Gutenberg · eo1.org

← catalogue

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

by Edward Gibbon · Italian · Gutenberg #45218 · 721,883 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04
    
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States,
you will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.

Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 04

Author: Edward Gibbon

Translator: Davide Bertolotti


        
Release date: March 26, 2014 [eBook #45218]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45218

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
        http://www.pgdp.net


*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 04 ***

                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                            VOLUME QUARTO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                             M.DCCC.XXI




STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO




CAPITOLO XX.

      _Motivi, progresso ed effetti della conversione di Costantino.
      Legittimo stabilimento, e costituzione della Chiesa Cristiana, o
      Cattolica._


Si può risguardare il pubblico stabilimento del Cristianesimo, come una
di quelle importanti e domestiche rivoluzioni, che eccitano la più viva
curiosità, e somministrano la più efficace istruzione. Le vittorie ed il
governo civile di Costantino non influiscono ora più sopra lo stato
dell'Europa; ma una considerabil parte del globo ritien tuttavia
l'impressione, che ricevè dalla conversione di quel Monarca; e
l'ecclesiastiche istituzioni, fatte sotto il suo regno, son sempre
connesse, mediante un'indissolubil catena, colle opinioni, colle
passioni, e cogl'interessi della presente generazione.

[A. D. 306-312]

Nella considerazione d'un soggetto, che si può esaminare senza
parzialità, ma non può riguardarsi con indifferenza, nasce subito una
difficoltà inaspettata, cioè quella di determinare il vero e preciso
tempo della conversione di Costantino. L'eloquente Lattanzio, in mezzo
alla Corte di lui, sembra impaziente[1] di pubblicare al Mondo il
glorioso esempio del Sovrano della Gallia, che fin da' primi momenti del
suo regno conobbe e adorò la maestà dell'unico e vero Dio[2]. Il dotto
Eusebio attribuì la fede di Costantino al segno miracoloso, che si fece
veder in Cielo, mentr'egli meditava e preparava la spedizione
dell'Italia[3]. L'istorico Zosimo asserisce maliziosamente, ch'esso
aveva imbrattato le mani nel sangue del suo figlio maggiore, avanti di
rinunziar pubblicamente agli Dei di Roma e de' suoi maggiori[4]. La
dubbiezza, che producono queste discordi autorità, nasce dalla condotta
di Costantino medesimo. Secondo il rigore del linguaggio ecclesiastico
il primo Imperator Cristiano non fu degno di tal nome che al momento
della sua morte; giacchè solo nell'ultima sua malattia ricevè come
catecumeno l'imposizion delle mani[5], e quindi fu ammesso, mediante
l'iniziante rito del Battesimo, nel numero de' Fedeli[6]. Conviene
concedere a Costantino la qualità di Cristiano in un senso molto più
vago ed esteso, e si richiede la più minuta esattezza nel determinare i
lenti, e quasi impercettibili gradi, pe' quali il Monarca si dichiarò
protettore, e finalmente proselito della Chiesa. Era una difficile
impresa quella di sradicare gli abiti, ed i pregiudizi della sua
educazione, di riconoscere il divino potere di Cristo, e d'intendere che
la verità della sua Rivelazione era incompatibile col culto degli Dei.
Gli ostacoli, che aveva probabilmente sperimentati nell'animo suo, lo
istruirono a procedere con cautela nel momentaneo cangiamento d'una
religion nazionale; ed appoco appoco scopriva le sue nuove opinioni, a
misura che si trovava in grado di sostenerle con sicurezza e con
effetto. In tutto il corso del suo regno, il Cristianesimo s'avanzò con
un placido, sebbene accelerato moto; ma la generale progressione di esso
fu alle volte raffrenata ed alle volte deviata dalle accidentali
circostanze de' tempi, e dalla prudenza, o forse anche dal capriccio del
Monarca. Fu permesso a' suoi Ministri d'indicar le intenzioni del
Principe nel vario linguaggio, che più si accomodava a' respettivi loro
principj[7]; ed egli artificiosamente bilanciò le speranze ed i timori
de' propri sudditi, pubblicando nel medesimo anno due editti, l'uno de'
quali comandava la solenne osservanza della Domenica[8], ed il secondo
dirigeva la regolar consultazione degli Aruspici[9]. Mentre stava
tuttavia sospesa quest'importante rivoluzione, i Cristiani ed i Pagani
spiavano la condotta del loro Sovrano colla medesima ansietà, ma con
sentimenti del tutto contrari. I primi eran mossi da ogni motivo di
zelo, non men che di vanità, ad esagerare i segni del suo favore, e le
prove della sua fede. Gli altri, finattanto che i loro giusti timori non
furon cangiati in disperazione ed in isdegno, procuravano di nascondere
al Mondo ed a loro medesimi, che gli Dei di Roma non contavan più
l'Imperatore nel numero dei loro devoti. Le stesse passioni e gli stessi
pregiudizi hanno impegnato gli scrittori parziali di varj tempi ad unire
la pubblica professione del Cristianesimo colla più gloriosa o colla più
ignominiosa epoca del regno di Costantino.

Per quanto si potessero scorgere ne' discorsi o nelle azioni di
Costantino sintomi di cristiana pietà, ciò nonostante perseverò egli
fino all'età di quasi quarant'anni nella pratica della religione
stabilita[10]; e quella stessa condotta, che nella Corte di Nicomedia si
sarebbe potuta imputare al suo timore, non si poteva attribuire che
all'inclinazione o alla politica, quando fu divenuto Sovrano della
Gallia. La sua liberalità restaurò ed arricchì i tempj degli Dei; le
medaglie, che uscirono dall'Imperiale sua zecca, hanno impresse le
figure e gli attributi di Giove e d'Apollo, di Marte e d'Ercole; e la
sua figlial pietà, mediante la solenne apoteosi di suo padre Costanzo,
accrebbe l'assemblea dell'Olimpo[11]. Ma la devozione di Costantino era
particolarmente diretta al genio del Sole, l'Apollo della Greca e Romana
mitologia; e si compiaceva di farsi rappresentare co' simboli del Dio
della luce e della poesia. Gl'infallibili dardi di quel Nume, lo
splendor de' suoi occhi, la sua corona d'alloro, l'immortal bellezza, e
gli eleganti ornamenti che l'accompagnano, sembra che lo costituiscano
come il Dio tutelare d'un giovane Eroe. Gli altari d'Apollo eran
coronati dalle votive offerte di Costantino; e la credula moltitudine
inducevasi a pensare, che fosse concesso all'Imperatore di vedere con
occhi mortali la visibile maestà del tutelare lor Nume; e che, o
vegliando, o in visione, venisse felicitato da' prosperi augurj d'un
lungo e vittorioso regno. Si celebrava universalmente il Sole, come la
guida invincibile, ed il protettore di Costantino, ed i Pagani avevan
ragione d'aspettare, che l'insultata Divinità perseguitato avrebbe con
inesorabil vendetta l'empietà dell'ingrato suo favorito[12].

Finattanto che Costantino esercitò una sovranità limitata nelle Province
della Gallia, i suoi sudditi Cristiani furon protetti coll'autorità, e
forse colle leggi d'un Principe, che saggiamente lasciava agli Dei la
cura di vendicare il loro proprio onore. Se si dee prestar fede
all'asserzione di Costantino medesimo, egli era stato con isdegno
spettatore delle barbare crudeltà che soffrirono per mano de' soldati
Romani que' cittadini, l'unico delitto de' quali consisteva nella lor
religione[13]. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, aveva egli
veduto i diversi effetti della severità e dell'indulgenza; e siccome la
prima rendevasi viepiù odiosa dall'esempio di Galerio, suo implacabil
nemico, così veniva portato ad imitar la seconda dall'autorità e dal
consiglio d'un genitor moribondo. Il figlio di Costanzo immediatamente
sospese, o rivocò gli editti di persecuzione, o concesse a tutti quelli,
che s'erano già dichiarati membri della Chiesa, il libero esercizio
delle religiose lor ceremonie. Essi furon ben presto incoraggiati a
fidar nel favore non meno che nella giustizia del loro Sovrano, che
aveva concepito una segreta e sincera venerazione pel nome di Cristo e
pel Dio de' Cristiani[14].

[A. D. 313]

Intorno a cinque mesi dopo la conquista dell'Italia, l'Imperatore fece
una solenne ed autentica dichiarazione de' suoi sentimenti, per mezzo
del celebre editto di Milano, che restituì la pace alla Chiesa
Cattolica. Nel personal congresso de' due Principi Occidentali,
Costantino, per l'ascendente del suo genio e della sua potenza, ottenne
facilmente l'assenso del suo collega Licinio; l'unione e l'autorità de'
lor nomi disarmò il furore di Massimino, e dopo la morte del Tiranno
dell'Oriente fu ricevuto l'editto di Milano come una legge generale
fondamentale del Mondo Romano[15]. La saviezza degl'Imperatori ordinò la
reintegrazione di tutti i diritti sì civili che religiosi, de' quali i
Cristiani erano stati sì ingiustamente spogliati. Fu stabilito, che i
luoghi di culto e le pubbliche terre che erano state confiscate, si
restituissero alla Chiesa senza disputa, senza dilazione e senza spesa;
e questo severo comando fu accompagnato da una graziosa promessa, che se
alcuno de' possessori ne avesse sborsato un giusto e adeguato prezzo, ne
verrebbe indennizzato dal tesoro Imperiale. I salutevoli regolamenti,
che riguardavano la futura tranquillità del Fedele, furon formati su'
principj d'una larga ed ugual tolleranza; e tal uguaglianza dovè da una
recente Setta interpretarsi come una vantaggiosa ed onorevole
distinzione. I due Imperatori manifestano al Mondo, ch'essi hanno
conceduto una libera ed assoluta facoltà sì a' Cristiani che a tutti gli
altri di seguitar quella religione, che ognuno crede proprio di
preferire, che si è posta nel cuore, e che stima la più conveniente al
proprio uso. Spiegano esattamente ogni parola ambigua, tolgono ogni
eccezione, ed esigono da' Governatori delle Province una rigorosa
obbedienza al vero e semplice senso d'un Editto, che tendeva a stabilire
e ad assicurare senz'alcun limite i diritti della libertà religiosa. Si
compiacciono d'assegnare due forti ragioni, che gli hanno indotti a
concedere questa universale tolleranza, cioè la benigna intenzione di
provvedere alla pace e felicità del lor popolo, e la pia speranza, che
per mezzo di tal condotta saranno per calmare e rendersi propizia la
_Divinità_, che ha la propria sede nel Cielo. Riconoscono con animo
grato le molte segnalate prove che han ricevuto del favor Divino, o
confidano che la medesima Providenza continuerà sempre a proteggere la
prosperità del Principe e del Popolo. Da queste vaghe indeterminate
espressioni di pietà posson dedursi tre supposizioni di una diversa, ma
non incompatibil natura. Poteva l'animo di Costantino esser fluttuante
fra le religioni Cristiana e Pagana. Secondo le libere e condiscendenti
nozioni del Politeismo poteva egli riconoscere il Dio de' Cristiani come
_una_ delle _molte_ Divinità, che componevano la gerarchia del Cielo; o
poteva per avventura aver abbracciato la filosofica e gradevole idea,
che nonostante la varietà de' nomi, de' riti, e delle opinioni tutte le
Sette e Nazioni del Mondo s'uniscono a venerare il comun Padre e
Creatore dell'Universo[16].

Ma influiscono più frequentemente ne' consigli dei Principi le mire del
temporale vantaggio, che le considerazioni d'un verità speculativa ed
astratta. Il parziale e crescente favore di Costantino può naturalmente
attribuirsi alla stima, ch'egli aveva del moral carattere de' Cristiani,
ed alla ferma credenza, che la propagazione dell'Evangelio avrebbe
inculcata la pratica della pubblica e privata virtù. Sia quanto si
voglia estesa la potenza di un assoluto Monarca, sia egli quanto si
voglia indulgente per le proprie passioni, è senza dubbio suo interesse
che tutti i sudditi rispettino le naturali e civili obbligazioni della
società. Ma l'azione delle più savie leggi è imperfetta e precaria. Di
rado esse inspirano la virtù; sempre non posson reprimere il vizio. La
loro forza non è sufficiente a proibire tutto ciò che condannano, nè
posson sempre punire le azioni, che esse proibiscono. I Legislatori
dell'antichità chiamarono in loro aiuto il potere dell'educazione e
dell'opinione. Ma in un Impero decadente e dispotico era già da gran
tempo estinto ogni principio, che aveva mantenuto una volta il vigore e
la purità di Roma e di Sparta. La filosofia esercitava sempre il suo
moderato dominio sullo spirito umano, ma la Pagana superstizione assai
debolmente influiva nella causa della virtù. In tali circostanze, che
scoraggiavano, un Magistrato prudente doveva osservar con piacere il
progresso d'una religione, che diffondeva nel popolo un puro, benefico
ed universal sistema di morale, adattata ad ogni dovere e ad ogni
condizione, raccomandata come la volontà e la ragione della Suprema
Divinità, ed invigorita dall'espettazione de' premi o gastighi eterni.
L'esperienza dell'Istoria Greca e Romana non era da tanto di far
conoscere al mondo, quanto si potesse riformare e migliorare il sistema
de' costumi nazionali mediante i precetti di una Divina Rivelazione; e
Costantino potè con fiducia prestare orecchio alle lusinghiere e in
verità ragionevoli assicurazioni di Lattanzio. Pareva che l'eloquente
Apologista aspettasse per fermo, e s'arrischiasse quasi a promettere,
che lo stabilimento del Cristianesimo avrebbe restituita l'innocenza e
la felicità de' primitivi tempi; che il culto del vero Dio avrebbe
estinto la guerra e la dissensione fra quelli i quali si risguardavan
fra loro come figli d'un comun Padre; che per la cognizione
dell'Evangelio si sarebbe tenuto a freno qualunque impuro appetito,
qualunque passione d'ira o d'amor proprio, e che i Magistrati avrebber
potuto porre nel fodero la spada della giustizia fra un popolo, che
tutto quanto sarebbe stato retto da sentimenti di verità e di pietà, di
equità e di moderazione, di armonia e d'amore universale[17].

La passiva e docile obbedienza, che si piega sotto il giogo
dell'autorità o anche dell'oppressione, dovè apparire, agli occhi di un
assoluto Monarca, tra le virtù Evangeliche la più cospicua o
vantaggiosa[18]. I primitivi Cristiani facevan derivare l'istituzione
del Governo civile non già dal consenso del Popolo, ma da' decreti del
Cielo. Quantunque l'Imperatore, che regnava, usurpato avesse lo scettro
per mezzo del tradimento e della strage, egli assumeva tuttavia subito
il sacro carattere di Vicegerente della Divinità. A questa soltanto
dovea render conto dell'abuso del suo potere; ed i suoi sudditi erano,
pel giuramento di fedeltà, indissolubilmente legati ad un Tiranno, che
avesse violato qualunque legge di natura e di società. Gli umili
Cristiani eran mandati nel Mondo, come pecore in mezzo a' lupi; e poichè
non era loro permesso d'impiegar la forza, neppure in difesa della lor
religione, molto più sarebbero stati rei, se tentato avessero di
spargere il sangue de' loro prossimi nel disputare i vani privilegi o i
sordidi beni di questa vita transitoria. Attaccati alla dottrina
dell'Apostolo, che nel regno di Nerone avea predicato il dovere di una
sommissione illimitata, i Cristiani de' primi tre secoli mantennero pura
ed innocente la lor coscienza dalla colpa di qualunque segreta
cospirazione, non meno che di ogni aperta rivolta. Mentre provavano il
rigore della persecuzione, non furono mai tentati o d'affrontare in
campo di battaglia i loro tiranni, o di ritirarsi sdegnati in qualche
remoto e separato canto del globo[19]. Si sono insultati i protestanti
della Francia, della Germania, e dell'Inghilterra, che sostennero sì
coraggiosi ed intrepidi la civile e religiosa lor libertà, con l'odioso
paragone fra la condotta de' Cristiani primitivi e quella de'
riformati[20]. Forse, invece di censura, si sarebbe dovuto applaudire a'
sentimenti e allo spirito superiore de' nostri maggiori, che si eran
persuasi, che la religione non può abolire gl'inalienabili diritti della
natura umana[21]. Può forse attribuirsi la pazienza della primitiva
Chiesa alla debolezza, ugualmente che alla sua virtù. Una setta di
indisciplinati plebei, senza condottieri, senz'armi, senza
fortificazioni, sarebbe stata inevitabilmente distrutta, se avesse fatta
una temeraria ed inutile resistenza a chi disponeva delle legioni
Romane. Ma quando i Cristiani esecravano la rabbia di Diocleziano, o
sollecitavano il favore di Costantino, potevano addurre con verità e
fiducia, ch'essi tenevano il principio d'una passiva obbedienza, e che
nello spazio di tre secoli la lor condotta era sempre stata conforme a'
loro principj. Potevano anche aggiungere, che il trono degli Imperatori
si sarebbe stabilito sopra una base fissa e durevole, se tutti i lor
sudditi, abbracciando la fede Cristiana, imparato avessero a tollerare e
ad ubbidire.

Nell'ordine generale della Previdenza, i Principi ed i Tiranni si
risguardan come ministri del Cielo, destinati a regolare, o a gastigar
le nazioni della terra. Ma l'Istoria Sacra somministra molti illustri
esempi d'una interposizione più immediata della Divinità nel governo del
suo popolo eletto. Si affidava lo scettro e la spada alle mani di Mosè,
di Giosuè, di Gedeone, di David, de' Maccabei. Le virtù di questi Eroi
erano il motivo o l'effetto del favore divino, ed il successo delle loro
armi era destinato ad effettuar la liberazione o il trionfo della
Chiesa. Se i Giudici di Israello erano accidentali e temporanei
Magistrati, i Re di Giuda traevano dalla reale unzione del loro grande
Antenato un ereditario ed inviolabil diritto, che non poteva mancare pe'
loro vizi, nè revocarsi dal capriccio de' loro sudditi. La medesima
straordinaria Providenza, che non si limitava più al popolo Giudaico,
potè sceglier Costantino e la sua famiglia per proteggere il mondo
Cristiano; ed il devoto Lattanzio annuncia in un tuono profetico le
future glorie dell'universale e lungo suo regno[22]. Galerio e
Massimino, Massenzio e Licinio erano i rivali, che si dividevan col
favorito del Cielo le Province dell'Impero. Le tragiche morti di Galerio
e di Massimino presto soddisfecero lo sdegno e adempirono le ardenti
speranze de' Cristiani. Il successo di Costantino contro Massenzio e
Licinio rimosse i due formidabili competitori, che sempre s'opposero al
trionfo del secondo David, e la sua causa pareva che avesse diritto alla
particolare interposizione della Providenza. Il carattere del Tiranno di
Roma infamò la porpora e la natura umana; e quantunque i Cristiani goder
potessero del precario favore di lui, pure si trovavano, col resto de'
suoi sudditi, esposti agli effetti della sua lasciva e capricciosa
crudeltà. La condotta di Licinio tosto scoprì, che aveva con ripugnanza
consentito ai savj ed umani regolamenti dell'editto di Milano. Fu ne'
suoi dominj proibita la convocazione de' Concilj Provinciali; i suoi
uffiziali Cristiani furon cassati con ignominia; e quantunque egli
evitasse la colpa, o piuttosto il pericolo d'una persecuzione generale,
le sue particolari oppressioni si rendevano sempre più odiose per la
violazione d'un solenne e volontario impegno[23]. Mentre l'Oriente,
secondò la viva espressione d'Eusebio, era involto nelle ombre d'una
infernale oscurità, i favorevoli raggi di celeste luce riscaldavano ed
illuminavan le Province dell'Occidente. Si risguardava la pietà di
Costantino come una piena prova della giustizia delle sue armi; e l'uso,
ch'ei fece, della vittoria, confermò l'opinion de' Cristiani, che il
loro Eroe veniva inspirato e condotto dal Signor degli Eserciti. La
conquista dell'Italia produsse un general editto di tolleranza; e tosto
che la disfatta di Licinio ebbe investito Costantino solo nel dominio di
tutto il Mondo Romano, egli per mezzo di circolari esortò immediatamente
tutti i suoi sudditi ad imitare senza dilazione l'esempio del loro
Sovrano, e ad abbracciar la divina verità del Cristianesimo[24].

La sicurezza, che l'elevazione di Costantino fosse intimamente connessa
co' disegni della Providenza, instillava negli animi de' Cristiani due
opinioni, che per mezzi molto diversi fra loro, contribuivano
all'adempimento della profezia. L'ardente loro ed attiva lealtà esauriva
in favore di lui ogni ripiego dell'industria umana; ed essi aspettavano
con fiducia che i gagliardi loro sforzi verrebbero secondati da qualche
aiuto divino e miracoloso. I nemici di Costantino hanno imputato a
motivi d'interesse la lega, ch'egli contrasse insensibilmente colla
Chiesa Cattolica, e che in apparenza contribuì al buon successo della
sua ambizione. Al principio del quarto secolo, i Cristiani erano sempre
in una piccola proporzione rispetto agli abitatori dell'Impero; ma in
mezzo ad un popolo degenerato, che vedeva il cangiamento de' suoi
Signori coll'indifferenza propria degli schiavi, lo spirito e l'unione
d'un partito religioso poteva assistere il Condottier popolare, al
servizio del quale avevan essi per principio di religione consacrato le
vite e gli averi[25]. L'esempio del padre aveva ammaestrato Costantino a
stimare ed a premiare il merito de' Cristiani; e nella distribuzione de'
pubblici uffizi aveva esso il vantaggio di fortificare il suo governo
mediante la scelta di Ministri o di Generali, nella fedeltà de' quali
poteva egli riporre senza riserva una giusta fiducia. Per l'influsso di
questi qualificati Missionari dovevan moltiplicare nella Corte e
nell'armata i proseliti della nuova fede; i Barbari della Germania,
ch'empivano gli ordini delle legioni, erano d'un'indole negligente, che
s'accomodava senza resistenza alla religione del lor comandante; e può
ragionevolmente presumersi, che quando passaron le alpi, un gran numero
di soldati avesser già consacrato le loro spade al servizio di Cristo e
di Costantino[26]. L'abitudine umana e l'interesse di religione appoco
appoco tolsero quell'orrore contro la guerra ed il sangue, ch'era tanto
prevalso fra' Cristiani; e ne' Concilj, che s'adunarono sotto la
graziosa protezione di Costantino, fu opportunamente impiegata
l'autorità de' Vescovi per confermare l'obbligazione del giuramento
militare, e per dar la pena di scomunica a que' soldati, che durante la
pace della Chiesa gettavan le armi[27]. Mentre Costantino accresceva ne'
suoi dominj il numero e lo zelo de' suoi fedeli aderenti, poteva contar
nell'aiuto d'una potente fazione anche in quelle Province, ch'erano
sempre possedute o usurpate da' suoi rivali. Era sparsa fra i sudditi
Cristiani di Massenzio e di Licinio una malcontentezza segreta; e lo
sdegno, che quest'ultimo non poteva nascondere, non serviva che a sempre
più profondamente impegnarli negl'interessi del suo competitore. Quella
regolar corrispondenza, che univa insieme i Vescovi delle più distanti
Province, li poneva in istato di potersi liberamente comunicare i lor
desiderj e disegni; e di trasmetter senza pericolo qualunque utile
avviso o delle pie contribuzioni che promuover potessero il servizio di
Costantino, il quale dichiarava pubblicamente di avere preso le armi per
la liberazione della Chiesa[28].

L'entusiasmo, che ispirava le truppe e forse l'Imperatore medesimo,
aveva aguzzate le spade loro nel tempo che soddisfaceva la loro
coscienza. Marciavano essi alla guerra con la piena sicurezza, che il
medesimo Dio, che aveva già aperto il passaggio agl'Israeliti pel
Giordano, e gettato a terra le mura di Gerico al suono delle trombe di
Giosuè, avrebbe mostrato la visibile sua maestà e potenza nella vittoria
di Costantino. L'istoria ecclesiastica è pronta a far fede, che furon
giustificate le loro speranze da quel cospicuo miracolo, al quale si è
quasi concordemente attribuita la conversione del primo Imperatore
Cristiano. La causa reale o immaginaria d'un fatto così importante
merita ed esige l'attenzione della posterità; ed io procurerò di formare
una giusta idea della famosa visione di Costantino, mediante un distinto
esame dello stendardo, del sogno, e del segno celeste, separando fra
loro le parti istoriche, naturali, e maravigliose di questo racconto
straordinario, le quali artificiosamente si sono confuse por comporne la
splendida e fragile mole di uno specioso argomento.

I. Un istrumento, che serviva per tormentare solamente gli schiavi e gli
stranieri, era un oggetto d'orrore agli occhi d'un cittadino Romano; ed
erano intimamente connesse coll'idea della croce l'idee di delitto, di
pena e d'ignominia[29]. La divozione piuttosto che la clemenza di
Costantino abolì ben presto nei suoi dominj quella pena, che s'era
compiaciuto di soffrire il Salvatore del Mondo[30]; ma l'Imperatore,
prima d'avere appreso a disprezzare i pregiudizi della sua educazione e
del suo popolo, non potea risolversi ad erigere nel mezzo di Roma la
propria statua con una croce nella destra e con una iscrizione, che
riferiva la vittoria delle sue armi e la liberazione di Roma alla virtù
di quel segno salutare, vero simbolo della forza e del coraggio[31]. Il
medesimo simbolo significava le armi de' soldati di Costantino; la croce
risplendeva sopra i loro elmi, era impressa ne' loro scudi, tessuta
nelle loro bandiere; ed i sacri emblemi, che adornavano la persona
stessa dell'Imperatore, non eran distinti che per la materia più ricca e
pel più squisito lavoro[32]. Ma lo stendardo principale, che spiegava il
trionfo della croce, chiamavasi _Labarum_[33]; oscuro, quantunque
celebre nome, che in vano si è fatto derivare da quasi tutti i linguaggi
del Mondo. Vien questo descritto[34], come una lunga picca intersecata
da un'asta traversa. Il velo di seta, che pendeva dall'asta, era
elegantemente adornato dalle immagini del Monarca regnante e de' suoi
figli. La sommità della picca sosteneva una corona d'oro, che conteneva
il misterioso monogramma esprimente nel tempo stesso la figura della
croce, e le lettere iniziali del nome di Cristo[35]. Si confidava la
sicurezza del Labaro a cinquanta guardie di sperimentato valore e
fedeltà; il loro posto era distinto con onori ed emolumenti; e ben
presto alcuni accidenti fortunati fecero nascere l'opinione, che
finattanto che le guardie del Labaro s'esercitavano in eseguire il loro
uffizio, eran sicure ed invulnerabili in mezzo a' dardi dell'inimico.
Nella seconda guerra civile, Licinio provò ed ebbe occasione di temere
la forza di questa sacra bandiera, la vista della quale, nel forte della
battaglia, infiammò d'invincibil entusiasmo i soldati di Costantino, e
sparse il terrore e il disordine fra le file delle nemiche legioni[36].
Gl'Imperatori Cristiani, che rispettavan l'esempio di Costantino,
spiegavano in tutte le loro militari spedizioni lo stendardo della
Croce; ma quando i degenerati successori di Teodosio ebber finito di
comparire in persona alla testa de' loro eserciti, il Labaro fu
depositato, come una venerabile ma inutil reliquia, nel palazzo di
Costantinopoli[37]. Si è sempre conservato l'onore di esso nelle
medaglie della famiglia Flavia. La grata lor devozione pose il
monogramma di Cristo in mezzo alle insegne di Roma. Si trovano applicati
ugualmente sì a' religiosi che a' militari trofei i solenni epiteti di
salvezza della Repubblica, di gloria dell'esercito, di restaurazione
della pubblica felicità; e tuttavia esiste una medaglia dell'Imperator
Costanzo, in cui lo stendardo del Labaro è accompagnato da queste
memorabili parole: «mercè di questo segno vincerai[38]».

