Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
Release date: March 26, 2014 [eBook #45219]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 05 ***
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME QUINTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XXV.
_Governo e morte di Gioviano. Elezione di Valentiniano che
associa il fratello Valente all'Impero, e fa la final divisione
degl'Imperi dell'Oriente e dell'Occidente. Ribellione di
Procopio. Amministrazione civile ed ecclesiastica. La Germania.
La Gran-Brettagna. L'Affrica. L'Oriente. Il Danubio. Morte di
Valentiniano. I due suoi figli Graziano e Valentiniano II
succedono all'Impero Occidentale._
La morte di Giuliano aveva lasciato in una situazione molto dubbia e
pericolosa gli affari dell'Impero. S'era salvato il Romano esercito per
mezzo di un ignominioso e forse necessario trattato[1]; ed i primi
momenti di pace del pietoso Gioviano, destinati furono a restaurare la
domestica tranquillità della Chiesa e dello Stato. L'indiscretezza del
suo predecessore, invece di conciliare, aveva fomentato ad arte la
guerra di religione, e la bilancia, che affettò di mantenere fra le
ostili fazioni, non servì che a perpetuar la contesa, con le vicende di
speranza e di timore, e con le reciproche pretensioni di antico possesso
e di favore presente. I Cristiani avean dimenticato lo spirito del
Vangelo; ed i Pagani s'erano imbevuti di quel della Chiesa. Nelle
famiglie private si arano estinti i sentimenti della natura dal cieco
furore dello zelo e della vendetta; era violata la maestà delle leggi, o
se ne abusava; le città dell'Oriente venivan macchiate di sangue; ed i
più implacabili nemici de' Romani si trovavano in seno al loro paese;
Gioviano era stato educato nella professione del Cristianesimo; e nella
marcia, che fece da Nisibi ad Antiochia, lo stendardo della croce, il
Labaro di Costantino, che fu di nuovo spiegato alla testa delle Legioni,
annunziò al popolo la fede del nuovo Imperatore. Appena salito sul trono
mandò una circolare a tutti i Governatori delle Province, in cui
confessava la divina verità, ed assicurava il legittimo stabilimento
della religione Cristiana. Furono aboliti gl'insidiosi editti di
Giuliano, le immunità Ecclesiastiche furono restituite ed ampliate; e
Gioviano condiscese sino a dolersi, che le angustie de' tempi
l'obbligassero a diminuir la dose delle caritatevoli distribuzioni[2]. I
Cristiani eran tutti concordi nell'alto e sincero applauso, che davano
al pio successor di Giuliano. Ma tuttavia ignoravano qual formula di
fede o qual sinodo avrebbe scelto per norma dell'ortodossia; e la pace
della Chiesa fece immediatamente risorgere le ardenti dispute, che si
eran sospese nel tempo della persecuzione. I Vescovi, capi delle Sette
contrarie fra loro, convinti dall'esperienza, che la lor sorte
moltissimo dipendeva dalle prime impressioni, che si sarebbero fatte
nella mente d'un ignorante soldato, si affrettarono di giungere alla
Corte d'Edessa o d'Antiochia. Eran piene le pubbliche vie dell'Oriente
di Vescovi Omousj, Arriani, Semiarriani ed Eunomiani, che procuravano di
sorpassarsi l'uno l'altro nella santa carriera; gli appartamenti del
palazzo risonavano dei loro clamori; e le orecchie del Principe venivano
assalite, e forse rendute attonite pel singolar mescuglio di argomenti
metafisici e di appassionate invettive[3]. La moderazione di Gioviano,
che raccomandava la concordia e la carità, e rimetteva i contendenti
alla decisione d'un futuro Concilio, era interpretata come un sintomo
d'indifferenza; ma finalmente si scoprì e si dichiarò il suo
attaccamento alla fede Nicena dalla riverenza ch'ei dimostrò per le
virtù _celestiali_ del grande Atanasio[4]. L'intrepido veterano della
fede, al primo avviso della morte del tiranno, era uscito all'età di
settanta anni dal suo ritiro. Le acclamazioni del popolo un'altra volta
lo collocarono sulla sede Archiepiscopale; ed egli saviamente accettò o
prevenne l'invito di Gioviano. Il venerabile aspetto, il tranquillo
coraggio, e l'insinuante eloquenza d'Atanasio sostennero la riputazione
ch'erasi già acquistato nelle Corti di quattro successivi Principi[5].
Tosto ch'egli ebbe guadagnato la confidenza, ed assicurata la fede del
Cristiano Imperatore, tornò in trionfo alla propria Diocesi, e continuò
per altri dieci anni[6] a regolar con prudenti consigli e con
instancabil vigore l'Ecclesiastico governo di Alessandria, dell'Egitto e
della Chiesa Cattolica. Avanti di partire d'Antiochia, egli accertò
Gioviano, che l'ortodossa sua devozione sarebbe stata premiata con un
lungo e pacifico regno. Atanasio avea motivo di sperare, ch'egli avrebbe
ottenuto o il merito d'una predizione adempita, o la scusa d'una grata,
quantunque inefficace preghiera[7].
La forza più tenue, quando è applicata ad aiutare e dirigere la naturale
inclinazione del suo oggetto, opera con irresistibile peso; e Gioviano
ebbe la buona fortuna d'abbracciar le opinioni religiose, che erano
sostenute dallo spirito di quel tempo e dallo zelo e dal numero del più
potente partito[8]. Sotto il regno di lui il Cristianesimo ottenne una
facile e durevol vittoria; ed appena cessò il favore della reale
protezione, il genio del Paganesimo, che ardentemente si era innalzato e
favorito dagli artifizi di Giuliano, cadde irreparabilmente a terra. In
molte città i tempj furono chiusi o abbandonati; i filosofi, che aveano
abusato della passeggiera loro potenza, stimaron prudente consiglio
quello di radersi la barba, e di mascherare la lor professione; ed i
Cristiani godevano d'essere in grado allora di perdonare o di vendicare
le ingiurie, che avean sofferte nel regno antecedente[9]. Fu dissipata
però la costernazione del Mondo Pagano mediante un savio e grazioso
editto di tolleranza, in cui Gioviano espressamente dichiarò, che
sebbene avrebbe severamente punito i sacrileghi riti della magia, pure i
suoi sudditi potevan liberamente e con sicurezza esercitare le cerimonie
dell'antico culto. Ci si è conservata la memoria di questa legge
dall'oratore Temistio, che dal Senato di Costantinopoli fu deputato ad
esporre il suo fedele omaggio al nuovo Imperatore. Temistio si diffonde
sulla clemenza della Natura Divina, sulla facilità degli errori umani,
su' diritti della coscienza, e sull'indipendenza dello spirito; ed
inculca eloquentemente i principj d'una filosofica tolleranza, di cui la
superstizione medesima non ha rossore d'implorar l'aiuto nel tempo della
sua calamità. Egli osserva giustamente, che nelle recenti mutazioni ambe
le religioni erano state alternativamente disonorate dagli apparenti
acquisti d'indegni proseliti, di que' divoti della regnante porpora, che
passavano senza ragione e senza vergogna dalla chiesa al tempio, e dagli
altari di Giove alla sacra mensa de' Cristiani[10].
Nello spazio di sette mesi le truppe Romane, che allora eran tornate ad
Antiochia, aveano fatto una marcia di mille cinquecento miglia, nella
quale avevan sofferto tutti i travagli della guerra, della fame e del
clima. Nonostanti i loro servigi, le loro fatiche e l'approssimarsi
dell'inverno, il timido ed impaziente Gioviano non concedette agli
uomini ed ai cavalli che un riposo di sei settimane. L'Imperatore non
potè soffrire le indiscrete e maliziose satire del popolo
d'Antiochia[11]. Era egli ansioso di occupare il palazzo di
Costantinopoli, e di prevenir l'ambizione di qualche competitore, che
avrebbe potuto aspirare al vacante omaggio dell'Europa. Ma ricevè ben
presto la grata notizia, che si riconosceva la sua sovranità dal Bosforo
Tracio fino all'oceano Atlantico. Con le prime lettere, che spedì dal
campo della Mesopotamia, egli avea delegato il comando militare della
Gallia e dell'Illirico a Malarico, prode e fedele uffiziale della
nazione dei Franchi; ed al Conte Luciliano, suo suocero, che si era già
segnalato per coraggio e buona condotta nella difesa di Nisibi. Malarico
avea ricusato un impiego, di cui non si credeva capace, e Luciliano era
stato trucidato a Reims in un accidentale ammutinamento delle coorti
Batave[12].
[A. 364]
Ma la moderazione di Giovino, maestro generale della cavalleria, che
seppe dimenticare il disegno della sua disgrazia, presto quietò il
tumulto, e confermò i dubbiosi animi dei soldati. Fu dato e preso con
leali acclamazioni il giuramento di fedeltà; e i deputati degli eserciti
Occidentali[13] salutarono il nuovo loro Sovrano, come scendeva dal
monte Tauro verso la città di Tiana nella Cappadocia. Da Tiana continuò
la sua frettolosa marcia verso Ancira, capitale della provincia di
Galazia, dove Gioviano assunse, insieme col piccol suo figliuolino, il
nome e le insegne del Consolato[14]. Dadastana[15], oscura città quasi
ad uguale distanza tra Ancira e Nicea, era destinata per fatale termine
del viaggio e della vita di esso. Dopo una copiosa e forse intemperante
cena andò a riposare, e la mattina seguente l'Imperator Gioviano fu
trovato morto nel letto. In diverse maniere fu esposta la causa di
quest'improvvisa morte. Alcuni la riguardarono come l'effetto d'una
indigestione cagionata o dalla quantità del vino, o dalla qualità dei
funghi ch'egli aveva golosamente mangiati la sera. Secondo altri, fu
soffocato nel sonno dal vapore del carbone, cui trasse dalle muraglie
della camera la dannosa umidità d'un intonaco fresco[16]. Ma la mancanza
di una regolare inquisizione intorno alla morte di un Principe, il regno
e la persona del quale andaron presto in obblio, sembra che fosse la
sola circostanza che sostenesse i maliziosi susurri di veleno e di
domestico tradimento[17]. Il corpo di Gioviano fu mandato a
Costantinopoli per esser sepolto coi suoi predecessori; ed incontrossi
per via la mesta processione da Carito sua moglie, figlia del Conte
Luciliano, che tuttavia piangeva la recente morte del padre, e
s'affrettava ad asciugare le lacrime fra gli abbracciamenti di un
Imperiale marito. Amareggiavasi lo sconcerto ed il dolore di essa
dall'ansietà della tenerezza materna. Sei settimane avanti la morte di
Gioviano, il piccolo suo figlio era stato posto nella sedia curule,
adornato del titolo di _Nobilissimo_, e delle vane insegne del
Consolato. Non essendo il real fanciullo, che avea preso dall'avo il
nome di Varroniano, consapevole di sua fortuna, la sola gelosia del
Governo si rammentava ch'egli era figlio d'un Imperatore. Sedici anni
dopo viveva ancora, ma era già stato privato d'un occhio; e l'afflitta
sua madre ad ogni momento aspettava, che le fosse strappata
quell'innocente vittima dalle braccia, per tranquillare col proprio
sangue i sospetti del regnante Sovrano[18].
Dopo la morte di Gioviano rimase il trono Romano per dieci giorni[19]
senza Signore. I Ministri ed i Generali continuarono ad unirsi in
consiglio, ad esercitare le respettive loro funzioni, a mantener
l'ordine pubblico, ed a condurre pacificamente l'esercito verso la città
di Nicea nella Bitinia, che si era scelta per luogo della nuova
elezione[20]. In una solenne adunanza delle civili e militari potestà
dell'Impero, fu di nuovo concordemente offerto il diadema al Prefetto
Sallustio. Egli ebbe la gloria di farne un secondo rifiuto; e quando
allegate furono le virtù del padre in favore del figlio, il Prefetto con
la fermezza d'un generoso patriota dichiarò agli Elettori, che la debole
vecchiezza dell'uno, e l'inesperta gioventù dell'altro erano ugualmente
incapaci dei laboriosi doveri del governo. Si proposero diversi
candidati: e dopo ponderate le obbiezioni al carattere od alla
situazione di essi, furono l'un dopo l'altro rigettati; ma tosto che
venne pronunziato il nome di Valentiniano, il merito di quest'uffiziale
riunì i suffragi di tutta l'assemblea, ed ottenne la sincera
approvazione di Sallustio medesimo. Valentiniano[21] era figliuolo del
Conte Graziano, nativo di Cibali nella Pannonia, il quale da un'oscura
condizione si era innalzato, mediante un'incomparabil destrezza e
vigore, al comando militare dell'Affrica e della Gran Brettagna, da cui
erasi ritirato con ampie ricchezze e con sospetta integrità. Il grado
però ed i servigi di Graziano contribuirono a favorire i primi passi
della promozione di suo figlio; e gli porsero un'opportuna occasione di
spiegar quelle sode ed utili qualità, che ne sollevarono il carattere
sopra l'ordinario livello dei suoi compagni soldati. Valentiniano era
alto di statura, grazioso e maestoso. Il virile suo aspetto, che portava
impressi alti segni di sentimento e di spirito, inspirava fiducia agli
amici, ed ai nemici timore; e per secondare gli sforzi dell'indomito suo
valore, il figlio di Graziano aveva ereditato i vantaggi di una forte e
sana costituzione. Coll'abitudine della castità e temperanza, che
raffrena gli appetiti ed invigorisce le forze, Valentiniano si mantenne
la propria e la pubblica stima. Le occupazioni di una vita militare
avean distratto la sua gioventù dall'eleganti ricerche della
letteratura; egli ignorava la lingua Greca e le arti della Rettorica: ma
siccome l'animo dell'oratore non era mai sconcertato da timida
perplessità, egli era capace, ogni volta che l'occasione lo richiedeva,
d'esporre i risoluti suoi sentimenti con facile ed ardita eloquenza. Le
uniche leggi, che esso aveva studiato, eran quelle della marzial
disciplina; e presto si distinse per la laboriosa diligenza e
l'inflessibil severità, con cui adempiva e sosteneva i doveri del campo.
Al tempo di Giuliano egli si espose al pericolo della disgrazia, pel
disprezzo che dimostrò in pubblico verso la religion dominante[22]; ma
dalla successiva condotta di lui parrebbe, che l'indiscreta ed
inopportuna libertà di Valentiniano fosse stata l'effetto di militar
baldanza, piuttosto che di uno zelo Cristiano. N'ebbe per altro il
perdono, e fu sempre impiegato da un Principe che stimava il suo
merito[23]; e nei vari successi della guerra Persiana egli accrebbe
quella riputazione, che erasi già acquistato sulle rive del Reno. La
prestezza e felicità, con cui eseguì un'importante commissione, gli aprì
l'adito al favor di Gioviano ed all'onorevol comando della seconda
_scuola_, o compagnia dei _Targettieri_, o sia delle guardie domestiche.
Nel marciar che faceva da Antiochia, era giunto ai suoi quartieri
d'Ancira, quando gli fu inaspettatamente significato, senz'arte o
intrigo veruno, d'assumere nel quarantesimo terzo anno della sua età,
l'assoluto governo del Romano Impero.
[A. 364]
L'invito dei Ministri e dei Generali a Nicea sarebbe stato di poco
rilievo, se non si fosse confermato dalla voce dell'esercito. Il vecchio
Sallustio, che aveva frequentemente osservate le irregolari fluttuazioni
delle adunanze popolari, propose che nissuna di quelle persone, la cui
militar dignità poteva eccitare un partito in loro favore, comparisse in
pubblico, sotto pena di morte, nel giorno dell'inaugurazione. Pure tanto
prevalse l'antica superstizione, che a questo pericoloso intervallo
volontariamente s'aggiunse tutto un giorno, perchè in esso appunto
cadeva l'intercalazione dell'anno bisestile[24]. Finalmente, quando si
suppose che l'ora fosse propizia, Valentiniano comparve sopra un alto
Tribunale; fu applaudita la giudiziosa elezione; ed il nuovo Principe
venne solennemente adornato del diadema e della porpora in mezzo alle
acclamazioni delle truppe, che eran disposte in ordine di guerra intorno
al Tribunale. Ma stendendo egli la mano per parlare all'armata
moltitudine, ad un tratto eccitossi un ansioso mormorio nelle file, che
appoco appoco scoppiò in un alto ed imperioso grido, ch'ei nominasse
immediatamente un collega nell'Impero. La intrepida tranquillità di
Valentiniano ottenne silenzio ed impose rispetto. Egli così parlò
all'assemblea: «Pochi momenti fa, o miei compagni soldati, era in
_vostro_ potere di lasciarmi nell'oscurità di una condizione privata.
Giudicando dalla testimonianza della passata mia vita, che io meritassi
di regnare, mi avete posto sul trono. Adesso è mio dovere di provvedere
alla salute ed al vantaggio della Repubblica. Il peso dell'Universo è
troppo grande, senza dubbio, per le mani d'un debol mortale. Io so quali
sono i limiti delle mie forze e l'incertezza della mia vita; e lungi
dallo sfuggire, io sono ansioso di sollecitare l'aiuto di un degno
collega. Ma dove la discordia può esser fatale, la scelta di un fedele
amico richiede una matura e seria deliberazione. Di questo io avrò cura.
La _vostra_ condotta sia fedele e costante. Ritiratevi ai vostri
quartieri; rinfrescate gli spiriti ed i corpi; ed attendete il solito
donativo in occasione dell'innalzamento al trono d'un nuovo
Imperatore[25]». Le attonite truppe con una mescolanza d'orgoglio, di
soddisfazione e di terrore ubbidirono alla voce del loro Signore. Le
ardenti lor grida si convertirono in una tacita riverenza; e
Valentiniano, circondato dalle aquile delle legioni e dalle diverse
bandiere della cavalleria e della infanteria, fu condotto con pompa
militare al palazzo di Nicea. Siccome però conosceva l'importanza di
prevenire qualche imprudente dichiarazion de' soldati, consultò
l'assemblea de' suoi capitani, e furono brevemente espressi i veri lor
sentimenti dalla generosa libertà di Dagalaifo: «Ottimo Principe» (disse
questo uffiziale) «se avete riguardo solo alla vostra famiglia, voi
avete un fratello; ma se amate la Repubblica, cercate il più meritevole
fra i Romani[26]». L'Imperatore, che soppresse il dispiacere senza
alterare la sua intenzione, s'avanzò lentamente da Nicea verso Nicomedia
o Costantinopoli. In uno dei sobborghi di quella capitale[27], trenta
giorni dopo la sua promozione, diede il titolo di Augusto a Valente suo
fratello; e poichè i più arditi patriotti erano persuasi, che la loro
opposizione, senza esser giovevole alla patria, sarebbe riuscita fatale
a loro medesimi, fu ricevuta la dichiarazione dell'assoluta sua volontà
con una tacita sommissione. Valente allora trovavasi nell'anno
trentesimo sesto dell'età sua; ma non aveva mai esercitata la sua
abilità in alcun impiego militare o civile; ed il suo carattere non
aveva eccitato nel Mondo alcuna viva espettazione. Aveva però una
qualità, che molto si valutava da Valentiniano, e che mantenne la pace
domestica dell'Impero; vale a dire un grato e rispettoso attaccamento al
suo benefattore, di cui Valente umilmente e di buona voglia riconobbe la
superiorità, sì nel genio che nel potere, in ogni azione della sua
vita[28].
[A. 364]
Prima di dividere le Province dell'Impero, Valentiniano volle riformarne
l'amministrazione. Furono invitati ad intentar pubblicamente le loro
accuse i sudditi di ogni classe, ch'erano stati oppressi o tribolati nel
regno di Giuliano. Il silenzio universale attestò l'irreprensibile
integrità del Prefetto Sallustio[29]; e Valentiniano con le più
onorevoli espressioni d'amicizia e di stima rigettò le pressanti
sollecitazioni di lui, che gli fosse conceduto di ritirarsi
dall'amministrazion dello Stato. Ma tra i favoriti dell'ultimo
Imperatore se ne trovarono molti, che avevano abusato della sua
credulità o superstizione; e che non potevano più sperare di esser
protetti dal favore o dalla giustizia[30]. Per la maggior parte i
Ministri del Palazzo e i Governatori delle Province furon rimossi dai
rispettivi lor posti; ma il merito sublime di alcuni Uffiziali fu
distinto dalla folla dei colpevoli; e non ostanti le grida in contrario
dello zelo e dello sdegno, sembra che tutte le parti di questo delicato
processo fossero eseguite con una ragionevol dose di saviezza e
moderazione[31]. La gioia del nuovo regno ebbe un breve e sospetto
interrompimento dalla improvvisa malattia dei due Principi; ma tosto che
si furono essi ristabiliti in salute, lasciaron Costantinopoli al
principio di primavera, e nel castello, o nel palazzo di Mediana,
distante da Naisso tre miglia, eseguirono la solenne e final divisione
dell'Impero Romano[32]. Valentiniano cedè al fratello la ricca
Prefettura dell'Oriente, dal basso Danubio sino ai confini della Persia;
riservandosi pel proprio immediato governo le guerriere Prefetture
dell'Illirico, dell'Italia e della Gallia, dall'estremità della Grecia
fino al muro Caledonio, e da questo fino al piè del monte Atlante.
L'amministrazione delle Province restò sull'antica base; ma vi fu
bisogno d'un doppio numero di Generali e di Magistrati per due consigli
e due Corti: se ne fece la distribuzione, avuto un giusto riguardo al
merito particolare ed alla situazione di ciascheduno, e furono tosto
creati sette generali sì di cavalleria che d'infanteria. Terminato
amichevolmente quest'importante affare, Valentiniano e Valente
s'abbracciaron per l'ultima volta. L'Imperator d'Occidente fissò la sua
residenza per un tempo a Milano; e l'Imperatore di Oriente tornò a
Costantinopoli per assumere il dominio di cinquanta Province, il
linguaggio delle quali eragli del tutto ignoto[33].
[A. 365]
Presto fu disturbata la tranquillità dell'Oriente dalla ribellione; e fu
minacciato il trono di Valente dagli audaci attentati di un rivale, che
non aveva altro merito che una parentela coll'Imperator Giuliano[34], e
questa era stata l'unico suo delitto. Procopio era stato ad un tratto
promosso dall'oscuro posto di Tribuno o di Notaro, al comando di tutto
l'esercito della Mesopotamia; la pubblica opinione lo dichiarava già
successore di un Principe privo di eredi naturali; ed i suoi amici o
avversari propagavano un vano romore, che Giuliano avanti l'altar della
Luna a Carre avea privatamente investito Procopio della porpora
Imperiale[35]. Egli procurò, mediante la sua leale e sommessa condotta,
di disarmare la gelosia di Gioviano: senza ostacolo dimesse il comando
militare; e con la sua moglie e famiglia si ritirò a coltivare l'ampio
patrimonio, che possedeva nella provincia della Cappadocia. Furono
interrotte queste utili ed innocenti occupazioni dall'arrivo di un
uffiziale, che a nome dei nuovi Sovrani Valentiniano e Valente fu
spedito con una truppa di soldati per condurre l'infelice Procopio o ad
una prigione perpetua o ad una ignominiosa morte. La sua presenza di
spirito gli procurò una maggior dilazione, ed un fato più splendido.
Senza mostrare di porre in dubbio il mandato reale, chiese la grazia di
pochi momenti per abbracciare la sua dolente famiglia; e mentre una
lauta mensa tratteneva la vigilanza delle sue guardie, esso destramente
si rifuggì nelle coste marittime dell'Eussino, dalle quali passò nella
regione del Bosforo. In quel remoto paese dimorò molti mesi esposto ai
travagli dell'esilio, della solitudine e del bisogno; mentre il
malinconico temperamento di lui fomentava le sue disgrazie, ed agitata
era la sua mente dal giusto timore, che se qualche accidente scoperto
avesse il suo nome, i Barbari senza grande scrupolo avrebbero
infedelmente violate le leggi dell'ospitalità. In un punto d'impazienza
e di disperazione, Procopio s'imbarcò sopra un vascello mercantile che
facea vela per Costantinopoli; ed aspirò arditamente al grado di
Sovrano, giacchè non gli era permesso di godere con sicurezza quello di
suddito. Da principio si nascose nei villaggi della Bitinia,
continuamente cangiando d'abitazione e di vesti[36]. Appoco appoco si
arrischiò ad entrare nella Capitale affidò la propria vita e fortuna
alla fedeltà di due amici, uno Senatore e l'altro eunuco, e concepì
qualche speranza di buon successo dalla notizia ch'ebbe dello stato
attuale de' pubblici affari. Il Corpo del popolo era infetto da uno
spirito di malcontentezza, che gli faceva desiderar la giustizia e
l'abilità di Sallustio, che era stato imprudentemente dimesso dalla
Prefettura dell'Oriente. Si disprezzava il carattere di Valente, rozzo
senza vigore, e debole senza dolcezza. Temevasi l'influenza del patrizio
Petronio suo suocero, crudele e rapace ministro, che rigorosamente
esigeva i tributi rimasti arretrati fin dal regno dell'Imperatore
Aureliano. Le circostanze eran propizie ai disegni di un usurpatore. La
condotta ostile dei Persiani richiedeva la presenza di Valente nella
Siria; dal Danubio all'Eufrate le truppe erano in moto; e la Capitale in
tale occasione era piena di soldati che passavano e ripassavano il
Bosforo Tracio. Furono indotte due coorti di Galli a dare orecchio alle
segrete proposizioni dei cospiratori, sostenute dalla promessa d'un
liberal donativo; e siccome veneravano ancora la memoria di Giuliano,
facilmente acconsentirono a difender l'ereditaria pretensione del
proscritto parente di lui. Allo spuntar del giorno vennero esse
schierate vicino ai Bagni d'Anastasia; e Procopio, vestito di un abito
di porpora più conveniente ad un commediante che a un Principe, comparve
come se fosse risuscitato da morte in mezzo a Costantinopoli. I soldati,
ch'erano preparati a riceverlo, salutarono il tremante lor Principe con
acclamazioni di gioia e con voti di fedeltà. Fu tosto accresciuto il lor
numero da un'insolente truppa di villani raccolti nella adiacente
campagna; e Procopio, difeso dalle armi dei suoi aderenti, venne
successivamente condotto al Tribunale, al Senato ed al Palazzo. Nei
primi momenti del tumultuario suo regno egli rimase attonito e
spaventato dal cupo silenzio del popolo, che o non sapeva la causa di
tal novità o temea dell'evento. Ma la sua forza militare era superiore
ad ogni attuale resistenza; i malcontenti correvano in folla allo
stendardo della ribellione; i poveri erano eccitati dalle speranze, ed i
ricchi intimoriti dal pericolo di un saccheggio universale; e l'ostinata
credulità della moltitudine fu ingannata un'altra volta dai promessi
vantaggi della ribellione. S'arrestarono i Magistrati; si aprirono con
diligenza le porte della città e l'ingresso del porto; ed in poche ore
Procopio divenne assoluto, quantunque precario, padrone della Imperiale
città. L'usurpatore sostenne quest'inaspettato successo con qualche
specie di coraggio e di destrezza. Egli propagò ad arte i rumori e le
opinioni più favorevoli al suo interesse, nel tempo che deludeva la
plebe col dare udienza ai frequenti, ma immaginari ambasciatori delle
remote nazioni. Restarono appoco appoco involti nella colpa della
ribellione i grossi Corpi di truppe, che si trovavano nelle città della
Tracia e nelle fortezze del basso Danubio; ed i Principi Goti
acconsentirono d'aiutare il Sovrano di Costantinopoli con la formidabile
forza di più migliaia di ausiliari. I Generali di esso passarono il
Bosforo e sottomisero senza fatica le disarmate, ma ricche Province
della Bitinia e dell'Asia. La città e l'isola di Cizico, dopo una
onorevol difesa, cedè al suo potere; le famose legioni dei Gioviani e
degli Erculei abbracciaron la causa dell'usurpatore, ch'essi avevano
avuto ordine d'opprimere; e perchè i veterani venivano continuamente
aumentati da nuove leve, in poco tempo ei si vide alla testa d'un
esercito, il valore ed il numero del quale corrispondeva all'importanza
della contesa. Il figlio d'Ormisda[37], giovane intelligente ed animoso,
si condusse a trarre la spada contro il legittimo Imperatore
dell'Oriente, ed il Principe Persiano fu immediatamente investito
dell'antico e straordinario potere di Romano Proconsole. La parentela di
Faustina, vedova dell'Imperator Costanzo, che pose nelle mani
dell'usurpatore se stessa e la propria figlia, aggiunse alla causa di
lui dignità e reputazione. La Principessa Costanza, che allora aveva
circa cinque anni, accompagnava in una lettiga la marcia dell'esercito.
