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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

by Edward Gibbon · Italian · Gutenberg #45216 · 656,128 chars · public domain (US)

The Project Gutenberg eBook of Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02
    
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Title: Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02

Author: Edward Gibbon

Translator: Davide Bertolotti


        
Release date: March 26, 2014 [eBook #45216]
                Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/45216

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara
        Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO, VOLUME 02 ***

                               STORIA

                       DELLA DECADENZA E ROVINA

                          DELL'IMPERO ROMANO


                                 DI
                           EDOARDO GIBBON


                       TRADUZIONE DALL'INGLESE


                           VOLUME SECONDO



                               MILANO
                         PER NICOLÒ BETTONI
                             M.DCCC.XX




STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO




CAPITOLO XI.

      _Regno di Claudio. Disfatta dei Goti. Vittorie, trionfo e morte
      di Aureliano._


Sotto i deplorabili regni di Valeriano e di Gallieno, l'Impero fu
oppresso e quasi distrutto dai Soldati, dai Tiranni e dai Barbari. Lo
salvò una serie di gran Principi, che traevano un'oscura origine dalle
marziali province dell'Illirico. Nel giro di quasi trenta anni Claudio,
Aureliano, Probo, Diocleziano, ed i suoi colleghi trionfarono degli
stranieri e de' domestici nemici dello Stato; ristabilirono la militar
disciplina, la forza delle frontiere, e meritarono il glorioso titolo di
Ristauratori del Mondo Romano.

La caduta di un effemminato tiranno aprì la strada ad una successione di
Eroi. L'indignazione del popolo imputava a Gallieno tutte le sue
calamità; e la maggior parte, invero, erano conseguenze de' suoi costumi
e della indolente sua condotta nel governo. Era privo perfino del
sentimento di onore, che supplisce sì spesso alla mancanza della
pubblica virtù; e finchè potè godere il possesso dell'Italia, una
vittoria riportata dai Barbari, la perdita di una provincia, o la
ribellione di un Generale, raramente disturbò il tranquillo corso de'
suoi piaceri. Finalmente un esercito considerabile, accampato sul
Danubio superiore, rivestì della porpora Imperiale il suo condottiero
Aureolo, che sdegnando un angusto ed infecondo regno sulle montagne
della Rezia, passò le Alpi, occupò Milano, minacciò Roma, e sfidò
Gallieno a disputare in campo la sovranità dell'Italia. Provocato
dall'insulto l'Imperatore, ed intimorito dall'imminente pericolo,
subitamente mostrò quell'ascoso vigore, che qualche volta si manifestava
a traverso l'indolenza del suo carattere. Staccatosi con violenza dagli
agi del palazzo, comparve armato in fronte alle sue legioni, e si avanzò
ad incontrare di là dal Po il suo competitore. Il corrotto nome di
Pontirolo[1] conserva ancora la memoria di un ponte sull'Adda, che,
durante l'azione, debbe essere stato un oggetto della maggiore
importanza per ambo gli eserciti. Il Retico usurpatore, dopo aver
ricevuto una totale disfatta ed una pericolosa ferita, si ritirò in
Milano. Ne fu immediatamente formato l'assedio; furon le mura battute
con ogni macchina dagli antichi usata; ed Aureolo, incerto della interna
sua forza, e senza speranza di straniero soccorso, si presagì fin
d'allora le funeste conseguenze di una inutile ribellione.

[A. D. 268]

L'ultimo suo espediente fu un tentativo di sedurre la lealtà degli
assediatori. Sparse pel loro campo de' libelli, ne' quali invitava le
truppe ad abbandonare un indegno Sovrano, che sacrificava al suo lusso
la pubblica felicità, e le vite dei suoi più stimabili sudditi ai più
leggieri sospetti. Gli artifizj di Aureolo diffusero i timori, gli
scontenti tra i principali Uffiziali del suo rivale. Una cospirazione fu
tramata da Eracliano Prefetto del Pretorio, da Marciano Generale di alto
grado e di riputazione, e da Cecrope, che comandava un numeroso corpo di
guardie dalmatine. La morte di Gallieno fu risoluta, e non ostante il
lor desiderio di prima terminare l'assedio di Milano, l'estremo
pericolo, che accompagnava ogni momento d'indugio, gli obbligò ad
affrettare l'esecuzione del loro ardito disegno. Sull'ultim'ora della
notte, mentre l'Imperatore tuttavia prolungava i piaceri della tavola,
gli fu portata improvvisamente la nuova, che Aureolo, alla testa di
tutte le sue forze, avea fatta dalla città una disperata sortita;
Gallieno, che non mancò mai di valor personale, balzò dal suo serico
letto, e senza frappor dimora per armarsi o per adunar le sue guardie,
montò a cavallo, e corse veloce al luogo del supposto assalto.
Circondato dai suoi dichiarati o nascosti nemici, in mezzo al tumulto
notturno ricevè ben presto un colpo mortale da incerta mano. Prima di
spirare, un sentimento di patriottismo, risvegliatosi nell'animo di
Gallieno, lo indusse a nominare un degno successore, e l'ultima sua
domanda fu che si dessero gli ornamenti imperiali a Claudio, che allora
comandava un corpo staccato d'armata nelle vicinanze di Pavia. Almeno
questa voce fu diligentemente propagata, e l'ordine con piacere eseguito
dai congiurati, i quali avevan di già convenuto di metter Claudio sul
trono. Alla prima nuova della morte dell'Imperatore, mostrarono le
truppe qualche sospetto e risentimento, finchè l'uno fu dissipato, e
l'altro addolcito con un donativo di venti monete d'oro ad ogni soldato.
Ratificarono essi allora l'elezione, e riconobbero il merito del loro
nuovo Sovrano[2].

L'oscurità, che ricopriva l'origine di Claudio, benchè fosse di poi
abbellita da alcune adulatrici finzioni[3], manifesta abbastanza la
bassezza della sua nascita. Questo solamente si può sapere, ch'egli era
nativo di una delle Province confinanti col Danubio; che la sua gioventù
fu consumata tra l'armi, e che il suo modesto valore meritò il favore e
la confidenza di Decio. Il Senato ed il Popolo già lo consideravano come
un eccellente Uffiziale, degno dei più importanti impieghi; e
censurarono la disattenzione di Valeriano, che lo teneva nel posto
subordinato di Tribuno. Ma distinse non molto dopo quell'Imperatore il
merito di Claudio, dichiarandolo primo Generale della frontiera Illirica
col comando di tutte le truppe nella Tracia, nella Mesia, nella Dacia,
nella Pannonia e nella Dalmazia, collo stipendio del Prefetto
dell'Egitto, con gli onori del Proconsole dell'Affrica, e con la sicura
speranza del Consolato. Per le sue vittorie sopra i Goti egli meritò dal
Senato l'onore di una statua, ed eccitò i gelosi timori di Gallieno. Era
impossibile che un soldato stimar potesse un Sovrano così dissoluto, ed
un giusto disprezzo si può difficilmente celare. Alcune imprudenti
espressioni proferite da Claudio, furono officiosamente riportate a
Gallieno. La risposta dell'Imperatore ad un Uffiziale di confidenza,
dipinge al vivo il carattere di lui e quello dei tempi. «Niente vi è che
dar mi possa un più serio disgusto che la notizia contenuta nell'ultimo
vostro dispaccio[4]; che alcune maligne suggestioni abbiano indisposto
contro noi l'animo del nostro amico e _Padre_ Claudio. Per quella
fedeltà che ci dovete, usate ogni mezzo per quietare il suo
risentimento, ma conducete l'affare con secretezza; non venga questo a
notizia dei soldati della Dacia; sono essi già provocati, e ciò potrebbe
infiammare il loro furore. Io stesso ho mandati a lui alcuni doni; sia
vostra cura ch'egli con piacere li accetti. Sopra tutto fate ch'ei non
sospetti ch'io sono informato della sua imprudenza. Il timor del mio
sdegno potrebbe indurlo a disperate risoluzioni»[5]. I doni che
accompagnavano questa umile lettera, colla quale il Monarca, procurava
di riconciliare a sè il malcontento suo suddito, consistevano in una
considerabil somma di danaro, in abiti magnifici ed in un ricco
vasellame d'oro e d'argento. Con tali arti Gallieno addolcì lo sdegno, e
dissipò i timori del suo illirico Generale; ed in tutto il rimanente di
quel regno fu la formidabile spada di Claudio sempre sguainata per la
causa di un Sovrano da lui disprezzato. Vero è, ch'egli ricevè
finalmente dai congiurati l'insanguinata porpora di Gallieno; ma egli
era stato lontano dal loro campo e dai loro consigli; e benchè forse
lodasse il fatto, possiamo francamente presumere, ch'egli non fosse reo
di alcuna antecedente notizia[6]. Quando Claudio salì sul trono, era
quasi nell'età di cinquantaquattr'anni.

L'assedio di Milano fu tuttavia continuato, ed Aureolo presto si avvide,
che i suoi artifizj non avevano avuto altro successo che di suscitargli
un più risoluto avversario. Tentò egli di aprire con Claudio un trattato
di alleanza e di divisione. «Ditegli» (replicò l'intrepido Imperatore)
«che se tali proposizioni fossero state fatte a Gallieno, _egli_ forse
le avrebbe pazientemente ascoltate, ed avrebbe accettato un collega
disprezzabile al pari di lui[7].» Questo duro rifiuto, ed un ultimo
infelice sforzo obbligarono Aureole a rendersi con la città alla
discrezione del vincitore. Il giudizio dell'esercito lo dichiarò degno
di morte, e Claudio, dopo una debole resistenza, consentì che fosse la
sentenza eseguita. Nè lo zelo dei Senatori fu meno ardente per la causa
del loro nuovo Sovrano. Ratificarono forse con un sincero trasporto
d'animo l'elezione di Claudio, e siccome il Predecessore si era mostrato
personal nemico del loro ordine, così esercitarono sotto il velo della
giustizia una severa vendetta contro gli amici o la famiglia di lui. Fu
permesso al Senato di addossarsi l'odioso uffizio del castigo, e
l'Imperatore si riservò il piacere ed il merito di ottener con la sua
intercessione un atto di generale perdono[8].

Questa ostentata clemenza mostra meno il vero carattere di Claudio di
quel che il faccia una frivola circostanza, nella qual sembra ch'egli
abbia obbedito ai dettami del suo cuore. Le frequenti ribellioni delle
province avevano involto quasi ogni persona nel reato di tradimento,
quasi ogni patrimonio nel caso di confiscazione, e Gallieno spesso
mostrava la sua liberalità distribuendo tra i suoi uffiziali i beni dei
sudditi. All'avvenimento di Claudio, una vecchia donna si gettò a' suoi
piedi, lagnandosi che ad un Generale dell'ultimo Imperatore era stato
arbitrariamente donato il di lei patrimonio. Questo Generale era Claudio
stesso, che non era rimasto interamente illeso dalla corruzione dei
tempi. Arrossì l'Imperatore a questo rimprovero, ma si mostrò degno
della confidenza che quella avea avuta nella sua giustizia. La
confessione del suo fallo fu accompagnata da una subita ed ampia
restituzione[9].

Nell'arduo impegno, che Claudio aveva preso di ristabilire l'Impero nel
suo antico splendore, era prima necessario di ravvivare tra le sue
truppe un sentimento d'ordine e di obbedienza. Con l'autorità di un
veterano Comandante, rappresentò loro, che il rilassamento della
disciplina avea introdotta una lunga serie di disordini, dei quali
finalmente i soldati stessi provavan gli effetti; che un popolo rovinato
dall'oppressione, e indolente per la disperazione, non potea più
lungamente somministrare ad un numeroso esercito il mantenimento non che
le spese di lusso; che il pericolo di ogni individuo era cresciuto col
dispotismo dell'ordine militare, poichè i Sovrani, che tremavan sul
trono, provvedevano alla loro salvezza col pronto sacrifizio di ogni
suddito colpevole. L'Imperatore si estese su i mali di uno sregolato
capriccio, che i soldati potean soddisfare soltanto a spese del proprio
sangue; giacchè le sediziose loro elezioni eran così spesso state
accompagnate dalle guerre civili, che consumavano il fiore delle legioni
o sul campo di battaglia o nel crudele abuso della vittoria. Dipinse
egli coi più vivi colori lo stato dell'esausto tesoro, la desolazione
delle province, il disonore del nome Romano, e l'insolente trionfo dei
rapaci Barbari. Contro questi Barbari adunque egli dichiarò di voler
dirigere il primo sforzo delle loro armi. Regnasse pur Tetrico per
qualche tempo in Occidente, e conservasse pure Zenobia il dominio
dell'Oriente[10]; questi usurpatori erano suoi personali nemici: nè
potea egli pensare a soddisfare alcun privato risentimento, finchè
salvato non avesse un Impero, la cui imminente rovina avrebbe (non
essendo a tempo prevenuta) oppresso e l'esercito e il popolo.

[A. D. 269]

Le varie nazioni della Germania e della Sarmazia, che combattevano sotto
le gotiche insegne, avevan già raccolta un'armata più formidabile di
qualunque altra che mai fosse uscita dall'Eusino. Sulle rive del
Niester, uno dei gran fiumi che sboccano in quel mare, essi costruirono
una flotta di duemila o veramente di seimila vascelli[11], numero, che
per incredibil che possa sembrare, non sarebbe stato bastante a
trasportare la loro pretesa armata di trecentoventimila Barbari.
Qualunque esser potesse la forza reale dei Goti, il vigore ed il
successo della spedizione non furono adeguati alla grandezza dei
preparativi. Nel loro passaggio pel Bosforo gl'inesperti piloti furon
vinti dalla violenza della corrente; e mentre la moltitudine dei loro
vascelli era ristretta in un angusto canale, molti si ruppero urtando
l'uno contro l'altro o contro la terra. Fecero i Barbari alcune discese
sopra varie coste dell'Europa e dell'Asia, ma l'aperto paese era stato
già devastato, ed essi furono con vergogna e perdita rispinti da molte
fortificate città. Si sparse nella flotta lo sbigottimento e la
divisione, e molti dei loro capi fecero vela verso l'isole di Creta e di
Cipro; ma il grosso dell'armata, seguitando un corso più costante, si
ancorò finalmente vicino alle falde del monte Atos, ed assalì la città
di Tessalonica, opulenta capitale di tutte le province della Macedonia.
I loro assalti, nei quali mostravano un feroce ma sregolato valore,
furono presto interrotti dal rapido avvicinarsi di Claudio, che si
affrettava ad una scena d'azione degna della presenza di un Principe
bellicoso, alla testa di tutte le rimanenti forze dell'Impero. Non
volendo sopportar la battaglia, i Goti levarono subito il campo,
abbandonarono l'assedio di Tessalonica; e lasciando le loro navi al
piede del monte Atos, traversarono le colline della Macedonia, e si
spinsero avanti ad assalire l'ultima difesa dell'Italia.

Abbiamo ancora una lettera originale scritta da Claudio in questa
memorabile occasione al Senato ed al Popolo. «Padri coscritti (scrive
l'Imperatore) sappiate che trecentoventimila Goti hanno invaso il
territorio romano. Se io vinco, la vostra gratitudine ricompenserà i
miei servigi. Se cado, rammentatevi che sono successor di Gallieno.
L'intera Repubblica è affaticata ed esausta di forze. Combatteremo dopo
Valeriano, dopo Ingenuo, Regilliano, Lolliano, Postumo, Gelso, e mille
altri che un giusto disprezzo per Gallieno spinse alla sedizione. Noi
manchiamo di dardi, di lance e di scudi. La forza dell'Impero, la Gallia
e la Spagna sono usurpate da Tetrico, e con rossore confessiamo che gli
arcieri dell'Oriente servono sotto le insegne di Zenobia. Qualunque
impresa facciamo, sarà questa grande abbastanza[12].» Lo stile
malinconico e risoluto di questa lettera annunzia un Eroe che non cura
il suo fato, conosce il pericolo, ma ricava però dai suoi propri talenti
una ben fondata speranza.

[A. D. 270]

L'evento superò l'espettazione di lui e quella del Mondo. Colle più
segnalate vittorie liberò l'Impero da quell'esercito di Barbari, e fu
distinto dalla posterità colla gloriosa denominazione di Claudio Gotico.
Le storie imperfette di una guerra irregolare[13] non ci forniscono
materiali bastanti per descrivere l'ordine e le circostanze delle
imprese di lui; ma se ci fosse permessa una somigliante espressione,
distribuir potremmo in tre atti questa memorabil tragedia. I. La
decisiva battaglia fu data vicino a Naisso, città della Dardania. A
principio le legioni diedero in volta, oppresse dal numero, e disanimate
dalle loro sventure. Inevitabile era la rovina loro, se non avesse
l'abilità dell'Imperatore preparato un opportuno soccorso. Un grosso
distaccamento di soldati, uscendo dai secreti e difficili passi delle
montagne, che per ordine di lui avevan occupati, assalì improvvisamente
la retroguardia dei vittoriosi Goti. L'attività di Claudio profittò del
favorevol momento. Rianimò egli il coraggio delle sue truppe, riordinò
le lor file, ed incalzò i Barbari da ogni parte. Narrasi che fossero
cinquantamila uomini uccisi nella battaglia di Naisso. Vari numerosi
corpi di Barbari, coprendo la loro ritirata con una mobile
fortificazione di carriaggi, si ritirarono, o piuttosto fuggirono da
quel campo di strage. II. Possiamo presumere che qualche insuperabile
difficoltà, forse la stanchezza, forse la disubbidienza dei vincitori,
non permettesse a Claudio di compire in un giorno la distruzione dei
Goti. La guerra si sparse per le province della Mesia, della Tracia e
della Macedonia, e le sue operazioni si ridussero a varie mosse, e
sorprese, e tumultuari combattimenti sì per mare che per terra. Quando i
Romani soffrirono qualche perdita, ordinariamente ciò avvenne o per la
loro codardia o per la loro temerità; ma i superiori talenti
dell'Imperatore, la sua perfetta pratica dei paesi, e la giudiziosa sua
scelta de' provvedimenti e degli Uffiziali, assicurarono in moltissime
occasioni il buon successo delle sue armi. L'immenso bottino, frutto di
tante vittorie, consisteva la maggior parte in bestiami e schiavi. Uno
scelto corpo della gotica gioventù venne ricevuto nelle truppe
Imperiali; fu il rimanente venduto in ischiavitù; e fu il numero delle
donne prigioniere tanto considerabile, che n'ebbe ogni soldato due o tre
per sua parte: circostanza dalla quale si può concludere, che
gl'invasori aveano qualche disegno di stabilirsi, non meno che di
saccheggiare; giacchè in una navale spedizione ancora erano accompagnati
dalle loro famiglie. III. La perdita della lor flotta, che fu o presa o
sommersa, aveva impedita la ritirata dei Goti. I Romani avendo formato
un vasto cerchio di posti, distribuiti con arte, sostenuti con coraggio,
e che si ristringevano a poco a poco verso un centro comune, forzarono i
Barbari a ritirarsi nelle più inaccessibili parti del monte Emo, dove
trovarono un sicuro rifugio, ma una sussistenza assai scarsa. Nel corso
di un rigoroso verno, nel quale furono assediati dalle truppe
dell'Imperatore, la fame e la peste, la diserzione e la spada
continuamente diminuirono quella imprigionata moltitudine. Al ritorno
della primavera, non comparve in arme che una feroce e disperata truppa,
residuo di quell'oste possente, che si era imbarcata alla foce del
Niester.

La peste, che tanti Barbari uccise, divenne finalmente fatale al lor
vincitore. Dopo un breve ma glorioso regno di due anni, Claudio morì in
Sirmio, in mezzo alle lagrime ed alle acclamazioni de' sudditi.
Nell'ultima sua malattia convocò i principali Ministri dello Stato e
dell'esercito, e in lor presenza raccomandò Aureliano, uno dei suoi
Generali, come il più degno del trono, ed il più atto ad eseguir il gran
disegno, ch'egli stesso avea potuto soltanto intraprendere. Le virtù di
Claudio, il suo valore, l'affabilità[14], la giustizia e la temperanza,
il suo amor per la gloria e per la patria lo pongono nel piccol numero
di quegl'Imperatori, che aggiunsero lustro alla Romana porpora. Queste
virtù per altro furono celebrate con particolar zelo e compiacenza dai
cortigiani Scrittori del secolo di Costantino, il quale era bisnipote di
Crispo, fratello maggiore di Claudio. La voce dell'adulazione imparò
presto a ripetere, che gli Dei, i quali avean così frettolosamente tolto
Claudio alla terra, ricompensarono il suo merito e la sua pietà
perpetuando l'Impero nella sua famiglia[15].

Non ostante questi oracoli, la grandezza dei Flavj (nome che a loro
piacque di assumere) fu differita per più di vent'anni, e lo stesso
innalzamento di Claudio cagionò l'immediata rovina del suo fratello
Quintilio, il quale non ebbe moderazione o coraggio bastante per
discendere nella privata condizione, a cui lo avea condannato il
patriottismo dell'ultimo Imperatore. Senza indugio o riflessione egli
prese la porpora in Aquileia, dove comandava forze considerabili; e
benchè il suo regno durasse diciassette giorni soltanto, egli ebbe tempo
di ottenere la sanzione del Senato, e di provare una sedizion delle
truppe. Appena egli seppe che la grande armata del Danubio avea
conferita l'autorità Imperiale al ben conosciuto valor di Aureliano, si
sentì vinto dalla gloria e dal merito del suo rivale, e facendosi aprire
le vene, prudentemente si ritirò dalla ineguale contesa[16].

Il general disegno di quest'opera non ci permette di minutamente
riferire le azioni di ogni Imperatore dopo il suo avvenimento al trono,
molto meno di rintracciare le varie fortune della sua vita privata.
Osserveremo soltanto che il padre di Aureliano era un contadino del
territorio di Sirmio, il quale occupava una piccola tenuta appartenente
ad Aurelio, ricco Senatore. Il bellicoso suo figlio, arrolato nelle
truppe come soldato comune, divenne successivamente centurione, tribuno,
prefetto di una legione, ispettore del campo, generale, ovvero (come
allor si chiamava) duce di una frontiera; e finalmente nella guerra
Gotica esercitò l'importante uffizio di primo comandante della
cavalleria. In ogni grado si distinse per l'impareggiabil valore[17],
per la rigida disciplina, e per una fortunata condotta. Fu egli
rivestito del Consolato dall'Imperator Valeriano, che lo chiama, nel
pomposo linguaggio di quel secolo, il liberatore dell'Illirico, il
ristauratore della Gallia, ed il rivale degli Scipioni. Per la
raccomandazione di Valeriano, un Senatore del grado e del merito più
cospicuo, Ulpio Crinito, il cui sangue derivava dalla stessa sorgente di
quel di Traiano, adottò il contadino della Pannonia, diedegli in
matrimonio la sua figlia, e sollevò con l'ampio suo patrimonio l'onorata
povertà, che Aureliano avea mantenuta inviolata[18].

Il regno di Aureliano durò solamente quattr'anni e quasi nove mesi; ma
ogni momento di quel corto periodo fu illustrato da qualche memorabil
prodezza. Egli terminò la guerra Gotica, castigò i Germani che
invadevano l'Italia, ricuperò la Gallia, la Spagna, la Britannia dalle
mani di Tetrico, e distrusse la superba monarchia, che Zenobia avea
nell'Oriente innalzata sulle rovine dell'afflitto Impero.

Dovè Aureliano la continua fortuna delle sue armi alla rigorosa
attenzione posta agli articoli anche più minuti della disciplina. I suoi
militari regolamenti sono contenuti in una lettera assai concisa ad un
subalterno Uffiziale, al quale comanda di porli in vigore, se desidera
di divenir tribuno, o se gli è cara la vita. Il giuoco, il bere, e le
arti della divinazione erano severamente proibite. Aureliano pretendeva
che i suoi soldati fossero modesti, frugali e laboriosi; che sempre si
mantenesser lucenti le loro armi, aguzze le spade, pronti i vestiti e i
cavalli all'immediato servizio; che vivessero nei loro quartieri con
castità e sobrietà, senza danneggiare i campi di grano, senza rubare
neppure una pecora, un volatile, un grappolo di uva, senza esigere dai
loro ospiti nè sale, nè olio, nè legna. «La pubblica paga (continua
l'Imperatore) è bastante al loro sostentamento; le ricchezze debbono
ricavarsi dalle spoglie de' nemici e non dal pianto dei
Provinciali[19].» Un solo esempio servirà a mostrare il rigore, anzi la
crudeltà di Aureliano. Un soldato avea sedotta la moglie del proprio
ospite. Fu il misero colpevole legato a due alberi, che piegati a forza
l'uno con l'altro, e di poi violentemente separandosi, stracciarono le
di lui membra. Pochi consimili esempi impressero una salutevol
costernazione. I castighi di Aureliano eran terribili, ma raramente ebbe
occasione di punire due volte uno stesso delitto. La sua propria
condotta dava la sanzione alle sue leggi, e le sediziose legioni
temevano un Capo, che aveva imparato ad ubbidire, ed era degno di
comandare.

La morte di Claudio avea rianimato il languente spirito dei Goti. Le
truppe, che difendevano i passi del monte Emo e le rive del Danubio,
erano state richiamate pel timore di una guerra civile, e sembra
probabile, che il rimanente corpo delle Tribù Gotiche e Vandaliche,
abbracciando la favorevole occasione, abbandonasse i suoi stabilimenti
dell'Ucrania, attraversasse i fiumi, ed accrescesse con nuova
moltitudine la devastatrice armata de' suoi concittadini. Le loro
truppe, riunite, furono alfine incontrate da Aureliano, ed il sanguinoso
e dubbio conflitto finì solamente col venir della notte[20]. Spossati
per tante calamità da loro vicendevolmente date e sofferte in una guerra
di vent'anni, i Goti ed i Romani acconsentirono ad un durevole ed util
trattato. Fu questo premurosamente richiesto dai Barbari, e con piacere
ratificato dalle legioni, al voto delle quali il prudente Aureliano
commise lo scioglimento di quella importante questione. Si obbligarono i
Goti a fornire agli eserciti Romani un corpo di cavalleria di duemila
ausiliari, e stipularono in contraccambio una sicura e tranquilla
ritirata con un regolare mandato fino al Danubio, provveduto dalla cura
dell'Imperatore, ma a lor proprie spese. Fu il trattato osservato con
tanta religiosità, che quando una truppa di cinquecento uomini si staccò
dal campo per far delle prede, il Re, ovvero il Generale dei Barbari,
domandò che fosse il colpevole condottiero preso e saettato a morte,
come vittima consacrata alla santità de' loro trattati. È per altro
verosimile, che la precauzione di Aureliano, il quale aveva ritenuto
come ostaggi i figli e le figlie dei Gotici condottieri, contribuisse in
qualche parte a questa pacifica disposizione. Egli educò i giovani
all'esercizio dell'armi, e vicino alla sua propria persona; alle
donzelle diede una liberale e romana educazione, e concedendole in
matrimonio ad alcuni dei suoi principali Uffiziali, strinse a poco a
poco le due nazioni coi più tenaci e cari legami[21].

