Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
Release date: March 26, 2014 [eBook #45220]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 06 ***
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME SESTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XXIX.
_Ultima divisione dell'Impero Romano tra i figli di Teodosio.
Regno d'Arcadio, e d'Onorio. Amministrazione di Ruffino e di
Stilicone. Ribellione e disfatta di Gildone in Affrica._
[A. 395]
Con Teodosio spirò il genio di Roma, poichè fu esso l'ultimo dei
successori d'Augusto e di Costantino, che conducesse in campo gli
eserciti e vedesse la sua autorità riconosciuta per tutta l'estensione
dell'Impero. La memoria però delle sue virtù continuò tuttavia a
difendere la debole ed inesperta età dei suoi figli. Dopo la morte del
padre, Arcadio ed Onorio furono per unanime consenso del Mondo salutati
come Imperatori legittimi dell'Oriente e dell'Occidente; fu ardentemente
preso il giuramento di fedeltà da ogni ordine dello Stato, dai Senati
dell'antica e della nuova Roma, dal Clero, dai Magistrati, da' Soldati e
dal Popolo. Arcadio, che in quel tempo aveva l'età di circa diciotto
anni, era nato in Ispagna nell'umile abitazione di una privata famiglia.
Ma ricevè un'educazione principesca nel Palazzo di Costantinopoli; e
passò l'ignobil sua vita in quella pacifica e splendida sede della real
dignità, dalla quale pareva che regnasse sulle Province della Tracia,
dell'Asia Minore, della Siria e dell'Egitto, dal Basso Danubio sino ai
confini della Persia e dell'Etiopia. Onorio, fratello minore di lui,
assunse, all'età d'undici anni, solo di nome il governo dell'Italia,
dell'Affrica, della Gallia, della Spagna e della Britannia; e le truppe,
che guardavano le frontiere del suo regno, s'opponevano ai Caledonj da
una parte, ed ai Mori dall'altra. La grande e marzial Prefettura
dell'Illirico restò divisa fra' due Principi: la difesa ed il possesso
delle Province del Norico, della Pannonia e della Dalmazia sempre
appartennero all'Impero Occidentale; ma le due vaste Diocesi della Dacia
e della Macedonia, che Graziano aveva affidate al valor di Teodosio,
furono per sempre unite all'Impero d'Oriente. I loro confini in Europa
non eran molto diversi da quelli che ora separano i Germani dai Turchi,
ed in quest'ultima e permanente divisione del Romano Impero furono ben
bilanciati e compensati i rispettivi vantaggi del territorio, delle
ricchezze, della popolazione e della forza militare. Parve che Io
scettro ereditario dei figli di Teodosio fosse un dono della natura, e
del padre loro; i Generali ed i Ministri erano assuefatti ad adorar la
maestà dei reali fanciulli; e l'esercito ed il popolo non erano
avvertiti dei loro diritti e del lor potere dal pericoloso esempio di
una recente elezione. La scoperta, che appoco appoco si fece della
debolezza d'Arcadio o d'Onorio, e le replicate calamità del lor Regno
non furon bastanti a cancellare le profonde ed antiche impressioni della
fedeltà. I sudditi Romani, che sempre venerarono le persone, o piuttosto
i nomi dei loro Principi, riguardarono con uguale abborrimento i
ribelli, che si opposero all'autorità del Trono, ed i ministri che ne
abusarono.
[A. 386-395]
Teodosio aveva oscurato la gloria del suo Regno coll'elevazion di
Ruffino, odioso favorito, che in un secolo di civile e religiosa fazione
ha meritato da tutte le parti l'imputazione d'ogni delitto. Il forte
impulso dell'ambizione e dell'avarizia[1] aveva tratto Ruffino ad
abbandonare il suo paese natìo, oscuro angolo della Gallia[2], per
avanzare la sua fortuna nella Capital dell'Oriente: il talento di
un'ardita e facile elocuzione[3] l'abilitò a riuscire nella lucrosa
profession della legge; ed il buon successo, ch'egli ebbe in tal
professione, lo fece regolarmente passare agl'impieghi più onorevoli ed
importanti dello Stato. Fu egli a grado a grado innalzato fino al posto
di Maestro degli Uffizi. Nell'esercizio delle sue varie funzioni, tanto
essenzialmente connesse con tutto il sistema del governo civile,
acquistò la confidenza di un Monarca, che presto conobbe la sua
diligenza e capacità negli affari, e che rimase lungo tempo
nell'ignoranza dell'orgoglio, della malizia e dell'avidità, a cui esso
era disposto. Si nascondevano questi vizi sotto la maschera di una
grandissima dissimulazione[4]; le passioni di lui non servivano che a
quelle del suo Signore: pure nell'orrida strage di Tessalonica il crudel
Ruffino infiammò il furore, senz'imitare il pentimento di Teodosio. Il
Ministro, che rimirava con altiera indifferenza il resto dell'uman
genere, non perdonò mai neppure l'apparenza di un'ingiuria; ed i suoi
personali nemici avevan perduto secondo lui il merito di tutti i servigi
pubblici. Promoto, Generale dell'infanteria, avea salvato l'Impero
dall'invasione degli Ostrogoti; ma di mal animo soffriva la superiorità
di un rivale, di cui sprezzava la professione e il carattere; e
l'impaziente soldato in mezzo ad una pubblica assemblea fu provocato a
punir con un colpo l'indecente orgoglio del favorito. Si rappresentò
all'Imperatore quest'atto di violenza come un insulto, che alla sua
dignità toccava di castigare. Si seppe la disgrazia e l'esilio di
Promoto per mezzo di un ordine perentorio di portarsi senza dilazione ad
un quartier militare sulle rive del Danubio; e la morte di quel Generale
(quantunque restasse ucciso in una scaramuccia coi Barbari) fu imputata
alle perfide arti di Ruffino[5]. Il sacrifizio di un Eroe soddisfece la
sua vendetta; gli onori del Consolato elevaron la sua vanità; ma la sua
potenza era sempre imperfetta e precaria; finattantochè gli importanti
posti di Prefetto dell'Oriente e di Prefetto di Costantinopoli furon
occupati da Taziano[6] a da Procolo suo figlio; l'autorità unita dei
quali bilanciò per qualche tempo l'ambizione e il favore del Maestro
degli Uffizi. I due Prefetti furono accusati di rapina e di corruzione
nell'amministrazione della giustizia e delle finanze. L'Imperatore
costituì una speciale deputazione per fare il processo di quest'illustri
delinquenti; furono eletti vari giudici ad aver parte nel delitto e nel
rimorso dell'ingiustizia, ma il diritto di pronunziar la sentenza fu
riservato al solo Presidente, e questi fu Ruffino medesimo. Il padre,
spogliato della Prefettura dell'Oriente, fu cacciato in una prigione; ma
il figlio, sapendo che pochi sono i ministri che si possano trovare
innocenti, allorchè un nemico è loro giudice, era segretamente fuggito;
e Ruffino avrebbe dovuto contentarsi della vittima meno colpevole, se il
dispotismo non si fosse piegato ad usare il più basso e vile artifizio.
Il processo fu fatto con tale apparenza d'equità e di moderazione, che
lusingò Taziano della speranza di un favorevole evento; la sua fiducia
s'accrebbe per le solenni assicurazioni ed i perfidi giuramenti del
Presidente, che ardì mescolarvi il sacro nome di Teodosio medesimo, e
l'infelice padre s'indusse finalmente a richiamare con una privata
lettera il fuggitivo Procolo. Questi fu immediatamente arrestato,
sottoposto all'esame, condannato e decapitato in uno dei sobborghi di
Costantinopoli con una precipitazione che sconcertò la clemenza
dell'Imperatore. Senza rispettar le disgrazie di un Senator Consolare, i
crudeli giudici di Taziano lo costrinsero a rimirare l'esecuzione del
suo figlio: era già stata posta al collo di lui stesso la corda fatale:
ma nel momento, in cui aspettava, e forse desiderava il sollievo di una
pronta morte, gli fu permesso di passare il misero avanzo di sua
vecchiezza nella povertà e nell'esilio[7]. La pena dei due Prefetti si
poteva per avventura scusare con le parti riprensibili di lor condotta;
poteva palliarsi l'inimicizia di Ruffino con la gelosa ed insociabil
natura dell'ambizione. Ma egli si lasciò trasportare da uno spirito di
vendetta ugualmente contrario alla prudenza, che alla giustizia, quando
tolse al natìo loro paese di Licia il grado di provincia Romana; notò un
innocente popolo di una marca d'ignominia; e dichiarò che i concittadini
di Taziano e di Procolo dovessero per sempre restare incapaci di godere
alcun impiego d'onore o vantaggio sotto il governo Imperiale[8]. I più
rei fatti però non impedivano al nuovo Prefetto dell'Oriente (poichè
Ruffino immediatamente successe agli onori vacanti del suo avversario)
di eseguire quei religiosi doveri, che in quel tempo si risguardavano
come più essenziali per la salute. Aveva fabbricato nel sobborgo di
Calcedonia, chiamato la Quercia, una magnifica villa, alla quale aveva
devotamente aggiunto una splendida Chiesa consacrata agli Apostoli S.
Pietro e S. Paolo, e continuamente santificata dalle preghiere e dalla
penitenza di una regolare società di Monaci. Si convocò un numeroso e
quasi general concilio dei Vescovi dell'Impero Orientale per celebrare
nel medesimo tempo la dedicazion della Chiesa ed il Battesimo del
Fondatore. Si fece questa doppia ceremonia con pompa straordinaria; e
quando Ruffino fu purgato nel sacro fonte da tutte le colpe, che aveva
fin allora commesse, un venerabil eremita dell'Egitto imprudentemente si
presentò per mallevadore di un altiero ed ambizioso politico[9].
[A. 395]
Il carattere di Teodosio obbligò il suo Ministro all'ipocrisia, che
mascherò, ed alle volte impedì l'abuso del potere; e Ruffino temeva di
sturbare l'indolente sonnolenza di un Principe tuttavia capace di far
uso dell'abilità e della virtù, che innalzato l'avevano al trono[10]. Ma
l'assenza, e poco dopo, la morte dell'Imperatore confermò l'assoluta
autorità di Ruffino sulla persona e gli stati d'Arcadio, giovane debole,
che l'orgoglioso Prefetto considerava come suo pupillo, piuttosto che
suo Sovrano. Non curando la pubblica fama, soddisfaceva egli le proprie
passioni senza rimorso e senza resistenza; ed il maligno e rapace suo
spirito rigettava qualunque passione che avesse potuto contribuire alla
propria gloria, o alla pubblica felicità. L'avarizia di lui,[11] che
sembra esser prevalsa nella corrotta sua mente sopra ogni altro
sentimento, tirò a sè la ricchezza dell'Oriente per mezzo dei varj
artifizj di una particolar e general estorsione, come di tasse
oppressive, di scandalose corruzioni, di smoderate pene pecuniarie,
d'ingiuste confiscazioni, di testamenti forzati o fittizi, coi quali il
Tiranno spogliava i figli degli stranieri o dei suoi nemici della lor
legittima eredità; e per mezzo della pubblica vendita della giustizia e
del favore; infame traffico ch'ei stabilì nel palazzo di Costantinopoli.
L'ambizioso candidato a spese della miglior parte del suo patrimonio
ardentemente sollecitava gli onori ed i vantaggi di qualche provinciale
governo; s'abbandonavano al più liberal compratore le vite ed i beni
dell'infelice popolo; e la pubblica scontentezza alle volte veniva
quietata dal sacrificio d'un delinquente non popolare, di cui la pena
era sol vantaggiosa al Prefetto dell'Oriente, complice e giudice di esso
ad un tempo. Se l'avarizia non fosse la più cieca fra le umane passioni,
i motivi di Ruffino potrebbero eccitar la nostra curiosità; e saremmo
tentati a cercare per qual fine violasse ogni principio d'umanità e di
giustizia onde accumular quegl'immensi tesori, che egli non poteva
spendere senza follia, nè possedere senza pericolo. Forse vanamente
s'immaginava d'affaticarsi per l'utilità d'una sua figlia unica, alla
quale aveva intenzione di dare in isposo il suo real pupillo, e
l'augusto grado d'Imperatrice dell'Oriente. S'ingannò forse
coll'opinione, che l'avarizia fosse l'istrumento della sua ambizione.
Aspirava egli a stabilire la sua fortuna sopra una base indipendente e
sicura, che non fosse più sottoposta al capriccio del giovane
Imperatore; pure trascurò di conciliarsi la benevolenza de' soldati e
del popolo mediante una generosa distribuzione di quelle ricchezze, che
aveva acquistate con tanta fatica e con tante colpe. L'estrema
parsimonia di Ruffino non gli lasciò che il rimprovero e l'invidia d'una
male acquistata dovizia; i suoi domestici lo servivano senz'affezione; e
l'odio universale dell'uman genere non era frenato che dall'influenza
d'un timore servile. Il destino di Luciano mostrò all'Oriente, che il
Prefetto, l'industria del quale era molto diminuita nella spedizione
degli ordinari negozj, era instancabile ed attivo nel procurar la
vendetta. Luciano, figlio del Prefetto Florenzio, oppressor della Gallia
e nemico di Giuliano, aveva impiegato una parte considerabile del suo
patrimonio, frutto della rapina e della corruzione, a comprar l'amicizia
di Ruffino e l'alto uffizio di Conte dell'Oriente. Ma il nuovo
Magistrato imprudentemente abbandonò le massime della Corte e di quel
tempo, disonorò il suo benefattore col contrasto d'una virtuosa e
moderata amministrazione, e pretese di ricusar di fare un atto
d'ingiustizia, che avrebbe potuto tendere al vantaggio dello zio
dell'Imperatore. Arcadio facilmente fu persuaso a punire il supposto
insulto; ed il Prefetto dell'Oriente risolvè di eseguire in persona la
crudel vendetta, che meditava contro quell'ingrato ministro del suo
potere. Fece con gran fretta il viaggio di sette o ottocento miglia da
Costantinopoli ad Antiochia, entrò in tempo di notte nella capital della
Siria, e sparse una costernazione universale nel popolo, che non sapeva
il disegno di lui, ma ne conosceva l'indole. Il Conte delle quindici
Province dell'Oriente fu tratto, come il più vil malfattore, avanti
all'arbitrario tribunal di Ruffino. Non ostante la più chiara evidenza
della sua integrità, che non fu alterata neppur dalla voce d'un
accusatore, Luciano fu condannato, quasi senza processo, a soffrire una
crudele ed ignominiosa pena. I Ministri del tiranno, per ordine ed in
presenza di esso, lo batteron sul collo con strisce di cuoio armate di
piombo; e quando per la violenza del tormento incominciava a mancare, fu
chiuso in una lettiga, ed allontanato per nascondere le sue agonie di
morte agli occhi della sdegnata città. Appena ebbe Ruffino eseguito
quest'atto inumano, che era l'unico oggetto della sua spedizione, tornò
fra le segrete e profonde maledizioni d'un tremante popolo da Antiochia
a Costantinopoli; e fu accelerata la sua diligenza dalla speranza di
celebrar senza dilazione le nozze della sua figlia coll'Imperator
dell'Oriente[12].
Ma Ruffino sperimentò ben presto, che un prudente Ministro dovrebbe
assicurarsi costantemente del reale suo schiavo per mezzo della forte,
quantunque invisibile, catena dell'abitudine; e che il merito, e molto
più facilmente il favore dell'assente si cancella in breve tempo dalla
mente d'un capriccioso e debol Sovrano. Mentre il Prefetto soddisfaceva
in Antiochia la sua vendetta, una segreta cospirazione degli eunuchi
favoriti, diretta da Eutropio gran Ciamberlano, rovinava i fondamenti
del suo potere nel palazzo di Costantinopoli. Scuoprirono essi, che
Arcadio non era inclinato ad amare la figlia di Ruffino, che senza suo
consenso gli si era destinata per moglie, e pensarono di sostituire in
luogo di lei la bella Eudossia, figlia di Bautone[13], Generale de'
Franchi al servizio di Roma, la quale, dopo la morte del padre, era
stata educata nella famiglia de' figli di Promoto. Il giovane
Imperatore, di cui si era diligentemente guardata la castità dalla pia
cura d'Arsenio suo tutore[14], prestò ardentemente orecchio alle
artificiose e lusinghiere descrizioni delle grazie d'Eudossia; ne vide
con impaziente ardore il ritratto; e conobbe la necessità di nascondere
i suoi amorosi disegni ad un Ministro, che era sì altamente interessato
ad opporsi all'esecuzione della sua felicità. Poco dopo il ritorno di
Ruffino, fu annunciata la prossima cerimonia delle nozze reali al popolo
di Costantinopoli che preparavasi a celebrare con false e finte
acclamazioni la fortuna della figlia di esso. Uscì dalle porte del
palazzo nella matrimonial pompa uno splendido corteggio di eunuchi e di
uffiziali, che portavano alto il diadema, le vesti, ed i preziosi
ornamenti della futura Imperatrice. Passò la solenne processione per le
contrade della città, che erano adornate di ghirlande, e piene di
spettatori; ma quando giunse alla casa dei figli di Promoto, il
principal eunuco v'entrò rispettosamente, vestì la bella Eudossia degli
abiti Imperiali, e la condusse in trionfo al palazzo e al letto
d'Arcadio[15]. La segretezza e la felicità, con cui era stata condotta
questa cospirazione contro Ruffino, impresse un indelebile nota di
ridicolo sopra il carattere d'un ministro, che s'era lasciato ingannare
in un posto, in cui le arti dell'inganno e della dissimulazione formano
il merito più segnalato. Ei risguardò, con isdegno e con timore, la
vittoria d'un ambizioso Eunuco, il quale s'era segretamente conciliato
il favore del suo Sovrano; e la disgrazia della propria figlia,
l'interesse della quale era inseparabilmente connesso col proprio, ferì
la tenerezza o almeno la vanità di Ruffino. Nel momento, in cui si
lusingava di divenire il padre d'una serie di Re, una fanciulla
straniera, che era stata educata in casa degl'implacabili suoi nemici,
fu introdotta nel talamo Imperiale; ed Eudossia dimostrò ben tosto una
superiorità di senso e di spirito, che accrebbe l'ascendente, cui la sua
bellezza dovè acquistare sull'animo d'un appassionato e giovane marito.
L'Imperatore in breve fu indotto ad odiare, a temere, e a distruggere il
potente suddito, che aveva ingiuriato; e la coscienza del delitto privò
Ruffino d'ogni speranza di salute o di conforto nel ritiro d'una vita
privata. Ma egli aveva sempre in mano mezzi più efficaci di difendere la
propria dignità, e forse d'opprimere i suoi nemici. Il Prefetto
esercitava tuttora un'autorità senza contrasto sul governo civile e
militare dell'Oriente; ed impiegar potea i suoi tesori (se si fosse
potuto risolvere a farne uso) a procacciar gl'istrumenti più propri per
eseguire i più neri disegni, che l'orgoglio, l'ambizione e la vendetta
suggerir potessero a un disperato Ministro. Sembra, che il carattere di
Ruffino giustifichi le accuse, ch'ei cospirasse contro la persona del
suo Sovrano per occupare il trono vacante, e che avesse invitato
secretamente gli Unni ed i Goti ad invadere la Province dell'Impero, e
ad accrescere la pubblica confusione. L'astuto Prefetto, che consumato
avea la sua vita negl'intrighi del Palazzo, con armi uguali affrontò le
artificiose misure dell'Eunuco Eutropio; ma fu sorpreso il timido
spirito di Ruffino dall'ostile approssimazione d'un rivale più
formidabile, del grande Stilicone, generale o piuttosto padrone
dell'Impero dell'Occidente[16].
[A. 385-408]
Il celeste dono goduto da Achille, e da Alessandro invidiato, d'un poeta
degno di celebrare le azioni degli Eroi, si ebbe da Stilicone in un
grado molto maggiore di quello, che si sarebbe potuto aspettare dallo
stato decadente del genio e dell'arte. La musa di Claudiano[17],
consacrata al suo servizio, era sempre pronta a notare gli avversari di
lui, Ruffino o Eutropio, d'eterna infamia, od a rappresentar con i
colori più splendidi le vittorie e le virtù d'un potente benefattore.
Nelle ricerche intorno ad un periodo di tempo sufficientemente sfornito
di autentici materiali, noi non possiamo a meno di non illustrare gli
annali di Onorio con le invettive o co' panegirici d'uno scrittore
contemporaneo; ma siccome par che Claudiano siasi servito del più ampio
privilegio di poeta e di cortigiano, bisognerà usar della critica per
convenire il linguaggio della finzione o dell'esagerazione nella verità
e semplicità d'un'istorica prosa. Il silenzio di esso intorno alla
famiglia di Stilicone può ammettersi come una prova, che il suo Signore
non era capace, nè bramoso di vantare una lunga serie d'illustri
antenati; e la passeggiera menzione, che fa di suo padre, uffiziale di
cavalleria barbara al servizio di Valente, sembra sostener l'asserzione,
che quel Generale, il quale per tanto tempo comandò gli eserciti di
Roma, era disceso dalla selvaggia e perfida stirpe de' Vandali[18]. Se
Stilicone non avesse goduto gli esterni vantaggi della forza e della
statura, il più adulante poeta non si sarebbe arrischiato d'asserire
alla presenza di tante migliaia di spettatori, ch'ei sorpassava la
misura de' Semidei dell'Antichità, e che dovunque andava con maestosi
passi per le strade della Capitale, l'attonita moltitudine faceva luogo
allo straniero, che in una condizione privata spiegava la reverenda
maestà d'un Eroe. Fin dalla prima sua gioventù si diede alla professione
delle armi; la sua prudenza e valore si fece tosto distinguere in campo;
i cavalieri e gli arcieri orientali ne ammirarono la superiore
destrezza; ed in ogni promozione, che si fece di lui ai gradi militari,
sempre il pubblico giudizio prevenne ed approvò la scelta del Sovrano.
Fu nominato da Teodosio per andare a ratificare un solenne trattato col
Monarca della Persia; sostenne in quella importante ambasceria la
dignità del nome Romano; e dopo il suo ritorno a Costantinopoli, fu
premiato il suo merito, mediante un'intima ed onorevole parentela con la
famiglia Imperiale. Teodosio, per un pio motivo d'affezione fraterna,
s'era mosso ad adottare la figlia d'Onorio, fratello suo; la bellezza ed
i pregi di Serena[19] eran generalmente ammirati dalla Corte ossequiosa;
e Stilicone ottenne la preferenza sopra una folla di rivali, che
ambiziosamente si disputavano la mano della Principessa, ed il favore
del padre adottivo della medesima[20].La sicurezza, che il marito di
Serena sarebbe fedele al Trono, al quale avea avuto l'onore
d'avvicinarsi, impegnò l'Imperatore ad accrescere i beni, e ad impiegare
l'abilità del sagace ed intrepido Stilicone. Ei s'avanzò pei successivi
gradi di Maestro di cavalleria e di Conte de' domestici, fino al supremo
posto di Generale di tutta la cavalleria ed infanteria del Romano, o
almeno dell'Occidentale Impero[21]; ed i suoi nemici medesimi
confessavano, che egli sempre sdegnò di accordare all'oro i premj dovuti
al merito, o di defraudare i soldati della paga e delle gratificazioni,
che meritavano o esigevano dalla liberalità dello Stato[22]. Il valore e
la condotta, che in seguito ei dimostrò nella difesa dell'Italia contro
le armi d'Alarico e di Radagasio, posson giustificare la fama delle sue
prime azioni, ed in un secolo, in cui si faceva meno attenzione alle
leggi d'onore o d'orgoglio, i Generali Romani potevano far cedere la
preeminenza del grado all'ascendente d'un genio superiore[23]. Compianse
e vendicò l'uccisione di Promoto, suo rivale ed amico; ed il macello di
molte migliaia di fuggitivi Bastarni vien rappresentato dal poeta come
un sanguinoso sacrifizio, che il Romano Achille offerì all'ombra d'un
altro Patroclo. Le virtù e le vittorie di Stilicone meritarono l'odio di
Ruffino: ed avrebber potuto aver effetto gli artifizi della calunnia, se
la tenera e vigilante Serena non avesse protetto il marito contro i
domestici suoi nemici, mentr'egli vinceva nel campo i nemici
dell'Impero[24]. Teodosio continuò a soffrire un indegno ministro, alla
diligenza del quale commise il governo del palazzo e dell'Oriente; ma,
quando marciò contro il tiranno Eugenio, associò il fedele suo generale
alle fatiche ed alle glorie della guerra civile; e negli ultimi momenti
della sua vita il moribondo Monarca raccomandò a Stilicone la cura de'
suoi figli e della Repubblica[25]. L'ambizione e l'abilità di Stilicone
non erano inferiori a tale importante fiducia: ed egli pretese la tutela
dei due Imperj, durante la minorità d'Arcadio e d'Onorio[26]. Il primo
passo della sua amministrazione o piuttosto del suo regno dimostrò alle
nazioni l'attività ed il vigore d'uno spirito degno di comandare. Passò
le alpi nel colmo dell'inverno; scese lungo il corso del Reno, dalla
fortezza di Basilea fino alle paludi di Batavia; osservò lo stato delle
guarnigioni; represse le imprese de' Germani; e, dopo avere stabilito
lungo le coste una ferma ed onorevol pace, tornò con incredibil
prestezza al Palazzo di Milano[27]. La persona e la Corte d'Onorio eran
sottoposte al Generale dell'Occidente; e le armate e le Province
d'Europa obbedivano senza esitare ad una regolare autorità, che
s'esercitava in nome del giovane loro Sovrano. Non restavano che due
rivali a disputare i diritti, ed a provocar la vendetta di Stilicone.
Dentro i confini dell'Affrica Gildone il Mauritano manteneva un'altiera
e pericolosa indipendenza; ed il Ministro di Costantinopoli sosteneva
l'uguale suo regno sull'Imperatore e l'Impero dell'Oriente.
[A. 395]
L'imparzialità, che Stilicone affettava, come comune tutore de' reali
fratelli, lo mosse a regolare l'ugual divisione delle armi, delle gioie
e della magnifica guardaroba e suppellettile del defunto Imperatore[28].
