Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta
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Title: Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta
Author: Massimo d' Azeglio
Release date: January 30, 2014 [eBook #44797]
Most recently updated: October 24, 2024
Language: Italian
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ETTORE FIERAMOSCA: OSSIA, LA DISFIDA DI BARLETTA ***
ETTORE FIERAMOSCA.
ETTORE FIERAMOSCA
OSSIA
LA DISFIDA DI BARLETTA,
DI
MASSIMO D'AZEGLIO.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
1850.
ETTORE FIERAMOSCA.
CAPITOLO PRIMO.
Al cadere d'una bella giornata d'aprile dell'anno 1503 la campana
di San Domenico in Barletta sonava gli ultimi tocchi dell'avemaria.
Sulla piazza vicina in riva al mare, luogo di ritrovo degli abitanti
tranquilli che, nelle terricciuole dei climi meridionali specialmente,
sogliono sulla sera essere insieme a barattar parole al sereno per
riposarsi dalle faccende del giorno, stavano col fine medesimo
dispersi in varj gruppi molti soldati spagnuoli ed italiani, alcuni
passeggiando, altri fermi, o seduti, od appoggiati alle barche tirate
a secco, delle quali era ingombra la spiaggia, e, com'è costume delle
soldatesche d'ogni età e d'ogni nazione, il loro contegno era tale
che pareva dire: il mondo è nostro. Di fatto, lasciato loro il campo
migliore, si tenevano i terrazzani in disparte, dando così a questa
loro burbanza tacita approvazione. Chi per figurarsi questo quadro si
volesse rappresentare una simile radunata de' nostri soldati moderni
nella loro misera _uniforme_, sarebbe lontano assai dall'averne una
giusta immagine. L'esercito di Consalvo, le fanterie specialmente,
quantunque le meglio in arnese, e le migliori di tutta cristianità,
non conoscevano però, più di qualunque altra milizia del secolo XVI,
la stretta disciplina moderna, che è giunta a render simili un soldato
all'altro dalle scarpe al cappello. Qui invece, ogni uomo che facesse
il mestier dell'arme a piede o a cavallo, poteva vestirsi, armarsi ed
adornarsi come più gli piacesse; onde nasceva fra questa turba una
mirabile varietà e vaghezza nelle fogge, ne' colori e nel portamento,
dal quale si poteva facilmente conoscere a qual nazione appartenesse
ogni individuo. Gli Spagnuoli, per lo più serii, immobili, atteggiati
da bravacci, ed avvolti (o com'essi dicono _embozados_) nella _capa_
nazionale, dalla quale si vedeva uscir per di sotto la lunga e sottil
lama di Toledo; gl'Italiani loquaci e pronti al gestire, in sajo od in
farsetto colla daga pistolese appesa dietro le reni.
Al sonare della campana era cessato il susurro, e scomparendo la
maggior parte de' cappelli, le teste eran rimaste scoperte, perchè in
quel tempo anche i soldati credevano in Dio, e talvolta lo pregavano.
Dopo piccola pausa tornarono a luogo i cappelli, ricominciò il
bisbiglio; e benchè quella turba presa insieme avesse al primo aspetto
un non so che di gajo e di vivace, si poteva tuttavia facilmente
avvedersi, girando fra i diversi crocchi, esservi un motivo comune di
tristezza e di scoramento, al quale erano volte le menti e le parole
di tutti. Infatti il motivo era vero e possente. La fame cominciava
a farsi sentire fra i soldati ed anche fra gli abitanti di Barletta,
ove il gran Capitano, aspettando i tardi ajuti di Spagna, teneva
chiuso l'esercito di troppo inferiore a quello dei Francesi perchè
s'arrischiasse commetter la somma delle cose alla fortuna d'una
giornata.
Tre lati della piazza erano chiusi da certe povere case di marinaj e
pescatori, dalla chiesa e dall'osteria. Il quarto s'apriva alla marina,
ingombro, com'è costume di tali luoghi, di barche, reti e di altri
attrezzi pescherecci; ed all'ultima linea dell'orizzonte si vedeva
sorgere dal seno delle acque la bruna forma del monte Gargano, sulla
cui vetta andava morendo l'ultimo raggio del sole cadente.
Nello spazio frapposto, veleggiava chetamente un legno sottile; e si
volgeva tratto tratto per cercare il vento che soffiava incostante in
quel golfo, increspando qua e là a lunghe strisce la superficie del
mare. La distanza tuttavia della nave e la dubbia luce del crepuscolo
non lasciavano distinguere qual fosse la sua bandiera.
Uno Spagnuolo, che insieme con molti soldati era presso alla riva,
la guardava fisso, aguzzando le ciglia, ed attorcigliandosi certi
grandissimi baffi più bigi che neri.
--Che cosa guardi che sembri una statua, e non dai retta a chi discorre
con te?--
Quest'apostrofe d'un soldato napoletano, che non avendo ottenuta
risposta ad una prima domanda, se l'aveva per male, non mosse nè punto
nè poco l'imperturbabile Spagnuolo. Alla fine con un sospiro che pareva
uscire più da un mantice che dal petto d'un uomo, disse:
--_Voto a Dios que nuestra segnora de Gaeta_, che manda buon vento e
buon cammino a tanti che la pregano in mare, potrebbe mandar ora questa
fusta a noi che la preghiamo in terra, e non abbiamo da metter sotto i
denti altro che il calcio dell'archibuso! Chi sa che non porti grano e
provvisioni a quei _descomulgados_ di Francesi che ci tengono stretti
in questa gabbia per farci morir di fame...... _Y mala Pasqua me de
Dios y sea la primera que viniere, si a su gracia el segnor Gonzalo
Hernandez_[1] quando ha ben pranzato e meglio cenato gl'importa di noi
più che del _cuero de sus zapatos_[2].
--Che cosa può far Consalvo?--rispose con istizza il Napoletano,
contento di contraddire:--dovrà diventar pane per entrar in corpo ad
una bestia come te? Quando ne avrà, ne darà; e le navi che il malanno
loro ha portate nelle secche di Manfredonia, chi l'ha divorate?
Consalvo, o voi altri?--
Lo Spagnuolo un po' mutato in viso mostrava di voler rispondere, ma
fu interrotto da un altro del crocchio, il quale, battendogli sulla
spalla, scuotendo la testa, ed abbassando la voce, come per dar maggior
peso alle parole,
--Ricordati Nugno--gli disse--che il ferro della tua picca era a tre
dita dal petto di Consalvo il giorno che in Taranto per esser pagati
si fece quello strano scherzo.....; e se v'è stata volta in cui abbia
creduto che quel tuo collo nero dovesse far amicizia collo spago, è
stata quella..... Ti ricordi che si faceva schiamazzi da sbigottir un
leone? Si muove là il torrione del castello? (ed additava la torre
maggiore della rocca che mostrava il capo al disopra delle case) tanto
si mosse Consalvo, e freddo freddo..... mi par di vederlo..... con
quella sua mano pelosa scansò il ferro e ti disse: _mira que sin querer
no me hieras_......[3].--
A questo punto il volto bruno del vecchio soldato diventò più bruno la
metà, e per rompere un discorso che poco gli garbava, tagliò la parola
all'altro dicendo:
--Che cosa m'importa a me di Taranto, della picca, o di Gonzalo?
--Che t'importa?--ripigliò il primo sorridendo--Se vuoi dar retta a
Ruy Perez, e serbar libero il passaggio al pane per quando Dios _fuere
servido_ di mandarcene, non parlar tant'alto che Consalvo ti senta e
si ricordi di Taranto... Mezza parola è poco, e una è troppo, dice
l'italiano; ed uomo avvisato, mezzo salvato.--
Nugno rispose con un certo garbuglio, al quale la sua mente non pareva
avesse gran parte: l'avviso ricevuto lo metteva in pensiero suo
malgrado; volse con dubbio l'occhio in giro per veder se l'idea di
denunciare le sue poco misurate parole era nata in qualche cervello.
Quest'indagine per fortuna fu o gli parve rassicurante.
La piazza intanto era rimasta quasi deserta: l'ora di notte sonava in
castello, onde questo gruppo imitò gli altri che già s'erano andati
sciogliendo, e si disperse fra le strette ed oscure vie della città.
--Diego Garcia tornerà stasera--diceva camminando Ruy Perez--le buone
lance del suo terzo avran trovato da far caccia in campagna, e forse
avremo domani un pranzo migliore della cena d'oggi.--
I pensieri suscitati da una tale speranza troncarono a tutti le parole,
ed ognuno tornò in silenzio al proprio alloggiamento.
Nel tempo che si facevano questi discorsi, il legno che dapprima pareva
passasse al suo viaggio, s'era piano piano venuto accostando. Pose in
mare una barchetta nella quale scesero due uomini, che prestamente
vogarono verso la spiaggia; ed appena scostati, il legno maggiore,
spiegate tutte le vele, s'allontanò; nè più si rivide. Approdò il
battello nella parte più oscura della piazza, ed i due rematori
saltarono a terra. Il primo di questi stranieri, visto che in quel
luogo non v'era persona, si fermò ad aspettare il compagno che rimaneva
addietro occupato a caricarsi d'una valigia e di cert'altri impicci;
fatta la qual cosa condusse la barca alla punta d'un picciol molo
che serviva allo sbarco de' legni maggiori, quindi raggiunse quello
che, per quanto accennava la presenza ed una cert'aria d'arrogante
superiorità, non sembrava di condizione eguale alla sua, e che gli
disse come conclusione de' discorsi fatti durante il tragitto:
--Michele, è tempo dunque d'essere accorto; sai chi sono, e più non ti
dico.--
Michele intese benissimo la forza di queste poche sillabe; accennò col
capo che farebbe, e s'avviarono all'osteria.
Davanti alla porta principale di questa, sei pilastri sottili di
mattoni rozzi sostenevano un pergolato, sotto il quale erano parecchie
tavole disposte all'uso degli avventori. L'oste (il cui nome era Baccio
da Rieti, ma che per certi sospetti aveva dal popolo il soprannome di
Veleno, e così veniva chiamato da tutti) avea fatto dipingere fra due
finestre un gran Sole in rosso, al quale il pittore, secondo nozioni
astronomiche che non sono perdute ancora, aveva attribuito occhi,
naso e bocca, con certi raggi color d'oro, fatti a coda di rondine,
che di giorno si vedevano un miglio lontano. L'interno della casa
era diviso in due piani: uno stanzone terreno serviva di cucina e
di camera da mangiare; per una scala di legno si saliva al secondo,
ove l'oste abitava colla famiglia, e con qualche disgraziato quando
capitava a passar ivi la malanotte. L'uso comune d'Italia era in quei
tempi di cenare alle ventitrè: a quest'ora pertanto non si trovavano
colà che pochi soldati o capisquadra seduti sulla porta al fresco,
della compagnia del signor Prospero Colonna, che seguiva la fortuna di
Spagna: tutti giovani arditi, che quivi cogli altri bravi dell'esercito
avean costume di ripararsi. L'oste, che sapeva il suo mestiere, non
lasciava mancar loro nè carte nè vino; ed essendo uomo sollazzevole e
pieno di grilli, sempre piacevolmente ad ognuno diceva la sua; e così
intrattenendoli spillava loro i danari. Stava appunto Veleno ritto
sull'uscio, facendosi vento colla berretta, il grembiule alzato sul
fianco; e le parole, le risa e il romore andavano alle stelle.
Giunsero i due forestieri, e per non parer tali camminavano passo
passo, fermandosi spesso e cicalando fra loro; quando furono rimpetto
all'uscio, e 'l chiarore del focolare di dentro percosse loro nel
volto, apparvero vestiti nè più nè meno come ogni altro che fosse
quivi. Poco badò loro la brigata quando entraron dentro; se non che
uno, che era seduto più lontano, e stando all'oscuro aveva meglio
veduto costoro, non potè far che non desse in un _oh_! di grandissima
maraviglia, e dicesse mezzo rizzandosi: _il duca_!.... Il suono col
quale fu pronunziata questa parola mostrava dovesse esser seguita da
un nome; ma un leggiero volger d'occhio di colui che entrava, bastò a
rimandare questo nome in gola al soldato. Nessuno avea posto mente a
questo suo sbigottimento: un solo compagno che gli era presso gli disse:
--Boscherino! Che duca ti vai sognando? Pure non t'ho visto bere oggi.
Ti par egli luogo da duchi codesto?--Non parve vero a Boscherino di non
trovar fede, e d'esser tenuto pazzo o briaco; e senza entrar in altro,
volse destramente le parole, ritornando ai discorsi di prima.
Dietro i due entrati nell'osteria s'avviò Veleno colla sua rotonda e
bisunta persona e con una cera olivastra, barbuta e maliziosa, nella
quale si vedea un miscuglio che teneva del coviello e dell'assassino.
Senza molto scomporsi fece l'atto di far di berretta, e disse:
--Comandate, signori.--
Quegli che già sappiamo chiamarsi Michele, fattosi avanti, disse:
--Si vorrebbe cenare.--
L'oste si scontorse, e rispose con tuono afflitto, che si sforzò di far
apparire sincero,--Cenare? Vorrete dire mangiar un boccone alla meglio,
se pure si potrà metter insieme... Dio sa che cosa v'è rimasto in casa
in questa stretta d'assedio! Che prima un pane valeva un cortonese, ed
ora sta mezzo fiorino, e tanto lo pago io al forno.... A ogni modo
per signori pari vostri si ripiegherà.... m'ingegnerò....--E con
quest'esordio destinato, secondo l'usanza degli osti, a far pagar dieci
quel che val due, aperse un armadio, e trattone un tegame lo pose sul
fornello; e coll'ajuto del vento fatto col grembiule, e che alzava la
cenere sino al soffitto, fu presto riscaldato uno spezzato di capretto,
che al dir dell'oste era la sola vivanda che fosse a quell'ora in
Barletta, e dovea servir di cena ad un caporale che veniva per essa a
momenti; ma signori pari loro non si potevano mandar a letto a digiuno.
Comunque ella fosse, la vivanda fu gradita, e venne recata in
istoviglie di terra a fiori, insieme con un boccale dell'istessa
materia a larga pancia, e con un mezzo cacio pecorino duro come un
sasso, nel quale eran impressi i colpi di coltello degli avventori
antecedenti che avean già fatte le loro prove contro di lui. Il desco
al quale sedevano era in fondo alla sala, se si può dar un tal nome a
questa spelonca affumicata. Al capo opposto un gran cammino, con una
cappa da dodici persone, avea dalle due parti tre o quattro fornelli:
davanti era la tavola del cuoco; e dal mezzo di questa, a guisa di un
T, un tavolone stretto s'estendeva quant'era lungo il luogo, quasi
fino al muro dirimpetto, ove i due stavano cenando. Dal trave maestro
pendeva nel mezzo una lucerna d'ottone a quattro bocchini quasi spenta,
bastante appunto perchè altri non si rompesse gli stinchi nelle panche
e negli scabelli che attorniavano il desco.
L'oste, com'ebbe ammannita ogni cosa pel bisogno de' cenanti,
fischiando, com'era suo costume, se ne tornò sull'uscio, in quella
appunto che giungeva correndo sopra un muletto un uomo, il quale
balzato a terra senza toccare staffa, gridava:
--Su, giovanotti, allegri e coraggio, chè c'è buona novella: e tu
Veleno fatti in venti pezzi, e ci sarà da far per tutti. È tornato
Diego Garcia, e scavalcato a casa; ed or ora sarà qui per cenare:
saranno venti o venticinque buone spade, ed egli solo ne val quattro;
onde fa di trovarti all'ordine, e presto... Ebbene che fai? Sei
morto?... Muoviti.--
L'oste era rimasto a bocca aperta. Quei bravi rizzatisi attorniavano e
punzecchiavano il messo per sapere com'era andata la cavalcata.
--M'avrete morto--disse spingendoli e togliendosi loro di mezzo--e non
saprete niente. Parlate voi, o parlo io?
--Di' su, di' su--gridarono tutti insieme--che nuove abbiamo?
--Abbiamo la nuova, che torniamo stracchi morti ora proprio, che
siamo stati quattordici ore a cavallo senza un sorso d'acqua... (Ohè!
Veleno, una mezzetta da tre, fresco... ho la gola asciutta com'un pezzo
d'esca...) Ma quaranta capi di bestiame grosso, e settanta decine di
minuto già stanno in Barletta; e tre uomini d'arme prigioni, che, se
Dio vuole, sputeranno tanti bei ducati d'oro, come siamo cristiani
battezzati, se voglion riveder l'uscio di casa loro. Vi so dire che c'è
voluto del buono a scavalcarli ed averne le spade... (E questo vino lo
porterai prima di cascar morto?...) Menavano a due mani come saette:
uno, in ispecie, era in terra, e 'l cavallo ferito l'avea messo sotto,
e se gli gridava tutti: renditi, o sei morto; egli dava imbroccate con
un suo spadone, e se non gli si rompeva in un colpo che tirò al cavallo
d'Inigo, e che invece colse l'arcione ferrato, o ci bisognava finirlo
colle lance, o ci veniva ritolto. Pure al fine ha data a Diego Garcia
la mezza spada che gli era rimasta.--
Veleno in questa giunse col vino e versò da bere al narratore, il quale
gli disse:--Pur beato che sei venuto una volta!
--E come si chiama questo demonio?--domandò Boscherino.
--Non saprei... dicevano ch'è un gran barone franzese: un nome come
la Crotte... la... la Motta. Ora mi ricordo, sì, La Motta: un pezzo
di bestione, se vedi, che fa tremar la terra. Basta, la cosa è finita
bene, e sguazzeremo se Dio vuole.--Voltando poi l'occhio all'interno
dell'osteria:--E che fai?--gridava--traditore poltrone, che ancora non
metti al fuoco; vuoi che ti misuri le spalle con questa zagaglia?--
Ed entrava difatti per eseguir la minaccia, ma si fermò vedendo che un
gran pajuolo era già stato messo sopra una bracciata di quercioli, e
la fiamma andava prendendo, e s'innalzava crepitando, mentre l'oste
sudato e rosso, senza pensar più nè alla carestia nè all'assedio,
e sapendo che con Paredes ed i suoi compagni non era da scherzare,
correva per casa per dar ordine al tutto. In un lampo ebbe trovato
quanto gli faceva mestieri, e scotennando un agnello, parte ne mise
a bollire, e parte ne infilzò in due lunghi spiedi che pose a girare
sugli uncini de' capifuochi. La faccenda prendeva buona piega.
--Or bene--disse l'ordinator della cena--buon per te Veleno. Se costoro
giungevano, e non eri all'ordine, avresti provato quante libbre pesano
le cinque dita di Diego Garcia. Vado, e te li mando qui di volo.
--Oh Ramazzotto, non verrai tu con esso loro?--disse uno de' caporali.
--Come potrei venire? La compagnia sta tuttora a cavallo. Mi conviene
alloggiarla ed aver l'occhio al bottino, che è in piazza al castello;
e di notte le mani lavorano, ben sai; nè fra queste squadre manca chi
le sappia adoperare. Fieramosca, Miale Brancaleone e tutti i nostri
son costì all'erta, ed a noi è commesso che non nascano scandali; agli
Spagnuoli un'altra volta. A chi tocca, tocca.
--S'ell'è come tu di'--riprese Boscherino--ne verremo teco ed
ajuteremoti.--Su, di buona voglia, compagni; quest'uom dabbene ha più
miglia in corpo che non abbiam noi, e si vuole soccorrerlo.--Così
usciti dall'osteria s'avviarono parlando delle brighe del giorno verso
il luogo ove la compagnia di Ramazzotto lo stava aspettando. Questi
tirandosi dietro per la briglia la sua cavalcatura, se ne veniva
attorniato, narrando e rispondendo, e Boscherino seguiva tutto inteso
a ciò ch'egli sapeva dire; quando si sentì tirare per la cappa, e
volgendosi vide nell'ombra un uomo, che riconobbe per uno di que' due
che avea lasciati cenando nell'osteria.
--Boscherino--gli disse sottovoce fermandolo, mentre gli altri
seguivano la loro via--il duca ti vuol parlare: non ti sbigottire, chè
non vuol farti un male al mondo. Però sta sull'avviso, e sii accorto.
Andiamo.--
A Boscherino si mise la febbre addosso udendo queste parole, e disse
che appena si poteva udire:--Siete voi D. Michele?
--Sì, son io: taci, e portati da quel valent'uomo che sei.--
Boscherino era stato caposquadra del signor Gio. Pagolo Baglioni,
e di altri signori italiani, e nelle guerre del tempo s'era sempre
portato da valoroso; nè v'era uomo che curasse meno di lui mettersi ad
ogni sbaraglio, tanto che facendosi la compagnia di 500 fanti e 100
archibusieri per ordine del signor Prospero, onde condursi in ajuto di
Consalvo, era stato fermato con soldo ragguardevole, e si faceva di lui
grandissimo conto.
Ma l'animo suo, quantunque sicuro, nol potè regger tanto che le parole
udite da D. Michele, e 'l dover ritornare, sapendo a chi fra momenti
si sarebbe trovato innanzi, non gli facesse tremar le ginocchia; e se
avesse potuto scegliere, avrebbe tolto di scagliarsi piuttosto contra
dieci spade che andare dov'egli andava. Ripensando alle cose passate
poco prima, ben s'appose al vero, e disse fra se:
--Troppo son certo ch'egli m'ha udito quando dissi _il duca_... Il
diavolo dell'inferno mi mosse la lingua... eppure era discosto, e
non mi pare d'aver alzato tanto la voce. Ma dove non giungerebbe
quell'anima dannata... Ed ora che malanno sarà venuto a far qui?--
Con questi pensieri furono all'osteria. La sola gente di casa era in
cucina. Il duca s'era fatto condurre nella camera ove dovea dormire,
che era sopra il camerone della cena; e le tavole del soffitto essendo
mal connesse, lasciavano tanto di spazio che si poteva vedere ed udire
ogni cosa di sotto.
All'oste era bensì passato un sospetto pel capo che costui non fosse
quello che si mostrava; ma stretti dal nemico soltanto dalla banda di
terra, capitavano quivi per via di mare ogni qualità d'uomini; nè si
faceva gran caso d'un viso che non fosse appuntino degli ordinarj.
Salirono la scala D. Michele e Boscherino, e vennero alla camera
dov'era il duca. Un letto ricoperto di sargia bigia, un piccol desco,
e pochi sgabelli erano il solo mobile della stanza. La lucerna, che si
veniva smorzando, col vento che fece la porta aprendosi, si spense; e
Boscherino, mentre D. Michele andò per altro lume, si trovò quivi allo
scuro col duca. Rimase immobile dov'era, rannicchiandosi al muro, non
osando far parola e nemmeno quasi fiatare, e stupiva di ritrovarsi così
dappoco, egli che non stimava persona al mondo. Ma il sapere d'essere
alla presenza di quel maraviglioso e terribile uomo, il sentirselo
tanto vicino, che, nel silenzio in cui stavano amendue, poteva udirne
il respiro frequente, tutto ciò suo malgrado gli metteva tal brivido,
ch'egli si dolea d'esser vivo. Tornò D. Michele col lume e fu visto
il duca seduto sulla sponda del letto. La sua presenza era d'uomo che
non ha saputo mai che cosa sia riposo nè di mente nè di corpo. Ben
complesso ed asciutto di membra, di statura poco più dell'ordinaria,
aveva in ogni sua mossa un non so che di tremolo che non si potrebbe
descrivere. Vestiva una cappa scura con maniche a larghe strisce ed
a riprese. Una daga sottile in cintura, e la spada era sulla tavola
con un cappello adorno d'una sola penna nera. Teneva i guanti alle
mani, ed alle gambe stivali grossi da viaggio. Volse ai due venuti un
viso pallido, colle guance infossate e sparse di macchie livide, con
baffi e barba rossetta, piuttosto lunga, che scendeva sul petto in due
liste. Al suo sguardo poi sarebbe impossibile trovare al mondo nulla di
somigliante. A voglia sua, ora più saettante di quello d'una vipera,
ora dolce come l'occhio d'un bambino, ora terribile come la pupilla
sanguigna della jena.
Guardò Boscherino che s'era fatto la metà, e stava sempre nello stesso
luogo, come se avesse aspettato la sentenza del capo; e lo guardò in
modo da torgli ogni timore: ma Boscherino sapeva chi egli era, nè si
rassicurò punto.
--M'hai riconosciuto Boscherino--gli disse--e l'ho caro; sempre ti
tenni per uomo di fede e dabbene; e se non mi venivi innanzi t'avrei
cerco. Ben sapevo che eri qui. Non far parola con persona che m'abbi
veduto. Sai che posso rimunerarti de' tuoi servigi; nè il farmi
dispiacere ti gioverebbe gran fatto.--
Il caposquadra troppo sapeva ch'egli diceva il vero, onde rispose:
--V. E. Illustrissima può far di me ogni sua voglia, e le sarò come
le fui sempre fedel servitore. Nè la mia vita passata credo le possa
dare indizio contrario. Solo prego l'E. V. mi faccia degno di dirle due
parole con libertà.--
Avendogli il duca accennato che dicesse, riprese:
--Voi aveste la mia fede, glorioso signore, nè vi verrà meno mai in
eterno. Ma qualcuno può avervi veduto. Se la cosa si divulgasse, ed io
uscissi di qua, potrebbe venirmene dato carico, senza ch'io ci abbia
una colpa al mondo. Ond'è che non vedo strada d'uscirne coll'onor mio.
--Va--rispose il duca--sta di buona voglia, ed attendi ad esser uomo
dabbene, nè ti darò carico che non meriti. Al fatto mio accade lo star
nascosto soltanto per poche ore; passate queste, sappia ognuno e dica
ciò che vuole, però non esca mai dalla tua bocca, per quanto stimi la
grazia mia.--
Boscherino non rispose a queste parole; soltanto abbassò il capo in
atto riverente, facendo il viso di chi si vuol mostrar pronto ad
obbedire, e non ha altro timore che di non esser creduto obbediente
abbastanza. Tolse licenza, e camminando all'indietro con molti inchini,
uscì della camera, e gli parve mille anni d'essere in istrada. Dopo
alcuni minuti venne fuori anche D. Michele; trovò la camera che gli era
destinata, vi si chiuse; ed il piano superiore dell'osteria per quella
sera rimase tranquillo come se fosse disabitato.
NOTE:
[1] E Dio mi dia mala Pasqua, e sia la prima che verrà, ec.
[2] Del cuojo delle sue scarpe.
[3] Bada che senza volerlo non mi ferisca.
CAPITOLO SECONDO.