Ma la più importante condizione della pace fu piuttosto supposta che
espressa nel trattato. Ritirò Aureliano le forze Romane dalla Dacia, e
tacitamente abbandonò quella gran Provincia ai Goti ed ai Vandali[22].
Il suo maschio discernimento gli fe' conoscere i vantaggi reali, e
gl'insegnò a disprezzare il disonore apparente del ristringere in tal
guisa le frontiere della Monarchia. I sudditi Daci, rimossi da quelle
terre lontane, ch'essi non sapean nè coltivar nè difendere, aggiunsero
forza e popolazione alla parte meridionale del Danubio. Un fertile
territorio, cangiato in deserto dalle replicate scorrerie dei Barbari,
fu ceduto alla loro industria; ed una nuova provincia della Dacia
conservò sempre la memoria delle conquiste di Traiano. Nella Dacia
antica, per altro, rimase un considerabil numero di abitatori, ai quali
più che un Goto Sovrano fece orrore l'esilio[23]. Questi degenerati
Romani continuarono ad essere utili all'Impero, introducendo tra i lor
vincitori le prime idee dell'agricoltura, le arti utili, ed i comodi
della vita civile. Si stabilì a poco a poco una comunicazione di
commercio e di lingua tra le opposte rive del Danubio; e la Dacia,
divenuta indipendente, fu spesso l'argine più saldo dell'Impero contro
le invasioni dei selvaggi del Settentrione. Un sentimento d'interesse
legava all'alleanza di Roma questi Barbari inciviliti; ed un interesse
costante si converte bene spesso in sincera ed utile amicizia. Questa
mista colonia, che occupava l'antica provincia, e si era insensibilmente
confusa in un popolo numeroso, riconosceva tuttavia il superior nome, o
l'autorità della Gotica Tribù, e pretendeva l'immaginario onore di
trarre dalla Scandinavia l'origine. Nel tempo stesso la fortunata,
benchè casuale somiglianza del nome di Geti, infuse tra i creduli Goti
una vana credenza, che nei tempi remoti i loro antenati, già stabiliti
nelle province della Dacia, avessero ricevute le istruzioni di Zamolsi e
represse le vittoriose armi di Sesostri e di Dario[24].

Mentre la vigorosa e moderata condotta di Aureliano ristabiliva la
frontiera dell'Illirico, gli Alemanni[25] violarono le condizioni della
pace o comprate da Gallieno o imposte da Claudio, ed animati dalla
impaziente lor gioventù, corsero improvvisamente alle armi. Quarantamila
cavalli[26] e un doppio numero di fanti[27] apparvero in campo. I primi
oggetti della loro avarizia furono alcune poche città della Retica
frontiera; ma presto crescendo col buon successo le loro speranze,
sparsero gli Alemanni con rapida mossa la devastazione dalle rive del
Danubio a quelle del Po[28].

[A. D. 270]

L'Imperatore seppe quasi nel tempo stesso l'irruzione e la ritirata dei
Barbari. Radunato un attivo corpo di truppe, marciò con silenzio e
prestezza lungo l'Ercinia Foresta; e gli Alemanni, carichi delle spoglie
dell'Italia, arrivarono al Danubio, non sospettando, che sull'opposta
riva ed in un posto vantaggioso stesse celato un esercito Romano,
disposto ad impedire il loro ritorno. Aureliano favorì la fatal
confidenza dei Barbari, e lasciò che quasi metà delle lor forze passasse
il fiume senza precauzione veruna. La situazione e la sorpresa loro gli
procuravano una facil vittoria; e la sua ferma condotta ne accrebbe il
vantaggio. Disponendo le legioni in forma di semicerchio, avanzò i due
corni verso il Danubio, e volgendoli a un tratto verso il centro,
circondò la retroguardia dei Germani. I Barbari smarriti, dovunque
gettasser lo sguardo, vedevano con disperazione un paese deserto, un
fiume rapido e profondo, ed un vittorioso ed implacabil nemico.

Ridotti a questa infelice condizione, non isdegnarono gli Alemanni di
presto implorare la pace. Aureliano ricevè i loro Ambasciatori alla
testa del suo campo, e con tutta la pompa marziale, che potesse mostrare
la grandezza e la disciplina romana. Erano le legioni sulle armi in bene
ordinate schiere ed in profondo silenzio. I principali Comandanti,
distinti colle insegne del loro grado, stavano a cavallo dall'uno e
dall'altro lato del trono Imperiale. Dietro al trono s'innalzavano sopra
lunghe picche, coperte d'argento, le sacre immagini dell'Imperatore e
de' suoi Predecessori[29], le Aquile d'oro, ed i vari titoli delle
legioni, a lettere d'oro scolpiti. Quando prese Aureliano il suo posto,
il suo nobile portamento e la sua maestosa figura[30] insegnarono ai
Barbari a venerare la persona non meno che la porpora del lor vincitore.
Caddero in silenzio gli ambasciatori al suolo prostesi. Fu ad essi
ordinato di alzarsi e permesso di favellare. Coll'assistenza
degl'interpreti estenuarono eglino la loro perfidia, ma giustificarono
le loro imprese, si estesero sulle vicende della fortuna e su i vantaggi
della pace, e con inopportuna confidenza richiesero un abbondante
sussidio, quasi prezzo dell'alleanza, ch'essi offrivano ai Romani.

Fu la risposta dell'Imperatore aspra ed imperiosa. Trattò la loro
offerta con disprezzo, e con indignazione la loro richiesta; rimproverò
ai Barbari la loro ignoranza nelle arti della guerra e nelle leggi della
pace, e finalmente li licenziò colla sola scelta di rendersi a
discrezione, o di aspettare la maggior severità dal suo
risentimento[31]. Aveva Aureliano restituita ai Goti una remota
provincia; ma era pericoloso il fidarsi o il perdonare a que' perfidi
Barbari, la cui formidabil potenza teneva l'Italia stessa in continui
timori.

Pare che immediatamente dopo questo congresso, qualche improvviso evento
richiedesse la presenza dell'Imperatore nella Pannonia. Lasciò egli a'
suoi Generali la cura di compiere la distruzione degli Alemanni o col
ferro, o col più sicuro mezzo della fame. Ma l'attiva disperazione ha
spesso trionfato dell'indolente confidenza nella fortuna. Vedendo i
Barbari ch'era impossibile traversare il Danubio ed il campo Romano,
ruppero i posti della retroguardia, ch'erano, o più debolmente, o meno
diligentemente difesi, e con incredibil prestezza, ma per diverso
cammino, ritornarono verso i monti dell'Italia[32]. Aureliano, che
riguardava la guerra come affatto finita, ricevè la mortificante notizia
della fuga degli Alemanni e della devastazione da essi fatta nel
territorio di Milano. Fu alle legioni ordinato di seguitare con tutta la
speditezza, di cui erano capaci quei gravi corpi, la rapida fuga di un
nemico, l'infanteria e la cavalleria del quale si muovevano quasi con
egual celerità. Pochi giorni dopo, l'Imperatore istesso mosse al
soccorso dell'Italia conducendo uno scelto corpo di ausiliari (fra i
quali vi erano gli ostaggi e la cavalleria dei Vandali) e tutte le
guardie Pretoriane, che avevano servito nelle guerre fatte già sul
Danubio[33].

Essendosi le truppe leggiere degli Alemanni sparse dalle Alpi agli
Appennini, la continua vigilanza di Aureliano e dei suoi Uffiziali fu
occupata in discoprire, assaltare e perseguitare i numerosi loro
distaccamenti. Non ostante l'irregolarità di questa guerra, vengono
menzionate tre considerabili battaglie, nelle quali le forze principali
delle due armate si azzuffarono ostinatamente[34]. Fu vario il successo.
Nel primo combattimento vicino a Piacenza, i Romani riceverono un colpo
sì forte, che, secondo l'espressione di uno scrittore parzialissimo di
Aureliano, si temè l'immediata ruina dell'Impero[35]. Gli accorti
Barbari, che aveano circondati i boschi, assalirono improvvisamente le
legioni nell'oscurità della sera, e (come è molto probabile) dopo la
fatica e il disordine di una lunga marcia. Non poterono i Romani
resistere alla furia del loro assalto, ma finalmente, dopo una terribile
strage, la paziente costanza dell'Imperatore riordinò le suo truppe, e
ristabilì in qualche modo l'onore delle armi sue. La seconda battaglia
s'ingaggiò vicino a Fano nell'Umbria, sul terreno, che cinquecento anni
avanti era stato fatale al fratello di Annibale[36]. Cotanto i fortunati
Germani si erano avanzati lungo la via Emilia e Flaminia, con idea di
saccheggiare la mal difesa padrona del Mondo! Ma Aureliano, che
vigilando alla salvezza di Roma, era sempre loro alle spalle, trovò
quivi il decisivo momento di dar loro una totale ed irreparabil
disfatta[37]. Il fuggitivo residuo del loro esercito venne esterminato
in una terza ed ultima battaglia vicino a Pavia; e fu l'Italia liberata
dalle irruzioni degli Alemanni.

La paura è stata la prima madre della superstizione, ed ogni nuova
calamità induce i tremanti mortali a scongiurar lo sdegno dei loro
invisibili nemici. Benchè la migliore speranza della Repubblica fosse
nel valore e nella condotta di Aureliano, pure fu tale la pubblica
costernazione, quando i Barbari erano a momenti aspettati alle porte di
Roma, che per decreto del Senato si consultarono i libri Sibillini. Lo
stesso Imperatore, per religione o per politica, raccomandò questo
salutevole provvedimento, biasimò la lentezza del Senato[38], e si esibì
di supplire a qualunque spesa, e di dare qualunque animale e qualunque
schiavo d'ogni nazione che gli Dei richiedessero. Non ostante questa
liberale offerta, non sembra che alcuna vittima umana espiasse col suo
sangue i peccati del popol Romano. I libri Sibillini imposero cerimonie
più miti: processioni di Sacerdoti in bianche vesti, accompagnati da un
coro di giovani e di vergini; lustrazioni della città e dell'adiacente
campagna, e sacrifizi la cui potente influenza impedisse ai Barbari il
passo nella mistica terra, sulla quale si erano celebrati. Queste
superstizioni, benchè puerili in se stesse, servirono al buon esito
della guerra; e se nella decisiva battaglia di Fano, gli Alemanni
sognarono di vedere un'armata di spettri, combattenti in favor
d'Aureliano, egli ricevè un vero ed effettivo aiuto da questo
immaginario rinforzo[39].

Ma non ostante qualunque fidanza aver si potesse negl'ideali ripari,
pure l'esperienza del passato e il timor del futuro, indussero i Romani
a costruire fortificazioni di un genere più saldo e più sostanziale. I
successori di Romolo aveano circondato i Sette Colli di Roma con un
antico muro di più di tredici miglia[40]. Un recinto sì vasto può
sembrare sproporzionato alla forza ed alla popolazione di quello Stato
nascente. Ma era necessario di assicurare una vasta estensione di
pascoli e di terreno dalle frequenti ed improvvise incursioni dei popoli
del Lazio, perpetui nemici della Repubblica. Crescendo la Romana
grandezza, si accrebbe a poco a poco la città, e la sua popolazione
occupò tutto lo spazio voto, aprì le inutili mura, coprì il campo
Marzio, e da ogni parte seguitò le pubbliche strade maestre con lunghi e
bei sobborghi[41]. L'estensione delle nuove mura, erette da Aureliano e
terminate sotto il regno di Probo, era magnificato dall'opinione
popolare quasi a cinquanta miglia[42], ma le accurate misure la
ridussero intorno a ventuno[43]. Era questo un grande, ma tristo lavoro,
giacchè i ripari della Capitale svelavano la decadenza della Monarchia.
I Romani dei secoli più felici, che affidarono alle armi delle legioni
la sicurezza dei campi delle frontiere[44], erano ben lontani dal
sospettare in alcun modo, che si dovesse mai per necessità fortificare
la sede dell'Impero contro le irruzioni dei Barbari[45].

La vittoria di Claudio su i Goti, e il fortunato successo di Aureliano
contro gli Alemanni aveano già restituito alle armi Romane l'antica lor
superiorità sopra le Barbare nazioni del Settentrione. Il punire i
domestici tiranni, e riunire le smembrate parti dell'Impero era
un'impresa riservata all'ultimo di questi bellicosi Imperatori.
Quantunque fosse stato riconosciuto dal Senato e dal Popolo, le
frontiere dell'Italia, dell'Africa, dell'Illirico e della Tracia
ristringevano i confini del suo dominio. La Gallia, la Spagna e la
Britannia, l'Egitto, la Siria e l'Asia minore erano tuttavia possedute
da due ribelli, che soli di una lista sì numerosa, erano sino allora
andati esenti dai pericoli della lor condizione; e per render compita
l'ignominia Romana, due donne erano le usurpatrici di quei troni rivali.

S'era veduta nella Gallia una rapida successione di Monarchi, innalzati
e caduti. La rigida virtù di Postumo non servì che ad accelerare la sua
rovina. Egli dopo d'aver oppresso un competitore, ch'aveva presa in
Magonza la porpora ricusò di concedere alle sue truppe il sacco di
quella ribelle città; e nel settimo anno del regno suo divenne la
vittima della loro delusa avarizia[46]. La morte di Vittorino, amico e
collega di Postumo, fu prodotta la più piccola causa. Le luminose
qualità[47] di questo Principe erano oscurate da una licenziosa
passione, ch'egli soddisfaceva con atti di violenza, senza aver quasi
riguardo alle leggi della società, o a quelle ancor dell'amore[48]. Egli
fu trucidato a Colonia da una congiura di gelosi mariti, la cui vendetta
potrebbe sembrare più giustificabile, se risparmiato avessero
l'innocente suo figlio. Dopo la strage di tanti Principi valorosi, è in
certo modo mirabile, che una donna contenesse per lungo tempo le feroci
legioni della Gallia, ed è cosa più singolare, che questa donna fosse la
madre dell'infelice Vittorino. Coi suoi artifizi e colle sue ricchezze
potè Vittoria collocar successivamente sul trono Mario e Tetrico, e
regnare con maschio vigore sotto il nome di questi dipendenti
Imperatori. La moneta di rame, di argento, e di oro si coniava in suo
nome; essa prese i titoli di Augusta e di Madre degli eserciti: il suo
potere finì solamente colla sua vita; ma fu questa forse accorciata
dalla ingratitudine di Tetrico[49].

[A. D. 271]

Quando ad istigazione dell'ambiziosa sua protettrice assunse Tetrico le
regie insegne, egli era Governatore della tranquilla provincia
dell'Aquitania, impiego convenevole al suo carattere ed alla sua
educazione. Egli regnò per quattro o cinque anni sulla Gallia, sulla
Spagna e sulla Britannia, schiavo e Sovrano di un licenzioso esercito,
ch'egli temeva, e dal quale era sprezzato. Il valore e la fortuna di
Aureliano gli aprirono finalmente la strada alla libertà. Egli si
arrischiò a svelare la trista sua situazione, e scongiurò l'Imperatore
di affrettarsi a soccorrere il suo infelice rivale. Questa segreta
corrispondenza, se fosse giunta all'orecchie dei soldati, molto
probabilmente avrebbe costato a Tetrico la vita; nè poteva egli deporre
lo scettro dell'Occidente senza commettere un atto di tradimento contro
se stesso. Egli finse che vi fosse apparenza di una guerra civile,
condusse in campo le sue forze contro Aureliano, le ordinò nella maniera
più svantaggiosa, svelò i suoi propri consigli al nemico, e con pochi
scelti amici disertò sul principio dell'azione. Le ribelli legioni,
benchè disordinate e sconcertate dall'inaspettato tradimento del loro
Capo, si difesero però con disperato valore, finchè furono quasi tutte
tagliate a pezzi in quella sanguinosa e memorabil battaglia, che seguì
vicino a Chalons nella Sciampagna[50]. La ritirata degli ausiliari
irregolari Franchi e Batavi[51], che il vincitore presto costrinse o
persuase a ripassare il Reno, ristabilì l'universale tranquillità, e
l'autorità di Aureliano fu riconosciuta dalla muraglia d'Antonino alle
colonne d'Ercole.

Fino dal regno di Claudio la Città di Autun, sola e senza soccorso, avea
osato dichiararsi contro le legioni della Gallia. Dopo un assedio di
setto mesi esse rovinarono e saccheggiarono quella sfortunata città già
desolata dalla fame[52]. Lione, al contrario, avea resistito con
ostinata avversione alle armi di Aureliano. Si legge il castigo di
Lione[53], ma non si trovano mentovate le ricompense di Autun. Tale in
verità è la politica della guerra civile, ricordarsi severamente delle
ingiurie, ed obbliare i più importanti servigi. La vendetta è proficua,
la gratitudine è dispendiosa.

[A. D. 272]

Appena Aureliano si fu assicurato della persona e delle province di
Tetrico, rivolse le sue armi contro Zenobia, quella celebre Regina di
Palmira e dell'Oriente. L'Europa moderna ha prodotte varie femmine
illustri, che hanno sostenuto con gloria il peso del regno; nè il nostro
secolo è privo di sì distinti caratteri. Ma, eccettuando le dubbie
imprese di Semiramide, Zenobia è forse l'unica donna, il cui genio
superiore si sia sollevato dalla servile indolenza, imposta al suo sesso
dal clima e dai costumi dell'Asia[54]. Essa vantava la sua origine dai
Re Macedoni dell'Egitto, uguagliava in bellezza la sua antenata
Cleopatra, e superava d'assai questa Principessa nella castità[55] e nel
valore. Era Zenobia stimata la più amabile e la più eroica del suo
sesso. Era di carnagione bruna (giacchè parlando di una Signora queste
piccole cose divengono importanti); i suoi denti erano di una bianchezza
di perla, e ne' suoi grandi e neri occhi scintillava un insolito fuoco,
temperato dalla più lusinghiera dolcezza. Forte ed armoniosa aveva la
voce. Il suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo
studio. Non era ella ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual
perfezione il linguaggio Greco, l'Egiziano e il Siriaco. Avea disteso
per suo proprio uso un Epitome della Storia Orientale, e familiarmente
paragonava le bellezze di Omero e di Platone dietro la scorta del
sublime Longino.

Questa perfetta donna sposò Odenato, che dalla condizione di privato
s'innalzò alla Sovranità dell'Oriente. Divenne essa ben tosto amica e
compagna di quest'Eroe. Negl'intervalli della guerra si dilettava
Odenato estremamente della caccia; egli inseguiva con ardore le fiere
dei deserti, leoni, pantere ed orsi; e l'ardor di Zenobia in quel
pericoloso divertimento non era punto inferiore. Avea essa avvezzato il
suo temperamento alla fatica, sdegnava l'uso di un cocchio coperto,
compariva ordinariamente a cavallo in abito militare, e marciava
talvolta per molte miglia a piedi alla testa delle sue truppe. I felici
successi di Odenato furono attribuiti in gran parte all'incomparabile di
lei prudenza e valore. Le illustri loro vittorie sopra il gran Re, che
per due volte perseguitarono fino alle porte di Ctesifone, gettarono i
fondamenti della comune lor fama e potenza. Le armate, ch'essi
comandavano, e le Province ch'aveano salvate, non riconoscevano per
Sovrani che i due lor Capi invincibili. Il Senato e il popolo Romano
riverivano uno straniero, che vendicato avea il prigioniero loro
Imperatore, e l'insensibil figlio di Valeriane riconobbe perfino Odenato
come suo collega legittimo.

[A. D. 267]

Dopo una felice spedizione contro i Goti, devastatori dell'Asia, il
Principe di Palmira ritornò alla Città di Emesa nella Siria. Invincibile
nella guerra, fu ivi ucciso per domestico tradimento, ed il suo favorito
divertimento della caccia fu la cagione, o l'occasione almeno della sua
morte[56]. Il suo nipote Meonio pretese di lanciare il suo dardo prima
di quel dello zio; e benchè avvertito del fallo, ripetè la medesima
insolenza. Fu Odenato irritato come Monarca e come cacciatore: tolse
egli al temerario giovane il cavallo, segno d'ignominia tra i Barbari, e
lo castigò con un breve confine. Fu presto dimenticata l'offesa, ma non
il castigo; e Meonio con pochi arditi congiurati in mezzo ad una gran
festa assassinò il suo zio. Erode, figlio di Odenato, benchè non di
Zenobia, giovane di carattere dolce ed effemminato[57] fu ucciso col
padre. Ma Meonio altro non ottenne con questo sanguinoso misfatto, che
il piacere di vendicarsi. Ebbe appena tempo di prendere il nome di
Augusto, avanti che lo sacrificasse Zenobia alla memoria del suo
consorte[58].

Con l'assistenza de' suoi più fidi amici essa occupò immediatamente il
trono vacante, e governò per più di cinque anni coi suoi virili consigli
Palmira, la Siria e l'Oriente. Colla morte di Odenato spirava
quell'autorità, che il Senato avea ad esso conceduta soltanto come una
personal distinzione; ma la guerriera sua Vedova, disprezzando il Senato
e Gallieno, costrinse uno de' Generali Romani, mandato contro di lei, a
ritirarsi nell'Europa con la perdita dell'esercito e della sua fama[59].
In vece di piccole passioni, che agitano così spesso un regno femminile,
la salda amministrazione di Zenobia era regolata dalle più giudiziose
massime di politica: se era espediente il perdonare, sapeva essa colmare
il suo risentimento: se necessario era punire sapeva impor silenzio alle
voci della pietà. L'esatta sua economia tacciata fu di avarizia; pure in
ogni conveniente occasione si mostrava e magnifica e liberale. I vicini
Stati dell'Arabia, dell'Armenia e della Persia temerono la sua
inimicizia, e domandarono la sua alleanza. Ai dominj di Odenato, che si
estendevano dall'Eufrate alle frontiere della Bitinia, la di lui Vedova
aggiunse l'eredità de' suoi antenati, il popolato e fertil regno
d'Egitto. L'Imperator Claudio riconobbe il merito di lei, e si contentò,
che mentre egli continuava la guerra Gotica, _ella_ sostenesse l'onor
dell'Impero in Oriente[60]. La condotta però di Zenobia fu accompagnata
da qualche ambiguità; e non è improbabile, che concepito avesse il
disegno di erigere una Monarchia indipendente e nemica. Ella unì alle
popolari maniere dei Principi Romani la splendida pompa delle Corti
dell'Asia, e pretese da' suoi sudditi le medesime adorazioni, che si
prestavano ai successori di Ciro. Dette essa ai suoi figli[61]
un'educazione Latina, e spesso li presentò alle truppe ornati della
Porpora Imperiale. Riservò per se stessa il diadema col magnifico, ma
incerto, titolo di Regina dell'Oriente.

[A. D. 272]

Quando passò Aureliano nell'Asia contro un'avversaria, cui non altro che
il sesso render poteva un oggetto di disprezzo, la sua presenza ridusse
all'ubbidienza la provincia della Bitinia, già vacillante per le armi e
per gl'intrighi di Zenobia[62]. Avanzandosi alla testa delle legioni
egli ricevè la sommissione di Ancira, e pel tradimento di un perfido
cittadino fu ammesso in Tiana dopo un assedio ostinato. Il generoso,
benchè fiero carattere di Aureliano, abbandonò il traditore al furor dei
soldati: una superstiziosa venerazione lo indusse a trattar con clemenza
i concittadini del filosofo Apollonio[63]. Rimase Antiochia deserta al
suo avvicinarsi, finchè l'Imperatore con salutevoli editti richiamò i
fuggitivi, ed accordò un general perdono a tutti quelli, che per
necessità piuttosto che per elezione si erano impegnati al servizio
della Regina di Palmira. L'inaspettata moderazione di una tal condotta
riconciliò gli animi dei Sirj, e fino alle porte di Emesa i voti dei
popoli secondarono il terrore delle armi Imperiali[64].

Sarebbe stata Zenobia indegna della sua rinomanza, se avesse
indolentemente permesso all'Imperator d'Occidente di avvicinarsi dentro
le cento miglia verso la sua Capitale. Il destino dell'Oriente fu deciso
in due gran battaglie, tanto simili in quasi tutte le circostanze, che
possiamo appena distinguere l'una dall'altra, fuorchè osservando, che la
prima seguì vicino ad Antiochia[65], e la seconda vicino ad Emesa[66].
In ambedue, la Regina di Palmira animò gli eserciti con la sua presenza,
ed affidò l'esecuzione degli ordini suoi a Zabdas, che già segnalato
avea i suoi talenti militari, con la conquista dell'Egitto. Le numerose
forze di Zenobia consistevano per la maggior parte in arcieri leggieri
ed in cavalleria grave, tutta armata di ferro. I cavalli Mori ed
Illirici di Aureliano non poterono resistere all'urto gravissimo dei
loro antagonisti. Fuggirono in un vero o simulato disordine; impegnarono
i Palmireni in un faticoso inseguimento; gli stancarono con varie
piccole scaramucce; e finalmente sconfissero quell'impenetrabile, ma
poco agil corpo di cavalleria. L'infanteria leggiera frattanto, quando
vote ebbe le faretre, restando senza difesa contro un più stretto
assalto, espose i nudi fianchi alle spade delle legioni. Aureliano avea
scelto queste truppe veterane ch'erano ordinariamente accampate sulle
rive del Danubio superiore, ed il valor delle quali era stato
severamente provato nella guerra Alemannica[67]. Fu impossibile a
Zenobia, dopo la disfatta di Emesa, di radunare una terza armata. Fino
alle frontiere dell'Egitto le nazioni soggette al suo Impero si erano
poste sotto l'insegna del vincitore, che mandò Probo, il più valoroso
dei suoi Generali, ad impadronirsi delle province egiziane. Palmira fu
l'ultimo asilo della vedova di Odenato. Ritiratasi dentro le mura della
sua Capitale, fece ogni preparativo per una vigorosa resistenza, e
dichiarò con l'intrepidezza di una Eroina, che l'ultimo momento del suo
regno lo sarebbe ancora della sua vita.

