Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07

by Edward Gibbon · Italian · Gutenberg #45221 · 857,606 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 07

Author: Edward Gibbon

Translator: Davide Bertolotti


        
Release date: March 26, 2014 [eBook #45221]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45221

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 07 ***

                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME SETTIMO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                             M.DCCC.XXI




STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO




CAPITOLO XXXVII.

      _Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione
      de' Barbari al Cristianesimo, ed all'Arrianismo. Persecuzione
      de' Vandali nell'Affrica. Estinzione dell'Arrianismo fra'
      Barbari._


L'inseparabile connessione degli affari civili ed ecclesiastici mi ha
dato motivo ed aiuto a riferire il progresso, le persecuzioni, lo
stabilimento, le divisioni, il pieno trionfo e la successiva corruzione
del Cristianesimo. Ma ho differito o bella posta l'esame di due
religiosi avvenimenti, di conseguenza nello studio della natura umana,
ed importanti nella decadenza e rovina del Romano Impero, cioè I.
l'istituzione della vita monastica[1]; e II. la conversione de' Barbari
Settentrionali.

I. La prosperità e la pace introdusse la distinzione fra' _Cristiani
volgari, e gli Ascetici_[2]. La coscienza della moltitudine si
contentava d'una larga ed imperfetta pratica di Religione. Il Principe o
il Magistrato, il Soldato o il Mercante conciliarono il fervido loro
zelo, e l'implicita fede loro coll'esercizio della propria professione,
con la cura de' loro interessi, e colla condiscendenza delle passioni:
ma gli Ascetici, che volevan osservare i rigorosi precetti
dell'Evangelo, e talvolta ne abusavano, furono eccitati da quel
selvaggio entusiasmo, che rappresenta l'uomo come un delinquente, e Dio
come un tiranno. Essi rinunziarono seriamente agli affari, ed a' piaceri
del secolo; rigettarono l'uso del vino, della carne e del matrimonio;
gastigarono il proprio corpo, mortificarono le loro passioni, ed
abbracciarono una vita di miseria come un prezzo dell'eterna felicità.
Nel tempo di Costantino gli Ascetici fuggivano da un Mondo profano e
degenerato, ad una perpetua solitudine o società religiosa. Come i primi
Cristiani di Gerusalemme[3] rinunziarono l'uso o la proprietà de' loro
beni temporali; fondarono delle comunità regolari di persone del
medesimo sesso, e d'uniforme disposizione; e presero i nomi _d'Eremiti_,
di _Monaci_ e di _Anacoreti_, esprimenti la solitaria lor vita in un
deserto naturale, o artificiale. Essi acquistaron ben presto il rispetto
del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa
_Divina Filosofia_[4], che sorpassava, senza l'aiuto della scienza o
della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche. In vero i Monaci
potevan contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del
dolore, e della morte; si rinnovò nella servile lor disciplina il
silenzio, e la sommissione de' Pittagorici; e sdegnarono con una
fermezza uguale a quella de' Cinici stessi ogni formalità, e decenza
della civil società. Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad
imitare un modello più puro, o più perfetto. Seguitavano le vestigia de'
Profeti, che si erano ritirati nel deserto[5]; e fecero risorgere la
vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella
Palestina e nell'Egitto. L'occhio filosofico di Plinio aveva osservato
con sorpresa un Popolo solitario, che abitava fra le palme vicino al Mar
Morto, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva
dal disgusto e dal pentimento dell'uman genere, un perpetuo rinforzo di
volontari associati[6].

[A. 305]

L'Egitto, fecondo padre di superstizione, somministrò il primo esempio
della vita monastica. Antonio[7], inculto[8] giovane delle parti più
basse della Tebaide, distribuì il suo patrimonio[9], abbandonò la
propria famiglia, e la casa nativa, e compì la sua monastica penitenza
con originale ed intrepido fanatismo. Dopo un lungo e penoso noviziato
fra' sepolcri, e in una torre rovinata, s'avanzò arditamente nel deserto
per tre giornate di cammino all'oriente del Nilo; scoprì un luogo
solitario, che aveva i vantaggi dell'ombra e dell'acqua, e fermò
l'ultima sua dimora sul monte Colzim, vicino al Mar Rosso, dove un
antico monastero tuttavia conserva il nome, e la memoria del Santo[10].
La curiosa devozione de' Cristiani lo seguitò fino al deserto; e quando
fu costretto a comparire in Alessandria in faccia al Mondo, sostenne la
sua fama con dignità, e discretezza. Ei godè l'amicizia d'Atanasio, di
cui approvò la dottrina; e l'Egizio abitator delle selve rispettosamente
evitò un rispettoso invito dell'Imperator Costantino. Il venerabile
Patriarca (poichè Antonio giunse all'età di centocinque anni) vide la
numerosa progenie, che si era formata, seguitando l'esempio e le lezioni
di esso. Le prolifiche colonie de' Monaci si moltiplicarono con rapido
progresso nelle arene della Libia, su' massi della Tebaide, e nelle
città del Nilo. Al mezzodì d'Alessandria, la montagna ed il vicino
deserto di Nitria eran popolati da cinquemila Anacoreti; ed il
viaggiatore può tuttavia investigar le rovine di cinquanta monasteri,
che furono fondati su quello sterile suolo da' discepoli d'Antonio[11].
Nella Tebaide Superiore fu occupata la vacante Isola di Tabenna[12] da
Pacomio, e da millequattrocento dei suoi confratelli. Questo Santo
Abbate fondò successivamente nove Monasteri di uomini, ed uno di donne;
e la festa di Pasqua riuniva tal volta cinquantamila religiose persone,
che seguivano l'_Angelica_ sua regola di disciplina[13]. La grande e
popolata città d'Ossirinco, la sede dell'Ortodossia cristiana, avea
destinato i tempj, i pubblici edifizi, e fino le mura a pii e
caritatevoli usi; ed il Vescovo, che poteva predicare in dodici chiese,
contò diecimila maschi, e ventimila femmine della professione
monastica[14]. Gli Egizi, che si gloriavano di tal maravigliosa
rivoluzione, eran disposti a sperare ed a credere, che il numero de'
Monaci fosse uguale al resto del Popolo[15]; e la posterità potrebbe
ripetere quel detto, che fu anticamente applicato agli animali sacri del
medesimo paese, cioè, che in Egitto era meno difficile di trovare un
Dio, che un uomo.

[A. 341]

Atanasio introdusse in Roma la cognizione, e la pratica della vita
monacale; ed i discepoli d'Antonio, che accompagnarono il loro Primate
alla sacra soglia del Vaticano, aprirono una scuola di questa nuova
filosofia. Lo strano e selvaggio aspetto di quegli Egizi a principio
eccitò dell'orrore o del disprezzo, ma in seguito dell'applauso, ed
un'ardente imitazione. I Senatori, e specialmente le matrone,
trasformarono i palazzi e le ville loro in case religiose, ed il
ristretto istituto di sei Vestali restò ecclissato da frequenti
monasteri, che si edificarono sulle rovine degli antichi Tempj, ed in
mezzo al Foro Romano[16]. Un giovane Siro, chiamato Ilarione[17],
infiammato dall'esempio d'Antonio, fissò l'orrida sua dimora in un
arenoso lido, fra il mare ed una palude, circa sette miglia distante da
Gaza. L'austera penitenza, nella quale persistè per quarantotto anni,
sparse un simil entusiasmo negli altri; ed allorchè il sant'uomo
visitava gl'innumerabili Monasteri della Palestina, aveva un seguito di
due o tremila Anacoreti. La fama di Basilio[18] è immortale nell'istoria
monastica dell'Oriente. Con uno spirito, che avea gustato la dottrina e
l'eloquenza di Atene, e con un'ambizione da potersi appena contentare
dell'Arcivescovato di Cesarea, Basilio si ritirò in una deserta
solitudine del Ponto: e si degnò, per un tempo, di prescriver le leggi
alle spirituali colonie ch'egli abbondantemente sparse lungo la costa
del Mar Nero. Nell'Occidente, Martino di Tours[19], soldato, eremita,
Vescovo e Santo, fondò i Monasteri della Gallia; duemila de suoi
discepoli l'accompagnarono al sepolcro; ed il suo eloquente Istorico
sfida i deserti della Tebaide a produrre, in un clima più favorevole, un
campione d'ugual virtù. Il progresso dei Monaci non fu meno rapido, od
universale, di quello del Cristianesimo stesso. Ogni provincia, ed in
fine ogni città dell'Impero era piena de' loro ceti che andavan sempre
crescendo: e le aspre e nude isole, che sorgono fuori del Mar Toscano,
da Lerino a Lipari, si scelsero dagli Anacoreti, per luogo del loro
volontario esilio. Un facile e continuo commercio per mare e per terra
univa fra loro le Province del Mondo Romano; e la vita d'Ilarione mostra
la facilità, con cui un indigente Eremita della Palestina potè
attraversare l'Egitto, imbarcarsi per la Sicilia, fuggire nell'Epiro, e
finalmente approdare all'Isola di Cipro[20]. I Cristiani Latini
abbracciarono gl'istituti religiosi di Roma. I pellegrini, che visitavan
Gerusalemme, difficilmente copiarono, ne' climi della terra più distanti
fra loro, il genuino modello della vita monastica. I discepoli d'Antonio
si sparsero di là dal Tropico, sotto l'Impero Cristiano
dell'Etiopia[21]. Il monastero di Banchor[22] in Flintshire, che
conteneva più di duemila Monaci, diffuse una numerosa colonia fra'
Barbari dell'Irlanda[23]; e Jona, una dell'Ebridi, che fu coltivata da'
Monaci Irlandesi, sparse nelle regioni settentrionali un dubbioso raggio
di scienza e di superstizione[24].

Quest'infelici esuli dalla vita sociale, venivano mossi dall'oscuro ed
implacabile genio della superstizione. L'esempio di milioni di persone
d'ambedue i sessi, d'ogni età, e d'ogni grado serviva di mutuo sostegno
ad altri per farli risolvere ad abbracciar quella vita, ed ogni
proselito, ch'entrava in un Monastero, era persuaso ch'ei camminava per
l'aspro e spinoso sentiero dell'eterna felicità[25]. Ma questi religiosi
motivi operavano in varie maniere, secondo il Carattere, e la situazione
delle persone. La ragione potea vincere, o la passione sospendere la
loro forza; ma essi agivano più vigorosamente su' deboli spiriti de'
fanciulli, e delle donne; si avvaloravano da segreti rimorsi, o da
accidentali disgrazie; e potevano trarre qualche vantaggio da temporali
riflessi di vanità, o d'interesse. Naturalmente si supponeva che gli
umili e pii Monaci, che avevano abbandonato il Mondo per attendere alla
lor salvazione, fossero i più adattati al governo spirituale de'
Cristiani. Si tirava l'eremita ripugnante dalla sua cella, e
collocavasi, fra le acclamazioni del popolo, sulla sede Episcopale, i
Monasteri dell'Egitto, della Gallia, e dell'Oriente somministrarono una
regolar successione di Santi e di Vescovi; e l'ambizione tosto scoprì la
segreta strada che conduceva al possesso delle ricchezze, e degli
onori[26]. I Monaci popolari, la riputazione de' quali era connessa con
la fama e la prosperità dell'Ordine, continuamente cercavano di
moltiplicare il numero degli schiavi loro compagni. Si insinuavano nelle
nobili ed opulente famiglie, ed impiegavano le speciose arti
dell'adulazione, e della seduzione per assicurarsi que' proseliti, che
potevano apportar dignità, o ricchezze alla professione monastica. Lo
sdegnato padre piangeva la perdita d'un figlio forse unico[27]; la
credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della
natura; e la Matrona aspirava ad un'immaginaria perfezione, rinunziando
alle virtù della vita domestica. Paola cedè alla persuasiva eloquenza di
Girolamo[28]; ed il titolo profano di _Suocera di Dio_[29] tentò
quell'illustre vedova a consacrar la verginità d'Eustochia, sua figlia.
Per consiglio ed in compagnia della spirituale sua guida, Paola
abbandonò Roma, ed il suo piccolo figlio; si ritirò al santo villaggio
di Betlemme: fondò un ospedale, e quattro Monasteri; ed acquistò,
mediante la sua penitenza ed elemosine, un eminente e cospicuo posto
nella Chiesa Cattolica. Tali rari ed illustri penitenti venivano
celebrati come la gloria, e l'esempio del loro secolo: ma i Monasteri
s'empivano d'una folla di oscuri ed abietti plebei[30], che nel chiostro
guadagnavano molto più di quel che avessero sacrificato nel Mondo. I
contadini, i servi e gli artefici potevan passare dalla povertà e dal
disprezzo ad una sicura ed onorevole professione, gli apparenti travagli
della quale venivano mitigati dall'uso, dall'applauso popolare, e dal
segreto rilassamento della disciplina[31]. I sudditi di Roma, le persone
e sostanze de' quali eran sottoposte a diseguali ed esorbitanti tributi,
si ritiravano dall'oppressione del Governo Imperiale; ed il giovane
pusillanime preferiva la penitenza d'una vita Monastica a' pericoli
della milizia. Gli atterriti Provinciali d'ogni ceto, che fuggivano da'
Barbari, vi trovavan rifugio e sussistenza; e delle intere legioni si
seppellivano in que' religiosi santuari, e la medesima causa, che
sollevava l'angustia degl'individui, diminuiva la forza, ed il vigor
dell'Impero[32].

La professione monastica degli antichi[33] era un atto di volontaria
devozione. L'incostante fanatico era minacciato bensì dell'eterna
vendetta di quel Dio, che abbandonava; ma le porte del Monastero eran
sempre aperte al suo pentimento. Que' Monaci, la coscienza de' quali era
invigorita dalla ragione, o dalla passione, erano liberi di ripigliare
il carattere di uomini e di cittadini, ed anche le spose di Cristo
potevano ricevere i legittimi abbracciamenti d'un amatore terreno[34].
Gli esempi di scandalo, ed il progresso della superstizione suggerirono
la convenienza di più forti legami. Dopo una sufficiente prova, si
assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto, e
veniva ratificato l'irrevocabil suo vincolo dalle Leggi della Chiesa, e
dello Stato. Un reo fuggitivo era inseguito, arrestato o ricondotto alla
perpetua sua prigione; e l'interposizione de' Magistrati opprimeva la
libertà ed il merito, che aveva, in qualche modo, alleviato l'abietta
schiavitù della disciplina monastica[35]. Eran dirette le azioni, le
parole e fino i pensieri d'un Monaco da un'inflessibile regola[36], o da
un Superiore cappriccioso: lo mancanze più tenui si correggevano con la
vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari, o con sanguinose
flagellazioni, e la disubbidienza, il lamento, o l'indugio si
risguardavano come i più odiosi delitti[37]. Una cieca sommissione agli
ordini dell'Abbate, per quanto potessero sembrare assurdi, o tendenti al
delitto, era il principio fondamentale e la prima virtù de' Monaci
Egiziani; e spesso esercitavasi la loro pazienza co' più stravaganti
sperimenti. Veniva ordinato loro di muovere un masso enorme,
d'annaffiare continuamente un bastone secco piantato nel suolo,
finattantochè al termine di tre anni vegetasse e germogliasse come un
albero, d'entrare in una fornace ardente, o di gettare i loro
figliuolini in un profondo stagno: e molti santi, o pazzi, hanno
acquistato nella storia monastica una fama immortale per la loro
inconsiderata e pronta ubbidienza[38]. La libertà dello spirito, ch'è la
sorgente d'ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta
dall'abitudine della credulità e della sommissione; ed il Monaco,
assuefacendosi a' vizi dello schiavo, devotamente seguiva la fede e le
passioni dell'ecclesiastico suo tiranno. La pace della Chiesa orientale
fu attaccata da uno sciame di fanatici, incapaci di timore, di ragione,
o d'umanità e le truppe Imperiali confessavano senza vergogna, che
temevano meno l'incontro de' più fieri Barbari[39].

Spesso la superstizione ha formato, e consacrato i capricciosi abiti de'
Monaci[40]: ma talvolta l'apparente loro singolarità nasce anche
dall'uniforme attaccamento, che hanno ad una semplice o primitiva
maniera di vestire, che le rivoluzioni della moda hanno poi resa
ridicola agli occhi degli uomini. Il Padre de' Benedettini espressamente
disapprova qualunque idea di particolarità, o distinzione, e sobriamente
esorta i suoi discepoli ad abbracciare l'abito comune e proprio de'
luoghi dove si trovano[41]. Le vesti monastiche degli antichi variavano
col clima, e con la loro maniera di vivere; e prendevano coll'istessa
indifferenza la pelle di pecora de' contadini Egizi, o il pallio de'
Filosofi greci. Facevan uso del lino in Egitto, dove si lavorava
comunemente, ed a poco prezzo: ma in Occidente rigettavano questo capo
dispendioso di lusso forestiero[42]. I Monaci avevano il costume di
tagliarsi, o di radersi i capelli, nascondevano il capo in un cappuccio,
per evitare la vista degli oggetti profani; andavano con le gambe e co'
piedi nudi, eccettuato il tempo dell'estremo freddo dell'inverno; ed i
loro lenti e deboli passi erano sostenuti da un lungo bastone. L'aspetto
d'un vero anacoreta era orrido e disgustoso: ogni sensazione
dispiacevole all'uomo, si credeva gradita a Dio; e l'angelica regola di
Tabenna condannava il salutevol costume di bagnarsi le membra
nell'acqua, o d'ungerle con olio[43]. Gli austeri Monaci dormivano sulla
terra sopra una dura stoia, o su rozzi panni; e l'istesso fascio di
foglie di palma serviva loro per sedere il giorno, e di capezzale la
notte. Le prime lor celle erano basse ed anguste capanne formate de' più
tenui materiali che, mediante una regolar distribuzione di strade,
facevano un grosso e popolato villaggio, il quale nel comune recinto
conteneva una Chiesa, uno spedale, talvolta una libreria, alcune
manifatture necessarie, un giardino ed una fontana, o conserva d'acqua
fresca. Trenta, o quaranta fratelli componevano una famiglia, nel vitto
e nella disciplina separata dalle altre, ed i grandi Monasteri
dell'Egitto eran composti di trenta, o quaranta famiglie.

Nel linguaggio de' Monaci, piacere e delitto eran termini sinonimi, ed
essi avevan conosciuto per esperienza, che i rigorosi digiuni, e
l'astinenza nel cibo sono i più efficaci preservativi contro i desiderj
impuri della carne[44]. Le regole d'astinenza, ch'essi stabilirono o
praticarono, non erano uniformi, o perpetue; la lieta solennità della
Pentecoste veniva bilanciata dalla straordinaria mortificazione della
Quaresima; il fervore de' nuovi monasteri appoco appoco s'andò
rilassando, ed il vorace appetito de' Galli non poteva imitare la
paziente e temperata virtù degli Egizi[45]. I discepoli d'Antonio, e di
Pacomio eran contenti della lor giornaliera porzione[46] di dodici once
di pane, o piuttosto di biscotto[47], ch'essi dividevano ne' due frugali
pasti del mezzogiorno, e della sera. Stimavasi un merito, e quasi un
dovere, l'astenersi da' vegetabili cotti, che si davano al refettorio,
ma la straordinaria bontà dell'Abbate alle volte accordava loro il lusso
del formaggio, delle frutte, della insalata, e di piccoli pesci secchi
del Nilo[48]. A grado a grado s'accordò, o si prese una maggior porzione
di pesce di mare e di fiume: ma l'uso della carne fu per lungo tempo
ristretto agli ammalati, ed a' viaggiatori; e quando questo appoco
appoco prevalse nei Monasteri meno rigorosi d'Europa, vi s'introdusse
una singolar distinzione, come se gli uccelli, o salvatici o domestici,
fossero stati meno profani de' grossi animali de' campi. L'acqua era la
pura ed innocente bevanda de' primitivi Monaci; ed il fondatore de'
Benedettini disapprova la quotidiana porzione di mezza pinta di vino,
che l'intemperanza del secolo[49] l'aveva costretto a permettere. Le
vigne d'Italia potevano facilmente somministrare tal misura; ed i suoi
vittoriosi discepoli, che passarono le Alpi, il Reno, ed il Baltico,
richiesero, in luogo del vino, un'adequata compensazione di birra, o di
sidro.

Il candidato, che aspirava alla virtù della povertà Evangelica, si
spogliava, nel primo suo ingresso in una comunità regolare, dell'idea e
fino del nome di ogni esclusivo o separato possesso[50]. I fratelli si
sostentavano per mezzo del lavoro delle proprie mani, ed il dovere di
lavorare veniva caldamente raccomandato come una penitenza, come un
esercizio, e come il mezzo più lodevole di procurarsi la quotidiana lor
sussistenza[51]. Venivano diligentemente coltivati dalle lor mani i
giardini ed i campi, che l'industria loro spesse volte avea tratto dalle
foreste e dalle paludi. Essi facevano, senza ripugnanza, i più bassi
ufizi di schiavi e di domestici; e si esercitavano dentro i recinti de'
grandi Monasteri le varie arti ch'erano necessarie a provvederli di
abiti, di utensili e di abitazioni. Gli studi monastici, per la maggior
parte, son serviti ad accrescere, piuttosto che a dissipar la caligine
della superstizione. Pure la curiosità, o lo zelo di alcuni eruditi
solitari ha coltivato le scienze ecclesiastiche ed anche le profane: e
la posterità dee riconoscer con gratitudine, che le loro instancabili
penne, ci hanno conservato e moltiplicato i monumenti della Greca e
Romana Letteratura[52]. Ma la più umile industria de' Monaci,
specialmente d'Egitto, si contentava della tacita e sedentaria
occupazione di fare de' sandali di legno, o d'intrecciare foglie di
palme per farne stoie e panieri. Il lavoro superfluo, che non
s'impiegava nell'uso domestico, serviva, mediante il commercio, a
supplire a' bisogni della Comunità: i barchetti di Tabenna e degli altri
monasteri della Tebaide, discendevano pel Nilo fino ad Alessandria; ed
in un mercato cristiano, la santità degli artefici poteva dare un pregio
maggiore all'intrinseco valore dell'opere.

Ma passò appoco appoco la necessità del lavoro manuale. Il novizio
inducevasi a trasferire le sue sostanze ne' santi, in compagnia de'
quali avea risoluto di consumare il rimanente della sua vita; e la
perniciosa indulgenza delle leggi permetteva a lui di ricevere, per loro
uso in futuro, qualunque accrescimento di legati, o d'eredità[53].
Melania donò loro la sua argenteria del peso di trecento libbre: e Paola
contrasse un immenso debito, per sollievo de' favoriti suoi Monaci, che
benignamente compartivano i meriti delle orazioni e penitenze loro ad
una ricca e liberal peccatrice[54]. Il tempo accresceva di continuo, e
gli accidenti rare volte facevan diminuire i beni de' Monasteri
popolari, che si sparsero sulle addiacenti campagne e città: e, nel
primo secolo della loro istituzione, il pagano Zosimo ha maliziosamente
osservato, che, per vantaggio de' poveri, i Monaci cristiani avevan
ridotto una gran copia di persone alla mendicità[55]. Finattantochè però
mantennero il primitivo loro fervore, si fecero un dovere di esser
fedeli ed amorevoli amministratori della carità, che veniva affidata
alla loro cura. Ma la disciplina loro fu corrotta dalla prosperità: essi
appoco appoco assunsero l'orgoglio de' ricchi, ed alla fine ammisero il
lusso nel lor trattamento. Si sarebbe potuto scusare il pubblico loro
lusso con la magnificenza del Culto religioso, e col decente motivo
d'erigere durevoli abitazioni per una società immortale. Ma ogni secolo
della Chiesa ha accusato la rilassatezza de' Monaci degenerati, che non
si ricordavan più dell'oggetto del loro istituto, abbracciavano i vani e
sensuali piaceri del Mondo, che avevano abbandonato[56], e
scandalosamente abusavano delle ricchezze, che si erano acquistate dalle
austere virtù de' lor fondatori[57]. Il loro natural passaggio, da tal
penosa e pericolosa virtù, a' vizi comuni dell'umanità, non ecciterà
forse grande avversione o sdegno nella mente d'un Filosofo.

I primitivi Monaci consumavan la loro vita in penitenza e solitudine,
senza esser disturbati dalle varie occupazioni, che impiegano il tempo,
ed esercitan le facoltà degli enti ragionevoli, attivi e sociali. Quando
veniva loro permesso di andare fuori del Monastero, due gelosi compagni
erano sempre vicendevoli guardie, e spie delle azioni l'uno dell'altro;
ed al loro ritorno erano condannati a dimenticare, o almeno a sopprimere
tutto ciò, che avevan veduto, o udito nel Mondo. Si ricevevan
ospitabilmente in un quartiere separato i forestieri, che professavan la
fede ortodossa; ma non si permetteva la pericolosa loro conversazione,
che ad alcuni scelti vecchi di approvata discretezza e fedeltà. Il
Monastico schiavo non potea ricever le visite de' suoi amici, o
congiunti, che in loro presenza; e si stimava sommamente meritorio, se
affliggeva una tenera sorella, o un vecchio padre coll'ostinato rifiuto
d'una parola, o d'uno sguardo[58]. I Monaci stessi passavan la loro
vita, senz'alcun attacco personale, in mezzo ad una folla, che si era
unita insieme per accidente, e si riteneva nella stessa prigione dalla
forza e dal pregiudizio. De' solitari fanatici hanno poche idee, o
sentimenti da comunicarsi: una special licenza dell'Abbate regolava il
tempo, e la durata delle famigliari lor visite, ed alle loro tacite
mense stavano nascosti ne' propri cappucci, inaccessibili, e quasi
invisibili l'uno all'altro[59]. Lo studio è il conforto della
solitudine: ma non aveva l'educazione preparati, e resi capaci d'alcuno
studio liberale gli artigiani ed i contadini, che riempivano le comunità
monastiche. Potevano lavorare: ma la vanità della perfezione spirituale
era tentata a sdegnar l'esercizio del lavoro manuale; e dev'esser
languida e debole quell'industria, che non è eccitata dal sentimento
d'un personale interesse.

Secondo lo zelo e la fede loro, potevano impiegare il giorno, che
passavano nelle proprie celle, in orazione vocale o mentale: s'adunavano
la sera, ed erano svegliati la notte pel comune ufizio del Monastero. Se
ne determinava il preciso momento dalle stelle, che rare volte son
coperte dalle nuvole nel sereno cielo dell'Egitto; ed una trombetta, o
corno pastorale, segnale della devozione, interrompeva due volte il
vasto silenzio del deserto[60]. Anche il sonno, che è l'ultimo refugio
degl'infelici, era misurato rigorosamente; le ore vacanti del Monaco
scorrevano gravemente senz'occupazione, e senza piacere; e prima di
giungere al fine del giorno, egli accusava più volte il noioso e tardo
cammino del Sole[61]. In tal misero stato la superstizione perseguitava
sempre e tormentava i suoi meschini devoti[62]. La quiete, ch'essi
avevan cercato nel chiostro, veniva disturbata da un tardo pentimento,
da profani dubbi, e da colpevoli desiderj e risguardando essi ogni
naturale impulso come un imperdonabil peccato, tremavano continuamente
sull'orlo d'un ardente ed infinito abisso. La pazzia, o la morte
liberava talvolta quelle misere vittime da' penosi travagli
dell'inquietudine e della disperazione; e nel sesto secolo fu eretto in
Gerusalemme uno spedale per un piccolo numero di austeri penitenti, che
avevan perduto l'uso della ragione[63]. Prima che giungessero a
quest'ultimo, e indubitato termine di frenesia, le loro visioni hanno
somministrato ampi materiali d'istoria soprannaturale. Erano pienamente
persuasi, che l'aria da essi respirata, fosse popolata da nemici
invisibili, da innumerabili demonj, che spiavano qualunque occasione, e
prendevano qualunque forma per atterrire, e sopra tutto tentare, la loro
virtù non guardata. L'immaginazione, ed anche i sensi erano ingannati
dalle illusioni dello sregolato fanatismo; e l'eremita, la cui notturna
orazione veniva interrotta da un involontario assopimento, poteva
facilmente confondere i fantasmi d'orrore o di diletto, che avevano
occupato i suoi pensieri nell'atto di dormire, con quelli della
vigilia[64].