Ma l'oggetto più importante dell'eredità consisteva nelle numerose
legioni, coorti e squadroni di Romani e di Barbari, che l'evento della
guerra civile avea riuniti sotto lo stendardo di Teodosio. Le diverse
truppe dell'Europa e dell'Asia, irritate fra loro da recenti animosità,
eran tenute in timore dall'autorità d'un solo uomo; e la rigorosa
disciplina di Stilicone difese le terre del cittadino dalla rapina del
licenzioso soldato[29]. Ansioso però ed impaziente di sollevar l'Italia
dalla presenza di questo formidabil esercito, che poteva solo esser
utile alle frontiere dell'Imperio, diede orecchio alla giusta richiesta,
del Ministro d'Arcadio; dichiarò la sua intenzione di ricondurre in
persona le truppe Orientali; e si servì destramente del rumore d'un
tumulto Gotico per coprire i suoi privati disegni d'ambizione e di
vendetta[30]. L'anima rea di Ruffino si pose in agitazione
all'avvicinarsi d'un guerriero e d'un rivale, di cui meritava
l'inimicizia; vide con gran terrore lo stretto spazio di vita e di
grandezza che gli restava; ed interpose l'autorità dell'Imperatore
Arcadio, come l'ultima speranza di salute. Stilicone, il quale pare che
dirigesse la sua marcia lungo la costa marittima dell'Adriatico, non era
molto distante dalla città di Tessalonica, quando ricevè un ordine
perentorio, che richiamava le truppe dell'Oriente, e dichiarava che un
ulteriore avvicinamento _di lui_ si sarebbe risguardato dalla Corte di
Bisanzio come un atto di ostilità. La pronta ed inaspettata ubbidienza
del Generale dell'Occidente convinse il volgo della sua fedeltà e
moderazione, e siccome s'era già conciliato l'affetto delle truppe
Orientali, raccomandò al loro zelo l'esecuzione del suo sanguinoso
disegno, che eseguir si poteva nella sua assenza forse con minor
pericolo e rimprovero. Stilicone lasciò il comando della milizia
d'Oriente a Gaina, Goto, sulla fede del quale stabilmente si riposava,
con la sicurezza almeno, che l'audace Barbaro non avrebbe mai deviato
dal suo scopo per alcuna considerazione di timore o di rimorso. I
soldati furono facilmente indotti a punire il nemico di Stilicone e di
Roma; e tal era l'odio generale, che Ruffino erasi eccitato contro, che
fedelmente si conservò il segreto fatale, comunicato a migliaia di
persone nella lunga marcia che si fece da Tessalonica fino alle porte di
Costantinopoli. Tosto che risoluta fu la sua morte, si condiscese a
lusingarne l'orgoglio. L'ambizioso Prefetto s'indusse a credere, che
que' potenti ausiliarj avrebber potuto tentarsi a porgli il diadema sul
capo; ed i tesori, ch'egli distribuì con lenta e ripugnante mano,
s'accettarono dall'irata moltitudine come un insulto piuttosto che come
un dono. Le truppe si fermarono alla distanza d'un miglio dalla Capitale
nel campo di Marte, avanti al palazzo dell'Ebdomone; e l'Imperatore,
insieme col suo Ministro, secondo l'antico uso, avanzaronsi a salutar
rispettosamente la forza, che sostenevano il trono. Mentre Ruffino
passava lungo le file, e con affettata cortesia mascherava la sua innata
alterigia, le ali appoco appoco girarono da destra a sinistra, ed
inchiusero la condannata lor vittima dentro il cerchio delle loro armi.
Prima che potesse riflettere al pericolo della sua situazione, Gaina
diede il segnale di morte; un ardito soldato, avanzandosi, immerse la
spada nel seno del reo Prefetto, e Ruffino cadde, gemè, e spirò ai piedi
dell'atterrito Imperatore. Se le agonie d'un momento espiar potessero i
delitti di tutta la vita, o se gli oltraggi fatti ad un insensibil
cadavere potessero esitar oggetto di compassione, potrebbe forse la
nostra umanità esser commossa dalle orride circostanze, che
accompagnarono l'uccision di Ruffino. Il lacero corpo di lui fu
abbandonato al brutal furore della plebaglia d'ambedue i sessi, che
corse in folla da ogni quartiere della città ad incrudelir sugli avanzi
del superbo ministro, al sopracciglio del quale tanto poco tempo avanti
avevan tremato. Gli fu tagliata la mano destra e portata in giro per le
strade di Costantinopoli ad estorcere con crudel beffa delle
contribuzioni per l'avaro tiranno, il capo del quale s'espose
pubblicamente, innalzato sulla punta d'una lunga lancia[31]. Secondo le
selvagge massime delle Repubbliche Greche, l'innocente famiglia di lui
avrebbe dovuto partecipare della pena de' suoi delitti. La moglie e la
figlia di Ruffino dovettero la loro salvezza all'influenza della
religione. Il suo santuario le protesse dalla rabbiosa frenesia del
popolo; e fu permesso loro di passare il resto della vita in esercizj di
Cristiana devozione in un ritiro di Gerusalemme[32].
[A. 396]
Il servil Poeta di Stilicone applaudisce con feroce giubilo a questo
orrido fatto, che sebbene fosse giusto in se stesso, violò per altro
qualunque legge di natura e di società, profanò la maestà del Principe,
e rinnovò i pericolosi esempj della militare licenza. La contemplazione
dell'ordine e dell'armonia universale aveva convinto Claudiano
dell'esistenza di Dio; ma pareva, che la prospera impunità del vizio
contraddicesse a' suoi morali attributi, ed il fato di Ruffino fu
l'unico evento, che dissipar potesse i religiosi dubbj del Poeta[33].
Tal atto potea vendicar l'onore della Providenza, ma non contribuì molto
alla felicità del popolo. In meno di tre mesi fu questo informato delle
massime del nuovo governo per mezzo d'un singolare editto, che stabiliva
il diritto esclusivo del fisco sulle spoglie di Ruffino, ed imponeva
sotto gravi pene silenzio a' presuntuosi reclami de' sudditi dell'Impero
Orientale, che erano stati lesi dalla rapace sua tirannia[34]. Neppure
Stilicone potè ritrarre dalla morte del suo rivale quel frutto, che
s'ero proposto; e quantunque soddisfacesse la propria vendetta, ne
rimase però sconcertata l'ambizione. La debolezza d'Arcadio avea bisogno
d'un padrone sotto il nome di favorito; ma esso preferì le arti
ossequiose dell'Eunuco Eutropio, che aveva acquistato la domestica sua
confidenza; e l'Imperatore mirava con terrore ed avversione il forte
genio d'uno straniero soldato. Finattantochè divise furono dalla gelosia
del potere, la spada di Gaina e le grazie d'Eudossia sostennero il
favore del Gran Ciambellano del palazzo: il perfido Goto, che fu fatto
Generale dell'Oriente, senza scrupolo tradì l'interesse del suo
benefattore, e le medesime truppe, che sì recentemente avevano ucciso il
nemico di Stilicone, furono impegnato a sostenere contro di esso
l'indipendenza del trono di Costantinopoli. I favoriti d'Arcadio
fomentarono una segreta ed irreconciliabile guerra contro un formidabil
eroe, che aspirava a governare e a difendere i due imperj di Roma, e i
due figli di Teodosio. Essi continuamente si sforzavano, per mezzo di
oscure e perfide macchinazioni, di privarlo della stima del Principe,
del rispetto del popolo e dell'amicizia de' Barbari. Si tesero più volte
insidie alla vita di Stilicone per mezzo del ferro di mercenari
assassini, e si ottenne dal Senato di Costantinopoli un decreto, che lo
dichiarava nemico della Repubblica, e confiscava le vaste possessioni,
che aveva nelle Province Orientali. In un tempo, in cui l'unica speranza
di differir la rovina del nome Romano dipendeva dalla stabil unione e
dal reciproco aiuto di tutte le nazioni, alle quali appoco appoco era
stato quel nome comunicato, i sudditi d'Arcadio e d'Onorio venivano
indotti dai rispettivi loro Signori a risguardarsi l'un l'altro con
occhio di stranieri, ed ancor di nemici, a rallegrarsi delle lor
vicendevoli calamità, e ad abbracciare come fedeli alleati i Barbari,
ch'eccitavano ad invadere gli stati dei lor nazionali[35]. I nativi
dell'Italia affettavano di sprezzare i servili ed effemminati Greci di
Bizanzio, che pretendevano d'imitar l'abito, e d'usurpare la dignità di
Senatori Romani[36]; ed i Greci non avevano ancora deposto i sentimenti
di odio e di disprezzo, che i culti loro maggiori avevano sì lungamente
nudrito pei rozzi abitatori dell'Occidente. La distinzione di due
governi, che ben tosto produsse quella di due nazioni, giustificherà il
mio disegno di sospender la serie dell'istoria Bizantina per proseguire
senz'interrompimento il disgraziato, ma memorabile regno d'Onorio.
[A. 386-398]
Il prudente Stilicone, invece di persistere a forzare le inclinazioni di
un Principe e di un popolo, che rigettavano il suo governo, saviamente
abbandonò Arcadio agl'indegni suoi favoriti; e la ripugnanza, che egli
ebbe ad involgere in una guerra civile i due Imperj, fece conoscere la
moderazione di un ministro, che avea tante volte segnalato il suo
spirito e saper militare. Ma se Stilicone avesse più lungamente sofferto
la ribellione dell'Affrica, avrebbe tradito la sicurezza della Capitale,
ed abbandonato la maestà dell'Imperatore dell'Occidente alla capricciosa
insolenza di un Mauritano ribelle. Gildone[37], fratello del tiranno
Firmo, avea conservato ed ottenuto in premio dell'apparente sua fedeltà
l'immenso patrimonio, ch'era stato confiscato per causa di tradimento;
un lungo e meritevol servizio negli eserciti Romani l'aveva inalzato
alla dignità di Conte militare; la ristretta politica della Corte di
Teodosio aveva adottato il dannoso espediente di sostenere un governo
legittimo mediante l'interesse di una potente famiglia; ed il fratello
di Firmo fu investito del comando dell'Affrica. La sua ambizione tosto
usurpò l'amministrazion della giustizia e delle finanze, senza renderne
conto ad alcuno e senza contrasto; e conservò per dodici anni il
possesso di un ufizio, da cui era impossibile rimuoverlo senza il
rischio di una guerra civile. In quei dodici anni gemerono le province
Affricane sotto il dominio di un tiranno, che pareva unisse l'insensibil
natura di uno straniero ai parziali risentimenti di una domestica
fazione. Spesso trascuranvansi le formalità legali coll'uso del veleno,
e se i tremanti convitati alla tavola di Gildone ardivano d'esprimere i
loro timori, ad altro non serviva l'insolente sospetto, che ad eccitare
il suo furore, ed altamente chiamava i ministri di morte. Gildone
alternativamente soddisfaceva le passioni dell'avarizia e della
lascivia[38]; e se i suoi giorni eran terribili pei ricchi, le sue notti
non erano meno spaventose pei mariti e pei genitori. Si prostituivano le
più belle lor mogli e figliole agli abbracciamenti del tiranno; e quindi
venivano abbandonate ad una feroce truppa di barbari ed assassini, neri
o mulatti, nativi del deserto, che Gildone risguardava come i soli
custodi del suo trono. Nella guerra civile fra Teodosio ed Eugenio, il
Conte, o piuttosto il Sovrano dell'Affrica, osservò una superba e
sospetta neutralità; ricusò d'aiutare alcuna delle parti con truppe o
con navi, aspettò la dichiarazione della fortuna, e riservò pel
vincitore le vane proteste del suo omaggio. Tali proteste non sarebbero
servite a soddisfare il padrone del Mondo Romano, ma la morte di
Teodosio, e la debolezza e discordia de' suoi figli confermarono la
potenza del Mauritano, il quale, in prova di sua moderazione, si
contentò d'astenersi dall'uso del diadema, e di somministrare a Roma il
consueto tributo o piuttosto sussidio di grano. In ogni division
dell'Impero le cinque Province dell'Affrica erano sempre state assegnate
all'Occidente; e Gildone avea consentito di governare quell'esteso paese
in nome d'Onorio, ma la cognizione, che aveva del carattere e de'
disegni di Stilicone, presto l'impegnarono a prestare omaggio ad un più
distante e più debole Sovrano. I ministri d'Arcadio abbracciaron la
causa di un perfido ribelle; e la seducente speranza d'aggiungere
all'Impero Orientale le copiose città dell'Affrica, li tentò ad
arrogarsi un diritto, che non eran capaci di sostenere nè colla ragione,
nè colle armi[39].
[A. 397]
Dopo che Stilicone ebbe data una ferma e decisiva risposta alle
pretensioni della Corte Bizantina, solennemente accusò il tiranno
dell'Affrica avanti a quel tribunale, che aveva una volta giudicato i Re
e le nazioni della terra; e dopo un lungo intervallo si ravvisò
l'immagine della Repubblica sotto il regno d'Onorio. L'Imperatore
trasmise al Senato Romano un esatto ed ampio ragguaglio delle querele
dei provinciali, e dei delitti di Gildone; e si richiese a' membri di
quella venerabile assemblea che pronunziassero la condanna del ribelle.
L'unanime lor sentimento lo dichiarò nemico della Repubblica; ed il
decreto del Senato aggiunse una sacra e legittima sanzione alle armi
Romane[40]. Un popolo che sempre si rammentava, che i suoi antenati
erano stati padroni del Mondo, avrebbe con segreto orgoglio applaudito
alla rappresentazione dell'antica libertà, se non fosse stato da gran
tempo assuefatto a preferire la stabile sicurezza del pane alle
immaginarie visioni di libertà e di grandezza. La sussistenza di Roma
dipendeva dalle raccolte dell'Affrica; ed era evidente, che una
dichiarazione di guerra sarebbe stata il segnale della carestia. Il
Prefetto Simmaco, il quale presedeva alle deliberazioni del Senato,
avvertì il ministro del suo giusto timore, che appena il vendicativo
Moro avesse proibito l'esportazione del grano, si sarebbe minacciata la
tranquillità, e forse la salute della Capitale dall'affamato furore di
una turbolenta moltitudine[41]. La prudenza di Stilicone immaginò ed
eseguì senza dilazione il più efficace disegno per sostenere il popolo
Romano. Una grande ed opportuna copia di grano, raccolta nelle interne
province della Gallia, si fece calare pel rapido corso del Rodano, e per
mezzo di una facil navigazione fu trasportata dal Rodano al Tevere. In
tutto il tempo della guerra Affricana, i granai di Roma furon
continuamente pieni, la sua dignità restò libera da un'umiliante
dipendenza; e gli animi d'un immenso popolo erano quieti pel tranquillo
aspetto della pace e dell'abbondanza[42].
[A. 398]
La causa di Roma e la condotta della guerra dell'Affrica furono affidate
da Stilicone ad un Generale attivo e bramoso di vendicare le private sue
ingiurie sul capo del tiranno. Lo spirito di discordia, che prevalse
nella casa di Nabal, avea eccitato una mortal contesa fra' due suoi
figli Gildone e Mascezel[43]. L'usurpatore insidiava con implacabile
rabbia la vita del suo minor fratello, di cui temeva l'abilità ed il
coraggio; e Mascezel, oppresso dalla superior forza, si riparò alla
Corte di Milano, dove tosto ricevè la crudel notizia, che due suoi
innocenti e miseri figli erano stati trucidati dall'inumano loro zio.
L'afflizione del padre non fu sospesa, che dalla brama della vendetta.
Il vigilante Stilicone già preparavasi a raccogliere le forze militari e
marittime dell'Impero Occidentale; ed avea risoluto, qualora il tiranno
facesse un'eguale e dubbiosa guerra, di marciare contro di esso in
persona; ma siccome l'Italia esigeva la sua presenza, e poteva esser
pericoloso l'indebolir la difesa della frontiera, giudicò miglior
consiglio, che Mascezel s'assumesse questa difficile impresa alla testa
di uno scelto corpo di veterani Galli, che avevan ultimamente servito
sotto le bandiere d'Eugenio. Tali truppe, che furono esortate a
convincere il Mondo, ch'esse potevano rovesciare ugualmente, che
difendere il trono di un usurpatore, eran composte delle legioni
_Gioviane_, _Augustane ed Erculee_; degli Ausiliarj _Nerviani_, dei
soldati, che nei loro stendardi portavano il simbolo di un _Leone_, e
delle truppe, che si distinguevano coi ben augurati nomi di _Fortunata_
e d'_Invincibile_. Pure tal era la tenuità dei loro battaglioni, o la
difficoltà di reclutare, che questi sette corpi[44] di alta reputazione
e dignità nella milizia Romana, non montavano a più di cinquemila uomini
effettivi[45]. La flotta delle galere e delle barche da trasporto fece
vela in una tempestosa stagione dal porto di Pisa in Toscana, e diresse
il suo corso alla piccola isola di Capraia, che avea preso il nome dalle
capre salvatiche, che in origine l'abitavano, e delle quali occupavasi
allora il posto da nuova colonia di strana e selvaggia apparenza. «Tutta
l'isola (dice un ingegnoso viaggiator di quei tempi) è piena o piuttosto
contaminata da uomini, che fuggon la luce. Si danno il nome di Monaci o
di solitarj, perchè vogliono viver soli senz'alcun testimone delle loro
azioni. Temono i doni della fortuna pel timore di perderli; e per paura
d'esser miserabili, abbracciano una vita di volontaria miseria. Quanto è
assurda la loro scelta, quanto cieco il loro intelletto a temere i mali
senza esser capaci di godere i beni dell'umana condizione! O questa
malinconica frenesia è l'effetto di una malattia, oppure la coscienza
della reità spinge questi infelici ad esercitare contro i propri lor
corpi i tormenti, che si danno agli schiavi fuggitivi per mezzo della
giustizia[46]». Tal era il disprezzo di un Magistrato profano pei Monaci
della Capraja, che si venerarono dal pietoso Mascezel come gli eletti
servi di Dio[47]. Alcuni di loro s'indussero per le sue preghiere ad
imbarcarsi sopra la flotta; ed è stato osservato in onore del Generale
Romano, che impiegava i giorni e le notti in preghiere, in digiuni, e
nell'occuparsi a cantare i Salmi. Il devoto condottiere, che con tale
rinforzo pareva che confidasse della vittoria, evitò gli scogli
pericolosi della Corsica, costeggiò lungo la parte Orientale della
Sardegna, e difese le sue navi dalla violenza del vento meridionale,
gettando le ancore nel sicuro o capace porto di Cagliari alla distanza
di quaranta miglia da' lidi dell'Affrica[48].
[A. 398]
Gildone s'era preparato a far fronte all'invasione con tutte le forze
dell'Affrica. Con la liberalità dei doni e delle promesse procurò
d'assicurarsi la dubbiosa fedeltà de' soldati Romani, mentre attirava
alle sue bandiere le remote tribù della Getulia e dell'Etiopia. Mise in
ordine un'armata di sessantamila uomini, ed altamente vantavasi con
quella temeraria presunzione, che suol precorrere la disgrazia, che la
sua numerosa cavalleria calpestato avrebbe le truppe di Mascezel, ed
involto in un nuvolo di ardente sabbia i nativi delle fredde regioni
della Gallia e della Germania[49]. Ma il Mauritano, che comandava le
legioni d'Onorio, era troppo bene informato delle maniere de' suoi
nazionali per concepire alcun serio timore di un disordinato e nudo
esercito di Barbari, il braccio sinistro dei quali invece di scudo non
era difeso che da un mantello; che, appena scagliato aveano con la
destra il lor giavelotto, restavano totalmente disarmati; ed i cui
cavalli non erano mai stati ammaestrati a soffrir l'impaccio della
briglia, o ad obbedirne la guida. Egli fermò il suo campo di cinquemila
veterani in faccia ad un superiore nemico, e dopo la dilazione di tre
giorni diede il segno di una generale battaglia[50]. Avanzandosi
Mascezel sulla fronte con belle offerte di perdono e di pace, incontrò
uno dei primi che portava lo stendardo Affricano, e ricusando questo di
cedere, gli tagliò il braccio con la sua spada. Cadde a quel colpo
insieme col braccio l'insegna; e subito fu replicato da tutte le
bandiere della fila quel supposto atto di sommissione. A questo segno le
disaffezionate coorti proclamarono il nome del legittimo loro Sovrano; i
Barbari, sorpresi per la diserzione dei Romani loro alleati, si
dispersero, secondo il loro costume, in una tumultuaria fuga; e Mascezel
ottenne l'onore di una facile e quasi non sanguinosa vittoria[51]. Il
tiranno dal campo di battaglia fuggì al lido del mare; e si gettò in un
piccol vascello con la speranza di giugner sicuro a qualche amico porto
dell'Impero Orientale; ma l'ostinazione del vento lo rispinse nel porto
di Trabaca[52], che aveva riconosciuto insieme col resto della provincia
il dominio d'Onorio, e l'autorità del suo vicario. Gli abitanti, in
prova del pentimento e della fedeltà loro, arrestarono la persona di
Gildone, e lo posero in carcere; ma la propria disperazione lo liberò
dall'intollerabil tormento di soffrir la presenza di un ingiuriato e
vittorioso fratello[53]. Si portarono al piè dell'Imperatore i
prigionieri e le spoglie dell'Affrica: ma Stilicone, la moderazione del
quale appariva sempre più cospicua e più sincera in mezzo della
prosperità, tuttavia affettò di osservar le leggi della Repubblica: e
deferì al Senato ed al Popolo Romano il giudizio de' più illustri
delinquenti[54]. Fu pubblico e solenne il loro processo; ma i Giudici
nell'esercizio di quell'antiquata e precaria giurisdizione, erano
impazienti di punire i Magistrati Affricani, che avevano intercettato la
sussistenza del Popolo Romano. Quella ricca e colpevol Provincia fu
oppressa dai ministri Imperiali, che avevano un interesse visibile a
moltiplicare il numero dei complici di Gildone; e quantunque sembri, che
un editto d'Onorio freni la maliziosa industria degli accusatori, un
altro editto, alla distanza di dieci anni, continua e rinnova la
processura di que' danni, che furon fatti nel tempo della general
ribellione[55]. Gli aderenti del tiranno, che scamparono dal primo
impeto dei soldati e dei giudici, poteron trarre qualche consolazione
dal tragico fine del fratello di lui, che non potè mai ottenere il
perdono per gli straordinari servigi, che avea prestati. Dopo d'aver
terminato un'importante guerra nello spazio di un solo inverno, Mascezel
fu ricevuto alla Corte di Milano con grande applauso, con affettata
gratitudine e con segreta gelosia[56], e si è risguardata la sua morte,
che forse fu l'effetto del caso, come un delitto di Stilicone. Nell'atto
di passare un ponte, il Principe Mauritano, ch'era in compagnia del
Generale dell'Occidente, fu ad un tratto gettato dal suo cavallo nel
fiume; restò impedita l'officiosa premura dei famigliari da un crudele e
perfido sorriso, che videro in volto a Stilicone; e mentr'essi
differivano il necessario soccorso, l'infelice Mascezel rimase
annegato[57].
[A. 398]
La gioja del trionfo Affricano felicemente s'unì colle nozze
dell'Imperatore Onorio e della sua cugina Maria, figlia di Stilicone: e
quest'uguale ed onorevole parentela parve che investisse il potente
ministro dell'autorità di padre sopra il sommesso pupillo di lui. Non
tacque in giorno sì propizio la musa di Claudiano[58]: cantò in vari e
vivaci metri la felicità della coppia reale e la gloria dell'Eroe, che
confermava la lor unione, e sosteneva il lor trono. Il genio poetico
salvò dall'obblivione le antiche favole della Grecia, che avevan quasi
finito d'esser l'oggetto di una fede religiosa. La pittura del bosco di
Cipro, sede dell'armonia e dell'amore, il trionfante progresso di Venere
sopra i nativi suoi mari, e la dolce influenza, che sparse la presenza
di lei nel palazzo di Milano, esprimono ad ogni età i naturali
sentimenti del cuore nel giusto e piacevol linguaggio di un'allegorica
finzione. Ma l'amorosa impazienza, che Claudiano attribuisce al giovine
Principe[59], dovè eccitare il riso della Corte; e la sua bella sposa
(se pur meritava la lode della beltà) non avea molto da temere o da
sperare dalle passioni del suo amante. Onorio non avea che l'età di
quattordici anni; Serena, madre della sposa, differì per arte, o per
mezzo di persuasioni la consumazione delle nozze Reali. Maria morì
vergine dopo essere stata moglie dieci anni; e fu assicurata la castità
dell'Imperatore dalla freddezza, o forse anche dalla debolezza della sua
costituzione[60]. I suoi sudditi, che attentamente studiavano il
carattere del giovane loro Sovrano, conobbero, che Onorio era senza
passioni, e conseguentemente senza talenti; e che la debole e languida
di lui natura era ugualmente incapace di adempire i doveri del suo grado
che di godere i piaceri dell'età sua. Nella prima sua gioventù fece
qualche profitto nell'esercizio di cavalcare e di tirar l'arco: ma
presto abbandonò quelle faticose operazioni, ed il divertimento di
nutrir uccelli divenne la seria e quotidiana cura del Monarca
dell'Occidente[61], il quale rimise le redini dell'Imperio nella ferma
ed abile mano di Stilicone di lui tutore. L'esperienza dell'istoria,
potrà confermare il sospetto, che un Principe, nato nella porpora, ebbe
un'educazione peggiore dell'infimo dei suoi sudditi; e che l'ambizioso
ministro lo lasciò arrivare all'età virile senza procurar d'eccitarne il
coraggio, o d'illuminarne l'intelletto[62]. I predecessori d'Onorio eran
soliti d'animare col loro esempio, o almeno con la presenza il valore
delle legioni; e le date delle lor leggi attestano la perpetua attività
dei loro movimenti per le Province del Mondo Romano. Ma il figlio di
Teodosio passò il sonno della sua vita, come uno schiavo nel suo
palazzo, come uno straniero nel suo paese, e come un paziente e quasi
indifferente spettatore della rovina dell'Impero Occidentale, che fu più
volte attaccato, e finalmente distrutto dalle armi dei Barbari.
Nell'istoria, piena di eventi, di un regno di vent'otto anni, rare volte
sarà necessario di rammentare il nome dell'Imperatore Onorio.
NOTE:
[1] Aletto, invidiosa della pubblica felicità, convoca un concilio
infernale, Megera le raccomanda Ruffino suo allievo e l'eccita a far del
male ec. Ma v'è tanta differenza fra la furia di Claudiano e quella di
Virgilio, quanta n'è fra i caratteri di Turno e di Ruffino.
[2] Egli è evidente (Tillemont _Hist. des Emp. Tom. V. p. 770_),
quantunque il de Marca si vergogni di tal compatriota, che Ruffino era
nato in Elusa, Metropoli della Novempopulania, ora piccolo villaggio
della Guascogna: Danville _Notic. de l'anc. Gaul. p. 289_.