In mezzo agli sterili deserti dell'Arabia s'innalzano alcuni pochi pezzi
di coltivati terreni, quasi isole di quell'Oceano arenoso. Il nome
stesso di Tadmor, o Palmira, nella lingua siriaca e nella latina
denotava una moltitudine di palme, che davano ombra e verdura a quella
temperata regione. Pura era l'aria; ed il suolo, irrigato da alcuni
piccoli ruscelli, era capace di produrre frutti e grano. Un luogo,
fornito di vantaggi tanto singolari, e situato in giusta distanza[68]
tra il golfo Persico ed il Mediterraneo, fu presto frequentato dalle
carovane, che portavano alle nazioni Europee una considerabil porzione
delle ricche merci dell'India. Palmira divenne insensibilmente una
doviziosa ed indipendente città, ed unendo le Monarchie dei Romani e dei
Parti cogli scambievoli vantaggi del commercio, potè conservare un'umile
indipendenza, finchè alla fine dopo le vittorie di Traiano cadde quella
piccola Repubblica in poter di Roma, e fiorì per più di centocinquanta
anni nell'onorifico, ma subordinato grado di colonia. Durante questo
pacifico periodo, se giudicar si può da poche iscrizioni rimasteci, gli
opulenti Palmireni costruirono quei tempj, quei palazzi, quei portici di
greca architettura, le cui rovine, sparse per l'estensione di varie
miglia, hanno meritata la curiosità dei nostri viaggiatori. Parve che
l'esaltazione di Odenato e di Zenobia aggiungesse nuovo splendore alla
sua patria, e Palmira per un tempo stette rivale di Roma: ma fu la gara
fatale, e molti secoli di prosperità furono sacrificati ad un momento di
gloria[69].

Nella sua marcia sull'arenoso deserto tra Emesa e Palmira fu Aureliano
continuamente infestato dagli Arabi, nè potè sempre difendere il suo
esercito, e specialmente il suo bagaglio da quelle volanti truppe di
ladri attivi ed arditi, i quali aspettavano il momento della sorpresa, e
deludevano il lento perseguire delle legioni. L'assedio di Palmira fu un
oggetto assai più pericoloso ed importante, e l'Imperatore istesso, che
con continuo vigore animava in persona gli assalti, venne ferito da un
dardo. «Il popolo Romano» (dice Aureliano in una lettera originale)
«parla con disprezzo della guerra, che io sostengo contro una donna.
Egli non conosce il carattere, nè la potenza di Zenobia. È impossibile
di enumerare i suoi bellici preparativi di pietre, di dardi, e di ogni
sorta di armi lanciabili. Ogni parte delle mura è munita di due o tre
baliste, e dalle sue macchine militari escono fuochi artificiali. Il
timor del castigo l'ha armata di un disperato coraggio. Pure io confido
tuttavia nelle Deità protettrici di Roma, che sono finora state
favorevoli ad ogni mia impresa[70]». Incerto però della protezione degli
Dei e dell'esito dell'assedio, Aureliano stimò più prudente consiglio di
offerire articoli di una vantaggiosa capitolazione; alla Regina, un
magnifico ritiro; ai Cittadini, i loro antichi privilegi. Furono
rigettate ostinatamente le sue offerte, e dall'insulto fu accompagnato
il rifiuto.

La costanza di Zenobia era sostenuta dalla speranza, che in breve la
fame costringerebbe l'esercito Romano a ripassare il deserto; e dalla
ragionevole aspettativa, che i Re dell'Oriente, e specialmente il
Monarca Persiano, si armerebbero in difesa della loro più naturale
alleata. Ma la fortuna e la perseveranza di Aureliano superarono ogni
ostacolo. La morte di Sapore, che accadde verso quel tempo[71], divise i
Consigli della Persia, ed i piccoli soccorsi, co' quali si tentò di
sollevare Palmira, furono facilmente intercetti o dalle armi, o dalla
liberalità dell'Imperatore. Da ogni parte della Siria, una regolar
successione di convogli arrivava sicuramente al campo, che fu aumentato
pel ritorno di Probo colle vittoriose sue truppe dalla conquista
dell'Egitto. Allora fu che Zenobia risolvè di fuggire. Montò essa sul
più veloce de' suoi dromedari[72], ed era ormai giunta alle rive
dell'Eufrate, quasi sessanta miglia da Palmira, quando fu sopraggiunta
dai cavalli leggieri di Aureliano, che l'inseguivano, e presa e
ricondotta indietro cattiva ai piedi dell'Imperatore. Subito dopo si
arrese la sua Capitale, e fu trattata con inaspettata dolcezza. Le armi,
i cavalli e i cammelli, con un immenso tesoro di oro, di argento, di
seta e di pietre preziose, tutto fu dato al vincitore, che lasciando
solamente una guarnigione di seicento arcieri, ritornò ad Emesa, ed
impiegò qualche tempo in distribuire e premj e castighi nel fine di una
guerra sì memorabile, la quale restituiva all'ubbidienza di Roma quelle
Province, che fino dalla prigionia di Valeriano se n'eran sottratte.

Quando la Regina della Siria fu condotta alla presenza di Aureliano,
questi le domandò fieramente, come avesse preteso di armarsi contro
gl'Imperatori di Roma? La risposta di Zenobia fu una prudente mescolanza
di rispetto e di fermezza. «Perché io sdegnava di riguardare un Aureolo,
ed un Gallieno come Imperatori Romani. Riconosco voi solo per mio
vincitore e Sovrano[73]». Ma siccome la fortezza nelle femmine è
comunemente artificiale, così rare volte è stabile e consistente. Il
coraggio di Zenobia la abbandonò nell'ora del cimento, ella tremò ai
rabbiosi clamori de' soldati, che alto chiedevan l'immediata sua morte,
obbliò la generosa disperazione di Cleopatra, che si era proposta per
suo modello, ed ignominiosamente comprò la vita col sacrifizio della sua
fama e dei suoi amici. Ai loro consigli, che governavano la debolezza
del suo sesso, essa imputò la colpa dell'ostinata sua resistenza, e
sopra le loro teste cader fece la vendetta del crudele Aureliano. La
fama di Longino, che fu incluso tra le numerose, e forse innocenti
vittime del di lei timore, sopravviverà a quella della Regina, che lo
tradì, o del tiranno che lo condannò. La dottrina e l'ingegno erano
incapaci di muovere un feroce ed ignorante soldato, ma aveano servito ad
elevare ed armonizzare l'animo di Longino. Senza mandare un gemito,
seguì egli tranquillamente il carnefice, compiangendo la sua infelice
Sovrana, e consolando gli afflitti suoi amici[74].

Nel ritornare dalla conquista dell'Oriente, avea Aureliano già
attraversato lo Stretto che divide l'Europa dall'Asia, quando fu
irritato dalla notizia che i cittadini di Palmira aveano trucidato il
Governatore e la guarnigione da esso ivi lasciata, ed inalberata di
nuovo l'insegna della ribellione. Senza deliberare un momento egli volse
un'altra volta la faccia verso la Siria. Antiochia fu spaventata dalla
rapida di lui marcia, e la misera città di Palmira provò l'irresistibile
peso del suo risentimento. Abbiamo una lettera di Aureliano medesimo,
nella quale egli confessa[75], che i vecchi, le donne, i fanciulli e gli
agricoltori furono involti in quella terribile esecuzione, la quale
avrebbe dovuto ristringersi ai soli armati ribelli; e benchè il suo
principale interesse sembri diretto al ristauramento di un tempio del
Sole, egli mostra qualche compassione pel rimanente dei Palmireni, ai
quali concede la permissione di rifabbricare ed abitare la loro città.
Ma è più facile distruggere che ristaurare. La sede del commercio, delle
arti, e di Zenobia, divenne a poco a poco un'oscura città, una Fortezza
di niun conto, e finalmente un miserabil villaggio. Gli attuali
cittadini di Palmira, consistenti in trenta o quaranta famiglie, hanno
eretto le fangose loro capanne dentro lo spazioso recinto di un
magnifico Tempio.

Un'altra ed ultima fatica si preparava all'instancabile Aureliano, di
opprimer cioè un pericoloso, benchè oscuro ribelle, che, durante la
sollevazion di Palmira, era insorto sulle rive del Nilo. Fermo, amico ed
alleato, com'egli stesso superbamente s'intitolava, di Odenato e
Zenobia, altro non era che un ricco mercante dell'Egitto. Nel corso del
suo commercio nell'India, egli avea stretto amicizia coi Saraceni e coi
Blemmi, la cui situazione sull'una e l'altra costa del mar Rosso porgeva
loro una facile introduzione nell'Egitto superiore. Egli infiammò gli
Egiziani con la speranza della libertà; ed alla testa di quella furiosa
moltitudine entrò a forza nella città di Alessandria, dove prese la
Porpora Imperiale, fece batter moneta, pubblicò editti, e levò
un'armata, che com'egli vanamente vantavasi, potea mantenere col solo
profitto del commercio della carta. Tali truppe furono una debol difesa
contro Aureliano; e sembra quasi inutile di riferire che Fermo fu
sconfitto, preso, tormentato e posto a morte. Poteva allora Aureliano
rallegrarsi col Senato, col popolo e con sè stesso, che in poco più di
tre anni avea restituito la pace e l'ordine universale al mondo
Romano[76].

[A. D. 274]

Dalla fondazione di Roma in poi, niun Generale avea più degnamente di
Aureliano meritato un trionfo; nè mai trionfo alcuno fu celebrato con
maggior fasto e magnificenza[77]. Cominciava la pompa con venti
elefanti, quattro tigri reali e più di dugento de' più curiosi animali
di ogni clima del Settentrione, dell'Oriente e del Mezzogiorno. Erano
questi seguitati da milleseicento gladiatori, destinati al crudel
divertimento dell'anfiteatro. Le ricchezze dell'Asia, le armi e le
insegne di tante vinte nazioni, e la magnifica argenteria e guardaroba
della Regina della Siria eran disposte in esatta simmetria o con
artificioso disordine. Gli Ambasciatori delle più lontane parti della
terra, dell'Etiopia, dell'Arabia, della Persia, della Battriana,
dell'India e della China, tutti riguardevoli per i loro ricchi o
singolari vestimenti, mostravano la fama e la potenza del Romano
Imperatore, che espose parimente alla pubblica vista i doni da lui
ricevuti, e particolarmente un gran numero di corone d'oro, offerte
dalle riconoscenti città. Le vittorie di Aureliano erano attestate dal
lungo treno di schiavi Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli,
Sirj ed Egizj, che lor malgrado ne seguitavano il trionfo. Ogni popolo
era distinto colla sua particolare iscrizione, ed il titolo di Amazzoni
fu dato a dieci marziali Eroine della nazione Gotica, che prese furon
con le armi in mano[78]. Ma tutti gli occhi, senza curare la moltitudine
dei prigionieri, erano fissi sull'Imperator Tetrico, e sulla Regina
dell'Oriente. Il primo, insieme col suo figliuolo da lui creato Augusto,
portava delle _bracche_ all'uso dei Galli[79], una tunica gialla ed una
veste di porpora. La bella Zenobia era avvinta da ceppi d'oro; una
schiava sosteneva l'aurea catena, che circondava il di lei collo, ed
ella quasi sveniva sotto l'intollerabil peso dei gioielli. Essa
precedeva a piedi il magnifico cocchio, sul quale aveva sperato una
volta di entrare nelle porte di Roma. Era questo seguito da due altri
cocchi, ancor più magnifici, di Odenato e del Monarca Persiano. Il carro
trionfale di Aureliano (avea questo per l'avanti servito ad un Re Goto)
era tirato in quella memorabile occasione o da quattro cervi o da
quattro elefanti[80]. I più illustri fra i Senatori, il popolo e
l'esercito chiudevano la processione solenne. Una sincera gioia, la
maraviglia e la gratitudine aumentavano le acclamazioni della
moltitudine; ma la soddisfazione dei Senatori era amareggiata della
comparsa di Tetrico; nè poterono impedire un mormorio, in vedere che il
superbo Imperatore esponesse così alla pubblica ignominia la persona di
un Romano e di un Magistrato[81].

Ma benchè, nel trattamento de' suoi infelici rivali, soddisfacesse
Aureliano la propria superbia, mostrò per essi tuttavia una generosa
clemenza, raramente esercitata dagli antichi vincitori. I Principi, che
con infelice successo aveano difeso il lor trono, o la lor libertà,
erano sovente strangolati in prigione, subito che la pompa trionfale
saliva sul Campidoglio. A questi usurpatori, la cui disfatta gli avea
convinti del delitto di tradimento, fu permesso di passare la vita
nell'opulenza, ed in un onorevol riposo. L'Imperatore regalò a Zenobia
una bellissima villa a Tibure ovvero Tivoli, lontana quasi venti miglia
dalla Capitale; la Regina della Siria divenne a poco a poco una Matrona
Romana; le figliuole di lei si maritarono con persone di famiglie
nobili, e la sua discendenza non era ancora estinta nel quinto
secolo[82]. Tetrico ed il suo figliuolo furono ristabiliti nel loro
grado e nei loro beni. Eressero sul Monte Celio un magnifico palazzo, ed
appena fu terminato, invitarono a cena Aureliano. Fu egli al suo
ingresso dilettevolmente sorpreso da un quadro rappresentante la loro
singolare istoria. Erano essi dipinti, prima in atto di offrire
all'Imperatore una corona civica e lo scettro della Gallia, e di poi in
atto di ricever dalle mani di lui gli ornamenti della Dignità Senatoria.
Ebbe quindi il padre il governo della Lucania[83], ed Aureliano, che
presto ammesse il deposto Monarca alla sua amicizia e conversazione,
familiarmente gli domandò, se non era più desiderabile l'amministrare
una Provincia dell'Italia, che il regnare di là dall'Alpi? Il figliuolo
continuò lungamente ad essere un rispettabil membro del Senato; nè vi fu
alcuno tra la Nobiltà Romana più stimato da Aureliano, e dai successori
di lui[84].

La pompa del trionfo di Aureliano fu così lunga e sì varia, che
quantunque cominciasse all'alba, pure la lenta maestà della processione
non salì sul Campidoglio prima dell'ora nona; ed era ormai sera quando
tornò l'Imperatore al palazzo. La festa fu allungata con teatrali
rappresentanze, i giuochi del Circo, la caccia delle fiere, i
combattimenti dei gladiatori, e le battaglie navali. Furono all'esercito
ed al popolo distribuiti liberali donativi; e varie istituzioni, o grate
o utili alla città, contribuirono a perpetuare la gloria di Aureliano.
Una considerabil porzione delle sue spoglie Orientali fu consacrata agli
Dei di Roma; il Campidoglio, ed ogni altro tempio rilucevano per le
offerte della sua fastosa pietà; e il solo tempio del Sole ricevè quasi
quindicimila libbre di oro[85]. Quest'ultimo era d'una magnifica
struttura, eretto dall'Imperatore sulla falda del Monte Quirinale, e
dedicato, subito dopo il trionfo, a quel Nume, che Aureliano adorava
come padre della sua vita e delle sue fortune. La madre di lui era stata
una sacerdotessa inferiore in una cappella del Sole: una particolar
devozione al Dio della Luce era un sentimento imbevuto, fin
dall'infanzia, dal fortunato Agricoltore; ed ogni passo della sua
elevazione, ogni vittoria del suo regno avvalorava la superstizione con
la gratitudine[86].

Le armi di Aureliano aveano vinto gli stranieri e i domestici nemici
della Repubblica. Siamo assicurati, che con il suo salutevol rigore, i
misfatti e le fazioni, le male arti e la perniciosa connivenza, fecondi
germogli di un debole ed oppressivo governo, furono estirpati da tutto
il mondo Romano[87]. Ma se riflettiamo attentamente quanto più pronto è
il progresso della corruzione, che la guarigione di essa, e se
rammentiamo che il numero degli anni, abbandonati ai pubblici disordini,
superava quello dei mesi destinati al marzial regno di Aureliano,
dobbiam confessare che non bastavano pochi corti intervalli di pace per
l'arduo lavoro di una riforma. Il suo tentativo, perfino di ristabilire
la bontà della moneta, fu traversato da una formidabile sollevazione. Si
scopre l'angustia dell'Imperatore in una delle sue private lettere.
«Certamente» (dic'egli) «gli Dei han decretato che la mia vita sia una
guerra continua. Una sedizione dentro le mura ha fatto nascere appunto
adesso una guerra civile molto seria. Gli artefici della zecca, ad
istigazione di Felicissimo, schiavo a cui ho affidato un impiego nelle
Finanze, si mossero a ribellione. Son finalmente sedati: ma caddero
uccisi nei conflitto settemila dei miei soldati, di quelle truppe, che
stanno ordinariamente a quartiere nella Dacia, ed accampate lungo il
Danubio[88].» Altri Scrittori, i quali confermano il medesimo fatto,
aggiungono altresì che questo accadde subito dopo il trionfo di
Aureliano; che la decisiva zuffa seguì sul Monte Celio; che i lavoranti
della zecca aveano adulterata la moneta; che l'Imperatore ristabilì la
pubblica fede, col dare moneta buona in cambio della cattiva, cui il
popolo fu obbligato di portar al tesoro[89].

Potremmo contentarci di riferire questo straordinario fatto, ma non
possiamo dissimulare quanto nella presente sua forma ci sembra
insussistente e incredibile; La deteriorazione della moneta è, per vero
dire, convenientissima all'amministrazione di Gallieno, nè improbabile
sembra che gli strumenti della corruzione paventassero l'inflessibil
giustizia di Aureliano. Ma la colpa, come il profitto, dovea
restringersi a pochi, nè facile è il concepire con quali arti potevano
armare un popolo da loro offeso, contro un Monarca da loro tradito.
Dovrebbe naturalmente aspettarsi che questi traditori incorressero la
pubblica detestazione, come i delatori e gli altri ministri della
oppressione; e che la riforma della moneta fosse un'azione ugualmente
popolare che la distruzione di quegli antichi conti, che furono per
ordine dell'Imperatore bruciati nel Foro di Traiano[90]. In un secolo,
nel quale i principj del commercio erano così imperfettamente
conosciuti, il fine più desiderabile potea forse ottenersi con mezzi
rigorosi e imprudenti; ma un passeggiero gravame di tal natura può
appena eccitare e mantenere una seria guerra civile. Il rinnovamento di
tasse insopportabili, imposte o su i terreni o su i generi necessari
alla vita, può finalmente concitare quelli che o non vogliono o non
possono abbandonare la patria. Ma il caso è molto diverso in ogni
operazione, che per qualsivoglia mezzo ristabilisce il giusto valore
della moneta. Il male passeggiero è presto dimenticato per l'utile
permanente, lo scapito va diviso fra molti; e se pochi opulenti
individui soffrono una sensibil diminuzione di ricchezze, perdono
insieme con queste quel grado di peso e d'importanza, che traevano dal
possedimento delle medesime. In qualunque maniera volesse Aureliano
nascondere la vera causa della ribellione, la sua riforma della moneta
poteva fornire solamente un debol pretesto ad un già potente e
malcontento partito. Roma, benchè priva della libertà, era lacerata
dalle fazioni. Il popolo, per cui l'Imperatore, plebeo egli stesso,
sempre professava una particolar tenerezza, viveva in continue
dissensioni col Senato, coll'Ordine Equestre, e coi Pretoriani[91].
Niente meno che la ferma, benchè segreta congiura di questi ordini,
dell'autorità del primo, dell'opulenza del secondo, e delle armi dei
terzi, avrebbe potuto spiegare una forza bastante per contendere in
battaglia con le veterane legioni del Danubio, che sotto la condotta di
un Sovrano guerriero aveano compita la conquista dell'Oriente e
dell'Occidente.

Qualunque fosse il motivo o l'oggetto di questa sollevazione, imputata
con tanto poca probabilità ai lavoranti della zecca, Aureliano usò della
sua vittoria con implacabil rigore[92]. Egli era naturalmente di
temperamento severo. Le fibre di un contadino o d'un soldato non cedeano
facilmente alle impressioni della pietà, ed egli potea senza commuoversi
sostenere la vista dei tormenti e della morte. Allevato dalla prima sua
gioventù nell'esercizio delle armi, egli valutava troppo poco la vita di
un cittadino, castigava con militari esecuzioni le più leggiere offese,
e portava la rigida disciplina del campo nella civile amministrazione
delle leggi. Il suo amore della giustizia divenne sovente una cieca e
furiosa passione; ed ogni volta ch'egli credè in pericolo la pubblica o
la propria salvezza, non ebbe riguardo alle regole delle prove, ed alla
proporzion delle pene. La non meritata ribellione, con la quale i Romani
ricompensavano i di lui servigi, esacerbò l'altero suo animo. Le più
nobili famiglie della Capitale furono involte nella colpa o nel sospetto
di quella oscura cospirazione. Un precipitoso spirito di vendetta
affrettò la sanguinosa persecuzione, e divenne fatale ad uno dei nipoti
dell'Imperatore medesimo. Gli esecutori (per adoprare l'espressione di
un contemporaneo Poeta) erano stanchi, i prigionieri affollati dentro le
carceri, e l'infelice Senato deplorava la morte o l'assenza dei suoi
membri più riguardevoli[93]. Nè la superbia di Aureliano fu meno dannosa
della sua crudeltà per quella assemblea. Non conoscendo o non soffrendo
il freno delle civili instituzioni, sdegnò di dovere la sua autorità ad
alcun altro titolo che a quello della spada, e governò col diritto di
conquista un Impero da lui salvato e soggiogato[94].

[A. D. 274]

Osservò uno dei più sagaci Principi di Roma, che i talenti del suo
predecessore Aureliano erano più atti al comando di un esercito che al
governo di un Impero[95]. Conoscendo il carattere nel quale la natura e
l'esperienza lo avean renduto eccellente, escì in campo di nuovo, pochi
mesi dopo il suo trionfo. Era espediente di occupare gli animi inquieti
delle legioni in qualche guerra straniera, ed il persiano Monarca,
esultando nella vergogna di Valeriano, insultava tuttavia impunemente
l'offesa maestà di Roma. Alla testa di un esercito, meno formidabile pel
suo numero che per la disciplina e pel valore, si avanzò Aureliano fino
allo Stretto, che divide l'Europa dall'Asia. Egli colà provò che il più
assoluto potere è una debol difesa contro gli effetti della
disperazione. Avea minacciato uno dei suoi segretari, accusato di
estorsione; e già si sapeva che di rado egli minacciava invano. L'ultima
speranza, che rimase al colpevole, fu di avvolgere alcuni dei principali
Uffiziali dell'esercito nel suo pericolo, o almeno ne' suoi timori.
Artificiosamente contraffacendo lo scritto del suo Sovrano, mostrò loro
in una lunga e sanguinosa lista i loro nomi consacrati alla morte. Senza
sospettare o esaminare la frode, eglino risolverono di assicurar le loro
vite con l'uccisione dell'Imperatore. Nella sua marcia, tra Bisanzio ed
Eraclea, fu Aureliano improvvisamente assalito dai congiurati, l'impiego
dei quali dava loro il diritto di circondare la persona di lui; e dopo
una breve resistenza cadde per le mani di Mucapore, Generale ch'egli
avea sempre amato e riputato fedele. Egli morì pianto dall'esercito,
detestato dal Senato, ma universalmente riconosciuto come un Principe
guerriero e fortunato, e come il salutevole, benchè severo, riformatore
di un degenerato impero[96].

FOOTNOTES:

[1] _Pons Aureoli_, tredici miglia distante da Bergamo, e trentadue da
Milano. Vedi Cluver. Italia antic. tom. I. p. 245. Nel 1703 seguì vicino
a questo luogo l'ostinata battaglia di Cassano tra i Francesi e gli
Austriaci. L'eccellente relazione del Cavalier Folard, che vi era
presente, dà una distintissima idea del terreno. Vedi il Polibio di
Folard, tom. III, p. 223, 248.

[2] Sulla morte di Gallieno vedi Trebellio Pollione nella Stor. Aug. p.
181. Zosimo, l. 1. p. 37. Zonara, l. XII, p. 634. Eutropio, IX. 11.
Aurelio Vittore in _Epitom._ Vittore _in Caesarib._ Io gli ho
confrontati, ed ho fatt'uso di tutti, ma ho principalmente seguitato
Aurelio Vittore, il quale par che abbia avute le memorie migliori.

[3] Alcuni molto capricciosamente lo supponevan bastardo del più giovane
dei Gordiani. Altri profittavano della Provincia della Dardania per
dedurre l'origine di lui da Dardano, e dagli antichi re di Troia.

[4] _Notoria_, dispaccio periodico e ministeriale, che gl'Imperatori
ricevevano dai _Frumentarj_ o sieno Agenti sparsi per le Province.
Parleremo di questi più sotto.

[5] Stor. Aug. p. 208. Gallieno descrive l'argenteria, le vesti ec. come
amatore e intendente di queste magnifiche bagatelle.

[6] Giuliano (Orazione I. p. 6) afferma che Claudio acquistò l'Impero in
una maniera legittima ed anzi sacra. Ma noi possiam diffidare della
parzialità di un congiunto.

[7] Stor. Aug. p. 203. Sonovi alcune piccole differenze riguardo alle
circostanze dell'ultima disfatta e morte di Aureolo.

[8] Aurelio Vittore in Gallieno. Il popolo altamente chiedeva la
condanna di Gallieno. Il Senato decretò che i suoi parenti e domestici
fossero precipitati dalle scale Gemonie. Ad un colpevol ministro delle
pubbliche entrate furon cavati gli occhi, mentre era sotto l'esame.

[9] Zonara l. XII. p. 137.

[10] Zonara in questa occasione fa menzione di Postumo; ma i registri
del Senato (Stor. Aug. p. 203) provano che Tetrico era già Imperatore
delle Province occidentali.

[11] La Storia Augusta fa menzione del minor numero e Zonara del
maggiore; la vivace fantasia di Montesquieu l'indusse a preferire
quest'ultimo.

[12] Trebell. Pollione nella Stor. Aug. p. 204.

[13] Stor. Aug, in Claud. Aurelian. e Prob. Zosimo, l. 1. p. 38, 42
Zonara, l. XII. p. 638. Aurel. Vittore _in Epitom._ Vittor. Junior. _in
Caesarib._ Eutrop. IX 11. Euseb. _in Chron._

[14] Secondo Zonara (l. XII. p. 638.) Claudio avanti la sua morte lo
rivestì della porpora; ma questo fatto singolare vien piuttosto
contraddetto che confermato dagli Scrittori.

[15] Vedi la vita di Claudio scritta da Pollione, e le orazion di
Mamertino, Eumenio e Giuliano. Vedi parimente i Cesari di Giuliano p.
313. In Giuliano non era adulazione, ma superstizione e vanità.

[16] Zosimo, l. I p. 42. Pollione (Stor. Aug. p. 207) gli accorda alcune
virtù, e dice che fu, come Pertinace, ucciso dagli sfrenati soldati.
Secondo Dexippo, egli morì di malattia.

[17] Teoclio (come vien citato nella Stor. Aug. p. 211) afferma che in
un giorno egli uccise con le sue proprie mani quarantotto Sarmati, ed in
diverse susseguenti battaglie novecento cinquanta. Questo eroico valore
fu ammirato dai soldati, e celebrato nelle rozze loro canzoni,
l'intercalare delle quali era _mille, mille, mille, occidit_.