II. In ogni occasione di pericolo o d'angustia solevano i primitivi
Cristiani fortificare gli spiriti ed i corpi loro col segno della Croce,
ch'essi usavano in tutti i riti Ecclesiastici ed in tutte le quotidiane
occorrenze della vita, come un infallibil preservativo da ogni sorta di
male spirituale o temporale[39]. La sola autorità della Chiesa potè aver
avuto sufficiente peso da giustificar la devozione di Costantino, che
coll'istesso prudente e gradual progresso riconobbe la verità, ed
assunse il simbolo del Cristianesimo. Ma la testimonianza d'uno
scrittore contemporaneo, che in un trattato apposta ha difeso la causa
della religione, compartisce alla pietà dell'Imperatore un più stupendo
e sublime carattere. Afferma egli colla più perfetta sicurezza, che
nella notte precedente l'ultima battaglia contro Massenzio, Costantino
fu ammonito in sogno di fare imprimere sugli scudi de' suoi soldati il
_celeste segno di Dio_, cioè il sacro monogramma del nome di Cristo;
ch'esso eseguì gli ordini del Cielo; o che fu premiato il valore e
l'obbedienza di lui colla decisiva vittoria sul ponte Milvio. Alcuni
riflessi potrebbero forse indurre uno spirito scettico a sospettare del
giudizio o della veracità dell'Oratore, la penna del quale, o per zelo o
per interesse, era addetta alla causa della fazion vittoriosa[40]. Pare
che egli pubblicasse le sue _Morti de' Persecutori_ a Nicomedia circa
tre anni dopo la vittoria di Roma; la distanza però di mille miglia e di
mille giorni concede un vasto campo all'invenzione de' declamatori, alla
credulità del partito ed alla tacita approvazione dell'Imperatore
medesimo, che poteva senza sdegnarsi prestare orecchio ad una
maravigliosa novella ch'esaltava la fama, e promoveva i disegni di lui.
Anche in favor di Licinio, che tuttavia dissimulava la sua animosità
contro i Cristiani, l'istesso Autore produsse una simile visione,
indicante uno specie di preghiera, che fu comunicata da un Angelo, e
ripetuta da tutto l'esercito prima d'attaccare le legioni del tiranno
Massimino. La frequente ripetizione de' miracoli, quando non sottomette
la ragione umana, non serve che ad irritarla[41]; ma se voglia
considerarsi a parte il sogno di Costantino, può naturalmente spiegarsi
o colla politica o coll'entusiasmo dell'Imperatore. Essendo sospesa da
un breve ed interrotto sonno la sua ansietà per la prossima giornata,
che dovea decidere del destino dell'Impero, potè per avventura
presentarsi all'attiva fantasia d'un Principe, che venerava il nome, e
forse aveva secretamente implorato il potere del Dio dei Cristiani, la
venerabile immagin di Cristo ed il ben noto simbolo della sua religione.
Con ugual facilità potè ancora un consumato Politico usare uno di quei
militari stratagemmi, una di quelle pie frodi, che avevano adoperate con
tant'arte ed effetto Filippo e Sertorio[42]. Generalmente ammettevasi
dalle nazioni antiche l'origine soprannaturale de' sogni, ed una gran
parte dell'esercito della Gallia era già preparata a collocare la sua
fiducia nel segno salutare della religione Cristiana. La segreta visione
di Costantino non poteva esser confutata che dall'evento; ma
quell'intrepido Eroe, che aveva passato le alpi e l'apennino, poteva
risguardare con non curante disperazione le conseguenze d'una disfatta,
che gli fosse toccata sotto le mura di Roma. Il Senato ed il Popolo,
esultando per la loro liberazione da un odioso tiranno, riconobbero che
la vittoria di Costantino sorpassava le forze umane, senz'ardire però di
attribuirla alla protezione degli Dei. L'arco trionfale, che fu
innalzato circa tre anni dopo il fatto espone con frasi ambigue, ch'egli
salvata aveva e vendicata la Repubblica Romana per la grandezza della
sua mente e per un istinto o impulso della Divinità[43]. L'oratore
Pagano, che antecedentemente avea preso l'opportunità di celebrar le
virtù del Conquistatore, suppone ch'egli solo godesse un segreto ed
intimo commercio coll'Ente Supremo, il quale ha delegata la cura de'
mortali agli altri subordinati suoi Dei; e così viene ad assegnare una
ragione molto plausibile, per la quale i sudditi di Costantino non
dovessero presumere d'abbracciare la nuova religione del loro
Sovrano[44].

III. Il filosofo, che con tranquilla cautela esamina i sogni o gli
augurj, i miracoli ed i prodigi della storia profana, ed anche
dell'Ecclesiastica, probabilmente concluderà, che se gli occhi degli
spettatori sono stati qualche volta ingannati dalla frode, molto più
spesso l'intelligenza de' lettori è stata insultata dalla finzione. Ogni
avvenimento, apparenza, o accidente, che sembri deviare dall'ordinario
corso della natura, s'è temerariamente attribuito all'immediata azione
della Divinità; e la sorpresa fantasia della moltitudine qualche volta
ha dato figura e colore, linguaggio e movimento alle momentanee ma
insolite meteore dell'aria[45]. Nazario ed Eusebio sono i due più
celebri oratori che con istudiati panegirici si sono adoperati ad
esaltare la gloria di Costantino. Nove anni dopo la vittoria romana,
Nazario[46] descrive un esercito di guerrieri divini, che sembravano
scender dal cielo; egli ne nota la bellezza, lo spirito, le figure
gigantesche, i raggi di luce che uscivano dalle celesti loro armature,
la pazienza che avevano in farsi vedere e udir da' mortali, ed il
dichiarar che facevano d'essere mandati, e di volare ad assistere il
gran Costantino. Per la verità di questo prodigio il Pagano oratore
chiama in testimonianza tutta la nazione Gallica, in presenza della
quale allora parlava, e sembra, che da questo recente e pubblicato fatto
prenda occasione di sperare, che sia per prestarsi fede alle antiche
apparizioni[47]. La favola Cristiana d'Eusebio, che nello spazio di
ventisei anni potè trarre la sua origine dal sogno, è gettata in una
forma più corretta ed elegante. Si dice, che Costantino, in una delle
sue marce, vedesse co' propri occhi il trofeo luminoso della Croce posta
sopra il sole nel mezzogiorno, colla seguente iscrizione. «Per mezzo di
questo vinci». Tal sorprendente oggetto nel cielo fece stupire tutto
l'esercito non meno che l'Imperatore medesimo, ch'era tuttavia dubbioso
intorno alla scelta d'una religione; ma il suo stupore si convertì in
fede, mediante la visione della notte seguente. Comparve Cristo avanti
a' suoi occhi, e tenendo il medesimo celeste segno della Croce, ordinò a
Costantino di formare uno stendardo simile a quello, e di muovere,
sicuro della vittoria, contro Massenzio e tutti gli altri nemici[48].
Sembra che l'erudito Vescovo di Cesarea siasi accorto, che la recente
scoperta di questo maraviglioso aneddoto avrebbe eccitato qualche
sorpresa e diffidenza anche fra' suoi più devoti lettori. Pure, in
cambio di assegnare le precise circostanze del tempo e del luogo, che
ordinariamente servono a scuoprire la falsità, od a stabilire la
certezza de' fatti[49]; in cambio di raccogliere e di citar la
testimonianza di tante persone viventi, che dovettero essere spettatrici
di tale stupendo miracolo[50], Eusebio si contenta d'addurre una
testimonianza molto singolare, cioè quella di Costantino già morto, il
quale molti anni dopo quell'avvenimento, discorrendo famigliarmente con
esso, gli aveva raccontato quest'accidente straordinario della sua vita,
e con solenne giuramento ne aveva confermata la verità. La prudenza e la
gratitudine del dotto Prelato non gli permisero di sospettare della
veracità del suo vittorioso Signore; ma egli dà chiaramente a conoscere
che, in un fatto di tal natura, non avrebbe prestato fede a qualunque
altra minore autorità. Sì fatto motivo di credibilità non potea
sopravvivere alla potenza della famiglia Flavia; ed il segno celeste che
si poteva in seguito porre in ridicolo dagl'Infedeli[51], fu trascurato
da' Cristiani del secolo che immediatamente seguì la conversione di
Costantino[52]. Ma la Chiesa Cattolica, sì dell'Oriente che
dell'Occidente, ha adottato un prodigio, che favorisce o sembra favorire
il popolar culto della croce. La visione di Costantino si mantenne un
onorevole posto nelle leggende della superstizione, finattanto che
l'ardito e sagace spirito di critica ebbe la fermezza di non apprezzare
il trionfo, e di attaccare la veracità del primo Imperatore
Cristiano[53].

I lettori protestanti e filosofici del presente secolo saranno disposti
a credere che Costantino, raccontando la sua conversione,
volontariamente attestasse una falsità con un solenne e deliberato
spergiuro. Essi non dubiteranno forse di pronunziare, che nello
scegliere una religione fosse determinato l'animo suo solo da un
sentimento d'interesse; e che (secondo l'espressione d'un Poeta[54]
profano) si servisse degli altari della Chiesa, come di un conveniente
gradino al trono dell'Impero. Una conclusione però così aspra ed
assoluta non è coerente alla cognizione che abbiamo della natura umana
di Costantino o del Cristianesimo. In un tempo di religioso fervore si
osserva che i più artificiosi politici sentono in se stessi qualche
parte di quell'entusiasmo, che inspirano agli altri; ed i Santi più
ortodossi assumono il pericoloso privilegio di difender la causa della
verità colle armi della falsità e dell'inganno. Spesso l'interesse
personale è lo stendardo della nostra fede, non meno che della nostra
condotta, e gli stessi motivi di vantaggi temporali, che valsero ad
influire sul contegno pubblico e sulla professione di Costantino,
poterono anche insensibilmente disporne lo spirito ad abbracciare la
religione così favorevole alla sua fama ed alla sua fortuna.
Soddisfacevasi alla sua vanità colla lusinghiera asserzione, ch'egli era
stato scelto dal Cielo a regnare sopra la terra; l'evento aveva
giustificato il divino di lui titolo al trono, e questo titolo stesso
era fondato sulla verità della Rivelazione Cristiana. Siccome qualche
volta segue che l'applauso non meritato eccita la vera virtù, così
l'apparente pietà di Costantino (se pure a principio fu solo apparente)
potè a grado a grado per la forza della lode, dell'abito e dell'esempio
ridursi ad una seria fede, e ad una fervorosa divozione. I Vescovi e
Dottori della nuova setta, l'abito ed i costumi de' quali non eran molto
adattati per comparire in una Corte, furono ammessi alla mensa
Imperiale; essi accompagnavano il Monarca nelle sue spedizioni, e
l'ascendente, che uno di loro, Egizio o Spagnuolo[55] che fosse,
acquistò sopra di lui, attribuivasi da' Pagani all'effetto della
magia[56]. Furono ammessi all'amicizia e famigliarità del Sovrano tanto
Lattanzio, che adornò i precetti del Vangelo colla eloquenza di
Cicerone[57], quanto Eusebio, che in servigio della Religione adoprò la
dottrina e la filosofia de' Greci[58]; e questi abili maestri di
controversie potevano pazientemente aspettare le facili ed opportune
occasioni di persuadere e di applicar con destrezza quegli argomenti,
ch'erano più acconci al carattere e all'intendimento di esso. Vantaggi
d'ogni sorta potevano trarsi dall'acquisto d'un proselito Imperiale, e
lo splendor della porpora, piuttosto che la superiorità nel sapere o
nella virtù, lo distingueva dalle molte migliaia di sudditi, che avevano
abbracciato le dottrine del Cristianesimo. Nè si dee stimare incredibile
che la mente d'un ignorante soldato avesse potuto cedere al peso
dell'evidenza, che in un secolo più illuminato ha soddisfatto o
sottomesso la ragione d'un Grozio, d'un Pascal, o d'un Locke. Questo
soldato, fra i continui travagli del suo grand'uffizio, impiegava o
affettava d'impiegar le ore della notte a diligentemente studiare la
Scrittura, ed a comporre discorsi teologici, che dipoi recitava ad una
copiosa udienza, la quale facevagli applauso. In un discorso assai
lungo, che tuttavia sussiste, si diffonde il reale Predicatore sulle
diverse prove della Religione: ma si ferma con particolar compiacenza
su' versi Sibillini[59] e sull'Egloga quarta di Virgilio[60]. Quaranta
anni prima della nascita di Cristo, il vate Mantovano, quasi inspirato
dalla celeste musa d'Isaia, aveva celebrato con tutta la pompa della
metafora Orientale il ritorno della Vergine, la caduta del serpente, la
prossima nascita d'un fanciullo divino, prole del gran Giove, che doveva
espiare la colpa dell'uman genere, e governar l'universo pacificamente
colle virtù di suo padre; lo spuntare e l'apparire d'una razza celeste,
una primitiva nazione sparsa pel Mondo, e la successiva restaurazione
dell'innocenza e felicità del secolo d'oro. Il Poeta non sapeva forse il
segreto senso ed oggetto di tali sublimi predizioni, che si son tanto
indegnamente applicate al piccolo figlio d'un Console o d'un
Triumviro[61]; ma se una più splendida e veramente speciosa
interpretazione della quarta Egloga contribuì alla conversione del primo
Imperator Cristiano, Virgilio merita d'esser posto fra' più efficaci
Missionari dell'Evangelio[62].

Si nascondevano i venerandi misteri della fede e del Culto Cristiano
agli occhi degli stranieri ed eziandio de' Catecumeni con un'affettata
segretezza, la quale non serviva che ad eccitare la lor maraviglia e
curiosità[63]. Ma le regole di severa disciplina, che la prudenza de'
Vescovi avea stabilite; dalla prudenza medesima vennero mitigate in
favore d'un proselito Imperiale, che tanto importava d'indurre ad
entrare, mediante ogni gentile condescendenza, nel sen della Chiesa; ed
a Costantino fu permesso, almeno con una tacita dispensa, di godere
_moltissimi_ privilegi di Cristiano, prima di averne contratta _veruna_
obbligazione. Invece di ritirarsi dall'assemblea, quando la voce del
Diacono licenziava la moltitudine profana, esso pregava co' Fedeli,
disputava co' Vescovi, predicava sopra i più sublimi ed intricati
argomenti di Teologia, celebrava secondo i riti sacri la vigilia di
Pasqua, e si dichiarava pubblicamente non solo partecipante, ma in
qualche modo sacerdote e gerofante de' misteri Cristiani[64]. La vanità
di Costantino potè arrogarsi qualche straordinaria distinzione, ed i
suoi servigi l'avevano meritata. Un rigore inopportuno avrebbe potuto
annebbiare i frutti non per anche maturi della sua conversione; e se
rigorosamente si fosser chiuse le porte della Chiesa in faccia ad un
Principe che aveva abbandonato gli altari degli Dei, il dominator
dell'Impero sarebbe restato privo d'ogni specie di Culto religioso.
Nell'ultima sua visita a Roma disapprovò egli piamente ed insultò la
superstizione de' suoi maggiori, ricusando di porsi alla testa della
militar processione dell'ordine equestre, e di offerire pubblici voti al
Giove del colle Capitolino[65]. Costantino, molti anni prima del suo
battesimo e della sua morte, aveva pubblicato al mondo, che non si
sarebbe più veduta nè la sua persona nè la sua immagine dentro le mura
d'un tempio d'idoli, mentre spargeva per le Province una quantità di
medaglie e di pitture, che lo rappresentavano in una umile e
supplichevol positura di devozione Cristiana[66].

Non si può facilmente spiegare e scusar l'orgoglio di Costantino,
allorchè ricusò i soli diritti di Catecumeno; ma può ben giustificarsi
la dilazione del suo battesimo colle massime e colla pratica dell'antica
Chiesa. Il Sacramento del battesimo[67] s'amministrava regolarmente dal
Vescovo stesso coll'assistenza del Clero nella Chiesa Cattedrale della
Diocesi nello spazio de' cinquanta giorni, che passano fra le solennità
della Pasqua e della Pentecoste, ed in questo sacro tempo si ammetteva
un gran numero d'infanti e di adulti nel seno della Chiesa. La
discrezione de' genitori spesse volte sospendeva il battesimo de' loro
figliuoli, finattanto che potessero intendere quali obbligazioni per
mezzo di esso si contraevano; la severità degli antichi Vescovi esigeva
da' nuovi convertiti un noviziato di due o tre anni; ed i Catecumeni
stessi, per diversi o temporali o spirituali motivi, di rado erano
impazienti di ricevere il carattere di perfetti ed iniziati Cristiani.
Si supponeva, che il Sacramento del battesimo contenesse una piena ed
assoluta purgazion di ogni colpa; e che l'anima riacquistasse
istantaneamente l'originale sua purità ed il diritto alla promessa della
eterna salute. Fra' proseliti del Cristianesimo v'erano molti, che
stimavano un'imprudenza il precipitare un rito salutevole, che non potea
più ripetersi, e lo spogliarsi d'un inestimabile privilegio, che non
potea più riacquistarsi. Differendo il battesimo, potevano arrischiarsi
a soddisfare liberamente le loro passioni col godere di questo Mondo,
giacchè avevano sempre in mano i mezzi d'una sicura e facile
assoluzione[68]. La sublime teoria del Vangelo aveva fatto
un'impressione molto più debole nel cuore che nella mente di Costantino
medesimo. Egli tendeva al grand'oggetto della sua ambizione pe'
sanguinosi ed oscuri sentieri della guerra e della politica, e dopo la
vittoria s'abbandonava senza moderazione all'abuso della sua fortuna.
Invece di sostenere la sua giusta superiorità sopra l'imperfetto eroismo
e la profana filosofia di Traiano e degli Antonini, l'età matura di
Costantino distrusse la riputazione che aveva acquistata nella sua
gioventù. A misura che di grado in grado avanzava nella cognizione della
verità, declinava nella pratica della virtù: e quel medesimo anno del
suo regno, in cui convocò il Concilio di Nicea, fu macchiato dalla
esecuzione o piuttosto dall'assassinio del suo maggior figlio. Questa
data è per sè sola sufficiente a confutare le maliziose ed ignoranti
suggestioni di Zosimo[69], il quale asserisce, che dopo la morte di
Crispo, il rimorso del padre ricevè da' ministri del Cristianesimo
quell'espiazione, che aveva inutilmente richiesta ai Pontefici Pagani.
Al tempo della morte di Crispo, l'Imperatore non poteva più essere
dubbioso intorno la scelta d'una religione, e non poteva più ignorare
che la Chiesa possedeva un infallibil rimedio, quantunque egli volesse
differirne l'applicazione insino a che l'approssimarsi della morte
avesse allontanato il pericolo e la tentazione di ricadere. I Vescovi,
che nell'ultima sua malattia aveva chiamati al palazzo di Nicomedia,
restarono edificati dal fervore, con cui egli chiese e ricevè il
Sacramento del battesimo, dalle solenni proteste, che il rimanente della
sua vita sarebbe stato degno d'un discepolo di Cristo, e dall'umil
proposito che fece di non portar più la porpora Imperiale dopo d'essersi
poste le bianche vesti di neofito. Parve che l'esempio e la riputazione
di Costantino rendesse plausibile la dilazione del battesimo[70]. I
tiranni, che vennero dopo di lui, presero animo a credere che le macchie
del sangue innocente, che avessero potuto spargere in un lungo regno, si
sarebbero ad un tratto lavate nelle acque di rigenerazione; e l'abuso
della religione pericolosamente attaccava i fondamenti della virtù
morale.

La gratitudine della Chiesa ha esaltato le virtù, e scusati i difetti
d'un generoso protettore, che collocò il Cristianesimo sul trono del
Mondo Romano; ed i Greci, che celebrano la festa del Santo Imperiale,
rare volte rammentano il nome di Costantino senza aggiungervi il titolo
di _uguale agli Apostoli_[71]. Tale paragone, se allude al carattere di
que' Missionari divini, non può attribuirsi che alla stravaganza d'una
empia adulazione; ma se ristringasi all'estensione ed al numero
dell'Evangeliche loro vittorie, il successo di Costantino potrebbe forse
uguagliarsi a quello degli Apostoli stessi. Cogli editti di tolleranza
egli tolse que' temporali svantaggi, che avevan ritardato fin'allora il
progresso del Cristianesimo, e gli attivi e numerosi Ministri di questo
ebbero una libera permissione ed un generoso incoraggiamento per
insinuare le salutari verità della Rivelazione con qualunque sorta
d'argomento, che potesse muovere la ragione o la pietà del genere umano.
Non sussistè più che un momento la bilancia esatta fra le due religioni;
e l'occhio penetrante dell'ambizione e dell'avarizia scoprì ben presto,
che la professione del Cristianesimo potea contribuire al vantaggio
della vita presente non meno che della futura[72]. Le speranze di
ricchezze e di onori, l'esempio d'un Imperatore, e le sue esortazioni,
gli irresistibili suoi allettamenti convincevano la venale ossequiosa
turba, che ordinariamente riempie gli appartamenti della reggia. Le
città che con un pronto zelo si segnalavano, mediante la volontaria
distruzione de' loro templi, venivan distinte con privilegi municipali,
e premiate con popolari donativi; e la nuova Capitale dell'Oriente
gloriavasi del singolar pregio, che Costantinopoli non era stata mai
profanata dal culto degl'idoli[73]. Siccome le classi inferiori della
società non regolate dall'imitazione, così la conversione di quelli, che
avevano qualche superiorità di nascita, di potere o di ricchezze veniva
tosto seguìta dalla dipendente moltitudine[74]. Era molto facile
conseguir la salvazione del comun popolo, se è vero che a Roma in un
anno si battezzarono dodicimila uomini, oltre un proporzionato numero di
donne e di fanciulli, e che l'Imperatore aveva promesso ad ogni
convertito un abito bianco con venti monete d'oro[75]. Il potente
influsso di Costantino non fu ristretto agli angusti limiti della sua
vita o de' suoi dominj. L'educazione, ch'egli diede a' suoi figli e
nipoti, assicurò all'Impero una famiglia di Principi, la fede de' quali
riusciva sempre più viva e sincera, poichè nella più tenera infanzia
s'insinuava loro lo spirito, o almeno la dottrina del Cristianesimo. La
guerra ed il commercio avevano sparso la cognizione dell'Evangelio oltre
i confini delle Province Romane; ed i Barbari, che avevano sdegnato di
seguire una setta umile e proscritta, ben presto appresero a stimare una
religione, che si era di fresco abbracciata dal Monarca più grande, e
della nazione più culta del globo[76]. I Goti ed i Germani, che
s'arrolavano sotto gli stendardi di Roma, veneravan la croce, che
risplendeva alla testa delle legioni, ed i fieri lor Nazionali ricevevan
nel tempo stesso le lezioni della fede e quelle dell'umanità. I Re
dell'Iberia e dell'Armenia adoravano il Dio del lor protettore; ed i
loro sudditi, che hanno invariabilmente conservato il nome di Cristiani,
tosto formarono una sacra e perpetua connessione co' Romani loro
fratelli. I Cristiani della Persia in tempo di guerra si sospettava che
preferissero la religione alla patria; ma finchè sussisteva la pace fra
i due Imperi, lo spirito persecutore de' Magi veniva efficacemente
represso dall'intercessione di Costantino[77]. I raggi del Vangelo
illuminarono la costa dell'India. Le colonie di Ebrei, ch'erano
penetrate nell'Arabia e nell'Etiopia[78], s'opposero al progresso del
Cristianesimo; ma il lavoro de' Missionari fu in qualche modo facilitato
da una precedente cognizione della Rivelazione Mosaica; e l'Abissinia
venera tuttavia la memoria di Frumenzio, che nel tempo di Costantino
sacrificò la sua vita per la conversione di que' remoti paesi. Sotto il
Regno del suo figlio Costanzo, Teofilo[79], ch'era Indiano d'origine, fu
investito del doppio carattere d'Ambasciatore e di Vescovo. Egli
s'imbarcò sul mar Rosso con dugento cavalli delle razze più pure della
Cappadocia, i quali eran mandati dall'Imperatore al Principe de' Sabei o
degli Omeriti. A Teofilo furono affidati molti altri utili o curiosi
regali, che potevano eccitare l'ammirazione, e conciliar l'amicizia de'
Barbari, ed esso impiegò con vantaggio molti anni in una visita
pastorale alle Chiese della Zona torrida[80].

Nell'importante e pericoloso cambiamento della Religion nazionale si
manifestò l'irresistibile potere degl'Imperatori Romani. I terrori d'una
forza militare imposero silenzio al debole e non sostenuto mormorar de'
Pagani, e v'era motivo di credere, che una volontaria sommissione del
Clero non men che del popolo Cristiano sarebbe stata l'effetto della
coscienza e della gratitudine. Da lungo tempo era già stabilito come una
massima fondamentale della costituzione di Roma, che ogni classe di
cittadini fosse ugualmente sottoposta alle leggi, e che la cura della
Religione fosse un diritto ed un dovere del Magistrato civile.
Costantino ed i suoi successori non potevan facilmente persuadersi di
aver perduto, mediante la lor conversione, parte veruna delle
prerogative Imperiali, o di essere inabili a dar leggi ad una Religione,
ch'essi avevan protetta ed abbracciata. Gl'Imperatori continuarono
sempre ad esercitare una suprema giurisdizione sopra il ceto
Ecclesiastico; ed il libro decimosesto del Codice Teodosiano dimostra in
vari Titoli l'autorità, ch'essi assunsero nel governo della Chiesa
Cattolica.