Essa veniva mostrata al popolo nelle braccia dell'adottivo suo padre; ed
ogni volta che passava per le file, accendevasi la tenerezza dei soldati
in furore marziale[38]; si rammentavano essi le glorie della casa di
Costantino, e dichiaravano con sincere acclamazioni, che avrebbero
sparso l'ultima goccia del loro sangue in difesa della fanciulla
reale[39].
Frattanto Valentiniano trovavasi agitato e perplesso per la dubbiosa
notizia della ribellione dell'Oriente. Le difficoltà d'una guerra nella
Germania lo costringevano ad impiegar le immediate sue cure nella
salvezza dei proprj Stati; e siccome veniva impedito o corrotto ogni
canale di comunicazione, egli dava orecchio con dubbiosa ansietà ai
romori che si andavano artificiosamente spargendo, che la disfatta e la
morte di Valente avesse lasciato Procopio solo Signore delle Province
Orientali. Valente non era morto; ma alla nuova della ribellione, ch'ei
ricevè in Cesarea, disperò vilmente della sua vita e dello Stato;
propose d'entrare in trattato coll'usurpatore, e scuoprì una segreta
inclinazione a deporre la porpora Imperiale. La fermezza de' suoi
Ministri salvò il timido Monarca dal disonore e dalla rovina, e
l'abilità loro tosto decise in suo favore l'evento della guerra civile.
In un tempo di tranquillità, Sallustio si era dimesso dal suo posto
senza parlare; ma appena fu attaccata la sicurezza pubblica, egli
ambiziosamente sollecitò la preminenza nella fatica e nel pericolo; e la
restituzione della Prefettura dell'Oriente a quel virtuoso ministro fu
il primo passo, che indicò il pentimento di Valente, e soddisfece gli
animi del popolo. Il regno di Procopio in apparenza era sostenuto da
poderose armate e da ubbidienti Province; ma molti dei primi uffiziali,
sì militari che civili, si erano indotti o per motivi di dovere, o
d'interesse a sottrarsi da quella rea scena, o a spiare l'occasione di
tradire o di abbandonare la causa dell'usurpatore. Lupicino con marcie
affrettate s'avanzò a condurre le legioni della Siria in aiuto di
Valente. Arinteo, che in forza, in beltà, ed in valore superava tutti
gli Eroi di quel tempo, con una piccola truppa attaccò un corpo
superiore di ribelli. Quando egli si vide a fronte di quei soldati, che
avevano militato sotto le sue bandiere, ad alta voce comandò loro
d'arrestare e consegnargli nelle mani il preteso lor condottiere; e tale
fu l'ascendente del suo genio, che un ordine sì straordinario fu
immediatamente obbedito[40]. Arbezione, rispettabile veterano di
Costantino Magno, che era stato distinto con gli onori del Consolato, fu
persuaso a lasciare il suo ritiro, ed a condurre un'altra volta
l'esercito in campo. Nel calor dell'azione, trattosi l'elmo
tranquillamente di capo, mostrò la canizie ed il suo venerabile aspetto;
salutò i soldati di Procopio coi teneri nomi di figli e di compagni; e
gli esortò a non più sostenere la causa disperata di un disprezzabil
tiranno, ma seguir piuttosto il vecchio loro capitano, che gli avea
tante volte condotti alla vittoria e all'onore. Nelle due battaglie di
Tiatira[41] e di Nicosia, l'infelice Procopio fu abbandonato dalle sue
truppe, che restaron sedotte dalle istruzioni e dall'esempio dei perfidi
loro uffiziali. Dopo d'aver vagato per qualche tempo nei boschi e nelle
montagne della Frigia, fu tradito dai timidi suoi seguaci, condotto al
campo Imperiale, ed immediatamente decapitato. Egli ebbe la sorte
ordinaria degli usurpatori, a cui mal succedono lo loro imprese; ma gli
atti di crudeltà, esercitati dal vincitore sotto l'orma di legittima
giustizia, eccitarono la compassione e lo sdegno dell'universo[42].
In vero tali sono i frutti comuni e naturali del dispotismo e della
ribellione. Ma l'inquisizione contro il delitto di magia, che nel regno
dei due fratelli fu sì rigorosamente perseguitato sì in Roma che in
Antiochia, s'interpetrò come un fatal sintomo o dell'ira del cielo o
della depravazione degli uomini[43]. Non dubitiamo di generosamente
applaudirci, che nel secolo presente la parte più illuminata dell'Europa
ha tolto di mezzo[44] un odioso e crudele pregiudizio, che regnava in
ogni clima del globo, ed era inerente ad ogni sistema di religiose
opinioni[45]. Le nazioni e le Sette del Mondo Romano ammettevano con
ugual credulità e abborrimento l'esistenza di quell'arte infernale[46],
che si credeva capace di sovvertire l'ordine eterno dei pianeti e le
volontarie operazioni dello spirito umano. Temevano il misterioso potere
dei caratteri magici e delle incantazioni, di potenti erbe e di
esecrabili riti, che potevan togliere o richiamare la vita, infiammar,
le passioni dell'animo, guastar le opere della creazione, ed estorcere
dai ripugnanti demoni i segreti del futuro. Credevano, con la più strana
incoerenza, che questo soprannatural dominio dell'aria, della terra e
dell'inferno si esercitasse pei bassi motivi di malizia o di lucro da
grinzose vecchie, o da vagabondi stregoni, che passavano le oscure lor
vite nella miseria e nel disprezzo[47]. Le arti della magia eran
condannate ugualmente dalla pubblica opinione e dalle leggi di Roma; ma
siccome tendevano a soddisfare le più imperiose passioni del cuore
umano, così erano continuamente proscritte e continuamente
praticate[48]. Una causa immaginaria è capace di produrre i più serj e
dannosi effetti. Le oscure predizioni della morte d'un Imperatore o del
buon successo d'una cospirazione non erano dirette che a stimolar le
speranze dell'ambizione o a sciogliere i vincoli della fedeltà; ed il
delitto, che in se stessa conteneva la magia, veniva aggravato dagli
attuali reati del tradimento e del sacrilegio[49]. Questi vani terrori
disturbavano la pace della società e la felicità degli individui; e
l'innocente fiamma, che appoco appoco struggeva un'immagin di cera,
dalla spaventata fantasia della persona, che si voleva maliziosamente
rappresentare, potea trarre una potente e perniciosa energia[50].
Dall'infusione di quell'erbe, che si supponeva avessero una forza
soprannaturale, si potea facilmente passare all'uso di veleni più
sostanziali; e la follìa degli uomini divenne alle volte l'istrumento e
la maschera dei più atroci delitti. Poichè dai Ministri di Valentiniano
e di Valente fu incoraggiato lo zelo degli accusatori, non poterono essi
ricusare di prestare orecchio ad un'altra accusa, che troppo spesso avea
parte nelle scene di domestiche colpe; accusa d'una più mite e meno
cattiva natura, per la quale il pio, ma eccessivo rigore di Costantino
avea recentemente stabilita la pena di morte[51]. Questa fatale ed
incoerente mescolanza di tradimento e di magia, di veleno e di adulterio
somministrava infiniti gradi di delitto e d'innocenza, di scusa e di
aggravio, che in queste processure pare che fossero confusi dalle
ardenti o corrotte passioni dei giudici. Essi facilmente s'accorsero,
che tanto più si stimava dalla Corte Imperiale l'industria ed il
discernimento loro, quanto maggiore era il numero delle esecuzioni che
si facevano pe' decreti dei respettivi loro Tribunali. Non senza
un'estrema ripugnanza pronunziavano qualche sentenza d'assoluzione, ma
con ardore ammettevano testimonianze anche macchiate da spergiuri ed
estorte per via di tormenti a provare le più improbabili accuse contra
le persone più rispettabili. Il progresso dell'inquisizione apriva
sempre nuova materia di processi criminali; l'audace delatore, di cui si
fosse scoperta la falsità, si ritirava impunemente; ma alla misera
vittima, che palesava dei reali o supposti complici, rade volte
accordavasi premio della sua infamia. Dall'estremità dell'Italia e
dell'Asia erano tratti giovani e vecchi in catene ai tribunali di Roma e
d'Antiochia. Senatori, Matrone e Filosofi spirarono in mezzo ad
ignominiosi e crudeli tormenti. I soldati, destinati alla guardia delle
prigioni, dichiararono con voci di compassione e di sdegno, che il loro
numero non era sufficiente ad impedire la fuga o la resistenza della
moltitudine dei prigionieri. Le famiglie più ricche erano rovinate dalle
confiscazioni ed ammende; i più innocenti cittadini tremavano per la
loro salute; e possiam formare qualche idea dell'estensione del male
dalla stravagante asserzione d'un antico Scrittore, che nelle soggette
Province i prigionieri, gli esuli ed i fuggitivi formavano la maggior
parte degli abitanti[52].
[A. D. 364-375]
Quando Tacito descrive le morti degli innocenti ed illustri Romani, che
furon sacrificati alla crudeltà dei primi Cesari, l'arte dell'Istorico o
il merito dei pazienti eccita nei nostri petti i più vivi sentimenti di
terrore, d'ammirazione e di pietà. Il volgare ed indistinto pennello
d'Ammiano ha dipinto queste sanguinose scene con tediosa e non piacevole
esattezza. Ma siccome non è più impegnata la nostra attenzione dal
contrasto di libertà e di servitù, di recente grandezza e di attual
miseria, dovremmo con orrore torcer lo sguardo dalle frequenti
esecuzioni, che disonorarono in Roma ed Antiochia il regno dei due
fratelli[53]. Valente era timido[54] di naturale, e Valentiniano
collerico[55]. Il principio dominante dell'amministrazione del primo era
un ansioso riguardo per la sua personal sicurezza. Da privato egli avea
con tremante rispetto baciato la mano dell'oppressore; e quando salì sul
trono, con ragione aspettava che gli stessi timori, di cui egli avea
portato il giogo, dovessero assicurargli la paziente sommissione del
popolo. I favoriti di Valente ottennero, mediante il privilegio della
rapacità e della confiscazione, quella ricchezza che non avrebber potuto
ottenere dalla sua economia[56]. Gli insinuavano essi con persuadente
eloquenza, che in ogni caso di ribellione il sospetto equivale alla
prova; che il potere suppone l'intenzione del delitto; che l'intenzione
non è meno colpevole dell'atto; e che un suddito non dee più vivere,
qualora la sua vita può minacciare la salute, o turbare il riposo del
suo Sovrano. Fu alle volte ingannato il giudizio di Valentiniano, e si
abusò della sua confidenza; ma egli avrebbe con uno sprezzante sorriso
imposto silenzio ai delatori, se avessero preteso di porre in agitazione
la sua fortezza con rappresentargli il pericolo. Essi lodavano
l'inflessibile amore che aveva per la giustizia; e nell'esercizio di
essa era l'Imperatore facilmente indotto a risguardar la clemenza come
una debolezza, e la passione come una virtù. Finattanto che non ebbe a
contendere che con gli uguali nei fieri incontri di una vita attiva ed
ambiziosa, Valentiniano fu rare volte ingiuriato, e non insultato mai
impunemente: se attaccavasi la sua prudenza, s'applaudiva il suo
spirito; ed i più altieri e potenti Generali temevano di provocar lo
sdegno di un soldato imperterrito. Dopo esser divenuto Signore del
Mondo, gli uscì per disgrazia di mente, che dove non ha luogo la
resistenza, non può esercitarsi il coraggio; ed invece di consultare i
dettami della ragione, secondava i furiosi moti del suo temperamento, in
un tempo in cui erano essi vergognosi per lui, e fatali pe' miseri
oggetti dell'ira sua. Tanto nel governo della propria casa che
dell'Impero, piccole o anche immaginarie mancanze, una parola
inconsiderata, un'accidentale ommissione, un indugio involontario si
punivano con immediate sentenze di morte. L'espressioni che più
comunemente uscivano di bocca all'Imperator dell'Occidente, eran queste:
«Gli si tagli la testa: sia bruciato vivo: sia battuto con verghe fino
alla morte[57]»: ed i più favoriti Ministri presto impararono, che col
temerariamente procurar di sospendere o d'esaminare l'esecuzione dei
sanguinarj comandi di lui, potevano essi medesimi restare involti nella
colpa o nel gastigo della disubbidienza. Le replicate soddisfazioni di
questa rozza giustizia indurirono il cuore di Valentiniano contro la
compassione ed il rimorso; ed i trasporti della passione vennero
confermati dall'abitudine della crudeltà[58]. Poteva egli mirare con
fredda soddisfazione le convulsive agonie della tortura e della morte;
donava la sua amicizia a quei servi fedeli, l'indole dei quali era più
coerente alla propria. Il merito di Massimino, che avea fatto strage
delle più nobili famiglie di Roma fu premiato con la real approvazione e
con la Prefettura della Gallia. Non poterono aver la sorte di
partecipare del favore di Massimino, che due feroci ed enormi orsi
distinti coi nomi d'_Innocenza_, e di _Mica aurea_. Eran sempre vicine
alla camera di Valentiniano le gabbie di tali favorite guardie; e spesso
egli si dilettava del grato spettacolo di vedere sbranare e divorar da
loro le palpitanti membra dei malfattori abbandonati alla furia di esse.
Il Romano Imperatore prendevasi gran cura del loro cibo e dei loro
esercizi; e quando _Innocenza_ ebbe adempito con una lunga serie di
meritevoli servigi il suo uffizio, al fedele animale fu restituita la
libertà dei nativi suoi boschi[59].
Ma nei tranquilli momenti della riflessione, allorchè lo spirito di
Valente non era agitato dal timore, o quello di Valentiniano dall'ira, i
tiranni riassumevano i sentimenti o almeno la condotta di padri della
patria. Lo spassionato giudizio dell'Imperator d'Occidente era in grado
di conoscer chiaramente e di procurar con ardore il bene proprio e del
pubblico; ed il Sovrano d'Oriente, che imitava con ugual docilità i varj
esempi, che riceveva dal suo fratello maggiore, veniva alle volte
guidato dalla saviezza e virtù del Prefetto Sallustio. Ambidue i
Principi invariabilmente ritennero nella porpora la modesta e regolata
semplicità, che adornato avevano la privata lor vita; e sotto il regno
di essi i piaceri della Corte non costarono mai al popolo rossore o
sospiri. Essi appoco appoco riformarono molti abusi dei tempi di
Costanzo; adottarono giudiziosamente e migliorarono i disegni di
Giuliano e del suo Successore; e spiegarono uno stile ed uno spirito di
legislazione, che può risvegliare nella posterità l'opinione più
favorevole del carattere e del governo loro. Non si sarebbe aspettato
mai dal padrone d'_Innocenza_ quella tenera cura pel bene dei sudditi,
che mosse Valentiniano a condannare l'esposizione dei bambini nati di
fresco[60], ed a stabilire con stipendi e privilegi quattordici abili
Medici nei quattordici quartieri di Roma. Il buon senso di un ignorante
soldato immaginò un utile e liberale Instituto per l'educazione della
gioventù e pel sostegno delle scienze allor decadenti[61]. Era sua
intenzione che s'insegnassero le arti della rettorica e della grammatica
in lingua Greca e Latina nelle Metropoli di ogni Provincia; e poichè
ordinariamente la grandezza e la dignità della scuola era proporzionata
a quella della città in cui si trovava, le Accademie di Roma e di
Costantinopoli vantavano una giusta e singolar preeminenza. I frammenti
degli editti letterari di Valentiniano rappresentano imperfettamente la
scuola di Costantinopoli, che fu a grado a grado perfezionata dai
successivi regolamenti. Era essa composta di trent'uno Professori,
distribuiti in diversi rami di scienze; vale a dire un filosofo e due
legali, cinque sofisti e dieci grammatici per la lingua Greca, tre
oratori ed altri dieci grammatici per la Latina, oltre sette scrivani, o
come in quel tempo si chiamavano antiquari, le laboriose penne dei quali
provvedevano le pubbliche Biblioteche di buone e corrette copie dei
classici Autori. La regola di condotta, che fu allora prescritta agli
studenti, è tanto più curiosa che somministra i primi sbozzi della forma
e della disciplina di una moderna Università. Si richiedeva, che essi
portassero gli opportuni attestati dei Magistrati delle native loro
Province. Regolarmente si notavano in pubblici registri i nomi, le
professioni e le abitazioni loro. Era severamente proibito alla studiosa
gioventù di perdere il tempo in conviti o nei teatri, ed era limitato il
termine della loro educazione all'età di vent'anni. Il Prefetto della
città poteva gastigar gli oziosi ed i refrattari con le verghe e
coll'espulsione; ed aveva ordine di riferire ogni anno al Maestro degli
Uffizi, quali scolari per le cognizioni ed abilità loro si potessero
utilmente impiegare in servizio pubblico. Gli instituti di Valentiniano
contribuirono ad assicurare i vantaggi della pace e dell'abbondanza; e
servì a guardar le città lo stabilimento dei _Difensori_[62], eletti
liberamente come Tribuni ed Avvocati del popolo per sostenere i diritti,
ed esporre gli aggravj di esso avanti ai Tribunali dei Magistrati
civili, o anche al piè del Trono Imperiale. Si amministravano
diligentemente le finanze da due Principi, che per tanto tempo erano
stati assuefatti alla rigorosa economia di una condizione privata; ma
nell'incassamento e nell'impiego della pubblica entrata un occhio
discernitore potrebbe osservare qualche differenza fra il governo
d'Oriente e quel d'Occidente. Valente era persuaso che non si potesse
sostenere la liberalità reale per mezzo della pubblica oppressione; e
non ebbe mai l'ambizione di aspirare ad assicurare, mediante le presenti
angustie, la futura forza e prosperità del suo popolo. Invece di
accrescere il peso delle tasse, che nello spazio di quaranta anni a
grado a grado si erano raddoppiate, nei primi quattro anni del suo regno
diminuì la quarta parte del tributo dell'Oriente[63]. Sembra che
Valentiniano fosse meno attento ed ansioso di sollevare i pesi del suo
popolo. Potè in vero riformare gli abusi dell'amministrazione fiscale,
ma esigeva senza scrupolo una gran parte dei beni dei privati, essendo
convinto, che le rendite, le quali sostenevano il lusso degl'individui,
si sarebbero con molto maggior vantaggio impiegate nel difendere e
migliorare lo Stato. I sudditi Orientali, che abitualmente godevano il
benefizio della condotta del loro Principe, applaudivano alla
beneficenza di esso, e la seguente generazione sentì e riconobbe il
solido, quantunque meno splendido, merito di Valentiniano[64].
[A. D. 364-375]
Ma la più onorevol particolarità del carattere di Valentiniano è quella
costante e moderata imparzialità, che egli sempre mantenne in un tempo
di religiose contese. Il suo buon senso, non illuminato in vero, ma
neppure corrotto dallo studio, evitava con rispettosa indifferenza le
sottili questioni Teologiche. Il governo della _Terra_ esigeva la sua
vigilanza, e soddisfaceane l'ambizione; e nel tempo che si rammentava
d'esser discepolo della Chiesa, non si dimenticò mai che era Sovrano del
Clero. Nel regno d'un Apostata, egli avea segnalato il suo zelo per
l'onore del Cristianesimo; concesse dunque ai suoi sudditi il privilegio
che aveva assunto per se medesimo; ed essi accettar potevano con
gratitudine e con fiducia la general tolleranza, permessa da un Principe
dominato dalle passioni, ma incapace di timore o di simulazione[65]. I
Pagani, gli Ebrei e tutte le varie Sette, che ammettevano l'autorità
divina di Cristo, eran protetti, dalle leggi contro il potere arbitrario
o il popolare insulto; nè ci aveva specie alcuna di culto che fosse
proibita da Valentiniano, eccettuate quelle segrete e ree pratiche, le
quali abusavano del nome di religione per cuoprir gli oscuri disegni del
vizio e del disordine. L'arte magica, siccome si puniva più crudelmente,
così veniva proscritta con più rigore; ma l'Imperatore adottò una formal
distinzione per protegger gli antichi metodi di divinazione approvati
dal Senato, ed esercitati dagli Aruspici Toscani. Col consenso dei
Pagani più ragionevoli avea condannato la licenza dei sacrifizi
notturni; ma immediatamente ammesso l'istanza di Pretestato Proconsole
dell'Acaia, il quale rappresentò che la vita dei Greci sarebbe divenuta
misera e disgustosa, qualora fossero essi restati privi dell'inestimabil
vantaggio dei misteri Eleusini. La sola filosofia può vantarsi (e forse
non è più che un semplice vanto della filosofia) che la gentile sua mano
è capace di sradicare dalla mente umana i segreti e fatali principj del
fanatismo. Ma questa tregua di dodici anni, che acquistò maggior forza
dal saggio e vigoroso governo di Valentiniano, sospendendo la
ripetizione delle vicendevoli ingiurie, contribuì ad addolcire i
costumi, e ad abbattere i pregiudizi delle religiose fazioni.
[A.D. 363-378]
L'amico della tolleranza trovavasi per disgrazia distante dal teatro
delle più fiere controversie. Appena i Cristiani dell'Occidente si furon
distrigati dai lacci della formola di Rimini, felicemente ricaddero nel
letargo dell'ortodossia; ed i piccoli residui del partito Arriano, che
tuttavia sussistevano in Milano e in Sirmio, potevano risguardarsi come
oggetti piuttosto di disprezzo che di sdegno. Ma nelle province
Orientali, dall'Eussino fino all'estremità della Tebaide, la forza ed il
numero delle ostili fazioni si bilanciava con maggiore uguaglianza; e
questa, invece di secondare i consigli di pace, non serviva che a
perpetuar gli orrori della guerra di religione. I Monaci ed i Vescovi
sostenevano i loro argomenti con invettive; e le loro invettive alle
volte venivano accompagnate dalle percosse. Atanasio dominava sempre in
Alessandria; le Sedi di Costantinopoli e d'Antiochia erano occupate dai
Prelati Arriani, ed ogni vacanza di Vescovato era l'occasione di un
tumulto popolare. Gli _Homousiani_ furon fortificati dalla
riconciliazione di cinquantanove Vescovi Macedoniani o Semiarriani; la
segreta ripugnanza, che avevano d'abbracciare la divinità dello Spirito
Santo, oscurava lo splendore di tal trionfo; e la dichiarazion di
Valente, che nei primi anni del suo regno aveva imitato l'imparzial
condotta del fratello, fu un importante vittoria dalla parte
dell'Arrianismo. I due fratelli avean passata la privata lor vita nello
stato di catecumeni; ma la pietà di Valente lo mosse a chiedere il
Sacramento del Battesimo avanti d'esporsi ai pericoli della guerra
Gotica. Egli si rivolse naturalmente ad Eudosso[66] Vescovo della città
Imperiale; e se l'ignorante Monarca fu istruito da quell'Arriano Pastore
nei principj della Teologia eterodossa, l'inevitabile conseguenza
dell'erronea sua scelta dee in lui risguardarsi piuttosto come una
disgrazia che come un delitto. Qualunque fosse stata la determinazione
dell'Imperatore, dovea sempre disgustare una gran parte dei Cristiani
suoi sudditi; giacchè i Capi tanto degli Homousiani che degli Arriani
credevano, che se non si lasciavano dominare, si facesse loro una
crudele ingiuria ed oppressione. Dopo aver fatto questo decisivo passo,
era molto difficile per esso il conservare la virtù o la riputazione
d'imparziale. Veramente non aspirò mai, come Costanzo, alla fama di
profondo Teologo; ma siccome avea ricevuto con semplicità e rispetto le
opinioni di Eudosso, Valente rimise la sua coscienza alla direzione
dell'Ecclesiastiche sue guide, e coll'influenza della propria autorità
promosse la riunione degli eretici _Atanasiani_ al corpo della Chiesa
Cattolica. Da principio ebbe compassione di lor cecità; in seguito
appoco appoco fu provocato dalla loro ostinazione; ed insensibilmente
incominciò ad odiar quei Settari, pei quali era egli stesso un argomento
di odio[67]. Era sempre dominato il debole spirito di Valente dalle
persone, colle quali famigliarmente conversava; e l'esilio o la
prigionia d'un privato son favori che facilissimamente si accordano in
una Corte dispotica. Si davano tali pene frequentemente ai Capi del
partito _Homousiano_; e la disgrazia di ottanta Ecclesiastici di
Costantinopoli, che forse per accidente bruciarono sopra una nave,
imputossi alla crudele e premeditata malizia dell'Imperatore e de' suoi
Arriani ministri. In ogni contesa i Cattolici (se ci è permesso di
anticipar questo nome) eran costretti a pagar la pena delle mancanze
loro e di quelle degli avversari. In ogni elezione il Candidato Arriano
aveva la preferenza; e se gli si opponeva il maggior partito del popolo,
era comunemente sostenuto dall'autorità del Magistrato civile, o anche
dai terrori di una forza militare. I nemici d'Atanasio tentarono di
turbar gli ultimi anni della venerabil vecchiezza di lui; ed il suo
breve ritirarsi al sepolcro del proprio padre si celebrò come un quinto
esilio. Ma lo zelo di un gran popolo, che immediatamente corse alle
armi, pose in timore il Prefetto, ed all'Arcivescovo si lasciò finir la
vita in pace ed in gloria dopo quarantasette anni di Vescovato. La morte
d'Atanasio fu il segnale della persecuzione dell'Egitto; ed il ministro
Pagano di Valente, che a forza collocò l'indegno Lucio nella sede
Archiepiscopale, si procacciò il favore del partito dominante per mezzo
del sangue e dei patimenti dei Cristiani loro fratelli. Amaramente
dolevansi questi della libera tolleranza in favore del Culto Pagano e
Giudaico, come d'una circostanza aggravante la miseria dei Cattolici e
la reità dell'empio Tiranno dell'Oriente[68].