[18] Acolio (appresso la Stor. Aug. p. 213) descrive la cerimonia della
adozione come fu celebrata in Bisanzio alla presenza dell'Imperatore e
de' suoi principali Ministri.

[19] Stor. Aug. p. 211. Questa laconica lettera è veramente lavoro di un
soldato; è piena di frasi e di voci militari, alcune delle quali non
possono intendersi senza difficoltà. _Ferramenta Samiata_ sono bene
spiegati da Salmasio. La prima di queste voci significa ogni arme
offensiva, ed è opposta ad _Arma_, arme difensiva. L'ultimo significa
bene affilate e bene appuntate.

[20] Zosimo l. I. p. 45.

[21] Dexippo (nell'_Excerpta Legat._ p. 12) riferisce tutto il trattato
sotto il nome dei Vandali. Aureliano maritò una delle Dame Gote al suo
Generale Borioso, ch'era capace di bevere coi Goti e scoprire i loro
segreti. Stor. Aug. p. 147.

[22] Stor. Aug. p. 222. Eutrop. IX. 15. Sesto Rufo. c. 9 Lattanzio _de
mortibus Persecutorum_, c. 9.

[23] I Valacchi conservano ancora molte tracce della lingua Latina, e si
sono sempre gloriati di discendere dai Romani. Sono circondati dai
Barbari, ma non mescolati con essi. Vedi una Memoria del Sig. D'Anville
sulla Dacia antica nell'Accademia delle iscrizioni, tom. XXX.

[24] Vedi il primo Capitolo di Giornandes. I Vandali però (c. 22)
conservarono una certa indipendenza tra i fiumi Marisia e Crissia (Maros
e Keres) che sboccano nel Tibisco.

[25] Dexippo, p. 7, 22. Zosimo l. I. p. 43. Vopisco in Aureliano nella
Stor. Aug. Per quanto questi Storici differiscano nei nomi (Alemanni,
Jutungi e Marcomanni) egli è evidente che indicano la stessa nazione e
la stessa guerra, ma conviene usar molta cura nel conciliarli e
spiegarli.

[26] Cantoclaro, con la solita sua accuratezza, preferisce di tradurre
trecentomila: la sua versione ripugna ugualmente al senso e alla
grammatica.

[27] Possiamo osservare come un esempio di cattivo gusto, che Dexippo
applica all'infanteria leggera degli Alemanni i termini tecnici, propri
solamente della Greca falange.

[28] In Dexippo si legge adesso _Rhodanus_. Il Sig. di Valois molto
giudiziosamente cambia la parola in _Eridanus_.

[29] L'Imperatore Claudio era certamente in quel numero; ma non sappiamo
fin dove si estendesse questo segno di rispetto: se fino a Cesare ed
Augusto, deve aver prodotto un superbo formidabile spettacolo quella
lunga serie di padroni del mondo.

[30] Vopisco nella Stor. Aug. p. 210.

[31] Dexippo mette in lor bocca una prolissa orazione, degna di un Greco
sofista.

[32] Stor. Aug. p. 215.

[33] Dexippo p. 12.

[34] Vittore Juniore in Aureliano.

[35] Vopisco nelle Stor. Aug. p. 216.

[36] Il piccol fiume o piuttosto torrente del Metauro, vicino a Fano, è
divenuto immortale per uno Storico, quale è Livio, ed un poeta, quale è
Orazio.

[37] Se ne fa menzione in una iscrizione trovata in Pesaro. Vedi Gruter.
CCLXXVI. 3.

[38] Alcun penserebbe, dic'egli, che voi foste radunati in una Chiesa
Cristiana, e non nel tempio di tutti gli Dei.

[39] Vopisco nella Stor. Aug. p. 215, 216 fa una lunga descrizione di
queste cerimonie, estratta dai Registri del Senato.

[40] Plinio Stor. nat. III. 5. Per confermare la nostra idea, è da
osservarsi, che per lungo tempo il monte Celio fu un bosco di quercie,
ed il monte Viminale fu coperto di salci; che nel quarto secolo
l'Aventino era un disabitato e solitario ritiro; che fino al tempo di
Augusto l'Esquilino rimase un insalubre cimitero; e che le numerose
ineguaglianze, osservate dagli antichi nel Quirinale, provano
sufficientemente, che non era coperto di fabbriche. Dei Sette Colli, il
Capitolino ed il Palatino solamente, con la valli adiacenti, furono la
primiera abitazione del popolo Romano. Ma questo soggetto richiederebbe
una dissertazione.

[41] _Exspatiantia tecta multas addidere urbes_, è l'espressione di
Plinio.

[42] Stor. Aug. p. 222. Lipsio, ed Isacco Vossio hanno di buona voglia
adottata questa misura.

[43] Ved. Nardini Roma antica, l. I. c. 8.

[44] Tacito Stor. IV. 23.

[45] Intorno alla muraglia di Aureliano, vedi Vopisco nella Stor. Aug.
p. 216, 222. Zosimo, l. I. p. 43. Eutrop. IX 15. Aurel. Vittore in
_Aureliano_, Vittore Juniore in _Aureliano_, Euseb. Hieronym. e Idazio
in _Chronic._

[46] Il suo competitore fu Lolliano o Eliano, se veramente questi due
nomi indicano la stessa persona. Ved. Tillemont, tom. III. p. 1177.

[47] Il carattere che fa di questo Principe Giulio Ateriano (appresso la
Stor. Aug. p. 187) merita di esser trascritto, giacchè sembra bello ed
imparziale: «Victorino qui post Junium Posthumium Gallias rexit, neminem
existimo praeferendum; non in virtute Traianum; non Antoninum in
clementia; non in gravitate Nervam; non in gubernando aerario
Vespasianum, non in censura totius vitae ac severitate militari
Pertinacum vel Severum. Sed omnia haec libido et cupiditas voluptatis
mulierariae sic perdidit, ut nemo audeat virtute ejus in litteras
mittere, quem constat omnium judicio meruisse puniri».

[48] Egli rapì la moglie di Attiziano, _attuario_, o agente
dell'esercito. Stor. Aug. p. 186. Aurel. Vittore in Aureliano.

[49] Pollione assegna ad essa un articolo fra i trenta Tiranni. Stor.
Aug. p. 206.

[50] Pollione nella Stor. Aug. p. 196. Vopisco nella Stor. Aug. p. 220.
I due Vittori nelle vite di Gallieno e di Aureliano; Eutropio, IX. 13.
Euseb. _in Chron._ Di tutti questi Scrittori solamente i due ultimi (ma
con gran probabilità) pongono la caduta di Tetrico innanzi a quella di
Zenobia. Il Sig. di Boze (nell'Accademia delle _Iscrizioni_ tom. XXX)
non vorrebbe, e Tillemont (tom. III. p. 1189) non ardisce seguitarli. Io
sono stato più sincero dell'uno, e più ardito dell'altro.

[51] Vittore Juniore in Aurel. Eumenio nomina queste truppe _Batavicae_;
alcuni critici senza alcuna ragione vorrebbero cambiar quella voce in
_Bagaudicae_.

[52] Eumen. in vel. Panegir. IV. 8.

[53] Vopisco nella Stor. Aug. p. 246. Autun non fu ristaurata fino al
regno di Diocleziano: Ved. Eumenio _de restaurandis scholis_.

[54] Quasi tutto quel che si dice dei costumi di Odenato e di Zenobia, è
preso dalle loro vite nella Stor. Aug. di Trebellio Pollione. Vedi p.
192, 198.

[55] Essa non riceveva mai gli abbracciamenti del suo marito che per
l'oggetto di aver prole. Se le sue speranze restavan deluse, reiterava
il tentativo nel susseguente mese.

[56] Stor. Aug. p. 192, 193. Zosimo l. I. p. 36. Zonara, l. XII. p. 633.
L'ultimo è chiaro e probabile; sono gli altri confusi e inconsistenti.
Il testo di Sincello, se non è coretto, è assolutamente inintelligibile.

[57] Odenato e Zenobia spesso gli mandavano doni di gemme e gioielli,
scelte tra le spoglie del nemico, ed esso li riceveva con infinito
piacere.

[58] Sono stati promossi alcuni ingiustissimi sospetti sopra Zenobia,
come se stata fosse complice dell'uccisione del marito.

[59] Stor. Aug. p. 180, 181.

[60] Vedi nella Stor. Aug. p. 198 la testimonianza che rende Aureliano
al di lei merito; e per la conquista dell'Egitto Zosimo l. I, p. 39, 40.

[61] Timolao, Erenniano e Vaballato. Si suppone che i due primi fosser
già morti avanti la guerra. Aureliano concesse all'ultimo di questi una
piccola Provincia dell'Armenia col titolo di Re. Esistono tuttora
diverse medaglie di lui. Vedi Tillemont, tom. III. p. 1190.

[62] Zosimo l. I, p. 44.

[63] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 217) ci dà una lettera autentica, ed
una dubbia visione di Aureliano. Apollonio di Tiana era nato quasi
contemporaneamente a Gesù Cristo. La vita del primo vien riferita dai
suoi discepoli in un modo tanto favoloso, che non si può conoscere se
fosse un savio, un impostore, od un fanatico.

[64] Zosimo, l. I. p. 46.

[65] In un luogo chiamato _Immoe_, Eutropio, Sesto Ruffo e S. Girolamo
fanno solamente menzione di questa prima battaglia.

[66] Vopisco nella Stor. Aug. p. 217 fa solamente menzione della
seconda.

[67] Zosimo l. I. p. 44, 48. La sua descrizione delle due battaglie è
chiara e circostanziata.

[68] Era 537 miglia distante da Seleucia, e dugentotre dalla più vicina
costa della Siria, secondo la relazione di Plinio, che in poche parole
(Stor. nat. V. 21) ne porge una eccellente descrizione di Palmira.

[69] Alcuni viaggiatori Inglesi che partirono da Aleppo, scoprirono le
rovine di Palmira verso il fine dell'ultimo secolo. La nostra curiosità
è stata poi soddisfatta più splendidamente dai Signori Wood e Dawkins.
Per la Storia di Palmira possiam consultare la magistrale dissertazione
del Dottor Halley nelle Transazioni Filosofiche, compendio di Lowthorp.
vol. III. p. 528.

[70] Vopisco nella Stor. Aug. p. 218.

[71] Da una incertissima Cronologia ho procurato di estrarre la data più
probabile.

[72] Stor. Aug. p. 218. Zosimo, l. I. p. 50. Benchè il cammello sia una
grave bestia da soma, pure il dromedario, che è della stessa specie o di
una specie affine, vien usato dai natii dell'Asia e dell'Affrica in
tutte le occasioni che richieggono celerità. Affermano gli Arabi che il
dromedario può far tanto cammino in un giorno, quanto ne fanno in otto o
dieci giorni i loro cavalli più corridori. Vedi Buffon. Storia nat. tom.
XI. p. 122, ed i Viaggi di Shaw, p. 167.

[73] Pollione nella Stor. Aug. p. 299.

[74] Vopisco nella Stor. Aug. p. 219. Zosimo, l. I. p. 51.

[75] Stor. Aug. p. 219.

[76] Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 220, 242. Viene osservato, come
esempio di lusso, ch'egli avea le finestre di vetro. Era famoso per la
forza e per l'appetito, pel coraggio e per la destrezza. Dalla lettera
di Aureliano si può giustamente inferire, che Fermo fu l'ultimo dei
ribelli, e conseguentemente che Tetrico era già sottomesso.

[77] Vedi il trionfo di Aureliano descritto da Vopisco. Egli riferisce
le particolarità colla sua solita esattezza, ed in questa occasione sono
fortunatamente interessanti. Stor. Aug. p. 220.

[78] Fra le barbare nazioni, le donne hanno spesso combattuto ai fianchi
dei loro mariti. Ma è _quasi_ impossibile, che una società di Amazzoni
sia mai esistita o nel vecchio o nel nuovo mondo.

[79] L'uno delle _braccae_ o calzoni era tuttavia considerato in Italia
come una gallica e barbara moda. I Romani per altro vi si erano molto
avvicinati. Il cingersi le gambe e cosce con fasce o strisce, si
prendeva ai tempi di Pompeo e di Orazio, come una prova di malattia, o
di effemminatezza. Nel secolo di Traiano l'uso di queste era limitato
alle persone ricche e di lusso. Fu a poco a poco adottato dai più vili
del popolo. Vedi una curiosa nota del Casaubono, _ad Sveton. in August._
c. 82.

[80] Erano i primi, assai probabilmente; i secondi nelle medaglie di
Aureliano non indicano (come giudica il dotto Cardinal Noris) che una
vittoria orientale.

[81] L'espressione di Calfurnio (Eglog. l. 50.) «Nullos ducet _captiva_
triumphos» come applicata a Roma, contiene una manifestissima allusione
e censura.

[82] Vopisco nella Stor. Aug. p. 199. _Hieronym. in Chron._ _Prosper. in
Chron._ Baronio suppone che Zenobio, vescovo di Firenze ai tempi di S.
Ambrogio, fosse della famiglia di lei.

[83] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. Eutropio, IX. 13. Vittore Juniore.
Ma Pollione nella Stor. Aug. p. 196 dice che Tetrico fu fatto Censore di
tutta l'Italia.

[84] Stor. Aug. p. 197.

[85] Vopisco nella Stor. Aug. 222. Zosimo l. I. p. 156. Egli vi collocò
le immagini di Belo e del Sole, che portate avea da Palmira. Fu questo
dedicato nel quarto anno del suo regno (_Euseb. in Chron._), ma fu
sicurissimamente cominciato dopo il suo avvenimento al trono.

[86] Vedi nella Stor. Aug, p. 210. i presagi della fortuna di lui. La
sua devozione al Sole apparisce nelle sue lettere, nelle sue medaglie,
ed è riferita nei Cesari di Giuliano. Vedi Comment. di Spanemio, p. 109.

[87] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221.

[88] Stor. Aug. p. 222. Aureliano nomina quei soldati, _Hiberi,
Riparienses, Castriari, et Dacisci_.

[89] Zosimo, l. I. p. 56. Eutropio IX. 14. Aurel. Vittore.

[90] Stor. Aug. p. 223. Aurel. Vittore.

[91] Infierì già prima del ritorno di Aureliano dall'Egitto. Vedi
Vopisco, che cita una lettera originale. Stor. Aug. p. 244.

[92] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. I due Vittori. Eutropio 9, 14.
Zosimo (l. I. p. 43) fa menzione di soli tre Senatori, e pone la lor
morte avanti la guerra d'Oriente.

[93]

    «Nulla catenati feralis pompa Senatus
      Carnificum lassabit opus: nec carcere pleno
      Infelix ruros numerabit curia Patres.»

                     _Calfurn, Eclog. I. 60._

[94] Secondo Vittore Juniore egli portò qualche volta il Diadema. Si
legge sulle di lui medaglie _Deus_ e _Dominus_.

[95] Era questa osservazione di Diocleziano. Vedi Vopisco nella Stor.
Aug. p. 224.




CAPITOLO XII.

      _Condotta dell'esercito e del Senato dopo la morte di Aureliano.
      Regni di Tacito, di Probo, di Caro e dei suoi figli._


La condizione degl'Imperatori Romani era tanto infelice, che qualunque
si fosse la loro condotta, incontravano ordinariamente il medesimo fato.
La vita dissoluta o virtuosa, severa o indulgente, indolente o gloriosa,
menava egualmente ad un intempestivo sepolcro; e quasi ogni regno
finisce con la stessa disgustosa ripetizione di tradimenti e di stragi.
La morte di Aureliano, per altro, è considerabile per le straordinarie
sue conseguenze. Le legioni ammirarono, piansero, e vendicarono il
vittorioso lor condottiere. L'artifizio del perfido di lui segretario fu
discoperto e punito. I cospiratori delusi seguirono le funerali esequie
del loro oltraggiato Sovrano con sincero, o ben simulato pentimento, e
si sottomisero all'unanime risoluzione dell'ordine militare, la quale fu
significata con la seguente lettera. «I valorosi e felici eserciti al
Senato ed al Popolo di Roma. Il delitto di un solo e il fallo di molti
ci hanno privato dell'ultimo Imperatore Aureliano. Compiacetevi,
venerabili Signori e Padri, di collocarlo nel numero degli Dei, e
d'indicarci quel successore, che voi giudicherete degno della Porpora
Imperiale. Niuno di quelli, che, o per colpa o per caso, hanno
contribuito alla nostra perdita, regnerà mai sopra di noi[97].» I
Senatori Romani udirono senza sorpresa, che un altro Imperatore era
stato assassinato nel suo campo; si rallegrarono internamente della
caduta di Aureliano; ma la modesta e rispettosa lettera delle legioni,
quando fu dal Console comunicata alla piena assemblea, riempì tutti
della più grata sorpresa. Essi liberamente largirono alla memoria del
loro estinto Sovrano quegli onori, che il timore e forse la stima
avrebbero estorti. Renderono alle fedeli armate della Repubblica, che
conservavano un sentimento sì giusto della legittima autorità del Senato
nella scelta d'un Imperatore, quei ringraziamenti, che la gratitudine
potea inspirare. Ma non ostante questo invito sì lusinghiero, i più savj
dell'assemblea evitarono di esporre al capriccio di una moltitudine
armata la lor salvezza e la lor dignità. La forza delle legioni era, per
vero dire, un pegno della loro sincerità, perchè quelli che possono
comandare, di rado sono ridotti alla necessità d'infingere; ma poteva
egli naturalmente sperarsi, che un improvviso pentimento correggesse
l'inveterato costume d'interi ottant'anni? Se fossero ricaduti i soldati
nelle loro solite sedizioni, la loro insolenza poteva disonorare la
maestà del Senato, e divenir fatale alla scelta di lui. Simili motivi
dettarono un decreto, col quale l'elezione del nuovo Imperatore si
rimetteva ai suffragi dell'ordine militare.

La contesa, che quindi nacque, è uno dei più attestati, ma meno
verisimili, eventi della storia del Genere Umano[98]. Le truppe, quasi
fossero stanche di esercitare la lor forza, fecero nuovamente le loro
istanze al Senato, perchè rivestisse della Porpora Imperiale uno del suo
proprio corpo. Il Senato persistè sempre nel suo rifiuto, e l'esercito
nella sua richiesta. La proposizione fu almen per tre volte
scambievolmente offerta e ricusata, e mentre l'ostinata modestia di
ciascheduna delle due parti era risoluta di ricevere un Sovrano dalle
mani dell'altra, passarono insensibilmente otto mesi: mirabil periodo di
tranquilla anarchia, durante il quale il mondo Romano rimase senza un
sovrano, senza un usurpatore, e senza pure una sedizione. I Generali ed
i Magistrati eletti da Aureliano continuarono ad esercitare le ordinarie
loro funzioni, e si osserva che un Proconsole dell'Asia fu la sola
riguardevol persona, rimossa dalla sua carica in tutto il corso
dell'interregno.

Un quasi simile, ma molto meno autentico, avvenimento si suppone
accaduto dopo la morte di Romolo, nella vita e nel carattere del quale
si ritrova qualche somiglianza con Aureliano. Il trono restò vacante per
dodici mesi, sino all'elezione di un filosofo Sabino; e la pubblica
tranquillità si mantenne nel modo istesso, per l'unione dei diversi
ordini dello Stato. Ma nei tempi di Numa e di Romolo, l'autorità dei
Patrizj teneva a freno le armi del popolo; e facilmente si conservava in
una società virtuosa e ristretta la bilancia della libertà[99]. L'Impero
Romano nella sua declinazione, molto diverso dalla sua infanzia, si
trovava in tutte quelle circostanze, che potevano allontanare da un
interregno la speranza dell'ubbidienza e dell'armonia; e queste
circostanze erano una Capitale immensa e tumultuosa, una vasta
estensione di dominio, la servile eguaglianza del dispotismo, un'armata
di quattrocentomila mercenari, e l'esperienza delle frequenti
rivoluzioni. Ma non ostanti tutti questi incentivi, la disciplina e la
memoria di Aureliano contennero tuttavia la sediziosa indole delle
truppe, non meno che la dannosa ambizione de' lor condottieri. Il fiore
delle legioni rimase accampato sulle rive del Bosforo, e l'insegna
Imperiale mettea rispetto ai meno potenti campi di Roma e delle
Province. L'ordine militare parve animato da un generoso benchè
passeggiero entusiasmo; ed è credibile che i pochi veri patriotti
coltivassero la rinascente amicizia tra l'esercito ed il Senato, come
l'unico espediente capace di ristabilir la Repubblica nella sua primiera
bellezza e nell'antico vigore.

Ai venticinque di Settembre, quasi otto mesi dopo l'uccisione di
Aureliano, il Console adunò il Senato, e riferì l'incerta e pericolosa
situazione dell'Impero. Insinuò leggiermente, che la precaria fedeltà
dei soldati dipendeva da un solo istante e dal minimo accidente; ma
rappresentò con la più convincente eloquenza i vari pericoli che
seguitar potevano ogni ulterior dilazione nella scelta di un Imperatore.
Si erano, diceva egli, già ricevute notizie, che i Germani aveano
passato il Reno, ed occupate alcune delle più forti e più opulente città
della Gallia. L'ambizione del Monarca Persiano teneva l'Oriente in
continui timori: l'Egitto, l'Affrica e l'Illirico erano esposti all'armi
straniere e domestiche, e la Siria incostante avrebbe fin preferito lo
scettro di una femmina alla santità delle leggi Romane. Rivoltosi quindi
il Console a Tacito, il primo tra i Senatori[100], richiese il parere di
lui sull'importante oggetto di un candidato degno del trono vacante.

Se il merito personale è da preferirsi ad una casuale grandezza,
stimeremo l'origine di Tacito più nobile veramente di quella dei Re.
Vantava egli la sua discendenza da quello Storico filosofico, i cui
scritti istruiranno ancora le ultime generazioni degli uomini[101]. Il
Senatore Tacito era nell'età di settantacinque anni[102]. Le ricchezze e
gli onori adornavano il lungo corso della innocente sua vita. Avea due
volte occupata la dignità consolare[103], e godeva con eleganza e
sobrietà l'ampio suo patrimonio fra i quattro e i sei milioni di
zecchini[104]. L'esempio di tanti Principi da lui o stimati o sofferti,
dalle vane follie di Elagabalo fino all'utile rigore di Aureliano, lo
aveano ammaestrato a valutar giustamente i doveri, i pericoli, e le
tentazioni di quel sublime lor grado. All'assiduo studio del suo
immortale antenato egli doveva la conoscenza della Romana costituzione e
dell'umana natura. La voce del popolo avea già nominato Tacito come il
cittadino più degno dell'Impero[105]. Giunto ai suoi orecchi questo
ingrato rumore, lo indusse a ritirarsi in una delle sue ville nella
Campania. Avea egli passato a Baia due mesi in una tranquillità
deliziosa, quando con ripugnanza ubbidì ai comandi del Console di
riprendere l'onorevol suo posto nel Senato, e di assistere co' suoi
consigli la Repubblica in tale importante occasione.

Si alzò Tacito per parlare, quando da ogni lato dell'assemblea fu
salutato coi nomi di Augusto e d'Imperatore. «Tacito Augusto, gli Dei ti
conservino: noi ti eleggiamo per nostro Sovrano, affidando alla tua cura
la Repubblica, e il Mondo. Accetta l'Impero dall'autorità del Senato.
Esso è dovuto al tuo grado, alla tua condotta, ai tuoi costumi.» Calmato
appena il tumulto delle acclamazioni, Tacito tentò di evitare il
pericoloso onore, e di esprimere la sua sorpresa, che si eleggesse un
uomo vecchio ed infermo per succedere al marzial vigore di Aureliano.
«Sono elleno membra queste, Padri coscritti, atte a sostener il peso
dell'armi, o ad eseguire gli esercizi del campo? La varietà dei climi, e
le asprezze della vita militare presto opprimerebbero un debol
temperamento, che si mantien solamente col più delicato riguardo.
Bastano appena l'esauste mie forze a soddisfare ai doveri di Senatore:
quanto insufficienti sarebbero per le ardue fatiche della guerra e del
governo! Potete voi sperare che le legioni rispettino un debol vecchio,
che ha passati i suoi giorni all'ombra della pace e del ritiro? Vorreste
voi ch'io dovessi una volta piangere la favorevole opinion del
Senato?[106]»

La ripugnanza di Tacito, che forse era ingenua, fu combattuta dalla
affettuosa ostinazione del Senato. Cinquecento voci ripeterono unite con
eloquente confusione, che i Principi più grandi di Roma, Numa, Traiano,
Adriano, e gli Antonini, erano ascesi al trono in età molto avanzata,
che l'oggetto della loro scelta era lo spirito, non il corpo, il
Sovrano, non il soldato, e solamente esigevano da lui, che con la sua
prudenza regolasse il valore delle legioni. Queste pressanti e
tumultuose istanze furono secondate da un più regolar discorso di Mezio
Falconio, che accanto a Tacito sedeva tra i Consolari. Egli rammentò
all'assemblea i mali, che Roma avea sofferti dai vizi degl'indocili e
capricciosi giovani Principi, si congratulò col Senato per l'elezione di
un virtuoso e sperimentato Senatore, e con maschia, ma forse
interessata, libertà esortò Tacito a rammentarsi i motivi del suo
innalzamento, ed a scegliersi un successore non nella sua propria
famiglia, ma nella Repubblica. Fu il discorso di Falconio avvalorato da
una generale acclamazione. L'eletto Imperatore si sottomise all'autorità
della sua patria, e ricevè il volontario omaggio de' suoi compagni. La
condotta del Senato fu confermata dal consenso del Popolo Romano e dei
Pretoriani[107].

Il governo di Tacito non fu diverso dalla passata sua vita e da' suoi
principj. Creatura riconoscente del Senato, egli considerò quel Concilio
della Nazione come autore delle leggi, e sè medesimo come soggetto
all'autorità di quelle[108]. Procurò di saldare le molte ferite, che
l'orgoglio Imperiale, la discordia civile e la violenza militare aveano
portate alla costituzione, e di ristabilire almeno l'immagine
dell'antica Repubblica, com'era stata conservata dalla politica di
Augusto, e dalle virtù di Traiano e degli Antonini. Non sarà inutile di
enumerare alcune delle più importanti prerogative, che parve aver
ricuperate il Senato per l'elezione di Tacito[109]. I. Di affidare ad
uno dei suoi membri, sotto il titolo d'Imperatore, il general comando
degli eserciti, ed il governo delle Province di frontiera. II. Di
fissare la lista o, come allor si chiamava, il Collegio dei Consoli.
Questi erano dodici, che, succedentisi a due a due per ogni bimestre,
rappresentavano per tutto l'anno la dignità di quell'antica
magistratura. Esercitava il Senato nella scelta dei Consoli la sua
autorità con una libertà così indipendente, che non ebbe alcun riguardo
ad una irregolar istanza dell'Imperatore pel suo fratello Floriano. «Il
Senato» (esclamò Tacito con un nobil trasporto da cittadino) «conosce il
carattere di quel Principe, ch'egli ha scelto.» III. Di destinare i
Proconsoli ed i Presidenti delle Province, e di conferire a tutti i
Magistrati la loro civile giurisdizione. IV. Di ricever gli appelli per
l'uffizio intermedio del Prefetto della Città da tutti i tribunali
dell'Impero. V. Di dar forza e validità coi suoi decreti agli editti
Imperiali ch'esso approvava. VI. A questi diversi rami di autorità si
può aggiungere qualche sopraintendenza alle finanze, giacchè anche sotto
la severa dominazion di Aureliano aveva il Senato la facoltà d'impiegare
in altr'uso una parte dell'entrate, destinate al servizio pubblico[110].