I Monaci furon divisi in due classi, in Cenobiti, che vivevano sotto una
comune e regolar disciplina, ed in Anacoreti, che seguitavano
l'insociabile, e indipendente lor fanatismo[65]. I più devoti, o i più
ambiziosi, fra gli spirituali fratelli, rinunziavano al convento in
quella guisa, che avevano rinunziato al Mondo. I ferventi Monasteri
dell'Egitto, della Palestina, e della Siria erano circondati da una
_Laura_[66], o largo cerchio di celle solitarie; e la stravagante
penitenza degli Eremiti veniva stimolata dall'applauso e
dall'emulazione[67]. Soccombevano sotto il penoso carico di croci e di
catene; e l'emaciate lor membra erano strette da collari, da anelli, da
guanti, e da calze di pesante e rigido ferro. Gettavano via con
disprezzo qualunque superfluità di abiti; e furono ammirati alcuni Santi
selvaggi di ambedue i sessi, i nudi corpi de' quali non eran coperti,
che da' lunghi loro capelli. Aspiravano a ridursi a quello stato rozzo e
meschino, in cui il bruto umano appena si distingue dagli animali suoi
congiunti: ed una numerosa setta di Anacoreti traeva il nome dall'umile
loro uso di pascere ne' campi della Mesopotamia con il gregge
ordinario[68]. Spesse volte usurpavan la tana di qualche bestia
selvaggia, a cui cercavano di assomigliarsi; si seppellivano in qualche
oscura caverna, che l'arte o la natura avea scavato nel masso, e le cave
di marmo della Tebaide portano tuttavia scritti i monumenti della lor
penitenza[69]. Si suppone, che gli Eremiti più perfetti passassero molti
giorni senza cibo, molte notti senza dormire, e molti anni senza
parlare; e glorioso era _l'uomo_ (io abuso di tal nome) che inventava
una cella, o un luogo di tale particolar costruzione, che l'esponesse
nella più incomoda positura all'intemperie delle stagioni.

Fra questi eroi della vita monastica si è reso immortale il nome ed il
genio di Simeone Stilita[70] per la singolare invenzione d'una penitenza
aerea. All'età di tredici anni il giovine Siro abbandonò la professione
di pastore, e si gettò in un rigido monastero. Dopo un lungo e penoso
noviziato, in cui Simeone fu più volte salvato da un pio suicidio,
stabilì la sua dimora sopra una montagna circa trenta o quaranta miglia
all'Oriente d'Antiochia. Chiuso dentro lo spazio d'una _Mandra_, o
cerchio di pietre, a cui si era attaccato con una pesante catena, salì
sopra una colonna, che fu successivamente alzata dall'altezza di nove
piedi fino a quella di sessanta da terra[71]. In quest'ultima ed alta
sede l'anacoreta Siriaco resistè al caldo di trenta estati, ed al freddo
di altrettanti inverni; l'abito e l'esercizio l'ammaestrarono a
mantenersi in quella pericolosa situazione senza timore, o vertigini, ed
a prendere appoco appoco le diverse positure di devozione. Alle volte
pregava ritto con le braccia stese in forma di croce; ma ciò che faceva
più comunemente era di piegare il suo magro scheletro dalla fronte fino
a' piedi: ed un curioso spettatore, dopo d'aver contato 1244 repetizioni
di tal atto, desistè finalmente da tal numerazione, che non avea
termine. Una piaga, venutagli nella coscia[72], potè abbreviare, ma non
interrompere questa vita _celeste_, ed il paziente eremita spirò, senza
scendere dalla sua colonna. Un Principe che capricciosamente condannasse
a tali tormenti, sarebbe stimato un tiranno; ma oltrepasserebbe il poter
d'un tiranno l'imporre una lunga e miserabil esistenza alle ripugnanti
vittime della sua crudeltà. Questo volontario martirio doveva
distruggere appoco appoco la sensibilità sì dello spirito, che del
corpo; nè si può supporre, che i fanatici, che tormentano se medesimi
sian suscettibili d'alcuna viva affezione per gli altri uomini. Una
crudele insensibile indole ha distinto i Monaci d'ogni tempo, e d'ogni
luogo; la dura loro indifferenza, che rare volte viene ammollita
dall'amicizia personale, è accesa dall'odio religioso, ed il loro
zelo senza pietà ha esercitato vigorosamente il sant'ufizio
dell'Inquisizione.

I Santi monastici, ch'eccitano solo il disprezzo e la compassione d'un
filosofo, erano rispettati, e quasi adorati dal Principe, e dal Popolo.
Delle truppe di pellegrini vennero successivamente dalla Gallia, e
dall'India per salutare la divina colonna di Simeone: le tribù de'
Saraceni disputarono colle armi l'onore della sua benedizione; le Regine
dell'Arabia, e della Persia confessavano con gratitudine la
soprannatural sua virtù; e l'angelico Eremita fu consultato da Teodosio
il Giovine negli affari più importanti della Chiesa, e dello Stato.
Furono traslatate le sue reliquie dalla montagna di Telenissa, con una
solenne processione del Patriarca, del Generale dell'Oriente, di sei
Vescovi, di ventuno Conti, o Tribuni, e di seimila soldati; ed Antiochia
venerò le ossa di lui, come il suo più glorioso ornamento e la sua
invincibil difesa. La fama degli Apostoli e de' Martiri, appoco appoco
restò ecclissata da questi recenti e popolari Anacoreti; il Mondo
cristiano cadeva prostrato a' loro sepolcri: ed i miracoli, attribuiti
alle loro reliquie, sorpassavano, almeno in numero e durata, le
spirituali imprese delle loro vite. Ma l'aurea leggenda di queste[73]
veniva abbellita dall'artificiosa credulità de' loro interessati
fratelli; ed una credula età era facilmente persuasa, che il minimo
capriccio d'un Monaco Egizio o Siriaco fosse stato sufficiente ad
interrompere l'eterne leggi dell'Universo. I favoriti del Cielo erano
soliti di curare le inveterate malattie col toccare le persone, con una
parola, o per mezzo d'un messaggio in distanza, e di scacciare i demonj
più ostinati dalle anime, o da' corpi che possedevano. Essi
famigliarmente accostavansi, o comandavano imperiosamente a' leoni ed a'
serpenti del deserto; infondevano la vegetazione in un tronco secco;
facevano stare a galla il ferro sulla superficie dell'acqua: passavano
il Nilo sul dorso d'un coccodrillo, e si rinfrescavano in un'ardente
fornace. Queste stravaganti novelle, che spargono la finzione senza il
genio della poesia, hanno seriamente influito sopra la ragione, la fede
e la morale de' Cristiani. La loro credulità avvilì e viziò le facoltà
della mente; corruppero essi l'autorità dell'istoria; e la superstizione
appoco appoco estinse l'inimica luce della filosofia e della scienza.
Ogni maniera di Culto religioso che si fosse praticata da' Santi, ogni
dottrina misteriosa, che essi credessero, veniva invigorita dalla
sanzione della rivelazion divina, e tutte le virili virtù giacevano
oppresse dal servile e pusillanime regno de' Monaci. Se è possibile
misurare la distanza fra gli scritti filosofici di Cicerone, e la sacra
leggenda di Teodoreto, fra il carattere di Catone e quello di Simeone,
si potrà determinare la memorabile rivoluzione che si fece nel Romano
Impero nel periodo di cinquecento anni.

È notabile il progresso del Cristianesimo per due decisive e gloriose
vittorie, sopra i culti e lussuriosi cittadini dell'Impero Romano, o
sopra i guerrieri Barbari della Scizia e della Germania, che rovesciaron
l'Impero, ed abbracciaron la religione di Roma. I Goti furono i primi
fra questi selvaggi proseliti; e la nazione fu debitrice della sua
conversione ad un nazionale, o almeno ad un suddito degno d'esser posto
fra gl'inventori delle due arti utili, che hanno meritato la memoria, e
la gratitudine della posterità. Molti Romani provinciali erano stati
condotti in ischiavitù dalle truppe gotiche, le quali saccheggiavano
l'Asia al tempo di Gallieno; e fra questi molti erano Cristiani, ed
alcuni appartenevano all'ordine Ecclesiastico. Questi Missionari
involontari, sparsi come schiavi nei villaggi della Dacia, si
applicarono con buon esito a procurar la salvezza de' loro padroni. I
semi, ch'essi gettarono della dottrina evangelica, appoco appoco si
propagarono; ed avanti la fine d'un secolo si compì quell'opera pia,
mediante i travagli d'Ulfila, i Maggiori del quale da una piccola città
della Cappadocia erano stati trasportati di là dal Danubio.

[A. 360]

Ulfila, Vescovo ed Apostolo de' Goti[74], acquistò l'affetto, e la
riverenza loro, mediante l'irreprensibil sua vita, e l'instancabile zelo
che aveva; ed essi ricevettero con piena fiducia le regole della verità
e della virtù, ch'ei predicava, ed eseguiva. Compì la difficile impresa
di tradurre la Scrittura nella nativa lor lingua, ch'era un dialetto
dell'idioma Germanico, o Teutonico; ma prudentemente soppresse i quattro
libri de' Re, che avrebbero potuto irritare il fiero e sanguinario
spirito de' Barbari. Il rozzo ed imperfetto linguaggio di soldati e di
pastori, così male atto ad esprimere le idee spirituali, fu migliorato e
modificato dal suo ingegno; ed Ulfila, prima di poter fare la sua
traduzione, fu costretto a comporre un nuovo alfabeto di ventiquattro
lettere, quattro delle quali furono da esso inventate per rappresentare
de' suoni speciali, ch'erano ignoti alla pronunzia greca e latina[75].
Ma presto fu disturbato il prospero Stato della Chiesa Gotica dalla
guerra e dall'interna discordia, ed i capitani restaron divisi fra loro
per la religione, ugualmente che per l'interesse. Fritigerno, amico de'
Romani, divenne proselito d'Ulfila; mentre il superbo animo di Atanarico
sdegnò il giogo dell'Impero e dell'Evangelio. La persecuzione, ch'egli
suscitò, servì per provare la fede de' nuovi convertiti. Si traeva con
solenne processione per le strade del campo un carro, che portava in
alto l'informe immagine, di Thor forse, o di Woden; ed i ribelli, che
ricusavano di adorare il Dio de' loro padri, erano immediatamente
abbruciati con le tende e famiglie loro. Il carattere d'Ulfila lo fece
rispettare alla Corte Orientale, dove comparve due volte come ministro
di pace; perorò esso in favore degli angustiati Goti, che imploravano la
protezion di Valente, e si applicò il nome di Mosè a questa guida
spirituale, che condusse il suo Popolo per le profonde acque del Danubio
alla Terra di Promissione[76]. I devoti pastori, ch'erano attaccati alla
sua persona, ed ubbidienti alla sua voce, si contentarono di stabilirsi
al piè delle montagne Mesie in un paese abbondante di boschi e di
pasture, che alimentava i loro greggi ed armenti, e gli poneva in istato
di comprare il grano, ed il vino delle Province più fertili.
Quest'innocenti Barbari si moltiplicarono nell'oscurità della pace, e
nella professione del Cristianesimo[77].

[A. 400]

I loro più feroci fratelli, i formidabili Visigoti, generalmente
adottarono la religione de' Romani, co' quali avevano continuamente
occasion di trattare, per motivo di guerra, di amicizia o di conquista.
Nella lunga e vittoriosa lor marcia dal Danubio all'Oceano Atlantico,
essi convertirono i loro alleati; educarono la nascente generazione;
e la devozione, che regnava nel campo d'Alarico, o alla Corte
di Tolosa, poteva edificare, o svergognare i palazzi di Roma e di
Costantinopoli[78]. Verso il medesimo tempo fu abbracciato il
Cristianesimo da quasi tutti i Barbari, che fondarono i regni loro sulle
rovine dell'Impero Occidentale: ciò fecero i Borgognoni nella Gallia,
gli Svevi nella Spagna, i Vandali nell'Affrica, gli Ostrogoti nella
Pannonia, e le varie truppe di mercenari, che innalzarono Odoacre al
trono d'Italia. I Franchi ed i Sassoni perseveravano tuttavia negli
errori del Paganesimo; ma i Franchi ottennero la monarchia della Gallia
per la loro sommissione all'esempio di Clodoveo; ed i conquistatori
Sassoni della Britannia furono liberati dalla selvaggia loro
superstizione per mezzo de' Missionari di Roma. Questi barbari proseliti
avevano un ardente ed utile zelo per la propagazione della fede. I Re
Merovingici, ed i loro successori, Carlo Magno e gli Ottoni, estesero
con le loro leggi, e vittorie l'impero della Croce. L'Inghilterra
produsse l'Apostolo della Germania, ed appoco appoco si diffuse la luce
evangelica dalle vicinanze del Reno, alle nazioni dell'Elba, della
Vistola e del Baltico[79].

Non possono facilmente determinarsi i differenti motivi che influirono
sulla ragione o sulle passioni dei Barbari convertiti. Questi furono
spesse volte capricciosi o accidentali; come un sogno, un augurio, il
racconto d'un miracolo, l'esempio di qualche sacerdote o eroe, le grazie
d'una donna fedele, e sopra tutto il buon successo d'una preghiera, o
d'un voto, che in un momento di pericolo avessero indirizzato al Dio de'
Cristiani[80]. Gli antichi pregiudizi dell'educazione venivano
insensibilmente cancellati dall'abitudine d'una frequente e famigliar
società; i precetti morali dell'Evangelio erano invigoriti dallo
stravaganti virtù dei Monaci; ed una spiritual teologia era sostenuta
dalla forza visibile delle reliquie, e dalla pompa del Culto religioso.
Ma potè alle volte impiegarsi da' Missionari, che s'occupavano in
convertir gl'infedeli, la maniera di persuadere ingegnosa e ragionevole,
che un Vescovo Sassone[81] suggerì ad un Santo popolare. «Ametti, dice
il sagace Istruttore, tuttociò, che loro piace d'asserire intorno alla
favolosa e carnale genealogia de' loro Dei o Dee, che si sono propagati
l'uno dall'altro. Da questo principio deduci l'imperfetta loro natura,
le umane infermità, la certezza ch'essi son _nati_, e la probabilità,
che son per _morire_. In qual tempo, con quali mezzi, da qual principio
furon prodotti i più antichi fra gli Dei, o fra le Dee? Continuano essi
a propagarsi, o hanno cessato? Se hanno cessato domanda a tuoi avversari
la causa di tale strana mutazione. Se tuttavia continuano, il numero
degli Dei dovrà crescere all'infinito: e non porremo noi a rischio,
mediante l'indiscreto culto di qualche impotente divinità, d'eccitare lo
sdegno dei geloso di lei superiore? I cieli e la terra, che ci son
visibili, tutto il sistema dell'Universo, che si può concepire
coll'animo, è egli creato, o eterno? Se creato, come, o dove potevano
gli Dei medesimi esistere prima della creazione? Se eterno, come
potevano essi prender l'impero d'un Mondo indipendente, e preesistente?
Insisti su questi argomenti con sobrietà e moderazione; insinua loro in
opportune occasioni la verità e la bellezza della rivelazione Cristiana,
e procura di far vergognare gl'Infedeli senza irritarli». Questo
metafisico ragionamento, forse troppo sottile per i Barbari della
Germania veniva fortificato dal peso più grossolano dell'autorità e del
consenso popolare. Il vantaggio della prosperità temporale avea
abbandonato il partito pagano, ed era passato a favorire il
Cristianesimo. I Romani stessi, la più potente ed illuminata nazione del
globo, avevano rinunziato all'antica loro superstizione; e se la rovina
del loro Impero sembrava, che accusasse l'efficacia della nuova fede, se
n'era già riparato l'onore dalla conversione de' vittoriosi Goti. I
valorosi e fortunati Barbari, che soggiogarono le Province
dell'Occidente, riceverono, e diedero successivamente l'istesso
edificante esempio. Prima del secolo di Carlo Magno, le nazioni
Cristiane d'Europa si potevano applaudire per l'esclusivo possesso di
climi temperati, di terreni fertili, che producevano grano, vino ed
olio; mentre gl'idolatri selvaggi, ed i loro miserabili idoli erano
confinati all'estremità della terra, nelle oscure e gelate regioni del
Norte[82].

Il Cristianesimo, che apri a' Barbari le porte del Cielo, introdusse un
gran cangiamento nella morale e politica lor condizione. Riceverono essi
nell'istesso tempo l'uso delle lettere, così essenziale per una
religione, le cui dottrine si contengono in un libro sacro; e mentre
studiavano la divina verità, i loro spiriti appoco appoco si estesero
nella distante veduta dell'istoria, della natura, delle arti e della
società. La traduzione della Scrittura nella nativa lor lingua, che
aveva facilitato la lor conversione, doveva eccitare nel loro Clero la
curiosità di leggere il testo originale, d'intendere la sacra liturgìa
della Chiesa, e di esaminare negli scritti de' Padri la catena della
tradizione ecclesiastica. Questi vantaggi spirituali si trovavano nelle
lingue greca e latina, che contenevano gl'inestimabili Monumenti
dell'antico sapere. Le immortali produzioni di Virgilio, di Cicerone e
di Livio, che potevan gustarsi da' Barbari cristiani mantennero un
tacito commercio fra il regno d'Augusto, ed i tempi di Clodoveo e di
Carlo Magno. L'emulazione degli uomini fu incorraggita dalla rimembranza
d'uno stato più perfetto; e si tenne segretamente viva la fiamma della
scienza per riscaldare ed illuminare l'età matura del Mondo occidentale.
Nel più corrotto stato del Cristianesimo, i Barbari potevano apprender
la giustizia dalla _Legge_, e la misericordia dall'_Evangelio_: e se la
cognizione del loro dovere non era sufficiente a guidare le azioni o a
regolar le passioni di essi, erano alle volte ritenuti dalla coscienza,
e spesso puniti dal rimorso. Ma l'autorità diretta dalla religione era
meno efficace della santa comunione, che gli univa co' Cristiani lor
confratelli in amicizia spirituale. La forza di tali sentimenti
contribuì ad assicurare la lor fedeltà nel servizio, o nell'alleanza dei
Romani, ad alleggerire gli orrori della guerra, a moderar l'insolenza
della conquista, ed a conservare nella caduta dell'Impero un costante
rispetto pel nome, e per gl'istituti di Roma. Nel tempo del Paganesimo,
i Sacerdoti della Gallia e della Germania regnavano sul Popolo, e
sindacavano la giurisdizione de' Magistrati; e gli zelanti proseliti
trasferirono un'uguale, o maggior dose di devota obbedienza ne'
Pontefici della Fede cristiana. Si sostenne il sacro carattere de'
Vescovi dalle temporali loro sostanze; essi ottennero un riguardevole
posto nelle adunanze legislative, composte di soldati e di uomini
liberi; ed era loro interesse, non meno che dovere, l'ammolire con
pacifici consigli lo spirito fiero de' Barbari. La corrispondenza
continua del Clero latino; i frequenti pellegrinaggi a Roma e in
Gerusalemme, e l'autorità crescente dei Papi assodaron l'unione della
Repubblica cristiana; ed a grado a grado produssero quegli uniformi
costumi, e quella comune Giurisprudenza, che hanno distinto le
indipendenti, ed anche ostili nazioni dell'Europa moderna dal resto
dell'uman genere.

Ma fu impedito e ritardato l'effetto di tali cause dal disgraziato
accidente, che versò un mortal veleno dalla coppa della salute. Di
qualunque sorta si fossero gli antichi sentimenti d'Ulfila, si formarono
le sue relazioni coll'Impero e con la Chiesa nel tempo che regnava
l'Arrianismo. L'Apostolo de' Goti sottoscrisse il simbolo di Rimini,
professò liberamente, e forse con sincerità, che il Figlio non era
uguale, o consustanziale al Padre[83]; comunicò questi errori al Clero
ed al Popolo; ed infettò i Barbari con un'eresia[84] che il Gran
Teodosio condannò ed estinse fra' Romani. L'indole, e l'intelligenza de'
nuovi proseliti non era capace di metafisiche sottigliezze; ma essi
vigorosamente conservarono ciò, che piamente avevano ricevuto, come pure
e genuine regole del Cristianesimo. Il vantaggio di predicare, e di
spiegar la Scrittura in lingua teutonica, promosse le apostoliche
fatiche d'Ulfila e de' suoi successori; ed essi ordinarono un competente
numero di Vescovi e di Preti, per istruire le cognate tribù. Gli
Ostrogoti, i Borgognoni, gli Svevi ed i Vandali, che avevano ascoltata
l'eloquenza del Clero latino[85], preferirono le lezioni più
intelligibili de' domestici loro predicatori; e fu adottato l'Arrianismo
come la fede nazionale de' convertiti guerrieri, che si stabilirono
sulle rovine dell'Impero occidentale. Questa irreconciliabile differenza
di religione fu una perpetua sorgente di gelosia e d'odio; e la taccia
di _Barbaro_ fu sempre più amareggiata dal più odioso epiteto
d'_eretico_. Gli Eroi del Norte, che si erano sottoposti con qualche
ripugnanza a credere, che tutti i loro maggiori fossero all'inferno[86],
restaron sorpresi, ed inaspriti al sentire, ch'essi medesimi non avevan
fatto, che mutare la maniera dell'eterna lor dannazione. Invece del
dolce applauso, che i Principi Cristiani sono avvezzi ad attendere da'
loro fedeli Prelati, i Vescovi ortodossi, ed il loro Clero erano in
opposizione con le Corti Arriane; e l'indiscreta lor opposizione spesso
diveniva rea, e poteva talvolta esser pericolosa[87] . Il pulpito, quel
sicuro e sacro istrumento di sedizione, risuonava de' nomi di Faraone, e
d'Oloferne[88]; la mal contentezza pubblica era infiammata dalla
speranza, o dalla promessa d'una gloriosa liberazione; ed i sediziosi
Santi eran tentati a promuovere il compimento delle proprie lor
predizioni. Nonostanti queste provocazioni, i Cattolici della Gallia,
della Spagna, e dell'Italia goderono sotto il regno degli Arriani,
l'esercizio libero e pacifico della lor religione. I superbi loro
Signori rispettaron lo zelo d'un numeroso Popolo, risoluto di morire a
piè de' propri altari, e fu ammirato ed imitato de' Barbari stessi
l'esempio della devota loro costanza. I conquistatori, per altro,
evitarono la vergognosa taccia o confessione di timore con attribuire la
lor tolleranza a' generosi motivi di ragionevolezza e d'umanità; e
mentre affettavano il linguaggio del Cristianesimo, ne acquistarono
senza avvedersene il vero spirito.

La pace della Chiesa fu talvolta interrotta. I Cattolici erano
indiscreti, ed i Barbari impazienti; e gli atti parziali di severità, o
d'ingiustizia, che venivano raccomandati dal Clero Arriano, furono
esagerati dagli scrittori ortodossi. Può darsi l'accusa di persecutore
ad Enrico, Re de' Visigoti, che sospese l'esercizio delle funzioni
ecclesiastiche, o almeno Episcopali, e punì i Vescovi popolari
dell'Aquitania con la carcere, coll'esilio, e con la confiscazione[89].
Ma da' soli Vandali s'intraprese la crudele ed assurda opera di
sottometter le menti d'un intero Popolo. Genserico medesimo nella sua
prima gioventù avea abbandonato la comunione ortodossa; e l'apostata non
poteva nè concedere, nè sperare un sincero perdono. Era egli esacerbato
nel vedere, che gli Affricani, i quali eran fuggiti dalle sue armi nel
campo, tuttavia pretendevano d'opporsi alla sua volontà ne' Sinodi, e
nelle Chiese; ed il feroce suo animo era incapace di timore, o di
compassione. I Cattolici suoi sudditi furon oppressi da intolleranti
leggi, e da pene arbitrarie. Il linguaggio di Genserico era furioso e
formidabile; la cognizione de' suoi disegni poteva giustificare la più
svantaggiosa interpretazione delle sue azioni; e furono rimproverate
agli Arriani le frequenti esecuzioni, che macchiarono il palazzo, e gli
Stati del tiranno. Le armi e l'ambizione però erano le passioni
dominanti del Monarca del mare. Ma Unnerico, ignobil suo figlio, che
parve ereditasse solo i suoi vizi, tormentò i Cattolici coll'istesso
instancabil furore, che fu fatale al suo fratello, a' suoi nipoti, agli
amici e favoriti di suo padre, e fino al Patriarca Arriano, che fu
crudelmente bruciato vivo nel mezzo di Cartagine. La guerra religiosa fu
preceduta, e preparata da una insidiosa tregua; la persecuzione divenne
il più serio ed importante affare nella Corte Vandala, e la disgustosa
malattia, che accelerò la morte di Unnerico, vendicò le ingiurie, senza
contribuire alla liberazione della Chiesa. Il trono dell'Affrica fu
successivamente occupato da' due nipoti d'Unnerico, da Gundamondo, che
regnò circa dodici anni, e da Trasimondo, che governò la nazione più di
ventisette anni. La loro amministrazione fu ostile, ed oppressiva pel
partito ortodosso. Sembra che Gundamondo emulasse, o anche oltrapassasse
la crudeltà del suo zio; e se finalmente l'addolcì, se richiamò i
Vescovi, e restituì la libertà del Culto Atanasiano, un'immatura morte
impedì i vantaggi della sua tarda clemenza. Trasimondo, suo fratello, fu
il più grande, ed il più culto de' Re Vandali, quali ei sorpassò in
beltà, prudenza e grandezza d'animo. Ma l'intollerante suo zelo, e la
sua ingannevol clemenza degradò questo magnanimo carattere. In vece di
minacce e di torture, adoperò il gentile, ma efficace potere della
seduzione. Le ricchezze, le dignità, ed il real favore erano i grandiosi
premj dell'apostasia; i Cattolici, che avevan trasgredito le leggi,
potevan procacciarsi il perdono con rinunziare alla loro fede; e quando
Trasimondo meditava qualche rigoroso disegno, pazientemente aspettava,
che l'indiscretezza de' suoi avversari gli somministrasse una speciosa
opportunità. Il bigottismo fu l'ultimo suo sentimento nell'ora della
morte: e costrinse il suo successore a giurare solennemente, che non
avrebbe mai tollerato i settari d'Atanasio. Ma il suo successore
Ilderico, gentil figlio del selvaggio Unnerico, preferì i doveri
dell'umanità, e della giustizia alla vana obbligazione d'un empio
giuramento; ed il suo innalzamento al trono fu gloriosamente segnalato
dalla restaurazion della pace, e della libertà universale. Il trono di
quel virtuoso, quantunque debol Monarca, fu usurpato dal suo cugino
Gelimero, zelante Arriano: ma il regno Vandalo, prima ch'ei potesse
godere, o abusare della sua potenza, fu rovesciato dalle armi di
Belisario; ed il partito ortodosso vendicò le ingiurie, che aveva
sofferte[90].

