè trascurò
alcuna diligenza per mantenere alla sua nazione gli onori e i benefizj
della Chiesa greca[113]. Non indugiò il successore di Costantino a far
noto per messi, questo memorabile cambiamento politico alla Palestina,
alla Francia, a Roma. Le porte di Costantinopoli, le catene del porto
vennero, per suo ordine, trasportate in Palestina come trofei[114], e
dalle _Assise_ di Gerusalemme tolse le leggi e gli statuti, che meglio
ad una colonia francese e ad una conquista d'Oriente addicevansi.
Sollecitò indi per lettere tutti i Francesi, perchè venissero ad
ingrossare questa colonia, a popolare una capitale vasta e magnifica, a
coltivare un suolo fertile, e preparato dalla natura a dar largo
guiderdone di lor fatiche al Sacerdote e al soldato. Mandò anche
congratulazioni al Pontefice di Roma per la sua autorità ristaurata,
nell'Oriente, eccitandolo ad estinguere lo scisma dei Greci colla sua
presenza medesima ad un generale Concilio, e implorandone l'indulgenza e
l'appostolica assoluzione per que' Pellegrini che agli ordini del Capo
della Chiesa aveano contravvenuto[115]. Accorgimento e dignitosi modi la
risposta d'Innocenzo contraddistinsero; attribuendo ai vizj degli uomini
la sovversione dell'Impero d'Oriente, adorava in ordine a ciò i decreti
della Providenza. «I conquistatori, egli dicea, saranno o assoluti o
condannati giusta la condotta che terranno in appresso, e la validità
del loro parteggiamento è cosa che dal giudizio di S. Pietro dipende».
Non dimenticò nel medesimo tempo di prescriver loro, siccome il più
sacro de' doveri, quello di mantenere subordinati e tributarj i Greci ai
Latini, i Magistrati al Clero, il Clero al Pontefice.

Nel ripartimento delle province dell'Impero[116], la porzione che toccò
ai Veneziani trovossi più considerabile di quella dell'Imperatore
latino. Ei non possedea che un quarto della conquista. Riserbatasi
Venezia una grossa metà del rimanente, l'altra metà tra i venturieri di
Francia e di Lombardia venne distribuita. Il venerabile Dandolo,
acclamato despota della Romania, fu, giusta l'uso de' Greci, fregiato
de' calzaretti di porpora. Ei terminò il corso della sua lunga e
gloriosa vita a Costantinopoli; e benchè le prerogative di lui non
passassero ai suoi successori, questi ne conservarono nullameno i titoli
fino alla metà del secolo decimoquarto, ed aggiugneano l'altro
singolarissimo, di Signori di un quarto e mezzo dell'Impero Romano[117].
Il Doge, schiavo dello Stato, rade volte ottenea la permissione di
allontanarsi dalla sede del Governo; ma ne tenea vece in Grecia un Bailo
o reggente, insignito d'inappellabile giurisdizione sulla colonia de'
Veneziani. Degli otto rioni di Costantinopoli, tre appartenevano a
questa colonia; il cui tribunale independente, era composto di sei
giudici, quattro cancellieri, due ciamberlani, due avvocati fiscali e un
contestabile. Una lunga esperienza sul commercio d'Oriente, gli avea
fatti accorti sì, che meglio degli altri poteano provvedere ai loro
interessi nel ripartimento; pur commisero una imprudenza nell'accettare
il governo e la difesa d'Andrinopoli. Ad ogni modo la saggia politica di
questi trafficanti, pensò ad assicurarsi una catena di città, di isole e
di fattorie, lungo la costa marittima, che dai dintorni di Ragusi fino
all'Ellesponto e al Bosforo si estendea. I dispendiosi lavori che a
mantenere tali conquiste volevansi, avendo impoverito il veneto erario,
abbiurarono le antiche massime del lor governo, adattandosi ad un
feudale sistema, e concedendo, contenti di un semplice omaggio, ai
Nobili[118] il possedimento di que' paesi, che questi imprendeano a
conquistare, o a difendere. In cotal guisa, la famiglia di Sanuto
divenne padrona del Ducato di Nasso, che tenea la massima parte
dell'Arcipelago. Mediante uno sborso di diecimila marchi, la Repubblica
comperò dal Marchese di Monferrato, la fertile isola di Creta, o Candia,
e le rovine di cento città[119]. Ma i meschini concepimenti di
un'orgogliosa aristocrazia[120], non permisero trar grande profitto da
tali acquisti; onde i più giudiziosi fra i Senatori dichiararono non per
possedute terre, ma per l'Impero del mare il tesoro di S. Marco
impinguarsi. Sulla metà da ripartirsi fra i venturieri, il Marchese di
Monferrato, fuor d'ogni dubbio, alla maggior ricompensa aveva dritto.