Ma il legittimo stabilimento del Cristianesimo introdusse e confermò la
distinzione fra la potestà spirituale e la temporale[81], che non erasi
mai potuta imporre sullo spirito libero della Grecia e di Roma.
L'uffizio di Sommo Pontefice, che dal tempo di Numa fino ad Augusto
s'era sempre esercitato da uno dei più eminenti Senatori, restò
finalmente unito all'Imperial dignità. Il primo Magistrato dello Stato,
ogni volta che la superstizione o la politica lo richiedeva, faceva in
persona le funzioni sacerdotali[82]; nè trovavasi o a Roma o nelle
Province alcun ordine di sacerdoti, che s'attribuissero un carattere più
sacro fra gli uomini, o una più intima comunicazione cogli Dei. Ma nella
Chiesa Cristiana, che affida il ministero dell'Altare ad una perpetua
successione di sacri Ministri, il Monarca, la cui dignità spirituale è
meno onorevole di quella del minimo Diacono, era collocato fuori del
recinto del Santuario, e confuso col resto della moltitudine fedele[83].
Pareva salutarsi l'Imperatore come Padre del suo Popolo, ma esso dovea
prestare un rispetto ed una reverenza filiale a' Padri della Chiesa; e
ben presto l'orgoglio dell'Ordine Episcopale pretese i medesimi segni di
ossequio, che Costantino aveva usato verso le persone de' Santi e dei
Confessori[84]. Un segreto contrasto fra la Giurisdizione Civile e
l'Ecclesiastica imbarazzava le operazioni del Governo Romano; e la colpa
ed il pericolo di toccar con mano profana l'arca del Testamento agitava
un pio Imperatore. La separazione in vero degli uomini ne' due ordini
dello stato clericale e laicale era comune appresso molte antiche
Nazioni; ed i Sacerdoti dell'India, della Persia, dell'Assiria, della
Giudea, della Etiopia, dell'Egitto e della Gallia riconoscevano da
un'origine celeste il poter temporale, ed i beni che avevano acquistati.
Queste venerabili istituzioni s'erano a grado a grado assimilate a'
costumi e al governo de' respettivi loro paesi[85]; ma l'opposizione o
il disprezzo della potestà civile servì ad assodare la disciplina della
primitiva Chiesa. I Cristiani erano stati costretti ad eleggere i loro
Magistrati, ad esigere e distribuire certe tasse particolari, ed a
regolar l'interno governo della loro Repubblica con un codice di leggi,
ch'erano state confermate dal consenso del popolo e dalla pratica di
trecent'anni. Quando Costantino abbracciò la Fede Cristiana, parve che
contraesse una lega perpetua con una distinta e indipendente società; ed
i privilegi conceduti o confermati da quell'Imperatore o da' suoi
successori si accettavano, non già come favori precarj della Corte, ma
come giusti ed inalienabili diritti dell'Ordine Ecclesiastico.

Si amministrava la Chiesa Cattolica dalla spirituale e legittima
giurisdizione di mille ottocento Vescovi[86]; mille de' quali trovavansi
nelle Province Greche dell'Impero, ed ottocento nelle Latine.
L'estensione ed i confini delle respettive lor Diocesi si erano in varie
maniere accidentalmente stabiliti dallo zelo e dall'incontro de' primi
Missionari, dai desiderj del Popolo, e dalla propagazione del Vangelo.
Eransi fondate in abbondanza, le Chiese Vescovili lungo le rive del
Nilo, e sulle coste dell'Affrica, nell'Asia Proconsolare, e nelle
Province Meridionali dell'Italia. I Vescovi della Gallia e della Spagna,
della Tracia e del Ponto, dominavano sopra vasti territorj, e delegavano
i rurali, loro suffraganei ad eseguire gl'inferiori doveri dell'uffizio
pastorale[87]. Poteva una Diocesi Cristiana estendersi ad una intera
Provincia o ridursi ad un solo villaggio, ma tutti i Vescovi godevano un
uguale indelebil carattere; traevano tutti le medesime facoltà e
privilegi dagli Apostoli, dal Popolo e dalle Leggi. Nel tempo che la
politica di Costantino separava la profession militare dalla civile,
stabilivasi nella Chiesa e nello Stato un nuovo e perpetuo ordine di
Ministri Ecclesiastici, sempre rispettabile, e qualche volta pericoloso.
Ciò che v'è da osservar d'importante, rispetto alla costituzione e a'
diritti di essi, può ridursi a' seguenti capi: I. all'elezione popolare:
II. all'ordinazione del Clero: III. alle sostanze di esso: IV. alla
giurisdizione civile: V. alle censure spirituali: VI. all'esercizio di
predicar pubblicamente: VII. al privilegio delle assemblee legislative.

I. Durò la libertà dell'elezioni lungo tempo dopo il legale stabilimento
del Cristianesimo[88]; ed i sudditi Romani godevano nella Chiesa il
privilegio, che avevan perduto nella Repubblica, di eleggere i
Magistrati, a' quali dovevano ubbidire. Appena era morto un Vescovo, il
Metropolitano dava la commissione ad uno de' suoi suffraganei
d'amministrare la sede vacante, e di preparare dentro un certo tempo la
futura elezione. Il diritto di dare il voto risedeva nel Clero
inferiore, ch'era il più adatto a giudicare del merito de' candidati;
ne' Senatori o nobili della città, persone distinte per la dignità o per
le ricchezze; e finalmente in tutto il corpo del popolo, che nel giorno
stabilito correva in folla dalle più lontane parti della Diocesi[89]; ed
alle volte colle sue tumultuose acclamazioni facea tacere la voce della
ragione e le leggi della disciplina. Queste acclamazioni potevano
accidentalmente cadere sul competitore più meritevole, su qualche
vecchio Prete, su qualche santo Monaco, o su qualche laico famoso per lo
zelo e per la pietà. Ma si sollecitava la cattedra Episcopale,
specialmente nelle grandi e ricche città dell'Impero, piuttosto come una
dignità temporale che spirituale. I fini d'interesse, le passioni
dell'amor proprio e dell'ira, le arti della perfidia e della
dissimulazione, la segreta corruzione, l'aperta ed anche sanguinosa
violenza, che avevano un tempo sturbata la libertà d'eleggere nelle
Repubbliche della Grecia e di Roma, troppo spesso influivano nella
scelta de' successori degli Apostoli. Mentre uno dei candidati vantava
gli onori della sua famiglia, un altro allettava i suoi giudici colle
delicatezze d'una copiosa tavola, ed un terzo, anche più colpevole de'
suoi rivali, offeriva di divider fra' complici delle sacrileghe sue
speranze le spoglie della Chiesa[90]. Le leggi Civili ugualmente che
l'Ecclesiastiche tentarono d'escludere la plebaglia da tal atto solenne
ed importante. I Canoni dell'antica disciplina esigendo ne' Vescovi
alcune qualificazioni d'età, di stato ec. ristringevano in qualche modo
l'arbitrario capriccio degli elettori. Interponevasi anche l'autorità
de' Vescovi Provinciali, che si adunavano nella Chiesa vacante ad
oggetto di confermare la scelta del popolo, per moderarne le passioni ed
emendarne gli errori. I Vescovi potevan ricusar d'ordinare un candidato
indegno, ed il furore de' diversi fra' loro contrari partiti alle volte
accettava l'imparziale lor mediazione. La sommissione o la resistenza
del Clero e del Popolo in varie occasioni somministrava esempi, che
insensibilmente diventavano leggi positive e costumi provinciali[91]; ma
da per tutto ammettevasi come una massima fondamentale di religioso
governo, che non potesse darsi ed una Chiesa ortodossa alcun Vescovo
senza il consenso de' membri della medesima. Gl'Imperatori, come custodi
della pubblica pace e come i primi cittadini di Roma e di
Costantinopoli, potevano in realtà dichiarare i loro desiderj
nell'elezione d'un Primate; ma quegli assoluti Monarchi rispettavano la
libertà delle elezioni Ecclesiastiche; e mentre distribuivano e
riassumevano gli onori dello Stato e dell'esercito, permettevano che
mille ottocento Magistrati perpetui ricevessero i loro importanti uffizi
da' liberi suffragi del popolo[92]. Sarebbe stato giusto, che tali
Magistrati non abbandonassero un onorevole posto, da cui non potevano
esser rimossi; ma la saviezza de' Concilj tentò, senza gran successo, di
obbligare i Vescovi alla residenza, e d'impedirne le translazioni.
Nell'Occidente, in vero, la disciplina era meno rilassata che
nell'Oriente; ma le stesse passioni, che obbligavano a far tali
regolamenti, li rendevano inefficaci. I rimproveri che con tanta
veemenza si son fatti, nel furor della collera, alcuni Prelati fra loro,
non servono che a manifestare la comune lor colpa e la loro vicendevole
indiscretezza.

II. I soli Vescovi godevano la facoltà della generazione _spirituale_; e
questo privilegio straordinario compensar poteva in qualche modo il
penoso celibato[93], che imponevasi loro come una virtù, come un dovere,
e finalmente come una positiva obbligazione. Quelle religioni antiche,
le quali stabilirono un ordine separato di Sacerdoti, dedicarono al
servizio perpetuo degli Dei una data stirpe, tribù, o famiglia
sacra[94]. Instituzioni però di tal genere furon fondate per via di
possesso, piuttosto che di conquista. I figli de' Sacerdoti godevano con
altera ed indolente sicurezza la sacra loro eredità; ed il feroce
spirito d'entusiasmo veniva diminuito dalle cure, da' piaceri e dagli
allettamenti della vita domestica. Ma il Santuario de' Cristiani era
aperto ad ogni candidato ambizioso, che avesse aspirato alle celesti
promesse, od a' beni temporali di esso. L'uffizio di Sacerdoti
valorosamente s'esercitava, come quello de' soldati o de' Magistrati, da
coloro, l'abilità e temperamento de' quali gli aveva resi atti ad
abbracciare la professione Ecclesiastica, o che da un accorto Vescovo si
erano scelti come i più abili a promuovere la gloria e l'interesse della
Chiesa. I Vescovi[95] potevan costringere (finattantochè dalla prudenza
delle leggi non fu represso l'abuso) anche quelli che ripugnavano, e
proteggere gli angustiati per tal motivo; e l'imposizione delle mani
concedeva in perpetuo alcuni de' più stimabili privilegi della società
civile. Tutto il corpo del Clero Cattolico, forse più numeroso delle
legioni, s'era per gl'Imperatori esentato da ogni pubblico o privato
servizio, da tutti gli uffizi municipali, da tutte le tasse e
contribuzioni personali, che aggravavano con intollerabile peso gli
altri loro concittadini; e si accettavano i doveri della sacra lor
professione come un pieno adempimento degli obblighi loro verso la
Repubblica[96]. Ogni Vescovo acquistava un assoluto ed irrevocabil
diritto allo perpetua ubbidienza del Cherico che ordinava; il Clero
d'ogni Chiesa Episcopale, colle parrocchie da essa dipendenti, formava
una costante e regolar società, e le Cattedrali di Costantinopoli[97] e
di Cartagine[98] mantenevano il loro stabilito numero particolare di
cinquecento Ministri Ecclesiastici. La quantità di essi ed i gradi[99]
furono insensibilmente moltiplicati dalla superstizione de' tempi, che
introdussero nella Chiesa le splendide ceremonie del Tempio Giudaico o
dei Pagani; ed una lunga serie di Preti, di Diaconi, di Suddiaconi, di
Accoliti, di Esorcisti, di Lettori, di Cantori, e di Ostiari co'
respettivi loro uffizi contribuirono ad accrescer la pompa e l'armonia
del Culto religioso. S'estesero il nome ed i privilegi clericali
a molte pie confraternite che devotamente sostenevano il trono
Ecclesiastico.[100] Seicento _parabolani_ o avventurieri in Alessandria
visitavano gli ammalati; mille cento _copiati_ o scavatori di fosse
seppellivano i morti a Costantinopoli; e gli sciami de' Monaci, insorti
dal Nilo, cuoprirono ed oscurarono la faccia del Mondo Romano.

[A. D. 313]

III. L'editto di Milano assicurò le rendite ugualmente che la pace alla
Chiesa[101]. Non solo i Cristiani ricuperaron le terre e le case, delle
quali erano stati spogliati per causa della persecuzione di Diocleziano,
ma eziandio acquistarono un pieno diritto a posseder tutti i beni che
avevano fin allora goduti per connivenza de' Magistrati. Poscia che il
Cristianesimo divenne la religione dell'Imperatore e dell'Impero, il
Clero nazionale potea pretendere un decente ed onorevole mantenimento; e
la paga d'una tassa annuale avrebbe potuto liberare il popolo dal più
opprimente tributo, che la superstizione impone a' suoi devoti. Ma
siccome colla prosperità della Chiesa ne crescevano anche i bisogni e le
spese, così il ceto Ecclesiastico veniva sempre aiutato ed arricchito
dalle volontarie obblazioni de' Fedeli. Otto anni dopo l'editto di
Milano, Costantino concesse a tutti i suoi sudditi la libera ed
universal facoltà di lasciare i loro beni alla Santa Chiesa
Cattolica[102]; e la devota loro liberalità, che nel corso delle lor
vite era tenuta in freno dal lusso o dall'avarizia, scorreva senza
ritegno nell'ora della morte. I Cristiani ricchi venivano incoraggiati
dall'esempio del loro Sovrano. Un assoluto Monarca, che è ricco senza
patrimonio, può esser caritatevole senza merito, e Costantino credè
troppo facilmente di poter acquistar il favore del Clero col mantenere
gli oziosi a spese dell'industria, e col distribuire fra' Santi le
ricchezze della Repubblica. Lo stesso corriere, che portò in Affrica il
capo di Massenzio, forse portò anche una lettera per Ceciliano Vescovo
di Cartagine. L'Imperatore in essa gli fa sapere, che i tesorieri della
Provincia hanno l'ordine di pagare nelle sue mani la somma di tremila
folli, o diciottomila lire sterline, e di soddisfare le ulteriori sue
richieste per sollievo delle Chiese dell'Affrica, della Numidia e della
Mauritania[103]. Cresceva la liberalità di Costantino in proporzione
appunto della sua fede e de' suoi vizi. Egli assegnò in ogni città una
regolar quantità di grano per servir di fondo alla carità Ecclesiastica,
e le persone di ambidue i sessi, che abbracciavano la vita Monastica,
divenivano i favoriti speciali del Sovrano. I tempj Cristiani
d'Antiochia, d'Alessandria, di Gerusalemme, di Costantinopoli ec.
dimostrano l'ostentata pietà di un Principe, ambizioso nella sua
vecchiezza d'uguagliare le opere perfette dell'Antichità[104]. La forma
di questi religiosi edifici era semplice e bislunga, quantunque
potessero alle volte sorgere in figura di cupola, ed alle volte
dividersi in forma di croce. Il legname per lo più era di cedri del
Libano; il tetto era coperto di tegoli, forse di rame dorato; le mura,
le colonne, ed il pavimento erano incrostati di varie sorti di marmi.
Eran profusamente consacrati al servizio dell'Altare i più preziosi
ornati d'oro e d'argento, di seta e di gemme; e tale speciosa
magnificenza era sostenuta dalla solida e perpetua base di stabili
possessioni. Nella spazio di due secoli, dal regno di Costantino fino a
quello di Giustiniano, i frequenti ed inalienabili donativi de' Principi
e del Popolo arricchirono le mille ottocento Chiese dell'Impero. Può
ragionevolmente assegnarsi un'annuale rendita di seicento lire sterline
a que' Vescovi ch'erano in mezzo tra i ricchi ed i poveri[105], ma
insensibilmente s'accrebbe la lor ricchezza insieme con la dignità e
coll'opulenza delle città ch'essi governavano. Un autentico ma
imperfetto[106] catalogo di rendite specifica varie case, botteghe,
giardini e fondi, che appartenevano alle tre Romane Basiliche di S.
Pietro, di S. Paolo e di S. Gio. Laterano nelle Province dell'Italia,
dell'Affrica e dell'Oriente. Questi producevano, oltre la riserva d'una
quantità d'olio, di lino, di carta, d'aromati ec., un'annuale entrata di
ventiduemila aurei, o dodicimila lire sterline. Al tempo di Costantino e
di Giustiniano, i Vescovi non godevan più l'intera fiducia del Clero e
del Popolo, e forse non la meritavano. I beni Ecclesiastici di
ciascheduna Diocesi furon divisi in quattro parti, che dovevan servire
per uso respettivamente del Vescovo stesso, del suo clero inferiore, de'
poveri e del Culto pubblico; e fu più volte rigorosamente represso
l'abuso di questa sacra amministrazione[107]. Il patrimonio della Chiesa
era sempre sottoposto a tutte le pubbliche imposizioni dello Stato[108].
Il Clero di Roma, di Alessandria, di Tessalonica ec. potè chiedere ed
ottenere alcune particolari esenzioni; ma il figliuolo di Costantino
resistè con vigore al tentativo, non per anche opportuno, del gran
Concilio di Rimini, che aspirava alla libertà universale[109].

IV. Il Clero Latino, che eresse il proprio tribunale sulle rovine del
Gius civile e comune, ha modestamente riconosciuto come un dono di
Costantino[110] quell'indipendente giurisdizione, che fu il frutto del
tempo, del caso, e della propria sua industria. Ma la liberalità degli
Imperatori Cristiani aveva già insignito il carattere Sacerdotale di
certe legali prerogative, che lo assicuravano e lo nobilitavano[111].
Primieramente sotto un governo dispotico i Vescovi erano i soli che
godessero e mantenessero l'inestimabile privilegio di non esser
giudicati che da' loro pari; ed anche nelle accuse capitali i soli
giudici della loro reità od innocenza erano i loro fratelli adunati in
un Sinodo. Un tribunale di questa sorte, a meno che non fosse acceso da
un odio personale, o da discordia religiosa, poteva esser favorevole o
anche parziale all'ordine de' Sacerdoti: ma Costantino era persuaso[112]
che l'impunità segreta sarebbe stata meno perniciosa del pubblico
scandalo, ed il Concilio Niceno restò edificato da quella sua pubblica
dichiarazione, che s'egli avesse sorpreso un Vescovo in adulterio,
avrebbe gettato il proprio imperial manto sopra del reo. In secondo
luogo, la domestica giurisdizione de' Vescovi era nel tempo stesso un
privilegio ed un freno dell'ordine Ecclesiastico, le cause civili del
quale potevano decentemente sottrarsi alla cognizione d'un giudice
secolare. Le minori loro colpe non erano esposte alla vergogna d'un
pubblico processo o gastigo; e s'imponeva dal moderato rigore de'
Vescovi quella specie di mite correzione, che i teneri figli posson
ricevere da' loro padri o istruttori. Ma se il cherico diveniva reo
d'alcun delitto, che non si potesse abbastanza purgare colla
degradazione dal posto onorevole e vantaggioso che aveva in quell'ora,
il Magistrato Romano, senza riguardo veruno all'Ecclesiastiche immunità,
adoperava la spada della giustizia. In terzo luogo, venne da una
positiva legge ratificato l'arbitrio de' Vescovi, e fu ordinato a'
Giudici d'eseguire senza dilazione o appello i decreti Episcopali, la
validità de' quali non si era sin allora appoggiata che al consenso
delle parti. La conversione de' Magistrati medesimi e di tutto l'Impero
potè appoco appoco allontanare i timori e gli scrupoli dei Cristiani. Ma
essi ricorrevan sempre al tribunale dei Vescovi, de' quali stimavano
l'integrità e la dottrina; ed il venerabile Agostino aveva la
soddisfazione di dolersi che venivano continuamente interrotte le sue
spirituali funzioni dall'odioso travaglio di decidere il diritto o il
possesso d'argento e d'oro, di terreni e di bestiami. In quarto luogo,
fu trasferito l'antico privilegio del Santuario a' Tempj Cristiani, e
dalla generosa pietà di Teodosio il Giovane esteso a' recinti de' luoghi
sacri[113]. Era permesso a' supplichevoli fuggitivi, ed anche rei,
d'implorar la giustizia o la misericordia della Divinità e de' suoi
Ministri. Veniva sospesa la dura violenza del dispotismo dalla dolce
interposizione della Chiesa; e si potevano proteggere le vite ed i beni
de' sudditi più cospicui dalla mediazione del Vescovo.

V. Il Vescovo era il perpetuo censore de' costumi del suo popolo. La
disciplina della penitenza era disposta in un sistema di giurisprudenza
canonica[114], che definiva esattamente il dovere della confessione
pubblica o privata, le regole delle prove, i gradi delle colpe, e la
misura delle pene. Era impossibile eseguire questa censura spirituale,
se il Pontefice Cristiano, che puniva le oscure colpe della moltitudine,
avesse rispettato i vizi cospicui ed i delitti distruttivi del
Magistrato; ma pure era impossibile attaccare la condotta di questo
senza sindacare l'amministrazione del governo civile. Alcune
considerazioni di religione di fedeltà, o di timore proteggevano le
sacre persone degl'Imperatori dallo zelo o risentimento de' Vescovi; ma
questi arditamente censuravano e scomunicavano i Tiranni subordinati,
che non erano insigniti della maestà della porpora. S. Atanasio
scomunicò uno de' Ministri d'Egitto, e l'interdetto, ch'egli pronunziò
dell'acqua e del fuoco, fu solennemente trasmesso alle Chiese della
Cappadocia[115]. Al tempo di Teodosio il Giovane, il colto ed eloquente
Sinesio, uno de' discendenti d'Ercole[116], occupava la sede Episcopale
di Tolemaide vicino alle rovine dell'antica Cirene[117], ed il Vescovo
filosofo sosteneva con dignità il carattere che aveva ricevuto con
ripugnanza[118]. Egli vinse il presidente Andronico, mostro della Libia,
che abusava dell'autorità d'un uffizio venale, inventava modi nuovi di
rapina e di tortura, ed aggravava il delitto dell'oppressione con quello
del sacrilegio[119]. Dopo un vano tentativo di ridurre il superbo
Magistrato, mediante una dolce e religiosa ammonizione, Sinesio procede
a pronunziare l'ultima sentenza della giustizia Ecclesiastica[120], che
condanna Andronico co' suoi compagni e le loro famiglie all'esecrazione
della terra e del cielo. Gl'impenitenti peccatori, più crudeli di
Falaride e di Sennacherib, più dannosi della guerra, della peste o d'un
nuvolo di locuste, son privati del nome e de' privilegi di Cristiani,
della partecipazione de' Sacramenti e della speranza del Paradiso. Il
Vescovo esorta il Clero, i Magistrati ed il Popolo a rinunziare a
qualunque commercio co' nemici di Cristo, ad escluderli dalle proprie
case o mense, ed a negar loro i comuni uffici della vita ed i
convenienti riti della sepoltura. La Chiesa di Tolemaide, oscura e per
quanto sembra poco autorevole, manda questa dichiarazione a tutte le
altre Chiese del Mondo sue sorelle, dichiarando che qualunque profano
rigetterà i suoi decreti, sarà partecipe del delitto e della punizione
d'Andronico e degli empi seguaci di lui. Tali spirituali terrori
acquistaron forza da una destra rappresentanza alla Corte di Bisanzio;
il Presidente implorò tremando la pietà della Chiesa; e il discendente
d'Ercole ebbe il piacere d'alzar da terra un prostrato Tiranno[121].
Tali principj ed esempi appoco appoco preparavano il trionfo de'
Pontefici Romani, che han posto il piede sul collo dei Re.

VI. Ogni Governo popolare ha provato gli effetti d'una rozza o
artificiale eloquenza. Il naturale più freddo viene animato, e la
ragione più soda vien mossa dalla rapida comunicazione dell'impeto che
prevale; ed ogni uditore si trova spinto dalle sue proprie passioni, e
da quelle della moltitudine che lo circonda. La rovina della libertà
civile aveva fatto tacere i Demagoghi d'Atene ed i Tribuni di Roma: non
s'era introdotto ne' templi dell'antichità il costume di predicare, che
par che formi una parte considerabile della devozione Cristiana, e le
orecchie de' Monarchi non erano mai state tocche dall'aspro suono della
popolar eloquenza, finattanto che i pulpiti dell'Impero furon pieni di
sacri Oratori, che godevano alcuni vantaggi incogniti a' profani loro
predecessori[122]. Agli argomenti ed alla rettorica del Tribuno
immediatamente si opponevano con uguali armi abili e risoluti
antagonisti; e la causa della verità e della ragione poteva trarre per
accidente qualche vantaggio dal conflitto delle contrarie passioni. Il
Vescovo o qualche distinto Prete, al quale aveva esso cautamente
delegata la facoltà di predicare, parlava, senza rischio d'esser
interrotto o contraddetto, ad una sommessa moltitudine, le cui menti
erano già disposte e convinte dalle venerande ceremonie della religione.
Era tanto stretta la subordinazione della Chiesa Cattolica, che nel
tempo stesso potevan partire da cento pulpiti dell'Italia o dell'Egitto
suoni concertati nella medesima forma, qualora essi fossero diretti[123]
dalla mano maestra del Primate Romano o Alessandrino. Il disegno di tale
instituzione era lodevole, ma i frutti non furono sempre salutari. I
predicatori raccomandavano la pratica de' doveri sociali; ma esaltavano
la perfezione della virtù Monastica, ch'è penosa per gli individui ed
inutile pel genere umano. Le lor caritatevoli esortazioni dimostravano
una segreta brama che fosse affidato al Clero il maneggio de' beni de'
Fedeli per benefizio de' poveri. Le più sublimi rappresentazioni degli
attributi e delle leggi di Dio venivano contaminate da una vana mistura
di metafisiche sottigliezze, di riti puerili e di supposti miracoli; e
col più fervido zelo si diffondevano sul merito religioso di detestar
gli avversari della Chiesa, e di ubbidirne i ministri. Quando l'eresia o
lo scisma turbava la pubblica pace, i sacri oratori suonavan la tromba
della discordia e forse della sedizione. Per mezzo de' misteri si
rendeva perplesso l'intelletto degli uditori; se ne infiammavano le
passioni colle invettive; ed essi uscivano da' tempj Cristiani
d'Antiochia o d'Alessandria, preparati o a soffrire o a dare il
martirio. Nelle veementi declamazioni de' Vescovi Latini si vede
chiaramente la corruzione del gusto e della lingua; ma le composizioni
di Gregorio o di Grisostomo si son paragonate a' modelli più splendidi
dell'Attica o almeno dell'Asiatica eloquenza[124].