Le appassionate declamazioni de' Cattolici, che sono i soli istorici che
abbiamo di questa persecuzione, non possono somministrare alcuna serie
distinta di cause e di eventi, nè alcuna imparzial cognizione di
caratteri o di consigli; ma le più notabili circostanze, che meritan
fede o notizia, possono riferirsi a' seguenti capi: I.º Nella legge
originale, che tuttavia sussiste[91], Unnerico espressamente dichiara, e
tal dichiarazione sembra corretta, ch'egli avea fedelmente trascritto i
regolamenti e le pene degli editti Imperiali contro le congregazioni
eretiche, e contro il Clero, ed il Popolo, che si scostava dalla
religion dominante. Se si fossero intesi i diritti della coscienza, i
Cattolici o dovevan condannare la passata loro condotta, o acquietarsi
agli attuali loro patimenti. Ma essi continuavano sempre a ricusare
quell'indulgenza, che richiedevano in lor favore. Nel tempo ch'essi
tremavano sotto la sferza della persecuzione, commendarono la _lodevole_
severità di Unnerico medesimo, che fece bruciare, o bandì un gran numero
di Manichei[92]; e rigettarono con orrore, l'ignominiosa proposizione,
che i discepoli d'Arrio e d'Atanasio godessero una reciproca ed ugual
tolleranza ne' territori de' Romani, e de' Vandali[93]. II. L'uso d'una
conferenza, che i Cattolici avevano tante volte praticato per insultare
e punire gli ostinati loro antagonisti, si ritorse contro di loro
stessi[94]. Per ordine d'Unnerico s'adunarono in Cartagine
quattrocentosessantasei Vescovi ortodossi; ma quando furono ammessi
nella sala dell'udienza, ebbero la mortificazione di vedere l'Arriano
Cirila innalzato alla sede Patriarcale. I disputanti si separarono dopo
i vicendevoli e soliti rimproveri di strepito e di silenzio, di
dilazione e di precipitazione, di militar forza e di clamor popolare. Un
Martire ed un Confessore furono scelti frai Vescovi cattolici; ventotto
si salvarono con la fuga, ed ottantotto coll'uniformarsi; quarantasei
furono mandati in Corsica a tagliare il legname pei vascelli reali; e
trecentodue furono rilegati in diverse parti dell'Affrica, esposti
agl'insulti de' loro nemici, e rigorosamente spogliati d'ogni temporale
e spiritual sollievo della vita[95]. I travagli di dieci anni d'esilio
dovettero diminuire il loro numero; e se avessero osservata la legge di
Trasimondo, che proibiva loro qualunque consacrazione Episcopale, la
Chiesa ortodossa d'Affrica avrebbe dovuto finire con la vita degli
attuali suoi membri. Essi però non obbedirono; e la loro disubbidienza
fu punita con un secondo esilio di dugentoventi Vescovi nella Sardegna,
dove languirono quindici anni fino all'avvenimento al trono del grazioso
Ilderico[96]. Furono giudiziosamente scelte quelle due isole dalla
malizia degli Arriani loro tiranni. Seneca, per propria esperienza, ha
deplorato ed esagerato il miserabile stato della Corsica[97], e
l'abbondanza della Sardegna veniva contrabbilanciata dalla cattiva
qualità dell'aria[98]. III. Lo zelo di Genserico, e de' suoi successori
per la conversione de' Cattolici, gli dovè rendere sempre più gelosi a
mantenere la purità della fede Vandalica. Prima che le Chiese fossero
totalmente chiuse, era un delitto il comparire in abito di Barbaro; e
quelli, che ardivano di trasgredire il reale comando, venivano duramente
strascinati pe' lunghi loro capelli[99]. Gli Uffiziali del Palazzo, che
ricusavano di professare la religione del loro Principe, erano
ignominiosamente spogliati de' loro impieghi ed onori, banditi nella
Sardegna e nella Sicilia, o condannati a' lavori servili degli schiavi e
de' contadini nelle campagne d'Utica. Ne' distretti particolarmente
assegnati a' Vandali, era più rigorosamente proibito l'esercizio del
Culto Cattolico, ed erano stabilite severe pene contro la colpa sì del
Missionario, che del proselito. Con tali mezzi si conservò la fede de'
Barbari, e se ne accese lo zelo; essi eseguivano con devoto furore
l'uffizio di spie, di accusatori, o di esecutori: e quando la loro
cavalleria trovavasi in campagna, il divertimento favorito della marcia
era quello di profanare le Chiese, e di insultare il Clero del partito
contrario[100]. IV. I cittadini, ch'erano stati educati nel lusso d'una
Provincia Romana, venivano abbandonati con isquisita crudeltà a' Mori
del deserto. Una venerabile serie di Vescovi, di Preti, e di Diaconi,
con una fedele truppa di quattromila e novantasei persone, delle quali
non si sa bene la colpa, furono tratte per ordine d'Unnerico dalle
native lor case. Nella notte venivan chiusi, come una mandra di pecore,
fra le proprie loro immondizie: di giorno dovevan proseguire il loro
cammino sull'ardente sabbia, e se mancavano per il caldo e la fatica,
venivano stimolati o strascinati a forza, finattantochè non fossero
spirati nelle mani de' loro tormentatori[101]. Quest'infelici esuli,
giunti alle capanne de' Mori, potevano eccitare la compassione d'un
Popolo, la naturale umanità del quale non era nè migliorata dalla
ragione, nè corrotta dal fanatismo: ma se riusciva loro di scampare i
pericoli, erano condannati a partecipare delle angustie d'una vita
selvaggia. V. Conviene, che gli autori della persecuzione
preventivamente riflettano, se son determinati a sostenerla fino
all'ultimo estremo. Essi eccitano la fiamma, che vorrebbero estinguere;
e ben presto diventa una necessità il punire la contumacia, ugualmente
che il delitto del trasgressore. La multa, ch'egli non può, o non vuol
pagare, l'espone alla severità della Legge; ed il suo disprezzo delle
pene minori suggerisce l'uso e la convenienza delle capitali. Attraverso
il velo della finzione e della declamazione, possiamo chiaramente
ravvisare, che i Cattolici, specialmente sotto il regno d'Unnerico,
soffrirono il più ignominioso e crudel trattamento[102]. De'
rispettabili Cittadini, delle nobili Matrone, e delle sacre Vergini
erano spogliate nude, ed alzate in aria con un peso attaccato a' loro
piedi. In tal penosa situazione venivano lacerati i lor corpi con
verghe, o bruciati nelle più tenere parti con ferri infuocati. Gli
Arriani amputavano loro gli orecchi, il naso, la lingua e la mano
destra; e quantunque non possa precisamente determinarsene il numero, è
certo, che molte persone, fra le quali si posson contare un Vescovo[103]
ed un Proconsole[104], ricevettero la corona del martirio. Si è
attribuito l'istesso onore alla memoria del Conte Sebastiano, che
professava la Fede Nicena con intrepida costanza; e Genserico poteva
detestar com'eretico quel bravo ed ambizioso profugo, ch'esso temeva
come rivale[105] VI. I ministri Arriani adopravano una nuova maniera di
convertire, che poteva soggiogare i deboli, e porre in agitazione i
timidi. Usavano per violenza, o per frode, i riti del Battesimo sopra i
Cattolici, e ne punivano l'apostasia, qualora questi rigettavano
quell'odiosa e profana cerimonia, che scandalosamente violava la libertà
della volontà, e l'unità del sacramento[106]. Le contrarie Sette avevano
già convenuto della validità del Battesimo l'una dell'altra; e
l'innovazione, con tanto ardore sostenuta da' Vandali, non può
attribuirsi, che all'esempio, ed al consiglio de' Donatisti. VII. Il
Clero Arriano sorpassava nella religiosa crudeltà il Re ed i suoi
Vandali; ma era incapace di coltivar la vigna spirituale, che bramava di
possedere. Poteva un patriarca[107] collocarsi sulla sede di Cartagine;
potevano de' Vescovi usurpare nelle Città principali i posti dei loro
avversari; ma la scarsità del loro numero, e l'ignoranza, in cui erano
della lingua Latina[108], rendeva i Barbari inabili per l'Ecclesiastico
ministero d'una gran Chiesa: e gli Affricani, dopo aver perduto i loro
pastori ortodossi, restaron privi del pubblico esercizio del
Cristianesimo. VIII. Gl'Imperatori erano i naturali protettori della
dottrina Omousiana: ed il Popolo fedele dell'Affrica, e come Romano e
come Cattolico, preferiva la legittima loro sovranità all'usurpazione
degli eretici Barbari. In un intervallo di pace e di amicizia, Unnerico
restituì la Cattedrale di Cartagine ad intercessione di Zenone, che
regnava in Oriente, di Placidia, figlia e vedova d'Imperatori, e sorella
della Regina de' Vandali[109]. Ma questo decente riguardo fu di breve
durata; ed il superbo Tiranno mostrò il disprezzo, che aveva per la
religione dell'Impero, facendo a bella posta disporre le sanguinose
immagini della persecuzione in tutte le strade principali, per le quali
doveva passare il Romano Ambasciatore nel portarsi al palazzo[110]. Si
richiese da' Vescovi, ch'erano adunati in Cartagine, un giuramento,
ch'essi avrebbero sostenuto la successione d'Ilderico suo figlio, e che
avrebbero rinunziato a qualunque straniera o trasmarina corrispondenza.
I più sagaci membri[111] dell'Assemblea ricusarono d'obbligarsi a questo
vincolo, che sembrava compatibile co' loro morali e religiosi doveri. La
loro negativa, debolmente colorita dal pretesto, che ad un Cristiano non
era permesso il giurare, dovea provocare i sospetti d'un geloso tiranno.

I Cattolici, oppressi dalla forza reale e militare, eran molto superiori
a' loro avversari in numero, ed in sapere. Con le stesse armi, che i
Padri greci[112] e latini avevan già preparate per la controversia
Arriana, essi più volte ridussero al silenzio, e vinsero i feroci ed
ignoranti successori d'Ulfila. La coscienza della propria loro
superiorità avrebbe dovuto porli al di sopra degli artifizi, e delle
passioni del guerreggiamento religioso. Pure invece d'assumere tal
onorevole orgoglio, i teologi ortodossi furon tentati, dalla sicurezza
dell'impunità a comporre finzioni, che convien notare con gli epiteti di
frodi e di falsità. Essi attribuirono le loro opere polemiche a' nomi
più venerabili dell'antichità Cristiana; furono temerariamente
mascherati da Vigilio e da' suoi discepoli[113] i caratteri d'Atanasio e
d'Agostino; ed il famoso Credo, ch'espone sì chiaramente i misteri della
Trinità e dell'Incarnazione, si deduce con molta probabilità da questa
scuola Affricana[114]. Fino le stesse Scritture furono profanate dalle
temerarie e sacrileghe loro mani. Il memorabile Testo, che asserisce
l'unità de' _Tre_, che fanno testimonianza in Cielo[115], è condannato
dall'universal silenzio de' Padri ortodossi, delle antiche versioni, e
de' Manuscritti autentici[116]. Fu esso allegato per la prima volta da'
Vescovi cattolici, che Unnerico invitò alla conferenza di
Cartagine[117]. Una allegorica interpretazione in forma probabilmente di
nota marginale, invase il testo delle Bibbie Latine, che si
rinnuovarono, e corressero nell'oscuro periodo di dieci secoli[118].
Dopo l'invenzione della stampa[119], gli editori del Testamento Greco
cederono a' propri lor pregiudizi, o a quelli de' loro tempi[120]; e la
pia frode, che fu con uguale zelo abbracciata a Roma ed a Ginevra, si è
moltiplicata all'infinito in ogni paese ed in ogni lingua della moderna
Europa.

L'esempio della frode eccita facilmente il sospetto; e gli speciosi
miracoli, co' quali i Cattolici Affricani hanno difeso la verità e la
giustizia della lor causa, possono attribuirsi con più ragione alla lor
propria industria, che alla visibil protezione del Cielo. Pure
l'Istorico, che osserva questo religioso contrasto con occhio
imparziale, può condiscendere a far menzione d'un fatto preternaturale,
ch'edificherà il devoto, e sorprenderà l'incredulo. Tipasa[121], colonia
marittima della Mauritania distante sedici miglia all'Oriente da
Cesarea, si era distinta in ogni tempo per l'ortodosso zelo de' suoi
abitanti. Essi avean superato il furore de' Donatisti[122], e sofferta,
o elusa la tirannia degli Arriani. All'avvicinarsi ad essa d'un Vescovo
eretico, la città fu abbandonata: i più degli abitanti, che poterono
aver delle navi, passarono sulla costa di Spagna; e quegl'infelici, che
restarono, ricusando ogni comunione coll'usurpatore, ardirono di tener
tuttavia le pie loro, ma illegittime adunanze. La loro disubbidienza
inasprì la crudeltà d'Unnerico. Fu spedito da Cartagine un Conte
militare a Tipasa; ei convocò i Cattolici nel Foro, ed alla presenza di
tutta la Provincia fece tagliar loro la destra mano e la lingua. Ma i
Santi confessori continuarono a parlare senza lingua; e si attesta
questo miracolo da Vittore, Vescovo Affricano, che pubblicò un'istoria
della persecuzione dentro lo spazio di due anni dopo quel fatto[123].
«Se alcuno (dice Vittore) dubitasse della verità di questo, vada a
Costantinopoli, ed ascolti la chiara e perfetta favella di Restituto
suddiacono, uno di que' gloriosi martiri, che adesso sta nel palazzo
dell'Imperator Zenone, ed è rispettato dalla devota Imperatrice». Ci fa
maraviglia il trovare in Costantinopoli un freddo e dotto testimone
superiore ad ogni eccezione, senza interesse, e senza passione. Enea di
Gaza, Filosofo Platonico ha descritto accuratamente le proprie sue
osservazioni su questi pazienti Affricani. «Gli vidi io medesimo (dice),
gli udii parlare: diligentemente cercai per quali mezzi poteva formarsi
una voce così articolata senza verun organo del discorso: adoprai gli
occhi per esaminare ciò, che m'indicavan gli orecchi: aprii loro la
bocca, e vidi, ch'era stata loro interamente strappata la lingua dalle
radici, operazione, che i Medici generalmente risguardano come
mortale[124]». Potrebbe confermarsi la testimonianza d'Enea di Gaza con
la superflua autorità dell'Imperator Giustiniano in un Editto perpetuo;
del Conte Marcellino nella sua Cronica de' tempi; e del Pontefice
Gregorio I, che aveva riseduto in Costantinopoli come ministro del
Pontefice Romano[125]. Tutti questi vissero dentro il corso d'un secolo;
o tutti adducono la lor personal cognizione del fatto, o la pubblica
notorietà della verità d'un miracolo, che si ripetè in varie occasioni,
si espose nel più gran teatro del Mondo, e fu sottoposto per una serie
di anni al tranquillo esame dei sensi. Questo dono soprannaturale de'
Confessori Affricani, che parlavano senza lingua, otterrà l'assenso di
quelli soltanto, che già credono, che il loro linguaggio fosse puro ed
ortodosso. Ma l'ostinata mente d'un infedele si munisce d'un segreto
incurabil sospetto; e l'Arriano o il Sociniano, che ha seriamente
rigettato la dottrina della Trinità, non sarà scosso dalla più
plausibile prova d'un miracolo Atanasiano.

[A. 500-700]

I Vandali e gli Ostrogoti perseverarono nella professione
dell'Arrianismo fino alla total rovina de' Regni, ch'essi avevan fondato
nell'Affrica ed in Italia; i Barbari della Gallia si sottomisero
all'ortodosso impero de' Franchi; e la Spagna si restituì alla Chiesa
Cattolica per la volontaria conversione de' Visigoti.

[577-584]

Questa salutare rivoluzione[126] fu accelerata dall'esempio d'un Regio
martire, a cui la nostra più fredda ragione può dare il nome d'ingrato
ribelle. Leovigildo, Gotico Monarca di Spagna, meritava il rispetto de'
suoi nemici, e l'amor de' suoi sudditi: i Cattolici godevano una libera
tolleranza, e gli Arriani ne' suoi sinodi tentavano, senza gran
successo, di conciliare i loro scrupoli con abolire l'odioso rito d'un
_secondo_ Battesimo. Ermenegildo, suo figlio maggiore, ch'era stato
investito dal Padre del diadema reale, e del bel Principato della
Betica, contrasse un onorevole ed ortodosso matrimonio con una
Principessa Merovingica, figlia di Sigeberto Re d'Austrasia, e della
famosa Brunechilde. La bella Ingunde, che non aveva più di tredici anni,
fu ricevuta, amata, e perseguitata nella corte Arriana di Toledo; e la
sua religiosa costanza fu alternativamente assalita dagli allettamenti,
e dalla violenza di Goisvinta, Regina de' Goti, che abusò del doppio
diritto d'autorità materna, che aveva[127]. Goisvinta, irritata dalla
sua resistenza, prese la Principessa cattolica pei capelli, la gettò
crudelmente per terra, le diede tanti calci, che fu ricoperta di sangue,
e finalmente ordinò che fosse spogliata, e gettata in una vasca, o
conserva di pesci[128]. Poterono l'amore e l'onore muover Ermenegildo a
risentirsi di questo ingiurioso trattamento fatto alla sua sposa; ed
appoco appoco si persuase, che Ingunde soffrisse per causa della divina
verità. Le tenere di lei querele, ed i forti argomenti di Leandro,
Arcivescovo di Siviglia, compirono la conversione di esso, e fu iniziato
l'erede della Monarchia Gotica nella Fede Nicena per mezzo de' solenni
riti della Confermazione[129]. Il temerario giovine, infiammato dallo
zelo, e forse dall'ambizione, fu tentato a violare i doveri di figlio, e
di suddito; ed i Cattolici di Spagna, quantunque, non potessero dolersi
della persecuzione, applaudirono alla sua pia ribellione contro un padre
eretico. Si prolungò la guerra civile pei lunghi ed ostinati assedj di
Merida, di Cordova e di Siviglia, che avevano fortemente abbracciato il
partito d'Ermenegildo. Esso invitò i Barbari ortodossi, gli Svevi ed i
Franchi, alla distruzione del suo nativo paese; implorò il pericoloso
aiuto de' Romani, che possedevano l'Affrica, ed una parte della costa di
Spagna; e l'Arcivescovo Leandro, suo santo Ambasciatore, trattò in
persona efficacemente con la Corte Bizantina. Ma svanirono le speranze
dei Cattolici per l'attiva diligenza d'un Re, che comandava le truppe, e
maneggiava i tesori della Spagna; ed il colpevole Ermenegildo dopo i
vani suoi tentativi di resistere o di fuggire, fu costretto ad
arrendersi nelle mani d'un irritato padre. Leovigildo ebbe tuttavia
presente quel sacro carattere; ed al ribelle, spogliato degli ornamenti
reali, si lasciò professare in un decente esilio la religione cattolica.
I replicati suoi ed infelici tradimenti al fine provocarono lo sdegno
del Re Goto; e la sentenza di morte, che questo pronunziò con apparente
ripugnanza fu segretamente eseguita nella torre di Siviglia.
L'inflessibil costanza, con cui esso ricusò d'accettare la comunione
Arriana per prezzo della sua salvezza, può scusare gli onori, che si son
fatti alla memoria di S. Ermenegildo. La sua moglie, ed il suo piccolo
figlio si ritennero in una ignominiosa schiavitù da' Romani: e questa
domestica disgrazia macchiò le glorie di Leovigildo, ed amareggiò gli
ultimi momenti della sua vita.

[A. 586-589]

Recaredo, suo figlio e successore, che fu il primo Re cattolico di
Spagna, era stato imbevuto della fede del suo infelice fratello, ch'ei
però sostenne con maggior prudenza e successo. In vece di ribellarsi
contro il padre, aspettò pazientemente l'ora della sua morte. In vece di
condannarne la memoria, piamente suppose, che il Monarca morendo avesse
abiurato gli errori dell'Arrianismo, e raccomandato al figlio la
conversione della nazione Gotica. Per ottenere questo fine salutare,
convocò Recaredo un'assemblea del Clero o de' nobili Arriani, si
dichiarò Cattolico, e gli esortò ad imitar l'esempio del loro Principe.
Una laboriosa interpretazione di testi dubbiosi, o una curiosa serie di
argomenti metafisici avrebb'eccitata una controversia senza fine; ed il
Monarca prudentemente propose all'ignorante sua udienza due sostanziali
e visibili prove, cioè la testimonianza della terra, e del cielo. La
_Terra_ s'era sottomessa al Sinodo Niceno: i Romani, i Barbari e gli
abitanti della Spagna concordemente professavano la stessa fede
ortodossa; ed i Visigoti erano quasi soli a resistere al consenso del
Mondo cristiano. Un secolo superstizioso era disposto a venerare come
testimonianza del _Cielo_ le cure soprannaturali, che si facevano por
l'abilità o virtù del clero cattolico: i fonti Battesimali d'Osset nella
Betica[130], che spontaneamente ogni anno si riempivano d'acqua la
vigilia di Pasqua[131]; e le miracolose reliquie di S. Martino di Tours,
che avevano già convertito il Principe Svevo, ed i Popoli della
Gallicia[132]. Il Re cattolico incontrò alcune difficoltà su
quest'importante cangiamento della religion nazionale. Si formò contro
di lui una cospirazione, segretamente fomentata dalla Regina vedova; e
due Conti suscitarono una pericolosa ribellione nella Gallia Narbonese.
Ma Recaredo disarmò i congiurati, disfece i ribelli, ed esercitò contro
di essi una severa giustizia, che gli Arriani poterono a vicenda
infamare con la taccia di persecuzione. Otto Vescovi, i nomi dei quali
dimostrano la lor origine Barbara, abiurarono i loro errori, e si
ridussero in cenere tutti i libri della Teologia Arriana, insieme con la
casa nella quale a tal fine si erano raccolti. Tutto il Corpo de'
Visigoti, e degli Svevi fu allettato o tratto nel seno della comunione
cattolica; la fede almeno della nuova generazione fu sincera e fervente;
e la devota liberalità de' Barbari arricchì le Chiese ed i Monasteri
della Spagna. Settanta Vescovi, adunati nel Concilio di Toledo,
ricevettero la sommissione de' loro conquistatori; e lo zelo degli
Spagnuoli migliorò il simbolo Niceno, dichiarando la processione dello
Spirito Santo dal Figlio ugualmente che dal Padre; importante articolo
di dottrina, che produsse, lungo tempo dopo, lo scisma delle Chiese
Greca e Latina[133]. Il Regio proselito immediatamente salutò e consultò
il Pontefice Gregario, detto il Grande, dotto e santo Prelato, il
governo del quale si distinse per la conversione degli Eretici ed
Infedeli. Gli ambasciatori di Recaredo rispettosamente offerirono sulla
soglia del Vaticano i ricchi di lui presenti d'oro e di gemme; ed
accettarono, come un lucroso cambio, i capelli di S. Giovanni Battista,
una croce, in cui era chiuso un piccolo pezzo del vero legno, ed una
chiave che conteneva alcune particelle di ferro, ch'erano state
raschiate dalle catene di S. Pietro[134].

[A. 600]

L'istesso Gregorio, spirituale conquistatore della Gran Brettagna,
incoraggiò la pia Teodolinda, Regina de' Lombardi, a propagare la fede
Nicena fra' vittoriosi selvaggi, il fresco Cristianesimo de' quali era
macchiato dall'eresia Arriana. I devoti di lei travagli, lasciarono
tuttavia luogo all'industria, ed al successo di altri Missionari; e
molte città d'Italia sempre si disputavano da' Vescovi contrari. Ma la
causa dell'Arrianismo restò appoco appoco oppressa dal peso della
verità, dell'interesse e dell'esempio, e la controversia, che l'Egitto
avea tratto dalla scuola Platonica, si terminò dopo una guerra di
trecent'anni dalla total conversione de' Lombardi d'Italia[135].

[A. 612-712]

I primi Missionari, che predicarono il Vangelo ai Barbari, si rimessero
all'evidenza della ragione, ed implorarono il benefizio della
tolleranza[136]. Ma appena ebbero stabilito il loro spiritual dominio,
esortarono i Re Cristiani ad estirpare senza misericordia i residui
della Romana o Barbarica superstizione. I successori di Clodoveo
condannarono a cento colpi di verghe la gente di campagna, che ricusava
di distruggere i propri idoli; il delitto di sacrificare a' demoni era
punito dalle Leggi Anglo-sassone con le più gravi pene della carcere e
della confiscazione; e fino il saggio Alfredo adottò, come un
indispensabil dovere, l'estremo rigore degli istituti Mosaici[137]. Ma
la pena si abolì appoco appoco, insieme col delitto, nel Popolo
cristiano: le dispute teologiche delle scuole si sospesero dalla
favorevole ignoranza; e lo spirito intollerante, che non poteva più
trovare nè idolatri nè eretici, si ridusse a perseguitare gli Ebrei.
Quest'esule nazione aveva fondato alcune Sinagoghe nelle città della
Gallia; ma la Spagna, fin dal tempo d'Adriano, era piena di numerose
colonie[138]. Le ricchezze, che avevano accumulato per mezzo del
commercio o del maneggio delle finanze, invitarono la pietosa avarizia
de' loro Signori; ed essi potevan'opprimersi senza pericolo, giacchè
avevan perduto l'uso, e fino le memoria delle armi. Sisebuto, Re Goto,
che regnò al principio del settimo secolo, divenne in un tratto agli
ultimi estremi della persecuzione[139]. Furon costretti a ricevere il
sacramento del battesimo novantamila Ebrei; si confiscarono i beni degli
ostinati infedeli, e ne furon tormentati i corpi; e sembra dubbioso, se
fosse loro permesso d'abbandonare il nativo loro paese. L'eccessivo zelo
del Re cattolico fu moderato fino dal Clero di Spagna, che solennemente
pronunziò una sentenza contraddittoria, cioè che non dovessero darsi i
sacramenti per forza; ma che gli Ebrei, ch'erano stati battezzati,
fossero costretti, per onor della Chiesa, a perseverare nell'esterna
pratica d'una religione, ch'essi non credevano, e detestavano. Le
frequenti loro ricadute provocarono uno de' successori di Sisebuto a
bandire tutta la nazione da' suoi Stati; ed un concilio di Toledo
pubblicò un decreto, che ogni Re Goto dovesse giurare di mantenere
questo salutevol editto. Ma i tiranni non volevano abbandonar le
vittime, che si dilettavano di tormentare, o privarsi d'industriosi
schiavi, su' quali potevano esercitare una lucrosa oppressione. Gli
Ebrei tuttavia continuarono nella Spagna, sotto il peso delle Leggi
civili ed ecclesiastiche, le quali nel medesimo regno si sono fedelmente
trascritte nel Codice dell'Inquisizione. I Re Goti, ed i Vescovi
finalmente conobbero, che le ingiurie producono dell'odio, e che l'odio
trova col tempo l'occasione della vendetta. Una nazione, segreta o
palese nemica del Cristianesimo, andò sempre moltiplicandosi nella
servitù e nell'angustia; e gl'intrighi degli Ebrei promossero il rapido
successo degli Arabi conquistatori[140].