Oltre alla cedutagli isola di Creta, per un riguardo al trono da cui fu
escluso, gli fu conferito il titolo di Re e assegnate le province al di
là dell'Ellesponto; ma fe' un saggio cambio di questa difficile e
lontana conquista, col regno di Tessalonica o di Macedonia, distante
dodici giornate dalla capitale, e dagli Stati del Re d'Ungheria, cognato
del Marchese, e vicino quanto bastava, perchè questi all'uopo ne potesse
sperare soccorsi. Il suo passaggio per le province che dovè traversare,
fu in mezzo a continue acclamazioni o sincere, o simulate de' Greci; e
l'antica e vera Grecia ricevette di nuovo un conquistatore latino[121],
che con aria d'indifferenza questa classica terra calcò. Degnando appena
d'un guardo le bellezze della valle di Tempe, pose molta cautela
addentrandosi nelle gole delle Termopile, occupò Tebe, Atene ed Argo,
città al medesimo sconosciute, e prese d'assalto Corinto e Napoli[122],
che aveano tentato resistergli. Or la sorte, ora la scelta e successivi
baratti, regolarono i premj degli altri pellegrini. Accecati dal giubilo
del riportato trionfo, usarono immoderatamente del lor potere, sulla
vita e le ricchezze d'un grande numero d'uomini. Dopo una
recapitolazione esatta di tutte le province da ripartirsi, pesarono con
avara bilancia le rendite di ciascuna di esse, la situazione più o men
vantaggiosa, i modi più o meno abbondanti che queste offerivano, per
alimentare uomini e cavalli sul loro suolo. Fin agli antichi
smembramenti del Romano Impero, le pretensioni dei vincitori si
estesero; nelle immaginarie lor divisioni, il Nilo e l'Eufrate si
trovavan compresi, e giubilava il guerriero che nella sua parte di
premio, la reggia del Sultano d'Iconium annoverava[123]. Non m'arresterò
in questo luogo ad enumerare i nuovi fregi genealogici, e i possedimenti
di ciascun cavaliere; mi basti il dire, che i Conti di Blois e di S.
Paolo, il ducato di Nicea e la signoria di Demotica ottennero[124]; i
principali feudi alle cariche di Contestabile, di Ciamberlano, di
Coppiere e di Mastro di casa, andarono uniti. Il nostro Storico,
Goffredo di Villehardouin, acquistò un ricco dominio sulle rive
dell'Ebro, accoppiando gli uffizj di Maresciallo di Sciampagna e di
Romania. Ciascun Barone a capo de' suoi cavalieri ed arcieri, si
trasferì a prender possesso della sua parte di premio; nè grande
resistenza la maggior parte di loro trovarono sulle prime: ma da
siffatta dispersione derivò, che le generali forze scemarono; e ognuno
s'immagina quanti litigi dovettero sorgere in tale stato di cose, e fra
uomini che riconoscevano per primitiva legge il successo dell'armi. Tre
mesi dopo la conquista di Costantinopoli, già l'Imperatore e il Re di
Tessalonica, marciavano un contra l'altro; però l'autorità del Doge, i
consigli del Maresciallo, la coraggiosa fermezza de' Pari a pacificarli
pervennero[125].

[A. D. 1204 ec.]