La brigata per la quale era allestita la cena, giunse a casa di Veleno
verso le due ore di notte, ed empiè in un momento lo stanzone terreno
ov'era apparecchiato. L'oste per farsi onore s'era ingegnato d'imbandir
con tovaglie di bucato la tavola, sulla quale oltre i piattelli e
le posate di stagno e d'ottone che spiccavano meglio del solito per
essere state strofinate con maggior diligenza, v'erano qua e là
foglie di vite sparse ad uso di piattini per porvi su i boccali ed i
bicchieri, sui quali scintillavano al chiarore di molti lumi, infinite
goccie d'acqua, rendendo testimonianza ch'eran stati risciacquati di
fresco. Diego Garcia di Paredes entrò il primo e dietro lui i baroni
francesi prigioni. Jacques de Guignes, Giraut de Forses, e La Motta. Lo
Spagnuolo, l'uomo più audace e di maggiori forze di tutto l'esercito, e
forse di tutta Europa, pareva formato apposta dalla natura pel mestiere
dell'arme, pel quale tanto meglio si poteva riuscire quanto maggiore
era la robustezza e la forza muscolare. La sua statura superava di
non poco quella de' suoi compagni, e l'affaticarsi di continuo in un
temperamento qual'era il suo, togliendo alle membra la pinguedine,
avea dato tal grossezza ad ogni muscolo, che appariva nel petto, nelle
spalle, e nell'altre parti somigliante ai colossi dell'antica scultura,
di forme atletiche e bellissime nell'istesso tempo. Il collo grosso
come quello del toro reggeva una testa piccoletta, ricciuta, coi
capelli piantati alti nella collottola, ed un volto virile e sicuro,
senz'ombra però d'arroganza. L'aspetto di Don Garcia non mancava d'una
certa grazia; e gli si leggeva in viso l'animo semplice, leale e pieno
d'onore. Avea già deposta l'armatura, ed era rimasto in giustacore
e brache di pelle strette alla carne, in guisa che ad ogni suo moto
si vedevano i muscoli sorgere e guizzare come fossero scoperti: un
mantello corto alla foggia spagnuola gettato su una spalla compiva tale
schietto vestire.
--Signori baroni--disse mettendo dentro con cavalleresca cortesia i
prigionieri--noi Spagnuoli diciamo:--_Duelos con pan son menos_[4]. La
fortuna oggi v'ha trattati male; domani forse toccherà a noi: in tanto
qui siamo amici: ceniamo, che por _Dios Santo_, credo in questo saremo
tutti d'accordo: più d'una lancia è andata in pezzi, e per oggi basta:
non ci potranno rimproverar certamente di lasciar rodere le armature
dalla ruggine. State di buon animo, e domani si ragionerà della
taglia, e vedrete che D. Garcia sa come si trattano cavalieri pari
vostri.--
Il contegno di La Motta a queste parole era quello di chi avendo la
stizza non la vuol mostrare. Valoroso, buon soldato e molto fiero
coll'arme in mano, nè d'aspetto inferiore all'esser suo, era però
superbissimo quant'uomo del mondo, e non poteva patire d'aver a ricever
cortesia da chi l'avea fatto prigione. Tuttavolta conoscendo quanta
villania sarebbe stata il mostrarsi acerbo, rispose più lietamente che
potè:
--Se la vostra mano è leggiera nel porre una taglia come nel calare
un fendente, il re cristianissimo pagherà della sua borsa se ci vuol
riavere, o vi terrò compagnia il resto de' miei giorni.
--Inigo--disse Paredes volgendosi ad un bel giovine di venticinque
anni che, aspettando la cena, avea già posto mano al pane--se vogliamo
parlare di colpi di spada, domanderemo al tuo cavallo, che sapore hanno
le stoccate di questo barone.--
Poi dirigendo il discorso a La Motta:
--M'accorgo un po' tardi che siete disarmato: eccovi la mia spada (e
scingendola, la pose al fianco del suo prigione) sarebbe gran torto
se un braccio come il vostro non trovasse un'elsa dove appoggiarsi.
Terrete Barletta per prigione sino a cambio o riscatto. La vostra
parola, Cavaliere?--
La Motta stese la destra a Paredes, che la prese e soggiunse:
--Pei vostri compagni sia lo stesso patto. Non è vero?--E ciò disse
volto a Correa e ad Azevedo, due uomini d'arme che avean fatti prigioni
i compagni di La Motta. Risposero che eran contenti, ed ambedue colla
medesima cortesia toltesi d'accanto le spade le cinsero ai baroni
francesi.
--In tavola signori--gridò in quella Veleno, ponendo in mezzo al
desco un grave catino, ove giaceva la metà dell'agnello attorniato da
cipolle e legumi, e due gran piatti alle estremità pieni d'insalata; e
l'apparire della vivanda non fu meno possente della voce dell'oste a
chiamare a sè l'affamata adunanza. Tutti con gran premura, spostando
e rimettendo le panche, in un momento furono seduti, e all'opera; e
per alcuni minuti non s'udì parola, ma solo uno strepito di piattelli,
bicchieri e posate percosse.
Solo, in capo tavola, sedeva Diego Garcia, e da' suoi lati avea fatto
porre La Motta e de Guignes. Scalcando con una gran daga, in un lampo
ebbe fatto in pezzi quell'animale, e divisolo fra i convitati. Il suo
stomaco di ferro, servito ottimamente da due file di denti bianchissimi
e forti da non temer paragone, si trovò dopo alcuni minuti racquetato
se non satollo. Non gli rimase un sol osso sul piattello, poichè nessun
mastino potea dirla seco per stritolarli e ridurli in polvere. Finita
la pietanza, empiè i bicchieri de' suoi vicini ed il suo. Com'ebbe
bevuto, e passata un poco quella prima furia di fame, s'avviarono
a poco a poco i discorsi, mescolandosi le domande, le risposte ed
i frizzi, che si raggiravano per lo più sui casi della guerra, sui
cavalli, sui colpi dati o toccati, e sui varj accidenti del giorno.
Nella parte inferiore del desco ove s'eran seduti i venti o ventitrè
Spagnuoli, lasciando per cortesia al loro capo ed ai prigioni francesi
ciò che essi chiamano la _cabecera_, ossia il sommo della tavola, si
scorgeva negli atti e nelle parole quell'amorevole fratellanza che
suol produrre il trovarsi avvolti insieme ogni giorno in grandissimi
pericoli, ove si conosce quanto pregio abbia l'esser pronti ad ajutarsi
l'un l'altro nell'occasione.
Le facce ruvide e cotte dal sole di questi uomini d'arme, che il moto,
la recente fatica ed il calor del cibo rendevano rosse ed infocate,
producevano, al chiaror dei lumi che le percoteva dall'alto, un effetto
di chiaro-scuro degno del pennello di Gherardo delle Notti.
Avvicinandosi il termine della cena, il conversare, secondo il solito,
era divenuto più generale, e le risa e il romore cresciuti in gente che
avea riportato onore e profitto dalle guerresche fatiche del giorno. La
fronte d'Inigo era la sola che più durava fatica a rasserenarsi. Stava
egli col gomito appoggiato alla tavola, e si guardava d'intorno, poco o
nulla rispondendo alle ciarle de' suoi compagni.
-Inigo--gli disse, stendendo verso di lui la mano Azevedo, che
aveva forse votato un bicchiere più del solito, ed essendo uomo
sollazzevole, mal soffriva di veder uno della brigata star sopra di
se malinconico--Inigo, si direbbe che sei innamorato, se le donne di
Barletta meritassero le occhiate di un bel giovane par tuo. Ma qui,
viva Dio, siamo al sicuro. Non vorrei che avessi lasciato il cuore in
Ispagna, o a Napoli.
--Non penso a donne, Azevedo--rispose il giovane--ma penso al buon
cavallo che quel barone m'ha quasi ammazzato seguitando a menar le mani
da pazzo, quando già vedeva di non poterci fuggire. Povero Castagno!
la sua spalla è perduta; ho paura, e non penso d'averne mai più sotto
un altro che lo valga. Ti ricordi a Taranto che cosa seppe fare questo
demonio? e quando si guazzò quel fiume... non mi ricordo il nome...
là dove fu ammazzato Quignones... che l'acqua era più alta che non si
pensava; chi arrivò il primo alla riva? E dopo tante prove e tanti
pericoli doveva finire alle mani di questo nemico di Dio!
--Non alzar tanto la voce--disse Correa--quel che è stato è stato a
buona guerra: e non si deve dar carico ai prigionieri, nè conviene che
odano questi discorsi.
--Ed io ti giuro--rispose Inigo--che vorrei essere in terra con una
buona ferita, e veder sano il mio povero Castagno: e perdonerei al
Francese se avesse rotto la spada sul capo a me, invece di pigliarla
col cavallo. All'uomo si tira: almeno chi sa tener la spada in mano
fa così; e non di qua, di là, all'impazzata. Maledetto! pareva che si
cacciasse le mosche.
--Hai ragione, perdio--gridò Segredo, vecchio soldato con baffi e
barba che mostravano aver veduto più d'una zuffa.--Quand'ero giovane
pensavo come te: vedi la mia fronte (e battendo sovr'essa leggermente
con una mano incallita dal guanto di ferro, indicava una cicatrice che
orizzontalmente gli tagliava il sopracciglio) questa me l'ha fatta
_el Rey Chico_ per amor d'un cavallo, il più bel bajo che vi fosse in
campo. Quello si chiamava cavallo! Quando fra uomini d'arme si veniva
alle spade, bastava scuotergli così un poco la briglia, e un'ombra di
sperone; che volevate vedere! S'alzava sulle zampe, e poi volate e
sparate avanti, chè a non volere uscir per gli orecchi, vi dico io,
mi toccava a stringer le cosce: quando ricadeva venivo giù insieme
col mio colpo di spada, che pareva la saetta di Dio, e in questa
maniera più d'un Moro è andato a cena con Satanas. E la _siesta_!
Dormivo fra le sue gambe all'ombra, povero _zamoreno de mi alma_, che
nemmeno ardiva cacciarsi le mosche, per non disturbarmi. All'assedio
di Cartagena dove pochi di voi si son potuti trovare, e dove cominciò
a farsi conoscere il gran Capitano,... e vi dice Segredo che era un
bel far la guerra allora: un po'meglio d'adesso: sotto gli occhi del
re Don Fernando e della regina Isabella, che era una bellezza, e di
tutta la corte, ben pagati e mantenuti noi e i cavalli, come in casa
d'un principe... ma per dir del mio cavallo, in una sortita dove _el
Rey Chico_ alla testa de' suoi combatteva come un leone (ed era un
uomo che m'arrivava al petto, ma aveva un braccio che dove toccava
lasciava il segno) quel povero animale ebbe passato il collo fuor
fuori da una zagaglia moresca, e la prima volta in vita sua cadde
sulle ginocchia. Mi gettai a terra e vidi che non c'era rimedio. Pure
speravo di ricondurlo al campo a mano, chè per tutto il mondo non avrei
voluto abbandonarlo: mi seguitava che appena poteva reggersi, e non ho
vergogna a dirlo, le lagrime calde calde mi scendevano per la gorgiera
dell'elmo, e mi bagnavano il collo: io che non sapevo che cos'era
piangere! In quella tornò addietro una furia di Mori stretta da molti
uomini di arme, e quel re era obbligato a fuggire, e veniva mugghiando
come un toro. Io preso in mezzo da questi, solo, a piedi mi vidi
morto. Tenni lontano più d'uno girando la spada; ma mi cadde sul capo
quella del re che m'aperse l'elmo e rimasi per morto un pezzo. Quando
mi riscossi e mi potetti alzar da terra, mi trovai il povero Zamoreno
steso morto accanto.--
I casi del cavallo di Segredo erano stati uditi con affetto da tutta la
tavola, ed il vecchio soldato al fine del suo racconto non avea potuto
a meno di non mostrare sul viso solcato dall'età e dai travagli, che la
memoria dell'antico compagno gli durava molto viva nel cuore. Qui ebbe
vergogna di farlo troppo scorgere, e si versò da bere per distrarre gli
sguardi che ancora lo fissavano.
Jacques de Guignes che, non meno degli altri prigioni, era andato
riprendendo animo a misura che s'era pieno lo stomaco, udita la storia
di Zamoreno cominciò:
--_Chez-nous_, messer cavaliere, questo non vi sarebbe accaduto tanto
facilmente (quantunque è pur troppo vero che _les bonnes coutumes de
chevalerie_ si vanno perdendo ogni giorno). Pure un uomo d'arme si
crederebbe disonorato se ad armi e a numero pari la sua spada cadesse
sul cavallo del nemico. Ma dai Mori, come tutti sanno, non si può
aspettare questa cortesia.
--Eppure--disse Inigo, rispondendo ad una proposta che non gli era
diretta--si potrebbe provare che non è usanza solamente de' Mori
l'ammazzar cavalli. Lo sanno le pianure sotto Benevento, e lo seppe il
povero Manfredi. E Carlo d'Angiò, che ne diede l'ordine, non era più
Moro di voi e di me.--
La stoccata era diritta, ed il Francese si scontorse sulla sedia.
--Questo si dice; forse sarà vero: ma _Charles d'Anjou_ combatteva per
un reame, e poi aveva a fare con uno scomunicato nemico della Chiesa.
--Ed egli non lo era della roba altrui?--interruppe Inigo con un
sorriso amaro.
--Credo che saprete--prese la parola La Motta--che il reame di Napoli
è feudo della S. Sede, e che _Charles_ n'ebbe l'investitura: e poi il
diritto d'una buona spada vale qualche cosa.
--E poi, e poi... Diciamo la cosa com'è--riprese Inigo--le barbute
tedesche di Manfredi, ed i mille cavalieri italiani che guidati dal
conte Giordano combattevan contra i Francesi s'erano mostrati tali
dal principio della battaglia, che Carlo d'Angiò non istimò inutile,
volendosi far re di Napoli, di ricorrere a questo espediente a malgrado
_les bonnes coutumes de chevalerie_, in vigore a quei tempi.
--Vi concederò se volete--rispose La Motta--che i Tedeschi valgano
qualche cosa sotto la corazza, ed avranno forse potuto far testa
qualche momento alla gendarmeria francese, nella giornata di Benevento;
ma quanto ai vostri mille Italiani, veramente! Se erano dugento anni
fa, quel che sono al dì d'oggi, non faceva bisogno che per metterli
in rotta i Francesi perdessero il tempo a storpiare i loro poveri
cavalli. Da cinque anni che scorro l'Italia, ho imparato a conoscerli,
ho seguitato il re Carlo nella compagnia del prode _Louis d'Ars_, e
v'assicuro che le frodi degl'Italiani ci hanno dato a fare più delle
loro spade. La sola guerra che essi conoscano è la sola che ignori la
lealtà francese.--
Queste gonfie parole poco piacquero a tutti, e niente affatto ad Inigo,
che aveva coltura ed ingegno più che mediocre: era amico di molti
Italiani militanti sotto le bandiere di Spagna, e conosceva com'erano
andate le cose nella calata di Carlo in Italia. Sapeva, per dirne
una, che, a malgrado la lealtà francese, ai Fiorentini non era stato
tenuto l'accordo, ed erasi loro fatta ribellar Pisa; nè le fortezze
che l'imprudenza di Pietro de' Medici avea poste in mano loro, erano,
secondo la fede data, state restituite al tempo stabilito. Tutto ciò
corse al pensiero d'Inigo, e le parole di La Motta gli movevan la
stizza, mal sofferendo che i poveri Italiani, traditi e malmenati dai
Francesi, fossero da questi medesimi trattati da traditori e coperti di
vituperj. Stava perciò in procinto di dirgli il fatto suo; ma quegli
accorgendosi che le sue parole non erano favorevolmente accolte,
aggiunse:
--Voi venite di Spagna da poco tempo, signori, e non sapete ancora che
razza di canaglia sieno gl'Italiani; voi non avete avuto a far nè col
duca Lodovico, nè col papa, nè col Valentino, che prima ci ricevevano
a braccia aperte, e poi cercavano di piantarci il pugnale nelle reni.
Ma a Fornovo si sono accorti che cosa può fare un pugno di brava gente
contra un nuvolo di traditori: ed il Moro il primo è stato preso nelle
sue reti. Scellerato! se non avesse altro delitto che quello della
morte di suo nipote, non basterebbe forse questo solo a farlo il più
infame degli assassini?
--Ma--disse Correa--suo nipote era infermiccio e di poco senno, e si
vuole sia morto naturalmente.
--Naturalmente, come tutti coloro ai quali vien dato un veleno. De
Forses e De Guignes lo sanno, che erano anch'essi alloggiati come me
nel castello di Pavia. Il re andò a visitare la povera famiglia di
Galeazzo (e tutto questo lo tengo dalla bocca di Filippo de Comines
al quale fu raccontato dal re stesso). Il Moro lo condusse per certi
passaggi oscuri, in due camere basse ed umide che guardavano le fosse
del castello; trovò il duca di Milano colla moglie Isabella ed i figli.
Questa si gettò ai piedi del re pregandolo per suo padre, ed avrebbe
voluto pregarlo anche per sè e pel marito, ma quel traditore del Moro
era presente: il povero Galeazzo pallido ed estenuato poco disse, e
pareva sbalordito dall'enormità della sua disgrazia: già aveva nelle
vene il veleno che lo ammazzò... E Cesare Borgia, per dirne un altro:
dove trovate una coppia come questa? Abbiamo viste di lui cose che se
si raccontano non son credute. Poi, già molte delle sue imprese sono
conosciute quanto basta. Tutto il mondo sa che ha ammazzato il fratello
per averne gli onori e la roba; tutto il mondo sa come ha fatto per
diventar padrone della Romagna; tutto il mondo sa che ha ucciso il
cognato, avvelenato cardinali, vescovi e tanti altri che gli davano
ombra.--
Volgendosi poi ai suoi compagni francesi col viso di chi ricorda un
fatto noto e degno di compassione:--E la povera Ginevra di Monreale?
La più bella, la più virtuosa, la più amabile donna ch'io m'abbia mai
conosciuta! Questi miei amici se ne ricordano: fu da noi veduta al
nostro passaggio in Roma del 92. Ma la sua mala sorte la fece anche
conoscere al duca Valentino allora cardinale: era costei divenuta
moglie di un nostro soldato ch'ella aveva sposato più per ubbidienza
a suo padre che per altro. Fu presa da un male che nessuno seppe
conoscere; si provarono tutti i rimedii; tutto fu inutile: dovette
morire. Ma un accidente singolare mi fece scoprire un segreto
d'inferno, che pochi hanno saputo. La sua malattia non era stata altro
che un veleno datole dal Valentino per punirla della sua onestà. Povera
infelice! Non son cose queste da chiamare i fulmini dal cielo?--
Qui il Francese si fermò pensando, e pareva cercasse ricordarsi qualche
circostanza che il tempo gli avesse annebbiata nella memoria.
--Ma sì, non m'inganno: oggi fra i vostri uomini d'arme, nel venire
a Barletta, ne ho veduto uno del quale per verità non mi sovviene il
nome, ma che mi ricordo benissimo d'avere incontrato più volte per Roma
in quel tempo; ed ha una statura ed un viso che non si dimenticano
facilmente: si diceva da tutti fosse l'amante nascosto della Ginevra,
e dopo la morte di lei sparì, nè mai più si seppe nulla de' fatti suoi
(_Mais oui, je suis sûr que c'est le même_, disse volto ai compagni).
Ad un miglio della città quando ci siamo fermati alla fontana per
aspettare i fanti, quel giovane pallido, coi capelli castagni, e non
penso d'aver mai veduto un viso d'uomo più bello nè più malinconico del
suo... sì, sì, è lui sicuramente; ma il nome non me lo domandate.--
Gli Spagnuoli si guardavano in viso studiando di chi volesse parlare.
--Era Italiano?--domandò uno.
--Sì; Italiano. È vero che non ha aperto bocca; ma un compagno che era
sceso da cavallo, e gli porgeva da bere, gli parlò italiano.
--E le sue armi?
--Mi pare avesse una corazza liscia con una cotta di maglia; e, se non
isbaglio, una penna ed una sciarpa azzurra.--
Inigo il primo gridò:--Ettore Fieramosca.
--Fieramosca appunto--rispose La Motta--ora mi ricordo, Fieramosca.
Ebbene, questo Fieramosca era innamorato di Ginevra (almeno così si
diceva), e molti non vedendolo più comparir dopo la morte di lei
credevano si fosse ucciso.--
A queste parole sorridendo gli Spagnuoli dicevan fra loro non esser
oramai da stupirsi se sempre era malinconico, e se menava una vita
tanto da sè, e diversa da quella de' giovani pari suoi. Tutti però
d'accordo lodavano la sua buona natura, il suo valore, la sua cortesia;
dal che si poteva conoscere quanto fosse amato e tenuto in pregio
da tutto l'esercito. Inigo poi, sopra tutti, che gli era amico, e
come ogni animo non volgare ammirando senza gelosia le belle doti
del guerriero italiano, quanto lo conosceva da più di sè, tanto
maggiormente lo amava, prese la parola in sua lode, con tutto il caldo
che può aver l'amicizia in un cuore spagnuolo.
--A voi piace il suo viso, ed a chi non piacerebbe? ma cos'è per un
uomo la bellezza? Se conosceste l'anima di quel giovane! la nobiltà, la
grandezza di quel cuore! ciò che egli ha osato coll'armi in mano con
quell'arrischiato valore che nei più va unito ad una certa ebbrezza, ma
in lui all'opposto fra i maggiori pericoli è sempre congiunto a freddo
consiglio!... In vita mia ne ho conosciuti dei bravi giovani, e alla
corte di Spagna e in Francia; ma vi dico da uomo d'onore, un insieme
come quell'Italiano, che, perdio, riunisce tutto, non l'ho trovato, e
non penso di trovarlo più.--
Il favore che il Fieramosca godeva nell'esercito fece sì che ognuno
volle dir la sua, mostrando premura per questi suoi casi, nè il vecchio
Segredo si mostrò duro più degli altri, e disse:
--Quantunque non abbia avuto mai tempo da perder con donne, e non abbia
mai capito come un petto coperto di maglia possa tormentarsi per loro,
non ostante quel bravo giovane, a vederlo sempre tristo, con quel
viso sbattuto, mi muove un certo sentimento, che nemmeno io posso ben
capire, e _por Dios santo_, darei il migliore de' miei cavalli (purchè
non fosse il Pardo) per vederlo una volta far un pajo di risate di
cuore.
--Lo dicevo io che era mal d'amore!--disse Azevedo.--Quando si vede
un giovane pallido, di poche parole, che cerca la solitudine, non si
sbaglia, è affare di gonnella. È vero però (disse sorridendo) che alle
volte un pajo di partite alla zecchinetta che vadano a rovescio, vi
metton l'amaro in bocca e vi fanno diventar pallido e malinconico per
dieci gonnelle;... ma non importa: è un'altra cosa, e poi dura meno. E
quanto a Fieramosca non c'è questo pericolo; non l'ho mai veduto con
le carte in mano... Ora capisco il motivo de' suoi viaggi notturni.
Sapete che le mie finestre guardano il molo. Più d'una volta l'ho visto
sul tardi entrare in un battello solo, allontanarsi e girare dietro
il castello. Buon viaggio, dicevo io mettendomi a letto, ognuno ha i
suoi gusti: e pensavo che cercasse fortune d'amore; ma non mi sarei mai
sognato si cacciasse in mare per piangere chi sta all'altro mondo. Pare
impossibile; un soldato par suo lasciarsi vincere da questa pazzia!
--Ciò mostra--rispose Inigo con calore--che un cuore buono ed amorevole
può star nel petto d'un uomo ardito in faccia al nemico; e, viva Dio!
che in questo s'ha a render giustizia a Fieramosca, come a tutti
gl'Italiani che i fratelli Colonna hanno sotto la loro bandiera:
nessuno di quanti portano una spada accanto ed una lancia in pugno, può
vantarsi di portarla più degnamente o d'esser da più di loro.--
A questa lode espressa col fuoco d'un animo schietto ed amante del
vero, gli Spagnuoli diedero coi cenni e colle parole un'approvazione
che non potevano negare essendo giornalmente testimoni del valore
degli uomini d'arme Italiani. Ma i tre prigionieri caldi dalle parole
e dal vino, e La Motta più degli altri, avendola con Inigo, che sempre
durante la cena lo era andato pungendo, non potè mancare alla sua
superba natura di stimar tutti nulla in paragone suo e de' suoi; onde
alle parole dello Spagnuolo rispose con un riso studiato ed un guardo
di compassione che fece montar la stizza fino ai capelli al giovine, e
gli s'accrebbe la metà quando La Motta seguì dicendo:
--Quanto a questo, messer cavaliere, nè io nè i miei compagni non siamo
del vostro avviso. Da molt'anni facciamo la guerra in Italia; e, come
già v'ho detto, abbiamo molto più veduto adoprar pugnali e veleni che
lance e spade, e vi prego di crederlo; un gendarme francese (e fece un
viso grosso) si vergognerebbe d'aver per ragazzi di stalla uomini che
non valessero meglio di questi poltroni d'Italiani: giudicate se si può
immaginare di paragonarli con noi.
--Sentite, cavaliere, ed aprite bene gli orecchi--rispose Inigo che
non potè più reggere alla passione di sentir costui dir tanta villania
de' suoi amici, e non gli parve vero di sfogarsi contra chi gli avea
storpiato il suo cavallo--se qualcuno de' nostri Italiani fosse qui, e
Fieramosca il primo, e voi foste libero, come siete prigione di Diego
Garcia, potreste imparare, prima d'andar a letto, che un uomo d'arme
francese può aver a fare a due mani per difender la sua pelle contra un
Italiano; ma poichè voi siete prigione, e qui non sono che Spagnuoli,
io che sono amico di Fieramosca e degl'Italiani, dico in loro nome, che
voi e chiunque dirà aver essi timore coll'armi in mano di chicchessia,
ed esser, come dite, poltroni e traditori, mente per la gola, e son
pronti a starne al paragone con tutto il mondo, a piedi, a cavallo,
con tutte l'armi o con la sola spada, dove, e quando, e sempre che vi
piacerà.--
La Motta ed i compagni, i quali al cominciar di quelle parole s'erano
rivolti con atto superbo verso chi le diceva, mutandosi gradatamente in
volto, fra l'adirato e l'attonito, ne stavano attendendo la fine. Come
accade in una brigata, allorchè in mezzo allo schiamazzo e alle risa,
si sente sorger una voce e dir parole di ferro e di sangue, che ognuno
tace e si volge sospeso a chiarire il fatto, cessato il bisbiglio, ogni
Spagnuolo stette ad orecchie tese, aspettando che cosa potesse nascere
da questa prima rottura.
--Siamo prigioni--rispose La Motta con orgogliosa modestia--e non
potremmo accettare disfide; però, coll'approvazione degli uomini d'arme
che hanno avute le nostre spade, e che, ben inteso, avranno da noi un
giusto riscatto, a nome mio, de' miei compagni e di tutta la gente
d'arme francese, rispondo e ripeto quello che ho già detto una volta, e
che dirò sempre, gl'Italiani valer solo ad ordir tradimenti e non alla
guerra, ed esser la più trista gente d'arme che abbia mai tenuto piede
in istaffa e vestita corazza. E chi dice che io abbia mentito, mente, e
glielo manterrò coll'armi in mano.--
Poi cercatosi in petto ne trasse una croce d'oro, e dopo averla
baciata la depose sulla tavola.--E possa io non avere speranza in
questo segno della nostra salute quando sarà la mia ultim'ora, esser
tenuto cavalier disleale, ed indegno di calzar speroni d'oro, se non
rispondo io ed i miei compagni alla disfida che gl'Italiani mi mandano
per bocca vostra, e colla grazia di Dio, di nostra Signora e di san
Dionigi, che ajuteranno la nostra ragione, mostreremo a tutto il mondo
qual differenza vi sia fra la gente d'arme francese e questa canaglia
italiana che voi proteggete.