Tostochè i Barbari negarono il potente lor patrocinio all'eresia d'Arrio
aborrita dal Popolo, essa cadde nel disprezzo e nell'oblivione. Ma i
Greci ritennero sempre la lor disposizione sottile e loquace: lo
stabilimento d'una oscura dottrina suggeriva nuove questioni, e nuove
dispute; ed era sempre in facoltà di un ambizioso Prelato, o d'un
fanatico Monaco l'alterare la pace della Chiesa, e forse dell'Impero.
L'Istorico dell'Impero può trascurare quelle dispute che restarono
nell'oscurità delle scuole, e de' Sinodi. I Manichei, che cercavano di
conciliare le religioni di Cristo e di Zoroastro, si erano segretamente
introdotti nelle Province. Ma questi estranei settari furon involti
nella comune disgrazia degli Gnostici, e l'odio pubblico fece eseguir
contro di essi le leggi Imperiali. Le opinioni ragionevoli de' Pelagiani
si propagarono dalla Gran Brettagna a Roma, in Affrica, e nella
Palestina e tacitamente svanirono in un secolo superstizioso. Ma fu
diviso l'Oriente dalle controversie Nestoriana ed Eutichiana, che
tentavano di spiegare il mistero dell'Incarnazione, ed affrettarono la
rovina del Cristianesimo nella nativa sua terra. Queste controversie si
principiarono ad agitare sotto il regno di Teodosio il Giovane: ma le
importanti loro conseguenze si estendono molto al di là de' confini del
presente volume. La metafisica serie degli argomenti, le contese
dell'ambizione ecclesiastica, e la politica loro influenza sulla caduta
dell'Impero Bizantino, possono somministrare un interessante ed
istruttivo corso d'istoria, dai Concilj generali d'Efeso e di
Calcedonia, sino alla conquista dell'Oriente fatta da' successori di
Maometto.

NOTE:

[1] Si è diligentemente discussa l'origine dell'Istituto monastico dal
Tommasino (_Discipl. de l'Eglis. Tom I. p. 1419, 1426_) o dall'Helyot
(_Hist. des Ordres monastig. 94, Tom. I. p. 1-66_). Questi autori son
molto eruditi, e passabilmente onesti; e la diversità d'opinione fra
loro scuopre il soggetto in tutta la sua estensione. Pure il cauto
Protestante, che diffida di _qualunque_ guida Papale, può consultare il
settimo libro delle antichità Cristiane del Bingamo.

[2] Vedi Euseb. Demonstr. Evang. (_l. 1. p. 20. Edit Graec. Rob.
Stephani Paris 1545_). Nella sua Storia Ecclesiastica pubblicata dodici
anni dopo la dimostrazione (_l. 2. c. 17_) Eusebio asserisce, che i
Terapeuti fossero Cristiani; ma sembra, che non sapesse, che un Istituto
simile fosse attualmente risorto in Egitto.

[3] Cassiano (_Collat. XVIII. 5_) trae l'istituzione de' Cenobiti da
quest'origine, sostenendo, che appoco appoco decadesse, finattantochè
non fu restaurata da Antonio e da' suoi Discepoli.

[4] Оφελιμωτατον γαρ τι χρημα εις ανθρωπος εχθουσα παρα Фεου η’ τοιαδτη
φιλοσοφια. Queste sono l'espressive parole di Sozomeno, che
diffusamente e con piacevol maniera descrive (l. I. c. 12, 13, 14)
l'origine, ed il progresso di tal monastica filosofia (Vedi
Suicer. _Thesaur. Eccl. Tom. II. p. 1441_). Alcuni moderni Scrittori,
come Lipsio (_Tom. IV. p. 448, manuduct. ad Philos. Stoic. III. 13_) e
la Mothe-le-Vayer (_Tom. IX. De la vertu des Payens p. 228, 262_) hanno
paragonato i Carmelitani a' Pitagorei, ed i Cinici a' Cappuccini.

[5] I Carmelitani traggono la loro genealogia con regolar successione
dal Profeta Elia (Vedi le _Tesi di Beziers an. 1682 appresso Bayle,
Nouvelles de la republ. des Lettres Oeuvr. Tom. I. p. 82_, ec. e la
prolissa ironia degli ordini monastici, opera anonima _Tom. I. p. 433,
stampata in Berlino 1751_). Roma, e l'Inquisizione di Spagna imposero
silenzio alla profana critica de' Gesuiti di Fiandra (Helyot, _Hist. des
Ordres monast. Tom. I. p. 282, 300_), e si eresse nella Chiesa di S.
Pietro la statua d'Elia il Carmelitano (_Voyag. du P. Labat Tom. III. p.
87_).

[6] _Plin. Hist. Nat. V. 15 Gens sola; et in toto orbe praeter ceteras
mira, sine ulla femina, omni venere abdicata, sine pecunia, socia
palmarum. Ita per saeculorum millia (incredibile dictu) gens aeterna
est, in qua nemo nascitur. Tam faecunda illis aliorum vitae poenitentia
est_. Ei li pone appunto al di là del nocivo influsso del lago, e nomina
Engaddi, e Masada, come le città più vicine. La Laura, ed il monastero
di S. Saba non potevano esser molto distanti da questo luogo (Vedi
Reland, _Palaestin. Tom. I. p. 295, Tom. II. p. 763, 874, 880, 890_).

[7] Vedi _Athanas. Op. Tom. 2. p. 450-505 e Vit. Patrum p. 26-74_ con le
annotazioni di Rosweyde. La prima contiene l'originale Greco; l'altra è
una traduzione Latina molto antica, fatta da Evagrio amico di S.
Girolamo.

[8] Γραμματα μεν μαθειν ουκ ηνεσχετο. Athanas. _Tom. 2. in vit.
S. Anton. p. 452_, ed è stata ammessa l'asserzione della sua totale
ignoranza da molti degli antichi, e dei moderni. Ma il Tillemont (Mem.
Eccl. Tom. VII. p. 666) dimostra con alcuni probabili argomenti, che
Antonio sapeva leggere e scrivere nella Copta sua lingua nativa, ed era
solo ignorante della letteratura Greca. Il Filosofo Sinesio (_p. 51_)
confessa, che il naturale ingegno d'Antonio non aveva bisogno dell'aiuto
della scienza.

[9] _Arurae autem erant ei trecentae uberes, et valde optimae_ (_vit.
Patr. l. 1. p. 36_). Se l'arura è lo spazio di cento cubiti Egizi
quadrati (Rosweyde _onomastich. ad vit. Patr. p. 1014, 1015_), ed il
cubito Egiziano di tutti i tempi è uguale a ventidue pollici inglesi
(Graves _vol. 1. p. 233_) l'arura conterrà circa tre quarti d'un acro
inglese.

[10] Si fa la descrizione del Monastero da Girolamo (_T. 1. pag. 248,
249. in vit. Hilarion_.) e dal P. Sicard (_Missions du Levant. Tom. I.
pag. 122, 200_). Tali descrizioni però non sempre si posson conciliare
fra loro. Il S. Padre lo dipinse secondo la sua fantasia, ed il Gesuita
secondo la sua esperienza.

[11] _Girolamo Tom. I. p. 146, ad Eustoch. Hist. Lausiac. c. 7, in vit.
Patr. p. 712._ Il P. Sicard (_Mis. du Levant Tom. 2. p. 29, 79_) visitò,
e descrisse questo deserto, che adesso contiene quattro monasteri, e
venti o trenta Monaci. Vedi D'Anville _Descript. de l'Egypt. p. 74_.

[12] Tabenna è una picciola isola del Nilo, nella diocesi di Tentira o
Dendera, fra la moderna città di Girge, e le rovine dell'antica Tebe
(d'Anville _p. 194_). Il Tillemont dubita, se fosse un'isola; ma si può
dedurre da' fatti, che adduce ci medesimo, che il primitivo suo nome fu
di poi trasferito al gran Monastero di Bau, o Pabau (_Mem. Eccl. Tom.
VII. p. 678, 688_).

[13] Vedi nell'opera intitolata _Codex Regularum_ (pubblicata da Luca
Holstenio Rom. 1661) una prefazione di San Girolamo alla sua traduzione
latina della regola di Pacomio. _Tom. I. p. 61_.

[14] Rufin. c. 5, _in vit. Patrum p. 459_. Ei la chiama _Civitas ampla
valde, et populosa_, e vi conta dodici chiese, Strabone (_lib. XVII.
pag. 1166_), ed Ammiano (XXII. 16) hanno fatto onorevol menzione
d'Ossirinco, gli abitanti di cui adoravano un piccol pesce in un
magnifico Tempio.

[15] _Quanti populi habentur in urbibus, tantae pene habentur in
desertis multitudines monachorum._ Rufin. c. 7, _in vit. Patr. p. 461_.
Esso applaudisce al fortunato cambiamento.

[16] Si fa menzione accidentalmente dell'introduzione della vita
monastica in Roma, ed in Italia da Girolamo (Tom. I. p. 119, 120, 199).

[17] Vedi la vita d'Ilarione, scritta da S. Girolamo (_T. I. p. 241,
252_). Le storie di Paolo, d'Ilarione, e di Malco son raccontate
mirabilmente dal medesimo autore; e l'unico difetto di questi piacevoli
componimenti è la mancanza di verità, e di senso comune.

[18] La prima sua ritirata fu in un piccol villaggio sulle rive
dell'Iri, non molto distante da Neocesarea. I dieci o dodici anni della
sua vita monastica furono disturbati da lunghe, e frequenti distrazioni.
Alcuni critici hanno posto in dubbio l'autenticità delle sue regole
ascetiche; ma sono di gran peso le prove estrinseche, che se ne
adducono, ed essi non possono dimostrare se non che quella è opera d'un
vero o finto entusiasta. Vedi Tillemont _Mem Eccl. Tom. IX. p. 636,
644_. Helyot _His. des Ord. Mon. Tom. I. p. 175, 181._

[19] Vedasi la sua Vita, ed i tre Dialoghi di Sulpicio Severo, il quale
asserisce (_Dial. t._ 16) che i librai di Roma furono ben contenti della
pronta e facile vendita della sua opera popolare.

[20] Quando Ilarione navigò da Paretonio al Capo Pachino, offrì di
pagare il suo trasporto con un libro degli Evangeli; Postumiano, Monaco
della Gallia, che avea visitato l'Egitto, trovò una nave mercantile, che
partiva d'Alessandria per Marsiglia, e fece il suo viaggio in trenta
giorni (Sulp. Sev. _Dial._ I. 2). Atanasio, che indirizzò la vita di S.
Antonio a' Monaci stranieri, fu costretto ad affrettare la sua opera,
affinchè fosse pronta per la partenza delle flotte _Tom. 2. p. 451._

[21] Vedi Girolamo _Tom. I. p. 126_, Assemanni _Bibl. Or. Tom. IV. p.
92, 857, 919_, e Geddes _Istor. Eccles. d'Etiopia 29, 30, 31_. I Monaci
Abissini stanno molto rigorosamente attaccati al primitivo Istituto.

[22] _Britannia di_ Cambden _Vol. I. p. 666, 667_.

[23] L'Arcivescovo Usserio nelle sue _Britannicar. Eccles. antiquitat._
(_Cap. XVI. p. 425, 503_) espone copiosamente tutta quell'erudizione,
che può trarsi da' rimasugli de' secoli oscuri.

[24] Questo piccolo, quantunque non infecondo, spazio chiamato _Jona,
Hy, o Monte Colomb_, che ha solo due miglia di lunghezza ed uno di
larghezza, si è distinto, I. per il Monastero di S. Colomba, fondato
l'anno 566, l'Abbate del quale aveva una giurisdizione straordinaria
sopra i Vescovi della Caledonia; II. per una libreria classica che diede
qualche speranza di contenere un Livio intiero; e III. per i sepolcri di
sessanta Re Scoti, Irlandesi, Norvegi, che furono sepolti in quel santo
luogo. Vedi Usserio (pag. 311, 560, 370), e Bucanano (_Rer. Scot. l. II
p. 15. edit. Ruddiman_).

[25] Il Grisostomo (nel primo Tomo dell'Edizione Benedettina) ha
impiegato tre libri in lode e difesa della vita monastica: egli è
indotto dall'esempio dell'arca a presumere, che a riserva degli eletti
(cioè de' Monaci) nessuno forse potrà salvarsi (_lib. I. pag. 55, 56_).
Altrove però si dimostra più umano (_lib. 3. pag. 83, 84_) ed ammette
diversi gradi di gloria simili a quelli del Sole, della Luna, e delle
Stelle. Nella sua vivace comparazione d'un Re con un Monaco (_lib. III.
pag. 116, 121_), egli suppone, che il Re sarà più scarsamente premiato,
e più rigorosamente punito.

[26] Thomassin (_Discipl. de l'Eglis. Tom. I. p. 1426, 1469_) e Mabillon
(_Oeuvr. Posthum. Tom. 2. p. 115, 158_). I Monaci furono appoco appoco
adottati come una parte della Gerarchia Ecclesiastica.

[27] Il D. Middleton (_Vol. I. p. 110_) grandemente censura la condotta,
e gli scritti del Grisostomo, uno de' più eloquenti, ed efficaci
avvocati della vita monastica.

[28] Le devote femmine di Girolamo occupano una parte assai
considerabile de' suoi scritti: il trattato particolare, che ei chiama
Epitaffio di Paola (_Tom. 1. p. 169, 192_) è uno elaborato, e
stravagante panegirico. L'esordio di esso è di una ridicola turgidezza:
«se tutte le membra del mio corpo si mutassero in lingue, e se tutte
risuonassero di voce umana, io ciò nonostante sarei incapace ec.»

[29] _Socrus Dei esse coepisti_ (Girol. _Tom. I. p. 140, ad Eustoch._).
Ruffino (_in Hieronym. Op. Tom. IV. p. 223_), che ne fu giustamente
scandalizzato, domanda al suo avversario, da qual Pagano poeta avesse
preso un'espressione sì empia, ed assurda?

[30] _Nunc autem veniunt plerumque ad, hanc professionem servitutis Dei,
et ex conditione servili, vel etiam liberati, vel propter hoc a dominis
liberati, sive liberandi; et ex vita, rusticana, et ex opificum
exercitatione, et plebejo labore._ Augustin. _de oper. Monach. c. 22_,
ap. Thomassin. _Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 1094_. Quell'Egizio,
che biasimò Arsenio, confessò che faceva una vita più comoda da Monaco,
che da pastore. Vedi Tillemont _Mem. Eccles. Tom. XIV. p. 679._

[31] Un Frate Domenicano (_Voyag. du P. Labat Tom._ 1, p. 10) che
alloggiò a Cadice in un Convento di suoi confratelli, tosto conobbe, che
le preghiere notturne non interrompevano mai il loro riposo, _quoiqu' on
ne laisse pas de sonner pour l'edification du peuple._

[32] Vedi una Prefazione molto sensata di Luca Holstenio al _Codex
Regularum_. Gl'Imperatori tentarono di sostenere l'obbligazione de'
pubblici e privati doveri: ma dal torrente della superstizione furono
portati via i deboli ripari: e Giustiniano sorpassò i più ardenti
desiderj de' Monaci (Thomassin. _Tom. I. p. 1782, 1799_, e Bingham. _L.
VIII. c. 3. p. 253_).

[33] Furon descritti, verso l'anno 400, gl'Istituti Monastici,
particolarmente quelli d'Egitto, da quattro curiosi e devoti
viaggiatori; cioè da Ruffino (_Vit. Part. 1. II. III. p. 424, 536_), da
Postumiano (Sulp. Sever. _Dialog. I_), da Palladio (_Hist. Lausiac. in
vit. Patrum p. 709, 863_) e da Cassiano (Vedi _nel tom. VII. Biblioth.
maxim. Patr._ i primi suoi quattro libri degl'Istituti, ed i
ventiquattro delle Collazioni o Conferenze).

[34] L'esempio di Malco (Girolamo Tom. I. p. 256), ed il disegno di
Cassiano, e del suo amico (_Collat._ 24, 1) sono incontrastabili prove
della lor libertà, che è descritta elegantemente da Erasmo nella vita
che ha fatto di S. Girolamo. (Vedi Chardon _Hist. des Sacremens Tom._
VI. p. 379, 300).

[35] Vedi le leggi di Giustiniano (_Novell. 123. n. 42_), e di Lodovico
Pio (_negli Storici di Francia T. VI. p. 427_), e l'attuale
giurisprudenza Francese, presso Denisart (_Devis, Tom. IV. p. 855_).

[36] L'antico _Codex Regularum_, compilato da Benedetto Aniano,
riformatore de' Monaci, nel principio del nono secolo, e pubblicato nel
decimosettimo da Luca Holstenio, contiene trenta regole diverse per gli
uomini, e per le donne. Sette di queste furon composte in Egitto, una
nell'Oriente, una in Cappadocia, una in Italia, una in Affrica, quattro
in Spagna, otto nella Gallia o Francia, ed una nell'Inghilterra.

[37] La regola di Colombano, che tanto prevalse in Occidente, assegna
cento sferzate per mancanze molto leggiere (_Cod. Reg. part. 2. pag.
174_). Prima del tempo di Carlo Magno, gli Abbati si divertivano a
mutilare i loro Monaci, o a levar loro gli occhi, pena molto meno
crudele del tremendo _vade in pace_ (prigione sotterranea, o sepolcro),
che fu inventato in seguito. Vedasi un ammirabil discorso dell'erudito
Mabillon (_Oeuvr. Posthum. Tom. II. p. 321, 336_) che in quest'occasione
sembra inspirato dal genio dell'umanità. Per tale sforzo gli si può
perdonare la sua difesa della santa lacrima di Vandomo p. 561-399.

[38] Sulp. Severo Dial, I. 12, 13. p. 532. Cassiano Inst. lib. IV. c.
26, 27. _Praecipua ibi virtus et prima est obedientia._ Tra le parole
Seniorum (_in vit. Patrum lib._ V, p. 617) il decimo quarto libello, o
discorso s'aggira sopra l'ubbidienza: ed il Gesuita Rosweyde, che
pubblicò quel grosso volume per uso de' Conventi, ha raccolto ne' due
suoi copiosi indici tutti i passi, che vi sono sparsi.

[39] Il Dottor Jortin (_Osservazioni sull'istoria Eccles. vol._ IV. p.
161) ha notato lo scandaloso valore de' Monaci Cappadoci, di cui si vide
l'esempio nell'esilio del Grisostomo.

[40] Cassiano ha descritto semplicemente, quantunque con diffusione,
l'abito monastico dell'Egitto (_Istit. l. I_) a cui Sozomeno (_l. III,
c. 14_) attribuisce qualche allegorico senso, e virtù.

[41] _Regul. Bened. n. 55, in Cod. Regularum Part. 2. p. 51._

[42] Vedi la regola di Ferreolo Vescovo d'Uzés (_m. 31. in Cod. Regul.
p. 2. p. 136_), e d'Isidoro, Vescovo di Siviglia (n. 33. _in Cod. Regul.
p. 2. p. 214_).

[43] Si dava qualche particolar permissione per le mani e per i piedi:
_Totum autem corpus nemo unguet, nisi causa infirmitatis, nec lavabitur
aqua nudo corpore nisi languor perspicuus sit_. (_Regul. Pachom. 92.
Part. 1. p. 78_).

[44] S. Girolamo esprime con forti ma indiscrete frasi l'uso più
importante del digiuno, e dell'astinenza: _Non quod Deus universitatis
creator et Dominus, intestinorum nostrorum rugitu, et inanitate ventris,
pulmonisque ardore delectetur, sed quod aliter pudicitia tuta esse non
possit_. (_Oper. Tom. I. pag. 137. ad Eustoch_.). Vedi le collezioni 12,
e 22. di Cassiano _de castitate, e de illusionibus nocturnis_.

[45] _Edacitas in Graecis gula est, in Gallis natura_. (_Dialog. I. c.
4. pag 521_). Cassiano chiaramente confessa, che non si può imitare
nella Gallia la perfetta norma dell'astinenza, per causa dell'_aerum
temperies, e qualitas nostrae fragilitatis_ (_Inst. 4. 11_). Fra le
regole occidentali, quella di Colombano è la più austera; egli era stato
educato in mezzo alla povertà dell'Irlanda, forse tanto rigida ed
inflessibile, quanto l'astinente virtù dell'Egitto. La regola d'Isidoro
di Siviglia è la più dolce: nelle feste concede l'uso della carne.

[46] «Quelli, che bevono solamente acqua, e non hanno liquore nutritivo,
dovrebbero avere almeno una libbra e mezza (_24 once_) di pane il
giorno» _Stat. delle Carceri p. 40_. di Howard.

[47] Vedi Cassiano _Collat. l. II. 19, 20, 21_. Ai piccoli pani, o
biscotti di sei once l'uno, si diede il nome di _Paximacia_ (Roswayde
_Onomastic. pag. 1045_), Pacomio però concesse a' suoi Monaci qualche
estensione nella quantità del loro cibo; ma gli faceva lavorare in
proporzione di quello che mangiavano (Pallad. _in hist. Lausiac. c. 38,
39. in vit. Patr. l. VIII. p. 736. etc._).

[48] Vedasi il banchetto, a cui fu invitato Cassiano (_Collat. VIII. 1_)
da Sereno, Abbate Egiziano.

[49] Vedi la regola di S. Benedetto n. 39, 40. (_in Cod. Regul. P. II.
pag. 41, 42_). _Licet legamus vinum omnino Monachorum non esse, sed quia
nostris temporibus id Monachis persuaderi non potest_; egli concede loro
un'hemina romana, misura che si può determinare per mezzo delle Tavole
dell'Arbuthnot.

[50] Tali espressioni, come il mio libro, la mia veste, le mie scarpe
(Cassiano _Instit. l. IV. c. 13_) erano proibite fra Monaci occidentali,
con severità non minore, che fra gli orientali; (_Cod. Regul. P. II. p.
174, 235, 288_), e la Regola di Colombano li puniva con sei colpi di
disciplina. L'ironico Autore dell'opera intitolata _Ordres Monastiques_,
che pone in ridicolo la folle scrupolosità de' conventi moderni, sembra,
che non sappia, che gli antichi erano ugualmente assurdi.

[51] Due gran Maestri della scienza ecclesiastica, il P. Tommassino
(_Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 1090, 1139_) ed il P. Mabillon
(_Etudes Monastiq. Tom. I. p. 116, 155_) hanno seriamente esaminato il
lavoro manuale dei Monaci, che il primo risguarda come un merito, ed il
secondo come un _dovere_.

[52] Il Mabillon (_Erud. Monast. Tom. I. pag. 47, 55_) ha raccolto molti
curiosi fatti per provare i lavori letterari de' suoi predecessori, sì
in Oriente, che in Occidente. Si copiavano libri negli antichi Monasteri
d'Egitto (Cassiano _Instit. l. IV c. 12_), e da' Discepoli di S. Martino
(_Sulp. Sever. in vit. Martin. c. 7. p. 473_). Cassiodoro ha dato gran
materia per gli studi de' Monaci: e noi non ci scandalizzeremo, se la
loro penna talvolta da Grisostomo ed Agostino, passò ad Omero e
Virgilio.

[53] Il Tommassino (_Discipl. de l'Eglis. Tom. III. p. 118, 145, 146,
171, 179_) ha esaminato le vicende delle leggi civili, canoniche e
comuni. La moderna Francia conferma la morte, che i Monaci si son dati
da loro stessi, e giustamente li priva d'ogni diritto d'eredità.

[54] Vedi Girolamo _Tom. 1. p. 576, 183_. Il Monaco Pambo diede questa
sublime risposta a Melania, che desiderava di specificare il valore del
suo dono: «L'offri tu a me, o a Dio? Se a Dio, quello, che sospende le
montagne in una bilancia, non ha bisogno d'essere informato del peso del
tuo dono». (Pallad. _Hist. Lausiac. c. 10. in vit. Patr. l. VIII. p.
715_).

[55] Το πολυ μερος της ω̃κειωσαντο, προφασει των μεταδιδοναι παντα
πτωχοις, παντας (ωσοιπειν) πταχους καταστησαντες. Zosimo L. V. p. 325.
Pure la ricchezza de' Monaci orientali fu di gran lunga oltrepassata
dalla principesca grandezza de' Benedettini.

[56] Il sesto Concilio generale (_il Quinisesto in Trullo Can. 47. ap.
Beverid. Tom. 1. p. 213_) proibisce alle donne di passar la notte in un
Monastero di maschi, e agli uomini in uno di femmine. Il settimo
Concilio generale (_il Niceno II. Can. 20. ap. Bevereg. Tom. I. p. 325_)
vieta i Monasteri doppi, o promiscui di ambidue i sessi; ma si rileva da
Balsamone, che tal proibizione non fu efficace. Sopra i piaceri, e le
spese irregolari del Clero, e de' Monaci, vedi Tommassin. _Tom. III. p.
1334, 1368_.

[57] Io ho udito, o letto in qualche luogo questa sincera confessione
d'un Abbate Benedettino: «Il mio voto di povertà mi ha dato centomila
scudi l'anno; il mio voto di ubbidienza mi ha inalzato al grado di
Principe Sovrano.» Mi son dimenticato delle conseguenze del suo voto di
castità.

[58] Pior, Monaco Egiziano, permise alla sua sorella di vederlo; ma
durante la visita tenne sempre gli occhi chiusi. Vedi _vit. Patr. l.
III, p. 504_. Potrebbero addursi molti altri simili esempi.

[59] Gli articoli 7, 8, 29, 30, 31, 34, 57, 60, 86 e 95 della regola di
Pacomio impongono le leggi più intollerabili di silenzio e di
mortificazione.

[60] Le preghiere diurne e notturne de' Monaci vengono lungamente
discusse da Cassiano ne' libri terzo e quarto delle sue Instituzioni; ed
egli costantemente preferisce la liturgia, che un Angelo avea dettata a'
Monasteri di Tabenna.

[61] Cassiano descrive per propria esperienza l'_acedia_ o torpidezza di
spirito e di corpo, a cui trovavasi esposto un Monaco, allorchè
sospirava trovandosi solo: _Saepiusque egreditur, et ingreditur cellam,
et solem velut ad occasum tardius properantem crebrius intuetur_
(_Instit_.)

[62] Le tentazioni, ed i tormenti di Stagirio furono da quell'infelice
giovane comunicati a S. Gio. Grisostomo, suo amico. Vedi Middleton
_Oper. Vol. I, p. 107, 110_. In simile guisa presso a poco principia la
vita d'ogni Santo, ed il famoso Inigo, o Ignazio fondatore de' Gesuiti
(_Vit. di Inigo di Guiposcoa Tom. I, p. 29, 38_) può servire di
memorabil esempio.

[63] Fleury _Hist. Eccl. Tom. VII. pag. 46_. Ho letto in qualche luogo
delle _Vite de' Padri_, ma non ho potuto ritrovarlo, che vari, e credo
_molti_ de' Monaci, che non manifestavano all'Abbate le loro tentazioni,
divenivano rei di suicidio.

[64] Vedi le Collazioni 7 ed 8 di Cassiano, ch'esamina gravemente,
perchè i demonj eran divenuti meno attivi e numerosi dopo il tempo di S.
Antonio. Il copioso indice di Rosweyde alle _Vite de' Padri_ somministra
una gran varietà di scene infernali. I diavoli erano più formidabili in
forma di donne, che in qualunque altra.

[65] Quanto alla distinzione de' _Cenobiti_, e degli _Eremiti_,
specialmente in Egitto, vedi Girolamo (_Tom. 1. p. 45. ad Rustic_.), il
primo dialogo di Sulpicio Severo, Ruffino (_c. 22. in Vit. Patr. l. 11.
p. 478_), Palladio (_c. 7, 69. in vit. Patr. L. VIII. p. 712, 758_), e
soprattutto le Collazioni 18 e 19 di Cassiano. Questi Scrittori, che
paragonano la vita comune con la solitaria, scuoprono l'abuso ed il
pericolo di quest'ultima.