[A. D. 314-325]

VII. I rappresentanti della Repubblica Cristiana ogni anno adunavansi
regolarmente nella primavera e nell'autunno; e questi Sinodi sparsero lo
spirito della disciplina e legislazione Ecclesiastica per le centoventi
Province del Mondo Romano[125]. L'Arcivescovo o il Metropolitano era
dalle leggi autorizzato a convocare i Vescovi suffraganei alla sua
Provincia, ad invigilare sulla lor condotta, a sostenerne i diritti, a
dichiararne la fede, e ad esaminare il merito de' candidati, che
venivano eletti dal Clero e dal Popolo, per supplire alla vacanza del
collegio Episcopale. I Primati di Roma, d'Alessandria, d'Antiochia, di
Cartagine, ed in seguito di Costantinopoli, che godevano una
giurisdizione più ampia, adunavano le numerose assemblee de' Vescovi lor
dipendenti. Ma era una prerogativa propria del solo Imperatore la
convocazione de' Sinodi grandi e straordinari. Ogni volta che le
occorrenze della Chiesa richiedevano si venisse a tal passo decisivo,
egli mandava una perentoria intimazione a' Vescovi o ai Deputati di
ciascheduna Provincia, coll'ordine opportuno per l'uso de' cavalli
pubblici, o con assegnamenti convenienti per le spese del loro viaggio.
Ne' primi tempi, allorchè Costantino era protettore piuttosto che
proselito del Cristianesimo, egli rimise la controversia Affricana al
Concilio d'Arles, in cui si trovarono come fratelli ed amici i Vescovi
di Yorck, di Treveri, di Milano, e di Cartagine per dibattere nel nativo
loro linguaggio il comune interesse della Chiesa Latina e
Occidentale[126]. Undici anni dopo, a Nicea nella Bitinia, fu convocata
una più celebre e numerosa assemblea, per estinguere con definitiva
sentenza le sottili dispute ch'erano insorte nell'Egitto sopra la
Trinità. Trecento diciotto Vescovi obbedirono all'intimazione
dell'indulgente loro Signore; gli Ecclesiastici di ogni specie, setta o
nome, vennero computati fino a duemila quarantotto persone[127]; i Greci
vi comparvero personalmente, ed il consenso de' Latini fu espresso da'
Legati del Romano Pontefice. Le sessioni, che durarono circa due mesi,
frequentemente furon onorate dalla presenza dell'Imperatore. Lasciando
esso le guardie alla porta, sedeva (colla permissione del Concilio)
sopra una piccola sedia nel mezzo dell'assemblea. Costantino ascoltava
con pazienza e parlava modestamente; e nel mentre che influiva sulle
discussioni, protestava umilmente, ch'egli era il ministro non il
giudice de' successori degli Apostoli, ch'erano stati stabiliti come
Sacerdoti e come Dii sulla terra[128]. Tal profonda venerazione d'un
assoluto Monarca verso un debole disarmato congresso di propri sudditi,
non si può paragonare che al rispetto con cui si trattava il Senato da'
Principi Romani, che adottarono la politica d'Augusto. Nello spazio di
cinquant'anni, uno spettator filosofico delle umane vicende avrebbe
potuto confrontar Tacito nel Senato di Roma, e Costantino nel Concilio
di Nicea. Tanto i Padri del Campidoglio, quanto quelli della Chiesa eran
degenerati dalle virtù de' lor fondatori; ma siccome i Vescovi avevan
gettate radici più profonde nella pubblica opinione, così sostennero con
più decente orgoglio la lor dignità, ed alle volte si opposero con
virile spirito alle brame del loro Sovrano. Il progresso del tempo e
della superstizione ha cancellato la memoria della debolezza, della
passione e dell'ignoranza, che oscurava quegli Ecclesiastici Sinodi, ed
il Mondo Cattolico si è concordemente sottomesso[129] agl'_infallibili_
decreti de' generali Concilj[130].

NOTE:

[1] Si è diligentemente discussa la data delle _Istituzioni Divine_ di
Lattanzio; vi si sono scoperte difficoltà; si sono proposti mezzi per
iscioglierle; e si è finalmente immaginato l'espediente di supporne due
edizioni _originali_, la prima pubblicata nel tempo della persecuzione
di Diocleziano, l'altra sotto quella di Licinio. Vedi Dufresnoy _Praef.
p. 5_. Tillemont _Mem. Eccl. Tom. VI p. 465-470_. Lardner _Credibilità
ec. P. II Vol. VII, p. 78-86_. Quanto a me io sono quasi convinto, che
Lattanzio dedicasse le sue Istituzioni al Sovrano della Gallia nel tempo
in cui Galerio, Massimino, e Licinio stesso perseguitavano i Cristiani,
cioè fra gli anni 306 e 311.

[2] Lactant. _Divin Inst. l. I. VII. 27_. Veramente il primo ed il più
importante di questi passi manca in 28 manoscritti; ma si trova in altri
19. Se vogliam ponderare il merito di questi manoscritti paragonati fra
loro, può allegarsene, in favor di quel passo, uno della libreria del Re
di Francia dell'età di 900 anni, ma si omette lo stesso passo nel
corretto manoscritto di Bologna, che il P. Montfaucon giudica del sesto,
o del settimo secolo (_Diar. It. p. 409_). Il gusto della maggior parte
degli Editori (eccettuato Iseo, vedi Lattanzio dell'edizione del
Dufresnoy, _Tom. I p. 596_) vi ha riconosciuto il genuino stil di
Lattanzio.

[3] Euseb. _in vit. Const_. (_l. I. c. 27-32_.)

[4] Zosimo (_l. II. p. 104_.)

[5] Questo rito fu _sempre_ in uso nel fare i Catecumeni (vedi Bingam.
Ant. l. X. c. I. p. 419. Dom. Chardon _Hist. des Sacremens, T. I. p.
62_); e Costantino lo ricevè per la prima volta immediatamente avanti il
suo battesimo, e la sua morte (Eusebio _in vita Const. l. IV. c. 61_).
Valesio, dalla connessione di questi due fatti, ha tirato quella
conseguenza (_al luogo cit. d'Euseb_.), che viene ammessa con ripugnanza
dal Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. IV. p. 628_), e contraddetta con
deboli argomenti dal Mosemio (_p. 968_).

[6] Eusebio _in vit. Const_. (_l. IV. c. 61, 62, 63_). La leggenda del
Battesimo di Costantino, seguìto in Roma tredici anni avanti la sua
morte, fu inventata nell'ottavo secolo come un acconcio motivo per la
sua donazione. Tale è stato a grado a grado il progresso delle
cognizioni, che una storia, di cui il Cardinal Baronio (_Annal. Eccl.
An. 324. n. 43-49_) si dichiarò senza rossore avvocato, adesso
debolmente si sostiene anche sotto la giurisdizione del Vaticano. Vedi
le _antichità Crist._ (_Tom. II p. 203_), opera pubblicata con sei
approvazioni a Roma, nell'anno 1751, dal P. Mamachi, erudito Domenicano.

[7] Il Questore, o segretario, che compose la _leg. 1. del lib. XVI.
Tit. II. del Cod. Teodos_. fa dire con indifferenza al suo Signore,
_hominibus supradictae religionis_; al Ministro poi degli affari
Ecclesiastici era permesso uno stile più devoto e rispettoso, τηϛ
ενθεσμου και αγιωτατηϛ καθολικηϛ θρησκειαϛ; _legittimo, e
santissimo catolico culto_. Vedi Eusebio _Hist. Eccles._ (_l. X. c. 6_).

[8] Cod. Theodos. (_lib. II Tit. VIII. leg. I._) Cod. Giustin. (_Lib.
III. Tit. XII. leg. III_). Costantino chiama la Domenica _dies Solis_;
nome, che non poteva offender le orecchie de' suoi sudditi Pagani.

[9] Cod. Theodos. (_lib. XVI. Tit. X. leg. I_). Il Gottofredo, come
comentatore, procura di scusare (_Tom. VI. p. 257._) Costantino; ma il
Baronio più zelante (_Annal. Eccles, an. 521. n. 18._) critica con
verità ed asprezza il profano contegno di lui.

[10] Sembra che Teodoreto (_l. I. c. 18_) voglia far credere, ch'Elena
desse al suo figlio un'educazione Cristiana; ma la superiore autorità
d'Eusebio può assicurarci (_in vita Const. l. III. c. 47_), ch'ella
medesima fu debitrice della cognizione del Cristianesimo a Costantino.

[11] Vedi le medaglie di Costantino appresso il Du-Cange, e il Banduri.
Siccome poche città ritenuto avevano il privilegio del conio, quasi
tutte le medaglie di quel tempo uscirono dalla zecca autorizzata dalla
sanzione Imperiale.

[12] Il Panegirico (_VII. inter Panegyr. vet_.) d'Eumenio che fu
recitato pochi mesi prima della guerra Italica, è pieno delle più chiare
prove della superstizione Pagana di Costantino, e della sua particolar
venerazione per Apollo, o pel Sole, al quale allude Giuliano, allorchè
dice nell'_Oraz. VII. p. 228_ απολειπων σε (_abbandonando te_).
Vedi il _Coment. dello Spanemio sui Cesari p. 317_.

[13] Costantino _Orat. ad Sanctos c. 25_. Ma potrebbe facilmente
dimostrarsi, che il Traduttore Greco ha esteso il senso dell'originale
Latina; e potè anche l'Imperatore in età avanzata rammentarsi la
persecuzione di Diocleziano con più vivo abborrimento di quello che
aveva realmente sentito nel tempo della sua gioventù o idolatria.

[14] Vedi Eusebio _Hist. Eccles_. (_l. VII. 13 l. IX. 9_ etc.) _in vit.
Const_. (_l. I. c. 16, 17_.) Lactant. _Divin. Inst. l. 2_. Cecil. _De
mort. persecut. c. 25_.

[15] Cecilio (_De mort. persecut. c. 48_) ci ha conservato l'originale
Latino; ed Eusebio (_Hist. Eccles. l. X. c. 5_) ha dato una traduzione
Greca di questo editto perpetuo, che si riferisce ad alcuni regolamenti
provvisionali.

[16] Un Panegirico di Costantino pronunziato sette o otto mesi dopo
l'editto di Milano (vedi Gottofredo _Chron. Legum p. 7_ e Tillemont,
_Hist. des Emper. Tom. IV. p. 246_) usa la seguente notabile
espressione: _Summe rerum Sator, cujus tot nomina sunt, quot linguas
Gentium esse voluisti, quem enim Te ipse dici velis, scire non possumus.
Paneg. Vet. IX. 26_. Il Mosemio nello spiegare p. 971 ec. il progresso
di Costantino nella Fede, è ingegnoso, sottile e prolisso.

[17] Vedi l'elegante descrizion di Lattanzio (_Div. Inst. v. 8._) ch'è
molto più chiara e positiva di quel che convenga a un discreto Profeta.

[18] Il sistema politico de' Cristiani si spiega da Grozio (_de Jur.
Bell. et pac. l. I. c. 3. 4_). Questi era un repubblicano ed un esule;
ma la dolcezza del suo temperamento lo faceva inclinare a sostenere le
potestà già stabilite.

[19] Tertulliano _Apolog. c. 32, 34, 35, 36. Tamen nunquam Albiniani,
nec Nigriani vel Cassiani inveniri potuerunt Christiani, ad Scapulam c.
2._ Se tale espressione è rigorosamente vera, essa esclude i Cristiani
di quel secolo da tutti gli impieghi civili e militari, che gli avrebber
costretti a prendere qualche parte nel servizio de' respettivi loro
Governatori. Vedi _le Opere di Moyle Vol. II. p. 349._

[20] Vedi l'artificioso Bossuet, Hist_. des Variat. des Egl. Protest.
Tom. III. p. 210-258_, ed il malizioso Bayle (_Tom. II. p. 630_). Io
nomino Bayle, perchè fu egli senza dubbio l'autore dell'_avviso a'
Refugiati_. Vedi il _Dizionar. di Critica de Chaufepiè Tom. I. part. 2.
p. 145._

[21] Il Bucanano è il più antico, o almeno il più celebre fra'
riformatori, che hanno giustificato la teoria della resistenza. Vedi il
suo dialogo _de Jure regni apud Scotos Tom. II. p. 28, 30._ Edit. _fol.
Reddiman_.

[22] Lattanzio _Divin. Instit. l. 1._ Eusebio nel corso della sua storia
della Vita di Costantino e nelle sue orazioni inculca più volte il
divino diritto di esso all'Impero.

[23] L'imperfetta cognizione, che abbiamo della persecuzione di Licinio
è tratta da Eusebio, _Hist. Eccles. l. X. c. 8. vit. Const. l. I. c.
49-56. l. II. c. 1, 2._ Aurelio Vittore fa menzione della sua crudeltà
in termini generali.

[24] Eusebio _in vit. Const. l. II. c. 24-42. 48-60_.

[25] Nel principio del secolo passato, i Papisti dell'Inghilterra non
formavano che la trentesima parte, ed i Protestanti della Francia la
decimaquinta delle respettive nazioni, per le quali lo spirito e poter
loro erano un oggetto continuo di timore. Vedi le relazioni, che il
Bentivoglio (il quale in quel tempo era Nunzio a Brusselles, e poi fu
Cardinale) mandò alla Corte di Roma. _Relaz. Tom. II. p. 211, 241_. Il
Bentivoglio era curioso, ben informato, ma un poco parziale.

[26] Quest'indole trascurata de' Germani si vede quasi uniforme nella
storia della conversione di ciascheduna delle loro Tribù. Si reclutavano
le legioni di Costantino con Germani, (Zosimo _l. II. p. 86_); ed
eziandio la Corte di suo padre era stata piena di Cristiani. Vedi il
primo libro della vita di Costantino fatta da Eusebio.

[27] _De his, qui arma projiciunt in pace, placuit eos abstinere a
communione. Concil. Arelat. Can. 3_. I migliori Critici applican queste
parole _alla pace della Chiesa_.

[28] Eusebio sempre risguarda la seconda guerra civile contro Licinio,
come una specie di religiosa Crociata. All'invito del Tiranno alcuni
Uffiziali Cristiani avevano riprese le loro zone, o in altri termini
eran tornati al servizio militare. Fu dipoi censurata la lor condotta
dal Canone XII del Concilio Niceno, qualora vogliasi ammettere questa
interpretazione particolare, invece di quel generale e libero senso, che
gli danno gl'interpreti Greci Balsamone, Zonara, ed Alessio Aristeno.
Vedi Beveridge _Pandect. Eccles. Graec. Tom. I. p. 72. Tom. II p. 73.
annotat_.

[29] _Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed
etiam a cogitatione, oculis, auribus: Cicer. pro Rabirio c. 5_. Gli
scrittori Cristiani, Giustino, Minucio Felice, Tertulliano, Girolamo, e
Massimo di Torino hanno investigato con passabil successo la figura o la
somiglianza della croce in quasi tutti gli oggetti della natura, o
dell'arte; nell'intersezione per esempio del meridiano coll'equatore,
nella faccia umana, nell'uccello che vola, nell'uomo che nuota,
nell'albero coll'antenna della nave, nell'aratro, nello _stendardo ec_.
Vedi Lipsio _de cruce_. (_l. I. c. 9_).

[30] Vedi Aurelio Vittore, che riguarda questa legge come uno degli
esempi delle pietà di Costantino. Un editto così onorevole al
Cristianesimo meritava luogo nel Codice Teodosiano, invece di farne
indirettamente menzione, come par che resulti dal paragone de' Titoli V.
e XVIII. del lib. IX.

[31] Eusebio _in vit. Const. l. I. c. 40_. Questa statua, o almeno la
croce e l'iscrizione, si può riportare più probabilmente alla seconda, o
anche alla terza visita di Costantino a Roma. Subito dopo la disfatta di
Massenzio gli animi del Senato e del Popolo non potevano essere ancora
disposti per tal pubblico monumento.

[32]

    _Agnoscas regina libens mea signa necesse est;_
    _In quibus effigies crucis aut gemmata refulget,_
    _Aut longis solido ex auro praefertur in hastis,_
    _Hoc signo invictus transmissis alpibus ultor_
    _Servitium solvit miserabile Constantinus._
     · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
    _Christus purpureum gemmanti textus in auro_
    _Signabat Labarum clypeorum insignia Christus_
    _Scripserat; ardebat summis crux addita christis._

          Prudent. _in Symmach. l. II. v. 464. 486_.

[33] Rimane tuttora ignota la derivazione, ed il senso della parola
_Labarum_ o _Laborum_, che s'usa da Gregorio Nazianzeno, da Ambrogio, da
Prudenzio ec. malgrado gli sforzi dei Critici, che hanno inutilmente
torturato il Latino, il Greco, lo Spagnuolo, il Celtico, il Teutonico,
l'Illirico, l'Armeno ec. per trovarne l'etimologia. Vedi Du Cange.
_Gloss. et inf. Latin. v. Labarum_ e Gottofredo _ad Cod. Theodos._
(_Tom. II. p. 143_).

[34] Eusebio _in vit. Const. l. I. c. 30, 31_. Il Baronio (_annal.
Eccles. An._ 312. n. 46) ha riportato un'immagine del _Labarum_.

[35] _Transversa X. littera, summo capite circumflexa, Christum in
scutis notat. Caecil. de M. P. c. 44. Cuper ad M. P. in Edit. Lactant.
Tom. II p. 500_, ed il Baronio an. 312. n. 25 hanno tratto dagli antichi
monumenti vari modelli di tali monogrammi, i quali divennero molto alla
moda nel Mondo Cristiano.

[36] Eusebio _in vit. Constant. l._ II, _c._ 7, 8, 9. Egli introduce il
Labaro avanti la spedizione dell'Italia, ma sembra che la sua narrazione
indichi, ch'esso non fu mai mostrato alla testa dell'esercito, finchè
Costantino, circa dieci anni dopo, non si fu dichiarato nemico di
Licinio e liberator della Chiesa.

[37] Vedi _Cod. Teod. l._ VI, Tit. XXV. Sozomeno _l._ I, _c._ 2. Teofane
Cronogr. _p._ 11. Teofane visse verso il fine dell'ottavo secolo, quasi
cinquecento anni dopo Costantino. I Greci moderni non erano inclinati a
spiegare in campo lo stendardo dell'Impero e del Cristianesimo; e
quantunque s'attaccassero ad ogni superstiziosa speranza di _difesa_,
pure la promessa della _vittoria_ sarebbe sembrata loro una finzione
troppo ardita.

[38] L'Abate du Voisin (_p._ 103. ec.) riporta molte di queste medaglie,
e cita la particolar dissertazione d'un Gesuita, cioè del P. Grainville,
su tal soggetto.

[39] Tertulliano _de Coron. c. 3_. Athanas. (_Tom. I. p. 101_). Il dotto
Gesuita Petavio (_Dogm. Theolog. l. XV. c. 9, 10_) ha raccolto molti
passi uniformi sopra le virtù della Croce, che nel passato secolo
imbarazzarono i nostri Protestanti controversisti.

[40] _Caecil. de M. P. c. 44_. Egli è certo che questa istorica
declamazione fu composta e pubblicata, mentre Licinio Sovrano
dell'Oriente conservava sempre l'amicizia di Costantino e de' Cristiani.
Ogni lettore di buon gusto si deve accorgere, che lo stile è d'un
carattere molto diverso ed inferiore a quel di Lattanzio, e tale in
fatti è il giudizio del Clerc e del Lardner, (_Bibl. anc. et mod._ Tom
III. _p. 438_ _Credibil. del Angelo ec._ P. 2 vol. II. _p. 94_). Quelli,
che son per Lattanzio, deducono tre argomenti di tale opinione dal
titolo del libro e da' nomi di Donato e di Cecilio. Vedi _il P. Lestocq
(T. II. p. 46-60)_. Ciascheduna di queste prove presa da se è debole e
mancante, ma l'unione di esse ha gran peso. Io sono stato spesso
dubbioso, e seguiterò senza darmene altro pensiero il MS. Colbertino,
chiamando l'A. chiunque siasi Cecilio.

[41] Caecil. _de M. P. c. 46_. Par che sia ragionevole l'osservazione di
Voltaire (_Oeuvr. Tom. XIV. p. 307_), che attribuisce al successo di
Costantino l'essere stata la fama del suo Labaro maggiore di quella
dell'Angelo di Licinio. Pure anche quest'Angelo ha incontrato favore
appresso il Pagi, il Tillemont, il Fleury, che sono impegnati ad
accrescere la loro quantità di miracoli.

[42] Oltre questi ben cogniti esempi, Tollio, nella Prefazione alla
traduzione di Longino fatta da Boileau, ha scoperto una visione
d'Antigono, che assicurò le sue truppe d'aver veduto un pentagono
(simbolo di salvezza) con queste parole «In questo vinci». Ma Tollio è
affatto inescusabile per avere omesso di addurre donde ha ricavato quel
fatto; ed il suo carattere nella letteratura, ugualmente che nella
morale, non è superiore ad ogni eccezione. Vedi Chauffepiè _Diction.
crit._ Tom. IV. _p. 460_. Senza insistere nel silenzio di Diodoro, di
Plutarco, di Giustino ec. si può osservar, che Polieno, il quale in un
capitolo a parte (_l. IV. c. 6_), ha raccolto diciannove stratagemmi
militari d'Antigono, non è punto informato di questa notevol visione.

[43] _Instincta Divinitatis, mentis magnitudine._ Da qualunque curioso
viaggiatore può sempre leggersi l'Iscrizione sull'arco trionfale di
Costantino, che fu copiata dal Baronio, dal Grutero ec.

[44] _Habes profecto aliquid cum illa mente divina secretum, quae
delegata nostra Diis minoribus cura uni se tibi dignatur ostendere.
Panegyr. vet. IX. 2._

[45] Freret (_Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom. IV. p. 411-417_) spiega
per mezzo di cause fisiche molti prodigi dell'antichità, e Fabricio, di
cui abusano ambe le parti, vanamente procura di porre la celeste croce
di Costantino fra gli aloni solari. _Biblioth. Graec. Tom. VI. p. 8-29_.

[46] Nazar. _Paneg. vet. X. 14, 15_. Non è necessario nominare i
moderni, l'avido e non discernente appetito de' quali ha ingoiato anche
il cibo Pagano di Nazario.

[47] Vengono attestate dagli Istorici e da' pubblici monumenti le
apparizioni di Castore e di Polluce, specialmente per annunziare la
vittoria Macedonica. Vedi Cicer. _de Nat. Deor._ II. 2. III; 5. 6. Flor.
II. 12. Val. Massim. lib. I. c. 8 n. 2. Pure il più recente di questi
miracoli è omesso, ed indirettamente negato da Livio, XLV. I.

[48] Eusebio _l. I. c. 18, 19, 20_. Il silenzio d'Eusebio stesso, nella
sua Storia Ecclesiastica, ha veramente toccato sul vivo tutti que'
difensori del miracolo che non sono affatto insensibili.

[49] Sembra che la narrazione di Costantino indichi, ch'esso vide la
croce nel cielo, avanti di passar le alpi contro Massenzio. La vanità
Provinciale però ha fatto rappresentar questa scena a Treveri, a
Besanzone ec. Vedi Tillemont _Hist. des Emper. Tom. IV. p. 573_.

[50] Il pio Tillemont (_Mem. Eccles. Tom. VII. p. 1317_) rigetta,
sospirando gli utili Atti di Artemio, veterano e martire, che attesta
come testimone di veduta la visione di Costantino.

[51] Gelas. Cizic. _Act. Conc. Nicaen. l. I. c. 4_.

[52] Gli avvocati della visione non possono addurre neppure una sola
testimonianza tratta da' Padri del quarto e del quinto secolo, che ne'
loro voluminosi scritti celebrano più volte il trionfo della croce e di
Costantino. Siccome a questi venerabili uomini non sarebbe dispiaciuto
un miracolo, noi possiam sospettare (e tal sospetto vien confermato
dall'ignoranza di Girolamo) che essi non fossero informati della vita di
Costantino, scritta da Eusebio. Questo tratto si scoprì dalla diligenza
di quelli, che tradussero o continuarono la sua Storia Ecclesiastica, e
che rappresentarono con diversi colori la visione della croce.

[53] Gottofredo fu il primo, che nell'anno 1643 (_Not. ad Philostorg. l.
I. c. 6 p. 16_) mostrò qualche dubbio sopra un miracolo, che con uguale
zelo s'era sostenuto e dal Cardinal Baronio e da' Centuriatori di
Magdeburgo. Dopo quel tempo molti de' Critici Protestanti hanno
inclinato al dubbio e alla diffidenza. Si propongono le obbiezioni con
gran forza da Chaufepiè _Dictionn. Critiq. T. IV. p. 6-11_; e nell'anno
1774 l'Abbate du Voisin, dottor di Sorbona, pubblicò un'apologia, che
merita d'essere lodata com'erudita e moderata.

[54]

    Lors Constantin dit ces propres paroles:
    J'ai renversé le culte des idoles;
    Sur les débris de leurs Temples fumans
    Au Dieu du Ciel j'ai prodigué l'encens.
    Mais tous mes soins pour sa grandeur suprême
    N'eurent jamais d'autre objet que moi-même;
    Les saints autels n'étaient à mes regards
    Qu'un marchepied du trône des Césars.
    L'ambition, la fureur, les délices
    Étaient mes Dieux, avoient mes sacrifices.
    L'or des Chrétiens, leurs intrigues, leur sang
    Ont cimenté ma fortune et mon rang.

Può leggersi con piacere il poema, che contiene questi versi, ma non si
può con decenza nominare.

[55] Questo favorito era probabilmente il grande Osio Vescovo di
Cordova, che preferiva la cura pastorale di tutta la Chiesa al governo
d'una diocesi particolare. Atanasio (_T. I. p. 703_) rappresenta il suo
carattere magnificamente, quantunque in breve. Vedi Tillemont, _Mem.
Eccles. Tom. VII. p. 524-561_. Osio fu accusato forse ingiustamente di
essersi ritirato dalla Corte con molto abbondanti ricchezze.

[56] Vedi Eusebio _in vit. Const. passim_, e Zosimo _l. II, p. 104_.

[57] Il Cristianesimo di Lattanzio era d'una specie morale, piuttosto
che misteriosa. _Erat paene rudis_ (dice l'ortodosso Bull) _disciplinae
Christianae, et in rethorica melius quam in theologia versatus. Defens.
Fid. Nic. sect. II c. 14_.

[58] Il Fabricio colla solita sua diligenza ha raccolto una lista di tre
in quattrocento Autori, citati nella Preparazione Evangelica d'Eusebio.
Vedi _Bibl. Graec. l. V. c. 4. T. VI. p. 37-56_.

[59] Vedi _Const. Orat. ad Sanctos c. 10, 20_. Egli specialmente si
fonda sopra un misterioso acrostico, composto nel sesto secolo dopo il
diluvio, dalla Sibilla Eritrea e da Cicerone tradotto in Latino. Le
lettere iniziali de' trentaquattro versi Greci formano questa profetica
sentenza: «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore del Mondo».

[60] L'Imperatore, nella sua parafrasi di Virgilio, ha spesse volte
aiutato e migliorato il senso letterale del testo Latino. Vedi Blondel
_des Sybilles l. I. c. 14, 15, 16_.

[61] Le varie pretensioni d'un figlio maggiore o minore di Pollione, di
Giulio, di Druso, o di Marcello, si sono trovate incompatibili colla
cronologia, coll'istoria e col buon senso di Virgilio.

[62] Vedi Lowth. _De sacra Poesi Hebraeor. Praelect. XXI. p. 289, 293_.
Nell'esame dell'Egloga quarta il rispettabile Vescovo di Londra ha
dimostrato erudizione, gusto, ingenuità, ed un moderato entusiasmo, che
esalta la sua fantasia senza degradarne il giudizio.

[63] Thiers (_Exposit. du Saint Sacrem. l. I. c. 8. 12. p. 59, 91_)
spiega molto giudiziosamente la distinzione fra le parti pubbliche e le
segrete del Divin Sacrifizio, fra la _missa Catechumenorum_ e la _missa
Fidelium_, ed il misterioso velo, che la pietà e la politica gettato
aveva sopra l'ultima; ma siccome in questo punto i Papisti possono
essere ragionevolmente sospetti, un lettor Protestante seguiterà con più
sicurezza l'erudito Bingamo. _Antiquit. l. X. c. 5_.

[64] Vedi Eusebio _in vit. Constant._ I. IV. c. 15-32 e tutto il tenore
del sermone di Costantino. La fede, e la devozione dell'Imperatore hanno
somministrato al Baronio uno specioso argomento in favore del suo
anticipato battesimo.