[3] Filostorg. l. XI, c. III. _colle Dissertazioni del Gotofred. p.
440._
[4] Un passo di Suida esprime la sua profonda dissimulazione; Βαθυγνωμων
αυθρωπος και κρυψὶνος; _uomo taciturno e cupo_.
[5] Zosimo l. IV. p. 272, 273.
[6] Zosimo, che descrive la caduta di Taziano e del suo figlio (l. V. p.
273, 274), asserisce la loro innocenza; e può anche la sua testimonianza
preponderare alle accuse dei loro nemici (_Cod. Teod. T. IV. p. 489_)
che gli accusano d'aver oppresso le Curie. La connessione, ch'ebbe
Taziano con gli Arriani, quando fu Prefetto d'Egitto (an. 373), fa
inclinare il Tillemont a credere, che fosse reo d'ogni delitto. _Hist.
des Emp. Tom. V. p. 360 Mem. Eccl. Tom. VI. p. 589_.
[7]
_Juvenum rorantia colla_
_Ante patrum vultus stricta cecidere securi._
_Ibat grandaevus nato moriente superstes_
_Post trabeas exul_....
In Ruffin. I. 248.
I fatti di Zosimo spiegano le allusioni di Claudiano; ma i principali
suoi interpreti non conoscevano la storia del quarto secolo. Io trovo
coll'aiuto del Tillemont la _fatal corda_ in un discorso di S. Asterio
d'Amasca.
[8] Quest'odiosa legge vien riferita e confermata da Arcadio (an. 396)
nel codice Teodosiano lib. IX. Tit. XXXVIII. leg. 9. Il senso della
medesima come viene spiegato da Claudiano (_in Ruffin. I. 234_) e dal
Gotofredo (Tom. III p. 279), è perfettamente chiaro.
_........ Exscindere cives_
_Funditus, et nomen gentis delere laborat._
Gli scrupoli del Pagi e del Tillemont non posson nascere che dal loro
zelo per la gloria di Teodosio.
[9] _Amonius... Ruffinum propriis manibus suscepit sacro fonte
mundatum_. Vedi Rosweyde _Vit. Patrum p. 947_. Sozomeno (l. VIII c. 17)
fa menzione della Chiesa e del Monastero, ed il Tillemont (_Mem. Eccl.
Tom. IX. p. 593_) rammenta questo sinodo, in cui S. Gregorio Nisseno
fece una cospicua figura.
[10] Montesquieu (_Espr. des Loix l. 12 c. 12_) loda una legge di
Teodosio indirizzata al Prefetto Ruffino (lib. IX. Tit. IV. leg. unic.)
per incoraggiare l'accusa delle parole contro il Principe o contro la
Religione. Una legge tirannica prova l'esistenza della tirannia; ma un
editto lodevole può solamente contenere le speciose proteste, o le
inefficaci brame del Principe o dei suoi Ministri. Ho paura, che questo
sia un giusto, sebbene mortificante, canone di critica.
[11]
_........ Fluctibus auri_
_Expleri ille calar nequit_
· · · · · · · · · · · · · ·
_Congestae cumulantur opes, orbisque rapinas_
_Accipit una domus......_
Questo carattere (Claudian. _in Ruffin. 2. 184-220_) vien confermato da
Girolamo, testimone disinteressato (_dedecus insatiabilis avaritiae Tom.
I ad Heliodor. p. 26_), da Zosimo (_l. V. p. 286_) e da Suida, che copiò
l'istoria d'Eunapio.
[12]
_.... Caetera segnis;_
_Ad facinus velox; penitus regione remotas_
_Impiger ire vias......_
Quest'allusione di Claudiano (in Rufin., I. 241.) parimente si spiega
dalla circostanziata narrazione di Zosimo, lib. V. p. 288.
[13] Zosimo (l. IV. 243.) loda il valore, la prudenza, e l'integrità di
Bautone Franco. Vedi Tillemont, _Hist. des Emp. T. V., p. 771_.
[14] Arsenio fuggì dal palazzo di Costantinopoli, e passò
cinquantacinque anni in rigida penitenza ne' monasteri dell'Egitto. Vedi
Tillemont, _Mem. Eccles. Tom. XIV, p. 676., e 702_, e Fleury, _Hist.
Eccles._ Tom. V. p. 1, etc. Ma quest'ultimo per mancanza di autentici
materiali ha creduto troppo alla leggenda del Metafraste.
[15] Quest'istoria (Zosimo l. V. p. 290) prova, che tuttavia s'usavano
senz'idolatria i riti matrimoniali dell'antichità dai Cristiani
orientali; e la sposa era condotta _per forza_ dalla casa de' proprj
parenti a quella del marito. La forma del matrimonio, che usiamo noi,
esige con minor delicatezza il pubblico ed espresso consenso d'una
vergine.
[16] Zosimo (l. V p. 290), Orosio.(l. VII. c. 37) e la cronica di
Marcellino, Claudiano (_in Ruffin. II 7-100_) dipinge con vivi colori le
angustie e le colpe del Prefetto.
[17] Stilicone o direttamente o indirettamente forma il tema perpetuo di
Claudiano. La gioventù e la vita privata dell'Eroe vengono senza
connessione espresse nel poema, che fece sul primo suo consolato 35-140.
[18] _Vandalorum, imbellis, avarae, perfidae, et dolosae gentis genere
editus_: Orosio l. VII. c. 38. Girolamo (Tom. I. _ad Geront. p. 93_) lo
chiama un _Semi-barbaro_.
[19] Claudiano, in un poema imperfetto, fa un bello, e forse adulante
ritratto di Serena. Questa favorita nipote di Teodosio era nata, come la
sua sorella Termanzia, in Ispagna, di dove nella più tenera lor gioventù
erano state onorevolmente condotte al palazzo di Costantinopoli.
[20] Si potrebbe aver qualche dubbio, se quest'adozione fosse legale, o
solo metaforica (Vedi du Cange _Famil. Byzant. p. 75_) Un'antica
iscrizione dà a Stilicone il singolar titolo di _Progener Divi
Theodosii_.
[21] Claudiano (_Laus Serenae_ 190-193) esprime in linguaggio poetico il
_dilectus equorum_, ed il _gemino mox idem culmine duxit agmina_.
L'iscrizione aggiunge _Conte de' domestici_: importante comando che
Stilicone prudentemente potè ritenere nel colmo della sua grandezza.
[22] I bei versi di Claudiano (_in I. Cons. Stilic. II. 113_) palesano
il suo ingegno; ma l'integrità di Stilicone (nell'amministrazion
militare) si stabilisce con molto maggior fermezza dall'involontaria
testimonianza di Zosimo (lib. V. p. 245).
[23]
_... Si bellica moles_
_Ingrueret, quamvis annis et jure minori,_
_Cedere grandaevos equitum peditumque magistros_
_Adspiceres..._
(Claudiano, _Laus Seren. p. 196_).
Un Generale moderno stimerebbe la lor sommissione o un eroico
patriottismo o un'abbietta servitù.
[24] Si confronti il poema sul primo Consolato (I. 95-115). coll'altro
intitolato _Laus Serenae_ (227, 237) dove disgraziatamente finisce. Noi
possiamo scorgervi la profonda inveterata malizia di Ruffino.
[25]
_... Quem fratribus ipse_
_Discendens, clypeumque defensoremque dedisti._
Pure tal deputazione fu privata (_IV. Cons. Hon. III. Cons. Honor. 142_)
_cunctos discedere.... jubet_, e perciò può esser sospetta. Zosimo e
Suida applicano a Stilicone e a Ruffino l'istesso ugual titolo di
Επιτροποι _guardiani o tutori_.
[26] La legge Romana distingue due sorte di _minorità_, una che spirava
all'età di quattordici e l'altra di venticinque anni. La prima era
sottoposta al tutore, o guardiano della persona; la seconda al curatore,
o custode de' beni (Heinec. _Ant. Rom. Ad Jurispr. pertin. lib. I. Tit.
XXII XXIII. p. 218, 232_). Ma queste idee legali non furono mai
esattamente applicate alla costituzione d'una Monarchia elettiva.
[27] Vedi Claudiano (I, _Cons. Stilic. I. 188 242_), ma bisogna che
accordi più di 15 giorni pel viaggio e ritorno; da Milano a Leida.
[28] I. _Cons. Stil. II. 88. 94_. Non solamente le vesti ed i diademi
del morto Imperatore, ma eziandio gli elmetti, le guardie delle spade, i
bodrieri, le corazze ec. erano arricchite di perle, di smeraldi e di
diamanti.
[29]
_.... Tantoque remoto_
_Principe, mutatas orbis non sensit habenas._
Quest'alta lode (I. _Cons. Stilich. I. 149_) si può giustificare da'
timori del moribondo Imperatore (_De Bell. Gildon. 292-301_), e dalla
pace e buon ordine, che si goderono dopo la sua morte I. _Cons. Stil. I.
150-168_.
[30] La marcia di Stilicone e la morte di Ruffino son descritte da
Claudiano (_in Ruffin. l. II. 101-453_), da Zosimo (l. V. p. 296. 297),
da Sozomeno (l. VIII. c. 1), da Socrate (VI. c. 1), da Filostorgio (l.
XI. c. 3 col Gotofredo p. 441) e dalla Cronica di Marcellino.
[31] La sezione di Ruffino, che Claudiano eseguisce con la cruda
freschezza d'un anatomico (_in Ruffin II. 405, 415_) viene anche
indicata da Zosimo e da Girolamo, T. I. p. 16.
[32] Il pagano Zosimo fa menzione del santuario e del pellegrinaggio di
esse. Silvania, sorella di Ruffino, che passò la sua vita in
Gerusalemme, è celebre nell'istoria Monastica. Primieramente la studiosa
vergine avea diligentemente ed anche più volte letti i Commentatori
della Bibbia, come Origene, Gregorio, Basilio ec., le opere de' quali
ascendevano a cinque milioni di versi. In secondo luogo all'età di
sessant'anni potea vantarsi di non essersi mai lavata le mani, la
faccia, o alcun'altra parte di tutto il suo corpo, eccettuate le punte
delle dita per ricever la Comunione. Vedi _Vit. Patr. p. 779. 977._
[33] Si veda il bell'esordio di quest'invettiva contro Ruffino, che si
discute curiosamente dal Bayle _Dict. Crit. Ruffin. not. E._
[34] Vedi _Cod. Teod. lib. IX. Tit. 42. Leg. 14. 15_. I nuovi Ministri
procurarono, con incoerente avarizia, di prender le spoglie del loro
predecessore e di provvedere alla futura lor sicurezza.
[35] Vedi Claudiano (I. _Cons. Stilic. l. I. 275. 292. 296, l. II. 83_),
Zosimo l. V. p. 302.
[36] Claudiano dirige il Consolato dell'Eunuco Eutropio ad una
riflessione nazionale (l. II. 134).
_... Plaudentem cerne Senatum_
_Et Byzantinos Proceres, Grajosque Quirites_
_O patribus plebes, o digni consule patres._
Egli è curioso d'osservare i primi sintomi della gelosia e dello scisma
fra l'antica e la nuova Roma, fra i Greci ed i Latini.
[37] Può Claudiano aver esagerato i vizi di Gildone; ma la Mauritana di
lui origine, le sue notorie azioni, e le querele di S. Agostino possono
giustificar lo invettive del Poeta. Il Baronio (_annal. an. 398. n. 35.
56._) ha trattato della ribellione Affricana con abilità ed erudizione.
[38]
_Instat terribilis vivis, morientibus haeres,_
_Virginibus raptor, thalamis obscenus adulter._
_Nulla quies: oritur praeda cessante libido,_
_Divitibusque dies, et nox metuenda maritis._
_.... Mauris clarissima quaeque_
_Fastidita datur_...
Il Baronio condanna tanto più severamente la licenziosità di Gildone,
che la moglie, la figlia e la sorella di esso erano esempi di perfetta
castità. Una legge Imperiale raffrena gli adulterj dei soldati
Affricani.
[39] _Inque tuam sortem numerosas transtulit urbes._ Claudiano (_de
Bell. Gildonic. 230-324_) ha toccato con politica delicatezza
gl'intrighi della Corte Bizantina, de' quali fa menzione anche Zosimo
(l. V. p. 302).
[40] Simmaco (_l. IV. epist. 4_) esprime le formalità giudiciali del
Senato; e Claudiano (_Cons. Stilic. l. I. 325 ec. _) sembra respirare il
coraggio Romano.
[41] Claudiano delicatamente spiega questi lamenti di Simmaco in un
discorso della Dea di Roma avanti al trono di Giove (_de Bell. Gild.
28-128_).
[42] Vedi Claudiano _in Eutrop. l. I. 401. ec. I. Cons. Stil. l. I. 306.
II. Cons. Stil. 91 ec._
[43] Egli era d'età matura, poichè antecedentemente (an. 373) avea
militato con Firmo suo fratello (Ammiano XXIX. 5). Claudiano, che
conosceva la Corte di Milano si fermò nelle ingiurie piuttosto che ne'
meriti di Mascezel (_de Bell. Gild. 389-414_). La guerra Mauritana non
era degna d'Onorio o di Stilicone ec.
[44] Claudian. _Bell. Gild. 415, 423_. Il cangiamento della disciplina
indifferentemente gli permetteva d'usare i nomi di _Legione_, di
_Coorte_, di _Manipolo_. Vedi _Not. Imper. l. 38. 40. _
[45] Orosio (l. VII. c. 36. p. 563) aggiugne a questo racconto
un'espressione di dubbio (_ut ajunt_) e ciò difficilmente si combina
quella di Δυναμεις αδρας _numerose forze_, di Zosimo (l. V. p.
303). Pure Claudiano dopo qualche declamazione intorno ai soldati di
Cadmo, francamente confessa, che Stilicone mandò un piccolo esercito,
per timore che il ribello fuggisse; _ne timere timeas_ I. _Cons.
Stilich. l. I. 314_.
[46] Claud. Rutil. Numatian. _Itiner._ l. 439-448. Egli di poi fa
menzione (515-526) di un religioso pazzo nell'Isola di Gorgona. Per tali
profane osservazioni Rutilio e i suoi seguaci son chiamati dal suo
comentatore Batthio _rabiosi canes diaboli_. Il Tillemont (_Mem. Eccl.
Tom. XII. p. 42_) più tranquillamente osserva, che l'incredulo poeta
loda quanto intende di censurare.
[47] Orosio l. VII. c. 36. p. 564. Agostino celebra due di questi Santi
dell'Isola delle Capre, _Epist. 81. ap. Tillem. Mem. Eccl. Tom. XIII. p.
317 e Baron. annal. Eccl. n. 398 num. 51._
[48] Qui termina il primo libro della guerra Gildonica. Il testo del
poema di Claudiano è perduto; e non sappiamo, come o dove l'armata
prendesse terra nell'Affrica.
[49] Orosio dev'essere responsabile di tal racconto. La presunzione di
Gildone, e le sue varie truppe di Barbari son rammentate da Claudiano
(I. _Cons. stil. l. 345-955_).
[50] S. Ambrogio, che era morto circa un anno avanti, rivelò in una
visione il tempo ed il luogo della vittoria. Di poi Mascezel raccontò il
suo sogno a Paolino, scrittore originale della vita del Santo, dal quale
potè facilmente passare tal notizia ad Orosio.
[51] Zosimo (l. V. p. 303) suppone un ostinato combattimento; ma la
narrazione d'Orosio par che occulti un fatto reale sotto la maschera
d'un miracolo.
[52] Trabaca è situata fra le due Ippone (Cellar. Tom. II. P. 2. p. 212.
Danville Tom. III. p. 84). Orosio ha nominato distintamente il campo di
battaglia; ma la nostra ignoranza non può stabilirne la precisa
situazione.
[53] La morte di Gildone s'esprime da Claudiano (_I. Cons. Stil. p.
357_), e dai suoi migliori interpreti, Zosimo ed Orosio.
[54] Claudiano (II. _Cons. Stilich. 99-119_) descrive il loro processo
(_tremuit quos Africa nuper, cernunt rostra reos_) ed applaudisce al
ristabilimento dell'antica costituzione. Qui è dove introduce quella
celebre sentenza, tanto familiare agli amici del dispotismo: _numquam
libertas gratior extat, quam sub Rege pio_..... Ma la libertà, che
dipende dalla pietà regale, appena merita questo nome.
[55] Vedi _il Cod. Teod. lib. IX. Tit. XXXIX. leg. 3. tit. XL. l. 19._
[56] Stilicone, che pretendeva un'egual parte in tutte le vittorie di
Teodosio e del suo figlio, particolarmente asserisce, che l'Affrica fu
ricuperata per la saviezza dei suoi consigli. Vedi un'iscrizione
prodotta dal Baronio.
[57] Ho addolcito la narrazione di Zosimo, che nella sua cruda
semplicità è quasi incredibile (l. V. p. 303). Orosio condanna il
vittorioso Generale (p. 538) per aver violato il diritto del Santuario.
[58] Claudiano, come poeta laureato, compose un elaborato e serio
epitalamio di 340 versi, oltre a varie giocose Fescennine, che si
cantarono in tuono più licenzioso nella notte del maritaggio.
[59]
_.... Calet obvius ire_
_Jam Princeps, tardumque cupit discedere solem._
_Nobilis haud aliter sonipes...._
(De nupt. Hon. et Mariae 287) e più liberamente nelle Fescennine
(112-126).
_Dices, o quoties mihi dulcius_
_Quam flavos decies vincere Sarmatas_
· · · · · · · · · · · · · · · ·
_Tum victor madido prosilias toro_
_Nocturni referent vulnera praelii._
[60] Vedi Zosimo t. V. p. 333.
[61] Procop. _de Bell. Gothico l. I. c. II_. Io ho preso la pratica
generale d'Onorio, senz'adottare la strana e veramente improbabil
novella, riferita dall'istorico Greco.
[62] Le lezioni di Teodosio, o per meglio dir di Claudiano (IV. _Cons.
Honor. 214-418_) potrebber formare una bella istruzione pel futuro
Principe di una libera e vasta nazione. Ma questa era troppo superiore
ad Onorio ed a' depravati suoi sudditi.
CAPITOLO XXX.
_Ribellione dei Goti. Saccheggian la Grecia. Due grandi
invasioni nell'Italia, fatte da Alarico e da Radagaiso. Sono
essi rispinti da Stilicone. I Germani invadon la Gallia.
Usurpazione di Costantino in Occidente. Disgrazia e morte di
Stilicone._
[A. 395]
Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che
dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa
difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore
avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì
nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la
nazione de' Goti avea preso le armi[63]. I Barbari ausiliarj alzarono
l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili
intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor
nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati
condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al
primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le
armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del
Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e
lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione,
che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante
fiume[64].» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio
si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute
quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari,
che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi
lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli[65].
L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano
ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto
della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che
dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato
lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le
frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali
affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova
bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un
motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea
cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece
d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani,
erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo
famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti[66], che non
cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando
delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia
del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse
avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto
abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad
una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu
atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e
di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra
che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi
dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e
rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare
un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin
allora scampato aveva i disastri della guerra[67].
[A. 396]
Il carattere degli Uffiziali civili e militari, che Ruffino avea posti
al governo della Grecia confermò il pubblico sospetto, ch'egli avesse
aperto per tradimento l'antica sede della libertà e del sapere al Gotico
invasore. Il Proconsole Antioco era l'indegno figlio di un rispettabile
padre; e Geronzio, che comandava le truppe della provincia, era meglio
idoneo ad eseguire gli opprimenti ordini di un tiranno, che a difendere
con abilità e coraggio un paese, con la maggior diligenza fortificato
dalla mano della natura. Alarico avea traversato senza resistenza le
pianure della Macedonia e della Tessaglia fino a piè del monte Oeta,
aspra e selvosa catena di colli quasi impenetrabile alla sua cavalleria.
Questi estendevansi da Levante a Ponente fino al lido del mare; e
lasciavan di mezzo fra il precipizio ed il golfo Maleo uno spazio di
trecento piedi, che in alcuni luoghi era ristretto ad una strada capace
d'ammettere un solo carro per volta[68]. In quell'angusto passo delle
Termopile, dove Leonida ed i trecento Spartani avevan gloriosamente
sacrificato le loro vite, i Goti potevano essere arrestati o distrutti
da un abile Generale, e forse la vista di quel sacro luogo avrebbe
potuto accendere alcune scintille di militare ardore nei petti de' Greci
degenerati. Le truppe ch'erano state poste alla difesa dello stretto
passo delle Termopile, si ritirarono, secondo gli ordini, senza neppure
tentar d'impedire il rapido e sicuro passaggio d'Alarico[69]; e le
fertili campagne della Focide e della Beozia furono immediatamente
coperte da un diluvio di Barbari, che uccidevano i maschi in età di
portar le armi, e rapivan le belle femmine con le spoglie ed i bestiami
degl'incendiati villaggi. I viaggiatori, che passarono per la Grecia
molti anni dopo, facilmente ravvisavano le profonde e sanguinose tracce
della marcia dei Goti; e Tebe fu meno debitrice della propria
conservazione alla forza delle sue sette porte, che all'ardente fretta
d'Alarico, che s'avanzò ad occupare la città d'Atene e l'importante
porto del Pireo. L'istessa impazienza lo spinse a toglier la dilazione
ed il pericolo di un assedio coll'offerta di una capitolazione, ed
appena gli Ateniesi udiron la voce dell'araldo Goto, che facilmente
s'indussero a dare la maggior parte delle loro ricchezze per riscatto
della città di Minerva, e de' suoi abitanti. Si ratificò il trattato con
solenni giuramenti, ed osservossi con reciproca fedeltà. II Principe
Goto, con un piccolo e scelto seguito, fu ammesso dentro le mura; egli
fece uso del bagno, accettò uno splendido banchetto preparatogli dal
magistrato ed affettò di mostrare, che non gli erano ignoti i costumi
delle civili nazioni[70]. Ma tutto il territorio dell'Attica, dal
promontorio di Sunio fino alla città di Megara, fu rovinato dalla
funesta di lui presenza; e se possiamo servirci del paragone di un
Filosofo contemporaneo, Atene medesima rassomigliava alla sanguinosa e
vota pelle di una vittima uccisa. La distanza fra Megara e Corinto non
poteva eccedere molto lo spazio di trenta miglia; ma la _mala via_, nome
esprimente che tuttavia essa porta fra i Greci, era o potea rendersi
inservibile per lo marcia di un nemico. I folti ed oscuri boschi del
monte Citero cuoprivano l'interno del paese; gli scogli Scironj
s'avvicinavano alla superficie dell'acqua, e stavan pendenti sopra il
tortuoso e stretto sentiero, che durava più di sei miglia lungo il lido
del mare[71]. Il passo di quelle rupi, tanto famoso in ogni secolo, si
terminava dall'istmo di Corinto; ed un piccolo corpo di fermi ed
intrepidi soldati avrebbe potuto felicemente difendere un temporaneo
trinceramento di cinque o sei miglia dal mare Jonio all'Egeo. La
fiducia, che avevano le città del Peloponneso nella naturale loro
difesa, le aveva indotte a trascurare le antiche lor mura; e l'avarizia
dei Romani Governatori aveva esaurito e tradito l'infelice
provincia[72]. Corinto, Argo e Sparta cederono senza resistenza alle
armi dei Goti; ed i più fortunati degli abitanti si liberarono con la
morte dal vedere la schiavitù delle proprie famiglie, e l'incendio delle
loro città[73]. I vasi e le statue furon distribuite fra' Barbari con
più riguardo al valore della materia, che all'eleganza dell'opera; le
schiave furon sottoposte alle leggi della guerra; il godimento della
beltà fu il premio del valore, ed i Greci non avevan ragion di dolersi
di un abuso, che veniva giustificato dall'esempio dei tempi eroici[74].
I discendenti di quel popolo straordinario, che aveva risguardato il
valore e la disciplina come le mura di Sparta, non si rammentavano più
della generosa risposta, che diedero i loro antichi ad un invasore più
formidabile d'Alarico. «Se tu sei un Dio, non farai danno a quelli che
non ti hanno mai offeso, se sei un uomo, avanzati pure..., e troverai
degli uomini uguali a te stesso[75]». Il condottiero de' Goti proseguì
la vittoriosa sua marcia dalle Termopile a Sparta senza incontrare alcun
antagonista mortale; ma uno degli avvocati dello spirante Paganesimo ha
confidentemente asserito, che le mura d'Atene eran guardate dalla Dea
Minerva col formidabile suo Egide, e dall'irata immagine d'Achille[76]:
e che il conquistatore fu sconcertato dalla presenza delle ostili
Divinità della Grecia. In un secolo di miracoli non sarebbe forse giusto
il disputare all'istorico Zosimo il diritto al benefizio comune; pure
non può dissimularsi, che la mente d'Alarico era mal preparata a
ricevere, o dormendo o vegliando, le impressioni della Greca
superstizione. I canti d'Omero e la fama d'Achille non eran
probabilmente mai giunti all'orecchio dell'ignorante Barbaro; e la fede
Cristiana, ch'egli aveva devotamente abbracciato, l'ammaestrò a
disprezzare le immaginarie Divinità di Roma e d'Atene. L'invasione dei
Goti, in cambio di vendicare l'onore del Paganesimo, contribuì, almeno
accidentalmente, ad estirparne gli ultimi avanzi; ed i misteri di
Cerere, ch'eran durati ottocent'anni, non sopravvissero alla distruzione
d'Eleusi, ed alle calamità della Grecia[77].