Due fuggiaschi che avevano occupato il trono di Costantinopoli,
assumeano tuttavia il titolo di Imperadori, e que' che furono lor
sudditi poteano cedere ad un moto di compassione verso l'antico Alessio,
o ardere del desiderio di vendicarsi sopra l'ambizioso Murzuflo. Vincoli
di famiglia, comune interesse, eguali delitti, e il merito di aver tolta
la vita ai nemici del suo rivale, persuasero il secondo usurpatore a
cercare di collegarsi col primo. Murzuflo si trasferì nel campo di
Alessio, ove carezzevolmente e con onori fu ricevuto: ma gli scellerati,
incapaci di sentire amicizia, hanno torto se si fidano in coloro che ad
essi somigliano. Dopo averlo fatto arrestare in un bagno e privare degli
occhi, Alessio si guadagnò le truppe di costui, se ne appropiò i tesori;
poi fattolo scacciare dal campo, Murzuflo errò, qua e là, oggetto di
scherno e d'orrore a coloro che, più di Alessio, aveano diritto di
odiare e di punir l'assassino dell'imperatore Isacco, e del figliuolo
d'Isacco. Straziato dalla tema e dai rimorsi, tentava rifuggirsi in
Asia, allorchè i Latini di Costantinopoli lo sorpresero, ed instituito
un pubblico giudizio, ad ignominiosa morte il dannarono. I giudici dopo
avere esitato, nella scelta del supplizio, tra la mannaia, la ruota, e
il palo, fecero collocare Murzuflo[126] sulla cima di una colonna di
marmo bianco, alta cenquarantasette piedi, e detta la _Colonna di
Teodosio_ (A. D. 1204-1222)[127]. Dall'alto di questa, fu precipitato
capo volto a basso, e il cranio ne rimase infranto alla presenza di
numerosissimo popolo assembrato nel Foro del Tauro che vedea con
maraviglia in questo singolare spettacolo la spiegazione e il compimento
di un'antica profezia[128]. Men tragico fu il destino di Alessio: il
Marchese lo inviò in dono al Re de' Romani in Italia. Condannato a
perpetua prigionia, l'usurpatore venne trasferito da una Fortezza
dell'Alpi in un monastero dell'Asia, senza guadagnare molto nel cambio.
Ma prima della caduta di Costantinopoli Alessio avea conceduta la sua
figlia in isposa ad un giovane eroe che riedificò e tenne il trono de'
principi greci[129]. Teodoro Lascaris, segnalato erasi per valore nei
due assedj di Bisanzo. Dopo la fuga di Murzuflo, ed essendo già i Latini
padroni della città, si offerse per Imperatore ai soldati ed al popolo,
offerta che in tal momento poteva essere un atto di virtù, e certamente
fu grande prova in lui di coraggio. Se nello stesso tempo gli fosse
stato lecito infondere un'anima a quelle vili turbe, avrebbero
calpestato sotto i lor piedi gli stranieri che lor sovrastavano; ma
codardi i Greci nella disperazione, il soccorso di lui ricusarono, onde
Teodoro fu costretto ripararsi nella Natolia, per respirare ivi un'aura
d'independenza, libero dal vedere e dal paventare i conquistatori della
sua patria. Sotto il titolo di despota, poscia d'Imperatore, unì a' suoi
stendardi il piccolo numero d'uomini coraggiosi che il disprezzo della
vita facea tuttavia forti contro la schiavitù; e riguardando come
legittimo ogni atto che alla salvezza pubblica potesse giovare, non ebbe
scrupolo d'invocare l'alleanza del Sultano de' Turchi. Posta in Nicea
Teodoro la sua residenza, Prusa, Filadelfia, Smirne ed Efeso apersero le
porte al loro liberatore. Le vittorie, e persin le sconfitte in forza e
rinomanza lo accrebbero, e successore di Costantino, ne serbò quella
parte d'Impero, che dal Meandro ai sobborghi di Nicomedia e in appresso
a quelli di Costantinopoli si estendea. Anche l'erede legittimo de'
Comneni, figlio del virtuoso Manuele, e pronipote del feroce Andronico,
possedeva in lontana provincia una debole parte di questo impero:
nomavasi Alessio, e il soprannome datogli di Grande probabilmente più
alla sua statura che alle sue imprese si riferiva. I principi della
dinastia, degli _Angeli_, senza aombrarsi della sua origine, lo aveano
nominato governatore o duca di Trebisonda[130]: la sua nascita gli
ispirava ambizione, la caduta dell'Impero gli fruttò independenza. Senza