[66] Suicer. _Thesaur. Eccles. Tom. I. p. 205, 218_. Il Tommassino
(_Discipl. de l'Eglis. Tom. I. pag. 1501, 1502_) da una buona
descrizione di queste celle. Quando Gerasimo fondò il suo Monastero, nel
deserto del Giordano, questo fu accompagnato da una Laura di settanta
celle.

[67] Teodoreto ha raccolto in un grosso Volume (_Philotheus in Vit.
Patr. L. IX. p. 793, 863_) le vite ed i miracoli di trenta Anacoreti.
Evagrio (_l. 1. c. 12_) celebra più brevemente i Monaci ed Eremiti della
Palestina.

[68] Sozomeno L. VI. c. 33, Il celebre Sant'Efrem compose un panegirico
su questi Βοσγοι, o Monaci pascolanti (Tillemont _Mem. Eccl.
Tom. 8. p. 292_).

[69] Il P. Sicard. (_Missions du Levant Tom._ II. p. 217, 233) esaminò
le caverne della bassa Tebaide con maraviglia e devozione. Le iscrizioni
sono in carattere Siriaco antico, quale si usava da' Cristiani
nell'Abissinia.

[70] Vedi Teodoreto (_in Vit. Patr. L._ IX. p. 848,854), Antonio (_in
Vit. Patr. L._ I. p. 170, 177), Cosma (_in Assemann. Biblioth. Or. Tom._
I. p. 239,253), Evagrio (_L._ I. c. 13, 14), e Tillemont (_Mem. Eccl.
Tom._ XV. p. 347, 392).

[71] L'angusta circonferenza di due cubiti, o di tre piedi, ch'Evagrio
attribuisce alla sommità della colonna, non combina con la ragione, co'
fatti, nè con le regole d'Architettura. Il popolo, che la vedeva da
basso, poteva facilmente ingannarsi.

[72] Non debbo tacer un motivo d'antico scandalo intorno all'origine di
questa piaga. Fu detto, che 'l diavolo, prendendo la forma d'Angelo,
l'invitò a salire com'Elia sopra un carro di fuoco. Il Santo alzò il
piede con troppa fretta, e Satana profittò di quell'istante per
gastigare in tal modo la sua vanità.

[73] Io non saprei come scegliere, o specificare i miracoli contenuti
nelle _Vitae Patrum_ di Rosweyde, mentre il numero di essi avanza molto
le mille pagine di quella voluminosa opera. Se ne può trovare un
elegante saggio ne' dialoghi di Sulpicio Severo, e nella sua vita di S.
Martino. Ei venera i Monaci d'Egitto; ma gl'insulta osservando, che essi
non risuscitaron mai morti, mentre il Vescovo di Tours aveva restituita
la vita a tre persone.

[74] Rispetto ad Ulfila, ed alla conversione de' Goti, vedasi Sozomeno
_L. VI. c. 37_. Socrate _L. IV. c. 33_. Teodoreto _L. IV. c. 37_.
Filostorgio _L. II. c. 5_. Sembra che l'eresia di Filostorgio gli abbia
somministrato de' mezzi più atti ad informarsi.

[75] Si pubblicò l'anno 1665 una copia mutilata de' quattro Evangeli
della Versione Gotica, ed è stimata il monumento più antico della lingua
Teutonica, sebbene Wetstein tenti, mediante alcune frivole congetture,
di togliere ad Ulfila l'onore di quell'opera. Due delle quattro Lettere
aggiunte esprimono il _W_, e il _Th_ degli Inglesi. (Vedi Simon. _Hist.
Critiq. du nouv. Testam. Vol. II. p. 219, 223_. Mill. _Prolegomen. p.
157. Edit. Kuster_. Wetstein Prolog. _Tom I. p. 114_).

[76] Filostorgio erroneamente pone questo passaggio sotto il regno di
Costantino; ma io sono molto inclinato a credere, che questo fosse
anteriore a quella grande emigrazione.

[77] Noi dobbiamo a Giornandes (_de Reb. Get. cap. 151. p. 688_) una
breve e vivace pittura di questi Goti minori. «_Gothi minores, populus
immensus, cum suo Pontifice ipsoque Primate Wulfila_». Le ultime parole,
se non sono una pura ripetizione, indicano qualche giurisdizione
temporale.

[78] _At non ita Gothi, non ita Vandali; malis licet Doctoribus
instituti, meliores tamen etiam in hac parte quam nostri._ Salvian. (_de
Gubern. Dei L. VII. p. 243_).

[79] Il Mosemio ha leggiermente abbozzato il progresso del Cristianesimo
nel Nord dal quarto secolo fino al decimo quarto. Questo soggetto
somministrerebbe de' materiali per un'ecclesiastica, ed anche filosofica
storia.

[80] Socrate (_L. VII. c. 30_) attribuisce a tal causa la conversione
de' Borgognoni, la pietà cristiana de' quali è celebrata da Orosio (_L.
VII. c. 19_).

[81] Vedasi un originale e curiosa lettera scritta da Daniele, primo
Vescovo di Winchester (_Bede Hist. Eccl. Angloi., L. V. c. 18. p. 203.
edit. Smith_) a S. Bonifacio, che predicava il Vangelo fra' Selvaggi
dell'Asia, e della Turingia, _Epistol. Bonifacii 67 nella Maxima
Bibliotheca Patrum Tom. XIII. p. 93_.

[82] La spada di Carlo Magno accrebbe forza all'argomento: ma quando
Daniele scrisse questa lettera (_an. 725_), i Maomettani, che regnavano
dall'India fino alla Spagna, potevano ritorcerlo contro i Cristiani.

[83] Le opinioni di Ulfila e de' Goti tendevano al Semiarrianismo,
poichè non volevano essi dire, che il Figlio fosse una creatura:
quantunque comunicassero con quelli, che sostenevano tal eresia. Il loro
Apostolo rappresentò tutta la disputa come una questione di piccol
momento, e che si era eccitata dalle passioni del Clero. Teodoret. _L.
IV. c. 37_.

[84] Si è imputato l'Arrianismo de' Goti all'Imperator Valente: _Itaque
justo Dei judicio ipsi eum vivum incenderunt, qui propter eum etiam
mortui, vitio erroris arsuri sunt._ Orosio _L. VII. c. 33. p. 354_.
Questa crudel sentenza vien confermata dal Tillemont (_Mem. Eccl. T. VI.
p. 604, 610_), che freddamente osserva «un seul homme entraîne dans
l'enfer un nombre infini de Septentrionaux etc.» Salviano (_de Gubernat.
Dei L. V. p. 150, 151_) compatisce, e scusa il loro involontario errore.

[85] Orosio asserisce nell'anno 416 (_L. VII. c. 21 p. 580_) che le
Chiese di Cristo (cioè de' Cattolici) eran piene di Unni, di Svevi, di
Vandali, di Borgognoni.

[86] Ratbodo, Re de' Frisoni, fu tanto scandalizzato da tal temeraria
dichiarazione d'un Missionario, che tornò indietro, dopo esser entrato
nel fonte battesimale. (Vedi Fleury _Hist. Eccl. Tom. IX. p, 167_).

[87] Le lettere di Sidonio Vescovo di Vienna sotto i Visigoti, e d'Avito
Vescovo di Vienna sotto i Borgognoni dimostrano alle volte, in oscuri
accenti, le disposizioni generali de' Cattolici. L'istoria di Clodoveo,
e di Teodorico somministrerà de' fatti particolari su questo proposito.

[88] Genserico confessò tal somiglianza, mediante la severità con cui
punì quelle indiscrete allusioni. _Victor Vitens l. 7. p. 10._

[89] Tali sono le querele contemporanee di Sidonio Vescovo di Clermont
(_L. VII. c. 6. p. 182, ec. edit. Sirmond_). Gregorio di Tours, che cita
questa lettera (_L. II. c. 25 in Tom. 2. p. 174_), ne trae
un'asserzione, che non si può verificare, cioè che di nove sedi Vacanti
nell'Aquitania, alcune eran vacate per causa di _Martiri_ episcopali.

[90] I monumenti originali della persecuzione de' Vandali si son
conservati ne' cinque libri dell'istoria di Vittore Vitense (_de
persecutione Vandalicà_), Vescovo che fu esiliato da Unnerico; nella
vita di S. Fulgenzio, che si distinse nella persecuzione di Trasimondo
(_in Biblioth. max. Patr. T. IX. p. 4, 16_) e nel primo libro della
guerra Vandalica dell'imparzial Procopio (_c. 7, 8, p. 196, 197, 198,
199_), Il Ruinart, ultimo editore di Vittore, ha illustrato tutto questo
soggetto con un copioso e dotto apparato di note, e di supplementi
(_Parigi 1694_).

[91] Victor. IV. 2. p. 65. Unnerico nega il nome di Cattolici agli
_Omousi_. Descrive come, _veri Divina Majestatis cultores_, quegli del
suo partito, che professavan la fede confermata da più di mille Vescovi
ne' Concilj di Rimini e di Seleucia.

[92] Victor. _II. 1. p. 21, 22_. _Laudabilior.... videbatur_. Ne'
Manoscritti, ne' quali si omette questa parola, il passo non è
intelligibile. Vedi Ruinart _not. p. 264_.

[93] Victor. _II. 2, p. 22, 23_. Il Clero di Cartagine chiamava queste
condizioni _periculosae_; ed infatti sembra, che fossero poste come una
rete per prendere i Vescovi Cattolici.

[94] Vedi la narrazione di questa conferenza, ed il trattamento de'
Vescovi presso Vittore _II, 13, 18, p. 35, 42_, e tutto il quarto libro
_p. 63, 171_. Il terzo libro (_p. 42, 62_) contiene la loro apologia, o
confessione di fede.

[95] Vedasi la lista de' Vescovi affricani presso Vittore _p. 117, 120
con le note del Ruinart p. 215, 397_. Spesso vi si trova il nome
scismatico di Donato, e sembra, che avessero adottato (come i nostri
fanatici dell'ultimo secolo) le pie denominazioni di _Deodatus_,
_Deogratias_, _Quidvult Deus_, _Habet Deum etc._

[96] Fulgent. _Vit. c. 16, 29_. Trasimondo affettava la lode di
moderazione e di dottrina; e Fulgenzio indirizzò tre libri di
controversia all'Arriano Tiranno, ch'ei chiama _piissime Rex._
(_Bibliot. max. Patr. Tom. IX. p. 21_). Nella vita di Fulgenzio si fa
menzione di soli sessanta Vescovi esuli; si accrescono fino a centoventi
da Vittore Tunnunense, e da Isidoro; ma si specifica il numero di
dugentoventi nell'_Historia Miscella_, ed in una breve Cronica autentica
di quei tempi. Vedi Ruinart _p. 570, 571_.

[97] Vedansi gl'insipidi e bassi epigrammi dello Stoico, il quale non
seppe soffrir l'esilio con maggior fortezza, che Ovidio. La Corsica
poteva non produrre del grano, del vino, o dell'olio; ma non poteva
mancare di erbaggi, d'acqua, e di fuoco.

[98] _Si ob gravitatem coeli interissent_, vile _damnum_. Tacit. _Annal.
II. 85_. Facendone l'applicazione, Trasimondo avrebbe adottato la
lettura di alcuni critici, _utile damnum_.

[99] Vedansi questi preludj d'una _general_ persecuzione appresso
Vittore II. 3, 4, 7, ed i due editti d'Unnerico _L. II. p. 35. L. IV. p.
64_.

[100] Vedi Procopio _de Bell. Vandal. L. I. c. 7, p. 197, 198_. Un
Principe Moro cercava di rendersi propizio il Dio de' Cristiani,
mediante la sua diligenza a cancellare i segni del sacrilegio Vandalico.

[101] Vedi questa storia presso Vittore _II. 8, 12. p. 30, 34_. Vittore
descrive le angustie di que' Confessori come testimone di veduta.

[102] Vedasi il quinto libro di Vittore. Le sue appassionate querele son
confermate dalla sobria testimonianza di Procopio, e dalla pubblica
dichiarazione dell'Imperator Giustiniano (_Cod. Lib. I. tit. 27_).

[103] Victor. II, _18. p. 71_.

[104] Victor. V. _4. p. 74, 75_. Ei chiamavasi Vittoriano, ed era un
ricco Cittadino d'Adrumeto, che godeva la confidenza del Re, per il
favore del quale aveva ottenuto il posto, o almeno il titolo, di
Proconsole dell'Affrica.

[105] Victor. I. _6. pag. 8, 9_. Dopo aver narrato la ferma resistenza,
e la destra risposta del Conte Sebastiano, soggiunge: _Quare alio
generis argumento postea bellicosum Virum occidit_.

[106] Victor. V. 12, 13. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom. IV. p. 609_.

[107] Il titolo proprio del Vescovo di Cartagine era quello di
_Primate_: ma dalle Sette, e dalle nazioni si dava il nome di Patriarca
al loro principal Ministro Ecclesiastico. Vedi Tommassin., _Discipl. de
l'Eglis. Tom I. p. 155, 158_.

[108] Il Patriarca Civila stesso dichiarò, ch'ei non intendeva il Latino
(Victor. II. _p. 42_.) _nescio latine_; e poteva tollerabilmente
conversare, senza esser però capace, di predicare o disputare in quella
lingua. Il Vandalo suo Clero era vie più ignorante; e poco potea
contarsi sugli Affricani, che si erano uniformati al medesimo.

[109] Victor. II, _1, 3. p. 22_.

[110] Victor. V. _7. p. 72_. Ei chiama in testimone l'Ambasciatore
medesimo, che aveva per nome Uranio.

[111] _Astutiores_, Vict. IV. _4. p. 70_. Egli chiaramente afferma, che
la lor citazione del Vangelo _non jurabitis in toto_ non tendeva, che ad
eludere l'obbligazione d'un giuramento inconveniente. I quarantasei
Vescovi, che ricusarono, furono esiliati in Corsica; ed i trecentodue,
che giurarono, furono distribuiti per le Province dell'Affrica.

[112] Fulgenzio, Vescovo di Ruspa nella Provincia Bizacena, era d'una
famiglia Senatoria, ed aveva avuto una nobile educazione. Egli sapeva
tutto Omero o Menandro prima che incominciasse a studiare il Latino, sua
lingua nativa. (_Vit. Fulgent. c. 1_). Molti Vescovi Affricani
intendevano il Greco, ed erano stati tradotti in Latino molti Greci
Teologi.

[113] Si confrontino le due prefazioni a' dialoghi di Vigilio di Tapso
(_pag. 118, 129. edit. Chifl_.). Ei poteva divertire i suoi eruditi
lettori con un'innocente finzione; ma il soggetto era troppo grave, e
gli Affricani troppo ignoranti.

[114] Il P. Quesnel mosse quest'opinione, che si è ricevuta
favorevolmente. Ma le seguenti tre verità, per quanto possano parer
sorprendenti, sono _presentemente_ accordate da tutti (Gearardo Voss.
_Tom. VI. p. 516, 522_. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom VIII. p. 667, 671_):
1. S. Atanasio non è l'autore del _Credo_, che sì frequentemente si
legge nelle nostre Chiese; 2. non sembra, che questo esistesse per lo
spazio d'un secolo dopo la sua morte; 3. fu composto originalmente in
lingua Latina, e per conseguenza nelle Province occidentali. Gennadio,
Patriarca di Costantinopoli, fu tanto sorpreso da tale straordinaria
composizione, che disse francamente, che quella era opera d'un ubbriaco.
(Petav., _Dogm. Theolog. Tom. II. L. VII. c. 8. p. 587_).

[115] I. Joan. V. 7. Vedi Simone, _Hist. Crit. du nouv. Testam. Part. I.
c. 18. p. 203, 218., e Part. II. c. 9. p. 99, 121_ e gli elaborati
Prolegomeni ed Annotazioni, del Dot. Mill e di Wetstein, alle loro
edizioni del Testamento Greco. Nel 1689 il Papista Simon cercava d'esser
libero; nel 1707 il Protestante Mill desiderava d'essere schiavo; nel
1751 l'Arminiano Wetstein si servì della libertà de' suoi tempi, e della
sua setta.

[116] Fra tutti i Manoscritti che esistono nel numero di ottanta ve ne
sono alcuni che hanno almeno 1200 anni. (Wetstein _lot. cit._). Le copie
ortodosse del Vaticano, degli Editori Complutensiani, e di Roberto
Stefano son divenute invisibili; ed i due Manoscritti di Dublino e di
Berlino non meritano di fare un'eccezione. Vedi Emlyn _Oper. Vol. II.
pag. 227, 255, 269, 299_ e le quattro ingegnose lettere del Sig. de
Missy nel Tom. 8 e 9 del Giornale Britannico.

[117] O piuttosto da' quattro Vescovi, che composero, e pubblicarono la
professione di fede in nome de' loro confratelli. Essi dicono questo
testo luce _clarius_ (Victor. Vitens. _De persecut. Vandal. L. III. c.
II. p. 54_). Poco dopo è citato da' Polemici Affricani, Vigilio e
Fulgenzio.

[118] Nell'XI, e XII secolo le Bibbie furon corrette da Lanfranco,
Arcivescovo di Canterbury, e da Nicola, cardinale e bibliotecario della
Chiesa Romana, _secundum ortodoxam fidem_ (Wetstein _Prolegom. p. 84,
85_). Nonostanti queste correzioni, quel passo tuttavia manca in
venticinque Manoscritti Latini (Wetstein _loc. cit._), che sono i più
antichi, ed i più belli: due qualità, che rare volte s'uniscono, eccetto
ne' Manoscritti.

[119] Quest'arte, che avevano inventato i Germani, fu applicata in
Italia agli scrittori profani di Roma, e della Grecia. Si pubblicò verso
il medesimo tempo l'originale Greco del Nuovo Testamento (_an. 1514,
1516, 1520_) per opera di Erasmo, e per la munificenza del Cardinal
Ximenes. La Poliglotta Complutensiana costò al Cardinale 50000 ducati.
(Vedi Mattaire _Annal. Typog. Tom II. p. 2, 8, 125, 133_ e Wetstein
_Prolegom. p. 126, 127_).

[120] Si sono stabiliti i tre testimoni nel nostro Testamento Greco per
la prudenza d'Erasmo, per l'onesto bigottismo degli Editori
Complutensiani, per l'inganno, o errore tipografico di Roberto Stefano
in porvi un segno, e per la deliberata falsità, o strano timore di
Teodoro Beza.

[121] Plin. _Hist. Nat. V. I._ Itinerar. Wesseling, _p. 15_. Cellar.
_Geogr. antiq. Tom. II. Part. II. p. 127_. Questa Tipasa (che non si dee
confondere con un'altra nella Numidia) era una città di qualche
considerazione, poichè Vespasiano la distinse col diritto del Lazio.

[122] Ottato Milevitano, _de schism. Donatist. L. II. p. 38_.

[123] Vittor. Vitens. _V. 6. p. 76_. Ruinart _p. 483, 487_.

[124] Enea Gaz. _in Theophrasto, in Biblioth. Patr. T. VIII. p. 664,
665_. Egli era Cristiano, e compose questo dialogo, intitolato il
_Teofrasto_, sull'Immortalità dell'anima, e la Risurrezione del corpo,
oltre venticinque lettere, che tuttavia esistono. (Vedi Cave, _Hist.
Letter. p. 297_, e Fabric., _Bibl. Graec. Tom. I. p. 422_).

[125] Giustiniano, _Cod. Lib. I. Tit. XXVII_. Marcellin., in Chron. p.
45. in Thesaur. Tempor. Scaliger. Procopio, de Bell. Vandal. _L. 1. c.
7. p. 196_. Gregorio M., _Dial. 3, 32_. Nessuno di questi ha specificato
il numero de' Confessori, che si determina a sessanta in un Menologio
antico (ap. Ruinart _p. 486_). Due di loro perdettero la favella per
causa di fornicazione, ma il miracolo si accresce per la singolare
circostanza d'un fanciullo, che non aveva _mai_ parlato prima che gli
fosse tagliata la lingua.

[126] Vedi i due Storici generali di Spagna, Mariana (_Hist. de Reb.
Hispan. Tom. I. L. V. c. 12, 15. p. 183, 194_), e Ferreras (_Traduzione
Francese Tom. II. p. 206, 247_). Mariana quasi si scorda d'essere un
Gesuita par prender lo stile, e lo spirito d'un classico Romano.
Ferreras, industrioso Compilatore, n'esamina i fatti, e ne rettifica la
cronologia.

[127] Goisvinta sposò successivamente due Re de' Visigoti, Atanagildo, a
cui partorì Brunechilde madre d'Ingunde: e Leovigildo, i due figli del
quale Ermenegildo e Recaredo, eran nati da un matrimonio precedente.

[128] _Iracundiae furore succensa adprehensam per comam capitis puellam
in terram conlidit, et diu calcibus verberatam ac sanguine cruentatam
jussit exspoliari, et piscinae immergi._ Greg. Turon. _L. V. c. 39. in
Tom. II. pag. 255_. Gregorio è uno de' migliori originali, che abbiamo,
per questa porzione d'Istoria.

[129] I Cattolici, che ammettevano il battesimo degli Eretici,
ripetevano il rito, o come fu chiamato dopo, il sacramento della
Confermazione, al quale attribuivano molte mistiche e maravigliose
prerogative, sì visibili, che invisibili. Vedi Chardon, _Hist. des
Sacramens Tom._ I. p. 405, 552.

[130] Osset, o Giulia Costanza, era in faccia a Siviglia nella parte
settentrionale della Betica (Plin. _Hist. nat. III_) ed il ragguaglio
autentico di Gregorio di Tours (_Hist. francor. L. VI 43. p. 288_)
merita più fede, che il nome di Lusitania (_de Glor. Martyr. c. 24_),
che ardentemente fu abbracciato dal vano e superstizioso Portoghese
(Ferreras, _Hist. d'Espagne Tom. II. p. 166_).

[131] Si fece questo miracolo con molta abilità: un Re Arriano sigillò
le porte, e scavò una profonda fossa intorno alla Chiesa, senza potere
impedire la copia dell'acqua Battesimale nella Pasqua.

[132] Ferreras (_Tom. II. pag. 168, 175 an. 550_) ha illustrato le
difficoltà, che si fanno intorno al tempo, ed alle circostanze della
conversione degli Svevi. Essi erano stati recentemente uniti da
Leovigildo alla Gotica Monarchia di Spagna.

[133] Quest'aggiunta al simbolo Niceno, o piuttosto Costantinopolitano,
fu fatta per la prima volta nell'ottavo concilio di Toledo l'anno 633.
Ma non fece che esprimere la dottrina popolare (Gerard. Vossio _Tom. VI.
p. 527 de tribus Symbolis_).

[134] Vedi Gregor. Magn. L. VII. ep. 126. ap. Baron. _Annal. Eccl. an.
599. n. 25, 26_.

[135] Paolo Varnefrido (_de Gest. Longobard. L. IV. c. 44 pag. 853 Edit.
Grot_.) confessa, che l'Arrianismo era tuttavia in vigore sotto il regno
di Rotari (_an. 636, 652_). Il pio Diacono non cerca di fissare l'epoca
precisa della nazional conversione, che per altro fu ultimata prima che
finisse il settimo secolo.

[136] _Quorum fidei et conversioni ita gratulatus esse rex perhibetur,
ut nullum tamem cogeret ad Christianisimum.... Didicerat enim a
doctoribus, auctoribusque suae salutis, servitium Christi voluntarium,
non coactitium esse debere_. Beda, _Hist. Eccl. l. 1. c. 26. p. 62.
Edit. Smith_.

[137] Vedi gl'Istorici di Francia (_Tom. IV. p. 114_) e Wilkins (_Leg.
Anglo-Saxonic. p. 11, 31_). _Si quis sacrificium immolaverit praeter Deo
soli, morte moriatur_.

[138] Gli Ebrei pretendono, ch'essi fossero introdotti nella Spagna
dalle flotte di Salomone, e dalle armi di Nabuccodonosor, che Adriano vi
trasferisse quarantamila famiglie della Tribù di Giuda, e diecimila
della Tribù di Beniamino ec. Basnag., _Hist. des Juifs. Tom. VII. c. 9.
pag. 240, 256_.

[139] Isidoro, ch'era in quel tempo Vescovo di Siviglia, fa menzione
dello zelo di Sisebuto, lo disapprova, e se ne congratula (_Chron. Goth.
pag. 728_). Il Baronio (_an. 614. n. 41_) assegna il numero de'
perseguitati sulla testimonianza d'Aimoino _L. IV, c. 22_; ma tal prova
è debole, ed io non ho potuto verificar la citazione _Istor. di Franc.
T. III p. 127_.

[140] Basnage (_Tom. VIII. c. 13. p 388, 400_) rappresenta fedelmente lo
stato degli Ebrei; ma egli avrebbe potuto aggiungervi, da' Canoni de'
Concilj di Spagna e dalle Leggi de' Visigoti, molte curiose circostanze
essenziali per il suo soggetto, quantunque siano estranee al mio.




CAPITOLO XXXVIII.

      _Regno e conversione di Clodoveo. Sue vittorie sopra gli
      Alemanni, i Borgognoni ed i Visigoti. Stabilimento della
      Monarchia francese nella Gallia. Leggi de' Barbari. Stato de'
      Romani. Visigoti della Spagna. Conquista della Gran Brettagna
      fatta da' Sassoni._


I Galli[141], che soffrivano impazientemente il giogo Romano ebbero una
memorabil lezione da uno de' Luogotenenti di Vespasiano, il grave
sentimento del quale si è raffinato ed espresso dal genio di
Tacito[142]. «La protezione della Repubblica ha liberato la Gallia
dall'interna discordia, e dalle straniere invasioni. Con la perdita
dell'indipendenza nazionale avete acquistato il nome ed i privilegi di
Cittadini Romani. Voi godete in comune con noi medesimi i costanti
vantaggi del governo civile, e la remota vostra situazione è meno
esposta a' danni accidentali della tirannide. Invece d'esercitare i
diritti della conquista, ci siamo contentati d'imporvi que' tributi che
son necessari per la propria vostra conservazione. Non si può assicurar
la pace senza le armi, queste debbono sostenersi a spese del Popolo. È
per vantaggio vostro, non per causa nostra, che noi guardiamo la
frontiera del Reno contro i feroci Germani, che hanno sì spesso tentato,
e brameranno sempre di cangiare la solitudine de' loro boschi e paludi
con la ricchezza e fertilità della Gallia. La caduta di Roma sarebbe
fatale per le Province; e voi restereste sepolti nelle rovine di quella
gran fabbrica, che si è innalzata dal valore e dalla saviezza
d'ottocento anni. L'immaginaria vostra libertà sarebbe insultata ed
oppressa da un selvaggio Signore; ed all'espulsione de' Romani
succederebbero le ostilità eterne de' Barbari conquistatori[143].» Fu
accettato questo salutevol avviso, e tale strana predizione ebbe il suo
compimento. Nello spazio di quattrocento anni, i fieri Galli, che
avevano affrontato le armi di Cesare, si confusero, senz'avvedersene,
nella massa generale de' cittadini ed de' sudditi: l'Impero Occidentale
si sciolse, ed i Germani, che avevano passato il Reno, ardentemente
combatterono per il possesso della Gallia, ed eccitarono il disprezzo o
l'aborrimento de' pacifici e culti di lei abitatori. Con quell'intimo
orgoglio, che la superiorità delle cognizioni e del lusso comunemente
suole inspirare, deridevano essi i chiomati e giganteschi selvaggi del
Nord; i rozzi loro costumi, l'incoerente letizia, il vorace appetito e
l'orrida figura loro, ugualmente disgustosa per la vista, che per
l'odorato. Si coltivavano tuttavia nelle scuole d'Autun e di Bordeaux
gli studi liberali; ed il linguaggio di Cicerone e di Virgilio era
famigliare alla Gallica Gioventù. Restaron sorprese le lor orecchie da'
duri ed incogniti suoni del dialetto germanico, ed ingegnosamente si
dolsero, che le muse tremanti fuggivano l'armonia della Lira burgundica.
I Galli eran dotati di tutti i vantaggi della natura e dell'arte; ma
siccome loro mancava il coraggio per difendersi, furono giustamente
condannati ad ubbidire, ed anche adulare i vittoriosi Barbari, dalla
clemenza de' quali essi riconoscevano le precarie sostanze e le vite
loro[144].