--E sia col nome di Dio--rispose Inigo: quindi esso pure apertosi
davanti il giubbone si trasse dal collo un'immagine della Madonna di
Monserrato, colla quale si fece il segno di croce e la depose vicino
alla croce d'oro di La Motta: e quantunque provasse un leggier senso
d'umiliazione di non potere per la sua povertà offrire un pegno di
battaglia di valore eguale a quello di La Motta, pure scossa quella
vergogna, disse francamente:
--Ecco il mio pegno. Diego Garcia li prenda ambedue in nome di
Consalvo, che non ricuserà campo franco ai nostri nobili amici, nè ai
cavalieri francesi che verranno a combatterli.
--Non per certo--rispose Garcia, prendendo i pegni della
sfida--Consalvo non impedirà mai questa brava gente di misurarsi le
spade e fare il dovere di buoni cavalieri. Ma voi, messer barone
(parlando a La Motta) avrete sotto i denti un osso da rodere più duro
che non pensate.
--_C'est notre affaire_--rispose il Francese scuotendo il capo e
sorridendo.--Nè io nè i miei compagni terremo per il più pericoloso e
per il più splendido fatto della nostra vita, quello nel quale potremo
mostrare a questo bravo Spagnuolo il suo errore, facendo votar la sella
a quattro Italiani.--
Diego Garcia, che non si sentiva veramente vivo se non quando stava o
nel calor d'una mischia o parlando di menar le mani, non capiva in sè
dall'allegrezza nel sentir questi preliminari d'una sfida, che sarebbe
senza dubbio stata combattuta e contrastata con tutto l'accanimento
che può inspirare l'onor nazionale; ed alzando il capo e la voce,
e battendo insieme due mani che sarebbero state bene al braccio di
Sansone, gridò:
--Le vostre parole, cavalieri, sono degne d'uomini d'onore, e di
soldati pari vostri, e son sicuro che i fatti non saranno inferiori.
Vivano sempre i bravi di tutte le nazioni! Ed in così dire, imitato
dagli altri, alzò il bicchiere, e tutti con grande allegrezza lo
votarono più d'una volta in onore de' futuri vincitori. Calmato un
poco il romore, Inigo soggiunse:
--L'ingiuria che voi fate al valore italiano, messer cavaliere, non è
cosa che i miei amici vorranno passar così di leggieri, nè terminar
col rompere d'una lancia, come se si trattasse di aver il pregio d'una
giostra. Non parlo per ora del numero de' combattenti: questo si
fisserà d'accordo fra le due parti; ma qualunque sia per essere, offro
a voi ed ai vostri battaglia a tutte armi ed a tutto sangue, finchè
ogni uomo sia morto, o preso, o costretto ad uscir del campo. Accettate
voi questi patti?
--Gli accetto.--
Fermato così l'accordo, nè rimanendo per allora altro da aggiungere,
le fatiche del giorno e l'ora tarda consigliarono ad ognuno il
riposo. La brigata si alzò da tavola di comune consenso; ed uscita
dall'osteria, s'andò sciogliendo a mano a mano, riducendosi ciascuno
al proprio alloggiamento. I baroni francesi furono onorevolmente
trattati, ed ebbero stanza dagli uomini d'arme che gli avean fatti
prigioni. Crediamo di poter asserire, che malgrado le bravate colle
quali aveano mostrato tener gli Italiani in sì poco conto, un intimo
senso, ed in molti l'esperienza gli avvertiva, che a voler uscir ad
onore da quest'impegno, bisognavano però più fatti che parole. Inigo
anch'egli, benchè fosse più che certo del valore de' suoi amici, e
che per la gloria delle armi italiane sarebbero venuti a paragone
con tutto il mondo, riflettendo che gli avversarj erano pur gente
da guerra di grandissimo conto, e le migliori spade dell'esercito
francese, non poteva non istare in pensiero del fine che avrebbe avuta
quest'importante faccenda. Infatti La Motta ed i suoi compagni erano
uomini da star a fronte di chicchessia. Le loro prodezze nell'armi
erano conosciute da tutte le soldatesche d'allora; e nelle squadre
francesi v'erano moltissimi altri non inferiori nè in coraggio nè
in perizia, ed il famoso Bajardo, per dirne uno, bastava solo ad
aggiungere gran peso nella bilancia.
A malgrado di queste riflessioni l'altero Spagnuolo non si pentì un
momento d'averla presa per gl'Italiani, e pensò che avrebbe troppo
mancato sopportando che l'insolente prigione dicesse tanti vituperj
di coloro che non li meritando erano poi suoi amici ed assenti: e
come, disse fra sè, potrebbe esser vinto chi combatte per l'onor della
patria? Così rinfrancato l'animo, si dispose la mattina seguente a
conferire di ciò con Fieramosca, ed usare ogni cura onde la cosa
riuscisse ad onore della parte che avea tolto a proteggere; e pieno di
questi onorati pensieri, stette, senza molto dormire, aspettando l'ora
di metter mano all'impresa.
NOTE:
[4] I guai, con pane, son più soffribili.
CAPITOLO TERZO.
La rocca di Barletta occupata da Consalvo e da parecchi capi di
quell'esercito era posta fra la piazza maggiore della terra ed il
mare. Nelle case all'intorno eransi allogati a mano a mano tutti gli
ufficiali spagnuoli ed italiani col loro seguito; e fra questi, in
una delle migliori abitazioni, i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna
facevan dimora col sontuoso traino di scudieri, famigli e cavalli, che
ad una tanta casa si conveniva. Ettore Fieramosca era loro carissimo
sovra ogni altro per mille suoi pregi, e se lo tenevano qual figlio,
avendolo accomodato d'una casetta che era presso la marina, attigua
alle loro stanze, la quale agiatamente poteva contener lui ed i servi
coi cavalli e le bagaglie. La camera più alta della casa, ove solea
dormire, avea le finestre volte a levante.
Era l'indomani della cena: il primo chiarore dell'alba faceva appena
all'orizzonte distinguere dal cielo la bruna linea del mare, quando
il giovane Fieramosca, lasciato il letto ove non sempre trovava sonni
tranquilli, uscì su un terrazzo, a' piedi del quale venivano a batter
l'onde leggermente agitate dal fresco venticello della mattina.
Poveri abitanti del settentrione! Non sapete quanto valga quest'ora
sotto un bel cielo del mezzogiorno, in riva al mare mentre la natura
è ancora tutta nel sonno, e questo silenzio viene appena interrotto
dal sordo gorgoglìo dell'onda, che al pari del pensiero, non ebbe mai
riposo dal dì che fu creata, nè l'avrà finchè più non sia. Chi non s'è
trovato solo a quest'ora, chi non ha sentito sventolarsi presso il viso
l'ultimo batter d'ala della nottola matutina nel principiar del caldo
sulle belle coste del regno, non sa sin dove giunga la divina bellezza
delle cose create.
Lungo il muro del terrazzo cresceva una palma. Seduto sul parapetto,
le spalle appoggiate al tronco, e colle mani intrecciate reggendosi un
ginocchio, il nostro giovine soldato stava godendo momenti di quiete, e
l'aria pura che precede l'aurora.
La natura gli aveva concesso il prezioso dono d'esser per indole
propria spinto a quanto v'ha di bello, di buono e di grande. Un solo
difetto si poteva apporgli, se difetto si può chiamare, una soverchia
bontà. Ma nudrito da' primi anni fra l'armi, presto conobbe gli uomini
e le cose; la sua mente retta nel giudicare imparò qual limite si debba
porre alla bontà stessa onde non degeneri in debolezza; e la rigidità
che acquista sovente chi si trova fra continui pericoli, in un cuore
quale era il suo, divenne una giusta fermezza, degna e preziosa dote
d'un petto virile.
Il padre di Fieramosca, gentiluomo capuano della scuola di Braccio
da Montone, invecchiato nelle guerre che lacerarono l'Italia durante
il secolo XV non potè dare ad Ettore altro che una spada, e questi
da giovanetto credette il mestier dell'arme il solo degno di sè, nè
potè per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva,
nei quali la forza dell'armi non s'impegnava che ad accrescere la
riputazione e l'avere.
Ma crebbe il senno col crescer dell'età; e ne' brevi momenti che si
restava dal guerreggiare, invece di spender l'ozio in cacce, in giostre
ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e
conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che
avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi
meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per sè
stesso il mestier dell'arme, se a guisa di masnadiere si faccia col
solo fine d'arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per la virtuosa
cagione di difendere sè ed i suoi dalle straniere aggressioni.
Nella sua prima adolescenza avea dovuto seguire il padre, che
importanti affari chiamavano in Napoli. Alla corte di Alfonso conobbe
il celebre Pontano, il quale, colpito dall'ingegno del fanciullo e
dalla bella disposizione del suo corpo, gli pose grandissimo amore; ed
accoltolo nell'accademia che, quantunque fondata dal Panormita, ha però
il nome di Pontaniana, prese ad ammaestrarlo con grandissimo studio,
e riportò, in contraccambio, dal giovane quel culto affettuoso che
produce la gratitudine unita all'ammirazione.
L'amore per le cose patrie e per la gloria italiana risvegliato dalle
eloquenti parole del suo maestro, non poteva rimaner tepido in un cuore
qual era il suo, e crebbe al punto di giungere al furore. Combattè
spada a spada con un gentiluomo francese, giovane maggior di lui
d'anni e di forze, perchè sparlava degl'Italiani, lo ferì e gli fece
confessare il suo torto, presente il re e la corte. Lasciata Napoli,
dopo varie vicende, incontrò i casi d'amore dei quali avemmo un cenno
dal prigioniere francese.
Ma allorchè da Carlo VIII fu messa sossopra l'Italia, e che l'armi
francesi la tenevano tutta in ceppi od in timore, si risvegliò in lui
più caldo l'amor patrio, vedendo quegli invasori voler farla da padroni
in Italia. Si rodeva udendo narrare le loro insolenze nell'attraversare
la Lombardia, la Toscana e gli altri Stati italiani. Quando si sparse
la fama della fiera risposta di Pier Capponi al re, e che questi aveva
ceduto, sfavillava per l'allegrezza portando alle stelle il valoroso
Fiorentino.
Caddero i reali di Napoli. Parve allora a Fieramosca di seguir la parte
di Spagna, per opporsi in qualche modo all'altra di troppo crescente
potenza, e perchè l'orgoglio spagnuolo gli sembrava meno insoffribile
della vana jattanza francese: poi un nemico che non poteva venire se
non per mare, gli parea da tenersi in minor conto; e stimava quando
colle sue armi fossero cacciati i Francesi, impresa meno malagevole
stabilire un buono Stato in Italia.
Al chiarore che si diffondeva dall'oriente svanivano a poco a poco e
si perdevano l'ultime stelle. Già il sole illuminava le più alte cime
del Gargano tingendole d'un roseo che si mutava in pavonazzo ne' seni
ombrosi dei monte, mentre il lido sottoposto, che girava a guisa di
mezza luna, congiungendosi al littorale ov'è posta Barletta, mostrava
col giorno crescente un ameno e diverso intreccio di valli e di colli
che scendevano a bagnarsi nel mare. I folti castagneti che sulle
vette già venivano indorati dal sole, diradandosi verso le falde eran
interrotti ora da prati verdissimi, ora da qualche pezzo coltivato. Qua
una frana lasciava biancheggiar il macigno, là il fianco d'un giogo si
tigneva di colori gialli, rossicci, secondo la natura del suolo. Il
mare ceruleo pareva immobile; se non che ribollendo sotto le rupi ne
cingeva il piede con una striscia di spume candidissime.
Nella parte più interna del golfo sopra un'isoletta che era congiunta
alla terra da un ponte lungo e stretto, sorgeva fra le palme e i
cipressi un monastero con una chiesuola ed un campanile, munito
all'intorno di torricelle e mura merlate, onde salvarlo da un primo
assalto di corsari e di Saracini.
Ettore mostrava guardarlo con passione grandissima, aguzzando le
ciglia, perocchè la nebbia, che a quell'ora copre le terre più
basse, gli permetteva appena distinguere i contorni dell'edifizio.
Coll'orecchio teso coglieva il debol suono della campana che annunciava
l'avemaria del giorno, ed era tanto attento che non udì la voce
d'Inigo, dal quale era chiamato in cortile: questi non ottenendo
risposta, salì.
--Dopo una giornata come quella di ieri--disse entrando sul
terrazzo--non ti avrei creduto alzato prima del sole.--
Chi ebbe mai pieno il cuore d'un solo pensiero grande e bollente,
sa quanto potè esser grato a Fieramosca il venir colto in quello e
costretto a lasciarlo. Si volse con un viso che non celava l'animo suo
interamente, e quasi Inigo s'avvedea d'esser giunto importuno. Ma
l'animo d'Ettore era troppo giusto ed amorevole per accagionare il suo
amico di questo disturbo involontario. Senza dar risposta precisa, se
gli fece incontro, gli strinse la mano, ed alla fine ritornando in sè
del tutto disse piacevolmente:
--Che buon vento mi ti conduce a quest'ora?
--Ottimo vento; e ti reco tal nuova che m'avrai da dar la mancia.
Perciò appena ho aspettato il giorno, ed eccomi a portartela. Sempre ho
avuto invidia alla tua virtù: oggi debbo averla alla tua fortuna. Beato
te, Ettore mio! T'è serbata dal cielo tal impresa d'onore che l'avresti
comprata, son certo, ad alto prezzo. Ebbene ti capita innanzi senza nè
spesa nè fatica. Sei proprio nato vestito!--
Fieramosca condusse in casa il suo amico, e fattoselo sedere in faccia
stava aspettando che gli annunziasse questa gran fortuna. Fu da lui
brevemente informato di quanto era occorso la sera innanzi, del modo
col quale egli avea preso le parti degl'Italiani, e della sfida
proposta. Quando venne a riferire le insolenti parole di La Motta, e
benissimo le seppe dire, balzò in piedi l'animoso Italiano, percotendo
su una tavola col pugno chiuso e cogli occhi scintillanti di fierissima
allegrezza.
--Non è--gridò--giunta a tanto ancora la miseria nostra che manchino
braccia e spade per ricacciare in gola a questo ladrone francese,
quanto in malora sua gli è fuggito di bocca! E Dio ti benedica la
lingua, Inigo, fratel mio (e stretto lo teneva abbracciato), e t'avrò
obbligo eterno della cura che avesti dell'onor nostro, nè in vita nè
in morte me ne terrò sciolto mai.--E le carezze per una parte, come le
profferte per l'altra, non avean fine. Quietato un poco questo primo
calore:
--Qui--disse Fieramosca--è tempo non di parlare, ma d'operare.--E
chiamato un servo, mentre l'ajutava vestirsi, veniva nominando i
compagni che si sarebber potuti sceglier a quest'impresa, pensando far
grossa compagnia più che potesse.
--Molti--diceva--sono i buoni fra noi, ma la cosa troppo importa;
scegliamo i migliori: Brancaleone. E uno. Non vi sarà lancia francese
che lo pieghi d'un dito, con quel pajo di spalle che ha ai suoi
comandi. Capoccio e Giovenale tutti e tre Romani: e ti so dire che gli
Orazi non tenevano la spada in pugno meglio di loro. E tre. Andiamo
avanti: Fanfulla da Lodi, quel matto spiritato, lo conosci? (Inigo alzò
il viso aggrottando un poco le ciglia, e stringendo le labbra, come fa
chi vuoi ridarsi a mente qualche cosa.) Oh lo conosci senz'altro! Quel
Lombardo, lancia spezzata del signor Fabrizio.... quello che l'altro
giorno galoppava sulla grossezza del muro del bastione alla porta a San
Bacolo....
--Oh sì sì!--rispose Inigo--ora mi ricordo.
--Bene. E quattro. Costui finchè avrà le mani le saprà menare. Io
sarò il quinto; e coll'ajuto di Dio farò il dovere. Masuccio--gridò
chiamando un famiglio--bada che ieri si ruppe la guiggia dello scudo,
falla aggiustare, e tosto; senti: alla spada grande ed alla daga
pistolese sia rifatto il filo, e.... che volevo dirti?.... ah! L'arnese
mio di Spagna è in punto?--Il servo accennò di sì.
Sorridendo Inigo a questa furia disse:--Non ti mancherà tempo a
metterti in ordine, che la battaglia non sarà nè oggi nè domani.--
A questo non pensava Fieramosca che si sentiva la febbre addosso, nè
avrebbe voluto tardare a trovarsi alle mani; e poco badando a quanto
dicea lo Spagnuolo, veniva rintracciando altri compagni, chè cinque gli
parea un numero scarso. E disse con gran voce:
--E dove lasciamo Romanello da Forlì? E sei. Lodovico Benavoli. Sette.
Questi li conosci, Inigo: gli hai veduti a lavorare.
--Masuccio, Masuccio!--
Ed il servo che era sceso risalì di volo.
--Il mio cavallo da battaglia, Airone, quello che m'ha donato il signor
Prospero, abbia paglia ed orzo quanto ne vuole; e prima che entri il
caldo lo farai trottare alla volta un'ora, e vedi come gli stiano i
ferri.--
Nel dare questi ordini si stava vestendo; il servo gli porse la cappa,
e messasi l'arme accanto ed in testa un cappello con una penna azzurra,
disse ad Inigo:
--Son teco. Prima d'ogni altra cosa si vuol ragionare col signor
Prospero, poi si farà motto a Consalvo pel salvocondotto.--
Così avviatisi per istrada seguiva nominando or l'uno or l'altro
degli uomini d'arme che potessero fare al caso. Nè si soddisfaceva
d'alcuno così alla prima: di tutti esaminava minutamente lo stato, le
forze, il valore, la vita passata, onde non venissero a sì gran fatto
se non uomini provati. Di Brancaleone romano teneva gran conto sopra
ogni altro, perchè lo conosceva molto uomo dabbene, di gran core e
di maravigliosa gagliardia; gli piaceva il suo fare serio ed alieno
dall'allegria spensierata degli altri compagni, e sentiva per lui
un'amicizia, che molte volte l'aveva condotto al punto di svelargli i
suoi casi colla Ginevra: ma un certo ritegno, e forse la mancanza di
occasione a proposito, l'avean impedito. La sua famiglia e gli antichi
suoi essendo stati ghibellini avevano a Roma tenuta sempre la parte
colonnese, ed ora nella compagnia del signor Fabrizio egli era capo
di certe lance spezzate, e molto bene attendeva a questa come ad ogni
altra bisogna di guerra. Era costui di mezzana statura, largo di spalle
e di petto, di poche parole, e solo intento al suo uffizio: tenace ed
ostinato nel seguire ogni suo divisamento, e non avendo al mondo altro
pensiero che quello d'ajutare e far vittoriosa la sua parte colonnese,
a petto della quale tutto a lui pareva nulla; per sostener questo come
ogni altro impegno si sarebbe fatto tagliare a pezzi mille volte.
Ettore ed Inigo doveano passar davanti all'uscio suo per andare dai
Colonna: lo trovarono appunto fermo che dava ordine a certi suoi
cavalli, e colla spada scinta, avvolta la cintura all'elsa accennava ai
famigli ed ai ragazzi di stalla, facendosi intendere colla minore spesa
di fiato che fosse possibile. Fieramosca l'invitò seco per ordinare
tal faccenda, che, espressa con parole caldissime, fu ascoltata da
Brancaleone senza scomporsi, nè mutar viso. Disse solo brevemente
avviandosi cogli altri due:
--La prova fa credere i ciechi. Quattro stoccate a modo mio e poi ci
riparleremo.--
E questa fiducia non era braveria: chè più volte già s'era trovato
chiuso in campo franco, e sempre n'era uscito ad onore.
CAPITOLO QUARTO.
Le ingiuriose parole di La Motta e la disfida che n'era stata la
conseguenza, corsa in presenza di più di venti persone, non poteva
esser rimasta segreta, e n'era oramai sparsa la fama per tutto
l'esercito e per la città. Inigo, coi due Italiani, presentandosi alla
casa di Prospero Colonna, trovarono che quivi non era altro discorso;
e già cominciava a comparire il fiore della gioventù italiana, che a
lui concorreva come a suo capo, per intendere in che modo s'avessero
a governare. Vennero ad uno ad uno tutti quelli che avea nominati
Fieramosca, e molti altri; sicchè in breve spazio di tempo furono una
cinquantina. Le parole erano molte e grandi, ed ognuno mostrava negli
atti e nel volto quanto gli cuocesse l'ingiuria ricevuta. Parecchi
fra gli Spagnuoli che la sera innanzi s'eran trovati a cena, e che
avean fatto motto ai loro amici italiani, si erano qui condotti, e si
mescolavano fra loro ripetendo or questa or quella delle parole tanto
d'Inigo quanto dei prigionieri, e facendo osservazioni, proponendo
partiti, o citando esempj, attizzavano un fuoco che già troppo bene
ardeva per sè medesimo.
Questa brigata stava, parte per la soglia del portone e dispersa nel
cortile, parte in una sala terrena, ove i fratelli Colonna solevano
dar retta ai loro uomini quando bisognava, e sbrigare gli affari
della compagnia. Vi splendeano appese al muro le loro armature messe
d'oro molto riccamente, con finissimi intagli, forbite e lustranti
come specchi. Si guardava in questo luogo la bandiera della compagnia
sulla quale era ricamata la colonna in campo rosso, col motto _Columna
flecti nescio_, la quale pure si vedeva dipinta sugli scudi, che
coll'altr'arme disposte convenevolmente all'intorno occupavano quasi
tutte le pareti. In fondo due cavalletti grossi di legno sostenevano
l'intere armature de' cavalli con loro selle e gualdrappe di bel
velluto cremesi, fregiate dell'impresa di loro casato, e le ricche
briglie tutte ornate di ricami d'oro, degne di tanto onorati signori.
Sei falconi incappellati e legati ad una catenella d'argento eran
posati sopra una stanga in traverso ad una finestra, con un monte di
attrezzi da caccia, della quale era frequente l'uso fra la nobiltà, e
si teneva proprio spasso dei signori e de' gentiluomini.
Dopo alcuni momenti comparve sulla porta il signor Prospero Colonna, al
quale ognuno fece luogo e riverenza; ed egli venuto avanti e salutando
con nobil contegno, s'adagiò sopra un seggiolone di cuojo rosso a
bracciuoli, in capo ad una tavola che era nel mezzo, dove tenea lo
scrittojo, ed accennò cortesemente a ciascuno di sedere.
Era vestito d'una cappa di sciamito nero rabescato, con una grossa
catena d'oro al collo, dalla quale pendeva sul petto un medaglione
dell'istesso metallo, lavorato sottilmente a cesello. Portava una
daghetta in cintura d'acciajo nero martellato; ed in questo schietto
vestire, la sua mirabil presenza, il volto d'una tinta pallida ed un
po' brunetta, con alta fronte che mostrava esser sede di fortezza e di
senno non ordinarj, inspiravan quella riverenza che si tributa più alle
doti dell'animo, che ai favori della fortuna e della nascita. Aveva
ciglia folte, barbetta alla spagnuola, ed un mover d'occhio tardo e
risguardato, che lo dava a conoscere autorevole e potente signore.
L'occasione presente pareva ed era a lui di grandissima importanza, non
solo perchè ne andava l'onore dell'armi italiane, ma perchè l'esito di
questa fazione, nelle attuali circostanze ove fra due re potenti con
incerta fortuna si combatteva, potea produrre gravi conseguenze per
lui, per la sua casa e per la parte colonnese. Il vincere una disfida
che avrebbe certamente fatto gran romore, dava molta riputazione agli
uomini suoi ed alla sua bandiera; perciò, dei capitani spagnuoli e
francesi qualunque restasse vittorioso, avrebbe alla conclusione avuto
maggior riguardo ad offenderlo e maggior interesse a tenerselo amico.
A tutti è noto inoltre, quanto in terra di Roma fosse ostinato il
contrasto fra la parte colonnese ed orsina, che malcondotte entrambe
dalla forza e dalle frodi d'Alessandro VI e di Cesare Borgia potevano,
o coi soccorsi stranieri o col proprio valore, ajutate da qualche
felice occasione, pensare a rifarsi; onde se v'era mai stato tempo da
dover tenere l'invito della fortuna ed afferrarla pe' capelli, era
questo sicuramente.
Conosceva il sagace condottiere gli spiriti bollenti di Fieramosca,
e quanto potesse in lui sete di gloria ed amor di patria: vedeva che
da' suoi discorsi erano spesso infiammati gli animi de' compagni
a mostrarsi Italiani, e sentì quanto poteva a quest'ora ajutare
coll'esempio, e coi detti accendere vieppiù quel divino ardore che
rende l'uomo pari alle grandi imprese.
A lui dunque si volse cominciando a parlare: disse già in parte
conoscere l'accaduto, ma voler ora udirlo più distesamente, onde si
potesse prender subito un partito. Ettore espose il fatto magnificando
le parole d'Inigo dette in favore della nazione italiana: quand'ebbe
finito, il signor Prospero alzandosi in piedi, parlò così:
--Illustri signori! Se voi non foste quelli che siete, ed io per la
compagnia avuta con esso voi in tante battaglie non avessi esperienza
dell'alto valor vostro, crederei fosse mestieri rammentarvi, come i
nostri avi per le loro virtuose operazioni fecero salir tant'alto la
gloria della patria che l'universo ne restò abbagliato; nè poterono
le tenebre e le sventure di dieci secoli spegner gli ultimi raggi di
tanta luce. Come costoro che d'oltremonti ora vengono a bersi il sangue
italiano, e non contenti, aggiungono lo scherno all'offesa, tremavano
allora al solo nome romano. Vi direi che tant'oltre è giunta omai
questa loro sfacciata insolenza, che dopo d'avere strappato, e con
quali arti sallo Iddio, la gloriosa corona che faceva Italia regina
dei popoli, ed era stata compra con tanti sudori e tanto sangue, par
loro non aver fatto nulla finchè ci vedono una spada in mano ed una
corazza sul petto, e vorrebbero torci perfino di poter combattere e
morire in salvazione dell'onor nostro. Vi direi: Su dunque: andiamo,
corriamo tutti; si piombi su questi ingordi ladroni sprezzatori d'ogni
diritto; e ben veggo nei vostri sguardi che le mie parole sarebber
tarde a fronte delle spade italiane..... Ma invece..... l'ufficio
di condottiero, duro pur troppo in così grave occasione, mi comanda
di porre un freno al vostro valore, e m'è forza il dirvi che tutti
non potrete combattere, e converrà concedere a poche spade la gloria
della nostra vendetta. Il magnifico Consalvo, dovendo con forze minori
sostenere i diritti del re cattolico, non consentirebbe che il sangue
de' suoi soldati si spargesse per altre cagioni. Per dieci uomini
d'arme otterrò, spero, salvocondotto e campo franco. Senza metter tempo
in mezzo, vado, ed ottenuto che l'abbia, ritorno. Intanto ognuno di
voi scriva su un foglio un nome: a Consalvo la scelta. Ma prima dovete
giurare di stare a quanto verrà da lui stabilito.--
Il discorso fu accolto con un bisbiglio d'approvazione, e tutti
giurarono. Furono scritti i nomi e dati al signor Prospero, il quale
alzatosi da sedere, venne alla porta, ove due famigli gli tenevano
apparecchiata una mula: vi salì, ed accompagnato da que' soli due
s'avviò alla rocca.