[A. 397]
L'ultima speranza di un popolo, che non potea più contare nè sulle armi,
nè sugli Dei, nè sul Sovrano del proprio paese, era collocata nel
potente aiuto del Generale d'Occidente; e Stilicone, a cui non era stato
permesso di rispingere gl'invasori della Grecia, s'avanzò a
castigarli[78]. Fu allestita una numerosa flotta nei porti d'Italia; e
le truppe, dopo una breve e prospera navigazione, sul mar Jonio, vennero
sbarcate felicemente sull'Istmo, vicino alla rovina di Corinto. Il
montano e selvoso paese d'Arcadia, favolosa residenza di Pane e delle
Driadi, divenne la scena di una lunga e dubbiosa battaglia fra due
Generali, non indegni l'uno dell'altro. Finalmente prevalse l'abilità e
la perseveranza del Romano; ed i Goti, dopo una considerabile perdita
per causa del disagio e della diserzione, appoco appoco si ritirarono
all'alta montagna di Foloe, vicino alla sorgente del Peneo, sulle
frontiere d'Elide, sacra provincia, che prima era stata esente dalle
calamità della guerra[79]. Fu immediatamente assediato il campo dei
Barbari: si voltarono in altra parte le acque del fiume[80]; e mentre
soggiacevano essi alle intollerabili angustie della sete e della fame,
si formò una forte linea di circonvallazione per impedirne la fuga. Dopo
tali cautele Stilicone, troppo fidandosi della vittoria, si ritirò a
godere del suo trionfo nei giuochi scenici, e nelle lubriche danze dei
Greci; i suoi soldati, abbandonando gli stendardi, si sparsero pel paese
dei loro alleati, ch'essi spogliarono di tutto quello, che s'era potuto
salvare dalle mani rapaci dell'inimico. Sembra che Alarico prendesse il
favorevol momento per eseguire una di quelle ardite imprese, nelle quali
spicca l'abilità d'un Generale con maggior lustro, che nel tumulto di
una giornata di battaglia. Per liberarsi dalla prigione del Peloponeso,
dovè sforzare i trinceramenti che circondavano il proprio campo; fare
una difficile e pericolosa marcia di trenta miglia fino al golfo di
Corinto, e trasportare le sue truppe, gli schiavi e le spoglie sopra un
braccio di mare, che nel più angusto intervallo fra Rio e l'opposto
lido, e largo almeno mezzo miglio[81]. Le operazioni d'Alarico dovettero
essere segrete, prudenti e rapide, poichè il Generale Romano restò
confuso, quando seppe che i Goti, i quali avevan deluso i suoi sforzi,
erano in possesso dell'importante provincia dell'Epiro. Quest'infelice
dilazione concesse ad Alarico tempo abbastanza per concludere il
trattato, che segretamente maneggiava co' Ministri di Costantinopoli. Il
timor d'una guerra civile obbligò Stilicone a ritirarsi, al superbo
comando de' suoi rivali, dagli stati d'Arcadio, ed ei rispettò nel
nemico di Roma l'onorevol carattere d'alleato e di servo dell'Imperatore
Orientale.
[A. 398]
Un Greco filosofo[82], che vide Costantinopoli poco dopo la morte di
Teodosio, pubblicò le sue libere opinioni intorno a' doveri de' Re ed
allo stato della Romana Repubblica. Sinesio osserva e deplora il fatale
abuso, che l'imprudente bontà dell'ultimo Imperatore aveva introdotto
nella disciplina militare. I cittadini, ed i sudditi avevan comprato
un'esenzione dall'indispensabil dovere di difendere il loro paese, che
veniva difeso dalle armi de' Barbari mercenari. Permettevasi a'
fuggitivi della Scizia di avvilire le illustri dignità dell'Impero; la
feroce lor gioventù, che sdegnava il salutare freno delle leggi, era più
ansiosa d'acquistar le ricchezze, che d'imitar le arti d'un popolo,
oggetto per essi d'odio e di disprezzo; e la potenza de' Goti era come
il sasso di Tantalo, sempre sospeso sulla sicurezza e la pace dello
Stato sacrificato. Le misure, che Sinesio raccomanda di prendere, sono i
dettami d'un generoso ed ardito patriota. Egli esorta l'Imperatore a
ravvivare il coraggio de' propri sudditi coll'esempio d'una virile
virtù; a bandire il lusso dalla Corte e dal campo; a sostituire, in
luogo de' Barbari mercenari, un esercito d'uomini interessati alla
difesa delle lor leggi e sostanze: a costringere, in tal momento di
pubblico pericolo, gli artefici ad uscire dalle botteghe, ed i filosofi
dalle scuole; a svegliar l'indolente cittadino dal suo sonno di piacere,
e ad armare, per protegger l'agricoltura, le mani de' laboriosi
coltivatori. Alla testa di tali truppe, che avrebbero meritato il nome e
dimostrato lo spirito di Romani, anima il figlio di Teodosio ad
affrontare una stirpe di Barbari che erano privi d'ogni real coraggio,
ed a non posar le armi, finattantochè non li avesse scacciati nella
solitudine della Scizia, o li avesse ridotti a quello stato di servitù
ignominiosa, che i Lacedemoni anticamente imposero agli Eloti lor
prigionieri[83]. La Corte d'Arcadio approvò lo zelo, applaudì
all'eloquenza, e trascurò il consiglio di Sinesio. Forse il filosofo,
che parlò all'Imperator dell'Oriente con quel linguaggio della ragione e
della virtù, che avrebbe usato con un Re di Sparta, non avea pensato a
formare un sistema praticabile, coerente all'indole ed alle circostanze
d'un secolo degenerato. Forse l'orgoglio de' Ministri, gli affari de'
quali erano rade volte interrotti dalla riflessione, potè rigettare come
inopportuna e visionaria ogni proposizione, che sopravanzava la misura
della capacità loro, e deviava dalle formalità e dagli usi del loro
uffizio. Mentre l'orazione di Sinesio, e la caduta de' Barbari,
formavano gli argomenti delle comuni conversazioni, si pubblicò un
editto a Costantinopoli, che dichiarava la promozione d'Alarico al posto
di Generale dell'Illirico d'Oriente. I Provinciali, e gli Alleati
Romani, che avevano rispettato la fede de' trattati, a ragione
sdegnaronsi, che fosse così liberalmente premiata la rovina della Grecia
e dell'Epiro. Fu ricevuto il Gotico conquistatore come un legittimo
Magistrato in quelle città, che aveva sì recentemente assediate.
Sottoposti furono alla sua autorità i padri, de' quali aveva trucidato i
figliuoli, ed i mariti, le mogli de' quali aveva violate: ed il successo
della sua rivolta incoraggì l'ambizione d'ogni capitano di mercenari
stranieri. L'uso, che fece Alarico del suo nuovo comando, distingue il
fermo e giudizioso carattere della sua politica. Egli diede ordine a'
quattro magazzini, ed alle manifatture di armi difensive ed offensive,
ch'erano a Margo, a Raziaria, a Naisso, ed a Tessalonica, di provvedere
le sue truppe d'una straordinaria quantità di scudi, di elmi, di spade e
di lance; i miseri Provinciali costretti furono a fabbricar
gl'istrumenti della propria lor distruzione, ed i Barbari si tolsero
l'unico difetto, che aveva alle volte sconcertato gli sforzi del loro
coraggio[84]. La nascita d'Alarico, la gloria delle sue passate azioni,
e la speranza de' suoi futuri disegni appoco appoco riunì sotto il
vittorioso stendardo di lui il corpo della nazione, e d'unanime consenso
de' Capitani Barbari, il Generale dell'Illirico fu elevato, secondo
l'antico costume, sopra uno scudo, e proclamato solennemente Re de'
Visigoti[85]. Armato di questo doppio potere, e situato ne' confini de'
due Imperi, alternativamente vendeva le ingannevoli sue promesse alle
Corti d'Arcadio e d'Onorio[86]; finattantochè dichiarò ed eseguì la sua
risoluzione d'invadere i dominj dell'Occidente. Erano già esauste le
Province dell'Europa, che appartenevano all'Imperatore Orientale; quelle
dell'Asia erano inaccessibili; e la forza di Costantinopoli avea
resistito al suo attacco. Fu dunque tentato dalla fama, dalla bellezza,
e dalla dovizia dell'Italia, ch'egli aveva già visitato due volte; e
segretamente aspirò a piantare la bandiera Gotica sulle mura di Roma, e
ad arricchire il suo esercito con le accumulate spoglie di trecento
trionfi[87].
[A. 400-403]
La scarsità de' fatti[88], e l'incertezza delle date[89] s'oppongono al
nostro disegno di descriver le circostanze della prima invasione
d'Italia fatta dalle armi d'Alarico. Sembra, che la sua marcia,
incominciata fosse da Tessalonica per il guerriero e nemico paese della
Pannonia sino al piè delle Alpi Giulie, e che il suo passaggio per que'
monti, ch'erano fortemente guardati da truppe e da fortificazioni;
l'assedio di Aquileia, e la conquista delle Province dell'Istria e della
Venezia, occupasse un tempo considerabile. A meno che le sue operazioni
non fossero estremamente caute e lente, la lunghezza dello spazio
suggerirebbe un probabil sospetto, che il Goto Re si ritirasse verso le
rive del Danubio, e rinforzasse la sua armata con freschi sciami di
Barbari, prima di tentar nuovamente di penetrare nel cuor dell'Italia.
Poichè i pubblici ed interessanti avvenimenti sfuggono la diligenza
dell'istorico, ei può divertirsi nel contemplare per un momento
l'influenza delle armi d'Alarico ne' casi di due oscuri individui, cioè
d'un Prete d'Aquileia, e d'un agricoltor di Verona. Il dotto Ruffino,
che dai suoi nemici era stato citato a comparire avanti ad un Sinodo
Romano[90], preferì saviamente i pericoli di un'assediata città; ed i
Barbari, che furiosamente scuotevano le mura d'Aquileia, poteron
salvarlo dalla crudel sentenza d'un altro eretico, che all'istanza dei
medesimi Vescovi fu severamente battuto e condannato ad un esilio
perpetuo in un'isola deserta[91]. Un vecchio[92], che aveva passato la
semplice ed innocente sua vita nelle vicinanze di Verona, niente aveva
che fare con le querele nè de' Re, nè de' Vescovi; i piaceri, i
desiderj, le cognizioni di esso erano limitate dentro il piccolo cerchio
del paterno suo campo; un bastone sosteneva i cadenti suoi passi su quel
medesimo suolo, dove s'era trastullato nella puerizia. Pure anche
quest'umile e rustica felicità (che Claudiano descrive con tanta verità
e sentimento) fu esposta anch'essa all'indistinto furor della guerra. I
suoi alberi, i vecchi alberi ad esso _contemporanei_[93] avevano ad
ardere nell'incendio di tutto il paese; un distaccamento di Cavalleria
Gotica dovea rovinare la sua capanna e famiglia: e la forza d'Alarico
dovea distrugger quella felicità, ch'ei non era capace nè di gustare, nè
di concedere. «La fama (dice il Poeta) battendo con terrore le sue ali,
proclamò la marcia dell'esercito barbaro, ed empì di costernazione
l'Italia»; crebbero i timori d'ogni individuo in proporzione delle
proprie sostanze, ed i più timidi, che avevano già imbarcato i loro più
valutabili effetti, meditavano di fuggire nell'isola di Sicilia, o alle
coste dell'Affrica. L'angustia pubblica veniva aggravata dai timori e
da' rimproveri della superstizione[94]. Ogni momento produceva qualche
orrida novella di strani e portentosi accidenti. I Pagani deploravano la
non curanza degli augurj, e l'interrompimento de' sacrifizj; ma i
Cristiani traevan sempre qualche conforto dalla potente intercessione
dei Santi, e dei Martiri[95].
L'Imperatore Onorio si distinse dai suoi sudditi per la superiorità del
timore, ugualmente che per quella del grado. L'orgoglio ed il lusso, nel
quale era stato educato, non gli avevan lasciato neppur sospettare, che
sulla terra esistesse alcuna potenza tanto presuntuosa da turbare il
riposo del successore d'Augusto. Gli artifizi dell'adulazione
occultarono l'imminente pericolo, finattantochè Alarico avvicinossi al
palazzo di Milano. Ma quando il suon di guerra ebbe svegliato il giovane
Imperatore, invece di correre alle armi col coraggio, o anche colla
temerità propria dell'età sua, diede ardentemente orecchio a que' timidi
consiglieri, che proposero di trasferire la sacra persona di lui, ed i
suoi fedeli Ministri a qualche sicuro e lontano quartiere nelle Province
della Gallia. Il solo Stilicone[96] ebbe il coraggio, e l'autorità di
resistere a questo disonorevole passo, che avrebbe abbandonato a'
Barbari Roma e l'Italia; ma siccome le truppe Palatine ultimamente
s'erano distaccate verso la frontiera della Rezia, ed il compenso delle
nuove leve era lento e precario, il Generale d'Occidente potè solo
promettere, che, se la Corte di Milano avesse mantenuto il suo posto
nell'assenza di lui, egli sarebbe in breve tornato con un esercito
capace di far fronte al re Goto. Senza perdere un momento di tempo
(giacchè ogni momento era di tanta importanza per la salute pubblica),
Stilicone s'imbarcò in fretta sul lago Lario, salì sopra montagne di
ghiaccio e di neve nel rigore d'un inverno Alpino, ed immediatamente
frenò coll'inaspettata sua presenza il nemico, che aveva turbato la
tranquillità della Rezia[97]. I Barbari, probabilmente qualche tribù di
Alemanni, rispettarono la fermezza d'un Capitano, che assumeva sempre il
tuono del comando; e la scelta, ch'ei si degnò di fare di un ristretto
numero della più valorosa lor gioventù, si risguardò come un segno della
stima e del favore di esso. Le coorti, restate libere dal nemico vicino,
con diligenza tornarono allo stendardo Imperiale, e Stilicone mandò i
suoi ordini alle più lontane truppe dell'Occidente d'avanzare con rapide
marce alla difesa d'Onorio e dell'Italia. Si abbandonarono le fortezze
del Reno, e la salute della Gallia non era difesa, che dalla fede de'
Germani, e dall'antico terrore del nome Romano. Fu chiamata
frettolosamente[98] anche la legione, che era posta alla guardia della
muraglia Britannica contro i Caledonj, ed un numeroso corpo di
cavalleria degli Alani fu indotto ad arruolarsi al servizio
dell'Imperatore, che ansiosamente aspettava il ritorno del suo Generale.
Si resero celebri la prudenza ed il vigore di Stilicone in tal
congiuntura, che nel tempo stesso mostrò la debolezza del cadente
Impero. Le legioni di Roma, che da gran tempo languivano, decadendo a
grado a grado la disciplina e il coraggio, furono esterminate dalle
guerre Gotiche e civili; e fu impossibile, senza esaurire ed espor le
Province, adunare un esercito in difesa dell'Italia.
Quando parve, che Stilicone abbandonasse il suo Sovrano nello indifeso
palazzo di Milano, aveva probabilmente calcolato il termine della sua
assenza, la distanza del nemico, e gli ostacoli, che potean ritardarne
la marcia. Contò principalmente su' fiumi d'Italia, come l'Adige, il
Mincio, l'Oglio, e l'Adda, che nell'inverno o nella primavera, al cader
delle piogge o allo struggersi delle nevi, comunemente si gonfiano in
larghi ed impetuosi torrenti[99]. Ma accadde, che la stagione fu
notabilmente secca; ed i Goti poterono senza impedimento veruno
attraversare i larghi e pietrosi letti, il centro de' quali era
debolmente segnato dal corso d'una piccola dose d'acqua. Il ponte ed il
passaggio dell'Adda furono assicurati da un forte distaccamento
dell'armata Gotica; e quando Alarico si avvicinò alle mura o piuttosto
a' sobborghi di Milano, godè la superba soddisfazione di veder fuggire
avanti di sè l'Imperator dei Romani. Onorio, accompagnato da un piccol
treno di Ministri e di Eunuchi, precipitosamente si ritirò verso le Alpi
col disegno di assicurare la sua persona nella città d'Arles, che spesso
era stata la residenza reale de' suoi Predecessori. Aveva egli[100]
appena passato il Po, che fu sopraggiunto dalla velocità della
cavalleria Gotica[101]; onde l'urgente pericolo lo costrinse a cercare
un temporaneo rifugio nella fortezza di Asti, città della Liguria o del
Piemonte, situata sulle rive del Tanaro[102]. Il Re dei Goti subito
formò ed instancabilmente strinse l'assedio di un'oscura piazza, che
conteneva una preda sì ricca, e sembrava incapace di lungamente
resistere; nè l'ardita dichiarazione, che in appresso potè fare
l'Imperatore, che il suo petto non era mai stato suscettibile di timore,
ebbe probabilmente gran credito neppure nella sua propria Corte[103].
Nell'ultima e quasi disperata estremità, dopo che i Barbari aveano già
proposta un'indegna capitolazione, l'Imperial prigioniero ad un tratto
fu liberato per la fama, per l'avvicinamento, e finalmente per la
presenza dell'Eroe, che aveva sì lungamente aspettato. Stilicone, alla
testa d'una scelta ed intrepida vanguardia, passò a nuoto l'Adda per
guadagnare il tempo che avrebbe dovuto perdere nell'attacco del ponte;
il passaggio del Po fu un'impresa di molto minore rischio e difficoltà;
e la felice azione, con cui si fece strada pel campo Gotico alle mura di
Asti, ravvivò le speranze, e vendicò l'onore di Roma. Il Barbaro, invece
di cogliere il frutto di sua vittoria, fu appoco appoco investito per
ogni parte dalle truppe dell'Occidente, che l'una dopo l'altra venivano
da tutti i passi delle Alpi; i suoi quartieri furono ristretti; ne
furono intercettati i convogli; e la vigilanza de' Romani preparavasi a
formare una catena di fortificazioni, e ad assediare le linee degli
assedianti. Adunossi un consiglio militare dei chiomati Capitani della
nazione Gotica; di quei vecchi guerrieri, che avevano i corpi coperti di
pelli, ed i fieri aspetti dei quali eran segnati d'onorevoli ferite.
Essi ponderaron la gloria di persistere nell'impresa, confrontata col
vantaggio d'assicurar la loro preda, ed approvarono il prudente partito
d'un'opportuna ritirata. In quest'importante dibattimento, Alarico
dimostrò il coraggio d'un conquistatore di Roma; e dopo d'aver
rammentato ai suoi nazionali le illustri azioni già fatte, ed i loro
disegni, concluse il suo animoso discorso con la solenne e positiva
protesta, ch'egli avea risoluto di trovare in Italia un regno o un
sepolcro[104].
[A. 403]
La sconnessa disciplina de' Barbari gli esponeva sempre al pericolo
d'una sorpresa; ma invece di scegliere le ore dissolute di libertinaggio
e d'intemperanza, Stilicone risolvè di attaccare i Cristiani Goti mentre
erano devotamente occupati nel celebrar la festa di Pasqua[105].
L'esecuzione dello stratagemma, o come fu chiamato dal Clero, del
sacrilegio, fu affidata a Saul, Barbaro e Pagano, che però avea militato
con distinta reputazione fra' veterani Generali di Teodosio. Il campo
de' Goti, che Alarico avea piantato vicino a Pollenzia[106], fu posto in
confusione dal subitaneo ed improvviso attacco della cavalleria
Imperiale; ma in pochi momenti l'indomito genio del lor condottiero
diede loro un ordine ed un campo di battaglia; ed appena si riebbero
dalla sorpresa, la pia fiducia, che il Dio de' Cristiani avrebbe
sostenuto la loro causa, battaglia, che fu lungamente sostenuta con
ugual coraggio e buon successo, il Capo degli Alani, che in una piccola
e selvaggia figura nascondeva un'anima generosa, provò la sospetta sua
fedeltà collo zelo, con cui pugnò, e cadde in servigio della Repubblica;
e si è conservata imperfettamente la fama di questo valoroso Barbaro nei
versi di Claudiano, mentre il Poeta, che ne celebrò il raro valore, ha
tralasciato di rammentarne il nome. Alla sua morte successe la fuga e la
confusione degli squadroni, che comandava; e la disfatta d'un'ala della
cavalleria avrebbe potuto decidere della vittoria in favor d'Alarico, se
Stilicone subito non avesse condotto in campo la Romana e Barbara
infanteria. La perizia del Generale, e la bravura dei soldati sormontò
ogni ostacolo. Nella sera di quella sanguinosa giornata, i Goti si
ritirarono dal campo di battaglia, le trincere del loro accampamento
furono forzate, e la scena di rapina e di strage in qualche modo espiò
le calamità, ch'essi aveano portato a' sudditi dell'Impero[107]. Le
splendide spoglie d'Argo e di Corinto arricchirono i veterani
dell'Occidente; la moglie d'Alarico, la quale aveva impazientemente
richiesta la promessa delle gioie Romane e delle schiave Patrizie[108],
fatta prigioniera, fu ridotta ad implorare la compassione
dell'insultante nemico; e più migliaia di schiavi, liberati dalle catene
de' Goti, sparsero per le Province dell'Italia le lodi dell'eroico loro
liberatore. Il trionfo di Stilicone[109] fu paragonato dal Poeta, e
forse dal Pubblico, a quello di Mario, che nell'istessa parte d'Italia
aveva attaccato e distrutto un altro esercito di Barbari Settentrionali.
Le grandi ossa, ed i vuoti elmi de' Cimbri e de' Goti potrebbero
facilmente confondersi dalle successive generazioni; e la posterità
potrebbe innalzare un trofeo comune alla memoria de' due più illustri
Generali, che abbiano vinto sul medesimo memorabile suolo i due più
formidabili nemici di Roma[110].
L'eloquenza di Claudiano[111] ha celebrato con prodigo applauso la
vittoria di Pollenzia, una delle più gloriose giornata della vita del
suo Signore; ma la ripugnante e parziale sua musa concede anche una più
genuina lode al carattere del Re Goto. Il suo nome in vero è infamato
dai vergognosi epiteti di pirata e di ladro, a' quali i conquistatori
d'ogni secolo hanno sì giusto diritto: ma il Poeta di Stilicone è
costretto a confessare, che Alarico godeva quell'invincibile qualità
d'animo, che rende superiore ad ogni disgrazia, e trae dall'avversità
sempre nuovi mezzi di risorgere. Dopo la total disfatta della sua
infanteria, egli fuggì o piuttosto ritirossi dal campo di battaglia con
la maggior parte della cavalleria salva ed intatta. Senza perdere un
momento a compiangere l'irreparabil perdita di tanti suoi bravi
compagni, lasciò che il vittorioso nemico stringesse in catene le
schiave immagini d'un Re Goto[112]; ed arditamente risolvè d'aprirsi i
mal guardati passi dell'Apennino, di sparger la desolazione sul fertile
suolo della Toscana, o di vincere o di morire avanti le porte di Roma.
Fu salvata la Capitale dall'attiva ed instancabile diligenza di
Stilicone; ma egli rispettò la disperazione del nemico; ed invece di
commettere il destino della Repubblica all'evento d'un'altra battaglia,
propose di comprare l'assenza de' Barbari. Lo spirito d'Alarico avrebbe
rigettato tali termini d'accordo, quali erano la permissione di
ritirarsi e l'offerta d'una pensione, con disprezzo e con isdegno; ma
esso esercitava solo un'autorità limitata o precaria sopra indipendenti
Capitani, che l'avevano innalzato per servizio loro al di sopra de' suoi
uguali; questi eran sempre meno disposti a seguitare un Generale
infelice, e molti di loro eran tentati di provvedere al proprio
interesse, mediante una privata negoziazione col ministro d'Onorio. Il
Re si sottomise alla voce del suo popolo, ratificò il trattato
coll'Impero Occidentale, e ripassò il Po con gli avanzi del florido
esercito, che aveva condotto in Italia. Una considerabil parte dello
forze Romane continuò tuttavia ad osservare i suoi movimenti; e
Stilicone, che aveva una segreta corrispondenza con alcuni Capitani
Barbari, fu puntualmente informato de' disegni, che si facevano nel
campo, e nel consiglio d'Alarico. Il Re de' Goti, ambizioso di segnalare
la sua ritirata con qualche splendido fatto, avea risoluto di occupare
l'importante città di Verona, che domina il passo delle Alpi Rezie; e
dirigendo la sua marcia pei territorj di quelle tribù Germaniche,
l'alleanza delle quali avrebbe restaurato l'esausta sua forza, invadere
dalla parte del Reno inaspettatamente le ricche Province della Gallia.
Ignorando il tradimento, che avea già manifestato la sua ardita e
giudiziosa intrapresa, s'avanzò verso i paesi delle montagne, ch'erano
già stati occupati dallo truppe Imperiali, dove si trovò esposto ad un
generale attacco nella fronte, ne' lati, e nella retroguardia. In questa
sanguinosa azione, che seguì ad una piccola distanza dalle mura di
Verona, la perdita de' Goti non fu meno grave di quella che avevan
sofferto nella disfatta di Pollenzia; ed il loro valoroso Re, che scampò
per la velocità del suo cavallo, avrebbe dovuto restare ucciso, o
prigioniero, se la precipitosa temerità degli Alani non avesse
sconcertato i disegni del Generale Romano. Alarico assicurò i residui
del suo esercito sopra le vicine rupi; e si preparò con indomita
fermezza a sostenere un assedio contro il numero superiore del nemico
che l'investì da ogni lato. Ma non poteva egli opporsi al distruttivo
progresso della fame e del disagio; nè gli era possibile di frenare la
continua diserzione de' capricciosi ed impazienti suoi Barbari. In
questa estremità trovò ancora nuovi ripieghi nel proprio coraggio, o
nella moderazione del suo nemico; e risguardossi la ritirata del Re Goto
come la liberazione dell'Italia[113]. Nonostante il Popolo ed anche il
Clero, incapace di formare alcun ragionevol giudizio degli affari di
pace e di guerra, pretese d'attaccar la politica di Stilicone, il quale
tante volte circondò, e tante volte lasciò scappare l'implacabil nemico
della Repubblica. Il primo momento della pubblica salvezza è consacrato
alla gratitudine ed alla gioia; ma il secondo s'occupa diligentemente
nell'invidia e nella calunnia[114].
[A. 404]
I cittadini di Roma erano stati sorpresi dall'avvicinarsi d'Alarico; e
la diligenza, con cui procurarono di risarcire le mura della Capitale,
dimostrò i loro timori, e la decadenza dell'Impero. Dopo la ritirata dei
Barbari, Onorio s'indusse ad accettare il rispettoso invito del Senato
ed a celebrare nell'Imperial città l'epoca felice della vittoria Gotica,
e del sesto suo consolato[115]. I sobborghi e le strade, dal ponte
Milvio al Colle Palatino, eran piene del Popolo Romano, che nello spazio
d'un secolo era stato solo tre volte onorato dalla presenza de' suoi
Sovrani. Tenendo fissi gli occhi sul carro, dove Stilicone meritamente
sedeva accanto al suo Reale pupillo, applaudivano essi alla pompa d'un
trionfo, che non era macchiato, come quello di Costantino e di Teodosio,
dal sangue civile. Passò la processione sotto un arco sublime, ch'era
stato innalzato a quest'effetto: ma in meno di sette anni i Gotici
conquistatori di Roma poteron leggere (se pure n'eran capaci) la superba
inscrizione di quel monumento, che attestava la disfatta e distruzione
totale della loro nazione[116]. L'Imperatore dimorò più mesi nella
Capitale, ed ogni parte del suo contegno dimostrava la premura, che
aveva di conciliarsi l'affezione del Clero; del Senato, e del Popolo di
Roma. Il Clero fu edificato dalle frequenti visite, e dai generosi doni
che fece alle Reliquie degli Apostoli. Il Senato che nella trionfal
processione era stato liberato dalla umiliante ceremonia di precedere a
piedi il carro Imperiale, fu trattato con quella decente riverenza, che
Stilicone affettò sempre per quell'Assemblea. Il popolo fu più volte
soddisfatto dall'attenzione e dalla cortesia d'Onorio ne' pubblici
giuochi, che in quell'occasione si celebrarono con una magnificenza non
indegna dello spettatore. Appena fu terminato il numero destinato delle
corse de' cavalli, ad un tratto cangiossi la decorazione del Circo; la
caccia delle fiere somministrò un vario e splendido divertimento; ed
alla caccia successe una danza militare, che nella vivace descrizione di
Claudiano somiglia la rappresentazione d'un moderno torneo.