Furono immediatamente spedite lettere circolari a tutte le principali
città dell'Impero, Treveri, Milano, Aquileia, Tessalonica, Corinto,
Atene, Antiochia, Alessandria, e Cartagine, per esigere la loro
ubbidienza, ed informarle della felice rivoluzione, che avea restituita
al Senato Romano l'antica sua dignità. Due di queste lettere si
conservano ancora. Abbiamo altresì due ben singolari frammenti della
privata corrispondenza dei Senatori in questa occasione. Mostrano la più
eccessiva gioia, e le più illimitate speranze. «Ponete giù la vostra
indolenza» (così scrive uno dei Senatori al suo amico) «ed uscite dal
vostro ritiro di Baia e di Pozzuolo. Restituitevi alla Città ed al
Senato. Roma fiorisce, e tutta insieme fiorisce la Repubblica. Grazie al
romano esercito, veramente Romano, abbiam finalmente ricuperata la
nostra giusta autorità, lo scopo di tutti i nostri desiderj. Noi
riceviamo gli appelli, destiniamo i Proconsoli, facciamo gl'Imperatori;
forse ancora noi li potremo tenere in freno: all'uomo saggio una parola
è bastante.[111]» Restarono per altro sconcertate ben presto queste alte
speranze, nè di fatto era possibile, che le armate, e le province
lungamente ubbidissero all'imbelle ed effeminata nobiltà romana. Al più
leggiero urto rimase atterrato il mal sostenuto edifizio della loro
ambizione e del loro potere. La spirante autorità del Senato mandò una
subita luce, balenò per un momento, e si estinse per sempre.

Ma tutto ciò ch'era accaduto in Roma, non sarebbe stato che una
rappresentazione teatrale, se non veniva ratificato dalla forza più
reale delle legioni. Lasciando godere ai Senatori il loro fantasma di
libertà e di ambizione, andò Tacito al campo di Tracia, ed ivi fu dal
Prefetto del Pretorio presentato alle truppe adunate, come il Principe
da loro richiesto, e dal Senato concesso. Appena tacque il Prefetto, che
l'Imperatore parlò ai soldati con eloquenza e con dignità. Soddisfece
alla loro avarizia con una liberale distribuzion di danaro, sotto nome
di paga e di donativo. Egli acquistò la stima loro con un'animosa
dichiarazione che sebbene la sua età lo rendesse inabile alle imprese
militari, pure i suoi consigli non sarebbero indegni di un Generale
Romano, del successore del valoroso Aureliano[112].

Nel tempo che quest'Imperatore faceva preparativi per una seconda
spedizione in Oriente, egli aveva trattato con gli Alani, popoli della
Scizia, i quali avevano piantate le loro tende nelle vicinanze della
Palude Meotide. Quei Barbari, allettati con promesse di doni e di
sussidj, si erano obbligati d'invadere la Persia con un numeroso corpo
di cavalleria leggiera. Furono essi fedeli al loro impegno; ma quando
giunsero alla frontiera Romana, era già morto Aureliano, il progetto
della guerra Persiana era almeno sospeso, ed i Generali, che, durante
l'interregno, esercitavano un incerto potere, non erano preparati nè a
riceverli, nè ad arrestarli. Provocati da un tal contegno, ch'essi
riguardavano come perfido e vile, ricorsero gli Alani al loro proprio
valore per avere e paga e vendetta; e marciando con la solita celerità
dei Tartari, presto si sparsero per le Province del Ponto, della
Cappadocia, della Cilicia, e della Galazia. Le legioni, che dalle
opposta rive del Bosforo potevan quasi discernere le fiamme delle città
e dei villaggi, stimolavan con impazienza il lor Generale a condurle
contro quegli invasori. Tacito si diportò convenientemente alla sua età
ed alla sua posizione. Mostrò chiaramente ai Barbari la fedeltà e la
potenza dell'Impero. Gran parte degli Alani, pacificati dalla puntuale
soddisfazione degl'impegni, che avea con essi contratti Aureliano,
renderono il loro bottino ed i prigionieri, e quietamente si ritirarono
nei loro deserti di là dal Fasi. Agli altri, che ricusarono la pace,
fece il Romano Imperatore in persona con buon successo la guerra.
Secondato da un esercito di valorosi ed esperti veterani, ei liberò in
poche settimane le Province dell'Asia dal terrore della invasion degli
Sciti[113].

[A. D. 276]

Ma la gloria e la vita di Tacito furono di poca durata. Trasportato nel
colmo del verno dalla dolce solitudine della Campania ai piedi del monte
Caucaso, fu egli oppresso dagl'insoliti travagli di una vita militare.
Le cure dell'animo aggravarono le fatiche del corpo. L'entusiasmo della
pubblica virtù avea per un tempo sedate le feroci ed interessate
passioni dei soldati. Scoppiarono queste ben presto con raddoppiata
violenza, ed infuriarono nel campo e nella tenda perfino del vecchio
Imperatore. Il suo dolce e moderato carattere non serviva che ad
inspirare disprezzo, ed egli era continuamente tormentato dalle fazioni,
che sedar non poteva, e da richieste impossibili a soddisfarsi. Non
ostanti le lusinghiere speranze che Tacito avea concepite di rimediare
ai pubblici disordini, egli fu presto convinto, che la sfrenatezza
dell'esercito deprezzava il debol ritegno delle leggi; e il dolore di
veder volti in male i suoi disegni, unito all'altre angustie, affrettò
gli ultimi suoi momenti. Si dubita se i soldati imbrattassero le loro
mani nel sangue di questo innocente Principe[114]; ma è certo però, che
la loro insolenza cagionò la morte di lui. Egli spirò a Tiana nella
Cappadocia, dopo un regno di soli sei mesi e quasi venti giorni[115].

Tacito avea chiusi appena gli occhi, che il suo fratello Floriano si
mostrò indegno del trono colla frettolosa usurpazione della Porpora,
senza aspettare l'approvazion del Senato. Il rispetto per la Romana
costituzione, che tuttavia influiva nelle armate o nelle Province, era
abbastanza forte per disporle a biasimare la precipitosa ambizione di
Floriano, ma non per incitarle ad opporvisi. Sarebbe il disgusto svanito
in vani susurri, se il General dell'Oriente, l'eroico Probo, non si
fosse arditamente dichiarato vendicator del Senato. Era per altro sempre
la contesa ineguale, nè potea il più abile Generale alla testa delle
effemminate truppe dell'Egitto e della Siria, combattere con alcuna
speranza di vittoria, contro le legioni dell'Europa, che con
irresistibil valore sembravano sostenere il fratello di Tacito. Ma la
fortuna e l'attività di Probo superarono ogni ostacolo. I robusti
veterani del suo rivale, avvezzi ai climi più freddi, illanguidivano e
venivano meno agli eccessivi calori della Cilicia, dove l'aria nella
state era molto malsana. Le frequenti diserzioni diminuivano il loro
numero: i passi delle montagne erano debolmente difesi. Tarso aprì le
sue porte, ed i soldati di Floriano, dopo avergli lasciato godere per
tre mesi il titolo Imperiale, liberarono l'Impero da una guerra civile
col facile sacrifizio di un Principe da loro sprezzato[116].

Le continue rivoluzioni del trono aveano sì bene sbandita ogni idea di
ereditario diritto, che la famiglia di un Imperatore sfortunato era
incapace di eccitare la gelosia dei suoi successori. Fu ai figli di
Tacito e di Floriano permesso di scendere allo stato privato, e di
restar confusi nella generale massa del popolo. La loro povertà
veramente servì d'un'altra difesa alla loro innocenza. Quando fu Tacito
eletto dal Senato, egli consacrò al pubblico servizio l'ampio suo
patrimonio[117], atto di speciosa generosità in apparenza, ma che
evidentemente svelava la sua intenzione di trasmettere l'Impero ai suoi
discendenti. L'unica consolazione del loro caduto stato fu la memoria di
una passeggiera grandezza, e la lontana speranza, figlia di una profezia
lusinghiera, che sorgerebbe dopo mille anni dalla stirpe di Tacito un
Monarca protettor del Senato, ristauratore di Roma, e conquistatore di
tutta la terra[118].

I contadini dell'Illirico, che già dato aveano al cadente Impero e
Claudio e Aureliano, poterono con egual diritto gloriarsi
dell'innalzamento di Probo[119]. Quasi venti anni avanti, l'Imperator
Valeriano, con la solita sua penetrazione, avea conosciuto il nascente
merito di quel giovane soldato, al quale conferì il posto di Tribuno
molto innanzi all'età prescritta dalle regole militari. Il Tribuno
giustificò ben presto la di lui scelta con una vittoria sopra un gran
corpo di Sarmati, nella quale salvò la vita ad uno stretto parente di
Valeriano, e meritò di ricevere dalle mani dell'Imperatore le collane, i
monili, le lance e le insegne, la corona murale e la civica, e tutte le
onorevoli ricompense destinate dall'antica Roma ad un fortunato valore.
La terza legione, e quindi la decima furono affidate al comando di
Probo, che ad ogni passo della sua promozione si mostrò superiore al
posto ch'egli occupava. L'Affrica ed il Ponto, il Reno, il Danubio,
l'Eufrate ed il Nilo gli porsero a vicenda le più luminose occasioni di
mostrare il suo valor personale e la sua scienza nell'arte della guerra.
A lui fu debitore Aureliano della conquista dell'Egitto, e molto più per
l'onesto coraggio, col quale si oppose sovente alla crudeltà del suo
Sovrano. Tacito, che desiderava di supplire alla sua propria mancanza di
militari talenti con l'abilità de' suoi Generali, lo nominò primo
Comandante di tutte le Orientali Province col quintuplo della solita
paga, colla promessa del Consolato, e colla speranza del trionfo. Quando
Probo salì sul Trono Imperiale era nell'età di quasi[120]
quarantaquattr'anni, nel pieno possesso della sua gloria, dell'amor
dell'esercito, e di un maturo vigore di corpo e di spirito.

[A. D. 276]

Il riconosciuto suo merito ed il buon successo delle sue armi contro
Floriano, lo lasciarono senza un nemico, o senza un competitore. Pure,
se creder si debbono le sue proprie proteste, ben lungi dal desiderare
l'Impero, egli lo aveva accettato con sincerissima ripugnanza. «Ma non è
più in mio potere (dice Probo in una sua privata lettera) di deporre un
titolo così invidiato e pericoloso. Mi è forza di continuare a
rappresentare il carattere, di cui mi hanno rivestito i soldati[121].»
La rispettosa sua lettera al Senato mostrava i sentimenti, o almeno il
linguaggio di un cittadino Romano. «Quando voi eleggeste, o Padri
coscritti, uno del vostro Ordine per succedere all'Imperatore Aureliano,
operaste secondo la vostra giustizia e la vostra prudenza. Imperocchè
voi siete i Sovrani legittimi del mondo, ed il potere, trasmessovi dai
vostri antenati, passerà nella vostra posterità. Felice Floriano! Se
invece di usurpar la porpora del suo fratello, come una privata eredità,
egli avesse aspettato che la vostra maestà si fosse determinata in
favore o di lui, o di alcun'altra persona. I prudenti soldati hanno
punita la temerità di lui, ed a me hanno offerto il titolo di Augusto.
Ma io sottopongo alla vostra clemenza i miei diritti ed i meriti
miei[122].» Quando fu letta dal Console questa rispettosa lettera, non
poterono i Senatori nascondere il loro contento, che Probo
condescendesse a domandare così umilmente uno scettro che già possedeva.
Celebrarono essi con la più viva gratitudine le virtù, le imprese, e
soprattutto la moderazione di lui. Fu immediatamente fatto un decreto,
senza pure un voto contrario, per ratificare l'elezione degli eserciti
d'Oriente e per conferire al lor capo tutti i diversi rami della
Imperial Dignità, i nomi di Cesare e di Augusto, il titolo di Padre
della Patria, il diritto di fare al Senato in un giorno tre diverse
proposizioni[123], l'uffizio di Pontefice Massimo, la potestà tribunizia
e l'autorità proconsolare; formula d'investitura, che benchè sembrasse
moltiplicare l'autorità dell'Imperatore, non faceva ch'esprimere la
costituzione dell'antica Repubblica. Corrispose tutto il Regno di Probo
alla sua bella aurora. Fu rilasciata al Senato la civile amministrazione
dell'Impero. Il fido suo Generale sostenne l'onore dell'armi Romane, e
spesso pose ai piedi di quell'assemblea corone d'oro e barbarici trofei,
frutti delle sue numerose vittorie[124]. Pure, mentr'egli contentava la
vanità dei Senatori, ne deve in secreto aver disprezzata l'indolenza e
la debolezza. Benchè potessero ad ogni momento abolire il disonorevole
editto di Gallieno, i superbi successori degli Scipioni pazientemente
soffrirono di essere esclusi da tutti gl'impieghi militari. Conobbero
ben presto, che chi ricusa la spada, deve ancora rinunziare allo
scettro.

[A. D. 277]

La forza di Aureliano avea per ogni parte oppressi i nemici di Roma.
Parve che dopo la morte di lui risuscitassero più fieri e più numerosi.
Furono essi vinti di nuovo dalla vigorosa attività di Probo, che nel
corto regno di quasi sei anni[125] agguagliò la fama degli antichi Eroi,
e ristabilì la pace e l'ordine in ogni Provincia del Mondo Romano. Così
saldamente assicurò la pericolosa frontiera della Rezia, che la lasciò
senza il sospetto neppur di un nemico. Egli abbattè l'erranti forze
delle Tribù de' Sarmati, e col terror delle armi sue costrinse que'
Barbari a desistere dalle rapine. Chiesero ardentemente i Goti
l'alleanza di un Imperatore così bellicoso[126]. Egli assalì gl'Isaurici
nelle loro montagne, assediò e prese vari de' loro più forti
castelli[127], e si lusingò di aver soggiogato per sempre un domestico
nemico, la cui indipendenza portava così profonde ferite alla maestà
dell'Impero. I torbidi, eccitati nel superiore Egitto dell'usurpator
Fermo, non eran mai stati perfettamente sedati, e le città di Tolemaide
e di Copto, sostenute dall'alleanza dei Blemmi, mantenevano tuttavia una
ribellione oscura. Il castigo di queste e de' loro ausiliari selvaggi
del Mezzogiorno si dice che spaventasse la Corte di Persia[128], ed il
Gran Re supplicò invano per ottenere l'amicizia di Probo. La maggior
parte delle imprese, che ne illustrarono il regno, debbonsi al valor
personale, ed alla condotta dell'Imperatore, talchè lo Scrittore della
vita di lui manifesta qualche maraviglia, come in sì breve tempo potesse
un sol uomo esser presente a tante guerre lontane. Egli affidò le altre
imprese alla cura de' suoi Generali, la giudiziosa scelta de' quali
forma una parte considerabile della sua gloria. Caro, Diocleziano,
Massimiano, Costanzo, Galerio, Asclepiodoto, Annibaliano, ed un numero
di altri Capi, i quali di poi occuparono o sostennero il trono, furono
educati nell'armi, e nella severa scuola di Aureliano e di Probo[129].

[A. D. 277]

Ma il più importante servigio, che Probo rendesse alla Repubblica, fu di
aver liberata la Gallia, e ricuperate settanta floride città oppresse
dai Barbari della Germania, i quali dopo la morte di Aureliano aveano
impunemente desolata quella vasta Provincia[130]. Tra la varia
moltitudine di quei feroci invasori si possono con qualche chiarezza
distinguere tre grandi armate, o piuttosto nazioni successivamente vinte
dal valore di Probo. Egli rispinse i Franchi nelle loro paludi;
circostanza dimostrativa, dalla quale possiamo inferire, che la
confederazione, conosciuta sotto il generoso nome di _liberi_, già
occupava il basso paese marittimo diviso e quasi coperto dalle stagnanti
acque del Reno; e che diverse Tribù dei Frisi e dei Batavi si erano
unite alla loro alleanza. Egli vinse i Borgognoni, considerabil nazione
della razza dei Vandali. Erano essi andati vagando in traccia di bottino
dalle rive dell'Oder a quelle della Senna. Si stimarono assai felici di
comprare con la restituzione di tutte le loro prede la permissione di un
sicuro ritorno. Tentarono essi di eludere quell'articolo del trattato.
Il loro castigo fu immediato e terribile[131]. Ma di tutti gl'invasori
della Gallia, i più formidabili erano i Ligj, nazione lontana, che
possedeva un vasto dominio sulle frontiere della Polonia e della
Slesia[132]. Tra questi gli Arj tenevano il primo posto pel loro numero
e per la loro fierezza. «Gli Arj» (così sono essi descritti dall'energia
di Tacito) procurano di accrescere con l'arte e colle circostanze del
tempo il natural terrore della loro fierezza. Neri sono gli scudi loro,
e tinti di nero i lor corpi. Scelgono per combattere l'ora più oscura
della notte. Il lor esercito si avanza coperto quasi da un'ombra
funerea[133]; e trova di rado un nemico capace di sostenere un sì strano
aspetto ed infernale. Gli occhi sono i primi di tutti i sensi ad esser
vinti in battaglia[134].» Pure le armi e la disciplina dei Romani
facilmente sconfissero quegli orridi spettri. I Ligj furon disfatti in
un generale combattimento, e Sennone, il più rinomato dei loro capi,
cadde vivo nelle mani di Probo. Questo prudente Imperatore non volendo
ridurre un popolo coraggioso alla disperazione, gli accordò una
capitolazione onorevole, e gli permise di ritornar sicuramente al suo
nativo paese. Ma le perdite, che i Ligj soffersero nella marcia, nella
battaglia e nella ritirata abbatterono il potere della nazione; nè il
nome loro si trova più ripetuto nella storia della Germania o
dell'Impero. Si racconta che la liberazione della Gallia costasse la
vita a quattrocentomila degl'invasori; impresa faticosa per li Romani, e
dispendiosa per l'Imperatore, che donò una moneta d'oro per ogni Barbaro
ucciso[135]. Ma siccome la fama de' guerrieri si fabbrica sopra la
distruzione dell'uman genere, si può naturalmente sospettare che quel sì
sanguinoso calcolo fosse moltiplicato dall'avarizia dei soldati, ed
accettato senza alcun severo esame dalla liberale vanità di Probo.

Dopo la spedizione di Massimino, i Generali Romani aveano limitata la
loro ambizione ad una guerra difensiva contro le nazioni della Germania,
che perpetuamente tribolavano le frontiere dell'Impero. Il più ardito
Probo proseguì le sue vittorie, passò il Reno, e portò le sue
invincibili aquile sulle rive dell'Elba e del Necker. Era egli
pienamente convinto, che niente poteva indurre l'animo dei Barbari alla
pace, se non provavano nel proprio lor paese le calamità della guerra.
La Germania spossata dal cattivo successo dell'ultima emigrazione,
rimase sbigottita alla presenza di Probo. Nove de' più considerabili
Principi si portarono al di lui campo, e se gli gettarono ai piedi.
Accettarono umilmente i Germani le condizioni che piacque di dettare al
vincitore. Volle egli una esatta restituzione delle spoglie e dei
prigionieri levati alle Province; ed obbligò i loro magistrati a punire
i predatori più ostinati, che pretendevano di ritenere qualche parte del
bottino. Un considerabil tributo di grano, di armenti e di cavalli, sole
ricchezze dei Barbari, fu riservato per l'uso delle guarnigioni, che
Probo stabilì sulle frontiere del lor territorio. Avea egli altresì
qualche pensiero di costringere i Germani ad abbandonare l'esercizio
delle armi, ed a rimettere le loro contese e la loro sicurezza alla
giustizia ed alla potenza di Roma. Per eseguire questi salutevoli
progetti era indispensabilmente necessaria la residenza perpetua di un
Governatore Imperiale, sostenuto da numerosa armata. Probo pertanto
credè più espediente di differire l'esecuzione di un disegno sì grande,
ch'era per vero dire di utilità più apparente che solida[136]. Riducendo
la Germania alla condizione di Provincia, avrebbero i Romani con fatiche
e spese immense acquistato soltanto un circondario più esteso da potersi
difendere contro i più feroci o più attivi Barbari della Scizia.

In vece di ridurre i bellicosi Germani allo stato di sudditi, Probo si
contentò dell'umile espediente d'innalzare un baluardo contro le loro
incursioni. Il paese, che forma adesso il circolo della Svevia, era
stato lasciato deserto nel secolo di Augusto per l'emigrazione degli
antichi suoi abitatori[137]. La fertilità del suolo presto vi trasse una
nuova colonia dalle adiacenti province della Gallia. Varie trame di
venturieri di un rapace carattere e di disperate fortune, occuparono
quella incerta possessione, e riconobbero col pagamento della decima la
maestà dell'Impero[138]. Per proteggere questi nuovi sudditi, fu a poco
a poco tirata una linea di guarnigioni, che dovea servir di frontiera
dal Reno al Danubio. Verso il regno di Adriano, quando cominciò a
praticarsi quella maniera di difese, furono queste guarnigioni tra loro
connesse, e coperte da una forte trinciera di alberi e di palizzate. In
vece di quel rozzo baluardo, vi costruì l'Imperator Probo un muro di
pietra di considerabile altezza, e fortificato con torri a convenienti
distanze. Dalle vicinanze di Newstadt e di Ratisbona sul Danubio si
stendeva a traverso i monti, le valli, i fiumi e le paludi fino a
Wimpfen sul Necker, e terminava finalmente sulle rive del Reno, dopo un
tortuoso corso di quasi dugento miglia[139]. Questa importante barriera,
congiungendo i due gran fiumi, che difendevano le province dell'Europa,
pareva occupare lo spazio voto, pel quale poteano i Barbari, e
specialmente gli Alemanni, penetrare con la maggior facilità nel cuor
dell'Impero. Ma l'esperienza del mondo, dalla China alla Britannia, ha
mostrato inutile il tentativo di fortificare un esteso tratto di
paese[140]. Un attivo nemico che può scegliere e variare i punti di
attacco, dee finalmente scoprire un luogo debole, e profittare d'un
momento d'innavvertenza. La forza non meno che l'attenzione dei
difensori è divisa; e tali son gli effetti di un cieco terrore sulle
truppe più salde, che una linea rotta in un sol posto è quasi in un
istante tutta abbandonata. Il destino del muro eretto da Probo può
confermare l'osservazion generale. Pochi anni dopo la morte di lui, esso
fu rovesciato dagli Alemanni. Le sparse rovine, universalmente
attribuite alla potenza del Demonio, servono adesso soltanto ad eccitare
la maraviglia del contadino della Svevia.

Tra le utili condizioni di pace, imposte da Probo alle vinte nazioni
della Germania, vi era l'obbligazione di somministrare all'esercito
Romano sedicimila uomini, scelti dalla gioventù più valorosa e robusta.
L'Imperatore li disperse per tutte le Province, e distribuì questo
pericoloso rinforzo in piccole bande, ciascuna di cinquanta o sessanta
uomini fra le truppe nazionali; procurando giudiziosamente che fosse
sensibile, ma non visibile l'aiuto, che la Repubblica traeva dai
Barbari[141]. Era questo divenuto ormai necessario. I molli abitatori
dell'Italia e delle Province interne non potevano più sostenere il peso
delle armi. Le robuste nazioni situate sulle frontiere del Reno e del
Danubio davano ancora animi e corpi adattati alle fatiche del campo; ma
una continua serie di guerre avea a poco a poco diminuito il lor numero.
La rarità dei matrimonj, o la rovina dell'agricoltura, s'opponevano ai
principj della popolazione, e distruggevano non solo la forza delle
generazioni presenti, ma toglievano la speranza ancora delle future. La
sapienza di Probo abbracciò il vasto ed utile disegno di ripopolare
l'esauste frontiere con nuove colonie di Barbari schiavi o fuggitivi, ai
quali egli diede e terreno e bestiami, ed istrumenti di agricoltura, ed
ogni incoraggiamento che potesse impegnarli ad allevare una razza di
soldati pel servizio della Repubblica. Egli trasferì un considerabil
corpo di Vandali nella Britannia, e probabilmente nella Provincia di
Cambridge[142]. L'impossibilità della fuga fece che si adattassero alla
loro situazione, e nelle susseguenti turbolenze di quell'isola si
mostrarono fedelissimi sudditi dello Stato[143]. Un gran numero di
Franchi e di Gepidi fu stabilito sulle rive del Danubio e del Reno.
Centomila Bastarni, cacciati dalla lor patria, accettarono allegramente
uno stabilimento nella Tracia, e presto contrassero i costumi ed i
sentimenti di sudditi romani[144]. Ma troppo spesso furono deluse le
speranze di Probo. L'impazienza e la pigrizia dei Barbari mal poteano
sopportare le lente fatiche dell'agricoltura. Il loro indomabile spirito
di libertà sollevandosi contro il dispotismo, li eccitò a precipitose
ribellioni, ugualmente fatali ad essi, che alle Province[145]; nè
poterono questi artificiali rinforzi, benchè replicati dai successivi
Imperatori, rendere all'importante frontiera della Gallia e
dell'Illirico l'antico suo nativo vigore.

Di tutti i Barbari, che abbandonarono i nuovi loro stabilimenti, e
disturbarono la pubblica tranquillità, un piccolissimo numero ritornò al
suo nativo paese. Poterono per breve tempo vagare armati per l'Impero;
ma furono al fine sicuramente distrutti dalla potenza di un Imperator
bellicoso. La fortunata temerità di una truppa di Franchi fu
accompagnata da conseguenze sì memorabili da non doversi passare in
silenzio. Probo gli avea stabiliti sulle coste del Ponto, colla mira di
rinforzare quella frontiera contro lo irruzioni degli Alani. Una flotta,
che fissa stava nei porti dell'Eusino, cadde nelle mani dei Franchi; ed
essi risolverono di cercare una strada per mari incogniti dalla foce del
Fasi a quella del Reno. Fuggirono essi facilmente a traverso il Bosforo
e l'Ellesponto, ed incrociando lungo il Mediterraneo, la loro sete di
vendetta e di rapina con frequenti sbarchi su i lidi dell'Asia, della
Grecia o dell'Affrica, che non sospettavano una incursione. La ricca
città di Siracusa, nel cui porto erano state una volta calate a fondo le
flotte di Atene e Cartagine, fu saccheggiata da un pugno di Barbari, che
trucidarono la maggior parte de' tremanti abitatori. Dalle isole della
Sicilia si avanzarono i Franchi alle Colonne di Ercole, e fidandosi
all'Oceano costeggiarono la Spagna e la Gallia, e dirigendo trionfanti
il loro corso pel canale Britannico, terminarono finalmente il
sorprendente loro viaggio, approdando sicuri ai lidi della Batavia o
della Frisia[146]. L'esempio del loro felice successo, insegnando ai
loro concittadini a concepire i vantaggi, e a disprezzare i pericoli del
mare, additò al loro spirito intraprendente una nuova strada alla
ricchezza e alla gloria.