Dopo una mezz'ora, che parve un secolo all'impaziente ansietà di que'
giovani, ritornò; e scavalcato, entrò nella sala terrena rimettendosi
ciascuno al luogo di prima: il silenzio e l'espressione degli occhi
fissati tutti sul barone romano, mostravano quanto fosse la smania di
conoscer la scelta, e la speranza d'ognuno d'averla favorevole.
--Il magnifico Consalvo--disse alla fine il signor Prospero, cavandosi
di seno le carte e deponendole sulla tavola--si chiama grandemente
soddisfatto del virtuoso proposito vostro: è certo che al vostro valore
sarà questa facile impresa: concede salvocondotto e campo franco per
dieci uomini d'arme; e non è stato piccol travaglio condurlo a questo
numero: solo vi si piega per l'importanza del fatto.--
Spiegato allora il foglio che conteneva i nomi degli eletti, lesse i
seguenti:
--Ettore Fieramosca.--Questi, vedendosi nominato il primo, strinse con
allegrezza il braccio di Brancaleone che gli sedeva accanto, mentre gli
occhi di tutti si volsero a lui mostrando che nessuno credeva potergli
contendere il primo posto.--
Romanello, da Forlì.
Ettore Giovenale, romano.
Marco Carellario, napoletano.
Guglielmo Albimonte, siciliano.
Miale, da Troja.
Riccio, da Parma.
Francesco Salamone, siciliano.
Brancaleone, romano.
Fanfulla, da Lodi.
Chi si fosse trovato presente, senza conoscere nessuno di persona,
avrebbe facilmente potuto distinguere dal viso contento coloro che
la sorte destinava alla nobile impresa. Il volto sempre pallido di
Fieramosca si tinse d'un bel vermiglio, e nel parlar che faceva ai
compagni, i baffi castagni che gli vestivano il labbro tremavano, e
facean conoscere quanto fosse forte la commozione interna che provava.
I suoi pensieri più cari trovavano alla fine occasione di produrre
opere degne di loro. Finalmente, diceva in cuor suo, potrà una volta
il sangue italiano scorrere a miglior fine che a sempre difendere gli
stranieri invasori. Se alcuno gli avesse detto allora «vinceranno i
tuoi, ma tu vi morrai» si sarebbe chiamato contento mille volte: ma
v'era pure speranza, e quasi certezza di vincere, e goder la vittoria;
e pensava, dopo questa, come sarebbe stato il ritorno pieno di gloria,
di feste e d'allegrezze (quanto è raro che l'uomo preveda il vero!):
immaginava le lodi, l'onore eterno che ne verrebbe all'Italia ed al suo
nome, e quanto i suoi più cari andrebbero orgogliosi per cagion sua. A
questo punto un pensiero che gli sorse dal profondo del cuore, passò
come una nube, ed oscurò un momento la gioja che gli splendeva sul
volto: forse sventure passate fecero sentire al suo cuore l'acuta spina
di funeste rimembranze: ma durò un momento. Poteva egli allora aver
altra cura maggiore di quella della battaglia?
Prospero Colonna era stato scelto da Consalvo a maestro del campo,
il che gl'imponeva l'obbligo di mandare il cartello della disfida,
di metter a cavallo i suoi, di vedere che nulla mancasse loro di ciò
che potea procurare la vittoria, d'aver l'occhio finalmente che si
combattesse dalle due parti a buona e giusta guerra.
Si parlò prima di tutto del giorno e del luogo da fissarsi. Erano
i primi del mese: fu stabilito si combatterebbe dopo la metà, onde
rimanesse tempo largo ad allestirsi. Quanto al luogo, si sarebbe
mandato uomini esperti a scegliere il più conveniente.
Dopo di ciò si stese il cartello, che fu scritto in francese, e
consegnato a Fieramosca ed a Brancaleone onde lo portassero al campo
nemico quell'istesso giorno. Disposte così le cose, si volse il signor
Prospero ai dieci eletti, e disse loro:
--L'onor nostro, cavalieri, è sul filo delle vostre spade, e non saprei
immaginare qual più degno e sicuro luogo si potesse trovargli. Ma per
questo appunto conviene che giuriate di non entrare da oggi al dì della
battaglia in alcun'altra impresa, onde non porvi a rischio di riportar
ferite, o d'incontrare impedimento che potesse quel giorno togliervi
d'essere a cavallo: e ben vedete, se ciò accadesse, non importa per
qual cagione, quanto la nostra parte ne rimarrebbe vituperata.--Parve
ad ognuno troppo ragionevole questa antiveggenza, nè vi fu chi negasse
accettar sopra la sua fede la condizione proposta.
Intanto la maggior parte di quelli che vedevano con rammarico non aver
ivi più nulla che fare, s'era andata dileguando alla sfilata. I soli
dieci erano rimasti. Anch'essi, quando fu consegnato il cartello a
Fieramosca, sgombrarono la sala; e questi accompagnato da Brancaleone
s'avviò a casa per esser presto a cavallo e condursi al campo francese.
S'armarono ambedue così alla leggiera con giaco e maniche ed una cuffia
di ferro, e preso con loro un trombetta si avviarono alla porta a
San Bacolo, che rispondeva verso il nemico. Alzata la saracinesca ed
abbassato il ponte, uscirono in un borgo che, abbandonato in quel
trambusto dagli abitanti, era stato mezzo distrutto ed arso dalla
licenza delle soldatesche d'ambe le parti. Di qui la strada prendeva
per certi orti, poi usciva all'aperto, e per giungere al campo era
qualche ora di cammino. Nel passare pel borgo, Ettore s'abbattè in
certe povere donne, mezzo coperte di cenci, che traendosi dietro per
mano, o recandosi in collo i loro bambini cascanti dalla fame, andavano
frugando per quelle case abbandonate, se mai fosse sfuggita qualche
cosa all'ingorda avarizia de' soldati che le avean messe a sacco. Il
cuore del giovane faceva sangue a questo spettacolo, e non potendo
dar loro ajuto non poteva nemmeno sostenerne la vista, onde punse il
cavallo, e di trotto si dilungò sin fuori all'aperto.
L'insolita allegrezza che l'aveva ravvivato pensando alla prossima
battaglia, fu per questo, in apparenza lieve accidente, ritornata in
altrettanta mestizia, risorsero più forti i pensieri delle miserie
d'Italia, e lo sdegno contro i Francesi che n'erano autori. Non potè
nascondere a Brancaleone, che gli cavalcava accanto, la pietà che gli
destavano i mali di quelle meschine; e quegli che in fondo era buono e
caritatevole uomo, quantunque paresse ruvido pel continuo trovarsi in
mezzo ai rischi e al sangue, le compativa e si dolea dei loro affanni
insieme con lui.
Vistolo Fieramosca in questa disposizione d'animo, gli diceva crollando
il capo:
--Ecco i bei presenti che ci recano questi Francesi; ecco il buono
stato che ci portano!.... Ma se posso una volta veder questa razza di
là dall'Alpi....--E voleva dire: faremo in modo di sbrigarci anche
dagli Spagnuoli; ma si ricordò che era al loro servigio, e, rompendo a
mezzo la frase, finì con un sospiro.
Brancaleone pensava più alla parte colonnese che al bene della sua
patria, e non poteva entrar pienamente nei sentimenti del suo amico; ai
quali però partecipando in qualche guisa, ed a suo modo, rispose:
--Se quest'esercito si potesse metter in rotta, non passerebbe forse
molto tempo che avremmo ad assaggiare il vino del signor Virginio
Orsino; e le cantine del castello di Bracciano vedrebbero una volta
come son fatte le facce de' cristiani: e Palestrina, Marino e
Valmontona, non vedrebbero più il fumo del campo di que' suoi ribaldi;
nè sarebbero più desti a ogni tratto da quel maledetto grido, Orso!
Orso! ma.... non si paga ogni sabato!--Da questa risposta conoscendo
Ettore che se Brancaleone s'univa a' suoi desiderii, era però ben
lontano dal concordare interamente con lui quanto ai motivi, tacque;
e camminarono per buon tratto di strada senza che il silenzio venisse
rotto da nessun dei due.
Il trombetta li precedeva d'un'arcata.
Non avrà il lettore scordati i cenni del prigioniere francese circa gli
amori di Fieramosca. I suoi compagni che ne udivan parlare per la prima
volta, si dolevano di questi suoi dispiaceri, e per l'affetto che gli
portavano, e perchè in una brigata di giovani si soffre malvolentieri
chi non mette del suo per mantenere ed accrescere il buon umore. Ora
mentre in quella mattina si trattava l'affare della disfida a casa del
signor Prospero, si bisbigliò di questi suoi casi, che vennero anche
all'orecchio di Brancaleone. Era questi pochissimo curioso de' fatti
altrui; non di meno, dopo aver cavalcato un pezzo così in silenzio,
vedendo il suo compagno tanto sopraffatto dalla malinconia, gliene
seppe male, e vincendo la natura sua si dispose tentarlo onde gli
s'aprisse; e con parole di amica sollecitudine, venne al proposito di
pregarlo volesse narrargli que' casi che gli eran cagione di tanta
tristezza. E seppe così ben fare che ottenne il suo intento. Fieramosca
d'altronde sapeva potersi fidare di lui, ed i termini in cui si trovava
pure gli scioglievan la lingua, poichè da un cuore agitato da forte
passione sfugge facilmente il segreto. Alzatigli così un poco gli occhi
in viso, disse:
--Brancaleone, mi domandi cosa che non ho mai detto ad anima viva:
e neppur a te la direi (non te l'aver per male) se non pensassi che
potrei rimaner morto nella zuffa.... e allora?.... che ne sarebbe
di...; sì, sì, tu mi sei vero amico, sei uomo dabbene, hai da saper
tutto. Non ti dispiaccia ascoltarmi a lungo, che non potrei farti
capace in poche parole di tanti e così strani accidenti.--
Brancaleone con gli atti del volto gli accennava quanto avea caro che
dicesse, onde Fieramosca con un risoluto sospiro incominciò:
Quando sorsero i primi romori di guerra per parte del re
cristianissimo, che minacciava scendere all'impresa del reame, ben
sai ch'io mi trovava giovinetto di sedici anni ai servigi del Moro.
Tolsi licenza, e mi parve dovere metter la vita in difesa de' reali
di Raona che da tant'anni ci governavano. Venni a Capua; si mettevano
in ordine le genti d'arme, e dal conte Bosio di Monreale che avea
il carico del presidio, fui condotto e comandato alle difese della
città. Le munizioni erano tutte in pronto, e per allora, non essendovi
altro da fare, attendevamo a darci buon tempo. La sera si faceva la
veglia in casa del conte, il quale, amico già di mio padre, mi teneva
come figliuolo. Già prima d'andarmene col duca di Milano, spesso gli
capitavo per casa. Ivi conobbi una sua figlioletta, e così fanciulli
senza saperne più in là, ci portavamo maraviglioso amore. Il giorno
ch'io mi mossi per andare in Lombardia, furono i pianti e le dipartenze
inestimabili: io, mi ricordo, cavalcava un giannetto, il migliore che
fosse mai, e nell'andarmene passai sotto le finestre di lei, che si
domandava Ginevra, e benissimo atteggiavo il cavallo nel dirle addio
colla mano; ella mi gettò di nascosto del padre e d'ognuno, perchè
appena faceva giorno, una fascia azzurra che non ho mai lasciata
d'allora in poi.
Ma queste erano cose da scherzo. In un anno ch'io stetti fuori mi s'era
assai freddato questo primo amore. Tornato come ti dico, e riveduta
Ginevra, che avendo messa persona era divenuta la più bella giovane del
reame, aveva assai buone lettere, e cantava sul liuto che non avresti
voluto sentir altro, non potei tanto schermirmi ch'io non ricadessi
l'un cento più nel maggiore e più forsennato amore che s'udisse mai.
Colei che si ricordava dei primi anni, e mi rivedeva onorato e con
qualche nome nell'arme, quantunque come onesta non lo volesse mostrare,
ben m'avvedevo che aveva caro udirmi quando narravo di quelle terre di
Lombardia, delle guerre che avevo vedute, e delle corti ed usanze di
colà; e s'ella amava ascoltarmi, io molto più amavo d'intrattenerla;
e tanto andò la cosa innanzi che non potevamo vivere discosti un dito
l'un dall'altro.
Io che in parte m'avvedevo come la s'avviasse, venivo riflettendo a
quanti affanni andavamo incontro ambedue. A momenti cominciava la
guerra: tristo chi in tale congiuntura si trova avvolto in legami
d'amore. E dove prima cercavo ogni modo d'esser con lei, dopo,
divisando ciò che meglio ci conveniva, e conosciuto che il nostro
amore era altro che da motteggi, mi rimaneva tanto di forza che pur mi
studiavo di mostrarlo meno, e cavarmelo dal cuore. La cosa andò così
avanti un pezzo. Ma quel combattimento invece di scemare il mio amore
l'accrebbe; e volendolo raffrenare di fuori, quello mi lavorava dentro,
e quasi mi conducea pel mal cammino. Già m'ero fatto scuro in viso,
e la notte per istracco che fossi non potevo prender sonno, e sempre
coll'immaginazione fissa in lei, sentivo calarmi per le gote le lagrime
calde calde sul guanciale, e stupivo di me medesimo.
Passarono così più settimane, e m'ero ridotto di qualità che bisognava
pur risolversi a qualche partito. Tu già indovini a quale m'appigliai:
un giorno sulle ventitrè ore la trovai sola in un suo giardino, e come
volle la mia sorte, le dissi il gran bene ch'io le volevo, ed ella
arrossendo, senza risponder parola si scostò lasciandomi afflitto e
peggio contento che mai; e da quell'ora in poi parea cercasse tenermi
discosto e quasi mai, quando v'erano altre persone, volgeva a me le
parole: ond'io per disperato, nè potendo sopportare quell'inestimabile
amore, risolsi in tutto andarmi con Dio, e cercar la morte ove allora
già si combatteva. E passando appunto la compagnia del duca di San
Nicandro, che andava alla volta di Roma, a raggiungere il duca di
Calabria, mi misi in ordine per andarmene con essoloro. E senza dirle
il mio proposito, un giorno volli ritentar la prova, ed alla stette
salda; onde mi dovetti persuadere che quell'amore ch'io credevo
scorgere in lei, era stato un sogno della mia immaginazione: e risoluto
affatto (era la sera, ed alloggiava quella notte in Capua la compagnia
del duca per partir la mattina) misi in ordine ogni cosa per esser a
cavallo l'indomani. Me n'andai, come il solito, a veglia in casa del
padre di Ginevra: eravamo soli noi tre intorno un tavoliere, e si
giocava a tavola reale; quando mi venne in acconcio, dissi a lui, come
avevo fisso di partire la mattina vegnente, che essendomi venuto a noja
quell'ozio, volevo andar a combattere, perciò fosse contento darmi
licenza. Il conte lodò il mio proposito, ed io colla coda dell'occhio
pur guardavo, non privo affatto di speranza, che viso facesse Ginevra.
Pensa quale diventai vistole mutar il color del volto, e farlesi rosse
le palpebre? Di furto mi saettò un'occhiata che troppo mi diceva.
Stetti infra due di non farne altro, ma conobbi che oramai non potevo
ritrarmi coll'onor mio; e mi fu forza, quando mi trovavo il più
contento e felice uomo del mondo, eseguire la mia malaugurata partenza:
di qui nacque ogni mia sciagura.
Dio volesse che quando misi il piede alla staffa fossi caduto morto;
sarebbe stato men male per lei e per me.
Mi condussi a Roma sempre maledicendo la mia fortuna, e giunsi in
quella, che per una parte entrava re Carlo, e per l'altra i nostri si
ritraevano a furia. Vi fu qualche leggiero scontro, ed io tanto mi
spinsi avanti fra certi Svizzeri, che fui lasciato per morto con due
roncolate nel capo, onde penai gran tempo a guarire.
Queste ferite le toccai presso Velletri: portato nella terra e
medicato, ebbi a star quivi due mesi, senza saper più nulla di Ginevra
nè del padre, e solo udivo d'ora in ora le triste novelle del reame che
vi giungevano, ed eran fatte dalla gente di casa sempre maggiori, e con
tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona.
Pure alla fine ritornato gagliardo, e volendo uscire di tanto
travaglio, montai una mattina a cavallo e me ne venni a Roma. Ivi
era un disordine grandissimo; e papa Alessandro che al passaggio del
re poco gli s'era mostrato amico, vedendo ora spacciate le cose del
reame, e che già della lega fra il Moro ed i Veneziani si bisbigliava,
onde ai Francesi conveniva dar volta, stava in sospetto grandissimo
ed il meglio che poteva s'armava ed afforzava Roma e 'l castello.
Appena scavalcato andai a far riverenza a monsignor Capece, che molto
m'accarezzò, e volle in tutti i conti levarmi d'in sull'osteria.
Intanto cresceva il romore in Roma, ed aspettandosi a giorni la
vanguardia del re, composta di Svizzeri, molto si temeva da tutti, ed
ognuno pensava a' fatti suoi.
Comparve alla fine l'esercito. Il papa col Valentino s'era fuggito a
Orvieto. Le genti francesi parte s'alloggiarono in città, parte fuori
in Prati[5]; e si comportavano assai bene co' cittadini, tantochè
ognuno si veniva rassicurando. Dopo pochi giorni il re andò alla volta
di Toscana: pure per Roma passavano tuttavia or l'uno or l'altro di
quei capi, conducendosi alla spicciolata, onde fosse minore il disagio
delle vettovaglie. Erano oramai quietati i timori, ed ognuno attendeva
come il solito alle faccende. Io che sempre dal pensiero di Ginevra era
travagliato, appena potei coll'onor mio, mi spiccai da monsignor Capece
per tornare a casa, e saper notizie certe di là; chè in tutto questo
tempo non m'era venuto fatto di parlare con chi n'avesse contezza.
Una mattina di buon'ora mi posi in cammino, disposto di cavalcare quel
giorno sino a Citerna, e da strada Julia ove stava monsignore, presi
per piazza Farnese, drizzandomi verso porta San Giovanni. Sotto il
Coliseo mi si fece incontro una truppa di Francesi con bagaglie; e
come furon presso, vidi che venivano con una lettiga ove giaceva mal
condotto uno de' loro capitani, e dalle fasce che avea attorno alle
tempie si capiva che doveva esser ferito nel capo. Mentre scansato il
cavallo, m'era soffermato un poco per guardar costui, fui desto da
un acuto grido, e, volgendomi a quello vidi Ginevra a cavallo, che
dall'altra parte veniva in compagnia con essoloro. Ma oh Dio, quant'era
cambiata! Fu un miracolo s'io non caddi in terra: il petto mi scoppiava
sotto la corazza: pure avvisando ciò che poteva essere, finsi seguire
il mio cammino; poi, voltato il cavallo, senza mai li perder di vista,
e pensando al peggio, tenni loro dietro sino all'alloggiamento.
Ben puoi credere ch'io non fui ardito farmi rivedere a monsignore,
che mi credeva già lungi di molte miglia, e tanto meno presentarmi a
Ginevra, temendo, s'io le parlavo, udir da lei ciò che mai non avrei
sofferto ascoltare; e bramoso pure di chiarire la cosa non sapevo che
risolvere. Portato dal cavallo che tendeva a ritornare alle stalle di
monsignore, mi trovai in Banchi alla chiavica, presso alla bottega di
un tal Franciotto, detto dalla Barca, perchè la professione sua era
levar le mercanzie da Ostia per portarle a Ripa grande. Era costui
mio amicissimo, e fattomisi incontro, scavalcai, e trattolo da parte,
gli dissi che per alcuni rispetti m'ero partito da monsignore, e mi
conveniva tenermi celato; perch'egli m'offerse una sua casetta che
aveva in borgo, e tosto mi vi condusse. Io presi partito di dirgli: che
avevo veduto una donzella della quale conoscevo il casato, con certi
Francesi; ed avrei voluto sapere com'era quivi capitata, per porgerle
ajuto se fosse stato mestieri: ed insegnatogli il luogo ov'era andata
a smontare, lo pregai s'ingegnasse parlare con alcuno de' famigli, e
farmi trovare in parte, ove, senza scoprirmi, potessi ottenere il mio
desiderio. Egli ch'era di sottile ingegno benissimo seppe contentarmi.
Verso mezz'ora di notte venne per me, e mi condusse ad un'osteria, ove
trovammo un suo giovane che aveva già uccellato uno degli scudieri di
quel barone francese, e fattolo bere, l'avea messo in sul raccontare,
ed appunto giungemmo quand'era tempo.
Franciotto in poche parole lo condusse a dire ciò che mai non avrei
voluto sapere: e sul fatto della donna ci narrò che giungendo essi
a Capua, e quei di dentro facendo resistenza grandissima, entrarono
a forza, e quasi la terra andò a sacco: che il suo padrone Claudio
Grajano d'Asti (così ci disse chiamarsi) entrato con molti soldati
in casa il conte di Monreale, che ferito nell'assalto, era stato ivi
portato e più non poteva difendersi, giunse alla stanza ove giaceva, e
la figlia buttandosi in ginocchio, raccomandava sè e 'l padre. Grajano
stava in cagnesco, e piuttosto volto al male; onde il conte alzandosi
sul gomito il meglio che potè, gli disse: quanto possiedo al mondo sia
vostro, ed abbiate in isposa questa mia figlia; ma sia salva l'onestà
sua dalle mani di costoro. E Ginevra tremando per la vita del padre e
per sè stessa, non si seppe opporre. Due giorni dipoi il conte morì.
Io mi morsi le mani pensando che se mi fossi trovato colà, forse non
cadeva in balìa di questo ribaldo; ma non vi era rimedio. Mi tolsi di
quivi, e tutta la notte andai vagando per le strade come forsennato;
e più volte fui per finirmi. Per vera virtù di Dio pure mi rattenni.
Il dolore, lo struggimento di cuore ch'io provavo era tanto, che le
parole non ne saprebbero dire la millesima parte, con certe strette al
petto che mi levavan l'anelito, e mi pareva ogni tratto di soffocare:
nè potendo sopportar più una vita tanto dolorosa e travagliata formavo
i più strani consigli, le più pazze risoluzioni del mondo. Ora divisavo
di ammazzare il marito, ora d'incontrar la morte in qualche strano
modo, onde mostrare a Ginevra che ero stato condotto a quel passo per
amor suo, e mi confortava l'idea del rammarico che n'avrebbe provato;
e d'una in un'altra di queste immaginazioni quasi uscivo di cervello.
Stato così più giorni, una sera volli tentar la fortuna. Involto nella
cappa, ottenebrata la vista, e colla capperuccia che mi scendeva sugli
occhi, andai alla porta di lei e bussai. Si fece alla finestra una
fante, e domandò chi volevo.--Dite a madonna, risposi, che le vuol
parlare uno che vien da Napoli e le porta nuove de' suoi.--Fui messo
dentro e lasciato in una saletta terrena con un lumicino che mandava
appena un poco d'albore. A me pareva di stare ora presso la porta del
paradiso, ora più giù dell'inferno, ed era tanto il contrasto, che
mi sentii mancar le ginocchia, e mi convenne lasciarmi andare su una
sedia. Aspettai pochi minuti, che a me parvero mill'anni. Quando sentii
giù per la scala lo stropiccìo de' piedi e della gonna di Ginevra,
quasi mi lasciò affatto ogni virtù vitale. Entrò ella e rimase così un
poco discosta guardandomi; ed io, lo crederai? non potei nè parlare,
nè muovermi, nè formare una voce: ma appena m'ebbe riconosciuto,
gettò un grido, e cadeva in terra svenuta; se non ch'io la raccolsi
in braccio, e, slacciandola, m'ingegnai soccorrerla tutto spaventato
dall'importanza del caso, e dal timore d'esser quivi trovato: e
coll'acqua d'un infrescatojo che era presso, le spruzzavo la fronte.
Ma le lagrime bollenti che mi piovevano dagli occhi e le inondavano il
volto, furono più possenti e la richiamarono in vita. Io non seppi far
altro che prenderle una mano e premervi su le labbra con tal passione,
ch'io credetti che l'anima mia passasse in quel punto. Così stemmo un
poco: alfine tutta tremante si spiccò da me, e con voce che appena la
potevo udire, mi disse: Ettore, se sapessi i miei casi!..... Li so,
risposi, li so pur troppo, ed altro non domando, altro non voglio che
poterti morir vicino e vederti qualche volta finchè son vivo.
In questa s'udì rumore al piano di sopra, mi corse un gelo per l'ossa,
dubitando d'essere scoperto, e che a lei s'accrescessero i guai. Preso
commiato cogli atti più che colle parole, sollecitai a levarmi di
quivi, ed uscii un poco meno afflitto e sconsolato.
Intanto la ferita del marito non guariva, e molti Francesi,
gentiluomini e prelati, ogni giorno lo venivan visitando. Benchè
il maraviglioso viso di Ginevra mostrasse l'affanno interno che la
travagliava, nondimanco la sua bellezza, con un certo languido pallore,
aveva pure un tal che d'appassionato, che non si poteva mirarla e non
restarne vinto: e fra quei signori la sua giovinezza, il costume e
l'angeliche sembianze ogni dì più destavano maraviglia, nè si potevano
saziare di magnificarla e lodarla da per tutto, a tale che la fama ne
corse all'orecchio del Valentino. Molto si susurrava allora in Roma sul
conto di costui. Il duca di Candia suo fratello era stato morto per le
strade la notte, ancora non faceva il mese; e non senza suo carico:
ond'egli tosto, deposta la porpora, s'era buttato all'armi del tutto, e
si dicevano di lui tante gran cose che non si sapea che pensare. Forte
dubitai fin d'allora che la Ginevra fosse vagheggiata da costui: e pur
troppo mi toccò udirne fra popoli molte sconce parole, ch'io non poteva
raffrenare per rispetto di essa, e consumavo dentro la rabbia per non
far atto che palesasse la condizion mia.