[65] Zosimo (_l. II. p. 105_).

[66] Eusebio _in vit. Costant._ I. IV. c. 15-16.

[67] È stata copiosamente spiegata la teoria e la pratica dell'antichità
rispetto al Sacramento del battesimo da Chardon; (_Hist. des Sacremens,
Tom. I. p. 3-405_) dal Martenne (_De ritib. Eccl. antiq. Tom. I._) e dal
Bingamo nel libro decimo e undecimo delle sue Antichità Cristiane. Si
può notare una circostanza, in cui le Chiese moderne si sono
materialmente allontanate dal costume antico, cioè, che il Sacramento
del battesimo (anche quando si amministrava agl'infanti) era
immediatamente seguito dalla Confermazione e dalla sacra Eucaristia.

[68] I Padri, che censuravano questa colpevole dilazione, non potevano
peraltro negare la certa e vittoriosa efficacia del battesimo, preso
anche vicino alla morte. L'ingegnosa eloquenza di Grisostomo non potè
trovare che tre argomenti contro questi prudenti Cristiani. 1. Che noi
dobbiamo amare e seguir la virtù per amor di lei stessa, e non puramente
pel premio che ne proviene. 2. Che possiamo esser sorpresi dalla morte
senz'aver comodo del battesimo. 3. Che quantunque siamo per aver luogo
nel Cielo, pure non vi risplenderemo, che come piccole stelle, in
paragone di que' soli di giustizia, che avran percorsa la lor carriera
con travagli, con successo e con gloria. Chrysost. _in Epist. ad
Hebraeos, Homel. 13._ ap. Chardon. _Hist. des Sacrem. (Tom. I. p. 49)_.
Io credo che tal dilazione di battesimo, quantunque soggetta alle più
perniciose conseguenze, non fosse però mai condannata da verun Concilio
generale o provinciale, nè da verun pubblico atto, o dichiarazione della
Chiesa. Facilmente s'accendeva lo zelo de' Vescovi in molte anche più
leggiere occasioni.

[69] Zosimo I. II. p. 104. Per questa non ingenua falsità egli ha
meritato e provato i trattamenti più duri da tutti gli Scrittori
Ecclesiastici, eccetto che dal Cardinal Baronio (l'An. 324. n. 15-28) il
quale aveva bisogno di servirsi dell'autorità dell'Istoria infedele in
una particolare occasione contro l'Ariano Eusebio.

[70] Eusebio _l. IV. c. 61, 62, 63_. Il Vescovo di Cesarea suppone colla
più perfetta sicurezza la salvazione di Costantino.

[71] Vedi Tillemont _Hist. des Emper. Tom. IV p. 249_. I Greci, i Russi,
ed i Latini stessi, ne' secoli più tenebrosi, hanno desiderato di porre
Costantino nel Catalogo de' Santi.

[72] Vedi il III. e IV. lib. _della sua vita_. Egli era solito dire, che
o si fosse predicato Cristo colle labbra, ovvero col cuore, esso ne
avrebbe sempre goduto. (_l. III. c. 58._)

[73] Il Tillemont (_Hist. des Emper. Tom. IV. p. 374, 616_) ha difeso
con forza e con spirito la virginal purità di Costantinopoli contro
alcuni maligni passi del Pagano Zosimo.

[74] L'Autore dell'_Istoria polit. e filosof. delle due Indie (Tom. I.
p. 9.)_ condanna una legge di Costantino, che compartiva la libertà a
tutti gli schiavi, che avessero abbracciato il Cristianesimo.
L'Imperatore promulgò veramente una legge che proibiva agli Ebrei di
circoncidere, e forse di tenere alcuno schiavo Cristiano. Vedi Eusebio
_in vit. Const. l. IV c. 27_ ed il _Cod. Teod. lib. XVI. Tit. IX col
Comment. del Gottofredo Tom. VI. p. 247_. Ma tale imperfetta eccezione
si riferiva solo agli Ebrei, ed il gran numero di schiavi, ch'erano in
potere di padroni o Cristiani o Pagani, non poteva migliorare la propria
condizione temporale col cangiare di religione. Io non so da quali guide
restasse ingannato l'Abbate Raynal; mentre l'assoluta mancanza di
citazioni è un imperdonabile difetto della sua piacevole Istoria.

[75] Vedi _Act. S. Silvestri_, e Niceph. Callist. _Hist. Eccl. l. VII c.
34. ap. Baron. Accl. an. 324. n. 67, 74_. Tale autorità veramente non è
molto pregevole, ma queste circostanze per loro medesime son tanto
probabili, che l'erudito Dr. Howell (_Istor. del Mond. Vol. III. pag.
14_) non ha avuto scrupolo d'adottarle per vere.

[76] Si celebra la conversione de' Barbari sotto il regno di Costantino
dagl'Istorici Ecclesiastici (Vedi Sozom. _l. II. c. 5_ e Teodoret. _l.
I. c. 23, 24_). Ma Ruffino, traduttore Latino d'Eusebio, merita d'essere
considerato come un Autore originale. Le sue notizie erano tratte
diligentemente da uno dei compagni dell'Apostolo dell'Etiopia, e da
Bacurio Principe Ibero, ch'era Conte de' Domestici. Il P. Mamacchi ha
dato un ampio ragguaglio del progresso del Cristianesimo nel primo e
secondo volume della grande ma imperfetta sua opera.

[77] Vedi appresso Eusebio (_in vit. Constan. l. IV. c. 9_) la pressante
e patetica lettera di Costantino in favore de' suoi Cristiani fratelli
della Persia.

[78] Vedi Basnage _Hist. des Juifs. T. VII. p. 182. T. VIII. p. 333. T.
IX. p. 810_. La curiosa diligenza di questo Scrittore seguita gli
esiliati Giudei sino all'estremità del globo.

[79] Teofilo nella sua puerizia era stato dato in ostaggio da' suoi
nazionali dell'Isola di Diva, ed era stato educato dai Romani nelle
lettere e nella pietà. Le Maldive, delle quali forse Male o Diva è la
capitale, sono un complesso di 1900 o 2000 piccole isole nell'Oceano
Indico. Gli Antichi avevano imperfetta notizia delle Maldive; ma si
trovan descritte nei due viaggiatori Maomettani del nono secolo,
pubblicati dal Renaudot. _Geogr. Nubiens. p. 30, 31_. D'Herbeloi
_Biblioth. Orient. p. 704. Hist. gener. des voyages Tom. VIII_.

[80] Filostorgio (_l. III. c. 4, 5, 6._) coll'erudite osservazioni del
Gottofredo. La narrazione istorica presto si perde in una ricerca
intorno alla sede del Paradiso, a strani mostri ec.

[81] Vedi l'_Epist. d'Osio presso Atanasio vol. I. p. 840_. La pubblica
rimostranza, che Osio fu costretto d'indirizzare al figlio, conteneva i
medesimi principj di governo Ecclesiastico e Civile, ch'esso aveva
secretamente instillati nella mente del padre.

[82] Il Sig. della Bastia (_Mem. de l'Acad. de Inscr. T. XV. p. 386_) ha
evidentemente provato, che Augusto, e i suoi successori esercitavano in
persona tutte le funzioni sacre di Pontefice Massimo, o di Sommo
Sacerdote del Romano Impero.

[83] Era insensibilmente prevalsa una pratica alquanto contraria nella
Chiesa di Costantinopoli; ma il rigido Ambrogio comandò a Teodosio di
ritirarsi fuori del recinto, e gl'insegnò a conoscer la differenza che
corre fra un Re ed un Sacerdote. Vedi Teodoreto (_l. V. c. 18_).

[84] Alla mensa dell'Imperator Massimo, Martino Vescovo di Tours ricevè
la coppa da un famigliare, e la porse al Prete suo compagno avanti di
permettere all'Imperatore che bevesse; e l'Imperatrice serviva Martino
medesimo a tavola. Sulpic. Sever. _in vita S. Martini c. 23. e dial. H.
7_. Pure può dubitarsi se tali straordinari complimenti eran fatti al
Vescovo o al Santo. Si possono vedere gli onori, che ordinariamente si
prestavano al carattere Episcopale appresso il Bingamo (_Antiq. l. II.
c. 9_) e Valesio (_ad Theodoret. l. IV. c. 6._) Vedasi l'altiero
Ceremoniale, che Leonzio Vescovo di Tripoli prescrisse all'Imperatrice
in Tillemont. _Hist. des Emp. Tom. IV. p. 754. Patr. Apostol. Tom. II.
p. 179_.

[85] Plutarco, nel suo Trattato d'Iside e Osiride, racconta che i Re
dell'Egitto, che non eran già Sacerdoti, venivano promossi dopo la loro
elezione all'Ordine Sacerdotale.

[86] Non vien determinato questo numero da veruno antico Scrittore o
Catalogo originale, poichè le liste particolari delle Chiese
dell'Oriente in confronto a quel tempo, son tutte moderne. Ma la
paziente diligenza di Carlo da S. Paolo, di Luca Olstenio, e del Bingamo
ha con gran fatica investigato tutte le Sedi Episcopali della Chiesa
Cattolica, ch'era quasi tanto estesa, quanto l'Impero Romano. Il nono
libro delle Antichità Cristiane forma una carta molto esatta di
geografia Ecclesiastica.

[87] Intorno a' Vescovi rurali o a' _Corepiscopi_, che aveano diritto di
dare il lor voto ne' Sinodi, e conferivano gli Ordini minori, vedi
Tomassino (_Discipl. Tom. I. pag. 447._ ec.) e Chardon _Hist. des
Sacrem. Tom. V. p. 395._ ec. Essi non compariscono che nel quarto
secolo, e tal equivoco carattere, che aveva eccitata la gelosia de'
Prelati, fu abolito avanti che finisse il decimo, tanto nell'Oriente,
quanto nell'Occidente.

[88] Il Tomassino (_Disc. Eccl. Tom. II. lib. II. c. 1-8. p. 673-721_)
ha trattato abbondantemente dell'elezione dei Vescovi nei primi cinque
secoli, sì nell'Oriente che nell'Occidente; ma egli dimostra
un'inclinazione molto parziale in favore dell'aristocrazia de' Vescovi.
Il Bingamo (_lib. IV. c. 2,_) è moderato; e Chardon (_Hist. des Sacrem.
Tom. V. pag. 108-128._) è molto chiaro e preciso.

[89] _Incredibilis multitudo non solum ex eo oppido_ (Tours), _sed etiam
ex vicinis urbibus ad suffragia ferenda convenerat etc._ Sulp. Sever.
(_in vit. Martin. c. 7_). Il Concilio di Laodicea (_Can. 13_) allontana
dall'elezioni l'infima plebe e i tumulti; e Giustiniano ristringe tale
diritto alla nobiltà (_Nov. 123, 1_).

[90] Le lettere di Sidonio Apollinare (_IV. 25. VII. 5, 9_) dimostrano
alcuni scandali della Chiesa Gallicana; eppure la Gallia era meno
incivilita e meno corrotta dell'Oriente.

[91] Alle volte facevasi un compromesso o per legge o per consenso,
oppure i Vescovi e il Popolo sceglievano uno dei tre candidati nominati
dall'altra parte.

[92] Sembra, che tutti gli esempi citati dal Tomassino (_Disc. Eccles.
Tom. II. l. II. c. 6. p. 704-714_) siano atti straordinari di potestà ed
eziandio d'oppressione. S'adduce da Filostorgio (_Hist. Eccles. I. II.
11_) la conferma del Vescovo d'Alessandria come una maniera di procedere
più regolare.

[93] Il celibato del Clero per li primi cinque o sei secoli, forma in
vero un soggetto di disciplina e di controversia, che si è con gran
diligenza esaminato. Si veda in particolare il Tomassino (_Disc. Eccles.
Tom. I. l. II. c. 60, 61. p. 886-902_) e le antichità del Bingamo (_lib.
IV. c. 5_). Ciascheduno di questi eruditi, ma parziali, critici ha
esposto una parte del vero, ed ha taciuto l'altra.

[94] Diodoro Siculo attesta e comprova l'ereditaria successione del
Sacerdozio fra gli Egizj, i Caldei e gl'Indiani (_l. I. p. 84. l. II. p.
142. 153. Edit. Wesseling_). Ammiano descrive i Magi come una famiglia
molto numerosa. _Per saecula multa ad praesens una eademque prosapia
multitudo creata, Deorum cultibus dedicata._ (XXIII. 6.) Ausonio celebra
la _stirpe de' Druidi (de Profess. Burdigal IV)_, ma dalle osservazioni
di Cesare (VI. 13) possiamo arguire, che nella Gerarchia Celtica si dava
luogo anche alla scelta ed all'emulazione.

[95] Discutono esattamente la materia della vocazione, dell'ordinazione,
dell'ubbidienza ec. del Clero, il Tomassino (_Disc. Eccles. Tom. II. p.
1-83_) ed il Bingamo nel IV lib. delle sue Antichità (_specialmente ne'
cap. 4, 6 e 7_). Quando fu ordinato in Cipro il fratello di S. Girolamo,
i Diaconi gli tenevan per forza chiusa la bocca, per timore, che egli
non facesse una solenne protesta, la quale rendesse nulli i sacri riti.

[96] Le lettere d'immunità, che ottenne il Clero dagl'Imperatori
Cristiani, si contengono nel lib. 16 del Codice Teodosiano, e con
tollerabil candore sono illustrate dal dotto Gottofredo, la cui mente
era bilanciata fra gli opposti pregiudizi di Giurisconsulto e di
Protestante.

[97] Giustiniano (_Nov._ 103). Sessanta Preti o Sacerdoti, cento
Diaconi, quaranta Diaconesse, novanta Suddiaconi, centodieci Lettori,
venticinque Cantori e cento Ostiari; in tutto cinquecento venticinque.
Fu dall'Imperatore fissato questo moderato numero di ministri per
sollevare le angustie della Chiesa, che s'era trovata involta fra i
debiti e le usure per la spesa d'una quantità assai più copiosa di essi.

[98] _Universus Clerus Carthaginensis... fere quingenti vel amplius;
inter quos quamplurimi erant Lectores infantuli. Victor Vitens, de
persecut. Vandal._ V. 9, _p._ 78. _Edit. Ruinart._ Tuttavia sussisteva
sotto l'oppressione de' Vandali questo residuo d'uno stato più prospero.

[99] Nella Chiesa Latina oltre il carattere Episcopale si è stabilito il
numero di sette Ordini; ma i quattro minori son presentemente ridotti a
vuoti ed inutili titoli.

[100] Vedi _Cod. Theodos. lib. XVI. Tit. II._ leg. 42, 43. Il
Commentario del Gottofredo e l'istoria Ecclesiastica d'Alessandria
dimostrano il pericolo di tali pie instituzioni, che spesso disturbano
la pace di quella turbolenta Capitale.

[101] L'editto di Milano (_de M. P. c. 48_) riconosce, che nella Chiesa
trovasi una specie di proprietà di terreni, dicendo che questi erano _ad
jus corporis eorum, idest Ecclesiarum, non hominum singulorum
pertinentia_. Dovè tal solenne dichiarazione d'un Magistrato supremo
riceversi come una massima di legge civile in tutti i Tribunali.

[102] _Habeat unusquisque licetitiam sanctissimo Catholicae Ecclesiae
venerabilique concilio decedens bonorum quod optavit relinquere. (Cod.
Theod. l. XVI. Tit. II. leg. 4.)_ Questa legge fu pubblicata a Roma
l'anno 321 in un tempo, in cui Costantino potea prevedere la probabilità
d'una rottura coll'Imperatore dell'Oriente.

[103] Eusebio _Hist. Eccles. lib. X. 2. in vit. Const. lib. IV. c. 28_.
Esso più volte si diffonde sulla generosità del Cristiano eroe, che il
Vescovo medesimo ebbe occasione di conoscere ed eziandio di
sperimentare.

[104] Eusebio _Hist. Eccles. l. X. c. 2, 3, 4_. Il Vescovo di Cesarea,
che studiava e secondava il genio del suo Signore, pronunciò in pubblico
un'elaborata descrizione della Chiesa di Gerusalemme. (_in vit. Const.
l. IV. c. 46_) Questa non esiste più, ma egli ha inserito nella vita di
Costantino (_l. III. c. 36_) un breve ragguaglio dell'architettura e
degli ornamenti di essa. In simil guisa fa menzione della Chiesa de'
Santi Apostoli a Costantinopoli (_l. IV. c. 59_).

[105] Vedi Giustiniano _Nov. 123. 3_. Non è determinata la rendita de'
Patriarchi e de' Vescovi più ricchi; il frutto però annuo maggiore d'un
Vescovato si fissa a trenta libbre di oro, ed il minimo a due; il medio
dunque potrebbe essere di sedici, ma questi calcoli sono molto al di
sotto del reale valore.

[106] Vedi il Baronio, _Annal. Eccles,._ an. 324. n. 58, 65, 70, 71.
Ogni memoria, che viene dal Vaticano, è giustamente sospetta: pure
questi cataloghi hanno l'apparenza di antichi e di autentici; ed è
almeno evidente che se son finti, si formarono in un tempo, in cui gli
oggetti dell'avarizia Papale erano i _fondi_, non i _regni_.

[107] Vedi Tomassino. _Disc. Eccles. Tom. III. l. II. c. 13, 14, 15 p.
689-706_. Non pare che la legittima divisione de' beni Ecclesiastici
fosse anche stabilita nel tempo d'Ambrogio e di Crisostomo. Simplicio
però e Gelasio, che furon Vescovi di Roma al fine del quinto secolo,
nelle loro lettere pastorali ne fanno menzione come d'una legge
universale ch'era già confermata dall'uso dell'Italia.

[108] Ambrogio, difensore il più vigoroso de' privilegi Ecclesiastici,
si sottomette senza contrasto al pagamento de' tributi sulle terre: _si
tributum petit Imperator, non negamus, agri Ecclesia solvunt tributum,
solvimus quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo: tributum
Caesaris est; non negatur._ Il Baronio (_Annal. Eccl. an. 387_)
s'affatica d'interpretar quel tributo come un atto di carità piuttosto
che di dovere; ma il Tomassino (_Disc. Eccles. Tom. III. l. I. c. 34. p.
2-68_) spiega più candidamente le parole, se non l'intenzione
d'Ambrogio.

[109] _In Ariminensi Synodo super Ecclesiarum et Clericorum privilegiis
tractatu habito, usque eo dispositio progressa est, ut juga, quae
viderentur ad Ecclesiam pertinere, a publica functione cessarent,
inquietudine desistente, quod nostra videtur dudum sanctio repulisse.
Cod. Teod. l. XVI. Tit. II. leg. 15._ Se il Concilio di Rimini avesse
potuto ottenere l'intento, questo merito pratico l'avrebbe potuto
purgare da qualche speculativa eresia.

[110] Siamo assicurati da Eusebio (_in vit. Const. l. IV. c. 27_) e da
Sozomeno (_l. I. c. 9_) che la giurisdizione Episcopale fu estesa e
confermata da Costantino; ma il Gottofredo nella più soddisfacente
maniera dimostra la falsità d'un famoso editto, che non fu mai
chiaramente inserito nel Codice Teodosiano. (Vedi _Tom. VI. p. 303 in
fine di detto Codice._) Egli è strano, che Montesquieu, Giurisconsulto
non meno che filosofo, allegasse quest'editto di Costantino (_Espr. des
Loix l. XXIX. c. 16_) senza indicarne sospetto alcuno.

[111] Il soggetto della Giurisdizione Ecclesiastica è stato involto in
un misto di passione, di pregiudizio e d'interesse. Due de' migliori
libri, che mi siano caduti in mano su questo punto, sono le
_Instituzioni di Gius Canonico_ dell'Abate Fleury, e l'_Istoria civile
di Napoli_ del Giannone. La moderazione loro fu l'effetto della
situazione, in cui si trovavano, ugualmente che del loro stato. Il
Fleury era un Ecclesiastico Francese, che rispettava l'autorità de'
Parlamenti; il Giannone un Giurisconsulto Italiano, che temeva il poter
della Chiesa. E qui mi sia permesso d'avvertire, che siccome le
proposizioni generali, che io reco in mezzo, sono il risultato di molti
fatti particolari ed imperfetti, bisogna, che o rimetta il lettore a
que' moderni Scrittori che hanno espressamente trattato di tal materia,
o faccia crescere queste note ad una sproporzionata e non piacevole
mole.

[112] Il Tillemont ha raccolto da Ruffino e da Teodoreto i sentimenti e
le frasi di Costantino. (_Mem. Eccl. Tom. III v. 749-750_).

[113] Vedi Cod. Teodos. (_lib. IX. Tit. XLV. leg. 4_). Nelle Opere di
Fra Paolo (_Tom. IV. p. 192_ ec.) si trova un discorso eccellente sopra
l'origine, i diritti, gli abusi ed i limiti de' Santuarj. Egli osserva
giustamente che l'antica Grecia potea forse contenere quindici o venti
_asili_: numero, che presentemente si può trovare nell'Italia dentro le
mura d'una sola città.

* _Gli asili sono ora aboliti in tutta l'Italia, perfino negli Stati
Ecclesiastici._

[114] La giurisprudenza penitenziale veniva continuamente accresciuta
da' Canoni de' Concilj. Ma poichè molti casi eran sempre lasciati alla
discrezione de' Vescovi, essi pubblicavano secondo le occorrenze, ad
esempio del Pretore Romano, le regole di disciplina, che si proponevano
d'osservare. Le più famose, fra l'Epistole canoniche del quarto secolo,
son quelle di Basilio Magno. Sono esse inserite nelle pandette di
Beveregio (_T. II. p. 47-151_) e sono state tradotte da Chardon (_Hist.
des Sacrem. Tom. IV. p. 219-277_).

[115] Basilio (_Epist. 47_) presso Baronio (_Annal. Eccles. an. 370 n.
91_) il quale dichiara, che a bella posta ei riferisce tal fatto per
convincere i Governatori, ch'essi non erano esenti da una sentenza di
scomunica. Secondo la sua opinione neppure un Sovrano è salvo da'
fulmini del Vaticano; ed il Cardinale si dimostra molto più coerente a
se stesso che i Giureconsulti e i Teologi della Chiesa Gallicana.

[116] Era notata ne' pubblici registri di Cirene, Colonia Spartana, la
lunga serie de' suoi maggiori fino ad Euristene primo Re Dorico di
Sparta, ed il quinto nella linea discendente di Ercole (Sinesio _Epist.
57, p. 197. Edit. Patav._). Una genealogia così pura ed illustre di
diciassette secoli, senz'aggiungervi i reali Antenati d'Ercole, non può
averne un'eguale nell'istoria dell'uman genere.

[117] Sinesio (_de Regno pag. 2_) pateticamente deplora lo stato
decadente e rovinoso di Cirene con queste espressioni, _Città Greca di
antico e venerando nome, in cui trovavansi una volta migliaia di
sapienti; adesso povera, e mesta, ed un gran mucchio di rovine._

Tolemaide, nuova città, 82 miglia all'Occidente di Cirene, assunse gli
onori di Metropoli della Pentapoli o della Libia superiore, che furon
poi trasferiti a Sozusa. Vedi Wesseling (_Itiner. p. 67-68. 732._)
Cellario (_Geogr. T. II. part. II. p. 72, 74._) Carlo da S. Paolo
(_Geogr. Sacr. p. 273._) D'Anville (_Geogr. Anc. T. III. p. 43, 44. Mem.
de l'Acad. des Inscript. Tom. XXXVII. p. 363-391_).

[118] Sinesio avea precedentemente rappresentato le qualità, per le
quali si credeva incapace di tal posto (_Epist. c. 5. p. 246-250_). Egli
amava gli studi e i divertimenti profani; era incapace di sostenere la
vita celibe; non credeva la risurrezione; e ricusava di predicare
_favole_ al popolo, a meno che non gli fosse permesso di _filosofare_ in
casa propria. Teofilo, Primate dell'Egitto, che conosceva il suo merito,
accettò queste straordinarie proteste. Vedi la vita di Sinesio in
Tillemont (_Memoir. Eccles. Tom. XII. p. 499-554_).

[119] Vedi l'invettiva di Sinesio (_Epist. LVII. p. 191-201_). La
promozione d'Andronico non era legittima, essendo egli nativo di
Berenice ch'era nell'istessa Provincia. Gl'istrumenti delle torture sono
curiosamente specificati, cioè δακτυληφρα o strettoio, ποδοσραβη,
ριονλαβιϛ, ωταγρα, χειλοσροφιον, che in varie guise comprimevano o
distendevano le dita, i piedi, il naso, le orecchie e le
labbra delle vittime.

[120] La sentenza di scomunica è concepita in uno stile oratorio
(Sinesio _Epist. 58. p. 201-203_). Il metodo di comprendervi le intere
famiglie, sebbene alquanto ingiusto, fu esteso anche di più
negl'interdetti nazionali.

[121] Vedi Sinesio _Epist. 47. p. 186, 187. Epist. 72. p. 218, 219.
Epist. 89. p. 230-231_.

[122] Vedi il Tomassino (_Discipl. Eccles. Tom._ II. _lib._ III. _c._
83. _p._ 1761-1770) e il Bingamo (_Antiq. Vol._ I, _l._ XIV. _c._ 4.
_p._ 688-717). Si risguardava la predicazione come l'uffizio più
importante del Vescovo; ma qualche volta s'affidava questa funzione ad
alcuni Preti, quali erano Crisostomo ed Agostino.

[123] La regina Elisabetta usava quest'espressione, e praticava
quest'artifizio ogni volta che desiderava di preoccupar gli animi del
popolo in favore di qualche passo straordinario del Governo. Il suo
successore ebbe occasione di temere gli ostili effetti di questa
_musica_, ed il figlio di lui ne provò il rigore «allorchè il pulpito,
il tamburo Ecclesiastico ec.» Vedi Heilyn, _Vit. dell'Arcivescovo Laud.
p._ 153.

[124] Que' modesti Oratori confessavano, che, mancando essi del dono de'
miracoli, procuravano di acquistar le arti della eloquenza.

[125] Il Concilio Niceno fece ne' Canoni 4, 5, 6 e 7 alcuni regolamenti
fondamentali sopra i Sinodi, i Metropolitani ed i Primati. Di questi
Canoni si è in varie guise abusato, se n'è contorto il senso, si sono
interpolati, e se ne son finti dei nuovi secondo l'interesse del Clero.
Le Chiese _Suburbicarie_, assegnate da Ruffino al Vescovo di Roma, hanno
dato occasione ad una veemente controversia. Vedi Sirmond, _Oper. Tom._
IV. _p._ 1-238.

[126] Non abbiamo che trentatre o quarantasette soscrizioni Episcopali;
ma Adone, autore veramente di poco credito, conta seicento Vescovi nel
Concilio d'Arles. Tillemont, _Mem. Eccl. Tom. VI. p._ 422.

[127] Vedi Tillemont (_Tom._ VI. _p._ 915) e Beausobre (_Hist. du
Manicheisme Tom._ I. _p._ 529). Il nome di Vescovo dato da Eutichio ai
2048. Ecclesiastici (_Annal. Tom._ I. _p._ 440. _vers. Pocock_) si deve
estendere molto al di là de' limiti d'una ordinazione ortodossa o anche
Episcopale.