Non ostante la vigilanza e l'attività di Probo, era quasi impossibile
ch'egli potesse nel tempo stesso contenere nell'ubbidienza ogni parte
del suo tanto esteso dominio. I Barbari, che ruppero le loro catene,
presa aveano la favorevole occasione di una guerra domestica. Quando
mosse l'Imperatore al soccorso della Gallia, affidò a Saturnino il
comando dell'Oriente. Questo Generale, uomo di merito e di esperienza,
fu indotto a ribellarsi dalla lontananza del suo Sovrano, dalla
leggierezza degli Alessandrini, dalle premurose istanze degli amici, e
dai suoi propri timori; ma dal primo momento della sua elevazione non
mantenne mai alcuna speranza di conservarsi l'Impero, oppure la vita.
«Ah!» diss'egli, «la Repubblica ha perduto un util suddito, e la
temerità di un momento ha distrutto i servigi di molt'anni. Voi non
conoscete (egli continuò) le angustie del sovrano potere; sta sempre
sospesa sul nostro capo una spada; paventiamo le stesse nostre guardie,
e diffidiamo dei nostri compagni. Non è più in nostro arbitrio l'operare
o stare in riposo, nè vi è età, carattere, o condotta veruna, che ci
metta al coperto della censura dell'invidia. Innalzandomi in tal guisa
al trono, condannato mi avete a una vita angustiosa, e ad un fine
immaturo. L'unica consolazione che mi resta, è la sicurezza che non
caderò solo[147].» Ma come la prima parte della sua predizione fu
verificata dalla vittoria, così fu la seconda smentita dalla clemenza di
Probo. Questo buon Principe tentò persino di salvare l'infelice
Saturnino dal furor dei soldati. Avea egli più di una volta pregato
l'usurpatore istesso a riporre qualche fiducia nella clemenza di un
Sovrano, il quale tanto stimava il carattere di lui, che avea punito,
qual maligno delatore, il primo che riferì l'improbabil nuova della sua
ribellione[148]. Avrebbe forse Saturnino accettata la generosa offerta,
se non fosse stato ritenuto dall'ostinata diffidenza dei suoi aderenti.
Il loro delitto era più grave, e le loro speranze più ardenti di quelle
dello sperimentato lor condottiere.

[A. D. 289]

Era appena nell'Oriente estinta la ribellione di Saturnino, che si
suscitarono nuove turbolenze nell'Occidente, per la sollevazione di
Bonoso e di Proculo nella Gallia. Il maggior merito di questi due
Uffiziali era la prodezza dell'uno nelle battaglie di Bacco, dell'altro
in quelle di Venere[149]; non mancava però nè l'uno nè l'altro di
coraggio e di capacità, ed ambi sostennero con onore l'augusto carattere
che il timor del castigo gli aveva impegnati ad assumere, finchè
cederono in ultimo al genio superiore di Probo. Egli usò della vittoria
con la solita sua moderazione, e risparmiò i beni non men che le vite
delle innocenti loro famiglie[150].

[A. D. 281]

Aveano ormai le armi di Probo oppressi tutti gli stranieri e domestici
nemici dello Stato. Il suo dolce, ma fermo governo assicurava il
ristabilimento della pubblica tranquillità; nè vi era rimasto nelle
province un barbaro nemico, un tiranno o un masnadiere pur anco, che
risvegliasse la memoria dei passati disordini. Tempo era che
l'Imperatore rivedesse Roma, e celebrasse la propria sua gloria e
l'universale felicità. Il trionfo, dovuto al valore di Probo, fu
regolato con una magnificenza conveniente alla sua fortuna, ed il
popolo, che avea sì di recente ammirati i trofei di Aureliano, rimase
con eguale piacere attonito alla vista di quelli dell'Eroe
successore[151]. Non possiamo in questa occasione tralasciare di
riferire il coraggio di circa ottanta gladiatori, riservati con quasi
seicento altri per l'inumano spettacolo dell'anfiteatro. Sdegnando essi
di spargere il sangue per dilettare la moltitudine, uccisero i loro
custodi, ruppero la loro prigione, ed empirono le contrade di Roma di
sangue e di confusione. Dopo una ostinata resistenza furono superati, e
tagliati a pezzi dalle truppe regolari; ma ottennero almeno una morte
onorevole, e la soddisfazione di una giusta vendetta[152].

La militar disciplina, che regnava nei campi di Probo, era meno crudele
di quella di Aureliano, ma non men rigida ed esatta. Il secondo puniva
le irregolarità dei soldati con inflessibile severità; il primo le
preveniva, occupando le legioni in continue ed utili fatiche. Quando
Probo comandava nell'Egitto, fece molte opere considerabili per lo
splendore e per l'utile di quel ricco paese. La navigazione del Nilo,
così importante a Roma medesima, fu migliorata; e tempj, ponti, portici
e palazzi furono costruiti dalle mani de' soldati, che servivano a
vicenda come architetti, come ingegneri e come operai[153]. Vien
riferito di Annibale, che per preservare le sue truppe dalle pericolose
tentazioni dell'ozio, le avea obbligate a fare vaste piantazioni di
ulivi lungo la costa dell'Affrica[154]. Per un simil principio, Probo
esercitò le sue legioni a coprire di ricche vigne le colline della
Gallia e della Pannonia, e ci vengono descritti due considerabili
terreni, che furono interamente lavorati o piantati dalle braccia dei
soldati[155]. Uno di questi, conosciuto sotto il nome di Monte Almo, era
situato vicino a Sirmio, paese nativo di Probo, per cui egli sempre
conservò un affetto parziale, e la cui gratitudine procurò
d'assicurarsi, convertendo in terreno lavorabile un vasto ed insalubre
tratto di suol paludoso. Un esercito così impiegato componeva forse la
più utile e la più coraggiosa porzione dei sudditi Romani.

[A. D. 282]

Ma nel proseguimento di un disegno favorito i migliori degli uomini,
soddisfatti della rettitudine delle loro intenzioni, sono soggetti ad
obbliare i limiti della moderazione; e Probo istesso non consultò
abbastanza la pazienza e la disposizione dei feroci suoi legionari[156].
Sembra che solamente una vita piacevole ed oziosa possa compensare i
pericoli della professione militare; ma se i doveri del soldato sono
continuamente aggravati dalle fatiche dell'agricoltore, egli caderà
finalmente sotto l'intollerabil peso, o lo scuoterà con isdegno. Si
pretende che l'imprudenza di Probo provocasse lo scontento delle sue
truppe. Più attento agl'interessi del Genere Umano che a quelli
dell'esercito, egli manifestò la vana speranza di presto abolire, collo
stabilimento della pace universale, la necessità delle truppe permanenti
e mercenarie[157]. Questa poco misurata espressione gli divenne fatale.
In uno dei più caldi giorni di estate, mentre egli severamente
affrettava l'insalubre lavoro di seccare le paludi di Sirmio, i soldati,
impazienti della fatica, gettaron via subitamente i loro strumenti,
afferraron l'armi, e proruppero in una furiosa sollevazione.
L'Imperatore, conoscendo il suo pericolo, si rifuggì in un'alta torre,
eretta a fine di osservare il progresso di quel lavoro[158]. Fu la torre
in un momento forzata, e mille spade in un punto immerse furono in seno
all'infelice Probo. Appena saziato, cessò il furor delle truppe.
Deplorarono allora la funesta loro temerità, obbliarono la severità
dell'Imperatore che avean trucidato, e si affrettarono a perpetuare con
un onorifico monumento la memoria delle virtù e delle vittorie di
lui[159].

Quando ebbero le legioni soddisfatto al loro dolore e pentimento per la
morte di Probo, con unanime consenso dichiararono Caro Prefetto del
Pretorio, come il più degno del trono imperiale. Ogni circostanza
relativa a questo Principe comparisce d'una varia ed incerta natura. Ei
si gloriava del titolo di cittadino Romano, ed affettava di paragonare
la purità del suo sangue colla straniera e perfino barbara origine dei
precedenti Imperatori, ma i più curiosi indagatori fra i suoi
contemporanei, ben lungi dall'ammettere questa pretensione, hanno
variamente dedotta l'origine di lui, o quella dei suoi genitori,
dall'Illirico, dalla Gallia o dall'Affrica[160]. Benchè soldato, egli
ebbe una culta educazione; e benchè Senatore, gli fu conferita la prima
dignità dell'esercito; ed in un secolo, in cui le professioni civile e
militare cominciarono ad essere stabilmente separate l'una dall'altra,
esse furono unite nella persona di Caro. Non ostante la severa giustizia
da lui esercitata contro gli assassini di Probo, al favore e alla stima
del quale egli era altamente obbligato, non potè evitare il sospetto di
esser complice di un misfatto, da cui ricavò il principale vantaggio.
Egli godeva (almeno avanti il suo innalzamento) la riputazione d'uomo
abile e virtuoso[161]; ma l'austero suo naturale si cangiò
insensibilmente in fastidioso e crudele, e gl'imperfetti Scrittori della
sua vita non sanno se devono porlo nel numero dei Tiranni di Roma[162].
Quando Caro prese la porpora, era nell'età di circa sessant'anni, ed i
due suoi figli Carino e Numeriano erano ormai giunti alla virilità[163].

L'autorità del Senato morì con Probo, nè i soldati dimostrarono il loro
pentimento con quel rispettoso riguardo per la potenza civile, che
aveano palesato dopo l'infelice morte di Aureliano. Fu l'elezione di
Caro decisa senza aspettare l'approvazione del Senato; ed il nuovo
Imperatore si contentò di notificare con una fredda ed altiera lettera,
ch'era salito sul trono vacante[164]. Una condotta tanto opposta a
quella dell'amabile suo predecessore, non recò alcun favorevol presagio
del nuovo Regno, ed i Romani, privi di potere e di libertà, usarono del
privilegio rimasto loro di mormorare[165]. Non si mancò per altro di
congratularsi con lui e di adularlo; e possiam tuttavia leggere con
piacere e disprezzo un'egloga, che fu composta per l'avvenimento
dell'Imperator Caro. Due pastori per evitare il calore del mezzogiorno
si ritirano nella grotta di Fauno. Sulla scorza d'un ombroso faggio
vedono alcuni freschi caratteri. La rustica Deità avea descritta in
versi profetici la felicità promessa all'Impero sotto il Regno di sì
gran Principe. Fauno saluta l'Eroe, che ricevendo sulle sue spalle il
cadente peso del mondo Romano, estinguerà le guerre e le fazioni, e farà
risorgere l'innocenza e la tranquillità del secol d'oro[166].

È più che probabile che queste eleganti inezie non giungessero mai alle
orecchie di un Generale veterano, che con il consenso delle legioni si
preparava ad eseguire il lungamente sospeso disegno della guerra
Persiana. Avanti la sua partenza per questa remota spedizione, Caro
conferì ai due suoi figli, Carino, e Numeriano, il titolo di Cesare, e
rivestendo il primo di una quasi ugual porzione d'imperial potere,
ordinò al giovane Principe di prima sedare alcune perturbazioni insorte
nella Gallia, e di poi stabilire la sua residenza in Roma, ed assumere
il governo delle Province Occidentali[167]. Fu la salvezza dell'Illirico
assicurata con una memorabil disfatta dei Sarmati. Sedicimila di quei
Barbari restarono sul campo di battaglia, e montò a ventimila il numero
dei prigionieri. Il vecchio Imperatore, animato dalla fama e
dall'aspetto della vittoria, continuò la sua marcia di mezzo verno per
le campagne della Tracia e dell'Asia Minore, ed arrivò finalmente col
suo più giovane figliuolo Numeriano ai confini della Monarchia Persiana.
Là accampato sulla cima di un'alta montagna, mostrò alle truppe
l'opulenza ed il lusso dei nemici che andavano ad assalire.

[A. D. 283]

Il successore di Artaserse, Varane o Bahram, benchè avesse soggiogati i
Segesti, una delle più bellicose nazioni dell'Asia superiore[168], fu
atterrito dalla venuta dei Romani, e procurò di arrestarli con un
trattato di pace. I suoi ambasciatori entrarono nel campo verso il cader
del Sole, mentre le truppe si ristoravano con un pasto frugale. I
Persiani manifestarono il loro desiderio di essere introdotti alla
presenza dell'Imperator Romano. Furono essi finalmente condotti dinanzi
ad un soldato assiso sull'erba. Un pezzo di lardo vieto, e pochi secchi
piselli componean la cena di quello. Un rozzo manto di porpora era
l'unico indizio della sua dignità. Si fece l'abboccamento collo stesso
disprezzo della cortigiana eleganza. Caro levandosi un berretto, che
portava per nascondere la sua calvezza, assicurò gli Ambasciatori, che
se il loro Sovrano non avesse riconosciuta la superiorità di Roma, egli
avrebbe subitamente ridotta la Persia così nuda di alberi, come era la
testa sua di capelli[169]. Malgrado le tracce di una studiata
ostentazione possiamo da questa scena conoscere i costumi di Caro, e la
severa semplicità, che i marziali successori di Gallieno aveano già
ristabilita nei campi Romani. I ministri del gran Re tremarono e si
ritirarono.

Non furono senza effetto le minacce di Caro. Egli devastò la
Mesopotamia, tagliò a pezzi tutto quello, che si oppose al suo
passaggio, s'impadronì delle grandi Città di Seleucia e di Tesifonte
(che sembra essersi rese senza resistenza) e portò le armi sue
vittoriose di là dal Tigri[170]. Egli avea preso il favorevol momento
per una invasione. I Consigli Persiani erano divisi dalle fazioni
domestiche, e la maggior parte delle lor forze era ritenuta sulle
frontiere dell'India. Roma e l'Oriente ricevean con trasporto le nuove
di vantaggi così rilevanti. L'adulazione e la speranza dipingevano coi
più vivi colori la caduta della Persia,[171] la conquista dell'Arabia,
la soggezione dell'Egitto, ed una durevole sicurezza dalle incursioni
degli Sciti. Ma il Regno di Caro era destinato a dimostrare la vanità
delle predizioni. Queste appena pubblicate, furono deluse dalla morte di
lui; avvenimento accompagnato da tali ambigue circostanze, che non può
riferirsi meglio che con una lettera del Segretario di esso al Prefetto
della Città. «Caro (dic'egli), nostro dilettissimo Imperatore, era dalla
malattia confinato nel letto, quando scoppiò sul campo una furiosa
tempesta. Le tenebre, che coprivano il cielo, erano così dense, che ne
impedivano il vederci l'un l'altro, ed i continui lampi dei fulmini ci
toglievano la cognizione di tutto ciò che seguiva nella general
confusione. Immediatamente dopo un violentissimo scoppio di tuono,
udimmo un grido improvviso ch'era morto l'Imperatore; e subito videsi
che i suoi Cortigiani aveano in un trasporto di dolore messo fuoco alla
tenda Reale; circostanza per cui si disse che Caro fu ucciso dal
fulmine. Ma per quanto possiamo investigar la verità, la sua morte fu il
naturale effetto della sua malattia[172].»

La vacanza del trono non produsse sconcerto veruno. L'ambizione dei
Generali fu repressa dai loro vicendevoli timori, ed il giovane
Numeriano, ed il suo fratello assente, Carino, furono di comun consenso
riconosciuti Imperatori di Roma. Il Pubblico sperava che il successore
di Caro seguitasse le vestigia del padre, e senza lasciar che i Persiani
si riavessero dalla loro costernazione, entrasse colla spada alla mano
nei palazzi di Susa e di Ecbatana[173]. Ma le legioni, benchè numerose e
disciplinate, furono atterrite dalla più vile superstizione. Non ostanti
tutti gli artifizi posti in uso per nascondere qual fosse stata la morte
dell'ultimo Imperatore, fu impossibile di distruggere l'opinione della
moltitudine, ed è insuperabile la forza della opinione. I luoghi o le
persone colpite dal fulmine erano riguardate dagli antichi con religioso
orrore, come singolarmente consacrate all'ira del cielo[174]. Fu allora
rammentato un oracolo, che indicava il fiume Tigri, come il confine
fatale delle armi Romane. Le truppe, atterrite dal destino di Caro e dal
lor proprio pericolo, altamente gridarono al giovane Numeriano, che
ubbidisse al voler degli Dei, e le conducesse fuori di quell'infausto
teatro di guerra. Non seppe il debole Imperatore vincere l'ostinato lor
pregiudizio, ed i Persiani videro con stupore l'improvvisa ritirata di
un vittorioso nemico[175].

[A. D. 284]

La nuova della misteriosa morte dell'ultimo Imperatore fu presto portata
dalle frontiere della Persia a Roma; ed il Senato non meno che le
Province si congratularono co' figliuoli di Caro del loro avvenimento al
trono. Mancava per altro a questi giovani fortunati quella nota
superiorità o di nascita o di merito, che sola può render facile il
possesso di un trono, come se fosse naturale. Nati ed educati in
condizione privata, furono per l'elezione del padre innalzati in un
momento alla dignità di Principi; e la morte di lui, seguita quasi
sedici mesi dopo, lasciò ad essi l'inaspettata eredità di un vasto
Impero. Si richiedeva una virtù e prudenza non ordinaria per sostener
con moderazione questo rapido innalzamento; e Carino, il maggiore de'
fratelli, era più che all'ordinario privo di queste due qualità. Aveva
egli nella guerra della Gallia mostrato qualche grado di valor
personale[176], ma dal momento del suo arrivo in Roma si abbandonò al
lusso della Capitale, ed all'abuso della sua fortuna. Egli era
effemminato e ad un tempo crudele; dedito al piacere, ma privo di buon
gusto; e benchè vano all'estremo, non curante della pubblica stima. Nel
corso di pochi mesi successivamente sposò o ripudiò nove mogli, molto
delle quali lasciò gravide; e nonostante questa incostanza, autorizzata
dalle leggi, trovò tempo di soddisfare tanti irregolari appetiti, che
disonorò se stesso e le più nobili famiglie di Roma. Egli riguardava con
odio implacabile tutti coloro, che potean rammentarsi l'antica sua
oscurità, o censurare la sua presente condotta. Condannò all'esilio o
alla morte gli amici ed i consiglieri, che il padre gli avea posti
attorno per guidare l'inesperta sua giovinezza; e perseguitò colla più
vile vendetta i suoi condiscepoli e compagni, che non aveano abbastanza
rispettata la nascosta maestà dell'Imperatore. Coi Senatori, Carino
affettava un superbo e regio contegno, frequentemente dichiarando che
aveva idea di distribuire i loro beni alla plebaglia di Roma. Dalla
feccia della medesima scelse i suoi favoriti, e fino i suoi ministri. Il
palazzo e la tavola stessa Imperiale era piena di musici, di ballerini,
di donne prostituite, e di tutto il vario corteggio del vizio e della
follìa. Ad uno dei suoi Portieri[177] affidò il governo della Città. Al
Prefetto del Pretorio, da lui messo a morte, Carino sostituì uno de'
ministri de' suoi più vili piaceri. Un altro, che possedeva l'istesso, o
ancora un più infame diritto al favore di lui, fu rivestito del
Consolato. Un Segretario di confidenza, che avea acquistata la rara
abilità di contraffare lo scritto, liberò l'indolente Imperatore, col
consenso di lui, dal molesto dovere di segnare il suo nome.

Quando l'Imperator Caro cominciò la guerra di Persia, fu indotto da
motivi di affetto, non meno che di politica, ad assicurare la sorte
della sua famiglia, lasciando nelle mani del suo maggior figliuolo le
armate e le Province dell'Occidente. La notizia, ch'egli ricevè ben
tosto della condotta di Carino, lo ricolmò di vergogna e di dolore; nè
avea egli celata la sua risoluzione di soddisfare la Repubblica con un
severo atto di giustizia, o di adottare in luogo di un indegno
figliuolo, il valoroso e virtuoso Costanzo, ch'era allora Governatore
della Dalmazia. Ma l'innalzamento di questo fu per un tempo differito,
ed appena che la morte di un Padre ebbe liberato Carino dal freno del
timore o del rispetto, egli mostrò ai Romani le stravaganze di
Elagabalo, accompagnate dalla crudeltà di Domiziano[178].

Il solo merito del Regno di Carino, che la storia possa ricordare, e la
poesia celebrare, fu l'insolito splendore, col quale in nome suo e del
fratello egli festeggiò i giuochi Romani del teatro, del circo e
dell'anfiteatro. Più di venti anni dopo, quando i cortigiani di
Diocleziano rappresentavano al loro frugal Sovrano lo splendore e la
popolarità del magnifico suo predecessore, egli confessò, che il regno
di Carino era veramente stato un regno di piacere[179]. Ma il Popolo
Romano godeva con sorpresa e con trasporto di questa vana prodigalità,
che la prudenza di Diocleziano poteva giustamente disprezzare. I più
vecchi cittadini, rammentandosi gli spettacoli dei tempi andati, la
pompa trionfale di Probo o di Aureliano, ed i giuochi secolari
dell'Imperatore Filippo, confessavano che tutti erano oscurati dalla
superiore magnificenza di Carino[180].

Gli spettacoli pertanto di Carino non possono esser meglio illustrati
che coll'osservazione di alcune particolarità, che la storia si è
degnata di riferire, concernenti quelli dei suoi predecessori. Se ci
limitiamo solamente alla caccia delle fiere, benchè criticar si possa la
vanità dell'idea o la crudeltà dell'esecuzione, siamo costretti a
confessare, che nè avanti nè dopo il tempo dei Romani tant'arte o spesa
non è mai stata profusa pe' divertimenti del popolo[181]. D'ordine di
Probo fu trapiantata nel mezzo del circo una considerabil quantità di
grand'alberi, svelti dalle radici. Fu questa spaziosa e ombrosa foresta
immediatamente ripiena di mille struzzi, di mille cervi, di mille daini
e di mille cignali; e tutta questa varietà di selvaggiume fu abbandonata
allo sfrenato impeto della moltitudine. La tragedia del giorno
susseguente consistè nella strage di cento leoni, di cento leonesse, di
dugento leopardi e di trecento orsi[182]. Gli animali raccolti e
preparati dal più giovane Gordiano pel suo trionfo, e che il suo
successore fece vedere nei giuochi secolari, erano meno ragguardevoli
pel loro numero, che per la loro singolarità. Venti zebre mostrarono le
loro eleganti forme e le belle liste del lor mantello agli occhi del
Popolo Romano[183]. Dieci alci ed altrettante giraffe, i più alti e i
più mansueti animali, ch'errino per le pianure della Sarmazia e
dell'Etiopia, fecero un bel contrasto con trenta jene affricane, e dieci
tigri dell'India, le più implacabili belve della Zona torrida. Nel
rinoceronte, nell'ippopotamo del Nilo[184] ed in una maestosa truppa di
trentadue elefanti[185] si ammirò l'innocente forza, di cui la natura ha
dotato i più grandi tra i quadrupedi. Mentre la plebe guardava con
attonita maraviglia quella splendida mostra, il naturalista potea invero
osservare la figura e la proprietà di tante specie diverse, trasportate
da ogni parte dell'antico mondo nell'anfiteatro di Roma. Ma questo
accidental benefizio, che la scienza ricavar potea dalla follìa, non è
certamente bastante a giustificare un così smoderato abuso delle
pubbliche ricchezze. Si trova per altro un solo esempio nella prima
guerra Punica, in cui il Senato combinò saggiamente questo divertimento
della moltitudine coll'interesse dello Stato. Un numero considerabile di
elefanti fu preso nella disfatta dell'armata Cartaginese, e condotto per
uso del circo da pochi schiavi armati soltanto di dardi spuntati[186].
Servì quest'utile spettacolo ad imprimere nell'animo del soldato Romano
un giusto disprezzo per quegli enormi animali, ed egli più non ne
paventò l'incontro nelle battaglie.

La caccia o la mostra delle fiere era regolata con una magnificenza
conveniente ad un popolo, che s'intitolava padrone del mondo; ed era
l'edifizio, destinato a questo divertimento, una prova non meno
evidente della romana grandezza. La posterità ammira e lungamente
ammirerà i magnifici avanzi dell'anfiteatro di Tito, che tanto
bene meritò il titolo di Colossale[187]. Era questo un edifizio
di figura ellittica, lungo cinquecentosessantaquattro piedi, e largo
quattrocentosessantasette, fabbricato sopra ottanta archi, e che si
ergeva con quattro successivi ordini di architettura all'altezza di
centoquaranta piedi[188]. Questo edificio era al di fuori incrostato di
marmo, e adorno di statue. Il recinto di quella vasta concavità era
ripieno e circondato da sessanta o ottanta ordini di sedili parimente di
marmo coperti di cuscini, e capaci di contenere comodamente più di
ottantamila spettatori[189]. Da sessantaquattro _vomitatorj_ (giacchè
con questo adattato vocabolo erano distinte le porte) usciva l'immensa
moltitudine; e gli ingressi, i corridori, e le scale erano con tal
disegno disposte, che qualunque persona dell'ordine o Senatorio o
Equestre o Plebeo, giungeva al suo destinato luogo senza disturbo o
confusione[190]. Niente era stato omesso di ciò che in qualche modo
potesse servire al comodo, ed al piacere degli spettatori. Li difendea
dal Sole e dall'acqua un'ampia tenda, che si tirava, richiedendolo il
bisogno, sopra i loro capi. Veniva continuamente rinfrescata l'aria dai
getti delle fontane, e profusamente impregnata del grato odore di
aromati. Nel centro dell'edifizio, _l'arena_, o il teatro, era coperto
della più fina sabbia, e prendea successivamente le più diverse forme.
Ora poteva sorgere dalla terra come il giardino dell'Esperidi, e dopo
era rotto in rupi e caverne simili a quelle della Tracia. I sotterranei
canali conducevano una quantità inesauribile di acqua; e quel che un
momento avanti sembrava un piano ben livellato, poteva improvvisamente
cangiarsi in un vasto lago coperto di armate navi, e ripieno dei mostri
dell'Oceano[191]. Nella decorazione di queste scene gl'Imperatori Romani
facevano pompa delle loro ricchezze e della lor liberalità, e noi
leggiamo che in diverse occasioni tutti gli ornamenti dell'anfiteatro
erano o di argento o di oro o di ambra[192]. Il poeta, che descrive i
giuochi di Carino, sotto il carattere di un pastore tratto alla Capitale
dalla fama della loro magnificenza, afferma che le reti destinate, come
per difesa, contro le fiere, erano di filo d'oro; che i portici erano
dorati; e che il _balteo_ o cerchio, che divideva i diversi ordini degli
spettatori gli uni dagli altri, era adornato con un prezioso mosaico di
bellissime pietre[193].