Intanto, sotto colore ora d'una, ora d'un'altra cosa, m'era pur venuto
fatto d'andarle per casa ad affiatarmi con quel suo marito; e se il
vederlo mi dava passione indicibile, soffrivo volentieri ed avrei
sofferto ogni gran cosa purchè potessi a quando a quando veder lei,
colla quale, dalla prima volta in fuori, non ebbi mai parole d'amore, e
già sapevo che sarebbe stato un buttare il fiato, perocchè troppo bene
la conoscevo.
Questo Grajano d'Asti era di que' tali che ne vanno dieci per uscio,
nè bello nè brutto, nè buono nè cattivo; assai buon soldato bensì, ma
che avrebbe servito il Turco se meglio lo avesse pagato. Le sostanze di
Ginevra lo facevano ricco assai bene: e tanto valutava lei quanto si
valuta un podere, per la rendita e non per altro.
Passarono più settimane. La sera potevo veder la Ginevra, chè il marito
non aveva nessun sospetto di me; e travagliato dalla sua ferita che
molto penava a chiudersi, nè sapendone molto in fatto d'amore, aveva
tutt'altri pensieri pel capo; così mi trovavo con lei più spesso di
prima.
Il Valentino frattanto, volendo metter genti insieme per l'impresa di
Romagna, fece capitale di Grajano d'Asti che oggimai si trovava presso
a poter risalire a cavallo. Seppi come aveva attaccata questa pratica,
ed alla prima furono d'accordo. Si fermò tra loro una condotta di
venticinque lance, ed al marito di Ginevra parve avere buonissimi patti.
Una sera venne il duca alla casa di Grajano per istipulare l'accordo,
e fu fatto un poco di cenetta, alla quale si trovarono certi prelati
francesi ed alcune lance che stavano a spasso, ed intendevano
appiccarsi con costui, che accettava ognuno in quel tempo.
Io parte pensavo offerire i miei servigi per seguire la fortuna di
Ginevra con quella di Grajano; pure, non saprei dirti perchè non mi
mossi, nè mi trovai con loro quella sera. Andai, ch'era già fatto
notte, vagando ne' luoghi più deserti di Roma sempre martellandomi il
cervello con mille sospetti, e non potevo liberarmi da certi pensieri,
i più strani che avessi mai. Da molti giorni trovavo la Ginevra più
sbattuta: e mi pareva tratto tratto di vederle balenar sulla fronte un
non so che d'arcano, che studiasse tener celato nel cuore. Passai pure
quella notte, Dio sa con che smania. Senti se alle volte il cuore non
parla.
L'indomani vado da lei sulle ventitrè. Quando son presso all'uscio,
odo in casa un bisbiglio insolito: usciva un frate d'Araceli col
Bambino,[6] ed un torchietto davanti. Salto in casa (sudavo freddo!) e
la fante mi dice: Madonna sta in termine di morte.
La sera innanzi, dopo cena, era stata colta da uno sfinimento, ma non
pareva male d'importanza. Posta a letto e confortata con panni caldi,
si quietò, e così rimase sino alla mattina. Il sole era già alto e non
si sentiva. Venne un tal maestro Jacopo da Montebuono che s'impacciava
di medicina, e la trovò quasi fredda. Quello sciagurato, invece di
por mano a tutti gli argomenti più gagliardi, se la passò con qualche
parola dicendo fosse lasciata in riposo. Tornato poi sul tardi, si
sbigottì, e gridando ch'era spacciata, fe' correr pel prete, e senza
trovar strada a soccorrerla nè a vincere questo suo inesplicabile male,
poco dopo l'avemaria, la sconsolata famiglia udì dalla bocca stessa del
medico che era passata.
Gli alloggiamenti di Francia comparvero in questa, ed Ettore dovette
interrompere il suo racconto. Si fece avanti il trombetta sonando, e
gli uscì incontro un soldato a cavallo per intendere che cosa cercasse.
Saputo il motivo della loro venuta, ne avvertì l'ufficiale di guardia
in quel luogo, il quale, poich'ebbe vista la lettera che da Consalvo
si scriveva al duca di Nemours capitano di quell'esercito, impose
a Brancaleone ed a Fieramosca di aspettare che spedisse al duca ad
ottener licenza che entrassero in campo.
Offerì loro intanto una trabacca ove si alloggiava la guardia della
porta: ma i due amici, udendo che la stanza del capitano era ancor
molto lontana, risolvettero d'aspettar quivi, tanto che il messo fosse
tornato con la risposta.
Ivi presso sorgeva un gruppo di querce, con molt'erba fresca, che
protetta dall'ombra offeriva in quell'ore bruciate del mezzo giorno un
bellissimo stare. Vi si condussero i due guerrieri, e legati i cavalli
agli alberi, si disarmaron la fronte e sedettero uno accanto all'altro
appoggiando le spalle a quei tronchi. Una leggiera brezza marina
rinfrescava loro il viso; onde l'uno riprese a parlare con nuovo animo,
ed all'altro crebbe la voglia di ascoltarlo.
NOTE:
[5] Vien così chiamato un tratto di campagna presso Castel Sant'Angelo,
fra il Tevere e Monte Mario.
[6] Il bambino d'Araceli creduto miracoloso si porta ai moribondi.
CAPITOLO QUINTO.
Fieramosca seguitò il suo racconto con queste parole:
Perduta Ginevra, il mondo fu finito per me. Uscii di casa cogli occhi
stupiditi che non davano una lagrima; e dove andassi, o che cosa fosse
di me in quei primi momenti, appena lo potrei dire se non me l'avesser
fatto conoscere le cose che accaddero dipoi. Andavo come una cosa
balorda, o come succede talvolta, ben sai, quando una mazza ferrata
ti percuote sull'elmetto a due mani, che per un poco ti zufolan gli
orecchi, e pare che ogni cosa dia volta innanzi agli occhi. Così non
sapendo quasi che cosa mi fosse accaduto, passai ponte (la casa della
Ginevra era presso Torre di Nona) e su per borgo me ne venni in piazza
di San Pietro.
Quel mio amorevolissimo Franciotto, saputa in parte la mia sventura,
mi venne cercando, e mi trovò buttato in terra appiè d'una colonna: in
qual modo mi vi trovassi, non lo saprei dire. Sentii due braccia che
entrandomi di dietro sotto le ascelle, mi sollevarono e mi posero a
sedere. Allora mi riscossi e me lo vidi accanto. Cominciò a confortarmi
con amorose parole, e così a poco a poco ritornavo in me. M'ajutò
alzarmi, e con gran fatica mi ricondusse a casa; mi spogliò, e fattomi
entrar in letto, si pose seduto al capezzale, e se ne stava senza
darmi noja di parole o di conforti che troppo sarebbero stati fuor di
tempo.
Passammo così quella notte senza aprir bocca. Mi s'era messa una febbre
gagliarda che a momenti mi levava di cervello, e la fantasia alterata
mi faceva parere tratto tratto d'avere un'enorme figura tutta carica
d'armature, accovacciata sul petto, e mi sentivo affogare.
Finalmente l'afflitta natura fu soccorsa dal pianto. Sonavano dieci ore
in castello, e la prim'alba entrava pel fesso della finestra. Avevo
sul capo appiccata al muro la spada e l'altre arme: alzando gli occhi
mi venne veduta la tracolla azzurra, che molt'anni prima m'avea dato
Ginevra. Quella vista, a guisa di una balestra che scocca, m'aperse la
strada alle lagrime, che cominciarono ad uscirmi a torrenti; e questo,
sollevandomi il petto, fu cagione ch'io rimanessi in vita. Dopo ch'io
ebbi pianto un'ora buona senza mai fermarmi, mi parve d'esser rinato,
e potei ascoltare e parlare; e col soccorso del buon Franciotto, venni
passando quella giornata, e verso sera mi volli alzare.
A mano a mano che ritornavo in me, consideravo qual partito dovessi
pigliare in tanta calamità: e d'un pensiero in un altro, disperatomi
affatto di poter rimanere in vita, e considerando, se mi lasciavo
consumar dal dolore oncia a oncia, quanto fosse per riuscirmi
insopportabile una tal qualità di morte, risolsi di morire allora
per volar dietro a quell'anima benedetta. E così deliberato con me
medesimo, mi parve aver fatto un grandissimo guadagno, e mi sentii
mezzo racquetato.
Franciotto, che era stato meco dalla sera innanzi, uscì per veder un
momento la bottega, e mi promise di tornar tosto. Io, posto mano alla
daga (che è questa appunto ch'io ho accanto) volli far quell'effetto
allora allora. Poi ripensato meglio che in quella sera si dovea far la
sepoltura alla Ginevra, volli rivederla ancora una volta, e morirle
vicino. Vestito così a bardosso, cintomi la spada, e preso l'ultimo mio
bene, quella tracolla azzurra, uscii.
Passato ponte, m'abbattei nel mortorio. Venivano i frati della Regola
a due a due, e più compagnie di fratelli cantando il Miserere,
prendevano per via Julia e Ponte Sisto, colla bara coperta d'un gran
drappo di velluto nero.
Io, se t'avessi a dire, a questa vista non mi smarrii punto; ma
pensando che, se non in vita, in morte almeno saremmo uniti, che
eravamo avviati all'istesso viaggio, e che una stessa stanza era per
accoglierci ambedue, seguii pieno di funesta gioja e già tutto nel
mondo di là, lasciandomi condurre senza badare ove s'andasse. Passato
Ponte Sisto per Trastevere, entrammo in Santa Cecilia.
Deposta la bara in quella sagrestia ov'è l'avello del figlio di Santa
Francesca romana, io mi tenni da canto appoggiato al muro, mentre dai
frati si cantavano l'ultime esequie. Alla fine sonò sotto la volta il
_Requiescat in pace_.
Tutti uscirono in silenzio ed io rimasi solo quasi allo scuro; non
v'era altro lume che la lampada della Madonna. Udii alla lontana il
bisbiglio ed i passi del popolo che usciva. In quella scoccò l'ora di
notte, e camminava per la chiesa il sagrestano scuotendo il mazzo delle
chiavi, e disponendosi a chiudere.
Nel passarmi, vicino, si accorse di me e mi disse--si chiude.--Io gli
risposi--ed io rimango.--
Egli guardatomi, e facendo l'atto di chi riconosce taluno, disse:
--Sei l'uomo del duca? Troppo fosti sollecito.... La porta rimarrà
socchiusa; e poichè sei qui tu, io me ne vo pe' fatti miei.--E senza
udir altro se n'andò.
Io poco li davo retta; pure quelle parole mi fecero risentire, e non
sapevo se egli od io sognavamo. Che duca? che porta socchiusa? Che vuol
dire questo sciagurato? pensavo fra me.
Pure lontano le mille miglia dal vero, nè essendo capace di molto
ragionare in quei momenti, tornai presto nella prima risoluzione, e
dopo breve spazio (tutto intorno era cheto) me ne venni col brivido
della morte alla bara.
Tolto il drappo che la copriva, e, tratta la daga che era forte ed
acuta, mi posi a sconficcar la cassa, e durai gran fatica con quel solo
ajuto ad alzar le capocchie de' chiodi; ma tanto feci che n'ebbi levato
il coperchio.
Il bel corpo stava avvolto in un lenzuolo vestito di panni
bianchissimi. Io prima di morire volevo veder quell'angelo in viso
ancora una volta. Mi posi ginocchioni, e andavo svolgendo i veli che
mi toglievano quell'ultimo conforto. Alzai l'ultimo lembo, e apparve
il volto di Ginevra: pareva una statua di cera. Tutto tremante calai
la mia fronte sulla sua, ed alla sfuggita, che mi sembrò delitto, non
potei fare di non baciarle le labbra. Le labbra diedero un piccolo
tremito. Ebbi a cader morto. Può far tanto, dissi, Dio onnipotente,
la tua misericordia! E le tenevo le mani ai polsi. Il batticuore mi
toglieva il respiro. I polsi davano segno. Ginevra era viva!
Ma pensa com'io mi smarrii trovandomi solo a quel modo. S'ella si
risente, dicevo, e si trova in questo luogo, lo spavento basta a darle
la morte. Non sapevo che mi fare, e smaniavo. Mi volsi colle braccia
stese a quella Madonna, e la pregavo: O vera Madre di Dio! fa ch'io
possa salvarla, e giuro pel tuo divin Figliuolo, che sono volti solo
al bene i miei pensieri. Ed in cuore feci voto solenne di non cercar
mai da lei cosa che fosse contro l'onestà, s'io riuscivo a tornarla
in vita, e cancellare in tutto e sempre ogni pensiero di dar morte
al marito; la qual cosa sin allora avevo avuta fissa nell'animo, e
deliberato prima o poi di porla ad esecuzione.
A questa preghiera fatta tanto di vero cuore non mancò il pietoso ajuto
divino.
Il mio Franciotto che era uscito di casa, come ti dissi, nel tornare
m'avea veduto andar verso ponte, e parte immaginandosi il vero, e
temendo sempre, come mi disse dipoi, ch'io non prendessi partito
disperato, m'era venuto dietro. Ma, come discreto, si studiava di
parlarmi o darmi disturbo meno che poteva in quei momenti, ben
conoscendo che il caso mio non era da consigli, ma solo da ajuti
quando venisse il bisogno. Entrò cogli altri in chiesa, e vi rimase
nascosto in un angolo oscuro: e mi ha detto più volte in appresso che
vistomi por mano all'arme, fu per saltarmi in sulle braccia, e stava
sull'ale, per non arrivar tardi: vedendo poi che m'affannavo soltanto
ad aprir la cassa, stette saldo, e solo a questo punto, conosciuta
la necessità, mi si scoperse. Sentii le sue pedate, quando appena
finivo la preghiera; mi volsi e me lo trovai vicino. Così da terra
gli abbracciai le ginocchia come colui che mi dava due vite ad un
punto, e come un angelo che mi scendesse dal cielo: rizzatomi poi
consideravo come senza disagio e pianamente si potesse levar di quivi
la donna. Alla fine prendemmo la coltre di velluto che copriva la bara,
e volta al rovescio, onde se si risentiva non s'avesse ad accorgere
su qual lugubre panno si ritrovasse, ed accomodate le lenzuola che
ravvolgevano, in modo di farle il miglior letto possibile, con gran
diligenza la sollevammo dalla cassa, e piano piano la posammo su
quest'involti.
La povera Ginevra non avea aperti gli occhi, ma le usciva dal petto
qualche tronco sospiro. Franciotto cercando per gli armadj, trovò per
buona sorte le ampolle delle messe, e ci venne fatto, mettendole quel
becco sottile fra le labbra farle scendere qualche stilla nello stomaco
a riconfortarla: poco tuttavia e solo per dare un leggiero ajuto agli
spiriti; che non avremmo voluto fosse tornata in sè in cotesto luogo.
Dipoi con gran cura, io da capo e Franciotto da piedi, presi i lembi
della coltre, l'alzammo, e senza accidente come volle la Vergine
Santissima la portammo fuori di chiesa, e per San Michele venimmo a
Ripa, dove sono le barche. Fra queste ve n'era una di Franciotto. Non
sapevamo così su due piedi trovar luogo nè migliore nè più sicuro. Vi
portammo la Ginevra; ed accomodatole un poco di letto sotto coverta,
ajutati da due o tre uomini che guardavano la barca, me le posi
accanto, e Franciotto corse per un barbiere amico suo, uomo di fede e
dabbene, onde venisse ad ajutarla, e trarle sangue se bisognava.
Dovea ripassare per Santa Cecilia. Giuntovi s'avvide d'una compagnia
d'uomini armati che era ferma davanti la porta, e sulle prime credette
fosse la corte. S'andò accostando pianamente muro muro, finchè giunto
ad appiattarsi vicino a loro s'accorse che non era la corte altrimenti.
Erano da trenta pezzi d'arme tra picche e spadoni a due mani. In
disparte una lettiga vuota portata da due uomini. E quello che pareva
lor guida stava guardando verso la chiesa, serrato nel mantello, e si
mutava or s'un piede or s'un altro in atto d'impazienza. Poco stante
uscirono due come famigli, ed accostandosegli dissero: Eccellenza, la
cassa è sconfitta e vuota!....
Fu tanta la potenza di queste parole, che scioltosi colui dal mantello
percosse con una lanterna, che tenera sotto, sul capo del servo, e se
lo fe' cadere ai piedi; e l'altro, a non essersi cacciato a correre,
avrebbe avuto di peggio, che già colui aveva posto mano alla spada.
Dopo molto tempestare gli convenne partirsi scornato.
Franciotto avea notato fra quegli armati uno in cappa e mantello alla
curiale, ed al lume di certi torchi che avean con loro, riconosciutolo
per quel ribaldaccio di maestro Jacopo da Montebuono. La presenza di
costui in tal luogo, ed in tal compagnia, gli fece nascer di strani
sospetti.
Quando si furono avviati, tenne loro dietro alla lontana, e invece
d'andar pel barbiere, fece disegno sul sopradetto maestro Jacopo.
Solo dubitava non si facesse accompagnare sino all'uscio da alquanti
di costoro. Ma, come a Dio piacque, abitando al principio della
Longara, quando fu a Ponte Sisto, per esser così breve tragitto, lasciò
andar gli altri che passarono il ponte; ed egli s'avviò a casa sua.
Franciotto lo raggiunse sotto l'arco, e dettogli non temesse di nulla,
lo pregò venisse insino a Ripa grande per una giovane che stava col mal
di morte; e tante gliene seppe dire che lo condusse da noi.
Come fu entrato sotto coverta, tosto riconobbe me e la Ginevra, e
s'accorse ch'egli aveva dato in un trabocchetto. Franciotto, trattomi
da parte, mi narrò ciò che aveva veduto avanti a Santa Cecilia e le
parole udite, tantochè principiai a riflettere: mi si squarciò il
velo, e capii come doveva essere andata la cosa. E stringendo maestro
Jacopo, e minacciandolo, chè era il più pauroso uomo del mondo, lo feci
cantare, e mi disse che per ordine del Valentino avea dato alla donna
la sera della cena un vino medicato, per virtù del quale era rimasta
assopita, ed ajutando esso l'inganno, l'avea dichiarata morta, onde,
portata in chiesa, il duca avesse agio a venirsela a prender la notte.
Era un vero miracolo che una trama tanto bene ordita fosse andata a
vuoto: e pensa quanto ne ringraziai Iddio.
Allora volto a maestro Jacopo, gli dissi: Ascoltatemi, maestro Jacopo.
Io potrei farvi cascar morto con questa daga, ma vi voglio conceder la
vita col patto che sia salva quella di costei: onde adoperate i vostri
argomenti se volete tornar sano alle vostre brigate. Se poi direte ad
anima viva come sia finito questo fatto, io v'ammazzerò come un cane ad
ogni modo.
Il maestro spaventato mi promise tutto ciò che volli, e con gran
premura si mise attorno alla donna; onde io consigliatomi con
Franciotto feci scioglier la barca, e tutti insieme pel fiume ne
venimmo alla Magliana, che di poco eran suonate le cinque ore.
Il buon maestro non disse mai nulla di questo.
Ginevra frattanto s'era risentita, ed avendo aperti gli occhi, li
girava intorno attonita. Io, fatto oramai sicuro d'averla viva, e
parendomi d'aver operato un miracolo, attendevo di tutto cuore a
ringraziar Dio, posto ginocchioni al capezzale di lei, che avevamo
allogata in una cameretta del vignajuolo.
Dopo un poco d'ora, tenendole io una mano, sulla quale appoggiavo la
fronte e talvolta le labbra, la ritrasse e m'alzava i capelli che mi
cadevan sugli occhi, guardandomi fisso. Alla fine mi diceva: Oh non sei
tu Ettore mio?.... Ma come qui?.... Dove siamo?.... Non mi par la mia
camera.... sono in altro letto.... Oh Dio, che cos'è stato?
In questa, Franciotto, che s'affacciava ogni tanto per vedere come
andasse la cosa, comparve sull'uscio. Ginevra diede un grido, e
gettandomisi addosso tutta tremante diceva:--Ajutami, Ettore; eccolo,
eccolo! Vergine Santissima, ajutatemi!--Io mi sforzavo rassicurarla il
meglio che potevo, ma tutto era niente, e mostrava aver tanto spavento
del buon Franciotto che pareva gli occhi le volessero schizzar fuori
dalla fronte. M'avvidi dello scambio e le dicevo: Ginevra, sta di buona
voglia; non è il duca costui, ma un mio carissimo amico, e ti vuole
quanto bene egli ha.
L'avresti veduta a queste parole deporre ogni timore, e volgersi
piacevolmente a Franciotto quasi in atto di chieder perdono. Pensa
come in cuor mio maledivo quello scellerato!
Ginevra allora cominciò a domandarmi che le spiegassi in qual modo si
trovasse quivi, ed io la pregavo fosse contenta per allora aver fede in
me, ed attendere solo alla salute, che voleva riposo; e tanto le dissi,
che mi riuscì di quietarla; e, verso la mattina, fattole prender un
cordiale, s'addormentò.
Ma non dormivo io. Ben conoscevo ch'era pazzia lo sperare volesse
indursi a rimanere meco; e che a mio e forse a suo malgrado, pure
avrebbe voluto tornarsene col marito, appena le sue forze gliel'avesser
concesso. Onde spedii velocemente a Roma Franciotto ad informarsi in
che termini si stesse colà, e come vi fosse intesa la cosa.
Tornò verso sera, recando la nuova che il Valentino s'era levato colle
sue genti, ed avviato verso Romagna, ed avea menato con sè Grajano e la
compagnia. Non si sapeva quale impresa fosse per fare dapprima.
Ne feci motto alla Ginevra, la quale, udito da me alla fine quanto
le fosse occorso, ondeggiava in varj pensieri senza sapere a che
risolversi. Con molte parole le mostrai che in modo nessuno le
conveniva tornarsene a Roma, ove il Valentino avrebbe con facilità
potuto trovarla, ed emendare il primo colpo fallito: che suo
marito, avvolto nelle faccende della guerra, e tutto cosa del duca,
difficilmente avrebbe potuto, anche volendo, servirle di difensore:
e poi come, dove rintracciarlo? La pregavo, con affetto grandissimo,
non volesse andar contro ad una quasi divina disposizione, che per
istrade tanto fuor delle ordinarie ci aveva riuniti, togliendola da una
condizione piena d'insidie e di pericoli: pensasse che levandoci di
qui, potevamo per la supposta morte condurci senza sospetti in parte
ove libera e tranquilla potrebbe almeno aspettare e vedere dove andasse
a parare la sua fortuna e quella di suo marito; ed alzando la fede, le
dissi queste formate parole:
--Ginevra! io giuro alla Vergine Santissima che sarai meco, non
altrimenti che se fossi con tua madre.--Franciotto ancor esso ajutava;
tantochè la buona Ginevra alla fine con molti sospiri, nè potendo
affatto vincere un cotal rimorso che la rodeva mi disse:--Ettore, tu
sarai mia guida, a te sta il mostrare che il Cielo, e non altri mi t'ha
mandato.
Entrato in questa risoluzione feci al maestro un'altra orazioncina
colla mano sulla daga, poi lo rimandai a Roma in compagnia di
Franciotto, dal quale mi divisi con grandissimo dolore. Montati in
barca colle nostre poche robe ci levammo di quivi e giù per fiume
giunti ad Ostia ci drizzammo terra terra verso Gaeta. Il reame era
tuttora in mano de' Francesi; ed essendo loro amico il Valentino, non
mi pareva esserne sicuro finchè non mi trovavo mille miglia lontano
da loro. Per la qual cosa, più che potevo, senza troppo affaticar la
Ginevra, col continuo viaggiare sollecitavo ad allontanarmi da quelle
coste; e come a Dio piacque ci trovammo una sera a salvamento in
Messina; e ringraziai di tutto cuore Iddio di averci tratti da tanti
pericoli.
Giunto Fieramosca a questo punto, vide che dal campo si movevano molti
uomini a cavallo i quali venivan per loro, e soggiunse:
Troppe cose mi resterebbero a narrarti; costoro vengono, e mi manca il
tempo. Ma per conchiudere: passammo circa due anni in codesta città.
Ginevra si ritirò in un monastero, ed io, che m'ero dato per suo
fratello, la visitavo più sovente che potevo.
Passato questo tempo s'era accesa la guerra fra Spagnuoli e Francesi.
La vita ch'io menavo mi parve alla fine troppo indegna di un soldato e
d'un Italiano.
Legato com'ero dal voto fatto in Santa Cecilia non potevo sperare al
nostro amore virtuoso fine.
Tutt'Italia era in arme: i Francesi parevano i più forti; ed oltre
l'amor di patria che mi spingeva a combattere il nimico più pericoloso,
avevo una vecchia ruggine co' Francesi e colle loro insolenze. Scorgevo
ancora, ti dico il vero, più sicurezza per la Ginevra all'ombra delle
bandiere di Spagna, ove non poteva giungerla il Valentino.
Queste ragioni conosciute vere dall'animosa Ginevra, che non ostante
il suo amore per me non poteva patire ch'io rimanessi addietro, mentre
si combatteva per la fortuna d'Italia, ci risolvettero in tutto; e,
scritto al signor Prospero Colonna che metteva genti insieme per
Consalvo, mi posi sotto la sua bandiera.
In quel tempo si trovava colla compagnia a Manfredonia; onde noi,
lasciata Messina, per mare ci drizzammo a quella volta. In quel viaggio
ci accadde uno strano accidente.
Eravamo sorti a Taranto; e quivi riposatici, uscimmo dal porto una
mattina per andar a Manfredonia. Era una nebbia folta del mese di
maggio, e la nostra barca a due vele latine e dodici remi, volava sul
mare piano come una tavola. A mezzo giorno ci si scopersero addosso
quattro navi ad un trar d'archibugio, e ci chiamarono all'ubbidienza.
Volevo fuggirle, ed avremmo potuto, che stavamo a sopravvento; ma
considerato che coll'artiglierie potevano fare qualche mala opera,
presi partito d'andare a loro.
Erano legni viniziani che venivano di Cipri, e conducevano a Vinegia
Caterina Cornaro, regina di quell'isola. Saputo l'esser nostro, non ci
detter noja, e dietro loro seguivamo il viaggio.
Era già fatta notte: la nebbia cresceva, ed io stimavo gran ventura
aver trovato costoro che ci aiutavano a non ismarrir la strada in
quell'oscurità.
Presso la mezzanotte, Ginevra dormiva, e solo due uomini stavano in
piedi per regolar la vela e diriger la barca; ma anch'essi tratto
tratto andavano dormicchiando. Io seduto a prora vegliavo, fisso in
mille pensieri. Tutto era cheto. Mi parve udire sulla coverta della
nave della regina, che ci precedeva di mezz'arcata, i passi d'alcuni
uomini; gli udivo parlar sommesso, ma parole concitate e piene d'ira;
tesi l'orecchio; una voce di donna si mescolava all'altre, e pareva
chiedesse mercede: seguiva un pianto, e s'udiva a riprese, quasi
costoro tentassero soffocarlo. Alla fine sentii un tonfo nel mare,
come d'un corpo cadutovi. Io dubitando forte mi rizzai, e stringendo
le ciglia, mi parve vedere non so che bianco agitarsi a fior d'acqua:
mi buttai a mare ed in quattro sbracciate mi vi trovai accosto,
afferrai un lembo di veste, e presolo coi denti tornai alla barca
traendomi appresso un corpo. Gli uomini miei s'erano risentiti allo
strepito; m'ajutarono risalire, e tirar su chi era meco. Trovammo
una donzella in sola camicia, legate le mani con una villana corda,
e non dava segno di vita. A forza d'ajuti tuttavia si riebbe alla
fine. Facemmo di rimaner addietro ai Viniziani che seguirono il lor
viaggio, nè si curarono di noi. Calammo la vela ed aspettammo fermi che
aggiornasse. Uscito il sole si allargò il tempo, ed in poche ore fummo
a Manfredonia, ov'io trovai il signor Prospero, e Ginevra cogli altri
allogai all'osteria.