Il trionfo del partito ortodosso ha lasciato sopra la memoria di Valente
una profonda macchia di persecuzione; ed il carattere di un Principe,
che traeva le sue virtù ed i suoi vizi da un debole intelletto e da
un'indole pusillanime, appena merita che ci prendiamo la pena di farne
l'apologia. Ciò nonostante, il candore può scoprire motivi di
sospettare, che i Ministri Ecclesiastici di Valente spesso eccedessero
gli ordini o anche le intenzioni del loro Signore; e che la verità dei
fatti siasi molto magnificata dalla veemente declamazione e dalla facile
credulità dei suoi antagonisti[69]. In primo luogo, il silenzio di
Valentiniano può suggerire un probabile argomento, che i parziali
rigori, esercitati nelle Province ed in nome del suo collega, soltanto
si riducessero ad alcune oscure ed inconsiderabili deviazioni dallo
stabilito sistema di tolleranza religiosa; e quel giudizioso Istorico,
che ha lodato la temperata natura del fratello maggiore, non si è
creduto in dovere di porre a contrasto la tranquillità dell'Occidente
con la crudele persecuzione dell'Oriente[70]. Secondariamente, per
quanto vogliam prestar fede alle incerte e lontane relazioni, si può
distintamente conoscere il carattere o almeno la condotta di Valente
negli affari che trattò personalmente coll'eloquente Basilio Arcivescovo
di Cesarea, che era succeduto ad Atanasio nel maneggio della causa
spettante alla Trinità[71]. Se ne fece la circostanziata narrazione
dagli amici ed ammiratori di Basilio; e spogliata che sia da un
grossolano abbigliamento di rettorica e di miracoli, resteremo sorpresi
dall'inaspettata dolcezza del tiranno Arriano, che ammirò la fermezza
del suo animo, o temè, facendogli violenza, una rivoluzione generale
nella provincia della Cappadocia. L'Arcivescovo, che sosteneva con
inflessibile alterigia[72] la verità delle sue opinioni e la dignità del
suo posto, fu lasciato nel libero possesso della sua coscienza e della
sua sede. L'Imperatore devotamente assistè nella Cattedrale alla messa
solenne: ed in luogo di una Sentenza di esilio, sottoscrisse la
donazione di considerabili beni per uso di uno spedale, che Basilio
aveva ultimamente fondato nelle vicinanze di Cesarea[73]. In terzo
luogo, non ho potuto trovare, che da Valente fosse fatta contro gli
Atanasiani alcuna legge, come quella che in seguito fece Teodosio contro
gli Arriani; e l'editto, che suscitò i più violenti clamori, non sembra
poi tanto degno di riprensione. L'Imperatore aveva osservato, che molti
dei suoi sudditi, seguitando la pigra loro inclinazione, si erano
associati, sotto pretesto di religione, ai Monaci dell'Egitto; e diede
ordine al Conte dell'Oriente di trarli fuori della lor solitudine, e
costringere quei disertori della società ad accettare la giusta
alternativa, o di rinunziare ai temporali lor beni, o di adempire i
pubblici doveri degli uomini e dei cittadini[74]. Sembra che i Ministri
di Valente estendessero il senso di questo penale statuto, giacchè si
arrogarono il diritto di arrolare nelle armate Imperiali i Monaci
giovani e di forte corporatura. Fu spedito da Alessandria nel vicino
deserto di Nitria[75], popolato da cinquemila Monaci, un distaccamento
di cavalleria e d'infanteria consistente in tremila soldati. Erano essi
guidati da Preti Arriani, e si racconta, che fu fatta una considerabile
strage nei Monasteri, nei quali non si ubbidiva ai comandi del
Principe[76].
[A. 370]
Gli stretti regolamenti, che la saviezza dei moderni Legislatori ha
fatti per frenare la ricchezza e l'avarizia del Clero, in origine si
posson dedurre dall'esempio dell'Imperatore Valentiniano. Il suo
editto[77], indirizzato a Damaso Vescovo di Roma, fu pubblicamente letto
nelle Chiese della città. Egli ammoniva gli Ecclesiastici ed i Monaci a
non frequentare le case delle vedove e delle vergini, e ne minacciava la
disubbidienza con pene civili. Al Direttore non fu più permesso di
ricevere alcun donativo, legato, o eredità dalle figlie spirituali; ogni
testamento contrario a quest'editto fu dichiarato nullo, e ciò che si
fosse illegittimamente donato, dovea confiscarsi in benefizio del tesoro
pubblico. Sembra che con una successiva costituzione fossero estesi gli
stessi provvedimenti alle Monache e ai Vescovi, e che tutte le persone
dell'ordine Ecclesiastico si rendessero incapaci di ricevere alcuna
donazione testamentaria, e rigorosamente fossero limitate ai naturali e
legittimi diritti della successione. Valentiniano, come custode della
domestica felicità e virtù, applicò al male nascente questo rigoroso
rimedio. Nella Capitale dell'Impero le donne di case nobili e ricche
possedevano vastissimi e indipendenti patrimonj: e molte di quelle
devote femmine avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo, non
solamente col freddo assenso dell'intelletto, ma eziandio col calore
dell'affezione, e forse coll'ardor della moda. Sacrificavano esse i
piaceri della pompa e del lusso; e rinunziavano per amor della castità
alle dolci lusinghe della società conjugale. Si deputava qualche
Ecclesiastico, di reale o di apparente santità, per diriger la timorosa
loro coscienza, e per occupare la tenerezza vacante del loro cuore; e
spesso qualche furbo o entusiasta, che dall'estremità dell'Oriente
correva a godere in uno splendido teatro i privilegj della professione
Monastica, si abusava dell'illimitata confidenza che esse
precipitosamente accordavangli. Mediante il disprezzo, che questi avevan
del Mondo, insensibilmente acquistavano i più desiderabili vantaggi di
esso, come il vivo attaccamento di una forse giovane e bella donna, la
delicata abbondanza d'una casa opulenta, ed il rispettoso omaggio degli
schiavi, dei liberti e dei clienti d'una Senatoria famiglia. Le immense
ricchezze delle Dame Romane appoco appoco si consumavano in prodighe
elemosine e in dispendiosi pellegrinaggi; e l'artificioso Monaco, che
aveva assegnato a se stesso il primo e, se era possibile, il solo posto
nel testamento della spirituale sua figlia, pretendeva sempre di
dichiarare, con la dolce apparenza dell'ipocrisia, che egli era il solo
strumento della carità, e l'amministratore dei beni dei poveri. Quel
lucroso ma disonorevol commercio[78], che si esercitava dal Clero per
defraudare l'espettazione degli eredi naturali, avea provocato fino lo
sdegno d'un secolo superstizioso; e due dei più rispettabili Padri
Latini molto ingenuamente confessano, che l'ignominioso editto di
Valentiniano fu giusto e necessario; e che i Sacerdoti Cristiani avean
meritato di perdere un privilegio, che tuttavia si godeva dai
commedianti, dai cocchieri e dai ministri degli idoli. Ma la saviezza e
l'autorità del legislatore di rado son vittoriose, quando combattono la
vigilante destrezza dell'interesse privato; e Girolamo o Ambrogio
potevano con pazienza acquietarsi nella giustizia di una legge salutare,
ma inefficace. Se raffrenavansi gli Ecclesiastici negli acquisti di
personali emolumenti, essi non lasciavano d'esercitare una più lodevole
industria in accrescere la ricchezza comune della Chiesa, ed in decorare
la loro avidità coi nomi speciosi di pietà e di patriottismo[79].
[A. 366-384]
Damaso, Vescovo di Roma, che dovè svergognare l'avarizia del suo Clero
pubblicando la legge di Valentiniano, ebbe il buon senso o la buona
fortuna di impegnare in suo servizio lo zelo e l'abilità del dotto
Girolamo; e questo grato Santo ha celebrato il merito e la purità d'un
carattere molto ambiguo[80]. Ma curiosamente ha osservato gli splendidi
vizj della Chiesa Romana sotto il regno di Valentiniano e di Damaso
l'istorico Ammiano, che indica l'imparziale suo sentimento in queste
espressive parole. «La Prefettura di Juvenzio godeva il vantaggio della
pace e dell'abbondanza; ma presto fu disturbata la tranquillità del suo
governo da una sanguinosa sedizione del diviso popolo. L'ardore di
Damaso e di Orsino, per occupare la sede Episcopale, sorpassò
l'ordinaria misura dell'ambizione umana. Essi contendevano col furor di
parte; era sostenuta la disputa con le ferite o con la morte dei loro
seguaci; ed il Prefetto, incapace d'impedire o d'acquietare il tumulto,
fu costretto dalla forza maggiore a ritirarsi nei sobborghi. Damaso
prevalse: la vittoria, molto contrastata, finalmente rimase dalla parte
della fazione di lui; furon trovati nella Basilica di Sicinino[81], dove
i Cristiani tenevano le religiose loro adunanze, centotrentasette corpi
morti[82]; e passò molto tempo avanti che gli animi riscaldati del
popolo riprendessero la solita loro tranquillità. Considerando lo
splendore della Capitale, non mi fa maraviglia, che un premio sì
valutabile accendesse le brame di uomini ambiziosi, e producesse le più
fiere ed ostinate contese. Il candidato, che ottiene l'intento, è sicuro
d'esser arricchito dalle offerte delle matrone[83]; e vestito con
decente cura ed eleganza può passeggiar nel suo cocchio per le strade di
Roma[84]; e la sontuosità della mensa Imperiale non uguaglierà i copiosi
e delicati conviti apparecchiati dal gusto ed a spese dei Romani
Pontefici. Con quanto più di ragione (continua il buon Pagano)
provvederebbero questi Pontefici alla vera loro felicità, se invece
d'allegare la grandezza della città come una scusa dei loro costumi,
imitasser la vita esemplare di alcuni Vescovi delle province, nei quali
la sobrietà e temperanza, il moderato equipaggio, e gli umili sguardi
rendono la modesta e pura loro virtù commendabile alla Divinità ed ai
veri adoratori di essa[85]». Fu estinto lo scisma di Damaso e di Orsino
mediante l'esilio di questo ultimo; e la saviezza del Prefetto
Pretestato[86] restituì la calma alla città. Pretestato era un Pagano
filosofo, un uomo erudito, di buon gusto e culto, che cuoprì sotto
l'aria di scherzo un rimprovero, allorchè assicurò Damaso, che avrebbe
subito abbracciato egli stesso la religione Cristiana, se avesse
ottenuto il Vescovato di Roma[87]. Questa viva pittura della ricchezza e
del lusso dei Papi nel quarto secolo, tanto più riesce curiosa, in
quanto che ci rappresenta il grado medio fra l'umile povertà del
pescatore Apostolico, e la regia condizione d'un Principe temporale, i
dominj del quale s'estendono dai confini di Napoli fino alle rive del
Po.
[A. 364-375]
Quando il voto dei Generali e dell'esercito pose nelle mani di
Valentiniano lo scettro del Romano Impero, la sua riputazione nelle
armi, la militar perizia ed esperienza che aveva, ed il rigido suo
attaccamento ai costumi, ugualmente che allo spirito dell'antica
disciplina, furono i principali motivi della giudiziosa loro elezione.
L'ardor delle truppe, che lo costrinsero a nominare un collega, fu
giustificato dalla pericolosa situazione dei pubblici affari; e
Valentiniano medesimo sapeva, che le forze di uno spirito anche il più
attivo non servivano per difendere le remote frontiere di una Monarchia
sottoposta alle invasioni. Appena la morte di Giuliano ebbe liberato i
Barbari dal terrore del suo nome, che le più vive speranze di rapine e
di conquiste eccitarono le nazioni dell'Oriente, del Settentrione e del
Mezzogiorno.
[A. 364-375]
Le loro scorrerie furono spesso moleste ed alle volte formidabili; ma
nei dodici anni del regno di Valentiniano, la sua fermezza e vigilanza
difese i proprj Stati, e parve che il vigoroso genio di lui inspirasse e
dirigesse i deboli consigli del fratello. Il metodo in forma di annali
esprimerebbe con più forza le urgenti e divise cure dei due Imperatori;
ma l'attenzione del lettore sarebbe ugualmente distratta da una tediosa
ed incostante narrazione. Un separato prospetto dei cinque gran teatri
di guerra, cioè della Germania, della Britannia, dell'Affrica,
dell'Oriente e del Danubio, darà un'idea più distinta dello stato
militare dell'Impero nei regni di Valentiniano e di Valente.
[A. 365]
I. Gli Ambasciatori degli Alemanni erano stati offesi dalla dura ed
altiera condotta di Ursacio, Maestro degli Uffizi[88], che per un atto
d'inopportuna parsimonia avea diminuito il valore e la quantità dei
presenti, ai quali essi avevan diritto, o per uso o per trattato,
nell'innalzamento al trono dei nuovi Imperatori. Espressero e
comunicarono essi a' loro nazionali un forte sentimento dell'affronto
che facevasi alla nazione. Gli animi dei loro Capi, facilmente
irritabili, furono inaspriti dal sospetto di esser disprezzati; e la
marzial gioventù corse in folla a' loro stendardi. Avanti che
Valentiniano fosse in istato di passare le alpi, i villaggi della Gallia
erano in fiamme; e prima che il suo general Dagalaifo potesse andare
incontro agli Alemanni, questi avevano già posto in sicuro gli schiavi e
le spoglie nelle foreste della Germania. Al principio dell'anno seguente
la militar forza di tutta la nazione ruppe in profonde e sode colonne il
riparo del Reno nel mezzo al rigore d'un inverno settentrionale. Furon
disfatti e feriti mortalmente due Conti Romani; e le bandiere degli
Eruli e dei Batavi caddero nelle mani dei vincitori, che spiegarono con
insultanti clamori e minacce il trofeo della loro vittoria. Le bandiere
furono ricuperate: ma i Batavi non si eran purgati dalla macchia del
disonore e della fuga loro agli occhi del severo lor giudice.
Valentiniano era d'opinione, che i suoi soldati dovessero apprendere a
temere il lor comandante, prima che potessero cessare di temere il
nemico. Furono solennemente adunate le truppe, ed i tremanti Batavi
circondati dall'esercito Imperiale. Valentiniano allora, salito sul
Tribunale, quasi che sdegnasse di punir la codardia con la morte,
impresse una nota d'indelebile ignominia negli uffiziali, la cattiva
condotta e pusillanimità de' quali si trovò essere stata la prima
occasione della disfatta. I Batavi furon deposti dal loro grado,
spogliati delle armi, e condannati ad esser venduti per ischiavi al
maggiore offerente. A questa tremenda sentenza le truppe caddero
prostrate a terra; supplicarono che si calmasse lo sdegno del loro
Sovrano; e si protestarono, che se gli avesse accordato loro di fare
un'altra prova, si sarebbero dimostrati non indegni del nome di Romani e
di suoi soldati. Valentiniano, che affettava ripugnanza, finalmente cedè
alle loro istanze: i Batavi ripresero le armi, e con esse l'invincibil
risoluzione di lavare il lor disonore nel sangue degli Alemanni[89].
Dagalaifo aveva scansato il principal comando, e quest'esperto Generale
da cui erano rappresentate forse con troppa prudenza l'estreme
difficoltà dell'impresa, ebbe la mortificazione di vedere avanti il
termine della campagna, che il suo rivale Giovino cangiò quegli ostacoli
in decisivi vantaggi sopra le forze disperse dei Barbari. Alla testa
d'un ben disciplinato esercito di cavalleria, di infanteria e di truppe
leggiere, Giovino s'avanzò con cauti e rapidi passi fino a
Scarponna[90], nel territorio di Metz, dove sorprese una grossa
divisione di Alemanni, prima che avessero tempo di prender le armi; ed
animò i suoi soldati con la fiducia di una facile e non sanguinosa
vittoria. Un'altra divisione o piuttosto armata nemica, dopo una crudele
e licenziosa devastazione dell'adiacente paese, si riposava sulle
ombrose rive della Mosella. Giovino, che aveva osservato il terreno
coll'occhio di Generale, tacitamente si approssimò per mezzo d'una
profonda e selvosa valle, fino a poter distintamente conoscere
l'indolente sicurezza dei Germani. Alcuni stavan bagnando le robuste lor
membra nel fiume: altri pettinavano i lunghi e biondi loro capelli; ed
altri bevevano gran quantità di prezioso e delicato vino. Ad un tratto
essi udirono il suono della tromba Romana; e videro nel loro campo il
nemico. Lo stupore produsse il disordine; a questo successe la fuga e
l'abbattimento; e la confusa moltitudine dei più bravi guerrieri fu
trafitta dalle spade e dai giavelotti dei legionari e degli ausiliari. I
fuggitivi corsero al terzo e più considerabile corpo, che si trovava
nelle pianure Catalaunie vicino a Scialons nella Sciampagna; furono in
fretta richiamati i distaccamenti sparsi ai loro stendardi, ed i Capi
dei Barbari, ammoniti ed irritati dal fato dei loro compagni, si
prepararono ad incontrare in una decisiva battaglia le vittoriose forze
del Luogotenente di Valentiniano. Il sanguinoso ed ostinato
combattimento durò tutta una giornata di state con egual valore e con
dubbio successo. Ma prevalsero finalmente i Romani con la perdita di
mille dugento soldati. Vi restarono morti seimila degli Alemanni, e
quattromila feriti; ed il valente Giovino, dopo avere inseguito i
fuggitivi residui del loro esercito fino alle sponde del Reno, tornò a
Parigi a ricever l'applauso del suo Sovrano e le insegne del Consolato
pel seguente anno[91]. Il trionfo dei Romani fu macchiato in vero dal
trattamento che fecero al Re prigioniero, il quale fu da essi appiccato
ad un patibolo, senza che lo sapesse lo sdegnato loro Generale. Questo
vergognoso atto di crudeltà, che potrebbe imputarsi al furor delle
truppe, fu seguito dalla deliberata uccisione di Witicab figlio di
Vadomairo, Principe Germano, di costituzione di corpo debole ed
infermiccia, ma d'ardimentoso e formidabile spirito. Il domestico
assassino di lui fu instigato e protetto da' Romani[92]; e la violazione
delle leggi d'umanità e di giustizia dimostra la segreta loro
apprensione della debolezza del cadente Impero. Rade volte nei pubblici
consigli si adotta l'uso del pugnal traditore, sin tanto che si conserva
qualche fiducia nella forza aperta del brando.
[A. 368]
Mentre gli Alemanni sembravano umiliati dalle recenti loro calamità,
restò mortificato l'orgoglio di Valentiniano dall'inaspettata sorpresa
di Mogunziaco o Magonza, città principale dell'alta Germania. Nel tempo
meno sospetto d'una solennità Cristiana, Rando ardito ed abile Capitano,
che aveva lungamente premeditato l'attacco, passò improvvisamente il
Reno; entrò nella non difesa città, e ritirossi con una gran quantità di
schiavi d'ambedue i sessi. Valentiniano risolvè di prendere una severa
vendetta sopra tutto il corpo della nazione. Fu ordinato al Conte
Sebastiano d'invadere il loro paese con le truppe dell'Italia e
dell'Illirico probabilmente dalla parte della Rezia. L'Imperatore in
persona, accompagnato da Graziano suo figlio, passò il Reno alla testa
d'un formidabile esercito, che era sostenuto d'ambe le parti da Gioviano
e da Severo, Generali della cavalleria e dell'infanteria dell'Occidente.
Gli Alemanni, essendo incapaci di impedire la devastazione dei loro
villaggi, piantarono il campo sopra un'alta e quasi inaccessibil
montagna nel moderno ducato di Virtemberga, e con fermezza aspettarono
l'avvicinarsi dei Romani. Valentiniano espose la propria vita ad un
imminente pericolo per l'intrepida curiosità, con cui volle persistere
ad esplorare un passo segreto e non guardato. Una truppa di Barbari uscì
ad un tratto da un'imboscata; e l'Imperatore, che spronò fortemente il
cavallo verso una ripida e sdrucciolevole scesa, dovè lasciarsi dietro
il proprio scudiere, e l'elmetto magnificamente ornato d'oro e di pietre
preziose. Al segno di un assalto generale, le truppe Romane circondarono
e salirono da tre diverse parti la montagna di Solicinio. Ogni passo che
facevano, accresceva loro l'ardore, ed abbatteva la resistenza del
nemico; e poscia che le riunite lor forze ebbero occupata la sommità del
monte, impetuosamente spinsero i Barbari verso il declive
settentrionale, dove era situato il Conte Sebastiano per impedir loro la
ritirata. Dopo tal segnalata vittoria Valentiniano tornò ai suoi
quartieri d'inverno a Treveri; dove promosse la pubblica gioia colla
rappresentazione di trionfali e splendidi giuochi[93]. Ma il saggio
Monarca, invece d'aspirare alla conquista della Germania, limitò la sua
attenzione all'importante e laboriosa difesa della frontiera Gallica
contro un nemico, la forza di cui era rinnovata da uno sciame di
coraggiosi volontari, che di continuo venivano dalle più lontane tribù
del Settentrione[94]. Sulle rive del Reno, dalla sua sorgente fino allo
stretto dell'Oceano, s'eressero frequenti e considerabili fortezze ed
opportune torri; l'ingegno d'un Principe, abile nelle arti meccaniche,
inventò nuove operazioni e novelle armi; e le sue numerose reclute di
gioventù, sì Romana che Barbara, venivano esercitate rigorosamente in
tutti gli esercizi di guerra. Il progresso dell'opera, alla quale si
opposero ora le modeste rappresentanze, ed ora gli attacchi dei nemici,
assicurò la tranquillità della Gallia pei nove seguenti anni
dell'amministrazione di Valentiniano[95].
[A. D. 371]
Questo prudente Imperatore, che diligentemente praticava le savie
massime di Diocleziano, procurava di fomentare e d'eccitar le interne
divisioni delle tribù della Germania. Verso la metà del quarto secolo il
paese (probabilmente della Lusazia e della Turingia) da ambe le parti
dell'Elba era occupato dall'incostante dominio dei Borgognoni, guerriero
e numeroso popolo della razza dei Vandali[96], l'oscuro nome del quale
appoco appoco s'estese ad un potente regno, e finalmente è restato ad
una florida Provincia. Sembra, che la circostanza più considerabile
negli antichi costumi dei Borgognoni fosse la diversità della civile ed
ecclesiastica loro costituzione. Si dava il nome di _Hendino_ al Re o
Generale, e quello di _Sinisto_ al sommo Sacerdote della nazione. La
persona di quest'ultimo era sacra, e perpetua la sua dignità; ma il
governo temporale tenevasi con un titolo molto precario. Se i successi
della guerra intaccavano il coraggio o la condotta del Re, egli veniva
immediatamente deposto; e l'ingiustizia dei propri sudditi lo faceva
responsabile della fertilità della terra e della regolarità delle
stagioni, che pareva dovere più propriamente spettare al dipartimento
Sacerdotale[97]. Il dibattuto possesso di alcune saline[98] impegnava
gli Alemanni ed i Borgognoni a frequenti contese; questi secondi
facilmente furon tentati dalle sollecitazioni segrete e dalle generose
offerte dell'Imperatore; e con vicendevol credulità s'ammise la favolosa
lor discendenza dai soldati Romani, che erano stati anticamente lasciati
di guarnigione nelle fortezze di Druso, come quella ch'era coerente al
mutuo loro interesse[99]. Tosto comparve un'armata di ottantamila
Borgognoni sulle rive del Reno; e con impazienza chiedevan l'aiuto ed i
sussidi che Valentiniano avea loro promesso; ma lusingati furono a forza
di scuse o dilazioni, finchè dopo avere inutilmente aspettato, furon
costretti al fine di ritirarsi. Le armi e le fortificazioni della
frontiera Gallica frenarono il furore del lor giusto sdegno; e la
strage, che fecero dei prigionieri, servì ad inasprire l'odio ereditario
dei Borgognoni e degli Alemanni. Si può spiegar forse l'incostanza del
savio Principe, per qualche alterazione delle circostanze; e può anche
darsi che il primo disegno di Valentiniano fosse quello di spaventare
piuttosto che di distruggere; giacchè si sarebbe tolto ugualmente
l'equilibrio del potere coll'estirpazione sì dell'una che dell'altra
nazione Germanica. Fra i Principi Alemanni, Macriano, che col nome
Romano apprese avea le arti di soldato e di politico, meritò l'odio e la
stima di Valentiniano. L'Imperatore s'indusse a passare in persona con
una leggiera e spedita truppa il Reno, si avanzò per cinquanta miglia
nell'interno del paese, ed avrebbe infallibilmente ottenuto l'oggetto
delle sue ricerche, se le giudiziose misure di lui non si fossero
sconcertate dall'impazienza delle sue truppe. Macriano in seguito fu
ammesso all'onore di una personale conferenza coll'Imperatore: ed i
favori che ne ricevè, lo assodarono fino alla morte nella sincera e
costante amicizia della Repubblica[100].