In questi giuochi d'Onorio, i crudeli combattimenti de' Gladiatori[117]
macchiarono per l'ultima volta l'anfiteatro di Roma. Il primo Imperatore
Cristiano può attribuirsi l'onore del primo editto, che condannò l'arte
ed il piacere di spargere il sangue umano[118]; ma questa benefica legge
non espresse che i desiderj del Principe, senza riformare un abuso
inveterato che degradava un popolo culto sotto la condizione di selvaggi
Cannibali. Ogni anno si trucidavano varie centinaia, e forse più
migliaia di vittime nelle grandi città dell'Impero; ed il mese di
Decembre, più specialmente consacrato ai combattimenti dei gladiatori,
esibiva sempre agli occhi del Popolo Romano un grato spettacolo di
sangue e di crudeltà. In mezzo all'universal gioia della vittoria di
Pollenzia, un Poeta Cristiano esortò l'Imperatore ad estirpare con la
sua autorità l'orribil costume, che sì lungamente avea resistito alla
voce dell'umanità e della religione[119]. Le patetiche rappresentanze di
Prudenzio furon meno efficaci del generoso ardire di Telemaco, monaco
Asiatico, la morte del quale fu più vantaggiosa al genere umano, che la
sua vita[120]. I Romani si adontarono in vedere interrotti i loro
piaceri; e il coraggioso monaco, il quale era disceso nell'arena per
separare i gladiatori, restò oppresso da un nuvol di sassi. Ma tosto
calmossi la frenesia popolare; fu rispettata la memoria di Telemaco, che
avea meritato gli onori del martirio; e si sottomisero senza remore alle
leggi d'Onorio, che per sempre abolirono gli umani sacrifizj
dell'anfiteatro. I cittadini, ch'erano attaccati a' costumi dei loro
Maggiori, potevano forse insinuare, che si mantenevan gli ultimi avanzi
d'uno spirito marziale in quella scuola di fortezza, la quale
assuefaceva i Romani alla vista del sangue, ed al disprezzo della morte:
vano e crudel pregiudizio, sì nobilmente smentito dal valore dell'antica
Grecia e della moderna Europa[121].
[A. 494]
Il recente pericolo, a cui s'era esposta la persona dell'Imperatore
nell'indifeso palazzo di Milano, lo mosse a cercar un rifugio in qualche
inaccessibil fortezza d'Italia, dove potesse restar sicuro, quando
l'aperta campagna fosse coperta da un diluvio di Barbari. Sulla costa
dell'Adriatico, circa dieci o dodici miglia lontano dalla più
meridionale delle sette bocche del Po, i Tessali avevan fondato l'antica
colonia di Ravenna[122], ch'essi poi abbandonarono a' nativi
dell'Umbria. Augusto, che avea notato l'opportunità del luogo preparò
alla distanza di tre miglia dall'antica Città, un Porto capace di
ricevere dugento cinquanta navi da guerra. Tale stabilimento navale che
conteneva gli arsenali, i magazzini, e le baracche delle Truppe insieme
con le case degli artefici, trasse l'origine ed il nome dalla permanente
dimora della flotta Romana: lo spazio intermedio fu tosto ripieno di
fabbriche e di abitanti; ed i tre popolati ed estesi quartieri di
Ravenna a grado a grado contribuirono a formare una delle più importanti
città dell'Italia. Il principal canale d'Augusto conduceva una copiosa
quantità di acque del Po per mezzo della città all'entratura del porto;
le medesime acque s'introducevano in profonde fosse, che circondavano le
mura; si distribuivano per mille canali minori in ogni parte della
città, ch'essi dividevano in una quantità di piccole isole; se ne
manteneva la comunicazione solo coll'uso dei battelli e de' ponti; e le
case di Ravenna, la figura delle quali può paragonarsi a quelle di
Venezia, erano alzate su fondamenti di pali di legno. La campagna
addiacente, alla distanza di molte miglia, era una profonda ed
impenetrabil palude; e l'artificiale sentiero, che univa Ravenna col
Continente, potea facilmente guardarsi o distruggersi all'avvicinarsi
d'un'armata nemica. Quelle paludi però erano sparse di vigne; e
quantunque il terreno fosse esausto da quattro o cinque raccolte, la
città godeva una più abbondante copia di vino, che d'acqua fresca[123].
L'aria, invece d'essere infettata dalle malsane, e quasi pestilenziali
esalazioni de' bassi e pantanosi terreni, era distinta, come i contorni
d'Alessandria, per la straordinaria sua purità e salubrità; e
s'attribuiva questo singolar vantaggio a' flutti regolari
dell'Adriatico, che purgavano i canali, impedivano l'insalubre
stagnamento delle acque ed ogni giorno portavano nel centro di Ravenna i
vascelli della vicina campagna. Il mare, appoco appoco ritirandosi, ha
lasciato la moderna città alla distanza di quattro miglia
dall'Adriatico; e fino dal quinto e sesto secolo dell'Era Cristiana, il
porto d'Augusto fu convertito in amene piantazioni, ed un solitario
bosco di pini cuoprì quel suolo, dove una volta la flotta Romana stava
sulle ancore[124]. Anche tale alterazione contribuì ad accrescere la
natural fortezza del luogo; e la bassezza delle acque faceva un
sufficiente riparo contro le grosse navi dell'inimico. Questa situazion
vantaggiosa fu inoltre fortificata dal travaglio e dall'arte; e
l'Imperatore dell'Occidente, nel ventesimo anno dell'età sua, ansioso
soltanto della propria personal sicurezza, ritirossi nel perpetuo
confino delle mura e delle paludi di Ravenna. Fu imitato l'esempio
d'Onorio da' Re Goti, suoi deboli successori, e di poi dagli Esarchi, i
quali occuparono il trono ed il palazzo degl'Imperatori; e fino alla
metà dell'ottavo secolo Ravenna fu risguardata come la sede del Governo
e la Capitale dell'Italia[125].
[A. 400]
I timori d'Onorio non erano senza fondamento, nè le sue precauzioni
furono senz'effetto. Nel tempo che l'Italia si rallegrava per la sua
liberazione dai Goti, eccitossi una furiosa tempesta fra le nazioni
della Germania, che cederono all'irresistibile impulso, che sembra
essere stato a grado a grado comunicato loro dall'estremità orientale
del continente dell'Asia. Gli Annali Chinesi, nella maniera che si sono
interpretati dalla dotta industria del presente secolo, possono
utilmente applicarsi a scuoprir le segrete e remote cause della caduta
dell'Imperio Romano. Quell'esteso tratto di paese, che è al settentrione
della gran muraglia, dopo la fuga degli Unni fu occupato da' vittoriosi
Sienpi, che alle volte si divisero in tribù indipendenti, ed alle volte
si trovaron riuniti sotto un supremo Capo, finattantochè in ultimo,
dandosi il nome di Topa o di Signori della Terra, acquistarono una
maggiore stabilità, ed un potere più formidabile. In breve obbligarono
essi le pastorali nazioni del deserto orientale a conoscere la
superiorità delle loro armi; invasero la China in un tempo di debolezza
e d'interna discordia; e questi fortunati Tartari, adottando le leggi ed
i costumi del popolo vinto, fondarono un'Imperial Dinastia, che regnò
quasi cento sessant'anni sulle province Settentrionali della Monarchia.
Qualche generazione prima che salissero sul trono della China, uno dei
Principi Topa aveva arrolato nella sua cavalleria uno schiavo, chiamato
Moko, celebre pel suo valore; ma che fu indotto dal timore del gastigo o
disertare, ed a vagare pel deserto alla testa di cento seguaci. Questa
mano di ladri e di banditi divenne poi un campo, una tribù, un numeroso
popolo distinto col nome di _Geougen_; ed i posteri di Moko lo schiavo,
ereditarj lor Capitani, presero posto fra i Monarchi della Scizia.
Toulun, che fu il più grande fra i discendenti di esso, esercitò la sua
gioventù in quelle avversità che sono la scuola degli Eroi. Combattè
valorosamente con la fortuna, ruppe l'imperioso giogo del Topa, e
divenne il legislatore della sua nazione, ed il conquistatore della
Tartaria. Distribuì le sue truppe in corpi regolari di cento e di mille
uomini; i codardi erano lapidati; si proponevano gli onori più splendidi
come premj del valore, e Toulun, abbastanza instrutto per non curare il
saper della China, non adottò che quelle arti e quegl'instituti, che
favorivano lo spirito militare del suo Governo. Piantava nella state le
sue tende sulle fertili rive del Selinga, trasportandole nell'inverno ad
una latitudine più meridionale. S'estendevano le sue conquiste dalla
Corea fino al di là del fiume Irtish. Vinse nella regione al norte del
mar Caspio la nazione degli Unni; ed il nuovo titolo di _Kan_ o _Cagan_,
indicò la fama ed il potere che trasse da questa memorabil
vittoria[126].
[A. 405]
Resta interrotta o piuttosto celata la catena degli avvenimenti, quando
si passa dal Volga alla Vistola per l'oscuro spazio, che separa gli
estremi confini della geografia Chinese e Romana. Pure l'indole de'
Barbari e l'esperienza delle posteriori emigrazioni abbastanza
dimostrano, che gli Unni, i quali erano oppressi dalle armi dei
Geougensi, dovetter sottrarsi ben presto dalla presenza d'un insultante
vincitore. I paesi verso il Ponto Eussino erano già occupati dalle tribù
loro congiunte, e la precipitosa loro fuga, che tosto si convertì in un
audace assalto, doveva più naturalmente dirigersi verso le ricche ed
uguali pianure, per le quali la Vistola piacevolmente scorre verso il
mar Baltico. Dovè il Settentrione di nuovo esser commosso ed agitato
dall'invasione degli Unni; e le nazioni, che fuggivan da loro, doveron
posarsi con grave peso sui confini della Germania[127]. Gli abitanti di
quelle regioni, che gli antichi hanno assegnato agli Svevi, a' Vandali,
ed ai Borgognoni, poteron prendere la risoluzione d'abbandonare a'
fuggitivi della Sarmazia le loro foreste e lagune, o almeno di scaricare
la superflua loro popolazione nelle Province del Romano Impero[128].
Circa quattr'anni dopo che il vittorioso Toulun aveva preso il titolo di
Kan dei Geougensi, un altro Barbaro, cioè il superbo Rodogasto, o
Radagaiso[129] marciò dall'estremità settentrionali della Germania quasi
fino alle mura di Roma, lasciò gli avanzi del suo esercito a terminare
la distruzione dell'Occidente. I Vandali, gli Svevi ed i Borgognoni
formavano il corpo di questa formidabile armata; ma gli Alani, che
avevan trovato un cortese accoglimento nelle nuove loro abitazioni,
aggiunsero un'attiva cavalleria alla grave infanteria dei Germani; e gli
avventurieri Gotici corser con tanto ardore alle bandiere di Radagaiso,
che alcuni storici lo hanno chiamato Re de' Goti. Facevan pompa nella
vanguardia dodicimila guerrieri, distinti dal volgo per la nobile
nascita o per le valorose lor geste[130]; e tutta la moltitudine, che
non era minore di dugentomila combattenti, aggiuntevi lo donne, i
fanciulli, e gli schiavi, poteva montare sino al numero di
quattrocentomila persone. Venne questa terribile emigrazione dalla
medesima costa del Baltico, dalla quale uscirono le migliaia di Cimbri e
di Teutoni ad assaltar Roma e l'Italia nel vigor della Repubblica. Dopo
la partenza di quei Barbari, il nativo loro paese, in cui si vedevano i
vestigi di lor grandezza, come grosse mura, e moli gigantesche[131], fu
per qualche secolo ridotto ad una vasta ed arida solitudine,
finattantochè non fu rinnovata la specie umana dalla forza della
generazione, e non fu ripieno quel vôto dal concorso di nuovi abitanti.
Anche le nazioni, che presentemente usurpano un'estension di terreno,
che non son capaci di coltivare, sarebber tosto soccorse
dall'industriosa povertà dei loro vicini, se il governo dell'Europa non
proteggesse i diritti, del dominio e della proprietà.
[A. 406]
Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle
nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le
rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata
lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto
Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e
spettator della guerra[132], se pure i suoi ministri arrischiavansi di
disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi
la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era
debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire
le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo
l'invasione de' Germani[133]. Le speranze del vigilante Ministro
d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra
volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono
rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più
efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la
libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si
fossero arrolati alla milizia[134]. Con questi sforzi a gran fatica
raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o
quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad
un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma[135]. Le
trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di
Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo
servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le
bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate
dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re
dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e
l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio,
sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di
Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a
Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non
avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon
saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso[136]
è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre
Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore
de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero
alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente
paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a'
quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere
d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra,
rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente
coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il
selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il
linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la
fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente
credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città
in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori
più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del
sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare
tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una
religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove
nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto
Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi
di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le
quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari[137].
[A. 406]
Firenze fu ridotta all'ultima estremità, ed il coraggio dei cittadini,
che già mancava, non fu sostenuto che dall'autorità di S. Ambrogio, che
in sogno aveva avuto la promessa della pronta liberazion loro[138]. Ad
un tratto essi videro dalle mura le bandiere di Stilicone, che
s'avanzava con le unite sue forze in sollievo della fedele città, e che
tosto destinò quel fatal luogo per sepoltura del Barbaro esercito.
Possono conciliarsi le apparenti contraddizioni di quegli scrittori, che
riferiscono in diverse maniere la disfatta di Radagaiso, senza far molta
violenza alle rispettive loro testimonianze. Orosio ed Agostino,
ch'erano intimamente connessi per amicizia e per religione,
attribuiscono questa miracolosa vittoria piuttosto alla Providenza
divina, che al valor umano[139]. Essi rigorosamente escludono qualunque
idea di eventualità, o anche di spargimento di sangue, e positivamente
affermano, che i Romani, il campo de' quali era un teatro d'abbondanza e
d'oziosità, godevano delle angustie de' Barbari, che lentamente
spiravano sulla scoscesa e nuda cima de' colli di Fiesole, che
s'innalzano sopra la città di Firenze. Si può con tacito disprezzo
riguardare la stravagante loro asserzione, che neppure un soldato
dell'esercito Cristiano restasse ucciso o ferito; ma il resto della
narrazione d'Agostino e d'Orosio è coerente allo stato della guerra ed
al carattere di Stilicone. Sapendo, ch'ei comandava l'_ultimo_ esercito
della Repubblica, la sua prudenza non gli permetteva d'esporlo in campo
aperto all'ostinata furia dei Germani. Il metodo di circondare il nemico
con forti linee di circonvallazione, che per due volte aveva impiegato
contro il Re Goto, fu replicato più estesamente in quest'occasione, e
con più notabile effetto. Gli esempi di Cesare dovevano esser famigliari
anche a' più ignoranti guerrieri di Roma; e le fortificazioni di
Dirrachio, che riunivano insieme ventiquattro castelli per mezzo d'un
perpetuo fosso e riparo di quindici miglia, davano il modello d'un
trinceramento, che potea circondare ed affamar l'esercito più numeroso
di Barbari[140]. Le truppe Romane avevano degenerato meno dall'industria
che dal valore dei loro antichi; e se l'opera servile e laboriosa
offendeva l'orgoglio de' soldati, la Toscana potea supplir più migliaia
di contadini, che avranno lavorato, quantunque non avrebbero forse
combattuto per la salute della patria. La moltitudine dei cavalli e
degli uomini[141], chiusi prigionieri, fu appoco appoco distrutta più
dalla fame che dalla spada; ma nel progresso d'un'operazione così estesa
i Romani furono esposti ai frequenti attacchi d'un impaziente nemico. La
disperazione degli affamati Barbari gli faceva precipitare contro le
fortificazioni di Stilicone; il Generale potè qualche volta
condiscendere all'ardore dei suoi bravi ausiliari, che ardentemente lo
stimolavano ad assaltare il campo de' Germani; e questi varj accidenti
probabilmente produssero gli aspri e sanguinosi conflitti, che adornano
la narrazione di Zosimo, e le croniche di Prospero e di Marcellino[142].
Era stato introdotto nelle mura di Firenze un opportuno soccorso di
uomini e di provvisioni; e l'affamato esercito di Radagaiso a vicenda
restò assediato. L'orgoglioso Monarca di tante guerriere nazioni, dopo
la perdita dei suoi più bravi soldati, fu ridotto a confidare o
nell'osservanza d'una capitolazione o nella clemenza di Stilicone[143].
Ma la morte del prigioniero reale, che fu ignominiosamente decapitato,
disonorò il trionfo di Roma e del Cristianesimo; ed il breve indugio
della sua esecuzione fu sufficiente a macchiare il vincitore della colpa
d'una fredda e deliberata crudeltà[144]. Gli affamati Germani, che
scamparono dal furore degli ausiliari, si venderono come schiavi al vil
prezzo d'una moneta d'oro per ciascheduno: ma la differenza del cibo e
del clima tolse di mezzo una gran parte di quegli infelici stranieri: e
fu osservato, che gl'inumani compratori, invece di cogliere il frutto
della loro fatica, furono in breve obbligati a provvedere alla spesa
della lor sepoltura. Stilicone informò l'Imperatore ed il Senato del suo
buon successo, e meritò per la seconda volta il glorioso titolo di
liberator dell'Italia[145].
[A. 406]
La fama della vittoria, e specialmente del miracolo ha favorito una vana
persuasione, che tutta l'armata, o piuttosto la nazione dei Germani, che
emigrò dai lidi del Baltico, fosse miserabilmente perita sotto le mura
di Firenze. Tale in vero fu il destino di Radagaiso medesimo, dei suoi
bravi e fedeli compagni, e di più d'un terzo della varia moltitudine di
Svevi e di Vandali, di Alani e di Borgognoni, che rimasero attaccati
allo stendardo del lor Generale[146]. Può eccitare la nostra sorpresa
l'unione di tale armata; ma ovvie sono e ben forti le cause di
separazione, come l'orgoglio della nascita, l'insolenza del valore, la
gelosia del comando, l'intolleranza della subordinazione, e l'ostinato
contrasto di opinioni, d'interessi, e di passioni fra tanti Re e
guerrieri, che non sapevan cedere, nè obbedire. Dopo la disfatta di
Radagaiso, due parti dell'esercito Germano, che doveva eccedere il
numero di centomila uomini, restarono sempre in armi fra l'Apennino e le
Alpi, o fra le Alpi e il Danubio. È incerto, se tentassero di vendicar
la morte del lor Capitano; ma l'irregolare lor furia fu presto divertita
dalla prudenza e fermezza di Stilicone, che s'oppose alla loro marcia, e
facilitonne la ritirata; egli risguardò la salvezza di Roma e
dell'Italia, come il grand'oggetto della sua cura; e sacrificò con
troppa indifferenza la ricchezza e la tranquillità delle distanti
Province[147]. I Barbari ebbero cognizione, da alcuni disertori della
Pannonia, del paese e delle strade, e l'invasione della Gallia, che
Alarico avea disegnata, fu eseguita dagli avanzi del grand'esercito di
Radagaiso[148].
Se però si erano aspettati di trarre qualche soccorso dallo tribù della
Germania, che abitavano le rive del Reno, le loro speranze rimasero
deluse. Gli Alemanni mantennero uno stato d'inattiva neutralità; ed i
Franchi distinsero lo zelo ed il coraggio loro in difesa dell'Imperio.
Nel rapido progresso fatto da Stilicone lungo il Reno, che fu il primo
atto dell'amministrazione di lui, s'era particolarmente applicato ad
assicurarsi l'alleanza dei bellicosi Franchi, e ad allontanare i nemici
implacabili della pace e della Repubblica. Marcomiro, uno dei loro Re,
fu pubblicamente convinto avanti al Tribunale del Magistrato Romano
d'aver violato la fede de' trattati. Ei fu condannato ad un mite, ma
lontano esilio nella Provincia di Toscana; e tal degradazione della
dignità reale fu sì lungi dall'eccitare lo sdegno dei suoi sudditi, che
punirono con la morte il turbolento Sunno, il quale tentò di vendicare
il proprio fratello; e conservarono una rispettosa fedeltà verso quei
Principi, che stabiliti furono sul trono per la scelta di
Stilicone[149]. Quando l'emigrazione Settentrionale ebbe rotto i confini
della Gallia e della Germania, i Franchi valorosamente si opposero alla
sola forza dei Vandali, che non curando le lezioni dell'avversità,
avevano di nuovo separato le loro truppe dallo stendardo de' Barbari
loro alleati. Pagarono questi la pena della loro temerità, e restaron
morti sul campo di battaglia ventimila Vandali, col loro Re Godigisclo.
Sarebbesi esterminato tutto quel popolo, se avanzandosi in loro aiuto
gli squadroni degli Alani, non avessero calpestato l'infanteria de'
Franchi, che dopo un'onorevole resistenza furon costretti ad abbandonare
quel disuguale combattimento. I vittoriosi confederati proseguirono la
lor marcia, e l'ultimo giorno dell'anno, in una stagione in cui le acque
del Reno erano probabilmente agghiacciate, entrarono senza contrasto
nelle non difese Province della Gallia. Questo memorabil passaggio degli
Svevi, dei Vandali, degli Alani e dei Borgognoni, che poi non si
ritirarono mai più, si può risguardare come la causa della caduta del
Romano Impero ne' paesi di là dalle Alpi, e da quel momento fatale si
gettarono a terra i ripari, che avevano sì lungamente separato fra loro
le selvagge e le civili nazioni della terra[150].
[A. 407]
Mentre assicurata era la pace della Germania dall'attaccamento dei
Franchi e dalla neutralità degli Alemanni, i sudditi di Roma, ignorando
le imminenti loro calamità, godevan lo stato di prosperità e di quiete,
che rare volte felicitato aveva le frontiere della Gallia. Ai loro
greggi ed armenti era permesso di pascere nelle pasture dei Barbari; i
loro cacciatori penetravan senza timore o pericolo nei più cupi
nascondigli della selva Ercinia[151]; le rive del Reno eran coronate,
come quelle del Tevere, di eleganti case e di possessioni ben coltivate;
e se un poeta navigava pel fiume, potea dubitare da qual parte fosse il
territorio Romano[152]. Fu ad un tratto cangiata questa scena di pace e
d'abbondanza in un deserto; ed il solo aspetto delle fumanti rovine
potea distinguere la solitudine della natura dalla desolazione
dell'uomo. La florida città di Magonza fu sorpresa e distrutta; e molte
migliaia di Cristiani crudelmente furono trucidati nella sessa Chiesa.
Worms perì dopo un lungo ed ostinato assedio; Strasburgo, Spira, Reims,
Tournay, Arras, ed Amiens provarono la crudele oppressione del giogo
Germanico; e le fiamme consumatrici della guerra si sparsero dalle rive
del Reno sulla maggior parte delle diciassette Province della Gallia.
Restò quell'esteso e ricco paese fino all'Oceano, alle Alpi, ed ai
Pirenei abbandonato ai Barbari, che in una promiscua folla cacciavano
avanti di loro il Vescovo, il Senatore e la Vergine, carichi delle
spoglie delle proprie case ed altari[153]. Gli Ecclesiastici, ai quali
noi siam debitori di questa sconnessa descrizione delle pubbliche
calamità, presero quindi occasione d'esortare i Cristiani a pentirsi
delle colpe, che avevano irritata la divina giustizia; ed a rinunziare
ai beni transitorj del misero ed ingannevole Mondo. Ma siccome la
controversia Pelagiana[154], che tenta di scandagliare l'abisso della
Grazia e della Predestinazione, divenne tosto la seria occupazione del
clero Latino, la Providenza, che aveva stabilito, o preveduto, o
permesso tal serie di mali naturali e morali, fu temerariamente pesata
nell'imperfetta e fallace bilancia della ragione. Arrogantemente si
confrontarono i delitti e le disgrazie dell'angustiato popolo con quelle
dei loro maggiori; e fu attaccata la divina giustizia, che non esimeva
dalla comun distruzione la parte debole, innocente e puerile della
specie umana. Questi oziosi disputanti non riflettevano alle invariabili
leggi della natura, che hanno congiunto la pace coll'innocenza,
l'abbondanza coll'industria, e la salvezza col valore. La timida ed
interessata politica della Corte di Ravenna potè richiamar le legioni
Palestine per la difesa dell'Italia; gli avanzi delle truppe di
guarnigione restatevi potevano essere insufficienti all'ardua impresa;
ed i Barbari ausiliari poteron preferire la sfrenata licenza della preda
al vantaggio di un moderato e regolare stipendio. Ma le Province della
Gallia eran piene di una copiosa stirpe di forti e robusti giovani, che
in difesa delle case, delle famiglie e degli altari loro, se avessero
avuto coraggio di morire, avrebbero meritato di vincere. La cognizione
del nativo loro paese gli avrebbe resi capaci di opporre continui ed
insuperabili ostacoli al progresso d'un invasore; e l'insufficienza dei
Barbari nelle armi, ugualmente che nella disciplina, toglieva l'unico
pretesto, che scusa la sommissione d'un popolato paese all'inferior
numero d'un esercito veterano. Allorchè la Francia fu invasa da Carlo V,
ei dimandò ad un prigioniero quante _giornate_ poteva esser distante
Parigi dalla frontiera; forse _dodici_, ma saranno giornate di
battaglia[155]: tale fu la vigorosa risposta, che colpì l'arroganza di
quell'ambizioso Principe. I sudditi di Onorio e di Francesco I, erano
animati da uno spirito assai differente; ed in meno di due anni le
sparse truppe dei selvaggi del Baltico, il numero de' quali (se fossero
stati ben numerati) sarebbe parso dispregevole; s'avanzarono senza
neppure un combattimento fino a piè dei monti Pirenei.