Tu ora vorrai sapere chi fosse codesta donzella campata dal mare, ma
non posso soddisfarti, perchè nemmen io lo so. Non è mai riuscito nè a
me nè alla Ginevra di strapparle una parola sui suoi casi, o sull'esser
suo. Ell'è nata in Levante, è Saracina certamente, e più diritta e
leale ed amorevole che donna del mondo; nel tempo stesso fiera ed
ardita che non la sbigottiscono nè il sangue, nè l'armi, ed in faccia
al pericolo è più uomo che donna. Da quel giorno in qua è rimasta
sempre con Ginevra: ed io feci in modo che la badessa di Sant'Orsola le
ricevesse entrambe nel suo monastero, ove per la vicinanza (ora che la
guerra ci tiene chiusi in Barletta) posso venirle visitando più spesso.
CAPITOLO SESTO.
In questa giunsero i Francesi che dovevano condurli al campo: i due
amici s'alzarono, e presi i cavalli s'avviarono con loro.
Attraversarono per mezzo lunghe file di tende e di trabacche, mirando
l'assetto di quelle genti che correvano sulla loro via per sapere a
che venissero; ed in mezzo ad una folla di soldati sboccarono su una
piazza formata da molti padiglioni disposti in giro, nel centro dei
quali, sotto una gran quercia, era teso quello del capitano. Vi s'era
radunato il fiore dei caporali dell'esercito; scavalcarono, e furono
messi dentro. Dopo cortesi ma brevi accoglienze, vennero portati due
sgabelli, sui quali sederono volgendo le spalle alla porta.
La tenda parata d'un drappo azzurro sparso di gigli d'oro era in forma
d'un quadrilungo, diviso in due quadrati uguali, da quattro colonne
sottili di legno a strisce celesti e d'oro. In fondo era il letto
coperto d'una pelle di pardo, sotto il quale dormivano sdrajati due
gran levrieri. Poco distante una tavola ingombra confusamente d'un
monte d'ampolle, di spazzole, di collane, di giojelli, e sopra la
quale era appeso uno specchio poligono chiuso in una cornice d'argento
lavorata a cesello, mostrava che il gentil duca non isdegnava la cura
dell'attillarsi: ed un elegante moderno avrebbe bensì cercato invano su
questa _toilette_ l'indispensabile acqua di Colonia, ma poteva trovar
però un compenso in due gran vasi di argento dorato sui quali era
scritto _Eau de Citrebon_, ed _Eau Dorée_. Più fogge d'armature eran
appiccate alle colonne a guisa di trofei, ed in traverso posate sovra
arpioni, lance e zagaglie.
Sotto queste, nel mezzo, sedeva Luigi d'Armagnac duca di Nemours,
vicerè di Napoli, eletto dal re Luigi XII a capitano della guerra. Era
vestito d'una cappa azzurra foderata di zibellino, e le sue nobili
fattezze splendevano di gioventù, d'ardire e di cortesia cavalleresca.
D'Aubignì, Ivo d'Alegre, Bajardo, Mgr. de la Palisse, Chandenier erano
a' suoi lati, ed intorno intorno altri baroni e cavalieri di minor
conto gli facevan corona formando un circolo nel quale venivano a
trovarsi rinchiusi Ettore e Brancaleone.
Quest'ultimo s'intendeva più di menar le mani che d'arringare, onde
lasciò a Fieramosca il carico d'esporre l'ambasciata.
Rizzossi il giovane e volse agli astanti in giro uno sguardo rapido,
nel quale balenava un ardire senza insolenza qual s'addiceva al luogo,
agli ascoltanti, ed a ciò che era per esporre. Narrò l'insulto di La
Motta, propose la sfida, e per adempiere alla formalità d'uso, spiegato
il cartello, lesse ad alta voce la formola seguente:
_Haut et puissant Seigneur Louis d'Armagnac duc
de Nemours._
_Ayant apprins que Guy de La Mothe en présence de D. Ynigo Lopez de
Ayala a dit que les gens d'armes Italiens étoient pauvres gens de
guerre; sur quoi, avec vostre bon plaisir, nous respondons qu'il a
meschamment menti, et mentira toutes fois et quant qu'il dira telle
chose. Et pour ce, demandons qu'il vous plaise nous octroyer le champ
à toute outrance pour nous et les nostres, contre lui et les siens, à
nombre egal, dix contre dix._
Die VIII Aprilis MDIII.
PROSPERO COLONNA
FABRITIO COLONNA.
Letto il cartello lo buttò in mezzo, ai piedi del duca, e Bajardo
sguainata la spada lo raccolse colla punta. Ettore allora fatta un po'
di cadenza al ragionamento stava per finire, quando gli corse l'occhio
su uno scudo lucidissimo che gli stava appiccato in faccia, e faceva
specchio a quelli che gli erano dietro le spalle. Vi scorse l'immagine
di Grajano d'Asti: si turbò; e volgendosi, vide ritto a due passi il
marito di Ginevra, che cogli altri lo stava ascoltando. Questa scoperta
tanto repentina ed impreveduta tolse al fine del suo discorso quella
forza, che avrebbe voluto imprimergli. Da quelli, cui non eran noti i
suoi casi, fu a tale accidente attribuita una cagione troppo lontana
dal vero, e che facea troppo torto all'onore di Fieramosca. Sorrise
taluno de' guerrieri francesi, e vi fu chi bisbigliò non doversi molto
temere chi pareva turbarsi al solo parlar di battaglia. Il giovane notò
gli atti e le parole, e sentì una vampa di fuoco sulle guance; ma fermò
l'animo pensando, alla prova vedranno s'io tremi.
La risposta del duca non fu scarsa nè di parole nè di baldanza,
maggiore di tanto che anch'esso dall'aspetto dell'Italiano avea tolto
argomento d'animo mal sicuro.
In pochi minuti finì il parlamento, ed i due messaggieri trovaron
rinfresco per loro e pei cavalli in una tenda vicina.
Grajano aveva esso pure riconosciuto Fieramosca; e quando uscì dalla
presenza del duca, gli tenne dietro. S'avvicinò a lui salutandolo
col viso poco curante di coloro che negli uomini valutano i doni
della fortuna più di quelli della virtù: l'avea conosciuto in povero
stato, nè gli pareva che mostrasse essersi molto avvantaggiato dacchè
non s'eran più veduti.--Oh! gli disse, ser Giovanni...... no, ser
Matteo..... diavolo non mi ricordo..... Basta, poco importa. E così,
chi non muore si rivede!
--Appunto,--rispose Fieramosca, il quale malgrado la generosità del
suo carattere non poteva superare un senso di rammarico vedendo, chi
credeva nel mondo di là, vivo e giusto possessore di colei che amava
più della vita. Ebbe un bel pensare, e sforzarsi per non lasciar
quell'_appunto_ così asciutto; tutto fu inutile, e tacque. Grajano non
era tale da accorgersi di queste mezze tinte; visto che il discorso
cadeva seguitò:
--E così, che cosa facciamo? Stiamo per Spagna, eh?--
Ad Ettore parve queste interrogazioni in plurale sapessero un po'
troppo di saccenteria, e rispose:
--Che cosa facciamo? Voi, non so. Io sto per lancia col signor Prospero.
--Eh! badate al proverbio--disse ridendo il piemontese--_Orsin, Colonna
e Frangipani, riscuoton oggi e pagano domani._--
Questo detto correva allora fra i soldati di ventura italiani, e
nasceva dalla strettezza di denaro in cui si trovavan spesso i baroni
della Campagna di Roma, i quali eran perciò più avidi dell'altrui, che
puntuali a sborsar le paghe dei proprii soldati.
Fieramosca non era sullo scherzare in quel momento, onde non rispose
nulla: tuttavia, per non parere scortese, lo domandò dell'esser suo, e
perchè si fosse partito dal Valentino.
--Oh!--rispose Grajano--perchè colui ne vuol troppo, ed ha messa troppa
carne a bollire; e se oggi o domani muore il papa, gli saranno tutti
addosso, e gli faranno restituire capitale e frutti. Basta, di quel
galantuomo è meglio dirne nè mal nè bene. Ora mi son accomodato qui, e
son contentone che non cambierei col papa.--
Durante questo dialogo eran venuti alla tenda ove trovarono da far
colezione. Com'ebbero finito, e fu sparecchiato, vennero richiamati dal
duca per la risposta.
Fu questa, com'era dovere, piena di orgoglio e di jattanza. Esser
pronti i Francesi a combattere; volersi fossero non dieci ma tredici;
numero tenuto infausto e scelto a presagir malanni agl'Italiani.
Fu consegnata ai messaggieri una lettera chiusa per Consalvo, e
separatamente una lista de' combattenti scelti per la parte francese.
Così accomiatati tornarono al padiglione aspettando che venissero i
cavalli per partire. Comparvero intanto fiaschi di vino e bevettero in
compagnia di molti cavalieri, fra' quali era Bajardo. Com'ebber bevuto,
questi pregò Fieramosca gli facesse vedere la lista. Ettore se la cavò
di seno e gliela diede: allora tutti curiosi si strinsero a Bajardo, ed
egli lesse i nomi seguenti:
Charles de Tourges.
Marc de Frignes.
Giraut de Forses.
Martellin de Lambris.
Pierre de Liaye.
Jacques de la Fontaine.
Eliot de Baraut.
Jean de Landes.
Sacet de Jacet.
Guy de La Mothe.
Jacques de Guignes.
Naute de la Fraise.
Claude Grajan d'Asti.
--Claudio Grajano d'Asti!--esclamò Fieramosca guardandolo con
maraviglia.
--Sì, Claudio Grajano d'Asti,--rispose questi.--Vi pare forse che non
sia grande e grosso come gli altri?
--Ma ditemi, messer Claudio, sapete voi perchè si combatte questa
sfida?
--Che? son sordo? Lo so sicuro.
--Saprete dunque che gl'Italiani sono tacciati di poltroni e traditori
dai Francesi, e perciò si combatte. Ora ditemi, di che paese siete voi?
--Son d'Asti.
--Ed Asti non è in Piemonte? Ed il Piemonte è Italia o Francia? Ed
essendo voi soldato italiano volete combattere coi Francesi contra
l'onore degl'Italiani?--
Fieramosca scintillava dagli occhi dicendo queste parole. N'avrebbe
usate di più gravi, ma si ricordava del voto che gl'impediva di por
mano all'arme contra costui.
Grajano invece, che era lontano mille miglia dal pensare di
Fieramosca, non poteva capire sulle prime ove andassero a parare
tante interrogazioni. Capì a stento quand'ebbe finito, e gli parve la
maggiore sciocchezza del mondo; onde senza quasi degnarsi di rispondere
direttamente e da senno si volse agli altri; e disse ridendo:
--Oh, sentite, sentite questa! Si direbbe che è il primo giorno che
prende la lancia in mano! Ho in tasca gl'Italiani, l'Italia e chi le
vuoi bene; servo chi mi paga, io. Non sapete, bel giovine, che per noi
soldati dov'è il pane è la patria?
--Io non mi chiamo bel giovane; mi chiamo Ettore Fieramosca--rispose
questi, che non si potè più frenare--e non so nulla di queste
poltronerie che voi dite. E se non fosse....--Qui gli corse quasi
involontariamente la mano sull'elsa, ma tosto la ritrasse, e seguitò a
parlare con quel volto contratto che fa chi è costretto ad inghiottire
un boccone amaro:
--Una cosa sola, perdio, non posso patire. Che questi nobili
gentiluomini e voi messer Bajardo, che siete il primo uomo del mondo
della nostra professione, ed il più leale e dabbene, abbiate a sentire
un Italiano dir tali vituperi contra la patria. Ma, e chi non sa che in
ogni paese vi son traditori?
--Il traditore sei tu!--gridò come un tuono il Piemontese. Ambedue
miser mano alle spade, ma non le sfoderarono affatto, che molti di
qua e di là, messisi in mezzo, li trattennero, ricordando che i
messaggieri non poteano nè offendere nè venir offesi. Le grida e 'l
tumulto fu grandissimo, ma la voce di Bajardo, che si facea sentir
sull'altre, fe ritornar tutti in quiete e nell'ordine, e Grajano venne
strappato per forza di là.
Fieramosca com'ebbe ricacciata nel fodero la spada, e percosso colla
palma della mano sul pomo per fermarla meglio, si volse a Bajardo
scusandosi dell'accaduto.
Questi li posò le due mani sulle spalle guardandolo fisso, onde il
giovane mezzo arrossito abbassò gli occhi: stato così un poco, lo baciò
sulla fronte, e gli disse: _Benoiste soit la femme qui vous porta_.
Un'ora dopo il ponte della porta di Barletta s'abbassava per lasciar
entrar Ettore e Brancaleone che ritornavano.
CAPITOLO SETTIMO.
La mattina di questa giornata, che dagl'Italiani era stata spesa
nel preparar la battaglia, non fu perduta per gli ospiti, che dalla
sera innanzi occupavano le camere superiori alla cucina nell'osteria
del Sole. Il loro nome che è un segreto per tutti, salvo che pel
caposquadra Buscherino, non lo sarà neppure pei nostri lettori. Eran
costoro Cesare Borgia duca Valentino, e Don Michele da Corrella, uno
dei suoi condottieri.
Paragonare tali ribaldi agli animali più malefici e più nemici d'ogni
essere vivente, è debole immagine. Questi operano per istinto, e
l'istinto ha limiti certi. Ma qual limite avranno al mal fare cuori
perversi, guidati da ingegni di sottigliezza diabolica, forniti di
potenza, di valore (chè pur troppo non tutti gli scellerati son
codardi) e di ricchezze immense?
Il figlio d'Alessandro VI, terrore dell'Italia, e di quanti in essa
possedevano oro, signoria, o donna avvenente, si trovava quasi solo in
una povera casa, in mezzo a molti che avrebber comprato colla vita il
piacere di far le loro vendette sopra di lui.
Quelli ai quali non è noto quanta sicurezza possa trovare in sè stessa
un'anima di tempra forte, unita ad un giudizio freddo e calcolatore,
daranno a questa fiducia il nome di temerità. Ma il duca conosceva
abbastanza sè stesso; e messo in bilancia il pericolo col guadagno che
poteva sperare dal suo venire in Barletta, trovava tutte le probabilità
in suo favore.
Due cagioni lo spinsero a questo viaggio. L'una di ritrovar Ginevra
che da molti indizj teneva per certo fosse con Fieramosca: e se non si
dee supporre che un tal uomo stimasse più costei di qualunque altra
donna, si può almeno asserire che molto gli cocesse di esserne rimasto
beffato. L'altra nasceva dalla ragion di Stato; e per darne un'idea
chiara ai nostri lettori, è necessario richiamare per poco la loro
attenzione sugli aggiramenti tenebrosi della politica d'allora.
La potenza di casa Borgia, nata dall'inalzamento del cardinale Rodrigo
Lenzuoli al trono pontificio, erasi in modo accresciuta colle armi
spirituali e temporali, colle frodi, coi parentadi, e cogli ajuti di
Francia, che ogni principe, ogni repubblica italiana ne viveva in
sospetto. Cesare dapprima cardinale, mal pago della porpora, stabilì
voler egli solo ingoiare l'eredità del padre, e coglier il frutto de'
comuni delitti. Il duca di Candia suo fratello, gonfaloniere di Santa
Chiesa, al quale il papa aveva fermo di dare stato in Italia, era il
solo ostacolo che trovasse la sua ambizione. Un pugnale pagato dal
cardinale, o, secondo alcuni, vibrato dalla sua stessa mano, tolse
una notte quest'ostacolo. Da un pover'uomo che vegliava a guardia
delle barche di carbone a Ripetta furon visti giungere tre uomini in
riva al fiume. Uno a cavallo: era il cardinale: in groppa a traverso
tenuto dagli altri due pel capo e pei piedi, il cadavere del fratello;
lo gettarono in Tevere, lavarono la groppa del cavallo imbrattata di
sangue, e sparirono in un vicolo oscuro.
Un mese dopo, il Valenza, deposta la porpora, fu a cavallo alla testa
d'un esercito. Usando ora la forza, ora i tradimenti, ebbe presto
occupata Faenza, Cesena, Forlì, la Romagna, parte della Marca, Camerino
ed Urbino. Ma i modi dell'acquistare, e l'arti per mantenere la mal
ottenuta signoria, le ingiurie fatte a tanti, accesero contra il duca
l'odio universale, che per iscoppiare non aspettava se non l'occasione.
Questa poteva nascere in due modi; o morendo il padre, o mancandogli
l'ajuto di Francia. L'età del papa, la fortuna dell'anni francesi in
Italia, sempre fluttuante, l'ammonivano a provvedersi d'altri appoggi,
ove questi gli fossero mancati.
L'occhio suo, scopritore d'ogni pratica, indagatore d'ogni senno e
d'ogni cuore più chiuso, gli mostrò qual fosse realmente allora la
condizione d'Italia. Conosceva il valore impetuoso de' Francesi, più
atto a vincer una giornata che a sostenere i fastidj di una guerra
magra e lunga.
Presentiva quanto valesse il solo Consalvo ad abbattere la loro
potenza. Lo vedeva per valore, prudenza, perseveranza terribile,
presso a fiaccare la fortuna de' gigli. Gli parve dunque d'attaccar
qualche filo con lui onde aver aperta una porta, se gli venissero meno
gli antichi amici. Una pratica tanto gelosa, e della quale se fosse
trapelato nulla alla parte francese, al certo si trovava disfatto,
non poteva esser commessa alla fede d'alcuno. Per questi rispetti era
partito occultamente da Sinigaglia, e s'era condotto a Barletta.
Mancava un'ora all'alba, ed il Valentino che aveva di quei temperamenti
ferrei ai quali non è quasi necessario il riposo, si alzò, chiamò Don
Michele che già stava in orecchi per non esser tardo, e consegnandogli
una lettera gli disse.
--Questa a Consalvo. Daratti un salvocondotto. Se ti domanda di me,
io non sono in Barletta, ma son presso. Jer sera da quei soldati, che
facean gozzoviglia qui sotto, seppi il fatto di Ginevra al tutto. Ora
son certo che quel Fieramosca l'ha seco, o non lontana: e suppongo
in parte ove si va per mare. Prima di vespro vo' saper dov'è. Trova
Fieramosca, e fa che non mi fuggano.--
Don Michele ricevette la lettera e gli ordini del suo signore senza
profferir parola. Tornò in camera, si vestì, e quando fu giorno chiaro,
tiratosi in capo il cappuccio s'incamminò alla rocca.
Mentre Don Michele usciva, il duca s'era fatto alla finestra, e lo
seguitava guardandolo di malissimo occhio, e facendo un viso che ad
altri avea presagito sventure. Eppure fra quanti ribaldi avesse al suo
servizio, e n'aveva di segnalati, nessuno potea dirsi tanto l'anima
d'ogni sua impresa quanto costui; e se può albergar fede, in un suo
pari, certo e' ne aveva data prova al suo signore in occasioni di somma
importanza. Ma appunto per avergli obblighi grandi, e per non potere,
senza tagliarsi un braccio, spegnerlo a sua posta, Cesare Borgia
l'odiava. L'origine sua era poco nota. I più lo dicevan Navarrese; e
sul fatto, che l'avea condotto a' servigi del duca, si raccontava uno
strano caso d'una vendetta che egli avea adempiuta contra un fratel
carnale nel modo che passiamo a narrare.
Aveva Don Michele una moglie giovane e bella, ed un suo fratello
scapolo e minor d'anni viveva in casa sua. La bellezza della cognata
potè tanto sul cuore del giovane, che, gettato ogni rispetto dietro
le spalle, s'adoperò in modo da ridurla ad ogni sua volontà. Ma non
seppero tanto ben nascondere questa tresca che non se ne avvedesse
una fanticella: ne fece la spia al marito. Questi postosi in agguato,
li sorprese: e, cavato un pugnale per dare ad ambedue ad un tempo,
venne loro fatto di fuggirgli dalle mani senza altro danno che una
leggiera ferita. Fu tanta la passione del torto ricevuto, che, messosi
in traccia del fratello il quale colla cognata fuggiva per porsi in
sicuro, lo voleva ammazzare ad ogni modo. Ma questi, udito che gli avea
giurata la morte addosso, seppe tanto schermirsi che per molti anni gli
ebbe mandato vuoto ogni suo disegno: il che fu cagione che l'offeso,
disperatosi affatto di poter fare le sue vendette, era da tal furiosa
passione condotto al sepolcro.
Intanto venne bandito un Giubileo nell'anno MCCCCLXXXV, e nella terra
ove dimorava Don Michele si fecero processioni, penitenze, prediche per
le piazze, onde molti odii di parte si spensero, furono fatte paci,
ed anch'esso parve si risolvesse a deporre ogni rancore per voltarsi
in tutto alle cose di Dio. Ma il fratello, per quante proteste gli
venisser fatte da parte sua non si volle mai piegare a capitargli
d'innanzi. Al fine dell'anno santo, consumato da Don Michele in
continue pratiche di penitenza, si risolse di lasciar il mondo affatto,
e condottosi ad un convento di Scalzi, entrò in noviziato, compiuto
il quale pronunciò i voti solenni. Mandato da' superiori in varie
parti di Spagna, e persine a Roma allo studio della teologia, divenne
grandissimo dottore, e tornando in patria con voce d'uomo di santa
vita, parve ai religiosi di conferirgli il sacerdozio. Disse la prima
messa con quella pompa e frequenza di popolo, d'amici e di congiunti
che si usa; finita che l'ebbe, e, tornato in sagrestia, si pose (tale
il costume) colla pianeta ancora indosso, ritto sulla predella, ove gli
amici ed i parenti venivano l'un dopo l'altro a baciargli la mano ed
abbracciarlo.
Da tutti, replicate volte, era stato udito deplorare l'odio nutrito
tant'anni contra il fratello, e dire spesso, che non aveva al mondo
altro desiderio se non d'ottenere intero obblio del passato, anche,
qual servo di Dio, umiliandosegli il primo. In questa solenne
occasione, mosso dalle preghiere di tutti i parenti, si risolse alla
fine il fratello venire anch'esso cogli altri, e quando gli fu innanzi
con parole molto modeste cominciava a parlare, nell'atto che cingendo
colle braccia il sacerdote, se lo stringeva al petto, ma poi invece di
rialzar il capo, furon viste mancargli le ginocchia, cadde rovescio
in terra, dando un gran sospiro, ed il prete brandendo in aria un
pugnaletto sottile che in quell'abbracciamento gli avea cacciato nel
cuore, ne baciò la lama stillante, e spinto col piede il cadavere
disse: Ci sei capitato! e sparì via. Fu tanto lo sbalordimento degli
astanti, che non fecero verso di lui dimostrazione veruna.
Per questo fatto ebbe il bando della testa; fuggì di paese in paese,
finchè si ricoverò a Roma, e dal Valentino ebbe salva la vita. Questi
penò poco a conoscere le sue virtù, presto l'adoperò in cose di somma
importanza, ed il ribaldo frate diventò in breve l'anima di tutte le
sue imprese.
Quando giunse alla porta del castello, interrogato dalla guardia di
chi cercasse, mostrava un cofanetto che tenea sotto braccio, dicendo
esser allora giunto di Levante, e cercar di Consalvo per offerirgli
più qualità di cose rarissime, rimedii segreti contra le malìe, e
cento pappolate. Un di costoro, dopo averlo squadrato, gli accennò lo
seguisse.
Entrarono in un gran cortile, chiuso da fabbriche alte d'architettura
antica. Le camere d'ogni piano avean l'uscita su logge aperte verso
l'interno, rette da colonne di sasso bigio, sulle quali posavano archi
ora tondi ora a sesto acuto, secondo le diverse epoche della loro
costruzione. Molte torri rotonde, coronate di merli a coda di rondine,
e del color rossiccio de' mattoni vecchi, sorgevano a disuguali
distanze, e s'alzavano molto al di sopra dei tetti. Sulla cima della
maggiore, detta la torre dell'oriuolo, sventolava un grande stendardo
giallo e vermiglio, la bandiera di Spagna.
Salirono al primo piano per una scala esterna a largo parapetto, sul
quale erano posti in fila molti leoni di pietra, rozzamente scolpiti,
ed entrarono in una sala ove Don Michele venne lasciato dalla sua guida
che gli disse:
--Quando il gran Capitano uscirà, gli potrete parlare.
--E di grazia, quando uscirà?
--Quando ne avrà voglia--rispose ruvidamente il soldato, e se n'andò
pe' fatti suoi.
Don Michele sapeva benissimo che la pazienza è la dea delle anticamere,
perciò tacque; ed accortosi che una brigata di gentiluomini radunata
in fondo presso di gran finestroni che davan sul mare, lo andava
squadrando, si pose, per atteggiarsi in qualche modo, a passeggiare
osservando le antiche pitture, ond'erano piene le mura. Così a poco a
poco si venne loro accostando naturalmente: chi sa, pensava, che non
trovi da far bene anche qui! Alla fine colse destramente l'occasione
d'incastrar qualche parola fra i loro discorsi, e, dopo pochi minuti
era divenuto anch'esso uno della brigata.
Quella fortuna che i galantuomini invocano quasi sempre inutilmente, lo
servì meglio che non s'aspettava. Osservando con sottile sguardo quei
signori, notò fra gli altri un uomo sui cinquant'anni, alto, smilzo,
con una spalla che usciva leggermente fuori di simmetria, il quale
teneva cinto uno spadone che gli alzava dietro il gabbano, e dava per
gli stinchi a chi gli era accosto, mentre s'andava centinando per
istrisciar inchini, e far l'uomo necessario ed intrinseco di ciascuno,
e principalmente di coloro che erano di maggior riguardo. Le ciglia
che s'alzavano in arco sino a mezza la fronte, e due occhi bigi, tondi
ed ammirativi, davano al suo viso magro l'espressione della curiosità
unita alla dabbenaggine; e questa qualità appariva poi più spiccata in
un sorriso perenne di compiacenza col quale accompagnava tutti i suoi
discorsi. Quest'uom dabbene era Don Litterio Defastidiis, podestà di
Barletta, l'uomo più curioso, più vano, più stucchevole del mondo.