Era il paese coperto dalle fortificazioni di Valentiniano; ma le coste
marittime della Gallia e della Britannia rimanevano esposte alle
depredazioni dei Sassoni. Questo celebre nome, pel quale noi abbiamo un
dolce e domestico interesse, sfuggì di vista a Tacito; e nelle carte di
Tolomeo appena s'indica l'angusto collo della penisola Cimbrica, e le
tre piccole isole verso la bocca dell'Elba[101]. Questo piccolo
territorio, corrispondente al moderno Ducato di Slevvig o forse
d'Holstein, non era capace di produrre quegli immensi sciami di Sassoni,
che dominarono sull'Oceano, che empirono le isole Britanniche del
proprio linguaggio, delle loro leggi e colonie, e che per tanto tempo
difesero la libertà del Settentrione dalle armi di Carlo Magno[102].
Facilmente trarremo la soluzione di questa difficoltà dalla somiglianza
dei costumi e dalla libera costituzione delle tribù della Germania, che
si univano l'una coll'altra nelle più minute occorrenze di amicizia o di
guerra. La situazione dei primitivi Sassoni li disponeva ad abbracciar
le pericolose professioni di soldati o di pirati; ed il buon successo
delle loro avventure doveva eccitare naturalmente la emulazione dei loro
più bravi paesani, che erano disgustati della trista solitudine delle
loro boscaglie e montagne. In ogni stagione scorrevano giù per l'Elba
intere flotte di barche, piene di valorose ed intrepide compagnie, che
aspiravano a vedere l'immenso aspetto dell'Oceano, ed a gustare la
ricchezza ed il lusso di incogniti Mondi. Sembrerebbe però verosimile,
che i più copiosi ausiliari dei Sassoni fossero somministrati dalle
nazioni, che abitavan lungo i lidi del Baltico. Avevano esse armi e
navi, l'arte della navigazione e l'abitudine della guerra marittima; ma
la difficoltà di passar le colonne d'Ercole settentrionali[103], le
quali per più mesi dell'anno eran chiuse dal ghiaccio, limitava la loro
perizia e il loro coraggio dentro i confini d'uno spazioso lago. La fama
dei fortunati successi di quelli, che navigavano dalla bocca dell'Elba,
dovea ben presto incitarli ad attraversare lo stretto istmo di Slesvvig,
ed a lanciare le loro navi nell'ampio mare. Le varie truppe di pirati e
di avventurieri che combattevano sotto l'istesso stendardo, appoco
appoco s'unirono in una società permanente, di ruberie a principio, e di
governo in appresso. D'una confederazion militare a grado a grado
formossi un corpo di nazione, mediante le dolci operazioni del
matrimonio e della consanguineità; e le circonvicine tribù, che ne
sollecitavano l'alleanza, presero il nome e le leggi dei Sassoni. Se il
fatto non fosse renduto certo dalle più indubitabili prove, parrebbe che
noi ci abusassimo della credulità dei nostri lettori, descrivendo i
vascelli, nei quali i Sassoni pirati arrischiaronsi a scherzare coi
flutti dell'Oceano Germanico, del canale Britannico, e della baia di
Biscaglia. La chiglia delle lor larghe e piatte barche era formata di
leggiero legname; ma i lati e le opere morte non eran che di vimini con
una coperta di forti pelli[104]. Nel corso delle tarde loro e distanti
navigazioni dovettero sempre trovarsi esposti a' pericoli, e molto
spesso alla disgrazia del naufragio, e gli annali marittimi dei Sassoni
furon senza dubbio ripieni di ragguagli delle perdite che essi fecero
sulle coste della Britannia e della Gallia. Ma l'audace spirito dei
pirati affrontò i pericoli tanto del mare che del lido; la lor perizia
fu confermata dall'abitudine delle imprese; l'infimo dei loro marinari
era ugualmente capace di maneggiare un remo e d'alzare una vela, che di
regolare un vascello; ed i Sassoni si rallegravano all'aspetto d'una
tempesta, che occultava i loro disegni, e dispergeva le flotte
nemiche[105]. Dopo d'aver acquistato un'esatta cognizione delle Province
marittime d'Occidente, estesero più oltre le loro depredazioni, ed i
luoghi più remoti avean ragion di temere per la lor sicurezza. I navigli
Sassoni pescavan sì poco, che potevan facilmente rimontar quaranta o
cento miglia su pei gran fiumi; tanto piccolo era il loro peso, che
trasportavansi sopra dei carri da un fiume all'altro; ed i pirati, che
erano entrati nell'imboccatura della Senna o del Reno, potevan
discendere pel rapido corso del Rodano giù nel Mediterraneo. Le Province
marittime della Gallia furon molestate dai Sassoni sotto il regno di
Valentiniano; fu posto un Conte militare a difesa della costa o del
confine Armorico; e quest'uffiziale che non trovò la sua forza o abilità
sufficiente all'impresa, implorò l'aiuto di Severo, Generale
dell'infanteria. I Sassoni, circondati ed oppressi dal numero, furon
costretti ad abbandonare le loro spoglie, ed a cedere una scelta truppa
dell'alta loro e robusta gioventù per militare negli eserciti Imperiali.
Essi non stipularono che una sicura ed onorevole ritirata; e facilmente
accordossi tal condizione dal Generale Romano, che meditava un atto di
perfidia[106] non meno inumano che imprudente, finchè restava in vita ed
in armi un solo Sassone, che vendicar potesse la sorte dei suoi
nazionali. Il prematuro ardore de' fanti, che erano stati posti
segretamente in una profonda valle, manifestò l'imboscata: e sarebbero
forse restati vittime del lor tradimento, se un grosso corpo di corazze,
eccitato dallo strepito della pugna, non si fosse velocemente avanzato a
trar d'angustia i compagni, e ad opprimere l'indomito valore dei
Sassoni. Si salvarono alcuni prigionieri dal furor della spada per
spargere il sangue nell'anfiteatro; e l'oratore Simmaco si duole, che
ventinove di quei disperati selvaggi, strangolandosi con le proprie
mani, avessero impedito il divertimento del Pubblico. Ciò nondimeno i
filosofi ed i culti cittadini di Roma concepirono un profondo orrore,
quando furono informati che i Sassoni consacravano agli Dei la decima
delle loro prede _umane_, e che determinavano a sorte gli oggetti del
barbaro sacrifizio[107].
II. Le favolose colonie degli Egizj e dei Troiani, degli Scandinavi e
degli Spagnuoli, che lusingavano l'ambizione, e divertivano la credulità
dei nostri rozzi antenati, sono insensibilmente svanite alla luce della
scienza e della filosofia[108]. Il presente secolo è persuaso della
semplice e ragionevole opinione, che le isole della Gran Brettagna e
dell'Irlanda fossero appoco appoco popolate dal vicino continente della
Gallia. Si è conservata la distinta memoria d'un'origine Celtica dalla
costa di Kent fino all'estremità di Catness e d'Ulster nella costante
somiglianza della lingua, della religione e dei costumi; ed i caratteri
particolari delle tribù Britanniche possono attribuirsi naturalmente
all'influenza di circostanze accidentali e locali[109]. La provincia
Romana era ridotta allo stato di civile e pacifica servitù; i diritti
della selvaggia libertà s'eran ristretti agli angusti confini della
Caledonia. Gli abitanti di quella Settentrionale regione fino dal regno
di Costantino eran divisi nelle due grandi tribù degli Scoti e dei
Pitti[110], che dopo hanno avuto una sorte molto diversa. È restata
estinta la potenza e quasi anche la memoria dei Pitti dai fortunati loro
rivali; e gli Scoti, dopo d'aver conservato per più secoli la dignità
d'un regno indipendente, hanno, mercè di un'uguale e volontaria unione,
accresciuto l'onore del nome Inglese. La mano della natura aveva
contribuito a fissare l'antica distinzione degli Scoti e dei Pitti. I
primi abitavan nei monti, ed i secondi nel piano. La costa orientale
della Caledonia può risguardarsi come un uguale e fertile paese, che
anche in un rozzo stato d'agricoltura poteva produrre una quantità
considerabile di grano; e l'epiteto di _cruitnich_, o mangiatori di
frumento, esprimeva il disprezzo o l'invidia dei carnivori montanini.
Può la cultura della terra introdurre una separazione più esatta di
beni, e l'abitudine di una vita sedentaria; ma la passion dominante dei
Pitti era sempre l'amore delle armi e della rapina; ed i loro guerrieri,
che nel tempo della battaglia solevan nudarsi, eran distinti agli occhi
dei Romani per uno strano costume che avevano, di colorire i lor corpi
con vivi colori e con capricciose figure. La parte occidentale della
Caledonia s'innalza irregolarmente in selvagge e nude montagne, che
scarsamente compensano il travaglio dell'agricoltore, e sono con
maggiore vantaggio impiegate nella pastura dei greggi. I montanari si
diedero dunque alle occupazioni di pastori e di cacciatori; e siccome
rade volte si fissavano in alcuna stabile abitazione, acquistarono
l'espressivo nome di Scoti, che nella lingua Celtica dicesi equivalere a
quello di ambulatori vagabondi. Gli abitanti di uno steril terreno furon
costretti a cercare un altro sussidio di cibo nell'acqua. I profondi
laghi, e le baie, che intersecano il loro paese, sono abbondantemente
provvedute di pesce; ed appoco appoco s'arrischiarono a gettar le reti
nell'Oceano. La vicinanza dell'Ebridi, sparse in tanta copia lungo la
costa occidentale della Scozia, tentò la curiosità e migliorò la perizia
loro; ed a grado a grado appresero l'arte o piuttosto l'abitudine di
maneggiare le loro barche in un mar tempestoso, e di regolare il
notturno loro corso col lume delle stelle ben note. I due acuti
promontori della Caledonia quasi toccano i lidi di una spaziosa isola, a
cui per la sua lussureggiante vegetazione fu dato il nome di _verde_, ed
ha conservato con una piccola differenza lo denominazione d'_Erin_ o
_Jerne_, o _Irlanda_. Egli è _probabile_, che in qualche distante
periodo d'antichità le fertili pianure d'Ulster ricevessero una colonia
di affamati Scoti, e che gli stranieri del Norte, che avevano ardito
d'affrontare le armi delle legioni, dilatassero le loro conquiste sopra
i selvaggi e non guerrieri abitanti d'un'isola solitaria. Egli è certo,
che nella decadenza del Romano Impero, la Caledonia, l'Irlanda e l'isola
di Man erano abitate dagli Scoti, e che quelle congiunte Tribù, spesso
associate fra loro nelle imprese militari, erano altamente impegnate nei
vari accidenti della respettiva loro fortuna. Essi tennero lungamente
cara la viva tradizione del comune lor nome ed origine; ed i Missionari
dell'isola de' Santi, che sparser la luce del Cristianesimo nella
Britannia Settentrionale, stabilirono la vana opinione, che gli
Irlandesi lor nazionali fossero i padri naturali non meno che spirituali
della stirpe Scozzese. Ci è stata conservata questa incerta ed oscura
tradizione dal venerabile Beda, che sparse qualche raggio di luce fra le
tenebre dell'ottavo secolo. Su questo debole fondamento a grado a grado
s'eresse una grossa fabbrica di favole dai Bardi e dai Monaci; due
specie di persone, che ugualmente abusarono del privilegio di fingere.
La nazione Scozzese, con orgoglio male inteso, adottò la sua Irlandese
genealogia; e si sono adornati gli annali di una lunga serie di Re
immaginari dalla fantasia di Boezio, e dalla classica eleganza di
Bucanano[111].
[A. D. 343-366]
Sei anni dopo la morte di Costantino, le rovinose irruzioni degli Scoti
e dei Pitti richiesero la presenza del suo figlio minore, che regnava
nell'Impero occidentale. Costante visitò i suoi stati Britannici; ma
possiam formare qualche giudizio dell'importanza delle sue operazioni
dal linguaggio del panegirico, che celebra soltanto il suo trionfo sugli
elementi, o in altri termini la buona fortuna d'un salvo e felice
passaggio dal porto di Bologna a quello di Sandwich[112]. Le calamità,
che i miseri Provinciali continuavano a soffrire per la guerra di fuori,
e per la domestica tirannia, furono aggravate dalla debole e corrotta
amministrazione degli eunuchi di Costanzo; ed il passeggiero sollievo,
che aver poterono dalle virtù di Giuliano, tosto svanì per l'assenza e
la morte del loro benefattore. Le somme d'argento e d'oro, che erano
state a gran fatica raccolte o generosamente trasmesse pel pagamento
delle truppe, furono intercettate dall'avarizia de' Comandanti;
pubblicamente vendevansi le dimissioni, o almen l'esenzioni dal servizio
militare; la miseria dei soldati, che erano ingiustamente spogliati
della legittima e scarsa lor sussistenza, gl'induceva a spesse
diserzioni; erano rilassati i nervi della disciplina; e le pubbliche
strade infestate dai ladroni[113]. L'oppressione dei buoni e l'impunità
dei malvagi contribuivano ugualmente a sparger nell'isola uno spirito di
malcontentezza e di ribellione; ed ogni suddito ambizioso, ogni esule
disperato poteva concepire una ragionevole speranza di sovvertire il
debole e distratto governo della Britannia. Le nemiche tribù
Settentrionali, che destavan l'orgoglio e il potere del Re del Mondo,
sospesero i domestici loro odj; ed i Barbari della terra e del mare, gli
Scoti cioè i Pitti ed i Sassoni, si diffuser con rapido ed irresistibil
furore dalla muraglia d'Antonino fino ai lidi di Kent. Nella ricca e
fertil provincia della Britannia erasi accumulata ogni produzione della
natura e dell'arte, ogni oggetto di comodità o di lusso, che quelli
erano incapaci di formar col lavoro, o di procurarsi per via del
commercio[114]. Un filosofo può deplorare in vero l'eterna discordia del
genere umano; ma dovrà confessare, che la brama della preda è un
eccitamento più ragionevole che la vanità della conquista. Dal tempo di
Costantino fino a quello dei Plantageneti, questo rapace spirito
continuò a dominare i poveri e robusti Caledoni; ma quell'istesso
popolo, la generosa umanità del quale pare che inspirasse i canti
d'Ossian, fu disonorato da una selvaggia ignoranza delle virtù della
pace e delle leggi della guerra. I loro meridionali vicini han provato e
forse esagerato le crudeli depredazioni degli Scoti e de' Pitti[115]; e
gli Attacotti[116], valorosa tribù della Caledonia, prima nemici e poi
soldati di Valentiniano, da un testimone di veduta sono accusati di
essersi deliziati nel gustare la carne umana. Si dice, che quando
andavano a caccia nei boschi, attaccavano più i pastori che il bestiame,
e che avidamente sceglievano le più delicate e carnose parti, sì degli
uomini che delle donne, cui essi preparavano per gli orridi loro
conviti[117]. Se realmente si è trovata nelle vicinanze della
commerciante e letterata città di Glascovia una razza di cannibali, si
possono ravvisare nel corso dell'istoria Scozzese gli opposti estremi
d'una vita selvaggia ed incivilita. Queste riflessioni tendono ad
ampliare il giro delle nostre idee, ed a secondare la piacevole
speranza, che la nuova Zelanda in qualche secolo futuro possa produrre
l'Hume dell'emisfero Meridionale.
Ogni messaggio, che attraversar poteva il canale Britannico, portava
alle orecchie di Valentiniano le più triste e terribili nuove; e
l'Imperatore fu tosto informato, che i due militari Comandanti della
Provincia erano stati sorpresi e tagliati a pezzi dai Barbari. Fu
spedito in fretta Severo, Conte dei domestici, e con ugual celerità
richiamato, dalla Corte di Treveri. Le rappresentanze di Giovino non
servirono che ad indicar la grandezza del male; e dopo una lunga e seria
deliberazione, fu affidata la difesa o piuttosto la ricuperazione della
Britannia all'abilità del valoroso Teodosio. Le imprese di tal Generale,
che fu padre d'una serie d'Imperatori, si son celebrate con particolar
compiacenza dagli scrittori di quel tempo: era però degno del loro
applauso il reale suo merito; e fu ricevuta dall'esercito e dalla
provincia la scelta di lui, come un sicuro presagio di vicina vittoria.
Ei prese il momento favorevole alla navigazione; e pose in terra sicure
le numerose e veterane truppe degli Eruli e dei Batavi, de' Gioviani e
dei Vittori. Nella sua marcia da Sandwich a Londra, Teodosio disfece
vari corpi di Barbari, liberò una moltitudine di schiavi, e dopo aver
distribuito ai soldati una piccola parte della preda, acquistossi la
fama d'una disinteressata giustizia con restituire il rimanente ai
legittimi proprietari. I cittadini di Londra, che avevan quasi disperato
della loro salute, spalancaron le porte; ed appena Teodosio ebbe
ottenuto dalla Corte di Treveri l'importante aiuto di un Luogotenente
militare, e d'un Governatore civile, eseguì con saviezza e vigore il
laborioso disegno di liberare la Britannia. Si richiamarono ai loro
stendardi i soldati vaganti; un editto di general perdono dissipò i
pubblici timori; ed il gradito suo esempio alleggerì il rigore della
marzial disciplina. Il variabile metodo di guerreggiare dei Barbari, che
divisi in più corpi infestavan la terra ed il mare, lo privò della
gloria d'una segnalata vittoria; ma si conobbe il prudente spirito e la
consumata perizia d'un Generale Romano nelle operazioni di due campagne,
che liberarono l'una dopo l'altra ogni parte della provincia dalle mani
d'un crudele e rapace nemico. Fu diligentemente restituito lo splendore
alle città e la sicurezza alle fortificazioni dalla paterna cura di
Teodosio, il quale con la forte sua destra confinò i Caledoni tremanti
nell'angolo settentrionale dell'isola, e perpetuò col nome e con lo
stabilimento della nuova provincia di _Valenza_ le glorie del regno di
Valentiniano[118]. La voce della poesia e del panegirico può aggiungere
forse con qualche grado di verità, che le incognite regioni di Tule
imbrattate furon dal sangue dei Pitti; che i remi di Teodosio percossero
i flutti dell'Oceano iperboreo; e che le remote Orcadi furon la scena
della sua vittoria navale sopra i pirati Sassoni[119]. Ei lasciò la
provincia con una buona e splendida reputazione, e fu immediatamente
promosso al posto di Generale della cavalleria da un Principe, che
applaudir poteva senza invidia al merito dei propri sudditi.
Nell'importante posto dell'alto Danubio il conquistatore della Britannia
represse e disfece le armate degli Alemanni, avanti d'esser destinato a
sopprimere la ribellione dell'Affrica.
[A. 366]
III. Il Principe, che ricusa d'esser il giudice, insegna al popolo di
risguardarlo come il complice dei suoi ministri. Si era per lungo tempo
esercitato il comando militare dell'Affrica dal Conte Romano, ed a quel
posto non era inferiore la sua abilità; ma siccome il sordido interesse
era l'unico motivo di sua condotta, egli diportavasi in molte occasioni
come se fosse stato nemico della provincia, ed amico dei Barbari del
deserto. Le tre floride città di Oea, di Leptis, e di Sabrata, che sotto
il nome di Tripoli avevano già da gran tempo stabilita una unione
federativa[120], furon costrette per la prima volta a chiudere le porte
contro un'ostile invasione; molti dei loro più onorevoli cittadini furon
sorpresi e trucidati, saccheggiati i villaggi ed anche i sobborghi; ed
estirpate le viti e gli alberi fruttiferi di quel ricco territorio dai
maliziosi selvaggi della Getulia. I miseri Provinciali implorarono la
protezione di Romano; ma presto si accorsero che il loro Governatore
militare non era meno crudele e rapace dei Barbari. Poichè non erano
essi capaci di somministrare i quattromila cammelli, e l'esorbitante
donativo, che egli esigeva prima di marciare in soccorso di Tripoli, la
sua domanda equivaleva a un rifiuto, e poteva esser giustamente accusato
come l'autore della pubblica calamità. Nella annuale assemblea delle tre
città, furono eletti due Deputati per portare a' piedi di Valentiniano
la solita offerta di una vittoria d'oro, ed accompagnar questo tributo
di dovere, piuttosto che di gratitudine, coll'umile loro querela di
essere rovinati dal nemico e traditi dal loro Governatore. Se la
severità di Valentiniano fosse stata ben regolata, avrebbe dovuto cadere
sulla rea testa di Romano. Ma il Conte, molto esperto nelle arti della
corruzione, avea mandato un veloce e fedel messaggiero per assicurarsi
della venale amicizia di Remigio, Maestro degli Uffizi. La saviezza del
consiglio Imperiale fu ingannata dall'artifizio, e raffreddatone il
giusto sdegno dalla dilazione. Finalmente, quando la replica delle
doglianze fu giustificata dalla reiterazione delle pubbliche angustie,
fu spedito dalla Corte di Treveri il notaro Palladio ad esaminare lo
Stato dell'Affrica e la condotta di Romano. Facilmente si disarmò la
rigida imparzialità di Palladio; fu egli tentato a riservare per sè una
parte del tesoro pubblico, che portava seco pel pagamento delle truppe;
e dal momento, in cui fu testimone a se stesso del proprio delitto, non
potè più ricusar d'attestare l'innocenza ed il merito del Conte. Si
dichiarò frivola e falsa l'accusa dei Tripolitani; e da Treveri fu
rimandato nell'Affrica Palladio stesso con una speciale commissione per
iscuoprire e perseguitare gli autori di quell'empia cospirazione contro
i rappresentanti del Sovrano. Le sue ricerche maneggiate furono con
tanta destrezza e felicità, che obbligò i cittadini di Leptis, i quali
di fresco avean sostenuto un assedio di otto giorni, a contraddire la
verità dei propri loro decreti, ed a censurar la condotta dei lor
deputati. Dalla temeraria e caparbia crudeltà di Valentiniano si
pronunziò senza esitare una sanguinosa sentenza. Per espresso comando
dell'Imperatore fu pubblicamente decapitato in Utica il presidente di
Tripoli, che aveva preteso di aver compassione delle angustie della
provincia; furon posti a morte quattro distinti cittadini come complici
dell'immaginaria frode; e a due altri fu tagliata la lingua. Romano,
superbo per l'impunità, ed irritato dalla resistenza continuò a godere
il comando militare, finattanto che gli Affricani provocati furono
dall'avarizia di lui ad unirsi allo stendardo ribelle di Firmo il
Mauritano[121].
[A. D. 372]
Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani
che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato
dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si
disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de' suoi figli,
in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L'implacabile
zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo
omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di
odio personale: ma in quest'occasione le sue pretensioni eran giuste; la
sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva
presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del
concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo[122]. Esso fu ricevuto
come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era
formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell'Affrica
divenne un oggetto d'universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu
saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città
refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo
si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e
pareva che egli non fosse più dubbioso che nell'assumere o il diadema di
Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl'imprudenti ed
infelici Affricani presto s'accorsero, che in questa inconsiderata
rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o
l'abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna
certa notizia, che l'Imperator d'Occidente avesse determinata la scelta
di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla
bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una
piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri
sulla costa dell'Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla
superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse
armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente
all'uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili
circostanze si erano praticati dall'astuto Giugurta. Ei tentò
d'ingannare con un'apparente sommissione la vigilanza del Generale
Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata
della guerra coll'impegnar l'una dopo l'altra le tribù indipendenti
dell'Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso.
Teodosio imitò l'esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore
Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed
umilmente sollecitò la clemenza dell'Imperatore, il Luogotenente di
Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma
premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d'un
pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai
persuadere a sospendere per un momento le operazioni d'un'attiva guerra.
Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un'oscura cospirazione; ed
egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che
segretamente aveva eccitato. Molti de' rei complici di Firmo furono
abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d'una esecuzion
militare; molti altri più, mediante l'amputazione di ambe le mani,
continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d'orrore; l'odio dei
ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei
soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le
immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante
era impossibile d'impedir la fuga di Firmo; e se avesse l'usurpatore
potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua
persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar
la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla
perseveranza di Teodosio, che avea fatto un'inflessibile risoluzione di
non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d'involger nella
rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di
sostenerne la causa. Alla testa d'un piccolo corpo di truppe, che rare
volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale
Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza
timore, nel cuore d'un paese, in cui veniva attaccato alle volte da
eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina
disordinava l'irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle
opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli
ignoti ripieghi dell'arte militare, e sentirono e confessarono la giusta
superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d'una incivilita
nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d'Igmazen Re degli
Isaflensi, l'altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo
nome, e l'oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non
timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo,
che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone.
Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli
ordini dell'invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni,
sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo
nemico avea forza e risolutezza capace d'eseguire quella fatal minaccia,
consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d'un reo
fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di
Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno,
dopo d'aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse
l'insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte.
Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire
all'Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio
riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più
vive acclamazioni di gioia e di fedeltà[123].
[A. 376]
S'era perduta l'Affrica pe' vizi di Romano e ricuperata per le virtù di
Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in
investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero
dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l'autorità del Conte Romano dal
Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed
onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran
dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con
impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e
potente favore di Mellobaude l'animò a ricusare i legittimi suoi
giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla
di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta
coll'altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo
tempo, il restauratore della Britannia e dell'Affrica, sopra un incerto
sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di
suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più
Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l'impunità di Romano
si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono
della confidenza, ed ingannarono l'inesperta gioventù dei suoi
figli[124].
Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le
operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità
seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa
enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell'Affrica, si
può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera
stirpe dei Mori, che abitavano gl'interni stabilimenti delle province
della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato
dagli Arabi) dei datteri e dello locuste[125]; e che come andava
nell'Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si
ristringevano i limiti della civiltà e dell'agricoltura. Oltre gli
ultimi confini de' Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud
s'estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i
quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran
Penisola dell'Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse
la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori[126]; ed alle
volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di
uomini o piuttosto di mostri[127], di satiri con le corna e col piede
forcuto[128], di favolosi centauri[129], e di umani pimmei, che facevano
un'audace e dubbiosa guerra contro le grue[130]. Cartagine avrebbe
tremato alla strana notizia che le terre di là dall'equatore eran piene
d'innumerabili popoli, i quali non differivano dall'ordinaria figura
della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero
avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari,
che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del
Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali
oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione
del carattere degli Affricani loro nemici. L'inazione per altro dei Neri
non sembra che sia l'effetto nè della virtù, nè della pusillanimità
loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed
appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti
d'ostilità[131]. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun
arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di
formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della
zona temperata facilmente hanno scoperta l'inferiorità delle loro
potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s'imbarcano dalla
costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo
loro paese; ma sono imbarcati in catene[132]; e tal continua emigrazione
che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da
soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell'Europa e la debolezza
dell'Affrica.
[A. 365-378]
IV. Era stato fedelmente eseguito dalla parte dei Romani l'ignominioso
trattato, che salvò l'esercito di Gioviano; e siccome avevano essi
rinunziato solennemente alla sovranità ed alleanza dell'Armenia e
dell'Iberia, quei tributari due regni si trovarono esposti senza
protezione alle armi del Monarca Persiano[133]. Entrò Sapore nel
territorio dell'Armenia, conducendo un formidabile esercito di corazze,
di arcieri e d'infanteria mercenaria; ma era un invariabile suo costume
il mescolare la guerra con la negoziazione, e risguardar la falsità e lo
spergiuro, come gli istrumenti più efficaci della reale politica. Egli
affettò di lodare la prudente e moderata condotta del Re d'Armenia; ed
il non diffidente Tiranno si lasciò persuadere dalle replicate
assicurazioni d'un'insidiosa amicizia a dar la propria persona in mano
ad un infido e crudele nemico. In mezzo ad uno splendido convito fu
posto in catene d'argento, quasi fosse un onore dovuto al sangue degli
Arsacidi; e dopo una breve dimora nella Torre dell'Oblivione ad
Ecbatana, fu liberato dalle miserie della vita per mezzo o del suo
proprio pugnale, o di quello d'un assassino. Il regno dell'Armenia fu
ridotto alla condizione d'una provincia Persiana; ne fu divisa
l'amministrazione fra un nobile Satrapo, ed un favorito Eunuco; e Sapore
senza indugio marciò a soggiogare il marziale spirito degli Iberi.
Sauromace, che per concessione degl'Imperatori vi regnava, fu espulso
dalla forza superiore; ed il Re dei Re, insultando alla maestà di Roma,
pose il diadema sul capo all'abbietto suo vassallo Aspacura. La città
d'Artogerassa[134] fu l'unico luogo dell'Armenia, che ardisse resistere
allo sforzo delle sue armi. Il tesoro depositato in quella forte rocca
tentava l'avarizia di Sapore; ma il pericolo d'Olimpiade, moglie o
vedova del Re d'Armenia, eccitò la pubblica compassione, ed animò il
disperato valore dei sudditi e soldati di essa. I Persiani furon
sorpresi e rispinti sotto le mura d'Artogerassa da una coraggiosa e ben
concertata sortita che fecero gli assediati. Ma di continuo si
rinnovavano ed accrescevan le forze di Sapore; s'esaurì finalmente il
disperato coraggio della guarnigione; cederono all'assalto le mura; e
l'altiero vincitore, dopo d'aver messo a ferro e fuoco la ribelle città,
condusse via schiava una sfortunata Regina, che in un più prospero tempo
era stata destinata per isposa del figlio di Costantino[135]. Se però
Sapore trionfava già della facil conquista di due dipendenti regni,
presto s'accorse che non può dirsi soggiogato un paese, fin tanto che
infierisce negli animi del popolo uno spirito d'ostilità e di
contumacia. I Satrapi, ai quali fu egli costretto d'affidarsi,
abbracciaron la prima occasione che ebbero di riguadagnar l'affezione
dei loro compatriotti, e di segnalare l'odio immortale che portavano al
nome Persiano. Gli Armeni e gl'Iberi, dopo la lor conversione,
risguardavano i Cristiani come i favoriti, ed i Magi come i nemici
dell'Ente Supremo; l'influenza parimente del Clero sopra un popolo
superstizioso si esercitava in favore di Roma, e finchè i successori di
Costantino disputarono con quelli d'Artaserse la sovranità delle
intermedie Province, la connessione religiosa portò sempre un vantaggio
decisivo dalla parte dell'Impero. Un numeroso ed attivo partito
riconobbe Para, figlio di Tirano, per legittimo Sovrano d'Armenia; ed il
diritto di esso al trono avea le sue profonde radici nell'ereditaria
successione di cinquecento anni. Per unanime consenso degl'Iberi fu
diviso ugualmente il paese fra' rivali due Principi; ed Aspacura che era
debitor del diadema all'elezione di Sapore, fu costretto a dichiarare,
che il riguardo pe' suoi figliuoli ch'eran ritenuti in ostaggio dal
Tiranno, era l'unico riflesso che l'impediva di rinunziare apertamente
all'alleanza della Persia. L'Imperator Valente che rispettava le
convenzioni del trattato, e temeva d'impegnar l'Oriente in una
pericolosa guerra, tentò con lenti e cauti passi di sostenere il partito
Romano nei Regni d'Iberia e d'Armenia. Dodici Legioni stabilirono
l'autorità di Sauromace sulle rive del Ciro. L'Eufrate era difeso dal
valore d'Arinteo. Un potente esercito sotto il comando del Conte
Trajano, e di Vadomairo, Re degli Alemanni, pose il campo nei confini
dell'Armenia. Ma fu strettamente ordinato loro di non essere i primi a
commettere ostilità, che potessero interpretarsi come un'infrazione del
trattato: e tale fu l'implicita obbedienza del Generale Romano, che i
soldati si ritirarono con esemplare pazienza sotto una pioggia di dardi
Persiani, insino a che avessero chiaramente acquistato un giusto diritto
ad una legittima ed onorevol vittoria. Queste apparenze di guerra però
insensibilmente si ridussero ad una vana e tediosa negoziazione. Ambe le
parti sostenevan le lor pretensioni con mutui rimproveri di ambizione e
di perfidia; e sembra che il trattato originale fosse espresso in
termini molto oscuri, giacchè furono esse ridotte alla necessità
d'inconcludentemente appellarsi alla parzial testimonianza de' Generali
di ambedue le nazioni, che si erano trovati presenti al trattato
medesimo[136]. L'invasione dei Goti e degli Unni, che poco dopo scosse i
fondamenti del Romano Impero, espose le Province dell'Asia alle armi di
Sapore. Ma l'età cadente e forse le infermità del Monarca gli suggeriron
nuove massime di moderazione e di pace. La sua morte, che accadde nella
piena maturità d'un regno di settanta anni, cangiò in un istante la
Corte ed i consigli della Persia; e probabilmente ne fu impiegata
l'attenzione nelle domestiche turbolenze, e nei distanti sforzi di una
guerra Carmania[137]. Nel godimento della pace si perdè la rimembranza
delle antiche ingiurie; fu permesso ai Regni dell'Armenia e dell'Iberia
pel reciproco, sebbene tacito, consenso di ambi gl'Imperi di riprendere
la dubbiosa loro neutralità; e nei primi anni del regno di Teodosio,
giunse a Costantinopoli un'ambasceria Persiana per iscusare i mal
giustificabili passi del precedente regno; e per offerire, come un
tributo d'amicizia o anche di rispetto, uno splendido donativo di gemme,
di seta e di elefanti dell'India[138].
[A. 384]
Nella general pittura degli affari Orientali sotto il regno di Valente,
le avventure di Para formano uno degli oggetti più singolari e di
maggior effetto. Il nobile Giovane, cedendo alle persuasioni d'Olimpia
sua madre, era fuggito attraverso l'oste Persiana, che assediava
Artogerassa, ed aveva implorato la protezione dell'Imperator
dell'Oriente. Pei timidi suoi consigli, Para fu alternativamente
sostenuto e richiamato, restituito ai suoi Stati, e tradito. Furono per
qualche tempo eccitate le speranze degli Armeni dalla presenza del lor
naturale Sovrano; ed i Ministri di Valente si persuadevano di mantenere
l'integrità della fede pubblica, se non concedeva egli al suo vassallo
di prendere il diadema ed il titolo di Re. Ma presto si pentirono della
loro imprudenza. Restaron confusi dai rimproveri e dalle minacce del
Monarca Persiano. Ebbero anche ragione di diffidare dell'indole crudele
ed incostante di Para medesimo, che sacrificava le vite dei suoi sudditi
più fedeli ai più tenui sospetti, e teneva una segreta e vergognosa
corrispondenza coll'assassino del proprio padre e col nemico della sua
patria. Para, collo specioso pretesto di deliberare coll'Imperatore
intorno ai comuni loro interessi, fu indotto a discendere dalle montagne
dell'Armenia, dove il suo partito era in armi, e ad affidare la propria
indipendenza e salute alla discrezione d'una perfida Corte. Il Re
dell'Armenia (giacchè tale appariva egli ai propri occhi, ed a quelli
della sua nazione) fu ricevuto coi dovuti onori da' Governatori delle
Province per le quali passava; ma quando arrivò a Tarso nella Cilicia,
sotto vari pretesti fu arrestato il progresso del suo viaggio; si
guardavano con rispettosa vigilanza i suoi movimenti; ed appoco appoco
s'accorse d'esser prigioniero in balìa dei Romani. Egli soppresse allora
lo sdegno, coprì i suoi timori, e dopo d'essersi preparata segretamente
la fuga, montò a cavallo con trecento de' suoi fedeli seguaci.
L'uffiziale, che stava alla porta del suo appartamento, immediatamente
partecipò tal fuga al Consolare della Cilicia, che lo sopraggiunse nei
sobborghi, e tentò senza effetto di dissuaderlo dal proseguire quel
temerario e pericoloso disegno. Fu ordinato ad una legione d'inseguire
il fuggitivo Reale; ma l'inseguimento dell'infanteria non poteva dare
gran fastidio ad un corpo di cavalleria leggiera, e dopo il primo nuvolo
di dardi che furono scagliati nell'aria, precipitosamente si ritirarono
alle porte di Tarso. Dopo una continua marcia di due giorni e due notti,
Para giunse co' suoi Armeni alle sponde dell'Eufrate; ma il passaggio
del fiume, che doverono traversare a nuoto, portò seco qualche dilazione
e qualche perdita. Il paese era in armi; e le due strade, non separate
che da uno spazio di tre miglia, erano state prese da mille arcieri a
cavallo sotto gli ordini di un Conte e d'un Tribuno. Para avrebbe dovuto
cedere alla maggior forza, se l'accidentale arrivo d'un viaggiatore suo
amico non gli avesse manifestato il pericolo ed i mezzi per evitarlo. Un
oscuro e quasi impraticabil sentiero per un folto bosco condusse in
sicuro la truppa Armena, e Para si era lasciati dietro il Conte ed il
Tribuno, mentre stavano essi pazientemente aspettando l'arrivo di lui
per le pubbliche strade. Tornarono dunque alla Corte Imperiale, scusando
la loro mancanza di diligenza o di successo; e seriamente addussero in
lor difesa, che il Re d'Armenia, il quale era un abile Mago, aveva
trasformato se stesso ed i compagni, ed era passato avanti ai lor occhi
sotto un'altra figura. Tornato Para al nativo suo regno, tuttavia
continuò a professarsi amico ed alleato dei Romani; ma questi troppo
aspramente l'avevano ingiuriato per lasciarlo in pace, e fu pronunziata
nel consiglio di Valente la segreta sentenza della sua morte. Fu
commessa la fatale esecuzione di essa alla sottil prudenza del Conte
Trajano; ed egli ebbe il merito d'insinuarsi nella confidenza del
credulo Principe in modo, che potè trovar la comodità di trafiggergli il
cuore. Para fu invitato ad un banchetto Romano che era stato preparato
con tutta la pompa e tutto il lusso Orientale; la sala risuonava di
grata musica, e la compagnia era già riscaldata dal vino, allorchè il
Conte ritirossi per un momento, sfoderò la spada, e diede il segno
dell'uccisione. Immediatamente corse addosso al Re d'Armenia un robusto
e disperato Barbaro; e quantunque egli bravamente difendesse la propria
vita con la prima arma che a caso gli capitò nelle mani, la mensa
dell'Imperial comandante restò macchiata dal sangue reale d'un ospite e
d'un alleato. Tanto eran deboli e malvagie le massime del governo
Romano, che per giungere ad un fine dubbioso di politico interesse,
crudelmente si violavano in faccia al Mondo le leggi delle nazioni ed i
sacri diritti dell'ospitalità[139].
V. Nel pacifico intervallo di trent'anni i Romani assicuraron le loro
frontiere, ed i Goti estesero i loro dominj. Le vittorie del
grand'Ermanrico[140], Re degli Ostrogoti, ed il più nobile nella stirpe
degli Amali, si son paragonate dall'entusiasmo dei suoi nazionali alle
imprese d'Alessandro, con questa singolare e quasi incredibile
differenza, che lo spirito marziale dell'Eroe Gotico, invece di esser
sostenuto dal vigore della gioventù, si manifestò con gloria e successo
nell'ultimo periodo della vita umana, fra l'età di ottanta e di
centodieci anni. Le indipendenti tribù furon persuase o costrette a
riconoscere il Re degli Ostrogoti per Sovrano della nazione Gotica: i
Capi dei Visigoti o dei Tervingi rinunziarono al titolo Reale, ed
assunsero il più basso nome di _Giudici_; e fra questi Atanarico,
Fritigerno, ed Alvavivo erano i più illustri pel personale lor merito,
non meno che per la vicinanza alle province Romane. Quelle domestiche
conquiste, le quali accrebbero la forza militare d'Ermanrico,
ingrandirono anche gli ambiziosi disegni di lui. Esso invase gli
addiacenti paesi del Nord, e dodici considerabili nazioni, delle quali
non si possono esattamente definire i nomi ed i limiti, l'una dopo
l'altra cederono alla superiorità delle armi Gotiche[141]. Gli Eruli,
che abitavano le pantanose terre vicine alla palude Meotide, eran
celebri per la loro forza ed agilità; ed in tutte le guerre dei Barbari
veniva con ardore sollecitato, ed altamente stimato l'aiuto della loro
infanteria leggiera. Ma lo spirito attivo degli Eruli fu soggiogato
dalla lenta e costante perseveranza dei Goti; e dopo una sanguinosa
azione in cui restò morto il Re, i residui di quella guerriera tribù
divennero un utile aumento all'esercito di Ermanrico. Marciò egli allora
contro dei Venedi, non abili nell'uso delle armi, e solo formidabili pel
loro numero, i quali occupavano la vasta estensione delle pianure della
moderna Polonia. I vittoriosi Goti, che non eran di numero inferiori ad
essi, prevalsero nella pugna mercè dei vantaggi decisivi della
disciplina e dell'esercizio. Dopo d'aver sottomesso i Venedi, s'avanzò
il conquistatore senza alcuna resistenza fino ai confini degli
Estj[142], antico popolo, di cui tuttavia conservasi il nome nella
Provincia d'Estonia. Quei remoti abitanti della costa Baltica si
sostenevano mediante i lavori dell'agricoltura, s'arricchivano col
commercio dell'ambra, ed erano addetti al culto speciale della madre
degli Dei. Ma la scarsità del ferro costringeva i guerrieri Estj a
contentarsi di clave di legno; e si attribuisce la riduzione di quel
ricco paese alla prudenza piuttosto che all'armi d'Ermanrico. I suoi
stati che s'estendevano dal Danubio al Baltico, includevano le native
regioni, ed i moderni acquisti dei Goti; ed esso regnava sopra la
maggior parte della Germania e della Scizia coll'autorità di un
conquistatore e qualche volta con la crudeltà di un tiranno; ma regnava
sopra una parte del globo incapace di perpetuare e di adornare la gloria
de' suoi Eroi. Il nome d'Ermanrico è quasi sepolto nell'obblivione;
appena si ha notizia delle sue imprese; e pare che i Romani stessi
ignorassero i progressi d'un'intraprendente potenza, che minacciava la
libertà del Settentrione e la pace dell'Impero[143].
[A. 366]
I Goti avevano contratto un ereditario attaccamento all'Imperial casa di
Costantino, che tante segnalate prove avea lor date di liberalità e di
potenza. Essi rispettavano la pubblica pace; e se alle volte qualche
truppa ostile ardiva di passare il confine Romano, tale irregolare
condotta candidamente si attribuiva all'indomito spirito della Barbara
gioventù. Il disprezzo, che avevano per due Principi nuovi ed oscuri,
innalzati al trono per una popolare elezione, inspirò ai Goti più ardite
speranze; e mentre formavano disegni di riunire le confederate loro
forze sotto il medesimo stendardo della nazione[144], furono facilmente
tentati ad abbracciare il partito di Procopio, ed a fomentare col
pericoloso loro soccorso la discordia civile dei Romani. Il pubblico
trattato non avrebbe richiesto più di diecimila ausiliari; ma con tanto
zelo adottossi questo disegno dai Capi de' Visigoti, che l'armata, la
quale passò il Danubio, ascese al numero di trentamila uomini[145]. Essi
marciarono con la superba persuasione, che l'invincibile loro valore
avrebbe decisa la sorte del Romano Impero; e le Province della Tracia
gemerono sotto il peso dei Barbari, che spiegavano l'insolenza di
padroni e la licenziosa condotta di nemici. Ma l'intemperanza che
sollecitava i loro appetiti, ne ritardò il progresso; e prima che i Goti
potessero avere alcuna certa notizia della disfatta e della morte di
Procopio, conobbero dallo stato di difesa, in cui si trovava il paese,
che il fortunato rivale di lui aveva ripresa la civile e la militar
potestà. Una catena di torri e di fortificazioni, abilmente disposte da
Valente o dai suoi Generali, arrestò la loro marcia, ne impedì la
ritirata, e ne intercettò la sussistenza. La fierezza dei Barbari fu
domata e sospesa dalla fame; posero essi dispettosamente le loro armi ai
piedi del vincitore, che offrì loro cibo e catene; i numerosi schiavi
furon distribuiti in tutte le città dell'Oriente; ed i provinciali, che
ben presto si famigliarizzarono col loro aspetto selvaggio, appoco
appoco arrischiaronsi a misurare le forze con quei formidabili
avversari, il nome de' quali era stato sì lungamente l'oggetto del loro
terrore. Il Re della Scizia (ed il solo Ermanrico potea meritare tal
sublime titolo) sentì dispiacere ed ira per tal disgrazia della nazione.
I suoi Ambasciatori fecero alte doglianze alla Corte di Valente della
violazione dell'antica e solenne alleanza, che per tanto tempo era
sussistita fra i Romani ed i Goti. Dicevano essi d'avere adempito il
dovere di alleati assistendo il parente e successore dell'Imperator
Giuliano; richiedevano l'immediata restituzione dei nobili schiavi; ed
insistevano sopra una ben singolar pretensione, che i Generali Goti, che
marciavano in armi ed in ostile ordinanza, avesser diritto al sacro
carattere ed ai privilegi di ambasciatori. Un decente ma perentorio
rifiuto di tali stravaganti domande venne significato ai Barbari da
Vittore, Generale della cavalleria, che rappresentò con forza e dignità
le giuste querele dell'Imperatore d'Oriente[146]. Fu interrotto il
trattato: e le virili esortazioni di Valentiniano incoraggiarono il
timido suo fratello a vendicare l'insultata maestà dell'Impero[147].
[A. 367-368-369]
Un istorico di quel tempo celebra lo splendore e la grandezza di questa
guerra Gotica[148]; ma l'evento di essa appena merita l'attenzione della
posterità, qualora non voglia risguardarsi come un passo preliminare
dell'imminente decadenza e rovina dell'Impero. In cambio di condurre le
nazioni della Germania e della Scizia alle rive del Danubio, o anche
alle porte di Costantinopoli, il vecchio Monarca dei Goti rassegnò al
bravo Atanarico il pericolo e la gloria d'una guerra difensiva contro un
nemico che maneggiava con debole destra le forze d'un grande stato. Fu
eretto un ponte di barche sopra il Danubio; la presenza di Valente
animava le sue truppe; e la sua ignoranza nell'arte della guerra veniva
compensata in esso dalla personal bravura, e da una savia deferenza ai
consigli di Vittore e d'Arinteo, suoi Generali di cavalleria e
d'infanteria. Le operazioni della campagna regolate furono dalla loro
abilità ed esperienza; ma fu loro impossibile di trarre i Visigoti dai
forti posti delle montagne; e la devastazione delle pianure obbligò i
Romani medesimi a ripassare il Danubio all'approssimarsi dell'inverno.
Le continue piogge che fecer gonfiare le acque del fiume, produssero una
tacita sospension di armi, e confinarono l'Imperator Valente in tutta la
seguente state nel suo campo di Marcianopoli. Il terzo anno della guerra
fu più favorevole pe' Romani, e dannoso pe' Goti. L'interrompimento del
commercio privò i Barbari degli oggetti di lusso, che essi già
confondevano con le necessità della vita, e la desolazione d'un molto
esteso tratto di paese gli minacciava degli orrori della carestia.
Atanarico fu provocato o costretto ad arrischiare una battaglia, che ei
perdè, nella pianura; e la crudel precauzione dei vittoriosi Generali,
che avevano promesso un grosso premio per la testa di ogni Goto, che
portata fosse nel campo Imperiale, rendè più sanguinosa la caccia dei
vinti. La sommissione dei Barbari quietò lo sdegno di Valente e del suo
consiglio; l'Imperatore diede orecchio con piacere all'adulatrice ed
eloquente rimostranza del Senato di Costantinopoli, che per la prima
volta ebbe parte nelle pubbliche deliberazioni; ed i medesimi Generali
Vittore ed Arinteo, che avean felicemente diretta la condotta della
guerra, ebbero la facoltà di regolare le condizioni della pace. La
libertà del commercio, che i Goti avevano fin allora goduta, fu
ristretta a due sole città sul Danubio; fu severamente punita la
temerità dei lor Capi con la soppressione delle pensioni e dei sussidi
che ricevevano; e l'eccezione che fu stipulata in favore del solo
Atanarico, fu più vantaggiosa che onorevole al Giudice dei Visigoti.
Atanarico, il quale sembra che in quest'occasione consultasse il suo
privato interesse senza aspettar gli ordini del Sovrano, sostenne la
propria dignità e quella della sua tribù nel personal congresso, che fu
proposto dai Ministri di Valente. Ei persistè nella dichiarazione, che
era impossibile per lui senza incorrere nella colpa di spergiuro, il
porre mai piede sul territorio dell'Impero; ed è più che probabile che
il riguardo, che aveva per la santità del giuramento, fosse confermato
dai recenti e fatali esempi della Romana perfidia. Fu scelto il Danubio
che separava i dominj delle due indipendenti nazioni, per luogo della
conferenza. L'Imperator d'Oriente ed il Giudice dei Visigoti,
accompagnati da un ugual numero di loro seguaci armati, s'avanzarono nei
respettivi loro battelli fino alla metà del fiume. Dopo la ratifica del
trattato e la consegna degli ostaggi, Valente tornò in trionfo a
Costantinopoli, ed i Goti rimaser tranquilli circa sei anni, finchè a
forza non furono spinti contro l'Impero Romano da un'innumerabile armata
di Sciti, che sboccarono dalle gelate regioni del Norte[149].
[A. 374]
L'Imperator d'Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del
basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle
Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia
estendevansi lungo il maggior fiume dell'Europa. L'attiva politica di
Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove
fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l'abuso di tal
politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero
che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si
meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro
querele, che Equizio, Generale dell'Illirico, acconsentì a sospendere il
proseguimento dell'opera, finattanto che fosse più chiaramente informato
del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un
rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente
abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della
Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli
prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che
se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di
Valeria e la direzione dell'opera, l'Imperatore non sarebbe stato più
importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i
nativi della Germania furono insultati dall'arroganza d'un giovane e
indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova
ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro,
d'ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de' Quadi, con attenzione e
riguardo: ma quest'artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario
disegno, ed il credulo Principe s'indusse ad accettare il premuroso
invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti
fra loro simili, o come riferire che nel corso d'un medesimo anno, ma in
diverse lontane parti dell'Impero, l'inospita mensa di due Comandanti
Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati,
crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L'istesso fu il
destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la
crudel morte del Sovrano si risentì dalla servil indole degli Armeni e
dal libero ed audace spirito dei Germani. I Quadi erano essi, in vero,
assai scaduti da quel formidabil potere, che al tempo di Marco Antonino
aveva sparso il terrore fino alle porte di Roma. Essi però avevano
sempre armi e coraggio; questo fu animato dalla disperazione, ed
ottennero il solito rinforzo di cavalleria dai Sarmati, loro alleati. Il
perfido Marcellino fu tanto imprudente che scelse il momento, nel quale
i veterani più bravi erano stati mandati a sopprimere la ribellione di
Firmo; e tutta la Provincia era esposta con una debol difesa al furore
dei Barbari esacerbati. Essi invasero la Pannonia nel tempo della
raccolta; senza compassione distrussero tutto ciò che facilmente non
potevano trasportare; e disprezzarono o demolirono le vuote
fortificazioni. Alla Principessa Costanza, figlia dell'Imperator
Costanzo, e nipote del gran Costantino, assai difficilmente riuscì di
fuggire. La regia fanciulla che innocentemente avea sostenuta la
ribellione di Procopio, era in quel tempo destinata per moglie all'Erede
dell'Impero Occidentale. Traversava essa con uno splendido e non armato
corteggio quella Provincia creduta pacifica. E la persona di lei fu
salvata dal pericolo, ugualmente che la Repubblica dal disonore,
mediante l'attivo zelo di Messala, Governatore di quelle Province.