[128] Vedi Eusebio _in vit. Const. lib._ III. _c._ 6-21. Tillemont,
_Mem. Eccl. Tom._ VI. _p._ 669-759.

[129] _Sancimus igitur vicem legum obtinere, quae a quatuor Sanctis
Conciliis... expositae sunt aut firmatae. Praedictarum enim quatuor
Synodorum dogmata sicut Sanctas Scripturas, et regulas sicut leges
observamus._ Giustiniano _Nov._ 131. Il Beveregio (_ad Pandect. Proleg.
p._ 2) osserva, che gl'Imperatori non fecero mai leggi nuove nelle
materie Ecclesiastiche; e Giannone avverte con uno spirito molto
diverso, ch'essi diedero la sanzione legale a' Canoni de' Concilj.
(_Ist. Civ. di Nap. T._ I. _p._ 136)

[130] Vedi l'art. _Concile_ nell'Enciclopedia _Tom._ III. _p._ 668, 679.
_ediz. di Lucca_. Il dottor Bouchand, autore di esso, ha discusso, a
norma de' principj della Chiesa Gallicana, le principali questioni
relative alla forma e costituzione de' Concili generali, e provinciali.
Gli Editori (_Preface p._ XVI) han ragione di gloriarsi di
quest'articolo. Di rado quelli, che consultano l'immensa loro
compilazione, restano sì ben soddisfatti.




CAPITOLO XXI.

      _Eresia perseguitata. Scisma de' Donatisti. Controversia
      Arriana. Atanasio. Stato della Chiesa e dell'Impero, turbato
      sotto Costantino ed i suoi figli. Tolleranza del Paganesimo._


L'applauso del Clero, grato ad un Principe che ne secondò le passioni, e
ne promosse il vantaggio, ha consacrato la memoria di Costantino. Questi
gli procurò sicurezza, beni, onori e vendetta; e risguardò la difesa
della fede ortodossa come il più sacro ed importante dovere d'un civil
Magistrato. L'editto di Milano, quella gran carta di tolleranza, avea
confermato ad ogni individuo del Mondo Romano il privilegio di scegliere
e di professare la propria sua religione. Ma fu ben presto violato
questo inestimabile privilegio; l'Imperatore, insieme colla cognizione
della verità, apprese anche le massime della persecuzione; e le Sette,
discordi dalla Chiesa Cattolica, furono afflitte ed oppresse dal trionfo
del Cristianesimo. Costantino crede facilmente che gli Eretici, i quali
pretendevano d'opporsi a' comandi, o disputar contro le opinioni _di
lui_, fosser colpevoli della più assurda e rea ostinazione; e che l'uso
opportuno di moderati gastighi avrebbe potuto salvare quegl'infelici dal
pericolo di un'eterna condanna. Non si perdè un momento ad escludere i
ministri e i predicatori delle separate congregazioni da ogni
partecipazione delle ricompense e delle immunità, che l'Imperatore aveva
sì liberamente concesse al Clero ortodosso. Ma siccome i Settarj potevan
tuttavia sussistere sotto il peso della disgrazia reale, si fece
immediatamente seguire alla conquista dell'Oriente un editto, che
annunziava la totale lor distruzione[131]. Dopo un preambolo pieno di
passione e di rimproveri, Costantino assolutamente proibisce le
assemblee degli Eretici, e confisca i comuni lor beni, applicandoli o al
Fisco o alla Chiesa Cattolica. Le Sette, contro delle quali era diretta
la Imperiale severità, pare che fosser composte dagli aderenti di Paolo
di Samosata; da' Montanisti della Frigia, che conservavano
un'entusiastica successione di profezia; da' Novaziani, che fieramente
rigettavano la temporal efficacia della penitenza; da' Marcioniti e
Valentiniani, sotto i principali stendardi de' quali appoco appoco
riunite s'erano le diverse specie di Gnostici dell'Egitto e dell'Asia; e
forse da' Manichei, che di fresco avevan portato dalla Persia una più
artificiosa composizione di Teologia Orientale e Cristiana[132]. Si
eseguì con vigore e con effetto il disegno di estirpare il nome, o
almeno d'impedire i progressi di quegli odiosi Eretici. Si copiarono
dagli editti di Diocleziano alcuni regolamenti penali, e tal metodo di
conversione fu applaudito da quegli stessi Vescovi, che avevan provato
il peso dell'oppressione, e difesi i diritti dell'umanità. Due
particolari circostanze, per altro, posson servire a provare che lo
spirito di Costantino non era interamente corrotto dallo zelo e dal
bigottismo. Avanti di condannare i Manichei e le Sette ad essi aderenti,
esaminar volle diligentemente la natura de religiosi loro principj.
Siccome diffidava dell'imparzialità de' suoi consiglieri Ecclesiastici,
diede tal delicata commissione ad un Magistrato civile, di cui egli
giustamente stimava la moderazione e il sapere, e probabilmente ne
ignorava il venale carattere[133]. Tosto restò l'Imperatore convinto,
che aveva con troppa fretta proscritta l'ortodossa fede e gli esemplari
costumi de' Novaziani, che dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli
di disciplina, i quali forse non erano essenziali per l'eterna salute.
Onde con un editto particolare gli esentò dalle pene generali della
legge[134]; compartì loro la facoltà di erigere una Chiesa in
Costantinopoli, rispettò i miracoli de' loro Santi; invitò al Concilio
di Nicea il loro Vescovo Acesio; e pose gentilmente in ridicolo le
rigorose opinioni della sua Setta con un famigliar motto, che dalla
bocca d'un Sovrano si dovè ricevere con applauso e gratitudine[135].

[A. D. 312]

Le querele e le vicendevoli accuse, che assalirono il trono di
Costantino, dopo che la morte di Massenzio ebbe sottoposto l'Affrica
alle vittoriose sue armi, eran mal acconce a edificare un imperfetto
proselito. Ei seppe con sua maraviglia, che le Province di quella gran
regione, da' confini di Cirene fino alle Colonne d'Ercole, eran divise
per discordie di religione[136]. L'origine della divisione proveniva da
una doppia elezione fatta nella Chiesa di Cartagine, che tanto per
grado, quanto per ricchezze era la seconda fra le sedi Ecclesiastiche
dell'Occidente. I due rivali Primati dell'Affrica eran Ceciliano e
Maiorino; e la morte di questo ultimo tosto diede luogo a Donato, che a
motivo della sua maggiore abilità ed apparente virtù fu il più stabil
sostegno del suo partito. Il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre
dall'anteriorità della sua ordinazione, veniva tolto di mezzo
dall'illegittima o almeno indecente fretta, con cui s'era fatta,
senz'aspettare l'arrivo de' Vescovi della Numidia. L'autorità poi di
questi Vescovi, che nel numero di settanta condannarono Ceciliano, e
consacrarono Maiorino, viene pur anche indebolita dall'infamia di varj
loro caratteri personali e dagl'intrighi muliebri, dalle sacrileghe
convenzioni e dal tumultuoso procedere, che sogliono imputarsi a questo
Concilio Numidico[137]. I Vescovi delle contrarie parti sostenevano con
ugual ostinazione ed ardore, che i loro avversari dovessero degradarsi,
o almeno infamarsi per l'odioso delitto d'aver date in mano agli
uffiziali di Diocleziano le Sante Scritture. Da' rimproveri, che
vicendevolmente si fecero, non meno che dall'istoria di quest'oscuro
fatto può giustamente inferirsi, che l'ultima persecuzione aveva
invelenito lo zelo de' Cristiani dell'Affrica, senza riformarne i
costumi. La Chiesa, in tal maniera divisa, non era capace di rendere un
giudizio imparziale; la controversia dunque fu solennemente agitata in
cinque Tribunali diversi, che furono assegnati dall'Imperatore; e tutta
la processura, dal primo appello fino alla definitiva sentenza, durò più
di tre anni. Una vigorosa inquisizione fatta dal Vicario Pretoriano e
dal Proconsole dell'Affrica; la relazione di due Visitatori Episcopali,
che furon mandati a Cartagine; i decreti dei Concili di Roma e d'Arles;
ed il giudizio supremo di Costantino medesimo nel sacro suo Concistoro,
furono tutti favorevoli alla causa di Ceciliano, ed egli venne di comun
consenso riconosciuto dalla civile e dalla ecclesiastica potestà come il
vero e legittimo Primate dell'Affrica. Si diedero gli onori ed i beni
della Chiesa a' Vescovi suffraganei di lui, e non senza difficoltà
Costantino si contentò di punir coll'esilio i principali capi della
fazion Donatista. Siccome la loro causa fu esaminata con attenzione,
forse fu anche giustamente decisa; e forse non era priva di fondamento
la loro querela, che si fosse ingannata la credulità dell'Imperatore
dagl'insidiosi artifizi d'Osio suo favorito. L'influenza della falsità o
della corruzione potè procurare la condanna dell'innocente, o aggravar
la sentenza del reo. Tal atto però d'ingiustizia, se avesse terminato
un'importuna disputa, avrebbe potuto annoverarsi fra que' mali
transitorj d'un governo dispotico, che non più si risentono, nè si
rammentano dalla posterità.

[A. D. 315]

Ma quest'incidente sì piccolo per se stesso, che appena merita luogo
nell'istoria, produsse un memorabile scisma, che afflisse le Province
dell'Affrica più di trecento anni, e non vi fu estinto che insieme col
Cristianesimo stesso. L'inflessibile zelo di libertà e di fanatismo
animava i Donatisti a ricusar d'ubbidire agli usurpatori, de' quali
disputavano l'elezione, e negavano la spiritual potestà. Esclusi dal
civile e religioso commercio degli uomini, essi arditamente
scomunicarono il resto del genere umano, che aveva abbracciato l'empio
partito di Ceciliano e de' traditori, da' quali traeva la pretesa sua
ordinazione. Asserivano con sicurezza e quasi esultando, che s'era
interrotta la successione Apostolica; che tutti i Vescovi dell'Europa e
dell'Asia erano infetti dal contagio della colpa e dello scisma; e che
le prerogative della Chiesa Cattolica si ristringevano a quella scelta
porzione di credenti Affricani, che soli avean conservata intatta la
integrità della fede e della disciplina. Questa rigida teoria veniva
sostenuta da una men caritatevole condotta. Ogni volta che acquistavano
un proselito, anche dalle distanti Province dell'Oriente, reiteravano
scrupolosamente i sacri riti del Battesimo[138] e dell'Ordinazione,
rigettando la validità di quelli ch'esso avea ricevuti dalle mani degli
Eretici o degli Scismatici. I Vescovi, le vergini ed eziandio
gl'innocenti bambini eran sottoposti al peso di una penitenza pubblica,
prima d'essere ammessi alla comunione de' Donatisti. Se ottenevano il
possesso d'una Chiesa, di cui avesser fatto uso i Cattolici loro
avversari, essi purificavano il profanato edifizio con la medesima
gelosa cura, che avrebbe potuto richiedere un tempio d'idoli. Lavavano
il pavimento, radevano le mura, bruciavano l'altare, che ordinariamente
era di legno, fondevano i sacri vasi; e gettavano a' cani la santa
Eucaristia con tutte le circostanze d'ignominia, che provocar potevano,
e perpetuare l'animosità delle religiose fazioni[139]. Nonostante
quest'irreconciliabile odio, i due partiti, che insieme trovavansi
mescolati e sparsi per tutte le città dell'Affrica, avevano l'istesso
linguaggio, gli stessi costumi, l'istesso zelo, la stessa dottrina,
l'istessa fede e l'istesso culto. Proscritti dalle potestà civile ed
ecclesiastica dell'Impero, i Donatisti si mantennero sempre superiori di
numero in alcune Province, specialmente nella Numidia; e quattrocento
Vescovi riconoscevano la giurisdizione del loro Primate. Ma
l'invincibile spirito di tal Setta qualche volta attaccò anche le sue
proprie viscere; ed il seno della scismatica loro Chiesa fu lacerato da
intestine contese. Un quarto de' Vescovi Donatisti seguì l'indipendente
stendardo de' Massimianisti. Lo stretto e solitario sentiero, che avevan
segnato i primi lor Capi, continuava a deviare dalla gran società del
genere umano. Anche l'impercettibile Setta de' Rogaziani ardiva
d'asserire senza rossore, che quando Cristo sarebbe sceso a giudicare la
terra, non avrebbe mantenuta la vera sua religione che in pochi ignoti
villaggi della Cesarea Mauritania[140].

Lo scisma de' Donatisti limitavasi all'Africa; ma il male più facile a
spargersi della controversia intorno alla Trinità, a grado a grado
penetrò in ogni parte del Mondo Cristiano. Il primo fu una querela
accidentale cagionata dall'abuso della libertà; il secondo fu un alto e
misterioso argomento derivato dall'abuso della Filosofia. Dal tempo di
Costantino fino a quello di Clodoveo e di Teodorico, gl'interessi
temporali sì dei Romani che de' Barbari furon profondamente involti
nelle teologiche dispute dell'Arrianesimo. Può dunque permettersi ad un
Istorico di tirar rispettosamente il velo del Santuario, o di seguire il
progresso della ragione e della fede, dell'errore e della passione,
dalla scuola di Platone fino alla decadenza e rovina dell'Impero.

[A. A. C. 360]

Il genio di Platone, diretto dalla sua propria meditazione o dalla
tradizionale scienza de' Sacerdoti dell'Egitto[141] aveva osato
d'esplorare la misteriosa natura della Divinità. Dopo d'aver elevato la
sua mente alla sublime contemplazione della necessaria causa
dell'universo esistente da se medesima, il saggio Ateniese non era
capace d'intendere, come la semplice unità della sua essenza potesse
ammetter l'infinita varietà delle distinte e successive idee, che
compongono il sistema del Mondo intellettuale; come un Ente puramente
incorporeo eseguir ne potesse il perfetto modello, e con mano creatrice
dar forma al rozzo e indipendente caos. La vana speranza di sbrigarsi da
queste difficoltà, che sempre debbon opprimere le deboli facoltà della
mente umana, potè indur Platone a considerar la natura Divina sotto la
triplice modificazione, di prima causa, di ragione o di _Logos_, e di
anima o spirito dell'Universo. La sua poetica immaginazione fissò
talvolta ed animò queste metafisiche astrazioni; si rappresentano i tre
archici, o sia originali principj nel sistema di Platone, come tre Dei,
uniti l'uno coll'altro mediante una misteriosa ed ineffabil generazione;
ed il Logos fu particolarmente considerato sotto il più accessibil
carattere di Figlio di un eterno Padre Creatore e Governatore del Mondo.
Tali pare che fossero le segrete dottrine, che venivano misteriosamente
insegnate ne' giardini dell'Accademia, e che, secondo i più recenti
discepoli di Platone, non potevano perfettamente intendersi che dopo un
assiduo studio di trent'anni[142].

[A. A. C. 300]

Le armi de' Macedoni sparsero la lingua e la dottrina della Grecia
nell'Asia e nell'Egitto; e s'insegnava con poca riserva e forse con
qualche aggiunta il sistema teologico di Platone nella celebre scuola di
Alessandria[143]. Il favore de' Tolomei aveva invitato una colonia
numerosa di Ebrei a stabilirsi nella nuova lor capitale[144]. Nel tempo
che il grosso della nazione praticava le ceremonie legali, ed attendeva
alle lucrose occupazioni del commercio, alcuni pochi Ebrei d'uno spirito
più coltivato, si consacravano alla religiosa e filosofica
contemplazione[145]. Studiarono essi con diligenza, ed abbracciarono con
ardore il sistema teologico del Savio d'Atene. Ma il nazional loro
orgoglio, sarebbe rimasto mortificato da una chiara confessione
dell'antica lor povertà, e arditamente spacciarono come una sacra
eredità de' loro maggiori l'oro e le gioie, che avevano sì recentemente
involato agli Egizi loro Signori. Cent'anni avanti la nascita di Cristo
gli Ebrei d'Alessandria pubblicarono un trattato filosofico, che
manifestamente dimostra lo stile ed i sentimenti della scuola di
Platone, e fu di unanime consenso ricevuto come una genuina e stimabil
reliquia dell'inspirata sapienza di Salomone[146]. Una simigliante
unione della fede Mosaica e della filosofia Greca distingue le opere di
Filone, che per la massima parte furon composte nel regno
d'Augusto[147].

L'anima materiale dell'Universo[148] poteva offendere la pietà degli
Ebrei. Ma essi applicarono il carattere del _Logos_ al _Jehovah_ di Mosè
e de' Patriarchi; e fu introdotto il _Figlio di Dio_ sulla terra sotto
una visibile ed anche umana figura, per fare que' famigliari uffizi, che
sembrano incompatibili colla natura e cogli attributi della Causa
Universale[149].

[A. A. C. 97]

L'eloquenza di Platone, il nome di Salomone, l'autorità della scuola
d'Alessandria, ed il consenso dei Greci e degli Ebrei non erano
sufficienti a stabilire la verità d'una misteriosa dottrina, che
potrebbe piacere ad una mente ragionevole, ma non soddisfarla. Solo un
Profeta o un Apostolo, inspirato dalla Divinità, può esercitare un
legittimo potere sulla fede degli uomini; e la teologia di Platone
sarebbe restata per sempre confusa con le filosofiche visioni
dell'Accademia, del Portico e del Liceo, se il nome e i divini attributi
del _Logos_, non si fossero confermati dalla celeste penna dell'ultimo e
del più sublime fra gli Evangelisti[150]. La rivelazione Cristiana, che
fu consumata sotto il regno di Nerva, scuoprì al Mondo il sorprendente
segreto, che il _Logos_, ch'era con Dio fin dal principio, ed era Dio,
che aveva fatto tutte le cose; e per cui tutte le cose erano state
fatte, s'era incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, che era nato da
una Vergine, e morto sulla croce. Oltre il general disegno di stabilire
sopra una perpetua base gli onori divini di Cristo, i più antichi e
rispettabili Scrittori Ecclesiastici hanno attribuito al Teologo
Evangelico l'intenzione particolare di confutar due opposte eresie, che
disturbavano la pace della primitiva Chiesa[151]. In primo luogo, la
fede degli Ebioniti[152], e forse de' Nazareni[153], era grossolana ed
imperfetta. Essi veneravan Gesù, come il più grande fra' Profeti, dotato
di virtù e potere soprannaturale. Attribuivano alla persona ed al regno
futuro di esso tutte le predizioni degli oracoli Ebrei, che si
riferiscono allo spirituale ed eterno regno del promesso Messia[154].
Alcuni fra loro confessavano forse, ch'egli era nato da una Vergine; ma
ostinatamente rigettavano la precedente esistenza e le divine perfezioni
del _Logos_, o del Figlio di Dio, che sì chiaramente son definite nel
Vangelo di S. Giovanni. Circa cinquant'anni dopo, gli Ebioniti, gli
errori de' quali son rammentati da Giustino Martire con minore severità
di quella che sembrerebbero meritare[155] formavano una parte molto poco
considerabile del nome Cristiano. In secondo luogo, i Gnostici, che si
distinguevano coll'epiteto di _Dociti_, caddero nell'estremo contrario;
e volendo sostener la natura divina di Cristo, ne abbandonarono l'umana.
Educati nella scuola di Platone ed assuefatti alla sublime idea del
_Logos_, facilmente concepivano, che il più luminoso _Eone_, o
_Emanazione_ della Divinità, potesse assumer l'esterna figura, e le
apparenze visibili di un mortale[156]; ma vanamente pretendevano che le
imperfezioni della materia fossero incompatibili colla purità di una
sostanza celeste. Mentre ancor fumava il sangue di Cristo sul monte
Calvario, i Dociti inventarono l'empia e stravagante ipotesi, che invece
d'esser nato dal seno della Vergine[157], fosse disceso sulle rive del
Giordano in forma d'uomo perfetto; che avesse ingannato i sensi de' suoi
nemici e de' suoi discepoli; e che i Ministri di Pilato esercitato
avessero l'impotente lor rabbia sopra un aereo fantasma, il quale
_parve_ che spirasse sopra la croce, e dopo tre giorni risuscitasse da
morte[158].

La sanzione Divina, che l'Apostolo avea comunicata al fondamental
principio della Teologia di Platone, trasse gli eruditi proseliti del
secondo e del terzo secolo ad ammirare e studiar gli scritti del savio
Ateniese, che aveva tanto maravigliosamente annunziato una delle più
sorprendenti scoperte della rivelazione Cristiana. Gli ortodossi fecero
uso[159], e gli Eretici abuso[160] del nome rispettabile di Platone,
come d'un comun sostegno della verità e dell'errore: s'adoperò
l'autorità degli abili comentatori di lui per giustificare le remote
conseguenze delle sue opinioni, e per supplire al discreto silenzio
degli scrittori inspirati. Si agitavano le medesime sottili e profonde
questioni sopra la natura, la generazione, la distinzione e
l'uguaglianza delle tre Divine persone della misteriosa Triade o
Trinità[161], nelle filosofiche e nelle Cristiane scuole d'Alessandria.
Un ardente spirito di curiosità le spingeva ad esplorare i segreti
dell'abisso; e soddisfacevasi con una scienza di parole l'orgoglio de'
professori e de' loro discepoli. Ma il più sagace fra i Teologi
Cristiani, l'istesso grande Atanasio, ha candidamente confessato[162]
che ogni volta che sforzò la sua mente a meditare sulla divinità del
_Logos_, i suoi laboriosi sforzi riuscirono vani ed inefficaci; che
quanto più vi pensava, tanto meno capiva; e che quanto più scriveva,
tanto era meno capace d'esprimere i suoi pensieri. Ad ogni passo di tal
ricerca noi siam costretti a sentire ed a confessare l'immensa
sproporzione che passa fra la natura del soggetto e la capacità della
mente umana. Possiam tentare d'astrarre le nozioni di tempo, di spazio e
di materia, che sono tanto strettamente congiunte con tutte le
percezioni del nostro sperimentale conoscimento. Ma quando pretendiamo
di ragionare di sostanza infinita, di generazione spirituale; quando
vogliam dedurre qualche conclusione positiva da un'idea negativa,
restiamo involti in oscurità, in dubbiezze ed in sicure contraddizioni.
Poichè tali difficoltà provengono dalla natura del soggetto, esse
opprimono col medesimo insuperabile peso tanto i filosofi quanto i
teologi disputanti; ma possiamo peraltro osservare due particolari ed
essenziali circostanze, che rendono diverse le dottrine della Chiesa
Cattolica dalle opinioni della Platonica scuola.

I. Una scelta società di filosofi, uomini educati liberamente e disposti
alla curiosità, poteva meditare in silenzio, o tranquillamente discutere
ne' giardini di Atene o nella libreria d'Alessandria le astruse
questioni della scienza metafisica. Le sublimi speculazioni, che non
convincevano l'intelletto, nè agitavano le passioni degli stessi
Platonici, venivan trascurate dalla parte sì oziosa che attiva ed anche
studiosa dell'umano genere[163]. Ma dopo che il _Logos_ fu rivelato come
il sacro oggetto della fede, della speranza e del religioso culto de'
Cristiani, fu abbracciato quel misterioso sistema da una copiosa e
sempre crescente moltitudine in ogni Provincia del Mondo Romano. Quelli,
che per l'età, pel sesso, o per le occupazioni loro erano i meno atti a
giudicare, ed i meno esercitati nell'abitudine di ragionare
astrattamente, aspiravano essi pure a contemplar l'economia della natura
divina: e Tertulliano[164] vanta che un artefice Cristiano potea
facilmente rispondere a tali questioni, che avrebbero imbarazzato il più
acuto de' Greci Sapienti. Dove il soggetto è tanto al di là delle nostre
forze, la differenza fra il più sublime ed il più debole degli umani
ingegni può in vero computarsi per un infinitamente piccolo; pure si può
forse misurare il grado di debolezza dal grado d'ostinazione e di
dogmatica sicurezza. Queste speculazioni, invece d'esser risguardate
come divertimenti di qualche ora disoccupata, divennero l'affare più
serio della vita presente, e la preparazione più vantaggiosa per la
futura. Una teologia ch'era obbligo credere, di cui era empietà il
dubitare, ed intorno a cui sarebbe stato pericoloso ed anche fatale ogni
sbaglio, divenne il famigliar argomento delle private meditazioni e de'
popolari discorsi. La fredda indifferenza della Filosofia era infiammata
dal fervente spirito di devozione; ed eziandio le metafore del
linguaggio comune suggerivano fallaci pregiudizi di senso e
d'esperienza. I Cristiani, che abborrivano la grossolana ed impura
generazione della mitologia Greca[165] furon tentati di trarre argomento
dalla famigliare analogia delle relazioni filiale e paterna. Il
carattere di _figlio_ pareva che includesse una perpetua subordinazione
al volontario autore della sua esistenza[166]; ma siccome bisogna
supporre, che l'atto di generare, nel più spirituale ed astratto senso,
trasfonda le proprietà d'una natura comune[167], non ardirono di limitar
la potenza o la durata del Figlio di un onnipotente ed eterno Padre.
Ottant'anni dopo la morte di Cristo, i Cristiani della Bitinia
dichiararono avanti al Tribunale di Plinio, ch'essi l'invocavano come
Dio; ed in ogni secolo e paese gli si son continuati gli onori divini
dalle varie Sette, che hanno assunto il nome di suoi discepoli[168]. La
tenera loro venerazione per la memoria di Cristo, e l'orrore che avevano
pel culto profano di ogni Ente creato, gli avrebbe impegnati a sostenere
l'uguale ed assoluta Divinità del _Logos_, se il rapido loro volo verso
il trono del Cielo non si fosse insensibilmente frenato dal timore di
violar l'unità e la sola superiorità del gran Padre di Cristo e
dell'Universo. Si può veder la sospensione e l'ondeggiamento prodotto
negli animi dei Cristiani da queste contrarie inclinazioni negli scritti
de' Teologi, che fiorirono dopo il tempo degli Apostoli, ed avanti
l'origine della controversia Arriana. Tanto gli ortodossi quanto gli
eretici pretendono con ugual sicurezza d'averli in loro favore; ed i più
diligenti critici vanno pienamente d'accordo, che se essi ebber la buona
fortuna di conoscer la Cattolica verità, almeno hanno espresso i loro
sentimenti con parole indeterminate, inesatte ed alle volte
contraddittorie[169].