[A. 407]
Nella prima parte del regno d'Onorio, la vigilanza di Stilicone aveva
con buon successo difesa la remota Isola della Britannia da' suoi
continui nemici dell'Oceano, delle montagne, e della costa
d'Irlanda[156]. Ma quegl'inquieti Barbari non poteron trascurare la
bella opportunità della guerra Gotica, in cui le mura ed i quartieri
della Provincia restaron privi di truppe Romane. Se permettevasi ad
alcuno de' Legionari di tornare dalla spedizion d'Italia, il fedele
ragguaglio, che davano della Corte e del carattere d'Onorio, doveva
tendere a sciogliere i vincoli d'alleanza, e ad esacerbare l'indole
sediziosa dell'armata Britannica. Fu ravvivato lo spirito di ribellione,
che aveva una volta turbato il secolo di Gallieno, dalla capricciosa
violenza de' soldati; e gl'infelici, e forse ambiziosi candidati, che
erano gli oggetti della loro scelta, furono gl'istrumenti, ed alla fine
le vittime della loro passione[157]. Marco fu il primo, che essi
collocarono sul trono come legittimo Imperatore della Britannia e
dell'Occidente. Violarono con la precipitosa uccisione di Marco il
giuramento di fedeltà, a cui s'erano da loro stessi obbligati; e col
disapprovare i costumi di lui, può sembrare che ponessero un onorevol
epitaffio sulla sua tomba. Graziano fu il secondo, ch'essi adornarono
del diadema e della porpora; ed al termine di quattro mesi Graziano ebbe
il medesimo fato, che il suo predecessore. La memoria del gran
Costantino, che le legioni Britanniche avevan dato alla Chiesa ed
all'Impero, somministrò un singolar motivo alla terza loro elezione. Fra
le file dei soldati ne scuoprirono uno, che aveva il nome di Costantino;
e l'impetuosa lor leggierezza l'aveva già collocato sul trono, prima
d'accorgersi dell'incapacità di esso a sostenere il peso di nome così
glorioso[158]. Pure la autorità di Costantino fu meno precaria, ed il
suo governo più fortunato, che i regni transitorj di Marco e di
Graziano. Il pericolo di lasciare inattive le sue truppe in quei campi,
che per due volte erano stati contaminati dalla sedizione e dal sangue,
lo indusse a tentare la conquista delle Province occidentali. Ei prese
terra a Bologna con una piccola armata; e dopo d'essersi riposato alcuni
giorni, intimò alle città della Gallia, che avevano evitato il giogo de'
Barbari, di riconoscere il legittimo loro Sovrano. Ubbidirono esse alle
intimazioni senza ripugnanza. La trascuraggine della Corte di Ravenna
assoluto aveva un popolo abbandonato dal dovere di fedeltà; le attuali
angustie lo mossero ad accettare qualunque circostanza di cangiamento
senza timore, e forse con qualche speranza; e potea lusingarsi, che le
truppe, l'autorità ed anche il nome d'un Imperatore Romano, che
piantasse la sua residenza nella Gallia, avrebbe difeso quell'infelice
regione dal furore dei Barbari. I primi successi di Costantino contro i
corpi divisi dei Germani furono amplificati dalla voce dell'adulazione,
quasi splendide e decisive vittorie, che la riunione ed insolenza del
nemico ben presto ridusse al giusto loro valore. Le negoziazioni, che ei
fece, ottennero una breve e precaria tregua; e se alcune tribù de'
Barbari furono impegnate dalla liberalità dei suoi doni e delle promesse
ad intraprender la difesa del Reno, tali dispendiosi ed incerti
trattati, invece di ristabilire il primiero vigore della frontiera
Gallica, non servirono che a svergognare la maestà del Principe, ed a
esaurire quel che era avanzato dei tesori della Repubblica. Insuperbito
ciò nonostante di quest'immaginario trionfo, il vano liberatore della
Gallia s'avanzò nelle Province del Mezzodì ad incontrare un più
pressante e personale pericolo. Fu dato ordine a Saro il Goto di portare
la testa del ribelle a' piedi dell'Imperatore Onorio, ed indegnamente si
consumaron le forze della Britannia e dell'Italia in questa contesa
domestica. Dopo d'aver perduto i due più bravi suoi Generali,
Giustiniano e Navigaste, il primo dei quali fu ucciso in battaglia, e
l'altro in un pacifico congresso a tradimento, Costantino si fortificò
dentro le mura di Vienna. La piazza fu attaccata senza effetto per sette
giorni; e l'esercito Imperiale, in una precipitosa ritirata, soffrì
l'ignominia di comprarsi un passaggio sicuro dagli stranieri e banditi
delle alpi[159]. Quelle montagne allora separavan gli Stati dei due
rivali Monarchi; e le fortificazioni della doppia frontiera erano
guardate dalle truppe dell'Impero, le armi delle quali si sarebbero più
vantaggiosamente impiegate in difendere i confini Romani contro i
Barbari della Germania e della Scizia.
[A. 408]
Dal lato de' Pirenei poteva giustificarsi l'ambizione di Costantino
dalla prossimità del pericolo; ma si stabilì tosto il suo trono mediante
la conquista, o piuttosto la sommissione della Spagna, che cedè
all'influenza d'una regolare ed abitual subordinazione, e ricevè le
leggi ed i Magistrati della Prefettura Gallica. L'unica opposizione, che
si fece all'autorità di Costantino, provenne non tanto dalle forze del
governo o dallo spirito del popolo, quanto dallo zelo ed interesse
privato della famiglia di Teodosio. Quattro fratelli[160] avevano
ottenuto dal favore del defunto Imperatore, loro parente, un onorevole
grado e vaste possessioni nella lor patria; ed i grati giovani
risolverono di rischiare tali vantaggi in servizio del figlio di esso.
Dopo un infelice sforzo per difendere il terreno alla testa delle truppe
che erano di guarnigione nella Lusitania, si riunirono nello lor terre,
dove levarono ed armarono a proprie spese un corpo considerabile di
schiavi e di dipendenti, ed arditamente marciarono ad occupare i luoghi
forti de' monti Pirenei. Questa domestica sollevazione agitò, e rendè
perplesso il Sovrano della Gallia e della Britannia, e fu costretto a
negoziare con alcune truppe di Barbari ausiliari pel servizio della
guerra Ispanica. Essi eran distinti col titolo di _Onoriani_[161]: nome,
che avrebbe dovuto rammentar loro la fedeltà al legittimo Principe; e se
voglia candidamente accordarsi, che sopra gli Scoti influisse qualche
parziale affezione per un Sovrano Britannico, i Mori ed i Marcomanni
furono solo tentati dalla prodiga profusione dell'usurpatore, che
distribuiva fra' Barbari i militari ed anche i civili onori della
Spagna. Le nove bande degli _Onoriani_, che facilmente si possono
ravvisare nello stabilimento dell'Impero Occidentale, non potevano
eccedere il numero di cinquemila uomini: pure questa piccola forza fu
sufficiente a terminare una guerra, che avea minacciato il potere e la
salvezza di Costantino. La rustica armata della famiglia di Teodosio fu
circondata e distrutta ne' Pirenei; due dei fratelli ebbero la buona
fortuna di fuggire per mare in Italia o in Oriente; gli altri due, dopo
qualche intervallo di sospensione, furono decapitati in Arles; e se
Onorio potè rimanersi insensibile alla calamità pubblica, egli dovè
forse commuoversi alle personali disgrazie de' suoi generosi congiunti.
Tali erano le deboli armi, che decidevano del possesso delle Province
Occidentali d'Europa, dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne
d'Ercole. Si sono certamente diminuiti gli avvenimenti di pace e di
guerra dall'angusta ed imperfetta vista degl'Istorici di quei tempi,
ch'erano ugualmente ignoranti delle cause e degli effetti delle più
importanti rivoluzioni. Ma la total decadenza della forza nazionale
aveva annientato anche l'ultima ragione d'un Governo dispotico; ed il
prodotto dell'esauste Province non potea più servire a comprare il
militar servizio d'un popolo malcontento e pusillanime.
[A. 404-408]
Il poeta, l'adulazione del quale attribuì all'Aquila Romana le vittorie
di Pollenzia e di Verona, incalza la precipitosa ritirata d'Alarico, dai
confini dell'Italia, con un'orrida serie d'immaginari spettri, quali
potevano volare intorno ad un'armata di Barbari, quasi esterminata dalla
guerra, dalla carestie dal disagio[162]. Nel corso di questa infelice
spedizione dovè invero il Re dei Goti soffrire una perdita
considerabile; e le indebolite sue forze richiedevano un intervallo di
riposo per reclutare i soldati, e per ravviarne il coraggio. L'avversità
esercitato aveva ed esteso il genio d'Alarico; e la fama del suo valore
invitava allo stendardo Gotico i più valorosi guerrieri Barbari, che dal
Ponto Eussino fino al Reno eran mossi dal desiderio della rapina e della
conquista. Egli avea meritato la stima, e tosto accettò l'amicizia di
Stilicone medesimo. Rinunziando al servizio dell'Imperatore Orientale,
Alarico conchiuse con la Corte di Ravenna un trattato di pace e
d'alleanza, in forza del quale fu dichiarato Generale degli eserciti
Romani per la Prefettura dell'Illirico, come si pretendeva, secondo i
veri ed antichi limiti, dal Ministro d'Onorio[163]. L'esecuzione
dell'ambizioso disegno, che era stato stipulato o compreso negli
articoli del trattato, par che restasse sospesa dalla formidabile
irruzione di Radagaiso; e la neutralità del Re Goto può forse
paragonarsi all'indifferenza di Cesare, che nella cospirazione di
Catilina ricusò d'assistere, o di opporsi al nemico della Repubblica.
Dopo la disfatta dei Vandali, Stilicone riassunse le sue pretensioni
sulle province Orientali; creò de' Magistrati civili per
l'amministrazione della giustizia e delle finanze; e dichiarò
l'impazienza che avea di condurre alle porte di Costantinopoli gli uniti
eserciti de' Romani e de' Goti. La prudenza però di Stilicone,
l'avversione d'esso alla guerra civile, e la perfetta cognizione, che
aveva della debolezza dello Stato, possono confermare il sospetto, che
lo scopo della sua politica fosse più la pace interna, che la conquista
di fuori, e che la principale sua cura fosse quella d'impiegar le forze
d'Alarico in distanza dall'Italia. Questo disegnò non potè lungamente
sfuggire la penetrazione del Gotico Re, il quale continuò a tenere una
dubbiosa e forse perfida corrispondenza con le Corti rivali fra loro,
prolungò, a guisa di mal pagato mercenario, le sue languide operazioni
nella Tessaglia e nell'Epiro, e ben presto tornò a domandare lo
stravagante premio de suoi inefficaci servigj. Dal suo campo vicino ad
Emona[164], su' confini dell'Italia, trasmise all'Imperatore
dell'Occidente una lunga serie di promesse, di spese, e di domande;
richiese l'immediata soddisfazione di esse, e chiaramente intimò le
conseguenze d'un rifiuto. Se nondimeno la sua condotta era ostile,
decente e rispettoso n'era il linguaggio. Si professava umilmente amico
di Stilicone, e soldato d'Onorio; offeriva la sua persona e le sue
truppe per marciar senza indugio contro l'usurpator della Gallia; e
chiedeva, come una permanente dimora per la nazione Gotica, il possesso
di qualche vacante Provincia dell'Impero occidentale.
[A. 408]
I politici e segreti trattati di due Ministri, che procuravano
d'ingannarsi l'un l'altro, e d'imporre al Mondo, avrebbero per sempre
dovuto restar nascosti nell'impenetrabile oscurità del gabinetto, se i
dibattimenti d'una popolare assemblea non avesser gettato qualche raggio
di luce sulla corrispondenza d'Alarico e di Stilicone. La necessità di
trovar qualche artificial sostegno ad un governo, che per un principio
non già di moderazione ma di debolezza erasi ridotto a trattare coi
propri sudditi, aveva insensibilmente fatto risorgere l'autorità del
Senato Romano; ed il Ministro d'Onorio consultava rispettosamente il
consiglio legislativo della Repubblica. Stilicone adunò il Senato nel
palazzo dei Cesari; rappresentò in una studiata orazione lo stato
attuale degli affari; propose le domande del Re Goto, e sottopose alla
loro considerazione la scelta della pace o della guerra. I Senatori,
come se ad un tratto si fossero svegliati da un sonno di
quattrocent'anni, parvero in quest'importante occasione inspirati più
dal coraggio, che dalla saviezza dei loro predecessori. Altamente
dichiararono in regolari discorsi, o in tumultuarie acclamazioni, ch'era
indegno della Maestà di Roma il comprare una precaria e disonorevole
tregua da un Re Barbaro, e che, a giudizio d'un magnanimo popolo, sempre
il rischio della rovina era preferibile alla certezza del disonore. Il
Ministro, le pacifiche intenzioni del quale non erano secondate che
dalle voci di pochi servili e venali seguaci, tentò di mitigare il
general fermento per mezzo d'un'apologia della sua condotta, ed anche
delle richieste del Principe Gotico. «Il pagamento d'un sussidio (tale
fu il linguaggio di Stilicone) che aveva eccitato lo sdegno dei Romani,
non doversi risguardare nell'odioso aspetto o d'un tributo, o d'una
taglia, che venga estorta dalle minacce d'un Barbaro nemico. Avere
Alarico fedelmente sostenuto le giuste pretensioni della Repubblica
sopra le Province, che s'erano usurpate dai Greci di Costantinopoli;
egli modestamente chiedere la bella convenuta ricompensa de' suoi
servigj; e se avea desistito dal proseguire l'impresa, ritirandosi,
aveva obbedito alle perentorie, quantunque private, lettere
dell'Imperatore medesimo. Questi ordini contraddittorj (non voleva egli
dissimulare gli errori della sua propria famiglia) s'erano procurati
dall'intercession di Serena. La tenera pietà di sua moglie troppo era
stata profondamente commossa dalla discordia dei fratelli reali, figli
dell'adottivo padre di lei; ed i sentimenti della natura troppo
facilmente avevan prevalso ai forti dettami del pubblico bene». Queste
speciose ragioni, che debolmente mascheravano gli oscuri intrighi del
palazzo di Ravenna, furono sostenute dall'autorità di Stilicone, ed
ottennero, dopo un forte contrasto, la ripugnante approvazione del
Senato. Si acchetò il tumulto della libertà e del valore, e fu
accordata, sotto nome di sussidio, la somma di quattrocento libbre d'oro
per assicurar la pace dell'Italia, e conciliar l'amicizia del Re dei
Goti. Lampadio solo, uno dei più illustri membri di quell'assemblea,
continuò a persistere nel suo sentimento; esclamò ad alta voce: «questo
non è un trattato di pace, ma di servitù[165]» ed evitò il pericolo
d'un'opposizione sì audace con ritirarsi immediatamente nell'asilo d'una
Chiesa Cristiana.
[A. 408]
Ma il regno di Stilicone andava a finire, ed il superbo Ministro potè
ravvisare i segni della sua imminente disgrazia. S'era fatto applauso al
generoso ardir di Lampadio; ed il Senato, che aveva con tanta pazienza
tollerato una lunga servitù, rigettò sdegnosamente l'offerta d'un'odiosa
ed immaginaria libertà. Le truppe, che sempre assumevano il nome e le
prerogative di legioni Romane, erano inasprite dal parziale affetto di
Stilicone pei Barbari; ed il popolo imputava alla cattiva politica del
Ministro le pubbliche disgrazie, che erano la natural conseguenza della
propria degenerazione. Pure Stilicone avrebbe potuto continuare a
sprezzare i clamori del popolo, ed ancor dei soldati, se avesse potuto
mantenere il proprio dominio sulla debole mente del suo pupillo. Ma il
rispettoso attaccamento d'Onorio si convertì in timore, in sospetto ed
in odio. L'artificioso Olimpio[166], che nascondeva i suoi vizi sotto la
maschera di Cristiana pietà, segretamente avea rovesciato il
benefattori, pel favore del quale era stato promosso agli onorevoli
ufizi del Palazzo Imperiale. Olimpio manifestò al credulo Imperatore, il
quale era giunto al ventesimo quinto anno della sua età, che egli non
aveva peso o autorità veruna nel proprio governo; ed artificiosamente
commosse il timido ed indolente suo naturale mediante una viva pittura
dei disegni di Stilicone, che già meditava la morte del proprio Sovrano,
coll'ambiziosa speranza di porre il diadema sul capo d'Eucherio suo
figlio. L'Imperatore fu instigato dal nuovo favorito ad assumere il
tuono d'un'indipendente dignità, ed il ministro restò sorpreso in
vedere, che nella Corte e nel Consiglio si formavano segrete
risoluzioni, contrarie al suo interesse od alle sue mire. Invece di
risedere nel palazzo di Roma, Onorio dichiarò che era sua volontà di
tornare alla sicura fortezza di Ravenna. Alla prima notizia, che ebbe
della morte d'Arcadio suo fratello, si preparò a visitare
Costantinopoli, ed a regolare, coll'autorità di tutore, le Province del
fanciullo Teodosio[167]. La rappresentanza della difficoltà e della
spesa d'una spedizione sì distante, frenò quello strano e subito impeto
di attiva diligenza; ma il pericoloso progetto di far vedere
l'Imperatore al campo di Pavia, ch'era composto di truppe Romane,
nemiche di Stilicone, e de' suoi Barbari ausiliari, rimase fisso ed
inalterabile. Il Ministro fu stimolato dal consiglio del suo confidente
Giustiniano, Avvocato Romano di vivo e penetrante ingegno, ad opporsi ad
un viaggio così dannoso alla sua riputazione e salvezza. I vigorosi, ma
inefficaci, suoi sforzi confermarono il trionfo di Olimpio; ed il
prudente Legale si sottrasse all'imminente rovina del suo Signore.
[A. 408]
Nel passare che fece l'Imperator da Bologna, fu suscitato e quietato un
ammutinamento delle guardie per la segreta politica di Stilicone, il
quale dichiarò le istruzioni che aveva, di decimare i colpevoli, ed
attribuì alla propria intercessione il merito del perdono. Dopo questo
tumulto, Onorio abbracciò per l'ultima volta il Ministro, ch'ei
risguardava allora come un tiranno, e proseguì il suo viaggio verso il
campo di Pavia, dove fu ricevuto con le fedeli acclamazioni delle
truppe, che v'erano adunate pel servizio della guerra Gallica. La
mattina del quarto giorno ei recitò, come era istruito, un'orazion
militare alla presenza dei soldati, i quali dalle caritatevoli visite e
dagli artificiosi discorsi d'Olimpio erano stati disposti ad eseguire
una sanguinosa e nera cospirazione. Al primo segnale, che fu dato,
trucidarono gli amici di Stilicone, che erano gli Ufficiali più illustri
dell'Impero, vale a dire i due Prefetti Pretoriani della Gallia e
dell'Italia, i due Generali della Cavalleria e dell'Infanteria, il
Maestro degli Uffizi, il Questore, il Tesoriere, ed il Conte dei
domestici. Molti altri furono uccisi; si saccheggiaron più case; la
furiosa sedizione continuò fino alla sera, ed il tremante Imperatore,
che fu veduto per le strade di Pavia senza le sue vesti e senza il
diadema, cedè alle persuasioni del favorito, condannò la memoria degli
uccisi, e solennemente approvò l'innocenza e la fedeltà dei loro
assassini. La notizia del macello di Pavia empì l'animo di Stilicone di
giusti e tetri timori; ed immediatamente convocò nel campo di Bologna
un'assemblea dei confederati condottieri, ch'erano attaccati al suo
servizio, e che si sarebber trovati involti nella rovina di lui.
L'impetuosa voce dell'adunanza richiese altamente le armi e la vendetta;
domandò di marciare senza differire un momento sotto le bandiere d'un
Eroe, che tante volte gli aveva condotti alla vittoria; di sorprendere,
opprimere, ed estirpare il perfido Olimpio, ed i suoi degenerati Romani;
e forse di porre il diadema sul capo dell'ingiuriato lor Generale.
Invece di eseguire una risoluzione, che avrebbe potuto giustificarsi dal
buon successo, Stilicone restò dubbioso, finattantochè fu
irreparabilmente perduto. Tuttavia ignorava il destino dell'Imperatore;
diffidava della lealtà del proprio partito; e vedeva con orrore le
fatali conseguenze, che provenivano dall'armare una folla di licenziosi
Barbari contro i soldati ed il popolo dell'Italia. I confederati,
impazienti del suo timido e dubbioso indugio, precipitosamente si
ritiraron con timore e con isdegno. Sull'ora di mezza notte, Saro,
guerriero Gotico, rinomato fra i Barbari stessi per la sua forza e
valore, ad un tratto invase il campo del suo Benefattore, saccheggiò il
bagaglio, tagliò a pezzi i fedeli Unni, che guardavan la sua persona, e
penetrò fino alla tenda, in cui il Ministro pensoso e senza dormire
meditava sul pericolo della sua situazione. Stilicone con difficoltà si
sottrasse alla spada dei Goti; o dopo aver dato un ultimo e generoso
avviso alle città d'Italia di chiudere ai Barbari le loro porte, la sua
fiducia o disperazione l'indusse a gettarsi dentro a Ravenna, ch'era già
pienamente in potere de' suoi nemici. Olimpio, che aveva assunto il
dominio d'Onorio, fu prontamente informato, che il suo rivale erasi
rifuggito come supplichevole all'altare della Chiesa Cristiana. La bassa
e crudele indole dell'ipocrita era incapace di pietà o di rimorso; ma
piamente affettò d'eludere, piuttosto che di violare il privilegio del
Santuario. Allo spuntar del giorno comparve il Conte Eracliano con una
truppa di soldati alle porte della Chiesa di Ravenna. Il Vescovo si
contentò d'un solenne giuramento, che l'Imperial messo tendeva solo ad
assicurarsi dalla persona di Stilicone: ma appena lo sfortunato Ministro
fu indotto ad uscire dal sacro limitare, ch'ei produsse l'ordine
dell'immediata esecuzione di lui. Stilicone soffrì con tranquilla
rassegnazione gli ingiuriosi nomi di traditore e di parricida; represse
l'inopportuno zelo dei suoi seguaci, ch'eran pronti a tentarne
un'inutile liberazione, e con una fermezza, non indegna dell'ultimo
Generale Romano, piegò il collo alla spada d'Eracliano[168].
La turba servile del Palazzo, che aveva per tanto tempo adorato la
fortuna di Stilicone, affettò d'insultare la sua caduta; e studiosamente
negavasi, come punivasi con rigore, la più distante relazione col
Generale dell'Occidente, che sì recentemente era servita di titolo per
le ricchezze e per gli onori. La sua famiglia, congiunta per mezzo d'una
triplice parentela con quella di Teodosio, invidiava la condizione
dell'infimo contadino. Il suo figlio Eucherio fu sorpreso, mentre
fuggiva; ed alla morte di quell'innocente giovane successe il divorzio
di Termanzia, che aveva occupato il luogo della sorella Maria, e che era
restata vergine, com'essa, nel letto Imperiale[169]. Gli amici di
Stilicone, ch'erano scampati dalla strage di Pavia, furono perseguitati
dall'implacabil odio d'Olimpio; e s'esercitò la crudeltà più squisita
per estorcer la confessione d'una perfida e sacrilega congiura. Essi
morirono nel silenzio: la fermezza loro giustificò la scelta[170], e
forse assolvè l'innocenza del loro protettore; e la dispotica forza, che
potè togliergli la vita senza processo, ed infamar senza prove la sua
memoria, non ha giurisdizione veruna sull'imparziale suffragio della
posterità[171]. I servigi di Stilicone son grandi e manifesti; i suoi
delitti, siccome sono vagamente esposti nel linguaggio dell'adulazione e
dell'odio, sono oscuri almeno ed improbabili. Circa quattro mesi dopo la
sua morte fu pubblicato un editto in nome d'Onorio per ristabilire la
libera comunicazione dei due Imperj, ch'era stata sì lungamente
interrotta dal _pubblico nemico_[172]. Il Ministro, la fama e fortuna
del quale dipendeva dalla prosperità dello Stato, fu accusato di dare
l'Italia ai Barbari, ch'egli aveva più volte vinto a Pollenzia, a
Verona, ed avanti le mura di Firenze. Il suo preteso disegno, di porre
la corona sul capo al figlio Eucherio, non poteva condursi a fine senza
preparativi e senza complici; e l'ambizioso padre non avrebbe
sicuramente lasciato il futuro Imperatore fino al ventesimo anno della
sua età nell'umile posto di Tribuno dei Notari. Anche la religione di
Stilicone fu attaccata dalla malizia del suo rivale. Devotamente si
celebrò l'opportuna e quasi miracolosa liberazione dall'applauso del
Clero, il quale sosteneva, che la restaurazione degl'Idoli e la
persecuzione della Chiesa sarebbe stato il primo passo del Regno
d'Eucherio. Il figlio di di Stilicone però ora stato educato nel seno
del Cristianesimo, che suo padre avea costantemente professato, e
sostenuto con zelo[173]. Serena aveva tolto il suo magnifico monile
dalla statua di Vesta[174]; ed i Pagani esecravano la memoria del
sacrilego Ministro, per ordine del quale i libri Sibillini, ch'erano gli
oracoli di Roma, erano stati dati alle fiamme[175]. L'orgoglio e la
potenza di Stilicone formarono il suo vero delitto. Una virtuosa
ripugnanza a spargerà il sangue de' suoi concittadini sembra che
contribuisse al successo dell'indegno rivale di lui; e forma l'ultima
umiliazione del carattere d'Onorio il non avere la posterità neppure
condisceso ad attribuire ad esso una vile ingratitudine verso il tutore
della sua gioventù ed il sostegno del proprio Impero.