Appena egli seppe che il villaggio, dove ella s'era fermata per
desinare, era quasi circondato dai Barbari, la pose in fretta sul
proprio cocchio, e corse velocemente finchè giunse alle porte di Sirmio,
che era distante ventisei miglia. Neppur questa città sarebbe stata
sicura, se i Quadi ed i Sarmati si fossero speditamente avanzati, mentre
i Magistrati del popolo erano in una generale costernazione. Il loro
indugio concesse a Probo, Prefetto del Pretorio, tempo abbastanza di
riprendere animo egli stesso, e di ravvivare il coraggio dei cittadini.
Egli abilmente diresse i loro valorosi sforzi per riparare e fortificare
le cadenti muraglie; e procurò l'opportuna ed efficace assistenza d'una
compagnia di arcieri, per proteggere la capitale delle Province
Illiriche. Sconcertati nei tentativi, che fecero contro le mura di
Sirmio, gli irritati Barbari voltaron le armi contro il Generale della
frontiera, al quale ingiustamente attribuivano la morte del loro Re. Non
poteva Equizio mettere in campo che due legioni; ma contenevano esse il
veterano vigore delle truppe Mesie e Pannonie. La ostinazione con cui
disputaron fra loro i vani onori della precedenza e del grado, fu causa
della lor distruzione; e mentre agivano con forze separate e con
differenti disegni, sorprese furono e trucidate dall'operoso vigore
della Sarmata cavalleria. Il buon successo di quest'invasione provocò
l'emulazione delle confinanti tribù; e si sarebbe infallibilmente
perduta la Provincia della Mesia, se il giovane Teodosio, Duce o militar
Comandante della frontiera, non avesse, nella disfatta del pubblico
nemico, segnalato un intrepido genio, degno dell'illustre suo padre e
della sua futura grandezza[150].
[A. 375]
Lo spirito di Valentiniano, che allora risedeva in Treveri, fu
profondamente commosso dalle calamità dell'Illirico; ma la stagione
avanzata sospese l'esecuzione de' suoi disegni fino alla primavera
seguente. Mosse egli in persona, con una parte considerabile delle
truppe della Gallia, dalle rive della Mosella; ed ai supplichevoli
Ambasciatori dei Sarmati, che l'incontraron per viaggio, rispose
dubbiosamente, che quando fosse giunto al luogo dell'azione, avrebbe
esaminato e deciso. Arrivato a Sirmio, diede udienza ai Deputati delle
Province Illiriche, i quali altamente gloriaronsi della loro felicità
sotto il prospero governo di Probo, Prefetto del Pretorio[151].
Valentiniano, ch'era lusingato da tali dimostrazioni di fedeltà e di
gratitudine, dimandò imprudentemente al Deputato dell'Epiro, che era un
filosofo Cinico d'intrepida sincerità[152], s'era egli stato inviato
liberamente dai voti della Provincia? «Io son mandato (replicò Ificle)
con lacrime e con lamenti da un popolo contro sua voglia». L'Imperatore
s'arrestò: ma l'impunità de' suoi ministri fece stabilire la perniciosa
massima che essi potevano opprimere i sudditi, senza offendere il
servizio di lui. Una rigorosa ricerca sopra la loro condotta avrebbe
medicato il pubblico disgusto. La severa condanna dell'uccisor di
Gabinio era il solo mezzo che restituir potesse la confidenza dei
Germani, e vendicar l'onore del nome Romano. Ma il superbo Monarca era
incapace della magnanimità, che osa riconoscere una mancanza. Dimenticò
egli la causa, solo si rammentò dell'ingiuria, e s'avanzò nel paese dei
Quadi con un'insaziabile sete di vendetta e di sangue. Si giustificò
agli occhi dell'Imperatore, e forse a quelli del Mondo l'estrema
devastazione ed il promiscuo macello d'una barbara guerra dalla crudele
equità delle rappresaglie[153], e tale fu la disciplina dei Romani e la
costernazione del nemico, che Valentiniano ripassò il Danubio senza la
perdita d'un solo uomo. Siccome aveva egli risoluto di totalmente
distruggere i Quadi in una seconda campagna, stabilì i suoi quartieri
d'inverno a Bregezio sul Danubio, vicino alla città di Presburgo
nell'Ungheria. Mentre il rigore della stagione teneva sospese le
operazioni di guerra, i Quadi fecero un umile tentativo di mitigare il
furor del vincitore; ed i loro Ambasciatori, alla premurosa persuasione
d'Equizio, furono introdotti nel consiglio Imperiale. Accostaronsi al
trono inchinati ed in aria dimessa; e senza neppure osar di dolersi
della morte del loro Re, affermarono con solenni giuramenti, che
l'ultima invasione era solo imputabile ad alcuni sregolati ladroni, dal
consiglio pubblico della nazione condannati ed abborriti. La risposta
dell'Imperatore lasciò ad essi ben poca speranza di clemenza o di pietà.
Egli rinfacciò loro, col più intemperante linguaggio, la lor viltà,
ingratitudine ed insolenza. Gli occhi, la voce, il colore, i gesti
esprimevano la violenza dello sfrenato furore di lui. Mentre tutto il
suo aspetto era agitato da una passion convulsiva, un grosso vaso
sanguigno ad un tratto gli si ruppe nel petto; e Valentiniano cadde
senza parola nelle braccia dei suoi famigliari. Essi ebbero
immediatamente la cura di nasconder la sua situazione alla moltitudine:
ma in pochi minuti l'Imperator d'Occidente spirò in un'agonia dolorosa,
ritenendo fino all'ultimo i suoi sentimenti, e cercando inutilmente di
esprimere le sue intenzioni ai Generali e Ministri che circondavano il
reale suo letto. Valentiniano aveva circa cinquantaquattro anni; e non
mancavano che cento giorni a compire i dodici anni del suo regno[154].
[A. 375]
Un istorico Ecclesiastico attesta seriamente la poligamia di
Valentiniano[155]. «L'Imperatrice Severa (io riferisco la favola )
ammise alla sua famigliar conversazione la bella Giustina, figlia d'un
Governatore Italiano; ed espresse con sì grandi ed inconsiderate lodi la
sua ammirazione di quelle nude bellezze, che aveva spesso vedute nel
bagno, che l'Imperatore fu tentato d'introdurre una seconda moglie nel
proprio letto; e con pubblico editto estese a tutti i sudditi
dell'Impero l'istesso domestico privilegio, che aveva preso per se
medesimo». Ma noi siamo assicurati dalla testimonianza della ragione e
dell'Istoria, che i due matrimoni di Valentiniano con Severa e con
Giustina furon contratti l'un dopo l'altro; e che ei si servì
dell'antica permission del divorzio, che era sempre accordata dalle
leggi, quantunque condannata dalla Chiesa. Severa fu madre di Graziano,
il quale sembrò che riunisse in sè ogni diritto all'indubitata
successione dell'Impero Occidentale. Egli era il figlio maggiore d'un
Monarca, il glorioso regno del quale avea confermato la libera ed
onorevol scelta dei suoi compagni soldati. Prima di giungere all'età di
nove anni il regio fanciullo avea ricevuto dalle mani dell'indulgente
suo padre la porpora ed il diadema col titolo d'Augusto; n'era stata
solennemente confermata la scelta dal consenso ed applauso degli
eserciti della Gallia[156]; ed erasi aggiunto il nome di Graziano a
quelli di Valentiniano e di Valente in tutti gli atti legali del Governo
Romano. Mercè del suo maritaggio con la nipote di Costantino, il figlio
di Valentiniano acquistò tutti gli ereditari diritti della Famiglia
Flavia, che in una serie di tre Imperiali generazioni s'erano confermati
dal tempo, dalla religione, e dalla riverenza del popolo. Alla morte del
padre il giovane reale aveva l'età di diciassette anni; e già le sue
virtù giustificavano la favorevole opinione del popolo e dell'esercito.
Ma Graziano si trovava senza timore nella reggia di Treveri, allorchè
alla distanza di molte centinaia di miglia Valentiniano subitamente morì
nel campo di Bregezio. Le passioni che sì lungo tempo erano state
soppresse dalla presenza d'un dominante, immediatamente si ravvivarono
nel consiglio Imperiale; e l'ambizioso disegno di regnare in nome di un
fanciullo fu posto artificiosamente in effetto da Mellobaude e da
Equizio, che avevano per sè l'amore delle truppe Illiriche ed Italiane.
Immaginarono essi i più onorevoli pretesti per rimuovere i Capi del
popolo e le truppe della Gallia, che avrebber potuto sostenere i diritti
del legittimo successore; e suggerirono con un ardito e decisivo passo
la necessità di estinguere le speranze dei nemici sì domestici che
stranieri. L'Imperatrice Giustina, che era restata in un palazzo circa
cento miglia lontano da Bregezio, fu rispettosamente invitata a venire
nel campo col figlio del morto Imperatore. Il sesto giorno dopo la morte
di Valentiniano, il Principe fanciullo dell'istesso nome, che non aveva
più di quattr'anni, fu mostrato nelle braccia della propria madre alle
legioni, e coll'acclamazion militare solennemente investito dei titoli e
delle insegne del potere supremo. La savia e moderata condotta
dell'Imperator Graziano impedì a tempo gli imminenti pericoli d'una
guerra civile. Accettò volentieri la scelta dell'esercito; dichiarò che
avrebbe sempre risguardato il figlio di Giustina come fratello, non come
rivale; e consigliò l'Imperatrice a stabilire col figlio di Valentiniano
la sua residenza a Milano nella bella e pacifica provincia dell'Italia,
mentre egli assumeva il più difficil comando delle regioni oltre le
alpi. Graziano dissimulò il suo sdegno finattanto che potesse con
sicurezza punire, o svergognare gli autori della cospirazione: e sebbene
si diportasse con uniforme tenerezza e riguardo verso il suo infante
collega, tuttavia nell'amministrazione dell'Impero occidentale confuse
appoco appoco l'uffizio di tutore coll'autorità di Sovrano. Si
esercitava il governo del Mondo Romano unitamente in nome di Valente e
dei suoi due nipoti: ma il debole Imperator Orientale, che in questa
dignità successe al suo fratello maggiore, non ebbe mai peso od
ascendente veruno nei consigli dell'Occidente[157].
NOTE:
[1] Le medaglie di Gioviano l'adornano di vittorie, di corone di lauro e
di schiavi prostrati. Du Cange _Famil. Bizantin._ p. 52. L'adulazione è
uno stolto suicidio: distrugge se stessa con le proprie mani.
[2] Gioviano restituì alla Chiesa τον αρχαιον κοσμον, _l'antico
decoro_; espressione forte e significante; Filostorg. l. VIII.
c. 5 _con le dissertazioni del Gotofredo_ p. 329, Sozomeno VI. c. 3. Si
esagera da Sozomeno la nuova legge, che condannò il ratto o il
matrimonio delle Monache (_Cod. Teodos._ l. IX. tit. XXV. leg. 2). Egli
suppone che uno sguardo amoroso, l'adulterio del cuore, fosse punito con
la morte dall'Evangelico Legislatore.
[3] Si confronti Socrate l. III c. 25. e Filostorgio l. VIII. c. 6. _con
le dissertazioni del Gotofredo_. 330.
[4] La parola _celestiale_ esprime debolmente l'empia e stravagante
adulazione dell'Imperatore verso l'Arcivescovo τἦ πρὸς τον θεὸν τὦν
ολων ὁμὸιωσεως; _figura di Dio onnipotente_. Vedi la lettera
originale appresso Atanasio Tom. II. p. 33. Gregorio Nazianzeno (_Orat.
XXI._ p. 392.) celebra l'amicizia di Gioviano e di Atanasio. I Monaci
d'Egitto consigliarono il Primate a far quel viaggio: Tillemont _Mem.
Eccl. Tom._ VIII. p. 221.
[5] Il Bleterie rappresenta ingegnosamente Atanasio alla Corte
d'Antiochia _Hist. de Jovien Tom. I._ pag. 131, 148. Egli traduce le
singolari ed originali conferenze dell'Imperatore, del Primate d'Egitto,
e de' Deputati Arriani. L'Abbate non si mostra soddisfatto delle rozze
facezie di Gioviano; ma la parzialità dell'Imperatore per Atanasio
prende a' suoi occhi il carattere di giustizia.
[6] Il vero tempo della sua morte è oscurato da varie difficoltà:
(Tillemont _Mem. Eccl._ Tom. VIII. p. 719-723). Ma la data del 2. Maggio
373., che sembra più coerente all'istoria ed alla ragione vien
confermata dall'autentica vita di lui. Maffei _Osservaz. Letterar. Tom.
III._ p. 81.
[7] Vedi le osservazioni del Valesio e Jortin (_Rifles. sull'Istor.
Eccl._ Vol. IV. p. 38.) sopra la lettera originale d'Atanasio
conservataci da Teodoreto (l. IV. c. 3). In alcuni manoscritti vien
tralasciata quell'imprudente promessa, forse dai Cattolici gelosi della
fama profetica del loro Capo.
[8] Atanasio (ap. Teodoret. l. IV. c. 3) magnifica il numero degli
Ortodossi, che riempivano tutto il Mondo; παρέξ ὸλὶγων των τα Αρεὶ
ου Φρονουντὦν; _eccettuati alcuni pochi seguaci della dottrina
d'Arrio_. Quest'asserzione fu verificata nello spazio di 30. o 40. anni.
[9] Socrate (l. III. c. 24.) Gregorio Nazianzeno, (_Orat. IV._ p. 131),
e Libanio (_Orat. parent._ c. 148, p. 369) esprimono i viventi sensi
delle rispettive loro fazioni.
[10] Temist. _Orat._ V. p. 63-71, _edit. Harduin. Paris_ 1684. L'Ab.
della Bleterie giudiziosamente osserva (_Hist. de Jovien Tom._ II. pag.
199.) che Sozomeno ha passato in silenzio la general tolleranza, e
Temistio lo stabilimento della religione Cattolica. Ciascheduno di essi
ha voltato l'occhio lungi da quell'oggetto, che non gli piaceva, ed ha
procurato di sopprimere quella parte dell'editto, che secondo la propria
opinione, era meno onorevole all'Imperator Gioviano.
[11] Οι δε Αντίοχεις ουκ ηδεως δὶεκειντο πρὸς ὰυτὸν, ὰλλ’
έπεσκωπτον ὰυτὸν ωδαὶς καὶ παροδὶαις καὶ καλουμενοις Φαμωσοις: _E
quelli d'Antiochia non si portavan piacevolmente verso di esso: ma
l'insultavano con canzoni, con motti satirici, e con quelli che chiaman
libelli famosi_. Giovanni Antioch. _in Excerpt. Valesian. p._ 845.
Possono ammettersi le satire d'Antiochia anche su debolissime prove.
[12] Si paragoni Ammiano (XXV. 10.) che omette il nome dei Batavi, con
Zosimo (l. III. p. 197.) che trasferisce la scena dell'azione da Reims a
Sirmio.
[13] _Quos capita scholarum ordo castrensis appellat._ Ammiano XXV. 10,
e Vales. _ib._
[14] _Cujus vagitus pertinaciter reluctantis, ne in curuli sella
veheretur ex more, id quod mox accidit, protendebat._ Augusto ed i
Successori di lui avevan chiesta rispettosamente la dispensa dell'età
per li figliuoli o nipoti, che avevano innalzati al Consolato. Ma la
sella curule del primo Bruto non era mai stata disonorata da un bambolo.
[15] L'Itinerario d'Antonino pone Dadastana distante 125 miglia da
Nicea, e 117 da Ancira (Wesseling. _Itinerar._ p. 142). Il Pellegrino di
Bordò, tralasciando alcune fermate, riduce tutto quello spazio da 242 a
181 miglia: Wesseling. p. 574.
[16] Vedi Ammiano (XXV. 10.) Eutropio (X. 18.), che potè per avventura
trovarsi presente, Girolamo (Tom. I. p. 26. _ad Heliodorum_), Orosio
(VII. 31), Sozomeno (l. VI. c. 6), Zosimo (lib. III. p. 197. 198.) e
Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 28. 29). Non può sperarsi un perfetto
accordo fra loro, nè staremo a discutere le minute differenze che vi si
trovano.
[17] Ammiano, dimenticatosi del solito suo candore e buon senso,
paragona la morte dell'innocente Gioviano a quella del secondo
Affricano, che aveva eccitato i timori e lo sdegno della fazion
popolare.
[18] Grisostomo Tom. I, p. 336. 344. _Edit. Monfaucon_. L'oratore
Cristiano procura di confortare la vedova con esempi d'illustri
avversità; ed osserva che fra nove Imperatori (includendovi Gallo
Cesare) che avevan regnato al suo tempo, due soli (Costantino e
Costanzo) eran morti di morte naturale. Tali vaghe consolazioni non
hanno mai servito ad asciugare una lacrima.
[19] Sembra, che dieci giorni difficilmente potessero esser sufficienti
per la marcia e per l'elezione. Ma possiamo osservare in primo luogo,
che i Generali potevano ordinar l'uso speditivo delle pubbliche poste,
per se stessi, per i loro famigliari e per i messaggi; secondariamente,
che le truppe marciavano, per comodo delle città, in più divisioni; e
che la fronte della colonna poteva essere a Nicea, quando la
retroguardia trovavasi ad Ancira.
[20] Ammiano XXVI. 1. Zosim. l. III. p. 198. Filostorg. l. VIII. c. 8. e
Gotofred. _dissert._ p. 334. Filostorgio, il quale pare che avesse delle
importanti ed autentiche notizie, attribuisce la scelta di Valentiniano
al Prefetto Sallustio, al Generale Arinteo, a Dagalaifo Conte dei
domestici, ed al patrizio Daziano, le pressanti raccomandazioni dei
quali da Ancira ebbero una grande influenza nell'elezione.
[21] Ammiano XXX. 7. 9. e Vittore il giovane hanno somministrato il
ritratto di Valentiniano, che dee naturalmente precedere ed illustrare
l'istoria del suo regno.
[22] In Antiochia, dove era obbligato a seguire l'Imperatore nel tempio,
ei percosse un sacerdote, che avea preteso di purificarlo coll'acqua
lustrale. Sozomeno l. VI. c. 6. Teodoreto l. III. c. 15. Tal pubblica
provocazione poteva convenire a Valentiniano; ma essa non dà luogo
all'indegna accusa del filosofo Massimo, che suppone qualche più privata
ingiuria. Zosimo l. IV. p. 200, 201.
[23] Socrate l. IV. Da Sozomeno (l. VI. c. 6.) e da Filostorgio (l. VII.
c. 7. _con le Dissertazioni del Gotofredo p._ 293) vi si interpone un
precedente esilio a Melitene o nella Tebaide. (Il primo potrebbe esser
vero).
[24] Ammiano, in una lunga ed inopportuna digressione (XXVI. 1. e
_Vales. iv._) inconsideratamente suppone d'intender egli una questione
astronomica, della quale i suoi lettori siano all'oscuro. Essa è
trattata con più giudizio, ed a proposito da Censurino (_De die Natal._
c. 20.) e da Macrobio (_Saturnal._ l. I. _c._ 12-16). Il nome di
bisestile, che indica l'anno di cattivo augurio (Agostino _ad Januar.
Epist._ 119.) è nato dalla ripetizione del giorno _sesto_ avanti le
calende di Marzo.
[25] Il primo discorso di Valentiniano è pieno in Ammiano, (XXVI. 2.)
conciso e sentenzioso in Filostorgio (l. VIII.).
[26] _Si tuos amas, Imperator, optime, habes fratrem: si Rempublicam,
quaere quem vestias_: Ammiano XXVI. 4. Nella division dell'imperio,
Valentiniano ritenne per sè quell'ingenuo Consigliere (c. 6.).
[27] _In Suburbano_ Ammiano XXVI. 4. Il famoso _Hebdomon_, o campo di
Marte, era distante sette stadj, o sette miglia da Costantinopoli. Vedi
Vales. ed il suo fratello. _Iv. e_ Ducange _Const. l._ II. _p._ 140,
141, 172, 173.
[28] _Participem quidem legitimum potestatis; sed in modum apparitoris
morigerum, ut progrediens aperiet textus._ Ammiano XXVI. 4.
[29] Nonostante la testimonianza di Zonara, di Suida, e della Cronica
Pasquale, il Tillemont (_Hist. des Emper. Tom._ V. _p._ 671.) brama di
non dar fede a questi racconti sì vantaggiosi per un Pagano.
[30] Eunapio celebra ed esagera i patimenti di Massimo (p. 82. 83). Egli
confessa però che questo Sofista o mago, reo favorito di Giuliano, e
personal nemico di Valentiniano, fu rilasciato libero, mediante il
pagamento d'una piccola multa.
[31] Il Tillemont (Tom. V. p. 21.) ha esaminato e confutato quelle
illimitate asserzioni di general disgrazia che si trovano app. Zosimo l.
IV. p. 201.
[32] Ammiano XXVI. 5.
[33] Ammiano dice in termini generali, _subagrestis ingenii, nec
bellicis, nec liberalibus studiis eruditus_: Ammiano XXXI. 14. L'oratore
Temistio, con l'impertinenza propria di un Greco, desiderò allora per la
prima volta di parlar la lingua Latina, dialetto del suo Sovrano,
την δὶαλεκτον κρατουσαν; _dialetto Imperiale_: Orat. VI. pag. 71.
[34] La parola ανεψὶος _cognatus consobrinus_, esprime un
grado incerto di parentela, o di consanguinità. _Vedi Vales. ad Ammian_.
XXIII. 3. Forse la madre di Procopio era sorella di Basilina madre
dell'Apostata e del Conte Giuliano zio del medesimo. Du Cange _Fam.
Byzant. p. 49._
[35] Ammiano XXIII. 3. XXIV. 6. Ei fa menzione di tal voce con molta
dubbiezza. _Susurravit obscurior fama; nemo enim dicti auctor extitit
verus_. Giova però l'osservare, che Procopio era Pagano; quantunque la
sua religione sembra che non apportasse favore nè danno alle sue
pretensioni.
[36] Tra i suoi luoghi d'asilo fu una casa di campagna dell'eretico
Eunomio. Il padrone di essa era lontano, innocente, e non consapevole
del fatto; pure appena evitar potè la sentenza di morte, e fu bandito
nelle remote regioni della Mauritania: Filostorg. l. IX. c. 5. 8. e
Gotofredo _Dissert. p. 369. 378._
[37] _Hormisdae maturo juveni, Hormisdae regalis illius filio potestatem
Proconsulis detulit, et civilia, more veterum et bella recturo_; Ammiano
XXVI. 8. Il Principe Persiano si trasse fuori da tal pericolo con onore
e sicurezza, e dipoi (l'anno 380), gli fu restituito il medesimo
straordinario uffizio di Proconsole della Bitinia (Tillemont _Hist. des
Emper._ Tom. V. p. 204). Io non so se la razza di Sassan si propagasse.
Trovo nell'anno 514 un Papa Ormisda; ma egli era nativo di Frusino
nell'Italia (Pagi _Brev. Pontif. T. I. pag._ 247).
[38] Questa ribelle fanciulla fu in seguito moglie dell'Imperator
Graziano; ma morì giovane e senza figli. Vedi Du Cange _Fam. Byzant. p._
48, 59.
[39] _Sequimini culminis summi prosapiam._ Tale era il linguaggio di
Procopio, che affettava di sprezzare l'oscura nascita e la fortuita
elezione dell'ignobil Pannonio. Ammiano XXVI. 7.
[40] _Et dedignatus hominem superare certamine despicabilem,
auctoritatis et celsi fiducia corporis, ipsis hostibus jussit suum
vincere rectorem: atque ita turmarum antesignanus umbratilis
comprehensus suorum manibus._ La robustezza e la beltà d'Arinteo, nuovo
Ercole, vien celebrata da S. Basilio, il quale suppone che Dio lo
creasse come un modello inimitabile della specie umana. I Pittori e gli
Scultori non sapevano esprimere la sua figura; gli Storici nel riferire,
che fanno, le imprese di lui, sembrano favolosi (Ammiano XXVI. e Vales.
_ib._).
[41] Il medesimo campo di battaglia si pone in Licia da Ammiano, e da
Zosimo a Tiatira, che sono alla distanza di 150. miglia fra loro. Ma
Tiatira _alluitur Lyco_ (Plin. _Histor. Nat._ V. 31, Cellar _Geogr.
Antiq. Tom._ II. p. 79) ed i copisti facilmente poteron cangiare un
ignoto fiume in una ben nota provincia.
[42] Le avventure, l'usurpazione e la caduta di Procopio vengono
regolarmente riferite da Ammiano (XXVI. 6. 7. 8. 9. 10.) e da Zosimo (l.
IV. p. 203-210). Spesse volte s'illustrano, e di rado si contraddicono
fra loro. Temistio (_Orat._ VII. p. 91. 92.) vi aggiunge qualche vil
panegirico, ed Eunapio (p. 83. 84.) qualche maligna satira.
[43] Liban. _De ulcisc. Julian. nece_ c. IX. p. 158, 159. Il Sofista
deplora la pubblica frenesia, ma non accusa (neppur dopo la loro morte)
la giustizia degli Imperatori.
[44] I Giureconsulti Francesi ed Inglesi dei nostri tempi accordano la
_teoria_, e negan la _pratica_ dell'arte magica: Denisart _Recueil de
decis. de Jurispr. Vedi Sorciers T. IV. p._ 553. Blackstone _Commment.
Vol. IV._ p. 60. La ragione privata sempre suol prevenire o avanzare il
sapere pubblico; ond'è che il Presidente di Montesquieu (_Esprit des
Loix l. XII. c._ 5, 6.) rigetta l'esistenza della magia.
[45] Vedi le opere di Bayle _Tom. III._ p. 567-589. Lo Scettico di
Rotterdam presenta, secondo il suo costume, uno strano mescuglio di
vaghe cognizioni, e di vivace ingegno.