Don Michele che s'intendeva di fisonomie, conobbe tosto che avea
trovato il fatto suo. Gli s'accostò; e con modi cortesi e schietti,
che, quando voleva, sapeva usare ottimamente, appiccò seco
ragionamento. Il podestà non finiva mai un discorso senza la lepidezza
obbligata (di quelle tali che il nostro lettore conosce sicuramente,
se è stato in qualche paesetto del Regno, seduto una mezz'ora del dopo
pranzo sulla panca dello speziale): e di più voleva che si ridesse.
Don Michele crepava dalle risa, e gli diceva: Io non conobbi mai il
più piacevole uomo! oh bella questa! oh curiosa quest'altra; e così
diventarono amiconi in meno di mezz'ora.
In quel tempo Prospero Colonna che usciva da Consalvo col salvocondotto
per la sfida, traversò la sala, e tutti gli fecero riverenza. Don
Michele domandò chi fosse quel barone, e a Don Litterio non parve vero
di far il saccente, e venne a parlar della sfida, di ciò che s'era
detto alla cena, di Fieramosca, de' suoi amori; e Don Michele n'ebbe
miglior mercato che non sperava, e disse, mostrando premura:
--Questo giovane.... come lo chiamate?
--Fieramosca.
--Questo Fieramosca è egli vostro amico, che vi preme tanto?
--Oh! mio amicissimo. E preme molto al signor Prospero, e poi
universalmente a tutti.... È tanto un bravo giovane! Ci vediamo ogni
sera o in casa Colonna, o in piazza. Peccato, che ha un brutto vizio!
Non ride mai, mai! vedete. Sempre con una faccia di scomunicato, che
ti senti accorare. Eh! io è un pezzo che me n'ero accorto, e non mi
volevano credere. Son curiosi questi bravacci di soldati. Pare che sia
vergogna per loro d'esser innamorati! Insomma, jer sera il prigione
francese che l'ha conosciuto a Roma ha cantato: ed ora poi non c'è più
dubbio. Dice bene il proverbio «Amore, tosse e scabbia, non la mostra
chi non l'abbia.»--
La lepidezza del podestà fu accolta al solito da Don Michele con una
risata, che dovette replicare due o tre volte, poichè piacque a Don
Litterio di replicare altrettante il suo proverbio. Tornati poi sul
serio, il primo riprese:
--Da codesto amore a me basterebbe la vista guarirlo, che nemmeno se ne
ricorderebbe. Ma....--
E qui una pausa per farsi pregare.
--Guarirlo?--disse il podestà--come vorreste guarirlo? Per questa
febbre ci vuoi altro che medici e speziali.
--Ed io vi dico che vorrei soltanto trovar un suo amico che m'ajutasse,
e poi vada il capo se resto bugiardo.--
Don Litterio lo guardò un poco per veder se diceva davvero o da burla;
e non è da dire se l'altro sapesse far sì che quest'investigazione gli
riuscisse favorevole. Quando si fu mezzo persuaso, gli disse:
--Se non volete altro, questo non vi mancherà.--
E ravvolgeva fra sè d'aver egli il merito di questa portentosa
guarigione, come si vantava d'aver avuto quello di scoprire il male.
E certamente chi avesse operato il miracolo di render Fieramosca
compagnone, amico del chiasso e dell'allegria, sarebbe stato portato al
cielo dai suoi amici e da quanti lo conoscevano.
E così punzecchiava Don Michele per udire qual modo avesse ad ottenere
una cosa tanto difficile, e questi stava sulla sua, facendosi pregare
assai, quasi non si fidasse ben di lui. Pure alfine mostrando di
lasciarsi vincere, gli diceva, come in terra di Turchi avesse veduto
usare ed imparato un segreto maraviglioso a spegnere qualsivoglia più
furioso amore, e non durò gran fatica a rendersi interamente padrone
del cervello di grillo del povero podestà, che stimò gran ventura
l'aver trovato costui.
--Il tutto sta--disse alla fine Don Michele--ch'io possa trovarmi per
cinque minuti colla sua innamorata: del resto lasciate il pensiero a me.
--Questo, veramente, così su due piedi non ve lo potrei promettere.
Perchè a dirvela, non la conosco. Ma se è in Barletta, o dieci miglia
qui intorno, lasciatevi servire: non andranno ventiquattr'ore che vi
saprò dire qualche cosa. Ora trovo Giuliano... è il fante del Comune...
un diavolo per saper tutto.
--E dove ci vediamo--domandò Don Michele.
--Dove vi pare.
--Se credete, ci troveremo all'osteria del Sole, così sulle ventidue.
--Siamo intesi--rispose Don Litterio; e lasciato Don Michele
maravigliato della propria ventura, s'avviò al palazzo del Comune per
rintracciar Giuliano. Se non dispiace al nostro lettore faremo a meno
d'accompagnarlo, per non lasciar che Don Michele s'annoi troppo in
quest'anticamera.
Aspettò un pezzo inutilmente che Consalvo comparisse; alla fine ottenne
dall'usciere di essere introdotto.
Stava il Capitano di Spagna ritto accanto alla finestra, avvolto in
un robbone di raso vermiglio foderato di vajo, e l'augusta presenza,
l'alta fronte, l'occhio scrutatore, la fama in fine d'un tant'uomo
risvegliarono nel petto del condottiere del Valentino quel senso di
timore, e direi quasi d'avvilimento, che sempre coglie l'iniquo in
faccia all'uomo virtuoso. Fece un saluto umile e profondo, e disse:
--Glorioso signore! l'importanza del messo ch'io reco alla vostra
magnificenza m'ha costretto presentarmi a quella sotto un nome che non
è il mio. Se in ciò v'offesi, umilmente vi chieggo perdono; ma, come
potrete conoscere da voi stesso, il segreto era troppo necessario, nè
quegli che a voi mi manda poteva commettersi ad altri che alla vostra
gloriosa fede.--
A queste parole rispose brevemente Consalvo, che non mancherebbe a chi
si fidava di lui, e che esponesse. Don Michele consegnò la lettera del
duca: ebbe il salvocondotto, e tornando al suo signore con quello, lo
fece sicuro che il segreto della sua venuta in Barletta sarebbe stato
custodito da Consalvo.
Aggiunse poi quanto si riprometteva dalle ricerche del suo nuovo amico
il podestà; onde il Valentino, contento dell'avviamento che prendevano
le cose sue, si tirò il cappuccio su gli occhi; e, chiuso nel mantello,
uscì dall'osteria. Si fece condurre da un battello alla parte di dietro
della rocca, ove Consalvo, rimastone così d'accordo con Don Michele,
avea mandato un uomo ad aspettarlo. Gli fu aperta una porticella; e su
per una scaletta segreta, e per certi bugigattoli giunse alla camera
del Capitano spagnuolo.
Non crediamo necessario di dar minuto ragguaglio di questa conferenza.
Espose in sostanza il Valentino con una mirabil chiarezza la somma
delle cose d'Italia, le forze, le speranze, i timori de' varj Stati.
Fece intendere che avrebbe avuto caro accostarsi a Spagna, mostrando
d'esservi tratto dal desiderio del bene che poteva venirne ai suoi
popoli, ed a cessar le sciagure che incontrerebbero, ove gli Spagnuoli
rimanessero vincitori. Riuscì con ischiettezza, che sapea finger
benissimo, a dar di sè opinione migliore della sua fama. Offerse di
far con Ispagna una lega ove entrasse il papa, e si lasciasse luogo a'
Viniziani, ove vi si volessero accostare, colla quale s'impegnassero
ad ajutarsi ne' loro interessi scambievoli, e s'avesse a render palese
soltanto quando gli Spagnuoli fosser divenuti padroni di due terzi
del Regno. Propose di far colle proprie forze l'impresa di Toscana
mostrando che in Italia i primi amici di Francia erano i Fiorentini,
e molto gioverebbe l'abbattere un così potente alleato. Aggiunse che
avrebbe stimato di gran profitto a questa lega il chiamarvi i Pisani,
aiutandoli ristorarsi dei danni fatti loro soffrire dalla Repubblica
di Firenze, della quale, ove fosser resi più forti, sarebber divenuti
guardiani vigilantissimi.
Consalvo non aveva obbiezioni essenziali da fare a queste proposte,
ed il sottile ingegno di Cesare Borgia sapeva esporre con evidenza
grandissima cose che in gran parte eran pur vere. Ma lo Spagnuolo lo
conosceva, e durava fatica a fidarsi di lui.
Prese partito di non dar per allora una risposta precisa, e disse
voler conferire coi suoi più intimi prima di prendere una risoluzione.
Non lasciò mancare al Valentino nè buone parole, nè uffici cortesi;
lo condusse in certe camere terrene, che davan sul mare, facendonelo
padrone pel tempo che gli sarebbe piaciuto passare in Barletta; e da
alcuni suoi servitori più fidati lo fece servire con quell'onore che si
doveva al figlio d'un papa.
Verso sera Fieramosca e Brancaleone giunsero alla porta della città.
Appena messi dentro, cominciò a formarsi intorno a loro una folla
d'officiali, d'uomini d'arme, di soldati, che s'ingrossava di quanti
incontravano per istrada, e tutti volevano esser i primi a sapere
la risposta de' Francesi.--Com'è andata? che cosa hanno risposto?
chi combatterà? quando? dove?...--Ma i due amici dicevan, ridendo a
questa furia: venite alla rocca e lo saprete. Giunsero alla rocca, ed
introdotti a Consalvo, Fieramosca gli consegnò la lettera del duca di
Nemours, che quegli lesse ad alta voce, e diceva accettarsi la sfida,
ma negarsi d'accordar campo franco. Questo rifiuto parve strano a
tutti, ed il gran Capitano disse:
--Non mi sarei aspettato che i Francesi cercassero sutterfugi per
ischivar la battaglia. Ma il campo franco l'avrete: io ve l'assicuro.--
Poi chiamato un suo scrivano gli disse: scriverai al duca di Nemours,
stia di buona voglia che l'ostacolo è tolto; che gli offerisco una
tregua sin dopo il combattimento; ed in fine, che fra due giorni
aspetto mia figlia donna Elvira, alla quale intendo far un po' di
festa; s'egli vuole, mentre si posan l'armi, venire a goderla con noi,
sarà cagione di renderla più lieta.
Fra lo scrivere, lo spedir la lettera e ricever la risposta, passarono
appena due ore. Il duca di Nemours accettò l'invito, e la tregua, che
fu bandita per la città a suon di tromba quella sera stessa, insieme
co' nomi de' combattenti italiani, ai quali per compiere il numero
voluto dai Francesi, si aggiunsero altri tre, e furono:
Ludovico Aminale da Terni.
Mariano da Sarni.
Giovanni Capoccio Romano.
CAPITOLO OTTAVO.
Il monastero dell'isola posto fra il monte Gargano e Barletta era
dedicato a Santa Orsola. Le sue mura oggi non presentano allo sguardo
che un monte di rovine coperte di spini e d'edera; ma all'epoca
della nostra istoria erano in buon essere, e formavano un edifizio
d'aspetto severo, innalzato dai tardi rimorsi d'una principessa della
casa d'Anjou, che venne ivi a finir santamente una vita scorsa fra le
sfrenatezze dei piaceri e dell'ambizione. Non si potrebbe desiderare
solitudine più tranquilla o più amena di questa.
Sopra uno scoglio, alto forse venti braccia sul livello del mare, è
un piano di terra fruttifera, che gira da cinquecento passi andanti.
Nell'angolo più vicino alla terra ferma sorge la chiesa. Vi s'entra per
un bel portico, retto da gentili colonne di granito bigio. L'interno a
tre navate, con archi a sesto acuto, posati su fasci di colonne sottili
ornate d'intagli, riceve la luce da lunghe finestre gotiche chiuse
con invetriate a colori, piene di storie de' miracoli della Santa. La
tribuna dietro l'altar maggiore è tonda, ornata di musaici in campo
d'oro. Vi si vede un Dio Padre nella gloria, ed ai suoi piedi Santa
Orsola, con le undicimila vergini portate dagli angioli.
La chiesa, lontana dall'abitato, rimaneva quasi sempre vuota. Le sole
monache si radunavano in coro ad ore fissate del giorno e della notte
per salmeggiare. Era verso sera, e mentre si cantava il vespro dietro
l'altar maggiore con quella sua cantilena lunga e monotona, una donna
pregava inginocchiata accanto ad un avello di marmo bianco ingiallito
dagli anni, e coperto da un baldacchino parimente di marmo pieno
di fogliami e d'animali all'uso gotico, ove riposavan l'ossa della
fondatrice del monastero.
Questa donna, coperta sino a terra da un velo del color di que' marmi,
pallida, immobile ad orare, sarebbe sembrata una statua posta ivi
dall'artefice in orazione, se due lunghe trecce di capelli castagni non
si fosser mostrate fuori del velo, e se le palpebre, che tratto tratto
s'alzavano, non avessero lasciato trasparire due occhi azzurri ne'
quali si scorgeva il fervore di una caldissima preghiera.
La povera Ginevra (era essa) avea ragione di pregare, poichè si trovava
in quei termini ove al cuor d'una donna non bastano le proprie forze
per vincer sè stesso. Si pentiva, ma troppo tardi, del partito preso di
seguir Fieramosca, e d'unire in qualche modo la sua fortuna a quella
dell'uomo che per prudenza e per dovere avrebbe dovuto fuggir più
d'ogni altro. Si pentiva d'esser rimasta tanto tempo senza informarsi
di suo marito se fosse vivo o morto. La ragione le diceva: quel che
non si è fatto si può ancora fare; ma la voce del cuore rispondeva:
è tardi; e questo _è tardi_ sonava come una sentenza irrevocabile. I
giorni duravano lunghi, angosciosi, amari, spogliati d'ogni speranza
di poter uscire di quel travaglio, se non altrimenti, almeno col darsi
vinta all'una delle due forze che la combattevano. La sua complessione
s'accasciava sotto il peso di questo continuo contrasto.
L'ore della mattina, quelle vicine al mezzo giorno, le riuscivano meno
difficili. Lavorava di ricamo, avea libri, e l'orto del monastero
per passeggiare. Ma la sera! I pensieri più tetri, le cure più
moleste parevano, a guisa di quegl'insetti che al calar del sole si
moltiplicano e divengono più infesti, aspettar quell'ora per assalirla
tutti in una volta. Ginevra allora si rifuggiva in chiesa. Non vi
trovava allegrezza, non pace, ma almeno qualche momento di consolazione.
La sua preghiera era breve e non variava mai. Vergine Santissima,
diceva, fate ch'io desideri non amarlo; e talvolta aggiungeva: fate
ch'io mi risolva a cercar di Grajano, e desideri trovarlo: ma spesso le
mancava il cuore di profferir questa seconda preghiera.
Dal ripeter di continuo quelle parole, ne avveniva talvolta che
cogliesse sè medesima nel pensiero di Fieramosca, appunto nel momento
in cui la sua lingua pregava onde poterlo dimenticare. Allora
sospirava, piangeva, ma scorgeva anche troppo qual fosse in lei la
volontà più potente. Quel giorno tuttavia, per uno di quegli alti e
bassi che sono nella nostra natura, le sembrò di potersi finalmente
risolvere al miglior partito. L'idea d'una malattia che la sua salute
cadente le mostrava vicina; l'idea della morte fra i terrori di una
coscienza non pura, sopravvenne in un momento di titubanza, diede il
tratto alla bilancia, e le fece prender la risoluzione d'informarsi di
Grajano, e scoperto dove fosse, tornar con lui, in qualunque modo, ad
ogni costo. Se Fieramosca fosse stato presente, gli avrebbe dichiarata
la sua risoluzione allora allora, senza dubitar un momento; ma, disse,
alzandosi per uscir di chiesa: Questa sera verrà e saprà tutto.
Le monache, finito il coro, uscivano tacite alla sfilata per una
porticella che dava nel cortile del chiostro, e tornavano nelle loro
celle.
Ginevra s'avviò dopo di loro. Entrò in un loggiato pulito come uno
specchio che circondava un piccol giardino. Nel mezzo v'era un pozzo
sotto una tettoja retta da quattro pilastri di pietra. Di qui,
traversato un lungo andito, riuscì in un cortile di dietro. Il lato in
fondo era formato da una casetta, ove non era clausura, separata dalla
rimanente fabbrica, e vi s'alloggiavano i forestieri. Ginevra v'abitava
colla giovane salvata da Fieramosca, ed occupavano due o tre camere;
che, secondo l'uso de' monasteri, non avean comunicazione fra di loro,
ma soltanto per un andito comune. Ginevra, entrando nella camera ove
solevan passare insieme la maggior parte del giorno, trovò Zoraide
occupata ad un telajo, e lavorando cantava una canzone in lingua araba
piena di tuoni minori, come tutti i canti de' popoli del mezzogiorno.
Guardò un momento il ricamo, e diede un sospiro (era un mantello di
raso azzurro trapuntato d'argento che facevano insieme, destinato a
Fieramosca); poi si pose a sedere ad un balcone ombreggiato da pampini,
che guardava verso Barletta. Il sole s'era allora nascosto dietro le
colline di Puglia. Poche strisce di nuvole stavano su pel cielo tutte
accese al lampo solare, simili ai pesci d'oro notanti in un mar di
fuoco. La loro immagine correva in lunga lista riflessa dall'onde,
solcate qua e là da qualche vela di pescatori, che un leggiero levante
spingeva alla spiaggia. L'occhio della giovane era fisso al molo del
porto che aveva in faccia, dal quale spesso vedeva staccarsi una
barchetta e venir verso l'isola.
Oggi essa la desidera più del solito, le pare che debba portarle una
decisione; e qualunque sia, nel suo stato, sarà sempre un guadagno. Ma
quei momenti d'aspettazione le parevano pur lunghi ed amari! Vorrebbe
Ettore già presente, vorrebbe che avesse già udite parole tanto ardue
a pronunziarsi: s'egli tardasse o non venisse, domani sarà ella ancor
forte abbastanza?
Un punto oscuro che appena mutava luogo non tardò a comparire sul mare
vicino al lido. Dopo un quarto d'ora s'era accostato, ingrandito, e
quantunque appena si potesse distinguere che era un battello condotto
da un uomo, Ginevra lo riconobbe, e sentì darsi una stretta al cuore.
Per una subita rivoluzione di tutte le sue idee, le parve ad un tratto
impossibile dirgli ciò che un momento prima aveva, o credeva avere
irrevocabilmente fissato. Avrebbe veduta con piacere quella barchetta
tornar indietro, ma invece avanti, avanti: già era presso l'isola; già
s'udivano i remi tuffarsi, ed uscir dell'acqua.
--Zoraide, eccolo--disse volgendosi alla sua compagna, che alzò il capo
appena, fece col viso l'atto di chi risponde, e tosto riabbassò gli
occhi sul suo lavoro. Ginevra scese, e s'avviò al luogo ove s'approdava
all'isola, e per una scala tagliata a scarpelli nel masso, giunse al
mare appunto quando Fieramosca deponeva i remi in fondo al battello, e
la prora si fermava contro lo scoglio.
Ma se alla donna mancava il cuore di dichiarare le sue risoluzioni,
Fieramosca che aveva dal canto suo cose altrettanto gravi da svelarle,
non si sentiva maggior animo di lei.
Lontano per molto tempo dai luoghi ove guerreggiava Grajano, non
ne aveva più udita novella da un pezzo. Alcuni soldati venuti di
Romagna, o fossero male informati, o scambiassero il nome, gli avevano
affermato che era stato ucciso. Il prestar fede a costoro faceva
troppo al caso suo, perchè molto si studiasse a non credere, o si
desse briga di acquistar certezza del fatto. Accade di rado che ove si
tema di scoprire il proprio danno, si desideri di veder chiaro: così
trascurando sapere il vero, era venuto indugiando sino a quel giorno,
nel quale gli occhi suoi propri l'avevano finalmente tratto d'inganno.
Tornò in Barletta sempre combattendo con sè stesso; e sempre in
contrasto s'egli doveva dirlo, o non dirlo a Ginevra. Il primo partito
lo divideva da lei per sempre, il secondo gli sembrava colpevole; e poi
come fare a nascondere qualche cosa a quella che era avvezza a leggere
tutti i suoi pensieri?
Così, sempre fra due, giunse all'isola: non aveva ancora risoluto
nulla, quando trovò la Ginevra, e costretto dalla circostanza a
decidere pel sì o pel no, s'attenne provvisoriamente al secondo
partito, dicendo fra sè stesso, penseremo poi.
--Son venuto tardi stasera--disse egli, salendo la scala,--ma abbiamo
avuto un gran da fare oggi, e vi sono gran novità.
--Novità!--rispose Ginevra--buone o cattive?
--Buone--e coll'ajuto di Dio fra qualche giorno saranno anche
migliori.--
Giunsero sulla spianata avanti la chiesa: all'estremo ciglio ove lo
scoglio cade a piombo nel mare v'era un muricciuolo per riparo, alcuni
cipressi in circolo, in mezzo ai quali era piantata una croce di legno,
e tutt'intorno molti rozzi sedili.
Adagiatisi ivi ambedue al raggio argenteo della luna, che già vinceva
la luce purpurea del crepuscolo, Fieramosca prese a favellare.
--Ginevra mia, rallegrati; oggi è stato giorno di gloria per l'Italia
e per noi, e se Dio non nega favore alla giustizia, sarà principio
di gloria maggiore. Ma ora fa mestieri adoprar fortezza: oggi devi
mostrarti tale da servir di esempio alle donne italiane.
--Parla--rispose la giovane guardandolo fisso, come per istudiare la
sua fisonomia, e leggervi anticipatamente qual prova s'aspettasse da
lei:--son donna, ma ho cuore.
--Lo so, Ginevra, e dubiterei che il sole si levasse domani, prima
di dubitar di te....--e le narrò la sfida, esponendone minutamente
l'origine, la gita al campo francese, il ritorno, il combattimento che
si preparava: e quanto animose fossero le sue parole, quanto accese
d'amor di patria e di gloria, quanto la presenza di Ginevra rendesse
più vivo quel fuoco, lo sanno quei lettori che hanno sentito il cuore
batter più rapido, parlando di operar generoso a pro della patria con
donna capace di ugual sentimento.
A mano a mano che Ettore si veniva spiegando (crescendo sempre di forza
nel dire, nella voce e ne' gesti) il respiro di Ginevra diveniva più
frequente; il seno, come fa una vela investita dai soffi d'un vento che
incalza, s'alzava e s'abbassava gonfio di affetti impetuosi, discordi,
ma però tutti degni di lei; gli occhi, che parevan temperarsi a seconda
delle parole del giovane, s'accendevano, gettavan faville.
Alla fine colla mano bianca e gentile afferrò l'elsa della spada di
Fieramosca, ed alzando la faccia arditamente, diceva:
--Se avessi il tuo braccio! se potessi far fischiare questa, che reggo
appena! non anderesti solo: no! e non mi toccherebbe forse di sentirmi
dire, hanno vinto gl'Italiani, ma v'è rimasto..... Oh, lo so, lo so.
Vinto non ritornerai.....--e qui presa dal pensiero del vicino pericolo
non poteva frenare una pioggia di lagrime; alcune delle quali caddero
sulla mano di Fieramosca:
--Per chi piangi? Ginevra, vorresti per cosa del mondo che non s'avesse
a combattere questa sfida?
--Oh no, Ettore: mai, mai! Non mi far questo torto:--ed asciugando le
lagrime, sollecita seguiva:--non piango.... ecco, è finito.... è stato
così un momento....--Poscia con un sorriso, che le palpebre ancor umide
rendevano più bello, diceva:
--Mi son voluta far troppo brava e parlar di spade e di battaglia, e
poi ecco mi fo scorgere; me lo merito.
--Le donne del tuo taglio possono far fare miracoli alle spade senza
toccarle; potreste voltar il mondo sottosopra... se sapeste fare. Non
parlo per te, Ginevra, ma per le donne italiane, che pur troppo non ti
somigliano.--
Quest'ultima frase fu udita da Zoraide sopraggiunta con un canestro
pieno di frutta, di focacce, di mele e d'altre gentilezze: lo teneva
infilato nel braccio sinistro, e nella mano destra portava una boccia
di vin bianco. I panni che vestiva eran tagliati all'uso d'Occidente;
si scorgeva però nella scelta de' colori tutti vivissimi, e nel modo
bizzarro di disporli, il gusto de' paesi ancor barbari onde aveva
l'origine. La sua testa, conservando ancora le fogge d'Oriente, era
coperta di bende attorcigliate, i capi delle quali le cadevan sul
petto. Avea quel sopracciglio alto, quello sguardo aquilino, quella
tinta bruna, e, se ardissi dirlo, leggermente dorata, che serban
le razze più vicine al Caucaso. Ne' suoi modi amorevoli spiccavano
talvolta lampi d'una natura selvaggia, d'una schiettezza ardita, scevra
di rispetti.
Si fermò guardando Ettore e Ginevra, e con parole italiane bensì, ma
che sapevano di forestiero per la pronunzia, disse:
--Parlavi di donne, Ettore? Voglio sentir anch'io.
--Altro che donne!--rispose Ginevra;--si parlava di una danza nella
quale noi altre faremmo trista figura.--
Queste parole coperte destarono vieppiù la curiosità di Zoraide, ed
Ettore narrò anche a lei ciò che avea raccontato a Ginevra.
La giovane rimase sospesa, pensando per qualche momento; poi disse,
scuotendo il capo:
--Io non vi capisco. Tanta collera, tanto romore perchè i Francesi
dicono stimarvi poco! Ma non ve l'hanno detto anche più chiaro col
fatto venendo nel vostro paese a divorar le vostre biade, a cacciarvi
dal vostro tetto; non ve lo dicono gli Spagnuoli al par de' Francesi
venendo anch'essi in Italia a far quel che fan loro. Il cervo non
caccia il leone dalla sua tana, ma il leone caccia il cervo e lo divora.
--Zoraide, qui non siam fra barbari, ove la sola forza decide tutto.
Troppo ci vorrebbe a dirti quali ragioni abbia la corona di Francia
sul Reame. Devi sapere soltanto che è feudo di Santa Chiesa. E ciò
significa ch'essa n'è padrona; ed essendo padrona, n'ha investito,
son circa dugento anni, Carlo duca di Provenza, del quale è erede il
Cristianissimo.
--Oh bella! ed alla Chiesa chi l'ha donato?
--L'ha donato un guerriero francese che si chiamava Roberto Guiscardo,
il quale per forza d'arme se n'era fatto padrone.
--Ora poi capisco meno che mai. Il libro che m'ha dato Ginevra, e l'ho
letto tutto, sai, e con attenzione, non è egli scritto da Issaben-Jusuf?
--Sì.
--Non dice forse che tutti gli uomini son fatti ad immagine di Dio,
ricomprati col suo sangue? Capisco vi sia fra i cristiani alcuni che,
abusando della forza, si faccian signori dell'avere e delle vite dei
loro eguali; ma come quest'abuso possa cambiarsi in diritto che ricada
sui figli dei figli, non lo capisco.