Nella serie dei dipendenti, la ricchezza e dignità dei quali s'attirò il
riguardo dei contemporanei, vien eccitata la nostra curiosità dal
celebre nome del poeta Claudiano, che godeva il favore di Stilicone e
che restò oppresso nella rovina del suo Signore. I titolari ufizi di
Tribuno e di Notaro fissavano il suo grado nella Corte Imperiale; ei
dovè alla potente intercession di Serena il suo matrimonio con una ricca
erede della Provincia dell'Affrica[176]; e la statua del poeta, eretta
nel Foro di Traiano, fu un monumento del gusto e della liberalità del
Senato Romano[177]. Dopo che le lodi di Stilicone divennero offensive e
colpevoli, Claudiano fu esposto all'inimicizia di un potente ed
implacabile Cortigiano, ch'egli avea provocato coll'insolenza
dell'ingegno. Aveva esso paragonato in un vivace epigramma gli opposti
caratteri dei due Prefetti del Pretorio d'Italia; ed aveva posto a
contrasto l'innocente riposo di un Filosofo, che alle volte impiegava le
ore degli affari nel sonno, e forse nello studio, coll'interessata
diligenza d'un rapace Ministro, instancabile nella ricerca d'un ingiusto
e sacrilego guadagno. «Quanto felice, esclama Claudiano, quanto felice
avrebbe potuto essere il popolo d'Italia se Mallio avesse potuto sempre
vigilare, ed Adriano sempre dormire»[178]! Il riposo di Mallio non fu
sturbato da quest'amichevole e gentile ammonizione; ma la crudel
vigilanza d'Adriano attendeva l'occasione della vendetta, e facilmente
ottenne dai nemici di Stilicone il tenue sacrifizio d'un colpevol poeta.
Egli però si nascose nel tumulto della rivoluzione; e consultando i
dettami più della prudenza che dell'onore, indirizzò in forma di lettera
una supplichevole ed umile ritrattazione all'offeso Prefetto. Deplora in
flebile tuono la fatale indiscretezza, alla quale trasportato l'avea la
passione e la follìa; propone al suo avversario l'imitazione degli
esempi generosi di clemenza degli Dei, degli Eroi, e dei Leoni, ed
esprime la sua speranza, che la magnanimità d'Adriano non calpesterà un
miserabil e dispregevol nemico, già umiliato dalla disgrazia e dalla
povertà, e profondamente colpito dall'esilio, dai tormenti, e dalla
morte dei suoi amici più cari[179]. Qualunque fossero il successo della
sua preghiera, e gli accidenti della futura sua vita, nel corso di pochi
anni restarono ugualmente sepolti il ministro ed il poeta: ma il nome
d'Adriano è quasi caduto nell'obblivione; laddove Claudiano si legge con
piacere, dovunque si è ritenuta o acquistata la cognizione della lingua
Latina. Se noi vogliamo giustamente bilanciare i meriti e i difetti di
esso, dovrem confessare che Claudiano nè soddisfa nè impone silenzio
alla nostra ragione. Non potrebbe facilmente prodursi un passo di lui,
che meriti l'epiteto di sublime o di patetico; nè scegliersi un verso
che tocchi il cuore, o estenda l'immaginazione: invano si cercherebbero
ne' poemi di Claudiano la felice invenzione e l'artificial condotta di
una favola che interessi, o la giusta e vivace pittura dei caratteri e
delle situazioni della vita reale. Secondo le occasioni, faceva in
servigio del suo Protettore dei panegirici e delle invettive: e il
disegno di tali schiave composizioni favoriva la sua inclinazione in
eccedere i limiti del vero e della natura. Queste imperfezioni però sono
in qualche modo compensate dalle poetiche qualità di Claudiano. Egli era
dotato del raro e prezioso talento d'elevare i più mediocri, d'adornare
i più sterili, e di variare i più uniformi argomenti: il suo colorito,
specialmente nella poesia che descrive, è splendido e molle; e rare
volte manca di far pompa, ed anche abuso de' vantaggi d'un coltivato
intelletto, d'una copiosa fantasia, d'una facile ed alle volte vigorosa
espressione, e d'una sempre fluida ed armoniosa versificazione. A queste
lodi, indipendenti da ogni circostanza di tempo o di luogo, si deve
aggiungere il merito particolare, che trasse Claudiano dalla sfavorevole
condizione della sua nascita. Nella decadenza delle arti e dell'Impero,
un Egiziano[180], ch'era stato educato da un Greco, assunse in età
matura l'uso famigliare, ed ottenne l'assoluto possesso della lingua
Latina[181]; si innalzò al di sopra de' suoi deboli contemporanei; e
dopo uno spazio di trecent'anni prese posto fra' poeti dell'antica
Roma[182].
NOTE:
[63] Si fa distintamente menzione della ribellione dei Goti, e del
blocco di Costantinopoli da Claudiano (in _Rif. l. II. 7-10_), da Zosimo
(_l. V. p. 292_) e da Giornandes (_de reb. Get. c. 29_).
[64]
_.... Alii per toga ferocis_
_Danubii solidata ruunt; expertaque remis_
_Frangunt stagna rotis._
Claudiano ed Ovidio spesse volte divertono la lor fantasia col mescolar
le metafore e le proprietà della _liquida_ onda e del _solido_ ghiaccio.
In questo facil esercizio s'è impiegato molto falso spirito.
[65] Girol. tom. I. p. 26. Ei procura di consolare Eliodoro, Vescovo
d'Altino, suo amico, della perdita di Nepoziano, nipote di lui, con una
curiosa ricapitolazione di tutte le pubbliche e private disgrazie di
quei tempi. (Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. XII. p. 200).
[66] _Baltha o Ardita: origo mirifica_, dice Giornandes (c. 26).
Quest'illustre stirpe continuò lungamente a fiorire in Francia nella
Gotica provincia di _Septimania_ o della Linguadoca sotto il corrotto
nome di _Baux_: ed un ramo di quella famiglia dopo si stabilì nel regno
di Napoli (Grot. _in Prolegom. ad Hist. Gotich. p. 53_). I Signori di
Baux vicino ad Arles, e di settantanove luoghi loro subordinati, erano
indipendenti dai Conti di Provenza: Longuerne _Descript. de la France T.
I. p. 357._
[67] Zosimo (l. V. p. 293-295) è la guida migliore che abbiamo per la
conquista della Grecia; ma i cenni e le allusioni di Claudiano sono
altrettanti raggi d'istorica luce.
[68] Si paragoni Erodoto (l. VII. c. 176) con Livio (XXXVI. 15). Lo
stretto ingresso della Grecia era stato probabilmente allargato da
qualche infelice invasore.
[69] Egli passò, dice Eunapio (_in vit. Philos. p. 93. Edit. Commelin.
1596_) per lo stretto δια των πυλον παρηλθει ωσπερ δια σαδιου και
ιπποκροτου πεδιου τρεχων _passa per le Termopile come correndo per
uno stadio o per un campo che risuona di cavalli._
[70] Per condiscendere a Girolamo e a Claudiano (_in Ruffin. l. II.
191_) ho mescolato alcuni più scuri colori nella dolce rappresentazione
di Zosimo, che desiderava di mitigare la calamità d'Atene.
_Nec fera Cecropias traxissent vincula matres._
Sinesio (_Epist. 156. p. 272. Edit. Patav._) osserva, che Atene, di cui
attribuisce le disgrazie all'avarizia del Pro-Console, era in quel tempo
meno famosa per le sue scuole di filosofia, che pel commercio che faceva
di mele.
[71]
_.... Vallata mari Scironia rupes_
_Et duo continuo connectens aequora muro_
_Isthmos...._
Claudian. _de Bell. Getic._ 188.
Gli scogli Scironj son descritti da Pausania (l. I. c. 44. p. 107.
_Edit. Kahn._) e da' nostri moderni viaggiatori, Wheeler (p. 436) e
Chandler (p. 298). Adriano rendè la strada capace di due carri.
[72] Claudiano (_in Ruffin. l. II. 186. e de Bell. Get. 611_.)
senz'ordine, quantunque con forza, descrive quella scena di rapina e di
distruzione.
[73] Τρις μακαρες Δαναιο και τετρακις, _Tre e quattro volte
beati Greci ec._ Questi generosi versi d'Omero (_Odyss. l. V. 306_)
furon trascritti da uno dei giovani schiavi di Corinto: e le lacrime di
Mummio posson provare, che il rozzo conquistatore, quantunque ignorasse
il valore di una pittura originale, possedeva la più pura sorgente del
buon gusto, cioè un cuore. Plutarc., _Sym. posiac. l. IX. Tom. II p.
737. Edit. Weebel_.
[74] Omero continuatamente descrive l'esemplare pazienza di queste
schiave, che accordavano le loro grazie, ed anche i loro cuori agli
uccisori dei loro padri, fratelli, ec. Racine tocca con ammirabil
delicatezza tal passione d'Erifile per Achille.
[75] Plutarco (_in Pyrrho. Tom. II. p. 471. Edit. Brian._) esprime la
risposta genuina in dialetto laconico. Pirro attaccò Sparta con 25000
fanti, 2000 cavalli e 24 elefanti, e la difesa di quell'aperta città è
un bel comento alle leggi di Licurgo, anche nell'ultimo stato di
decadenza.
[76] Quale per avventura l'ha dipinto sì nobilmente Omero (_Iliad. XX.
164_).
[77] Eunapio (_in vit. Philos. p. 90-93_) dichiara che una truppa di
Monaci tradì la Grecia e seguì il campo Gotico.
[78] Quanto alla guerra Greca di Stilicone, si confronti l'ingenua
narrazione di Zosimo (l. V. p. 295-296) con la curiosa e circostanziata
adulazione di Claudiano (_I. Cons. Stilich. l. I. 172-186. IV. Cons.
Honor. 459-477_). Siccome l'evento non fu glorioso, viene
artificiosamente gettato nell'ombra.
[79] Le truppe, che passavano per Elide, mettevano giù le loro armi.
Questa sicurezza arricchì gli Eleati, che amavan la vita campestre. Le
ricchezze produssero l'orgoglio; essi sdegnarono il lor privilegio, e ne
riportarono danno. Polibio li consiglia a ritirarsi un'altra volta
dentro il magico loro cerchio. Vedasi un dotto e giudizioso discorso sui
giuochi Olimpici, che il West ha premesso alla sua traduzione di
Pindaro.
[80] Claudiano (_in IV. Cons. Hon. 486_) allude al fatto senza nominare
il fiume, forse l'Alfeo (_I. Cons. l. I, 185._)
_.... Et Alpheus Geticus angustus acervis_
_Tardior ad Siculos etiam num pergit amores._
Pure io preferirei il Peneo, basso fiume in un largo e profondo letto,
che scorre per Elide, e si getta nel mare sotto Cillene. Esso fu
congiunto coll'Alfeo per purgare la stalla d'Augia; Cellar. _Tom. I. p.
760. Viagg. di Chandler p. 286_.
[81] Strabon. l. VIII. p. 517. Plin., _Hist. nat. IV. 3_. Wheeler p.
308. Chandler p. 275. Essi misurarono da diversi punti la distanza fra
le due terre.
[82] Sinesio passò tre anni (dal 397 al 400) in Costantinopoli, come
deputato da Cirene all'Imperatore Arcadio. Esso gli presentò una corona
d'oro, e recitò in sua presenza l'istruttiva orazione de Regno (p. 1-32
_edit. Petav. Par. 1611_). Il Filosofo fu fatto Vescovo di Tolemaide nel
410 e morì verso il 430. Vedi Tillemont, _Mem. Eccles. Tom. XII. p. 499,
554, 683-685_.
[83] Sinesio, _de Regno p. 21-26_.
[84]
_... Qui foedera rumpit_
_Ditatur; qui servat, eget: vastator Achivae_
_Gentis et Epirum nuper populatus inultam_
_Praesidet Illyrico: jam, quos obsedit, amicos_
_Ingreditur muros; illis responsa daturus,_
_Quorum conjugibus potitur, natosque peremit._
Claudiano, _in Eutrop. l. II, 212_. Alarico applaudisce alla propria
politica (_de Bell. Get. 633-64_) nell'uso che fece di questa
giurisdizione nell'Illirico.
[85] Giornandes c. 29. p. 651. L'istorico Goto aggiunge con insolito
spirito: _Cum suis deliberans, suasit suo labore quaerere regna, quam
alienis per otium subjacere_.
[86]
_Discors, odiisque anceps civilibus Orbis,_
_Non sua vis tutata diu, dum foedera fallax_
_Ludit, et alternae perjuria venditat aulae._
Claudian., _de Bell. Getic. 565_.
[87]
_Alpibus Italiae ruptis penetrabis ad urbem._
Quest'autentica predizione fu annunziata da Alarico, o almeno da
Claudiano (_de Bell. Get. 547_), sette anni avanti del successo. Ma
siccome non fu adempita dentro il termine che si era baldanzosamente
fissato, gl'interpreti se ne sono disimpegnati per mezzo d'un ambiguo
senso.
[88] I migliori materiali che abbiamo, sono 970 versi di Claudiano nel
poema della guerra Gotica, e nel principio di quello, che celebra il
sesto consolato d'Onorio. Zosimo è in perfetto silenzio; e noi siam
ridotti a quegli avanzi o piuttosto bricioli, che possiam trovare in
Orosio e nelle Croniche.
[89] Non ostanti gli errori grossolani di Giornandes, che confonde fra
loro le guerre Italiche d'Alarico (c. 29) la data, che ei cita del
Consolato di Stilicone e d'Aureliano (an. 400) è fissa e rispettabile.
Egli è certo, secondo Claudiano (Tillem., _Hist. des Emp. Tom. V. p.
804_), che la battaglia di Pollenzia seguì nel 403; ma non possiamo
facilmente riempire quest'intervallo.
[90] _Tantum Romanae Urbis judicium fugis, ut magis obsidionem
barbaricam, quam pacatae urbis judicium velis substinere_; Girol. Tom.
II. p. 239. Ruffino conobbe il proprio pericolo: la _pacifica_ città era
infiammata dalla vecchia Marcella, e dal restante della fazione di
Girolamo.
[91] Gioviano, nemico del celibato e de' digiuni, che fu perseguitato ed
insultato dal furioso Girolamo (Jortin., _Osserv. Vol. IV. p. 104_).
Vedasi l'original editto d'esilio nel _Cod. Teod. lib. XVI. Tit. V. leg.
43_.
[92] L'epigramma _De sene Veronensi, qui suburbium numquam egressus
est_, è una delle prime e più piacevoli composizioni di Claudiano.
L'imitazione di Cowley (_Ediz. di Hurd vol. II. p. 251_) ha dei tratti
naturali e felici; ma è molto inferiore al ritratto originale che è
tolto evidentemente dal vero.
[93]
_Ingentem meminit parvo qui germine quercum,_
_Aequaevumque videt consenuisse nemus_
[94] Claudian., _de Bell. Get. 199, 266_. Ei può sembrare prolisso; ma
il timore e la superstizione occupavano altrettanto spazio nelle menti
degl'Italiani.
[95] Dal passo di Paolino, che è allegato dal Baronio (_Annal. Eccl. an.
403. n. 51_) si chiarisce, che una generale agitazione avea penetrato
tutta l'Italia, fino a Nola nella Campania, dove quel famoso penitente
aveva stabilito la sua dimora.
[96] _Solus erat Stilicho._ Tal è l'esclusiva lode, che gli dà Claudiano
(_de Bell. Get. 267_) senza neppur eccettuare l'Imperatore. Quanto
insignificante dovea comparire Onorio nella sua propria Corte!
[97] Si descrivono eccellentemente la faccia del paese, e l'ardire di
Stilicone, _de Bell. Get. 340-363_.
[98]
_Venit et extremis legio praetenta Britannis,_
_Quae Scoto dat fraena truci... (De Bell. Get. 416)._
Pure la più rapida marcia da Edimburgo, o da Newcastle a Milano esigeva
necessariamente uno spazio di tempo più lungo di quello che Claudiano
pare che assegni alla durata della guerra Gotica.
[99] Ogni viaggiatore dee rammentarsi la situazione della Lombardia
(Vedi Fontanelle Tom. V. p. 279) che è spesso tormentata da una
capricciosa ed irregolare abbondanza di acque. Gli Austriaci avanti a
Genova erano accampati nel secco letto della Polcevera, nè sarebbe (dice
il Muratori) «mai passato per la mente a que' buoni Alemanni, che quel
picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un
terribil gigante» _Annal. d'Ital. Tom. XVI. p. 443. Milano 1753-8_.
[100] Claudiano, in vero, non risponde chiaramente alla nostra domanda,
dove trovavasi Onorio medesimo? Pure la fuga viene indicata dalla
caccia, e si conferma la mia idea della guerra Gotica dai Critici
Italiani, Sigonio (T. I. P. II. 369 _de Imp. Occid. l. X._), e Muratori
(_Annal. d'Ital. T. IV. p. 45_).
[101] Può indicarsi a quest'effetto una delle strade, che si trovano
negl'Itinerarj (p. 98, 288, 294) con le note del Wesseling. Asti è
qualche miglio sulla destra.
[102] Asti o Asta, colonia Romana, è presentemente la capitale d'una
piacevol Contea, che nel decimosesto secolo passò ne' Duchi di Savoia
(Leandro Alberti, _Descriz. d'Ital. p. 382_).
[103] _Nec me timor impulit ullus._ Egli poteva tenere questo superbo
linguaggio l'anno seguente a Roma, cinquecento miglia lontano dal luogo
del pericolo (VI. _Cons. Hon. 449_).
[104]
_Hanc ego vel victor regno, vel morte tenebo_
_Victus, humum etc._
I discorsi (_de Bell. Get. 479-549_) del Nestore, e dell'Achille de'
Goti son forti, caratteristici, adattati alle circostanze e forse non
meno genuini di quelli di Livio.
[105] Ad Orosio (l. VII. c. 37) fa colpo l'empietà de' Romani, che
attaccarono la Domenica di Pasqua Cristiani così devoti. Pure nel tempo
stesso facevansi pubbliche preghiere alle reliquie di S. Tommaso
d'Edessa per la distruzione dell'Arriano devastatore. Vedi Tillemont
(_Hist. des Emp. Tom. V. p. 529_) che cita un'Omelia, che fu
erroneamente attribuita a S. Grisostomo.
[106] I vestigi di Pollenzia giaciono venticinque miglia al sud-est di
Torino. _Urbs_, nelle medesime vicinanze, era una caccia reale de' Re di
Lombardia, ed un piccolo fiume, che scusò la predizione, _penetrabis ad
Urbem_. (Cluver., _Ital. antiq. Tom. I. p. 83-85_).
[107] Orosio desidera d'indicare in dubbiosa parole la disfatta de'
Romani; _Pugnantes vicinus, victores victi sumus_, Prospero (_in
Chronic._) la chiama un'uguale e sanguinosa battaglia; ma gli scrittori
Gotici, come Cassiodoro (_in Chronic._) e Giornandes (_de reb. Get. 2,
29_) pretendono una decisiva vittoria.
[108]
_Demens Ausonidum gemmata monilia matrum,_
_Romanasque alta famulas cervice petebat._
(_De bell. Get. 627_).
[109] Claudiano (_de bell. Get. 580. 647_) e Prudenzio (_in Symmach. l.
II. 694-719_) celebrano senz'ambiguità la Romana vittoria di Pollenzia.
Sono essi scrittori poetici e parziali; ma si dee prestar qualche fede
a' testimoni anche più sospetti, che son frenati dalla recente notorietà
de' fatti.
[110] La perorazione di Claudiano è forte ed elegante; ma l'identità del
campo Cimbrico e del Gotico si deve intendere (come il Filippi di
Virgilio Georg. I. 490) secondo la libera Geografia d'un Poeta. Vercelli
e Pollenzia son distanti sessanta miglia fra loro; e la differenza è
anche maggiore, se i Cimbri fossero stati disfatti nella vasta e nuda
pianura di Verona (Maffei, _Veron. Illustr. P. I. 54-62_).
[111] Bisogna esaminare rigorosamente Claudiano e Prudenzio, per ridurre
le figure, ed estorcere il senso istorico di que' Poeti.
[112]
_Et gravant en airain ses frêles avantages_
_De mes états conquis enchaîner les images._
Era famigliare a' Romani la pratica d'esporre in trionfo le immagini de'
Re e delle Province. Il busto di Mitridate medesimo, d'oro massiccio,
era alto dodici piedi. Freinshem, _Suppl. Livian. 103. 47_.
[113] La guerra Gotica ed il sesto Consolato di Onorio, legano
oscuramente insieme gli avvenimenti della ritirata di Alarico e delle
sue perdite.
[114] _Taceo de Alarico.... saepe victo, saepe concluso, semperque
dimisso._ Orosio l. VII. c. 37. p. 567. Claudiano (_VI. Cons. Hon. 320_)
tiravi sopra un velo con una delicata immagine.
[115] L'avanzo del poema di Claudiano sul sesto Consolato d'Onorio
descrive il viaggio, il trionfo ed i giuochi (330-660).
[116] Vedasi l'inscrizione nell'Istoria degli antichi Germani di Mascou
VIII. 12. Le parole sono positive ed indiscrete, _Getarum nationem in
omne oevum domitam etc._
[117] Sopra il curioso, quantunque orrido, soggetto dei Gladiatori si
consultino i due libri dei Saturnali di Lipsio, che come _Antiquario_ è
disposto a scusare la pratica dell'_antichità_ Tom. III. p. 483-545.
[118] _Cod. Theod. lib. XV. Tit. XII. leg. 1_. Il comentario del
Gotofredo somministra (Tom. V. p. 396) dei gran materiali per la storia
dei Gladiatori.
[119] Vedasi la perorazione di Prudenzio (_in Symmac. l. II, 1121-1131_)
che senza dubbio avea letto l'eloquente invettiva di Lattanzio (_Divin.
Instit. l. VI. c. 20_). Gli Apologisti Cristiani non hanno risparmiato
questi sanguinosi giuochi, che s'erano introdotti nelle feste religiose
del Paganesimo.
[120] Teodoret. l. V. c. 28. Io bramo di creder la storia di S.
Telemaco. Pure non è stata dedicata veruna Chiesa, nessun altare è stato
eretto all'unico monaco, che morì martire nella causa dell'umanità.
[121] _Crudele Gladiatorum spectaculum, et inhumanum_ nonullis _videri
solet, et_ haud scio, _an ita sit, ut nunc fit_: Ciceron. _Tusc. II.
17_. Egli debolmente censura l'abuso, e con calore difende l'uso di
questi divertimenti: _Oculis nulla poterat esse fortior contra dolorem
et mortem disciplina_. Seneca (_Epist. 7_.) dimostra sentimenti d'uomo.
[122] Questo ragguaglio di Ravenna è tratto da Strabone (l. V. p. 327),
da Plinio (III. 20), da Stefano di Bisanzio (V. Ραβεννα p. 651.
_Edit. Berhel_), da Claudiano (_in VI. Cons. Hon._ 494 ec.), da Sidonio
Apollinare (l. I. _Epist._ V. 8), da Giornandes (_de Reb. Get. c. 29_),
da Procopio (_de Bell. Got._ l. I. c. I. p. 309. _Edit. Leuvr._), e dal
Cluverio (_Ital. Antiq. T. I._ p. 301-307). Pure io sono ancora mancante
d'un Antiquario locale, e d'una buona carta topografica.
[123] Marziale (_Epigr. III. 56, 57_) scherza sull'inganno d'un furbo,
che gli avea venduto del vino invece d'acqua; ma seriamente dichiara,
che in Ravenna una cisterna è più valutabile d'una vigna. Sidonio si
duole, che la città è priva di fonti e di acquedotti, e pone la mancanza
d'acqua fresca nel numero de' mali locali, come del gridar dei ranocchi,
del pungere degli insetti ec.
[124] La favola di Teodoro e d'Onorio, che Dryden ha sì mirabilmente
preso dal Boccaccio (_Giorn. III novell. 8_) seguì nel bosco di
_Chiassi_, voce corrotta da _Classis_, navale stazione, che con la
strada o sobborgo intermedio, _via Caesaris_, formava la triplice città
di Ravenna.
[125] Dall'anno 404 in poi le date del Codice Teodosiano divengono
permanenti in Costantinopoli ed in Ravenna. Vedi la _Cronologia delle
Leggi del Gotofredo Tom. I. p. 148_.
[126] Vedi Deguignes _Hist. des Huns Tom. I. p. 179, 189, T. II. p. 295,
334, 338_.
[127] Procopio (_de Bell. Vandal l. I. c. 3. p. 182._) ha fatto menzione
d'un'emigrazione dalla palude Meotide al Settentrione della Germania,
ch'esso attribuisce alla carestia. Ma i suoi lumi d'istoria antica sono
estremamente oscurati dall'ignoranza e dall'errore.
[128] Zosimo (l. V. p. 331) usa la generale espressione di nazioni di là
dal Danubio e dal Reno. Anche i vari epiteti, che ogni antico scrittore
può avere accidentalmente usato, indicano manifestamente la lor
situazione, e conseguentemente i loro nomi.
[129] Il nome di Radagast era quello d'una Divinità locale degli
Obotriti (in Meclemburgo). Un Eroe potrebbe naturalmente aver preso il
nome del suo Dio tutelare; ma non è probabile, che i Barbari adorassero
un Eroe sfortunato. Vedi Mascou _Ist. de' Germani 8. 14_.
[130] Olimpiodoro appresso Fozio (p. 180) usa il vocabolo greco
όπτϊμάτοι, che non dà alcuna idea precisa. Io sospetto, che fossero
Principi e nobili coi loro fedeli compagni, cavalieri coi loro scudieri,
come si sarebber chiamati alcuni secoli dopo.
[131] Tacit. _De morib. German. c. 37_.
[132]
_.... Cujus agendi_
_Spectator vel causa fui._
Claudian. VI. _Cons. Hon 439._
Tale è il modesto linguaggio d'Onorio, trattando della guerra Gotica,
ch'egli aveva veduta alquanto più da vicino.
[133] Zosimo (l. V. p. 331) trasporta la guerra e la vittoria di
Stilicone oltre il Danubio; strano errore, che viene imperfettamente e
di mala grazia medicato leggendo Αρνον per l'ϛρον
(Tillemont _Hist. des Emp._ Tom. V. p. 807). Da buoni politici noi
dobbiamo far uso di Zosimo senza stimarlo o fidarci di lui.
[134] _Cod. Theod. lib. VII. Tit. XIII. leg. 16_. La data di questa
legge 18 Maggio 406 persuade me, come ha persuaso il Gotofredo (Tom. II.
p. 387) del vero anno dell'invasione di Radagasio. Il Tillemont, il
Pagi, ed il Muratori preferiscono l'anno antecedente, ma essi vengono
astretti da certe obbligazioni di civiltà e di rispetto verso S. Paolino
di Nola.
[135] Poco dopo che Roma fu presa dai Galli, il Senato, in un subitaneo
bisogno armò dieci legioni, cioè 3000 cavalli, e 42000 fanti; forza che
la città non avrebbe potuto somministrare sotto Augusto; Liv. VII. 25.