[46] I Pagani distinguevan la magia buona dalla cattiva, la teurgica
dalla goetica (_Hist. de l'Acad. ec. T. VII. p._ 25). Ma non avrebber
potuto difendere tale oscura distinzione contro l'acuta logica del
Bayle. Nel sistema Giudaico e nel Cristiano _tutti_ i demoni sono
spiriti infernali; ed _ogni_ commercio con essi è idolatria, apostasia
ec. che merita morte e dannazione.
[47] La Canidia d'Orazio (_Carm. l. V. od. 5. con le illustrazioni di
Dacier e di Sanadon_) è una strega volgare. L'Erictone di Lucano
(Pharsal. VI. 430-830.) è molesta e disgustosa, ma qualche volta
sublime. Essa riprende la lentezza delle furie: e minaccia con tremenda
oscurità di pronunziare i veri lor nomi, di scuoprire il vero infernale
aspetto di Ecate, e d'invocar le segrete potestà che sono _sotto_
l'inferno ec.
[48] _Genus hominum potentibus infidum, sperantibus fallax, quod in
civitate nostra et vetabitur semper et retinebitur_: Tacit. _Hist. I._
22. Vedi Agostin. _de Civ. Dei l. VIII. c._ 19. ed il _Cod. Teodos. l.
IX. Tit. XXVI. col Comment._ del Gotofredo.
[49] La persecuzione d'Antiochia fu cagionata da una colpevole
consultazione. Si posero le ventiquattro lettere dell'alfabeto intorno
ad un tripode magico; ed un mobile agnello, che era stato collocato nel
centro, indicò nel nome del futuro Imperatore le quattro prime lettere
Φ, Ε, Ο, Δ. Teodoro (forse con molti altri che avevan quelle
fatali sillabe nel loro nome) fu condannato a morte. Teodosio successe
nel trono. Lardner (_Testim. Pagan. Vol. IV. p._ 353-372.) ha esaminato
copiosamente e bene quest'oscuro fatto del regno di Valente.
[50]
_Limus ut hic durescit, et haec ut cera liquescit_
_Uno eodemque igni..._
Virgil. _Bucol. VIII._ 80.
_Devovit absentes, simulacraque cerea figit:_
Ov. _in Epist. Hipsi. ad Jason._ 91.
Tali vane incantazioni poteron commuovere lo spirito, ed accrescer la
malattia di Germanico. Tacit. _Annal. II._ 69.
[51] Vedi Heinecc. Antiq. Jur. Rom. Tom. II. p. 353. _ec. Cod. Teod.
l. IX. Tit. VIII_, col _Comment. del Gotofred._
[52] È descritta, ed assai probabilmente esagerata la crudele
inquisizione di Roma e di Antiochia da Ammiano (XXVIII, 1. XXIX, 1. 2.),
e da Zosimo (l. IV. p. 216. 218). Il filosofo Massimo fu con qualche
ragione involto nell'accusa di magia (Eunap. _in vit. Sophist. p._ 88.
89.), ed il giovane Grisostomo, che accidentalmente aveva trovato uno
dei libri proscritti, si credè perduto. Tillemont _Histoir. des Emper.
Tom. V. p._ 340.
[53] Si consultino gli ultimi sei libri d'Ammiano, e specialmente i
ritratti dei due fratelli reali (XXX. 8. 9. XXXI. 14). Il Tillemont
(Tom. V. pag. 12-18. p. 127-133.) ha raccolto da tutta l'antichità le
virtù ed i vizi loro.
[54] Vittore il giovane asserisce, che egli era _valde timidus_: pure
alla testa d'un esercito si portava con decente fermezza, come avrebbe
fatto quasi qualunque altro. Il medesimo Istorico si propone di provare
che la sua collera non era dannosa. Ammiano però osserva con maggior
candore e giudizio, che _incidentia crimina ad contemptam vel laesam
Principis amplitudinem trahens in sanguinem saeviebat_.
[55] _Cum esset ad acerbitatem naturae calore propensior... poenas per
ignes augebat et gladios._ Ammiano XXX. 8. ved. XXVII. 7.
[56] Ho trasferito la taccia d'avarizia da Valente a' suoi servi. Questa
passione appartiene più propriamente ai Ministri che ai Re, nei quali
per ordinario viene estinta dal dominio assoluto.
[57] Egli esprimeva alle volte una sentenza di morte in aria di scherzo.
_Abi, comes, et muta ei caput, qui sibi mutari Provinciam cupit._ Un
ragazzo, che avea sciolto troppo presto un can da caccia Spartano, un
artefice che avea fatto una bella corazza, in cui mancavano pochi grani
del giusto peso, ec., furon vittime del suo furore.
[58] Erano innocenti tre apparitori ed un agente di Milano, che
Valentiniano condannò per aver significato una legal citazione. Ammiano
(XXVII. 7.) stranamente suppone che tutti coloro, i quali erano stati
ingiustamente condannati, si venerassero come martiri dai Cristiani.
L'imparziale silenzio di lui non ci permette di credere, che Rodano,
gran Ciamberlano, fosse arso vivo per un atto d'oppressione: _Cron.
Pasq. p._ 302.
[59] _Ut bene meritam in sylvas jussit abire_ Innoxiam. Ammian. XXIX. 5.
e Vales. _ib._
[60] Vedi _Cod. Justin. lib. VIII. Tit. III. leg. 2. Unus quisque
sobolem suamn nutriat. Quod si exponendam putaverit, animadversioni,
quae constituta est, subiacebit._ Io non mi starò a mescolare
presentemente nella disputa insorta fra Noodt e Bynkershoek, con quali
pene e per quanto tempo tal pratica opposta alla natura si fosse
condannata o abolita dalle leggi, dalla filosofia e dalla maggior
cultura della società.
[61] Questi salutari stabilimenti sono indicati nel codice Teodosiano
_lib._ XIII. _Tit. III. De Professoribus et Medicis, e lib._ XIV. _Tit._
IX. _De studiis liberalibus urbis Romae_. Oltre il Gotofredo, solita
nostra guida, si può consultare il Giannone (_Stor. di Napoli Tom._ I.
p. 105. 111) che ha trattato di quest'importante soggetto con lo zelo e
con la curiosità d'un letterato che studia l'istoria del suo paese.
[62] _Cod. Teodos. lib. I. Tit. XI._ col _Paratitlo_ del Gotofredo, che
diligentemente riunisce tutto ciò che si trova nel resto del Codice.
[63] Tre versi d'Ammiano (XXXI. 14) equivalgono a tutta una orazione di
Temistio (VIII. p. 101-120.) piena di adulazione e pedanteria e di
luoghi comuni di Morale. L'eloquente Thomas (Tom. I, p. 336-396) si è
dilettato nel celebrar le virtù ed il genio di Temistio che non fu
indegno del secolo, nel quale visse.
[64] Zosimo _l._ IV. p. 102, Ammiano XXX. 9. La riforma, che ei fece, di
dispendiosi abusi, potè dargli diritto alla lode, _in provinciales
admodum parcus, tributorum ubique molliens sarcinas_. Alcuni chiamavano
avarizia la sua frugalità: Girolam. _Cronic._ p. 186.
[65] _Testes sunt leges a me in exordio imperii mei datae: quibus
unicuique quod animo imbibisset colendi libera facultas tributa est.
Cod. Teodos. lib. IX. Tit. XVI. leg._ 9. A questa dichiarazione di
Valentiniano possiamo aggiungere le varie testimonianze di Ammiano (XXX.
9), di Zosimo (lib. IV. p. 204.) e de Sozomeno (l. VI. c. 7. 27). Il
Baronio sarebbe naturalmente indotto a biasimare questa ragionevole
tolleranza: _Annal. Eccl. an._ 370. num. 129. 132. an. 375. n. 3. 4.
[66] Eudosso era d'un naturale timido e dolce. Quando battezzò Valente
nell'anno 367. doveva essere molto vecchio, poichè aveva studiato la
teologia cinquantacinque anni avanti sotto il dotto e pio martire
Luciano. Filostorg. l. II c. 14-16, l. IV. c. 4. col Gotofred. p.
82-206. e Tillemont _Mem. Eccles. Tom. V. p._ 474. 480. ec.
[67] Gregorio Nazianzeno (_Orat. XXV. p._ 432.) insulta lo spirito
persecutore degli Arriani, come un infallibil sintomo d'errore e
d'eresia.
[68] Questo schizzo del governo Ecclesiastico di Valente è tratto da
Socrate (l. IV.), da Sozomeno (l. VI.), da Teodoreto (l. IV.), e dalle
immense compilazioni del Tillemont (specialmente dal Tom. VI. VIII. e
IX.).
[69] Il D. Jortin. (_Osservaz. sull'Istor. Eccles._ Vol. IV. p. 78.) ha
già concepito ed insinuato l'istesso sospetto.
[70] Questa riflessione è così ovvia e forte, che Orosio (l. VII. c. 32.
33.) differisce la persecuzione fino ad un tempo posteriore alla morte
di Valentiniano. Socrate dall'altra parte, suppone (l. III. c. 21.) che
fosse quietata da una filosofica orazione, che pronunziò Temistio l'anno
374. (_Orat. XXII._ p. 154. solamente in Latino). Tali contraddizioni
diminuiscono l'evidenza ed abbreviano il termine della persecuzione di
Valente.
[71] Il Tillemont, da me seguitato e compendiato, ha tratto (_Mem.
Eccles. Tom. VIII._ p. 153-167.) le più autentiche circostanze dai
Panegirici dei due Gregori, l'uno fratello e l'altro amico di Basilio.
Le lettere di Basilio medesimo (Dupin _Bibl. Eccles. Tom. II._ p.
155-180.) non presentano l'immagine d'una persecuzione molto viva.
[72] _Basilius Caesarensis Episcopus Cappadociae clarus habetur... qui
multa continentiae et ingenii bona uno superbiae malo perdidit._ Questo
irriverente passo perfettamente combina con lo stile e col carattere di
S. Girolamo. Non si trova nell'Edizione Scaligeriana della sua Cronica;
ma Isacco Vossio l'ha trovato in alcuni antichi manoscritti, che non
erano stati corretti dai Monaci.
[73] Quella nobile e caritatevole fabbrica (quasi un'altra città)
sorpassava in merito se non in grandezza, le piramidi o le mura di
Babilonia. Essa era destinata principalmente a ricevere i lebbrosi:
Gregor. Nazianzeno _Orat. XX._ pag. 439.
[74] _Cod. Teodos. l. XII. Tit. I. leg. 63._ Il Gotofredo (Tom. IV. p.
409-413) fa l'uffizio di Commentatore e d'Avvocato. Il Tillemont (_Mem.
Ecoles. Tom. VIII. p. 808._) suppone una seconda legge per iscusare gli
Ortodossi suoi amici, che avevano male rappresentato l'editto di Valente
e soppresso la libertà della scelta.
[75] Vedi Danville _Descript. de l'Egypt. p. 74._ In seguito esamineremo
gl'Instituti Monastici.
[76] Socrate l. IV. c. 24. 25., Orosio l. VII. c. 33. Girol. _Cron._ p.
189. e Tom. II. p. 212. I Monaci dell'Egitto facevano molti miracoli,
che provan la verità della loro fede. Benissimo, (dice Jortin _Osservaz.
Vol. IV._ p. 79.) ma chi prova la verità di questi miracoli?
[77] _Cod. Teodos. lib. XVI. Tit. II. leg. 20._ Il Gotofredo (Tom. IV.
pag. 49.), seguitando l'esempio del Baronio, raccoglie senza parzialità
tutto quello che i Padri hanno detto relativamente a questa importante
legge, lo spirito della quale molto tempo dopo fu fatto risorgere
dall'Imperator Federigo II. da Eduardo I. Re d'Inghilterra, e da altri
Principi Cristiani, che regnarono dopo il duodecimo secolo.
[78] L'espressioni, che ho adoperate, son deboli e moderate, se si
paragonino con le veementi invettive di Girolamo (Tom. I. p. 13. 45.
144). Fu anche ad esso rinfacciata la colpa, che egli imputava ai Monaci
fratelli di lui; e lo _scellerato, il versipelle_ fu pubblicamente
accusato come amante della vedova Paola. (Tom. II. p. 363). Ei godeva
senza dubbio l'affezione sì della madre che della figlia; ma dichiara
che non abusò mai della sua autorità in favore di alcun sensuale o a sè
vantaggioso disegno.
[79] _Pudet dicere Sacerdotes Idolorum, mimi, et aurigae, et scorta
haereditates capiunt: solis Clericis ac Monacis hac lege prohibetur. Et
non prohibetur a persecutoribus, sed a Principibus Christianis. Nec de
lege quaeror, sed doleo, cur meruerimus hanc legem._ Girolamo (Tom. I.
p. 13) prudentemente indica la segreta politica di Damaso, suo
protettore.
[80] Tre parole di Girolamo, _Sanctae memoriae Damasus_ (Tom. II. p.
109.), lavano tutte le sue macchie; ed abbagliano i devoti occhj del
Tillemont: _Mem. Eccles. T. VIII p. 386. 424._
[81] La Basilica di Sicinino o di Liberio è probabilmente la Chiesa di
S. Maria Maggiore sul colle Esquilino. Baronio an. 367. num. 3. e Donat.
_Rom. Antiq. et nov. lib. IV. c. 3. p. 462._
[82] Girolamo stesso è costretto a confessare _crudelissimae
interfectiones diversi sexus perpatratae. Cron._ p. 186. Ma per strana
combinazione ci è restato un _libello_, o domanda originale di due Preti
del partito contrario. Essi affermano, che furon bruciate le porte della
Basilica, e scoperchiatone il tetto; che Damaso marciò alla testa del
suo Clero, di scavatori di sepolcri, di cocchieri e di gladiatori
stipendiati; che non fu ucciso veruno del suo partito, ma che vi furon
trovati centosessanta corpi morti. Tal libello fu pubblicato dal P.
Sirmondo nel primo Tomo delle sue opere.
[83] I nemici di Damaso lo chiamavano _Auriscalpius Matronarum_,
sollecitatore degli orecchj delle matrone.
[84] Gregorio Nazianzeno (_Orat._ XXXII. p. 526.) descrive la vanità ed
il lusso dei Prelati che presedevano alle città Imperiali; gli aurei
loro cocchi, i focosi destrieri, ed il numeroso seguito ec. La turba
dava luogo come ad una bestia selvaggia.
[85] Ammiano XXVII. 3. _Perpetuo Numini verisque ejus cultoribus._ Che
incomparabil condiscendenza d'un Politeista!
[86] Ammiano, che fa una bella narrazione della sua Prefettura (XXVII.
9.), lo chiama _praeclarae indolis gravitatisque Senator_ (XXII. 7. e
_Vales. ib_.). Una curiosa Inscrizione (ap. Gruter. MCII, n. 2.)
contiene in due colonne gli onori civili e religiosi di esso. In una
vien dichiarato Pontefice del Sole e di Vesta, Augure, Quindecemviro,
Jerofante ec. ec. Nell'altra 1. Questore candidato, più probabilmente
titolare, 2. Pretore, 3. Correttore della Toscana e dell'Umbria, 4.
Consolare della Lusitania, 5. Proconsole dell'Acaja, 6. Prefetto di
Roma, 7. Prefetto del Pretorio d'Italia, 8. dell'Illirico, 9. Console
eletto; ma egli morì prima che cominciasse l'anno 385. Vedi Tillemont
_Hist. des Emper. Tom. V. p. 241, 736_.
[87] _Facite me Romanae urbis Episcopum, et ero protinus Christianus:_
Girolam. Tom. II. p. 165. Egli è più che probabile, che Damaso non
avrebbe comprato a tal prezzo la conversione di esso.
[88] Ammiano XXVI. 5. Valesio aggiunge una lunga e stimabile nota sopra
il Maestro degli Uffizj.
[89] Ammiano XXVII. 1. Zosimo l. IV. p. 208. Vien soppressa la vergogna
dei Batavi da un soldato contemporaneo per un riguardo all'onor
militare, che non poteva interessare un Retore Greco del seguente
secolo.
[90] Vedi Danville _Not. dell'ant. Gallia p. 587_. Il nome della
Mosella, che non è specificato da Ammiano, viene indicato chiaramente da
Mascov _Istor. degli ant. Germani_ VII. 2.
[91] Son descritte queste battaglie da Ammiano (XXVII. 2) e da Zosimo
(l. IV. p. 209.) il quale suppone che Valentiniano vi si trovasse
presente.
[92] _Studio sollicitante nostrorum occubuit_: Ammiano XXVII. 10.
[93] Questa spedizione vien riferita da Ammiano (XXVII. 10) e celebrata
da Ausonio (_Mosell. 421_.) il quale stoltamente suppone, che i Romani
ignorassero le sorgenti del Danubio.
[94] _Immanis enim natio jam inde ab incunabulis primis varietate casuum
imminuta, ita saepius adolescit, ut fuisse longis soeculis aestimetur
intacta_: Ammiano XXVII. 5. Il Conte di Buat (_Histor. des Peuples de
l'Europ. Tom. VII. p. 370_.) attribuisce la fecondità degli Alemanni
alla facilità con cui adottavano gli stranieri.
[95] Ammiano XXVIII. 2. Zosimo l. IV. p. 214. Vittore il Giovane fa
menzione del genio meccanico di Valentiniano: _nova arma meditari;
fingere terra seu limo simulacra._
[96] _Bellicosos et pubis immensae viribus affluentes, et ideo metuendos
finitimis universis._ Ammiano XXVIII. 5.
[97] Io son sempre inclinato a sospettare, che gl'Istorici e i
viaggiatori facilmente riducano a leggi generali alcuni fatti
straordinarj. Ammiano attribuisce un costume simile all'Egitto; ed i
Chinesi l'hanno attribuito al Tapsin o all'Impero Romano (De Guignes
_Histor. des Huns_ Tom. II. p. I. p. 79.)
[98] _Salinarum finiumque causa Alemannis saepe jurgabant:_ Ammiano
XXVIII. 5. Può esser che si disputassero il possesso della _Sala_, fiume
che produceva del sale, e che era stato l'oggetto di antiche pugne.
Tacit. _Annal._ XIII. 57. e Lipsio _ib._
[99] _Jam inde temporibus priscis sobolem se esse Romanam Burgundii
sciunt_; e tale incerta tradizione appoco appoco prese un aspetto
regolare: Oros. l. VII. c. 32. Essa è distrutta dalla decisiva
testimonianza di Plinio, che fece l'istoria di Druso, e militò in
Germania (Plin. Sec. _Epist._ III. 5.) dentro i sessant'anni dalla morte
di quell'eroe: Germanorum _generae quinque Vindili, quorum pars
Burgundiones ec. Hist. nat. IV. 28._
[100] Le guerre e le negoziazioni relative a' Borgognoni ed agli
Alemanni son distintamente riferite da Ammiano Marcellino (XXVII. 5.
XXIX. 4. XXX. 1.) Orosio (l. VII. c. 33) e le Croniche di Girolamo e di
Cassiodoro determinano alcune date, ed aggiungono varie circostanze.
[101] Επι τον αυχενα της Κιμβρικη χερσονεσου Σαξονες _nel più
stretto del Chersoneso Cimbrico i Sassoni_. All'estremità Settentrionale
della penisola (ch'è il promontorio Cimbrico di Plinio IV. 27) Tolomeo
pone il restante dei _Cimbri_, e riempie l'intervallo fra i _Sassoni_ ed
i Cimbri con sei oscure tribù, che erano unite insieme fino dal sesto
secolo sotto la nazional denominazione di _Dani_. Vedi Cluver. _German.
Antiq._ l. III. c. 21. 22. 23.
[102] Danville (_Etablissem. des etats de l'Europe p._ 19. 26) ha
determinato gli estesi limiti della Sassonia al tempo di Carlo Magno.
[103] La flotta di Druso invano tentò di passare o anche d'avvicinarsi
al _Sund_ (chiamato per una facile somiglianza _le colonne d'Ercole_) e
non fu mai più intrapresa tale spedizione navale: Tacit. _de morib.
Germ. c._ 34. La cognizione che i Romani acquistarono delle forze
marittime del Baltico (c. 44. 45) l'ottennero col mezzo dei viaggi che
facevano per terra in cerca dell'ambra.
[104]
_Quin et Aremoricus piratam Saxona tractus....._
_Sperabat; cui pelle salum sulcare Britannum_
_Ludus; et assuto glaucum mare findere lembo._
Sidon. _in Panegyr. Avit._ 369.
Il genio di Cesare imitò in una particolare occasione quei rozzi ma
leggieri vascelli, che s'usavano ancora dagli abitanti della Britannia
(_Comment. de Bello Civ._ I. 51) e Guichardt (_Nouv. Memoir. milit.
Tom._ II. _p._ 41. 42). Le navi Britanniche farebbero al presente
stupire il genio di Cesare.
[105] Posson trovarsi le migliori notizie originali, rispetto ai pirati
Sassoni, appresso Sidonio Apollinare (l. VIII. _Epist._ VI. p. 223,
_edit. Sirmond._), ed il miglior Commentario appresso l'Abb. du Bos
(_Hist. crit. de la Monar. Fran. Tom._ I. _l._ I _c._ 16. _p._ 148-155.
_Vedi_ anche p. 78. 79).
[106] Ammiano (XXVIII. 5.) giustifica tale mancanza di fede ai pirati e
ladroni; ed Orosio (l. VII. c. 32.) esprime più chiaramente la vera lor
colpa, _virtute atque agilitate terribiles_.
[107] Simmaco (l. II. ep. 16.) pretende di far tuttavia menzione dei
sacri nomi di Socrate e della filosofia. Sidonio, Vescovo di Clermont,
potea condannare (l. VIII. _epist._ 6.) con _minor_ incoerenza i
sacrifizi umani dei Sassoni.
[108] Nel principio del secolo passato il dotto Cambden fu costretto a
distruggere con rispettoso scetticismo il Romanzo di _Bruto_ Troiano,
che ora è sepolto in una tacita obblivione con _Scota_ figlia di Faroah,
e la numerosa lor discendenza. Pure io so, che si trovano ancora fra gli
originali nativi di Irlanda molti campioni della colonia Milesia. Un
popolo, malcontento della propria condizione presente, s'attacca ad ogni
visione di passata o futura sua gloria.
[109] Tacito, o piuttosto Agricola suocero di lui, potè osservare la
carnagione Germanica o Spagnuola di alcune tribù Britanniche; ma la più
moderata e dichiarata loro opinione era questa: _In universum tamen
aestimanti, Gallos vicinum solum occupasse, credibile est. Eorum sacra
deprehendas.... Sermo haud multum diversus_. (_In vitae Agric. c._ XI.)
Cesare ha osservato la somiglianza della lor religione (_Comm. de Bell.
Gallic._ VI. 13.); ed al suo tempo l'emigrazione dalla Gallia Belgica
era un fatto recente o almeno istorico (V. 10). Cambden, lo Strabone
Britannico, ha modestamente determinato le nostre genuine antichità.
(_Britan. Vol._ I. _Inter. p._ II. XXXI.)
[110] Negli oscuri e dubbi sentieri dell'antichità Caledonia ho preso
per miei condottieri due dotti ed ingegnosi abitatori di montagne, che
per la nascita e l'educazione loro erario specialmente adattati a tale
uffizio. Vedi le Dissertazioni critiche sull'origine, antichità ec. dei
Caledoni del Dott. Gio. Macpherson, Londr. 1768, _in_ 4. e
_l'Introduzione all'Istoria della Gran Brettagna e dell'Irlanda di
Giacomo Macpherson, Scud. Londr._ 1773, 4, _terza ediz._ Il Dott.
Macpherson era un ministro dell'isola di Sky; ed è una circostanza che
fa onore al nostro secolo, che nella più remota fra l'Ebridi sia stata
composta un'opera piena d'erudizione e di critica.
[111] Si è fatta risorgere negli ultimi momenti di sua rovina, e
vigorosamente si è sostenuta la discendenza Irlandese degli Scoti dal
Rev. Whitaker (_Istor. di Manchester vol. I. p._ 430. 431 _ed Istoria
genuina dei Brettoni provata ec. p._ 154. 293). Pure confessa egli, 1.
che gli Scoti d'Ammiano Marcellino (an. 340) erano già stabiliti nella
Caledonia, e che gli Scrittori Romani non danno alcun indizio della loro
emigrazione da un altro paese; 2. che tutti i racconti di tali
emigrazioni, che si son fatti o ammessi dai Bardi Irlandesi, dagli
Istorici di Scozia o dagli antiquari Inglesi (Bucanano, Cambden, Usher,
Stillingfleet ec.) sono interamente favolosi; 3. che tre delle tribù
Irlandesi mentovate da Tolomeo (anno 150) eran d'origine Caledonia; 4.
che il ramo cadetto dei Principi Caledoni della casa di Fingal acquistò
e possedè il regno dell'Irlanda. Dopo queste concessioni la differenza
che resta fra il Whitaker ed i suoi avversari, è piccola ed oscura.
L'istoria _genuina_, che egli produce, d'un Fergus cugino d'Ossian, che
si trasferì (nell'anno 320.) dall'Irlanda nella Caledonia, è fondata
sopra un supplimento congetturale alla poesia Ersa, e sopra la debole
testimonianza di Riccardo di Cirencester, Monaco del secolo XIV. Il
vivace spirito dell'erudito ed ingegnoso Antiquario l'ha indotto a
dimenticare la natura d'una questione, che con tanta veemenza egli
discute, e tanto assolutamente decide.
[112] _Hyeme tumentes ac saevientes undas calcastis oceani sub remis
vestris... insperatam Imperatoris faciem Britannus expavit_: Jul.
Firmic. Matern. _de error. prop. Religion. p._ 464. _edit. Gronov. ad
calc. Minuc. Felic._ Vedi Tillemont _Hist. des Emper. Tom._ IV. _p._
336.
[113] Liban. _Orat. parent. c._ XXXIX. p. 264. Questo curioso passo è
sfuggito alla diligenza degli Inglesi nostri antiquari.
[114] I Caledoni lodavano e desideravano l'oro, i destrieri, i lumi ec.
dello _straniero_. Vedi _la Dissert. del D. Blair sopra Ossian Vol. II.
p._ 343. e _l'Introduzione di Macpherson p._ 241-286.
[115] Lord Littleton ha riferito circostanziatamente (_Istor. d'Enric.