II. La devozione degl'individui era la prima circostanza che distingueva
i Cristiani da' Platonici; la seconda era l'autorità della Chiesa. I
discepoli della Filosofia sostenevano i diritti dell'intellettual
libertà; ed il rispetto, che avevano pe' sentimenti de' loro maestri,
era un libero e volontario tributo che offerivano alla superiorità della
religione. Ma i Cristiani formavano una società numerosa e disciplinata;
e rigorosamente s'esercitava sugli animi de' Fedeli la giurisdizione
delle leggi e de' Magistrati. I liberi voli dell'immaginazione venivano
di mano in mano ristretti dalle formule e dalle confessioni di
fede[170]; la libertà del giudizio privato era sottoposta alla pubblica
dottrina de' Sinodi; l'autorità di un Teologo veniva determinata dal
grado che esso tenea nella Chiesa; e gli Episcopali successori degli
Apostoli soggettavano all'Ecclesiastiche censure coloro, che deviavan
dalla Fede ortodossa. Ma in un tempo di controversie religiose ogni atto
d'oppressione accresceva nuova forza all'elastico vigor dello spirito;
ed alle volte anche lo zelo o l'ostinazione d'un ribelle spirituale si
fomentava da segreti motivi d'ambizione o d'avarizia. Un argomento
metafisico diveniva la causa, o il pretesto di contese politiche; si
usavan le sottigliezze della scuola Platonica come le insegne delle
fazioni popolari, e la differenza, che separava le rispettive loro
opinioni, si accresceva o magnificava dall'acrimonia della disputa.
Finattanto che l'oscura eresia di Prassea e di Sabellio procurò di
confondere il Padre col Figlio[171], il partito Ortodosso fu degno di
scusa, se aderiva con maggior vigore ed impegno alla _distinzione_ che
all'_uguaglianza_ delle persone divine. Ma tosto che fu sopito il calor
della controversia, ed il progresso dei Sabelliani non dava più motivo
di temere alle Chiese di Roma, dell'Affrica o dell'Egitto, la corrente
della opinione teologica cominciò a voltarsi con un dolce ma costante
moto verso l'estremo contrario; ed i più Ortodossi Dottori non si
guardarono dall'usare i termini e le definizioni, che in bocca de'
Settari s'erano censurate[172]. Dopo che l'Editto di tolleranza ebbe
restituito la pace a' Cristiani, insorse di nuovo la controversia della
Trinità nell'antica sede del Platonismo, nella dotta, opulenta e
tumultuosa città d'Alessandria; e la fiamma della discordia religiosa
rapidamente si comunicò dalle scuole al Clero, al Popolo, alla Provincia
ed all'Oriente. Si agitaron le astruse questioni dell'eternità del
_Logos_ nell'Ecclesiastiche conferenze e ne' discorsi popolari; e furon
ben presto fatte pubbliche l'eterodosse opinioni d'Arrio[173] dal
proprio zelo di lui, e da quello de' suoi avversari. I più implacabili
nemici suoi hanno riconosciuto la dottrina e la vita incorrotta di
quell'eminente Prete, che in un'antecedente elezione aveva dichiarate, e
forse generosamente soppresse, le sue pretensioni alla sede
Episcopale[174], Alessandro, competitore di lui, prese le parti di suo
giudice. Fu agitata l'importante causa avanti di esso; e sebbene a
principio sembrasse dubbioso, finalmente pronunziò la sua definitiva
sentenza, come un'assoluta regola di fede[175]. L'indomito Prete, che
ardì resistere all'autorità del suo ardente Vescovo, fu separato dalla
comunione della Chiesa. Ma l'orgoglio d'Arrio era sostenuto
dall'applauso d'un numeroso partito. Egli contava fra' suoi immediati
seguaci due Vescovi dell'Egitto, sette Preti, dodici Diaconi, e (quel
che sembra quasi incredibile) settecento Vergini. Un grandissimo numero
de' Vescovi Asiatici parve che ne sostenesse, o favorisse la causa; ed i
loro passi eran condotti da Eusebio di Cesarea, il più dotto de' Prelati
Cristiani, e da Eusebio di Nicomedia, che aveva acquistato la
riputazione di uomo di stato senza perder quella di Santo. Si opposero
nella Palestina e nella Bitinia de' Sinodi a quelli dell'Egitto. Questa
teologica disputa s'attirò l'attenzione del Sovrano e del Popolo, ed al
termine di sei anni[176] ne fu rimessa la decisione alla suprema
autorità del generalo Concilio di Nicea.

[A. D. 318-325]

Allorchè i misterj della Fede Cristiana pericolosamente s'esposero alla
pubblica discussione, si potè osservare, che l'intelletto umano era
capace di formare tre distinti, quantunque imperfetti, sistemi sopra la
natura della Trinità di Dio; e fu pronunziato, che nessuno di questi,
preso in un senso puro ed assoluto, era esente dall'eresia e
dall'errore[177]. Primieramente, secondo l'ipotesi sostenuta da Arrio e
da' suoi discepoli, il _Logos_ era una produzione dipendente e
spontanea, creata dal nulla per la volontà del Padre. Il Figlio, da cui
s'eran fatte tutte le cose[178], era stato generato prima di tutti i
Mondi, ed il più lungo periodo astronomico non potea comparire che un
passeggiero momento relativamente all'estensione della durata di lui;
tal durata però non era infinita[179], e vi era stato un tempo che avea
preceduto l'ineffabil generazione del _Logos_. In quest'unigenito Figlio
l'onnipotente Padre avea trasfuso l'ampio suo spirito, ed impresso lo
splendore della sua gloria. Visibile immagine di un'invisibile
perfezione, vedeva ad un'immensa distanza sotto i suoi piedi i troni de'
più fulgidi Arcangeli; pure non risplendeva che una luce riflessa, e
simile a' figli de' Romani Imperatori, ch'erano investiti de' titoli di
Cesare o d'Augusto[180], ei governava l'universo con ubbidire alla
volontà del suo Padre e Monarca. Nella Seconda ipotesi il _Logos_ godeva
tutte le inerenti incomunicabili perfezioni, che la Religione e la
Filosofia attribuiscono al sommo Dio. La Divina essenza componevasi da
tre distinte infinite menti o sostanze, da tre esseri coeguali e
coeterni[181] e sarebbe stata una contraddizione che alcuno di loro
dovesse non essere stato, o che dovesse mai cessare di esistere[182]. I
difensori del sistema, che pareva che stabilisse tre indipendenti
Divinità, tentavano di conservar l'unità della prima causa così patente
nel disegno e nell'ordine del Mondo, mediante la perpetua concordia di
loro amministrazione e l'essenziale conformità del loro volere. Si può
vedere (dicevano essi) una debole somiglianza di tale unità d'azione
nelle società degli uomini, ed anche degli animali. Le cause, che
disturbano la loro armonia, non provengono che dall'imperfezione e
disuguaglianza delle lor facoltà; ma l'onnipotenza, ch'è guidata da
infinito sapere e bontà, non può mancare di scegliere gli stessi mezzi
per l'adempimento de' medesimi fini. In terzo luogo tre Enti, che per
propria original necessità di loro esistenza posseggono tutti i divini
attributi nel grado più perfetto; che sono eterni nella durata, infiniti
nello spazio, ed intimamente presenti l'uno all'altro ed a tutto
l'universo; irresistibilmente forzano l'attonita mente a crederli uno
stesso Ente[183], che nell'economia della grazia ugualmente che in
quella della natura si possa manifestare sotto differenti forme, ed
esser considerato in differenti aspetti. Con questa ipotesi una vera
sostanzial Trinità si riduce ad una Trinità di nomi e di astratte
modificazioni, che sussistono soltanto nella mente che le concepisce. Il
_Logos_ non è più una persona, ma un attributo, e non può applicarsi più
che in un senso figurato l'epiteto di Figlio all'eterna ragione, che era
un Dio fin dal principio, e _da cui_, non _per mezzo di cui_ furon fatte
tutte le cose. L'incarnazione del _Logos_ riducevasi ad una mera
inspirazione della Divina Sapienza, che riempì l'anima, e diresse tutte
le azioni dell'Uomo Gesù. Così dopo d'aver percorso tutto il cerchio
teologico, restiam sorpresi al vedere che il Sabelliano va a terminare
dove incominciato avea l'Ebionita, e che l'incomprensibil mistero,
ch'eccita la nostra adorazione, sfugge alle nostre ricerche[184].

[A. D. 325]

Se fosse stato permesso a' Vescovi del Concilio di Nicea[185] di seguire
gl'imparziali dettami di lor coscienza, Arrio ed i suoi compagni
avrebbero appena potuto lusingarsi con la speranza d ottenere una
pluralità di voti a favor d'un'ipotesi tanto direttamente contraria alle
due popolari opinioni del Mondo Cattolico. Gli Arriani tosto s'accorsero
della pericolosa loro situazione, e prudentemente si vestirono di quelle
modeste virtù, che, nel furore delle dissensioni civili o religiose,
rare volte son praticate, o anche lodate da altri che dalla parte più
debole. Raccomandavano essi l'esercizio della carità e moderazione
Cristiana; insistevano nell'incomprensibile natura dello controversia;
disapprovavan l'uso di termine, o di definizione alcuna, che non potesse
trovarsi nelle Scritture; ed offerivano con proteste molto liberali di
soddisfare gli avversari senza rinunziare alla sostanza de' propri loro
principj. La fazione vittoriosa ricevè tutte queste proposizioni con
altiera diffidenza: ed ansiosamente cercava qualche irreconciliabile
segno di distinzione, la condanna di cui potesse involger gli Arriani
nella colpa e nelle conseguenze dell'eresia. Fu pubblicamente letta, ed
ignominiosamente lacerata una lettera, nella quale il loro Avvocato,
Eusebio di Nicomedia, ingenuamente confessava, ch'era incompatibile co'
principj del teologico loro sistema l'ammettere la parola _Homoousion_,
o _Consustanziale_, termine già famigliare ai Platonici. Fu ardentemente
abbracciata la favorevole occasione da' Vescovi, che dirigevano le
deliberazioni del Sinodo; e secondo la viva espressione d'Ambrogio[186]
si servirono della spada, che l'eresia medesima avea tirato dal fodero,
per tagliar la testa all'odioso mostro. Dal Concilio Niceno fu stabilita
la consustanzialità del Padre e del Figlio, ed è stata la medesima
concordemente ricevuta, come un fondamentale articolo della Fede
Cristiana, dal consenso delle Chiese Greca e Latina, Orientale e
Protestante. Ma se la stessa parola non fosse stata sufficiente a
diffamare gli Eretici, e ad unire i Cattolici, non si sarebbe ottenuto
l'intento della maggior parte di quell'assemblea, da cui fu introdotta
nel simbolo ortodosso. Questa parte maggiore si divideva in due classi,
distinte fra loro mediante una contraria inclinazione a' sentimenti dei
Triteisti e de' Sabelliani. Ma siccome sembrava, che quegli opposti
estremi rovinassero i fondamenti della religione sì naturale che
rivelata, essi convenner fra loro di moderare il rigore dei loro
principj, e di negare in tal modo le giuste, ma odiose conseguenze, che
avrebber potuto trarsi da' loro avversarj. L'interesse della causa
comune li faceva inclinare ad unire i loro partiti, ed a nasconder le
lor differenze; fu ammollita l'animosità loro da salutari consigli di
tolleranza, e restaron sospese le loro dispute mediante l'uso del
misterioso _Homoousion_, che ognuno era libero d'interpretare secondo le
proprie particolari opinioni. Il senso Sabelliano, che circa
cinquant'anni prima aveva obbligato il Concilio d'Antiochia[187] a
proibir quel celebre termine, lo rendeva caro a que' Teologi, che
mantenevano una segreta, ma parziale affezione per una Trinità nominale.
Ma i Santi, ch'erano più alla moda ne' tempi degli Arriani, l'intrepido
Atanasio, il dotto Gregorio Nazianzeno, e le altre colonne della Chiesa,
che sostennero con abilità ed effetto la dottrina Nicena, par che
risguardassero l'espression di _Sostanza_, come un sinonimo di quella di
_Natura_; e si avventurarono ad illustrare il loro pensiero con
affermare, che tre uomini, in quanto appartengono alla stessa specie
loro comune, sono consustanziali, o sia _homoousii_ l'uno
coll'altro[188]. Questa pura e distinta uguaglianza, per una parte,
veniva temperata dall'interna connessione e penetrazione spirituale, che
indissolubilmente unisce le persone divine[189]; e per l'altra dalla
preminenza del Padre, che si confessava per quanto essa è compatibile
coll'indipendenza del Figliuolo[190]. Dentro questi limiti si lasciò
muover con sicurezza la quasi invisibile e tremula palla
dell'ortodossia; ed intorno di questo sacro recinto stavano in agguato
gli Eretici, ed i demonj per sorprendere e divorare quegl'infelici che
gli oltrepassavano. Ma siccome i gradi dell'odio teologico dipendono
piuttosto dallo spirito di guerra che dall'importanza della
controversia, gli Eretici che degradavan la persona del Figlio, eran
trattati con maggior severità di quelli che l'annichilavano. Atanasio
consumò la sua vita nell'irreconciliabile opposizione all'empia _pazzia_
degli Arriani[191]; ma difese più di venti anni il Sabellianismo di
Marcello d'Ancira; e quando alla fine fu costretto a ritirarsi dalla
comunione di lui, rammentava sempre con ambiguo sorriso i veniali errori
del suo rispettabile amico[192].

L'autorità d'un Concilio generale, a cui gli Arriani stessi erano stati
costretti a sottomettersi, delineò sulle bandiere della parte ortodossa
i misteriosi caratteri della parola _Homoousion_, la quale nonostanti
alcune oscure dispute, e certi notturni dibattimenti, essenzialmente
contribuì a mantenere e perpetuar l'uniformità della fede, o almen del
linguaggio. I Consustanzialisti, che pel loro buon successo avean
meritato e conseguito il titolo di Cattolici, si gloriavano della
semplicità e fermezza del loro proprio simbolo, ed insultavano le
replicate variazioni de' loro avversari, ch'eran privi d'una certa
regola di fede. La sincerità o l'astuzia de' Capi Arriani, il timor
delle leggi o del popolo, la reverenza che aveano per Cristo, il loro
odio verso Atanasio, tutte in somma le cause umane e divine, che possono
influire e indur varietà ne' consigli d'un partito teologico,
introdussero fra i Settari uno spirito di discordia e d'incostanza, che
nel corso di pochi anni produsse diciotto diverse formule di
religione[193], e vendicò la violata dignità della Chiesa. Lo zelante
Ilario[194], che per causa della particolar durezza di sua situazione
era inclinato a diminuire piuttosto che ad aggravare gli errori del
Clero dell'Oriente, dichiara che nella vasta estensione delle dieci
Province dell'Asia, nelle quali esso era stato esule, potean trovarsi
ben pochi Prelati, che avessero mantenuta la cognizione del vero
Dio[195]. L'oppressione, che avea provato, i disordini, de' quali era
stato spettatore e vittima, quietarono per breve tempo le fervide
passioni nell'animo suo; e nel seguente passo, di cui non farò che
trascrivere pochi versi, il Vescovo di Poitiers s'abbandona,
senz'avvedersene, allo stile d'un Cristiano filosofo; «È una cosa» dice
Ilario «ugualmente deplorabile e pericolosa, che vi siano tanti simboli,
quante son le opinioni fra gli uomini, tante dottrine, quante
inclinazioni, e tante sorgenti di bestemmie, quanti difetti si trovan
fra noi, perchè facciamo i simboli arbitrariamente e gli spieghiamo
ancora a capriccio. Varj Sinodi hanno successivamente rigettato, ammesso
ed interpretato il termine _Homoousion_. La parziale e total somiglianza
del Padre e del Figlio in questi infelici tempi è un soggetti di
disputa. Ogni anno, anzi ogni mese facciamo de' nuovi simboli per
esporre de' misteri invisibili. Ci pentiamo di ciò, che abbiam fatto,
difendiamo quelli che che si pentono, ed anatematizziamo quelli che
prima difendevamo. O condanniamo la dottrina degli altri in noi stessi,
o la nostra in quella degli altri; e reciprocamente lacerandoci l'uno
coll'altro, siamo stati la causa della nostra vicendevol rovina»[196].

Non si aspetterà, e forse neppure si soffrirebbe, che io ampliassi
questa teologica digressione con un minuto esame de' diciotto simboli,
gli autori de' quali per la maggior parte ricusavano l'odioso nome del
loro padre Arrio. Il delineare la forma e descriver la vegetazione d'una
pianta riesce assai piacevole; ma il noioso ragguaglio delle foglie
senza fiori e de' rami senza frutti stancherebbe tosto la pazienza, e
sconcerterebbe la curiosità del laborioso studente. Non deve però
tralasciarsi la notizia d'una questione, che in seguito nacque dalla
controversia Arriana, mentre servì essa a produrre e distinguer fra loro
tre Sette, le quali non convenivano in altro che in una comune
avversione all'_Homoousion_ del Sinodo Niceno. 1. Alla questione se
fosse il Figlio _simile_ al Padre, risolutamente si rispondeva per la
negativa da quegli Eretici, che aderivano a' principj d'Arrio, o anche a
quelli della filosofia, che sembra porro un'infinita differenza fra il
Creatore e la più eccellente delle sue creature. Si sosteneva quella
ovvia conseguenza da Aezio[197], a cui lo zelo de' suoi nemici diede il
soprannome di Ateo. Il suo spirito inquieto ed intraprendente lo indusse
a provare quasi tutte le professioni della vita umana. Egli fu in
diversi tempi schiavo o almeno lavoratore di terra, venditore di vasi
per le strade, orefice, medico, maestro di scuola, teologo, e finalmente
Apostolo di una nuova Chiesa, che propagossi mediante l'abilità del suo
discepolo Eunomio[198]. Armato di testi scritturali, e di arguti
sillogismi, presi dalla logica d'Aristotele, il sottil Aezio aveva
acquistato la fama d'invincibil disputatore, che non si poteva nè
ridurre al silenzio, nè convincere. Tali doti s'attiraron l'amicizia de'
Vescovi Arriani, fino a tanto che non furon essi costretti a ricusare,
ed anche a perseguitare un pericoloso alleato, che per l'esattezza del
suo raziocinio aveva pregiudicato la lor causa nell'opinion popolare, ed
offeso la pietà de' loro più devoti seguaci. 2. L'onnipotenza del
Creatore somministrava una speciosa e riverente soluzione della
_somiglianza_ del Padre e del Figlio; e la fede poteva umilmente
ammettere ciò, che la ragione non avrebbe ardito di negare, vale a dire,
che il supremo Dio potesse comunicar le infinite sue perfezioni, e
creare un Ente simile unicamente a se stesso[199]. Questi Arriani furon
potentemente sostenuti dal peso e dall'abilità dei lor Capi, ch'eran
successi al maneggio del partito Eusebiano, e che occupavan le sedi
principali dell'Oriente. Detestavano essi forse con qualche affettazione
l'empietà d'Aezio e professavan di credere, o senza riserva o secondo le
Scritture, che il Figlio fosse differente da tutte _le altre_ creature,
e simile soltanto al Padre. Ma negavano, ch'egli fosse o della medesima,
o di simile sostanza, giustificando alle volte arditamente il loro
dissenso, ed alle volte opponendosi all'uso della parola _sostanza_, che
sembra includere un'adeguata, o almeno distinta nozione della natura di
Dio. 3. La Setta, che sosteneva la dottrina d'una _simil_ sostanza, era
la più numerosa, almeno nelle Province dell'Asia; e quando si adunarono
i Capi di ambe le parti nel Concilio di Seleucia[200], potè prevalere la
lor opinione mediante il suffragio di cento cinque Vescovi sopra
quarantatre. Il Greco vocabolo, che si scelse per esprimere tal
misteriosa _somiglianza_, ha un'affinità così grande al simbolo
ortodosso, che i profani d'ogni tempo hanno deriso le furiose dispute,
che la differenza d'un semplice dittongo eccitò tra gli _Homoousii_, e
gli _Homoiousii_. Siccome però frequentemente accade che i suoni ed i
caratteri, che sono più vicini fra loro, accidentalmente rappresentano
le più opposte idee, tal osservazione sarebbe per se stessa ridicola, se
fosse possibile di notare alcuna reale e sensibile distinzione fra la
dottrina de' semi-Arriani, come impropriamente si appellano, e quella
de' Cattolici medesimi. Il Vescovo di Poitiers che nel suo esilio di
Frigia tentò molto saviamente di riunire le parti, procura di provare,
che mediante una pia e fedele interpretazione[201] la parola
_Homoiousion_ può ridursi al senso di consustanziale. Pure confessa, che
tal parola porta un'aria di oscurità e di sospetto, e come se l'oscurità
fosse congenita alle dispute teologiche, i semi-Arriani, che più
s'accostavano alle porte della Chiesa, le assalirono col più inflessibil
furore.

Le Province dell'Egitto e dell'Asia, che apprendevano la lingua ed i
costumi de' Greci, avevan profondamente bevuto il veleno della
controversia Arriana. Lo studio ad essi famigliare del sistema
Platonico, una disposizione alla vanità e all'argomentazione, un copioso
e pieghevole idioma somministravano al Clero ed al Popolo dell'Oriente
un'inesauribile quantità di parole e di distinzioni; ed in mezzo alle
fiere loro contese, facilmente obbliavano il dubitare che si raccomanda
dalla filosofia, e la sommissione che dalla religione è comandata. Gli
abitanti dell'Occidente erano d'uno spirito meno investigatore; le loro
passioni non eran sì fortemente mosse dagli oggetti invisibili; i loro
animi eran meno esercitati dall'abitudine di disputare; e tal era la
felice ignoranza della Chiesa Gallicana, che Ilario medesimo più di
trent'anni dopo il primo Concilio Generale non avea cognizione del
simbolo Niceno[202]. I Latini avevan ricevuto il lume della cognizione
divina per l'oscuro e dubbioso mezzo di una traduzione. La povertà e
durezza della nativa loro lingua non era sempre capace di somministrare
i giusti vocaboli, equivalenti a' Greci ed alle voci tecniche della
Platonica filosofia[203], che s'erano consacrate dal Vangelo o dalla
Chiesa per esprimere i misteri della fede Cristiana; ed un difetto
verbale poteva introdurre nella teologia Latina una lunga serie
d'errori, o d'ambiguità[204]. Ma poichè le Province dell'Occidente
avevano la fortuna di trarre la lor Religione da una sorgente ortodossa,
esse mantennero con fermezza la dottrina, che avean ricevuto con
docilità; e quando la peste Arriana s'accostò alle loro frontiere, fu
applicato ad esse l'opportuno preservativo dell'Homoousion per le
paterne cure del Romano Pontefice.

[A. D. 360]

Si spiegarono i sentimenti, e l'indole loro nel memorabil Sinodo di
Rimini, che sorpassò in numero il Concilio di Nicea, mentre vi si
trovarono più di quattrocento Vescovi dell'Italia, dell'Affrica, della
Spagna, della Gallia, della Gran-Brettagna, e dell'Illirico. Fino da'
primi dibattimenti si vide che soli ottanta Prelati aderivano al partito
d'Arrio, quantunque affettassero di anatematizzarne la memoria ed il
nome. Ma quest'inferiorità era compensata da' vantaggi della perizia,
dell'esperienza e della disciplina; ed il minor numero era condotto da
Valente ed Ursacio Vescovi dell'Illirico, che avean consumato le loro
vite negli intrighi delle Corti e de' Concilj, e che nelle religiose
guerre dell'Oriente erano stati attirati sotto la bandiera Eusebiana.
Essi per mezzo de' loro argomenti e negoziati imbarazzarono, confusero,
ed al fine ingannarono l'onesta semplicità de' Vescovi Latini, che si
lasciarono strappar dalle mani il Palladio della fede, più per frode ed
importunità, che per aperta violenza. Non fu permesso che si separasse
il Concilio di Rimini, finchè i membri di esso non ebbero
imprudentemente soscritto un ingannevole simbolo, nel quale furono
inserite in luogo dell'_Homoousion_ alcune espressioni, suscettibili
d'un senso ereticale. Allora fu che, secondo Girolamo[205], il Mondo con
sua maraviglia si trovò Arriano. Ma appena i Vescovi delle Province
Latine furon giunti alle respettive lor Diocesi, conobbero il loro
sbaglio e si pentirono della lor debolezza. Fu rigettata con
abborrimento e con isdegno l'ignominiosa capitolazione; e lo stendardo
_Homoousio_, ch'era stato scosso, ma non atterrato, fu più stabilmente
ripiantato in tutte le Chiese Occidentali[206].

Tale fu l'origine ed il progresso, e tali furono le naturali rivoluzioni
di quelle teologiche dispute, che disturbaron la pace del Cristianesimo
sotto i regni di Costantino e de' suoi figli. Ma siccome questi Principi
presunsero di estendere il lor dispotismo sopra la fede non meno che
sulle vite e sostanze de' loro sudditi, il peso del loro voto qualche
volta fece pender la bilancia Ecclesiastica; e le prerogative del Re del
Cielo furono stabilite, cangiate o modificate nel gabinetto d'un Monarca
terreno.

[A. D. 324]

L'infelice spirito di discordia, che invase le Province dell'Oriente,
interruppe il trionfo di Costantino; ma l'Imperatore per qualche tempo
continuò a guardare con fredda e non curante indifferenza il soggetto
della disputa. Ignorando egli ancora la difficoltà di quietare le
contese de' Teologi, indirizzò ad ambi i contendenti, Alessandro ed
Arrio, una moderata lettera[207] che può attribuirsi con più ragione al
libero senso d'un soldato e d'un politico che a' dettami di alcuno de'
Vescovi suoi consiglieri. Egli attribuisce l'origine di tutta la
controversia ad una minuta e sottile questione intorno ad un punto
incomprensibile della legge, questione che fu scioccamente promossa dal
Vescovo, e sciolta imprudentemente dal Prete. Si duole, che il popolo
Cristiano, che aveva lo stesso Dio, la stessa religione e lo stesso
culto, fosse diviso da tali meschine distinzioni; e seriamente
raccomanda al Clero d'Alessandria di seguir l'esempio de' Greci
filosofi, i quali sapevan sostenere i loro argomenti senza perder la
tranquillità, e conservar la libertà propria senza violar l'amicizia.
L'indifferenza ed il disprezzo del Sovrano sarebbe forse stato il metodo
più efficace di por silenzio alla disputa, se la corrente popolare fosse
stata meno rapida e impetuosa, e se Costantino medesimo in mezzo alla
fazione ed al fanatismo avesse potuto conservar la calma ed il possesso
della sua mente. Ma i suoi Ministri Ecclesiastici presto tentarono di
sedurre l'imparzialità del Magistrato, e d'infiammare lo zelo del
proselito. Fu egli provocato dagl'insulti fatti alle proprie statue; fu
commosso dalla reale o immaginaria grandezza del male, che andava
dilatandosi; ed estinse ogni speranza di pace e di tolleranza, dal
momento che adunò trecento Vescovi dentro le mura d'un istesso palazzo.
La presenza del Monarca accrebbe l'importanza della disputa; la sua
attenzione fece moltiplicarne gli argomenti; ed egli espose la sua
persona con un'intrepidezza sì paziente, che animò il valore de'
combattenti. Nonostante l'applauso, che si è fatto all'eloquenza e
sagacità di Costantino[208], un Generale Romano, la cui religione poteva
esser sempre dubbiosa, e la cui mente non era stata illuminata nè dallo
studio, nè dall'inspirazione, doveva esser poco acconcio a discutere in
Greco linguaggio una questione metafisica o un articolo di fede. Ma il
credito d'Osio suo favorito, il quale sembra che presedesse al Concilio
di Nicea, potè disporre l'Imperatore a favor della parte ortodossa; ed
una osservazione fatta a tempo, che quel medesimo Eusebio di Nicomedia,
il quale allora proteggeva gli Eretici, aveva innanzi assistito il
Tiranno[209], potè inasprirlo contro gli avversari. Il Simbolo Niceno fu
ratificato da Costantino, e la sua ferma dichiarazione, che quelli che
resistito avessero al divino giudizio del Sinodo, potean prepararsi
immediatamente all'esilio, annientò i romori di una debole opposizione,
che da diciassette Vescovi Protestanti fu quasi ad un tratto ridotta a
due. Eusebio di Cesarea prestò un ripugnante ed ambiguo consenso
all'_Homoousion_[210]; e l'equivoca condotta d'Eusebio di Nicomedia non
servì che a differire circa tre mesi la sua disgrazia, ed il suo
esilio[211]. L'empio Arrio fu bandito in una delle remote Province
dell'Illirico; la sua persona ed i suoi discepoli furono infamati dalla
legge coll'odioso nome di _Porfiriani_; i suoi scritti furon condannati
alle fiamme; e fu stabilita la pena capitale contro coloro, appresso i
quali si fosser trovati. L'Imperatore s'era allora investito dello
spirito di controversia, e l'ardente e satirico stile de' suoi editti
era diretto ad inspirare ne' sudditi l'odio che egli avea concepito
contro i nemici di Cristo[212].