Questa proposizione può imbarazzare un antiquario, ma vien chiaramente
spiegata dal Montesquieu.
[136] Machiavello ha dimostrato, almeno come filosofo, che Firenze
trasse insensibilmente l'origine dal commercio che si faceva dalla rupe
di Fiesole alle rive dell'Arno (_Ist. Fior. Tom. I. l. II. p. 37. Londra
1747_). I Triumviri mandarono una colonia a Firenze, che al tempo di
Tiberio (Tacit. _Annal._ I. 79) meritò la riputazione ed il nome di
città che _fiorisce_. Vedi Cluver. _Ital. antiq. Tom. I p. 507_, ec.
[137] Il Giove però di Radagaiso, che adorava Thot e Woden, era molto
diverso dal Giove Olimpico o Capitolino. L'indole condiscendente del
Politeismo potea congiungere quelle varie e distanti Divinità. Ma i veri
Romani abborrivano i sacrifizi umani de' Germani e de' Galli.
[138] Paolino (_in vit. Ambros._ c. 50) riferisce quest'istoria ch'egli
attinse dalla bocca di Pansofia medesima, pia matrona di Firenze. Pure
l'Arcivescovo presto cessò di prender parte attivamente negli affari del
Mondo, e non fu giammai un santo popolare.
[139] Agostin. _de Civit. Dei._ V. 25. Oros. l. VII. c. 37. p. 567-571.
I due amici scrissero nell'Affrica dieci o dodici anni dopo la vittoria;
e l'autorità loro è seguitata implicitamente da Isidoro di Siviglia (_In
Chron. p. 713. Edit. Grot._). Quanti fatti interessanti avrebbe Orosio
potuto inserire nello spazio, che è consacrato da lui ad un pio non
senso?
[140]
_Franguntur montes, planumque per ardua Caesar_
_Ducit opus: pandit fossas, turritaque summis_
_Disponit castella jugis, magnoque recesso._
_Amplexus fines, saltus numerosaque tesqua_
_Et silvas, vastaque feras indagine claudit._
Pure la semplice verità (_Caes. de Bell. Civ. III. 44_) è molto più
grande delle amplificazioni di Lucano (_Phars. l. VI. 2963_).
[141] Le oratorie espressioni d'Orosio «in arido et aspero montis jugo,»
«in unum ac parvum verticem» non sono molto adattate all'accampamento
d'un grand'esercito. Ma Fiesole, distante solo tre miglia da Firenze,
potea somministrare sufficiente spazio pei quartieri di Radagaiso, ed
esser compresa dentro il cerchio delle linee Romane.
[142] Vedi Zosimo l. V. p. 331, e le Croniche di Prospero e di
Marcellino.
[143] Olimpiodoro (appresso Fozio p. 180) usa un'espressione
προσηταιρισατο _se l'era fatto amico_, che indicherebbe una stretta ed
amichevole alleanza, e renderebbe tanto più reo Stilicone. Le parole
_paulisper detentus, deinde interfectus_ d'Orosio sono sufficientemente
odiose.
[144] Orosio, piamente inumano, sacrifica il Re ed il popolo, Agag e gli
Amaleciti, senza un sintomo di compassione. Il sanguinoso attore è meno
detestabile del freddo insensibil Istorico.
[145] E la musa di Claudiano dormiva ella? Era forse stata mal pagata?
Sembra, che il settimo Consolato d'Onorio (an. 407) avrebbe
somministrato il soggetto d'un nobil poema. Prima che si conoscesse, che
lo Stato non poteva più a lungo salvarsi, Stilicone (dopo Romolo,
Camillo e Mario) avrebbe meritato il nome di quarto fondatore di Roma.
[146] Un luminoso passo della Cronica di Prospero _in tres partes per
diversos Principes divisus exercitus_, limita il miracolo di Firenze, e
connette l'istoria dell'Italia, della Gallia e della Germania.
[147] Orosio e Girolamo positivamente l'accusano d'avere instigato
l'invasione: _Excitatae a Stilichone gentes_ etc. Bisogna intendere
_indirettamente_. Ei salvò l'Italia a spese della Gallia.
[148] Il Conte di Buat è persuaso, che i Germani, i quali invasero la
Gallia, fossero _i due terzi_ rimasti dell'armata di Radagaiso. Vedi
_l'Histoir. ancien. des peuples de l'Europe, Tom. VII. p. 87-121, Paris
1772_; elaborata opera, che non ho avuto il vantaggio di leggere fino
all'anno 1777. Trovo la medesima idea espressa in un rozzo sbozzo della
presente storia fino all'anno 1771, e dopo mi si è presentata una simile
osservazione in Mascou (VIII. 15). Tale conformità, senza alcuna
vicendevole comunicazione, può dar qualche peso al nostro comun
sentimento.
[149]
_... Provincia missos_
_Expellet citius fasces, quam Francia Reges_
_Quos dederis...._
Claudiano (i. _Cons. Stil. l. 1. 235_. ec.) è chiaro e soddisfacente.
Questi Re di Francia sono ignoti a Gregorio di Tours; ma l'autore delle
_Gesta Franc._ fa menzione tanto di Sunno che di Marcomiro, e nomina
l'ultimo come padre di Feramondo (Tom. II. p. 545). Sembra, che abbia
tratto le sue notizie da buoni materiali, che ei non intendeva.
[150] Vedi Zosimo (l. V. p. 373). Orosio (l. II. c. 9. p. 165 nel
secondo volume degli Istorici di Francia) ha conservato un valutabil
frammento di Renato Profuturo Frigerido, i tre nomi del quale indicano
un Cristiano, un suddito Romano, ed un Semibarbaro.
[151] Claudiano (_Cons. Stil. l. I. 221. l. II. 186_) descrive la pace e
la prosperità della frontiere Gallica. L'Abate Dubos (_Hist. Crit. Tom.
I. p. 174_) leggerebbe _Alba_ (ignoto ruscello delle Ardenne) invece
d'_Albis_, e si diffonde nel pericolo del bestiame Gallico, che pascola
di là dall'_Elba_. Questa è una stoltezza. Nella Geografia poetica
l'Elba e l'Ercinia indicano qualunque fiume o qualunque selva nella
Germania. Claudiano non è preparato all'esame rigoroso dei nostri
antiquari.
[152]
_... Geminasque viator_
_Cum videat ripas, quae sit Romana requirat._
[153] Girolam. Tom. I. p. 93. Vedi nel _primo volume degli Storici di
Francia p. 777-782_ gli accurati estratti del _Carmen de Provident.
Divin._ e Salviano. L'anonimo poeta medesimo era prigioniero insieme col
proprio Vescovo e coi suoi cittadini.
[154] La dottrina Pelagiana, che s'agitò per la prima volta nell'anno
405, fu condannata nello spazio di dieci anni in Roma ed in Cartagine.
S. Agostino combattè, e vinse: ma la Chiesa Greca favorì i suoi
avversari, e (quel che è assai singolare) il popolo non prese parte
veruna in una disputa, che non poteva intendere.
[155] Vedi _le Memorie di Guglielmo du Bellay l. VI_.
[156] Claudian. I. _Cons. Stil._ l. II. 250. Si suppone, che gli Scoti
d'Irlanda invadessero per mare tutta la costa occidentale della
Britannia; e può darsi qualche tenue fede anche a Nennio, ed alle
tradizioni Irlandesi (_Carte Istor. d'Inghilterra vol. I. p. 169_.
Whitaker _Genuin. Istor. dei Brettoni p. 199_). Le sessantasei vite di
S. Patrizio, che sussistevano nel nono secolo, dovevano contenere
altrettante migliaia di bugie; pure possiamo credere, che il futuro
Apostolo fosse condotto via schiavo in una di queste invasioni Irlandesi
(Usser. _Antiquit. Eccles. Britann. p. 431._ e Tillemont _Mem. Eccl.
Tom. XVI. p. 456, 782_).
[157] Gli usurpatori Britannici son presi da Zosimo (l. VI p. 371-375),
da Orosio (l. VII c. 40. p. 576, 577), da Olimpiodoro (_ap. Phot. pag.
181_), dagl'Istorici Ecclesiastici, e Croniche. Ai Latini però non è
noto Marco.
[158] _Cum in Costantino_ incostantiam.... _execrarentur_ (Sidon.
Apollinar. _l. V. epist. 9. p. 159. Edit. Secund. Sirmond_). Sidonio
però potè esser tentato da un bisticcio sì bello ad infamare un
Principe, che aveva disonorato il suo avo.
[159] Il nome, che Zosimo dà loro, è _Bagaudae_. Forse meritavano un
carattere meno odioso (Vedi Dubos _Hist. Crit. Tom. I. p. 203_ e
quest'Istoria). Noi avremo occasione di sentirne parlare di nuovo.
[160] Veriniano, Didimo, Teodosio, e Lagodio, che nelle Corti moderne si
chiamerebbero Principi del sangue, non eran distinti con verun grado o
privilegio dal resto dei sudditi.
[161] Questi _Honoriani_, o sia _Honoriaci_, contenevano due truppe di
Scoti o Attacotti, due di Mori, due di Marcomanni, i Vittori, gli
Ascarj, ed i Gallicani, _Notit. Imper. Sect. Edit. Labb._ Essi formavano
una parte dei sessantacinque _Auxilia Palatina_, e sono propriamente
chiamati da Zosimo l. VI. p. 374 εη τη αυλη ταξεις, _milizie
della Corte_.
[162]
_... Comitatur euntem_
_Pallor, et atra fames; et faucia lividus ora_
_Luctus, et inferni stridentes agmine morbi._
Claud. _in IV. Cons. Hon. 321_.
[163] Questi oscuri fatti sono investigati dal. Conte Di Buat (_Hist.
des Peuples de l'Europe T. VII. c. 3, VIII. p 69. 206_) la cui laboriosa
esattezza alle volte può stancare un lettore superficiale.
[164] Vedi Zosimo l. V. p. 334, 335. Esso interrompe la breve sua
narrazione per riferire la favola d'Emona, e della nave Argo, che fu
tratta per terra da quel luogo sino all'Adriatico. Sozomeno (l. VIII, c.
25) e Socrate (l. VII. c. 10) vi gettano una dubbiosa e pallida luce, ed
Orosio (l. VII. c. 38. p. 571) è abbominevolmente parziale.
[165] Zosimo (l. V. p. 338, 339) ripete le parole di Lampadio, come
dette in Latino, _non est ista pax, sed pactio servitutis_, e quindi le
traduce in Greco per comodo dei suoi lettori.
[166] Egli era venuto dalla costa del Ponto Eussino, ed esercitava uno
splendido ufizio, λαμπρας δε στρατειας εν τοις βασιλειοις αξιουμενος;
insignito d'un ragguardevol posto militare fra gl'Imperiali. Le sue
azioni giustificano il suo carattere, che Zosimo (l. V. p. 340) espone
con visibile compiacenza. Agostino venerò la pietà d'Olimpio, che
esso chiama vero figlio della Chiesa. Baron. _Annal. Ecclesiastic.
Ann. n. 19 ec._ Tillemont _Mémoir. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 467, 468_.
Ma queste lodi, che il Santo Affricano dà così indegnamente, potevan
procedere da ignoranze ugualmente che da adulazione.
[167] Zosimo l. V p. 339, 339. Sozomeno l. IX. c. 4. Stilicone propose
d'intraprendere il viaggio di Costantinopoli, per divertire Onorio da
quel vano pensiero. L'Impero Orientale non avrebbe obbedito, e non si
sarebbe potuto vincere.
[168] Zosimo (l. V. p. 336-345) ha copiosamente ma senza chiarezza
riferito la disgrazia e la morte di Stilicone. Olimpiodoro (appresso
Fozio p. 177), Orosio (lib. VII c. 38. p. 571, 572), Sozomeno (l. IX. c.
4), e Filostorgio (l. XI. c. 3. l. XII. c. 2) suppliscono un qualche
barlume.
[169] Zosimo l. V. p. 333. Il matrimonio d'un Cristiano con due sorelle,
scandalizza il Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. V. p. 557._) che
aspetta in vano di trovare che il Papa Innocenzio I. operasse qualche
cosa in questo articolo, o censurando, o dispensando.
[170] Si fa onorevol menzione di due suoi amici da Zosimo (l. V. p.
346.), cioè di Pietro Capo della scuola dei Notari, e di Deuterio, Gran
Ciamberlano. Stilicone s'era assicurato della Camera; e fa maraviglia,
che sotto un Principe debole tal precauzione non fosse capace di
renderlo sicuro.
[171] Sembra, che Orosio (l. VII. c. 38. p. 571, 572) copiasse i falsi e
furiosi manifesti, che si sparsero per le Province dalla nuova
amministrazione.
[172] Vedi il _Cod. Teod._ lib. VII. Tit. XVI. leg. I. lib. IX. Tit.
XLIII. leg. XXII. Stilicone vien notato col nome _di praedo publicus_,
che impiegava le sue ricchezze _ad omnem ditandam inquietandamque
Barbariem_.
[173] Agostino medesimo è contento dell'efficaci leggi, che Stilicone
avea pubblicato contro gli Eretici e gli idolatri, e che tuttavia
sussistono nel Codice Teodosiano. Ei solo prega Olimpio a confermarle.
Baron. _Annal. Eccles. an. 408. n. 19._
[174] Zosimo l. V. p. 351. Noi possiamo osservare il cattivo gusto di
quei tempi nell'ornare le statue con tali inetti abbigliamenti.
[175] Vedi Rutilio Numaziano (_Itiner. l. II. 41. 60_), al quale il
religioso entusiasmo ha dettato alcuni eleganti e vigorosi versi.
Stilicone tolse ancora le lastre d'oro dalle porte del Campidoglio, e
lesse una profetica sentenza, che era incisa sotto di quelle (Zosimo l.
V. p. 352). Quelle sono vane istorie; l'accusa però d'_empietà_ aggiunge
peso e credito alla lode che Zosimo dà con ripugnanza alle sue virtù.
[176] Alle nozze d'Orfeo (modesta comparazione!) tutte le parti della
natura animata contribuirono i varj lor doni, e gli Dei stessi
arricchirono il lor favorito. Claudiano non aveva nè greggi nè armenti,
nè viti, nè ulivi. La sua ricca sposa suppliva a tutto questo. Ma egli
portò nell'Affrica una lettera commendatizia di Serena, sua Giunone, e
fu reso felice (_Epist. II ad Serenam_).
[177] Claudiano sentiva l'onore come uno che lo merita (_in Praef. Bell.
Get._). L'originale inscrizione in marmo si trovò a Roma nel secolo
decimoquinto in casa di Pomponio Leto. Avrebbe dovuto erigersi la statua
d'un poeta molto superiore a Claudiano nel tempo della sua vita dagli
uomini di lettere suoi nazionali e contemporanei. Questo era un nobil
disegno!
[178] Vedi l'epigramma XXX.
_Mallius indulget somno noctesque diesque:_
_In somnis Pharius sacra, profana rapit._
_Omnibus hoc, Italae gentes, exposcite votis,_
_Mallius ut vigilet, dormiat ut Pharius._
Adriano era Fario (d'Alessandria). Vedasi la sua vita pubblicata dal
Gotofredo; _Cod. Theod. Tom. VI. p. 364_. Mallio non dormiva sempre.
Compose alcuni eleganti dialoghi sopra i Greci sistemi di Filosofia
naturale: Claud. _in Mal. Theodor, Conf. 61-112_.
[179] Vedasi la prima lettera di Claudiano. Pure in alcuni luoghi
cert'aria di sdegno o d'ironia scuopre la segreta sua ripugnanza.
[180] La vanità nazionale ha voluto farlo passare per Fiorentino o
Spagnuolo. Ma la prima lettera di Claudiano prova, ch'egli era nativo
d'Alessandria; Fabric. _Bibl. Lat. T. III. p. 191-202, Ed. Ernest._
[181] Compose i primi suoi versi al tempo del Consolato di Probino
l'anno 395.
_Romanos bibimus primum, te Consule, fontes_
_Et Latiae cessit Graja Thalia togae._
Oltre alcuni epigrammi Greci, che tuttavia sussistono, il Poeta Latino
avea scritto in Greco le antichità di Tarso, di Anazarbo, di Berito, di
Nicea ec. Egli è più facile di riparare la perdita della buona poesia,
che dell'antica storia.
[182] Strada (_Prolus. V. VI_.) gli accorda di contendere coi cinque
poeti eroici Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Lucano, e Stazio. Il colto
cortigiano Baldassar Castiglione è suo avvocato; gli ammiratori di lui
son numerosi ed appassionati: pure i rigorosi critici notano l'erbe o i
fiori esotici, che troppo lussureggiano nel suo latino terreno.
CAPITOLO XXXI.
_Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo
Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata
dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia.
Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna son occupate da
Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna._
[A. 408]
L'insufficienza d'un debole e disastrato governo può spesse volte aver
l'apparenza, e produrre gli effetti d'una perfida corrispondenza col
pubblico nemico. Se Alarico medesimo fosse stato ammesso nel Consiglio
li Ravenna; egli avrebbe probabilmente proposto quello stesse misure,
che furono effettivamente prese da Ministri d'Onorio[183]. Il Re de'
Goti avrebbe forse con qualche ripugnanza cospirato alla distruzione di
quel formidabil nemico, dalle armi del quale tanto in Italia che in
Grecia per ben due volte era stato vinto. L'attivo ed interessato lor
odio produsse con molta fatica la disgrazia e la rovina del grande
Stilicone. Il valore di Saro, la sua fama nelle armi, e la personale o
ereditaria influenza, che aveva sui Barbari confederati, l'avrebbero
potuto far rispettare agli amici della Patria, che disprezzavano o
detestavan gl'indegni caratteri di Turpilione, di Varone e di
Vigilanzio. Ma per le premurose istanze de' nuovi favoriti, questi
Generali, che s'erano dimostrati indegni del nome di soldati[184], furon
promossi al comando della cavalleria, dell'infanteria e delle truppe
domestiche. Il Principe Goto avrebbe sottoscritto con piacere l'editto,
che il fanatismo d'Olimpio dettò al devoto e semplice Imperatore. Onorio
escluse da ogni ufizio nello Stato chiunque fosse contrario alla Chiesa
Cattolica, ostinatamente rigettò il servizio di tutti quelli, ch'erano
di religione diversa dalla sua; ed inconsideratamente licenziò molti de'
più bravi ed abili suoi Ufiziali, che erano aderenti al Culto Pagano, o
seguivano le opinioni dell'Arrianesimo[185]. Alarico avrebbe approvato,
e forse anche suggerito passi così vantaggiosi al nemico; ma si potrebbe
dubitare se il Barbaro avesse promosso il proprio interesse a spese
dell'inumana ed assurda crudeltà, che si commise con la direzione, o
almeno coll'assenso de' Ministri Imperiali. Gli ausiliari esteri,
ch'erano attaccati alla persona di Stilicone, si dolevano della sua
morte; ma il desiderio della vendetta era in essi frenato da un natural
timore per la salute delle mogli e de' figli loro, che ritenevansi come
ostaggi nelle città forti dell'Italia, dov'essi avevano parimente
depositato i loro più preziosi effetti. Nella medesima ora, e come per
mezzo d'un segnale comune, le città dell'Italia furon macchiate dalle
stesse orride scene di universale strage e saccheggio, che produsse la
distruzione delle famiglie insieme e de' beni de' Barbari. Esacerbati
questi da tal ingiuria, che avrebbe potuto scuotere i più torpidi e
servili spiriti, gettaron un'occhiata di sdegno e di speranza verso il
campo d'Alarico, e concordemente giurarono di perseguitare con giusta ed
implacabile guerra quella perfida nazione, che aveva sì vilmente violato
le leggi dell'ospitalità. Per l'imprudente condotta de' Ministri
d'Onorio la Repubblica perdè l'assistenza, e meritò l'inimicizia di
trentamila de' suoi più bravi soldati; ed il peso di tal formidabile
armata, che sola avrebbe potuto determinar l'evento della guerra, passò
dalla bilancia de' Romani in quella de' Goti.
[A. 408]
Nelle arti della negoziazione ugualmente che in quello della guerra il
Re Goto godeva un superiore ascendente sopra un nemico, le apparenti
variazioni del quale nascevano dalla total mancanza di consiglio e di
mire. Alarico, dal suo campo ne' confini dell'Italia, attentamente
osservava le rivoluzioni del Palazzo, spiava il progresso della fazione
e della malcontentezza, mascherava l'ostile aspetto d'un Barbaro
invasore, e prendeva la più popolare apparenza d'un amico ed alleato del
grande Stilicone, alle virtù del quale, quando non erano più per lui
formidabili, poteva dare un giusto tributo di sincera lode e rammarico.
Il pressante invito de' malcontenti, che sollecitavano il Re de' Goti ad
invader l'Italia, acquistò maggior forza da un vivo sentimento delle
personali sue ingiurie; ed aveva la speciosa occasion di dolersi, che i
Ministri Imperiali sempre differivano ed eludevano il pagamento delle
quattromila libbre d'oro, che dal Senato Romano gli erano state
accordate o in premio de' suoi servigi, o per acquietarne il furore. La
sua decente fermezza era sostenuta da un'artificiosa moderazione, che
contribuì al buon successo dei suoi disegni. Ei richiedeva una giusta e
ragionevol soddisfazione; ma dava le più forti sicurezze, che appena
l'avesse ottenuta, si sarebbe subito ritirato. Ricusò di prestar fede a'
Romani, se non gli si mandavano per ostaggi al campo Ezio e Giasone,
figli di due grandi Ufiziali dello Stato; ma offrì di dare in cambio di
essi molti de' più nobili giovani della nazione Gotica. I Ministri di
Ravenna risguardarono la modestia d'Alarico come una sicura prova di
debolezza e di timore. Sdegnarono d'entrare in trattato, non meno che
d'adunare un esercito; e con una temeraria fiducia, che procedeva solo
dall'ignoranza, in cui erano dell'estremo pericolo, irreparabilmente
perderono i decisivi momenti sì della pace che della guerra. Mentre
aspettavano con caparbio silenzio, che i Barbari lasciassero i confini
dell'Italia, Alarico passò con ardita e rapida marcia le Alpi ed il Po;
precipitosamente saccheggiò le città d'Aquileia, d'Altino, di Concordia
e di Cremona, che cederono alle sue armi; accrebbe le proprie forze
coll'aumento di trentamila ausiliari; e senza incontrare in campo un
solo nemico, s'avanzò fino all'orlo della palude, che difendeva
l'inaccessibile residenza dell'Imperatore Occidentale. Invece di tentare
senza speranza l'assedio di Ravenna, il prudente Capitano de' Goti passò
a Rimini, estese le sue devastazioni lungo le coste marittime
dell'Adriatico, e disegnò la conquista dell'antica padrona del Mondo. Un
eremita Italiano, di cui gli stessi Barbari veneravan la santità e lo
zelo, si fece incontro al vittorioso Monarca, ed arditamente annunziò lo
sdegno del Cielo contro gli oppressori della terra; ma il Santo medesimo
restò confuso dalla solenne asserzione d'Alarico, ch'ei sentiva un
segreto e soprannaturale impulso, che lo dirigeva, anzi lo costringeva a
marciare verso le porte di Roma. Egli sentiva che il proprio genio o la
sua fortuna lo rendevano atto alle imprese più ardue; e l'entusiasmo,
che comunicò a' Goti appoco appoco fece svanire la popolare e quasi
superstiziosa reverenza delle nazioni per la maestà del nome Romano. Le
sue truppe, animate dalla speranza della preda, seguirono il corso della
via Flaminia, occuparono i passi non guardati dell'Appennino[186],
discesero nelle ricche pianure dell'Umbria; e mentre stavano accampati
sulle rive del Clitunno, potevano a capriccio scannare e divorare i
bianchissimi tori, che per tanto tempo s'erano riserbati pei trionfi di
Roma[187]. Una difficile situazione ed un'opportuna tempesta di lampi e
tuoni preservò la piccola città di Narni; ma il Re de' Goti, non curando
le ignobili prede, sempre più avanzavasi con indomito vigore; e dopo
esser passato pei superbi archi, adornati con le spoglie delle vittorie
contro i Barbari, piantò il suo campo sotto le mura di Roma[188].
Pel corso di seicento diciannove anni la seda dell'Impero non era mai
stata contaminata dalla presenza d'uno straniero nemico. L'infelice
spedizione d'Annibale[189] non servì che a spiegare il carattere del
Senato e del Popolo; d'un Senato cioè piuttosto abbassato che nobilitato
dalla comparazione di un'assemblea di Regi, e d'un Popolo, a cui
l'ambasciator di Pirro attribuì le inesauste riproduzioni
dell'Idra[190]. Ciascun Senatore, al tempo della guerra Punica, aveva
occupato il suo posto nella milizia, o in grado di superiore o di
subalterno; ed il decreto, che dava per un tempo il comando a tutti
quelli, ch'erano stati Consoli, Censori, o Dittatori, procurava alla
Repubblica l'immediata assistenza di molti prodi e sperimentati
Generali. Al principio della guerra il Popolo Romano conteneva dugento
cinquantamila cittadini atti a portare le armi[191]. Cinquantamila eran
già morti in difesa della Patria, e le ventitre legioni, ch'erano
impiegate ne' diversi campi dell'Italia, della Grecia, della Sardegna,
della Sicilia e della Spagna, esigevano circa centomila uomini. Ma ne
restava sempre un ugual numero in Roma e nel territorio addiacente,
ch'erano animati dall'istesso intrepido coraggio; ed ogni Cittadino era
tratto fin dalla più fresca sua gioventù alla disciplina, ed agli
esercizi militari. Annibale restò sorpreso dalla costanza del Senato,
che senza levar l'assedio di Capua, o richiamar le truppe disperse,
aspettava la sua venuta. Ei s'accampò sulle rive dell'Anio alla distanza
di tre miglia dalla città; e fu tosto informato, che il terreno, su cui
aveva piantato la sua tenda, fu venduto per competente prezzo al
pubblico incanto, e per Una strada opposta fu mandato un corpo di truppe
a rinforzar le legioni della Spagna[192]. Condusse i suoi Affricani alle
porte di Roma, dove trovo tre eserciti in ordine di battaglia preparati
a riceverlo; ma Annibale temè l'evento d'una guerra, da cui non poteva
sperare d'uscire, se non aveva prima distrutto fino all'ultimo de' suoi
nemici; e la pronta sua ritirata dimostrò l'invincibil coraggio, de'
Romani.
Una continua successione di Senatori fin dal tempo della guerra Punica
avea conservato il nome e l'immagine
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