[A. 476-485]

Appena Odoacre ebbe estinto l'Impero Occidentale, cercò l'amicizia de'
più potenti fra' Barbari. Il nuovo Sovrano dell'Italia cedè ad Enrico,
Re de' Visigoti, tutte le conquiste Romane di là dalle Alpi fino al Reno
ed all'Oceano[145]: ed il Senato potè confermare questo liberal dono con
qualche ostentazione di potere, senza veruna real perdita di entrate, o
di dominio; le legittime pretensioni d'Enrico erano giustificate
dall'ambizione, e dal successo; e la Nazione gotica poteva, sotto il suo
comando, aspirare alla Monarchia della Spagna e della Gallia. Arles e
Marsiglia si arresero alle sue armi, egli oppresse la libertà
dell'Alvergna; ed il Vescovo d'essa condiscese a comprare il proprio
richiamo dall'esilio con un tributo di giusta ma involontaria lode.
Sidonio stava alle porte del palazzo in mezzo ad una folla di
ambasciatori e di supplichevoli; ed i vari loro negozi alla Corte di
Bordeaux dimostravano la potenza e la fama del Re de' Visigoti. Gli
Eruli del distante Oceano, che tingevano i nudi lor corpi con cerulei
colori, ne implorarono la protezione; ed i Sassoni rispettarono le
marittime Province d'un Principe, privo di forze navali. Gli alti
Borgognoni si sottoposero alla sua autorità; nè restituì gli schiavi
Franchi, finattantochè non ebbe ridotto quella fiera nazione a termini
d'una pace disuguale. I Vandali dell'Affrica coltivavano la sua
vantaggiosa amicizia; e gli Ostrogoti della Pannonia erano sostenuti dal
potente suo aiuto contro l'oppressione dei vicini Unni. Il Nord (tali
sono le superbe espressioni del Poeta) era agitato e posto in calma dal
cenno di Enrico; il gran Re della Persia consultò l'oracolo
dell'Occidente; ed il vecchio Dio del Tevere fu protetto dal crescente
Genio della Garonna[146]. La fortuna delle nazioni spesso dipende dagli
accidenti, e la Francia può attribuire la sua grandezza all'immatura
morte del Re Goto, in un tempo in cui Alarico, suo figlio, era
un'innocente fanciullo, e Clodoveo[147], suo nemico, un ambizioso e
prode garzone.

[A. 481-511]

Mentre Childerico, padre di Clodoveo, si trovava in esilio in Germania,
fu trattato amichevolmente dalla Regina, ugualmente che dal Re dei
Turingi. Dopo il suo ritorno, Basina fuggì dal letto del marito nelle
braccia dell'amante; liberamente dichiarando, che se avesse conosciuto
un uomo più savio, più forte e più bello di Childerico, questo sarebbe
stato l'oggetto della sua preferenza[148]. Clodoveo fu la prole di
questa volontaria unione; e non avea più di quindici anni, quando
successe, per la morte di suo padre, al comando della Tribù Salica. Gli
angusti confini del suo Regno[149] si limitavano all'isola de' Batavi,
con le antiche diocesi di Tournay e d'Arras[150]; ed al tempo del
battesimo di Clodoveo il numero de' suoi guerrieri non sorpassava i
cinquemila. Le ardenti tribù dei Franchi, che si erano stabilite lungo i
Belgici fiumi della Schelda, della Mosa, della Mosella e del Reno, erano
governati da' loro indipendenti Re della stirpe Merovingica, uguali,
alleati e talvolta nemici del Principe Salico. Ma i Germani che
obbedivano, in tempo di pace, all'ereditaria giurisdizione de' loro
Capi, eran liberi di seguitare in guerra la bandiera d'un popolare e
vittorioso Generale; ed il merito superiore di Clodoveo si attirò il
rispetto e l'omaggio della nazionale confederazione. Quando si pose in
campo la prima volta, non aveva nel suo erario nè oro nè argento, nè
vino nè grano ne' suoi magazzini[151]; ma esso imitò l'esempio di
Cesare, che nell'istesso luogo aveva acquistato delle ricchezze con la
spada, e comprato dei soldati co' frutti della conquista. Dopo
ciascheduna vantaggiosa battaglia e spedizione, le spoglie
s'accumulavano in una massa comune; ogni guerriero ne aveva la sua
parte, e la dignità reale si sottometteva agli uguali regolamenti della
legge militare. L'indomito spirito de' Barbari s'indusse a riconoscere i
vantaggi della regolar disciplina[152]. Nell'annua rivista del mese di
Marzo diligentemente s'esaminavano le loro armi; e quando attraversavano
un territorio amico, era loro proibito di toccare un filo d'erba. La
giustizia di Clodoveo era inesorabile, ed i suoi trascurati o
disubbidienti soldati eran puniti immediatamente di morte. Sarebbe
superfluo il lodare il valore d'un Franco: ma quello di Clodoveo era
diretto dalla fredda e consumata prudenza[153]. In tutti i suoi trattati
con gli altri, calcolava il peso dell'interesse, della passione e
dell'opinione, e le sue misure alle volte si adattavano a' sanguinari
costumi de' Germani ed alle volte venivano moderate dal genio più dolce
di Roma e del Cristianesimo. Fu interrotto nel corso della vittoria,
poichè morì nell'età di quarantacinque anni; ma egli aveva già
stabilita, in un Regno di trent'anni, la Monarchia francese nella
Gallia.

[A. 486]

La prima impresa di Clodoveo fu la disfatta di Siagrio, figlio d'Egidio,
ed in quest'occasione si accese forse la contesa pubblica dal privato
risentimento. La gloria del padre insultava sempre la stirpe
Merovingica; e la potenza del figlio potè eccitare la gelosa ambizione
del Re de' Franchi. Siagrio ereditò, come uno Stato patrimoniale, la
città, e la diocesi di Soissons: i desolati residui della seconda
Belgica, Reims e Troia, Beauvais ed Amiens si sarebbero naturalmente
sottomessi al Conte o Patrizio[154]; e dopo lo smembramento dell'Impero
Occidentale, egli avrebbe potuto regnare col titolo, o almeno
coll'autorità di Re de' Romani[155]. Come Romano, era stato educato
negli studi liberali della Rettorica e della Giurisprudenza; ma per
accidente e per politica si trovò impegnato nell'uso famigliare
dell'idioma germanico. Gl'indipendenti Barbari ricorrevano al tribunale
d'uno straniero, che aveva il singolar talento di spiegare, nella nativa
lor lingua, i dettami della ragione e dell'equità. La diligenza e
l'affabilità del loro giudice lo renderono popolare, l'imparziale
saviezza de' suoi decreti ottenne la lor volontaria ubbidienza, ed il
regno di Siagrio su' Franchi e Borgognoni pareva, che facesse risorgere
la primitiva istituzione della società civile[156]. In mezzo a queste
pacifiche occupazioni, Siagrio ricevè ed arditamente accettò l'ostile
disfida di Clodoveo che invitò il suo rivale, secondo lo spirito, e
quasi nel linguaggio cavalleresco, a stabilirne il giorno ed il
campo[157] di battaglia. Al tempo di Cesare, Soissons avrebbe dato un
corpo di cinquantamila cavalli; e tal esercito sarebbe stato
abbondantemente fornito di scudi, di corazze e di macchine militari, da
tre arsenali o manifatture della città[158]. Ma s'era da gran tempo
esaurito il coraggio ed il numero della gallica Gioventù; e le vaganti
truppe di volontari o mercenari, che marciavano sotto le bandiere di
Siagrio, erano incapaci di contendere col nazional valore dei Franchi.
Non sarebbe giusto senza qualche più esatta cognizione della forza e de'
mezzi di Siagrio, il condannarne la rapida fuga, mentre dopo la perdita
di una battaglia fuggì alla distante Corte di Tolosa. La debole minorità
d'Alarico non voleva assistere, o difendere un infelice fuggitivo. I
pusillanimi[159] Goti furono intimoriti dalle minacce di Clodoveo; ed il
Romano _Re_ dopo un breve confino fu abbandonato nelle mani del
carnefice. Le città belgiche s'arresero al Re de' Franchi; ed i suoi
Stati s'ingrandirono verso l'Oriente dall'ampia Diocesi di Tongres[160],
che Clodoveo conquistò nel decimo anno del suo Regno.

[A. 469]

Si è tratto assurdamente il nome di _Alemanni_ dall'immaginario loro
stabilimento sulle rive del lago _Leman_[161]. Quel felice distretto,
dal lago ad Avenche, ed al monte Giura, fu occupato da' Borgognoni[162].
In fatti le parti settentrionali dell'Elvezia erano state soggiogate da'
feroci Alemanni, che distrussero con le proprie lor mani i frutti della
loro conquista. Una Provincia coltivata ed ornata dalle arti di Roma, fu
di nuovo ridotta ad un selvaggio deserto; e possono tuttavia scuoprirsi
alcuni vestigi della magnifica Vindonissa nella fertile e popolata Valle
dell'Aar[163]. Dalla sorgente del Reno fino alla sua unione col Meno e
con la Mosella i formidabili sciami degli Alemanni dominavano ambe le
parti del fiume per diritto d'antico possesso, o di recente vittoria. Si
erano sparsi nella Gallia, sulle moderne Province dell'Alsazia e della
Lorena; e l'ardita loro invasione del regno di Colonia richiamò il
Principe Salico alla difesa dei Ripuarj suoi alleati. Clodoveo incontrò
gl'invasori della Gallia nella pianura di Tolbiac alla distanza di circa
ventiquattro miglia da Colonia; e le due più fiere nazioni della
Germania erano vicendevolmente animate dalla memoria delle azioni
passate, e dal prospetto della futura grandezza. I Franchi, dopo un
ostinato combattimento cederono; e gli Alemanni, alzando grida di
vittoria, impetuosamente incalzarono la lor ritirata. Ma si rimesse la
battaglia per il valore, per la condotta, e forse per la pietà di
Clodoveo; e l'evento di quella sanguinosa giornata decise per sempre
l'alternativa dell'Impero, o della servitù. L'ultimo Re degli Alemanni
restò ucciso nel campo, ed i suoi furono ammazzati ed inseguiti,
finattantochè non gettarono a terra le armi, e si diedero a discrezione
del vincitore. Senza disciplina militare era per loro impossibile di
riunirsi; essi avevano con disprezzo demolito le mura, e le
fortificazioni che avrebbero potuto difenderli nell'avversità; e furono
seguitati nel cuore delle loro foreste da un nemico non meno attivo ed
intrepido di essi. Il gran Teodorico si congratulò della vittoria con
Clodoveo, di cui aveva il Re d'Italia ultimamente sposato la sorella
Albofleda; ma dolcemente s'interpose appresso il cognato in favore de'
supplicanti e de' fuggitivi, che avevano implorato la sua protezione. I
territorj Gallici, ch'erano posseduti dagli Alemanni, divennero preda
del loro vincitore; e quella superba nazione, invincibile o ribelle alle
armi di Roma, riconobbe la sovranità de' Re Merovingici, che
graziosamente permisero loro di usare i propri particolari costumi ed
istituti, sotto il governo di Duchi temporari, ed in progresso
ereditari. Dopo la conquista delle Province occidentali, i soli Franchi
mantennero le loro antiche abitazioni di là dal Reno. Essi appoco appoco
sottomisero e ridussero a civiltà quegli esausti paesi, sino all'Elba ed
alle montagne della Boemia; e fu assicurata la pace d'Europa
dall'ubbidienza della Germania[164].

[A. 496]

Fino all'età di trent'anni, Clodoveo continuò a venerare gli Dei de'
suoi maggiori[165]. La sua incredulità, o piuttosto non curanza del
Cristianesimo poteva incoraggirlo forse a predare con minor rimorso le
chiese d'un paese nemico: ma i suoi sudditi della Gallia godevano
l'esercizio libero del Culto religioso; ed i Vescovi mettevano speranza
maggiore in un idolatra, che negli eretici. Il Principe Merovingico
aveva contratto fortunatamente matrimonio con la bella Clotilde, nipote
del Re di Borgogna, che in mezzo ad una Corte Arriana era stata educata
nella professione della Fede Cattolica. Era interesse non meno che
dovere di lei il compire la conversione[166] d'un marito Pagano, e
Clodoveo, senz'accorgersene, diede orecchio alla voce dell'amore e della
Religione. Egli acconsentì (ed era forse preventivamente stato convenuto
di ciò) al battesimo del suo maggior figlio, e quantunque la repentina
morte del fanciullo eccitasse qualche superstizioso timore, fu persuaso
per la seconda volta a ripetere quel pericoloso esperimento. Nelle
angustie della battaglia di Tolbiac, Clodoveo altamente invocò il Dio di
Clotilde e de' Cristiani; e la vittoria lo dispose ad ascoltare con
rispettosa gratitudine l'eloquente[167] Remigio[168] Vescovo di Reims,
che dimostrò con forza i temporali e spirituali vantaggi della sua
conversione. Il Re si dichiarò persuaso della verità della Fede
Cattolica; e le ragioni politiche, le quali avrebbero potuto farne
sospendere la pubblica professione, furon tolte di mezzo dalle devote o
fedeli acclamazioni de' Franchi, che si dimostrarono ugualmente disposti
a seguire l'eroico lor capitano, sì al campo di battaglia, che al fonte
battesimale. Quest'importante ceremonia fu eseguita nella Cattedrale di
Reims con ogni circostanza e solennità che poteva imprimere un
rispettoso sentimento di religione nelle menti de' suoi rozzi
proseliti[169]. Il nuovo Costantino fu immediatamente battezzato,
insieme con tremila guerrieri, suoi sudditi: e fu imitato l'esempio loro
dal resto de' _Barbari ingentiliti_, i quali in obbedienza al vittorioso
Prelato, adoraron la Croce, ch'essi avevano già bruciato, e bruciarono
gli idoli, che avevano adorato[170]. Lo spirito di Clodoveo era
suscettibile d'un passaggero fervore: ei fu commosso dal patetico
racconto della passione, e della morte di Cristo; ed invece di ponderare
i salutari effetti di quel misterioso sacrifizio, esclamò con indiscreto
furore; «Se io vi fossi stato presente alla testa de' miei valorosi
Franchi, avrei vendicato le sue ingiurie»[171]. Ma il selvaggio
conquistator della Gallia era incapace d'esaminare le prove d'una
religione, che dipendono da una laboriosa investigazione d'istorica
autorità, e di speculativa teologia. Molto più egli era incapace di
sentire la dolce influenza del Vangelo, che persuade e purifica il cuore
d'un vero convertito. L'ambizioso suo regno presenta una perpetua
violazione de' doveri morali e cristiani; le sue mani furon macchiate di
sangue, sì in pace, che in guerra, ed appena ebbe Clodoveo licenziato un
sinodo della Chiesa Gallicana, che tranquillamente assassinò tutti i
Principi della stirpe Merovingica[172]. Pure poteva il Re de' Franchi
adorare sinceramente il Dio dei Cristiani, come un Essere più eccellente
e potente delle nazionali sue divinità; e la segnalata liberazione e
vittoria di Tolbiac incoraggirono Clodoveo a confidar nella futura
protezione del Signor degli eserciti. Martino, il più popolare de'
Santi, aveva ripieno il Mondo occidentale della fama di que' miracoli,
che si facevan continuamente al santo di lui sepolcro di Tours. Il suo
visibile o invisibile aiuto favorì la causa d'un Principe liberale ed
ortodosso; e non bisogna interpretar la profana osservazione di Clodoveo
medesimo, che S. Martino era un dispendioso amico[173], come un sintomo
d'alcun permanente o ragionato scetticismo. Ma la terra non meno che il
cielo si rallegrò della conversione de' Franchi. Nel memorabile giorno,
in cui Clodoveo uscì dal fonte battesimale, egli solo nel Mondo
cristiano meritò il nome e le prerogative di Re Cattolico. L'Imperatore
Anastasio ammetteva de' pericolosi errori intorno alla natura
dell'incarnazione divina; ed i Barbari dell'Italia, dell'Affrica, della
Spagna e della Gallia erano involti nell'eresia Arriana. Il maggiore, o
piuttosto l'unico figlio, della Chiesa fu riconosciuto dal Clero per suo
legittimo sovrano, o glorioso liberatore; e le armi di Clodoveo furono
valorosamente sostenute dal zelo e dal fervore della fazione
cattolica[174].

[A. 497]

Sotto l'Impero Romano la ricchezza e la giurisdizione dei Vescovi, il
sacro carattere e perpetuo ufizio loro, i numerosi dipendenti, la
popolar eloquenza e le assemblee provinciali di essi gli avevano sempre
resi rispettabili, ed alle volte pericolosi. L'autorità loro aumentossi
col progresso della superstizione, e lo stabilimento della Monarchia
francese può in qualche modo attribuirsi alla stabile alleanza d'un
centinaio di Prelati, che dominavano nelle malcontente, o indipendenti
città della Gallia. I deboli fondamenti della Repubblica Armorica si
erano più volte scossi, o abbattuti; ma l'istesso Popolo manteneva
sempre la domestica sua libertà; sosteneva la dignità del nome Romano; e
valorosamente resisteva alle predatorie scorrerie, ed a' regolari
attacchi di Clodoveo, che cercava d'estender le sue conquiste dalla
Senna alla Loira. La felice lor opposizione introdusse un'uguale ed
onorevole società fra loro. I Franchi stimavano il valore degli
Armorici[175], e questi si erano riconciliati per mezzo della religione
co' Franchi. La forza militare destinata a difender la Gallia,
consisteva in cento diverse truppe di cavalleria, o d'infanteria; e
queste nel tempo, che prendevano il titolo ed i privilegi di soldati
Romani, erano rinnuovate da un continuo supplimento di Barbara gioventù.
Si difendevano tuttavia dal disperato lor coraggio le ultime
fortificazioni, e gli sparsi frammenti dell'Impero. Ma n'era impedita la
ritirata, ed impraticabile la comunicazione: essi erano abbandonati da'
Principi Greci di Costantinopoli, e piamente rigettavano qualunque
connessione con gli Arriani usurpatori della Gallia. Accettaron però,
senza vergogna o ripugnanza, la generosa capitolazione, che fu proposta
loro da un eroe cattolico; e questa legittima e spuria progenie di
legioni Romane fu distinta ne' successivi tempi con le proprie armi,
insegne, vesti ed istituti particolari. Ma per mezzo di questi valevoli
e volontari aumenti s'accrebbe la forza nazionale: ed i Regni vicini
temettero il numero ugualmente che il coraggio de' Franchi. La riduzione
delle Province settentrionali della Gallia, invece che si decidesse
dall'evento d'una sola battaglia, sembra, che fosse lentamente
effettuata dalle successive operazioni della guerra, e del trattato; e
Clodoveo acquistò tutto quello che formava l'oggetto della sua
ambizione, per mezzo di tali sforzi, o di tali concessioni, che potevano
combinarsi col suo real valore. Il selvaggio carattere di esso, e le
virtù d'Enrico IV suggeriscono le idee più contrarie fra loro della
natura umana: pure si può trovare qualche somiglianza nella situazione
di due Principi, che conquistaron la Francia per mezzo del loro valore,
della lor politica e del merito d'una opportuna conversione[176].

[A. 499]

Il Regno de' Borgognoni, che aveva per confini i due fiumi Gallici la
Saona ed il Rodano, s'estendeva dalla foresta de' Vosgi fino alle Alpi,
ad al Mare di Marsiglia[177]. Lo scettro di esso era in mano di
Gundobaldo. Questo valoroso ed ambizioso Principe aveva ristretto il
numero de' canditati Reali mediante la morte di due fratelli, uno de'
quali era padre di Clotilde[178], ma la sua imperfetta prudenza permise
a Godegesilo, suo minor fratello, di possedere il dipendente Principato
di Ginevra. L'Arriano Monarca fu giustamente sbigottito dalla
soddisfazione e dalle speranze, che pareva animassero il suo Clero, ed
il suo Popolo, dopo la conversione di Clodoveo; e Gondubaldo convocò a
Lione un'assemblea de' suoi Vescovi per conciliare, se era possibile, i
religiosi e politici dissapori. Si fece invano una conferenza fra le due
fazioni. Gli Arriani rinfacciarono a' Cattolici il culto di tre Dei; i
Cattolici difesero la loro causa per mezzo di teologiche distinzioni; e
si dibatterono con ostinato clamore i soliti argomenti, le obbiezioni e
le repliche, finattantochè il Re manifestò le sue segrete apprensioni
con una improvvisa, ma decisiva questione, che fece a Vescovi Ortodossi:
«Se voi professate veramente la Religion cristiana, perchè non frenate
il Re de' Franchi? Egli mi ha dichiarato la guerra, e forma alleanza co'
miei nemici per distruggermi. Uno spirito sanguinario ed avido non è
l'indizio d una conversione sincera: dimostri la sua fede per mezzo
delle sue opere». Avito Vescovo di Vienna, che parlava in nome de suoi
fratelli, rispose con la voce e col contegno d'un angelo: «Noi non
sappiamo i motivi e le intenzioni del Re de' Franchi: ma la Scrittura
c'insegna che spesso vengon rovesciati que' Regni che abbandonan la
legge Divina; e che sorgeranno da ogni parte de' nemici contro di quelli
che hanno fatto Dio lor nemico. Torna col tuo Popolo alla legge di Dio,
ed esso darà pace e sicurezza a' tuoi Stati». Il Re di Borgogna, che non
era disposto ad accettare la condizione, che i Cattolici risguardavano
come essenziale al trattato, rimesse ad altro tempo, e licenziò
l'adunanza ecclesiastica, dopo d'aver rimproverato a' suoi Vescovi, che
Clodoveo, amico e proselito loro, aveva segretamente tentato la fedeltà
del proprio di lui fratello[179].

[A. 500]

La fedeltà del fratello era stata già sedotta, e l'ubbidienza di
Godegesilo, che si unì alle bandiere reali con le sue truppe di Ginevra,
promosse più efficacemente il successo della cospirazione. Mentre i
Franchi, ed i Borgognoni combattevano con ugual valore, l'opportuna sua
diserzione decise l'evento della battaglia; e siccome Gundobaldo fu
debolmente sostenuto da' mal affezionati Galli, cedè alle armi di
Clodoveo, e si ritirò in fretta dal campo, che sembra essere stato fra
Langres e Digione. Non s'affidò egli alle fortificazioni di Digione, che
aveva una Fortezza quadrangolare circondata da due fiumi, e da una
muraglia alta trenta piedi, e grossa quindici con quattro porte, e
trentatre torri[180]: abbandonò a Clodoveo le importanti città di Lione
e di Vienna; e seguitò a fuggire precipitosamente, finattantochè non
giunsero in Avignone, alla distanza di dugentocinquanta miglia dal campo
di battaglia. Un lungo assedio, ed una artificiosa negoziazione
avvertirono il Re de' Franchi del pericolo, e della difficoltà
dell'impresa. Esso impose dunque un tributo al Principe di Borgogna, lo
costrinse a perdonare ed a premiare il tradimento del suo fratello, e se
ne tornò superbo a' suoi Stati con le spoglie, e gli schiavi delle
Province meridionali. Questo splendido trionfo ben tosto venne oscurato
dalla notizia, che Gundobaldo aveva violato le recenti sue obbligazioni,
e che l'infelice Godegesilo, ch'era restato a Vienna con una guarnigione
di cinquemila Franchi[181], era stato assediato, sorpreso ed ucciso
dall'inumano di lui fratello. Tale oltraggio avrebbe irritato la
pazienza del più pacifico Sovrano; ma il conquistator della Gallia
dissimulò l'ingiuria, rilasciò il tributo, ed accettò l'alleanza ed il
servizio militare del Re di Borgogna. Clodoveo non aveva più que'
vantaggi, che gli avevano assicurato il buon successo della precedente
guerra, ed il suo rivale, ammaestrato dall'avversità, aveva trovato
nuovi mezzi di risorgere nell'affezione del suo Popolo. I Galli Romani
applaudirono alle imparziali e miti leggi di Gundobaldo, che gli aveva
innalzati quasi all'istesso livello co' loro vincitori. I Vescovi si
riconciliarono, lusingandosi non la speranza, ch'egli artificiosamente
dava loro, della sua prossima conversione; e quantunque n'eludesse
l'effetto fino all'ultimo momento della sua vita, la moderazione di esso
assicurò la pace, e sospese la rovina del regno di Borgogna[182].

[A. 532]

Io sono impaziente di proseguire a narrar l'ultima rovina di quel Regno,
che si compì sotto il Re Sigismondo figlio di Gundobaldo. Il cattolico
Sigismondo acquistò gli onori di santo e di martire[183]; ma il santo
Reale macchiò le proprie mani nel sangue dell'innocente suo figlio,
ch'esso crudelmente sacrificò all'orgoglio ed allo sdegno d'una
matrigna. Ei tosto scuoprì l'errore, e ne pianse l'irreparabile perdita.
Mentre Sigismondo abbracciava il corpo dell'infelice giovane, ricevè
questa severa ammonizione da uno de' suoi famigliari: «Non è la sua
sorte, o Re, ma la tua, che merita pietà e lamento». I rimorsi d'una rea
coscienza, per altro, furono mitigati da' liberali suoi doni al
monastero d'Agauno o San Morizio nel Valese, ch'egli stesso aveva
fondato in onore degl'immaginari martiri della legione Tebea[184]. Fu
istituito dal pio Re un pieno coro di perpetua salmodia; egli
assiduamente praticava l'austera devozione de' Monaci, e pregava
umilmente il cielo, che gli desse in questo Mondo il castigo delle sue
colpe. Fu esaudita la sua preghiera: vennero tosto i vendicatori; e le
Province della Borgogna furono innondate da un'esercito di vittoriosi
Franchi. Dopo l'evento d'una infelice battaglia, Sigismondo, che
desiderava di prolungar la sua vita per prolungar la sua penitenza, si
nascose nel deserto sotto l'abito di religioso, finattantochè fu
scoperto e tradito da' suoi sudditi, che riunivano il favore de' loro
Signori. Il prigioniero Monarca insieme con la sua moglie e due
fanciulli, fu trasportato ad Orleans e sepolto vivo in un profondo pozzo
per inumano comando de' figli di Clodoveo, la crudeltà de' quali può
trarre qualche scusa dalle massime e dagli esempi del barbaro loro
secolo. L'ambizione loro che gli stimolava a compir la conquista della
Borgogna, era infiammata o coperta dalla filial pietà: e Clotilde, la
cui santità non consisteva nel perdonar le ingiurie, gli spinse a
vendicar la morte del proprio padre contro la famiglia del suo
assassino. I Borgognoni ribelli, giacchè tentarono di romper le loro
catene, ebbero tuttavia la permissione di servirsi delle lor leggi
nazionali sotto l'obbligo d'un tributo e del militar servizio; ed i
Principi Merovingici dominarono pacificamente sopra un regno, la gloria
e grandezza del quale era stata prima rovesciata dalle armi di
Clodoveo[185].