cambiare di titolo, regnò tranquillamente sulla costa del Mar Nero da
Sinope sino al Fasi. Il figlio che a lui succedè, e del quale ignorasi
il nome, è conosciuto soltanto come vassallo del Sultano che egli
seguiva con dugento lancie alla guerra; ma il titolo di Duca di
Trebisonda in questi due Comneni durò, e unicamente Alessio, pronipote
del primo d'essi, spinto da orgoglio e da gelosia assunse il titolo
d'Imperatore. Anche nella parte occidentale dell'Impero, Michele,
bastardo della dinastia degli _Angeli_, e prima delle sconfitte,
riguardato, or come ostaggio, or come soldato, or come ribelle, salvò
dal naufragio un terzo frammento di greca dominazione. Fuggito dal campo
di Bonifazio, ottenne in isposa la figlia del governator di Durazzo, e
per tali nozze il possedimento di questa importante città: preso il
titolo di despota, fondò un principato possente nell'Epiro, nell'Etolia,
nella Tessaglia, sempre famosa per gli uomini bellicosi che la
popolarono. Que' Greci che offersero servigio ai Latini, divenuti
novelli loro sovrani, si videro disprezzati da questi superbi principi,
ed esclusi[131] da tutti gli onori civili e militari, come uomini sol
nati per obbedire e tremare. Offesi questi d'un sì aspro trattamento, si
accinsero a provare cogli effetti di un'operosa inimicizia, quanto
l'amicizia loro poteva essere utile a chi li vilipese. Finalmente
l'avversità aveva loro inspirato coraggio: onde tutti i cittadini chiari
per sapere o virtù, per nascita o valore, abbandonarono Costantinopoli,
riparandosi ai governi independenti di Trebisonda, d'Epiro o di Nicea.
Non si cita che un solo patrizio che abbia meritato l'encomio, se luogo
ad encomio pur v'era, di affezione e fedeltà verso i Franchi. I popoli
delle città e delle campagne si sarebbero forse accostumati ad una
moderata e regolar servitù. Forse alcuni anni di pace e d'industria
avrebbero fatto dimenticare ad essi la guerra e i suoi passeggieri
disastri. Ma la tirannide del sistema feudale allontanando le soavità
della pace, distruggea il frutto delle fatiche de' sudditi; e comunque
un'amministrazione semplice e savie leggi, somministrassero
agl'Imperadori latini di Costantinopoli, se avessero avuto
l'accorgimento di ben prevalersene, ogni agevolezza a proteggere i
proprj sudditi; in questo momento stava sul trono un principe titolare,
Capo e spesse volte schiavo de' suoi indocili confederati. La spada de'
Baroni arbitrava di tutti i feudi dell'Impero incominciando dall'intero
reame, e venendo fino all'infimo fra' castelli. La costoro ignoranza, le
discordie, la povertà ne estendevano la tirannide ai più rimoti
villaggi. Il poter temporale de' preti, e l'odio fanatico de' soldati in
un medesimo tempo i Greci opprimea; e il linguaggio e la religione
diversa erano siccome un cancello che per sempre separava i vinti dai
vincitori. Sintantochè i Crociati rimasero uniti nella capitale, la
ricordanza delle loro vittorie, e il terrore dell'armi loro tennero
cheto il soggiogato paese; ma col disunirsi, il segreto della propria
debolezza derivata da scarso numero, e dalla poca lor disciplina
svelarono; alcune rotte che per imprudenza si procacciarono li diedero a
divedere non invincibili. A proporzione di tema sminuita l'odio
afforzavasi ne' Greci, che ben presto passarono dalle lamentele alle
cospirazioni; onde un anno di servaggio non era ancora per essi
compiuto, quando implorarono, ossia accettarono con fiducia il soccorso
di un Barbaro, la cui possanza già aveano provata, della gratitudine del
quale non dubitavano[132].

[A. D. 1205]

Calo-Giovanni o Giovannizio, Capo ribelle dei Valacchi o de' Bulgari, fu
tra i più solleciti a congratularsi, mediante un'ambasceria coi Latini.
Il titolo reale da lui assunto, e la santa bandiera dal Pontefice romano
inviatagli, sembravano francheggiarlo a riguardarsi come fratello de'
nuovi imperatori di Costantinopoli, oltrechè, siccome lor compl

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