[A. D. 284]

In mezzo a questa splendida pompa l'Imperatore Carino, sicuro della sua
fortuna, godeva delle acclamazioni del popolo, dell'adulazione dei
cortigiani e dei canti dei poeti, che in mancanza di un merito più
essenziale, eran ridotti a celebrare le grazie divine della persona di
lui[194]. Nell'ora stessa, ma in distanza di novecento miglia da Roma,
il suo fratello rendeva lo spirito; ed una subita rivoluzione facea
passare nelle mani di uno straniero lo scettro della famiglia di
Caro[195].

I Figli di Caro non si videro mai fra loro dopo la morte del padre. Le
disposizioni, ch'esigeva la loro nuova posizione, erano probabilmente
differite fino al ritorno del minor fratello a Roma, dov'era destinato
un trionfo ai giovani Imperatori pel glorioso esito della guerra
Persiana[196]. È incerto se avessero idea di divider tra loro il
governo, o le province dell'Impero; ma è molto inverisimile che la loro
unione dovesse lungamente durare. La gelosia della sovranità sarebbe
stata infiammata dalla diversità dei caratteri. Carino era indegno di
vivere anche nei tempi più corrotti; Numeriano meritava di regnare in un
secolo più felice. Le affabili sue maniere e le sue mansuete virtù gli
procacciarono, appena furono conosciute, il rispetto e gli affetti del
Pubblico. Egli possedeva le belle doti di poeta e di oratore, che
illustrano e adornano la più umile o la più elevata condizione. La sua
eloquenza, benchè applaudita dal Senato, era formata più sul modello dei
moderni declamatori, che su quello di Cicerone; ma in un secolo molto
lontano dall'esser privo del merito poetico, egli ne disputò la palma
coi più celebri suoi contemporanei, e rimase tuttavia amico dei suoi
rivali; circostanza che dimostra o la bontà del suo cuore, o la
superiorità del suo ingegno.[197] Ma erano i talenti di Numeriano di un
genere più contemplativo che attivo, quando l'innalzamento del padre lo
estrasse a forza dall'ombra del suo ritiro; nè il suo carattere, nè i
suoi studi lo avean renduto atto a comandare gli eserciti. La sua
complessione fu rovinata dalle fatiche della guerra Persiana; ed egli
avea contratto pel calore del clima[198] una debolezza tale negli occhi,
che fu costretto, nel corso di una lunga ritirata, a confinarsi nella
solitudine; e nell'oscurità di una tenda o di una lettiga.
L'amministrazione di tutti gli affari e militari e civili fu conferita
ad Arrio Apro, Prefetto del Pretorio, che alla potenza dell'importante
sua carica univa l'onore di esser suocero di Numeriano. Era strettamente
guardato il padiglione Imperiale dai suoi più fedeli aderenti, e per
molti giorni Apro diede all'armata i supposti ordini dell'invisibile
Sovrano[199].

[A. D. 284]

Non erano scorsi ancora otto mesi dalla morte di Caro, quando l'esercito
Romano, ritornando a lunghe giornate dalle rive del Tigri, arrivò a
quelle del Bosforo Tracio. Le legioni fecero alto a Calcedonia
nell'Asia, mentre la Corte passava sopra Eraclea sulla costa Europea
della Propontide[200]. Ma si sparse improvvisamente nel campo, prima con
segreti bisbigli e finalmente con alti clamori, la voce della morte
dell'Imperatore, e della presunzione del suo ambizioso ministro,
ch'esercitava tuttavia il potere sovrano in nome di un principe estinto.
Non potè l'impazienza dei soldati sopportare più lungamente uno stato
d'incertezza. Con insolente curiosità entrarono a forza nella Tenda
Imperiale, e vi ritrovarono soltanto il cadavere di Numeriano[201]. La
continua decadenza della salute di lui avrebbe potuto indurli a crederne
naturale la morte; ma l'averla celata fu riguardato come una prova di
delitto, e le provvisioni, prese da Apro per assicurare la propria
elezione, divennero la cagione immediata della sua rovina. Pure, nel
trasporto ancora della lor rabbia e del loro dolore, tennero le truppe
una regolare condotta, che prova quanto sodamente era stata ristabilita
la disciplina dei guerrieri successori di Gallieno. Fu intimata una
generale assemblea dell'esercito da tenersi in Calcedonia, dove Apro fu
condotto tra i ceppi come prigioniero e delinquente. Fu eretto in mezzo
al campo un vuoto tribunale, ed i Generali ed i Tribuni tennero un gran
consiglio di guerra. Essi annunziarono ben presto alla moltitudine, che
la scelta loro era caduta sopra Diocleziano, comandante delle guardie
domestiche, o sia del corpo, come il soggetto più capace di vendicare il
loro amato Imperatore, e di succedergli. Dipendeva la futura sorte del
Candidato dal caso, o dalla condotta di quel momento. Conoscendo
Diocleziano che il grado, ch'egli avea occupato, lo esponeva a qualche
sospetto, montò sul tribunale, ed alzando gli occhi al Sole, fece una
solenne protesta sulla propria innocenza dinanzi a quel Nume, che tutto
vede[202]. Prendendo di poi i modi di Sovrano o di Giudice, comandò che
Apro, incatenato, fosse condotto a piè del tribunale. «Costui
(diss'egli) è l'assassino di Numeriano»; e senza dargli tempo di entrare
in una pericolosa giustificazione, snudò il ferro, e l'immerse in seno
all'infelice Prefetto. Un'accusa sostenuta da una prova così decisiva,
fu ammessa senza contraddizione, e le legioni riconobbero con ripetute
acclamazioni la giustizia e l'autorità dell'Imperator Diocleziano[203].

Prima di entrare nel memorabil regno di questo Principe, sarà
conveniente cosa il punire e tor di mezzo l'indegno fratello di
Numeriano. Carino aveva armi e ricchezze bastanti a sostenere il suo
legittimo diritto all'Impero. Ma i suoi vizi personali preponderavano
tutti i vantaggi della nascita e dell'attual situazione. I più fedeli
ministri del padre disprezzavano l'incapacità, e paventavano la crudele
arroganza del figliuolo. Eran gli affetti del popolo impegnati in favore
del rivale, ed il Senato istesso inclinava a preferire un usurpatore a
un tiranno. Gli artifizi di Diocleziano infiammarono la generale
scontentezza, e fu il verno consumato in segreti intrighi, ed in aperti
preparativi per una guerra civile. S'incontrarono a primavera le forze
dell'Oriente e dell'Occidente nelle pianure di Margo, piccola città
della Mesia, nelle vicinanze del Danubio[204]. Le truppe tornate così
recentemente dalla guerra Persiana, aveano acquistata la loro gloria a
spese della loro salute e del lor numero, nè erano esse in istato di
contrastare con l'inesausto vigore delle legioni Europee. Furono rotte
le loro file, e per un momento Diocleziano disperò della porpora e della
vita. Ma perdè Carino in un punto, per l'infedeltà de' suoi uffiziali,
il vantaggio riportato dal valore de' suoi soldati. Un Tribuno, di cui
egli avea sedotta la moglie, prese l'opportunità di vendicarsi, e con un
colpo solo spense la discordia civile col sangue dell'adultero[205].

FOOTNOTES:

[96] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221. Zosimo l. I, p. 57. Eutrop. IX.
15. I due Vittori.

[97] Vopisco Stor. Aug. p. 222. Aurelio Vittore fa menzione, di una
formal deputazione fatta dalla truppe al Senato.

[98] Vopisco, nostra principale autorità, scriveva in Roma solamente
sedici anni dopo la morte di Aureliano; ed oltre alla recente notizia
dei fatti, trae costantemente i suoi materiali dai giornali del Senato,
e dagli scritti originali della libreria Ulpiana. Zosimo e Zonara
compariscono così ignoranti di questo trattato, come lo erano
generalmente della costituzione Romana.

[99] Livio l. 17. Dionisio Alicarnas. l. II. p. 115. Plutarco in Numa,
p. 60. Il primo di questi Scrittori riferisce la storia come un oratore,
il secondo come un legista ed il terzo come un moralista, e niuno
probabilmente senza qualche mescuglio di favola.

[100] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 227) lo chiama _primae sententiae
consularis_, e subito dopo, _Princeps Senatus_. È naturale il supporre,
che i Monarchi di Roma sdegnando quell'umil titolo, lo cedessero al più
antico fra i Senatori.

[101] L'unica obbiezione a questa genealogia è che lo Storico si
nominava Cornelio, l'Imperatore Claudio. Ma sotto il basso Impero, i
soprannomi erano estremamente vari ed incerti.

[102] Zonara, l. XII, p. 637. La Cronica Alessandrina, per un facile
errore, trasferisce quell'età ad Aureliano.

[103] Nell'anno 273 egli fu Console ordinario, ma debbe essere stato
_suffetto_ molti anni avanti, e probabilmente sotto Valeriano.

[104] _Bis millies octingenties._ Vopisco nella Stor. Aug. p. 229.
Questa somma, secondo l'antica misura, equivaleva ad ottocento
quarantamila libbre Romane di argento, ciascuna della valuta di sei
zecchini. Ma nel secolo di Tacito il conio avea perduto molto nel peso e
nella purità.

[105] Dopo il suo avvenimento, ordinò che si facessero annualmente dieci
copie dello Storico, e si collocassero nelle pubbliche librerie. Le
librerie Romane sono da gran tempo perite, e la più stimabil parte di
Tacito fu conservata in un solo MS. e scoperta in un Monastero della
Vestfalia. Vedi Bayle, Dizionario. Art. _Tacito_, e Lipsio ad _Annal._
II. 9.

[106] Vopisco nella Stor. Aug. p. 227.

[107] Stor. Aug. p. 228. Tacito indirizzandosi ai Pretoriani, li
nominava _sanctissimi milites_, ed il popolo, _sacratissimi Quirites_.

[108] Nelle sue manumissioni non eccedè mai il numero di cento, come
limitato dalla legge Caninia promulgata sotto Augusto, e finalmente
abolita da Giustiniano. Vedi Casaubono _ad locum Vopisci_.

[109] Vedi le vita di Tacito, di Floriano, e di Probo nella Stor. Aug.
Possiamo assicurarci che tutto ciò che diede il Soldato, lo avea già
dato il Senatore.

[110] Vopisco nella Stor. Aug. p. 236: il passo è chiarissimo, ma
Casaubono e Salmasio vorrebbero correggerlo.

[111] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230, 232, 233. I Senatori celebrarono
quel felice ristabilimento con ecatombi e con pubbliche allegrezze.

[112] Stor. Aug. p. 228.

[113] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230. Zosimo l. I. p. 57. Zonara, l.
XII. p. 637. Due passi della vita di Probo (p. 236 238.) mi persuadono
che questi Sciti, invasori del Ponto, fossero Alani. Se dar possiam fede
a Zosimo (l. I. 58.) Floriano li perseguitò fino al Bosforo Cimmerio. Ma
egli ebbe appena tempo per una spedizione tanto lunga e difficile.

[114] Eutropio ed Aurelio Vittore dicon solamente ch'egli morì. Vittore
Giuniore aggiunge, ch'egli morì di febbre. Zosimo e Zonara affermano,
ch'egli fu ucciso dai soldati. Vopisco riferisce le due relazioni, e
sembra incerto. Sono per altro facilmente conciliabili queste diverse
opinioni.

[115] Secondo i due Vittori egli regnò precisamente dugento giorni.

[116] Stor. Aug. 231. Zosimo, l. I. p. 58, 59. Zonara, l. XII. p. 637.
Aurelio Vittore dice che Probo assunse l'Impero nell'Illirico; opinione
la quale (benchè adottata da un uomo dottissimo) getterebbe una
insuperabile confusione in quel periodo di storia.

[117] Stor. Aug. p. 229.

[118] Egli dovea inviare dei Giudici ai Parti, ai Persiani, ed ai
Sarmati, un Presidente alla Taprobana, ed un Proconsole nell'Isola
Romana, supposta dal Casaubono e da Salmasio essere la Britannia. Una
storia quale è la mia (dice Vopisco con giusta modestia) non sussisterà
mille anni per potere esporre o giustificare la predizione.

[119] Per la vita privata di Probo, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p.
234, 237.

[120] Secondo la Cronaca Alessandrina egli era nell'età di cinquant'anni
quando morì.

[121] La lettera era indirizzata al Prefetto del Pretorio, il quale
(supposta la di lui buona condotta) egli promise di mantenere
nell'importante sua carica. Vedi Stor. Aug. p. 237.

[122] Vopisco nella Stor. Aug. p. 237. La data della lettera è
certamente erronea. In vece di _Non. Februar._ si può leggere _Non.
Augusti._

[123] Stor. Aug. p. 238. È cosa strana che il Senato trattasse Probo men
favorevolmente di Marco Antonino. Avea quel Principe ricevuto, anche
prima della morte di Pio, il _Jus quintae relationis_. Vedi Capitolin.
nella Stor. Aug. p. 24.

[124] Vedi la rispettosa lettera di Probo al Senato dopo le sue vittorie
Germaniche Stor. Aug. p. 239.

[125] La data e la durata del Regno di Probo sono esattamente fissate
dal Cardinal Noris nella sua dotta opera, _De Epochis Siro-Macedonum_,
p. 96, 105. Un passo di Eusebio congiunge il secondo anno di Probo con
le Ere di diverse città della Siria.

[126] Vopisco nella Stor. Aug. p. 239.

[127] Zosimo (l. I, p. 62-65) racconta una lunghissima e frivolissima
istoria di Licio, masnadiere Isaurico.

[128] Zosimo l. I, p. 65. Vopisco nella Stor. Aug. p. 239, 240. Ma
sembra incredibile, che la disfatta dei selvaggi della Etiopia potesse
interessare il Monarca Persiano.

[129] Oltre a questi capi ben cogniti, fa Vopisco menzione di vari
altri, le azioni dei quali non sono venute a nostra notizia.

[130] Vedi i Cesari di Giuliano e la Stor. Aug. p. 238, 240, 241.

[131] Zosimo, l. I. p. 62. Stor. Aug. p. 240. Ma l'ultima suppone che
fosse dato ad essi il castigo col consenso dei loro Re: se ciò è vero,
fu parziale come l'offesa.

[132] Vedi Cluver. Germania antica l. III. Tolomeo pone nel loro paese
la città di Calisia, che è forse Calish nella Slesia.

[133] _Feralis umbra_, tale è l'espressione di Tacito: è veramente molto
ardita.

[134] Tacit. Germania (c. 43.).

[135] Vopisco nella Stor. Aug. p. 238.

[136] Stor. Aug. p. 238, 239. Vopisco cita una lettera dell'Imperatore
al Senato, nella quale egli fa menzione del suo disegno di ridurre la
Germania in Provincia.

[137] Strabone l. VII. Secondo Velleio Patercolo (II. 108.) Maroboduo
condusse i suoi Marcomanni nella Boemia. Cluverio (German. antic. III.
8.) prova che vennero dalla Svevia.

[138] Questi Regolatori del pagamento delle Decime furono detti
_Decumates_; Tacit. Germania, c. 29.

[139] Vedi le note dell'Abate de la Bleterie alla Germania di Tacito, p.
183. La sua descrizione della muraglia è presa principalmente (come
dic'egli stesso) dall'Alsazia illustrata di Schoeflin.

[140] Vedi ricerche sopra i Chinesi e gli Egiziani, tom. II, p. 81, 202.
L'anonimo Autore è bene istruito del globo in generale e della Germania
in particolare: riguardo alla seconda, egli cita un'Opera del sig.
Hanselman; ma pare ch'egli confonda la muraglia di Probo, destinata
contro gli Alemanni, con la fortificazione dei Mattiaci, costruita nelle
vicinanze di Francfort contro i Catti.

[141] Egli distribuì quasi cinquanta o sessanta Barbari in circa per
_numero_; come allor si chiamava un corpo, che non sappiamo precisamente
da quanti individui fosse composto.

[142] _Cambden, in Britannia_, introduzione, p. 136; ma egli parla sopra
un'incertissima congettura.

[143] Zosimo, l. 1, p. 62. Secondo Vopisco, un altro corpo di Vandali fu
meno fedele.

[144] Stor. Aug. p. 240. Furono probabilmente discacciati dai Goti.
Zosimo l. I. p. 66.

[145] Stor. Aug. p. 240.

[146] Panegir. antic. V. 18. Zosimo, l. I. p. 66.

[147] Vopisco nella Stor. Aug. p. 245, 246. L'infelice Oratore avea
studiata la retorica a Cartagine, e perciò era probabilmente Mauro
(Zosimo l. I, p. 60) anzichè Gallo, come lo dice Vopisco.

[148] Zonara, l. XII. p. 638.

[149] Si racconta un esempio assai sorprendente della prodezza di
Proculo. Egli avea preso cento vergini Sarmate. Il resto della storia
egli stesso lo riferisca nella sua propria lingua; «Ex his una nocte
decem inivi: omnes tamen, quod in me erat, mulieres intra dies quindecim
reddidi». Vopisco nella Stor. Aug. p. 247.

[150] Proculo, ch'era nativo di Albenga nella riviera di Genova, armò
duemila dei suoi schiavi. Grandi erano la sue ricchezze, ma acquistate
per mezzo di ladronecci. Fu poi un detto della sua famiglia, _nec
latrones esse, nec principes sibi placere_. Vopisco Stor. Aug. p. 247.

[151] Stor. Aug. p. 240.

[152] Zosimo l. I. p. 66.

[153] Stor. Aug. p. 236.

[154] Aurelio Vittore in Probo; ma la politica di Annibale, non
ricordata da alcun altro più antico Scrittore, è inconciliabile con la
storia della sua vita. Egli lasciò l'Affrica in età di nove anni, vi
ritornò di quarantacinque ed immediatamente perdè la sua armata nella
decisiva battaglia di Zama: Livio, XXX. 37.

[155] Stor. Aug. p. 240. Eutrop. IX, 17. Aurelio Vittore in Probo.
Vittore Juniore. Egli rivocò la proibizione di Domiziano, ed accordò ai
Galli, ai Brettoni, ed ai Pannonj la general permissione di piantar
viti.

[156] Giuliano fa una severa, e veramente eccessiva censura del rigore
di Probo, il quale, come egli pensa, meritò quasi il suo destino.

[157] Vopisco nella Stor. Aug. p. 24. Egli profonde su questa vana
speranza un lungo squarcio d'insulsa eloquenza.

[158] _Turris ferrata._ Sembra che fosse una torre mobile e fasciata di
ferro.

[159] «Probus et vere Probus situs est: victor omnium gentium
barbararum: Victor etiam Tyrannorum».

[160] Tutto questo per altro può conciliarsi. Egli era nato a Narbona
nell'Illirico, confusa da Eutropio colla più famosa città di quel nome
nelle Gallie. Suo Padre potea essere un Affricano, e sua madre una Dama
Romana. Caro fu educato egli stesso nella Capitale. Vedi Scaligero,
_animadv. ad Euseb. Chron._ p. 241.

[161] Probo aveva richiesto al Senato una statua equestre, ed un palazzo
di marmo a pubbliche spese, come ricompense dovute al merito singolare
di Caro. Vopisco nella Stor. Aug. p. 249.

[162] Vopisco nella Stor. Aug. p. 242,249. Giuliano esclude l'Imperator
Caro, ed ambi i figliuoli di lui dal convito dei Cesari.

[163] Giovanni Malela, tom. I. p. 401. Ma l'autorità di quel Greco
ignorante è molto leggiera. Egli ridicolosamente fa venire da Caro la
città di _Carre_, la Provincia di Caria, l'ultima delle quali è
menzionata da Omero.

[164] Stor. Aug. p. 249. Caro si congratulò coi Senatori perchè uno del
loro Ordine era stato fatto Imperatore.

[165] Stor. Aug. p. 242.

[166] Vedi la prima egloga di Calfurnio. Fontenelle ne preferisce il
disegno a quello del _Pollione_ di Virgilio. Vedi tom. III. pag. 148.

[167] Stor. Aug. p. 353. Eutropio, IX. 18. _Pagi annal._

[168] Agatia l. IV. p. 135. Si trova una delle sue sentenze nella
Bibliot. Orient. del Sig. d'Herbelot. «La definizione dell'umanità
contiene tutte le virtù».

[169] Sinesio attribuisce questo fatto a Carino, ed è molto più naturale
di riferirlo a Caro, che a Probo, come vorrebbero il Petavio ed il
Tillemont.

[170] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Eutropio IX. 18. I due Vittori.

[171] Alla vittoria Persiana di Caro io riferisco il dialogo del
_Filopatride_, ch'è stato per tanto tempo un soggetto di disputa tra i
letterati. Ma sarebbe necessaria una dissertazione per ischiarire e
giustificare la mia opinione.

[172] Stor. Aug. p. 250. Ma Eutropio, Festo, Rufo, i duo Vittori,
Girolamo, Sidonio Apollinare, Sincello e Zonara, tutti attribuiscono ad
un fulmine la morte di Caro.

[173] Vedi _Nemesian. Cynegeticon._ V. I. ec.

[174] Vedi Festo ed i suoi comentatori sulla parola _Scribonianum_. I
_Luoghi_ percossi dal fulmine venivan circondati con un muro; le cose
eran bruciate con misteriose cerimonie.

[175] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Aurelio Vittore sembra che presti
fede alla predizione, ed approvi la ritirata.

[176] _Nemesian. Cynegiticon_, V. 69. Egli era contemporaneo, ma poeta.

[177] _Cancellarius._ Questa parola, così umile nella sua origine, è per
una singolar fortuna divenuta il titolo della prima gran carica di Stato
nelle monarchie dell'Europa. Vedi Casaubono e Salmasio, _ad Histor.
August._ p. 253.

[178] Vopisco nella Stor. Aug. p. 253, 254. Eutropio, IX. 19. Vittore
Juniore. Il regno di Diocleziano, per vero dire, fu così lungo e
prospero, che dovè esser molto favorevole alla reputazione di Carino.

[179] Vopisco nella Stor. Aug. p. 254. Egli lo nomina Caro, ma il senso
è naturale abbastanza, e le parole furono spesso confuse.

[180] Vedi Calfurnio egloga VII. 43. È da osservarsi che gli spettacoli
di Probo erano tuttavia recenti, e che il poeta vien secondato dallo
Storico.

[181] Il filosofo Montaigne (Saggi. L. III. 6.) fa un molto giusto e
vivace quadro della magnificenza romana in questi spettacoli.

[182] Vopisco nella Stor. Aug. p. 240.

[183] Vengono nominati _Onagri_: ma il numero n'è troppo piccolo per
semplici asini selvaggi. Cuper (de _Elephant. exercitat._ II. 7) ha
provocato con le autorità di Oppiano, di Dione e di un Anonimo Greco,
che si erano in Roma viste le zebre. Vi furono portate da qualche isola
dell'Oceano, forse dal Madagascar.

[184] Carino presentò un ippopotamo (Vedi Calf. Eglog. VII. 66.) Negli
ultimi spettacoli io non ritrovo coccodrilli, dei quali una volta
Augusto ne fece vedere trentasei. Dione Cassio, l. LV. p. 781.

[185] Capitolin. nella Stor. Aug. p. 164, 165. Noi non conosciamo gli
animali, ch'egli nomina _archeleontes_: alcuni leggono _argoleontes_,
altri _agrioleontes_; ambedue queste correzioni sono molto puerili.

[186] Plinio Stor. Nat. VIII. 6. Dagli annali di Pisone.

[187] Vedi Maffei Verona illustr. P. IV. l. I. c. 2.

[188] Maffei l. II. c. 7. L'altezza fu molto più esagerata dagli
antichi. S'innalzava quasi al Cielo, secondo Calfurnio (Eglog. VII. 23),
ed oltrepassava il termine della vista umana secondo Ammiano Marcellino
(XVI. 10.) Contuttociò quanto era piccola cosa riguardo alla gran
Piramide dell'Egitto, che ha cinquecento piedi di perpendicolo!

[189] Secondo diverse copie di Vitruvio, si legge 77000, o 87000
spettatori; ma il Maffei (l. II. c. 12) su i sedili scoperti non trova
luogo che per 34000. Il rimanente entrava nelle superiori gallerie
coperte.

[190] Vedi Maffei l. II. c. 5-11. Egli tratta questo difficilissimo
soggetto con tutta la possibil chiarezza, e come architetto non meno che
come antiquario.

[191] Calfurnio Egloga VII. 64, 73. Curiosi sono questi versi; e tutta
l'Egloga è stata di un uso infinito al Maffei. Calfurnio non men che
Marziale, (vedi il suo I. libro) era poeta, ma quando essi ritrassero
l'anfiteatro, scrissero ambidue secondo i propri lor sentimenti, e quei
dei Romani.

[192] Vedi Plin. Stor. nat. XXXIII. 16. XXXVII. 11.

[193]

    _Balteus en gemmis, en inclita porticus auro_
      _Certatim radiant ec._
                                  Calfurn. VII.

[194] _Et Martis vultus et Apollinis esse putavi_, dice Calfurnio; ma
Giovanni Malela, che avea forse veduto qualche ritratto di Carino, lo
rappresenta come grosso, piccolo e bianco, tomo I. p. 403.

[195] Riguardo al tempo in cui questi giuochi romani furono celebrati,
Scaligero, Salmasio e Cuper si sono dati gran pena per oscurare un
soggetto chiarissimo.

[196] Nemesiano, nei Cinegetici, sembra che anticipi colla sua
immaginazione quel fausto giorno.

[197] Vinse tutte le corone a Nemesiano, col quale contendeva nella
poesia didattica. Il Senato eresse una statua al figliuolo di Caro, con
una iscrizione molto ambigua. «Al più potente degli Oratori». Vedi
Vopisco nella Stor. Aug. p. 251.

[198] Cagione almeno più naturale di quella che assegna Vopisco (Stor.
Aug. p. 251.) cioè il continuo piangere per la morte di suo padre.

[199] Nella guerra Persiana, Apro fu sospettato di aver disegno di
tradir Caro. Stor. Aug. p. 250.

[200] Noi dobbiamo alla Cronica Alessandrina (p. 274) la notizia del
tempo e del luogo, dove Diocleziano fu eletto Imperatore.