[A. 507]

La prima vittoria di Clodoveo aveva insultato l'onore de' Goti. Essi
videro i rapidi suoi progressi con gelosia e con terrore; e la giovanil
fama d'Alarico era oppressa dal genio più potente del suo rivale.
Nacquero inevitabilmente delle dispute intorno a' confini de' contigui
loro Stati; e dopo gl'indugi d'una infruttuosa negoziazione, si propose
ed accettò un personal congresso de' due Re. Quest'abboccamento di
Clodoveo e d'Alarico si fece in una piccola isola della Loira, vicina ad
Amboise. Si abbracciarono essi, conversarono famigliarmente, mangiarono
insieme, e si separarono con le più calde proteste di pace e d'amore
fraterno. Ma l'apparente loro amicizia nascondeva un oscuro sospetto di
perfidi ed ostili disegni; e le lor mutue querele sollecitarono, elusero
ed impedirono una finale composizione. Clodoveo in un'assemblea di
Principi e di guerrieri, tenuta a Parigi, ch'ei risguardava già come la
sua sede, dichiarò il pretesto ed il motivo di una guerra Gotica. «Mi
dispiace, disse, di vedere che gli Arriani tuttavia posseggano la più
bella parte della Gallia. Marciamo contro di loro, coll'aiuto di Dio; e
vinti gli eretici, possederemo, e ci divideremo le fertili loro
Province[186].» I Franchi, eccitati dall'ereditario valore, e dal
recente zelo, applaudirono al generoso disegno del loro Monarca;
espressero la lor risoluzione di conquistare, o di morire, poichè la
morte e la conquista sarebbero state ugualmente vantaggiose; e
solennemente protestarono, che non si sarebber rasi la barba,
finattantochè la vittoria non gli avesse assoluti da quell'inconveniente
voto. L'impresa fu promossa dalle pubbliche, o private esortazioni di
Clotilde. Rammentò essa al marito, con quanta efficacia le pie
fondazioni avrebber reso propizia la divinità, ed i servitori di essa:
ed il Cristiano eroe, scagliando la sua scure militare con abile e
robusto braccio. «Là, disse, nel luogo, dove caderà la mia
_Francesca_[187], edificherò una Chiesa in onore de' santi Apostoli».
Questa ostentata pietà confermò e giustificò l'attaccamento de'
Cattolici, co' quali aveva esso una segreta corrispondenza; e le devote
lor brame appoco appoco divennero una formidabil cospirazione. Il Popolo
d'Aquitania era eccitato dagl'indiscreti rimproveri de' tiranni Gotici,
che giustamente l'accusavano di preferire il dominio de' Franchi; e
Quinziano, Vescovo di Rodes[188], zelante loro aderente, predicava con
più forza nel suo esilio, che nella sua Diocesi. Alarico, ad oggetto di
resistere a questi nemici stranieri e domestici, ch'erano fortificati
dall'alleanza dei Borgognoni, raccolse le sue truppe molto più numerose
delle forze militari di Clodoveo. I Visigoti ripresero l'esercizio delle
armi, ch'essi avevano trascurato in una lunga lussuriosa pace[189]; uno
scelto corpo di valenti e robusti schiavi seguitarono i loro padroni nel
campo[190]; e le città della Gallia furon costrette a somministrare il
loro dubbioso e ripugnante aiuto. Teodorico, Re degli Ostrogoti, che
regnava in Italia, aveva cercato di mantener la tranquillità della
Gallia; ed assunse o affettò per tal motivo l'imparzial carattere di
mediatore. Ma l'accorto Monarca temeva il nascente Impero di Clodoveo, e
stabilmente impegnossi a sostenere la nazionale e religiosa causa de'
Goti.

[A. 507]

Gli accidentali, o artificiali prodigi, che adornarono la spedizione di
Clodoveo, furono accettati da un secolo superstizioso come una manifesta
dichiarazione del favor divino. Ei partì da Parigi; e siccome passò con
decente reverenza per tutta la sacra Diocesi di Tours, la sua ansietà lo
tentò di consultare l'urna di S. Martino, ch'era il santuario e
l'oracolo della Gallia. Fu ordinato a' suoi messaggi di notare le parole
del salmo, che si fosser cantate in quel preciso momento, nel quale essi
entravano in Chiesa. Quelle parole fortunatamente espressero il valore e
la vittoria de' campioni del Cielo, e facilmente se ne fece
l'applicazione al nuovo Giosuè, al nuovo Gedeone, che usciva a
combattere contro i nemici del Signore[191]. Orleans assicurò a' Franchi
un ponte sulla Loira; ma alla distanza di quaranta miglia da Poitiers,
fu arrestato il progresso loro da uno straordinario gonfiamento del
fiume Vigenna, o Vienna, mentre le opposte rive eran coperte
dall'accampamento de' Visigoti. La dilazione dev'esser sempre pericolosa
per i Barbari, che consumano il paese, per il quale marciano; e
quand'anche avesse Clodoveo avuto comodo e materiali, sarebbe stato
impossibile di costruire un ponte, o forzare il passaggio in faccia ad
un superiore nemico. Ma gli affezionati contadini, ch'erano impazienti
d'accogliere il loro liberatore, poteron facilmente mostrargli un passo
incognito, o non guardato; s'innalzò il merito della scoperta dall'utile
interposizione della frode, o della finzione; ed un bianco cervo di
singolar grandezza e beltà, comparve a guidare e ad animare la marcia
dell'armata cattolica. I consigli de' Visigoti furono irrisoluti e
distratti. Una folla d'impazienti guerrieri, che presumevano assai della
loro forza, e sdegnavano di fuggire avanti a' ladri della Germania,
eccitò Alarico a sostenere colle armi il nome ed il sangue del
conquistatore di Roma. Il consiglio dei Capitani più gravi lo stimolava
ad eludere il primo ardore de' Franchi; e ad aspettare, nelle Province
meridionali della Gallia, i veterani e vittoriosi Ostrogoti, che il Re
d'Italia gli aveva già mandato in soccorso. Si consumarono in oziose
deliberazioni i decisivi momenti; i Goti abbandonarono, forse con troppa
fretta, un posto vantaggioso, e perderono l'opportunità d'una sicura
ritirata per causa de' tardi e disordinati lor movimenti. Dopo che
Clodoveo ebbe passato il guado, che tuttavia si chiama del _cervo_, si
avanzò con arditi e veloci passi ad impedire la fuga del nemico. La
notturna sua marcia fu diretta da una lucida meteora, sospesa nell'aria
sopra la Cattedrale di Poitiers; e tal segnale, che poteva essersi
precedentemente concertato col successore ortodosso di S. Ilario, fu
paragonato alla colonna di fuoco, che guidò gl'Israeliti nel deserto.
Alla terza ora del giorno, circa dieci miglia di là da Poitiers,
Clodoveo sopraggiunse, ed immediatamente attaccò l'armata Gotica, la cui
disfatta era già preparata dal terrore e dalla confusione. Pure
nell'estremo loro pericolo si riunirono insieme: ed i bellicosi giovani,
che avevano altamente richiesto di combattere, non vollero sopravvivere
all'ignominia della fuga. I due Re s'incontrarono nella pugna: Alarico
cadde per mano del suo rivale; ed il vittorioso Franco fu salvato per la
buona tempra della sua corazza, e per il vigore del suo cavallo, dalle
lance di due disperati Goti, che furiosamente corsero contro di lui per
vendicare la morte del lor Sovrano. L'incerta espressione d'una montagna
di uccisi serve per indicare una crudele quantunque indefinita strage;
ma Gregorio ha diligentemente osservato, che Apollinare, figlio di
Sidonio, suo valoroso nazionale, perdè la vita alla testa de' nobili
dell'Alvergna. Forse questi sospetti Cattolici erano stati
maliziosamente esposti al cieco assalto del nemico; e forse l'influenza
della religione cedè all'attaccamento personale, od all'onor
militare[192].

[A. 507]

Tal è l'Impero della fortuna (se pure tuttavia possiam cuoprire la
nostra ignoranza con questo volgar vocabolo), che è quasi ugualmente
difficile il prevedere gli eventi della guerra, che lo spiegarne le
varie conseguenze. Una sanguinosa e compita vittoria non ha portato alle
volte, che il puro possesso del campo; ed alle volte la perdita di
diecimila uomini è stata capace, in un giorno, a distruggere l'opera di
più secoli. La decisiva battaglia di Poitiers fu seguita dalla conquista
dell'Aquitania. Alarico aveva lasciato dopo di se un figlio fanciullo,
un bastardo suo competitore, da' Nobili faziosi, ed un Popolo disleale;
e le restanti truppe de' Goti eran oppresse dalla generale
costernazione, o rivolte le une contro le altre nelle civili discordie.
Il vittorioso Re de' Franchi procedè senza dilazione all'assedio
d'Angolemme. Al suono delle sue trombe, le mura della città imitaron
l'esempio di quelle di Gerico, e ad un tratto caddero a terra: splendido
miracolo, che può ridursi alla supposizione, che qualche clerical
macchinista avesse segretamente scavato i fondamenti delle
fortificazioni[193]. A Bordò, che si era sottomessa senza resistenza,
Clodoveo stabilì i suoi quartieri d'inverno, e la prudente sua economia
trasferì da Tolosa il tesoro reale, ch'era depositato nella Capitale
della Monarchia. Il Conquistatore penetrò sino a' confini della
Spagna[194]; risarcì l'onore della Chiesa Cattolica; piantò in Aquitania
una colonia di Franchi[195]; e commesse a' suoi Luogotenenti la facile
impresa di soggiogare, o d'estirpare la Nazione de' Visigoti. Ma questi
erano protetti dal saggio e potente Monarca d'Italia. Finattantochè la
bilancia durò ad essere uguale, Teodorico aveva forse a bella posta
differito la marcia degli Ostrogoti; ma i loro valorosi sforzi
resisterono in seguito con successo all'ambizione di Clodoveo; e
l'esercito de' Franchi, e de' Borgognoni loro alleati, fu costretto a
levare l'assedio d'Arles con la perdita, per quanto fu detto, di
trentamila uomini. Queste vicende fecero inclinare il fiero spirito di
Clodoveo ad acconsentire ad un vantaggioso trattato di pace. Fu
rilasciato ai Visigoti il possesso della Settimania, piccolo tratto di
costa marittima dal Rodano ai Pirenei; ma l'ampia Provincia
dell'Aquitania, da quelle montagne fino alla Loira, fu indissolubilmente
unita al regno di Francia[196].

[A. 510]

Dopo il successo della Guerra Gotica, Clodoveo accettò gli onori del
Consolato Romano. L'Imperatore Anastasio ambì di dare al più potente
rivale di Teodorico il titolo e le insegne di quell'eminente dignità;
pure il nome di Clodoveo per qualche ignota causa non è stato inserito
ne' _Fasti_ nè dell'Oriente, nè dell'Occidente[197]. Nel giorno solenne,
il Monarca della Gallia, col diadema sul capo, fu investito nella Chiesa
di S. Martino, della tunica, e del manto di porpora. Di là si trasferì a
cavallo alla Cattedrale di Tours; e passando per le strade spargeva
profusamente con le proprie mani un donativo d'oro e d'argento alla
lieta moltitudine, che non cessava di ripeter le sue acclamazioni di
Console, e d'_Augusto_. L'autorità, che di fatto, o di diritto avea
Clodoveo, non poteva ricevere alcun nuovo aumento dalla dignità
consolare. Essa era un nome, un'ombra, una vana pompa; e se il
conquistatore avesse voluto pretendere le antiche prerogative di quel
sublime uffizio, sarebbero queste spirate dentro lo spazio dell'annua
durata di esso. Ma i Romani eran disposti a venerare nella persona del
loro Signore quell'antico titolo, che gl'Imperatori stessi
condiscendevano a prendere: il Barbaro medesimo pareva, che contraesse
una sacra obbligazione di rispettare la maestà della Repubblica; ed i
successori di Teodosio, col cercarne l'amicizia, tacitamente
dimenticavano, e quasi ratificavano l'usurpazione della Gallia.

[A. 536]

Venticinque anni dopo la morte di Clodoveo venne dichiarata finalmente
quest'importante concessione in un trattato fra' suoi figli, e
l'Imperador Giustiniano. Gli Ostrogoti d'Italia, incapaci a difendere i
loro distanti acquisti, avevan ceduto a' Franchi la città d'Arles,
tuttavia decorata della sede d'un Prefetto del Pretorio, e di Marsilia,
arricchita da' vantaggi del commercio, e della navigazione[198]. Fu
confermata questa cessione dall'autorità Imperiale; e Giustiniano,
generosamente cedendo a' Franchi la sovranità de' paesi di là dalle
Alpi, che già possedevano, assolvè i Provinciali dall'obbligo di
fedeltà; e stabilì sopra un più legittimo, sebbene non più solido,
fondamento il trono de Merovingi[199]. Da quel tempo in poi essi
goderono il diritto di celebrare in Arles i giuochi Circensi: e per un
singolar privilegio, ch'era negato fino al Monarca Persiano, la Moneta
d'oro, coniata col nome, e l'immagine loro, ebbe un libero corso
nell'Impero[200]. Un Istorico Greco di quel tempo ha lodato le private e
pubbliche virtù de' Franchi con un parziale entusiasmo, che non si può
sufficientemente giustificare coi loro annali domestici[201]. Ei celebra
la gentilezza ed urbanità, il regolare governo, e l'ortodossa religione
di essi; ed arditamente asserisce, che questi Barbari non si potevan
distinguere da' sudditi di Roma, che per l'abito ed il linguaggio loro.
Forse i Franchi spiegavano già quella socievol disposizione, e vivace
grazia, che in ogni tempo ha mascherato i loro vizi, ed alle volte
nascosto l'intrinseco loro merito. Forse Agatia ed i Greci, furono
abbagliati dal rapido progresso delle loro armi, e dallo splendore del
loro impero. Dopo la conquista della Borgogna, la Gallia, in tutta la
sua estensione, a riserva della Gotica Provincia di Settimania, era
soggetta a' figli di Clodoveo. Esse avevano estinto il regno Germanico
della Turingia, ed il vago loro dominio penetrava di là dal Reno nel
cuore delle native loro foreste. Gli Alemanni ed i Bavari, che avevan
occupato le Romane Province della Rezia e del Norico, al mezzo giorno
del Danubio, si riconoscevano umili vassalli de' Franchi; ed il debole
ritegno delle Alpi, era incapace di resistere alla loro ambizione.
Quando l'ultimo de' figli di Clodoveo, che sopravvisse agli altri, nella
sua persona riunì l'eredità e le conquiste de' Merovingi, s'estendeva il
suo regno molto al di là de' confini della moderna Francia. Pure questa,
tal è stato il progresso delle arti e della politica, di gran lunga
sorpassa in ricchezza, popolazione e potenza gli spaziosi, ma selvaggi
reami di Clotario, o di Dagoberto[202].

I Franchi o Francesi son l'unico Popolo d'Europa, che possa dimostrare
una continua successione dai conquistatori dell'Impero occidentale. Ma
la loro conquista della Gallia fu seguita da dieci secoli d'anarchia e
d'ignoranza. Quando risorsero le lettere, gli studiosi, che si eran
formati nelle scuole di Atene e di Roma, sdegnarono i Barbari loro
maggiori; e passò un lungo tratto di tempo avanti che la paziente fatica
potesse preparare i materiali necessari, per soddisfare, o piuttosto
eccitare, la curiosità de' tempi più illuminati[203]. Finalmente
l'occhio della critica e della Filosofia si rivolse alle antichità di
Francia; ma anche i Filosofi sono attaccati dal contagio del
pregiudizio, e della passione. I sistemi più disperati, ed esclusivi
della personal servitù de' Galli, o della volontaria loro ed uguale
alleanza co' Franchi, si sono audacemente immaginati, ed ostinatamente
difesi: e gl'intemperanti disputatori si sono vicendevolmente accusati
di cospirare contro le prerogative della corona, contra la dignità de'
Nobili, o la libertà del Popolo. Pure l'aspro conflitto ha esercitato
ultimamente le armi nemiche dell'erudizione e dell'ingegno, ed ogni
antagonista, ora vincitore ora vinto, ha estirpato qualche antico
errore, e stabilito qualche verità interessante. Un imparziale
straniero, istruito dalle scoperte, dalle dispute, ed anche dagli errori
loro, può descrivere, con gli stessi autentici materiali, lo stato de'
provinciali Romani, dopo che la Gallia fu sottomessa alle armi, ed alle
Leggi de' Re Merovingici[204].

La più rozza e servil condizione della società umana è sempre diretta da
regole fisse e generali. Quando Tacito osservò la primitiva semplicità
de' Germani, scuoprì alcune massime costanti, o costumanze di vita
pubblica e privata, che si conservarono da una fedel tradizione fino
all'introduzione dell'arte di scrivere, e della lingua Latina[205].
Prima dell'elezione dei Re Merovingici, la più potente tribù, o nazione
de' Franchi deputò quattro venerabili Capitani a comporre le leggi
_Saliche_[206]; ed il loro lavoro fu esaminato, ed approvato in tre
successive adunanze dal Popolo. Clodoveo dopo il suo Battesimo, ne
riformò vari articoli, che sembravano incompatibili col Cristianesimo:
il Gius Salico fu di nuovo emendato da' suoi figli; e finalmente sotto
il Regno di Dagoberto fu rivisto e promulgato il Codice medesimo
nell'attuale sua forma, cento anni dopo lo stabilimento della Monarchia
Francese. Dentro l'istesso periodo di tempo, furon trascritti e
pubblicati gli usi de' _Ripuari_; e Carlo Magno medesimo, legislatore
del suo secolo, e del suo paese, aveva diligentemente studiate i due
corpi di leggi nazionali, che tuttavia si osservavan da' Franchi[207].
La stessa cura si estese anche a' loro vassalli, e furon diligentemente
compilati e ratificati dalla suprema autorità de' Re Merovingici i rozzi
istituti degli Alemanni e de' Bavari. I Visigoti ed i Borgognoni, le
conquiste de' quali nella Gallia precederono quelle de' Franchi,
dimostrarono meno impazienza a procurarsi uno de' principali vantaggi
della società incivilita. Enrico fu il primo de' Principi Goti, che pose
in iscritto le usanze ed i costumi del suo Popolo; e la composizione
delle Leggi Borgognone fu un effetto di politica, piuttosto che di
giustizia, per sollevare il giogo e riguadagnar l'affezione de' Gallici
loro sudditi[208]. Così, per una singolare combinazione, i Germani
formarono le semplici loro istituzioni in un tempo, in cui si condusse
all'ultima sua perfezione l'elaborato sistema della Giurisprudenza
Romana. Possiamo confrontare nelle Leggi Saliche, e nelle Pandette di
Giustiniano, i primi rudimenti e la piena maturità del sapore civile; e
per quanto possiamo esser prevenuti in favore de' Barbari, le nostre più
tranquille riflessioni attribuiranno a' Romani i superiori vantaggi, non
solo della scienza e della ragione, ma anche dell'umanità e della
giustizia. Pure le leggi de' Barbari erano adattate a' bisogni e
desiderj, alle occupazioni ed alla capacità loro; e tutte contribuivano
a conservar la pace, ed a promuovere i vantaggi della società, per uso
della quale in principio erano state fatte. I Merovingi, in cambio
d'imporre una regola uniforme di condotta a' diversi lor sudditi,
permisero ad ogni Popolo, e ad ogni famiglia del loro Impero di usare
liberamente le domestiche loro costituzioni[209]; nè i Romani furono
esclusi da' comuni vantaggi di questa civil tolleranza[210]. I figli
abbracciavan la legge de' loro padri, la moglie quella del marito, il
liberto quella del padrone; ed in tutte le cause, nelle quali fossero di
varia nazione le parti, l'attore o l'accusatore era tenuto a seguitare
il foro del reo, che può sempre avere una giudicial presunzione di
diritto o d'innocenza. Si concedeva una maggior libertà, se uno alla
presenza del Giudice, dichiarava la legge, secondo la quale voleva
vivere, e la nazional società, a cui desiderava d'appartenere. Tale
indulgenza doveva abolire le parziali distinzioni della vittoria; ed i
provinciali Romani potevano pazientemente soffrire gl'incomodi della lor
condizione, giacché da loro stessi dipendeva di godere il privilegio di
liberi e bellicosi Barbari[211], se ne volevano assumere il carattere.

Quando la giustizia esige inesorabilmente la morte dell'omicida, ogni
privato cittadino viene confortato dalla sicurezza, che le Leggi, i
Magistrati, e tutta la società vegliano alla personal sua salute. Ma
nella disfrenata società de' Germani la vendetta fu sempre onorevole, e
spesso meritoria: l'indipendente guerriero puniva, o vendicava con le
proprie mani le ingiurie, ch'egli aveva fatte, o ricevute: e non dovea
temere, che il risentimento de' figli, e de' congiunti del nemico,
ch'egli aveva sacrificato alle proprie passioni. Il Magistrato,
consapevole della sua debolezza, s'interponeva non per punire, ma per
riconciliare; ed era ben soddisfatto se poteva persuadere, o
costringere, le parti contendenti a pagare, o ad accettare la moderata
tassa, ch'era stata fissata come prezzo del sangue[212]. Il feroce
spirito de' Franchi si sarebbe opposto ad una più rigorosa sentenza; la
stessa fierezza deprezzava quest'inefficaci ritegni; e quando i semplici
loro costumi furon corrotti dalla ricchezza della Gallia, era
continuamente violata la pubblica pace da atti di repentini, o
deliberati delitti. In ogni giusto Governo, s'infligge o almeno s'impone
la medesima pena per l'uccisione d'un Villano o d'un Principe. Ma la
nazional disuguaglianza, stabilita da' Franchi ne' loro processi
criminali, fu l'ultimo insulto, ed abuso della conquista[213]. Ne'
tranquilli momenti della Legislazione, solennemente pronunziarono, che
la vita d'un Romano fosse di minor valore di quella d'un Barbaro.
L'_Antrustione_[214], vocabolo ch'esprimeva la più illustre nascita o
dignità fra i Franchi, era valutato la somma di seicento monete d'oro,
mentre il nobile Provinciale, ch'era ammesso alla tavola del Re, poteva
esser ucciso legalmente con la spesa di trecento monete. Dugento si
stimarono sufficienti per un Franco di condizione ordinaria; ma i Romani
più bassi erano esposti al disonore, ed al pericolo, mediante una tenue
compensazione di cento, o anche di cinquanta monete d'oro. Se queste
leggi si fossero regolate con qualche principio d'equità o di ragione,
la pubblica difesa avrebbe dovuto supplire in giusta proporzione alla
mancanza di forza personale. Ma il Legislatore avea pesato nella
bilancia, non della giustizia, ma della politica, la perdita d'un
soldato e quella d'uno schiavo: la testa d'un insolente rapace Barbaro
era guardata da una grave tassa; e si dava il più tenue aiuto a' sudditi
più deboli. Il tempo appoco appoco abbattè l'orgoglio de' conquistatori,
e la pazienza de' vinti; ed il più audace cittadino apprese per
esperienza, ch'ei poteva soffrire più ingiurie di quelle, che potesse
farne. A misura che i costumi dei Franchi divenner meno feroci, le lor
leggi si renderono meno severe; ed i Re Merovingici tentarono di imitare
l'imparzial rigore de' Visigoti, e de' Borgognoni[215]. Sotto l'impero
di Carlo Magno, l'omicidio era generalmente punito con la morte; e l'uso
delle pene capitali si è abbondantemente moltiplicato nella
Giurisprudenza della moderna Europa[216].

Le professioni civili e militari, ch'erano state separate da Costantino,
furono di nuovo unite insieme da' Barbari. Il duro suono de' nomi
Teutonici fu addolcito riducendoli a' titoli latini di Duca, di Conte, o
di Prefetto, ed il medesimo Ufiziale prese nel suo distretto il comando
delle truppe, e l'amministrazione della giustizia[217]. Ma il fiero ed
inculto Capitano rade volte era capace di soddisfare a' doveri di
Giudice, che richiedono tutte le facoltà d'una mente filosofica,
laboriosamente coltivata dall'esperienza e dallo studio; e la sua rozza
ignoranza fu costretta ad abbracciare alcuni semplici, e visibili metodi
di assicurar la causa della giustizia. In ogni religione si è invocata
la Divinità per confermare la verità, o per punire la falsità della
testimonianza umana; ma questo potente istrumento fu male applicato
dalla semplicità de' Germani Legislatori, o se ne abusarono. La parte
accusata poteva giustificare la sua innocenza, producendo al Tribunale
un numero di amichevoli testimoni, che solennemente dichiaravano la loro
credenza o sicurezza, ch'esso non fosse colpevole. Secondo il peso
dell'accusa moltiplicavasi questo numero legale di _Compurgatori_; per
assolvere un incendiario, o un assassino, si richiedevano settantadue
persone; e quando era sospetta la castità d'una Regina di Francia,
trecento valorosi Nobili giuravano senza esitare, che il nato Principe
era stato realmente generato dal defunto di lei marito[218]. Il delitto,
e lo scandalo di manifesti e frequenti spergiuri indussero i Magistrati
a rimovere tali pericolose tentazioni; ed a supplire a' difetti della
testimonianza umana per mezzo de' famosi sperimenti del fuoco e
dell'acqua. Tali straordinarie prove furono sì capricciosamente
immaginate, che in alcuni casi il delitto, ed in altri l'innocenza, non
potea provarsi senza l'interposizione d'un miracolo. Facilmente, si
procuravan questi miracoli dalla frode, e dalla credulità; le cause più
intricate si decidevano con questo _facile ed infallibile_ metodo; ed i
turbolenti Barbari, che avrebbero sdegnato la sentenza del Magistrato,
umilmente si sottomettevano al giudizio di Dio[219].