--Io non so--rispose Ettore sorridendo--se tu non capisca, o se capisca
troppo. Quello che è certo, senza questo diritto che cosa diverrebbero
i papi, gl'imperatori, i re; e senza loro come andrebbe il mondo?--
Zoraide si strinse nelle spalle, e non rispose altro. Con ciò che aveva
nel paniere apparecchiò una merenda su uno di que' sedili, coperto
prima da una tovaglia che mandava la fragranza del bucato.
--Oh sì--disse Ettore per divertir i pensieri che leggeva sulla fronte
di Ginevra--attendiamo noi a star allegramente fin che si può, e il
mondo vada come vuole.--Così mangiarono lietamente.
--Il proverbio--seguiva Fieramosca--dice non parlar di morti a tavola:
dunque nemmeno di sfide; parliamo di cose allegre. Saremo in feste
presto. Il signor Consalvo ha bandito una giostra, una caccia di tori,
e commedie e balli e desinari: vuol esser una cuccagna.
--Che vuol dire? e i Francesi?--disse Ginevra.
--E i Francesi ci verranno anch'essi. È stata offerta una tregua,
e non saranno tanto villani da rifiutarla. Si tratta di festeggiar
l'arrivo di donna Rivira, figlia del gran Capitano: ed egli che l'ama
quanto gli occhi suoi, vuoi che l'allegrezze sien grandi.--
Qui le domande delle due donne furon infinite, ed Ettore veniva alla
meglio soddisfacendo ora all'una ora all'altra con queste risposte. Le
interrogazioni le indovinerà il lettore.
--Bella? bellissima, da quel che si dice; una capellatura che pare oro
filato.
--Arriverà fra pochi giorni.
--Era rimasta ammalata in Taranto, ed ora che è guarita ritorna col
padre.
--Se le vuol bene! Pensate che ha fatto per lei ciò che non ha fatto
mai per sè. In Taranto appunto, avrete sentito dire che una volta le
bande spagnuole s'erano ammutinate, perchè non le pagava: e mi dice
Inigo che Consalvo è vivo per miracolo, che tutti quei diavoli gli
erano attorno colle picche. Un certo Yciar, capitano di fanti (Consalvo
gridava che non aveva danari), gli disse ad alta voce, e con villane
e sconce parole, che sua figlia (scusate) gliene farebbe trovare. Lui
zitto: finì il tumulto e la sera tutto era quieto. La mattina dopo
s'alzano, vanno in piazza, e sapete che cosa vedono? Il capitano Yciar
penzoloni impiccato alla finestra dove abitava. Ed a quelli che gli
avean appuntate l'aste al petto non fu torto un capello. Vedete se le
vuol bene.--
Con tutte queste chiacchiere era venuto tardi.
--Qui bisogna andarsene--disse Fieramosca; s'alzò, ed accompagnato
dalle due donne s'avviò passo passo alla sua barchetta. Ginevra scese
con lui sino al basso dello scoglio, e Zoraide, ch'era rimasta di
sopra, fu salutata da Ettore mentre entrava in battello; ma essa appena
rispose e si tolse di là. Questi non ne facendo caso, disse a Ginevra:
--Non ha sentito. Me la saluterai. Dunque addio. Questi giorni, Dio
sa se potremo appena vederci. Basta: in qualche modo faremo.--Diede
de' remi all'acque, e s'allontanò dall'isola. Ginevra, risalita la
scala, rimase in alto un pezzo guardando, sopra pensieri, le due
linee divergenti che dalla prora della barchetta si prolungavano
indietro per lungo tratto di mare. Quando non vide più nulla, entrò
nella foresteria, e, chiusa la porta, la sbarrò per la notte con due
chiavistelli.
CAPITOLO NONO.
Dal principio del mondo in qua gli uccelli sono sempre stati presi
dagli uccellatori a un di presso cogli stessi zimbelli, e gli uomini
sono sempre stati colti alle stesse reti.
Ma la più pericolosa di tutte è forse quella che mette in giuoco il
nostro amor proprio. Lo sapea Don Michele, e conosciuto di qual piè
zoppicasse il podestà, in pochi colpi, come abbiamo veduto, l'ebbe
in sua mano. Quando uscì dell'anticamera di Consalvo per cercar del
servitore del Comune, andava fantasticando, rivolgendo fra sè mille
pensieri, e non capiva in sè dall'allegrezza d'aver trovato chi gli
prometteva tante maraviglie. Talvolta, è vero, gli nasceva il sospetto
fosse un ciurmatore; ma, avendo alta idea della propria avvedutezza,
diceva come tutti quelli che passan la loro vita ad esser fatti fare:
«A me non me la fanno.»
Si trovò all'osteria del Sole secondo l'appuntamento. Ma non ebbe per
allora nulla a dire a Don Michele, poichè il servo, che a suo credere
era tanto mirabile indagatore, aveva promesso molto, operato poco, e
scoperto niente.
La sera a cena la moglie e la fante s'accorsero che qualche gran
cosa gli bolliva nel cervello, e non gli lasciaron mangiar boccone
che gli piacesse, a furia d'interrogazioni. Fu gran fatto che non
ispiattellasse tutto: chè il serbare un segreto, massime se gli pareva
potesse dargli riputazione, era per lui maggior fatica che il trattener
la tosse a chi n'abbia il prurito. Già gli uscivan delle mezze parole.
Eh, lo so io!... se sapeste!... se mi va bene un certo affare!... Poi
pensò un tratto, si sbigottì del pericolo, s'alzò da tavola, e, preso
un lume con istizza, se n'andò a letto.
Quella notte gli parve un secolo. Alla fine venne il giorno, si vestì
in fretta, e sceso in piazza si piantò da un barbiere ove Don Michele
gli avea promesso di venirlo a trovare. Sedè sulla panca della bottega
ove capitavano ogni mattina il notajo, il medico, lo speziale, e due
o tre altri che eran le teste quadre di Barletta. Posta una gamba
sull'altra, dimenava così un poco il piede che restava in aria; il
braccio sinistro stava rasente il busto, e la sua mano al fianco
opposto riceveva nel concavo della palma il gomito destro; colle dita
si sonava il tamburo sul mento guardando ora di qua ora di là se
comparisse l'amico; poi in aria, perchè non compariva. Lo speziale,
il notajo e gli altri gli avevan detto più volte: Ben levato signor
podestà; ma vedendo che faceano poco frutto, e che appena rispondeva,
si tenean in rispetto, parlando fra loro sotto voce, e dicendo: Che
diamine ci sarà di nuovo questa mattina! Don Litterio li lasciava dire
e taceva, poichè aveva due visi al suo comando; uno umilmente giulivo
per coloro che eran dappiù di lui; l'altro arricciato, e pieno d'angoli
per quelli che eran da meno; e questo, come ognuno sa, è il bel dono
concesso dal Cielo a tutti gli sciocconi.
Passata così una mezz'ora udì una voce alle spalle che diceva:
-Eccellenza!... signor podestà, non per offendervi... se volete restar
servito... son colte sulla rugiada.--
Si volse e vide l'ortolano di Santa Orsola, Gennaro Rafamillo, che
gli offeriva una decima su un canestro di ciliege, che veniva ogni
mattina a vender in piazza con altre frutta; e sapeva, per esperienza,
che mediante questo tributo poteva poi vendere a voglia sua senza
impacciarsi della bandiera del mercato.
--Ho altro in testa che le tue ciliege--rispose Don Litterio; tuttavia,
dopo aver guardato il paniere, gonfiando le gote, e mandando fuori a
poco a poco l'aria raccolta, prese con un certo nobile sprezzo tre o
quattro foglie di vite, le dispose sulla panca a guisa di piatto, e vi
fece su un bel mucchietto di ciliege che cominciò a mangiare.
--Son buone eh! dite la verità! Ne ho portato jer sera a madonna, e mi
ha detto che non avea visto mai le più belle.
--E chi sarebbe questa tal madonna?
--Madonna Ginevra; quella che abita in foresteria; e dicono che sia una
gran gentildonna di Napoli, ed ha non so se il marito, o il fratello
qui al servigio del signor Prospero, e quasi ogni giorno la viene a
visitare....--
L'ortolano era per parlare un pezzo, chè il laconismo non era la
sua qualità dominante; ma Don Michele frattanto era sopraggiunto, e
fermatosi dietro il podestà senza che se n'avvedesse:
--A noi, signor podestà--gli disse battendogli sulla spalla;--mi viene
il sospetto che costui possa metterci sulla via; lasciate far a me...--
E senz'aspettar altro, si pose a fiscaleggiar Gennaro; e presto dalle
sue risposte conobbe che era appunto la Ginevra che cercava. Il filo
era trovato; ad un par suo il resto era nulla.
Per esser nel monastero, poter esaminar i luoghi, e disporre i mezzi
necessari ad aver in mano la donna, vide che il podestà poteva essergli
utilissimo. Conveniva inspirargli tal fiducia che gli uscisse del capo
ogni sospetto sulla rettitudine de' suoi fini. Lo trasse da canto e gli
disse:
--Bisognerà che la discorriamo un poco. Aspettatemi all'osteria del
Sole; intanto vedrò se costui sapesse insegnarmi quel giovane che ogni
poco visita la Ginevra.--Don Litterio s'avviò all'osteria, ed egli,
condotto seco l'ortolano nel luogo ove si mutavan le guardie, ed era
pieno d'ufficiali e soldati, gli domandò:
--È fra questi?
Gennaro guardò un poco, vide Fieramosca, e disse:--È quello.--
E Don Michele da un di que' soldati seppe finalmente che avea trovato
chi cercava.
Cinque minuti dopo era col podestà all'osteria, a quell'ora deserta,
e seduti uno in faccia all'altro ai due lati d'una tavola sulla quale
stavano due bicchieri ed un boccale di greco.
Cominciò Don Michele con una fisonomia tutta modesta:
--La scoperta è fatta. Ma prima d'entrar in altro v'ho da dir due
parole. Don Litterio, io ho girato il mondo, e fo professione di
conoscer gli uomini dabbene a prima vista. Dal poco che abbiamo
discorso insieme ritraggo che non è al mondo il miglior ingegno del
vostro.--
Il podestà annunziava col viso una risposta al complimento.
--No, no, non serve.... dico quel che penso. Voi non mi conoscete.
Se pensassi il contrario, vi direi tondo, signor podestà, abbiate
pazienza, ma siete un cervellino. Dunque s'io fossi un ciurmatore
cercherei d'un altro. Ma siccome mi vanto d'esser uomo dabbene quanto
chicchessia, e venga chi vuole, così non temo aver che fare con chi
tien gli occhi aperti. Ora vi voglio dir tutto, e neppure avrete
a prestar fede alle sole parole; vedrete fatti, ed allora potrete
conoscere d'esservi impacciato con un galantuomo.--
Qui cavò fuori una sua filastrocca: che egli era stato gran peccatore,
e per avere il perdono era andato al Santo Sepolcro; che un eremita del
Libano l'aveva finalmente assolto, dandogli per penitenza che dovesse
per sette anni girare il mondo, ed ove trovasse da far opere buone, e
fossero di qualunque sorta, avesse ad adoperarvisi, a costo eziandio
della vita, contentandosi di viver umile e povero; ch'egli così facendo
poneva in beneficio degli uomini le forze e 'l sapere acquistato ne'
suoi lunghi viaggi in Persia, in Siria ed in Egitto.
--Ora--proseguiva--intenderete perchè con tanta premura m'accinga
a liberar questo vostro amico dal suo amore e da quei pericoli che
potrebbero partorire l'eterna dannazione dell'anima sua. La donna
dunque è senza dubbio quella madonna Ginevra di Santa Orsola. A voi
sta farmi trovar con lei. Potreste temere non fossi un tristo: nè vi
fidereste porre chi non conoscete in quella santa casa, ed avete mille
ragioni.--
Don Litterio si scontorceva.
--No--vi replico--avete mille ragioni; nessuno porta scritto in fronte
ch'egli è uom dabbene. E son pur tanti i tristi! Ma quando vi mostrassi
che, coll'ajuto di Dio, mi basta la vista di estrarre i tesori dalle
viscere della terra, frenar la furia d'una palla d'archibugio, ed
eseguir altre cose difficilissime, le quali vedrete farsi da me, e che
vostro sarà tutto l'utile senza che io ne tocchi grano, contentandomi
di quel poco che basta a sostentar la mia povera vita, dovrete dire:
Costui potrebbe farsi ricco e viver negli agi; invece è povero, e vive
in travaglio: dunque ciò ch'egli narra è vero, nè può meritamente esser
tenuto un tristo. Due parole e finisco: A molti è giovato l'essermi
capitati innanzi; potrebbe giovar anche a voi. Pensateci, e risolvete
presto. La penitenza che debbo compiere m'obbliga a scorrere il mondo
senza fermarmi in nessun luogo più di una settimana.--
Quest'aringa, che il podestà ascoltò a bocca aperta senza fiatare, fece
sì che fra sè si vergognasse d'aver potuto pensar male. Tuttavia, per
darsi dell'uomo accorto, rispose che, ove avesse veduta qualcuna di
quelle prove, gli avrebbe nel resto prestato il suo ajuto volentieri.
Così rimasti d'accordo, si lasciarono, intesi che al più presto Don
Michele si sarebbe fatto rivedere, ed intanto avrebbe adoperato i
suoi argomenti onde conoscere se in quei contorni giacesse sepolto un
qualche tesoro.
Apparecchiato in tal modo il podestà, e vedendo che il suo inganno si
metteva tanto bene, si dispose allora allora di caricar la trappola;
cercò di Boscherino, e gli disse come in servigio del duca gli
bisognava l'opera sua. Quegli, che al solo nome del Valentino tremava
a verga, rispose, senza neppur sapere di che cosa si trattasse: Son
pronto. Don Michele, senza aprirsegli per allora, gli disse soltanto:
Aspettami fuor della porta che mette sul lido e conduce al ponte di
Santa Orsola (la tregua fra i due eserciti accettata dal capitano
francese permetteva agli assediati di scorrer al di fuori per la
campagna). Boscherino fu esatto all'appuntamento, non meno della sua
guida, che lo raggiunse portando sotto braccio un involto.
Chi volesse seguitar costoro, li vedrebbe andar lungo la spiaggia sino
ad un miglio oltre il ponte che congiunge l'isola alla terra ferma,
quivi voltando a sinistra, ficcarsi fra i macchioni d'una valletta
deserta, ed entrare in una chiesetta antica, abbandonata, che molti
anni avea servito di cimitero; ma questo viaggio, per non ripeterlo,
aspetteremo a farlo a notte chiusa; e di questa economia speriamo che
il lettore ce ne sappia buon grado.
Diremo soltanto che sulle ventidue ore comparì in piazza Don Michele
solo, s'accostò al podestà che era in sulla bottega del barbiere, e gli
disse all'orecchio:
--Il luogo è trovato. Stasera al tocco delle tre ore sarò all'uscio
vostro. Non vi fate aspettare.--
Di fatto alle tre ore Don Michele era al posto. Il podestà uscì;
richiuse con diligenza senza far romore; e zitti e cheti, per istrade e
per chiassi oscuri (chè allora non v'eran lampioni), furon presto fuor
di città.
Cammina, cammina; sentono le quattr'ore batter in castello, ma d'un
suono cupo e portato come affiocato dal vento, chè già si trovavano
aver passato Santa Orsola, e s'avanzavano spiaggia spiaggia verso la
chiesetta diroccata. Era una landa deserta, sterile, sparsa di macchie
nane, che sempre più si facevan salvatiche. Il sentiero che seguivano
presto si perdette in un sabbione ove s'affondava sino a mezza gamba;
di tratto in tratto trovavan letti di torrenti asciutti, pieni di
ghiaja e di macigni rotolati dalle acque; ma i due viandanti superando
queste difficoltà erano in disposizioni d'animo assai diverse.
Don Michele, avvezzo a camminar più la notte che il giorno, precedeva
con passo sicuro. L'altro, che in vita sua non s'era forse trovato
due volte fuor di città dopo l'avemaria, gli s'andava ingrossando il
respiro, si guardava attorno, ed in cuore malediceva il momento in cui
s'era partito di casa: e per verità fu la mala uscita per lui. D'una
in un'altra immaginazione si veniva empiendo di mille paure, e non era
minore dell'altre quella di trovarsi solo, lontano dall'abitato, di
notte, con un uomo che alla fine non sapeva chi fosse.
Pure ogni tanto volea rinfrancarsi, e sotto voce canterellava tre o
quattro sillabe (per la quinta non si trovava fiato); poi gli pareva
aver udito strepito fra quei macchioni, ove al poco chiarore della
luna annuvolata credeva veder da lungi ora appiattato un uomo, ed
avvicinandosi era un tronco od un sasso; ora qualche strana forma
o visione di trapassati, e piano piano diceva un _requiem_ o un
_deprofundis_; ed in queste buone disposizioni si trovarono in uno
slargo del bosco nel mezzo del quale sorgeva la chiesetta.
Sulla porta v'erano certi scheletri dipinti, ritti ritti, con mitre,
triregni e corone in capo, e tenevano in mano cartelloni svolazzanti,
sui quali erano scritti versetti latini, come _Beati mortui qui in
Domino moriuntur_; _Miseremini mei_, etc.; e quantunque a lume di luna
con fatica si potessero leggere, le figure de' morti visibilissime
producevano da sè un bastante effetto. Don Michele scoperse una
lanterna e si dispose a varcar la porta. Il podestà s'era fermato
alcuni passi indietro, e, conosciuto il disegno del compagno, gli uscì
di bocca un _qui_? lamentevole, e pieno di tanto spavento, che fece
apparire un sorriso sulle labbra livide e sottili di Don Michele.
--Vi conviene ora esser di forte animo, signor podestà, chè in tali
luoghi colla paura si fa poco frutto, e ponno talvolta accader
disgrazie. Chi è con voi opera in nome di Dio, e per mostrarvi che
in quello solo costringe le anime de' trapassati, cominciamo dalla
preghiera.--
Inginocchiossi, e principiò ad infilzar _miserere_ e _dies illa_, ai
quali Don Litterio rispondeva il meglio che sapeva, facendo voto, se
ne usciva vivo, d'accender una candela ogni sabato a Santa Fosca e
digiunar la vigilia de' morti. Finita la preghiera si mossero. Una
porta mezzo fradicia che appena si reggeva sulle bandelle rugginose,
cedette, e quasi venne a terra ad un calcio di Don Michele. Entrarono
stracciandosi le calze ai rovi ond'era ingombra l'entrata.
Il pavimento era sparso d'ossa di morti. In un canto un cataletto, che
cadeva in polvere pe' tarli, alcune pale che avean, Dio sa quando,
servito a sotterrare, erano il solo mobile del luogo. Alcune centinaja
di pipistrelli, all'entrare che fecero i due colla lanterna, volarono
in iscompiglio, col loro stridulo guaire, battendo l'ale per le pareti,
e cercando rifugio su per un campanile gotico che avea la base accanto
all'altar maggiore.
Il luogo, la solitudine, l'ora tarda erano tali se non da metter
timore, almeno da dispor l'animo di chicchessia ad immagini funebri;
ed il povero Don Litterio che, quando il sole era alto sull'orizzonte,
avea pensato a quel momento senza turbarsi, trovandosi ora all'atto,
conosceva quanta differenza vi sia tra il dire e il fare.
Stava guardando quell'ossa che avea sotto i piedi, quelle mura verdi
per l'umido, ed in varj luoghi ancora coperte di antiche pitture; e
ritto nel mezzo, con una mano nell'altra, aspettava il fine di questa
diavoleria.
Don Michele depose in terra un fardelletto che aveva portato. Ne trasse
il libro degli scongiuri, si pose una stola nera impressa di segni
cabalistici, e cominciò colla verga a disegnare un circolo con mille
cerimonie: vi fece la porta, e disse al podestà che entrasse per quella
col piede manco innanzi, e, datogli in mano il pentaculo, cominciò
a mormorare parole latine, greche, ebraiche, ora chiamando a nome
centinaja di demonj in virtù di Dio eterno, ora alzando, ora abbassando
la voce, e facendo pause, durante le quali il rimbombo si prolungava
sotto quella volta; qualche pipistrello passava sventolando presso il
viso del podestà che rannicchiato e tremante pareva il freddo istesso:
temeva ogni momento veder uscir da quelle sepolture gli originali degli
scheletri dipinti sulla facciata, e badava a pregar Dio, e supplicarlo
che per sua misericordia volesse render vani gli scongiuri del suo
terribile compagno.
Mentre in ginocchio si raccomandava a questo modo, sentì battersi in
sulla spalla; alzò gli occhi, e vide l'angolo sotto il campanile pieno
d'una luce livida, ed una forma umana, coperta del lungo lenzuolo, che
suol involgere i cadaveri, sorgere lenta lenta da una buca.
Lo spettro rimase immobile, e non diremo come rimanesse il podestà. Don
Michele gli si chinò all'orecchio, e gli disse:
--Su, coraggio, ora è tempo mostrarvi di saldo animo: presto, via,
domandate ciò che volete.--Tutto era inutile; il podestà non poteva nè
muoversi, nè rispondere, nè rifiatare.
Perchè Don Michele parlò all'apparizione alcune parole in lingua
ignota, alle quali per sola risposta quella alzò lentamente un braccio
indicando una sepoltura che avea la pietra già smossa.
--Avete inteso? dice che cavando costì troveremo tanti fiorini che
saremo contenti.--
Ma l'altro parea che non sentisse. Vedendo che non v'era da sperare di
farlo movere, Don Michele si condusse alla sepoltura, e facilmente vi
si calò. Poco stante, riuscì fuori con un vaso di ferro mezzo coperto
di terra, e venuto dove il podestà era rimasto senza poter muovere un
dito, versò innanzi a lui una buona quantità di monete d'oro, o almeno
parean tali, che caddero in terra senza potere colla loro vista esser
da tanto di rimetter il fiato in corpo a quello che s'era posto in
tanto travaglio per ottenerle.
L'ultima moneta non era appena caduta sul mucchio dell'altre, quando,
spalancarsi con fracasso la porta, saltar in chiesa quindici o venti
ceffi di ribaldi armati di picche e partigiane, essere addosso ai due
appuntando loro l'arme al petto ed alla gola fu tutt'una cosa.
Don Michele ebbe appena tempo di gettar la mano sull'elsa, ma sentendo
quattro o cinque punte che gli scucivano la cappa e qualcuna un poco lo
pungeva, gli convenne star fermo senza far un sol atto, chè altrimenti
era morto.
Nel podestà era già prima tanto spavento, che questo nuovo accidente
non poteva produrre in lui nessun effetto visibile. Rimase come
si trovava con gli occhi stravolti, il capo ficcato nelle spalle,
congiunte le mani con moto involontario stringendo insieme certe sue
dita secche e scarne, con tanta forza, che le unghie gli entravano
nella pelle, e disse con voce soffocata:--Non m'ammazzate, sono in
peccato mortale!--[7]
La lanterna in quel trambusto s'era rovesciata, ed illuminava a
sott'insù quella strana brigata, che, rimasta così un momento immobile
per accertarsi che i due presi non si sarebber nè voluti nè potuti
difendere, appariva composta della mala razza che in quei tempi erano
detti venturieri. Ora li chiamiamo assassini, ed anche allora lo erano,
ma si distinguevano con questo nome specialmente le bande composte la
maggior parte di soldati che avean abbandonate le bandiere per unirsi
sotto un capo, e rubar i paesi facendo quanti mali potevano.
Alcuni, armati d'un petto o corsaletto, chi con una cervelliera di
ferro, quali colle spade, chi con pugnali, chi con coltello, molti con
cappelli a punta, su quali svolazzavano penne e nastri, e quasi tutti o
sul petto o sul capo aveano l'immagine di qualche Madonna. Molti invece
di scarpe portavano sandali di pelle di capra, coi quali potevano
meglio reggersi ed arrampicarsi per le montagne.
Dei visi non è da dire. Veduti al lume di quella lanterna colle barbe
ed i baffi lunghissimi, incolti ed arruffati, parean demoni scatenati.
Un di costoro, gettata in terra la partigiana che teneva alla gola del
podestà, strappò ad esso ed al suo compagno l'arme d'accanto, e scosse
loro i panni per vedere se ne avessero altre nascoste.
Nel tempo di questa baruffa, lo spettro sbrigatosi dal lenzuolo, era
diventato uomo di questo mondo, e, conoscendo che non era tempo da
perdere, s'era arrampicato su pel campanile, e, seduto su una trave
attenendosi alle pietre che sporgevano dal muro, stava aspettando il
destro di scampare, e dallo scuro, non essendo veduto, poteva benissimo
osservare ciò che accadeva in chiesa.
Intanto il capo de' malandrini, giovane che poteva aver circa
diciassette anni, ma di terribile aspetto, robusto, con una cicatrice
che gli fendeva la fronte quant'era larga, e gli faceva il sopracciglio
più alto d'un dito, menò un calcio sotto le reni al podestà per
risolverlo ad alzarsi, mandando quel muglio di chi non ha gli organi
della parola. Non vi poteva esser un rimedio più pronto per guarirlo
dallo sbalordimento; s'alzò senza aspettare la seconda dose, e tratto
in un angolo con Don Michele, furon legati e guardati da alcuni di
costoro, mentre gli altri prendevano e contavan l'oro al lume della
lanterna. Ciò fatto, lo posero in una borsa di pelle che il capo aveva
alla cintola, ed usciron tutti, messisi in mezzo i prigioni, ai quali,
con quei cortesi modi che usa simil gente, dissero di camminare spediti
se non volevano assaggiar le punte delle loro daghe.
Dopo aver fatto mezzo miglio su per l'erta, in luoghi ove non era
traccia di sentiero, si fermarono, e bendaron gli occhi ad ambedue.
La paura avea fatto trovar la voce al podestà, che si raccomandava
piangendo come un bambino; e gli assassini se ne divertivano e lo
lasciavano fare.
Ma Don Michele, che a quella pausa pensò al peggio, disse fra denti:
Perdio ci siamo! Volle provare d'entrar in trattative per uscir loro
dalle mani; ma alla prima parola gli fu chiusa la bocca con un pugno
che gli cacciò due denti in gola. Non potendo nè vedere, nè parlare,
stava ad orecchie tese. Sentì i ladri che trattavan fra loro di
dividere il denaro ed i prigioni: gli udì parlar di taglia, e speculare
qual de' due paresse poterne pagare una maggiore. Fra varie voci che
parlavano diversi dialetti, tutti però italiani, ne avvertì una che
avea pronunzia forestiera e piuttosto tedesca; ma nel meglio delle sue
osservazioni si sentì prendere da molte braccia, e caricar sulle spalle
di due uomini che s'allontanarono dalla comitiva, senza che potesse
indovinare che direzione prendevano.
Il viaggio durò più d'un'ora, frammezzato da pause, duranti le quali
il portato era non molto gentilmente deposto in terra, ed i portatori
si riposavano. A Don Michele intanto fra il terrore, naturale anche
ad un uomo valoroso, di morire scannato come un cane da que' ribaldi,
i legami che lo stringevano, e l'angosc
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