II. Vol. I. pag._ 182.) e David Darymple ha brevemente rammentato
(_Annal. di Scozia Vol._ I. _p._ 69) una barbara irruzione degli Scoti
in un tempo (an. 1137) in cui la legge, la religione e la società
dovevano avere addolcito gli antichi loro costumi.
[116] _Attacotti bellicosa hominum natio_: Ammiano XXVII. 8. Cambden ha
restituito (_Introd. p._ CLIII) il loro vero nome nel testo di Girolamo.
Le truppe degli Attacotti, che Girolamo aveva veduto nella Gallia,
furono in seguito poste nell'Italia e nell'Illirico: _Notit. l._ VIII.
XXXIX. XL.
[117] _Cum ipse adolescentulus in Gallia viderim Attacottos (o Scotos)
gentem Britannicam humanis vesci carnibus; et cum per silvas porcorum
greges et armentorum pecudumque reperiant, pastorum nates, et feminarum
papillas solere abscindere; et has solas ciborum delicias arbitrari._
Tale è la testimonianza di Girolamo (_Tom._ II. _p._ 75), di cui non ho
ragione di porre in dubbio la veracità.
[118] Ammiano ha succintamente descritto (XX. 1. XXVI. 4. XXVII. 8.
XXVIII. 3.) tutta la serie della guerra Britannica.
[119]
_Horrescit... ratibus... impervia Thule._
_Ille... nec falso nomine Pictos._
_Edomuit, Scotumque vago mucrone secutus_
_Fregit Hyperboreas remis audacibus undas._
Claudian. in III. Cons. Honorii v. 53.
_.... Maduerunt Saxone fuso_
_Orcades: incaluit Pictorum sanguine Thule._
_Scotorum cumulos flevit glacialis Jerne._
_In IV. Consult. Honor._ v. 31. Vedasi anche Pacato (_in Paneg. veter.
XII._ 5). Ma non è facile lo stabilire il valore intrinseco
dell'adulazione e della metafora. Si paragonino le vittorie
_Britanniche_ di Bolano (_Stat. Silv. V._ 2) col vero carattere di lui
(_ap. Tacit. in vit. Agricol._ 6. 16).
[120] Ammiano fa spesso menzione del loro _concilium annuum, legitimum
etc._ Leptis e Sabrata sono da gran tempo distrutte; ma la città di Oea,
patria d'Apulejo, fiorisce ancora sotto la provincial denominazione di
_Tripoli_. Vedi Cellar. _Geogr. antiq. Tom. II. P. II. pag._ 8. Danville
_Geogr. Ancien. Tom. II. pag._ 71 72 e Marmol _Afrique Tom. II. pag._
562.
[121] Ammiano XVIII. 6. Il Tillemont (_Hist. des Emper. T. V. p._ 25.
676) ha discusso le difficoltà cronologiche dell'istoria del Conte
Romano.
[122] La cronologia d'Ammiano è sconnessa ed oscura; ed Orosio (l. VII.
c. 33. p. 551 _edit. Havercamp._), sembra, che ponga la rivoluzione di
Firmo dopo la morte di Valentiniano e di Valente. Il Tillemont (_Hist.
des Emper. T. V. p._ 691) procura di sgombrar la strada. Ne' più
sdrucciolevoli sentieri possiamo affidarci al paziente e sicuro mulo
delle Alpi.
[123] Ammiano XXIX. 5. Il testo di questo lungo capitolo (di quindici
pagine in quarto) è mutilato e corrotto; e la narrazione è ambigua per
mancanza d'indicazioni cronologiche e geografiche.
[124] Ammiano XXVIII. 4. Orosio l. VII. c. 33. p. 551. 552. Girol.
_Chron. p._ 187.
[125] Leone Affricano (_nei viaggi di Ramusio Tom. I. fol._ 78, 83) ha
fatto una curiosa pittura sì del popolo che del paese, il quale vien più
minutamente descritto nell'_Affrica di Marmol. Tom._ III. _p._ 1-54.
[126] Tale inabitabile zona fu appoco appoco ridotta, pei miglioramenti
fatti all'antica geografia, da quarantacinque a ventiquattro o anche
sedici gradi di latitudine. Vedi una dotta e giudiziosa nota del Dott.
Robertson _Istor. d'Amer. Vol. I. p._ 426.
[127] _Intra, si credere libet, vix jam homines, et magis semiferi...
Blemmyes, satyri_ ec. Pomponio Mela l. 4. p. 26. _Edit. Voss._ in 8.
Plinio spiega _filosoficamente_ (VI. 35) le irregolarità della natura,
che _con credulità_ egli aveva ammesse V. 8.
[128] Se il Satiro era l'Orang-outang, o la grande scimia umana di
Buffon (_Hist. nat._ Tom. XIV. p. 43 ec.), potè realmente farsi veder
vivo uno di quella specie in Alessandria nel regno di Costantino.
Contuttociò resta sempre qualche difficoltà sopra la conversazione che
ebbe S. Antonio con uno di quei pii Selvaggi nel deserto della Tebaide
(Girol. _vit. Paul. Erem._ Tom. I. p. 238).
[129] S. Antonio incontrò anche uno di _questi_ mostri; l'esistenza dei
quali fu sostenuta seriamente dall'Imperatore Claudio. Il pubblico se ne
rideva; ma il suo Prefetto dell'Egitto ebbe la cura di mandare
l'artificiosa preparazione di un corpo imbalsamato d'un _Hippocentauro_
che fu conservato quasi per un secolo nel palazzo Imperiale. Vedi Plin.
(_Hist. nat._ VIII. 3) e le giudiziose osservazioni di Freret (_Mem. de
l'Acad._ Tom. VII. p. 321).
[130] La favola de' pimmei è antica quanto Omero (_Iliad._ III. 6). I
pimmei dell'India e dell'Etiopia erano (trispithami) alti ventisette
pollici. Nella primavera marciava la lor cavalleria (sopra capre e
montoni) in militare ordinanza per distrugger le ova delle grue:
_aliter_ (dice Plin.) _futuris gregibus non resisti_. Le loro case erano
formate di terra, di foglie e di gusci di conchiglie. Vedi Plin. VI. 35.
VII 2., e Strabone l. II. p. 121.
[131] I Volumi III e IV della stimabile _Storia dei viaggi_ descrivono
lo stato presente de' Neri. Le nazioni delle coste marittime si sono
incivilite pel commercio Europeo; e quelle dell'interno del paese sono
state migliorate dalle colonie Moresche.
[132] _Hist. Philos. e Polit._ Tom. IV. p. 192.
[133] È originale e decisiva la testimonianza d'Ammiano (XXVII 12). Si
son consultati Mosè di Corene (l. III. c. 17. p. 249 e c. 24. p. 169), e
Procopio (_De Bell. Pers. l. I. c._ 5. _p._ 17. _Ed. Louvr._), ma
bisogna far uso con diffidenza e cautela di quest'istorici, che
confondono i fatti fra loro distinti, ripetono i medesimi avvenimenti, e
v'inseriscono stravaganti racconti.
[134] Forse Artagera o Ardis, sotto le mura di cui restò ferito Cajo
nipote d'Augusto. Questa fortezza era situata sopra Amida, vicino ad una
delle sorgenti del Tigri. Vedi Danville _Geogr. anc._ Tom. II. p. 106.
[135] Il Tillemont (_Hist. des Emper._ Tom. V. pag. 701) prova colla
cronologia, che Olimpia deve essere stata madre di Para.
[136] Ammiano (XXVII. 12. XXIX. 1. XXX. 1. 2), ha descritto gli
avvenimenti della guerra Persiana, senza le date. Mosè di Corene (_Hist.
Armen. l. III. c._ 28. _p._ 261. _c._ 31. _p._ 266. _c._ 33. p. 271)
somministra altri fatti; ma è sommamente difficile il distinguere il
vero dal favoloso.
[137] Artaserse fu successore e fratello (cugino germano) del gran
Sapore, e custode del suo figlio Sapore III (Agat. l. IV. p. 136. _Edit.
Louvr._) Vedi l'_Istor. Univers._ Vol. XI. p. 86, 162. Gli autori di
quell'opera disuguale hanno compilato i fatti della dinastia Sassania
con erudizione e diligenza; ma è male inteso il metodo di dividere in
due distinte storie le narrazioni Romane e le Orientali.
[138] Pacat. _in Paneg. Vet. XII._ 22. ed Oros. _lib. VII. c._ 34.
_Ictumque tum foedus est, quo universus Oriens usque ad nunc_ (an. 416)
_tranquillissime fruitur_.
[139] Vedi ap. Ammiano (XXX. 1.) le avventure di Para. Mosè di Corene lo
chiama Tiridate; e racconta una lunga e non improbabile storia di Gnelo
suo figlio, che in seguito divenne popolare nell'Armenia, e provocò la
gelosia del Re allora regnante (l. III. c. 21, ec. p. 253).
[140] Sembra che il breve racconto del regno e delle conquiste
d'Ermanrico sia uno dei più stimabili frammenti, che Giornande abbia
preso (c. 28) dalle Gotiche storie d'Ablavio o di Cassiodoro.
[141] Il Buat (_Hist. des Peuples de l'Eur._ Tom. VI. p. 311, 329) va
investigando, con maggiore industria che effetto, le nazioni domate
dalle armi d'Ermanrico. Ei nega l'esistenza dei _Vasinobronci_, per
causa dell'eccessiva lunghezza del loro nome. Eppure l'Inviato Francese
a Ratisbona o a Dresda deve aver traversato il paese dei _Mediomatrici_.
[142] L'edizione di Grozio (_Jornandes_ p. 642) porta il nome di
_Aestri_. Ma la ragione ed il MS. Ambrosiano hanno restituito quello di
_Aestii_, i costumi e la situazione dei quali si rappresentano dal
pennello di Tacito (_Germ. c._ 45).
[143] Ammiano (XXXI. 3) osserva in termini generali: _Ermenrichi...
nobilissimi Regis, et per multa fortiter facta, vicinis gentibus
formidati, ec._
[144] _Valens... docetur relationibus Ducum, gentem Gothorum ea
tempestate intactam, ideoque saevissimam, conspirantem in unum ad
pervadendum parari collimitia Thraciarum._ Ammiano XXVI. 6.
[145] Il Buat (_Hist. des Peuples de l'Europ. Tom. VI. p._ 332) ha con
esattezza determinato il vero numero di questi ausiliari. I tremila
d'Ammiano, ed i diecimila di Zosimo non erano che le prime divisioni
dell'armata Gotica.
[146] Si trova descritta questa marcia e la successiva negoziazione nei
Frammenti d'Eunapio (_Excerpt. legat. p._ 18. _Edit. Louvr._). I
Provinciali, che in seguito divennero famigliari coi Barbari, trovarono
la loro forza più apparente che reale. Essi erano alti di statura, ma
avevano le gambe grosse, e le spalle anguste.
[147] _Valens enim, ut consulto placuerat fratri, cujus regebatur
arbitrio, arma concussit in Gothos ratione justa permotus_: Ammiano
(XXVII. 4.) poi continua a descrivere non già il paese dei Goti, ma la
pacifica ed obbediente provincia della Tracia, che non era attaccata
dalla guerra.
[148] Eunap. _in Excerpt. Leg. pag. 18 19._ Bisogna che il Greco Sofista
risguardasse come una medesima guerra tutta la serie dell'istoria
Gotica, sino alle vittorie, ed alla pace di Teodosio.
[149] La guerra Gotica è descritta da Ammiano, (XXVII. 5) da Zosimo (l.
IV. p. 211 214) e da Temistio (_Orat. X. p. 129 141_). L'oratore
Temistio fu invitato dal Senato di Costantinopoli a congratularsi col
vittorioso Imperatore; e la sua servile eloquenza paragona Valente sul
Danubio ad Achille sullo Scamandro. Giornandes ha tralasciato una guerra
particolare ai Visigoti, e non gloriosa pel nome Gotico. Mascou _Istor.
dei Germani VII. 3._
[150] Ammiano (XXIX. 6) e Zosimo (l. IV. p. 119 220) notano esattamente
l'origine ed il progresso della guerra dei Quadi e de' Sarmati.
[151] Ammiano, che (XXX. 5) confessa il merito di Petronio Probo, ne ha
con giusta asprezza censurato l'oppressivo governo. Quando Girolamo
tradusse e continuò la Cronica d'Eusebio an. 380 (Vedi Tillemont Mem.
_Eccl. Tom. XII. p. 53 626_) espresse la verità o almeno la pubblica
opinione del paese con queste parole; _Probus P. P. Illirici
iniquissimis tributorum exactionibus ante provincias, quas regebat, quam
a Barbaris vastarentur, erasit: Chron. Edit. Scaliger. p. 187. Animad. p
259._ Il Santo contrasse in seguito un'intima e tenera amicizia con la
vedova di Probo; ed il nome del Conte Equizio, meno a proposito in vero,
ma senza molta ingiustizia è stato sostituito nel testo.
[152] Giuliano (_Orat. VI. p. 298_) descrive il suo amico Ificle come un
uomo virtuoso e di merito, che erasi reso ridicolo ed infelice,
adottando l'abito ed i costumi stravaganti de' Cinici.
[153] Ammiano XXX. 5. Girolamo, che esagera la disgrazia di
Valentiniano, gli nega sino quest'ultima consolazione della vendetta:
_Genitali vastato solo et inultam Patriam derelinquens: Tom. I. p. 26._
[154] Vedasi quanto alla morte di Valentiniano, Ammiano (XXX. 6), Zosimo
(l. IV. p. 221), Vittore (_in Epitom._), Socrate (l. IV. c. 31) e
Girolamo (_in Chron. p. 187, e Tom. I. p. 26 ad Heliodor._). Fra loro si
trova gran varietà di circostanze; ed Ammiano è tanto eloquente che
scrive senza alcun senso.
[155] Socrate (l. IV. c. 31) è l'unico testimone originale di questa
stolta istoria, sì repugnante alle leggi ed ai costumi de' Romani, che
appena merita la formale ed elaborata dissertazione del Bonamy (_Mem. de
l'Acad. Tom. XXX. p. 394 405_). Pure io riterrei la natural circostanza
del bagno, piuttosto che seguitare Zosimo, che rappresenta Giustina,
come una vecchia vedova di Magnenzio.
[156] Ammiano (XXVII. 6) descrive la forma di questa militar elezione ed
_augusta_ investitura. Pare che Valentiniano non consultasse, e neppur
ne informasse il Senato di Roma.
[157] Ammiano XXX. 10. Zosimo l. IV. pag. 222, 223. Il Tillemont ha
provato (_Hist. des Emper. T. V. p. 707, 709_) che Graziano regnò
nell'Italia, nell'Affrica e nell'Illirico. Io ho procurato di esprimere
la sua autorità negli stati del Fratello, in uno stile ambiguo, simile
alla maniera con cui l'usava.
RIFLESSIONI
D'IGNOTO AUTORE
SOPRA I CAPITOLI
XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV E XXV
DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI
LETTERA I.
So per lunga esperienza, che l'amore del vero, e lo zelo per la Santa
Religione Cattolica, che vi siete obbligati con giuramento solenne di
propagare nella Inghilterra, dove nasceste, prevalgon di molto in cuore
vostro allo spirito di patriottismo: e però non temo di confessarvi, che
quanto più mi vado inoltrando nella lettura della Storia Romana del
vostro Gibbon, tanto meno mi sembra meritevole di quelle lodi, che io
sull'altrui relazione in presenza vostra incautamente gli tributai. A me
par di vedere nel Sig. Gibbon uno scrittore per verità elegante ed
erudito; ma che ora vergognosamente si contraddice, ora dà per
indubitati dei fatti di Storia Ecclesiastica; i quali se non sono
falsissimi, sono almeno dubbi, e non bene decisi; e per l'opposto nega
ed oscura i meglio autenticati e i più certi, e ciò sempre a danno ed
avvilimento del partito Cattolico; mostrando sempre un indicibil
dispregio dei Santi Padri, depositari fedeli e sostenitori indefessi di
quei venerabili dogmi, che egli malamente conosce, e sfigura. Non è già
intenzione mia di tener dietro al Sig. Gibbon in tutti i suoi
traviamenti: se io lo facessi, vi stancherebbero le mie riflessioni per
la moltitudine e la lunghezza, e vi priverei di quel piacere che si
gusta nel rilevare da se medesimo gli sbagli degli uomini, che menan
rumore nella Repubblica letteraria. Ne farò adunque quante possan
bastare a porre in chiaro l'asserzion mia: e per quel che riguarda la
prima parte di essa mi ristringo a S. Atanasio, a Giuliano l'Apostata,
ed al carattere generale dei Cristiani dei loro tempi.
Ecco adunque come il Sig. Gibbon parla del primo. _L'immortal nome di
Atanasio non potrà mai separarsi dalla Dottrina Cattolica della
Trinità._ Quindi è, che _essendo la causa di lui quella della verità, e
della giustizia quella_, io dico, _della verità religiosa, il regno
dell'Imperadore Costanzo restò infamato dalla ingiusta persecuzione del
grande Arcivescovo intrepido campion della Fede Nicena, ed ospite
venerando di Costantino_ il figlio, il quale _colla decenza del suo
contegno si conciliò l'affezione del Clero non men che del popolo_: e
rei pur furono di solenne _ingiustizia quelli Ecclesiastici Giudici_,
che lo condannarono in Tiro.
Or se io dicessi, che noi _possiam diffidare delle proteste di rispetto,
che quell'istesso Atanasio faceva all'Imperatore Costanzo_; che _egli in
quel modesto equipaggio, solito ad affettarsi dalla politica e
dall'orgoglio, faceva le visite Episcopali_; che _Arsenio era
un'immaginaria sua vittima e suo segreto amico_; che _egli sì abbondante
di difese rispetto ad Arsenio medesimo ed al calice, lasciò la grave
accusa di aver fatto battere, ed imprigionare sei Vescovi senza
risposta_; se io mettessi in _forse_, che _la ragione fosse veramente
dalla parte di Atanasio_: se finalmente decidessi, che _la differenza
tra homoousion, ed homoiusion essendo quasi invisibile all'occhio
Teologico più delicato_, Atanasio mostrossi _avido di fama ed attaccato
dal contagio del fanatismo_; neghereste voi mai, che io fossi
oppostissimo di sentimento al Sig. Gibbon in riguardo a quel celebre
Primate di Egitto? E come negarlo? Asserisce l'Autore, che il Clero
deposto sotto Costanzo era _Ortodosso_, che la dottrina di Atanasio era
_Cattolica_, che i Giudici di lui furono _ingiusti_; io per lo contrario
direi, che buona parte di quella disputa fu più grammaticale che
teologica, e che Atanasio fu ben fanatico a sacrificarsi se non per un
dittongo, almeno per un vocabolo _proibito dal Concilio d'Antiochia_. Il
Sig. Gibbon afferma, che il contegno di quel Santo era decente, ed
attissimo a conciliarsi l'affetto universale: ed io in quel modesto
equipaggio ravviserei l'orgoglio, la politica, e l'avidità della fama.
Il Sig. Gibbon ripete sovente, che la giustizia e la verità, e per
conseguenza la ragione assistevano la causa di Atanasio: io dubiterei se
la ragione fosse veramente dalla sua parte: il Sig. Gibbon profonde per
Atanasio luminosi titoli di _grande, d'immortale, di venerando_, io gli
darei quelli di finto, di adulatore o di subdolo. Non valuto però molto
quell'ultimo, perchè essendo lo stesso, che _Venerabile_, questo
l'Autore lo trova benissimo conciliabile in S. Gregorio Nazianzeno con
l'altro di _stolto_ e di _calunniatore_[158]. Nell'esporvi la mia
ipotesi non ho fatto altra cosa, che trascrivervi letteralmente le
parole del Sig. Gibbon, che voi potete riscontrare nel libro. Vi sarà
dunque facile il conchiudere, che il Sig. Gibbon è in opposizione con se
medesimo.
Dovremo noi credere a questo A. nel primo caso o sibben nel secondo? Io
per me voglio credergli assolutamente nel primo; perocchè il carattere,
che ivi fa di Atanasio è conforme a quello, che fanno di lui il
Tillemont ed i Monaci Benedettini: ed egli stesso m'insegna, che _la
diligenza del Tillemont e degli Editori Benedettini ha raccolto tutti i
fatti ed esaminata ogni difficoltà concernente la vita del grande
Atanasio_: e mi maraviglio che dimenticatosi di una regola così giusta,
tratti Gioviano d'_adulatore, empio e stravagante_ per aver detto
celestiali le virtù del S. Arcivescovo, ed averlo chiamato figura della
Divinità[159], e con una nuova opposizione con se medesimo _non ammetta
la delicatezza del Baronio, del Valesio_, e precisamente _del Tillemont
nel rigettare l'aneddoto del rifugio di Atanasio in casa della bella
vedova Alessandrina_, indegno certamente della gravità della Storia
Ecclesiastica, ingiurioso alla memoria di un Santo sì illustre, e forse
inventato dal livor degli Arriani. Ma che volete aspettarvi di coerente
da un Autore, il quale ad onta degli _originali ed autentici monumenti,
onde confessa esser giustificate le apologie e le lettere ai Monaci di
Atanasio_ ha la stravaganza di dichiararsi di _prestarvi minor fede:
perchè egli troppo vi apparisce, innocente e troppo assurdi gli
avversari di lui_? Intanto con questo suo modo di pensare e di scrivere
ci fa toccar con mano, come non vi ha assurdo delirio, di cui non sia
capace un uomo preoccupato dallo spirito di religioso partito, o di una
tolleranza sfrenata. Osservatelo più distintamente in Giuliano
l'Apostata.
Già v'immaginerete, che egli debba esser l'Eroe del Sig. Gibbon, ed in
sostanza è così. _Erano inimitabili_, dice egli, _le virtù di Giuliano_,
ed il suo trono era _la sede della ragione, della virtù, e forse della
vanità_, vanità, che il medesimo nostro Critico non si risovvenendo del
_forse_ chiama _eccessiva_. Io non istarò a discutere quale alleanza
possa darsi tra la vera virtù e la vanità: Teologia sarebbe questa
troppo sublime per uno che applaude ai _Protestanti della Francia, della
Germania, e dell'Inghilterra per aver sostenuta con l'armi la civile e
religiosa lor libertà_ contro la teoria e la pratica costante dei primi
Cristiani, e che giudica lo stesso Giuliano _tollerabil Teologo_ sebben
sostenga che _Cristo è uomo puro, e che la Trinità non è dottrina nè di
Paolo, nè di Gesù, nè di Mosè_. Chiederò solo al Sig. Gibbon
primieramente, se Giuliano costantemente, o spesso almeno _si rammentava
di quella fondamental massima di Aristotele, che la vera virtù si trova
in ugual distanza fra gli opposti vizi_? Ora ei mi risponde, che
_l'indole di Giuliano era di rammentarsene rare volte_. Dunque il trono
di lui non era la sede della ragione e della virtù, ed il Sig. Gibbon si
contraddice[160]. Domando a voi in secondo luogo, se l'ingiustizia,
l'ingratitudine, la mala fede, la leggerezza di naturale siano
ragionevoli e virtuose? Una simile domanda ecciterà forse le vostre
risa, e forse il vostro sdegno. Incolpatene il Sig. Gibbon: egli è che
mi obbliga a farvela. Imperciocchè se la _giustizia medesima parve che
piangesse il fato di Ursulo tesorier dell'Impero, ed il suo sangue
accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si erano opportunamente
sollevate le angustie dall'intrepida liberalità di quell'onesto
Ministro_; se l'Imperatore stesso restò _profondamente colpito dai
propri rimorsi_ per un attentato, che Ammiano (L. XX.) chiama
_impurgabile_, o conviene ammettere un'ingiustizia ed una ingratitudine
ragionevole e virtuosa, o d'uopo è confessare, che il trono di Giuliano
non fu la sede della ragione e della virtù. Si obbligò ancora Giuliano
con una promessa, che _avrebbe dovuto esser sempre inviolabile_, che se
gli Egizi, i quali altamente richiedevano i doni fatti o
illegittimamente o per imprudenza, _fosser comparsi in Calcedonia,
avrebbe ascoltato in persona, e decise le lor querele_; ma intanto dal
trono, che era la sede della ragione e della virtù, _partì un ordine
assoluto, che vietando di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno,
esausta la loro pazienza e il denaro, furono costretti a tornare con
isdegnosi lamenti al nativo loro paese_. Ma vi è di più. L'Imperatore,
che occupava quel trono, sede della ragione e della virtù, sostenne
_l'ingiustizia di escludere_ i Cristiani da tutti gli uffizi di fedeltà
e di profitto, _maliziosamente_ rammentando loro, che non era lecito ad
un Cristiano di usar la spada o della giustizia o della guerra, e
_dissimulando più che potè l'ingiustizia_, che esercitavasi in nome di
lui dai Ministri, (per quanta tara si debba fare all'espressioni degli
Storici Ecclesiastici) _esprimeva il suo real sentimento intorno alla
loro condotta con dolci riprensioni e con reali premi_ e per finirla,
quell'Imperatore medesimo _leggiero di naturale ordinò senza prove_, che
fosse immediatamente eseguita _la vendetta contro i Cristiani, ai quali
un leggierissimo rumore_ imputava _l'incendio del Tempio di Dafne_. Con
tutto ciò _affinchè sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione
della intera figura, bisogna guardare con minuta e forse malevola
attenzione il ritratto di Giuliano_, poichè ei cercò sempre di unire
l'_autorità_ con il _merito_, e la _felicità colla virtù_.
Siccome questo giudizio intorno a Giuliano è espresso da Gibbon in un
paragrafo a parte, il quale ha per titolo (_il suo carattere_), però mi
azzardai di asserire, che questo Imperatore è il suo Eroe. Non lo è per
altro del Mosheim dottissimo Protestante ancor esso. Fate di grazia il
confronto di questi giudizi: «Per collocare (dice questo Scrittore,
Storia Eccl. Sec. I. part. n. 13.) Giuliano tra i più grandi uomini,
conviene essere od acciecato all'eccesso dai propri pregiudizi, o non
aver letto giammai con attenzione le opere di lui, o non aver finalmente
alcuna giusta idea della vera grandezza. Il carattere di Giuliano
presenta pochi di quei tratti, che contr
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