Ma le prove per via di duello, appoco appoco, ebbero il maggior credito
ed autorità presso un Popolo guerriero, che non potea credere che un
uomo valoroso meritasse di soffrire, o un vigliacco di vivere[220]. Sì
ne' processi civili, che ne' criminali, l'attore o l'accusatore, il reo,
o anche il testimone, erano esposti alla mortal disfida per parte
dell'avversario, che mancava di prove legali; e dovevano, o abbandonar
la causa, o pubblicamente sostenere il proprio onore nel campo di
battaglia. Combattevano essi, o a piedi o a cavallo, secondo l'uso della
loro nazione[221]; e la decisione della spada, o della lancia veniva
ratificata dalla sanzione del Cielo, del Giudice, e del Popolo. Questa
legge sanguinaria fu introdotta nella Gallia dai Borgognoni; e
Gundobaldo[222] loro Legislatore condiscese a rispondere in tal modo
alle querele ed obbiezioni d'Avito, suo suddito. «Non è egli vero, disse
il Re di Borgogna al Vescovo, che l'evento delle guerre delle Nazioni o
de' combattimenti privati è diretto dal giudizio di Dio; e che la sua
Provvidenza aggiudica la vittoria a chi ha la causa più giusta?» Per
mezzo di tali argomenti, che in quel tempo prevalsero, l'assurda e
crudel pratica de' duelli giudiciali, ch'era stata propria di alcune
Tribù di Germania, fu propagata e stabilita in tutte le monarchie
dell'Europa, dalla Sicilia fino al Baltico. Al termine di dieci secoli,
il regno della violenza legale non era totalmente estinto, e sembra, che
le censure inefficaci de' Santi, de' Papi, e de' Sinodi provino solo,
che la forza della superstizione s'indebolisce quando, contro la sua
natura, fa lega colla ragione, e coll'umanità. I tribunali eran
macchiati col sangue forse di innocenti e rispettabili cittadini; la
legge, che ora favorisce il ricco, allora cedeva al forte; ed il
vecchio, il debole, l'infermo eran condannati o a rinunziare a' loro più
be' diritti e possessi, o a sostenere i pericoli d'un disuguale
combattimento[223], o ad affidarsi al dubbioso aiuto d'un campion
mercenario. Questa oppressiva Giurisprudenza regolava i Provinciali
della Gallia, che si querelavano di qualche ingiuria fatta loro nelle
persone, o ne' beni. Per quanto fosse grande la forza o il coraggio
degli individui, i vittoriosi Barbari erano al di sopra nell'amore, e
nell'esercizio delle armi; ed il vinto Romano era ingiustamente citato a
ripetere nella propria persona la sanguinosa contesa, che già era stata
decisa contra la sua patria[224].

Un esercito divoratore di centoventimila Germani anticamente aveva
passato il Reno sotto il comando d'Ariovisto. Fu appropriata loro la
terza parte delle fertili terre de' Sequani; ed il Conquistatore ben
tosto ripetè le sue oppressive domande d'un'altra terza parte per uso
d'una nuova colonia di ventimila Barbari, ch'egli aveva invitato a
partecipare della ricca messe della Gallia[225]. Alla distanza di
cinquecento anni, i Visigoti, ed i Borgognoni, che vendicarono la
disfatta d'Ariovisto, usurparono la stessa disugual proporzione _de' due
terzi_ delle terre soggette. Ma questa distribuzione, invece
d'estendersi a tutta la Provincia, può ragionevolmente limitarsi a'
particolari distretti, ne' quali si era stabilito il Popolo vittorioso
per propria elezione, o per la politica del suo Capitano. In questi
distretti ogni Barbaro era legato con qualche provinciale Romano da'
vincoli dell'ospitalità. Il proprietario era costretto di cedere a
quest'ospite non gradito due terzi del suo patrimonio. Ma il Germano
pastore, o cacciatore, si sarà talvolta contentato d'uno spazioso tratto
di selva, o di pastura, rilasciando la più piccola, quantunque più
valutabile parte, al travaglio dell'industrioso Agricoltore[226]. La
mancanza di antiche ed autentiche testimonianze ha favorito l'opinione,
che la rapina de' _Franchi_ non fosse moderata, o coperta dalle
formalità d'una legal divisione; che questi si fosser dispersi nelle
Province della Gallia senza ordine o ritegno veruno; e che ogni
vittorioso ladro, secondo i suoi bisogni, la sua avarizia, e la sua
forza, misurasse con la spada l'estensione del nuovo suo patrimonio. I
Barbari, che si trovavano in distanza dal lor Sovrano, saranno forse
stati tentati ad esercitare tali arbitrarie depredazioni; ma la stabile
ed artificiosa politica di Clodoveo doveva frenare uno spirito
licenzioso, che avrebbe aggravato la miseria del vinto, nel tempo che
corrompeva l'unione, e la disciplina de' conquistatori. Il memorabile
vaso di Soissons è un monumento, ed una prova della regolar
distribuzione delle spoglie Galliche. Era dovere, ed interesse di
Clodoveo il provvedere di premj una armata vittoriosa, e di stabilimenti
un numeroso Popolo, senza però cagionare de' dispiaceri, e delle
ingiurie superflue a' suoi leali Cattolici della Gallia. L'ampio fondo,
ch'ei poteva legittimamente acquistare dall'Imperial patrimonio, i
terreni vacanti, e le Gotiche usurpazioni, dovevan diminuire la crudele
necessità dell'invasione e della confisca; e gli umili Provinciali
dovevano più pazientemente piegarsi all'uguale e regolar distribuzione
della loro perdita[227].

La ricchezza de' Principi Merovingi consisteva nell'esteso lor
patrimonio. Dopo la conquista della Gallia, tuttavia si dilettavano
della rustica semplicità dei loro maggiori: le città furono abbandonate
alla solitudine, ed alla decadenza; e le monete, le carte, ed i sinodi
loro, portano sempre i nomi delle ville o dei palazzi rurali, ne' quali
successivamente risederono. Erano sparsi per le Province del loro regno
centosessanta di questi palazzi, titolo che non dev'eccitare alcuna
inopportuna idea d'arte, o di lusso, e se alcuni di essi potevano
pretender l'onore di Fortezze, la massima parte non debbono stimarsi,
che utili fattorie. L'abitazione de' chiomati Re era circondata da
comode corti, e da stalle pel bestiame, e pei polli; il giardino
conteneva degli utili vegetabili; si esercitavano da mani servili per
vantaggio del Sovrano le varie specie di commercio, i lavori
dell'agricoltura, ed anche le arti della caccia, e della pesca: i suoi
magazzini erano pieni di grano, e di vino o per vendersi o per il
consumo, e tutta l'amministrazione si regolava con le più strette
massime della privata economia[228]. Quest'ampio patrimonio fu destinato
a sostenere l'estesa ospitalità di Clodoveo, e de' suoi successori; ed a
premiare la fedeltà de' bravi loro compagni, che tanto in pace, che in
guerra erano addetti al loro personal servizio. In vece d'un cavallo o
di una continua armatura, ogni compagno, secondo il proprio grado,
merito o favore, era investito d'un Benefizio: nome primitivo, e più
semplice modello delle possessioni feudali. Tali doni potevan
riprendersi a piacimento del Sovrano; e la debole sua prerogativa traeva
qualche vantaggio dall'influenza della sua liberalità. Ma questo
dipendente possesso, fu appoco appoco, abolito[229] dagl'indipendenti, e
rapaci nobili della Francia, che formarono un perpetuo patrimonio, ed
un'ereditaria successione de' lor Benefizi: rivoluzione salutare per li
terreni che erano stati danneggiati, o negletti da' loro precari
signori[230]. Oltre questi beni reali e beneficiari, nella divisione
della Gallia era stata assegnata loro una gran porzione di terre
Allodiali e Saliche: queste erano esenti dal tributo, e le terre Saliche
si dividevano ugualmente fra i discendenti maschi de' Franchi[231].

Nelle sanguinose discordie, e nella tacita decadenza della stirpe
Merovingica, si formò nelle Province una nuova specie di tiranni, che
sotto la denominazione di seniori o Signori usurparono un diritto di
governare, ed una licenza d'opprimere i sudditi de' particolari lor
territori. La loro ambizione poteva tenersi a freno bensì dall'ostile
resistenza d'un uguale; ma le leggi s'estinsero; ed i sacrileghi
Barbari, che ardivano di provocar la vendetta d'un santo, o d'un
vescovo[232], rade volte rispettavano i termini d'un profano e debol
vicino. I comuni o pubblici diritti naturali, quali si erano sempre
mantenuti dalla Romana Giurisprudenza[233], furono rigorosamente
limitati da' Germani conquistatori, il divertimento, o piuttosto la
passione dei quali era l'esercizio della caccia. L'esteso dominio, che
l'Uomo ha preso su' selvaggi abitatori della terra, dell'aria e
dell'acqua, fu ristretto ad alcuni fortunati individui della specie
umana. La Gallia fu di nuovo coperta di boschi; e gli animali, riservati
all'uso o al piacere del Signore, potevan devastare impunemente le
campagne degl'industriosi vassalli. La caccia era il sacro privilegio
de' Nobili, e de' famigliari loro servi. I trasgressori plebei erano
gastigati per legge con verghe, e con la carcere[234]; ed in un secolo
che ammetteva una tenue composizione per la vita d'un cittadino, era un
delitto capitale il distruggere un cervo, o un toro salvatico dentro i
recinti delle foreste reali[235].

Secondo le massime della guerra antica, il vincitore diveniva Signore
del nemico, ch'egli avea soggiogato e conservato in vita[236]: e la
lucrosa causa della servitù personale, ch'era stata quasi soppressa
dalla pacifica sovranità di Roma, si fece di nuovo risorgere e si
moltiplicò dalle perpetue ostilità degl'indipendenti Barbari. Il Goto,
il Borgognone o il Franco, che tornava da una spedizione di buon
successo, si traeva dietro una lunga serie di pecore, di bovi e di
schiavi umani, ch'esso trattava col medesimo brutal disprezzo. I giovani
d'un'elegante figura, e di buono aspetto erano messi a parte per il
servizio domestico: situazione dubbiosa, che gli esponeva
alternativamente al favorevole o crudele impulso delle passioni. Gli
artefici e servi utili (come i fabbri, i legnaiuoli, i sarti, i
calzolai, i cuochi, i giardinieri, i tintori, gli orefici, ed argentieri
ec.) impiegavano la loro abilità per uso e vantaggio de' loro padroni.
Ma gli schiavi Romani, che eran privi d'arte e capaci di fatica, venivan
condannati, senza riguardo alla prima lor condizione, a guardare il
bestiame, ed a coltivar le terre de' Barbari. Il numero degli schiavi
ereditari ch'erano attaccati a' patrimoni Gallici, veniva continuamente
accresciuto da nuove reclute; ed il servil Popolo, secondo la situazione
ed il carattere de' padroni, talora veniva sollevato mercè di una
precaria indulgenza; e più frequentemente depresso da un capriccioso
dispotismo[237]. Si esercitava da questi padroni un assoluto potere di
vita e di morte sopra di loro; e quando maritavan le proprie figlie, si
mandava, come un dono nuziale in un lontano paese[238], una quantità di
servi utili, incatenati su' carri per impedirne la fuga. La maestà delle
Leggi Romane difendeva la libertà d'ogni cittadino contro i temerari
effetti della propria sua miseria, o disperazione. Ma i sudditi de Re
Merovingi potevano alienare la loro libertà personale; e questo atto di
legal suicidio, che frequentemente si praticava, vien espresso con
termini i più vergognosi, ed umilianti per la dignità della natura
umana[239]. L'esempio del povero che comprava la sua vita col sacrifizio
di tutto ciò, che può render la vita stessa desiderabile, fu appoco
appoco imitato dal debole, e dal devoto che, in tempi di pubbliche
turbolenze, vilmente correva in folla a ripararsi sotto il baloardo d'un
potente Capo, ed intorno alle reliquie d'un santo popolare. Si accettava
la lor sommissione da questi temporali o spirituali padroni; ed il
precipitoso atto irreparabilmente fissava la lor condizione, e quella
dell'ultima loro posterità. Dal regno di Clodoveo, per cinque secoli
successivi, le leggi, ed i costumi de' Galli furono uniformemente
diretti a promuovere l'accrescimento, ed a confermar la durata della
personal servitù. Il tempo, e la violenza quasi cancellarono i gradi
intermedi della società; e lasciarono un oscuro, ed angusto intervallo
fra il nobile e lo schiavo. Quest'arbitraria e recente divisione si è
trasformata dall'orgoglio e dal pregiudizio in una distinzion
_nazionale_, universalmente stabilita dalle armi e dalle leggi de'
Merovingi. I Nobili, che vantavano la genuina o favolosa lor discendenza
dagl'indipendenti, e vittoriosi Franchi, hanno sostenuto l'inalienabil
diritto di conquista, e ne hanno abusato sopra un'avvilita folla di
schiavi e plebei, a' quali attribuivano l'immaginaria disgrazia d'una
estrazione Gallica o Romana.

Lo stato generale e le rivoluzioni della Francia, nome imposto a quel
regno da' conquistatori, può illustrarsi coll'esempio particolare d'una
Provincia, di una diocesi e d'una Famiglia Senatoria. L'Alvergna in
antico aveva conservato una giusta superiorità fra gli Stati, e le città
indipendenti, della Gallia. I bravi e numerosi abitatori di essa
mostravano un trofeo singolare, cioè la spada che Cesare stesso avea
perduto quando fu rispinto dalle mura di Gergovia[240]. Risguardandosi
essi come discendenti comuni di Troia, vantavano una fraterna
connessione co' Romani[241]: e se ogni Provincia avesse imitato il
coraggio e la fedeltà dell'Alvergna, si sarebbe potuto impedire, o
differir la caduta dell'Occidentale Impero. Mantennero costantemente la
fedeltà, che avevano con ripugnanza giurata a' Visigoti; ma quando i
loro più valorosi nobili restarono uccisi nella battaglia di Poitiers,
accettarono senza resistenza un vittorioso e cattolico Sovrano. Si
compì, e si possedè questa facile e pregevol conquista da Teodorico,
figlio maggiore di Clodoveo: ma era separata da' suoi Stati d'Austrasia
quella distante Provincia, per l'interposizione de' regni di Soissons,
di Parigi e d'Orleans che dopo la morte del padre formarono l'eredità
de' suoi tre fratelli. Childeberto, Re di Parigi, fu tentato dalla
vicinanza e dalla beltà dell'Alvergna[242]. La campagna superiore, che
s'innalza verso il mezzodì nelle montagne di Cevennes, presentava un
ricco e vario prospetto di boschi e di pasture; i lati de' colli eran
vestiti di viti; ed ogni eminenza era coronata da una villa o da un
castello. Nell'Alvergna inferiore, il fiume Allier scorre per la bella e
spaziosa pianura di Limagna; e l'inesausta fertilità del suolo
somministrava, e tuttavia somministra, senz'alcuno intervallo di riposo,
la costante ripetizione delle stesse raccolte[243]. Sulla falsa notizia,
che il legittimo loro Sovrano fosse stato ucciso in Germania, si rese la
città e diocesi d'Alvergna dal nipote di Sidonio Apollinare. Childeberto
godè di questa clandestina vittoria; ed i sudditi liberi di Teodorico
minacciarono d'abbandonare le sue bandiere, se si lasciava trasportare
dal suo sdegno privato, mentre la nazione era impegnata nella guerra di
Borgogna. Ma i Franchi d'Austrasia tosto cederono alla persuasiva
eloquenza del loro Re. «Seguitemi,» disse Teodorico, «nell'Alvergna; io
vi condurrò in una Provincia, dove potrete acquistare dell'oro,
dell'argento, degli schiavi, del bestiame e de' mobili preziosi in
quell'abbondanza, che potete desiderare. Io vi confermo la mia promessa:
vi do in preda il Popolo e la sua ricchezza; e voi potrete a vostro
piacere trasportar tutto nel vostro paese.» Mediante l'esecuzione di
questa promessa, Teodorico perdè giustamente la fedeltà d'un Popolo
ch'ei condannò alla distruzione. Le sue truppe, rinforzate da' più
feroci Barbari della Germania[244], sparsero la desolazione sulla
fruttifera faccia dell'Alvergna; e solo due Piazze, un forte castello,
ed un santuario furon salvati o redenti dal licenzioso loro furore. La
Fortezza di Meroliac[245] era posta sopra un'alta rupe, che s'innalzava
cento piedi sulla superficie del piano; ed erano incluse dentro il
ricinto delle sue fortificazioni, una gran conserva d'acqua fresca, ed
alcune terre coltivabili. I Franchi risguardavano con invidia e
disperazione quella insuperabil Fortezza: ma sorpresero una truppa di
cinquanta soldati dispersi, e siccome erano oppressi dal numero de' loro
schiavi, fissarono l'alternativa della vita ad un piccolo prezzo, o
della morte per queste miserabili vittime, che i crudeli Barbari eran
pronti a scannare, se la guarnigione ricusava di rendersi. Un altro
distaccamento penetrò fino a Brivas o Brioude, dove gli abitanti si
erano rifuggiti co' loro mobili di più valore nel Santuario di S.
Giuliano. Le porte della Chiesa resisterono all'assalto; ma un audace
soldato v'entrò per una finestra del Coro, ed aprì il passo a' suoi
compagni. Si strapparono crudelmente dall'altare il Clero ed il Popolo,
le spoglie sacre e le profane; e si fece la sacrilega divisione ad una
piccola distanza dalla città di Brioude. Ma quest'atto d'empietà fu
severamente punito dal devoto figlio di Clodoveo. Ei gastigò con la
morte i delinquenti più atroci; rilasciò i segreti lor complici alla
vendetta di S. Giuliano; liberò gli schiavi; restituì la preda; ed
estese i diritti del santuario a cinque miglia in giro intorno al
sepolcro del santo Martire[246].

Prima che l'armata d'Austrasia si ritirasse dall'Alvergna, Teodorico
volle qualche sicurezza della futura fedeltà d'un Popolo, il giusto odio
del quale non poteva frenarsi, che dal timore. Fu data in mano del
Conquistatore una scelta truppa di nobili giovani, figli de' principali
Senatori, come ostaggi della fede di Childeberto e de' suoi Nazionali.
Al primo rumore di guerra o di cospirazione quest'innocenti giovani
furono ridotti ad uno stato di servitù; ed uno di loro, chiamato
Attalo[247], le avventure del quale sono più particolarmente riferite,
custodiva i cavalli del suo padrone nella Diocesi di Treveri. Dopo una
penosa ricerca, fu egli trovato in quell'indegna occupazione da quelli
che aveva mandato il suo avo Gregorio, Vescovo di Langres; ma le lor
offerte di riscatto vennero duramente rigettate dall'avarizia del
Barbaro, che esigeva un'esorbitante somma di dieci libbre d'oro per la
libertà del nobile suo schiavo. Si effettuò la sua liberazione, mediante
l'arrischioso stratagemma di Leone, schiavo attenente alle cucine del
Vescovo di Langres[248]. Un incognito agente facilmente l'introdusse
nell'istessa Famiglia. Il Barbaro comprò Leone per il prezzo di dodici
monete d'oro; ed ebbe piacere d'intendere, ch'egli s'era molto abilitato
nel lusso d'una tavola Episcopale: «Domenica prossima,» disse il Franco,
«inviterò i miei vicini e parenti. Impiega tutta la tua arte, e
costringili a confessare, ch'essi non hanno mai veduto, nè gustato un
pranzo simile neppure in casa del Re». Leone l'assicurò, che se egli
avesse provveduto una sufficiente quantità di polli, sarebbero stati
soddisfatti i suoi desiderj. Il padrone, che già aspirava al merito
d'una elegante ospitalità, si prese come sua la lode che i voraci
commensali concordemente diedero al suo cuoco; ed il destro Leone
insensibilmente acquistò la confidenza, ed il maneggio della famiglia.
Dopo aver pazientemente aspettato un intiero anno, ei disse cautamente
ad Attalo il suo disegno, e l'esortò a prepararsi alla fuga nella
seguente notte. Le intemperanti persone, convitate a cena, uscirono
quella sera a mezza notte da tavola; ed il genero del Franco, che Leone
servì al suo appartamento con una bevanda notturna, andava scherzando
sulla facilità, con cui poteva esso tradire la sua fede. L'intrepido
schiavo, dopo aver sostenuta questa pericolosa celia, entrò nella camera
del suo padrone; ne tolse la lancia e lo scudo; trasse tacitamente i più
veloci cavalli dalla stalla; aprì le pesanti porte, ed eccitò Attalo a
salvare con pronta diligenza la propria vita e libertà. I loro timori
gli mossero a lasciare i cavalli sulle rive della Mosa[249]; passarono
il fiume a nuoto, andaron vagando tre giorni per la vicina foresta; e
sussisterono solo per l'accidentale scoperta che fecero d'un susino
salvatico. Mentre stavan nascosti in un oscuro bosco, udiron lo strepito
de' cavalli; furono spaventati dal truce aspetto del loro padrone; e con
orrore sentirono la sua dichiarazione, che se poteva prendere i rei
fuggitivi, voleva tagliarne uno a pezzi con la sua spada, ed espor
l'altro sopra un patibolo. Finalmente Attalo, ed il fedel suo Leone
giunsero all'amica abitazione d'un Prete di Reims, che ristorò le loro
mancanti forze con pane e vino, gli celò alle ricerche del loro nemico e
gli condusse salvi, fuori de' confini dal Regno d'Austrasia, al palazzo
episcopale di Langros. Gregorio abbracciò il suo nipote con lacrime di
allegrezza; liberò con gratitudine Leone, e tutta la sua famiglia, dal
giogo della servitù, e gli concesse la proprietà d'una possessione, dove
potè finire i suoi giorni felicemente, ed in libertà. Questa singolare
avventura notata con tante circostanze di verità e di natura fu
raccontata forse da Attalo stesso al suo cugino o nipote, primo Istorico
dei Franchi. Gregorio di Tours[250] era nato circa sessant'anni dopo la
morte di Sidonio Apollinare: e la loro situazione fu quasi simile,
mentre ciascheduno di essi fu nativo dell'Alvergna, Senatore e Vescovo.
La differenza però dello stile e de' sentimenti loro può dimostrare la
decadenza della Gallia, e far chiaramente conoscere quanto la mente
umana in così breve spazio avea perduto d'energia e di acutezza[251].

Abbiamo adesso motivo di non curare le opposte fra loro, e forse
artificiose rappresentazioni, che hanno mitigato, o esagerato
l'oppressione de' Romani della Gallia sotto il regno de' Merovingi. I
conquistatori non promulgarono mai alcun editto generale di servitù, o
di confiscazione: ma un Popolo degenerato, che scusava la propria
debolezza con gli speciosi nomi di gentilezza e di pace, era esposto
alle armi ed alle leggi de' feroci Barbari, che insidiavano con
disprezzo le possessioni, la libertà e la sicurezza di esso. Le lor
personali ingiurie furon parziali ed irregolari, ma il corpo de' Romani
sopravvisse alla rivoluzione, e continuò a conservare la qualità e i
privilegi de' cittadini. Si preso una gran parte delle loro terre per
uso de' Franchi: ma essi godevano il rimanente immune da' tributi[252];
e la stessa irresistibil violenza, che tolse di mezzo le arti e le
manifatture della Gallia, distrusse l'elaborato e dispendioso sistema
dell'Imperial dispotismo. I Provinciali dovevan frequentemente deplorare
la rozza giurisprudenza delle Leggi Saliche o Ripuarie; ma la lor vita
privata, negl'importanti affari del matrimonio, de' testamenti, o
dell'eredità, era sempre regolata secondo il Codice Teodosiano: ed un
Romano malcontento poteva liberamente aspirare o discendere al titolo e
carattere di Barbaro. Gli onori dello Stato erano accessibili alla sua
ambizione; l'educazione e l'indole de' Romani li rendeva più
specialmente atti agli ufizi del Governo civile; e tostochè l'emulazione
ebbe riacceso il loro militare ardore fu permesso a' medesimi di marciar
nelle linee, o anche alla testa de' vittoriosi Germani. Io non mi
proporrò d'enumerare i Generali ed i Magistrati, i nomi de' quali[253]
attestano la generosa politica de' Merovingi. Il comando supremo della
Borgogna, col titolo di Patrizio, fu successivamente affidato a tre
Romani, e Mummolo[254], l'ultimo ed il più potente fra essi che
alternativamente salvò e disturbò la Monarchia, era succeduto a suo
padre nel posto di Conte d'Autun, e lasciò un tesoro di trenta talenti
d'oro, e di dugentocinquanta d'argento. I feroci ed ignoranti Barbari
furono esclusi per varie generazioni dalle dignità, ed anche dagli
ordini della Chiesa[255]. Il Clero della Gallia era quasi tutto composto
di nativi Provinciali; gli altieri Franchi si prostravano a' piedi de'
loro sudditi ch'erano investiti del carattere episcopale; e la potenza e
le ricchezze che si erano perdute in guerra, furono appoco appoco
ricuperate per mezzo della superstizione[256]. In tutti gli affari
temporali, il Codice Teodosiano era la Legge universale del Clero; ma la
Giurisprudenza Barbara aveva abbondantemente provvisto alla loro
personal sicurezza: un Suddiacono equivaleva a due Franchi;
l'_Antrustione_ ed il Prete si reputavano dell'istesso valore; e la vita
d'un Vescovo era valutata molto al di sopra della misura comune, al
prezzo di novecento monete d'oro[257]. I Romani comunicarono a' loro
conquistatori l'uso della Religione Cristiana, e della lingua
latina[258]: ma la lingua e la religione loro erano ugualmente
degenerate dalla semplice purità del tempo d'Augusto e degli Apostoli.
Il progresso della superstizione e del Barbarismo fu rapido ed
universale: il culto de' Santi celava agli occhi volgari il Dio de'
Cristiani; ed il rozzo dialetto de' contadini e de' soldati fu corrotto
da un idioma e pronunzia Teutonica. Puro tal uso di sacra e di social
comunione sradicò le distinzioni della nascita, e della vittoria; e le
nazioni della Gallia a grado a grado, si confusero fra loro sotto il
nome ed il governo de' Franchi.

I Franchi, di poi che si furono mescolati co' Gallici loro sudditi,
avrebbero potuto far loro il dono del più valutabile fra' beni umani,
cioè uno spirito ed un sistema di libertà costituzionale. Sotto un Re
ereditario, ma limitato, i capi o consiglieri avrebber potuto deliberare
a Parigi nel palazzo de' Cesari: il vicino campo, dove gl'Imperatori
passavano in rivista le mercenarie loro legioni, avrebbe potuto
contenere la legislativa assemblea di uomini liberi e guerrieri; e quel
rozzo modello, ch'erasi abbozzato ne' boschi della Germania[259],
avrebbe potuto ripulirsi e perfezionarsi dalla sapienza civile de'
Romani. Ma i trascurati Barbari, sicuri della lor personale
indipendenza, sdegnarono la cura del Governo; furono tacitamente abolite
le annue adunanze del mese di Marzo, e la nazione restò separata, e
quasi disciolta dalla conquista della Gallia[260]. Si lasciò la
Monarchia senz'alcuno regolare stabilimento di giustizia, di milizia, o
di rendite. A' successori di Clodoveo mancò sufficiente fermezza per
assumere, o forza per esercitare la potestà legislativa ed esecutrice,
che il Popolo avea abbandonato: la dignità reale non si distingueva, che
mediante un più ampio privilegio di rapina e d'uccisione; e l'amor della
libertà, sì spesso invigorito e disonorato dall'ambizione privata, si
ridusse fra' licenziosi Franchi al disprezzo dell'ordine, ed al
desiderio dell'impunità. Settantacinque anni dopo la morte di Clodoveo,
il suo nipote Gontranno, Re di Borgogna mandò un esercito ad invadere
gli Stati gotici della Settimania, o Linguadoca. Le truppe della
Borgogna, del Berry, della Alvergna, e de' territori addiacenti, furono
eccitate dalla speranza della preda: esse marciarono senza disciplina
sotto le bandiere de' Conti Germani, o Gallici: i loro attacchi furono
deboli, e senza successo; ma vennero desolate con indistinto furore le
Province amiche e nemiche. Si abbruciarono i campi di grano, i villaggi,
e le stesse chiese; gli abitanti furon uccisi, o fatti schiavi; e nella
disordinata ritirata, che fecero quegl'inumani selvaggi, cinquemila di
essi restaron distrutti dalla fame, o dalle intestine discordie. Quando
il pio Gontranno rimproverò a' loro condottieri tal colpa, o
trascuratez

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/45221