[201] Stor. Aug. p. 251. Eutrop. IX. 18. _Hieronym. in Chron._ Secondo
questi _giudiziosi_ Scrittori, la morte di Numeriano si scoprì pel
fetore del suo cadavere. Non si potevano forse trovare aromati nella
Tenda Imperiale?

[202] Aurelio Vittore. Eutropio, IX. 20. _Hieronym. in Chron._

[203] Vopisco nella Stor. Aug. p. 252. La ragione, por cui Diocleziano
uccise _Apro_ (cinghiale) era fondata sopra una predizione e sopra un
giuoco di parole egualmente ridicoli che conosciuti.

[204] Eutropio ne segna il sito molto accuratamente; questo fu tra il
Monte Aureo ed il Viminiaco. Il Sig. Danville (Geograf. antica tom. I.
p. 304) pone Margo a Kastolatz nella Servia, un poco sotto Belgrado e
Semendria.

[205] Stor. Aug. p. 254. Eutrop. IX. 20. Aurelio Vittore. Vittore in
_Epitom._




CAPITOLO XIII.

      _Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano,
      Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della
      tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma
      di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano._


Come fu il regno di Diocleziano più illustre di quello di qualunque suo
predecessore, così fu la sua nascita più vile e più oscura. L'efficace
ragione del merito e della forza avea spesso superate le immaginarie
prerogative della nobiltà; ma si era tuttavia mantenuta una distinta
linea di separazione tra i liberi e tra gli schiavi. I genitori di
Diocleziano erano stati schiavi nella casa di Anulino Senatore Romano; e
Diocleziano medesimo non aveva altro nome che quello derivatogli da una
piccola città della Dalmazia, donde sua madre traeva l'origine[206]. È
per altro probabile che il padre di lui ottenesse la libertà della
famiglia, e che egli presto acquistasse l'uffizio di scrivano,
esercitato comunemente da quelli della sua condizione[207]. I favorevoli
oracoli, o piuttosto la consapevolezza di un eminente merito, spinsero
l'ambizioso suo figliuolo a seguitare la professione delle armi e le
speranze della fortuna; e sarebbe cosa estremamente curiosa l'osservare
la serie degli artifizi e degli accidenti, che lo condussero finalmente
all'adempimento di quegli oracoli, ed a mostrare al mondo il suo merito.
Fu Diocleziano successivamente promosso al governo della Mesia; alla
dignità di Console, ed all'importante comando delle guardie del palazzo.
Egli fece conoscere i suoi talenti nella guerra Persiana; e dopo la
morte di Numeriano, lo schiavo fu, per confessione e giudizio de' suoi
rivali, dichiarato il più degno del trono Imperiale. La malizia di un
religioso zelo, mentre taccia la selvaggia ferocia del suo collega
Massimiano, ha affettato di gettare sospetti sul personal coraggio
dell'Imperator Diocleziano[208]. Non è però facile il persuaderci della
codardia di un soldato di fortuna, che si conciliò e conservò la stima
delle legioni, ed il favore di tanti Principi bellicosi. Contuttociò la
calunnia è sagace abbastanza per iscoprire, ed attaccare la parte più
debole. Il valore di Diocleziano si trovò sempre proporzionato al suo
dovere o alle circostanze; ma non sembra che egli avesse il prode, e
generoso spirito di un Eroe, che avido di pericoli e di gloria sdegna
l'artifizio, e arditamente pretende di assoggettarsi gli uguali. Erano i
suoi talenti più utili che illustri; una mente vigorosa e perfezionata
dall'esperienza e dallo studio degli uomini; destrezza ed applicazione
negli affari; una giudiziosa mescolanza di liberalità e di economia, di
dolcezza e di rigore; una profonda dissimulazione sotto la maschera di
militar franchezza; costanza nel seguitare i suoi disegni; flessibilità
nel variarne i mezzi; e sopra tutto la grand'arte di sottomettere le sue
passioni, e quelle ancora degli altri, all'interesse della propria
ambizione, e di colorire l'ambizione istessa coi più speciosi pretesti
della giustizia e del pubblico bene. Può Diocleziano, al pari di
Augusto, considerarsi come il fondatore di un nuovo Impero. Simile al
figliuolo adottivo di Cesare, egli si distinse, più come politico che
come guerriero; nè mai questi due Principi impiegarono la forza,
dovunque poterono ottenere l'intento colla politica.

La vittoria di Diocleziano fu riguardevole per la sua singolare
dolcezza. Un popolo avvezzo ad applaudire alla clemenza del vincitore,
quando i soliti castighi di morte, di esilio, e di confiscazione
venivano inflitti con qualche grado di moderatezza e di equità, vide col
più gradito stupore una guerra civile, le cui fiamme rimasero estinte
nel campo della battaglia. Diocleziano ammise alla sua confidenza
Aristobolo, principal ministro della famiglia di Caro, rispettò le vite,
i beni, e le dignità dei suoi nemici, e conservò pur anche nei loro
respettivi posti la maggior parte delle creature di Carino[209]. Non è
improbabile che motivi di prudenza avvalorassero l'umanità
dell'artificioso Dalmatino; molte di quelle creature aveano comprato il
favore di lui con segreti tradimenti, e nell'altre egli pregiò la grata
lor fedeltà per un infelice Sovrano. Il giudizioso discernimento di
Aureliano, di Probo, e di Caro avea collocati nei vari dipartimenti
dello Stato e dell'esercito Uffiziali di un merito riconosciuto,
l'allontanamento dei quali avrebbe nociuto al pubblico servigio, senza
giovare all'interesse del successore. Tal condotta, per altro,
presentava al Mondo Romano la più bella apparenza del nuovo Regno e
l'Imperatore affettò di confermare questa favorevole prevenzione,
dichiarandosi che tra tutte le virtù dei suoi predecessori, l'umana
filosofia di Marco Antonino era quella che egli più ambiva
d'imitare[210].

La prima azione considerabile del suo Regno sembrò una prova evidente
della sua sincerità e moderazione. Ad esempio di Marco si scelse un
Collega nella persona di Massimiano, a cui conferì prima il titolo di
Cesare, e di poi quello di Augusto[211]. Ma i motivi della sua condotta,
egualmente che quelli della sua scelta, erano ben diversi da quelli del
suo ammirato predecessore. Accordando ad un giovane dissoluto gli onori
della porpora, avea Marco Antonino soddisfatto a un debito di privata
gratitudine, a spese veramente della pubblica felicità. Diocleziano,
associando in un tempo di pubblico pericolo alle fatiche del governo un
amico ed un compagno nell'armi, provvide alla difesa dell'Oriente e
dell'Occidente. Massimiano era nato agricoltore, e come Aureliano, nel
territorio di Sirmio. Incolto era nelle lettere[212], e sprezzatore
delle leggi; e la rozzezza del suo aspetto o dei suoi modi scopriva nel
più alto stato di fortuna la bassezza della sua estrazione. Era la
guerra la sola arte da lui professata. In un lungo corso di servigio
militare egli si era segnalato sopra ogni frontiera dell'Impero; e
benchè fossero i suoi talenti guerrieri più propri per l'ubbidienza che
pel comando; e benchè forse mai non acquistasse l'abilità di un Generale
sperimentato, fu però capace col valore, colla costanza, e
coll'esperienza di eseguire le più difficili imprese. Nè meno utili
furono i vizi di Massimiano al suo benefattore. Insensibile alla pietà,
e senza timore delle conseguenze, egli era il pronto strumento di ogni
atto di crudeltà, che la politica di quel Principe artificioso poteva
suggerire e discolparsene insieme. Appena che si era offerto alla
prudenza o alla vendetta un sanguinoso sacrifizio, Diocleziano
coll'opportuna sua intercessione salvava il piccolo resto, che non avea
mai disegnato di punire, riprendeva dolcemente la severità del suo
austero collega, e godeva del paragone di un secolo d'oro con un secol
di ferro, che veniva generalmente applicato alle loro opposte massime di
governo. Non ostante la differenza dei loro caratteri, conservarono i
due Imperatori sul trono quell'amicizia da loro già contratta in una
condizione privata. Il superbo e turbolento spirito di Massimiano, tanto
fatale dipoi a lui stesso ed alla pubblica pace, era avvezzo a
rispettare il genio di Diocleziano, e riconosceva la superiorità della
ragione sulla brutale violenza[213]. Per un motivo o di orgoglio o di
superstizione, i due Imperatori presero i titoli, uno di Giovio e
l'altro di Erculio. Mentre il moto del Mondo (tale era il linguaggio de'
lor venali oratori) era regolato dalla sapienza di Giove che tutto vede,
l'invincibil braccio di Ercole purgava la terra dai tiranni e dai
mostri[214].

Ma l'onnipotenza di Giovio e di Erculio era incapace di sostenere il
peso del pubblico governo. La prudenza di Diocleziano conobbe, che
l'Impero, assalito per ogni parte dai Barbari, richiedeva in ogni parte
la presenza di un grande esercito e di un Imperatore. Con questa mira si
risolvè di dividere un'altra volta il suo pesante potere, e di conferire
a due Generali di merito riconosciuto una egual parte della Sovrana
autorità, col titolo inferiore di Cesari[215]. Galerio, soprannominato
Armentario dall'originaria sua professione di pastore, e Costanzo, che
dalla pallidezza del suo colore ebbe il soprannome di Cloro[216], furono
i due soggetti rivestiti degli onori secondi della porpora Imperiale.
Descrivendo la patria, l'estrazione ed i costumi di Erculio, abbiam già
descritti quelli di Galerio, che spesso fu non impropriamente chiamato
il giovane Massimiano, benchè da molti tratti e di virtù e di abilità
sembri, che egli avesse una manifesta superiorità sul meno giovane. Era
la nascita di Costanzo meno oscura di quella dei suoi Colleghi. Eutropio
suo padre era uno dei più considerabili nobili della Dardania, e la sua
madre era nipote dell'Imperator Claudio[217]. Benchè avesse Costanzo
passata la sua gioventù nelle armi, era di carattere dolce ed amabile, e
la voce popolare lo avea da lungo tempo riconosciuto degno del posto, a
cui venne finalmente innalzato. Per rinforzare i legami della politica
unione con quelli della domestica, ciascuno degli Imperatori prese il
carattere di Padre per uno dei Cesari, Diocleziano per Galerio, e
Massimiano per Costanzo, e ciascuno, obbligandoli a repudiare le prime
lor mogli, fece sposar la propria figliuola al suo figliuolo
adottivo[218]. Questi quattro Principi si diviser tra loro la vasta
estensione dell'Impero Romano. La difesa della Gallia, della Spagna[219]
e della Britannia fu affidata a Costanzo; e Galerio fu posto sulle rive
del Danubio, a difesa delle Province Illiriche. L'Italia e l'Affrica si
considerarono come dipartimento di Massimiano: e Diocleziano si riserbò
per sua particolar porzione la Tracia, l'Egitto e le ricche contrade
dell'Asia. Era sovrano ognuno nella sua giurisdizione; ma la loro
autorità riunita si estendeva sopra tutta la Monarchia; ed era ciascun
di essi pronto ad assistere i suoi Colleghi coi consigli o colla
presenza. I Cesari nel sublime lor posto, rispettavano la Maestà
degl'Imperatori, ed i tre più giovani Principi invariabilmente
riconobbero colla loro gratitudine ed ubbidienza il comun padre delle
loro fortune. La sospettosa gelosia della potenza non trovò luogo fra
loro, e la singolar felicità della loro unione è stata paragonata ad un
coro di musici, la cui armonia era regolata e conservata dall'abil mano
del primo Artista[220].

Questo importante progetto non fu posto in esecuzione se non sei anni in
circa dopo l'associazione di Massimiano, e non era stato
quell'intervallo di tempo mancante di memorabili avvenimenti. Ma noi
abbiamo preferito, in grazia della chiarezza, di prima descrivere la
perfetta forma del governo di Diocleziano, e dopo di riferire le azioni
del suo Regno, seguitando piuttosto il naturale ordine degli eventi, che
le date di una incertissima cronologia.

La prima impresa di Massimiano, benchè sia brevemente riferita dai
nostri imperfetti Scrittori, merita per la sua singolarità di esser
rammentata in una storia dei costumi degli uomini. Egli soggiogò i
contadini della Gallia, i quali sotto la denominazione di Bagaudi[221],
eransi sollevati in una general sedizione, molto simile a quelle, che
nel quartodecimo secolo afflissero successivamente la Francia e
l'Inghilterra[222]. Sembra, che molte di quelle istituzioni, che
facilmente si riferiscono al sistema feudale, sieno derivate dai barbari
Celti. Quando Cesare soggiogò i Galli, era già quella numerosa nazione
divisa in tre ordini di persone, clero, nobiltà e plebe. Il primo
governava colla superstizione, il secondo colle armi, ma il terzo ed
ultimo non aveva influenza o parte veruna nei pubblici loro consigli.
Era naturalissimo che i plebei, oppressi dai debiti, o paventando le
ingiurie, implorassero la protezione di qualche potente Capo, il quale
acquistasse sopra le loro persone ed il lor patrimonio quei medesimi
assoluti diritti, che tra i Greci e i Romani un padrone esercitava su i
propri schiavi[223]. Fu a poco a poco la maggior parte della nazione
ridotta allo stato di servitù, astretta alla perpetua coltivazione dei
terreni appartenenti ai nobili Galli, e addetta al suolo o col peso
reale delle catene, o col non meno crudele e possente vincolo delle
leggi. Durante la lunga serie delle turbolenze, che agitarono la Gallia,
dal Regno di Gallieno a quello di Diocleziano, la condizione di questi
servili contadini fu in ispecial modo meschina, e soffrirono ad un tempo
stesso la complicata tirannia dei loro padroni, dei Barbari, dei
soldati, e dei ministri dell'entrate[224].

Cangiossi finalmente la sofferenza loro in disperazione. Si sollevarono
essi a turme per ogni parte, armati di rustici strumenti con
irresistibil furore. Divenne l'agricoltore soldato a piedi, montò a
cavallo il pastore, i deserti villaggi, e le aperte indifese città
furono abbandonate alle fiamme, e le devastazioni dei contadini
eguagliarono quelle dei Barbari più feroci[225]. Sostenevano essi i
naturali diritti degli uomini, ma li sostenevan per altro colla più
selvaggia crudeltà. I nobili Galli, giustamente paventando la loro
vendetta, si ricovrarono nelle città fortificate, o fuggirono dalla
feroce scena dell'anarchia. Regnarono i contadini senza alcun freno; e
due dei lor più arditi condottieri ebber la folle temerità di assumer
gli ornamenti Imperiali[226]. Svanì ben presto la loro potenza
all'arrivo delle legioni. La forza dell'unione e della disciplina
riportò una facil vittoria contro una sfrenata e disunita
moltitudine[227]. Furono severamente puniti i contadini presi colle armi
in mano; ritornarono gli altri spaventati alle respettive loro
abitazioni, e l'inutile loro sforzo per la libertà servì solamente a
confermare la loro schiavitù. Così forte ed uniforme è la corrente delle
popolari passioni, che possiam quasi arrischiarci con scarsissimi
materiali a riferire le particolarità di questa guerra. Non siamo però
disposti a credere che i principali Capi, Eliano ed Amando, fosser
cristiani[228], o a supporre che la ribellione, come accadde al tempo di
Lutero, fosse suscitata dall'abuso di quegli umani principj della
Religione Cristiana, che inculcano la natural libertà degli uomini.

Appena ebbe Massimiano ricuperato la Gallia dalle mani dei contadini,
ch'egli perdè la Britannia per l'usurpazione di Carausio. Dopo l'ardita
ma fortunata impresa dei Franchi sotto il Regno di Probo, aveano i loro
arditi concittadini costruite armate di leggieri brigantini, su i quali
andavano continuamente a devastare le Province adiacenti
all'Oceano[229]. Fu necessario creare una forza navale per reprimere le
irregolari loro incursioni; e se ne proseguì il giudizioso progetto con
prudenza e vigore. Gessoriaco, o sia Bologna, negli Stretti del canale
Britannico, fu dall'Imperatore scelto per essere stazione della flotta
Romana; e ne fu il comando affidato a Carausio, di vilissima origine,
cittadino di Menapia[230]; ma che lungamente segnalata avea la sua
abilità nella marina, ed il suo valore nell'armi. Non corrispose
l'integrità di questo nuovo ammiraglio ai suoi talenti. Quando i Pirati
della Germania fecero vela dai loro porti, lasciò loro libero il
passaggio, ma ne impedì con gran diligenza il ritorno, e si appropriò
un'ampia porzione del bottino da essi acquistato. La ricchezza di
Carausio fu in quella congiuntura molto giustamente considerata come una
prova del suo delitto, e Massimiano già ne avea ordinata la morte. Ma
l'accorto Menapio previde, e prevenne la severità dell'Imperatore. Colla
sua liberalità egli si era affezionata la flotta che comandava, e tirati
i Barbari nei suoi interessi. Fece egli vela dal porto di Bologna verso
la Britannia, indusse la legione e gli ausiliari, che difendevano
quell'Isola ad abbracciare il suo partito, e arditamente assumendo,
insieme colla porpora, il titolo di Augusto, disfidò la giustizia e le
armi del suo offeso Sovrano[231].

Quando la Britannia fu così smembrata dall'Impero, ne fu sensibilmente
riconosciuta l'importanza, e sinceramente deplorata la perdita. I Romani
celebrarono, e forse magnificarono l'estensione di quell'Isola illustre,
provveduta per ogni parte di comodi porti; la temperie del clima, e la
fertilità del suolo, egualmente atte alla produzione di grano e del
vino; i ricchi minerali, ond'ella abbondava; gli ubertosi prati coperti
d'innumerabili greggi; ed i suoi boschi privi di bestie feroci o di
velenosi serpenti. Deploravano essi specialmente la perdita delle
considerabili entrate della Britannia, confessando nel tempo stesso che
meritava quella Provincia d'esser la sede d'una monarchia
indipendente[232]. La possedè Carausio per lo spazio di sette anni, e la
fortuna si mantenne propizia ad una ribellione sostenuta dal coraggio e
dall'abilità. Difese l'Imperatore Britannico le frontiere de' suoi
dominj contro i Caledonj del Settentrione; invitò dal continente un gran
numero di abili artefici; ed in una varia quantità di medaglie, tutt'ora
esistenti, fece pompa del suo buon gusto e della sua opulenza[233]. Nato
su i confini dei Franchi, egli si procacciò l'amicizia di quella
formidabil nazione coll'adulatrice imitazione delle lor vesti e de' lor
costumi. Arrolò la più valorosa lor gioventù nelle sue truppe di terra o
di mare, ed in contraccambio dell'utile lor alleanza, comunicò a quei
Barbari la pericolosa scienza dell'arte militare e navale. Possedeva
Carausio tuttavia Bologna ed il paese adiacente. Le trionfanti sue
flotte veleggiavano nel canale, comandavano alle foci della Senna e del
Reno, devastavano le coste dell'Oceano, e spandevano oltre le Colonne
d'Ercole il terrore del nome di lui. Sotto il suo governo la Britannia,
destinata nei secoli futuri all'impero del mare, avea già preso il suo
naturale e rispettabil grado di potenza marittima.

Avea Carausio, coll'impadronirsi della flotta di Bologna, tolti al suo
Sovrano i mezzi di perseguitarlo e di vendicarsi. E quando, dopo una
gran perdita di tempo e di fatica, fu lanciato in mare un nuovo
armamento[234], le truppe imperiali, non avvezze a quell'elemento furono
facilmente aggirate e disfatte dai vecchi marinari dell'Usurpatore.
Questo inutile sforzo produsse ben presto un trattato di pace.
Diocleziano ed il suo collega, giustamente paventando lo spirito
intraprendente di Carausio, cederono ad esso la sovranità della
Britannia, e con ripugnanza ammisero il loro perfido suddito a parte
degli onori imperiali[235]. Ma l'adozione dei due Cesari diede un nuovo
vigore alle armi Romane; e mentre che il Reno era difeso dalla presenza
di Massimiano, il valoroso suo collega Costanzo assunse la direzione
della guerra Britannica. La sua prima impresa fu contro l'importante
piazza di Bologna. Un superbo molo, innalzato a traverso l'ingresso del
porto, tolse ogni speranza di soccorso. La città si rendè dopo
un'ostinata difesa; ed una parte considerabile delle forze navali di
Carausio cadde in potere degli assedianti. Nel corso de' tre anni, che
Costanzo impiegò a preparare una flotta adeguata alla conquista della
Britannia, egli assicurò la costa della Gallia, fece irruzione nel paese
dei Franchi, e privò l'Usurpatore dell'aiuto di quei possenti alleati.

Prima che fossero finiti i preparativi, Costanzo ricevè la notizia della
morte del Tiranno, che fu considerata come un sicuro presagio della
vicina vittoria. I ministri di Carausio imitarono l'esempio di
tradimento dato da lui. Fu egli ucciso dal suo primo ministro Aletto, e
l'assassino gli succedè nella potenza e nel pericolo. Ma non aveva egli
abilità conveniente per esercitare la prima, od allontanare il secondo.
Egli vedeva con angustioso terrore le opposte rive del continente già
piene d'armi, di truppe e di navi, perchè Costanzo avea molto
prudentemente diviso le sue forze, per dividere parimente l'attenzione e
la resistenza del nemico. L'assalto fu finalmente dato dal principale
squadrone, ch'era stato adunato alla foce della Senna, sotto il comando
del Prefetto Asclepidoto, Uffiziale di merito singolare. Tanto
imperfetta era in quei tempi l'arte della navigazione, che gli oratori
hanno celebrato l'ardito coraggio dei Romani, i quali si arrischiarono a
far vela con un vento di fianco, ed in un giorno burrascoso. Divenne il
tempo favorevole alla loro impresa. Coperti da una densa nebbia,
scamparono dalla flotta, che Aletto avea posta all'isola di Wight per
riceverli, scesero con sicurezza sulla costa occidentale, e dimostrarono
ai Britanni, che la superiorità delle forze navali non sempre avrebbe
difesa la patria loro contro una straniera invasione. Appena ebbe
Asclepiodoto sbarcate le truppe Imperiali, che incendiò le proprie navi;
e siccome felice fu la spedizione, così fu universalmente ammirata la
sua eroica condotta. L'Usurpatore si era posto vicino a Londra per ivi
ricevere il formidabile assalto di Costanzo, che comandava in persona la
flotta di Bologna; ma la discesa di un nuovo nemico richiedeva
immediatamente la sua presenza nell'Occidente. Fece egli quella lunga
marcia tanto precipitosamente, che incontrò tutte le forze del Prefetto
con un piccol numero di stracche e scoraggiate truppe. Presto terminò il
combattimento colla total disfatta e morte di Aletto: una sola
battaglia, come spesso è seguito, decise il fato di quella grand'Isola;
e quando Costanzo sbarcò su i lidi di Kent, li ritrovò coperti di
sudditi ubbidienti. Alte ed unanimi furono le loro acclamazioni; e le
virtù del vincitore possono indurci a credere, ch'ei si rallegrassero
sinceramente di una rivoluzione, la quale, dopo una separazione di dieci
anni, riuniva la Britannia al corpo dell'Impero di Roma[236].

Non avea la Britannia da temere altri nemici che gl'interni; e finchè i
suoi Governatori conservarono la loro fedeltà, e le truppe la lor
disciplina, le incursioni dei nudi selvaggi della Scozia o dell'Irlanda
non poterono mai grandemente nuocere alla sicurezza della Provincia. La
pace del continente, e la difesa dei gran fiumi, che servivano di
confini all'Impero, erano molto più importanti e difficili oggetti. La
politica di Diocleziano, la quale presedeva ai consigli dei suoi
Colleghi, provvide alla pubblica tranquillità, fomentando lo spirito di
dissensione fra i Barbari, ed accrescendo le fortificazioni dei Romani
confini. Egli stabilì nell'Oriente una linea di campi militari
dall'Egitto ai dominj Persiani, ed acquartierò in ogni campo un adeguato
numero di truppe, comandate dai rispettivi loro Uffiziali, e fornite di
ogni sorta di armi tratte dai nuovi arsenali, che avea eretti in
Antiochia, in Emesa, ed in Damasco[237]. Nè fu l'Imperatore meno
vigilante a cautelarsi contro il ben noto valore dei Barbari
dell'Europa. Dalla foce del Reno a quella del Danubio furono
diligentemente ristabiliti gli antichi accampamenti, le città, e le
fortezze, e ne furono molto abilmente costruite altre nuove nei luoghi
più esposti: fu introdotta la più esatta vigilanza tra le guarnigioni
della frontiera, e fu posto in uso ogni espediente che render potesse
salda ed impenetrabile la lunga catena delle fortificazioni[238]. Fu
raramente violata una così rispettabil barriera, e spesso i Barbari tra
loro gli uni contro gli altri rivolsero il lor deluso furore. I Goti, i
Vandali, i Gepidi, i Borgognoni, gli Alemanni dissiparono
scambievolmente le proprie forze con distruggitrici ostilità, e chiunque
vincesse, vinceva i nemici di Roma. I sudditi di Diocleziano, godendo di
quel sanguinoso spettacolo, si rallegravan tra loro che solamente i
Barbari provassero allora le miserie della guerra civile[239].

Malgrado la politica di Diocleziano fu impossibile di conservare
un'uguale e non interrotta tranquillità, durante un regno di vent'anni,
e lungo una frontiera di più centinaia di miglia. Sospesero talora i
Barbari le domestiche loro animosità, e la rilassata vigilanza delle
guarnigioni lasciò talvolta un adito alla loro forza o alla loro
destrezza. Ogni qualvolta furono le Province invase, Diocleziano si
comportò con quella calma e dignità da lui sempre affettata o posseduta,
riservò la sua presenza per quelle occasioni che meritassero
d'interporvela, nè mai espose senza necessità la sua persona o la sua
riputazione a pericolo alcuno. Si assicurò il buon successo con tutti
quei mezzi, che la prudenza potea suggerire, e manifestò con
ostentazione le conseguenze della sua vittoria. Nelle guerre di più
difficil natura, e di più incerto evento, egli impiegò il feroce valore
di Massimiano; e questo fido soldato si contentò di attribuire le
proprie vittorie ai saggi consigli ed alla fausta influenza del suo
benefattore. Ma dopo l'adozione dei due Cesari, gl'Imperatori stessi
ritirandosi in un teatro di meno faticose azioni, affidarono ai loro
figli adottivi la difesa del Danubio e del Reno. Non fu mai il vigilante
Galerio ridotto alla necessità di vincere un'armata di Barbari sul
territorio Romano[240]. Il valoroso ed attivo Costanzo liberò la Gallia
da una furiosissima irruzione degli Alemanni; e le sue vittorie di
Langres e di Vindonissa sembrano essere state azioni di notabil pericolo
e di merito non volgare. Mentre egli traversava l'aperta campagna con
poca gente, fu all'improvviso circondato da una superior m

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