[A. D. 328-337]

Ma come se la condotta dell'Imperatore avesse avuto per guida piuttosto
la passione che un vero principio, appena eran passati tre anni dopo il
Concilio Niceno, ch'ei dimostrò alcuni sintomi di misericordia ed
eziandio d'indulgenza verso la setta proscritta, ch'era segretamente
protetta dalla sorella sua favorita. Si richiamarono gli esuli; ed
Eusebio che appoco appoco riprese la sua autorità sulla mente di
Costantino, fu restituito alla Sede Episcopale, da cui era stato
ignominiosamente deposto. Arrio stesso fu trattato da tutta la Corte con
quel rispetto, che si sarebbe dovuto ad un innocente oppresso. La sua
fede fu approvata dal Sinodo di Gerusalemme, e l'Imperatore parve
impaziente di riparar l'ingiustizia fattagli, con emanare un assoluto
comando, ch'egli fosse solennemente ammesso alla comunione nella
Cattedrale di Costantinopoli. Nel medesimo giorno, ch'era stato
stabilito pel trionfo d'Arrio, questi spirò; e le strane ed orride
circostanze della sua morte potrebbero eccitare qualche sospetto, che i
santi Ortodossi avessero contribuito più efficacemente che con le pure
preghiere a liberar la Chiesa dal più formidabile de' suoi nemici[213].
I principali tre Capi de' Cattolici, Atanasio d'Alessandria, Eustazio
d'Antiochia e Paolo di Costantinopoli sopra varie accuse furon deposti
per decreto di numerosi Concilj; ed in seguito furon banditi in lontani
paesi dal primo degl'Imperatori Cristiani, che negli ultimi momenti
della sua vita ricevè i riti del battesimo dall'Arriano Vescovo di
Nicomedia. Non può veramente salvarsi l'ecclesiastico governo di
Costantino dalla taccia di leggerezza e di debolezza. Ma il credulo
Monarca, inesperto degli stratagemmi nella maniera di guerreggiare
teologico, potè restar ingannato dalle modeste e speciose proteste degli
Eretici, de' quali non aveva egli mai perfettamente capiti i sentimenti;
e nel tempo che proteggeva Arrio, e perseguitava Atanasio, risguardava
sempre il Concilio Niceno come il baloardo della fede Cristiana, e la
gloria principal del suo regno[214].

[A. D. 337-361]

I figli di Costantino furono certamente ammessi fino dalla lor
fanciullezza nell'elenco de' Catecumeni, ma nel differire il Battesimo
imitarono l'esempio del loro Padre. Al pari di lui, essi pretesero di
pronunziar il loro giudizio intorno a que' misteri, ne' quali non erano
mai stati regolarmente iniziati[215]; ed il destino della controversia
sulla Trinità dipendeva in gran parte dai sentimenti di Costanzo,
ch'ereditò le Province dell'Oriente, ed acquistò poi tutto l'Impero. Il
Prete o Vescovo Arriano, che si era servito in suo vantaggio del segreto
del testamento del defunto Imperatore, profittò della fortunata
occasione, che avevalo ammesso alla famigliarità d'un Principe, le
pubbliche deliberazioni del quale erano sempre dominate da' domestici
suoi favoriti. Gli eunuchi e gli schiavi sparsero pel palazzo il veleno
spirituale, e fu comunicata la pericolosa infezione dalle serventi alle
guardie, e dall'Imperatrice al non sospettoso marito di lei[216]. La
parzialità che Costanzo dimostrò sempre verso la fazione d'Eusebio, fu
insensibilmente fortificata da' destri maneggi de' capi di essa; e la
vittoria, che riportò contro il tiranno Magnenzio, accrebbe la sua
inclinazione e la sua abilità in impiegar le armi della forza nella
causa dell'Arrianismo. Nel tempo che combattevano i due eserciti nella
pianura di Mursa, e dipendeva il destino de' due rivali dalla sorte
della guerra, il figlio di Costantino stava ansioso aspettando in una
Chiesa di Martiri, sotto le mura della Città. Il suo spirituale
confortatore, Valente, Vescovo Arriano della Diocesi, prese le più
artificiose cautele per essere informato del successo in tempo da potere
assicurarsi o il favore di lui, o la fuga. Una secreta catena di veloci
e fedeli nunzj lo rendeva inteso delle vicende della battaglia; e mentre
i cortigiani stavan tremanti attorno lo spaventato loro Signore, Valente
l'assicurò che le Galliche legioni cedevano; e con qualche presenza di
spirito gli fece credere, che gli era stato rivelato il glorioso fatto
da un Angelo. Il grato Imperatore attribuì la sua fortuna a' meriti ed
all'intercessione del Vescovo di Mursa, la cui fede aveva meritamente la
pubblica e miracolosa approvazione del Cielo[217]. Gli Arriani, che
risguardavan la vittoria di Costanzo come propria di loro, preferivano
la gloria di lui a quella del Padre[218]. Cirillo, Vescovo di
Gerusalemme, immediatamente compose la descrizione d'una croce celeste
circondata da una splendida iride, che nella festa di Pentecoste, circa
l'ora terza del giorno, era apparsa sul monte Oliveto per edificare i
devoti pellegrini ed il popolo della santa città[219]. La figura della
meteora fu appoco appoco ingrandita; e l'istorico Arriano avventurò di
asserire, ch'essa fu visibile nelle pianure della Pannonia ad ambo gli
eserciti; e che il Tiranno, ch'egli a bella posta rappresenta come
idolatra, fuggì davanti al fausto segno dell'Ortodossa Cristianità[220].

I sentimenti d'un giudizioso straniero, che imparzialmente ha
considerato il progresso della discordia civile o ecclesiastica, hanno
sempre diritto alla nostra cognizione, ed un breve passo d'Ammiano, che
militò nelle armate, e studiò il carattere di Costanzo, è forse più
valutabile di molte pagine piene d'invettive teologiche. «_Egli_ confuse
(dice quel moderato Istorico) la religione Cristiana, che in se stessa è
piana e semplice, co' delirj della superstizione. Invece di conciliare
le parti col peso della sua autorità, applaudiva e propagava per mezzo
di verbose dispute le differenze che aveva eccitate la sua vana
curiosità. Le pubbliche strade eran coperte da truppe di Vescovi che
correvano da ogni parte alle assemblee, ch'essi chiamano Sinodi; e
mentre ciascheduno procurava di trarre tutta la Setta alle proprie
particolari opinioni, da' precipitosi replicati loro viaggi era quasi
rovinato il pubblico regolamento delle poste[221]». La nostra più intima
cognizione dell'istoria Ecclesiastica del regno di Costanzo ci
somministrerebbe un ampio comentario a questo notabile passo, il quale
giustifica i ragionevoli timori d'Atanasio, che l'inquieta attività del
Clero, il quale andava girando attorno in cerca della vera fede, non
eccitasse il disprezzo e le risa del Mondo infedele[222]. Tosto che
l'Imperatore rimase libero da' terrori della guerra civile, consacrò
l'ozio de' suoi quartieri d'inverno in Arles, in Milano, in Sirmio ed in
Costantinopoli al divertimento ed a' travagli della controversia; fu
sguainata la spada del Magistrato ed eziandio del Tiranno per sostenere
a viva forza le ragioni del Teologo; e poichè s'opponeva alla fede
Ortodossa di Nicea, si convien facilmente che la sua incapacità ed
ignoranza ne pareggiavano la presunzione[223]. Gli eunuchi, le donne ed
i Vescovi, che regolavano il vano e debole spirito dell'Imperatore, gli
avevano inspirato un insuperabil disgusto per l'_Homoousion_; ma la sua
timida coscienza era agitata dall'empietà di Aezio. Si aggravava la
colpa di quell'ateo dal sospetto favore dell'infelice Gallo; ed anche le
morti de' ministri Imperiali, ch'erano stati trucidati in Antiochia,
vennero imputate alle suggestioni di quel pericoloso sofista. Lo spirito
di Costanzo, che non poteva esser nè moderato dalla ragione, nè
determinato dalla fede, era ciecamente spinto all'uno o all'altro lato
dall'orrore che aveva degli opposti estremi; egli abbracciava e
condannava le opinioni a vicenda, bandiva e successivamente richiamava i
Capi dell'Arriana e Semiarriana fazione[224]. Nel tempo delle
occupazioni o solennità pubbliche esso consumava gl'interi giorni ed
anche le notti nello scegliere le parole, ed in pesar le sillabe, che
componevano i fluttuanti suoi simboli. Il soggetto delle sue meditazioni
accompagnava sempre ed occupava i leggieri suoi sonni; si ricevevano
gl'incoerenti sogni dell'Imperatore come visioni celesti, ed egli
accettava con compiacenza il sublime titolo di Vescovo de' Vescovi da
quegli Ecclesiastici, che dimenticavano l'interesse dell'ordine loro per
soddisfare le proprie passioni. Il disegno di stabilire una dottrina
uniforme che l'aveva impegnato a convocar tanti Sinodi nella Gallia,
nell'Italia, nell'Illirico e nell'Asia, restò più volte deluso per la
propria sua leggerezza, per le divisioni degli Arriani e per la
resistenza de' Cattolici; onde risolvè per un ultimo e decisivo sforzo
d'imperiosamente dettare i decreti d'un Concilio generale. Il rovinoso
terremoto di Nicomedia, la difficoltà di trovare un luogo conveniente, e
forse qualche secreto motivo di politica, servirono ad alterarne
l'intimazione. Ai Vescovi dell'Oriente fu ordinato di unirsi a Seleucia
in Isauria: mentre quelli dell'Occidente tenevan le loro sessioni a
Rimini sulla costa dell'Adriatico; ed invece di due o tre Deputati
d'ogni Provincia si volle, che v'intervenisse tutto quanto il ceto de'
Vescovi. Il Concilio dell'Oriente, dopo d'aver consumato quattro giorni
in fieri ed inutili contrasti, si separò senz'alcuna decisiva
conclusione. L'Occidentale fu prolungato fino al settimo mese. Tauro,
prefetto del Pretorio, aveva ordine di non lasciar partire i Prelati
fino a tanto che non si fossero tutti uniti nella stessa opinione; ed i
suoi sforzi furono sostenuti con la facoltà di bandire quindici de' più
refrattari, e con la promessa del Consolato, se conduceva a termine
un'impresa così difficile.

[A. D. 360]

Le sue preghiere e minacce, l'autorità del Sovrano, l'arte sofistica di
Valente e d'Ursacio, gl'incomodi della fame e del freddo, ed il tristo
pensiero d'un esilio senza speranza estorsero alla fine il ripugnante
consenso de' Vescovi di Rimini. I Deputati sì dell'Oriente che
dell'Occidente si raccolsero intorno all'Imperatore nel Palazzo di
Costantinopoli; ed egli ebbe la soddisfazione di dettare al Mondo una
professione di fede che stabilirà la _somiglianza_, senz'esprimer la
_consustanzialità_ del Figlio di Dio[225]. Ma la deposizion del Clero
Ortodosso, che non fu possibile nè d'intimorire, nè di corrompere,
precedè il trionfo dell'Arrianismo; ed il regno di Costanzo restò
infamato dalla ingiusta ed inefficace persecuzione del grande Atanasio.

Di rado abbiam l'occasione d'osservare nella vita o attiva o
speculativa, qual effetto possa prodursi, o quali ostacoli si possano
superare dalla forza d'uno spirito, quando è inflessibilmente applicato
al conseguimento d'un solo oggetto. L'immortal nome d'Atanasio[226] non
potrà mai separarsi dalla dottrina Cattolica della Trinità; alla difesa
di cui consacrò egli ogni momento ed ogni facoltà del suo essere.
Educato nella famiglia d'Alessandro, s'era vigorosamente opposto a'
primi progressi dell'eresia d'Arrio; egli aveva l'importante uffizio di
segretario sotto il vecchio Prelato; ed i Padri del Concilio Niceno
videro con maraviglia e rispetto le nascenti virtù del giovane Diacono.
In un tempo di pubblico pericolo, gli sciocchi diritti dell'età e del
grado alle volte son trascurati; e dentro i cinque mesi dopo il suo
ritorno da Nicea, il Diacono Atanasio fu collocato sull'Archiepiscopale
Sede dell'Egitto. Egli occupò quell'eminente posto più di quaranta sei
anni, e la sua lunga amministrazione fu consumata in un perpetuo
combattimento contro le forze dell'Arrianismo. Cinque volte Atanasio fu
espulso dalla propria sede; passò venti anni com'esule e fuggitivo; e
quasi ogni Provincia del Romano Impero rendè in varj tempi testimonianza
al suo merito ed a' suoi patimenti per la causa dell'_Homoousion_, che
esso considerava come l'unico suo piacere, il solo suo affare, come il
dovere e la gloria della sua vita. In mezzo alle tempeste della
persecuzione, l'Arcivescovo d'Alessandria era tollerante della fatica,
avido di fama, non curante di sicurezza; e quantunque il suo spirito
fosse attaccato dal contagio del fanatismo, tuttavia Atanasio spiegava
una superiorità d'indole e d'ingegno che l'avrebbe reso molto più atto,
che i degeneranti figli di Costantino, al governo d'una gran Monarchia.
La sua erudizione era molto meno profonda ed estesa di quella di Eusebio
di Cesarea, e la sua rozza eloquenza non potrebbe paragonarsi alla culta
oratoria di Gregorio o di Basilio; ma ogni volta che il Primate
dell'Egitto era chiamato a giustificare i suoi sentimenti o la sua
condotta, il suo non premeditato stile, o nel parlare o nello scrivere,
era chiaro, forte e persuadente. Egli è stato sempre rispettato nella
scuola Ortodossa come uno de' più accurati maestri della teologia
Cristiana; e si è supposto che possedesse due scienze profane non
adattate al carattere Episcopale, cioè quella della giurisprudenza[227],
e quella della divinazione[228]. Alcune felici congetture di futuri
eventi, che un imparziale ragionatore avrebbe potuto attribuire
all'esperienza ed al giudizio d'Atanasio, da' suoi amici ascrivevansi ad
inspirazioni celesti, e, da' suoi nemici ad infernale magia.

Ma siccome Atanasio trovavasi continuamente impegnato a trattare co'
pregiudizj e colle passioni d'ogni specie di persone, dal Monaco fino
all'Imperatore, la cognizione della natura umana era la prima e più
importante sua scienza. Egli conservava una distinta ed intera veduta
d'una scena, che andava continuamente mutandosi; e non mancava mai di
profittare di que' decisivi momenti, che son già irreparabilmente
passati, avanti che possano scorgersi da un occhio comune. L'Arcivescovo
d'Alessandria era capace di distinguere, fino a qual segno poteva egli
arrischiarsi a comandare, e dove conveniva che destramente s'insinuasse;
quando poteva contendere con la forza, e quando si doveva sottrarre alla
persecuzione; e mentre scagliava i fulmini della Chiesa contro l'eresia
e la ribellione, poteva assumere nel seno del suo partito il flessibile
ed indulgente carattere d'un capo prudente. L'elezione d'Atanasio non ha
evitato la taccia d'irregolarità e di precipitazione[229]; ma la decenza
del suo contegno gli conciliò l'affezione del Clero non men che del
Popolo. Gli Alessandrini erano impazienti di prender le armi per la
difesa d'un eloquente e generoso Pastore. Nelle sue angustie sempre
veniva soccorso o almen consolato dal fedele attaccamento del
parrocchiale suo Clero; ed i cento Vescovi dell'Egitto con intrepido
zelo aderivano alla causa d'Atanasio. In quel modesto arnese, che suole
affettare l'orgoglio e la politica, esso frequentemente faceva le visite
Episcopali delle sue Province, dalla bocca del Nilo fino a' confini
dell'Etiopia, conversando famigliarmente con gl'infimi della plebe, ed
umilmente salutando i santi e gli eremiti del deserto[230]. Nè solamente
nelle sacre assemblee fra persone, l'educazione ed i costumi delle quali
eran simili a' suoi, Atanasio esercitava l'ascendente del proprio genio,
ma comparve ancora con facile e rispettabil fermezza nelle Corti de'
Principi; e ne' diversi giri della sua prospera ed avversa fortuna, non
perdè mai la confidenza de' suoi amici, o la stima degli avversari.

[A. D. 330]

Nella sua gioventù, il Primate dell'Egitto resistè al gran Costantino,
che aveva più volte significato la sua volontà, che ad Arrio fosse
restituita la comunione Cattolica[231]. L'Imperatore rispettò, e potè
anche dimenticare l'inflessibile di lui risoluzione; e la fazion
contraria, che riguardava Atanasio come il suo più formidabil nemico, fu
costretta a dissimular l'odio ed a preparare tacitamente un indiretto e
remoto assalto. Si sparsero de' romori e de' sospetti, fu rappresentato
l'Arcivescovo come un altiero ed opprimente tiranno, ed arditamente
venne accusato di violare l'accordo ch'erasi ratificato nel Concilio
Niceno con gli Scismatici seguaci di Melesio[232]. Atanasio avea
disapprovato apertamente quell'ignominiosa pace, e l'Imperatore era
disposto a credere, ch'egli avesse abusato del suo ecclesiastico e
civile potere in perseguitare quegli odiati settari; che avesse rotto un
calice sacrilegamente in una delle loro Chiese di Mareotide; che avesse
fatto battere, o imprigionati sei de' loro Vescovi; e che fosse stato
ucciso, o almeno mutilato Arsenio Vescovo dalla crudel mano del Primate
dell'istesso partito[233]. Queste accuse, che attaccavan l'onore e la
vita d'Atanasio, da Costantino rimesse furono al Censore Dalmazio suo
fratello, che risedeva in Antiochia; vennero successivamente convocati i
Sinodi di Cesarea e di Tiro; e fu ordinato a' Vescovi dell'Oriente di
giudicar la causa d'Atanasio, avanti di procedere a consacrare la nuova
Chiesa della Resurrezione a Gerusalemme. Il Primate poteva esser conscio
a se stesso della sua innocenza; ma gli pesava che lo stesso implacabile
spirito, che avea dettato le accuse, dovesse compilare il processo, e
pronunziar la sentenza. Egli evitò prudentemente il tribunale de' suoi
nemici, non curò le citazioni dei Sinodo di Cesarea, e dopo una lunga ed
artificiosa dilazione si sottomise a' perentorj comandi dell'Imperatore,
che minacciava di punire la sua colpevole disubbidienza, qualora negato
avesse di comparire nel Concilio di Tiro[234]. Avanti che Atanasio, alla
testa di cinquanta Prelati dell'Egitto, partisse da Alessandria, s'era
egli saviamente assicurata l'alleanza de' Meleziani; ed Arsenio
medesimo, immaginaria sua vittima e suo segreto amico, era occultamente
compreso nel suo seguito. Eusebio di Cesarea dirigeva il Concilio di
Tiro con più passione e con minor arte di quel che la sua dottrina ed
esperienza avrebbe fatto aspettare: la numerosa fazione di lui iterava i
nomi d'omicida e di tiranno; ed i loro clamori venivano incoraggiati
dall'apparente pazienza d'Atanasio, che aspettava il decisivo momento di
produrre Arsenio vivo e senz'alcun mancamento nel mezzo dell'Assemblea.
La natura delle accuse non ammetteva tali chiare e soddisfacenti
risposte; pure l'Arcivescovo fu in istato di provare, che nel villaggio,
in cui si diceva aver egli rotto un calice consacrato, non poteva
realmente trovarsi nè Chiesa, nè altare, nè calice. Gli Arriani, che
avevan segretamente determinato di fare apparir delinquente, e di
condannare il loro nemico, procurarono ciò nonostante di mascherare la
loro ingiustizia coll'imitazione della forma giudiciaria: il Sinodo
stabilì una commissione Episcopale di sei Deputati per investigar le
prove del fatto sul luogo stesso; e questo passo, al quale vigorosamente
si opposero i Vescovi Egiziani, aprì nuove scene di violenza e di
spergiuro[235]. Tornati i Deputati da Alessandria, il maggior numero del
Sinodo pronunziò contro il Primate dell'Egitto la final sentenza di
degradazione e d'esilio. Il decreto, espresso nel più fiero stile della
malizia e della vendetta, fu comunicato all'Imperatore ed alla Chiesa
Cattolica; ed immediatamente i Vescovi riassunsero un devoto e dolce
contegno, qual conveniva al santo loro pellegrinaggio verso il sepolcro
di Cristo[236].

[A. D. 336]

Ma l'ingiustizia di questi giudici ecclesiastici non fu accompagnata
dalla sommissione, e neppure dalla presenza d'Atanasio. Ei risolvè di
fare un'ardita e pericolosa prova, se il trono fosse accessibile alla
voce della verità; e prima che si pronunziasse a Tiro la definitiva
sentenza, l'intrepido Primate si gettò in una barca che era pronta a
partire per la città Imperiale. La richiesta di una formale udienza
avrebbe potuto incontrare opposizioni, od eludersi; ma Atanasio occultò
il suo arrivo; aspettò il momento, che Costantino tornava da una vicina
villa, ed arditamente si fece incontro al suo sdegnato Sovrano, mentre
questi passava a cavallo per la contrada primaria di Costantinopoli. Una
sì strana comparsa eccitò in esso la maraviglia e la collera; e fu
ordinato alle guardie che facessero allontanare l'importuno querelante;
l'ira però fu superata da un involontario rispetto; e l'altiero spirito
dell'Imperatore fu sorpreso dal coraggio e dall'eloquenza d'un Vescovo,
che imploravane la giustizia, e scuotevane la coscienza[237]. Costantino
ascoltò i lamenti di Atanasio con imparziale ed anche graziosa
attenzione; i membri del Concilio di Tiro furon citati a giustificare la
lor processura; e sarebber restati confusi gli artifizj del partito
Eusebiano, se non si fosse aggravata la reità del Primate colla destra
supposizione di un imperdonabil delitto, cioè del colpevol disegno di
intercettare, e di ritenere le navi del grano d'Alessandria, che
somministravan la sussistenza alla nuova Capitale[238]. All'Imperatore
non dispiaceva che si assicurasse la pace dell'Egitto, mediante
l'assenza d'un Capo del popolo; ma non volle riempire la vacanza della
sede Archiepiscopale; e la sentenza che dopo lungo esitare ei pronunziò,
fu quella di un geloso ostracismo, anzi che di un esiglio ignominioso.
Atanasio passò circa vent'otto mesi nella remota provincia della Gallia,
ma nell'ospital Corte di Treveri. La morte dell'Imperatore fece mutar
faccia a' pubblici affari; e nella generale indulgenza d'un nuovo regno,
fu il Primate restituito al proprio paese, per mezzo di un onorevole
editto del giovane Costantino, che dimostrò profondamente sentire
l'innocenza ed il merito del venerando suo ospite[239].

[A. D. 341]

La morte di questo Principe espose Atanasio ad una seconda persecuzione;
ed il debol Costanzo, sovrano dell'Oriente, divenne tosto segreto
complice degli Eusebiani. Si adunarono in Antiochia novanta Vescovi di
quella Setta o fazione, sotto lo specioso pretesto di consacrare la
Cattedrale. Essi composero un ambiguo simbolo che leggermente è tinto
de' colori del Semiarrianismo, e venticinque canoni, che regolan
tuttavia la disciplina dei Greci ortodossi[240]. Fu deciso con qualche
apparenza di giustizia, che un Vescovo, deposto da un Sinodo, non
riassumesse le funzioni Episcopali finattantochè non fosse assoluto dal
giudizio d'un ugual Sinodo; la qual legge immediatamente applicata venne
al caso d'Atanasio; il Concilio d'Antiochia ne pronunziò, o piuttosto ne
confermò la degradazione; uno straniero, chiamato Gregorio, fu collocato
sopra la sua sede, e fu ordinato a Filagrio[241], Prefetto dell'Egitto,
di sostenere il nuovo Primate con la forza civile e militare della
Provincia. Oppresso dalla cospirazione de' Prelati Asiatici, Atanasio si
ritirò da Alessandria, e passò tre anni[242] esule e supplichevole sul
sacro limine del Vaticano[243]. Mediante un assiduo studio della lingua
Latina, presto si rendè abile a negoziare col Clero dell'Occidente; la
sua decente adulazione dominava o dirigeva l'altiero Giulio; il
Pontefice Romano s'indusse a considerare l'appello di lui come un
particolare interesse della Sede Apostolica; e fu di comun consenso
dichiarato innocente in un Concilio di cinquanta Vescovi dell'Italia. In
capo a tre anni, il Primate fu chiamato alla Corte di Milano
dall'Imperatore Costante, che, in braccio ad illeciti piaceri,
professava sempre un vivo rispetto per la Fede Ortodossa. La causa della
verità e della giustizia si promosse per l'influenza dell'oro[244], ed i
ministri di Costante consigliarono il loro Sovrano a richieder la
convocazione d'una Ecclesiastica Assemblea, che potesse agire come
rappresentante della Chiesa Cattolica. Si unirono a Sardica, sul confine
de' due Imperj, ma dentro gli Stati del protettor d'Atanasio,
novantaquattro Vescovi Occidentali e sessantasei Orientali. Le loro
dispute degeneraron ben presto in ostili altercazioni: gli Asiatici,
temendo per la personale lor sicurezza, si ritirarono a Filippopoli
nella Tracia; ed i rivali due Sinodi reciprocamente scagliavano gli
spirituali lor fulmini contro i nemici, ch'essi piamente consideravano
come nemici del vero Dio. Si pubblicarono e confermarono i loro decreti
nelle rispettive Province, ed Atanasio che nell'Occidente riverivasi
come un Santo, era esposto come un colpevole all'esecrazione
dell'Oriente[245]. Il Concilio Sardicense scopre i primi sintomi di
discordia e di scisma fra le Chiese Greca e Latina, le quali si
sepa

Showing first 200,000 characters. Full text: gutenberg.org/ebooks/45218